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Dipartimento di Studi Sociali e Politici Universit degli Studi di Milano

Working Paper 8/08

Luno e i molti.
Elementi del potere in Elias Canetti

Roberto Escobar

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Roberto Escobar

Luno e i molti.
Elementi del potere in Elias Canetti
Fenomeno enigmatico quanto universale la massa che dimprovviso c l dove prima non cera nulla1

Come chi cerchi oro


Ci sono uomini, talvolta i pi grandi, che non si lasciano classificare. Tra loro c Elias Canetti. Lo conferma Massa e potere, lopera della sua vita. Colma di riferimenti letterari, storici, antropologici, fitta di intuizioni filosofico-politiche, costruita e scritta con la sapienza leggera dun grande narratore, tuttavia non riconducibile ad alcun genere letterario n ad alcuna disciplina. Glielo vieta la libert del suo metodo di ricerca, del suo accanito aggirarsi per la molteplicit di quel che umano. aperto, il cammino di Canetti. Non lo muove la sicurezza promessa da un sistema di risposte, ma la grande, curiosa imprudenza che si alimenta di domande impreviste, o forse solo da gran tempo dimenticate. Accade cos che in poche pagine, e addirittura in poche righe di questo libro segnato dalle tragedie del Novecento, il filosofo politico incontri tesori di comprensione, miniere di intuizioni che attendono dessere scavate e portate alla luce. Che significato pu avere questo scavo? Per alcuni varr forse come tentativo di ritrovare una coerenza generale, per arrivare finalmente a chiudere le intuizioni di Massa e potere dentro il sistema che il suo autore non cerc. Altri, invece, preferiranno scendere a fondo nella densit delle sue pagine, ma con laccortezza di chi sappia che ogni ultimo fondo pu nasconderne un altro ancora. Se questa la strada che si scelta, prima di tutto occorre leggerle con molta lentezza, e poi tornare a leggerle, quelle pagine. Insomma, occorre avere la pazienza dun ruminante, come direbbe forse Friedrich Nietzsche (che Canetti non amava, e che per cos supponiamo lo avrebbe amato). Poi, occorre immaginarsi quel che si letto e riletto. Ossia, occorre
Elias Canetti, Massa e potere, traduzione di Furio Jesi, Milano, Adelphi, 1981, p. 19 (Masse und Macht, Mnchen Wien, Carl Hanser Verlag, 1994, p. 14).
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sforzarsi di vedere davvero quelle stesse immagini con le quali Canetti procede nella sua ricerca. La sua prosa pu ingannare chi legga solo con la testa, e non anche con gli occhi. Proprio come quando ci si avvicina allopera di Nietzsche, conviene approfittare della trasparenza leggera della sua scrittura non per restare in superficie, ma per scrutare pi nel profondo. Quello che in tal modo torna a essere anche per noi immagine, poi lo dobbiamo interrogare, e lo dobbiamo mettere alla prova. Cos si attraversano le pagine di Massa e potere: con lattenzione curiosa di chi cerchi oro.

Lenigma pi importante
Confini, appartenenza, rito, mito, comando, obbedienza: su questo, e su molto altro, ci illuminano le immagini canettiane. E prima di tutto ci illuminano sulla condizione desistenza della dimensione politica. Nel suo linguaggio: sulla metamorfosi per cui i singoli escono dalla propria separatezza, facendosi massa, naturale e aperta o artificiale e chiusa che sia. Nellinverno del 1924-1925 scrive Canetti2 ebbi lilluminazione che determin tutto il resto della mia vita. Di notte, nella Alserstrasse di Vienna,
mi balen improvvisamente lidea che esistesse una pulsione di massa in perpetuo contrasto con la pulsione della personalit [] La massa esisteva [] qualcosa costringeva gli uomini a farsi massa, era un fatto evidente, inconfutabile; poi la massa si scomponeva di nuovo nei singoli [] Esisteva una tendenza che spingeva gli uomini verso la massa e una tendenza che li allontanava dalla massa [] mi sembravano due tendenze cos forti e cos cieche che le percepivo come pulsioni, e cos le chiamai. Ma che cosa fosse la massa in s, questo non lo sapevo, era un enigma che allora mi proposi di risolvere, mi sembrava lenigma pi importante, e comunque quello che subito risalta nel nostro mondo.

Pochi mesi dopo, il 26 luglio del 1925, Canetti parte per unescursione di un paio di settimane nelle montagne del Karwendel, tra la Baviera e il Tirolo. Ad appesantire il suo sacco, racconta3, ci sono due quaderni e un libro, destinati alla seconda settimana di vacanza. Uno dei quaderni gli servir per le annotazioni e per le obiezioni al libro. Cos, appena ventenne, decide di affrontare lenigma della massa, e di iniziare la sua opera, come gi allora la chiama. Il suo metodo di ricerca, ricorda, consister nel prendere le distanze dalle cose che sulla massa sono gi state dette e scritte. sua intenzione liElias Canetti, Il frutto del fuoco, Storia di una vita (1921-1931), traduzione di Andrea Casalegno e Renata Colorni, Milano, Adelphi, 1982, pp. 130 s. 3 Vedi ivi, pp. 149-160.
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berare la massa da tutti i ghirigori [] per averla di fronte pura e inviolata. Lescursione, per altro, si interrompe bruscamente, e Canetti decide di andare a Gries, vicino a Bolzano. Qui, presa in affitto una stanza nella casa di un contadino che anche il sarto del paese, inizia finalmente a leggere il libro che si porta nel sacco. E per, scrive, quel libro
mi ripugnava sin dalla prima parola e [] ancora oggi, dopo 55 anni, mi ripugna allo stesso modo: il libro di Freud intitolato Psicologia delle masse e analisi dellio.

In quelle pagine, pubblicate quattro anni prima e in cui Siegmund Freud si confronta pi volte con Psicologia delle folle, di Gustave Le Bon , Canetti trova la conferma al suo sospetto: quelli che lo hanno preceduto nellanalisi della massa le si sono avvicinati sentendola estranea, e temendola. Questo, dice, li ha portati a chiudersi, e a non comprenderla. Il solo che ne abbia tentato una descrizione esauriente proprio Le Bon, anche per il fatto che davvero lha conosciuta, avendo avuto davanti agli occhi gli inizi del movimento operaio e la Comune di Parigi. Freud, invece,
aveva avuto limpressione repulsiva di un altro tipo di massa: da uomo maturo, di sessantanni o quasi, aveva vissuto a Vienna lentusiasmo per la guerra. Che opponesse resistenza a quel genere di massa, che anchio avevo conosciuto da bambino4, era pi che comprensibile. Ma Freud non disponeva di alcuno strumento adatto per la sua impresa. Per tutta la vita si era occupato di processi che si svolgono nellindividuo, nel singolo essere umano.

Quanto a me, prosegue, mancavo certo


di qualsiasi esperienza teorica, ma nella pratica conoscevo la massa dallinterno. A Francoforte mi ero lasciato per la prima volta travolgere dalla massa, senza opporre resistenza. Da allora non avevo mai dimenticato come ci si lasci travolgere volentieri dalla massa.

la reazione degli operai di quella citt allassassinio del ministro degli esteri Walther Rathenau ucciso il 24 giugno del 1922 da due militanti dellestrema destra , lesperienza che qui Canetti ricorda5. Fermo su un marciapiedi insieme con molti altri, guardava passare il corteo che si faceva sempre pi fitto. Le persone che di continuo vi si aggiungevano,
avevano qualcosa in comune, non tanto nellaspetto quanto nel comportamento. Il corteo non finiva mai, ne sentivo emanare una salda convinzione, che diventava sempre pi salda. Mi sarebbe piaciuto essere uno di loro, non ero un operaio, eppure quelle grida mi toccavano come se lo fossi.
Cfr. Elias Canetti, La lingua salvata. Storia di una giovinezza, traduzione di Amina Pandolfi e Renata Colorni, Milano, Adelphi, 1980, pp. 124 ss. 5 Cfr. Il frutto del fuoco, cit., pp. 88 s.
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unattrazione fisica, quello che Canetti ricorda daver provato: un desiderio violento di prender parte, al di l di qualsiasi ragionamento. Poi, quando cede allimpulso e si trova realmente in mezzo alla massa, gli sembra di essere preso da un fenomeno simile a quello della forza di gravit. Ma si tratta di una spiegazione del tutto inadeguata, aggiunge. Infatti,
non eri n prima, come individuo isolato, n dopo, come parte della massa, un oggetto inanimato, e la metamorfosi che si verificava allinterno della massa, un mutamento completo della coscienza, era un fatto che penetrava in profondit, rimanendo per enigmatico.

Questo enigma, intuito a 17 anni, determina poi il corso della sua ricerca, e non solo di essa. Quel fatto lontano, conclude infatti, non mi ha pi dato pace, mi ha perseguitato in tutta la parte migliore della mia vita, e se pure sono arrivato a qualcosa, lenigma nondimeno rimasto tale.

Un unico corpo
Gi nella sua giovinezza, dunque, e anzi gi nella sua infanzia6, Canetti interessato e affascinato dalle masse, sia che le avverta come esplosione di vita, sia che le soffra come persecutorie7 (poi le chiamer aizzate)8. In ogni caso, portino distruzione o costruiscano nuovi rapporti, in esse vede una forza da cui dipende una gran parte del mondo umano. Ed appunto in Massa e potere che lenigma di questa loro forza viene, se non sciolto, certo interrogato a fondo, e sempre evitando di fraintenderlo allinterno di una prospettiva individuale. Fin dalle prime pagine del suo libro, anche se solo in maniera implicita, Canetti torna a quanto gli era stato suggerito dallemozione provata a Francoforte: ossia, allattrazione fisica, e al mutamento completo della coscienza. Gli esseri umani, scrive dunque9, provano timore (Schreck) e ripugnanza (Abneigung) quando sono toccati da altri esseri
Cfr. La lingua salvata, cit., pp. 36 s., 41 s., 161. Nellestate del 1914, forse il 1 dagosto, Canetti si trova in un parco pubblico di Baden, vicino a Vienna, insieme con i fratellini di 3 e 5 anni. Alla notizia che la Germania ha dichiarato guerra alla Russia, lorchestra che si esibisce nel parco intona linno nazionale tedesco, che ha la stessa musica di God Save the Queen. Appena tornato da Londra, il piccolo Elias si unisce al coro dei presenti, cantando per linno britannico. Quanto ai fratelli, subito lo seguono anchessi. Improvvisamente si legge in La lingua salvata (cit., p. 125) , vidi intorno a me facce sconvolte dallira, e braccia e mani che si abbattevano su di me. Persino i miei fratelli, compreso il pi piccolino, Georg, si presero un po delle botte destinate a me, che avevo ormai nove anni. Prima che la mamma [] si rendesse conto di quello che stava accadendo, tutti si misero a picchiarci in gran confusione. Ma ci che pi mi impression furono le facce stravolte dallodio. 8 Cfr. Massa e potere, cit., pp. 58 ss. (Masse und Macht, cit., pp. 54 ss.) 9 Cfr. ivi, pp. 17 ss. (pp. 13 s.).
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umani. Li percepiscono infatti come qualcosa destraneo, che viola i confini della loro persona. Solo nella massa tutto questo si capovolge, e al timore e alla ripugnanza si sostituisce una opposta passione davvicinarsi, daccalcarsi. Qualunque ne sia lorigine in particolare, che ci siano o non ci siano capi o agitatori , quel che conta il convergere fisico dei molti, il loro addensarsi fino a sentirsi lun laltro, finalmente liberi da repulsioni e difese reciproche. A quel punto, non ci sono pi i singoli, e non ci sono nemmeno pi i molti, ma si annuncia un soggetto nuovo, un uno compatto. la densit dei corpi, cui si lega unanaloga densit psichica, che porta a capovolgere timore e ripugnanza in una sensazione di eguaglianza benefica. La massa densa (die dichte Masse), la massa in cui i corpi si addossano ai corpi, rende vane le differenze, nel senso che dentro di essa non contano pi, che non sono pi avvertite come tali, e che dunque i singoli non temono di perderle. Dimprovviso,
sembra che tutto accada allinterno di un unico corpo. [] Quanto pi gli uomini si serrano disperatamente gli uni agli altri, tanto pi sono certi di non aver paura luno dellaltro.

Nella massa, dunque, gli esseri umani si liberano finalmente dalla paura, fra tutti i sentimenti il pi rigoglioso e produttivo10. Cos infatti Canetti definisce la paura, un sentimento, per quanto a noi paia invece un repentino trovarsi gettati fuori dal nostro mondo, e dalla nostra stessa riconoscibilit in esso11, e dunque una condizione che subiamo e soffriamo senza esserne il centro, come invece vale per lamore e la simpatia, o per lodio, linvidia, la gelosia. In ogni caso, secondo questa prima lettura dellenigma, nel corpo unico che nasce dallaccalcarsi non ci sono pi estranei, e non ci sono pi confini personali. Sola resta la convinzione immediata e profonda duna completezza fisica e psichica cui pi niente manca. Ed questa una condizione che si forma e si accresce man mano, uno stato verso cui tutti tendono, proprio mentre le distanze fra i singoli si riducono e si annullano. Molte e tra loro molto diverse possono essere le cause di questo addensarsi. Forse qualcuno ha lanciato uno slogan. ForCfr. La lingua salvata, p. 77: Non c sentimento che cresca pi rigoglioso della paura, e saremmo davvero ben povera cosa senza le paure che abbiamo patito. una tendenza caratteristica degli esseri umani esporsi continuamente alla paura. Le nostre paure non vanno mai perdute, anche se i loro nascondigli sono misteriosi. Forse, di tutte le cose del mondo, nulla si evolve e ritrasforma meno della paura. Quando penso ai miei primi anni, per prima cosa ritrovo le paure di cui essi abbondarono in maniera inesauribile. Molte le ritrovo soltanto ora, mentre in altre, che non trover mai, risiede presumibilmente il segreto che mi fa desiderare una vita inesauribile. 11 Cfr. il mio Metamorfosi della paura, Bologna, il Mulino, 1997, pp. 10 ss. e 49 ss.
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se un pericolo s fatto palese. Forse sannuncia un evento da gran tempo atteso, festoso o tragico. Forse, ancora, si tratta di uccidere o veder uccidere insieme, o di morire insieme. In ogni caso, quel che conta che, allimprovviso, non ci sono pi singoli separati da singoli. Tutto nereggia di uomini12. Verso di loro, gi addensati, altri affluiscono da ogni parte, als htten Straen nur eine Richtung: come se le strade avessero una sola direzione. Per quanto alcuni o molti possano non sapere con precisione che cosa stia accadendo, tutti per hanno fretta [] di trovarsi l dove si trova la maggioranza. La loro non semplice curiosit. Piuttosto, sembra che
il movimento di alcuni si comunichi agli altri, ma non si tratta solo di questo: tutti hanno una meta [sie haben ein Ziel]. La meta esiste prima che le abbiano trovato un nome ed l dove il nero pi nero il luogo dove la maggioranza si radunata.

questa meta il segreto della massa, e il cuore del suo enigma? In ogni caso, la massa trae la propria vita dal suo tendere a, sia nel senso che esso la orienta e le d una direzione, sia nel senso che la garantisce nella sua crescita e nel suo permanere. Daltra parte, crescere e permanere sono per la massa lidentica cosa.

Una potenza effimera


Che sia veloce (come quella dei linciatori) o che sia lenta (come quella che attende il discorso dun capo o il colpo mortale dun boia), sempre la massa confida nel suo diventare di pi, nel suo riempire di pi lo spazio che ha fatto proprio, sempre pi riducendo la distanza fra singolo e singolo, fra corpo e corpo. Da quando esiste e sussiste (besteht), scrive Canetti13,
vuol essere di pi [will sie aus mehr bestehen]. La spinta a crescere la prima e suprema caratteristica della massa. Essa vuole afferrare chiunque le sia raggiungibile. Chiunque si configuri come un essere umano pu unirsi a lei.

Comunque nasca, la massa ha una vita intensa. Quanto pi velocemente sallarga, tanto pi velocemente si concentra. Dunque deve chiamare dentro di s il maggior numero possibile di uomini e di donne. Solo incorporandone sempre di nuovi si alimenta, e solo cos pu crescere. In questo senso, la massa di necessit aperta.
La massa naturale massa aperta: non c limite alla sua crescita. Essa non riconosce case, n porte, n serrature: chiunque si chiuda
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Massa e potere, cit., p. 19 (p. 14). Ivi, loc. ult. cit.

davanti a lei le appare sospetto. Aperto devessere inteso qui in tutti i sensi: la massa aperta dovunque e in ogni direzione. La massa aperta esiste fin tanto che cresce. La disgregazione subentra non appena essa cessa di crescere.

Lapertura, dunque, consente alla massa di accrescersi e perci di addensarsi sempre di pi. questo che la mantiene in vita, dandole la forza e lenergia per continuare a esistere, e perci per tendere alla sua meta. Ogni massa, infatti, ha una meta, un evento atteso che la attira e per cos dire la fonda. questa meta quel che pi conta, per la sua potenza. Ossia: quel che pi conta la prospettiva del raggiungimento della meta, della conquista ultima dellunit senza differenze, e perci senza egoismi n gerarchie14. E tuttavia in questo tendere a, e nella potenza che ne scaturisce, la massa non trova solo le ragioni del proprio continuare a esserci, ma anche quelle del proprio repentino non esserci pi. Oltre che intensa, infatti, la vita della massa breve, o almeno sempre precipita verso la propria fine. Fin dallinizio, infatti, su di essa grava una sorta di condanna a morte. questo il prezzo necessario, e certo paradossale, pagato dalla massa per esistere. In un certo senso, solo quando la condanna a morte sta per essere eseguita, un attimo prima che lo sia, solo allora la massa vicina a essere pienamente se stessa. Ora, in questattimo, il boia alza la mannaia, il capo al culmine del suo discorso: la meta si mostra gi qui, in un futuro che sannuncia perfetto. Poi, un attimo dopo, il boia alza un braccio mostrando la testa mozzata, loratore pronuncia lultima parola, e proprio in quellattimo la massa fa sentire la sua voce possente. Al pari della sua voce, anche il suo corpo uno, come mai prima stato. Ogni egoismo e ogni separatezza si annullano in quellunit, e in quella totalit.
Enorme il sollievo che ne deriva. in virt di questo istante di felicit, in cui nessuno di pi, nessuno meglio di un altro, che gli uomini diventano massa15.

Questa perfezione raggiunta, e meglio ancora questo culmine di vita, Canetti lo chiama scarica (Entladung) 16, levento principale allinterno della massa. E per, proprio nel punto pi alto della propria esistenza che quasi si direbbe il culmine di un orgasmo , la massa avverte che ci cui deve la propria vita ormai svanito. Non c pi tensione, non c pi orientamento alla meta, e tutto quel che resta lantica, risaputa prosaicit del tempo quotidiano.
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Cfr. ivi, p. 21 (pp. 16 s.). Ivi, p. 22 (p. 17). 16 Ivi, pp. 20 (p. 16)

[] listante della scarica, tanto agognato e tanto felice, porta in s un particolare pericolo. viziato da unillusione di fondo: gli uomini che dimprovviso si sentono uguali, non sono divenuti veramente e per sempre uguali. Essi tornano nelle loro case separate, vanno a dormire nei loro letti. Essi conservano la loro propriet e non abbandonano il loro nome.

Tutto finito. La meta non sta pi davanti agli uomini e alle donne che, un attimo prima, ancora nereggiavano insieme. Ai loro occhi non c pi motivo di addensarsi. Le strade tornano ad avere le molte direzioni di sempre. Uno per uno, tutti sallontanano e tornano alle proprie separatezze, e alle proprie paure. Di quel che hanno fatto insieme, della passione che li ha mossi e legati, non resta loro che la memoria. Subito dopo la scarica, dunque, la massa smette desistere. Meglio: nella sua pienezza, la massa non esisteva ancora prima della scarica, e certo non esiste pi dopo. In quanto tale, conclude Canetti, la massa si disgrega. Il suo tempo inafferrabile: o teso verso una prospettiva di futuro, o negato in un passato perduto. Cos, dalla speranza alla memoria, nasce, passa e muore la sua potenza effimera.

Laddomesticamento
La massa lega esseri umani a esseri umani, e ne orienta il cammino, liberandoli dalla paura. Ma il suo un tempo che sempre precipita in avanti. E poi, proprio quando si compie latto che le d pienezza di vita, tutto svanisce: legame, cammino, orientamento, libert dalla paura. Cos la massa vera e propria (die eigentliche Masse)17, la massa aperta o naturale. Essa saddensa e si tende verso una meta naturalmente, appunto. Ancora naturalmente fa dei molti e delle loro distanze un uno compatto, totale, uguale. E alla fine, quasi secondo un ritmo dorgasmo, altrettanto naturalmente culmina e crolla nella scarica. Non dunque politico lo spazio che tende a fare proprio: o non lo ancora, o gi non lo pi. Per sfuggire a questo suo destino, la massa pu solo negare la propria apertura, insieme negando la propria immediata passione daccrescimento e la propria possente corsa verso la perfezione. Se il raggiungimento della meta che esegue la sua condanna a morte, non le resta che rimandarne sempre pi nel tempo il raggiungimento, cos rimandando anche la propria morte. Quanto pi riuscir a spostare la propria meta in avanti, ad allontanarla, tanto pi le riuscir di durare in vita. Ma a questo fine le sar necessario un artificio, qualcosa un atto,
17

Ivi, p. 24 (p. 21).

una procedura, o forse una serie di atti e di procedure che determini uninnaturale sospensione della sua natura. Modello di questo artificio sembrano essere per Canetti le grandi religioni mondiali18. A causa delle loro pretese universali, allinizio queste religioni tentano di inglobare tutti coloro che possono essere raggiunti e convinti, e perci dividono nettamente il mondo fra interno ed esterno, fra un s perfetto e chiuso e tutto ci che ne resta (sempre per sua colpa) separato. Si convincono cos desser circondate da avversari, e in particolare si sentono e sono in lotta con tutto ci che, al di fuori dello spazio che sempre pi riempiono e occupano, gi ingloba e organizza esseri umani. In questa loro lotta, peraltro,
si rendono conto di quanto sia difficile durare e considerano sempre pi importanti la istituzioni che garantiscono [ai loro avversari] stabilit e durata.

Man mano che lo scontro si fa pi forte, per evitare che i fedeli vengano attratti dagli avversari, creano perci luoghi che li accolgano e li contengano. Ossia: che accolgano e contengano i fedeli gi esistenti. Sono questi che ora soprattutto interessano loro, e non i nuovi, da raggiungere e convincere. Allo stesso tempo, sempre pi temono e sempre pi contrastano il formarsi al loro interno di movimenti apostati. E che cosa terrebbe pi viva la tensione assoluta verso la conversione, che cosa aumenterebbe il pericolo dellapostasia, se non laccrescimento continuo, il continuo entrare nella massa di uomini e donne nuovi? Memori delle miracolose conversioni di massa da cui hanno preso origine, esse guardano perci con sospetto qualunque indizio ne indichi un ritorno, a cominciare proprio dallarrivo di nuovi seguaci. E da questo stesso sospetto nasce un controllo sempre pi gerarchico e dogmatico della fede. Cos, per mantenersi in vita le religioni devono imparare a diffidare di quella stessa apertura da cui pure ha preso inizio la loro vita. Quel che ora esse vogliono non sono uomini e donne trasformati in un corpo unico, totalmente teso a una meta, ma un gregge, un insieme docile (folgsame) di esseri che non escano del tutto dai confini della loro personalit, di esseri che si possano suddividere e organizzare, e di cui si possa lodare lobbedienza. Certo, la meta resta davanti agli occhi dei fedeli, o almeno davanti agli occhi della loro immaginazione, ma spostata in un futuro per ora non raggiungibile. Se si preferisce: in un futuro che sta fuori dal tempo in un aldil nel quale non si debba affatto entrare subito , e la cui promessa si attuer
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Massa e potere, cit., pp. 29 ss. (Masse und Macht, cit., pp. 24 ss.)

proprio solo alla fine del tempo. Caduta lattesa duna meta immediata, importante ora solo la direzione verso quella stessa meta. In tutto questo, la cosa pi difficile assicurare che quegli uomini e quelle donne continuino a sentirsi in qualche modo legati, e che continuino a sentirsi comunque parti di un corpo totale, anche se non pi con la potenza immediata delle origini. Accade cos che, in
determinati spazi, in determinati tempi, i fedeli vengano radunati e, mediante funzioni sempre uguali, posti in uno stato di massa mitigato19, che li impressiona senza diventare pericoloso [].

questo suo stato mitigato la condizione di conservazione e mantenimento della massa. E ad assicurarlo la sostituzione dellapertura (e della sua precariet) con la chiusura (e con la sua stabilit). Questo processo artificiale, e per cos dire contro natura, situato ritmicamente ossia, ritualmente nel tempo e nello spazio. Qual il pericolo che lartificio e i suoi riti devono arginare, se non che la massa torni a muoversi e che le distanze tornino a scomparire nella densit del corpo sociale, travolgendo ogni docilit di gregge e ogni organizzabilit gerarchica? Dunque, la sensazione di unit dei fedeli, che pure necessaria per la durata della massa, deve essere loro somministrata in dosi prestabilite: n troppo ridotte, per evitare la dispersione, n troppo robuste, per evitare che ogni distanza e ogni gerarchia siano travolte. questo ci che Canetti chiama laddomesticamento (Zhmung) della religione-massa, ormai diventata religione-chiesa. Il suo tempo soprattutto addomesticato: pur sempre orientato al futuro alla meta che sta alla fine del tempo , ormai non vi precipita pi, e dunque pu scorrere nel presente.

La chiusura
Se vuole mantenersi cio, se le riesce , da naturale e aperta la massa si fa artificiale e chiusa, cos negandosi come massa vera e propria. Prima ancora che a proposito delle religioni universali, Canetti descrive e illumina questa trasformazione profonda in una trentina di intensissime righe che chiudono il secondo paragrafo di Massa e potere, intitolato appunto Massa aperta e massa chiusa 20. La massa artificiale, scrive, sta in opposizione (im Gegensatz) alla massa naturale. Non una sua evoluzione, ma una sua negazione. Ci che la muove o che muove alcuni singoli
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Il corsivo mio. Ivi, p. 20 (pp. 15 s.).

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a costituirla e fondarla la preoccupazione della stabilit (Bestand). Per questo suo Hauptaugenmerk, per questa sua attenzione capitale, rinuncia alla crescita. Quel che in essa cos subito spicca il confine, ossia proprio ci che la massa naturale nega e travolge. Confinandosi, la massa chiusa setzt sich fest: si pone saldamente, prende dimora, si insedia. I due momenti, quello del prender dimora e quello della creazione del confine, sono luno contenuto nellaltro. Il suo luogo (Ort) la massa se lo produce (schafft sich) mentre si confina (indem sie begrenzt sich). questo ora il suo spazio (Raum): uno spazio del tutto non naturale, che non cera prima dellinsediamento. Questo spazio artificiale viene infatti separato, sottratto alla totalit spaziale che la massa aperta chiede per s. La sua misura gi in s la negazione della smisuratezza di quello. Ora, certo, essa si appresta a riempirlo, proprio come la massa aperta tende a riempire il proprio. Ma si tratta di un riempire radicalmente diverso. Prima di tutto, scrive Canetti, questo suo spazio le assegnato (ist ihr zugewiesen). Lo si pu paragonare a un recipiente, a un vaso in cui si versa del liquido, e in cui si sa (es ist bekannt: noto) quanto ne pu entrare. Gi cos data una tensione ineliminabile della massa chiusa, che da un lato vuole riempire il proprio spazio, e dallaltro sa che non lo pu fare oltre un certo limite. Quale poi sia il limite, e perci quale sia lequilibrio fra quella volont e questa consapevolezza, questione che sempre vivono e soffrono i gruppi umani stabilizzati in confini spaziali. Essi infatti sono divisi fra la preoccupazione daccrescersi sempre pi e la paura che lo spazio loro assegnato non riesca a contenerli. Per dirla in modo diverso: fra la preoccupazione che non nascano abbastanza figli, e la paura che la barca sia troppo piena, e sia in pericolo di far naufragio21. In ogni caso, questo recipiente tenuto separato dalla totalit spaziale mediante segni particolarmente forti: grosse pietre, per esempio, o solidi muri. Daltra parte, serve alla massa chiusa avere porte che la mettano in comunicazione con ci che sta fuori. Questi accessi al suo spazio dovranno essere per pochi, contati (gezhlt). Per quanto necessario, ognuno di essi infatti un pericolo. E si tratta di un pericolo doppio. Da un lato, ogni porta pu essere attraversata da fuori a dentro a opera di nuovi venuti. Dallaltro, pu essere attraversata anche in senso opposto, da dentro a fuori. Ora che la spinta alla crescita negata, o frenata, questo il gruppo teme soprattutto: di perdere se stesso, perdendo i singoli che lo compongono.
21

Cfr. anche il mio Metamorfosi della paura, cit., p. 28.

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Sar perci indispensabile che quegli accessi siano controllati in entrambi i sensi, e che non solo si impedisca un incremento sregolato della massa chiusa, ma anche si ostacoli e ritardi il deflusso. Essi dovranno cos esser difesi da segni ancora pi potenti delle pietre e dei muri. Per entrarvi ci sar bisogno di una particolare cerimonia daccoglienza, oppure si dovr pagare una tassa. In ogni caso, occorrer segnare il passaggio e il suo pericolo con una procedura fortemente simbolica, e anzi proprio rituale. Quanto a uscirne, potrebbe essere anche pi difficile, o addirittura impossibile. Potrebbe infatti capitare che tale atto, materiale o anche solo simbolico, fosse considerato (e temuto) come un atto di defezione, e di tradimento. Chi esce dai confini, e dal dentro va verso il fuori, potrebbe aver subito le tentazioni del nemico. Cos si legge poche pagine pi avanti, a proposito del senso di persecuzione della massa aperta22, la quale si sente minacciata dal nemico che sta fuori, al d delle sue mura, ma ancor pi da quello che sospetta si nasconda al proprio interno. questo il piccolo traditore, una sorta di doppio egoista che abita nelle cantine dognuno, e che vuole solo mangiare, bere, amare e starsene tranquillo. Per quanto Canetti si riferisca qui in modo esplicito alla massa aperta, a noi pare che il piccolo traditore nascosto nel buio e nel segreto sia ancora pi subdolo e forte nel caso della massa chiusa. E il riferimento alle mura che delimitano la massa, dividendo il dentro dal fuori, gli amici dai nemici, sembra avvalorare questa lettura. In ogni caso, proprio il venir meno del legame potente in vista della meta immediata che rende possibile e addirittura probabile il tradimento23. Ed questa la difficolt cui davvero la massa chiusa deve far fronte: questa inevitabile tentazione dei suoi membri di tornare uno a uno nelle loro case separate, e lungo strade che hanno direzioni altrettanto separate.

Lillusione necessaria
Neppure la chiusura, dunque, garantisce del tutto e per sempre la massa contro il tradimento che cova nelle cantine dognuno. E poi, proprio quando le sua mura sembrano pi impenetrabili (dallesterno) pi invalicabili (dallinterno), proprio allora pu accadere che gli uomini e le donne le considerino intollerabilmente strette. A quel punto, prepotente rinasce la pulsione a infrangere limiti, a vincere separatezze e distanze, a
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Massa e potere, cit., pp. 27 s. (Masse und Macht, cit., pp. 23 s.). Cfr. il mio Metamorfosi della paura, cit., pp. 148 ss.

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tendere come un unico corpo verso una meta che non stia al di l tempo, ma nel presente, e che valga come una promessa per cos dire a portata di mano. Questo scoppio (Ausbruch) rompe ogni chiusura e ogni artificio, abbatte ogni confine e scardina ogni porta, e d vita una volta ancora a una massa naturale, a una massa vera e propria. Che sia aperta o chiusa, la massa in pericolo comunque. Nel primo caso reca la propria fine con s e dentro di s. Nel secondo, spostata in avanti la condanna a morte, viene per meno lentusiasmo totale, il senso di unit e anzi proprio di unicit immediata e materiale che garantisce la coesione. Entrambe, la naturale e lartificiale, sono dunque minate alle radici. Canetti scrive appunto che c una sorta di impotenza nello sforzo della massa di perdurare (bestehen zu bleiben)24. A questo fine, aggiunge,
lunica via promettente la formazione di doppie masse: processo in cui luna massa si misura con laltra. Quanto pi sono vicine in forza e intensit, tanto pi a lungo entrambe, commisurandosi, restano in vita25.

Specchiarsi in unaltra massa, averla di fronte come minaccia e allo stesso tempo come modello mimetico26, consente alla massa di confermarsi in se stessa. Questo le dato sia nella sua fase naturale e aperta, sia in quella artificiale e chiusa. E per, in questo secondo caso, perch possa esserci commisurazione, e perci prima di questa commisurazione, occorre che la massa esista cio, che esista nonostante la chiusura , e che in essa i molti in qualche modo siano o si illudano dessere una totalit. A noi sembra dunque che le sia necessario qualcosa che si riferisca alla sua propria esistenza, e che la stabilizzi per se stessa, e non in quanto essa veda se stessa rovesciata in unaltra. Questo qualcosa, che deve essere precedente alla commisurazione speculare, ancora Canetti a suggerirlo, e proprio nelle ultime intensissime righe che chiudono il paragrafo Massa aperta e chiusa27.
La massa [chiusa] guadagna in durata [Bestndigkeit] ci che perde in possibilit di crescita. Essa difesa da influenze esterne che potrebbero esserle ostili e pericolose. In particolare per essa conta sulla ripetizione. sempre nella prospettiva di ricostituirsi [auf WiederMassa e potere, cit., pp. 26 s. (Masse und Macht, cit., p. 22). Traduco qui il testo di Canetti in maniera lievemente difforme da Jesi. 26 Pu trattarsi di un rispecchiamento allinterno di una stessa massa divisa in due met, come nel caso unarena in cui la massa sta seduta dinanzi a se stessa, o anche di due masse distinte che si fronteggiano e si raddoppiano negli sguardi e nei movimenti (cfr. Massa e potere, cit., pp. 33 s. e 75 ss.; Masse und Macht, cit., pp. 29 s. e 71 ss.). 27 Ivi, p. 20 (p. 16).
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sammeln: del tornare a raccogliersi] che ogni volta la massa si illude di superare la propria dispersione [tuscht sich di Masse ber ihre Auflsung jedesmal hinweg; la traduzione di Jesi invece: la massa accetta, illudendosi, la propria dispersione]. Ledificio la aspetta, l per lei, e fintanto che esiste i componenti della massa vi si raduneranno allo stesso modo [auf dieselbe Weise; nella traduzione di Jesi: come sempre]. Lo spazio appartiene loro anche quando subisce il riflusso, e nel suo spazio vuoto ricorda il tempo dellalta marea.

C, in questo passaggio, unintuizione che torna poi anche a proposito delle religioni universali28. Nonostante lo stato di massa mitigato, nonostante laddomesticamento, i fedeli restano legati per il fatto che, in spazi e tempi determinati, si fanno loro tenere comportamenti fissi e sempre uguali. E quando gli esseri umani si abituano
a questa esperienza esattamente ripetuta e limitata nelle loro chiese o templi [] non possono pi farne a meno. Ne dipendono come dal nutrimento e da tutto ci che costituisce la loro esistenza.

nella ripetizione, dunque, che la massa chiusa trova la prima e pi importante stabilizzazione. Sta in essa il segreto dellartificio o, se si preferisce, il fondamento di un sempre rinnovato prender dimora nello spazio e nei suoi confini. Quel che ai molti viene promesso il ritorno periodico allatto e al momento pi intenso tra quelli che li hanno costituiti come massa, per quanto chiusa. Ossia, viene loro promesso che di nuovo si insedieranno, che di nuovo si stabiliranno saldamente tutti insieme. Quellatto e quel momento tornano cos periodicamente, e allo stesso modo. O almeno questo gli uomini e le donne credono, e sono indotti a credere. certo unillusione, la loro. Lo perch, subito dopo ogni ripetizione dellatto fondativo, la dispersione torner a vincere, e ognuno sar una volta ancora solo se stesso, come dopo la scarica della massa aperta. Ma lo anche in un senso ulteriore, e per cos dire positivo. Ci di cui i molti si illudono che davvero latto fondativo possa essere ripetuto, che possa tornare a vivere uguale a se stesso, appunto auf dieselbe Weise. In realt, lo possono solo imitare, possono solo fingerlo e metterlo in scena. Tuttavia, questa solenne funzione-finzione, che di tempo in tempo si trovano a rappresentare insieme, ai loro occhi non si distingue dalla verit dellatto (antico, favoloso) con cui la massa s cinta di confini. E a essa, al suo artificio nascosto e dimenticato, ora affidano il proprio legame e la propria sicurezza dentro confini chiusi, nello spazio che ormai appartiene loro anche quando subisce il riflusso, con la stessa certezza con cui sempre di nuovo torna lalta marea.
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Cfr. ivi. p. 30 (pp. 25 s.)

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A questo rimanda il sich ber ihre Auflsung hinwegtuschen di Canetti: a questo illudere se stessi, a questo autoilludersi che consenta di opporsi alla dispersione, e di superarla. E infatti ogni volta, finch la cerimonia in atto, nei molti rivive la certezza dessere uno, e ogni volta, al termine del rito, i singoli tornano al proprio egoismo, per certi che si riuniranno di nuovo, e che di nuovo saranno uno, perch cos stato loro promesso. Essi cio guardano al futuro lontano, nella direzione della meta non pi a portata di mano, ma guardano anche verso il futuro vicino, quello della prossima ripetizione. E intanto, nellattesa della periodica rifondazione delle loro fragili certezze, nella loro memoria continua a vivere il passato: sia quello lontano (e mitico) dellatto fondativo originario, sia quello vicino dellultima ripetizione. In tal modo, anche il loro tempo stabilizzato: non pi solo futuro, come per la massa chiusa che saddensa e cresce, e non pi solo passato, come per i singoli che dopo la scarica se ne portano via con s nientaltro che il ricordo, ma ormai anche presente che dura. Di tutto questo di memoria e speranza, di senso del passato e attesa del futuro , di tutto questo, dunque, fatta lillusione necessaria che tiene in vita la massa chiusa, e che le d durata. E si tratta di unillusione con effetti concretissimi e realissimi. Quel che cos nasce e vive listituzione, lo strumento umano, molto umano che d ordine e significato al (nostro) mondo.

Il gioco del gatto


Non c pregiudizio e non c rifiuto impaurito della massa, in questa analisi del suo formarsi e morire, del suo chiudersi e (ri)fondarsi. Coerente con lopera che il Canetti ventenne immaginava avrebbe occupato la sua intera esistenza, Massa e potere percorre poi la molteplicit dellumano addensarsi e riunirsi, evitando di ridurlo alla prospettiva del singolo. Dalle qualit della massa alla sua fenomenologia, la prospettiva resta fedele allintuizione di Francoforte e della Alserstrasse, a Vienna: e cio che, accanto a una pulsione verso la personalit, e in contrasto con essa, gli esseri umani siano mossi da una pulsione verso labbattimento e il capovolgimento di separatezze e confini singolari. E certo lo sfondo che regge tale prospettiva, e che la alimenta, quello del Novecento, tanto delle sue tragedie, dalle ideologie totali ai bombardamenti a tappeto e agli stermini, quanto delle sue grandezze, dallo Stato sociale alla democrazia e alle ferie pagate. E tuttavia c anche, in Massa e potere, unattenzione personale alla questione del legame dei molti, inteso non pi

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come (auto)illusione rituale e collettiva, ma come riconoscimento dautorit da parte di ognuno. In questa direzione, Canetti utilizza unimmagine tanto usuale quanto potente: quella della relazione cruciale e mortale fra il gatto e il topo, e ancor prima quella pi generale fra predatore e preda29. La forza (Gewalt) non di per se stessa potere (Macht), si legge dunque allinizio della sezione dedicata agli Elementi del potere30. Essa infatti esprime un fare vicino, presente, e certo pi costrittivo (zwingender) e pi immediato (unmittelbarer) di quello del potere. Daltra parte, sostiene Canetti, la parola Macht non sta in rapporto con machen (fare), ma con il gotico magan, che esprime lesser capaci, lessere in grado: una potenzialit, ancor prima e ancor pi che un atto. Al suo grado pi basso, la forza appunto solo atto, fisicit che esplode: Una preda viene afferrata con forza, e con forza portata alla bocca. Perch questatto diventi potere, occorre che superi la propria diretta materialit e che si faccia pi ampio, pi generale. Per quanto la forza ne sia elemento costitutivo e per quanto sempre possa tornare fisicit immediata , tuttavia il potere contiene pi del suo semplice fare. Dalla forza si passa al potere se e quando essa, avendo imparato ad attendere, sich mehr Zeit lt: se e quando si concede pi tempo, non esaurendosi nel presente. questa certa misura di pazienza che decide se il Gewalt si sia trasformato in Macht. Torniamo ora al predatore che tiene la preda saldamente, nel senso che lha nella propria disponibilit fisica. Certo pu farne quel che vuole. Soprattutto, pu portarla fin dentro le fauci, divorarla e incorporarla. Ma che potere , questo che distrugge il proprio oggetto? Non c relazione tra predatore e preda, ma solo un annientamento subitaneo. La morte il suo limite, e si tratta di un limite raggiunto immediatamente. Nel momento in cui esplode, il potere-forza (nel suo grado pi basso) gi finito, negato da se stesso. C qui un sentore del maggior paradosso del potere, e del potente: la morte suo inizio e per anche sua fine. Ogni desiderio umano di immortalit, scrive Canetti, reca in s la brama di sopravvivere31: non solo di non morire, ma di vivere ancora rispetto a qualcuno che gi morto. Nella posizione del proprio corpo, ritto e pronto a ogni decisione32, il so-

Cfr. il mio La libert negli occhi, Bologna, il Mulino, 2006, pp. 20 ss. Massa e potere, cit., p. 339 (Masse und Macht, cit., p. 333). 31 Ivi, p. 273 (p. 267). 32 Elias Canetti, Potere e sopravvivenza, in Elias Canetti, La coscienza delle parole, traduzione di Renata Colorni e Furio Jesi, Milano, Adelphi, 1984, pp. 41 ss. Cfr. Massa e potere, cit., pp. 469 ss. (Masse und Macht, cit., pp. 459 ss.).
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pravvissuto (der berlebende) misura la propria superiorit rispetto al morto, steso a terra. Ebbene, la
forma pi bassa del sopravvivere consiste nelluccidere. Cos come luomo ha ucciso lanimale di cui si nutre, che ha trovato indifeso e pu farlo a pezzi e distribuirne i pezzi quali parti della preda per s e per i suoi , cos luomo vuole anche uccidere luomo che gli di ostacolo, che gli si contrappone come nemico. Si vuole abbattere quelluomo per sentire che si esiste ancora quando egli non pi.

Anche luomo pu essere smembrato e spartito, egli e le sue armi, al pari degli animali. E certo, insieme con i nemici, e nel tentativo comune di ucciderli, muoiono anche gli amici. Cos gli uni si accumulano sugli altri, fino a formare un mucchio di morti, onore e passione del sopravvissuto. Potente, dunque, chi uccide. Daltra parte, proprio uccidendo egli divora quegli esseri sopra i quali si dovrebbe esercitare la sua potenza. Insomma ecco il paradosso , la morte lorigine e la misura del potere e insieme il suo limite. Come in un cerchio magico da cui non pu uscire, il potente dovr sempre pi uccidere per sempre pi confermarsi. E ogni volta, avendo ucciso, avr anche negato la possibilit stessa duna relazione di potere. Perci, sar costretto a cercare quella conferma uccidendo ancora, prima i nemici e poi, immancabilmente, gli amici33. Questo il potente, questa la sua passione che mai si chiude, sostiene Canetti, il cui modello lAdolf Hitler che arriva a trionfare al di sopra duna Germania ridotta appunto a uno smisurato mucchio di morti34. Al di l di questo paradosso, e della passione omicida che lo alimenta, perch il potere sia potere o perch lo resti deve prendersi tempo e pazientare proprio con la morte. A proposito di questa pazienza Canetti utilizza limmagine del gatto che, avendo il topo tra le zampe, lo tiene nella propria completa disponibilit fisica e per, invece di divorarlo e incorporarlo, inizia a giocare con lui35.
Il gatto infatti lascia libero il topo e gli permette di correre qua e l per un poco. Appena il topo incomincia a correre, non pi in balia della forza del gatto [in ihrer Gewalt]; ma il gatto ha pienamente il potere [Macht] di riprendere il topo.

Il gatto in grado di riportarlo nella propria piena, immediata disponibilit. E lo finch non lo uccide: [] finch il topo resta afferrabile dal gatto, continua ad essere in suo potere. Il potere, dunque, vive nel lasso di tempo che separa il
Cfr. La coscienza delle parole, cit., p. 52. Cfr. Elias Canetti, Hitler secondo Speer, ivi, pp. 239 ss., e il mio Il silenzio dei persecutori, ovvero il Coraggio di Shahrazd, Bologna, il Mulino, 2001, pp. 63 ss. 35 Cfr. Massa e potere, cit., pp. 339 s. (Masse und Macht, cit., p. 333 s.).
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primo manifestarsi della sua pazienza dallatto definitivo, irrevocabile delluccisione. Se si vuole, il potere tale finch non uccide, finch da potenzialit non si trasforma in atto. Con ci non solo si dice che il potere il poter ancora uccidere, ma anche che esso nel tempo, e anzi che crea il tempo, o almeno quello che tale per il topo: un po pi di tempo, nellattesa dellultimo colpo. E certo anche spazio; ossia quello spazio, un po di spazio, che concesso al topo nei confini segnati dalle unghie del gatto.
Lo spazio sul quale il gatto proietta la sua ombra, gli attimi di speranza che esso concede al topo, sorvegliandolo per con la massima attenzione, senza perdere interesse per il topo, per la sua prossima distruzione, tutto ci insieme, spazio, speranza, sorveglianza, interesse per la distruzione, potrebbe essere definito come il vero corpo del potere, o semplicemente il potere stesso.

Tutto ci, appunto, ci mostra limmagine del gioco del gatto con il topo. Daltra parte, per usare un linguaggio cinematografico, possiamo cambiare inquadratura, passando dalloggettiva con la quale Canetti mette in scena entrambi i protagonisti alla soggettiva del topo che guarda il gatto. Quel che ora vediamo, con i suoi occhi, paradossalmente meno disperato di quel che vedevamo con i nostri. E infatti Canetti parla di speranza: il topo spera in un po pi di tempo, e certo anche in un po di spazio. Ossia, in attesa di un tempo e immerso in uno spazio delimitati, sottratti alla dismisura del tempo e dello spazio che stanno fuori dallombra del gatto, e dallinteresse che esso manifesta per la sua distruzione. Non c qui qualcosa che gi s visto a proposito della massa che si stabilizza negando la totalit dello spazio e il precipitare del tempo? Che cosa per il topo la sorveglianza del gatto, se non un sentirsi al centro della sua ombra panottica36, reso sicuro rispetto al vuoto che si apre l dove essa finisce? E a chi, se non alla superiorit del suo tormentatore, si volgeranno i suoi occhi nel tempo breve che gli concesso? Ne sar affascinato, scambiando lesibizione della sua forza se non proprio la sua forza, che lo annienterebbe (e che prima o poi lo annienter) , scambiando dunque tale esibizione per la prova della sua legittimazione a giocare con lui. E forse arriver a sperare e pretendere che quella forza esibita ogni tanto si scateni, rendendo ancor pi evidente la sua legittimit. Alla fine, proprio come i molti legati dalla ripetizione rituale, anche il topo si illuder di qualcosa: se non dellappartenenza a un corpo unico e denso, almeno dellautorit evidente e sfolgorante del gatto.
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Cfr. il mio La libert negli occhi, cit., pp. 25 ss.

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Tutto questo ci sembra possibile vedere nellimmagine della relazione ineguale fra il predatore paziente e la sua preda. E infatti qualcosa di simile Canetti aggiunge subito dopo37, a proposito della devozione religiosa, nelle sue molteplici sfumature.
Ogni fedele sta costantemente in balia della potenza di un dio [in Gottes Macht, che nella traduzione italiana diventa erroneamente: in balia della forza di un dio] e ne , a suo modo, soddisfatto. Per alcuni, tuttavia, ci non sufficiente. Essi si aspettano un deciso intervento della divinit, un atto immediato della forza [Gewalt] divina, riconoscibile e percettibile come tale. Si trovano nella condizione di chi riceve ordini, e per loro Dio possiede i tratti pi brutali di un sovrano.

Di questo pare restino in attesa i topi, pi duna volta: di ordini, di comandi di un qualche gatto-dio verso cui i loro occhi si volgono. E questa attesa obbediente di comandi incide profondamente38 su di loro, affondando nei loro corpi e nelle loro menti una particolarissima spina39. Ne fa cio non solo degli osservanti, degli obbedienti verso lalto, verso lombra panottica da cui quei comandi scendono, ma anche degli autoritari pronti a rivolgere gli stessi comandi verso il basso40: verso altri topi che abbiano la sfortuna di non condividere i loro entusiasmi pericolosi.

Occhi
Torniamo alla soggettiva del topo, al suo sguardo affascinato dagli artigli. Invece di sperare di sfuggirne il Gewalt, e di liberarsene, esso spera di riceverne tempo, spazio, vita. Il suo tormentatore diventa cos il suo centro dattenzione, da cui attende certezza di s. Come lui possiamo immaginare facciano spesso gli esseri umani, di fronte a chi li tenga nellombra del suo potere. E capita anche che lo facciano in molti e insieme, ognuno orientato alla stessa speranza. Come dubitare che questo orientarsi tutti insieme e questo stare tutti insieme in attesa di comandi finiscano per concorrere a stabilizzare il legame dei molti nella massa chiusa, sommandosi alla stabilizzazione rituale? Proprio a questa potenza stabilizzatrice si riferisce unaltra immagine canettiana: quella della corte, e dei molti occhi di cui essa si nutre. Una corte, si legge in Massa e potere41, da tutti pensata
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Massa e potere, cit., pp. 340 s. (Masse und Macht, cit., pp. 334 s.). Ivi, p. 341 (p. 334). 39 Sulla spina del comando v. ivi, pp. 365 ss. (pp. 357 ss.). 40 Cfr. ivi, p. 375 (pp. 366 s.). 41 Ivi, pp. 484 ss. (pp. 473 ss.).

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come un centro: come un punto centrale sul quale orientarsi. Questa tendenza a muoversi attorno a un punto centrale antichissima []. In origine, tuttavia, anche il punto centrale era mobile, poteva costituirsi qua o l e vagava insieme con coloro che si muovevano intorno a esso. Solo gradualmente il punto centrale divenne stabile [fest: fisso, saldo].

Modello (Vorbild) di questa stabilit e di questa capacit di durare erano grandi pietre e alberi, cui potevano aggiungersi la difficolt e la fatica a utilizzarli per edificare edifici maestosi. Importante era anche il numero di uomini necessari per spostarli da luoghi lontani e per compiere lopera. Daltra parte, prosegue Canetti, non bastano n la centralit n la stabilit a costituire una corte: ossia, non bastano a dare ordine (Ordnung) al piccolo mondo che vi si costituisce intorno. Questo infatti una corte: un luogo da cui si irraggi ununiforme norma di vita, e che trasformi la casualit dellaccadere in un mondo coerente, dotato di senso e valore. A tale scopo non bastano pietre e alberi, n lavoro e fatica. Perch ledificio centrale, stabile, colmo di maest diventi una corte, decisivi sono invece gli uomini che vi abitano. Meglio, decisivo
un nucleo di uomini in numero non troppo piccolo, inseriti in esso con la massima cura, come facessero parte delledificio [als wren sie selbst ein Teil des Baues: come se fossero essi stessi una parte delledificio]. Quegli uomini sono disposti [angeordnet], come le sale, a diverse distanze e altezze.

Assimilati alla materialit della corte, questi uomini sono chiamati a fare, ma ancora in modo da confermarne la stabilit immutabile. Essi cio possono fare tanto e non di pi, in nessun caso. In tempi determinati (zur bestimmten Zeiten), certo, si devono radunare per rendere omaggio al sovrano. Ma lo devono fare senza rinunciare a ci che sono: was sie sind scrive Canetti, e questo neutro was sembra confermare che non la loro umanit sia quel che conta, ma la loro appartenenza appunto quasi materiale alledificio. E ancora, non devono dimenticare il posto (Platz) che loro compete, restando ben consci della propria limitazione (Baschrnkung). Insomma, loro compito restare comunque parte immobile, e sempre uguale a se stessa, della corte. Quanto allomaggio che devono rendere, questo
consiste nel fatto di essere l [da sie sind da: che essi sono l], volti verso il sovrano, schierati intorno a lui pur senza avvicinarglisi troppo, abbagliati da lui, timorosi di lui, in attesa di tutto da lui. Trascorrono la vita in questa particolare atmosfera, pervasa in egual misura di splendore, terrore e benevolenza.

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Orientamento degli occhi, timore, attesa: non questo che abbiamo visto nella soggettiva del topo? Sembra che nei cortigiani, e nel loro comportamento affascinato, si raddoppino e si imitino proprio gli elementi della fascinazione della preda nei confronti dellombra che la pazienza del potere getta su di lei. La sola differenza a noi pare la benevolenza: ossia, la particolare situazione di queste prede ammesse dalla pazienza del loro predatore a trarre beneficio dal suo splendore, in via indiretta e come di riflesso. Insomma, e per usare lespressione di Canetti, si direbbe che questi topi si fossero domiciliati sul sole stesso. Daltra parte, questo loro abitare nello splendore del sovrano ha una finalit ancora una volta tesa ad aumentare il potere orientante del centro. Essi cio non solo contribuiscono con il proprio essere l a confermarne e aumentarne la stabilit, ma anche si mostrano agli altri, esclusi dallo splendore, mentre guardano affascinati e tutti insieme, allo stesso modo e verso la stessa direzione. E con ci a loro dimostrano (beweisen) che anche il sole abitabile. Il loro comportamento affascinato deve funzionare come contagio (soll ansteckend wirken) sugli altri sudditi: ci che essi fanno sempre deve indurre loro a ripeterlo nello stesso modo talvolta. Cos come i cortigiani orientano i loro occhi al centro splendente della corte, allo stesso modo fanno i sudditi, ma attraverso di loro. Ossia: orientano i loro occhi ai loro occhi orientati. Alla fine, immaginando ancora altri occhi che guardano gli occhi dei primi che guardano quelli dei secondi, se ne pu bene trarre limmagine di una macchina dappartenenza e dobbedienza costituita da grandi cerchi concentrici intorno al cerchio pi interno dei cortigiani. E che cos questo sinottico42 e totale guardar guardare, se non limmagine stessa dellappartenenza a un gruppo, e proprio a una massa chiusa, il cui centro rituale sia una messa in scena di superiorit? E questa messa in scena sempre uguale a se stessa, ripetuta a tempi stabiliti ben potrebbe essere la fonte di quellautoillusione artificiale e precaria che induce i molti a legarsi (o a lasciarsi legare) come se fossero uno.

Disobbedire
Forse non sciolto, lenigma che ha occupato tutta lopera e tutta la vita di Canetti, insieme con quello della morte. E per almeno in parte illuminato da queste sue (e nostre) ipotesi. Ipotesi qui significa proprio solo tentativi di comprensione:
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Cfr. il mio La libert negli occhi, cit., pp. 28 ss., 31 ss.

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tentativi che chiedono dessere sempre di nuovo riformulati, e anche sempre di nuovo superati. Nata per vincere la condanna a morte che la massa naturale porta in s e con s, listituzione pur sempre fragile e sospettosa, tesa a conservarsi e impaurita da ogni mutamento. E per, quanto pi si chiude e si irrigidisce, tanto pi per lei savvicina il momento in cui la massa torna a esplodere, chiamata da una nuova meta che ora le appare immediata. La nostra vita sociale e politica sta in questa metamorfosi continua, in questo ininterrotto addensarsi, chiudersi, esplodere e tornare ad addensarsi. E Canetti la descrive senza nulla nascondersene, n le grandezze n le miserie. Per quanto gli sia toccato di vedere gli orrori del Novecento quelli di un potere che, appropriandosi tanto delle masse quanto degli individui, s nutrito di mucchi di morti , il suo occhio resta attento e chiaro. Cos come non cede al timore di fronte alla passione degli esseri umani di riunirsi e diventare uno, allo stesso modo non cede allentusiasmo per tutto ci che in tal modo ne nasca. In particolare, ci avverte che la fascinazione del comando del dare ma anche del ricevere comandi fa di noi degli schiavi. Per liberarci dalle catene del potere che uccide, e che ci lega tutti insieme nella sua fascinazione, ci si apre comunque una via netta, per quanto difficile da percorrere. Daltra parte, niente facile quando si tratta di costruire la propria libert. E libero, appunto, chi sappia disobbedire, estirpando da s la spina del comando.
Solo il comando eseguito fa rimanere la sua spina in chi vi ha obbedito. Chi ha eluso gli ordini non deve neppure conservarne la traccia. Luomo libero solo quello che ha imparato a evitare gli ordini, e non quello che se ne libera soltanto in un secondo tempo. Ma chi impiega pi tempo per liberarsene, o addirittura non ci riesce, quello senza dubbio il pi nonlibero [der Unfreieste]43.

Terminando il libro della sua vita, Canetti si augura che i singoli non cedano la loro signoria e la loro dignit n alle masse, aperte o chiuse, n ai potenti. La via che porta fuori dal dominio della morte, cos ci avverte, passa anche attraverso la capacit di disobbedienza di ogni uomo e di ogni donna. questo un altro grande, splendido enigma.

Massa e potere, cit., pp. 369 s. (Masse und Macht, cit., p. 361). La traduzione in gran parte mia.

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