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“Teodoro Dostoieschi”.

Appunti su Federigo Tozzi

“Quando esciva per i campi, gli pareva di lasciare dietro di


sé una striscia della sua vita e della sua anima; che si
cambiavano nelle cose della natura.” (Novelle, II, p.590).
Montagne colline viuzze alberi, case coloniche cattedrali
campanili, “borri” e boschi, fogliame, composizioni di frasi
sorprendenti, contorte, tagli di un vivere orrendo nella
campagna e città tozziane, finali netti, morte, figure
sollevate dalla guazza esistenziale, poi ributtate via
febbrilmente, innumerevolmente. Miseria e malattia.
Nudità, spudoratezza, confessione, rivelazione, ingenuità,
brutalità: “la vita” in campagna, orrore solitudine
schiacciante degli individui, miseria, alcolismo. L’autore
spesso getta se stesso nella pagina, anche troppo, ma si
guarda benissimo intorno. Esperto della vita, degli oggetti,
della campagna, della coltivazione, dei dettagli. Osservatore
psicologo, creatore di situazioni comico/atroci di fallimento.
A pezzi, si ha un grande scrittore.

Luigi Baldacci parla di “primitivismo” e ricorda una lettera di


Federigo Tozzi su Bernardino da Siena come modello. La
sintassi (e non solo) di Tozzi qualche volta è davvero
trascurata, i modi verbali scricchiolano. E il toscanismo pesa
troppo, Tozzi avrebbe dovuto emendarlo. Molte novelle sono
evitabili, alcune poche (specie nel secondo volume, quindi
le più mature: ora penso a “In campagna”) lasciano il segno.
Meglio un’antologia, da questo materiale. A ognuno la sua,
certo.

Baldacci insiste (segnalando in Tozzi perfino una qualche


conoscenza freudiana di seconda mano) sulla faccenda
dell’inconscio. Tozzi è un “fanciullino” nevrotico, di sensibilità
e freschezza nuda, disarmante e feroce, respira l’aria
Otto/Novecento, la stessa di tanti altri, tra cui lo stesso
Freud. E’ dunque uno scrittore di provincia che a tratti sbuca
nel mondo europeo. La psicologia di Tozzi inscena un “non
sapere” (Baldacci) che è “freudiano”, ma non perché Tozzi
ha letto un testo su Freud.
La cura di chi sottolinea le letture colte e scientifiche di
Tozzi, l’analisi della sua piccola biblioteca, anche
“potenziale” (nel senso che le si ascrivono opere
considerate inevitabili, ma assenti: idea del resto non del
tutto inaccettabile), sembra compensare il sospetto che
Tozzi fosse un provinciale ignorantello, ma di talento? Tozzi
possedeva alcuni libri di psicologia (James, Binet, Ribot,
Janet), molto D’Annunzio e Balzac, Flaubert, Dostoevskij,
Tolstoi. Meglio concentrarsi su Tozzi Federigo, genio senese
difettoso. Un “Teodoro Dostoieschi”, così lui.
(v. Geddes da Filicaia, La biblioteca di Federigo Tozzi,
Firenze 2001).

Che cosa vuol dire questo lessico ristretto alla provincia


(massimo alla regione)? A chi si rivolge Tozzi? Che lettore
s’immagina? I suoi odiati concittadini non lettori? Si taglia le
gambe da solo. Come il protagonista de Il podere. Sperpera
un’eredità, la lingua parlata, investendola male in quella
scritta.
Irritante, il testo indulge in toscanismi/senesismi: indica il
suo mettersi fuori e provocare il lettore, l’amatore e lo
studioso: con il “primitivismo”, ma forse Tozzi è davvero un
talento primitivo, anche poco ferrato in fatto di punteggiatura
(uso sbagliato, più che idiosincrasia, del punto e virgola),
senza contare la solita tendenza al condizionale presente
dove gioverebbe il passato. Un francesismo del resto
comune e per fortuna defunto.

Canditi dialettali nell’impasto italotoscano?


“Gasse”,”cognacche”, “rumme”. Smargiassate? Giovinotto
casereccio? “Né meno”, “in vece”, “da vero”, “a dietro”, “per
fino”, ma anche “con scienza” per “coscienza”, “Apennino”,
giochi con le parole, tracce narcisistiche, “preziosismi” snob,
effetto kitsch.

Tre croci. Giulio si occupa della libreria, Niccolò di


antiquariato, Enrico di legatoria: hanno avuto da un
conoscente il favore della firma su una cambiale, ma
insistono contraffacendola su ulteriori cambiali. Tozzi
contraffà la lingua parlata, ne risultano varie spiacevolezze.
La libreria non “lavora”, nessuno legge a Siena, e loro
deperiscono, tutti e tre hanno la gotta, “una vergogna” non
volerne guarire. E’ Giulio a falsificare la firma del
conoscente fino all’inevitabile rovina, e pare il più civile dei
tre. Il secondo e il terzo mangiano, bevono e giocano a
carte. La loro liquidazione (Giulio, suicida, Niccolò e infine
Enrico, per malattia) prende meno di venti pagine, su
centoquarantasette. E’ un finale svelto alla Tozzi. Non mi
servite più, amen. Come nei finali di molte novelle, che sono
formidabilmente, è indiscutibile, troncati e sintetici, magari
per l’incapacità dell’autore di chiudere come si deve.
Febbrile perdente, intenso folle, unico, amante rabbioso,
parole colpi di tosse, inguaribile individuale vedente
intimorito, spavalderia segreta rancore amore sensualità
dietro la parete di un eros sparso nella campagna, nella
città, estremo disperato, vita senese, sindrome contadino-
piccolo-borghese-bottegaia, sindrome delle colline
miserabili, dove alla grazia della natura (madre) fa riscontro
la bruttezza del genere umano, mostri contorti e devastati
dalle passioni (tutti), dal lavoro e dagli stenti (i contadini),
dall’avarizia cinica (i piccolo-borghesi), incesto.

Formidabile, la novella Il cieco. Due fratelli, Mario, tredici


anni, il narratore, e Delfina, dodici - legame forte e oscuro -
non possono vedere che il loro rapporto assomiglia a ciò
che di solito attrae reciprocamente due incerti adolescenti.
La novella allude al tema dell’incesto. Alla cieca. Un vicino è
trovato morto in un fosso (“borro”). Una croce. Si tratta di
tale Emilio Palai, “nato nel 1880”, di età superiore ai
diciassette anni, cieco dalla nascita, secondo quanto
racconta a Mario e a Delfina il padre. Sadico, Emilio acceca
“tortore, piccioni, un cardellino”. A sedici anni assale la
madre e le cava un occhio. Dopo, sta senza parlare per più
di un anno e non esce di casa. Successivamente dice
poche parole, “sempre le stesse”, e scrive. A tratti usa
chiedere l’elemosina in città. E’ mantenuto dai due suoi
fratelli. Mario e Delfina vorrebbero scavare nella storia di
Emilio, ma trovano un muro nei fratelli di lui. Il “non sapere”
vince, a tutto vantaggio della lettura.

La costruzione della novella Un pezzo di lettera è notevole.


Una missiva all’amata fa da cornice a un’altra, scritta “in
precedenza”, “non spedita” alla destinataria, e “ricopiata”. La
lettera non spedita termina con “non so più quel che faccio”
e ridà spazio a quella di cornice così: “questa lettera ti
sembrerà pazzesca”. E’ una confessione del narratore
all’amata di un suo cedimento sensuale: in attesa vana
dell’amante, prima inganna il tempo scrivendo all’amata, poi
finisce col giacere con la mezzana, donna, a quanto pare,
non abbastanza ripugnante, o meglio: ripugnantemente
desiderabile. Il soggetto tozziano non sa, agisce, e scrive.

In Donata è ritratta un’”isterica” che urta per mezzo di una


sua lettera, diremmo pazzesca, il lato psichicamente debole
di un “pizzicagnolo”, uomo secondo lei maritabile. Ci si
muove dal desiderio di Donata, inconscio o, se vogliamo,
non pensato, all’eccessiva reazione del destinatario, toccato
dai rimproveri “isterici” di lei. Pubblicamente proclamandosi
innocente dei falli rimproveratigli da Donata, il “pizzicagnolo”
si costruisce una “cattiva reputazione”, e perde la clientela.
Una croce.

D’avversione ne ho concepita non poca, ultimamente,


confesso. Alla terza lettura di Con gli occhi chiusi e di Tre
croci, lette le Novelle, e la giovanile prova Paolo, i due
romanzi mi restano, le novelle, non inevitabili, presentano
buoni spunti estetici e psicologici. Anche Bestie, senza
troppi sforzi, è da salvare. Recuperare Tozzi, suo malgrado.
“Mal grado”, scriverebbe lui. Ma è difficile.Sono le sue
nudità squarciate ad aver consolidato la fama non troppo
settoriale di Tozzi, le immagini brutali, ma il testo spesso non
tiene, è rozzo, artigianale, scritto anche male, e manca una
maggiore elaborazione del materiale autobiografico.

“Io non saprei dire che differenza passa tra vedere e non
vedere. ”(Novelle, II, p.630).
“Con gli occhi chiusi” significa non solo non (voler) vedere
(Baldacci, 1983) che l’ ”amata” Ghisola è una giovane “di
facili costumi”, ma anche non vederla come persona vera,
fuori, nella realtà. Significa invece vederla dentro di sé,
senza lasciarsi disturbare dalla realtà esterna: tutta, invece,
nella “realtà dell’anima” (Jung). “Contemplazione interiore”.

Con gli occhi chiusi, a libro chiuso, Tozzi è grande, feroce,


nutriente. A occhi e libri aperti ne vediamo le vere misure,
l’ingenuità, la maniera. Chiudiamo di nuovo gli occhi, è
meglio.