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Dipartimento di Studi Sociali e Politici Università degli Studi di Milano WWW.SOCPOL.UNIMI.IT Working Paper 8/08 L’uno

Working Paper 8/08

L’uno e i molti.

Elementi del potere in Elias Canetti

Roberto Escobar

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Roberto Escobar

L’uno e i molti.

Elementi del potere in Elias Canetti

Fenomeno enigmatico quanto universale è la massa che d’improvviso c’è là dove prima non c’era nulla 1

Come chi cerchi oro

Ci sono uomini, talvolta i più grandi, che non si lasciano classificare. Tra loro c’è Elias Canetti. Lo conferma Massa e potere, l’opera della sua vita. Colma di riferimenti letterari, storici, antropologici, fitta di intuizioni filosofico-politiche, costruita e scritta con la sapienza leggera d’un grande narrato- re, tuttavia non è riconducibile ad alcun genere letterario né ad alcuna disciplina. Glielo “vieta” la libertà del suo metodo di ricerca, del suo accanito aggirarsi per la molteplicità di quel che è umano. È aperto, il cammino di Canetti. Non lo muove la sicurezza promessa da un sistema di risposte, ma la grande, curiosa imprudenza che si alimenta di domande impreviste, o forse solo da gran tempo dimenticate. Accade così che in po- che pagine, e addirittura in poche righe di questo libro segnato dalle tragedie del Novecento, il filosofo politico “incontri” tesori di comprensione, miniere di intuizioni che attendono d’essere scavate e portate alla luce. Che significato può avere questo scavo? Per alcuni varrà for- se come tentativo di ritrovare una coerenza generale, per arri- vare finalmente a chiudere le intuizioni di Massa e potere den- tro il sistema che il suo autore non cercò. Altri, invece, preferi- ranno scendere a fondo nella densità delle sue pagine, ma con l’accortezza di chi sappia che ogni ultimo fondo può nascon- derne un altro ancora. Se è questa la strada che si è scelta, prima di tutto occorre leggerle con molta lentezza, e poi tornare a leggerle, quelle pagine. Insomma, occorre avere la pazienza d’un ruminante, come direbbe forse Friedrich Nietzsche (che Canetti non ama- va, e che però – così supponiamo – lo avrebbe amato). Poi, occorre immaginarsi quel che si è letto e riletto. Ossia, occorre

1 Elias Canetti, Massa e potere, traduzione di Furio Jesi, Milano, Adelphi, 1981, p. 19 (Masse und Macht, München Wien, Carl Hanser Verlag, 1994, p. 14).

sforzarsi di vedere davvero quelle stesse immagini con le quali Canetti procede nella sua ricerca. La sua prosa può ingannare chi legga solo con la testa, e non anche con gli occhi. Proprio come quando ci si avvicina all’opera di Nietzsche, conviene approfittare della trasparenza leggera della sua scrittura non per restare in superficie, ma per scrutare più nel profondo. Quello che in tal modo torna a essere anche per noi immagine, poi lo dobbiamo interrogare, e lo dobbiamo mettere alla prova. Così si attraversano le pagine di Massa e potere: con l’atten- zione curiosa di chi cerchi oro.

L’enigma più importante

Confini, appartenenza, rito, mito, comando, obbedienza: su questo, e su molto altro, ci illuminano le “immagini” canettia- ne. E prima di tutto ci illuminano sulla condizione d’esistenza della dimensione politica. Nel suo linguaggio: sulla metamor- fosi per cui i singoli escono dalla propria separatezza, facendo- si massa, naturale e aperta o artificiale e chiusa che sia. Nell’inverno del 1924-1925 – scrive Canetti 2 – «ebbi l’illu- minazione che determinò tutto il resto della mia vita». Di not- te, nella Alserstrasse di Vienna,

mi balenò improvvisamente l’idea che esistesse una pulsione di massa in perpetuo contrasto con la pulsione della personalità […] La massa esisteva […] qualcosa costringeva gli uomini a farsi mas- sa, era un fatto evidente, inconfutabile; poi la massa si scomponeva di nuovo nei singoli […] Esisteva una tendenza che spingeva gli uomini verso la massa e una tendenza che li allontanava dalla massa […] mi sembravano due tendenze così forti e così cieche che le per- cepivo come “pulsioni”, e così le chiamai. Ma che cosa fosse la massa in sé, questo non lo sapevo, era un enigma che allora mi pro- posi di risolvere, mi sembrava l’enigma più importante, e comunque quello che subito risalta nel nostro mondo.

Pochi mesi dopo, il 26 luglio del 1925, Canetti parte per un’escursione di un paio di settimane nelle montagne del Kar- wendel, tra la Baviera e il Tirolo. Ad appesantire il suo sacco, racconta 3 , ci sono «due quaderni e un libro, destinati alla se- conda settimana di vacanza». Uno dei quaderni gli servirà per le annotazioni e per le obiezioni al libro. Così, appena venten- ne, decide di affrontare l’enigma della massa, e di iniziare la sua “opera”, come già allora la chiama. Il suo metodo di ricer- ca, ricorda, consisterà nel «prendere le distanze» dalle cose che sulla massa sono già state dette e scritte. È sua intenzione «li-

  • 2 Elias Canetti, Il frutto del fuoco, Storia di una vita (1921-1931), traduzione di Andrea Casalegno e Renata Colorni, Milano, Adelphi, 1982, pp. 130 s.

    • 3 Vedi ivi, pp. 149-160.

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berare la massa da tutti i “ghirigori” […] per averla di fronte pura e inviolata». L’escursione, per altro, si interrompe bru- scamente, e Canetti decide di andare a Gries, vicino a Bolzano. Qui, presa in affitto una stanza nella casa di un contadino che è anche il sarto del paese, inizia finalmente a leggere il libro che si porta nel sacco. E però, scrive, quel libro

  • mi ripugnava sin dalla prima parola e […] ancora oggi, dopo 55

anni, mi ripugna allo stesso modo: è il libro di Freud intitolato Psi- cologia delle masse e analisi dell’io.

In quelle pagine, pubblicate quattro anni prima – e in cui Siegmund Freud si confronta più volte con Psicologia delle folle, di Gustave Le Bon –, Canetti trova la conferma al suo sospetto: quelli che lo hanno preceduto nell’analisi della massa le si sono avvicinati sentendola estranea, e temendola. Questo, dice, li ha portati a chiudersi, e a non comprenderla. Il solo che ne abbia tentato «una descrizione esauriente» è proprio Le Bon, anche per il fatto che davvero l’ha conosciuta, avendo avuto «davanti agli occhi gli inizi del movimento operaio e la Comune di Parigi». Freud, invece,

aveva avuto l’impressione repulsiva di un altro tipo di massa: da uomo maturo, di sessant’anni o quasi, aveva vissuto a Vienna l’entusiasmo per la guerra. Che opponesse resistenza a quel genere

  • di massa, che anch’io avevo conosciuto da bambino 4 , era più che

comprensibile. Ma Freud non disponeva di alcuno strumento adatto per la sua impresa. Per tutta la vita si era occupato di processi che si svolgono nell’individuo, nel singolo essere umano.

Quanto a me, prosegue, mancavo certo

  • di qualsiasi esperienza teorica, ma nella pratica conoscevo la massa

dall’interno. A Francoforte mi ero lasciato per la prima volta tra-

volgere dalla massa, senza opporre resistenza. Da allora non avevo mai dimenticato come ci si lasci travolgere volentieri dalla massa.

È la reazione degli operai di quella città all’assassinio del ministro degli esteri Walther Rathenau – ucciso il 24 giugno del 1922 da due militanti dell’estrema destra –, l’esperienza che qui Canetti ricorda 5 . Fermo su un marciapiedi insieme con molti altri, guardava passare il corteo che si faceva sempre più fitto. Le persone che di continuo vi si aggiungevano,

avevano qualcosa in comune, non tanto nell’aspetto quanto nel comportamento. Il corteo non finiva mai, ne sentivo emanare una salda convinzione, che diventava sempre più salda. Mi sarebbe pia- ciuto essere uno di loro, non ero un operaio, eppure quelle grida mi toccavano come se lo fossi.

4 Cfr. Elias Canetti, La lingua salvata. Storia di una giovinezza, traduzione di Amina Pandolfi e Renata Colorni, Milano, Adelphi, 1980, pp. 124 ss. 5 Cfr. Il frutto del fuoco, cit., pp. 88 s.

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È un’attrazione fisica, quello che Canetti ricorda d’aver pro- vato: un desiderio violento di prender parte, al di là di qualsia- si ragionamento. Poi, quando cede all’impulso e si trova «re- almente in mezzo alla massa», gli sembra di essere preso da un fenomeno simile a quello della forza di gravità. Ma si tratta di una spiegazione del tutto inadeguata, aggiunge. Infatti,

non eri né prima, come individuo isolato, né dopo, come parte della massa, un oggetto inanimato, e la metamorfosi che si verificava all’interno della massa, un mutamento completo della coscienza, era un fatto che penetrava in profondità, rimanendo però enigmatico.

Questo enigma, intuito a 17 anni, determina poi il corso della sua ricerca, e non solo di essa. Quel fatto lontano, conclude infatti, «non mi ha più dato pace, mi ha perseguitato in tutta la parte migliore della mia vita, e se pure sono arrivato a qualco- sa, l’enigma nondimeno è rimasto tale».

Un unico corpo

Già nella sua giovinezza, dunque, e anzi già nella sua infan- zia 6 , Canetti è interessato e affascinato dalle masse, sia che le avverta come esplosione di vita, sia che le soffra come perse- cutorie 7 (poi le chiamerà aizzate) 8 . In ogni caso, portino distru- zione o costruiscano nuovi rapporti, in esse vede una “forza” da cui dipende una gran parte del mondo umano. Ed è appunto in Massa e potere che l’enigma di questa loro forza viene, se non sciolto, certo interrogato a fondo, e sempre evitando di “fraintenderlo” all’interno di una prospettiva individuale. Fin dalle prime pagine del suo libro, anche se solo in maniera implicita, Canetti torna a quanto gli era stato suggerito dall’e- mozione provata a Francoforte: ossia, all’attrazione fisica, e al mutamento completo della coscienza. Gli esseri umani, scrive dunque 9 , provano timore (Schreck) e ripugnanza (Abneigung) quando sono toccati da altri esseri

  • 6 Cfr. La lingua salvata, cit., pp. 36 s., 41 s., 161.

  • 7 Nell’estate del 1914, forse il 1° d’agosto, Canetti si trova in un parco pubblico di Baden, vicino a Vienna, insieme con i fratellini di 3 e 5 anni. Alla notizia che la Germania ha dichiarato guerra alla Russia, l’orchestra che si esibisce nel parco intona l’inno nazionale tedesco, che ha la stessa musica di God Save the Queen. Appena tornato da Londra, il piccolo Elias si unisce al coro dei presenti, cantando però l’inno britannico. Quanto ai fratelli, subito lo seguono anch’essi. Improvvi- samente – si legge in La lingua salvata (cit., p. 125) –, «vidi intorno a me facce sconvolte dall’ira, e braccia e mani che si abbattevano su di me. Persino i miei fratelli, compreso il più piccolino, Georg, si presero un po’ delle botte destinate a me, che avevo ormai nove anni. Prima che la mamma […] si rendesse conto di quello che stava accadendo, tutti si misero a picchiarci in gran confusione. Ma ciò che più mi impressionò furono le facce stravolte dall’odio».

    • 8 Cfr. Massa e potere, cit., pp. 58 ss. (Masse und Macht, cit., pp. 54 ss.)

    • 9 Cfr. ivi, pp. 17 ss. (pp. 13 s.).

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umani. Li percepiscono infatti come qualcosa d’estraneo, che viola i confini della loro persona. Solo nella massa tutto questo si capovolge, e al timore e alla ripugnanza si sostituisce una opposta passione d’avvicinarsi, d’accalcarsi. Qualunque ne sia l’origine – in particolare, che ci siano o non ci siano capi o agitatori –, quel che conta è il convergere fisico dei molti, il loro addensarsi fino a “sentirsi” l’un l’altro, finalmente liberi da repulsioni e difese reciproche. A quel punto, non ci sono più i singoli, e non ci sono nemmeno più i molti, ma si annun- cia un soggetto nuovo, un uno compatto. È la densità dei corpi, cui si lega un’analoga densità psichica, che porta a capovolgere timore e ripugnanza in una sensazione di eguaglianza benefica. La massa densa (die dichte Masse), la massa in cui i corpi si addossano ai corpi, rende vane le diffe- renze, nel senso che dentro di essa non contano più, che non sono più avvertite come tali, e che dunque i singoli non temo- no di perderle. D’improvviso,

sembra che tutto accada all’interno di un unico corpo. […] Quanto più gli uomini si serrano disperatamente gli uni agli altri, tanto più sono certi di non aver paura l’uno dell’altro.

Nella massa, dunque, gli esseri umani si liberano finalmente dalla paura, fra tutti i sentimenti il più rigoglioso e produtti- vo 10 . Così infatti Canetti definisce la paura, un sentimento, per quanto a noi paia invece un repentino trovarsi gettati fuori dal nostro mondo, e dalla nostra stessa riconoscibilità in esso 11 , e dunque una condizione che subiamo e soffriamo senza esserne il “centro”, come invece vale per l’amore e la simpatia, o per l’odio, l’invidia, la gelosia. In ogni caso, secondo questa prima lettura dell’”enigma”, nel corpo unico che nasce dall’accalcar- si non ci sono più estranei, e non ci sono più confini personali. Sola resta la convinzione immediata e profonda d’una comple- tezza fisica e psichica cui più niente manca. Ed è questa una condizione che si forma e si accresce man mano, uno stato verso cui tutti tendono, proprio mentre le distanze fra i singoli si riducono e si annullano. Molte e tra loro molto diverse possono essere le cause di questo addensarsi. Forse qualcuno ha lanciato uno slogan. For-

  • 10 Cfr. La lingua salvata, p. 77: «Non c’è sentimento che cresca più rigoglioso della paura, e saremmo davvero ben povera cosa senza le paure che abbiamo patito. È una tendenza caratteristica degli esseri umani esporsi continuamente alla paura. Le nostre paure non vanno mai perdute, anche se i loro nascondigli sono misteriosi. Forse, di tutte le cose del mondo, nulla si evolve e ritrasforma meno della paura. Quando penso ai miei primi anni, per prima cosa ritrovo le paure di cui essi abbondarono in maniera inesauribile. Molte le ritrovo soltanto ora, men- tre in altre, che non troverò mai, risiede presumibilmente il segreto che mi fa desiderare una vita inesauribile».

    • 11 Cfr. il mio Metamorfosi della paura, Bologna, il Mulino, 1997, pp. 10 ss. e 49 ss.

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se un pericolo s’è fatto palese. Forse s’annuncia un evento da gran tempo atteso, festoso o tragico. Forse, ancora, si tratta di uccidere o veder uccidere insieme, o di morire insieme. In ogni caso, quel che conta è che, all’improvviso, non ci sono più sin- goli separati da singoli. Tutto nereggia di uomini 12 . Verso di loro, già addensati, altri affluiscono da ogni parte, «als hätten Straβen nur eine Richtung»: come se le strade avessero una sola direzione. Per quanto alcuni o molti possano non sapere con precisione che cosa stia accadendo, tutti però «hanno fretta […] di trovarsi là dove si trova la maggioranza». La loro non è semplice curiosità. Piuttosto, sembra che

il movimento di alcuni si comunichi agli altri, ma non si tratta solo di questo: tutti hanno una meta [sie haben ein Ziel]. La meta esiste prima che le abbiano trovato un nome ed è là dove il nero è più nero – il luogo dove la maggioranza si è radunata.

È questa meta il segreto della massa, e il cuore del suo enig- ma? In ogni caso, la massa trae la propria vita dal suo tendere a, sia nel senso che esso la orienta e le dà una direzione, sia nel senso che la garantisce nella sua crescita e nel suo perma- nere. D’altra parte, crescere e permanere sono per la massa l’identica cosa.

Una potenza effimera

Che sia veloce (come quella dei linciatori) o che sia lenta (come quella che attende il discorso d’un capo o il colpo mor- tale d’un boia), sempre la massa confida nel suo diventare di più, nel suo riempire di più lo spazio che ha fatto proprio, sempre più riducendo la distanza fra singolo e singolo, fra cor- po e corpo. Da quando esiste e sussiste (besteht), scrive Canet- ti 13 ,

vuol essere di più [will sie aus mehr bestehen]. La spinta a crescere è la prima e suprema caratteristica della massa. Essa vuole afferrare chiunque le sia raggiungibile. Chiunque si configuri come un essere umano può unirsi a lei.

Comunque nasca, la massa ha una vita intensa. Quanto più velocemente s’allarga, tanto più velocemente si concentra. Dunque deve chiamare dentro di sé il maggior numero possibi- le di uomini e di donne. Solo incorporandone sempre di nuovi si alimenta, e solo così può crescere. In questo senso, la massa è di necessità aperta.

La massa naturale è massa aperta: non c’è limite alla sua crescita. Essa non riconosce case, né porte, né serrature: chiunque si chiuda

  • 12 Massa e potere, cit., p. 19 (p. 14).

  • 13 Ivi, loc. ult. cit.

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davanti a lei le appare sospetto. “Aperto” dev’essere inteso qui in tutti i sensi: la massa è aperta dovunque e in ogni direzione. La massa aperta esiste fin tanto che cresce. La disgregazione subentra non appena essa cessa di crescere.

L’apertura, dunque, consente alla massa di accrescersi e per- ciò di addensarsi sempre di più. È questo che la mantiene in vita, dandole la forza e l’energia per continuare a esistere, e perciò per tendere alla sua meta. Ogni massa, infatti, ha una meta, un “evento atteso” che la attira e per così dire la fonda. È questa meta quel che più conta, per la sua potenza. Ossia: quel che più conta è la prospettiva del raggiungimento della meta, della conquista ultima dell’unità senza differenze, e perciò sen- za egoismi né gerarchie 14 . E tuttavia in questo “tendere a”, e nella potenza che ne scatu- risce, la massa non trova solo le ragioni del proprio continuare a esserci, ma anche quelle del proprio repentino non esserci più. Oltre che intensa, infatti, la vita della massa è breve, o almeno sempre “precipita” verso la propria fine. Fin dall’ini- zio, infatti, su di essa grava una sorta di condanna a morte. È questo il prezzo necessario, e certo paradossale, pagato dalla massa per esistere. In un certo senso, solo quando la condanna a morte sta per essere eseguita, un attimo prima che lo sia, solo allora la massa è vicina a essere pienamente se stessa. Ora, in quest’attimo, il boia alza la mannaia, il capo è al cul- mine del suo discorso: la meta si mostra già qui, in un futuro che s’annuncia perfetto. Poi, un attimo dopo, il boia alza un braccio mostrando la testa mozzata, l’oratore pronuncia l’ulti- ma parola, e proprio in quell’attimo la massa fa sentire la sua voce possente. Al pari della sua voce, anche il suo corpo è u- no, come mai prima è stato. Ogni egoismo e ogni separatezza si annullano in quell’unità, e in quella totalità.

Enorme è il sollievo che ne deriva. È in virtù di questo istante di felicità, in cui nessuno è di più, nessuno è meglio di un altro, che gli uomini diventano massa 15 .

Questa perfezione raggiunta, e meglio ancora questo culmine di vita, Canetti lo chiama scarica (Entladung) 16 , l’evento prin- cipale «all’interno della massa». E però, proprio nel punto più alto della propria esistenza – che quasi si direbbe il culmine di un orgasmo –, la massa avverte che ciò cui deve la propria vita ormai è svanito. Non c’è più tensione, non c’è più orientamen- to alla meta, e tutto quel che resta è l’antica, risaputa prosaicità del tempo quotidiano.

  • 14 Cfr. ivi, p. 21 (pp. 16 s.).

  • 15 Ivi, p. 22 (p. 17).

  • 16 Ivi, pp. 20 (p. 16)

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[…] l’istante della scarica, tanto agognato e tanto felice, porta in sé un particolare pericolo. È viziato da un’illusione di fondo: gli uo- mini che d’improvviso si sentono uguali, non sono divenuti vera- mente e per sempre uguali. Essi tornano nelle loro case separate, vanno a dormire nei loro letti. Essi conservano la loro proprietà e non abbandonano il loro nome.

Tutto è finito. La meta non sta più davanti agli uomini e alle donne che, un attimo prima, ancora nereggiavano insieme. Ai loro occhi non c’è più motivo di addensarsi. Le strade tornano ad avere le molte direzioni di sempre. Uno per uno, tutti s’al- lontanano e tornano alle proprie separatezze, e alle proprie paure. Di quel che hanno fatto “insieme”, della passione che li ha mossi e legati, non resta loro che la memoria. Subito dopo la scarica, dunque, la massa smette d’esistere. Meglio: nella sua pienezza, la massa non esisteva ancora pri- ma della scarica, e certo non esiste più dopo. In quanto tale, conclude Canetti, la massa si disgrega. Il suo tempo è inaffer- rabile: o teso verso una prospettiva di futuro, o negato in un passato perduto. Così, dalla speranza alla memoria, nasce, pas- sa e muore la sua potenza effimera.

L’addomesticamento

La massa lega esseri umani a esseri umani, e ne orienta il cammino, liberandoli dalla paura. Ma il suo è un tempo che sempre precipita in avanti. E poi, proprio quando si compie l’atto che le dà pienezza di vita, tutto svanisce: legame, cam- mino, orientamento, libertà dalla paura. Così è la massa vera e propria (die eigentliche Masse) 17 , la massa aperta o naturale. Essa s’addensa e si tende verso una meta “naturalmente”, ap- punto. Ancora “naturalmente” fa dei molti e delle loro distanze un uno compatto, totale, uguale. E alla fine, quasi secondo un ritmo d’orgasmo, altrettanto “naturalmente” culmina e crolla nella scarica. Non è dunque politico lo spazio che tende a fare proprio: o non lo è ancora, o già non lo è più. Per sfuggire a questo suo destino, la massa può solo negare la propria apertura, insieme negando la propria immediata pas- sione d’accrescimento e la propria possente corsa verso la per- fezione. Se è il raggiungimento della meta che esegue la sua condanna a morte, non le resta che rimandarne sempre più nel tempo il raggiungimento, così rimandando anche la propria morte. Quanto più riuscirà a spostare la propria meta in avanti, ad allontanarla, tanto più le riuscirà di durare in vita. Ma a questo fine le sarà necessario un artificio, qualcosa – un atto,

17 Ivi, p. 24 (p. 21).

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una procedura, o forse una serie di atti e di procedure – che determini un’innaturale sospensione della sua natura. Modello di questo artificio sembrano essere per Canetti le grandi religioni mondiali 18 . A causa delle loro «pretese univer- sali», all’inizio queste religioni tentano di inglobare «tutti co- loro che possono essere raggiunti e convinti», e perciò divido- no nettamente il mondo fra interno ed esterno, fra un sé perfet- to e chiuso e tutto ciò che ne resta (sempre per sua colpa) sepa- rato. Si convincono così d’esser circondate da avversari, e in particolare si sentono e sono in lotta con tutto ciò che, al di fuori dello spazio che sempre più riempiono e occupano, già ingloba e organizza esseri umani. In questa loro lotta, peraltro,

si rendono conto di quanto sia difficile durare e considerano sempre più importanti la istituzioni che garantiscono [ai loro avversari] sta- bilità e durata.

Man mano che lo scontro si fa più forte, per evitare che i “fe- deli” vengano attratti dagli avversari, creano perciò luoghi che li accolgano e li contengano. Ossia: che accolgano e contenga- no i fedeli già esistenti. Sono questi che ora soprattutto inte- ressano loro, e non i nuovi, da raggiungere e convincere. Allo stesso tempo, sempre più temono e sempre più contrastano il formarsi al loro interno di «movimenti apostati». E che cosa terrebbe più viva la tensione assoluta verso la conversione, che cosa aumenterebbe il pericolo dell’apostasia, se non l’accre- scimento continuo, il continuo entrare nella massa di uomini e donne nuovi? Memori delle miracolose conversioni di massa da cui hanno preso origine, esse guardano perciò con sospetto qualunque indizio ne indichi un ritorno, a cominciare proprio dall’arrivo di nuovi seguaci. E da questo stesso sospetto nasce un controllo sempre più “gerarchico” e dogmatico della fede. Così, per “mantenersi in vita” le religioni devono imparare a diffidare di quella stessa apertura da cui pure ha preso inizio la loro vita. Quel che ora esse vogliono non sono uomini e donne trasfor- mati in un corpo unico, totalmente teso a una meta, ma un gregge, un insieme docile (folgsame) di esseri che non escano del tutto dai confini della loro personalità, di esseri che si pos- sano suddividere e organizzare, e di cui si possa lodare l’ob- bedienza. Certo, la meta resta davanti agli occhi dei fedeli, o almeno davanti agli occhi della loro immaginazione, ma spo- stata in un futuro per ora non raggiungibile. Se si preferisce: in un futuro che sta fuori dal tempo – «in un aldilà nel quale non si debba affatto entrare subito» –, e la cui promessa si attuerà

18 Massa e potere, cit., pp. 29 ss. (Masse und Macht, cit., pp. 24 ss.)

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proprio solo alla fine del tempo. Caduta l’attesa d’una meta immediata, importante è ora solo la direzione verso quella stessa meta. In tutto questo, la cosa più difficile è assicurare che quegli uomini e quelle donne continuino a sentirsi in qualche modo legati, e che continuino a sentirsi comunque parti di un corpo totale, anche se non più con la potenza immediata delle origini. Accade così che, in

determinati spazi, in determinati tempi, i fedeli vengano radunati e, mediante funzioni sempre uguali, posti in uno stato di massa miti- gato 19 , che li impressiona senza diventare pericoloso […].

È questo suo “stato mitigato” la condizione di conservazione e mantenimento della massa. E ad assicurarlo è la sostituzione dell’apertura (e della sua precarietà) con la chiusura (e con la sua stabilità). Questo processo artificiale, e per così dire contro natura, è situato ritmicamente – ossia, ritualmente – nel tempo e nello spazio. Qual è il pericolo che l’artificio e i suoi riti de- vono arginare, se non che la massa torni a muoversi e che le distanze tornino a scomparire nella densità del corpo sociale, travolgendo ogni docilità di gregge e ogni organizzabilità ge- rarchica? Dunque, la sensazione di unità dei fedeli, che pure è necessaria per la durata della massa, deve essere loro sommi- nistrata «in dosi prestabilite»: né troppo ridotte, per evitare la dispersione, né troppo robuste, per evitare che ogni distanza e ogni gerarchia siano travolte. È questo ciò che Canetti chiama l’addomesticamento (Zähmung) della religione-massa, ormai diventata religione-chiesa. Il suo tempo soprattutto è addome- sticato: pur sempre orientato al futuro – alla meta che sta alla fine del tempo –, ormai non vi precipita più, e dunque può scorrere nel presente.

La chiusura

Se vuole mantenersi – cioè, se le riesce –, da naturale e aper- ta la massa si fa artificiale e chiusa, così negandosi come mas- sa vera e propria. Prima ancora che a proposito delle religioni universali, Canetti descrive e illumina questa trasformazione profonda in una trentina di intensissime righe che chiudono il secondo paragrafo di Massa e potere, intitolato appunto Massa aperta e massa chiusa 20 . La massa artificiale, scrive, sta in opposizione (im Gegen- satz) alla massa naturale. Non è una sua evoluzione, ma una sua negazione. Ciò che la muove – o che muove alcuni singoli

  • 19 Il corsivo è mio.

  • 20 Ivi, p. 20 (pp. 15 s.).

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a costituirla e “fondarla” – è la preoccupazione della stabilità (Bestand). Per questo suo Hauptaugenmerk, per questa sua attenzione capitale, rinuncia alla crescita. Quel che in essa così subito spicca è il confine, ossia proprio ciò che la massa natu- rale nega e travolge. Confinandosi, la massa chiusa setzt sich fest: si pone salda- mente, prende dimora, si insedia. I due momenti, quello del “prender dimora” e quello della creazione del confine, sono l’uno contenuto nell’altro. Il suo luogo (Ort) la massa se lo produce (schafft sich) mentre si confina (indem sie begrenzt sich). È questo ora il suo spazio (Raum): uno spazio del tutto non naturale, che non c’era prima dell’insediamento. Questo spazio artificiale viene infatti separato, sottratto alla totalità spaziale che la massa aperta chiede per sé. La sua “mi- sura” è già in sé la negazione della “smisuratezza” di quello. Ora, certo, essa si appresta a riempirlo, proprio come la massa aperta tende a riempire il proprio. Ma si tratta di un riempire radicalmente diverso. Prima di tutto, scrive Canetti, questo suo spazio le è assegnato (ist ihr zugewiesen). Lo si può paragona- re a un recipiente, a un vaso in cui si versa del liquido, e in cui si sa (es ist bekannt: è noto) quanto ne può entrare. Già così è data una tensione ineliminabile della massa chiusa, che da un lato vuole riempire il proprio spazio, e dall’altro “sa” che non lo può fare oltre un certo limite. Quale poi sia il limite, e perciò quale sia l’equilibrio fra quel- la volontà e questa consapevolezza, è questione che sempre vivono e soffrono i gruppi umani stabilizzati in confini spazia- li. Essi infatti sono divisi fra la preoccupazione d’accrescersi sempre più e la paura che lo spazio loro assegnato non riesca a contenerli. Per dirla in modo diverso: fra la preoccupazione che non nascano abbastanza figli, e la paura che la “barca” sia troppo piena, e sia in pericolo di far naufragio 21 . In ogni caso, questo recipiente è tenuto separato dalla totalità spaziale mediante “segni” particolarmente forti: grosse pietre, per esempio, o solidi muri. D’altra parte, serve alla massa chiusa avere porte che la mett ano in comunicazione con ciò che sta fuori. Questi accessi al suo spazio dovranno essere pe- rò pochi, contati (gezählt). Per quanto necessario, ognuno di essi è infatti un pericolo. E si tratta di un pericolo doppio. Da un lato, ogni porta può essere attraversata da fuori a dentro a opera di “nuovi venuti”. Dall’altro, può essere attraversata an- che in senso opposto, da dentro a fuori. Ora che la spinta alla crescita è negata, o frenata, questo il gruppo teme soprattutto:

di perdere se stesso, perdendo i singoli che lo compongono.

21 Cfr. anche il mio Metamorfosi della paura, cit., p. 28.

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Sarà perciò indispensabile che quegli accessi siano controlla- ti in entrambi i sensi, e che non solo si impedisca un incremen- to sregolato della massa chiusa, ma anche si ostacoli e ritardi il deflusso. Essi dovranno così esser difesi da segni ancora più potenti delle pietre e dei muri. Per entrarvi ci sarà bisogno di una particolare cerimonia d’accoglienza, oppure si dovrà paga- re una tassa. In ogni caso, occorrerà segnare il passaggio e il suo pericolo con una procedura fortemente simbolica, e anzi proprio rituale. Quanto a uscirne, potrebbe essere anche più difficile, o addi- rittura impossibile. Potrebbe infatti capitare che tale atto, mate- riale o anche solo simbolico, fosse considerato (e temuto) co- me un atto di defezione, e di tradimento. Chi esce dai confini, e dal “dentro” va verso il “fuori”, potrebbe aver «subito le ten- tazioni del nemico». Così si legge poche pagine più avanti, a proposito del senso di persecuzione della massa aperta 22 , la quale si sente minacciata dal nemico che sta fuori, al dà delle sue mura, ma ancor più da quello che sospetta si nasconda al proprio interno. È questo il piccolo traditore, una sorta di “doppio” egoista che abita nelle cantine d’ognuno, e che vuole solo «mangiare, bere, amare e starsene tranquillo». Per quanto Canetti si riferisca qui in modo esplicito alla mas- sa aperta, a noi pare che il piccolo traditore nascosto nel buio e nel segreto sia ancora più subdolo e forte nel caso della massa chiusa. E il riferimento alle mura che delimitano la massa, di- videndo il dentro dal fuori, gli amici dai nemici, sembra avva- lorare questa lettura. In ogni caso, è proprio il venir meno del legame potente in vista della meta immediata che rende possi- bile e addirittura probabile il “tradimento” 23 . Ed è questa la difficoltà cui davvero la massa chiusa deve far fronte: questa inevitabile tentazione dei suoi membri di tornare uno a uno nelle loro case separate, e lungo strade che hanno direzioni altrettanto separate.

L’illusione necessaria

Neppure la chiusura, dunque, garantisce del tutto e per sem- pre la massa contro il tradimento che cova nelle cantine d’o- gnuno. E poi, proprio quando le sua mura sembrano più impe- netrabili (dall’esterno) è più invalicabili (dall’interno), proprio allora può accadere che gli uomini e le donne le considerino intollerabilmente strette. A quel punto, prepotente rinasce la pulsione a infrangere limiti, a vincere separatezze e distanze, a

  • 22 Massa e potere, cit., pp. 27 s. (Masse und Macht, cit., pp. 23 s.).

  • 23 Cfr. il mio Metamorfosi della paura, cit., pp. 148 ss.

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tendere come un unico corpo verso una meta che non stia al di là tempo, ma nel presente, e che valga come una promessa per così dire a portata di mano. Questo scoppio (Ausbruch) rompe ogni chiusura e ogni artificio, abbatte ogni confine e scardina ogni porta, e dà vita una volta ancora a una massa naturale, a una massa vera e propria. Che sia aperta o chiusa, la massa è in pericolo comunque. Nel primo caso reca la propria fine con sé e dentro di sé. Nel secondo, spostata in avanti la condanna a morte, viene però meno l’entusiasmo totale, il senso di unità e anzi proprio di unicità immediata e materiale che garantisce la coesione. En- trambe, la naturale e l’artificiale, sono dunque “minate” alle radici. Canetti scrive appunto che c’è una sorta di impotenza nello sforzo della massa di perdurare (bestehen zu bleiben) 24 . A questo fine, aggiunge,

l’unica via promettente è la formazione di doppie masse: processo in cui l’una massa si misura con l’altra. Quanto più sono vicine in forza e intensità, tanto più a lungo entrambe, commisurandosi, re- stano in vita 25 .

Specchiarsi in un’altra massa, averla di fronte come minaccia e allo stesso tempo come modello mimetico 26 , consente alla massa di confermarsi in se stessa. Questo le è dato sia nella sua fase naturale e aperta, sia in quella artificiale e chiusa. E però, in questo secondo caso, perché possa esserci commisura- zione, e perciò prima di questa commisurazione, occorre che la massa esista – cioè, che esista nonostante la chiusura –, e che in essa i molti in qualche modo siano o si illudano d’essere una totalità. A noi sembra dunque che le sia necessario qualcosa che si riferisca alla sua propria esistenza, e che la stabilizzi per se stessa, e non in quanto essa veda se stessa rovesciata in un’altra. Questo qualcosa, che deve essere precedente alla commisurazione speculare, è ancora Canetti a suggerirlo, e proprio nelle ultime intensissime righe che chiudono il para- grafo Massa aperta e chiusa 27 .

La massa [chiusa] guadagna in durata [Beständigkeit] ciò che perde in possibilità di crescita. Essa è difesa da influenze esterne che po- trebbero esserle ostili e pericolose. In particolare però essa conta sulla ripetizione. È sempre nella prospettiva di ricostituirsi [auf Wieder-

  • 24 Massa e potere, cit., pp. 26 s. (Masse und Macht, cit., p. 22).

  • 25 Traduco qui il testo di Canetti in maniera lievemente difforme da Jesi.

  • 26 Può trattarsi di un rispecchiamento all’interno di una stessa massa divisa in due metà, come nel caso un’arena in cui «la massa sta seduta dinanzi a se stessa», o anche di due masse distinte che si fronteggiano e si “raddoppiano” negli sguardi e nei movimenti (cfr. Massa e potere, cit., pp. 33 s. e 75 ss.; Masse und Macht, cit., pp. 29 s. e 71 ss.).

    • 27 Ivi, p. 20 (p. 16).

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sammeln: del tornare a raccogliersi] che ogni volta la massa si illude di superare la propria dispersione [täuscht sich di Masse über ihre Auflösung jedesmal hinweg; la traduzione di Jesi è invece: la massa accetta, illudendosi, la propria dispersione]. L’edificio la aspetta, è lì per lei, e fintanto che esiste i componenti della massa vi si radune- ranno allo stesso modo [auf dieselbe Weise; nella traduzione di Jesi:

come sempre]. Lo spazio appartiene loro anche quando subisce il riflusso, e nel suo spazio vuoto ricorda il tempo dell’alta marea.

C’è, in questo passaggio, un’intuizione che torna poi anche a proposito delle religioni universali 28 . Nonostante lo stato di massa mitigato, nonostante l’addomesticamento, i fedeli resta- no “legati” per il fatto che, in spazi e tempi determinati, si fan- no loro tenere comportamenti fissi e sempre uguali. E quando gli esseri umani si abituano

a questa esperienza esattamente ripetuta e limitata nelle loro chiese o templi […] non possono più farne a meno. Ne dipendono come dal nutrimento e da tutto ciò che costituisce la loro esistenza.

È nella ripetizione, dunque, che la massa chiusa trova la pri- ma e più importante stabilizzazione. Sta in essa il segreto dell’artificio o, se si preferisce, il fondamento di un sempre rinnovato “prender dimora” nello spazio e nei suoi confini. Quel che ai molti viene promesso è il ritorno periodico all’atto e al momento più intenso tra quelli che li hanno costituiti come massa, per quanto chiusa. Ossia, viene loro promesso che di nuovo si insedieranno, che di nuovo si “stabiliranno saldamen- te” tutti insieme. Quell’atto e quel momento tornano così pe- riodicamente, e allo stesso modo. O almeno questo gli uomini e le donne credono, e sono indotti a credere. È certo un’illusione, la loro. Lo è perché, subito dopo ogni ripetizione dell’atto fondativo, la dispersione tornerà a vincere, e ognuno sarà una volta ancora solo se stesso, come dopo la scarica della massa aperta. Ma lo è anche in un senso ulteriore, e per così dire positivo. Ciò di cui i molti si illudono è che davvero l’atto fondativo possa essere ripetuto, che possa torna- re a vivere uguale a se stesso, appunto auf dieselbe Weise. In realtà, lo possono solo imitare, possono solo fingerlo e metter- lo in scena. Tuttavia, questa solenne funzione-finzione, che di tempo in tempo si trovano a rappresentare insieme, ai loro oc- chi non si distingue dalla “verità” dell’atto (antico, favoloso) con cui la massa s’è cinta di confini. E a essa, al suo artificio nascosto e dimenticato, ora affidano il proprio legame e la pro- pria sicurezza dentro confini chiusi, nello spazio che ormai «appartiene loro anche quando subisce il riflusso», con la stes- sa certezza con cui sempre di nuovo torna l’alta marea.

28 Cfr. ivi. p. 30 (pp. 25 s.)

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A questo rimanda il sich über ihre Auflösung hinwegtäu- schen di Canetti: a questo illudere se stessi, a questo autoillu- dersi che consenta di opporsi alla dispersione, e di superarla. E infatti ogni volta, finché la cerimonia è in atto, nei molti rivive la certezza d’essere uno, e ogni volta, al termine del rito, i sin- goli tornano al proprio egoismo, però certi che si riuniranno di nuovo, e che di nuovo saranno uno, perché così è stato loro promesso. Essi cioè guardano al futuro lontano, nella direzione della meta non più a portata di mano, ma guardano anche ver- so il futuro vicino, quello della prossima ripetizione. E intanto, nell’attesa della periodica rifondazione delle loro fragili cer- tezze, nella loro memoria continua a vivere il passato: sia quel- lo lontano (e mitico) dell’atto fondativo originario, sia quello vicino dell’ultima ripetizione. In tal modo, anche il loro tempo è stabilizzato: non più solo futuro, come per la massa chiusa che s’addensa e cresce, e non più solo passato, come per i sin- goli che dopo la scarica se ne portano via con sé nient’altro che il ricordo, ma ormai anche presente che dura. Di tutto questo – di memoria e speranza, di senso del passato e attesa del futuro –, di tutto questo, dunque, è fatta l’illusione necessaria che tiene in vita la massa chiusa, e che le dà durata. E si tratta di un’illusione con effetti concretissimi e realissimi. Quel che così nasce e vive è l’istituzione, lo strumento umano, molto umano che dà ordine e significato al (nostro) mondo.

Il gioco del gatto

Non c’è pregiudizio e non c’è rifiuto impaurito della massa, in questa analisi del suo formarsi e morire, del suo chiudersi e (ri)fondarsi. Coerente con l’opera che il Canetti ventenne im- maginava avrebbe occupato la sua intera esistenza, Massa e potere percorre poi la molteplicità dell’umano addensarsi e riunirsi, evitando di ridurlo alla prospettiva del singolo. Dalle qualità della massa alla sua fenomenologia, la prospettiva resta fedele all’intuizione di Francoforte e della Alserstrasse, a Vienna: e cioè che, accanto a una pulsione verso la personalità, e in contrasto con essa, gli esseri umani siano mossi da una pulsione verso l’abbattimento e il capovolgimento di separa- tezze e confini singolari. E certo lo sfondo che regge tale pro- spettiva, e che la alimenta, è quello del Novecento, tanto delle sue tragedie, dalle ideologie totali ai bombardamenti a tappeto e agli stermini, quanto delle sue grandezze, dallo Stato sociale alla democrazia e alle ferie pagate. E tuttavia c’è anche, in Massa e potere, un’attenzione “per- sonale” alla questione del legame dei molti, inteso non più

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come (auto)illusione rituale e collettiva, ma come riconosci- mento d’autorità da parte di ognuno. In questa direzione, Ca- netti utilizza un’immagine tanto usuale quanto potente: quella della “relazione” cruciale e mortale fra il gatto e il topo, e an- cor prima quella più generale fra predatore e preda 29 . La forza (Gewalt) non è di per se stessa potere (Macht), si legge dunque all’inizio della sezione dedicata agli Elementi del potere 30 . Essa infatti esprime un fare vicino, presente, e certo più costrittivo (zwingender) e più immediato (unmittelbarer) di quello del potere. D’altra parte, sostiene Canetti, la parola Macht non sta in rapporto con machen (fare), ma con il gotico magan, che esprime l’esser capaci, l’essere in grado: una po- tenzialità, ancor prima e ancor più che un atto. Al suo grado più basso, la forza è appunto solo atto, fisicità che esplode: «Una preda viene afferrata con forza, e con forza portata alla bocca». Perché quest’atto diventi potere, occorre che superi la propria diretta materialità e che si faccia più am- pio, più generale. Per quanto la forza ne sia elemento costituti- vo – e per quanto sempre possa tornare fisicità immediata –, tuttavia il potere “contiene” più del suo semplice fare. Dalla forza si passa al potere se e quando essa, avendo imparato ad attendere, «sich mehr Zeit läβt»: se e quando si concede più tempo, non esaurendosi nel presente. È questa «certa misura di pazienza» che decide se il Gewalt si sia trasformato in Macht. Torniamo ora al predatore che tiene la preda saldamente, nel senso che l’ha nella propria disponibilità fisica. Certo “può” farne quel che vuole. Soprattutto, può portarla fin dentro le fauci, divorarla e incorporarla. Ma che potere è, questo che distrugge il proprio “oggetto”? Non c’è relazione tra predatore e preda, ma solo un annientamento subitaneo. La morte è il suo limite, e si tratta di un limite raggiunto immediatamente. Nel momento in cui esplode, il potere-forza (nel suo grado più basso) è già finito, negato da se stesso. C’è qui un sentore del maggior paradosso del potere, e del potente: la morte è suo inizio e però anche sua fine. Ogni desi- derio umano di immortalità, scrive Canetti, «reca in sé la bra- ma di sopravvivere» 31 : non solo di non morire, ma di vivere ancora rispetto a qualcuno che è già morto. Nella posizione del proprio corpo, ritto e «pronto a ogni decisione» 32 , il so-

  • 29 Cfr. il mio La libertà negli occhi, Bologna, il Mulino, 2006, pp. 20 ss.

  • 30 Massa e potere, cit., p. 339 (Masse und Macht, cit., p. 333).

  • 31 Ivi, p. 273 (p. 267).

  • 32 Elias Canetti, Potere e sopravvivenza, in Elias Canetti, La coscienza delle parole, traduzione di Renata Colorni e Furio Jesi, Milano, Adelphi, 1984, pp. 41 ss. Cfr. Massa e potere, cit., pp. 469 ss. (Masse und Macht, cit., pp. 459 ss.).

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pravvissuto (der Überlebende) misura la propria superiorità rispetto al morto, steso a terra. Ebbene, la

forma più bassa del sopravvivere consiste nell’uccidere. Così come l’uomo ha ucciso l’animale di cui si nutre, che ha trovato indifeso – e può farlo a pezzi e distribuirne i pezzi quali parti della preda per sé e per i suoi –, così l’uomo vuole anche uccidere l’uomo che gli è di ostacolo, che gli si contrappone come nemico. Si vuole abbattere quell’uomo per sentire che si esiste ancora quando egli non è più.

Anche l’uomo può essere smembrato e spartito, egli e le sue armi, al pari degli animali. E certo, insieme con i nemici, e nel tentativo comune di ucciderli, muoiono anche gli amici. Così gli uni si accumulano sugli altri, fino a formare un mucchio di morti, onore e passione del sopravvissuto. Potente, dunque, è chi uccide. D’altra parte, proprio ucciden- do egli “divora” quegli esseri sopra i quali si dovrebbe eserci- tare la sua potenza. Insomma – ecco il paradosso –, la morte è l’origine e la misura del potere e insieme il suo limite. Come in un cerchio magico da cui non può uscire, il potente dovrà sempre più uccidere per sempre più confermarsi. E ogni volta, avendo ucciso, avrà anche negato la possibilità stessa d’una relazione di potere. Perciò, sarà costretto a cercare quella con- ferma uccidendo ancora, prima i nemici e poi, immancabil- mente, gli amici 33 . Questo è il potente, questa è la sua passione che mai si chiude, sostiene Canetti, il cui “modello” è l’Adolf Hitler che arriva a trionfare al di sopra d’una Germania ridotta appunto a uno smisurato mucchio di morti 34 . Al di là di questo paradosso, e della passione omicida che lo alimenta, perché il potere sia potere – o perché lo resti – deve prendersi tempo e pazientare proprio con la morte. A proposito di questa “pazienza” Canetti utilizza l’immagine del gatto che, avendo il topo tra le zampe, lo tiene nella propria completa disponibilità fisica e però, invece di divorarlo e incorporarlo, inizia a giocare con lui 35 .

Il gatto infatti lascia libero il topo e gli permette di correre qua e là per un poco. Appena il topo incomincia a correre, non è più in balia della forza del gatto [in ihrer Gewalt]; ma il gatto ha pienamente il potere [Macht] di riprendere il topo.

Il gatto “è in grado” di riportarlo nella propria piena, imme- diata disponibilità. E lo è finché non lo uccide: «[…] finché il topo resta afferrabile dal gatto, continua ad essere in suo pote- re». Il potere, dunque, vive nel lasso di tempo che separa il

  • 33 Cfr. La coscienza delle parole, cit., p. 52.

  • 34 Cfr. Elias Canetti, Hitler secondo Speer, ivi, pp. 239 ss., e il mio Il silenzio dei persecutori, ovvero il Coraggio di Shahrazàd, Bologna, il Mulino, 2001, pp. 63 ss.

    • 35 Cfr. Massa e potere, cit., pp. 339 s. (Masse und Macht, cit., p. 333 s.).

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primo manifestarsi della sua pazienza dall’atto definitivo, irre- vocabile dell’uccisione. Se si vuole, il potere è tale finché non uccide, finché da potenzialità non si trasforma in atto. Con ciò non solo si dice che il potere è il “poter ancora uccidere”, ma anche che esso è nel tempo, e anzi che crea il tempo, o almeno quello che è tale per il topo: «un po’ più di tempo», nell’attesa dell’ultimo colpo. E certo è anche spazio; ossia quello spazio, «un po’ di spazio», che è concesso al topo nei “confini” segna- ti dalle unghie del gatto.

Lo spazio sul quale il gatto proietta la sua ombra, gli attimi di spe- ranza che esso concede al topo, sorvegliandolo però con la massima attenzione, senza perdere interesse per il topo, per la sua prossima distruzione, – tutto ciò insieme, spazio, speranza, sorveglianza, inte- resse per la distruzione, potrebbe essere definito come il vero corpo del potere, o semplicemente il potere stesso.

Tutto ciò, appunto, ci mostra l’immagine del gioco del gatto con il topo. D’altra parte, per usare un linguaggio cinemato- grafico, possiamo cambiare inquadratura, passando dall’ogget- tiva con la quale Canetti mette in scena entrambi i protagonisti alla soggettiva del topo che guarda il gatto. Quel che ora ve- diamo, con i suoi occhi, è paradossalmente meno “disperato” di quel che vedevamo con i nostri. E infatti Canetti parla di speranza: il topo spera in un po’ più di tempo, e certo anche in un po’ di spazio. Ossia, è in attesa di un tempo e immerso in uno spazio delimitati, sottratti alla dismisura del tempo e dello spazio che stanno fuori dall’ombra del gatto, e dall’interesse che esso manifesta per la sua distruzione. Non c’è qui qualcosa che già s’è visto a proposito della mas- sa che si stabilizza negando la totalità dello spazio e il precipi- tare del tempo? Che cosa è per il topo la sorveglianza del gat- to, se non un sentirsi al centro della sua ombra “panottica” 36 , reso sicuro rispetto al vuoto che si apre là dove essa finisce? E a chi, se non alla “superiorità” del suo tormentatore, si volge- ranno i suoi occhi nel tempo breve che gli è concesso? Ne sarà affascinato, scambiando l’esibizione della sua forza – se non proprio la sua forza, che lo annienterebbe (e che prima o poi lo annienterà) –, scambiando dunque tale esibizione per la prova della sua legittimazione a “giocare” con lui. E forse arriverà a sperare e pretendere che quella forza esibita ogni tanto si sca- teni, rendendo ancor più evidente la sua legittimità. Alla fine, proprio come i molti legati dalla ripetizione rituale, anche il topo si illuderà di qualcosa: se non dell’appartenenza a un cor- po unico e “denso”, almeno dell’autorità “evidente” e sfolgo- rante del gatto.

36 Cfr. il mio La libertà negli occhi, cit., pp. 25 ss.

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Tutto questo ci sembra possibile vedere nell’immagine della relazione ineguale fra il predatore paziente e la sua preda. E infatti qualcosa di simile Canetti aggiunge subito dopo 37 , a proposito «della devozione religiosa, nelle sue molteplici sfu- mature».

Ogni fedele sta costantemente in balia della potenza di un dio [in Gottes Macht, che nella traduzione italiana diventa erroneamente: in balia della forza di un dio] e ne è, a suo modo, soddisfatto. Per alcuni, tuttavia, ciò non è sufficiente. Essi si aspettano un deciso intervento della divinità, un atto immediato della forza [Gewalt] divina, ricono- scibile e percettibile come tale. Si trovano nella condizione di chi rice- ve ordini, e per loro Dio possiede i tratti più brutali di un sovrano.

Di questo pare restino in attesa i topi, più d’una volta: di or- dini, di comandi di un qualche gatto-dio verso cui i loro occhi si volgono. E questa attesa obbediente di comandi «incide pro- fondamente» 38 su di loro, affondando nei loro corpi e nelle loro menti una particolarissima spina 39 . Ne fa cioè non solo degli osservanti, degli obbedienti verso l’alto, verso l’ombra panottica da cui quei comandi scendono, ma anche degli auto- ritari pronti a rivolgere gli stessi comandi verso il basso 40 : ver- so altri topi che abbiano la sfortuna di non condividere i loro entusiasmi pericolosi.

Occhi

Torniamo alla soggettiva del topo, al suo sguardo affascinato dagli artigli. Invece di “sperare” di sfuggirne il Gewalt, e di liberarsene, esso “spera” di riceverne tempo, spazio, vita. Il suo tormentatore diventa così il suo centro d’attenzione, da cui attende certezza di sé. Come lui possiamo immaginare faccia- no spesso gli esseri umani, di fronte a chi li tenga nell’ombra del suo potere. E capita anche che lo facciano in molti e insie- me, ognuno orientato alla stessa speranza. Come dubitare che questo orientarsi tutti insieme e questo stare tutti insieme in attesa di comandi finiscano per concorrere a stabilizzare il “le- game” dei molti nella massa chiusa, sommandosi alla stabiliz- zazione rituale? Proprio a questa potenza stabilizzatrice si riferisce un’altra immagine canettiana: quella della corte, e dei molti occhi di cui essa si nutre. Una corte, si legge in Massa e potere 41 , è da tutti pensata

  • 37 Massa e potere, cit., pp. 340 s. (Masse und Macht, cit., pp. 334 s.).

  • 38 Ivi, p. 341 (p. 334).

  • 39 Sulla spina del comando v. ivi, pp. 365 ss. (pp. 357 ss.).

  • 40 Cfr. ivi, p. 375 (pp. 366 s.).

  • 41 Ivi, pp. 484 ss. (pp. 473 ss.).

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come un centro: come un punto centrale sul quale orientarsi. Questa tendenza a muoversi attorno a un punto centrale è antichissima […]. In origine, tuttavia, anche il punto centrale era mobile, poteva costi- tuirsi qua o là e vagava insieme con coloro che si muovevano intor- no a esso. Solo gradualmente il punto centrale divenne stabile [fest:

fisso, saldo].

Modello (Vorbild) di questa stabilità e di questa capacità di durare erano grandi pietre e alberi, cui potevano aggiungersi la difficoltà e la fatica a utilizzarli per edificare edifici maestosi. Importante era anche il numero di uomini necessari per spo- starli da luoghi lontani e per compiere l’opera. D’altra parte, prosegue Canetti, non bastano né la centralità né la stabilità a costituire una corte: ossia, non bastano a dare ordine (Ordnung) al piccolo mondo che vi si costituisce intor- no. Questo infatti è una corte: un “luogo” da cui si irraggi un’uniforme norma di vita, e che trasformi la casualità dell’ac- cadere in un mondo coerente, dotato di senso e valore. A tale scopo non bastano pietre e alberi, né lavoro e fatica. Perché l’edificio centrale, stabile, colmo di maestà diventi una corte, decisivi sono invece gli uomini che vi abitano. Meglio, decisi- vo è

un nucleo di uomini in numero non troppo piccolo, inseriti in esso con la massima cura, come facessero parte dell’edificio [als wären sie selbst ein Teil des Baues: come se fossero essi stessi una parte dell’edificio]. Quegli uomini sono disposti [angeordnet], come le sale, a diverse distanze e altezze.

Assimilati alla materialità della corte, questi uomini sono chiamati a fare, ma ancora in modo da confermarne la stabilità immutabile. Essi cioè possono «fare tanto e non di più, in nes- sun caso». In tempi determinati (zur bestimmten Zeiten), certo, si devono radunare per rendere omaggio al sovrano. Ma lo de- vono fare senza rinunciare a ciò che sono: was sie sind scrive Canetti, e questo neutro was sembra confermare che non la loro umanità sia quel che conta, ma la loro appartenenza ap- punto quasi materiale all’edificio. E ancora, non devono di- menticare il posto (Platz) che loro compete, restando ben con- sci della propria limitazione (Baschränkung). Insomma, è loro compito restare comunque parte “immobile”, e sempre uguale a se stessa, della corte. Quanto all’omaggio che devono rendere, questo

consiste nel fatto di essere là [daβ sie sind da: che essi sono ], volti verso il sovrano, schierati intorno a lui pur senza avvicinarglisi troppo, abbagliati da lui, timorosi di lui, in attesa di tutto da lui. Trascorrono la vita in questa particolare atmosfera, pervasa in egual misura di splendore, terrore e benevolenza.

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Orientamento degli occhi, timore, attesa: non è questo che abbiamo visto nella “soggettiva” del topo? Sembra che nei cortigiani, e nel loro «comportamento affascinato», si raddop- pino e si imitino proprio gli elementi della fascinazione della preda nei confronti dell’ombra che la pazienza del potere getta su di lei. La sola differenza a noi pare la benevolenza: ossia, la particolare situazione di queste prede ammesse dalla pazienza del loro predatore a trarre beneficio dal suo splendore, in via indiretta e come di riflesso. Insomma, e per usare l’espressione di Canetti, si direbbe che questi “topi” si fossero «domiciliati sul sole stesso». D’altra parte, questo loro abitare nello splen- dore del sovrano ha una finalità ancora una volta tesa ad au- mentare il potere orientante del centro. Essi cioè non solo con- tribuiscono con il proprio essere là a confermarne e aumentar- ne la stabilità, ma anche si mostrano agli altri, esclusi dallo splendore, mentre guardano affascinati e tutti insieme, allo stesso modo e verso la stessa direzione. E con ciò a loro dimo- strano (beweisen) «che anche il sole è abitabile». Il loro comportamento affascinato deve funzionare come contagio (soll ansteckend wirken) sugli altri sudditi: ciò che essi fanno sempre deve indurre loro a ripeterlo nello stesso modo talvolta. Così come i cortigiani orientano i loro occhi al centro splendente della corte, allo stesso modo fanno i sudditi, ma attraverso di loro. Ossia: orientano i loro occhi ai loro oc- chi orientati. Alla fine, immaginando ancora altri occhi che guardano gli occhi dei primi che guardano quelli dei secondi, se ne può bene trarre l’immagine di una “macchina” d’apparte- nenza e d’obbedienza costituita da «grandi cerchi concentrici intorno al cerchio più interno dei cortigiani». E che cos’è questo sinottico 42 e totale “guardar guardare”, se non l’immagine stessa dell’appartenenza a un gruppo, e pro- prio a una massa chiusa, il cui centro rituale sia una messa in scena di superiorità? E questa messa in scena – sempre uguale a se stessa, ripetuta a tempi stabiliti – ben potrebbe essere la fonte di quell’autoillusione artificiale e precaria che induce i molti a legarsi (o a lasciarsi legare) come se fossero uno.

Disobbedire

Forse non è sciolto, l’enigma che ha occupato tutta l’opera e tutta la vita di Canetti, insieme con quello della morte. E però è almeno in parte illuminato da queste sue (e nostre) ipotesi. Ipotesi qui significa proprio solo tentativi di comprensione:

42 Cfr. il mio La libertà negli occhi, cit., pp. 28 ss., 31 ss.

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tentativi che chiedono d’essere sempre di nuovo riformulati, e anche sempre di nuovo superati. Nata per vincere la condanna a morte che la massa naturale porta in sé e con sé, l’istituzione è pur sempre fragile e sospet- tosa, tesa a conservarsi e impaurita da ogni mutamento. E pe- rò, quanto più si chiude e si irrigidisce, tanto più per lei s’avvicina il momento in cui la massa torna a esplodere, chia- mata da una nuova meta che ora le appare immediata. La no- stra vita sociale e politica sta in questa metamorfosi continua, in questo ininterrotto addensarsi, chiudersi, esplodere e tornare ad addensarsi. E Canetti la descrive senza nulla nascondersene, né le grandezze né le miserie. Per quanto gli sia toccato di vedere gli orrori del Novecento – quelli di un potere che, appropriandosi tanto delle masse quanto degli individui, s’è nutrito di mucchi di morti –, il suo occhio resta attento e chiaro. Così come non cede al timore di fronte alla passione degli esseri umani di riunirsi e diventare uno, allo stesso modo non cede all’entusiasmo per tutto ciò che in tal modo ne nasca. In particolare, ci avverte che la fa- scinazione del comando – del dare ma anche del ricevere co- mandi – fa di noi degli schiavi. Per liberarci dalle catene del potere che uccide, e che ci lega tutti insieme nella sua fascinazione, ci si apre comunque una via netta, per quanto difficile da percorrere. D’altra parte, nien- te è facile quando si tratta di costruire la propria libertà. E libe- ro, appunto, è chi sappia disobbedire, estirpando da sé la spina del comando.

Solo il comando eseguito fa rimanere la sua spina in chi vi ha ob- bedito. Chi ha eluso gli ordini non deve neppure conservarne la traccia. L’uomo “libero” è solo quello che ha imparato a evitare gli ordini, e non quello che se ne libera soltanto in un secondo tempo. Ma chi impiega più tempo per liberarsene, o addirittura non ci rie- sce, quello senza dubbio è “il più nonlibero” [der Unfreieste] 43 .

Terminando il libro della sua vita, Canetti si augura che i sin- goli non cedano la loro “signoria” e la loro dignità né alle mas- se, aperte o chiuse, né ai potenti. La via che porta fuori dal dominio della morte, così ci avverte, passa anche attraverso la capacità di disobbedienza di ogni uomo e di ogni donna. È questo un altro grande, splendido enigma.

43 Massa e potere, cit., pp. 369 s. (Masse und Macht, cit., p. 361). La traduzione è in gran parte mia.

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