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Casabianca

Adriana Torregrossa, Alessandra Andrini, Alice Tomaselli, Andrea Nacciarriti, Anna Ferraro,
Anna Rispoli, Anna Maria Tina, Annalisa Cattani/Alberto Merzari, Anteo Radovan, Arianna
Fantin, Cecilia Guida, Chiara Pergola, Cristian Chironi, Claire Bosi, Cesare Pietroiusti, Claudia
Losi, Daniela Manzolli, Daniela Spagna Musso, Davide Bertocchi, Davide Rivalta, Davide
Tranchina, Diego Zuelli, Dragoni Russo, Elena Nemkova, Elisa Vladilo, Emanuela Ascari, Emilio
Fantin, Erica Fenaroli, Eva Frapiccini, Fabrizio Rivola, Federica Menin/Laura Lovatel/Sara
Poletta, Ferdinando Mazzitelli, Francesca Grilli, Francesco Bernardi, Francesco Finotti,
Giancarlo Norese, Gianluca Cosci, Giovanna Ricotta, Giovanni Oberti, Giulia Casula, Giulia Ricci,
Il Prufesur, Italo Zuffi, Jiri Kovanda, Lorenza Lucchi Basili, Luca Scarabelli, Lucia Leuci, Luigi
Negro, Luigi Presicce, Mala.arti visive, Marcella Vanzo, Marco Rambaldi, Marco Samorè, Maria
Domenica Rapicavoli, Maria Lucrezia Schiavarelli, Maurizio Mercuri, Mauro Maffezzoni, Mauro
Vignando, Michele Spanghero, Mili Romano, Monica Cuoghi, Morena Pedrini, Ottonella
Mocellin/Nicola Pellegrini, Paola De Pietri, Paolo Parisi, Patrizia Giambi, Petar Stanovic,
PetriPaselli, Pier Paolo Coro/Rita Canarezza, Rebecca Agnes, Riccardo Beretta, Rita Correddu,
Roberta Piccioni/Marco Fantini, Rocco Osgnach, Sabrina Mezzaqui, Sabrina Muzi, Sabrina
Torelli, Sandrine Nicoletta, Serena Porrati, Sergia Avveduti, Silke De Vivo, Simone Cesarini,
Sissi, Stefania Galegati Shines, Stefano W. Pasquini, ZimmerFrei
Zola Predosa, 26 settembre 2010
adriana torregrossa

La n. 57 potrebbe intitolarsi "Al Magreib" che è l'ora


del tramonto che indica esattamente il momento in cui
i musulmani spezzano il digiuno durante il ramadan. Il
pilota ha annunciato questo momento mentre stavamo
per atterrare al Cairo e i passeggeri musulmani
presenti hanno cominciato a bere (soprattutto) e a
mangiare.

A.T.

Al Magreib, 2010. Stampa ink-jet su carta, cm 29,7x21

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alessandra andrini

Fuit hic, 2006. Prova d’artista n. 3


Stampa fotografica a colori cm 23x23, cornice bianca

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alice tomaselli

Il mio è un lavoro intorno alla pittura, mi interessa


fare della pittura ma senza mai dipingere
praticamente. In molti negozi delle capitali turistiche
vendono queste tele rappresentanti paesaggi che
vengono dipinti in serie, spesso in paesi come la
Cina o il Vietnam ecc.. La rappresentazione vuole
imitare lo stile pittorico degli artisti che dipingevano
en-plein air, modo di dipingere che si sviluppo'
appunto a partire dalla Francia. E' probabile che la
persona che ha eseguito questo lavoro non abbia
mai visto questo panorama con i propri occhi.
Stavo pensando a questa cosa mentre facevo passare
i vari dipinti, I paesaggi sono tutti molto molto simili,
variano soltanto di colore, ad un certo punto ho
visto questo che aveva una macchia di caffe o simile
e si è subito 'umanizzato'. Per cui l'ho comprato cosi
com'era. Arrivata a casa l'ho smontato dalla sua
tela, e rimontato sul retro, centrando la macchia,
per cui il suo telaio è diventato la sua cornice.

A.T.
Souvenir-Torre Eiffel con macchia di caffè, 2010. Piccola tela,
cornice, cm 21x16

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andrea nacciarriti

Che sia macro o micro l’ambiente è sempre il terreno


su cui lavora Andrea Nacciarriti. Dopo installazioni che
occupano interi campi da calcio, costruzioni al limite
dell’architettonico che modificano la percezione degli
spazi e degli edifici, ora l’intervento si fa minimo e
appena visibile, ma concettualmente consistente.
Un piccolissimo foro nella parete della nuova galleria
Casabianca contiene un foglietto arrotolato. Un
pensiero da mantenere segreto? Una richiesta di aiuto
tipo messaggio nella bottiglia posizionata ad hoc in un
pertugio realizzato ad arte per contenere proprio
quella piccola lettera? O forse solo quello che si vede,
un pezzo di carta bianca infilato in un buco
preesistente: “Into the landascape (message to
casabianca)” come dice il titolo. Non importa, quello
che conta è che nel grande spazio dell’ex fienile, in
mezzo a circa 80 lavori di altrettanti artisti, Nacciarriti
non ha voluto aggiungere ancora elementi per
segnalare la sua partecipazione, ma anzi, togliere
qualche cosa e nascondere in certo senso una
presenza che tuttavia non passa inosservata e la dice
INTO THE LANDSCAPE [message in the white house], 2010. lunga sulla ricerca di un artista schivo ma incisivo.
Foro al muro, carta
Chiara Pilati

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anna ferraro

Pop Saddam (yemen 2007)

5
Neon bianchi, lampade alogene, lampadari di
anna rispoli / zimmerfrei cristallo, torce a mano. Sono le luci che accendono
le finestre dei condomini di Foyer Bruxellois des
Visitandines, il complesso di case popolari sorto alla
fine degli anni 60 per dare nuova dimora agli abitanti
del quartiere les Marolles a Bruxelles, dopo che la
costruzione del nodo ferroviario Nord-Sud sventrò
il centro urbano.
Vorrei tanto tornare a casa è il risultato di un
processo lungo e complesso per stabilire un
rapporto di fiducia e di cooperazione con gli abitanti
e dar vita a una pièce luminosa che ha coinvolto più
di 90 appartamenti. Sulle note di Concret Ph, un
pezzo composto da Iannis Xenakis per il Padiglione
Philips all’Esposizione Universale di Bruxelles del
1958, le finestre di questo edificio si sono animate
seguendo una partitura scandita alla radio,
accendendosi e spegnendosi per mano degli stessi
abitanti che in quel momento si trovavano
all’interno del proprio appartamento a svolgere le
loro abituali attività quotidiane.
Il palazzo è un organismo sociale, che mette insieme
persone e biografie diverse chiuse nella loro intimità
AnnaRispoli/ZimmerFrei, Vorrei tanto tornare a casa (e che questo volesse domestica e simultaneamente proiettate in una
dimensione pubblica. La performance di Anna
anche dire tornare dove sei tu), 2009. Prodotto da Kunstenfestivaldesarts
Rispoli, è un’azione che si sviluppa in verticale e in
orizzontale, che segue la geometria delle finestre,
conferendo a ciascuna di esse il proprio valore
sociale.
Il palazzo brucia, pulsa, diffonde il suo calore, lancia
il suo grido di allarme o di felicità, riassume la
propria funzione corale attraverso la messa in scena
di una sinfonia per luci.
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Martina Angelotti
anna maria tina
Unità abitativa A.M.T. nasce in relazione all’area dell’Ex
Mercato 24 a Bologna, zona di rinnovamento
urbanistico.
Il progetto presenta me stessa come unità abitativa
minima, possibilità di totale adesione e felice
identificazione dell’inquilino con la propria casa.

A.M.T.

Unità abitativa A.M.T., 2008. Progetto fotografico

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annalisa cattani / alberto merzari

Puer senex, 2010. Video durata 2:45 min

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anteo radovan

Senza Titolo (Emanuele appoggiato all’albero piantato alla sua nascita),


2010. Foto su alluminio cm 45x30

9
arianna fantin
Arianna è ferma con un filo nero fra le dita di una mano e
nell’altra ha un ago: lentamente cerca di far passare quel filo
nella cruna dell’ago e socchiude gli occhi per mettere a
fuoco con lo sguardo quello spazio sottile, costretto, vitale.
Con la punta dell’ago supera il tessuto e poi lo riattraversa,
con forte delicatezza. Non so dire se Arianna disegni o
scriva, secondo me ferisce. È la ferita necessaria, inevitabile,
da infliggere a chi cerca un senso.
Il senso è importante da trovare, da annotare, da cucire;
per non dimenticare, c’è rischio di perdersi. In questo
labirinto le mappe dell’arte e della vita si intrecciano in
geografie confuse e Arianna (e non solo lei) ha bisogno di
capire dove andare. Camminando è giunta in una Casa
Bianca dove si è sentita al sicuro; è forse questa la
destinazione?
Arianna è troppo giovane per fermarsi, ma non vuole
dimenticare la luce di questa Casa e allora disegna, scrive,
cuce. Ferisce. Una goccia di sangue dal suo polpastrello
cade sul pavimento della Casa bianca e solo allora Arianna
si accorge che quel bianco potrebbe essere ancora più
bianco.
Arianna si è accorta che il suo filo, per lei così prezioso, è
stato seguito anche da Teseo e quando lui è arrivato nella
La Casa Bianca, 2010. Libro cucito a mano su cotone, cm 35x26
Casa Bianca ha rubato un po’ del suo candore.
Arianna ha gli occhi lucidi di chi ha conosciuto un’illusione
ormai svanita, cerca il senso della vita; lo cerca attraverso
l’arte. Non so dire se arte e vita siano la stessa cosa, ma
certamente si assomigliano: entrambe abitano una Casa,
forse una è più bianca dell’altra, sicuramente più lontana.
Meglio portare un filo da srotolare dietro di noi; c’è rischio
di perdersi.
1
Federica Boràgina
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cecilia guida

Archivio delle idee dimenticate /Archive of Forgotten Ideas, 2009.


A cura di Cecilia Guida

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chiara pergola

Pentagono, 2009. Carta, alluminio, ottone e vetro

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cristian chironi

Gap #6. Digital painting on maps of Ferruccio Montevecchi, it


prints on paper from museum, mounted on aluminium, white
wood frame, original + p.d.a., dimentions: cm 42x52

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3
claire bosi

Me, loking at my parents from 210 metres high and 60 steps, 2009.
Video durata 1 min

1
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cesare pietroiusti

Un disegno di Cesare Pietroiusti, serie di 10.000


esemplari unici in distribuzione gratuita e soggetti a
limitazione di proprietà. Il possesso di questo disegno
è alla condizione che il possessore, ogniqualvolta lo
mostri, in privato o in pubblico, ad altri, accetti di
cederlo alla prima persona che lo richiede.Ogni nuovo
possessore accetta implicitamente la medesima
condizione di limitazione di proprietà.

Senza titolo (possesso transitorio), 2008. Birra Union su carta


Modigliani da 200 gr

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5
claudia losi

Sentire silenzio /quando ti aspetti rumore, 2010

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daniela manzolli

La cera è persa, 2008-2010. Video 2:40 min + alveari in ottone

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daniela spagna musso
Il lavoro dell'artista bolognese Daniela Spagna Musso è
contemporaneamente affermazione e negazione, luce e ombra, ordine
e disordine. Come nella filosofia cinese sono lo yin e lo yang i due
principi costitutivi del tutto, così queste due fotografie, per quanto
realizzate in contesti, circostanze e momenti diversi, se accostate
creano un unico corpus.
Il candore rigoroso del particolare di un palazzo londinese in
decadimento fotografato nel 2009 si contrappone all'ammasso di abiti
sacri abbandonati nella sagrestia di una chiesa sconsacrata.
Del particolare del palazzo, oltre al candore colpiscono sicuramente
la linearità e la regolarità della forma, come se tutto, almeno in
quell'angolo, potesse aspirare alla perfezione e la luce riflessa dal non-
colore bianco abbaglia fino a rendere impossibile una collocazione
spazio-temporale di questo luogo.
La seconda foto, realizzata nel 2010 in Umbria durante un workshop
con Emilio Fantin, rappresenta uno sguardo su quello che resta dopo
il terremoto che ha colpito l'intera zona nel 1997. Anche in questa
fotografia è la luce che "parla" del luogo; indipendentemente dalla
decisione dell'artista di immortalare l'attimo, un bagliore, dall'alto,
Senza titolo, 2009-2010. Fotografia digitale stampa illumina l'abbandono.
lambda su d-bond, cm 20x15 La domanda che ci si pone osservando questo lavoro è se veramente
i due luoghi siano così lontani tra loro. Entrambi, in quanto fuori da
qualsiasi tipo di coordinata, vivono l'istante in cui il passante o il
visitatore se ne appropria, anche solo per un attimo, per citare Marc
Augè; luoghi che hanno una storia ma che per motivi diversi sono
stati lasciati in un limbo e in una dimensione in cui il tempo è puro,
non databile.
Tutti questi spazi, come molti altri, attendono di ri-vivere tramite uno
sguardo contemporaneo, Daniela attraverso queste immagini ci da la
possibilità di interpretarne liberamente il messaggio e di aprire una
1 porta su dimensioni senza tempo.

8 Giorgia B. Soncin
davide bertocchi

Casaspace, 2010. Stampa ink-jet, cornice, cm 30x22

1
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davide rivalta

Lupo, 2009. Alluminio, grandezza naturale

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0
Un eterno ritorno all’atto primo della fotografia - la magia della luce che fissa
l’impronta di un oggetto senza la mediazione dell’apparecchio fotografico - è
l’origine di questo nuovo lavoro di Davide Tranchina.
davide tranchina
E’ un ritorno all’idea di fotografia come scrittura di luce, riscoprendo quell’incanto
che le è proprio e che conferisce una dimensione fantasmatica alle immagini
fotografiche, in cui realtà e irrealtà si compenetrano in un’unità magica.
E’ un eterno vedere nella fotografia la “scomparsa” di un oggetto, e guardarlo
riapparire sottoforma d’immagine latente, indiziale, generando un processo di
apparizione e rivelazione di quelle realtà essenziali che sfuggono normalmente allo
sguardo umano. La fotografia è il luogo in cui tutto il reale si deposita
nell’immagine salvandolo dall’oblio, senza consentire dispersioni, frammentazioni o
percezioni parziali della realtà. Nel processo di deposito del reale nel “tempo
fotografico”, c’è l’alchimia di un frammento di vita dell’oggetto colto in un
momento irripetibile, un istante eternizzato nell’immagine fotografica che genera
una diversa temporalità del soggetto e una durata sospesa.
Questo carattere traboccante è indagato dall’artista per compiere un viaggio a
ritroso alle origini della fotografia con l’intento di esplorare nuove possibilità di
senso del linguaggio fotografico.
Figure evanescenti e sfumate compaiono nelle nuove fotografie in bianco e nero di
Davide Tranchina. Sono le ombre bianche lasciate da oggetti comuni sulla carta
fotosensibile, che si “depositano” per contatto. Vegetali, bottiglie, vetri macchiati,
modellini di navi sono la matrice originale di queste forme eteree, che hanno la
stessa consistenza dei sogni un attimo prima del risveglio.
Big Bang #5, 2009. Cliché verre, stampa ai sali
L’artista scansiona le impronte di luce lasciate sulla carta, le elabora
successivamente selezionando dei particolari, isolando dei frammenti, realizzando d'argento e alluminio, cm 49x39, 5 esemplari +
dei “close-up” o stampandole in grandi formati, a seconda dell’immagine latente 2 p.a
che affiora dal lavoro di ricerca. Quelli che prima sembravano oggetti, ora paiono
tracce di un mondo surreale ai confini dell’immaginifico: cieli stellati, funghi Quest’ombra bianca rappresenta il doppio dell’ombra
atomici, vascelli fantasma. Osservati nella loro possibilità di mutare carattere, ”naturale” (l’ombra nera), e allo stesso tempo suggerisce l’idea
contesto, “natura”, al di là del loro referente reale, Tranchina attua con questo del negativo fotografico, della pellicola nera impressa da tracce
lavoro una riflessione sui concetti di originale, di copia, e sul potere d’astrazione bianche. Positivo e negativo, realtà e apparenza si mischiano e
della fotografia che non duplica la realtà ma ne esibisce una nuova. s’invertono di grado cambiando il senso dell’immagine, che
A differenza dello scatto, nell’immagine a contatto la luce pare “scannerizzare” gli appare ora una visione e non più una rappresentazione
oggetti dentro e fuori, cogliendo nella loro texture radiografica una qualità dell’oggetto.
spettrale. L’ombra bianca su fondo nero crea una deriva visiva, una sorta di 2
miraggio, che producono nello sguardo dello spettatore un incanto maggiore ed Marinella Paderni
evocano una visionarietà metafisica.
1
diego zuelli

Insiemistica celeste: unione, 2009. Plotter print, cm 30x30

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2
Per via di levare: sinonimi: togliere, spostare, alzare, ma dragoni russo
potremmo dire anche sol-levare. Dragoni Russo che
lavorano in coppia da anni, hanno posto semplicemente due
cric sospesi-tesi sulla trave del soffitto di un edificio che ha i
connotati di una casa. L’intervento è anonimo, di fatto non
sostiene nulla, visto che il tetto non sta per cadere. Le
presenze, simmetriche, speculari, sostengono solo il
proprio esserci, in una posizione non proprio comoda, ma
tesa al limite, ad ampliare il movimento fermo. Si tratta di
due oggetti immobili, così uniti da sembrare un solo
oggetto, non fermo, ma in tensione, come sempre quando
un cric tende qualcosa e lo allunga, lo amplifica per
permetterci di fare altro. Se io mi tendo ti permetto di
esserci, ti consento di … cosa che non sarebbe possibile se
la mia presenza fosse troppo lontana o troppo distante. C’è
una tensione nell’esserci che denota la sospensione di altro.
Così i due coniugi che lavorano in coppia ormai dal 1995,
sanno che per poterlo fare occorre essere coesi ma anche
distanti quanto basta. Porre la propria presenza nel punto
giusto, di movimento inavvertibile, impensabile perché
invisibile. Io penso, sono e agisco solo nel momento in cui
posso farlo, se mi sostengono mi riesce meno difficile. Se
posso osservare la mia presenza riflessa lo diviene ancor
meno. Ma si tratta di presenze fisiche invisibili, anime Per via di levare, 2010. Installazione di 2 cric meccanici
suggerite da due oggetti speculari. Come ha osservato
Hillman: “La compresenza di visibile e invisibile è ciò che
alimenta la vita. Noi arriviamo a riconoscere la straordinaria
importanza dell’invisibile soltanto quando ci lascia soli,
quando ci volge le spalle e scompare … il grandioso
compito di una cultura che voglia alimentare la vita consiste
dunque nel mantenere gli invisibili attaccati a sé …” (James
Hillman, Il codice dell’anima, p 146).
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Loretta Zaganelli
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elena nemkova
Che cosa è questa strana coppia di oggetti accasciati a terra che
sembrano fionde primordiali o strumenti di chissà quale
incomprensibile attività? Gli stili artistici si imprimono nelle menti degli
spettatori è il titolo del lavoro che aggiunge ambiguità,
presentandosi come inconfutabile asserzione impossibile da
cogliere nell’immagine della rete di seta morbida che imprigiona
masse di granito verniciato. Impossibile comprendere il vero
significato della frase – facile pensare a un trabocchetto -, e tocca
prenderla per buona, dato il tono tassativo e il sapore di verità
scientifica che emana. In effetti, la frase è presa da una ricerca
scientifica sul meccanismo neurobiologico di riconoscimento degli
stili artistici, trascinandoci nelle profondità complesse della mente.
Il lavoro si gioca su coppie di opposti, pesantezza e morbidezza,
rigidità e fluidità, forma aperta e chiusa, la seta e la pietra. A questa
organizzazione visibile e sensibile, Elena Nemkova aggiunge un’altra
coppia di opposti meno percepibile, quella data da complessità e
semplicità. Da un lato la ricerca scientifica altamente sofisticata che
studia l’attività cerebrale dei neuroni in relazione alle sollecitazioni
Gli stili artistici si imprimono nelle menti degli spettatori, date dall’espressione artistica, a cui si riferisce il titolo enigmatico
2010. Rete di seta, granito, vernice metallica, 60x25xh11 volutamente avulso dal contesto di riferimento tanto da diventare
cm + 75x25xh15 cm quasi esoterico, dall’altro l’apparente semplicità dell’esperienza
quotidiana, la comune percezione delle cose che non cerca tante
spiegazioni, bensì lasciarsi andare all’istinto del piacere o del rifiuto.
La semplicità è la fionda, oggetto basico che richiama il cacciatore
primitivo, la pietra, la roccia grezza, la rete. È l’immediatezza della
percezione. Anche con quest’opera l’artista prosegue la sua ricerca
sulle distanze tra il pensiero scientifico più avanzato e l’esperienza
quotidiana, attraverso accostamenti spiazzanti di titoli e immagini
che avanzano su binari paralleli.
2 Alessandra Pioselli
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Summertime è un progetto di arte pubblica, nato la scorsa estate
proprio in omaggio alle sensazioni attinenti l’estate nel centro
storico di una città, Trieste, dominata dall’austerià bianco/grigia dei
elisa vladilo
suoi bellissimi palazzi di matrice absburgica, anche se aninati da
espansioni liberty. Constava di tre rotoballe l’installazione di allora,
colorate di arancio e rosa, in opposizione pertanto all’assenza
cromatica degli edifici, e sonorizzate con la nota canzone di George
Gershwin, tratta dall’opera Porgy and Bess. Qui a Bologna Elisa
Vladilo ha piazzato all’esterno della galleria una solo rotoballa,
proveniente dalle campagne del bolognese, un’eco e un simbolo di
quella triestina, trovandosi qui, a differenza dell’assolo nella città
giuliana, in un contesto collettivo di presenze artistiche. Vladilo
lavora sul contrasto, sull’intento di straniamento e di conseguente
sorpresa per l’insolita presenza di oggetti fuori luogo, resi afunzionali
rispetto alle loro caratteristiche intrinseche, in quanto rivestiti di
colori sfavillanti e gioiosi – rosa, arancione - e persino sonori.
Straniamento e colori intensi, per ravvivare, sommuovere uno spazio
urbano, portare in quel contesto quello che non si porterebbe mai
perché di altra appartenenza, quella della campagna; per accendere,
soprattutto, nuovi sguardi in quei luoghi, quelle strade che
percorriamo quotidianamente, senza più vederli.
Elisa Vladilo lavora da anni nella public art, ideando eventi negli spazi
pubblici urbani e suburbani, per conferire loro nuova vita,
soprattutto attraverso l’uso del colore che impiega sia come pittura Summertime, 2010. Smalto ad acqua su rotoballa di
che attraverso materiali vari, feltro, tessuti, illuminazioni, resi
paglia Ø cm 180, larghezza cm 120
necessari dalle caratteristiche dei luoghi. Memorabile l’intervento sul
molo Audace “My Favorite Place” , nell’autunno del 2007,
nell’ambito di una articolata ricognizione sull’arte pubblica
organizzata dal Gruppo78, dal titolo“Public Art a Trieste e dintorni”.
Con esso l’artista tramutava una larga porzione del molo in una
sorta di zona edenica con selciato turchese, come se il mare vi si
fosse steso sopra, bitte rivestite di panno rosa e arancio, lampioni
giallo limone. Una festa cromatica sospesa sul mare, un’improvvisa
interruzione della routine per sentirsi e sentire diversamente.
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Maria Campitelli 5
emanuela ascari

Senza Titolo (fase 1), scavo archeologico

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emilio fantin

E tu, sogni con me arte tua, 2010.


Anagramma, collage su carta 2
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erica fenaroli

Senza titolo (Concerto di lucciole), 2007, Stampa a pigmenti di


colore su carta 100% cotone, 20x20 cm, ed. 3 di 3

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eva frapiccini

The ball, 2010. Video durata 2:16 min

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fabrizio rivola

Hortus Conclusus. Installazione presso il castello saraceno


di Terravecchia, Caltavuturo (Palermo). Acqua, cipressi,
palme, erba pronta e altri elementi

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0
federica menin / laura lovatel / sara poletta

To Sit In, 2010. Stampa digitale a colori su k-mount, cm 30x45

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1
Assente per qualche anno, per motivi personali, dalla scena artistica
ferdinando mazzitelli nazionale - dopo una presenza attiva dalla fine degli anni novanta a Milano e
una lunga esperienza di coordinamento di Oreste, con residenze nazionali - è
tornato con nuovi progetti che prevedono ulteriori collegamenti tra Nord e
Sud. Per Ferdinando l'arte va intesa come esperienza e non solo come
passaggio estetico. E’ un modo di cambiare il comportamento, in cui il
processo conta più dell’esito formale. “Non amo l’estetica della ribalta e i
sensazionalisti. Mi spaventano i mega progetti. Preferisco le piccole storie”,
ammette. “Da sempre solidarizzo con gli oggetti insignificanti, anche quelli
trovati per strada. Come una gazza mi attrae tutto quello che luccica: un
chiodo ritorto, una pallina di vetro, uno spillo, un pezzo d’orologio distrutto.
Tutte cose inutili, disperse, che non interessano più e che invece continuo a
portare in tasca per giorni e giorni, come se avessero un potere
taumaturgico, una “grazia” premonitrice. Amo i particolari e la “magia dei
piccoli processi, i microprocessi che racchiudono un’infinità di storie”. Dopo
il periodo di crisi, durante un viaggio in India di due mesi (“dove ho visto le
lucciole che avevo sognato prima di partire”), Ferdinando ha capito che era
importante cercare di “allargare la dimensione del desiderio”, acchiappare un
sogno. Di qui gli annunci con richiesta degli insetti luminosi sui giornali locali
indiani e banconote che diventano tappeti, o il letto da fachiro Fuck hero,
realizzato con matite colorate. Dall’esigenza di sottrarsi all’omologazione e
rivendicare una diversità nasce invece l’installazione Disney Mandala: 8.900
micro – foto che vengono da Disney world in Florida. Un repertorio di
Flying carpet, 2006/2008. Banconote ricamate
provini a contatto 2x3, sorvegliati ironicamente da un piccolo Pluto,
(5 esemplari) con facce e gesti di famiglie visitatrici del parco di divertimenti americani che,
ingolfati negli stessi rituali della società di massa, finiscono per assomigliarsi.
In altri casi le opere si fanno mimetiche, si confondono, si nascondono volutamente, richiamando un’attenzione più profonda. Ad
esempio con la scritta al neon Era come ora, mimetizzata sul balcone di casa sua. Un gioco di parole ambivalente (“il primo pensiero è
che nulla è cambiato, ma non è questo o quello che interessa! Più importante è creare forme di contrasto al sopra-vivere in un “era”
che tra cent’anni potrà essere ricordata in “ora” o forse meno. L’interpretazione, forse, non in una risposta ma in una domanda: “Che
cosa resterà di noi?”), che si ripete nel muro biscotti dove la parola “Immagina” si cancella in “magna”. Il tema del non essere si
ritrova invece nei disegni che spariscono, o nell’intervista a Francesca Alessandrini, critica d’arte recentemente scomparsa. Mentre alla
modificabilità delle cose nascoste fa riferimento la Bacheca di disegni “Alles klar”, eseguiti a quattro mani con la ex compagna. Altra
3 componente essenziale, infine, è il tentativo di attivare una socialità intorno a sé: oltre al nuovo programma di residenze a
2 Montescaglioso, in gestazione è un progetto di performances urbane veloci di gruppo. Antonella Marino
francesca grilli

I invite an albine singer to take the control of the


light, performance, 15 min.

Moth, video documentazione della performance, durata 3 min

3
3
francesco bernardi

Quadreria 2010 (coppia), 2010. Mixed media

3
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francesco finotti

Il corpo dentro, 2001. Gomma siliconica, dimensioni naturali

3
5
giancarlo norese

Performance, 2010. Olio su carta, cm 32x22

3
6
gianluca cosci

Untitled, 2010. Slide show projection of 370 found images

3
7
giovanna ricotta

Go fly, 2004. 3 stampe su plexiglas cm 24x35 ognuna

3
8
giovanni oberti

Senza titolo (Indicazioni per uno spazio), 2008. Scansione da libro


in bianco e nero stampata su carta fotografica lucida cm 24x35,
cornice alluminio - Courtesy Giovanni Oberti e Enrico Fornello

3
9
giulia casula

Land!Terra! è un lavoro che riflette sui confini, sul


limite, sull’ attraversamento. E’ una ripresa fissa
realizzata di notte in mezzo al mare dalla poppa di una
nave. Il video termina quando la nave inizia ad entrare
nelle acque portuali, mentre, contemporaneamente, si
percepisce la luce del giorno che sta per sorgere.

G.C.

Land! Terra! Between Earth&Sky, 2008. Video durata 7:44 min

4
0
giulia ricci

Untitled, 2010. Pennarello a punta fine su carta, cm 25x20

4
1
il prufesur

Attenti a Cattedra, 2010

4
2
italo zuffi

A Master's span (Carl Andre Cadere), 2007. Ceramica, vernice


spray, laccetto, cm 60 x 11 x 11 circa

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3
jiri kovanda

Untitled, 2010. Rosa, vaso, miele

4
4
Strutture geometriche dal disegno astratto, un susseguirsi verticale di
linee, reticoli e trame alle quali si alternano superfici traslucide che
riflettono lo spazio vuoto del cielo oppure architetture dalla geometria
indecifrabile. Le immagini di Lorenza Lucchi Basili sembrano entità
lorenza lucchi basili
autonome generate dal nulla dello spazio, dal suo materializzarsi in una
forma o in un oggetto privo di connotazioni con il reale.
Le sue strutture formano una sorta di paesaggio architettonico mentale,
visione di un mondo dove l’istanza del reale e la sua contingenza
evaporano per effetto di un accadimento fisico che muta l’immagine di un
oggetto o dell’affacciarsi imprevedibile di una realtà insospettata, in-visibile,
celata dietro la riconoscibilità delle cose. Nelle sue opere le variazioni
metereologiche del cielo riflesso nelle finestre (le nuvole, la luce) o la
sovrapposizione visiva di più grattacieli - che rispecchiano parti dell’uno
nell’altro riconfigurandosi a vicenda - creano un’immagine enigmatica, che
rivela la presenza di più realtà contenute in una stessa forma.
Un pattern di geometrie e figure apparentemente irriconoscibili che
esistono invece sotto gli occhi di tutti: sono dettagli di grattacieli e
stazioni, ingrandimenti di scale mobili e asfalti stradali di diverse metropoli
del pianeta, fotografati da Lorenza Lucchi Basili senza alcun intento
didascalico o poetico. La genetica formale di queste architetture del
presente, del loro organizzarsi in strutture di senso, costituisce per
l’artista un modello di verifica fenomenologica dell’esistente, del suo
accadere. La struttura rappresenta per lei un’entità organizzata di piani e di Spazio quarantotto, Granada, 2006. Stampa
rette, di forme e di scansioni spaziali che concorrono a costruire una cromogenica, plexiglas, acciaio.
realtà. Dimensione che solo il potere straniante della fotografia consente Spazio settantuno, Praga, 2008. Stampa
di cogliere creando una sospensione di senso, un congelamento cromogenica, plexiglas, acciaio.
dell’immagine dal flusso incessante degli eventi. In questa sorta di “limbo”
spazio-temporale le strutture fotografate esibiscono particolari altrimenti Lo straniamento concettuale operato da Lorenza Lucchi Basili va
impossibili da cogliere come l’energia catalizzatrice delle forme in uno esattamente in questa direzione: le porzioni di grattacieli fotografati non
spazio, l’intensità di un luogo colta grazie alle rifrazioni della luce vogliono narrare nulla, né essere rappresentazione o trasposizione di
nell’ambiente, la ripetizione che diventa differenza in un certo tipo di qualcos’altro. Hanno invece la pretesa di porsi come indice - segno di
architettura contemporanea. una realtà autonoma occultata dal caos indistinto d’immagini di ogni tipo
“Per me la «struttura» è il risultato della materializzazione delle forze - capace di rivelare grazie all’inconscio tecnologico del medium
agenti in uno spazio, che diventano «forma» visibile” dice l’artista a fotografico quel campo di forze agenti dello spazio che, auto-
proposito della sua ricerca di un ordine nella complessità del mondo organizzandosi, diventano “strutture” del pensiero umano.
antropizzato, di un linguaggio simbolico relazionabile a certi modelli di 4
luoghi e non-luoghi del presente. Marinella Paderni
5
Mi sento solo.
luca scarabelli Anch’io.
Solo. Ma non nel senso di stare da solo. Solo tra gli altri, nel
senso del ripiegamento, del non vedere se stesso nello
sguardo di un altro, nel non vedere una complicità nel suo
volto.
Cattiva infinità.
Questa breve frase, scritta con un incarico ad altri, è una
storia di solitudine, raccontata dal di fuori. Quasi che,
entrando nelle lettere di quella solitudine, l’Io diventa un altro.
Si sente solo.
Chiunque parla è sempre un io.
Se chi legge sentisse la solitudine dell’uomo/autore e della
donna/calligrafa facendola propria.
Ma quando la solitudine è condivisa da qualcun altro, non è più
solitudine, ma una specie di compagnia.
Vuole far apparire una presenza e creare uno spazio di visibilità.
Dunque, la frase dice, si può essere soli e non essere soli nello
stesso momento.
E’ il fardello di Rimbaud.
Debord (1988): «La conversazione è quasi morta e presto lo
saranno molti di quelli che sapevano parlare». Comunichiamo
superficialmente, non riusciamo più a raccontarci con il cuore,
Mi sento solo, 2010. Matita su parete (recapito a cura di Giancarlo lo stomaco, il cervello. E ci sentiamo soli.
Norese, maestro calligrafo Elisa Vladilo) Non possiamo non comunicare.
Canzone per accompagnare Mi sento solo, interpretata da
Adam Richman. Durata del brano: quattro minuti. Fa così: I
don’t want to be the only | One who’s feeling lonely | Standing
faceless in a crowd | Anonymous, I can’t be proud of | Falling
into solitude
E’ inutile suonare qui non vi aprirà nessuno | il mondo l’abbiam
chiuso fuori con il suo casino | una bugia coi tuoi | il frigo pieno e
poi | un calcio alla tivù | solo io, solo tu. Adriano Celentano
4
Cecilia Guida
6 Luca Scarabelli
lucia leuci

La dimensionalità è il vero lavoro dell'artista. La


gestione delle proporzioni e dei ritmi è la vera arte
che si è chiamati ad avere nell'allestimento di una
mostra o nella costruzione spaziale di un oggetto.
Ogni ricerca - sosteneva Nicola Cusano - non può che
essere comparativa: tutti ricercano una verità
mettendo in relazione l'incerto con il certo,
auspicando un equilibrio fra le cose, un fuoco a cui
orientarsi ed, idealmente, la solidità di un centro.
L'Eclissi è una forma orbitante che noi, per pura
convenzione, immaginiamo orizzontale rispetto la
nostra prospettiva. Leuci, ribaltando questa matrice, la
propone verticale, disorienta le nostre cognizioni e,
servendosi della forza di gravità, fa pendere i due corpi
celesti verso il basso. Il gioco di ellissi e circonferenze
viene così appiattito, riportato alla bi-dimensionalità
del puramente verticale. Lo spazio è distrutto nel
lessico di due soli volumi ed il centro, presente solo
come equilibrio, è dimostrazione tangibile dell'infinita
contrapposizione di masse a cui il tutto sottende.
L'eclisse, 2010. Ottone, rame, filo da ricamo, cm 9,5x1x1
Luca Francesconi

4
7
luigi negro

Le bagnanti, 2010. Foto in busta del 1987

4
8
luigi presicce

San Giuseppe da Copertino, 2010

4
9
mala.arti visive
Guardando il dente d'oro di mio padre ho sempre
pensato che un giorno anch'io ne avrei avuto uno
dentro il mio sorriso. Poi quando ne ho
avuto occasione ho subito optato per un dente in
porcellana ben mimetizzato con gli altri: che vigliacco!

Resistiamo a denti stretti, li consumiamo come gli


eschimesi dei vecchi documentari per ammorbidire
pelli e mangiare carne secca e come loro consumati
siamo senza speranza.

Eterni giovani coi denti consumati siamo qui ad offrire


un ex-voto portato su noi stessi a ringraziare che,
dopo tutto, abbiamo ancora i denti.

Per costruire una identità basta poco: un segno, un


inno, una parrucca oppure una bandiera. Questa volta
i Mala. si ritraggono scegliendo un dente d'oro.

Mala. Arti Visive


Dal 1988 iconoclasti per passione.

Ritrarsi – 3D.
2010

5
0
marcella vanzo
Chère Marcella,
My first encounter with your work was in 2006 when I had
the fortune to see Limbo at Studio Guenzani in Milan. […]
For Limbo, anthropology became the entry point for the
analysis of the your “family bonds”; with a similar strategy you
decided to use three historical performances – Semiotics of
the Kitchen (1975) by Martha Rosler, the Manifesto for
Maintenance Art by Mierle Laderman Ukeles (1969) and La
Roquette, Prison des Femmes, a project conceived by Nil
Yalter, Judy Blum and Nicole Croiset (1974) – to speak about
domestic places but most important to un-directly analyze
your position, being a woman and a female artist.
Our second project has only just begun. For the inaugural
show of my new space in via Larga in Milan I invited all the
artists I’ve been working with, you among them. For this
show, you presented Isole, a bi-dimensional work consisting
of archive photographs “connected” together by threads of
various colors. Somewhere between Aby M. Warburg’s
«Mnemosyne-Atlas» and a family album, Isole confirms your
interest in the aforementioned issue.
According to you, Isole “suggests a genealogic tree, a map
where I choose specific points through which I surgically
connect one person with the other. Randomly mixing history
and geography I create a magic narration.”
It is fundamental to understand this trajectory within your
work. Mainly known in the art landscape for your videos
installations you have always had an interest in domesticity Isole, 2010. Foto vintage, dimensioni variabili
and craft, which is the territory where our agendas crossed
each other.
As I said Isole has only just begun and I look forward to seeing
this project growing up.
À Bientôt 5
Lucie
1
marco rambaldi

Threshold - 1, 2008. Stampa a getto d’inchiostro, cornice,


cm 40x18

5
2
marco samoré

Storia di colui che andò nel bosco in cerca della paura (i nani), 2003

5
3
maria domenica rapicavoli

One, No-One, 2005. Video PAL colore, durata 7:40 min

5
4
maria lucrezia schiavarelli

Evoluzione convergente #4, 2009. Matita su carta, cm 35x25

5
5
maurizio mercuri

Un volontario bendato, cammina nello spazio espositivo


tastando pareti e persone, come un sonnambulo.
(work in progress)

Bendata, 2010. Performance

5
6
mauro maffezzoni
Il percorso artistico di Mauro Maffezzoni inizia negli anni
’90, il mezzo: la pittura, lo scopo: catalogare tutto il mondo.
21 erano le categorie, ogni cosa dipinta con uno stile
sintetico ad acrilico su tela, veniva numerata e assegnata alla
categoria d’appartenenza. La pittura diventava un metodo di
conoscenza. Nel 1999, catalogando una cosa al giorno per
tutto l’anno, Maffezzoni usa la pratica pittorica come una
misurazione del tempo, i 365 dipinti catalogati sia per
categoria che per giorno dal 1°gennaio al 31 dicambre 1999,
testimoniano l’esperienza vissuta da un normale individuo
nell’ultimo anno del secondo millennio. Nel 2000
Maffezzoni decide di fare il pittore di genere dipingendo dei
veri e propri quadri mantenendo un segno veloce e leggero
alla De Pisis. Alle categorie si sostituiscono i generi, Il suo
scopo è quello di sperimentare la pittura in tutte le sue
possibilità, di invadere ogni campo: dal grottesco al grafico,
dall’arte antica a quella contemporanea. Ben presto i generi
classici iniziano a stare stretti alla sua attività bulimica e
nascono nuovi temi, mondi tratti da altri artisti o che si
inventa di sana pianta. Come se fosse dotato di
teletrasporto Maffezzoni si sposta da un mondo all’altro, da
un tema all’altro contaminando, distruggendo reinventando
il tutto con la stessa leggerezza con cui oggi si naviga in Fillet Bourgeoise
internet. Da qualche tempo si dedica anche alla ceramica ed
entra nel mondo della scultura stravolgendone il significato,
nel caso della mostra a Casabianca ha portato un lavoro
ispirato ad una scultura della Bourgeoise, il famoso fallo
intitolato “fillet”. Il “fillet” della Bougeoise è diventato
un’organo sessuale femminile alludendo anche all’opera di
Courbet “L’origine del mondo”. Titolo dell’opera “fillet
Bourgeoise”. Han Yi
5
7
mauro vignando

Senza titolo, 2010. Bronzo, cm 2x19,6x19,6

5
8
Walter Anastasi alla Dwan Gallery di New York. L'artista fotografa la galleria
vuota, registra le caratteristiche del muro, l'alto e il basso, la destra e la sinistra,
la posizione di ogni presa elettrica, l'oceano di spazio nel mezzo. Poi serigrafa
michele spanghero
questi dati su una tela di poco più piccola della medesima parete. L'immagine di
una parete/opera che va a coprire la parete/supporto, era il 1965.
Il lavoro di Michele Spanghero sembra investire questo stesso campo di
ricerca e sembra essere un ulteriore testimonianza dell'evoluzione dello spazio
espositivo che da contesto diviene contenuto.
Molte, dalla fine degli anni '50 in poi (ma si potrebbe partire ancor prima), sono
le manifestazioni della mutata concezione dello spazio espositivo, e della
progressiva sensibilizzazione al ruolo dello spazio nella definizione dell'arte, sia
nel ruolo intrinseco come opera d'arte, sia nel suo significato nel processo di
attribuzione di valore. […] Le pareti non sono più silenziose strutture portanti
pronte a sostenere il peso della storia, ma divengono attori protagonisti, luoghi
in cui si dispiegano concetti e ideologie.
Nel lavoro "Exhibition Rooms", una diapositiva proiettata in piccole dimensioni
sul limite inferiore della parete riproduce l'immagine di un tipico spazio
espositivo. Questa immagine, facente parte di una serie ben più ampia, esibisce
il risultato di una catalogazione di tre anni (e non ancora conclusa) in cui
l'istituzione – museo/galleria - che nasce con l'intento di catalogare viene
catalogata a sua volta, in una sorta di circolo vizioso. Exhibition Rooms, Roma (2007-2010), diapositiva
Secondo Brian O'Doherty il potere del White Cube è quello di sopravanzare la
percezione dell'arte stessa, producendo un bizzarro ribaltamento in cui gli
stessi oggetti artistici introdotti nello spazio dell'esposizione sono chiamati ad
“incorniciare” la galleria e le sue leggi. Ed è quello che qui viene espletato, non-
luoghi neutrali che da contesto diventano contenuto stesso della ricerca,
particolari, interstizi, crepe e fori che abitano le pareti divengono oggetto
d'interesse, quelle asperità che paradossalmente nel White Cube devono
essere evitate per liberare l'opera d'arte da qualsiasi fronzolo che potrebbe
interferire nella loro comprensione, sono qui elevate con un processo di
sublimazione. L'immagine proiettata, bianca, riflette e rifrange al testo stesso,
presenta ed illumina un quid che potrebbe trovarsi in ogni spazio espositivo,
una porzione di parete che per quanto ne sappiamo potrebbe essere quella
stessa di Casabianca, omogeneizzazione dunque che deriva dalla neutralità dello
spazio bianco asettico privo di riferimenti e linee guida, ma anche distinzione 5
tassonomica che unisce e standardizza.
Pamela Bianchi
9
mili romano

Esercizio di sottrazione numero uno, 2009 Stampa digitale


montata su alluminio

6
0
cuoghi corsello

Indianina Vola, 2010. Fotografia su ceramica, cm 29x40

6
1
morena pedrini

Sopra le nuvole, 2008. Matita su carta industriale operata,


gesso a oro, bolo nero, legno, cm 40,5x30

6
2
ottonella mocellin / nicola pellegrini

When we let all this contradicotory voices play together, we dare to


enter the core of our fear, 2008.
Stampa fine art su carta di cotone, cm 23x23

6
3
paola de pietri

Senza titolo, 1993

6
4
La descrizione del paesaggio coincide con un processo di appropriazione,
esattamente come quando, all’origine del mondo o allo scaturire della vita, si dà un
nome alle cose (alle persone, ai luoghi), e le si riduce per approssimazione a una
paolo parisi
propria scala di misura, a una tabella di riferimenti che permettano di comprenderle,
le cose, nel senso preciso di condurle mentalmente o egemonicamente all’interno di
sé, della propria capacità di controllo e di interferenza – il termine ‘comprendere’, è
interessante evidenziarlo qui, appartiene alla stessa famiglia di ‘preda’.
Qualsiasi lavoro sul paesaggio, nel momento in cui si scollega da disegni di
classificazione, o dal ritratto pittorico e fotografico (in entrambi i casi l’autore si
muove in seconda battuta, imbriglia la superficie della realtà senza toccarne la natura
profonda, costringendo in convenzioni linguistiche le scoperte di altri), è un gesto di
fondazione, una Genesi, proprio intesa come atto di creazione di qualcosa che prima
non esisteva oppure esisteva solo in modo oscuro, e non cosciente nemmeno a sé
stesso.
Vis à vis (datura) si compie all’interno di questo tipo di processo; sottintende la
scoperta, e in essa la visione, e tutte le conseguenze dell’appropriazione: inventa un
luogo diverso da quello registrato nelle topografie ufficiali, e tiene conto di una
prospettiva in cui il territorio è paesaggio, e può essere declinato visivamente in fasi
diverse, occupandosi di punti di vista che, non essendo previsti, ribaltano la
percezione.
La sovrapposizione di un’immagine fotografica (il fiore della datura) a una mappa
topografica (del luogo in cui la foto del fiore è stata scattata), è anche un’indicazione
di metodo, è un dispositivo di descrizione del paesaggio che si svolge secondo due
Vis à vis (datura), 2008. Litografia su carta
opposte direzioni: quella zenitale, propria dell’oggettività cartografica, e una seconda,
dialogica (appunto vis à vis), prospiciente (e senz’altro irriducibile rispetto alla Magnani 300 g, 2 elementi cm 40x30 ciascuno
prima), dal basso verso l’alto, necessaria per osservare i penduli, notturni fiori della
datura. Le proprietà allucinogene, e secondo la dose anche letali, di quella che
popolarmente è chiamata ‘pianta del diavolo’, o anche ‘pianta della pazzia’,
corrispondono alla condizione onirica richiesta per un’osservazione multipla,
letteralmente contestuale. Questa contestualità della visione (che oltre a essere
letterale è anche procedurale, per via del processo che unisce le due immagini in
un’unica stampa finale) ricorda le pagine dei trattati manoscritti su pergamena, dove
testi più vecchi venivano raschiati per fare spazio a nuove parole (palinsesto), che si
sovrapponevano a quanto rimaneva del testo originario, comprendendolo e
idealmente integrandolo, in linea con una scienza geografica che compensava la 6
mancanza di esattezza con lo spirito delle idee. Pietro Gaglianò
5
Una casa, lì intorno
patrizia giambi 34 Whites Houses in my life è il lavoro che Patrizia Giambi ha
inserito nella quadreria realizzata su una delle pareti della "casabianca"
di Anteo Radovan. Il lavoro è pensato per la mostra, ispirato al tema
della casa che è parte centrale nella ricerca di Patrizia Giambi.
La casa è un luogo ideale e immaginario, è il luogo che si costruisce
via via nel proprio percorso, quello che si abbandona o quello che
finalmente ad un certo punto si trova. Così come nessuna casa esiste
davvero senza che qualcuno la abiti, la viva, imprima su questa tracce,
vi depositi la patina del vissuto del proprio abitare (nel senso di
habitus lat.). Ma forse uno dei momenti più forti in cui si avverte cosa
è “casa”è quando guardando delle abitazioni dall’esterno si intuiscono
scene di vita quotidiana che si svolgono all’interno. Patrizia Giambi ha
colto tutto questo e l’ha composto realizzando un piccolo lavoro in
cui l'occhio e l'intenzione del visitatore (della casa) è il cuore. Le 34
case di Patrizia Giambi sono case da sogno, architetture stupefacenti
di ogni parte del mondo, che l’artista riporta in piccole foto e colloca
una accanto all’altra per essere guardate e osservate anche al loro
interno. Dietro le immagini fotografiche, c'è infatti il frammento di
una storia, un ricordo, un dato temporale composto da poche righe
ma che fanno parte di una più lunga memoria personale, altre invece
sono chiuse dal “segreto”. Chi guarda è così portato a cercare in
quelle case, fra le stanze, a immaginare dietro le pareti di quelle
34 White Houses in my life, 2010. Stampa fotografica,
prestigiose abitazioni. L'artista in questo caso ci dona la possibilità di
2 parti cm 25x20 cm ciascuna una divagazione, di scavare nella nostra memoria passata, di
ricostruire la nostra storia all’interno di una delle 34 case che ci
mostra, così come l’artista ha fatto con la sua nascondendola tra le
pareti delle 34 case bianche. Patrizia Gambi ha lavorato su tre livelli la
memoria, la casa (che è luogo della memoria per eccellenza), e la
fantasia del visitatore della casa. In quale casa viviamo, qual’è la
nostra casa, in quante trascorreremo momenti della nostra vita sono
le linee che suggerisce Patrizia Giambi. Seguire le tracce di Cosimo, il
barone rampante di Italo Calvino, che aveva deciso di trovare la sua
6 casa tra le fronde e s'impossessò di un'intera foresta, o vivere una
“casabianca” e ritrovarsi nel luogo della memoria?
6
Caterina Iaquinta
petar stanovic

Piramide, 2010. legno tamburato, vernice

6
7
petripaselli

Rete con giardino, dal progetto Simbionte, 2009. Materiali


vari, 60x60x40

6
8
pier paolo coro / rita canarezza

Salon devolution
“Per prima cosa Amaterasu si acconcia come un
maschio audace, si sciolse i lunghi capelli e li annodò in
augusti nodi (…) dappertutto si mise delle gemme
trapassate da bei fili.”
Un extention di human hair. Sono il mito della
creazione primitiva, il tocco esperto che avvolge, si
prende cura di noi, e il potere di un lontano
talismano. Salon devolution si propone come un piano
triangolare nobile e specchiante, su cui riflette lo
spazio circostante e la nostra immagine – una forma di
conoscenza, come quando a fine taglio si guarda la
nuova acconciatura –

Rita Canarezza & Pier Paolo Coro

Salon devolution

6
9
rebecca agnes Carcassonne è un gioco di gruppo. I partecipanti devono creare un
paesaggio ispirato alla cittadina medievale francesce da cui prende il
nome. Ogni volta che si gioca, il paesaggio sarà diverso a seconda di
come saranno accostate le tessere che lo compongono. Rebecca
Agnes ha inventato il suo personale Carcassone, condividendolo con
alcuni compagni di gioco a cui ha affidato il compito di ridisegnare le
tessere a piacimento: strade, campi, mura, case. Giocando a
Carcassone, si costruisce una città fantastica, un paesaggio modulato
attraverso il rapporto tra caso e strategia. Imprevedibile è la sua
forma. Carcassone, per l’artista, è un pretesto, un dispositivo, un
meccanismo, per fare fluire attraverso il disegno una geografia
immaginaria che sia lo specchio di una relazione e di un incontro. Tra
utopia, ricordo, desiderio e citazione, l’invenzione di luoghi, mappe e
città, è il filo conduttore della sua ricerca. Paesaggi animati, invasi da
una miriade di piccoli segni brulicanti, colorati o in bianco e nero,
minuti e minuziosi, che sembrano germogliare come esseri naturali
dalle forme imprevedibili, essi nascono spesso grazie all’intervento di
persone a cui l’artista chiede di collaborare. Come in Una partita con.
La città muta a seconda di chi la costruisce. Alla mappa si aggiungono
percorsi inaspettati, ma c’è un aspetto distintivo nel lavoro di
Rebecca Agnes: il disegno. L’artista lo privilegia. A volte confluisce nel
ricamo o nell’animazione video. Le mappe sono degli ecosistemi in cui
ogni segno è soprendentemente collegato agli altri, anche quando le
Una partita con: alessandra mattiazzi, anita+ede, studio: tracce sono di diverse mani, come in Una partita con, giocata più
volte e ogni volta reinventata. Il disegno è il mezzo più immediato per
akrilico, sylvia k. e zero
la mano, più diretto, fluido, libero, senza filtri, se si chiama dentro
l’opera la mano e il pensiero altrui, ma da anche forza a un apetto
peculiare del lavoro di Rebecca Agenes, la dimensione favolistica che
connota le sue geografie, proiezione di sogni e desideri, mondi
fantastici che sembrano in perenne mutamento.

Alessandra Pioselli
7
0
riccardo beretta

Ostello Universale comes from the desire to use a


commercial gallery (Pianissimo in Milan) as a stage.
Furthermore the aim of his operation is to announce
the possible opening of a Hostel in the center of Milan.
The realization of this project is impossible without
the contribution of the art community. All the posters
have different dimensions, materials and layouts while
the font used is called Fontaine: a brand new font.

Ostello universale, 2009. Stampa UV su carta speciale, cm 50x70

7
1
Una vecchia cartolina e una piccola campana poste in
rita correddu basculante sospensione l'una accanto all'altra,
Unmonumental, il lavoro presentato da Rita Correddu, è la
costruzione sapiente di un dialogo tra due unità discrete, il
cui rapporto confidenziale è dato da un sottile gioco
consonante di equilibri verticali e morbidi volumi, di
effetticromatici e sottese alchimie.
La prima, un'immagine in bilico tra finzione e realtà, ritrae la
figura impettita di un uomo, i cui tratti espressivi, la postura
scultorea, il braccio drasticamente teso a 45 gradi –
emblematico di una gestualità ideologicamente connotata –,
e il piglio narcisista dell'azione, sembrano incarnare una
mimica comportamentale archetipica di certe esperienze
artistiche degli anni '60 - '70. La didascalia sovrapposta alla
cartolina - Monumento di Stagno - da un lato avalla l'identità
statuaria della rappresentazione, e dall'altro preserva
idealmente la mossa di un attimo fugace. Lo stagno, infatti, è
noto per la sua resistenza alla corrosione causata da agenti
del tempo; inoltre è comunemente impiegato come protesi
di rivestimento di altri metalli, tra cui quelli adoperati per la
realizzazione delle campane. Ecco che la componente
chimica, filo conduttore della narrazione del lavoro,
introduce il secondo elemento della composizione: una
campanella, “suono di terra e di vita”, graffiata delicatamente
dalla parola “Momento”.
In tal senso, le assonanze verbali, “l'iscrizione cromata”, la
cartolina, il tintinnante strumento di scansione del tempo e
Unmonumental, 2010. Installazione: cartolina, campana l'incisione, evocano preziose suggestioni di luoghi e stagioni
remote; e concorrono insieme a sollecitare la cultura della
memoria, il ricordo di passaggi transitori e micro azioni,
non monumentali.

Alice Militello
7
2
roberta piccioni / marco fantini

Germoglio per Casabianca, 2010

7
3
rocco osgnach

Untitled (tre quadrati di Alighiero e Boetti squadrati e


riquadrati), stampa ink-jet su tela 32 x 32, 2009

7
4
sabrina mezzaqui

Il libro è composto da 60 immagini: foto di uccelli in


volo scattate tra il 2005 e il 2009, a cui è stato tolto il
colore del cielo, sostituito dalla carta della pagina.

Ogni copertina, di stoffa ricamata a mano, è diversa,


unica.

Segni, 2005-2009. Libro con copertina ricamata a mano, aperto


su leggio in plexiglas, cm 21,5x31 circa. (Edizione di 12)

7
5
sabrina muzi

Struttura-albero, 2010. Rami, nastro adesivo.

7
6
sabrina torelli

lègami►legàmi, 2010. Disegno a pennarello su pelle, piccole


sculture lignee

7
7
sandrine nicoletta

L'evento che sta per accadere sarà una sorpresa in ogni caso,
(part.) 26 settembre 2010. Carte napoletane plastificate

7
8
serena porrati

Inespressa la terra. L’urbano contemporaneo di


strade, di cieli di aerei lenti che ci passano sopra.
Serena Porrati con un video fa trambusto in bianco e
nero. Inexpressible Island, è documento in Super8 di
un viaggio da Milano a Silver City (New Mexico). Un
cinema privato, dell’ intimo sguardo. Di rumore e
immagine veloce che trema come la California negli
occhi di un cane. Ritratto ai margini di un paese che sia
poi casa. Paesaggi umani e geografici prossimi
all’animale naturale, nei luoghi, negli oggetti, nei campi
sciami.

Francesca Tollardo Noia

Inexpressible Island, 2010. Video durata 10’

7
9
sergia avveduti

Gran volume, 2010.

8
0
silke de vivo

Senza titolo, 2006. Inchiostro su carta, cm 10x8 – 8x10 circa

8
1
simone cesarini

Si tratta di uno specchio che circonda un’assenza; la


rimozione della superficie specchiante fa emergere
un’isola che si pone come luogo d’approdo, di arrivo o
naufragio e che, rivelando la sua natura antropomorfa,
produce tre momenti: la realtà fisica riflessa sullo
specchio, la realtà possibile oltre la superficie e ciò che
resta sul vetro, l’ombra dell’osservatore.
La circolarità riflettente dello specchio allude alla
mondanità e alla ritrattistica classica delle monete; il
teschio vieta, per la sua natura simbolica, una
collocazione spazio-temporale.
Se l’effige della morte suggerisce oscurità, il fatto che il
teschio sia ottenuto per sottrazione produce
trasparenza e rivela una riflessione che va oltre la
forma.
Il passaggio è dunque schermato ma non vietato, la
vista e la luce lo attraversano, lo spettatore non si
riflette ma va oltre.
Come in un movimento armonico, suggerito dalla
circolarità dello specchio, è necessario tornare sulla
superficie dell’oggetto dove, l’architettura umana
Mirror, 2008. Incisione su specchio Ø cm76 ridotta all’osso rivela un’entità spettrale che ci osserva
(Specchio con cranio ottenuto per incisione e rimozione della nel nostro atto voieristico e ci obbliga ad un cambio di
pellicola specchiante) situazione: la posizione di spionaggio domestico, da
foro di serratura, è sostituita da quella di un uomo
eretto che scruta con l’intero volto, impegnato in un
atto di confronto misto a curiosità ed inquietudine
perché la forma del passaggio rivela l’ineluttabile
8 Massimo Margotti
2
sissi

Borsa nido, 2003

8
3
stefania galegati shines

L’ora del sud, video durata 20 min

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4
Come in una delle più ostiche composizioni sinfoniche per seghe,
martelli pneumatici, bidoni di latta, tipiche della sperimentazione
musicale che da Russolo, passando per John Cage, arriva al noise di
stefano w. pasquini
matrice extra-colta dei giorni nostri, Pasquini orchestra una
composizione per legno, scotch e santini che, per dirla alla Marinetti, è
un assemblaggio di materiali “in libertà”.
Si sa, l’arte, come la musica contemporanea, è di difficile intelligibilità,
soprattutto per chi, ancora legato a stilemi tradizionali, rifiuta il nuovo,
l’inconsueto, deliziandosi dell’immediatezza piuttosto che avventurarsi
nella fantastica scoperta di significati celati dietro un linguaggio altro.
Pasquini parla una lingua diversa, un esperanto dell’arte, lo fa riflettendo
su questioni particolarmente spinose e controverse e, pur restando nel
limite del politicamente corretto, realizza opere sarcastiche dalla
solenne spendibilità politico-religiosa. In lavori come US1007, infatti,
solleva l’ancora irrisolta questione cattolica. L’estraneità a qualsiasi
logica imposta che, di recente, lo ha portato a farsi sbattezzare, rivela
una sua profonda insofferenza non tanto verso il dogma cattolico in sè,
quanto verso quegli interessi economici che hanno allontanato la
religione dalla sua ancestrale funzione di mutuo soccorso, scadendo
essa stessa nel peccato originale. Se per l’iconografia moderna San
Michele rappresenta i fedeli che sconfiggono il male, la laicità, in questo
lavoro la logica è invertita: è il male stesso, il cittadino laico a dover
sconfiggere la corruzione della chiesa affinchè si possa riscoprire una
vera devozione. Con un approccio irriverente Pasquini aggiunge alla sua
scultura, come una ciliegina sulla torta, un maccherone, simbolo
dell’italian style, come a loro tempo lo erano stati per i film western gli
spaghetti. Infatti, dove, se non in Italia, il paese che ospita il Vaticano, il
potere oscuro, oltranzista e separatista della chiesa viene percepito US1007, 2010. Legno, scotch, santino, maccherone
come tale? Detto questo però, l’artista sospende il suo giudizio, facendo
suo il motto etsi Deus non daretur, ovvero fare “come se Dio (o, in
questo caso, la questione religiosa) non esistesse”. E’ proprio per
questo che Pasquini stesso dichiara che la sua opera non è altro che un
omaggio a Michele Maccarone, una famosa gallerista newyorkese,
spiegando così la scelta dell’icona dell’Arcangelo Michele e del
maccherone che, all’americana, viene letto, appunto, “Maccarone”. 8
Chiara Astolfi 5
zimmerfrei
Panorama_Harburg è un film sperimentale in tre episodi
(Outstation/Base – Campsite/Accampamento –
Pasture/Pascolo) che immagina e ritrae le trasformazioni
di un ambiente urbano della periferia portuale di
Amburgo: il distretto di Harburg.
Seguendo le tracce di un’ipotetica transumanza il gruppo
ZimmerFrei immagina la città ricoperta d’erba e
calpestata da greggi di pecore, come se la tecnica di
ripresa potesse vedere oltre il presente e visualizzare un
lontanissimo passato o il futuro anteriore. Panorama è un
dispositivo che apre una fenditura nella percezione del
tempo ed è stato applicato nel corso di sei anni a varie
città d’Europa: Roma, Bologna, Venezia, Atene ed ora
Amburgo. Maschen, il più importante snodo europeo per
le merci su rotaie, è visto di notte, quando i treni si
muovono da soli come fantasmi e le presenze umane
sono un’eccezione. Il porto è osservato da campeggiatori
occasionali, testimoni di un’era al tramonto, una delle
tante Qualcosa sta per finire e qualcosa d’altro sta per
cominciare, difficile dire se il processo sia buono o
Panorama Harburg, 2009. Video durata 30 min cattivo. Gli occhi rimangono comunque spalancati su una
visione che gira imperterrita a 360 gradi e comprime il
tempo. Il terzo capitolo è filmato nella piazza
commerciale di Harburg, un luogo di transito dove gli
umani attraversano continuamente lo spazio, mossi da
desideri e bisogni misteriosi. Vista con l’occhio della
telecamera la piazza diventa un set cinematografico per
storie possibili, azioni imprevedibili, micro eventi casuali,
inizi di narrazioni. I cittadini di Harburg diventano
protagonisti di una rivoluzione spaziale che celebra la
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densità della vita di tutti i giorni.
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casabianca