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Università di Zagabria

Facoltà di lettere e filosofia


Dipartimento di italianistica
A. a. 2018./2019.

Ivana Mašić
Ugo Foscolo: A Luigia Pallavicini caduta da cavallo
La relazione

La letteratura italiana di romanticismo e preromanticismo: Foscolo, Leopardi,


Manzoni

Zagabria, gennaio 2019.


Introduzione

A Luigia Pallavicini caduta da cavallo è un’ode che Ugo Foscolo ha composto


probabilmente nella primavera del 1800, quando, con l’esercito napoleonico del generale
Massena, si trovava a Genova (assediata dagli Austro-Russi).1

L’ode è stata scritta in onore della gentildonna genovese Luigia Pallavicini, nata
Ferrari. Lei era nota per la sua bellezza. Tuttavia, purtroppo, nel giugno 1799, provando lungo
la riviera di Sestri un vivacissimo cavallo arabo, era caduta sulle rocce rimanendone detrupata
al volto2. Dopo questo, lei compariva sempre con il volto velato.

Nell’ode ci sono molti riferimenti alla mitologia latina e greca. Qusto è uno dei
elementi del preromanticismo: ogni nazione celebrava i propri miti, la propria identità , la
propria cultura, però, la mitologia di cui si parlava nella letteratura italiana e di cui parlava
Foscolo in questa opera è latina e greca e non propriamente italiana.

Metro: diciotto strofe di sei settenari, dei quali il secondo e il quarto sono sdruccioli
(schema: ab, ac, dd).

1
Ugo Foscolo. Odi e sonetti; Dei sepolcri; Le Grazie; Ultime lettere di Jacopo Ortis (Milano: I libri di Gulliver,
1986.), 17.
2
Ugo Foscolo. Le poesie; introduzione, commenti e note di Marcello Turchi (Milano: Garzanti, 1974.), 7.

2
Analisi

I balsami beati
per te le Grazie apprestino,
per te i lini odorati
che a Citerea porgeano
quando profano spino
le punse il piè divino,

quel dì che insana empiea


il sacro Ida di gemiti,
e col crine tergea
e bagnava di lagrime
il sanguinoso petto
al ciprio giovinetto.

Parafrasi: Le Grazie preparino per te i medicamenti che danno sollievo (e) le bende
profumate, le stesse che porgevano a Venere, quando una "irrispettosa" (empia) spina di un
cespuglio di rose punse il suo piede di dea, quel giorno in cui, fuori di sé per dolore, riempiva
di gemiti il sacro monte Ida, e asciugava con i capelli, e allo stesso tempo bagnava di lacrime,
il petto sanguinante del giovane cipriota (Adone, di cui era innamorata).3

Lo scrittore comincia con l'evocazione delle Grazie, figlie di Giove e di Venere:


Eufrosine, Aglaia e Talia. Loro sono le dee che incarnano i tipi ideali della bellezza femminile
e rendono gradevole la vita.4 Già qui si rivela la tema principale dell'ode: la bellezza. In
questa strofa lo scrittore inizia a collegare la realtà con la mitologia, si parla delle due
protagoniste, Venere e Luigia, tutte le due notate per la loro bellezza. Usa l'antitesi (profano –
divino) e gli epiteti (beati, odorati) per accentuare il divino.

Anche nella seconda strofa Foscolo presenta un quadro mitologico: la disperazione di


Venere per la morte di Adone - la tema molto usata nel Settecento.5 Venere (Citerea), nata
dalla spuma del mare vicino all'isola di Citera nel Mar Ionio, piange Adone di Cipro (ciprio
giovinetto) ucciso da un cinghiale.6 Nell'ode questo celebre avvenimento mitologico è
ripresentato in maniera totalmente sgravata del suo più vero senso tragico e doloroso.7

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4
Foscolo. Odi e sonetti, 17.
5
Ugo Foscolo. Sepolcri, odi, sonetti (Milano: Arnoldo Mondadori Editore, 1987.), 40.
6
Foscolo. Ode e sonetti, 18.
7
Walter Binni. Foscolo 1954-1982 (Firenze: Il Ponte Editore, 2017.), 116.

3
Or te piangon gli amori,
te fra le dive Liguri
regina e diva! E fiori
votivi all’ara portano
d’onde il grand’arco suona
del figlo di Latona.

Parafrasi: Ora che sei malata gli spiriti dell'Amore piangono te, che fra le donne liguri,
belle come dee, sei la regina, ossia la più bella, e dea anche tu! e portano fiori come offerte
per ottenere la guarigione, all'altare da dove vibra il grande arco del figlio di Latona
(Apollo)8.

Nella terza strofa continuano a scambiarsi gli elementi reali con gli elementi
mitologici. La strofa si rivolge alla donna apertamente divinizzata. Foscolo vuole suggerire
che, come gli amori piansero Venere il giorno che si ferì, così oggi piangono la Pallavicini,
nuova dea, che è ammalata.9

Foscolo continua la sua operazione di rinforzo del ritmo replicando il te al secondo


verso (in continuazione con i due per te della prima strofe) e accentua la “divinizzazione”
mettendo il punto esclamativo dopo “regina e diva”.10

E te chiama la danza
ove l’aure portavano
insolita fragranza,
allor che a’ nodi indocile
la chioma al roseo braccio
ti fu gentile impaccio.

Tal nel lavacro immersa,


che fiori, dall’inachio
clivo cadendo, versa,
Palla i dall’elmo liberi
crin su la man che gronda
contien fuori dell’onda.

Parafrasi: E ti reclama la danza (simbolo delle feste mondane), durante la quale le


brezze facevano giungere un'incomparabile fragranza, allorché, i capelli, che non stavano
raccolti, scendendo sul braccio color rosa, ti impacciavano graziosamente i movimenti. Come
te pareva Pallade (Minerva), immersa nelle acque del fiume Inaco, che scendendo dal colle le

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9
Foscolo. Sepolcri, odi, sonetti, 48.
10
Binni. Foscolo 1954-1982, 117.

4
versavano addosso dei fiori, intenta a sostenere fuori dell'acqua con la mano bagnata i capelli
liberati dall'elmo.11

In queste due strofe Foscolo paragona Luigia a Minerva (Pallade), dea della sapienza e
protettrice delle arti. Rievoca i momenti dell’ormai perduta bellezza della nobildonna.12

E te risponde a Or te del tredicesimo verso. E anche le due strofe si corrispondono:


nell’una i pianti e i voti di tutti gli spiriti innamorati, nell’altra il pungente desiderio della
donna di tornare alle feste di una volta. Il profumo insolito (insolita fragranza) è il profumo di
ambrosia (presente anche in verso 14 del sonetto VIII di Foscolo)13

L’immagine del bagno di Pallade è una memoria dell’Inno a Pallade di Callimaco,


poeta e filologo greco antico.14 Questa immagine è presenta ache nella opera Per Cecilia Tron
di Parini, ma, è certo che Foscolo risalga al poeta greco, di cui trae il particolare prezioso dal
rivo Inaco che discende portando fiori per il bagno di Pallade.15

Armonïosi accenti
Dal tuo labbro volavano,
E dagli occhi ridenti
Traluceano di Venere
I disdegni e le paci,
La speme, il pianto e i baci.

Parafrasi: Mentre danzavi, dalle tue labbra uscivano espressioni armoniose, e dagli
occhi luminosi e ridenti trasparivano le delusioni e le paci per amore (rappresentato da
Venere), la speranza, il pianto (per un rifiuto) e la promessa di baci (in nuovi incontri
d'amore).16

In questa strofa Foscolo continua a rievocare i momenti della bellezza di Luigia e


accentua la sua natura seducente.

11

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12
Foscolo. Odi e sonetti, 18-19.
13
Foscolo. Sepolcri, odi, sonetti, 48.
14
Foscolo. Le poesie, 8.
15
Foscolo. Sepolcri, odi, sonetti, 49.
16

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5
Deh! perchè hai le gentili
Forme e l’ingegno docile
Vôlto a studi virili?
Perchè non dell’Aonie
Seguivi, incauta, l’arte,
Ma i ludi aspri di Marte?

Parafrasi: Deh! Perché hai rivolto ad occupazioni virili le tue belle forme e il tuo
ingegno pronto ad apprendere? Perché, sconsiderata, non hai seguito l'arte delle Aonie
(ovvero le Muse, ispiratrici della poesia) ma ti sei avventurata tra i pericolosi giochi di Marte
(come cavalcare)?17

In questa strofa finalmente si introduce la rievocazione dell’evento tragico che occupa


la sezione centrale dell’ode. Foscolo usa domande retoriche per creare il sentimento di
disperazione e di impotenza. I sintagme studi virili e ludi aspri di Marte sono le metafore per
l’equitazione.

Invan presaghi i venti


Il polveroso agghiacciano
Petto e le reni ardenti
Dell’inquïeto alipede,
Ed irritante il morso
Accresce impeto al corso.

Ardon gli sguardi, fuma


La bocca, agita l’ardua
Testa, vola la spuma,
Ed i manti volubili
Lorda, e l’incerto freno,
Ed il candido seno;

E il sudor piove, e i crini


Sul collo irti svolazzano,
Suonan gli antri marini
Allo incalzato scalpito
Della zampa che caccia
Polve e sassi in sua traccia.

Già dal lito si slancia


Sordo ai clamori e al fremito;
Già già fino alla pancia
Nuota . . . e ingorde si gonfiano
Non più memori l’acque

17

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Che una Dea da lor nacque:

Se non che il Re dell’onde,


Dolente ancor d’Ippolito,
Surse per le profonde
Vie dal Tirreno talamo,
E respinse il furente
Col cenno onnipotente.

Quel dal flutto arretrosse


Ricalcitrando, e, orribile!
Sovra l’anche rizzosse;
Scuote l’arcion, te misera
Su la pietrosa riva
Strascinando mal viva.

Parafrasi: Invano i venti, quasi prevedendo la disgrazia, cercano di raffreddare il petto


poderoso e i fianchi ardenti del cavallo imbizzarrito, che corre come se avesse le ali ai piedi;
per giunta, il morso, irritandolo maggiormente, lo fa correre più velocemente. Gli occhi
fiammeggiano, la bocca è fumante, il respiro affannoso, il cavallo scuote la testa alta; dalla
bocca vola la schiuma del sudore ed imbratta le vesti svolazzanti e le briglie rette da mani
inesperte, ed il candido petto della cavalcatrice; (Il cavallo) gronda di sudore e la criniera
irsuta svolazza sul collo; risuonano le insenature del litorale sotto lo scalpitare accelerato
degli zoccoli, che al loro passaggio sollevano polvere e sassi. Già il cavallo si slancia nel
mare, non impaurito dalle grida della cavalcatrice e degli astanti né dal rumore delle onde;
ormai nuota nelle acque che arrivano fino alla pancia, e le onde avide di preda si gonfiano,
dimentiche che da esse nacque una dea (Venere, nata dalla spuma del mare). Ma Nettuno, dio
del mare, ancora addolorato per l'ingiusta morte di Ippolito (suo nipote), per non causare
un'altra vittima innocente, si alzò dal suo letto nel Tirreno e, dopo aver attraversato le
profonde vie del mare, respinse il cavallo infuriato col suo cenno che tutto può. L'animale,
impuntandosi, indietreggiò dalle onde e poi, cosa orribile a vedersi, si alzò sulle zampe
posteriori e, scuotendo la sella, ti trascinò svenuta sulla spiaggia pietrosa.18

In queste sei strofe che si trovano al parte centrale dell’ode si descrive il tragico
evento. Foscolo usa la metafora alipiede per enfatizzare la velocità di cavallo e, nel stesso
tempo, usando gli aggettivi polveroso, ardente, inquïeto, irritante, accentua l’inevitabilità dei
seguenti avvenimenti.

Nella strofa seguente, si usano asindeto (Ardon gli sguardi, fuma/ La bocca, agita
l’ardua/ Testa, vola la spuma) e polisindeto (Ed i manti volubili/Lorda, e l’incerto freno,/Ed il
candido seno) per rinforzare il ritmo. Foscolo usa anche l’enjambement (fuma/ La bocca;
l’ardua/testa) per creare una più intensa fluidità ritmica.

18

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Nei seguenti versi vediamo che Foscolo racconti questo evento in una maniera molto
poetica citando Alfieri (i crini ... svolazzano) e Dante (traccia).19 Usando l’antitesi (sordo –
clamori, fremito) si aumenta l’effetto del tragico evento che si racconta.

Di nuovo appaiono gli elementi mitologici (una Dea – Venere) e con i puntini di
sospensione (nuota... e ingorde si gonfiano) si crea una pausa che divide la realtà dal mito.

Nella strofa seguente Foscolo cita l’episodio mitologico in cui Ippolito, figlio di
Teseo, accusato falsamente dalla matrigna Fedra di averle usato violenza, fu affidato dal padre
a Nettuno per la vendetta. Il dio del mare lanciò contro il suo cocchio, che correva lungo le
rive del mare, un toro infuriato, dal quale furono impauriti i cavalli, che precipitarono nelle
acque del mare, travolgendo anche lo stesso Ippolito.20

Foscolo usa le forme per noi invecchiate (arretrosse, rizzosse) per dare idea della
terribilità del momento. Alla fine della descrizione della caduta di Luigia usa litote di gusto
classicistico: mal viva (quasi esanime).21

Pera chi osò primiero


Discortese commettere
A infedele corsiero
L’agil fianco femineo,
E aprì con rio consiglio
Nuovo a beltà periglio!

Chè or non vedrei le rose


Del tuo volto sì languide;
Non le luci amorose
Spïar ne’ guardi medici
Speranza lusinghiera
Della beltà primiera.

Parafrasi: Perisca quel villano che per primo osò mettere l'agile, ma delicato, corpo
femminile in balia di un infido cavallo da corsa, e con pensiero colpevole espose a un nuovo
pericolo la sua bellezza. Infatti (se tutto ciò non si fosse verificato) ora non vedrei il colorito
roseo del tuo volto divenuto così sbiadito, non vedrei i tuoi occhi che ispirano l'amore scrutare
gli sguardi dei medici per carpire la speranza di ritornare alla bellezza di prima.22

Foscolo maledice l'uomo che ha permesso a Luigia di cavalcare e immagina come


sarebbe tutto se questa tragedia non fosse mai accaduta. Anche qui troviamo alcuni sintagmi
usati prima dagli altri scrittori, per esempio anche Lamberti nei Cocchi nell'introduzione usa

19
Foscolo. Sepolcri, odi, sonetti, 50.
20
Foscolo. Odi e sonetti, 20-21.
21
Foscolo. Sepolcri, odi, sonetti, 50.
22

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8
la formula che inizia con „Pera..“. Questa forma si usava molto nel Settecento.23 Usa luci
come metafora per gli occhi.

Di Cintia il cocchio aurato


Ma al ferino ululato
Per terrore insanirono,
E dalla rupe etnea
Precipitâr la Dea.

Parafrasi: Le cerve un giorno tiravano il cocchio tutto d'oro di Cinzia (Diana, detta
Cinzia dal monte Cinto, nell'isola di Delo, dove nacque) ma, nell'udire l'urlo delle fiere, per il
forte spavento impazzirono e, sbalzandola dal cocchio, fecero precipitare la dea lungo le
pendici dell'Etna.24

Anche qui abbiamo un’immagine mitologica. Cinzia è Diana, dea della caccia, onorata
sul monte Cinto nell’isola di Delo. Il cocchio d’oro trainato dalle cerve è, nella tradizione,
attributo di Cinzia.25

Gioìan d’invido riso


Le abitatrici olimpie,
Perchè l’eterno viso,
Silenzïoso e pallido,
Cinto apparìa d’un velo
Ai conviti del cielo;

Ma ben piansero il giorno


Che dalle danze efesie
Lieta facea ritorno
Fra le devote vergini,
E al ciel salìa più bella
Di Febo la sorella.

Parafrasi: Tutte le altre dee abitatrici dell'Olimpo gioivano con un riso ispirato
dall'invidia per la sua bellezza ormai compromessa, perché l'immortale volto di Diana,
silenzioso e pallido per il dolore, ai banchetti del cielo appariva avvolto da un velo,

23
Foscolo. Sepolcri, odi, sonetti, 50.
24

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25
Foscolo. Sepolcri, odi, sonetti, 51.

9
ma piansero molto il giorno in cui dalle danze Efesie (fatte in suo onore nella città di
Efeso, in Asia) tornava lieta tra le vergini a lei devote Diana, sorella di Febo (Apollo) e, ancor
più bella, saliva al cielo.26

L’ode finisce con un’immagine piena di speranza. È presente il motivo del velo che
collega Luigia e Diana – sappiamo che Luigia, dopo l’incidente, appariva in pubblico sempre
con il volto velato. La bellezza diventa anche interna.

“Proprio da quest’ultima zona di complicità apassionate, di invidie e gelosie,


scaturisce infine il ritmo unitario della strofetta finale in cui mito e raltà vengono a coincidere.
Ed e qui forrse il valore più autentico dell’ode, il derivare appunto da un’esperienza terribile il
sentimento della verità del mito, della suo forza di persuasione, che risplende nell’arido e
incerto terreno delle illusioni come un compagno indivisibile della speranza, che dà vita e
respiro e fulgore al linguaggio del rapimento fantastico, di evasione del reale, quanto di una
integrazione, di un’illuminazione e di un accrescimento di esso.”27

26

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27
Foscolo. Le poesie, 4.

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Bibliografia

Binni, Walter. Foscolo 1954-1982. Firenze: Il Ponte Editore, 2017.

Foscolo, Ug. Sepolcri, odi, sonetti. Milano: Arnoldo Mondadori Editore, 1987.

Foscolo, Ugo. Le poesie; introduzione, commenti e note di Marcello Turchi. Milano:


Garzanti, 1974.

Foscolo, Ugo. Odi e sonetti; Dei sepolcri; Le Grazie; Ultime lettere di Jacopo Ortis. Milano:
I libri di Gulliver, 1986.

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