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ITALO SVEVO (liberamente tratto da Luperini La scrittura e linterpretazione ed.

Palumbo e Bellini-Mazzoni Letteratura italiana ed. Laterza; conferenze)


Svevo e la nascita del romanzo d'avanguardia in Italia
DAnnunzio e Svevo sono quasi coetanei: il primo nasce nel 1863, il secondo nel
1861, eppure sono lontanissimi. Si potrebbe dire che uno, d'Annunzio, chiude un
vecchio mondo, l'altro, Svevo, ne apre uno nuovo.
D'Annunzio pone un'equivalenza fra vita e arte e fra vita e spettacolo, facendo della
letteratura un'esibizione e riducendola a retorica e monumento pubblico. Estetizza la
realt per offrirne una fruizione raffinata e per recuperare il privilegio sociale degli
artisti. Per Svevo la vita tutta dentro, svolgimento assolutamente interiore; la
letteratura non esibizione o artificio, ma scrittura; e quest'ultima concepita al
di fuori di ogni estetismo,
come pratica privata, addirittura di tipo igienico o
terapeutico; DAnnunzio tende al sublime, Svevo all'umoristico; l'uno privilegia un
registro alto, laltro uno basso e lievemente comico. D'Annunzio vuole tenersi ben
salde la corona e l aureola del poeta(e in questo autore ben ottocentesco);
Svevo d per scontata la loro perdita.
Nello stesso tempo Svevo lontano anche dalle ricerche dei "giovani" espressionisti
della Voce che miravano a distruggere i generi tradizionali e rifiutavano la novella
e il romanzo in nome del frammento. Nel momento in cui elabora il suo capolavoro,
La coscienza di Zeno, non condivide neppure la condizione piccolo-borghese che
accomuna gli espressionisti: vive nel mondo dell'industria e del commercio, in una
posizione che potremmo definire grande-borghese. La sua rivolta meno esibita e
violenta, ma pi profonda. Invece di respingere il romanzo, egli lo rinnova
radicalmente dall'interno. Con audacia maggiore di Tozzi e di Pirandello (i quali, nel
campo della narrativa, raggiungono i loro risultati pi alti nella novella), Svevo
costruisce in Italia il romanzo d'avanguardia: con La coscienza di Zeno sostituisce al
tempo oggettivo il tempo della coscienza e del monologo interiore; distrugge la
trama tradizionale e struttura la narrazione non sulla vicenda ma sulla successione di
una serie di temi" (il matrimonio, il fumo, ecc.); tratteggia un protagonista, Zeno,
totalmente nuovo, che non ha pi l'oggettivit e la staticit dei personaggi
ottocenteschi, ma la problematicit e lapertura di quelli novecenteschi.
Nel campo del romanzo, solo Svevo si avvicina alle nuove strutture romanzesche
elaborate nel primo Novecento da Proust, Joyce, Musil. E dunque il fondatore del
romanzo novecentesco italiano e nello stesso tempo il romanziere italiano pi
europeo del nostro Novecento.
Svevo pag la sua novit con linsuccesso di pubblico e l'incomprensione di buona
parte della critica italiana, prolungatasi sino agli anni Cinquanta.
La vita e le opere
La nascita di Svevo a Trieste (citt che fece parte sino al 1918 dell'impero
austroungarico) un fatto di importanza decisiva per questo autore, che appare sin
dalla sua formazione positivamente condizionato dalla grande cultura mitteleuropea,
da Schopenhauer a Nietzsche e Freud. Lo pseudonimo stesso di ltalo Svevo (il
vero nome Ettore Schmitz) rivela la duplicit culturale dello scrittore, per met
italiano e per met invece "svevo" o tedesco. Possiamo distinguere nella sua vita e
nella sua attivit letteraria tre fasi: 1) quella della giovinezza, della formazione
letteraria e dei primi due romanzi, che si chiude con la decisione, nel 1899, di
abbandonare l a l etteratura; 2) quel l a dei cosi ddetto si l enzi o
letterario" (1899-1918); 3) quella del ritorno alla letteratura, della stesura della
Coscienza di Zeno e dell'ultima produzione novellistica e teatrale (1919-1928).
Nato a Trieste nel 1861 da una agiata famiglia ebrea (il padre, un commerciante,
era cittadino austriaco, mentre la madre era italiana), Ettore Schmitz svolse i suoi
studi in una scuola commerciale della citt e poi in un collegio della Baviera, in cui
impar perfettamente la lingua tedesca (in casa parlava triestino, a scuola aveva

imparato l'italiano). Tornato a Trieste, complet in questa citt gli studi


commerciali, ma nello stesso tempo, con il fratello Elio, si interessava di letteratura
e di musica, appassionandosi al violino.
Nel 1880, in seguito a dissesti finanziari del padre, Svevo costretto a impiegarsi
presso una banca di Trieste. Nello stesso tempo legge i romanzi francesi (Balzac,
Stendhal, Flaubert, Zola) e i classici italiani (da Boccaccio, Machiavelli, Guicciardini
a De Sanctis), e studia Schopenhauer. Comincia a occuparsi anche di teatro e a
collaborare al giornale triestino Lindipendente. Scrive alcune commedie. Legge
Darwin e aderisce, per qualche tempo, alla cultura positivistica e al Naturalismo,
avvicinandosi anche al socialismo. Tra il 1895 e il 1892 diventa amico del pittore
Umberto Veruna (a cui si ispirer per il personaggio di Sefano Balli in Senilit),
personaggio anticonformista e con simpatie per il socialismo. In questo periodo di
bohme triestina ha una relazione con una sartina, Giuseppina Zergol, l'Angiolina
di Senilit, il suo secondo romanzo. La morte del fratello nel 1886 non lo allontana
dagli interessi letterari, documentati dalla stesura di commedie e di racconti, come
Una l otta ( usci to del 1888) e L assassi ni o di vi a B el poggi o ( 1890) .
Contemporaneamente lavora a un romanzo intitolato dapprima Un inetto, poi Una
vita (1892).
Nello stesso anno, il 1892, muore il padre e incontra la cugina Livia Veneziani, che
sposer quattro anni dopo, dapprima con rito civile, poi, dopo l'abiura alla religione
ebraica, con quello cattolico. Livia Veneziani, la moglie, figlia di un grande
industriale, che dirige una fabbrica di vernici per navi. Appartiene dunque a una
borghesia molto solida e ricca, legata agli affari e alle tradizioni. Svevo attratto da
questa solidit, ma nello stesso tempo avverte anche la propria distanza culturale,
un'inquietudine e una problematicit ignote alla moglie. Anche per questo - per
colmare una distanza e avviare una "educazione della donna - Svevo redige nel
1896 un Diario per la fidanzata
Nel 1898 pubblica a puntate sull'Indipendente il suo secondo romanzo, Senilit,
che poi stampa anche in volume a proprie spese. Ma il matrimonio con Livia
Veneziani sembra destinato ad allontanarlo dalla letteratura, con cui peraltro Svevo
mantiene sempre un rapporto ambiguo, quasi da dilettante e comunque mai di
adesione piena e indiscussa (e infatti arriver a dichiarare in pubblico che i primi due
romanzi erano opera del fratello morto). Nel 1899 egli entra a far parte dell'industria
Veneziani, lavorando dapprima nella fabbrica di Trieste e poi nella filiale di Murano.
Annuncia solennemente il proposito di abbandonare la letteratura, dichiarando: Io,
a quest'ora, e definitivamente, ho eliminato dalla mia vita quella ridicola e dannosa
cosa che si chiama letteratura. In realt continua segretamente a progettare
racconti e drammi e a scriverne anche alcuni.
La maggior parte del tempo
dedicata per all'attivit industriale svolta anche all'estero, e in particolare in
Inghilterra. Qui comincia a studiare l'inglese e a leggere in questa lingua. A Trieste
conosce Joyce, che insegna inglese alla Berlitz School, seguendone le lezioni nel
biennio 1906-1907. Nasce fra i due una solida amicizia. Joyce gli legge le proprie
opere, Gente di Dublino e Ritratto dell'artista da giovane, e gli affida in custodia una
parte dei suoi manoscritti. Poco dopo Svevo comincia ad appassionarsi al pensiero
di Freud (forse anche su sollecitazione di Joyce) e induce il cognato Bruno Veneziani
a sottoporsi a terapia e a rivolgersi direttamente al fondatore della psicanalisi a
Vienna. Durante la guerra, riesce a salvare la fabbrica e anzi ne ricava altissimi
profitti. Nel 1918 traduce, con un nipote, uno scritto di Freud sul sogno.
Nel 1919 si apre la fase del ritorno alla letteratura. Nel giro di tre anni (1919-22)
Svevo scrisse La coscienza di Zeno, che usc nel 1923. Il romanzo venne inviato a
Joyce che allora abitava a Parigi, dove aveva da poco pubblicato l'Ulisse. Joyce si
adoper per far conoscere La coscienza di Zeno fra i critici francesi, che la accolsero
con grande interesse. In Italia Svevo pot contare sull'amicizia e sull'ammirazione
del giovane poeta Eugenio Montale. Nel frattempo stava scrivendo altri racconti

(come Una burla riuscita, Corto viaggio sentimentale e La novella del buon vecchio e
della bella fanciulla) e commedie (fra cui La rigenerazione) e aveva cominciato a
preparare un quarto romanzo, mai compiuto. Riusc a pubblicare una seconda
edizione di Senilit, mentre in Francia usciva la traduzione della Coscienza di Zeno.
Mor nel 1928 in seguito alle complicazioni cardio-respiratorie seguite a un incidente
d'auto.
La cultura e la poetica; l'attivit giornalistica e saggistica
Nella cultura di Svevo confluiscono filoni di pensiero contraddittori e, a prima vista,
difficilmente conciliabili: da un lato il positivismo, la lezione di Darwin, il marxismo;
dall'altro il pensiero negativo di Schopenhauer e di Nietzsche. Quanto all'evidente
influenza di
Freud, in essa agiscono elementi sia positivisti, sia antipositivisti:
infatti l'esigenza di ricondurre a chiarezza scientifica lo studio dell'inconscio riconduce
al positivismo, mentre la sottolineatura dei limiti della ragione e della volont
rispetto al potere delle pulsioni e alla forza dell'inconscio rientra indubbiamente nel
nuovo clima culturale affermatosi a cavallo fra i due secoli. Ma questi spunti
contraddittori sono in realt assimilati da Svevo in un modo originalmente organico:
lo scrittore triestino assume dai diversi pensatori gli elementi critici e gli strumenti
analitici e conoscitivi piuttosto che l'ideologia complessiva.
Cos dal positivismo e da Darwin, ma anche da Freud, Svevo riprende la propensione
a valersi di tecniche scientifiche di conoscenza e il rifiuto di qualunque ottica di tipo
metafisico, spiritualistico o idealistico, nonch la tendenza a considerare il destino
dell'umanit nella sua evoluzione complessiva. Ma di Darwin respinge l'ottimismo e
la fiducia nel progresso, mentre del positivismo in generale rifiuta sempre la
presunzione di fare della scienza una base oggettiva e indiscutibile del sapere.
Anche da Schopenhauer Svevo riprende alcuni strumenti di analisi e di critica, ma
non la soluzione filosofica ed esistenziale: non accetta cio la proposta di una
saggezza da raggiungersi attraverso la noluntas (la rinuncia alla volont) e il
soffocamento degli istinti vitali. Dal filosofo tedesco egli desume soprattutto la
capacit di cogliere gli autoiniganni e il carattere effimero e inconsistente delle
ideologie e dei desideri dell'uomo.
Quanto a Freud, che Svevo studia con passione nel decennio precedente
l'elaborazione della Coscienza di Zeno, per lui un maestro nell'analisi della
costitutiva ambiguit dell'io, nella demistificazione delle razionalizzazioni ideologiche
con cui l'individuo giustifica la ricerca inconscia del piacere, nell'impostazione
razionalistica e materialistica dello studio dell'inconscio. Ma Svevo rifiuta sempre di
aderire totalmente al sistema teorico di Freud: accetta la psicoanalisi come tecnica
di conoscenza, ma la respinge sia come visione totalizzante della vita (o ideologia),
sia come terapia medica.
Il rifiuto della psicoanalisi come terapia rivela nello Svevo della Coscienza di Zeno
una difesa dei diritti dei cosiddetti "ammalati" rispetto ai sani ". La nevrosi, per
Svevo, anche un segno positivo di non rassegnazione e di non adattamento ai
meccanismi alienanti della civilt, la quale impone lavoro, disciplina, obbedienza
delle leggi morali, sacrificando la ricerca del piacere. Un ammalato colui che non
vuole rinunciare alla forza del desiderio. La terapia lo renderebbe s pi normale",
ma a prezzo di spegnere in lui le pulsioni vitali. Per questo l'ultimo Svevo difende la
propria "inettitudine", che una forma di resistenza all'alienazione circostante.
Rispetto all'uomo efficiente ma del tutto integrato nei meccanismi inautentici della
societ borghese, egli preferisce essere un "dilettante", un "abbozzo" aperto a
possibilit diverse.
Anche sul piano del gusto letterario e delle scelte di poetica Svevo muove da
maestri diversi: da un lato i realisti e i naturalisti (Balzac, Flaubert e Zola
soprattutto; ma Svevo si occup anche del Mastro-don Gesualdo di Verga); dall'altro
il romanzo psicologico di fine Ottocento, e soprattutto Dostoevskij, che aveva
scandagliato le pieghe pi riposte della psiche umana. Gli scritti Soggiorno londinese

e Uomini e cose in un distretto di Londra rivelano anche l'apertura alla letteratura


inglese e soprattutto a quella umoristica di Swift e di Sterne, che indubbiamente
influenza La coscienza di Zeno e l'ultima produzione narrativa e teatrale.
Dalla letteratura realista e naturalista - e soprattutto da Flaubert - Svevo deriva la
critica al bovarismo", agli atteggiamenti da sognatore romantico dei protagonisti
dei primi due romanzi, e una struttura narrativa, in Una vita e in Senilit, ancora
tributaria all'impianto narrativo tradizionale. Da Dostoevskij e da Sterne desume la
spinta all'analisi profonda dell'io e a un rinnovamento radicale delle strutture
narrative. Su questo piano agisce anche l'influenza di Joyce. Essa si risolve per in
suggestioni culturali (l'attenzione all'inconscio) e nella tendenza a correlare l'analisi
del profondo alla ricerca di un nuovo impianto narrativo pi che in una effettiva
analogia di soluzioni formali. La confessione di Zeno, con il suo sorridente distacco
razionalistico, resta ben lontana dal "flusso di coscienza dell'Ulisse (il capolavoro di
Joyce).
Caratteri dei romanzi sveviani; vicenda, temi e soluzioni formali in Una vita
Al centro della ricerca di Svevo, in tutt'e tre i suoi romanzi (Una vita, Senilit, La
coscienza di Zeno), sta l'investigazione degli "autoinganni " e cio lo svelamento
degli alibi morali e delle "razionalizzazioni"
che nascondono la spinta delle
pulsioni inconsce. Tale svelamento assai pi complesso, ironico e contraddittorio
nell'ultimo romanzo, mentre nei due precedenti esso viene condotto direttamente e
apertamente dal narratore. In Una vita e in Senilit, romanzi in terza persona, si
intravede una specie di giudice istruttore (Debenedetti) esterno al piano della
narrazione: la voce narrante interviene con giudizi che marcano il netto dislivello
esistente fra la sua coscienza dei fatti e quella pi limitata del protagonista. Invece
in La coscienza di Zeno tale dislivello viene quasi del tutto a cadere: qui siamo in
presenza, infatti, di una confessione in prima persona in cui la distanza fra io
narrante e io narrato pi sottile e comunque pi problematica. Nei primi due
romanzi evidente insomma la lezione di Balzac, Flaubert, Zola, con la loro
esigenza di un impianto narrativo ben scandito e di oggettivit rappresentativa:
d'altronde i due testi sono scritti negli anni Novanta, quando la lezione del
Naturalismo era ancora ben viva. E tuttavia importante notare che gi in Una vita
e in Senilit Svevo sente il bisogno di creare un duplice livello di consapevolezza:
egli oppone il punto di vista del protagonista a quello del narratore, in modo da
creare lo spazio narrativo nuovo dell'analisi (Maxia) che s'instaura appunto fra due
livelli di consapevolezza diversi e giustapposti. Il lettore invitato sin da ora a
confrontarsi con la "coscienza" del personaggio.
Un'altra differenza fra i primi due romanzi e il terzo riguarda il tema: tutt'e tre
affrontano il motivo dell'inettitudine, ma, nei primi due, l'inetto un letterato
piccolo-borghese, mentre nel terzo un uomo che vive nel mondo della finanza e
del commercio e che gioca con la propria goffaggine sino a rivendicarne, addirittura,
i meriti. Inoltre nei primi due si parla spesso di letteratura e del ruolo
dell'intellettuale piccolo-borghese; nel terzo, in cui l'accento si sposta pi in generale
sulla scrittura, intesa come forma di conoscenza aperta e problematica, si registra
invece una ormai acquisita coscienza alto-borghese.
Il titolo del primo romanzo, Una vita (1892), deriva da Maupassant e fu scelto
dall'autore in
sostituzione di quello originario, Un inetto. Protagonista un
impiegato, Alfonso Nitti, che si sente "diverso" e vorrebbe apparire superiore, lui che
sa il latino e ama leggere le poesie all'ombra delle querce, rispetto all'umanit
meschina che lo circonda. D'altra parte le funzioni intellettuali dell'uomo di cultura
sono ormai decadute: egli deve fare il copista in una banca, ed costretto a
mansioni esclusivamente ripetitive e automatiche; ma sogna il riscatto attraverso la
letteratura e un idealismo megalomane fortemente influenzato da Schopenhauer.
La sua frustrazione lo induce a tentare il salto di classe seducendo Annetta Maller, la
figlia del padrone della banca presso cui lavora, anche lei appassionata lettrice. Ma a

questo punto, inaspettatamente, il meccanismo dell'affermazione sociale s'inceppa.


Sin qui il romanzo sembra oscillare fra Naturalismo e Romanticismo, fra il Verismo
degli ambienti (la banca o la degradazione piccolo-borghese dei Lanucci, gli
affittacamere presso cui vive Alfonso) e i sogni di ascesa sociale (come, per
esempio, in Il rosso e il nero di Stendhal) Ma, rispetto a questi modelli di romanzo,
compare un elemento nuovo: il protagonista un inetto, incapace di approfittare
della situazione favorevole che potrebbe portarlo al matrimonio con una ricca
ereditiera. Preso da inspiegabile paura, Alfonso fugge al paese per andare dalla
madre, che trova morente, si ammala egli stesso, e tuttavia non scrive ad Annetta,
pur sapendo bene che la fuga e il silenzio saranno interpretati come segni di vilt e
gli costeranno la perdita della ragazza. Infine, morta la madre e venduti i suoi beni,
torna nella banca. Ma ormai tutti lo evitano e viene addirittura declassato in ufficio.
Annetta si fidanzata con un suo rivale, Macario, brillante e disinvolto, che
rappresenta dunque il contrario speculare della sua inettitudine. Una lettera di
Alfonso ad Annetta viene interpretata dai Maller come un tentativo di ricatto. Il
fratello di Annetta lo sfida a duello, ma Alfonso preferisce rinunciare alla lotta e
suicidarsi.
Si tratta di una conclusione significativa. Alfonso fallisce sia come ideologo (era
fuggito da Annetta perch aveva creduto di potere rifiutare la volont e la vita,
secondo la lezione di Schopenhauer), sia come letterato ribelle. E infatti da questo
momento Svevo rinuncia a prospettare un'alternativa umanistica e filosofica
all'ordine borghese. Gi il protagonista di Senilit ricerca la normalit" e rifiuta
qualunque opposizione romantica in nome dei valori della letteratura o della
filosofia. D'altra parte, nel corso di Una vita, il narratore non condivide certo la
posizione del protagonista che esalta romanticamente il valore della cultura: anzi la
letteratura non solo non indicata come un valore superiore, o come una garanzia di
aristocrazia dello spirito, ma anzi appare degradata a gioco di societ e a strumento
di seduzione. Lestetismo decadente, insomma, manca del tutto.
E tuttavia il primo romanzo sveviano ha indubbiamente il merito di partire da un
dato sociologico e psicologico che sar centrale nella letteratura primonovecentesca dal Tozzi di Ricordi di un impiegato al Pirandello di Il fu Mattia Pascal e di Quaderni
di Serafino Gubbio operatore, sino al Kafka del Processo - e che collega
strettamente la nuova funzione intellettuale della piccola borghesia massificata al
motivo dell'inettitudine e della "diversit.
Come si gi accennato, la struttura dell'opera si ispira a diversi modelli
romanzeschi: oltre a quello veristico e a quello fondato sull'arrampicata sociale,
quello di formazione (ma qui abbiamo una formazione mancata) e quello
psicologico. La focalizzazione interna, che contrassegna la maggior parte del
romanzo, induce il lettore a entrare negli intrichi della psiche del protagonista, negli
andirivieni della sua coscienza, nei trucchi delle sue razionalizzazioni. La dimensione
dell'inconscio insomma gi avvertibile. Nello stesso tempo i rari interventi
giudicanti, che condannano in Alfonso Nitti l'adolescente torbido e vile, lasciano gi
intravvedere un narratore critico e moralista, ma non un sicuro e compatto punto di
vista ideologico alternativo. Sin da ora, come poi nella Coscienza di Zeno, Svevo
appare un moralista senza morale precostituita, ovvero senza una precisa ideologia
propositiva.
Senilit: un quadrilatero perfetto di personaggi; il tema del desiderio e
quello dell'educazione
Rispetto a Una vita, Senilit rivela sostanziali differenze nell'impostazione narrativa
e nella concezione del protagonista. Il nuovo romanzo non esibisce pi scene di
ambiente di tipo verista o naturalista. La rappresentazione sociale continua a essere
presente, ma ora filtrata dalle reazioni psicologiche dei personaggi, mostrata
attraverso le loro vicende e le loro sensazioni. Senilit un superamento del
Naturalismo.

Il protagonista, Emilio Brentani, pur essendo ancora un letterato, non si oppone pi


alla "normalit" in nome di una formazione umanistica, come faceva Alfonso Nitti,
ma anzi accetta le consuetudini borghesi e vi si uniforma. Inoltre Alfonso Nitti
appare condizionato senza scampo dalla propria natura di inadatto alla vita: opera
ancora, nella sua vicenda, il criterio del determinismo, tipico della cultura
positivistica. Emilio Brentani, invece, ha uno spazio di libert e vive
consapevolmente un conflitto, all'interno del quale compie delle scelte che lo
inducono alla sconfitta. All'opposizione io-societ, letteratura-vita del precedente
romanzo segue quella, tutta interiore, fra desiderio e repressione, spinta delle
pulsioni e legge morale o sociale, principio di piacere e principio di realt. Il
personaggio deve scegliere, e finisce per obbedire al secondo elemento invece che al
primo. Ma comincia ora un conflitto che poi trover ampio spazio tematico nella
Coscienza di Zeno.
Senilit fu scritto fra il 1892 e il 1897, e pubblicato nel 1898. E la storia di un
impiegato di trentacinque anni, Emilio Brentani, che ha scritto un romanzo e
frequenta i circoli letterari triestini. Come la sorella Amalia, una zitella vissuta
sempre alla sua ombra e con la quale egli abita, Emilio trascorre una esistenza
sterile, opaca e grigia. Sogna per un'avventura facile e breve, come quelle di cui
esperto l'amico Stefano Balli, scultore fallito, ma dongiovanni fortunato. Quando
Emilio conosce Angiolina, una bella popolana, sembra che la vita gli conceda
finalmente tale possibilit. Ma egli subito idealizza la donna, andando contro a
un'insanabile contraddizione: in realt la ragazza non ha nulla di angelico, ma
obbedisce solo agli stimoli occasionali della passione e dellinteresse immediato.
Quando infine egli se ne accorge, Angiolina gli appare rozza e volgare. Dopo aver
tentato di lasciarla, si accorge di non riuscire a vivere senza la "giovinezza" di lei e
perci riallaccia la relazione che giunge sino al possesso fisico. Ma a questo punto la
ragazza si innamora di Balli, per cui fa da modella. La vicenda si complica perch
anche Amalia, in segreto, ama lo scultore. Quando Emilio se ne accorge, chiede
allamico di non frequentare pi casa sua. Amalia, travolta dalla passione, ricorre
all'etere per dimenticare e si indebolisce a tal punto che, alla fine, si ammala di una
gravissima polmonite. Emilio lascia la sorella morente per un ultimo appuntamento
con Angiolina, in cui la insulta violentemente. Poi, ormai rimasto solo, senza
Angiolina e senza Amalia, si chiude definitivamente in quella "senilit" da cui non
mai uscito davvero.
Il romanzo si era aperto proprio quando un imprevisto - l'incontro con Angiolina sembrava offrire una possibilit di vita in grado di vincere la senilit" al
protagonista e si chiude quando tale possibilit viene meno. Appunto perch tutto
legato a questa storia d'amore, Senilit molto pi coeso e compatto di Una vita.
Sin dalla prima pagina del romanzo, il tema dell'impiegato inetto mostrato nelle
sue implicazioni psicologiche, portato nel vivo del conflitto fra eros, convenzione
borghese, fra vita e senilit, fra principio di piacere e principio di realt. Al motivo
sociale dell'impiegato e del letterato piccolo-borghese, frustrato e inadatto alla vita,
si aggiunge quello intimo della "senilit". Quest'ultima potrebbe essere vinta se
Emilio osasse mettere in discussione la suo vita "normale" e tranquilla, regolata da
norme conformistiche e da schemi letterari e ideologici che funzionano come
autoinganni, come alibi morali, come comode razionalizzazioni.1 Ma egli privo di
coraggio e di decisione. Avverte s la forza dell'eros, ma vorrebbe viverla senza
rischi, disciplinarla e incanalarla. Cos abbiamo, nel romanzo, da un lato il fascino
della trasgressione e la spinta delle pulsioni, che travolgono Amalia sino alla morte e
sfiorano con forza perturbante anche Emilio; dall'altro la resistenza a loro opposta
dal protagonista in nome di valori borghesi come la carriera e la famiglia. Emilio
cerca di circoscrivere e di limitare l'influenza di Angiolina - che rappresenta la
tentazione dell'amore e della vita - e di possederla senza mai concedersi tutto a lei.

Vorrebbe trattare la ragazza come un oggetto, rifiutandosi di considerarla come


persona autonoma, sempre preoccupato di riaffermare su di essa una superiorit di
cultura e di classe. Ma il desiderio tradito si vendica: Amalia ne muore, ed Emilio
resta alla fine solo, nel suo squallido conformismo di letterato ozioso.
Un modo di possedere Angiolina quello di educarla. Emilio fa ricorso addirittura
all'ideale socialista per imporre alla ragazza una educazione a cui ella recalcitra.
Angiolina, con la sua imprendibile vitalit, intuisce che deve difendersi da tale
progetto di dominio, che le toglierebbe ogni autonomia. La sua insofferenza
all'educazione dunque ricca di significati. Introduce una tematica - la critica della
"normalit" borghese - che avr largo spazio nella Coscienza di Zeno.
Per Emilio Angiolina rappresenta l'irriducibilit del reale agli schemi ideologici del
letterato piccolo-borghese. E infatti egli vorrebbe imporle la propria superiorit
positivista, oppure facendola rientrare, a forza, in un progetto culturale e politico.
Ma, come Angiolina, cosi la realt sfugge alla volont di controllo e di dominio di un
personaggio che adotta simili categorie ideali solo perch affetto da senilit" e
quindi incapace di vero rischio e di vera generosit. La critica alla cultura e alla
ideologia piccolo-borghese degli intellettuali a cavallo fra i due secoli risulta perci
particolarmente impietosa: esse si rivelano solo autodifese psicologiche (mere
"razionalizzazioni"1, dunque), del tutto incapaci di capire la molteplicit e la variet

del reale.
Il romanzo costruito su un quadrilatero perfetto di personaggi (sono parole del
poeta Eugenio Montale, che fu uno dei pochi che capirono subito la grandezza del
romanzo). Il sistema dei personaggi ha una precisa scansione geometrica. Da un
lato due uomini, fra loro contrapposti: Stefano Balli ed Emilio Brentani; dall'altro
due donne, anch'esse contrapposte: Amalia e Angiolina. Balli l'erede del Macario
di Una vita: forte, deciso, fortunato con le donne, anche se in realt maschera con
un piglio aggressivo un senso di impotenza che si svela pienamente nei risultati
artistici. Per Emilio, egli svolge la funzione di una figura paterna. Analogamente
Angiolina, disponibile alla vita e all'avventura, opposta alla timida e repressa
Amalia. Si possono stabilire perci anche altre due coppie, formate stavolta per
similarit, e fra loro contrapposte: da un lato Amalia ed Emilio, sconfitti e frustrati,
dall'altro il Balli e Angiolina, spregiudicati e fortunati con l'altro sesso.
Sul piano delle forme narrative, nel romanzo si giustappongono due punti di vista:
quello, prevalente, della focalizzazione interna (quasi sempre corrispondente alla
prospettiva di Emilio) e quello del giudizio critico del narratore, il quale interviene
smentendo il protagonista o facendo intuire, attraverso lironia, quanto la
sua
coscienza sia falsa e di comodo. Sotto tale riguardo la struttura narrativa resta
inalterata rispetto a Una vita: occorrer attendere il prossimo romanzo, La coscienza
di Zeno, per registrare una svolta anche su questo terreno.
La coscienza di Zeno La situazione culturale triestina e la composizione del
romanzo; la redazione, la pubblicazione, il titolo
La coscienza di Zeno esce nel 1923. Una vita era stato pubblicato nel 1892;
Senilit nel 1898. Tra il secondo e l'ultimo dei romanzi di Svevo intercorre quindi un
quarto di secolo. Il lunghissimo periodo di "silenzio" letterario dovuto a diverse
ragioni, di carattere psicologico e pratico; forse, anche all'abbandono del grigio ma
tranquillo lavoro alla Banca Union, per l'impegno nell'industria di vernici sottomarine
della famiglia della moglie. Bisogna tuttavia sottolineare la ragione presumibilmente
pi importante del suo silenzio, e cio la pressoch totale indifferenza della critica
nazionale ai primi due romanzi, la cui pubblicazione, a spese dell'autore, dest un
limitato interesse solo nella citt natale di Svevo, Trieste.
I venticinque anni nei quali si colloca il "silenzio di Svevo sono, per Trieste,
decisivi. Quando, nel 1919, Svevo inizia a pensare alla Coscienza, la guerra
mondiale appena terminata, ma l'entusiasmo dei triestini che avevano voluto

l'entrata in essa dell'Italia raffreddato dalla crisi economica dovuta proprio al suo
esito vittorioso, che ha sottratto traffici al porto, fiorente quando era lo sbocco al
mare del vasto impero austroungarico. Da citt internazionale che era, Trieste
diventata una qualsiasi citt della provincia italiana. In Italia spirano i venti del
fascismo, e l'Europa profondamente mutata, sia nel suo aspetto geopolitico sia
nelle sue strutture economiche. Completamente mutato il contesto culturale: non
siamo pi nell'epoca del Positivismo, ma in quella della psicoanalisi e della teoria
della relativit. Da oltre un decennio sono nate le nuove avanguardie letterarie, il
cui principale obiettivo polemico il Naturalismo.
Svevo si trova in una singolare situazione: lui, provinciale, del tutto estraneo agli
ambienti culturali che contano, stato in realt un precursore nel campo della
sperimentazione letteraria (questo lo aveva capito benissimo Joyce, amico personale
di Svevo ed estimatore entusiasta di Senilit). Fino all'annessione di Trieste
all'Italia, Svevo era stato da un lato svantaggiato, dall'altro privilegiato dalla sua
condizione di abitante un'area periferica rispetto alla cultura italiana, ma
appartenente a un grande impero multinazionale, e per questo attraversata dalle pi
moderne correnti culturali europee. Per esempio, il suo interesse per la psicoanalisi
in relazione all'attivit di divulgazione del freudismo del dottor Weiss, uno
psicoanalista che operava in Trieste. La conoscenza della teoria freudiana (Svevo
aveva anche tradotto un saggio di Freud sul sogno) alla base della Coscienza.
Il titolo del romanzo riflette la consapevolezza, da parte dell'autore, del suo
carattere sperimentale e d'avanguardia, alternativo rispetto alla pi fortunata
produzione narrativa italiana dell'epoca, tardo-naturalistica o dannunziana. E
evidente infatti che Svevo gioca sulla variet dei significati e sulla potenziale
ambiguit del termine italiano "coscienza", che pu infatti significare "coscienza
morale" oppure consapevolezza"; che a sua volta pu intendersi in due modi: o
come consapevolezza gi acquisita o come consapevolezza che si sta acquisendo. La
"coscienza di Zeno pu inoltre intendersi in positivo come pure in negativo: cio
come consapevolezza delle proprie azioni e delle loro motivazioni, oppure come loro
inconsapevolezza; in altre parole, la "coscienza di Zeno" pu anche intendersi come
la incoscienza di Zeno".
La coscienza di Zeno come opera aperta
La coscienza di Zeno suddiviso in sette capitoli (Preambolo, ll fumo, La morte mio
padre, La storia del mio matrimonio, La moglie e l'amante, Storia di un'associazione
commerciale, Psico-analisi) preceduti da una Prefazione. Nei sette capitoli a scrivere
Zeno, che parla della propria vita e della "coscienza" che ne ha e ne ha avuta: c'
dunque un io narrante e un io narrato. Lordine dei capitoli tematico pi che
cronologico.
La coscienza di Zeno si presenta come un memoriale inviato da Zeno stesso allo
psicoanalista che lo ha in cura, il dottor S. Costui non ha trovato di meglio che
indurre il suo paziente a scrivere una storia della sua malattia, e se ne scusa nel
brevissimo capitolo iniziale intitolato Prefazione (gli studiosi di psico-analisi
arricceranno il naso a tanta novit); egli spera che una simile attivit sia un buon
preludio alla psico-analisi, ma viene deluso da Zeno, il quale abbandona il
trattamento. In conseguenza di ci, questo strano psicoanalista promette di
pubblicare il memoriale del paziente per vendetta. A parte questo capitolo iniziale,
che nella finzione del racconto risulta scritto per mano dello psicoanalista, tutta la
restante narrazione attribuita a Zeno. Zeno pertanto il protagonista-narratore, e
a lui soltanto va attribuita la responsabilit del resoconto e dei giudizi sui fatti che
vengono narrati. Con una avvertenza: Zeno un nevrotico (non per niente in cura
psicoanalitica), e chiunque abbia una coscienza anche minima della psicoanalisi sa
che nel nevrotico opera in modo particolarmente forte la rimozione che comporta
l'allontanamento dalla coscienza degli eventi pi traumatizzanti. Essi vengono sepolti
nell'inconscio, dal quale riemergono mascherati nel linguaggio oscuro e simbolico dei

sintomi, dei lapsus, dei sogni. Il nevrotico non potr perci essere mai un testimone
attendibile dei fatti che sono in relazione con la sua nevrosi. Il lettore della
Coscienza, quindi, non potr mai prendere per buone le interpretazioni e le
ricostruzioni stesse degli avvenimenti e del proprio comportamento effettuate da
Zeno. E necessaria tuttavia anche un'altra avvertenza: se Zeno un giudice del
tutto inattendibile di se stesso, altrettanto inattendibile lo psicoanalista che lo ha
in cura e che, come abbiamo visto, prende la parola nella Prefazione. Ne sono prova
il suo esibito carattere vendicativo, il suo dichiarato interesse economico, il ricatto a
cui sottopone il paziente (Le pubblico [le memorie di Zeno] per vendetta e spero
gli dispiaccia. Sappia per ch'io sono pronto a dividere con lui i lauti onorari che
ricaver da questi pubblicazione a patto egli riprenda la cura). Svevo, che oltre a
tradurre un saggio freudiano sul sogno, aveva scritto un articolo, Soggiorno
londinese, nel quale si fanno dei riferimenti assai pertinenti alla teoria freudiana, e
che per di pi aveva avuto un parente in cura presso Freud, non poteva non sapere
in cosa consiste un corretto metodo analitico; evidente quindi che la figura del
dottor S. un deliberato rovesciamento ironico della figura dello psicoanalista.
Che funzione pu avere questo rovesciamento? Esso sembra voler proporre al lettore
due opposti punti di vista, quello di Zeno e quello del dottor S., ambedue screditati,
per le ragioni che abbiamo detto. Se sono inattendibili l'esposizione dei fatti e la
loro interpretazione proposte dai due narratori, e se l'autore non interviene in prima
persona a proporre una versione plausibile degli eventi narrati, al lettore non resta
che avanzare lui delle ipotesi interpretative. La narrazione quindi organizzata in
modo da richiedere una continua collaborazione del lettore alla ricostruzione del
significato di quanto sta leggendo. La coscienza di Zeno appare come un esempio
tipico di opera aperta": un'opera, cio, in cui il lettore invitato a collaborare
alla costruzione del senso.
La vicenda: la morte del padre
La coscienza di Zeno non , come potrebbe apparire a prima vista, un'autobiografia
di Zeno, ma una storia della sua malattia. Tema della narrazione infatti la
malattia del protagonista-narratore, e non la sua vita: questo il primo dato da
tener presente per la comprensione del romanzo. Dalla specificit del tema deriva
l'organizzazione della materia narrativa. La vicenda non ripercorre le tappe della vita
di un uomo (infanzia, fanciullezza, ecc,), ma quelle della malattia dell'anima, la
nevrosi. Dopo la Prefazione, che si immagina scritta per mano dello psicoanalista
che ha preso Zeno in cura, prende la parola, nel Preambolo, lo Zeno anziano, che
dovrebbe servirsi dell'esercizio della scrittura come di una cura; ma gi affiorano in
lui i primi dubbi sulla possibilit che la cosiddetta salute sia veramente
raggiungibile,
Segue il capitolo Il fumo. In esso la nevrosi che affligge Zeno viene rappresentata
nella sua manifestazione pi tipica: la dilazione, il continuo rimandare. Zeno si
propone di liberarsi del vizio del fumo, e dei suoi buoni propositi sono testimonianze
le innumerevoli scritte ultima sigaretta che costellano il suo taccuino. In realt la
dilazione permette a Zeno di assaporare meglio, ogni volta, l'ultima
sigaretta (interpretazione quasi cabalistica delle date e dei numeri).
Quindi, nel capitolo La morte di mio padre, l'origine della malattia nel complesso
edipico viene inequivocabilmente suggerita al lettore, anche se Zeno si ostina a
negarla: si narra anzitutto una vicenda di ostilit fra padre e figlio, nascosta, con il
tipico procedimento della rimozione freudiana, dietro lamore che secondo il senso
comune deve necessariamente esistere tra il figlio e il genitore; poi si rappresenta la
tremenda esperienza di Zeno che riceve uno schiaffo dal padre poco prima che
questi muoia. Con ogni probabilit il gesto del vecchio, ormai del tutto privo di
lucidit, dovuto solo a motivi fisiologici: tuttavia Zeno non pu fare a meno di
interpretarlo come l'estrema punizione che il padre ha voluto infliggergli. Comunque,
seguendo Freud, il lettore deve prescindere dalla corrispondenza o meno

dell'interpretazione di Zeno a una realt oggettiva: il fatto stesso che Zeno provi
senso di colpa dimostra che egli colpevole effettivamente, dal momento che
effettivamente ha desiderato la morte del padre. Dal punto di vista dell'inconscio,
infatti, non c' differenza se l'evento desiderato si o no compiuto per
responsabilit oggettiva del soggetto.
La vicenda: il matrimonio di Zeno
Nei primi tre capitoli la narrazione ha la forma di una trattazione per argomento; il
modello formale, piuttosto che quello di un'autobiografia tradizionale, quello del
trattato di psicologia, coi relativi esempi, che non sono disposti secondo un criterio
cronologico, ma secondo il criterio della loro funzionalit dimostrativa. Nei tre
successivi capitoli, viceversa (La storia del mio matrimonio, La moglie e l'amante,
Storia di un'associazione commerciale), la vicenda si sviluppa in una successione
temporale sufficientemente lineare, dato che il criterio della disposizione cronologica
si associa a quello della disposizione per argomento.
A Zeno viene improvvisamente l'idea di sposarsi. Egli conosce, prima ancora della
futura sposa, il suo futuro suocero, Giovanni Malfenti, da lui ammirato per l'abilit
negli affari, e si trova a scegliere fra le tre figlie in et da marito di costui. Subito
sceglie Ada, la pi adulta e la pi bella, ma inconsciamente fa di tutto per apparire
agli occhi di lei ridicolo, e comunque lei innamorata di un altro. Intanto, senza
volerlo coscientemente e senza avvedersene, ha fatto innamorare di s Augusta,
delle tre la pi brutta (la sua inferiorit segnata da un occhio strabico), Pur
essendo ormai certo che Ada non lo ama, preso da un bizzarro impulso, dietro il
quale sta per l'angosciosa esigenza di non essere definitivamente allontanato da
casa Malfenti, fa in immediata successione la proposta di sposarlo ad Ada, poi ad
Alberta (la pi giovane), e ambedue, con diverse motivazioni, lo rifiutano; infine ad
Augusta, che lo accetta con questa motivazione:Voi, Zeno, avete bisogno di una
donna che voglia vivere per voi e vi assista. lo voglio essere quella donna. Lo
scapestrato e donnaiolo Zeno si unisce quindi alla materna Augusta nel pi borghese
dei matrimoni, e quasi subito, secondo le pi collaudate tradizioni borghesi, si mette
in condizione di tradirla.
La vicenda: la moglie e l'amante
Nella parte della citt opposta a quella in cui Zeno abita, si trova una fanciulla
povera e molto bella, Carla, che vive con la madre in una misera casetta. E orfana
di padre e ha bisogno di sostegno economico. Zeno si accinge alla buona azione di
aiutarla su sollecitazione del Copler: un "malato reale" suo amico, il quale vanta la
superiorit della propria malattia, dai sintomi almeno ben definiti, su quella
immaginaria di Zeno, e che ha dedicato la propria residua vita alla beneficenza.
Costui, che rappresenta l'unico tramite che unisce la vita di Zeno a quella di Carla,
opportunamente muore; il rapporto beneficante-beneficata si trasforma in un
rapporto assai pi intimo. Carla ha una certa tendenza alla mercificazione del proprio
corpo, alla quale indotta dalla sua reale miseria; ha per talento artistico (studia
da cantante), senso della dignit della propria persona e un forte carattere, che si
manifesta nella capacit di tener ferme le decisioni. Zeno, con un'irosa volont
mascherata dalla dolcezza esteriore, pretende di tenerla a sua disposizione come un
oggetto; tanto pi che il rapporto con l'amante non affatto in contrasto con la pi
perfetta serenit familiare (anzi, questa s'incrina non appena sorge qualche
problema tra Zeno e l'amante). Tuttavia, poich la sua coscienza rifiuta un
rapporto che in contrasto con la sanit che Augusta gli ha portato in dote, e
poich comprende che comunque un simile rapporto non potr durare all'infinito, egli
si propone di congedare l'amante, indennizzandola con una busta di denaro che a
questo scopo si porta sempre in tasca. Lultimo abbraccio con Carla per viene
sempre rinviato, gli accade cio con Carla quel che gli accade con l'ultima sigaretta.
Ma il suo inconscio, come lo ha guidato, in occasione della scelta della moglie, verso
la materna Augusta, cos ora lo guida inesorabilmente verso l'accettazione di quello

che Freud ha definito il principio di realt (in contrapposizione con il principio di


piacere2, cio verso l'allontanamento definitivo di quella minaccia per la serenit
della sua famigliola che ormai diventata Carla.
Labbandono di Carla non avverr per esplicita iniziativa di Zeno, ma per volont di
lei e per le circostanze (latteggiamento di Zeno sempre quello, infantile, di non
decidere). Il vecchio maestro di musica, bisbetico e incompetente, viene congedato,
e al suo posto arriva un giovane entusiasta e geniale, che reimposta la voce di Carla
e la mette in condizioni di avere una carriera come cantante. Zeno accentua la sua
brutale incomprensione delle ragioni della fanciulla, e le mette continuamente avanti
la figura della moglie, di fronte al cui decoro borghese Carla prova un forte senso
d'inferiorit; anzi, mosso da un improvviso e irresistibile impulso, alla richiesta di
Carla di conoscere sua moglie senza essere da lei riconosciuta, Zeno fa in modo che
la fanciulla si imbatta nella bella Ada anzich nella brutta Augusta. Di fronte alla
visibile sofferenza di Ada, dovuta naturalmente non al rapporto con Zeno, ma a
quello con il marito che, come poi Zeno scoprir, la tradisce, Carla si convince della
necessit di porre termine alla relazione. Accetta quindi la proposta di matrimonio
fattale dal maestro di musica, che si innamorato di lei. Zeno non accoglie di buon
grado questa possibilit di svezzamento che gli viene offerta dall'amante stessa, e
cerca di protrarre il rapporto il pi a lungo possibile. Ma Carla irremovibile nella
decisione presa. Zeno, dopo avere disordinatamente, e assai poco dignitosamente
(come un cane cui venga conteso un saporito pezzo di carne), cercato di
recuperare Carla, trovatosi irrimediabilmente privo della sua bella e giovane
amante, la sera dell'abbandono non trova di meglio che rispondere al richiamo che
gli fa per strada una donna imbellettata.
La vicenda: Zeno e il suo antagonista
Nel capitolo Storia di un associazione commerciale l'ambivalenza dell'atteggiamento
di Zeno si manifesta in modo particolare nei confronti di Guido, l'uomo che ha
sposato Ada e che quindi stato il suo principale rivale in amore. Si ricordi che lo
stesso Zeno che racconta. Lo Zeno narratore afferma ripetutamente che, al tempo
degli avvenimenti narrati, ogni rivalit tra lui e il cognato era ormai scomparsa, ma
le sue stesse parole si incaricano di smentirlo. Guido aveva fondato un'azienda
commerciale e aveva chiamato Zeno a fare da contabile. Zeno assicura che ogni suo
sforzo fu volto ad aiutare il cognato, ma il lettore ha qualche motivo per dubitarne.
Nel suo racconto infatti lascia cadere degli indizi, perlopi costituiti da giustificazioni
non richieste, che fanno supporre una sua cattiva coscienza. Il lettore pu anche
avanzare l'ipotesi che egli con opportune dimenticanze, abbia contribuito in maniera
decisiva a rovinare economicamente lo sprovveduto Guido, che colpevolmente non
abbia dato peso, quando questi era ormai rovinato, a chiari sintomi della sua
propensione al suicidio. Guido ingoia una forte dose di sonnifero e muore, anche per
il concorso di circostanze casuali (un nubifragio che rende pi lenti i soccorsi).
Dopo la morte del cognato, speculando in Borsa a nome di questi, Zeno ne
ricostituisce in parte il patrimonio. Ma il trionfo derivante da questo successo solo
temporaneo. Egli commette infatti un lapsus da manuale di psicoanalisi: sbaglia
funerale, seguendo non quello di Guido, ma quello di uno sconosciuto. Ada lo
perdoner, ma con una motivazione che Zeno non si aspetta: Che ci avresti fatto
tu al suo funerale? Tu che non lo amavi! Buono come sei, avresti potuto piangere
per me, per le mie lagrime, ma non per lui, che tu... odiavi! . Il fatto che Zeno
abbia salvato il patrimonio di Guido viceversa, per Ada, causa di un inasprimento
del dolore: Cos hai fatto in modo ch'egl morto proprio per una cosa che non ne
valeva la pena!. Ada partir poi per il paese della famiglia di Guido, l'Argentina, e
scomparir quindi dalla vita di Zeno.
La psicoanalisi
Con il capitolo Psico-analisi, scritto in forma di diario, la vicenda torna ad essere

situata nel tempo dello Zeno anziano che scrive (sono anche registrate le date: dal 3
maggio 1915 al 24 marzo 1916). Zeno ha attraversato l'esperienza della psicoanalisi,
rimanendone deluso (Lho finita con la psico-analisi. Dopo di averla praticata
assiduamente per sei mesi interi sto peggio di prima). In assenza dello
psicoanalista, si propone di scrivere ora sinceramente la storia della sua cura
(Scriver intanto sinceramente la storia della mia cura. Ogni sincerit fra me e il
dottore era sparita ed ora respiro). Con un bizzarro ragionamento, che
immediatamente rivela la sua malafede, egli nega addirittura l'esistenza della sua
malattia (La miglior prova ch'io non ho avuta quella malattia risulta dal fatto che
non ne sono guarito: se non ne guarito, ci significa che la malattia esistita e
esiste ancora). Le immagini che Zeno ha fornito allo psicoanalista, secondo lui
menzognere, sono tuttavia da lui accettate, anche se si tratta di invenzioni (Ora so
di averle inventate. Ma inventare una creazione, non gi una menzogna) Di
queste immagini ne vengono riferite alcune che il lettore immediatamente avverte
come significative, nonostante Zeno si adoperi per dichiararle del tutto insignificanti:
sono quelle del rapporto da strozzino che egli ha avuto con il fratello precocemente
morto, della punizione paterna per una sua malefatta (che sembra anticipare lo
schiaffo dato in punto di morte), del suo sogno di mangiare dei pezzetti di una
donna formosa, chiaro riferimento al suo desiderio edipico nei confronti della
madre).
Poi Zeno espone in modo caricaturale la dottrina del dottor S.: cio,
grossolanamente ma abbastanza fedelmente, la teoria edipica freudiana. Lo
psicoanalista interpreta ogni comportamento di Zeno in base a quella teoria. Zeno
avrebbe avuto il vizio del fumo o per competere con suo padre e, per autopunirsi di
tale competizione, attribuirebbe un effetto velenoso al tabacco. Al medesimo
atteggiamento competitivo sarebbe dovuta anche la trascuratezza, della quale lo
rimprover a suo tempo il dottor Coprosich, che non gli fece riconoscere i segni della
malattia che avrebbe condotto il padre alla morte (ma allora si domanda Zeno io
avrei meritato anche lo schiaffo che mio padre volle danni morendo?). Secondo lo
psicoanalista, Zeno, per continuare ad avere una figura patema da odiare, mise al
posto del padre il vecchio Malfenti, Ne spos una qualsiasi delle figlie: era
indifferente quale, perch si tratta di mettere il loro padre in un posto dove il suo
odio potesse raggiungerlo. Eppoi, cos continua il sintetico e beffardo riassunto che
Zeno fa dell'interpretazione dello psicoanalista, sfregiai la casa che avevo fatta mia
come meglio seppi. Tradii mia moglie ed evidente che se mi fosse riuscito avrei
sedotta Ada ed anche Alberta[ ... ] Credo per ch'egli sia il solo a questo mondo il
quale sentendo che volevo andare a letto con due bellissime donne si domanda:
"Vediamo perch costui vuole andare a letto con esse. Zeno poi riferisce che,
nell'interpretazione del dottor anche il suo rapporto con Guido viene ad essere
rovesciato: avrebbe avuto ragione Ada nello scorgere una manifestazione di odio,
nel lapsus per cui egli non era intervenuto al suo funerale.
Ma Zeno, col dottor S, e con la psicoanalisi, ormai deciso a troncare: Se non
voglio finire al manicomio, via con questi giocattoli.
Dal 3 maggio 1915 il diario passa al 15 maggio dello stesso anno. Zeno racconta ha
passato due giorni a Lucinico, nella villa di famiglia sul Carso. Ritiene di essere
guarito della sua malattia, e questo risultato egli lo attribuisce non alla terapia
dottor S., che gli ha concesso la libert di fumare, ma alla propria decisione di
cessare finalmente da questo vizio (dal che si vede che Zeno ha bisogno vitale della
inibizione e del piacere di infrangerla: quando il medico gli concede la libert, egli la
rifiuta). Ma subito gli viene un timore: se la sua vita, accompagnata dalla malattia
stata sempre accompagnata anche dall'amore per le donne, forse, guarendo la
malattia, egli guarir anche dall'amore: perch la malattia, per Zeno questo
ormai chiaro, parte ineliminabile della vita; anzi la vita stessa, con tutto ci che
a porta con s: principalmente l'amore. Deve perci fare subito il necessario
esperimento. Disponibile, in quella solitaria campagna, c' solo Teresina, la figlia

adolescente del colono, ed con lei che Zeno fa qualche approccio senile,
guadagnandosi l'irrisione della fanciulla ma anche la rassicurazione che la
guarigione temuta ancora non si verificata.
Nuove pagine di diario, datate 26 giugno 1915. Esse iniziano con la frase. La guerra
m'ha raggiunto. E accaduto che Zeno, nel corso di una passeggiata mattutina in
campagna, rimasto separato dalla famiglia a causa della linea del fronte che
improvvisamente si formata dietro le sue spalle. Duri soldati austriaci si
frappongono tra lui e la villa da cui si mosso, nella quale lo attendono la moglie e
soprattutto il caffellatte, del quale il vecchio sente particolarmente il bisogno.
Anche vostra moglie sar mangiata da altri, alle sue rimostranze risponde
sarcastico, in tedesco, quello dei soldati che sembrava il pi civile; intimando, poi,
al sempre pi sbalordito Zeno, di tacere e andare al diavolo. Zeno non perde per
questo il suo ottimismo, e rassicura tutti coloro che incontra: la guerra, certamente,
non scoppier. Salvo poi riflettere: Nell'orrendo temporale che scoppi,
probabilmente tutte le persone ch'io rassicurai perirono. Chiss quale sorpresa ci
sar stata sulla loro faccia cristallizzata dalla morte .
Ultime pagine di diario, datate 24 marzo 1916: Zeno da quasi un anno si trova a
Trieste, separato dalla famiglia e libero dalla tutela dell'Olivi, l'uomo che per
volont testamentaria del padre amministra il suo patrimonio, escludendolo dalla
gestione attiva dei suoi affari. Senza il prudente amministratore, egli pu disporre
dei suoi averi speculando a suo piacimento. Nell'economia di guerra, caratterizzata
dalla scarsezza dei beni e dal continuo rialzo dei prezzi, l'imperativo comperare.
Zeno prontamente si adegua, e compra qualunque merce gli venga offerta: Come
tutte le persone forti, io ebbi nella mia testa una sola idea e di quella vissi e fu la
mia fortuna. Fu il mio commercio, riflette ancora Zeno, che mi guarii e voglio
che il dottor S. lo sappia, (Dalla Prefazione abbiamo appreso che il dottor S. non
affatto d'accordo, Zeno non per niente guarito, e nella sua memoria ha
accumulato tante verit ma anche tante bugie).
Il protagonista-narratore fa quindi le sue considerazioni generali sulla vita. La vita
attuale, egli afferma, inquinata alle radici. Qualunque sforzo di procurarci la
salute vano, perch la salute non pu appartenere all'occhialuto uomo, il cui
progresso si basa sugli ordigni. Se c' stata salute e nobilt in chi invent gli
ordigni, quasi sempre esse mancano in chi li usa: Gli ordigni si comperano, si
vendono e si rubano e l'uomo diventa sempre pi furbo e pi debole. La salute
forse potremo recuperarla solo attraverso una catastrofe inaudita prodotta dagli
ordigni, quando un uomo inventer un esplosivo incomparabile, e un altro uomo,
fatto anche come tutti gli altri, ma degli altri un po' pi ammalato, ruber tale
esplosivo e s'arrampicher al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto
potr essere il massimo. Ci sar un'esplosione enorme che nessuno udr e la terra
ritornata alla forma di nebulosa errer nei cieli priva di parassiti e di malattie
Lultima pagina della Coscienza
Liberatosi dalla sua malattia, non pi diverso ed inetto, Zeno continua a vedere che
la vita duole; e questa sofferenza non ha n cure n rimedi perch connaturata
alla vita stessa. A questo punto S. recupera i suoi maestri e ripete in gran parte
quanto aveva gi scritto nel saggio La corruzione dellanima, sostenendo che la
vita malattia mortale e incurabile e che il progresso univoco solo per gli animali,
non per luomo che progredisce spinto dal desiderio di dominio, da malevolenza.
Costui, furbo e debole, crea gli ordigni che lo porteranno alla catastrofe
attraverso la quale forse potr ritornare alla salute. Le considerazioni del
personaggio hanno quindi uno sviluppo ben diverso rispetto alle affermazioni iniziali
e riprendono le tensioni dialettiche che percorrono il romanzo, spostandole
decisamente in una prospettiva universale.
Il salto del discorso Naturalmente io non sono un ingenuo non spiegato, ma
daltra parte questo accade altre volte nel romanzo, perch un procedimento che

ripete gli scarti della coscienza, il processo non lineare del pensiero. E sempre la
voce di Zeno, quindi, che ribalta quanto ha appena detto; in questo momento la
psicanalisi gli sembra inutile non solo per la sua guarigione, ma diventa un
paradosso. Se la malattia della civilt stessa e se luomo si ammala per la
difficolt di armonizzare se stesso con la civilt, che senso e che efficacia pu avere
curare luomo? Bisognerebbe curare la vita. Sono perplessit che Freud stesso
manifest nellopera Il disagio della civilt (1929) dove si prospettano i pericoli
dellautodistruzione da parte delluomo che ha esteso il suo potere anche attraverso i
ritrovati della tecnologia (Freud parla di un dio-protesi non molto diverso dalluomo
che si avvale in Svevo degli ordigni ) fino a farne una formidabile arma con la
quale fa progredire quella che chiama civilt ma che repressione della libert e
della felicit. Altro che psico-analisi ci vorrebbe: Sotto la legge del possessore del
maggior numero di ordigni prospereranno malattie e ammalati.
Zeno profeta? La dimensione profetica quanto mai lontana dalla natura di Zeno;
egli invece abituato a ragionare attraverso immagini, fantasie, a costruire delle
ipotesi che crescono su se stesse. Questa sembra dovere essere la prospettiva entro
la quale leggere lultima pagina del romanzo, che invece ha avuto la sorte singolare
di caricarsi di significati profetici a posteriori, per quello che accaduto nel mondo.
Si creduto, infatti, di poter prefigurare nella esplosione enorme la bomba
atomica, nella proliferazione degli ordigni i mali delle societ capitalistiche avanzate
e altro ancora.
Lambiguit e lindeterminatezza del testo sopportano tutte le
interpretazioni, a patto, per, di svincolare questo sguardo nel futuro dalla situazione
narrativa. E questo non sembra per essere persuasivo. Sembra piuttosto giusto
pensare che Zeno, non pi protetto dallalibi della sua malattia, stia qui facendo i
conti con le grosse questioni: la condizione umana come naturale condizione di
dolore (una accezione del termine malattia); la civilt e la societ come costruzioni
della cattiveria degli uomini, del loro malcontento(un altro significato della
malattia); lincapacit di intravvedere delle cure, perch non gli sembrano tali le
utopie socialiste e tanto meno lo convincono le prospettive dellottimismo
positivista. E un apologo della crisi delluomo e della civilt moderna, per la quale
non si vede una via duscita se non in una rigenerazione che pu nascere
dallesplosione delle idee-ordigni in conflitto fra loro.
Scrittura e psicoanalisi. Il significato della conclusione del romanzo
La coscienza di Zeno un romanzo psicoanalitico, nel senso che senza la psicoanalisi
non sarebbe mai stato scritto. La conoscenza della teoria freudiana determinante
per la sua concezione e per la sua struttura. Esso nato in un certo periodo della
storia culturale europea, e a questo periodo bisogna fare riferimento se lo si vuole
comprendere nella sua genesi. Per lo Svevo autore dei due romanzi, Una vita e
Senilit, determinanti erano stati Darwin, Schopenhauer e Marx, tre pensatori molto
diversi tra loro, e tuttavia per Svevo accomunati dalla necessit di spiegare
razionalmente i fatti della vita vedendone i rapporti di causa-effetto.
Un bisogno di razionalit spinge Svevo ad accostarsi anche a Freud, il quale,
particolarmente nelle sue prime opere, proponeva una spiegazione causale
dell'origine nevrosi, e in genere dei comportamenti umani, dato che non c' una
linea di demarcazione tra il comportamento del nevrotico e quello dell'uomo
cosiddetto "sano. Ma, accanto a questo primo Freud, di evidente marca positivista,
il quale credeva nel rigido rapporto causa-effetto e teorizzava che la conoscenza, da
parte dell'ammalato, della causa scatenante della sua nevrosi ha l'effetto di guarirla,
esiste il Freud pi moderno: quello che non solo ha scoperto l'inconscio, ma ha
studiato il linguaggio in cui esso si esprime. Per questo secondo Freud,
modernamente interpretato, l'analisi interminabile. Essa non un passivo
rispecchiamento di ci che dato oggettivamente, ma una costruzione che
analista e analizzato compiono insieme. Questa la parte della teoria di Freud che
Svevo ha avvertito come la pi importante, e che sta alla base della concezione e

della struttura della Coscienza di Zeno.


Il positivismo pretende di spiegare razionalmente ogni comportamento umano
riducendo la ragione a ragione "economica: ogni individuo cerca di fare quello che
pi conveniente per lui, e questo modo di agire, oltre che il pi utile, sarebbe anche
il pi razionale. Una simile concezione la pi adatta alla borghesia del mondo
cosiddetto sviluppato, la quale, presentandosi come la classe sociale che agisce
utilitaristicamente e quindi, nello stesso tempo, razionalmente, legittima cos il
proprio dominio economico e politico, e giustifica, nello stesso tempo, anche la
repressione che esercita al suo interno, sui giovani principalmente, che devono saper
controllare i propri impulsi per abituarsi a esercitare il dominio. Dobbiamo
riconoscere che Freud, specialmente in alcune delle sue opere, rimasto assai
legato a una concezione. Ma il messaggio freudiano va interpretato in tutta la sua
complessit: solo in questo modo esso riveler le sue potenzialit rivoluzionarie,
Svevo, precocemente e senza essere n uno psicologo n un filosofo, ha saputo
farlo.
Nel primo Novecento, lo psicoanalista, nonostante fosse una figura da poco parsa
sulla scena sociale, cominciava a godere di grande prestigio, perch era il medico
dell'anima": quello che risolveva i conflitti provocati dall'irriducibilit della nevrosi
all'ordine borghese, ricomponendo a un livello pi alto, e quindi accettabile, un
equilibrio psichico e sociale turbato. Ma Svevo non riconosceva questo ruolo dello
psicoanalista, ormai accettato almeno nelle classi alte. Per le vicissitudini familiari
(il suo parente preso in cura da Freud si
era ucciso), non aveva fiducia nella
psicoanalisi come terapia; ma questi motivi biografici ai fini di ci che diciamo
hanno scarsa importanza. E importante invece vedere come narrativamente
trattato lo psicanalista, il dottor S. (Alcuni critici hanno voluto riconoscere in questa
S l'iniziale di Sigmund Freud). La sua figura caricaturizzata in modo cos violento
da rendere indubitabile la presa di distanza di Svevo dalla psicoanalisi volgarizzata
e, al suo tempo, per cos dire, ufficiale; da quella psicoanalisi , cio, che con
ottimismo positivistico si
propone di risolvere tutti i conflitti riconoscendone le
cause nei "complessi; in particolare in quello edipico, il che non significa che Svevo
non abbia appreso l'importanza della vera lezione freudiana. Paradossalmente, egli
mostra di averla appresa proprio perch mette il dottor S. in ridicolo e ogni sua
parola in dubbio.
La dissacrazione a cui egli sottopone la psicoanalisi ufficiale del suo tempo volta a
rendere evidente come ogni spiegazione in chiave causale sia arbitraria e come ogni
vera analisi non possa essere che interminabile. Dalle opere pi mature di Freud
si ricava infatti che l'interpretazione un'operazione sempre aleatoria: i sogni sono
impenetrabili nel loro significato ultimo; della malattia possiamo solo tentare di
decifrare i sintomi, che sono il linguaggio in cui essa si esprime; i ruoli dell 'analista
e dell'analizzato sono interscambiabili, dato che essi collaborano insieme allanalisi,
la quale non un adattamento a una realt data, ma una costruzione.
A questo relativismo si avvicina appunto Svevo. Il romanzo si conclude con una
guarigione solo apparente. Alla fine della narrazione Zeno sembra avere acquistato
un suo equilibrio, fondato sulla consapevolezza che solo rinunciando al tentativo di
capire e controllare la vita orrida vera, possiamo raggiungere con questa un
compromesso che la renda sopportabile, dato che essa premia in definitiva coloro
che sono malleabili, e non pretendono di fare i demiurghi. In realt, diventando
profittatore di guerra, anche Zeno non fa che preparare la catastrofe dell'umanit
provocata da chi costruisce, compra e vende gli ordigni . La sua malattia viene
a far parte della malattia di un'intera civilt, destinata alla scomparsa per
autodistruzione.
Il rifiuto dell'ideologia. Lironia
Leffetto di demistificazione di ogni pi assodata opinione sui vari aspetti della vita
e dei rapporti familiari e sociali raggiunto da Svevo mediante un'operazione

formale: non tanto con la narrazione di una vicenda, quanto con la scelta del modo
in cui narrarla. Gi abbiamo detto che l'autore non pronuncia mai il suo giudizio sui
fatti narrati, n direttamente n attraverso i suoi personaggi-narratori, Zeno e il
dottor S., i quali sono ambedue squalificati dall'essere l'uno nevrotico e quindi per
definizione inattendibile riguardo alla sua malattia, l'altro uno psicoanalista
macroscopicamente inaffidabile per vizi intellettuali e caratteriali.
Si deve
aggiungere che Svevo non ricorre nemmeno allimpersonalit degli scrittori veristi.
Anche il raccontare "oggettivo rivela in fondo un soggettivit di visione, nel modo
in cui i fatti vengono esposti secondo una scala di maggiore o minore importanza e
messi in relazione di reciproca dipendenza. Nella Coscienza di Zeno, viceversa, non
sappiamo mai se un fatto rilevante o irrilevante, e se esso da mettersi o no in
rapporto causale con i fatti precedenti e seguenti. Ci deriva dalla struttura stessa
del romanzo che si presenta come un memoriale steso da un nevrotico per niente
interessato a guarire dalla sua nevrosi, in cura presso uno psicoanalista che del
tutto preda di fattori umorali. Ogni affermazione di Zeno va presa non nella sua
letteralit, ma come documento da decifrare: il lettore appunto chiamato a tale
decifrazione.
Nella Coscienza di Zeno, da considerarsi
un modello di opera aperta,
programmata dall'autore l'assenza non solo di un giudizio sulla vicenda narrata e sui
personaggi, ma anche di una concezione generale della vita. La vita non n bella
n brutta: originale: questa frase, messa in bocca al personaggio Zeno, vuol
significare l'impossibilit di qualunque giudizio e di qualunque ideologia. La coscienza
di Zeno un romanzo che respinge l'ideologia: e questo grazie alla sua stessa
struttura formale, che non le lascia spazio.
Il carattere aperto della narrazione sottolineato anche dall'ambiguit,
dall'ambivalenza e dall'ironia dei procedimenti formali e del senso stesso del
racconto: si pensi allinvenzione, su cui e fondato il romanzo, di due narratori
destituiti ambedue di legittimit, e quindi inattendibili, o al ricorso frequente alla
figura dell'ossimoro (che presuppone l'accostamento di parole di senso opposto, che
dovrebbero escludersi l'una l'altra). Lironia un tratto costitutivo dell'opera e serve
a rendere doppio il suo senso. Per esempio, la salute psichica della moglie Augusta,
che una tipica moglie della borghesia medio-alta, viene definita da Zeno atroce,
tanto che egli, scrivendone, comincia a dubitare se quella salute non avesse avuto
bisogno di cura o d'istruzione per guarire
Lio narrante e l'io narrato. Il tempo narrativo
La coscienza di Zeno una narrazione fatta in una prima persona fittizia: Zeno un
personaggio, e il problema della corrispondenza tra le esperienze da lui narrate e
quelle reali dell'autore Italo Svevo appartiene alla storia biografica, non all'analisi
testuale. Sgombrato il campo da questa questione, resta da vedere quale sia il
rapporto tra lo Zeno che narra e lo Zeno le cui vicende vengono narrate. La
coscienza di Zeno non un'autobiografia, sia pure fittizia, bens la narrazione della
genesi e del decorso di una malattia, la nevrosi del protagonista. Lo Zeno narrante,
mediante la memoria destinata allo psicoanalista, compie un'indagine per ricostruire
come la sua nevrosi nata; il livello di consapevolezza dello Zeno che scrive,
quindi, si suppone che sia pi alto di quello dello Zeno di cui si scrive. Questo
dislivello di consapevolezza tra l'io narrante e l'io narrato una caratteristica
costante di qualsiasi autobiografia di tipo tradizionale, tuttavia prima dell'esperienza
della psicoanalisi l'estensore di un racconto autobiografico non dubitava della propria
capacit di giudicare il passato, capacit che era la principale legittimazione
dell'operazione stessa dello scrivere. Lautorit del narratore non veniva pertanto
messa in dubbio nel corso della narrazione. Il nevrotico Zeno, viceversa, manca di
qualsiasi criterio per giudicare il proprio presente e il proprio passato. Di ci
intimamente consapevole, anche quando ricaccia questa consapevolezza sotto il
livello della coscienza proclamando, nelle ultime pagine, che egli finalmente

arrivato alla sanit (affermazione che lo psicoanalista si incarica di contestare;).


Il rapporto tra l'io narrante e l'io narrato non quindi, per cos dire, gerarchico, nel
senso che l'io narrante istituzionalmente superiore, per la sua maggiore
consapevolezza, all'io narrato. Il primo deve conquistarsi la propria legittimazione
continuamente, dato che continuamente dubita e, anche quando con decisione
afferma, intimamente avverte che la sua sicurezza infondata. Linsicurezza dell'io
narrante produce una serie di dubbi e di interrogazioni. Pertanto Zeno non pu
condurre ordinatamente la narrazione, seguendo il tempo cosiddetto "oggettivo",
quello che veniva seguito nei romanzi dell'Ottocento, quando il narratore non aveva
dubbi sulla propria legittimazione a narrare ed era fiducioso nella propria capacit di
comprendere il meccanismo di svolgimento dei fatti umani. Nell'ultimo romanzo di
Svevo il tempo della narrazione il tempo interiore della coscienza; un tempo che
stato definito impuro e misto, poich gli avvenimenti che in esso si svolgono
sono sempre alterati dal desiderio del narratore. Zeno, rievocando il passato, lo
modifica, quando addirittura non lo crea lui stesso. Il suo iniziale progetto di narrare
ordinatamente le sue esperienze passate sconvolto dallirruzione del presente;
l'ansare di una locomotiva, per esempio, esercita su di lui un effetto perturbante, e
inevitabilmente devia la direzione della sua ricerca (egli scoprir poi che quel rumore
gli ricorda l'ansare affannoso del padre morente).
Dal momento che il tempo non pi una realt oggettiva, ma una continua
creazione della coscienza, all'ordinato susseguirsi degli avvenimenti secondo una
disposizione lineare subentra un loro continuo intersecarsi secondo diversi piani
temperali: il presente si insinua nel passato, il passato nel presente. Al
sovvertimento della dimensione tradizionale del tempo corrisponde il sovvertimento
della gerarchia tradizionale dei fatti: anche una mosca che ha ricevuto un colpo e
cerca di rimettersi dritta sulle zampe ferite pu catalizzare l'attenzione di Zeno. Di
qui l'attenzione per i fatti minimi, e soprattutto per quelli che s presentano come
sintomo della sua malattia e che per questo interessano morbosamente Zeno.
La coscienza di Zeno e la critica

Svevo, riferendosi all'accoglienza che aveva avuto dalla critica, disse che i suoi romanzi erano
come un pezzo d'aglio nella cucina di persone che non possono soffrirlo. All'autore di Una vita
e di Senilit, e poi della Coscienza di Zeno, veniva imputata la colpa di scrivere male, Di
famiglia ebraico-tedesca residente a Trieste, Svevo parlava in dialetto triestino, per cui l'italiano
gli apparve sempre come una lingua straniera: circostanza questa che, costringendolo a una
continua attenzione alla scrittura, favor il carattere sperimentale della sua narrativa. La vera
ragione dell'ostilit o dell'indifferenza della critica ufficiale del suo tempo sta per, pi che negli
occasionali errori di sintassi, del resto molto spesso giustificati da ragioni espressive, nel fatto
che Svevo, sia per gli argomenti dei suoi romanzi che per le scelte formali, era lontano dalla
tradizione italiana. Le esperienze culturali e specificatamente letterarie cui egli si richiama si
collocano per lo pi fuori d'Italia, e a lui pervengono grazie a particolare posizione geografica e
politica di Trieste, che, fino alla sua annessione all'Italia, a tutti gli effetti fece parte di quell'area
di incontri e di sperimentazioni che fu la Mitteleuropa. Egli era amico personale di James Joyce, il
quale fu il primo accorgersi della grandezza di Senilit e della Coscienza di Zeno, A Joyce si deve
la prima esatta definizione critica della Coscienza: egli cap infatti che argomento del romanzo
non la vita di Zeno, ma la sua malattia e che elemento decisivo di novit il trattamento del
tempo. Joyce segnal il caso Svevo ai critici francesi Valry Larbaud e Beniamin Crmieux, e,
dall'articolo Italo Svevo di Crmieux in Le Navire dargent (febbraio 1926) e da quello di
Eugenio Montale, Omaggio a Italo Svevo, in Lesame (1925), ebbe inizio la fortuna dello
scrittore.
Negli anni Venti e Trenta solo la critica pi aggiornata a rivolgere la sua attenzione a Svevo, Vi
si segnala un saggio di Giacomo Debenedetti, che gi riconosce caratteristiche rivoluzionarie
della narrativa di Svevo, e in particolare della Coscienza: cio lattenzione analitica rivolta dal
narratore agli avvenimenti minimi della vita quotidiana e, soprattutto, la struttura formale, che
implicitamente richiede la collaborazione del lettore.
Nel secondo dopoguerra, la critica torna a rivolgere la sua attenzione a Svevo, ma in Italia, solo

alla fine degli anni Cinquanta escono le prime monografie che affrontano in modo sistematico e
con metodi dindagine aggiornati l'opera dello scrittore triestrino. Si segnala la nuova critica
marxista (Giorgio Luti, Arcangelo Leone de Castris, Sandro Maxia), la quale mette in rilievo il
carattere antiretorico e analitico dellopera sveviana: il suo essere, secondo Leone de Castris
non forma di valori ma analisi di contraddizioni. Svevo, secondo questo critico, non celebra
nelle sue opere la societ italiana e i valori in cui essa afferma di credere, ma ne analizza le
contraddizioni profonde, che agiscono soprattutto nella psiche dell'individuo. La critica di
impostazione psicoanalitica (Mario Lavagetto, Eduardo Saccone, Mario Fusco, Elio Gioanola) e
quella di impostazione strutturalistica e narratologica (Gabriella Contini, Teresa De Lauretis) si
interessano di Svevo a partire dagli anni Settanta. Saccone afferma che La coscienza di Zeno
un romanzo psicoanalitico non, o almeno non solo, perch la psicoanalisi vi presente come
contenuto, ma soprattutto perch essa determina la sua stessa struttura formale.
La critica straniera si molto occupata di Svevo. Si distingue, per la tempestivit e l'acutezza
delle sue indagini, quella francese, che spesso precede quella italiana. Fondamentali sono le
osservazioni di Jean Pouillon (1954) e di Giuditta Rosowsky (1970), che anticipano le posizioni di
Lavagetto e di Saccone.
Il saggio tuttora pi esaustivo e autorevole sull'ideologia di Svevo, indispensabile per
comprendere la genesi della Coscienza, del francese Andr Bouissy (1966). Bouissy afferma
che c' in Svevo un'esigenza di razionalismo che lo porta ad accostarsi, con una successione
solo in apparenza paradossale, prima a Schopenhauer, successivamente a Darwin, infine a Marx
e a Freud, sempre per la necessit che egli sentiva di una spiegazione causale dei fenomeni
sociali e psichici.
E da sottolineare l'esigenza di Bouissy di sottrarre Svevo all'arca della cultura irrazionalistica del
primo Novecento, per ancorarlo a una concezione fondata ancora sulla fiducia nella razionalit,
Questa tuttavia una razionalit "aperta", che non occulta, come il razionalismo illuministico e
quello positivistico, la base inconscia delle pulsioni dalle quali nascono le nostre costruzioni
razionali, anzi la indaga programmaticamente. Essa pone come criterio di verit la critica
ininterrotta dei propri fondamenti, non solo da un punto di vista logico, ma anche tenendo
conto dei condizionamenti socio-economici e di quelli psichici inconsci.
Razionalizzazione Il termine deriva dal latino rationalis (razionale), da ratio = ragione. In genere
significaridurre a misura di ragione, di efficienza o di funzionalit. Per es. in campo industriale
razionalizzare la produzione significa rendere pi efficiente e produttiva unazienda.
Nella critica letteraria il termine spesso usato in unaccezione diversa, e cio in senso psicoanalitico.
Nelle scienze psicologiche il termine indica il procedimento con cui il soggetto cerca di dare una
spiegazione coerente dal punto di vista logico o accettabile dal punto di vista morale, di un
atteggiamento, unidea, di cui non sono percepiti i veri motivi. Essa perci una coazione difensiva,
cio un atteggiamento di difesa obbligato, non scelto coscientemente: nasce nel soggetto per spiegare e
rendere accettabile a se stesso un comportamento o una sensazione che nascono da motivi inconsci e
magari inconfessabili. Per es. la spinta egoistica allaffermazione personale in politica pu essere
giustificata come nobile altruismo o come generosit. Cos i personaggi di Svevo mascherano la ricerca
egoistica del piacere con varie argomentazioni dordine morale e apparentemente altruistico.
Principio di piacere e principio di realt Nella teoria freudiana la spinta alla soddisfazione del
piacere negata o deviata dalle leggi sociali e morali imposte dalla realt. Principio di piacere e principio
di realt sono perci due poli opposti. Un bambino mira esclusivamente alla realizzazione immediata dei
desideri: poi impara, attraverso l'educazione dei genitori e della societ, a reprimere tale esigenza, magari
sublimandola e deviandola verso piaceri pi indiretti, meno immediati e pi leciti. Il principio di realt
per Freud l'attivit di
pensiero attraverso cui l'io decide se il
tentativo di raggiungere, il
soddisfacimento debba essere compiuto o rinviato, oppure, se la pretesa avanzata dalla pulsione debba
essere repressa del tutto in quanto pericolosa.

Luomo e la teoria darwiniana


S. considerava Darwin uno dei suoi maestri e altrove lo indica come leroe del pensiero
moderno. Linteresse per le teorie evoluzionistiche era del tutto naturale, trattandosi di idee
dominanti fino agli anni 90; tuttavia laspetto singolare di questo saggio consiste in una sorta
di ribaltamento del darwinismo. S. infatti legge Darwin con lattenzione soprattutto rivolta
alluomo in rapporto alla societ, ai condizionamenti con i quali essa costringe allevoluzioneadattamento e quindi alla dialettica fra libert individuale e la necessit di adeguarsi alle regole e
alle convenzioni. Alla tesi finale, che la difesa dellimperfezione, della debolezza, dellarresto dello

sviluppo e dellevoluzione, S. giunge attraverso una specie di apologo: gli animali che sono
comparsi sulla terra hanno via via adattato il proprio corpo alle necessit dellambiente per
essere pi agguerriti nella lotta per la vita, si sono quindi specializzati. In ogni fase della loro
evoluzione essi sono perfettamente adattati e non conservano quindi una potenzialit di
mutamento cosicch nei tempi lunghi o di fronte a nuove improvvise situazioni ambientali
possono morire. Poi comparso luomo, assai pi debole, meno specializzato, incapace di
adattarsi efficacemente alle necessit dellambiente, perch dotato di una dose maggiore di
anima, cio di inappagamento, di scontento. Egli in un primo tempo si associ al Mammut,
cio al pi forte e quindi al pi adattato degli animali, lo serv, ma al tempo stesso utilizz la sua
forza e protetto dalla corazza del suo alleato pot costruire degli ordigni in risposta ai
mutamenti che lambiente richiede agli animali per la loro sopravvivenza. Luomo, che non si
evolve nel corpo, crea quindi strumenti al di fuori di s, ma spinto a ci da desiderio di
dominio, da superbia e malevolenza e quindi usa gli ordigni non per la sua sopravvivenza ma per
distruggere, sopraffare. Gli ordigni non solo soltanto oggetti, strumenti, ma anche le idee, le
istituzioni, la civilt. Con questultimo concetto, che S. chiarisce meglio nel saggio La
corruzione dellanima, egli nega la positivit del progresso ed esprime una concezione
negativa dello sviluppo della civilt.

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