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1.

LA TEORIA DELLA MENTE SECONDO I MODELLI COGNITIVISTA E


COSTRUTTIVISTA

In psicologia l'elaborazione più ampia e completa del concetto di "schema" è stata sviluppata
dalla psicologia cognitiva. Quest'ultima, sviluppatasi dalla seconda metà degli anni cinquanta,
riunisce in sé orientamenti diversi come la psicologia sperimentale, la linguistica, la cibernetica, le
neuroscienze e la fisiologia della mente. Oltre all'impostazione interdisciplinare, la psicologia
cognitiva s’interessa dei processi cognitivi (la percezione, l'attenzione, la memoria, il linguaggio, la
creatività, il pensiero). La mente viene dunque concepita come un elaboratore d’informazioni (è
nota la metafora della mente come calcolatore) che ha un'organizzazione prefissata di tipo
sequenziale e una capacità limitata di elaborazione lungo i propri canali di trasmissione.
“La nozione di schema è molto importante all’interno della psicologia cognitiva. In
generale, questa nozione fa riferimento a: ‹un piano, un sommario, una struttura, uno schema di
riferimento, un programma e così via. Soggiacente alla scelta di questi termini è l’assunzione che
gli schemi siano piani mentali, o cognitivi, che abbiano un carattere astratto e che servano come
guida per l’azione, come strutture per l’interpretazione dell’informazione, come schemi di
riferimento per la soluzione dei problemi [Reber 1985]›. La nozione di schema è simile alla nozione
di piano proposta da Miller, Galanter e Pribram. Nella teoria proposta da Neisser, le mappe
cognitive contengono numerosi schemi che possono essere usati per affrontare le molteplici
situazioni con cui ci confrontiamo” (Benjafield, 1999, 49 – 50).
Nelle caratterizzazioni e concezioni di schema mentale, presentate in precedenza, abbiamo
già incontrato diverse definizioni che sono parte integrante della psicologia cognitiva, la quale ha
formulato molti modelli tesi a spiegare il rapporto dinamico intercorrente tra la nostra mente e la
realtà che ci circonda. Ha elaborato, in tal senso, dei modelli di rappresentazione simbolica che
riassumono “quanto un individuo ha appreso su una determinata realtà del mondo a seguito di un
certo numero di esperienze” (Comoglio, 2006 – 2007, 165). Questa conoscenza è la condizione di
“comprensibilità” della realtà stessa come lo è di un qualsiasi testo scritto seguendo il modello della
stretta correlazione tra attività simbolica e pratica, e sviluppo interno – sviluppo relazionale,
proposto da Vygotskij (cfr. Vygotskij, 2002)
La somma dei singoli tratti semantici non poteva, però, esprimere, a sufficienza, il sistema
complesso che guida il pensiero nell’insieme di rappresentazioni, previsioni ed azioni che
quotidianamente contraddistingue la nostra vita. Era, quindi, necessario, per descrivere il
funzionamento di elementi esperienziali tanto complessi, elaborare un sistema rappresentativo che
tenesse conto sia delle relazioni sia dei ruoli collegati ai singoli concetti ed alle singole esperienze.
Per i cognitivisti trovare le leggi che regolano tali relazioni interne al cervello umano è
possibile risalendo a ritroso, dal fenomeno al noumeno, dall’espressione alla realtà espressa.
Kintsch, per esempio, prende ad emblema, del funzionamento della nostra mente, la “preposizione”,
considerata come base strutturale dell’espressione. La preposizione, che è, a sua volta, formata,
secondo il modello della grammatica semantica di Fillmore, da una relazione, tra un soggetto agente
ed un oggetto, è presa inoltre come schema capace di descrivere la tipicità della relazione stessa
(cfr. Comoglio, 2006 – 2007, 167).
Secondo altri autori le nostre azioni e le nostre conoscenze sono invece guidate da sistemi
complessi formati da unità più ampie che Minsky ha chiamato “frame”, Rumelhart e Norman
“schemata” e Schank e Abelson “scripts” e “MOPs” (cfr. Comoglio, 2006 – 2007, 168).
Il frame si può definire come la rappresentazione, che abbiamo sviluppato, di qualcosa.
Possiamo intuire la consistenza di questa rappresentazione pensando a come, prima di entrare in una
stanza, abbiamo già una rappresentazione mentale di come può essere arredata e costituita. Quindi il
“frame è un data-structure per rappresentare una situazione stereotipa […] (Minsky 1975, p.212).
Un frame è una rappresentazione tale che non tutti gli slot (elementi) che lo costituiscono devono
essere adempiuti nel momento del loro uso. Gli slot non precisati vengono chiamati defaults
assiggnments. I compiti (terminal) in via ordinaria non – saturati non vanno esclusi dal frame, a
meno che non sia detto espressamente, e costituiscono l’insieme delle aspettative e delle
presunzioni che per la loro normale assunzione non hanno bisogno di essere ricordati” (Comoglio,
2006 – 2007, 168).
Rumelhart (cfr. Comoglio, 2006 – 2007, 169 – 170) invece, individua negli schemi le reti
mentali di interrelazione tra gli elementi che costituiscono e sono presenti nei concetti. Tali reti
raccolgono tutto ciò che si sa su qualcosa e funzionano come processi attivi di valutazione che
collegano le variabili relative agli input provenienti dalla realtà e inviano ad altri schemi i riscontri
ottenuti nella relazione con gli input stessi.
Infine Schank e Abelson (cfr. Comoglio, 2006 – 2007, 170 – 171).hanno sviluppato un
modello di rappresentazione mentale, più legato a contesti narrativi, chiamati “script” (copioni).
Secondo loro ciascuno di noi ha nella mente un bagaglio di conoscenze, relative ad una tipologia di
evento, superiore a quella che si presenta alla nostra immediata attenzione nell’evento stesso.
Questa conoscenza, costruita attraverso molteplici esperienze, è ordinata in scene (del tipo di quelle
teatrali) che seguono una determinata sequenza temporale. L’insieme delle scene, della sequenza e
del contesto, costituisce lo script. Una volta evocato lo script le persone si sentono in dovere di
assumere i ruoli caratteristici dello script evocato e quindi assumono il punto di vista che è previsto
nella “parte”. Schank propose, inoltre, una ulteriore determinazione degli scripts che chiamò MOPs
(Memory Organization Packets) che definì come “un set di scene dirette al raggiungimento di uno
scopo. Un MOP possiede sempre una scena centrale il cui scopo è l’essenza o lo scopo degli eventi
organizzati dal MOP” (Scank in Comoglio, 2006 – 2007, 172).
La finalizzazione del MOP è guidata dalle aspettative personali a breve o lungo termine.
Il cognitivismo considera, quindi, la mente dell'uomo come sistema complesso, in grado di
selezionare gli input, che riceve dall'ambiente, ed elaborarli attivamente. Tale elaborazione avviene
sulla base del complesso intreccio, motivazionale e cognitivo, che caratterizza la mente stessa la
quale giunge, infine, a compiere scelte, non rigidamente predeterminate dagli stimoli ricevuti.
Su questa fiducia di fondo nella possibilità della mente di rinnovare e cambiare le proprie
scelte si innesta la scelta terapeutica compiuta da vari autori (come ad esempio Ellis e Beck) di un
percorso di ristrutturazione delle idee disfunzionali o dei pensieri cosiddetti “automatici”.
In particolare Beck riconosce “che ogni persona ha una serie di regole generali che guidano
la sua reazione alle situazioni specifiche. Tali regole, non solo guidano i suoi movimenti esterni, ma
formano anche la base per le sue specifiche interpretazioni, le sue aspettative, e le istruzioni interne.
Sono sempre queste regole a fornire i modelli secondo cui l’uomo giudica l’efficacia e
l’appropriatezza di un’azione e stabilisca quanto egli valga o quanto gli altri lo trovino attraente”
(Beck, 1984, 35).
Ma secondo Beck queste regole, se disfunzionali, anche se non applicate coscientemente
dalla persona sono riconoscibili perché poco realistiche, assolute, totalizzanti e altamente arbitrarie
e personalizzate (cfr. Beck, 1984, 179).
Il loro contenuto ruota sui due assi: pericolo/sicurezza e dolore/piacere dei quali il paziente
fa una valutazione distorta. Il terapeuta, per curare deve allora “chiarire i concetti distorti del
paziente, le sue auto-ingiunzioni, i suoi auto-rimproveri che gli provocano disagio e incapacità, e
aiutarlo a rivedere le regole sottese che producono le segnalazioni interne difettose” (Beck, 1984,
187).
Il Cognitivismo ha accolto, nel suo ambito, vari settori, di ricerca, accomunati
eziologicamente, da una serie condivisa di principi, come, per esempio: le basi biologiche dei
processi psichici, lo sviluppo, il mentalismo, l'elaborazione delle informazioni, la simulazione e,
infine, il costruttivismo.
Secondo quest'ultimo principio, i processi psichici, durante il loro sviluppo, operano in
modo attivo sull'ambiente, filtrando l'informazione esterna e producendo risposte motorie in base ai
propri schemi comportamentali. In quest'ottica, il “secondo cognitivismo (che Mayer qualifica:
costruttivista) sottolinea che la conoscenza, rappresentabile secondo schemi organizzati, raccoglie le
differenti informazioni che si hanno del mondo che sta intorno e delle esperienze che di esso si sono
avute” (Comoglio, 2006 – 2007, 270).
Il Costruttivismo può essere considerato una teoria dei processi cognitivi, nel senso che il
soggetto compie un'azione di attiva costruzione della conoscenza.

1.1. I Costrutti Personali


Un interessante modello, legato alla concezione costruttivista, è quello della teoria dei
“costrutti personali”, proposto da George Kelly, per il quale: “L’uomo osserva il mondo attraverso
degli schemi, o lenti, che egli stesso crea e tenta di adattare alle realtà da cui il mondo è costituito.
Questo sforzo non sempre riesce in modo soddisfacente. Tuttavia senza tali schemi il mondo
apparirebbe così indifferenziatamente omogeneo che l’uomo sarebbe incapace di dargli alcun senso.
Anche un cattivo inquadramento/adattamento della realtà è meglio di nulla. Diamo il nome di
costrutti a quegli schemi che vengono utilizzati per conoscere gli eventi. Essi corrispondono a modi
particolari di costruire il mondo. Essi consentono all’uomo (ed anche all’animale inferiore di
delineare il corso del comportamento manifestato esplicitamente o implicitamente, espresso
verbalmente o meno, più o meno legato ad altri comportamenti, più o meno concepito
razionalmente” (Kelly in Caprara – Luccio, 1986, 149 – 150). Stando a tale modello, la personalità
è un'organizzazione integrata, fondata su schemi o costrutti, attraverso i quali l'individuo conosce,
interpreta e modifica se stesso nella relazione con l'ambiente. L'individuo è uno scienziato che vive
la vita come un esperimento, con previsioni e verifiche sugli effetti del proprio comportamento.
Secondo Kelly, la motivazione fondamentale dell'uomo è la ricerca di una crescente capacità
di prevedere gli eventi del mondo e se stessi nel mondo. Come conseguenza di tale visione, al
progressivo aumento della capacità previsionale corrisponde un progressivo fondarsi dell'esperienza
soggettiva di continuità e unità personale. Risulta chiaro che l'integrità del sé, visto come
funzionamento adattivo ottimale, è legata alla capacità di prevedere correttamente il flusso degli
eventi in cui l'organismo si trova immerso nel suo divenire.