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Esperienze nei gruppi, Bion

INTERVENTO PSICOLOGICO SUI GRUPPI (Università degli Studi di Urbino Carlo Bo)

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“ ESPERIENZE NEI GRUPPI ” (Wilfred Bion)

PRESENTAZIONE (DEI TRADUTTORI) DELL’EDIZIONE ITALIANA

L’attenzione analitica sui gruppi è divenuta sempre più necessaria per 2 ordini di sollecitazioni:

1) la più larga coscienza etico-sociale o socio-politica, da parte dell’analista

2) l’estensione sempre maggiore dell’esperienza analitica e dei suoi fondamenti metodologici e axiologici
(ossia relativi ad un giudizio di valore).

La dilatazione dell’universo culturale in cui siamo immersi tende a promuovere una moltiplicazione ed
accelerazione delle correnti informative, così rendendo inevitabile un incremento dei contatti interumani. I
grandi fenomeni emotivi di massa (come il panico, l’esaltazione, il furore, il lutto) sono oggi facilmente
canalizzati in fitte reti di messaggi che penetrano, spesso intrusivamente e inconsciamente, nella sfera
percettiva individuale. Ciò determina alterazioni ed omogeneizzazioni timiche ed ideiche (nell’umore e nel
pensiero) che non sono trascurabili nell’esercizio dell’analisi terapeutica. Per altro, l’esigenza dello scambio
di comunicazioni codificate, in un campo di lavoro quale è quello costituito dall’attività analitica, ha
determinato l’insorgenza di problemi connessi ai fenomeni di gruppificazione e coordinati ai bisogni dei
gruppi di lavoro, pur entro l’ambito delle Associazioni Psicoanalitiche. La necessità di utilizzare lo strumento
analitico per la più precisa conoscenza dei fenomeni di gruppo, è apparsa sempre più nettamente come un
compito particolare che gli analisti, in quanto membri di un gruppo di lavoro specializzato, sono obbligati a
proporsi. La ricerca analitica non solo è stata attratta dai fenomeni macroscopici riscontrabili nelle situazioni
di massa “non definitiva”, ma è stata altresì orientata sulle formazioni, le dinamiche e le azioni di gruppo
“definito”. Dal punto di vista metodologico si possono considerare 2 prospettive principali:

-la prima si avvale degli “elementi” tratti dal campo analitico duale e li riferisce alle situazioni di gruppo per
spiegarne gli eventi inconsci in termini, ad esempio, proiettivi e transferenziali;

-la seconda utilizza “elementi” analitici contestuali, tratti direttamente dai fenomeni inconsci registrati dai
partecipanti nelle situazioni di gruppo, per elaborarli ex novo in un modello operazionale correlabile
eventualmente ai postulati analitici fondamentali.

Come è noto, il primo metodo è stato impiegato da Freud (1913, 1921), e da lui stesso definito come una
modalità di Psicoanalisi applicata, che peraltro ha aperto alla ricerca analitica l’orizzonte del collettivo e del
sociale, indicato da Freud medesimo come ambito non negabile dell’alterità. Egli scrive: “l’altro è
invariabilmente implicato nella vita mentale dell’individuo o come un oggetto o come un modello, o come
un aiuto, o come un opponente..l’atteggiamento dell’individuo verso i genitori, i fratelli, le sorelle, la
persona amata, il medico..e tutti i rapporti che sono oggetto dell’investigazione analitica possono a buon
diritto essere considerati fenomeni di ordine sociale”. Il secondo modo di indagare è quello introdotto da
Wilfred Bion; articolandosi alle proposizioni freudiane, Bion afferma la necessità, per la comprensione dei
fenomeni mentali, di una “visione binoculare” dell’individuo, raggiunta attraverso la combinazione dei 2
metodi complementari costituiti dall’analisi individuale e dall’analisi di gruppo. In tal modo si può accertare
che i fenomeni mentali presentano costantemente un doppio aspetto o una doppia faccia. Rievocando una
suggestione mitologica, Bion addita per l’analisi individuale il simbolo di Edipo e per quella di gruppo il
simbolo della Sfinge, figura enigmatica che propone da sempre la sfida della conoscenza.

(Francesco Corrao)

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Bion cominciò ad occuparsi per la prima volta di gruppi durante la seconda guerra mondiale, quando si
trovò a dirigere un reparto di riabilitazione in un ospedale psichiatrico militare. Egli poté constatare di
persona che stimolare un’attività di cooperazione in un gruppo poteva determinare una attenuazione della
nevrosi nei singoli. In quel periodo Bion creò la prima autentica comunità terapeutica con un esperimento
divenuto in seguito famoso col nome di “esperimento di Northfield” ( Northfield è un comune degli Stati
Uniti d’America, in Minnesota). Quest’esperienza fu importante per stimolare l’attenzione di Bion sulle
dinamiche di gruppo. Tuttavia, l’obiettivo costantemente perseguito fu sempre quello di approfondire
l’indagine sul funzionamento della mente umana. Come già Freud, del resto, il quale nel delineare alcuni
problemi della psicologia dei gruppi, portava avanti in realtà le sue scoperte sui fenomeni di identificazione.
In particolare, l’essenza del rapporto tra il gruppo e il capo veniva da Freud individuata nei meccanismi di
identificazione attraverso un processo per cui l’Ego ideale individuale viene sostituito da un oggetto esterno.
Avvalendosi delle scoperte della Klein sulla identificazione proiettiva e su alcuni processi mentali più
primitivi come quello dello splitting (dissociazione), Bion arricchisce notevolmente la comprensione dei
fenomeni di gruppo. Egli sostiene che l’individuo, in un gruppo, torna ad usare, come per una massiccia
regressione, dei meccanismi mentali primitivi attraverso i quali perde la propria individualità e accetta di far
parte del gruppo. Perché si possa parlare di gruppo, gli individui che lo compongono devono sperimentare
questa regressione che si concretizza nella consapevolezza che il gruppo esiste come qualcosa di diverso da
un semplice aggregato di individui. La vita mentale del gruppo è sempre assai complessa. In parte è
ancorata alla realtà infatti ogni gruppo è un gruppo di lavoro. Ma all’interno del gruppo compaiono delle
tendenze emotive potenti che a volte favoriscono e a volte ostacolano gli individui nel raggiungimento di
questo obiettivo, ed essi sembrano comportarsi, dice Bion, come se avessero degli assunti di base in
comune. I 3 assunti di base descritti, quello di dipendenza, quello di attacco-fuga, quello di accoppiamento,
hanno la funzione di far sì che le ansie primitive messe in moto dal partecipare al gruppo non si manifestino
come tali: sono quindi i meccanismi di difesa del gruppo. I gruppi basati su di un assunto di base spesso
intralciano la funzione del gruppo di lavoro e si costituiscono allora dei sottogruppi che hanno il compito di
neutralizzare i fenomeni derivati dagli assunti di base. Questi sottogruppi, facilmente individuabili all’interno
dei piccoli gruppi costituiti a scopo terapeutico, sono rintracciabili nella società stessa e sono l’Esercito, la
Chiesa e l’Aristocrazia, impegnati a svolgere, rispettivamente, la funzione del gruppo attacco-fuga, del
gruppo di dipendenza e del gruppo di accoppiamento. Questa originale impostazione permette a Bion di
confermare la validità sostanziale di alcune intuizioni freudiane, ad esempio quella di aver ritenuto libidica
la natura del legame tra il capo e il gruppo, limitatamente, però, al caso in cui ci si trovi di fronte ad un
gruppo dove prevalgono gli assunti di base di accoppiamento. Rovescia, invece, la tesi freudiana del
rapporto tra leader e gruppo, specificando che non tanto il capo genera il gruppo quanto al contrario è il
gruppo ad esprimerlo. La scelta del leader verrà fatta in rapporto alle necessità dell’assunto di base
dominante. A livello degli assunti di base, il capo non crea il gruppo “in virtù della sua fanatica adesione ad
un’idea” ma è piuttosto scelto dal gruppo in quanto possiede qualità che lo rendono particolarmente adatto
ad esprimere le richieste del gruppo di base, cioè la massima capacità di perdere la propria individualità e di
esprimere le richieste emotive del gruppo di base. Il lavoro di Bion, pur essendo considerato un “classico”
sull’argomento dei gruppi, non ha avuto sufficiente verifica da parte di coloro che si occupano di terapie di
gruppo. Che la posizione dell’autore sia però corretta è ormai dimostrato ed è forse dovuto al suo coraggio
nell’aver anteposto le esigenze della conoscenza a quelle della “terapia”.

(Sergio Muscetta)

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PRESENTAZIONE DELL’AUTORE

Gli articoli qui raccolti derivano dalla collaborazione di Bion con John Rickman (psicoanalista inglese che ha
contribuito alla fondazione della British Psychoanalytical Society ed è stato un pioniere del trattamento di
individui traumatizzati dalla guerra nonché un innovatore interessato alla psicologia sociale). Come analista
Bion è colpito dal fatto che la cura psicoanalitica del singolo e l’analisi di gruppo, descritta in questo studio,
trattino aspetti diversi dello stesso fenomeno. La combinazione dei 2 metodi offre a chi esercita la
psicoanalisi la possibilità di una rudimentale visione binoculare. Il lavoro svolto ha convinto l’autore della
fondamentale importanza delle teorie kleiniane sulla identificazione proiettiva e sul rapporto tra posizione
schizo-paranoide e posizione depressiva. Senza di esse Bion dubita che si possa progredire nello studio dei
fenomeni di gruppo.

PREMESSA DELL’AUTORE: LE TENSIONI ALL’INTERNO DEL GRUPPO DURANTE LA TERAPIA E IL LORO


STUDIO COME SUO COMPITO

L’espressione “terapia di gruppo” ha 2 accezioni. Può riferirsi tanto alla cura di un certo numero di persone
riunite in particolari sedute terapeutiche, quanto al tentativo preordinato di far maturare in un gruppo delle
forze che facilitino una attività di cooperazione. La terapia di persone riunite in gruppo mira, di solito, alla
spiegazione dei loro disturbi nevrotici al fine di rassicurarle e raggiunge un effetto catartico dovuto alla
confessione pubblica. La terapia dei gruppi consiste nel fare acquisire una conoscenza e un’esperienza dei
fattori che favoriscono la formazione di un buon spirito di gruppo.

Schema per un riadattamento

Nella cura del singolo la nevrosi è spiegata come problema individuale. Nella cura di un gruppo deve essere
spiegata come problema del gruppo. Questo fu l’obiettivo che Bion si pose quando fu messo a dirigere il
reparto di riadattamento di un ospedale psichiatrico militare. Il convincimento di Bion era che fosse
necessaria un po’ di disciplina perciò studiò orari e aspetti organizzativi.

Disciplina per nevrotici

Sotto lo stesso tetto erano riuniti 300-400 uomini che nei loro reparti avevano già avuto i benefici, di noto
valore terapeutico, offerti dalla disciplina militare, dall’alimentazione sana e dalla vita regolare, il che non
aveva impedito loro di trovare la strada dell’ospedale psichiatrico. Tutta la popolazione di un ospedale
psichiatrico è fatta di questo tipo di persone e dal momento in cui arrivano al reparto di riadattamento non
hanno più il benché minimo obbligo, nemmeno quello di stare a letto. Bion si convinse che ciò che
occorreva era il tipo di disciplina che un bravo ufficiale riesce ad ottenere al fronte. La sua ipotesi di lavoro
era che la disciplina richiesta potesse rispondere a 2 esigenze principali: a) la presenza del nemico che
costituisce un pericolo e un obiettivo comune; b) la presenza di un ufficiale che, avendo un po’
d’esperienza, è consapevole dei propri difetti, rispetta l’incolumità dei suoi uomini e non ne teme né la
benevolenza né l’ostilità. Non fu difficile identificare il pericolo: stravaganze nevrotiche di tutti i tipi
ostacolano di continuo il lavoro dello psichiatra o di qualunque istituzione creata per curare i disturbi
nevrotici. Il pericolo comune nel reparto di riadattamento era l’esistenza della nevrosi come malattia della
comunità. Bion era nuovamente al punto di partenza ossia alla necessità, nella cura di un gruppo, di far
apparire la nevrosi come problema del gruppo. Tuttavia non sempre il nevrotico si vuol curare e quando alla
fine le sue sofferenze lo costringono a farlo, non lo fa senza riserve. Questa riluttanza è stata individuata
negli studi sulle resistenze e sui fenomeni ad esse collegate; ma ancora non è stata individuata nella società
l’esistenza di fenomeni analoghi. Se si fosse potuto dimostrare che le sofferenze della comunità erano

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prodotte dalla nevrosi, allora la nevrosi stessa sarebbe apparsa come un degno obiettivo comune di studio e
di attacco. Si sarebbe così compiuto un primo passo verso il superamento delle resistenze nella società. Il
reparto di riadattamento doveva soddisfare 2 esigenze militari di minore importanza e di ordine
strettamente pratico. L’organizzazione avrebbe dovuto fornire un mezzo per valutare i progressi compiuti dai
pazienti; sarebbe stato anche utile avere un’indicazione sulle tendenze del paziente, sulle sue motivazioni
così da potersi fare una opinione sul tipo di lavoro da affidargli. Bion trovò utile immaginare l’organizzazione
del reparto così progettata come un edificio a pareti trasparenti. Si sarebbe collocato il paziente in una
certa zona all’interno di questo spazio, e le sue attività sarebbero state organizzate in maniera tale che egli si
potesse muovere liberamente in ogni direzione secondo la risultante dei suoi impulsi conflittuali: si sarebbe
potuto considerare il suo comportamento come valida indicazione dei suoi voleri e dei suoi obiettivi. Si
poteva prevedere che alcune delle attività organizzate all’interno di questo spazio sarebbero state
chiaramente di tipo militare, altre civili, altre ancora semplici manifestazioni di impotenza nevrotica. Via via
che si fosse visto progredire il paziente in questa o quella direzione, si sarebbe potuto valutare il suo vero
obiettivo. Nello stesso tempo si poteva usare questa organizzazione per raggiungere il vero scopo di questo
reparto di riadattamento e cioè quello di educare ed addestrare la comunità nei problemi delle relazioni
interpersonali.

L’esperimento

Fu riunito tutto il reparto, composto da qualche centinaio di uomini e fu annunziato che per l’avvenire
sarebbe entrato in vigore il seguente regolamento: 1) ognuno doveva fare giornalmente 1h di educazione
fisica 2) ognuno doveva far parte di 1 o più gruppi come lavori manuali, carpenteria, cartografia,
costruzione di plastica ecc. 3) ognuno, se voleva, poteva formare un gruppo 4) chi si sentiva incapace di
intervenire alle riunioni del suo gruppo doveva andare nella sala di riposo 5) la sala di riposo sarebbe stata
sorvegliata da un’infermiera militare e doveva essere mantenuta in silenzio per permettere ai frequentatori
di leggere, scrivere, fare giochi tranquilli come la dama. Fu anche annunciato che ogni giorno, alle 12.10, ci
sarebbe stata un’adunata per fare delle comunicazioni e per trattare gli altri problemi del reparto. Questa
riunione era intesa come il primo passo verso la preparazione dei seminari terapeutici. Le prime adunate
delle 12.10 furono più che altro dei sondaggi per valutare le proposte ma poi si cominciarono a formare i
gruppi seriamente. Bion fu in grado di riferire, durante un’adunata, una osservazione: sebbene ci fossero
gruppi di tutti i generi e sebbene ognuno avesse la libertà completa di seguire le proprie inclinazioni, si stava
facendo molto poco. Sembrava, disse Bion, come se il reparto di riadattamento fosse solo una facciata con
nulla dietro. Questa comunicazione fu presa dall’uditorio come un attacco ma il reparto sviluppò
un’autocritica. La libertà di movimenti concessa dal piano originario favorì il completo emergere delle
caratteristiche di una comunità nevrotica. In pochi giorni gli uomini presero a lagnarsi che le corsie (fino a
quel momento sempre considerate in buono stato) erano sporche così chiesero e ottennero di organizzare
un gruppo che avrebbe avuto l’incarico di tenerle pulite.

Alcuni risultati

Poco dopo l’entrata in vigore delle nuove norme, gli uomini cominciarono a lamentarsi con Bion per il fatto
che molti pazienti approfittavano della libertà della nuova organizzazione. “Solo il 20 % degli uomini
partecipano e lavorano sodo” dicevano “il rimanente 80% sono degli scansafatiche”. Bion era perfettamente
al corrente di tutto ciò ma non volle, apparentemente, assumersi la responsabilità di porvi rimedio.
Sembrava, disse, un problema di natura tale da non riguardare solo quel reparto ma l’intera società.
Propose dunque che si mettessero a studiarlo e che facessero nuove proposte. Intanto le adunate delle
12.10 si erano rapidamente trasformate in operose, vitali e costruttive riunioni. A un mese dall’inizio

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dell’esperimento erano avvenuti molti cambiamenti: mentre all’inizio sembrava quasi difficile trovare il
modo di tenere occupati gli uomini, alla fine del mese divenne difficile trovare il tempo necessario per tutto
il lavoro che volevano svolgere. I gruppi avevano già cominciato a funzionare bene, non ci furono assenze
ingiustificate e,nonostante il continuo ricambio di uomini, il reparto aveva un inconfondibile “spirito di
corpo” visibile anche nei più piccoli dettagli. Tra uomini e ufficiali il rapporto era di cordialità e di
collaborazione e c’era la tenue ma costante sensazione di essere tutti impegnati in un compito valido di cui
non si era ancora afferrato completamente il senso.

Commento

Non è possibile trarre molte conclusioni da un esperimento che, in tutto, è durato 6 settimane. Alcuni dei
problemi emersi non si poterono esaminare a fondo in quel periodo, altri non poterono essere discussi
apertamente essendo la guerra ancora in corso. Era evidente che le riunioni delle 12.10 diventavano sempre
più la manifestazione della capacità degli uomini di entrare in rapporto con la realtà. Era divenuta evidente
la necessità di organizzare dei seminari per la terapia di gruppo, inoltre, sembrava giustificato come
approccio terapeutico tutto il concetto di “occupare” il reparto di riadattamento a studiare e trattare
l’andamento delle relazioni interpersonali all’interno di un gruppo. Si potevano nutrire seri dubbi che un
ospedale fosse l’ambiente adatto per una psicoterapia. Era possibile immaginare un’organizzazione che si
poteva descrivere come un’unità di riadattamento psichiatrico e, in effetti, era stato svolto un certo lavoro
per preparare la costituzione e un certo modus operandi di un’unità di questo genere. Anche dal punto di
vista dello psichiatra, c’erano degli elementi per una revisione di impostazione. Perché una terapia di
gruppo riesca è necessario che egli abbia l’ampiezza di vedute e quella sorta di fiuto, di sensibilità e
intuizione che ha il buon comandante di unità. È da sottolineare che la società, al pari del singolo, può non
voler trattare le sue disfunzioni con mezzi psicologici a meno che non vi sia condotta dalla consapevolezza
che almeno alcuni dei suoi mali hanno un’origine psicologica. Quello che vale per la piccola comunità del
reparto di riadattamento può anche valere per la collettività in generale.

Applicazione della terapia di gruppo in una piccola corsia

Nella divisione ospedaliera della stessa istituzione ebbe luogo un esperimento di terapia di gruppo con i
pazienti di una corsia di 14-16 letti. Ogni paziente ebbe con lo psichiatra un colloquio iniziale in cui si
raccolse la sua storia personale nel solito modo; successivamente ci furono delle discussioni di gruppo, ogni
mattina prima dell’ora di esercitazione di marcia. Quando i pazienti tornavano in corsia potevano recarsi
nella stanza dello psichiatra per discutere individualmente l’argomento discusso nel gruppo ed esporre i loro
punti di vista personali. Le conversazioni terapeutiche avevano per oggetto le difficoltà personali che i
pazienti trovavano nel mettere al primo posto il benessere del gruppo, durante la loro appartenenza al
gruppo stesso. Ecco alcuni tra gli argomenti discussi in gruppo: a) dato che la permanenza in corsia è
temporanea, come si deve affrontare questa situazione in continua trasformazione? La distinzione tra
medico e paziente, ufficiali e altri ranghi era un altro argomento particolare; b) fino a che punto le
differenze di grado acquisite fuori determinavano il comportamento dei membri del gruppo tra loro durante
la permanenza in corsia? c) quali sono le cause di scontento in corsia? d) che cosa determina serenità nella
corsia? L’effetto di un simile approccio al problema della nevrosi era notevole. C’era un’estrema prontezza a
discutere sia in pubblico che in privato le implicazioni sociali dei problemi di personalità. L’esperimento fu
interrotto da un trasferimento di truppa e così non fu possibile a Bion fornire dei risultati clinici o statistici; il
tentativo sembrò mostrare che è possibile per il clinico rivolgere la propria attenzione alla struttura del
gruppo e alle forze che agiscono in quella struttura, senza perdere il contatto con i suoi pazienti.

Conclusioni

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È difficile definire il “buon spirito di gruppo” ma alcune delle sue qualità sembrano essere associate a:
a) uno scopo comune b) il riconoscimento da parte di tutti i membri del gruppo dei “legami” del gruppo e
della loro posizione e funzione in relazione a quelli di gruppi o di unità più grandi c) la capacità di assorbire
nuovi membri e di perderne altri senza timore che vada persa l’individualità del gruppo cioè il “carattere”
del gruppo deve essere flessibile d) l’assenza di sotto-gruppi interni con legami rigidi cioè esclusivi; se esiste
un sotto-gruppo non deve essere polarizzato né centrato ma deve essere riconosciuta la sua importanza per
il funzionamento del gruppo principale e) ogni singolo membro viene valutato per il contributo che porta al
gruppo e gode all’interno del gruppo stesso di una certa libertà di movimento, limitata solo da condizioni
decise e accettate dal gruppo f) il gruppo deve avere la capacità di affrontare il malcontento all’interno di se
stesso e i mezzi per poterlo dominare g) il gruppo minimo è costituito da 3 persone: 2 persone hanno
rapporti personali, con 3 o più si verifica un salto qualitativo (la relazione interpersonale). Questi
esperimenti svolti in un reparto di riadattamento di un ospedale psichiatrico per nevrotici indicano la
necessità di approfondire ulteriormente la struttura dei gruppi e l’interazione delle forze all’interno di essi.
La psicologia e la psicopatologia hanno messo a fuoco i problemi dell’individuo, spesso escludendo
l’ambiente sociale di cui egli è parte. Vi è un futuro ricco di possibilità per lo studio dell’interazione fra
psicologia individuale e psicologia sociale, considerate come elementi che si influenzano reciprocamente.

PARTE PRIMA: ESPERIENZE NEI GRUPPI

Agli inizi del 1948 il Comitato tecnico della Tavistock Clinic chiese a Bion di istituire dei gruppi a fini
terapeutici utilizzando le sue tecniche personali. Bion accettò e in breve tempo si trovò seduto in una stanza
con 8 o 9 persone, a volte di più, a volte di meno, a volte malati, a volte no. Ecco una descrizione dello
svolgimento delle cose. All’ora convenuta cominciano ad arrivare i membri del gruppo; le persone
cominciano a parlare un po’ fra loro e, quando se ne è riunito un certo numero, il silenzio cade sul gruppo.
Dopo un po’ ricomincia una conversazione sconnessa e poi si fa nuovamente silenzio. Diventa chiaro che
Bion è al centro dell’attenzione del gruppo. Percepisce la spiacevole sensazione che tutti si aspettano che
faccia qualcosa così confessa le sue ansie al gruppo. La confessione non è ben accolta anzi genera quasi una
indignazione. Giunge qualche informazione circa le loro aspettative: ai più è stato detto che Bion avrebbe
diretto il gruppo, qualcuno ha pensato che si trattasse di qualcosa come un seminario o una conferenza.
Quando Bion fa rilevare che tali idee sembrano basate sul sentito dire, è come se si stabilisse la sensazione
che Bion neghi la sua importanza come direttore di gruppi. È evidente che il gruppo è amaramente deluso
per essersi ingannato. Per quanto possano sembrare irrilevanti rispetto allo scopo della riunione, pure le
preoccupazioni sulla sua personalità sembravano un tema dominante nonché sgradito. Bion è poi colpito
dal miglioramento che si verifica nell’ambiente. Il signor X, in ansia per il benessere del gruppo, fissa la sua
attenzione sull’origine del disagio che, dal suo punto di vista, è Bion. Egli ha l’ottima idea di affrontare subito
gli elementi del gruppo che possono intaccare il morale e i buoni rapporti di compagnia e chiede
direttamente a Bion quale è il suo obiettivo. A Bion non resta che scusarsi e dire che non può risolvere il
problema. Il signor X monopolizza la direzione ma Bion torna presto al centro dello scontento: esprime
l’idea che quello che veramente il gruppo desidera conoscere sono i motivi della sua presenza. Il signor X
sembra seccato e gli altri a disagio. Bion ha il sospetto che sia in discussione la sua personalità ossia la sua
idoneità a sostenere il ruolo che i membri si attendono da lui. Per alcuni attimi Bion resta sulle spine e teme
che tutto il progetto fallirà infatti ha tutte le ragioni per ritenere che lo scontento possa condurre alla
disgregazione del gruppo. A questo punto le ansie di Bion sono placate dalla nuova piega presa dagli
avvenimenti. Il signor Q deduce che Bion deve aver avuto delle buone ragioni per aver scelto quella linea
d’azione. Immediatamente la tensione nel gruppo si abbassa e si manifesta un atteggiamento più

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amichevole verso Bion. Successivamente si arriva ad una crisi perché i membri sembrano scoprire che
appartenere a un gruppo di cui Bion fa parte è un’esperienza che non desiderano avere. Alcuni membri
hanno voglia di andarsene; le forze emotive soggiacenti a questa situazione sono forti e riguardano il fatto
che Bion è solo un membro, sicuramente con conoscenze specializzate, del gruppo. Le forze che si
oppongono a questa possibilità sono potenti e la conversazione diventa sempre più sconnessa. Bion dice al
gruppo che gli sembra che il gruppo sia intenzionato ad avere un capo e passa in rassegna i membri per
considerarne le caratteristiche. Forse il desiderio di un capo è una specie di residuo emotivo arcaico, che
agisce senza alcuna utilità per il gruppo, oppure c’è una vaga consapevolezza che la situazione richieda la
presenza di una figura del genere. Per ora 2 aspetti di questa esperienza di gruppo sono rilevanti: 1) la
futilità della conversazione nel gruppo, quasi del tutto priva di contenuto intellettuale e di giudizio critico 2)
la natura del contributo di Bion può sembrare legata alla sua personalità ma, in realtà, il fatto che le sue
interpretazioni sembrano riguardare questioni di nessuna importanza per chiunque al di fuori di Bion stesso
è assolutamente intenzionale.

Le interpretazioni di Bion del comportamento del gruppo sembrano ai membri poco pertinenti e imprecise.
Bion sottolinea che chiunque abbia un contatto con la realtà si forma sempre, consciamente o
inconsciamente, una valutazione dell’atteggiamento del gruppo verso lui. Lo stesso avviene se il gruppo è un
gruppo di pazienti. Questo tipo di valutazione è altrettanto importante nella vita mentale dell’individuo
delle valutazioni che fa, ad esempio, per mezzo del senso del tatto. Pertanto, il modo in cui un individuo
valuta l’atteggiamento del gruppo verso di lui è un argomento importante da studiare anche di per sé
stesso. Il modo in cui uomini e donne di un gruppo fanno queste valutazioni è molto importante anche per il
gruppo, perché dalle opinioni che i singoli esprimono dipende lo sviluppo o il declino della vita sociale del
gruppo. Bion segnala una reazione costante: il gruppo tende ad esprimere sempre di più le sue
preoccupazioni nei confronti di Bion, poi sembra arrivare ad un punto in cui la curiosità del gruppo è
soddisfatta. Questo può occupare 2 o 3 sedute. Poi il gruppo ricomincia tutto di nuovo, questa volta
occupandosi di un altro membro del gruppo. Succede cioè che quest’altro membro diventa oggetto delle
forze prima concentrate su Bion. Il gruppo, nell’interrogarsi su altre persone, era in realtà preoccupato di
Bion ( fase di trasferimento). Per un po’ di tempo Bion aveva continuato a dare delle interpretazioni che
venivano ascoltate con molta cortesia, ma la conversazione si andava facendo sempre più slegata e gli
interventi non erano ben accetti. Esprimendo tutto questo, Bion si sente considerato come un bambino
petulante trattato con pazienza e l’intero gruppo sembra impegnato a negare ogni sentimento di ostilità. In
un episodio l’atmosfera del gruppo è carica di sforzi inutili infatti tutti sono decisi a trasformare la seduta in
un successo, se non fosse per 2 assenti. I sentimenti che Bion prova (l’oppressione per l’inerzia del gruppo e
l’urgenza di dire qualcosa di utile e illuminante) sono gli stessi che sembrano avere gli altri. In effetti, quando
i membri di un gruppo non partecipano regolarmente alle riunioni del gruppo stesso, quest’ultimo non può
che essere apatico e indifferente verso le sofferenze del singolo paziente. Il gruppo sembra capeggiato dai 2
assenti, che stanno mostrando che ci sono modi migliori di occupare il proprio tempo che non quello di
impegnarsi nel tipo di esperienze alle quali il gruppo è abituato quando è presente Bion. I capi attuali del
gruppo sono i 2 assenti che non solo danno la sensazione di disprezzare il gruppo ma anche di tradurre in
azione il loro disprezzo. Bion nota anche che, tutte le volte che un membro del gruppo si lamenta di un suo
sintomo nevrotico, un altro membro gli dà un consiglio di cui per esperienza conosce l’assoluta inutilità. È
chiaro che nessuno ha la minima pazienza per i sintomi nevrotici. Non c’è nessuna speranza di aspettarsi
della collaborazione dal gruppo. Bion osserva che il singolo individuo trova nella mentalità di gruppo il
modo di esprimere i contributi che desidera fare in modo anonimo ma, allo stesso tempo, anche l’ostacolo
maggiore per raggiungere gli obiettivi che si è posto con la sua partecipazione al gruppo. È chiaro che

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quando si forma un gruppo, le persone che lo compongono sperano di ricavarne qualche soddisfazione; è
anche chiaro che, quando si forma un gruppo, la prima cosa di cui si rendono conto è un senso di
frustrazione prodotto dalla presenza stessa del gruppo di cui sono membri. Bion si occupa dell’individuo,
lasciando da parte il nevrotico e i suoi problemi. Aristotele disse che l’uomo è un animale politico
riferendosi al fatto che, perché un uomo conduca una vita completa, è essenziale l’esistenza del gruppo. Per
Bion questa è un’affermazione che gli psichiatri non possono dimenticare senza correre il pericolo di avere
una visione deformata del loro oggetto di studio. Bion puntualizza che il gruppo è essenziale per lo sviluppo
della vita psichica dell’uomo, almeno quanto lo è ovviamente per le attività economiche o la guerra. Bion
ritiene che una vita mentale di gruppo sia essenziale per la pienezza della vita individuale. Ora il punto
essenziale è che il sentimento prevalente sperimentato dal gruppo di Bion è un sentimento di frustrazione
che costituisce una sorpresa molto sgradevole per l’individuo che sta cercando una gratificazione. Il
risentimento che ne deriva può essere dovuto a una ingenua incapacità di capire quello che Bion ha
precisato cioè che il gruppo, per sua natura, non può che frustrare alcuni desideri, soddisfacendone altri.
Bion sospetta, però, che il risentimento maggiore sia provocato dal fatto che nel gruppo vengono espressi
impulsi che gli individui desiderano soddisfare anonimamente. È in quest’area della “mentalità di gruppo”
che Bion propone di cercare le cause per cui il gruppo non riesce ad offrire all’individuo la possibilità di una
vita più completa. Dà per scontato che il gruppo sia potenzialmente capace di assicurare all’individuo la
gratificazione di un certo numero di bisogni della sua vita mentale, escludendo quelle forme di soddisfazioni
della vita mentale che possono essere raggiunte in solitudine e quelle che possono essere ottenute
all’interno della famiglia. Bion ritiene che il potere del gruppo di soddisfare i bisogni dell’individuo sia
ostacolato dalla mentalità di gruppo. Il gruppo affronta questo ostacolo elaborando una caratteristica
cultura di gruppo. L’espressione “cultura di gruppo” intende includere la struttura che il gruppo raggiunge
nei vari momenti, le attività che svolge e l’organizzazione che adotta. In riferimento ai motivi che stanno alla
base dell’insistenza con cui il gruppo chiede un capo, Bion esprime delle considerazioni. Se si ammette che
la situazione non definita sia la “mentalità di gruppo”, il gruppo stava tentando di far fronte agli ostacoli che
si presentavano per la soddisfazione delle necessità individuali per mezzo di questo semplice modello
culturale di “capo e seguaci”. Il gruppo può essere considerato come un mediatore tra le necessità
individuali, la mentalità di gruppo e la cultura di gruppo. Un episodio può spiegare meglio questa triade. Per
un periodo di 3 o 4 settimane gli interventi di Bion venivano ignorati dal gruppo e la risposta usuale era un
cortese silenzio. Improvvisamente 1 dei pazienti cominciò a mostrare ciò che il gruppo prese come sintomi
di follia, esprimendo opinioni che sembravano dei prodotti allucinatori. Bion si trovò immediatamente
riammesso nel gruppo, era il buon capo, padrone della situazione. Dopo che il gruppo era entrato in
allarme, Bion si era trovato al centro di un vero e proprio culto. Questa mentalità del gruppo era molto
pesante per il paziente in questione, il quale si normalizzò. Alcuni malati cercarono di raccontare di nuovo i
loro casi, ma presentavano solo problemi insignificanti. Bion poté allora suggerire che il gruppo aveva
adottato un modello culturale analogo a quello della “ricreazione” che permetteva di affrontare solo
problemi del tipo di quelli che può avere un bambino a scuola. In breve, Bion ritiene di poter affermare che
il gruppo sente in un dato modo quando, di fatto, anche solo il comportamento di una o 2 persone sembra
convalidare questa opinione (complicità gruppale).

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In gruppo la situazione emotiva è quasi sempre tesa e confusa per cui non è facile per lo psichiatra
descrivere quello che sta succedendo. È comune un senso di frustrazione, la noia è profonda e, spesso, solo
gli scatti di esasperazione di qualche membro del gruppo forniscono una via d’uscita. Bion cerca di capire
questa situazione confusa esaminando momento per momento il posto che lui stesso occupa nelle emozioni
del gruppo e osserva il tipo di guida che viene esercitata da altri membri del gruppo. Bion ha fatto l’ipotesi
che immaginare l’esistenza di una “mentalità di gruppo” possa servire a chiarire le tensioni del gruppo. Il
termine intende descrivere l’espressione unanime del volere del gruppo, alla quale i singoli individui
contribuiscono in maniera anonima. Questo fenomeno della vita mentale del gruppo provoca all’individuo
delle difficoltà nel perseguimento dei suoi obiettivi. Altro postulato bioniano è quello della “cultura di
gruppo”, termine che descrive quegli aspetti del comportamento del gruppo che sembrano nascere dal
conflitto tra la mentalità di gruppo e i desideri del singolo. Quando Bion fa una interpretazione evita di usare
termini come “mentalità di gruppo” e cerca dei termini più semplici, anche se più precisi, descrivendo i fatti
che dimostrano come il gruppo si sia comportato. Circa le interpretazioni, un aspetto importante è che ogni
situazione dovrebbe venir descritta con termini concreti. L’effetto dell’interpretazione è mutevole, tuttavia,
dopo un certo tempo, alcuni modelli di comportamento diventavano ricorrenti e in particolare 1 che
funzionava circa così. 2 membri del gruppo si trovavano coinvolti in una discussione ed era evidente che
erano impegnati in un rapporto a 2. Il gruppo restava in un attento silenzio, comportamento che è piuttosto
sorprendente se si tiene conto dell’impazienza del nevrotico nei confronti di qualsiasi attività che non sia
centrata sui suoi problemi. Tutte le volte che 2 persone, al di là del genere maschile o femminile,
cominciano ad avere questo tipo di relazione nel gruppo, sembra esserci un “assunto di base”, alimentato
sia dal gruppo che dalla coppia in questione, che si tratta di una relazione di tipo sessuale. Il gruppo tollera
questa situazione e sembra pronto a permettere che la coppia continui il suo scambio indefinitamente. A un
dato momento, la coppia smette di parlare e si rende conto che il rapporto non è conforme all’assunto di
base del gruppo o che non è conforme a quello che è un modo corretto di comportarsi in pubblico.
L’assunto di base è che le persone si incontrano nel gruppo con lo scopo di preservare il gruppo. La seconda
osservazione di Bion è che il gruppo sembra conoscere solo 2 tecniche di autoconservazione, l’attacco o la
fuga. Al fine della conservazione del gruppo, la riproduzione viene riconosciuta valida quanto la tecnica
attacco-fuga. L’interesse per la tecnica attacco-fuga porta il gruppo a ignorare ogni altra attività, e se non
può fare questo, a sopprimerla o a tenersene lontano. Dall’assunto di base sui gruppi deriva un certo
numero di ipotesi. Il singolo sente che in un gruppo il benessere individuale è un problema di importanza
secondaria: il gruppo ha la precedenza. Durante la fuga il singolo viene abbandonato, poiché la necessità più
importante è che il gruppo, e non l’individuo, possa sopravvivere. L’assunto di base del gruppo è in acuto
contrasto con l’idea di un gruppo riunito per fare un lavoro creativo, e specialmente con l’idea di un gruppo
riunito per affrontare le difficoltà psicologiche dei suoi membri. Ci sarà l’impressione che il benessere
individuale non ha importanza fin tanto che il gruppo continua ad esistere; d’altra parte qualsiasi metodo di
trattare la nevrosi, che non sia l’attacco o la fuga dal malato, sembrerà inesistente o diametralmente
opposto al bene comune. Si suppone che se l’uomo, in quanto animale gregario, sceglie un gruppo lo fa per
combattere o per sfuggire qualcosa. L’esistenza di un tale assunto di base aiuta a spiegare perché nei gruppi,
dove è riconosciuta la supremazia del terapeuta come capo del gruppo, egli venga anche giudicato come
uno che si sottrae al proprio compito. Il tipo di leadership che il gruppo riconosce come adatta, è quella
dell’uomo che mobilita il gruppo per attaccare qualcuno o per guidarlo nella fuga. Alla luce di questi assunti
di base, la mentalità di gruppo è l’espressione unanime della volontà del gruppo, alla quale l’individuo
contribuisce in modo inconscio, che lo mette a disagio tutte le volte che pensa o si comporta in maniera
deviante rispetto agli assunti di base. Si tratta di un meccanismo di intercomunicazione destinato a garantire
che la vita del gruppo sia in accordo con gli assunti di base. La cultura di gruppo è funzione del conflitto tra i
desideri del singolo e la mentalità del gruppo. Ne deriva che la cultura del gruppo mostrerà sempre

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l’evidenza degli assunti di base sottostanti. Ai 2 assunti di base descritti (accoppiamento e attacco-fuga)
bisogna aggiungere l’assunto di base per cui il gruppo si è riunito per essere “rassicurato” da un individuo,
dal quale il gruppo dipende. Il leader è in genere un uomo o una donna con marcati tratti paranoicali infatti
può darsi che, se la presenza di un nemico non appare subito ovvia per tutto il gruppo, la cosa migliore per il
gruppo sia scegliere un capo per il quale questa invece sia evidente. In certi particolari stati emotivi, il leader
è qualcosa di simile a un padre, tuttavia chiunque esercita un ruolo paterno in questo tipo di gruppo si
accorge ben presto di non avere nulla dello stato, degli obblighi e dei privilegi che usualmente sono propri di
un padre o di una madre. Nella misura in cui ci si aspetta che il terapeuta svolga un ruolo paterno, la sua
posizione nel gruppo diventa anomala. Al terapeuta serve tutta l’autorità che gli deriva dal ruolo per
rimanere nel gruppo, poiché secondo l’ipotesi di base, una persona il cui scopo principale è il benessere del
singolo, deve esserne esclusa. Bion descrive una seduta in cui il cambiamento avviene immediatamente. Si
tratta di un caso in cui il cambiamento riguardava il gruppo attacco-fuga. Il gruppo era stato spesso nella
situazione di attacco-fuga. La cultura del gruppo risultava molto fastidiosa per alcuni membri del gruppo e a
questo punto un uomo cominciò a parlare con Bion. Egli si interruppe, come se si rendesse conto di aver
esaurito le sue risorse e, dopo di lui, una donna fece circa lo stesso. Altri tentarono di conversare più o
meno nello stesso modo dei primi 2 ma le conversazioni cominciavano a prendere un senso. Bion interpretò
il loro comportamento come una manipolazione del gruppo. Stavano tentando di distruggere la “cultura
attacco-fuga” stabilendo dei rapporti di coppia. Da quel momento ci vollero solo pochi minuti perché il
gruppo si trasformasse in gruppo di accoppiamento. Una volta avvenuta la trasformazione fu nuovamente
possibile la discussione dei problemi individuali. Questo gruppo aveva sofferto delle frustrazioni cercando
di vivere in una “cultura attacco-fuga”. Il ruolo di Bion non poteva essere realizzato in modo soddisfacente
nel gruppo atttacco-fuga; l’assunto di base del gruppo rendeva difficile alle persone prestare molta
attenzione a ciò che diceva o faceva. Nel gruppo di accoppiamento invece l’assunto di base rendeva difficile
a chiunque sostenere una conversazione con Bion. Nella cultura attacco-fuga le reazioni del gruppo portano
in evidenza le persone con tratti paranoicali. Effetti simili si ottengono quando il gruppo passa ad altre
culture. Quando si prende coscienza del passaggio da una cultura di gruppo con un assunto di base a una
cultura di gruppo con un altro assunto di base, diviene possibile servirsi di questi cambiamenti, a tutto
vantaggio dell’osservazione clinica, nello stesso modo in cui scienziati di altri campi utilizzano i cambiamenti
di lunghezza d’onda per ottenere riproduzioni fotografiche diverse dell’oggetto che stanno studiando. Nelle
2 culture di gruppo citate finora, alcune difficoltà per lo psichiatra derivano dal fatto che il suo compito non
si accorda facilmente con quello che si richiede al leader del gruppo secondo l’assunto di base. Succede che
il gruppo è impreparato a ricevere il tipo di contributo dato dal terapeuta. Quando il terapeuta comincia a
sospettare che la buona opinione che ha di sé sia condivisa dal gruppo, dovrebbe domandarsi se non è
piuttosto avvenuto che la sua leadership ha cominciato a corrispondere alle richieste dell’assunto di base.
Esaminando la cultura del gruppo “dipendente”, l’assunto di base sembra essere l’esistenza di un oggetto
esterno la cui funzione è quella di dare sicurezza a un organismo immaturo; ciò significa che viene sempre
attribuita a una persona la capacità di soddisfare i bisogni del gruppo, mentre tutti gli altri sono in attesa di
vedere soddisfatti i loro bisogni. Quando il gruppo entra in questo tipo di cultura si produce lo stesso tipo di
sollievo descritto nel passaggio dal gruppo attacco-fuga al gruppo di accoppiamento. Ma, appena la cultura
del gruppo dipendente si consolida, le persone mostrano di nuovo un certo disagio. Un fenomeno
frequente è la comparsa di sentimenti di colpa relativi all’avidità. La cultura di attacco-fuga o la cultura del
gruppo di accoppiamento, sebbene si possano considerare come forme primitive di gruppo, non assicurano
al singolo la sopravvivenza del suo atteggiamento al di là di un certo periodo di tempo. Il gruppo che si
forma per perpetuare lo stato di dipendenza implica che l’individuo è stato avido nel richiedere dai genitori
più amore di quanto fosse suo diritto. In questo gruppo si determina un conflitto molto forte tra l’assunto di
base e le esigenze dell’individuo in quanto adulto. Negli altri 2 tipi di cultura di gruppo, il conflitto si verifica

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invece tra l’assunto di base di ciò che è richiesto all’individuo come adulto e quello che l’individuo, come
adulto, sente di poter dare. In questo terzo tipo di cultura è molto più evidente la sensazione che lo
psichiatra sia una specie di genitore e da ciò derivano tutte le prevedibili complicazioni e difficoltà.

Come è stato detto, i pazienti si univano al gruppo avendo in mente un presupposto (preconception) che
serviva ottimamente come base di una struttura intesa ad aiutare il gruppo a mantenere il proprio
comportamento vincolato ad un livello razionale. Questo presupposto è che il gruppo è formato da un
medico e dai suoi pazienti. Quando delle persone si riuniscono si stabiliscono delle regole procedurali e c’è
in genere un ordine del giorno; a seconda del gruppo, l’osservanza delle regole procedurali è più o meno
rigida. Nei gruppi in cui Bion è lo psichiatra, è ovvio che in virtù della sua posizione lui sia la persona cui
spetta il diritto di stabilire le regole procedurali e approfitta di questa posizione per stabilire che non
esistono regole procedurali e che non esiste un ordine del giorno. Dal momento in cui appare evidente
questa sua intenzione il gruppo comincia a darsi da fare per riparare alle sue omissioni, con una intensità
che dimostra come sia in gioco molto più che un desiderio di efficienza. I fenomeni dai quali il gruppo cerca
di proteggersi non sono altro che le manifestazioni collettive, descritte come “gruppo attacco-fuga”, “gruppo
di accoppiamento” e “gruppo di dipendenza”. È come se il gruppo sapesse con quanta facilità tende a
strutturarsi spontaneamente in modo da poter agire conformemente a questi assunti di base, a meno che
non si faccia qualcosa per evitarlo.

Il gruppo di dipendenza

All’inizio il gruppo si impegna a consolidare meglio che può l’idea che i disturbi nevrotici siano una malattia
e che il terapeuta sia un “medico”; si attiene ad una rigida disciplina, adatta allo scopo, stando attento a
limitare la conversazione esclusivamente ad argomenti il cui unico senso è quello di consolidare l’immagine
di pazienti che parlano ad un medico. Il gruppo cerca di creare una situazione che può essere sentita come
familiare e stabile. Si può comunemente vedere il gruppo insistere che il medico è l’unica persona da tenere
in considerazione anche se, nello stesso tempo, il gruppo mostra col suo comportamento di non credere
che il medico sia in grado di svolgere bene il suo lavoro. Il mantenimento di una struttura razionalizzata si
associa alla sensazione che questa struttura ha una esistenza precaria e può facilmente essere distrutta. Il
rapporto medico-paziente mostra ben presto di essere una base inadeguata per una struttura razionalizzata,
e ciò avviene in quanto si tratta solo di un travestimento insufficiente del gruppo di dipendenza, così che le
reazioni emotive proprie di questo tipo di gruppo di base si mettono in moto subito e l’intera struttura di
razionalizzazione crolla miseramente. Il gruppo di dipendenza, avendo la caratteristica di mettere su un
piedistallo una sola persona, crea dei problemi per chi è ambizioso e in ogni modo per chiunque desidera
essere ascoltato, in quanto, agli occhi del gruppo, e anche ai propri, queste persone sentono di mettersi in
una posizione di rivalità col capo. Si ha l’impressione di trarre beneficio non più dal gruppo, ma solo dal suo
capo, col risultato che le persone ritengono di venir curate solo quando parlano di lui. Dato che ognuno
pensa di essere curato solo quando parla con lo psichiatra, tutti hanno l’impressione che le sedute siano
scarsamente produttive. La caratteristica essenziale delle difficoltà che si determinano in questo tipo di
gruppo è di essere dovute proprio alla stessa natura del gruppo, e questo è un aspetto che bisognerebbe
sempre mettere in evidenza. Quando affiora una struttura di dipendenza è molto frequente veder arrivare
una persona che desidera parlare di una sua esperienza psicologica assai penosa. L’atteggiamento del
gruppo rende difficile ogni considerazione dei suoi problemi individuali e la frustrazione degli scopi del
paziente che ne deriva può sembrare un serio deficit di questa tecnica di gruppo. Bisogna però tener
presente che non si tratta di svolgere in pubblico una terapia individuale, quanto piuttosto di studiare lo

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svolgersi delle esperienze del gruppo e il modo in cui interagiscono il gruppo e l’individuo. C’è poi un altro
problema: i pazienti del gruppo spesso arrivano con delle dichiarazioni accuratamente preparate e
prendono la parola solo quando ritengono di poter scegliere le modalità della loro partecipazione. Lo
psichiatra potrà osservare che l’esasperazione del paziente, che non riesce ad attirare l’attenzione sulle sue
difficoltà personali, è determinata non tanto dal fatto che in tal modo un suo desiderio legittimo viene
frustrato, quanto piuttosto dal fatto che emergono delle difficoltà che non era sua intenzione discutere, e in
particolare le sue caratteristiche come membro del gruppo, la natura della appartenenza a un gruppo, gli
assunti di base e tutto il resto. In psicoanalisi è abbastanza comune che gli argomenti discussi non siano
quelli che il paziente viene a discutere. È tuttavia importante tener presente che lo psicoanalista in un
gruppo molto facilmente può fare errori che non farebbe mai in una analisi, trattando il gruppo come se si
trattasse di fare una psicoanalisi in pubblico. Lo psichiatra dovrebbe mettersi in sospetto, se si accorge di
affrontare proprio il problema che il paziente o il gruppo ritengono che dovrebbe trattare. Nel gruppo di
dipendenza, la fuga compete al gruppo, l’attacco allo psichiatra: l’impulso del gruppo è di fuggire
dall’oggetto ostile, quello dello psichiatra è di avvicinarvisi. Le emozioni del gruppo sembrano essere
associate solo con i passaggi dallo stato mentale del gruppo di dipendenza a uno degli altri 2 gruppi di base.
Le caratteristiche di questo gruppo sono l’immaturità delle relazioni individuali e l’inefficienza nelle relazioni
di gruppo; entrambe le condizioni vengono contrastate dal massimo sforzo individuale attraverso una
diligente comunicazione a livello cosciente. Tranne che per il capo, in questo tipo di gruppo la paura diventa
la massima virtù individuale. La partecipazione a questo stato affettivo comporta un aumento nella capacità
di fuggire istantaneamente non appena in un qualsiasi membro del gruppo subentra la paura. Spesso il
gruppo si struttura come gruppo di dipendenza per evitare esperienze emotive che sono proprie dei gruppi
di accoppiamento e di attacco-fuga. Il gruppo di dipendenza vi si presta bene poiché il gruppo può limitarsi
all’esperienza di fuga, lasciando all’analista il compito di cercare, se vuole, i mezzi per affrontare i problemi
da cui il gruppo sta fuggendo. La relazione simbiotica tra il gruppo e lo psichiatra ha la funzione di
proteggere i membri del gruppo dall’esperienza di certi aspetti della vita di gruppo per cui non si sentono
preparati. Essi rimangono liberi di cercare di sviluppare con lo psichiatra delle relazioni a livello razionale.
Dovrebbe risultare chiaro che i membri di un gruppo in uno stato mentale di dipendenza giudicano le loro
esperienze insoddisfacenti. Questo loro stato d’animo è molto diverso da quello che provano quando, dopo
aver scaricato tutti i loro problemi sul capo, attendono che egli li risolva. L’assunto di base di dipendenza
produce un tipico sentimento di frustrazione visibile in ogni paziente; il gruppo continua a dimostrare
chiaramente di aspettarsi che lo psichiatra agisca con l’autorità di leader del gruppo, e lo psichiatra accetta
questa responsabilità sebbene non nel senso atteso dal gruppo. All’inizio sembra ragionevole pensare che
questa autorità si fondi sull’idea che Bion è il medico e loro i paziente, ma col passare del tempo appaiono
nel comportamento del gruppo aspetti che dimostrano che la situazione è più complessa. L’insistenza con
cui il gruppo non riconosce a nessuno, eccetto Bion, il diritto di richiedere l’attenzione degli altri membri è in
contrasto con l’indiscutibile senso di disappunto per quello che Bion fa. Se si tiene conto dell’atmosfera
emotiva del gruppo, risulta chiaro che il gruppo non è interessato a capire il contenuto delle parole di Bion,
ma piuttosto solo a utilizzare unicamente quelle parti del suo intervento che possono saldarsi
opportunamente a un insieme di convinzioni che appare già consolidato. E così nulla di Bion viene
trascurato se può integrarsi in questo insieme. Il gruppo cerca di stabilire un’immagine precisa dell’oggetto
da cui può dipendere. Lo stesso destino attende tutti i membri del gruppo che ottengono
momentaneamente di sostituire Bion e ciò fa sì che tutti i membri di un gruppo, senza eccezioni, debbano
scoprire che la loro influenza sul gruppo è incostante ed è solo confusamente in rapporto con i pensieri che
si sforzano di esprimere. Lo studio prolungato di un gruppo mostra che il gruppo, in quanto tale, si oppone
totalmente all’idea di trovarsi riunito per compiere un lavoro: reagisce come se venisse infranto qualche
principio fondamentale nel caso che si dovesse lavorare. Lo psichiatra può pensare di stare incontrando

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delle resistenze nel senso comune del termine ma forse è più utile considerare il gruppo come una
comunità che pensa si stia compiendo un attacco ostile alle sue convinzioni religiose. È abbastanza comune
trovare frequenti allusioni alla religione: la soppressione delle opinioni personali, la caccia all’eretico, la
ribellione che essa provoca. Altre manifestazioni possono apparire nel modo con cui le persone raccontano
della loro vita quotidiana. I fedeli della “religione” del gruppo rimangono sempre “fedeli” ed è possibile
dimostrare che alcuni dei loro conflitti quotidiani derivano dal tentativo di conciliare le esigenze dei pensieri
di tutti i giorni con quelle dell’appartenenza al gruppo in quanto comunità “religiosa”. I pazienti forniscono
continuamente del materiale destinato a consolidare l’idea che la loro appartenenza al gruppo di
dipendenza, in quanto setta “religiosa”, influisce sulla loro vita mentale quando il gruppo si scioglie così
come nel breve periodo in cui il gruppo è riunito.

Il rifiuto di apprendere dall’esperienza

Se il gruppo deve lavorare per mantenere una struttura razionale, deve esserci anche una spinta nella
direzione opposta verso una delle 3 strutture di base ed è importante osservare il gruppo da questo angolo
visuale. È necessario prima accennare all’utilizzo di una tecnica che permette di cambiare punto di vista. In
un gruppo l’insieme degli avvenimenti rimane lo stesso, ma il cambiamento di prospettiva può evidenziare
fenomeni molto diversi. Lo psichiatra non deve sempre aspettare che si verifichino dei cambiamenti nel
gruppo per descrivere ciò che vede. Ci sono molte occasioni in cui egli deve far notare che ciò che ha
appena descritto è già avvenuto nel gruppo anche in qualche occasione precedente, in cui però era stato
probabilmente più facile osservarlo. È il caso per esempio della paziente che si era lamentata di una
notevole ansia di “sentirsi svenire”. Altre volte aveva descritto lo stesso fenomeno e in una seduta
successiva si fece quasi un vanto nel dire che, quando nel gruppo succedevano delle cose che non le
piacevano, le ignorava totalmente. Fu possibile dimostrarle che stava descrivendo sempre la stessa
situazione e il suo atteggiamento di sicurezza era analogo all’ansia. Per spiegare meglio il cambiamento di
prospettiva Bion si serve di una analogia col principio di reciprocità in matematica. Un teorema che provi la
relazione nello spazio tra punti, linee e piani dimostra ugualmente la relazione del reciproco in termini di
piani, linee e punti. Nel gruppo lo psichiatra, di tanto in tanto, dovrebbe tener presente che cos’è il
“reciproco” di una data situazione emotiva osservata. Ciò che segue è la descrizione del “reciproco”. In ogni
gruppo accade, prima o poi, di trovare dei pazienti che si lamentano della lunghezza della cura, che si
dimenticano di ciò che è avvenuto nella seduta precedente, che hanno l’impressione di non aver appreso
nulla e che ritengono che le interpretazioni dello psichiatra non abbiano nulla a che fare con il loro caso
personale. Mostrano inoltre, come avviene in psicoanalisi, di non avere molta fiducia nella loro capacità di
apprendere dall’esperienza (“ciò che impariamo dalla storia è che dalla storia non è possibile imparare
nulla”). Questo atteggiamento si può in realtà ridurre all’ostilità per il processo di sviluppo. Anche le
lagnanze per la durata della cura, che sembrano abbastanza ragionevoli, sono soltanto lagnanze per una
delle componenti essenziali del progresso di sviluppo. C’è un rifiuto di dover apprendere dall’esperienza e
mancanza di fiducia per la validità di questo tipo di apprendimento. Non si tratta solo di un atteggiamento
negativo. Il processo di sviluppo viene in realtà messo a confronto con qualche altro stato, la cui natura non
si chiarisce subito. Nel gruppo ci si accorge che questa ambita alternativa all’attività di gruppo rappresenta
veramente qualcosa di simile a raggiungere la pienezza dello stato adulto di chi sa in modo istintivo come
vivere e far parte di un gruppo. C’è solo un tipo di gruppo e un tipo di uomo che si avvicina a questo sogno
ed è il gruppo di base, e cioè il gruppo dominato da 1 dei 3 assunti di base, dipendenza, accoppiamento e
attacco-fuga,e l’individuo capace di annullare la propria identità nella massa. L’esperienza di Bion sui gruppi
sembra indicare che l’uomo si trova inevitabilmente impegnato in una duplice situazione: in ogni gruppo si
può vedere che l’individuo tenta di identificarsi completamente con l’assunto di base e, nello stesso tempo,
con la struttura razionale. Se si identifica con l’assunto di base, e cioè con la collettività, si sente

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perseguitato da quello che ritiene l’intellettualismo del gruppo e in particolare dalle interpretazioni. Se si
identifica con la struttura puramente razionale, si trova perseguitato dagli oggetti interni; qualche
spiegazione di questo genere potrebbe essere utile per chiarire lo stato d’animo dell’individuo che si sente
perseguitato dal gruppo sia dall’interno che dall’esterno. Nel gruppo il paziente sente che deve tentare di
cooperare. In un gruppo l’individuo scopre di possedere capacità che sono allo stato potenziale fino a che
egli si trova in un relativo isolamento. Il gruppo dunque è qualcosa di più che un aggregato di individui,
perché nel gruppo un individuo è qualcosa di più di un individuo isolato. Inoltre l’individuo, nel gruppo, si
rende conto che le capacità aggiuntive attivate dalla sua partecipazione sono nella maggior parte le più
adatte a funzionare nel gruppo di base, il che significa che il gruppo si riunisce per agire secondo gli assunti
di base. L’individuo spesso si serve del gruppo per acquisire un senso di maggiore vitalità attraverso il totale
annullamento nel gruppo stesso, oppure per acquisire un senso di maggiore indipendenza individuale
ripudiando totalmente il gruppo. È questo aspetto dell’appartenenza al gruppo che dà all’individuo la
sensazione di non poter mai arrestare il corso di avvenimenti nei quali in ogni momento si trova già
coinvolto. Vi è una matrice di pensiero che si trova all’interno del gruppo di base, ma non all’interno
dell’individuo. C’è, anche, da parte dell’individuo il desiderio di sentirsi l’artefice del proprio destino. Questo
desiderio tende a renderlo più disposto a osservare i fenomeni collettivi al tipo di gruppo di cui può dire che
“comincia”. Se il desiderio di sicurezza fosse l’unico ad influenzare l’individuo, allora potrebbe essere
sufficiente il gruppo di dipendenza; ma l’individuo esige più che una semplice sicurezza personale ed è per
questo che ha bisogno di altri tipi di gruppo. Se l’individuo fosse disposto ad affrontare le sofferenze dello
sviluppo e tutto ciò che esso comporta di sforzo per apprendere, potrebbe liberarsi del gruppo di
dipendenza. Ma il fatto che egli desideri, nonostante l’esistenza di impulsi non soddisfatti dal gruppo di
dipendenza, uno stato in cui, senza subire le sofferenze della crescita, possa essere attrezzato per la vita di
gruppo, si trasforma in una spinta verso il gruppo strutturato per l’accoppiamento o per l’attacco-fuga.

Lo stato emotivo di un assunto di base non è del tutto piacevole. Ciò che accade nei confronti dell’analista in
psicoanalisi accade nei confronti del gruppo. Nella tecnica di gruppo, l’individuo sostenuto dal gruppo tenta
di prendere ciò che vi è di buono nel gruppo, rifiutando ciò che vi è di cattivo; sarà convinto sia di sentirsi
“male” a causa del gruppo, quanto di sentirsi “bene” a causa di esso, ma non ammetterà facilmente che
certi stati emotivi piacevoli ( “sentirsi meglio”) o spiacevoli ( “sentirsi peggio”) possano derivare dal gruppo.
Nel gruppo l’individuo ha dei motivi che derivano direttamente dalle caratteristiche degli stati emotivi
associati con gli assunti di base e di queste caratteristiche Bion si occupa proprio adesso. Sembrerebbe che
le emozioni associate ad ogni assunto di base siano vissute dall’individuo nella loro totalità. Infatti si può
ritenere che il gruppo stabilisce un assunto comune e che da questo derivi tutto il resto, incluso lo stato
emotivo associato a tale assunto. Ciò non rispecchia esattamente l’opinione di Bion: egli ritiene che si crei
prima uno stato emotivo, da cui è deducibile l’assunto di base. Tuttavia l’assunto non è apertamente
dichiarato anche quando il gruppo agisce in base ad esso. Si ha così una situazione in cui le persone si
comportano come se fossero individualmente consapevoli dell’assunto di base, pur non essendone coscienti
come membri del gruppo. Si può parlare dell’esistenza di un sentimento di sicurezza in ognuno degli stati
emotivi associati ai 3 assunti di base. Il sentimento di sicurezza che si prova nel gruppo di dipendenza è
diverso dal sentimento di sicurezza proprio sia del gruppo attacco-fuga sia del gruppo di accoppiamento. Il
sentimento di sicurezza che deriva dal gruppo di dipendenza è legato ai sentimenti di inadeguatezza e
frustrazione e dipende dal fatto di attribuire onnipotenza e onniscienza a un membro del gruppo.
Analogamente, nel gruppo attacco-fuga la sicurezza viene attenuata dal fatto che il gruppo esige coraggio e
spirito di sacrificio. È frequente sentire persone che si lamentano di non essere capaci di pensare quando
sono in gruppo. L’individuo cerca di sentirsi al sicuro per mezzo della appartenenza al gruppo, ma si sforzerà

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di scartare i sentimenti spiacevoli che si trovano associati a questa desiderata sicurezza. È necessario
dedicare molto tempo a spiegare l’assunto di base che determina il rafforzamento delle emozioni e poi a
dimostrare che le esperienze emotive, che spesso i pazienti portano in discussione come sintomi, derivano
in realtà dall’accordo esistente con gli altri membri del gruppo e dal conflitto in cui si trovano con se stessi e
con il gruppo. Ciò che Bion vuole stabilire è che la partecipazione ad un assunto di base non solo è
inevitabile, ma comporta che vengano condivise certe emozioni che sono separate e distinte le une dalle
altre. Naturalmente non è detto che sia sempre così ma Bion sottolinea come la sofferenza dell’individuo sia
idiopatica (senza cause apparenti) all’assunto di base che condiziona in quel momento il comportamento
del gruppo. In altri termini, essa deriva dal conflitto dell’individuo con lo stato emotivo del gruppo e con
quella parte di sé che partecipa allo sforzo del gruppo per mantenerlo. Lo stato emotivo associato a ogni
assunto di base esclude quelli propri degli altri 2 assunti di base, ma non le emozioni proprie del gruppo a
struttura razionale. Però la relazione tra gruppo di base e gruppo “razionale” è diversa da quella che si
osserva tra gli stati emotivi associati con i 3 assunti di base. Non vi è nessun conflitto diretto tra gli assunti di
base, ma solo un passaggio dall’uno all’altro stato che può essere effettuato con una facile evoluzione. Non
c’è conflitto fra loro, solo una alternanza. Il conflitto può nascere solo nell’incontro tra gruppo di base e
gruppo razionale. L’intervento del gruppo razionale, che interferisce con l’alternanza dei gruppi di base,
sembra produrre alcuni sintomi ed effetti di conflitto. Rimangono sopite quelle combinazioni emotive,
associate con gli assunti di base, che non influenzano attivamente la vita mentale del gruppo. Così quando
un gruppo è dominato dalle emozioni del gruppo di dipendenza, rimangono sospesi gli stati emotivi del
gruppo attacco-fuga e di quello di accoppiamento. Bion propone di esaminare cosa accade degli stati
emotivi potenziali, rappresentati dagli assunti di base, che rimangono inattivi in alcuni periodi e dei loro
rapporti col gruppo razionale. Gli interventi del gruppo razionale sono di vario tipo ma hanno questo in
comune: essi esprimono il fatto che viene riconosciuta la necessità di uno sviluppo piuttosto che di adagiarsi
sull’efficacia della magia; essi hanno lo scopo di far fronte agli assunti di base e di mobilitare le emozioni
proprie di un assunto di base nello sforzo di lottare con le emozioni e con i fenomeni di un altro assunto di
base. Uno dei risultati di questa azione del gruppo razionale è che tanto più razionale diventa un gruppo,
tanto più si sforza di mantenere un livello di comportamento razionale, e tanto più cerca di raggiungere
questo risultato sostituendo a un modello di emozioni collegate fra loro un altro modello. Così l’intreccio di
emozioni associate al gruppo di dipendenza può essere usato per rendere difficile la comparsa dell’intreccio
di emozioni proprio del gruppo di attacco-fuga e di quello di accoppiamento.

Il gruppo di lavoro

In alcuni gruppi di cui Bion si è occupato, quello che ha chiamato “gruppo razionale” è stato
spontaneamente chiamato “gruppo di lavoro”. Il nome esprime bene un aspetto importante del fenomeno
che Bion vuole descrivere. Quando un gruppo si riunisce ha in genere da svolgere un compito specifico e in
quasi tutte le attività umane del nostro tempo si deve raggiungere la cooperazione con mezzi razionali.
Vengono stabilite delle regole procedurali e a questo livello la capacità di cooperazione è notevole. Si tratta
di qualcosa di genere diverso dalla capacità di cooperazione che si manifesta a livello degli assunti di base.
La struttura psicologica del gruppo di lavoro è molto forte: essa sopravvive con una vitalità così notevole da
far pensare che siano del tutto sproporzionati i timori che il gruppo di lavoro possa essere distrutto dagli
stati emotivi propri degli assunti di base. Il gruppo lotta per mantenere una struttura razionale e proprio gli
sforzi fatti in questa direzione stanno a dimostrare l’intensità delle emozioni associate con gli assunti di
base. I timori per la distruzione del gruppo di lavoro esprimono l’ignoranza delle forze con le quali il gruppo
di lavoro deve lottare. I fenomeni mentali del gruppo di lavoro appaiono legati tra loro esattamente nella
stessa misura in cui si intrecciano gli stati emotivi del gruppo di base. Il gruppo di dipendenza mostra che
nella sua struttura è parte integrante il convincimento che un membro del gruppo sia onnisciente e

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onnipotente. L’approfondimento di questo punto costituisce un’indagine scientifica sulla religione del
gruppo. Le attività del gruppo di lavoro che sembrerebbero comportare una ricerca sulla natura della
divinità del gruppo (in genere è lo psichiatra) sono accolte in vario modo ma ci si può riferire alla
descrizione di Gibbon della controversia sull’omusìa (relativa alla consustanzialità del Padre e del Figlio)
considerandola come il resoconto di una seduta di un gruppo terapeutico dominato da un assunto di base di
dipendenza. Senza dubbio può essere utile per lo psichiatra ricordare che poche cose nella storia hanno
scatenato con maggior violenza sentimenti di gruppo che le controversie sulla natura della divinità il cui
culto era predominante in quella data epoca. Bion intende predominante sia in senso negativo che positivo,
a seconda cioè che il gruppo fosse ateo o religioso. È essenziale che lo psichiatra sottolinei la realtà delle
rivendicazioni del gruppo verso di lui e la realtà dell’ostilità che suscitano le sue spiegazioni. È in occasioni
come queste che ci si può rendere conto da un lato della forza degli stati emotivi associati a un assunto di
base e dall’altro dell’energia e della vitalità che possono essere mobilitate dal gruppo di lavoro. Ma che
succede degli assunti di base che non sono operanti? Bion propone di postulare l’esistenza di fenomeni
“proto-mentali”; conviene riflettere che lo stato emotivo precede l’assunto di base e segue alcuni fenomeni
proto-mentali dei quali è espressione. Da un punto di vista clinico è utile considerare questi eventi come
collegati in una successione circolare. A volte è utile pensare che l’assunto di base sia stato attivato da
pensieri espressi coscientemente, altre volte da violente emozioni provocate da una attività proto-mentale.
A livello dei fenomeni proto-mentali, possiamo dire che il gruppo si sviluppa fino a che le emozioni
diventano esprimibili in termini psicologici. Il gruppo si comporta “come se” stesse agendo secondo un
assunto di base. Nel sistema proto-mentale esistono dei prototipi dei 3 assunti di base, ognuno dei quali
esiste in funzione dell’appartenenza dell’individuo al gruppo e si presenta come un tutto unico in cui
nessuna parte può essere separata dal resto. Solo ad un livello differente, al livello a cui gli avvenimenti si
manifestano come fenomeni psicologici, appare possibile differenziare le componenti di ciascun assunto di
base e a questo livello si può parlare di sentimenti di paura o di sicurezza o di depressione o di sessualità
ecc. Bion rappresenta dunque il sistema proto-mentale come qualcosa in cui il fisico e lo psicologico o
mentale si trovano in uno stato indifferenziato. È da questa matrice che nascono i fenomeni che in un primo
momento appaiono come sentimenti distinti, poco correlati tra loro. È da questa matrice che hanno origine
gli stati emotivi propri di un assunto di base che rafforzano e dominano la vita mentale del gruppo. Gli
assunti di base inattivi rimangono confinati all’interno di un sistema proto-mentale; ciò significa che, se il
gruppo razionale è permeato dagli stati emotivi associati all’assunto di base di dipendenza, gli assunti di
base di attacco-fuga e accoppiamento non possono superare i limiti della fase proto-mentale. Solo lo stadio
proto-mentale del gruppo di dipendenza è stato libero di evolversi in uno stadio differenziato, nel quale lo
psichiatra è in grado di individuare la sua azione di assunto di base. Sono questi livelli proto-mentali che
costituiscono la matrice delle malattie di gruppo. Queste malattie si manifestano nell’individuo ma hanno le
caratteristiche che dimostrano chiaramente come sia il gruppo più che l’individuo ad esserne affetto. In
qualsiasi gruppo la matrice delle malattie che si presentano può trovarsi in queste 2 sedi: o nei rapporti tra
l’individuo e il gruppo di base e tra l’individuo e se stesso nella misura in cui partecipa a mantenere il
gruppo di base; o nello stadio proto-mentale degli altri 2 assunti di base. Secondo Bion non si può capire la
sfera degli avvenimenti proto-mentali riferendosi all’individuo soltanto ed è invece negli individui riuniti in
gruppo che si trova il terreno adatto a capire la dinamica dei fenomeni proto-mentali. Lo stadio proto-
mentale nell’individuo è solo una parte del sistema proto-mentale, perché i fenomeni proto-mentali sono
funzione del gruppo e perciò devono essere studiati in questa sede. Prima di Freud, i tentativi di portare
avanti lo studio della nevrosi erano in larga misura sterili perché si considerava l’individuo come un campo
di studio comprensibile; fu solo quando Freud cominciò a cercare la soluzione nella relazione fra 2 persone
(lo studio del transfert), che scoprì quale era il campo di studio comprensibile almeno per alcuni dei
problemi posti dai nevrotici. La ricerca allora intrapresa si è estesa e il piccolo gruppo terapeutico è un

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tentativo di vedere se si possono ottenere ulteriori risultati cambiando il terreno di studio. Il piccolo gruppo
terapeutico non presenta i sintomi di malattie fisiche necessari allo studio di Bion con sufficiente rapidità e
in quantità sufficiente; egli preferisce basarsi per le sue speculazioni su quello che gli può offrire un gruppo
grande abbastanza da poter presentare un’evidenza statistica delle malattie. La tesi di Bion si fonda sul
presupposto che esiste uno stadio in cui il fisico e il mentale sono indifferenziati. Ne segue che, quando la
malattia si manifesta in forma organica come ad es. una tubercolosi, c’è una contropartita psicologica o un
reciproco psicologico. Questo reciproco non può essere, naturalmente, né la causa né l’effetto. Gli eventi
mentali ai quali si accompagna la tubercolosi non possono essere né causa né effetto ma rappresentano
derivati e sviluppi dagli stessi fenomeni proto-mentali dai quali origina la tubercolosi stessa. È noto che la
tubercolosi è molto sensibile agli sviluppi della psicologia di un gruppo e sembra che il numero dei casi
oscilli in accordo con le variazioni della mentalità del gruppo. Questa malattia richiede lunghe cure e
assistenza e un regime dietetico che ricorda le prime esperienze alimentari dell’individuo. Dovrebbe essere,
e di fatto è, associata a molte caratteristiche dell’assunto di base di dipendenza ( a b D ): i malati reagiscono
contro la malattia e contro le limitazioni che essa impone loro in maniera molto simile alle persone che,
avendo lo stesso tipo di personalità, reagiscono contro a b D. Per trovare la causa della malattia (non si
intende quella che ha cause ben note della medicina) bisognerebbe correlare le variazioni dell’incidenza
della malattia con l’ a b prevalente nel gruppo, nei vari momenti in cui sono stati rilevati i dati della malattia.
Bion cerca di dimostrare che il concetto di un sistema proto-mentale, unitamente alle teorie degli assunti di
base, può essere utilizzato per fornire un nuovo punto di vista per lo studio delle malattie organiche, in
particolare per quelle chiamate psicosomatiche o considerate appartenenti alla medicina psico-sociale e alla
socio-dinamica. Bisogna ricordare che, se relativamente a un disturbo psicologico abbiamo postulato un
sistema proto-mentale, lo stesso sistema dal punto di vista della malattia organica può considerarsi proto-
fisico. Tuttavia può essere più facile trovare una tecnica per studiare il sistema proto-mentale come matrice
dei disturbi organici con una ricerca che utilizzi un approccio organico. Può darsi che si trovi il modo di
compiere il passo successivo che dovrebbe consistere nell’elaborare una tecnica per osservare il
corrispettivo proto-mentale degli eventi mentali. Qualsiasi sviluppo di questo genere ci permetterebbe di
valutare l’avvenire psicologico del gruppo, perché potremmo analizzarlo molto prima che si manifesti sotto
forma esplicita di assunto di base. Questo punto è molto importante perché l’unica caratteristica che
differenzia un gruppo di pazienti da altri tipi di gruppi è che il gruppo di pazienti tende ad agire
fondamentalmente secondo un assunto di base. Se potessimo determinare clinicamente la natura del valore
della moneta nei casi a b AF, a b D, a b A, saremmo in grado di individuare la fonte di una delle cause delle
fluttuazioni di valore della moneta usata in commercio. Se si potesse dimostrare l’esistenza di tali
correlazioni, sarebbe possibile ritenere ragionevolmente di avere delle prove per considerare gli assunti di
base come entità cliniche. Dalle riflessioni di Bion sembra risultare che i concetti di assunto di base e di
sistema proto-mentale possono facilitare la ricerca in campi diversi da quello in cui hanno avuto origine,
tuttavia, la difficoltà principale consiste nello stabilire quale assunto di base è operante in un gruppo avente
grandi dimensioni.

Bion esamina alcuni aspetti del gruppo terapeutico, ad esempio, le vicissitudini di una interpretazione.
Sembra impossibile ottenere un risultato preciso con un’interpretazione poiché, anche quando la
formulazione è soddisfacente, ci sono ben poche ragioni per supporre che essa giunga a destinazione.
All’inizio Bion era solito cedere alla tentazione di dare delle interpretazioni individuali così come si fa in
psicoanalisi. Così facendo si metteva sullo stesso piano dei pazienti che spesso tentano di ottenere un
trattamento individuale. Cercava di farlo in quanto medico, ma di fatto la ricerca di un trattamento
individuale poteva essere definita come un tentativo per eliminare ciò che vi era di “cattivo” nel gruppo; per

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un medico, il “cattivo” del gruppo è la sua inadeguatezza a servire come strumento terapeutico. Nel
momento in cui l’analista cede alla tentazione di dare delle interpretazioni individuali, il suo fallimento
consiste nel lasciarsi influenzare da a b D invece di interpretarlo. Infatti non appena lo psichiatra comincia a
dare delle interpretazioni di tipo analitico a un singolo individuo, non fa altro che rinforzare l’assunto che il
gruppo è formato da pazienti che dipendono da un medico, che è proprio l’assunto di base di dipendenza a
b D. L’attitudine a una cooperazione spontanea e istintiva nell’ambito degli assunti di base è indicata da Bion
col termine “valenza”.

La valenza

Bion intende indicare la disposizione dell’individuo a entrare in combinazione col gruppo nel determinare gli
assunti di base e nell’agire secondo essi; se la sua attitudine alla combinazione è forte si parla di valenza
alta, se è modesta di valenza bassa. Un individuo non può non avere una valenza, a meno che non smetta di
essere un uomo per ciò che riguarda le sue funzioni mentali.

Il dilemma dell’individuo

Concentrandosi sull’aspetto del contributo dell’individuo che è funzione della sua valenza, lo psichiatra
costringe il gruppo a rifugiarsi in comportamenti puerili e, alla fine, nel silenzio. Le persone che vivono
questo dilemma ne sono oppresse in un modo che dimostra la loro paura verso gli assunti di base e il ruolo
che loro stessi hanno nel mantenerli in piedi. Questo dilemma dell’individuo è presente per l’intera durata
dell’esistenza del gruppo, salvo alcuni intervalli nei periodi in cui si presentano con più urgenza altri
fenomeni di gruppo. Le persone sono gradualmente sempre meno oppresse dalla sensazione di essere
imprigionate in 1 dei 2 corni del dilemma e sono sempre meno ostacolate nel partecipare attivamente al
gruppo. Un risultato interessante dell’accresciuta familiarità dell’individuo con questo dilemma è la
dimostrazione che non esiste la possibilità nel gruppo che un individuo possa “non fare niente”, nemmeno
non facendo niente. Siamo quindi a confermare che tutti i membri di un gruppo siano, senza eccezione,
responsabili del comportamento del gruppo. Altri fenomeni di gruppo includono la diminuita componente
“paziente” nel contributo del terapeuta. Il gruppo di tanto in tanto protesta che Bion è il paziente e talvolta
afferma che, come tale, è lui che trae beneficio dall’esperienza di gruppo. Uno degli elementi che
contribuisce a determinare questa opinione è l’invidia dovuta al fatto che apparentemente Bion è più in
grado degli altri di trarre profitto dalla sua esperienza di gruppo e di assomigliare così all’animale politico di
Aristotele. Può darsi che Bion si trovi così a rappresentare il paziente che ottiene più cure del dovuto ed è
una convinzione di questo genere che spinge il gruppo a scegliersi come leader un altro membro del
gruppo. Il nuovo capo, secondo tutte le esperienze di Bion, è un perfetto caso psichiatrico. Egli viene
esaltato perché fa progredire il gruppo, perché parla liberamente. Il gruppo si trova impegnato nel
sostenere, nell’adulare, nel sottomettersi al suo membro più malato che è diventato il capo.

Il reciproco di a b D

L’aspetto semplice dell’assunto di base di dipendenza a b D compare quando tutte le persone del gruppo
guardano al terapeuta come a una persona con cui ognuno ha un rapporto esclusivo. Tutti i fatti che
contrastano con l’idea che Bion possa risolvere ogni problema individuale e che si preoccupi in modo
particolare del benessere di ciascuno, vengono negati non solo verbalmente, ma da una certa inerzia
collettiva che ostacola qualsiasi stimolo proveniente da fatti esterni agli stati emotivi propri di a b D. Tra
questi fatti non desiderati ci sono le interpretazioni. Quando il gruppo non può ignorarle, le assorbe nel
sistema a b D, trattando il terapeuta come fosse un bambino che deve essere assecondato con indulgenza.
Entra in gioco lo stato descritto come il reciproco della forma “semplice” di a b D e cioè non è il terapeuta a

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proteggere il gruppo ma è il gruppo che nutre e protegge. La situazione in cui un intero popolo è sfinito per
il fatto di dover provvedere a una sola persona è quella che Bion descrive come il reciproco di a b D. Occorre
esaminare la complicazione provocata dal contatto stretto che si verifica in a b D tra la leadership del gruppo
e il malato più grave del gruppo; c’è da dire che è come se i membri dominati da a b D sentissero che, se
non fossero guidati da un matto, toccherebbe a loro essere matti. Si può dire che proprio come i membri del
gruppo respingono tutti i fatti che possono contraddire la loro convinzione di essere curati tutti, uno per
uno, dalla persona o dal Dio da cui dipendono, così respingono anche tutti i fatti che potrebbero indicare
che il loro capo o Dio è sano di mente. Nel gruppo di dipendenza è necessario avere qualcuno in posizione
dipendente quanto avere qualcuno da cui dipendere.

L’ansia nel gruppo di lavoro

Il gruppo si sforza, in modo costante e anzi in misura crescente, di rassicurarsi che il capo in a b D non è una
persona concreta. Il modo più comune è naturalmente quello di prendere un dio come capo del gruppo, e
quando, per svariate ragioni, ci si accorge che è di una natura ancora troppo materiale, si cerca allora di
farne il Dio cioè un puro spirito. Lo scopo essenziale di questo sforzo è quello di impedire che il gruppo
possa fare una delle 2 seguenti cose: a) scegliersi un uomo reale b) lasciare effettuare la scelta in modo
incostituzionale cioè con un atto di scelta spontaneo nel quale le emozioni non vengano temperate. Il clero
che è il gruppo di lavoro che ha maggior esperienza nel trattare a b D si sforza sempre, salvo rare eccezioni,
di evitare questi pericoli.

La causa dell’ansia

Quale è il pericolo dal quale il clero cerca di salvare il gruppo? Bion ritiene che non sia tanto il pericolo
dovuto a un capo incompetente; perché in effetti la leadership di un malato mentale non sempre è
incompetente. Anzi spesso è proprio il contrario. Ci sono delle ragioni più valide per le quali il clero teme
uno sviluppo spontaneo della leadership in a b D. Nella ricerca del leader il gruppo trova, se possibile, uno
schizofrenico paranoide o un grave isterico; mancando questi, potrà andar bene una personalità psicopatica
con tratti delinquenziali; se manca anche questo il gruppo sceglierà un paziente con la parola facile e con
gravi disturbi mentali. Una volta trovato il leader, il gruppo lo tratta o la tratta con una certa deferenza,
occasionalmente accompagnata da adulazione per rafforzare la sua posizione di capo. C’è in genere una
certa tendenza a controllare se il terapeuta dà segni di gelosia ma questa fase passa in fretta. Quando la
leadership dell’individuo è ben definita agli occhi di tutti i membri del gruppo, allora cominciano le difficoltà
e il gruppo si rivolge al terapeuta. Naturalmente non è solo il clero che è preoccupato dalla situazione. Tutte
le volte che c’è una situazione che può attivare a b D o che può essere attivata da esso, nasce il timore della
dittatura o altri. L’esortazione più frequente in questi casi è un appello per il ritorno della fede in Dio, e
sarebbe davvero sorprendente se nel piccolo gruppo terapeutico non si trovasse qualche membro pronto a
fare queste stesse esortazioni. Il fatto va interpretato come espressione del desiderio di evitare che la
leadership del gruppo prenda consistenza reale in 1 dei membri del gruppo. Se Bion lascia che gli
avvenimenti seguano il loro corso, verranno proposti diversi rimedi: la ribellione contro il leader prescelto, la
protesta che il trattamento deve essere accessibile a tutti ecc. In realtà, tutte le soluzioni proposte si
possono identificare con metodi del tutto analoghi sperimentati nel corso della storia.

Oscillazioni emotive in un gruppo

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La mia conclusione è che la situazione è stimolata dal fatto che, al livello L del gruppo terapeutico, il ruolo
del capo e quello dello psichiatra sono riuniti in una sola persona. Il gruppo è obbligato a riconoscere che il
capo scelto spontaneamente è seriamente disturbato; nello stesso tempo il gruppo è costretto a pensare
che quello è il capo da cui dipendere. Tutto questo può avvenire solo attraverso una serie di oscillazioni da
un punto di vista all’altro. Il risultato è che il gruppo non riesce più a fronteggiare la situazione emotiva. In
pratica, nel piccolo gruppo questo si traduce in un impulso a lamentarsi presso un’autorità esterna, ad
esempio nello scrivere alla stampa o ad un membro del Parlamento o alla direzione della clinica. L’obiettivo
principale è quello di raccogliere una tale quantità di materiale inerte, costituito da elementi estranei al
gruppo e che non partecipano alla sua situazione emotiva, in modo che si formi un nuovo gruppo molto più
ampio che può cessare di vibrare. Se i nuovi elementi sono inseriti troppo lentamente o in quantità
insufficiente, allora le oscillazioni si estendono anche alla parte del gruppo fino a quel momento inerte e la
situazione diventa più penosa che mai. È evidente che non è giustificato lasciare che la tensione salga fino
al punto in cui il gruppo non può più contenere le sue emozioni. Sarebbe necessario invece che lo psichiatra
riuscisse a mettere in contatto l’assunto di base a b e il gruppo di lavoro L. Questo risultato può essere
raggiunto per mezzo delle interpretazioni che spiegano i fenomeni in dettaglio.

Lo sviluppo è una funzione importante del gruppo L. È anche 1 degli aspetti per cui il gruppo di lavoro L
differisce dal gruppo di base. Il gruppo L si trova impegnato nella realtà e perciò si potrebbe dire che ha
alcune delle caratteristiche che Freud attribuisce all’Io quando parla dell’individuo. Punto cruciale è la
resistenza che compare quando si richiede al gruppo o agli individui che lo compongono, di realizzare 1
sviluppo.

Lo scisma

A seconda della sua personalità, ogni membro del gruppo aderisce a 1 dei seguenti sottogruppi. Un
sottogruppo si oppone a ogni ulteriore progresso, e così facendo fa appello a un sentimento di lealtà verso il
capo del gruppo di dipendenza, oppure alla Bibbia, al sacro testo del gruppo, che è un sostituto del leader
del gruppo di dipendenza. Gli aderenti a questo sottogruppo fanno appello alla tradizione, “alla parola del
Dio (del gruppo)” o a qualcuno che all’interno del gruppo è stato fatto Dio per opporsi al cambiamento. I
membri di questo sottogruppo manipolano il capo di questo gruppo di dipendenza o i suoi sostituti,
affermano di cercare di aiutarli, in modo che la partecipazione al gruppo non richieda nessun sacrificio
doloroso e possa perciò essere gradita. L’attività mentale si stabilizza in tal modo a un livello di piattezza, di
dogmatismo e di tranquillità. Lo sviluppo si arresta e si estende una fase di ristagno. Il sottogruppo inverso è
composto da coloro che apparentemente sostengono la nuova idea; questo sottogruppo però diventa così
esigente nelle sue richieste che non riesce più a raccogliere nessun aderente. In questo modo entrambi i
sottogruppi raggiungono lo stesso risultato e il conflitto ha termine. Si potrebbe dire che 1 dei sottogruppi
ha molti membri primitivi e poco razionali che aumentano continuamente di numero, ma che non
presentano nessun processo di sviluppo; e l’altro sottogruppo si sviluppa, ma su un fronte così ristretto e
con così pochi adepti, che riesce anch’esso ad evitare lo sgradevole confronto tra la nuova idea e lo stato
primitivo. Questo meccanismo tende a livellare le differenze del grado di razionalizzazione dei vari membri
della società. Lo scisma descritto nella sua forma estrema può essere considerato il contrario di ciò che
succede quando il gruppo cerca di porre fine all’oscillazione attraverso l’assorbimento di gruppi esterni: il
gruppo scismatico tenta di risolvere i suoi problemi per mezzo di una guerra interna, l’altro per mezzo di una
guerra esterna.

Qualche altra teoria sui gruppi

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Il problema del rapporto dell’individuo con gli altri e con il suo gruppo è stato discusso fin dall’antichità.
Platone dava molta importanza alla funzione dell’individuo nel gruppo, e soprattutto alla necessità che per
la vita armoniosa del gruppo ognuno stesse al posto suo. Questa opinione può sembrare rozza se si
confronta alla complessità della psicologia contemporanea; non si può però dimenticare la parte di verità
che essa contiene. Questa teoria è fondata sul presupposto che gli individui siano esseri razionali e che la
loro preoccupazione principale sia di mantenersi nei limiti imposti dalla realtà. Se ogni individuo svolge il
suo compito, allora tutto andrà bene. In base alla terminologia di Bion, se il gruppo L fosse la sola
componente della vita mentale del gruppo, allora non ci sarebbero difficoltà. Ma il punto evidenziato da
Bion è proprio che il gruppo L è costantemente disturbato dagli influssi provenienti da altri fenomeni
mentali del gruppo. Le reazioni del gruppo sono più complesse di quanto sia possibile scrivere; Freud
trascurò i problemi del gruppo salvo uno studio superficiale fatto servendosi largamente di critiche fatte a
lavori di altri dal punto di vista della psicoanalisi. Nel suo lavoro sulla psicologia del gruppo e analisi dell’Io,
Freud comincia col dire che la psicologia dell’individuo e quella del gruppo non possono essere differenziate
perché la stessa psicologia dell’individuo è funzione di un rapporto dell’individuo con un’altra persona o con
un oggetto. Sotto questo aspetto nella situazione psicoanalitica non si deve vedere una “psicologia
dell’individuo”, ma una “psicologia di coppia”. L’individuo è un animale di gruppo in lotta, non solo col
gruppo, ma con se stesso, proprio a causa del suo essere animale di gruppo e di quegli aspetti della sua
personalità che costituiscono la sua “tendenza a formare un gruppo” ( groupishness). È necessario che un
gruppo si riunisca in una stanza perché solo in questo modo si realizzano le condizioni che ne permettono lo
studio. Bion ritiene che Freud e altri autori da lui citati (come McDougall e Le Bon) considerino la psicologia
di gruppo come qualcosa che comincia ad esistere solo quando c’è un certo numero di persone riunite nello
stesso luogo e nello stesso momento. Per Bion l’importanza del gruppo riunito è simile a quella della coppia
analista-paziente: perché si manifesti il transfert è necessario che il paziente vada dall’analista. Allo stesso
modo è importante che il gruppo si riunisca perché possano emergere le caratteristiche del gruppo e
dell’individuo che vi partecipa. La riunione del gruppo in un certo luogo e in un certo momento è molto
importante per ragioni pratiche, ma non ha alcun significato ai fini del verificarsi dei fenomeni di gruppo.
L’idea che la riunione del gruppo possa essere significativa deriva dall’impressione errata che un fenomeno
non possa cominciare fino a quando la sua esistenza non può essere dimostrata. Il punto che Bion sottolinea
è che nessun individuo, per quanto isolato nel tempo e nello spazio, può essere considerato estraneo a un
gruppo o privo di fenomeni di psicologia di gruppo, anche se non esistono le condizioni per poterlo
dimostrare. La spiegazione di certi fenomeni deve essere cercata nella matrice di gruppo e non negli
individui che vanno a costituire il gruppo; segnare il tempo non è una funzione di una singola parte del
meccanismo di un orologio, tuttavia è proprio funzione dell’orologio e delle sue varie parti riunite insieme.
Ancora, Bion indica che gli effetti di alcuni errori che possono verificarsi in psicoanalisi per il fatto di
trascurare i fenomeni di gruppo sono in pratica ridotti al minimo perché l’analista e il paziente hanno in
comune molte tensioni di gruppo. A Bion sembra che Freud, nel trattare il problema dei gruppi, non sia
riuscito a rendersi pienamente conto della natura della rivoluzione da lui stesso determinata col cercare una
spiegazione dei sintomi nevrotici non nell’individuo ma nella relazione dell’individuo con gli oggetti. Il
gruppo, inteso nel senso di un insieme di persone riunite in una stanza, non aggiunge niente all’individuo o
all’insieme di individui, ma permette soltanto di rendere visibile qualcosa che altrimenti rimarrebbe
invisibile. La differenza apparente tra la psicologia di gruppo e la psicologia dell’individuo è un’illusione
dovuta al fatto che il gruppo offre un campo di studi intellegibile (comprensibile) per certi aspetti della
psicologia dell’individuo e così porta alla luce fenomeni che appaiono sconosciuti a un osservatore non
abituato a lavorare con i gruppi. Le descrizioni che Freud fa del gruppo ( e ancor più quelle di Le Bon)
risultano a Bion strane; ad esempio, la frase citata da Freud di Le Bon “ i gruppi non hanno mai sete di
verità” non trova l’approvazione di Bion. Questi attribuisce molta forza al gruppo di lavoro e, nonostante

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l’influenza degli assunti di base, il gruppo razionale o di lavoro alla fine riesce a trionfare. Il gruppo di lavoro
specializzato ha la funzione di manipolare l’assunto di base in modo da impedire che l’assunto di base sia di
ostacolo al gruppo di lavoro. Freud preferisce una descrizione per cui il problema consiste nel procurare al
gruppo “proprio quegli aspetti che erano caratteristiche dell’individuo e che sono estinti in lui proprio con la
formazione del gruppo”. Egli postula cioè un individuo, estraneo al gruppo primitivo, che possedeva una sua
continuità. Secondo lui, per il fatto di entrare in un gruppo “non organizzato” l’individuo ha perduto per un
certo tempo la propria individualità. Secondo Bion, la lotta che il singolo compie per conservare la sua
individualità assume caratteristiche diverse a seconda dello stato mentale del gruppo nei vari momenti.
L’individualità del singolo non ha posto nella vita di un gruppo che agisce su assunti di base: l’organizzazione
e la struttura sono strumenti del gruppo di lavoro. Sono il prodotto della cooperazione tra i membri del
gruppo e, una volta consolidate nel gruppo, hanno l’effetto di esigere uno sforzo di cooperazione ancora
maggiore da parte dei singoli. Il gruppo dominato da un assunto di base non ha necessità né di
organizzazione né di cooperazione. Nel gruppo dominato da un assunto di base, l’analogo della
cooperazione è costituito dalla valenza, funzione spontanea e inconscia delle qualità sociali della personalità
dell’uomo. È solo quando un gruppo comincia ad agire su un assunto di base che cominciano le difficoltà.
L’azione comporta il contatto con la realtà e questa costringe alla ricerca della verità; si impone quindi un
metodo scientifico, il che conduce alla formazione di un gruppo di lavoro.

PARTE SECONDA: REVISIONE

DINAMICHE DI GRUPPO

In base alla sua esperienza psicoanalitica, Freud tentò di chiarire alcuni punti oscuri messi in evidenza da Le
Bon, McDougall e da altri autori nei loro studi sul gruppo umano. Bion esamina l’orientamento dei moderni
sviluppi della psicoanalisi sugli stessi problemi, riferendosi a quelli associati al lavoro di Melanie Klein.
Questa autrice ha dimostrato che fin dall’inizio della vita l’individuo è a contatto con il seno e, grazie a un
rapido estendersi di questa consapevolezza primordiale, con il gruppo familiare; inoltre ha dimostrato che la
natura di questo rapporto ha delle qualità particolari che sono di profondo significato sia nello sviluppo
dell’individuo, sia per una più profonda comprensione dei meccanismi già dimostrati dalle geniali intuizioni
di Freud. Bion intende dimostrare che l’adulto, trovandosi a contatto con la complessità dei problemi di vita
del gruppo, come per una massiccia regressione, torna ad usare quei meccanismi che secondo Melanie
Klein sono tipici delle prime fasi della vita mentale. Costituenti essenziali di questa regressione sono: il
convincimento che il gruppo esiste come qualcosa di diverso da un semplice aggregato di individui e anche
le caratteristiche che il singolo attribuisce al gruppo in questione. La fantasia che il gruppo esiste è sorretta
dal fatto che la regressione implica per l’individuo la perdita della sua “individualità”. Se le persone che
formano un gruppo per qualche ragione vengono minacciate dalla consapevolezza della loro individualità,
allora il gruppo entra in quello stato emotivo che si definisce come panico. Questo non vuol dire che il
gruppo si stia disintegrando: anzi Bion non condivide l’opinione che quando si instaura il panico il gruppo
abbia perso la sua coesione.

Il gruppo di lavoro

In ogni gruppo si possono individuare degli orientamenti di attività mentale. Ogni gruppo, per quanto
casuale, si riunisce per “fare” qualcosa: nell’esplicitare questa attività le persone cooperano ognuna
secondo le proprie capacità. Questa cooperazione è volontaria e si basa su un certo grado di abilità
intellettuale del singolo. La partecipazione a un’attività è collegata a un compito perciò i metodi sono
razionali e, sia pure in forma embrionale, scientifici. Le sue caratteristiche sono simili a quelle che Freud
(1911) attribuì all’Io. Bion definisce Gruppo di Lavoro questo aspetto dell’attività mentale del gruppo. Il

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termine si riferisce solo a un’attività mentale di un tipo particolare e non alle persone che la svolgono. Ad
esempio, quando dei pazienti si riuniscono per una seduta di psicoterapia di gruppo, si può sempre vedere
che una parte di attività mentale è diretta alla soluzione dei problemi per i quali i singoli chiedono aiuto. La
dimostrazione della funzione di un gruppo di lavoro deve includere: lo sviluppo di un pensiero concepito in
modo da poter essere tradotto in azione; la teoria su cui esso si basa; la convinzione che basterà per la cura
che cambi l’ambiente senza che cambino anche gli individui; la dimostrazione del tipo di fatto che viene
ritenuto “reale”.

Gli assunti di base

L’attività del gruppo di lavoro è ostacolata, deviata e a volte favorita, da certe altre attività mentali che
hanno in comune l’attributo di forti tendenze emotive. Queste attività, a prima vista caotiche, acquistano
una certa strutturazione se si ammette che esse derivano da alcuni assunti di base comuni a tutto il gruppo.
1) Il primo assunto di base è che il gruppo si riunisce allo scopo di essere sorretto da un capo, dal quale
dipendere, per ricevere nutrimento, materiale e spirituale, e protezione. Si può capire l’assunto di base solo
se le parole con cui Bion l’ha formulato sono prese alla lettera e non in senso metaforico. 2) Il secondo
assunto di base di accoppiamento, come il primo, riguarda lo scopo per il quale si è formato il gruppo. Il
sesso della coppia non ha particolare importanza piuttosto sono rilevanti le aspettative e le speranze. Tale
atmosfera è caratteristica del gruppo di accoppiamento; questa viene espressa verbalmente coll’indicare il
matrimonio come soluzione delle difficoltà nevrotiche oppure dicendo che la terapia di gruppo
rivoluzionerebbe la società se fosse sufficientemente diffusa o che la stagione in arrivo sarà più piacevole,
che dovrebbe nascere un nuovo tipo di comunità o un gruppo migliore ecc. Queste espressioni tendono a
spostare l’attenzione su fatti che riguardano il futuro, ma per l’analista la cosa importante non è il futuro ma
l’immediato presente, il sentimento di speranza stesso. Tale sentimento è caratteristico del gruppo di
accoppiamento e rappresenta un precursore della sessualità e, allo stesso tempo, una costituente di essa. Le
idee ottimistiche espresse a parole sono razionalizzazioni intese a effettuare uno spostamento nel tempo e
un compromesso con i sentimenti di colpa ( si giustifica il piacere che dà questo sentimento appellandosi a
un risultato che si suppone moralmente ineccepibile ). I sentimenti che si vengono così ad associare al
gruppo di accoppiamento si trovano all’estremo opposto dei sentimenti di odio, distruttività e disperazione.
Perché siano conservati questi sentimenti di speranza è essenziale che il capo del gruppo, contrariamente a
quello del gruppo dipendente o del gruppo attacco-fuga, non sia nato. È una persona o un’idea che salverà il
gruppo ma naturalmente perché ciò avvenga, questa speranza messianica non si deve mai realizzare. Una
speranza sussiste fino a quando rimane tale. Grazie alla razionalizzazione della nascente sessualità del
gruppo, il gruppo di lavoro tende a dirigere i suoi sforzi verso la creazione di un Messia, sia esso una persona
o un’idea o un’utopia. Nella misura in cui questo risultato viene raggiunto, la speranza si indebolisce e
d’altronde la distruttività e la disperazione si fanno sentire nuovamente. Nel gruppo terapeutico il problema
è di mettere il gruppo in grado di essere consapevole, a livello cosciente, dei sentimenti di speranza e dei
suoi derivati, e nello stesso tempo di tollerarli. 3) Il terzo assunto di base è che il gruppo si è riunito per
combattere o per fuggire qualcosa, e che il gruppo è preparato a fare l’una o l’altra cosa indifferentemente.
Bion indica questo stato mentale come gruppo di attacco-fuga; il capo riconosciuto di un gruppo che si trovi
in questo stato mentale è quello che pone al gruppo delle richieste che possono essere percepite come
occasioni di fuga o di attacco e che viene ignorato qualora le sue richieste non siano di questo tipo. In un
gruppo terapeutico l’analista è il capo del gruppo di lavoro. L’appoggio emotivo di cui l’analista può disporre
è soggetto a fluttuazioni a seconda dell’assunto di base attivo e a seconda che egli agisca in modo adeguato
al ruolo che viene richiesto al capo in questi vari stati mentali. Nel gruppo attacco-fuga l’analista scopre che i
tentativi di chiarire quello che sta succedendo trovano un serio ostacolo nella facilità con cui viene

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accordato un appoggio emotivo sia alle proposte che esprimono l’odio per tutte le difficoltà psicologiche, sia
a quelle che indicano i mezzi per evitarle.

Caratteristiche comuni a tutti i gruppi di base

La partecipazione a un’attività regolata da un assunto di base non richiede nessuna preparazione,


esperienza o sviluppo psichico. È inevitabile e istintiva: al contrario di quanto avviene per il gruppo di lavoro,
l’attività regolata da un assunto di base non richiede al singolo nessuna capacità di cooperazione, ma
dipende solo dalla presenza nell’individuo di ciò che Bion chiama “valenza”. L’autore ricava questo termine
dalla fisica per esprimere la capacità del singolo di combinarsi istantaneamente e involontariamente con un
altro per condividere un assunto di base ed agire in base ad esso. La funzione del gruppo di lavoro si
presenta sempre in rapporto con un unico assunto di base; l’assunto di base che nei vari momenti pervade
le sue attività può essere cambiato; ci possono essere 2 o 3 cambiamenti in 1h, ma lo stesso assunto di
base può anche rimanere dominante per mesi interi. Per spiegare ciò che accade agli assunti di base
inoperanti Bion postula l’esistenza di un sistema proto-mentale in cui attività fisica e psichica si trovano in
uno stato indifferenziato: esso si trova al di fuori del campo considerato generalmente utile alla ricerca
psicologica. L’esistenza del settore della medicina psicosomatica dimostra le difficoltà di ogni tentativo di
tracciare un confine di separazione fra fenomeni psicologici e fenomeni fisici. Bion propone di lasciare
indeterminati i confini che separano l’assunto di base operante dagli assunti di base che, secondo Bion, sono
relegati appunto in questo ipotetico sistema protomentale. Per studiare i fenomeni degli assunti di base
ritiene essenziale la psicoanalisi o una tecnica analoga derivata direttamente da essa. Gli stati emotivi
associati agli assunti di base possono essere descritti con i termini di ansia, paura, odio, amore e simili. Ma
gli stati emotivi comuni a ciascun assunto di base sono impercettibilmente influenzati gli uni dagli altri. In
pratica l’ansia che compare nel gruppo di dipendenza ha una qualità diversa da quella che compare nel
gruppo di accoppiamento e così via per gli altri sentimenti. Tutti gli assunti di base implicano l’esistenza di
un capo sebbene nel gruppo di accoppiamento il capo sia inesistente cioè non nato. Non è nemmeno
necessario che il capo sia una persona ma può essere identificato con un’idea o un oggetto inanimato. Nel
gruppo di dipendenza al posto del capo ci può essere la storia del gruppo. Quando è attivo il gruppo di
dipendenza o quello di attacco-fuga si instaura una lotta per sopprimere la nuova idea, perché si sente che
essa mette in pericolo lo status quo. Nel gruppo di dipendenza si teme che la nuova idea ostacoli il leader,
sia questo una “bibbia” o una persona. Lo stesso si può dire per il gruppo di accoppiamento perché, in
questo caso, la nuova idea o persona che rappresentano il genio non nato o Messia, per poter soddisfare la
funzione del gruppo di accoppiamento devono rimanere inesistenti.

Forme aberranti di cambiamento da un assunto di base a un altro

Il cambiamento della mentalità di gruppo non è dovuto necessariamente allo spostamento da un assunto di
base all’altro e può assumere varie forme aberranti che dipendono dal tipo di assunto di base attivo al
momento in cui la tensione del gruppo aumenta. Queste forme aberranti coinvolgono sempre un gruppo
estraneo. Se è attivo il gruppo di dipendenza ed è minacciato dalla pressione del capo del gruppo di
accoppiamento, allora per controbilanciare la minaccia si provoca l’intervento di un altro gruppo. Se è attivo
il gruppo attacco-fuga, c’è tendenza ad assorbire un altro gruppo. Se è attivo il gruppo di accoppiamento, c’è
tendenza allo scisma. Quest’ultima reazione può apparire anomala se non si tiene conto del fatto che nel
gruppo di accoppiamento la speranza messianica non deve realizzarsi. Il punto cruciale è costituito dal
timore che la nuova idea comporti uno sviluppo e dall’incapacità dei gruppi di base a tollerare uno sviluppo.

Il gruppo di lavoro specializzato

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Ci sono alcuni gruppi di lavoro specializzato sui quali Freud (1921), sebbene non li chiamasse con questo
nome, ha richiamato l’attenzione. Il loro compito si presta a stimolare l’attività di un particolare assunto di
base. Tipici esempi di gruppi di questo genere sono una Chiesa o un Esercito. La Chiesa è soggetta ai
fenomeni del gruppo di dipendenza e l’Esercito a quelli del gruppo attacco-fuga. Ma bisogna considerare
un’altra possibilità e cioè che questi gruppi si sviluppino dal gruppo principale di cui fanno parte, col
compito specifico di neutralizzare rispettivamente il gruppo di dipendenza e quello di attacco-fuga e
impedire che questi siano di ostacolo alla funzione del gruppo di lavoro nel gruppo principale. Poiché la
funzione del gruppo di lavoro consiste essenzialmente nel tradurre pensieri o sentimenti in un
comportamento adatto alla realtà, essa è del tutto inadeguata a esprimere gli assunti di base. Gli assunti di
base divengono pericolosi nella misura in cui si tenta di tradurli in azione, e il gruppo di lavoro specializzato
ha tentato di tenerlo presente, compiendo il processo inverso cioè traducendo l’azione in termini di
mentalità basata su un assunto di base. Ad esempio una Chiesa, di fronte a qualche importante risultato
della funzione del gruppo di lavoro, esorterà il gruppo a rendere grazie alla sua divinità e non alle capacità
dimostrate nello svolgere concretamente un difficile lavoro: “non nobis, Domine” (non a noi, Signore).
Analogamente le Forze Armate per riuscire nel loro compito devono rinsaldare la convinzione che tutto si
può fare con la forza, a patto che essa non venga mai usata. In entrambi i casi si giunge a questo: la
mentalità dominata da un assunto di base non si presta ad essere tradotta in azione, dal momento che
l’azione ha bisogno della funzione del gruppo di lavoro per mantenere il contatto con la realtà. Nel piccolo
gruppo terapeutico, quando è attivo il gruppo di dipendenza, tende a formarsi un sottogruppo che si
assume il compito di far da interprete tra il capo del gruppo di dipendenza ( che in genere è l’analista) e il
gruppo. Nel gruppo attacco-fuga un analogo sottogruppo svolge una funzione simile: se l’analista dimostra
di essere fatto di materiale refrattario può suscitare delle reazioni associate alla minaccia della nuova idea.
Un’aristocrazia può costituire il gruppo di lavoro specializzato che svolge le funzioni del gruppo di
accoppiamento, così come fanno la Chiesa o l’Esercito rispettivamente per il gruppo di dipendenza e per il
gruppo attacco-fuga. La funzione di questo sottogruppo è quella di fornire uno sbocco ai sentimenti
connessi con le idee di procreazione e di nascita, cioè alla speranza messianica che è una anticipazione del
desiderio sessuale, senza mai far nascere il timore che tali sentimenti determineranno un evento che
richieda sviluppo. Nel gruppo terapeutico il sottogruppo “aristocratico” di solito aiuta il gruppo a capire che
la nuova idea consiste in qualcosa che è già familiare.

Assunti di base, tempo e sviluppo

Bion sottolinea 2 caratteristiche della mentalità dominata da un assunto di base. In essa il tempo non svolge
alcun ruolo: è la dimensione di una funzione mentale che non viene riconosciuta; di conseguenza tutte le
attività che richiedono consapevolezza del tempo sono comprese in modo imperfetto e tendono a
determinare sentimenti persecutori. La seconda caratteristica è costituita dall’assenza di ogni processo di
sviluppo come parte della mentalità di assunto di base; gli stimoli a uno sviluppo incontrano una risposta
ostile. Si tratta di una questione importante per tutti i gruppi che si propongono di promuovere uno
sviluppo terapeutico della capacità di introspezione. L’ostilità così prodotta tende a far sì che la reazione al
manifestarsi della persona o dell’idea messianica assuma una forma aberrante, invece di esaurirsi nel
cambiamento ciclico da un assunto di base ad un altro. Infatti, se un gruppo desidera evitare ogni sviluppo,
il modo più semplice per ottenere questo risultato è quello di lasciarsi sopraffare dalla mentalità di assunto
di base; il gruppo si avvicina così all’unico tipo di vita mentale in cui non si richiede una capacità di sviluppo.

Rapporti tra un assunto di base e l’altro

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È possibile esaminare i 3 gruppi di base e il gruppo di lavoro per vedere se non è possibile ricondurli a
qualcosa di più fondamentale. È chiaro che nessuno dei 3 assunti di base sul gruppo elimina in modo
soddisfacente la paura e le emozioni del gruppo, altrimenti non ci sarebbe nessun cambiamento e nessun
passaggio da 1 all’altro e non ci sarebbe necessità che si formino dei gruppi di lavoro specializzato. Tutti e 3
gli assunti di base contengono l’idea di un capo. Il gruppo attacco-fuga mostra di non riconoscere affatto
l’utilità di una tecnica basata sul comprendere. Tutti si oppongono allo sviluppo che d’altronde è legato
proprio al comprendere. Il gruppo di lavoro, d’altra parte, riconosce la necessità sia di capire che di
svilupparsi. Se prendiamo in considerazione i gruppi di lavoro specializzato si nota che tutti e 3 si occupano
di problemi che sembrano estranei all’ambito dell’assunto di base al quale in origine sembravano collegati.
Così il gruppo di lavoro specializzato dell’assunto di base di dipendenza è pervaso anche da idee
messianiche. Il gruppo attacco-fuga esprime l’incapacità di comprendere e di provare amore, senza il quale
non è possibile comprendere. Ma il capo del gruppo attacco-fuga riporta alla luce una delle componenti
temute, quella cioè di approssimarsi al padre temuto o al bambino. Sembra che i 3 gruppi di base siano
ciascuno costituito da un aggregato di individui che hanno in comune le caratteristiche di 1 dei personaggi
della situazione edipica, che cambia a seconda dell’assunto di base attivo. Il gruppo è percepito come un
individuo smembrato che contiene un altro individuo nascosto, in attesa. L’individuo nascosto è il capo e
sebbene questo sembri contraddire ciò che è stato ripetuto ossia che l’analista è il capo, la contraddizione
scompare ricordando che nel gruppo terapeutico l’analista è il capo del gruppo di lavoro e facendo
attenzione al fatto che, se sotto molti aspetti il gruppo suppone che egli sia il capo, in apparenza, solo
raramente lo sente agire effettivamente come capo. Sul piano emotivo, dove prevalgono gli assunti di base,
appaiono nel materiale le figure edipiche proprio come avviene in psicoanalisi. Ma questi personaggi
comprendono una componente del mito di Edipo cioè la Sfinge. Nella misura in cui il terapeuta è sentito
come capo della funzione del gruppo di lavoro, ed è raro che ciò non avvenga, tanto il terapeuta che la
funzione del gruppo di lavoro con cui è identificato, sono investiti di sentimenti che sarebbero appropriati
alla enigmatica Sfinge apportatrice di sventura. Nelle occasioni in cui il suo intervento ha provocato più
ansia del solito, vengono usati dei termini tali che il gruppo può cogliere questa analogia anche senza la
necessità di una sua interpretazione. Il gruppo, trovandosi ad essere oggetto degli interrogativi, scatena
delle paure di tipo estremamente primitivo. L’impressione di Bion è che il gruppo si avvicini troppo, nella
mente degli individui che lo compongono, alle fantasie primitive sul contenuto del corpo della madre. Il
tentativo di sottoporre a una ricerca razionale le dinamiche del gruppo viene ostacolato da paure e dai
meccanismi messi in atto per fronteggiarle, che sono caratteristiche della posizione schizo-paranoide. Gli
assunti di base si assomigliano tra loro e ciò porta a credere che forse essi non sono fenomeni fondamentali
ma espressioni di qualche altro stato. Indipendentemente dall’assunto di base attivo, dall’indagine è
risultato che gli elementi della situazione emotiva sono così strettamente collegati a fantasie di ansie
primitive che, ogni volta che la pressione dell’ansia diventa troppo intensa, il gruppo è costretto a passare
sulla difensiva. Affrontati da questo livello primitivo, gli assunti di base prendono un aspetto diverso da
quello descritto; si può vedere che nell’impulso all’accoppiamento c’è una componente derivata dalle ansie
psicotiche associate ai conflitti edipici primitivi su una base di rapporti con oggetti parziali. L’ansia spinge gli
individui a cercare degli alleati. Questa origine dell’impulso all’accoppiamento viene celata sotto la
spiegazione, apparentemente razionale, che nel gruppo di accoppiamento vi è una spinta di tipo sessuale
che ha per obiettivo la riproduzione. Ma, se è attivo il gruppo di accoppiamento, troviamo che molti dei suoi
componenti sono in così stretto contatto con oggetti parziali primitivi da non poter evitare l’identificazione
con essi; è solo questione di tempo perché si sviluppi un’ansia psicotica di tale potenza da richiedere nuove
difese. Supponiamo che essa assuma la forma del gruppo attacco-fuga, cioè si ha una liberazione di odio che
si manifesta sia con attacchi distruttivi contro un supposto nemico sia con la fuga dall’oggetto odiato.
L’indifferenza del gruppo nei confronti dell’individuo, e ancor più l’incapacità del gruppo di sfuggire con

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questi mezzi alla scena primaria, determina una ulteriore liberazione di ansia e la necessità di un altro
cambiamento dell’assunto di base. Risulterà che gli assunti di base sono formazioni secondarie a una scena
primaria estremamente primitiva che si svolge a livello di oggetti parziali ed è associata ad ansie psicotiche e
a meccanismi di splitting e di identificazione proiettiva che Melanie Klein ha descritto come caratteristiche
delle posizioni schizo-paranoide e depressiva. L’introiezione e la proiezione del gruppo costituiscono parte
essenziale del quadro e contribuiscono ad aggiungere confusione alla scena, a meno che non siano
riconosciute come molto attive. Più disturbato è il gruppo, più sono facilmente rintracciabili fantasie e
meccanismi primitivi; più stabile è il gruppo, più esso corrisponde alla descrizione che Freud dà del gruppo
come ripetizione di modelli del gruppo familiare e di meccanismi nevrotici. Ma anche in un gruppo “stabile”
si dovrebbe poter dimostrare l’esistenza di profondi livelli psicotici per quanto ciò possa comportare,
temporaneamente, un apparente aumento della “malattia” del gruppo.

Riassunto

Riepilogando, Bion evidenzia come le funzioni del gruppo di lavoro siano associate a un comportamento
spesso caratterizzato da forti emozioni, interpretato come una reazione emotiva del gruppo a 1 dei 3 assunti
di base. Gli assunti di base non possono essere considerati come stati mentali distinti ossia ogni stato, anche
quando è possibile differenziarlo con ragionevole certezza dagli altri 2, contiene in sé una qualità che
suggerisce che, in qualche modo, può essere il reciproco di 1 degli altri 2 o forse che può essere solo un
altro aspetto di quello che si era pensato essere un assunto di base diverso. Può essere difficile rendersene
conto dato che il tono emotivo con cui si presenta è molto diverso; l’ansia, il timore, l’odio, l’amore esistono
in ogni gruppo di base. Le modificazioni che presentano i vari sentimenti, combinati nell’1 o nell’altro
gruppo di base, possono dipendere dal “cemento” che li unisce, costituito dalla colpa e dalla depressione
nel gruppo di dipendenza; dalla speranza messianica nel gruppo di accoppiamento; dall’ira e dall’odio nel
gruppo attacco-fuga.

Il punto di vista psicoanalitico

Le teorie di Freud sul gruppo derivano dai suoi studi sul transfert. In base alla sua esperienza di analisi,
Freud fu in grado di chiarire il significato di 2 tra quelli che Bion ha chiamato gruppi di lavoro specializzato, e
cioè l’Esercito e la Chiesa; ma non prese in esame l’Aristocrazia. Sebbene abbia espressamente affermato di
aver fatto solo 1 studio superficiale sul problema del gruppo e abbia fatto le sue osservazioni discutendo le
idee di Le Bon, Mc Dougall e Trotter, Freud, di fatto, aveva una vasta esperienza sul gruppo e su ciò che
significa essere un individuo coinvolto nelle difficoltà emotive che comporta il gruppo. Freud dice che la
psicologia dell’individuo e quella del gruppo non possono assolutamente essere differenziate perché la
psicologia dell’individuo è essa stessa funzione del rapporto tra una persona e un’altra. Secondo Freud è
difficile dare al numero tanta importanza da attribuirgli la capacità di far comparire nella nostra vita mentale
un istinto nuovo che altrimenti non sarebbe messo in azione. Bion pensa che l’individuo è ed è sempre stato
membro di un gruppo, anche quando questo suo far parte di un gruppo consiste nel comportarsi in modo
tale da far credere di non appartenere a nessun gruppo. L’individuo è un animale di gruppo, in lotta sia col
gruppo che con quegli aspetti della sua personalità che costituiscono la sua “tendenza a formare il gruppo”.
Freud limita questa guerra a una lotta contro la “cultura”. Mc Dougall e Le Bon parlano della psicologia del
gruppo in modo che sembra che questa cominci ad esistere solo quando molte persone si trovano riunite in
un unico posto e nello stesso momento. Secondo Bion questa è una condizione necessaria solo per rendere
lo studio possibile così come per studiare la relazione di transfert è necessario che l’analista e l’analizzato si
trovino insieme. Se le persone sono riunite si creano le condizioni adatte a far emergere le caratteristiche
del gruppo; se gli individui si sono abbastanza avvicinati tra loro é possibile dare una interpretazione;

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analogamente è necessario che tutti i membri del gruppo siano in grado di verificare l’evidenza dei fatti su
cui sono basate le interpretazioni. Per queste ragioni deve essere limitato il numero dei componenti del
gruppo e il loro grado di dispersione. La riunione del gruppo in un dato luogo e in un dato momento è
importante, per queste ragioni meccaniche, ma non ha alcuna importanza per l’instaurarsi dei fenomeni di
gruppo. L’esistenza di un comportamento di gruppo è più facile a dimostrarsi, e anche ad osservarsi, se il
gruppo si riunisce. È questa facilità maggiore di osservazione e di dimostrazione ad essere responsabile
dell’idea di un istinto di massa come lo postula Trotter o delle varie teorie che consistono nell’idea che un
gruppo è qualcosa di più che la somma dei suoi componenti. La differenza apparente tra la psicologia di
gruppo e quella individuale è un’illusione data dal fatto che il gruppo mette in luce dei fenomeni che
sembrano sconosciuti ad un osservatore non abituato alla pratica del gruppo. Bion attribuisce una grande
forza al gruppo di lavoro, che, nella misura in cui si occupa della realtà, è spinto a impiegare metodi
scientifici; nonostante l’influenza degli assunti di base, e a volte d’accordo con essi, è il gruppo di lavoro che
alla fine riesce a trionfare. Le Bon disse che il gruppo non ricerca mai la verità ma questa affermazione è
ingiusta verso il gruppo. Quando Mc Dougall dice che nel gruppo molto organizzato si determinano delle
condizioni che annullano “gli svantaggi psicologici della formazione del gruppo” egli si avvicina all’idea di
Bion che la funzione del gruppo di lavoro specializzato è quella di manipolare l’assunto di base in modo da
impedire che sia di ostacolo al gruppo di lavoro. Freud descrive il problema come quello di procurare al
gruppo “proprio quegli aspetti che erano caratteristiche dell’individuo e che si sono estinte in lui proprio con
la formazione del gruppo”. Egli postula un individuo estraneo al gruppo primitivo, che possedeva una sua
continuità, una sua autocoscienza. Secondo lui, per il fatto di entrare in un gruppo “non organizzato”,
l’individuo ha perduto per un certo tempo la propria individualità. Bion ritiene che la lotta dell’individuo per
conservare la sua individualità assuma forme diverse, secondo lo stato mentale del gruppo in ogni singolo
momento. L’individualità del singolo non ha posto nella vita in un gruppo che agisce su assunti di base.
L’organizzazione e la struttura sono strumenti del gruppo di lavoro. Sono il prodotto della cooperazione tra i
membri del gruppo. Da questo punto di vista, il gruppo organizzato di Mc Dougall è sempre un gruppo di
lavoro e mai un gruppo basato su un assunto di base. Nel gruppo dominato da un assunto di base, l’analogo
della cooperazione è costituito dalla valenza, funzione spontanea e inconscia delle qualità sociali della
personalità dell’uomo. Le Bon descrisse il capo come colui sotto la cui guida si colloca istintivamente un
gruppo di esseri umani, che ne accetta l’autorità perché lo riconosce tale; il capo deve avere delle qualità
personali che si accordano col gruppo. La sua descrizione del capo, come qualcuno dotato di qualità
personali che si adattino al gruppo, concorda con l’opinione di Bion che il gruppo rifiuta qualsiasi capo
quando il suo comportamento o le sue qualità si pongano al di fuori dei limiti stabiliti dall’assunto di base.
Sembra che la distinzione di Mc Dougall tra il gruppo “non organizzato” e il gruppo organizzato, si possa
applicare non a 2 gruppi diversi, ma a 2 stati mentali che si possono veder coesistere nello stesso gruppo. Il
gruppo “organizzato” può assumere gli aspetti caratteristici del gruppo di lavoro mentre quello “non
organizzato” può assumere gli aspetti del gruppo di base. Le teorie di Mc Dougall indicano determinate
condizioni necessarie per innalzare il livello della vita mentale del gruppo. La prima di tali condizioni, egli
afferma, è un certo grado di continuità nell’esistenza del gruppo. Ciò convince Bion che Mc Dougall,
descrivendo il gruppo organizzato, descrisse quello da lui chiamato gruppo di lavoro. Quanto al fattore
tempo, nell’attività del gruppo di lavoro, il tempo un fattore intrinseco mentre non ha ragione d’essere
nell’attività dell’assunto di base. Le funzioni del gruppo basato su un assunto di base esistono perfino prima
che il gruppo si riunisca in una stanza, e continuano ad esistere anche dopo che il gruppo si è sciolto. Il
gruppo fondato su un assunto di base non si disperde e non si riunisce, e in esso non hanno alcun significato
i riferimenti temporali. Mc Dougall per innalzare la vita mentale del gruppo a un livello superiore indica che
la seconda condizione è la necessità che l’individuo abbia una idea chiara degli scopi del gruppo di lavoro.
Altra condizione richiede l’esistenza di un insieme di tradizioni, costumi e abitudini nella mente dei

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componenti del gruppo, che condizioni le relazioni fra di loro e fra ognuno di loro e l’insieme del gruppo;
questa tesi si avvicina all’idea di Platone che l’armonia del gruppo sia fondata sulla funzione individuale e
sulla stabilità con cui ciascun individuo si mantiene legato ad essa. Bion esamina poi la parte della
trattazione di Freud in cui afferma che nel gruppo le emozioni dell’individuo diventano straordinariamente
intense mentre si riduce in modo sensibile la sua capacità intellettuale. Nei gruppi studiati da Bion era
naturale che il gruppo si aspettasse da lui una guida dell’attività ma c’è da dire che il timore degli assunti di
base, non potendo essere dominato in modo soddisfacente per mezzo della struttura e dell’organizzazione,
si esprime nella soppressione dell’emozione, la quale è una parte essenziale degli assunti di base. Si produce
così una tensione che all’individuo sembra un intensificarsi dell’emozione. La mancanza di struttura
determina il formarsi di un gruppo fondato su un assunto di base, e poiché in un gruppo di questo tipo
l’attività intellettuale è molto ridotta, l’individuo si uniforma al comportamento richiesto dalla sua
partecipazione a un gruppo di base e ha l’impressione che le sue capacità intellettuali si siano ridotte. Infatti
l’individuo tende a ignorare qualsiasi attività intellettuale che non si accordi con l’assunto di base. Bion non
crede affatto che nel gruppo vi sia questa riduzione di capacità intellettuale, e neppure che le “grandi
decisioni nel mondo del pensiero, le scoperte fondamentali e le soluzioni dei problemi siano possibili solo a
chi lavora in solitudine” come Mc Dougall suggerisce (1920). Bion ritiene di poter dare delle interpretazioni
proprio perché crede che in un gruppo sia possibile un’attività intellettuale di alto livello unitamente alla
consapevolezza (e non alla negazione) delle emozioni del gruppo di base. Freud passa ad esaminare un
fenomeno che ricade sotto una grande varietà di denominazioni, come “suggestione”, “imitazione” e
“contagio”. Bion usa il termine “valenza” perché, nel senso usato dalla fisica per indicare la capacità di
combinazione degli atomi, comporta il massimo di indeterminazione e quindi di possibilità evocatrice che
può servire appunto allo scopo di Bion. Egli con questo termine si riferisce alla capacità che ha l’individuo di
combinarsi in modo istantaneo con altri individui in un prestabilito modello di comportamento: gli assunti di
base. Freud affronta i problemi del gruppo attraverso la psicoanalisi e la psicoanalisi, in base all’esperienza
bioniana di gruppi, si può considerare come un gruppo di lavoro capace di stimolare l’assunto di base di
accoppiamento; pertanto è possibile che la ricerca psicoanalitica, in quanto parte di un gruppo di
accoppiamento, metta la sessualità in posizione centrale. È quindi naturale che Freud ritenesse libidica la
natura dei legami tra gli individui dei gruppi. Nella psicoanalisi, considerata come parte di un gruppo di
accoppiamento, l’idea messianica occupa una posizione centrale e il legame tra gli individui è libidico. L’idea
messianica si manifesta nel presumere che il singolo paziente meriti la straordinaria attenzione dell’analista;
ma anche nell’opinione che come risultato del lavoro psicoanalitico sarà messa a punto una tecnica che, alla
fine, salverà l’umanità. In breve, Bion ritiene che il termine libidico sia usato correttamente da Freud solo in
una fase e sente l’esigenza di un termine più neutrale per descrivere i legami del gruppo a tutti i livelli degli
assunti di base: i legami del gruppo di lavoro, di natura piuttosto complessa, sono meglio descrivibili col
termine “cooperazione”. L’idea di Freud è che il capo sia qualcuno da cui il gruppo dipende e sulla cui
personalità modella le proprie qualità. Secondo Bion il capo è un prodotto dell’assunto di base così come
ogni altro membro del gruppo e ritiene che questo ci si debba aspettare se si immagina che l’identificazione
dell’individuo col capo non dipenda solo dall’introiezione ma anche da un contemporaneo processo di
identificazione proiettiva. Il capo, a livello dell’assunto di base, è un individuo con una personalità che lo
rende particolarmente adatto all’annullamento della propria individualità richiesto dalle esigenze della
leadership di un gruppo di base. Così, ad es., il capo del gruppo attacco-fuga sembra avere una personalità
particolare ossia una personalità tale da poter soddisfare la richiesta del gruppo di avere un capo che ai suoi
seguaci domandi solo di combattere o di fuggire. Questa ipotesi differisce da quella di Le Bon che il capo
deve avere una volontà forte ed autorevole, e dall’idea di Freud che assomigli in qualche modo a un
ipnotizzatore. In breve il capo è tale in virtù della sua capacità di combinarsi istantaneamente con ogni altro
membro del gruppo. Egli differisce dagli altri membri solo per il fatto che, qualunque sia la sua funzione nel

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gruppo di lavoro, è l’incarnazione del capo richiesto dal gruppo di base. Il capo del gruppo di lavoro ha
almeno il merito di mantenere il contatto con la realtà esterna, ma al capo del gruppo di base non si
richiede questa qualità. Il capo del gruppo di lavoro o è innocuo, in quanto è privo di qualsiasi influenza sul
gruppo, o è un uomo con un rapporto con la realtà tale da conferirgli autorità. Inoltre Freud afferma che il
panico si può studiare meglio nei gruppi militari. Bion ha osservato 2 volte il panico nelle truppe in guerra e
si è convinto in svariate occasioni in cui l’ha potuto sperimentare in piccoli gruppi civili che l’esperienza
emotiva assomigliava abbastanza alla sua esperienza militare, tanto da meritare il nome di panico. La
descrizione del panico data da McDougall pone in stretto rapporto l’ira e la paura e conferma l’opinione di
Bion che il panico è un aspetto del gruppo attacco-fuga, ma soprattutto, lo stimolo al panico o all’ira deve
essere sempre un fatto che rimane al di fuori delle funzioni del gruppo di lavoro del gruppo. Va ricordato
che Freud vede il gruppo come una ripetizione di rapporti con oggetti parziali. Ne deriva che, secondo
Freud, i gruppi si avvicinerebbero ai modelli di comportamento nevrotico mentre, nella concezione
bioniana, si dovrebbero avvicinare ai modelli di comportamento psicotico. Secondo la descrizione di Freud,
la società o il gruppo normale presenterebbero delle somiglianze col gruppo familiare. Più il gruppo è
disturbato, meno è probabile che si possa comprenderlo sulla base di modelli familiari. Bion dubita che si
possa ottenere qualsiasi risultato terapeutico se non si tengono presenti i modelli psicotici, qualunque sia il
gruppo. In alcuni gruppi la loro esistenza si può individuare immediatamente; in altri bisogna fare un certo
sforzo prima che si manifestino. Ad esempio, Bion si pone dal punto di vista dei membri del gruppo che,
ricorrendo ai meccanismi di scissione e di proiezione descritti dalla Klein, tentano di ricevere una cura. I
membri possono negare di soffrire dei disturbi che un membro esprime e possono sentire la necessità di
liberarsi di ogni senso di responsabilità ricorrendo alla scissione tra le parti buone della loro personalità,
messe nell’analista. Così il trattamento che i membri ricevono consiste nell’ottenere uno stato mentale
simile da un lato a quello di “perdita dell’individualità” di cui parla Freud, dall’altro alla depersonalizzazione
che si riscontra negli psicotici. Il gruppo si trova così nello stato fondato sull’assunto di base di dipendenza.
Caratteristico è il successivo comportamento nel gruppo: gli interventi sono a base di brevi esclamazioni,
lunghi silenzi, sospiri di noia e gesti di fastidio. Sembra più facile sopportare questa monotonia che far
qualcosa per porvi rimedio. Questa fase è legata, per Bion, ai sentimenti di depressione forse nello stesso
senso che mantenere la posizione schizoide serve ad eliminare la posizione depressiva.

La comunicazione verbale

Quando si danno delle interpretazioni nella situazione descritta, esse vengono trascurate. Tale noncuranza
può essere, come in psicoanalisi, più apparente che reale o può essere che il predominio degli assunti di
base sia così forte da far ignorare qualsiasi indicazione che non cada nel loro ambito. Ma c’è qualcosa che
rimane senza spiegazione e Bion indica che la comunicazione verbale è proprio una funzione del gruppo di
lavoro. Più il gruppo corrisponde al gruppo di base, meno farà un uso razionale della comunicazione
verbale. Invece di sviluppare un linguaggio come metodo di pensiero, il gruppo usa il linguaggio esistente
come modo di azione. Il linguaggio del gruppo basato su un assunto di base manca della precisione e della
ricchezza che derivano dalla capacità di formare e di saper usare i simboli; mancando questo aiuto allo
sviluppo, gli stimoli che di norma lo promuoverebbero non hanno effetto. Si potrebbe però dire che i metodi
di comunicazione usati dal gruppo meritano quel nome di Linguistica Universale che Croce attribuisce
all’estetica. Ogni gruppo umano, a livello degli assunti di base, capisce subito qualsiasi altro gruppo
indipendentemente dalle diversità culturali, linguistiche e di tradizioni. Il mito della Torre di Babele riunisce,
come succede per le associazioni dei pazienti in psicoanalisi, le seguenti componenti: un linguaggio
universale; la costruzione da parte di un gruppo di una torre che è considerata dalla Divinità come una
minaccia alla sua sovranità; una confusione del linguaggio universale e una dispersione delle genti sulla
faccia della terra. Il mito è interpretato da Bion come la storia dello sviluppo del linguaggio in un gruppo in

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cui predomina l’assunto di base di dipendenza. La torre di Babele, la cui costruzione mette in pericolo la
supremazia della Divinità, è simbolo dell’evitamento di sviluppo. In più, l’idea che la torre giunga fino al cielo
introduce l’elemento di speranza messianica che è intrinseca al gruppo di accoppiamento. Melanie Klein ha
mostrato che l’incapacità a formare simboli è caratteristica di certe persone; Bion include fra queste tutti gli
individui nelle loro funzioni di membri di un gruppo basato su un assunto di base.

Conclusioni

Per Bion il punto di vista di Freud sulle dinamiche di gruppo richiede una integrazione più che una
correzione. È ampiamente confermata la concezione di Freud che il gruppo familiare costituisce il modello
base per tutti i gruppi. Per Bion però ogni tentativo di stabilire un procedimento terapeutico di gruppo non
può avere pieno successo se ci si limita a cercare i meccanismi derivati da questa fonte. Bion quindi
aggiunge che i meccanismi più primitivi descritti da Melanie Klein come peculiari della posizione schizo-
paranoide e di quella depressiva abbiano un’importanza preminente nelle dinamiche di gruppo. Per Bion le
scoperte di Freud sul gruppo familiare, considerato come prototipo di tutti i gruppi, non sono esaurienti
poiché trascurano la fonte dei principali comportamenti emotivi nel gruppo. Tutti i gruppi frustrano e al
tempo stesso stimolano le persone che li compongono e ciò perché il singolo da un lato è spinto a cercare di
soddisfare le proprie necessità nel suo gruppo, dall’altro ne è allo stesso tempo ostacolato dalle ansie
primitive risvegliate dal gruppo stesso. Ricapitolando: ogni gruppo di persone riunite per lavorare manifesta
un’attività di lavoro di gruppo cioè un funzionamento mentale inteso a perseguire l’obiettivo in questione.
Questi obiettivi sono a volte impediti da tendenze emotive di origine oscura. Si riesce a dare una certa
coesione a queste attività mentali anomale supponendo che emotivamente il gruppo agisca come se avesse
certi assunti di base circa i suoi scopi. Questi assunti di base danno l’impressione di potersi sostituire l’un
l’altro come se rispondessero a qualche impulso non ben chiarito. Da un esame ulteriore risulta che ogni
assunto di base racchiude delle caratteristiche che corrispondono così strettamente a oggetti parziali
estremamente primitivi che prima o poi si libera l’ansia psicotica propria di questi rapporti primitivi. Queste
ansie, e i meccanismi ad esse connessi, sono stati illustrati da Melanie Klein. Considerati dal punto di vista
delle attività di un gruppo di lavoro razionale, gli assunti di base sembrano essere la fonte di tendenze
emotive volte ad obiettivi diversi sia dal compito manifesto del gruppo, sia dai compiti che sembrerebbero
consoni alla concezione di Freud sul gruppo basato sul modello familiare. Considerati dal punto di vista
dell’ansia psicotica, i fenomeni di assunto di base appaiono avere le caratteristiche di reazioni difensive
verso l’ansia psicotica e sembrano non tanto contrastanti con le concezioni di Freud ma supplementari ad
esse. Per Bion le ansie primitive di relazioni con oggetti parziali sono le fonti principali di ogni
comportamento di gruppo. Resta il problema di quale valore terapeutico attribuire al procedimento che
Bion ha descritto e proprio l’autore crede che ci sia spazio perché analisti qualificati facciano tali ricerche.

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