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I Compendi per la scuola

Giuseppe Rocco

COMPENDIO DI STORIA 3

Per la scuola media

Il Novecento
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Indice

Presentazione
Modulo 1: Novecento: speranze e tensioni
Modulo 2: La prima guerra mondiale
Modulo 3: Il dopoguerra in Italia e il fascismo
Modulo 4: Il mondo dopo la prima guerra mondiale
Modulo 5: La seconda guerra mondiale
Modulo 6: Il dopoguerra e la guerra fredda
Modulo 7: L’Italia del dopoguerra e della ricostruzione
Modulo 8: Il mondo bipolare fino agli anni Ottanta
Modulo 9: Dagli anni Ottanta all’inizio del Duemila
Glossario
Appendice
 La Costituzione Italiana
 I diritti fondamentali dell’uomo secondo la Costituzione europea
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PRESENTAZIONE

Compendio di storia 3 – Il Novecento è un volumetto che si propone di presentare in modo chiaro,


organico ed essenziale i tratti salienti del XX secolo nei suoi aspetti politici, sociali, economici e
culturali, secondo gli orientamenti dell'attuale storiografia. Si rivolge prevalentemente agli studenti
di scuola media con lo scopo di fornire loro uno strumento facile da utilizzare per lo studio, in
preparazione alle verifiche orali e scritte e particolarmente in vista dell'esame di licenza. Non ha la
pretesa di sostituirsi al libro di testo, molto più ricco e articolato, vuole semplicemente essere un
utile supporto al manuale adottato dall'insegnante per aiutare l'alunno a cogliere i saperi
fondamentali. Può essere utilizzato anche da persone adulte desiderose di rinfrescare la memoria e
aggiornarsi sugli eventi che hanno segnato la nostra storia recente.
L'impostazione metodologica è molto semplice e nello stesso tempo sistematica e precisa:
suddivisione del percorso didattico in 9 moduli, ciascuno dei quali contiene:
 mappa concettuale;
 sintesi;
 tabelle e approfondimenti;
 cronologia.
Alla conclusione sono stati inseriti un glossario e un'appendice che riporta brevemente i contenuti
principali della Costituzione Italiana e i diritti fondamentali dell'uomo secondo la Costituzione
europea.
Tutto questo lavoro non è solo il risultato di studi teorici, ma è frutto della mia pluridecennale
esperienza di insegnamento nella scuola media.
Auspicando di aver fornito un testo pregevole, auguro agli studenti un buon lavoro.

Camisano Vicentino, 12 aprile 2011.

L'autore
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Modulo 1: Novecento: speranze e tensioni.

All’inizio del Novecento gli impressionanti sviluppi in campo scientifico e tecnico diedero
l’illusione che, con il nuovo secolo, si fosse all’inizio di un’epoca di benessere; ma dietro questa
apparente facciata si celavano forti tensioni, aggravate da politiche contraddittorie.
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L’inizio del ventesimo secolo vede da un lato lo sviluppo di alcune grandi potenze, dall’altro il
difficile equilibrio tra loro per garantire una pace sempre più minacciata.
In Europa cresceva sempre più la potenza della Germania, divenuta una nazione unita dopo le
vittorie della Prussia sull’Austria (1866) e sulla Francia (1870) e guidata con una ferma politica di
rafforzamento dal cancelliere Bismarck fino al 1890.
Alla crescente potenza tedesca si contrapponevano Francia e Inghilterra, guidate da regimi
democratici, ma anch’esse impegnate in una politica imperialistica che le portò a espandere il più
possibile i loro imperi coloniali, mentre all’interno covavano forti tensioni sociali.
Altra nazione in forte sviluppo erano gli Stati Uniti, verso i quali continuava un forte afflusso di
manodopera grazie alla continua immigrazione proveniente da diversi Stati europei.
In Oriente, invece, una sola nazione indipendente, il Giappone, seppe colmare le distanze rispetto
alle grandi società industriali e proporsi come alternativa al potere occidentale sulla regione. Nel
1905 i Giapponesi riuscirono anche a sconfiggere la Russia.
Vi erano pure nazioni in forte crisi. L’impero d’Austria sopravviveva con molte difficoltà dopo aver
concesso una certa autonomia amministrativa all’Ungheria e cercava di rafforzarsi verso est e verso
sud. Questo portava a forti contrasti con la Russia e con l’impero ottomano.
La Russia basava il proprio potere internazionale su una fragile struttura sociale interna. La
produzione industriale era ancora molto scarsa e l’agricoltura era organizzata secondo sistemi
medioevali. Già nel 1905 si verificarono violenti movimenti di rivolta contro le ingiustizie del
sistema sociale e politico.
Da parte sua l’impero ottomano dimostrava sempre maggiori segni di debolezza e tutta l’area dei
Balcani era molto instabile a causa delle mire espansionistiche contrapposte di Austria e Russia che
volevano sostituirsi ai Turchi nel controllo della regione.
Mentre in tutta l’Europa, nonostante i forti contrasti, vi fu un lungo periodo di pace (dal 1870 al
1914) e una grande fiducia nel progresso scientifico e tecnico; anche l’Italia, guidata da Giovanni
Giolitti, tentava di seguire le stesse vie di sviluppo delle maggiori nazioni.
Giolitti ridusse i conflitti sociali interni, favorì lo sviluppo delle grandi industrie (cosa che riuscì
quasi esclusivamente al Nord) e proseguì nello sforzo di portare il Paese tra le potenze europee più
in vista tramite il rinnovo dell’alleanza con l’Austria e la Germania (la Triplice Alleanza) e la
conquista di un impero coloniale in Libia, dopo una difficile guerra contro la Turchia.

GIOLITTI:
 ricerca della collaborazione col Partito socialista.
 Tutela del lavoro delle donne e dei fanciulli.
 Politica economica protezionistica.
 Suffragio universale maschile.
 Guerra alla Turchia e conquista della Libia.
 Miglioramento delle relazioni diplomatiche con la Francia e l’Inghilterra.

IL NAZIONALISMO IN ITALIA.
All’inizio del Novecento le persone e i gruppi che credevano nell’ideologia nazionalista erano
ancora pochi, in genere giornalisti e letterati, e non partecipavano alla vita politica nazionale.
Nel 1908, però, l’annessione della Bosnia-Erzegovina all’Austria suscitò il risveglio di passioni
irredentistiche (cioè di esaltazione e difesa dei valori nazionali contro una dominazione straniera) e
paura.
Infatti negli ambienti militari e nell’opinione pubblica si temeva ancor di più la potenza austriaca
che, con questi nuovi territori, aumentava la sua influenza sull’Adriatico e sui Balcani.
Negli anni seguenti la dottrina nazionalista iniziò a diffondersi in modo capillare anche grazie a una
massiccia campagna stampa.
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Nel 1910 si tenne il primo congresso nazionalista a Firenze: qui si ribadì l’importanza e il valore
della guerra e furono condannati gli atteggiamenti pacifisti.
Alla fine di questo congresso fu fondata l’ANI, l’Associazione nazionalistica italiana, che in breve
tempo si pose all’estrema destra dello schieramento politico italiano.
Ti presentiamo alcuni passi del primo Manifesto del Futurismo, pubblicato a Parigi nel 1909. Il
Futurismo era un’avanguardia artistica e culturale fondata dallo scrittore Filippo Tommaso
Marinetti (1876-1944); oltre al proposito di rinnovare la cultura e l’arte, questo documento riprende
e enfatizza temi cari ai nazionalisti.

A favore della guerra …


1. Noi vogliamo cantare l’amor del pericolo, l’abitudine all’energia e alla temerità.
2. Il coraggio, l’audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia.
3. La letteratura esaltò fino ad oggi l’immobilità pensosa, l’estasi, il sonno. Noi vogliamo
esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo
schiaffo e il pugno.
4. Non v’è bellezza, se non nella lotta.
5. Noi vogliamo glorificare la guerra – sola igiene del mondo -, il militarismo, il patriottismo,
il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore, e il disprezzo della donna.
F. T. Marinetti, Manifesto del futurismo.

Nel controbattere la campagna di enfatizzazione della guerra, campagna montata dai nazionalisti e
dai socialisti rivoluzionari, si distinse, nel panorama politico italiano, il Partito socialista. Infatti la
gioventù socialista si dichiarò apertamente contraria alle imprese militari e prese posizione con un
manifesto, pubblicato nel 1911, dal titolo significativo: “Guerra alla Guerra”.

… e chi è contro.
Lavoratori!
In questo momento il governo italiano sta preparando una spedizione militare in Tripolitania [una
regione storico-geografica della Libia nordoccidentale], con il pretesto di portare in quella regione
la civiltà.
Nessuna ragione può scusare tale atto di brigantaggio determinato soltanto da loschi interessi
capitalistici della classe dominante.
Invano si cerca di mascherare questo furto con il manto della civiltà, di quella civiltà che
cerchereste invano in questa Italia monarchica, piena di miserie e di vergogna.
Per effettuare questa spedizione saranno a voi chiesti immensi sacrifici, giovani energie verranno
strappate alle vostre famiglie per essere inviate ad uccidere e farsi uccidere, in nome della
prepotenza, nell’interesse della borghesia sfruttatrice.

Lavoratori!
Il governo conta sul vostro assenteismo per cimentarsi nelle sue pazze imprese coloniali, delle quali
voi subirete, senza alcun beneficio, ogni dannosa conseguenza.

Guerra alla Guerra


(manifesto della gioventù socialista).
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L’Italia: un Paese in marcia verso lo sviluppo.


All’inizio del Novecento si assistette in Italia a un vero e proprio decollo economico, che nel giro di
pochi anni avrebbe trasformato un Paese sostanzialmente agricolo in un Paese agricolo-industriale.
Accanto a un forte incremento demografico si assistette a un notevole aumento di operai impiegati
nelle industrie siderurgiche, metallurgiche, chimiche, meccaniche.
Anche l’industria idroelettrica fece un balzo in avanti, così pure quella tessile, che moltiplicò la
produzione, concentrata soprattutto nei cotonifici lombardi e napoletani e nei lanifici di Biella,
Schio, Prato.
L’incremento produttivo interessò anche l’agricoltura: aumentarono le esportazioni di ortaggi,
vino, frutta.
Ciò nonostante, l’Italia non era ancora in grado di competere con i Paesi più progrediti d’Europa,
Inghilterra, Francia e Germania.

Lo sviluppo in Italia.
Lo sviluppo industriale, i progressi se pure limitati dell’agricoltura e la stabilità finanziaria
procurarono a gran parte degli italiani un maggior benessere e condizioni di vita notevolmente
migliori. Tra il 1896-1900 e il 1911-15 il reddito nazionale pro-capite aumentò del 28 per cento.
Almeno in molte zone dell’Italia settentrionale, la popolazione rurale partecipò ai progressi delle
città.
Il tasso di mortalità scese dal 26,7 per mille nel 1887-91 al 19,2 nel 1910-14.
Un’energica azione governativa ridusse i casi di morte per pellagra da 3788 nel 1900 a 731 nel
1914, e quelli per malaria da 15865 a 2042.
Il consumo di grano aumentò da 117 chili a testa annui nel 1896-1900 a 164 chili nel 1909-13, e vi
fu un fortissimo aumento della percentuale di reddito spesa in beni non essenziali anche nelle
campagne.
I depositi delle casse di risparmio raddoppiarono tra il 1900 e il 1913.
Con l’aumento del numero di scuole e degli insegnanti, l’analfabetismo diminuì e la frequenza
nella scuola aumentò.
I salari che erano rimasti quasi stazionari fin dal 1880, dopo il 1900 cominciarono a salire,
notevolmente nell’industria e lievemente anche nell’agricoltura.
Contemporaneamente furono ridotte le ore di lavoro:mentre nel 1870 una giornata lavorativa di
13-14 ore non era insolita, nel 1914 quella di 10 ore era normale.

A. Armengaud, Popolazione in Europa,


1815-1915, in La trasformazione demo-
grafica delle società europee, a cura di
M. Livi Bacci, Loescher.
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Cronologia

 1889: Nasce a Parigi la Seconda Internazionale.


 1894-1906: Affare Dreyfus.
 1899: A Torino nasce la FIAT.
 1900: Assassinio di Umberto I a Monza.
 1902: Rinnovo della Triplice Alleanza del 1882.
 1903: Giovanni Giolitti assume la guida del governo.
 1904-1905: Guerra tra Russia e Giappone.
 1905: Prima rivoluzione russa.
 1907: Costituzione della Triplice Intesa (Inghilterra, Francia, Russia).
 1908: Insurrezione dei Giovani Turchi.
 1911: L’Italia dichiara guerra all’impero ottomano per la conquista della Libia.
 1912: In Italia viene introdotto il suffragio universale maschile.
 1913: Patto Gentiloni.
 1914: Governo di Antonio Salandra.
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Modulo 2: La prima guerra mondiale.

Tutte le potenze europee vengono coinvolte in un conflitto dalle conseguenze imprevedibili.


Anche l’Italia, dopo un periodo di contrasti interni, partecipa alla guerra. Dopo tre anni di una
esasperante guerra di posizione, il crollo della Russia degli zar ad opera della rivoluzione
d’ottobre e l’ingresso in guerra degli Stati Uniti danno una svolta al conflitto, che avrà
conseguenze disastrose per i vinti e per i vincitori.
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Il fragile equilibrio politico di inizio secolo fu sconvolto dallo scoppio improvviso di una guerra che
arrivò a coinvolgere tutte le principali nazioni europee, i loro imperi coloniali e gli Stati Uniti e fu
quindi detta mondiale.
L’accesa rivalità tra Francia, Inghilterra e Russia da una parte e Germania e impero austro-ungarico
dall’altra scoppiò quando il 28 giugno 1914 l’erede al trono d’Austria Francesco Ferdinando fu
assassinato a Sarajevo da un irredentista serbo. Dopo che l’Austria ebbe accusato la Serbia di aver
organizzato l’attentato, provocando l’immediata reazione della Russia, il conflitto si estese in poche
settimane a tutta l’Europa a causa del sistema di alleanze che legava gli Stati in conflitto. L’Italia,
legata a un patto di reciproca difesa con Austria e Germania, dichiarò al principio la propria
neutralità.
Dopo una prima fase del conflitto caratterizzata sia sul fronte occidentale sia su quello orientale da
vigorose offensive, ben presto gli eserciti furono costretti a organizzare una guerra di posizione,
scavando trincee lungo fronti di centinaia di chilometri ed estenuandosi in continui attacchi per
guadagnare piccoli avanzamenti.
In Italia intanto si svolgeva un acceso dibattito tra interventisti (irredentisti, nazionalisti,
conservatori, diversi intellettuali e socialisti rivoluzionari) e neutralisti (cattolici, socialisti e
moderati). Questi ultimi avevano la maggioranza in Parlamento, ma furono scavalcati da trattative
segrete condotte dal governo con Francia, Inghilterra e Russia e appoggiate da re Vittorio Emanuele
III.
Contro il parere della maggioranza degli italiani si giunse così all’entrata in guerra contro l’Austria,
il 24 maggio 1915.
Tra il 1916 e il 1917 continuò su tutti i fronti la guerra di logoramento. A dare una svolta fu l’uscita
dal conflitto della Russia, ormai guidata dal governo rivoluzionario dei bolscevichi di Lenin e alle
prese con una completa trasformazione dell’economia e della società del Paese. Ma la provvisoria
situazione di superiorità di Germania e Austria fu presto bilanciata dall’ingresso in guerra degli
Stati Uniti, con tutto il peso della loro potenza militare e industriale.
Il 4 novembre 1918 l’Austria si arrese. Nello stesso mese il kaiser Guglielmo II fuggì in Olanda a
seguito di una sollevazione popolare e la Germania si arrese a sua volta.
Alla conferenza di pace di Parigi, alla quale non furono invitati i Paesi sconfitti, si decise il nuovo
equilibrio dell’Europa, fondato sullo smembramento dell’impero austriaco e sull’umiliazione della
Germania.

I BLOCCHI CONTRAPPOSTI.

Alla vigilia della “grande guerra” l’Europa era lacerata da insanabili contrasti economici ed era
divisa in due blocchi contrapposti: la Triplice Alleanza da un lato, costituita fin dal 1882 fra la
Germania, l’Austria e l’Italia; la Triplice Intesa dall’altro, creata nel 1907 dalla Francia,
dall’Inghilterra e dalla Russia.
L’Italia in realtà, pur rispettando le clausole della Triplice, aveva assunto negli ultimi anni una
posizione abbastanza autonoma in politica estera, sviluppando relazioni di “buon vicinato” con la
Francia e l’Inghilterra.

LE CAUSE DEL CONFLITTO.


Tre furono i motivi principali della prima guerra mondiale, così chiamata perché coinvolse quasi
tutti gli stati europei, il Giappone in Asia, gli Stati Uniti d’America e vari domini coloniali:
 La rivalità anglo-tedesca. La Germania aveva accelerato la corsa agli armamenti e pensava
di estendere il suo impero coloniale in Africa e in Asia; l’Inghilterra da parte sua temeva la
crescente potenza bellica della Germania e vedeva in essa la più diretta rivale sulle rotte
marittime e sui mercati del Sudamerica e del Vicino Oriente, dove la Deutsche Bank aveva
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ottenuto nel 1899 l’autorizzazione a finanziare e costruire la ferrovia che doveva


congiungere Costantinopoli con il Golfo Persico.
 La rivalità franco-tedesca. La Francia non si era rassegnata mai alla sconfitta subita nel
1870 e puntava a riottenere i territori dell’Alsazia e della Lorena che aveva dovuto cedere ai
Tedeschi; di qui la diffidenza della Germania verso la sua temibile vicina.
 La rivalità austro-russa. L’Austria tramava per sottomettere la Serbia che a molti Slavi
soggetti alla dominazione asburgica appariva come lo “stato fratello” pronto a battersi per la
loro liberazione. La Russia dal canto suo intendeva più che mai imporre la propria influenza
sui Balcani, sia per far dimenticare la sconfitta subita nella guerra con il Giappone (1905),
sia per respingere l’espansione dell’Austria che già si era annesse la Bosnia e l’’Erzegovina
(1908).

Ma oltre a questi motivi ve ne erano altri che spingevano alla guerra, come il contrasto italo-
austriaco determinato dall’aspirazione dell’Italia a liberare Trento e Trieste, e il contrasto austro-
serbo, determinato dall’irredentismo della Serbia che aspirava allo sbocco sul mare Adriatico
annettendosi la Bosnia e l’Erzegovina e costituendo un unico stato di tutte le popolazioni slave
(Serbi, Croati, Sloveni) con capitale Belgrado.

LE RESPONSABILITÀ DELLA GUERRA. La Germania è stata considerata a lungo come


l’unica responsabile della prima guerra mondiale, ma in realtà nessuna nazione europea desiderava
veramente la pace. La guerra era ben vista dai grandi gruppi industriali che speravano di fare ottimi
affari con la produzione bellica e dai governi di quei paesi dove era cresciuta la forza della classe
operaia: la mobilitazione nazionale a difesa della patria avrebbe tenuto lontana la minaccia di una
rivoluzione sociale che si era prospettata soprattutto in Russia negli ultimi anni e in Italia con la
“settimana rossa”.

GRUPPI POLITICI ITALIANI INTERVENTISTI E NEUTRALISTI:

gruppi politici interventisti neutralisti


nazionalisti X
liberali giolittiani X
socialisti X
irredentisti X
cattolici X

AVVENIMENTI PRINCIPALI:

1914: - l’Austria dichiara guerra alla Serbia;


- battaglia della Marna.
1915: - l’Italia stipula con l’Intesa il patto di Londra;
- l’Inghilterra sottopone la Germania al blocco marittimo.
1916: - la Bulgaria, la Romania e il Portogallo entrano in guerra;
- battaglia di Verdun.
1917: - entrano in guerra gli Stati Uniti;
- rivoluzione russa.
1918: - l’esercito italiano sbaraglia gli imperiali a Vittorio Veneto;
- termina la prima guerra mondiale.
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 Con la grande guerra cessavano di esistere ben quattro imperi: quello zarista, quello
austro-ungarico, quello tedesco e quello ottomano.
 Potenze vincitrici: gli Stati Uniti, l’Inghilterra, la Francia e l’Italia.

L’INDUSTRIA BELLICA.
La guerra, combattuta al fronte senza risparmio da parte dei soldati, pretese da ogni nazione
coinvolta nel conflitto sforzi economici di portata notevolissima.
La produzione di materiale bellico divenne la principale attività e, di conseguenza, l’industria
assunse un ruolo decisivo e venne strettamente controllata dallo Stato, che sempre più si affermò
come regolatore di tutti i rapporti: politici, economici e sociali.
Molte industrie furono dichiarate “di importanza strategica”: ciò che esse erano in grado di produrre
risultava di particolare utilità per l’andamento della guerra, e perciò vennero “militarizzate”, cioè
costrette a costruire materiale bellico e a venderlo allo Stato.
In questa operazione produttiva tutte le risorse umane disponibili vennero mobilitate: uomini,
donne e anche ragazzi (tutti coloro, insomma, che per motivi diversi non potevano essere arruolati e
mandati a combattere) davano il loro contributo allo svolgimento della guerra, spesso sostenendo
sacrifici notevolissimi.
Migliaia di donne andarono a lavorare nelle fabbriche e vennero applicate a mansioni generalmente
svolte dagli uomini e anche i ragazzi, fino a che non raggiungevano l'età utile per andare in guerra,
erano chiamati a lavorare nelle industrie.
Anche scienziati, chimici, architetti e ingegneri furono mobilitati nella ricerca di nuovi strumenti
bellici come gli esplosivi e i gas, oppure di strumenti di comunicazione più efficaci. Altri furono
impegnati a inventare o perfezionare macchine che favorissero al massimo la crescita della
produzione.
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Cronologia

 1914: 28 giugno: assassinio dell’arciduca d’Austria Francesco Ferdinando a Sarajevo.


28 luglio: l’Austria dichiara guerra alla Serbia.
3 agosto: la Germania dichiara guerra alla Francia e invade il Belgio.
4 agosto: l’Inghilterra dichiara guerra alla Germania.
12 agosto: l’Inghilterra dichiara guerra all’Austria.
 1915: 26 aprile: patto di Londra.
24 maggio: l’Italia dichiara guerra all’Austria.
 1916: 28 agosto: l’Italia dichiara guerra alla Germania.
 1917: 6 aprile: gli Stati Uniti entrano in guerra.
24-25 ottobre: inizio della rivoluzione bolscevica. La Russia si ritira dal conflitto.
novembre: Assemblea Costituente russa.
 1918: gennaio: i quattordici punti di Wilson.
luglio: uccisione dello zar e della sua famiglia.
4 novembre: l’Austria firma l’armistizio di Villa Giusti.
11 novembre: la Germania firma l’armistizio di Rethondes. Inizio della guerra civile
in Russia.
 1919: 18 gennaio: conferenza di pace di Parigi.
 1920: 10 gennaio: nasce la Società delle Nazioni.
autunno: l’Armata Rossa sconfigge gli eserciti controrivoluzionari.
 1921: Lenin inaugura la Nuova Politica Economica.
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Modulo 3: Il dopoguerra in Italia e il fascismo.

Tutte le nazioni europee uscirono dalla guerra segnate da gravi perdite e da un forte squilibrio
sociale e politico. Anche l’Italia subì le forti pressioni delle classi popolari e della media
borghesia.
In questa situazione, i fascisti di Mussolini riuscirono a imporsi con la violenza e a impadronirsi
dello Stato.
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Al termine della prima guerra mondiale l’Italia si ritrovò in uno stato di profonda crisi. Il Paese
aveva subito circa 600000 morti e centinaia di migliaia di feriti; la produzione agricola era
diminuita e le campagne erano percorse da malcontento e tensioni, l’industria doveva essere
riconvertita dopo un lungo periodo di produzione per la guerra e lo Stato dovette imporre un certo
aumento delle tasse per recuperare risorse.
La vittoria non aveva soddisfatto le attese di chi aveva voluto la guerra con convinzione. Alla
conferenza di pace di Parigi l’Italia ottenne il Trentino, l’Alto Adige e Trieste, ma non la Dalmazia
e Fiume. Il malcontento patriottico era diffuso e si univa al disagio sociale di contadini, operai e
classe borghese.
Nel frattempo i partiti più votati, quello di ispirazione cattolica (il Partito popolare, fondato da don
Luigi Sturzo) e quello socialista, non riuscivano ad accordarsi per dare un governo stabile al Paese.
Con la nascita del Partito comunista, nel 1921, crebbe invece il timore di industriali e possidenti
terrieri che anche in Italia sarebbe stata presto tentata una rivoluzione come quella messa in atto in
Russia dai bolscevichi.
Questa situazione finì per favorire il nuovo movimento nazionalista dei Fasci di combattimento,
fondato nel 1919 da Benito Mussolini e divenuto nel 1921 Partito nazionale fascista. Prima con
crescenti violenze contro gli oppositori politici, poi con un certo consenso elettorale, Mussolini vide
crescere rapidamente il proprio potere.
Già nel 1922, con la marcia su Roma e l’incarico di formare un governo conferitogli da re Vittorio
Emanuele III, Mussolini cominciò a trasformare la democrazia italiana in una dittatura. Svuotando
il Parlamento dei suoi poteri e intimidendo gli avversari.
Con le elezioni del 1924, segnate da intimidazioni e brogli elettorali, e l’assassinio del deputato
socialista Giacomo Matteotti, Mussolini vinse definitivamente la sua battaglia politica e divenne
Duce, cioè capo assoluto della nazione.
Mentre gli oppositori politici venivano assassinati, esiliati o confinati, il Partito fascista si
impadronì dello Stato e seppe raggiungere alcuni importanti risultati economici, come quello della
battaglia del grano, che fecero crescere il consenso degli italiani nei confronti del regime.
Nel 1929 Mussolini firmò un concordato con la Chiesa cattolica.
In seguito egli si dedicò a riprendere l’espansione coloniale italiana in Africa, conquistò l’Etiopia,
nonostante la ferma opposizione delle potenze europee, e si avvicinò sempre più alla Germania di
Hitler, con la quale intervenne nella guerra civile spagnola.
Si giunse così alla vigilia della seconda guerra mondiale.

ASCESA E AFFERMAZIONE DEL FASCISMO:

23/3/1919: Mussolini fonda i fasci di combattimento.


1921: nasce il partito nazionale fascista; nasce il partito comunista d’Italia.
27/10/1922: marcia su Roma.
1924: elezioni politiche; delitto Matteotti.
1925: inizia la dittatura fascista.
1926: istituzione del tribunale speciale. I sindaci sono sostituiti dai podestà.
1929: patti lateranensi tra stato e chiesa.
1939: soppressione della camera dei deputati.
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PROVVEDIMENTI POLITICI DEL FASCISMO:

 POLITICA ECONOMICA: 1. Battaglia del grano.


2. Bonifica integrale.
3. Economie nella spesa pubblica.
4. Politica protezionistica.
5. Costruzione di centri agricoli nelle zone bonificate.
6. Lavoro ai disoccupati.
 POLITICA SOCIALE: 1. Iniziative culturali e sportive.
2. Incremento demografico.
3. Repressione delle proteste sociali.
4. Tassa sul celibato.
5. Opera nazionale balilla.
6. Istituzione del sabato fascista.

 RAPPORTI SANTA SEDE: 1. Riconoscimento della sovranità del pontefice


sulla città del Vaticano.
2. Riconoscimento degli effetti civili al matrimonio
religioso.
3. Patti lateranensi.
4. Indennità alla Santa Sede a titolo di risarcimento.
5. Insegnamento obbligatorio della religione
cattolica nella scuola media.

UN'ECONOMIA AL SERVIZIO DEL REGIME.


Negli anni fra il 1923 e il 1927 l'industria italiana conobbe una fase di fortunata espansione. Se
durante la prima guerra mondiale lo Stato era intervenuto condizionando tutti i comparti produttivi
della nazione, ora il ministro delle Finanze e del Tesoro Alberto De Stefani si faceva promotore di
una politica economica che intendeva lasciare alle imprese la massima libertà di produzione.
Non mancarono comunque le difficoltà per l'economia italiana, per cui il governo fu costretto a
misure eccezionali per mantenere il valore della lira su livelli tali da non compromettere lo sviluppo
del Paese.
Le industrie furono aiutate in ogni modo dallo Stato, che ridusse le imposte, si fece committente di
grandi quantità di prodotti per finanziare le opere pubbliche e arrivò anche a finanziare direttamente
molti gruppi industriali.
La grande crisi economica che nel 1929 colpì gli Stati Uniti e tutto il mondo occidentale (ne
parleremo nel Modulo 4) segnò tuttavia pesantemente l'inizio degli anni Trenta, anche se l'Italia
riuscì a far fronte in modo dignitoso alla catastrofe che travolse l'economia occidentale.
Di fronte a situazioni come quella del 1929, l'Italia poteva sfruttare almeno il vantaggio derivante
dal fatto di essere governata da un regime autoritario: essendo tutti i poteri concentrati in una
persona, era possibile agire senza troppi passaggi intermedi.
Così, in Italia Mussolini decise l'istituzione dell'IMI (Istituto Mobiliare Italiano), che concedeva
prestiti a lungo termine alle industrie e, nel 1933, fondò l'IRI (Istituto per la Ricostruzione
Industriale), che prendeva sotto il proprio controllo le banche maggiormente in difficoltà (Banca
Commerciale, Credito Italiano e Banco di Roma), assumendo la proprietà del loro patrimonio
azionario, ancora a vantaggio delle industrie che avevano ricevuto prestiti dalle medesime banche.
In questo modo lo Stato divenne esso stesso imprenditore e banchiere, assumendone i rischi
relativi; le industrie tuttavia resistettero alla grande crisi e poterono essere rilanciate nel corso degli
anni successivi.
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Anche il pericolo della disoccupazione era stato scongiurato, perché le aziende non avevano chiuso
i battenti: coloro che erano rimasti senza lavoro furono lentamente riassorbiti dal sistema produttivo
e il fascismo poteva presentarsi come la forza che aveva dato respiro a un'economia altrimenti
destinata al collasso.
Queste manovre, però, avevano costretto il regime fascista a fare marcia indietro rispetto ai principi
dell'economia liberale messi in atto inizialmente: lo Stato fascista si presentava ormai come un forte
potere centrale che aveva il controllo dell'intera economia nazionale.

IL REGIME CONTROLLA I SUOI CITTADINI.


Dopo la metà degli anni '20, soppressi i partiti d'opposizione e spentasi la lotta politica, esiliati o
relegati al confino quanti non condividevano l'affermarsi della dittatura di Mussolini, l'ambiente
sociale in cui si trovavano immersi gli Italiani sembrò d'improvviso rasserenarsi.
Il regime, naturalmente, non rinunciava a controllare, quanto più in profondità fosse possibile, gli
orientamenti popolari:
 attraverso una estesissima rete di confidenti e delatori gestiti dalla polizia politica (OVRA);
 per mezzo di particolari leggi repressive, come quella che introdusse il Tribunale speciale
per la difesa dello Stato, e tali da conferire agli investigatori ampi margini di manovra;
 subordinando a rigorose valutazioni individuali l'autorizzazione di qualsiasi attività
commerciale, culturale o ricreativa, associativa o editoriale;
 censurando la posta personale e passando al setaccio tutto ciò che proveniva dall'estero.
Ma, soprattutto, il regime esercitava la sua presa e la sua influenza sugli Italiani per via indiretta.
Questi sapevano di essere cittadini di uno Stato di polizia, mal disposto a tollerare uno scostamento
dall'ideologia di partito.
E sapevano che questo Stato aveva orecchie dappertutto, pronte a raccogliere le voci di sfida per poi
riferirle a chi di dovere.
Illustra bene tale clima ciò che accadde verso la fine del 1928, a seguito delle indagini sull'attentato
che a Milano, il 12 aprile dello stesso anno e poco prima del passaggio di un corteo aperto da
Vittorio Emanuele III, aveva ucciso diciotto innocenti.
Tale il clima che si respirava. Come ricorda Franzinelli, il significato della sigla OVRA non è mai
stato svelato in modo certo: la si è di volta in volta spiegata come Opera volontaria di repressione
antifascista, Organizzazione di vigilanza e repressione dell'antifascismo, Organo di vigilanza dei
reati antistatali.
Ma forse il termine “OVRA” non significa nulla di preciso e fu ideato dal Duce mediante affinità
fonica e semantica con “piovra” o con “Ochrana”, la polizia segreta zarista.
Certamente, anche l'indeterminatezza del significato del termine contribuiva alla prudenza che
ispirava: comunque, da quel dicembre 1928 e per un quindicennio, l'OVRA fu uno degli istituti
meno pubblicizzati ma più presenti nella vita degli Italiani.

GLI INTELLETTUALI ITALIANI E IL FASCISMO.


Gli uomini di cultura italiani reagirono in modo diverso all'avvento del fascismo.
Alcuni si adeguarono per opportunismo: potevano così ottenere o mantenere cattedre universitarie,
pubblicare libri, ricoprire cariche pubbliche.
Altri credettero davvero nelle capacità di Mussolini e nella possibilità del nuovo leader di risolvere
i problemi della nazione.
Tra questi la personalità più famosa fu quella di Giovanni Gentile, filosofo e uomo di spicco del
regime. Fece parte del Gran Consiglio del fascismo e come ministro della Pubblica istruzione,
realizzò nel 1923 la riforma della scuola.
Tra il 1926 e il 1929 venne creata l'Accademia d'Italia di cui fecero parte artisti, letterati e
scienziati (come Filippo Tommaso Marinetti, Luigi Pirandello e Guglielmo Marconi) vicini al
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partito, mentre negli anni 1929-1939 Giovanni Treccani fondò L'Enciclopedia Italiana, diretta da
Giovanni Gentile.
Altri intellettuali, al contrario, manifestarono una aperta opposizione e nel 1925 fu pubblicato un
Manifesto di condanna al fascismo, del quale si respingevano i valori e i metodi. Chi criticava
pubblicamente il regime rischiava la condanna al carcere, all'esilio e in alcuni casi la morte. Tra gli
antifascisti vi furono gli scrittori Cesare Pavese, Leone Ginzburg, il professore universitario
Franco Antonicelli e ideologi come Antonio Gramsci e Luigi Sturzo.

Le riviste.
Negli anni fra le due guerre, diverse pubblicazioni svolsero un ruolo importante come momento di
riflessione sia su temi culturali, sia su argomenti contemporanei.
Intorno ad alcune di esse si raccolsero gruppi di intellettuali che in qualche modo dovettero presto
fare i conti col fascismo.
Cronologicamente, la prima di queste riviste fu La Ronda, pubblicata dall'aprile del 1919 al
dicembre del 1923. Non fu una rivista politica, ma si occupò strettamente di letteratura, tenendosi
volutamente lontana dal contesto storico-sociale di quegli anni. In questo modo, di fatto, fu in parte
complice del fascismo.
Di diverso spirito furono le riviste fondate da Pietro Gobetti: Rivoluzione liberale, soppressa dal
regime nel 1925, e Il Baretti (1924-1928), entrambe attente ai problemi concreti e in polemica con
l'Italia ufficiale e il fascismo.
Nel 1926, quando il fascismo era definitivamente consolidato, nacque a Firenze Solaria, che sarà
soppressa dal regime dieci anni più tardi. Solaria si presentava come una rivista squisitamente
letteraria, ma sia le scelte culturali sia l'apertura verso scrittori europei e americani rivelavano un
chiaro e netto rifiuto del provincialismo fascista.

1938: Nobel a Fermi.


Mancava un anno allo scoppio della seconda guerra mondiale quando il fisico nucleare, Enrico
Fermi, docente all'università di Roma e leader di un gruppo di matematici e fisici all'avanguardia
nella ricerca sull'atomo, ricevette il premio Nobel.
Le leggi razziali obbligarono però lo scienziato a continuare le ricerche sulla fissione dell'atomo
negli Stati Uniti. Da queste ricerche prese il via la costruzione della prima bomba atomica.

LA RADIO CREA CONSENSO.


La radio svolse un ruolo di notevole importanza come strumento di svago e di educazione delle
masse. Oltre ai programmi musicali, che diffondevano canzoni, ballabili, colonne sonore di musical
americani, musica sinfonica e da camera, venivano trasmesse opere di teatro, notiziari e dibattiti.
Il regime capì subito l'efficacia di questo mezzo di comunicazione e la possibilità di influenzare le
scelte e modificare le abitudini e il modo di pensare: esso infatti forniva una informazione
accessibile anche agli analfabeti.
Per questo dal 1937 in avanti furono variati i palinsesti (cioè la sequenza e la durata dei
programmi): le trasmissioni miravano a diffondere i principi e le parole d'ordine del Partito fascista,
a fare conoscere iniziative promosse dal Duce e a ottenere il consenso popolare.

I BALILLA.
Tra il 1926 e il 1927, i bambini e gli adolescenti furono inseriti in una organizzazione, l'Opera
nazionale balilla, che aveva lo scopo di educare i giovani e di trasmettere gli ideali fascisti.
I ragazzi erano divisi per fasce d'età e ciascun gruppo aveva la sua divisa di riconoscimento e un
nome: i più piccoli, dai sei agli otto anni, erano chiamati Figli della Lupa, secondo l'antico mito
romano di Romolo e Remo allattati appunto da una lupa.
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I balilla, addestrati agli esercizi ginnici e ad acquisire familiarità con le armi, prendevano parte a
sfilate cantando gli inni del regime.
Fra questi vi era anche l'Inno dei balilla, che racconta l'origine del nome dell'organizzazione.
Secondo una leggenda, Balilla era un ragazzo del popolo che viveva a Genova ai tempi
dell'occupazione austriaca della città.
Nel 1746, un mortaio delle truppe austriache sprofondò nel fango e un ufficiale austriaco intimò alla
gente di sollevarlo.
Anziché obbedire, Balilla si ribellò: raccolse un sasso da terra e colpì alla fronte l'ufficiale austriaco.
Fu l'inizio della rivolta cittadina e della cacciata dello straniero dalla città.

La leggenda di Balilla.
Fischia il sasso, il nome squilla
del ragazzo di Portoria 1
e l'intrepido Balilla
sta gigante nella storia.
Era bronzo quel mortaio
che nel fango sprofondò
ma il ragazzo fu d'acciaio
e la Madre 2 liberò!
Fiero l'occhio, svelto il passo
chiaro il grido del valore:
ai nemici in fronte il sasso,
agli amici tutto il core!
Su, luppatti 3,su aquilotti
come i sardi tamburini4 ,
come i siculi picciotti 5
bruni eroi garibaldini!
Vibra l'anima nel petto
sitibonda 6 di virtù;
freme, Italia, il gagliardetto
e nei fremiti sei Tu!
Siamo nembi 7 di semente,
siamo fiamme di coraggio:
per noi canta la sorgente
per noi brilla e ride il maggio:
ma se un giorno la battaglia
Alpi e mare incendierà
noi saremo la mitraglia
della santa Libertà.

1 Portoria: quartiere di Genova.


2 Madre: è sottinteso madrepatria; Balilla diede inizio alla rivolta di Genova contro gli Austriaci.
3 luppatti: lupacchiotti.
4 sardi tamburini: il tamburino sardo è il protagonista di un racconto del libro Cuore, di Edmondo
De Amicis; è citato come esempio di amor patrio.
5 siculi picciotti: in siciliano, picciotto sta per giovanotto; con questo termine furono chiamati i
volontari siciliani che si unirono ai Mille di Garibaldi.
6 sitibonda: assetata.
7 nembi: nuvole compatte e minacciose.
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Cronologia

 1919: Gabriele D’Annunzio occupa Fiume.


Mussolini fonda i Fasci italiani di combattimento.
Luigi Sturzo fonda il Partito popolare.
 1920: Trattato di Rapallo.
Occupazione delle fabbriche.
 1921: Nascita del Partito comunista italiano.
Il movimento fascista diviene il Partito nazionale fascista.
 1922: Marcia su Roma.
 1923: Riforma scolastica di Giovanni Gentile.
 1924: Elezioni politiche: i fascisti raggiungono il 64 % dei voti.
Rapimento e assassinio del deputato Giacomo Matteotti, che aveva de-
nunciato i brogli e le intimidazioni dei fascisti.
Secessione dell’Aventino: i deputati dell’opposizione abbandonano per
protesta il Parlamento.
 1925-1926: Soppressione delle libertà democratiche, dei partiti e dei sindacati.
 1926: La battaglia del grano.
 1929: Patti lateranensi.
Elezioni plebiscitarie.
 1935: Invasione italiana dell’Etiopia.
 1936: Nascita dell’impero dell’Africa orientale italiana.
 1936-1939: Guerra civile in Spagna. Mussolini e Hitler aiutano il generale
Francisco Franco a instaurate anche in quel Paese una dittatura
di destra.
 1939: Invasione dell’Albania.
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Modulo 4: Il mondo dopo la prima guerra mondiale.

Tute le nazioni che avevano partecipato alla guerra ne uscirono stremate. Gli Stati Uniti
conobbero nel 1929 una gravissima crisi economica che coinvolse pure l’Europa.
In Germania la crisi favorì l’avvento della dittatura di Hitler. Francia e Inghilterra erano ormai
due potenze in declino.
L’URSS era sottomessa a un regime dispotico. Le forze congiunte di Germania, Italia e
Giappone minacciavano la pace mondiale.
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La fine della prima guerra mondiale aprì un periodo di crisi, cambiamenti e contrasti.
In Russia Lenin, dopo aver vinto la terribile guerra civile seguita alla rivoluzione comunista, si
dedicò al rafforzamento del potere del partito comunista e alla ristrutturazione dello Stato. Nel 1922
nacque l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, ciascuna delle quali guidata da un Partito
comunista e sottoposta al controllo di Mosca. Alla morte di Lenin, nel 1924, prese il potere il
georgiano Stalin. Questi riuscì ad attribuirsi poteri dittatoriali e a imporre, anche con la violenza, la
collettivizzazione della terra e l’aumento forzato della produzione industriale, schiacciando con la
forza e con i campi di prigionia ogni forma di dissenso civile e politico.
La Germania, uscita dalla guerra in un grave stato di debolezza e umiliazione, fu preda dei proclami
nazionalisti e antidemocratici del Partito nazionalsocialista (o nazista) di Adolf Hitler. Dopo un
fallito colpo di Stato, nel 1923, egli seppe guadagnare consensi sempre maggiori e l’appoggio dei
ceti più ricchi del Paese. Quando il Paese fu scosso dalla terribile crisi economica che colpì il
mondo occidentale a partire dal 1929, Hitler promise al popolo tedesco che lo avrebbe guidato verso
un nuovo periodo di benessere e potenza e fece leva anche su un certo sentimento ostile alle
minoranze etniche, prima fra tutte quella degli Ebrei tedeschi. Nel 1932 i nazisti ottennero il 37 %
dei voti alle elezioni e il 30 gennaio 1933 Hitler ottenne la carica di Cancelliere.
In breve tempo scomparve dalla Germania ogni forma di democrazia, Hitler assunse il titolo di
Fuhrer e governò servendosi della polizia segreta, la Gestapo, e soffocando ogni opposizione. Con il
riarmo dell’esercito, la persecuzione degli Ebrei e i primi segni di rivincita sulle potenze vincitrici
della guerra, il nuovo regime gettò le basi di una politica di potenza che presto avrebbe coinvolto il
mondo in un nuovo conflitto.
Francia e Inghilterra non avevano potuto giovarsi della vittoria della guerra: questi Paesi vissero,
nel periodo postbellico, profondi conflitti sociali e difficoltà economiche che impedirono loro di
aumentare la rilevanza e il potere sul piano internazionale.
Per questo strinsero utilmente rapporti con gli Stati Uniti, anche per contrastare il processo
antidemocratico e imperialista dell’Italia e della Germania.
Nel campo delle grandi democrazie solo gli Stati Uniti erano usciti rafforzati dalla guerra, ma una
grave crisi economica, scoppiata nel 1929, costrinse anche questa potenza a rivedere alcuni aspetti
del proprio sistema produttivo, sotto la guida del presidente Roosevelt.
Al sorgere di terribili regimi dittatoriali e militaristi, si accompagnò in quegli anni anche la
crescente aggressività del Giappone, che nel 1931 invase la Cina e seppe imporsi alle forze politiche
cinesi, profondamente divise tra loro.

L’AVVENTO DEL NAZISMO:

 la Germania dopo la “grande guerra”: sconfitta nella prima guerra mondiale e umiliata
dalle durissime condizioni di pace, la Germania attraversa nel dopoguerra un periodo di
grave crisi politica e sociale. I tedeschi sono animati da un profondo risentimento contro i
vincitori, aggravato dal peso dei debiti di guerra, che ammontavano all’assurda cifra di
centotrentadue miliardi di marchi d’oro.
 1920: Hitler fonda a Monaco il partito Nazionalsocialista.
 Il programma del partito Nazionalsocialista:
1. superiorità della razza tedesca;
2. necessità di unire tutti i tedeschi d’Europa in un solo forte stato;
3. lotta al comunismo e agli Ebrei.
 1923: con un primo colpo di stato Hitler tenta di impadronirsi del potere, ma viene arrestato.
Ciò che consente lo sviluppo del partito Nazionalsocialista è l’aggravarsi della crisi
economica degli anni trenta che mette in ginocchio la Germania: nel giro di pochi anni il
numero dei disoccupati raggiunge i sei milioni. Facendo leva sullo scontento della piccola
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borghesia colpita dalla crisi, sostenuto dagli industriali, dall’alta finanza e dalla classe dei
militari, Hitler inizia la scalata al potere.
 1933: Hitler ottiene la nomina di Cancelliere (primo ministro).
 1934: con la duplice carica di Presidente della Repubblica e di Cancelliere, ha inizio la
dittatura di Hitler: egli diventa l’indiscusso Fuhrer (duce) del nazismo
(Nazionalsocialismo).
 I pilastri dello stato nazista: i pilastri della ferrea organizzazione dello stato sono la polizia
segreta (Gestapo) e le SS, squadre di sicurezza incaricate di eliminare con la violenza gli
avversari politici.
 La politica interna: liberatosi dell’opposizione interna, Hitler priva i tedeschi di ogni
libertà: tutti i dissidenti, uomini politici e di cultura sono costretti a fuggire all’estero. I
giovani vengono educati al culto dell’audacia, della disciplina, della forza fisica e la
propaganda e gli slogan politici mirano a colpire i sentimenti della gente e ad
addormentare la ragione.
 La teoria della “superiorità” tedesca: il folle programma politico nazista diventa una
drammatica realtà volta ad affermare la superiorità tedesca e la sua funzione di guida su tutti
i popoli. La svastica che campeggia sulla bandiera è il simbolo di una dittatura oppressiva e
feroce. Mentre le nazioni europee stanno a guardare, senza comprendere a fondo la gravità
della minaccia nazista, Hitler attua indisturbato il suo programma di una Grande
Germania annettendo l’Austria (1938) e occupando la Cecoslovacchia (1939). Siamo ormai
alla vigilia della seconda guerra mondiale.

L'antisemitismo e la persecuzione degli ebrei.


L'antisemitismo, cioè l'ostilità per la stirpe semitica alla quale appartengono gli ebrei, era già
diffuso nell'Europa medievale e, nel corso dei secoli, il popolo ebraico è stato periodicamente
vittima di aggressioni e massacri.
Una delle ragioni di quest'odio violento deve essere ricercata nel ruolo economico svolto dagli
ebrei nella società medievale.
Commerciando o prestando denaro a interesse, essi erano diventati figure importanti sul piano
economico ma, proprio per questo, erano odiati perché visti come speculatori e manovratori di
ricchezze altrui.
In occasione di epidemie, carestie o tensioni sociali si vedeva così negli ebrei i responsabili di
ogni male. Essi diventavano le vittime innocenti contro cui sfogare il malessere delle
popolazioni.
Più tardi, lo sviluppo del nazionalismo e del colonialismo nell'Europa dell'Ottocento e la
diffusione di teorie sulla superiorità della razza bianca e della cultura europea, costituiranno il
terreno in cui potrà rinascere e crescere l'ostilità contro gli ebrei.
Essi formano infatti comunità autonome, con una propria cultura, identità e talvolta anche una
propria lingua. Poiché non sono integrati totalmente nelle nazioni in cui vivono e occupano
posizioni importanti nell'economia e nella finanza, spesso sono guardati con sospetto e
pregiudizio dal resto della popolazione.
Ma sarà soprattutto la Germania a scatenare una violenta campagna contro gli ebrei, negli anni
immediatamente successivi alla prima guerra mondiale: accusati di voler sovvertire gli
ordinamenti politici esistenti, essi diventeranno oggetto di una crescente persecuzione,
giustificata da motivi razziali.
Hitler, che nel 1920 ha fondato il partito Nazionalsocialista, afferma la superiorità degli ariani,
cui appartengono i tedeschi e, poiché gli ebrei sono di una razza diversa, ritenuta inferiore,
devono essere annientati.
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Le misure antiebraiche:
- 1933: boicottaggio dei negozi gestiti da Ebrei;
 1934: la persecuzione diventa più violenta e le azioni contro gli Ebrei si moltiplicano;
 1935: vengono promulgate le leggi razziali di Norimberga con le quali si stabilisce che gli
Ebrei non sono cittadini di razza tedesca;
 1938: viene proibito agli Ebrei di esercitare le libere professioni, di frequentare luoghi
pubblici e di servirsi dei mezzi di trasporto comuni. La persecuzione degli Ebrei culmina
nella famosa “notte dei cristalli” (9 novembre 1938) in cui negozi, case, sinagoghe (i templi
ebraici) vengono saccheggiati, devastati e dati alle fiamme (7500 negozi, 177 sinagoghe,
171 abitazioni). Da quel momento la persecuzione antisemita diviene sempre più accanita:
gli Ebrei sono costretti a portare una stella di tessuto giallo (la stella di Davide, a sei
punte), cucita sugli abiti; sui loro passaporti deve essere stampigliata la lettera “J”, iniziale
della parola “Jude”, che significa ebreo.

 La deportazione nei lager: i primi lager erano stati fatti costruire da Hitler già dal 1933 per
rinchiudervi gli oppositori e i dissidenti politici; ma, quando nel 1936 i campi passano
direttamente sotto il controllo delle SS, si trasformano in efficientissimi luoghi di reclusione
e di lavoro e in una delle più orrende macchine di morte mai create dall’uomo. Dachau,
Buchenwald, Ravensbruck, Mauthausen Auschwitz: l’intero impero tedesco (il Reich) è
costellato di campi di concentramento. La perfetta organizzazione dei campi, basata sulla
più feroce disciplina, divide i prigionieri, dal momento del loro arrivo nel lager, in due
categorie: abili o inabili al lavoro. I vecchi, i bambini, i malati sono subito inviati alla
morte nelle camere a gas.
Nelle camere a gas e nei forni crematori dei lager morirono sei milioni di ebrei deportati da
tutte le nazioni europee che avevano conosciuto l’orrore della dominazione nazista.
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Regimi totalitari (fascismo, nazismo, stalinismo): dittature in cui il popolo arriva a identificarsi
“totalmente” con il capo.

I REGIMI TOTALITARI:
Caratteristiche: FASCISMO NAZISMO STALINISMO
I sostenitori erano X X
reclutati nel ceto
medio.
I privilegiati erano X
scelti tra i personaggi
più mediocri e più
privi di senso critico.
Il capo otteneva X X
finanziamenti dagli
agrari e dagli
industriali.
Rivoluzione di destra. X X
Attuazione del X
marxismo.
Regime di terrore. X X X
Tramonto della X X X
legalità.
Partito unico. X X X
Un unico capo. X X X
Stato autoritario. X X X
Lotta agli oppositori. X X X
Antisemitismo. X X
Negazione dei diritti X X X
umani e dei diritti
civili.
Cameratismo. X X
“Atomizzare” X
l’individuo.
Annientamento della X X X
libertà della
popolazione.
Nazionalismo. X X X
Concordato con la X X
Chiesa cattolica
(promozione del
cattolicesimo a
religione di Stato).
Ateismo di stato. X
Milizia. X
Polizia segreta. X X
Martellante X X X
propaganda.
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LA GLOBALIZZAZIONE E LA CRISI DEL 1929.


Quando oggi parliamo di globalizzazione, dal punto di vista economico, ci riferiamo a quella fitta
rete di rapporti commerciali, finanziari, tecnologici, che tiene legate fra loro le economie di vari
Paesi. Il vincolo è così saldo e sensibile che qualsiasi sintomo di crisi si presenti a un capo del
sistema, si ripercuote immediatamente all'altro estremo.
Ma l'andamento della crisi scoppiata nel '29, i cui esiti disastrosi negli Stati Uniti si ripercossero
sull'intero pianeta, dimostra quale alto grado di integrazione e di interdipendenza avessero
raggiunto, già allora, le diverse economie.
Nessuno certo si attendeva il riversarsi a cascata, in ogni continente, degli effetti di una debolezza
che sembrava avere, in fondo, un solo epicentro: la Borsa di New York a Wall Street. Per alcuni
anni, parve che la crisi mettesse in discussione la sopravvivenza stessa del sistema capitalistico.
Vediamo dunque, con le parole dello storico inglese Eric J. Hobsbawm, quali tratti presentasse il
processo di mondializzazione settant'anni fa.
I documenti sono tratti da Il secolo breve e si riferiscono a due questioni particolari: la circolazione
dei capitali e le interconnessioni commerciali.

Gli Stati Uniti dopo la guerra.


La guerra non aveva solo rafforzato la posizione degli Usa come i più grandi produttori industriali
del mondo, ma li aveva anche trasformati nei più grandi creditori mondiali.
Gli Inglesi, durante la guerra, avevano perso circa un quarto del totale dei loro investimenti e dei
loro beni, principalmente quelli che si trovavano negli Usa, che dovettero vendere per comprare le
forniture belliche.
I Francesi persero quasi la metà dei loro beni, per lo più in seguito alle rivoluzioni e ai tracolli
economici in Europa.
Nel frattempo gli Stati Uniti, che avevano cominciato la guerra in veste di Paese debitore, alla sua
fine si trovarono ad essere lo Stato che aveva fatto più prestiti a livello internazionale.
Poiché gli USA concentravano le loro operazioni in Europa e nell'emisfero occidentale (gli Inglesi
erano ancora i più grossi investitori in Asia e in Africa), l'impatto dell'economia americana
sull'Europa fu decisivo.
E. J. Hobsbawm, Il secolo breve, Rizzoli.

Bisogna qui ricordare che nel 1928, al termine del breve ciclo espansivo che precedette la crisi, un
enorme flusso di capitali attraversava le frontiere dei Paesi meno stabili.
In quell'anno, la Germania assorbì da sola quasi la metà di tutta l'esportazione mondiale di aiuti
finanziari: una cifra iperbolica, compresa tra i 20.000 e i 30.000 bilioni di marchi (un bilione
corrisponde a 1.000 miliardi).
Una parte di questi soldi doveva servire a sostenere la ripresa produttiva tedesca; un'altra, molto
consistente, al pagamento delle riparazioni di guerra.

Debiti e finanziamenti.
Gli USA, con disappunto dei loro ex alleati, intendevano trasformare i debiti tedeschi verso i Paesi
europei vincitori in debito di guerra contratto da questi stessi Paesi verso Washington.
Questi debiti erano folli quanto le somme richieste ai Tedeschi, che ammontavano a una volta e
mezzo l'intero reddito nazionale della Germania nel 1929; i debiti inglesi verso gli USA
ammontavano a metà del reddito nazionale britannico; quelli francesi ai due terzi.
Coloro che volevano mantenere debole la Germania preferivano pagamenti in denaro piuttosto che
(come sarebbe stato più ragionevole) in beni materiali.
Perciò essi costrinsero la Germania a prendere a prestito ingenti somme dagli Stati Uniti, cosicché
le riparazioni, quando vennero pagate, provenivano dai massicci prestiti statunitensi alla
Germania.
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Tutto il sistema esponeva fortemente sia la Germania sia l'Europa alle conseguenze della
diminuzione dei prestiti USA, che cominciò anche prima della crisi, e alla chiusura del credito
americano, che seguì la crisi di Wall Street del 1929.
Durante la crisi, tutto il castello di carte delle riparazioni crollò miseramente.
E. J. Kobsbawm, Il secolo breve, Rizzoli.

In poche parole, era inevitabile che i problemi generatisi negli Stati Uniti, cuore economico
mondiale, si trasmettessero immediatamente all'altro più importante polo industriale del pianeta: la
Germania.
Esauritisi i finanziamenti, le industrie chiusero e i lavoratori si trovarono sulla strada.
Nel periodo peggiore della crisi, tra il 1932 ed il 1933, il 27% della forza lavoro statunitense, il 23%
di quella inglese, non meno del 44% di quella tedesca rimasero senza occupazione.
L'immagine più usuale di quel tempo è rappresentata dalle lunghissime file di disoccupati in attesa
della distribuzione gratuita del pane.
D'altro canto, erano strettissimi anche i rapporti commerciali tra gli USA e molti Paesi extraeuropei.

Il peso degli Stati Uniti.


[Gli Stati Uniti] erano la prima nazione esportatrice del mondo negli anni '20, ed erano il secondo
Paese importatore, dopo la Gran Bretagna.
Quanto alle materie prime e ai generi alimentari, gli Usa effettuavano quasi il 40% totale delle
importazioni dei quindici Paesi che erano in testa ai commerci internazionali, un fatto che ci
permette di spiegare l'impatto disastroso della crisi sui produttori di grano, cotone, zucchero,
gomma, seta, rame, stagno e caffè.
Per lo stesso motivo, gli USA dovevano diventare la prima vittima della crisi. Se le importazioni
statunitensi calarono del 70% fra il 1929 e il 1932, le esportazioni ebbero il medesimo crollo.
Il commercio mondiale calò di meno di un terzo dal 1929 al 1939, ma le esportazioni statunitensi
quasi si dimezzarono.
E. J. Hobsbawm, Il secolo breve, Rizzoli.
Non più sostenuto dalla domanda di un acquirente forte come gli Stati Uniti, il prezzo delle materie
prime e dei generi alimentari di prima necessità crollò, e con esso crollò la loro produzione.
Andò in crisi l'economia di Paesi il cui benessere dipendeva, in misura preponderante,
dall'esportazione quasi di un solo prodotto. Si innescò una spirale viziosa che sembrava
inarrestabile, e la crisi divenne mondiale.

Le ripercussioni in Giappone.
L'industria giapponese della seta aveva triplicato in quindici anni la sua produzione, per rifornire
il vasto mercato americano delle calze di seta.
Improvvisamente l'acquisto di tale articolo si fermò, e così scomparve il 90% del mercato per la
seta giapponese esportata in America.
Nel frattempo precipitò anche il prezzo del riso, un altro prodotto primario dell'agricoltura
giapponese, e il crollo interessò tutti i Paesi grandi produttori di riso dell'Asia meridionale e
orientale. Poiché il prezzo del grano crollò ancor più di quello del riso, molti produttori orientali
abbandonarono la coltura del grano a favore di quella del riso.
I contadini cercarono di compensare la caduta dei prezzi aumentando il raccolto, e questo fece
precipitare i prezzi ancora più in basso.
Il Brasile divenne allora sinonimo degli sprechi dell'economia capitalistica e della profondità della
crisi, allorché si decise di bruciare il caffè anziché il carbone nelle locomotive, nel tentativo
disperato di impedire il crollo9 del prezzo del caffè e di salvaguardare il reddito dei coltivatori.
E. J. Hobsbawm, Il secolo breve, Rizzoli.
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Commercialmente, il risultato di tutto ciò fu l'innalzamento, ovunque, di alte barriere


protezionistiche: i governi tentavano di proteggere le rispettive economie e i propri produttori dalle
oscillazioni dei prezzi, fissati anche allora sul mercato internazionale. E il livello degli scambi tra
Stati tornò indietro di decenni.
Oggi i governi sanno che, per quanto possibile, il sistema economico mondiale va tenuto sotto
controllo: numerosi trattati e organismi internazionali regolano il comportamento della collettività
degli Stati, e permettono di seguire un'eventuale crisi con qualche speranza in più di circoscriverla
di quante se ne avessero alla fine degli anni Venti. Le crisi finanziarie di Messico, Brasile e Russia,
presentatesi negli ultimi decenni, hanno costituito altrettanti pericoli per l'economia mondiale, ma
sono state rapidamente arginate e confinate al Paese d'origine, a dimostrazione che il sistema è più
sicuro di ottant'anni fa.

L'URSS ED I PIANI ECONOMICI QUINQUENNALI.


Con la NEP, la Nuova Politica Economica praticata nella prima metà degli anni Venti, si era
restituita, in URSS, una limitata libertà d'azione ai contadini, che ora potevano vendere sul mercato,
ai commercianti e ai piccoli imprenditori, le eccedenze.
Ma, dopo la morte di Lenin, si fece via via strada nel gruppo dirigente sovietico, e soprattutto in
Stalin, la convinzione che l'URSS mai avrebbe potuto competere con i più forti Paesi capitalistici se
non si fosse trasformata in una potenza industriale. E, perché ciò avvenisse, era necessario che
l'intero apparato produttivo della nazione, dai campi alle fabbriche, tornasse nelle mani dello
Stato, così come era avvenuto durante la fase del comunismo di guerra.
Solo per questa via (accentramento di ogni decisione in materia economica, concentrazione di ogni
risorsa al fine di sviluppare l'industria, e creazione, da ultimo, di una adeguata potenza militare)
l'URSS avrebbe potuto fare da capofila all'affermarsi mondiale del comunismo.
La rivoluzione non poteva essere esportata, non prima, per lo meno, della realizzazione di questi tre
punti.
Fu così lanciato il primo piano quinquennale: inaugurato nel 1929, imponeva all'economia
determinati obiettivi, da raggiungere entro il 1933. Ad esso ne fecero seguito altri, e l'URSS
procedette così allo sviluppo della cosiddetta economia di piano.
I risultati di questa politica furono apparentemente spettacolari: il Paese, negli anni Trenta, cambiò
letteralmente faccia, abbandonando il tradizionale quadro agricolo che per secoli lo aveva
caratterizzato, e abbracciando un'industrializzazione pesante e forzata, soprattutto in campo
siderurgico ed elettrico.
La produzione industriale tra il 1929 e il 1940 triplicò, e la quota sovietica, sulla produzione
manifatturiera mondiale, salì dal 5% del 1929 al 18% del 1938. Ecco il bilancio che di questa
operazione tracciò lo stesso Stalin, nel gennaio 1934.

Il bilancio di Stalin.
Durante il primo piano quinquennale l'URSS si è trasformata radicalmente, liberandosi
dall'involucro dell'arretratezza medievale.
Da Paese agrario si è trasformata in Paese industriale.
Da Paese di piccole aziende agricole individuali si è trasformata in Paese di grandi aziende
agricole collettive e meccanizzate.
Da Paese arretrato, analfabeta e incolto, si è trasformata – o, più precisamente, si va trasformando
– in Paese istruito e colto, coperto da una rete immensa di scuole, in cui si insegna nelle lingue
delle nazionalità dell'URSS.
Si sono creati nuovi rami di produzione: costruzione di macchine utensili, industria
automobilistica, fabbricazione di trattrici, industria chimica, costruzione di motori, di aeroplani, di
29

mieti-trebbiatrici, di potenti turbine e di generatori; produzione di acciai fini, di leghe metalliche,


di azoto, di fibre artificiali, e così via.
In questo periodo sono state costruite e messe in marcia migliaia di nuove aziende industriali del
tipo più moderno. Sono stati costruiti dei giganti industriali come la centrale elettrica del Dnepr.
Ora è evidente che gli enormi capitali investiti dallo Stato in tutti i rami dell'economia nazionale,
capitali che ammontano per questo periodo a più di 60 miliardi di rubli, non sono stati investiti
invano e già incominciano a dare i loro frutti. In seguito a questi successi, il reddito nazionale
dell'URSS è passato da 29 miliardi di rubli del 1929 a 50 miliardi nel 1933, mentre in tutti i Paesi
capitalistici, senza eccezione di sorta, è enormemente diminuito.
E' evidente che questa gigantesca ascesa si è potuta compiere grazie al socialismo, sulla base del
lavoro sociale di decine di milioni di uomini, per la superiorità del sistema dell'economia socialista
sul sistema dell'economia capitalista e dell'azienda contadina individuale.
Ma l'impresa non è finita e non può finire lì, compagni. Abbiamo davanti a noi il secondo piano
quinquennale, che esso pure deve essere realizzato, e pure con successo.
Stalin, Rapporto al XVII Congresso del Partito.

Ciò che Stalin taceva erano i costi sociali e umani di questa transizione.
La necessità di reperire risorse umane per la grande industria portò allo sradicamento dalle
campagne di enormi masse di contadini, convogliati verso le città e le loro fabbriche: tra il 1929 e il
1933 il numero degli operai passò da 3 milioni scarsi ad oltre 5 milioni; e col secondo piano
quinquennale toccò i 10 milioni.
Nelle campagne, la proprietà della terra e la sua lavorazione furono definitivamente collettivizzate:
il 60% dei contadini nel 1933, e il 90% nel 1939, erano inseriti nelle fattorie dello Stato.
Chi non si volle adeguare venne arrestato e deportato: milioni di famiglie finirono nei campi di
lavoro forzato della Siberia e della Russia settentrionale.
Inoltre, appena si affievolì la spinta idealistica e patriottica che il governo era riuscito a suscitare nei
lavoratori dell'industria, emersero tutti i vizi di un dirigismo statale così accentuato, a partire
dall'imposizione, attraverso i piani quinquennali, di obiettivi scelti con criteri politici e tecnicamente
pressoché irraggiungibili.
La scomparsa di un qualsiasi incentivo personale alla produzione livellò presto verso il basso le
quote produttive, soprattutto nelle campagne.
Ma tutto ciò trasparì solo più tardi: la svolta economica imposta da Stalin, in un periodo in cui il
resto del mondo soffriva la crisi più grave mai attraversata dal sistema capitalistico, fece dell'URSS,
durante tutti gli anni '30, un modello di riferimento per ogni militante di sinistra, e una materia di
studio comunque interessante per uomini di governo, intellettuali ed economisti.

IL CONTROLLO DEI MEZZI DI COMUNICAZIONE NEL TERZO REICH.


Il regime nazista, al pari di quello mussoliniano, faceva del controllo dello Stato una necessità
fondamentale per il progresso e per la sopravvivenza del regime stesso.
Il motivo era semplice: la nazificazione o la fascistizzazione dei cittadini e delle loro vite passava,
in primo luogo, attraverso l'opera quotidiana di convincimento che giornali, radio e cinema
esercitavano su di essi. Un'opera lenta ma capillare, che toccava tutti gli aspetti dell'attività del
cittadino e si faceva sentire in tutti i momenti della sua giornata.
Il controllo sui mezzi di comunicazione era dunque fondamentale: ecco come ce ne parla William
Shirer, giornalista americano arrivato a Berlino verso la fine del 1934, che ci ha lasciato con la sua
Storia del Terzo Reich una cronaca vivacissima e affascinante di quegli anni.
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La propaganda di regime.
Ogni mattina, i redattori dei quotidiani di Berlino e i corrispondenti di quelli stampati in altre città
del Reich si riunivano al Ministero della Propaganda per farsi dire dal dottor Goebbels [il
ministro], o da uno dei suoi aiutanti, quali notizie stampare e quali tacere, come scrivere le notizie
e come intitolarle, quali campagne rimandare e quali lanciare, e qual era l'articolo di fondo
desiderato per quel giorno.
Ad evitare malintesi venivano fornite, assieme alle istituzioni orali, direttive scritte giornalmente.
Ai piccoli giornali periferici e ai periodici, le direttive venivano inviate per telegrafo o per posta.
Per fare il redattore nel Terzo Reich, un giornalista doveva essere, anziturro, politicamente e
razzialmente “a posto”.
La legge per la stampa del Reich del 4 ottobre 1933, che fece del giornalismo una “professione
pubblica” controllata dallo Stato, stabiliva che tutti i redattori dovessero possedere la cittadinanza
tedesca, essere di origine ariana e non sposati con ebrei.
L'articolo 14 ordinava ai redattori di “tenere lontano dai giornali qualsiasi cosa che in qualche
modo possa indurre il pubblico in errore, confonda il bene personale con il bene comune, o tenda
ad indebolire la forza del Reich tedesco all'esterno e all'interno, la volontà collettiva del popolo
tedesco, la difesa della Germania, della sua cultura e della sua economia, oppure offenda l'onore e
la dignità della Germania”.
Un tale editto, se fosse entrato in vigore prima del 1933, avrebbe condotto all'esclusione di tutti i
redattori nazisti del paese e di tutte le loro pubblicazioni. In questo periodo, esso condusse
all'eliminazione di quei giornali e giornalisti che non erano nazisti o rifiutavano di diventarlo.
Uno dei primi giornali costretti a smettere la loro attività fu la “Vossische Zeitung”.
Essendo stato fondato nel 1704 ed annoverando tra i suoi collaboratori del passato letterati e
politici di grande notorietà, era diventato il giornale più importante della Germania, paragonabile
al “Times” di Londra e al “New York Times”. Ma era un giornale liberale, e apparteneva alla
casa editrice Ullstein, ditta ebrea. Dovette cessare la sua attività il 1° aprile 1934, dopo 230 anni
consecutivi di pubblicazione.
Max Amman, sergente maggiore di Hitler durante la prima guerra mondiale e capo dell'Eher
Verlag, la casa editrice del partito, divenne il dittatore finanziario della stampa tedesca. In qualità
di capo della stampa per il Reich e presidente della Camera per la stampa, egli era legalmente
autorizzato a sopprimere qualsiasi pubblicazione, e poteva di conseguenza acquistarla per quattro
soldi. In breve tempo, l'Eher Verlag divenne un gigantesco impero editoriale, forse il più imponente
e redditizio del mondo.
Presto la radio e il cinema furono pur essi imbrigliati al servizio della propaganda dello Stato
nazista. Goebbels aveva sempre considerato la radio (la televisione non era ancora arrivata) il più
efficace strumento di propaganda della moderna società e, servendosi della sezione radio del suo
Ministero e della Camera per la radio, si assicurò un completo controllo sulle trasmissioni,
asservendole ai propri fini. Il suo compito fu reso più facile dal fatto che in Germania, come in altri
Paesi europei, la radiodiffusione era un monopolio posseduto e diretto dallo Stato. Nel 1933 il
governo nazista si trovò automaticamente in possesso dell'Ente Radiofonico del Reich.
Il cinema rimase in mano a imprese private, ma il Ministero della Propaganda e la Camera per i
film controllavano ogni settore di questa industria, il loro compito essendo quello, secondo le
parole di un commento ufficiale, “di elevare l'industria cinematografica al di sopra dei principi
economici liberali, mettendola così in grado di assumere quei compiti che essa è tenuta ad
adempiere nello Stato nazionalsocialista”.
W. Shirer, Storia del Terzo Reich, Einaudi.

Il risultato di questa opera di irreggimentazione fu un generale appiattimento nella qualità e nella


varietà dell'offerta tedesca dei mezzi di informazione.
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Certo, nel 1939, il Partito controllava i due terzi della tiratura complessiva giornaliera dei
quotidiani, venticinque milioni di copie; ma le vendite erano notevolmente scese rispetto al
decennio precedente.
Tale monotonia – notizie, trasmissioni radio, film, tutto passato al vaglio della burocrazia – era però
compensata, agli occhi del regime, dal potere che, grazie a questo controllo, veniva esercitato sui
cittadini: il potere della propaganda.

L'ETÀ DI STALIN: LA COSTITUZIONE DEL 1936.


La Costituzione sovietica fu accolta con molto interesse e curiosità anche all'estero, tanto che fu
presa in considerazione anche in Italia quando, dieci anni dopo, iniziarono i lavori per redigere la
Costituzione italiana. Per quanto riguarda i diritti e i doveri del cittadino – che qui prendiamo in
considerazione – essa proclama una serie di diritti sociali che non erano mai apparsi
precedentemente in nessun documento simile: diritto al lavoro, al riposo, all'istruzione, alla
sicurezza materiale per la vecchiaia.

Diritti e doveri.
Art. 118. I cittadini dell'URSS hanno il diritto al lavoro, cioè il diritto di ricevere un impiego
garantito, con rimunerazione del loro lavoro secondo la sua quantità e la sua qualità. […].
Art. 119. I cittadini dell'URSS hanno diritto al riposo. Il diritto al riposo è assicurato dalla
riduzione della giornata di lavoro a sette ore per l'immensa maggioranza dei lavoratori; dalle
licenze annuali per i lavoratori e gli impiegati, col mantenimento del salario; dalla destinazione
per i bisogni dei lavoratori di un vasto complesso di sanatori, di case di riposo e di circoli.
Art. 120. I cittadini dell'URSS hanno il diritto di essere assicurati materialmente nella loro
vecchiaia e in caso di malattia e di perdita della capacità di lavoro.
Art. 121. I cittadini dell'URSS hanno il diritto all'istruzione. Questo diritto è assicurato con
l'istruzione primaria generale obbligatoria; con la gratuità dell'insegnamento, compreso
l'insegnamento superiore; […].
Art. 122. Nell'URSS diritti eguali a quelli dell'uomo sono dati alla donna in tutti i campi della vita
economica pubblica, culturale, sociale e politica. […].
Art. 132. Il servizio militare generale è di legge. Il servizio militare nell'armata rossa dei lavoratori
e dei contadini è un dovere d'onore per i cittadini dell'URSS.
G. Ambrosini, La Costituzione sovietica del 1936, Ministero della Costituente, Roma.

La sorte degli oppositori.


I dissidenti politici o i presunti tali furono eliminati con arresti, deportazioni, fucilazioni e veloci
processi politici. Ecco il clima che caratterizzò quegli anni.

A scuola Volodja incominciò a notare che alcuni compagni improvvisamente intristivano e si


chiudevano in se stessi. Restavano soli nel cortile; non venivano mai interpellati in classe;
sedevano silenziosi e abbattuti nei loro banchi. E a volte scomparivano. In qualche modo tutti a
scuola sapevano che non si doveva parlare di loro.
Volodja parlò a suo padre degli studenti che scomparivano. Salomon Slepak spiegò che era stata
fondata una nuova polizia segreta, l'NKVD. Essa era composta da persone più capaci e preparate
di quelle delle forze politiche precedenti, la CEKA e la GPU, e la NKVD stava scoprendo spie,
nemici e traditori che non erano stati smascherati prima. Coloro che venivano scoperti in questo
modo erano arrestati ed espulsi, insieme alle loro famiglie.
Un giorno Volodja vide suo padre togliere alcuni libri da uno scaffale e buttarli nella spazzatura;
gli autori erano stati arrestati. Un'altra volta suo padre tirò giù una storia della Guerra civile
russa e si mise a cancellare con l'inchiostro le foto di esponenti politici sovietici caduti in disgrazia
e di altri. A scuola gli insegnanti di Volodja dicevano agli studenti di strappare le foto di questa o
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di quella persona che si era appena rivelata una spia imperialista. A casa un giorno suo padre
cancellò con l'inchiostro le facce di amici e parenti nel loro album di famiglia: erano stati tutti
arrestati. […].
La paura era nell'aria. La gente non osava guardarsi negli occhi. Profondi silenzi dominavano le
code ai magazzini, le folle sui tram, i lavoratori negli uffici, gli inquilini nelle case.
C. Potok, Novembre alle porte, Garzanti.

LE AVANGUARDIE ARTISTICHE DEL PRIMO NOVECENTO.


Agli inizi del Novecento si sviluppano in Europa alcuni movimenti artistici che coinvolgono non
solo pittori e scultori o scrittori e poeti, ma anche musicisti, registi cinematografici, commediografi
e fotografi.
Questi movimenti sono caratterizzati da un atteggiamento polemico e critico, talvolta di aperta
ribellione, nei confronti della tradizione artistica.
Per il loro carattere consapevolmente innovatore e per la sperimentazione di nuove forme espressive
questi movimenti vengono designati con il nome di avanguardie. “Guardando avanti”, esse
realizzano un deciso superamento del passato e costituiscono un tentativo di rivoluzionare non solo
l'arte, ma anche la cultura e la società.

IL CUBISMO.
Il movimento cubista nasce a Parigi negli anni 1906-1907 grazie alle ricerche di due artisti, lo
spagnolo Pablo Picasso e il francese Georges Braque ai quali, a partire dal 1911-1912, si affianca
un giovane pittore spagnolo, Juan Gris. Legati al clima cubista sono anche i pittori Fernand
Léger, Jacques Villon, Robert Delaunay e lo scultore Costantin Brancusi.
Gli esponenti di questo movimento presero le mosse dalla pittura del francese Paul Cézanne che ha
sviluppato un rigoroso geometrismo: gli oggetti sulla tela vengono analizzati nelle loro strutture
geometriche e nei loro volumi: “Trattare la natura per mezzo del cilindro, della sfera, del cono, il
tutto messo in prospettiva” è l'obiettivo di Cézanne.
E' Picasso il primo a riprendere e sviluppare questo programma con un quadro dipinto nel 1907: Les
Demoiselles d'Avignon.
Rompendo con le tradizionali convenzioni pittoriche e con la prospettiva così come era stata
elaborata sin dal Quattrocento, il quadro di Picasso ritrae le figure sia utilizzando una serie di
volumi geometrici netti e un tratto marcato, sia applicando una nuova concezione dei rapporti tra il
corpo e lo spazio circostante.
Nel 1908, Braque dipinge una serie di paesaggi i cui elementi naturali sono tutti ridotti a forme
geometriche di elementare semplicità.
A partire dallo stesso anno Picasso e Braque iniziano una fruttuosa collaborazione: l'intento delle
loro ricerche sarà quello di riuscire a rappresentare gli oggetti sulla tela non da un unico punto di
vista, come imponeva una secolare tradizione, ma contemporaneamente da tutti i punti di vista da
cui li si può osservare.
La verità di un oggetto emergerà così dall'insieme delle prospettive visuali e sarà possibile
rappresentare sulla tela un volto sia di fronte che di profilo, sia dall'alto che dal basso...

IL FUTURISMO ITALIANO.
Il movimento futurista nasce in Italia nel primo decennio del Novecento e coinvolge tutte le arti,
dalla letteratura alla pittura, dal teatro alla musica.
Nel 1909 lo scrittore Filippo Tommaso Marinetti pubblica a Parigi il Manifesto del Futurismo: un
programma culturale scritto con un tono deciso, privo di sfumature, apertamente anticonformista e
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radicale. In undici punti programmatici Marinetti sintetizza il credo futurista: rigetto del passato e
della tradizione, esaltazione della macchina e della velocità, della metropoli, dell'aggressività, della
lotta e della competitività, tutti simboli di modernità e aspetti della nuova società industriale.
Questo rifiuto della lentezza in favore della velocità e del dinamismo diverrà un tratto
caratteristico di tutte le opere futuriste, letterarie e musicali, teatrali e pittoriche.
Nel 1912 Marinetti pubblica il Manifesto tecnico della letteratura futurista in cui viene enunciata la
poetica del movimento: distruzione della sintassi, eliminazione della punteggiatura,
“immaginazione senza fili”, vale a dire rivendicazione di un'assoluta libertà creativa e
immaginifica, produzione di “parole in libertà”, le sole in grado di tradurre la frenesia e la
dinamicità della vita moderna. Esponenti del futurismo letterario, accanto a Marinetti, sono stati
Aldo Palazzeschi, Corrado Govoni e Ardengo Soffici.
Nel 1910 viene pubblicato anche il Manifesto tecnico della pittura futurista nato dalla
collaborazione tra vari artisti: Umberto Boccioni, Giacomo Balla, Carlo Carrà e Luigi Russolo.
Punto chiave del programma e delle ricerche artistiche del gruppo è la rappresentazione del
movimento e della velocità: l'oggetto in movimento e lo spazio in cui tale oggetto si muove
costituiscono una sola struttura dinamica che la tela deve saper cogliere e riprodurre.
Sempre nel 1910 appare il Manifesto dei musicisti futuristi di Francesco Balilla Pratello; nel 1912
Boccioni pubblica il Manifesto tecnico della scultura futurista; seguono L'Architettura Futurista di
Antonio Sant'Elia (1914) e il manifesto Il Teatro Futurista Sintetico di Marinetti e Emilio
Settimella (1915); il Manifesto del Partito futurista italiano di Marinetti (1918).
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Cronologia

 1920: Nasce in Germania il Partito nazionalsocialista (o nazista), guidato da Adolf Hitler.


 1921-1929: Regimi dittatoriali in Ungheria, Turchia, Bulgaria, Albania, Polonia, Portogallo,
Iugoslavia.
 1922: Nasce l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS).
 1923: Hitler tenta un colpo di Stato a Monaco di Baviera.
 1924: Muore Lenin; gli succede Stalin.
 1929: Crollo della Borsa di New York e inizio della crisi economica mondiale.
 1930: Alle elezioni i nazisti ottengono il 18 % dei voti.
 1931: Il Giappone invade la Manciuria.
Nasce il Commonwealth.
 1932: Alle elezioni i nazisti ottengono il 37 % dei voti.
Roosevelt diviene presidente degli Stati Uniti e introduce la politica eco-
nomica del New Deal.
 1933: Hitler diventa Cancelliere.
 1934: Hitler diventa Capo dello Stato, impone un regime dittatoriale e assume il titolo di
Fuhrer del Terzo Reich.
 1935: In Germania entrano in vigore leggi razziali contro Ebrei e altre minoranze.
 1936: Guerra civile spagnola, con la partecipazione di Italia e Germania al
fianco del generale Franco.
In Francia vittoria elettorale del Fronte popolare.
 1938: In Germania, “notte dei cristalli” (9-10 novembre).
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Modulo 5: La seconda guerra mondiale.

La politica estera di Hitler porta alla seconda guerra mondiale. Dopo i primi successi del Patto
tripartito (Roma, Tokio e Berlino), Americani, Inglesi e Sovietici piegano la resistenza dei loro
nemici. L’Italia esce trasformata dalla guerra, persa miseramente e combattuta, sul fronte
interno, anche da un diffuso movimento democratico di resistenza a nazisti e fascisti.
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La Germania di Hitler dimostrò presto le sue mire espansionistiche sull’Europa. Quando il primo
settembre 1939 i Tedeschi invasero la Polonia, Francia e Inghilterra non poterono evitare di
dichiarare la guerra.
La prima fase del conflitto fu dominata dalle armate tedesche, che vinsero rapidamente prima la
resistenza dei Polacchi (con l’aiuto dei Sovietici), poi quella dei Francesi, Entro il giugno del 1940
la Francia fu occupata e affidata in parte a un governo collaborazionista guidato dal maresciallo
Pétain.
La facile vittoria dei Tedeschi spinse anche Mussolini a dichiarare guerra a Francia e Inghilterra,
nonostante il nostro esercito fosse impreparato e disorganizzato.
Nei mesi successivi la Gran Bretagna riuscì a opporsi da sola all’aggressione dell’aviazione di
Hitler, che fece bombardare pesantemente numerose città inglesi e in particolare Londra.
Nel giugno del 1941 ai aprì invece un nuovo fronte di guerra, dopo che la Germania ebbe invaso
l’Unione Sovietica.
Sempre nel 1941 si aprì anche il conflitto diretto tra Giappone e Stati Uniti nel Pacifico, cominciato
con un attacco a sorpresa dei Giapponesi alla base americana di Pearl Harbor.
Il 1942 segnò l’inizio della controffensiva delle truppe ostili alla Germania e ai suoi alleati che
risultarono vittoriose sui Giapponesi alle isole Midway, sui Tedeschi e sugli Italiani in Africa, a El
Alamein, e in Russia, a Stalingrado. Da quell’anno le città tedesche e italiane cominciarono ad
essere bombardate.
Nel 1943 l’Italia fu invasa dagli Alleati e Mussolini fu fatto imprigionare. L’8 settembre si giunse
all’armistizio, ma questo provocò la divisione del Paese in due parti: il Sud controllato dagli Alleati,
il Nord occupato dai Tedeschi.
Nel frattempo Mussolini, liberato dai Tedeschi, fondò una Repubblica Sociale Italiana, con capitale
a Salò, sul lago di Garda.
Ma le sorti del conflitto erano ormai segnate. Il 6 giugno 1944 gli Alleati sbarcarono in Normandia
e cominciarono la liberazione della Francia, seguita dall’invasione della stessa Germania. Sul fronte
orientale, invece, le truppe sovietiche riguadagnarono territorio e giunsero anch’esse a invadere la
Germania, puntando su Berlino.
Il 25 aprile 1945 fu completata, anche con l’aiuto delle formazioni di partigiani italiani, la
liberazione del nostro Paese.
Il 30 aprile Hitler si suicidò e la Germania si arrese senza condizioni.
La resa del Giappone fu ottenuta solo con l’impiego di una nuova arma: la bomba atomica.

GLI SCHIERAMENTI.

Due furono gli schieramenti contrapposti:


 da un lato la Germania nazista, l’Italia fascista e il Giappone militarista, accomunati dal mito
del nuovo “ordine internazionale” da realizzare sulle ceneri delle “imbelli” democrazie
occidentali e contro la sovversione “barbarica” dei bolscevichi;
 dall’altro la Francia, l’Inghilterra (con i paesi del Commonwealth) e la Cina, alle quali si
aggiunsero nel 1941 la Russia e gli Stati Uniti.

LE CAUSE DELLA GUERRA.

Vari furono i motivi che condussero alla guerra. Tra i principali ricordiamo:
 la volontà di rivincita della Germania sulla Francia per capovolgere le condizioni imposte
dal trattato di Versailles;
 l’espansionismo del Giappone in Oriente che stimolava analoghe ambizioni in Hitler e in
Mussolini;
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 il contrasto dell’Italia con la Francia per le mire del fascismo su Nizza, la Savoia, la Corsica
e la Tunisia, e con l’Inghilterra per le mire su Malta e perfino sul Canale di Suez.
Ma la causa di fondo fu l’imperialismo tedesco, ispirato dalla dottrina nazista della superiorità della
razza ariana, dal pangermanesimo, dal preteso diritto del popolo tedesco allo “spazio vitale”. Questa
politica aggressiva era stata peraltro incoraggiata dal comportamento rinunciatario e accomodante
dei governi di Francia e d’Inghilterra, che mai avevano protestato di fronte ai ripetuti colpi di forza
di Hitler anche perché vedevano in lui il più sicuro baluardo contro il pericolo comunista.

BREVE CRONISTORIA DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE.

1 Settembre 1939: la Germania di Hitler invade la Polonia.


3 Settembre 1939: Francia e Gran Bretagna dichiarano guerra alla Germania.
L’Italia di Mussolini si dichiara “non belligerante”.
Germania e URSS col patto Molotov-Ribbentrop si dividono
La Polonia.
9 Aprile 1940: la Germania invade Danimarca e Norvegia.
10 Maggio 1940: la Germania invade Olanda, Belgio e Lussemburgo.
La Francia viene invasa in meno di un mese.
10 Giugno 1940: l’Italia entra nel conflitto a fianco della Germania e dichiara
guerra a Francia e Inghilterra.
28 Ottobre 1940: l’Italia dichiara guerra alla Grecia.
6 Aprile 1941: Italia e Germania attaccano contemporaneamente la Iugoslavia.
Dopo poco la Croazia passa sotto il controllo italiano.
22 Giugno 1941: Hitler dichiara guerra all’URSS.
7 Dicembre 1941: attacco giapponese alla base americana di Pearl Harbour, nelle
isole Haway.
Gli U.S.A. entrano in guerra a fianco della Gran Bretagna.
Nel 1942: sconfitta e ritirata degli eserciti tedesco e italiano in Russia.
L’Italia perde la Libia.
10 Luglio 1943: sbarco americano in Sicilia.
25 Luglio 1943: caduta di Mussolini. Gli subentra Badoglio.
3 Settembre 1943: il governo Badoglio firma l’armistizio con gli Alleati anglo-
americani.
La notizia viene resa nota l’8 settembre.
12 Settembre 1943: Mussolini, prigioniero sul Gran Sasso, viene liberato dai Te-
deschi e portato a Monaco, dove proclama la Repubblica So-
ciale Italiana nell’Italia settentrionale, fissando la capitale a
Salò. Formazione dei primi reparti partigiani e inizio della
guerra partigiana contro i Tedeschi e i fascisti della R.S.I.
4 Giugno 1944: liberazione di Roma da parte degli Alleati. Badoglio dà le
dimissioni, gli succede il ministro Bonomi, nel Governo for-
mato dai rappresentanti dei partiti antifascisti: Democrazia
Cristiana, Partito Comunista, Partito Socialista, Partito d’A-
zione, Partito Liberale, Partito Repubblicano.
6 Giugno 1944: sbarco alleato in Normandia.
25 Agosto 1944: liberazione di Parigi e poi del Belgio.
12 Gennaio 1945: i Russi iniziano la grande offensiva verso la Germania.
7 Marzo 1945: gli Americani entrano sul suolo tedesco.
25 Aprile 1945: scoppia nell’Italia settentrionale l’insurrezione proclamata dal
Comitato di Liberazione C.L.N.. Mussolini, in fuga verso la
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Svizzera, viene arrestato e ucciso da reparti partigiani. Hitler


muore suicida a Berlino.
7 Maggio 1945: firma dei preliminari di resa da parte della Germania.
6 Agosto 1945: bomba atomica sulla città di Hiroshima.
1 Settembre 1945: resa del Giappone.

L'IMPROVVISO CROLLO DEL CONSENSO AL FASCISMO.


Uno dei problemi che in Italia più appassiona gli storici del dopoguerra riguarda il crollo
improvviso dell'appoggio popolare al fascismo dopo la seduta del Gran Consiglio del 25 luglio
1943: nel giro di poche ore i distintivi del Partito nazionale fascista spariscono da tutte le giacche, le
effigi di Mussolini sono abbattute, i simboli del regime vengono divelti: nel Paese non sembra più
esserci nessuno che voglia continuare la guerra del Duce e che si dichiari ancora fascista.
A lungo è prevalsa l'opinione, tra gli storici e tra gli Italiani, che a scavare un solco incolmabile fra
il dittatore e il suo popolo fosse stata l'entrata nel conflitto. Sarebbe dunque il 1940 la data cui
imputare l'inizio della fine del regime.
Ma ricerche più accurate, lo studio attento dei rapporti della polizia segreta, l'analisi di lettere e
memorie personali, hanno ribaltato questa tesi, e messo in evidenza come, finché rimase viva la
speranza della vittoria, il consenso a Mussolini e a una guerra d'aggressione non soffrirono cali
vistosi.
Ecco come ne parla lo storico Pietro Scoppola.

Il consenso popolare al regime fascista.


La sensibilità di fronte alla guerra è diversa per i differenti ceti sociali; per i contadini la guerra è
una calamità naturale; negli operai è diffusa l'illusione, proprio perché già impegnati nella
produzione bellica, di poter restare indenni dai sacrifici più gravi; in tutti manca l'intuizione di
cosa sia la guerra totale e in molti prevale all'inizio, quando si pensa a poche settimane di guerra,
la logica di un “giuoco” che può essere redditizio; i ceti impiegatizi sono i più danneggiati sul
piano economico.
La grande massa degli Italiani spera fino all'ultimo nella vittoria, non tanto in sé, ma come via
d'uscita dalla guerra; la distinzione fra patria e fascismo è di pochi.
Vi sono continue oscillazioni nella opinione pubblica legate all'andamento delle operazioni
militari: la sconfitta dell'Italia in Grecia provoca un primo crollo, che si ribalta in entusiasmo dopo
l'intervento tedesco che rovescia la situazione; una violenta oscillazione di sentimenti si ha nel '42,
prima per il successo di Rommel sul fronte africano, e poi per l'arresto dell'avanzata ad El
Alamein.
Il vero e definitivo crollo avviene solo all'inizio del '43: i bombardamenti aerei hanno
un'importanza decisiva. Ma entusiasmi e crolli sono legati essenzialmente ai sacrifici che la guerra
impone – e che il suo prolungarsi esaspera – e al desiderio di uscirne: la politicizzazione in senso
antifascista rimane minoritaria e marginale. […].
Anche il numero dei volontari nella seconda guerra è stato forse superiore rispetto alla prima.
Dunque il consenso al fascismo non cade di colpo con l'entrata in guerra; la fiducia nel fascismo
entra in crisi non per l'iniziativa dell'antifascismo, debolissima e quasi assente, ma per corrosione
dall'interno, in relazione ai disagi economici e alimentari, alla corruzione del regime e soprattutto
ai disastri militari.
P. Scoppola, La repubblica dei partiti, il Mulino.

Che cosa trarre da queste riflessioni? La consapevolezza che, dopo il 1945, gli Italiani, nell'ansia di
ricominciare con animo e coscienza sereni, hanno voluto dipingere se stessi un poco migliori di
quanto in effetti fossero:
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B. finito il conflitto vi fu infatti uno scarso ricambio dell'apparato amministrativo, burocratico


ed economico: il personale dirigente che guidava l'Italia rimase immutato;
C. ci si convinse (ma forse non sempre fu così) che i valori su cui si era basata larga parte della
Resistenza – tensione morale e ideale, giustizia, una democrazia non di sola facciata –
fossero davvero condivisi dalla maggioranza dei cittadini;
D. si rigettarono tutte le colpe della sconfitta sulle scelte strategiche di Mussolini e non si volle,
quindi, esaminare le responsabilità dei singoli Italiani che sostennero il Duce nella decisione
di combattere a fianco di Hitler;
E. si ritenne che le istituzioni repubblicane fossero figlie di consapevoli sentimenti democratici,
abbracciati coscientemente da tutti gli Italiani, quasi il fascismo fosse stato solo una
parentesi.

Ecco, tutte queste cose, insieme, si tradussero per gli Italiani nell'incapacità di fare i conti con se
stessi, e hanno per molto tempo reso fragili e incerte le basi della democrazia repubblicana.
40

Cronologia

 1936: Asse Roma-Berlino.


 1938: Annessione dell’Austria alla Germania.
Annessione della regione dei Sudati alla Germania.
 1939: Patto di non aggressione tra URSS e Germania.
Invasione della Polonia.
 1940: I Tedeschi occupano Danimarca e Norvegia.
La Francia è invasa dai Tedeschi.
L’Italia dichiara guerra a Francia e Inghilterra.
Inizia la battaglia d’Inghilterra.
 1941: La Germania attacca l’URSS.
Attacco giapponese alla flotta americana a Pearl Harbor.
Ingresso in guerra degli Stati Uniti.
 1942: Vittorie delle truppe avverse alla Germania nelle isole Midway, a El
Alamein e a Stalingrado.
Inizio dei bombardamenti alleati su città tedesche e italiane.
 1943: Gli Alleati sbarcano in Sicilia.
Mussolini viene arrestato.
Viene firmato l’armistizio fra Italia e Anglo-americani.
Mussolini viene liberato dai Tedeschi e si pone alla guida della Repub-
blica di Salò.
 1944: Gli Alleati sbarcano in Normandia.
 1945: La Germania viene invasa.
Hitler di suicida e la Germania di arrende.
Liberazione dell’Italia.
Bomba atomica su Hiroshima e su Nagasaki.
Resa del Giappone e fine della guerra.
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Modulo 6: Il dopoguerra e la guerra fredda.

La fine della seconda guerra mondiale vede imporsi un sistema bipolare: da una parte gli Stati
Uniti, dall’altra l’URSS.
Mentre i Paesi del “blocco occidentale” si avviano verso un periodo di grande benessere
economico, inizia un lungo periodo di conflitto non dichiarato, la guerra fredda.
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Le maggiori potenze vincitrici della seconda guerra mondiale furono gli Stati Uniti e l’Unione
Sovietica. Al termine del conflitto i due Paesi delinearono, nelle conferenze di Teheran, Jalta e
Potsdam, le rispettive sfere di influenza. L’Europa venne divisa in due blocchi: il blocco occidentale
e il blocco comunista. Nei Paesi a lui sottomessi Stalin riuscì a imporre, nel giro di pochi anni, una
serie di governi guidati da partiti comunisti fedeli e dipendenti da Mosca.
Tra i due blocchi si instaurò una crescente ostilità, anche se in quegli stessi anni prese forma
l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) con l’intento di evitare futuri conflitti.
Nell’area di influenza a loro riservata gli Stati Uniti vararono un imponente piano di aiuti per la
ricostruzione. Si voleva in questo modo garantire al più presto un certo benessere economico alle
popolazioni di Italia, Francia, Inghilterra e Germania, in modo da evitare che esse fossero attratte
dal modello sovietico e potessero cedere a quei disordini sociali interni che avevano portato al
potere uomini forti come Hitler e Mussolini.
Il piano americano, detto piano Marshall, ebbe un grande successo e la parte occidentale d’Europa
si avviò presto a una stagione di sviluppo economico.
Nel frattempo cresceva l’ostilità tra i due blocchi. Nel 1949 nacque la NATO, un organismo
militare di difesa cui aderirono gli Stati democratici europei, Italia compresa. Nel 1955 l’URSS
contrappose alla NATO il patto di Varsavia. L’equilibrio delle forze tra le due parti cominciò ad
essere garantito anche ricorrendo ad un massiccio piano di spese militari, in particolare per
arricchire il proprio arsenale di armi atomiche.
Le crisi maggiori di questo delicato equilibrio scoppiarono a proposito della città di Berlino (1948-
1949) e con la guerra di Corea (1950).
Nel corso degli anni Cinquanta le democrazie europee occidentali si rafforzarono sia dal punto di
vista economico sia da quello politico. Nel 1957 nacque il Mercato comune europeo (MEC), di cui
anche l’Italia fu tra gli Stati fondatori.
All’inizio degli anni Sessanta, con l’avvento al potere in Unione Sovietica di Nikita Krusciov e la
denuncia da parte di questi degli eccessi dittatoriali del suo predecessore Stalin, sembrò avviarsi un
periodo e distensione internazionale. Ma nonostante alcuni significativi passi avanti (favoriti anche
dall’impegno personale di papa Giovanni XXIII) la situazione di contrapposizione tra i due blocchi
permase sostanzialmente immutata, come fu dimostrato dal fallito tentativo dei Sovietici di
installare dei missili a Cuba, nel 1962, proprio di fronte alle coste degli Stati Uniti.

IL PIANO MARSHALL.
Il 5 giugno 1947 il segretario di Stato americano Marshall presentò il progetto da lui elaborato, e
quindi chiamato piano Marshall: consisteva nell'accollarsi le spese della ricostruzione
dell'Europa. Questo intervento concedeva fondi o a titolo gratuito o a costi di interesse bassissimi,
permettendo così a tutti i Paesi europei una rapida ripresa economica.
Nel giro di pochi anni, tra il 1948 e il 1952, l'Italia ottenne 1,5 miliardi di dollari, la Germania Ovest
1,3, la Gran Bretagna 3,3, la Francia 2,7.
Attraverso questo intervento gli Stati Uniti si assicurarono da un lato lo smaltimento dei propri
prodotti agricoli e industriali, dall'altro la possibilità di influire politicamente sui Paesi dell'Europa
occidentale.
L'offerta di aiuti economici venne rivolta anche all'Unione Sovietica e a tutto il blocco comunista,
ma questa fu respinta dagli interessati, per timore di condizionamenti da parte americana.

UN MURO E TANTA PAURA.


Durante gli anni che seguirono la seconda guerra mondiale, si diffuse largamente su tutto il pianeta
e tra tutti i ceti sociali il timore di un terzo conflitto, questa volta atomico, che avrebbe potuto
distruggere completamente la Terra.
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I tuoi genitori possono raccontarti il clima di preoccupazione che regnava ancora negli anni Settanta
e nei primi anni Ottanta, quando Stati Uniti e Unione Sovietica si fronteggiavano a distanza in un
gioco di dominio sul mondo.
Questa situazione era apparsa subito terribilmente pericolosa quando, a partire dal 1949, anche i
Sovietici erano giunti a fabbricare la bomba atomica e divenne ancora più chiaro che il deteriorarsi
dei rapporti fra le due superpotenze avrebbe potuto portare a un impiego dell'arsenale atomico, con
conseguenze terribili per il genere umano: entrambe, infatti, con l'impiego dei missili o dei
sommergibili atomici, erano in grado di distruggere il pianeta.
Forse chi, come te, è più giovane, fatica a immaginare l'atmosfera di quegli anni: nessuno poteva
disinteressarsi dell'evoluzione della politica internazionale e ognuno era consapevole del fatto che il
proprio destino e il tenore della propria vita di ogni giorno dipendevano direttamente dai rapporti
che si andavano costruendo fra le due superpotenze.
In molti Paesi furono apprestati rifugi antiatomici nei quali ripararsi in caso di bombardamenti e in
alcuni luoghi si tenevano vere e proprie esercitazioni di sopravvivenza.
Ma tutti erano consapevoli del fatto che, in caso di guerra, nessun tipo di rifugio poteva servire a
salvare l'umanità dalla catastrofe.
Così, soprattutto nei Paesi occidentali, le persone scesero in piazza per manifestare contro le armi
nucleari. Anche personalità del mondo della scienza e della cultura si impegnarono fin dagli anni
Cinquanta in favore del disarmo: il fisico Albert Einstein e il filosofo Bertrand Russell, per
esempio, furono in prima linea nel denunciare il pericolo di un conflitto atomico.
Nei Paesi retti dai regimi comunisti i tentativi di opposizione alla politica di riarmo voluta
dall'Unione Sovietica venivano invece messi a tacere o addirittura puniti come opposizione al
governo. Emblematico l'esempio di Andrej Sacharov, uno scienziato sovietico che, dopo avere
dato un contributo decisivo per la costruzione della bomba all'idrogeno, si schierò contro la corsa
agli armamenti, in questo modo attirandosi l'ostilità delle autorità sovietiche, che giunsero a
imporgli prima il silenzio e poi l'esilio.
Iniziata dunque subito dopo la conclusione della seconda guerra mondiale, la “guerra fredda” ebbe
il suo simbolo nel muro di Berlino, che, eretto nell'agosto del 1961, per quasi trent'anni
rappresentò l'emblema della divisione del mondo in due blocchi contrapposti; il muro divideva la
città in due (a ovest, le zone sotto il controllo inglese, francese ed americano; a est la zona
sovietica), con lo scopo di impedire la fuga dei Tedeschi orientali verso la parte occidentale della
città.
Prima della costruzione del muro, infatti, molti Tedeschi della Germania Orientale erano passati nel
settore occidentale, dove era garantita una maggiore libertà.
Si calcola che tra il 1951 e il 1961 circa 2.250.000 persone lasciarono la Repubblica Democratica
Tedesca: tra di loro soprattutto giovani, intellettuali, personalità legate al mondo imprenditoriale e
produttivo.
Furono anni nei quali le contrapposizioni ideologiche e politiche pesarono enormemente nella vita
delle persone, soprattutto durante la fase più acuta della guerra fredda, che durò dalla fine del
conflitto mondiale fino alla morte di Stalin, nel 1953.
Secondo alcuni studiosi, la causa degli eventi che portarono all'esasperazione dei rapporti tra Est e
Ovest è da ricercare nell'incapacità dei due blocchi di interpretare le esigenze di sicurezza politica
dell'avversario. In altre parole, era il senso di insicurezza interna che portava a cercare di
difendersi contro i possibili attacchi esterni: l'attenzione dell'opinione pubblica veniva fatta
rivolgere non all'interno, ma all'esterno e in particolare verso una potenza che veniva presentata
come minacciosa e nemica.
Questa dinamica fu propria soprattutto dell'Unione Sovietica di Stalin, che avvertiva il proprio
potere come vulnerabile e minacciato dal modello politico ed economico occidentale.
Da questo punto di vista, si può dire che in Stalin il sentimento di insicurezza raggiunse livelli tali
da provocare in Unione Sovietica vere e proprie stragi di Stato.
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Durante gli anni del regime stalinista nessuno in Unione Sovietica poteva dirsi sicuro della propria
vita: se una persona era anche semplicemente sospettata di pensare o agire diversamente da quanto
prescritto da Stalin, veniva immediatamente arrestata, deportata o uccisa.
Al di sopra di tutto vi era la sicurezza dello Stato e la sicurezza dello Stato si identificava con la
conservazione del potere personale da parte di Stalin.
Proprio questo clima di terrore contribuì a far sì che le democrazie occidentali potessero essere
ancora più unite nel fronteggiare il movimento comunista che veniva ormai identificato con il
regime dittatoriale stalinista.

In Italia vi fu chi riuscì a ironizzare sulla guerra fredda, sdrammatizzandone gli aspetti più
preoccupanti e tragici. Il giornalista e scrittore Giovanni Guareschi raggiunse il successo fra il
grande pubblico con i racconti intitolati Mondo Piccolo (1948), pubblicati sulla rivista settimanale
“Candido”.
Egli inventò i personaggi di don Camillo e Peppone, rispettivamente parroco e sindaco comunista
di un piccolo paese emiliano, vicino al Po, nel quale i due protagonisti volgevano in sapiente satira
politica le dinamiche che si producevano, su scala mondiale, nel confronto fra le contrapposte
ideologie. I romanzi di Guareschi guadagnarono subito il successo internazionale, accompagnato
dalle versioni cinematografiche dei suoi racconti in film interpretati dagli attori Fernandel e Gino
Cervi.

IL MIRACOLO ECONOMICO IN ITALIA.


Per l'Italia gli anni tra il Cinquanta e il Sessanta furono quelli del cosiddetto miracolo economico:
un “boom” che modificò la società italiana e le sue abitudini, oltre al modo di pensare e di
concepire la vita.
L'Italia si trasformò da Paese prevalentemente agricolo a Paese industriale.
I settori trainanti dello sviluppo furono rappresentati dall'industria meccanica leggera (automobili
ed elettrodomestici), dall'industria siderurgica e dall'industria chimica.
Il valore complessivo delle attività industriali dal 1952 al 1962 passò dal 27 al 44% del prodotto
nazionale. Naturalmente cambiò anche la ripartizione tra gli occupati nei vari settori: per la prima
volta in Italia il numero di addetti nell'industria superò quello degli addetti nell'agricoltura (nel 1952
i primi erano circa 5,5 milioni contro i circa 8 milioni dei secondi; nel 1962 i primi erano saliti a 8
milioni contro i circa 6 milioni dei secondi).
I fattori di un tale cambiamento furono vari: tra essi la fine della politica autarchica imposta dal
regime fascista, gli aiuti provenienti dal piano Marshall, la creazione del Mercato comune europeo,
che creava nuovi sbocchi in grado di assorbire buona parte dell'incremento della produzione
industriale.
Aumentò di conseguenza anche il reddito: nuovi strati di popolazione poterono accedere
all'acquisto dei beni di consumo immessi sul mercato (frigoriferi, lavatrici, automobili, ecc.) e
propagandati da nuove tecniche pubblicitarie.
La trasformazione dell'Italia in Paese industriale ebbe anche ripercussioni sul tessuto sociale e
urbano del Paese, provocando nuovi problemi e accentuando quelli vecchi.
L'aumento della richiesta di manodopera nel settore industriale era localizzato soprattutto nel Nord
del Paese e attorno ai centri urbani. Si ebbe così un duplice spostamento: dalle campagne alle città
(provocando un vero e proprio spopolamento dei borghi rurali, destinato ad avere ripercussioni
negative fino al giorno d'oggi) e dal Sud al Nord del Paese. Ecco al riguardo quanto scrive lo storico
Paul Ginsborg.
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L'emigrazione interna in Italia negli anni del “boom”.


Vecchi problemi furono aggravati e ne sorsero di nuovi, ma la penisola si modernizzò
profondamente.
La migrazione di manodopera era un fenomeno tipico e antico per molte regioni d'Italia; negli anni
del boom, però, questo fenomeno raggiunse livelli di intensità straordinaria.
La geografia umana del Paese ne uscì sconvolta. Si calcola che, fra il 1955 e il 1971, oltre 9
milioni di Italiani si spostarono in altre regioni. I flussi più importanti partirono dalle aree
meridionali, insulari e dal Veneto verso le tre ragioni del “triangolo industriale”: Piemonte,
Lombardia e Liguria. Migrazioni intense si indirizzarono anche verso il Lazio.
In una seconda fase, le partenze dal Veneto diminuirono sensibilmente, mentre anche Toscana ed
Emilia Romagna furona raggiunte da immigrati.
A partire furono soprattutto persone che vivevano in zone rurali: un elemento di causa ed effetto di
quella fine del mondo contadino che coincise con lo sviluppo industriale.
In una quindicina d'anni (1951-1967), Roma passò da circa 1.600.000 abitanti a 2.600.000 e
Torino da 700.000 a oltre 1.200.000, mentre i piccoli e medi comuni della sua provincia arrivarono
quasi a raddoppiare la popolazione.
Cambiò quindi l'Italia; si incontrarono, come mai prima di allora, culture, dialetti, usi e costumi
diversi; sorsero fenomeni di intolleranza e di rigetto.
P. Ginsborg, Storia d'Italia dal dopoguerra a oggi, Einaudi.

Lo sviluppo economico, insomma, ha anche avuto costi umani altissimi: lo sradicamento di


migliaia di persone dalle proprie terre e dalle proprie abitudini, disagi per le città che si trovavano a
dovere accogliere emigranti privi del necessario per vivere … Prima della Seicento (la piccola
macchina della FIAT ambita come segno di una modesta ricchezza), il miracolo economico ha
avuto come simbolo la corda di spago che teneva chiuse le valigie degli emigranti che dal Sud
salivano al Nord in cerca di lavoro.

GLI INTELLETTUALI RUSSI E LE “STRONCATURE”.


Stalin gestì il potere sovietico in modo dittatoriale per quasi trent'anni: dalla morte di Lenin, nel
1924, alla sua stessa scomparsa, nel 1953. Si calcola che, con le persecuzioni da lui ordinate, abbia
provocato la morte di circa 25 milioni di persone. Molte, semplicemente e sommariamente
giustiziate durante le terribili “purghe” del primo quindicennio del suo governo; molte,
indirettamente, a causa delle sofferenze inflitte ai reclusi dalla detenzione nei campi di
concentramento e lavoro: i gulag.
Chiunque, per posizione sociale o professionale, potesse anche solo in prospettiva nuocere al partito
e all'organizzazione dello Stato sovietico veniva perseguitato. E' così che negli anni Venti e Trenta
scomparvero intere classi sociali, ad esempio i piccoli e medi coltivatori, e furono decimate classi
professionali, ad esempio i militari, visti come una minaccia diretta al potere centrale.
Al termine della seconda guerra mondiale le persecuzioni si fecero meno cruente, ma non certo
meno pesanti, e andarono a colpire in buona parte gli accademici, i professori di scuole superiori e
d'università, gli studiosi e spesso i loro allievi. Con implacabile regolarità chi non si allineava
veniva estromesso e privato del suo lavoro.
Dmitrij Sergeevic Lichaciov, nato a San Pietroburgo nel 1906, e lì morto nel 1999, ha attraversato
tutto il secolo russo, sopravvivendo al clima artico della tremenda detenzione presso il gulag delle
isole Solovki (situate nel Mar Bianco, a sud della penisola di Kola).
Nelle sue memorie descrive la pratica staliniana della stroncatura, grazie alla quale intere
generazioni di intellettuali e scienziati sono state tenute a bada dal regime. Ben sapendo, come
afferma Lichaciov. Che era ed è difficile trovare un senso o un fondamento ideologico alle
stroncature stesse: “Sono convinto che vi prevalesse una componente di assurdo, che fossero
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evocate dal solo e unico desiderio delle organizzazioni di partito di dar prova di potere, polso e
prontezza nel dominare quanto, in sostanza, non erano in grado di capire”.

Le colpe degli intellettuali.


Si trattava di manifeste delazioni che fomentavano meschinità e invidia. Era il sabba della perfidia,
il sabba dell'ignominia, con la gente (o almeno una parte) che si sforzava di passare per malvagia
cercando di stordirsi con gli orrori che infliggeva al prossimo.
Era una malattia di massa della psiche, che pian piano contagiò l'intero Paese. La gente non si
vergognava più di fare la spia, né disdegnava di alludere al potere di cui disponeva.
Era una forma di vendetta ai danni di studiosi, scrittori, artisti, restauratori, gente di teatro e
intellettuali.
Alle vittime della stroncatura andava strappato un pur parziale riconoscimento di colpa. A
confessione avvenuta – e come venisse estorta non era rilevante – non servivano altre prove: per
alcuni era la morte, per altri il carcere o il gulag.
D. S. Lichaciov, La mia Russia, Einaudi.

Uno studioso poteva essere accusato di qualsiasi nefandezza (e certamente, prima di tutto, di essersi
allontanato dalla linea interpretativa della realtà offerta dall'ideologia del regime): non importava
che le accuse avessero un qualche fondamento giuridico, o facessero davvero leva sull'opera dello
studioso incriminato; si procedeva inflessibilmente alla “pulizia” dell'ambiente accademico. E
processo e condanna erano pubblici.

Il processo.
La vittima andava demoralizzata, portata a uno stadio tale in cui nulla aveva più importanza se non
l'uscire di scena al più presto, ma non prima di aver riconosciuto le proprie colpe.
Perciò il pubblico in sala o in aula era sempre a favore degli aguzzini (anche se stava dalla parte
del torturato, se non era d'accordo con le accuse, se provava solo disgusto o compassione).
Le stroncature radunavano centinaia di studenti e di semplici curiosi, poiché i condannati erano
gente nota, autori plurititolati.
Gli imputati reggevano raramente alle pressioni.
Solo una decisa smentita poteva portare, se non alla vittoria, perlomeno a che le accuse cadessero
e gli accusatori fossero messi alla gogna.
Per questo motivo il primo timore degli organizzatori era che l'imputato respingesse le accuse.
D. S. Lichaciov, La mia Russia, Einaudi.

Le accuse.
Come si comportava il pubblico in sala durante le stroncature?
La disposizione dei presenti era di regola la seguente: al tavolo del Presidium sedevano, tronfi,
“eminenti” studiosi ed esponenti di partito e delle organizzazioni sociali a livello locale.
Le prime file erano occupate da coloro cui sarebbe spettato di approvare le critiche o di intervenire
con nuove accuse. Poi veniva il resto della sala, che attendeva spaurita, compativa lo sventurato, si
sdegnava in silenzio o, a volte, dava voce al proprio malcontento. I delatori erano ovunque.
Di regola le accuse venivano formulate così: “Non a caso egli sostiene che ...”; “Tizio è arrivato al
punto di dire che ...”; “Si capisce che per Tizio ...”; “Tizio sostiene che ...”; “Tizio non riesce a
celare il suo ...”.
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Sporadicamente qualcuno dal pubblico pretendeva che le citazioni estrapolate dal contesto
venissero riportate per esteso, che si tenesse conto delle circostanze, dell'argomento o dell'epoca,
ma equivaleva a una dimostrazione di solidarietà nei confronti dell'imputato.
D. S. Lichaciov, La mia Russia, Einaudi.

Le sedi di partito erano spesso luogo di trattative con l'imputato prescelto, cui si chiedeva di fare
autocritica per le sue opere e i suoi interventi pubblici, per evitare che anche i suoi eventuali
colleghi fossero incolpati.
Ancora non si sapeva in che cosa consistessero le accuse, che già si chiedeva di confessare,
promettendo “pietà al vinto”.
La difficoltà della difesa consisteva nel fatto che sugli avvocati difensori incombeva la stessa sorte
delle vittime.
Nel documento che proponiamo qui sopra Lichaciov descrive con molta vivacità che cosa accadeva
dentro sale gremite di gente spesso atterrita e personalmente coinvolta nella sorte del perseguitato.
Nell'atmosfera sovreccitata della sala, l'imputato faceva fatica a riconoscere quanto scritto e a
verificarlo.
Di solito si vedeva concedere la parola in coda a tutti gli oratori, e veniva dunque privato del diritto
di ribattere ad ogni singolo intervento.
Si trattava di incrinare la sua sicurezza con urla dalla sala, con voci di “sdegno”.
Il presidente zittiva solo l'imputato. E se questi finiva per confessare qualcosa (ma non tutto) per
placare i suoi aguzzini, l'eventuale confessione parziale veniva ritenuta totale.
E la derisione, l'esposizione pubblica di chi veniva preso di mira dal regime non terminavano certo
con il processo. Si faceva in modo che il peso della condanna gravasse per intero sul malcapitato.
Perché le accuse non passassero inosservate, si provvedeva a pubblicare degli appositi giornali
murali, il cui testo veniva controllato direttamente dalle organizzazioni di partito.
Le vittime erano esposte a ogni sorta di vessazioni, con caricature e slogan a tutta pagina:
“Estirpiamolo alla radice!”;
“Basta...!”;
“Via, buttiamolo fuori!”.
I più vituperati erano gli allievi, gli amici, o semplicemente gli studiosi onesti che avevano cercato
di intervenire a favore dei perseguitati.
Chi restava nella rete perdeva il lavoro, veniva estromesso dall'ambiente di studio, doveva
rinunciare alle proprie ricerche, e spesso sopravviveva solo grazie all'interessamento degli amici più
coraggiosi.
Lo stesso Lichaciov dovette affrontare per tre volte la stroncatura.
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Cronologia

 1943: Conferenza di Teheran.


 1945: Conferenza di Jalta.
Conferenza di Potsdam.
Nasce l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU).
 1945-1946: Processo di Norimberga.
 1946: Conferenza di Parigi.
 1947: Piano Marshall.
 1946-1948: Guerra civile in Grecia.
 1948-1949: Blocco di Berlino.
 1949: L’URSS costruisce la sua prima bomba atomica.
Nasce la NATO.
La Cina è guidata dal Partito comunista, con a capo Mao Tse-tung.
 1950-1953: Guerra di Corea.
 1951: Nasce la CECA.
 1953: Morte di Stalin. Gli succede Nikita Krusciov.
 1954-1962: Guerra d’Algeria.
 1955: Patto di Varsavia.
 1956: XX congresso del Partito comunista sovietico.
Rivolta anticomunista in Ungheria e repressione sovietica.
 1957: Nasce il MEC.
 1958: Viene eletto papa Giovanni XXIII.
 1961: Muro di Berlino.
Primo uomo nello spazio.
 1962: Crisi dei missili a Cuba.
Inizio del Concilio Vaticano II.
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Modulo 7: L’Italia del dopoguerra e della ricostruzione.

Con l’aiuto degli Stati Uniti e grazie a una certa coesione tra le diverse forze politiche che
avevano sconfitto il fascismo, il nostro Paese ebbe una Costituzione democratica e una
collocazione internazionale al fianco delle democrazie occidentali.
Nei decenni successivi l’Italia raggiunse straordinari risultati in campo economico, nonostante
una certa instabilità politica e i forti contrasti sociali.
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Grazie all’aiuto degli Stati Unti e allo spirito di collaborazione tra le opposte forze politiche che
avevano sconfitto il fascismo, anche il nostro Paese fu ricostruito in un periodo relativamente breve.
Nel giugno del 1946 gli Italiani si espressero, in un referendum, a favore della repubblica e i Savoia
partirono per l’esilio.
Nel gennaio del 1948 entrò in vigore la Costituzione democratica che è ancora oggi la legge
fondamentale del nostro Paese. Essa fu scritta e votata da un’Assemblea Costituente in cui erano
rappresentati tutti i partiti politici. Sempre nel 1948, alle prime elezioni politiche, la Democrazia
cristiana ottenne il 48 % dei voti, mentre il Partito socialista e il Partito comunista (quest’ultimo con
forti legami con l’Unione Sovietica), uniti insieme, raggiunsero solo il 31 %.
I primi governi furono quindi sostenuti dalla Democrazia cristiana e guidati da Alcide De Gasperi.
Egli si però per la ricostruzione e, secondo i principi ispiratori del suo partito, mantenne l’Italia
entro l’area di influenza dell’alleato americano.
Nel 1949 anche l’Italia entrò a far parte della NATO e nel 1957 essa fu tra i promotori del trattato di
Roma, con il quale nasceva il Mercato Comune Europeo.
Nel frattempo l’Italia conobbe un importante sviluppo economico, che negli anni Sessanta divenne
un vero e proprio “boom”.
A poco a poco anche nel nostro Paese la produzione industriale superò per numero di lavoratori e
per creazione di ricchezza quella agricola e le grandi città del Nord (Torino, Milano, Genova che
formavano il cosiddetto triangolo industriale) crebbero in tempi rapidissimi per il grande numero di
immigrati dalle regioni meridionali.
In quegli anni la politica del Paese conobbe un certo spostamento degli equilibri, perché a seguito di
una certa diminuzione del consenso elettorale nei confronti della Democrazia cristiana fu inaugurata
una serie di governi detti di centro-sinistra, di cui faceva parte il Partito socialista.
Fu sviluppato lo stato sociale, con una serie di provvedimenti a favore delle classi più deboli e dei
lavoratori, ma aumentò anche il debito dello Stato.
Gli anni Settanta cominciarono con forti contestazioni studentesche e operaie a cui seguì un periodo
di terrorismo politico caratterizzato da numerose stragi. Inoltre, vi fu una crescente crisi economica.
Le forze politiche cercarono di fronteggiare l’emergenza ricercando nuovi equilibri (come il
tentativo di un accordo tra la Democrazia cristiana di Aldo Moro e il Partito comunista di Enrico
Berlinguer). La tensione però crebbe al punto che lo stesso presidente della DC fu rapito e
assassinato: a quel punto solo l’unione delle maggiori forze politiche riuscì a sconfiggere il
terrorismo.

GOVERNI “CENTRISTI” E GOVERNI DI “CENTRO-SINISTRA”:

 Riforme e affermazioni  Governi “centristi” Governi di “centro-sinistra”


Nazionalizzazione dell’industria ◦ X
elettrica.
Leggi agrarie e frantumazione ◦ X
del latifondo.
Istituzione della Cassa del ◦ X
Mezzogiorno.
Creazione della scuola media ◦ X
unica obbligatoria.
Riorganizzazione dell’Iri. ◦ X ◦ X
Instabilità dei governi.
Costituzione dell’Eni. ◦ X
Trattato di pace onorevole con X
le nazioni vincitrici della II
guerra mondiale.
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LE CIFRE DEL MIRACOLO ECONOMICO.


All'indomani della fine della seconda guerra mondiale, nel 1945, l'Italia era ancora un Paese
prevalentemente agricolo, la cui popolazione abitava in buona parte nelle campagne e spendeva i
propri soldi essenzialmente in beni alimentari. Appena vent'anni dopo, l'Italia era diventata un
Paese ad economia industriale e vi erano nuove necessità oltre a quelle primarie dell'abitazione,
del cibo e del vestiario.
In particolare, nel decennio tra la metà degli anni Cinquanta e Sessanta il cambiamento fu veloce e
visibile, tanto che per quel periodo si parlò di miracolo economico.
Niente, meglio di alcune cifre, così come ce le racconta il ricercatore di storia contemporanea Guido
Crainz, può dare un'idea dei mutamenti che si verificarono allora.

Gli anni del boom.


Il reddito nazionale passa dai 17.000 miliardi del 1954 ai 30.000 miliardi del 1964: quasi si
raddoppia, cioè, in un decennio.
Nello stesso periodo il reddito pro capite passa da 350.000 a 571.000 lire.
Gli occupati in agricoltura sono più di 8 milioni ancora nel 1954, meno di 5 milioni dieci anni
dopo: scendono cioè dal 40% al 25% del totale degli attivi, mentre nell'industria gli occupati
passano dal 32% al 40% e nei servizi dal 28% al 35%.
Fra i primi anni '50 e i primi anni '60 gli investimenti nell'industria manifatturiera passano dal
4,5% al 6,3% del reddito nazionale, e la produttività industriale aumenta dell'84%.
Il Paese si inserisce nel positivo andamento dell'economia internazionale con una forza ancora
maggiore: la produzione italiana è il 9% di quella europea nel 1955, oltre il 12% nel 1962.
Paesi come Belgio, Svezia e Olanda sono sopravanzati, mentre è ridotto il divario storico con
Inghilterra, Germania e Francia.
E' importante quanto si produce, ma anche cosa si produce: in Italia, più che in altri Paesi europei,
antiche aspirazioni ed elementari esigenze iniziano a realizzarsi contemporaneamente
all'irrompere di consumi e bisogni nuovi.
Un esempio fra tutti: l'italiano che esce dalla guerra è allo stremo, consuma 4-5 chilogrammi di
carne bovina all'anno.
Solo a metà degli anni '50 ritorna a mangiarne nove, come nel poverissimo anteguerra:
diventeranno 13 nel 1960 e 20 nel 1966, crescendo poi sino ai 25 del 1971, che resteranno
sostanzialmente stabili. All'inizio degli anni '50 meno dell'8& delle case possiede
contemporaneamente elettricità, acqua, bagno e servizi interni: saranno quasi il 30% dieci anni
dopo.
Frigoriferi e televisori irrompono dunque nelle case italiane contestualmente ad una alimentazione
finalmente accettabile e a condizioni abitative che iniziano ad essere appena decenti: possiede il
frigorifero il 13% delle famiglie italiane nel 1958, più della metà nel 1965; analoga, grosso modo,
la crescita dei televisori, più tardiva quella delle lavatrici.
Le moto sono 1 milione nel 1955, 4 milioni nel 1960 e crescono poi molto più lentamente fino al
tetto di 4.300.000 del 1963.
Sono sopravanzate ora dalle automobili: 1 milione al 1956, 2 milioni al 1960, 5 milioni e mezzo nel
1965.
G. Crainz, Storia del miracolo italiano, Donzelli.

Per l'economia reale sono anni di crescita impetuosa, tanto nel settore pubblico, quanto in quello
privato.
Il consumismo (cioè la tendenza a sviluppare nuovi consumi privati) poggia su basi solide: la
capacità di risparmio dei cittadini va di pari passo con una nuova voglia di spendere. E con i
conti dello Stato, finalmente a posto, si migliorano le infrastrutture (strade, ferrovie, servizi
sociali, scuole, ecc.); le aree economiche più avanzate si espandono.
52

Sono proprio gli impiegati della regione industriale milanese i primi acquirenti e sostenitori del
boom automobilistico.
E sono ancora loro i primi a sfruttare l'opportunità, offerta dalle autostrade, di muoversi facilmente
e velocemente lungo la penisola.
Fra il 1956 e il 1965 raddoppiano le presenze negli alberghi, e ancor di più quelle nei campeggi: nel
1958 sono 3.700.000, nel 1965 quasi 11.000.000.
La villeggiatura estiva diventa un'abitudine di massa: è cominciata una nuova era.

L'IMMIGRAZIONE CAMBIA IL VOLTO DELLE CITTÀ.


Contemporaneo al miracolo economico nel nostro Paese si verifica il fenomeno dell'immigrazione
interna.
La consultazione dei registri anagrafici, tra iscrizioni e cancellazioni, rivela che nel periodo 1955-
1970 si hanno 24.800.000 spostamenti di residenza da un comune all'altro: 15 milioni nelle regioni
del Centro e del Nord, 5 milioni al Sud. E ben 3 milioni di questi spostamenti partono dal
Meridione, per approdare al Settentrione della penisola.
Sono soprattutto le campagne povere a spopolarsi: il miraggio di un lavoro in città, meno faticoso
e più redditizio, induce ben 4 milioni di persone ad abbandonare la terra, tra 1951 e 1964.
E non è solo questione di miseria: cominciano ad affermarsi, soprattutto nelle campagne del Nord,
metodi produttivi intensivi. La meccanizzazione avanza anche in agricoltura. I braccianti sono in
ogni modo in eccesso.
L'area di maggior spopolamento è il Polesine: gli abitanti di questa zona della Val Padana, più volte
colpita anche da disastri naturali, diminuiscono del 22% negli anni Cinquanta; gli attivi calano del
35%; gli impiegati in agricoltura addirittura del 57%.
Nel mantovano, nello stesso periodo, gli occupati nel settore agricolo scendono del 40%: si
spostano verso le città, Milano per prima, ma anche Varese, Como, Lecco.
Nello stesso milanese, sempre in questi anni, vengono sottratti all'agricoltura quasi 30.000 ettari di
terreno.
I mezzadri (cioè i contadini che coltivano terreni non di loro proprietà, impegnandosi a dividerne i
prodotti e gli utili con il proprietario), nel quindicennio successivo al 1950, nelle campagne
dell'Italia centrale, si dimezzano, passando da 2.200.000 ad 1.100.000.
E i tre milioni di meridionali che si spostano hanno come sbocco soprattutto le grandi città
industriali del Nord, più Roma: la classifica delle province che, tra il 1951 e il 1961, godono di un
saldo migratorio positivo vede al primo posto Milano, seguita da Roma, Torino e Genova.
Tale imponente fenomeno migratorio interno cambia letteralmente il nostro Paese:
 muta l'assetto culturale, con i problemi ma anche con l'arricchimento che vengono dal
mescolarsi di genti spesso diversissime per abitudini, tradizioni, valori;
 modifica la distribuzione della popolazione che si concentra nelle grandi aree urbane.
Nascono le metropoli, come oggi le conosciamo: centri storici circondati da quartieri periferici
sempre più estesi, quartieri-dormitorio e quartieri industriali, quartieri che accolgono la prima
immigrazione e quartieri in cui stabilire i capannoni, segnale della produzione manifatturiera che
esplode.
Già nel 1957 lo scrittore Ottiero Ottieri, parlando della periferia di Milano, fa una semplice
constatazione.

L'esplosione delle città.


La città avanzando ha preso dentro intieri borghi agricoli con le cascine e la chiesa ornata di
campanile. In fondo al viale, lontanissimo, è riconoscibile proprio una cascina, per l'architettura
bassa, il colore denso e antico dei muri marroni.
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Le fabbriche sono nate dai prati, dalla terra; ma la campagna distrutta, debole e pallida come il
cielo, sembra che non si difenda e che non la rimpianga più nessuno.
O. Ottieri, Tempi stretti, Einaudi.

Non più di sei anni dopo, nel 1963, il giornalista Giorgio Bocca, in un articolo apparso su “Il
Giorno”, sembra chiudere qualsiasi porta alla poesia e alla nostalgia.

Cina a Cinisello.
La fascia industriale milanese, la cosa che avendo tanti nomi (Cinisello-Rho-Cologno-Sesto) è poi
la stessa cosa, non città ma crescita incontrollata di città, le case moltiplicatesi come cellule
impazzite, sottopassaggi, rotaie, case, strade cieche, case, un po' di campagna “né verde né
gialla”, altre case, fumo, miasmi..,.
G. Bocca.

Queste città crescono senza la guida di una regola urbanistica precisa, disordinatamente. Città
quindi molte volte incapaci di offrire i servizi essenziali, necessari a rendere qualitativamente
accettabile il soggiorno di chi vi abita: mancano negozi, verde pubblico, uffici circoscrizionali; le
strade non asfaltate si trasformano in pantani alle prime piogge; spesso persino luce, acqua e
fognature arrivano con grande ritardo.
E le gru, i cantieri che in misura massiccia segnano l'espandersi delle aree cittadine negli anni
Cinquanta e Sessanta diventano rapidamente il carattere tangibile di una crescita selvaggia e
soffocante.
Passata l'euforia del boom economico, i nuovi quartieri, e la vita insoddisfacente che in essi si
conduce, portano al degrado urbano, cioè al progressivo peggioramento delle condizioni di vita
delle città.

IL TERRORISMO.
E' sempre difficile trattare in maniera accurata di eventi storici molto vicini a noi nel tempo. Ancora
più complicato è farlo in maniera imparziale, se questi eventi sono legati a fatti dolorosi, che hanno
creato contrapposizioni forti, tra poteri dello Stato, tra lo Stato e i suoi cittadini, tra diversi
schieramenti politici. Il terrorismo italiano rientra certamente in questa categoria.
Sappiamo che, nella sua fase più acuta, esso ha coperto circa due decenni, tra la fine degli anni
Sessanta e la fine degli anni Ottanta.
Sappiamo che è maturato in un clima sociale difficile:
 la protesta studentesca del Sessantotto;
 l'autunno caldo operaio dell'anno successivo;
 la crisi economica degli anni Settanta;
 il sempre maggiore consenso elettorale raccolto da forze di sinistra che sembravano
destinate a governare il Paese;
 il forte anticomunismo che animava ampi strati dell'opinione pubblica.
Sappiamo che il terrorismo italiano ha avuto due matrici.
Una matrice di destra, che ha trovato uno sbocco nelle seguenti stragi:
 piazza Fontana a Milano (12 dicembre 1969);
 piazza della Loggia a Brescia (28 maggio 1974);
 treno Italicus (4 agosto 1974);
 stazione di Bologna (2 agosto 1980).
Stragi di cui ancora oggi non si conoscono con certezza esecutori e mandanti, e organizzate, come
abbiamo già detto, con l'intento di destabilizzare e gettare nell'incertezza il Paese.
54

Ed una matrice di sinistra, che ha portato alla lotta armata, alla formazione di vari gruppi decisi a
trasferire la lotta di classe (tra proletariato e borghesia capitalistica) nelle strade, acuendola e
colpendo i presunti nemici del proletariato e della sua affermazione in Italia.
Le Brigate Rosse sono il più noto di questi gruppi che hanno costellato di attentati, rapine e
sequestri la vita italiana di due decenni.
Il culmine della lotta si ebbe, come sapete, con il rapimento e l'uccisione di Aldo Moro, esponente
di spicco della Democrazia cristiana e tessitore di un avvicinamento tra DC e PCI che avrebbe
dovuto garantire maggiore consenso sociale e rendere più governabile il Paese.
Proprio per la sua vicinanza a noi nel tempo, il terrorismo, in entrambe le sue forme, è un fenomeno
ancora poco studiato, e sul quale gli studiosi di tali fenomeni sociali si eserciteranno ancora a lungo.
Documenti di Stato riservati, reticenze e coperture politiche impediscono oggi di attribuire, in molti
casi, chiare responsabilità.
Ed è un fenomeno, inoltre, che non sembra essersi esaurito: sotto la copertura di sigle
apparentemente tramontate, esso ha fatto di recente nuove vittime.
Ecco comunque, nel documento che segue, la scheda che uno strumento di consultazione piuttosto
diffuso dedica alle Brigate Rosse.

Nascita e declino delle Brigate Rosse.


Brigate Rosse (BR), organizzazione terroristica di estrema sinistra attiva in Italia particolarmente
dal 1970.
Fondata da esponenti del movimento studentesco trentino (Renato Curcio, Mara Cagol), da ex
militanti comunisti (Alberto Franceschini) e da dirigenti dei nuclei estremisti di fabbrica (Mario
Moretti), fu influenzata da analoghe esperienze straniere, come il gruppo tedesco Baader-Meinhof.
Le prime azioni colpirono con attentati e sabotaggi le fabbriche milanesi della Siet-Siemens e della
Pirelli. L'attività delle BR si indirizzò poi alle rapine alle banche per l'autofinanziamento e al
rapimento di dirigenti industriali e giudici (Mario Sossi, 1974).
Le prime vittime delle BR furono però due militanti del Movimento sociale italiano (MSI) di Padova
(17/6/1974).
L'8/9/1974 furono arrestati Franceschini e Curcio, ma quest'ultimo fu liberato il 18/2/1975 da un
commando brigatista guidato dalla sua compagna Mara Cagol, che fu uccisa nel giugno dello
stesso anno in uno scontro a fuoco con le forze dell'ordine. Curcio fu definitivamente arrestato nel
1976.
A partire da quell'anno gli attentati delle BR si accrebbero, per portare la lotta “al cuore dello
Stato”: gli assassinii si moltiplicarono, da quelli del giudice Francesco Coco e della sua scorta
(1977) e del giornalista Carlo Casalegno (1977), fino al rapimento e all'uccisione di Aldo Moro
(9/5/1978).
Nonostante il rafforzamento delle misure di sicurezza e numerosi arresti di capi storici come Mario
Moretti, le BR continuarono a colpire fino all'inizio degli anni '80, quando cominciarono a
declinare grazie alla collaborazione con la giustizia di numerosi brigatisti “pentiti”. In
quest'ultima fase della loro attività, le BR subirono significativi cambiamenti interni, con la
prevalenza della cosiddetta “ala militarista”.
Nonostante altri attentati contro intellettuali (Ezio Tarantelli, 1985), militari (generale L.
Giorgieri, 1987) e uomini politici (R. Ruffilli, 1988), le BR, sempre più isolate sul piano politico, si
avviarono verso il declino.
Enciclopedia della Storia Universale, De Agostini.
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Cronologia

 1945: Governo Parri.


 1946: 2 giugno: referendum; l’Italia sceglie la repubblica e viene eletta l’As-
semblea Costituente.
 1948: 1 gennaio: entra in vigore la Costituzione.
18 aprile: nelle elezioni politiche la Democrazia cristiana è il primo partito.
 1949: L’Italia entra a far parte della NATO.
 1954: Alle elezioni politiche forte calo dei consensi alla DC e aumento della
frammentazione politica.
 1957: L’Italia è tra i Paesi promotori del trattato di Roma, con il quale nasce il
Mercato Comune Europeo.
 1962: Primo governo democristiano appoggiato in Parlamento dai socialisti.
 1963: Primo governo di centro-sinistra.
 1968: Scoppia anche in Italia la contestazione giovanile studentesca.
 1969-1980: Strategia della tensione.
 1969: Bomba di piazza Fontana a Milano.
 1974: Bombe di piazza della Loggia a Brescia e del treno Italicus.
 1976: Il PCI ottiene alle elezioni un numero di voti pari a quello della DC.
 1978: Si vota un “governo di solidarietà nazionale”.
16 marzo e 9 maggio: rapimento e uccisione di Aldo Moro da parte delle
Brigate Rosse.
 1980: Bomba alla stazione di Bologna.
56

Modulo 8: Il mondo bipolare fino agli anni Ottanta.

Lo scenario mondiale del dopoguerra non corrisponde al quadro di pace che caratterizza
l’Europa.
Molti Stati africani e asiatici conquistano l’indipendenza ma diventano nuovi soggetti del
confronto tra le due superpotenze: instabilità interne e ingerenze esterne fanno nascere conflitti
regionali e terribili dittature.
Cina e India, ricercano una via autonoma per il proprio sviluppo.
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Il complesso periodo storico successivo alla seconda guerra mondiale fu caratterizzato, nel mondo,
da una serie di profondi cambiamenti, che portarono anche a situazioni di aperto conflitto.
Mentre continuava la contrapposizione tra i due blocchi dominati da Unione Sovietica e Stati Uniti,
i grandi imperi coloniali creati dalle potenze europee in Africa e in Asia crollarono nel giro di due
decenni, dando vita a un gran numero di nuovi Stati indipendenti, spesso contesi tra le due
superpotenze.
Mentre gli USA continuavano a esercitare il controllo assoluto sull’America latina (spesso
imponendo dei regimi dittatoriali a loro favorevoli), l’Unione Sovietica si proponeva come alleata
di molti movimenti di liberazione antioccidentali.
Alla strategia internazionale dell’URSS gli Stati Uniti cercarono di opporsi con ogni mezzo, fino a
farsi trascinare in una lunga e terribile guerra nell’ex colonia francese del Vietnam, che durò fino al
1975 e fu infine persa dagli Americani.
Un’altra area calda del pianeta è il Medio Oriente. Nel 1948, infatti, era nato in Palestina il nuovo
Stato di Israele, che si impose con la forza contro le popolazioni arabe che abitavano da secoli
quella regione e contro gli Stati arabi confinanti e ostili. Gli Stati Uniti seguirono una politica di
appoggio dell’alleato israeliano, mentre l’URSS sosteneva governi arabi come quello dell’Egitto o
della Siria.
Nel 1948, nel 1956, nel 1967 e nel 1973 furono combattute quattro guerre arabo-israeliane. In esse
Israele si impose sempre dal punto di vista militare, senza mai riuscire, tuttavia, a ottenere una
duratura sicurezza. La situazione dell’area cominciò a migliorare a partire dalla pace di Camp
David, firmata nel 1979 tra Israele e Egitto. Da quel momento crebbero i tentativi di dialogo, ma la
via della pace definitiva è ancora oggi incerta.
Mentre erano fortemente impegnati sul fronte internazionale, gli Stati Uniti si imponevano come
massima potenza economica e tecnologica e il loro modello di vita si imponeva all’attenzione del
mondo intero. Tuttavia anche all’interno di questo grande Paese vi erano forti conflitti sociali e fu
necessaria la lotta di uomini come Martin Luther King (assassinato nel 1968) per affermare i diritti
civili della popolazione di colore.
Tra le nuove potenze emergenti si imposero gradualmente all’attenzione l’India (indipendente dal
1947), alle prese con i gravi problemi del sottosviluppo, e la Cina, guidata da un forte Partito
comunista e alla ricerca di nuovi rapporti internazionali che le permettessero di essere indipendente
dall’URSS.
L’URSS giunse alle soglie degli anni Ottanta, guidata da Leonid Breznev, continuando a seguire
una politica espansiva verso l’esterno e nascondendo i gravi problemi economici e sociali interni.
Riprese anzi vigore la politica di repressione del dissenso interno e venne stroncato il tentativo di
riforma fatto in Cecoslovacchia.

IL TRAMONTO DEL SISTEMA COLONIALE.

1. Nel secondo dopoguerra si sviluppa e si completa la decolonizzazione in Asia e in Africa. A


Bandung (1955) nasce ufficialmente il Terzo Mondo, l’associazione dei paesi non allineati
né con gli Usa né con l’Urss, di cui sono artefici e animatori Tito, Nasser e Nehru.
2. Le nuove grandi realtà politiche dell’Asia sono la Repubblica popolare cinese, l’India che
ottiene l’indipendenza nel 1947 e il Giappone che ricostruisce la sua economia grazie agli
aiuti americani.
3. Nel Sud-est asiatico le ex colonie olandesi danno vita alla Repubblica indonesiana e
dall’Indocina francese si formano il Vietnam, il Laos e la Cambogia. Anche le Filippine
ottengono l’indipendenza dagli Stati Uniti.
4. Sulle coste dell’Africa mediterranea il Marocco e la Tunisia si liberano presto dalla
dipendenza dalla Francia; l’Algeria invece conquista l’indipendenza solo in seguito a una
58

durissima guerra di liberazione. La decolonizzazione interessa anche l’Africa nera mentre in


Sudafrica permane la dominazione dei bianchi.
5. L’America Latina, soggetta allo sfruttamento economico degli Usa, è segnata da crisi,
guerriglie e colpi di stato che si manifestano soprattutto in El Salvador e in Nicaragua, in
Uruguay e in Cile, in Argentina e in Brasile.
6. Nel Medio Oriente la nascita dello stato di Israele provoca una serie di guerre con i vicini
stati arabi e con l’Egitto: sono le guerre del Sinai, dei sei giorni, del Kippur. Raggiunta la
pace di Camp David tra Israele ed Egitto (1979), scoppia la guerra civile nel Libano e si
accende il conflitto fra Iran ed Irak. L’Urss invade l’Afghanistan a sostegno del regime
comunista impegnato a soffocare la guerriglia condotta dai ribelli islamici.

PAESI COLONIZZATI, STATI COLONIZZATORI E ANNO DELL’INDIPENDENZA:

Paesi colonizzati Stati colonizzatori Anno dell’indipendenza


Egitto Inghilterra 1922
India Inghilterra 1947
Libia Italia 1951
Algeria Francia 1962
Marocco Francia 1954
Tunisia Francia 1956
Etiopia Italia 1960
Mozambico Portogallo 1974
Angola Portogallo 1975
Kenia Inghilterra 1963

N.B. La decolonizzazione era solo il primo passo. I nuovi Paesi si trovarono ad affrontare
molteplici problemi: difficoltà economiche, lotte tra tribù, una classe dirigente impreparata,
mancanza di istruzione professionale, scarse infrastrutture, forti squilibri sociali.
La scuola svolse un ruolo importante. Furono proprio coloro che studiarono nelle università
straniere a rivendicare l'autonomia dei propri Paesi.

PERSONAGGI E AVVENIMENTI:
Personaggi Avvenimenti
Mao. Nuova politica economica detta del “balzo in
avanti”.
Komeini. Politica iraniana marcatamente antiamericana.
Sadat. Conclusione degli accordi di Camp David.
Ortega. Costituzione di un regime socialista in
Nicaragua.
Gheddafi. Politica di acceso nazionalismo e di ostilità verso
l’Italia, gli Usa e Israele.
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STATI UNITI: DUE PRESIDENTI A CONFRONTO: TRUMAN (1945-1952) E KENNEDY


(1960-1963):

Affermazioni Truman Kennedy


Abolire la discriminazione fra X
bianchi e neri.
Combattere la povertà. X
Combattere il comunismo. X
Raggiungere l’uguaglianza di X
tutti i cittadini americani.
Emanare leggi contro lo X
sciopero.
Limitare l’attività sindacale. X
Raggiungere la “nuova X
frontiera” e la libertà del
benessere.
Arrestare tutti coloro che sono X
sospettati di tramare contro lo
stato.
Accrescere il ritmo economico X
della nazione.

ISRAELE E LA QUESTIONE PALESTINESE.


Un conflitto ancora aperto è quello tra gli Arabi e gli Ebrei in Palestina.
Il 14 maggio 1948, poche ore prima della scadenza del mandato britannico, David Ben Gurion
proclamò la costituzione dello Stato di Israele, uno Stato che avrebbe dovuto raccogliere tutti i
fratelli dispersi e un popolo che tanto aveva sofferto durante il nazismo.
Secondo le intenzioni delle Nazioni Unite accanto allo Stato ebraico doveva costituirsi uno Stato
arabo.
La divisione del territorio prevista dall'ONU fu respinta dai Palestinesi, che costituirono nel 1956 un
movimento guerrigliero (al-Tatah) e nel 1964 l'OLP (Organizzazione per la liberazione della
Palestina).

Le ragioni degli Ebrei …


La terra di Israele fu la culla del popolo ebraico. Qui fu formata la sua entità spirituale, religiosa e
nazionale. Qui esso conquistò l'indipendenza e creò una civiltà di significato nazionale e
universale. Qui esso scrisse e dette la Bibbia al mondo.
Esiliato dalla Palestina, il popolo giudaico rimase ad essa fedele in tutti i Paesi della sua
dispersione, non cessando mai di pregare e di sperare per il ritorno e per la restaurazione della
propria libertà nazionale.
Spinti da questa storica associazione, gli Ebrei lungo tutti i secoli si sforzarono di tornare alla
terra dei loro padri e di ricuperare la dignità di Stato.
In decenni recenti sono ritornati in massa. Essi hanno bonificato il deserto, fatto rivivere la loro
lingua, costruito città e villaggi e stabilito una comunità vigorosa ed in continua espansione, con
una propria vita economica e culturale.
Cercarono pace, ma erano preparati a difendersi. […].
L'olocausto nazista che inghiottì milioni di Ebrei in Europa, dimostrò di nuovo l'urgenza del
ristabilimento dello Stato ebraico, che risolverebbe il problema della mancanza di patria per gli
60

Ebrei, aprendo le porte a tutti gli Ebrei ed innalzando il popolo ebraico al livello degli altri popoli
nella famiglia delle nazioni. […].
Il 29 novembre 1947 l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato una decisione a favore
della fondazione di uno Stato ebraico indipendente in Palestina ed invitato gli abitanti del Paese a
prendere le misure richieste da parte loro per attuare il piano. Questo riconoscimento, da parte
delle Nazioni Unite, del diritto del popolo ebraico di stabilire un proprio Stato indipendente non
può essere annullato.
E' d'altronde evidente diritto del popolo ebraico quello di essere una nazione come tutte le altre
nazioni, nel suo proprio Stato sovrano.
dalla Proclamazione dell'indipendenza israeliana, 1948.

La nascita dello Stato di Israele provocò l'abbandono di quelle terre da parte della popolazione
indigena: quasi un milione di arabo-palestinesi dovettero andarsene.
Gli Arabi furono costretti a vivere nei territori dei Paesi vicini in campi profughi.
Di qui ha avuto inizio un conflitto che ancora ai giorni nostri non ha trovato una soluzione
definitiva.

… e quelle dei Palestinesi.


Sapevate:
1. Che quando la “questione palestinese” fu creata dagli Inglesi nel 1917, più del 90% della
popolazione palestinese era araba? … e che c'erano allora in Palestina non più di 56.000
Ebrei?
2. Che più della metà degli Ebrei che vivevano in Palestina allora erano di recente
immigrazione, ed erano giunti in Palestina negli anni precedenti per sfuggire alle
persecuzioni in Europa? […] e che neanche il 5% della popolazione nata in Palestina era
costituita da Ebrei?
3. Che allora gli Arabi palestinesi erano proprietari del 97,5% delle terre, mentre gli Ebrei
(sia quelli nati in Palestina, sia quelli di recente immigrazione) avevano soltanto il 2,5%
delle terre?
4. Che durante i trent'anni di regime britannico, i sionisti riuscirono ad ottenere solo il 3,5%
delle terre in Palestina, benché il governo britannico li favorisse? […] e che gran parte di
queste terre furono date direttamente ai sionisti dal governo britannico e non furono
comprate ai proprietari arabi?
5. Che perciò, quando l'Inghilterra affidò la risoluzione del problema palestinese alle Nazioni
Unite nel 1947, i sionisti non possedevano che il 6% di tutto il territorio palestinese?
6. Che, nonostante questi fatti, l'Assemblea generale delle Nazioni Unite decise la formazione
di uno “Stato ebraico in Palestina” […] e che l'Assemblea garantì a questo nuovo Stato
circa il 54% del territorio palestinese?
7. Che Israele occupò immediatamente … l'80% di tutta la Palestina? […].
8. Che, da quando i patti armistiziali furono firmati nel 1949, Israele ha mantenuto un esercito
aggressivo, che effettua sovente attacchi attraverso la linea di demarcazione armistiziale,
invadendo ripetutamente i territori dei vicini Stati arabi? […].
9. Che Israele è stato debitamente rimproverato, censurato, condannato per questi attacchi
militari dal Consiglio di Sicurezza o dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite?
10. Che Israele ha gradualmente imposto un sistema di apartheid agli Arabi che vivono nella
loro patria? Che più del 90% di questi Arabi vivono in “zone di sicurezza”; che essi
soltanto vivono sotto la legge marziale, che restringe la loro libertà di viaggiare di villaggio
in villaggio, di città in città; che i loro bambini non hanno le stesse possibilità d'istruzione;
che non hanno nemmeno possibilità convenienti di lavoro, né il diritto di ricevere paghe
uguali per lavori uguali?
dalla Dichiarazione dell'OLP
61

I PAPI DEL CONCILIO VATICANO II.


Come abbiamo già visto, l'11 ottobre 1962, durante il pontificato di Giovanni XXIII, si aprirono i
lavori del Concilio Ecumenico Vaticano II, che si conclusero nel dicembre del 1965 sotto il
pontificato di Paolo VI.
La Chiesa ne uscì riformata sia per quanto riguardava la sua organizzazione interna, sia nella
liturgia, che vide l'introduzione delle lingue nazionali al posto del latino fino ad allora in uso.
Anche questo era un segno per sottolineare l'apertura della Chiesa verso gli uomini e verso i
problemi contemporanei. Questi principi furono ribaditi nell'enciclica del 1963 Pacem in terris
(“Pace in terra”), che era rivolta non solo “al clero e ai fedeli di tutto il mondo”, ma anche “a tutti
gli uomini di buona volontà”, credenti in altre fedi religiose o non credenti.
Era anche la prova di una Chiesa che invita a ricercare quello che unisce e non ciò che divide, che si
apre agli uomini di altre opinioni e che affronta i problemi attuali della società e del mondo, come la
fame, il sottosviluppo, la guerra atomica.
Sulla scorta della Pacem in terris, anche Paolo VI emanò nel 1967 un'enciclica, la Populorum
progressio (“Il progresso dei popoli”), che sottolineava come la Chiesa dovesse porsi al servizio
degli uomini.

LE RIVOLUZIONI CULTURALI E GIURIDICHE DEGLI ANNI SETTANTA E


OTTANTA.
I cambiamenti più radicali nella condizione femminile e nella società sono avvenuti nel campo della
vita privata e del costume: sotto la spinta dei movimenti di contestazione giovanile nati nel '68 e
del movimento femminista, sviluppatosi negli Stati Uniti a partire dalla fine degli anni Sessanta,
sono stati messi in discussione alcuni aspetti delle tradizionali relazioni uomo-donna, marito-
moglie, padre-figlia.
L'idea della sottomissione delle donne nei confronti degli uomini viene dichiarata inaccettabile e in
modo particolare viene rifiutato il ruolo dominante del marito all'interno della vita familiare.
Nella vecchia mentalità tradizionalista patriarcale e in base alle vecchie legislazioni ottocentesche,
il marito era considerato il capofamiglia, responsabile unico dell'amministrazione dei beni
familiari, e la moglie doveva ricevere il suo consenso per poter decidere l'apertura di un conto
bancario o l'educazione dei figli.
All'inizio degli anni Settanta il principio dell'autorità maschile già ampiamente incrinato e discusso
viene aspramente criticato e si chiede a gran voce la sostanziale parità di diritti e doveri tra marito
e moglie.
Il primo risultato importante, che segnala un cambiamento radicale nella mentalità sociale, è, in
Italia, l'entrata in vigore del Nuovo diritto di famiglia, nel 1975.
Prima di questa data la legislazione italiana stabiliva che “Il marito è il capofamiglia, la moglie
segue la condizione civile di lui, ne assume il cognome ed è obbligata ad accompagnarlo ovunque
egli creda opportuno fissare la sua residenza”.
La legge del 1975 stabilisce la piena parità tra coniugi: “Con il matrimonio, il marito e la moglie
acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri”; i coniugi devono ora decidere insieme la
residenza familiare e, per quanto riguarda l'educazione dei figli, devono “esercitare di comune
accordo la potestà sui figli minorenni”, non seguendo il principio d'autorità, ma “tenendo conto
della capacità, dell'inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli”.
La parità giuridica non sancisce ancora del tutto una parità effettiva: negli anni Ottanta e Novanta,
le donne sposate e impegnate in un lavoro lotteranno perché all'interno della famiglia si realizzi
un'equa divisione dei mestieri domestici, il cui peso grava ancora in massima parte sulle loro spalle.
Nel 1974, in Italia, viene definitivamente approvata la legge sul divorzio dopo una lunga battaglia
politica; in base ad essa entrambi i coniugi possono chiedere lo scioglimento legale del matrimonio.
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Anche questa innovazione giuridica, chiesta a gran voce soprattutto dalle appartenenti al
movimento femminista e dai partiti politici di sinistra, modificherà negli anni a venire il concetto di
famiglia, dissolvendo il nucleo della tradizione sociale ottocentesca.
Nella società di oggi, accanto a famiglie che mantengono la loro unità, vi sono “famiglie allargate”
(coniugi divorziati, nuovi coniugi, figli di primo e secondo letto che si riuniscono per condividere le
vacanze o alcune esperienze di vita) e “famiglie mononucleari” (un solo genitore, divorziato o
“single”, che alleva i propri figli).
63

Cronologia

 1947: Indipendenza dell’India dal dominio inglese.


 1948: Proclamazione dello Stato di Israele.
 1948-1949: Prima guerra arabo-israeliana.
 1949: Nasce la Repubblica Popolare Cinese.
 1954: I Francesi si ritirano dall’Indocina.
Il Vietnam viene diviso in Nord e Sud.
 1956: Crisi di Suez.
Seconda guerra arabo-israeliana.
 1957-1975: Guerra del Vietnam.
 1960-1963: John F. Kennedy presidente degli Stati Uniti.
 1964: In URSS a Krusciov succede Breznev.
 1966-1969: Rivoluzione culturale cinese.
 1967: Terza guerra arabo-israeliana.
 1968: Primavera di Praga.
Assassinio di Martin Luther King.
 1969: Sbarco dell’uomo sulla Luna.
 1971: La Cina viene ammessa all’ONU.
 1972: Viaggio del presidente americano Nixon in Cina.
 1973: Quarta guerra arabo-israeliana.
 1979: Pace di Camp David.
 1987: Intifada.
 1988: Proclamato lo Stato indipendente di Palestina.
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Modulo 9: Dagli anni Ottanta all’inizio del Duemila.

E’ un’epoca di trasformazione del quadro politico mondiale. Sempre più debole sul fronte interno
l’impero sovietico si sfalda.
Il 1989 è l’anno della svolta, con il crollo del muro di Berlino e l’instaurarsi, nell’Est
dell’Europa, di governi democratici.
Anche l’Italia passa da una situazione politica bloccata dalla contrapposizione ideologica a
un’epoca di nuove formazioni politiche e di maggiore trasparenza.
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Agli inizi degli anni Ottanta l’Unione Sovietica confermò la sua politica di espansione con
l’invasione dell’Afghanistan (1979) e lo schieramento, in Europa, di nuovi missili nucleari (1980).
Ma la risposta del blocco occidentale fu energica e costrinse l’URSS ad accelerare la sua corsa agli
armamenti fino a esaurire del tutto le sue risorse finanziarie, già esigue. Nel 1985 Michail
Gorbaciov prese la guida di un Paese caratterizzato da una forte debolezza interna. Egli cercò di
introdurre gradualmente le indispensabili riforme ma, ai primi segni di cedimento, nel 1989,
Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Bulgaria e Germania Orientale reclamarono vittoriosamente la
loro autonomia da Mosca. In quell’anno crollò il muro di Berlino e nel 1990 la Germania divenne
di nuovo uno Stato unitario. Nel 1991 anche la maggior parte delle repubbliche sovietiche ottennero
la loro autonomia. Il tentativo di Gorbaciov era fallito e il mondo aveva superato, con inattesa
rapidità, la contrapposizione tra le due potenze.
Alle tensioni internazionali dovute al confronto USA-URSS si sostituirono i conflitti con il
crescente integralismo musulmano e il difficile riequilibrio interno di intere nazioni un tempo
sottomesse al controllo dei partiti comunisti. Di una certa gravità, in questo quadro, furono la
guerra del Golfo, del 1991, l’ancora alta tensione nel Medio Oriente e lo sfaldamento della
federazione iugoslava. Di fronte a questi nuovi equilibri l’unica grande potenza mondiale rimasero
gli Stati Uniti, che tentano tuttora di proporsi come custodi del nuovo ordine mondiale.
Anche in Italia il venir meno della contrapposizione tra Est e Ovest turbò profondamente gli
equilibri politici. Non più dipendente dall’alleato sovietico, il PCI cambiò nome e orientamento e
poté proporsi alla guida del governo del Paese. Il tradizionale blocco tra la DC e il PSI venne meno
a seguito degli scandali giudiziari e alle conseguenze di una politica di forte spesa pubblica, in
parte utilizzata per garantire ai governanti il consenso elettorale. Alle nuove forze di sinistra si
contrapposero nuovi schieramenti politici, quali la Lega lombarda, un movimento di ispirazione
autonomista e federalista e Forza Italia, un movimento guidato da Silvio Berlusconi e alleato con
Alleanza Nazionale (erede della destra conservatrice). Mentre anche l’Italia si unisce sempre più
fortemente all’Europa e il mondo affronta le sfide della globalizzazione, delle nuove tecnologie e di
uno sviluppo compatibile con le risorse del pianeta, la lotta politica interna è ancora in corso, per
offrire al Paese quella stabilità che da tutti è considerata indispensabile per partecipare da
protagonisti alle sfide del terzo millennio.

LA NEW ECONOMY.
La new economy (nuova economia) comprende tutte le attività economiche che ruotano intorno alle
nuove tecnologie informatiche e delle telecomunicazioni.
E’ un’economia intangibile, i cui prodotti non pesiamo sul banco del supermercato.
Un’economia in rete, che collega uffici e scrivanie di tutto il mondo in tempo reale; fondata su
aziende che investono in ricerca e ricavano enormi profitti in Borsa; un’economia che si muove
attraverso meccanismi economici non sempre facili da comprendere.
Un’economia velocissima: i suoi dati, le sue esigenze, le sue inclinazioni cambiano in un batter
d’occhio.
Chi, della new economy, vuole fare un mestiere, deve essere duttile, pronto ad assimilare
continuamente l’uso di nuovi strumenti, e certamente deve abbandonare l’idea del posto e del
domicilio fisso.
Assistiamo oggi a una nuova immigrazione, non più di braccia ma di cervelli, non più generica ma
estremamente qualificata.
Un’immigrazione per la quale non esistono frontiere: il mercato del lavoro coincide con il mondo
intero. Si va dove c’è bisogno di idee e capacità.
Sembra un’immigrazione a senso unico, con gli Stati Uniti in veste di raccoglitore di così numerosi
talenti in cerca di opportunità. Ma certo non abbiamo a che fare con i bastimenti carichi di poveri
contadini che lasciavano l’Europa d’inizio Novecento per approdare a New York. Quella che oggi
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porta tante intelligenze in America è spesso una strada a doppio senso: una strada che regala
occasioni e che permette poi di volgersi al proprio Paese d’origine.
Col tempo sarà possibile giudicare se davvero il movimento immigratorio produce, a cascata, effetti
benefici anche per i Paesi serbatoi di tanto potenziale umano. Una cosa è però certa: l’esempio degli
Stati Uniti dimostra che oggi l’unico tipo di società possibile, per chi voglia dotarsi di un’economia
aperta e competitiva, è la società multietnica. Soltanto l’accostarsi di diverse culture permette,
nell’arricchimento reciproco, di soddisfare i bisogni sia degli uni sia degli altri.

LA GLOBALIZZAZIONE.
Nell’ultimo cinquantennio del XX secolo l’uomo ha creato tutta una serie di strumenti che stanno
per dar luogo ad una nuova civiltà informatizzata e automatizzata la cui affermazione costituirà una
rivoluzione ben più profonda e radicale della rivoluzione industriale.
Un computer, un modem, una linea telefonica: questa la semplice attrezzatura che consente
l’accesso a Internet a qualsiasi utente, permettendogli di comunicare dalla propria postazione di
casa, ufficio, scuola con altre postazioni in ogni parte del mondo e di accedere a una vasta e
molteplice quantità di informazioni.
Se la sostituzione del lavoro manuale col lavoro compiuto dalle macchine ha rappresentato una
svolta di capitale importanza nella storia dell’umanità, ora si sta realizzando una svolta non meno
decisiva che tende ad eliminare anche il lavoro “intelligente” che l’uomo deve ancora compiere per
azionare e controllare le macchine.
Una nuova scienza, la cibernetica, punta a costruire macchine capaci di compiere alcune operazioni
logiche proprie del cervello umano: le macchine utensili sono sempre meno comandate da uomini e
sempre più azionate da altre “macchine pensanti”, i computer, i quali a loro volta sono d’ausilio
alla progettazione di computer più complessi, capaci di eseguire operazioni sempre più complicate.
Da tutto ciò si possono trarre due conclusioni:
 è ormai possibile collegarsi in tempo reale con ogni parte del mondo;
 nel settore economico e lavorativo tutto quanto si compie, anche in Paesi lontani, può essere
consultato e utilizzato da chiunque, da casa propria o dalla propria sede di lavoro.

Proprio per questa possibilità di collegamento con tutti i luoghi del globo terrestre (e per le immense
opportunità che si creano) si parla di globalizzazione.

La rivoluzione di Internet.
Ma, accanto al processo di automazione della produzione in senso stretto, avanza prepotentemente
anche quello, sempre legato al computer, di informatizzazione nei processi di archiviazione e di
trasmissione dei dati (economici, scientifici, amministrativi, ecc.), nell’informazione giornalistica e
infine nell’istruzione e nella cultura.
Le informazioni utili alle aziende e alla pubblica amministrazione sono oggi gestite da computer
che diventano sempre più potenti, in grado cioè di gestire un maggior numero di dati in tempi
sempre più brevi; anche nell’ambito dell’informazione sono sempre più i quotidiani che possono
essere ricevuti in “rete” dagli utenti sul proprio personal computer.
Addirittura grazie a Internet, la “rete delle reti” che copre l’intero pianeta, il singolo utente può
accedere ai dati forniti da istituti, agenzie, università di tutto il mondo e con una spesa relativamente
bassa. Le conseguenze economiche e sociali di questa rivoluzione informatica, che in alcuni Paesi è
appena avviata ma in altri (quelli industrializzati tra cui l’Italia) è ormai pressoché compiutamente
realizzata, sono per ora imprevedibili.
Infatti, mentre alcuni guardano con apprensione alla rete, ponendo l’accento su problemi che
riguardano la sicurezza, la legalità delle informazioni circolanti e la tutela della privacy dei singoli
utenti, molti altri invece accolgono con entusiasmo l’avvento di un’era in cui la libera circolazione
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delle informazioni (la rete non è proprietà di nessuno) configura una moderna forma di
partecipazione transnazionale.

NECESSITÀ DI LEGGI ECONOMICHE VALIDE PER TUTTO IL MONDO.


Nel marzo del 2000, un giudice americano ha stabilito che Microsoft (la maggior produttrice
mondiale di programmi per computer) ha guadagnato la sua posizione di quasi monopolio sul
mercato americano con metodi scorretti. Per il bene del consumatore, che deve poter scegliere tra
più prodotti, la Microsoft rischia di doversi smembrare in tante aziende di minore rilevanza.
E’ ovvio chiedersi: ciò che le autorità e le leggi locali rendono possibile nei singoli Stati potrà un
giorno realizzarsi a livello più ampio per salvaguardare gli utenti sparsi in tutto il pianeta?
Verrà creata, un domani, un’istituzione che prevenga per esempio, un monopolio mondiale nel
campo dell’informatica?
In un’epoca in cui il mercato assume sempre maggiore autonomia e importanza e le imprese si
sganciano dalle proprie basi nazionali e dal controllo delle relative leggi, la sfera dell’economia
reclama una regolamentazione di livello internazionale: per delle aziende globali (che operano
cioè in tutto il mondo) servono norme globali (cioè sopranazionali). Naturalmente, una simile
esigenza non riguarda solo i computer.
La consapevolezza che numerosi temi hanno bisogno di una legislazione valida per tutto il pianeta
fatica tuttavia a farsi strada, per ovvie resistenze e gelosie nazionali.

1989: LA CADUTA DEL MURO DI BERLINO.


Nella notte tra il 9 e il 10 novembre 1989, i cittadini berlinesi abbattono il muro che divideva la loro
città dall’agosto del 1961.

Il muro di Berlino…
Erano le 2.30 del mattino del 13 agosto 1961 quando poliziotti e soldati tedesco-orientali si
mossero lungo tutto il confine tra le due Berlino, per sigillarlo, impedendo così che la fuga dei
Tedeschi orientali verso Occidente continuasse.
Nella giornata seguente furono ancora più di 1500 coloro che ugualmente fuggirono, attraverso
cortili e giardini, canali e fiumi; ma furono gli ultimi fino alla fantastica notte della liberazione del
9 novembre 1989.
A. Levi, Quella ferita lunga ventotto anni, in “Corriere della Sera”.

…e la sua caduta.
Il muro è caduto. Frontiere aperte tra le due Germanie: i Tedeschi dell’Est possono recarsi nella
Germania Federale attraversando direttamente la “cortina di ferro”, senza dover più passare dalla
Cecoslovacchia o dall’Ungheria. La notizia è stata data in una conferenza stampa, ieri sera a
Berlino Est, da Guenter Schaboski, membro dell’ufficio politico del Partito comunista, che ha
sorpreso i giornalisti comunicando la decisione presa poco prima dal Consiglio dei ministri
dimissionario.
E’ un annuncio storico: come aveva previsto nei giorni scorsi il cancelliere Kohl, i muri tra le due
Germanie stanno cadendo, anche il muro per eccellenza.
Secondo quanto ha dichiarato Schaboski, gli uffici di polizia sono stati autorizzati a rilasciare il
visto di espatrio a chiunque lo richieda, senza pretendere motivazioni specifiche. L’espatrio può
avvenire attraverso qualsiasi posto di frontiera dislocato lungo la linea di demarcazione e lungo il
muro di Berlino.
E. Petta, Berlino apre il muro, in “Corriere della Sera”.
Il crollo del muro è diventato il simbolo della fine dei regimi comunisti dell’Est europeo e della
divisione tra Occidente e Oriente.
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Nel documento che segue ecco come un quotidiano italiano commentò l’evolversi degli
avvenimenti.

Un’epoca è finita.
Le frontiere tra le due Germanie sono state riaperte, il muro non ha più un senso. A sera, quando la
notizia viene resa ufficiale, una folla strabocchevole di Tedeschi preme sia da Ovest sia da Est
contro il simbolo della divisione, diventato improvvisamente un reperto storico. La gente ride,
piange e grida, i più scalmanati ballano in equilibrio sul muro: nessun Vopo [guardia del popolo
della Germania Est] sparerà più loro addosso.
Un’epoca è finita.
Crolla il muro di Berlino, in “La Stampa”.

NUOVE FRONTIERE DELLA SCIENZA.


Il XX secolo si è concluso con due rivoluzioni:
• la rivoluzione informatica (di cui abbiamo parlato nelle pagine precedenti) che ha
trasformato profondamente i sistemi produttivi e i mezzi di comunicazione globali;
• la rivoluzione biotecnologica, ancora in pieno sviluppo, è destinata a modificare nella
prima metà del XXI secolo la vita biologica: la vita umana potrebbe allungarsi oltre i 120
anni; e nuove specie animali e vegetali, create in laboratorio, potrebbero comparire a fianco
di quelle già esistenti.
Queste straordinarie previsioni offrono molte speranze per risolvere i problemi più gravi del
pianeta – l'inquinamento, la fame nel mondo, la desertificazione avanzante, le malattie mortali – ma
sollevano nel contempo moltissimi problemi.
Il più assillante di tutti è formulabile in una semplice domanda: l'uomo saprà avere la capacità
soprattutto morale di gestire e utilizzare bene i risultati della scienza più avanzata?

Biotecnologia e ingegneria genetica …


Sono dette biotecnologie tutte quelle tecniche biologiche per la produzione di sostanze elaborate da
cellule o enzimi. Gli antichissimi processi che sfruttano la fermentazione per la produzione del
pane, di vino, formaggi, ecc. sono biotecnologie. Ma una rivoluzione in questo campo si è avuta con
l'avvento dell'ingegneria genetica e dei suoi complessi procedimenti, sviluppati oltre trent'anni fa,
che riescono a trasferire da un organismo ad un altro caratteristiche o capacità utili dal punto di
vista medico, commerciale o scientifico.
Infatti all'inizio degli anni Settanta del secolo scorso, in California, alcuni ricercatori studiarono due
specie diverse di batteri:
• la prima, capace di produrre un prezioso antibiotico, ma in quantità minime;
• la seconda, incapace di produrre sostanze utili all'uomo, ma capace di riprodursi molto
velocemente.

Gli scienziati pensarono quindi che se avessero capito come isolare nella prima specie il gene
responsabile della produzione dell'antibiotico e successivamente fossero stati in grado di trasferirlo
nella seconda specie di batteri avrebbero ottenuto in tempi rapidi grandi quantità di antibiotico.
Il procedimento di trasferimento venne messo a punto nel 1972. I ricercatori americani, studiando il
codice genetico dei batteri della prima specie, impararono come isolare e separare il gene “utile” dal
resto del corredo genetico, utilizzando delle sostanze chiamate enzimi di restrizione. Grazie ad altre
sostanze, le ligàsi e i plasmìdi, riuscirono a trasportare e a riattaccare il gene isolato del corredo
genetico dei batteri della seconda specie. Alla fine del processo, ciò che si ottenne fu un batterio
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geneticamente modificato, capace sia di riprodursi in tempi rapidi, sia di produrre l'antibiotico
desiderato.
Nel corso degli anni successivi, gli scienziati hanno sviluppato le ricerche di ingegneria genetica in
modo da poter trasferire determinati geni non solo tra batteri di tipo diverso, ma anche tra virus,
lieviti, cellule vegetali e animali di specie differenti in modo da riuscire a produrre organismi
“modificati”.
La moderna biotecnologia si basa dunque sull'applicazione delle tecniche dell'ingegneria genetica,
grazie alle quali è possibile inserire un gene estraneo nel corredo genetico di un essere vivente
che, dopo essersi appropriato del nuovo gene, ne rispetta gli ordini e lo trasmette ereditariamente
alla propria discendenza.
Le biotecnologie, quindi, manipolano e utilizzano alcuni organismi viventi allo scopo di produrre
quantità commerciali di sostanze utili all'uomo o di ottenere varietà vegetali o animali con proprietà
nuove e caratteristiche vantaggiose. Le biotecnologie sono nate e si sviluppano grazie alla
collaborazione tra alcuni istituti scientifici e centri universitari, che promuovono la ricerca teorica, e
le industrie private, grandi e piccole, studiano soprattutto le applicazioni industriali e commerciali
dell'ingegneria genetica.
Le biotecnologie sono state applicate in medicina,in agricoltura e nella risoluzione di problemi
ecologici.

Animali transgenici e clonati al servizio dell'uomo.


Le biotecnologie hanno reso possibile non solo la messa a punto di piante transgeniche, ma anche la
produzione di animali geneticamente modificati, utili in diversi campi.
Si sono moltiplicati negli anni Novanta del secolo scorso le ricerche sulla clonazione allo scopo di
selezionare e creare in laboratorio animali con precise caratteristiche genetiche.
La clonazione è la produzione in laboratorio di un organismo vivente che risulta essere l'esatta copia
di un altro essere già esistente (una sorta di “fotocopia biologica”). Questo procedimento può
servire a creare copie identiche di un animale transgenico destinato allo xenotrapianto; in tal modo
si possono creare interi allevamenti di bestiame transgenico, allo scopo di disporre di una grande
quantità di organi destinati ai trapianti.
Il primo animale clonato in laboratorio è stata la pecora Dolly, creata nel 1996 dal biologo scozzese
Ian Wilmut, ricercatore del Roslin Institute di Edimburgo.
Oggi esistono mucche, topi, maiali, vitelli clonati in laboratorio.
Gli animali transgenici vengono brevettati anche per scopi commerciali.

Occorre salvare la biodiversità …


Gli organismi geneticamente modificati e l'agricoltura transgenica sollevano una serie di problemi
scientifici e molte preoccupazioni, anche di carattere etico, presso l'opinione pubblica.
Un problema, posto da alcuni studiosi, concerne la possibile diminuzione della biodiversità.
Il nostro pianeta è ricco di centinaia di migliaia di specie vegetali e animali diverse; questa
ricchezza si va riducendo drasticamente a causa dell'inquinamento e del degrado ambientale causati
dall'uomo.
La Terra si sta impoverendo sempre più e molte specie di piante e animali sono in via di estinzione.
La diffusione dell'agricoltura transgenica aggraverebbe ulteriormente questo problema, facendo
scomparire quelle specie che non verrebbero più coltivate.
Se ciò da un lato è vero, dall'altro è però altrettanto vero che l'ingegneria genetica potrebbe essere
impiegata per custodire la biodiversità e creando banche genetiche in cui conservare il patrimonio
genetico delle specie a rischio.

… e salvaguardare la salute umana.


Vi sono alcune perplessità circa gli effetti che a lungo termine frutta e verdura geneticamente
manipolate potrebbero provocare nei consumatori. Poiché questi prodotti sono piuttosto recenti, gli
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effetti di un consumo prolungato non sono ancora osservabili; l'ipotesi, per esempio, che tali piante
possano scatenare nuove forme di allergia non è del tutto esclusa. Per cui, gli alimenti ottenuti con
le biotecnologie devono essere sottoposti a controlli severissimi prima di essere commercializzati.
I consumatori hanno chiesto a gran voce una normativa specifica che stabilisca l'obbligo di
etichette chiare sui vari prodotti: vogliono sapere se ciò che mangiano è stato geneticamente
manipolato o no.
Le direttive dell'Unione europea vanno in questa direzione, tuttavia l'incertezza rimane ancora su
molti prodotti e nel frattempo alcuni consumatori preferiscono acquistare prodotti di agricoltura
biologica – una forma di coltivazione che non utilizza concimi, diserbanti, insetticidi, sostanze
chimiche artificiali o piante transgeniche – sebbene siano molto più costosi di quelli sottoposti ai
procedimenti tradizionali.

I problemi etici: uso e abuso di animali.


La creazione di animali transgenici e l'utilizzo di tali animali come cavie nelle sperimentazioni
mediche hanno posto numerosi problemi etici (cioè di ordine morale):
• è moralmente accettabile usare l'ingegneria genetica per creare in laboratorio animali affetti
da gravi malattie per sperimentare l'efficacia di taluni farmaci?
• È moralmente accettabile allevare animali transgenici solo per avere una “scorta” di organi
utili all'uomo?
• È moralmente accettabile brevettare gli animali transgenici come se fossero delle pure
“invenzioni”?

Si tratta di questioni molto delicate.


Nel XX secolo è mutato radicalmente l'atteggiamento dell'uomo verso gli animali: non solo si sono
moltiplicati gli organismi nazionali e internazionali per la protezione e la salvaguardia delle varie
specie, ma sempre meno persone considerano gli animali alla stregua di cose od oggetti.
Nelle società occidentali, in particolare, chi possiede un animale domestico (cani, gatti, uccelli,
ecc.) in genere lo cura, lo ama, lo protegge e non si sognerebbe mai di picchiarlo o di considerarlo
pari a un soprammobile.
Nel settembre del 2000 la Svizzera ha indetto un referendum per votare una legge a tutela degli
animali, il cui primo articolo sancisce: “L'animale non è un oggetto”.
Tale proposta, migliorando la posizione giuridica degli animali, prende atto della mutata sensibilità
degli uomini nei loro confronti. Inoltre, sempre più spesso, a partire dagli anni Ottanta del secolo
scorso, si è parlato dei “diritti degli animali”.
E gli “animalisti”, i difensori dei loro diritti, hanno messo in discussione l'utilizzazione degli
animali come cavie nelle sperimentazioni scientifiche e industriali.
L'applicazione delle biotecnologie alle specie animali, dunque, riapre con urgenza problemi non
ancora risolti.
In Italia, è nato nel 1990 il Comitato Nazionale di Bioetica, un organo consultivo composto da
scienziati, ricercatori, filosofi, religiosi, giuristi, il cui scopo è studiare i problemi etici posti dalle
nuove tecniche scientifiche e industriali.
In generale, tutti concordano su un fatto: la sperimentazione sugli animali deve essere regolata da
leggi perché l'animale non può essere considerato in nessun caso una risorsa da sfruttare
indiscriminatamente; tuttavia, sul piano morale, l'uomo e l'animale non hanno lo stesso valore:
l'uomo è più importante e con questa constatazione si giustifica l'uso degli animali nelle ricerche
mediche finalizzate alla cura di gravi malattie umane.

La clonazione della persona umana.


Abbiamo sinora analizzato l'uso delle biotecnologie nei vegetali e negli animali.
Nell'agosto 2000:
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• il governo britannico ha autorizzato la clonazione di embrioni umani a scopo


terapeutico, in particolare per agevolare la ricerca su malattie incurabili come il morbo di
Parkinson e il morbo di Alzheimer di cui molti individui, in genere anziani, soffrono;
• il governo statunitense ha finanziato ricerche e sperimentazioni sugli embrioni umani.

Il timore che comincia a serpeggiare in più persone è che si possa da un momento all'altro clonare
la persona umana: ciò crea aspre discussioni e pone gravissimi problemi etici.
Scienziati, esperti di bioetica, filosofi, religiosi si interrogano sui limiti che la ricerca scientifica
deve porsi e sulla necessità di elaborare direttive comuni che regolino queste sperimentazioni
sull'uomo: in Italia lavora a questo progetto, pur tra le difficoltà poste dai diversi punti di vista, il
Comitato Nazionale di Bioetica.
L'ingegneria genetica sull'uomo può già oggi attuare numerosi interventi. Tra le varie applicazioni
prendiamo in considerazione due situazioni di cui già da qualche tempo si parla:
• l'eugenetica, la disciplina che si propone il miglioramento del singolo individuo attraverso
la scelta dei geni;
• la terapia genica, che si propone attraverso le biotecnologie di curare malattie che altrimenti
destinerebbero a grossi impedimenti o sarebbero causa di morte.

Secondo quanto afferma il documento emanato dal Comitato Nazionale di Bioetica, la terapia
genica si attua attraverso l'introduzione di un gene in organi o in cellule dell'individuo: cioè di un
frammento di DNA, che ha l'effetto di prevenire e/o di curare una condizione patologica (cioè una
malattia).
L'introduzione del gene può effettuarsi:
• sulle cellule che danno origine alla vita (terapia genica germinale), prima cioè della nascita
dell'individuo;
• sulle cellule del corpo di chi è affetto da malattie incurabili (terapia genica somatica).

----------------

L'eugenetica intende intervenire sui geni per “migliorarne” l'assetto normale o per modificarlo
secondo il proprio intendimento in modo da ottenere il “tipo d'uomo” voluto (una certa statura, un
certo colore degli occhi …).
Si tratta di atti eticamente condannabili per molte ragioni:
• il concetto di “miglioramento” si presta facilmente ad abusi (si potrebbe decidere di far
nascere solo bianchi e non neri, oppure solo persone con gli occhi azzurri);
• poiché si interverrebbe sugli embrioni (prima cioè della nascita dell'individuo) senza la
possibilità di avere il consenso del soggetto;
• si aprirebbe la possibilità di programmare il futuro dell'umanità secondo un progetto
precostituito che potrebbe avere mire razziste.

----------------

La terapia genica germinale è, allo stato attuale, improponibile sia dal punto di vista etico che da
quello scientifico.
Non esistono ancora metodiche esattamente “mirate” di ingegneria genetica per cui si sarebbe
costretti ad agire casualmente, eliminando poi gli embrioni “sbagliati” (cioè quelli non riusciti come
si voleva).

----------------
72

La terapia genica somatica non solleva invece obiezioni etiche, se non quelle di tutti gli interventi
curativi di natura sperimentale.
Essa oggi viene tentata in certe malattie dovute ad un singolo gene difettoso, nelle quali sia
possibile:
• prelevare dal paziente e coltivare in vitro cellule capaci di riprodursi;
• introdurre in esse il gene normale clonato;
• reintrodurre nel paziente le cellule geneticamente modificate nell'attesa che si moltiplichino
spontaneamente e che la loro azione agisca positivamente con le altre cellule del corpo su
cui non si è intervenuto.
73

Cronologia

 1978: Karol Wojtyla diviene papa con il nome di Giovanni Paolo II.
 1979: Repubblica islamica in Iran.
 1979-1989: Occupazione sovietica dell’Afghanistan.
 1980: Missili sovietici SS-20, Pershing e Cruise della NATO in Europa.
 1980-1988: Conflitto Iran-Iraq.
 1981: Colpo di Stato in Polonia.
La Grecia aderisce all’Unione europea.
 1983-1987: Primi governi a guida socialista in Italia.
 1985: Michail Gorbaciov al potere in URSS.
 1986: Esplosione nella centrale nucleare di Chernobyl.
Spagna e Portogallo aderiscono all’Unione europea.
 1989: Crollo del muro di Berlino.
Il blocco comunista si frantuma.
 1990: L’Iraq invade il Kuwait.
 1991: Guerra del Golfo.
Colpo di Stato in URSS.
L’URSS si trasforma in CSI.
Termina la guerra fredda.
Trattato di Maastricht.
 1991-1999: Guerre iugoslave.
 1992: Mani pulite in Italia.
Truppe ONU sbarcano in Somalia.
 1993: Accordo di Washington tra Israele e OLP.
 1994: In Italia vince le elezioni il centro-destra.
 1995: Assassinio di Rabin in Israele.
Finlandia, Austria e Svezia aderiscono all’Unione europea.
74

GLOSSARIO

Allocuzione: discorso solenne pronunciato in genere dal papa.


Amnistia: atto legislativo che fa cessare il procedimento giudiziario o l’esecuzione di una
condanna.
Analfabetismo: incapacità di leggere e scrivere.
Annessione: congiungimento parziale o totale di uno stato con un altro.
Apartheid: sistema politico in cui la popolazione di colore è separata dai bianchi.
Artiglieria: complesso di armi da fuoco pesanti montate su affusti.
Autocrate: chi detiene ed esercita un potere assoluto.
Automazione: il ricorso a mezzi tecnici per ridurre o eliminare l’intervento dell’uomo sul lavoro.
Belligerante: chi si trova in stato di guerra secondo il diritto internazionale.
Boicottaggio: misura di ritorsione nei riguardi di uno stato.
Bonifica: complesso di lavori e opere per risanare terreni che sono soggetti alla invasione delle
acque.
Borsa: luogo in cui si svolgono contrattazioni di monete, titoli ed azioni.
Bottino: preda di guerra specialmente in seguito ad un saccheggio.
Burocrazia: il complesso dei pubblici impiegati.
Carovita: forte rialzo dei prezzi dei generi di prima necessità.
Combustibile: sostanza capace di bruciare con sviluppo di calore.
Conclave: collegio dei cardinali adunati per l’elezione di un papa.
Concorrenza: competizione fra produttori di beni sociali che cercano di affermarsi in un
determinato settore.
Confino: pena consistente nell’obbligo di dimora in un luogo lontano da quello abituale.
Congiurati: cospiratori che tendono a rovesciare con la violenza l’organizzazione dominante in uno
stato.
Consorteria: fazione che agisce più o meno nascostamente per il proprio interesse particolare.
Contestazione: opposizione, specialmente da parte dei giovani, nei confronti delle strutture sociali,
economiche, culturali ritenute sorpassate.
Controversia: contrasto di opinione sostenuto con ragioni proprie da ciascuna delle parti.
Corazzata: grande nave da guerra dotata di potenti artiglierie.
Decolonizzazione: il progressivo affermarsi dell’autonomia nei paesi africani e asiatici già soggetti
alle potenze europee.
Delegazione: gruppo di persone in missione di rappresentanza.
Deportazione: trasferimento di persone imprigionate lontano dalla propria terra.
Detenzione: pena restrittiva della libertà personale che si sconta in carcere.
Disfatta: sconfitta militare disastrosa.
Disoccupati: persone senza lavoro.
Dispotismo: regime tirannico che si fonda sulla imposizione della volontà del più forte.
Dissenso: discordanza di giudizio, disaccordo.
Dittatura: regime politico autoritario e totalitario.
Divorzio: legale scioglimento del matrimonio.
Egemonia: preminenza imposta, riconosciuta o tollerata di uno stato nei confronti di altri.
Emancipazione: liberazione da costrizioni o restrizioni tradizionali.
Emarginazione: esclusione dai rapporti con la comunità, isolamento.
Gerarca: durante il fascismo, chi occupava alte cariche nel partito.
Giudaismo: la civiltà e la cultura ebraica.
Giurisdizione: l’ambito territoriale in cui si esercita l’autorità dello stato o dei suoi organismi.
Guarnigione: il presidio militare cui è affidata la difesa di una città o di una fortezza.
Guerriglia: serie discontinua di azioni di guerra condotta da bande di insorti.
75

Integrazione: incorporazione di una certa entità etnica in una società con l’esclusione di qualsiasi
discriminazione razziale.
Lager: campi di internamento e di sterminio nazisti.
Leader: capo, guida.
Legislazione: il complesso delle leggi di un determinato paese o norme che ne regolano alcuni
aspetti.
Licenziamento: allontanamento del lavoratore da parte dell’imprenditore con cessazione del
rapporto di lavoro.
Linciaggio: esecuzione sommaria eseguita da privati cittadini contro persone colpevoli di un reato o
di un fatto ritenuto tale.
Magnate: grande industriale.
Mobilitazione: appello a tutte le forze umane e materiali di un paese in caso di estremo pericolo.
Monopolio: privilegio di vendita esclusiva di un bene concesso dalla legge allo stato o ad altro ente
pubblico o privato.
Nazionalismo: ideologia ispirata all’esaltazione dei valori nazionali.
Nazionalizzazione: proprietà e gestione dei servizi e dei mezzi di produzione da parte dello stato.
Nazione: l’insieme delle persone che hanno una stessa origine etnico-culturale, cioè comunanza di
lingua, religione, tradizioni, usi, costumi e storia.
Neutralista: chi sostiene le necessità di non parteggiare a favore di nessuno degli stati contendenti.
Neutralità: posizione di non intervento, di estraneità, nei confronti di un conflitto.
Notabile: ciascuno dei personaggi più ragguardevoli di una comunità.
Nullatenenti: coloro che non possiedono beni.
Oltranzista: sostenitore di una posizione intransigente ed estrema.
Opifici: stabilimenti industriali, fabbriche.
Pangermanesimo: dottrina per la riunificazione di tutte le stirpi tedesche.
Partigiano: chi fa parte di formazioni irregolari armate nel territorio invaso dal nemico.
Pendolarismo: fenomeno dei lavoratori che quotidianamente si spostano dalla località di residenza
per raggiungere quella del proprio lavoro.
Plebiscito: consultazione diretta del popolo su questioni di notevole importanza politica.
Radar: dispositivo per localizzare la posizione di un oggetto e determinarne la distanza.
Razzismo: teoria che si fonda sulla presunta superiorità di una razza sulle altre.
Recessione: flessione nell’attività economica.
Referendum: appello rivolto al corpo elettorale perché si pronunci su singole questioni.
Requisitoria: atto d’accusa sostenuto da prove stringenti e documentate.
Restaurazione: ristabilimento di un assetto politico tradizionale dopo una interruzione.
Sabotaggio: azione di disturbo intesa ad ostacolare il regolare funzionamento dei servizi bellici del
nemico.
Sanzione: il complesso dei provvedimenti economico-politici adottati da uno stato o da una lega di
stati contro un altro o altri stati.
Secessione: distacco, allontanamento di una parte del popolo, in genere per protesta.
Sicario: l’esecutore a pagamento di un assassinio.
Socialismo: nome generico con cui si designano le dottrine economiche e politiche che propugnano
l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione e l’avvento di una società senza classi.
Squadrismo: fenomeno caratterizzato dall’attività violenta di gruppi armati con particolare
riferimento a quelli fascisti.
Stallo: situazione di sosta e di immobilità.
Statista: uomo di stato, particolarmente esperto nell’arte di governo.
Stato: comunità sociale, politicamente organizzata e stanziata su un determinato territorio, sotto la
guida di un’autorità, per il raggiungimento dei propri fini collettivi.
Sterminio: distruzione o soppressione spietata e sanguinosa di un gran numero di persone.
Superpotenza: stato che supera gli altri per prestigio politico, forza militare e ricchezza economica.
76

Teppismo: azioni delittuose o vandaliche di giovani malviventi.


Terrorismo: metodo di lotta basato su violenze ed intimidazioni.
Trattativa: ogni discussione che prelude alla conclusione di un accordo.
77

APPENDICE
78

LA COSTITUZIONE ITALIANA

1. La Costituzione italiana.
La Costituzione della Repubblica, entrata in vigore il 1° gennaio 1948, è la legge fondamentale
del nostro Paese. Essa fissa i principi fondamentali sui quali si regola la vita della comunità
civile e stabilisce gli organismi ai quali compete il governo e l’amministrazione della nazione.
Da quando è stata varata, la Carta costituzionale è stata applicata in ogni sua parte tramite leggi
che, di volta in volta, hanno permesso di passare dall’affermazione di ideali e regole generali
(contenuti nella Costituzione) a norme concrete alle quali tutti devono sottostare.
La Costituzione si divide in varie parti come illustra lo schema sottostante.
79

LA COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA

LA COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA


PRINCIPI FONDAMENTALI (art. 1-12):
sono quelli su cui si fonda lo Stato italiano: uguaglianza dei cittadini, diritto al lavoro, riconoscimento delle autonomie locali, rapporti tra Stato e Chiesa, ripudio della
guerra, ecc.

Parte prima – DIRITTI E DOVERI DEI CITTADINI

Titolo I- Rapporti civili vengono affermate, tra le altre, la libertà personale


(art. 13-28): e la libertà religiosa.

Titolo II – Rapporti si stabilisce, tra l’altro, il riconoscimento della


etico-sociali famiglia, l’obbligatorietà dell’istruzione inferiore
(art. 29-34): e la sua gratuità.

Titolo III – Rapporti vengono affermati, tra gli altri, i diritti dei lavoratori
economici a una retribuzione equa, la parità dei diritti tra
(art. 35-47): lavoratore e lavoratrice, la libertà d’organizzazione
sindacale, la libertà di iniziativa economica privata.
Parte seconda – ORDINAMENTO DELLA REPUBBLICA

Titolo I – Il Parlamento Sezione I – Le camere (art. 55-69):


(art. 55-82): vengono istituite la Camera dei deputati e il Senato
della Repubblica.

Sezione II – La formazione delle leggi (art. 70-82):


viene fissata la procedura per la formazione delle
leggi e regolato l’istituto del referendum.

Titolo II – Il Presidente sono stabiliti i criteri d’elezione e le funzioni del


della Repubblica Presidente.
(art. 83-91):

Titolo III – Il Governo Sezione I – Il Consiglio dei Ministri (art. 92-96):


(art. 92-100): sono stabiliti i criteri di nomina dei ministri e viene
regolato l’importante istituto della “fiducia”.

Sezione II – La Pubblica Amministrazione (art. 97-98):


viene stabilito il principio che i pubblici uffici sono
organizzati dalla legge.

Sezione III – Gli organi ausiliari (art.99-100):


vengono istituiti il Consiglio nazionale dell’economia
e del lavoro (CNEL, organo di consulenza che ha la
possibilità di proporre leggi), il Consiglio di Stato
(organo della giustizia amministrativa) e la Corte dei
conti (che ha il compito di controllare la gestione del
bilancio dello Stato).

Titolo IV – La Sezione I – Ordinamento giurisdizionale (art. 101-110):


Magistratura viene affermata l’indipendenza della Magistratura
(art. 101-113): e istituito il Consiglio superiore della Magistratura
(organo di autogoverno della Magistratura).

Sezione II – Norme sulla giurisdizione (art. 111-113):


si afferma l’importante principio che tutti i provvedimen-
ti della Magistratura devono essere motivati.

Titolo V – Le Regioni, viene affermata la suddivisione della Repubblica in


le Province, enti territoriali autonomi.
i Comuni (art. 114-133):

Titolo VI – Garanzie Sezione I - La Corte costituzionale (art. 134-137):


costituzionali viene istituita la Corte costituzionale, che giudica
(art. 134-139): le controversie sulla rispondenza delle leggi al dettato
della Costituzione.

Sezione II – Revisione della Costituzione – Leggi


costituzionali (art. 138-139):
vengono stabilite le modalità di approvazione per le
leggi che intendono modificare la Costituzione.

Disposizioni si tratta di diciotto disposizioni che specificano meglio


transitorie e l’attuazione e il senso di alcune norme della Costituzio-
finali: ne (ricordiamo per esempio il divieto di riorganizzazio-
ne del Partito fascista).
80

LA COSTITUENTE.
Dopo la fine della seconda guerra mondiale, il 2 giugno 1946, gli Italiani furono chiamati alle
urne per:
 scegliere con un referendum se conservare la forma di Stato monarchica o dare vita a un
nuovo Stato repubblicano;
 eleggere un’Assemblea Costituente, che avrebbe dovuto dare un nuovo assetto allo Stato
italiano.
Gli Italiani optarono per la repubblica; l’Assemblea diede inizio ai suoi lavori per creare una nuova
legge fondamentale che regolasse la vita della nuova Repubblica italiana.

2. La forma dello Stato.


Ogni Stato ha una propria organizzazione giuridica e regolamenti particolari che disciplinano i
rapporti e le competenze dei molteplici soggetti che lo compongono.
Prima di tutto bisogna distinguere fra Stato-ordinamento e Stato-comunità.
Quando si parla di Stato-ordinamento ci si riferisce agli organi e alle regole che presiedono al
funzionamento istituzionale della Repubblica (il Governo, il Parlamento e i diversi poteri).
Quando si parla di Stato-comunità ci si riferisce alle numerose realtà sociali che lo
compongono: dalla famiglia ai partiti politici, dai sindacati alle associazioni.

L’ordinamento dello Stato.


Lo Stato italiano è una democrazia parlamentare con un Parlamento composto da due
assemblee di rappresentanti dei cittadini:
 La Camera dei deputati (che ha la sua sede a Palazzo Montecitorio, a Roma);
 Il Senato (che ha la sua sede a Palazzo Madama, a Roma).
I componenti della Camera (i deputati) sono 630, eletti dai cittadini maggiorenni (cioè con più di
18 anni compiuti) e devono avere almeno 25 anni.
I componenti del Senato (i senatori) sono la metà, 315; vengono eletti dai cittadini con più di 25
anni e devono avere almeno 40 anni di età.

Compito fondamentale del Parlamento è quello legislativo, cioè quello di stabilire le leggi dello
Stato. Il cammino verso l’approvazione di una legge è sintetizzato nello schema a pagina seguente.
La durata in carica (la cosiddetta legislatura) dei due rami del Parlamento è di cinque anni.

Camera e Senato, in seduta congiunta, eleggono il Presidente della Repubblica, che deve avere
compiuto 50 anni e resta in carica sette anni.
Questi ha, tra i suoi poteri, quello di sciogliere le camere e indire nuove elezioni. Ciò avviene sia
quando il periodo naturale di durata della legislatura è giunto al termine, sia quando non c’è accordo
tra i diversi partiti politici e non c’è, in Parlamento, una maggioranza di parlamentari (cioè la metà
più uno) che sostiene il Governo.

Il Governo è l’organo esecutivo, cioè quello incaricato di applicare le leggi. E’ formato da un


Presidente del consiglio dei ministri (nominato dal Presidente della Repubblica) e da un numero
(variabile) di ministri (proposti dal Presidente del consiglio e nominati dal Presidente della
Repubblica), ognuno dei quali ha dei sottosegretari per poter svolgere quanto di loro competenza.
L’insieme del Governo, come dicevamo, resta in carica finché la maggioranza del Parlamento gli dà
la sua fiducia e risponde del suo operato al Parlamento stesso.

Dopo il Parlamento (che stabilisce le leggi: potere legislativo) e il Governo (che applica
concretamente le leggi mediante la pubblica amministrazione: potere esecutivo), la Costituzione
81

tratta della Magistratura, cui compete il potere di verificare e far rispettare l’applicazione delle
leggi ai casi concreti: in una lite tra cittadini o in caso di reati (potere giudiziario).
Negli articoli 101-113. tra le altre cose, viene affermata la totale indipendenza dei giudici da ogni
interferenza degli altri due poteri (i giudici sono soggetti solo alla legge) e, per tutelare tale
indipendenza, viene istituito il Consiglio superiore della Magistratura, che ha il compito di
occuparsi di tutti quei provvedimenti (assegnazioni, promozioni, interventi disciplinari) che
riguardano i giudici.
A grandi linee, i numerosi organi giudiziari si possono distinguere a seconda dell’ambito in cui
operano: abbiamo così una giurisdizione penale (che si occupa dei reati), una giurisdizione civile
(che si occupa delle liti tra privati cittadini) e una giurisdizione amministrativa (che si occupa delle
questioni tra i privati e la pubblica amministrazione).

I PRESIDENTI DELLA REPUBBLICA:


1946-48: Enrico De Nicola.
1948-55: Luigi Einaudi.
1955-62: Giovanni Gronchi.
1962-64: Antonio Segni.
1964-71: Giuseppe Saragat.
1971-78: Giovanni Leone.
1978-85: Sandro Pertini.
1985-92: Francesco Cossiga.
1992-99: Oscar Luigi Scalfaro.
1999-2006: Carlo Azeglio Ciampi.
2006-2015: Giorgio Napolitano.
2015- : Sergio Mattarella.
82
83

MINISTERI.
I ministeri non I sono in numero fisso, ma possono variare da governo a governo.
Di norma sono alla testa di apparati della pubblica amministrazione: per esempio il ministro
dell’Interno controlla e coordina gli organismi statali preposti alla sicurezza (la polizia, in primo
luogo); il ministro della Pubblica istruzione è al vertice delle istituzioni scolastiche (scuole
pubbliche, Provveditorati agli studi, ora denominati Uffici Scolastici Provinciali); e così via.
Essendo a capo di queste istituzioni, il ministro si trova anche ad amministrare un bilancio, poiché
queste strutture necessitano di fondi per funzionare.
Vi sono poi altri ministeri che non sovrintendono a strutture amministrative e quindi non hanno un
bilancio proprio: sono i cosiddetti ministeri “senza portafoglio”, come il ministero per gli Affari
regionali o quello per le Pari opportunità.

CODICE CIVILE E CODICE PENALE.


Tutto quanto (o quasi) regola i rapporti tra i privati cittadini dal punto di vista normativo trova la
sua fonte nel Codice civile.
Il nostro Codice civile è nato nel 1942 e ha unificato i precedenti codice civile e codice del
commercio. In esso sono trattati tutti quegli aspetti della vita del cittadino che sono oggetto di
tutela giuridica: dalla famiglia ai contratti.
Naturalmente il Codice non è una creazione fissa e stabilita per sempre: nel corso degli anni, in
base alla evoluzione economica, sociale e politica italiana, il Codice è stato ed è oggetto di
revisioni e di integrazioni da parte di leggi successive.

Il Codice penale è entrato in vigore nel 1930.


Esso delinea le varie specie di reati e regola il sistema delle sanzioni per punirli (detenzione e/o
ammende).
Come il Codice civile, anche il Codice penale ha subito varie modifiche nel corso degli anni, sia
per il mutato regime politico (essendo stato inaugurato durante il fascismo, ne aveva l’impronta
autoritaria), sia per i necessari adeguamenti dovuti ai mutamenti della vita sociale italiana.

Oltre al governo centrale vi sono gli Enti territoriali: Regioni, Province e Comuni, per i quali il
riferimento essenziale è costituito dal territorio che determina e delimita il potere degli Enti stessi.
Anche i rappresentanti che presiedono questi organismi sono scelti a seguito di elezioni fra i
residenti all’interno del territorio di competenza: ad esempio, i cittadini di Milano eleggono il
sindaco della loro città, mentre gli abitanti della Lombardia eleggono il Presidente della loro
regione.
La Costituzione dà molta importanza agli organi di governo territoriali e recentemente si è
accentuato il decentramento (cioè il passaggio agli Enti territoriali di alcune competenze che in
precedenza spettavano solo al governo centrale).
I compiti e le funzioni di Regioni, Province e Comuni, partendo da quanto disposto dall’articolo
117, si sono delineati nel corso degli anni in base a leggi successive.
A grandi linee, possiamo dire che oggi:
 le Regioni hanno poteri legislativi in numerose materie che interessano i settori
dell’organizzazione degli uffici ed enti regionali, delle attività economiche (fiere, mercati,
turismo, ecc.), dell’assistenza sanitaria e ospedaliera e dell’assetto del territorio (urbanistica,
strade d’interesse regionale, agricoltura e foreste , ecc.);
 le Province svolgono un ruolo intermedio tra Regioni e Comuni; le loro funzioni riguardano
(a livello provinciale) la tutela del suolo, la gestione delle risorse idriche, la viabilità e i
trasporti, lo smaltimento dei rifiuti e l’edilizia scolastica;
84

 i Comuni hanno funzioni che riguardano i servizi sociali (asili nido, assistenza scolastica),
le attività economiche (licenze degli esercizi commerciali), l’assetto del territorio comunale
e i servizi connessi (concessioni edilizie, nettezza urbana, fognature, strade comunali, ecc.).

LE REGIONI AUTONOME A STATUTO SPECIALE.


Se l’art. 131 istituisce le 20 regioni italiane, l’art. 116 ha stabilito che cinque di esse possano
godere di forme di autonomia particolari: Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia, Valle
d’Aosta, Sicilia e Sardegna.
Queste 5 regioni, denominate appunto “a statuto speciale”, hanno maggiori poteri, godono di una
diversa ripartizione delle tasse (la percentuale di quelle che restano alla Regione è maggiore di
quelle che vanno allo Stato), di agevolazioni fiscali, ecc. La concessione di questa autonomia è
dovuta sia alla presenza di gruppi etnici non italiani (si pensi alla comunità di lingua tedesca della
provincia di Bolzano), sia alla presenza di questioni sociali e politiche particolari (per esempio, la
presenza di movimenti politici indipendentisti).

Le comunità dello Stato.


Per quanto riguarda lo Stato-comunità (cioè la società civile, fatta di famiglie, libere associazioni,
sindacati, ecc.) ci limitiamo ad osservare che ricorre spesso nella Costituzione l’espressione: “La
Repubblica riconosce…”.
Come dire che vi sono valori del vivere civile (come quello della famiglia) che trovano origine e
fondamento nella natura umana prima ancora che nella volontà dello Stato. Quest’ultimo, quindi, si
impegna per prima cosa a rispettare questi valori e ad assicurare le condizioni perché gli stessi
possano essere realizzati in forma completa.
Di alcune componenti della comunità dello Stato di occuperemo nelle pagine che seguono.

3. La famiglia.
La Costituzione riconosce e assegna in modo chiaro alla famiglia un ruolo molto importante
nella società civile. A testimonianza di ciò lo Stato presta attenzione e tutela al momento in cui
la famiglia si forma nonché al suo successivo evolversi.
La famiglia ha origine con il matrimonio, cioè con un “contratto” che viene raggiunto fra un
uomo e una donna e che può essere stipulato in chiesa o in comune.
Sono possibili sostanzialmente tre alternative:
 La celebrazione avviene in chiesa dopo aver rispettato una particolare procedura presso
gli uffici comunali e avere letto nel corso della cerimonia alcuni articoli del Codice
civile (il 143, 144 e 147): la famiglia così formata viene riconosciuta sia dallo Stato che
dalla Chiesa;
 Il matrimonio è celebrato dal sindaco (o da un suo delegato): si forma una famiglia che è
riconosciuta come tale dallo Stato italiano, ma non dalla Chiesa;
 Il matrimonio viene celebrato solo con rito religioso senza essere (per scelta personale)
trascritto in sede civile: in questo caso, per lo Stato la famiglia non esiste.
La famiglia è composta, oltre che dai due coniugi, anche dai figli nati all’interno del matrimonio (i
figli legittimi).
Compito dei genitori è quello di istruire, educare e provvedere al mantenimento dei figli, sempre
nel rispetto dei diritti e delle esigenze dei minori.
I genitori hanno inoltre altre importantissime funzioni.
Vediamole più dettagliatamente:
 hanno il potere-dovere di sorveglianza sui loro figli. Da ciò deriva la responsabilità
dei coniugi per i danni commessi dal minore che vive ancora a casa dei genitori;
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 hanno il potere-dovere di amministrare il patrimonio (cioè il complesso di beni che


una persona possiede) del minore.

Nel nostro ordinamento è previsto un antichissimo istituto giuridico, l’adozione, per mezzo del
quale viene a far parte del nucleo familiare anche chi non è figlio della coppia di sposi.
Il genitore ha, nei confronti del figlio adottato, tutti i doveri che ha nei confronti dei figli legittimi.
Non tutte le coppie, però, possono adottare un minore.
La legge italiana, infatti, stabilisce che l’adozione è consentita solo:
 alle coppie sposate da almeno tre anni;
 quando l’età di chi adotta supera di almeno diciotto anni quella dell’adottato, ma è inferiore
a quarantacinque anni.

ARTICOLI DEL CODICE CIVILE.


ART. 143 – DIRITTI E DOVERI RECIPROCI DEI CONIUGI.
Con il matrimonio il marito e la moglie acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri.
Dal matrimonio deriva l’obbligo reciproco alla fedeltà, all’assistenza morale e materiale, alla
collaborazione nell’interesse della famiglia e alla coabitazione.
Entrambi i coniugi sono tenuti, ciascuno in relazione alle proprie sostanze e alla capacità di lavoro
professionale o casalingo, a contribuire ai bisogni della famiglia.

ART. 144 – INDIRIZZO DELLA VITA FAMILIARE E RESIDENZA DELLA FAMIGLIA.


I coniugi concordano tra loro l’indirizzo della vita famigliare e fissano la residenza della famiglia
secondo le esigenze di entrambi e quelle preminenti della famiglia stessa.
A ciascuno dei coniugi spetta il potere di attuare l’indirizzo concordato.

ART. 147 –DOVERI VERSO I FIGLI.


Il matrimonio impone ad ambedue i coniugi l’obbligo di mantenere, istruire ed educare la prole
tenendo conto della capacità, dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli.

LA COSTITUZIONE.
“La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio…”
(art. 29).
“E’ dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli…” (art. 30).

4. La scuola.
La formazione culturale delle nuove generazioni e l’organizzazione dei cicli scolastici
rappresentano un impegno fondamentale per l’evolversi della società civile.
Recentemente, a partire dal 1999 e ancora in fase di ultimazione, è iniziata una profonda
riforma della scuola italiana.

Come era prima.


La scuola dell’obbligo prevedeva cinque anni per le elementari e tre per le medie: in tutto otto
anni di istruzione obbligatoria.
Ottenuta la licenza media, si poteva poi accedere alla scuola superiore, della durata di cinque
anni.
86

Come è ora.
Scuola elementare e scuola media si chiamano ora rispettivamente scuola primaria e scuola
secondaria di 1° grado. La scuola primaria, obbligatoria, dura cinque anni. La scuola
secondaria di 1° grado, anch’essa obbligatoria, dura tre anni.
Segue la scuola secondaria di 2° grado, che si compone:
 di un biennio (poiché l’obbligo scolastico è stato portato fino a 15 anni, il primo anno
del biennio è obbligatorio);
 di un triennio facoltativo (con possibilità di scegliere fra quattro indirizzi: umanistico,
scientifico, tecnologico, artistico e musicale) per chi vuole continuare gli studi e
accedere all’università.

LA COSTITUZIONE.
“La Repubblica promuove lo sviluppo e la ricerca scientifica e tecnica” (art. 9).

“…La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli
ordini e gradi …” (art. 33).

“La scuola è aperta a tutti…” (art. 34).

La riforma scolastica che porta a nove gli anni di istruzione obbligatoria ci allinea con i principali
Paesi europei.
Purtroppo però il mancato assolvimento dell’obbligo scolastico è un fenomeno rilevante in Italia.
Assicurarsi che i bambini frequentino la scuola tocca in prima istanza ai genitori con l’eventuale
aiuto dei servizi sociali del Comune e il possibile intervento del Tribunale per i Minorenni.
Una ricorrente causa dell’abbandono prematuro della scuola è da ricercarsi spesso nella situazione
di povertà in cui versa la famiglia del minore: in questi casi spesso la famiglia non segue da vicino
i figli o, ancora più spesso, li manda a lavorare prima che abbiano l’età per farlo.
Spesso queste forme di lavoro nero sono gestite dalla piccola criminalità e finiscono per coinvolgere
i minori in attività a tutti gli effetti fuori legge.
In caso di povertà la Costituzione prevede che sia lo Stato a garantire il diritto allo studio a mezzo
di sostegni economici forniti dal Comune di residenza.

PER MAGGIORI INFORMAZIONI.


Chi volesse sapere qualcosa in più sulla riforma scolastica può consultare il sito Internet del
ministero della Pubblica istruzione (il cui indirizzo è: www.istruzione.it), oppure può rivolgersi
all’Ufficio Scolastico Provinciale (l’ ex Provveditorato agli studi) del proprio capoluogo di
Provincia.

5. Il lavoro.
È difficile se non impossibile fare una classifica e mettere in fila, in ordine di importanza, i
valori espressi dalla Costituzione italiana. Ma certamente, in un’ipotetica classifica, il lavoro,
inteso come diritto individuale di ogni persona, risulterebbe ai primissimi posti. Non è un caso
se la Costituzione esordisce al primo articolo riconoscendo che il lavoro è il fondamento stesso
su cui poggia la nostra Repubblica.
87

Dopo la legittimazione che ne viene fatta nella prima parte fra i principi fondamentali, è nel
titolo III, dall’articolo 35 all’articolo 38, che la Costituzione si occupa del lavoro. Infatti:
 afferma la piena ed effettiva condizione di parità che deve sussistere fra uomo e donna
(articolo 37): si è cercato di realizzare questa uguaglianza con la legge n. 903/1977 sulla
parità di trattamento e con la legge n. 125/1991 sulle azioni positive che devono essere
realizzate per conseguire tale uguaglianza;
 riconosce la necessità che la retribuzione possa consentire al lavoratore (uomo o donna
che sia) di condurre un’esistenza libera e dignitosa (articolo 36);
 riconosce il diritto al riposo settimanale e alle ferie (articolo 36);
 prevede dei meccanismi di tutela per il lavoratore che sia malato o infortunato ovvero
per la persona che risulti inabile al lavoro (articolo 38).

LE TUTELE DEI LAVORATORI.


A tutela dei lavoratori operano una serie di istituti e attività di previdenza sociale.
Il lavoratore dipendente, tramite versamenti obbligatori (operati da lui stesso o, per lo più, dal
datore di lavoro) contribuisce ad una assicurazione obbligatoria, che si articola in varie voci, di cui
le principali sono:
 pensione (somma di denaro corrisposta a chi ha raggiunto una certa età o un certo numero
di anni di lavoro);
 assegni famigliari (assegni erogati dallo Stato per i famigliari a carico del lavoratore);
 maternità (il periodo precedente e seguente il parto, in cui una lavoratrice rimane assente
dal lavoro e viene retribuita ugualmente);
 malattia (erogazione di un contributo economico in caso di malattia del lavoratore);
 infortuni sul lavoro (gli incidenti sul lavoro sono coperti da una assicurazione obbligatoria).

Anche i lavoratori autonomi versano contributi per la pensione; non hanno tutte le previdenze
previste per i lavoratori dipendenti (per esempio, gli assegni famigliari).
Negli ultimi anni è stata data la possibilità ai lavoratori sia dipendenti (in determinati casi e
secondo certi criteri) che autonomi di ricorrere al versamento di particolari contributi in speciali
fondi pensione gestiti non solo da enti statali, ma anche da banche ed assicurazioni private (le
cosiddette pensioni integrative).

Diritti e doveri del lavoratore.


Chi lavora ha dei diritti ma anche dei doveri. Chi presta la propria attività come lavoratore
dipendente deve farlo in base alle indicazioni che gli vengono fornite dal datore di lavoro.
Il Codice civile dedica un’intera parte al tema del lavoro.
Gli articoli che se ne occupano sono, come ovvio, numerosi e complessi, ma per quello che qui ci
interessa possiamo ricordare l’articolo 2104 che prevede l’obbligo di diligenza per il lavoratore, il
quale è altresì tenuto a sottostare alle direttive che gli vengono impartite.
Allo stesso modo, l’articolo seguente, il 2105, parla di un obbligo di correttezza, nel senso che il
lavoratore non deve divulgare notizie riguardanti, ad esempio, le tecniche di lavorazione seguite o i
materiali utilizzati.

Il lavoro autonomo.
Il lavoro tutelato e previsto dalla Costituzione non è solo quello subordinato o dipendente, ma
anche quello autonomo, cioè praticato da persone che non sono legate da alcun vincolo di
subordinazione nei confronti di un datore di lavoro.
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Architetti, notai, avvocati e altri liberi professionisti sono pur sempre lavoratori, anche se non sono
lavoratori dipendenti, e organizzano da sé la propria attività pur tenendo conto delle indicazioni e
dei bisogni dei loro clienti.

Prendendo spunto da quest’ultima considerazione a carattere generale, va segnalato che nella


continua e sempre più veloce trasformazione che investe il mondo del lavoro, non è sempre facile
distinguere tra le figure di lavoratore dipendente e lavoratore autonomo.
Stabilire se ricorra un’ipotesi piuttosto che un’altra, fermo restando la pari dignità e rilievo che,
come visto, la Costituzione riserva al lavoro, è questione decisiva per conoscere le regole che
devono essere applicate. In caso di malattia, infortunio e pensione, infatti, valgono regole
sostanzialmente diverse fra dipendenti e liberi professionisti.

L’accesso al lavoro e l’apprendistato.


Solo dopo aver concluso il ciclo della scuola dell’obbligo e aver compiuto 15 anni si può
cominciare a lavorare.
Per consentire di lavorare a chi non è in possesso di questi requisiti, si ammettono delle eccezioni e
deroghe per il lavoro sportivo, per il lavoro artistico e per i lavori pubblicitari e in genere per il
settore dello spettacolo.
In ogni caso, per i lavoratori minori di 18 anni sono previste disposizioni di legge di maggior
tutela in considerazione della giovane età dei soggetti.

Un particolare contratto di lavoro che interessa anche i minorenni è il contratto di apprendistato,


che può essere stipulato dai giovani dai 16 ai 24 anni.
Questo contratto prevede che il datore di lavoro debba organizzare dei veri e propri percorsi di
formazione sia in azienda sia consentendo al giovane di seguire corsi che si svolgono all’esterno.

IL TUTORE AZIENDALE.
Nei vari decreti legislativi che si sono succeduti in questi ultimi anni e che hanno in modo
sostanziale cambiato la natura del contratto di apprendistato, che era regolato da una legge del
1955, è stata introdotta la figura del tutore aziendale.
Questi è la persona incaricata dal datore di lavoro (oppure lo stesso datore di lavoro nel caso dei
piccoli artigiani) di verificare e curare che l’apprendista impari l’attività per la quale è stato assunto
e segua i corsi di formazione organizzati all’interno e all’esterno del luogo di lavoro.

I DOCUMENTI NECESSARI PER IL LAVORO.


I lavoratori dipendenti (con l’eccezione dei dipendenti pubblici e dei dirigenti) per poter accedere
all’impiego hanno bisogno di un libretto di lavoro.
Questo documento si richiede al Comune di residenza e va consegnato al datore di lavoro che lo
conserva per la durata del rapporto lavorativo.
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I CONTRATTI ATIPICI.
Accanto alla forma classica di contratto di lavoro a tempo indeterminato, nel corso degli ultimi
anni i mutamenti determinatisi nella struttura economica e produttiva italiana hanno portato allo
sviluppo di nuove forme contrattuali (dotate di opportune tutele): i cosiddetti contratti di lavoro
atipici.
 Il contratto di formazione lavoro: è destinato ai giovani di età compresa tra i 16 e i 32
anni. Ve ne sono di due tipi:
- per permettere l’acquisizione di professionalità (ha durata fino a 24 mesi);
- per agevolare l’inserimento professionale (ha una durata di 12 mesi).

 Il contratto a tempo parziale (o part-time): prevede un orario di lavoro, fissato da un


contratto individuale, inferiore a quello pieno. Si può applicare sia a situazioni di
assunzione a tempo indeterminato che in caso di contratti a termine.

 Il lavoro temporaneo o interinale: è un rapporto di lavoro che prevede la presenza di tre


soggetti: il lavoratore, l’impresa e l’agenzia di lavoro temporaneo. In pratica, il lavoratore è
assunto e retribuito dall’agenzia, che, a sua volta, riceve dall’impresa l’ammontare della
retribuzione del lavoratore e una cifra per la fornitura della manodopera.

 L’agenzia di lavoro interinale, per poter operare, deve ricevere una regolare autorizzazione
dal ministero del Lavoro.

 Essa può assumere il lavoratore sia con contratto a tempo determinato (corrispondente alla
durata del lavoro presso l’impresa), sia a tempo indeterminato (in questo caso, nei periodi
in cui il lavoratore non opera presso imprese, l’agenzia deve garantire un’indennità mensile
al lavoratore).

LA RICERCA DEL LAVORO.


Dove si possono avere informazioni per la ricerca di un lavoro? Vi sono alcune possibilità:
 gli Uffici provinciali del lavoro e della massima occupazione: in genere sono suddivisi in
uffici circoscrizionali che servono più Comuni: ci si può iscrivere nelle liste delle persone
che cercano occupazione;
 gli sportelli informagiovani, dove ci si iscrive compilando un questionario; le
informazioni personali vengono inserite in una banca dati;
 i Centri di orientamento professionale, dove vengono fornite informazioni sui corsi di
formazione professionale;
 le agenzia per il lavoro interinale (di cui abbiamo parlato a proposito dei contratti atipici).

Lavoro nero e lavoro minorile.


Malgrado la presenza di importanti norme, anche oggi vi sono forme di lavoro che cercano
continuamente di sfuggire ai controlli:
 il cosiddetto lavoro nero, ovvero svolto senza alcun contratto e senza garanzie, in
violazione delle norme di legge, sia per quanto riguarda gli adempimenti previdenziali che le
norme di sicurezza sul lavoro;
 l’odiosa pratica del lavoro minorile, che nel mondo coinvolge milioni di bambini, spesso
costretti a lavorare per pochi soldi e in condizioni disagiate.
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 Nel nostro Paese, come ricordato, la legge stabilisce che l’età minima per l’ammissione al
lavoro non può essere inferiore a quindici anni.
 Il contratto stipulato in violazione di queste inderogabili disposizioni non è ovviamente
valido ed il datore di lavoro è punito con l’arresto fino a sei mesi o con una multa fino a 5
mila euro.
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I DIRITTI FONDAMENTALI DELL’UOMO SECONDO LA COSTITUZIONE EUROPEA.

Nell’ottobre del 2000, una specifica commissione composta da parlamentari europei e dai
rappresentanti dei governi di quindici diversi Paesi ha presentato un testo, la Carta europea dei
diritti fondamentali, destinato a diventare il nucleo della Costituzione dell’Unione europea.
Questo importante documento internazionale:
 Sviluppa i tradizionali diritti civili, sociali, politici ed economici;
 Affronta nuove questioni, come la bioetica, la protezione dell’ambiente e la tutela della
privacy;
 Accorda un’importanza particolare alla difesa dei bambini, al ruolo degli anziani e delle
minoranze.

La Carta europea dei diritti fondamentali divide i diritti in diversi capitoli: la dignità, la libertà,
l’uguaglianza, la solidarietà, la cittadinanza, la giustizia, ecc.

La dignità dell’uomo.
I primi articoli sono stati elaborati per valorizzare e tutelare la dignità dell’uomo.
1. La dignità umana è inviolabile. Essa deve essere rispettata e tutelata.
2. Ogni individuo ha diritto alla vita. Nessuno può essere condannato alla pena di morte, né
giustiziato.
3. Ogni individuo ha diritto alla propria integrità fisica e psichica. Nell’ambito della medicina e
della biologia devono essere in particolare rispettati:
 Il consenso libero e informato della persona interessata;
 Il divieto delle pratiche eugenetiche, in particolare di quelle aventi come scopo la
selezione delle persone;
 Il divieto di fare del corpo umano e delle sue parti in quanto tali una fonte di lucro;
 Il divieto della clonazione riproduttiva degli esseri umani.
4. Nessuno può essere sottoposto a tortura, né a pene o trattamenti inumani o degradanti.
5. Nessuno può essere tenuto in condizioni di schiavitù o di servitù.
Nessuno può essere costretto a compiere un lavoro forzato od obbligatorio.
E’ proibita la tratta (il commercio) degli esseri umani.

La libertà.
Il secondo capitolo della Carta europea dei diritti fondamentali verte sulla libertà.
6. Ogni individuo ha diritto alla libertà e alla sicurezza.
7. Ogni individuo ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, del proprio
domicilio.
8. Ogni individuo ha diritto alla protezione dei dati di carattere personale che lo riguardano.
9. Il diritto di sposarsi e il diritto di costituire una famiglia sono garantiti.
10. Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione.
11. Ogni individuo ha diritto alla libertà di espressione.
La libertà dei media e il loro pluralismo sono rispettati.
12. Ogni individuo ha diritto alla libertà di riunione pacifica e alla libertà di associazione,
segnatamente in campo politico, sindacale e civile.
13. Le arti e la ricerca scientifica sono libere. La libertà di insegnamento nelle università è
rispettata.
14. Ogni individuo ha diritto all’istruzione e all’accesso alla formazione professionale e
continua.
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15. Ogni individuo ha il diritto di lavorare e di esercitare una professione liberamente scelta.
Ogni cittadino dell’Unione europea ha la libertà di cercare un lavoro, di lavorare, di stabilirsi
o di prestare servizi in qualunque Stato membro.
16. E’ riconosciuta la libertà d’impresa.
17. Ogni individuo ha il diritto di godere della proprietà dei beni che ha acquistato legalmente,
di usarli, di disporne e di lasciarli in eredità.
18. Il diritto di asilo è garantito.
19. Le espulsioni collettive sono vietate.

L’uguaglianza.
La terza parte della Carta contiene una serie di articoli volti a tutelare il diritto all’uguaglianza
dei cittadini europei e a eliminare qualunque forma di discriminazione in base a origine etnica,
sesso, confessione religiosa, opinione politica, censo e caratteristiche psico-fisiche.
20. Tutte le persone sono uguali davanti alla legge.
21. E’ vietata qualsiasi forma di discriminazione fondata, in particolare, sul sesso, la razza, il
colore della pelle o l’origine etnica o sociale, le caratteristiche genetiche, la lingua, la
religione o le convinzioni personali, le opinioni politiche o di qualsiasi altra natura,
l’appartenenza a una minoranza nazionale, il patrimonio, la nascita, gli handicap.
22. L’Unione europea rispetta la diversità culturale, religiosa e linguistica.
23. La parità tra uomini e donne deve essere assicurata in tutti i campi.
24. I bambini hanno diritto alla protezione e alle cure necessarie per il loro benessere. Essi
possono esprimere la propria opinione, che viene presa in considerazione sulle questioni che
li riguardano in funzione della loro età e della loro maturità.
L’Unione riconosce e rispetta il diritto degli anziani di condurre una vita dignitosa e
indipendente e di partecipare alla vita sociale e culturale.
25. L’Unione riconosce e rispetta il diritto dei disabili di beneficiare di misure intese a
garantirne l’autonomia, l’inserimento sociale e professionale e la partecipazione alla vita
della comunità.