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GABRIELE D’ANNUNZIO

DATA DI NASCITA Giovedì 12 marzo 1863

DATA DI MORTE Martedì 1 marzo 1938

LUOGO DI NASCITA Pescara, italia

LUOGO DI MORTE Gardone riviera , Italia

CAUSA Emorragia cerebrale

LA VITA
Nato a Pescara il 12 Marzo 1863 da Francesco D'Annunzio e Luisa de Benedictis, Gabriele é il
terzogenito di cinque fratelli. Fin dalla più tenera età spicca tra i coetanei per intelligenza e per una
precocissima capacità amatoria.

Il padre lo iscrive al reale collegio Cicognini di Prato, costoso convitto celebre per gli studi severi e
rigorosi. La sua é una figura di allievo irrequieto, ribelle e insofferente alle regole collegiali, ma
studioso, brillante, intelligente e deciso a primeggiare. Nel 1879 scrive una lettera al Carducci, nella
quale chiede di poter inviare al «gran vate» della poesia italiana, alcuni suoi versi; nello stesso anno
a spese del padre pubblica l'opera «Primo Vere», che viene però sequestrato ai convittori del
Cicognini per i suoi accenti eccessivamente sensuali e scandalistici; il libro fu però recensito
favorevolmente dal Chiarini sul «Fanfulla della domenica».

Al termine degli studi liceali consegue la licenza d'onore; ma fino al 9 di luglio non torna a Pescara.
Si ferma a Firenze, da Giselda Zucconi, detta Lalla, il suo primo vero amore; la passione per
«Lalla» ispirò i componimenti di «Canto Novo». Nel novembre 1881 D'Annunzio si trasferisce a
Roma per frequentare la facoltà di lettere e filosofia, ma si immerge con entusiasmo negli ambienti
letterari e giornalistici della capitale, trascurando lo studio universitario.

Collabora al Capitan Fracassa e alla Cronaca Bizantina di Angelo Sommaruga e pubblica qui nel
maggio 1882 il «Canto Novo» e «Terra Vergine». Questo è anche l'anno del suo matrimonio con la
duchessina Maria Altemps Hordouin di Gallese, figlia dei proprietari di palazzo Altemps, di cui il
giovane D'Annunzio frequentava assiduamente i salotti. Il matrimonio è osteggiato dai genitori di
lei, ma viene ugualmente celebrato. Da segnalare che già in quest'epoca D'Annunzio è perseguitato
dai creditori, a causa del suo stile di vita eccessivamente dispondioso.

Nasce il suo primogenito Mario, mentre lo scrittore continua la collaborazione con il Fanfulla,
occupandosi più che altro di costume e aneddoti sulla società dei salotti. Nell'aprile 1886 nasce il
secondo figlio, ma D'Annunzio riacquista l'entusiasmo artistico e creativo solo quando incontra ad
un concerto il grande amore, Barbara Leoni, ossia Elvira Natalia Fraternali.

La relazione con la Leoni crea non poche difficoltà a D'Annunzio che, desideroso di dedicarsi alla
sua nuova passione, il romanzo, e di allontanare dalla mente le difficoltà familiari, si ritira in un
convento a Francavilla dove elabora in sei mesi «Il Piacere».
Nel 1893 la coppia affronta un processo per adulterio, che non fa altro che far nascere
nuove avversitànei confronti del poeta negli ambienti aristocratici. I problemi economici spronano
D'Annunzio ad affrontare un intenso lavoro (infatti, oltre ai debiti da lui contratti si sommano quelli
del padre deceduto il 5 giugno 1893).

Il nuovo anno si apre nuovamente nel segno della solitudine del convento, dove D'Annunzio elabora
il "Trionfo della morte". In settembre, trovandosi a Venezia, conosce Eleonora Duse, già avvicinata
a Roma in veste di cronista della Tribuna. In autunno si stabilisce nel villino Mammarella, a
Francavilla con la Gravina e la figlia e inizia la faticosa elaborazione del romanzo "Le vergini delle
rocce" apparso a puntate sul convito e poi in volume presso Treves con data 1896.

Nell'estate 1901 nasce invece il dramma "Francesca da Rimini", anche se questi sono anni
prevalentemente contrassegnati dall'intensa produzione delle liriche di "Alcyone", e del ciclo delle
Laudi.

In estate D'Annunzio si trasferisce a villa Borghese dove elabora la "Figlia di Iorio". Il dramma,
rappresentato al Lirico di Milano, riscuote un enorme successo grazie alla superbia interpretazione
di Irma Gramatica.

Venuto meno il sentimento tra la Duse e D'Annunzio e incrinatosi definitivamente il loro rapporto,
il poeta ospita alla Capponcina, una residenza estiva, Alessandra di Rudinì, vedova Carlotti, con la
quale instaura un tenore di vita oltremodo lussuoso e mondano, trascurando l'impegno letterario. La
bella Nike, così era denominata la Di Rudinì, lungi dall'essere la nuova musa ispiratrice favorisce lo
snobismo del poeta, spronandolo ad un oneroso indebitamento, che decreta in seguito l'imponente
crisi finanziaria. Nel maggio del 1905 Alessandra si ammala gravemente, travolta dal vizio della
morfina: D'Annunzio la assiste affettuosamente ma, dopo la sua guarigione, la abbandona. Lo choc
per Nike è enorme, tanto che decide di ritirarsi a vita conventuale. Segue poi un rapporto tormentato
e drammatico con la contessa Giuseppina Mancini, rievocato nel diario postumo "Solum ad Solam".
Le immense difficoltà economiche costringono D'Annunzio ad abbandonare l'Italia e a recarsi nel
marzo 1910 in Francia.

Assediato dai creditori, fugge in Francia, dove si reca nel marzo 1910, accompagnato dal nuovo
amore, la giovane russa Natalia Victor de Goloubeff. Trascorre anche qui cinque anni immerso
negli ambienti mondani intellettuali. La permanenza è allietata non solo dalla russa, ma anche dalla
pittrice Romaine Brooks, da Isadora Duncan e dalla danzatrice Ida Rubinstein, a cui dedica il
dramma "Le martyre de Saint Sébastien", musicato in seguito dal superbo genio di Debussy.

Il canale che permette a D'Annunzio di conservare la presenza artistica in Italia è "Il Corriere della
sera" di Luigi Albertini (dove fra l'altro sono state pubblicate le "Faville del maglio"). L'esilio
francese è stato artisticamente proficuo. Nel 1912 compone la tragedia in versi "Parisina", musicata
da Mascagni; dopo aver collaborato alla realizzazione del film "Cabiria" (di Pastrone) scrive la sua
prima opera cinematografica, "La crociata degli innocenti". Il soggiorno francese termina all'inizio
della guerra, considerata da D'Annunzio l'occasione atta ad esprimere con l'azione gli ideali
superomistici ed estetizzanti, affidati, sino ad allora, alla produzione letteraria.

Inviato dal governo italiano a inaugurare il monumento dei Mille a Quarto, D'Annunzio, il 14
maggio 1915 rientra in Italia presentandosi con una orazione interventista e antigovernativa. Dopo
aver sostenuto a gran voce l'entrata in guerra contro l'impero Austro-ungarico, non esita ad
indossare i panni del soldato l'indomani della dichiarazione. Si arruola come tenente dei Lancieri di
Novara e partecipa a numerose imprese militari. Nel 1916 un incidente aereo gli causa la perdita
dell'occhio destro; assistito dalla figlia Renata, nella «casetta rossa» di Venezia, D'Annunzio
trascorre tre mesi nella immobilità e al buio, componendo su liste di carta la prosa memoriale e
frammentaria del "Notturno". Tornato all'azione e desiderando gesti eroici si distingue nella Beffa
di Buccari e nel volo su Vienna con il lancio di manifestini tricolori. Insignito al valor militare, il
"soldato" D'Annunzio considera l'esito della guerra una vittoria mutilata. Caldeggiando l'annessione
dell'Istria e della Dalmazia e considerando la staticità del governo italiano, decide di passare
all'azione: guida la marcia su Fiume e la occupa il 12 settembre 1919. Dopo l'esperienza militare
D'Annunzio elegge come sua dimora la villa Cargnacco sul lago di Garda, cura la pubblicazione
delle opere più recenti, i già citati "Notturno" e i due tomi delle "Faville del maglio".

I rapporti di D'Annunzio con il fascismo non sono ben definiti: se in un primo tempo la sua
posizione è contraria all'ideologia di Mussolini, in seguito la adesione scaturisce da motivi di
convenienza, consoni allo stato di spossatezza fisica e psicologica, nonché a un modus vivendi
elitario ed estetizzante. Non rifiuta, quindi, gli onori e gli omaggi del regime: nel 1924, dopo
l'annessione di Fiume il re, consigliato da Mussolini, lo nomina principe di Montenevoso, nel 1926
nasce il progetto dell'edizione "Opera Omnia" curato dallo stesso Gabriele; i contratti con la casa
editrice "L' Oleandro" garantiscono ottimi profitti a cui si aggiungono sovvenzioni elargite
da Mussolini: D'Annunzio, assicurando allo stato l'eredità della villa di Cargnacco, riceve i
finanziamenti per renderla una residenza monumentale: nasce così il «Vittoriale degli Italiani»,
emblema del vivere inimitabile di D'Annunzio. Al Vittoriale l'anziano Gabriele ospita la pianista
Luisa Bàccara, Elena Sangro che gli rimane accanto dal 1924 al 1933, inoltre la pittrice
polacca Tamara De Lempicka.

Entusiasta della guerra di Etiopia, D'Annunzio dedica a Mussolini il volume "Teneo te Africa".

Ma l'opera più autentica dell'ultimo D'Annunzio è il "Libro segreto", a cui affida riflessioni e ricordi
nati da un ripiegamento interiore ed espressi in una prosa frammentaria. L'opera testimonia la
capacità del poeta di rinnovarsi artisticamente anche alle soglie della morte, giunta l'1 marzo 1938.
IL PENSIERIO
D’Annunzio viene considerato uno dei massimi esponenti dell’estetismo e del
decadentismo: è convinto , infatti, che i sensi siano l’unico mezzo per accostarsi alla
realtà, ma anche che solo l’arte può dare forma a un mondo di raffinata bellezza,
lontano dalla vita banale di tutti i giorni, un mondo ideale contrapposto alla volgarità
della vita materiale.

Forte delle sue esperienze e del suo contributo storico costruisce un sistema
ideologico e filosofico in cui inserire la propria personale concezione esistenziale e il
proprio innato sensualismo. Attraverso le deformazioni dell’esaltazione wagneriana,
lo scrittore si accosta così al mito nietzschiano del super uomo, ma come sempre
trasceglie, non senza fra intendimenti e deformazioni, solo alcun aspetti del pensiero
di Nietzsche, ossia quelli che meglio si adattano alla sua personalità e alle esigenze
della sua arte.

SIMBOLISMO
 Il Simbolismo si sviluppa in Francia lungo la seconda metà dell’Ottocento
come movimento interno alla più ampia corrente del Decadentismo;
tradizionalmente si fa risalire la sua nascita alla pubblicazione del Manifesto
del Simbolismo di Jean Moréas (1856-1910), comparso sul quotidiano Le
Figaro il 18 settembre 1886.
 Il Simbolismo si pone in antitesi al realismo, di cui contesta la riproduzione
precisa e mirata della realtà e a cui oppone la rappresentazione di un mondo
interiore i cui moti sono dominati dal sogno e dal simbolo. I maestri del
movimento sono, oltre a Mallarmé, i poeti Paul Verlaine(1844-1896) e Arthur
Rimbaud (1854-1891), sostenitori di una lettura della realtà fondata
sulla corrispondenza tra simboli e sensazioni che, uniti, formano una rete di
significati che collega il mondo esterno alla realtà interiore. La realtà quindi
non viene indagata dai simbolisti attraverso l’esperienza e la ragione, bensì
attraverso l’intuito, che è chiamato ad esprimersi con il mezzo a lui più
congeniale: la poesia. In questo senso allora secondo i simbolisti la poesia è la
via privilegiata per la conoscenza, poiché riesce a intuire e scoprire
ilegamiche si insinuano tra l’ apparenza delle cose e i loro significati più
reconditi. La poesia simbolista si pone allora in antitesi con la concretezza e
l’idealismo dei testi romantici, prediligendo una funzione del verso puramente
evocatrice e mistica. La rigida metrica tradizionale viene abbandonata in
favore del verso libero, che permette la creazione di un ritmo che si ricalchi il
fluire delle sensazioni e dell’energia che pervade le cose del mondo. La
musicalità del testo è sostenuto da un massiccio utilizzo di figure retoriche,
come sinestesie, analogie e metafore, che impreziosiscono il dettato e lo stile di
opere riservate a pochi lettori che posseggono gli strumenti per decifrarle e
comprenderle a fondo.
 Nella lirica Brezza marina l’autore sottolinea invece l’ideale di evasione dalla
grigia realtà del mondo borghese, in favore del viaggio, stimolato anche in
questo caso da un insieme di sensazioni sia visive che uditive da cui sgorgano
molteplici significati:
 Gabriele D’Annunzio, in conformità con il proposito dell’estetizzazione del
quotidiano e con la sensibilità acuta per le mode letterarie del momento, coglie
soprattutto la lezione stilistica del Simbolismo, come si coglie nell’abilità con
cui il poeta usa una serie procedimenti tecnici e retorici
(enjambements, assonanze e consonanze, giochi fonici, ricerca lessicale
raffinata, capacità evocativa del linguaggio) per arricchire la sua pagina,
soprattutto nel ciclo delle Laudi e in componimenti quali La pioggia nel pineto.
L’idea poi che la poesia sia uno strumento per i pochi eletti capaci di trapassare
la patina del reale per attingere la vera verità delle cose è in sintonia con il
superomismo dannunziano e con la sua lettura semplificatrice
dell’Ubermensch nietzschiano. Il linguaggio poetico diventa con D’Annunzio
veicolo di mutamento e reinvenzione della realtà, mezzo per creare nuovi
significati in funzione dell’individualità che ne è artefice.

ESTETISMO
 Nella prima fase della ricerca artistica dannunziana la raffinatezza della forma
e la sensualità dei contenuti trovano espressione nell’Estetismo , tendenza che si
inserisce nella più vasta corrente del DECADENTISMO. In una stretta
CORRELAZIONE TRA ARTE E VITA , D’Annunzio rivolge la propria
esistenza e la propria opera verso la ricerca di sensazioni raffinate ed esaltanti ,
all’insegna del CULTO DELLA BELLEZZA intesa come unico vero valore , al
di là e al di sopra  della morale. Nella sua produzione estetizzante vengono quindi
esaltati la ricerca del bello e il principio dell'< ARTE PER L’ARTE> , secondo
cui l’opera d’arte ha in primo luogo un valore estetico ed è libera da ogni vincolo
etico e morale. Questi principì trovano espressione soprattutto nel romanzo IL
PIACERE , in cui la scelta del protagonista Andrea Sperelli di isolarsi dal
grigiore del mondo borghese è in realtà una risposta aristocratica alla CRISI DEI
VALORI DELL’ARTE NELLA MODERNA SOCIETÀ CAPITALISTICA , ma
finisce per risolversi in una sostanziale sconfitta a causa della debolezza interiore
del personaggio. D’Annunzio oltre ad essere un  esteta aveva una cultura
moderna più vasta e aggiornata con i modelli del Simbolismo francese. Il
Simbolismo di D’Annunzio tendeva al sublime e auspicava a un ruolo di vate
(profeta) , inoltre puntava direttamente all’innalzamento e all’amplificazione del
quotidiano.

PANISMO

Il panismo deriva dal greco παν, tutto, e si riferisce alla tendenza del confondersi e


mescolarsi con il Tutto e con l’assoluto, due concetti chiave del decadentismo.
In D’Annunzio il tutto prende la forma della natura, riferimento al dio greco Pan,
divinità dei boschi e tutte quelle che hanno a che fare con la natura. È evidente l’uso
di questa tecnica all’interno della poesia “La Pioggia nel Pineto” in cui il poeta si
fonde con la natura, la quale ripercorre allo stesso tempo il suo corpo e i suoi
sentimenti.
Panismo o sentimento panico della natura è una percezione molto profonda del
mondo esterno (soprattutto se riferita a paesaggi naturali) che crea una fusione tra
l’elemento naturale e quello più specificatamente umano.
Deriva dal nome Pan, dio greco dei boschi, ma dal momento che presuppone una
concezione panteista del divino, lo si può far derivare anche
dall’etimologia greca πάν (pàn), che significa “tutto” (neutro di πάς πάσα πάν,
leggi: pàs pàsa pàn), da cui probabilmente scaturisce la stessa terminologia del dio.
Con il panismo, l’io veniva messo in secondo piano, immergendosi completamente
nella natura, ma non nascondendosi del tutto in quanto il poeta era solito esprimere
stati d’animo attraverso oggetti naturali. Si richiama a questa corrente Gabriele
D’Annunzio che nella composizione lirica “Laudi del cielo del mare della terra e
degli eroi” mette in risalto la sua visione pagana (come nell’antica Grecia) e risalta la
bellezza e la gioia di vivere

DECANTISMO

Che cosa sta succedendo agli artisti di tutta Europa a metà Ottocento? Sono
insoddisfatti dal razionalismo del Positivismo, sono un po’ nauseati dal mondo
borghese, dalla società che impone regole ed etichette, diciamolo, ipocrite, e
reagiscono cercando nell’arte e nella letteratura un modo per sentirsi migliori e
per scandalizzare le menti benpensanti dei borghesi che tanto disprezzano.      
Prima di capire in che modo questi artisti procedono per infastidire la società,
chiariamo l’origine e la definizione del termine Decadentismo, sempre importante
quando studiamo un movimento letterario.
Décadent è un termine francese, usato in Francia in quei tempi per definire, in senso
dispregiativo, gli artisti che vivevano in modo scandaloso, fra droghe ed altri
eccessi. Successivamente, precisamente nel 1886, viene fondata una rivista proprio da
questi letterati scandalosi che, in modo provocatorio, scelgono di intitolarla «Le
Décadent». Da qui il termine Decadentismo si userà per indicare la decadenza della
società che non ha più veri valori e che li sta deludendo così tanto. Insomma, una
partita agguerrita fra Società Borghese contro Artisti Ribelli. Dalla Francia, tanto il
termine come il movimento si diffondono in tutta Europa: gli artisti del continente si
riconoscono come un gruppo unito, contro la borghesia per bene, e a tutti verrà dato
l'appellativo decadenti.
In Italia, poi, questo movimento viene a coincidere con il periodo Risorgimentale e
dell’Unità italiana: chi non partecipa ai moti risorgimentali o chi non li appoggia si
ritrova in qualche modo tagliato fuori dalla storia e dal processo politico; in questo
modo gli artisti trovano una forma di riscatto, un modo per avere di nuovo una voce
nell’arte.      
In che modo questi artisti che aderiscono al Decadentismo si oppongono
al Positivismo, in che modo vogliono scandalizzare a società?      
 Si parla di sogni, di incubi, di esperienze surreali, di tormenti dell’anima, si
cerca di esprimere l’emozione e non i ragionamenti (come prevedeva il Positivismo).
Sono estremamente spontanei, non c’è rigore nei loro discorsi ma solo tanto
sentimento.
 L’arte diventa l’unico modo possibile per vivere la vita: tutto è una forma
d’arte, e la bellezza dell’arte è un posto in cui l’artista si nasconde per sentirsi
lontano dal mondo borghese che lo opprime.
 Scelgono un linguaggio “nuovo”: non badano troppo al significato delle parole
perché interessa di più il suono delle sillabe e delle frasi; scelgono per questo di usare
molto le analogie, figure retoriche di “suono” cioè quelle che giocano appunto sulla
musicalità delle parole (allitterazioni, anafore, onomatopee etc…)
 Raccontano episodi scabrosi: parlano di sesso, di droga, di esperienze
omosessuali – ovviamente non sono esperienze che fanno al solo scopo di
scandalizzare, sono personaggi esuberanti, ribelli e appassionati e mostrare la loro
vita è il modo che hanno di provocare il pubblico.

IL SUPER UOMO

Uno dei filosofi più letti e apprezzati da D'Annunzio fu Friedrich Nietzsche, la cui
teoria del Superuomo venne rielaborata da Gabriele D'Annunzio, stravolgendone,
tuttavia le basi. L'oltreuomo nietzschiano, che raggiunge una conoscenza superiore,
attraverso un percorso personale che lo porta alla fondazione di nuovi valori, appare
distante dalla figura dell'esteta-superuomo dei romanzi dannunziani.
SUPER UOMO DI NIETZSCHE
• Il cammello rappresenta l’uomo piegato sotto il peso della tradizione

• Il leone è l’uomo che si libera dalle presunte certezza metafisiche, giungendo ad una libertà che ha
però una connotazione negativa: è libertà «da» e non libertà «di»
• Il fanciullo è il superuomo , ovvero creatura di natura dionisiaca che, nella sua innocenza indica,
dice si alla vita e diviene uno «spirito libero»

SPIRITO APOLLINEO E DIONISIACO


Apollineo e dionisiaco è un'antitesi dei due principi fondamentali della filosofia di Friedrich
Nietzsche che compaiono nell'opera La nascita della tragedia (1872) per rappresentare due impulsi
essenziali dai quali nacque la tragedia attica, «opera artistica altrettanto dionisiaca quanto
apollinea»Nell'ambito della polemica antipositivista nella seconda metà dell'Ottocento in Europa
lo spiritualismo assunse un ruolo primario ma fu lo stesso antipositivismo che si tradusse in termini
spiritualisti come dimostra la stessa terminologia nietzschiana che parla di "spirito" apollineo e
dionisiaco. Solo al principio del Novecento lo spiritualismo, ormai distinto dall'antipositivismo, si
costituì come dottrina autonoma.
Nell'opera postuma Ecce homo, un'autobiografia filosofica, Nietzsche analizza il
valore dicotomico che contraddistingue la sua intera opera filosofica: descrive e rivede la sua vita
alla luce dello spirito dionisiaco e del nichilismo passivo. In questo senso finirà l'autobiografia con
una domanda: "Cristo o Dioniso?", vedendo nel cristianesimo la negazione dei valori vitali
dell'Oltreuomo (Übermensch) 
l termine dionisiaco deriva dalla figura del dio greco Dioniso, il quale è derivato da una lunga
tradizione giunta in Grecia ad opera delle tradizioni orientali. Attraverso l'analisi della nascita della
tragedia da parte di Nietzsche è possibile tracciare il percorso storico che accompagnò il culto
dionisiaco nella cultura greca, prima sotto forma di culto orfico (con Zagreo  e l'omicidio di Dioniso
per mano dei Titani) e poi sotto forma di rito orgiastico durante le feste dionisiache che avevano
luogo nella Atene dell'età classica, in cui veniva festeggiato il Dio attraverso dei balli compulsivi a
ritmo ditirambico, al fine di raggiungere lo stato d'ebbrezza e il superamento del proprio io
individuale, del "principium individuationis", per fare emergere il proprio sé naturale, tipico
dell'impulso vitale, della creatività, del desiderio colto nel suo aspetto più istintivo e pre-razionale.
Nietzsche racconta in modo chiaro e distinto l'approccio dei greci nei confronti di questo culto
orientale, il procedere dei suoi cortei, la manifestazione e lo scatenarsi dei partecipanti attraverso
urla e grida, ed il suo lento, ma inesorabile riconoscimento all'interno della stessa cultura greca, la
quale riadattò lo stile orientale aggiungendo quelle sfumature conseguenti dallo stile culturale greco
governato e diretto dall'influsso apollineo, così da aggiungere all'originale corteo orientale l'impiego
di flauti e maschere raffigurati lo stesso Dioniso.

Lo spirito apollineo è quel tentativo (proprio soprattutto dell'Antica Grecia) di spiegare la realtà
tramite costruzioni mentali ordinate, negando il caos che è proprio della realtà e non considerando
l'essenziale dinamismo della vita. Lo spirito apollineo, cioè, è la componente razionale e
razionalizzante dell'individuo, contrapposta allo spirito dionisiaco, che rappresenta il suo contrario.
L'uomo nell'arte e nella vita vive come in un «sogno», di modo che in contrapposizione alla realtà
«la vita diviene tollerabile e meritevole di essere vissuta». Il dolore si libera nel sogno ]; col
sopraggiungere dello spirito dionisiaco invece l'uomo vive intensamente la natura e i rapporti con
gli altri uomini:

«Il fascino dionisiaco non ripristina solamente i vincoli tra uomo e uomo: anche la natura, straniera o
ostica o soggiogata, celebra la festa di riconciliazione col suo figliuol prodigo, l'uomo. La terra getta
di buon grado i suoi doni, e le belve rapaci delle rupi e dei deserti si avvicinano in pace... Ecco che
lo schiavo è libero, ecco che tutti infrangono le rigide, nemiche barriere, che il bisogno, l'arbitrio o
«la moda insolente» hanno piantato tra gli uomini. Ecco che nel vangelo dell'armonia universale
ognuno si sente non solo riunito, riconciliato, fuso col suo prossimo, ma si sente fatto uno con lui,
quasi che il velo di Maia fosse squarciato... Nel canto e nella danza l'uomo si palesa come
componente di una comunità superiore: egli ha disimparato a camminare e a parlare, e danzando è in
atto di volarsene via nell'aria. Nei suoi atteggiamenti parla la magia. E come frattanto gli animali ora
parlano e la terra dà latte e miele, così anche da lui si propaga alcunché di soprannaturale: si sente
come un dio, ed ora egli stesso incede rapito e sublime, come vide in sogno incedere gli dei. L'uomo
non è più artista; è divenuto egli stesso opera d'arte.  »

ZARATHUSTRA
Così parlo Zarathustra. Un libro per tutti e per nessuno apre la terza fase del
filosofare di Nietzsche. Dopo la morte di Dio, si aprono due possibilità: l’ultimo
uomo e il superuomo, opposti. Nietzsche elegge Zarathustra a portavoce delle proprie
idee in quanto viene interpretato secondo il modello dell’autosoppressione della
morale, ossia come colui, che essendo stato il primo ad aver tradotto la morale in
termini metafisici, sarebbe stato anche il primo ad essersi accorto dell’errore. 

I temi di base di Zarathustra sono il superuomo, la volontà di potenza (sviluppato


soprattutto negli ultimi scritti) e l’eterno ritorno. Il superuomo è colui che è in grado
di accettare la dimensione tragica dell’esistenza, di dir sì alla vita, di reggere la morte
di Dio e la perdita delle certezze asso-lute, di emanciparsi dalla morale, di porsi come
volontà di potenza e procedere oltre il nichilismo. 

Nietzsche presenta il superuomo come il senso della terra e come il fautore di


un’antidealistica fedeltà al mondo: Vi scongiuro fratelli, rimanete fedeli alla terra e
non credete a quelli che vi parlano di sovraterrene speranze! L’anima è insussistente,
l’uomo è corpo. 

Nel primo discorso, Delle tre metamorfosi, Nietzsche descrive le tre metamorfosi
dello spirito. Il cammello è l’uomo che porta i pesi della tradizione e che si piega di
fronte a Dio all’insegna del Tu devi. Il leone è l’uomo che si libera dai fardelli
metafisici ed etici, all’insegna dell’io voglio e nell’ambito di una libertà ancora
negativa: libertà da e non di. Il fanciullo è lo spirito libero. 

Nietzsche sottolinea il carattere elitario del superuomo, un’elite che non si limita a
erigersi al di sopra delle masse ma che, nella sua qualità di razza dominatrice, ha
bisogno della schiavitù delle masse come sua base e condizione. Ciò però non
significa che il superomismo metta capo ad un progetto politico: Nietzsche denuncia
tutti gli idoli politici del suo tempo. 

Nietzsche presenta la teoria dell’eterno ritorno all’Uguale, ovvero della ripetizione


eterna di tutte le vicende del mondo come il pensiero più profondo della sua filosofia.
La prima reazione di fronte alla prospettiva dell’eterno ritorno è il terrore e senso di
peso. Ad essa però si oppone la gioia entusiastica, tipica del superuomo e della sua
accettazione totale della vita. 

La formulazione più eloquente della teoria dell’eterno ritorno si trova nel discorso su
“La visione e l’enigma”. La scena del pastore che morde la testa al serpente,
trasformandosi in creatura luminosa allude al fatto che l’uomo (il pastore) può
trasformarsi in creatura superiore (il superuomo) solo a patto di vincere la ripugnanza
soffocante del pensiero dell’eterno ritorno (il serpente) mediante una decisione
coraggiosa (il morso alla testa del serpente). 

Nonostante le difficoltà interpretative, collocarsi nell’ottica dell’eterno vuol dire


rifiutare una concezione lineare del tempo come catena di momenti in cui ognuno ha
senso solo in funzione degli altri. In tale dottrina, nessun momento ha davvero una
pienezza autosufficiente di significato. 
Viceversa, credere nell’eterno ritorno significa ritenere che il senso dell’essere non
sia fuori dall’essere, ma nell’essere stesso, e il disporsi a vivere la vita, e ogni attimo
di essa. 
SUPER UOMO DI D’ANNUNZIO
L’immagine del D’Annunzio è da sempre in qualche modo legata al culto del superuomo di Nietzsche anche
se in realtà D’Annunzio ha veramente poco da spartire col “Zarathustra”.
Prima di affrontare l’argomento occorre fare una rapida digressione su Nietzsche ed il mito del superuomo.
Secondo Nietzsche, l’uomo vive immerso nell’eterno ritorno, in un tempo infinito ove tutte le situazioni e gli
eventi possono ripetersi infinite volte. Esso è schiavo e vittima dell’eterno ritorno, assorbito in una
dimensione perennemente ridondate. Il mondo è popolato da miriadi di persone che subiscono l’eterno
ritorno senza tentare di elevarsi, rifugiati nelle regole e nelle sicurezze imposte dalla sovrastruttura e dalla
loro patologica miopia. Incapaci di vivere di vera vita, queste persone, accettano di credere nella legge, nella
religione, nella giustizia divina e vivono di orgoglio, umiltà, paure, virtù, senza mai tentare di uscire da
questo perenne ed inarrestabile ciclo. Intraprendere la strada che conduce verso il superuomo, significa
acquisire la consapevolezza della propria entità fisica, immersa nel mondo tangibile delle cose, capire che lo
spirito esiste poiché esistono emozioni e compassione, poiché siamo immersi all’interno di un mondo in cui
tutte le cose e le regole sono materiali e persino la parola e l’arte sono parte integrante di questa dimensione
materiale.

Il superuomo secondo Nietzsche deve avere la capacità di diventare realmente se stesso, acquisendo
consapevolezza dei propri impulsi, capire che in lui esistono forze oscure che alimentano l’albero del proprio
essere, un albero altissimo dalle radici profonde permeate nella terra e che traggono forza dall’oscurità. Il
superuomo è conscio del proprio lato oscuro e l’alimenta per produrre nuove virtù.
In quest’ottica l’uomo supera se stesso soltanto attraverso la creazione di nuovi valori che gli permettono di
acquisire una visione lineare del tempo e liberarsi dall’eterno ritorno, accettando il rischio di non venire più
compreso dalla gente comune.
Il superuomo perciò non è la figura popolare, che sale alla ribalta e le cui parole sono comprese e approvate
dalla moltitudine, il superuomo cambia il mondo ma lo fa lontano dalla folla, distante dal clamore e dalle luci
della ribalta, poiché non sono quelle, cose che gli appartengono. Esso, trae dalla solitudine la voglia di
parlare con voce nuova, contraddice persino se stesso e crede fermamente nella propria forza creativa. Per
fare questo, il superuomo, deve ritornare ad essere un bambino che ascolta i propri impulsi al di la della
ragione e della natura di essi, al di sopra della morale comune e delle regole imposte dal mondo. Il bimbo
vive come la foglia o come il fiore, perseguendo il proprio scopo al di la del bene e del male.

In D’Annunzio c’è qualcosa del superuomo di Nietzsche, mentre tanto altro viene stravolto e modificato in
maniera originalissima dal poeta. Innanzitutto il superuomo dannunziano assume le sembianze di poeta Vate,
capace di essere una guida per il paese, incantare gli altri, sedurre le donne e vivere una vita originalissima.
Una vita fatta di nuovi valori, ma molte volte lontani dalla pura introspezione, valori che divengono popolari,
ricchi di forma e che possiedono una dirompente capacità di dare scandalo o di incantare gli altri. Il
superuomo dannunziano trae dalla forza del bambino lo stupore, alimenta la propria creatività come un
dilettante di emozioni incuriosito dal mondo e consacra all’arte la propria virtù.
C’è nel culto del pericolo e nel mito dell’ardito, una sorta di rifacimento al superuomo di Nietzsche, ma
anche questo è circondato da un alone di forma artistica e di auto-celebrazione che rendono quello di
D’Annunzio un superuomo del tutto differente, un superuomo che ha saputo incantare, creando nuovi valori
basati sul culto dell’estasi, sulla forma e sulla ricerca sfrenata di una nuova coscienza estranea alla morale
comune.
Eppure D’Annunzio, ha dimostrato di conoscere chiaramente le regole terrene attraverso le quali dominare il
mondo anche dopo la propria morte, far si che gli studiosi di tutte le epoche non si fermino a contemplarne la
produzione letteraria poiché proprio la sua vita è divenuta la sua più grande opera d’arte, ed in questo
D’Annunzio supera se stesso, divenendo Superuomo.

ALCYONE
• Alcyone, pubblicato nel 1903, è il terzo libro delle Laudi, incompiuto ciclo
poetico di D’Annunzio formato da cinque raccolte di liriche dedicate alle
Pleiadi, le mitiche fanciulle trasformate in stelle che ritmano il tempo degli
umani: una laudatio del creato senza creatore ispirata da un sentimento
panteistico della natura.. Vertice poetico dell’intero ciclo, l’opera narra la
parabola di un’estate in Versilia in cui si inscrivono l’elogio pagano della
natura e la metamorfosi dell’uomo nel paesaggio e nel mito. Nelle liriche che
compongono la raccolta il canto si libera in pura musica sensuale, fatta di
atmosfera e sensazioni: dalle suggestioni simboliste della Sera
fiesolana all’inebriante simbiosi di umano e vegetale della Pioggia nel pineto,
ai nostalgici accenti dei Sogni di terre lontane.