Sei sulla pagina 1di 6

Le Operette Morali sono ventiquattro racconti scritti tra il 1824 e il 1832.

Leopardi scrive le prime venti operette nel 1824, a queste si aggiungeranno altre quattro operette
scritte nel 1827 e nel 1832. La prima edizione del 1827 è quella di Milano dell’editore Antonio Stella,
la seconda del 1834 è pubblicata a Firenze, una terza edizione del 1836 a Napoli contiene solo tredici
operette a causa della censura borbonica che proibisce la pubblicazione dell’opera completa.

Il titolo di ascendenza classica fa riferimento ad antiche raccolte di consigli, insegnamenti, riflessioni


e pensieri di vario argomento. Il diminutivo rimanda al registro comico, satirico, polemico utilizzato in
molte delle ventiquattro operette. Nel dialogo di Timandro e Eleandro, questo personaggio dietro cui
Leopardi si nasconde dice “se mi dolessi piangendo (..) darei noia non piccola agli altri, e a me stesso,
senza alcun frutto. Ridendo dei nostri mali, trovo qualche conforto; e procuro recarne altrui nello
stesso modo.”

I racconti hanno come protagonisti personaggi storici: Tasso, Cristoforo Colombo, il filosofo Plotino;
mitologici: Ercole, Prometeo; immaginari: gnomi, folletti, mummie, l’islandese; personificazioni di
concetti astratti: la Moda e la Morte, la Natura, la Terra e la Luna.

Ogni operetta affronta un diverso tema e tutte insieme rappresentano la summa delle idee
filosofiche di Leopardi, che tutte ruotano intorno alla considerazione dell’infelicità degli uomini .

Come raccontato nella prima operetta Storia del genere umano fin dalla loro comparsa sulla terra gli
uomini sono stati infelici e a nulla sono valsi gli sforzi di Giove di renderli felici. Alla fine il dio irato
con gli uomini per la loro stoltezza e superbia manda loro la Verità, genio potente che getta gli
uomini nella più completa infelicità. Due divinità vengono però in soccorso degli uomini Amore e
Amore celeste , il primo è un dio potente che visita tutti gli uomini, il secondo solo quelli di cuore
gentile e animo generoso e a questi dona una beatitudine divina.

Nel Dialogo di un folletto e di uno gnomo i due personaggi fantastici discutono del fatto che tutti gli
uomini sono morti. Non ci saranno più giornali, né calendari, ma tutto sommato il mondo andrà
avanti lo stesso, e se uno di loro resuscitasse sarebbe un piacere vedere la sua reazione
nell’osservare che tutte le altre cose esistono e vanno avanti anche senza uomini, visto che
credevano che “tutto il mondo fosse fatto e mantenuto per loro soli”. Certo anche il folletto è
convinto che il mondo esista per i folletti e lo gnomo per gli gnomi, ma la presunzione degli uomini
era superiore a ogni altra, tanto da pensare che tutti gli esseri viventi e non viventi esistessero in
funzione loro e invece ora che gli uomini sono tutti morti nessuno ne sente la mancanza. È un
operetta breve e leggera in cui Leopardi prende di mira, distruggendola, una delle idee più inveterate
degli uomini: l’antropocentrismo.

Segue il Dialogo di Malambruno e di Farfarello , Malambruno, personaggio fantastico, chiede al


diavolo Farfarello di esaudire un suo desiderio. Farfarello è subito pronto a servirlo: desidera una
nobiltà maggiore di quella degli Atridi, vuole essere ricchissimo, potentissimo, possedere una donna
difficile da conquistare, avere onori e buona fortuna? Niente di tutto questo, Malambruno vuole
essere “felice per un momento di tempo”. Ma è impossibile per Farfarello esaudire questo desiderio,
e lo sarebbe anche per Belzebù in persona. Malambruno chiede allora di poter almeno essere
liberato dall’infelicità. Ma anche questo è impossibile.
Infatti l’uomo ama sé stesso “supremamente” , ovvero in modo totale e assoluto, e desidera allo
stesso modo la propria felicità, ma questo desiderio non può mai essere soddisfatto. Di conseguenza
egli in nessun modo può essere felice o non essere infelice, se non quando dorme senza sognare. È la
“teoria del piacere” esposta nelle pagine 165-185 dello Zibaldone del luglio 1820.

Breve e surreale è il Dialogo della Terra e della Luna, la Terra pensa che la Luna sia abitata come la
Terra, ma la Luna gli rivela che è sì abitata, ma da molti popoli diversissimi dagli uomini, c’è una sola
cosa che la Luna ha in comune con la Terra i suoi abitanti come quelli della Terra sono pieni di vizi,
dolori e mali e come gli uomini sono infelici, “perché il male è cosa comune a tutti i pianeti
dell’universo, o almeno di questo mondo solare”.

Analisi più sottile dell’inclinazione dell’uomo al piacere e dell’impossibilità di darvi soddisfazione è il


Dialogo di Torquato Tasso e del suo genio familiare. Oggetto e scopo della vita è il piacere,
intendendo per piacere la felicità, che deve essere piacere, o del corpo o dell’animo. Ma l’uomo è
fatto in modo che quando prova piacere non se ne accontenta e ne aspetta uno maggiore e più vero,
e quando il piacere finisce rimane con la speranza cieca di godere meglio e di più in un’altra
occasione. Non diciamo mai : io godo, ma io godrò, oppure, con minore sincerità, ho goduto. Di
modo che il piacere è sempre o passato o futuro, e mai presente. Pertanto il piacere non è cosa reale
ed esiste solo nell’immaginazione e nei sogni. La vita, priva della possibilità di raggiungere la felicità,
è uno stato violento. Grande spazio in essa occupa la noia, che riempie tutti i momenti della vita
liberi da piaceri e dispiaceri, e non è altro che il “desiderio puro della felicità”. Poiché il piacere non
esiste, la vita umana è composta parte di dolore e parte di noia, contro la quale unici rimedi sono il
sonno, l’oppio e il dolore. Al posto di queste medicine Tasso preferisce annoiarsi e imputa la sua noia
alla solitudine della prigionia, ma il genio gli fa notare che il suo stato va migliorando e che al
contrario la solitudine è fonte di piacere, perché in solitudine egli immagina e la vita immaginata
riempie l’uomo di speranza ed è meglio della vita reale; la solitudine è come la gioventù, l’età in cui
l’immaginazione è più forte e attiva e la speranza più grande . Nello Zibaldone pagina 167 del luglio
1820 Leopardi annota “Perciò non è meraviglia 1. che la speranza sia sempre maggiore del bene
2.che la felicità umana non possa consistere se non se nella immaginazione e nelle illusioni.”

Al centro del libro il grande Dialogo della Natura e un islandese. Ispirato al dialogo tra un filosofo e la
Natura di Voltaire l’operetta presenta il materialismo pessimistico di Leopardi.

Alla meraviglia dell’islandese per un mondo in cui non si trova che dolore, mentre l’uomo è animato
da un insaziabile desiderio di piacere, la Natura, in forma di bella e terribile donna di occhi e capelli
nerissimi, risponde che il mondo non è stato creato per l’uomo e che se la specie umana si
estinguesse lei non se ne accorgerebbe. La vita dell’universo è “un perpetuo circuito di produzione e
distruzione”, collegate tra loro in maniera che ciascuna serve continuamente all’altra e alla
conservazione del mondo, il quale se mancasse o l’una o l’altra si dissolverebbe, pertanto nessuna
cosa può essere libera dal dolore. “A chi giova questa vita infelicissima dell’universo, conservata con
danno e con morte di tutte le cose che lo compongono?” chiede allora l’Islandese, ma non c’è
risposta a questa domanda. Due leoni affamati arrivano e si mangiano l’Islandese, altri invece
raccontano che si alzò un fortissimo vento che stese a terra l’islandese e sopra gli edificò un
monumento di sabbia, simbolo della sua superbia, trovato secco come una mummia sotto il
monumento l’islandese fu in seguito trasferito in un museo in Europa.
Nel Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie, lo scienziato olandese del ‘600 ascolta le sue
mummie cantare a mezzanotte in punto. Si è compiuto per la prima volta il grande anno matematico
e in questa occasione tutti i morti cantano la canzoncina che Ruysch ha appena ascoltato e hanno
facoltà di parlare per un quarto d’ora, poi torneranno in silenzio per tutto un nuovo lungo anno
matematico. Ruysch non si lascia sfuggire un’occasione che mai più gli ricapiterà e ne approfitta per
porre alcune domande alle mummie. Che cosa hanno provato nel punto di morte? Non me ne sono
accorto, risponde un morto e gli altri subito lo confermano. Il fatto sembra però strano allo scienziato
dato che la maggior parte dei filosofi sono concordi nel ritenere la morte un evento doloroso. Ma il
morto gli spiega che anima e corpo non sono uniti da nervi, muscoli o membrane, pertanto la loro
separazione non provoca dolore, del resto come non ci si è accorti del momento in cui anima e corpo
si sono uniti così non ci si accorge del momento in cui si separano. Che cos’è allora la morte se non è
dolore? È piacere risponde la mummia. Si muore lentamente e in questo morire si prova un languore
che è piacere, simile a quello che si prova quando ci si addormenta.

Questa macabra operetta è tra le più ironiche del libro e sdrammatizza temi molto seri della
riflessione filosofica di tutti i tempi, quello della morte e dell’immortalità dell’anima.

Nel Dialogo di Cristoforo Colombo e di Pietro Gutierrez i due discutono del lungo viaggio in mare che
hanno intrapreso, viaggio incerto e rischioso, ma proprio per questo tanto più utile, infatti il rischio e
l’incertezza allontanano la noia e rendono la vita più cara e importante e quando si è scampati al
pericolo ci si sente per molti giorni felici.

Il Cantico del gallo silvestre è la traduzione del canto che un gallo gigante recita in lingua mista tra
caldea, targumica, rabbinica, cabalistica e talmudica. Il gallo canta per risvegliare gli uomini dal loro
sonno, è un triste canto sull’infelicità degli uomini e sul destino di morte che non attende solo gli
uomini ma tutto l’universo “Pare che l’essere delle cose abbia per suo proprio e unico obbietto il
morire. Non potendo morire quel che non era, perciò dal nulla scaturirono le cose che sono. Certo
l’ultima causa dell’essere non è la felicità: perocché niuna cosa è felice.(…) In qualunque genere di
creature mortali, la massima parte del vivere è un appassire. Tanto in ogni opera sua la natura è
intenta e indirizzata alla morte (…) così l’universo (…) nondimeno continuamente invecchia (…)
parimenti del mondo intero e delle infinite vicende e calamità delle cose create, non rimarrà pure un
vestigio: ma un silenzio nudo e una quiete altissima, empieranno lo spazio immenso: Così questo
arcano mirabile e spaventoso dell’esistenza universale, innanzi di essere dichiarato né inteso, si
dileguerà e perderassi”. Leopardi non esita a trarre dal materialismo le estreme conseguenze. “Tutto
è nulla (…) non c’è altro vero che il nulla” scrive Leopardi a Pietro Giordani nel marzo del 1820.

Il Frammento apocrifo di Stratone di Làmpsaco è una breve operetta in cui Leopardi finge di avere
tradotto da un codice conservato nella libreria dei monaci del monte Athos un frammento del
filosofo greco Stratone di Làmpsaco, vissuto tra il IV e il III secolo a.C., sull’origine e la fine del mondo.
Di fatto si tratta di una cosmologia materialistica. Le cose materiali hanno fine e inizio, la materia che
le costituisce è eterna, non ha avuto inizio e non avrà fine, solo si trasforma continuamente mossa da
diverse forze, o forse da una sola a cui noi attribuiamo nomi diversi, così come chiamiamo con nomi
diversi, per esempio l’ambizione, il desiderio di felicità e simili, l’unica passione che muove gli uomini
e cioè l’amore di sé stessi.

Questa forza non smette mai di trasformare la materia e continuamente forma e distrugge nuove
creature.
Così accadrà alla Terra che continuando a girare intorno al proprio asse andrà, per effetto delle forze
centrifuga e centripeta, ingrossandosi all’equatore e assottigliandosi ai poli fino a diventare da globo
rotondo un disco piatto, continuando a girare si formerà al centro un foro e il disco ridotto ad un
anello il cui foro andrà via via ingrandendosi alla fine andrà in pezzi disperdendosi nel sistema solare.
A conferma di questa teoria il fisico greco porta l’esempio dell’anello del pianeta Saturno, che era
prima un satellite di Saturno ridottosi ad anello nel modo che capiterà alla terra.

Questa trasformazione accadrà a tutti i pianeti e al sole e alle stelle. Il moto circolare che regge
l’ordine naturale dell’universo sarà anche causa della sua distruzione. Dalla materia si formeranno
nuovi mondi, che noi non possiamo neanche immaginare.

Ne Il Copernico, dialogo in quattro scene, il Sole non vuole più muoversi, non sorgerà più, se vuole la
luce e il calore la Terra dovrà scomodarsi lei a girare intorno a lui. Per convincere la terra a muoversi
il Sole decide di parlare con il filosofo Copernico e invia una delle Ore a contattarlo. Giunto al
cospetto del Sole e sentita la sua richiesta Copernico presenta al Sole tutte le difficoltà dell’impresa.
In primo luogo sarà difficile convincere la Terra a correre dietro il Sole invece di stare in ozio, ma
soprattutto, fa notare Copernico, la Terra è abituata a considerarsi l’imperatrice dell’universo,
immobile al centro del mondo seduta in trono, senza altra occupazione che guardare intorno “tutti
gli altri globi dell’universo, non meno i grandi che i più piccoli, e così gli splendenti come gli oscuri”
rotolarle di sopra e di sotto e ai lati continuamente. Per non dire degli uomini che considerandosi i
primi tra le creature terrestri hanno pensato di essere gli imperatori dell’universo, causa finale delle
stelle, dei pianeti, del sole e di tutte le cose. Ma se ora la Terra deve abbandonare il suo posto al
centro dell’universo per mettersi a ruotare intorno al Sole, dovrà abbandonare il trono e l’impero e
così pure gli uomini. Questo fatto non sarà semplicemente materiale ma produrrà un grandissimo
rivolgimento anche nella metafisica e gli uomini “si troveranno ad essere tutt’altra roba da quello che
sono stati fin qui, o che si sono immaginati di essere.” Al Sole tutto ciò non importa nulla e gli uomini
pensino di sé stessi quello che vogliono senza più dargli fastidio. Copernico è convinto ma ha
un’ultima perplessità, non è che rischia “per questo fatto, essere abbruciato vivo, a uso della fenice”
perché nel caso egli non resusciterebbe dalle proprie ceneri come fa quell’uccello. Ma il Sole lo
tranquillizza, può darsi che dopo di lui, a quelli che approveranno la sua opera tocchi qualche
scottatura o altro male, ma lui non subirà nessuna conseguenza soprattutto se dedicherà il suo libro
al papa.

Scritta nel 1827 questa operetta venne pubblicata per la prima volta nell’edizione postuma del 1845
delle Operette curata da Antonio Ranieri.

Anche il Dialogo di Plotino e Porfirio venne scritto nel 1827. Plotino, filosofo neoplatonico del III
secolo a.C. si accorge che Porfirio, suo discepolo, si vuole suicidare e gli parla per fargli cambiare idea.

Nel lungo dialogo tra i due Porfirio afferma la vanità delle cose e l’infelicità umana, polemizza con la
filosofia platonica dell’immortalità dell’anima e della vita dopo la morte che ha privato gli uomini del
conforto che la morte reca ponendo fine ai mali della vita con il timore della vita nell’aldilà. A Plotino
che afferma che il suicidio è contro natura Porfirio risponde che l’uomo non vive più secondo natura
e che per la nuova natura dell’uomo, che è la ragione, il suicidio è secondo natura.

Plotino è d’accordo con Porfirio ma lo prega di dare ascolto alla natura e non alla ragione, alla
primitiva natura, madre dell’universo e degli uomini, che ha provveduto a nascondere agli uomini la
loro infelicità. Il fastidio della vita, la disperazione, il senso della nullità delle cose, della vanità delle
occupazioni, la solitudine, l’odio di sé e del mondo passano e ritorna il gusto alla vita, rinasce la
speranza, le cose umane ritornano ad avere importanza.

” Ora io ti prego caramente, Porfirio mio, per la memoria degli anni che fin qui è durata l’amicizia
nostra, lascia cotesto pensiero; non volere esser cagione di questo gran dolore agli amici tuoi buoni,
che ti amano con tutta l’anima; a me, che non ho persona più cara, né compagnia più dolce. Vogli
piuttosto aiutarci a sofferir la vita, che cosi, senza altro pensiero di noi, metterci in abbandono.
Viviamo, Porfirio mio, e confortiamoci insieme: non ricusiamo di portare quella parte che il destino ci
ha stabilita, dei mali della nostra specie. Sì bene attendiamo a tenerci compagnia l’un l’altro; e
andiamoci incoraggiando, e dando mano e soccorso scambievolmente; per compiere nel miglior
modo questa fatica della vita. La quale senza alcun fallo sarà breve. E quando la morte verrà, allora
non ci dorremo: e anche in quell’ultimo tempo gli amici e i compagni ci conforteranno: e ci rallegrerà
il pensiero che, poi che saremo spenti, essi molte volte ci ricorderanno, e ci ameranno ancora.”

Il Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggere è la più breve e semplice delle operette.


Un venditore di almanacchi, ovvero calendari, scambia battute con un passante.

Calendari per l’anno nuovo? Certo signore. Ma sarà felice il nuovo anno? Certo signore. Come quello
passato? Di più signore. Ma non vi piacerebbe che l’anno nuovo fosse come uno degli anni passati?
No signore. Da quanto vendete calendari? Da più di vent’anni signore. Ricordate di un anno che vi
paresse felice? No signore. Non vorreste tornare a vivere questi vent’anni e tutto il tempo passato da
quando nasceste? Magari potessi. E vorreste rivivere la vostra vita, giorno dopo giorno, con tutti i
suoi piaceri e dispiaceri ? No signore. Dunque non vorreste rivivere la vita che avete già vissuto ? No
signore. E che vita vorreste rivivere? Una vita qualsiasi senza saperne nulla.

“Quella vita ch’è una cosa bella non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce ; non la vita
passata, ma la futura. Coll’anno nuovo, il caso incomincerà a trattare bene voi e me e tutti gli altri e si
principierà la vita felice. Non è vero ?” Speriamo signore. Dunque vendetemi il calendario più bello
che avete. Grazie signore, calendari, calendari nuovi.

Chiude il libro delle operette il Dialogo di Tristano e di un amico. Quest’ultima operetta venne scritta
nel 1832; in Tristano, il nome allude all’aggettivo triste, Leopardi nasconde se stesso.

Leopardi è consapevole del fatto che gli uomini rifiutano il suo pensiero, nessuna filosofia che affermi
l’infelicità e miseria degli uomini può avere fortuna. Come ai mariti conviene credere che le mogli
siano fedeli, così agli uomini conviene credere che la vita sia bella e pregevole se vogliono vivere.
Tuttavia credere che la vita sia bella e gli uomini felici o destinati a esserlo è un inganno, Leopardi lo
chiama un “inganno dell’intelletto”, un inganno inutile e dannoso, che rende l’uomo debole e vile. Gli
inganni dell’intelletto che Leopardi condanna, sono per esempio l’antropocentrismo, la fiducia nel
progresso, la convinzione della perfettibilità degli uomini, il credere che siano destinati alla felicità.
Buoni sono invece gli inganni dell’immaginazione, detti anche illusioni, inganni positivi, quelli per i
quali la vita diventa degna di essere vissuta : la virtù, la magnanimità, la forza d’animo, la generosità,
la fedeltà, la sensibilità, la giustizia, la costanza, l’amicizia, l’amore.
Ma questi inganni buoni non sono più creduti dagli uomini del presente, che Leopardi paragona a dei
bambini deboli nel corpo e vili nello spirito, mentre gli antichi erano forti e coraggiosi e vivevano
secondo gli inganni dell’immaginazione, pur conoscendone il carattere illusorio.

Il dialogo è immaginato come una ritrattazione delle idee presentate nel libro, in realtà l’operetta è
una difesa della propria “filosofia dolorosa, ma vera” e una rivendicazione del coraggio necessario a
sostenerla : “Se questi miei sentimenti nascano da malattia, non so: so che, malato o sano, calpesto
la vigliaccheria degli uomini, rifiuto ogni consolazione e ogn’inganno puerile, ed ho il coraggio di
sostenere la privazione di ogni speranza, mirare intrepidamente il deserto della vita, non
dissimularmi nessuna parte dell’infelicità umana, ed accettare tutte le conseguenze di una filosofia
dolorosa, ma vera. La quale se non è utile ad altro, procura agli uomini forti la fiera compiacenza di
vedere strappato ogni manto alla coperta e misteriosa crudeltà del destino umano.”

Le riflessioni delle Operette Morali si trovano anche nelle quattromilacinquecentoventisei (4.526)


pagine scritte tra l’estate del 1817 e l’inverno del 1832, a cui Leopardi dà il titolo di Zibaldone, con il
significato di “insieme di scritti di varia natura” . Sono appunti di filologia, critica letteraria, filosofia,
antropologia, riflessione autobiografica. È un testo, disordinato e labirintico che contiene tutti i temi
presenti nelle opere maggiori dello scrittore : gli inganni o illusioni, la teoria del piacere, la riflessione
sulla natura e la ragione, le idee sulla poesia etc.. La prima edizione dell’opera è del 1898 pubblicata
a Firenze da Le Monnier in sette volumi.