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Cesare Viel / Sabrina Torelli / Emanuela Ascari

cesare viel
Cesare Viel: parole sull'arte
di Marinella Paderni

Marinella Paderni: A Casabianca hai presentato un lavoro sonoro inedito dal duplice rilievo, i cui livelli di lettura spaziano dall’opera di sound art
- in cui l’uso della voce modula il timbro e la struttura dell’opera - al récit poetico di matrice esistenzialista sino alla dimensione più propriamente
“spaziale” del tuo intervento, che è site specific (la tua voce emana da un arredo preesistente del luogo, un lavandino, e avvicinandosi si percepisce
che esce dal soffione). Ci racconti la genesi di questa tua opera che definirei ambientale?
Cesare Viel: Questa installazione sonora, intitolata “Giorno e notte”, in effetti ha preso la sua forma e si è sviluppata osservando proprio le
immagini dello spazio espositivo che Anteo Radovan mi aveva inviato. Avevo già in mente di realizzare un nuovo audio per questa occasione, dovevo
ancora, però, capire meglio come presentarlo. Quando ho visto che nell'ambiente di Casabiana, così particolare, c'era anche un angolo cucina con un
lavandino, è scattata la scintilla. Sentivo che per questo tipo di lavoro sonoro avevo bisogno di un'ambientazione “riservata”, racchiusa ma, nello
stesso tempo, che questa micro-dimensione dell'ascolto - quasi nascosta - esplodesse in qualche modo nello spazio circostante. Nell'audio si parla di
un'ossessione, un'irritazione, un piccolo demone “kafkiano”, fisico-mentale, che ti lavora dentro senza sosta. Il lavandino dunque, anzi il tubo di
scarico del lavandino che diventa cassa di risonanza, si è rivelato uno strumento molto adeguato per questo scopo: un vero e proprio dispositivo
ambientale.

M.P.: In questo tuo intervento leggo anche una relazione tra il luogo dell’esposizione (“Casabianca”, una cascina isolata nelle campagne bolognesi) e
gli elementi testuali e sonori dell’opera - il tempo (il flusso di giorno e notte, la temporalità interiore), il silenzio (dell’Io, del luogo), il bisbiglio della
tua voce e i rumori esterni della natura. Interno ed esterno, dentro e fuori, riverbero dell’Io e vibrazioni del luogo, questo lavoro sembra
congiungere due anime alla ricerca di un livello superiore di espressione di quelle particelle che compongono l’esistenza.
C.V.: Sì, la mia voce registrata su cd emerge dal fondo di un lavandino, attraverso le sue condutture interne. Questo audio cerca di elaborare,
secondo me in modo molto emotivo, una sorta di crinale, una fessura tra il dentro e il fuori: tra il mio corpo e quello di chi ascolta, tra le mie
pulsazioni e le soggettive reazioni degli altri, comprese quelle dello stesso luogo. Si tratta di un discorso a forma di singhiozzo, un tentativo forte di
comunicare con il mondo, partendo e trovandosi in una posizione estrema, al limite della visibilità. Il testo stesso dell'audio dice questa posizione,
facendola agire, direttamente. Ho cercato di far vivere nel testo il più possibile solo l'energia ritmata delle parole e delle frasi. Ho lavorato su tre
tracce sonore, realizzate in momenti diversi, che poi ho montato in fase di postproduzione: la registrazione della lettura del racconto, quella della
mia voce che ripete in continuazione la formula “giorno e notte”, e quella del ritmo delle mie dita che battono sul piano di una mensola. Un'intensa,
semplice struttura di cadenze e di respiro, che si è integrata con la collocazione nel lavandino.

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M.P.: Sei un veterano della performance, tra gli artisti italiani che si è contraddistinto per il rinnovamento apportato alle pratiche performative,
conferendo particolare attenzione all’utilizzo della voce e alla recitazione di elementi testuali originali o di brani letterari di altri autori. Che
significato assume la performance all’interno della tua ricerca, e in relazione agli altri linguaggi da te impiegati? E a che esiti ti ha portato nel tempo?
C.V.: Se dovessi sintetizzare ora tutto il mio lavoro in una sola parola direi: corpo. Il corpo della scrittura di una frase, il corpo della voce,
dell'identità in divenire, il corpo dell'ascolto, il corpo del disegno, il corpo dell'installazione, il corpo vero e proprio della performance, o meglio,
della dimensione estesa della performatività del linguaggio, sia verbale sia delle immagini. Noi siamo corpo. Ovunque ci sono corpi, ovunque
troviamo, vediamo e ci relazioniamo con corpi, anche quando non ci sono, o sono apparentemente assenti. Le nostre emozioni, ad esempio, sono
sempre corpo, così come le nostre parole e tutte quelle degli altri. Quando sento l'assenza la sento sempre attraverso il corpo. L'arte è corpo. Il
tempo? Sempre un corpo. Gli altri linguaggi espressivi da me utilizzati nel corso del tempo (fotografia, video, disegno, installazione) si sono via via
intrecciati in un sistema articolato con al centro sempre la presenza e/o l'assenza del corpo. Posso aggiungere che la pratica della performance ha
acuito in me il senso dello spazio e della relazione: il contesto materiale, ma anche quello psichico e culturale, nel quale ci troviamo, di volta in
volta, immersi e profondamente coinvolti in quanto corpi.

M.P.: Rispetto ai tuoi lavori passati però - dove spesso ti ritraevi - l'icona del corpo è "sparita" per divenire altro, si è resa invisibile per riemergere
in altre forme, sotto altre spoglie...
C.V.: Sì, ora come ora sento il corpo meno come icona - pura immagine, muta figura - e più come suggerimento, richiesta, ombra, suono; così
emerge con più forza la sua resistenza, la sua ostinazione.

Giorno e notte, 2010


Cd audio, 2'27''
Giorno e notte, giorno e notte, giorno e notte, giorno e notte, giorno e notte, giorno e notte, giorno e notte, giorno e notte... (come un sottotesto,
ripetuto ritmicamente mentre procede la lettura del testo).
Non essere nessuno. Dentro un buco nero. Non respiro. Non voce. Paura di perdere. Non torna. Non la senti. Non parli. Non la senti. Non emetti
suono. Movimento delle labbra. Movimento della bocca. Non emetti suono. Non emetti sillabe o parole. Cerchi di parlare. Ripeti. Ricominciare. Da
capo a parlare. La corda tira. Il senza fiato. Irreparabile silenzio. Stretto dalla base. Ti restringi.
Fatti ombra. Immobile. Infinita inaccettabile presenza. Assenza di silenzio. Esci di qui. Ritorna. Senza voce. Senza corpo. Noiosa insopportabile
presenza. Smettila. Fai meno. Ridicolo smarrirsi in un bicchiere. È ridicolo smarrirsi. Battiti su un piano. Accucciato sotto. Accucciato dentro.
Sopra i battiti. Rannicchiato. Sotto la paura. Il lato più duro del microspazio. L'acqua perde e forma un lago. Mangi il bicchiere per non berlo.
Piuttosto di bere, mangi il vetro. Te lo ingoi.
Sparisci. Insetto irreparabile. Piccolo demone nascosto nel tuo angolo. Un rumore insopportabile. Quando tutto tace. Quando tutto sembra finito.

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Giorno e notte, 2010 (Courtesy Pinksummer Gallery, Genova)
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Giorno e notte (particolare), 2010 (Courtesy Pinksummer Gallery, Genova)
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sabrina torelli
Vi son più cose tra cielo e terra ignote all’uomo
Shakespeare

ai miei piedi puoi sederti, da qui partono tutti i viaggi possibili da qui puoi salire verso i cielo o scendere nella terra.

Ogni volta che un cuore vibra al tocco del tuo soffio divino, un po di bellezza in più sembra nascere sulla Terra…
Mere, sulla Natura

Sono sempre più convinto che alla terra vada attribuita un’anima, pexchè deve esistere nella terra una forza formativa che come una donna gravida
riproduca nella roccia fossile , gli eventi della storia umana così come si sono svolti in superficie.
Harmonices Mundi
Keplero 1925

Durante il giorno non vediamo le stelle


2010

Durante il giorno non vediamo le stelle, con la potente luce solare esse non sono accessibili alla nostra percezione, poiché tramite la
coscienza chiusa percepiamo niente o poco, allo stesso modo le influenze spirituali, o campo di energia universale, non riescono a farsi
sentire quando devono confrontarsi con le potenti impressioni dei sensi fisici ma persistono nella loro immanenza.

Il campo energetico universale è noto e viene osservato fin dai tempi più remoti. Si suppone sia costituito da un’energia che la scienza
occidentale non aveva finora definito, da una materia più sottile.
Esso permea tutto lo spazio, permea gli esseri viventi e gli oggetti inanimati compreso il nostro stesso pianeta terra e il cosmo: li collega
fluendo da uno all’altro.
Ci troviamo immersi in un mondo di campi energetici vitali di diversa frequenza, campi di pensiero e forme di energia emanate dai corpi
fisici connesse al mondo fisico ma anche al mondo oltre quello fisico.
Così sopra così sotto, il mondo delle attività delle natura ed umana è semplicemente un riflesso delle forze cosmiche che agiscono da sempre
sul pianeta.

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Sulla superficie di una tela sono ripresi i segni delle energie non visibili di un tronco d’albero che proietta questo forza d’unione universale.
La scultura è tramite, veicola l’invisibile e lo rivela, è un elemento che appartiene al mondo fisico e si fa mediatore del passaggio sulla tela,
dall’energia al segno.
L’albero scelto da associare alla tela è un albero biforcato, è diviso in due ma ciononostante è una unità, simbolizza il dissidio tra gli uomini
la cui radice è lo stesso conflitto interiore di ogni uomo: le parti positive e negative non esistono come parti a se stanti, bensì come parti
di una unità.
L’albero ricorda che un lato è anche il riflesso dell’altro; se una parte dell’albero cercasse di liberarsi o di staccarsi dal resto, non farebbe
che rinsecchirsi e morire.
Bianco e nero, non esistono sono parti di una unità. Dovremmo cercare di armonizzare i diversi lati della natura umana che sembrano opposti e
inconciliabili, riconducendoli all’unità dell’universo…
Allo stesso modo una scultura lignea, una pietra sono accumulatori di forze e possono mantenerle e trasmetterle. Il fluido limo del Po
accoglie e offre possibile nuova origine. Il matrimonio tra scultura e pietra rievoca il diverso flusso del fuoco creativo, la forza vivente
impressa nella materia.
La scultura ricorda due corna di vacca, è stata incisa con simbologia lunari e solari.

Come ossa di Madre Terra la pietra può concentrare in essa delle forze, ha una ricettività che viene da questa Presenza, la pietra può
accumularle, mantenerle e trasmetterle. Queste energie vengono irradiate molto lentamente, gradualmente. Possono servire da tramite,
da accumulatore, possono emanare una forza protettiva, o possono portare messaggi.

Una serie di elementi presenti in natura, sono stati raccolti, lavorati, restaurati, incisi e disegnati concorrono a uno sforzo d’amore da cui
l’umanità si è tirata fuori, si è scissa ma lì sono ancora le sue stesse radici, poiché nascosto nel cuore di ogni atomo c’è l’Abitante universale,
colui che è sveglio nel dormiente.
La maggior parte delle persone dicono che c’è coscienza quando si inizia a pensare- quando non si pensa non si è coscienti.
Le piante sono coscienti e tuttavia non pensano, hanno sensazioni molto precise che sono l’espressione di una coscienza ma non pensano.
La pianta ha una naturale aspirazione a lottare per tutta loro vita e venerare la luce.
L’Agenda di Mere

S.T.

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Durante il giorno non vediamo le stelle, 2010. Albero biforcato restaurato e inciso, disegno su tela,
terra alluvionale del Po, pietra pomice, tela cm 240 x 186 7
Durante il giorno non vediamo le stelle Alleanze (part.), 2010. Legno del Po restaurato e inciso,
8 (part.), 2010 pietra, cm 90x 65 + 50
emanuela ascari

Estrazioni
2010

Si parte innanzitutto dall’archeologia, perché in questa disciplina i manufatti non sono trattati come materia inerte ma alla stregua di
organismi viventi in cui si sono accumulati gli eventi di una comunità.
Questa potrebbe essere la premessa per l’intervento di Emanuela Ascari che, proseguendo una ricerca avviata nell’ambito degli spazi
residuali, rileva e rivela ciò che è nascosto allo sguardo applicando con precisione la prassi dell’archeologo.
Seguendo questa modalità, il sito di Casabianca è diventato il soggetto di un intervento in due fasi: la prima, realizzata nell’ambito della
collettiva di apertura, è consistita in uno scavo nel cortile esterno alla ricerca delle tubature di acqua, gas e luce che permettono lo
svolgimento delle attività. È un sondaggio che lascia il compito di proseguire mentalmente il percorso di questo apparato circolatorio verso
la casa principale da cui lo spazio dipende, recuperando un realtà sotterranea di primaria importanza, una fra le innumerevoli che ci
sfuggono.
Il secondo intervento, prodotto per questa mostra, è uno sviluppo laboratoriale del primo, condotto non sull’obiettivo raggiunto ma,
deviando l’attenzione, sul materiale ricavato dal processo di scavo, lo “scarto”. È una digressione che promuove a oggetto di ricerca il
trascurabile, il superfluo, l’ammassato. L’esterno, senza nulla disperdere, viene di fatto portato all’interno e subito diventa paesaggio.
Questa massa è stata organizzata in una forma razionale che descrive minuziosamente il processo dell’azione, un segno sinuoso che
smembra il blocco apparentemente uniforme e progressivamente mostra una ricchezza che non riusciremmo a comprendere in poco
meno di un metro cubo di terra: dal materiale grezzo dei primi strati, al terriccio setacciato più fine, sino ai residui quasi impalpabili in
corso di decomposizione avviati a concludere il ciclo vitale. La curva tende insomma alla spirale, disegnando il declino incessante verso
l’annullamento dove ogni granello – ecco che iniziano ad apparire le singolarità – partecipa al medesimo processo di disgregazione.
Una volta esaurita questa distillazione, i frammenti ultimi diventano a loro volta oggetto di un’analisi ancora più approfondita, prima
disposti in filari che tendono all’infinitesimale e poi, ripartendo dai microscopici risultati, non ancora biblicamente tornati alla polvere, in
colonne di capsule da laboratorio unite visivamente allo scavo appena al di là della finestra, che come carotaggi trasparenti mostrano
un’impossibile catalogazione per genere e famiglia di tutti i residui: pietruzze particolari, ossa, legni, denti di animali, pezzi di plastica,
ognuno con un suo carattere peculiare.

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Una complessità di stratificazioni all’apparenza paradossale se confrontata al piccolo scavo, ma soprattutto una manifestazione dell’unicità,
dell’individualità di una piccolissima “cosa” per un attimo enucleata e sottratta al suo destino. Questa sequenza di azioni fa pensare a un
“eccetera” che lascia presagire altri possibili passaggi in una sfida teoricamente inesauribile, perché non c’è un termine oggettivo a cui
fermarsi nella selezione e accorpamento dei reperti. Ma poiché attraverso il confronto emerge la differenza, la sfida cede di fronte alla
complessità irriducibile della singolarità. L’ordinamento si innesca di fronte a una realtà che sfugge, e l’individualità è una dimensione che
fatichiamo a cogliere nell’ansia di generare categorie, di incasellare e semplificare la realtà. La forza lenta ma inarrestabile che disgrega le
forme agisce in una dimensione temporale rimossa dalla nostra percezione fatta di rapidi istanti, ma l’istante che ci è congeniale è anche il
tempo della singolarità, dello scatto che ferma un’espressione irripetibile. Per citare il famoso romanzo, nella ricerca di Emanuela “ogni
cosa è illuminata”: le intercapedini lasciate alla natura dall’attività umana sono un abisso in cui possiamo perderci. Anche in meno di un
metro cubo di terra.

Massimo Marchetti

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Estrazioni - Sezione espansa, 2010. Erba, humus, mattone, pietre, terra, terra setacciata.
Dimensioni ambiente. 1
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Estrazioni - Scavo archeologico, 2010. Cordino, chiodi, Estrazioni - Ritrovamenti, 2010. Elementi organici, minerali,
terra e tubature preesistenti, cm 100x140. artificiali, capsule di Petri di diverse dimensioni.

Estrazioni - Sezione espansa (particolare), 2010. Estrazioni - Ritrovamenti (particolare), 2010.

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Zola Predosa, 31 ottobre 2010