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Biblioteca di Muntu 4

tienne de La Botie

Discorso sulla servit volontaria

2005

tienne de La Botie

Discorso della servit volontaria

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Discorso sulla servit volontaria

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Titolo originale : Discours sur la servitude volontarie (1548). La traduzione stata condotta sul testo inserito nelle Oeuvres compltes d'stienne de la Botie, a cura di Paul Bonnefon (J. Rouam, ParisG.Gounouilhou, Bordeaux 1892) tenendo conto delle varianti testuali. Traduzione di Antonio Vigilante. Questo testo fa parte di Muntu, un progetto per la divulgazione delle scienze sociali presente in rete allindirizzo: http://purl.oclc.org/NET/muntu Questo testo pu essere liberamente riprodotto e distribuito, a condizione che ci avvenga senza fine di lucro, senza alcuna alterazione del contenuto e indicando la provenienza. Come citare questo testo: . DE LA BOTIE, Discorso sulla servit volontaria, trad. it. di Antonio Vigilante, Biblioteca di Muntu, n. IV, 2005 <http://purl.oclc.org/NET/Biblioteca04> Data di rilascio: 2 giugno 2005. In attesa di revisione.

Discorso della servit volontaria

Pazzo fu sempre de' molti il regno. Un sol comandi, e quegli cui scettro e leggi affida il Dio, quei solo ne sia di tutti correttor supremo.1 Ecco quello che Ulisse dichiara in pubblico, secondo Omero. Se avesse detto semplicemente: Pazzo fu sempre de' molti il regno, sarebbe stato sufficiente. Ma invece di dedurne che il dominio di molti non pu essere buono, dal momento che anche il dominio di uno solo, quando assume questo titolo di signore, duro e irragionevole, egli al contrario aggiunge: Uno solo comandi. Si pu scusare forse Ulisse per aver parlato cos, poich ci gli serviva per calmare la ribellione dell'esercito: io credo che abbia adattato il suo discorso pi alle circostanze che alla verit. Ma a rifletterci, una sventura estrema essere assoggettati a un signore la cui bont non pu mai essere assicurata, che ha sempre il potere di essere malvagio quando lo vorr. Quanto ad obbedire a molti signori, vuol dire essere molte volte estremamente sventurati. Non voglio dibattere qui la questione tante volte agitata, se altri tipi di repubblica siano migliori della monarchia. Se dovessi dibatterla, prima di cercare quale posto la monarchia debba occupare tra i diversi modi di governare la cosa pubblica, domanderei se bisogna accordargliene alcuno, poich difficile credere che vi sia qualcosa di pubblico in tale forma di governo, in cui tutto appartiene a uno solo. Ma riserviamoci per un altro momento questa questione che merita di essere trattata a parte, e che provocherebbe ogni sorta di disputa politica. Per il momento, vorrei soltanto comprendere come possibile che tanti uomini, tanti borghi, tante citt, tante nazioni sopportino talvolta un solo tiranno, che non ha altro potere al di fuori di quello che essi gli danno, e che non potrebbe far loro alcun male se essi non preferissero soffrire che contraddirlo. Cosa davvero sorprendente e peraltro cos comune che bisognerebbe deplorare pi che stupirsi vedere un milione di uomini miserabilmente asserviti, con la testa sotto il giogo, non perch costretti da una forza superiore, ma perch affascinati e per cos dire stregati dal sol nome di uno che non dovrebbero n temere perch solo n amare perch verso di loro del tutto inumano e crudele. Tale tuttavia la debolezza degli uomini: costretti ad obbedire, obbligati a temporeggiare, non possono essere sempre i pi forti. Se dunque una nazione, costretta dalla forza delle armi, sottomessa al potere di uno solo come la citt di Atene con il domini dei trenta tiranni -, non bisogna stupirsi che essa sia serva, ma deplorarlo. O piuttosto, non bisogna n stupirsi n lamentarsi,
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Omero, Iliade, II, 204. Trad. Monti [N.d.T.]

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ma sopportare la sventura con pazienza, e riservarsi per un avvenire migliore. Noi siamo fatti in modo tale che i doveri comuni dell'amicizia assorbono una buona parte della nostra vita. ragionevole amare la virt, stimare le belle azioni, essere riconoscente per i benefici ricevuti, ridurre spesso il nostro benessere per accrescere l'onore e il vantaggio di quelli che amiamo e che meritano di essere amati. Se dunque gli abitanti di un paese trovassero presso di loro uno di quegli uomini rari, che dia loro prove di una grande preveggenza per salvaguardarli, un grande ardimento per difenderli, una grande prudenza per governarli; se essi si abituassero alla lunga ad obbedirgli ed a confidare in lui, fino a accordargli una certa supremazia, io non so se sarebbe saggio elevarlo dal posto in cui fa del bene per metterlo l dove potrebbe fare del male; masembra naturale, in effetti, voler bene a chi ci ha procurato del bene, e non temera da lui alcun male. Ma, o gran Dio, che questo? Come chiameremo questa sventura? Cos' questo vizio, questo vizio orribile, di vedere un numero infinito di uomini non solo obbedire, ma servire, non solo essere governati, ma essere tiranneggiati, senza che beni, parenti, bambini, o la loro stessa vita appartengano loro? Di vederli soffrire rapine, dissolutezze, crudelt non di un esercito, non di un campo barbarico contro il quale ciascuno debba difendere il suo sangue e la sua vita, ma di un solo uomo! Non di un Ercole o di un Sansone, ma spesso dell'uomo pi fiacco, pi effeminato della nazione, che non ha mai respirato la polvere delle battaglie n calpestato la sabbia dei tornei, che inadatto non solo a comandare agli uomini, ma anche a soddisfare la pi umile donnicciola! Chiameremo ci vigliaccheria? Diremo vili e codardi tali uomini sottomessi? Se due, tre, quattro cedono a uno solo, strano, ma possibile; si potrebbe dire con ragione: mancanza di coraggio. Ma se cento, se mille soffrono l'oppressione di uno solo, si dir ancora che non osano azzuffarsi con lui, o piuttosto che essi non lo vogliono, e che non si tratta di codardia, ma piuttosto di disprezzo o disdegno? Infine, se si vedono non cento, non mille uomini, ma cento paesi, mille citt, un milione di uomini non assalire colui che li tratta come servi e schiavi, come qualificheremo ci? vigliaccheria? Ma tutti i vizi hanno dei limiti che non possono oltrepassare. Due uomini, o anche dieci, possono temerne uno; ma che mille, un milione, mille citt non si difendano contro un solo uomo, non codardia: essa non giunge fin l, cos come il valore non esige che un solo uomo scali una fortezza, attacchi un esercito, conquisti un regno. Che vizio mostruoso dunque questo, che non merita nemmeno il titolo di codardia, che non trova un nome abbastanza brutto, che la natura sconfessa e che la lingua si rifiuta di nominare? Si mettano faccia a faccia cinquantamila uomini in armi; li si schieri in battaglia, in modo che vengano alle mani; gli uni, liberi, combattono per la loro libert, gli altri combattono per togliergliela. A chi voi prometterete la vittoria? Chi andr pi coraggiosamente a combattera: quelli che sperano come ricompensa il mantenimento della loro libert, o quelli che non attendono, come salario per i colpi che danno e ricevono, altro che la

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servit altrui? Gli uni hanno sempre davanti agli occhi la felicit della loro vita passata e l'attesa di un uguale benessere per il futuro. Pensano meno a quello che sopportano durante la battaglia che dovrebbero sopportare, se fossero vinti, loro, o i loro bambini e tutta la loro posterit. Gli altri per stimolo non hanno che una piccola punta di cupidigia, che si smussa presto contro il pericolo, e il cui ardore si spegne nel sangue delle loro prime ferite. Nelle battaglie tanto rinomate di Milziade, di Leonida, di Temistocle, che datano da duemila anni e che vivono ancora oggi cos fresche nella memoria dei libri e degli uomini come se fossero avvenute ieri, in Grecia, per il bene dei greci e l'esempio del mondo intero, cosa ha dato a un cos piccolo numero di greci non il potere, ma il coraggio di sopportare la forza di tante navi che il mare stesso ne debordava, di vincere delle nazioni cos numerose che tutti i soldati greci, presi insieme, non avrebbero fornito abbastanza capitani agli eserciti nemici? In quelle giornate gloriose, non si trattava tanto della battaglia dei greci contro i persiani, quanto della vittoria della libert sulla dominazione, della liberazione sulla cupidigia. Sono davvero straordinari i racconti del valore che la libert mette nel cuore di coloro che la difendono! Ma quello che accade dappertutto ed ogni giorno, che un uomo solo ne opprime centomila e li priva della loro libert, chi lo crederebbe, se lo si ascoltasse e non lo si vedesse? E se ci accadesse sono nei paesi stranieri, in terre lontane, e ci venisse raccontato, chi non crederebbe inventato tale racconto? Ora, questo tiranno solo non c' bisogno di combatterlo, n di abbatterlo. Sarebbe sconfitto da s, se il paese non consentisse pi a servirlo. Non si tratta di togliergli qualcosa, ma di non dargli nulla. Non c' bisogno che il paese si prenda la pena di fare alcuna cosa per s, poich basta che non faccia nulla contro di s.Sono dunque i popoli stessi che si lasciano, o piuttosto si fanno malmenare, poich ne sarebbero liberi cessando di servire. il popolo che si assoggetta e si taglia la gola; che, potendo scegliere di essere sottomesso o di essere libero, rifiuta la libert a prende il giogo; che consente al suo male, o che piuttosto lo ricerca... Se gli costasse qualche cosa recuperare la livert, non lo incalzerei; anche se ci che si dovrebbe avere pi a cuore di rientrare nei propri diritti naturali e, per cos dire, da bestie ridiventare uomini. E tuttavia io non attendo da esso un cos grande armento; io accetto che esso preferisca non so quale sicurezza di vivere miserabilmente alla speranza dubbia di vivere come vuole. Ma che! Se per avere la libert basta desiderarla, se non c' bisogno che di un semplice volere, si troverebbe una nazione al mondo che credesse di pagarla troppo cara acquistandola con un semplice desiderio? Chi rimpiangerebbe di recuperare un bene che bidognerebbe recuperare a prezzo del sangue, e la cui perdita rende ad ogni uomo d'onore la vita amara e la morte benefica? Certo, come il fuoco di una piccola scintilla s'ingrandisce e si rinforza di continuo, e pi trova legna per bruciare, pi la divora, ma si consuma e finisce per spegnersi da s quando si cessa di alimentarlo, cos i tiranni pi esigono, pi saccheggiano; pi vengono riforniti e serviti, pi rovinano e distruggono. Essi si fortificano, diventano sempre pi freschi e gagliardi per annientare e distruggere tutto. Ma se non

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gli si d niente, se non gli si obebdisce, senza combatterli, senza colpirli, essi restano nudi e sconfitti e non sono pi nulla, cos come un ramo, non avendo pi linfa e alimento dalla sua radice, secca e muore. Per conquistare il bene che desidera, l'uomo ardito non teme alcun pericolo, l'uomo accorto non respinto da alcuna fatica. Solo i vigliacchi e gli imbecilli non sanno resistere al male m ottenere il bene che si limitano ad agognare. L'energia per ottenerlo gli tolta dalla loro stessa vigliaccheria; non resta loro che il desiderio naturale di possederlo. Questo desiderio, questa volont comune ai saggi ed agli imprudenti, ai coraggiosi ed ai codardi, gli fa desiderare tutte le cose il cui possesso li renderebbe felici e contentui. Ce n' una sola che gli uomini, non so perch, non hanno la forza di desiderare: la libert, bene tanto grande e dolce! Una volta che essa perduta, ne segue ogni male, e senza di essa tutti gli altri beni, corrotti dalla servit, perdano interamente il loro gusto e il loro sapore. La libert, gli uomini la disdegnano soltanto, a quanto pare, perch basta loro desiderarla per averla; come se essi si rifutassero di fare un cos prezioso acquisto perch troppo facile. Povere genti miserabili, popoli insensati, nazioni ostinate nel vostro male e cieche al vostro bene! Vi lasciate portar via sotto gli occhi il pi bello e il pi chiaro dei vostri redditi, lasciate saccheggiare i vostri campi, derubare e spogliare le vostre case dei vecchi mobili dei vostri antenati! Voi vivete in modo tale che nulla pi vostro. Sembra che voi consideriate ormai una grande fortuna che vi si lasci soltanto la met dei vostri beni, delle vostre famiglie, delle vostre vite. E tutti questi danni, queste sventure, questa rovina non ci vengono dai nemici, ma certo da un nemico, da quello syesso che voi avete reso quel che , da colui per il quale voi andate cos coraggiosamente alla guerra, e per la grandezza del quale voi non rifiutate di offrire voi stessi alla morte. Questo signore non ha peraltro che due occhi, due mani, un corpo, e nulla di pi di ci che ha l'ultimo degli abitanti di una delle nostre infinite citt. Quel che ha di pi, sono i mezzi che voi gli fornite per distruggervi. Da dove tira fuori quegli occhi che vi spiano, se non da voi? Come mai ha tante mani per colpirvi, se non gliele prestate voi? I piedi con cui calpesta le vostre citt non sono i vostri? Ha qualche potere su di voi, che non sia vostro? Come oserebbe assalirvi, se non fosse d'accordo con voi? Quale male potrebbe farvi, se voi non foste i ricettatori del ladro che vi deruba, i complici dell'assassino che vi uccide, i traditori di voi stessi? Voi seminate i vostri campi affinch lui li devasti, crescete le vostre figlie affinch lui possa appagare la sua lussuria, nutrite i vostri bambini affinch egli ne faccia nella migliore delle ipotesi dei soldati, affinch li mandi a fare la guerra, al macello, li renda ministri delle sue brame ed esecutori della sue vendette. Voi vi logorate affinch egli possa vezzeggiarsi nelle sue delizie e avvolgersi nei suoi piaceri. Voi vi affannate affinch lui sia pi forte e vi tenga pi rudemente la briglia pi corta. E da queste indegnit, tali che le bestie stesse non le sopporterebbero se le provassero, voi potreste liberarsi anche senza tentare di farlo: basterebbe volerlo.

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Decidete di non servire pi, ed ecco, sarete liberi. Non vi chiedo di colpirlo, di scuoterlo, ma sono di non sostenerlo pu, e lo vedrete accartocciarsi sui suoi piedi e rompersi come un colosso di cui sia stata spezzata la base. I medici consigliano giustamente di non cercare di guarire le piaghe incurabili, e pu essere che io abbia torto a esortare un popolo che sembra aver perso da molto tempo ogni conoscenza del suo male cosa che mostra che a sufficienza che la sua malattia mortale. Cerchiamo dunque di comprendere, se possibile, come questa testarda volont di servire si radicata cos profondamente da credere che l'amore stesso della non gli sia cos naturale. indubbio, io credo, che se vivessimo con i diritti che riceviamo dalla natura e secondo i precetti che essa ci insegna, noi saremmo naturalmente sottomessi ai nostri genitori, soggetti alla ragione, senza essere schiavi di nessuno. Ciascuno di noi riconosce in s, in modo del tutto naturale, l'impulso all'obbedienza verso suo padre e sua madre. Quanto a sapere se la ragione in noi innata o no questione dibattuta ampiamente dalle accademia ed agitata da tutte le scuole filosofiche -, io non penso di sbagliare se dico che c' nella nostra anima un germe naturale di ragione. Sviluppato con buoni consigli e buoni esempi, questo germe sboccia in virt, ma spesso abortisce, soffocato dai vizi che sopraggiungono. Quello che chiaro ed evidente, che nessuno pu ignorare, che la natura, ministra di Dio, governante degli uomini, ci ha tutti creati e in qualche modo colati nello stesso stampo, per mostrarci che siamo tutti uguali, o piuttosto fratelli. E se, nella ripartizione che ha fatto dei suoi doni, ha prodigato qualche vantaggio del corpo o dello spirito agli uni piuttosto che agli altri, non ha tuttavia voluto metterci in questo mondo come su un campo di battaglia, e non ha inviato quaggi i pi forti o i pi scaltri come briganti armati in una foresta per malmenarvi i pi deboli. Crediamo piuttosto che facendo cos le parti pi grandi per gli uni e pi piccole per gli altri abbia voluto far nascere in loro l'affetto fraterno e metterli in condizione di praticarlo, in modo che gli uni abbiano la possibilit di dare aiuto mentre gli altri hanno bisogno di riceverlo. Dunque, dal momento che questa brava madre ha dato a tutti la terra intera per dimora, poich ci ha alloggiati tutti nella stessa casa, ci ha formati tutti sullo stesso modello in modo che ciascuno pu guardarsi e quasi riconoscersi nell'altro come in uno specchio, poich ha fatto a tutti noi questo bel dono della voce e della parola per meglio incontrarci e fraternizzare e per produrre, attraverso la comunicazione e lo scambio dei nostri pensieri, la comunione delle nostre volont; poich ha cercato con tutti i mezzi di creare e di rinserrare il nodo della nostra alleanza, della nostra societ, poich ha mostrato in ogni cosa che non solo ci vuole uniti, ma come se fossimo un solo essere, come dubitare allora che siamo tutti naturalmente liberi, poich siamo tutti uguali? Non pu venire in mente a nessuno che la natura abbia messo qualcuno a servire, poich ci ha messo tutti in compagnia.

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A dire il vero, inutile chiedersi se la libert naturale, dal momento che non si pu tenere alcun essere in schiavit senza fargli un torto: non c' nulla al mondo di pi contrario alla natura, che interamente razionale, dell'ingiustizia. La libert dunque naturale; per questo, a mio avviso, che noi non siamo soltanto nati con essa, ma anche con la passione di difenderla. Se per caso si trovasse qualcuno che ancora ne dubita imbastardito al punto di non riconoscere i suoi doni e le sue passioni native -, bisogna che io gli faccia l'onore che merita e che issi, per cos dire, le bestie brute in cattedra, per insegnargli la sua natura e la sua condizione. Le bestie, Dio mi aiuti, se gli uomini potessero intenderle, gli griderebbero: Viva la libert! Molte di loro muoiono appena catturati. Come il pesce che perde la vita appena torato fuori dall'acqua, esse si lasciano morire per non sopravvivere alla loro libert naturale. Se gli animali avessero delle preminenze tra di loro, essi farebbero consistere in questa libert la loro nobilt. Altre bestie, dalle pi grandi alle pi piccole, quando le si cattura resistono cos forte con le unghie, le corna, il becco e le zampe che dimostrano quale prezzo accordano a ci che perdono. Una volta prese, ci offrono segni cos evidenti della conoscenza della loro disgrazia che bello vederli languire piuttosto che vivere, e gemere per la felicit perduta piuttosto che piegarsi alla servit. Che altro vuol dire quando l'elefante, dopo essersi difeso fino allo stremo, senza pi speranza, sul punto d'essere preso, sfonda le sue mascelle e rompe le zanne contro gli alberi, se non che il suo grande desiderio di restare libero gli d dello spirito e lo avverte di mercanteggiare con i suoi cacciatori, per vedere se potr al prezzo delle sue zanne e del suo avorio, lasciato come riscatto, potr riacquistare la sua libert? Noi blandiamo il cavallo dalla nascita pera bituarlo a servire. Le nostre carezze non gli impediscono di mordere il freno, di scalciare sotto lo sperone quando lo si vuole domare. In questo modo vuole testimoniare, mi sambra, che non serve perch gli piace, ma perch lo costringiamo a farlo. Che dire ancora? Anche i buoi, sotto il giogo, piangono, e gli uccelli in gabbia si lamentano. Altrove l'ho detto in versi... Cos, dunque, ogni essere dotato di senso avverte l'infelicit dell'assoggettamento e corre dietro alla libert; se anche le bestie, che sono state fatte per servire l'uomo, non possono sottomettersi a lui che dopo aver protestato il loro desiderio contrario, quale malasorte ha potuto snaturare l'uomo solo essere veramente nato per vivere libero - al punto di fargli perdere il ricordo del suo stato primitivo ed il desiderio di riconquistarlo? Ci sono tre tipi di tiranni. Gli uni regnano per elezione di un popolo, gli altri per la forza delle armi, i terzi per la successione della razza. Quelli che hanno acquisito il potere attraverso il diritto della guerra si comportano come si dice molto

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opportunamente come se fossero in un paese conquistato. Quelli che nascono re, in generale, non sono gran che migliori. Nati e nutriti in seno alla tirannide, succhiano con il latte la natura del tiranno e guardano ai popoli che gli sono sottomessi come ai loro servi ereditari. A seconda della loro inclinazione dominante avari o prodighi -, essi usano il regno come loro eredit. Quanto a colui che ottiene il suo potere dal popolo, sembra che debba essere pi sopportabile; lo sarebbe, credo, se una volta elevato al di sopra degli altri, lusingato da un certo non so che che si chiama grandezza, decidesse di non muoversi pi da l. Egli pensa quasi ogni giorno a come tramandare ai suoi figli il potere che il popolo gli ha dato. Ora, una volta che hanno adottato questa idea, strano vedere come sorpassano tutti gli altri tiranni in ogni sorta di vizi, ed anche in crudelt. Non trovano mezzo migliore, per rendere sicura la loro nuova tirannia, che rinforzare la servit e di allontanare cos bene le idee di libert dallo spirito dei sudditi che, per quanto recente ne sia il ricordo, si cancellano ben presto dalla loro memoria. A dire il vero, io vedo qualche differenza tra questi tiranni, ma non vedo come si possa scegliere tra loro: perch, se arrivano al trono con dei mezzi diversi, il loro modo di regnare pi o meno lo stesso. Quelli che sono eletti dal popolo lo trattano come un toro da domare, il conquistatori come la loro preda, i successori come un branco di schiavi che appartiene loro per diritto di natura. Porr questa questione: se per caso nascesse oggi qualche gente del tutto nuova, n abituati alla servit n allettati dalla libert, ignoranti perfino l'uno del nome dell'altro, e gli si proponesse di essere servi o di vivere liberi, quale sarebbe al loro scelta? Senza alcun dubbio, preferirebbero di gran lunga obbedire alla sola ragione che servire un uomo, a meno che non siano come quelle genti d'Israele che, senza bisogno n costrizione, si diedero un tiranno. Non sono mai riuscito a leggere la loro storia senza provare un dispetto estremo che mi induce quasi ad essere inumano, fino a gioire di tutti i mali che sono accaduti loro. Perch degli uomini che siano uomini si lascino assoggettare, occorre una di queste due cose: o che vi siano costretti, o che siano ingannati. Costretti dalel armi stranieri, come furono Sparte e Atene da quelle di Alessandro, o ingannati dalel fazioni, come accadde al governo d'Atene, precedentemente caduto nelle mani di Pisistrato. Essi perdono spesso la loro libert per essere stati ingannati, ma sono pi spesso ingannati da se stessi che sedotti dagli atri. Cos il popolo di Siracusa, capitale della Sicilia, spinto dalle guerre e non pensando che al pericolo del momento, elesse Dionigi I e gli diede il comando dell'esercito. Non pens al fatto di averlo reso cos potente che questo mascalzone, tornando vittorioso come se avesse vinto i suoi concittadini e non i suoi nemici, si fece prima capitano, poi re, e da re tiranno. incredibile vedere come un popolo, una volta assoggettato, cade all'improvviso in un oblio cos profondo della sua libert che gli impossibile risvegliarsi per riconquistarla: serve cos bene, e cos volentieri, che a vederlo si rirebbe che non ha solo perso la sua libert, ma anche guadagnato la sua servit.

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vero che all'inizio si serve perch costretti e vinti dalla forza; ma i successori servono senza rammarico e fanno volontariamente quello che i loro predecessori facevano sotto costrizione. Gli uomini nati sotto il giogo, nutriti ed allevati nella srevit, senza guardare avanti, si contentano di vivere come sono nati e non pensano affatto di avere altri beni e altri diritti al di l di quelli che hanno trovato; prendono per loro stato di natura lo stato della loro nascita. Tuttavia non c' erede, anche prodigo o negligente, che non dia un giorno uno sguardo sui registri di suo padre, per vedere se gode di tutti i diritti della sua successione e se stata intrapresa qualche cosa contro lui o contro il suo predecessore. Ma l'abitudine, che esercita in ogni cosa un potere cos grande su di noi, ha soprattutto quello di insegnarci a servire e, come si racconta di Mitridate che fin per abituarsi al veleno, ha il potere di insegnarci a inghiottire il veleno della servit senza trovarlo amaro. Nessuno dubita che la natura ci diriga dove vuole, bene o male favoriti, ma bisogna riconoscere che essa ha meso potere su di noi dell'abitudine. Per buono che sia, ci che naturale va perso se non se na fa uso, mentre l'abitudine ci forma sempre come vuole, a dispetto della natura. I semi di bene che la natura mette in noi sono cos minuti, cos fragili che non possono resistere al minimo choc di una abitudine contraria; gli pi difficile conservarsi sani che rovinarsi e degenerale, come quegli alberi da frutto che conservano le caratteristiche della loro specie quando si li lascia crescere, ma che le perdono per portare frutti differenti dai loro, secondo il modo in cui li si innesta. Anche le erbe hanno ciascuna la sua propriet, la sua natura, la sua singolarit; nondimeno il tempo, le intemperie, il suolo o la mano del giardiniere aumentano o diminuiscono di molto le loro virt. La pianta vista in un paese spesso non pi riconoscibile in un altro. Chi vedesse i veneziani, un pugno di gente che vive cos liberamente che il pi miserabile di loro non vorrebbe essere re, nati e cresciuti in modo da non conoscere altra ambizione che quella di mantenere al meglio la loro libert, educati e formati dalla culla in modo tale che non cambierebbero un briciolo della loro libert per tutte le altre felicit della terra... Colui, dico, che vedesse queste persone, e che se ne ansasse poi nel dominio di qualche gran signore, trovandovi genti che sono nate per servirlo e che abbandonano la loro stessa vita per mantenere la sua potenza, penserebbe che questi due popoli hanno la stessa natura? O non crederebbe piuttosto di essere entrato in un parco di bestie dopo essere uscito da una citt di uomini? Si racconta che Lucurgo, il legislatore di Sparta, aveva allevato due cani, fratelli ed allattati con lo stesso latte. L'uno era ingrassato in cucina, l'altro era abituato a correre nei campi al suono della tromba e del corno. Volendo mostrare ai Lacedemoni che gli uomini sono quali li fa la cultura, egli espose i due cani nella piazza pubblica e colloc tra di loro una zuppa e una lepre. L'uno corse al piatto, l'altro alla lepre. Eppure, disse, sono fratelli! On le sue leggi e la sua arte politica, egli educ e form cos bene i Lacedemoni, che ognuno di essi avrebbe preferito soffrire mille morto

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piuttosto che sottomettersi ad altri signori al di fuori della legge e della ragione. Ho piacere di ricordare qui un aneddoto riguardante uno dei favoriti di Serse, grande re di Persia, e due spartani. Quando stava facendo preparativi per conquistare la Grecia intera, Serse invi degli ambasciatori in molte citt di quel paese per chiedere dell'acqua e della terra era il modo che avevano i persiani di intimare alle citt di arrendersi. Egli si guard bene dal mandarne a Sparta e ad Atene, perch spartani e gli ateniesi, cui suo padre Dario li aveva inviati in passato, li avevano gettati gli uni in un fosso e gli altri in un pozzo, dicendo loro: Andate, prendete l'acqua e la terra, e portatele al vostro principe. Queste genti non potevano sopportare che si attentasse alla loro libert, anche con la minima parola. Gli spartani riconobbero che agendo in tal modo avevano offeso gli dei, e soprattutto di Taltibio, il dio degli araldi. Essi decisero dunque di placarli mandando a serse due loro concittadini affinch, disponendo di loro a suo piacimento, potesse vendicarli della morte degli ambasciatori di suo padre. I due spartani, l'uno di nome Spertie e l'altro di nome Buli, si offrirono come vittime volontarie. Partirono. Arrivati al palazzo di un persiano di nome Idarne, luogotenente del re per tutte le citt d'Asia che erano lungo le coste, ricevettero da lui buona ed onorevole accoglienza. Tra una cosa e l'altra, gli chiese perch rifiutassero cos rigidamente l'amicizia del re. Spartani, disse, consideratemi un esempio di come il re sa onorare coloro che lo meritano. Crededemi, se voi foste al suo servizio e lui vi conoscesse, diventereste entrambi governatori di qualche citt greca. I lacedemoni risposero: In ci, Idarne, tu non puoi darci un buon consiglio; perch, se tu provi la felicit che ci prometti, ignori interamente quella di cui noi godiamo. Tu hai provato il favore del re, ma non sai che gusto delizioso ha la libert. Ora, se tu ne avessi goduto, ci consiglieresti di difenderla non solo con la lancia e lo scudo, ma con i denti e le unghie. Solo gli spartani dicevano il vero, ma ognuno parlava secondo l'educazione che aveva ricevuto. Era tanto impossibile al persiano rimpiangere quella libert di cui non aveva mai goduto quanto ai lacedemoni, che l'avevano assaporata, sopportare la servit. Catone d'Utica, ancora piccolo e sotto la frusta del maestro, andava spesso a trovare il dittatore Silla, alla cui casa aveva accesso sia a causa del rango della sua famiglia che per i legami di parentela. In queste visite lui era sempre accompagnato dai suoi precettori, come era uso a Roma per i figli dei nobili. Un giorno vive che nel palazzo di Silla, in sua presenza e su suo comando, si improgionava gli uni e si condannavano gli altri; uno era bandito, un altro strangolato. Uno domandava la confisca dei beni di un cittadino, un altro la sua testa. Insimma, tutto avveniva non come da un magistrato, ma come da un tiranno del popolo; era meno il santuario della giustizia che la caverna della tirannia. Questo ragazzo disse al suo precettore: Mi dai un pugnale? Lo nasconderei sotto i miei abiti. Entro spesso nella camera di Silla prima che lui si alzi... Ho il braccio abbastanza forte per liberare la citt da lui. Ecco le vere parole di un Catone. L'inizio della sua vita fu all'altezza della sua morte. Tacete il nome ed il paese,

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raccontate solo il fatto cos com': parla da s. Si direbbe subito: Questo ragazzo era romano, nato a Roma, quando era libera. Perch dico questo? Non pretendo certo che il paese ed il suolo non abbiano influenza, poich dappertutto la schiavit amara agli uomini e la libert loro cara; ma mi sembra che si debba avere piet di coloro che nascendo si sono trovati sotto al giogo, che li si debba scusare e perdonarli se, non avendo visto nemmeno l'ombra della libert, e non avendone sentito parlare, non avvertono la disgrazia di essere schiavi. Se vi sono dei paesi, come dice Omero dei Cimmeri, in cui il sole di mostra in modo del tutto diverso a noi, e dopo averli illuminati per sei mesi consecutivi, li lascia nell'oscurit durante gli altri sei mesi, bisognerebbe meravigliarsi se coloro che nascono durante una notte cos lunga, senza aver mai udito parlare della luce o visto il giorno, si abituassero alle tenebre in cui sono nati senza desiderare la luce? Non si rimpiange mai ci che non si mai visto. Il dispiacere sopraggiunge solo dopo il piacere, e sempre alla conoscenza della disgrazia si unisce il ricordo di qualche gioia passata. La natura dell'uomo di essere libero e di volerlo essere, ma prende facilmente un'altra piega per opera dell'educazione. Diciamo dunque che, se tutte le cose diventano naturali all'uomo quando si abitua, resta nella sua natura colui che desidera solo le cose semplici e non alterate. Cos la prima ragione della servit volontaria l'abitudine. Ecco cosa succede ai migliori cavalli, che prima mordono il freno e dopo ci giocano, che poco fa recalcitravano sotto la sella ed ora si presentano da solo sotto i finimenti e, tutti fieri, s'impettiscono sotto l'armatura. Essi dicono di essere sempra stati sottomessi, che i loro padri sono vissuti cos. Pensano di essere tenuti a sopportare il male, se ne persuadono con degli esempi e consolidano loro stessi, perpetuandolo, il possesso di coloro che li tirannizzano. Ma in verit gli anni non danno mai il diritto di fare il male. Essi accrescono l'ingiuria. Si trovano sempre alcuni, meglio nati degli altri, che sentono il peso del giogo e non possono trattenersi dallo scuoterlo, che non si adattano mai alla servit e che, come Ulisse cercava per terra e per male di rivedere il fumo della sua casa, si guardano bene dal dimenticare i loro diritti naturali, le loro origini, il loro stato originario, e sono solleciti nel rivendicarli in ogni occasione. Essi, avendo intelletto limpido e spirito accorto, non si accontentano, come gli ignoranti, di vedere quello che ai loro piedi, senza guardare dietro e avanti. Ricordano le cose passate per giudicare il presente e prevedere l'avvenire. Sono coloro che, avendo da s la testa ben fatta, l'hanno ulteriormente affinata con lo studio e il sapere. Essi, quando la libert fosse interamente persa e bandita da questo mondo, l'immaginerebbero, la sentirebberi nel loro spirito, e la gusterebbero. La servit li disgusta, per quanto bene la si acconci. Il grande Turco si accorto che i libri ed il pensiero danno pi di ogni altra cosa agli uomini il senso della loro dignit e l'odio della tirannia. Comprendo perch, nel suo paese, non vi sono molti sapienti, n sono richiesti. Lo zelo e la passione di coloro che sono rimasti, malgrado le

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circostanze, devoti alla libert, restano comunemente senza effetto, quale che sia il loro numero, perch non possono conoscersi tra loro. I tiranni tolgono loro ogni libert di fare, di parlare e quasi di pensare, e li costringono a restare isolati nei loro sogni. Momo non scherzava troppo, quando trov da ridire sull'uomo forgiato da Vulcano, poich non aveva una piccola finestra al cuore, affinch si potessero leggere i suoi pensieri... Si dice che Bruto e Cassio, quando intrapresero la liberazione di Roma (vale a dire del mondo intero), non vollero che Cicerone, questo grande zelatore del bene pubblico, vi partecipasse, giudicando il suo cuore troppo debole per una tale impresa. Credevano nella sua volont, ma non nel suo coraggio. Chi vorr ricordare i tempi passati e compulsare gli antichi annali si convincer che quasi tutti coloro che, vedendo il loro paese maltrattato ed in cattive mani, concepirono il disegno di liberarlo, con intenzione buona, integra e retta, hanno facilmente raggiunto il loro scopo; per manifestarsi, la libert viene sempre in loro aiuto. Ermonio, Aristogitone, Trasibulo, Bruto il vecchio, Valerio e Dione, che concepirono un progetto cos virtuoso, lo eseguirono con successo. In tali casi, la ferma volont garantisce quasi sempre il successo. Bruto il giovane e Cassio riuscirono a infrangere la servit; quando hanno tentato di riportare la libert, sono morti non miserabilmente chi oserebbe trovare nulla di miserabile nelle loro vite o nella loro morte?- ma con grande danno, per la disgrazia perpetua e per la rovina intera della Repubblica, che, mi sembra, fu seppellita con loro. Gli altri tentativi fatti in seguito contro gli imperatori romani non furono che le congiure di qualche ambizioso il cui fallimento e la cui fine infelice non bisogna rimpiangere, visto che essi non desideravano rovesciare il trovo, ma solo scuotere la corona, cercando di cacciare il tiranno per meglio serbare la tirannia. Mi dispiacerebbe, se la loro impresa fosse riuscita, e sono contento di poter mostrare con il loro esempio che non bisogna abusare del santo nome della libert per condurre una cattiva azione. Per tornare al mio argomento, che avevo quasi perso di vista, la prima ragione per cui gli uomini servono volontariamente, che nascono servi e sono educati come tali. Da questa prima ragione deriva quest'altra: che, sotto i tiranni, la gente diviene facilmente vile ed effeminata. Sono grato al grande Ippocrate, padre della medicina, di averlo rimarcato nel suo libro Sulle malattie. Quest'uomo aveva un buon cuore, e lo mostr quando il re di Persia volle attirarlo a s a forza di offerte e di grandi regali; lui gli rispose con franchezza che avrebbe avuto problemi di coscienza ad occuparsi di guarire dei barbari che volevano ammazzare i greci, e servire con la sua arte colui che voleva asservire il suo paese. La lettera che scrisse si trova ancora oggi tra le sue opere; testimonier per sempre del suo coraggio e della sua nobilt. certo che con la libert si perde in primo luogo il valore. Le genti sottomesse non hanno n ardore n bellicosit nel combattimento. Li si vede come legati e intorpiditi adempiere con pena un dovere. Non sentono ribollire nel loro cuore l'ardore della libert che fa disprezzare il pericolo e dona la voglia di conquistare, con una bella morte accanti ai suoi compagni,

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l'onore e la gloria. Presso gli uomini liberi, al contrario, si fa a gara, ognuno per tutti e ognuno per s: sanno che raccoglieranno una parte uguale del male della sconfitta o del bene della vittoria. Ma le genti sottomesse, sprovviste di coraggio e di vivacit, hanno i cuori bassi e molli e sono incapaci di qualsiasi grande azione. I tiranni lo sanno bene, e perci fanno il possibile per infiacchirli meglio. Lo storico Senofonte, uno dei pi seri e stimati presso i greci, ha scritto un piccolo libro nel quale fa dialogare Simonide con Gerone, tiranno di Siracusa, sulle miserie del tiranno. Questo libro pieno di insegnamenti buoni e gravi che hanno anche, a mio parere, una grazia infinita. Fosse piaciuto a Dio che tutti i tiranni che mai sono stati se l'avessero piazzato davanti a guisa di specchio! Avrebbero certamente riconosciuto le loro verruche e si sarebbero vergognati delle loro macchie. Questo trattato parla della pena che provano i tiranni che, facendo del male a tutti, sono obbligati a temere tutti. Tra le altre cose, dice che i cattivi re prendono al loro servizio degli stranierimercenari, perch non osano pi dare le armi ai loro sudditi, che hanno maltrattato. Anche in Francia, pi in passato che oggi, alcuni buoni re hanno avuto al soldo delle truppe straniere, ma era piuttosto per salvaguardare i propri sudditi; non badavano alla spesa per risparmiare gli uomini. Era questa l' opinione del grande Scipione Africano, mi sembram, che preferiva salvare la vita di un cittadino piuttosto che sconfiggere cento nemici. Quello che certo che il tiranno non crede mai che la sua potenza sia al sicuro se non arrivato al punto di avere come sudditi degli uomini senza valore. Gli si potrebbe dire a giusto titolo ci che in Terenzio Trasone dice al domatore di elefanti: Sei dunque coraggioso perch hai comando sulle bestie?1 Questa astuzia dei tiranni di ridurre a bestie i loro sudditi non mai statao pi evidente che nella condotta di Ciro verso i Lidi, dopo che si fu impadronito della loro capitale ed ebbe preso prigioniero Creso, quel re cos ricco. Gli venne data notizia che gli abitanti di Sardo si erano ribellati. Egli li ridusse ben presto all'obbedienza. Ma non volendo saccheggiare uan citt cos bella n essere obbligato a tenervi un'armata per dominarla, escogit un espediente ammirevole per assicurarsene il possesso. Stabil dei bordelli, delle taverne e dei giochi pubblici, e pubblic un'ordinanza che obbligava i cittadini a recarvisi. Si trov cos bene con questa guarnigione che in seguito non ebbe pi bisogno di sfoderare la spada contro i Lidi. Questi miserabili si divertirono talmente a inventare ogni sorta di gioco che con il loro nome i latini formarono la parola con cui designavano ci che noi chiamiamo passatempi, e che essi chiamavano ludi, per corruzione di lydi. Nessun tiranno ha mai dichiarato cos espressamente di voler effeminare i loro sudditi; di fatto, per, ci che lui ha ordinato formalmente la maggior parte di loro lo hanno fatto di nascosto. Tale l'inclinazione naturale del popolo ignorante che, di solito, pi numeroso nelle citt: sospettoso verso chi l'ama ed ha fiducia in chi l'inganna. Non crediate che vi sia uccello che cada pi facilmente nella trappola, o pesce che, goloso del
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Eunuchus, atto III, scena I, v. 25 (N. d. T.).

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verme, abbocchi pi velocemente all'amo di questi popoli che si lasciano prontamente adescare alla servit, con la minima dolcezza che si faccia gustare loro. cosa che stupisce il fatto che essi di lascino andare cos prontamente, per poco che lo si solletici. Il teatro, i giochi, le farse, gli spettacoli, i gladiatori, le bestie strane, le medaglie, i quadri ed altre droghe di questo tipo erano per i popoli antichi gli apparati della servit, il prezzo della loro libert rapita, gli strumenti della tirannia. Questo metodo, questa pratica, questi allettaementi erano quelli che impiegavano gli antichi riranni per addormentare i loro sudditi sotto al giogo. Cos i popoli abbrutiti, trovando belli tutti questi passatempi, divertiti da un vano piacere che li abbagliava, si abituavano a servire tanto scioccamente ma molto peggio dei bambini che imparano a leggere con delle imamgini colorate. I tiranni romani perfezionarono ulteriormente questi metodi, facendo spesso festeggiare le decurie, rimpinzando come si vede questa canaglia che si lascia andare pi che a ogni altra cosa al piacere della gola. Cos, il pi sveglio tra di loro non avrebbe lasciato la sua scodella di zuppa per recuperare la libert della Repubblica di Platone. I tiranni elargivano un quarto di farina, di un settimo di vino, di un sesterzo, ed era allora piet sentir gridare: Viva il re! Questi balordi non si accorgevano che non facevano che recuperare una parte del loro bene, e che questa parte il tiranno non avrebbe potuto dargliela se prima non gliel'avesse tolta. Un tale raccattava oggi il sesterzio, si rimpinzava al festino pubblico benedicendo Tiberio e Nerone della liberarit e, l'indomani, costreto ad abbandonare i suoi beni all'avidit, i suoi figli alla lussuria, il suo stesso sangue alla crudent di questi magnifici imperatori, non diceva una sola parola, silenzioso come una pietra, immobile come un ceppo d'albero. Il popolo ignorante sempre stato cos: per i piaceri che non pu ricevere onestamente sempre disposto e dissoluto; per i torti ed il dolore che potrebbe onestamente soffrire, insensibile. Non vedo nessuno al giorno d'oggi che, sentendo parlare di Nerone, non tremi al solo nome di questo brutto mostro, di questa sporca peste del mondo. Bisogna per dire che dopo la morte, disgustosa quanto la vita, di questo seminatore di discordie, di questo boia, di questa belva selvaggia, il famoso popolo romano ne prov tanto dispiacere, ricordando i suoi giochi e i suoi festini, che fu sul punto di portare il lutto; questo , almeno, ci che scrive Tacito, eccellente autore e storico dei pi affidabili. Non si trover strana la cosa, se si considerer che quel popolo aveva fatto similmente alla morte di Giulio Cesare, che aveva dato l'addio alle leggi ed alla libert romana. Di questo personaggio si loda soprattutto, mi sembra, l' umanit; ora, essa fu pi funesta al suo paese che la pi grande crudelt del pi selvaggio tiranno che si sia mai visto, perch a dire il vero du questa velenosa dolcezza che rese accettabile al popolo romano la coppa della servit. Dopo la sua morte quel popolo, che aveva ancora nella bocca il gusto dei suoi banchetti e nella mente la memoria della sua prodigalit, accatast i banchi nella piazza pubblica per fare un grande fal in suo onore; poi gli elev una colonna quale padre del popolo (il capitello portava

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questa iscrizione); insomma, riserv a questo morto pi onori di quanti avrevve dovuto riservare a un vivo, e principalmente a quelli che l'avevano ucciso. Gli imperatori romani non dimenticavano di prendere il titolo di tribuni del popolo, perch questo ufficio era tenuto per santo e sacro; stabilito per la difesa e la protezione del popolo, godeva di un alto favore nello Stato. In questo modo si assicurarono che il popolo si sarebbe fidato di loro, come se bastasse il nome, senza alcun bisogno di avvertirne gli affetti. Ma non fanno granch meglio al giorno quelli che al giorno d'oggi prima di commettere i loro crimini pi gravi li fanno precedere da qualche bel discorso sul bene pubblico ed il comune sollievo. Tu conosci bene, o Longa, il formulario di cui potrebbero servirsi in alcuni casi molto furbescamente; ma nella maggior parte dei casi non possibile usare la furbizia dove c' tanta impudenza. I re degli Assisi e dopo di loro quelli dei Medi comparivano in pubblico il pi raramente possibile, per far supporre al popolo che vi fosse in loro qualcosa di sovrumano e lasciar sognare quelli che mettono in moto l'immaginazione sulle cose che non possono vedere con i loro occhi. Cos tante nazioni che furono per molto tempo sotto il dominio di questi re misteriosi si abituarono a servirli, e pi volentieri li servivano quanto pi ignoravano chi fosse il loro signore, ed anche se ve n'era uno; in tal modo vivenao nel timore di un essere che nessuno aveva mai visto. I primi re d'Egitto non si mostravano mai in pubblico senza portare o un ramo o del fuoco sulla testa: cos si mascheravano e facevano i ciarlatani, ispirando con questi modi strani rispetto a ammirazione ai loro sudditi che, se non fossero stati cos stupidi e sottomessi, avrebbero dovuto burlarsi di loro e ridere. davvero triste scoprire tutto ci che facevano i tiranni del tempo passato per fondare la loro tirannia, vedere di quali mezzucci di servivano, trovare le popolazioni sempre cos ben disposto nei loro confronti che bastava loro tendere un filo per catturarle; non hanno mai avuto meno difficolt a ingannarla e mai l'hanno meglio asservita di quando se ne sono burlati maggiormente. Che dire di un'altra fandonia che i popoli antichi prendevano per oro colato? Essi credevano fermamente che l'alluce di Pirro, re dell'Epiro, facesser miracoli e guarisse i malati di milza. Essi abbellivano ulteriormente questa storia dicendo che, quando venne bruciato il cadavere del re, l'alluce fu trovato intatto tra le ceneri. Il popolo si sempre fabbricato da s le sue menzogne, per aggiungervi credervi. Molti autori hanno riportato queste menzogne, ma in modo tale che si vede facilmente che le hanno raccolte nel chiasso delle citt e nel vano parlare dei popolani. Cos fece meraviglie Vespasiano, tornando dall'Assiria e passando per Alessandria per raggiungere Roma e impadronirsi dell'Impero: sanava gli zoppi, rendeva la vista ai ciechi, e mille altre cose che a mio avviso potevano essere credute solo da ciechi pi ciechi di quelli che guariva. I tiranni stessi trovavano strano che gli uomini sopportassero di essere maltrattati da un altro, e per questo si coprirono volentieri con il mantello della religione e si abbellivano fin dove possibile degli orpelli della divinit

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per salvaguardare la loro vita malvagia. Cos Salmoneo, per aver burlato il popolo facendo il Giove, si trova ora al fondo dell'inferno, secondo la Sibilla di Virgilio, che l'ha visto1: Vidivi l'orgoglioso Salmono di sua temerit pagare il fio; ch temerario veramente ed empio fu di voler, quale il Tonante in cielo, tonar qua giuso e folgorare a pruova. Questi su quattro suoi giunti destrieri, la man di face armato alteramente per la Grecia scorrendo, e fin per mezzo d'lide, ov' di Giove il maggior tempio, di Giove stesso il nume, e de gli di s'attribuiva i sacrosanti onori. Folle, che con le fiaccole e co' bronzi, e con lo scalpitar de' suoi ronzoni i tuoni, i nembi e i folgori imitava, ch'imitar non si ponno: e ben fu degno ch'ei provasse per man del padre eterno d'altro fulmine il colpo e d'altro vampo che di tede e di fumo, e degno ancora che nel baratro andasse. Se lui, che volle solo fare l'idiota, si trova laggi trattato cos bene, penso che coloro che hanno abusato della religione per fare del male devono passarsela proprio bene. I nostri tiranni di Francia hanno seminato cos non so quante cose di questo genere: rospi, fiordalisi, la Santa Ampolla e l'orifiamma. Tutte cose che riguardo alle quali, come che sia, non voglio essere miscredente, perch n i nostri antenati n noi fino ad ora abbiamo avuto occasione di dubitarne, avendo sempre avuto dei re tanto buoni in tempo di pace quanto valenti in guerra, che, bench nati re, sembra che non siano stati fatti dalla natura come gli altri, ma scelti prima di nascere da Dio Onnipotente per il governo e la conservazione di questo regno. Quand'anche cos non fosse, non vorrei mettermi a dibattere la verit delle nostre storie, n rivederle troppo liberamente, per non eliminare un tema col quale potr cos bene cimentarsi la nostra poesia francese: questa poesia non solo miglioraya, ma per cos dire rimessa a nuovo dai nostri Ronsard, Baif e du Bellay: essi hanno fatto progredire la nostra lingua a tal punto che presto, oso sperare, non avremo niente da invidiare ai greci e ai latini, tranne il diritto di primogenitura. Certo, farei un grande torto alla nostra rima (uso volentieri questa parola che mi piace perch, anche se molti l'hanno resa meramente meccanica, vedo tuttavia molti altri capaci di nobilitarla e di renderle il prestigio originario), gli farei, dico, un gran torto togliendole i bei racconti del re
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Virgilio, Eneide, IV, vv. 585-594, trad. Caro. (N.d.T.)

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Clodoveo, sui quali si gi esercitata con grande piacevolezza e facilit la vena del nostro Ronsard, nella Franciade. Conosco la sua portata, conosco la finezza del suo spirito e la grazia dell'uomo. Far quel che gli occorre con l'orifiamma, cos come i romani fecero con l'ancile e quegli scudi caduti dal cielo di cui parla Virgilio, trarr partito dalla santa ampolla come gli ateniesi fecero con il loro cesto d'Erisitone, far parlare parlare delle nostre armi come essi del loro olivo, che ancora conservano nella torre di Minerva. Certo, sarei temerario se volessi smentire i nostri libri e nascondere cos le tracce dei nostri poeti.Ma per tornare al mio argomento, da cui non so come mi sono allontanato, mai successo che i tiranni, per essere pi sicuri, non abbiamo cercato di abituare il popolo non solo all'obbedienza ed alla servit, ma anche alla devozione verso di loro. Dunque quel che ho detto fino ad ora sui mezzi per indurre la gente all'obbedienza volontaria serve ai tiranni solo per il popolo minuto e pi rozzo. Giungo ora ad un punto che a mio avviso la molla ed il segreto del dominio, il sostegno ed il fondamento della tirannia. Chi pensa che le alabarde, le guardie e la ronda garantiscano il tiranno si inganna parecchio. Essi se ne servono, credo, per le formalit e come spauracchio, pi che per fiducia. Gli arcieri sbarrano l'ingresso al palazzo ai maldestri, privi di alcun mezzo per nuocere, non agli audaci ben armati. Si vede facilmente che, presso gli imperatori romani, quelli che sono sfuggiti al pericolo grazie al soccorso dei loro arcieri sono stati meno numerosi di quelli che sono stati uccisi dagli arcieri stessi. Non sono le bande di gente a cavallo, le compagnie di fanti, non sono le armi che difendono un tiranno, ma sempre (lo si crede appena, bench sia la pura verit) quattro o cinque uomini che lo sostengono e che gli sottomettono tutto il paese. sempre stato cos: cinque o sei hanno ottenuto la confidenza del tiranno, o per essersi avvicinati di loro iniziativa, o per essere stati chiamati da lui ad essere complici delle sue crudelt, compari dei suoi piaceri, ruffiani delle sue volutt e beneficiari delle sue rapine. Questi sei guidano cos bene il loro capo, che questi diventa malvagio nei confronti della societ, aggiungendo alla sua malvagit la loro. Questi sei hanno sotto di loro seicento, che corrompono come hanno corrotto il tiranno. Questi seicento hanno alle loro dipendenze seimila, che elevano di dignit, e cui fanno dare il governo delle province o il maneggio del denaro, per incastrarli con la loro avidit o con la loro crudelt, perch la esercitino a puntino e facciano tanto di quel male da non potersi sostenere che sotto la loro ombra, da non poter sfuggire alle leggi ed alel pene che grazie alla loro protezione. Grande la serie di quelli che li seguono. Chi vorr dipanarne le fila vedr che non mille, ma cento mila e milioni sono legati al tiranno da questa catena ininterrotta che li salda al tiranno. Similmante in Omero Giove si vanta di poter tirare a s con una simile catena tutti gli dei. Da ci derivava la crescita del potere del senato sotto Giulio Cesare, l'istituzione di nuove funzioni e di nuovi uffici, non certo per riorganizzare la giustizia, ma per offrire nuovi sostegni alla tirannia. Insomma, si arriva al punto, che per i profitti ed i favori ricevuti dal tiranno, quelli che traggono vantaggio dalla tirannia sono numerosi quasi quanto coloro che vorrebbero la libert. A

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detta dei medici, anche se nulla sembra cambiato nel nostroc orpo, quando si manifesta un tumore in un solo posto, tutti gli impri si portano verso questa parte malata. Similmente, quando un re viene dichiarato tiranno, tutta la marmaglia, la feccia del regno e non dico una manciata di piccoli hbricconi e cialtroni che non possono fare n male n bene in un paese, ma gente possedura da ardente ambizione e notevole avidit si raggruppano attorno a lui per avere parte del bottino e per essere, sotto il grande tiranno, dei piccoli tiranni. Simili sono i grandi ladri ed i famosi corsari; gli uni corrono per il paese, gli altri inseguono i viaggiatori; gli uni fanno imboscate, gli altri fanno il palo; gli uni massacrano, gli altri spogliano, e anche se vi sono tra loro delle differenze, s che alcuni sono semplici valletti ed altri capibanda, alla fine non c' nessuno che non profitta, se non del bottino principale, almeno degli avanzi. Si dice che i pirati della Cilicia si riunirono in cos gran numero che fu necessario mandargli contro il grande Pompeo, e che essi ottennero l'alleanza di molte belle e grandi citt, nei cui porti si mettevano al sicuro al ritorno dalle loro scorrerie, e dando loro in cambio parte del bottino rapinato. cos che il tiranno sottomette gli uni per mezzo degli altri. difeso da coloro da cui, se avesse qualche valore, dovrebbe guardarsi. Ma, come si dice, per spaccare la legna occorrono dei cunei di legno; e tali sono i suoi arcieri, le sue guardie, i suoi alabardieri. Non che essi stessi non soffrano spesso; ma questi miserabili abbandonati da Dio e dagli uomini si accontentano di sopportare il male e di farlo non a chi gliene fa, bens a coloro che, come essi stessi, lo sopportano senza poter nulla. Quando penso a questa gente che lusinga il tiranno per sfruttare la sua tirannia e la servit del popolo, spesso sono pi stupito dalla loro malvagit che impietosito dalla loro stupidit. Perch a dire il vero avvicinarsi al tiranno non significa dire addio alla propria libert e, per cos dire, abbracciare a stringere con entrambe la mani la propria servit? Provino a mettere da parte per un momento la loro ambizione, si liberino un poco dalla loro avidit, e quindi guardino, considerino se stessi: vedranno chiaramente che quei campagnoli, quei paesani che calpestano e trattano come galeotti o schiavi, vedranno, dico, che essi, bench malmenati, sono pi felici di loro e in qualche modo pi liberi. Il lavoratore e l'artigiano, per quanto asserviti, se la cavano con l'obbedienza; ma il tiranno esige da coloro che lo attorniano che conquistino e mendichino il suo favore. Non basta solo che facciano ci che ordinano, ma occorre anche che pensino ci che lui vuole e spesso anche, per soddisfarlo, che prevengano i suoi desideri. Non tutto obbedirgli; bisogna compiacerlo. Bisogna che si spezzino, che si tormentino, che si ammazzino per trattare i suoi affari, e che non godano dei suoi stessi piaceri, che sacrifichino il loro gusto al suo, che forzino il loro temperamento e spoglino la loro natura. Gli occorre essere attenti alle sue parole, alla sua voce, ai suoi sguardi, ai suoi gesti: che i loro occhi, i loro piedi, le loro mani siano continuamente occupate a spiare le sue volont e ad indovinare i suoi pensieri. vivere felici, questo? vivere? C' nulla al mondo di pi insopportabile di questo stato, e non dico per ogni uomo di carattere o di nobili origini, ma

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per chi non abbia che semplice buon senso, o sembianza d'uomo? Quale condizione pi miserabile di quella di vivere cos, di non avere nulla per s e ricevere da un altro il proprio agio, la libert, il corpo e la vita stessa? Ma essi vogliono servire per ammassare dei beni: come se potessero avere qualche possesso, loro che non possono nemmeno dire di appartenere a se stessi. Come se qualcuno potesse avere qualcosa di suo sotto un tiranno, essi vogliono rendersi possessori di beni, dimenticando che sono loro che gli danno la forza di portar via tutto a tutti e di non lasciare nulla che si possa dire proprio. Essi vedono che soltanto l'avidit dei beni rende gli uomini soggetti alla sua crudelt; che non c' per lui crimine maggiormente degno di morte del possesso di qualcosa; che egli ama solo le ricchezze e non se la prende che con i ricchi i quali vengono a presentarsi a lui come i montoni al macellaio, pieni e ben pasciuti, quasi per fargli gola. Questi favoriti dovrebbero non tanto ripensare a quelli che hanno guadagnato qualcosa appresso al tiranno, ma soprattutto a quelli che, dopo essersi rimpinzati per qualche tempo, hanno perso poi i beni e la vita. Pi che al gran numero di coloro che hanno acquisito ricchezze, dovrebbero pensare al piccolo numero di coloro che le hanno conservate. Si scorrano tutte le storie antiche e tutte quelle di cui abbiamo memoria: si vedr che sono molti quelli che, conquistata con pessimi mezzi la confidenza dei principi, sia assecondando le loro cattive inclinazioni, sia abusando della loro ingenuit, hanno finito per essere schiacciati dagli stessi principi, che li hanno abbattuti con la stessa facilit con cui li avevano elevati. Tra i tanti uomini che si sono trovati ad essere vicini ai cattivi re, pochi o quasi nessuno non hanno provato su loro stessi la crudelt del tiranno, che avevano attizzato contro altri. Arricchitisi spesso grazie al favore del tiranno con ci che veniva tolto ad altri, alla fine hanno arricchito gli altri con ci che veniva tolto loro. Anche le persone per bene succede talvolta che un tiranno le ami -, per quanto avanzati nelle sue grazie, per quanto luminose siano in loro la virt e l'integrit morale (che ispirano qualche rispetto anche ai malvagi, quando capita loro di vederle da vicino); queste persone per bene, dico, non potrebbero mantenersi accanto al tiranno; inevitabile che facciano esperienza del male comune e subiscano a loro spese la tirannia. Tali sono stati un Seneca, un Burro, un Trasea: queste tre persone, di cui le prime due hanno avuto la sfortina di avvicinarsi ad un tiranno che affid loro la cura dei propri affari, entrambi cari a lui ed uno dei due l'aveva anche aducato e aveva quale pegno d'amicizia le cure che gli aveva prodigato nell'infanzia -, quei tre, la cui morte fu cos crudele, non sono esempi sufficienti della poca fiducia che bisogna avere nel favore di un signore malvagio? E in verit, che amicizia si pu attendere da chi ha il cuore tanto duro da odiare tutto un regno che non fa che obbedirgli, di un essere che, non sapendo amare, impoverisce se stesso e distrugge il suo stesso impero? Ora, se si vuol dire che Seneca, Burro e Trasea hanno provato questa sorte infelice per essere stati persone troppo per bene, si considerino attentamente coloro che attorniavano Nerone: si vedr che tutti coloro che

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furono nelle sue grazie e che si mantennero presso di lui per la loro malvagit non ebbero una fine migliore. Chi ha mai sentito un amore cos sfrenato, un affetto cos testardo, chi ha mai visto un uomo essere ostinatamente legato a una donna come Nerone lo fu a Poppea? Ora, fu lui stesso ad avvelenarla. Sua madre, Agrippina, per metterlo sul trono aveva ucciso suo marito Claudio; per favorirlo aveva fatto e sofferto di tutto; e tuttavia suo figlio, il suo bimbo, l'imperatore fatto con le sue mani, le tolse la vita dopo averla spesso maltrattata. Nessuno neg che avrebbe ben meritato questa punizione, se essa le fosse stata inflitta da chiunque altro. Chi stato pi facile da maneggiare, pi sempliciotto o per meglio dire fesso dell'imperatore Claudio? Chi s' mai invaghito d'una donna pi di lui di Messalina? Eppure la consegn al boia. I tiranni restano bestie per il fatto di non saper mai fare il bene, ma non so come, alla fine, quel po' di spirito che hanno si risveglia in loro per usare della crudelt verso coloro che gli sono prossimi. abbastanza noto il caso di quel tale1 che, vedendo scoperta la gola della sua donna, di colei che amava di pi e senza la quale gli sembrava di non potre vivere, le rivolse questo bel complimento: Questo bel collo sarebbe tagliato ora stesso, se l'ordinassi. Ecco perch la maggior parte degli antichi tiranni sono stati uccisi quasi tutti dai loro favoriti: conoscendo la natura della tirannia, essi non erano sicuri della volont del tiranno e diffidavano del suo potere. Cos Domiziano stato ucciso da Stefano, Commodo da una delle sue amanti, Caracalla dal centurione Marziale incitato da Macrino, e ugualmente quasi tutti gli altri. Certamente il tiranno non ama mai, e mai amato. Amicizia un nome sacro, una cosa santa. Esiste solo tra persone per bene. Nasce da una stima reciproca e si mantiene pi con l'onest che con i favori. Ci che rende un amico sicuro dell'altro la conoscenza della sua integrit morale; ha per garanzia la sua naturale bont, la fedelt, la costanza. Non pu esserci amicizia dove vi sono crudelt, slealt, ingiustizia. Quando dei malvagi si uniscono si tratta di un complotto, non di una societ. Non si amano, ma si temono. Non sono amici, ma complici. Quand'anche cos non fosse, sarebbe difficile trovare in un tiranno un amore sicuro, perch essendo al di sopra di tutti e non avendo suoi pari, gi al di l dei limiti dell'amicizia, che fiorisce nell'uguaglianza e la cui andatura sempre equilibrata e non pu zoppicare. Ecco perch c', come si dice, una specie di buona fede nei ladri quando si tratta di spartirsi il bottino, perch allora sono tutti uguali e compagni fra loro. Non si amano, ma almeno si temono. Non vogliono diminuire la propria forza separandosi. Ma i favoriti di un tiranno non possono mai contare su di lui, perch loro stessi gli hanno insegnato che pu tutto, che nessun diritto o dovere l'obbliga, che abituato ad avere come unica ragione la sua volont, che non ha eguali e che padrone di tutti. Non fa compassione che, malgrado tanti esempi eclatanti, vedendo il pericolo cos incombente, nessuno voglia trarre lezione dalle miserie altrui e che tante persone si avvicinino ancora cos volentieri al tiranno? Che non se ne trovi ancora un solo che abbia la saggezza e il coraggio di dirli, come la volpe della favola al
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Caligola. (N.d.T.)

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tienne de La Botie

leone che faceva il malato: Verrei volentieri a farti visita nella tua tana, ma ho visto molte tracce di bestie che sono entrate, ma nessuna traccia di qualcuna che ne sia uscita. Questi miserabili vedono risplendere il tesoro del tiranno; ammirano, tutti stupiti, il fasto della sua magnificanza; allettati da quello spendore, si avvicinano senza accorgersi che si stanno gettando in una fiamma che finir per divorarli. Cos il satiro imprudente della favola, vedendo brillare il fuoco rapito da Prometeo, lo trov tanto bello che volle baciarlo e si bruci; oppure la farfalla che, sperando di govere di qualche puacere, si getta nel fuoco perch lo vede brillare, e prova ben presto, come dice il poeta Lucano1, che ha anche il potere di bruciare. Supponiamo ancora che questi favoriti sfuggano alle mani di colui che servono; essi non si salvano mai da quelle del re che gli succede. Se buono, egli li costringe a rendere conto ad a sottomettersi alla ragione; se malvagio come il loro vecchio signore, non pu fare a meno di avere altri favoriti che, di solito, non si accontentano di prendere il loro posto, ma strappano loro i beni e la vita stessa. Pu essere dunque che vi sia qualcuno che, di fronte a un tale pericolo e con cos poche garanzie, voglia assumere una posizione tanto infelice e servire con tante sofferenze un signore cos pericoloso? Che pena, che martirio, gran Dio! Essere occupati notte e giorno a piacere a un uomo, e diffidare di lui pi di qualsiasi altro al mondo. Avere sempre l'occhio attento, l'orecchio teso, per capire da dove verr il colpo, per scoprire le imboscate, leggere in viso ai compagni le loro intenzioni, accorgersi di chi lo tradisce, sorridere a ognuno e temere tutti, non avere nessun nemico evidente ma nemmeno alcun amico sicuro, mostrare sempre un viso ridente mentre il cuore angosciato, non poter essere gioioso e non osare essere triste! davvero buffo considerare cosa traggono da questo grande tormento, e vedere il bene che possono attendersi dalla loro pena e dalla loro vita miserabile: non il tiranno che il popolo accusa del male di cui soffre, ma coloro che lo governano. I popoli, le nazioni, a gara fino ai paesani, ai lavoratori, sanno i loro nomi, contano i loro vizi, accumulano su di loro mille oltraggi, mille insulti, mille bestemmie. Sono incolpati di tutte le disgrazie, di tutti i mali, di tutte le carestie; e se a volte fanno mostra di rendere loro omaggio, al tempo stesso li maledicono nel fondo del cuore e li tengono in orrore pi delle bestie selvagge. Ecco la gloria, ecco l'onore che ricevono per i loro servigi resi alla gente che, se potesse farne a pezzi il corpo, non si direbbe soddisfatta, n sufficientemente consolata per le proprie sofferenze. Anche dopo la morte, i posteri non sono tanto pigri da non scrivere il nome di questi mangia-popolo con l'inchiostro di mille piume e lacerare la loro reputazione in mille libri. Anche le loro ossa sono, per cos dire, trascinate nel fango dai posteri, per punirli ancora dopo la morte della loro vita malvagia. Impariamo, dunque; impariamo a fare bene. Alziamo gli occhi verso il cielo per nostro onore o per amore della virt; meglio ancora, per quello del
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Variante: come dice un poeta toscano. (N.d.T.)

Discorso della servit volontaria

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Dio Onnipotente, fedele testimone dei nostri atti e giudice dei nostri peccati. Per me, io penso e non credo di illudermi che, poich nulla pi contrario della tirannia a un Dio buono e liberale, Egli riservi laggi ai tiranni ed i loro complici qualche pena particolare.