Giuseppe Rocco - Compendio Di Storia 3.
Giuseppe Rocco - Compendio Di Storia 3.
Giuseppe Rocco
COMPENDIO DI STORIA 3
Il Novecento
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Indice
Presentazione
Modulo 1: Novecento: speranze e tensioni
Modulo 2: La prima guerra mondiale
Modulo 3: Il dopoguerra in Italia e il fascismo
Modulo 4: Il mondo dopo la prima guerra mondiale
Modulo 5: La seconda guerra mondiale
Modulo 6: Il dopoguerra e la guerra fredda
Modulo 7: L’Italia del dopoguerra e della ricostruzione
Modulo 8: Il mondo bipolare fino agli anni Ottanta
Modulo 9: Dagli anni Ottanta all’inizio del Duemila
Glossario
Appendice
La Costituzione Italiana
I diritti fondamentali dell’uomo secondo la Costituzione europea
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PRESENTAZIONE
L'autore
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All’inizio del Novecento gli impressionanti sviluppi in campo scientifico e tecnico diedero
l’illusione che, con il nuovo secolo, si fosse all’inizio di un’epoca di benessere; ma dietro questa
apparente facciata si celavano forti tensioni, aggravate da politiche contraddittorie.
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L’inizio del ventesimo secolo vede da un lato lo sviluppo di alcune grandi potenze, dall’altro il
difficile equilibrio tra loro per garantire una pace sempre più minacciata.
In Europa cresceva sempre più la potenza della Germania, divenuta una nazione unita dopo le
vittorie della Prussia sull’Austria (1866) e sulla Francia (1870) e guidata con una ferma politica di
rafforzamento dal cancelliere Bismarck fino al 1890.
Alla crescente potenza tedesca si contrapponevano Francia e Inghilterra, guidate da regimi
democratici, ma anch’esse impegnate in una politica imperialistica che le portò a espandere il più
possibile i loro imperi coloniali, mentre all’interno covavano forti tensioni sociali.
Altra nazione in forte sviluppo erano gli Stati Uniti, verso i quali continuava un forte afflusso di
manodopera grazie alla continua immigrazione proveniente da diversi Stati europei.
In Oriente, invece, una sola nazione indipendente, il Giappone, seppe colmare le distanze rispetto
alle grandi società industriali e proporsi come alternativa al potere occidentale sulla regione. Nel
1905 i Giapponesi riuscirono anche a sconfiggere la Russia.
Vi erano pure nazioni in forte crisi. L’impero d’Austria sopravviveva con molte difficoltà dopo aver
concesso una certa autonomia amministrativa all’Ungheria e cercava di rafforzarsi verso est e verso
sud. Questo portava a forti contrasti con la Russia e con l’impero ottomano.
La Russia basava il proprio potere internazionale su una fragile struttura sociale interna. La
produzione industriale era ancora molto scarsa e l’agricoltura era organizzata secondo sistemi
medioevali. Già nel 1905 si verificarono violenti movimenti di rivolta contro le ingiustizie del
sistema sociale e politico.
Da parte sua l’impero ottomano dimostrava sempre maggiori segni di debolezza e tutta l’area dei
Balcani era molto instabile a causa delle mire espansionistiche contrapposte di Austria e Russia che
volevano sostituirsi ai Turchi nel controllo della regione.
Mentre in tutta l’Europa, nonostante i forti contrasti, vi fu un lungo periodo di pace (dal 1870 al
1914) e una grande fiducia nel progresso scientifico e tecnico; anche l’Italia, guidata da Giovanni
Giolitti, tentava di seguire le stesse vie di sviluppo delle maggiori nazioni.
Giolitti ridusse i conflitti sociali interni, favorì lo sviluppo delle grandi industrie (cosa che riuscì
quasi esclusivamente al Nord) e proseguì nello sforzo di portare il Paese tra le potenze europee più
in vista tramite il rinnovo dell’alleanza con l’Austria e la Germania (la Triplice Alleanza) e la
conquista di un impero coloniale in Libia, dopo una difficile guerra contro la Turchia.
GIOLITTI:
ricerca della collaborazione col Partito socialista.
Tutela del lavoro delle donne e dei fanciulli.
Politica economica protezionistica.
Suffragio universale maschile.
Guerra alla Turchia e conquista della Libia.
Miglioramento delle relazioni diplomatiche con la Francia e l’Inghilterra.
IL NAZIONALISMO IN ITALIA.
All’inizio del Novecento le persone e i gruppi che credevano nell’ideologia nazionalista erano
ancora pochi, in genere giornalisti e letterati, e non partecipavano alla vita politica nazionale.
Nel 1908, però, l’annessione della Bosnia-Erzegovina all’Austria suscitò il risveglio di passioni
irredentistiche (cioè di esaltazione e difesa dei valori nazionali contro una dominazione straniera) e
paura.
Infatti negli ambienti militari e nell’opinione pubblica si temeva ancor di più la potenza austriaca
che, con questi nuovi territori, aumentava la sua influenza sull’Adriatico e sui Balcani.
Negli anni seguenti la dottrina nazionalista iniziò a diffondersi in modo capillare anche grazie a una
massiccia campagna stampa.
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Nel 1910 si tenne il primo congresso nazionalista a Firenze: qui si ribadì l’importanza e il valore
della guerra e furono condannati gli atteggiamenti pacifisti.
Alla fine di questo congresso fu fondata l’ANI, l’Associazione nazionalistica italiana, che in breve
tempo si pose all’estrema destra dello schieramento politico italiano.
Ti presentiamo alcuni passi del primo Manifesto del Futurismo, pubblicato a Parigi nel 1909. Il
Futurismo era un’avanguardia artistica e culturale fondata dallo scrittore Filippo Tommaso
Marinetti (1876-1944); oltre al proposito di rinnovare la cultura e l’arte, questo documento riprende
e enfatizza temi cari ai nazionalisti.
Nel controbattere la campagna di enfatizzazione della guerra, campagna montata dai nazionalisti e
dai socialisti rivoluzionari, si distinse, nel panorama politico italiano, il Partito socialista. Infatti la
gioventù socialista si dichiarò apertamente contraria alle imprese militari e prese posizione con un
manifesto, pubblicato nel 1911, dal titolo significativo: “Guerra alla Guerra”.
… e chi è contro.
Lavoratori!
In questo momento il governo italiano sta preparando una spedizione militare in Tripolitania [una
regione storico-geografica della Libia nordoccidentale], con il pretesto di portare in quella regione
la civiltà.
Nessuna ragione può scusare tale atto di brigantaggio determinato soltanto da loschi interessi
capitalistici della classe dominante.
Invano si cerca di mascherare questo furto con il manto della civiltà, di quella civiltà che
cerchereste invano in questa Italia monarchica, piena di miserie e di vergogna.
Per effettuare questa spedizione saranno a voi chiesti immensi sacrifici, giovani energie verranno
strappate alle vostre famiglie per essere inviate ad uccidere e farsi uccidere, in nome della
prepotenza, nell’interesse della borghesia sfruttatrice.
Lavoratori!
Il governo conta sul vostro assenteismo per cimentarsi nelle sue pazze imprese coloniali, delle quali
voi subirete, senza alcun beneficio, ogni dannosa conseguenza.
Lo sviluppo in Italia.
Lo sviluppo industriale, i progressi se pure limitati dell’agricoltura e la stabilità finanziaria
procurarono a gran parte degli italiani un maggior benessere e condizioni di vita notevolmente
migliori. Tra il 1896-1900 e il 1911-15 il reddito nazionale pro-capite aumentò del 28 per cento.
Almeno in molte zone dell’Italia settentrionale, la popolazione rurale partecipò ai progressi delle
città.
Il tasso di mortalità scese dal 26,7 per mille nel 1887-91 al 19,2 nel 1910-14.
Un’energica azione governativa ridusse i casi di morte per pellagra da 3788 nel 1900 a 731 nel
1914, e quelli per malaria da 15865 a 2042.
Il consumo di grano aumentò da 117 chili a testa annui nel 1896-1900 a 164 chili nel 1909-13, e vi
fu un fortissimo aumento della percentuale di reddito spesa in beni non essenziali anche nelle
campagne.
I depositi delle casse di risparmio raddoppiarono tra il 1900 e il 1913.
Con l’aumento del numero di scuole e degli insegnanti, l’analfabetismo diminuì e la frequenza
nella scuola aumentò.
I salari che erano rimasti quasi stazionari fin dal 1880, dopo il 1900 cominciarono a salire,
notevolmente nell’industria e lievemente anche nell’agricoltura.
Contemporaneamente furono ridotte le ore di lavoro:mentre nel 1870 una giornata lavorativa di
13-14 ore non era insolita, nel 1914 quella di 10 ore era normale.
Cronologia
Il fragile equilibrio politico di inizio secolo fu sconvolto dallo scoppio improvviso di una guerra che
arrivò a coinvolgere tutte le principali nazioni europee, i loro imperi coloniali e gli Stati Uniti e fu
quindi detta mondiale.
L’accesa rivalità tra Francia, Inghilterra e Russia da una parte e Germania e impero austro-ungarico
dall’altra scoppiò quando il 28 giugno 1914 l’erede al trono d’Austria Francesco Ferdinando fu
assassinato a Sarajevo da un irredentista serbo. Dopo che l’Austria ebbe accusato la Serbia di aver
organizzato l’attentato, provocando l’immediata reazione della Russia, il conflitto si estese in poche
settimane a tutta l’Europa a causa del sistema di alleanze che legava gli Stati in conflitto. L’Italia,
legata a un patto di reciproca difesa con Austria e Germania, dichiarò al principio la propria
neutralità.
Dopo una prima fase del conflitto caratterizzata sia sul fronte occidentale sia su quello orientale da
vigorose offensive, ben presto gli eserciti furono costretti a organizzare una guerra di posizione,
scavando trincee lungo fronti di centinaia di chilometri ed estenuandosi in continui attacchi per
guadagnare piccoli avanzamenti.
In Italia intanto si svolgeva un acceso dibattito tra interventisti (irredentisti, nazionalisti,
conservatori, diversi intellettuali e socialisti rivoluzionari) e neutralisti (cattolici, socialisti e
moderati). Questi ultimi avevano la maggioranza in Parlamento, ma furono scavalcati da trattative
segrete condotte dal governo con Francia, Inghilterra e Russia e appoggiate da re Vittorio Emanuele
III.
Contro il parere della maggioranza degli italiani si giunse così all’entrata in guerra contro l’Austria,
il 24 maggio 1915.
Tra il 1916 e il 1917 continuò su tutti i fronti la guerra di logoramento. A dare una svolta fu l’uscita
dal conflitto della Russia, ormai guidata dal governo rivoluzionario dei bolscevichi di Lenin e alle
prese con una completa trasformazione dell’economia e della società del Paese. Ma la provvisoria
situazione di superiorità di Germania e Austria fu presto bilanciata dall’ingresso in guerra degli
Stati Uniti, con tutto il peso della loro potenza militare e industriale.
Il 4 novembre 1918 l’Austria si arrese. Nello stesso mese il kaiser Guglielmo II fuggì in Olanda a
seguito di una sollevazione popolare e la Germania si arrese a sua volta.
Alla conferenza di pace di Parigi, alla quale non furono invitati i Paesi sconfitti, si decise il nuovo
equilibrio dell’Europa, fondato sullo smembramento dell’impero austriaco e sull’umiliazione della
Germania.
I BLOCCHI CONTRAPPOSTI.
Alla vigilia della “grande guerra” l’Europa era lacerata da insanabili contrasti economici ed era
divisa in due blocchi contrapposti: la Triplice Alleanza da un lato, costituita fin dal 1882 fra la
Germania, l’Austria e l’Italia; la Triplice Intesa dall’altro, creata nel 1907 dalla Francia,
dall’Inghilterra e dalla Russia.
L’Italia in realtà, pur rispettando le clausole della Triplice, aveva assunto negli ultimi anni una
posizione abbastanza autonoma in politica estera, sviluppando relazioni di “buon vicinato” con la
Francia e l’Inghilterra.
Ma oltre a questi motivi ve ne erano altri che spingevano alla guerra, come il contrasto italo-
austriaco determinato dall’aspirazione dell’Italia a liberare Trento e Trieste, e il contrasto austro-
serbo, determinato dall’irredentismo della Serbia che aspirava allo sbocco sul mare Adriatico
annettendosi la Bosnia e l’Erzegovina e costituendo un unico stato di tutte le popolazioni slave
(Serbi, Croati, Sloveni) con capitale Belgrado.
AVVENIMENTI PRINCIPALI:
Con la grande guerra cessavano di esistere ben quattro imperi: quello zarista, quello
austro-ungarico, quello tedesco e quello ottomano.
Potenze vincitrici: gli Stati Uniti, l’Inghilterra, la Francia e l’Italia.
L’INDUSTRIA BELLICA.
La guerra, combattuta al fronte senza risparmio da parte dei soldati, pretese da ogni nazione
coinvolta nel conflitto sforzi economici di portata notevolissima.
La produzione di materiale bellico divenne la principale attività e, di conseguenza, l’industria
assunse un ruolo decisivo e venne strettamente controllata dallo Stato, che sempre più si affermò
come regolatore di tutti i rapporti: politici, economici e sociali.
Molte industrie furono dichiarate “di importanza strategica”: ciò che esse erano in grado di produrre
risultava di particolare utilità per l’andamento della guerra, e perciò vennero “militarizzate”, cioè
costrette a costruire materiale bellico e a venderlo allo Stato.
In questa operazione produttiva tutte le risorse umane disponibili vennero mobilitate: uomini,
donne e anche ragazzi (tutti coloro, insomma, che per motivi diversi non potevano essere arruolati e
mandati a combattere) davano il loro contributo allo svolgimento della guerra, spesso sostenendo
sacrifici notevolissimi.
Migliaia di donne andarono a lavorare nelle fabbriche e vennero applicate a mansioni generalmente
svolte dagli uomini e anche i ragazzi, fino a che non raggiungevano l'età utile per andare in guerra,
erano chiamati a lavorare nelle industrie.
Anche scienziati, chimici, architetti e ingegneri furono mobilitati nella ricerca di nuovi strumenti
bellici come gli esplosivi e i gas, oppure di strumenti di comunicazione più efficaci. Altri furono
impegnati a inventare o perfezionare macchine che favorissero al massimo la crescita della
produzione.
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Cronologia
Tutte le nazioni europee uscirono dalla guerra segnate da gravi perdite e da un forte squilibrio
sociale e politico. Anche l’Italia subì le forti pressioni delle classi popolari e della media
borghesia.
In questa situazione, i fascisti di Mussolini riuscirono a imporsi con la violenza e a impadronirsi
dello Stato.
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Al termine della prima guerra mondiale l’Italia si ritrovò in uno stato di profonda crisi. Il Paese
aveva subito circa 600000 morti e centinaia di migliaia di feriti; la produzione agricola era
diminuita e le campagne erano percorse da malcontento e tensioni, l’industria doveva essere
riconvertita dopo un lungo periodo di produzione per la guerra e lo Stato dovette imporre un certo
aumento delle tasse per recuperare risorse.
La vittoria non aveva soddisfatto le attese di chi aveva voluto la guerra con convinzione. Alla
conferenza di pace di Parigi l’Italia ottenne il Trentino, l’Alto Adige e Trieste, ma non la Dalmazia
e Fiume. Il malcontento patriottico era diffuso e si univa al disagio sociale di contadini, operai e
classe borghese.
Nel frattempo i partiti più votati, quello di ispirazione cattolica (il Partito popolare, fondato da don
Luigi Sturzo) e quello socialista, non riuscivano ad accordarsi per dare un governo stabile al Paese.
Con la nascita del Partito comunista, nel 1921, crebbe invece il timore di industriali e possidenti
terrieri che anche in Italia sarebbe stata presto tentata una rivoluzione come quella messa in atto in
Russia dai bolscevichi.
Questa situazione finì per favorire il nuovo movimento nazionalista dei Fasci di combattimento,
fondato nel 1919 da Benito Mussolini e divenuto nel 1921 Partito nazionale fascista. Prima con
crescenti violenze contro gli oppositori politici, poi con un certo consenso elettorale, Mussolini vide
crescere rapidamente il proprio potere.
Già nel 1922, con la marcia su Roma e l’incarico di formare un governo conferitogli da re Vittorio
Emanuele III, Mussolini cominciò a trasformare la democrazia italiana in una dittatura. Svuotando
il Parlamento dei suoi poteri e intimidendo gli avversari.
Con le elezioni del 1924, segnate da intimidazioni e brogli elettorali, e l’assassinio del deputato
socialista Giacomo Matteotti, Mussolini vinse definitivamente la sua battaglia politica e divenne
Duce, cioè capo assoluto della nazione.
Mentre gli oppositori politici venivano assassinati, esiliati o confinati, il Partito fascista si
impadronì dello Stato e seppe raggiungere alcuni importanti risultati economici, come quello della
battaglia del grano, che fecero crescere il consenso degli italiani nei confronti del regime.
Nel 1929 Mussolini firmò un concordato con la Chiesa cattolica.
In seguito egli si dedicò a riprendere l’espansione coloniale italiana in Africa, conquistò l’Etiopia,
nonostante la ferma opposizione delle potenze europee, e si avvicinò sempre più alla Germania di
Hitler, con la quale intervenne nella guerra civile spagnola.
Si giunse così alla vigilia della seconda guerra mondiale.
Anche il pericolo della disoccupazione era stato scongiurato, perché le aziende non avevano chiuso
i battenti: coloro che erano rimasti senza lavoro furono lentamente riassorbiti dal sistema produttivo
e il fascismo poteva presentarsi come la forza che aveva dato respiro a un'economia altrimenti
destinata al collasso.
Queste manovre, però, avevano costretto il regime fascista a fare marcia indietro rispetto ai principi
dell'economia liberale messi in atto inizialmente: lo Stato fascista si presentava ormai come un forte
potere centrale che aveva il controllo dell'intera economia nazionale.
partito, mentre negli anni 1929-1939 Giovanni Treccani fondò L'Enciclopedia Italiana, diretta da
Giovanni Gentile.
Altri intellettuali, al contrario, manifestarono una aperta opposizione e nel 1925 fu pubblicato un
Manifesto di condanna al fascismo, del quale si respingevano i valori e i metodi. Chi criticava
pubblicamente il regime rischiava la condanna al carcere, all'esilio e in alcuni casi la morte. Tra gli
antifascisti vi furono gli scrittori Cesare Pavese, Leone Ginzburg, il professore universitario
Franco Antonicelli e ideologi come Antonio Gramsci e Luigi Sturzo.
Le riviste.
Negli anni fra le due guerre, diverse pubblicazioni svolsero un ruolo importante come momento di
riflessione sia su temi culturali, sia su argomenti contemporanei.
Intorno ad alcune di esse si raccolsero gruppi di intellettuali che in qualche modo dovettero presto
fare i conti col fascismo.
Cronologicamente, la prima di queste riviste fu La Ronda, pubblicata dall'aprile del 1919 al
dicembre del 1923. Non fu una rivista politica, ma si occupò strettamente di letteratura, tenendosi
volutamente lontana dal contesto storico-sociale di quegli anni. In questo modo, di fatto, fu in parte
complice del fascismo.
Di diverso spirito furono le riviste fondate da Pietro Gobetti: Rivoluzione liberale, soppressa dal
regime nel 1925, e Il Baretti (1924-1928), entrambe attente ai problemi concreti e in polemica con
l'Italia ufficiale e il fascismo.
Nel 1926, quando il fascismo era definitivamente consolidato, nacque a Firenze Solaria, che sarà
soppressa dal regime dieci anni più tardi. Solaria si presentava come una rivista squisitamente
letteraria, ma sia le scelte culturali sia l'apertura verso scrittori europei e americani rivelavano un
chiaro e netto rifiuto del provincialismo fascista.
I BALILLA.
Tra il 1926 e il 1927, i bambini e gli adolescenti furono inseriti in una organizzazione, l'Opera
nazionale balilla, che aveva lo scopo di educare i giovani e di trasmettere gli ideali fascisti.
I ragazzi erano divisi per fasce d'età e ciascun gruppo aveva la sua divisa di riconoscimento e un
nome: i più piccoli, dai sei agli otto anni, erano chiamati Figli della Lupa, secondo l'antico mito
romano di Romolo e Remo allattati appunto da una lupa.
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I balilla, addestrati agli esercizi ginnici e ad acquisire familiarità con le armi, prendevano parte a
sfilate cantando gli inni del regime.
Fra questi vi era anche l'Inno dei balilla, che racconta l'origine del nome dell'organizzazione.
Secondo una leggenda, Balilla era un ragazzo del popolo che viveva a Genova ai tempi
dell'occupazione austriaca della città.
Nel 1746, un mortaio delle truppe austriache sprofondò nel fango e un ufficiale austriaco intimò alla
gente di sollevarlo.
Anziché obbedire, Balilla si ribellò: raccolse un sasso da terra e colpì alla fronte l'ufficiale austriaco.
Fu l'inizio della rivolta cittadina e della cacciata dello straniero dalla città.
La leggenda di Balilla.
Fischia il sasso, il nome squilla
del ragazzo di Portoria 1
e l'intrepido Balilla
sta gigante nella storia.
Era bronzo quel mortaio
che nel fango sprofondò
ma il ragazzo fu d'acciaio
e la Madre 2 liberò!
Fiero l'occhio, svelto il passo
chiaro il grido del valore:
ai nemici in fronte il sasso,
agli amici tutto il core!
Su, luppatti 3,su aquilotti
come i sardi tamburini4 ,
come i siculi picciotti 5
bruni eroi garibaldini!
Vibra l'anima nel petto
sitibonda 6 di virtù;
freme, Italia, il gagliardetto
e nei fremiti sei Tu!
Siamo nembi 7 di semente,
siamo fiamme di coraggio:
per noi canta la sorgente
per noi brilla e ride il maggio:
ma se un giorno la battaglia
Alpi e mare incendierà
noi saremo la mitraglia
della santa Libertà.
Cronologia
Tute le nazioni che avevano partecipato alla guerra ne uscirono stremate. Gli Stati Uniti
conobbero nel 1929 una gravissima crisi economica che coinvolse pure l’Europa.
In Germania la crisi favorì l’avvento della dittatura di Hitler. Francia e Inghilterra erano ormai
due potenze in declino.
L’URSS era sottomessa a un regime dispotico. Le forze congiunte di Germania, Italia e
Giappone minacciavano la pace mondiale.
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La fine della prima guerra mondiale aprì un periodo di crisi, cambiamenti e contrasti.
In Russia Lenin, dopo aver vinto la terribile guerra civile seguita alla rivoluzione comunista, si
dedicò al rafforzamento del potere del partito comunista e alla ristrutturazione dello Stato. Nel 1922
nacque l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, ciascuna delle quali guidata da un Partito
comunista e sottoposta al controllo di Mosca. Alla morte di Lenin, nel 1924, prese il potere il
georgiano Stalin. Questi riuscì ad attribuirsi poteri dittatoriali e a imporre, anche con la violenza, la
collettivizzazione della terra e l’aumento forzato della produzione industriale, schiacciando con la
forza e con i campi di prigionia ogni forma di dissenso civile e politico.
La Germania, uscita dalla guerra in un grave stato di debolezza e umiliazione, fu preda dei proclami
nazionalisti e antidemocratici del Partito nazionalsocialista (o nazista) di Adolf Hitler. Dopo un
fallito colpo di Stato, nel 1923, egli seppe guadagnare consensi sempre maggiori e l’appoggio dei
ceti più ricchi del Paese. Quando il Paese fu scosso dalla terribile crisi economica che colpì il
mondo occidentale a partire dal 1929, Hitler promise al popolo tedesco che lo avrebbe guidato verso
un nuovo periodo di benessere e potenza e fece leva anche su un certo sentimento ostile alle
minoranze etniche, prima fra tutte quella degli Ebrei tedeschi. Nel 1932 i nazisti ottennero il 37 %
dei voti alle elezioni e il 30 gennaio 1933 Hitler ottenne la carica di Cancelliere.
In breve tempo scomparve dalla Germania ogni forma di democrazia, Hitler assunse il titolo di
Fuhrer e governò servendosi della polizia segreta, la Gestapo, e soffocando ogni opposizione. Con il
riarmo dell’esercito, la persecuzione degli Ebrei e i primi segni di rivincita sulle potenze vincitrici
della guerra, il nuovo regime gettò le basi di una politica di potenza che presto avrebbe coinvolto il
mondo in un nuovo conflitto.
Francia e Inghilterra non avevano potuto giovarsi della vittoria della guerra: questi Paesi vissero,
nel periodo postbellico, profondi conflitti sociali e difficoltà economiche che impedirono loro di
aumentare la rilevanza e il potere sul piano internazionale.
Per questo strinsero utilmente rapporti con gli Stati Uniti, anche per contrastare il processo
antidemocratico e imperialista dell’Italia e della Germania.
Nel campo delle grandi democrazie solo gli Stati Uniti erano usciti rafforzati dalla guerra, ma una
grave crisi economica, scoppiata nel 1929, costrinse anche questa potenza a rivedere alcuni aspetti
del proprio sistema produttivo, sotto la guida del presidente Roosevelt.
Al sorgere di terribili regimi dittatoriali e militaristi, si accompagnò in quegli anni anche la
crescente aggressività del Giappone, che nel 1931 invase la Cina e seppe imporsi alle forze politiche
cinesi, profondamente divise tra loro.
la Germania dopo la “grande guerra”: sconfitta nella prima guerra mondiale e umiliata
dalle durissime condizioni di pace, la Germania attraversa nel dopoguerra un periodo di
grave crisi politica e sociale. I tedeschi sono animati da un profondo risentimento contro i
vincitori, aggravato dal peso dei debiti di guerra, che ammontavano all’assurda cifra di
centotrentadue miliardi di marchi d’oro.
1920: Hitler fonda a Monaco il partito Nazionalsocialista.
Il programma del partito Nazionalsocialista:
1. superiorità della razza tedesca;
2. necessità di unire tutti i tedeschi d’Europa in un solo forte stato;
3. lotta al comunismo e agli Ebrei.
1923: con un primo colpo di stato Hitler tenta di impadronirsi del potere, ma viene arrestato.
Ciò che consente lo sviluppo del partito Nazionalsocialista è l’aggravarsi della crisi
economica degli anni trenta che mette in ginocchio la Germania: nel giro di pochi anni il
numero dei disoccupati raggiunge i sei milioni. Facendo leva sullo scontento della piccola
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borghesia colpita dalla crisi, sostenuto dagli industriali, dall’alta finanza e dalla classe dei
militari, Hitler inizia la scalata al potere.
1933: Hitler ottiene la nomina di Cancelliere (primo ministro).
1934: con la duplice carica di Presidente della Repubblica e di Cancelliere, ha inizio la
dittatura di Hitler: egli diventa l’indiscusso Fuhrer (duce) del nazismo
(Nazionalsocialismo).
I pilastri dello stato nazista: i pilastri della ferrea organizzazione dello stato sono la polizia
segreta (Gestapo) e le SS, squadre di sicurezza incaricate di eliminare con la violenza gli
avversari politici.
La politica interna: liberatosi dell’opposizione interna, Hitler priva i tedeschi di ogni
libertà: tutti i dissidenti, uomini politici e di cultura sono costretti a fuggire all’estero. I
giovani vengono educati al culto dell’audacia, della disciplina, della forza fisica e la
propaganda e gli slogan politici mirano a colpire i sentimenti della gente e ad
addormentare la ragione.
La teoria della “superiorità” tedesca: il folle programma politico nazista diventa una
drammatica realtà volta ad affermare la superiorità tedesca e la sua funzione di guida su tutti
i popoli. La svastica che campeggia sulla bandiera è il simbolo di una dittatura oppressiva e
feroce. Mentre le nazioni europee stanno a guardare, senza comprendere a fondo la gravità
della minaccia nazista, Hitler attua indisturbato il suo programma di una Grande
Germania annettendo l’Austria (1938) e occupando la Cecoslovacchia (1939). Siamo ormai
alla vigilia della seconda guerra mondiale.
Le misure antiebraiche:
- 1933: boicottaggio dei negozi gestiti da Ebrei;
1934: la persecuzione diventa più violenta e le azioni contro gli Ebrei si moltiplicano;
1935: vengono promulgate le leggi razziali di Norimberga con le quali si stabilisce che gli
Ebrei non sono cittadini di razza tedesca;
1938: viene proibito agli Ebrei di esercitare le libere professioni, di frequentare luoghi
pubblici e di servirsi dei mezzi di trasporto comuni. La persecuzione degli Ebrei culmina
nella famosa “notte dei cristalli” (9 novembre 1938) in cui negozi, case, sinagoghe (i templi
ebraici) vengono saccheggiati, devastati e dati alle fiamme (7500 negozi, 177 sinagoghe,
171 abitazioni). Da quel momento la persecuzione antisemita diviene sempre più accanita:
gli Ebrei sono costretti a portare una stella di tessuto giallo (la stella di Davide, a sei
punte), cucita sugli abiti; sui loro passaporti deve essere stampigliata la lettera “J”, iniziale
della parola “Jude”, che significa ebreo.
La deportazione nei lager: i primi lager erano stati fatti costruire da Hitler già dal 1933 per
rinchiudervi gli oppositori e i dissidenti politici; ma, quando nel 1936 i campi passano
direttamente sotto il controllo delle SS, si trasformano in efficientissimi luoghi di reclusione
e di lavoro e in una delle più orrende macchine di morte mai create dall’uomo. Dachau,
Buchenwald, Ravensbruck, Mauthausen Auschwitz: l’intero impero tedesco (il Reich) è
costellato di campi di concentramento. La perfetta organizzazione dei campi, basata sulla
più feroce disciplina, divide i prigionieri, dal momento del loro arrivo nel lager, in due
categorie: abili o inabili al lavoro. I vecchi, i bambini, i malati sono subito inviati alla
morte nelle camere a gas.
Nelle camere a gas e nei forni crematori dei lager morirono sei milioni di ebrei deportati da
tutte le nazioni europee che avevano conosciuto l’orrore della dominazione nazista.
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Regimi totalitari (fascismo, nazismo, stalinismo): dittature in cui il popolo arriva a identificarsi
“totalmente” con il capo.
I REGIMI TOTALITARI:
Caratteristiche: FASCISMO NAZISMO STALINISMO
I sostenitori erano X X
reclutati nel ceto
medio.
I privilegiati erano X
scelti tra i personaggi
più mediocri e più
privi di senso critico.
Il capo otteneva X X
finanziamenti dagli
agrari e dagli
industriali.
Rivoluzione di destra. X X
Attuazione del X
marxismo.
Regime di terrore. X X X
Tramonto della X X X
legalità.
Partito unico. X X X
Un unico capo. X X X
Stato autoritario. X X X
Lotta agli oppositori. X X X
Antisemitismo. X X
Negazione dei diritti X X X
umani e dei diritti
civili.
Cameratismo. X X
“Atomizzare” X
l’individuo.
Annientamento della X X X
libertà della
popolazione.
Nazionalismo. X X X
Concordato con la X X
Chiesa cattolica
(promozione del
cattolicesimo a
religione di Stato).
Ateismo di stato. X
Milizia. X
Polizia segreta. X X
Martellante X X X
propaganda.
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Bisogna qui ricordare che nel 1928, al termine del breve ciclo espansivo che precedette la crisi, un
enorme flusso di capitali attraversava le frontiere dei Paesi meno stabili.
In quell'anno, la Germania assorbì da sola quasi la metà di tutta l'esportazione mondiale di aiuti
finanziari: una cifra iperbolica, compresa tra i 20.000 e i 30.000 bilioni di marchi (un bilione
corrisponde a 1.000 miliardi).
Una parte di questi soldi doveva servire a sostenere la ripresa produttiva tedesca; un'altra, molto
consistente, al pagamento delle riparazioni di guerra.
Debiti e finanziamenti.
Gli USA, con disappunto dei loro ex alleati, intendevano trasformare i debiti tedeschi verso i Paesi
europei vincitori in debito di guerra contratto da questi stessi Paesi verso Washington.
Questi debiti erano folli quanto le somme richieste ai Tedeschi, che ammontavano a una volta e
mezzo l'intero reddito nazionale della Germania nel 1929; i debiti inglesi verso gli USA
ammontavano a metà del reddito nazionale britannico; quelli francesi ai due terzi.
Coloro che volevano mantenere debole la Germania preferivano pagamenti in denaro piuttosto che
(come sarebbe stato più ragionevole) in beni materiali.
Perciò essi costrinsero la Germania a prendere a prestito ingenti somme dagli Stati Uniti, cosicché
le riparazioni, quando vennero pagate, provenivano dai massicci prestiti statunitensi alla
Germania.
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Tutto il sistema esponeva fortemente sia la Germania sia l'Europa alle conseguenze della
diminuzione dei prestiti USA, che cominciò anche prima della crisi, e alla chiusura del credito
americano, che seguì la crisi di Wall Street del 1929.
Durante la crisi, tutto il castello di carte delle riparazioni crollò miseramente.
E. J. Kobsbawm, Il secolo breve, Rizzoli.
In poche parole, era inevitabile che i problemi generatisi negli Stati Uniti, cuore economico
mondiale, si trasmettessero immediatamente all'altro più importante polo industriale del pianeta: la
Germania.
Esauritisi i finanziamenti, le industrie chiusero e i lavoratori si trovarono sulla strada.
Nel periodo peggiore della crisi, tra il 1932 ed il 1933, il 27% della forza lavoro statunitense, il 23%
di quella inglese, non meno del 44% di quella tedesca rimasero senza occupazione.
L'immagine più usuale di quel tempo è rappresentata dalle lunghissime file di disoccupati in attesa
della distribuzione gratuita del pane.
D'altro canto, erano strettissimi anche i rapporti commerciali tra gli USA e molti Paesi extraeuropei.
Le ripercussioni in Giappone.
L'industria giapponese della seta aveva triplicato in quindici anni la sua produzione, per rifornire
il vasto mercato americano delle calze di seta.
Improvvisamente l'acquisto di tale articolo si fermò, e così scomparve il 90% del mercato per la
seta giapponese esportata in America.
Nel frattempo precipitò anche il prezzo del riso, un altro prodotto primario dell'agricoltura
giapponese, e il crollo interessò tutti i Paesi grandi produttori di riso dell'Asia meridionale e
orientale. Poiché il prezzo del grano crollò ancor più di quello del riso, molti produttori orientali
abbandonarono la coltura del grano a favore di quella del riso.
I contadini cercarono di compensare la caduta dei prezzi aumentando il raccolto, e questo fece
precipitare i prezzi ancora più in basso.
Il Brasile divenne allora sinonimo degli sprechi dell'economia capitalistica e della profondità della
crisi, allorché si decise di bruciare il caffè anziché il carbone nelle locomotive, nel tentativo
disperato di impedire il crollo9 del prezzo del caffè e di salvaguardare il reddito dei coltivatori.
E. J. Hobsbawm, Il secolo breve, Rizzoli.
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Il bilancio di Stalin.
Durante il primo piano quinquennale l'URSS si è trasformata radicalmente, liberandosi
dall'involucro dell'arretratezza medievale.
Da Paese agrario si è trasformata in Paese industriale.
Da Paese di piccole aziende agricole individuali si è trasformata in Paese di grandi aziende
agricole collettive e meccanizzate.
Da Paese arretrato, analfabeta e incolto, si è trasformata – o, più precisamente, si va trasformando
– in Paese istruito e colto, coperto da una rete immensa di scuole, in cui si insegna nelle lingue
delle nazionalità dell'URSS.
Si sono creati nuovi rami di produzione: costruzione di macchine utensili, industria
automobilistica, fabbricazione di trattrici, industria chimica, costruzione di motori, di aeroplani, di
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Ciò che Stalin taceva erano i costi sociali e umani di questa transizione.
La necessità di reperire risorse umane per la grande industria portò allo sradicamento dalle
campagne di enormi masse di contadini, convogliati verso le città e le loro fabbriche: tra il 1929 e il
1933 il numero degli operai passò da 3 milioni scarsi ad oltre 5 milioni; e col secondo piano
quinquennale toccò i 10 milioni.
Nelle campagne, la proprietà della terra e la sua lavorazione furono definitivamente collettivizzate:
il 60% dei contadini nel 1933, e il 90% nel 1939, erano inseriti nelle fattorie dello Stato.
Chi non si volle adeguare venne arrestato e deportato: milioni di famiglie finirono nei campi di
lavoro forzato della Siberia e della Russia settentrionale.
Inoltre, appena si affievolì la spinta idealistica e patriottica che il governo era riuscito a suscitare nei
lavoratori dell'industria, emersero tutti i vizi di un dirigismo statale così accentuato, a partire
dall'imposizione, attraverso i piani quinquennali, di obiettivi scelti con criteri politici e tecnicamente
pressoché irraggiungibili.
La scomparsa di un qualsiasi incentivo personale alla produzione livellò presto verso il basso le
quote produttive, soprattutto nelle campagne.
Ma tutto ciò trasparì solo più tardi: la svolta economica imposta da Stalin, in un periodo in cui il
resto del mondo soffriva la crisi più grave mai attraversata dal sistema capitalistico, fece dell'URSS,
durante tutti gli anni '30, un modello di riferimento per ogni militante di sinistra, e una materia di
studio comunque interessante per uomini di governo, intellettuali ed economisti.
La propaganda di regime.
Ogni mattina, i redattori dei quotidiani di Berlino e i corrispondenti di quelli stampati in altre città
del Reich si riunivano al Ministero della Propaganda per farsi dire dal dottor Goebbels [il
ministro], o da uno dei suoi aiutanti, quali notizie stampare e quali tacere, come scrivere le notizie
e come intitolarle, quali campagne rimandare e quali lanciare, e qual era l'articolo di fondo
desiderato per quel giorno.
Ad evitare malintesi venivano fornite, assieme alle istituzioni orali, direttive scritte giornalmente.
Ai piccoli giornali periferici e ai periodici, le direttive venivano inviate per telegrafo o per posta.
Per fare il redattore nel Terzo Reich, un giornalista doveva essere, anziturro, politicamente e
razzialmente “a posto”.
La legge per la stampa del Reich del 4 ottobre 1933, che fece del giornalismo una “professione
pubblica” controllata dallo Stato, stabiliva che tutti i redattori dovessero possedere la cittadinanza
tedesca, essere di origine ariana e non sposati con ebrei.
L'articolo 14 ordinava ai redattori di “tenere lontano dai giornali qualsiasi cosa che in qualche
modo possa indurre il pubblico in errore, confonda il bene personale con il bene comune, o tenda
ad indebolire la forza del Reich tedesco all'esterno e all'interno, la volontà collettiva del popolo
tedesco, la difesa della Germania, della sua cultura e della sua economia, oppure offenda l'onore e
la dignità della Germania”.
Un tale editto, se fosse entrato in vigore prima del 1933, avrebbe condotto all'esclusione di tutti i
redattori nazisti del paese e di tutte le loro pubblicazioni. In questo periodo, esso condusse
all'eliminazione di quei giornali e giornalisti che non erano nazisti o rifiutavano di diventarlo.
Uno dei primi giornali costretti a smettere la loro attività fu la “Vossische Zeitung”.
Essendo stato fondato nel 1704 ed annoverando tra i suoi collaboratori del passato letterati e
politici di grande notorietà, era diventato il giornale più importante della Germania, paragonabile
al “Times” di Londra e al “New York Times”. Ma era un giornale liberale, e apparteneva alla
casa editrice Ullstein, ditta ebrea. Dovette cessare la sua attività il 1° aprile 1934, dopo 230 anni
consecutivi di pubblicazione.
Max Amman, sergente maggiore di Hitler durante la prima guerra mondiale e capo dell'Eher
Verlag, la casa editrice del partito, divenne il dittatore finanziario della stampa tedesca. In qualità
di capo della stampa per il Reich e presidente della Camera per la stampa, egli era legalmente
autorizzato a sopprimere qualsiasi pubblicazione, e poteva di conseguenza acquistarla per quattro
soldi. In breve tempo, l'Eher Verlag divenne un gigantesco impero editoriale, forse il più imponente
e redditizio del mondo.
Presto la radio e il cinema furono pur essi imbrigliati al servizio della propaganda dello Stato
nazista. Goebbels aveva sempre considerato la radio (la televisione non era ancora arrivata) il più
efficace strumento di propaganda della moderna società e, servendosi della sezione radio del suo
Ministero e della Camera per la radio, si assicurò un completo controllo sulle trasmissioni,
asservendole ai propri fini. Il suo compito fu reso più facile dal fatto che in Germania, come in altri
Paesi europei, la radiodiffusione era un monopolio posseduto e diretto dallo Stato. Nel 1933 il
governo nazista si trovò automaticamente in possesso dell'Ente Radiofonico del Reich.
Il cinema rimase in mano a imprese private, ma il Ministero della Propaganda e la Camera per i
film controllavano ogni settore di questa industria, il loro compito essendo quello, secondo le
parole di un commento ufficiale, “di elevare l'industria cinematografica al di sopra dei principi
economici liberali, mettendola così in grado di assumere quei compiti che essa è tenuta ad
adempiere nello Stato nazionalsocialista”.
W. Shirer, Storia del Terzo Reich, Einaudi.
Certo, nel 1939, il Partito controllava i due terzi della tiratura complessiva giornaliera dei
quotidiani, venticinque milioni di copie; ma le vendite erano notevolmente scese rispetto al
decennio precedente.
Tale monotonia – notizie, trasmissioni radio, film, tutto passato al vaglio della burocrazia – era però
compensata, agli occhi del regime, dal potere che, grazie a questo controllo, veniva esercitato sui
cittadini: il potere della propaganda.
Diritti e doveri.
Art. 118. I cittadini dell'URSS hanno il diritto al lavoro, cioè il diritto di ricevere un impiego
garantito, con rimunerazione del loro lavoro secondo la sua quantità e la sua qualità. […].
Art. 119. I cittadini dell'URSS hanno diritto al riposo. Il diritto al riposo è assicurato dalla
riduzione della giornata di lavoro a sette ore per l'immensa maggioranza dei lavoratori; dalle
licenze annuali per i lavoratori e gli impiegati, col mantenimento del salario; dalla destinazione
per i bisogni dei lavoratori di un vasto complesso di sanatori, di case di riposo e di circoli.
Art. 120. I cittadini dell'URSS hanno il diritto di essere assicurati materialmente nella loro
vecchiaia e in caso di malattia e di perdita della capacità di lavoro.
Art. 121. I cittadini dell'URSS hanno il diritto all'istruzione. Questo diritto è assicurato con
l'istruzione primaria generale obbligatoria; con la gratuità dell'insegnamento, compreso
l'insegnamento superiore; […].
Art. 122. Nell'URSS diritti eguali a quelli dell'uomo sono dati alla donna in tutti i campi della vita
economica pubblica, culturale, sociale e politica. […].
Art. 132. Il servizio militare generale è di legge. Il servizio militare nell'armata rossa dei lavoratori
e dei contadini è un dovere d'onore per i cittadini dell'URSS.
G. Ambrosini, La Costituzione sovietica del 1936, Ministero della Costituente, Roma.
di quella persona che si era appena rivelata una spia imperialista. A casa un giorno suo padre
cancellò con l'inchiostro le facce di amici e parenti nel loro album di famiglia: erano stati tutti
arrestati. […].
La paura era nell'aria. La gente non osava guardarsi negli occhi. Profondi silenzi dominavano le
code ai magazzini, le folle sui tram, i lavoratori negli uffici, gli inquilini nelle case.
C. Potok, Novembre alle porte, Garzanti.
IL CUBISMO.
Il movimento cubista nasce a Parigi negli anni 1906-1907 grazie alle ricerche di due artisti, lo
spagnolo Pablo Picasso e il francese Georges Braque ai quali, a partire dal 1911-1912, si affianca
un giovane pittore spagnolo, Juan Gris. Legati al clima cubista sono anche i pittori Fernand
Léger, Jacques Villon, Robert Delaunay e lo scultore Costantin Brancusi.
Gli esponenti di questo movimento presero le mosse dalla pittura del francese Paul Cézanne che ha
sviluppato un rigoroso geometrismo: gli oggetti sulla tela vengono analizzati nelle loro strutture
geometriche e nei loro volumi: “Trattare la natura per mezzo del cilindro, della sfera, del cono, il
tutto messo in prospettiva” è l'obiettivo di Cézanne.
E' Picasso il primo a riprendere e sviluppare questo programma con un quadro dipinto nel 1907: Les
Demoiselles d'Avignon.
Rompendo con le tradizionali convenzioni pittoriche e con la prospettiva così come era stata
elaborata sin dal Quattrocento, il quadro di Picasso ritrae le figure sia utilizzando una serie di
volumi geometrici netti e un tratto marcato, sia applicando una nuova concezione dei rapporti tra il
corpo e lo spazio circostante.
Nel 1908, Braque dipinge una serie di paesaggi i cui elementi naturali sono tutti ridotti a forme
geometriche di elementare semplicità.
A partire dallo stesso anno Picasso e Braque iniziano una fruttuosa collaborazione: l'intento delle
loro ricerche sarà quello di riuscire a rappresentare gli oggetti sulla tela non da un unico punto di
vista, come imponeva una secolare tradizione, ma contemporaneamente da tutti i punti di vista da
cui li si può osservare.
La verità di un oggetto emergerà così dall'insieme delle prospettive visuali e sarà possibile
rappresentare sulla tela un volto sia di fronte che di profilo, sia dall'alto che dal basso...
IL FUTURISMO ITALIANO.
Il movimento futurista nasce in Italia nel primo decennio del Novecento e coinvolge tutte le arti,
dalla letteratura alla pittura, dal teatro alla musica.
Nel 1909 lo scrittore Filippo Tommaso Marinetti pubblica a Parigi il Manifesto del Futurismo: un
programma culturale scritto con un tono deciso, privo di sfumature, apertamente anticonformista e
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radicale. In undici punti programmatici Marinetti sintetizza il credo futurista: rigetto del passato e
della tradizione, esaltazione della macchina e della velocità, della metropoli, dell'aggressività, della
lotta e della competitività, tutti simboli di modernità e aspetti della nuova società industriale.
Questo rifiuto della lentezza in favore della velocità e del dinamismo diverrà un tratto
caratteristico di tutte le opere futuriste, letterarie e musicali, teatrali e pittoriche.
Nel 1912 Marinetti pubblica il Manifesto tecnico della letteratura futurista in cui viene enunciata la
poetica del movimento: distruzione della sintassi, eliminazione della punteggiatura,
“immaginazione senza fili”, vale a dire rivendicazione di un'assoluta libertà creativa e
immaginifica, produzione di “parole in libertà”, le sole in grado di tradurre la frenesia e la
dinamicità della vita moderna. Esponenti del futurismo letterario, accanto a Marinetti, sono stati
Aldo Palazzeschi, Corrado Govoni e Ardengo Soffici.
Nel 1910 viene pubblicato anche il Manifesto tecnico della pittura futurista nato dalla
collaborazione tra vari artisti: Umberto Boccioni, Giacomo Balla, Carlo Carrà e Luigi Russolo.
Punto chiave del programma e delle ricerche artistiche del gruppo è la rappresentazione del
movimento e della velocità: l'oggetto in movimento e lo spazio in cui tale oggetto si muove
costituiscono una sola struttura dinamica che la tela deve saper cogliere e riprodurre.
Sempre nel 1910 appare il Manifesto dei musicisti futuristi di Francesco Balilla Pratello; nel 1912
Boccioni pubblica il Manifesto tecnico della scultura futurista; seguono L'Architettura Futurista di
Antonio Sant'Elia (1914) e il manifesto Il Teatro Futurista Sintetico di Marinetti e Emilio
Settimella (1915); il Manifesto del Partito futurista italiano di Marinetti (1918).
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Cronologia
La politica estera di Hitler porta alla seconda guerra mondiale. Dopo i primi successi del Patto
tripartito (Roma, Tokio e Berlino), Americani, Inglesi e Sovietici piegano la resistenza dei loro
nemici. L’Italia esce trasformata dalla guerra, persa miseramente e combattuta, sul fronte
interno, anche da un diffuso movimento democratico di resistenza a nazisti e fascisti.
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La Germania di Hitler dimostrò presto le sue mire espansionistiche sull’Europa. Quando il primo
settembre 1939 i Tedeschi invasero la Polonia, Francia e Inghilterra non poterono evitare di
dichiarare la guerra.
La prima fase del conflitto fu dominata dalle armate tedesche, che vinsero rapidamente prima la
resistenza dei Polacchi (con l’aiuto dei Sovietici), poi quella dei Francesi, Entro il giugno del 1940
la Francia fu occupata e affidata in parte a un governo collaborazionista guidato dal maresciallo
Pétain.
La facile vittoria dei Tedeschi spinse anche Mussolini a dichiarare guerra a Francia e Inghilterra,
nonostante il nostro esercito fosse impreparato e disorganizzato.
Nei mesi successivi la Gran Bretagna riuscì a opporsi da sola all’aggressione dell’aviazione di
Hitler, che fece bombardare pesantemente numerose città inglesi e in particolare Londra.
Nel giugno del 1941 ai aprì invece un nuovo fronte di guerra, dopo che la Germania ebbe invaso
l’Unione Sovietica.
Sempre nel 1941 si aprì anche il conflitto diretto tra Giappone e Stati Uniti nel Pacifico, cominciato
con un attacco a sorpresa dei Giapponesi alla base americana di Pearl Harbor.
Il 1942 segnò l’inizio della controffensiva delle truppe ostili alla Germania e ai suoi alleati che
risultarono vittoriose sui Giapponesi alle isole Midway, sui Tedeschi e sugli Italiani in Africa, a El
Alamein, e in Russia, a Stalingrado. Da quell’anno le città tedesche e italiane cominciarono ad
essere bombardate.
Nel 1943 l’Italia fu invasa dagli Alleati e Mussolini fu fatto imprigionare. L’8 settembre si giunse
all’armistizio, ma questo provocò la divisione del Paese in due parti: il Sud controllato dagli Alleati,
il Nord occupato dai Tedeschi.
Nel frattempo Mussolini, liberato dai Tedeschi, fondò una Repubblica Sociale Italiana, con capitale
a Salò, sul lago di Garda.
Ma le sorti del conflitto erano ormai segnate. Il 6 giugno 1944 gli Alleati sbarcarono in Normandia
e cominciarono la liberazione della Francia, seguita dall’invasione della stessa Germania. Sul fronte
orientale, invece, le truppe sovietiche riguadagnarono territorio e giunsero anch’esse a invadere la
Germania, puntando su Berlino.
Il 25 aprile 1945 fu completata, anche con l’aiuto delle formazioni di partigiani italiani, la
liberazione del nostro Paese.
Il 30 aprile Hitler si suicidò e la Germania si arrese senza condizioni.
La resa del Giappone fu ottenuta solo con l’impiego di una nuova arma: la bomba atomica.
GLI SCHIERAMENTI.
Vari furono i motivi che condussero alla guerra. Tra i principali ricordiamo:
la volontà di rivincita della Germania sulla Francia per capovolgere le condizioni imposte
dal trattato di Versailles;
l’espansionismo del Giappone in Oriente che stimolava analoghe ambizioni in Hitler e in
Mussolini;
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il contrasto dell’Italia con la Francia per le mire del fascismo su Nizza, la Savoia, la Corsica
e la Tunisia, e con l’Inghilterra per le mire su Malta e perfino sul Canale di Suez.
Ma la causa di fondo fu l’imperialismo tedesco, ispirato dalla dottrina nazista della superiorità della
razza ariana, dal pangermanesimo, dal preteso diritto del popolo tedesco allo “spazio vitale”. Questa
politica aggressiva era stata peraltro incoraggiata dal comportamento rinunciatario e accomodante
dei governi di Francia e d’Inghilterra, che mai avevano protestato di fronte ai ripetuti colpi di forza
di Hitler anche perché vedevano in lui il più sicuro baluardo contro il pericolo comunista.
Che cosa trarre da queste riflessioni? La consapevolezza che, dopo il 1945, gli Italiani, nell'ansia di
ricominciare con animo e coscienza sereni, hanno voluto dipingere se stessi un poco migliori di
quanto in effetti fossero:
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Ecco, tutte queste cose, insieme, si tradussero per gli Italiani nell'incapacità di fare i conti con se
stessi, e hanno per molto tempo reso fragili e incerte le basi della democrazia repubblicana.
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Cronologia
La fine della seconda guerra mondiale vede imporsi un sistema bipolare: da una parte gli Stati
Uniti, dall’altra l’URSS.
Mentre i Paesi del “blocco occidentale” si avviano verso un periodo di grande benessere
economico, inizia un lungo periodo di conflitto non dichiarato, la guerra fredda.
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Le maggiori potenze vincitrici della seconda guerra mondiale furono gli Stati Uniti e l’Unione
Sovietica. Al termine del conflitto i due Paesi delinearono, nelle conferenze di Teheran, Jalta e
Potsdam, le rispettive sfere di influenza. L’Europa venne divisa in due blocchi: il blocco occidentale
e il blocco comunista. Nei Paesi a lui sottomessi Stalin riuscì a imporre, nel giro di pochi anni, una
serie di governi guidati da partiti comunisti fedeli e dipendenti da Mosca.
Tra i due blocchi si instaurò una crescente ostilità, anche se in quegli stessi anni prese forma
l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) con l’intento di evitare futuri conflitti.
Nell’area di influenza a loro riservata gli Stati Uniti vararono un imponente piano di aiuti per la
ricostruzione. Si voleva in questo modo garantire al più presto un certo benessere economico alle
popolazioni di Italia, Francia, Inghilterra e Germania, in modo da evitare che esse fossero attratte
dal modello sovietico e potessero cedere a quei disordini sociali interni che avevano portato al
potere uomini forti come Hitler e Mussolini.
Il piano americano, detto piano Marshall, ebbe un grande successo e la parte occidentale d’Europa
si avviò presto a una stagione di sviluppo economico.
Nel frattempo cresceva l’ostilità tra i due blocchi. Nel 1949 nacque la NATO, un organismo
militare di difesa cui aderirono gli Stati democratici europei, Italia compresa. Nel 1955 l’URSS
contrappose alla NATO il patto di Varsavia. L’equilibrio delle forze tra le due parti cominciò ad
essere garantito anche ricorrendo ad un massiccio piano di spese militari, in particolare per
arricchire il proprio arsenale di armi atomiche.
Le crisi maggiori di questo delicato equilibrio scoppiarono a proposito della città di Berlino (1948-
1949) e con la guerra di Corea (1950).
Nel corso degli anni Cinquanta le democrazie europee occidentali si rafforzarono sia dal punto di
vista economico sia da quello politico. Nel 1957 nacque il Mercato comune europeo (MEC), di cui
anche l’Italia fu tra gli Stati fondatori.
All’inizio degli anni Sessanta, con l’avvento al potere in Unione Sovietica di Nikita Krusciov e la
denuncia da parte di questi degli eccessi dittatoriali del suo predecessore Stalin, sembrò avviarsi un
periodo e distensione internazionale. Ma nonostante alcuni significativi passi avanti (favoriti anche
dall’impegno personale di papa Giovanni XXIII) la situazione di contrapposizione tra i due blocchi
permase sostanzialmente immutata, come fu dimostrato dal fallito tentativo dei Sovietici di
installare dei missili a Cuba, nel 1962, proprio di fronte alle coste degli Stati Uniti.
IL PIANO MARSHALL.
Il 5 giugno 1947 il segretario di Stato americano Marshall presentò il progetto da lui elaborato, e
quindi chiamato piano Marshall: consisteva nell'accollarsi le spese della ricostruzione
dell'Europa. Questo intervento concedeva fondi o a titolo gratuito o a costi di interesse bassissimi,
permettendo così a tutti i Paesi europei una rapida ripresa economica.
Nel giro di pochi anni, tra il 1948 e il 1952, l'Italia ottenne 1,5 miliardi di dollari, la Germania Ovest
1,3, la Gran Bretagna 3,3, la Francia 2,7.
Attraverso questo intervento gli Stati Uniti si assicurarono da un lato lo smaltimento dei propri
prodotti agricoli e industriali, dall'altro la possibilità di influire politicamente sui Paesi dell'Europa
occidentale.
L'offerta di aiuti economici venne rivolta anche all'Unione Sovietica e a tutto il blocco comunista,
ma questa fu respinta dagli interessati, per timore di condizionamenti da parte americana.
I tuoi genitori possono raccontarti il clima di preoccupazione che regnava ancora negli anni Settanta
e nei primi anni Ottanta, quando Stati Uniti e Unione Sovietica si fronteggiavano a distanza in un
gioco di dominio sul mondo.
Questa situazione era apparsa subito terribilmente pericolosa quando, a partire dal 1949, anche i
Sovietici erano giunti a fabbricare la bomba atomica e divenne ancora più chiaro che il deteriorarsi
dei rapporti fra le due superpotenze avrebbe potuto portare a un impiego dell'arsenale atomico, con
conseguenze terribili per il genere umano: entrambe, infatti, con l'impiego dei missili o dei
sommergibili atomici, erano in grado di distruggere il pianeta.
Forse chi, come te, è più giovane, fatica a immaginare l'atmosfera di quegli anni: nessuno poteva
disinteressarsi dell'evoluzione della politica internazionale e ognuno era consapevole del fatto che il
proprio destino e il tenore della propria vita di ogni giorno dipendevano direttamente dai rapporti
che si andavano costruendo fra le due superpotenze.
In molti Paesi furono apprestati rifugi antiatomici nei quali ripararsi in caso di bombardamenti e in
alcuni luoghi si tenevano vere e proprie esercitazioni di sopravvivenza.
Ma tutti erano consapevoli del fatto che, in caso di guerra, nessun tipo di rifugio poteva servire a
salvare l'umanità dalla catastrofe.
Così, soprattutto nei Paesi occidentali, le persone scesero in piazza per manifestare contro le armi
nucleari. Anche personalità del mondo della scienza e della cultura si impegnarono fin dagli anni
Cinquanta in favore del disarmo: il fisico Albert Einstein e il filosofo Bertrand Russell, per
esempio, furono in prima linea nel denunciare il pericolo di un conflitto atomico.
Nei Paesi retti dai regimi comunisti i tentativi di opposizione alla politica di riarmo voluta
dall'Unione Sovietica venivano invece messi a tacere o addirittura puniti come opposizione al
governo. Emblematico l'esempio di Andrej Sacharov, uno scienziato sovietico che, dopo avere
dato un contributo decisivo per la costruzione della bomba all'idrogeno, si schierò contro la corsa
agli armamenti, in questo modo attirandosi l'ostilità delle autorità sovietiche, che giunsero a
imporgli prima il silenzio e poi l'esilio.
Iniziata dunque subito dopo la conclusione della seconda guerra mondiale, la “guerra fredda” ebbe
il suo simbolo nel muro di Berlino, che, eretto nell'agosto del 1961, per quasi trent'anni
rappresentò l'emblema della divisione del mondo in due blocchi contrapposti; il muro divideva la
città in due (a ovest, le zone sotto il controllo inglese, francese ed americano; a est la zona
sovietica), con lo scopo di impedire la fuga dei Tedeschi orientali verso la parte occidentale della
città.
Prima della costruzione del muro, infatti, molti Tedeschi della Germania Orientale erano passati nel
settore occidentale, dove era garantita una maggiore libertà.
Si calcola che tra il 1951 e il 1961 circa 2.250.000 persone lasciarono la Repubblica Democratica
Tedesca: tra di loro soprattutto giovani, intellettuali, personalità legate al mondo imprenditoriale e
produttivo.
Furono anni nei quali le contrapposizioni ideologiche e politiche pesarono enormemente nella vita
delle persone, soprattutto durante la fase più acuta della guerra fredda, che durò dalla fine del
conflitto mondiale fino alla morte di Stalin, nel 1953.
Secondo alcuni studiosi, la causa degli eventi che portarono all'esasperazione dei rapporti tra Est e
Ovest è da ricercare nell'incapacità dei due blocchi di interpretare le esigenze di sicurezza politica
dell'avversario. In altre parole, era il senso di insicurezza interna che portava a cercare di
difendersi contro i possibili attacchi esterni: l'attenzione dell'opinione pubblica veniva fatta
rivolgere non all'interno, ma all'esterno e in particolare verso una potenza che veniva presentata
come minacciosa e nemica.
Questa dinamica fu propria soprattutto dell'Unione Sovietica di Stalin, che avvertiva il proprio
potere come vulnerabile e minacciato dal modello politico ed economico occidentale.
Da questo punto di vista, si può dire che in Stalin il sentimento di insicurezza raggiunse livelli tali
da provocare in Unione Sovietica vere e proprie stragi di Stato.
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Durante gli anni del regime stalinista nessuno in Unione Sovietica poteva dirsi sicuro della propria
vita: se una persona era anche semplicemente sospettata di pensare o agire diversamente da quanto
prescritto da Stalin, veniva immediatamente arrestata, deportata o uccisa.
Al di sopra di tutto vi era la sicurezza dello Stato e la sicurezza dello Stato si identificava con la
conservazione del potere personale da parte di Stalin.
Proprio questo clima di terrore contribuì a far sì che le democrazie occidentali potessero essere
ancora più unite nel fronteggiare il movimento comunista che veniva ormai identificato con il
regime dittatoriale stalinista.
In Italia vi fu chi riuscì a ironizzare sulla guerra fredda, sdrammatizzandone gli aspetti più
preoccupanti e tragici. Il giornalista e scrittore Giovanni Guareschi raggiunse il successo fra il
grande pubblico con i racconti intitolati Mondo Piccolo (1948), pubblicati sulla rivista settimanale
“Candido”.
Egli inventò i personaggi di don Camillo e Peppone, rispettivamente parroco e sindaco comunista
di un piccolo paese emiliano, vicino al Po, nel quale i due protagonisti volgevano in sapiente satira
politica le dinamiche che si producevano, su scala mondiale, nel confronto fra le contrapposte
ideologie. I romanzi di Guareschi guadagnarono subito il successo internazionale, accompagnato
dalle versioni cinematografiche dei suoi racconti in film interpretati dagli attori Fernandel e Gino
Cervi.
evocate dal solo e unico desiderio delle organizzazioni di partito di dar prova di potere, polso e
prontezza nel dominare quanto, in sostanza, non erano in grado di capire”.
Uno studioso poteva essere accusato di qualsiasi nefandezza (e certamente, prima di tutto, di essersi
allontanato dalla linea interpretativa della realtà offerta dall'ideologia del regime): non importava
che le accuse avessero un qualche fondamento giuridico, o facessero davvero leva sull'opera dello
studioso incriminato; si procedeva inflessibilmente alla “pulizia” dell'ambiente accademico. E
processo e condanna erano pubblici.
Il processo.
La vittima andava demoralizzata, portata a uno stadio tale in cui nulla aveva più importanza se non
l'uscire di scena al più presto, ma non prima di aver riconosciuto le proprie colpe.
Perciò il pubblico in sala o in aula era sempre a favore degli aguzzini (anche se stava dalla parte
del torturato, se non era d'accordo con le accuse, se provava solo disgusto o compassione).
Le stroncature radunavano centinaia di studenti e di semplici curiosi, poiché i condannati erano
gente nota, autori plurititolati.
Gli imputati reggevano raramente alle pressioni.
Solo una decisa smentita poteva portare, se non alla vittoria, perlomeno a che le accuse cadessero
e gli accusatori fossero messi alla gogna.
Per questo motivo il primo timore degli organizzatori era che l'imputato respingesse le accuse.
D. S. Lichaciov, La mia Russia, Einaudi.
Le accuse.
Come si comportava il pubblico in sala durante le stroncature?
La disposizione dei presenti era di regola la seguente: al tavolo del Presidium sedevano, tronfi,
“eminenti” studiosi ed esponenti di partito e delle organizzazioni sociali a livello locale.
Le prime file erano occupate da coloro cui sarebbe spettato di approvare le critiche o di intervenire
con nuove accuse. Poi veniva il resto della sala, che attendeva spaurita, compativa lo sventurato, si
sdegnava in silenzio o, a volte, dava voce al proprio malcontento. I delatori erano ovunque.
Di regola le accuse venivano formulate così: “Non a caso egli sostiene che ...”; “Tizio è arrivato al
punto di dire che ...”; “Si capisce che per Tizio ...”; “Tizio sostiene che ...”; “Tizio non riesce a
celare il suo ...”.
47
Sporadicamente qualcuno dal pubblico pretendeva che le citazioni estrapolate dal contesto
venissero riportate per esteso, che si tenesse conto delle circostanze, dell'argomento o dell'epoca,
ma equivaleva a una dimostrazione di solidarietà nei confronti dell'imputato.
D. S. Lichaciov, La mia Russia, Einaudi.
Le sedi di partito erano spesso luogo di trattative con l'imputato prescelto, cui si chiedeva di fare
autocritica per le sue opere e i suoi interventi pubblici, per evitare che anche i suoi eventuali
colleghi fossero incolpati.
Ancora non si sapeva in che cosa consistessero le accuse, che già si chiedeva di confessare,
promettendo “pietà al vinto”.
La difficoltà della difesa consisteva nel fatto che sugli avvocati difensori incombeva la stessa sorte
delle vittime.
Nel documento che proponiamo qui sopra Lichaciov descrive con molta vivacità che cosa accadeva
dentro sale gremite di gente spesso atterrita e personalmente coinvolta nella sorte del perseguitato.
Nell'atmosfera sovreccitata della sala, l'imputato faceva fatica a riconoscere quanto scritto e a
verificarlo.
Di solito si vedeva concedere la parola in coda a tutti gli oratori, e veniva dunque privato del diritto
di ribattere ad ogni singolo intervento.
Si trattava di incrinare la sua sicurezza con urla dalla sala, con voci di “sdegno”.
Il presidente zittiva solo l'imputato. E se questi finiva per confessare qualcosa (ma non tutto) per
placare i suoi aguzzini, l'eventuale confessione parziale veniva ritenuta totale.
E la derisione, l'esposizione pubblica di chi veniva preso di mira dal regime non terminavano certo
con il processo. Si faceva in modo che il peso della condanna gravasse per intero sul malcapitato.
Perché le accuse non passassero inosservate, si provvedeva a pubblicare degli appositi giornali
murali, il cui testo veniva controllato direttamente dalle organizzazioni di partito.
Le vittime erano esposte a ogni sorta di vessazioni, con caricature e slogan a tutta pagina:
“Estirpiamolo alla radice!”;
“Basta...!”;
“Via, buttiamolo fuori!”.
I più vituperati erano gli allievi, gli amici, o semplicemente gli studiosi onesti che avevano cercato
di intervenire a favore dei perseguitati.
Chi restava nella rete perdeva il lavoro, veniva estromesso dall'ambiente di studio, doveva
rinunciare alle proprie ricerche, e spesso sopravviveva solo grazie all'interessamento degli amici più
coraggiosi.
Lo stesso Lichaciov dovette affrontare per tre volte la stroncatura.
48
Cronologia
Con l’aiuto degli Stati Uniti e grazie a una certa coesione tra le diverse forze politiche che
avevano sconfitto il fascismo, il nostro Paese ebbe una Costituzione democratica e una
collocazione internazionale al fianco delle democrazie occidentali.
Nei decenni successivi l’Italia raggiunse straordinari risultati in campo economico, nonostante
una certa instabilità politica e i forti contrasti sociali.
50
Grazie all’aiuto degli Stati Unti e allo spirito di collaborazione tra le opposte forze politiche che
avevano sconfitto il fascismo, anche il nostro Paese fu ricostruito in un periodo relativamente breve.
Nel giugno del 1946 gli Italiani si espressero, in un referendum, a favore della repubblica e i Savoia
partirono per l’esilio.
Nel gennaio del 1948 entrò in vigore la Costituzione democratica che è ancora oggi la legge
fondamentale del nostro Paese. Essa fu scritta e votata da un’Assemblea Costituente in cui erano
rappresentati tutti i partiti politici. Sempre nel 1948, alle prime elezioni politiche, la Democrazia
cristiana ottenne il 48 % dei voti, mentre il Partito socialista e il Partito comunista (quest’ultimo con
forti legami con l’Unione Sovietica), uniti insieme, raggiunsero solo il 31 %.
I primi governi furono quindi sostenuti dalla Democrazia cristiana e guidati da Alcide De Gasperi.
Egli si però per la ricostruzione e, secondo i principi ispiratori del suo partito, mantenne l’Italia
entro l’area di influenza dell’alleato americano.
Nel 1949 anche l’Italia entrò a far parte della NATO e nel 1957 essa fu tra i promotori del trattato di
Roma, con il quale nasceva il Mercato Comune Europeo.
Nel frattempo l’Italia conobbe un importante sviluppo economico, che negli anni Sessanta divenne
un vero e proprio “boom”.
A poco a poco anche nel nostro Paese la produzione industriale superò per numero di lavoratori e
per creazione di ricchezza quella agricola e le grandi città del Nord (Torino, Milano, Genova che
formavano il cosiddetto triangolo industriale) crebbero in tempi rapidissimi per il grande numero di
immigrati dalle regioni meridionali.
In quegli anni la politica del Paese conobbe un certo spostamento degli equilibri, perché a seguito di
una certa diminuzione del consenso elettorale nei confronti della Democrazia cristiana fu inaugurata
una serie di governi detti di centro-sinistra, di cui faceva parte il Partito socialista.
Fu sviluppato lo stato sociale, con una serie di provvedimenti a favore delle classi più deboli e dei
lavoratori, ma aumentò anche il debito dello Stato.
Gli anni Settanta cominciarono con forti contestazioni studentesche e operaie a cui seguì un periodo
di terrorismo politico caratterizzato da numerose stragi. Inoltre, vi fu una crescente crisi economica.
Le forze politiche cercarono di fronteggiare l’emergenza ricercando nuovi equilibri (come il
tentativo di un accordo tra la Democrazia cristiana di Aldo Moro e il Partito comunista di Enrico
Berlinguer). La tensione però crebbe al punto che lo stesso presidente della DC fu rapito e
assassinato: a quel punto solo l’unione delle maggiori forze politiche riuscì a sconfiggere il
terrorismo.
Per l'economia reale sono anni di crescita impetuosa, tanto nel settore pubblico, quanto in quello
privato.
Il consumismo (cioè la tendenza a sviluppare nuovi consumi privati) poggia su basi solide: la
capacità di risparmio dei cittadini va di pari passo con una nuova voglia di spendere. E con i
conti dello Stato, finalmente a posto, si migliorano le infrastrutture (strade, ferrovie, servizi
sociali, scuole, ecc.); le aree economiche più avanzate si espandono.
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Sono proprio gli impiegati della regione industriale milanese i primi acquirenti e sostenitori del
boom automobilistico.
E sono ancora loro i primi a sfruttare l'opportunità, offerta dalle autostrade, di muoversi facilmente
e velocemente lungo la penisola.
Fra il 1956 e il 1965 raddoppiano le presenze negli alberghi, e ancor di più quelle nei campeggi: nel
1958 sono 3.700.000, nel 1965 quasi 11.000.000.
La villeggiatura estiva diventa un'abitudine di massa: è cominciata una nuova era.
Le fabbriche sono nate dai prati, dalla terra; ma la campagna distrutta, debole e pallida come il
cielo, sembra che non si difenda e che non la rimpianga più nessuno.
O. Ottieri, Tempi stretti, Einaudi.
Non più di sei anni dopo, nel 1963, il giornalista Giorgio Bocca, in un articolo apparso su “Il
Giorno”, sembra chiudere qualsiasi porta alla poesia e alla nostalgia.
Cina a Cinisello.
La fascia industriale milanese, la cosa che avendo tanti nomi (Cinisello-Rho-Cologno-Sesto) è poi
la stessa cosa, non città ma crescita incontrollata di città, le case moltiplicatesi come cellule
impazzite, sottopassaggi, rotaie, case, strade cieche, case, un po' di campagna “né verde né
gialla”, altre case, fumo, miasmi..,.
G. Bocca.
Queste città crescono senza la guida di una regola urbanistica precisa, disordinatamente. Città
quindi molte volte incapaci di offrire i servizi essenziali, necessari a rendere qualitativamente
accettabile il soggiorno di chi vi abita: mancano negozi, verde pubblico, uffici circoscrizionali; le
strade non asfaltate si trasformano in pantani alle prime piogge; spesso persino luce, acqua e
fognature arrivano con grande ritardo.
E le gru, i cantieri che in misura massiccia segnano l'espandersi delle aree cittadine negli anni
Cinquanta e Sessanta diventano rapidamente il carattere tangibile di una crescita selvaggia e
soffocante.
Passata l'euforia del boom economico, i nuovi quartieri, e la vita insoddisfacente che in essi si
conduce, portano al degrado urbano, cioè al progressivo peggioramento delle condizioni di vita
delle città.
IL TERRORISMO.
E' sempre difficile trattare in maniera accurata di eventi storici molto vicini a noi nel tempo. Ancora
più complicato è farlo in maniera imparziale, se questi eventi sono legati a fatti dolorosi, che hanno
creato contrapposizioni forti, tra poteri dello Stato, tra lo Stato e i suoi cittadini, tra diversi
schieramenti politici. Il terrorismo italiano rientra certamente in questa categoria.
Sappiamo che, nella sua fase più acuta, esso ha coperto circa due decenni, tra la fine degli anni
Sessanta e la fine degli anni Ottanta.
Sappiamo che è maturato in un clima sociale difficile:
la protesta studentesca del Sessantotto;
l'autunno caldo operaio dell'anno successivo;
la crisi economica degli anni Settanta;
il sempre maggiore consenso elettorale raccolto da forze di sinistra che sembravano
destinate a governare il Paese;
il forte anticomunismo che animava ampi strati dell'opinione pubblica.
Sappiamo che il terrorismo italiano ha avuto due matrici.
Una matrice di destra, che ha trovato uno sbocco nelle seguenti stragi:
piazza Fontana a Milano (12 dicembre 1969);
piazza della Loggia a Brescia (28 maggio 1974);
treno Italicus (4 agosto 1974);
stazione di Bologna (2 agosto 1980).
Stragi di cui ancora oggi non si conoscono con certezza esecutori e mandanti, e organizzate, come
abbiamo già detto, con l'intento di destabilizzare e gettare nell'incertezza il Paese.
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Ed una matrice di sinistra, che ha portato alla lotta armata, alla formazione di vari gruppi decisi a
trasferire la lotta di classe (tra proletariato e borghesia capitalistica) nelle strade, acuendola e
colpendo i presunti nemici del proletariato e della sua affermazione in Italia.
Le Brigate Rosse sono il più noto di questi gruppi che hanno costellato di attentati, rapine e
sequestri la vita italiana di due decenni.
Il culmine della lotta si ebbe, come sapete, con il rapimento e l'uccisione di Aldo Moro, esponente
di spicco della Democrazia cristiana e tessitore di un avvicinamento tra DC e PCI che avrebbe
dovuto garantire maggiore consenso sociale e rendere più governabile il Paese.
Proprio per la sua vicinanza a noi nel tempo, il terrorismo, in entrambe le sue forme, è un fenomeno
ancora poco studiato, e sul quale gli studiosi di tali fenomeni sociali si eserciteranno ancora a lungo.
Documenti di Stato riservati, reticenze e coperture politiche impediscono oggi di attribuire, in molti
casi, chiare responsabilità.
Ed è un fenomeno, inoltre, che non sembra essersi esaurito: sotto la copertura di sigle
apparentemente tramontate, esso ha fatto di recente nuove vittime.
Ecco comunque, nel documento che segue, la scheda che uno strumento di consultazione piuttosto
diffuso dedica alle Brigate Rosse.
Cronologia
Lo scenario mondiale del dopoguerra non corrisponde al quadro di pace che caratterizza
l’Europa.
Molti Stati africani e asiatici conquistano l’indipendenza ma diventano nuovi soggetti del
confronto tra le due superpotenze: instabilità interne e ingerenze esterne fanno nascere conflitti
regionali e terribili dittature.
Cina e India, ricercano una via autonoma per il proprio sviluppo.
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Il complesso periodo storico successivo alla seconda guerra mondiale fu caratterizzato, nel mondo,
da una serie di profondi cambiamenti, che portarono anche a situazioni di aperto conflitto.
Mentre continuava la contrapposizione tra i due blocchi dominati da Unione Sovietica e Stati Uniti,
i grandi imperi coloniali creati dalle potenze europee in Africa e in Asia crollarono nel giro di due
decenni, dando vita a un gran numero di nuovi Stati indipendenti, spesso contesi tra le due
superpotenze.
Mentre gli USA continuavano a esercitare il controllo assoluto sull’America latina (spesso
imponendo dei regimi dittatoriali a loro favorevoli), l’Unione Sovietica si proponeva come alleata
di molti movimenti di liberazione antioccidentali.
Alla strategia internazionale dell’URSS gli Stati Uniti cercarono di opporsi con ogni mezzo, fino a
farsi trascinare in una lunga e terribile guerra nell’ex colonia francese del Vietnam, che durò fino al
1975 e fu infine persa dagli Americani.
Un’altra area calda del pianeta è il Medio Oriente. Nel 1948, infatti, era nato in Palestina il nuovo
Stato di Israele, che si impose con la forza contro le popolazioni arabe che abitavano da secoli
quella regione e contro gli Stati arabi confinanti e ostili. Gli Stati Uniti seguirono una politica di
appoggio dell’alleato israeliano, mentre l’URSS sosteneva governi arabi come quello dell’Egitto o
della Siria.
Nel 1948, nel 1956, nel 1967 e nel 1973 furono combattute quattro guerre arabo-israeliane. In esse
Israele si impose sempre dal punto di vista militare, senza mai riuscire, tuttavia, a ottenere una
duratura sicurezza. La situazione dell’area cominciò a migliorare a partire dalla pace di Camp
David, firmata nel 1979 tra Israele e Egitto. Da quel momento crebbero i tentativi di dialogo, ma la
via della pace definitiva è ancora oggi incerta.
Mentre erano fortemente impegnati sul fronte internazionale, gli Stati Uniti si imponevano come
massima potenza economica e tecnologica e il loro modello di vita si imponeva all’attenzione del
mondo intero. Tuttavia anche all’interno di questo grande Paese vi erano forti conflitti sociali e fu
necessaria la lotta di uomini come Martin Luther King (assassinato nel 1968) per affermare i diritti
civili della popolazione di colore.
Tra le nuove potenze emergenti si imposero gradualmente all’attenzione l’India (indipendente dal
1947), alle prese con i gravi problemi del sottosviluppo, e la Cina, guidata da un forte Partito
comunista e alla ricerca di nuovi rapporti internazionali che le permettessero di essere indipendente
dall’URSS.
L’URSS giunse alle soglie degli anni Ottanta, guidata da Leonid Breznev, continuando a seguire
una politica espansiva verso l’esterno e nascondendo i gravi problemi economici e sociali interni.
Riprese anzi vigore la politica di repressione del dissenso interno e venne stroncato il tentativo di
riforma fatto in Cecoslovacchia.
N.B. La decolonizzazione era solo il primo passo. I nuovi Paesi si trovarono ad affrontare
molteplici problemi: difficoltà economiche, lotte tra tribù, una classe dirigente impreparata,
mancanza di istruzione professionale, scarse infrastrutture, forti squilibri sociali.
La scuola svolse un ruolo importante. Furono proprio coloro che studiarono nelle università
straniere a rivendicare l'autonomia dei propri Paesi.
PERSONAGGI E AVVENIMENTI:
Personaggi Avvenimenti
Mao. Nuova politica economica detta del “balzo in
avanti”.
Komeini. Politica iraniana marcatamente antiamericana.
Sadat. Conclusione degli accordi di Camp David.
Ortega. Costituzione di un regime socialista in
Nicaragua.
Gheddafi. Politica di acceso nazionalismo e di ostilità verso
l’Italia, gli Usa e Israele.
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Ebrei, aprendo le porte a tutti gli Ebrei ed innalzando il popolo ebraico al livello degli altri popoli
nella famiglia delle nazioni. […].
Il 29 novembre 1947 l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato una decisione a favore
della fondazione di uno Stato ebraico indipendente in Palestina ed invitato gli abitanti del Paese a
prendere le misure richieste da parte loro per attuare il piano. Questo riconoscimento, da parte
delle Nazioni Unite, del diritto del popolo ebraico di stabilire un proprio Stato indipendente non
può essere annullato.
E' d'altronde evidente diritto del popolo ebraico quello di essere una nazione come tutte le altre
nazioni, nel suo proprio Stato sovrano.
dalla Proclamazione dell'indipendenza israeliana, 1948.
La nascita dello Stato di Israele provocò l'abbandono di quelle terre da parte della popolazione
indigena: quasi un milione di arabo-palestinesi dovettero andarsene.
Gli Arabi furono costretti a vivere nei territori dei Paesi vicini in campi profughi.
Di qui ha avuto inizio un conflitto che ancora ai giorni nostri non ha trovato una soluzione
definitiva.
Anche questa innovazione giuridica, chiesta a gran voce soprattutto dalle appartenenti al
movimento femminista e dai partiti politici di sinistra, modificherà negli anni a venire il concetto di
famiglia, dissolvendo il nucleo della tradizione sociale ottocentesca.
Nella società di oggi, accanto a famiglie che mantengono la loro unità, vi sono “famiglie allargate”
(coniugi divorziati, nuovi coniugi, figli di primo e secondo letto che si riuniscono per condividere le
vacanze o alcune esperienze di vita) e “famiglie mononucleari” (un solo genitore, divorziato o
“single”, che alleva i propri figli).
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Cronologia
E’ un’epoca di trasformazione del quadro politico mondiale. Sempre più debole sul fronte interno
l’impero sovietico si sfalda.
Il 1989 è l’anno della svolta, con il crollo del muro di Berlino e l’instaurarsi, nell’Est
dell’Europa, di governi democratici.
Anche l’Italia passa da una situazione politica bloccata dalla contrapposizione ideologica a
un’epoca di nuove formazioni politiche e di maggiore trasparenza.
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Agli inizi degli anni Ottanta l’Unione Sovietica confermò la sua politica di espansione con
l’invasione dell’Afghanistan (1979) e lo schieramento, in Europa, di nuovi missili nucleari (1980).
Ma la risposta del blocco occidentale fu energica e costrinse l’URSS ad accelerare la sua corsa agli
armamenti fino a esaurire del tutto le sue risorse finanziarie, già esigue. Nel 1985 Michail
Gorbaciov prese la guida di un Paese caratterizzato da una forte debolezza interna. Egli cercò di
introdurre gradualmente le indispensabili riforme ma, ai primi segni di cedimento, nel 1989,
Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Bulgaria e Germania Orientale reclamarono vittoriosamente la
loro autonomia da Mosca. In quell’anno crollò il muro di Berlino e nel 1990 la Germania divenne
di nuovo uno Stato unitario. Nel 1991 anche la maggior parte delle repubbliche sovietiche ottennero
la loro autonomia. Il tentativo di Gorbaciov era fallito e il mondo aveva superato, con inattesa
rapidità, la contrapposizione tra le due potenze.
Alle tensioni internazionali dovute al confronto USA-URSS si sostituirono i conflitti con il
crescente integralismo musulmano e il difficile riequilibrio interno di intere nazioni un tempo
sottomesse al controllo dei partiti comunisti. Di una certa gravità, in questo quadro, furono la
guerra del Golfo, del 1991, l’ancora alta tensione nel Medio Oriente e lo sfaldamento della
federazione iugoslava. Di fronte a questi nuovi equilibri l’unica grande potenza mondiale rimasero
gli Stati Uniti, che tentano tuttora di proporsi come custodi del nuovo ordine mondiale.
Anche in Italia il venir meno della contrapposizione tra Est e Ovest turbò profondamente gli
equilibri politici. Non più dipendente dall’alleato sovietico, il PCI cambiò nome e orientamento e
poté proporsi alla guida del governo del Paese. Il tradizionale blocco tra la DC e il PSI venne meno
a seguito degli scandali giudiziari e alle conseguenze di una politica di forte spesa pubblica, in
parte utilizzata per garantire ai governanti il consenso elettorale. Alle nuove forze di sinistra si
contrapposero nuovi schieramenti politici, quali la Lega lombarda, un movimento di ispirazione
autonomista e federalista e Forza Italia, un movimento guidato da Silvio Berlusconi e alleato con
Alleanza Nazionale (erede della destra conservatrice). Mentre anche l’Italia si unisce sempre più
fortemente all’Europa e il mondo affronta le sfide della globalizzazione, delle nuove tecnologie e di
uno sviluppo compatibile con le risorse del pianeta, la lotta politica interna è ancora in corso, per
offrire al Paese quella stabilità che da tutti è considerata indispensabile per partecipare da
protagonisti alle sfide del terzo millennio.
LA NEW ECONOMY.
La new economy (nuova economia) comprende tutte le attività economiche che ruotano intorno alle
nuove tecnologie informatiche e delle telecomunicazioni.
E’ un’economia intangibile, i cui prodotti non pesiamo sul banco del supermercato.
Un’economia in rete, che collega uffici e scrivanie di tutto il mondo in tempo reale; fondata su
aziende che investono in ricerca e ricavano enormi profitti in Borsa; un’economia che si muove
attraverso meccanismi economici non sempre facili da comprendere.
Un’economia velocissima: i suoi dati, le sue esigenze, le sue inclinazioni cambiano in un batter
d’occhio.
Chi, della new economy, vuole fare un mestiere, deve essere duttile, pronto ad assimilare
continuamente l’uso di nuovi strumenti, e certamente deve abbandonare l’idea del posto e del
domicilio fisso.
Assistiamo oggi a una nuova immigrazione, non più di braccia ma di cervelli, non più generica ma
estremamente qualificata.
Un’immigrazione per la quale non esistono frontiere: il mercato del lavoro coincide con il mondo
intero. Si va dove c’è bisogno di idee e capacità.
Sembra un’immigrazione a senso unico, con gli Stati Uniti in veste di raccoglitore di così numerosi
talenti in cerca di opportunità. Ma certo non abbiamo a che fare con i bastimenti carichi di poveri
contadini che lasciavano l’Europa d’inizio Novecento per approdare a New York. Quella che oggi
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porta tante intelligenze in America è spesso una strada a doppio senso: una strada che regala
occasioni e che permette poi di volgersi al proprio Paese d’origine.
Col tempo sarà possibile giudicare se davvero il movimento immigratorio produce, a cascata, effetti
benefici anche per i Paesi serbatoi di tanto potenziale umano. Una cosa è però certa: l’esempio degli
Stati Uniti dimostra che oggi l’unico tipo di società possibile, per chi voglia dotarsi di un’economia
aperta e competitiva, è la società multietnica. Soltanto l’accostarsi di diverse culture permette,
nell’arricchimento reciproco, di soddisfare i bisogni sia degli uni sia degli altri.
LA GLOBALIZZAZIONE.
Nell’ultimo cinquantennio del XX secolo l’uomo ha creato tutta una serie di strumenti che stanno
per dar luogo ad una nuova civiltà informatizzata e automatizzata la cui affermazione costituirà una
rivoluzione ben più profonda e radicale della rivoluzione industriale.
Un computer, un modem, una linea telefonica: questa la semplice attrezzatura che consente
l’accesso a Internet a qualsiasi utente, permettendogli di comunicare dalla propria postazione di
casa, ufficio, scuola con altre postazioni in ogni parte del mondo e di accedere a una vasta e
molteplice quantità di informazioni.
Se la sostituzione del lavoro manuale col lavoro compiuto dalle macchine ha rappresentato una
svolta di capitale importanza nella storia dell’umanità, ora si sta realizzando una svolta non meno
decisiva che tende ad eliminare anche il lavoro “intelligente” che l’uomo deve ancora compiere per
azionare e controllare le macchine.
Una nuova scienza, la cibernetica, punta a costruire macchine capaci di compiere alcune operazioni
logiche proprie del cervello umano: le macchine utensili sono sempre meno comandate da uomini e
sempre più azionate da altre “macchine pensanti”, i computer, i quali a loro volta sono d’ausilio
alla progettazione di computer più complessi, capaci di eseguire operazioni sempre più complicate.
Da tutto ciò si possono trarre due conclusioni:
è ormai possibile collegarsi in tempo reale con ogni parte del mondo;
nel settore economico e lavorativo tutto quanto si compie, anche in Paesi lontani, può essere
consultato e utilizzato da chiunque, da casa propria o dalla propria sede di lavoro.
Proprio per questa possibilità di collegamento con tutti i luoghi del globo terrestre (e per le immense
opportunità che si creano) si parla di globalizzazione.
La rivoluzione di Internet.
Ma, accanto al processo di automazione della produzione in senso stretto, avanza prepotentemente
anche quello, sempre legato al computer, di informatizzazione nei processi di archiviazione e di
trasmissione dei dati (economici, scientifici, amministrativi, ecc.), nell’informazione giornalistica e
infine nell’istruzione e nella cultura.
Le informazioni utili alle aziende e alla pubblica amministrazione sono oggi gestite da computer
che diventano sempre più potenti, in grado cioè di gestire un maggior numero di dati in tempi
sempre più brevi; anche nell’ambito dell’informazione sono sempre più i quotidiani che possono
essere ricevuti in “rete” dagli utenti sul proprio personal computer.
Addirittura grazie a Internet, la “rete delle reti” che copre l’intero pianeta, il singolo utente può
accedere ai dati forniti da istituti, agenzie, università di tutto il mondo e con una spesa relativamente
bassa. Le conseguenze economiche e sociali di questa rivoluzione informatica, che in alcuni Paesi è
appena avviata ma in altri (quelli industrializzati tra cui l’Italia) è ormai pressoché compiutamente
realizzata, sono per ora imprevedibili.
Infatti, mentre alcuni guardano con apprensione alla rete, ponendo l’accento su problemi che
riguardano la sicurezza, la legalità delle informazioni circolanti e la tutela della privacy dei singoli
utenti, molti altri invece accolgono con entusiasmo l’avvento di un’era in cui la libera circolazione
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delle informazioni (la rete non è proprietà di nessuno) configura una moderna forma di
partecipazione transnazionale.
Il muro di Berlino…
Erano le 2.30 del mattino del 13 agosto 1961 quando poliziotti e soldati tedesco-orientali si
mossero lungo tutto il confine tra le due Berlino, per sigillarlo, impedendo così che la fuga dei
Tedeschi orientali verso Occidente continuasse.
Nella giornata seguente furono ancora più di 1500 coloro che ugualmente fuggirono, attraverso
cortili e giardini, canali e fiumi; ma furono gli ultimi fino alla fantastica notte della liberazione del
9 novembre 1989.
A. Levi, Quella ferita lunga ventotto anni, in “Corriere della Sera”.
…e la sua caduta.
Il muro è caduto. Frontiere aperte tra le due Germanie: i Tedeschi dell’Est possono recarsi nella
Germania Federale attraversando direttamente la “cortina di ferro”, senza dover più passare dalla
Cecoslovacchia o dall’Ungheria. La notizia è stata data in una conferenza stampa, ieri sera a
Berlino Est, da Guenter Schaboski, membro dell’ufficio politico del Partito comunista, che ha
sorpreso i giornalisti comunicando la decisione presa poco prima dal Consiglio dei ministri
dimissionario.
E’ un annuncio storico: come aveva previsto nei giorni scorsi il cancelliere Kohl, i muri tra le due
Germanie stanno cadendo, anche il muro per eccellenza.
Secondo quanto ha dichiarato Schaboski, gli uffici di polizia sono stati autorizzati a rilasciare il
visto di espatrio a chiunque lo richieda, senza pretendere motivazioni specifiche. L’espatrio può
avvenire attraverso qualsiasi posto di frontiera dislocato lungo la linea di demarcazione e lungo il
muro di Berlino.
E. Petta, Berlino apre il muro, in “Corriere della Sera”.
Il crollo del muro è diventato il simbolo della fine dei regimi comunisti dell’Est europeo e della
divisione tra Occidente e Oriente.
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Nel documento che segue ecco come un quotidiano italiano commentò l’evolversi degli
avvenimenti.
Un’epoca è finita.
Le frontiere tra le due Germanie sono state riaperte, il muro non ha più un senso. A sera, quando la
notizia viene resa ufficiale, una folla strabocchevole di Tedeschi preme sia da Ovest sia da Est
contro il simbolo della divisione, diventato improvvisamente un reperto storico. La gente ride,
piange e grida, i più scalmanati ballano in equilibrio sul muro: nessun Vopo [guardia del popolo
della Germania Est] sparerà più loro addosso.
Un’epoca è finita.
Crolla il muro di Berlino, in “La Stampa”.
Gli scienziati pensarono quindi che se avessero capito come isolare nella prima specie il gene
responsabile della produzione dell'antibiotico e successivamente fossero stati in grado di trasferirlo
nella seconda specie di batteri avrebbero ottenuto in tempi rapidi grandi quantità di antibiotico.
Il procedimento di trasferimento venne messo a punto nel 1972. I ricercatori americani, studiando il
codice genetico dei batteri della prima specie, impararono come isolare e separare il gene “utile” dal
resto del corredo genetico, utilizzando delle sostanze chiamate enzimi di restrizione. Grazie ad altre
sostanze, le ligàsi e i plasmìdi, riuscirono a trasportare e a riattaccare il gene isolato del corredo
genetico dei batteri della seconda specie. Alla fine del processo, ciò che si ottenne fu un batterio
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geneticamente modificato, capace sia di riprodursi in tempi rapidi, sia di produrre l'antibiotico
desiderato.
Nel corso degli anni successivi, gli scienziati hanno sviluppato le ricerche di ingegneria genetica in
modo da poter trasferire determinati geni non solo tra batteri di tipo diverso, ma anche tra virus,
lieviti, cellule vegetali e animali di specie differenti in modo da riuscire a produrre organismi
“modificati”.
La moderna biotecnologia si basa dunque sull'applicazione delle tecniche dell'ingegneria genetica,
grazie alle quali è possibile inserire un gene estraneo nel corredo genetico di un essere vivente
che, dopo essersi appropriato del nuovo gene, ne rispetta gli ordini e lo trasmette ereditariamente
alla propria discendenza.
Le biotecnologie, quindi, manipolano e utilizzano alcuni organismi viventi allo scopo di produrre
quantità commerciali di sostanze utili all'uomo o di ottenere varietà vegetali o animali con proprietà
nuove e caratteristiche vantaggiose. Le biotecnologie sono nate e si sviluppano grazie alla
collaborazione tra alcuni istituti scientifici e centri universitari, che promuovono la ricerca teorica, e
le industrie private, grandi e piccole, studiano soprattutto le applicazioni industriali e commerciali
dell'ingegneria genetica.
Le biotecnologie sono state applicate in medicina,in agricoltura e nella risoluzione di problemi
ecologici.
effetti di un consumo prolungato non sono ancora osservabili; l'ipotesi, per esempio, che tali piante
possano scatenare nuove forme di allergia non è del tutto esclusa. Per cui, gli alimenti ottenuti con
le biotecnologie devono essere sottoposti a controlli severissimi prima di essere commercializzati.
I consumatori hanno chiesto a gran voce una normativa specifica che stabilisca l'obbligo di
etichette chiare sui vari prodotti: vogliono sapere se ciò che mangiano è stato geneticamente
manipolato o no.
Le direttive dell'Unione europea vanno in questa direzione, tuttavia l'incertezza rimane ancora su
molti prodotti e nel frattempo alcuni consumatori preferiscono acquistare prodotti di agricoltura
biologica – una forma di coltivazione che non utilizza concimi, diserbanti, insetticidi, sostanze
chimiche artificiali o piante transgeniche – sebbene siano molto più costosi di quelli sottoposti ai
procedimenti tradizionali.
Il timore che comincia a serpeggiare in più persone è che si possa da un momento all'altro clonare
la persona umana: ciò crea aspre discussioni e pone gravissimi problemi etici.
Scienziati, esperti di bioetica, filosofi, religiosi si interrogano sui limiti che la ricerca scientifica
deve porsi e sulla necessità di elaborare direttive comuni che regolino queste sperimentazioni
sull'uomo: in Italia lavora a questo progetto, pur tra le difficoltà poste dai diversi punti di vista, il
Comitato Nazionale di Bioetica.
L'ingegneria genetica sull'uomo può già oggi attuare numerosi interventi. Tra le varie applicazioni
prendiamo in considerazione due situazioni di cui già da qualche tempo si parla:
• l'eugenetica, la disciplina che si propone il miglioramento del singolo individuo attraverso
la scelta dei geni;
• la terapia genica, che si propone attraverso le biotecnologie di curare malattie che altrimenti
destinerebbero a grossi impedimenti o sarebbero causa di morte.
Secondo quanto afferma il documento emanato dal Comitato Nazionale di Bioetica, la terapia
genica si attua attraverso l'introduzione di un gene in organi o in cellule dell'individuo: cioè di un
frammento di DNA, che ha l'effetto di prevenire e/o di curare una condizione patologica (cioè una
malattia).
L'introduzione del gene può effettuarsi:
• sulle cellule che danno origine alla vita (terapia genica germinale), prima cioè della nascita
dell'individuo;
• sulle cellule del corpo di chi è affetto da malattie incurabili (terapia genica somatica).
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L'eugenetica intende intervenire sui geni per “migliorarne” l'assetto normale o per modificarlo
secondo il proprio intendimento in modo da ottenere il “tipo d'uomo” voluto (una certa statura, un
certo colore degli occhi …).
Si tratta di atti eticamente condannabili per molte ragioni:
• il concetto di “miglioramento” si presta facilmente ad abusi (si potrebbe decidere di far
nascere solo bianchi e non neri, oppure solo persone con gli occhi azzurri);
• poiché si interverrebbe sugli embrioni (prima cioè della nascita dell'individuo) senza la
possibilità di avere il consenso del soggetto;
• si aprirebbe la possibilità di programmare il futuro dell'umanità secondo un progetto
precostituito che potrebbe avere mire razziste.
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La terapia genica germinale è, allo stato attuale, improponibile sia dal punto di vista etico che da
quello scientifico.
Non esistono ancora metodiche esattamente “mirate” di ingegneria genetica per cui si sarebbe
costretti ad agire casualmente, eliminando poi gli embrioni “sbagliati” (cioè quelli non riusciti come
si voleva).
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72
La terapia genica somatica non solleva invece obiezioni etiche, se non quelle di tutti gli interventi
curativi di natura sperimentale.
Essa oggi viene tentata in certe malattie dovute ad un singolo gene difettoso, nelle quali sia
possibile:
• prelevare dal paziente e coltivare in vitro cellule capaci di riprodursi;
• introdurre in esse il gene normale clonato;
• reintrodurre nel paziente le cellule geneticamente modificate nell'attesa che si moltiplichino
spontaneamente e che la loro azione agisca positivamente con le altre cellule del corpo su
cui non si è intervenuto.
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Cronologia
1978: Karol Wojtyla diviene papa con il nome di Giovanni Paolo II.
1979: Repubblica islamica in Iran.
1979-1989: Occupazione sovietica dell’Afghanistan.
1980: Missili sovietici SS-20, Pershing e Cruise della NATO in Europa.
1980-1988: Conflitto Iran-Iraq.
1981: Colpo di Stato in Polonia.
La Grecia aderisce all’Unione europea.
1983-1987: Primi governi a guida socialista in Italia.
1985: Michail Gorbaciov al potere in URSS.
1986: Esplosione nella centrale nucleare di Chernobyl.
Spagna e Portogallo aderiscono all’Unione europea.
1989: Crollo del muro di Berlino.
Il blocco comunista si frantuma.
1990: L’Iraq invade il Kuwait.
1991: Guerra del Golfo.
Colpo di Stato in URSS.
L’URSS si trasforma in CSI.
Termina la guerra fredda.
Trattato di Maastricht.
1991-1999: Guerre iugoslave.
1992: Mani pulite in Italia.
Truppe ONU sbarcano in Somalia.
1993: Accordo di Washington tra Israele e OLP.
1994: In Italia vince le elezioni il centro-destra.
1995: Assassinio di Rabin in Israele.
Finlandia, Austria e Svezia aderiscono all’Unione europea.
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GLOSSARIO
Integrazione: incorporazione di una certa entità etnica in una società con l’esclusione di qualsiasi
discriminazione razziale.
Lager: campi di internamento e di sterminio nazisti.
Leader: capo, guida.
Legislazione: il complesso delle leggi di un determinato paese o norme che ne regolano alcuni
aspetti.
Licenziamento: allontanamento del lavoratore da parte dell’imprenditore con cessazione del
rapporto di lavoro.
Linciaggio: esecuzione sommaria eseguita da privati cittadini contro persone colpevoli di un reato o
di un fatto ritenuto tale.
Magnate: grande industriale.
Mobilitazione: appello a tutte le forze umane e materiali di un paese in caso di estremo pericolo.
Monopolio: privilegio di vendita esclusiva di un bene concesso dalla legge allo stato o ad altro ente
pubblico o privato.
Nazionalismo: ideologia ispirata all’esaltazione dei valori nazionali.
Nazionalizzazione: proprietà e gestione dei servizi e dei mezzi di produzione da parte dello stato.
Nazione: l’insieme delle persone che hanno una stessa origine etnico-culturale, cioè comunanza di
lingua, religione, tradizioni, usi, costumi e storia.
Neutralista: chi sostiene le necessità di non parteggiare a favore di nessuno degli stati contendenti.
Neutralità: posizione di non intervento, di estraneità, nei confronti di un conflitto.
Notabile: ciascuno dei personaggi più ragguardevoli di una comunità.
Nullatenenti: coloro che non possiedono beni.
Oltranzista: sostenitore di una posizione intransigente ed estrema.
Opifici: stabilimenti industriali, fabbriche.
Pangermanesimo: dottrina per la riunificazione di tutte le stirpi tedesche.
Partigiano: chi fa parte di formazioni irregolari armate nel territorio invaso dal nemico.
Pendolarismo: fenomeno dei lavoratori che quotidianamente si spostano dalla località di residenza
per raggiungere quella del proprio lavoro.
Plebiscito: consultazione diretta del popolo su questioni di notevole importanza politica.
Radar: dispositivo per localizzare la posizione di un oggetto e determinarne la distanza.
Razzismo: teoria che si fonda sulla presunta superiorità di una razza sulle altre.
Recessione: flessione nell’attività economica.
Referendum: appello rivolto al corpo elettorale perché si pronunci su singole questioni.
Requisitoria: atto d’accusa sostenuto da prove stringenti e documentate.
Restaurazione: ristabilimento di un assetto politico tradizionale dopo una interruzione.
Sabotaggio: azione di disturbo intesa ad ostacolare il regolare funzionamento dei servizi bellici del
nemico.
Sanzione: il complesso dei provvedimenti economico-politici adottati da uno stato o da una lega di
stati contro un altro o altri stati.
Secessione: distacco, allontanamento di una parte del popolo, in genere per protesta.
Sicario: l’esecutore a pagamento di un assassinio.
Socialismo: nome generico con cui si designano le dottrine economiche e politiche che propugnano
l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione e l’avvento di una società senza classi.
Squadrismo: fenomeno caratterizzato dall’attività violenta di gruppi armati con particolare
riferimento a quelli fascisti.
Stallo: situazione di sosta e di immobilità.
Statista: uomo di stato, particolarmente esperto nell’arte di governo.
Stato: comunità sociale, politicamente organizzata e stanziata su un determinato territorio, sotto la
guida di un’autorità, per il raggiungimento dei propri fini collettivi.
Sterminio: distruzione o soppressione spietata e sanguinosa di un gran numero di persone.
Superpotenza: stato che supera gli altri per prestigio politico, forza militare e ricchezza economica.
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APPENDICE
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LA COSTITUZIONE ITALIANA
1. La Costituzione italiana.
La Costituzione della Repubblica, entrata in vigore il 1° gennaio 1948, è la legge fondamentale
del nostro Paese. Essa fissa i principi fondamentali sui quali si regola la vita della comunità
civile e stabilisce gli organismi ai quali compete il governo e l’amministrazione della nazione.
Da quando è stata varata, la Carta costituzionale è stata applicata in ogni sua parte tramite leggi
che, di volta in volta, hanno permesso di passare dall’affermazione di ideali e regole generali
(contenuti nella Costituzione) a norme concrete alle quali tutti devono sottostare.
La Costituzione si divide in varie parti come illustra lo schema sottostante.
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Titolo III – Rapporti vengono affermati, tra gli altri, i diritti dei lavoratori
economici a una retribuzione equa, la parità dei diritti tra
(art. 35-47): lavoratore e lavoratrice, la libertà d’organizzazione
sindacale, la libertà di iniziativa economica privata.
Parte seconda – ORDINAMENTO DELLA REPUBBLICA
LA COSTITUENTE.
Dopo la fine della seconda guerra mondiale, il 2 giugno 1946, gli Italiani furono chiamati alle
urne per:
scegliere con un referendum se conservare la forma di Stato monarchica o dare vita a un
nuovo Stato repubblicano;
eleggere un’Assemblea Costituente, che avrebbe dovuto dare un nuovo assetto allo Stato
italiano.
Gli Italiani optarono per la repubblica; l’Assemblea diede inizio ai suoi lavori per creare una nuova
legge fondamentale che regolasse la vita della nuova Repubblica italiana.
Compito fondamentale del Parlamento è quello legislativo, cioè quello di stabilire le leggi dello
Stato. Il cammino verso l’approvazione di una legge è sintetizzato nello schema a pagina seguente.
La durata in carica (la cosiddetta legislatura) dei due rami del Parlamento è di cinque anni.
Camera e Senato, in seduta congiunta, eleggono il Presidente della Repubblica, che deve avere
compiuto 50 anni e resta in carica sette anni.
Questi ha, tra i suoi poteri, quello di sciogliere le camere e indire nuove elezioni. Ciò avviene sia
quando il periodo naturale di durata della legislatura è giunto al termine, sia quando non c’è accordo
tra i diversi partiti politici e non c’è, in Parlamento, una maggioranza di parlamentari (cioè la metà
più uno) che sostiene il Governo.
Dopo il Parlamento (che stabilisce le leggi: potere legislativo) e il Governo (che applica
concretamente le leggi mediante la pubblica amministrazione: potere esecutivo), la Costituzione
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tratta della Magistratura, cui compete il potere di verificare e far rispettare l’applicazione delle
leggi ai casi concreti: in una lite tra cittadini o in caso di reati (potere giudiziario).
Negli articoli 101-113. tra le altre cose, viene affermata la totale indipendenza dei giudici da ogni
interferenza degli altri due poteri (i giudici sono soggetti solo alla legge) e, per tutelare tale
indipendenza, viene istituito il Consiglio superiore della Magistratura, che ha il compito di
occuparsi di tutti quei provvedimenti (assegnazioni, promozioni, interventi disciplinari) che
riguardano i giudici.
A grandi linee, i numerosi organi giudiziari si possono distinguere a seconda dell’ambito in cui
operano: abbiamo così una giurisdizione penale (che si occupa dei reati), una giurisdizione civile
(che si occupa delle liti tra privati cittadini) e una giurisdizione amministrativa (che si occupa delle
questioni tra i privati e la pubblica amministrazione).
MINISTERI.
I ministeri non I sono in numero fisso, ma possono variare da governo a governo.
Di norma sono alla testa di apparati della pubblica amministrazione: per esempio il ministro
dell’Interno controlla e coordina gli organismi statali preposti alla sicurezza (la polizia, in primo
luogo); il ministro della Pubblica istruzione è al vertice delle istituzioni scolastiche (scuole
pubbliche, Provveditorati agli studi, ora denominati Uffici Scolastici Provinciali); e così via.
Essendo a capo di queste istituzioni, il ministro si trova anche ad amministrare un bilancio, poiché
queste strutture necessitano di fondi per funzionare.
Vi sono poi altri ministeri che non sovrintendono a strutture amministrative e quindi non hanno un
bilancio proprio: sono i cosiddetti ministeri “senza portafoglio”, come il ministero per gli Affari
regionali o quello per le Pari opportunità.
Oltre al governo centrale vi sono gli Enti territoriali: Regioni, Province e Comuni, per i quali il
riferimento essenziale è costituito dal territorio che determina e delimita il potere degli Enti stessi.
Anche i rappresentanti che presiedono questi organismi sono scelti a seguito di elezioni fra i
residenti all’interno del territorio di competenza: ad esempio, i cittadini di Milano eleggono il
sindaco della loro città, mentre gli abitanti della Lombardia eleggono il Presidente della loro
regione.
La Costituzione dà molta importanza agli organi di governo territoriali e recentemente si è
accentuato il decentramento (cioè il passaggio agli Enti territoriali di alcune competenze che in
precedenza spettavano solo al governo centrale).
I compiti e le funzioni di Regioni, Province e Comuni, partendo da quanto disposto dall’articolo
117, si sono delineati nel corso degli anni in base a leggi successive.
A grandi linee, possiamo dire che oggi:
le Regioni hanno poteri legislativi in numerose materie che interessano i settori
dell’organizzazione degli uffici ed enti regionali, delle attività economiche (fiere, mercati,
turismo, ecc.), dell’assistenza sanitaria e ospedaliera e dell’assetto del territorio (urbanistica,
strade d’interesse regionale, agricoltura e foreste , ecc.);
le Province svolgono un ruolo intermedio tra Regioni e Comuni; le loro funzioni riguardano
(a livello provinciale) la tutela del suolo, la gestione delle risorse idriche, la viabilità e i
trasporti, lo smaltimento dei rifiuti e l’edilizia scolastica;
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i Comuni hanno funzioni che riguardano i servizi sociali (asili nido, assistenza scolastica),
le attività economiche (licenze degli esercizi commerciali), l’assetto del territorio comunale
e i servizi connessi (concessioni edilizie, nettezza urbana, fognature, strade comunali, ecc.).
3. La famiglia.
La Costituzione riconosce e assegna in modo chiaro alla famiglia un ruolo molto importante
nella società civile. A testimonianza di ciò lo Stato presta attenzione e tutela al momento in cui
la famiglia si forma nonché al suo successivo evolversi.
La famiglia ha origine con il matrimonio, cioè con un “contratto” che viene raggiunto fra un
uomo e una donna e che può essere stipulato in chiesa o in comune.
Sono possibili sostanzialmente tre alternative:
La celebrazione avviene in chiesa dopo aver rispettato una particolare procedura presso
gli uffici comunali e avere letto nel corso della cerimonia alcuni articoli del Codice
civile (il 143, 144 e 147): la famiglia così formata viene riconosciuta sia dallo Stato che
dalla Chiesa;
Il matrimonio è celebrato dal sindaco (o da un suo delegato): si forma una famiglia che è
riconosciuta come tale dallo Stato italiano, ma non dalla Chiesa;
Il matrimonio viene celebrato solo con rito religioso senza essere (per scelta personale)
trascritto in sede civile: in questo caso, per lo Stato la famiglia non esiste.
La famiglia è composta, oltre che dai due coniugi, anche dai figli nati all’interno del matrimonio (i
figli legittimi).
Compito dei genitori è quello di istruire, educare e provvedere al mantenimento dei figli, sempre
nel rispetto dei diritti e delle esigenze dei minori.
I genitori hanno inoltre altre importantissime funzioni.
Vediamole più dettagliatamente:
hanno il potere-dovere di sorveglianza sui loro figli. Da ciò deriva la responsabilità
dei coniugi per i danni commessi dal minore che vive ancora a casa dei genitori;
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Nel nostro ordinamento è previsto un antichissimo istituto giuridico, l’adozione, per mezzo del
quale viene a far parte del nucleo familiare anche chi non è figlio della coppia di sposi.
Il genitore ha, nei confronti del figlio adottato, tutti i doveri che ha nei confronti dei figli legittimi.
Non tutte le coppie, però, possono adottare un minore.
La legge italiana, infatti, stabilisce che l’adozione è consentita solo:
alle coppie sposate da almeno tre anni;
quando l’età di chi adotta supera di almeno diciotto anni quella dell’adottato, ma è inferiore
a quarantacinque anni.
LA COSTITUZIONE.
“La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio…”
(art. 29).
“E’ dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli…” (art. 30).
4. La scuola.
La formazione culturale delle nuove generazioni e l’organizzazione dei cicli scolastici
rappresentano un impegno fondamentale per l’evolversi della società civile.
Recentemente, a partire dal 1999 e ancora in fase di ultimazione, è iniziata una profonda
riforma della scuola italiana.
Come è ora.
Scuola elementare e scuola media si chiamano ora rispettivamente scuola primaria e scuola
secondaria di 1° grado. La scuola primaria, obbligatoria, dura cinque anni. La scuola
secondaria di 1° grado, anch’essa obbligatoria, dura tre anni.
Segue la scuola secondaria di 2° grado, che si compone:
di un biennio (poiché l’obbligo scolastico è stato portato fino a 15 anni, il primo anno
del biennio è obbligatorio);
di un triennio facoltativo (con possibilità di scegliere fra quattro indirizzi: umanistico,
scientifico, tecnologico, artistico e musicale) per chi vuole continuare gli studi e
accedere all’università.
LA COSTITUZIONE.
“La Repubblica promuove lo sviluppo e la ricerca scientifica e tecnica” (art. 9).
“…La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli
ordini e gradi …” (art. 33).
La riforma scolastica che porta a nove gli anni di istruzione obbligatoria ci allinea con i principali
Paesi europei.
Purtroppo però il mancato assolvimento dell’obbligo scolastico è un fenomeno rilevante in Italia.
Assicurarsi che i bambini frequentino la scuola tocca in prima istanza ai genitori con l’eventuale
aiuto dei servizi sociali del Comune e il possibile intervento del Tribunale per i Minorenni.
Una ricorrente causa dell’abbandono prematuro della scuola è da ricercarsi spesso nella situazione
di povertà in cui versa la famiglia del minore: in questi casi spesso la famiglia non segue da vicino
i figli o, ancora più spesso, li manda a lavorare prima che abbiano l’età per farlo.
Spesso queste forme di lavoro nero sono gestite dalla piccola criminalità e finiscono per coinvolgere
i minori in attività a tutti gli effetti fuori legge.
In caso di povertà la Costituzione prevede che sia lo Stato a garantire il diritto allo studio a mezzo
di sostegni economici forniti dal Comune di residenza.
5. Il lavoro.
È difficile se non impossibile fare una classifica e mettere in fila, in ordine di importanza, i
valori espressi dalla Costituzione italiana. Ma certamente, in un’ipotetica classifica, il lavoro,
inteso come diritto individuale di ogni persona, risulterebbe ai primissimi posti. Non è un caso
se la Costituzione esordisce al primo articolo riconoscendo che il lavoro è il fondamento stesso
su cui poggia la nostra Repubblica.
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Dopo la legittimazione che ne viene fatta nella prima parte fra i principi fondamentali, è nel
titolo III, dall’articolo 35 all’articolo 38, che la Costituzione si occupa del lavoro. Infatti:
afferma la piena ed effettiva condizione di parità che deve sussistere fra uomo e donna
(articolo 37): si è cercato di realizzare questa uguaglianza con la legge n. 903/1977 sulla
parità di trattamento e con la legge n. 125/1991 sulle azioni positive che devono essere
realizzate per conseguire tale uguaglianza;
riconosce la necessità che la retribuzione possa consentire al lavoratore (uomo o donna
che sia) di condurre un’esistenza libera e dignitosa (articolo 36);
riconosce il diritto al riposo settimanale e alle ferie (articolo 36);
prevede dei meccanismi di tutela per il lavoratore che sia malato o infortunato ovvero
per la persona che risulti inabile al lavoro (articolo 38).
Anche i lavoratori autonomi versano contributi per la pensione; non hanno tutte le previdenze
previste per i lavoratori dipendenti (per esempio, gli assegni famigliari).
Negli ultimi anni è stata data la possibilità ai lavoratori sia dipendenti (in determinati casi e
secondo certi criteri) che autonomi di ricorrere al versamento di particolari contributi in speciali
fondi pensione gestiti non solo da enti statali, ma anche da banche ed assicurazioni private (le
cosiddette pensioni integrative).
Il lavoro autonomo.
Il lavoro tutelato e previsto dalla Costituzione non è solo quello subordinato o dipendente, ma
anche quello autonomo, cioè praticato da persone che non sono legate da alcun vincolo di
subordinazione nei confronti di un datore di lavoro.
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Architetti, notai, avvocati e altri liberi professionisti sono pur sempre lavoratori, anche se non sono
lavoratori dipendenti, e organizzano da sé la propria attività pur tenendo conto delle indicazioni e
dei bisogni dei loro clienti.
IL TUTORE AZIENDALE.
Nei vari decreti legislativi che si sono succeduti in questi ultimi anni e che hanno in modo
sostanziale cambiato la natura del contratto di apprendistato, che era regolato da una legge del
1955, è stata introdotta la figura del tutore aziendale.
Questi è la persona incaricata dal datore di lavoro (oppure lo stesso datore di lavoro nel caso dei
piccoli artigiani) di verificare e curare che l’apprendista impari l’attività per la quale è stato assunto
e segua i corsi di formazione organizzati all’interno e all’esterno del luogo di lavoro.
I CONTRATTI ATIPICI.
Accanto alla forma classica di contratto di lavoro a tempo indeterminato, nel corso degli ultimi
anni i mutamenti determinatisi nella struttura economica e produttiva italiana hanno portato allo
sviluppo di nuove forme contrattuali (dotate di opportune tutele): i cosiddetti contratti di lavoro
atipici.
Il contratto di formazione lavoro: è destinato ai giovani di età compresa tra i 16 e i 32
anni. Ve ne sono di due tipi:
- per permettere l’acquisizione di professionalità (ha durata fino a 24 mesi);
- per agevolare l’inserimento professionale (ha una durata di 12 mesi).
L’agenzia di lavoro interinale, per poter operare, deve ricevere una regolare autorizzazione
dal ministero del Lavoro.
Essa può assumere il lavoratore sia con contratto a tempo determinato (corrispondente alla
durata del lavoro presso l’impresa), sia a tempo indeterminato (in questo caso, nei periodi
in cui il lavoratore non opera presso imprese, l’agenzia deve garantire un’indennità mensile
al lavoratore).
Nel nostro Paese, come ricordato, la legge stabilisce che l’età minima per l’ammissione al
lavoro non può essere inferiore a quindici anni.
Il contratto stipulato in violazione di queste inderogabili disposizioni non è ovviamente
valido ed il datore di lavoro è punito con l’arresto fino a sei mesi o con una multa fino a 5
mila euro.
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Nell’ottobre del 2000, una specifica commissione composta da parlamentari europei e dai
rappresentanti dei governi di quindici diversi Paesi ha presentato un testo, la Carta europea dei
diritti fondamentali, destinato a diventare il nucleo della Costituzione dell’Unione europea.
Questo importante documento internazionale:
Sviluppa i tradizionali diritti civili, sociali, politici ed economici;
Affronta nuove questioni, come la bioetica, la protezione dell’ambiente e la tutela della
privacy;
Accorda un’importanza particolare alla difesa dei bambini, al ruolo degli anziani e delle
minoranze.
La Carta europea dei diritti fondamentali divide i diritti in diversi capitoli: la dignità, la libertà,
l’uguaglianza, la solidarietà, la cittadinanza, la giustizia, ecc.
La dignità dell’uomo.
I primi articoli sono stati elaborati per valorizzare e tutelare la dignità dell’uomo.
1. La dignità umana è inviolabile. Essa deve essere rispettata e tutelata.
2. Ogni individuo ha diritto alla vita. Nessuno può essere condannato alla pena di morte, né
giustiziato.
3. Ogni individuo ha diritto alla propria integrità fisica e psichica. Nell’ambito della medicina e
della biologia devono essere in particolare rispettati:
Il consenso libero e informato della persona interessata;
Il divieto delle pratiche eugenetiche, in particolare di quelle aventi come scopo la
selezione delle persone;
Il divieto di fare del corpo umano e delle sue parti in quanto tali una fonte di lucro;
Il divieto della clonazione riproduttiva degli esseri umani.
4. Nessuno può essere sottoposto a tortura, né a pene o trattamenti inumani o degradanti.
5. Nessuno può essere tenuto in condizioni di schiavitù o di servitù.
Nessuno può essere costretto a compiere un lavoro forzato od obbligatorio.
E’ proibita la tratta (il commercio) degli esseri umani.
La libertà.
Il secondo capitolo della Carta europea dei diritti fondamentali verte sulla libertà.
6. Ogni individuo ha diritto alla libertà e alla sicurezza.
7. Ogni individuo ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, del proprio
domicilio.
8. Ogni individuo ha diritto alla protezione dei dati di carattere personale che lo riguardano.
9. Il diritto di sposarsi e il diritto di costituire una famiglia sono garantiti.
10. Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione.
11. Ogni individuo ha diritto alla libertà di espressione.
La libertà dei media e il loro pluralismo sono rispettati.
12. Ogni individuo ha diritto alla libertà di riunione pacifica e alla libertà di associazione,
segnatamente in campo politico, sindacale e civile.
13. Le arti e la ricerca scientifica sono libere. La libertà di insegnamento nelle università è
rispettata.
14. Ogni individuo ha diritto all’istruzione e all’accesso alla formazione professionale e
continua.
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15. Ogni individuo ha il diritto di lavorare e di esercitare una professione liberamente scelta.
Ogni cittadino dell’Unione europea ha la libertà di cercare un lavoro, di lavorare, di stabilirsi
o di prestare servizi in qualunque Stato membro.
16. E’ riconosciuta la libertà d’impresa.
17. Ogni individuo ha il diritto di godere della proprietà dei beni che ha acquistato legalmente,
di usarli, di disporne e di lasciarli in eredità.
18. Il diritto di asilo è garantito.
19. Le espulsioni collettive sono vietate.
L’uguaglianza.
La terza parte della Carta contiene una serie di articoli volti a tutelare il diritto all’uguaglianza
dei cittadini europei e a eliminare qualunque forma di discriminazione in base a origine etnica,
sesso, confessione religiosa, opinione politica, censo e caratteristiche psico-fisiche.
20. Tutte le persone sono uguali davanti alla legge.
21. E’ vietata qualsiasi forma di discriminazione fondata, in particolare, sul sesso, la razza, il
colore della pelle o l’origine etnica o sociale, le caratteristiche genetiche, la lingua, la
religione o le convinzioni personali, le opinioni politiche o di qualsiasi altra natura,
l’appartenenza a una minoranza nazionale, il patrimonio, la nascita, gli handicap.
22. L’Unione europea rispetta la diversità culturale, religiosa e linguistica.
23. La parità tra uomini e donne deve essere assicurata in tutti i campi.
24. I bambini hanno diritto alla protezione e alle cure necessarie per il loro benessere. Essi
possono esprimere la propria opinione, che viene presa in considerazione sulle questioni che
li riguardano in funzione della loro età e della loro maturità.
L’Unione riconosce e rispetta il diritto degli anziani di condurre una vita dignitosa e
indipendente e di partecipare alla vita sociale e culturale.
25. L’Unione riconosce e rispetta il diritto dei disabili di beneficiare di misure intese a
garantirne l’autonomia, l’inserimento sociale e professionale e la partecipazione alla vita
della comunità.