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I tratti tipici del Decadentismo europeo, dal classicismo parnassiano

all'estetismo, dal primitivismo preraffaellita al superomismo, si ritrovano


puntualmente nell'opera di D'Annunzio che ne capta subito le novità,
esercitando per decenni una grande influenza non solo sulla letteratura ma
anche sul costume della società italiana.

LA VITA (1863-1938)

Nasce a Pescara nel 1863.


Dopo aver fatto gli studi elementari nel paese natale, passa nel collegio
Cicognini di Prato dove compie gli studi ginnasiali e liceali.

A soli sedici anni pubblica la sua prima raccolta di versi: Primo Vere, per
cui ebbe le lodi di Giuseppe Chiarini (letterato facente parte del gruppo degli
Amici Pedanti di Carducci), che fin da allora presagì la grandezza del
giovanissimo poeta.

Periodo romano (1881-1891)

Trasferitosi a Roma nel 1881 si iscrive alla Facoltà di Lettere, senza però
conseguire la laurea.
Frequenta artisti e letterati raccolti nella redazione del "Capitan Fracassa",
diretto da Edoardo Scarfoglio, e in quella della "Cronaca Bizantina", diretta da
Angelo Sommaruga.
Nel 1882 pubblica un secondo volume di versi, Canto Novo, e il suo primo
volume di novelle, Terra Vergine.
Grazie a queste opere ebbe molto successo nei salotti romani e si
abbandonò alle seduzioni della vita aristocratica e mondana.
Nel 1883 ha una relazione e poi sposa la duchessa Maria Hardouin.
Appartengono a questo periodo: la collaborazione alla "Tribuna" con vari
articoli poi raccolti nell'Armata D'Italia; una fortunosa navigazione con il poeta
Adolfo De Bosis, traduttore del poeta inglese Shelley.
Nel 1887 partecipa attivamente alla vita politica come deputato della
Destra, in seguito passerà alla Sinistra, per opporsi alle leggi
repressive di Pelloux.
Trascorre saltuari e prolungati soggiorni in Abruzzo, specialmente a
Francavilla, presso l'amico pittore Paolo Michetti, dove compone alcuni tra i
maggiori romanzi: Il Piacere, L'Innocente, Il trionfo della Morte, Le
Vergini delle rocce.
Nel 1889 presta servizio militare nel reggimento dei Lancieri di Novara.
Agli inizi degli anni Novanta si conclude una relazione che il poeta aveva
iniziato nel 1886 con Barbara Leoni (intanto dalla moglie Maria Hardouin
ha avuto tre figli).
Inizia una nuova relazione con Maria Anguissola, principessa Gravina.
Periodo napoletano (1891-1894)

Trascorre gli anni tra il 1891 e il 1894 a Napoli dove collabora al "Mattino",
fondato da Edoardo Scarfoglio e Matilde Serao.
Nel 1893 pubblica la raccolta di liriche Poema paradisiaco.
Nel 1897 viene eletto Deputato per il collegio di Ortona a Mare (Abruzzo),
passa così dall'estrema Destra all'estrema Sinistra per dispregio della
inerte classe dirigente italiana.
Nel 1897 si conclude la relazione di D'Annunzio con la principessa Gravina
(dalla quale ha avuto due figli) e inizia la frequentazione con Eleonora
Duse.
Partecipa alle elezioni e viene eletto deputato con un programma di chiara
impostazione nazionalistica

Periodo de "La Capponcina" (1898-1910)

Dal 1898 al 1910 D'Annunzio si trasferisce nei pressi di Firenze, a


Settignano, nella Villa della Capponcina, dimora seicentesca dei Capponi.
Sono gli anni della relazione con Eleonora Duse, la quale vive lì vicino, nella
villa "La Porziuncola".
La famosa attrice viene abbandonata poi per la marchesa Alessandra di
Rudinì, in seguito sostituita a sua volta dalla contessa Giuseppina Mancini.
In questi anni si dedica alla produzione teatrale (La figlia di Jorio) e alle
Laudi, e, in generale a un intenso lavoro letterario, pur tra consuetudini di
lusso raffinatezze e spese smodate.

Periodo francese (1910-1915)

Nel 1910, assediato dai creditori, è costretto a fuggire in Francia, dove


scrive opere teatrali in francese e le Canzoni per le gesta d'Oltremare
ad esaltazione dell'impresa libica, che costituiranno il quarto volume
delle Laudi, intitolato Merope).

Allo scoppio della Grande Guerra il poeta si trova a Parigi.


Egli è un interventista: vede subito l'ineluttabile necessità per l'Italia di
scendere in campo contro gli Imperi centrali e la sete d'azione che
sinora, per le avverse circostanze, aveva trovato espressione soltanto nelle
creazioni dell'arte o della vita irrequieta e sregolata, gli si riaccende più viva
nell'anima, ora che vede prossima la possibilità di soddisfarla.

Dalla prima guerra mondiale alla morte (1915-1938)

Tra il 1915 e il 1918, tornato in Italia, partecipa alla propaganda


interventistica (discorsi di Quarto e del Campidoglio) e con discorsi
solenni al popolo romano, che sono vere e proprie istigazioni alla
violenza e all'azione diretta contro Giolitti e i neutralisti.
Partecipa alla Grande Guerra come volontario, dove si distingue per le
imprese audaci e clamorose.
Durante un atterraggio di fortuna rimane ferito a un occhio: con gli occhi
bendati e servendosi di strisce di carta che contengono una sola riga nel 1916
inizia a scrivere il Notturno (raccolta di ricordi e pensieri).
Nel febbraio del 1918 compie la cosiddetta "beffa di Buccari" (un raid
militare nella baia di Buccari in Croazia, portato a termine da incursori della
Regia Marina) e nell'agosto sorvola Vienna lanciando volantini contro
l'Austria e inneggianti l'Italia.
Le sue imprese gli varranno il grado di colonnello, cinque medaglie
d'argento e una d'oro.

Dopo la vittoria dell'Italia nella prima guerra mondiale, occupa, contro la


volontà del Governo italiano, la città di Fiume, per protestare nei riguardi del
Trattato di Versailles. Nella città istriana D'Annunzio crea la cosiddetta
Reggenza del Carnaro (la Reggenza italiana del Carnaro fu un'entità statuale autoproclamata
dal poeta l'8 settembre 1920 nella città di Fiume, oggigiorno in Croazia. Tale stato, che doveva il suo
nome al golfo omonimo in cui era situato, fu riconosciuto unicamente dall'Unione Sovietica e fu sostituito
dallo Stato libero di Fiume nel dicembre dello stesso anno. Lo scopo dello Stato era unirsi al Regno
d'Italia in conseguenza della mancata annessione dopo la Prima guerra mondiale, ma il mancato
raggiungimento di tale obiettivo creò il mito della cosiddetta "vittoria mutilata"),
improvvisandosi
legislatore e uomo di governo (1919-1920), che ha termine con
l'intervento delle truppe italiane nel dicembre del 1920.

Dal 1921 al 1938, anno della morte, vive a Gardone, sul Lago di Garda,
nella Villa del Gargnacco, trasformata in museo delle sue gesta e
ribattezzata il Vittoriale degli Italiani. Qui si dedica alla cosiddetta
produzione notturna.

Vicino al regime fascista, prima amico e stimato dal duce, viene da


questi temuto per la sua fama e relegato appunto nello splendido
isolamento del Vittoriale.

Nel 1924, celebrandosi l'annessione di Fiume all'Italia, riceve dal Re il


titolo di Principe di Montenevoso (Principe di Montenevoso, dall'omonimo Monte Nevoso
in Slovenia, è un titolo nobiliare, creato motu proprio da Vittorio Emanuele III Re d'Italia, su proposta del
primo ministro Benito Mussolini per d'Annunzio. Il titolo non corrisponde a un vero e proprio feudo
principesco, ma come anche altri titoli conferiti in relazione alla vittoria sull'esercito Austriaco della prima
guerra mondiale, fa riferimento a imprese militari nelle quali la persona cui furono conferiti si distinse sul
campo).
Il Governo fascista, a titolo di riconoscenza, decreta l'edizione
nazionale di tutte le sue opere, lo nomina presidente dell'Accademia
d'Italia nel 1937 e D'Annunzio celebra le imprese del regime (la
conquista dell'Abissinia).

Muore di emorragia celebrale il'1 marzo del 1938 a Gradone.

IL PENSIERO

Il mondo di D'Annunzio si riduce, nella sua essenza, a un naturalismo


panteistico, che da un lato continua la grande lirica naturalistica di Carducci
e Pascoli e dall'altro risente della cultura materialistica e positivistica di
fine secolo (Darwin, Ardigò ecc.); ma a questa stessa cultura decisamente
reagisce in nome di un suo prepotente e tipico individualismo.

Nello sviluppo ideale del mondo e della produzione dannunziani si possono


distinguere diverse fasi.

1) Fase del naturalismo individualistico (raccolte di poesie Primo Vere


(1872) e Canto Novo (1882), raccolta di novelle Novelle della Pescara
(1902))

Per il suo sfondo ottimista e canoro si ricollega a Carducci e per la sua


evidenza veristica ricorda Verga e Capuana, oltre agli stranieri
Maupassant, Flaubert e Dostoevskj.
In poesia (Primo Vere e Canto Novo) il giovane D'Annunzio canta la natura
con istinto baldanzoso e selvaggio, con sensualismo, con una
sensibilità disponibile a ogni sollecitazione (colori, profumi, suoni).
In prosa (Novelle della Pescara) tratta temi simili a quelli di Verga, plebi
abruzzesi e vita paesana, ma D'Annunzio non dimostra pietà umana o
comprensione storica, è invece affascinato dall'Abruzzo primitivo,
superstizioso, violento.

2) Fase dell'estetismo (romanzo Il piacere (1889))

Questo atteggiamento, che coincide con il brillante periodo di vita mondana a


Roma, diventa più complesso a causa delle influenze culturali delle
letterature europee alle quali D'Annunzio si avvicina con grande interesse.
Esemplare in tale senso è il romanzo Il piacere: esso ha per protagonista
Andrea Sperelli, tipico esempio di eroe decadente (cfr. Des Esseintes,
protagonista del romanzo A Ritroso di Huysmans, e Dorian Gray, protagonista
de Il ritratto di Dorian Gray di Wilde), raffinato e gelido, cultore della
bellezza, aristocratico, che disprezza il popolo.
Il romanzo si differenzia dalla produzione iniziale, caratterizzata da vitalismo e
sensualismo, qui prevalgono lussuria e ricerca dell'artificio.
Con il protagonista de Il piacere, D'Annunzio ha creato un tipo umano
perennemente ricorrente nella sua produzione.

3) Fase della "bontà" (raccolta di liriche Poema paradisiaco (1892-1893),


romanzo L'Innocente (1893))

Contraddice e insieme integra le fasi precedenti del naturalismo individualistico


e dell'estetismo ed è caratterizzata dalla stanchezza che segue la
realizzazione del piacere, il ripiegamento, la sazietà della carne che
genera malinconici vagheggiamento di bontà, di ritorno a una vita pura,
di innocenza di infanzia, di sereni colloqui con la madre nella casa
lontana.
4) Fase del superomismo (romanzo Le vergini delle rocce (1895),
romanzo Il trionfo della morte (1894), raccolta di liriche Laudi
(1899-1904, 1912) opera teatrale La figlia di Jorio (1904))

D., studiando il filosofo Nietzsche (secondo il quale il superuomo ha doti


superiori rispetto agli uomini comuni, esse gli consentono il dominio della
realtà e della massa e gli permettono di sfiorare l'immortalità), giunge alla
giustificazione filosofica del suo prepotente individualismo e ne ricava
anche indicazioni politiche:
-unica verità è l'istinto;
-ciò che conta è l'ideale del Superuomo;
-la sofferenza del debole è giusta e necessaria;
-cristianesimo e civiltà moderna sono decadenza, perché caratterizzati
dal conflitto di spirito e materia;
-il superuomo dannunziano è al di sopra delle regole civili;
-il mondo viene concepito come un dono che i liberi fanno alle masse, che
coloro che pensano fanno a coloro che lavorano;
-Gli aristocratici devono ribellarsi all'uguaglianza, domare le masse,
incapaci di capire.
-il poeta, difensore della bellezza oltraggiata dalle masse, deve credere
nella bellezza estetica delle parole e deve trasferirla nella poesia, deve
prediligere ciò che è raro, prezioso e unico.

L'esteta decadente, protagonista dei primi romanzi di D'Annunzio, è


diventato violento, vuole la supremazia, vuole un governo autonomo.
Andrea Sperelli, protagonista de Il piacere, disprezzava il suo tempo in base a
motivazioni puramente estetiche; Claudio Cantelmo, protagonista del
romanzo Le vergini delle rocce, è il primo esemplare dei superuomini
dannunziani (pensiamo anche a Giorgio Aurispa, protagonista del romanzo
Il trionfo della morte, oppure al protagonista del romanzo Il fuoco): parte
anche lui dal culto della bellezza, ma per arrivare a conclusioni nuove,
di carattere politico.
La difesa della Bellezza va fatta contro il sistema parlamentare, è
necessario che si formi un'oligarchia nuova per domare le masse a suo
profitto, per ricondurle all'obbedienza.
Lo Stato deve favorire la graduale elevazione di una classe privilegiata
verso una forma di esistenza ideale.

Questo atteggiamento, che D'Annunzio innestava su un fondo di estetismo


decadente, contrassegnerà anche la sua vita pubblica: inizia ora la sua
carriera politica, le cui tappe più importanti sono l'elezione a deputato per la
destra nel 1897, la propaganda interventista, la partecipazione alla prima
guerra mondiale, e l'impresa di Fiume.

È in questa fase che si colloca inoltre la sua produzione teatrale. Il poeta


vede nel teatro un canale molto efficace e suggestivo per diffondere le
sue parole, i suoi messaggi.
In molte sue opere teatrali troviamo, dunque, la celebrazione della
morale del superuomo, l'esaltazione della lussuria, del sangue, della
violenza.
Mentre diversa fisionomia ha La figlia di Jorio, ispirata al mondo
abruzzese, già rappresentato nelle Novelle della Pescara, in cui i personaggi
e le vicende sono calate in un mondo primitivo e arcano.

Riconducibili a questa tensione superomistica, a questa celebrazione


delle pulsioni vitalistiche ed eroiche, alla celebrazione della vita in tutti
i suoi valori e all'incitamento a viverla con forza e con gioia, sono i
quattro volumi della raccolta di poesie intitolata Laudi del cielo del mare
della terra e degli eroi, summa della produzione poetica dannunziana: culto
del coraggio e senso panico della natura si uniscono alla celebrazione
degli eroi e degli artisti o alle canzoni scritte per esaltare l'impresa
libica del 1911.

Il terzo volume delle Laudi, intitolato Alcyone, ha una fisionomia


particolare e tematiche sostanzialmente diverse da quelle che si trovano
nelle opere di cui abbiamo finora parlato.
In Alcyone mancano sia la dimensione superomistica, sia quella tribunizia
del poeta vate che rievoca le passate glorie e celebra le gesta eroiche del
presente.
Alcyone è un susseguirsi di laudi celebrative della natura e soprattutto
dell'estate, dal rigoglioso giugno al malinconico settembre, nella quale
il poeta si immerge, mirando a realizzare una fusione panica: il poeta
arriva a sprofondare e a confondersi con tutto, mare, alberi, luci,
colori, in un sempre rinnovato processo di metamorfosi che si risolve
in un ampliarsi della dimensione umana.

Questo superamento del superomismo apre la strada a una nuova fase.

(Il Panismo - detto anche sentimento panico della natura - è una percezione molto profonda
del mondo esterno che crea una fusione tra l'elemento naturale e quello più specificatamente
umano. E' la tensione a identificarsi con le forze naturali e a fondersi con esse istintivamente.
Quello di D'Annunzio consiste nel considerare la natura come un'entità viva e in movimento
continuo. Con questa entità l'uomo deve fondersi e stabilire un contatto intenso, fino ad
immergersi nel suo ritmo vitale; uomo e mondo si uniscono ed entrano direttamente in
contatto. D'Annunzio cerca una fusione dei sensi e dell'animo con le forze della natura,
accogliendo in sé e rivivendo l'esistenza molteplice della natura stessa, con piena adesione
fisica, prima ancora che spirituale. E' questo il "panismo dannunziano", quel sentimento di
unione con il tutto, che ritroviamo in tutte le poesie più belle di D'Annunzio, in cui riesce ad
aderire con tutti i sensi e con tutta la sua vitalità alla natura, s'immerge in essa e si confonde
con essa. Esempio classico di metamorfosi panica: "La pioggia nel pineto" in cui si compie la
completa fusione della donna (Ermione) con la natura).

5) Fase "notturna". (raccolta di ricordi Notturno (1916), raccolta di prose


Le faville del maglio (1924, 1928))
Il nome deriva dal Notturno, raccolta di meditazioni e ricordi, in forma di
prosa lirica, che D'Annunzio scrisse nel 1916 mentre era costretto
all'immobilità e al buio per una ferita a un occhio, subita in un incidente aereo.
Caratterizzano quest'opera l'uso costante di periodi brevi, l'assenza di un vero
disegno narrativo, il prevalere della prosa lirica e impressionistica; il tema di
fondo è un senso cupo del finire delle cose, la presenza quasi della morte.
Fortemente in contrasto con la produzione narrativa precedente, il
Notturno si ricollega a certi moduli narrativi dell'Alcyone.
Il Notturno comprende prose di confessione e di ricordo, caratterizzate
da una disposizione di interiore ripiegamento, che spesso approda alla
cupa malinconia di un fallimentare bilancio dell'esistenza.

LA POETICA

D., fin dalle prime opere, tenta di rinverginire la parola ma, caricandola di
suoni, al contrario la svuota di significato e spesso la rende artificiosa.
Quando intende liberare la parola dalla sua letterarietà in realtà la riveste di
una nuova eloquenza, non meno letteraria. Egli non crea ma ricompone
mosaici verbali e musicali già esistenti, per questo non incide come Pascoli
sul linguaggio poetico.

Le sue prove migliori in questo senso sono la prosa notturna e l'Alcyone,


in cui usa un linguaggio musicalissimo, giocato sulla correlazione dei
suoni, sulle assonanze e sul ritorno della rima.
A D'Annunzio risale il primo esperimento di metrica libera, di rottura
degli schemi strofici, per cui il verso può finire per coincidere con una
parola singola, dilatata nel suo potere evocativo (Alcyone).

LE OPERE

L'opera dannunziana è molto varia e vasta, si compone di lirica, teatro e


narrativa e in essa le esperienze di vita e quelle artistiche tendono a
coincidere.

1)L'esordio o fase del naturalismo individualistico

Primo vere (1872)


Si tratta della prima raccolta di liriche e, nonostante sia dominato dal modello
carducciano e dalla fitta rete di reminiscenze scolastiche, suscita subito
l'interesse della critica.

Canto Novo (1882)


L'influenza di Carducci è ancora presente, ma la tematica e i toni sono nuovi e
il vitalismo dannunziano si manifesta con particolare vigore.
La novità di questa raccolta di poesie, che è il diario di una vacanza estiva, in
cui D. rivela le sue potenzialità, consiste nell'identificazione dell'uomo con la
natura e della natura con l'uomo. In questa simbiosi è coinvolta anche la donna
(Lalla) e quindi viene introdotto quell'eroe che tanto spazio avrà nell'opera
dannunziana.
La natura è rappresentata nel suo tripudio di luci, colori, odori e con essa il
poeta si fonde.
Novelle della Pescara (1902)
Raccolta nella quale si ha il passaggio del personaggio, travolto dall'istinto,
dall'ambiente della campagna a un ambiente provinciale, quale quello della
città di Pescara.

2) Fase dell'estetismo

Il piacere (1889)
Diviso in quattro parti o libri, il romanzo non segue rigidamente l'ordine
cronologico degli avvenimenti.
All'inizio ci viene presentato il protagonista, il giovane conte Andrea
Sperelli, che, in un pomeriggio di dicembre del 1886, attende nel suo
raffinato appartamento di palazzo Zuccari, in cima a piazza di Spagna, a
Roma, la sua antica amante, la "divina Elena", che, dopo il "gran
commiato" della primavera precedente, ha casualmente incontrato,
ricevendone la promessa di un abboccamento. Ma Andrea non ottiene da
questo incontro quel che sperava.
Segue, giustificata dai dialoghi e dalle rievocazioni dei due protagonisti, la
narrazione retrospettiva del loro precedente rapporto che occupa i due
primi libri: l'incontro a un ricevimento mondano, i convegni d'amore in
contesti di sofisticata raffinatezza, l'improvviso congedo di Elena, che
vedova del duca Scerni, si è risposata per calcolo con lord Heathfield.
Andrea quindi, ossessionato dai ricordi, si stordisce nella dissipazione
erotica, e viene gravemente ferito in duello da un rivale.
Durante la convalescenza in una villa al mare, in casa di una cugina,
conosce un'amica di questa, Maria Ferres (che con la sua bambina vi
trascorre un periodo di vacanza), la cui spirituale bellezza lo affascina e
della quale poi si innamora. Anche Maria, come apprendiamo dal suo
diario, è conquistata dalle raffinate qualità di Andrea, che alterna le
prove poetiche a quelle di incisore.
Ma con l'autunno entrambi lasciano la villa.
Ritornato a Roma (libro III), Andrea riprende la sua vita di
disincantato piacere e rincontra Elena, si tratta dell'incontro dell'inizio del
romanzo. Anche Maria è ora a Roma e Andrea, con interiore ambiguità e
freddezza, incalza e circuisce l'una e l'altra.
Alla passione sincera e profonda di Maria risponde il raffinato e
allucinato gioco erotico di Sperelli che utilizza Maria Ferres come
sostitutivo e sdoppiamento di Elena Muti.
Quando nella prima notte d'amore con Maria, Andrea, nell'impeto della
passione, si lascia sfuggire l'invocazione a Elena, tutto crolla: Maria
inorridita fugge.

Andrea Sperelli è il risultato di un'abile contaminazione fra esperienza


biografica dell'autore (che sta vivendo il suo periodo romano) e
sollecitazioni culturali straniere.
Egli rappresenta la versione italiana dell'eroe decadente e D'Annunzio
mette continuamente in luce la sua aristocratica ascendenza, la sua
bellezza e forza fisica, la preziosa raffinatezza del contesto in cui si
muove, il suo continuo impegno nel dare alla vita una dimensione
estetica.
La singolarità dei gusti di Andrea Sperelli, il suo distacco dalla norma,
sono tutte caratteristiche dell'eroe decadente europeo.

Ma D'Annunzio sottolinea più volte che Sperelli è anche un artista, snob e


distaccato, attento più alla forma che alla sostanza, amante più
dell'espressione che del pensiero. Questo vuol dire che nel romanzo
trovano spazio anche critiche che l'autore fa nei confronti del
personaggio Sperelli: definito corrotto, depravato, falso, crudele e
vuoto. D'Annunzio, cioè, tenta di compiere analisi e giudizi distaccati, nei
confronti del suo personaggio, che in fin dei conti è un debole privo di ideali,
a differenza dei superuomini protagonisti dei romanzi dannunziani
della fase superomistica (Claudio Cantelmo, ad esempio).
Ma a prevalere è l'immedesimazione e la complicità fra narratore e
personaggio: in lui il poeta proietta sue esperienze biografiche, suoi
gusti, suoi atteggiamenti intellettuali.
Tutti i personaggi e gli ambienti descritti nel romanzo (i loro tratti
fisici, i loro abiti, i paesaggi, gli interni, le ville) rappresentano quella
contaminazione tra arte e vita, quell'estetismo tipico del
decadentismo.

Con questo romanzo D. inaugura davvero il suo estetismo.


Nella figura del protagonista Andrea Sperelli, e nelle vicende
tormentate dei suoi amori, è tradotta la fede dello scrittore nella
bellezza.
Nel fallimento di Sperelli si rispecchia la crisi del l'estetismo
dannunziano che conduce il poeta a ricercare nuove ispirazioni, rivolgendosi
in particolare ai romanzieri russi Tolstoji e Dostoevskji.

Per quel che riguarda lo stile, esso è ricco di termini desueti e arcaici, che,
come il richiamo a un opera d'arte famosa per descrivere un volto o un
atteggiamento, hanno lo scopo di equiparare la vita all'arte; lo stesso
vale per alcune descrizioni paesistiche di tono più lirico che descrittivo.

Per quel che riguarda le tecniche narrative, nel romanzo coesistono sia il
narratore esterno sia quello interno.
Nella rappresentazione di Andrea Sperelli, D'Annunzio ricorre alla prima di
queste tecniche e ciò gli permette un certo distacco nei riguardi del
protagonista, una possibilità di giudizio.
Invece la vicenda di Maria Ferres, i suoi turbamenti e il suo innamoramento
sono rappresentati anche con il ricorso (libro II) al diario intimo che la donna
tiene, e quindi l'adozione della prima anziché della terza persona. Questa
soluzione permette l'idoleggiamento del personaggio, l'insistenza
manierata sulla sua spiritualità sulla sua "bontà".

3) Fase della bontà


Il poema paradisiaco (1892-1893)
Si tratta di una raccolta di liriche.
Il titolo, dal latino paradisium=giardino, letteralmente equivale a "poema dei
giardini".
Questa raccolta costituisce il rovesciamento tematico della raccolta Canto
Novo: la natura, privilegiata qui nella sua emblematica dimensione di hortus, di
spazio chiuso del giardino, perde la forza e la dimensione panica che aveva nel
Canto Novo, per manifestarsi come atmosfera quieta, un po' esausta, che si
precisa nella scelta dell'autunno e del mese di aprile.
Il poeta esprime un ritorno all'innocenza originaria; si tratta di un momento di
stanchezza e sazietà dei piaceri e di un conseguente desiderio di pace e
raccoglimento. In quest'opera D'Annunzio si avvicina a una poesia dai toni più
spenti che sembra preludere alle cadenze crepuscolari.

L'Innocente (1893)
Strutturato come una narrazione in prima persona del protagonista, il romanzo
è incentrato sulle vicende di Tullio Hermil e di sua moglie Giuliana. A lei,
ammalata, Tullio di dedica con una sorta di volontaristica pratica di "bontà",
malgrado sia attratto e legato all'amante Teresa Raffo. Ma proprio quando si
libera di questo legame crede di scoprire gli indizi di una relazione della moglie
con lo scrittore Filippo Arborio. Nella pace della campagna sembra tuttavia che
i due coniugi ritrovino una pienezza affettiva, ma la notizia che Giuliana è
incinta fa riemergere sospetti, complica i rapporti fra i due, fa sorgere nella
loro mente un progetto delittuoso: uccidere il bambino che Giuliana porta in
grembo, concepito con un altro uomo in un momento di debolezza in quanto
stanca dei continui tradimenti del marito. Il bambino rappresenterebbe infatti
l'ostacolo alla realizzazione del loro amore. È Tullio che, esponendo al freddo
invernale il bambino, l'innocente, compie il delitto, dal quale deriva nell'anima
dei personaggi un cupo senso di desolazione e di fallimento.

4) La fase superomistica

Nell'estate del 1893 con gli articoli apparsi sulla "Tribuna" D. inaugura una
nuova linea fortemente ispirata alle teorie di Nietzsche, in particolare a quelle
del Superuomo. Nascono così romanzi nei quali viene esaltato il culto della
bellezza, delle gesta eroiche, delle azioni eccezionali compiute da
uomini superiori agli altri, liberi da vincoli morali, eletti a guidare
masse.

Il trionfo della morte (1894)


Il romanzo è incentrato sul rapporto contraddittorio e ambiguo di Giorgio
Aurispa con l'amante Ippolita Sanzio, ma su questo tema di fondo si innestano
o si sovrappongono altri motivi e argomenti: il ritorno del protagonista alla sua
casa natale in Abruzzo, richiamato dal madre perché distolga il padre da una
vita scandalosa, è il pretesto per ampie descrizioni del paesaggio, del folklore e
del lavoro delle genti d'Abruzzo. Giorgio, in una confusa contaminazione tra
superomismo e velleità mistiche, aspira a realizzare una vita nuova, una
perfezione di vita spirituale che si fondi sull'autodominio e sull'autosufficienza e
vive il rapporto con l'amante come limitazione, come ostacolo: per la forza
irresistibile della sua fascinazione erotica, Ippolita Sanzio è sentita come la
"nemica", primigenia forza della natura che rende schiavo il maschio. Solo con
la morte, Giorgio, si libererà da tale condizione: si uccide con Ippolita, che
avvince a sé, precipitandosi da uno scoglio.

Le vergini delle rocce (1895)


Il protagonista, Claudio Cantelmo, è portavoce dell'ideale politico del
Superuomo. Sogna uno stato oligarchico dove una classe privilegiata guidi il
popolo all'obbedienza. Il suo scopo è quello di generare un figlio rigeneratore
della stirpe Latina, in grado di promuovere un riscatto nazionale.

La figlia di Jorio (1904)


È proprio partendo dalle idee di Nietzsche e di Wagner che D'Annunzio cerca di
creare l'opera artistica totale, cioè la sintesi tra parola, musica e danza, come
superamento del banale realismo del dramma borghese.
La figlia di Jorio trova la sua originalità nel carattere mitico. In esso D'Annunzio
riprende i temi del dolore e della violenza.
Tragedia pastorale ambientata nella nativa terra abruzzese, è la storia di Mila di
Codro, figlia del mago Jorio, nota come strega e prostituta, che si rifugia
dall'amico Aligi per essere difesa dai suoi nemici. Aligi lascerà per lei la casa e
la fidanzata. Per lei ucciderà il padre e sarà condannato a morte. Ma lei lo
salverà accusandosi del delitto e salendo sul rogo al posto suo.
Il giovane pastore Aligi, figlio di Lazzaro di Roio, sta per andare a nozze con
Vienda di Giave: nella casa la sorella e la madre e i parenti dello sposo
assolvono i doveri prescritti da un antico rituale (scelta delle vesti, doni,
benedizione). Questa atmosfera di arcaica solennità è turbata dall'irrompere di
Mila, figlia del mago Jorio, nota come strega e prostituta, che, inseguita da una
torma di mietitori eccitati, per sfuggirli si rifugia presso il focolare, tra lo
sgomento delle donne.
Ma Aligi la difende e pone sulla soglia una croce di cera di fronte alla quale i
mietitori indietreggiano. Appare intanto Lazzaro, sostenuto da due uomini e
insanguinato, essendo stato ferito in una rissa peri il possesso di Mila: il rito
nuziale è profanato è interrotto.
Aligi è ritornato con il suo gregge in montagna, Mila, compagna casta e fedele,
lo segue. Tra i due nasce presto irresistibile l'amore. Arriva intanto Lazzaro di
Roio, bramoso di Mila, si scontra per questo con il figlio Aligi, che alla fine lo
uccide. Quando il parricida è condannato dalla comunità ad essere chiuso in un
sacco con un mastino e buttato nel fiume, sopraggiunge Mila che per salvarlo si
assume la colpa di tutto, dichiarando di averlo affatturato e spinto al delitto.
Anche Aligi, a cui prima del supplizio è stata data una pozione smemorante,
crede alla fascinazione di Mila. Questa affronta il rogo, cui il popolo come
strega la condanna, come sacrificio e purificazione.

Le Laudi (primi tre libri 1899-1904, quarto libro 1912)


Sono il capolavoro di D'Annunzio. Esse celebrano la vita in tutti i suoi valori
e vennero concepite dal poeta come un grande poema in sette libri, ognuno
intitolato a una delle Pleiadi, ninfe e stelle figlie di Atlante.
I primi tre libri delle Laudi nacquero da un intenso fervore creativo tra il 1899 e
il 1904, il quarto in occasione della guerra libica (1912).

Primo libro: Maia o Laus Vitae.


Dedicato alla primogenita delle Pleiadi, stelle favorevoli alla navigazione.
È un lungo poema diviso in 12 canti in cui il poeta narra di un viaggio ideale
in Grecia. Egli vi appare sotto l'aspetto di poeta puro, che libera da sé tutti i
propri motivi, lucidi di una divina sincerità: vivere significa abolire lo spirito
e la coscienza, trasgredire senza rimorso i divieti, sprofondarsi nella
natura primigenia.
Il viaggio si può dividere in tre parti :
A)Viaggio verso l'Ellade Santa (primi tre canti). Il poeta narra come,
attraverso il piacere, giungesse a trasfigurare se medesimo e a vivere nel mito.
Si chiude con l'Inno a Ermes.
B)Viaggio verso Roma, la seconda Patria. Il poeta celebra le città terribili:
città del sangue, della fame, della frode, ricche della gloria di una vita
immensa, sacre al risveglio dell'uomo eletto al dominio del mondo.
C)Viaggio verso il deserto libico. Il deserto è il Paradiso, la solitudine
trionfale: qui giunge al poeta, con il vento, il messaggio ultimo della libertà; ed
egli adora le quattro divinità per lui supreme: Volontà, Voluttà, Orgoglio,
Istinto.
Il protagonista è Ulisse che, nonostante i riferimenti all'Ulisse di Dante, non
è più l'uomo animato dalla sete di conoscenza, né l'Ulisse omerico in cerca
della Patria o l'Ulisse pascoliano che muore senza svelar il mistero, ma il
Superuomo, incarnazione della forza vitale.

Secondo Libro: Elettra


Dedicato alla mitica progenitrice degli eroi italici.
D'Annunzio vi appare come poeta vate e patriota che celebra gli eroi,
allo scopo di promuovere la rigenerazione dell'Italia moderna.
Il libro si può dividere in tre parti:
A)EROI POLITICI E MILITARI
B)MUSICISTI, PITTORI E POETI
C)LA CITTÀ DEL SILENZIO: gruppo di liriche, per la maggior parte sonetti,
dedicate a 25 città italiane, quasi tutte del Rinascimento, città la cui storia
e la cui arte hanno variamente ispirato il poeta. Nel proemio il poeta enuncia la
sua fede in un prossimo ritorno degli Italiani alla loro antica gloria.

Terzo libro: Alcyone.


Dedicato a quella che tra le Pleiadi fu trasformata in uccello marino.
È il diario di un'estate in Versilia, in cui l'autore esalta la natura e si
confonde con gli alberi, con il mare, con i fiumi; i versi divengono quasi
musica per esprimere i silenzi, le voci, i sussurri della natura.
In questa raccolta di 88 liriche D'Annunzio sembra ritrovare lo stupore del
mistero inviolabile della natura, dove la sensualità si diffonde nell'universo
come linfa vitale per tutte le creature terrestri.
Alcyone, ha una fisionomia particolare e tematiche diverse da quelle che
si trovano nelle opere della fase superomistica: mancano sia la dimensione
superomistica, sia quella tribunizia del poeta vate che rievoca le passate
glorie e celebra le gesta eroiche del presente.
Alcyone è un susseguirsi di laudi celebrative della natura e soprattutto
dell'estate, dal rigoglioso giugno al malinconico settembre, nella quale
il poeta si immerge, mirando a realizzare una fusione panica: il poeta
arriva a sprofondare e a confondersi con tutto, mare, alberi, luci,
colori, in un sempre rinnovato processo di metamorfosi che si risolve
in un ampliarsi della dimensione umana.

Questo superamento del superomismo apre la strada a una nuova fase.

(Il Panismo - detto anche sentimento panico della natura - è una percezione molto profonda
del mondo esterno che crea una fusione tra l'elemento naturale e quello più specificatamente
umano. E' la tensione a identificarsi con le forze naturali e a fondersi con esse istintivamente.
Quello di D'Annunzio consiste nel considerare la natura come un'entità viva e in movimento
continuo. Con questa entità l'uomo deve fondersi e stabilire un contatto intenso, fino ad
immergersi nel suo ritmo vitale; uomo e mondo si uniscono ed entrano direttamente in
contatto. D'Annunzio cerca una fusione dei sensi e dell'animo con le forze della natura,
accogliendo in sé e rivivendo l'esistenza molteplice della natura stessa, con piena adesione
fisica, prima ancora che spirituale. E' questo il "panismo dannunziano", quel sentimento di
unione con il tutto, che ritroviamo in tutte le poesie più belle di D'Annunzio, in cui riesce ad
aderire con tutti i sensi e con tutta la sua vitalità alla natura, s'immerge in essa e si confonde
con essa. Esempio classico di metamorfosi panica: "La pioggia nel pineto" in cui si compie la
completa fusione della donna (Ermione) con la natura).

Ricordiamo La sera fiesolana, in cui il poeta canta la sera nei suoi diversi
aspetti, e La pioggia nel pineto, il cui il poeta sembra interpretare e
tradurre in parola la strana musica che sorge dalla selva sotto la
pioggia che insiste.

Quarto libro: Merope.


Intitolato a quella delle Pleiadi che è la sola a essere visibile a occhio nudo,
vuole rivelare i destini oscuri che occorre faticosamente conquistare e che
cominciano a manifestarsi nella guerra di Libia. D'Annunzio ritorna a essere
poeta-vate. Celebra l'impresa libica in cui saluta l'inizio di una nuova
era.

5) Fase "notturna"

Notturno (1921): un diario di meditazioni e ricordi, fatto di rapidi e incisivi


ricordi, in stile spezzato e spoglio. In esso il processo di rigenerazione, favorito
ora dal dolore (minaccia di cecità) e dall'amore per la madre, raggiunge un
grado di nobile spiritualità; vi è divinizzata la guerra fin nella sua furia di
devastazione, ma più ancora la morte che mira a perseguire un beneficio di cui
godranno unicamente i nostri simili.
Le faville del maglio (1924-1928)
Brevi prose pubblicate sul Corriere della Sera fra il 1911 e il 1914 e in seguito
raccolte in un volume diviso in vari libri. Il poeta vuole consacrare questi
volumi alle Grazie con l'intenzione di consacrarne in un secondo tempo altri tre
alle Parche.

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