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Il concetto di dissociazione nella psicoanalisi relazionale

Cesare Albasi
Ricercatore in Psicologia Clinica, docente di Psicoterapia, Facoltà di Psicologia, Università degli
Studi di Torino. Già psicologo e psicoterapeuta presso il CAD

Oggi assistiamo alla ripresa di un grande interesse per i problemi legati al trauma, all'abuso e ai
disturbi dissociativi. Incontriamo, sull'argomento, sempre più saggi scientifici e clinici, convegni e
congressi, associazioni e siti web (divulgativi, di auto-aiuto o scientifici), scale di misura e
interviste semi-strutturate per la ricerca empirica sistematica, tecniche terapeutiche.
Discipline come l'antropologia, nello studio della trance e del sciamanismo, la religione, nel
tentativo di comprendere il misticismo e l'estasi, la giurisprudenza, nella ricerca di strumenti legali
per il giudizio di alcuni crimini violenti e per l'utilizzo delle testimonianze dei bambini, si sono
occupate del fenomeno con differenti approcci e obiettivi.
Le molte definizioni del fenomeno della dissociazione, presenti in letteratura, si riferiscono alla
perdita della capacità del soggetto integrare e associare informazioni e significati delle esperienze
vissute in modo mediamente prevedibile.
Sul piano descrittivo, la dissociazione non è un processo che può essere sempre considerato
patologico e brevi esperienze di stati alterati della coscienza e del senso di Sé sono rintracciabili in
alcuni ambiti della nostra quotidianità (gli automatismi, lo sport agonistico o estremo, l'assunsione
di sostanze con effetto psicotropo, i rapporti sessuali, le realtà virtuali offerte da computer e
televisione)(1).
Nella psicoanalisi relazionale statunitense (Mitchell, Aron 1999), grazie al lavoro di un gruppo
sempre più folto di autori (Frankel 1993, 2000; Bromberg 1998; Davies 1996a, b, 1998; Harris
1996; Mitchell 1993; Pizer 1996, Stern 1997), vediamo coniugare i contributi di Ferenczi sulla
dissociazione con quelli di Sullivan e di Janet, e degli autori indipendenti britannici, da Fairbairn
a Bollas.
Nonostante nel contesto psichiatrico attuale il dibattito sulle Sindromi dissociative(2) sia molto
fervido, nell'ambito teorico della psicoanalisi relazionale statunitense il concetto di dissociazione
non viene utilizzato semplicemente per indicare i sintomi classificati nel DSM-IV (American
Psychiatric Association, 1994), ma, in un modo più ampio e sfaccettato, per parlare di processi fini
che contribuiscono ad articolare la struttura della soggettività nelle sue uniche ed assolutamente
individuali modalità di costruzione del significato dell'esperienza personale. I processi dissociativi
vengono considerati come costitutivi la mente umana, ad essa inerenti.
Ferenczi avanzava già alcune riflessioni in questo senso nelle sue personali annotazioni:

Un "adulto" non è mai "non scisso" - solo il bambino o chi è ritornato bambino non lo sono. Un
adulto deve "badare a se stesso" ... Ogni "adulto" che "bada a se stesso" è scisso (non è un'unità
completa) (1920-32, p. 258).

I processi dissociativi concorrono ad organizzare la soggettività in ambiti di significato distinti; se i


confini tra questi ambiti si irrigidiscono, i processi dissociativi possono dare vita a sintomi o a
psicopatologia severa, sia, ad un primo livello, creando un'impossibilità di comunicazione tra
diversi significati della propria esperienza di sé e delle relazioni, sia, ad un secondo livello, nel
rendere impossibile l'accesso ad alcuni significati troppo angoscianti e mortificanti che quindi,
oltre a non essere in comunicazione con altri aspetti del funzionamento mentale, rimangono
primitivi e grezzi.
Da questo punto di vista la psicopatologia dissociativa (i sintomi della classe dei Disturbi
dissociativi del DSM-IV) è l'esito distorto di processi che sono presenti anche nel funzionamento
fisiologico della mente umana, ma che degenerano provocando disturbi.
Studiando i pazienti vittime di abuso parentale, Davies (1996a,b) propone di definire come
traumatica la dissociazione patologica, che dipende da esperienze fortemente traumatiche. La
dissociazione traumatica nasce da un'alterazione della struttura psichica, determinata
dall'esigenza di integrare rappresentazioni inconciliabili e contraddittorie di Sé e dei genitori (per
esempio Sé come buono e Sé come abusato, e i genitori come accudenti e come abusanti).
L'aberrazione della struttura psichica che si rileva nei Disturbi dissociativi è un'esagerazione
patologica di processi di base del funzionamento mentale, presenti fin dalla nascita (Albasi
2003a,b)(3).
Secondo Bromberg (1998) i disturbi di personalità hanno una base psicopatologica comune nella
dissociazione traumatica. La personalità, in questi casi, si organizza sulla dissociazione come
forma di difesa anticipatoria rispetto alla potenziale ripetizione di un trauma precoce. La
dissociazione permette di isolare delle versioni di Sé da altre versioni di Sé in modo molto rigido,
impedendo l'accesso contemporaneo alla coscienza di significati incompatibili.
Quindi, a differenza delle organizzazioni di personalità non disturbate, nelle quali l'esperienza del
conflitto è strutturalmente possibile anche se evitata psicodinamicamente da difese come la
rimozione, nel disturbo di personalità l'individuo non può sostenere rappresentazioni conflittuali
sé-altro all'interno di uno stesso stato esperienziale, abbastanza duraturo da poter sperimentare
soggettivamente affetti contradditori. Questo funzionamento rende anche estremamente difficoltosa
l'autoriflessione, il pensiero sui propri affetti, desideri, credenze e sulle proprie rappresentazioni
mentali, la funzione riflessiva (Fonagy, Target 2001).
Se la dissociazione non è rigida, non è traumatica (Davies, 1996a,b), essa é il processo psichico
che permette alle persone di funzionare in modo adattivo nonostante l'esperienza dell'angoscia o
della depressione ecc. (che caratterizzano alcuni stati del Sé), e che permette l'esperienza
dell'autenticità grazie all'immersione profonda in particolari stati del Sé temporaneamente isolati
dalle associazioni con le molteplici altre possibili esperienze di sé (Bromberg 1998).
In linea con le idee di Ferenczi (1920-32, 1932a, 1932b), possiamo ipotizzare che la tensione
dialettica tra processi dissociativi e processi integrativi della mente viene persa a causa della
profonda distorsione nella relazione di accudimento, che avrebbe invece il compito di favorire
questa tensione ottimale tramite un controbilanciamento di forze centrifughe e centripete, che
legherebbero le parti alla funzione, come un sistema di movimenti interni stabili anche se
contengono la possibilità di andare fuori dal controllo.
Come affermava già Ferenczi in Introiezione e transfert (1909) e poi nel Diario clinico (1932b, p.
210): il senso di sé come esistente e significativo può essere raggiunto soltanto se l'ambiente dà
una controspinta alla tendenza della mente a dissolversi nell'universo. L'individuo cerca
primariamente la relazione con la figura di attaccamento ma se questa non offre un legame
costruttivo l'individuo si disperde. La fisiologica molteplicità deve essere contenuta attraverso il
riconoscimento, operato dall'ambiente, dell'esperienza del bambino come esperienza reale
(realmente in corso) e quindi in qualche modo significativa.
Nella teoria psicoanalitica assistiamo alla riscoperta del pensiero clinico di alcuni autori, oltre a
Ferenczi (Borgogno, 1999), come Sullivan (Conci 2000; Stern 1997), Janet (Davies 1996a,b; Liotti
1999) e Fairbairn (Mitchell 2000), che si sono occupati in modo articolato del concetto di
dissociazione, fino a farne il pilastro per un nuovo modello mentale(4).
L'obiettivo del nostro lavoro è quello di offrire alcune riflessioni sugli autori che, nella tradizione
psicoanalitica, hanno sviluppato in modo più significativo il tema della dissociazione, per favorire
un confronto su quelle che sono le radici dell'attuale dibattito.

L'impostazione data inizialmente da Freud al problema della dissociazione

Freud ha elaborato un modello complesso del funzionamento mentale, fornendoci una prospettiva
ampia sulla mente costruita attraverso l'uso di concetti che sono diventati patrimonio comune della
cultura psicologica del secolo passato.
La struttura teorica del modello pulsionale, delle difese, della partizione tra sistemi consci e
inconsci, nonostante le molte contraddizioni irrisolte, è stata sviluppata da Freud come un edificio
robusto e carico di implicazioni operative.
Attualmente, all'interno della psicoanalisi, possiamo trovare molti modelli teorici che modificano
alcuni aspetti di quell'edificio mantenendone la struttura di fondo; altri, come gli orientamenti
relazionali, ne ricostruiscono radicalmente l'impalcatura confezionando proposte che presentano la
teoria psicoanalitica della mente come qualcosa di rinnovato, proprio attraverso la rilettura delle
sue origini, dal primo Freud a Ferenczi.
È in questo contesto che possiamo collocare la discussione del concetto di dissociazione, un tema
sicuramente molto sentito dal primo Freud degli Studi sull'isteria (Breuer, Freud 1892-95) e poi
abbandonato sul sentiero di una teoresi che aveva forse, come virtuale interlocutore, più il
consesso dell'accademia che non la realtà dei problemi clinici incontrati nel lavoro con i pazienti.
La metapsicologia di Freud ha spinto generazioni di clinici ad osservare la fenomenologia
presentata dall'esperienza di lavoro con i pazienti a partire da concetti cardine come quelli di
conflitto, difesa, inconscio. In quest'ottica, il paziente si trova in uno stato di sofferenza in quanto
nella sua mente un intenso conflitto non permette soluzioni difensive adeguate. Il paradigma di
difesa che regge questa concezione è quello della rimozione (e della repressione): quando un
contenuto mentale è sgradito alla coscienza (e genera conflitto) deve essere sospinto nell'inconscio.
Anche se l'armamentario delle difese nel modello classico è molto ampio, il modello di apparato
psichico che si offre come contesto teorico per la loro concettualizzazione è quello messo a punto
da Freud nell'Interpretazione dei sogni (1899), nel quale la mente umana è un'unità complessiva
che si struttura linearmente, attraverso gradi progressivi di accesso dei contenuti mentali alla
coscienza (Inconscio-Preconscio-Coscienza) regolati dalle difese dell'Io. Ma, come sappiamo,
Freud non l'ha sempre pensata così.
Influenzato dalle opinioni di Janet(5) e Charcot, Freud negli Studi sull'isteria, scritti insieme a
Breuer, utilizza il concetto di dissociazione per comprendere la sofferenza presentata dai pazienti
giunti alla sua attenzione. Egli osserva come vi sia una netta distinzione tra gli stati di coscienza
vigile dei pazienti e quelli di trance indotta nell'ipnosi: nello stato di veglia i pazienti ricordavano
ciò che era successo nello stato vigile precedente, ma erano completamente ignari di ciò che era
avvenuto nello stato ipnotico. Lo stesso avveniva per gli stati di trance.
A partire da queste considerazioni, Freud ipotizza che la dissociazione di questi due stati di
coscienza sia alla base dell'insorgenza dell'isteria e che rappresenti una forma rudimentale di
personalità multipla:

Ora, quanto più abbiamo continuato ad occuparci di questo fenomeno, tanto più sicura è divenuta
la nostra convinzione che quella scissione della coscienza così sorprendente nei noti casi classici di
double conscience [coscienza doppia], esiste in stato rudimentale in ogni isteria, e che la tendenza
a tale dissociazione e quindi al manifestarsi di stati anormali della coscienza, che chiameremo
congiuntamente "ipnoidi", è il fenomeno basilare di tale nevrosi (Breuer, Freud 1892-95, pp. 182-
183).

In particolare, ciò che predisporrebbe alla malattia isterica sarebbe secondo Freud "l'abituale
sognare ad occhi aperti (teatro privato), col quale si pone il fondamento per la dissociazione della
personalità intellettuale" (idem, p. 207) che si trasforma dapprima in un'assenza allucinatoria
organizzandosi poi definitivamente in double conscience.
Freud pensa dunque che nell'isteria la coscienza si organizzi in gruppi di contenuti mentali (come
se fossero centri multipli di consapevolezza) che non sono fra loro connessi, dando così vita alla
cosiddetta condition second o "stato ipnoide". Questa idea è legata alla descrizione di Janet e di
Ferenczi della "dissociazione traumatica", più di quanto non sia legata al successivo pensiero di
Freud stesso sulla rimozione come meccanismo difensivo all'interno del modello topografico
dell'apparato psichico (inconscio, preconscio, conscio) e del modello strutturale costituito da Es,
Io, Super-io. Come Freud anticipa discutendo il caso di "Lucy R" (Breuer, Freud 1892-95), è
possibile distinguere i modelli come quelli topografici (che avrebbe poi privilegiato), che implicano
la creazione di contenuti conflittuali ai quali viene strutturalmente impedito l'accesso alla
coscienza in modo continuo, dai modelli basati su disconnessioni (dissociazioni) di insiemi di
significati che pur essendo incompatibili fra loro possono alternarsi nella coscienza.
Dobbiamo notare però che, pur considerando la dissociazione come importante nella genesi delle
isterie, Freud mostra fin da questa sua iniziale opera la tendenza a riconcettualizzare l'impatto dei
traumi subiti nell'infanzia in un modello centrato sui meccanismi intrapsichici. Infatti, benché tutti i
casi trattati negli Studi sull'isteria presentino storie infantili costellate da traumi, per Freud:

il momento veramente traumatico [...] è quello nel quale la contraddizione si impone all'Io e l'Io
stesso decreta il bando alla rappresentazione contraddicente. Con tale bando quella
rappresentazione non viene però annullata, ma soltanto sospinta nell'inconscio; quando questo
processo si produce per la prima volta, si forma con ciò un nucleo e centro di cristallizzazione per
la formazione di un gruppo psichico distinto dall'Io, attorno al quale si raccoglie successivamente
tutto ciò che avrebbe per presupposto l'accettazione della rappresentazione contraddicente. La
scissione della coscienza in tali casi di isteria acquisita è quindi voluta, intenzionale, o per lo meno
promossa per lo più da un atto volontaristico. Di fatto accade una cosa diversa da quella che
l'individuo si propone; egli vorrebbe eliminare una rappresentazione come se non si fosse mai
prodotta, ma riesce soltanto a isolarla psichicamente (Breuer, Freud 1892-95, p. 278).

A partire dal 1897 (Freud, 1887-1904), Freud comincia a sviluppare l'idea per cui l'esperienza
infantile può divenire patogena solo attraverso l'attivarsi (anche cronologicamente posteriore) di
pulsioni sessuali che ne determinano il significato traumatico.
L'impostazione eziologica che Freud sceglierà prevede che il sintomo sia legato alla soddisfazione
di un desiderio di origine pulsionale, non tanto a una mancata risposta dell'ambiente a un bisogno
fondamentale dell'individuo (che sarà invece la conclusione di Ferenczi).
Secondo Davies (1996b), il rifiuto di Freud dell'ipotesi della seduzione fece molto più che
ostacolare e ritardare la nostra comprensione dei postumi a lungo termine di un trauma infantile.
Questo cambiamento nel pensiero di Freud portò l'attenzione della comunità clinica lontano dal
modello della mente basato sulla dissociazione, che enfatizzava la molteplicità degli stati del Sé,
l'organizzazione multipla dei centri di consapevolezza e significato, la dimensione relazionale e
l'importanza dell'ambiente, e la orientò verso un modello della mente basato sulla rimozione e il
conflitto intrapsichico.

Il contributo seminale di Ferenczi, origine delle attuali prospettive

Il contributo che Sándor Ferenczi ha dato alla costruzione di una teoria del trauma e del
traumatico ha fornito strumenti fondamentali per pensare il fenomeno della dissociazione, per
comprendere le possibilità del suo utilizzo clinico e, più in generale, ha offerto le basi per una
concezione relazionale della psicopatologia. Ferenczi delinea, parallelamente alla sua prospettiva
sul trauma, anche una teoria della mente relazionale e una teoria del Sé come molteplice nelle
quali viene sottolineato che l'ambiente che accoglie il bambino segna e informa in modo primario e
fondamentale la nascita psicologica dell'individuo (Borgogno 1999). La concezione di mente così
come egli va gradatamente formulando non può inscriversi, dunque, se non con notevoli forzature
concettuali, nelle topiche freudiane.
A differenza dell'iniziale pensiero di Freud sul trauma, per Ferenczi il processo traumatico non
consiste tanto nell'insediarsi nella mente di una rappresentazione patogena, ma nello
sconvolgimento prodotto da una relazione, significativa per l'individuo, nell'organizzazione del suo
mondo interno (Bonomi 2001). Quello che non poteva essere accolto dalla metapsicologia
pulsionale di Freud era la posizione teorica che Ferenczi stava inaugurando, che guardava alla
clinica dei fenomeni dissociativi in un'ottica profondamente relazionale.
Ferenczi si interessa degli stati dissociati di coscienza e dei fenomeni paranormali fin dal suo
esordio come giovane medico nella Budapest di fine ottocento; è intorno a questo interesse del suo
periodo pre-analitico che conquista l'ammirazione di Freud (Sechi, 1995; Albasi, Sechi, 2003).
Ciò che noi sappiamo mostra in modo decisivo che esistono nello spirito umano degli elementi
inconsci e subconsci che partecipano al funzionamento dello spirito, è altresì probabile che un
grande numero di fenomeni occulti siano l'espressione invece di queste divisioni dello spirito in cui
una o più parti dello spirito si riflettono alla coscienza, mentre altre funzionano al di fuori di essa e
in qualche modo automaticamente".

Queste considerazioni mostrano che Ferenczi ipotizza nel 1899 un concetto di inconscio molto
vicino a come lo descrivono gli Studi sull'isteria di Freud e Breuer(6). Ma, a partire da analoghi
interessi su processi dissociativi e di "divisione dello spirito", Freud sceglierà la via teoretica ed
elaborerà il concetto di rimozione come modello di difesa prototipico della sua prospettiva
metapsicologica, mentre Ferenczi, percorrendo la strada dell'esplorazione attenta del materiale
clinico offerto dai suoi pazienti, svilupperà l'idea di una molteplicità di sé inconsci e la sua
personale riflessione sui processi dissociativi, che saranno tra i suoi contributi più importanti, ed
estremamente attuali all'interno della psicoanalisi relazionale (Bromberg 1998; Davies 1996;
Mitchell 1993). Ferenczi costruisce, nel corso della sua opera, idee dell'inconscio e dell'Es
differenti da Freud, non concependoli come insiemi di frammenti pulsionali esplosivi e
disorganizzati ma come insiemi più o meno grezzi di significati residuali legati alle relazioni di
accudimento. Pur attraverso l'uso di categorie concettuali differenti (teratoma e gemello interno,
1930; Io eterogeneo e trapianti estranei, Orpha, angelo custode, sostituto materno, Io dolore,
poppante saggio; 1930-32, 1932b; cfr. anche Borgogno 1999), possiamo osservare come Ferenczi
offra una riflessione sull'Inconscio in termini di costellazioni di significati organizzati attorno a
relazioni o parti di personalità e una concezione dell'Es come implicante un modo di essere, un
senso del Sé, una collezione di parti di persone e personificazioni in rapporto tra loro. Se per Freud
il conflitto intrapsichico era determinato dallo scontro di pulsioni, esigenze morali (Super-io),
esigenze della realtà e funzioni regolatrici (Io), nella teoria di Ferenczi in tensione dinamica nella
mente ci sono organizzazioni di significato contrastanti che legano l'individuo a impegni e lealtà
con le figure della sua storia.
Se la rimozione freudiana può essere intesa, per utilizzare la terminologia cara a Kohut (1977),
come un meccanismo di scissione orizzontale tra conscio e inconscio, in quanto regioni della mente
distinte tra loro in modo costante, Ferenczi concepisce la dissociazione come una scissione
verticale tra parti del Sé(7).
Ferenczi parla della dissociazione come di una reazione specifica al trauma, legando fortemente
questi due concetti tra di loro12. Egli afferma che: "non c'è trauma né spavento che non abbia
come conseguenza un accenno di scissione della personalità" (Ferenczi 1932a, p. 98). Un forte
shock infatti "equivale all'annientamento della coscienza di sé, della capacità di resistere, di agire
e di pensare in difesa del proprio Sé" (Ferenczi 1934, p. 101). Nel Diario clinico Ferenczi (1932b,
p. 103) paragona il trauma nel bambino ad un'aggressione in piena notte: la persona che dorme
tranquilla è del tutto impreparata e non può difendersi.
Il trauma è un violento attacco alla possibilità di comprendere il senso dell'esperienza, un attacco
quindi all'essenza stessa della mente, che non può vivere se non attribuendo senso. Il trauma in
Ferenczi assume tutta la sua profonda valenza psichica in quanto viene descritto e contestualizzato
nelle relazioni interpersonali dell'individuo con il suo ambiente evolutivo, essendo sostanzialmente
determinato dai processi di diniego del significato delle esperienze messi in atto dalle figure adulte
da cui il bambino dipende (Borgogno 1999). Il bambino, arrendendosi all'adulto che lo aggredisce
e ne viola la specificità di bisogni, in questo modo rinuncia al proprio senso di sé, ai suoi
sentimenti, ai suoi desideri, dissociando parte della propria esperienza e creando un vuoto che
viene riempito tramite processi di identificazione con l'aggressore(8). La personalità del bambino
si rafforzerà seguendo queste linee patologiche in quanto la relazione con i genitori ha
inevitabilmente caratteristiche costanti lungo l'arco evolutivo (dato che il carattere dei genitori è
quel che è)(9). I genitori continueranno a legare a sé i figli attraverso il terrorismo della
sofferenza(10), l'amore passionale e la punizione passionale (Ferenczi 1932a, 1932b) e lo sviluppo
procederà perpetuando i processi dissociativi. La mente del bambino opera quindi un'autotomia e
una divisione del Sé, organizzandone le parti come personalità distinte, in modo che possano
sopravvivere separatamente. Ferenczi sottolinea molto lucidamente che l'autoscissione narcisistica
(1931, p. 72) messa in atto dal bambino rappresenta una sorta di tentativo di autoguarigione, un
modo per salvarsi, per trovare una "via di fuga quando non c'è nessun'altra via di fuga" (Putnam,
1992):

Un fatto sorprendente, ma apparentemente di validità generale, nel processo di autosmembramento


è l'improvvisa trasformazione della relazione oggettuale, divenuta impossibile, in una relazione
narcisistica. L'individuo, abbandonato da tutti gli dei, si sottrae completamente alla realtà e si crea
un altro mondo nel quale, non ostacolato, può avere tutto ciò che vuole. Se finora non solo non era
amato, ma addirittura martirizzato, egli stacca da sé un pezzo che, sotto forma di persona che lo
assiste con amore e sollecitudine, perlopiù materna, compiange la residua parte tormentata
dell'individuo, si occupa di lui, decide per lui, e tutto questo con la massima saggezza e con
penetrante intelligenza. Questa persona è l'intelligenza e la bontà stessa, per così dire un angelo
custode (Ferenczi 1934, p. 108)(11).

Nel processo di dissociazione, una parte del Sé subisce un definitivo arresto, mentre un'altra è
esposta ad una precoce maturazione che Ferenczi definisce di progressione traumatica(12). In
questa situazione il bambino diventa emotivamente capace, in poco tempo, di ri-organizzarsi e di
sopravvivere restando indifferente all'esperienza traumatica19 un po' come l'animale che per
ingannare il predatore cerca di mimetizzarsi nell'ambiente, arrivando a volte a fingersi morto per
poter essere risparmiato.
Il dolore traumatico sembra aver interdetto, in questi pazienti, la possibilità di mantenere in
rapporto dialettico le diverse rappresentazioni del Sé in un funzionamento unitario della
soggettività, al punto tale da far pensare che sia proprio in questa "assenza di nessi" che si annidi
in realtà l'unica vera forma di sopravvivenza del soggetto.
L'esperienza di Ferenczi con pazienti traumatizzati lo ha portato per via empirica, a partire cioè
dalle sue osservazioni cliniche, ha ipotizzare il meccanismo dissociativo alla base della
psicopatologia della personalità multipla:

Se i traumi si ripetono nel corso dello sviluppo, aumentano anche il numero e la varietà delle
dissociazioni, cosicché diventa ben presto difficile - senza cadere nella confusione - mantenere il
contatto con i vari frammenti, che si comportano come personalità distinte, di cui ciascuna non sa
nulla dell'altra. Alla fine può verificarsi una condizione che, volendo proseguire la metafora della
frammentazione, possiamo senz'altro definire atomizzazione, di fronte alla quale ci vuole molto
ottimismo per non perdersi d'animo" (Ferenczi 1932a, p. 99).

Di fronte alla presa di coscienza della propria impotenza, per evitare la tremenda sensazione di
dolore, il bambino entra in uno stato di torpore, uno stato appunto di tipo ipnoide (dissociato) e
vede la realtà dal di fuori, come se fosse un'altra persona. In questo modo vede compromessa la
capacità di vivere il significato soggettivo delle esperienze affettivamente importanti(13).