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SANT’AMBROGIO

Opere esegetiche VI
ELIA E IL DIGIUNO
NABOTH
TOBIA
introduzione, traduzione, note e indici
di
Franco Gori

Milano Roma
Biblioteca Ambrosiana Città Nuova Editrice
1985
IN T R O D U Z IO N E

Le tre opere di A m brogio presentate in questo volume, De H elia


et ieiunio, De Nabuthae, De Tobia, formano, com e è stato giustamen­
te osservato i, una sorta di trilogia. Tutte e tre sono composte da
serm oni — e questa è una caratteristica com une anche ad altre
opere ambrosiane — ; la lo ro com posizione risale, grosso modo, al
medesimo periodo; trattano dei m ali che p iù caratterizzavano la vita
sociale in quello scorcio del quarto secolo, in cu i acuti erano gli
effetti della crisi p olitica ed econom ica che investiva l ’Im pero. Sem­
plificando e schematizzando, si pu ò dire che il De H elia ha per
tema l ’intemperanza, il De Nabuthae la ricchezza e i suoi vizi, il
De Tobia il prestito ad interesse. S u llo sfondo è delineato un quadro
storicamente interessante e non m ancano alcuni dettagli di valore
documentario. Ma i grandi problem i si possono scorgere solo in
controluce, ché il metodo di A m brogio è qu ello di affrontare argo­
m enti concretam ente v icin i all'esperienza quotidiana degli uditori,
situazioni che direttamente m ettevano alla prova la coscienza m orale
dei cristiani. Dunque non impegnative elaborazioni teoriche, ma
esposizioni nel solco di un genere assai fam iliare al Vescovo m ilane­
se: il tractatus m oralis s im p le x 2. E questo è l ’orientam ento che
regola anche l ’inserim ento di una fitta serie di citazioni bibliche,
utilizzate p e r lo p iù sul piano d ell’« interpretazione antroponom ica»,
storica e morale, anche se non m ancano m om enti in c u i l ’esegesi
sale a liv e lli allegorico e m istico 3. P e r tutte e tre queste opere la
fonte greca è costituita da alcune om elie di Basilio il Grande, com e
vedremo successivamente.

1. De H elia et ieiunio

a) Autenticità e data

Quanto a ll’autenticità del De H elia nessuno ha m ai sollevato


dubbi: la tradizione è unanim e ed anche altri elementi, quali la

1Cf. M.J.A. Buck, S. A m b ro s ii de H elia et ie iu n io, Washington 1929, p. XIII.


2 È la definizione che leggiam o in A m b r o g io , A br. 1, 1, 1 (C S E L 32, 1, p. 501,
4), che, penso, si può applicare ai serm oni di queste tre opere.
3 M i riferisco a Nab. 14, 61 - 16, 69 e Tob. 18, 59 - 24, 91. Sui livelli ermeneutici
dell'esegesi am brosiana si veda L.F. P iz z o l a t o , L a dottrina esegetica d i sant’A m brogio,
M ilano 1978, pp. 223-262.
10 INTRODUZIONE

lingua, lo stile, il pensiero, l ’organizzazione del contenuto, le fonti


contribuiscono a rendere sicura l ’attribuzione di questo trattato.
Sulla datazione, invece, com e p e r la m aggior parte delle opere
di A m brogio si p u ò essere solo approssimativi. Vi è un term inus
post quem com unemente accettato: l'introduzione nella liturgia m i­
lanese, nel 386, del canto degli inni, di cu i si fa cenno in Hel. 15,
55 4. S i è cercato un appiglio anche nel luogo ove Am brogio dice
di aver trattato spesso di E lia 5, ma inutilmente, perché le opere in
cu i egli parla del profeta sono numerose e non è ragionevole pensare
che tutte siano anteriori al De H elia; giustamente Palanque 6 rifiuta
questa argomentazione che è stata utilizzata da I h m 1 e che farebbe
slittare la data dì com posizione fin o al 397. I M a u r in i8 e T ille m o n t9
hanno pensato che il passo di Hel. 17, 62 10, dove si parla di convitati
che bevono alla salute «d egli im peratori», alluda alla presenza in
Italia di due imperatori, cosa che avvenne dopo la morte di Massimo
nel 388; p er la stessa ragione S ch e n k l11 suppone una data anteriore
alla m orte di Valentiniano I I (392), ma Palanque 12 osserva che il
plurale p u ò essere giustificato anche dopo la m orte di Valentiniano
II, rammentando che sia Teodosio che Arcadio avevano il titolo di
Augusto in quel tempo. Come si vede, questo indizio è diversamente
interpretabile e forse è in se stesso inconsistente, perché non esclude­
rei che il plurale in quel luogo possa essere generico 13. S u ll’argom en­
to della datazione Palanque conclude le sue brevi valutazioni sugge­
rendo il periodo 388-391 sulla base di Hel. 15, 53, che attesterebbe
la presenza di soldati nell'uditorio, presenza che si spiegherebbe
m eglio con il soggiorno a M ila no dell’imperatore Teodosio in quegli
anni u . A m io avviso, su questa considerazione grava il dubbio che
il passo in questione non sia stato rettamente inteso 1S. N on m olto

4 P iis h ym n i dicuntur, et tu citharam tenes? P sa lm i canuntur, et tu psa lteriu m


sum is aut tym panum ? Cf. Buck, S. A m b ro sii de Helia..., pp. 3 s.; J.R. Palanque, Saint
A m broise et l E m p ire R om a in , Paris 1933, p. 527.
5 Hel. 2, 5 de H eliae gestis p lu rim a iam frequ en ti d iu ersoru m lib ro ru m serm one
digessimus.
6 Palanque, Saint Ambroise..., p. 528.
1 M. Ihm, Studia Am brosiana, «Jahrbucher fiir klassische Philologie», Supple-
m entband 17 (1890), p. 19.
8 Cf. PL 14, 731-732.
9 Tillem ont, M ém oires p o u r servir à l'H istoire Ecclésiastique, 10, Paris 1705, 292.
10 "Bibam us" inquiunt. “O pto salutem im peratorum ".
" Cf. C S E L 32, 2, pp. XIII-XIV.
12 Palanque, S a in t Ambroise..., p. 328.
13 Cf. in proposito BUCK, S. A m b ro sii de Helia..., p. 4. In senso generico si paria
di im peratori in H el. 12, 42 de im pera toribu s et de potestatibus iudicant, ed anche
in expl. ps. 1 9 (C S E L 64, p. 8, 16) psalm us cantatur ab im pera toribu s; inoltre nel
m edesim o luogo di H el. 17, 62 non è ragionevole attribuire importanza al plurale
im peratoribus, dal m om ento che subito appresso la parola è ripetuta al singolare
( u id etu r en im n on am are im p era torem q u i p r o eius salute n on biberit).
14 Palanque, S a in t Ambroise..., 528: «Cepen dan t on peut penser que la présence
de soldats dans l’auditoire s'explique mieux au mom ent d’un séjour à Milan de
l’em pereur: or, après 386, Théodose a dem euré à M ilan de 388 à 391».
15 Hel. 15, 53 et adhuc p ro p te r hos fortissim os uiros quanta praeterii. Palanque
segue l’interpretazione che di questo luogo dà C. Schenkl, C S E L 32, 2, p. VI:
«p r o p te r hos fortissim os uiros, unde colligimus tribunos militum centurionesque
tum in ecclesia adfuisse, neque a uero abest Am brosium , cum ^bene sciret eos
INTRODUZIONE 11

diversa è l'opinione della Buck che credo di dover seguire: il termine


a quo del 386, l ’affinità con i trattati De Nabuthae e De Tobia e la
considerazione che l'influenza delle om elie di Basilio sulle opere di
Am brogio formate da serm oni è da collocare negli anni 385-390 16,
fanno ritenere probabile che il De H elia sia stato com posto nel
periodo 387-390.

b) Struttura

E sicuro che il De H elia è u n ’opera composta da serm oni


realmente pron u n cia ti dal Vescovo milanese 17. La p rim itiva forma
orale è riconoscibile nel tenore generale dell'esposizione, che è sem­
plice, chiara, vivacizzata dalle p iù consuete figure retoriche dell'ora­
toria, utilizzate senza eccessiva elaborazione. Lo sviluppo del pensie­
ro tiene conto della esigenza di giungere con immediatezza alla
com prensione degli ud itori ed evita, quindi, riflessioni concettose
ed erudite, preferendo affidarsi alle immagini. Ma possiamo ind ivi­
duare nel trattato anche alcune precise inflessioni che si spiegano
solo con la sua origin e oratoria 18 e dei riferim enti alle letture
bibliche del giorno ascoltate in chiesa 19.
N o n m i risulta che siano m ai state fatte indagini tendenti a
stabilire quanti serm oni siano inglobati n e ll’opuscolo. In effetti tale
ricerca non è facile, perché, se evidenti sono le tracce della com uni-

uenturos esse, orationem ita conformauisse, ut acrius in ebrietatem inueheretur».


L’opinione è stata recentemente ripresa da V.R. Vasey, The S o cia l Ideas in thè
Works o f St. Ambrose. A Study on De Nabuthae, Rom a 1982, p. 31. È certo che
Am brogio parla di soldati, m a non credo che il dimostrativo hos indichi una loro
presenza fra gli uditori. «Q u e s ti» è detto con riferim ento ai «fortissim i uom ini»
— l'espressione è ironica e nel contesto suona addirittura sarcastica — di cui ha
diffusamente parlato nei precedenti paragrafi descrivendone le orge, le incredibili
bevute di vino e, infine, la meschina condizione di ubriachi. È di per sé ardita
l'ipotesi che Am brogio abbia apostrofato dei presenti con un’invettiva cosi pungen­
te. M a si noti anche che l’espressione, che cade al termine della descrizione del
convito orgiastico, richiam a una frase simile posta all’inizio: H el. 12, 45 ueniam us
ergo ad h o ru m p ote n tiu m et fortissim oru m co n u iu ia , dove h o ru m è da riferire a
coloro cui Am brogio ha appena attribuito un’obiezione al proprio discorso (sed
forte dicant...)] m a come l'obiezione è una finzione retorica, cosi .gli interlocutori
potrebbero essere immaginari, non dei soldati presenti. A questa precisazione si
aggiunga che l'invettiva contro i militari bevitori pare suggerita da un passo di
Basilio ( h om . in ebriosos 7, PG 31, 457 B ) e che il suo sviluppo potrebbe essere
stato guidato, più che da fattori reali, dall’invenzione letteraria, che è artistica e
funzionale insieme, in quanto le immagini del convito come cam po di battaglia,
delle stoviglie come strumenti di guerra, dei convitati come eroici combattenti
esaltano l’effetto parodico del racconto in funzione moralistica.
16 W. W ilb r a n d , Z u r C h ron olog ie ein iger S chriften des h i Am brosius, «Hist.
Jahrbuch», 41 (1921), p. 19.
17 C. S c h e n k l , C S E L 32, 2, p. VI; B u c k , S. A m b rosii de Helia..., p. 3.
18 Hel. 12, 41 sed qu id h o c est? D u m de ie iu n io disputo strepitus a udio c o n u iu io -
rum . N isi fa llo r in serm one m eo red o lu it prandium . Son u s ergo littera ru m inuitat,
inpatientiae exempla n on terrent, 15, 53 putatis m e tam quam u in o crapulatum in tem ­
perantius ie iu n ii p ra ed ica tion i h u n c miscuisse serm onem .
19 Hel. 19, 70 audistis q u id hodie lectu m sit; 20, 75 audistis hodie in lectione
decursa q u id legio d ixerit; 21, 77 audistis q u id hodie lectu m sit.
12 INTRODUZIONE

cazione orale, è altrettanto evidente il lavoro redazionale di cucitura


che ha com posto i diversi segmenti n ell’intento di farne un tutto
unitariamente strutturato.
Redazionale è certamente l ’esordio alquanto solenne, che non
introduce immediatamente il lettore n e ll’a rgomento, ma propone
una riflessione sull'agone di Cristo e del cristiano, la cu i connessione
con il tema d ell’opera risulta abbastanza chiara solo al tennine del
pream bolo stesso: certam en nostrum ieiunium e s t 20. È p ro p rio
l ’idea della lotta spirituale, della m ilitia cristiana 21, che m eglio di
ogni altra dà una certa continuità a questo trattato, che ad un p rim o
sguardo appare assai com posito e discontinuo.
Cerchiamo, dunque, attraverso i segni di possibili saldature, di
individuare il punto di congiunzione dei diversi sermoni. A m io
avviso potrebbero essere due. I l p rim o pare aver inizio subito dopo
l ’esordio, e la sua conclusione si può porre al termine del § 40.
Diverse ragioni sostengono questa ipotesi. Innanzi tutto l ’argomento
trattato in questi paragrafi è precisamente quello indicato nel titolo
d ell’opera, il digiuno, mentre oltre il § 40 il tema, com e vedremo,
non è p iù esattamente questo; vi si espongono i benefici m ateriali
e m orali del digiuno e, in contrapposizione, i danni provoca ti dal
cibo. In secondo luogo la fonte greca per questa parte del trattato
è specifica, costituita dall’om elia De ieiunio di Basilio 22. D opo il
§ 40 la fonte non è p iù la medesima. I l terzo indizio c i è dato dal
testo del § 40, ove m i pare si possa individuare la chiusa del sermone.
Infatti vi si ripresentano in rapida successione riassuntiva alcune
im m agini di fatti e personaggi b ib lici che erano serviti di esempio
nel corso della predica: di E lia A m brogio aveva in precedenza
parlato nei §§ 2-3, di E liseo nel § 18, di G iovanni Battista nei §§ 4
e 14, di Daniele e dei leon i nei §§ 20-21, della prevaricazione degli
E b rei nel § 16. Certamente il passo non rappresenta una ricapitola­
zione com pleta e ordinata, ma fa pensare alla conclusione di una
predica. R iconosco che questa ipotesi incontra un’obiezione: se il
§ 40 p u ò essere considerato com e conclusione, le prim e righe del
§ 41 non si adattano certo a ll’inizio di un s e rm o n e 21. Possiamo
imm aginare che cosa stesse accadendo nell'uditorio. La predica si
stava prolungando: quaranta paragrafi sono parecchi e non è certo
che essi c i diano la misura esatta della lunghezza del sermone,
perché possono essere intervenuti tagli e aggiustamenti redazionali;
impazienza e stanchezza generano il rilassamento dell'attenzione e
di conseguenza un p o ' di trambusto che provoca la rampogna del
Vescovo. Penserei che questa apostrofe vada compresa nel p rim o
sermone, che Am brogio labbia pronunciata di seguito alla conclusio­
ne della predica. I l lavoro di cucitura, poi, pu ò averla legata con

20 Ibid., 1, 1. M i sem bra che si possa dire che con questa espressione termini
l’esordio e inizi il prim o sermone. Parrebbe dunque non felice la paragrafazione
tradizionale che pone la fine del § 1 più oltre.
21 Ibid., 2, 2.
22 Basilio, h om ilia I de ie iu n io (PG 31, 164-184).
23 H el. 12, 41 loc. cit. in nota 18.
INTRODUZIONE 13

quel che segue nel § 41 (etenim qui ieiunantem 24...), che riterrei
essere l ’inizio del secondo discorso.
L’identificazione del secondo sermone poggia anch'essa su diver­
si indizi■ Con il § 41 si passa a trattare dell'ubriachezza; anche se
l ’a rgom ento generale resta l ’intemperanza, la variazione tematica è
netta ed evidente. Da notare, però, che a ll’interno di questa seconda
parte il tema varierà ancora, quando con il § 69 si passerà, senza
incrinature, dall’ubriachezza ad alcune considerazioni sull’intempe­
ranza e poi, quasi inavvertitamente, ad un breve ‘excursus’ sull auari-
tia; in seguito il discorso acquista un tono parenetico che accom pa­
gna i temi dell'atleta e dell'agone cristiano fino alla conclusione.
Fonte di questo secondo sermone sono due om elie di Basilio 2S, non
contaminate, ma utilizzate separatamente in sezioni diverse. La du­
plicità della fonte non deve far pensare che questa seconda parte
del De H elia sia composta da due s e rm o n i26; Am brogio ha trattato
in un solo sermone due argom enti sforzandosi di legarli insieme 27.

c) A rgom ento

Come si è già visto, il titolo non esprime adeguatamente l'argo­


mento d ell’opera; si adatta m eglio al p rim o sermone, ma anche in
questo dì E lia si parla brevemente: l ’esempio del profeta digiunatore
serve com e spunto iniziale 28; di lu i p o i troviam o solo un cenno in
quel luogo che ho individuato com e conclusione del p rim o sermo­
ne 29. A l termine del trattato ricom pare la figura del profeta 30, ma
senza alcun riferim ento al tema del digiuno. Messo presto da parte
E lia — e di questo l ’Autore si giustifica, dicendo di aver parlato del
personaggio p iù volte altrove 31 — l ’esposizione sul valore del digiuno
si sviluppa seguendo la trama di num erosi esempi tratti dalla Sacra
Scrittura, cronologicam ente disposti. Le storie dei personaggi biblici
— Adamo, Noè, Loth, Abramo, Mosè, la madre di Sansone, Anna
madre di Samuele, Eliseo, i tre fan ciu lli gettati nella fornace, Daniele
— danno alla pratica del d igiuno il rilievo di una virtù fondamentale
nella storia dei rapporti fra l ’uom o e Dio. Segue l'esaltazione dei
vantaggi morali, intellettuali e m ateriali che il digiuno reca all'uo­

24 Ibid.
25 BASILIO, h o m ilia X I V in ebriosos (PG 31, 444 C-464) e h o m ilia X I I I exhortatoria
ad sanctum baptisma (PG 31, 424-444).
26 La B u c k , S. A m b ro sii de Helia..., pp. 5 s., senza affrontare il problem a dell’iden­
tificazione dei sermoni, ha distinto in tre parti il trattato, tenendo conto delle
diverse tematiche e badando anche, pare, che ad ogni sezione corrispondesse
un'omelia di Basilio come fonte. Le tre parti sono I = §§ 1-40, II = §§41-68, III =
§§ 69-85 (cf. ibid., pp. 7 s.).
27 N on sarebbe stato possibile form ulare l'ipotesi che i §§ 41-85 corrispondano
ad un unico serm one se non avessi rettificato il rinvio a Is 13, 5 dell’apparato di
Schenkl in H el. 21, 77, sostituendolo con Is 24, 1; si veda in proposito la mia nota
ad loc.
28 Hel. 2, 2 - 3, 5.
29 Ibid., 11, 40.
30 Ibid., 22, 83 e 85.
31 Ibid., 3, 5.
14 INTRODUZIONE

m o 32. D i fronte a questo quadro, in cu i la vita dell’uom o è rappresen­


tata com e ricolm a di ogni bene, soprattutto circondata di quiete
serena 33, A m brogio pone una scena dominata dall’inquietudine 34:
vi si descrive l ’affannosa preparazione di un banchetto, la corsa di
un servo furbo e disonesto al mercato, l ’ansia del padrone che non
sa dove trovare il denaro per la spesa, un trambusto indescrivibile
nella cucina, l ’a gitazione e la fatica del cu oco e degli inservienti. È
una pagina gustosa di pregevole prosa artistica, che per la com icità
della situazione descritta e anche p e r il c o lo rito lessicale riecheggia
Plauto 35. D opo questo intermezzo, le riflessioni sul digiuno e l ’intem ­
peranza nel mangiare e nel bere tornano ad essere accompagnate
da citazioni ed echi scritturistici d ell’A.T. e del N .T .V iè anche qualche
considerazione sul digiuno quaresimale, che dispone i cristiani al
cibo e alla bevanda spirituale dei sacramenti pasquali, cioè al battesi­
m o e a ll’eucaristia 36, e sulla relazione fra digiuno e profum o spiritua­
le 37. I l digiuno infatti ha il potere di rimettere i p e c c a ti39: la sua
amarezza è medicina com e del corpo cosi anche dello spirito.
La riprovazione dell'ubriachezza ha i suoi m om enti culm inanti
nella descrizione del miserevole stato di quanti si danno al vino 39,
nell’episodio del giovane P o le m o n e 40 e, soprattutto, nella descrizione
di un con vito lussurioso41 con parodia di situazioni m ilita ri e irrisio­
ne delle pretese virtù guerresche dei convitati avvinazzati. Tutto
questo, evidentemente, serviva ad impressionare l ’immaginazione
degli uditori. N on manca l ’aneddoto — un elefante che punisce l ’oste
disonesto42 — per suscitare un p o ’ di ilarità. Contro l ’ubriachezza
delle donne e i conseguenti loro atteggiamenti con trari al pudore è
indirizzata un ’invettiva colorita di espressioni ip e rb o lich e 43.
D a ll’ubriachezza A m brogio — spinto forse anche dall'opportuni­
tà di ricollegarsi in qualche m odo alla lettura del giorn o tratta da
Isaia 44 — passa, attraverso alcune osservazioni s ull’intem peranza4S,

32 Ibid., 8, 22-23.
33 Ibid., 8, 23 (in fine) ie iu n iu m quietem diligit, lu xu ria in q u ietu d in em : ie iu n iu m
otia serit, luxus negotia.
34 Ibid., 8, 24-25.
35 Per una più am pia analisi delle im pronte di Plauto in questo passo si rinvia
a G. JACKSON, Una pagina pla u tin a nel De H elia di A m b ro gio, «V ic h ian a», 6 (1977),
pp. 331-340, ma già richiami a Plauto erano stati fatti da Buck, S. A m b ro sii de
Helia..., p. 9.
36 H el. 10, 30.
37 Ibid., 10, 36-37; cf. in proposito P. M e l o n i , I l p ro fu m o dell'im m ortalità, Roma
1975, pp. 252 s.
38 Cf. ibid., 11, 38 ie iu n iu m etenim culpae in terfecto riu m est.
35 Ibid., 12, 42-44.
40 Ibid., 12, 45: si veda quanto ho osservato ad loc.
41 Ibid., 13, 46 - 14, 52.
42 Ibid., 17, 65.
43 Ibid., 18, 66 caelum im p u ro co n ta m in a tu r aspectu, terra tu rp i saltatione p o l­
lu itur.
44 Ibid., 19, 69 e 70.
45 Ibid., 19, 69. Am brogio cita Is 23, 1: l’inizio dell’oracolo su Tiro che indica
come il nono ( nona uisio)', di qui prende lo spunto per afferm are che l’intem peran­
za, simboleggiata dalla città di Tiro che è collegata al num ero nove, è esclusa
dalla Legge che ha il suo sim bolo nel num ero sette, cioè nell'ebdom ade veterotesta­
mentaria, ed è esclusa anche dall’evangelo della redenzione che è simboleggiato
INTRODUZIONE 15

a parlare de//auaritia (avidità) e, sulla traccia di Is 23, 2 s., addita


nel mercante e nella sua attività l'emblema di questo v iz io 46. La
spiegazione di altri versetti del medesimo capitolo di Isaia non senza
difficoltà è ricollegata al filo del discorso 47. P o i passando da una
citazione biblica all'altra, l'esposizione approda a ll’ultima parte, dove
troviam o prim a considerazioni ascetiche sul tema dell'agone rivolte
ai battezzati e agli iscritti al battesimo, p o i l ’esortazione ai catecumeni
che p e r vari m otivi ritardavano il battesim o48.

d) L e fonti

Si p u ò ritenere che anche p e r quest'opera la fonte prim aria sia


la Sacra Scrittura. La trama dei due serm oni è costituita da riferi­
m enti al testo sacro. Abbiam o visto l'importanza degli exem pla
bib lici in quello che ritengo essere il p rim o sermone e com e siano
le citazioni bìbliche a guidare il discorso di Am brogio da un argo­
mento all'altro nel secondo. Le pagine che mancano di citazioni
possono essere considerate degli ‘excursus’: uno nella prim a parte
(§§ 23-24) e uno nella seconda (§§ 45-51). Solitamente le citazioni
sono ben armonizzate con il contesto, non si notano forzature o
sollecitazioni del testo s a c ro 49.
Si è già accennato a tre om elie di Basilio di Cesarea 50. A m brogio
le utilizza con grande libertà: a volte traduce letteralmente, a volte
parafrasa, in certi lu ogh i riassume, in altri trae dal suo m odello
degli spunti che sviluppa in m odo autonom o; cosi egli domina
pienamente il materiale che la fonte gli propone, selezionando,
m odificando e trasponendo secondo che il p ro p rio ordine di idee
richiede. In qualche caso coglie in Basilio il suggerimento di una
citazione biblica, il cu i testo, però, sembrerebbe che egli non traduca
dal m odello greco, preferendo di norm a attingerlo dal p rop rio m ano­
scritto della Bibbia latina 51.

dal num ero otto, cioè dall'ogdoade cristiana. Qui troviamo uno dei rari momenti
di esegesi mistica, per quanto riguarda il De Helia.
46 E sorprendente per i nostri orecchi la polem ica contro i mercanti e la
navigazione mercantile espressa nei §§ 70-72, m a bisogna innanzi tutto considerare
che in quel tempo, in cui assai diffuse erano la miseria e la fame, l’attività
mercantile, ritenuta da sem pre speculatrice, più facilmente attirava la riprovazione
morale; inoltre un simile atteggiamento aveva radici nella cultura antica, alimenta­
ta da concezioni filosofiche che parteggiavano per l’ideale di una vita serena e
senza affanni. Più in particolare, nella letteratura l’attività del mercante che
affronta i rischi del mare era diventata un 'topos’ che si soleva contrapporre alla
vita agreste (si vedano i riferimenti nella m ia nota ad lo c.).
47 Hel. 20, 73-74.
48 Si veda in proposito V. M o n a c h in o , S. A m b ro g io e la cura pastorale a M ila n o
n el secolo IV , M ilano 1973, pp. 51-55 e J. S c h m it z , Gottesdienst im altchristlichen
M ailand, Kòln-Bonn 1975, pp. 31-34.
49 Per la strana lezione in ebrietate di Eccli 31, 32 (27) in H el. 12, 44 si veda la
mia nota ad loc.
50 Cf. supra nn. 20 e 21. Diam o la corrispondenza som m aria fra ciascuna omelia
e il testo di Am brogio: hom . de ie iu n io = §§ 1-39, hom. in ebriosos = §§ 42-66, hom.
exhort. ad s. baptisma = §§ 79-85.
51 Anche se per questo particolare aspetto dell’uso che Am brogio fa della fonte
m ancano indagini am pie e sicure (soprattutto m anca un’edizione critica di Basilio),
16 INTRODUZIONE

Fra le fonti occasionali possiamo annoverare Valerio Massimo,


6, 9, ext. 1 p er Hel. 12, 45 (episodio di Polem one) e Origene, in Ier.
hom. Lat. 2, 7 52 p e r Hel. 15, 56 s. (interpretazione del calix àureus
B abylon di Ie r 28, 7); cosi pure sembra certo che l'interpretazione
del nom e Naid 53 sia stata derivata dalla stessa om elia origeniana 54.
Da Senofonte, com m . 1, 4, 12 è tratta un ’espressione che Am brogio
applica a ll’incontinenza sessuale degli u b ria c h i55. In o ltre troviam o
num erosi echi di autori classici

e) I destinatari

I serm oni sono stati pronu ncia ti con ogni probabilità nelle
domeniche fra la festa dell’Epifanìa e l ’inizio della Quaresima. S i
comprende facilmente com e fosse opportuno che in vista del tempo
quaresimale il Vescovo trattasse temi particolarm ente attinenti a
quel periodo dell'anno liturgico, com e il digiuno, la conversione, la
lotta con tro il male. Ma a n cor p iù ci aiuta a precisare il tempo
l'esortazione finale rivolta ai ca tecu m en i56 perché si iscrivano nella
lista dei com petentes, candidati a ricevere il battesimo nella notte
di Pasqua. I l giorn o dell’Epifania il Vescovo annunciava la data
della Pasqua. In quel giorno a M ila no si aprivano le iscrizioni per
g li aspiranti al battesimo, che probabilm ente si chiudevano con
l ’inizio della Q uaresim a57. È ragionevole supporre che p ro p rio in
questo periodo A m brogio si rivolgesse ai catecum eni esortandoli con
fermezza a non procrastinare con vari pretesti il battesimo. Tuttavia
fra g li uditori sembra che fossero in m aggior num ero i cristiani
battezzati58.

non sarà inutile esam inare qualche interessante esempio. In Hel. 1, 1 A m brogio
cita Ps 80 (81), 4 attestando la singolare lezione in die frequenti, mentre in Basilio,
ieiun. 1 (PG 31,164 A) si legge, come nei Settanta, èv EÙcrrinv Tipip<?., da cui discende
la lezione comunem ente attestata per l’antica versione latina in die insigni. In Hel.
4, 7 A m brogio non si limita a citare, con Basilio, ieiun. 3 (PG 31, 168 A), il prim o
emistichio di Gen 2,17, ma aggiunge anche il secondo, facendo seguire osservazioni
che non ritroviam o nella fonte. Nem m eno il testo di Is 5, 11 s. in Hel. 15, 53
corrisponde a quello citato da Basilio, in ebr. 6 (PG 31, 456 A): la lezione basiliana
oi [xévovTEq t ò òipé (= Settanta) non trova alcuna corrispondenza in quella am brosia­
na q u i eb rii sunt uesperi e mentre in Basilio leggiamo |j,ETà yàp Hidàpaq x aì aùXwv
A m brogio ha cu m cithara en im et psalterio et tympanis (Settanta: i^e-cà yàp niflàpaq
xaì (Jja.XTT]piou xaì -ruijniàvwv).
52 SCh 238, p. 352; l’om elia ci è giunta in una traduzione latina di Girolamo,
m a p er il passo che ci interessa possediam o anche un fram m ento greco tramandato
nelle Catene (fr. 36, GCS 6, p. 216, 25 s.). La corrispondenza con il passo am brosiano
è stata rilevata da E. K l o s t e r m a n n , D ie U berlieferung der Jerem ia hom ilien des
Origenes, TU, N.F. 1, Leipzig 1897, pp. 60-61.
53 H el. 16, 58.
54 SCh 238, p. 358, 15 s. Invece Schenkl (C S E L 32, 2, p. X V IIII) rinvia a F il o n e ,
Cherub. 12.
55 H el. 16, 58.
56 Cf. H el. 22, 83-85.
57 Cf. MONACHINO, S. A m b ro g io e la cu ra pastorale..., pp. 57 s.
58 Cf. H el. 22, 83 si quis autem non est baptizatus, s e c u rio r co n u erta tu r rem issio­
nem a ccipiens peccatorum .
INTRODUZIONE 17

f) L’ascesi del digiuno 59

La pratica del digiuno ha o rig in i lontane, non solo n ell’A.T. ma


anche nel pensiero pagano antico. Poiché il cibo era considerato
l'appagamento di un istintivo bisogno corporale dell'uomo, varie
scuole filosofiche antiche e tardoantiche presero in considerazione
anche il digiuno nel delineare metodi di vita che permettessero
all'uom o di raggiungere il pien o d om inio su ciò che è materiale e
la liberazione dagli istinti sensuali. M aggior attenzione a questa
pratica dedicavano quelle corren ti di pensiero della tarda antichità
che erano pervase da aspirazioni ascetiche e m istich e60. N el cristia­
nesimo dei p rim i secoli, p u r con qualche incertezza iniziale collegata
al cambiamento delle prescrizioni giudaiche 61, la pratica del digiuno
ha numerose attestazioni62, che nel quarto secolo diventano ancor
p iù frequenti.
N on m eraviglia che in A m brogio si ritrovino, anche per tramite
della sua fonte greca, elem enti delle concezioni filosofiche 61, soprat­
tutto neopitagoriche e tardostoiche; ma ovviam ente — e si è già
visto — ciò che interessa ad A m brogio sono da un lato le profonde
radici che il digiuno ha nella Sacra Scrittura e nell'esempio di Cristo,
d all’altro il valore ascetico e salvifico di questa pratica che libera il

59 Si veda su questo tema una breve m a lim pida sintesi in E. DASSMANN, D ie


F ròm m ig keit des K irch en va ters A m brosius von M ailand, Mùnster (Westfalen) 1965,
trad. it. da cui cito: La sobria ebbrezza d ello spirito, Varese 1975, pp. 264-267.
60 Un quadro sui temi del cibo e del digiuno nella filosofia antica e tardoantica
è tracciato da T h . P ic h l e r , Das Fasten bei B asileios dem Grossen u nd im antikert
H eidentum , Innsbruck 1955, pp. 52-64 e in RACh, s. u. Fasten. Per i Padri greci si
veda H. M u s u r il l o , The P ro b le m o f ascetical Fasting in thè Greek Patristic Writers,
«Traditio», 12 (1956), pp. 1-64. Bisogna tuttavia tener presente che il digiuno filosofi-
co era un argom ento noto ad una ristretta cerchia di persone colte. Per la gente
comune, alla quale A m brogio si rivolgeva, il digiuno poteva anche essere un
argom ento nuovo; cf. H el. 4, 6 itaque ne terrenu m quis aut n o u e llu m putet esse
ieiunium ...
61 C f. J. SchUMMER, D ie a ltchristlich e Fastenpraxis m it besonderer B erusich tigu n g
der Schriften Tertullians, M unster 1933, pp. 95-99.
62 Accenno alle principali attestazioni sul digiuno nei secoli II-III. Didachè 7,
4: prescrive il digiuno prebattesim ale per i candidati al battesimo e per i ministri:
il digiuno è segno di conversione; un vago cenno sul digiuno prebattesimale è
forse rintracciabile in H el. 10, 34. E r m a , mand. past. 5, 1-5 (SCh 53, pp. 225-233)
esorta a digiunare per devolvere il prezzo del cibo a chi è bisognoso; un’idea
analoga si trova in Am brogio, Nab. 4,18 quam religiosum esset ieiu nium , si sum ptum
c o n u iu ii tu i deputares pauperibus! C l e m e n t e d ’A l e s s a n d r ia , paedag. 2, 1 (SCh 108,
pp. 10-45) non tratta espressamente del digiuno, m a del "cibo filosofico”. T e r t u l l ia ­
n o , De ie iu n io aduersus psychicos è la prim a opera cristiana dedicata interamente
al digiuno; in 3, 4 (C C L 2, p. 1260) si parla del digiuno come espiazione del peccato
originale causato dal cibo (cf. H el. 4, 7-8). ORIGENE, in Leu. hom . 10, GCS 29, pp.
440-445, tra l'altro tratta del rapporto digiuno-libertà (p. 445, 9-11); in proposito si
veda Hel. 1, 1 e 8, 23. A fr aat e , D em on stra tio i l de ie iu n io (Patr. Svr. 1, 97-136).
63 Qualche accenno al digiuno m edicinale in Hel. 8, 22 ie iu n iu m esi infirm itatis
adleuamentum, a lim en tu m salutis (non è però da escludere che qui si voglia anche
alludere alla medicina spirituale e alla salvezza soprannaturale, come osserva E.
Dassmann, La sobria ebbrezza..., p. 265, n. 176) e l i , 38-39. U n’allusione ad un tema
anch’esso dibattuto nell'antichità (cf. Th. PlCHLER, Das Fasten..., p. 64), come quello
del digiuno nell'attività ginnica e agonistica, in H el. 21, 79 ipse cibus ei (scii, athletae)
agonisticus datur.
18 INTRODUZIONE

cristiano dal peccato e lo riveste della grazia. Su questo p un to le


sue idee sono nette e vigorose: il digiuno assimila l ’uom o a Cristo
che con il digiuno ha vinto il diavolo M, il digiuno è sostanza e
rappresentazione del cielo, ristoro dell'anima, nutrim ento dello spiri­
to, vita degli a n g e li6S; la creazione del m ondo e la beatitudine del
paradiso terrestre coincisero con il digiuno, a causa del cibo com in ­
ciò il declino del m ondo e com parve il peccato 66; il digiuno è un
cibo spirituale che infonde vigore straordinario 67, è sacrificio di
rico n cilia z io n e 68.

g) Valore storico

Relativamente alla pratica del digiuno quest’opera ha un valore


storico quasi esclusivamente generico, nel senso, cioè, che v i trovia­
m o documentate le ragioni di fondo che anim avano allora, e in
seguito, la disciplina ecclesiastica su questa materia, a cu i la Chiesa
ha sempre attribuito una grande importanza in relazione al culto e
all'ascesi. Scarso invece il valore docum entario specifico; ma, da
questo punto di vista, almeno Hel. 10, 34 69 è interessante, perché
v i troviam o la prim a attestazione in Occidente del digiuno quaresi­
male 70 — se si esclude la Lettera Festale del 340 di Atanasio datata
da R om a 71 — e inoltre vi si precisa che a M ila n o dal digiuno
quaresimale era esclusa non solo la domenica, ma anche il sabato,
secondo la disciplina d’Oriente, che non ha altri riscontri nella
Chiesa occidentale. S i tratta di un particolare che conferm a l ’influen­
za degli usi orien ta li subita dalla Chiesa di M ila no al tempo del
pontificato d ì Aussenzio, predecessore di A m b ro g io 72.

2. De Nabuthae

a) Data

I l problem a della datazione del De Nabuthae non è stato definiti­


vamente risolto e l'incertezza degli indizi, nei quali gli studiosi hanno
cercato qualche appoggio p e r form ulare delle ipotesi, è tale che '
difficilm ente si potrà andare oltre l ’indicazione di un arco di tempo
un p o ’ p iù am pio di quello ipotizzato p e r il De Helia. Anche quella
certa concordia sui term ini estremi di tale periodo, com unemente

M Hel. 1, 1.
65 Ibid., 3, 4.
“ Ibid., 4, 6-7.
67 Ibid., 7, 19-20.
68 Ibid., 9, 31.
69 Cf. ibid., 10, 34 considera. Quadragesima totis p ra eter sabbatum et d om in ica m
ie iu n a tu r diebus.
70 Cf. DAL 2, 2, c. 2142.
71 PG 26, 1413.
72 Cf. DTC 2, 2, c. 1731.
INTRODUZIONE 19

accettati, non si fonda su precisi e inconfutabili dati di fatto; è però


ragionevole ritenere che il trattato sia stato com posto dopo il 386 e
prim a del 395. In questo period o di tempo si accentra l'interesse di
Am brogio p er la storia di Naboth, com e attestano diversi luoghi di
opere certamente composte in questo p e rio d o 73.
P er una datazione tarda a ll’interno di questo decennio si sono
espressi i M a u rin i1A, T ille m o n t15, B a lle rin i16, F o rs te r11, K e lln e r78
e D ud d en79. I l lo ro orientam ento poggia su un passo della biografia
di Am brogio scritta da Paolino, in cu i si parla dell’afflizione di
Ambrogio, negli u ltim i anni di vita, p er il diffondersi del vizio
d ell’avidità 80.
Recentemente questa indicazione non ha avuto seguito p er la
labilità d ell’argomentazione, mentre si è dato p iù credito a ll’opinione
di W ilb ra n d 81, fatta propria da M cG uire 82, da Palanque 83 e dalla
Mara 84. Secondo questa ipotesi, il De Nabuthae va associato agli
altri due trattati, il De H elia (387-390) e il De Tobia (dopo il 386),
accostato «//Explanatio Ps. 1 (dopo il 386) e a//’Exam eron (386-387),
in quanto in tutte queste opere A m brogio utilizza com e fonte Basilio.
Dunque anche il De Nabuthae andrebbe collocato nel periodo
386-390, negli anni dell’influenza basiliana. Penso che c i si debba
fermare a queste proba bili considerazioni e che ogni ulteriore tentati­
vo di precisazione sarebbe senza solidi fond am enti8S.

b) Caratteri generali

La questione se il De Nabuthae sia com posto da sermoni, com e


il De H elia e il De Tobia, ha avuto una risposta solo genericamente
positiva. Un fatto è sicuro: n e ll’opera mancano quei chiari indizi

73 Tutti qu esti lu o g h i so n o sc h em a tic am e n te elen cati d a V.R. VASEY, The S ocia l


Ideas..., p. 22.
74 Cf. PL 14, 765-766.
75 T il l e m o n t , M émoires..., X , 293.
76 P.A. B a l l e r in i , S. A m b ro sii opera om nia, I, M ediolani 1975, p. 724.
77 Th. FORSTER, A m brosius B is ch o f vo n M a ila n d E in e D arstellung seines lebens
und Wirkens, H alle 1884, p. 95.
78 J. KELLNER, D e r hi. Am brosius, B isch of vo n M ailand, als E rk la re r des Alten
Testamentes, Regensburg 1893, p. 122.
79 F.H. D udden, The life and tim es o f St. Am brose, II, O x fo rd 1935, pp. 585 s.
80 P a o l in o , uita A m b ro sii 41 ( B a s t ia e n s e n , p. 106).
81 W. W il b r a n d , Z u r C h ron olog ie ein ige r S chriften des hi. Am brosius, «H ist.
Jahrbuch», 41 (1921), p. 19, che riprende e sviluppa un’opinione di M. IHM, Studia
Am brosiana, Leipzig 1889, pp. 19 s.
82 M . M c G u ir e , S. A m b ro sii de Nabuthae. A Com m entary w ith an In tro d u c tio n
and Translation, Washington 1927, p. 3.
83 P a l a n q u e , Saint Ambroise..., p. 528, che tuttavia osse rva : «q u a n t a u De N abu­
thae, il ne c o m p o rte a u cu n c ritè re c h ro n o lo g iq u e ».
84 M .G . M a r a , A m b rogio. La storia di Naboth, L’A q u ila 1975, pp. 10 s.; si v e d a n o
a n c h e A. P a r e d i , S. A m b ro g io e la sua età, M ila n o I9602, p. 543; A. P o r t o l a n o , La
dim ensione spirituale della p rop rietà nel De Nabuthae Jezraelita di A m b ro gio, N a p o li
1973, pp. 98-106.
85 V a s e y , The S o cia l Ideas..., pp. 22 s., p e n sa a l 389 con P a l a n q u e , S a in t A m ­
broise..., p. 224.
20 INTRODUZIONE

che rivelano nelle altre due l ’o rigine oratoria. Tuttavia fra g li studiosi
è diffusa l'opinione che in questo trattato sarebbe utilizzato un
materiale proveniente da s e rm o n i86. Sarebbe anche questa un ’opera
p e r la quale A m brogio ha fatto uso di registrazioni tachigrafiche di
s e rm o n i87. Tale materiale sarebbe stato profondam ente rielaborato
e riform ulato in m odo che la prim a impressione che il lettore ne
ricava è quella di trovarsi di fronte ad u n ’opera scritta a tavolino.
D al punto di vista letterario 88 vi troviam o infatti le m ig lio ri pagine
di Am brogio scrittore, sia per la chiarezza e il vigore del pensiero
che p er il rilievo altamente dram matico dato ai sentim enti umani,
oltre che p er lo stile assai curato.
Anche se non evidenti, troviam o però degli indizi che, considera­
ti nel loro insieme, ricond ucono a ll’origin e oratoria del trattato. Uno
di questi è rintracciabile, com e osserva Vasey89, n e ll’inizio. I l De
Nabuthae inizia ‘ex abrupto' senza un m in im o dì proem io che solita­
mente introduce il lettore nell'argomento, anche quando si tratta di
opere che evidentemente raccolgono dei sermoni. Per non andare
lontano si vedano g li esordi del De H elia e del De Tobia. L'inizio
del De Nabuthae sarebbe problem atico, se non si presupponesse la
lettura del passo biblico ove si narra la storia di Naboth (3 Reg
20[21]); p iù volte in altre opere A m brogio si riferisce esplicitamente
alla lettura biblica proclam ata prim a della p re d ic a 90. In o ltre la
vivacità dell'esposizione, l'assenza di riflessioni dottrinali, il ricorso
agli aneddoti richiam ano i caratteri dell'oratoria ambrosiana 91. Ma
vi è anche un indizio più preciso che ci rivela che nell'opera è
rimaneggiato materiale preesistente: una frattura tra la fine del § 60

86 C. S c h e n k l , C S E L 32, 2, p. V I, mettendo a confronto su questo problem a il


De N abuthae con il De Helia, afferm a: «in libello de Nabuthae non tam certa
pristinae formae docum enta insunt, sed ex tota eius dispositione, ex agendi ratione
et elocutione eum ad serm ones redire intellegitur». Della m edesim a opinione
sono M c G u ir e , S. A m b ro sii de Nabuthae..., p. 9; P o r t o l a n o , La dim ensione spirituale...,
pp. 97 s. e M a r a , La storia di Naboth..., pp. 46 s. L’ipotesi è stata recentemente
ripresa e sviluppata da VASEY, The S o c ia l Ideas..., p. 31, con delle considerazioni
che ritengo di dover condividere.
87 Sarebbe anche il caso d eli'A p olog ia prophetae Dauid, secondo la tesi di E
C l a u s , La datation de l'A p olog ià prophetae D auid et l'A p olog ià D auid altera, in
A m brosius Episcopus. Atti del Convegno Internazionale..., 1, M ilano 1976, p. 176.
88 P. DE L a b r io l l e , S a in t A m broise, Paris 1908, p. 259, trova nel De N abuthae la
ripresa dell'invettiva degli scrittori satirici e moralisti rom ani contro l'avidità. Il
vigore espressivo di alcuni passi dell'opera è sottolineato da L. L e h a n n e u r , Une
page de saint Am broise, in M élange Boissier, R e c u e il de m ém oires co n cern a n t la
littérature et les a ntiquités rom aines, Paris 1903, pp. 337-343.
89 V a s e y , The S o c ia l Ideas..., p. 31.
90 A c c e n n o s o lo a q u a lc h e e s e m p io : p e r il De H elia si v e d a q u i s o p r a la n o ta
19; il De Tobia in iz ia p r o p r io c o n il r ife r im e n t o a lla le t t u r a b ib lic a ; si v e d a a n ch e ,
a p r o p o s it o d e l l ’ A p ologia D auid altera, q u a n t o è s ta to o s s e r v a t o d a F. C la u s , La
datation..., p. 176, n o ta 16.
91 Le interiezioni, le apostrofi, le interrogazioni, la form a espositiva insistente­
mente colloquiale, la ripetizione di certi concetti accostano quest’opera ad altre
sicuramente com poste da sermoni. Penso che a questa tesi non si d e b b a contrap­
porre l’espressione di Nab. 4, 18 h oc ideo scribo..., che attesta solo la rielaborazione
definitiva dell'opera prim a della pubblicazione; non diversam ente è accaduto per
il prim o libro del De Abraham, anch’esso composto da sermoni, che inizia con le
parole Abraham lib r i h uius titulus est (C S E L 32, 1, p. 501, 1).
INTRODUZIONE 21

e l'inizio del § 61. I §§ 61-69 contengono il com m ento del Salm o 75


(76), solo in parte, e faticosamente, connesso con il tema del trattato.
È stato osservato che la form a letteraria del De Nabuthae
richiama fortem ente quella della diatriba cinico-stoica 92. Vi ritrovia­
mo, infatti, i caratteri del genere filosofico popolare: costante riferi­
mento alla vita, concretizzazione e personificazione di concetti astrat­
ti, colorite descrizioni di situazioni, tenore colloquiale dell'esposizio­
ne, domande e obiezioni di in terlocu tori immaginari, esemplificazio­
ni, aneddoti, artifici retorici, quali i g ioch i di parole, per una facile
presa sull'uditorio. Ma se queste caratteristiche form a li sono com uni
alla predicazione ambrosiana in genere, per questo trattato è assai
consistente l'influsso del pensiero etico cinico-stoico. S i pensi per
esempio al concetto dell'uso com une cu i sono destinati i beni della
terra.

c) Contenuto

I l De Nabuthae non è un ’opera esegetica, anche se p iù di altre


— penso al De H elia e al De Tobia — ha com e punti dì riferim ento
un racconto e dei personaggi biblici. È piuttosto una trattazione su
un tema importante p e r la catechesi cristiana: la ricchezza e i vizi
ad essa collegati — l ’avarizia, l'avidità, la sopraffazione.
La storia di Naboth è sempre attuale (1, 1: usu cottidiana),
perché è emblematica di un com portam ento che si ripete ogni g iorn o:
l'oppressione del povero da parte del ricco 9Ì. E già nel p rim o para­
grafo p o ch i energici tratti bastano a dipingere tragiche, sconvolgenti
im m agini dell'universale devastazione provocata dall'avidità dei ric­
ch i: il genere umano cacciato dalle sue terre, la migrazione come
un corteo funebre, la sofferenza p iù grave di un lutto di morte. P o i
l ’enunciazione di un p rin cip io del diritto naturale 94, che contiene
il giudizio di A m brogio sulla ricchezza e sulla proprietà.
I l ricco, in realtà, è povero, perché non è m ai sazio di ricchezze
(2, 4-9); è infelice, perché è invidioso della ricchezza altrui (2, 6-10).
I l ricco è irrazionale, anzi demente: il suo com portam ento è dettato
solo dall’istinto d ell’avidità e non trova rispondenza nem meno nel
m odo di vivere degli animali. P u r di possedere non tien conto della
vita altrui ed egli stesso è disposto a soffrire la fame per accrescere
i suoi beni (3,11 - 4,18). M entre il ricco sperpera nel lusso, il povero
è spinto dalla necessità a vendere un fig lio p er sfamare gli altri; la
sofferenza e le incertezze del genitore sono descritte in una pagina
di intensa drammaticità e alto valore letterario: questa volta è il
povero che si trova in una situazione che non ha l ’eguale nel m ondo

92 J. H u h n , De Nabuthae. Des h eiligen K irch en va ters A m brosius W arnung v o r


der H absucht und M a h n u n g zum Alm osengeben, Freiburg 1950, pp. 125-129; V a sey ,
The S o c ia l Ideas..., pp. 31-42.
93 A questa situazione sociale, in cui la sopraffazione del grande proprietario
ai danni del piccolo possidente è diventata consueta, A m brogio accenna molto
spesso nelle sue opere. Si vedano i riferimenti in Nab. 3, 11, nota 1.
M Nab. 1,2 in co m m u n e om nibus, diuitib u s atque pauperibus, terra fundata est.
22 INTRODUZIONE

degli animali. In utilm en te egli confida n ell’umanità del ricco e tenta


la via d ell’im plorazione: il ricco si preoccupa p iù del lusso sfarzoso
delle p rop rie vesti e dei p ro p ri g io ie lli che delle disgrazie del povero
(4, 19 - 6, 26). Eppure il possesso delle ricchezze non porta alcuna
vera utilità; anzi, la parola stessa, ricco (dis/Dis), evoca il regno
della morte, e la parabola evangelica del ricco epulone ammonisce
non solo sull'inutilità delle ricchezze, ma invita a distribuire ai
p overi i beni m ateriali per accum ulare p iù validi e duraturi tesori
spirituali (6, 27 - 8, 38). Da questa considerazione consegue l ’esorta­
zione alla m isericordia e alla generosità verso i poveri, l'in vito a
superare falsi p re g iu d izi95 e a ricordare la beatitudine evangelica
(8, 38-40). Ma l ’a ppello è inutile, perché il ricco è rapace e spietato
n e ll’a ccum ulare ricchezza, com e Gezabele. Se non può soddisfare la
passione, si rattrista. A llora ricorre al delitto, attirando su di sé la
severa condanna divina (9, 41 - 11, 49). N on è possibile infatti
nascondere le colpe a Dio. E m eglio dunque dare le ricchezze ai
poveri, restituendo ciò che è lo ro dovuto (12, 50-53).
I l ricco è superbo, ritiene d'essere superiore per i suoi titoli
nobiliari, p er l'oro, per i beni che possiede; ma il lusso in cu i vive
10 condanna di fronte al povero affamato. E intanto egli non è felice
perché schiavo delle ricchezze: non sa usarle p e r acquistare i tesori
della grazia; in realtà è un bisognoso, perché g li manca la luce di
D io (13, 54 -14, 62). N o n ha la pace di Cristo, monta i cavalli delle
passioni, che non sa tenere a freno, e cosi va incon tro al giudizio
divino (15, 63-65). È dunque ora che i ricch i si ravvedano, che
facciano opere di misericordia, per evitare la fine di Achab (16,
66-69). In fin e A m brogio scioglie un'obiezione sulla m orte di Achab
(17, 70-73).

d) La fonte

A parte la Sacra Scrittura, la fonte principale del De Nabuthae


sono due om elie di Basilio: in illud dictum, Destruam (PG 31,
261-277) e in diuites (ibid., 277-304).
È noto che in tema di originalità sono state rivolte ad Am brogio
critiche anche aspre da coevi e da m o d e rn i96. P er quanto riguarda
11 De Nabuthae si p u ò dire che egli utilizza la fonte con grande
libertà attingendo qua e là dall’una e dall'altra omelia senza altro
ordine se non quello dettato da esigenze interne del p ro p rio testo 91.
I l materiale mutuato è m eno consistente che in altre opere ed è
stato profondam ente rielaborato, tanto che, anche sotto questo aspet­
to, non affiorano indizi di improvvisazione 98. Si deve tener conto

95 Nab. 8, 40 sed fonasse dicas q u od u u lgo soletis d icere: n on debemus donare


ei c u i deus ita maledixit, ut eum egere uellet.
96 Per i riferimenti bibliografici si veda Vasey, The S o cia l Ideas..., p. 55, nota 1.
97 Cf. C. Schenkl, C S E L 32, 2, p. X V IIII in h o c (scil. lib r o ) conta m ina tione
quadam... usus est.
91 Anche quando A m brogio cita la Sacra Scrittura sulla scia di Basilio, non
attinge la citazione dalla fonte greca, m a dal proprio manoscritto della B ibbia
INTRODUZIONE 23

inoltre che le im pronte di Basilio non vanno oltre il § 59 e che i


paragrafi seguenti, dedicati in massima parte al com m ento del Salmo
75, sono totalmente ambrosiani. O riginale è anche la scelta di com ­
mentare l ’episodio di Naboth, che non ha veri e p ro p ri precedenti
nella letteratura patristica sia latina che greca
Bisogna però ammettere che l ’influenza, anche se non rilevante
in estensione, sembra essere stata incisiva sulle idee di fondo che
guidano l ’esposizione di Am brogio. Voglio qui rammentare solo il
concetto di consors naturae, che è a fondamento di diverse riflessio­
n i di Am brogio e che si trova in Basilio 10°.
N on sembra invece che la dipendenza sminuisca il valore storico
dell’opera, che è considerata importante docum ento p e r delineare il
quadro dei p roblem i econ om ici e sociali d ell’età di Am brogio; anche
perché è stato mostrato che da questo punto di vista non vi erano
grandi differenze fra Cappadocia e Italia settentrionale 101.

e) La prop rietà d ei ricchi

È a tutti nota la vivace discussione, protrattasi per lungo tempo,


sulla questione della proprietà privata in Am brogio. N el dibattito,
che in qualche caso ha varcato i lim iti dell'ambito strettamente
scientifico e raggiunto i toni di aperta polem ica 102, sono comparsi,
non senza qualche forzatura, term ini e concetti com e ‘com uniSm o’
e ‘socialism o’ 103.
Anche se la discussione comprende im portanti passi di altre
opere ambrosiane, il De Nabuthae è p iù direttamente coinvolto,
perché espressamente dedicato ai temi della proprietà e della ricchez­
za. In questa sede m i lim iterò ad alcune brevi osservazioni che
tengono conto del dibattito trascorso, ma senza ripercorrerlo.

latina, come si è già detto a proposito del D e H elia (cf. supra, nota 51). Per il De
N abuthae si confronti, per esempio, il testo di L e 12, 17-19 in Nab. 6, 29 con BASILIO,
in illud, Destruam 1 e 5 (PG 31, 261 C e 273 A).
” Su questo punto cf. M ara, La storia d i Naboth..., pp. 35-37.
100 Cf. B a s il io , in illud, Destruam 1 (P G 31, 264 A): oùx èp.vf)ih] rrjt; xoivf|<;
cpuuEiot;. Su questo punto si veda, com unque, M. P o ir ie r , “Consors naturae” chez
saint Am broise, in A m brosius Episcopus. Atti del Congresso internazionale..., 2,
Milano 1976, pp. 325-335.
101 C f. L. C r a c c o R u g g in i, E c o n o m ia e società n e ll’Ita lia annonaria, M ila n o 1961,
pp. 14-16.
102 Ricordiam o il polem ico articolo di C. M archesi su «l'U n ità» del 12 aprile
1950 e la replica ne « L ’Osservatore R om an o» del 14 aprile 1950 di P. Romano.
103 A.O. LOVEJOY, The C om m u n ism o f St. A m brose, «Journal o f thè History of
Ideas», 3 (1942), pp. 458-468; G. SQUITIERI, I l preteso com u niS m o di S. A m brogio,
Sarno 1946; S. Giet, La d octrin e de l'a p p rop ria tion des biens chez quelques-uns des
pères. P eu t-on p a rle r de com m u n ism e?, «R e ch S R », 37 (1948), pp. 55-91; S. C a l a f a t o ,
La p roprietà privata in S. A m b rogio, Rom a 1958; A. BlEGELMAIER, Z u r frage des
Sozialism us u nd K om m u n ism u s in Christentum d er ersten drei Jahrhunderte, «B ei-
tràge zur Geschichte des christlichen Altertums und der byzantinischen Literatur».
Festgabe A. Ehrhard, Am sterdam 1969, pp. 73-93; L. N d o l e l a , Le com m u n ism e
o rig in e l dans le De officiis d'Am broise de M ila n , «Justice dans le m onde», 12 (1970),
pp. 217-237. Per altra bibliografia si veda E. F r a t t in i , P roprietà e ricchezza nel
pen siero d i Sa nt'A m brogio, «Riv. Intern. di Filos. del Diritto», 39 (1962), p. 745, nota 2.
24 INTRODUZIONE

Innanzi tutto il problem a va inquadrato attentamente nella


situazione storica — econom ica e sociale — della fine del quarto
secolo. Anche su questo argom ento A m brogio non si com porta com e
un teorico, ma com e un pastore che osserva e prende spunto dalle
realtà del suo tempo p e r form ulare un adeguato insegnamento m ora­
le. Ora la condanna di Am brogio, indiscutibilmente chiara, è rivolta
con tro la grande proprietà, con tro il latifondo im produttivo e inva­
dente che cacciava dalla campagna i p ic c o li proprietari spingendoli
verso la città e la miseria. Da osservatore pragmatico, A m brogio
vede in quella proprietà la causa del dissesto econ om ico e sociale,
perciò la giudica non un diritto, ma un abuso. La condanna dunque
è diretta con tro la proprietà dei ricch i e con tro le loro pretese di
esclusività 104, non semplicemente e astrattamente con tro la p rop rie­
tà 105. In o ltre non solo le ragioni di ordine sociale, ma an cor p iù
valutazioni m ora li sui vizi, che si accom pagnano alla ricchezza,
rendono veemente e appassionata l ’invettiva di Am brogio.
Contesto storico-culturale, temperie politica e sociale del nostro
secolo hanno forse acceso l ’interesse di alcuni studiosi p e r il p rim o
elemento d ell’a ssociazione proprietà-ricchezza, mentre Am brogio,
animato soprattutto da m otivazioni m ora li e spirituali, era portato
a considerare p iù importante il secondo. Le con clusioni a cu i egli
perviene non sono politich e e nem meno sociali, ma evangeliche: i
ricch i distribuiscano ai p overi le ricchezze m ateriali p er acquistare
quelle eterne.

f) Esegesi biblica (interpretazione di 3 R eg 21 [20], 22-24)

I l De Nabuthae è p iù fortemente ispirato dal racconto biblico


e p iù frequenti riferim enti ad esso contiene che non il De H elia e
il De Tobia. Della storia di Naboth, Am brogio fa un uso immediato,
perché l ’insegnamento m orale è già esplicito nel senso storico-lettera­
le della narrazione. Su questo piano si mantiene, in genere, anche
l ’utilizzazione delle numerose citazioni dell'A.T. e del N.T. sparse
nell'opuscolo. S i distingue l ’interpretazione del Salmo 75 (14, 61 -16,
69), che si pone ad un livello sovraletterale e si avvale anche
d ell’allegoria per trarre dal testo significati m ora li e spirituali.
Spero di non divagare se ora m i attardo ad esaminare un singolo
passo del trattato, la cu i discussione potrebbe essere utile p er illu m i­
nare un angolo, sia p u r ristretto, di quel vasto cam po di indagine
che è il metodo esegetico di Ambrogio.
In Nab. 17, 72 A m brogio risponde ad un ’obiezione che egli stesso
aveva riferito in precedenza (17, 70). Achab — si obiettava — , n ono­
stante che avesse fatto penitenza p er il suo peccato e D io avesse
promesso di non far ricadere su di lu ì la punizione, fu ucciso. Perciò,
o la penitenza non è efficace o D io non mantiene le promesse. La

104 Cf. Nab. 1, 2.


105 Cf. D. G o r d in i , La p rop rietà secondo S. A m b rogio, « A m b r o s iu s » , 33 (1957),
pp. 18-24.
INTRODUZIONE 25

risposta al dilemma, secondo Am brogio, sta nella successiva narra­


zione di 3 Reg 21 (20), 22-41: Achab fu ucciso non per il delitto che
aveva commesso con tro Naboth, ma per essersi com portato da stolto
ed aver disobbedito a D io in seguito 106, quando, dopo aver vinto e
catturato il re di Siria, contravvenendo a ll'ora colo del profeta, rispar­
m iò il re nem ico e g li permise di tornare sul trono e di riprendere
cosi la guerra con tro Israele. Questa spiegazione è fedele, in sostanza,
alla narrazione biblica. Ma è intorno alle citazioni di 3 Reg 21 (20),
22-24 che sorgono dei p rob lem i testuali ed esegetici
Sulla questione si è già espressa M.G. Mara 107 con delle osserva­
zioni che in parte ora riprendo nel tentativo di p roporre qualche
ulteriore chiarimento.
Da notare che per il testo della Vetus Latina di 3 Reg 21 (20),
22-24 non si conoscono altre testimonianze oltre quella di A m bro­
gio 108; bisognerà perciò tenere presente il testo dei Settanta da cui
discende la Vetus Latina.
I l p rim o interrogativo sorge, com e osserva la M ara 109, a proposi­
to di dixisset, che introduce la citazione di 3 Reg 21 (20), 23. Secondo
il testo originale e i Settanta, sono i servi del re di Siria che parlano,
perciò c i saremmo attesi dixissent (lezione attestata, ma in cod ici
deteriori); invece pare p ro p rio che nel testo di Am brogio il soggetto
sia il re di Siria, perciò si dovrà approvare dixisset. Segue la
citazione: deus m ontium deus Istrahel et non deus Baal; ma al
posto di et non deus Baal la lezione giusta dovrebbe essere et non
deus uallium 110 dal greco x a i où ùeòq xotXàSiov. Per i Settanta, che
riprod ucono il senso originale, i servi del re di Siria, in previsione
della ripresa della guerra con tro Israele, danno al loro signore un
suggerimento tattico che si basa su un giudizio abbastanza dispregia­
tivo sulla potenza del D io d'Israele: poiché ii D io d’Israele è forte
sui monti, ma non in pianura, si affronti l'esercito nem ico in battaglia
campale. N el contesto am brosiano il versetto ha tutt'altro significato.
La frase — com e abbiamo appena detto — è attribuita al re di Siria
e suona com e un om aggio al D io d'Israele che è esaltato com e «D io
dei m on ti». Per questo riconoscim ento il re di Siria si guadagna,
secondo Am brogio, l'aiuto divino. Ma d'onde viene l'espressione et
non deus Baal? È da considerare testo b ib lico ? in . Una spiegazione

106 Secondo la disposizione del testo nei Settanta e nella Vetus Latina, ché
nell’originale e nella Vulgata i capitoli 20 e 21 sono disposti in ordine inverso,
come indica il num ero fra parentesi.
107 M a r a , La storia d i Naboth..., p p . 40-45.
101 P. SABATIER, B ib lio ru m sa croru m Latinae uersiones antiquae seu Vetus Italica,
I 2, Parisiis 1721, ad loc.
109 M a r a , La storia d i Naboth..., p. 41.
110 Di questa lezione esistono forse altre attestazioni in Am brogio: cf. infra
nota 116.
111 C. S c h e n k l , C S E L 32, 2, p. 505, 10 e M a r a , La storia d i Naboth..., pp. 41 s.
escludono che si tratti di testo biblico; di parere opposto è M c G u ir e , S. A m b rosii
de Nabuthae..., pp. 1 s. In mancanza di una dichiarazione o di un esplicito segnale
da parte di Am brogio, è im possibile per noi decidere con sicurezza se la frase è
da intendere come parafrasi am brosiana del testo biblico, oppure testo biblico
m anipolato: vedrem o che manipolazione c'è stata nei versetti successivi. Personal-
26 INTRODUZIONE

plausibile potrebbe essere questa: Am brogio non ha colto l ’autentico


significato dei versetti b iblici che aveva sotto g li occhi, ma v i ha
intravvisto un senso che si prestava a sostenere il suo discorso sulla
lealtà di D io verso Achab, p erciò non ha esitato a sollecitare il testo
bib lico in quella direzione. Una spiegazione, che rivela quale indiriz­
zo abbia preso l ’interpretazione del nostro Autore, è costituita dal­
l ’espressione: m onitus inquam erat eo quod Syriae regis pueris
deberetu r gratiae caelestis auxilium. Anche l ’espressione et non
deus Baal potrebbe essere una parafrasi con c u i Am brogio ha volu to
chiarire la frase et non deus uallium che egli leggeva nel testo
b iblico e che nel contesto in cu i andava inserita non pareva abba­
stanza perspicua. Indicando con il nome di Baal il «d io delle v a lli»,
antagonista del D io d’Israele detto « D io dei m on ti», ha volu to tradur­
re una contrapposizione di sim boli un p o ' enigmatica p e r il lettore
in una p iù nota e concreta antitesi: Jahvè/Baal.
D i seguito leggiamo: Prop ter hoc, inquit, obtinuerunt pro n o­
bis. Seguendo i Settanta, dovrem m o cosi intendere queste parole
del re di S iria: p ro p rio perché hanno potuto combattere su un
terreno a loro favorevole, sui m onti, gli Israeliti ci hanno sconfitti.
In Am brogio, invece, è ragionevole pensare che con tin u i il discorso
del re di Siria, che, cioè, il soggetto di inquit sia lo stesso di dixisset;
lo fa pensare anche la concatenazione logica di prop ter hoc. «P e r
questo — dice (il re di S iria) — hanno vinto di fronte a n o i» (oppure:
«a l nostro p osto» ÌU), p ro p rio perché il D io d'Israele è potente 113.
La citazione del passo biblico prosegue: et ideo, inquit, si non
plene obtinuerim us eos, in locum Syriae regis satrapas consti­
tue U4. Con questa frase riprende a parlare il profeta: la sua am m oni­
zione rivolta ad Achab era iniziata con due im perativi (l’autorità
divina che si esprime nelle parole del profeta), cognosce et uide,
ed ora è continuata in m odo im perativo (constituej. «S e non riuscire­
mo — dice (il profeta) — a vin ce rli com pletam ente» 115 — a m otivo
d ell’aiuto divino che la professione del re di Siria ha m eritato agli
Aram ei — «m etti al posto del re di Siria dei satrapi», perché vengano
m eno agli Aram ei il valore e la forza che il re favorito da D io
infondeva lo ro 116. Le parole et id eo non hanno corrispondenza nei

mente propen do per la prim a ipotesi, m a non sarebbe rilevante per la spiegazione
che sto per dare se fosse vera la seconda.
112 Non è facile intendere con precisione il grecism o ob tin u e ru n t p r o nobis, di
cui non sono registrati equivalenti esem pi nel ThlL.
113 La M ara (pp. 41 e 44) pensa che il soggetto di in q u it sia il profeta (Elia),
che qui riprend erebbe l’amm onizione al re Achab iniziata poco sopra.
IH Da notare che si n on ob tin u erim u s eos è una traduzione solo apparentem en­
te fedele della frase interrogativa eì p-ì) xpot-rauócronEv ìmèp a u T o u q . In più Am brogio
muta la connessione sintattica, subordinando si non ob tin u erim u s eos alla proposi­
zione seguente in locum ... che nel testo greco è separata da una frase intermedia
omessa da A m brogio x a ì. t ò pfjua t o ù t o tcoit| 0"ov.
115 La M a ra (p. 41) interpreta diversamente.
116 A questa mia interpretazione si potrebbe, forse, obiettare la difficoltà di
riferire i due in q u it a due soggetti diversi. A tal proposito bisogna osservare che
in A m brogio in q u it non è sentito com e un verbo strutturalmente funzionale nella
sintassi del discorso con uno specifico soggetto da identificare volta per volta,
ma com e uno stereotipo che ha la funzione di segnalare una citazione biblica.
INTRODUZIONE 27

Settanta e sono state introdotte, p e r raccordare il discorso del profeta,


da Ambrogio, il quale, però, ha volu to connotarle com e testo biblico
(come parole del profeta), facendole seguire da inquit, che il nostro
Autore usa, secondo la regola, non p er introdurre una citazione,
ma frapposto alle parole citate. Verosimilmente anche piene è stato
aggiunto da Am brogio, e tuttavia bisognerà, di fatto, considerarlo
com e parte del testo biblico, perché ha la funzione di ritoccare il
senso della citazione per adeguarla all'interpretazione d ell’insieme.
Per questa stessa ragione è stata rimaneggiata anche la frase successi­
va in locum Syriae regis satrapas constitue che non corrisponde
alla versione greca.
N on vi sono ragioni, a m io parere, per pensare che Am brogio
abbia consapevolmente rifiutato la giusta interpretazione, che avreb­
be potuto ben adeguarsi all'econom ia del suo discorso. Possiamo,
invece, individuare due diverse cause che insieme lo hanno sviato:
una estrinseca, l'altra interiore.
Innanzi tutto bisognerà chiedersi quale giudizio sulla struttura
sintattica di 3 Reg 21 (29), 22-24 ha permesso ad Am brogio di
ricollegare la frase et ideo, inquit... con l'am m onizione del profeta,
dal m om ento che vi è una notevole distanza fra quel spggetto e le
parole che Am brogio g li ha voluto attribuire. Io penso ad un ’ipotesi
che potrebbe gettare un p o ' di luce su ll’intera questione. A l versetto
22 inizia l ’am m onizione del profeta rivolta al re Achab; Am brogio
ha probabilm ente inteso che tale discorso diretto con tin u i fin o a
comprendere non solo tutto il v. 22 — com e è in realtà — ma anche
i vv. 23 e 24. Cosi anche le parole del re di Siria (deus montium...
prop ter hoc.. J sarebbero state intese com e riferite non dall’agiografo
cronista di 3 Reg, ma dal discorso che il profeta rivolge ad Achab.
Questo particolare im portante c i è svelato dal testo stesso di A m bro­
gio che alla dichiarazione del re di Siria premette m onitus inquam...,
evidentemente « avvertito» dalle parole del profeta.
La seconda causa è interiore, costituita da quella certa predispo­
sizione di A m brogio a cogliere nella Scrittura i sensi sovraletterali,
particolarm ente in presenza di im m agini bibliche che subito evocano
nella mente dell’esegeta una preesistente interpretazione allegorica.
P er Am brogio, una di queste imm agini, quasi un sim bolo dal signifi­
cato inequivocabile, è data dall'antinom ia monte/valle. I l monte
rappresenta il p o lo positivo, la sublimità, la potenza di D io ed anche
la santità e le virtù d ell’uom o. La valle è il p o lo negativo, simboleggia
il male, la lontananza da D io, i vizi e il peccato dell'uom o ll7. Questa

117 L’immagine m onte/valle è evocata e commentata spesso da Am brogio: exp.


Lue. 3, 26 (C S E L 32, 4, p. 117, 26 s.) ille m ente su b lim is Esaias g lo ria m dei uidit,
quae u id eretu r in m ontibus, n o n in co llib u s; ibid., 8, 39 (p. 409, 11 s . ) ... u t excelsorum
uertice possis em in ere m e rito ru m ; deus en im m o n tiu m et n o n deus u a lliu m est, Abr.
1,2, 5 (C S E L 32, 1, p. 505, 17 ss.) ideoque n o n in uallibus, sed in m o n te tabernaculum
sibi lo ca u it (scil. A braham ), quia deus m o n tiu m est et n on uallium-, expl. ps. 43 51
(C S E L 64, p. 297, 8 ss.) sed ostendere dignatus prop ositu m , q u o d eos, quos p rim o
elegerat (scil. deus), nequaquam refutare cu piebat et saepe deuios et errantes tamen
p a tern o quodam reuocare quaerebat affectu. Sed u b i ipsi a u ctorem p ro p riu m relique­
runt, sciens se deum m o n tiu m esse, n o n u a lliu m et regn um ca eloru m n on a fastidienti-
28 INTRODUZIONE

m em oria esegetica si è imposta sul senso letterale autentico del­


l'espressione deus m ontium deus Istrahel et non deus uallium ed
ha irrim ediabilm ente avviato un'interpretazione il cu i coerente svi­
luppo ha richiesto che fossero forzate le successive difficoltà te­
stuali 118.

3. D e Tobia

a) Autenticità e data di com posizione

In passato, a partite da Erasm o 119, non sono mancati avversari


dell'autenticità del De Tobia. L ’obiezione pareva fondata su una
eccessiva elaborazione retorica del trattato ritenuta inconsueta per
Am brogio. Ma già i M a u r in i120 respinsero tale opinione e rivendica­
rono la paternità d ell’opuscolo ad Am brogio. I l contenuto e la struttu­
ra in generale d ell’opera, appaiono chiaramente ambrosiani, e non
mancano significativi parallelism i con luoghi di altre opere di Am ­
brogio, com e si dirà p iù oltre. La prova sicura dell'autenticità è data
da Agostino che cita due passi del De Tobia 121.
Quanto alla datazione si è data molta importanza alla menzione
che A m brogio fa degli Unni, che vennero a contatto con l ’Im pero
negli anni 375-376 122. I M a u rin i pensarono, quindi, che il De Tobia
dovesse essere fatto risalire al 377; dello stesso avviso è Forster 123
che, com e Bardenhewer 124, cerca un sostegno anche n ello stile fiorito
d e ll’opera p er collocarla agli inizi d ell’episcopato di Am brogio. A
sostegno di quest’opin ion e c i si è appellati all'epistola di Am brogio
a V igilio 125, neoeletto vescovo di Trento, nella quale ritroviam o idee
ed espressioni in tema d'usura assai sim ili a quelle che ricorron o
nel De Tobia 126: si è pensato che la lettera — databile intorno al

bus, sed a cogentibus diripi, p a u la tim conversus ad gentes est; exp. ps. 118 6, 7 (C S E L
62, p. 112, 6 ss.)... et aduenit n on super terrena, n on super ualles, sed aduenit saliens
super m ontes! Deus en im m o n tiu m est, n on uallium', epist. 12 (30), 2 (C S E L 82, 1,
p. 93, 31 ss.) ergo sa ncti ascendunt ad d om in um , flagitiosi ad uitia descendunt, sancti
in m ontibus, crim in o s i in uallibus; deus en im m o n tiu m est et n on deus u alliu m . In
verità, in tutti questi luoghi gli editori, senza eccezione, rinviano a 3 Reg 21 (20),
28; ma, a mio parere, potrebbe anche trattarsi di 3 Reg 21 (20), 23, dove i Settanta,
com e ho detto sopra, hanno xaì. où deòq xoiXàSuv.
118 Per questo com m ento a Nab. 17, 72 mi sono stati preziosi i suggerimenti
di L. E Pizzolato, che vivamente ringrazio.
119 Erasm o fu editore degli Opera om n ia di Am brogio, Basilea 1527.
120 Cf. P L 14, 793-794 e T h . FORSTER, Am brosius Bischof..., p. 98.
121 A g o s t in o , c. Iu i. Pelag. 1, 3, 30 idem ipse in expositione lib ri Tobiae: «q u is
iste» in q u it « pecca ti est faenerator, n isi diabolus, a q u o E u a m utuata peccatum ,
ob n oxiae successionis usuris om n e genus defaenerauit h u m a n u m » (Tob. 9, 33). Rursus
in eodem : «D ia b o lu s » in q u it «E u a m decepit, ut supplantaret uiru m , ob ligaret haeredi-
tatem» (Tob. 22, 88).
122 Secondo la testimonianza di A m m ia n o M a r c e l u n o , 31, 1-4.
123 FORSTER, A m brosius Bischof..., p. 87.
124 O. B a r d e n h e w e r , G eschichte der a ltk irch lich en Literatur, III, Freiburg 19232,
p. 515.
125 Epist. 19 (P L 16, 1024-1025).
126 Cf. ibid., 4-5 (1025); i passi paralleli del De Tobia sono indicati in nota dai
INTRODUZIONE 29

385 127 — dovesse riflettere un insegnamento già im partito dal Vesco­


vo di M ila no alla propria Chiesa e che, pertanto, il De Tobia fosse
stato com posto precedentemente. A ltri studiosi (Ihm, Schenkl, Wil-
brand, Palanque 128j hanno, al contrario, ritenuto che l'epistola debba
essere considerata term inus post quem p rop rio perché non vi è
nom inato il trattato. Zucker distanzia notevolm ente le due parti del
trattato (§§ 1-45. e §§ 46-93), collocand o la com posizione della prim a
negli anni 376-380 129 e assai p iù tardi — ma senza precisare — la
seconda 13°.
L'opinione di M. Giaccherò — nell'am pio saggio premesso alla
sua edizione del De Tobia 131 — è che i serm oni contenuti n ell’opera
di Am brogio e l ’epistola a V igilio siano contemporanei, ma fra la
redazione della prim a e della seconda parte del De Tobia sarebbero
trascorsi alcuni anni, un tempo che spiegherebbe le diversità che si
notano fra le due parti, di stile e di contenuto. I l terminus ante
quem potrebbe essere il 389, se si accetta com e significativo l'accosta­
mento fatto da W ilbrand 132 di Tob. 20, 73 e exp. Lue. 10, 115.
I serm oni contenuti nel De Tobia, a m io parere, furono p ron u n ­
ciati senza altro intervallo fra lo ro che quello indicato da Ambrogio,
che nel corso del secondo sermone 133 dice che il p rim o era stato
tenuto due gio rn i prim a 134. Quanto alla definitiva stesura non è
verosim ile pensare che un'opera cosi breve sia stata redatta in due
m om enti diversi a distanza di anni. È vero che si nota un certo
scarto di stile e, in generale, di impostazione fra le due parti, ma si
può credere che A m brogio fosse perfettamente in grado di trattare
un tema sotto vari aspetti; e secondo la scuola catechetica antica
— e non solo antica — questi sono sostanzialmente due: l'uno
pragmatico, l ’a ltro spirituale. Dato che la predicazione di A m brogio
si alimenta abbondantemente di esegesi, non deve m eravigliare che
egli sia passato da un livello erm eneutico storico-letterale ad uno
allegorico e spirituale, secondo l'indirizzo programmato. L o stile
ovviam ente era influenzato dall’orientam ento prescelto. Del resto le
opere di Am brogio che presentano questo tipo di com posizione sono
diverse. Anche nel De Nabuthae abbiamo notato che la parte dedica­
ta a ll’interpretazione del Salm o 75 si distingue dal resto dell'opera
e lo stesso si può dire p e r Hel. 19, 69 - 20, 76 per non parlare del

Maurini e da M. GIACCHERÒ, A m b ro sii de Tobia. Saggio in trod uttivo, traduzione con


testo a fronte, Genova 1965, p. 12, nota 3. N ella stessa epistola (ibid., 3 [1 0 2 5 ]) vi
è anche l'esortazione a dare la giusta ricom pensa all’operaio (cf. Tob. 24, 91 s.).
127 Cf. P a l a n q u e , S a in t Ambroise..., p p . 473 e 511.
128 M . I h m , Studia Am brosiana, «J a h r b u c h e r ftìr classisch e P h ilo lo g ie », 17,
Suppl., L e ip z ig 1890, pp. 19-20; C. S c h e n k l , C S E L 32, 2, p. X IIII; W. W il b r a n d , Z u r
C h ron olog ie einiger S chrìften des hi. Am brosius, « H isto risc h es J a h rb u c h », 41 (1921),
pp. 17-19; P a l a n q u e , S a in t Ambroise..., p. 528.
129 L .M . Z u c k e r , S. A m b ro sii de Tobia. A Commentary, w ith an In tro d u c tio n and
Translation, Washington 1933, p. 5.
130 Ibid., p. 3.
131 GIACCHERÒ, A m b ro sii de Tobia..., pp. 12-15.
132 WILBRAND, Z u r C hronologie..., pp. 18 s.
133 Sul num ero di serm oni si tornerà più avanti.
134 Cf. Tob. 23, 88 cu m ante h oc b id uu m tractatus noster e oru m com punxisse
affectum.
30 INTRODUZIONE

De Abraham, dove la diversità fra il p rim o e il secondo lib ro è netta


e dichiarata dall'Autore.
In mancanza di altri elem enti per fissarne la data, prim a di
affidarsi a valutazioni sullo stile bisognerebbe tenere con to dei lega­
m i che uniscono quest'opera al De H elia e al De Nabuthae. Ram m en­
to, in particolare, l'episodio della vendita dei figli che ricorre in
Nab. 5, 21 (= Tob. 8, 29) e una riflessione sul concetto di consors
naturae in Nab. 1, 2 (= Tob. 14, 48 135J. Ovviamente il con fron to non
fornisce alcuna prova precisa, ma rende ancor p iù probabile l ’op in io­
ne già diffusa che la com posizione del De Tobia sia da collocare
nel periodo 385-389.
Questo con vin cim en to è ora confortato da un elemento nuovo
che ritengo m eritevole di attenzione, anche se non risolutivo, data
l'incertezza dei term ini correlati. S. G ie t136 ha mostrato che la singo­
lare lezione et tristi di Iu d ic 14, 14, commentata da A m brogio in
Tob. 15, 53 137, è stata tratta da un luogo corrotto dell'omelia di
Basilio che il nostro Autore utilizza com e fonte p er questa sua opera.
Ma Giet non ha notato che la stessa lezione, allo stesso m odo difesa,
si ritrova in Hel. 11, 39 138. È ragionevole pensare che in questo
secondo caso A m brogio sia stato influenzato dalla reminiscenza della
trascorsa, ma non remota, utilizzazione di quel luogo basiliano. I l
De Tobia, dunque, sarebbe stato com posto non m olto tempo prim a
del De Helia. Pure significativo potrebbe essere il fatto che anche
nella ricordata epistola a Vigilio, che è cronologicam ente vicina al
De Tobia, è citato Iu d ic 14, 14, ma senza alcun cenno alla lezione
et t r is t i139, il che fa pensare che A m brogio non avesse ancora
utilizzato, p er il De Tobia, l'om elia basiliana.

b ) Struttura

La divisione del trattato in due parti di ampiezza pressappoco


uguale, di cu i la prim a termina con il §45 e la seconda inizia al
§ 46, è com unem ente condivisa. Ma le o p in io n i divergono sul nume­
ro di serm oni che vi sono raccolti. In Tob. 23, 88 Am brogio accenna
all'irritazione che il suo sermone di due g io rn i prim a aveva p rovoca­
to in alcuni uditori H0. Ora Z u c k e r141 ritiene che le due parti del

135 Si veda in proposito B. M a e s , La lo i naturelle selon A m broise de M ilan,


Rom a 1967, pp. 24-25, dove questi luoghi di Tob. e Nab. sono accostati ad altri
passi dell’expl. ps. 61 e del De officiis, composti nello stesso periodo di tempo
(387-389?).
136 S. G ie t , De saint Basile à saint Am broise. La cond a m n a tion du p rèt à intérèt
au I V ‘ siècle, «R e c h S R » 33, 1944, pp. 116-118.
137 «...de forte et tristi exiu it d u lce». G raecus «e t tristi» habet; sic inu enim u s. Si
veda anche la mia nota ad loc.
138 «...de forte d u lce». A lii habent: « e t de tristi d u lce». G raeci codices maxime.
139 A m b r o g io , epist. 19, 15 (P L 16, 1029 A ). Ringrazio Michaela Zelzer per avermi
confermato che la citazione di Iudic 14, 14 in PL 16 è corrotta: è caduta la parola
dulce dopo processit.
140 Loc. cit. in nota 133.
141 ZUCKER, S. A m b ro sii de Tobia..., pp. 6 s.
INTRODUZIONE 31

trattato corrispondano a due sermoni, ma dubita che Am brogio, in


Tob. 23, 88, si riferisca al p rim o sermone di questo trattato, perché
giudica im probabile un cosi breve intervallo di tempo fra i due
sermoni, a m otivo della diversità di stile e di metodo espositivo.
Perciò egli pensa che il nostro Autore si sia riferito ad un discorso
tenuto due g io rn i prim a non pervenutoci. M. Giaccherò, invece,
distingue nella seconda parte due serm oni identificando il punto di
congiunzione nell'inizio del § 67. Con le parole cognouim us faenus
legitim um , cognoscam us et pignus inizierebbe un nuovo sermone;
perciò l ’espressione di Tob. 23, 88 si riferirebbe non al p rim o sermone
contenuto nel trattato, ma al p rim o della seconda parte 142.
Questi ragionamenti m u ovon o dalla presunta necessità di sepa­
rare cronologicam ente la prim a parte dalla seconda. A m io avviso
— ripeto — la struttura d ell’opera è quella p iù ovvia: alle due parti
corrispondono due serm oni p ron u n cia ti a distanza di due g io r n i143.
Quella certa differenza di stile e di metodo espositivo, su cu i si è
insistito in passato, non ha altra spiegazione che non sia la volontà
di Am brogio di trattare il tema dell'usura sul piano pragm atico e
sociale nel p rim o sermone, nel secondo, invece, a liv e llo spirituale
e mistico. All'impostazione del p rim o sermone conviene un'esposizio­
ne colorita e vivacizzata dalle apostrofi e dalle invettive con tro i
faeneratores, carica di ornam enti retorici, ricca di esemplificazioni
e di concreti riferim enti alla vita; nel secondo sermone la trattazione
è p iù meditata, tocca i grandi tem i della spiritualità e dell'ascetica
cristiane e com prende anche qualche accenno p iù strettamente dot­
trinale. I l con tin uo influsso della fonte nel p rim o sermone e soprat­
tutto i p articolari destinatari — com e vedremo — del secondo sermo­
ne contribuiscono a caratterizzare diversamente le due parti del
trattato. Ma vi è anche un p iù concreto elemento che sconsiglia di
introdurre u n ’ulteriore divisione fra i §§ 66 e 67. In quel punto
infatti, anche se vi si annuncia il passaggio dal tema del faenus
spirituale a quello del pignus spirituale, in realtà il p iù fondamentale
discorso am brosiano sull'interpretazione spirituale della Legge mo-
saica in materia di prestiti ad interesse e di pegni non subisce alcuna
pausa, quanto m eno fin o al termine del § 69. Quel certo stacco
dell’inizio di § 67 (cognouim us faenus legitim um , cognoscam us et
pignusj ben lungi dall'essere l'in izio di un nu ovo sermone è un
richiam o ad un precedente luogo ove Am brogio aveva iniziato l'espo­
sizione spirituale su faenus e pignus e annunciato che avrebbe
trattato prim a del faenus e p o i del pignus 144
I l trattato inizia con un'introduzione che succintamente presenta
la figura di Tobia (§§ 1-6): potrebbe trattarsi dell'autentico inizio del
prim o sermone, non di un ’introduzione redazionale. I l secondo ser­

142 G ia c c h e r ò , A m b ro sii de Tobia..., p. 14.


143 D el re sto l'e s p re s sio n e citata in n ota 134 che riv e la l’irritazion e d i a lcu n i
ud ito ri, si a d a tta assai b e n e p r o p r io al p rim o se rm o n e , d o v e la p o le m ic a c o n tro
i faeneratores è m o lto piccante.
144 Tob. 18, 59 tem pus est p le n iu s et expressius disputare et docere q u id faeneran-
dum et quibus legis statuta praescribant; pra eced it en im faenoris causa pig n oris
causam.
32 INTRODUZIONE

m one doveva concludersi con la fine del § 9 0 .1 tre seguenti paragrafi


sembrano un'aggiunta redazionale: vi ricom pare la figura di Tobia,
di cu i non si era p iù parlato dopo l ’introduzione e vi è contenuta
l'esortazione a pagare il salario d ell’operaio.

c) Polem ica antigiudaica

Vi è un'ampia sezione del trattato (§§ 57-70) che rimarrebbe un


p o ' enigmatica in diversi pu n ti se non si comprendesse chi sono
esattamente i destinatari del discorso. Per chiarire alcuni luoghi,
infatti, non è sufficiente pensare che g li in terlocu tori siano gli uditori
presenti e nem m eno g li usurai in genere. In Tob. 17, 57 si parla del
m orm o rio con tro la predica del Vescovo da parte di faeneratores
che difendono il lo ro d iritto a trattenere i pegni dei loro debitori
appellandosi alla Legge mosaica: Aiunt enim : «S criptu m in Deute­
ronomio... (Deut 24, 10-13 [12-15]). Et alibi, inquiunt, scriptum est...
(Deut 24, 6 [8 ]). Et alibi... (Deut 24, 17 [19])». Chi sono costoro che
A m brogio immagina cosi p ro n ti a cavillare sulle disposizioni del
D euteronom io in materia di prestiti? Pare subito probabile che
A m brogio riferisca una reale, o com unque plausibile, obiezione di
faeneratores ebrei; p e rciò sarà bene, penso, tener presente questa
ipotesi ogni volta che in questa parte del trattato è necessario chieder­
si con chi polemizza il Vescovo predicatore. P ro p rio p er togliere a
queste persone ogni possibilità di giustificazione 14S, p iù oltre A m bro­
gio decide di chiarire il vero significato — quello m istico-spirituale
— delle disposizioni giudaiche. Ora, l'esposizione spirituale sul fae-
nus ha una venatura antigiudaica, quando si ricorda che il p op olo
ebreo infedele è stato sostituito dal p op olo pagano divenuto credente,
che la Chiesa è diventata maestra della Sinagoga, quando A m brogio
rivolta con tro i Giudei le parole che il salmista (Ps 113 [114], 13 s.)
aveva indirizzato agli id oli pagani, quando rammenta che quel p op o­
lo ha respinto Cristo, l'autore della vera ricchezza che è la parola
di D io 146. In senso mistico, dunque, il p op olo ebreo non è p iù
faenerator, ma d ebitor 147, il depositario della ricchezza spirituale
è ora « i l p o p o lo delle n a zio n i»: uno straniero ha preso il posto
d ell’eletto. La riflessione sul tema del prestito spirituale giunge cosi
al punto cruciale della controversia teologica fra cristianesimo e
giudaismo: A m brogio sembra v o ler segnalare questo esito con la
citazione di R om 10, 4 148. N ei §§ 67-69 non si fa riferim ento a
interlocutori, ma nel § 70 p iù direttamente si allude agli usurai
e b r e i149.

145 Cf. ibid. ac ne p a ri recrudescant modo...


146 Ibid., 18, 64.
147 Ibid., 19, 65 q u i inuehebar in faeneratores, iam p ro u o c o debitorem .
148 Ibid., 19, 66.
149 Ibid., 20, 70... faeneratores, aduersus p a tru m u estrorum n on possitis u enire
professionem ... sententia uos paternae censitionis his adstringit. Un am pio studio
sulla presenza degli E brei nelle città cisalpine, sui conflitti con la Chiesa, sulle
INTRODUZIONE 33

d) La fonte

Per il De Tobia Am brogio attinge alla seconda om elia di Basilio


sul Salm o 14 (contra faeneratores 150J; ma solo nella prim a parte le
tracce della fonte greca sono numerose e consistenti, nella seconda
parte sono rare, senza carattere di continuità. I l metodo usato dal
nostro Autore è pressappoco qu ello descritto per i due precedenti
trattati. A m brogio non riproduce il m odello, perché conserva autono­
mia di pensiero e, in ogni caso, di organizzazione delle idee. Un
esame dettagliato delle im pronte basiliane è stato fatto da M. Giac­
cherò ,S1.

4. Questa edizione

I l testo delle tre opere contenute in questo volum e dipende


dall’edizione critica di C. Schenkl (CSEL 32, 2, Vienna 1897, pp.
409-573), ma non ne è una semplice riproduzione. L’edizione vienne­
se denuncia la sua vecchia data. N o n solo presenta difetti in singoli
luoghi, ma è stata condotta con crite ri filo lo g ici per alcuni aspetti
superati. L’odierna critica testuale, per esempio, considererebbe sor­
prendente il giudizio espresso nella Praefatio, p. X X X X V , a proposito
di due passi del De Tobia. L ’editore, dopo aver segnalato la fondamen­
tale importanza del codice P per la costituzione del testo, riconosce
giustamente anche a V «aliqua ntum auctoritatis», perché indipen­
dente da P; ma p o i respinge com e non genuine due frasi attestate
da V e omesse da P per evidente «saut du mème au m ém e» 152,
adducendo ragioni metodologicamente im proponibili. A titolo di
m erito va però riconosciuto che l ’edizione di Schenkl, p u r essendo
basata su un ristretto num ero di mss. — com e era inevitabile in
quel tempo — , non è stata, in sostanza, smentita dalla p u r utile
collazione di altri cod ici fatta recentemente da M.G. Mara p er il De
Nabuthae 153 e da S. Z in cone p e r il De H elia 1S4. Si p u ò dire che è
stata p iù fruttuosa la ridiscussione dei dati offerti da Schenkl che
non l ’aggiunta di nuove testimonianze.
La presente edizione contiene, perciò, un buon num ero di novi­
tà. Innanzi tutto sono stati vagliati tutti i con tribu ti nel frattempo

loro attività è stato fatto da L. C rac co Ruggini, E b re i e o rie n ta li n ell'Ita lia S etten trio­
nale fra I V e V I secolo d.C., «S tu d ia et docum enta historiae et iuris», 25 (1959),
pp. 186-307. La Cracco Ruggini non condivide l’opinione diffusa secondo la quale
le attività prevalenti degli Ebrei erano quelle del com m ercio e del prestito ad
interesse (ibid., p. 231), m a il serm one di A m brogio sem bra conferm arla per quanto
riguarda l’attività feneratizia.
150 PG 29, 263-280.
151 Giaccherò, A m b ro sii de Tobia..., pp. 22-36.
152 Le due frasi da m e reintegrate sono Tob. 9, 33, linea 8 s. et quasi d ebitor
uenit ut a faenore pecca ti exueret debitores. N ih il debebat', ibid., 18, 60, linea 4 s.
iustus. Itaqu e du m te lego, de te requ iro, exponis m ih i q u id faeneret.
153 Cf. nota 155.
154 Cf. nota 156.
34 INTRODUZIONE

pubblicati da diversi studiosi in varie form e: nelle e d iz io n i155 seguite


a quella del CSEL, in alcu n i a r t ic o li156 e re ce n s io n i,57. A questi si
aggiungono apporti origin a li di questa edizione rivelatisi necessari
in seguito alla rilettura critica dei testi. È stato anche ricollazionato
il codice P per tutte e tre le opere e il codice G p er il De Helia,
perché era sorto il sospetto — p o i conferm ato — che Schenkl fosse
incorso in qualche svista nella lettura dei due im portanti testimoni.
Tutte le varianti testuali che differenziano questa edizione da
quella di Schenkl, sono elencate p iù oltre nella «N o ta al testo latin o»,
segnalate e attribuite nell'apparato critico, giustificate, ove occorreva,
nelle note.
Rettifiche e integrazioni, rispetto alle precedenti edizioni, sono
contenute nell'apparato delle fon ti bibliche 158 e, per quanto riguarda
i riferim enti ad autori antichi com preso Basilio, nelle note.
È stata rispettata la paragrafazione tradizionale, anche se talvol­
ta non è parsa felice. D iversi ritocch i ha subito la punteggiatura di
Schenkl, mentre l ’ortografia è rimasta pressoché invariata.
L’apparato critico è assai succinto: si lim ita a fornire le «uariae
lectiones» in quei luoghi che appaiono problem atici e ad attribuire
congetture ed emendazioni ai lo ro autori.
La traduzione è stata condotta in m odo autonom o, anche se
spesso, particolarm ente p e r i passi p iù difficili, ho con trollato le
diverse versioni esistenti. Per la traduzione delle citazioni bibliche

155 Buck, S. A m b ro sii de Helia... riproduce il testo di Schenkl, ma contiene


num erose correzioni e integrazioni dei riferimenti biblici, em enda alcuni errori
tipografici (pp. 1-3) e riconosce alcuni echi di autori antichi non segnalati (pp.
9-12); M cGuire, S. A m b ro sii de Nabuthae..., riproduce il testo di Schenkl, ma
introduce precisazioni riguardo alle citazioni bibliche, corregge sviste tipografiche
e ritocca qua e là la punteggiatura. Per il D e Nabuthae esiste inoltre una recente
edizione critica: M ara, L a storia d i Naboth..., per la quale sono stati utilizzati alcuni
mss. non considerati da Schenkl; le novità testuali — alcune assai pregevoli —
sono elencate dalla M a ra alle pp. 50-51. Per il De Tobia abbiam o due edizioni che
ripropongono il testo di Schenkl: ZUCKER, S. A m b ro sii de Tobia..., che contiene
precisazioni e integrazioni dei riferim enti alle fonti bibliche e a Basilio (pp. 11-12);
Giaccherò, A m b ro sii de Tobia..., con alcune variazioni elencate a p. 83.
156 H . D r e s s le r , A N ote o n thè De N abuthae o f St. Ambrose, «T raditio», 5 (1947),
pp. 311 s.: integra la lista dei passi di Basilio riconosciuti com e fonte del De
Nabuthae da M cGuire. S. Z in c o n e , A lcu n e osservazioni su l testo del D e H elia et
ie iu n io d i A m brogio, «A ugustinianum », 16 (1976), pp. 337-351: sulla base di alcuni
mss. vaticani e laurenziani sono riesaminati ed emendati diversi luoghi del De
H elia edito da Schenkl. A. E n g e l b r e c h t , Ph ilologisch es aus Augustinus u nd A m b ro ­
sius, «Zeitschr. f. d. òsterreich. Gym m n.», 59 (1908), pp. 580 ss. discute H el. 6, 18
(u itis agrestis grum ulis...); sullo stesso passo C. W e ym a n , Z u Am brosius, «Rheinisches
M u seu m », 64 (1909), pp. 328 s.
157 C. Weyman, recens, all'edizione del D e Nabuthae di M cG uire in «Philol.
Wochenschr.», 48 (1928), cc. 986-988; I d ., recens, all’edizione del De H elia et ie iu n io
della Buck in «Philol. Wochenschr.», 50 (1930), cc. 872-876; D. Fogazza, recens,
all'edizione del De N abuthae della M a ra in «Riv. di Filol.», 106 (1978), pp. 460 ss.;
V. Tandoi, recens, alla m edesim a edizione in «A tene e R om a», 25 (1980), pp. 92 ss.
158 In Hel. 20, 75 l’identificazione della citazione di Eccle 10, 4 mi ha permesso
di difendere la lezione tràdita e di non tener conto dell'inutile emendazione
avanzata da Schenkl sulla scorta di codici deteriori.
INTRODUZIONE 35

ho tenuto conto innanzi tutto del contesto ambrosiano in cu i sono


inserite.
N on resta che ringraziare tutti c o lo ro che m i hanno aiutato in
questo lavoro. Particolarm ente: il Prof. Alessandro Spadoni p er i
suoi precisi suggerimenti, Mons. In os B iffi e quanti hanno collabora­
to con lu i alla revisione; infine voglio ricordare l'im pegno e l ’acribia
dei redattori di Città Nuova.
B IB L IO G R A F IA E S SE N ZIALE

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N a bu th e, R o m a 1982.

Id., St. A m b r o s e ’s M ir r o s fo r Judges, « T h e J u r is t », 39 (1979), p p . 437-446.

S. ZlNCONE, A lc u n e o sse rva z io n i su l testo del D e H e lia et ie iu n io di A m b ro g io ,


« A u g u s t i n i a n u m » , 16 (1976), p p . 337-351.

L .M . Z u c k e r , S. A m b r o s ii D e N a buth a e. A Com m en tary, w ith an In tro d u c tio n


a n d Translation, W a s h in g t o n 1933.

A B B R E V IA Z IO N I

CCL = C o r p u s Christianorum , series Latina, T u rn h o u t.


CSEL = C o r p u s sc rip to ru m ecclesia sticoru m L a tin o ru m , W ie n .
DAL = D ic tio n n a ire d ’arch éo lo g ie ch rétien n e et liturgie, P aris.
DSp = D ic tio n n a ire de spiritualité et m ystique, P aris.
DTC = D ic tio n n a ire de th éologie catholique, P aris.
GCS = D ie griech isch en ch ristlichen Schriftsteller d e r ersten drei Jahr-
hunderte, B e r lin .
PG = M ig n e , Pa trolog ia Graeca, P aris.
PL = M ig n e , Pa trologia Latina, P aris.
RACh = R ea llex ik o n fiir A ntik e u n d C h ristentu m , L e ip z ig .
SAEM O = S an cti A m b r o s ii E p is c o p i M e d io la n e n sis O pera , M ila n o -R o m a .
SCh = S o u rc e s chrétiennes, P aris.
T h lL = Thesau rus lingua e Latinae, L e ip z ig .
TU = Texte u n d U n tersu ch u n g en zu r G esch ich te d er altchristlichen
Literatur, B e r lin .
SIGLE DEI CODICI 39

S IG LE D EI C O D IC I *

D e H e lia et ieiu n io

P P a risin u s 1732, sec. V i l i 1.


R Vaticanus R e g in e n sis 140, sec. IX .
G Sangallensis 559, sec. X .
H H a rleia n u s 6509, fin e sec. IX .

3
D e N a bu th a e

P Id . ( P a risin u s 1732).
R R e m e n sis 229, sec. IX .
B L o n d in ie n s is m u se i Brit. Add. M s. 18332, sec. IX .
V Vaticanus L a tin u s 5760, sec. I X 2.

D e Tobia

P Id. ( P a risin u s 1732).


V Vaticanus Pa latinu s 290, sec. I X 1.

SE G N I D IA C R IT IC I C O N V E N Z IO N A L I

( ) le p a r o le in c lu s e n e g li u n c in i s o n o a g g iu n t e d a ll’e d ito re .
[ ] le p a r o le in c lu s e n e lle p a r e n t e s i q u a d r e s o n o e s p u n te .
*** lacuna.

* Sono indicati solo i codici menzionati nell’apparato con sigle corrispondenti


a quelle dell’edizione di Schenkl. Per quanto riguarda la datazione, G e R (Rem ensis
229) conservano quella proposta da Schenkl, mentre per gli altri codici è stata
attinta dai seguenti studi: E.A. L o w e , CLA 5, 534 (cod. P); A. WlLMART, B ibliothecae
Apostolicae Vaticanae... codices Reginenses La tini, Città del Vaticano 1937, pp.
337-342 (cod. R: Vat. Reg. 140); G. Pozzi, R iflession i in to rn o a llo stemma dei co d ic i
del "De. mysteriis” e del "De sacram entis" di S. A m b ro gio, in « I M U » , 2 (1959), p. 59
(cod. B ); M. F e r r a r i, “R ecension es” m ilanesi tardo-antiche, carolingie, basso-medievali
di opere d i A m brogio, in A m brosiu s Episcopus, Atti del Congresso internazionale...,
I, M ilano 1976, p. 86 (cod. V: Vat. Lat. 5760); B . BlSCHOFF, Lo rsch im Spiegel seiner
H andschriften, Munchen 1974, p. 110 (cod. V: Vat. Pai. 290); la datazione di H mi
è stata cortesemente suggerita da M irella Ferrari, che vivamente ringrazio.
NOTA A L TESTO LA TIN O

E le n c h ia m o le v a r ia n t i d i q u e s t a e d iz io n e (p r im a d e lla p a re n te s i
q u a d r a ) ris p e tto a lle le z io n i d e l testo e d it o d a C. S c h e n k l , C S E L 32, 2
(d o p o la p a r e n t e s i). I r ife r im e n t i s o n o a c a p ito lo , p a r a g r a f o e lin e a d e lla
p r e s e n t e e d iz io n e :

D e H e lia et ieiu n io

2, 2, 3 e r i g e r e t ] e le u a r e t
3, 4, 15 c u r s u s a e r io s ] a e r io s c u r r u s
4, 6, 3 in i e iu n io ] ie iu n io
4, 8, 5 t u n ic a m p e llic ia m ] t u n ic a p e llic ia
6, 18, 3 in e m p t is s ilu e s t r ib u s h o le r i b u s ] in e p t is s ilu e s t r ib u s
8, 26, 3 d is p u t a t ] d is p u t a t u r
8, 26, 4 d ic it ] d ic it u r
8, 27, 6 in a q u a ] in a q u a m
9, 29, 1 e b r ie t a t e ] e b r ie t a t e m
9, 31, 2 a u g m e n tu m ] au g m en to
9, 31, 7 i e iu n ii] ie iu n i
10, 34, 2 fa m e s ] fa m is
11, 39, 7 f o r t e ] fo rti
11, 40, 3 e x te n d u n t] exten d en t
12, 42, 6 s u i c o r p o r i s ] (n i s i ) su is c o r p o r i b u s p r e t iu m
12, 42, 7 et n e s c iu n t ] n e sc iu n t
12, 43, 6 f a e t o r ] (u t ) fa e t o r
12, 44, 8 io c u n d itate... e b r ie t a t e ] io c u n d ita te m ... e b r ie t a t e m
12, 46, 8 p o c u lo r u m ] p o p u lo r u m
13, 46, 10 n o n e p u la r is s e d p r o e li a r i s ] n o n p r o e lia r is s e d e p u la r is
13, 47, 1 p r o lu d i t u r ] p r a e lu d it u r
15, 53, 6 u is u s ] u ersu s
15, 53, 18 n o n p o s t m u lt u m ] p o s t tu m u ltu m
15, 56, 7 s p e c ie ] s p e c ie s
17, 64, 8 nequequam non] nequaquam
17, 65, 5 i t a ] in
19, 72, 11 m e s s is in flu c t ib u s e s t ] (in a q u a ) m e s s is fr u c t u s est
19, 72, 16 c a e le stis o r i a t u r ] c a e le s te s o r ie n t u r
20, 75, 17 m e d ic in a ] m a g n a m e d ic in a
22, 84, 4 s. p a e n it e n t ia ] p a e n it e n t ia m

D e N a bu th a e

3, 12, 12 in s t r u is ] stru is
4, 17, 7 a d a e r a tis scripsit M a r a l a d o r n a t is
5, 19, 6 c ru o re ] cru o re m
6, 29, 4 s. d e n iq u e e u a n g e lic o u t a m u r e x e m p lo , u t p r o b e m u s d iu ite m
d o r m ir e n o n p o s s e ] exclusit S ch enk l
NOTA AL TESTO LATINO 41

6, 30, 7 a b e u n d i] o b e u n d i
8, 39, 5 s. in n u m e ro s ... o b s ig n a t o s ] in n u m e ra s ... o b s ig n a t a s
10, 44, 12 c o o p e r i ] u esti
11, 48, 6 iu b e re tu r] p ro h ib e re tu r
11, 48, 10 s p e c ie m ] s p e c ie
12, 53, 9 s. q u i u t u n t u r s u o q u a m q u i n o n u tu n tu r] q ui n o n u tu n tu r
q u a m q u i u tu n tu r
13, 55, 11 m a l a ] m a le
14, 60, 4 d iu e s e s t ] d iu ite s
16, 67, 10 d e o i d e o ] d e o
16, 68, 8 a g g e ra n t] ag ge re n t

D e Tobia

7, 25, 11 fe r a m ] a p e r t a
7, 27, 8 sibi, si m o ra r e t u r, i n f e r r e ] sib i, si m o r e r e t u r (m o r a m ) in fe r r e
9, 33, 8 s. et q u a s i d e b it o r u e n it u t a fa e n o r e p e c c a t i e x u e r e t d e b it o r e s .
N ih il d e b e b a t ] exclusit S ch en k l
18, 60, 4 s. iu stu s. It a q u e d u m te le g o , d e te r e q u ir o , e x p o n is m ih i q u id
fa e n e r e t ] exclusit S ch en k l
18, 60, 15 d ic c it o ] d ic ito
18, 60, 21 q u i ] q u ia
19, 66, 3 i n d i g e ] in d ig a
20, 75, 9 e u m ] cum
21, 84, 4 e s t ] et
23, 88, 12 u t ] et
24, 93, 5 e b r ie t a t e ] e b r ie t a t e m
De Helia et ieiunio
Elia e il digiuno
44 DE HELIA ET IEIVNIO, 1, 1

1.1. Diuinum ad patres resultauit oraculum a, ut, cum e


derentur ad bellum , tuba canerent, cuius sonitu dominus rem in i­
sceretur popu li sui, quo petitum conferret auxilium plus quae
m isericordiae suae incentiua cognoscens, et in diebus laetitiae
suae, in num eniis suis concinerent tubarum sono. Vnde et Dauid
ait: Canite in in itio mensis tuba, in die frequenti sollemnitatis ues-
trae b. Veniet igitur nobis dies sollem nitatis et iam adpropinquat.
Canamus tuba tamquam in p roeliu m progredientes, canamus
tuba, ut adnuntiemus sollem nitatis diem . Sim ul nobis et certam en
im m inet et u ictoria r e p ro m ittitu r0. V ictoria nostra crux Christi
est, tropaeum nostrum pascha est dom in i Iesu. Sed ille ante est
proeliatus, ut uinceret, non quo ipse egeret certam ine, sed ut
nobis form am bellandi ante praescriberet et postea daret gratiam
triumphandi. Certam en nostrum ieiunium est. Denique ieiunauit
sa lu a tord, et sic ad eum tem ptator accessit. Et prim um gulae
direxit spiculum dicens: Si filius dei es, dic lapidi huic, ut panis
fia t e. Ille cibum uelut escam laquei praetendit, ut sic inlaquearet
adpetentiam corporalem , dominus ieiunium praetulit, ut laqueos
tem ptatoris, ut uincula dissolueret. Denique sic habes scriptum:
N on in solo pane uiuit homo, sed in o m n i uerbo d e if. Illo laqueo
Adam fuerat strangulatus, hac absolutione diabolicae quaestionis
om nis hom o est liberatus.

1. a Cf. N um 10, 9 s.
t>Ps 80 (81), 4.
= Cf. N um 10, 9.
d Cf. Lc 4, 2.
e Lc 4, 3.
f Lc 4, 4.

1, 12 q u o ] quod R.
19 ut] et RG (/ort.).
ELIA E IL DIGIUNO, 1, 1 45

1.1. Ai nostri padri fu proclam ato questo oracolo divi


che, uscendo in battaglia, suonassero la trom ba, al cui suono il
Signore si sarebbe ricord ato del suo popolo, per cui avrebbe
concesso l’aiuto richiesto, conoscendo egli m olto bene ciò che
stim ola la sua m isericordia, e che nei giorn i di festa, nelle loro
neom enie cantassero al suono d elle trom be. Perciò anche Davide
dice: Suonate la tromba a ll’inizio del mese, nel giorn o della vostra
festa affollata *. Ebbene verrà per noi il giorno della festa e già
si avvicina. Suoniam o la trom ba com e andando in battaglia, suo­
niam o la trom ba p e r proclam are il giorn o della festa. Ad un
tem po la lotta si avvicina e ci è prom essa la vittoria. La nostra
vittoria è la croce di Cristo, il nostro tro feo è la Pasqua del
Signore Gesù. M a egli prim a ha com battuto p er vincere, non
perché avesse necessità di com battere, ma per indicarci prim a il
m odo di com battere e p er darci poi la grazia del trionfo. La
nostra lotta è il digiuno 2. Dunque il Salvatore digiunò, e cosi il
tentatore gli si avvicinò. Ed innanzi tutto gli lanciò un dardo 3
alla gola, dicendo: Se sei figlio di Dio, d i’ a questa pietra che diventi
pane. Egli m ise avanti il cib o com e esca per il laccio, per catturare
cosi la bram a corporale; il Signore m ise innanzi il digiuno per
spezzare i lacci del tentatore, le sue catene 4. Infatti cosi sta scritto:
N on di solo pane vive l ’uomo, ma di ogni parola di D io. Con quel
laccio Adam o era stato strangolato, con questo taglio dato alla
tentazione diabolica ogni uom o è stato liberato 5.

I.1 La lezione frequ en ti di Sai 80 (81), 4 è singolare di questo luogo di Am brog


quella comunemente attestata nell'antica versione latina è in sign i (EÙoritJWf) Sep-
tuag.). Cf. anche B a s il io , hom . 1 de ieiun., PG 31, 164 A.
2 Più oltre in 21, 78-80 si parlerà diffusamente dell’agone cristiano.
3 d irexit spicu lu m : cf. VIRGILIO, Aen. 7, 497; 11, 654; O v id io , met. 12, 606.
4 Schenkl accoglie nel testo ut u incula, m a avverte nell’apparato che i mss.
RG hanno et u incula, annotando: «fort. recte». S. Z in c o n e , A lcun e osservazioni sul
testo del De H elia et ie iu n io d i A m b ro gio, «A ugustinianum », 16 (1976), p. 338,
appoggiandosi anche su altri mss. vaticani e laurenziani (non utilizzati da Schenkl),
che attestano et, sostiene questa lezione contro ut che presenterebbe «n o n poche
difficoltà», in quanto ripetizione della precedente congiunzione ut. Non credo che
la doppia congiunzione rappresenti una difficoltà seria: al contrario, la si deve
difendere come una form a retorica, una ricercatezza, di fronte alla quale et si
presenta come una ‘lectio facilior’ anzi banale. Sulla ripetizione di ut cf. J.B.
H o f m a n n - A. S z a n t y r , La teinische Syntax u nd Stilistik, Miinchen 19722, p. 808.
5 Si noti l'intreccio di figure retoriche (antitesi: illo laqueo/hac absolutione',
omeoteleuto: strangulatus/liberatus).
46 DE HELIA ET IEIVNIO, 2, 2 - 3, 4

2. 2. Magna uirtus ieiunii, denique tam speciosa m ilitia est,


ut ieiunare delectaret et Christum, tam ualida, ut ad caelum
hom ines erigeret. Et ut humanis magis quam diuinis utamur
exem plis, de H eliae ieiuno ore uox missa caelum clausit sacrilego
populo Iudaeorum a. Etenim cum a rege Achab altare esset id o lo
constitutum b, ad uerbum prophetae tribus annis et sex mensibus
ros pluuiae non cecidit super terram c. Digna poena, quae intem ­
perantiam congrue coherceret, ut caelum inpiis clauderetur, qui
terrena polluerant. Dignum etiam, ut ad condem nationem regis
sacrilegi propheta ad uiduam in Sarepta Sidoniae m itteretu r d,
quae quoniam deuotion em cib o praetulit, m eru it ut ariditatis
publicae sola non sentiret aerumnam. Itaque non defecit hydria
polenta e, cum torrentis fluenta d e fic e r e n tf.

3. Quid eius reliqua contexam ? Ieiunus filium uiduae ab


inferis resuscitauit ®, ieiunus pluuias ore deposuit h, ieiunus ignis
deduxit e caelo ‘, ieiunus curru raptus ad caelum 1et quadraginta
dierum ieiu nio diuinam adquisiuit praesentiam m. Tunc denique
plus meruit, quando amplius ieiunauit. Ieiu no ore statuit fluenta
Iordanis et redundantis flum inis alueum repente siccatum pulue-
rulento transmisit uestigio n. M erito illum dignum caelo diuina
iudicauit sententia, ut cum ipso raperetu r corp ore °, quoniam
caelestem uitam uiuebat in co rp ore et supernae usum conuersa-
tionis p exhibebat in terris.

3. 4. Quid est enim ieiunium nisi substantia et im ago caele­


stis? Ieiunium refectio animae, cibus m entis est, ieiunium uita
est angelorum , ieiunium culpae mors, excidium delictorum , rem e­
dium salutis, radix gratiae, fundam entum est castitatis. H oc ad
deum gradu citius peruenitur, hoc gradu Helias ascendit ante
quam curru, hanc h ereditatem sobrietatis abstem iae ad caelum
abiens discipulo d e r e liq u ita, in hac uirtute et spiritu H eliae uenit

2.3 Cf. 3 Reg 17, 1.


b Cf. 3 Reg 16, 32.
c Cf. 3 Reg 17, 1; 18, 1.
d Cf. 3 Reg 17, 9 s.
e 3 Reg 17, 16.
f Cf. 3 Reg 17, 7.
g Cf. 3 Reg 17, 22.
h Cf. 3 Reg 18, 45.
i Cf. 3 Reg 18, 38.
1 Cf. 4 Reg 2, 11.
mCf. 3 Reg 19, 8.
n Cf. 4 Reg 2, 8.
°C f . 4 Reg 2, 11.
p Cf. Phil 3, 20.
3. a Cf. 4 Reg 2, 15.

2, 3 erigeret P2 eregerit P eleuaret R G H Sch.


12 publicae R G H pluuiae cet.
4, 5 ante ascendit add. caelum R.
ELIA E IL DIGIUNO, 2, 2 - 3, 4 47

2. 2. Grande è la forza del digiuno; infatti è una lotta tanto


m eravigliosa che il digiunare piacque anche a Cristo, tanto effica­
ce da innalzare gli uom ini fin o al cielo. E per usare esem pi umani
piuttosto che divini, la vo ce uscita dalla bocca digiuna di Elia
chiuse il cielo per il sacrilego p o p o lo dei Giudei ’ . Infatti quando
Achab costruì un altare all’idolo, secondo la parola del profeta
non cadde pioggia sulla terra per tre anni e sei mesi. Giusta
punizione per rep rim ere adeguatam ente l'intem peranza, perché
si chiudesse il cielo per gli em pi che avevano im brattato le cose
terrene. Giusto anche che, p er condannare il re sacrilego, il p ro fe­
ta fosse inviato a una ved ova di Sarepta nella regione di Sidone,
la quale, poiché p referì la devozion e al cibo, m eritò lei sola di
non sentire la tribolazion e della generale carestia. Perciò nell'anfo­
ra non m ancò la farina, m entre ven iva m eno l'acqua del torrente.
3. Perché continuare con le altre sue 2 gesta? Digiuno risusci­
tò dagli inferi il fig lio della vedova 3, digiuno fece scendere la
pioggia, digiuno fece scendere il fuoco dal cielo, digiuno fu portato
in cielo con un carro e, con un digiuno di quaranta giorni, si
guadagnò la presenza di Dio. Insom m a tanto più m eritò, quanto
più digiunò. Da digiuno ferm ò la corrente del G iordano e, dopo
che l’alveo del fium e ridondante di acqua si era im provvisam ente
asciugato, lo oltrepassò a piedi asciutti. Giustamente Dio lo giudi­
cò degno del cielo, di essere cioè preso con il corpo, perché
viveva la vita divina nel corp o e in terra m ostrava com e si svolge
la vita celeste.
3. 4. Che cosa è infatti il digiuno, se non sostanza e im m ag
del cielo? Il digiuno è nutrim ento d e ll’anima, cib o spirituale il
digiuno è vita d egli angeli, il digiuno è m orte del peccato, annien­
tam ento dei delitti, m ezzo di salvezza, origine della grazia, fonda­
m ento della castità. Per questa strada si giunge più in fretta a
Dio, per questa strada Elia ascese prim a ancora che con il carro,
questa eredità di s o b r ia 2 astinenza lasciò al discepolo quando
salì al cielo, con questa virtù e con questo spirito di Elia venne
Giovanni. Infatti anch’egli nel deserto si dedicava al digiuno 3; e
suo cibo erano le cavallette e il m iele selvatico. E perciò colui che

2.1 Cf. B a s i u o , P G 31, 172 C.


2 Di Elia.
3 Cf. B a s il io , P G 31, 172 C.
3.1Per Am brogio la mens è la parte superiore dell'anima, la pars rationabilis,
perciò non può essere identificata con l’anim a che è anche costituita dalla pars
in ra tion a bìlis (i sensi). In contesti più filosofici appare anche chiara la distinzione
fra mens e spiritus, in quanto la mens, essendo un elemento costitutivo dell'anima
e quindi anche dell’uom o nella sua esistenza terrena, subisce l’attrattiva dei sensi
verso la materia, mentre lo spirito è im m une da qualsiasi inclinazione mondana.
In questo caso, tuttavia, credo che il contesto (si veda anche il paragrafo seguente),
più ascetico che filosofico, ci perm etta di intendere mens com e spirito. I pensieri
espressi in questo paragrafo sottintendono una certa corrispondenza fra le due
antitesi, cibo/digiuno e corpo/spirito: come il cibo è nutrimento del corpo, cosi
il digiuno lo è dello spirito.
2 Erroneamente, credo, A. B laise, D ictio n n a ire Latin-Frangais des auteurs Chré-
tiens, Turnhout 19672, s. u. abstemia, intende abstemiae come sostantivo.
3 Cf. B a s il io , PG 31, 177 C.
48 DE HELIA ET IEIVNIO, 3, 4 - 4, 6

Iohannes b. Denique in deserto et ille uacabat ieiuniis; esca autem


eius erat locustae et m el siluestre c. Et id eo qui uitae humanae
possibilitatem continentia supergressus fuerat, non hom o, sed
angelus aestimatus est. De ipso legim us: Etiam plus quam prophe­
ta. H ic est, de quo scriptum est: ecce m itto angelum m eum ante
faciem tuam, qu i praeparabit uiam tuam ante te d. Quis humana
uirtute equos igneos, currus igneos potuisset ascendere, regere
cursus aerios nisi qui naturam humani corp oris incorruptibilis
ieiunii uirtute mutasset?
5. Sed de H eliae gestis plurim a iam frequenti diuersorum
libroru m serm one digessim us et cauendum arbitror, ne in eadem
recurramus, cum praesertim in op ere suo ipse laudetur. Im item u r
ergo illum et eam escam quaeramus, cuius uirtute diebus ac
noctibus progred i ad supernorum possimus cognitionem . N on
enim om nis esca m aterialis nec om nis cibus corporalis: est cibus
mentis, ut diximus, quo epulantur animae, de quo ait dominus:
Meus cibus est, ut faciam uoluntatem patris mei, qu i in caelis e s te.
H ic cibus angelorum , ut diuino fam ulentur im perio. Nulla illis
cura mensarum, nullus conuiuiorum usus, nullae repositae epu­
lae, nullus uini potus aut sicerae, nulla distentio corporis, nulla
uentris offensio.
4. 6. Itaque ne terrenum quis aut nouellum putet esse i
nium, prim us usus m undi a ieiunio coepit, quando lux clara
resplenduit a. Secundus dies in ieiunio, quando caeli factum est
firm a m e n tu m b. Tertio d ie terra pabulum g erm in a u itc, natura
obsequium praebuit: ieiunium tam en caelestis disciplina serua-

b Cf. Mt 3, 1.
c Mt 3, 4.
d Mt 11, 9 s.
« Io 4, 34.
4. a Cf. Gen 1, 3.
b Cf. Gen 1, 6.
0 Cf. Gen 1, 11

15 cursus aerios P cursus aeris R currus aerios G H aerios currus falso scripsit
Sch.
6, 3 in P2RG om . P Sch.
ELIA E IL DIGIUNO, 3, 4 4,6
- 49

aveva superato con la continenza le possibilità della vita umana,


fu ritenuto non uom o, m a angelo. Di lui leggiam o: A n co r p iù di
un p ro fe ta 4. Questi è co lu i del quale è stato scritto: ecco, mando il
m io angelo 5 innanzi a te, a prepararti dinanzi la strada. Chi con
le capacità umane sarebbe potu to salire su cavalli di fuoco, su
cocchio di fuoco, chi a vreb be potu to guidare una corsa attraverso
l’a r ia 6, se non chi aveva trasform ato la natura del corp o umano
con la forza del digiuno che dà l’incorruttibilità?
5. M a d elle gesta di Elia abbiam o trattato am piam ente
con insistenza in diversi lib r i7 e ritengo che si debba evitare di
ripetere le stesse cose, tanto più che la sua lode è nel suo operato.
Im itiam olo dunque e cerchiam o quel cibo in forza del quale
possiam o p rogred ire giorn o e notte verso la conoscenza delle
cose celesti. Infatti non ogni nutrim ento è m ateriale né ogni cibo
è per il corp o: vi è un cib o spirituale 8, com e ho già detto, di cui
si nutrono le anime, del quale il Signore dice: M io cibo è fare la
volontà del padre m io che è nei cieli. Questo è il cib o d egli a n g e li9:
assecondare il vo lere divino. Essi si astengano da preoccupazioni
di mense, dal frequentare banchetti, cibi ra ffin a ti10, dal bere vino
o altra bevanda ferm entata, dal rim pinzarsi il corpo, dal procurare
danni allo stomaco.
4. 6. Dunque perché nessuno creda che il digiuno sia
terrena o nuova, il m on d o ebbe inizio dal digiuno, quando risplen­
dette il chiarore della luce. Il secondo giorno com inciò con il
digiuno, quando fu fatto il firm am ento. Il terzo giorno la terra
produsse nutrim ento, la natura presentò il suo om aggio: la sapien­
za celeste tuttavia conservava il digiuno. Al quarto giorno furono
create le luci del sole e della luna: e ancora digiuno. Al quinto
giorno le acque produssero un b ru lich io di esseri viventi e di anim ali

4 La citazione di Mt 11, 9 non è precisa: tra l’altro etiam nel testo biblico ha
una diversa posizione ed ha valore di risposta afferm ativa ( « s i » ) ad una precedente
interrogazione: etiam d ico uobis, et p lu s quam prophetam .
1 Anche se nel contesto biblico la parola angelum (à y y ìk oM ) significa generica­
mente «m essaggero », A m brogio mostra (vedi sopra) di averla intesa in opposizione
a hom o, perciò traduciam o «an ge lo ».
6 II testo e l'apparato costituiti da Schenkl vanno corretti: la lezione di P non
è aerios currus, m a cursus aereos che è, a mio giudizio, la lezione buona. Infatti
cursus è attestato anche da R, mentre cu rru s dei mss. deteriori pare proprio una
banalizzazione favorita dal precedente currus. Quanto all’ordine delle parole,
Schenkl deve essere incorso in una svista anticipando aerios, perché i testimoni
danno concordem ente l’ordine contrario. Si noti da ultimo che aerios è forma
tipica della poesia per aereos; del resto anche il ricorrente uso del plurale per il
singolare contribuisce qui a elevare il tenore della prosa.
1 In effetti la figura di questo profeta è evocata in quasi tutte le opere am brosia­
ne e in alcune ripetutamente. L'elenco dei riferimenti sarebbe qui troppo lungo
(si vedano gli indici dei nomi nei volum i di questa collana); del resto, data l’incerta
datazione di questa e altre opere di Am brogio, non sarebbe possibile stabilire a
quali scritti precedenti l’Autore allude.
■ Qui cibus m entis è da intendere in antitesi a esca m aterialis’, cf. paragrafo
precedente (in in itio ), al quale lo stesso A m brogio rinvia, e la relativa nota 1.
9 ut: come nella precedente citazione biblica (u t faciam ), introduce una proposi­
zione dichiarativa.
10 repositae epulae: cf. V ir g il io , georg. 3, 527 epulae nocu ere repostae.
50 DE HELIA ET IEIVNIO, 4, 6-8

bat. Quarto die lum inaria facta sunt solis et lu n a d: et adhuc


ieiunium. Quinto produxerunt aquae repentia anim arum uiuarum
et uolatilia super terram secundum firm am entum caeli, et uidit deus
quia bona sunt. E t benedixit ea deus dicens: crescite et m ultiplicam i­
ni et replete aquas, quae sunt in mari, et uolatilia m ultiplicen tur
super terram e: et adhuc ieiunium . Denique benedixit ea scriptum
est et dixit: crescite, non dixit: «e d ite et m anducate». Sexto die
bestiae sunt creatae f et cum bestiis orta edendi potestas est et
usus escarum. V b i cibus coepit, ibi finis factus est mundi, ibi
coepit sua increm enta nescire, ibi coeperunt diuina circa eum
op era feriari, quo indicio declaratum est quod per cibos mundus
haberet imminui, per quos desiit augeri. N em o delictum sciebat,
nem o poenam timebat, nem o nouerat m ortem .

7. Plantauit dom inus paradisum s ad gratiam beatorum , p o ­


suit ib i hom inem operari et custodire eum h et, uti sciamus non
esse nouellum ieiunium, prim us illic legem constituit de ieiunio;
sciebat enim quod per escam culpa haberet intrare. Prim a poena
de ieiunii praeuaricatione dicente m andato dei: De ligno quod est
scientiae boni et m ali non edetis; qua die autem manducaueritis ex
eo m orte m oriem in i '. Eo usque autem nem o praeuaricari nouerat,
ut adhuc orta non esset quae prim a est praeuaricata indictum
abstinentiae. Lex a dom in o deo, praeuaricatio legis a diabolo ':
culpa per cibum, latebra post cibum m: cogn itio infirm itatis in
cibo, uirtus firm itatis in ieiunio. Denique quam diu interdictis
abstinuerunt, nesciebant esse se nudos: posteaquam manducaue-
runt de interdicta arbore, nudatos se esse cognouerunt n. M erito
ergo mulier, ubi culpae agnouit auctorem, interrogata: Serpens
persuasit mihi, et m anducaui °. Serpens gulam suadet, dominus
ieiunare decernit. Denique ipse ait: Ieiunate et orate, ne intretis
in temptationem p. Itaque gula de paradiso regnantem expulit,
abstinentia ad paradisum reuocauit errantem .

8. Et dixit deus: E cce Adam factus est tamquam unus ex


nobis \ Inridens utique deus, non adprobans dicit, hoc est: puta­
bas te sim ilem fore nostri? Quia uoluisti esse quod non eras,
destitisti esse quod eras. Itaque, dum supra te esse adfectas, infra

d Cf. Gen 1, 16.


« Gen 1, 20-22.
f Cf. Gen 1, 25 et 28 ss.
g Gen 2, 7 s.
h Gen 2, 15.
i Gen 2, 17.
1 Cf. Gen 3, 1.
mCf. Gen 3, 8.
n Cf. Gen 3, 7.
° Gen 3, 13.
P Mt 26, 41.
q Gen 3, 22.

8 uolatilia uolantia RGH.


7, 10 latebra R G H inlecebra cet.
ELIA E IL DIGIUNO, 4, 6-8 51

che volavano sopra la terra sullo sfondo del firm am ento celeste, e
D io vide che erano cose buone. E D io le benedisse dicendo: Crescete
e m oltiplicatevi e riem pite le acque che sono nel mare e gli anim ali
che volano si m oltip lich in o sulla terra: e ancora digiuno. Infatti
sta scritto: Benedisse queste creature, e disse: Crescete, non disse:
«N u trite v i e m an giate». A l sesto giorn o furono creati gli anim ali
e con gli anim ali sorsero la possibilità di m angiare e l’uso dei
cibi. Quando si com in ciò a prendere cibo, allora si pose fine alla
creazione del m ondo, da quel m om en to il m ondo non conobbe
ulteriori accrescim enti, da quel m om ento l'opera creatrice di Dio
riguardo al m ondo cessò. Si ebbe cosi la dim ostrazione che il
m ondo sarebbe reg red ito 1 a causa dei cibi, per i quali cessò di
crescere 2. Nessuno conosceva il peccato, nessuno tem eva la pena,
nessuno sapeva della m orte.
7. I l Signore fece il paradiso per la felicità dei beati, vi pose
l ’uom o perché lo coltivasse e lo custodisse e, perché sappiam o che
il digiuno non è recente, per p rim o li stabili la legge del digiuno;
sapeva infatti che a causa del cib o sarebbe entrato il peccato. La
prim a pena è per la trasgressione del digiuno, secondo il com an­
dam ento di Dio: N on mangerete dell'albero della scienza del bene
e del male; il gio rn o che ne mangerete ne m orirete 3. Tanto è vero
che nessuno conosceva la trasgressione, che ancora non era com ­
parsa colei che per prim a trasgredì il precetto d ell’astinenza. La
legge è venuta dal Signore Dio, la trasgressione dal d iavolo: a
causa del cibo la colpa, dopo il cibo il nascondiglio: nel cibo la
conoscenza della debolezza, nel digiuno la virtù della fortezza.
Infatti, finché si astenevano da ciò che era proibito, non sapevano
di essere nudi: d o p o che eb b ero m angiato il frutto dell'albero
proibito, seppero di essere nudi. Dunque giustam ente la donna,
dopo aver conosciuto il responsabile della colpa, interrogata ri­
spose: I l serpente m i ha convinta e io ho mangiato. Il serpente
persuade la gola, il Signore stabilisce il digiuno. Infatti egli stesso
dice: Digiunate e pregate p e r non entrare in tentazione. Perciò la
gola ha cacciato dal paradiso l’u om o che vi regnava, l’astinenza
vi ha ricon dotto il peccatore 4.
8. E Dio disse: E cco Adamo è diventato com e uno di noi. Dio
parla in senso ironico, non in senso afferm ativo, cioè: «C re d e v i
che tu saresti diventato sim ile a noi? Poiché hai voluto essere
ciò che non eri, hai cessato di essere quello che eri. E cosi, poiché

4.1 Form a perifrastica ( haberet im m in u i), per esprim ere l'idea di futuro, com
nel paragrafo seguente ( haberet intrare).
2II pensiero si sviluppa con gradualità ascendente fino al paradosso. Schema­
tizziamo: l. i l cibo com pare nel m ondo con la creazione delle bestie; 2. il cibo
segna la fine della crescita del mondo; 3. il cibo fa regredire il mondo.
3 Cf. B asilio , PG 31, 168 A.
4 Cf. ibid.., 168 B ètciSti o ù x Èvrio-TEucanEv, e ^ e h e c o jx e v -coG n a p a S e ic o u - v-qa-reù-
crcjj|j,Ev -cotvuv, iva itpòq aùròv ènavéXda>n.EV.
52 DE HELIA ET IEIVNIO, 4, 8 - 5, 10

te esse coepisti. Denique uestituit eum tunicam pelliciam prius


et sic ait: E cce A d a m r, quasi dicat: «E c c e amictus tuus, ecce
dignum indum entum tuum, hic te uestitus d e ce t». Qui diuina
affectant tali digni habentur ornatu. Ecce quo te tua culpa deduxit,
ecce nunc in hac tunica pellicia tam quam unus ex nobis aperuisti
oculos. Circum spice diligenter: nudum te aspicis, quem uestitum
putabas.

9. Gula ergo nudos facit, ieiunia operiunt et exutos. V


dom inus ait: Operui in ieiu n io anim am meam s. Bonum op erim en ­
tum quod et anim am tegit, ne a tem ptatore deprehendatur, ne a
tem ptatore nudetur. Bonum uelam en quod tegit culpam, tegit
abstinentia, tegit gratia; beati enim quorum remissae sunt iniquita­
tes et qu oru m tecta sunt peccata '. Tegit gratia, dum rem ittit et
om nem abolet errorem : tegit abstinentia, dum obum brat uitium
et m aesto abscondit affectu atque extenuat paenitendo. Etenim
ieiunium et elim osyna a peccato liberant u. Opertus erat Adam
uirtutum uelam ine priusquam praeuaricaretur, sed tam quam exu­
tus praeuaricatione uidit esse se nudum v, quia indum entum quod
habebat amiserat. In diebus enim ieiuniorum uestrorum orietur
inquit tibi m atutinum lum en tuum et sanitas tua matura o rietu r et
praecedet ante te iustitia et circum dabit te maiestas d o m in iz. Bonum
uestim entum lux. Scriptum est enim : Circumdatus luce sicut uesti-
mento a. Bonum uestimentum, quando circum dat dom inus et o p e­
rit ieiunantes.

5. 10. Nudatus erat N oe a, quando inebriatus est: texit e


pietas filiorum . At nudatus erat per ignorantiam , non per intem pe­
rantiam; adhuc enim uinum nesciebatur. In principio generis
humani ignorabatur ebrietas. Primus uineam ipse plantauit b: d e­
dit naturam, ignorauit potentiam . Itaque uinum nec suo pepercit

r Gen 3, 21.
s Ps 68 (69), 11.
‘ Ps 31 (32), 1.
u Cf. Tob 4, 10.
v Cf. Gen 3, 7.
z Is 58, 8.
a Ps 103 (104), 2.
5. a Cf. Gen 9, 21 ss.
b Cf. Gen 9, 20.

8, 5 tunica pellicia G H Sch.


ELIA E IL DIGIUNO, 4/8 - 5, 10 53

pretendi di essere al di sopra di te stesso, ti trovi al di sotto di


te ». Perciò prim a lo rivestì di una tunica di pelle 5 e allora disse:
E cco Adamo, com e se dicesse: «E c c o la tua veste, ecco il tuo
adeguato indum ento, questo vestito ti si adatta b e n e». C oloro
che am biscono di avere le cose divine sono ritenuti degni di tale
abbigliam ento. Ecco d o ve ti ha con dotto il tuo peccato, ecco in
questa tunica di p elle hai aperto gli occhi com e se fossi uno di
n o i 6. Guardati bene tutto: nudo ti vedi, tu che ti credevi vestito.
9. Dunque la gola rende nudi, il digiuno riveste anche
n u d i1. Perciò il Signore dice: H o rivestito con il digiuno la mia
anima. È una buona veste quella che copre anche l’anima, affinché
non sia sorpresa, spogliata dal tentatore. È un buon ve lo quello
che copre il peccato, è l’astinenza che copre, è la grazia che copre;
infatti beati qu elli ai quali sono perdonate le iniquità e ai quali
sono coperti i peccati. La grazia copre quando perdona e cancella
ogni errore: l’astinenza copre, quando m ette in om bra il vizio e
10 nasconde con la contrizione, lo elim ina con la penitenza. Infatti
11 digiuno e l’elem osim a liberano dal peccato. Abram o prim a di
trasgredire era cop erto dal ve lo d elle virtù, ma, com e spogliato
dalla trasgressione, vide di essere nudo 8, perché aveva perduto
l’indum ento che portava. Infatti nei giorni dei vostri digiuni sorge­
rà — dice — la tua luce del mattino e tu guarirai prontam ente e
la giustizia ti precederà e ti circonderà la maestà del Signore. La
luce è una buona veste. Infatti sta scritto: Circondato da luce com e
da una veste. Buona è la veste, quando è il Signore che circonda
e copre c o lo ro che digiunano.
5. 10. N oè era nudo quando si ubriacò: lo copri la pietà
figli. M a era nudo inconsapevolm ente, non per intem peranza;
infatti non si conosceva ancora il vino. A ll’inizio del genere umano
l ’ubriachezza era sconosciuta. Egli p er prim o piantò una vigna:
produsse l’elem ento, ma ne ignorava la forza '. E così il vin o non

5 A torto, crédo, Schenkl ha rifiutato la lezione tu nica m p e llic ia m dei codici


PR per accogliere la ‘lectio facilior’ tunica p e llic ia : la costruzione di uestio con
doppio accusativo è ben attestata nel latino tardo (cf. B l a is e , D ictionnaire..., s. u.
e anche H o f m a n n - S z a n t y r , Lateinische Syntax..., p. 45); m a vi è un luogo parallelo
sufficiente a risolvere la questione: paen. 2, 11, 98 (C S E L 73, p. 202, 11) statim
tunicam uestiuit p e llic ia m ; cosi ha costituito O. Faller, escludendo la lezione tunica...
p ellicia di alcuni testimoni. Sul sim bolism o di tunica p ellicia in questo ed in altri
luoghi di A m brogio si veda W. S e ib e l , Fleisch und Geist beim heiligen Am brosius,
Munchen 1958, pp. 104-108.
6 Sul peccato di superbia cf. exp. ps. 118 7, 8 ss. (C S E L 62, pp. 131 ss.); ibid.,
15, 31 (pp. 346,27 - 347,2); expl. ps. 35 29 (C S E L 64, p. 69, 19 ss.); exp. Lue. 7,
240-241 (C S E L 32, 4, p. 389, 11 ss.).
7 Sul digiuno come vestito dell’anima cf. exp. Lue. 5, 23 (C S E L 32, 4, p. 189).
8 La nudità di A dam o ed Èva dopo il peccato sim boleggia la perdita delle
virtù; cf. par. 13, 63 (C S E L 32, 2, p. 322, 21 s.) et ante quidem n ud i erant, sed non
sine u irtu tu m integum entis; Ioseph 5, 25 (C S E L 32, 2, p. 90, 14 ss.) Adam, postquam
dei mandata p ra eua rication e deseruit et p ecca ti grauis aera contraxit, nudus erat...
uestem fidei n on habebat, quam praeuaricando deposuit. Cf. anche J. H u h n , U rsprung
und Wesen des Bosen und der Sunde nach der Lehre des K irch en va ters Ambrosius,
Paderborn 1933, p. 140 e S e ib e l , F leisch und Geist..., pp. 80 s.
5.‘ Cf. B a s il io , P G 31, 169 B . Cf. a n c h e A m b r o g io , N oe 31, 17-18 (C S E L 32, 1,
pp. 492 s.).
54 DE HELIA ET IEIVNIO, 5, 10-14

auctori. Quid m irum si, cum dom inus ipse creaturas suas laudaue-
rit, et iste miratus est? Itaque cum delectaret eum rep erti muneris
gratia, tem ptauit u ehem entior creatura insuetos senis artus, tur-
bauit noua potio. D orm itauerunt inquit qu i ascenderunt e q u o s c.
Ascendit corp oris uoluptates: et iustus obdorm iuit. Sed illius
ebrietas nobis suadet sobrietatem . Sem el enim inebriatus est Noe;
ubi u ero malum ebrietatis agnouit, inuentum suum ad rem edium
tem perauit, non effudit ad uitium. Vnde apostolus ait: Vino m odico
utere p rop ter frequentes tuas infirm itates d.

11. M anebat antequam uinum inueniretur om nibus incon­


cussa libertas; nem o sciebat a consorte naturae suae obsequia
seruitutis exigere. N on esset hodie seruitus, si ebrietas non fuisset.
O prepserat quidem fraternae praelationis in u id ia e, m anebat ta­
m en adhuc paternae pietatis reuerentia. Laesa pietas est, dum
ridetu r ebrietas f. N on illis itaque solis nocent uina quos temptant,
sed et illis amplius quorum oculis tem ulenta ebriorum m em bra
nudantur. Hinc risus inreuerens nascitur, hinc lib id o flammatur,
ut m ulto m aiore tem ulentia eos uina perturbent quorum oculos
ac m entem inebriauerint quam quorum m em bra prostrauerint.

12. Legim us etiam quod patrem Loth inebriauerint filiae in


eo monte, ad quem tim entes incendia Sodom itana confugerant
et habitabant in spelunca * Conuenit ebrietati atque concurrit
aetas, sexus, solitudo, locus ferarum magis latibulis quam humanis
aptior dom iciliis. Fuit itaque ebrietas origo incesti, pessimae gen e­
ratricis partus deterior.

13. A t non Abraham uinum in suo conuiuio ministrabat:


im m olabat uitulum et butyrum et lac etiam angelis hospitibus
exhibebat h — caeli dom inum , mundi agnoscebat auctorem — ;
uinum enim exhibere non poterat. Sed recte illic deerat m ateria
peccati, ubi erat rem issio peccatorum .
14. Denique adnuntiauit eum Iohannes neque manducans
panem neque bibens uinum qui enim Christum adnuntiat ab

c Ps 75 (76), 7.
d 1 Tim 5, 23.
e Cf. Gen 4, 4 s.
f Cf. Gen 9, 22.
6 Cf. Gen 19, 33 ss.
l>Cf. Gen 18, 2 et 8.
i Lc 7, 33.

11, 10 mentes RGH.


13, 2 uitulum et Sch. uitulum G H uitulum sed cet.
ELIA E IL DIGIUNO, 5, 10-14 55

risparm iò nem m eno il suo artefice. Che cosa c ’è di straordinario,


dal m om ento che il Signore stesso ha fatto l'e lo g io delle sue
creature, se anche costui è rim asto sorpreso? E cosi, m entre la
delizia del dono scoperto gli procurava piacere, la creatura mise
a più dura prova le m em bra non abituate del vecchio, l’insolita
bevanda le scosse. D o rm iron o — dice — colo ro che m ontarono a
cavallo. Cavalcò le passioni del corp o: e il giusto si addorm entò.
M a la sua ubriachezza ci insegna la sobrietà. Infatti N oè si ubriacò
una sola volta, ma, quando conobbe il m ale deH’ubriachezza,
m oderò l’uso della sua scoperta perché servisse da m edicina 2,
evitando un uso sfrenato che alim entasse il vizio. Perciò l’A postolo
dice: Usa un p o ' di vino per le tue frequenti indisposizioni.
11. Prim a che fosse scoperto il vino, tutti conservavano una
libertà inalterata; nessuno sapeva preten dere obbedienza servile
da chi condivideva la sua natura 3. N on esisterebbe oggi la schiavi­
tù, se non vi fosse stata l’ubriachezza. Si era si insinuata l'invidia
per il fratello prediletto, tuttavia restava ancora la reverenza della
pietà verso il padre. La pietà fu offesa, quando l'ubriachezza fu
derisa. Il vino dunque non fa m ale solo a quelli che dal vin o sono
tentati, ma ancor di più a quelli sotto i cui occhi si spogliano le
m em bra avvinazzate d egli ubriachi. Di qui sorge il riso irriverente,
da qui si accende la libidine, tanto che il vin o provoca assai più
grave ebbrezza in co lo ro che ha resi ubriachi negli occhi e nella
m ente che in quelli che ha fiaccato nelle membra.
12. Leggiam o anche che le figlie di Loth fecero ubriacare il
lo ro padre su quel m onte nel quale erano fuggite per tim ore
dell'incendio di Sodom a e vi abitavano in una grotta. Con l'ubria­
chezza si accordano e si som m ano l'età, il sesso, la solitudine, il
luogo più adatto p er tane di bestie selvatiche che per abitazioni
umane. Dunque l’ubriachezza fu la causa dell'incesto, fig lio p eg gio­
re di pessima m adre 4.
13. Ma A bram o non serviva vin o nel suo convito: im m olava
un vitello e offriva burro e latte anche agli angeli suoi ospiti —
riconosceva in essi il Signore d el cielo, il creatore del m ondo — .
Infatti non poteva o ffrire vino. M a giustam ente mancava la m ate­
ria del peccato là d o ve era la rem issione dei peccati.
14. Infatti lo annunziò Giovanni, che non mangiava pane né
beveva vino 5; infatti chi annunzia C risto deve evitare ogni incenti-

2 Per l’uso del vino come m edicina nell’antichità si vedano I p p o c r a t e , ant. med.
13; A p u l e io , florid a 19; L i b a n io , epist. 1578; P l in i o , nat. hist. 23, 22.
3 Sul significato di consors naturae in Am brogio si veda M. PoiRIER, "Consors
naturae" chez saint Am broise. C op rop riété de la nature o u com m u n a u té de nature?,
in A m brosius Episcopus. Atti del Congresso internazionale..., 2, pp. 324-344, partico­
larmente pp. 326-328.
4 pessimae generatricis: per sé è genitivo di specificazione di partus, ma implici­
tamente è anche termine di paragone di deterior. La m edesim a costruzione in 19,
72 (in fra ): p essim orum u itio ru m heredes deteriores.
5 Cf. B a s il io , PG 31, 177 C, ove troviam o un’allusione a Lc 7, 33, per la quale
i Maurini rinviano, invece, a Mt 3, 4. A m brogio cita con esattezza Le 7, 33, ciò
nonostante Schenkl e la Buck riproducono l’errore degli editori di Basilio regi­
strando Mt 3,4.
56 DE HELIA ET IEIVNIO, 5, 14 - 6, 18

om ni uitiorum incentiuo praestare se debet alienum. V icit igitur


sanctum N oe uel etiam Loth Abrahae nepotem ebrietas, quorum
alter, cum ieiunaret, diluuio superstes fuit, alter incendio.
15. M oysen quoque cognouim us sitienti populo aquar
am aritudines tem perasse ', non uina. Cui petra aquam uom uit
potuit et uini abundantia non deesse. Denique deus dixit: Percuties
petram, et exiet aqua et bibet populus m, non dixit: «E x ie t uinum
in p o p u lo »; periculosum enim erat uinum ministrare, quod fo rtio ­
res ferre uix possent.

6. 16. Denique M oyses de ieiu nio legem dedit, de uino n


dedit. Ipsum quoque ieiunantem non uoces magnae, non fulgora
et nubes nimbosa, non fumigans Sina p e rte rru ita. N equ e uero
introisset in nubem et uocem dei loquentis de m ed io ignis sine
periculo salutis audisset b nisi munitus armis ieiunii. Quadraginta
enim diebus ieiunauit in m onte °, cum legem acciperet a dom in o
d eo nostro. Et in superioribus quidem m ontis lex dabatur M oysi
ieiunanti, in inferioribu s popu lo manducanti praeuaricatio sacri­
lega luxu accendebatur epulantium d. Quo spectaculo motus fregit
tabulas M oyses indignum iudicans ut eb rio populo lex d a re tu re.
Itaque tabulas legis, quas accepit abstinentia, conteri fecit eb rie­
tas.

17. Quid uero alia dicam? N onne sterilitatem matris Sampso


uini abstinentia fecundauit et parientem fecit ex sterili, quoniam
iuxta praeceptum dom ini uinum non b ib it f? N onne Annam non
m anducantem exaudiuit dom inus et infecunditatem eius soluere
ieiunia s? Ex quibus duo (q u i) generati sunt, unus fortissimus,
alius obseruantissimus, dignos se praebuerunt, qui ieiunii grem io
diu foti et quodam abstinentiae fusi u tero uiderentur. Idem itaque
Sampso, qui matris sobrietate generatus est, allophylorum insul­
tantium sibi ebrietate est uindicatus h.

18. Helisaeus uates, qui de m agistro didicerat parsim oniam ,


cum filios aleret prophetarum , uitis agrestis grumulis mensas

I Cf. Ex 15, 25.


mEx 17, 6; cf. Num 20, 11.
6. a Cf. Ex 19, 16 ss.
b Cf. Ex 24, 18.
c Cf. Ex 24, 18.
d Cf. Ex 32, 1 et 36.
e Cf. Ex 32, 19.
f Cf. Iudic 13, 4 et 14.
i Cf. 1 Reg 1, 15 et 20.
h Cf. Iudic 16, 23 et 29 s.

15, 5 in om . G.
17, 5 qui Sch.
ELIA E IL DIGIUNO, 5, 14 - 6, 18 57

vo al vizio. Dunque l’ubriachezza vinse il santo N oè e anche Loth


nipote di Abram o, il p rim o dei quali grazie al digiuno si salvò
dal diluvio, il secondo dall'incendio.
15. Sappiam o che anche M osè addolci per il popolo,
aveva sete, acqua amara, non vino. N on poteva m ancare vin o in
abbondanza a chi ottenne acqua dalla roccia. Pertanto Dio disse:
Percuoterai la roccia, e uscirà acqua e il p o p o lo berrà, non disse:
«u scirà vin o p er il p o p o lo ». Infatti sarebbe stato pericoloso distri­
buire il vino, che anche i più fo rti difficilm en te a vreb bero potuto
sopportare.
6. 16. E cosi M osè diede una legge riguardo al digiuno,
riguardo al vino. E lui stesso che digiunava non spaventarono i
tuoni, le fo lgo ri e le dense nubi, nem m eno il Sinai tutto fumante.
N é certo sarebbe potuto entrare nella nube e udire senza pericolo
per la sua incolum ità la vo ce di Dio che parlava stando in m ezzo
al fuoco, se non protetto dalle arm i del digiuno. Digiunò infatti
per quaranta giorn i sul m onte, quando ricevette la L egge dal
Signore Dio nostro. E nella som m ità del m onte M osè, che digiuna­
va, ricevette la Legge; in basso il p o p o lo che m angiava era avvolto
dalla fiam m a di una prevaricazione sacrilega, alim entata dagli
eccessi di co loro che gozzovigliavano *. Sdegnato da tale vista
M osè spezzò le tavole, ritenen do sconveniente dare la L egge a
un p o p o lo ubriaco. E cosi l’ubriachezza fece si che fossero spezzate
le tavole della L egge che l’astinenza aveva ottenuto.
17. Ma perché continuare a parlare? L’astinenza dal vino
non fecon dò forse la m adre sterile di Sansone e, da sterile che
era, la rese feconda, perché secondo il precetto del Signore non
bevve vino? Il Signore non esaudì forse Anna che non m angiava
e il digiuno non elim in ò la sua infecondità? I due figli che furono
generati da tali madri, l’uno fortissim o, l’altro fedelissim o, si
dim ostrarono degni di apparire nutriti a lungo dal seno 2 del
digiuno e, oserei dire, partoriti d all’utero d e ll’astinenza. E cosi il
m edesim o Sansone, che fu generato dalla sobrietà della madre,
si vendicò m ediante l’ubriachezza dei pagani che lo insultavano.
18. Il profeta Eliseo che aveva im parato la parsim onia dal
suo m aestro 3, quando alim entava i figli dei profeti, colm ava la
mensa di frutti selvatici di coloqu intide 4 e adem piva il dovere

6.1 Cf. ibid.., 169 C òXkò. x a ì M aniaca 8ux vritrm a? £Yvuip.E\i itpouPaXóvTa x<J>
Où ifàp a v xaTETÓXp.t]aE X(X7ivi^o|j.Évtk t t K xopucpfjq, oùS’ a v È0àpo~r)crEv euteXBew tiq
t ò v yvócpov, e ì jj.T) v tic te iq l xa0ó)itXwTO. A ia vT]a~caac; rr|v è v t o X t) v ùiceSé^aTO S a x iu X y
ikoù YPatpEÌaav Év T a iq izXaSy K a ì àvto |jiv ri vritneia vo^oOeaxaq npó^Evo? f y , x à x u
8È T) ycLa-tp ip,apfia tiq EÌStoXoXaTpEiav è^Éjitivev... a q y à p V vrjarEux eXafk TtXàxa<;
SaxTuXy 5 eo 0 YEYpa^M-Évac;, -c av rag T) |a.É0T| OTjvétpu^Ev, oùx aijiov xpwav-coq t o ù
Ttp0<pT|T0u p,E0uovTa Xocòv vop.o0eT£lc0ai icapà t o ù &eoG.
2 g rem io foti: cf. VIRGILIO, Aen. 1, 692 e 718.
3 Cf. B a s il io , P G 31, 172 C-D.
4 Che cosa significhi l’espressione uitis agrestis gru m u lis è stato spiegato da A.
E n g e l b r e c h t , P h ilolog isch es aus Augustinus u nd Am brosius, «Zeitschr. f. d. òster-
reich. Gymn.», 49 (1908), p. 580. A m brogio allude a 4 Re 4, 39, dove si parla di
una cucurbitacea simile alla vite, la coloquintide che produce un frutto della
grandezza di una mela e di sapore am arissimo (testo dei Settanta: clq... EupEV
ap,itEXov Év -c(Ji àypV x aì ctumÉXe^ev à u ’aÙTf)<; ToXuirr|V àypiav). Engelbrecht ritiene
58 DE HELIA ET IEIVNIO, 6, 18 - 7, 19

onerabat et inem ptis siluestribus holeribus hospitalis humanitatis


im plebat officiu m Quorum offen si am aritudine cum m anducare
non possent, leuis farinae aspersione om nem illam am aritudinem
tem perauit propheticae m unere abstinentiae ueneni uires eua-
cuans.
7. 19. Est quaedam creaturae natura, quam am iantum
cant, nullo facilis igne consumi, quae inposita focis ignescit, ilico
sublata de flam m a tam quam aquarum infusione munda resplen­
det. Talia erant H ebraeoru m puerorum corpora, quae de ieiunio
in am ianti transform ata naturam uaporem ignis non ad dispen­
dium s u ia, sed ad gratiam mutuabantur. Denique cum furerent
fornacis incendia, ut ultra quadraginta cubitos flam m a per circui­
tum funderetur consumens plurim os quos rep p eriret Chal­
daeorum , qui naphtha, pice et stuppa atque sarm ento alim enta

> Cf. 4 Reg 4, 38 ss.


7. a Cf. Dan 3, 46 ss. (47 ss.).

18, 3 inemptis Weyman ineptis codd. (cf. quae ad loc. n ota ui) holeribus om . P
ELIA E IL DIGIUNO, 6, 18 - 7, 19 59

d ell’ospitalità cortese 5 con legum i selvatici non c o m p e r a ti6. P o i­


ché non potevano m angiare p er il disgusto causato dal sapore
amaro di quel cibo, m itigò quel sapore am aro gettandovi un po'
di farina, neutralizzando cosi le sostanze velenose con il dono
della profetica astinenza.
7. 19. C e una sostanza creata, chiam ata am ianto *, che n
sun fuoco può facilm ente consumare, che posta sul fu oco si
accende e appena tolta dalla fiam m a risplende pura com e se
fosse stata cosparsa d'acqua. Tali erano i corpi dei fanciulli ebrei,
che trasform ati dal digiuno in sostanza di amianto, ricevevan o
dal calore del fu oco non un danno, ma grazia. Cosi, m entre il
fuoco nella fornace divam pava furioso, tanto che la fiam m a si
spandeva intorno p er più di quaranta cubiti divoran do quei m olti
Caldei che erano addetti ad alim entare il fu oco con nafta, pece,
stoppa e ram i secchi, appena vi en trarono digiuni i fanciulli svani

che g ru m u lis non è form a di g ru m u la (dim inutivo di glu m a ), come aveva giudicato
G e o r g e s , L e x ico n der lateinischen W ortform en, Leipzig 1890, s. u., ma ablativo
plurale di g ru m u lu m (= g lu m u lu m ) dim inutivo di g lom us (= ghiomo, sfera) e
indicherebbe il frutto della coloquintide. Il T hlL registra questo passo di A m brogio
sotto la voce g ru m u lu m , m a la segna con un punto interrogativo: la prudenza è
d ’obbligo perché il termine non ha altra attestazione in tutta la latinità, tuttavia
penso che A m brogio abbia usato g ru m u lu m come diminutivo di g ru m u s che egli
stesso attesta proprio in riferim ento al m edesim o 4 Re 4, 39, in epist. 14 (63), 30
(C S E L 82, 3, p. 251). Questa ipotesi è legata al giudizio di B l a is e , D ictionnaire...,
che registra s. u. grum us il passo dell’epistola am brosiana, mentre il redattore del
ThlL lo pone s. u. grum a (?) ed anzi vi sospetta una corruzione, grum iu tìis.
5 Per hospitalis hum anitas C. W e y m a n , in «Philol. Wochenschr.», 50 (1930), c.
876, rinvia a V a l e r io M a s s im o , 1, 1, 10.
6 inem ptis siluestribus h o le rib u s : ho em endato il testo di Schenkl ( ineptis silues­
tribus) seguendo le considerazioni di C. Weyman, Z u Am brosius, «Rheinisches
M useum », 64 (1909), pp. 328 s. Per inem ptis Weym an adduce il luogo di V irg ilio ,
georg. 4, 132 s. dapibus mensas on era bat inem ptis, cui A m brogio chiaramente allude.
Per h oleribus lo stesso Schenkl avverte che tale lezione è attestata in alcuni mss.
e annota: «recte pu to». La prova che la lezione deve essere accolta è ancora
nell’articolo di Weym an: innanzi tutto senza un sostantivo l’espressione non sareb­
be comprensibile, in secondo luogo h olerib us trova un preciso appoggio nella
fonte, B asilio, PG 31, 172 C où^ì X àxava a^pia xaì àXeupou (ipaxù tqv tpiXol^viav
£7tXr)pou. Si può ancora aggiungere il confronto con exam. 6, 2, 5 (C S E L 32, 1, p.
206, 13 s.) nec en im H eliseu m a m ic i quasi m a lu m co n u iu iu m agrestia adponentem
holera refutarunt, e la considerazione che la caduta di holeribus in P (e quindi nei
mss. da esso derivati) è paleograficam ente ben spiegabile. Recentemente sul passo
è tornato Zincone, A lcu n e osservazioni..., pp. 339-341, adducendo nuove testimonian­
ze a favore sia di inem ptis che di holeribus, mentre in precedenza G. Jackson, S u
Ambr. Hel. 6, 18, in «V ic h ian a», 3 (1974), p. 173, aveva sostenuto un’im probabile
difesa di ineptis.
7.1 Cf. BASILIO, PG 31, 173 A E<m Tiq <puox£ truj|j.aTOq, fjv xaXoOoiv àp,{avT
à vàX uT O ^ nupd, Èv p,Èv vrj ykoyi XEipivri, àitT)v0paxù>cr0ai SoxeI, Èt;aipE0EÌ<ra Se
toO icupóc;, tòt; uScm Xap.7tpuv0EÌo'a, xaOapaixépa -fìvETat,. T o ia O ta rjv t ò tw v Tpiùv
itaiSiov ÉxeCvuv atóp,a-ca etcì ttìc; Ba|3uXcovia? Éx Tris vriuTeia? É'xovTa t ò àp.iavTov.
’Ev y à p Tfj (j.£YaX^i (pXoyì Tf|<; xap.w ou, oìoveì ypveoi ttjv cpuovv ovte?, outoj xpetrcou?
Tfiq i n o toO nupò<; SieSeixvuvto pXàpTjq. TH n ou x a ì xpuo’oij SvvaTU>TEpoi SieSeixvuvto-
où y à p èxwvEUEV aijxoùq t ò itùp, àXX’ àipuXaacEV àxEpououc;. KaÌTOi oùSÈv a v èxeìvtiv
t o t e r q v (pXóya ù ro a rn , T|v và<p0a x a ì Ttiaca x a ì xXr;naTiSE<; ETpEtpov, ù q èrà TEcraapa-
xovTaEvvéa ht)xe<.? aÙTT|v SiaxEiirOai, x a ì T à xuxX y aÙTiiq ÈTUVEponÉvTiv noXkoùq tw v
XaXSaiojv È^avaXwaai. ’Exeuit|\i to ivu v ttjv m jpxaiàv (j.et<x vr)0TEÌac; eÌueX0Óvtec;
xaTETtaTOuv o i TtalSeq, XeutÒv àépa x a ì EvSpoaov Èv outoj X aP p v mipì àvaitvéovTEq.
OÙ8È y à p T tjjv T p ix ò iv t ò TtOp xaTEToXpLTitTE, S ia t Ò ù icò vr|0"TEiaq a Ù T a q ÈXTpacpfjvai..
60 DE HELIA ET IEIVNIO, 7, 19 - 8, 23

ignibus ministrabant, ubi cum ieiunio ingressi sunt, discusso ardo­


re flam m arum in m ed io fornacis coep ere statim roris spiritu
refrigerantis um escere, ita ut eorum nullus capillus capitis exure­
retur, quia illam quoque ieiunia com am pauerant.

20. Daniel, u ir desideriorum b, trium ebdom adum c ieiunio


leones quoque docuit ieiunare. Missus in lacum d in adamantis
rigorem abstinentiae soliditate m em bra duratus non patuit uulne-
ri. Sic eum constrinxerant ieiunia, ut in eius corp ore ferarum
morsibus locus esse non posset. Clausa tenebant leones ora, quae
abstinentiae propheticae sanctitas com prim ebat, ut ea ferae aperi­
re non possent m eriti quibusdam uinculis alligata.

21. Ieiunium itaque uirtutem ignis extinxit, ieiunium ora


obstruxit leonum, ieiunium maris fluenta so lid a u ite, ieiunium
petram soluit in fontes aquarum f, uirtute ieiunii contra suam
mutata naturam et fluctus obrigu it et petra inundauit.

8. 22. Et quid uetustis utar exem plis, cum abundet ieiun


etiam praesentium m uneribus gratiarum? Quis deteriorau it d o­
mum suam ieiunio, quis inm inuit facultates? Cui non suspecta
luxuries, cui non uenerabilis abstinentia? Cuius torum appetiuit
parsimonia, cuius pudorem non laesit ebrietas? Ieiunium conti­
nentiae m agisterium est, pudicitiae disciplina, hum ilitas mentis,
castigatio carnis, form a sobrietatis, norm a uirtutis, purificatio
animae, m iserationis expensa, lenitatis institutio, caritatis inlece-
bra, senilis gratia, custodia iuuentatis, ieiunium est infirm itatis
adleuamentum , alim entum salutis. N em o cruditatem ieiunando
incidit, nullus per continentiam ictum sanguinis sensit, im m o
nullus non repressit et reppulit. Bonum itineris uiaticum, bonum
totius uitae, bonum in m ari: sedat naufragia, cibum seruat.

23. Graue dicunt esse ieiunium : respondeant quis e ieiu


defecerit. M ulti in prandio, pleriqu e dum uom unt epulum fudere

b Dan 10, 11.


c Cf. Dan 10, 2 et 3.
d Cf. Dan 6, 16.
*C f. Ex 14, 21.
f Cf. Ex 17, 6.

22, 1 et] sed GH.


23, 1 qui graue RG.
ELIA E IL DIGIUNO, 7, 19 - 8, 23 61

il calore d elle fiam m e ed essi nel m ezzo della fornace subito


com in ciarono a inum idirsi grazie a un vento carico di rugiada
refrigerante, cosicché nem m eno un ca p ello del lo ro capo fu bru­
ciato, perché anche qu ei lo ro capelli erano stati n u triti2 dal
digiuno.
20. Daniele, l ’uom o dei d esid eri3, digiunando p er tre settim a­
ne insegnò a digiunare anche ai leoni. G ettato nella fossa, p er la
sodezza dell'astinenza si irrigid ì nelle sue m em bra fin o ad acqui­
stare la durezza d e ll’a c c ia io 4 e così non si espose a ferite. Il
digiuno l’a veva com presso a tal punto che le b elve non avevano
la possibilità di m orderlo. I leon i tenevano chiuse le bocche,
serrate dalla santità dell'astinenza p rofetica al punto che non
potevano aprirle perché il m erito le legava com e con lacci.
21. Dunque il digiuno estinse la forza del fuoco; il digiuno
chiuse la bocca dei le o n i5; il digiuno solidificò le acque del mare;
il digiuno sciolse la roccia in sorgente d ’acqua; p er la forza del
digiuno, trasform ati nella loro stessa natura, il m are si solidificò

8.
e la roccia fece sgorgare acqua.
22. E perché rico rrere a esèm pi del passato, se il digi
ci o ffre abbondanti b en efici anche al presente? Chi con il digiuno
ha rovin ato la sua casa, ha dilapid ato le sostanze *? Chi non diffida
d e ll’intem peranza, non ha rispetto p e r l’astinenza? Di chi la fruga­
lità ha desiderato il letto? Di chi l’ubriachezza non ha offeso il
pudore? Il digiuno è insegnam ento della continenza, norm a della
pudicizia, um iltà della m ente, m ortificazion e della carne, m od ello
di sobrietà, regola di virtù, pu rificazione deH'anima, donazione
di m isericordia, educazione alla clem enza, attrattiva della carità,
ornam ento della vecchiaia, difesa della giovinezza 2, il digiuno è
sollievo della malattia, sostegno della salute 3. Nessuno digiunan­
do è incorso nella pesantezza di stomaco, nessuno a causa della
continenza ha subito un colp o apoplettico, anzi ognuno lo ha
im pedito e tenuto lontano. È una buona provvista per il v ia g g io 4,
un bene p er tutta la vita, un bene nel m are: placa i naufragi,
conserva il cibo.
23. D icono che il digiuno sia dannoso: rispondano indican
chi è venuto m eno p er il digiuno. M o lti hanno esalato l’anima

2 co m a m pa uera n t: cf. VIRGILIO, Aeri. 7, 391 sacrum tib i pascere crinem .


3 Cf. B a s ilio , PG 31, 173 B Aawr)X Sè ò àv+ip t ù v èra0up.i6i>v, ó TpEÌq ÉpSop,àSa?
aptov |jit) cpavióv, xaì uSwp p/r] iruiv, x aì toÙc; Xéovxa<; vticteueiv ÈSiSa^e, xaxeXBòjv
eiq tÒv Xàxxov. 'Tìottep yàp ix Xi0ou lì yaXy.o\), lì aXXric; uTEppoxépaq xiAiòq ÌjXt)?
o-\jp,iteitT|YÓ-n, ÉnPaXei'j'oùx Eiyov toù? òSovraq ot Xéovtec;.
4 Cf. L u c r e z io 5, 1368 opere in d u ro du rarent in m em bra manusque-, O r a z io , sat.
1, 4, 119 s. sim ulae d u ra u erit aetas m em bra a n im u m qu e tuum .
5 Cf. B a s il io , PG 31, 173 C vrja-TEia lagene 5uva|jw.v itupóq, Etppa^E crTÓ|j.aTa
Xeóvtojv.
8.1Cf. ibid. t iq tòv ÉauToù oixov T)XaTTO)trev év vriuTEÌiy;
2 Cf. ibid. vqiTTEia... veóttito? xótr[j.oq -rcpeaPuTau;.
3 Cf. ibid. ùyEiaq |j.T|TTip. In firm ita tis a dleuam entum e a lim en tu m salutis possono
essere intesi anche in senso m orale e spirituale, come osserva E. D a s s m a n n , D ie
F ròm m ig k eit des K irch en va ters A m brosiu s vo n M ailand, Miinster (Westfalen) 1965,
trad. it. da cui cito: La sobria ebbrezza d ello spirito, Varese 1975, p. 267, nota 191.
* Cf. B a s ilio , P G 31, 173 C ayaiK) (ruvÉ^nopo? óSovrcópoic;.
62 DE HELIA ET IEIVNIO, 8, 23-24

animam. Quod postrem o anim ai ieiunium sibi causam fuisse m or­


tis ingem uit? Per escam laqueus non cauetur, in esca hamus latet:
cibus deducit in foueam , cibus inducit in retia, cibus uisco etiam
aues inligat, cibus uolantes depon it ad m ortem . Quae non p rop ter
uentrem pericula? Muta anim alia crim en nesciunt et in hoc solo
tam quam pro crim ine puniuntur. Ieiunium sobrietas m entis est.
H oc uigent sensus, in hoc iudicia tractantur, in conuiuio pocula.
Ieiunium custodit disciplinam , luxuriam sequitur inopia. M ater
est luxuria fa m is a secundum propheticum dictum. Ieiunium qu ie­
tem diligit, luxuria inquietudinem : ieiunium otia serit, luxus ne­
gotia.

24. Ferietu r aliquando coquorum m astigiarum machae


requiescat obsonator, qui antequam luceat fores pulsat alienas et
tam quam bellum aliquod inm ineat excitat dorm ientes. Turbatum
uides, anhelantem aduertis. Interrogas quae causa perturbationis.
Pascit, inquit, dominus meus, ubi uinum m elius ueneat quaerit,
ubi du rior uulua curetur, ubi iecur mollius, ubi fasianus pinguior,
ubi piscis recentior. Cursitat p er diuersa et cum inuenerit, summo
cursu properat, inquietat dom inum som nolentum , auctionatur
pretia. Si pretium m ou erit piscis, nusquam m eliores adserit inue-
niri, im m o deesse. Heri, inquit, tempestas, hodie procella; uix
istum potu i latentem deprehendere. M ulti concursant in m acello.
Si tu reddideris, alter plus dabit, et quid exhibebis in prandio?
Istius uini ille natalis est, haec ex illo lacu lecta ostrea. Talis fit
de singulis licitatio; hasta quaedam agitatur inter obsonatorem

8. * Tob 4, 13.

24, 1 mastigiarum Sch. m astigiorum B uistigiorum P uestigiorum P2 cet.


ELIA E IL DIGIUNO, 8, 23-24 63

durante il pranzo, parecchi m entre vom itavano il cibo. Insom m a


quale anim ale ha lam entato il digiuno com e causa della propria
m orte? L’esca non perm ette di evitare la trappola, n ell’esca è
nascosto l’am o: il cib o porta nella fossa, il cib o fa cadere nella
rete, il cib o invischia anche gli uccelli, il cibo fa cadere nella
m orte gli anim ali che volano. Quali p ericoli non sono provocati
dal ventre? Gli anim ali m uti non conoscono il d elitto e solo per
questo sono puniti, com e se fosse un d elitto s. Il digiuno è sobrietà
della mente. Da questo traggono forza le facoltà deH'intelletto,
nel digiuno si dibattono le opinioni, a tavola i bicchieri. Il digiuno
tutela una rigorosa condotta di vita, a ll’intem peranza segue la
miseria. L'intemperanza genera l'ubriachezza, secondo il detto del
profeta. Il digiuno ama la quiete, l’intem peranza preferisce l'agita­
zione: il digiuno semina la pace, l’intem peranza le preoccupazioni.
24. Si riposi una buona volta il trinciante dei cuochi mas
zoni 6, si quieti il servo addetto alla spesa, il quale prim a d ell’alba
bussa alle porte a ltr u i7 e, com e se stesse per scoppiare una
guerra, sveglia quelli che dorm on o. L o si ved e sconvolto, ansiman­
te. Gli si chiede il m otivo di tale turbam ento. « I l m io padrone
— dice — dà un banchetto, cerca d ove si venda un vin o m igliore,
dove si allevi una m atrice 8 più soda, un fegato più tenero, un
fagiano più grasso, un pesce più fresco. C orre a destra e a sinistra
e, quando ha trovato, va di gran corsa a disturbare il padrone
che cade dal sonno, fa la cresta ai prezzi. Se il prezzo del pesce
lo allarm a, afferm a che in nessun altro luogo se ne trova di
m igliore, anzi non ce n’è proprio. Ie ri — dice — tem po cattivo,
oggi burrasca; a stento sono riuscito a scoprire questo che era
tenuto nascosto. Sono m olti quelli che si affannano nel m ercato.
Se tu lo rim andi indietro, un altro lo pagherà di più, e che cosa
offrirai nel banchetto? Questo vin o è di annata fa m o s a 9, queste
ostriche sono state pescate in quel luogo. Cosi per ogni singolo
prod otto si fa un'offerta di prezzo 10; fra il servo addetto alla spesa
e il padrone che dà il banchetto 11 si svolge una sorta di vendita

5 Intendiamo: gli animali sono catturati con l’esca; dunque per essi mangiare
è com e un delitto — il solo che possono commettere — punibile con la morte.
6 Cf. B a s il io , P G 31, 176 A tceuocutoci iiafeiptov ri p,axaipa.
7 Cf. O r a z io , sat. 1, 1, 10 sub g a lli ca n tum co n s u lto r ostia pulsat.
8 La matrice della scrofa era considerata un piatto prelibato: cf. Tob. 14, 50
(in fra ) e la relativa nota.
9 Per il senso di m im i ... natalis rinvio, come ha già fatto G. J a ck son , Una pagina
plautina nel De H elia d i A m b ro gio, «V ich ian a», 6 (1977), p. 237, nota 26, a 7òè. 5,
17 (in fra ) caupones qu oqu e m iscentes m e ro aquam, q u i nobilitatem uetusti generis
et patriae ac natalem diem u in i circum sonant.
10 licitatio-, in senso ironico. Il padrone, non fidandosi dei prezzi che il servo
furbo gli riferisce, fa delle offerte tendenti al ribasso, mentre il servo, che vuol
fare la cresta alla spesa, esalta le qualità dei prodotti acquistati per alzare il prezzo;
insomma si verifica una sorta di asta fra padrone e servo.
11 II significato di pa stor (riferito al padrone che prepara il banchetto per gli
invitati) è ben precisato da G. Jackson, Una pagina plautina..., p. 237, nota 27, che
rinvia ad alcuni ‘loci similes’ dello stesso Am brogio: 8, 24 (supra); 13, 49 (in fra );
Tob. 5, 19 (in fra ); expl. ps. 1 46 (C S E L 64, p. 38, 17 s.), mentre M.J. Buck, S. A m b rosii
de H elia et ieiu nio. A Commentary, w ith an In tro d u c tio n and Translation, Washington
1929, p. 61, intende pastor com e «ven ditore».
64 DE HELIA ET IEIVNIO, 8, 24-25

et pastorem . Turbatus addicit patrim onium , rogat adhuc p er quos


suorum bonorum iura minuantur.
25. Curritur ad coquinam , fit ingens strepitus, fit tumul
Tota exagitatur fam ilia, m aledicunt omnes, quod nulla his requies
detur. Tandem aliquando da requiem coquo, statue pincernae
dexteram : summum gelu riget. Ille in frigida exercet manus, illi
m arm ora lauantur; m undant pauim enta uino m adida et spinis
coop erta piscium. Quanti dum ambulant uulnerantur! In ipso
conuiuio clam or epulantium, gem itus uapulantium. Si quid fo rte
displicuit amicis, rident: tu indignaris. Sileat aliquando domus a
m ultis perturbationibus huc atque illuc discurrentium , a sono
im m olatoru m animalium, uacet fum o et sem ustulatorum nidore.
N on coquinam , sed carnificinam putes, proeliu m geri, non pran­
dium curari: ita sanguine om nia natant.

25, 8 rident Sch. iili rident G H ridentur cet.


ELIA E IL DIGIUNO, 8, 24-25 65

all’asta n . Sconvolto ven de il patrim on io e continua a dom andare


p er colpa di chi si è ridotta la dispon ibilità d ei suoi beni.
25. Si corre in cucina, si fa un en orm e chiasso, succede
gran confusione. L’intera servitù si agita, tutti m aledicono, perché
non si concede lo ro respiro. Fa’ riposare il cuoco una buona
volta, ferm a la destra d el cop p iere I3, le cui e s tre m ità 14 sono
intirizzite dal freddo. E gli m aneggia acqua fr e d d a 15, p e r lui si
lavano i p a v im e n ti16; si puliscono i pavim enti inzuppati di vino
e co p erti di lische di pesci. Quanti si feriscono cam m inand o 17!
. Durante il festino si leva il clam ore d ei convitati, il lam ento dei
servi bastonati. Se qualcosa p e r caso è andato storto p e r g li amici,
essi ridon o: tu ti arrabbi. Si faccia finalm ente silenzio nella casa 18,
m ettendo fin e alla gran confusione di c o lo ro che corron o qua e
là, alle grida d egli anim ali uccisi; sia liberata dal fum o e dalle
esalazioni d elle carni bruciacchiate. La crederesti non una cucina,
ma un lu ogo di tortura, penseresti che si com batta una battaglia,
non che si prepari un pranzo: tanto tutto naviga nel sangue ,9.

12 Con hasta quaedam agitatur si allude all’usanza rom ana secondo la quale il
magistrato, prim a di procedere alla vendita all'incanto, conficcava nel luogo ove
avveniva la vendita (nel foro o davanti a un tem pio) una lancia, attorno a cui si
riunivano coloro che erano interessati aU'acquisto.
13 Cf. B asilio, PG 31, 176 A.
14 D a ciò che se g u e si c o m p r e n d e c h e le e stre m ità irrigid ite s o n o le m ani, m a
a nche i p ie d i: le m a n i p e r c h é il c o p p ie r e d e v e c o n tin u am e n te m a n e g g ia re a c q u a
fred d a , i p ie d i p e rc h é è c o stretto a c a m m in a re su l p a v im e n to ba gn ato .
15 II vino, se m p re m e sc o la to c o n a cq u a, e r a se rv ito fre d d o . P e r re fr ig e r a r lo lo
si m ettev a in vasi che e ra n o sp ru zzati c on a c q u a o im m e rsi in a c q u a fre d d a ; a
volte si a g g iu n g e v a a l vin o d e lla n eve (cf. C h . DAREMBERG- M .E . S a c l io , 5, p. 921).
16 Ille e itti (dativo!) sono riferiti al m edesim o personaggio, il coppiere (si noti
l'anafora e il poliptoto). La Buck ha inteso illi com e nominativo plurale, frainten­
dendo il passo, e dietro di lei è scivolato anche H. Savon, Sa in t A m broise devant
l'exégèse de P h ilo n le Juif, 1, Paris 1977, p. 253, dove questo luogo è esaminato —
con acume, bisogna riconoscere — e tradotto.
17 A m brogio sem bra aver presente il 'typos' dell'à^apu-coi; (pavimento non
spazzato dei resti di un banchetto) utilizzato dagli antichi scrittori e artisti. Si
veda STAZIO, silu. 1, 3, 56 (la casa di M anilio Vopisco) e PUNIO, nat. hist. 36, 184,
che parla della realizzazione di un pavimento, con rappresentazione dei resti del
pranzo, eseguito da Soso di Pergam o; cf. anche Sidonio APOLLINARE, ad consent.,
carm. 23, 52. Documentazione archeologica si trova nei mosaici di Aquileia e di
diverse località deH’Africa del Nord; si veda anche L. F0UCHER, line mosa'ique de
tric lin iu m trou vée à Thysdrus, «L a to m u s», 20 (1961), pp. 291-297.
18 Cf. B a s ilio , PG 31,176 A T)o\ix<xcàT(i) ic o t è x a ì ó olxoq aitò t ù v [lupiuv dopupuiv,
xaì t o ù xaitvoù, x a ì Tf;<; xviacrriq.
19 L a Buck (p. 145, nota 7) segnala in questo luogo un’im pronta di CICERONE,
p rò G allio, frg. 1 (ed. Miiller, p. 236, 26-33) e rinvia anche a Cain et Ab. 1, 4, 14
(C S E L 32, 1, p. 350, 15-24) — dove troviamo una descrizione simile di un banchetto
orgiastico — pu r senza analizzare in dettaglio il parallelism o fra i testi. Perciò
non è del tutto esatta l’afferm azione di Savon, S a in t A m broise devant..., 2, p. 113,
nota 58: «... l’utilisation de cette page du De Cain... n’a pas été relevée par les
éditeurs». Rinvio però a Savon , ibid., 1, pp. 253 s., che conduce un'interessante
analisi su questi tre testi paralleli, ai quali aggiunge anche expl. ps. 37 30 (C S E L
64, p. 159, 14-23). Qui basterà citare succintamente: C ic e ro n e , p r ò G a llio (loc. c it.):
fit clamor, fit c o n u ic iu m m u lieru m , fit sym phoniae cantus. Videbatur m ih i uidere
alios intrantis, alios autem exeuntis, p a rtim ex u in o uacillantis, p a rtim hesterna ex
p ota tion e oscitantis... hum us erat inm unda, lutulenta uino... et spinis cooperta piscium .
A m b r o g io , Cain et Ab. (lo c. cit.): solo u m id o natabant p auim enta uino. Fraglabat
66 DE HELIA ET IEIVNIO, 8, 26 - 9, 28

26. M alae dom inae seruitur gulae, quae sem per expetit,
num quam expletur. Quid enim insatiabilius uentre? H od ie susci­
pit, cras exigit. Cum im pletus fuerit, disputat de continentia: cum
digesserit, uale uirtutibus dicit, quaerit luxuriam. In ter pocula
philosophia praedicatur, inter philosophos uina laudantur. Vigiliae
inquit et cholera et tortura uiro in sa tia b ilib. Manducat et paulo
post eum paenitet.
27. N on illum diutius sua intem perantia delectauit diuitem ,
qu i induebatur purpura et bysso et epulabatur cottidie splendide,
cuius ad ianuam Lazarus ille m endicus iacebat plenus ulceribus,
cupiens saturari ex his quae de mensa cadebant diuitis. Paulo
post cum esset mortuus, coep it rogare positus in inferno, ut
extrem um digiti sui pauper ille in aqua intingeret et refrigeraret
linguam eius, quae ardebat incendio c. V b i illae copiae, ubi illae
ebrietates? Sitit qui inebriabatur, abundat qui mendicabat. In ipso
conuiuio dum bibunt, sitiunt et cum inebriati fuerint, amplius
bibunt. Quasi aperto gurgite uinum iam non bibitur, sed infundi­
tur: poculum non libatur, sed exinanitur.

9. 28. Spinae inquit nascuntur in manu e b rio s ia, quia ips


manibus suis uulnerat, ipse ulcera sibi in pectus deicit. His spinis

b Eccli 31, 20 (23).


c Lc 16, 19 ss.
9. a Prou 26, 9.

26, 3 sq. disputat... dicit] cf. quae ad loc. notaui.


27, 6 aquam H Sch. (Vulg.).
ELIA E IL DIGIUNO, 8, 26 - 9, 28 67

26. Si è schiavi di una perfida padrona, la gola, che sem pre


chiede, m ai si sazia. Che cosa infatti è più insaziabile del ventre?
Oggi riceve, dom ani si vuota. Quando è pieno, discute della conti­
nenza: quando ha digerito, dice 20 addio alle virtù: e cerca l’intem ­
peranza. Fra le coppe si esalta la filosofia, fra i filosofi si elogiano
i vini. Insonnia — dice — e sconvolgim enti e coliche p er l'uom o
insaziabile. Mangia e poco d o p o si pente.
27. L'intem peranza non procurò du revoli piaceri a quel ricco
che si vestiva di porpora e bisso e banchettava sontuosamente ogni
giorno, m entre il p o vero Lazzaro, cop erto di ulcere, stava disteso
alla sua porta, desideroso di sfamarsi con ciò che cadeva dalla
mensa del ricco 21. Poco d o p o il ricco m ori e, trovandosi all’in fer­
no, com inciò a pregare che quel p o vero potesse intingere la punta
del p rop rio dito nell'acqua per rinfrescare la sua lingua che era
riarsa dal fuoco. Dove erano le sue ricchezze? Dove le sue ubria­
chezze? Chi si ubriacava, ora ha sete, chi m endicava, ora è n ell’ab­
bondanza. Durante il banchetto, m entre bevono, hanno sete e,
quando sono ubriachi, bevon o ancor di più. E non si beve vino,
ma lo si tracanna, non si sorseggia 22, m a si vuota la coppa.
9. 28. Nella m ano dell'ubriaco — dice — spuntano le spi
infatti si ferisce da solo con le p rop rie mani, da solo si procura

unguento humus, spinis coop erta piscium ... illic com m essantium tum ultum , co n cer­
tantium clamor, litig a n tiu m caedes... Notiam o nel nostro testo non solo corrispon­
denze verbali (pa u im enta u in o madida, spinis cooperta p isciu m , clam or, le anafore
fit... fit... che fanno eco all’inizio del passo ciceroniano), ma anche, com e osserva
Savon, la somiglianza della situazione confusa e movimentata che si descrive, e
lo stile della descrizione caratterizzato da frasi vivaci, rapide, assonanti. Am brogio
ci propone, come si suol dire, un pezzo di bravura, utilizzando la reminiscenza
scolastica di un esem pio già da tem po divenuto classico nei manuali di retorica.
Non è probabile, cioè, che abbia avuto a disposizione l’orazione di Cicerone, che
è perduta. Non a caso infatti Yexem plum ciceroniano ci è attestato da tre maestri
di retorica: Q u in t il ia n o , inst. 8, 3, 66 (e più som m ariam ente in 11, 3, 165); A q u il a
R o m a n o , fig. sentent. 2 ( H a l m , p. 23, 12-21); G iu l io V it t o r e , ars rhet. 22 ( H a l m , p.
436, 18-20).
20 II testo di Schenkl, in luogo di disputat e dicit, presenta disputatur e dicitur,
che sono lezioni attestate dalla maggioranza dei codici utilizzati per l’edizione
viennese, compresi P e R, che in genere risultano maggiorm ente autorevoli, mentre
B H ’ hanno disputat e dicit. D opo qualche incertezza, mi sono convinto della validità
del giudizio di Zin co n e, A lcu n e osservazioni..., pp. 341 s. che ha trovato le lezioni
disputat e d icit anche in alcuni codici vaticani e laurenziani. Zincone osserva che
gli impersonali passivi disputatur e d icitu r presentano notevoli difficoltà inseriti
in una serie di verbi in form a attiva con soggetto il ventre, a cui Am brogio in
questo contesto dà grande rilievo, fino a personificarlo. M a la ragione più cogente,
indicata dallo stesso Zincone, è data dal confronto con il passo di B a s ilio , P G 31,
176 B , che A m brogio segue m olto da vicino: T) XanPàvoutra crr]|j,£pov xaì aupiov
È7tiXavdavopivr|. "O z a v èn,7tX.T)o^n, itepì ÉYxpa-ma<; cpiXotrocpEi- o z a v SianvEuffdfj, Èra-
XavitóvETai t ù v SoyijwxtijJV. Si osservi che il soggetto dei due verbi (<piXoaocpEÌ e
ÈmXavSàvETai) è il ventre personificato.
21 La Buck ha evidenziato con il corsivo questo passo che riproduce Le 16,
20 s.; tuttavia non si tratta di una citazione precisa, m a di testo biblico rielaborato
da Am brogio.
22 Cf. V ir g il io , Aen. 3, 354 libabant pocu la .
9.1 Stranamente la Buck (ad lo c .) nota una considerevole differenza fra il t
greco e quello di Am brogio, che invece si corrispondono perfettamente. Nei
Settanta si legge infatti: axav^ai (puovTai èv xEipì t o O [j^ducrou.
68 DE HELIA ET IEIVNIO, 9, 28-31

scindit uestim entum fid ei quod accepit et thensaurum suum ser-


uare non poterit; om nis enim ebriosus et forn icator egebit et
induet se scissa uestim enta insipientiae. Et ideo potentes uinum
prohibentur bibere, ne cum biberint, obliuiscantur sapientiam b.

29. Denique bibebant uinum in ebrietatem c potentes qui


O lopherni principi m ilitiae regis Assyriorum se tradere gestie­
bant d, sed non bibebat fem ina Iudith, ieiunans om nibus diebus
uiduitatis suae praeter festorum dierum sollem nitates e. His armis
munita processit et om nem Assyriorum circum uenit exercitum .
Sobrii uigore consilii abstulit O lophernis c a p u tf, seruauit pudici­
tiam, uictoriam reciperauit. Haec enim succincta ieiunio in castris
praetendebat alienis, ille uino sepultus iacebat, ut ictum uulneris
sentire non posset. Itaque unius m ulieris ieiunium innum eros
strauit exercitus ebriorum .

30. Esther quoque pu lchrior facta ieiunio s — dom inus enim


gratiam sobriae m entis augebat — om ne genus suum, id est totum
populum Iudaeorum a persecutionis acerbitatibus liberauit, ita
ut regem sibi faceret esse subiectum, non libidinis ardore flam m a­
tum, sed caelesti m iseratione conuersum, ita ut et poena in im ­
pium retorqu eretu r et hon or sacris red deretu r altaribus h. Itaque
illa quae triduo ieiunauit continuo et corpus suum aqua lauit
plus placuit et uindictam rettulit. Aman autem dum se regali
iactat conuiuio, inter ipsa uina poenam suae ebrietatis exsoluit.

31. Est erg o ieiunium reconciliationis sacrificium, uirtutis


increm entum , quod fecit etiam fem inas fortiores, augmentum
gratiae. Ieiunium nescit faeneratorem , non sortem faenoris nouit,
non red olet usuras mensa ieiunantium, non strangulant filium
continentis uiri paternae centesim ae, non uexant uiduam oppi-

*> Prou 31, 4 s.


c Tob 4, 5.
d Cf. Iudith 3, 1 ss.
e Cf. Iudith 8, 6.
f Cf. Iudith 13, 8.
g Cf. Esth 4, 16.
*> Cf. Esth 7, 1 ss.

29, 1 ebrietate P G H ebrietatem P2 Sch.


7 reciperauit H en ricu s Sch. regi orauit PGH.
31, 2 augmentum codd. augm ento ed. Amerb., Sch.
ELIA E IL DIGIUNO, 9, 28-31 69

ferite sul petto. Con queste spine strappa la veste della fede che
ha ricevu to e non potrà conservare il suo tesoro; infatti ogni
ubriaco e forn icatore andrà in m iseria e si rivestirà d elle vesti
stracciate della stoltezza. E p erciò si proibisce ai potenti di bere
vino, affinché, quando hanno bevuto, non dim entichino la sapienza.
29. Infatti bevevano vino nell'ubriachezza i potenti che sma­
niavano di consegnarsi a Oloferne, capo dell'esercito del re degli
Assiri, non b eveva invece Giuditta, la donna che digiunava tutti
i gio rn i della sua vedovanza, eccetto i giorni festivi d elle solennità.
Con queste arm i avanzò e sorprese l'in tero esercito degli Assiri.
Con la forza della sobria volon tà 2 decapitò 3 O loferne, conservò
la castità 4, riportò vittoria. Infatti costei, arm ata di digiuno, com ­
batteva n ellaccam p am en to nem ico, quello giaceva oppresso dal
vino 5 al punto da non p o ter sentire il colp o della spada. Cosi il
digiuno di una sola donna sbaragliò innu m erevoli eserciti di
ubriachi.
30. Anche Ester, divenuta più bella per il digiuno — il Signo­
re infatti accresceva la bellezza di una m ente sobria 6 — liberò
tutta la sua razza, cio è tutto il p o p o lo dei Giudei, dalla crudeltà
della persecuzione, sottom ettendo a sé il re, non avvolto dal fuoco
della libidine, ma ravvedutosi p er divina m isericordia; e cosi la
pena fu rivolta con tro l'em p io e ai sacri altari fu di nuovo tributato
onore. E p erciò lei, che digiunò ininterrottam ente per tre giorni
e lavò il suo co rp o in acqua, piacque di più e rip ortò vittoria.
Aman invece, m entre si vantava per il con vito regale, prop rio
durante il b a n c h etto 7 scontò la pena p er la sua ubriachezza.
31. Il digiuno, dunque, è sacrificio di riconciliazione, p ro ­
gresso della virtù: ha reso più forti anche le donne; il digiuno è
aum ento della grazia 8. Il digiuno non conosce l'usuraio 9, ignora
gli interessi del denaro dato in prestito, la mensa di co loro che
digiunano non olezza d'usura, il fig lio di un uom o parco non è

2 sobrii... c o n s ilii: concetto analogo a sobria m ens: cf. paragrafo seguente.


3 abstulit... ca p u t : cf. V ir g il io , Aen. 9, 332; 12, 382.
* seruauit p u d icitia m : cf. V i r g i li o , geor. 2, 524.
5 Cf. Id., Aen. 2, 265 in u a d u n t urbem som n o u in oq u e sepultam-, PROPERZIO, 3, 11,
56 assiduo lingua sepulta mero.
6sobriae m entis: espressione privilegiata da Am brogio per indicare l’anima
definitivamente rivolta a Dio dopo essersi liberata da ogni concupiscenza carnale
e sensitiva; cf. N oe 11, 38 (C S E L 32, 1, p. 437, 3) mens en im sobria passiones om nes
cohibet, sensus gubernat. Altre volte troviam o un’espressione analoga, sobrietas
mentis: epist. 1 (7), 19 (C S E L 82, 1, p. 13, 202): deo en im iustitia soluitur, quae m entis
est sobrietas-, sacram. 5, 3, 17 (C S E L 73, p. 65, 45 s.); off. 1, 3, 12 (S A E M O 13, p. 28);
N oe 11, 38 (C S E L 32, 1, p. 437, 12). L'espressione nell’una e nell’altra forma, anche
se acquista nel nostro Autore un valore semantico pienamente consono con la
concezione am brosiana dell’ascetica cristiana, rivela un’im pronta di Filone Alessan­
drino (cf. sobr. 1, 3 vrjtpouca Siàvoia. 6, 3 OTav ò voùq VT|(pi[). spec. leg. 1, 99 vrjcpovTOc;...
voùi;).
7 in ter ipsa uina: cf. O r a z io , epist. 1, 7, 28; P e r s io , 3, 100 (secondo l’indicazione
di C. W e y m a n , in «Philol. Wochenschr.», 50 [193 0], c. 874).
* Credo che il significato di gratia qui vada inteso tenendo presenti le prime
due righe di questo paragrafo.
’ Cf. B a s il io , P G 31, 176 B v-qa-ceia Saveiou epùaw oùx oiSev- oùx toxojm
TpaTOi^a toG vT|o-TeùovTog- oùx a y x o v <nv óptpavòv vt)oteutoù uai5a xóxoi ■naTpyoi.
70 DE HELIA ET IEIVNIO, 9, 31 - 10, 33

gnorata sobrii uiri iura defuncti, non defaenerata excludit h ere­


dem aula ieiunii.

32. Etiam ipsis ieiunium conuiuiis dat gratiam. Dulcior


post fam em epulae fiunt, quae adsiduitate fastidio sunt et diurna
continuatione uiliscunt. C ondim entum cibi ieiunium est. Quanto
auidior adpetentia, tanto esca iocundior. C om m endat sitis pocu­
lum. N escit uini quaerere uenustates qui quidquid hauserit trans­
m ittit ad satietatem, non ad iudicium nare suspendit. Vsu etiam
pretiosa degenerant. Quorum autem difficilis possessio, eorum
grata perfunctio. Ipse sol post noctem gratior, ipsa lux post tene­
bras splendidior et post uigilias sopor dulcior, ipsa salus post
aegritudinis tem ptam enta iocundior. Ab ipso mundi conditore
didicim us saepe diuersitatibus cum ulari gratiam. Patrocinatur
ergo et conuiuio fames et gratior fit mensa ieiuniis.

10. 33. M ystica quoque mensa ieiunio conparatur, illa m


sa, de qua dicit Dauid: Parasti in conspectu m eo mensam aduersum
eos qu i tribulant me a, famis adquiritur p retio et poculum illud
in e b ria n sb sobrietate caelestium sacram entorum siti quaeritur.

10. a Ps 22 (23), 5.
b Cf. Ps 22 (23), 5.

7 ieiuni Sch.
ELIA E IL DIGIUNO, 9, 31 - 10, 33 71

strangolato dalle percentuali di interesse, cui si era obbligato il


padre, la vedova di un uom o sobrio non è oppressa dal pignora­
m ento dei diritti del defunto. Il palazzo del digiuno 10 non è
rovinato dai debiti, cosicché l’ered e sia escluso dall'eredità.
32. Il digiuno rende graditi addirittura i banchetti. Quan
si ha fame, più g r a d iti11 diventano i cibi, che presi frequentem ente
perdon o valore, quando si susseguono ogni giorno. Il digiuno è
condim ento del cibo. Quanto m aggiore è il desiderio di mangiare,
tanto più gustoso è il cibo. La sete rende più gradita la bevanda 12.
Non sa cercare i pregi del vin o chi tracanna fino alla sazietà tutto
quello che inghiotte senza gustarlo 13 per esprim ere un giudizio.
Per l'uso si svalutano anche le cose preziose. E gradita l'acquisizio­
ne di quelle cose il cui possesso è difficile. Anche il sole è più
gradito d o p o la notte u , anche la luce è più splendente dopo le
tenebre e più dolce è il sonno d o p o la veglia, anche la salute è
più piacevole d o p o gli assalti della malattia. Dallo stesso creatore
del m ondo abbiam o appreso che spesso i contrasti accrescono
la bellezza. Da una parte, dunque, la fam e giustifica i pasti, dall’al­
tra la mensa diventa più piacevole per il digiuno.
10. 33. Anche la m istica mensa la si prepara col digiu
quella mensa, di cui Davide dice: H ai preparato davanti a me una
mensa p er contrastare c o lo ro che m i fanno soffrire, la si procura
a prezzo della fam e 2 e quel calice che inebria con la sobrietà dei

10 Per una duplice ragione ho preferito ie iu n ii a ieiuni, che è lezione adottata


da Schenkl. Innanzi tutto non soltanto i mss. G H B D hanno ie iu n ii, come attesta
l'apparato di Schenkl, m a anche R che ho personalm ente controllato, al quale
invece Schenkl attribuisce ie iu n i. A sostegno di quest'ultima lezione restano allora
solo H ’P' per nulla autorevoli, perché 'codices descripti’ In secondo luogo ie iu n i
sarebbe qui vocabolo banalm ente im proprio per ieiunantis, mentre non è difficile
intendere in ie iu n ii la personificazione del digiuno, proprio come sopra nel m edesi­
mo paragrafo: ie iu n iu m nescit...
11 Cf. B a s il io , PG 31, 176 C ù><; yàp ri SC<];a t|8ù t ò -tcotòv eutpeiu^ei., xaì Xip.òt;
flYT)<rà|j,Evoq T)SEÌav itapaaxEuàì^Ei tt)v TpàitE^av- outoj xaì ttjv TtZiv Ppwjjià-tiov à-rcóXau-
oxv vriCTEÌa cpaiSpuvEi.
12 S e rie d i e sp re ssio n i paratattich e sen ten ziose che ric h ia m a n o a lla m en te il
g e n e re filo so fico p o p o la re d e lla d ia trib a . C. W e y m a n , in «P h ilo l. W o c h e n sc h r.», 50
(1930), c. 875, rin via a T e l e s in S t o b e o , p. 4, 13 s. H e n s e : ti oùx ó iteiv&v T|Si<na
èotKei ...; x a ì ó SiiJ/wv TjSurca mvEi...;
13 Cf. O r a z io , sat. 1, 6, 5 naso adunco a liqu em suspendere', ibid., 2, 8, 64 baiatro
suspendens o m n ia naso.
14 Cf. B a s il io , PG 31, 176 D - 177 A oùx òpqLg o ti x aì tiXioc; tpai^pÓTEpoq [XE-tà
ttjv vùxTa; xaì ÈypTiYopa'i.t; t)8uov (jiETa t ò v uuvov; xaì òy d a itoifeivoTÉpa p.ETa t?]v
TtEÌpav t w v èvavruov; xaì Tpàirc^a to ivu v x<*P<£0“tÉpa p,ETà tt)v vr)OTEÌav.
IO.1 Sul digiuno cultuale in questo paragrafo si veda H. Lewy, S obria ebriet
Untersuchungen zur G eschichte d er antiken Mystik, Giessen 1929, pp. 153 s., ove fra
l’altro si osserva: «d ie Ursache dieser Einfiingung (la svolta al §3 3 ) ist klar: die
ins Allgemeine gehenden und recht theoretischen Reflexionen des Basileios er-
schienen dem praktischer gerichteten Bischof ohne geniigende Beziehung zur
Kirchlichen W irklichkeit» (p. 153, nota 5).
2 Intendo famis genitivo di p re tio (p er sé potrebbe essere nominativo). L’inter­
pretazione del passo da me proposta ha richiesto la correzione della punteggiatura
adottata da Schenkl, che pone un punto ferm o prim a di famis. N el testo costituito
da Schenkl l’espressione famis a d q u iritu r p retio è tautologica, o vuota di senso.
Ritengo, invece, che in questo contesto siano da individuare due periodi simili
nello schema sintattico e analoghi nel significato: 1) i l l a mensa... famis a d q u iritu r
pretio, 2) p o c u lu m i l i u d .. siti quaeritur.
72 DE HELIA ET IEIVNIO, 10, 33-34

Dixit enim dominus: Q ui sititis ite ad aquam et quicum que non


habetis argentum ite et emite et bibite et manducate c. Et alibi ait:
Ecce qui seruiunt m ih i manducabunt, uos uero esurietis: ecce qui
seruiunt m ih i bibent, uos autem sitietis d. Qui uos nisi qui ante
potastis? De quibus supra dixit: Parastis daemoniis mensam et
inplestis fortunae p ocu lu m e. E rgo si ad mensam illam u enerabilem
ieiunia nos sancta perducunt, si hac fam e illa quae sunt aeterna
mercamur, quid de iis dubitamus quae in usu humano sunt, quod
etiam haec nobis faciat suauiora ieiunium?

34. N on om nis autem fam es acceptabile ieiunium facit,


fames, quae dei tim ore suscipitur. Considera. Quadragesima totis
praeter sabbatum et dom inicam ieiunatur diebus. H oc ieiunium
dom ini pascha concludit. Venit iam dies resurrectionis, baptizan­
tur electi, ueniunt ad altare, accipiunt sacramentum, sitientes
totis hauriunt uenis. M erito dicunt singuli refecti spiritali cib o et
spiritali potu: Parasti in conspectu meo mensam, et pocu lu m tuum
inebrians quam p ra e cla ru m !f. N on sola autem fam es quaeritur,
sed plena disciplina ieiunii. Denique aliis dicitur: In diebus enim
ieiun ioru m uestrorum inuenitis uoluntates uestras et om nis subditos

c Is 55, 1.
d Is 65, 13.
e Is 65, 11.
f Ps 22 (23), 5.

34, 1 famis H et (e s. i) G.
2 fames P2G famis PH.
ELIA E IL DIGIUNO, 10, 33-34 73

sacram en ti3 celesti lo si procura con la sete. Infatti il Signore ha


detto: Voi che avete sete cercate l'acqua e vo i che non avete denaro
andate, comperate, bevete e mangiate. E altrove dice: Ecco, coloro
che m i servono mangeranno, ma vo i avrete fame: ecco, qu elli che
m i servono berranno, v o i invece avrete sete A chi è riferito v o i 4,
se non a voi che avete già bevuto? Dei quali p r im a 5 ha detto:
Avete preparato una mensa p e r i dem oni e avete riem pito il calice
alla Fortuna. Perciò, se il santo digiuno ci conduce a quella mensa
degna di venerazione, se con questa fam e acquistiam o le cose
eterne, perché circa quelle cose che si usano nell'am bito umano
dubitiam o che il digiuno ce le possa rendere più gradevoli?
34. Tuttavia, non qualsiasi specie di fam e rende gradito
digiuno, ma quella fam e 7 che è accettata per tim ore di Dio.
Considera. In Quaresim a si digiuna tutti i giorni, eccetto il sabato
e la dom enica 8. La Pasqua del Signore pone fine a questo digiu ­
no 9. A rriva il giorn o della risurrezione, gli e le t t i10 sono battezza­
ti n, si presentano a ll’altare n , ricevon o il sacramento, co loro che
hanno sete bevon o a grandi sorsi. Giustam ente co loro che sono
ristorati dal cibo e dalla bevanda spirituali dicono: H ai preparato
davanti a me una mensa, e quanto è prezioso il tuo calice inebriante!
Non si richiede, dunque, la fam e soltanto, ma l’esercizio perfetto
del digiuno. Perciò ad altri dice: In fatti nei g io rn i del vostro digiuno

3 Per il significato di sacram entum = eucaristia cf. J. H u h n , D ie Bedeutung des


Wortes sacram entum bei dem K irch en va ters Am brosius, Fulda 1928, pp. 57-60.
4 H o reso con il corsivo uos perché ritengo che qui si riprenda il pronom e
dell'ultima frase del passo biblico appena citato ( uos autem sitietis) p er darne
spiegazione; A m brogio chiarisce che tale espressione deve essere cosi intesa e
connessa: «v o i invece, che avete già bevuto, avrete sete».
5 su pra : riferito ovviamente al testo biblico di Is.
6 acceptabile: sottinteso Dea. Cf. B a s il io , PG 31, 196 C vTioreucioiiEv vtioteuiv
SeXTT)M, EÙàpEITTOV T(j> ì>£(f).
7sed fames: Schenkl stampa famis che è lezione di P ‘ante correctionem ’,
mentre G H hanno fames. Anche se famis com e form a del nominativo è ‘difficilior’
tuttavia bisogna tener conto che in questo m edesim o paragrafo la form a fames
(nom. sing.) ricorre altre due volte.
8 Sabato e dom enica erano considerati festivi a M ilano e, perciò, erano esenti
dal digiuno: cf. V. M o n a c h in o , S. A m b ro g io e la cu ra pastorale a M ila n o nel secolo
IV , M ilano 1973, p. 96.
9 Con l’espressione d o m in i pascha si intende il Venerdì Santo, il giorno della
passione. A M ilano dunque la Q uaresim a term inava la sera del Giovedì Santo. Cf.
expl. ps. 40 37 (C S E L 64, p. 255, 3) passio d o m in i finis est quadragesimae', cf. C.
C a l l e w a e r t , La Quaresim a a M ila n o al tem po d i S. A m b rogio, «A m b ro siu s», 8 (1932),
pp. 273-282.
10 La parola electi cela forse una classe di catecumeni: cf. M o n a c h in o , S. A m b ro ­
gio e la cura..., pp. 47 ss. e in generale F.X. F u n k , D ie Katecumenatsklassen des
christlichen Altertum s, «T heol. Quartalschr.», 65 (1883), pp. 41-77.
11 Cf. exhort. uirg. 7, 42 (P L 16, 364) u enit paschae dies, in toto orbe baptism i
sacramenta celebrantur. Di regola il battesimo era amministrato il giorno di Pasqua.
Il rito è descritto da A m brogio nel De sacram entis e nel De mysteriis.
12 Subito dopo il battesimo i neofiti erano ammessi all’eucaristia; cf. myst. 8,
43 (C S E L 73, 107, 1 ss.) his abluta plebs diues insignibus ad C hristi con ten d it altaria...
renouata in aquilae iu u entutem caeleste illu d festinat adire co n u iu iu m . L’espressione
uenire ad altare è tipica di A m brogio per indicare la partecipazione all’eucaristia;
cf. anche sacram. 3, 2, 11 (p. 43, 19); 4, 2, 5 (p. 47, 1); 4, 2, 7 (p. 48, 18); 9, 3, 8 (p.
48, 1).
74 DE HELIA ET IEIVNI0, 10, 34-36

uobis stimulatis. An ad iudicia et rixas ieiunatis et percutitis pugnis?


Vt quid m ih i tale ieiunium , ita ut audiatur in clam ore uox uestra?
N on hoc ieiunium ego elegi et diem ad hum iliandam anim am suam
hom inem, nec si flectas ut circu lu m collu m tuum, cinerem etiam et
ciliciu m substernas, nec sic uocabitis ieiun iu m acceptum. N on tale
ieiun iu m ego elegi, dicit dominus s. Quod ieiunium im probetu r
audiuimus, nunc audiamus quod sit probabile. Sed solue omnem
colligationem iniustitiae tuae, dissolue obligationes uiolentarum
com m utationum , dimitte confractos in remissionem et om nem con ­
scriptionem iniquam disrumpe. Frange panem tuum esurienti et
egenos non habentes tectum induc in dom um tuam. S i uideris
nudum, cooperi et domesticos seminis tui non despicies h. V ides
quae species sit et form a ieiunii, qui m entis habitus, ut orationi
uaces, ut in lege dei die et nocte m ed itere ‘.

35. Ipsa figura corp oris plena grauitatis. Nullus rubor eb rie­
tatis circumfusus genas, qui intuentium offen dat aspectus, sed
uultus casto m icat pallore reuerendus. Serm o grauior, oculus
uerecundior, gressus stabilior atque m oderatior; plerum que enim
turbatiore incessu proditu r motus anim orum . Vultus intentior et
quidam cogitationis suae arbiter et tacitus cordis interpres, ut
neque tristitiam praetexat neque soluatur risu incontinenti. N on
enim hoc superfluum putes nostrae esse com m onitionis, cum
sapientia in euangelio dicat: Cum autem ieiunatis, nolite fieri sicut
hypocritae tristes '. Id e o dixit hypocritas, eo quod sim ulatione
alienam personam induant, sicut in scaena qui tragoedias canunt
[e t ] pro eorum dictis quorum personas gerunt motus suos exci­
tant, ut aut irascantur aut m aereant uel exultent; adfectant enim
isti ut ieiunare uideantur, hom inibus magis quam d eo cupientes
probari, quod faciebant Iudaei.

36. Et ideo nobis dicitur: Vos autem cum ieiunatis, unguite


caput uestrum et faciem uestram lauate, ne pareatis hom inibus quia
ieiunatis, sed patri uestro, qu i est in abscondito. E t pater uester, qu i
uidet in abscondito, reddet uobis. Quid est unguite caput uestrum m?
Sed et luxuriosi dicunt: «V in o et unguentis nos repleam u s». Vn-
guento enim se ungunt qui co rp orei odoris gratiam quaerunt:
sed illa unguenta libidinis inlecebram m ouere consuerunt. Aliud
est sobrietatis unguentum, de quo dicit ecclesia ad sponsum:

s Is 58, 3-6.
h Is 58, 6 s.
i Cf. Ps 1, 2.
> Mt 6, 16.
mMt 6, 17 s.

35, 12 et d e i Costerius.
36, 6 corpori GH.
ELIA E IL DIGIUNO, 10, 34-36 75

vo i soddisfate i vostri interessi e pungolate tutti i vostri operai. O


forse digiunate p e r litigare e azzuffarvi e p er percuotere con pugni?
Che m i im porta di tale m odo di digiunare che fa udire il clam ore
della vostra voce? N o n è questo il digiuno che voglio, non è questo
il giorn o nel quale l ’uom o si m ortifica u; nem meno se piegassi il
co llo com e un giunco, se ti coricassi su cenere e sacco, nemmeno
cosi lo potrete chiam are digiuno gradito. N on è questo il digiuno
che voglio, dice il Signore. A bbiam o udito quale digiuno sia disap­
provato, ora ascoltiam o quale sia quello raccom andabile. Ma
spezza ogni laccio della tua iniquità, sciogli gli obblighi derivanti
da patti imposti con la forza, rimanda liberi gli oppressi e annulla
ogni scrittura iniqua. Spezza il tuo pane all'affamato e accogli in
casa tua i p overi senza tetto. Se vedi uno che è nudo, coprilo, e non
disprezzare qu elli del tuo stesso sangue. Tu vedi qual è la form a
ideale 14 del digiuno, in quale disposizione deve trovarsi la m ente:
che si preghi, che si m editi la legge di Dio giorno e notte.
35. Aspetto esteriore del corp o pieno di gravità. Nessun
rossore dovu to all'ubriachezza diffuso sulle guance, che offenda
gli occhi di co loro che osservano, ma un vo lto venerando risplen­
de di illibato pallore. Un parlare grave, un occhio pudico, un
passo sicuro e m oderato; m olto spesso infatti l’agitazione della
m ente si m anifesta nel passo traballante. Il vo lto è serio e, per
cosi dire, arbitro dei p rop ri pensieri e interprete muto dei senti­
menti, cosicché non nasconde tristezza, né si lascia andare al riso
sfrenato. E non si creda che questa nostra am m onizione sia
inutile, perché la divina sapienza cosi dice nel Vangelo: Quando
digiunate, n o n siate tristi com e g li ipocriti. Ha detto ipocriti, perché
sim ulando assumono la m aschera di un altro personaggio, com e
sulla scena co loro che recitano le tragedie 15 esprim ono sentim en­
ti corrispondenti alle parole dei personaggi che rappresentano,
e cosi si adirano o sono afflitti oppure esultano; costoro infatti
cercano di far apparire che digiunano, desiderosi di essere appro­
vati più dagli uom ini che da Dio, com e facevano i Giudei.
36. E p erciò a noi è detto: Voi invece, quando digiunate,
profum atevi il capo e lavatevi la faccia, p e r far vedere che digiunate
non agli uom ini, ma al Padre vostro che è presente in segreto. E il
Padre vostro che v i vede nel segreto, vi ricompenserà. Che significa
profum atevi il capo? Anche gli intem peranti dicono: «G ron d iam o
di vin o e di p rofu m i». Infatti si cospargono di profum o co loro
che ricercano la delizia del profum o corporale: ma tali profum i
libidinosi sono sem pre la causa della seduzione. D iverso è il
profum o della sobrietà, riguardo al quale la Chiesa dice allo

13 Nel testo latino la frase ha una costruzione alquanto anomala, che, però, si
spiega come calco sul testo dei Settanta: ... x aì rpépav toctieivoGm av^ptoirov tt |v
4'ux'Hv aÙTOÙ.
H species et form a ie iu n ii: analogam ente in Abr. 1, 1, 1 (C S E L 32, 1, p. 501, 5 s.):
form a uirtu tis et quaedam species.
15 Cf. B a s il io , PG 31, 165 B imoxpiTriq kcrtiv ó év ztótpijj àXXóxpiov npócioitov
ÙTtEXdùv.
76 DE HELIA ET IEIVNIO, 10, 36-37

Vnguentum exinanitum nom en tuum ", aliud oleum , quo artus


anim ae et quaedam m em bra pinguescunt. Vnde et Dauid ait:
Inpinguasti in oleo caput meum °; hoc est oleum laetitiae p, quo
unctus est Iesus Christus a patre deo, ut prae om nibus suis
em ineret consortibus. H oc iubet ungi caput nostrum, ut oleo
laetitiae obducatur om nis simulata tristitia, ne uidearis ieiunium
tuum uendere hominibus, ne uidearis contristari in anim ae salute;
n em o enim tristis coronatur, nem o maestus triumphat. Vnge ergo
caput tuum, ubi sensus sapientis sunt; o cu li enim sapientis in
capite eius <i. Ad m ysteria uocaris et nescis; disces, cum ueneris.
At rem iniscere illud: Sicut unguentum in capite, quod descendit in
barbam r: tunc cognosces quid sit ungere caput uestrum, qu om odo
placueris deo, ut tibi sua patefaceret sacramenta, daret gratiam
spiritalem .

37. Est et aliud caput mysticum. Quod illud? Audi: Ca


m ulieris uir, caput autem u iri Christuss. M itte in Christum, m itte
etiam in caput eius unguentum; caput eius deus est *. Illa m ulier
ecclesiae typum gerens, quae in caput eius m isit unguentum u,
confessa est eius diuinitatem , et quae in pedes m is itv confessa
est eius passionem. Vtraque laudatur: et tu fac quo lauderis quo
rem issionem accipias peccatorum . Laua faciem tuam z, em unda
anim am tuam peccatricem , laua conscientiam tuam. In dex enim
facies plerum que est conscientiae et quidam tacitus serm o mentis,
cum aut peccato conpungim ur aut integritate laetamur. N o li hanc
exterm inare faciem , laua illam et om nem sordem conscientiae
tuae dilue. Exterm inat faciem suam qui aliud cord e gerit, aliud
foris praetendit. N on nos uelut quodam peripetasm ate operiam us:
quod intus est foris luceat, quod foris est intus operetur. N em o

n Cant 1, 3.
o Ps 22 (23), 5.
p Cf. Ps 44 (45), 8.
Q Eccle 2, 14.
r Ps 132 (133), 2.
s 1 Cor 11, 3.
t Cf. 1 Cor 11, 3.
“ Cf. M t 26, 7.
v Cf. Lc 7, 37 s.
z Mt 6, 17.

15 animae tuae GH.


18 disces cum ueneris Sch. dicis cum ueneris G H discussum ueneris P (ne s.
P2, eras.) cet.
19 at Sch. et G H aut cet.
E U A E IL DIGIUNO, 10, 36-37 77

sposo: Profum o che si spande è il tuo nome, diverso è l’o lio con
cui si ungono le articolazioni e, per cosi dire, le m em bra d e ll’ani-
ma. Perciò anche Davide dice: H ai unto di o lio il m io capo; ecco
l'olio della letizia, con cui Gesù Cristo è stato unto da D io Padre,
perché risplendesse al di sopra di tutti i suoi simili. Con questo
profum o 16 si ordina di ungere il nostro capo, affinché con l’olio
della letizia sia elim inata ogni ipocrita tristezza, affinché non
sem bri che tu voglia vantare il tuo digiuno di fron te agli uomini,
affinché tu non sem bri afflitto p er la salvezza d e ll’anima 17; infatti
nessuno, se è triste, riceve la corona, nessuno, se è avvilito,
tr io n fa 18. Ungiti, dunque, il capo, dove sono i sensi dell'uom o
sapiente; infatti gli o cch i del sapiente sono nel suo capo. Sei chiam a­
to a prendere parte ai m is t e r i19 e non lo sai; lo saprai quando
verrai. M a ricordati: Come il profu m o sul capo, che scende sulla
barba: allora conoscerai che cosa significa ungere il vostro capo,
com e puoi piacere a Dio affinché egli ti perm etta di accedere ai
suoi sa cra m en ti20, ti dia la grazia spirituale.
37. C’è anche un altro capo, m istico 21. Qual è? Ascolta
m arito è il capo della moglie, il capo del m arito è Cristo. Spargi il
profum o su Cristo, spargilo anche sul suo capo; il suo capo è Dio.
Quella donna, che è prefigurazione della Chiesa, spargendo il
profum o sul capo di Cristo, ha dichiarato la sua divinità, e quella
che lo ha sparso sui suoi piedi ha annunciato la sua passione 22.
Entram be sono lodate: anche tu fa’ in m odo di essere lodato, di
ottenere la rem issione dei peccati. Lava il tuo volto, purifica la
tua anima peccatrice 23, lava la tua coscienza. M o lto spesso infatti
il vo lto è specchio della co scie n za 24 e com e tacito linguaggio
della m e n te 2S, sia quando si è toccati dal rim orso per avere
peccato che quando si gioisce p er essere integri. Non deturpare
questo vo lto 26, lavalo e pulisci ogni sporcizia della tua coscienza.
Deturpa il p rop rio vo lto colui che una cosa pensa nel prop rio
cuore, un’altra m ostra al di fu o r i27. N on copriam oci com e con
un velo 28: quello che c’è dentro risplenda al di fuori, quello che

16 H o inteso h o c come ablativo che richiam a la parola oleum , ma non si può


escludere che abbia valore avverbiale (= id eo) prolettico rispetto al seguente ut.
17 Cf. B asilio , PG 31, 164 B a-roicov |o.t] xaipeiv etcì iJjuxtk.
11 Cf. ibid. oùSeù; àèhjp,(I>v irrecpavoOTCU- oùSeù; aw y v àiju v -cpóitaiov Xtmyn.
19 Cf. ibid., 165 A èitì ixuarrjpux ere xaXeì ò Xóyoq.
20 II significato di sacramenta qui è da mettere in relazione con la grazia dei
sacramenti; cf. J. Huhn, D ie B edeutung des Wortes..., pp. 61 ss.
21 Cf. exp. ps. 118 20, 2 (C S E L 62, p. 445, 20) m ysticum caput Christus est.
22 Sul tema del profum o negli scritti di A m brogio si veda l'am pia analisi di P.
M eloni, I l p ro fu m o d ell'im m ortalità , Rom a 1975, pp. 221-266, per questo passo in
particolare pp. 252 s.
23 Cf. B asilio , PG 31, 165 A àitó-rcXuve ttjv ipuxlnv à^apT-nnaTiov.
24 Cf. CICERONE, orat. 60 im ago a n im i uultus, indices ocu li.
25 Cf. Id., Pis. 1 ocu li, supercilia, frons, denique totus, q u i serm o quidam tacitus
m entis est.
26 Cf. B asilio , PG 31, 165 A p/ri àcpavwrnc; t ò icpó w rc ó v ctou.
27 Cf. ibid., 165 B oi -rcoXXoì jeaTpttJoumv, àXXa piv Èv t ò xapSuji cpépovTEq, aXXa
5è Èv rfi ÈiucpavEuy toù ; àvdptoTcoiq Seixvuvte?.
21peripetasm ate: dal greco TtEpiirÉTatr^a. B asilio, ibid., usa un termine analogo
con lo stesso significato: citntep ùicò itapomETÓtrixaTi Tip ipeuSci xaXvmToiuvr).
78 DE HELIA ET IEIVNIO, 10, 37 - 11, 40

in ieiunio culpam includat, pure ferat innocentiam ; ieiunium ete­


nim culpae in terfectorium est.

11. 38. N em o am arioribus praeoptet dulcia. Dulcis uoluptas


uidetur, am arum ieiunium. H oc am aro illud dulce tollatur. Solent
am ara etiam ipsis plus prodesse corporibus. Sicut enim cum in
intim is puerorum uisceribus uerm es ex cibi indigestione nascun­
tur extingui non queunt nisi cum am arior potus infunditur aut
m edicam entorum uis inolescit asperior, quorum od ore moriantur,
ita profundum anim ae uirtus ingressa ieiunii culpam latentem
interficit.

39. Quid Esau seruum fratri suo f e c it a? N onne esca ad ho­


ram dulcis, am ara in posterum ? Quid Iacob dom inum fratri dedit?
Nonne contem ptus cibi ad tem pus amarior, sed salubris in re li­
quum? Ipsa corp ora dulcibus frequ enter inflantur et m eile iecur
tenditur, idem tam en escae am aritudine temperatur. Id e o non
m ediocris, sed laudata quaestio: De manducante exiuit esca et de
forte dulce b. A lii habent et de tristi dulce, G raeci codices m axime.
Sed et fo rte laboriosum est; exit enim dulce de tristitia uel labore.

40. N o li ergo te iactare, cum ieiunas. N oli gloriari, ne nihil


tibi prosit ieiunium; quae enim ad ostentationem fiunt non in
futurum fructum iam extendunt suum, sed praesentium m erce-
dem consu m u n tc. Helias in deserto erat, ne quis ieiunantem
uideret nisi soli corui, cum pascerent d. Helisaeus in deserto erat,
ubi non inueniretur esca nisi a m a ra e. Iohannes in deserto erat,
ubi solas locustas aut m ei siluestre in u e n ire tf. Ieiunantibus epulae
p io angelorum m inisterio deferebantur. Prandebat Daniel inter

11. a Cf. Gen 25, 29 ss.


b Iudic 14, 14.
= Cf. Mt 6, 2.
d Cf. 3 Reg 17, 6.
e Cf. 4 Reg 4, 39.
f Cf. Mt 3, 4.

39, 7 forte P G H forti H ' Sch.


40, 3 exstendent P G H Sch.
ELIA E IL DIGIUNO, 10, 37 - 11, 40 79

c’è di fu ori sia com piuto al di dentro. Nessuno unisca la colpa al


digiuno, ma abbia con sé una innocenza pura; infatti il digiuno
è uno strum ento che distrugge la colpa.
11. 38. Nessuno preferisca il dolce all'am aro. Il piacere sem­
bra dolce, il digiuno amaro. Con questo am aro si elim ini il dolce.
Le cose am are di solito giovano di più anche al corpo. Com e
infatti i verm i, che nascono n ell’intestino dei bam bini per indige­
stione di cibo, non possono essere elim inati se non som m inistran­
do una bevanda am ara e accrescendo l’asprezza d elle m edicine,
il cui od ore li faccia m orire, allo stesso m odo la virtù del digiuno,
penetrata nel p rofon d o dell'anim a, distrugge il peccato nascosto *.
39. Che cosa rese Esaù schiavo di suo fratello 2? N on fu
forse il cibo, dolce al m om ento, poi rivelatosi amaro? Che cosa
rese G iacobbe padrone del fratello? N on fu forse il rifiuto del
cibo, am aro al m om ento, salutare in seguito? Anche il corpo
spesso si gonfia a causa dei dolci e il m iele fa dilatare il fegato,
ma lo stesso è regola to dal cib o amaro. Perciò non è un enigm a
di poco conto, m a degno di considerazione: Da co lu i che mangia
è uscito cibo e dal forte 3 è uscito il dolce. Altri, soprattutto i codici
greci, hanno: e dall’a m aro è uscito il d o lc e 4. Ma anche ciò che è
forte è faticoso; infatti il dolce esce dall'am arezza o dalla fatica.
40. Dunque non ti vantare, quando digiuni. N on gloriarti,
perché non avvenga che il digiuno non ti giovi a nulla; ciò che
si fa per ostentazione non darà frutti per l'avvenire, ma si esauri­
sce subito nella ricom pensa della lod e dei p re s e n ti5. Elia stava
nel deserto, perché nessuno lo vedesse digiunare, eccetto i corvi,
quando gli portavano il cibo. Eliseo viveva nel deserto, dove si
poteva trovare soltanto cib o amaro. G iovanni viveva nel deserto,
dove poteva trovare solo cavallette o m iele selvatico. Gli angeli
svolgevano il pio servizio di portare cib o a co loro che digiunava-

l l . 1Cf. B a s il io , PG 31, 165 A.


2 Cf. ibid.., 172 A -u t ò v 'Homi É(kPr|Xw<T£, xaì, SoùXov knovr\t7t t o ù àSeXcpoù;
3 H o restituito forte (Schenkl ha preferito fo rti del codice ‘descriptus’ H ’), in
quanto lezione concorde di P e G. L'ablativo forte è abbondantem ente documentato
(cf. ThlL 6, 1145, 48 ss.) e lo stesso A m brogio attesta in patr. 4, 18 (C S E L 32, 2, p.
134, 20): rex ex rege... fortis ex forte e in Tob. 15, 53 (in fra ), ove è citato lo stesso
luogo biblico: ... «e t de forte et tristi e x iu it d u lc e ». G raecus « e t tris ti» habet; sic
inuenim us. Tamen «d e fo rte » h o c in tellegitur. Questo m edesim o passo dimostra,
poi, che bisogna accogliere — con Schenkl — la lezione tristi di P (e cosi è ribadita
l’autorevolezza di questo testimone) contro la lezione triste di G, spiegabile per
l’analogia con il precedente forte.
4 In realtà a noi non risulta alcuna testimonianza a favore di tristi né nella
tradizione del testo greco né in quella della Vetus L a tin a : una probabile soluzione
del problem a è suggerita più oltre nella nota 7 a Tob. 15, 53, ove ricorre la
medesima citazione.
5 H o seguito una ragionevole nota di Zincone, A lcu n e osservazioni..., pp. 342 s.,
in cui si sostiene la lezione extendunt, mentre Schenkl accoglie nel testo extendent
di P e G, anche se nell’apparato a proposito di extendunt osserva: «recte puto».
Non solo il contesto, m a soprattutto la corrispondenza letterale con B asilio, PG
31, 165 B-C, spingono a scegliere extendunt', t ì yàp étciSeixtixóx; yivop-EMa où izpòq
t ò v aiiova t ò v nÉXXovTa t ò v xapitòv é x t e iv e i , àXX’ eie; t ò v t ù v àvftptiimtov eitaivov
xaTaarpÉcpet..
80 DE HELIA ET IEIVNIO, 11, 40 - 12, 42

ieiunantes leones e. Ille prandebat alienum prandium, ferae non


tangebant suum. Ieiunantibus epulae uolant h, prandentibus p e­
des uacillant: ieiunantibus de caelo manna descendit ‘, epulanti­
bus culpa praeuaricationis ascendit

12.41. Sed quid hoc est? Dum de ieiunio disputo, strep


audio conuiuiorum. Nisi fallor, in serm one m eo red olu it pran­
dium. Sonus ergo litterarum inuitat, inpatientiae exem pla non
terrent. Etenim qui ieiunantem et ea quae legis sunt ferentem
expectare non passus est populus utique sedit manducare et bibere
et surrexerunt ludere a. Videm us sacrilegium ebrietati fuisse co-
niunctum. Nam sicut m ater fid ei continentia ita perfidiae m ater
ebrietas est. In quod facinus non ista praecipitat?

42. Sedent in foribus tabernarum hom ines tunicam non


bentes nec sumptum sequentis diei. De im peratoribus et potesta­
tibus iudicant, im m o regnare sibi uidentur et exercitibus im pera­
re. Fiunt ebrietate diuites qui sunt ueritate inopes. Aurum donant,
dispensant pecunias populis, ciuitates aedificant qui non habent
cauponi unde potus sui corporis soluant. Feruet enim uinum in
his et nesciunt quid loquantur. Diuites sunt, dum inebriantur;
m ox ubi uinum digesserint, cernunt se esse m endicos. V no die
bibunt m ultorum dierum labores.

Cf. Dan 14, 31 ss.


Cf. Ex 16, 13.
Cf. Ex 16, 15.
Cf. Ex 32, 6.
Ex 32, 1 et 6.

42, 6 sui corporis P sui pretium G H (nisi) suis corporibus pretium Sch. et om . Sch.
E U A E IL DIGIUNO, 11, 40 - 12, 42 81

no. Daniele m angiava fra i leon i che digiunavano 6. Egli m angiava


il cibo a ltr u i1, le fiere non toccavano il loro. Vola il cibo a quelli
che digiunano, vacillano i piedi a quelli che m angiano: per co loro
che digiunavano discese la manna dal cielo, p er co loro che ban­
chettavano sali il peccato di ribellione.
12.41. M a che succede? M entre tratto del digiuno, od o
strepito dei banchetti. Se non erro, il m io discorso ha il sapore
del pranzo. Dunque il suono d elle parole è invitante, gli esem pi
di. im pazienza non spaventano. Infatti il p o p olo che non ebbe la
pazienza di attendere colui che digiunava e portava con sé la
Legge si sedette per mangiare e bere e tutti si diedero ai divertim en­
ti l. Vediam o che all’ubriachezza si aggiunse il sacrilegio. Infatti
com e la tem peranza è m adre della fedeltà 2, cosi l’ubriachezza è
m adre della infedeltà. In quale d elitto non fa cadere questo vizio?
42. Siedono alla porta d elle taverne uom ini senza tunic
senza denaro p er il giorn o dopo. Esprim ono giudizi su im peratori
e su potenti, anzi credon o di regnare e di com andare eserciti.
L’ubriachezza fa diventare ricchi quelli che in realtà sono poveri.
Regalano oro, distribuiscono denari ai popoli, costruiscono città J,
essi che non hanno di che pagare l’oste p er le bevute del p rop rio
c o r p o 4. R ib olle il vin o in essi e 5 non sanno quello che dicono.
Sono ricchi, finché sono ubriachi; poi, appena hanno sm altito il
vino, si accorgon o di essere in m iseria. In un sol giorno consum a­
no quanto hanno guadagnato con le fatiche di m olti giorni.

6 La Buck, ad loc., correggendo un’inesattezza di Schenkl, che dà come riferi­


mento biblico per questo passo Dan 6, 22, rinvia a Dan 14, 32. In realtà qui
A m brogio non allude al solo v. 32, m a a quanto è narrato nei vv. 31-38. Da osservare
che Dan 14 è deuterocanonico — nella Vulgata è unito al libro di Dan come ultimo
capitolo.
7 Daniele mangia un cibo che era destinato a dei mietitori (cf. Dan 14, 32).
12.' La m edesim a citazione di Es 32, 6 in B asilio , PG 31, 461 D.
2 fides: «fed eltà», il senso è precisato in opposizione a perfidia.
3 Cf. BASILIO, PG 31, 449 B ot Ye, in-à-ciov oùx k'xovTEq, oùSè xì qjaYOJaxv tlq rrjv
aupiov, PaciXEUoiiox x a ì cxpaxoitESuiv apxouoxv Év -rp pidfl, x a ì hóXeu; oìxo8o(ìoOox,
xaì xp'ntxtt'ra- SiavÉ^ouci.
4 In P e nel gruppo di mss. da esso derivati è attestata la lezione: unde potus
su i co rp o ris soluant. In G e in H si legge unde potus su i p retiu m soluant, cioè
p retiu m in luogo di corp oris. Schenkl, supponendo di trovarsi di fronte ad un
luogo lacunoso in entram bi i ram i della tradizione (cf. C S E L 32, 2, p. X X X X , nota
2), ha tentato una ricostruzione assai elaborata del testo: ha aggiunto nisi, ha
corretto la lezione di P su i co rp o ris in suis co rp o rib u s ed ha inserito anche pretiu m
di GH, che sem bra proprio un tentativo banale (p retiu m solua n t) di em endare un
testo tràdito giudicato oscuro. A mio parere, la soluzione di Schenkl non solo è
m etodologicamente inaccettabile, perché poco rispettosa dei dati della tradizione,
ma del tutto inutile. Infatti, se si esclude la lezione di G H (p re tiu m ), per la ragione
appena detta, e si accoglie la lezione di P com e 'difficilior', avrem o un testo che
non pone alcun problem a di interpretazione. Ugualm ente inaccettabile è il testo
stampato dalla Buck, ... unde p otu s suis co rp orib u s p re tiu m soluant, che traduce
l’intera frase: «w h o do not have thè w herew ithal to pay thè innkeeper thè price
for their bodies' drinking». Senz’altro m igliore (rispetto sia a quello di Schenkl
che a quello della Buck) è il testo dei M aurini (cf. PL 14, 746 C [ed. 1882]): unde
potus sui c o rp o ris p re tiu m soluant, dal quale peraltro espungo, come ho detto,
pretium .
5 Schenkl omette et e tace nell’apparato, m a i codici PG, da me ricollazionati,
attestano la congiunzione.
82 DE HELIA ET IEIVNIO, 12, 43-44

43. De ebrietate ad arm a consurgitur, calicibus tela suc


dunt. Pro uino sanguis effunditur et ipsum sanguinem uina fu de­
runt. Quam fortes sibi hom ines uidentur in uino, quam sapientes,
quam diserti, quantum etiam pulchri ac decori, cum stare non
possint! Mens necesse est titubet, lingua balbutiat, pa llor exsan­
guis ora suffundat, fa etor ebrietatis h orrori sit. Barbari in ferrum
ruunt, uulgus in rixas. Si quis eorum pugno fu erit percussus,
uideas ora saucium uini lacrim as fundere, m iserabiles epilogos
decantare. H abet unum hoc tem ulentia, ut em olliat et resoluat
corda tem ulentorum ; sicut ignis enim probat ferrum durum b, ita
et uini incendio etiam superborum hom inum cor liquescit.

44. Omnes sibi in uino aequales uidentur, nullus infer


N on pauper diuiti cedit, utpote qui pauperem esse se nescit: non
infirm us ualido, cui om nis in bib en d o est fortitu do: non m endicus
locupleti, non ignobilis honorato, cum bibentes illum regem ha­
beant qui bibendo superauit uiros. M eritoqu e scriptum est: Aequa­
lis uita hom inibus uinum in ebrietate °. Sed utinam et quod sequitur
audires: bibas illu d moderate, ut sis s o b riu s d! N on habes quod
accuses uinum. In iocunditate creatum est, non in ebrietate ab

b Eccli 31, 31 (26).


^ Eccli 31, 32 (27).
d Eccli 31, 32 (27).

43, 6 (ut) faetor Sch.


44, 8 iocunditate... ebrietate Sch.
ELIA E IL DIGIUNO, 12,43-44 83

43. Dall'ubriachezza si passa alle a r m i6, alle coppe seguono


i pugnali. In vece del vin o si versa il sangue ed è il vin o che fa
versare il sangue. Gli uom ini, quando bevon o vino, quanto forti
credono di essere, quanto sapienti, quanto eloquenti ed anche
quanto b elli ed eleganti, m entre non riescono a reggersi in piedi!
E inevitabile che la m ente vacilli, che la lingua b a lb e tti7, che un
pallore esangue si diffon da sul volto, che il puzzo dellu briachezza
sia orrib ile 8. I barbari corron o alle a r m i9, la plebaglia alle risse.
Se qualcuno di questi ubriachi è stato co lp ito da un pugno,
potresti ved ere che, ferito al vo lto 10, versa lacrim e di vin o e canta
m iserevoli epiloghi. L’ubriachezza ha solo questo pregio, di intene­
rire e in d ebolire il cuore d egli ubriachi; infatti, com e il fuoco
saggia la durezza del ferro, cosi con la fiam m a del vin o si scioglie
anche il cuore d egli u om ini superbi.
44. Tutti si sentono uguali nel vino, nessuno da meno. Il
p o vero non è in feriore al ricco, dal m om ento che non sa di essere
povero: il d eb ole non è in feriore al forte, la cui fortezza è tutta
nel bere: il m endico non è da m eno rispetto al facoltoso: lo
sconosciuto non lo è rispetto a chi ha onori, poiché i bevitori
hanno com e sovrano colui che batte tutti nel bere. Giustamente
sta scritto: I l vin o bevuto n e ll’ubriachezza è ugualianza di vita p er
gli uom ini n. Ma se tu ascoltassi ciò che segue: B evilo con modera­
zione, p er essere sobrio! N on hai di che accusare il vino. Fin
dall’inizio è stato creato per dare la gioia, non per ubriacare n .

6 Cf. VIRGILIO, Aen. 10, 90 consu rgere in arma.


7 Cf. B a s il io , PG 31, 452 A.
8 Sorprendentem ente Schenkl aggiunge ut prim a di faetor. Tale congiunzione,
a cui p arrebbe che l’editore attribuisca valore finale, non solo non è richiesta dal
contesto, ma turba l’equilibrio retorico-form ale del passo.
9 in ferru m ru u n t: M .D . D ie d e r ic h , Vergil in thè Works o fS t. Am brose, W ash in g to n
1931, p. 50, rin v ia a VIRGILIO, georg. 2, 503 ru un tque in ferrum .
10 Cf. V ir g il io , Aen. 12, 652 saucius ora.
11 La lezione in ebrietate di Eccli 31, 32 (27) è assolutamente strana. L’edizione
della B iblia Sacra iuxta La tin a m Vulgatam uersionem , 12. Sirach, Rom a 1964, registra
in apparato la lezione in sobrietate com e un'aggiunta attestata da num erosi testimo­
ni (i Settanta, nell’edizione di Rahlfs, danno di questo versetto un testo assai
diverso: Ecpiaov otvoq àvdpómifj). I n ebrietate potrebbe venire da un'erronea
lezione del manoscritto usato da Am brogio, o più probabilm ente da un’influenza
della m em oria di Tob. 4, 15 u in u m in ebrietate (-tem var.) citato dal nostro Autore
nel De Tobia 24, 93 (ram m entiam o che il De Tobia deve essere stato scritto non
molto tempo prim a del D e H e lia : cf. In tro d u zio n e, p. 30) e rievocato in 9, 29 (supra)
— anche se nessun editore ne ha mai dato indicazione.
121 codici attestano in iocunditate... in ebrietate. Schenkl ha corretto in iocu ndi-
tatem... in ebrietatem. Recentemente tale correzione è stata condivisa da Z in c o n e ,
A lcun e osservazioni..., pp. 343 s., che ha anche addotto il sostegno di una testimo­
nianza di un codice vaticano del X V secolo non visto da Schenkl. M a non meraviglia
certo il fatto che alm eno in un codice sia stata introdotta una correzione facile
in luogo di una lezione abbastanza dura, che proprio per questo si fa preferire.
Del resto basta controllare l’edizione del Siracide ( Vulgata 12, op. cit.) curata dai
Benedettini dell’Abbazia di San Girolam o in Urbe, oppure quella di R. W e b e r ,
Stuttgart 19752, per accertare che in iocunditate... in ebrietate è lezione da approva­
re. Per quanto riguarda l’uso di in con l’ablativo e con l’accusativo va ricordato
che nel latino tardo e particolarm ente in quello biblico va scom parendo la differen­
za semantica fra questi due sintagmi.
84 DE HELIA ET IEIVNIO, 12, 44 - 13, 46

initio. E xultatio animae et cordis est, si moderate bibas, inm oderatior


autem potus in iracundiam concitat et ruinas multas e ffic ite.

45. Sed forte dicant has esse potationes uulgarium et leuis


m orum hominum. Veniamus ergo ad horum potentium et fortissi­
m orum conuiuia. N on ego hic unguentatos adulescentulos aut
coronatos rosis proferam , qualem ferunt fuisse illum qui delibutus
unguentis, redim itus floribus, subnixus m eretricibus, antelucano
potu ebrius et diurno cereoru m com itatus lum ine philosophi
auditorium disputantis ingressus sit, quo audito coronas, ut aiunt,
sensim detraxerit, unguenta deterserit, scortis uale dixerit, ph ilo­
sophus postea tantus euaserit, ut esset sobrietatis exem plum qui
fuerat ante ebrietatis ludibrium. N on enim unum em endatum
illis inuideo, ut doceam genus eorum luxuriae a m e non esse
simulatum. C erte ille si resipuit a uino, fuit tam en sem per tem u­
lentus sacrilegio.

13. 46. A page igitu r hinc adulescentes lubricos, ad conu


proeliatoru m uenimus. In ter arm a prandendum est. Stipatores
hic sunt bellici, qui m inistrant succincti auro et Babylonicis lum ­
bos suffulti balteis, aureis torquibus nitent colla, aureis bullis
zonam tegunt, aureis thecis cultros includunt suos, quibus d im i­
cent cum epulis diuidendis. Adsistunt pueri com a nitentes ex
gente barbarica ad hos electi usus per singularum distantes aeta­
tum uices. Cernas poculorum diuersorum ordines, aciem ordina­
tam putes: uasa exposita argentea, pom pam arbitreris: cornu in

e Eccli 31, 35.36.38 (27-29).

46, 8 poculorum j cf. quae ad loc. notaui.


ELIA E IL DIGIUNO, 12, 44 - 13, 46 85

Procura l'esultanza dell'anima e del cuore, se lo bevi con moderazio­


ne. Ma il berlo in m odo esagerato spinge all'ira e provoca molte
sciagure.
45. M a forse qualcuno potreb b e ob iettare che questo m o
di bere è p rop rio di uom ini rozzi e insipienti. Consideriam o allora
i banchetti di questi uom ini potenti e fortissim i. N on parlerò qui
di giovani cosparsi di profu m o e coronati di rose, com e si dice
che fu quel tale che, unto di profum i, coronato di fiori, circondato
di m eretrici, ubriaco per aver bevu to fin o all'alba e accom pagnato
di giorno dalla luce di ceri, en trò in un’aula ove un filo sofo teneva
una disputa; aven dolo ascoltato, a poco a poco — si dice — si
tolse le coron e e deterse l’unguento profum ato, con gedò le p rosti­
tute, poi diven tò cosi grande filo sofo da essere esem pio di sobrie­
tà, lui che prim a era stato lo zim b ello d e ll’ubriachezza 13. Certo
io non nego che uno di loro 14 si è ravveduto, p er dim ostrare che
questa specie di intem peranza da essi praticata non è stata da
me inventata. È ve ro che quello si è riavuto dal vino, tuttavia
restò sem pre eb bro di idolatria.
13.46. M ettiam o da parte, dunque, i giovani dissoluti e ve ­
niam o ai banchetti dei com battenti. Si m angia fra le armi. Ci
sono qui aiutanti m ilitari che servono cinti di oro, coi fianchi
sorretti da cinture superbe, con il collo sfavillante di collane
d’oro; ricop ron o la cintura di borchie d ’oro, chiudono in guaine
d’oro i lo ro coltelli, con cui fanno la lo ro guerra contro i cibi da
tagliare. Sono di servizio v a lle t t i1 con capelli lucenti, scelti fra
le popolazion i barbare p er questi com piti, distinti secondo la loro
età. Vedresti file di diverse coppe 2, penseresti ad un esercito
schierato in battaglia; l’esposizione di vasi d ’argento la crederesti
un co rteo trionfale 3; in m ezzo il corno pieno di vino, lo crederesti

13 II personaggio è il filosofo Polemone. La fonte di A m brogio probabilm ente


non è D io g e n e L a e r z io , 4, 3, cui rinviano Schenkl e la Buck, m a V a l e r io M a s s im o ,
6, 9 ext. 1, come si può desum ere da alcune concordanze verbali: perditae luxu ria e
Athenis adulescens Polem o... cu m e c o n u iu io n on post occasum solis, sed post ortu m
surrexisset d om u m q u e rediens X e n ocra tis p h ilo s o p h i patentem ianuam uidisset, u in o
grauis, u n g u e n t i s d e l i b u t u s , sertis capite r e d i m i t o . . . scolam eius in-
trauit... cuius grauitate serm onis resipiscere coactus P o le m o p rim u m co ron a m capite
d e t r a c t a m proiecit... ad ultimum... m axim us philosophus e u a s i t. Lo stesso
aneddoto racconta P o r f ir io n e , Horat. sat. 2, 3, 254 (sui num erosi autori che hanno
utilizzato questo exem p lu m — anch’esso probabilm ente registrato nei manuali di
scuola — si veda P. COURCELLE, Recherches su r les Confessions de saint Augustin,
Paris 19682, p. 59 e note 3-4).
14 Pare chiaro che con illis e poco dopo con e oru m si faccia riferimento ai
pagani. La polem ica contro questi è più esplicita nell’ultima frase di questo
paragrafo, dove la parola sa crilegiu m esprim e l’opposizione del paganesim o alla
vera fede.
13.1Su questi p u e ri si veda anche Tob. 5, 20 (in fra ).
2 La lezione p o c u lo ru m è stata trovata attestata in alcuni codici vaticani, oltre
che nell’edizione di Com befis, da Z in c o n e , A lcu n e osservazioni..., pp. 344 s., che
giustamente la difende contro la lezione p o p u lo ru m accettata da Schenkl, che
nulla registra in apparato. In realtà il codice G da me controllato attesta, p o c u lo ru m .
Le ragioni che determ inano la scelta di p o c u lo ru m sono desum ibili dal contesto.
3 Cf. B a s il io , P G 31, 456 C vpuxTrjpoc^ x aì xpaxfipaq x aì cpiaXa?, Sìartep év irop-nfi.
86 DE HELIA ET IEIVNIO, 13, 46-48

m ed io uini plenum, non epularis sed proeliaris instrumentum


bucinae, quod discum bentes in certam en accendat.
47. Prim o m inoribus poculis uelut ferentariis pugna prolu
tur. Verum haec non sobrietatis species, sed bibendi est disciplina.
Etenim ut tragoediarum actores p rim o sensim uocem excitant,
donec udae uocis aperiant iter, ut postea m agnis possint clam o­
ribus personare, ita isti quoque in prin cipio prolusoriis se ex er­
cent poculis, ut inritent sitim, ne fo rte restinguant eam et satiati
postea b ib ere non possint. E rgo ubi res calere coeperit, poscunt
m aioribus poculis, feru or inardescit Martius, cib o sitis exaestuat
et, ubi inm inui uisa, potu m eraciore reparatur. Certant pocula
cum ferculis et inter morsus saepe remittuntur. Deinde proced en ­
te potu longius contentiusque diuersa et magna certam ina quis
bib en d o praecellat. N ota grauis, si quis excuset, si quis tem peran­
dum fo rte uinum putet. Et haec donec ad mensas perueniatur
secundas.

48. At ubi consum m atae fuerint epulae, putes iam esse s


gendum : tunc de in tegro potum instaurant suum, cum consum-
mauerint, tunc incohare se dicunt, tunc deferuntur fialae, tunc
m axim i crateres quasi instrumenta bellorum . Ac ne inm oderatum

10 non proeliaris, sed epularis P Sch.


47, 1 praeluditur P Sch.
ELIA E IL DIGIUNO, 13, 46-48 87

non uno strum ento conviviale, m a una trom ba da battaglia 4, che


incita i convitati al com battim ento.
47. Dapprim a si com incia la battaglia con piccole coppe
com e con truppe leggere. M a questa non è una form a di sobrietà,
ma regola del bere. Infatti com e gli attori delle tragedie all'inizio
alzano la vo ce m oderatam ente, per aprire l’um ida via della voce 5,
in m odo che poi possano gridare con forza, cosi anche costoro
all’inizio si esercitano con bevute preparatorie 6, p er stim olare la
sete, preoccupati di non spegnerla e di non p otere poi più bere,
una volta sazi. Quando, dunque, ci si com incia a riscaldare, si
esigono coppe più g r a n d i7, l’a rdore guerresco si infiam m a, la sete
diventa ardente a m otivo del cib o e, quando sem bra calare, viene
stim olata con vin o più schietto. Le coppe si scontrano con i vassoi
e spesso fra un m orso e l’altro vengono respinte. Poi, quando il
bere si prolunga e diventa più intenso, si fanno qua e là grandi
gare per accertare chi è il b evitore più f o r t e 8. È una grave
vergogna se qualcuno si scusa, se qualcuno pensa che il vino
debba essere m escolato. Così si proced e finché non si giunge alla
frutta 9.
48. Quando si è fin ito di m angiare 10, si crederebbe che
orm ai sia ora di alzarsi: è allora che ricom inciano a bere; dopo
aver term inato, allora dicon o che si comincia, allora si distribui­
scono le grandi coppe di m etallo, allora i crateri più grandi quasi

4 Propongo in questo luogo un testo che, nella punteggiatura e soprattutto


nell’ordine delle parole, si differenzia da quello che lo Schenkl ha cosi costituito:
co rn u in m edio u in i p le n u m n o n proeliaris, sed epularis in stru m entu m bucinae.
Questo, che chiamerei terzo colon, deve essere interpunto in m odo tale che sia
rispettato lo schema dei due precedenti; in ciascuno dei tre è ben distinguibile
un prim o com m a che descrive gli oggetti realm ente presenti nella sala del banchet­
to e un secondo in cui tali oggetti sono metaforicamente interpretati. Perciò ho
messo una virgola dopo p len u m , cosi come dopo ordines e dopo argentea. Chiarito
questo particolare, si com prenderà meglio come il senso del passo suggerisca di
preferire la lezione n on epularis sed p roelia ris (G H ) in luogo di n on p roelia ris sed
epularis (P e Schenkl). Infatti solo nel testo di G H — che del resto anche in altri
luoghi si dimostrano portatori di buone lezioni — il passaggio dal reale al metafori­
co in questo terzo colon sarebbe analogo a quello dei due precedenti: come sopra
nei pocu la e nei uasa l’im maginazione vedeva rappresentazioni militari e gu erre­
sche, cosi anche il corno pieno di vino è immaginato come strumento di guerra.
Nel testo di Schenkl, al contrario, il corno rappresenterebbe uno strumento
conviviale.
5 Cf. VIRGILIO, Aen. 7, 533 udae uocis iter.
6 Seguendo un suggerim ento dell’apparato di Schenkl, la Buck accoglie pra elu ­
soriis per analogia con p ra elu d itu r (inizio di questo paragrafo). Ma, in prim o luogo,
praelusoris è lezione di codici 'descripti' (direttamente o indirettamente da P),
inoltre non è prudente appellarsi all’analogia con praeluditur, perché non è lezione
sicura (p ro lu d itu r G H e da m e preferita nel testo). Pertanto ho capovolto il
ragionamento: poiché p ro lu s o riis è data come lezione sicura, attestata in entrambi
i rami della tradizione (P e G H ), sopra ho adottato p ro lu d itu r in luogo di praeluditur.
7 Cf. C ic e r o n e , Verr. 2, 66 h orta tu r hospes, p oscu n t m a iorib u s p o c u lis; ORAZIO,
sat. 2, 8, 35 calices p oscit maiores.
8 Cf. B a s il io , PG 31, 457 A eItoc Ttóppa» TipoióvToq toO hótou, apuXXab nepì toù
mXeiovot;, cpiXoveixiai x aì à W r\kovq ùitEppàXXeo-dou <piXoTt|j.oup.Évoj\j
xa-rà tt)v ^É9r)v.
9 La mensa secunda corrisponde al nostro dessert.
10 Cf. B a s il io , PG 31, 460 A.
88 DE HELIA ET IEIVNIO, 13,48-50

hoc arbitreris, mensura proponitur, certatur sub iudice, sub lege


decernitur. A gonithetes illis fu ror est, stipendium debilitas, uicto-
riae praem ium culpa. Pendit anceps diu et dubius b elli euentus;
fu ror enim ille est proeliaris. Cedunt pincernarum manus uina
fundentium et cocorum labores calida m inistrantium, cedunt qui
mensuras ipsas bonas supereffluentes a diligenti librant exam ine,
ne quid effundant: non cedunt bibentes.

49. Sola illa sunt sine excusatione certamina. In b ello si q


se in feriorem uiderit, arm a conuertit et m eretu r ueniam : hic si
quis calicem conuertat, urgetur ad potum. In scammate si quis
manum leuat, exors quidem palmae, sed inmunis iniuriae est: in
conuiuiis etsi manum reu ocet a uino, ori eius infunditur. Omnes
inebriantur, uictores uictique om nes eb rii iacent pleriqu e sopiti.
N ec portari eos ad sepulchrum licet, priusquam is qui pascit de
om nibus se uindicatum uiderit, ut ulciscatur dispendium . Qui
autem dam na non sentit hanc mensae suae gloriam putat, si ex
ea uulnerati om nes ac saucii tam quam de harena exeant.

50. Spectaculum triste Christianorum oculis et m iserabili


specie. Cernas iuuenes terribilis uisu hostibus de conuiuio portari
foras et inde ad conuiuium reportari, rep leri ut exhauriant et
exhauriri ut bibant. Si quis uerecundior fuerit, ut erubescat surge-
re, cum iam im m oderatos potus tenere non possit, anhelare uehe-
mentius, gem ere, sudare, signis p rod ere quod pudeat confiteri.
Ib i unusquisque pugnas enarrrat suas, ibi fortia facta sua praedi­
cant, narrant tropaea uino m adidi et som no soluti nesciunt m ente
quid lingua proferant. Vnusquisque stertit et potat, dorm it et
dim icat, et si quando consurrectum fuerit, uiri proeliatores stare

13. a Cf. Lc 6, 38.


ELIA E IL DIGIUNO, 13, 48-50 89

fossero strum enti di guerra. E perché non si pensi che questa sia
sregolatezza, si fissa la quantità, si gareggia sotto la sorveglianza
di un giudice, si decide a norm a di regolam ento. D irettore d elle
loro gare è il furore, ricom pensa è la debilitazione, p rem io è il
peccato u . L’esito della battaglia resta a lungo sospeso nell’in cer­
tezza; quello è il fu rore della battaglia. Cadono le mani dei cop p ie­
ri per la fatica di versare il vino, ven gon o m eno le forze ai cuochi
che preparano bevande calde 12, si arrendono quelli che m anten­
gono in eq u ilibrio recipien ti pieni fin o all’orlo di una generosa
porzione 13 di vino, evitando di versarlo: i bevitori non si arren­
dono.
49. Solo queste sono le battaglie da cui non c’è possibilità
di sottrarsi con una giustificazione. In guerra, se uno si accorge
di essere inferiore, ritrae le arm i e ottiene clem enza: qui, se uno
ritrae il calice, è costretto a bere. N ella lotta, se uno alza la mano,
certam ente è escluso dalla vittoria, ma non è soggetto a ingiuria:
nei banchetti, anche se uno ritrae la m ano dal vino, glielo si versa
in bocca. Tutti si ubriacano, vin citori e vinti, tutti giacciono ubria­
chi, m olti sono m orti, e non possono essere sepolti prim a che
colui che ha dato il banchetto abbia punito tutti, per vendicare
le perdite subite. Chi invece non si preoccupa delle perdite, ritiene
che sia un vanto della sua mensa se tutti ne escono feriti e
m alconci com e dall’arena.
50. È uno spettacolo triste e m iserevole agli occhi dei cristia­
ni 14. Si osservano giovani, alla cui vista i nem ici sono a tte r r iti15,
che sono portati fuori dal con vito e riportati dentro, che si riem ­
piono p er svuotarsi e si svuotano p e r bere 16. Se qualcuno ha
quel tanto di tim idezza p er cui si vergogn a di alzarsi, quando non
può reggere quello che ha bevu to in misura eccessiva, ansima
fortissim am ente, gem e, suda, esprim e a gesti ciò che si vergogna
di dire. Là ognuno narra le sue battaglie, m agnificano le p rop rie
gesta coraggiose 17, raccontano pieni di vin o le vittorie e, abbando­
nati al sonno 18, la loro m ente non sa quello che la lingua dice.
Ognuno russa e beve, dorm e e com batte, e se finalm ente giunge

11 Cf. ibid., 457 A x a ì ò àywvodE-rwv aù-coìq ó SiàPoXot;, x a ì àSXov t ì ) i; vìxt )<; t|


àp.apTia.
12 II c on testo su gg erisc e d i in te n d e re in calida le b e v a n d e c a ld e (cf. B l a is e ,
Dictionnaire..., s. u. ca lid u m ), p r o b a b ilm e n te vin o m e sc o lato con a c q u a calda.
13 Iro n ic a a p p lic a z io n e di u n ’e sp re ssio n e d e l V a n ge lo al c o m p o rta m e n to d i
c o p p ie ri e cuochi. L 'allu sio n e a L e 6, 38, a n ch e se n on è stata m ai segnalata, mi
se m b ra sicu ra: il testo d e l m e d e sim o versetto è citato d a A m b r o g io in exp. Lue.
10, 47 (C S E L 32, 4, p. 473, 5) m ensuram, inquit, bonam co n m ota m supereffluentem
[...]■
14 Cf. B a s ilio , PG 31,457 B éXeeivòv 0£a|a,a X picrtiavù v cxpSaXnoù; àvrip à x n à ^ u v
x a 0 ’ TjXixìav, ctppiydrv t£> traijiaxi, c rp aT iiim x o ù ; xanaXÓYOic; È(j.TtpÉ7tu)v, cpopa&nv
oixoSe xop.i^óp.Evoq, ia.T) SuvàjjiEvoq òp0oO<T0ai, (j.X]8è -roìq ìSCou; itoaiv à m iv a i. ’Avtjp
<popEpàt; Eivai òtpEiXojv T o ìg 7toXEp.ioiq, y éX u xóq Èm iv àcpop|j.T) T o lq xa-c’ à y o p à v
naiSìou;.
ls Cf. V ir g il io , Aen. 6, 277 terribiles uisu.
16 Cf. SENECA, cons. ad H elu. matr. 10, 3.
17 Cf. V ir g il io , Aen. 1, 641 fortia facta ; S e n e c a , epist. 120, 5.
18 Cf. V ir g il io , Aen. 9, 236 som n o u in oq u e soluti.
90 DE HELIA ET IEIVNIO, 13, 50 - 14, 52

non possunt, egressu uacillant. Rident seruuli dom inorum o p p ro ­


bria, manibus suis portant m ilitem bellatorem , inponunt equo.
Itaque hac atque illae tam quam nauigia sine gubernatore fluc­
tuant et tamquam uulnere icti in terram defluunt, nisi excipiantur
a seruulis. A lii referuntur in scutis, fit pom pa ludibrii. Quos mane
insignis arm is spectaueras, uultu minaces, eosdem uesperi cernas
etiam a puerulis inpune rid eri sine ferro uulneratos, sine pugna
interfectos, sine hoste turbatos, sine senectute trem ulos, in ipso
iuuentatis flo re marcentes.

14. 51. Quis tale miscuit furoris poculum, quis tantum inf
dit m entibus uenenum? Periclitatur hom o lutum esse de corp ore
et ipse sibi reus est insaniae uoluntariae, corru ptelae spontaneae.
Tamen nec uos excusamini, qui uocatis ut am icos et em ittitis ut
inim icos. Quanto m elius in terram tua uina fudisses! Sed et terra
inebriat et asperiores etiam ipsas feras reddit, si uini contigerit
odor. Denique uindem iae tem pore si uineam intrauerint, solent
eb rietate succendi. Quid te delectant dam na sine gratia? Rogas
ad iocunditatem , cogis ad m ortem : inuitas ad prandium, eeferre
uis ad sepulchrum: cibos prom ittis, torm enta inrogas: uina prae­
tendis, uenena suffundis. Om ne enim quidquid nocet uenenum
est. Tollit sensus, uiscera exurit, somnum infestat, caput uexat.

52. Etiam m aior uis uini quam ueneni est. Denique uenenum
uino excluditur, non uinum ueneno. M erito deus p er M oysen non
solum ueneno sed etiam draconum ueneno uinum conparauit
dicens: F u ro r draconum uinum illoru m et ira aspidum insanabilis a.
Et pulchre addidit insanabilis; m ulti enim a reliqu o serpentium
ueneno curantur, nem o ab ebrietate. C erte ueneno caro uulnera-
tur, mens sine noxa est: ebrietas ad corporis m ortem m entis etiam ,
crim en adiungit. A duerte autem et p erfidiae uenenum uini decla­
ratum nom ine. Ait enim supra de alienigenis, qui nescirent deum:
De uinea enim Sodomae uinum eorum est et uitis eorum uitis
G om orrae: uua eorum uua fellis, botrys amaritudinis in ipsis b.

14. a Deut 32, 33.


b Deut 32, 32.

52, 4 illorum ] eorum GH.


ELIA E IL DIGIUNO, 13, 50 - 14, 52 91

il m om ento di alzarsi, quei baldi gu errieri non sanno reggersi in


piedi, vacillano all’uscita. I servi d eridon o le vergogn e dei padroni,
con le loro mani sorreggon o il soldato com battente, lo m ettono
a cavallo. E cosi ondeggiano da una parte e dall’altra com e barche
senza tim on iere 19 e scivolereb b ero a terra, com e se fossero stati
colpiti, se i servi non li sostenessero. A ltri sono riportati a casa
sugli scudi, è il trion fo della vergogna. Quelli che al m attino avevi
m irato splendenti n ell’armatura, m inacciosi nel volto, alla sera li
vedi derisi im punem ente anche dai fa n c iu lli20, feriti non da spada,
uccisi non in battaglia, sbaragliati non dal nem ico 21, trem anti
non per vecchiaia, avvizziti p rop rio nel fio re della giovinezza.
14.51. Chi ha m escolato questa coppa di f o llia 1, chi ha
iniettato nelle m enti un velen o cosi m icidiale? L’uom o rischia di
trasform are il p rop rio co rp o in fango 2 ed egli stesso nei confronti
di se m edesim o è co lp ev o le di pazzia volontaria, di rovina voluta.
E anche vo i non cercate di giustificarvi, voi che invitate degli
amici e li congedate nem ici. Quanto sarebbe stato m eglio se avessi
versato in terra il tuo vin o! Ma anche la terra si ubriaca e l’odore
del vin o rende più feroci anche le fiere, se lo annusano. Infatti,
se entrano in una vigna al tem po della vendem m ia, si infiam m ano
di ebbrezza. Perché ti piace ciò che ti procura perdite senza alcun
vantaggio? Tu inviti a partecipare ad una festa e costringi alla
m orte: inviti a un pranzo e vuoi portare alla to m b a 3: prom etti
dei cibi e distribuisci torture: presenti del vino e versi subdola­
m ente del veleno. Infatti tutto ciò che nuoce è veleno. Toglie i
sensi, brucia le viscere, travaglia il sonno, colpisce la te s ta 4.
52. La potenza del vin o è anche più forte di quella del
veleno. Il velen o infatti è elim inato dal vino, non il vin o dal
veleno. Giustam ente Dio p er bocca di M osè ha paragonato il vin o
non solo al veleno, ma addirittura al velen o dei draghi, quando
ha detto: I l loro vino è com e il furore dei draghi e com e l ’ira mortale
delle vipere. E ha detto bene mortale-, m olti infatti guariscono dal
veleno dei serpenti, ma nessuno dall’ubriachezza. Certam ente il
velen o colpisce la carne, m a non nuoce alla m ente: l’ubriachezza
alla m orte del co rp o aggiunge anche un delittto contro la mente.
Ma si noti che anche il velen o della perfidia è indicato con la
parola «v in o ». Precedentem ente infatti dice a prop osito delle
genti straniere che non conoscevano Dio: I l lo ro vino infatti viene
dalla vigna di Sodom a e la loro vite è la vite di G om orra: la loro
uva è uva velenosa, il lo ro grappolo è amaro.

19 Cf. B a s il io , P G 31, 460 C tioI om Sè tcXo ìo v àxu(3Épviryrov, ùnò t ù v xupiàTcov, ióq


av Tuxxi, <pepó|j.£vov.
20 Cf. ibid., 457 B loc. cit. supra in nota 14.
21 Cf. ibid. avE U cnSripou xaTa(ìÉ(3Xiryrai,, avE U tcoXe|J.((uv -rcEcpóvEUTOa.
14.' Cf. ibid., 457 C i!.q ó t ò rfjg navia? f||j.Iv cpàpuaxov EyxEpacac;;
2 Cf. ibid., 456 A xivSuvEueiq Xoiitòv Pópjjopoq EÌvai (xvtL àvfrpàmou.
3 Cf. ibid., 460 A xaXziq p:Èv (pCXov Ènì t ò Seìuvov, ex(3<xXXen; Sè vExpóv.
4 Cf. ibid., 453 B.
92 DE HELIA ET IEIVNIO, 15, 53

15. 53. Putatis m e tam quam uino crapulatum intem pe


tius ieiunii praedication i hunc miscuisse serm onem : et adhuc
prop ter hos fortissim os uiros quanta praeterii, quanto m inora
dixi quam dominus locutus est! Audistis quid per M oysen dixerit,
audite quid in libro serm onum Esaiae scriptum est. Inuehitur
enim dom inus in huiusm odi uisus et ait: Vae his qu i surgunt mane
et sectantur sicera, qu i ebrii sunt uesperi; nam uinum eos comburet.
Cum cithara enim et psalterio et tympanis uinum bibunt, opera
autem dei non respiciunt et opera m anuum eius non con sid eran ta.
Cui uae, inquit, c u i iudicia, c u i tum ultus? b. Diuersa singulis, tem u­
lentis omnia. Vae enim his qu i ebrii sunt uesperi! Quid igitur illis
qui et ante uesperam et frequ enter in lucem madent? E rgo uae
sibi debitum habent concertationes. Conserunt lites, in caedem
prosiliunt, ueniunt ad iudicia uel uocantur. H abent ergo et iudicia
tam quam rei. Fit nonnumquam grau ior tumultus, quia uino mens
peruertitur ebriosi: E t non m em init regis nec magistratus, ut scrip­
tum est, et om nia per talenta facit loqui. E t non meminerunt, cum
biberint, am icitiae nec fraternae necessitudinis, sed non post m ultum
sum unt gladios et cum a uino mersi fuerint et surrexerint, non
m em inerunt ipsi quae gesserintc. Habent erg o etiam dignam mer-
cedem tumultus.

15. a Is 5, 11 s.
b Prou 23, 29.
c 3 (1) E sdr 3, 21-23.

53, 6 uisus G H uersus P Sch. (uiros) uersus Weyman.


9 autem ] enim G.
18 non post m ultum ] post tumultum P Sch.
E U A E IL DIGIUNO, 15, 53 93

15. 53. Forse vo i pensate che io, quasi fossi ubriaco di v


abbia m escolato queste m ie parole a ll'elo gio del digiuno in misura
eccessiva: eppure quante cose ho tralasciato sem pre a proposito
di questi eroi ’ ! Quanto m eno ho detto rispetto a quanto ha detto
il Signore! A vete u dito ciò che ha detto p er bocca di Mosè,
ascoltate ora ciò che sta scritto nel lib ro dei discorsi di Isaia. Il
Signore inveisce contro siffatti s p e tta c o li2 e dice: Guai a colo ro
che al m attino si alzano e vanno in cerca di sicera, che alla sera
sono u b ria c h i3; il vino infatti li brucerà. Infatti bevono vino accom ­
pagnati da cetra, arpa e tamburelli, ma non osservano le opere di
D io e non rispettano l'opera delle sue m a n i4. P er ch i i g u a i5? —
dice — . P er chi le querele? Per chi i tum ulti? Ciascuna di queste
invettive si addice ad una singola categoria di persone, agli ubria­
chi convengono tutte. G uai infatti a co lo ro che sono ubriachi a
sera! Che cosa bisogna dire, allora, di quelli che, e prim a di sera
e spesso fin o all’alba, sono pieni di vin o? Perciò le contese sono
necessariam ente accom pagnate dai guai. Gli ubriachi vengono
alle liti, giungono ad uccidere, presentano querele e sono querela­
ti. Dunque sono anche sottoposti a processo com e dei rei. A volte
succede un gravissim o tumulto, perché il vin o travolge la m ente
dell'ubriaco: E non tiene conto del re né del magistrato — com e
sta scritto — e tutto fa dire con il denaro. E, dopo aver bevuto, si
dim enticano d ell’am icizia e delle necessità del fratello, ma p o co dopo
prendono le spade e quando, dopo essere stati sommersi dal vino,
si rialzano in piedi, non ricordano neanche loro quello che hanno
fatto 6. Dunque i tum ulti hanno la lo ro degna ricom pensa.

15.1 Su questo passo si veda l'In trod u zion e, p. 10, nota 15.
2 II testo tràdito da P e accolto da Schenkl (e Buck) è certamente corrotto.
Lo ha rilevato C. W e y m a n , in «Philol. Wochenschr.», 50 (1930), c. 875, che ha
suggerito di integrare u iros davanti a uersus, supponendo, pare, una sorta di tmesi
della preposizione com posta in-uersus. Il suggerim ento mi è sem brato tutto som ­
mato un p o ’ ardito per questo testo di Am brogio; preferirei, se mai, sostituire
uiros a uersus. M a la m ia proposta è più conservativa. Stando all'apparato di
Schenkl risulterebbe che il codice G concordi con P sulla lezione uersus, invece
questo importante testimone da me ricollazionato ha uisus, com e H. Tale lezione
non è da ritenere impossibile, se le attribuiam o il significato di «v iste » (immagini
che stanno di fronte agli occhi); con questo significato uisus è usato in 16, 60
(in fra ). A m brogio sem bra riferirsi alle scene di ubriachi descritte sopra in 13,
49-50, e ivi ritroviamo, forse, il senso della lezione da me difesa: spectaculum triste
C hristianorum ocu lis et m isera b ili specie (13, 50).
3 N e i Settanta e d a n c h e in B a s il io , P G 31, 456 A, d o v e ritro v ia m o la citazione
di Is 5, 11 s., si leg g e ot pivovxE? t ò òiJjé che n on c o rris p o n d e a lla lezion e di
A m b ro g io , q u i e b rii sunt uesperi. P. S a b a t ie r , B ib lio ru m sacrorum..., 2, ad loc., p e n sa
che A m b r o g io «fo rta s s e legit (icuvov-cai, (in s a n iu n t), n on pivovTEq » : la sp iegazion e
è p lau sib ile , a n ch e se è d iffic ile p e r n oi stabilire se A m b r o g io ha tro v ato la falsa
lezion e in B a silio (d i cui ci m a n c a u n ’e d izion e critica), o p p u r e n el testo d e lla Vetus
Latina usato d a l n o stro A u tore.
4 Cf. B a s il io , P G 31, 456 A.
5 uae: qui non è interiezione, m a sostantivo, come poco più oltre in questo
paragrafo (ergo uae sib i debitu m habent concentation es): cf. BLAISE, Dictionnaire...,
s. u. H o perciò ritoccato la punteggiatura di Schenkl (c u i uae in q u it..).
6 II terzo libro di E sdra (nei Settanta è indicato come prim o) è considerato
apocrifo. Schenkl ha riconosciuto solo parzialmente la citazione di 3 (1) Esdr
94 DE HELIA ET IEIVNIO, 15, 54-55

54. Praeterieram certe ego citharam psalteria tym p a n


quae cognouim us conuiuiis huiuscem odi frequ enter adhiberi, ut
uino et cantu excitentur libidines. Pleriqu e etiam Persico m ore
m ulieres dignas tem ulentorum consortio induci iubent et ab his
fialas accipiunt atque illis se substernunt sedentibus. Et hunc
ritum sacratae habent obseruationis, ebrietatis m inisterium . H a­
bent ergo uinum et barbari: lib en ter his Rom ani indulgent, ut et
ipsi soluantur in potus et eneruati eb rietate uincantur. N ec solum
uinum ebrietatem facit, sed et sicera. Denique H eb raei om nem
potum qui inebriat sicerae nom ine uocant.

55. N on in m erito erg o uae illis qui m ane ebrietatis pot


requirunt, quos conueniebat d eo laudes referre, praeuenire lucem
et occu rrere oration e soli iustitiae e, qui suos uisitat et exurgit
nobis, si nos Christo, non uino et sicerae surgamus. Piis hymni
dicuntur, et tu citharam tenes? Psalmi canuntur, et tu psalterium
sumis aut tympanum? M erito uae, quia salutem relinquis, m ortem

d Cf. Is 5, 12.
e Cf. M al 4, 2.
ELIA E IL DIGIUNO, 15, 54-55 95

54. Veram ente ho dim enticato la cetra, le arpe, i tam burelli,


che sappiam o essere frequ entem ente usati in sim ili banchetti,
per eccitare con il vin o e il canto le passioni. M olti, secondo il
costum e persiano, ordinano di introdu rre donne degne della
com pagnia di ubriachi e da esse ricevon o grandi coppe e si
inchinano ad esse che stanno sedute 7. E questo è il rito del loro
culto religioso, un servizio reso all’ubriachezza. Perciò anche i
barbari hanno il vino: vo len tieri i Rom ani sono accondiscendenti
con loro, affinché anche lo ro si indeboliscano bevendo e fiaccati
dall’ubriachezza possano essere v in t i8. E non soltanto il vino
provoca l’ubriachezza, m a anche la sicera. Infatti gli Ebrei chiam a­
no sicera ogni bevanda inebriante 9.
55. Giustamente dunque guai a c o lo ro che al m attino cerca­
no la bevanda che procura ubriachezza 10, m entre sarebbe stato
opportuno che essi elevassero lod i a Dio, che precedessero l’alba
e si facessero incontro pregando il sole della giustizia n, che visita
i suoi e sorge per noi, purché noi ci leviam o per Cristo, non per
il vin o e la sicera. L e persone pie recitano in n i12, e tu tieni in

3,21-23, fino a necessitudinis del v. 22, non avvedendosi che Am brogio cita di
seguito anche la seconda parte del v. 22 e il v. 23 (sed n on post m ultum ... gesserint).
Per questo, forse, l’editore non ha notato la stravaganza della lezione di P post
tu m u ltu m e l'ha approvata. Già sarebbe abbastanza irragionevole afferm are che
gli ubriachi im pugnano le spade «d o p o il tum ulto», m a è il testo biblico latino
di 3 (1 ) E sdr 3 ,22 che conforta chiaramente la lezione di G n on post m u ltu m (cioè,
«p o co d o p o » aver bevuto), che è precisamente la lezione dell’antica versione latina
attestataci dal codice Amiatino: si veda l’apparato ad loc. in B ib lia sacra iuxta
vulgatam versionem , 2, ed. R. W e b e r , Stuttgart 19752, p. 1915. L’errore p ost tu m u ltu m
di P, o di qualche suo ascendente, si può spiegare osservando che nel contesto
am brosiano si tratta appunto dei tu m u ltu s degli avvinazzati. Questa considerazio­
ne, oltre che la testimonianza di G, rende assai im probabile l’ipotesi che la
corruttela fosse già nel manoscritto biblico utilizzato da Am brogio.
7 C. W eym a n , in «Philol. Wochenschr.», 29 (1930), c. 875, rinvia a C u r z io R u fo ,
5, 1, 38, dove si parla della partecipazione di donne (non di donne disonorate,
per la verità, ma di m atrone) ai banchetti dei Persiani.
8 Questo luogo ricorda T a c it o , Germ . 23 si indulseris ebrietati suggerendo quan­
tum concupiscu nt, haud m inu s facile u itiis quam arm is uin cen tu r. Su questo atteggia­
mento morale, che sem bra condiviso da A m brogio e che rivela ancora una volta
il suo attaccamento alla Romanità, cf. J.R. P a la n q u e , S a in t A m broise et l'E m p ire
R om a in , Paris 1933, pp. 325-354, particolarm ente p. 332 (cf. anche A . A lfO d i, The
M o ra l B a rrie r o n R h in e and Danube. The Congress o f R om a n F ro n tie r Studies,
Durhan 1972, pp. 1-16). Un atteggiamento analogo in Tob. 11, 39 (in fra ) a proposito
degli Unni combattuti con l’arm a dell’usura.
’ Cf. B a s il io , P G 31, 456 B.
10 Cf. ibid., 460 B.
11 Sulla preghiera mattutina cf. exp. ps. 118 19, 32 (C S E L 62, p. 438, 22) mane
festina ad ecclesiam, defer p rim itia s p ii uoti. Attestazioni simili anche in M a ss im o
da TORINO, serm. 36, 23 ss. (C C L 23) an putatis illu m ieiunare, fratres, q u i p rim o
d ilu cu lo n on ad ecclesiam uigilat, ibid., 77 ss. surgentes p rim o d ilu cu lo ad ecclesiam
festinemus; in proposito cf. L. PAVESE, L’origin a lità cristiana. I l pensiero etico-sociale
di a lcu n i vescovi n ord ita lia n i del I V secolo, R om a 1983, pp. 52-62.
12 Cf. B a s il io , P G 31, 460 D. L’a c c e n n o agli inni è p re se n te n el testo d i B asilio,
m a b is o g n a ric o r d a re c h e A m b r o g io fu g ra n d e p ro m o to r e d e ll’in n o lo g ia o c c id en ta ­
le; ha in tro d o tto gli inni n e lla litu rgia m ila n e se (cf. A g o s t in o , conf. 9, 7; P a o l i n o ,
uita Am br. 13, 3 B a s t ia e n s e n , p. 70) ed egli stesso ne c o m p o se. Q u e sto lu o g o ci
attesta che il De H elia è stato c o m p o s to d o p o il 386, a n n o d e ll’in tro d u zio n e d eg li
inni a M ilan o .
96 DE HELIA ET IEIVNIO, 15, 55 - 16, 58

eligis. V ix diluculum, et iam cursatur per tabernas, uinum quaeri­


tur, excutiuntur tapetes, accubitum festinant sternere, lagynas
argenteas, auratos calices exponunt. Vae, inquit, ista quaerentibus!

56. Calix aureus Babylon in manu dom ini inebrians omnem


terram. A uino eius biberunt omnes gentes, ideo com m otae sunt. E t
subito cecidit Babylon et contrita e s tf. Calix ergo aureus contritus
est, quia B abylon contrita est, quae est calix aureus. Sed quamuis
auro se iactet et pretio, in dom in i et ipsa est potestate. Denique
diuina indignatione conteritur. Qua ratione calix aureus? Quoniam
qui ueritate deficitu r quaerit inlecebram , ut specie saltem pretiosa
ad bibendum aliquos possit inlicere.

57. Constitue ante oculos pom pam huius saeculi: uides spe­
ciosam inlecebram , sed inanem gratiam. N on te inducant aurea
uasa et argentea; habemus et nos thensaurum in uasis fictilibus s.
Vas apostolicum fictile est, sed in eo thensaurus est Christi. Vae
siceram m ane sectantes h! Aureum est hoc uas ‘, poculum est: in
eo pocu lo uenenum mortis, uenenum libidinis, uenenum ebrieta­
tis est. H oc qui biberit com m ou etu r et cadit. C om m ouetur non
solum co rp ore sed etiam cord e turbato; com m ou eri enim peccati
est.

16. 58. Denique Cain exiens a conspectu dei habitauit in t


N a id a, quod interpretatione significat com m otionem . Ergo qui
calice aureo inebriatur peccato mouetur. Quid te sub m aledicto
constituis Cain illius parricidae b, ut trem as atque m ouearis? Sed
et persecutores dom in i transeuntes m ouebant capita s u a c; exagi­
tabat enim eos spiritus nequam, qui rep leta a se corp ora m ouere
consueuit. Et ille cum defu erit trem or desinit, ebrietas autem
perpetuum dat trem orem . Sudant uinum corp ora tem ulentorum :
si leuius contigeris, uinum exprim is.

f Ier 28 (51), 7 s,
s 2 C o r 4, 7.
hCf. Is 5, 11.
i Cf. Act 9, 15.
16. a Gen 4, 16.
b Cf. Gen 4, 14.
c Cf. Mc 15, 29.

56, 7 specie G H species M a u rin i Sch. inspicias P


ELIA E IL DIGIUNO, 15, 55 - 16, 58 97

mano la cetra? Si cantano salmi, e tu prendi l’arpa e il tam burello?


Giustamente guai!, perché m etti da parte la salvezza, scegli la
m orte. A lbeggia appena, e già si corre da una taverna all’altra 13,
si cerca il vino, si scuotono i tappeti, si affrettano a preparare il
divano, tirano fuori le brocche d'argento, i calici dorati. Guai —
dice — a co loro che cercano queste cose!
56. Babilonia, calice d’o ro che inebria tutta la terra, è nelle
m ani del Signore. D el suo vin o hanno bevuto tutte le genti, p erciò
sono state fatte vacillare. E im provvisam ente Babilonia cadde e fu
distrutta. Dunque il calice d 'o ro fu distrutto, perché fu distrutta
B abilonia che è il calice d ’oro. Ma, sebbene si pavoneggi di oro
e di ricchezza, anch'essa è in p o tere del Signore. E cosi è distrutta
dall’ira divina. Perché calice d’o r o ? Perché chi non possiede la
verità cerca la seduzione, per p o ter alm eno attraverso l’apparenza
preziosa indurre qualcuno a bere 14.
57. M ettiti davanti agli occhi la m agnificenza di questo m on­
do, vedi che la seduzione è apparentem ente splendida, m a la sua
bellezza è inconsistente. N on lasciarti attrarre dai vasi d ’oro e
d’argento; anche n oi abbiamo un tesoro in vasi di creta. Il vaso di
cui parla l’A p ostolo è di creta, ma esso contiene il tesoro che è
Cristo. Guai a co loro che al m attino cercano la sicera! Questo è
un vaso d ’oro, un calice: in questo calice c'è un velen o m ortale,
un velen o di libidine, il velen o d ellu b riach ezza 15. Chi lo beve è
scosso e cade. È scosso non solo nel corpo, ma anche il suo cuore
è turbato; l’essere scossi è fru tto del peccato.
16. 58. Infatti Caino, allontanandosi dalla presenza di
abitò nel paese di N a id 1, che tradotto significa «s c u o tim e n to »2.
Perciò chi si ubriaca col calice d 'oro è scosso dal peccato. Perché
ti m etti sotto la m aledizione di quel fratricida che è Caino, per
trem are ed essere scosso? M a anche i persecutori del Signore,
passando, scuotevano il capo, perché li agitava uno spirito m alva­
gio, che suole scuotere i corp i di cui si impossessa. Eppure,
quando quello viene m eno, il trem ore cessa; l'ubriachezza, invece,
provoca un trem ore perenne. Il corp o d egli avvinazzati trasuda
vin o 3, sol che lo sfiori fa sprizzare vino.

13 Cf. B a s il io , P G 31, 456 B -C .


14 Per l’interpretazione di G er 28, 7 s. A m brogio ha utilizzato, rimaneggiandolo,
O r ig e n e , in Ier. hom. Lat. 2, 7 (SCh 238, p. 352), come ha rilevato E. K loster m ann,
Die U berlieferung d er Jerem ia h om ilien des Origenes, TU 1, Berlin 1897, pp. 60-61.
L’omelia ci è conservata in una traduzione latina di Girolam o, m a il passo che ci
interessa è conservato in un framm ento greco (fr. 36, GCS 6, p. 216,25 s.): «xpuffoùv»
éctti toO NaPouxoSovoaop « TÒ •rcoTTipiov » eie; órcaTTàvdpamojv, iva Ss^apxvoi mojoxv,
ópùvTEq tÒm xpucòv «OTi xaXòv Toìq òcpdaXjJLOÌq ìSeìv xaì ùpalov toO xaxavof|om»,
TÒ SÈ XplJVX TÒ ÈV TOUT(jj (JLT) Xoyi^Ó|J,EVOl.
15 Cf. ibid. xaì izàq Sè hoititt)^ axpot; Eivai Soxùv «noTTipiov xputroùv» xaxEarcEuacE
8t|Xt)TT|pi,ov ÉnPaXiòv EÌ5u>XoXaTpEÌaq...
16.1 Cf. B a s il io , PG 31, 453 D-456 A.
1 Probabilm ente l’etim ologia di N a id è direttamente tratta da O r ig e n e , in Ier.
h o m Lat. 2, 10, 15 (SCh 238, p. 358): N a id Graeca lingua in terp retatur com m otio,
mentre Schenkl rinvia a F i l o n e , Cher. 12 Èp(j/r)VEUETai Sè NaìS aóXoc,.
3 Cf. B a s il io , P G 31, 452 A.
98 DE HELIA ET IEIVNIO, 16, 59-60

59. Ebrietas fom entum libidinis, ebrietas incentiuum insa­


niae, ebrietas uenenum insipientiae. H aec sensus hom inum mutat
et formas, p er hanc fiunt ex hom inibus equi adhinnientes d, siqui­
dem naturali uapore corporis calidi et praeter naturam uini calore
flam m ati coh ibere se non queunt et in bestiales libidines excitan­
tur, ut nullum tempus praescriptum habeant, quo deceat indulge­
re concubitu. Vocem amittunt, co lore uariantur, oculis ignescunt,
o re anhelant, frem unt naribus, in fu rorem inardescunt, sensu
excidunt. H inc frenesis periculosa, hinc calculi grauis poena, hinc
exitialis cruditas, hinc uom itus frequens semesas epulas cum
internorum uiscerum cru ore fundentium. Mentior, nisi eadem
dominus p er H ierem iam locutus est dicens: Bibite et inebriam ini
et uom ite: et cadetis et non surgetis e.

60. H inc etiam uanae imagines, incerti uisus, instabilis gres­


sus. Vm bras saepe transiliunt sicut foueas. Nutat his terra, subito
erigi et inclinari uidetur, quasi uertatur. Tim entes in faciem ruunt
et solum manibus adprendunt aut concurrentibus m ontibus sibi
uidentur includi. M urm ur in auribus tam quam maris fluctuantis
fra gor et resonantia fluctu litora. Canes si uiderint, leones arbi­
trantur et fugiunt. A lii risu soluuntur incondito, alii inconsolabili

d Cf. Ier 5, 8.
e Ier 32, 13 (25, 27).

59, 9 excidunt P excedunt P2GH.


ELIA E IL DIGIUNO, 16, 59-60 99

59. L'ubriachezza è stim olo di libidine, incentivo di pazzia,


velen o di stoltezza. Essa trasform a i sensi degli uom ini e il loro
aspetto, per causa sua gli uom ini diventano cavalli che nitrisco­
no 4, perché il loro corpo, caldo p er il tep o re naturale, si infuoca
in m odo anorm ale p e r il calore del vin o 5 e cosi non riescono a
dom inarsi e sono spinti alla libidine bestiale, tanto che non hanno
un tem po stabilito in cui concedersi all’accoppiam ento 6. Perdono
la voce, cam biano colore, diventano rossi com e il fuoco negli
occhi, respirano affannosam ente con la bocca, frem on o con le
n a r ic i7, si infiam m ano fin o al furore, vaneggiano 8. Di qui il delirio
pericoloso, di qui la grave sofferenza dei calcoli, di qui la funesta
pesantezza di stom aco, di qui il vo m ito frequente di chi rim ette
i cibi ingeriti con il sangue d e ll’intestino. M entirei, se il Signore
per bocca di G erem ia non avesse d etto le stesse cose: Bevete,
ubriacatevi e vom itate: cadrete e non vi rialzerete.
60. Di qui anche allucinazioni, im m agini incerte, passo bar­
collante. Spesso saltano le om bre scam biandole p er fosse 9. La
terra ondeggia sotto i lo ro piedi, sem bra loro che all’im provviso
si sollevi e si abbassi, com e se si rovesciasse. Im pauriti cadono
con la faccia a terra e afferrano con le mani il terreno oppure
credono di essere rinchiusi fra m ontagne che si stringono attor­
no 10 a loro. Il ron zio nelle lo ro orecchie com e fragore di m are
in tem pesta e un suono di spiagge battute dai flutti n. Se vedon o
dei cani, fu ggono cred en d oli leoni. Alcuni si lasciano andare a

4 Cf. ibid.., 181 A; 448 C-D; 449 C. Sull'uso e significato di a dhinn ire cf. M.
M cGuire, s. A m b ro sii de Nabuthae, Washington 1927, p. 222.
5 Sul concetto di natura in questo luogo si veda B. Maes, La lo i naturelle selon
A m broise de M ila n , Rom a 1967, p. 50.
6 Cf. B a s il io , PG 31, 448 C. Dunque sull’incontinenza sessuale degli ubriachi
A m brogio attinge alla sua solita fonte; tuttavia non è da escludere l’opinione di
Schenkl, C S E L 32, 2, p. X V III, che ritiene che il nostro Autore rammenti qui
anche il passo a lui noto di SENOFONTE, com m . 1, 4, 12; cf. exam. 5, 10, 30 (C S E L
32, 1, p. 165, 3 ss.).
7 L’ideale filosofico di A m brogio è l'uom o che vive secondo natura, nel quale
la razionalità esercita il suo prim ato dom inando e regolando ogni attività: il vino
sovverte quest’ordine e scatena gli istinti animaleschi; tutto l’uom o è sconvolto,
la ragione com e l’aspetto fisico. Cf. 12, 43 (supra).
8 Una scelta sicura fra le due lezioni ugualm ente attestate, excid u n t ed excedunt
non è possibile. Soprattutto nella tarda latinità la somiglianza grafica e fonetica
delle due voci (excedo e excld o ) e una certa loro contiguità semantica favorisce
la confusione (cf. T hlL 5, 2, 1205, 28 ss. e 1234, 4 ss.). Il senso richiesto dal contesto
è «escono di senno», «van eggian o», che nel latino tardo può essere reso sia con
sensu excidu n t che con sensu excedunt (cf. ibid., 1206, 79 ss. e 128 ss.); si potrebbe
anche connettere excedu nt con la lezione sensum che è ben attestata (cf. ibid.,
1210, 61 ss.). Qui si accetta la lezione adottata da Schenkl (excidun t), che sem bra
‘difficilior’.
9 Cf. B a s il io , PG 31, 449 A-B.
10 co n cu rren tib u s m ontibus: cf. V ir g il io , Aen. 8, 692.
11 Z in c o n e , A lcun e osservazioni..., p. 345, conforta la lezione fragor, che Schenkl
ha tratto dall’edizione am erbachiana (1492), segnalando che essa è attestata anche
in alcuni mss. vaticani. M a già a fugare ogni d u b b io era intervenuta una annotazio­
ne di C. W e y m a n , in «Philol. Wochenschr.», 50 (1930), c. 875, che rinvia a V ir g il io ,
georg. 1, 357 ss. aridus altis m on tib u s a u d iri f r a g o r , aut r e s o n a n t i a longe
l i t o r a m isceri; cf. anche Id., georg. 3, 338 e Aen. 1, 154.
100 DE HELIA ET IEIVNIO, 16, 60 - 17, 62

m aerore deplorant, alii inrationabilis cernunt pauores. Vigilantes


somniant, dorm ientes litigant. Vita his som nium est, somnus his
multus est. Excitari nullis uocibus possunt: quantolibet stimulan­
dos inpulsu putes, nisi resipierint, uigilare non possunt.

61. V nde bene H ierem ias huiusm odi hom inem tam qua
superfluam creaturam deflendum putat. Quid est enim hom o
ebrius nisi creatura superflua? Itaque sic ait: S icut fletum Iazer
deflebo te, uitis, quia deserta est ciuitas Ia z e rf, et infra: V inum erat
in torcularibus tuis: mane non calcauerunt, m eridie autem non
fecerunt e. Iazer TzoLr\criq uepwaóq, factura superflua est — m odera­
tio enim naturalis est, supra m ensuram quidquid est superfluum
habetur — ita est ebrietas, quae fletu p rop h etico deploratur. Vnde
ait apostolus: N olite inebriari uino, in quo est luxuria, sed im p lem ini
spiritu h. Est ergo ebrietas culpae, est et gratiae. Et fo rte haec
naturae quae gratiae, quia ad im aginem et sim ilitudinem dei facti '
spiritu sancto rep leti esse debemus.

17. 62. Quid autem obtestationes potantium loquar? Q


m em orem sacramenta, quae uiolare nefas arbitrantur? «B ib a ­
m u s» inquiunt. «O p to salutem im peratorum , ut qui non biberit
fiat reus indeuotionis; uidetur enim non am are im peratorem qui
pro eius salute non b ib erit». O piae deuotionis obsequium ! «B ib a ­
mus p ro salute exercitus, pro com itum uirtute, p ro filioru m sanita­
te ». Et haec uota ad deum peruenire iudicant sicut illi qui calices
ad sepulchra m artyrum deferunt atque illic in uesperam bibunt;

f Ier 31 (48), 32.


g Ier 31 (48), 33.
h Eph 5, 18.
i Cf. Gen 1, 26.

62, 3 ut] et GH.


5 o piae G H copiae P.
ELIA E IL DIGIUNO, 16, 60 - 17, 62 101

risate scom poste, alcuni piangono sconsolati, altri sentono ango­


sce irragionevoli. Quando sono svegli sognano n , quando d orm o­
no litigano. Per essi la vita è un sogno; il loro sonno è profondo.
Nessuna vo ce può svegliarli. Per quanto energiche siano le solleci­
tazioni con cui tu credi di scuoterli, se non tornano in sé, non
riescono a stare svegli.
61. Perciò G erem ia giustam ente pensa che un uom o sim i
debba essere com pianto com e una creatura superflua. Che cosa
è infatti un ubriaco, se non una creatura superflua 13? Pertanto
cosi dice: Piangerò per te, com e per Jazer, o vite, perché la città di
Jazer è stata abbandonata, e oltre: C'era vino nei tuoi torch i: al
mattino non hanno pigiato e a m ezzogiorno non hanno prodotto.
Jazer (rcounnq TtEpicraoq) significa «creatu ra su perflu a» 14 — infatti
la m oderazione è una qualità naturale, tutto ciò che è fuori della
misura è superfluo — cosi è l’ubriachezza che è condannata dal
lam ento del profeta 15. Perciò l’A postolo dice: N on ubriacatevi di
vino, che è causa di lussuria, ma riem pitevi di Spirito. C'è dunque
un'ebbrezza del peccato e c ’è un’ebbrezza della grazia. E forse
questa della grazia è l’ebbrezza secondo natura 16, essendo stati
creati ad im m agine e som iglianza di Dio, dobbiam o essere ripieni
di Spirito Santo.
17. 62. E perché parlare d elle afferm azioni solenni dei b
tori, dei giuram enti che ritengono sacrilego violare? «B e v ia m o »,
dicono. «A u gu ro fortuna agli im peratori: chi non beve sia reo di
irriverenza; infatti dim ostra di non am are l’im peratore chi non
beve alla sua salute». O b e ll’ossequio di pia d evozion e! «B e v ia m o
alla fortuna dell'esercito, al valore d el seguito, alla salute dei
fig li». Ed essi credon o che questi voti giungono a Dio, com e
co lo ro che portano calici alle tom be dei m artiri per b erli fin o a

12 uigilantes som n ia n t: cf. P l a u t o , capi. 848; amph. 697; pseud. 386.


13 Per cogliere appieno il significato di superfluus credo che ci si d e bba riferire
sia al suo valore etim ologico negativo («eccessiv o »), che al concetto filosofico,
caro ad Am brogio, dell’uom o che vive secondo natura, cui si contrappone l'h om o
ebrius, detto superfluus. In 14, 51 (su p ra ) degli ebbri Am brogio ha detto: praeter
naturam... flam m ati e poco più oltre in questo paragrafo definisce il superfluum
come ciò che è supra m ensuram (scii, naturalem ). Dunque superfluus è colui che
esce dal proprio am bito naturale (cf. expi. ps. 61, 32, C S E L 64, p. 396, 31 s. nos
du m superflua quaerim us, tegm en naturae am isim us). In altri luoghi superfluus
significa «peccam inoso», pro prio perché per Am brogio, come vi è corrispondenza
fra natura e grazia, cosi la violazione dell’ordine naturale è peccato: cf. Abr. 2, 11,
9 ss., C S E L 32, 1, p. 638 a superfluis abstineat (u ir) com m ixtionibus... nesciat nisi
secundum naturam uiuere..., dove si parla dei peccati contro la castità matrimoniale.
Su questi argomenti utili riflessioni si trovano in B . M a e s , L a lo i naturelle..., partic.
pp. 112 ss.
14 Com e in Abr. 2, 11, 85 (C S E L 32, 1, p. 635, 21 ss.), Am brogio dà l’interpretazio­
ne del nom e in greco, che poi egli stesso traduce in latino. Anche su questi indizi
ci si basa per supporre che A m brogio possedeva degli onom astica (elenchi di nomi
ebraici con interpretazione) in lingua greca (cf. R . G r y s o n , L'interpretation du n om
de L é v i [L é v ite ], chez saint A m broise, «Sacris erudiri», 17 [1966], pp. 217-229).
15 Cf. B a s il io , P G 31, 456 B ùitò toù icpo<priTou xatadprivoOvTai.
16 Sulla corrispondenza natura-grazia cf. M a e s , La lo i naturelle..., pp. 113 s.:
«A m broise congoit la nature com m e la nature concrète de l’hom m e créé selon
l’image et la ressem blance de D ieu».
102 DE HELIA ET IEIVNIO, 17, 62-64

aliter se exaudiri posse non credunt. O stultitia hominum, qui


ebrietatem sacrificium putant, qui existim ant illis ebrietatem pla­
cere qui ieiunio passionem sustinere didicerunt.

63. Quantos de intem peranti conuiuio nouimus ad torm e


uenisse! Dum per ebrietatem de im p erio suo certant et sibi regna
prom ittunt, honores aliis pollicentur, infelices ad poenam ducti
sunt, qui quid diceren t nesciebant. V nde pleriqu e boni iudices
ea quae per eb rietatem dicta essent tenenda ad crim en non
putauerunt. Plerique etiam uino utuntur ut eculeo et quibus
torm enta non eliciunt uocem proditionis eos tem ptant bibendo,
ut patriae statum, salutem ciuium, defensionis suae prodant consi­
lia; uirtus enim plerum que uincit dolorem , fid em autem potus
excludit. Cognoui plerosque fidiculis exulceratos nom en suum
negasse: quis inter cym bia texit quod latere cupiebat?

64. Quid retexam auditum m ihi non poculi, sed proflu


genus, quo in ora hom inum tam quam per fistulas aut canales
uina funduntur? H om ines hos an utres uerius aestim arim ? Tamen
ipsi utres, nisi m oderata transfusio sit, saepe rumpuntur; per
cornu etiam fluentia in fauces hom inum uina decurrunt, et si
quis respirauerit, conm issum flagitium , soluta acies, loco motus
habetur. Aqua decurrens a Libano cautes rupeas s o lu ita: q u om od o

17. a Cf. Cant 4, 15.

63, 5 tenenda] tem nenda P.


11 cym bia Sch. clindias P scientia has G.
64, 3 aestimarim Sch. aestimari P aestimaverim GH.
ELIA E IL DIGIUNO, 17, 62-64 103

sera in quel lu ogo non pensano di essere altrim enti esauditi: o


stoltezza d egli uomini, che pensano che l’ubriachezza sia un sacri­
ficio, che credon o che l’ubriachezza sia gradita a co loro che con
il digiuno hanno im parato a sopportare la passione.
63. Quanti sono qu elli che sappiam o essere passati da un
banchetto intem perante alla tortura! M entre nell'ubriachezza d i­
scutevano del loro p otere e si prom ettevan o regni, assicuravano
agli altri cariche, sventurati sono stati portati al supplizio 2, perché
non sapevano q u ello che dicevano. Perciò m olti buoni giudici
ritengono che le cose dette in stato di ubriachezza non debbano
essere considerate com e reato. M o lti usano anche il vin o com e
strum ento di tortura e tentano con bevande co loro dai quali non
riescono con la tortura ad ottenere delazioni, perché rivelin o a
tradim ento la condizione della patria, la sicurezza dei cittadini e
i piani della prop ria difesa. Infatti il coraggio generalm ente vince
il dolore, il bere invece elim ina la fedeltà. H o conosciuto m olti
che, pur piagati dalle cord e della to r tu r a 3, hanno rifiutato di dire
il loro nom e: chi fra coppe 4 di vin o è riuscito a tenere nascosto
ciò che non vo leva rivelare?
64. Perché raccontare di nuovo di quella m aniera di bere,
di cui ho sentito parlare, che non corrisponde al bere, ma a un
flusso continuo, per cui il vin o è versato nella bocca d egli uom ini
attraverso una specie di tubi o di c o n d o tti5? Questi sono da
ritenere 6 uom ini o piuttosto otri? M a anche gli otri spesso si
rom pono, se non si versa con m oderazione; anche attraverso il
corno 7 il vin o scorre a fium i nella gola degli uom ini, e se qualcuno
respira, com m ette un’azione disonorevole, si rom pe lo schiera­
m ento di battaglia: lo si considera un disertore. L’acqua che
scende dal Libano scioglie le dure rocce: com e si può pensare

17.1 Si riferisce al banchetto funebre che ancora alla fine del quarto seco
cristiani erano soliti celebrare sulla tom ba dei martiri secondo una tradizione che
traeva la sua origine dall'agape. Con il passare del tempo, tuttavia, erano subentrati
gravi abusi e intemperanze, tanto che A m brogio decise di proibire tale usanza
(cf. A g o s t in o , conf. 6, 2). Sul culto dei martiri si veda D A L 1, 816-820 ed anche
M o n a c h in o , S. A m b ro g io e la cu ra pastorale..., pp. 153 ss.
2 Evidentemente accusati di em pietà o tradimento.
3 N o n m i p a re c h e la lettu ra d i q u esto p a r a g ra fo sia su fficien te p e r d e d u r re
che A m b r o g io accettasse la to rtu ra (c o s i J. G a u d e m e t , D ro it sécu lier et d ro it de
l ’église chez Am broise, in A m brosius Episcopus. Atti d e l C o n g re s s o internazionale...,
1, p. 309). Il riferim ento alla tortura non coinvolge il giudizio — qualunque esso
fosse — dell'Autore, m a è stato introdotto com e elemento utile per creare enfasi
retorica attorno agli effetti del vino, più deleteri di quelli che provoca la tortura.
L’opinione di Gaudemet, però, potrebbe trovare migliore fondam ento in Cain et
Ab. 2, 9, 27 (C S E L 32, 1, p. 401, 15 s.).
4 II cym biu m e ra u n a g ra n d e c o p p a d i fo rm a stretta e lun ga, so m ig lian te a d
u n a nave; cf. M a c r o b io , satum . 5, 21 cymbia, p ocu la p rocera ac nauibus sim ilia.
5 Cl. B a s il io , P G 31, 460 B.
6 Schenkl presenta aestim arim come propria congettura: ZINCONE, A lcu n e osser­
vazioni..., p. 346, avverte che tale lezione è attestata in due mss. laurenziani non
conosciuti da Schenkl.
7 II corno fungeva da imbuto. Si hanno testimonianze dell’uso del corno per
far ingerire sostanze medicinali agli animali: VIRGILIO, georg. 3, 509; COLUMELLA, 6,
2, 7.
104 DE HELIA ET IEIVNIO, 17, 64 - 18, 66

m ollibus putant nequaquam non n ocere uisceribus uinolentorum


im petus fluentorum ?
65. Elefantos quoque ferunt prom oscide haurire aquae p
rimum, eosdem tam en ad sedandam sitim m oderato potu esse
contentos, sed si fo rte ab aliquo caupone fuerint m ercede fraudati,
indignantes rep lere concauum prom oscidis, non ut ebibant, sed
effundant, atque ita m om entariis inundationibus inrigare eius
tabernam de quo se putauerant uindicandos. Siccantur ad potum
subito lacus ac repente funduntur, natant om nia: cui non m irum
tam im m ania beluarum corp ora superfluum nihil tenere?

18. 66. Sed quid de uiris loquamur, quando etiam fem i


quas op ortet so llicitiorem castitati sobrietatis adhibere custo­
diam, usque ad ebrietatem bibunt? Deinde surgentes, quas etiam
intra secreta dom us uel audiri ab alienis non conuenit uel uideri,
prod ire in publicum non uelato capite, uultu procaci! Apostolus
m ulieres tacere etiam in ecclesia iubet, dom i uiros suos praecipit
interrogare a. Illae in plateis inuerecundos etiam uiris sub con­
spectu adulescentulorum intem perantium choros ducunt, iactan-
tes com am , trahentes tunicas, scissae amictus, nudae lacertos,
plaudentes manibus, saltantes pedibus, personantes uocibus, inri-

18. a Cf. 1 C o r 14, 34 s.

8 non om . G H Sch.
65, 5 ita] in falso Sch.
ELIA E IL DIGIUNO, 17, 64 - 18, 66 105

che l’im peto di torrenti di vin o assolutam ente non 8 nuoccia al


m olle intestino?
65. Si dice che anche gli elefanti aspirano una grande quan
tà d ’acqua con la proboscide, tuttavia essi si lim itano a bere
m oderatam ente p er placare la sete, ma, se p er caso vengono
frodati del com penso da un oste, si irritano e riem pion o la cavità
della proboscide non p er bere, m a p er rim ettere fuori e allagare
con im provvise in o n d a zio n i9 la taverna di co lu i del quale hanno
ritenuto di doversi vendicare. In un istante prosciugano i recipien ­
ti che contengono bevande e im m ediatam ente rim etton o fuori
allagando tutto: chi non si stupisce per il fatto che i corp i cosi
en orm i di queste bestie non trattengano nulla di superfluo?
18. 66. Ma perché parlare degli uom ini, quando anch
donne *, che d o vreb b ero avere più cura della sobrietà p er m eglio
difen d ere la prop ria castità, bevon o fin o all’ubriachezza? E poi,
quando si alzano, p rop rio esse che, secondo decenza, non d o vreb ­
b ero farsi ascoltare né ved ere da estranei nem m eno quando sono
chiuse in casa, escono 2 sfacciatam ente in pubblico a capo scoper­
to! L’A postolo im pon e alle donne di tacere anche nell'assem blea,
prescrive che esse interroghino a casa i loro mariti. Esse prendono
parte nelle piazze a cori d a n za n ti3, indecorosi anche per uomini,
sotto gli sguardi di giovani intem peranti, scuotendo i capelli,
trascinando le tuniche 4, con la veste strappata, con le braccia
nude, battendo le mani, saltando, gridando, attirando su se stesse

8 Schenkl omette n on preferendo la lezione di GH , che rappresentano un


ram o della tradizione diverso da quello che fa capo a P. H o ritenuto, invece, di
accogliere n on, attestato da quest’ultimo codice, per una duplice ragione: dal
punto di vista strettamente paleografico è più facile spiegare la caduta di n on
davanti a nocere, piuttosto che ipotizzare l’aggiunta della negazione; inoltre il
criterio della ‘lectio difficilior' mi pare faccia pendere il giudizio a favore di non.
Difficile, ma non impossibile la lezione n equaquam non, se vediam o nell’espressio­
ne una ripetizione pleonastica della negazione. Avverto che non sono riuscito a
trovare attestata esattamente la com binazione di queste due negazioni, ma la
ridondanza di n on con altre particelle negative è docum entata in H o f m a n n -S z a n t y r ,
Lateinische Syntax..., p. 804 b; B l a is e , D ictionnaire..., s. u. non. Un esempio abbastan­
za simile a questo troviam o in Tob. 9, 33 (in fra ), in una citazione di Gv 14, 30 non
in u eniet n ih il; anche in quel caso — si noti — solo P conserva la doppia negazione,
mentre tutti gli altri testimoni danno lezioni ove n on è omesso.
9 ita : per un'errata lettura dei codici — personalm ente ho controllato PG —
Schenkl, al seguito dei Maurini, ha stampato in.
18.1 P e r tutto q u esto p a r a g ra fo e p e r il se gu en te cf. B a s il io , P G 31, 445 B -C -D .
2 prodire-, infinito esclamativo.
3 Cf. O r a zio , carm . 4, 7, 6.
4 L'espressione trahentes tunicas, presa da Basilio (cf. nota seguente), non è
immediatamente chiara nel suo preciso significato né nel contesto basiliano né
in quello am brosiano. La intenderem o m eglio scoprendo che contiene un’eco —
non segnalata da Schenkl — di Is 3, 16. Il testo della Vetus Latina ha un'espressione
(assente nella Vulgata) che A m brogio riferisce più compiutamente, anche se non
proprio ‘verbatim ’, in exp. ps. 118 1, 5 (C S E L 62, p. 7, 11) itinere pedum trahens
tunicas (nei Settanta: -cf) rcopEU?. tcLv itoSiòv it\xa (Tupouuai xoùc; xi'c^ va?)- In quel
luogo di Is si riprendono il lusso delle donne di Gerusalem m e e la loro civetteria:
pare di capire che amassero, fra l’altro, passeggiare in pubblico indossando una
tunica con strascico. In questo contesto am brosiano, dove si descrivono i movimen­
ti frenetici di donne che danzano, l’imm agine biblica non si adatta perfettamente.
106 DE HELIA ET IEIVNIO, 18, 66 - 19, 69

tantes in se iuuenum libidines m otu histrionico, petulanti oculo,


dedecoroso ludibrio. Spectat corona adulescentium et fit m isera­
bile theatrum. In ter saltantium ruinas et spectantium lapsus cae­
lum inpuro contam inatur aspectu, terra turpi saltatione polluitur,
quae perobscaenis saltatibus uerberatur.

67. Q uom odo patienter loquar, pie praeteream , conuenien-


ter defleam ? Vinum nobis tantarum anim arum dam na intulit.
Etenim si uinum et m ulieres discedere a d eo fa ciu n tb, quod uel
ebrietas uel libid o praeuaricationis inlecebrae sint, si singula ac
separata faciunt, quid faciant unita? Vnde non in m erito ait sapiens
ante nos quidam : M u lie r ebriosa ira magna c.

68. Quid autem mirum, si uino decipiuntur anim ae fem ina­


rum, cum om nes illae tribus patrum, cum de petra biberen t
aquam, manna m anducarent d, gentes ualidissimas uincerent, et
non erat in his ullus infirm us e? V b i uero carnes desiderare co ep e­
runt et desideriis in Aegyptum conuertebantur f, nequaquam ex
tot m ilibus hom inum in terram reprom issionis praeter duos per-
uenire m eruerunt g. Itaque quid boni sit sobrietas, quid m ali
intem perantia hinc co lligere datur: quando im m urm urabant re­
quirentes A egypti delicias, a serpentibus m oriebantur h, quando
p er maris rubri transibant sem itam aquam bibebant. N on igitur
uerem ur exem plum , non fugimus delicias, ne nos futurorum b o­
norum adeptione defrudent?

19. 69. Et quid aliorum utar sententiis? Ipsi bene past


luxuriosi quid sibi sperent audiamus. Inducit enim eos Esaias
propheta dicentes: Manducemus et bibamus; cras enim m o rie m u ra,

b Cf. Eccli 19, 2.


c Eccli 26, 8 (11).
d Cf. Ex 16, 13 ss.
<= Cf. Ps 104 (105), 37 ss.
f Cf. Ex 16, 3.
g Cf. Num 26, 65.
hCf. Num 21, 6.
i Cf. Ex 14, 22.
19.3 Is 22, 13.

67, 5 faciunt, quid faciant unita] cf. S. Zin con e, «A u g u s tin ia n u m », 1976, pp. 246 sq.
68, 9 m oriebantur G m onebantur P m ordebantur cet.
ELIA E IL DIGIUNO, 18, 66 - 19, 69 107

le bram e dei giovani con m ovim en ti da com m edianti, con occhi


a m m icca n tis, con atteggiam enti svergognati e irriverenti. Una
cerchia di giovani fa da spettatori e si crea un m iserevole teatro 6.
L’atmosfera, fra le cadute d elle danzatrici e i peccati degli spettato­
ri, è contam inata dallo sguardo im pudico, la terra, percossa da
balzi oscenissimi, è profanata da danze vergogn ose 7.
67. C om e parlare serenam ente, sorvolare benevolm ente,
piangere convenientem ente? Il vin o ci procura la rovina di tante
anime. Infatti, se il vin o e le donne allontanano da Dio, perché
sia l'ubriachezza che la libidine inducono alla prevaricazione, se
singolarm ente e separatam ente fanno questo, insiem e che cosa
faranno 8? Perciò non a torto un uom o saggio prim a di noi ha
detto: Una donna ubriaca suscita grande indignazione.
68. Perché m eravigliarsi se il vin o trae in errore le anime
d elle donne, dal m om ento che tutte quelle tribù dei padri, finché
bevevano l’acqua scaturita dalla roccia e m angiavano la manna,
riuscirono a vin cere p opolazion i fortissim e e fra lo ro non vi era
alcuno che mostrasse segni di debolezza? Ma quando com in ciaro­
no a desiderare la carne e bram arono di tornare in Egitto, allora
fra tante m igliaia di uom ini solo due m eritaron o di giungere alla
terra p rom essa 9. Perciò da questi fatti si può com prendere quale
bene sia la sobrietà, quale m ale sia l'intem peranza: quando m or­
m oravano e bram avano i piaceri d e ll’Egitto, erano uccisi dai
serpenti, quando attraversavano a p iedi il M ar Rosso, bevevano
acqua. Dunque non risp etterem o l’insegnam ento (della Scrittura),
non eviterem o i piaceri, perché non ci im pediscano di raggiungere
i beni fu tu r i10?
19. 69. E perché ricorrere alle altrui opinioni? Ascoltia
che cosa si prospettano co lo ro che sono ben sazi e intem peranti.
Infatti il profeta Isaia fa dire ad essi: Mangiam o e beviamo, perché

5 Cf. BASILIO, P G 31, 445 C uoPoGcrat, -càq x ó ^ a q cnjpouaai xoùq ^ n ù v a.q, x a ì to ù ;


•noaìv a [ia 7ta£<£ouom, óipdaXtuji àcE^Y^--- ità c a v véwv à xoX ao xav ècp’ èauTÒu; npoo'xa-
X.OUJ1EVOU.
6 M.J. BUCK (a d loc.) o s se rv a che il te rm in e theatrum trae il se n so di «s p e tta c o ­
l o » d a lla c o rrisp o n d e n te p a r o la g re c a ^éonpov, che p r o p r io in q u esto se n so è usata
d a B a silio in u n p a s so che A m b r o g io sta ric a lc a n d o (P G 31, 448 A déaTpov ÈauTaù;
vEavicxwv òyXov TtEpiimia-àpiEvai [scil. yuvaixet;]). In re altà a m e p a re che n el p asso
d i B a silio M aT p o v a b b ia il sign ificato (a n c h ’e sso d o c u m e n ta to ) d i «s p e tta to r i», e
a n a lo g o s e m b ra e sse re il se n so di theatrum in A m b ro g io ; o, forse, p o s sia m o
in te n d e re « t e a t r o » n ell’a ccezion e d i sp e tta co lo e, insiem e, d i p u b b lic o spettatore.
7 Cf. B a s ilio , P G 31, 445 D È|juavav p iv t ò v àépa t o ù ; i l i a c i t o ù ; itopvixoù;,
È [u avav 8È tt)v yfjv t o ù ; àxaM pTO ic; itoinv, rjv Év Tale; òpyj\<7tm xaTEXpoTTyrav. U n a
se v e ra c o n d a n n a d e lla d a n za è e sp re ssa d a A m b r o g io a n ch e in uirginib. 3, 5, 25
ibi enim intuta uerecundia, illecebra suspecta est, ubi com es deliciarum est extrema
saltatio. M a q u i l’in vettiva c o n tro la d a n za d i d o n n e u b ria c h e è a m p lific ata d a un
a n d a m e n to o r a to rio e re to ric o di g ra n d e effetto e p ro b a b ilm e n te d al to n o in d ig n a ­
to d e lla voce, se il V escovo, acc o rto si di a v e r m e sso un acc en to in co n su e to n elle
sue p a ro le, qu asi se ne scu sa (q u o m o d o patienter loquar...).
8 P e r u n p iù a c c u ra to e sa m e d i q u esto p asso, che la tra d izio n e ci h a co n se rv ato
lacu n oso, si v e d a ZlNCONE, A lcu ne osservazioni..., pp. 346 s., che, p eraltro , n on
p ro p o n e so lu zio n i so stan zialm en te n u o v e risp etto a q u e lla di Sc h e n k l q u i accolta.
9 Cf. B a s il io , P G 31, 180 B.
10 Cf. B a s il io , P G 31, 180 C.
108 DE HELIA ET IEIVNIO, 19, 69-70

m eritoqu e exclam at: Vlulate naues Carthaginis, quia perieru nt et


amplius non e ru n tb. Quod est dictum de uisione Tyri, quam luxu­
riosam urbem cognouimus. Id eoqu e nona uisio est, non septim a
aut octaua, quod ea neque legem custodiat neque euangelii gra­
tiam, cum et sabbato legitim o ignes libidinis a dolere sit uetitum c,
et euangelii serie octauus dies resurrectionis in lu ce a td. Idem
autem dies prim us atque octauus, quia dom in ica dies in se recur­
rit. Luxuria ergo nec fid em habet nec obseruantiam disciplinae,
luxuria sem inarium et o rig o uitiorum est. N ec arbitrem ini me
aduersus apostolum dixisse, quia ille ait auaritiam radicem esse
uitiorum om nium e, quoniam luxuria ipsius est m ater auaritiae.
Etenim cum exhauserit quis luxuriando proprias facultates, quae­
rit postea auara conpendia.

70. Audistis quid hodie lectum sit: Mercatores inquit P hoe


cum transmeantes mare; in aqua m ulta semen m ercatorum sicut
messis, quae d e fe rtu rf. Vicinae istae sunt ciuitates, Tyrus Phoeni­
cae, Sidon, uicinae ut locis ita et uitiis, m ercatores a n egotiatio­
nibus periculosa transfretatione maris lucella quaerentes. Sollici-

b ls 23, 1.
c Cf. Ex 35, 3 (?).
dCf. Mt 28, 1.
e Cf. 1 Tim 6, 10.
f Is 23, 2 s.

69, 4 quia] cf. quae ad loc. notaui.


ELIA E IL DIGIUNO, 19, 69-70 109

dom ani m orirem o, e giustam ente esclama: Fate lamento, o navi di


Cartagine, perché 1 sono p eriti e non saranno p i ù 2. Ciò è detto
della visione di Tiro, che, com e sappiamo, è una città che si
abbandona ad ogni eccesso. E p erciò è la nona 3 visione, non la
settim a o l’ottava, perché la città di T iro non tiene in considerazio­
ne la L egge né la grazia d el Vangelo: infatti nel giorno del sabato
prescritto dalla L egge è p roib ito bruciare di libid ine e, secondo
la num erazione del Vangelo, l’ottavo giorn o risplende com e giorno
della risurrezione. M a lo stesso giorn o è il prim o e l’ottavo, perché
il giorno della dom enica ritorn a su se stesso4. Dunque l’intem pe­
ranza non si concilia né con la fed e né con l’osservanza dei
precetti, l'intem peranza è sem e e fonte dei vizi. E non crediate
che m i sia espresso contro l'opin ion e d e ll’Apostolo, secondo il
quale la cupidigia è la radice di ogni vizio, perché è l’intem peranza
che genera l’a v id ità 5. Infatti chi a m otivo d e ll’intem peranza ha
consum ato le prop rie sostanze, cerca poi di rifarsi con l’avidità.
70. A vete udito ciò che oggi è stato letto. I m ercanti Fen
— dice — che attraversano il mare; nella distesa d ell’a cqua la
semente dei m ercanti è com e un raccolto che viene riposto 6. Queste
città sono vicine, T iro della Fenicia e Sidone, vicine per i luoghi
com e anche per i vizi, e sono m ercanti che affrontano i pericoli
della navigazione cercando di trarre p rofitti dai loro c o m m e rc i7.

19.1 q u ia : è una congettura di Schenkl, ora conferm ata dal Vat. Lat. 264 (
X I-X II) collazionato da Z in c o n e , A lcu n e osservazioni..., pp. 347 s., che fa anche
notare come quia corrisponda al testo greco dei Settanta: ÓXoXu^ete, itXoìa Kap-
X T iS ó v o q ó x i (x to ó X e to .
2 Non è chiaro il senso di questo versetto, il cui testo diverge sia da quello
dei Settanta che dall’originale.
3 Si tratta in effetti del nono ed ultimo oracolo di quelli — detti oracoli contro
le nazioni — contenuti in Is 13-23. Il num ero nove, messo in relazione al sette
della Legge e all’otto del Vangelo, offre qui ad A m brogio lo spunto per una breve
e rara (in quest’opera) riflessione mistica. Sul valore del num ero otto in Am brogio
si vedano P. ROLLERO, La ‘expositio eu an gelii secundum L u ca m ’ d i A m b ro gio com e
fonte della esegesi agostiniana, Torino 1958, pp. 129 ss.; A. L u n e a u , L ’h istoire du salut
chez les Pères de l'Èglìse. La d octrin e des àges du monde, Paris 1974, pp. 249 s.; J.
D a n ié l o u , La typologie de la sem aine au I V siècle, «R c h S R », 35 (1948), pp. 382-411.
4 Lo scorrere del tem po settimanale è immaginato come un movimento circola­
re che si apre con la dom enica e, al termine del ciclo, si chiude con la domenica,
prim o e ottavo giorno della settimana.
5 C f. C ic e r o n e , de orat. 2, 171 auaritiam si tollere uultis, m ater eius est tollenda
luxuries.
6 Ritengo vano il tentativo di intendere con sicurezza il senso letterale di
questa citazione. Il testo latino citato da A m brogio diverge profondam ente da
quello originale e nem m eno riproduce quello dei Settanta, che presenta esso
stesso dei problem i di interpretazione.
7 Nel valutare questo luogo, ove sem bra che si condanni la mercatura e la
navigazione, bisogna anche tener presente che la polem ica contro la cupidigia del
guadagno, che spinge i mercanti ad affrontare i gravi rischi del mare, è un ‘topos’
nella letteratura antica; si veda p er es. C a t o n e , agr., praefatio (dove però non è
espressa una condanna m orale nei confronti dei mercanti); C ic e r o n e , Tusc . disp.
5, 40; rep. 3, 48, fr. 4 ( B r é g u e t , p. 79): P o e n i p r im i m ercaturis et m ercibus suis
a uaritiam et m agnificentiam et in exp leb ilis cupiditates o m n iu m reru m im porta u eru n t
in G raecia m -, T i b u l l o , 1, 3, 40; O r a z io , carm . 1, 1, 15-18; S e n e c a , breu. uit. 2, 1 a liu m
m ercandi praeceps cupiditas circa om n is terras, om n ia m aria spe lu c ri ducit. Per la
110 DE HELIA ET IEIVNIO, 19, 70-71

ta uita hominum, inquieta conuersatio et quodam sem per in


turbine, uentis ipsis m obilior, quibus uoluitur atque huc et illue
saepe iactatur. Vtique accusatis crebra naufragia: quis uos nauiga-
re conpellit? Quasi non inuidia opum et terras faciatis intutas et
ad latrocinium plurim os excitetis! M are non ad nauigandum deus
fecit, sed p rop ter elem enti pulchritudinem . Latius pelagi fudit
aequora certe, ut freto includeret terras, ne longius tu uagus et
exui errares. Sed tem pestate iactatur m are: tim ere ergo, non
usurpare debetis. Elem entum innocens nihil deliquit, tem eritas
humana sibi est ipsa discrim ini. Denique qui non nauigat nescit
tim ere naufragium. Dominus dixit: D om ina m ini piscium maris s,
non dixit: «E nau igate in fluctibus». Denique et propheta Iona,
qui missus est in Nineuem , ut paenitentiam praedicaret, quia
uoluit nauigare, ut fu geret a facie dei, tem pestate turbatus et
sorte ductus et iactatus in m are et exceptus a ceto est h.

71. Propheta quoque Dauid ait, cum dei circa hom in


com m em oraret gratiam : Om nia subiecisti sub pedibus eius, oues
et boues uniuersas, insuper et pecora campi, uolucres caeli et pisces
maris, qu i peram bulant semitas maris ‘. Piscibus dedit, non h om i­
nibus peram bulare maris semitam. Ad escam tibi m are datum
est, non ad periculum : cibo, non ad m ercatum utere. Cur tibi
periculum generas de uoluptate? Cur separatioris elem en ti p ro ­
funda rimaris? Cur inquietas mundi altiora secreta? Cur postrem o
saepius sulcare atque exarare fluctus inpatiens nauta contendis?
Cur tem ptas frequ enter innoxia aequora, inritas procellas? O
inexplebilis auaritia m ercatorum ! Cedit tibi et m are et inquietudi­
nem tuam pelagus non potest sustinere. Denique, totiens recur­
rentibus m ercatoribus exaratum, erubesce, Sidon, dixit mare '. Tam­
quam fatigati elem enti uox ista dicentis est: Erubesce, Sidon, hoc
est: m eos fluctus n egotiator arguis, cum sis ipse fluctibus inquie­
tior. Erubesce uel pudore, quoniam pericu lo non moueris. Vere-

e Gen 1, 28.
h Cf. Ion 1, 1 - 2, 1.
> Ps 8, 7-9.
1 Is 23, 4.

71, 5, mare datum G H mandatum cet.


ELIA E IL DIGIUNO, 19, 70-71 111

La vita d egli uom ini è torm entata, irrequieta è la loro convivenza


ed è sem pre, per cosi dire, in m ezzo alla tem pesta, più instabile
dei venti stessi, dai quali è spesso travolta e sbattuta qua e là.
Certo, voi vi lamentate p er frequ enti naufragi; ma chi vi obbliga
a prendere il m are? C om e se non fosse per bram a di ricchezze
che v o i rendete insicura la terra e spingete m olti alla rapina! Dio
non ha creato il m are p er essere navigato, ma per la bellezza di
questo elem ento. C ertam ente ha disposto il m are su una grande
estensione, affinché i suoi flutti circondassero le terre e tu non
andassi lontano errabon d o e ram ingo 8. Ma il m are è sconvolto
dalla tem pesta: dunque d ovete tem erlo e non rivendicarne il
possesso. Un elem ento innocuo non provoca alcun danno; è la
tem erarietà umana che si procura il pericolo. Infatti chi non
naviga ignora il tim ore di naufragare. Il Signore ha detto: D om ina­
te i pesci del mare, non ha detto: «N a vig a te fra i flu tti». Infatti
anche il profeta Giona, che fu m andato a N inive a predicare la
penitenza, poiché vo lle andare per m are p er fuggire alla vista di
Dio, fu sballottato dalla tem pesta e, tirato a sorte, fu gettato in
m are e inghiottito dalla balena.
71. Anche il profeta Davide dice, ricordando la benevolen
di D io verso l'uom o: Tutto hai sottomesso ai suoi piedi, tutte le
pecore e tutti gli arm enti e inoltre le bestie selvatiche, g li uccelli del
cielo e i pesci del mare che p e rco rro n o i sentieri marini. H a concesso
ai pesci, non agli uom ini, di p e rcorrere la via del mare. Il mare
ti è stato dato p er trarne cibo, non perché sia un p ericolo:
servitene per il cibo, non per fare com m ercio. Perché ti crei un
p ericolo per soddisfare il piacere? Perché vuoi esplorare le p ro ­
fondità d e ll’elem en to separato? Perché vio li i profondi segreti
del m ondo? Perché, infine, o navigatore im paziente, vuoi tanto
spesso solcare e p e rcorrere i flutti? Perché frequentem ente affron­
ti l'innocente m are e provoch i le tem peste? O insaziabile cupidigia
dei m ercanti! Tu assoggetti anche il m are che non può resistere
alla tua irrequietezza. Perciò, tante vo lte percorso e ripercorso
dai mercanti, il mare disse: arrossisci, Sidone. Questa è la voce
d e ll’elem ento, che, com e fosse stanco, dice: Arrossisci, o Sidone,
cioè: «M ercan te, tu rim p roveri i m iei flutti, m entre tu stesso sei
più agitato dei flutti. Arrossisci alm eno p er vergogna, perché non

poesia latina si veda E. D e S a in t -D e n is , Le ròte de la m e r dans la poésie latine, Paris


1935, pp. 279 ss. M a la condanna di Am brogio ha anche delle ragioni contingenti.
Il mercante sem brava trarre profitto dalla situazione di miseria e di fame in cui
versava tanta parte della popolazione, e perciò attirava la riprovazione del Vescovo.
Un quadro abbastanza am pio di buone ragioni p er criticare i mercanti ci è offerto
da off. 3, 37-41 (S A E M O 13, pp. 296-298; cf. anche ibid., 1, 243, p. 168). L. C r a c c o
R u g g in i , A m b ro g io d i fronte..., p. 259, nota 67, osserva come questo paragrafo e il
seguente 72 hanno sullo sfondo una reale situazione precaria degli scambi com m er­
ciali fra Italia e Oriente m editerraneo (cf. E a d ., E b re i e o rie n ta li n ell'Ita lia Setten trio­
nale fra il I V e V I sec. cLC., «S tu d ia et docum enta historiae et iuris», 25 [1959],
pp. 186-309).
8 Cf. CICERONE, Cluent. 62, 175 cu m uagus et exu i erraret; si veda anche il
commento di questo paragrafo in A.V. N a z z a r o , S im b olog ia e poesia dell'acqua e
del m are in A m b ro g io d i M ila n o, N apoli 1977, pp. 32 s.
112 DE HELIA ET IEIVNIO, 19, 71 - 20, 73

cundiores uenti sunt quam uestrae cupiditates. Illi habent otia


sua, numquam uestra quaerendi studia feriantur. Et cum otiosa
tem pestas est, num quam uestra otiosa nauigia sunt. Versatur unda
sub rem ige, quando quiescit a flam ine.

72. N on partu riu i inquit nec peperi nec enu triui iuuenes
Quid m e inquietant quos nescio, quos non agnosco? Ite in Cartha­
ginem, ululate qu i inhabitatis insulas!n. Supra dixit: Vlulate, naues
Carthaginis! °. Carthaginem etenim Tyrii condiderunt et id eo Car-
thaginenses sequuntur luxuriam conditorum transfusa in se d eco­
lora successione nequitiae, pessim orum uitiorum heredes d eterio­
res. Et bene luxuriosos naues dixit. Sicut illae uento ita hi cibo
iactantur et uino. Insulas rep leta potu inhabitant corpora, naufra­
giis circumsonant, tunduntur fluctibus ebrietatis, nec p er diem
nec noctu quiescunt. H orum igitu r m ercatorum sem en in aqua,
messis in fluctibus est p . In aqua enim labores suos seminant, ut
pericula metant, in aqua illis seges pullulat, in aqua messi exube­
rat, fructus ipse in aqua est, num quam tutus et solidus. Vnde
recte ait: « Qui seminabat in terra non introiuit in negotiationem ,
im m o qui sem inabat in caelo. Sed est et bona terra, in qua
quicum que seminauerit, fructus ei caelestis o ria tu r» q.

20. 73. Vlulate inquit — iterum ait — naues Carthaginis,


niam p erit m unitio uestra. E t erit in illa die, relinquetur Tyrusa, et
infra: E ritque post annos L X X Tyrus uti canticum meretricis b. V ide

mIs 23, 4.
n Is 23, 6.
° I s 23, 1.
p Cf. Is 23, 3.
i M t 13, 23.
20. a Is 23, 14 s.
b Is 23, 15.

72, 5 decolora ed. Am erb. decolorat P decolore GH.


11 messis (m ercis G ) in fluctibus G H messis fructus P (in aqua) messis fructus
Sch.
16 celestes P2G H Sch.
— oriatur G H oriantur cet.
ELIA E IL DIGIUNO, 19, 71 - 20, 73 113

ti preoccupi del pericolo. Sono più m oderati i venti che le vostre


brame. Q uelli hanno i loro m om enti di calma, il vostro desiderio
di guadagno invece non conosce m ai soste. Anche quando è
bonaccia, le vostre navi non sono mai quiete. L'acqua è rivoltata
sotto l’azione dei rem atori, quando cessa di essere agitata dal
v en to».
72. « I o non ho partorito — dice — né generato, né alleva
giovani. Perché m i torm entano quelli che assolutamente non
conosco?». Andatevene a Cartagine, fate lamenti voi che abitate le
isole! Sopra ha detto: Fate lamenti, o navi di Cartagine! Infatti
Cartagine è stata fondata dai T iri e p erciò i Cartaginesi continuano
l’intem peranza dei fondatori, ad essi trasmessa per via di una
degenere successione di m alvagità, per cui diventano ered i ancor
più corrotti dei pessim i v i z i 9. E giustam ente ha chiam ato navi
gli intem peranti. C om e qu elle sono sconvolte dal vento, cosi
questi lo sono dal cib o e dal vino. I corpi di co loro che hanno
bevu to a sazietà abitano le isole, echeggiano di naufragi, sono
battuti dai flutti d e ll’ubriachezza, non hanno pace né di giorno,
né di notte. Dunque la sem ente di questi m ercanti è n ell’acqua,
nei flutti è la loro messe 10. Essi infatti sem inano n ell’acqua le
lo ro fatiche per m ietere pericoli, la loro messe germ oglia n ell’ac­
qua, n ell’acqua cresce con vigore, anche il loro raccolto è n ell’ac­
qua, non è mai sicuro e stabile. Perciò giustam ente dice: «C h i ha
sem inato in terra non ha fatto affari, ma bensì chi ha sem inato
in cielo. V i è p erò anche la terra buona, nella quale chi avrà
seminato, nascerà per lui un frutto c e les te » 11.
20. 73. Fate lamento — dice, lo dice per la seconda volta
o navi di Cartagine, perché è distrutto il vostro rifugio. E avverrà
in quel giorn o che T iro sarà abbandonata; e più oltre: E dopo
settantanni accadrà a T iro qu ello che è detto nel canto della prostitu-

9 Cf. 5, 12 (supra).
10 Parafrasi di Is 23,3 sopra citato in 19,70. Qui, come altrove, Schenkl dimostra
eccessiva fiducia in P: per difenderne la lezione fructus ricorre ad un’integrazione,
costituendo (in aqua> messis fru ctu s est, mentre il testo di G da m e stampato, non
ha bisogno di restauri. N o n è questo l’unico caso in cui G si rivela testimone
indipendente e portatore di buone lezioni contro P, anche se quest’ultimo, in
genere, sem bra migliore. Schenkl ha forse sospettato che la lezione di G sia un
tentativo di emendazione da parte di un copista dotto? In ogni caso, rifiutarla
non è metodologicam ente corretto.
11 II testo costituito dallo Schenkl ha fru ctu s ei caelestes orien tu r. A proposito
di caelestes bisogna osservare che si tratta di una correzione di P 2, mentre la
buon a tradizione attesta caelestis. Accogliendo questa lezione, il soggetto della
frase, fructus, con cui caelestis concorda, va inteso come singolare, e singolare
dovrà essere, ovviamente, il verbo. Del verbo va detto che è sicuramente non
accettabile la lezione adottata da Schenkl, orien tu r, che egli attribuisce a P, perché
P da me controllato, ha oria n tu r. Le possibilità sono, dunque, due: oria n tu r per
chi volesse insistere sulla scelta di caelestes, invece oriatu r, cioè la lezione di GH,
per chi, come me, ritiene m eglio attestato il soggetto singolare (fructus caelestis).
A tale riguardo, poiché la frase è un'allusione a Mt 13, 23, non è del tutto inutile
avvertire che nel luogo evangelico si parla di «fru tto » al singolare: la lezione
fru ctu m non ha varianti fra i testimoni della versione latina, sia Vetus Latina che
Vulgata (cf. I. WORDSWORTH - H.I. W h it e , N o u u m Testamentum D o m in i nostri Iesu
C hristi Latine..., 1, O xford 1889-1898, ad loc.).
114 DE HELIA ET IEIVNIO, 20, 73-75

quibus uerbis utatur propheta nec refugiat uerborum istiusm odi


uilitatem. N os interdum refugimus, non quo nobis quam illis
lingua sit castior, sed auctoritas inferior. M a ior enim uis rerum
in talium expressione serm onum est, ut qui delicta non eru be­
scunt erubescant uel nom ina delictorum . E rit inquit Tyrus ut
canticum meretricis. V idete ne cum aliquis illos choros uiderit
duci, turpia uerba cantari, dicat: «E c c e facta est Tyrus ut canticum
m eretricis, oraculum propheticae adnuntiationis im pletu m ».

74. Et subiecit: Accipe citharam, uagare, duitas m eretrix o b li­


ta, bene cithariza multa canta, ut fiat m em oria tui. E t erit post L X X
annos Tyrus ut canticum m eretricis et uisitationem faciet deus T y ric.
Vnde possumus et in bono canticum Raab illius m eretricis accipe­
re, quae exploratores Iesu fid eli m ente suscepit d. Nam et dominus
ait: Cantauimus uobis, et non saltastise, et Dauid ait: Cantate dom i­
no canticum nouum, cantate d om ino om nis terra f, hoc est canticum
m eretricis, quod illa ante m eretrix in Adam et Eua terra cantauit,
m eretrix in populo nationum. H aec m eretrix plurim as m eretrices
bonas fecit, de quibus dictum est a dom in o Iesu ad illum electum
et seniorem populum dei: Publicani et meretrices praecedunt uos
in regnum dei e.

75. Ergo quoniam tam m isericordem habemus dominum ,


qui etiam graui ignoscat errori, conuertam ur a uitiis, non receda­
mus a lege, praeceptum dom ini quasi seruuli sedulis studiis exe-
quamur. Quid nobis cum inpuritatibus et inpudicitiis, quid cum
operibus diaboli? Audistis hodie in lection e decursa quid legio
dixerit: Quid m ih i et tibi est, Iesu, fili d e i? h. Et tu dic, si forte
uides pugnare aduersum te d iaboli tem ptam enta: «Q u id m ihi et
tibi est, Belial? ‘. Ego seruus Christi sum, illius redem ptus sangui­
ne, illi m e totum mancipaui. Quid m ihi et tibi est? N on noui
opera tua, nihil tuum quaero, nihil tuum possideo, nihil tuum
d esid ero». Quanto magis nos separari op ortet a diabolo, si se ille
discernit a Christo! Et si fuimus ei in aliquo obnoxii, iam non

c Is 23, 16.
d Cf. Ios 2, 1.
e Lc 7, 32.
f Ps 95 (96), 1.
§ Mt 21, 31.
h Lc 8, 28.
i Cf. 2 Cor 6, 15.

74, 1 uagare Costerius et uacare G uacare cet.


ELIA E IL DIGIUNO, 20, 73-75 115

ta. Considera quali parole usa il profeta e com e non disdegna la


bassezza di sim ili parole. N o i talvolta le evitiam o, non perché la
nostra lingua sia più casta della loro, ma perché la nostra autorità
è in feriore Infatti m aggiore è la forza della realtà quando ci si
esprim e con queste parole, di m od o che chi non arrossisce per
i delitti, arrossisca alm eno quando vengono indicati con il loro
nome. Accadrà :— dice — a T iro quello che è detto nel canto della
prostituta. Badate che qualcuno, quando ved e quelle danze 2, quan­
do ode cantare p arole turpi, non dica: «E c c o T iro è diventata
com e è detto nel canto della m eretrice, l’oracolo della profezia
si è com p iu to».
74. Ed ha aggiunto: Prendi la cetra, va' in giro, città prostituta
dimenticata, suona con abilità m olte canzoni, affinché c i si ricord i
di te. E dopo settantanni accadrà a T iro quello che è detto nel canto
della prostituta e D io visiterà Tiro. Perciò possiam o intendere
anche in senso buono il cantico della m eretrice Raab che accolse
con lealtà gli esploratori di Giosuè. Infatti anche il Signore dice:
Abbiam o cantato per v o i e non avete danzato, e Davide dice: Cantate
al Signore un canto nuovo, canti al Signore tutta la terra; questo
è il canto della prostituta, che la terra già prostituta in Adam o
e Èva e prostituta nei p o p oli pagani ha cantato 3. Questa prostituta
ha prod otto m olte buone prostitute, di cui il Signore Gesù, rivolto
all’eletto e antico p o p o lo di Dio, ha detto: Ip u b b lic a n i e le prostitu­
te vi precedono nel regno di Dio.
75. Perciò, poiché abbiam o un Signore tanto m isericordioso
che perdona anche un grave peccato, convertiam oci dai vizi, non
allontaniam oci dalla legge, eseguiam o il precetto del Signore con
diligente zelo com e servitori. Che cosa abbiam o a che fare con
le im purità e le im pudicizie, che cosa con le op ere del diavolo?
Avete udito oggi nel passo della Scrittura, che vi è stato letto,
che cosa ha detto la legion e: Che c'è fra me e te, o Gesù, fig lio di
D io ? Anche tu d i’, se per caso ti accorgi che le tentazioni del
d iavolo ti assalgono: «C h e c’è fra m e e te, o Belial? Io sono servo
di Cristo, redento con il suo sangue, m i sono interam ente dato
a lui; che c’è fra me e te? N on conosco le tue opere, non cerco
niente di tuo, non possiedo niente di tuo, non desidero niente di
tu o». Quanto più noi d o bbiam o separarci dal diavolo, dal m om en­
to che egli si separa da Cristo! E se gli siam o stati sottom essi in

20.' L’autorità della Sacra Scrittura è di p er sé grande e il tenore delle sue


parole è di per sé elevato. I criteri umani sono insufficienti per giudicarla; cf. L.F.
PIZZO LATO, La Sacra S crittu ra fon d a m en to del m etodo esegetico di sant'Am brogio, in
A m brosius Episcopus. Atti del Congresso internazionale..., 1, pp. 402-404; Id., La
dottrina esegetica..., p. 25.
2 Le danze descritte in 18, 66 (supra).
3 Intendiamo: la terra, che fu m eretrix per il peccato di Adam o ed Èva e per
i peccati dei pagani, dopo essersi ravveduta «canta al Signore un canto nuovo».
Tuttavia il passo conserva una certa oscurità; tutto il tema del canto della prostituta
nei due §§ 73 e 74 ha uno sviluppo incerto e farraginoso, che poggia su citazioni
bibliche eterogenee, forzatamente — e un po’ fantasiosamente — collegate l’una
all’altra. Diversamente ha inteso questo luogo la Buck: «this is thè song o f thè
harlot which that harlot eart sang befor in thè nations».
116 DE HELIA ET IEIVNIO, 20, 75 - 21, 78

sumus. Confugim us ad m edicum . Vulnera superiora curauit, et si


quid superest acerbitatis, m ed ella non deerit. Etsi quid iniuriae
fecimus, m em or non erit qui sem el donauit. Etsi grauia deliqu i­
mus, magnum m edicum inuenimus, magnam m edicinam gratiae
eius accepimus; m edicina enim to llit peccata magna ‘.

76. Habem us etiam plura subdita, quibus peccata nos


redimam us. Pecuniam habes, red im e peccatum tuum. N on uenalis
est dominus, sed tu ipse uenalis es. Peccatis tuis uenditus es:
redim e te operibus tuis, red im e te pecunia tua. Vilis pecunia, sed
pretiosa est m isericordia. Elimosyna nam que a peccato lib e ra tm
et alibi: Redem ptio u iri diuitiae eius n et in euangelio: Facite uobis
amicos de m am mona iniquitatis °. Et uenenum frequ enter antidoto
temperatur, hoc est ueneno uenenum excluditur, ueneno mors
repellitur, uita seruatur. Fac et tu quasi bonus dispensator de
instrum ento auaritiae subsidium m isericordiae, sinceritatis gra­
tiam de corruptionis inlecebra.

21.77. Audistis quid hod ie lectum sit: E cce uenit dominus


disperdere orbem terrarum a. Quasi manu sanctus propheta de­
m onstret, quasi oculis aduenientem uideat iudicii diem , ita dicit:
Ecce uenit dominus disperdere orbem terrarum. Im m o quia in
spiritu prophetis etiam quae futura sunt tam quam praesentia
reuelantur, ideo quae uidebat nobis quoque dem onstrare cupie­
bat, ut nos ad conuersionem ab errore reuocaret.
78. N ec tam en quisquam frangi debet, cum audit quia
perdet dom inus orbem terrarum, ne forte dicat: «E sto, nos grauia
peccata com m isim us: quid deliqu it caelum, quid terra, quid mare,
ut et illa disperdat? Cur perit tam pulcher ornatus?». Angusti est

1 Eccle 10, 4.
•"Tob 12, 9.
n Prou 13, 8.
° Lc 16, 9.
21. a Is 24, 1.

75, 17 ante medicina add. m agna Sch.


ELIA E IL DIGIUNO, 20, 75 - 21, 78 117

qualche cosa, ora non lo siam o più. Siam o corsi dal m edico. Egli
ci ha curato le ferite del passato, e se resta ancora qualcosa di
amaro, non m ancherà il rim edio. Anche se abbiam o com m esso
qualche ingiustizia, non lo ricord erà colui che ha perdonato una
volta per sem pre. Anche se abbiam o com m esso gravi delitti,
abbiam o trovato un grande m edico, abbiam o ricevuto la grande
m edicina della sua grazia; infatti la medicina toglie grandi p e cca ti4.
76. Abbiam o anche m olte cose a disposizione, con le qu
possiam o riscattare i nostri peccati. Hai del denaro, riscatta il
tuo peccato. Il Signore non è venale, ma tu sei venale. Ti sei
venduto ai tuoi peccati, riscàttati con le tue opere, riscàttati con
il tuo denaro. Il denaro è vile, ma preziosa è la m isericordia.
Infatti l ’elemosina libera dal peccato, e altrove: Redenzione d ell’uo­
m o sono le sue ricchezze, e nel Vangelo: Fatevi degli am ici con il
denaro dell'iniquità. Spesso anche il velen o è neutralizzato con
l’antidoto, cioè: il velen o è elim inato con il veleno, con il veleno
la m orte è respinta, la vita è conservata. Anche tu, com e un buon
dispensatore, cam bia gli strum enti d e ll’avidità in sussidi di m iseri­
cordia, la seduzione corru ttrice nella grazia della sincerità.
21. 77. A vete udito quello che oggi è stato letto: E cco v
il Signore a distruggere il m ondo '. II santo profeta, com e se indicas­
se con la mano, com e se vedesse con gli occhi ven ire il giorno
del giudizio, cosi dice: E cco viene il S ignore a distruggere il mondo.
Anzi, poiché ai p rofeti le cose future sono svelate in spirito, com e
se fossero p re s e n ti2, p erciò vo leva m ostrare anche a noi ciò che
vedeva, per richiam arci d a ll'erro re e indurci alla conversione.
78. M a nessuno deve abbattersi, quando ode che il Signo
distruggerà il m ondo, perché non abbia a dire: «E b b e n e noi
abbiam o com m esso gravi peccati, ma quali delitti hanno com piu­
to il cielo, la terra, il mare, perché anch'essi siano distrutti? Perché
deve p erire questo così b e ll’apparato?». Queste idee sono proprie

4 Schenkl (com e anche la Buck) non ha riconosciuto la citazione di Eccle 10,


4 (cf. S e p t u a g xorcaitauaEi àptapTiac; [lEyàXaq, ma questa versione greca, su
cui è ricalcata l’espressione latina citata da Am brogio, non riproduce fedelmente
il senso del testo originale). L’editore sorpreso dalla durezza della frase, che, in
effetti, se non è riconosciuta com e citazione biblica, non si am algam a facilmente
con il contesto, l’ha em endata (cf. qui l’apparato critico), appoggiandosi su due
codici deteriori già seguiti dai Maurini. Il rinvio a Eccle 10, 4, grazie al quale ho
potuto restituire la lezione tràdita da PG, era però reperibile nell'apparato dell’edi­
zione del D ecretu m G ratia ni curata da E. F r ie d e b e r g (Leipzig 1879 = Graz 1959),
ove è citato questo passo am brosiano (cf. Decr. Grat., De penit., Dist. 1, c. 76, nota
821).
21.1 Schenkl, seguito dalla Buck, rinvia per questa citazione a Is 13, 5, do
in effetti, troviamo una frase simile; m a non vi è d u b b io che il riferimento esatto
è a Is 24, 1. Non si tratta di una precisazione di poco conto, di una delle rettifiche
di cui necessita l’edizione viennese: questa citazione e quella di Is 23, 2 s. in 19,
70 (supra) fanno parte di una le ctio p rop h etica proclam ata in precedenza agli
uditori del sermone, come è detto in entram bi i luoghi dallo stesso Am brogio
( audistis q u id hodie lectu m sit?)-, perciò l’appartenenza delle due citazioni a luoghi
distanti dieci capitoli l’uno dall’altro suscitava non lieve perplessità.
2 Cf. L a t t a n z io , diu. inst. 7, 24, 9 (C S E L 19, p. 660): prophetae fu tu ro ru m pleraque
sic p ro fe ru n t et en un tian t quasi peracta.
118 DE HELIA ET IEIVNIO, 21, 78-79

anim i eiusm odi opinio. Ceterum si altius spectes, inuenies hoc


esse p ro nobis quod putas esse contra nos, iudicabis hoc esse
pro m undo quod aduersus m undum arbitraris. N on sem per sta­
dium refertu m est spectatoribus, non sem per certam inibus in­
quietum, non sem per concretum puluere, sed quando certamina,
tunc populus in spectaculo, luctator in scammate, puluis in stadio.
V bi decursa certam ina, conuentus soluitur, discedit unusquisque
aut uictor ad gratiam aut uictus ad opprobrium . Euehit corona
uictorem , uictum prem it uerecundia, angit iniuria. Si quis ergo
postea ingrediatur stadium, uideat uacuum celebritatis, dicat ago-
nithetae cur uacet stadium, cur sileant certamina, cur sollem nitas
ferietur, respondebit qui agoni praeest: «O p o rte t requiescere
athletas, op ortet requiescere spectatores». Qui enim laboris est
fructus nisi requies post laborem ? Sim iliter et orbis terrarum
aliquando soluendus est, ut sit requies fatigatis.

79. Athletae sumus, in quodam stadio decernim us spirita


Denique bonus athleta dicebat: Facti sumus spectaculum huius
m u n d ic et alibi: S ic cu rro non ut in incertum, sic enitor, non ut
aera caedens, sed castigo corpus meum d et alibi? Superiora obliui-
scens et ea quae sunt p riora adpetens ad destinatum sequor, ad
brabium e. Athletae ergo sumus, ligitim e certandum e s t f. Multa
luctam ina sunt, et qui hodie uictus est cras se reparat. Ante ad
brabium contenditur, ad coronam postea. Num quid athleta otio
uacat, cum sem el d ederit certam ini nom en suum? E xercetur cotti­
die, unguitur cottidie. Ipse cibus ei agonisticus datur, disciplina
exigitur s, castim onia custoditur. Et tu dedisti nom en tuum ad
agonem Christi, subscripsisti ad conpetitionem coronae: m edita­
re, exercere, ungere oleo laetitiae, unguento exinanito h. Cibus

b Cf. 1 C o r 9, 24.
c 1 Cor 4, 9.
d 1 C or 9, 26 et 27
e Phil 3, 13 s.
f Cf. 2 Tim 2, 5.
b Cf. 1 C or 9, 25.
hCf. Cant 1, 3.
ELIA E IL DIGIUNO, 21, 78-79 119

di un anim o m eschino. Del resto, se si scruta più a fondo, si


scoprirà che è per nostro vantaggio quello che si crede sia a
nostro danno; si sarà convinti che ciò che si ritiene contrario al
m ondo, in realtà è a vantaggio del m ondo. N on sem pre lo stadio
è pien o di spettatori, non sem pre è agitato dalle lotte, non sem pre
è denso di polvere, ma, quando ci sono le lotte, allora il p o p olo
è presente allo spettacolo, il lottatore è nell’arena, la p o lvere si
leva n ello stadio. Quando finiscono le lotte, la folla si disperde,
ciascuno se ne va, il vin citore verso gli onori, il vinto verso
l'um iliazione. La corona esalta il vin citore 3, il disonore opprim e
il vinto, il disprezzo lo avvilisce. Se, quando tutto è finito, qualcu­
no entra n ello stadio e lo vede vu oto e chiede al presidente della
gara perché lo stadio è vuoto, perché tacciono le lotte, perché
non si fa festa, colui che presiede alla gara risponderà: «G li atleti
d ebb on o riposare, gli spettatori debbono rip osare». Infatti qual
è la ricom pensa della fatica, se non il riposo dopo la fatica? A llo
stesso m od o anche il m ondo deve essere alla fine distrutto, perché
gli affaticati abbiano riposo.
79. Siam o atleti. G areggiam o in uno stadio spirituale 4. Inf
ti un buon atleta diceva: Siam o diventati spettacolo per il mondo,
e in un altro passo: Cosi io corro, non com e alla cieca, cosi lotto 5,
non colpendo l ’aria, ma castigo il m io corpo, e in un altro luogo:
D im entico delle cose passate e desideroso di ciò che m i sta di fronte,
vado verso la meta, verso il prem io. Dunque siam o atleti, dobbiam o
lottare secondo le regole, vi sono m olti incontri di lotta, e chi
oggi è vinto, dom ani si riscatta. Prim a si lotta per il prem io, poi
p er la corona. Forse che l’atleta si dà all’ozio, una volta iscritto
alla lotta? Si esercita ogni giorno, ogni giorno si unge. Egli riceve
anche un cibo approp riato all'attività agonistica 6; si richiede una
severa condotta di vita, bisogna conservare la castità. Anche tu
ti sei iscritto 7 all’agone di Cristo, ti sei iscritto alla gara p er la
corona: m edita, esercitati, ungiti con l’o lio della letizia, con l’un-

3 Cf. O r a z io , carm . 1, 1, 4-6 m etaque feru id is / euitata rotis palm aque n ob ilis /
terra ru m d om in os eueh it ad deos.
4 Cf. B a s il io , PG 31, 440 A.
5 La lezione e n ito r è conferm ata in expl. ps. 36 56 (C S E L 64, p. 113, 20 s.): ...
q u o d latine d ixit « e n ito r», G raece a it uuxteuoj; exp. Lue. 4, 24 (C S E L 32, 4, p. 150, 14).
6 Sul cibo degli atleti nell'antichità cf. Th. P ich ler, Das Fasten bei Basileios...,
p. 64 e RAC, s. u. Fasten.
7 Si allude alla prassi, prevista dalla disciplina battesimale del IV secolo,
secondo cui i catecumeni, che avevano seguito i corsi di catechesi prebattesimale
per alm eno due anni, davano prim a dell'inizio della Quaresim a il loro nome, si
iscrivevano, cioè, nella lista dei com petentes che nella notte di Pasqua avrebbero
ricevuto il battesimo. Le iscrizioni (forse una sottoscrizione fatta di propria mano
dal candidato, se do bbiam o intendere letteralmente in questo passo l’espressione
subscripsisti...) avevano inizio in alcuni luoghi a Natale, m a a M ilano il giorno
dell'Epifania, com e attesta A m brogio in exp. Lue. 4, 76 (C S E L 32, 4, p. 177, 9 s.):
n em o adhuc dedit n om en suum... nisi ia cu lu m uocis p e r epiphania et adhuc n ih il
cep i; al riguardo si veda V. Monachino, S. A m b ro g io e la cura..., p. 57 e G. Coppa,
in SAE M O 11, p. 361, nota 76, 1; cf. anche sacram. 3, 2, 12 (C S E L 73, 44, 38) dedisti
nom en tuum', Abr. 1, 4, 23 (C S E L 32, 1, p. 518, 13) q u i ad gratiam baptismatis nom en
dederunt, Agostino, conf. 9, 6, 14 u b i tem pus aduenit q u o me n om en dare oportebat...
120 DE HELIA ET IEIVNIO, 21, 79 - 22, 81

tuus cibus sobrietatis sit, nihil habeat intem perantiae, nihil luxu­
riae, potus tuus parcior, ne quid ebrietatis obrepat, custodi co rp o­
ris castim oniam , ut possis esse habilis ad coronam , ne existim atio
tua offen dat spectatoris affectum , ne te fautores tui neclegentem
uideant et deserant. Spectant te archangeli et potestates et d o m i­
nationes * et illa angelorum decem m ilia decem m ilium ’. Sub
tantis erubescere considera quam dedecorosum sit, ingressus
stadium uigorem anim ae tuae excita, lacertos excute. Progressus
in scamma necesse est excipias puluerem , subeas aestiui solis
flagrantiam. Grauis aestus, sed dulcis uictoria: m olesta caligo
pulueris, sed speciosa tolerantia. N em o stadium puluerulentus
ingreditur, sed puluerulentum reddunt certam ina: ibi colligitu r
puluis, ubi palm a proponitur. N em o iterum nitidus coronatur,
puluerulentum decet uictoria.

80. Veni ergo, dom ine Iesu, exeat corona tua, dim itte ui
res in requiem , uictos ad conpunctionem . Etsi disperdis orbem
terrarum, plura sunt inuisibilia opera tua quam quae uidimus.
Qui angustioris est anim i illa non cernit, d olet quod disperdas
orbem terrarum , sed qui nouit spectare quae inuisibilia sunt
gaudet ut uenias et om nes liberes. Gaudent athletae, qui possunt
dicere: Veniat regnum tuum, fiat uoluntas tua sicut in caelo et in
terra m. Gaudebit creatura mundi, ut a uanitate mundi istius lib ere­
tur, quae nunc congem iscit et parturit, quia uanitati etiam illa
creatura subiecta est, donec m ultiplicetur a d op tio filioru m et
totius corporis red em p tio conpleatur n. In bono ergo disperdet
orbem terrarum °. Erit eten im caelum nouum p et nox non erit
amplius q. Denique reuelabit, inquit, faciem eius, ut reuelata facie
spectemus gloriam C h ris tir.

22.81. Aduertim us igitur in stadio constituti quantis


delectationi aut d o lori erimus, qui nunc fautores nobis sunt, ne

i Cf. Col 1, 16.


1 Cf. Apoc 5, 11.
mMt 6, 10.
n Cf. Rom 8, 20-23.
°C f. Is 24, 1.
P Cf. Apoc 21, 1.
i Apoc 22, 5.
r 2 C o r 3, 16 et 18.

79, 17 ne] nec G.


79, 25 ibi] ubi GH.
26 u b i] ibi GH.
80, 1 admitte G H (fo rt.).
5 uisibilia P.
11 disperdit E
ELIA E IL DIGIUNO, 21, 79 - 22, 81 121

guento che spande profum o. Il tuo sia un cib o sobrio, senza


intem peranza, senza eccesso, il tuo bere sia parco, perché non
subentri l’ubriachezza, custodisci la castità del corpo, per essere
pron to alla vittoria, perché l’opin ion e che si ha di te non disgusti
gli spettatori che ti sono affezionati, affinché i tuoi sostenitori
non ti vedano negligente e ti abbandonino. T i osservano gli arcan­
geli, le potestà, le dom in azioni e dieci m igliaia di dieci m igliaia
di angeli. Considera quanto sia um iliante arrossire sotto lo sguar­
do di tali e tanti spettatori; appena entrato nello stadio risveglia
il fervo re della tua anima, scuoti i m uscoli. Una volta entrato
n ell’arena è inevitabile che tu sia esposto alla polvere, subisca il
calore del sole estivo. La vam pa è opprim ente, ma la vittoria è
piacevole. La foschia provocata dalla p o lvere è fastidiosa, m a la
sopportazione è am m irevole. Nessuno entra n ello stadio im p o lv e­
rato, ma lottando ci si ricop re di p o lvere: si raccoglie la polvere
d ove si concede la p a lm a 8. Nessuno è coronato dopo essersi
ripulito: la vittoria conviene a chi è im p olvera to 9.
80. Vien i dunque, o Signore Gesù, com paia la tua coro
manda a riposare i vincitori, i vinti al castigo. Anche se distruggi
il m ondo, le op ere tue invisibili sono più num erose di quelle che
abbiam o visto. Chi ha un anim o m eschino non vede le prim e e
si duole perché distruggi il m ondo, m a chi sa vedere le cose
invisibili si rallegra per il fatto che tu vieni e lib eri tutti. Si
rallegrano gli atleti che possono dire: Venga il tuo regno, sia fatta
la tua volontà com e in cielo cosi in terra. Il creato si rallegrerà
p er essere liberato dalla vanità di questo m ondo, perché ora esso
è profondam en te afflitto 10 e soffre i d o lori del parto, essendo
anch’esso soggetto alla vanità finché non sarà accresciuta l’adozio­
ne dei figli e non sarà com piuta la redenzione di tutto il corpo.
Dunque, a fin di bene distruggerà il m ondo. V i sarà infatti un
cielo nuovo e non vi sarà p iù la notte. Infatti dice: Toglierà il velo
dal suo volto, affinché a viso scoperto vediam o la gloria di Cristo.
22.81. Dunque, noi che siam o n ello stadio, consideriam
quanti sono co lo ro che ci sostengono, ai quali procu rerem o gioia
oppure dolore, e facciam o in m od o che non arrossiscano per noi.
C om e infatti c i sarà gioia in cielo p e r un peccatore pentito cosi ci
sarà d o lore per chi è giunto al term ine di questa vita senza aver
im plorato perdono. Castighiam o p erciò il nostro corp o con il
digiuno, evitiam o le gozzoviglie indegne. Evitiam o che ci si dica:
Fate lamento p e r il v in o 2, affinché non venga M osè e chiam i i

8 Cf. O r a zio , carm. 1, 1, 3-4.


9 Cf. I d ., epist. 1, 1, 50.
10 congem iscit: riproduce il senso del greco awTEvà^Ei, (Rom 8, 22; altri testimo­
ni della Vetus Latina hanno in gem iscit): cf. B l a is e , Dictionnaire..., s. u. congem isco.
22.’ Cf. C ic e r o n e , Cael. 17, 39 om n em uitae suae cu rsu m conficere.
2 II testo della citazione di Gioe 1, 5 è singolare: non trova riscontro in
alcun'altra testimonianza latina (cf. P. S a b a t ie r , ad lo c.) né rispecchia il testo dei
Settanta: èxvT|<|iaTE, ot hhWovte<;, èE, owou aù-rùv x aì xXauaaTE. Ed è assai problem ati­
co intenderne il significato: ho ipotizzato un valore causale in a u in o (cf. sopra
18, 68: a serpentibus m orieb a n tu r).
122 DE HELIA ET IEIVNIO, 22, 81-83

pro nobis incipiant erubescere. Sicut enim erit gaudium in caelo


super uno peccatore paenitentiam agente a, ita erit m aestitia super
eo qui non exorata uenia cursum uitae huius confecerit. Castige­
mus ergo corpus nostrum b ieiuniis, fugiamus indecoras comisa-
tiones. Caueamus ne nobis dicatur: Vlulate a uino c, ne ueniat
Moyses, Leuitas aduocet d. Quicumque paratus ad dom inum arm a­
tam dexteram gerat, separet se ab iis qui m anducando et bibendo
grauia contraxere peccata. Et hodie M oyses uenit, cum lex recen ­
setur: M oyses uocat, cum lex praecipit.

82. Apostolus docet ut separemus nos ab om n i fratre inquiete


agente e. Percutiam us eum gladio spiritali, qu i est uerbum d e if. Non
fratris, non propinqui accipiam us personam g, sed om nem inmun-
dum a Christi secernam us altaribus, ut em undet et corrigat lapsus
suos, quo ad sacram enta Christi redire mereatur.
83. Si quis autem non est baptizatus, securior conuertatur
rem issionem accipiens peccatorum * * * uelut ignis quidam pecca­
ta consumit, quia Christus in igne et spiritu baptizat h. Denique
hunc typum legis in Regnorum libris ubi Helias super altare
ligna inposuit et dixit ut m itterent supra de hydriis aquam. E t
dixit: iterate, et iterauerunt. E t dixit: iterate tertio, et iterauerunt et
tertio et, cum m anaret aqua, precatus est Helias, et ignis descendit
e caelo. Tu es hom o super altare, qui ablueris aqua, cuius exuritur
culpa ut uita renouetur; lignum enim et stipulam consum it ignis.
N o li tim ere ignem per quem inluminaris. Id e o tibi dicitur: Accedite
ad eum et inlu m in a m in i *. Suscipite iugum Christi m. N o lite tim ere
quia iugum est: festinate, quia leue est. N on conterit colla, sed
honestat. Quid dubitatis, quid procrastinatis? N on alligat cerui-

22. a Lc 15, 10.


b Cf. 1 C o r 9, 27.
c Ioel 1, 5.
d Cf. Leu 10, 9.
e 2 Thess 3, 6.
f Eph 6, 17.
g Cf. M t 12, 49.
hCf. M t 3, 11; Lc 3, 16.
i Cf. 3 Reg 18, 34 s. et 38.
> Ps 33 (34), 6.
mCf. Mt 11, 29 s.

83, 2 lacunam indicauit Sch.


ELIA E IL DIGIUNO, 22, 81-83 123

le v i t i 3. Chiunque è pron to a servire il Signore con le arm i in


m ano si stacchi da co lo ro che hanno contratto gravi peccati
m angiando e bevendo. A n cor oggi M osé viene, quando si esamina
la Legge; è M osè che chiama, quando la L egge co m a n d a 4.

82. L’A postolo ci insegna a distaccarci da ogni fratello irre­


quieto. C olpiam olo con la spada spirituale, che è il Verbo di Dio.
N on guardiam o in faccia il fratello o il parente, m a allontaniam o
ogni im m ondo dagli altari di Cristo 5, affinché purifichi e corregga
i suoi errori, perché m eriti di ritornare ai sacram enti di Cristo.
83. E se uno non è battezzato, si converta senza tim ore
riceven do la rem issione dei peccati con il battesim o, che a guisa
di fuoco cancella i peccati, perché Cristo battezza con fuoco e
Spirito. Infatti la prefigurazione del battesim o si trova nei libri
dei Re, allorché Elia pose la legna sull’altare e ordin ò di gettarvi
sopra dell'acqua con le anfore 6. E disse: Gettatene di nuovo, e ne
gettarono di nuovo. E disse: Gettatene p e r la terza volta e ne gettaro­
no p e r la terza volta, e, quando l’acqua scorreva, Elia pregò e il
fu oco discese dal cielo. Tu sei un uom o sull’altare, che sei purifica­
to dall’acqua, il cui peccato è cancellato dal fuoco perché la tua
vita sia rinnovata; il fuoco infatti consuma il legno e la stoppa.
N on tem ere il fuoco che ti illumina. Perciò ti si dice: Avvicinatevi
a lu i e sarete illu m in a ti7. Prendete il giogo di Cristo. N on tem etelo
perché è un giogo: affrettatevi perché è leggero. N on schiaccia il
collo, ma lo nobilita 8. Perché dubitate, perché rinviate? N on lega
la testa con la c c i9, m a unisce la m ente alla grazia, non im pone

3 A mio avviso A m brogio non allude solo a Lev 10, 9, cui rinvia Schenkl, ma
anche all’episodio ivi narrato (10, 1-4).
4 Analogamente in exp. Lue. 7, 10 (C S E L 32, 4, p. 286, 17 s.): sed etiam nos
co tid ie uidem us M oysen cu m dei filio ; uidem us en im legem in euangelio. Si veda
anche Nab. 1,1: Nabuthae historia tem p ore uetus est, usu cotidiana, e la nota relativa.
Sull’operatività e attualità della Sacra Scrittura cf. P iz z o l a t o , L a Sacra Scrittu ra
fondamento..., p. 398 e I d ., La dottrina esegetica..., pp. 19 s.
5 II peccatore (o chi non era stato battezzato) era escluso dall’eucaristia: cf.
paen. 2, 3, 14 (C S E L 73, p. 169, 9 s.) a sacris altaribus separatus; cf. anche R. G r y s o n ,
Le prétre selon saint Am broise, Louvain 1968, p. 280.
6 Cf. B a s il io , PG 31, 428 D-429 A. L’episodio di Elia (4 Re 18, 34 ss.) è più volte
evocato da A m brogio come prefigurazione del battesimo e non solo per la presenza
del fuoco e dell’acqua in quell’evento biblico, m a anche per un particolare che
anticipava le modalità dell’antico rito battesimale: come Elia per tre volte fece
gettare acqua sulla legna, cosi il catecum eno per tre volte veniva immerso nel
fonte battesimale. Cf. anche sacram. 2, 7, 20 (C S E L 73, p. 34); myst. 5, 26.28 (ibid.,
p. 108).
7 Cf. B a s il io , PG 31, 425 B .
8 Cf. ibid., 425 C.
9 Cf. ibid. «xpTFTÓq é o t w , iXacppó? è tm v »- o ù Tpiftei t o v aùxÉva, àXXà Soijà^Ei,.
124 DE HELIA ET IEIVNIO, 22, 83-85

cem uinculis, sed m entem gratia copulat, non necessitate constrin­


git, sed uoluntatem boni operis diligit.
84. Quid negas adhuc esse tem poris? Om ne tempus oportu-
num ad indulgentiam . Si aurum tibi offeram , non m ihi dicis:
«C ras ueniam », sed iam exigis. N em o differt, nullus excusat. R e­
d em ptio anim ae promittitur, et nem o festinat. Iohannes in paeni-
tentia baptizabat ", et om nis Iudaea conueniebat: Christus bapti­
zat in spiritu, Christus gratiam dispensat, et cum fastidio conueni-
tur. Typum baptism atis dem onstrauit Helias et caelum aperuit,
quod fuit clausum tribus annis et sex mensibus °. Quanto m aiora
m unera ueritatis sunt! Aperuit utique caelum non pluuia descen­
dens, sed ascendens gratia; nem o enim nisi per aquam et spiritum
ascendit in regnum caelorum p .

85. Clauserat caelum hom inibus perfidia, sed aperuit fides.


Patebat et ante hoc caelum hominibus. Denique Enoch raptus ad
caelum est i. Iterum clausum est, sed aperuit Helias, qui raptus
est curru r. Et uos potestis ascendere, si sacram enti gratiam conse­
quamini. Quousque delectationes, quousque com issationes? Instat
iudicii dies: dum differs gratiam, m ors adpropinquat. Quis dicat:
«N o n m ihi nunc uacat, occupatus sum, non m ihi dem onstres
lumen, nolo tam cito m e redimas, non m ihi adhuc opus est

" C f. Mt 3, 11.
«C f. 3 Reg 17, 1; 18, 4 4 s.
p Cf. Io 3, 5.
q Cf. Gen 5, 24.
r Cf. 4 Reg 2, 11.

15 sed uoluntatem (-te G H ) boni operis diligit G H et codices Vat. Lat. 264 et
269 (ap. Z in con e, p. 249) om . P Sch. q u i signum lacunae posuit.
84, 4 sq. paenitentiam G Sch.
ELIA E IL DIGIUNO, 22, 83-85 125

alcuna costrizione, ma am a colui che vu ol co m p iere la buona


opera 10.
84. Perché dici che non è tem po ancora? Ogni tem po è
opportuno p er ricevere il perdono. Se ti offro d ell’oro, non mi
dici: «V e n g o d om an i», m a lo vuoi subito. In tal caso nessuno
rinvia, nessuno adduce scuse. È prom essa la redenzione d ell’ani­
ma e nessuno si affretta n . G iovanni battezzava in penitenza 12, e
tutta la Giudea andava a lui: Cristo battezza in Spirito 13, Cristo
dispensa la grazia, e si va a lui m al volentieri. Elia annunciò,
prefigurandolo, il battesim o e apri il cielo che era rim asto chiuso
per tre anni e sei mesi. Quanto m aggiori sono i doni della verità!
C ertam ente il cielo non fu aperto dalla pioggia che scendeva, ma
dalla grazia che saliva; nessuno infatti è m ai asceso al regno dei
cieli, se non m ediante l’acqua e lo Spirito 14.
85. L’infedeltà aveva chiuso il cielo agli uomini, ma la fede
lo apri. Anche prim a il cielo era accessibile agli uomini. Infatti
Enoch fu rapito in cielo. Di nuovo fu chiuso, ma lo apri Elia che
fu rapito su un carro. Anche vo i potete salire, purché otteniate
la grazia del sacram ento 1S. Fino a quando i godim enti, fin o a
quando le gozzoviglie? Incom be il giorn o del giudizio: m entre si
procrastina la grazia, la m orte si avvicina. Chi dirà: «O ra non ho
tem po, sono occupato, non m ostrarm i la luce, non vo glio che tu
m i redim a tanto in fretta, non ho ancora bisogno del regno

10 M entre Schenkl indica lacuna nel suo testo, Z i n c o n e , A lcu n e osservazioni...,


pp. 349 s., suggerisce di colm arla con la lezione che egli trae dai mss. Vat. Lat. 264
e Vat. Lat. 269 sed u olu ntatem b o n i operis d ilig it — del resto m olto simile a quella
di P e G — , che sem bra riecheggiare l’espressione di B a s il io , PG 31, 425 C
aÙTE^oumov Ém^ryrEÌ tòv ùcpéXxovTa.
11 Cf. ibid., PG 31, 429 A.
12 Schenkl accoglie in poen itentia m di G contro tutti gli altri codici. O ra G è
un buon testimone, m a in questo caso, trattandosi di un riferimento a Mt 3, 11,
bisogna considerare che la sua lezione corrisponde a quella comunemente attestata
nella Vulgata. Rara è invece la lezione in poen itentia (cf. W o r d s w o r t h - W h it e ,
N o u u m Testamentum..., ad lo c.) che è da preferire proprio perché meno ovvia e
non sospetta di contaminazione con la Vulgata di Mt 3, 11. M a a favore di in
poen itentia vi è un altro argom ento più solido: il luogo di Mt 3, 11 è richiamato
da A m brogio anche in Spir. Sanct. 1, 3, 43 (C S E L 79, p. 33, 57), dove O. Faller
costituisce Ioh a n n es in paenitentia baptizauit, avvertendo in apparato che due
codici meno autorevoli hanno in p oen itentia m . Infine si osservi che la lezione da
m e scelta si fa preferire in questo contesto am brosiano anche per il parallelismo
con in spiritu, quel parallelism o che nel contesto evangelico è com unque salvo,
perché là i termini messi a confronto non sono esattamente gli stessi: ego quidem
uos baptizaui in aqua in paenitentiam ... ipse uos baptizabit in sp iritu sancto.
13 Sulla distinzione fra il battesim o di Giovanni e quello di Cristo cf. Spir.
Sanct. 1, 3, 41 (C S E L 79, p. 31); expl. ps. 37 3 (C S E L 64, pp. 138 s.); exp. ps. 118 16,
19 (C S E L 72, pp. 362 s.); exp. Lue. 10, 140 (C S E L 32, 4, p. 509, 7); epist. 26, 7 (P L 16).
14 Nessuna eccezione alla necessità del battesimo. La ragione è che la colpa
originale si è trasmessa a tutti: cf. Abr. 2, 11, 79 (C S E L 32, 1, p. 632, 10 s.); 2, 11,
81 (p. 633, 10 s.); 2, 11, 84 (p. 635, 13 ss.). Su questo argom ento cf. J. Huhn, D ie
B edeutung des Wortes sacram entum bei dem K irch e n v a te r Am brosius, Fulda 1928,
pp. 41 s.; Id., U rsprung und Wesen des B òsen u nd der Siin de nach der Lehre des
K irch en va ters Am brosius, P aderborn 1933, p. 104.
15 J. H u h n , D ie B edeutung des Wortes..., pp. 30-33, elenca una serie di luoghi di
A m brogio dove sacram entum , con o senza specificazione, indica il battesimo.
126 DE HELIA ET IEIVNIO, 22, 85

regnum caeleste?». N onne hoc dicit qui excusat a baptism ate?


Et quanta gratia renouàris, o hom o! Purgaris et non exureris,
sanaris et non doles, reform aris et non dissolueris, ictum m ortis
non excipis et resurgis. Et adhuc dissimulas, adhuc expectas ut
uiuas saeculo, postea te reseruas deo? Ignoras quod Cain propte-
rea displicuerit sacrificium, quoniam non prim itiua optulit, sed
prim itiuis ipse perfunctus de sequentibus munus d eo tem ptauit
offerre, A bel autem prim itiaru m oblatione praelatus m eruit insi­
gne pietatis s?

s Cf. Gen 4, 3 ss.

85, 10 purgaris G om. cet.


ELIA E IL DIGIUNO, 22, 85 127

ce les te » 16? N on dice forse così chi, adducendo scuse, rifiuta il


battesim o? E con quanta grazia sei rinnovato, o uom o! Sei pu rifi­
cato senza essere consum ato dal fuoco, sei guarito senza soffrire,
sei trasform ato senza essere distrutto 17, senza ricevere un colpo
m ortale risorgi. E tu fai ancora l’indifferente, ancora aspetti p er­
ché vuoi viv ere p er il m on d o e poi dedicarti a Dio? N on sai che
il sacrificio di Caino non fu gradito p er questo m otivo, perché
egli non o ffrì le prim izie, m a vo lle g od ere egli stesso d elle prim izie
e cercò di o ffrire a Dio doni tardivi, A b ele invece fu p referito per
avere offerto prim izie e m eritò la fam a di uom o pio?

16 Cf. Basilio, PG 31, 429 C. Si critica la consuetudine secondo la quale molti


catecumeni ritardavano il battesimo (analogam ente accadeva per la penitenza)
con l’intenzione di riceverlo sul letto di morte; cf. Monachino, S. A m b ro g io e la
cura pastorale..., pp. 51-55. Più volte A m brogio stigmatizza questo comportamento:
cf. Ioseph 8, 43 (C S E L 32, 2, p. 103, 3 s.): om nibus... dicit, q u i serius u en iu n t ad
gratiam C hristi: quare p ig r i estis?) paen. 2, 11, 99 (C S E L 73, p. 202, 5 ss.); sacram. 3,
2, 13 (ibid., p. 44, 45 ss.); expos. Lue. 7, 221 (C S E L 32, 4, p. 381, 6 ss.) scio quosdam
dicere q u o d ad m ortem sibi la u a cri gratiam uel pa enitentiam seruent. In proposito
si veda J. Schmitz, Gottesdienst im a ltchristlich en M ailand, K òln-Bonn 1975, pp. 31-34.
17 Cf. B asilio , PG 31, 429 B.
De Nabuthae
Naboth
130 DE NABVTHAE, 1,1-2

1.1. Nabuthae historia tem pore uetus est, usu cottidia


Quis enim diuitum non cottidie concupiscit aliena? Quis opulen­
tissim orum non exturbare contendit agellulo suo pauperem atque
inopem auiti ruris elim inare finibus? Quis contentus est suo?
Cuius non inflam m et diuitis anim um uicina possessio? N on igitur
unus Achab natus est, sed quod peius est cottidie Achab nascitur
et num quam m oritu r huic saeculo. Si unus occidit, adsurgunt
plurim i, plures qui rapiant quam qui amittant. N on unus Nabu­
thae pauper occisus est; cottidie Nabuthae sternitur, cottidie' pau­
p er occiditur. H oc m etu percitum humanum genus cedit iam suis
terris, m igrat cum paruulis pauper onustus pign ore suo, uxor
sequitur inlacrimans, tam quam ad bustum prosequatur maritum.
Minus tam en deplorat illa, quae deflet suorum funera, quia etsi
am isit coniugis praesidium, sepulchrum tenet, etsi filios non tenet,
tam en exules non dolet, non ingem it grauiora funeribus tenerae
prolis ieiunia.

2. Quousque extenditis, diuites, insanas cupiditates? N u


quid s oli habitabitis super terram ? a. Cur eicitis consortem naturae
et uindicatis uobis possessionem naturae? In com m une omnibus,
diuitibus atque pauperibus, terra fundata est: cur uobis ius p ro ­
prium soli, diuites, adrogatis? N escit natura diuites, quae om nes
pauperes generat. N eque enim cum uestim entis nascimur, cum
auro argentoqu e generamur. Nudos fundit in lucem egentes cibo
amictu poculo, nudos recipit terra b quos edidit, nescit fines pos­
sessionum sepulchro includere. Caespes angustus aeque et paupe-

1. a Is 5, 8.
bCf. Io b 1, 21.

1, 7 occidit R B V M ara occidat c e t Sch.


NABOTH, 1, 1-2 131

1.1. La storia di N aboth quanto al tem po è antica, qua


alla pratica è di tutti i giorn i *. Chi infatti, essendo ricco, non
desidera ogni giorn o i beni altrui? Chi, essendo m olto facoltoso,
non cerca di cacciare il p o vero dal suo cam picello e di allontanare
il m isero dal p odere ricevu to in eredità dagli avi? Chi si acconten­
ta di ciò che ha? Di quale ricco non accende il desiderio un
p o d ere confinante? Dunque non è nato un solo Achab, ma, ciò
che è peggio, ogni g iorn o nasce un Achab e m ai m uore p er questo
m ondo. Se ne vien m eno uno, ne sorgon o m olti; sono più num ero­
si quelli che rapinano di qu elli che perdono. N on un solo Naboth
p o vero è stato ucciso; ogni giorn o un N aboth vien e oppresso,
ogni giorno un p o vero è ucciso. Cosi terrorizzata l’umanità abban­
dona le sue terre, il p o v e ro em igra con i suoi figlioletti, portando
il più p ic c o lo 2 in braccio; la m og lie segue piangendo, com e se
accompagnasse il m arito al sepolcro. In verità m in or d o lore prova
co lei che piange la m orte d e i suoi cari, perché, anche se ha
perdu to il m arito che le dava sostegno, possiede la sua tom ba,
anche se non ha più i figli, p e rò non soffre p e r il lo ro esilio, non
è afflitta dal digiuno d ei fig li ancora piccoli, che è più insopporta­
b ile della m orte.
2. Fin d o ve vo lete arrivare, o ricchi, con le vostre insa
bram e? Volete forse essere i soli ad abitare la terra? Perché cacciate
colui con il quale avete in com une la n a tu ra 3 e pretendete di
possedere p e r vo i la natura? La terra è stata creata com e un
bene com une p e r t u t ti4, p e r i ricchi e p e r i p o veri: perché, o

l.1 Sull’attualità della Scrittura si veda supra, Hel. 22, 81 et hodie Moyses ue
cum lex recensetur: Moyses uocat, cum lex praecipit, e la nota relativa. Inoltre cf.
exp. Lue. 2, 84 (C S E L 32, 4, p. 88, 7 ss.) non enim simplicem tantum rei gestae seriem
debemus haurire, sed etiam actus nostros ad aemulationem scriptorum referre', Ios.
7, 43 (C S E L 32, 2, p. 103, 2 ss.) non semel hoc Iacob dixit, cotidie omnibus filiis suis
dicit, qui serius ueniunt ad gratiam Christi.
2 In più luoghi A m brogio usa il termine poetico pignus con il significato di
«fig lio », «p r o le »; cf. McGuiKE, ad loc.
3 Sull'interpretazione di con sors naturae in questo luogo si veda M. POIRIER,
“C on sors naturae' chez saint Ambroise..., pp. 325 s., 331, 333.
* Per una traduzione ragionata dell'espressione in c o m m u n e vedi ibid., p. 326,
da cui mi distinguo per una sfumatura, intendendo om n ibu s unito a in com m un e,
non al verbo fundata est. Il m edesim o concetto — che è stato ed è al centro
d ell’interesse di quanti hanno studiato le idee sociali di Am brogio — è ribadito,
con gli stessi termini, in off. 1, 28, 132 (S A E M O 13, p. 102) natura en im om nia
om n ib u s in co m m u n e profundit; exam. 6, 8, 52 (C S E L 32, 1, p. 244, 2 ss.); exp. ps.
132 DE NABVTHAE, 1, 2-3

ri abundat et diuiti et terra, quae uiuentis non cepit affectum,


totum iam diuitem capit. N escit ergo natura discernere quando
nascimur, nescit quando deficim us. Om nes sim iles creat, omnes
sim iles grem io claudit sepulchri. Quis discernat species m ortu o­
rum? R ed op eri terram et, si potes, diuitem deprehende. Eruderato
paulo post tum ulum et, si cognoscis, egentem argue nisi forte
hoc solo, quod plura cum diuite pereunt.

3. Sericae uestes et auro intexta uelamina, quibus diu


corpus ambitur, dam na uiuentium, non subsidia defunctorum
sunt. Vnguentum accipis, diues, et faetidus es; perdis alienam
gratiam nec adquiris tuam. H eredes relinquis, qui litigent. H ere­
dibus relinquis depositum magis hereditarium quam com m odum
uoluntarium, qui id quod relictum est m inuere ac u iolare fo rm i­
dent. Si frugi heredes sunt, custodiunt; si luxuriosi, exhauriunt.
Itaque aut bonos heredes perpetua condem nas sollicitudine aut
m alos dim ittis, quo tua facta condem nent.

2, 12 deficimus R B V deficiam us p lu res codd. Mara.


3, 9 malis R B V M ara (cf. quae ad loc. notaui).
NABOTH, 1, 2-3 133

ricchi, vi arrogate un d iritto esclusivo sul suolo? 5. La natura che


tutti partorisce poveri, non conosce ricchi. Infatti nasciamo senza
vestiti, siam o generati senza oro e argento. Ci m ette alla luce
nudi, bisognosi di cib o di vestiti di bevande, nudi ci accoglie la
terra che nudi ci ha g e n e r a ti6: non può racchiudere dentro la
tom ba i confini d ei nostri possedim enti. Un p iccolo pezzo di terra
è più che sufficiente sia p e r il p o vero che p er il ricco, e la terra
che non potè contenere i d e s id e r i7 del ricco, quando era in vita,
ora lo contiene tutto. La natura, dunque, ignora le distinzioni
quando nasciamo, le ignora quando m oriam o. Ci crea tutti uguali
e tutti uguali ci racchiude nel sepolcro com e in un grem bo. Chi
p otreb be ricon oscere la condizione sociale dei m orti? R im u ovi
la terra e riconosci il ricco, se p u o i8. Scopri dopo un p o ’ di tem po
la tom ba e, se lo riconosci, indica qual è il povero; a m eno che
tu non lo riconosca da questo solo indizio, che insiem e al ricco
periscono m olte cose.
3. Le vesti di seta e i ve li intessuti d ’oro, in cui il co rp o
ricco è avvolto, sono una perdita per i viventi, non un vantaggio
per i defunti. Sei cosparso di profum i, o ricco, e m andi feto re 9;
sprechi l’a ltr u i10 grazia e non acquisti la tua. Lasci degli eredi
che litigano fra loro. A gli ered i tu lasci un deposito ereditario,
piuttosto che un bene da usare liberam ente, tanto che essi tem ono
di dim inu irlo o di rovinarlo. Se gli ered i sono frugali, lo custodi­
scono; se sono intem peranti, lo consumano. E cosi o condanni i
buoni eredi ad una continua preoccupazione, oppure assolvi i
cattivi eredi perché disprezzino il tuo op erato 11.

118 8, 22 (C S E L 72, p. 163, 23 ss.). In questi luoghi troviam o somiglianza non solo
concettuale, ma anche verbale, con L attanzio , diu. inst. 5, 5 quippe cu m deus
co m m u n e om nibus terram dedisset, ut co m m u n e m degerent uitam, n on ut rabida et
furens auaritia sib i om n ia uindicaret, nec u lli deesset q u o d om n ib u s nasceretur. La
corrispondenza è spiegabile con la com une origine di questi concetti dalla diatriba
stoica. Nel passo qui sopra citato del De officiis lo stesso A m brogio rinvia alla
dottrina stoica sull’argomento.
5 L’enunciato di questo concetto, fondam entale per l’intero trattato e sul quale
si è appuntata l'attenzione di molti studiosi, è chiaram ente influenzato da B a s il io ,
PG 31, 276 B i à yàp xoivà itpojcaxaaxóvTEq, E5ia tioioOvtou (scil. ot tzXouozol) 5ià
tt)v npoXT^iv. Questa impronta, assai più interessante di altre nel corso del trattato,
è stata segnalata da H. D r e s s l e r , A note on thè ‘De N abuthae' o f St. Ambrose,
«T raditio», 5 (1947), p. 311, in una nota m olto scarna che è sfuggita all'attenzione
degli studiosi e degli editori successivi.
6 Cf. BASILIO, PG 31, 276 B oòy i yu\i\>òq è^éneaec; rii? Yaorpóq; où yu[j,vòq iraXiv
eù; tt|v yrjv ùitoo-cpÉ^Eit;;
I affectus: nel senso di cu pid ita s: cf. infra, 12, 50 cu iu s n on ca pit m undus
cupiditates.
8 Cf. expl. ps. 1 46 (C S E L 64, 38,23) nudus exibis, n em o illic consu lem recognoscet.
9 Riflessioni molto simili in exam. 6, 8, 51 (C S E L 32, 1, p. 243, 11-12).
10 Q uella del profum o.
II II passo è «estrem am ente conciso e stilisticamente com plesso», osserva D.
Fogazza, recensione all’ed. del De Nabuthae di M.G. M ara, cit., «Riv. di filol. », 106
(1978), p. 462; e l’incertezza della tradizione manoscritta ne accentua la problem ati­
cità. Per quanto riguarda il testo, la M a ra sceglie la lezione malis, e questo è anche
il parere della Fogazza (ib id .), che ritiene ‘difficilior’ la lezione rispetto a malos
accolta da Schenkl. Al riguardo osserverei che il giudizio su quale sia la ‘lectio
difficilior’ dipende, in questo caso, in gran parte dal significato che si attribuisce
134 DE NABVTHAE, 2, 4-5

2. 4. Sed quid arbitraris quod, dum uiuis, abundas omnibus?


O diues, nescis quam pauper sis, quam inops tibi ipse uidearis,
qui te diuitem dicis. Quanto plus habueris, plus requiris et quid­
quid adquisieris, tam en tibi adhuc indiges. Inflam m atur lucro
auaritia, non restinguitur. Quasi gradus quosdam cupiditas habet;
quo plures ascenderit eo ad altiora festinat, unde sit grauis ruina
lapsuro. T o lerab ilior tam en iste, cum minus haberet, census sui
contem platione m ed iocria requirebat; accessione patrim onii ac­
cessit cupiditatis augmentum. N on uult esse degen er uotis, pauper
in desideriis. Ita duo in tolerabilia simul iungit, ut am bitiosam
spem diuitis augeat et non deponat m endicitatis affectum . Deni­
que docet nos scriptura diuina quam m isere egeat, m endicet
abiecte.

5. R ex Achab in Istrahel erat et pauper Nabuthae. Ille regni


opibus adfluebat, iste angusti soli possidebat caespitem . Nihil
pauper de possessionibus diuitis concupiuit, rex sibi egere uisus
est, quia uineam habebat pauper uicinus. Quis igitu r tibi pauper
uidetur? Qui contentus est suo an qui concupiscit alienum? A lter
certe pauper censu uidetur, alter pauper affectu est. Affectus diues
egere non nouit, census abundans nequit auari pectus explere.
NABOTH, 2, 4-5 135

2. 4. M a perché ritien i che durante la tua vita tu puoi abb


dare di ogni bene? O ricco, non sai quanto sei povero, quanto
m isero appari a te stesso, tu che ti dichiari ricco. Quanto più hai
avuto, tanto più desideri, e qualunque cosa tu abbia ottenuto,
hai ancora necessità di altro. Con il guadagno l’avidità si infiam ­
ma, non si spegne. La cupidigia ha com e dei gradini; più ne sale
più ha fretta di salire, e cosi la caduta sarà rovinosa per chi
precipita *. Invece costui, quando possedeva poco, si accontentava
e, in considerazione della prop ria condizione econom ica, nutriva
aspirazioni m odeste; con il patrim on io cresce la cupidigia. N on
vu ole essere spregevole nelle sue aspirazioni, non vuole essere
p o vero nei suoi desideri. Cosi m ette insiem e due sentim enti tra
lo ro inconciliabili: accrescere l'am bizione del ricco e non abban­
donare l’atteggiam ento del povero. Infatti la Sacra Scrittura ci
insegna quanto il ricco sia m iserevolm en te indigente e quanto
ignobilm ente mendichi.
5. In Israele c'era il re Achab e il p o vero Naboth. Q uel
abbondava d elle ricchezze d el regno, questi possedeva un piccolo
pezzo di terra. Il p o vero non desiderava nulla dei possedim enti
del ricco, il re era convinto che gli m ancava qualcosa, perché il
p o vero suo vicino aveva una vigna. Chi dunque ti sem bra po vero?
Colui che è contento del suo o chi bram a le cose altrui? Certam en­
te l'uno è p o vero di ricchezze, l'altro è p o vero n ell’animo. Un
anim o 2 ricco non conosce l'indigenza, m entre la ricchezza anche

al verbo dim ittis. Ora, sono d ’accordo con la Fogazza (ib id .) nel ritenere non
appropriata la traduzione della M a ra (« metti gli eredi scapestrati in una condizione
tale da maledire le tue o p ere»), m a non ho seguito nem m eno l’ipotesi interpretativa
che la stessa Fogazza presenta con molta prudenza («lasci ai cattivi qualcosa con
cui dim ostrare la stoltezza del tuo o p erato »). Il punto debole di questa interpreta­
zione a me pare l’aver inteso dim ittis sinonim o di relinquis, come è suggerito da
M cGuire, ad loc. (la cui traduzione, peraltro, è peregrina). Attribuirei, invece, a
dim ittere il significato m orale-giuridico di «assolvere», che qui p arrebbe voluto
dall’antitesi con il precedente condem nas e il seguente condem nent. Se cosi è, la
lezione m alos è obbligata e il passo acquista sotto l’aspetto stilistico e retorico
quell’arm onia che è insistentemente cercata da Am brogio. Un significato simile
di dim ittere è inteso anche da J. Huhn, De Nabuthae. Des heiligen K irch en va ters
A m brosius W a m u n g v o r d er H absucht u nd M a h n u n g zum Alm osengeben, Freiburg
1950, p. 21 («s o verurteilst du ordentliche Erben zu dauernder Sorge o der du
entlàssest die nichtsnutzigen aus ihrer Verpflichtung, so dass sie eben dadurch
dein Tun verurteilen»), tuttavia nem m eno questa interpretazione è convincente
nell’insieme, perché i m alos (heredes) non sono « i buoni a nulla», ma i cattivi in
senso morale, quelli che poco sopra sono detti lu xu riosi.
2.’ Cf. Basilio, PG 31, 292 B-293 A yàp èo-tiv ó -noXKCìm èvSeti?. noXXtóv
Sé ù|j,àc; évSeeù; ttoiei t ò tt|<; èmduiua^ àxópE0~cov... aXka ToaaÙTa èici&tvteì;, x aì àe£
0*01 T Ò TCpOaTlSÉlJ.EVOV, O U / Ì T T )V Ópp.T|V W7TT|aTV, àXk' a v a t p X i f E l TT)V OpE^lV... (IjOTtEp O Ì
Tàq x)a[a.axa<; àva(ìaivovTEq, aEÌ n p òq tt)v ùicépxEi pivt)v PafyuSa t ò i^voi; ai'povTEq,
où icpÓTEpov toravTai npìv av tt|c; axpaq ècpìxojvTai,- ovrao x aì outoi où toxuovtoi Trj<;
xaTa tt)v SuvaaTEiav óp|jt.fi<;, eojc; av ùiJjoj&évtei;, aitò iiETEiipou toù itTwnaToq ÈauTOÙq
xaTappà^utri.
2 Affectus è nominativo e diues il suo attributo. Questa interpretazione, seguita
anche da M cG uire e Huhn, è confortata dalla struttura retorica del passo. La frase
precedente (a lter certe p a u p er c e n s u uidetur, a lter p a u p er a f f e c t u est) è
form ata da due ‘com m ata’ in cui censu e affectu sono ablativi di limitazione,
entrambi in penultim a posizione; nei due 'com m ata' seguenti ( a f f e c t u s diues
egere n on nouit, c e n s u s abundans n eq u it a ua ri pectus explere) gli stessi termini
136 DE NABVTHAE, 2, 5-8

Id eoqu e diues cupidus in inuidia possessionis et paupertatis que­


rella est.

6. Sed iam scripturae uerba considerem us. E t factum est


inquit post haec uerba. E rat uinea Nabuthae Israhelitae in Israhel
iuxta dom um Achab regis Samariae. E t locutus est Achab ad Nabu­
thae dicens: Da m ih i uineam tuam, et erit m ih i in hortum holerum,
quoniam propinquat d om ui meae, et dabo tibi p ro ea aliam uineam.
S i uero placuerit tibi, dabo tibi pecuniam p ro ista uinea, et erit m ih i
in hortum holerum . E t dixit Nabuthae ad Achab: N o n fiat hoc a
deo, ut dem tibi hereditatem patrum meorum. E t turbatus est spiritus
eius et d orm iuit in lecto suo et uelauit faciem suam et non manduca-
uit panem a.
7. Exposuerat supra scriptura diuina quia Helisaeus, cum
esset pauper, reliqu it boues suos et cucurrit ad H eliam et occidit
eos et erogauit popu lo et adhaesit prophetae b. Ad condem n atio­
nem igitu r praem issa sunt diuitis, qui in isto rege describitur, eo
quod habens beneficia dei, sicut iste Achab, cui dom inus et re­
gnum d o n a u itc et pluuiam H eliae uatis oratione concessit d, diui­
na m andata uiolauerit.

8. Audiamus ergo quid dicat. Da m ih i inquit. Quae altera


uox egentis est, quae uox alia stipem publicam postulantis nisi
«d a m ih i»? H oc est «d a mihi, quia egeo. Da mihi, quia aliud
uiuendi subsidium habere non possum. Da mihi, quia non est
m ihi panis ad uictum, nummus ad potum, sumptus ad alimentum,
ad indum entum substantia. Da mihi, quia tibi dominus dedit unde
largiri debeas, m ihi non dedit. Da m ihi quia, nisi tu dederis,
habere non potero. Da mihi, quia scriptum est: Date elemosy-
nam e». H aec quam abiecta, quam uilia! N on habent enim hum ili­
tatis affectum , sed cupiditatis incendium . In ipsa autem deiection e
quanta inpudentia! Da m ih i inquit uineam tuam. C onfitetur a lie­
nam, ut poscat indebitam.

2. a 3 Reg 20 (21), 1-4.


bCf. 3 Reg 19, 20 s.
c Cf. 3 Reg 20 (21), 29 (?).
dCf. 3 Reg 18, 45.
<=Lc 11, 41.
NABOTH, 2, 5-8 137

abbondante non è in grado di soddisfare il cuore d e ll'a v id o 3. E


cosi il ricco si m ostra avido invidiando il possesso altrui e lam en­
tandosi della prop ria povertà.
6. Ma prestiam o attenzione ora alle parole della Scrittura.
E cco — dice — qu ello che accadde dopo questi a vven im en ti4.
Naboth Israelita aveva una vigna in Israele 5 v icin o al palazzo di
Achab re di Samaria. E Achab parlò a Naboth dicendo: «D a m m i la
tua vigna, voglio farne un orto; essa infatti è attigua alla mia casa.
In cam bio ti darò u n ’altra vigna. O, se preferisci, ti darò del denaro
per questa vigna e cosi ne farò un o rto ». A llora Naboth disse ad
Achab: « M i guardi D io dal cederti l ’eredità dei m iei padri». L ’anim o
di Achab fu rattristato, si mise a letto, c o p ri il suo volto e non prese
cibo.
7. Precedentem ente la Sacra Scrittura aveva raccontato che
Eliseo, che era povero, abbandonò i suoi buoi e corse da Elia;
uccise i suoi buoi, li distribui alla gente e segui il profeta. Dunque
questo racconto è stato prem esso per la condanna del ricco,
rappresentato in questo re, in quanto, pur avendo ricevuto b en efi­
ci da Dio, com e questo Achab, al quale Dio diede il regno e
concesse la pioggia per la pregh iera del profeta Elia, vio lò i divini
p r e c e tti6.
8. Facciam o dunque attenzione a quello che dice. Dam m i
— dice. È forse diversa la voce del bisognoso? È un’altra la voce
di chi chiede pubblicam ente l'elem osina se non «d a m m i»? Cioè
«dam m i, perché ho bisogno. Dammi, perché non posso avere
altro m ezzo per vivere. Dammi, perché non ho pane da mangiare,
non ho un soldo per bere, né denaro p er il cibo, né di che vestirm i.
Dammi, perché devi distribuire ciò che il Signore ti ha dato,
m entre a m e non ha dato. Dammi, perché se tu non m i dai, io
non posso avere nulla. Dammi, perché sta scritto: Date in elem osi­
na». Com e sono abiette e sp regevoli queste parole! N on vi è in
esse propensione all’umiltà, ma l’ardore della cupidigia. E quanta
im pudenza hanno nella loro condizione di abiezione! Dam m i —
dice — la tua vigna. Dichiara che non è sua, per richiederla
indebitam ente.

ritornano in ordine inverso, entram bi in prim a posizione, come nominativi. A bbia­


mo cosi un chiasmo p er la corrispondenza fra I e IV elem ento (censu/census) e
fra II e III (affectu/affectus). La stessa figura retorica si form a anche — se conside­
riamo non più i termini soltanto, ma i concetti — per l'opposizione esistente fra
I e IV elemento (pa u per censu/census abundans) e fra II e III (p a u p er affectu/affectus
diues).
3 Cf. Abr. 1, 3, 12 (C S E L 32, 1, p. 510, 17) n ih il satis est d iu itu m cupiditati.
4 Per questo particolare significato di u erb um nel linguaggio biblico cf. B l a is e ,
D ictionnaire..., s. u., n. 6.
5 In realtà non Israhelitae né Isra h el dovrem m o leggere, m a Jezrahelitae e
Jezrahel (si parla, cioè, della città di Jizreel in Sam aria); la confusione probabilm en­
te era già nel testo biblico usato d a Am brogio.
6 Si condanna, oltre che l’ingratitudine di Achab e del ricco in genere, il cattivo
uso dei beni che essi fanno; e cosi si anticipa uno dei temi di questo trattato (cf.
A. PORTOLANO, La dim ensione spirituale della p rop rietà nel ‘De N abuthae Jezrahelita'
di A m brogio, N apoli 1973, p. 124).
138 DE NABVTHAE, 2, 9 - 3, 12

9. E t dabo tibi inquit p ro ea aliam uineam. Diues quod suum


est quasi uile fastidit, quod alienum est quasi pretiosissim um
concupiscit.
10. Si uero placuerit tibi, dabo tibi pecuniam . Cito reprehendit
errorem suum pecuniam offeren d o pro uinea; nihil enim uult
alterum possidere, qui totum desiderat suis possessionibus occu­
pare.
3. 11. E t erit inquit m ih i in hortum holerum . H aec erat igitur
om nis insania, hic om nis furor, ut spatium uilibus holeribus quae­
reretur. N on tam erg o ipsi cupitis quasi utile possidere, sed alios
uultis excludere. M a ior uobis cura de pauperum spoliis quam de
uestris em olum entis est. Iniuriam uestram putatis, si quid pauper
habeat quod dignum possessione diuitis aestimetur. Damnum
uestrum creditis quicquid alienum est. Quid uos delectant naturae
dispendia? Vniuersis creatus est mundus, quem pauci diuites
uobis d efen dere conam ini. N on enim terrena tantum possessio,
sed caelum ipsum, aer, m are in usum paucorum diuitum uindica-
tur. H ic aer, quem tu diffusis includis possessionibus, quantos
alere populos potest. Num quid angeli diuisa caeli spatia habent,
ut tu terram positis distinguis term inis?

12. Clam at propheta: Vae his qu i dom um ad dom um iung


et uillam ad uillam a et arguit eos inefficacis auaritiae. Fugiunt
enim cohabitare hom inibus et id eo excludunt uicinos; sed fugere
non possunt, quia cum hos excluserint, alios rursus inueniunt et,
cum illos propulsauerint, ad aliorum necesse est eos uiciniam
peruenire; soli enim super terram habitare non possunt. Auis
auibus se adsociat, denique ingentis plerum que agm inis uolatu
caelum obtexitur, pecus p ecori adiungitur, piscis piscibus, nec
dam num ducunt, sed com m ercium uiuendi, cum plurim um com i­
tatum capessunt et quoddam m unim entum solacio frequ entioris
societatis adfectant. Solus tu, hom o, consortem excludis, includis
feras, instruis habitacula bestiarum, destruis hominum, inducis

3. a Is 5, 8.

9, 2 quod enim plu res codd. Mara.


12, 6 sq. auis auibus se adsociat RB M ara aues se auibus adsociànt V Sch.
8 piscis R B V M ara pisces n o n n u lli codd. Sch.
12 instruis p le riq u e M ara struis n o n n u lli codd. Sch.
NABOTH, 2, 9 - 3, 12 139

9. E ti darò — dice — u n ’a ltra vigna in cambio. Il ricco prova


disgusto per ciò che è suo, com e se fosse una cosa spregevole, e
desidera l'altrui com e cosa preziosissima.
10. O, se preferisci, ti darò del denaro. Subito corregge il suo
errore 7, offren d o del denaro p er la vigna; infatti non vu ole che
un altro possegga, lui che vu ole occupare tutto con i suoi possedi­
menti.
3. 11. Voglio farne — dice — un orto. A llora tutta qu
pazzia, tutta questa frenesia m iravano a trovare uno spazio per
degli ortaggi senza valore. P erciò il vostro scopo non è tanto
quello di possedere qualcosa di utile, quanto piuttosto di esclude­
re gli altri dal possesso. V i preoccupate più di depredare i poveri
che di arricchirvi. R iten ete che sia un’ingiuria nei vostri confronti
che il p o vero 1 abbia ciò che si ritiene degno del possesso di un
ricco. Reputate di essere danneggiati, se altri possiede qualche
bene. Perché godete nel fare torto alla natura? Il m ondo è stato
creato per tutti, m entre vo i pochi ricchi cercate di rivendicarne
il possesso. Infatti si rivendica ad esclusivo uso di pochi ricchi
non solo il possesso della terra, ma anche del cielo, d ell’aria, del
mare. Quest’aria che racchiudi nei tuoi vasti possedim enti, quante
popolazion i può tenere in vita! Gli angeli possiedono forse singole
porzioni di cielo, com e tu divid i la terra tracciando confini?
12. G rida il profeta: Guai a c o lo ro che aggiungono cas
casa e podere a podere 2! E dim ostra a costoro l’inutilità d e ll’avidità.
Infatti rifu ggono d all’abitare insiem e agli uomini, perciò cacciano
i vicini; ma non possono tenersi lontano da essi, perché, dopo
a ver cacciato i più vicini, di nuovo trovano altri, e, d o p o aver
allontanato anche quelli, non possono evitare la vicinanza di altri
ancora; non possono infatti abitare la terra da soli. L’u ccello si
unisce ad altri uccelli, e cosi a vo lte il cielo è cop erto da grandi
storm i di v o la t ili3, il bestiam e si unisce al bestiam e, il pesce ad
altri pesci; né si arrecano danno, anzi sviluppano un reciproco
scam bio vitale, unendosi in un grande raggruppam ento e cercan­
do sicurezza n e ll’aiuto che lo ro offre la com unità numerosa. Solo
tu, o uom o, allontani il tuo sim ile e fai posto agli anim ali s e lv a tic i4,
costruisci d im ore per le bestie e distruggi quelle d egli uomini,

7 L’offerta da parte del re di una vigna in cam bio di quella di Naboth è un


errore secondo la logica del ricco che pretende tutto per sé e non vuole che il
povero possegga alcunché.
3.1 p a u p er: indica il piccolo proprietario di terra. Sui continui abusi dei ric
possessores nei confronti di questa categoria si veda exp. ps. 118 6, 20 (C S E L 72,
p. 118); 6, 32 (p. 124); 8, 4.5 (pp. 150 s.); 8, 58 (pp. 187 s.); 16, 6.7 (pp. 354 s.); 20, 47
(pp. 467 s.); epist. 7 (37), 43 (C S E L 82, 1, p. 65); off. 1, 63 (S A E M O 13, p. 62); 1, 137
(p. 106); 1, 158 (p. 118); 1, 243 (p. 168); 2, 69 (p. 222); N oe 27, 102 (C S E L 32, 1, p.
483, 26 ss.); la c o b 1, 3, 10 (C S E L 32, 2, p. 10, 17 s.); uid. 9, 58 (P L 16, 265 A); exam.
5, 5, 14 (C S E L 31, 1, p. 150); 6, 8, 52 (p. 244, 6 ss.); bon. m ort. 5, 16 (p. 718, 12); 6,
22-24 (pp. 723 ss.); Cain et Ab. 1, 5, 21 (p. 357, 20 ss.); expl. ps. 1 29 (C S E L 64, p. 24,
2); 48 25 (p. 376, 26).
2 Cf. B a s ilio , P G 31, 293 A ed anche G r e g o r i o N azian zeno, or. X V I in patrem
tacentem, P G 35, 957 C.
3 Cf. VIRGILIO, Aen. 11, 611 caelumque obtexitur umbra.
4 Con ogni probabilità A m brogio si riferisce alle riserve di caccia.
140 DE NABVTHAE, 3 , 12 - 4 , 16

m are intra praedia tua, ne desint beluae, producis fines terrae,


ne possis habere finitim um .
13. Audiuim us u ocem diuitis aliena quaerentis, audiamus
uocem pauperis propria uindicantis: N on fiat inquit hoc a deo, ut
dem tibi hereditatem patrum m eorum . Quasi quandam contagionem
sui pecuniam esse diuitis arbitratur, quasi dicat: Pecunia tua tecum
sit in perditionem b, ego autem hereditatem patrum m eorum non
possum uendere. Habes quod sequaris, diues, si sapias, ut non
uendas agrum tuum pro nocte m eretricis, non transfundas ius
tuum pro sumptu com m issationis deliciarum que inpensis, non
adiudices dom um tuam ad ludum aleae, ne ius hereditariae pieta­
tis amittas.
14. His auditis turbatus est auari spiritus regis. E t dorm iuit
in lecto suo et uelauit faciem suam et non manducauit panem suum.
Lugent diuites, si non potuerint aliena diripere; si suis pauper
non cesserit facultatibus, uim m aeroris tegere non possunt. Dor­
m ire desiderant, uelant faciem suam, ne quicquam in orbe terra­
rum alienum uideant, ne quicquam in hoc m undo non esse suum
nouerint, ne audiant uicinum iuxta se aliquid possidere, ne au­
diant pauperem sibi contradicentem . H orum sunt anim ae quibus
dicit propheta: M ulieres diuites, exsurgite c.

4. 15. E t non manducauit inquit panem suum: quoniam qu


rebat alienum; etenim diuites alienum magis panem quam suum
manducant, qui rapto uiuunt et rapinis sumptum exercent suum.
Aut certe non manducauit panem suum uolens se m orte multare,
quod ei aliquid negaretur.
16. Com para nunc affectum pauperis. N ihil habet et ieiun
uoluntarius nisi d eo nescit, ieiunare nisi ex necessitate non nouit.
Eripitis quidem pauperibus uniuersa, aufertis omnia, nihil relin ­
quitis, poenam tam en pauperum uos potius, diuites, sustinetis.
Illi ieiunant, si non habeant, uos, cum habetis. A uobis igitu r prius
poenam exigitis quam pauperibus inrogatis. Vos igitur uestro
affectu luitis m iserae paupertatis aerumnas, et pauperes quidem

b Act 8, 20.
= Is 32, 9.
NABOTH, 3, 12 - 4, 16 141

fai entrare il m are nei tuoi possedim enti perché non v i m anchino
animali m a r in i5, estendi i confini della terra p er non avere v ic in i6.
13. Abbiam o udito la vo ce d el ricco che chiede i beni altrui;
ascoltiam o la vo ce del p o vero che rivendica ciò che è suo: M i
guardi D io — dice — dal cederti l'eredità dei m iei padri. Egli
disprezza il denaro del ricco com e una pestilenza, quasi dicesse:
Perisca il tuo denaro e tu con esso. Io non posso vendere l’eredità
dei m iei padri. O ricco, ti si dà un insegnamento, se lo intendi:
non vendere il tuo p o d ere p er una notte con una prostituta, non
alienare i tuoi diritti p er far baldoria, per sperperare in piaceri,
non giocare ai dadi la tua c a s a 7, p er non perd ere il diritto al
sentim ento di riconoscenza che ti è dovu to da parte degli eredi.
14. A tali parole lo spirito d e ll’avido re rim ase turbato. S i
coricò nel suo letto, si c o p ri il volto, non si cibò del suo pane. I
ricchi piangono, se non possono im possessarsi dei beni altrui; se
il p o vero non ha perdu to le sue sostanze, non possono nascondere
il lo ro forte dispiacere. Cercano di dorm ire, copron o il vo lto per
non ved ere che sulla terra qualcosa appartiene ad altri, p er non
sapere che qualcosa in questo m on d o non appartiene a loro, per
non udire che il vicino possiede qualcosa accanto a lui, per non
sentire il p o vero op p orre loro un rifiuto. A lle lo ro anim e si rivolge
il profeta dicendo: D onne ricche, svegliatevi.
4. 15. E non si cibò — dice — del suo pane: perché desider
il pane altrui; infatti i ricchi preferiscon o m angiare il pane altrui
piuttosto che il proprio, essi che vivon o di rapine 1 e p rovved on o
a m a n ten ersi2 con le rapine. O, veram ente, non m angiò pane,
volen d o cosi condannarsi a m orte 3, perché gli si negava qualcosa.
16. Si m etta a con fron to ora lo stato d ’anim o del pove
N on ha nulla e non sa digiunare di sua spontanea volontà se non
p er Dio, non sa digiunare se non per necessità. Voi, ricchi, strappa­
te ai p o veri ogni cosa, togliete tutto senza lasciare loro nulla e
ciò nonostante vi trovate a sopportare al loro posto i disagi dei
poveri. Essi digiunano quando non hanno cibo, voi digiunate
m entre avete di che m angiare. Im pon ete disagi a v o i stessi ancor
prim a di im porli ai poveri. Voi dunque p er le vostre bram e

s II testo latino può sem brare enigmatico, m a ci sovviene un passo di exam.


5, 10, 27, dedicato anch'esso all’insaziabile avidità dei ricchi, i quali non contenti
di possedere la terra, m irano ad estendere i propri confini anche sul mare:
costruiscono lungo il m are delle insenature atte all'allevam ento di specie prelibate
di pesci: ... p is ciu m receptacula instruunt, ne c o n u iu iu m diuitis m a ri n on possit
im p le ri (C S E L 32, 1, p. 161, 15 s.).
6 Sull'insaziabilità dei ricchi si veda in particolare exam. 5, 10, 27 (C S E L 32,
1, p. 161, 3 ss.). Sull'estendersi del latifondo L. C r a c c o R u g g in i , E c o n o m ia e società
n ell'Ita lia annonaria, M ilano 1961, pp. 23-34.
7 Sul gioco d’azzardo A m brogio si diffonde in Tob. 11, 38-39 (si veda più oltre
in questo volume).
4.' Cf. V ir g il io , Aen. 7, 749 u iu ere rapto. Probabilm ente con rapto e rapinis
A m brogio allude all’usura praticata dai ricchi; cf. Huhn, De Nabuthae..., p. 88.
2 sum ptu m exercent suum : cf. T e r e n z io , heaut. 141 ss. conra si om nia/ancillas,
seruos, n isi eos q u i opere ru stico/fa ciu n d o facile sum ptu m exercent suum.
3 se m orte m ultare: cf. C ic e r o n e , post red. in sen. 34 m orte m e ipse... multassem.
142 DE NABVTHAE, 4, 16 - 5, 20

non habent quo utantur, uos autem nec ipsi utim ini nec alios uti
sinitis. Eruitis aurum de m etalli uenis et rursus absconditis. Quan­
torum uitas in illo infoditis auro!

17. Cui illa seruantur, cum legeritis de auaro diuite: Thens


ros condit et ignorat cu i congregat eos a? H eres otiosus expectat,
heres fastidiosus increpat quod sero m oriam ini. Odit increm enta
hereditatis suae, ad damna festinat. Quid igitu r miserius, quando
nec apud illum cui laboratis gratiam derelinquitis? Prop ter illum
totis maestam diebus toleratis fam em cottidiana m ensae uestrae
damna metuentes, p rop ter illum diurna adaeratis ieiunia.

18. N ou i ego diuitem in agrum proficiscentem panes breuio-


res urbe delatos num erare solere, ut pro num ero panis aestim are­
tur quot dies in agro futurus esset. N oleb at obsignatum aperire
horreum , ne quid de condito minueretur. Panis unus diei deputa­
batur, qui tenacem satiare uix posset. C om peri etiam ueri fide,
si quando ei ouum esset adpositum, queri quod pullus esset
occisus. H oc id eo scribo, ut cognoscatis uindicem esse dei iusti-
tiam, quae lacrimas pauperum uestro ulciscatur ieiunio.

5. 19. Quam religiosum esset ieiunium, si sumptum conu


tui deputares pauperibus! Tolerab ilior iam ille diues, cuius de
mensa ea quae cadebant pauper Lazarus colligebat saturari cu­
piens a, sed etiam ipsius m ensa m ultorum pauperum constabat
sanguine et ipsius pocula m ultorum quos ad laqueum coegerat
rorabant cruore.
20. Quanti necantur, ut uobis quod delectat paretur! Fune
fam es uestra, funesta luxuries. Ille de summis culm inibus ruit, ut
frum entis am pla uestris receptacula praeparet. Ille de sublimi
cacum ine altae arboris decidit, dum genera explorat uuarum,

4. a Ps 38 (39), 7.
5. a Cf. Lc 16, 21.

17, 7 adaeratis scripsit M ara adornatis Sch. (cf. quae in ad.para.tu notauit).
19, 6 cru ore] cruorem R B Sch.
NABOTH, 4, 16 - 5, 20 143

scontate le afflizioni p rop rie della m iseria dei poveri; i p o veri


non hanno risorse, m entre vo i non ve ne servite e non lasciate
che altri se ne serva. Estraete l’oro dalle m iniere e di nuovo lo
nascondete. Quante vite avete sepolto in qu ell’oro!
17. Per chi m ettete da parte queste ricchezze, dal m om ento
che a proposito del ricco avaro avete letto: Mette insieme tesori
e non sa p er chi li accum ula? L’erede tranquillo attende; l’erede
inquieto im preca perché tardate a m orire. Odia l’accrescersi della
propria e r e d ità 4, lui che si affretta a scemarla. Che cosa c ’è di
più m iserevole, se v o i non lasciate sentim enti di gratitudine nem ­
m eno in colui p er il quale vi affaticate? Per lu i 5 vo i sopportate
tristem ente per giorn i interi la fam e nel tim ore che i pasti vi
procurino ogni giorn o d elle perdite; a suo favore com putate i
digiuni q u o tid ia n i6.
18. H o conosciuto un ricco che quando andava nei cam pi
era solito contare i piccoli pani portati dalla c ittà 7, per stabilire,
secondo il num ero dei pani, quanti giorni si sarebbe trattenuto
in campagna. N on vo leva aprire il granaio sigillato, perché quanto
vi aveva ammassato non subisse una dim inuzione. Si assegnava
un solo pane al giorn o che era insufficiente a saziare anche un
avaro com e lui. H o saputo anche con certezza che, quando gli si
preparava un uovo, si lam entava che fosse stato ucciso un pulcino.
Dunque scrivo queste cose perché sappiate che la giustizia di Dio
vi punisce, vendicando le sofferenze dei p o veri con il vostro
digiuno.
5. 19. C om e sarebbe stato pio il tuo digiuno, se avessi de
nato ai p o veri l’equ ivalente del costo del tuo pasto. Più scusabile
era quel ricco dalla cui m ensa cadevano le b riciole che il p o vero
Lazzaro raccoglieva p er sfamarsi, m a anche la sua mensa era
costituita sul sangue di m olti p o veri e i suoi calici grondavano
del sangue 1 di m olti che aveva costretti al capestro.
20. Quanti vengono uccisi affinché voi abbiate a disposizio
ciò che vi piace! Funesta è la vostra fame, funesta la vostra
intem peranza. Uno precipita dall’alto del tetto per costruire gran­
di m agazzini per il vostro frum ento. Un altro cade dalla cim a di
un alto albero, m entre esamina quali uve cogliere con cui fare

4 L'impazienza dell’erede è tale che il suo disappunto si trasforma in odio


contro l’incremento stesso delle ricchezze che non può ancora ereditare.
5 Qui, come poco più oltre, p ro p te r non ha valore causale, m a finale di vantaggio
(cf. B l a is e , D ictionnaire..., s. «.).
61 risparm i che il ricco accum ula con i suoi digiuni vanno a beneficio del­
l’erede.
71 ricchi proprietari terrieri avevano la residenza in città, da dove si recavano
nelle tenute di campagna, quando occorreva la loro presenza; cf. L. C r a c c o R u g g in i ,
A m b ro g io d i fron te a lla com p a gin e sociale del suo tem po, in A m brosius Episcopus.
Atti del Congresso internazionale..., 1, M ilano 1976, p. 243.
5.1 Schenkl e la M ara hanno stampato cru orem , m a giustamente, credo,
T a n d o i , recensione all'ed. di M.G. M a r a , cit., «A tene e R om a», 25 (1980), p. 93,
preferisce la lezione cru o re in sim m etria con il precedente constabat sanguine-, in
proposito è utile citare V ir g il io , Aen. 8, 645 rorabant sanguine-, P s .-Q u in t il ia n o ,
deci. 4, 8 rora ntia h ostili c ru o re arma.
144 DE NABVTHAE, 5, 20-21

quas deferat, quibus digna conuiuio tuo uina fundantur. Ille mari
mersus est, dum ueretur, ne piscis mensae tuae desit aut ostrea.
Ille brum ali frigore, dum lepores inuestigare aut laqueis studet
aues captare, diriguit. Ille ante oculos tuos, si quid forte displicuit,
uerberatur ad m ortem atque ipsas epulas fuso cru ore respergit.
Denique diues erat, qui sibi ad mensam caput prophetae pauperis
iussit a d ferri et aliud unde saltatrici praem ium solueret non
inuenerat nisi ut pauperem iu beret occidi b.

21. V idi ego pauperem duci, dum cogeretu r soluere qu


non habebat, trahi ad carcerem , quia uinum deesset ad mensam
potentis, dedu cere in auctionem filios suos, ut ad tem pus poenam
differre posset. Inuentum fo rte aliquem , qui in illa necessitate
subueniret. R edit ad hospitium cum suis pauper direpta spectans
omnia, nihil sibi ad cibum relictum , ingem escens filioru m fam em ,
dolens quod eos non potius ei qui posset pascere uendidisset.
R edit ad consilium, uendendi sumit arbitrium . Conpugnabant

b c f . M t 14, 6 ss.
NABOTH, 5, 20-21 145

vini degni della tua m e n s a 2. Un altro annega in m are per non


far m ancare pesci o ostriche alla tua tavola. Un altro m uore
assiderato p er il fred d o invernale 3, m entre va a caccia di lepri
o tenta di pren dere u ccelli al laccio 4. Un altro, che non abbia
soddisfatto qualche tuo desiderio, viene battuto fino alla m orte
di fron te ai tuoi occhi, spruzzando sangue anche sui c i b i 5. Non
a caso colui che ord in ò che gli si portasse a tavola la testa di un
p o vero profeta era un ricco, il quale non aveva trovato altro
m od o p er ricom pensare la danzatrice se non quello di ordinare
l ’uccisione di un povero.
21. H o visto personalm ente un p o vero m esso in catene p
ché costretto a pagare quello che non aveva, condotto in carcere
perché mancava il vin o alla tavola d el padrone, l’ho visto m ettere
a ll’asta i figli per far rinviare la p e n a 6. Fortunatam ente fu trovato
uno che lo aiutò in quella situazione di bisogno. Il p o vero tornò
a casa sua con i suoi e vid e tutto saccheggiato; non gli era stato
lasciato nulla da m angiare. Provava tanta sofferenza p er la fam e
dei figli che si ram m aricava di non averli venduti a chi avrebbe
potu to sfamarli. R itornò sulla sua decisione e decise di venderli.

2 È stato rile vato che q u esto è fo rs e l’u n ic o p a s so in cui A m b ro g io , qu asi


esc lu siv a m en te attento ai g rav i p r o b le m i e co n o m ic i e sociali d e lla p o p o la z io n e
u rb a n a , si o c c u p a d e lla c o n d izio n e d e i c o lo n i c h e la v o ra v a n o n elle c a m p a g n e d e i
ricch i p ro p rie ta ri; cf. C r a c c o R u ggin i, A m b ro g io d i fronte..., p p . 262 ss., p a rtic o la r­
m e n te la n ota 76.
3 bru m a li frig o re : cf. VIRGILIO, Aen. 6, 205.
4 laqueis... captare: cf. I d ., georg. 1, 139.
5 II ric c o in q u esto p a r a g r a fo è ra p p re s e n ta to c o m e u n e p u lo n e ; a n ch e la
p u n izio n e d e l servo, che n o n h a so d d isfatto i su o i gusti con viviali, si svo lge d u ra n te
il banchetto.
6 C o m e n el p a s so p a r a lle lo d i Tob. 8, 29 (in fra ), d o v e si n a rr a u n e p iso d io
a n a lo g o , a n ch e q u i A m b r o g io d ip e n d e d a B a silio (cf. n ota se g u en te ); tuttavia non
è d a rite n e re che l’in se rim e n to d i q u e s ta testim on ian za p e rso n a le q u i e là sia
fittizia. L’a cc en n o a lla c o n trib u z io n e in vino, c u i il p a up er (p ic c o lo p ro p rie ta rio )
e ra o b b lig a to v e rso il ric c o p o ssid e n te , h a fo n d a m e n to storico (cf. C r a c c o R u g g in i ,
E c o n o m ia e società..., p. 95). L a v e n d ita dei figli (p iù sp e sso d ei n e o n a ti) e ra un a
p ra tic a e stra n ea a lle n o rm e e a llo sp irito d e l d iritto ro m a n o (cf. Sent. Paul. 5, 1,
1; Digest. 5, 20, 1.37), m a si p r o p a g ò n ell'età d e l B a s s o Im p e r o p e r in fluen ze
p ro v in c ia li (cf. P. B o n f a n t e , I l 'ius u endendi' del ‘p aterfam ilias’ e la legge 2 Cod. 4,
43 d i Costantino, in «S t u d i g iu rid ic i in o n o re d i C. F a d d a », N a p o li 1906, p p. 115-117).
D io c lezian o ne rib a d i la c o n d a n n a (cf. Cod. Iust. 4 ,43, 1), m a C ostan tin o ne d ic h ia rò
la liceità: C o d Iust. 4, 43, 2 si quis p ro p te r n im ia m paupertatem egestatemque uictus
causa filiu m filia m u e sangu in olentos uendiderit, uend itione in h oc tantum m odo casu
ualente em p tor ob tin e n d i eius seru itii habeat facultatem . Licea t autem ipsi q u i uendidit
u el q u i alienatus est aut cu ilib e t a lii ad ingenuitatem p ro p ria m eum repetere, m odo
si a u t p re tiu m offerat q u o d potest ualere, aut m a n cip iu m p ro h u iu sm od i praestet...
(a. 329). Tale costituzion e c ostan tin ia n a (cf. a n c h e C o d Th. 3, 3, 1 [a . 391]; 5, 8, 1
e Fr. Vat. 26; 33; 34 [a . 3 1 3 ]) se g n a u n re g re s s o p iù g ra v e di q u a n to il su o testo
n o n lasci tra sp a rire , a v e n d o su b ito m o d ific a z io n i e in te rp o la z io n i in se n so restritti­
vo, q u a n d o fu in serito n el C orpus lu ris a d o p e r a d i G iu stin ian o (cf. B o n f a n t e , ibid.,
pp. 118 ss.). S u ll’a rg o m e n to si v e d a a n c h e V a s e y , The socia l ideas..., pp. 77 s.; C r a c c o
R u g g in i , E c o n o m ia e società..., p p . 72 s.; P. R o u s s e l , Afranchissem ent et a doption
d'enfant à Calymnos, « R E A » , 44 (1942), pp. 217-223; P A l l a r d , Les esclaves chrétiens
depuis les prem iers temps de le glise jusqu'à la fin de la d om in a tion rom aine en
O ccident, P a ris 1904, p p . 355-380.
146 DE NABVTHAE, 5, 21-23

tam en inopiae iniuria et paternae pietatis gratiae, fam es urgebat


ad pretium , natura ad officium . C om m ori filiis paratus quam a
filiis separari saepe gradum protulit, saepe reuocauit. V icit tam en
necessitas, non uoluntas et ipsa concessit pietas necessitati.

22. Considerem us nunc patriae m entis procellas exaestu


tis quem de liberis prius traderet. «Q u e m » inquit «u en d am p rio ­
rem ? Scio enim quod non satis est unius pretium ad pastum
reliquorum . H oc solum fecunditas diues ad aerumnam! Quem
offeram ? Quem frum enti auctionator liben ter aspiciet? P rim oge­
nitum offeram . Sed prim us m e patrem uocauit. H ic est m aior ex
filiis, quem congrue hon oro seniorem . Sed iuniorem dabo. At
istum ten erio re am ore conplector. Illum erubesco, huius m ise­
reor: illius gradum suspiro, huius aetatem : ille iam sentit aerum ­
nam, iste ignorat: flectit m e illius dolor, huius inscientia. Ad alios
m e conferam . Ille m ihi plus blanditur, iste plus uerecundatur: ille
parenti similior, hic u tilior: in illo im aginem m eam uendo, in isto
spem m eam prodo. M e miserum, non inuenio quid faciam, non
habeo quid eligam . Circum uallat m e facies calamitatum, aerum na­
rum chorus. Ferina haec rabies est eligere quem tradas».

23. «F e ra e ipsae cum periculum inm inere p roli ac sibi s


tiunt, solent elig ere quos liberent, non quos offerant. Q uom odo
igitu r discernam affectum naturae, q u om od o obliuiscar, qu om odo
exuam patris m entem ? Q u om odo filii auctionem constituam, quo
serm one paciscar pretium , quibus tradam manibus in seruitutem
filium , quibus oculis aspiciam seruientem , quibus osculis disce­
denti uale dicam, quibus factum excusem sermonibus? Fili, ego
te pro m eo cibo uendidi. Funestior ergo iam pauperis mensa
quam diuitis. Ille addicit alienos, ego m eum uendo: ille necessita­
tem inponit, ego adfero uoluntatem . Vt sit excusabilior causa,

22, 14 circumuallat R B V M ara -ant cet. Sch.


NABOTH, 5 ,2 1 -2 3 147

M a l’ingiusta p overtà si scontrava con la pietà del padre 7; la fam e


10 spingeva ad assicurarsi il prezzo della vendita, la natura al
dovere. Più volte si apprestò a m orire insiem e ai figli piuttosto
che a separarsi da loro, più vo lte si ritrasse 8. A lla fine vinse la
necessità, non la volontà, e anche la pietà cedette al bisogno.
22. C onsideriam o ora quanto fosse sconvolta la m ente 9 di
quel padre, torm entato dal pensiero di d o ver decidere quale dei
figli avrebbe ceduto p er prim o. « Quale — diceva — venderò per
prim o? So infatti che il ricavato della vendita di uno solo non è
sufficiente p er procurare il cib o agli altri. Di questo soltanto la
fecon dità è ricca, p er la m ia angoscia! Quale fig lio darò? Quale
sceglierà il m ercante di grano? 10. Darò il prim ogenito. Ma è stato
11 p rim o a chiam arm i padre. È il m aggiore dei figli, e giustam ente
io lo on oro com e il più grande. A llora darò il più giovane; ma io
ho per lui un affetto particolarm ente tenero. Di quello m i ve rg o ­
gno, di questo ho com passione; quello suscita in m e d o lore per
la sua dignità, questi per la sua età; q u ello è consapevole della
sofferenza, questi è inconsapevole: del prim o m i com m u ove il
dolore, del secondo l’inconsapevolezza. M i rivolg erò agli altri.
Q uello m i lusinga di più, questi è più rispettoso: quello assom iglia
di più al padre, questi lo aiuta di più: con q u ello ven do la mia
im m agine, con questo tradisco le m ie speranze. Ahim è, non so
cosa fare, non so cosa scegliere. M i circonda la presenza di calam i­
tà n, una schiera di trib o la z io n i12. D over scegliere quale con cede­
re provoca in m e una rib ellio n e com e di belva in ferocita ».
23. « Persino le belve, quando incom be il pericolo sulla prole
o su loro stesse, sogliono scegliere quali figli salvare, non quali
sacrificare. Com e p otrò m ettere da parte il sentim ento naturale?
C om e potrò dim enticare? C om e p o trò spogliarm i d ello spirito
paterno? 13. C om e p otrò m ettere in vendita m io figlio? Con quali
parole tratterò il prezzo? A quali mani a ffid erò in schiavitù m io
figlio? Con che occhi potrò osservarlo schiavo? Con quali baci
lo saluterò al m om ento della partenza? Con quali parole p otrò
giustificare l’accaduto? Figlio, ti ho venduto per acquistare del
cibo. La mensa del p o vero è diventata più funesta di quella del
ricco. Q uello m ette all’asta i figli a ltr u i14, io invece vendo m io
figlio: quello im pon e agli altri una costrizione, io m etto la volontà
in ciò che faccio. Per m eglio giustificare il m io com portam ento
dirò: figlio, diventerai schiavo per i tuoi fratelli, perché essi abbia-

7 In q u esta s e c o n d a p arte d e l p a ra g ra fo , c o m e nel successivo, A m b r o g io segue


B a s il io , P G 31, 268 C-269 A.
8gradum... re u oca u it: cf. V ir g il io , Aen. 6, 128 reuocare gradum .
’ mentis... exestuantis: cf. ibid., 9, 798 mens exestuat.
10 Cf. B a s il io , P G 31, 268 D.
11 U n ’e co d i T e r e n z io , Adr. 301 ss. uae m isero m ih i/ tot res repente circu m u a lla n t
unde em ergi n on potest: lu is , egestas, iniustitia, solitudo, infam ia, c o m e è stato
rib a d ito d a R C o u r c e l l e , A m broise de M ila n face aux com iqu es latins, « R E L » , 50
(1972), p. 225.
12 Cf. B a s il io , P G 31, 268 C.
13 exuam... m entem : cf. V i r g il io , Aen. 4, 319 exue m entem.
14 I figli d e i d e b ito ri insolventi.
148 DE NABVTHAE, 5, 23-25

adiciam : fili, pro fratribus tuis seruies, ut illis quaerantur alimenta.


Et Ioseph a fratribus suis in seruitutem uenditus postea et ipsos
et patrem pauit. R espondebit ille: sed non eum u endidit pater,
sed fleuit amissum, sed postea etiam ipse in potestatem diuitis
uenit et uix potuit liberari. Postea genus eius diuitiis A egypti
m ulta aetate seruiuit. Vende m e postrem o, pater, ea condicione,
ne diuites em ant».

24. « Haesi, fateor, uerum quid faciam? Nullum uendam.


dum unum considero, om nes fam e u idebo pereuntes. Si unum
tradam, quibus oculis u idebo ceteros de m ea inpietate suspectos,
ne alios quoque uendam? Quo pu dore regred iar domum , qu om o­
do intrabo, quo habitabo affectu, qui m ihi abnegaui filium, quem
non m orbus absumpsit, non m ors abstulit? Qua conscientia consi­
derabo m ensam m eam , quam sicut nouella oliuarum in circuitu
tot filii u estieb a n tc?».

25. Haec pauper te praesente deplorat, et tibi auaritia aur


obstruit nec mens tua facti m iserabilis h orrore mollitur. Totus
populus ingem escit, et solus, diues, non flecteris nec audis scriptu­
ram dicentem : Perde pecuniam prop ter fratrem et amicum, et non
abscondas eam sub lapide in m ortem d. Et quia non audis, ideo
exclam at Ecclesiastes dicens: E st languor malus, quem uidi sub
sole, diuitias custodiri in m alum possidentis ease. Sed fortasse
redeas domum , cum uxore conferas, illa te hortetur ut redimas
uenundatum. Im m o magis hortabitur, ut m undum m uliebrem
conferas, unde potes uel paruo pauperem liberare. Illa tibi inpo-
net sumptuum necessitatem, ut gem m a bibat, in ostro dorm iat,
in argentea sponda recumbat, auro oneret manus, ceruicem m on i­
libus.

c Cf. Ps 127 (128), 3.


dE ccli 29, 10 (13).
« Eccle 5, 12.
NABOTH, 5, 23-25 149

no di che m angiare. Anche Giuseppe, dopo essere stato venduto


com e schiavo, forn i il cib o agli stessi fratelli e al padre. Il figlio
mi risponderà: "M a non fu suo padre a venderlo, che anzi lo
pianse com e perduto, e in seguito lo stesso Giuseppe fu asservito
ad un ricco e con difficoltà potè riotten ere la libertà. Poi la sua
stirpe fu asservita alle ricchezze d ’Egitto p er lungo tem po. Insom-
ma, padre, vendim i, ma ad una condizione, che non siano i ricchi
a com p rarm i” ».
24. «S o n o perplesso, lo confesso, m a cosa p otrei fare? N on
ven derò nessuno. Ma, m entre m i preoccupo d i uno, ved rò m orire
di fam e tutti. Se cederò uno dei m iei figli, con quali occhi potrò
guardare gli altri sospettosi che io sia senza pietà e che possa
vendere anche gli altri? Con quale senso della dignità torn erò a
casa, com e vi entrerò, con quale stato d'anim o l’abiterò, io che
m i sono privato di un figlio, che la m alattia non ha portato via,
la m orte non ha strappato? Con quale coscienza osserverò la mia
mensa, che tanti figli ornavano com e germ ogli d ’ulivo disposti
attorn o?».
25. Questi sono i lam enti che il p o vero fa alla tua presenza,
o ricco, m entre l’avidità ti rende sordo e il tuo cuore non si
intenerisce per un fatto m iserevole che suscita orrore. Tutto il
p o p o lo gem e; tu solo, o ricco, non ti pieghi, né odi la Scrittura
che dice: Perdi il tuo denaro per il fratello e l ’amico, e non nascon­
derlo sotto una pietra per tua rovina 15. E poiché sei sordo, l’Eccle-
siaste grida dicendo: C'è una malattia, l ’ho vista sotto il sole, le
ricchezze riposte p e r la rovina di chi le possiede 16. M a forse, tornato
a casa, parlerai con tua m oglie ed ella ti esorterà a riscattare il
fig lio venduto. No, anzi ti esorterà a regalarle gli ornam enti
fe m m in ili17, con una piccola parte dei quali potresti liberare il
povero. P rop rio lei ti costringerà a fare spese, per bere in coppe
ornate di gem m e, per dorm ire su porp ora 18, per sdraiarsi su
divani d ’argento 19, per coprirsi le m ani d ’oro, il collo di m onili.

15 in m o rte m : non è felice traduzione, in relazione al contesto, di tig àiniXeiav.


La Vulgata più esattamente ha in p erd ition em . L'espressione (eì? anuXeiav/m
p erd itio n em ) indica la rovina cui è destinato il denaro nascosto sotto una pietra,
p er corrosione o altra causa. M a giustamente, credo, M.G. M ara ha tradotto «a
tua rovina», riferendo «ro v in a » non al denaro, m a al suo possessore. La lezione
in m ortem sem bra aver indotto A m brogio a intendere proprio tale significato, e
la conferm a di questa interpretazione è nella seguente citazione (Eccle 5, 12), che
si chiude con il m edesim o concetto (in m a lu m possidentis eas).
16 Cf. B a s il io , PG 31, 300 A.
17 m u n d u m m u lie b re m : cf. TERTULLIANO, cult. fem. 1, 4, 2 cu ltu m dicim us, quem
m u n d u m m u lieb rem uocant, ornatum , quem im m u n d u m m u lieb rem co n u e n it dici',
Digest. 34, 2, 25 (MOMMSEN-KRUEGER) m undus m u lieris (m u lieb ris H a l ) est, q u o
m u lie r m u n d io r jit: c o n tin e n tu r eo specula, matulae, unguenta, uasa unguentaria et
si qua sim ilia d ici possunt, u elu ti lauatio riscus.
18 Cf. V ir g il io , georg. 2, 506 ut gem m a bibat et S a rria no d orm ia t ostro.
19 OVIDIO, fast. 2, 345 spondaque sibi p ro p io re recum bit.
150 DE NABVTHAE, 5, 26 - 6, 27

26. Delectantur et conpedibus m ulieres, dum m odo auro


gentur. N on putant onera esse, si pretiosa sint, non existimant
uincula esse, si in his thensaurus coruscet. Delectant et uulnera,
ut aurum auribus inseratur et m argaritae pendeant. H abent et
gem m ae pondera sua, habent et uestes sua frigora. Sudatur in
gem m is, algetur in sericis: tam en pretia iuuant et quae natura
auersatur com m endat auaritia. Zm aragdos et hyacinthos beryl-
lum achaten topazion amethystum iaspin sardium summo quae­
runt furore. Vel si dim idium patrim onii petatur, non parcunt
dispendio, dum indulgent cupiditati. N on abnuo gratum quendam
lapidum istorum esse fulgorem , sed tam en lapidum. Et ipsi adm o­
nent contra naturam expoliti, ut saxorum depon eren t asperita­
tem, rigorem magis m entis esse expoliendum .

6. 27. Quis artifex unum diem uitae hom inis potuit adiun
re? Quem diuitiae ab inferis redem erunt? Cuius aegritudinem
pecunia mitigauit? N on in abundantia inquit uita e iu s a. Et alibi:
N ih il prosunt thensauri iniustis, iustitia autem liberat a m orte b.
M erito clam at Dauid: Diuitiae si fluant, nolite c o r adponere c. Quid
enim m ihi prosunt, si m e a m orte liberare non possunt? Quid
m ihi prosunt, si m ecum post m ortem esse non possunt? H ic
adquiruntur, hic relinquuntur. Som nium igitur loquimur, non pa­
trim onium . Vnde bene ait idem propheta de diuitibus: D orm ieru nt
som num suum et n ih il inuenerunt omnes u iri diuitiarum in manibus
suis d, hoc est: nihil inuenerunt operibus suis diuites, qui nihil
pauperi contulerunt. Nullius iuuerunt inopiam , nihil ad utilitatem
suam proficiens rep p erire potuerunt.

6. a Lc 12, 15.
b Prou 10, 2.
c Ps 61 (62), 11.
d Ps 75 (76), 6.
NABOTH, 5, 26 - 6, 27 151

26. A lle donne piacciono anche le catene ai p ie d i20, purc


siano d’oro 21. N on pensano che siano di peso se sono preziose,
che siano d ’im paccio, se in esse risplende un tesoro. G odono
anche per le ferite, grazie alle quali possono m ettere agli orecchi
o ro e appendervi perle. L e gem m e hanno il loro peso, le vesti
non riparano dal freddo. Si suda sotto il peso d elle gem m e, si
gela nelle vesti di seta: tuttavia ciò che costa m olto piace 22 e ciò
che la natura aborrisce, l'avarizia lo raccomanda. Con grande
passione cercano sm eraldi, giacinti, berilli, agate, topazi, ametiste,
diaspri, sardoniche 23. Anche se costa m ezzo patrim onio, non bada­
no a spese, volen d o soddisfare la p rop ria brama. N on nego che
queste pietre abbiano un certo piacevole splendore, ma si tratta
sem pre di pietre. P rop rio esse, levigate contro la lo ro natura,
perché perdano la ruvidezza dei sassi, ricordano che bisognerebbe
piuttosto levigare la rozzezza della mente.
6 . 27. Quale ingegno ha potuto aggiungere un giorno
vita dell'u om o? *. Le ricchezze hanno m ai riscattato qualcuno
dagli inferi? Il denaro è stato un rim ed io p er la m alattia di
qualcuno? La sua vita — dice — non dipende dall’abbondanza. E
altrove: In alcun m odo i tesori giovano agli ingiusti, la giustizia
invece libera dalla morte. Giustam ente Davide grida: Se le ricchezze
abbondano, non riponetevi il vostro c u o r e 2. Infatti a che m i servo­
no, se non possono liberarm i dalla m orte? A che mi servono, se
non posso tenerle con m e d o p o la m orte? Qui si acquistano, qui
si lasciano. Perciò noi parliam o di un sogno, non di un patrim onio.
Perciò bene ha d etto lo stesso profeta dei ricchi: H anno d orm ito
il lo ro sonno e nulla si sono trovati in mano tutti questi uom in i
ricchi. C ioè: i ricchi non hanno ottenuto nulla con le loro opere,
essi che nulla hanno offerto al povero. N on hanno alleviato la
povertà di alcuno, nulla hanno potuto trovare che fosse di loro
utilità.

201 com pedes erano catene che legavano i piedi di schiavi o prigionieri, ma
lo stesso termine poteva indicare anche catenelle o anelli ornamentali che le
donne portavano al di sopra della caviglia (cf. P l in io , hist. nat. 23, 54, 2; P e t r o n io ,
sat. 67).
21 Cf. B a s i u o , PG 31, 289 B xoupouoT, Y“ P a i (piXóxpoua-oi. SeSepivai xaù; x ^ o i t é -
Sai?, pióvov Éàv xpuo'òq ó Seapiùv auTa? fj.
22 V. T a n d o i , recensione cit., «A tene e R om a», 25 (1980), p. 94, segnala che
l’espressione tamen pretia iu u an t sintetizza G io v e n a l e , sat. 11, 16 magis illa iuuant,
quae p lu ris em untur.
23 Cf. B a s il io , P G 31, 297 B . S u l lu sso d e lle vesti, d ei p ro fu m i e d ei gioielli si
v e d a H el. 10, 36 (supra); Tob. 5, 17.19; 6, 23 (infra)-, exp. Lue. 5, 107 (C S E L 32, 4, p.
225, 22 ss.); 8, 14 (p. 398, 7); u irg in it. 12, 68 (C a z z a n ig a , p. 31, 19 ss.); uirgin ib. 1, 9,
55 (C a z z a n ig a , p. 29); exhort. uirg. 2, 9 (P L 16, 534); uid. 4, 28 (P L 16, 255); paenit.
2, 9, 88 (C S E L 73, p. 198); Cain et Ab. 1, 4, 14 (C S E L 32, 1, p. 350, 7 s.).
6.1 M . M c G u ir e , ad loc., rin v ia a M t 6, 27 quis autem uestrum cogitans po
adicere ad staturam suam cu b itu m u nu m ? M a p iù g iu stam en te H . D r e s s l e r , A note
o n thè 'De Nabuthae'..., p. 311, s e g n a la il p a ra lle lis m o c on B a s il io , P G 31, 297 B tu;
xaXXiomoTTiq n ia v -ripipav T)5vivf|ìhi t<J> (ÌUjj itpootteivai; twoc; ÉtpEiaaTO d àv c ra x ; Sia
tòv uXoOtov;
2 Cf. B a s il io , PG 31, 269 D: vi troviam o la stessa citazione.
152 DE NABVTHAE, 6, 28-29

28. Ipsum nom en considera. Ditem dicunt gentiles inferi


praesulem, arbitrum mortis. D item appellant et diuitem , quod
nisi m ortem diues inferre non nouerit, cui regnum de mortuis,
cui sedes inferna sint. Quid est enim diues nisi inexplebilis quidam
gurges diuitiarum, inexplebilis auri fam es aut sitis? Quo plus
hauserit, plus inardescit. Q ui d iligit inquit argentum non satiabitur
argento e, et infra: E t quidem hoc pessimus languor; sicut enim fuit,
ita et abiit, et abundantia eius laborat in uentum. E t quidem omnes
dies eius in tenebris et luctu et iracundia multa et languore et ira f,
ut tolera b ilior sit condicio seruulorum; illi enim hom inibus ser-
uiunt, iste peccato; qu i enim facit peccatum seruus est peccati b.
S em per in laqueis, sem per in uinculis, numquam liber a conpedi-
bus, quia sem per in criminibus. Quam m isera seruitus seruire
peccatis!

29. N aturae ipsius nescit munia nec som ni ipsius uices nouit
aut cibi fungitur suauitate, cuius nullum est inmune seruitium;
dulcis enim somnus serui, et si m odicum et si m ultum edat, et
satiato diuitiis non est qu i sinat eum dorm ire h. Denique euangelico
utamur exem plo, ut probem us diuitem dorm ire non posse. Excitat
eum cupiditas, exagitat cura peruigil aliena rapiendi, torquet
inuidia, m ora uexat, sterilitas prouentuum infecunda perturbat,
sollicitat abundantia. Vnde illi diuiti, cuius possessio uberes fruc­
tus adtulit, qui cogitauit intra se dicens: Q uid faciam, quod non
habeo quo congregem fructus meos? E t dixit: H o c faciam, destruam
horrea et m aiora faciam, et illo congregabo om nia quae nata sunt
m ih i et dicam animae meae: Anima, habes m ulta bona in annos
m ultos posita: requiesce, manduca, bibe, epulare', respondit deus:
Stulte, hac nocte anim am tuam repetunt a te; quae autem parasti
cuius erunt? '. N e ipse quidem deus eum dorm ire perm ittit. In ter­
pellat cogitantem , excitat dorm ientem .

e Eccle 5, 9.
f Eccle 5, 15 s.
g Io 8, 34.
h Eccle 5, 11.
i Lc 12, 17-19.
I Lc 12, 20.

29, 4 sq. denique usque posse exclusit Sch. (cf. quae ad loc. notaui).
NABOTH, 6, 28-29 153

28. Si consideri la parola stessa. I pagani chiam ano Dis il


dio d egli inferi, l’arbitro della m orte. Chiamano dis anche il ricco 3,
perché il ricco è capace solo di dare la m orte, lui che regna sui
m orti, lui che risiede n ell’inferno. Infatti che cosa è il ricco se
non un vortice insaziabile di ricchezze, una fam e o sete insaziabile
di o r o ? 4. Quanto più beve tanto più arde: Chi ama l ’argento —
dice — non si sazia d’argento, e più oltre: Anche questa è una
pessima malattia: cosi com e è venuto, se n e andato, e le sue ricchezze
sono fatica sprecata. E trascorre tutti i suoi g io rn i nel buio, nel
dolore, in grande rabbia, nella malattia e n e ll’ira, a tal punto che
è più sopportabile la condizione degli schiavi; infatti quelli sono
schiavi degli uom ini, costui del peccato, perché ch i pecca è schiavo
del peccato. È sem pre in lacci, sem pre in catene, mai lib ero dai
ceppi, perché sem pre stretto nelle pastoie del delitto. Che m isera­
bile schiavitù essere prigion ieri dei peccati!
29. Gli sono sconosciuti i d o veri che la stessa natura im pone:
non conosce l'avvicendarsi del sonno né prova il piacere del cibo
di cui nessuno schiavo 5 è privato; infatti dolce è il sonno dello
schiavo, che mangi p o co o molto, ma a c o lu i che è pieno di ricchezze
non è consentito in alcun m odo di dorm ire. Del resto potrem m o
ricorrere all’attestazione del Vangelo p er dim ostrare che il ricco
non riesce a dorm ire 6. L o desta la cupidigia, lo tiene in agitazione
un’insonne ansia di impossessarsi dei beni altrui, lo torm enta
l’invidia, lo infastidisce l’attesa, lo sconvolge la scarsa produzione
di messi, lo eccita l’abbondanza. Perciò a quel ricco, i cui possedi­
m enti avevano p rod otto un abbondante raccolto, che pensò e
disse dentro di sé: Che farò, dal m om ento che non ho ove ammassare
i m iei raccolti? E disse: Farò cosi, distruggerò i granai e ne farò di
p iù grandi e vi ammasserò tutto ciò che la terra m i ha prodotto e
dirò a ll’anima mia: Anima, hai m olti beni riposti per m olti anni:
riposa, mangia, bevi, banchetta1, a lui Dio rispose: Stolto, questa
notte ti sarà chiesta la tua anima; e i beni che hai accum ulato di
chi sara nno?8. Dio stesso non gli consente di dorm ire. L o in terpel­
la m entre pensa, lo sveglia quando dorm e.

3 II ragionam ento di A m brogio si basa su una giusta considerazione lessicale:


la parola dis, che è form a sincopata di diues, è servita per tradurre in latino
nXoutiov che veniva collegato con tcXoOto?, e cosi sia i greci che i latini denom ina­
vano il dio degli inferi com e 'ricco'. Cf. C ic e ro n e , nat. deor. 2, 66 d iti patri..., q u i
diues, ut apud G raecos IIXoutojv.
4 V i r g i li o , Aen. 3, 57 a u ri sacra fames.
5 seru itiu m : è qui usato in senso metonimico.
6 Schenkl, seguendo i precedenti editori, e seguito a sua volta dalla Mara, ha
escluso dal testo l'espressione denique eu an gelico u tam ur exem plo, ut probem us
diuitem d orm ire n on posse e l’ha posta in apparato. L’ho reinserita, perché non mi
pare vi siano difficoltà per ritenerla autentica e la tradizione manoscritta è presso­
ché unanime nell'attestarla. Cinque codici sem brerebbero distinguersi, ma tre di
questi C B ’U (quest’ultimo indicato con A gotica da Schenkl) conservano le due
parole finali ( non posse) — il che è chiaro indizio della caduta per omoteleuto
delle parole precedenti (denique eu an gelico u tam ur exem plo, ut probem us diuitem
d o rm ire ) — altri due codici, ove m ancano anche le parole n on posse, sono da
considerare copie di U.
7 II medesim o luogo evangelico è citato in B a s il io , P G 31, 261 C e 273 A.
8 Cf. ibid., 265 A e 273 A.
154 DE NABVTHAE, 6, 30 - 7, 33

30. Sed nec ipse se quietum esse patitur, qui de abundantia


sollicitatur et in ubertate fructuum uocem egentis em ittit. Quid
faciam? inquit. N onne haec pauperis uox est, non habentis subsi­
dia uiuendi? Egens om nium huc atque illuc respicit, scrutatur
hospitium, nihil inuenit ad usum alimenti. Considerat nihil m ise­
rius quam fam e confici et cibi indigentia m ori, quaerit m ortis
conpendia et tolera b iliora abeundi supplicia rimatur, arripit gla­
dium, suspendit laqueum, ignis adolet, explorat uenenum. Et inter
haec dubius quid eligat dicit: Q uid faciam? Deinde uitae huius
suauitate reuocatus cupit reuocare sententiam, si possit uiuendi
substantiam repperire. Aspicit nuda omnia, uacua omnia. Ait:
Quid faciam? Vnde m ihi alimenta, unde uestitus? V olo uiuere, si
habeam q u om od o possim uitam hanc sustinere, sed quibus cibis,
quibus subsidiis?

31. Quid faciam inquit quod non habeo? Clamat se diues non
habere: paupertatis hic serm o est; de inopia queritu r abundans
fructibus. N o n habeo inquit quo congregem fructus. Putares illum
dicere: non habeo fructus, unde uiuendum est mihi. Beatus qui
de abundantia periclitatur? Im m o m iserior iste fecunditatibus
suis quam pauper, cui periculum de egestate est. H abet ille unde
excuset aerumnam, habet certe iniuriam, non habet culpam : iste
non habet quem praeter se arguat.

32. Et dixit: H oc faciam, destruam horrea. Putes adhuc illum


dicere: «A p e ria m horrea, ingrediantur qui tolerare fam em non
queunt, ueniant inopes, intrent pauperes, repleant sinus suos.
Destruam parietes, qui excludunt esurientem . Vt quid ego abscon­
dam, cui deus facit abundare quod largiar? Vt quid repagulis
portarum claudam frumenta, quibus deus totum repleu it cam po­
rum ambitum, quae sine custode nascuntur et abundant?».

7. 33. Victa est spes auari, rum puntur uetusta horrea m


sibus nouis. « Minus habui et frustra seruaui; plus natum est. Cui
congrego? Dum increm enta pretioru m aucupor, amisi usum ben e­
ficiorum . Quantas anni superioris frum ento potui animas paupe-

30, 7 abeundi R ( ante c o rr.) P B V M ara obeundi R (post corr.) Sch.


NABOTH, 6, 30 - 7, 33 155

30. Ma neppure lui sa stare in pace, lui che si agita per


l’abbondanza e nella ricchezza del raccolto si lamenta com e un
indigente 9. Che farò? — dice. N on è questa la vo ce del p o vero
che non ha di che sostentarsi? Colui che manca di tutto guarda
qua e là, fruga la casa, non trova nulla da mangiare. Pensa che
nulla vi sia di più m iserevole che essere consum ato dalla fame
e m orire p er mancanza di cibo, cerca scorciatoie verso la m orte
e cerca un m odo non tro p p o d o loroso per andarsene, afferra la
spada, appende il laccio, accende il fuoco, esamina il veleno. E,
incerto su che cosa scegliere fra questi strumenti, dice: Che farò?
Poi richiam ato dalla dolcezza di questa vita, vu ole ritirare la
decisione, purché possa trovare i m ezzi p er vivere. Vede tutto
spoglio, tutto vuoto. Dice: Che farò? D ove tro verò cibo, dove le
vesti? V oglio vivere, purché abbia la possibilità di sostentare
questa vita, ma con quale cibo, con quali m ezzi?
31. Che farò — dice — dal m om ento che non ho? Il ricco
grida dicendo che non ha: questo è un discorso di povertà; si
lam enta della indigenza colui che abbonda di raccolti. N on ho —
dice — ove ammassare i raccolti. Avresti credu to che egli dicesse:
non ho raccolti di cui vivere. È fortunato chi è in p ericolo a
m otivo dell'abbondanza? Al contrario è più disgraziato costui a
causa della sua ricchezza che il povero, il quale è in p ericolo a
m otivo d e ll’indigenza. Il p o vero può giustificare gli stenti, deve
sopportare una condizione evidentem ente ingiusta, di cui non ha
colpa: il ricco invece non ha da rim p roverare se non se stesso.
32. E disse: Farò cosi, distruggerò i granai. C rederesti anco­
ra 10 che egli d ic a 11: «A p r ir ò i granai, entrino quelli che non
possono sopportare la fame, vengano i m iseri, entrino i poveri,
riem piano i lo ro s e n i12. A bbatterò i muri che chiudono fuori
l'affam ato. Perché nascondere, dal m om ento che Dio m i dà in
abbondanza quello che dono? Perché sbarrare le porte e chiudere
il frum ento 13 che Dio ha volu to ricoprisse tutta l’estensione dei
campi, che nasce abbondante senza che alcuno lo co ltivi? ».
7. 33. La speranza d e ll’avaro è stata superata, i vecchi gra
scoppiano a lla r r iv o delle nuove m e s s i1. « M i sono mancate e
inutilm ente le ho conservate; ne sono nate più di quanto sperassi.
Per chi le raccolgo? M en tre cerco di scoprire se i prezzi aumenta-

9 Cf. ibid., 264 B òp,oux toiq itsvojjivoiq òSupETCu. H oùxì t<xuti]v ttjv
q>a>vT)v x aì ò Sià o~t£voxi*)poup,evoq; « T i noiticru);». n ó fev xpo<poa; itófev
È\iSu|_iaTa;
10putes adhuc: p e r in te n d e re l’a v v e rb io adhuc b is o g n a te n e r p re se n te che
qu esta e sp re ssio n e rip r e n d e q u e lla sim ile d e l p a r a g ra fo p re c e d e n te putares...
11 Cf. B a s il io , P G 31, 265 A.
12 sinu s : u n a sp ecie d i tasca che a ll’o c c o rre n z a si fo rm a v a rip ie g a n d o il le m b o
d e lla to ga (o d e lla tunica).
13 Cf. B a s il io , P G 31, 265 A.
7.1 M c G u ir e , ad loc. se g n a la V ir g il io , georg. 1, 49 illiu s im mensae ru per
h orrea messes', S id o n io A p o l l in a r e , 1, 6 fru gibu s rupta congestis horrea: A m b r o g io ,
exp. Lu e. 7, 122 (C S E L 32, 4, p. 334, 11-14) frustra en im congregat opes, q u i se his
n escit u suru m : sicut ille q u i cu m repleta horrea n ouis messibus rum perentur, exube­
ra ntium sibi fru ctu m receptacula praeparabat, c u i congregaret ignarus.
156 DE NABVTHAE, 7, 33-36

rum reseruare? H aec m e magis delectarent pretia, quae non


num m o aestimantur, sed grada. Im ita b or sanctum Ioseph a huma­
nitatis praedicatione, clam abo uoce magna: Venite, pauperes, edite
panes meos b, expandite grem ium , suscipite frumentum. Fecundi­
tas diuitis totius orbis abundantia, om nium debet esse fertilitas».
Tu uero non hoc dicis, sed ais: Destruam horrea. Recte destruis
ea, a quibus nullus pauper onustus reuertit. H orrea iniquitatis
receptacula, non pietatis subsidia. Recte destruit, quia sapienter
aedificare non nouit. Destruit sua diues, qui nescit aeterna, des­
truit horrea, qui non nouit sua frum enta diuidere, sed claudere.

34. E t m aiora inquit faciam. Infelix, uel id dispensato paupe­


ribus, quod pro sumptu aedificationis inpendis. Dum liberalitatis
gratiam refugis, damna aedificationis exsoluis.
35. Et addidit: Illo congregabo om nia quae nata sunt m ih i et
dicam animae meae: Anim a mea, habes m ulta bona. Conficitur
auarus sem per ubertate prouentuum, dum uilitatem alim oniae
calculatur. Fecunditas enim uniuersorum est, sterilitas soli auaro
est quaestuosa. D electatur magis en orm itate pretioru m quam
abundantia copiarum et mauult habere quod solus quam quod
cum om nibus uendat. V ide tim entem , ne superfluat cumulus
frum entorum , ne supra horrea redundans transfundatur in paupe­
res et boni alicuius occasio indigentibus adquiratur. Soli sibi
partus terrarum uindicat, non quo ipse uti uelit, sed aliis denegare.

36. Habes inquit multa bona. N escit auarus bona nisi ea quae
quaestuosa sunt nom inare. Sed adquiesco ei, ut bona dicantur
quae sunt pecuniaria. Cur ergo de bonis facitis mala, cum de
m alis bona facere debeatis? Scriptum est enim : Facite uobis ami­
cos de m am m ona in iqu ita tis c. Ei ergo qui uti sciat bona sunt, qui
uti nesciat recte mala. Dispersit, dedit pauperibus, iustitia eius
manet in a etern u m d. Quid hoc melius? Bona sunt, si pauperi
largiaris, in quo tibi d ebitorem deum quadam pietatis faeneratio-

7. a Cf. Gen 41, 56.


b Prou 9, 5.
c Lc 16, 9.
dP s 111 (112), 9.

36, 5 q u i ait. P e i q u i (u e r o p o st ei add. V ) cet. M ara .


NABOTH, 7, 33-36 157

no, ho perdu to l’abitudine di fare elargizioni. Quante vite di poveri


avrei potuto salvare l’anno scorso con il grano? M i a vreb bero
fatto felice di più questi va lori che non hanno un prezzo in denaro,
ma in grazia. Im ite rò il santo Giuseppe annunciando solidarietà,
griderò a gran voce 2: Venite, poveri, mangiate il m io pane, aprite
il grem bo, prendete il grano. L’abbondanza del ricco deve essere
ricchezza di tutto il m ondo, benessere di t u t ti3». Però tu non
parli cosi, m a dici: Distruggerò i granai. Fai bene a distruggerli,
perché da essi nessun p o vero è tornato carico 4. I granai sono
depositi di iniquità 5, non sussidi di pietà. Fa bene a distruggere,
perché non sa ed ificare saggiam ente 6. Il ricco distrugge i suoi
beni, lui che non conosce i beni eterni, distrugge i granai, lui che
non ha saputo d ivid ere il suo grano, m a lo ha chiuso.
34. Ne farò di p iù grandi — dice. Sventurato!, distribuisci ai
p o veri alm eno quello che spendi p er la costruzione! E viti la gioia
della liberalità e paghi le spese della costruzione.
35. E aggiunse: Vi ammasserò tutti i m iei prodotti e dirò
a ll’a nima m ia: Anim a mia, hai m olti beni. L’avaro è sem pre rovin ato
dall’abbondanza dei prodotti, perché p reved e un deprezzam ento
del cibo. Infatti una ricca produzione è un bene per tutti, la
carestia è vantaggiosa solo p er l’avaro. Si rallegra più per i prezzi
a ltis sim i7 che p er l’abbondanza dei beni e preferisce avere ciò
che solo lui può ven dere piuttosto che ven dere insiem e con tutti
gli altri. Osservatelo, tem e che il m ucchio di granaglie trabocchi,
che effon den dosi al di sopra dei granai si riversi sui p o veri e i
bisognosi colgano l’occasione p er ricavarne qualche ben eficio 8.
Il ricco rivendica per sé soltanto i p rod otti della terra, non perché
lui li voglia usare, m a p er negarli agli altri.
36. H ai m olti beni — dice. L’avaro non sa definire beni se
non quelli che producono ricchezza. M a io accetto la sua opinione.
Che siano da chiam are beni quelli che sono con vertib ili in denaro.
A llora perché trasform ate le cose buone in cattive, m entre d o vre­
ste cam biare le cose cattive in buone? Infatti sta scritto: Fatevi
degli am ici con il denaro d'iniquità. Dunque, per chi le sa usare
sono cose buone, per chi non le sa usare sono giustam ente cose
cattive. Ha distribuito, ha dato ai poveri, la sua giustizia rimane
p e r sempre 9. Che cosa m eglio di cosi? Sono cose buone se le dai

2 Cf. BASILIO, PG 31, 265 A (j.i(j.T|0'0 [ji.ai. -uòv ’luxrricp xtjj tt|<; cpiXav&pwruac; xr)puY[xa-
Ti- cp&ÉY^oiJm (pwvTjv p.EYttXóiJ;uxov.
1 Ponendo la virgola dopo abundantia — Schenkl l'ha posta dopo diuitis —
propon go una diversa interpretazione del passo. La Mara, seguendo la punteggiatu­
ra di Schenkl ha inteso: « l ’aum entato benessere del ricco, la ricchezza del m ondo
intero, deve essere fertilità di tutti»; analogam ente M cG uire e Huhn.
4 Cf. B a s ilio , P G 31, 273 B X,ue x à aiToSoxEìa, o&em où5elq ànf\kdé tote
tuxióv.
5 Cf. ibid. Ttt Tap.i£Ìa tt|<; àSixiat;.
6 Cf. ibid. xaTatncanTE raìq écujtoù yzpaiv, a xaxùx; yxoSoy.TjacK;.
7 Queste riflessioni lasciano trasparire una situazione caratterizzata da difficol­
tà economiche e da carestie negli anni 389-390 (quando pressappoco fu definitiva­
mente redatta quest’opera); cf. C r a c c o R u g g in i , A m b ro g io d i fronte..., pp. 232-241.
1 Cf. B a s il io , P G 31, 264 C.
» Cf. ibid., 284 B.
158 DE NABVTHAE, 7, 36 - 8, 38

ne constituas. B ona sunt, si aperias horrea iustitiae tuae, ut sis


panis pauperum , uita egentium e, oculos caecorum f, orbatorum
infantium pater

37. H abes unde facias, quid uereris? Tua te uoce conuen


Habes m ulta bona in annos m ultos posita h, potes et tibi et aliis
abundare, habes fecunditatem publicam : quid destruis horrea?
O stendo tibi, ubi m elius tua frum enta custodias, ubi bene saepias,
ut fures tibi ea auferre non possint. Inclu de ea in cord e pauperum,
ubi ea nullus curculio consum at nulla corru m pat uetustas. H a­
bes apothecas inopum sinus, habes apothecas uiduarum dom os,
habes apothecas ora infantium, ut dicatur tibi: E x ore infantium
et lactantium perfecisti laudem Istae sunt apothecae, quae m a­
neant in aeternum, ista horrea, quae fecunditas futura non des­
truat. N am quid iterum fiacias, si tibi plus natum fu erit anno
sequenti? Iteru m ergo et illa destrues quae nunc facere paras et
m aiora facies. Dat enim tibi fecunditatem deus, ut aut uincat aut
condem n et auaritiam tuam, quo excusationem habere non possis:
tu u ero quod p er te m ultis nasci uoluit tibi soli reseruas, im m o
et tibi adimis; magis enim seruares tibi, si dispertireris aliis;
bonorum enim fructus m unerum in eos ipsos qui contulerint
reuertuntur et gratia liberalitatis in auctorem redit. Denique scrip­
tum est: Seminate uobis ad iu s titia m m. Esto spiritalis agricola,
sere quod tibi prosit. B ona satio in cord e uiduarum n. Si terra
tibi fructus reddit uberiores quam acceperit, quanto magis m iseri­
cordiae rem u neratio red det m ultiplicatiora quae dederis!

8. 38. Deinde, hom o, nescis quia terrae partum praeu


dies mortis, m isericordia autem incursum m ortis excludit? Adsi-
stunt iam qui reposcant anim am tuam, et tu adhuc differs operum
fructus tuorum, tu adhuc tem pora tibi uiuendi longa metaris?
Stulte, hac nocte anim am tuam repetunt a te a. B ene ait nocte. N octe
anim a auari reposcitur: a tenebris incipit et in tenebris perseue-

« Cf. Eccli 34, 25.


f Cf. Io b 29, 15.
8 Cf. Ps 67 (68), 6.
hLc 12, 19.
‘ Cf. Mt 6, 20.
I Ps 8, 3.
mOs 10, 12.
n Cf. Io b 29, 13.
8. a Lc 12, 20.
NABOTH, 7, 36 - 8, 38 159

al povero, nel quale tu fai diventare Dio tuo debitore, com e se


gli avessi concesso un prestito di pietà. Sono cose buone se apri
i granai della tua giustizia, in m od o da essere pane dei poveri,
vita dei bisognosi, occhio dei ciechi, padre di fanciulli orfani.
37. Tu hai ciò con cui puoi fare del bene, di che hai pau
Ti am m onisco con le tue stesse parole. Tu hai m olti beni riposti
per m olti a n n i10, ne hai in gran quantità per te e per gli altri, hai
un’abbondanza che è di tutti; perché dem olisci i granai? T i m ostro
dove puoi m eglio custodire le tue granaglie, d o ve le puoi chiudere
al sicuro, di m odo che i ladri non te le possano rubare. Chiudile
nel cuore dei poveri, d o ve il gorgoglion e non le consuma, il tem po
non le corrom p e 11. Hai com e magazzini i seni dei poveri, hai
com e m agazzini le case d elle vedove, hai com e m agazzini le
bocche dei bam bini, cosicché ti si possa dire: Dalla bocca dei
bam bini e dei lattanti ti sei p rocu rato lode. Questi sono i magazzini,
che restano per sem pre, questi i granai, che l'abbondante produ­
zione futura non distruggerà. Infatti che cosa farai di nuovo, se
l'anno seguente avrai un raccolto ancor più abbondante? D em oli­
rai dunque di nuovo quei granai che ora ti appresti a costruire
e ne farai di più g r a n d i12. Infatti Dio ti dà l’abbondanza per
vin cere o per condannare la tua avarizia, perché tu non abbia
scuse: tu invece riservi esclusivam ente a te quello che D io ha
volu to che nascesse tuo tram ite per m olti, anzi anche tu te ne
privi; infatti lo conserveresti m eglio p er te, se lo distribuissi agli
altri, perché i frutti d elle buone op ere ritornano a quelli stessi
che le hanno fatte e la grazia della generosità torna al suo auto­
re 13. Perciò sta scritto: Seminate p e r vo i a giustizia u . Sii un agricol­
tore spirituale, sem ina q u ello che ti è utile. Una buona sem inagio­
ne nel cuore d elle vedove. Se la terra ti restituisce frutti più
copiosi di quelli che ha ricevu to in semi, quanto più la ricom pensa
per il tuo atto di m isericordia ti restituirà ancor più m oltiplicato
quello che avrai d o n a to !15.
8 . 38. Inoltre, o uom o, non sai che il giorn o della m
preced e il raccolto della terra, la m isericordia invece allontana
l’assalto della m orte? Sono già presenti c o lo ro che chiedono la
tua anima e tu ancora rin vìi i frutti d elle tue opere, tu preved i
ancora di vivere p er lungo tem po? *. Stolto, questa notte ti richiede­
ranno l ’anima. È detto bene: di notte. Di notte viene richiesta
l'anim a d e ll’avaro: egli inizia dalle tenebre e persevera nelle

10 La citazione di Lc 12, 19, non rilevata da Schenkl, è stata notata da M cGuire.


Il testo è esattamente identico a quello citato in 6, 29 e corrisponde al testo
solitamente testimoniato nella Vetus Latina, se si fa eccezione per la parola posita,
che i più omettono e qualcuno pone do po bona (cf. A. JUu c h e r , Itala, 3. Lucas-Euan-
gelium , Berlin 1954).
11 Cf. B a s il io , P G 31, 273 C.
12 Cf. ibid., 273 BC.
13 Cf. ib id , 265 C.
14 Cf. ibid.
15 Cf. ibid.
8.1 Cf. ibid., 273 C.
160 DE NABVTHAE, 8, 38-40

rat. Auaro nox sem per est, dies iusto, cui dicitur: Amen, amen
dico tib i: hodie m ecum eris in paradiso b. Stultus autem sicut luna
mutatur, iusti autem fulgebunt sicut sol in regno patris s u ic. Recte
arguitur stultitiae qui in m anducando et bibendo locarit spem
suam. Et id eo tem pus ei m ortis urgetur secundum quod dictum
est ab ipsis qui gulae seruiunt: Manducemus et bibamus; cras enim
m oriem u r d. R ecte dicitur stultus qui anim ae suae co rp oralia sub­
ministrat, quia recondit quae cui seruet ignorat.

39. Et id eo ei dicitur: Quae autem parasti cuius erunt? e. Quid


cottid ie m etiris et numeras et obsignas? Quid aurum trutinas,
argentum ponderas? Quanto m elius est liberalem esse dispensato­
rem quam sollicitum custodem ! Quantum tibi prodesset ad gra­
tiam m ultorum pupillorum patrem nom inari quam innum eros
stateras in sacculo obsignatos habere! Pecunia etenim hic relin ­
quitur, gratia nobiscum ad iudicem m eriti defertur.

40. Sed fortasse dicas quod uulgo soletis dicere: «N o n d eb e­


mus donare ei cui deus ita m aledixit, ut eum egere u ellet». Sed
non pauperes m aledicti, cum scriptum sit: Beati pauperes, qu o­
niam ipsorum est regnum caelorum f. N on de paupere, sed de diuite
scriptura dicit: Captans pretia frum enti maledictus erit e. Deinde
non requiras quid unusquisque mereatur. M isericord ia non de
m eritis iudicare consueuit, sed necessitatibus subuenire, iuuare
pauperem , non exam inare iustitiam; scriptum est enim : Beatus

b Lc 23 43
c Eccli'27, 11; Mt 13, 43.
d Is 22, 13.
e Lc 12, 20.
f Mt 5, 3.
g P ro u 11, 26.

39, 5 sq. innumeros... obsignatos] cf. quae ad loc. notaui.


NABOTH, 8, 38-40 161

tenebre. Per l’avaro è sem pre notte, p er il giusto è giorno, al


quale è detto: In verità, in verità ti d ico: oggi sarai con me in
paradiso. L o stolto invece è m utevole com e la luna, i giusti al
contrario splenderanno com e il sole nel regno del Padre loro. Giusta­
m ente è accusato di stoltezza colui che ha posto la sua speranza
nel m angiare e nel bere. E p erciò è affrettato p er lui il tem po
della m orte, secondo q u ello che è stato d etto da quelli che sono
schiavi della gola: M angiam o e beviamo; infatti dom ani m orirem o.
Chi procura alla sua anim a beni che riguardano il co rp o è giusta­
m ente detto stolto, perché ripon e cose senza sapere p er chi le
m ette da parte.
39. E perciò gli si dice: I beni che hai preparato di chi
saranno? Perché ogni giorn o pesi, conti e sigilli? Perché esamini
l'oro, pesi l’argento? Quanto è m eglio essere dispensatore gen ero­
so che custode preoccupato! Quale vantaggio in grazia ti p ortereb ­
be l’essere chiam ato padre di m olti orfani, piuttosto che avere
innu m erevoli m onete 2 sigillate nella borsa! Il denaro infatti lo
lasciam o qui, la grazia la portia m o con noi di fron te a colui che
giudica il m erito 3.
40. Ma forse dirai q u ello che com unem ente solete d ir e 4:
«N o n dobbiam o dare a colui che D io ha m aledetto da vo lerlo
m isero». M a i p o veri non sono m aledetti, poiché sta scritto: Beati
i poveri, perché di essi è il regno dei cieli. N on del povero, ma del
ricco la Scrittura dice: Chi fa la caccia al prezzo del grano sarà
maledetto. E poi non cercare quello che ciascuno merita. La
m isericordia non suole giudicare dei m eriti, m a soccorrere alle
necessità, aiutare il povero, non vagliare quello che è giusto;
infatti sta scritto: Beato ch i fa attenzione al m isero e al povero.

2 innum eros... obsignatos: Schenkl suggerisce in form a dubitativa, in apparato,


questo duplice em endam ento in luogo delle lezioni tradite innum eras e obsignatas,
ritenendo, ovviamente, stateras accusativo plurale alla greca di stater (uraTrip).
Dello stesso avviso M c G u ir e , ad loc., il quale pu r m antenendo nel testo innum eras
e obsignatas, osserva che tali form e po trebbero essere state introdotte da un
copista che abbia erroneam ente inteso stateras com e accusativo plurale di statera.
H o creduto di dover correggere il testo, seguendo il suggerim ento di Schenkl, per
due ragioni. Innanzi tutto escluderei qui l’uso di statera per stater (cf. A. F o r c e l l in i ,
Le xicon totius Latinitatis, 4, s. u. stater), perché un passo dello stesso Am brogio
(epist. 1, 13, C S E L 82, p. 9, 126 s. bonus autem census Christi, q u i statere soluitur,
quia statera iustitia est) ci attesta che egli aveva chiara la differenza semantica fra
i due termini, pu r conoscendone la connessione etimologica (in proposito si
vedano A. E r n o u t - A. M e il l e t , D ictio n n a ire é tim olog iq u e de la langue latine, Paris
1967, s. u. statera e A. W a l d e - J.B. H o f m a n n , Lateinisches etym ologisches W òrterbuch,
H eildelberg 19724, s. u. stater). In secondo luogo bisogna tener conto che il passo
del nostro Autore è traduzione letterale di B a s il io , PG 31, 265 C (dcótiei tcóo-Cjj npò?
8ó^av XuovcsXÉffTEpov, iiupCwv ™u8(«)v TtoTÉpa TtpoouYopEUEffjtai, lì p-uptout; £xeiv oraTij-
paq èv (JaXavTUj): si osservi la corrispondenza fra p,upiou<;... c~comipa<; e in n um eros
stateras.
3 Cf. B asilio , PG 31, 265 D.
4 L’obiezione è attribuita all’opinione corrente, fondata evidentemente sulla
mentalità pagana (m a anche giudaica): le disgrazie, e quindi anche la miseria di
una persona, sono segno della volontà divina; cf. H . B l o c h , La rinascita pagana in
O ccidente alla fine del secolo IV , in I I co n flitto tra paganesim o e cristianesim o nel
secolo IV , a cura di A. M o m ig l ia n o (trad. dall’inglese), Torino 1975, p. 185.
162 DE NABVTHAE, 8, 40 - 9, 43

qu i intellegit super egenum et pauperem h. Quis est qui intellegit?


Qui conpatitur ei, qui aduertit consortem esse naturae, qui cogn o­
scit quod et diuitem et pauperem fecit dominus, qui scit quod
sanctificet fructus suos >, si de his delib et aliquam pauperibus
portionem . Ergo cum habeas unde benefacias, ne differas dicens:
Cras dabo ', ne largiendi amittas copiam . Periculosa est de alterius
salute dilatio, potest fie ri ut dum tu differs, ille moriatur. Magis
ante m ortem praecurre, ne fo rte auaritia te et cras im pediat et
prom issa fraudentur.

9. 41. Sed quid dicam, ne differas liberalitatem ? Vtinam


adproperes rapinam, utinam quod concupieris, non extorqueas,
utinam alienum non petas, negatum praeterm ittas, excusatum
patienter feras, non audias illam Iezabel, quae est auaritia, quo­
dam profluu io uanitatis dicentem : E go tibi dabo a possessionem,
quam desideras. Tu tristis es, quia uis mensuram considerare
iustitiae, ut alienum non eripias: ego habeo m ea iura, habeo meas
leges. Calumniabor, ut spoliem , et ut possessio pauperis eripiatur,
uita pulsabitur.
42. Quid enim aliud in illa historia nisi diuitum auaritia
describitur, quae est uanum profluuium, quod om nia fluuii m odo
rapiat et nulli usui profutura transducat? Haec est Iezabel non
una, sed m ultiplex, non unius tem poris, sed tem poru m plu rim o­
rum. H aec om nibus dicit, sicut illa dixit uiro suo Achab: Surge,
manduca panem et redi a te. Ego tibi dabo uineam Nabuthae Israhe-
litae.
43. E t scripsit libru m nom ine Achab et signauit anulo illius
et m isit libru m ad seniores et ad liberos eos, qu i m orabantur cum
Nabuthae. E t erat scriptum in lib ro : Ieiunate ieiun iu m et constituite
Nabuthae in principem p o p u li et constituite duos uiros filios iniquita-

hps 40 (41), 2.
i Cf. Eccli 35, 11.
1 Prou 3, 28.
9. a 3 Reg 20 (21), 7.
NABOTH, 8, 40 - 9, 43 163

Chi è colui che fa attenzione? Colui che ha com passione di lui,


colui che riconosce che egli ha la m edesim a natura 5, colui che
riconosce che il Signore ha fatto sia il ricco che il povero, colui
che sa che santifica i suoi p rod otti se ne detrae una certa parte
p er i poveri. Perciò, poiché hai di che fare il bene, non rinviare
dicendo: Darò domani, p er non p erdere la possibilità di donare.
È pericoloso il rinvio, quando si tratta di salvare gli altri, può
accadere che, m entre tu rinvìi, quello muoia. Piuttosto arriva
prim a della m orte, perché l’avidità per caso non ti trattenga anche
dom ani e le prom esse non siano mantenute.
9.41. M a che dico, non rinviare la generosità? M agari non
ti affrettassi alla rapina! N on estorcessi quello che hai desiderato!
N on chiedessi l'altrui! Trascurassi quello che ti è stato negato!
Sopportassi pazientem ente chi ti op pon e un rifiu to! Non ascoltassi
quella Gezabele, che è l’avidità, dire com e con un flusso di vanità:
Io ti darò la prop rietà che tu desideri. Tu sei triste perché vuoi
considerare la misura della giustizia per non rubare l'altrui: io
ho i m iei diritti, ho le m ie leggi. Calunnierò p er spogliare; e
perché la prop rietà del p o vero sia rapinata, sarà colpita la sua vita.
42. Infatti che cos'altro c'è in quella storia se non la descri­
zione dell'avidità dei ricchi, che è un’inutile corrente 1 che tutto
trascina via com e un fium e e trasporta cose non più utili a nulla?
Questa è Gezabele, non unica, ma m olteplice, non di una sola
epoca, ma di m olte epoche. Costei dice a tutti, com e quella disse
a suo m arito Achab: Alzati, mangia e ritorna in te stesso. Io ti darò
la vigna di Naboth Israelita.
43. E scrisse una lettera a nom e di Achab e la sigillò con il
suo sigillo e inviò la lettera agli anziani e a quei n o ta b ili2 che
abitavano con Naboth. E nella lettera era scritto: Fate un digiuno
e ponete Naboth a capo del p o p o lo 3 e scegliete due uom in i a lu i

5 Sul concetto di consors naturae si veda M . P o ir ie r , "Consors naturae” chez


saint Ambroise..., pp. 325-335 e particolarm ente p. 326, dove si attribuisce al termine
natura in questo luogo un valore filosofico.
9.1 L’espressione p ro flu u iu m uanum , com parendo senza alcun chiarimen
può sorprendere chi non sia avvertito che in realtà si tratta dell’interpretazione
del nom e di Gezabele, che ritroviam o in exhort. uirg. 5, 30 (P L 16, 360 A ) nec
ueniat uobis Iezabel, u a n u m illu d et saeculare p r o f l u u i u m ; h o c en im sign ifi­
ca tu r u ocabulo, uana et uacua redundantia (cf. G ir o l a m o , interpr. Hebr. nom ., ed.
P. L a g a r d e , p. 42, 11 Iezabel coha b ita trix siue est fluxu s u an um ; ib id , p. 80, 20 Iezabel
fluxus sanguinis).
1 Com e già T a n d o i , recensione cit., «A tene e R om a», 25 (1980), p. 93, escludo
che si d e bba accogliere la proposta, espressa in form a dubitativa nell'apparato
da Schenkl, di leggere liberos (in ciu ita te) eius, invece della lezione tràdita dalla
m aggior parte dei codici, liberos eos, in quanto questa lezione corrisponde al testo
dei Settanta (xoùq èXeuMpouq roùg...). Tuttavia non è superfluo ricordare che la
recensione origeniana negli hexapla ha, dopo èXeudépouq, sotto asterisco, oì év rn
TtóX.£i aùtoC.
3 II significato di in p rin cip e m p o p u li lo si può intendere solo considerando
l’espressione un calco sul greco dei Settanta, èv àpxn toO XaoO, come avverte
T a n d o i , recensione cit., «A tene e R om a», 25 (1980), p. 93. Non penso, però, che si
d e bba dedurre che «A m b ro gio doveva avere dinanzi il testo dei Settanta» (ib id ).
Qui, come generalm ente quando com m entava la Scrittura, A m brogio aveva davanti
agli occhi la versione latina preieronim iana (Vetus La tina ), che, come è noto,
164 DE NABVTHAE, 9, 43 - 10, 45

tìs ex diuerso eius, ut falsum testim onium perhibeant aduersus eùm


dicentes: Benedixit deum et regem, et producite illu m et lapidate b.
10. 44. Quam eu identer expressa est diuitum consuet
Contristantur, si aliena non rapiant, renuntiant cibo, ieiunant, non
ut peccatum minuant, sed ut crim en admittant. Videas illos tunc
conuenientes ad ecclesiam officiosos hum iles adsiduos, ut effec­
tum sceleris im petrare mereantur. Sed dicit illis deus: N on hoc
ieiun iu m elegi, non si flectas ut circu lu m collu m tuum, cinerem
etiam et cilic iu m substernas, nec sic uocabitis ieiun iu m acceptum.
N o n tale ieiun iu m elegi, dicit dominus. Sed solue om nem conligatio-
nem iniustitiae, dissolue obligationes uiolentarum com m utationum ,
dim itte confractos in remissionem et om nem conscriptionem in i­
quam disrumpe. Frange panem tuum esurienti et egenos non haben­
tes tectum induc in dom um tuam. S i uideris nudum, coop eri et
domesticos seminis tui non despicies. Tunc o rietu r tibi m atutinum
lum en tuum, et sanitas tua matura o rietu r et praecedet ante te
iustitia et maiestas dei circum dabit te. Tunc clamabis, et deus exau­
diet te; adhuc te loquente dicet: E cce adsum a.

45. Audis, diues, quid dom inus deus dicat? Et tu ad eccle­


siam uenis, non ut aliquid largiaris pauperi, sed ut auferas. Ieiu-
nas, non ut conuiuii tui sumptus proficiat egenis, sed ut spolium
de egentibus adipiscaris. Quid tibi uis cum libro et carta et
signaculo et conscriptione et uinculo iuris? N on audisti? Solue
om nem conligationem iniustitiae, dissolue obligationes uiolentarum
com m utationum , dimitte confractos in remissionem et om nem con ­
scriptionem iniquam disrumpe. Tu m ihi tabulas offers, ego tibi
recito dei legem : tu atram ento scribis, ego tibi spiritu dei b inscrip-

b 3 Reg 20 (21), 7-10.


10. a Is 58, 5-9.
b Cf. 2 C o r 3, 3.

44, 12 cooperi R B V M a ra uesti P Sch.


NABOTH, 9 ,4 3 - 10,45 165

ostili, affinché testim onino con tro di lu i dicendo: Ha benedetto4 D io


e il re; conducetelo fu o ri e lapidatelo.
10. 44. Con quale evidenza è stato descritto il m odo di
dei ricchi! Son tristi, se non rapinano i beni altrui, rinunciano al
cibo, digiunano, non p er rep rim ere il peccato, m a per facilitare
il crim ine. Li puoi ved ere allora venire in chiesa zelanti umili
perseveranti, p er m eritare di otten ere la riuscita del delitto. Ma
Dio dice loro: N o n è questo il digiuno che ho voluto, nem meno se
piegassi il c o llo com e un giunco e ti coricassi anche su cenere e
sacco, nem meno cos i potrete chiam arlo digiuno accetto. N o n è
questo il digiuno che voglio, dice il Signore. M a spezza ogni laccio
di iniquità, sciogli gli obblighi derivanti da patti imposti con la forza,
rimanda lib eri g li oppressi e annulla ogni scrittura iniqua. Spezza
il tuo pane a ll’affamato e accogli in casa tua i p overi senza tetto.
Se vedi uno che è nudo, cop rilo e non disprezzare qu elli del tuo
stesso sangue *. A llora sorgerà p e r te la tua luce mattutina e la tua
salvezza sorgerà presto 2 e ti precederà la giustizia e la maestà di
D io ti avvolgerà. A llora griderai, e D io ti esaudirà; prim a che tu
abbia fin ito di parlare, dirà: E ccom i.
45. Ascolti, o ricco, cosa dice il Signore? E tu vieni in chiesa
non per dare qualcosa a chi è povero, ma p er prendere. Digiuni,
non per d evo lv ere la spesa del tuo banchetto ai miseri, ma per
depredare gli indigenti. Che cosa vu oi ottenere con il registro,
con la carta, con il sigillo, con la scrittura e con la costrizione
d elle leggi? N on hai udito? Spezza ogni laccio di iniquità, sciogli
g li obblighi derivanti da patti iniqui, rimanda lib eri gli oppressi e
annulla ogni scrittura iniqua. Tu m i presenti le tavole d elle leggi,
io ti leggo la legge di Dio: tu scrivi con l’inchiostro, io ti ram m ento
gli oracoli dei profeti scritti con lo Spirito di Dio: tu m etti insiem e

traduce letteralmente, e spesso pedantemente, il testo greco. Fa al caso nostro la


testimonianza di A g o s tin o , doctr. Chr. 2, 19: n o n solu m uerba singula, sed etiam
lo cu tion es saepe tra nsferu ntu r (scii, e textu G raeco), quae o m n in o in lingu ae latinae
usum, si quis consu etu dinem ueterum, q u i latine lo c u ti sunt, tenere uoluerit, transire
non possunt. E la ragione per cui, in luogo di in p rin cip em , la Vulgata ha in p rim os
può trovarsi in una spiegazione data dal suo stesso autore, G iro la m o , praef. in lib.
Salom ., P L 29, 426 n ecn on etiam illa, quae im p e riti translatores m ale in lin gu a m
nostram de G raeco serm one uerterant... correxi. Dunque non c’è ragione per pensare
ad una correzione di p rin cip e m in p rin cip es (T an do i, ibid.), né per sottintendere
lo cu m accanto a p rin cip e m (ib id .). S arebbe certo interessante conoscere come
A m brogio ha inteso l’espressione in p rin cip e m p op u li, ma non ci è dato di sapere;
non è da escludere che egli non ab b ia potuto intenderla rettamente secondo il
senso originale. A noi non resta altro che constatare che tale espressione è un
calco su quella greca e quella greca ricalca a sua volta l'ebraico, dove il senso è
chiaro: « a capo del p o p o lo». Naboth, cioè, doveva presiedere l’assemblea, in m odo
che l’accusa che gli si voleva m uovere fosse ancora più infamante.
4 Con benedixit è riprodotto, attraverso il greco T)ùX.ÓYT)o,ev, il corrispondente
termine ebraico che in antifrasi significa «m aled ire», «bestem m iare»: si tratta di
un espediente del linguaggio biblico che consentiva di non scrivere parole conside­
rate indegne del testo sacro (cf. G io b 1,5.11; 2,5). H o ritenuto opportuno riprodurre
anche in traduzione italiana il significato letterale in conform ità con la traduzione
della stessa citazione ricorrente nel successivo § 46.
IO.1 Is 58, 6 s. è citato anche in H el. 10, 34 (supra).
2 m a tu ra : va interpretato tenendo presente che traduce raxu dei Settanta.
166 DE NABVTHAE, 10,45 - 11,47

ta rep eto oracula prophetarum : tu testim onia falsa conponis, ego


testim onium conscientiae tuae posco, quam iudicem tui effu gere
et declinare non poteris, cuius testim onium non poteris recusare
in die, qua reuelabit deus occulta hom inum c. Tu dicis: Destruam
horrea d: dom inus dicit: «S in e magis quidquid intra horreum est
pauperibus deputari, sine cellas istas egenis p rod esse». Tu dicis:
M aiora faciam et illo congregabo om nia quae nata sunt m ih i; d o m i­
nus dicit: Frange esurienti panem tuum. Tu dicis: «T o lla m paupe­
ribus dom um suam »; dom inus autem dicit: Vt egenos non habentes
tectum inducas in dom um tuam. Q uom odo uis, diues, ut deus te
exaudiat, cum tu deum non putes audiendum? Si non adquiesca-
tur a rb itrio diuitis, scaena conponitur, dei aestim atur iniuria, si
diuitis petitio refutetur.
11.46. Deum inquit benedixit et re g e m a, aequalis u idelicet
persona, ut sit aequalis contum elia. Benedixit inquit deum et regem.
N e diuitem m aledicti nom en offen dat et serm onis ipso laedatur
sono, ben ed ictio p ro m aledicto uocatur. Quaeruntur duo testes
iniquitatis b. Duobus testibus et Susanna est adpetita c, duo testis
et synagoga inuenit, qui aduersus Christum falsa iactarent d, duo­
bus testibus pauper occiditur. Produxerunt igitur Nabuthae foras
et lapidauerunt eum e. Vtinam uel in suis ei liceret m ori! Pauperi
ipsam diues inuidet sepulturam.

47. E t factum est inquit, cum audisset Achab quia mortu


est Nabuthae, conscidit uestimenta sua et cooperuit se cilicio. E t
factum est post haec et surrexit et descendit Achab ad uineam
Nabuthae Israhelitae possidere eam f. Irascuntur diuites et calum ­
niantur, ut noceant, si non optineant quod desiderauerint. Cum
autem calumniati nocuerint, d o lere se simulant, tristes tamen et

c Cf. Rom 2, 16.


d Lc 12, 18 ss.
11. a 3 Reg 20 (21), 10.
b Cf. 3 Reg 20 (21), 13.
c Cf. Sus 34 (Dan 13, 34).
d Cf. Mt 26, 60; M c 14, 56.
e 3 Reg 20 (21), 13.
f 3 Reg 20 (21), 16.

45, 17 pauperibus R B V M ara pauperi n o n n u lli codd. Sch.


NABOTH, 10,45 - 11,47 167

false testim onianze, io ch iedo la testim onianza della tua coscienza,


che, com e tuo giudice, non puoi sfuggire o rifiutare, la cui testim o­
nianza non potrai respingere quel giorn o in cui Dio rivelerà i
segreti d egli uomini. Tu dici: D e m olirò i granai; il Signore dice:
«P iu tto sto lascia che tutto ciò che c’è nel granaio sia destinato
ai poveri, lascia che questi magazzini giovin o ai bisogn osi» 3. Tu
dici: Ne farò di p iti grandi e vi ammasserò tutti i m iei prodotti; il
Signore dice: Spezza il tuo pane a ll’affamato. Tu dici: «P re n d e rò
ai p o veri la loro casa»; il Signore invece dice: A ccogli in casa tua
i p overi senza tetto 4. C om e puoi volere, o ricco, che Dio ti esaudi­
sca, se tu non credi di d o verlo ascoltare? Se non ci si sottom ette
all’arbitrio del ricco, si organizza una messa in scena 5; si ritiene
ingiuria fatta a Dio, se si rifiuta la pretesa del ricco.
11. 46. Ha benedetto 1 — dice — D io e il re, evidentem e
uguale è la dignità, perché si vu ole che l'offesa sia considerata
della stessa gravità 2. Ha benedetto — dice — D io e il re. Per evitare
che la parola «m a le d iz io n e » oltraggi il ricco e il suono stesso del
term ine lo offenda, si dice «b e n e d iz io n e » invece di «m a le d iz io ­
n e » 3. Si cercano due testim oni iniqui. Anche Susanna fu desidera­
ta da due te s tim o n i4; anche la Sinagoga tro vò due testim oni che
lanciassero false accuse con tro Cristo; per la deposizione di due
testim oni si uccide il povero. Dunque condussero fu ori Naboth e
10 lapidarono. Gli fosse stato alm eno possibile m orire fra i suoi!
11 ricco nega al p o vero anche la sepoltura.
47. E avvenne — dice — che, quando Achab udì che Nabo
era morto, si strappò le vesti e indossò il cilicio. E dopo avvenne
che Achab si alzò e scese nella vigna di Naboth Israelita per prender­
ne possesso. I ricchi si adirano e accusano falsam ente per arrecare
danno, se non ottengono quello che hanno desiderato. Dopo aver
nociuto con false accuse, fin gono di essere addolorati, tuttavia,
tristi e com e addolorati non nel cuore ma nel volto, si dirigon o

3 A m b r o g io rip re n d e u n c o n cetto sv ilu p p a to d a B a s il io , P G 31, 264 A.


4 Is 58, 7 non è precisamente citato, come nel paragrafo precedente, ma
sintatticamente integrato nel contesto am brosiano.
5 Si riferisce all'iniquo piano escogitato da Gezabele per elim inare il povero
Naboth: 3 Re 21 (20), 7. Per l’espressione scaena co m p o n itu r M c G u ir e , ad loc. cita
T a cito , ann. 14, 7 scaenam u ltro c rim in is parai, A m b ro g io , apoi. 1 ,1 ,2 (C S E L 32,
2, p. 300, 1) V ri n om en m arito, c u i mandatis regiis com posita scaena est necis.
11.1 ben edixit: cf. 9, 43, nota 4 (supra ).
1 Questo prim o periodo del § 46 va letto in stretta logica connessione con
l’ultimo del precedente paragrafo. A tal proposito si osservi che Am brogio nel
riproporre all'inizio di questo paragrafo la citazione, riportata anche sopra in 9,
43 e ripetuta qui di seguito, muta la posizione di deum. Il particolare non è sfuggito
a M c G u ir e , ad loc. La prim a posizione di deum riprende la parola dei, anch’essa
in posizione di rilievo, della precedente espressione: dei aestim atur iniuria... Non
ho voluto modificare la paragrafazione tradizionale, anche se in questo caso appare
infelice.
3 Sostanzialmente esatta (cf. la mia nota 4 in 9,43), la spiegazione che Am brogio
dà dello scambio dei termini ha un tono ironico nei confronti del ricco.
4 L’episodio di Sus 34 (Dan 13, 34) è ricordato in m odo conciso ed ellittico;
intendiamo: Susanna fu desiderata da due uom ini che poi testimoniarono il falso
contro di lei.
168 DE NABVTHAE, 11,47 - 12,50

tam quam m aesti non cord e sed uultu in possessionis direptae


locum prodeunt et inpressionis suae iniquitate potiuntur.
48. H oc diuina m ouetur iustitia et adarum digna seuerita
condem nat dicens: Occidisti et possedisti hereditatem. P rop ter hoc
in loco, in quo linxerunt canes sanguinem Nabuthae, in eo lingent
canes sanguinem tuum et meretrices lauabuntur in sanguine tuo s.
Quam iusta, quam seuera sententia, ut quam intulit alteri m ortis
acerbitatem eam ipse m ortis suae h orrore dissoluere iuberetur.
Inhum atum pauperem deus aspicit et ideo insepultum diuitem
iacere decernit, ut et mortuus luat suae iniquitatis aerum nam
qui nec m ortu o putauit esse parcendum . Itaque uulneris sui cruo­
re perfusum cadauer in speciem funeris uitae suae prod id it crude­
litatem . H aec cum pertu lit pauper, diues arguebatur, cum diues
excepit, pauper uindicabatur.

49. Quid sibi autem uult quod meretrices lauerunt in sangui­


ne eius h nisi fo rte ut m eretricia quaedam in illa feritate fuisse
regis perfidia p rod eretu r uel cruenta luxuries, qui sic fuit luxurio­
sus, ut holus desideraret, sic cruentus, ut p rop ter holus hom inem
occideret? Digna auarum, digna auritiae poena consumit. Denique
et Iezabel ipsam com ederu nt canes et uolucres caeli ‘, ut ostende­
retur quod spiritalis nequitiae 1fiat praeda diuitis sepultura. Fuge
ergo, diues, huiusm odi exitum. Sed fugies eiusm odi exitum, si
fugeris eiusm odi flagitium . N o li esse Achab, ut possessionem
finitim am concupiscas. N on tibi cohabitet Iezab el illa feralis auari-
tia, quae tibi cruenta persuadeat, quae cupiditates tuas non reuo-
cet, sed inpellat, quae te faciat tristiorem etiam, cum desiderata
possederis, quae te faciat nudum, cum diues fueris.

12. 50. Pauperiorem enim se iudicat om nis abundans,


sibi deesse arbitratur quidquid ab aliis possidetur. Toto m undo
eget, cuius non capit mundus cupiditates; eius autem qu i fidelis
est totus mundus diuitiarum e s ta. Toto m undo fugit qui considerans
conscientiam suam m etuit deprehendi. Et id eo Achab ad H eliam

8 3 Reg 20 (21), 19.


h 3 Reg 22, 38.
i Cf. 4 Reg 9, 36.
> Cf. Eph 6, 12.
12. a Prou 17, 6a.

48, 6 iuberetur RB M ara prohiberetur P Sch.


10 in specie Sch.
NABOTH, 11,47 - 12,50 169

verso la prop rietà presa a forza e se ne im possessano con iniqua


sopraffazione.
48. Per questo la giustizia divina è provocata e condanna
l'avido con adeguata severità dicendo: Hai ucciso ed hai preso
possesso d ell’eredità. Per questo, nel luogo ove i cani hanno leccato
il sangue di Naboth, li i cani leccheranno il tuo sangue e le m eretrici
si laveranno nel tuo sangue. C om e è giusta, com e severa è questa
sentenza, secondo cui p er quella m orte crudele s, che ha inflitto
all’altro, lui stesso è condannato 6 a pagare con la p rop ria orrib ile
m orte. D io osserva il p o vero insepolto e perciò decide che il ricco
giaccia insepolto, perché anche da m orto paghi la pena della sua
iniquità, lui che ha ritenuto che non si dovesse aver pietà nem m e­
no di un m orto. E cosi il cadavere co p erto dal sangue d elle sue
ferite m anifestò nel genere 7 di m orte subito la crudeltà della sua
vita. Quando il p o vero sopportò queste crudeltà, il ricco veniva
rim proverato, quando il ricco le subì, il p o vero era vendicato.
49. E che cosa vu ol dire che le m eretrici si lavarono nel suo
sangue, se non forse esprim ere che in quella crudeltà del re vi
era una perfidia com e di m eretrice 8 oppu re una bram osia sangui­
naria, dal m om ento che fu cosi bram oso da desiderare un orto,
cosi sanguinario da u ccidere un u om o per un orto? Una pena
adeguata, degna d e ll’avidità, distrugge l'avido. Del resto anche
Gezabele fu m angiata dai cani e dagli uccelli del cielo, per m ostra­
re che la tom ba del ricco divien e preda d ello spirito m aligno.
Evita dunque, o ricco, una sim ile fine. M a eviterai una sim ile fine,
se eviterai un sim ile infam e com portam ento. N on essere com e
Achab, non desiderare la p rop rietà vicina. N on abiti con te Geza­
bele, l’avidità m ortale, che ti convince a com m ettere azioni sangui­
narie, che non frena le tue bram e ma le eccita, che ti rende ancor
più triste, anche se hai raggiunto il possesso d elle cose desiderate,
che ti lascia nudo, anche se sei diventato ricco.
12. 50. Ogni uom o facoltoso infatti si ritiene povero, per
è convinto che gli manchi tutto q u ello che è posseduto da altri.
Desidera fortem en te tutto il m ondo, lui, le cui bram e il m ondo
non può contenere invece tutte le ricchezze appartengono a c o lu i
che è fedele 2. Sfugge il m ondo in tero colui che, considerando la

5 m ortis acerbitatem', cf. C ic e ro n e , Sest. 83; A m b ro g io , la c. 1, 6, 25 (C S E L , 32,


2, p. 20, 5) m ortis acerbitatem sentire.
6 Schenkl hia la lezione p ro h ib e re tu r di P, m a pare proprio che la frase cosi
costituita non possa dare un senso com patibile con il contesto. La traduzione di
M cG uire si adatta al contesto («h o w just, how severe a sentence: that he should
be prevented from separating from thè h orror o f his ow n death thè same bitterness
of death which he had inflicted upon thè other!»), ma nell’insieme è forzata e, in
particolare, è inaccettabile l’interpretazione di h orrore dissoluere. La traduzione
di H uhn convince ancor meno. Perciò ho adottato, con la M ara, iuberetur.
7 N o n m i p are n ec essa ria la c o n g e ttu ra in specie d i S chen kl, p e rc iò h o restituito
in speciem , lezion e attestata d a lla p arte p iù a u to re v o le d e lla trad izio n e (cf. Livio,
23, 47, 6 u ox in p ro u e rb iu m p rod ita ).
8 meretricia... perfidia: cf. epist. 2, 12 (P L 16) om n is perfidia... m eretrix.
12.1 Cf. supra, 1, 2 terra quae uiuentis n on co ep it affectum.
2 La citazione di Prov 17,6a, non notata da Schenkl, è stata rilevata da McGuire.
La Vulgata non ha questo versetto, m a esso è attestato dai Settanta. A m brogio lo
170 DE NABVTHAE, 12, 50-52

secundum historiam ait, secundum aenigm ata autem diues ad


pauperem : Inuenisti me inim icus meus b. Quam m isera conscientia,
quae se proditam doluit!

51. Et dixit Helias ad eum: In u e n i quoniam fecisti m alum


conspectu d o m in ic. Rex ille erat et rex Sam ariae Achab, H elias
pauper et indigens panis, cui defuisset uictus substantia, nisi corui
alim oniam m inistrassentd. A d eo deiecta erat conscientia peccato­
ris, ut nec regalis potentiae fastu adtolleretur. Itaque quasi uilis
et degen er inuenisti m e inquit inim icus meus et deprehendisti in
m e quae latere credebam . Nulla m entis m eae occulta te fallunt;
inuenisti me, patent tibi uulnera mea, captiuitas praesto est.
Peccator inuenitur, cum iniquitas eius proditur, iustus autem dicit:
Igne me examinasti, et non est inuenta in me iniquitas e. Adam cum
lateret, inuentus e s t f, M oysi autem nequaquam inuenta est sepul­
tura e, inuentus est Achab, non inuentus Helias h, et sapientia dei
dixit: Quaerent me m ali et non inuenient Vnde et in euangelio
Iesus quaerebatur et non inueniebatur *. Culpa igitur auctorem
suum prodit. Vnde et Thesbites ait: In u e n i quoniam fecisti malum
in conspectu d o m in im, quia culpae reos tradit dominus, innocentes
autem non tradit in potestatem inim icorum suorum. Denique
Saul quaerebat sanctum Dauid et inuenire non poterat, Dauid
u ero sanctus regem Saul, quem non quaerebat, inuenit, quoniam
tradidit eum dom inus in potestatem ipsius n. Captiua igitur opu­
lentia est, paupertas libera.

52. Seruitis, diuites, ac m iseram quidem seruitutem,


seruitis errori, seruitis cupiditati, seruitis auaritiae, quae expleri
non potest. Gurges quidam insatiabilis rap id ior est, cum inlata

b3 Reg 20 (21), 20.


c Ibid.
d Cf. 3 Reg 17, 6.
= Ps 16 (17), 3.
f Cf. Gen 3, 8 s.
s Cf. Deut 34, 6.
hCf. 4 Reg 2, 11.
> Prou 1, 28.
> Cf. Io 8, 21.
m3 Reg 20 (21), 20.
"C f. 1 Reg 23, 15; 24, 4 s.; 26, 4.

51, 14 dominus Iesus RB Mara.


NABOTH, 12, 50-52 171

propria coscienza, tem e di essere colto sul fatto. E perciò secondo


la storia Achab dice ad Elia, m a in allegoria 3 il ricco dice al
p overo: M i hai scoperto, o m io nemico. C om e è m isera quella
coscienza che si lam enta di essere stata svelata!
51. Ed Elia gli disse: H o scoperto che hai fatto ciò che è male
agli occh i del Signore. Quello era re e precisam ente il re Achab
di Samaria; Elia era p o vero e bisognoso di pane: gli sarebbe
m ancato il sostentam ento del cibo, se i corvi non gli avessero
procurato l'alim ento. Tanto era stata prostrata la coscienza del
peccatore, che non p oteva essere risollevata nem m eno dallo
splendore della sua potenza regale. Perciò, com e una persona
abietta e ignobile, dice: M i hai scoperto, o m io nemico, e hai colto
in m e quello che cred evo fosse nascosto. Nessun segreto della
m ia m ente sfugge alla tua conoscenza; m i hai scoperto, ti sono
conosciute le m ie ferite, la m ia cattura è prossima. È scoperto
peccatore, quando è svelata la sua iniquità; il giusto invece dice:
M i hai provato c o l fuoco, e in me non si è trovata iniquità. Adamo,
m entre era nascosto, fu scoperto, di M osè invece non fu mai
scoperta la tomba. Achab fu scoperto, Elia no, e la sapienza di
Dio disse: I malvagi m i cercheranno e non m i troveranno. Perciò
anche Gesù, com e è d etto nel Vangelo, era cercato e non lo si
trovava. Dunque il peccato svela il suo autore. Per cui anche il
T h esb ita 4 disse: H o scoperto che hai fatto ciò che è male agli occhi
del Signore, perché il Signore consegna i colpevoli, ma non conse­
gna gli innocenti in p otere dei suoi nemici. Infatti Saul cercava
il santo Davide e non p o teva trovarlo, il santo Davide invece
tro vò il re Saul, che non cercava, perché il Signore lo consegnò
in suo potere. Dunque l’abbondanza è prigioniera, la p overtà è
lib e r a 5.
52. Siete schiavi, o ricchi, e la vostra schiavitù è m iserevole,
perché siete schiavi d ell’errore, schiavi della cupidigia, schiavi
d e ll’avidità, che non può essere soddisfatta. È com e un vortice

cita anche in expl. ps. 48 17 (C S E L 64, p. 371, 16, m a la citazione non vi è registrata);
epist. 2, 11 (P L 16); epist. 10, 4 (C S E L 82, 1, p. 74, 31 s.); epist. 14, 86 (C S E L 82, 3,
p. 281, la citazione non vi è segnalata); off. 2, 14, 66 e 3, 1, 7 (SA E M O 13, pp. 220
e 278, ove manca il rinvio); Abr. 2, 7, 37 (C S E L 32, 1, p. 593, 3), luogo molto
interessante perché vi si afferm a che il passo biblico anticipa una massima della
dottrina stoica; ibid. 2, 10, 77 (p. 629, 12, la citazione non vi è segnalata). Su tutti
questi luoghi e sulle connessioni con la dottrina stoica, che la citazione di Prov
17, 6a rivela, si veda l’am pia analisi di V.R. Vasey, P roverb s 17, 6b (L X X ) and St.
Am brose's M an o f Faith, «A ugustinianum », 14 (1974), pp. 259-276; avverto, però,
che Vasey omette di segnalare la citazione nel De N abuthae di Prov 17, 6a (la
differenza con 17, 6b è puram ente nom inale) e trascura anche quella in la c. 1, 8,
37 (C S E L 32, 2, pp. 28, 23-29, 1); inoltre, alle fonti stoiche citate dallo studioso si
dovrà aggiungere quella, dalla quale tutte le altre probabilm ente dipendono,
costituita da un frammento di Crisippo: S V F 1, fr. 220 ( A r n im ).
J Sul valore di aenigm a nell’esegesi am brosiana si veda P iz z o l a t o , La dottrina
esegetica..., pp. 85 s.; a proposito di questo luogo vi si legge: « è questo un uso di
evidente ascendenza classica e filoniana, laddove aenigm a è accostato all’interpre­
tazione intellegibile a chiara finalità m orale».
« Elia (cf. 3 Re 17, 1).
5 T raccia d i u n p a r a d o s s o stoico; cf. V a s e y , The socia l Ideas..., p. 69.
172 DE NABVTHAE, 12, 52-53

dem ergit, et putei m od o cum exundat caeno inquinatur, terram


adrodit nihil sibi profuturam . Vel hoc uos adm oneri conuenit.
Puteus enim, si nihil haurias, inerti otio et degeneri situ facile
corrumpitur, exercitus autem nitescit ad speciem , dulcescit ad
potum . Ita et acernus diuitiarum cum ulo harenosus speciosus est
usu, otio autem inutilis habetur. Deriuato igitu r aliquid de hoc
puteo. Ignem ardentem restinguet aqua et elemosyna resistet pecca­
tis °, aqua autem statiua cito uerm is facit. N on stet thensaurus
tuus nec stet ignis tuus. Stabit in te, nisi eum operibus tuae
m iserationis auerteris. In quantis sis, diues, incendiis considera.
Tua uox est dicentis: Pater Abraham, dic Lazaro, ut extrem um digiti
sui intinguat in aqua et refrigeret linguam meam p .

53. Tibi igitu r p roficit quidquid in op i contuleris, tibi cre


quidquid minueris. Te illo quem pauperi dederis cibo pascis,
quoniam qui m iseretu r pauperis ipse pascitur et fructus iam in
his est. M isericord ia sem inatur in terra, in caelo germ inat, planta­
tur in paupere, aput deum pullulat. Ne dixeris inquit deus: Cras
dabo i. Qui non te patitur dicere: Cras dabo, qu om odo patitur
dicere: non dabo? N on de tuo largiris pauperi, sed de suo reddis;
quod enim com m une est in om nium usum datum solus usurpas.
Om nium est terra, non diuitum, sed pauciores qui utuntur suo
quam qui non utuntur. Debitum erg o reddis, non largiris indebi­
tum. Id eoqu e tibi dicit scriptura: D eclina pauperi anim am tuam
et redde debitum tuum et responde pacifica in mansuetudine r.

O Eccli 3, 30 (29).
p Lc 16, 24.
q Prou 3, 28.
r Eccli 4, 8.

52, 5 adradit R B 2 Mara.


53, 9 sq. qui utuntur suo quam qui non utuntur c o n ie c i qui non utuntur suo quam
qui utuntur codd.
NABOTH, 12,52-53 173

insaziabile 6, che diventa ancor più vorace quando inghiotte le


cose che vi si gettano e, quando esce dagli argini, si intorbida
com e un pozzo e trascina via la terra che non gli è di nessuna
u tilità 7. Anche con questo esem pio è opportuno am m onirvi. Il
pozzo 8, infatti, se non vi attingi mai, facilm ente si inquina p er la
stagnante im m obilità e p er il degradante abbandono, se invece
è usato, la sua acqua appare lim pida ed è piacevole a bersi. Cosi
anche le ricchezze accumulate, polverose quando sono ammassa­
te, risplendono quando sono usate, m a se sono lasciate inutilizzate
sono inservibili. Si attinga, dunque, da questo pozzo. L’a cqua spe­
gnerà il fuoco che brucia e l ’elemosina vincerà i peccati, l’acqua
stagnante invece produce subito verm i. N on stia inutilizzato il
tuo tesoro e non resti acceso il tuo fuoco. Incom berà su di te, se
non lo allontanerai con le op ere della tua m isericordia. Considera,
o ricco, da quali grandi fiam m e sei avvolto. È la tua vo ce che
dice: Padre Abramo, d i’ a Lazzaro che intinga l ’estremità del suo
dito n e ll’acqua e p o rti sollievo alla mia lingua.
53. Dunque giova a te tutto ciò che avrai dato al bisogno
aumenta p er te tutto q u ello di cui ti sarai privato. Sei tu che ti
nutrì di quel cib o che avrai dato al povero, perché chi ha m iseri­
cordia del p o vero si nutre e questo è già un vantaggio. Se si
semina la m isericordia sulla terra, germ oglia in cielo; se la si
pianta nel povero, fruttifica presso Dio. Dio dice: N on dire: Darò
domani. Lui che non sopporta che tu dica: Darò domani, com e
sopporterà che tu dica: «N o n d a r ò » 9? Tu non dai del tuo al
povero, m a gli rendi il suo; infatti la prop rietà comune, che è
stata data in uso a t u t t i10, tu solo la u s i11. La terra è di tutti, non
dei ricchi, ma sono in m in or num ero quelli che usano di ciò che
loro appartiene che quelli che non ne usano 12. Dunque restituisci
il dovuto, non elargisci il non dovuto. E cosi la Scrittura ti dice:
R ivo lg i al povero la tua attenzione e rendigli il dovuto e rispondigli
con parole mansuete.

6 Cf. supra, 6, 28 in exp leb ilis quidam gurges diuitiarum .


7 Cf. supra, 9, 42 d iu itu m auaritia... quae est u an um p roflu u iu m , q u od om nia
flu u ii m od o rapiat et n u lli usui p rofu tu ra transducat.
I L’esem pio del pozzo e il tema dell’utilità delle ricchezze sono tratti da B a s il io ,
PG 31, 272 B.
’ Cf. ibid., 276 A.
10 Cf. ibid., 276 B ’iSiov èainou xptivtov t ò x o i v w ? ic à a x x ax à t t j v xpf\at,\> ■rcpoxei-
|J,EVOV.
II H o tradotto usurpas con «u s i», seguendo l’indicazione di L. O ra b o n a , L 'u su r-
p a tio ’ in un passo di S. A m b ro g io (D e off. I, 28)..., «A ev u m », 33 (1959), p. 499, nota
24, e non solo per la ragione ivi addotta — la presenza di solus — , ma anche
perché vedo corrispondenza di significato fra questo verbo e u tu n tu r ripetuto
nella frase seguente.
12 H o giudicato corrotto il testo tràdito finora stampato da tutti gli editori:
p a uciores q u i n on u tu n tu r suo qua m q u i utuntur, che sarebbe non solo in contrasto
con questo contesto, m a addirittura sottrarrebbe motivazione sociale all’intero
trattato, che è diretto contro l'accumulazione dei beni nelle mani di pochi ricchi;
cf. supra, 3, 11, dove si parla ripetutamente di p a u ci diuites. Paleograficamente lo
scambio fra q u i n on u tu n tu r e q u i u tu n tu r è spiegabile.
174 DE NABVTHAE, 13, 54-55

13. 54. Quid enim superbias, diues? Quid dicas pauperi:


li m e tan gere»? N onne sic utero conceptus et natus ex u tero es,
quem adm odum est pauper natus? Quid te iactas de nobilitatis
prosapia? Soletis et canum uestrorum origines sicut diuitum
recensere, soletis et equorum uestrorum nobilitatem sicut consu­
lum praedicare. Ille ex illo patre generatus est et ex illa m atre
editus, ille auo illo gaudet, ille se proauis adtollit. Sed nihil istud
currentem iuuat; non datur nobilitati palma, sed cursui. D efor­
m ior est uictus, in quo et nobilitas periclitatur. Caue igitur, diues,
ne in te erubescant tuorum m erita maiorum, ne fo rte et illis
dicatur: «C u r talem instituistis, cur talem elegistis heredem ?».
N on in auratis laquearibus nec in porphyreticis orbibus heredis
est m eritum . Laus ista non hominum, sed m etallorum est, in
quibus hom ines puniuntur. Per egentes aurum quaeritur et egen ­
tibus denegatur. Laborant ut quaerant, laborant ut inueniant quod
habere non norunt.

55. M iro r tamen, cur eo uos, diuites, iactandos putetis, cu


aurum m ateria magis offensionis quam com m endationis gratia
sit; lignum enim offensionis est et aurum, et uae his qu i sectantur
illu d a. Denique benedicitur diues, qu i inuentus est sine macula et
qu i post aurum non abiit nec sperauit in pecuniae thensauris b. Sed
quasi is cognitus esse non possit, eum sibi desiderat dem onstrari.
Quis est? inquit et laudabimus e u m c. Fecit enim quod m irari magis
quasi nouum quam quasi usitatum recognoscere debeamus. Ita­
que qui in diuitiis potuerit conprobari, is u ere perfectus et dignus
est gloria. Q ui potu it inquit transgredi et non est transgressus, et

13. a Eccli 31, 7.


b Eccli 31, 8.
= Eccli 31, 9.

54, 2 in utero RB Mara.


NABOTH, 13, 54-55 175.

13. 54. Perché insuperbisci, o ricco? Perché dici al pov


«N o n toccarm i»? N on sei stato concepito in un utero 1 e non sei
nato da un utero com e è nato il p o vero? Perché ti vanti per la
nobiltà della tua origine? Siete soliti parlare anche d elle origini
dei vostri cani com e fossero quelle di ricchi; solete esaltare anche
la nobiltà dei vostri c a v a lli2, com e fosse quella di consoli. Q uello
è fig lio di quel tale padre e di quella certa madre, quell'altro
vanta quel nonno, q u ell’altro si gloria per i suoi bisavoli. Ma a
chi corre non serve nulla di tutto questo; non gli è data la palma
a titolo di nobiltà, ma p er la corsa. Chi è vinto deve sopportare
ancor più vergogna, p rop rio perché anche la sua nobiltà è um ilia­
ta. Bada dunque, o ricco, che in te non siano disonorati i m eriti
dei tuoi antenati, che non si dica anche a loro: «P erch é avete
allevato una persona sim ile? Perché lo avete scelto com e ere d e? ».
I m eriti d e ll’erede non consistono nei soffitti d o r a t i3 né nei
mosaici di p o rfid o sul pavim ento 4. Di queste cose hanno il m erito
non gli uom ini, ma le m iniere, nelle quali gli uom ini scontano le
loro pene. Con il la voro dei p o veri si cerca l’oro che ai p o veri è
negato. Lavorano per cercare, lavorano p er procurare ciò che
non possono possedere.
55. E m i stupisco che vo i ricchi pensiate di vantarvene, d
m om ento che l’oro è piuttosto causa di inciam po 5 che m otivo
d ’onore; infatti anche l'oro è causa d'inciam po 6, e guai a coloro
che ne vanno in cerca. Infatti è benedetto il ricco che è stato
trovato senza peccato e che non è andato in cerca d'oro né ha
sperato nei tesori di denaro. Ma, com e se non fosse noto, desidera
svelarlo. Chi è ? — dice — e g li daremo lode. Infatti ha fatto una
cosa che noi dobbiam o am m irare com e una novità piuttosto che
riconoscere com e qualcosa di usuale. Dunque colui che, pur viven ­
do fra le ricchezze, lo si è potu to approvare, costui è veram ente
perfetto e degno di gloria. Questi poteva trasgredire — dice — , ma

13.‘ Cf. B a s il io , P G 31, 276 B.


2 Cf. ibid., 285 A e A m b r o g io , expl. 'ps. 1 46 (C S E L 64, p. 38, 14 ss.) q u id gloriaris,
quia m ulta te seruitia am biunt, m u lti a m ic i tegunt latera tua, p lu r im i te eq u i secuntur,
q u o ru m n obis enarres prosa pia m et tam quam m a io ru m su oru m genus?
3 Opportunam ente M cG uire rinvia a exam. 6, 8, 52 (C S E L 32, 1, p. 244, 2 ss.),
dove ritroviamo l'espressione aurata laquearia e un certo parallelism o di pensiero:
om nibus in co m m u n e elem enta donata sunt, patent aeque diuitibus atque pauperibus
ornam enta m undi. N u m q u id p u lch rio ra pretiosissim aru m d o m o ru m aurata laquearia
quam ca eli facies stellis insignita fulgentibtis? Cf. anche V ir g il io , Aen. 1, 726.
4 in porph yreticis o rb ib u s : può indicare o il rivestimento delle pareti (cf. S e n e c a ,
epist. 86, 6 pa u per sibi u idetur ac sordibus, n isi parietes magnis et praetiosis orbibus
refu lserun t) o il pavimento (m osaici fatti di dischetti m arm orei). H o optato per la
seconda soluzione, anche perché cosi suggerisce G io v e n a l e , 11, 175 q u i Lacedaem o­
n iu m pytismate lu b rica t orbem . Di rivestimento delle pareti e del pavimento si
parla anche oltre in 13, 56.
5 materia... offen sion is: il senso è quello della seguente espressione lig n u m
offension is; cf. nota seguente.
6 lignum ... offensionis-, è calco su Eccli 31, 7 ^uXov npouxó^HaToq che ha il
m edesim o significato della più nota espressione X id oq Ttpoo~>có[j:|j.aToc; (petra offen­
sionis = pietra d ’inciampo), che ricorre per es. in Rom 9, 32.33.
176 DE NABVTHAE, 13, 55-57

facere mala et non fe c itd. Aurum ergo uobis, in quo tanta erroris
inleceb ra est, non tam sua gratia quam hom inum poena com ­
mendat.

56. An uos am pla extollunt atria, quae magis debent conp


gere, quia cum populos capiant, uocem excludunt pauperis?
Quamquam nihil prosit audiri eam, quae etiam audita nihil p rofi­
cit. Deinde non ipsa uos pudoris aula adm onet, qui aedificando
uestras uultis superare diuitias nec tam en uincitis. Parietes uesti-
tis, nudatis homines. Clamat ante dom um tuam nudus, et neglegis:
clam at hom o nudus, et tu sollicitus es quibus m arm oribus paui-
m enta tua uestias. Pecuniam pauper quaerit, et non habet: panem
postulat hom o, et equus tuus aurum sub dentibus mandit. Sed
delectant te ornam enta pretiosa, cum alii frum enta non habeant:
quantum, o diues, iudicium tibi sumis! Populus esurit, et tu horrea
tua claudis: populus deplorat, et tu gem m am tuam uersas. Infelix,
cuius in potestate est tantorum animas a m orte defen d ere et non
est uoluntas! Totius uitam popu li poterat anuli tui gem m a seruare.

57. Audi plane qualis diuitem deceat praedicatio. Liberaui


inquit pauperem de manu potentis et orphanum, cu i non erat adiu-
tor, adiuui. Benedictio p e ritu ri super me uenit, os autem uiduae me
benedixit. Iustitiam induebar, oculus eram caecorum, pes autem
claudorum ; ego eram pater in firm oru m e. Et infra: Ante fores meas
non habitauit hospes, ostium autem m eum o m n i uenienti patuit. Si
autem et peccaui inprudens, non celaui culpam meam neque reueri-
tus sum m ultitudinem plebis, ut non adnuntiarem praesentibus eis.
S i passus sum infirm um exire ostium m eum uacuo sinu f. Cautionem
quoque quam habuit debitoris scissam sine recuperatione debiti
reddidisse m em orauit. Nam quid etiam illa replicem , quod in

d Eccli 31, 10.


® Io b 29, 12-16.
f Iob 31, 32-37.

55, 11 male P.
57, 10 si quam a liq u i codd. Mara.
NABOTH, 13,55-57 177

non ha trasgredito, e fare il male 7 e non lo ha fatto. Dunque l’o ro


che esercita cosi forte attrattiva alla colpa, lo rende a v o i gradito
non tanto il suo pregio quanto piuttosto la sofferenza d egli uo­
mini.
56. 0 vi vantate p er gli am pi a t r i8, che piuttosto d o vreb b ero
rattristarvi, perché m entre accolgono fo lle di gente, escludono la
voce del p overo? Quantunque non g io v i a nulla che questa voce
sia ascoltata, dal m om ento che, anche se è ascoltata, non ottiene
alcun vantaggio. Inoltre, nem m eno il vostro palazzo suscita ve rg o ­
gna in voi, che n ell'ed ificarlo vo lete superare le vostre ricchezze,
ma senza riuscirvi. Rivestite le pareti, spogliate gli uom ini. Davanti
alla tua casa il p o vero grida, e tu non gli dai ascolto: grida un
uom o nudo e tu ti preoccupi di scegliere i m arm i con cui ricop rire
i tuoi pavim enti. Il p o vero procura 9 denaro, e non ne possiede;
l’uom o chiede pane, e il tuo cavallo fra i denti mastica un freno
d ’oro 10. Ma a te piacciono ornam enti preziosi, m entre gli altri
non hanno frum ento; quale terrib ile sentenza porti sul tuo capo u,
o ricco! Il p o p o lo ha fame, e tu chiudi i tuoi granai; il p o p olo
piange, e tu gioch erelli con la gem m a del tuo anello. Disgraziato,
puoi salvare dalla m orte la vita di tanta gente e non lo vuoi! La
gem m a del tuo anello avrebbe potu to salvare la vita d e ll’intera
popolazione n .
57. Ascolta bene quale vanto si addica al ricco. H o liberato
— dice — dalla m ano del potente il povero ed ho aiutato l ’orfano
che non aveva chi lo soccorresse. È su di me la benedizione di chi
sta p er soccombere, e m i ha benedetto la bocca della vedova. M i
rivestirò di giustizia, sarò l ’occh io dei ciechi, piede degli zoppi; sarò
padre degli infermi. E oltre: L’ospite non ha passato la notte davanti
alla mia porta, e la porta di casa mia si è aperta ad ogni viandante.
Se p o i ho peccato imprudentemente, non ho nascosto la mia colpa
né ho temuto la m oltitudine della gente tanto da non rivelarla in
sua presenza. N o n ho permesso che il malato uscisse di casa mia a
m ani vuote. Ha anche ricord ato di aver restituito strappata la
ricevuta del debitore senza aver recuperato il debito 13. E perché

7 La lezione m ala accolta dalla M ara è anche confortata dall’edizione della


B ib lia La tina iuxta La tin a m Vulgatam u ersionem , 12. Sirach, Rom a 1964.
8 Cf. VIRGILIO, Aen. 1, 726 p e r am pla u olu ta n t atria.
9 A ll’espressione p ecu n ia m p a u p er q u a erit finora è stato comunemente attribui­
to questo significato: « i l povero cerca denaro». C redo che quaerere abbia qui il
valore pregnante di «p ro c u ra re », «gu a d ag n are », cosicché il pensiero espresso da
A m brogio acquista tutt’altro vigore e più precisa diventa l’antitesi fra i due elem en­
ti del prim o ‘colon’ (p e cu n ia m p a u p er quaerit/et non habet), che altrimenti non
reggerebbe il confronto con il rilievo dram m atico dell'opposizione nel secondo
‘colon’ (pa n em p ostulat h o m o /et equus tuus...). Del resto qui si riprende un concetto
sviluppato sopra alla fine del § 54, e il confronto è assai illuminante.
10 Cf. VIRGILIO, Aen. 7, 279 tecti auro, fu lu o m m a n dun t sub dentibus aurum .
11 P robabile allusione a Giac 3, 1 n olite p lu res m agistri fieri, fratres mei, scientes
qu o n ia m m aius iu d iciu m sum itis (Vulgata).
12 Concetti simili in BASILIO, PG 31, 292 A. Similmente anche AGOSTINO, in ps.
147, 12 (C C L 40, p. 2148); serm. 61, 11, 12 (P L 38, 414); cf. anche supra, 5, 25.
13 Analogo pensiero in off. 1, 32, 168 (S A E M O 13, p. 126) est etiam illa ben iu olen-
tiae liberalitas, ut, si q u od habès debitoris ch irogra ph um , scindens restituas, n ih il a
debitore consecutus debiti. Q u od exem plo su i facere nos debere Io b sanctus admonet.
178 DE NABVTHAE, 13, 57 - 14, 59

om ni in firm o fleuisse se dicit et ingemuisse, cum u ideret uirum


in necessitate, se autem in bonis, sed tunc sibi m agis fuisse dies
m alorum e, cum se habere cerneret et alios indigere? Si hoc ille
dicit, qui numquam uiduae fecit oculum tabescere, qui numquam
solus panem suum manducauit et non orphano tradidit, quem a
iuuentute sua nutriuit aluit instituit parentis affectu, qui num­
quam nudum despexit, qui m orientem operuit, qui uelleribus
ouium suarum infirm oru m calefecit um eros h, non oppressit pu­
pillum, num quam diuitiis delectatus est, num quam gratulatus est
lapsu inim icorum suorum, si qui fecit haec de summis coepit
egere diuitiis, si nihil ex patrim on io tanto nisi solum fructum
m isericordiae reportauit, quid de te futurum est, qui tuo nescis
uti patrim onio, qui in summis diuitiis dies sustines m endicitatis,
quia nulli largiris, nulli subuenis?

14. 58. Custos ergo tuarum es, non dominus facultatum


aurum terrae infodis, m inister utique eius, non arbiter. Sed ubi
thensaurus tuus, ibi et c o r tuum a. Ergo in illo auro cor tuum terrae
infodisti. Vende potius aurum et em e salutem, uende lapidem et
em e regnum dei, uende agrum et red im e tibi uitam aeternam.
Vera allego, quia uerba adstruo ueritatis. S i uis perfectus esse
inquit, om nia quaecumque habes uende et da pauperibus, et habebis
thensaurum in caelo b. Et noli contristari, cum haec audis, ne
dicatur et tibi: Quam difficile qu i pecunias habent in regnum dei
in tra b u n tc. Magis cum haec legis, considera quia ista tibi potest
m ors eripere, potestas superioris tollere, deinde quia peteris par-
ua pro magnis, caduca pro aeternis, thensauros pecuniae pro
thensauris gratiae. Isti corrumpuntur, illi permanent.

59. Considera quia hos non solus possides. Possidet tecu


tinea, possidet aerugo, quae consum it pecuniam d. Has tibi consor­
tes auaritia dedit. V id e autem quos tibi det gratia debitores:

6 Cf. Io b 30, 25-27.


h Cf. Io b 31, 16-20.
14. a Mt 6, 21.
bM t 19, 21 s.
c Mc 10, 23 (M t 19, 23).
d Cf. Mt 6, 20.

12 dixit R B V Mara.
NABOTH, 13,57 - 14,59 179

ripetere quanto egli dice, che cio è ha pianto e fatto lam enti su
ogni malato, quando ved eva un u om o nella necessità m entre egli
era n ell’abbondanza, m a p er lui erano p rop rio quelli i giorni della
sofferenza, quando costatava di possedere beni, m entre gli altri
erano n ell’indigenza? Se dice questo lui, che non fece mai languire
gli occhi della vedova, che m ai ha m angiato da solo il suo pane
negandolo all’orfano, che egli fin dalla giovinezza ha nutrito a lle­
vato educato con affetto di padre, che m ai ha trascurato l’ignudo,
che ha cop erto il m orente, che con la lana d elle sue pecore ha
riscaldato le spalle dei malati, non ha oppresso l’orfano, non si
è m ai rallegrato p er le ricchezze, m ai ha gioito per la caduta dei
suoi nemici, se chi ha fatto questo, da ricchissim o che era, è
diventato bisognoso, se da cosi grande patrim on io nulla ha ricava­
to, se non il solo frutto della m isericordia, che cosa sarà di te
che non sai usare del tuo patrim onio, che pur avendo grandi
ricchezze sopporti giorni di miseria, perché non dai nulla a nessu­
no, nessuno soccorri? 14.
14. 58. Dunque sei custode d elle tue ricchezze non padro
tu che sotterri l’oro, sei al suo servizio, non il suo padrone. Ma
dove è il tuo tesoro, là è anche il tuo cuore '. Dunque in q u ell’oro
hai infossato il tuo cuore. Vendi piuttosto l’oro e com pra la
salvezza, vendi la pietra preziosa e acquista il regno di Dio, vendi
il cam po e riscatta la vita eterna. D ico il véro, perché m etto
insiem e parole di verità. Se v u o i essere perfetto — dice — vendi
tutto quello che hai e dallo ai p o v e r i2, e avrai un tesoro nel cielo.
E non essere triste quando ascolti queste cose, affinché non ti si
dica: Come è difficile che c o lo ro che hanno ricchezze possano entrare
nel regno di D io 3. Soprattutto quando leggi queste parole, pensa
che la m orte può strapparti queste cose, te le può togliere un
potere superiore al tuo, e poi pensa che ch iederesti per te cose
p iccole invece d elle grandi, beni caduchi invece degli eterni, tesori
di ricchezze invece dei tesori di grazia. Questi si corrom pono,
quelli rim angono.
59. Pensa che non sei il solo a possederli; con te li possied
la tignola, li possiede la ruggine, che co rrod e la ricchezza. L’avidità
ti ha dato queste com pagne. M a guarda quali d ebitori ti dà la

14 II giudizio sulla ricchezza è qui chiaram ente influenzato dal testo di G iobbe
(si veda l'apparato delle fonti bibliche). In genere nella concezione veterotestamen­
taria le ricchezze non erano considerate un male, anzi un segno della benedizione
divina. Am brogio ne è consapevole, perciò rivolge la condanna non alle ricchezze,
m a contro l’uso che il ricco peccatore fa di esse: cf. supra, 7, 36; expl. ps. 36 28
(C S E L 64, p. 93, 7 s.) n on ergo diuitia e accusantur, sed diuitiae peccatorum , pleraque
tam en sunt incentiua uirtutum ... non eos q u i habent diuitias, sed eos q u i u ti his
nesciant sententiae caelestis auctoritate condem n at; exp. Lue. 8, 85 (C S E L 32,4, p. 434)
discant n on in facultatibus crim e n haerere, sed in his q u i u ti nesciant facultatibus;
nam diuitiae ut inpedim enta in in p rob is ita in bonis sunt adium enta uirtutis. Non
mancano, tuttavia, luoghi che sem brano contraddire questo orientamento: cf. off.
1, 9, 29 e 2, 27, 133 (S A E M O 13, pp. 38 e 258); in proposito si veda J. Huhn, De
Nabuthae..., pp. 96 s.
14.‘ Cf. B a s il io , PG 31, 285 C.
2 Cf. ibid., 280 B.
3 Cf. ibid., 288 A.
180 DE NABVTHAE, 14, 59-61

Splendidum in panibus benedicent labia iustorum et testimonium


bonitatis illius f ie t e. Facit tibi deb itorem patrem deum, qui pro
munere, quo pauper adiutus est, faenus exsoluit quasi boni d ebi­
tor creditoris. Facit tibi d eb itorem filium, qui ait: E su riu i et dedi­
stis m ih i manducare, sitiui et dedistis m ih i bibere, hospes eram et
collegistis me, nudus et operuistis me f. Quod enim unicuique m ini­
m orum conlatum est sibi dicit esse conlatum e.

60. Nescis, o hom o, struere diuitias. Si uis diues esse, e


pauper saeculo, ut sis d eo diues. Diues fid ei diues est deo, diues
m isericordiae diues est deo, diues sim plicitatis diues est deo,
diues sapientiae, diues scientiae diues est deo. Sunt qui in pauper­
tate abundent et qui in diuitiis egeant. Abundant pauperes, qu o­
rum profunda paupertas abundauit in diuitiis sim plicitatis suae h,
diuites autem eguerunt et esurierunt '. N eque enim otiose scriptum
est: D iu itu m pauperes praepositi erunt et p ro p rii serui dominis
faenerabunt *, quia diuites et dom ini superuacua et mala seminant,
ex quibus fructum non colligant, sed spinas m etant m. Et ideo
pauperibus diuites erunt subditi et serui dom inis spiritalia faen e­
rabunt n, quem adm odum diues rogabat, ut sibi stillam aquae pau­
per Lazarus faeneraret °. Potes et tu, diues, istam im p lere senten­
tiam. L argire pauperi, et dom in o faenerasti; qu i enim largitur
pauperi deum faenera tp.

61. Pulchre autem sanctus Dauid in psalm o septuages


quinto hym num d eo concinens ad Assyrium scriptum, hoc est
aduersus nequitiae spiritalis i Assyrium, inanem ac uanum princi­
pem istius mundi, ita coepit: Notus in Iudaea deus r hoc est non
in diuitibus, non in nobilibus et in potentibus, sed in anima
confitente notus est deus. Et in Istrahel m agnum inquit nom en
eius s, non in principibus et consulibus, sed in eo qui deum uidet;

e Eccli 31, 28.


f Mt 25, 35 s.
6 Cf. Mt 25, 40.
h 2 Cor 8, 2.
i Ps 33 (34), 11.
> Prou 22, 7.
mCf. Prou 22, 8; Ier 12, 13.
n Cf. 1 C o r 9, 11 (?).
o Cf. Lc 16, 24.
p Prou 19, 17.
q Cf. Eph 6, 12.
r Ps 75 (76), 2.
s Ibid.

60, 3 diues est R B V M ara diuites P Sch.


NABOTH, 14,59-61 181

grazia: Le labbra dei giusti benediranno ch i è generoso nel dare il


pane' e ci sarà una testimonianza della sua bontà. Fa si che diventi
tuo debitore Dio Padre, il quale p er l'aiuto ricevu to dal p o vero
paga l’interesse com e un deb itore di un buon creditore. La grazia
fa si che diventi tuo deb itore il Figlio, che ha detto: H o avuto
fame e m i avete dato da mangiare, ho avuto sete e m i avete dato
da bere, ero ospite e m i avete-accolto, nudo e m i avete vestito. Egli
dice infatti che q u ello che è stato dato ad uno dei più piccoli è
stato dato a lui.
60. O uom o, tu non sai accum ulare ricchezze. Se vuoi essere
ricco, sii p o vero p e r il m ondo, p er essere ricco davanti a Dio.
Chi è ricco di fede è ricco davanti a Dio, chi è ricco di m isericordia
è ricco davanti a Dio, chi è ricco di innocenza è ricco davanti a
Dio, il ricco di sapienza, il ricco di scienza è ricco davanti a Dio.
V i sono quelli che, pur essendo poveri, vivon o nell'abbondanza
e qu elli che, pur essendo ricchi, vivon o nel bisogno. I p o veri sono
n ell’abbondanza: la loro grande povertà abbonda nelle ricchezze
della propria in n ocen za 4; i ricch i invece si trovano nel bisogno ed
hanno fame 5. N on a caso infatti è stato scritto: I p overi saranno
preposti ai ricch i e i servi presteranno a interesse ai loro p a d ro n i6,
perché ricchi e padroni sem inano cose inutili e cattive, dalle quali
non raccolgon o frutto, m a m ieton o spine. E perciò i ricchi saranno
soggetti ai p o veri e i servi presteranno ai padroni i beni spirituali,
com e il ricco pregava che il p o vero Lazzaro gli prestasse una
goccia d ’acqua. Anche tu, o ricco, puoi osservare questo insegna­
mento. Dona al p o vero e avrai prestato al Signore 7; infatti chi
dona al povero presta a Dio.
61. Il santo Davide nel salm o settantacinquesimo, cantando
un inno a D io scritto contro il re assiro 8 — cioè contro l’Assiro
d e ll’iniquità spirituale, principe inutile e vacuo di questo m on­
d o — , cosi m olto opportunam ente iniziò: I l D io noto in Giudea,
cioè D io non è n oto fra i ricchi e i potenti, ma n ell’anima fiduciosa.
E aggiunge: Grande è il suo nom e in Israele, non nei principi e

4 La citazione di 2 C or 8, 2 (com e anche quella seguente di Sai 33 [34], 11),


non segnalata da Schenkl, è stata riconosciuta da McGuire; si tratta di una citazione
precisa, anche se ha subito qualche adattamento al contesto in cui è inserita. Le
lezioni profu n d a e in d iuitiis (la Vulgata ha rispettivamente altissima e in diuitias)
sono ampiamente confortate per la Vetus Latina da codici, da citazioni di alcuni
autori e da quelle dello stesso Am brogio: cf. expl. ps. 40 5 (C S E L 64, p. 233, 9 ss.);
expl. ps. 68 12, 21 (C S E L 62, p. 263, 20); exhort. uirg. 10, 65 (P L 16, 371 C); epist. 2,
16 (P L 16, 921 D).
5 Concetti simili e la m edesim a citazione di Sai 33 (34), 11 — non segnalata
in questo luogo da Schenkl — ritroviam o anche in epist. 10,9 ss. (C S E L 82, pp. 77 s.).
6 Strana citazione di Prov 22, 7: il testo originale ebraico recita esattamente
il contrario (com e la Vulgata: diues p a uperibus im perat, et q u i a ccip it m u tu u m serutis
est faenerantis); il greco è parzialmente discorde: itXoucioi tttwxwm apìjouoxv, xaì
oìxÉTai ÌSiott; Seotiótou^ SavioGoxv. Per la Vetus Latina l’unica attestazione, secondo
P. Sabatier, è questa di Am brogio.
7 S u l b u o n u so d e lle r ic c h e z z e i t e s t i p a t r is tic i s o n o n u m e r o s i: cf. p e r es.
L a t t a n z io , diu. inst. 5, 16 (C S E L 19); A g o s t in o , epist. 189, 3 (C S E L 57, p . 132).
8 hymnum... ad Assyrium s c rip tu m : riflette la versione greca di Sai 75 (76), 1
(JjSt) npòq tòv ’AuiTupiov.
182 DE NABVTHAE, 14, 61 - 15, 63

ipse est enim Istrahel, in quo profunda fides ad cogn ition em dei
potuit peruenire.

62. E t factus est inquit in pace locus eius ‘, ubi quietus affect
nullis diuersarum cupiditatum exagitatur fluctibus, nullis auari-
tiae turbatur procellis, nullis diuitiarum quaerendarum ignescit
incendiis. Ipse est qui speculatur aeterna et habitat, in Sion u,
confringens om nia spiritualium instrumenta bellorum , conterens
arcus v, quibus diabolus ignita dirigens ia cu la z graues pectoribus
hom inum solet inurere passiones. Sed illa iacula iusto nocere
non possunt, cui deus lux e s t a, tantumque abest a caligantium
h orrore tenebrarum , ut aduersarius in eo locum habere non
possit, qui etiam principibus se consueuit infundere, sicut infudit
Iudae etiam p rod ito ri b concidens tam quam in silua lig n o ru m c
fid ei ianuas, ut in co r eius haberet ingressum d et aeterni nom inis
tabernaculum e possideret apostolatus conlati m unere dedicatum .
E rgo ille quasi inprobus usurpator concidit ianuas, ut uiolentus
introeat, dom inus autem quasi pius inlustrat seruolos et eoru m
fulgentibus m eritis et claritate uirtutum tenebras m undi huius
inluminat. Hanc pacifici atque mansueti habent aput deum gra­
tiam sobria m entis suae tranquillitate fundati, insipientes autem
cord e turbantur et ipsi sunt sibi prop riae exagitationis auctores,
quia desideriorum suorum uoluuntur aestu et quodam salo fluc­
tuant.

15. 63. Qui sint isti significauit expresse dicendo: Omnes


diuitiarum a. Omnes dixit, nullum excepit. Et bene uiros diuitiarum
appellauit, non diuitias uirorum, ut ostenderet eos non possesso­
res diuitiarum esse, sed suis diuitiis possideri; possessio enim
possessoris debet esse, non possessor possessionis. Quicumque
igitur patrim on io suo tam quam possessione non utitur, qui largiri
pauperi et dispensare non nouit, is suarum seruulus, non dominus
facultatum est, quia alienas custodit ut famulus, non tam quam
dominus ut suis utitur. In huiusm odi ergo affectu dicim us quod
NABOTH, 14,61 - 15,63 183

nei consoli, m a in colui che vede Dio; questo infatti è Israele, nel
quale una fede profon d a è potuta p erven ire alla conoscenza di
Dio.
62. E il luogo dove abita — dice — divenne un luogo di pac
dove la tranquillità d e ll’anim a non è sconvolta dai flutti delle
diverse passioni, non è turbata dalle tem peste d e ll’avidità, non è
attaccata dal fuoco della bram a di cercare ricchezze. È lui che
contem pla i beni eterni e abita in Sion, che distrugge tutte le
arm i d elle guerre spirituali, spezza gli archi con cui il diavolo,
scagliando frecce infuocate 9, suole infiam m are gravi passioni nel
cuore d egli uom ini. M a quelle frecce non possono nuocere al
giusto che possiede la luce di Dio e che è tanto lontano dalla
paura deH’oscurità tenebrosa che nulla su di lui può l'avversario,
il quale suole insinuarsi anche nei potenti, com e si insinuò in
Giuda traditore, abbattendo le porte della fede, com e alberi in
un bosco 10, per po ter entrare nel suo cuore e per poter possedere
l’abitazione del N om e eterno consacrata con il dono d ell’apostola­
to che gli era stato conferito. Perciò quello, com e m alvagio usurpa­
tore, abbatte le porte e irrom p e violentem ente, il Signore invece
a m orevolm en te fa luce sui s e r v i11 e illum ina le tenebre di questo
m ondo con il lum inoso splendore dei loro m eriti e delle loro
virtù. Hanno questa grazia presso Dio i pacifici e i mansueti che
sono sorretti dalla sobria serenità della loro mente, gli insipienti
invece sono turbati nel loro cuore ed essi stessi sono la causa
della propria agitazione, perché sono sconvolti dal fuoco dei loro
desideri e ondeggiano com e p er il m oto del mare.
15. 63. Chi siano costoro la Scrittura lo ha espressam e
indicato, quando ha detto: Tutti gli uom in i della ricchezza. Ha
detto tutti, nessuno eccettuato. E giustam ente li ha chiam ati «u o ­
m ini della ricchezza», non «ricch ezza di u om in i», per m ostrare
che essi non sono possessori di ricchezze, m a sono posseduti
dalle ricchezze; infatti la p rop rietà deve essere del proprietario,
non il prop rietario della prop rietà '. Chi dunque non usa del suo
patrim on io com e di una proprietà, chi non sa donare e distribuire
al povero, questi è servo, non padrone delle sue ricchezze, perché
custodisce le ricchezze altrui com e un servitore, non le usa com e
un padrone usa d elle prop rie ricchezze. Con questo intendim ento,

9 È rim a sta fin o ra cela ta l ’a llu sio n e a E f 6, 16 tela n equissim i ign ea: cosi la
Vulgata, m a la lezion e ignita d i A m b r o g io è a n c h e attestata d a d iversi altri scrittori
e cclesiastici (cf. Vetus Latina, 24, 1. Epistu la ad. Ephesios, h erau sg. von H.J. F r e d e ,
F r e ib u r g 1961-1964, ad loc.).
10 A llu s io n e a Sai 73 (74), 5-6 sicu t in silua lig n o ru m securibus exciderunt ianuas
eius in idipsum.
11 F o rse u n ’a llu s io n e (cf. M c G u ir e , ad lo c.) a Sai 30 (31), 7 illustra faciem tuam
super seruum tuum .
15.1 Il con cetto e sp re sso in q u esta sp ie g a zio n e d e lle p a r o le d e l sa lm o è attin
d a lla d ia trib a stoica: cf. H u h n , De Nabuthae..., p. I l i , che rin via a S e n e c a , uit. b.
22 apud m e diuitiae a liqu em lo cu m habent, apud te su m m um ; ad p ostrem u m diuitiae
meae sunt, tu d iu itia ru m es; ibid., 26 d iuitiae apud sapientem u iru m in senectute
sunt, apud stu ltum in im p erio ; V a l e r io M a s s im o , 9, 4 p r o c u l d u b io h ic n on possidebit
diuitias, sed a d iuitiis possessus est.
184 DE NABVTHAE, 15,63-64

uir diuitiarum sit, non diuitiae uiri. Intellectus enim bonus uten­
tibus eo b, qui autem non intellegit, is utique intellectus sibi gra­
tiam non potest uindicare et id eo som no tem ulentiae consopitus
obdorm iuit. H uiusm odi igitu r uiri som num suum, d o rm iu n tc, hoc
est suum somnum, non Christi dorm iunt. Et qui somnum Christi
non dorm iunt non habent Christi quietem , non surgunt Christi
resurrectione. Qui ait: E go d orm iu i et quieui et surrexi, quoniam
dominus suscipiet me d.

64. In hoc quoque saeculo dorm itant digni habiti increpa


ne caelesti qu i ascenderunt e q u o s e, quos refrenare non poterant.
Legim us alibi dicente ecclesia siue anima: Posuit me currus Amina-
dab f. Si ergo anim a currus est, uide ne equus caro sit, agitator
autem u igor mentis, qui regit carnem et motus eius uelut quosdam
equos prudentiae habenis cohercet. Dorm itauerunt ergo qui
ascenderunt corp oris uoluptates nullo eas m oderam ine gubernan­
tes. Vnde et ascensores eos quam equites uel agitatores maluit
nuncupare. A gitator eten im cum disciplina et arte pro suo equos
arbitrio agitat, ut uel currentes incitet uel reflectat indom itos uel
reu ocet fatigatos uel mansuetos pro sua uoluntate conuertat.
NABOTH, 15,63-64 185

dunque, parliam o di u om o d elle ricchezze, non di ricchezze del­


l’uom o. Infatti l'intelligenza è buona cosa p er c o lo ro che la usano,
chi invece non la usa, questi certam ente non può rivendicare a
sé il p regio d e ll’intelligenza e p erciò si è addorm entato com e
sopraffatto dal sonno dellubriachezza. Dunque uom ini di questo
genere dorm ono il lo ro s on n o: cio è il loro sonno, non di Cristo.
E quelli che non dorm on o il sonno di Cristo, non hanno il riposo
di Cristo, non sorgon o alla risurrezione di Cristo. Lui che ha
detto: Io ho d orm ito ed ho riposato e sono risorto, perché il Signore
m i prenderà con sé.
64. Anche in questo m ondo sonnecchiano quelli che so
stati trovati degni del rim p rovero celeste, qu elli che sono saliti
su cavalli che non hanno potuto tenere a freno. Si legge in un
altro luogo, dove la Chiesa, o l'anima, dice: M i ha reso com e i
carri di Aminadab 2. Se dunque l’anim a è il carro, bada che il
cavallo non sia la carne; l’auriga poi è il vigore della m ente 3 che
governa la c a r n e 4 e rep rim e i suoi im pulsi con le b riglie della
prudenza s, com e fossero cavalli. Sonnecchiarono dunque quelli
che sono m ontati in sella alle passioni del co rp o senza tenerle
in alcun m odo a freno. Perciò la Scrittura ha p referito parlare
di co loro che salgono su cavalli piuttosto che di cavalieri o di
aurighi. Infatti l’auriga guida i cavalli con rigore ed abilità a suo
piacim ento, e cosi li incita, quando corrono, o li trattiene, se sono
inquieti, o li riporta dentro, quando sono stanchi, o, se sono

2 La m etafora di Cant 6, 11, sulla traccia di un passo del Com m ento al Cantico
dei Cantici di Origene, conservato negli E xcerpta Procop ia na , PG 31,211 A, è ancor
più ampiamente sviluppata in Abr. 2, 8, 54 (C S E L 32, 1, p. 608, 1 s.); Isaac 8, 64
(ibid.., p. 687, 22 ss.); u irg in it. 15, 94 (Cazzaniga, p. 44). In tutti e tre questi luoghi
le riflessioni di A m brogio si arricchiscono con riferimenti al mito della biga di
Platone, Phaedr. 246 ss. Sull’uso del Fedro da parte di Am brogio, si veda P.
COURCELLE, N ou v ea u x aspects du p la ton ism e chez saint Am broise, « R E L », 34 (1956),
pp. 226-232, articolo ripreso in R echerches su r les ‘Confessioris’, Paris 19682, pp.
312-319. Su questo argom ento si veda, da ultimo, G. Madec, S a in t Am broise et la
ph ilosoph ie, Paris 1974, pp. 121 ss. Ai luoghi paralleli sopra citati si aggiunga exp.
ps. 118 2, 34 s. (C S E L 62, pp. 40 s.).
3 Con u ig o r m entis tenendo conto dei tratti fondam entali della concezione
antropologica di Am brogio, si intende la parte superiore dell'anima, che governa
l’uom o sapiente e ogni suo moto; cf. W. S e ib e l , Fleisch und Geist beim heiligen
A m brosius, Miinchen 1958, pp. 27-28: « d e r hohere Teil des Seele entspricht dem
Xoyixóv Piatos, dem N ous des Aristoteles und dem T|Y£|J.ov«cóv der Stoa und des
Posidonius. E r tràgt bei Am brosius verschiedene Nam en: mens oder voùq, rationa­
bile, uigor mentis, ratio, animae principale oder uirtus anim ae».
4 II tema del dom inio della mente sulla carne e sui sensi è frequente in
A m brogio e ha una chiara ascendenza stoica: cf. anche Abr. 2, 5, 20 (C S E L 32, 1,
p. 578, 19 ss.) m e rito diues erat Abraham, quia regebat sensus inrationabiles. D enique
et d o m u it et m ansuetos fe d i, ibid., 2, 6, 27 (p. 583, 19) q u i sunt ergo pastores sensuum
nisi praeceptores et quasi quidam rectores et duces e oru m u el m on itores a licuius
serm onis uel m entis nostrae cogitationes?; Iac. 1, 2, 4 (C S E L 32, 2, p. 6, 5 ss.).
5 L’immagine del cavaliere che guida il cavallo, sim bolo della mente che
governa i sensi è cara ad Am brogio: cf. Abr. 2 , 7, 43 (C S E L 32, 1, p. 597, 19) habenas
tenuit, frena rationis in p osu it; exp. ps. 118 19, 19 (C S E L 62, p. 431, 9) ne effrenata
libertate lu x u rie t atque in dom ita feruens cupiditate habenas a n im i regentis abrum pat;
off. 1, 3, 12 (S A E M O 13, p. 28) habet suas habenas m entis sobrietas; u irgin it. 15, 94
(C a z z a n ig a , p. 44, 11 ss.) u elu t cu rru m a gita tor ascendens (C hristus) u erbi habenis
gubernat.
186 DE NABVTHAE, 15, 64-65

Vnde cum reciperetu r Helias et curru quasi ad caelum ferretur,


clam auit ad eum Helisaeus: Pater, pater, agitator Istrahel et eques
ipsius e, hoc est: qui populum dom ini bono ductu regebas constan­
tiae m erito hos accepisti currus, hos equos ad diuina currentes,
quia m oderatorem te humanarum m entium dom inus conproba-
uit, et id eo tam quam bonus auriga certam inis u ictor aeterno
praem io coronaris. In Am bacum propheta quoque lectum est ad
ipsum dom inum dictum : Ascendes supra equos tuos, et equitatus
tuus salus h, agitauit enim apostolos suos, quos per diuersa direxit,
ut toto orbe euangelium praedicarent. Ascendes ait quasi rectori
equorum , non quasi ascensori. Ascendit enim etiam eques, sed
ut regat, non ut tantum m odo sedeat, eo quod desidiosus et p iger
som nolentae p roferre non possit m entis incessum.

65. De equite autem lectum est: E t eques cadet retrors


expectans salutem d om in i '. Etenim quia nem o sine lapsu est,
etiam si quis eques cecid erit et terrenis aliquibus uitiis fuerit
inflexus, si tam en non abiciat spem resurgendi, fretus m iseratione
diuina peruenit ad salutem. De ascensore u ero m anifestum est
indicium, quod reprehensibilis habeatur, quando M oyses ipse ait
in cantico Exodi: Equu m et ascensorem p ro ie cit in mare Et in
Zacharia locutus est dominus dicens: Percutiam om nem equum
in amentia et ascensorem eius in insipientia m. N on dixit solum
equum, sed et ascensorem, q u om od o et in E xodo habes: Equu m
et ascensorem. V bi enim ascensor, qui non potest equum proprium
gubernare, equus quoque fertu r in praeceps et in d om ito furore
in praerupta et periculosa raptatur. Quid igitur uobis in equis
confiditis, diuites? Mendax equus ad salutem n. Quid in curribus
plauditis? H i in curribus et h i in equis, nos autem in nom ine dom ini
magnificabimur. Ipsi obligati sunt et ceciderunt, nos autem surrexi-
mus et erecti sumus °. N olite am are adhinnientes p, nolite, diuites,
frem itu libidinis excitari. Terribilis est dom inus et cui nem o possit
potens et diues resistere i; iudicium caeleste ia cu latu rr.

g 4 Reg 2, 12.
•> H ab 3, 8.
i Gen 49, 17.
> Ex 15, 21.
mZach 12, 4.
" Ps 32 (33), 17.
» Ps 19 (20), 8 s.
p Cf. Ier 5, 8.
qCf. Ps 75 (76), 8 et 13.
r Cf. Ps 75 (76), 9.

65, 17 diuites om . R B V Mara.


NABOTH, 15, 64-65 187

mansueti, li guida com e vuole. Perciò quando Elia fu preso e su


un carro fu com e portato in cielo, Eliseo gli gridò: Padre, padre,
auriga d’Israele e suo cavaliere, cioè: tu che ben governavi il p opolo
del Signore, grazie alla costanza hai ricevu to questi carri, questi
cavalli che corron o verso il divino, perché il Signore ti ha con fer­
m ato m oderatore d elle m enti umane, e perciò, com e un buon
auriga vin citore del com battim ento, sei coronato di un prem io
eterno. Anche nel profeta Abacuc è scritto 6 che al Signore si
dice: M onterai i tuoi cavalli e la tua cavalleria sarà la nostra
salvezza-, infatti spronò i suoi apostoli inviandoli nelle diverse
direzion i perché predicassero l’evan gelo in tutto il m ondo. M onte-
rai dice com e ad un conducente di cavalli, non com e ad uno che
m onta in sella. Infatti anche un cavaliere m onta in sella, ma per
condurre, non per sedere soltanto, perché se è ozioso e pigro
non può far progred ire la m ente oppressa dal sonno.
65. Del cavaliere, poi, è stato scritto: E il cavaliere ca
a ll’indietro attendendo la salvezza del Signore. Infatti, poiché nessu­
no è preservato da cadute, anche se un cavaliere cadrà e si
inclinerà a causa di certi vizi terreni, se però non respingerà la
speranza della risurrezione, forte della m isericordia divina può
giungere alla salvezza. Per chi m onta a cavallo, invece, vi è un
chiaro avvertim en to della sua colpevolezza, nelle parole che M osè
stesso disse nel cantico d e ll’Esodo: Ha gettato in mare cavallo e
chi stava in sella. E in Zaccaria il Signore ha detto: Colpirò ogni
cavallo con la pazzia e chi sta in sella con l'insipienza. N on ha
parlato solo del cavallo, ma anche di chi sta in sella, com e anche
n ell’Esodo sta scritto: Cavallo e ch i sta in sella. Infatti quando in
sella c’è chi non può tenere a fren o il p rop rio cavallo, anche il
cavallo va verso il p recipizio 7 e dalla sua sfrenata irrequietezza
è trascinato in luoghi scoscesi e p e r ic o lo s i8. Perché dunque, o
ricchi, confidate nei cavalli? Fallace è il cavallo per la salvezza.
Perché esultate per i carri? Questi p e r i carri, questi altri p er i
cavalli, n o i invece saremo esaltati nel nom e del Signore. Essi rimase­
ro intrappolati e caddero, n o i invece c i siamo alzati e siamo eretti.
N on abbiate simpatia per i cavalli che nitriscono 9, non eccitatevi,
o ricchi, per lo stim olo della libidine. Terribile è il Signore e a
lui nessuno, p er quanto potente e ricco, può resistere; egli scaglia
il suo giudizio dal cielo.

6 lectu m est', invece di scrip tu m est, come anche lectio significa testo (scritto)
della Sacra Scrittura.
7 Cf. Abr. 2, 7,43 (C S E L 32, 1, p. 598,3 s.) fertu r (equ u s) in praeceps et ascensorem
su um p ro ic it in m are istud huius saeculi.
8 C f. Abr. 2, 6, 27 (C S E L 32, 1, p. 583, 24 s.) in un contesto simile: im petu suo
fe rri et in pra eru p tu m ac p e ricu lu m ruere; u irg in it. 15, 94 (CAZZANIGA, p. 44) ne
u io le n to ru m eq u oru m fu ro re in abrupta ra p ia tur (cu rru s).
9 La metafora del cavallo che nitrisce, per dare cruda rappresentazione della
libidine carnale, è attinta dal linguaggio biblico (cf. G er [V u lg a ta ] 5, 6 unusquisque
ad uxorem p ro x im i su i h in nieb at ; ibid., 13, 27) e spesso usata da Am brogio: Abr. 2,
7, 43 (C S E L 32, 1, p. 597, 21); expl. ps.-36 32 (C S E L 64, p. 96, 13); exam. 6, 3, 10
(C S E L 32, 1, p. 210, 20); exp. ps. 118 4, 8 (C S E L 62, p. 71, 27). Altri luoghi sono
citati da M cGuire, ad loc.; cf. anche GIROLAMO, adu. Io u . 50.
188 DE NABVTHAE, 16, 66-67

16. 66. Bonum est ut iam quiescatis et a flagitiis feria


reueream ini dom in i potestatem . Id e o dictum est parricidae Cain:
Peccasti, quiesce a, ut m odum peccato suo poneret. C ogitationes
uestrae confiteantur dom ino. N on dicatis: non peccauimus. Dixit
Paulus: Etsi rtihil m ih i conscius sum b. A ddid it tam en: Sed non in
hoc iustificatus sum c. Et uos etiam si nihil estis conscii, confitem ini
tam en dom ino, ne quid sit quod uos praetereat. Etenim qui
confitetur dom in o et reliquias cogitationis adhibuerit ad confes­
sionem diem festum d m entis celebrabit arcano et epulabitur non
in ferm ento malitiae et nequitiae, sed in azymis sinceritatis et ueri-
tatise.

67. Itaque in conclusione conuersus ad uos propheta a


Orate et reddite dom ino deo uestro f, id est: nolite dissimulare,
diuites — dies instat — , orate pro peccatis uestris, reddite pro
beneficiis quae habetis munera. Ab ipso accepistis quod offeratis,
ipsius est quod ei soluitis. Dona, inquit, m ea et data mea, hoc est
quae offertis m ihi dona data sunt m ea % ego ea dedi uobis atque
donaui. Denique propheta ait: B on oru m m eorum non in d igesh,
id eo tua tibi offero, quoniam nihil habeo quod non dedisti. Fides
est quae dona conciliat, humilitas est quae oblata com m endat.
Fide Abel plurim a m hostiam optu lit deo ■; id eo super Cain fratris
m unera placuit munus Abel, quia fide uicit. Nam unde pauperis
hostia m agis quam diuitis placet? Quia pauper fid e d itior est,
sobrietate locupletior. Et cum sit pauper, ex illis est de quibus
dicitur: T ib i offerent reges m unera *. N on enim purpuratis offeren ­
tibus, sed motus proprios regentibus Iesus dom inus delectatur,
qui corp orali lasciuiae m entis dom in entur im perio. Orate ergo,
diuites! N on habetis in operibus quod placeat. Orate pro peccatis
uestris atque flagitiis et red dite dom in o d eo uestro munera, red di­
te in paupere, in egen o soluite, in illo in op e faenerate, quem

16. a Gen 4, 7.
b 1 Cor 4, 4.
c Ibid.
dCf. Ps 75 (76), 11.
* 1 C o r 5, 8.
f Ps 75 (76), 12.
8 Cf. 1 Chron 29, 14.
hps 15, 2.
i H e b r 11, 4 (G en 4, 4 s.).
I Ps 67 (68), 30.

67, 1 ait P Sch. dicit p le riq u e codd. Mara.


10 deo ideo] ideo RB deo P Sch.
NABOTH, 16,66-67 189

16. 66. Fareste bene a desistere e, rinunciando alle scell


tezze, a rispettare l’autorità del Signore. Perciò è stato d etto a
Caino, che aveva ucciso il fratello: H ai peccato, desisti, perché
ponesse un freno al suo peccato. I vostri pensieri si palesino al
Signore. N on direte: non abbiam o peccato. Paolo ha detto: Anche
se sono del tutto inconsapevole. Però ha aggiunto: Ma non per
questo sono giustificato. Anche voi, anche se siete del tutto inconsa­
pevoli, palesatevi p erò al Signore, affinché nulla vi sfugga. Infatti
chi si apre al Signore e gli palesa anche i pensieri più nascosti
celeb rerà la festa nel segreto del cuore e banchetterà non con il
lievito di malvagità e di inquità, ma con il pane azimo della sincerità
e della verità.
67. E cosi il salmista alla fine rivo lto a vo i dice: Pregate
ricambiate al Signore D io vostro ', cioè: non m entite, o ricchi, il
giorn o si avvicina, pregate per i vostri peccati, ricam biate con
doni i benefici che avete ricevuto. Da lui avete ricevu to quello
che offrite, è suo q u ello che gli versate. M iei sono i doni e cose
che io vi ho dato; cioè: i doni che m i offrite sono cose che io vi
ho dato; io ve le ho date e donate. Infatti il salmista dice: Tu
non hai bisogno dei m iei beni, p erciò ti offro i tuoi, perché non
ho nulla che tu non m i hai dato. È la fede che rende graditi i
doni, l’um iltà li avvalora. Per fede Abele o ffri un sacrificio m igliore
a D io ; perciò il dono di A b ele fu p referito ai doni del fratello
Caino, perché egli lo superava nella fede 2. Infatti, perché l'offerta
del p o vero è più gradita di quella del ricco? Perché il p o vero è
più ricco di fede, più dotato di sobrietà. E, pur essendo povero,
egli è fra co lo ro di cui si dice: I re ti offriranno i doni. Infatti al
Signore Gesù non piace che siano i porp orati a fargli offerte, ma
c o lo ro che governan o le p rop rie passioni, co loro che dom inano
con la forza della m ente sulla lussuria del corp o 3. Perciò pregate,
o ricchi! N on c ’è cosa gradita nelle vostre opere. Pregate per i
vostri peccati e p er le vostre infam ie e o ffrite al Signore Dio
vostro doni, ricam biategli nella persona del povero, versategli in
quella del bisognoso, prestate a lui com e a un m is e ro A, poiché

16.1 Il senso originario di questo versetto è diverso.


2 Sul sacrificio spirituale di A bele cf. fug. 8, 51 (C S E L 32, 2, p. 203, 17) et ideo
Cain, quia n on acceperat a deo prudentiam , m ale quaesiuit, m ale exiu it in cam pum ,
A bel bene, q u i p erfectu m sa crificii m u n us im p leu it; b on u m enim* sapientiae sa crifi­
cium , bona est hostia fides.
3 Interpretazione tipicamente am brosiana di Sal 67 (68), 30, che utilizza un
concetto originariam ente stoico (regalità e ricchezza del sapiente) e che ritroviamo
anche altrove in Am brogio. Si veda l'analoga interpretazione dello stesso versetto
in Abr. 2, 10, 77 (C S E L 32, 1, p. 629, 15 ss.). Quanto al concetto specifico della
sovranità della mente, espresso anche supra, in 15, 64 e rintracciabile in tutte le
fonti stoiche, rinviam o con M cG uire a C ic e r o n e , rep. 1, 38 et illu d uides, si in
a nim is h o m in u m regale im p e riu m sit, unius fore dom inatum , c o n c ilii scilicet (ea est
e n im a n im i pars optim a), co n s ilio autem dom in an te n u llu m esse libidinibus, n u llu m
irae, n u llu m tem eritate locu m .
4 Altri hanno diversamente inteso in illo paupere. Ho tradotto tenendo presente
un analogo concetto in Tob. 16, 55 faenerate ergo d o m in o pecu n ia m uestram in
m anu pauperis.
190 DE NABVTHAE, 16,67-69

placare p rop ter flagitia uestra a liter non potestis. Quem u ltorem
tim etis facite debitorem . N o n accipiam inquit de dom o tua uitulos
neque de gregibus tuis hircos, quoniam meae sunt omnes ferae
siluarum m. Quidquid optuleritis, inquit, m eum est, quia totus
orbis est meus. N on exigo quae m ea sunt; est quod de uestro
possitis o fferre studium deuotionis et fidei. N on sacrificiorum
am bitione delector; tantum m odo, o hom o, im m ola deo sacrificium
laudis et redde altissimo uota tua n.

68. Aut certe, si placet, sic accipiamus: quoniam dixit obd


misse somnum suum diuites °, increpationes dom ini praem isit in
eos, terrorem subtexuit, potentiam praedicauit, cui nec diuites
resistant. Conuersus ad uniuersos ait: diuites dorm itent, diuites
increpentur, uos orate et reddite dom ino deo uestro omnes, qu i in
circu itu eius offerunt m unera p, id est agite gratias, pauperes, quia
non est personarum acceptor deus Illi diuitias struant, condant
pecuniam, auri aggerant argentique thensauros; uos orate, qui
aliud non habetis; uos orate, qui hoc solum habetis, quod est
auro pretiosius et argento r. Vos reddite munera, qui a dom in o
non receditis, qu i estis in circuitu, quoniam qui eratis longe facti
estis prope s. Qui autem prope sibi uidentur esse per diuitias ac
potentiam longe facti sunt p rop ter auaritiam. N em o enim foris
est nisi quem culpa excluserit, ut eiecit Adam de paradiso et
exclusit Euam, nem o longe nisi quem flagitia prop ria relegauerint.

69. Ergo uos prop e positi orate et red dite m unera terrib ili
et ei qu i aufert spiritum principum , terribili aput reges terrae ', eo
quod nullo redim atur diuitis praem io, nullo inflectatur potentium
supercilio, qui culpae pretia discrim inat, qui quo plus alicui contu­
lerit eo plus exigit ab eo u; Saul priuato contulit regnum v, sed
quia mandatum non custodiuit, et regnum am isit et spiritum,
m ultos reges gentium prop ter perfidiam fecit e popu lo patrum
esse captiuos et, ut iam de proposita loquam ur historia, qui Achab
regem ingratum caelestibus beneficiis ita iussit occidi, ut a ca­
nibus eius uulnera la m b eren tu rz. Etenim quia pauperis uineam

mPs 49 (50), 9.
n Ps 49 (50), 14.
o Cf. Ps 75 (76), 6.
PPs 75 (76), 12.
<i Act 10, 34.
r Cf. Act 3, 6.
s Eph 2, 13.
t Ps 75 (76), 13.
“ Cf. Lc 12, 48.
v Cf. 1 Reg 9, 21.
* Cf. 3 Reg 20 (21), 19.

68, 7 struant P Sch. instruant RB Mara.


8 aggerant P aggregent RB Mara.
NABOTH, 16, 67-69 191

non potete dargli soddisfazione in altro m odo a causa d elle vostre


infam ie. Fate vostro deb itore colui che tem ete com e vendicatore.
N on voglio — dice — i v itelli della tua casa né i capri del tuo
gregge, perché mie sono tutte le fiere delle foreste. Qualsiasi cosa
offrirete — dice — è mia, perché tutto il m ondo è m io. N on voglio
ciò che è m io; quello che di vostro potete offrire è lo zelo della
d evozion e e della fede. N on gradisco i sacrifici offerti per ostenta­
zione; solam ente, o uom o, offri a D io un sacrificio di lode e rivolgi
a ll’A ltissimo le tue preghiere.
68. O certam ente, se preferiam o, possiam o intendere c o s i5:
il salmista dicendo che i ricchi hanno dorm ito il loro sonno, ha
annunciato loro i rim p roveri del Signore, ha insinuato la paura,
ha esaltato la sua potenza, alla quale nem m eno i ricchi possono
resistere. R ivolto a tutti ha detto: i ricchi sonnecchino, i ricchi
siano rim proverati, vo i pregate e ricambiate al Signore vostro Dio,
tutti qu elli che attorno a lu i offron o doni, cioè rendete grazie, o
poveri, perché D io non considera le apparenze. Quegli altri am m uc­
chino le ricchezze, m ettano insiem e denaro, ammassino tesori
d’oro e d ’argento; voi, che altro non avete, pregate; pregate, voi
che avete solo questo, cosa che è più preziosa d ell'o ro e d ell’argen­
to. Rendete i doni, v o i che non vi allontanate dal Signore, che
siete attorno a lui, perché vo i che eravate lontani, vi siete avvicinati.
M a co loro che credon o di essersi avvicinati m ediante le ricchezze
e la potenza, si sono allontanati a causa d e ll’avidità. Nessuno
infatti sta fuori, se la colpa non lo ha m esso fuori, com e cacciò
A dam o dal paradiso e m ise fuori Èva, nessuno è relegato lontano,
se le sue infam ie non ce lo hanno relegato.
69. Perciò vo i che siete vicini pregate e rendete i doni a
co lu i che è terribile e a c o lu i che toglie la vita ai principi, a chi è
terribile presso i re della terra, nel senso che non può essere
com p erato da alcun favore del ricco, non può essere piegato da
alcun atteggiam ento superbo di potenti, che distingue le pene
per le diverse colpe, il quale quanto più ha dato a qualcuno
tanto più esige da lui. A Saul, che era di um ile condizione, diede
il regno, ma, poiché non rispettò la sua volontà, perse il regno e
la vita, fece si che m olti re del p o p olo dei padri per la loro
infedeltà diventassero p rigion ieri dei p a g a n i6 e, per parlare del
racconto in argom ento, è lui che ord in ò che Achab, re ingrato
per i benefici celesti, fosse ucciso, cosicché i cani gli leccassero
le ferite. Infatti, poiché aveva bram ato la vigna d el povero, non
sazio d elle m olte ricchezze del regno, fu rid otto in tale condizione
dal Signore da trovarsi al di sotto di ogn i grado di miseria. Non
si tro vò chi lavasse le sue ferite, non chi coprisse il suo corpo.

5 Altra spiegazione per Ps 75 (76), 6; la precedente era iniziata sopra al § 63.


6 Rettamente ha inteso M cGuire, riconoscendo in gentium... captiuos un singo­
lare iperbato (gen tiu m è genitivo di ca ptiuos); se infatti tale figura è una caratteristi­
ca dello stile del nostro Autore, in questo caso la distanza dei due termini è ardita.
192 DE NABVTHAE, 16, 69 - 17, 72

concupiuerat, nequaquam tantis opibus expletus im p erii infra


om nem inopiam redactus a dom ino. N on qui uulnera eius lauaret
inuentus est, non qui corpus operiret. Defecit circa eum humani­
tas hom inum , canum successit asperitas. Dignos plane sui m ini­
stros funeris auarus inuenit.
17. 70. H oc loco illud oritu r quaestionis, q u om od o legi
dom inum dixisse ad H eliam : Vidisti quemadmodum com m otus est
Achab a facie mea? N o n inducam in diebus eius mala, sed in diebus
f ilii illius inducam mala a aut q u om od o dicim us quia ualet aput
dom inum paenitentia? Ecce rex motus est ante faciem dom ini et
ibat plorans et conscidit uestimenta sua et operuit se c ilic io et erat
indutus sacco ex illo die, quo interfecit Nabuthae Israhelitem b, ita
ut deum m isericordia com m ou eret et m utaret sententiam . Ergo
aut paenitentia non ualuit nec in flexit dom inum m isericordem
aut oraculum falsum est. Nam Achab uictus est et occisus c.

71. Sed considera quia Iezab el habebat uxorem , cuius in­


flam m abatur arbitrio, quae conuertit cor eius et nim iis sacrilegiis
execrabilem fecit d. Et hunc erg o paenitentiae eius reuocauit affec­
tum; dominus autem non potest m utabilis aestimari, si confessio­
nis inm em ori non putauit esse seruandum quod prom iserat con fi­
tenti.

72. A ccipe aliud uerius. Et indigno seruauit dom inus teno­


rem sententiae suae, sed ben eficia circa se diuina ipse non tenuit.
Intulerat bellum rex Syriae; uictus est et seruatus ad ueniam e,
captiuus quoque libertate donatus et remissus ad regnum est.
Quod fuit diuinae sententiae non solum euasit Achab, sed etiam
triumphauit, quod ipsius ignauiae hostem sibi, a quo uinceretur,
armauit. Et certe fuerat m onitus a propheta dicente: Cognosce et
uide quid facias f, m onitus inquam erat eo quod Syriae regis pueris
deberetu r gratiae caelestis auxilium, quoniam dixisset: Deus m on­
tium deus Is ra h e lg et non deus Baal. Propter hoc inquit obtinue­
runt p ro nobis. E t ideo inquit si non plene obtinuerim us eos, in
locum Syriae regis satrapas constitue h, ut uirtutem illis et poten ­
tiam regis auferret. Denique p rim o congressu uicit, ut fugaret
hostem, secundo uicit, quando captum im p erio suo reddidit. Qua
causa uincendi eius euidens resultauit oraculum dicente uno ex

17. a 3 Reg 20 (21), 29.


b 3 Reg 20 (21), 27.
c Cf. 3 Reg 22, 34 ss.
d Cf. 3 Reg 20 (21), 25.
e Cf. 3 Reg 21 (20), 29 ss.
f 3 Reg 21 (20), 22.
e 3 Reg 21 (20), 23 s.
h 3 Reg 21 (20), 29 ss.
NABOTH, 16, 69 - 17, 72 193

N on ci fu p er lui pietà umana, fu sostituita d all’aggressività dei


cani. L'avido tro vò certam ente degni m inistri per il suo funerale.

17. 70. Questo lu ogo pone una nota questione: com e si d


intendere, leggen do che il Signore ha d etto ad Elia: H ai visto
com e si è turbato Achab alla m ia presenza? N on gli farò venire
disgrazie durante la sua vita, ma le farò venire durante il regno di
suo fig lio ? Oppure, in che senso diciam o che presso il Signore
ha valore la penitenza? Ecco il re si turbò alla presenza del Signore
e camminava piangendo e si strappò le sue vesti e si c o p rì con il
cilic io e si vesti di sacco quel gio rn o che uccise Naboth Israelita,
tanto da m u overe D io a m isericordia e da fargli cam biare decisio­
ne. Dunque o la penitenza non ebbe va lore e non piegò il Signore
m isericordioso, oppure l’o ra colo non corrisponde a verità. Infatti
Achab fu vinto ed ucciso.
71. M a si consideri che egli aveva com e m oglie Gezabele,
dai cui capricci egli era infiam m ato; lei sconvolse i suoi sentim enti
e lo rese esecrabile a causa d elle sue en orm i scelleratezze. E cosi
represse il suo desiderio di penitenza; il Signore invece non può
essere ritenuto m utevole, se ha giudicato che non dovesse essere
mantenuta ad Achab, che aveva dim enticato la sua confessione,
la prom essa fattagli quando aveva riconosciuto la propria colpa.
72. Tieni conto di un’altra spiegazione ancor più sicura. Il
Signore m antenne per l’indegno re il tenore della propria decisio­
ne, ma egli non seppe conservare i favori divini ricevuti. Il re di
Siria aveva m osso guerra; fu vin to e si salvò per clem enza; fatto
p rigion iero gli fu anche data la libertà e fu rim andato nel suo
regno. Per quanto dipese dalla disposizione divina Achab non
solo si salvò ma rip ortò anche vittoria, per quanto dipese dalla
sua stupidità arm ò il suo nem ico, da cui sarebbe stato vinto. E
certam ente era stato avvisato dalla voce del profeta: Pensa e bada
a quello che fai. Era stato avvisato, ripeto, che i servi del re di
Siria m eritavano l’aiuto divino, perché quello aveva detto: D io
dei m onti è il D io d’Israele e non il d io Baal. P er questo — dice
— hanno vinto di fronte a noi. E p e rciò — dice il profeta — se
non li vincerem o completamente, metti dei satrapi al posto del re
di Siria, p er sottrarre a qu elli (ai servi) la forza e la potenza del
re J. Infatti al prim o scontro Achab vinse, tanto da m ettere in
fuga il nemico, al secondo vinse, allorché restituì il re fatto
prigion iero al suo regno. P erciò risultò chiaro l’oracolo sulla
vittoria del re di S ir ia 2, quando uno dei profeti disse all’altro:
Uccidim i! E quello non volle ucciderlo. A llora disse: Poiché non
hai obbedito alla parola del Signore, ecco appena ti allontanerai da

17.1 Dei problem i testuali e d ’interpretazione di questo paragrafo ho trat


nell’In trod u zion e, pp. 24-28.
2 Avverto che M cG uire e soprattutto H uhn e la M ara intendono diversamente
questo luogo.
194 DE NABVTHAE, 17, 72-73

filiis prophetarum ad proxim um suum: Occide me. E t n o lu it hom o


occidere eum. E t dixit: E o quod non oboedisti uerbo domini, ecce
tu recedis a me, et interficiet te leo. E t recessit ab eo, et inuenit eum
leo et interfecit eum ‘. Et post hoc alius propheta adstitit ante
regem Israhel et dixit ad eum: Haec d icit dom inus: quoniam
dimisisti tu uirum exterm inationis de manu tua, ecce anima tua pro
anima illius et populus tuus p ro populo illius
73. Liquet igitu r his oraculis quod dom inus etiam circa in
gnos prom issa sua seruet, sed im pios aut stultitia sua op prim i
aut alia praeuaricatione damnari, etiam si prim ae praeuaricationis
laqueos euaserint. Sed op ortet nos taliter agere, ut digni bono
op ere om nipotentis dei prom issa accipere mereamur.

i 3 Reg 21 (20), 35 s.
• 3 Reg 21 (20), 42.

72, 18 secessit RB Mara.


NABOTH, 17,72-73 195

me ti ucciderà un leone. E si allontanò da lu i e lo incontrò un


leone che lo uccise. E poi un altro p rofeta andò davanti al re
d ’Israele e gli disse: I l Signore dice: Poiché hai lasciato andare
libero l'uom o della distruzione, ecco la tua vita per la sua vita e il
tuo p op olo p e r il suo.

73. Queste profezie, dunque, dim ostrano chiaram ente


il Signore m antiene le sue prom esse anche verso gli indegni, ma
gli em pi o sono battuti per la loro stupidità o condannati per
qualche altra trasgressione, anche se hanno evitato i lacci della
prim a trasgressione. M a noi dobbiam o agire in m od o tale che,
resi degni dalla buona condotta, m eritiam o di ricevere le prom es­
se di Dio onnipotente.
De Tobia
Tobia
198 DE TOBIA, 1,1-3

1.1. L ecto p rop h etico libro, qui inscribitur Tobis, quam


plene nobis uirtutes sancti prophetae scriptura insinuauerit, ta­
men conpendiario m ihi serm one de eius m eritis recensendis et
operibus aput uos utendum arbitror, ut ea quae scriptura historico
m ore digessit latius nos strictius conprehendam us uirtutum eius
genera uelut quodam breuiario colligentes.

2. Fuit uir iustus m isericors hospitalis a: et hoc uirtutum


ch oro praeditus subiit aerum nam captiuitatis, quam ferebat hum i­
liter atque patienter, com m unem magis iniuriam quam priuatam
dolens nec sibi uirtutum suffragia nihil profuisse deplorans, sed
magis eam sibi contum eliam m in orem peccatorum suorum p retio
inlatam arbitratus b.

3. Edictum m eruit, ne quis ex filiis captiuitatis m ortuum


sepulturae d a r e t c; at ille interdicto non reuocabatur magis quam
incitabatur, ne deserere officiu m pietatis m ortis m etu uideretur;

l . a c f . Tob 1, 2 et 16s.
b Cf. Tob 3, 3-6.
c Cf. Tob 1, 17 ss.
TOBIA, 1, 1-3 199

1.1. Dopo aver lei io il lib ro p r o fe t ic o 1 intitolato T o b


anche se la Scrittura ci ha insegnato com piutam ente le virtù del
santo profeta, tuttavia penso di d o ver presentare a voi in un
serm one riassuntivo un’ordinata esposizione dei suoi m eriti e
d elle sue opere, in m od o tale che ciò che la Scrittura ha più
estesam ente narrato secondo il genere storico, noi lo trattiam o
in m od o più conciso, raccogliendo com e in un som m ario le sue
virtù secondo la lo ro specie 4.
2. Fu un u om o giusto m isericordioso ospitale; e, dotato di
tale insiem e di virtù, pati le sofferenze della prigionia, che soppor­
tava um ilm ente e pazientem ente, dolendosi più per l’oltraggio
subito in com une che p er quello personale, né si lagnava per il
fatto che le virtù non gli erano di alcun aiuto, ritenendo invece
che q u ell’u m iliazione inflittagli fosse una pena in feriore a quella
m eritata p er i suoi peccati.
3. Incorse in un ed itto che vietava ai p r ig io n ie r i5 di dare
sepoltura ad un m orto; m a egli non era trattenuto da quel divieto,
anzi era stim olato, perché non sembrasse che egli venisse m eno

l.1 Qui p rop h eticu s non ha valore tecnico, quasi che Am brogio intenda inser
Tobia fra i libri profetici — del resto poco più oltre si dice che appartiene al
genere storico — . Piuttosto il libro è profetico com e il suo protagonista è propheta
(cf. infra, 2, 6), perché trasmette un insegnamento divino. Perciò in proph eticu s si
può vedere l’afferm azione che Tobia è libro ispirato e va considerato a pieno
diritto parte della Sacra Scrittura. È da ricordare infatti che Tobia è un deuteroca-
nonico e controversa era nel IV secolo la sua accettazione nel canone: Girolam o
che pure l’ha tradotto in latino propen deva per l’esclusione (cf. il prologo a Tobia
nella Vulgata). Dunque la testimonianza di A m brogio è importante, perché, oltre
a riferire un suo personale giudizio, attesta anche che questo libro era in uso
nella liturgia milanese (lecto p ro p h e tico lib ro ).
2 Troviamo Tobis anche in 2, 7 e 24, 93, mentre in tutti gli altri luoghi incontria­
mo la form a più consueta Tobias.
3 Sul significato di digerere in A m brogio cf. PlZZOLATO, La dottrina esegetica...,
p. 137.
4 L’intenzione di A m brogio è dunque di offrire un com pendio schematico,
secondo il m etodo «retorico-didascalico», non dei fatti narrati nel libro sacro, ma
dei suoi significati m orali attualizzabili, in m odo che l'uditore (o il lettore) abbia
a disposizione «u n a specie di breviario morale, sul m odello dei manuali scolastici»
( P iz z o l a t o , La dottrina esegetica..., p. 287). In realtà questa prem essa non sarà
mantenuta, perché nel trattato si parla quasi esclusivamente del faenus e dei
faeneratores.
5 ex filiis captiuitatis: espressione tratta dal linguaggio biblico (cf. Esd 2, 1; Neh
7, 6).
200 DE TOBIA, 1, 3 - 2, 6

erat enim m isericordiae pretium poena mortis. Talis flagitii d ep re­


hensus reus uix tandem p er am icum potuit d irepto patrim onio
egenus exui restitui suis.

4. Iterum in his uersabatur officiis, si quid alim enti foret,


peregrinum cum quo cibum sum eret quaerens d. Itaque cum fes­
sus a sepulturae reuertisset munere, adpositis sibi edendi subsi­
diis misso filio quaerebat consortem conuiuii. Dum conuiua adcer-
situr, nuntiatis insepulti corporis reliquiis conuiuium deserebat
nec putabat pium, ut ipse cibum sumeret, cum in pu blico corpus
iaceret exanimum.

5. H oc illi cotidianum opus, et m agnum quidem ; nam si


uiuentes op erire nudos lex p r a e c ip ite, quanto magis debem us
op erire defunctos! Si uiantes ad longinquiora dedu cere solem us f,
quanto magis in illam aeternam dom um profectos, unde iam non
reuertantur? E go inquit Io b super om nem in firm u m fleui g. Quis
in firm ior defuncto, de quo dicit scriptura alibi supra m ortuum
plora h? Ecclesiastes autem ait: C or sapientium in dom o luctus, c o r
autem stultorum in dom o epularum Nihil hoc officio praestantius,
ei con ferre qui tibi iam non possit reddere, uindicare a uolatilibus,
uindicare a bestiis consortem naturae. Ferae hanc hum anitatem
defunctis corporibu s detulisse produntur: hom ines denegabunt?

2. 6. Tam sancto fessus o fficio propheta dum requiesc


cubiculo suo, cadenti de passerum nido albugine caecitatem inci­
dit a. N ec conquestus ingem uit nec dixit: « Haec m erces laborum
m eoru m ?». Fraudari se m agis dolu it obsequiorum quam ocu lo­
rum m unere nec caecitatem poenam , sed inpedim entum putabat.
Et cum uictum m ercede leuaret coniugis, ne quid furtiuum d o ­
mum suam intraret cauebat b. V x o r haedum pro m ercede accepe­
rat; at ille plus honestati quam pietati consulens cui suam debebat
alim oniam fid em non deferebat. Pecuniam conm endauerat p rox i­
m o suo, quam toto uitae suae spatio in tanta indigentia non
poposcit. V ix ubi se fessum uidit et depositum senectute, insinua-

d Cf. Tob 2, 1-8.


* Cf. Mt 25, 36.
f Cf. Mt 5, 41.
g Io b 30, 25.
h Eccli 22, 11 (10).
‘ Eccle 7, 4 (5).
2. a Cf. Tob 2, 9 et 10.
b Cf. Tob 2, 11-14.
TOBIA, 1,3 - 2, 6 201

al d o vere della pietà p er paura della m orte; infatti la pena per


q u ell’atto di m isericordia era la m orte. Essendo stato sorpreso
reo di tale delitto, a stento infine p er l’intervento di un am ico
potè essere restituito ai suoi, spogliato dei beni, esule in miseria.
4. Di nuovo si dedicava a questi com p iti e, se aveva del
cibo, cercava qualche pellegrin o per d ivid erlo con lui. E cosi,
quando tornava stanco dall’u fficio di sepoltura, dopo aver prepa­
rato di che nutrirsi, m andava il fig lio a cercare qualcuno che
mangiasse con lui. M en tre si cercava il com m ensale, se gli si
portava notizia di resti insepolti di un corpo, lasciava il convito
e non riteneva che si conciliasse con la pietà che egli prendesse
cibo, m entre un corp o esanim e giaceva in un lu ogo pubblico.
5. Questo era il suo la voro quotidiano, e certam ente era un
grande lavoro; infatti, se la legge ordin a di coprire i nudi m entre
sono in vita, quanto più dobbiam o cop rire i m orti! Se siamo soliti
accom pagnare i viandanti in un viaggio lungo, quanto più dobbia­
m o accom pagnare co lo ro che sono partiti per quella eterna dim o­
ra da cui non faranno più ritorn o? Io — dice G iobbe — ho pianto
su ogni infermo. Chi più in ferm o di un m orto, di cui la Scrittura
altrove dice: Piangi sul m orto ? E l’Ecclesiaste dice: I l cuore dei
sapienti nella casa del dolore, il cuore degli stolti invece nella casa
del festino. Nessun com p ito è più nobile di questo, donare a chi
non può più restituirti, sottrarre agli uccelli e alle b elve il nostro
simile. Si dice che le b elve sono solite riservare tale rispetto per
i corp i dei m orti: gli uom ini lo rifiuteranno?
2. 6. M entre il profeta, stanco p er un cosi santo servi
riposava nel suo giaciglio, fu accecato da es c re m e n ti1 caduti da
un nido di passeri. N on si lam entò né disse: « È questa la ricom ­
pensa per le m ie fatich e?». Fu più addolorato p er essere stato
im pedito di svolgere il suo servizio funebre 2 che per essere stato
privato della vista, né riteneva che la cecità fosse un'afflizione,
m a un im pedim ento. E procurandosi il sostentam ento con i gua­
dagni della m oglie, badava che nulla entrasse di nascosto nella
sua casa. Sua m oglie aveva ricevu to com e com penso un capretto,
m a egli, badando più all’on ore 3 che a ll’affetto per co loro ai quali
egli d oveva p rovved ere l'alim ento, non m ise da parte la fedeltà
al suo proposito. A veva dato in prestito del denaro ad un suo
parente 4 e per tutto il tem po della sua vita, sebbene fosse in
tanta indigenza, non glielo richiese. A stento, quando si vide

2.1 Questa è l'unica attestazione di alb u go con questo significato: cf. ThlL, s. u.
2 obsequium', nel senso di obsequiae, com e giustamente osserva L.M. ZUCKER,
S. A m b ro sii de Tobia. A Commentary, w ith an In tro d u c tio n and Translation, W ashing­
ton 1933, ad loc.\ cf. anche BLAISE, D ictionnaire..., s. u.
3 Intendo honestas come «o n o re »: Tobia difendeva la sua onorabilità mante­
nendo fede all'im pegno preso, di non accettare donativi la cui provenienza non
fosse chiara.
4 Qui p roxim u s significa parente. Il personaggio è Gabael: cf. Tob 4, 20, ove
non è specificato se fosse un parente di Tobia, m a lo si può dedurre da Tob. 6, 11.
202 DE TOBIA, 2, 6-8

uit filio non tam cupiens conm endatum rep oscere quam sollicitus
ne fraudaret heredem .

7. Quod igitu r conm endauit pecuniam et non faenera


iusti seruauit officium ; m alum est enim faenus, quo quaerentur
usurae. Sed non illu d faenus malum, de quo scriptum est: Faenera
p roxim o tuo in tempore necessitatis illiu s c. N am et Dauid ait: Iustus
miseretur et com m od a td. Aliud illu d faenus est iure exsecrabile,
dare in usuram pecuniam, quod lex p r o h ib e te. Sed Tobis hoc
refugiebat, qui m onebat filium , ne praeceptum dom in i praeteriret,
ut ex substantia sua elem osynam faceret, non pecuniam faenera-
ret, non auerteret faciem suam ab ullo pau pere f. H aec qui m onet
condem nat usuras faenoris, ex quo m ulti quaestum feceru nt et
m ultis com m od are pecuniam n egotiatio fuit. Et quidem eam p ro ­
hibuere sancti.

8. Quo grauius m alum faenus est, eo laudabilior qui illud


refugit. Da pecuniam, si habes: prosit alii quae tibi est otiosa. Da
quasi non recepturus, ut de lucro cedat, si red dita fuerit. Qui non
red dit pecuniam red d it gratiam . Si fraudaris pecunia, adquiris
iustitiam; iustus est enim q u i m iseretur et com m odat *. Si am ittitur
pecunia, com paratur m isericordia; scriptum est enim : Q u i facit
m isericordiam faenerat p ro x im o h.

' Eccli 29, 2.


dP s 36 (37), 26; 111 (112), 5.
e Cf. Deut 23, 19.
f Cf. Tob 4, 7-10.
sC f. Ps 111 (112), 5.
h Eccli 29, 1.
TOBIA, 2, 6-8 203

stanco e debilitato dalla vecchiaia 5, ne diede notizia al figlio, non


tanto perché fosse desideroso di richiedere il prestito, quanto
piuttosto per non defraudare l’erede 6.
7. Poiché dunque d iede in prestito denaro e non lo diede
ad interesse, egli osservò il d o vere di un uom o giusto; infatti è
m alvagio quel prestito di cui si esige l’usura. N on è invece m alva­
gio quel prestito di cui sta scritto: D a’ in prestito al tuo prossim o
quando egli è nella necessità. Infatti anche Davide dice: I l giusto
ha pietà e dà in prestito 7. Q u ell’altro prestito è giustam ente con­
dannabile, il prestito di denaro ad usura, che è proib ito dalla
L egge 8. M a Tobia rifu ggiva da questo com portam ento, lui che
am m oniva il figlio a non trascurare il precetto del Signore, di
fare l’elem osina con le prop rie ricchezze, di non dare in prestito
il denaro ad interesse, di non distogliere lo sguardo da alcun
p o vero 9. Chi raccom anda queste cose condanna l’usura del presti­
to, da cui m olti son soliti trarre guadagni e per m olti prestare
denaro è un affare. Però le persone sante lo hanno proibito.
8. Quanto più è cosa cattiva il prestito ad interesse tanto
più è lod evo le chi lo fugge. Da’ il denaro, se ne hai: gioverà ad
un altro, m entre per te è superfluo. Dallo com e chi non attende
che gli sia restituito, affinché, se verrà reso, tu lo accolga com e
un guadagno. Chi non rende il denaro rende grazia 10. Se sei
defraudato di denaro, acquisti giustizia: infatti è giusto chi ha
pietà e dà in prestito. Se si perde il denaro, si acquista la m isericor­
dia; sta scritto infatti: Chi è m isericordioso dà in prestito al povero.

5 depositum senectute', allusione a V ir g il io , Aen. 12, 395, come anche in exam.


5, 16, 55 (C S E L 32, 1, p. 181, 16); Cain et Ab. 2, 13, 12 (p. 389, 13); bon. m ort. 8, 37
(p. 735, 7); la c. 2, 8, 36 (C S E L 32, 2, p. 53, 7).
6 Am brogio, come difende la proprietà dei beni aviti (cf. Tob. 6, 23-25, infra;
529 ss.; off. 2, 5; Nab. passim ), analogam ente sostiene i giusti diritti degli eredi; a
proposito dello stesso episodio biblico A m brogio esprim e le medesime considera­
zioni in epist. 19, 5 (P L 16, 1025 C) exem plo n obis sit Tobias, q u i n u m qu a m exqu isiuit
p ecu n ia m quam dederat, n isi extrem o uitae suae tem pore: magis ne fraudaret heredem,
quam ut depositam pecu n ia m cogeret ac recuperaret.
1 Zucker (p. 111, 25) corregge il rinvio di Schenkl a Sai 105 (106), 5, sostenendo
che si tratta di una citazione di Sai 36 (37), 21. N on sono di questo avviso. Infatti
l'espressione iustus m iseretur et com m od a t non corrisponde esattamente al testo
di Sai 36 (37), 21, che A m brogio cita più oltre al § 59 e in expl. ps. 36 46 (C S E L
64, p. 103, 24) iustus autem m iseretu r et tribuit, che è esattamente la lezione del
Salterio Gallicano. La presente citazione sem bra corrispondere meglio a Sai 36
(37), 26 o, come giudica Schenkl, a Sai 105 (106), 5, il cui testo è riprodotto anche
nel seguente § 8.
8 Schenkl rinvia a Deut 23, 19 (20), dove si trova un’esplicita condanna dell'usu­
ra. Tuttavia qui A m brogio è debitore, come annota lo stesso Schenkl, di B a s il io ,
hom . in ps. 14, PG 29, 265 A (ó vó(j.oq SiappriS-qv àita-fopeuei), il quale oltre che
Deut 23, 19 (20) cita anche Ez 22, 12; Ger 9, 6; Sai 54 (55), 12 ed anche Mt 5, 42.
9 Dunque non solo si esprim e la condanna dell'usura, m a si esorta a fare
l'elemosina con il denaro superfluo. Un concetto simile — com e annota Zucker
— è espresso da F il o n e , hum an. 2, 82 (= uirt. 82).
10 Qui gratia non è la «gratitudine», come intendono Zucker e M . G ia c c h e r ò ,
A m b ro sii de Tobia. Saggio in trod uttivo, traduzione co n testo a fronte, Genova 1965,
non solo perché per tale significato ci sarem m o aspettati il plurale, ma anche
perché il contesto richiede un senso più pregnante: cf. epist. 19, 4 (P L 16, 1025 B )
habet in ea (scil. p ecu n ia ) n on m ed iocrem gratiae usuram.
204 DE TOBIA, 3, 9-10

3. 9. M ulti dispendii m etu non faenerant, dum fraudem


rentur, et hoc est quod petentibus consueuerunt referre. H orum
unicuique dicitur: Perde pecuniam propter fratrem et am icum et
non abscondas illam sub lapide in perditionem . Pone thensaurum
tuum in praeceptis altissimi, et prod erit tibi magis quam aurum a.
Sed obsurduerunt aures hom inum ad tam salutaria praecepta et
m axim e diuites aere illo pecuniae suae aures clausas habent.
Dum pecuniam numerant, responsa non audiunt. Simul ut aliqui
necessitate constrictus aut pro suorum red em ption e sollicitus,
quos captiuos barbarus uendat, rogare coeperit, statim diues
uultum auertit, naturam non recognoscit, hum ilitatem supplicis
non miseratur, necessitatem non subleuat, fragilitatem com m u­
nem non considerat, stat inflexibilis, resupinus, non precibus
inclinatur, non lacrim is mouetur, non heiulatibus frangitur, iurans
quod non habeat, im m o et ipse faen eratorem requirat, ut necessi­
tatibus subueniat suis. Quid addis duritiae et auaritiae tuae sacra­
mentum? N on absolueris periurio, sed ligaris.

10. A t ubi usurarum m entio facta fu erit aut pignoris, t


deiecto supercilio faen erator adrisit et quem ante sibi cognitum
denegabat eundem tam quam paternam am icitiam recordatus
osculo suscipit, hereditariae pignus caritatis appellat, flere proh i­
bet. « Quaeremus, inquit, dom i si quid nobis pecuniae est, frangam
p rop ter te argentum paternum, quod fabrefacti est. Plurim um
dam ni erit. Quae usurae conpensabunt pretia em blem atorum ?

3. a Eccli 29, 10 s.
TOBIA, 3, 9-10 205

3. 9. M o lti non danno in prestito, tem endo perdite, in qua


tem on o di essere defraudati, e questo è quello che sono soliti
dire a chi chiede loro un prestito. A ciascuno di loro è detto:
Perdi il denaro p er il fratello e l ’a m ico e non nasconderlo sótto una
pietra a perdersi. P o n i il tuo tesoro nei precetti dell'Altissimo, e ti
sarà p iù utile dell'oro. M a gli orecchi degli uom ini sono s o r d i1 a
questi precetti cosi salutari e soprattutto i ricchi hanno gli orecchi
storditi dal suono d elle lo ro m onete 2 di bronzo. M entre contano
il denaro, non possono udire i precetti d iv in i3. Appena qualcuno,
costretto dalla necessità o ansioso di riscattare i p rop ri fam iliari,
che i barbari ven don o com e schiavi, com incia a su p p lica re4,
subito il ricco si volge altrove, non riconosce, in chi chiede, la
sua stessa natura, non è m osso a pietà dall'um iltà del supplice,
non dà sollievo a chi si trova nella necessità, non tien conto della
fragilità com une 5, resta inflessibile, con il capo eretto, non si
lascia piegare dalle preghiere, né com m u overe dalle lacrim e, non
è toccato dalle grida di lam ento; giura che non ha denaro, che,
anzi, anche lui cerca un prestatore p er p rovved ere alle proprie
necessità. Perché aggiungi un giuram ento 6 alla tua insensibilità
e alla tua avarizia? N on ti svincoli dalle tue responsabilità con
uno spergiuro, m a ti leghi.
10. Ma, appena si accenna all’usura o al pegno, allora, mes
da parte la superbia, l'usuraio sorride e accoglie con un bacio
colui che prim a diceva di non conoscere, ram m entandosi di un
affetto quasi paterno, lo chiam a f i g lio 7 in virtù di un am ore
ereditario, gli proibisce di piangere. «C erc h erem o — dice — se
in casa abbiam o un p o ’ di denaro, p er te spezzerò l’argento
paterno, che è opera d ’artista. Sarà un grave danno. Quali usure
possono ripagare il valore di oggetti lavorati? Ma p er un am ico

3.1 CICERONE, rep. 6, 19 aures h o m in u m obsurduerunt.


1 L’immagine risulta più viva se intendiam o che gli orecchi del ricco sono
storditi dal suono delle sue monete di metallo. Cosi l’espressione si ricollega ad
un luogo abbastanza com une nella letteratura latina: numerosi ‘loci similes’ sono
citati da Zucker; di particolare interesse è quello di A m b r o g io , exp. ps. 118 8, 9
(C S E L 62, p. 154, 16) sed h oc diuites audire n o n possunt, clausas aures habent et
s on o aeris obtusas; n um m u s magis illis resonat quam uerba diuina, dove, come nel
nostro passo. Ia voce dei divini precetti è posta in antitesi al suono delle monete.
3 Considerazioni straordinariam ente simili sulla sordità dei ricchi ai precetti
divini ritroviamo in Nab. 5, 25 (sup ra ) ed anche la m edesim a citazione di Eccli
29, 10 (13).
A Una situazione m olto simile è descritta anche in Nab. 5, 25 (supra), ma qui
A m brogio segue B a s il io , P G 29, 265 C, da cui traduce quasi letteralmente la vivace
descrizione dell’incontro fra il ricco usuraio e il povero supplice.
5 Sul 'topos' della fragilitas hum ana, che qui sottintende quello della fragilità
della ricchezza, si veda M. B a r t e l in k , «F ra g ilita s hum ana » chez saint Am broise, in
A m brosius Episcopus. Atti del Congresso..., 2, pp. 130-142, part. 141.
6 Su questa accezione del termine sacram entum si veda J. H u h n , D ie Bedeutung
des Wortes sacram entum bei dem K irch en va ters A m brosius, Fulda 1928, pp. 13 s.,
dove sono citati numerosi passi paralleli dello stesso Am brogio.
7 Si è già detto (cf. supra, Nab. 1, 1 e relativa nota 1) che A m brogio usa spesso
pign us nel senso di figlio. Il termine oltre che essere di tenore poetico, esprime
m eglio il vincolo d’affetto verso il figlio; qui la ricercatezza del vocabolo è in
funzione ironica.
206 DE TOBIA, 3, 10-11

Sed prò am ico dispendium non reform idabo. Cum reddideris,


reficia m ». Itaque antequam det, recipere festinat et qui in summa
subuenire se dicit usuras exigit. «C a le n d is » inquit «usuras dabis,
faenus interim , si non habueris unde restituas, non req u iro ». Ita
ut sem el det, frequ enter exagitat et sem per sibi d ebere efficit.
H ac arte tractat uirum. Itaque prius eum chirographis ligat et
adstringit uocis suae nexibus. Num eratur pecunia, addicitur lib er­
tas, absoluitur m iser m in ore debito, m aiore alligatur.

11. Talia sunt uestra, diuites, beneficia: minus datis et p


exigitis. Talis humanitas, ut spolietis etiam, cum subuenitis. Fecun­
dus uobis etiam pauper ad quaestum est. Vsurarius est egenus:
cogentibus uobis habet quod reddat, quod inpendat non habet.
M isericordes plane uiri quem alii absoluitis uobis addicitis. Vsuras
TOBIA, 3, 10-11 207

non avrò paura di subire perdite. M i rifarò quando mi avrai


restitu ito». E cosi prim a di dare, si affretta a riprendere, e lui,
che alla fine 8 dice di ven ire in soccorso, esige l’interesse. « I l
p rim o del mese — dice — m i darai gli interessi, nel frattem po,
se non puoi restituirm i il prestito, non lo esigo». Cosi, avendo
dato in prestito una sola volta, spesso lo sollecita e fa in m odo
che gli sia sem pre debitore. In questo m odo lo raggira. E cosi
prim a lo vincola con ch irografi e lo lega con i lacci della propria
voce 9. Si conta il denaro, si m ette all'asta la libertà 10, il p o vero
si libera da un debito m in ore e si lega con uno più grande 11.
11. Questi, o ricchi, sono i vostri benefìci: date poco
esigete m olto. Questa la vostra umanità: quando soccorrete, de­
predate anche 12. Anche il p o vero vi giova p er a rr ic c h ir v i13. Pro­
duttore di interessi è l’indigente 14: costretto da voi, ha da restitui­
re, ma non ha da spendere per sé. U om ini veram ente m isericor­
diosi, quello che riscattate da un altro 15 lo fate vostro schiavo!

* in sum m a: diversam ente hanno inteso sia Zucker che la Giaccherò.


9 Cf. B a s il io , PG 29, 268 A t o io u t o u ; Xó-you; ùitoomviov xaì SeXeix^gjv tò v aflXiov,
Ypa|_L|j.aTEioiq aù-còv TcpooTcaTaSTiua?.
10 Cf. ibid. t t ) v ÉXeudepuxv tou àv8pò<; TcpoaacpEXofjiEvoc;.
" A motivo degli interessi sul prestito che il povero ha ottenuto.
12 Similmente epist. 19, 4-5 (P L 16) a lio q u in decipere istud est, n on subuenire.
Q u id en im durius qua m ut des p ecu n ia m tuam n on habenti, et ipse d u p lu m exigas?
Q u i sim plu m n o n habet unde solueret, q uem a dm od um du p lu m soluet?
13 Cf. B a s il io , PG 29, 268 A xpru-iona, eìtc (a o i , x aì uópouq etu^titeu; napà t o O
àitópou;
14 La traduzione, che dell’espressione usurarius est egenus offrono Zucker («th è
usurer is n e ed y ») e la Giaccherò ( « l ’usuraio è b iso gn oso ») non è tollerata dal
contesto e, in più, presuppone l’uso di usurarius com e sostantivo, che non è
documentato in A m brogio e nemmeno, per quanto mi risulta, nella latinità a lui
anteriore, tenuto conto che la sola attestazione segnalata dai lessici è in Q uerulus
4, 2 (Hermann, p. 143, 14 s.), una com m edia attribuita ad Aviano (IV -V sec.). Non
vedo altra via per intendere l’espressione che riconoscere in usurarius un significa­
to attivo: riferirei, cioè, questo aggettivo (qui è predicato) non al creditore che
riscuote gli interessi, m a al m isero che li deve pagare. Allora, mentre usurarius
richiama il precedente fecundus, egenus riprende pauper, cosi le due espressioni,
quella introdotta da fecundus e questa con usurarius in evidenza, risultano parallele
nella struttura e disposte a form are una ‘climax’. Tale valore di usurarius è rintrac­
ciabile in un altro passo di Am brogio, in interp. Io b et D a u id 4, 2, 6 (C S E L 32, 2,
p. 272, 16) m iseris debitoribus u su ra rii n om in is ad reatum faenus augetur, ed ancor
più chiaramente Digest. 22, 1, 7 (Papiniano) d eb itor usurarius cre d ito ri p ecu n ia m
obtulit.
Da segnalare che secondo O. F a l l e r - L. K r e s t a n , W ortindex tu den S chriften
des hi. Am brosius, W ien 1979, sarebbe attestato negli scritti am brosiani l’uso di
usurarius (cf. ibid. s. v.) com e sostantivo, ma, avendo controllato tutti i luoghi ove
ricorre il termine, ho trovato che esso, in realtà, com pare sem pre com e aggettivo.
Ringrazio M. Zelzer per averm i comunicato i riferimenti del L e xicon A m brosia nu m
viennese ancora in preparazione: Abr. 1, 3, 18 (C S E L 32, 1, p. 515, 8); Tob. 4, 2
(in fra ); 15, 51 (in fra ); exp. Lue. 6, 86 (C S E L 32, 4, p. 270, 1); epist. 73, 20 (C S E L 82,
3, p. 46, 225); exc. fr. 2, 34, 8 (C S E L 73, p. 267); 2, 56, 5 (p. 279), oltre al passo in
questione e a quello di interp. qui sopra citato.
15 a lii: non mi pare che possa essere altrimenti interpretato che come dativo
di separazione, anche se questa struttura sintattica non sarebbe chiaramente
attestata secondo H o f m a n n -S z a n t y r , Lateinische Syntax u nd Stilistik, Miinchen
19722, p. 107, ove non è segnalato questo luogo am brosiano ed è registrato come
unico esempio non d u b b io Psalt. Veron., ps. 20, 3 (cf. H. R O n s c h , Ita la u nd Vulgata,
M a rb u rg 1875, p. 414): uoluntatem ... n on p riu a sti ei.
208 DE TOBIA, 3, 11 - 4, 14

soluit qui uictu indiget. An quicquam grauius? Ille m edicam entum


quaerit, uos offertis uenenum: panem im plorat b, gladium p o rrig i­
tis: libertatem obsecrat, seruitutem inrogatis: absolutionem p re­
catur, inform is laquei nodum stringitis.

4. 12. Hanc praecipue iniustitiam deplorat sanctus Da


dicens: Vidi iniquitatem et contradictionem in ciuitate. E t non defecit
inquit de plateis eius usura et d o lu s a. Itaque cum p rod ition em
Iudae b subiecerit, hoc praem isit, siue quod ultra sacrilegi inui-
diam coniuratis dom inicae necis faenoris crim en adcederet siue
quod tantum sacrilegium satis abundeque usura faenoris ultum
iret. M ali faeneratores, qui dederunt pecuniam, ut interficeren t
salutis auctorem , m ali et isti qui dant, ut interficiant innocentem .
Et iste quoque qui pecuniam acceperit ut p rod ito r ludas laqueo
se et ipse su sp en d itc. Ipsum quoque ludam hoc m aledicto putauit
esse damnandum, ut scrutaretur faen erator eius substantiam d,
quia quod proscriptio tyrannorum aut latronum manus operari
solet, hoc sola faeneratoris nequitia consueuit inferre. D octiores
autem ipsum faen eratori putant diabolum conparatum, qui res
anim ae et pretiosae m entis patrim onium faen ore quodam usura­
riae iniquitatis euertit. Sic sumptu capit, sic auro inlicit, sic reatu
inuoluit, sic caput pro thensauro reposcit.

13. Quid uobis iniquius, qui nec sic capitis estis solutio
contenti? Quid uobis iniquius, qui pecuniam datis et uitam ob liga ­
tis et patrim onium ? A ccipitis aurum argentum que pro pignore
et adhuc illum d eb itorem dicitis qui uobis plus cred id it quam
accepit a uobis? Vos creditores adseritis, qui amplius debeatis,
uos inquam dicitis creditores, qui non hom ini, sed pignori cred id i­
stis. B ene faenus appellatur, quod datis: ita uile ac faeneum est.

14. Sortem dicitis quod debetur. Etenim uelut urna fer


m isera sors uoluitur perituri debitoris luenda supplicio. Stant
pallentes rei ad sortis euentum. N on sic trepidant de quorum
dam natione sors ducitur, non sic d eiecti ac suspensi pauitant de
quorum captiuitate expectatur sortis euentus. Illic enim unius

b Cf. Mt 7, 9 s.; Lc 11, 9-13.


4. a Ps 54 (55), 10 et 12.
bCf. Ps 108 (109), 2 ss. (?).
c Cf. Mt 27, 3-5.
dCf. Ps 108 (109), 11.
TOBIA, 3, 11 - 4, 14 209

Paga gli interessi chi non ha di che m angiare. Esiste forse un


com portam ento più m alvagio? Q uello chiede una medicina, voi
gli date un veleno: im plora il pane, gli date la spada 16: supplica
la libertà, infliggete la schiavitù: chiede la liberazione, stringete
il nodo di un turpe laccio.
4. 12. Il santo Davide d ep lora soprattutto questa ingiusti
quando dice: H o visto l ’iniquità e la discordia nella città. E l ’usura
e l ’inganno — dice — non se ne sono andati dalle sue piazze '. E
cosi, poiché dopo ha parlato del tradim ento di Giuda, ha prem esso
queste parole, sia perché a carico dei cospiratori della m orte del
Signore all'offesa sacrilega si sarebbe aggiunto anche il crim ine
del prestito ad interesse, sia perché un cosi grande sacrilegio
sarebbe stato adeguatam ente punito con l'usura del prestito 2.
M alvagi quegli usurai che d ied ero denaro per uccidere l’autore
della salvezza, m alvagi anche costoro che fanno prestiti per ucci­
d ere un innocente. Ed anche costui che ha ricevuto il denaro,
com e il traditore Giuda, si appende ad una fune. Davide pensò
che persino Giuda d o veva essere colp ito da questa m aledizione,
che cioè l’usuraio lo spogliasse dei suoi beni, perché ciò che di
solito procura la confisca ad op era dei tiranni o la m ano dei
ladri, tutto ciò arreca da sola la m alvagità dell'usuraio. E i sapienti
pensano che all’usuraio è assim ilato lo stesso diavolo, che sconvol­
ge i beni d e ll’anim a e il prezioso patrim on io della m ente con il
prestito, per cosi dire, d e ll’iniquità prop ria d e ll’usuraio. Cattura
con la prodigalità, adesca con l’oro, a vvolge con azioni delittuose,
p er il tesoro prestato chiede la vita.
13. Che cosa è più iniquo di v o i che non 3 vi contentate
nem m eno che vi venga pagato il capitale 4? Che cosa è più iniquo
di voi che date denaro e vin colate la vita e il patrim on io? Prendete
in pegno oro e argento e dite che è ancora vostro d ebitore colui
che vi ha affidato più di quanto ha ricevu to da voi? Afferm ate di
essere creditori, p rop rio vo i che di più dovreste restituire. Voi
— dico — asserite d'essere creditori, vo i che avete avuto fiducia
non n ell’uom o, ma nel pegno. Giustam ente si chiam a faenus ciò
che date in prestito: tanto è vile e senza alcun valore 5.
14. Chiamate sors (capitale) ciò che vi è dovuto. Infatti com e
in un’urna funebre è agitata l’in felice sorte che deve essere sconta­
ta con il supplizio del deb itore condannato a m orte. I colp evoli
attendono trem anti l’evento della sorte. N on trepidano cosi quelli
di cui si decide la condanna, non cosi trem ano, avviliti e n ell’in cer­
tezza, quelli sulla cui carcerazione si decide. In quel caso infatti

16 C f. B a s il io , P L 29, 268 A etcì a\njnj,axuxv ÉXSwv, h o X éhlov eupEv. ’ A K sfytpàpuaxa


n ep i^ riT Ù jv S tiX tjt t ip io u ; ÈvÉtuxe-
4.1 L a m e d e sim a citazion e d i Sai 108 (109), 2 in B a s il io , P G 29, 265 B.
2 Si allude evidentemente al denaro usato per com pensare il tradimento di
Giuda.
3 Per nec (= ne... q u id em ) cf. B l a is e , D ictionnaire..., s. u.
4 capitis: difficilmente traducibile, perché A m brogio gioca sull’am bivalenza del
termine che significa «v ita», m a anche, in senso tecnico, «capitale».
s Si noti il gioco faenus/faenum.
210 DE TOBIA, 4, 14 - 5, 17

captiuitas, hic plurim orum addicitur. Et fortasse id eo sors, quia


in euentu sunt patrim onia, quae sub hac sorte uoluuntur. Magnum
et m em orabile beneficiu m dei, hoc specialiter ore prop hetico
praedicatur, quod in patres contulit, quia ex usuris et iniquitatibus
liberauit eos e. Et p rop rie ait: E x usuris liberauit eos, quia usurae
inferunt seruitutem, quasi diceret: ex seruitutis uinculo ereptos
red didit libertati.

15. Graue uocabulum debitorum . Debita peccata dicun


debitores quoque crim inosi appellantur; sic enim et isti sicut illi
de capite decernunt. Culpae tam en habent nom inum suorum ut
factorum diuersitatem : debita quamuis diuersae quantitatis unum
habent nomen, unum onus, unum periculum . N escit ergo quid
poscat infelix qui pecuniam petit mutuam: quid accipiat ignorat.

5. 16. N on nouit pecunia faeneratoris uno diutius loco s


solita transire per plurim os. V no teneri nescit sacculo, uersari ac
num erari expetit: usum requirit, ut adquirat usuram. Fluctus
quidam est maris, non fructus. Pecunia num quam quiescit. Labi-
tur uelut scopulo inlisa: ita grem ium debitoris percutit et conti­
nuo relabitur eo, unde processit. Cum m urm ure uenit, cum gem i­
tu reuertitur. Frequenter tam en placidum stat uentis mare, sem ­
per faenoris unda iactatur. M ergit naufragos, expuit nudos, uesti-
tos exuit, insepultos relinquit. Num m um ergo petis et naufragium
suscipis. H inc Charybdis circum strepit, hinc Sirenes, quae uolup-
tatis specie et canorae dulcedinis suauitate in uada caeca deduc­
tos repetendae domus, ut ferunt fabulae, spe et cupiditate frau­
dabant.

17. Statim uenditores unguenti et diuersarum specier


inruunt uelut canes quidam sagaci praedae uagantis od ore per-
TOBIA, 4 ,1 4 - 5, 17 211

si decide della prigionia di uno solo, in questo di m olti. E forse


per questo si dice sors (capitale), perché sono in balia del caso
i patrim oni che cadono sotto questa sorte. È un grande e m em ora­
bile ben eficio di Dio, e con particolare rilievo è annunciato per
bocca del profeta questo b en eficio che Dio procurò ai padri, ché
li ha liberati dall’usura e d all’iniquità. E propriam ente ha detto:
L i ha liberati dall’usura, perché l’usura porta la schiavitù, com e
se dicesse: restitui alla libertà quelli che ha strappato dalle catene
della schiavitù.
15. La parola « d e b it i» è gravosa. I peccati sono detti deb
i crim inali sono chiam ati anche debitori; questi, com e quelli,
rischiano una sentenza capitale 6. M a le colpe hanno una loro
diversa im putazione secondo i reati comm essi; i debiti, anche se
il loro am m ontare è diverso, hanno un’unica im putazione, un’uni­
ca gravità, com portano un m edesim o pericolo. Dunque non sa
che cosa dom anda lo sventurato che chiede denaro a prestito:
non sa che cosa riceve.
5. 16. Il denaro d e ll’usuraio non sa stare ferm o a lung
un sol luogo, abituato co m ’è a passare per m olte mani. N on sa
stare chiuso in una sola borsa, vu ole essere sborsato e contato:
chiede di essere usato p er acquistare interessi. È com e i flutti
del m a r e 1, non com e i frutti. Il denaro non riposa mai. Cade
com e se avesse urtato uno s c o g lio 2: cosi colpisce il grem bo del
d ebitore e subito ritorna là donde è partito. Arriva m orm orando,
riparte lamentandosi. Tuttavia spesso il m are rim ane calmo, senza
vento 3, invece i flutti del prestito sono sem pre agitati. Som m erge
i naufraghi, li rigetta nudi, li spoglia se sono vestiti, li lascia
insepolti. Dunque tu chiedi in prestito denaro e incorri in un
naufragio. Da questa parte Cariddi leva grida m inacciose, dall’al­
tra le Sirene, che con la lusinga del piacere e con la soave dolcezza
del canto toglievano — com e narrano le leggende 4 — la speranza
e il desiderio di tornare a casa a co lo ro che attiravano in secche
sconosciute 5.
17. Subito i ven d itori di profum o e dei vari oggetti prez
accorrono, com e cani dal fine od orato attirati d all’od ore della

6 Com e sopra nel § 13 caput ha valore am bivalente: «capitale» in riferimento


ai debitori, «sentenza capitale» per i criminali. Notiam o che de capite decernere è
espressione giuridica e — contenendo decernere l’idea di «lo tta re» — è detta di
chi deve sostenere u n ’accusa che com porta la pena capitale (cf. C ic e r o n e , Q u in ci.
72 q u i de capite decernit); in questo caso è riferita anche al debitore che rischia
la perdita del capitale.
5.1 L’associazione m orte-usura in questo paragrafo è commentata da A.V. Naz
RO, S im b olog ia e poesia d ell’acqua e del m are in A m b ro g io d i M ila n o , N apoli 1977,
pp. 36 s.
2 Cf. V ir g il io , georg. 3, 261 scopulis inlisa ; exp. Lue. 4, 4 (C S E L 32, 4, p. 141, 3);
10, 48 (p. 473, 19).
3 Cf. VIRGILIO, ecl. 2, 26 cu m p la cid u m uentis staret mare\ exam. 5, 13, 40 (C S E L
32, 1, p. 172, 15 s.).
* Si allude alle narrazioni mitologiche del dodicesim o libro dell’Odissea.
5 uada caeca: cf. V i r g il io , Aen. 1, 536 (non 540, come indica Schenkl); exp. Lue.
212 DE TOBIA, 5, 17-19

stricti, uenatores, piscatores, aucupes, caupones quoque m iscen­


tes m ero aquam, qui nobilitatem uetusti generis et patriae ac
natalem diem uini circum sonent. Circumstantes repente parasiti
quem ante solebant spernere salutant, deducunt, ad laetitiam
prouocant, ad sumptum incitant dicentes: Venite et f ruam ur bonis
quae sunt et utam ur creatura tamquam iuuentute celeriter. Vino
pretioso et unguentis nos impleamus, et non praetereat nos flos
temporis. Coronem us nos rosis, antequam marcescant. N u llu m p ra ­
tum sit, quod non pertranseat luxuria nostra: ubique relinquamus
signa laetitiae, quoniam haec est pars nostra et haec est s o rs a. Et
uere sors om nis illoru m facta est, tu autem rem anes exors b o­
norum.

18. N on talis sortis tibi scriptura monstrauit, non inter ta


sortes Dauid sanctus m em orat dorm iendum dicens: S i dormiatis
inter medias sortes b. Nam si in m ed io illarum dorm isses sortium,
id est ueteris et noui testamenti, non te pecuniae cupiditas in
uoraginem d eterrim i faenoris dem ersisset, sed gratia spiritalis
fid ei tibi dedisset argentum et in speciem auri diuinae sapientiae
institutione form asset. Etenim si nos unum testim onium diuinae
scripturae posuimus et luxuriosum illud conuiuium declinauimus,
utique potuit et iste saluari, si oraculis caelestibus inhaesisset.

19. Reuertam ur tam en ad conuiuium, non ut eius degu


mus epulas, sed cauendas aliis dem onstrem us. Oneratur mensa
peregrinis et exquisitis cibis, adhibentur nitentes m inistri m agno
em pti pretio, sumptu m aiore pascendi, bibitu r in noctem , dies
conuiuio clauditur, ebrietati deficit. Surgit ille uini plenus, uacuus
opum , dorm it in lucem, euigilans som nium putat. Etenim ut in
somnis sibi uidetur subito diues ex paupere, sic etiam egenus ex

5. a Sap 2, 6-9.
b Ps 67 (68), 14.
TOBIA, 5, 17-19 213

preda vagante, cacciatori, pescatori, u ccellatori ed anche osti che


m entre m escolano acqua con vino, esaltano la nobiltà dell'antica
qualità, l'origin e e l'annata del vin o 6. A ll'im p rovviso i parassiti si
fanno attorno e salutano colui che prim a erano soliti disprezzare,
lo accompagnano, lo invitano a divertirsi, lo incitano a spendere
dicendo: Venite e godiam o dei beni presenti e in fretta facciamo
uso delle creature com e in gioventù. R iem piam oci di vino pregiato
e di p ro fu m i e non ci sfugga il fiore del tempo. Coroniam oci di rose,
prim a che avvizziscano. N o n vi sia prato su cu i non passi la nostra
intemperanza: ovunque lasciamo i segni della nostra allegria, perché
questa è la nostra parte e questa è la nostra fortuna. E veram ente
la fortuna (capitale) è diventata tutta loro, tu invece resti privo
dei beni.
18. N on tali fortune ti ha m ostrato la Scrittura, non su queste
fortune il santo Davide ricord a che bisogna dorm ire quando dice:
Se dorm ite in mezzo alle fortune. Se infatti avessi dorm ito in m ezzo
a quelle fortune, cio è dell'A ntico e del N u o vo Testamento, la
cupidigia del denaro non ti avrebbe sprofondato nella voragine
di un deb ito rovinoso, ma la grazia spirituale della fede 7 ti avreb­
be arricchito di argento e ti avrebbe form ato a som iglianza del­
l'o ro istruendoti nella sapienza divina. Infatti, se noi abbiam o
addotto una sola testim onianza della Sacra S crittu ra 8 e abbiam o
evitato quel convito intem perante, certam ente anche costui
avrebbe potuto salvarsi, se avesse aderito agli insegnam enti ce­
lesti.
19. M a torniam o al con vito 9, non p er gustarne i cibi, ma
p er dim ostrare agli altri che dobbiam o evitarli. La mensa 10 è
im bandita di cibi esotici e ricercati, si procurano s e r v ito r i11 splen­
denti, acquistati con m olto denaro e ancor più costosi da m antene­
re u , si beve fino a notte inoltrata, il giorn o si chiude per il
banchetto, non basta all’ubriachezza. Quell’individu o si alza, pieno
di vino, ma vu oto di denaro, dorm e fin o a giorn o inoltrato, da
sveglio crede di sognare. Infatti, com e nei sogni, gli sem bra di

4, 3 (C S E L 32, 4, p. 141, 13).


6 Un'espressione m olto simile in H el. 8, 24: iustius u in i ille natalis est.
I Erroneamente, credo, Zucker concorda spiritalis con fidei. Ritengo, con la
Giaccherò, che l'aggettivo d e b b a essere unito a gratia, perché esso, mentre nulla
aggiunge a fidei, è necessario per precisare il significato di gratia che in Am brogio
ricorre molto spesso e in tutti i vari sensi con cui questa parola è usata nel latino
classico e cristiano.
8A m brogio si richiam a alla precedente citazione di Sap 2, 6-9.
9 Al banchetto si era accennato sopra in 5, 17. La predicazione di A m brogio
torna più volte su questo tema che gli offre facile spunto per considerazioni
sull’intemperanza, l'ubriachezza e altri vizi che trovavano nelle feste conviviali
favorevole occasione. Una descrizione vivacissima dell’apparato conviviale e degli
atteggiamenti dei convitati si trova in H el. 12, 45-13, 50 (supra).
10 Cf. B a s il io , PG 29, 268 C TpàitE^a fà p òvei|j.évt), éct#t|<; TtoXuTeXEijTÉpa- otxÉxai
itpòi; -tò tpaiSpÓTEpov È^riXXaynévoi T(Jj trytlM-aTi.
II Cf. V i r g il io , georg. 4, 133 m in is tri q u i dapibus mensas onerent-, Aen. 1, 706.
12 Com e annota Zucker, il verbo pasco è usato nel latino classico in riferimento
ad animali e, a volte, a proposito degli schiavi: S e n e c a , epist. 17, 3; G io v e n a l e , 3,
141 pascere seruos; PETRONIO, 57 u ig in ti uentres pasco et canem.
214 DE TOBIA, 5, 19-21

diuite. Dum defluit interim pecunia, usura superfluit. Tempus


minuitur, faenus augetur: thensaurus exinanitur, sors accumulatur.
Paulatim conuiuae se subtrahunt, sponsores conueniunt: mane
faen erator pulsat ad ianuas, queritu r dies solutionis transisse
praescriptos, iniuriis uigilantem adoritur, in somnis dorm ientem
excitat. N on noctes quietae, non dies suauis est, non sol iucundus.
Detrahuntur paulatim auratae ac sericae uestes et ueneunt d im i­
d io m inoris. Ponit cum lacrim is ornam enta coniux iam tristior
em pta carius, uendenda uilius. In auctione pueri constituuntur
m ensae m inistri et m ale adsueti em p torem auertunt. O ffertu r
pecunia creditori: « V ix » inquit «h a ec soluit usuram, caput deb es».

20. R edit exhausto patrim on io capitis reus et im m inuto


nore, accipit indutias tristiores bellicis quasi post biduum p roelia ­
turus. In b ello enim incerta uictoria, hic certa inopia: illic se
clip eo tegit, hic nudus occurrit: illic lorica pectus includit, hic
carcere totus includitur: illic manus telis onerat, arm at sagittis,
hic aere uacuas o ffert uinculis adligandas. Ducitur plerum que
uterque captiuus: ille habet quem accuset aduersum b elli euen-
tum, hic p raeter se quem accuset non habet. N ihil est in tolerabi­
lius ea miseria, quae excusari non potest. A cerbat conscientia
pondus iniuriae.

21. Tunc secum reputat, tunc scripturas recordatur, t


dicit: «N o n n e m ihi scriptum est: Bibe aquam de tuis uasis et de
puteorum tuorum fo n tib u s c? Quid m ihi cum puteo faeneratoris,
ubi et aqua includitur? Suauiora erant h olera cum securitate
quam alieno partae epulae cum sollicitudine d. N on oportu it alie-

c Prou 5, 15.
dCf. Prou 15, 17.
TOBIA, 5, 19-21 215

essere diventato im provvisam ente ricco da p o vero che era, cosi


pure p o vero da ricco che era. N el frattem po, m entre il denaro
se ne va 13, l’usura cresce. Il tem p o si riduce, il debito aumenta:
le ricchezze spariscono, il capitale ricevu to in prestito si accumula.
Un p o ’ alla volta gli invitati si dileguano e arrivano i garanti: di
m attina l’usuraio bussa alla porta 14, si lagna, dicendo che la
scadenza fissata per il pagam ento è trascorsa, aggredisce con
ingiurie il debitore se è sveglio, se dorm e lo sveglia. Le notti non
sono tranquille, il giorn o non è sereno, il sole non rallegra 15. Si
tirano fuori a poco a poco le vesti dorate e di seta e si vendono
a m eno di m età prezzo. La m oglie assai triste consegna piangendo
i gioielli, acquistati ad alto prezzo, da vendere a prezzo bassissimo.
I v a lle t t i16 addetti alla m ensa sono messi all’asta e, non essendo
ben addestrati, allontanano il com pratore. V ien e offerto il denaro
al creditore: «Q u esto — dice — basta appena p er pagare gli
interessi, m i devi ancora restituire il capitale».
20. Ritorna privo di sostanze, reo di una colpa capitale e
con il debito tutto intero; ottiene una proroga, più triste di una
tregua di guerra 17, com e se dovesse com battere fra due giorni.
In guerra infatti la vittoria è incerta, qui la m iseria è sicura: là
si copre con lo scudo, qui corre nudo: là chiude il petto nella
corazza, qui è tutto chiuso in carcere: là munisce le sue mani di
giavellotti, le arm a di frecce, qui le porge vuote di denaro per
essere incatenate. Di solito entram bi sono fatti p rigion ieri: il
soldato se la prende con l’esito della guerra, il debitore non può
dare la colpa che a se stesso. N ulla è più intollerabile della
miseria, quando non può essere giustificata. La consapevolezza
della propria responsabilità aggrava il peso d e ll’ingiuria.
21. A llora egli riflette, allora si ricorda d elle Scritture, allora
si dice: «N o n è stato scritto p er me: Bevi l ’acqua dai tuoi recipienti
e dalle sorgenti dei tu oi p o z z i18? Che ho da spartire con il pozzo
d e ll’usuraio, dove anche l’acqua è chiusa a chiave 19? Erano più
gustosi i legum i in serenità dei banchetti procurati con denaro
altrui in m ezzo a p re o cc u p a zio n i20. N on era necessario chiedere

13 Am brogio parafrasa e am plifica B asilio , PG 29, 268 C ù q Sè -cà nèv xprina-ra


ÙltOppEÌ, Ó Sè xpóvo? Ttpo'iùv TOÙq TOXOUC; ÉaUTÒi (RIJlUpOaVEl.
M Cf. B asilio, PG 29, 272 A è<péo-:t]xe rf) o ìk U/., x aì zhjpoxpouam.
15 Cf. B asilio , PG 29, 268 C où vuxte<; èxeivw àvàitauuw cpÉpouoxv oùx "HM-Épa
tpaiSpà, oùx ìlXboq TEpicvó?.
16 Dei p u e ri addetti al servizio di mensa troviam o una più precisa descrizione
in H el. 13, 46 (supra).
17 Cf. B asilio , PG 29, 272 A.
18 A m brogio rielabora riflessioni di B asilio, PG 29, 269 A-B, dove si ritrova
anche la citazione di Prov 5, 15, che però il nostro Autore non trae dal m odello
greco, m a dalla sua B ib b ia latina, dal m om ento che la citazione di A m brogio —
oltre che essere più estesa — ricorre identica in par. 3, 13 (C S E L 32, 1, p. 272,
16 s.); Isaac 4, 24 (p. 658, 5 s.); la c. 1, 7, 29 (C S E L 32, 2, p. 22, 24 s.).
19 Allusione a Prov 23, 27, che è citato da B asilio , PG 29, 269 B.
20 A m brogio parafrasa e adatta al proprio contesto un luogo biblico — Prov
15, 17 — che nella Vetus Latina suona cosi: m e lio r est hospitalitas cu m oleribu s ad
a m icitia m et gratiam, quam si u itu los occidas ad praesepia c u m in im icitiis, come
216 DE TOBIA, 5, 21 - 6, 24

na quaerere. Deinde incideram debita, de m eis oportu it fontibus


rem edium quaerere. Erant dom i uasa m inutiora. M elius erat m ini­
sterium deesse quam cibum, m elius uestem uenalem prop on ere
quam libertatem addicere. Quid profuit quod publicare pauperta­
tem m eam uerecundatus sum? Ecce alius publicauit. Ego nolui
nutritores uendere, ecce alius adiudicat».

22. Sera haec consideratio. Tunc decuit m etuisse tuis, cu


acciperes aliena: tunc decuit succurrere, cum uulnera prim a p ro ­
serperent. M elius fuerat in prin cipio tenuare sumptum et necessi­
tatem d ebiti rei fam iliaris angustiis ableuare quam ut ad horam
ditatus alienis postea exuereris et propriis.

6. 23. Accusamus debitorem , quod inprudentius se gess


sed tam en nihil nequius faeneratoribus, qui lucra sua aliena dam ­
na arbitrantur et dispendio suo deputant quidquid ab aliis possi­
detur. Aucupantur heredes nouos, adulescentulos diuites exp lo­
rant per suos, adiungunt se simulantes paternam atque auitam
amicitiam , uolunt dom esticas eoru m cognoscere necessitates. Si
quam causam inuenerint, accusant uerecundiam , pu dorem ar­
guunt, quod non ante de se speratum fu erit atque praesumptum;
sin uero nullos laqueos alicuius necessitatis offenderint, intexunt
fabulas, aiunt nobile praedium esse uenale, am plam domum ,
accumulant prouentus fructuum, annuos reditus exaggerant, hor­
tantur ut coem at. S im iliter faciunt pretiosas uestes et m onilia
nob ilia praedicantes. N eganti se habere pecuniam ingerunt suam
dicentes: «V te r e ut tua; de fructibus em ptae possessionis pretium
multiplicabis, debitum red des».

24. Praetendunt alienos fundos adulescenti, ut eum spolient


suis: tendunt retia, simul ut indagine cincta spatia fu erit ingressus,
cogunt eum in retia cautionum, laqueos usurarum; petunt obligari
sibi auitum praetorium , paternum sepulchrum. Praestituitur dies
solutioni, dissim ulatur conuentio, quando potest solutio sustineri.
V b i satis securum reddiderint, repente ingruunt et instant uehe-
mentius, causanti incum bunt dicentes: «T u possides tua praedia.
t o b ia , 5, 21 - 6, 24 217

prestiti. Poi, una volta incappato nei debiti, d o vevo porvi rim edio
con m ie risorse. In casa c’erano vasi più piccoli. Sarebbe stato
m eglio se fosse m ancato il servizio invece del cibo, m eglio m ettere
in vendita una veste costosa che m ettere all’asta la lib ertà ? 1. À
che m i ha giovato Tesserm i vergogn ato di m ettere in pubblico la
m ia povertà? Ecco l’ha messa in pu bblico un altro. N on ho voluto
vendere i servi che m i hanno allevato, ecco un altro se li pren de».
22. Tardiva è questa riflessione. Sarebbe stato convenien
se allora ti fossi preoccupato per i tuoi beni, quando contraevi
dei debiti; allora si d oveva ricorrere ai ripari al m om ento d elle
p rim e ferite. Sarebbe stato m eglio dim inuire le spese all’inizio e
rim ediare con il rigore nella gestione fam iliare alla necessità di
ricorrere al debito, piuttosto che, d o p o esserti tem poraneam ente
arricchito con denaro altrui, essere poi spogliato anche dei p rop ri
beni.
6. 23. N oi ora accusiam o il deb itore perché si è com port
con imprudenza, m a niente è più iniquo d egli usurai che giudicano
com e guadagni le altrui disgrazie e ritengono una perdita tutto
ciò che è posseduto da altri Insidiano quelli che hanno di
recente ricevuto un’eredità, spiano i giovani ricchi attraverso i
lo ro amici, si uniscono a lo ro sim ulando am icizia paterna e di
vecchia data, cercano di conoscere i lo ro bisogni di fam iglia. Se
scoprono qualcosa, condannano la riservatezza, biasim ano il pu­
dore, perché non si è avuto fiducia in loro e non si è fatto conto
su di loro; se invece non hanno tro va to il tranello di qualche
bisogno, inventano storie, dicon o che è in vendita un p odere
signorile, una casa grande, gonfiano la quantità dei prodotti,
esagerano la rendita annua, esortano ad acquistarlo. Si com p orta­
no allo stesso m odo quando parlano di vesti preziose e di gioielli
pregiati. Se uno dice di non avere denaro offron o il loro dicendo:
«U salo, com e fosse tuo; con i p rod otti m oltiplicherai il prezzo
del possedim ento acquistato e pagherai il d e b ito ».
24. M etton o di fron te agli occhi dell'adolescente i fondi
altrui, per spogliarlo dei suoi; tendono le reti appena quello è
entrato n ello spazio cinto tutto intorno 2, lo prendon o nelle reti
d elle cauzioni, nei lacci d e ll’usura; vo glio n o ipotecare a p rop rio
favore la villa degli a v i 3, la tom ba del padre. Si fissa il giorno
del pagam ento, si ignora il contratto, quando il pagam ento può
essere effettuato. Appena lo hanno reso abbastanza sicuro di sé,
all'im provviso piom bano su di lui e gli stanno addosso con accani-

risulta da citazioni dello stesso A m brogio in Abr. 1, 5, 35 (C S E L 32, 1, p. 529, 2 ss.)


e off. 2, 21, 108 (SA E M O 13, p. 224).
21 Cf. B a s ilio , PG 29, 269 A tzó.vtol npoécrdai, xa,TàSEl;ai, -kXtiv rf)c; éX,Eu#epiaq.
6.1 Cf. Nab. 12, 50 p a u p eriorem en im se iudicat om n is abundans, quia sibi dee
a rbitra tu r qu id q u id ab a liis possidetur.
2 Cf. VIRGILIO, Aen. 4, 121 indagine cingunt.
3 Contro i grandi proprietari, che attraverso l’usura cercavano di allargare i
loro possedimenti, A m brogio difende la piccola proprietà, soprattutto quando si
tratta di proprietà avite; cf. anche off. 2, 5, 17 (S A E M O 13, p. 192) sanguine p ro p rio
defenderet (Nabuthae) iura m a io ru m su oru m .
218 DE TOBIA, 6, 24 - 7 ,2 5

nos nostram pecuniam non habemus: aurum dedimus, lignum


tenemus: tibi fructuum em olum enta procedunt, nobis nihil accre­
scit pecuniae. Otiosa causatio est: saltem renouetur ch irogra­
phum ».

7. 25. Itaque dum prim o adulescens nihil putat de uest


suis aut etiam possessionibus esse uendendum aut ad haec facien­
da poscit dilationem , usurae adplicantur ad sortem , adcum ulatur
centesima. Iam suspirare incipit, iam m alum suum agnoscere.
Die ac nocte usuram cogitat, quicquid occurrerit, faen eratorem
putat, quicquid crepuerit, uocem sibi uidetur faeneratoris audire.
Si habes, cur non soluis? Si non habes, cur m alum m alo adiungis
et de uulnere quaeris rem edium ? Cur cotid ie obsidionem pateris
faeneratoris, expugnationem times? Vetus sententia est: Faenera­
toris et debitoris sibi occurren tium prospectum am borum jacit d om i­
nus a. A lter quasi (canis) praedam requirit, alter feram quasi prae­
da declinat: ille quasi leo quaerit quem deu oret b, iste quasi bos
iuuenculus praedonis im petum reform idat: ille quasi accipiter
unguibus o lorem quaerit inuadere, iste quasi anser aut fulica

7. a Prou 29, 13.


b Cf. 1 Petr 5, 8.

25, 11 canis ed. R om .


— feram V fera P aperta Sch.
t o b ia , 6 ,2 4 - 7 ,2 5 219

m ento. Se cerca di scusarsi, essi non gli lasciano scampo, dicendo:


«T u possiedi i tuoi poderi, noi non abbiam o più il nostro denaro;
ti abbiam o dato oro, conserviam o del legno 4; tu hai le rendite
dei prodotti, per noi non c'è alcun aum ento di denaro. È inutile
scusarsi, alm eno si rinnovi il con tratto».
7. 25. E così, m entre all’inizio il giovane pensa di non do
vendere alcunché d elle prop rie vesti e dei prop ri possedim enti,
oppure chiede tem po p er vendere, al capitale si applicano gli
interessi e la centesim a cresce progressivam ente ‘ . A llora il debi­
tore com incia a sospirare, ad accorgersi della propria disgrazia.
G iorno e notte è ossessionato d all’usura. Qualunque cosa gli si
avvicini, pensa che sia l'usuraio. Qualunque cosa scricchioli, gli
pare di sentire la sua voce. Se hai il denaro, perché non paghi?
Se non ne hai, perché aggiungi disgrazia a disgrazia e cerchi di
procurarti sollievo con una ferita? Perché sopporti che l’usuraio
ti assedi ogni giorno, e tem i la capitolazione? C’è un antico detto:
L ’usuraio e il debitore si vanno incontro, il Signore li osserva entram­
bi. L’uno com e un cane cerca la preda, l’altro com e una preda
cerca di sfuggire al feroce predatore 2; quello com e un leon e cerca
di divorare, questi com e un vitello tem e l'attacco del predatore;
quello com e un a vvo ltoio cerca di im padronirsi del cigno con gli
artigli, questi com e un’oca o com e una folaga preferisce precipita-

* lignum\ per rispettare l’antitesi con a u ru m bisogna tradurre «le g n o », anche


se è evidente che il creditore allude alla ricevuta del prestito, costituita da una
tavoletta di legno.
7.1 La centesima — norm alm ente pari all’1% al mese (= 12%) — veniva ov
mente applicata anche agli interessi maturati e non pagati.
2 L’integrazione canis dell’edizione rom ana (S. A m b ro sii opera om nia, Roma
1580-85) si fonda su B asilio, PG 29, 269 A ò piv ucntep xuojv èhi.tpéxei "ni ayP1 ?- Del
resto se si osserva il contesto con la serie di quasi seguiti dal soggetto delle singole
espressioni, appare chiaro che qualcosa era accidentalmente caduto. Non ritengo
invece convincente la congettura di Schenkl aperta in luogo della lezione feram
attestata da VTC, mentre PB hanno fera (trascuro la lezione inattendibile dei
'descripti' D P ’). Schenkl si richiam a a B asilio, ibid. ó SÈ &antp E-coipiov dr)pa[ia
xaTcmTT|<7Ei rrjv ownjxuxv. Ora, che A m brogio avesse sotto gli occhi questo testo
di Basilio risulta anche da quanto abbiam o appena detto, m a non è necessario
pensare che anche in questo caso egli abbia letteralmente tradotto dal greco, e
com unque una precisa corrispondenza con la fonte greca m ancherebbe, perché
il testo costituito dallo Schenkl non ha com plem ento oggetto (in Basilio è rr)v
cuv-ruxuxv); infatti, se ci si lascia guidare dalla presunta corrispondenza con il testo
basiliano, aperta è da intendere come attributo di praeda (com e etoijxov è attributo
di dripa|j.a) e non neutro plurale accusativo di declinat, com e interpreta M. Giacche­
rò. A fondam ento del mio giudizio favorevole a feram sta — oltre i dati della
tradizione manoscritta, ovviamente — il contesto, che si presenta costituito da
coppie di ‘comm ata’ in cui il prim o si contrappone chiasticamente al secondo, di
m odo che il nominativo del prim o è accusativo nel secondo e l’accusativo del
prim o nominativo nel secondo — si intende, con qualche ‘uariatio’ nell’uso dei
vocaboli e nella loro posizione — . Dunque nella prim a coppia a canis corrisponde
feram (non si badi alla differenza lessicale, perché quello di cui si parla qui pare
proprio un canis ferus: dunque esiste fra i due termini corrispondenza semantica);
fra praedam e praeda, poi, il richiamo è palese. Dunque, contro i dati della tradizione
e le esigenze interne della composizione am brosiana non può prevalere la ricerca
della corrispondenza, che com unque precisa non può essere, con il testo di Basilio.
A m brogio attinge letteralmente la prim a frase dalla fonte e ne trae solo uno
spunto per la seconda; delle seguenti, poi, non vi è traccia in Basilio.
220 de TOBIA, 7 ,2 5 -2 6

mauult se uel in praerupta d eicere uel in profunda d em ergere


quam istum humani corporis accipitrem sustinere. Quid co tid ie
fugis? Etsi non occurrat faenerator, occurrit tibi in op ia tamquam
bonus cursor. A m bos ergo uidet dominus, faen eratorem et d eb ito ­
rem , occurrentes sibi am bos spectat testis alterius iniquitatis,
alterius iniuriae: illius auaritiam condem nat, huius stultitiam. Ille
gressus debitoris singulos numerat, aucupatur deflexus: iste conti­
nuo post colum nas caput obum brat; nullam enim habet d eb itor
auctoritatem . Am bobus in digitis usurarum repetitu r saepius cal­
culatio. Par cura, sed dispar affectus: alter laetatur increm ento
faenoris, alter cum ulo debitionis adfligitur, ille quaestus numerat,
hic aerumnas.

26. Quid fugis hom inem , quem poteras et non tim ere? Q
fugis aut quousque fugies? Si quis pulsauerit nocte, faeneratorem
putas: sub lectum ilico. Si quem subito intrare senseris, tu foras
exsilis. Canis latrat, et cor tuum palpitat, sudor effunditur, anheli­
tus quatit, quaeris quid m entiaris ut faen eratorem differas, et,
cum dilationem inpetraueris, gaudes. Funere tuo simulat se faene­
rator grauari, sed liben ter inpertit: quasi uenator, qui feram cin xe­
rit, securus est praedae. Tu oscularis caput, am plecteris genua et
quasi ceruus sagittae toxico ictus paululum procedens tandem
uictus ueneno procum bis aut quasi piscis, qui fuscina fu erit in fi­
xus, quocum que fu gerit uulnus uehit. Et u ere piscis ille in esca
m ortem deuorat, ille hamum gluttit, dum cibum quaerit, sed

26, 4 offunditur PV.


5 quatit artus ed. R om .
TOBIA, 7 ,2 5 -2 6 221

re in un burrone o affondare in gorgh i profondi, piuttosto che


affrontare questo rapace dal co rp o sim ile a quello umano 3. Per­
ché fuggi sem pre? Anche se non ti vien e incontro l’usuraio, ti
vien e incontro l’indigenza, com e un buon corridore. Dunque il
Signore li ved e entram bi, l’usuraio e il debitore, li osserva m entre
si incontrano, testim one d e ll’iniquità d e ll’uno e d el torto subito
d all’altro: condanna la cupidigia di quello, la stoltezza di questo.
Q uello conta ad uno ad uno i passi d el debitore, ne spia le
deviazioni: questo subito nasconde la testa d ietro le colonne 4;
infatti il deb itore non ha dignità. Entram bi sem pre più spesso
rifanno sulle dita il calcolo d egli in te re s s i5. In loro c ’è la m edesi­
m a preoccupazione, ma diversi sono i sentim enti: l’uno si rallegra
p er l’aum ento d el prestito, l’altro si duole per l’accrescersi del
debito; quello conta i guadagni, questi i guai.
26. Perché fuggi un uom o che avresti potuto anche n
tem ere? Perché fuggi, o fin o a quando fuggirai? Se qualcuno
bussa di n o t t e 6, pensi che sia l’usuraio: subito ti nascondi sotto
il letto. Se senti qualcuno entrare all’im provviso, tu balzi fuori.
Se il cane abbaia, anche il tuo cuore palpita, il sudore si effonde,
l’affanno ti scuote 7, cerchi quale m enzogna dire per allontanare
l’usuraio, e, ottenuta una proroga, sei felice. L’usuraio finge che
la tua rovin a * gli rechi danno, ma vo len tieri concede la dilazione:
com e un cacciatore, che ha circondato un animale, è sicuro della
preda. Tu gli baci il capo, gli abbracci le ginocchia e, com e un
cervo colp ito da freccia avvelenata, proced i un p o ’ e poi sopraffat­
to dal velen o cadi, o com e un pesce, che è stato trafitto dalla
fiocina, porta la sua ferita ovunque vada. E veram ente quel pesce
divora la m orte che è n ell’esca 9, inghiotte l’am o 10, m entre cerca

3 h u m a n i c o rp o ris : per le capacità prensili degli artigli, m a non è im probabile


un'allusione a V irg ilio , Aen. 3, 210 ss., dove si parla delle Arpie, uccelli rapaci
dalle sembianze umane.
4 Cf. BASILIO, PG 29, 276 B ò SavEooutiEvoq... Tipòc; xiovaq xaì Toiyouq ànooTaà^uiv
T T )V XECpaX-QM.
5 Cf. ibid., 269 A.
6 Cf. ibid., 273 B.
7 L’edizione rom ana integra artus dopo quatit, sulla base di ben tre luoghi
virgiliani (VIRGILIO, Aen. 5, 199.432; 9, 814). Anche se preferisco seguire il giudizio
conservatore di Schenkl, tuttavia ritengo di dover segnalare che l’aggiunta di artus
potrebbe avere una giustificazione anche paleografica, oltre che stilistica, se pones­
simo la parola dopo anhelitus, con cui form erebbe un omoteleuto: in tutti e tre
i luoghi dell’Eneide troviam o la figura anhelitus artus.
1 fu n e re : da intendere nel significato traslato (rovina, disgrazia) attestato dal
T hlL 6, 1605, 68 ss. L’esem pio ivi citato, più vicino a questo luogo, è tratto da
questa m edesim a opera di Am brogio, 10, 37 (in fine), ma sul gioco di parole
funus/faenus si veda ibid., 10, 36 n ih il interest in te r funus et faenus.
9 C f. B a s ilio , P G 29, 272 C. S u lla m e t a fo r a d e l l ’e s c a cf. P. C o u r c e l l e , Escae
m a lo ru m ( Tim ée 69 d), in C onn a is-toi toi-m ém e, 1, P a r is 1974, p p . 429-435 r ip r e s o
in AA.VV., H om m a ge à Le on H errm a n n , B r u x e lle s 1960, pp . 244-252.
10 Sull’uso in A m brogio della m etafora dell'am o si vedano le considerazioni
di H. SAVON, S a in t A m broise devant..., 1, p. 281. Se qui il nostro Autore si appoggia
all'hom . in ps. 14 di Basilio (cit. in nota precedente), in exam. 5, 5, 14 (C S E L 32,
1, p. 150, 16-18) trae ispirazione da B a s il io , hex. 1, 3 (PG 29 153 A). P. C o u r c e l l l e ,
Am broise de M ila n face aux com iqu es latins, «R E L », 50 (1972), pp. 223-231, segnala
222 DE TOBIA, 7, 26-27

tam en hamum non uidet, quem tegit praeda: tu hamum cernis


et gluttis. Hamus tuus faenus est creditoris, hamum uoras et
uerm is te sem per adrodit. Ipsa est esca, quae decipit. Itaque et
tibi faenoris nec cibus usui est et hamus uulneri. An ignoras quia
sem el inlaqueatus n od o se magis, si fugiat, ipse constringit et
intra retia positus fu giendo magis deicit super se retia? In plateis
fugis, cum intra parietes tutus esse non possis. Inuenit te, cum
uoluerit, faenerator. Denique ubi tempus im pleueris, sicut lupus
nocte inruit, dorm ire non sinit, expectato die ad publicum trahit
aut tabulis uenditionis cogit suscribere. Vt fureris pudoris dispen­
dium, subscribis ilico uenditurus auitum sepulchrum. Paterno
sane ut praetexatur aliquid uerecundiae, em itur ieiunum solum,
iactatur quod infecunda uendiderit, dispendiis onerau erit uendi-
torem , et superioris tem poris adscribuntur dispendiis dam na
praesentis. M ox et laudata uenduntur et inferuntur iam non in­
strumenta, sed uincula.

27. Tamen adhuc quaerenti fideiussores tribuuntur indut


non ut praedam libertatis inueniat, sed ut consortem seruitutis
adiungat, qui se societ aerum noso. At quid iuuare potest alienae
calamitatis accessio? Iam et am ici fugiunt, conuiuae non recog n o­
scunt: ipse quoque conspectus om nium refugit et ut pugil ictus
uarios concertantium ita iste honestorum uitat occursus et sollici-

23 paterno Sch. paternum codd.


TOBIA, 7, 26-27 223

cibo, ma non vede l’am o che è nascosto dalla preda: tu vedi l'am o
e lo inghiotti. Il tuo am o è il prestito d el creditore, d ivori l’am o
e il verm e ti rode continuam ente. È l’esca che trae in inganno.
E cosi anche a te il cib o del prestito non ti giova e l’am o ti ferisce.
0 non sai che chi una volta è preso in un cappio, se cerca di
fuggire, lo stringe egli stesso di più e chi è preso nelle reti, se
fugge, ancor di più le avviluppa su di sé? Tu fuggi nelle piazze,
perché non puoi essere sicuro dentro casa. L’usuraio ti trova
quando vuole. E cosi, quando scadrà il tem po, com e un lupo
irrom p e di notte, non ti lascia dorm ire, nel giorn o stabilito ti
trascina in pu bblico o ti costringe a sottoscrivere il contratto di
vendita. Per nascondere il disonore, subito sottoscrivi la vendita
della tom ba dei tuoi antenati M. Evidentem ente, per m ostrare un
certo rispetto p er la prop rietà d el padre 12, si acquista un terreno
arido, ci si vanta di aver venduto terreni infruttuosi, di aver
indotto il ven ditore a gravi perdite, e i guai del presente si
attribuiscono a perdite del passato. Dopo un p o ’ si vendono anche
1 possedim enti prim a lodati, e orm ai non si m ostrano più contrat­
ti 13, ma catene.
27. M a al d ebitore che ancora cerca garanti è concessa u
tregua, non perché tro vi una preda 14 che gli procuri libertà, ma
perché coinvolga un com pagno di schiavitù che si associ allo
sventurato. Ma a che serve aggiungere la disgrazia di altri? Orm ai
anche gli am ici fuggono, i com m ensali non lo riconoscono: lui
anche sfugge lo sguardo di tutti, e com e il pugile cerca di evitare
i colpi degli a v v e rs a ri1S, cosi questi evita di incontrare le persone

a p ro p o s ito d i q u esto lu o g o u n a re m in isc en za d i P l a u t o , truc. 42 in terim ille am um


uorat, e d i I d ., cure. 431 meus h ic est, h am um uorat, m a p u ò trattarsi a n ch e di
u n 'e s p re s sio n e d iv e n u ta c o m u n e n ella lin g u a parlata, p ro v e rb ia le , c o m e am m ette
10 stesso Courcelle.
11 Nella predicazione am brosiana non è raro il biasim o per chi vendeva o
ipotecava il sepolcro, cioè i terreni su cui si trovava la tom ba di famiglia. Alienarla
era evidentemente segno di scarsa pietas: cf. supra 6, 24 e Abr. 1, 9, 80 (C S E L 32,
1, p. 554, 1) u t n on a lienis locis, sed n ostri p otiu s exaedificem us tu m u los parentum
u el p ro x im o ru m ; saepe en im c u m a liena tionibus possessionum uenales fiu n t quae in
iisdem locis sepulturae sunt.
12 La congettura di Schenkl, paterno, mi pare giusta, m a non è abbastanza
chiaro come l’editore abbia interpretato il passo, in quanto egli interpunge: ...
a uitum sepu lchru m p a tern o sane u t praetexatur a liq u id uerecundiae. Em itur...) forse
ha inteso: pa tern o (sep u lchro). H o seguito, invece, la punteggiatura di Zucker, con
11 quale intendo: p a tern o (s o lo ), e cosi il senso risulta più logico in relazione al
contesto. La Giaccherò ripresenta la lezione tràdita p a tem u m , riferendo questo
aggettivo al precedente sepu lchru m . I M aurini hanno paternae, evidentemente
riferito a uerecundiae.
13 Cioè contratti di acquisto con i quali chi è costretto a svendere cerca di
camuffare la propria rovina.
14 Intendiamo: chi accetta di essere garante del debitore è una sua preda.
15 Cf. B a s il io , P G 29 276 B oùSeu; -rcùxTng outio tix<; itXriyàq -uoù avTaywviaTou
CmofpEUYEi, ù)q ò SavEwànEvoq toù xpr\azou -zkq uvv-njxìa?, icpòq xìova? xaì -zoLyonc,
àitooTtiài^ov t t ) v xEcpaXr|v. L’ultima espressione è stata utilizzata da A m brogio anche
sopra (cf. nota 4) in un contesto diverso. È interessante notare — come è stato
osservato da S. G i e t , De saint Basile à saint Am broise. La cond a m n a tion du p rè t à
in térèt au I V siècle, «R e ch S R », 33 (1944), pp. 95-128 — che A m brogio si è trovato
nella necessità di modificare abbastanza profondam ente il passo basiliano che gli
224 DE t o b ia , 7, 27 - 8, 29

tus, ubi in aliquem offen derit, uigilanti exit obtutu. R edit paratus
ad uincula, red it m ortem optans, cogitans eam sibi, si moraretur,
inferre. R edit m isere se ipse condemnans, quod alienam pecuniam
non refu gerit et faeneratoris se aere deuinxerit.

28. O quantos m iseros aliena fecerunt bona! Q uid tibi, inq


ut bibas aquam Geon?°. Quid, inquam, tibi, ut biberes calicem
faeneratoris? «M u lt i» inquit «m u tu ati ad tem pus et necessitatibus
consuluerunt suis et pecuniam red d id eru n t». Et quanti se p rop ter
faenus strangulauerunt? Illos consideras, hos non numeras. R em i­
nisceris euasisse aliquos, non rem inisceris oppetisse: num mos
redditos imputas, laqueos adpetitos non conputas, quos d e fo rm i­
tati tam dedecoris conuentionis pleriqu e u erecundiores ad contu­
m eliam , fragiliores ad iniuriam exp etito interitu praetulerunt op ­
probrium uitae amplius quam m ortis supplicium pertim escentes.

8. 29. V idi ego m iserabile spectaculum, liberos pro pate


deb ito in auctionem deduci et teneri calam itatis heredes, qui non
essent participes successionis, et hoc tam im m ane flagitium non
erubescere creditorem . Instat urguet addicit. « M ea » inquit « nutri­
ti pecunia pro alim onia seruitium recognoscant, pro sumptu licita­
tionem subeant. A gitetu r hasta de pretiis singulorum ». N on inm e­
rito hasta agitatur, ubi caput quaeritur: non in m erito ad auctio-

' Ier 2, 18.

27, 8 sq. si om . P m oraretur c o n ie c i m oreretur codd. si moreretur, (m oram ) inferre


Sch.
t o b ia , 7, 27 - 8, 29 225

rispettabili e, quando si im batte in qualcuno, preoccupato, si


allontana guardandosi attorno 16. Ritorna pron to p e r le catene,
ritorna desiderando la m orte, m editando, se essa tardasse, di
darsela. Ritorna m iseram ente, biasim ando se stesso per non aver
evitato il denaro altrui e di essersi incatenato da sé con il denaro
d e ll’usuraio.
28. Quanta gente hanno rid otto in m iseria i beni a ltr u
Che cosa te ne viene — dice — bevendo l ’acqua di Geon? Che cosa
te ne viene — dico io — beven d o il calice dell'usuraio? «M o lti
— egli dice — presero un prestito per un certo tem po e p rovvid ero
alle loro necessità e restituirono il d e n a ro » 18. E quanti si sono
im piccati a causa del debito? Tu consideri quelli e non conti
questi. R icordi che alcuni sono scampati, non ricord i quelli che
sono andati incontro alla m orte 19: tu m etti in conto i denari
restituiti, non calcoli i capestri afferrati, che m olti, troppo tim idi
per tollera re l'offesa, tro p p o fragili per tale oltraggio, bram ando
la m orte, hanno p referito alla vergogn a di un contratto tanto
disonorevole, assai più tim orosi di una vita disonorata che del
supplizio della m orte.
8. 29. H o visto personalm ente uno spettacolo m iserevol
fig li messi all’asta per i debiti del padre 1 e trattenuti com e eredi
della sventura, essi che non potevano essere partecipi della suc­
cessione, e il creditore non si vergogn ava di questo brutale oltrag­
gio. Egli insiste incalza aggiudica. «P o ic h é — dice — sono stati
nutriti a m ie spese, accettino la schiavitù in cam bio del nutrim en­
to, per le spese sostenute sopportino la licitazione. Si faccia la

doveva sem brare non limpido, dal m om ento che erroneam ente vi leggeva xpT)o-roù
invece di fpr\aio\j. Insomma, se avesse avuto sotto gli occhi la lezione autentica,
avrebbe dovuto scrivere cred itoris uitat occursus e non h onestoru m uitat occursus.
In effetti, stando ai M aurini (cf. PG 29, 276, nota 55), la lezione ypTicToO ci è
attestata alm endo da un codice, m a è del tutto inattendibile nel contesto dell’om e­
lia di Basilio, com e la com parsa delle «p erso n e rispettabili» (h on e storu m ) nel
contesto am brosiano ne indebolisce un po’ la coerenza.
16 V ir g il io , Aen. 5, 438 ocu lis uigilan tibu s exit; exam. 6, 8, 50 (C S E L 32, 1, p.
242, 19); off. 1, 10, 32 (S A E M O 13, p. 42).
17 Cf. B a s il io , PG 29, 277 A Q> -rcócouc; <xt:u)Xeo-e x à òX k óTpia à y a M !
18 Cf. ibid., 277 A B àXXà noXXoC, <pr|ai, x aì Èx SavEicja.aTiov EitXouxTiaav. IlXeiouq
SÉ, otpLai, xaì Ppóxwv ifyavTO. Xù Sè toùq nèv itXovnfjffavTa^ pXiitEu;, to ù q SÈ àitay!;a-
HÉvouq oùx àpu>p,EÌ<;, oi, ttiv èrti Tale; àna.iT(]<re<7i\> aìcrxuvTiv |xt) cpépovxEc;, to v Si’
àfxóvT|c; M v a to v toù èidoveiSuj-tox; £f)v •rcpoETipi.Tia'av.
19 II v e r b o oppetere è q u i u sato sen za il c o m p le m e n to o g g etto e sp re sso (m o r­
tem )] cf. VIRGILIO, Aen. 1, 95 s. quis ante ora p a trum Troiae sub m oenibus altis co n tig it
oppetere', TACITO, Agr. 2, 24 oppetere n on senio, sed fame.
8.1 Parafrasi di B a s il io , PG 29, 277 B eISov èyw éXeeivòv 5Éap.a, icaìSat; iXtuMp
ùitèp fptCìM uaTpixùv IXxo|_LÉvouq eit; t ò 7tpa'CT|pt.ov. La corrispondenza è quasi
letterale, ma non escluderei che Am brogio, quando era consularis, o in seguito,
da vescovo, abbia avuto sotto gli occhi casi come quello qui descritto. È interessan­
te notare che il m edesim o episodio è narrato in Nab. 5, 21 u idi ego pauperem
duci... deducere in a u ction em filio s suos. Ora, mentre l’utilizzazione dell’om elia di
Basilio con tra faeneratores è consueta nel De Tobia, nel De Nabuthae è eccezionale.
Questa constatazione non rende forse probabile l’ipotesi che Nab. 5, 21 contenga
una saltuaria reminiscenza di una trascorsa utilizzazione dell’om elia basiliana, che
il De Tobia, cioè, sia anteriore al De N abuthae?
226 DE TOBIA, 8, 29-31

nem peruenitur, ubi sors poscitur. H aec est faeneratoris inhum ani­
tas, haec debitoris stultitia, ut filiis, quibus pecuniam non relin ­
quit, libertatem auferat, pro testam ento chirographum dim ittat,
pro em olu m ento hereditatis syngrapham obligationis. Quid sibi
uult paterni in liberos scriptura m aledicti, ubi nulla est im pii
offensa peccati? An potest durius aliquod esse m aledictum gra-
uiusque seruitium? Et illa saepe post m ortem habet defunctus
conpendia, quod non spectat m iserias filiorum .

30. Vendit plerum que et pater liberos auctoritate gen eratio­


nis, sed non uoce pietatis et ad auctionem pudibundo uultu
m iseros trahit dicens: «S olu ite, filii, gulae m eae sumptum, soluite
paternae m ensae pretium ; u om ite quod non deuorastis a, reddite
quod non accepistis, hoc m eliores, quod uestro p retio redim itis
patrem, uestra seruitute paternam em itis lib erta tem ».

31. Esto ut aliquis qui subuenire possit accedat. Quis tantam


expleat Charybdin, quis rationes faeneratoris agnoscat, quis auari-
tiam satiet, quae non iste pretia exaggeret, cum uiderit red em p to­
rem? N on enim suo magis lucro quam alieno detrim en to pascitur.
Vera profecto, uera est utpote d ei diuina sententia, qui cum iratus
esset p rop ter im pietatem popu li Iudaeorum , quod post deos abi­
ret alienos, cu i inquit faeneratori uencLidi u os?h. Venditur enim
qui obligatus fu erit faen eratori et uenditur non uno pretio, sed
cottidiano, uenditur non cum definitione, sed cum accessione
diuturna. Noua usurarum auctio per menses singulos, noua sub
cottidiana licitatione uenditio. Qui plus op tu lerit trahit semper,
uenalis addicitur, numquam quasi uenditus aestimatur. Magna
igitur uis caelestis sententiae. N on satis iudicauit dominus dicere:
Cui uendidi uos? addidit faeneratori. Offensus nihil potuit grauius
inuenire, quo uindicaret in perfidos. Derelictus expostulat, cur
ita fugerint salutis auctorem , quasi faeneratori eos alicui dominus
uendidisset digna poena dom inum relinquentis. H abent serui

8. a Cf. Iob 20, 15.


b Is 50, 1.
t o b ia , 8, 29-31 227

vendita all'asta 2 per stabilire il prezzo di ciascuno». N on senza


ragione si fa una vendita all'asta, quando si esige il capitale, non
senza ragione si ricorre all’asta, quando si richiede il denaro
prestato ad interesse. È questa la disumanità dell'usuraio, questa
la stoltezza del d ebitore: ai figli, ai quali non lascia denaro, toglie
la libertà 3, invece del testam ento trasm ette un contratto, invece
del b en eficio d ell’eredità un’obbligazione scritta. Perché una scrit­
tura di m aledizione del padre contro i figli, quando non c’è alcuna
mancanza che offen da la pietà? Può forse esistere una m aledizione
più dura e una schiavitù più pesante? Spesso il defunto ha anche
il vantaggio, dopo la m orte, di non ved ere le disgrazie dei figli.
30. Il più d elle vo lte il padre m edesim o vende i figli p er il
d iritto che gli viene dall'averli generati, ma non con la voce della
pietà e con la vergogn a in vo lto trascina gli sventurati all’asta
dicendo: «Pagate, figli, q u ello che la m ia gola ha sperperato,
pagate il costo della mensa p a te rn a 4; vom itate ciò che non avete
mangiato, restituite ciò che non avete ricevuto; per questo sarete
m igliori, perché con il vostro prezzo riscattate vostro padre, con
la vostra schiavitù com prate la libertà paterna».
31. Am m ettiam o che arrivi qualcuno a soccorrere 5. Chi p o­
treb b e saziare una sim ile Cariddi, chi può conoscere i calcoli
d e ll’usuraio, chi potrà soddisfare la sua avidità, quali costi non
gon fierà costui, quando vedrà chi è disposto a pagare il riscatto?
Infatti non si alim enta tanto del p rop rio guadagno, quanto piutto­
sto del danno altrui. Certam ente vera la sentenza divina, vera in
quanto pronunciata da Dio, il quale, adirato p er l'em pietà del
p o p o lo giudeo, perché seguiva gli dèi d elle popolazioni pagane,
disse: A quale usuraio vi ho venduto? Si vende, infatti, chi si è
legato ad un usuraio e si vende non ad un prezzo una volta
soltanto, ma ogni giorno; si vende non a un prezzo ben definito,
ma con aumenti continui. N u o vo aum ento degli interessi ogni
singolo mese, nuova vendita all’asta ogni giorno. Chi offre di più
prolunga senza fine la com pravendita, viene aggiudicato uno che
è in vendita, che m ai è considerato com e definitivam ente vendu­
to 6. Grande, dunque, la forza della sentenza divina. Il Signore
non ha giudicato sufficiente dire: A chi v i ho venduto? Ha aggiunto:
all'usuraio. Colui che è stato offeso non ha potuto trovare nulla
di più grave p er punire i p e r fid i7. Abbandonato, dom anda perché
siano cosi fuggiti dall’autore della salvezza, com e se il Signore li
avesse venduti ad un usuraio com e adeguata punizione per chi

2 hasta a gita tur: secondo la consuetudine rom ana nella vendita all’asta. Cf.
supra, H el. 8, 24 (in fine): hasta quaedam agitatur.
3 Traccia di queste riflessioni troviam o in B a s il io , PG 29, 277 B .
4 In 5, 19 (supra) A m brogio ha parlato del banchetto, come causa di debiti.
5 Lo stesso caso è immaginato in Nab. 5, 21 in u entum forte aliquem , q u i in illa
necessitate subueniret.
6 Insom m a il poveretto passa di venditore in venditore e il suo prezzo cresce
sempre.
7 Cioè il popolo infedele, com e è detto sopra.
228 DE TOBIA, 8, 31 - 9, 33

quod amplius quam carceris poenas et uincula reform ident, ha­


bent lib eri quod paueant pro libertatis incuria.

32. Sim ul illud aduerte quod faeneratio praeuaricationis


teria iudicata sit, quod is facile recedat a dom in o qui faen eratori
se potu erit obligare; faenus enim radix m endacii, causa perfidiae
est. «E g o u o s» inquit «n o n uendidi, sed peccatis uestris uenditi
estis » c. Ergo qui se faeneratori obligat ipse se uendit et quod
peius est, uendit se non aere, sed culpa.
9. 33. Quis iste peccati est faen erator nisi diabolus, a
Eua mutuata peccatum obnoxiae successionis usuris om ne genus
defaenerauit humanum? Denique quasi malus faen erator ch iro­
graphum tenuit, quod postea dom inus suo cruore deleuit. Etenim
quod m ortis erat scriptum apicibus debuit m orte dissolui. Faene­
rator ergo diabolus. Denique ostendebat saluatori diuitias suas
dicens: Haec om nia tibi dabo, si procidens adoraueris me a. At uero
dominus aeris solutor alieni nihil ipsi debebat et quasi d eb itor
uenit ut a faenore peccati exueret debitores. Nihil debebat qui
poterat dicere: E cce uenit huius m undi princeps et in me suum
non inuenit n ih ilb. N ihil debebat, sed soluebat pro omnibus, sicut
ipse testatur dicens: Quae non rapui tunc exsoluebam c.

c Is 50, l.
9. a Mt 4, 9.
b Io 14, 30.
c Ps 68 (69), 5.

33, 8 sq. et quasi usque debebat V om . P Sch.


TOBIA, 8, 31 - 9, 33 229

abbandona il Signore. I servi hanno da tem ere qualcosa di più


delle pene del carcere e d elle catene, i lib eri hanno di che tem ere
per non essersi curati della libertà.
32. Si consideri che l’usura è ritenuta com e causa 8 di t
sgressione, perché facilm ente abbandona il Signore chi si è legato
all’usuraio; infatti il prestito è origine di m enzogna, causa di
infedeltà 9. « I o — dice — non vi ho venduti, ma p e r i vostri peccati
vi siete venduti ». Perciò chi si lega all’usuraio si vende e, ciò che
è peggio, si vende non per il denaro, ma per il peccato.
9. 33. Chi è questo usuraio di peccato se non il diavolo,
quale Èva ha preso in prestito il peccato, indebitando il genere
umano con le usure di una discendenza co lp evole? Infatti, com e
un usuraio m alvagio, si è tenuto il contratto, che poi il Signore
ha distrutto con il suo sangue 2. E infatti ciò che era stato scritto
con caratteri di m orte d oveva essere annientato con la m orte.
L’usuraio è il diavolo. E appunto m ostrava al Salvatore le sue
ricchezze dicendo: T i darò tutto questo, se prostrato m i adorerai.
M a in verità il Signore, che paga i debiti, nulla gli doveva e venne
com e un d ebitore p er liberare i deb itori dal prestito del peccato.
Nulla doveva, lui che p oteva dire: E cc o viene il principe di questo
m ondo e in me non ha trovato nulla dì suo 3. Nulla gli doveva, ma
pagava per tutti, com e egli stesso attesta dicendo: A llora pagavo
quello che non avevo preso.

8 Per materia con questo significato cf. A g o s t in o , nat. et grat. 22, 24 materia
peccati.
9 Cf. B a s il io , PG 29, 269 B iJ^euSouq àpxT) t ò Savefl^Etrftat,- àxa.pia~ua.q acpopp-ri,
ày>jijj|j.oawnc;1 è m o p x ia ? .
9.1 II b r a n o quis... h um an um è citato d a AGOSTINO, c. l u i Pelag. l t 3, 10 (P L
646). L o stesso con cetto è sp ie g ato d a A m b r o g io in 23, 88 (in fra ).
2 II diavolo, usuraio di peccato, rende schiavo il peccatore, Cristo lo libera;
questo pensiero è più volte ripetuto da Am brogio; cf. epist. 1 (41), 7 (C S E L 82, 3,
p. 149); u irgin it. 126 (CAZZANIGA, p. 61, 1 ss.) eramus op p ign ora ti m alo cre d ito ri
peccatis; contra xim u s ch iro gra p h u m culpae, p oen a m sanguinis debebamus; uenit
dom in us lesus, suum p ro n ob is obtulit', ap. D a uid 1, 14, 63 (C S E L 32, 2, p. 344, 4 ss.).
3 H o creduto opportuno evidenziare come testo biblico (Gv 14, 30) anche
suum , sebbene ritenga che sia un'aggiunta di Am brogio. Infatti di suum non vi è
traccia nel testo greco né in alcun testimone della Vulgata o della Vetus Latina
(cf. W o r d s w o r t h - W h it e , cit. e A. JUl ic h e r , Itala, 4, Berlin 1963). A m brogio cita Gv
14, 30 alm eno altre otto volte senza suum-, solo in bon. m ort. 5, 16 (C S E L 32, 2, p.
717, 22 s.) su um com pare, m a in una parafrasi di tale versetto. Penso si possa
afferm are che qui, come in bon. m ort., sia stato aggiunto suum perché cosi, e solo
cosi, la citazione di Gv 14, 30 poteva ben adattarsi al contesto ambrosiano. È
interessante notare anche che in fug. saec. 4, 23-24 (C S E L 32, 2, p. 183, 2 e 12 ss.)
A m brogio discute due diverse lezioni (a prescindere da su um ) di Gv 14, 30. Dopo
aver spiegato in me in u e n it n ih il, aggiunge: aut si sic quem adm od um ple riq u e habent:
« non in u e n it in me n ih ih . La differenza sta nella doppia negazione, che ritroviamo
in questo passo del De Tobia. M a in fug. saec. Am brogio dà un'interpretazione
singolare, perché intende: «in me non trova il nulla». Infatti spiega: n on in u eniet
in m e m alitiam , quia m alitia n ih il est. Anche se — relativamente alla tradizione
manoscritta di questo luogo del De Tobia — solo P conserva la doppia negazione,
si può dunque essere sicuri sull’autenticità di tale lezione, che, peraltro, è conforta­
ta dal testo greco (oùx è'xei oùSév) e ci risulta anche altrimenti attestata per la
Vetus Latina (cf. WORDSWORTH-WHITE e JULICHER 4).
230 DE TOBIA, 9 ,3 4 - 10, 36

34. Quid distat m alitia huius principis m undi? Faenerator


pecuniae caput obligat, manum tenet, sortem ducit, centesim am
exigit. O nom en triste de dulci! Dominus ouem centesim am libe-
rauit d — illa centesim a salutis, haec m ortis est — et terra bona
centuplum fructum reddit. Vae his qu i dicunt quod am arum est
dulce et quod dulce a m a ru m !e. Quid amarius usura, quid dulcius
gratia? N onne hoc ipso serm one, quo centesim am appellant, reuo-
care deberent in m em oriam redem ptorem , qui uenit centesim am
ouem saluare, non perdere?

35. Quis grauior exactor est? Et hoc triste nomen. Denique


dom inus ait: Populus meus, exactores uestri circum scribunt u o s f,
et in euangelio habes: D um uadis cum aduersario tuo ad magistra­
tum, da operam liberari ab illo, ne forte perducat te ad iudicem et
iudex tradat te exactori et exactor mittat te in carcerem e. Quis iste
sit exactor agnosce, qui etiam nouissim um quadrantem exigit et
idem se cred itorem uocat atque in hoc etiam nom ine fraudem
facit ut qui ueneni poculum m eile inlinit, ut sub grato od ore m ors
lateat atque inlita calicis ora uim fraudis abscondant. C reditor
praetexitur quasi fidelis et quasi incredulus, ad quem fidelis obpi-
gnorat.

10. 36. Quotiens uidi a faeneratoribus teneri defunctos


pign ore et negari tumulum, dum faenus exposcitur! Quibus ego
adquieui libenter, ut suum constringerent debitorem , ut electo
eo fideiussor euaderet; haec sunt enim faenoris leges. Dixi itaque:
«T en ete reum uestrum et, ne uobis possit elabi, dom um ducite,
claudite in cubiculo uestro carnificibus duriores, quoniam quem
uos tenetis carcer non suscipit, exactor absoluit. Peccatorum reos
post m ortem carcer em ittit, uos clauditis: legum seueritate d e­
functus absoluitur, uobis tenetur; certe hic sortem suam iam
m em oratu r implesse. N on inuideo tamen pignus uestrum reserua-
re. N ihil interest inter funus et faenus, nihil inter m ortem distat
et sortem : personat, personat funebrem ululatum faenebris usura.

d c f. Mt 18, 12; Lc 15, 4.


e Is 5, 20.
f Is 3, 12.
g Lc 12, 58.
TOBIA, 9 ,3 4 - 10, 36 231

34. In che cosa è diversa la m alvagità del principe di questo


m ondo? Il prestatore di denaro ipoteca la vita del d e b ito r e 4,
conserva la sua firma, si prende il capitale, esige la centesima. O
parola triste che d eriva da una dolce! Il Signore ha liberato la
centesim a pecora — quella è la centesim a in relazione alla salvez­
za, q u e sta 5 in relazione alla m orte — , anche la buona terra
produce il centuplo in frutti. Guai a c o lo ro che dicono che l'amaro
è dolce e che il dolce è a m a ro !6. Che cosa è più am aro d e ll’usura,
che cosa è più dolce della gratuità? Con questa parola, con cui
si indica la centesima, non si d ovreb b e forse ram m entare il R eden ­
tore che è venuto a salvare la centesim a pecora, non a perderla?
35. Chi è esattore più severo? Anche questo è un term ine
triste. Infatti il Signore dice: P o p o lo mio, i vostri esattori vi oppri­
m ono, e nel Vangelo si legge: M entre vai con il tuo avversario dal
giudice, fa' in modo di liberarti da lui, perché non ti p o rti dal giudice
e il giudice ti consegni all'esattore e l'esattore ti metta in carcere.
C om prendi chi sia questo esattore, che esige anche l’ultim o spic­
ciolo e che si definisce egli stesso cred itore e che anche sotto
questo term ine nasconde l’inganno com e chi spalma di m iele la
coppa che contiene veleno, in m od o che sotto un piacevole arom a
si nasconda la m orte e gli o rli spalm ati del calice celino l’ingan­
no 7. Il creditore simula di essere uno che si fida ed è com e uno
che non si fida, al quale chi si fida si lega dando dei p e g n i8.
10. 36. Quante volte ho visto gli usurai sequestrare i defu
e negare loro la sepoltura, m entre esigevano il pagam ento del
debito! Ai quali ho acconsentito volen tieri che si tenessero il
debitore, perché, una volta preso quello, fosse libero il m allevado­
re; sono queste infatti le leggi che regolano il debito. E perciò
dissi: «T en etevi il vostro reo e perché non vi sfugga, portatelo a
casa, chiudetelo nella vostra stanza da letto, voi che siete più
spietati dei carnefici, perché q u ello che v o i trattenete, il carcere
non lo riceve, l’esattore lo proscioglie. Il carcere m ette in libertà
i co lp evoli di delitti d o p o la m orte, vo i li rinchiudete: il defunto
si libera dal rigore d elle leggi, vo i lo tenete ancora incatenato;
certo, si dice che questi ha pagato il suo debito. Ma io non vi
im pedisco di tenervi il vostro pegno. N on c’è differenza fra funera­
le e prestito, non c’è distanza fra m orte e denaro prestato: grida,
grida un lam ento funebre l’usura del prestito '. Ora veram ente

4 L’espressione caput ob lig a t è giuridica, com e osserva Zucker. Cf. ThlL 3, 416,
38, dove è citato anche questo luogo di Am brogio.
5 illa: riferito al termine più lontano nel tempo, non in questo contesto,
viceversa haec.
6 L a m e d e sim a citazion e d i Is 5, 20 si tro v a in B a s il io , P G 29 280 A, m a in un
a ltro contesto.
7 Z u c k e r , ad. loc., nota un’eco di L u c r e z io , 1, 938 p riu s oras p ocu la circu m
co n tin g u n t m ellis d u lci flau oque liquore.
8 Un gioco di parole fidelis... incredulus... fidelis, che rende contorto il pensiero
di Am brogio. Vivacissime descrizioni di questo atteggiamento dell’usuraio si trova­
no in 3, 10-11 e 6, 23 (supra).
IO.1 Si notino i giochi di parole, assonanze, ripetizioni: funus... faenus, m ortem
sortem, personat personat, funebrem... faenebris.
232 DE TOBIA, 10, 36-37

Nunc uere capite minutus est quem conuenitis; uehem entioribus


tam en nexibus alligate, ne uincula uestra non sentiat. Durus et
rigidus est d eb itor et qui iam non nouerit erubescere. Vnum sane
est, quod non tim ere possitis, quia poscere non nouit alim enta».

37. lussi igitur leuari corpus et ad faeneratoris dom um exse­


quiarum ordin em duci; sed etiam inde clausorum m ugitu talia
personabant. Ib i quoque funus esse crederes, ibi m ortuos plangi
putares, nec fallebat sententia nisi quod plures constabat illic
esse m orituros. Victus religionis consuetudine faen erator — nam
alibi suscipi pignora etiam ista dicuntur — rogat ut ad tumuli
locum reliquiae deferantur. Tunc tantum uidi humanos faen erato­
res, grauari me: tam en ego eorum hum anitatem m em orabam
prospicere, ne postea se quererentur esse fraudatos, donec feretro
colla subiecti ipsi defunctum ad sepulchra deducerent, grauiore
m aerore deflentes pecuniae suae funus.
TOBIA, 10, 36-37 233

ha perduto i diritti di cittadino colui che avete citato in giudizio;


tuttavia lo incatenate ancor più strettam ente, tim orosi che non
senta la durezza d elle vostre catene. Il d ebitore orm ai è indurito
e rigido e non può più arrossire. C e una cosa che sicuram ente
non potete più tem ere: che vi possa ch iedere gli a lim en ti» 2.
37. Ordinai, dunque, che il cadavere fosse portato fuori e
che il co rteo funebre si dirigesse verso la casa d e ll’usuraio; ma
anche di li risuonavano sim ili grida di quelli che vi erano rinchiusi.
Avresti creduto che anche li si svolgesse un funerale, che li si
piangessero dei m orti, e la supposizione era esatta, se non che
risultava che vi erano m olti che erano sul punto di m orire. L'usu­
raio vinto dalla consuetudine religiosa — infatti si dice che altrove
si prendano anche questi p e g n i3— chiede che la salma sia portata
al lu ogo di sepoltura. A llora soltanto ho visto d egli usurai umani
e ne fui rattristato; tuttavia ram m entai che d o vev o guardarm i
dalla loro umanità, perché poteva accadere che in seguito si
lam entassero di essere stati defraudati, m entre ancora essi stessi
portavano sulle spalle il feretro del m orto al sepolcro, piangendo
con m aggiore afflizione il funerale del loro denaro.

2 Questo discorso diretto potrebbe non essere del tutto fittizio, anche se il
tono ironico risponde bene alle esigenze oratorie del momento. N o n è probabile
che A m brogio rievochi una sentenza da lui stesso pronunziata quando era ancora
consu la ris in Milano; è però possibile che si riferisca all'esercizio d e ll'episcopalis
a udien tia: cf. C. ESMEIN, Débiteurs p rivés de sépulture, in M élanges d’h istoire du d roit
et de la critiqu e, Paris 1886, pp. 253-258; G. G a u d e m e t , L'église dans l'em pire R om a in
(IV -V s.), Paris 1958, pp. 230-240; V. WASEY, S a in t Ambrose's M ir r o r fo r Judges, «The
Judges», 39 (1979), pp. 438 s. La pratica legale del sequestro del cadavere del
debitore non è di origine rom ana; la troviamo documentata solo nel Basso Im pero
(cf. L. A r u , S u l sequestro del cadavere del debitore in d iritto rom an o, in «S tu d i in
m em oria di A. A lbertoni», 1, Padova 1936, p. 293). Oltre che in questo passo di
Am brogio, ci è attestata in una costituzione dell’im peratore Giustino: cod. Iust. 9,
19, 6 cu m sit in iu stu m et nostris a lien u m tem p orib u s in iu ria m fieri reliq u iis defuncto-
ru m ab his, q u i debitorem sib i esse m o rtu u m dicendo debitum que exigendo sepulturam
eius im pediunt, ne in posteru m eadem in iu ria p roced eret cogendis his ad quos funus
m o rtu i pertinet sua iura perdere, ea quidem , quae m o rtu o p osito ante sepulturam
eius facta fu e rin t uel exigendo q u o d debitum esse d icitu r uel confessiones aliquas aut
fideiussorem ut p ig n ora capiendo, penitus a m p u tari praecipim us... (a. 526). Questa
costituzione non dovette trovare com pleta applicazione se lo stesso Giustiniano
rinnovò la proibizione in N ou . 60, c. 1, § 1 (a. 537) e N ou . 115, c. 5, § 1 (a. 542). Si
ritiene che nel periodo classico la pratica del sequestro del cadavere fosse punita
dalla lex Iu lia de u i priu a ta (cf. Sent. Paul. 5, 26, 3: lege Iu lia de ui priu a ta tenetur...
q u i fu n era ri sepeliriue a liq u em p roh ib u erit, funusue erip u erit turbauerit...), anche se
non menziona il caso di un defunto debitore. Il diritto riconosciuto dalle X II
tavole ( tab. 3, 6) ai creditori di spartirsi il cadavere del debitore non è assimilabile
al diritto del sequestro. Nel Basso Im pero questa pratica dovette essere importata
dalla Germ ania o dalla Gallia, dove era am m essa e rimase in vigore fino al tardo
m edioevo (cf. L. A r u ,ibid., pp. 297, n. 14; 302).
3 Non c'è contraddizione fra questo inciso e l'affermazione all'inizio del prece­
dente § 36, perché qui A m brogio riferisce, senza garantire personalmente l'autenti­
cità dell'informazione (d icu n tu r), che altrove (presso i barbari?) si accettano come
pegni anche i cadaveri; sopra invece aveva dato per certa (q u otiens u id i) la pratica
del sequestro del cadavere del debitore da parte del creditore.
234 DE TOBIA, 11,38-39

11. 38. Aliud non m inoris acerbitatis accipite. Obseruan


aleatorum conuenticula et perdentis aerum nam com m oditatem
suam iudicant. Spondent pro singulis: uarios p rim o sors ludit
euentus, ad diuersos saepe transfertur u ictoria stipendiaque eius
uicissim atque aerum na mutantur. Om nes uincuntur et uincunt,
faen erator solus adquirit: penes alios inane nom en quod uicerint,
penes solum faen eratorem fructus est, non annuus, sed m om enta­
nus: illi soli lucrum faciunt in om nium detrim ento, illis solis est
usura uictoriae. Videas reliquos subito egentes, repente diuites,
deinde nudos, singulis iactibus statum mutantes. Versatur enim
eoru m uita ut tessera, uoluitur census in tabula, fit ludus de
pericu lo et de ludo periculum ; quot propositiones tot p roscriptio­
nes. C lam or plaudentium , fletus despoliatorum , gem itus d ep lo­
rantium. Sedet inter hos cred itor ut tyrannus, damnans unum­
quem que sorte capitali, agitat hastas, feralem instituit de singulo­
rum exuuiis auctionem . Alios proscriptioni addicit, alios seruituti:
non tanti occisi sub tyrannis sunt. Vitae igitu r hanc aleam rectius
dixerim quam pecuniae; sub m om ento fertu r quod ualeat in
aeternum. Ebrietas iudicat et nullus appellat. H abet et alea suas
leges, quas fori iura non soluant. Notatur, si credi potest, infam ia
qui putauerit renitendum et infam ium sententia grauius quam
censura iudicialis inurit opprobrium , quoniam qui apud iudicem
dam nantur apud illos gloriosi sunt, qui apud illos dam nantur et
apud iudicem crim inosi sunt. N ob ile M oyses constituit seniorum
iudicium a: hi tam en de leuioribus iudicabant, uerbum graue, hoc
est de potioribus negotiis M oysi iu dicio reseruare consueuerant.
H ic dicitur: «A leon u m concilium iu dicau it», et plus eorum tim e­
tur potentia quam leonum . In ter has feras uiuis, faenerator, atque
uersaris, his bestiis cibum eripis, his taetrior aestimaris, his cru de­
lio r plus timeris.

39. Ferunt Chunorum populos om nibus bellum in ferre na­


tionibus, faeneratoribus tam en esse subiectos et cum sine legibus
uiuant, aleae solius legibus oboedire, in procinctu ludere, tesseras
simul et arm a portare et plures suis quam hostilibus iactibus
interire, in u ictoria sua captiuos fieri et spolia suorum perpeti,
quae pati ab hoste non nouerint, id eo numquam b elli studia
deponere, quod uictus aleae ludo, cum totius praedae munus
amiserit, ludendi subsidia requirat bellandi periculo, frequ enter
autem tanto ardore rapi, ut, cum ea quae sola m agni aestim ant
uictus arm a tradiderit, ad unum aleae iactum uitam suam potesta-

11. a Cf. Ex 18, 25 s.


T o b ia , 11,38-39 235

11. 38. Ascoltate un altro esem pio non m eno grave. Cos
osservano i gruppi di giocatori di dadi e giudicano la sventura
di chi perde propria fortuna. Garantiscono per ciascuno. Dappri­
ma la sorte illude con risultati alterni ', spesso la vittoria passa
dall'uno all’altro e i suoi guadagni e le preoccupazioni si scambia­
no a vicenda. Tutti p erd on o e vincono, l’usuraio è il solo che
guadagna: per gli altri è gloria vana l’a ver vinto, solo all’usuraio
va il frutto, non di un anno, m a di un m om ento: solo lo ro si
arricchiscono a danno di tutti, solo p er loro c'è il profitto della
vittoria. Puoi ved ere gli altri all’im provviso poveri, d'un tratto
ricchi, poi nudi, mutare la lo ro situazione ad ogni lancio di dadi.
La loro vita infatti si getta com e un dado, il patrim onio rotola
sul tavolo, si gioca sul rischio e si rischia sul gioco; quante poste
tante confische. C lam ore di chi applaude, pianto dei rovinati,
lam ento di chi si dispera. Siede fra questi il creditore com e un
tiranno, condannando ognuno alla pena capitale, bandisce le aste,
dà inizio ad una ferale vendita all’incanto delle spoglie dei singoli.
Destina alcuni alla confisca, altri alla schiavitù: non cosi num erosi
sono stati uccisi sotto i tiranni. Sarebbe più giusto dire che cosi
si gioca la vita non il denaro; in un istante si decide ciò che varrà
p er sempre. Giudica l’ebbrezza e nessuno può appellarsi. Anche
il g ioco dei dadi ha le sue leggi, che la giustizia del fo ro non può
annullare. È bollato d ’infam ia — in credib ile! — chi ha pensato
di tirarsi in d ietro e l’opin ion e di persone infam i marchia d ’ob b ro­
b rio più gravem ente che non la condanna di un tribunale, perché
quelli che sono condannati da un giudice, presso costoro sono
degni d ’onore, quelli che sono da lo ro condannati, sono colp evoli
anche di fron te al giudice. M osè istituì il celeb re tribunale degli
anziani: questi tuttavia giudicavano i reati più leggeri ed erano
soliti riservare al giudizio di M osè le sentenze di più grave m om en ­
to, cioè sulle questioni di m aggiore im portanza. Qui si dice: « I l
consesso dei giocatori d ’azzardo ha d eciso», e si ha più paura
della loro forza che di quella dei leoni. Tu, o usuraio, vivi ed
eserciti il tuo m estiere fra queste belve, a queste belve contendi
il cibo, sei giudicato più tetro di loro, più di loro sei tem uto
perché più crudele.
39. Si dice che i p o p oli d egli Unni fanno guerra a tutte le
nazioni, ma sono asserviti agli usurai, e, viven d o senza leggi,
obbediscono solo alle leggi del gioco, giocano in assetto di guerra,
portano i dadi e insiem e le arm i e soccom bono più num erosi
p er i p rop ri lanci che p er i colpi del nem ico 2; pur vin cen do in
guerra sono fatti prigion ieri e patiscono d’essere spogliati dalla
propria gente, m entre non p erm ettereb b ero di esserlo dal nemico.
N on sm ettono m ai di v o le r com battere, perché chi è vinto al
g ioco dei dadi, avendo perduto ogni p roven to ottenuto dal bottino
di guerra, cerca nel rischio della guerra ricchezze da giocare, e

11.1 uarios... euentus: cf. VIRGILIO, Aen. 10, 160 euentus b e lli uarios.
2 La ‘concinnitas’ dell’espressione nel testo latino poggia sull'ambivalenza di
iactus (lancio di dadi e colpo d ’arma).
236 DE TOBIA, 11, 39 - 12,41

ti uel uictoris uel faeneratoris addicat. Denique constitit quod


quidam eorum et im peratori R om ano cognitus in fid e pretium
seruitutis, quam sibi tali sorte superatus intulerat, suppliciis im p e­
ratae m ortis exsoluerit. Prem it ergo faen erator etiam colla Chuno-
rum et eos urget in ferrum , prem it barbaros suae terrore sae-
uitiae.

12.40. Quid enim taetrius eo qui hod ie faenerat et cras


expetit! E t odibilis inquit hom o h u iu s m o d ia. O blatio quidem blan­
da, sed inmanis exactio. Verum ipsa oblationis humanitas facit
exactionis saeuitiam. Protulit pecuniam, hypothecas exigit atque
in suis apothecis recondit. Vna pecunia a faeneratoribus datur
et quam multa a debitoribu s exiguntur! Quanta sibi fecerunt
uocabula! Nummus datur, faenus appellatur: sors dicitur, caput
uocatur: aes alienum scribitur, m ultorum hoc capitum inmane
prodigium num erosam exactionem efficit: syngrapham nuncupat,
chirographum nom inat, hypothecas flagitat: pignus usurpat, fidu ­
cias uocat: obligationem adserit, usuras praedicat, centesim as
laudat.

41. Echinna quaedam est faeneratoris pecunia, quae ta


m ala parturit. Echinna tam en fecunda poenis uiscera trahens
partu suo rum pitur et m orte m aterna d ocet subolem non esse
degenerem in m atrem . Igitu r (ut) prim um incipiunt esse serpentes
illam m orsibus suis scindunt. Illic ubi nascitur uenenum prim um
probatur. Pecunia autem faeneratoris om nia m ala sua concipit,
parit, nutrit atque ipsa magis in subole sua crescit tristi prole
numerosior, non minus flexuosa quam serpens atque in orbem
tota se colligens, ut caput seruet, reliqu o flagellat corpore, illud
solum producit ad uulnera: spiris ingentibus quos conprehenderit

12. a Eccli 20. 15 (16).

41, 4 ut Sch.
TOBIA, 1 1 ,3 9 - 12,41 237

spesso sono presi dà tanta passione che colui che ha perduto,


d o p o aver ceduto le arm i — le sole cose che essi stimano di
grande valore — gioca con un sol lancio di dadi la propria vita,
consegnandola in p o tere o del vin citore o d e ll’usuraio. E cosi si
è saputo che uno di loro, conosciuto anche dal com andante
rom ano, pagò lealm ente il prezzo della schiavitù, che egli stesso
si era procurata perden do in questo m odo, con il supplizio della
m orte ordinatagli. Dunque l’usuraio soggioga anche gli Unni e li
spinge alla guerra, li op prim e con il terrore della propria crudeltà.
12. 40. Che cosa infatti c’è di più tetro di colui che
presta e dom ani richiede? È odioso — dice — un uom o simile.
L'offerta è certam ente fatta con b elle parole, ma l’esazione è
crudele. Ma è la cortesia d ell'offerta che pone le prem esse della
crudeltà d e ll’esazione. Ha dato denaro, esige ipoteche che m ette
nei suoi ripostigli. Gli usurai danno una sola som m a di denaro
e quante ne esigono dai d ebitori! Quanti vocaboli si sono coniati!
Si dà del denaro: lo si chiam a prestito. Si parla di denaro a
interesse: il suo nom e è capitale: tutto ciò è sottoscritto com e
debito. Questo straordinario p rod igio procura num erose riscos­
sioni di m olti titoli: parla di cam biali, nom ina contratti, reclam a
ipoteche, pretende pegni, esige cessioni fiduciarie, reclam a ob b li­
gazioni, annuncia gli interessi, cita le centesim e.
41. Il denaro d e ll’usuraio è una vip era 1 che partorisce tan
disgrazie. Tuttavia la vip era crepa durante il parto, dilaniando le
p rop rie viscere fecon de al torm en to 2 e con la sua m orte insegna
che la p role non è degen ere rispetto alla madre. Infatti, appena
com inciano ad essere serpi, la dilaniano con i lo ro morsi. Là,
donde il velen o nasce, è provato. Il denaro d e ll’usuraio invece
concepisce tutti i suoi mali, li partorisce, li alleva e m olto cresce
nei suoi germ ogli, più abbondante della sua stessa prole, non
m eno sinuoso del serpente e, raccogliendosi tutto in spire 3 per
proteggere il capo, colpisce con il resto del corpo, q u e llo 4 soltanto
espone alle ferite: con grandi spire tiene stretti quelli che ha

12.1 Il te rm in e echinna a b b a s ta n z a ra r o p e r in d ica re la v ip e ra è tratt


B a silio : cf. BASILIO, PG 29, 273 C TaO-ra Xzyécnìijì YEW Tjuaxa ÈxiSvóiv, x à tuìv tÓxojv
àTioxuT)|j.ona. T à q iy i Svaq XÉyouaT. tt)v f a in É p a TTjq [rnxpòc; SiEcrfhoutraq TUCTwfrai.
2 Cf. VIRGILIO, Aen. 6, 598 s. fecundaque p oen is uiscera. Si deve supporre che
l'espressione conservi in A m brogio il m edesim o significato; m a va segnalato che
il luogo virgiliano è controverso. Servio nel suo commento intendeva p oen is dativo,
sciogliendo in poenas-, cosi anche E. NORDEN, P. Vergilius M a ro Aeneis B u ch VI,
Stuttgart 1970 (= 1916), ad loc., che sottolinea il parallelism o con rim a tu r epulis
del m edesim o luogo virgiliano. Invece J. C o n im g t o n - H. N e t t l e s h ip , The Works o f
V irg il w ith a Comm entary, London 1884 (= Hildesheim - N e w York 1979), ad loc.
preferiscono intendere p oen is ablativo rinviando a V ir g il io , georg. 2,446 u im inibus
salices fecundae.
3 C f. V ir g il io , georg. 2, 154 in spiram... se co llig it.
4 illu d : l'ho riferito a corp ore, mentre la Giaccherò, interpretando diversamente
lo ha riferito a caput. L’espressione metaforica deve essere cosi chiarita: come il
serpente mette al sicuro la testa e colpisce con la restante parte del corpo,
esponendo solo questa alle ferite, cosi l’usuraio si preoccupa di garantirsi contro
la perdita del capitale rischiando solo gli interessi.
238 DE TOBIA, 12,41 - 13,43

ligat, solo capite interficit: saluo capite, etiamsi reliqua pars eius
dilapidata fuerit, reuiuiscit.
42. Diuersa quoque serpentibus sunt conueniendi et par
riendi tem pora, pecunia faenebris a die initae conuentionis cre­
scentibus serpit usuris, quae parturire non nouit, quia d olores
magis in alios ipsa transfundit. Ib i dolores sicut parturientis b. Vnde
etiam TÓxouq Graeci usuras appellauerunt eo quod dolores partus
animae debitoris excitare uideantur. Veniunt calendae, parit sors
centesim am : ueniunt m enses singuli, generantur usurae m alorum
parentum m ala proles. H aec est generatio uiperarum c. Creuit
centesim a: petitur, non soluitur: adplicatur ad sortem . Fit m aledic­
tum propheticum dolus in dolo d, usura inprobi sem inis fetura
deterior. Itaque non iam centesim a incipit esse, sed summa, hoc
est non faenoris centesim a, sed faenus centesim ae.

13.43. Vsuram quoque ab usu a rb itror dictam, quod ut


uestes usu ita usuris patrim on ia scindantur. Lugubre cerae prim a
littera sonat, parturit, uox doloris est. Quid ibi boni esse potest,
quod a dolore incipit et ab obligatione? Lep ores ferunt generare
TOBIA, 1 2 , 4 1 - 1 3 , 4 3 239

catturato 5, solo con la testa li uccide: avendo salvato il capitale,


anche se il resto fosse stato dilapidato 6, riprende vigore 7.
42. Per i serpenti, poi, sono diversi i tem pi dell'accoppiam e
to e del parto, il denaro dato in prestito dal giorno di inizio del
contratto si propaga per gli interessi che aumentano, ma non li
sa partorire, perché esso piuttosto 8 trasferisce su altri le doglie
del parto. Là d olori com e di partoriente. Perciò i Greci hanno
chiam ato gli interessi anche xóxouq, in quanto sem brano provoca ­
re le d oglie del parto nell'anim a del d ebitore 9. A rriva l’inizio del
mese, il denaro prestato genera la centesim a: vengono mesi dopo
mesi, si producono gli interessi, cattiva p role di genitori m a lv a g i10.
Cosi sono generate le vipere. È maturata la centesim a: è richiesta,
ma non pagata: è aggiunta al capitale. Si realizza la m aledizione
del profeta: Frode nella frode u; l’interesse è frutto peggiore di
sem e cattivo u . E cosi com in cia ad essere non più centesima, ma
capitale, cioè non centesim a del prestito, m a prestito della cente­
sima.
13. 43. C redo anche che usura d erivi da uso, perché, c
le vesti si rovinano p er l’uso, cosi i patrim oni per l'usura. La
prim a lettera scritta sulla tavoletta cerata manda un suono lu­
gubre *, partorisce, è un grid o di d o lore 2. Che cosa vi può essere

s Per la terza volta in questo paragrafo troviam o un’eco virgiliana; cf. VIRGILIO,
Aen. 2, 217 spirisque ligan t ingentibus.
6 Com e caput («te sta » e «c a p ita le ») anche il verbo dilapidare è qui usato con
la doppia valenza semantica: «co lpire con pietre» con riferimento al serpente, e
«d ila p id a re » con riferim ento al denaro prestato.
7 Com e osserva L.M. Zucker si allude alla credenza popolare secondo cui i
serpenti possono rigenerare il corpo che sia stato fatto a pezzi, purché salvino la
testa; cf. anche exp. ps. 118 20, 2 (C S E L 62, p. 445, 19 ss.) fertu r coluber, cu m u rgetur
p ericu lo, caput sem per abscondere et in orb em se collig en s obiecta reliqua parte
co rp o ris h oc solum tueri, q u o d inlisa fera tu r m em bra cetera saluo capitis uigore
reparare. Tale credenza è fatta risalire al mito dell’Idra Lernea dalle cento teste,
di cui una era creduta immortale, mentre le altre anche se tagliate ricrescevano.
8 magis: com e spesso in A m brogio va inteso nel senso di potius. Con questo
avverbio si sottolinea che la similitudine fra il denaro prestato e il serpente non
è perfetta, in quanto, mentre il serpente partorisce da sé la prole, il prestito fa
sopportare al debitore i dolori del parto, cioè il peso del pagam ento degli interessi.
9 Di due possibili derivazioni della parola xóxot; indicate da Basilio, Am brogio
segue la seconda; cf. B asilio, PG 29, 273 C tì -zàya. xóxoq XéyETai, 8ià l à q ùSZvaq
x aì Xunaq, aq Èp/rcoiEÌv ta l? i^uxaiq t ù v 8avet,(ra|jiva>v racpuxEv. Si vedano in proposito
le osservazioni di S. Giet, De saint Basile à saint Ambroise..., p. 115.
10 Cf. B a s il io , PG 29, 273 C tóxo<; etcì -tóx<*), tcovtjpùv yovéuv novripòv Exyovov.
11 La medesim a citazione di Ier 9, 6 in B a s il io , PG 29, 265 B .
12 La mia interpretazione corrisponde a quella di Zucker, mentre si differenzia
da quella di M. Giaccherò. Il senso dell’espressione in p ro b i sem inis fetura deterior
risulterà più chiaro dal confronto con una frase assai simile di H el. 5, 12 pessimae
generatricis partus deterior.
13.1 Una spiegazione di questa frase è data in una nota dei M aurini (cf
14, 813 D). A m brogio accenna al suono lugubre della prim a lettera u della parola
usura scritta in cima alla tavoletta cerata su cui era steso il contratto che regolava
il prestito (o si tratta, forse, della tavoletta su cui venivano registrati gli interessi?).
2 N e ll’edizione di Schenkl il passo è cosi interpunto: ... sonat. P a rtu rit u ox
d o lo ris est. Il verbo p a rtu rit non connesso con la frase precedente, con funzione,
p er di più, di soggetto, lascia perplessi. Né mi è parsa accettabile la traduzione
della Giaccherò — peraltro l'unica possibile — da quel testo cosi interpunto:
240 DE TOBIA, 13,43-44

simul et educare et continuo parturire: istis quoque anaglyphariis


usurarum generatur et supergeneratur usura. Enutritur ac nasci­
tur et nata iam parturit. Radices quoque arborum prim o plantan­
tur, ut prendant; cum prenderint, tunc uirescere incipiunt, postea
pullulare: at u ero pecunia faenebris uix plantata iam pullulat.
Semina tem pore erumpunt, anim alia tem p ore pariunt. Tempus
enim pariendi et tempus m oriendi, tempus plantandi et tempus
uellendi plantatum, tempus occidendi et tempus sanandia, et infra:
Tempus adquirendi et tempus reddendi, tempus custodiendi et tem­
pus expellen d ib, ut Ecclesiastes ait: pecunia faenebris hodie sem i­
natur, cras fructificat: sem per parit et numquam interit: sem per
plantatur, uix euellitur. Vult sem per faen erator adquirere, num­
quam perdere, numquam custodire pecuniam suam, sem per
expellere, numquam sanare, sem per occidere.

44. Et quia bonus ad om nia m agister Ecclesiastes lib er


Solom onis, paulisper ipsi inhaereamus. N o n satiabitur inquit ocu ­
lus uidendo et non satiabitur auris a u d itu c. N ec faen erator expletu r
accipiendo nec affectus eius cottidiano num erandi àeris satiatur
auditu. Et iterum : Omne quod fuit ipsum est quod e r it d. Crescit
sem per pecunia, otium nescit auaritia, usura ferias. Omnes inquit
torrentes uadunt in mare et mare non a d im p le tu re. M are istud
faen erator est; om nium patrim onia tam quam fluctus absorbet et
ipse nescit expleri. M ari tam en pleriqu e utuntur ad quaestum,
faen eratore nem o utitur nisi ad dispendium : illic m ultorum com ­
m odum est, hic uniuersorum naufragium.
TOBIA, 13,43-44 241

di buono che incom inci dal d o lore e dall’obbligazione? Si dice


che le lep ri nello stesso tem po figlino, a llevin o e subito partorisca­
no senza intervallo: anche per questi incisori di usure si prod u co­
no interessi su in te re s s i3. Si sviluppano e nascono e appena nati
già partoriscono. Anche le radici d egli alberi prim a si piantano,
perché attecchiscano; quando hanno attecchito, allora incom incia­
no a crescere, poi a germ ogliare: invece il denaro dato in prestito,
appena piantato, germ oglia. I semi si aprono nella loro stagione,
g li anim ali partoriscono nella lo ro stagione 4. Infatti c ’è un tempo
per partorire e un tempo p e r morire, un tempo per piantare e un
tempo p er sradicare ciò che è. stato piantato, un tempo p er uccidere
e un tempo per guarire; e più oltre: C’è un tempo per guadagnare
e un tempo per restituire, un tempo per conservare e un tempo per
gettare via, com e dice l’Ecclesiaste. Il denaro prestato oggi è
seminato, dom ani dà i fr u tt i5; partorisce sem pre e m ai muore, è
sem pre piantato, d ifficile da sradicare. L’usuraio vu ole sem pre
guadagnare, m ai perdere, mai conservare il suo denaro, sem pre
vuole darlo in prestito, m ai guarire, sem pre uccidere.
44. E poiché l’Ecclesiaste, lib ro di Salom one, è un bu
m aestro per ogni uso, seguiam olo p er un p o ’. L’occhio non si
stancherà — dice — di vedere e l ’orecchio non si stancherà dì udire.
N em m en o l'usuraio si stanca di guadagnare né la sua bram a si
sazia di ascoltare ogni giorn o il suono d elle m onete m entre le
conta. E ancora: Tutto qu ello che fu è lo stesso che sarà. Il denaro
cresce sem pre, la cupidigia non conosce l’ozio, l’usura non con o­
sce riposo. Tutti i fiu m i — dice — corro n o al mare e il mare non
è m ai colm o. Questo m are è l’usuraio; riceve i patrim oni di tutti
com e il m are e non è m ai sazio. M a alm eno dal m are m olti
traggono dei vantaggi, l’usuraio è utile solo per andare in rovina:
là c'è un’utilità per m olti, qui il naufragio di tutti.

«partorisce è voce di d o lo re». M a già Zucker, avendo ritoccato la punteggiatura


di Schenkl... sonat. Pa rturit, u o x d oloris est, aveva tradotto: «it is bringing forth;
there is a cry of pain». P a rtu rit è dunque strettamente connesso con quanto
precede e ne è la spiegazione. Intendiam o: la prim a u di usura m anda un lamento
lugubre, come chi partorisce: è partorita l’usura; si tratta di un parto fonetico,
ma l’allusione è al parto dell’usura, cioè al pagam ento degli interessi che avviene
fra i tormenti, come è detto nei due paragrafi precedenti.
3 La prim a frase, quella riguardante la lepre, è letteralmente tradotta da
Basilio, le seguenti rielaborano il pensiero della fonte; cf. Basilio, PG 29, 273 B
xoùq XaYWOuc; cpain x a ì tucteiv Ó|J.oO xa ì Tpétpav x aì ÈiuxuìfTXEO^ai. K a ì Tolq toxoyXu-
tpoiq "tà xpTl^axa ó|j.oO SavEii^ETai xai yevw toii xaì. ÙTtotpÙExai,. Ouita) yàp èSé^oj eie;
XEÌpa?, xaì toù raxpóvToq |J/r]vò^ <xinynr|dT|<; ttjv Èp-facxav. I TOXOY^ucpoi. (gli usurai)
diventano in A m brogio a nqglyph arii u su ra ru m : «cesellatori d'usure»; cosi sono
chiamati gli usurai che — con riferimento a quanto detto sopra nel medesimo
paragrafo — scrivono (quasi cesellano) le condizioni del prestito su tavoletta
cerata (oppure vi registrano gli interessi). Sotto anaglypharius il ThlL cita, oltre
questo luogo di Am brogio, anche gli scolia in Iu u . 9, 146 la b oriosi anaglypharii.
N o n parrebbe dunque precisa l’interpretazione di B laise, Dictionnaire..., s. u.
anaglypharius: «usuriers qui entassent intérèts sur intérèts».
4 Cf. BASILIO, PG 29, 273 C-D Tà a'itÉpp.aTa xpóvu) (puETai, xaì t ò £,<I>a xpóvy
T E ^ E a cp o p E ÌT a i.
5 Cf. ibid., 276 A ó 8È T Ó x o q OT|(j,Epov YEwà-rai, xaì crip-Epov toù tìxteiv àpxETai.
242 DE TOBIA, 13,45 - 14,46

45. M ulta sunt animantia, quae cito generare incipiunt, s


cito etiam generare desistunt: sors cito generat et numquam
desinit, im m o cum exordium crescendi acceperit, in infinitum
extendit augmentum. Om ne deinde quod crescit, cum ad naturae
suae form am atque mensuram m agnitudinem que peruenerit, ua-
cat increm ento, sed faeneratorum pecunia tem pore sem per auge­
tur et ultra form am m aternae sortis excedens m odum non con ti­
net. Pleraque etiam anim antium cum coeperin t ea quae ex his
sunt orta generare, tam quam effetis uiribus usum generationis
amittunt: sors autem faenoris cum fu erit crescentibus exaequata
centesim is, et uetustatem sui renouat et partus solitos adiunctione
m ultiplicat.

14. 46. N on nouum nec perfu nctorium hoc malum est, q


ueteris atque diuinae praescripto legis inhibetur. Populus, qui
despoliauerat Aegyptum , qui pede transierat mare, m onetur a
faenoris pecunia cauere naufragia. Et cum de aliis peccatis sem el
aut multum iterata adm onitione praescripserit, de faen ore sae­
pius intimauit. Habes in Exodo: Quodsi pecuniam faeneraueris
pupillo, orphano, pauperi, aput te non suffocabis eum, non inpones
illi usuram a. Ostendit quid sit suffocare, id est usuram inponere;
strangulat enim et quod peius est anim am laqueus creditoris.
Quo serm one et praedonis u iolentiam et deform is nodum m ortis
expressit: Quodsi pignus acceperis uestimentum p rop in qu i tui, ante
solis occasum restitues illud; est enim hoc coopertoriu m eius tantum,
hoc uestimentum turpitudinis eius. In quo dormiet? Quod si itaque
proclam auerit ad me, exaudiam eum b. Audistis, faeneratores, quid
lex dicat, de qua dixit dominus: N on ueni legem soluere, sed

14. a Ex 22, 24 (25).


b Ex 22, 25 s. (26 s.).
TOBIA, 13,45 - 14,46 243

45. M o lti sono gli a n im a li6 che presto iniziano a generare


m a anche presto cessano di generare: il denaro prestato produce
subito e non cessa mai; anzi, quando ha iniziato a crescere, estende
la crescita all’infinito. Inoltre ogni cosa che cresce, quando è
giunta alla form a, alla misura e alla grandezza p rop rie della sua
natura, cessa di aum entare; il denaro d egli usurai col tem po
aumenta sem pre e, superando i lim iti del capitale che lo ha
prodotto, cresce a dismisura. Anche la m aggior parte d egli anim a­
li, quando quelli che da loro sono nati com inciano a generare,
perdon o la capacità della riproduzione, com e se avessero esaurito
le forze; invece il capitale del denaro prestato, quando il suo
am m ontare è eguagliato dalle centesim e che crescono sempre,
ringiovanisce le forze lo g o re e m oltiplica con l’aggiunta (degli
interessi m aturati) i frutti a b itu a li7.
14. 46. Questo non è un peccato nuovo o di poco conto,
m om ento che è vietato dal com andam ento dell'antica e divina
Legge *. Il p o p o lo che aveva depred ato l’Egitto, che aveva attraver­
sato a p ied i il m are è avvertito di guardarsi dai naufragi provocati
dal denaro prestato. E m entre sugli altri peccati la L egge ha
espresso il divieto una sola volta o in m olti casi lo ha ripetuto,
circa il prestito più frequ entem ente ha dato precetti. Si legge
nell'Esodo: Se darai in prestito denaro al minorenne, a ll’orfano, al
povero, non lo strozzerai, non gli im porrai interessi. Spiega che
cosa è strozzare, cioè im p orre degli interessi; infatti il laccio del
creditore strangola anche — ciò che è p eggio — l'anima. Con
questa parola è espressa la violenza del predone e la sofferenza
di una m orte orrib ile: Se prenderai com e pegno la veste del tuo
prossimo, gliela restituirai prim a del tram onto del sole; questa infatti
è l ’unica sua coperta, è l'u n ico vestito p e r la sua vergogna. Dove
dorm irà? E cosi, se egli griderà verso di me, lo esaudirò. Avete
udito, usurai, che cosa dice la Legge, di cui il Signore ha detto:
N on sono venuto ad abolire la Legge, ma a perfezionarla? Quella
L egge che il Signore non ha a bolito vo i avete messo da parte!

r 6 Cf. ibid., 276 A t ù v i^iótov x à xaxù xixxovxa xaxù tou yevv?ìv irauexou- x à 8è
XpTip,aTa, xaxEwxv X,ap,Pavovxa toC T^Xeovac^ioG tq v àp‘/x]v, (Ìté/vEctov ÉiriSéxExai tt)v
d q t ò tcXeiov 7Cpo<ri)r)XT)v. Tàiv aù!;avo|jivcov Exatnov, ÈTOiSàv Ttpòt; tò oÌxeìov àcpi-
XT)xai p,EYE0oq, xf]q aij^T)CEuc icTaTai' t ò Sè tójv tt/.eovextòjv àpyupiov t<J> xpóvy
TtavTi. aunitapauijETOU,. T a ^ùa, mapaSóvTa to ù ; iyyóvoLC tò tlxteiv, aÙTà xfjq xueceojc;
■rcauETca- Tà Se t ù v SavEitrtòiv àpyùpia x aì x à ÉmYivó|j£va tixtei, xaì Tà àpxaìa vEa^ei.
1 Questo luogo non è lim pido e la ragione ci è svelata da Giet, De saint Basile
à saint Ambroise..., pp. 114 s., che ha notato che Am brogio, attingendo al passo di
Basilio sopra citato (cf. nota precedente): xaì Ta ÉraYivónEva tlxtel xaì Tà àpxaìa
VEa^Et, ne ha travisato il significato (non ha colto l’opposizione ETtLyivó|j^va/àpxaìa),
perché ha inteso àpxaìa non nel senso specifico tecnico di «capitale», ma in quello
generale ed ha reso questa parola con uetustatem. N on ci si m eravigli troppo:
nella versione latina a fronte del testo greco in PG 29, 275 A xaì t ò àpxaìa vedrei
è tradotto: et ueteres renouantur.
14.1 Con questo paragrafo inizia la seconda parte del trattato e, se si acce
la mia ipotesi (cf. In tro d u zio n e, pp. 30 s.), il secondo sermone. Com e ho osservato
ne\ì'Introdu zione (p. 32), i §§ 57-70 risulteranno più chiari se si terrà presente che
i principali destinatari di questa parte sono gli Ebrei.
244 DE TOBIA, 14, 46-48

inplere c? Quam dom inus non soluit uos soluitis! « V su ram » inquit
«p e te re suffocare est». H oc quoque foris sero est dictum a quibus­
dam eorum prudentibus: Quid est faenerare? H om inem inquit
occidere. Sed utique non Cato p rio r quam Moyses, qui legem
accepit. M ulto ille posterior.

47. S i pignus acceperis uestimentum p ro p in q u i tui, ante s


occasum restitues illu d '1, ne nudati appareat turpitudo. Vos uero
exuitis atque nudatis et non redditis. V id ete ne sol occidat super
auaritiam uestram e, ne sol iustitiae f uobis occidat, quia iustitiam
non tenetis, aut sol iniquitatis super flagitia uestra condatur. Dies
quoque perit inuito, nox inruit sicut Iudae, qui cum diabolus se
misisset in cor eius s, surrexit ad p rod ition em et facta est nox h;
sol enim iustitiae ' occiderat ei ac super eum rec u b u e ra t1 qui in
cor eius intrauit m. Fecit illi tenebras, ut lucis non uideret aucto­
rem. Ib i m iser periit in illo conuiuio, quo alii saluantur. Reddite
igitu r uestim entum debitori, in quo dorm iat et quietus sit. Si
nolueris reddere, exaudiam inquit eum, quia m isericors sum ". Si
uos non exauditis, ego exaudiam, ego m iserebor, ego non despi­
ciam inopis precem .

48. In D eu teronom io quoque scriptum est: N o n exige


fratre tuo usuram pecuniae et usuram escarum et usuram om nium
rerum, quascumque faeneraueris fratri tuo. S i alienigenae credideris,
usuram exiges ab eo, a fratre autem tuo non exiges °. V ides quantum
pondus in uerbis sit. «N o li e x ig e r e » inquit «usuram a fratre tu o»,
hoc est: cum quo debes om nia habere comm unia, ab eo tu usuram
exigis? Frater tuus consors naturae et coheres gratiae: noli ab eo

c Mt 5, 17.
d Ex 22, 25 (26).
e Cf. Eph 4, 26.
f Cf. M al 4, 2.
g Cf. Io 13, 2.
h Cf. Io 13, 30.
i Cf. M al 4, 2.
1 Cf. Io 13, 25.
mCf. Io 13, 27.
" Ex 22, 26 (27).
0 Deut 23, 19 s.
TOBIA, 14,46-48 245

«E sig ere l ’usura — dice — vu ol dire strozzare». Questo stesso


pensiero è stato espresso più tardi da qualche saggio pagano 2.
Che cosa significa prestare ad interesse? Uccidere un uom o — dice 3.
M a certam ente non fu Catone ad esprim ere questo concetto
prim a di Mosè, che ricevette la Legge. Quello è di gran lunga
posteriore 4.
47. Se prenderai com e pegno la veste del tuo prossimo, gliela
restituirai prim a del tram onto del sole, affinché non si vedano le
vergogn e di lui rim asto nudo: v o i invece spogliate e denudate e
non restituite. Badate che il sole non tram onti sulla vostra avid i­
tà 5, che il sole di giustizia non tram onti per voi, perché non
osservate la giustizia, o che il sole d e ll’ingiustizia sorga sulle
vostre m alvagità. Il giorno m uore anche per chi non vuole, la
notte c a la 6 com e per Giuda, il quale, quando il diavolo si im pos­
sessò del suo cuore, si lev ò per co m p iere il tradim ento e venne
la notte; infatti il sole della giustizia era tram ontato per lui e su
di lui si era adagiato colui che era entrato nel suo cuore. Gli fece
buio, affinché non vedesse l’autore della luce. Il m isero peri li in
quel convito, per il quale altri si salvano. Restituite dunque la
veste al debitore, perché vi possa dorm ire e sia sereno. Se non
vuoi restituirla, lo esaudirò — dice — perché sono misericordioso.
Se vo i non lo esaudite, lo esaudirò io, io avrò pietà, io non
disprezzerò la preghiera del povero.
48. Anche nel D eu teronom io è scritto: N on esigerai dal tuo
fratello gli interessi sul denaro né gli interessi sul cibo né interessi
su qualsiasi altra cosa che tu presterai al tuo fratello. Se presterai
allo straniero, esigerai da lu i gli interessi, ma dal tuo fratello non
li esigerai. C onsidera quanto grande sia il peso di queste parole.
«N o n esigere — dice — gli interessi dal tuo fr a t e llo » 7, cioè: tu
esigi gli interessi da colui con il quale tu devi avere ogni cosa in
com une? Il tuo fratello è uno che con te condivide la m edesim a
natura e l’eredità della grazia 8. N on vo lere esigere di più da colui

2 foris\ nel senso di «fu o ri della Chiesa», cf. B l a is e , Dictionnaire..., s. u., che
cita tra l'altro Vulg., 1 C o r 5, 12 q u id m ih i de iis, q u i foris sunt?
1 C ic e ro n e , off. 2, 89, d o v e si rife risc e l'o p in io n e di C atone.
4 Ricom pare qui una teoria tante volte espressa anche da Am brogio: la sapienza
della Sacra Scrittura è anteriore alla sapienza pagana, perciò è di li che i sapienti
hanno tratto le loro verità (cf. G. M a d e c , Saint A m b roise et la ph ilosoph ie, Paris
1974, p. 93, note 388 e 399).
s La frase di san Paolo (E ph 4, 26 sol n on occid at supra iracundiam uestram)
non subisce solo un adattamento verbale, m a assume un significato allegorico
alieno al contesto paolino.
6 n o x inruit'. cf. VIRGILIO, Aen. 2, 250.
7 Più oltre, in 15, 51 A m brogio preciserà chi deve essere considerato fratello:
quelli che professano la m edesim a fede e quelli che sono cittadini romani.
8 È in teressante o s se rv a re c o m e a n ch e q u i la n ota c o n cezio n e so ciale a m b ro s ia ­
n a e sp re ssa n ella fo rm u la om n ia habere co m m u n ia sia c o n n e ssa con u n con cetto
filo so fico a n c h ’e sso fre q u e n te in A m b r o g io : consors naturae, al q u a le in q u esto
c a so si a g g iu n g e u n 'id e a te o lo g ic a: coheres gratiae. M o lto sim ilm en te in Nab. 1, 2
c u r eicitis consortem naturae...? In co m m u n e om n ib u s terra fundata est. P e r u n 'a p p r o ­
fo n d ita an alisi di consors naturae, si v e d a M . PoiRIER, "C onsors naturae’’..., pp.
325-335, partic. p e r q u esto lu o g o p. 327, e B . M a e s , La lo i naturelle..., p. 25, n o ta 33.
246 DE TOBIA, 14, 48-50

exigere amplius a quo durum est rep etere quod dederis, nisi cum
habuerit unde dissoluat.
49. Et quia pleriqu e refugientes praecepta legis, cum dede­
rint pecuniam negotiatoribus, non in pecunia usuras exigunt, sed
de m ercibus eoru m tam quam usurarum em olum enta percipiunt,
ideo audiant quid lex dicat: Neque usuram inquit escarum accipies
neque om n iu m rerum, quascumque faeneraueris fratri tuo. Fraus
enim ista et circum scriptio est legis, non custodia. Et putas te
pie facere, quia a n egotiatore uelut mutuum suscipis? Inde ille
fraudem facit in m ercium pretio, unde tibi soluit usuram. Fraudis
illius tu auctor, tu particeps, tibi p roficit quidquid ille fraudauerit.
Et esca usura est et uestis usura est et quodcum que sorti accedit
usura est. Quod uelis ei nom en inponas, usura est. Si licitum est,
cur uocabulum refugis, cur uelamen obtexis? Si inlicitum, cur
increm entum requiris?
I

50. Quod peius est, hoc uitium plurim orum est et m axim e
diuitum, quibus hoc nom ine instruuntur cellaria. Si quis instau­
randum conuiuium putat, ad negotiatorem mittit, ut absentiati
cupellam sibi gratis deferat: ad cauponem dirigit, ut Picenum
uinum aut Tyriacum requirat, ad lanium, ut uuluam sibi procuret,
ad alium, ut pom a adornet. Itaque hum anitatem iudicant quae
alieno constant periculo. Tu bibis et alius difflu it lacrimis, tu
epularis et alios cibo tuo strangulas, tu sym phonia delectaris et
alius m iserabili deplorat ululatu, tu pom a degustas et alius spinam
uorat. N u m quid colligu n t de spinis uuas aut de tribulis ficus??.
Spina usura est, spina centesim a est, tribulus faenus est, m ale
urit. Q u om odo ergo potes fructum habere de spinis? Si iste fructus
de spinis non nascitur, ille nascetur aeternus? De aerumnis ditaris.

p Mt 7, 16.

50, 7 diffluit E rasm us defluit PV.


TOBIA, 14,48-50 247

dal quale è già d ifficile riavere q u ello che hai dato, se non quando
possegga i m ezzi per pagare.
49. E poiché m olti, sfuggendo ai precetti della Legge, danno
denaro ai m ercanti e non esigono gli interessi in denaro, ma
ricevon o in m erce una sorta di pagam ento di interessi, perciò
ascoltino ciò che dice la Legge: N on prenderai — dice — gli
interessi sul cibo né su tutte quelle cose che tu presterai al tuo
fratello. Questa infatti è una frod e e un raggiro della Legge, non
osservanza. E credi di agire piam ente, perché ricevi dal m ercante
una sorta di contraccam bio? Per questo egli froda nel prezzo
d elle m erci, per avere di che pagarti gli in teres si9. Tu sei la causa
della sua frode, tu sei corresponsabile, è tuo profitto tutto quello
che lui ha frodato. Anche il cib o è interesse, anche la veste è
interesse e qualsiasi cosa si aggiunga al capitale prestato è interes­
se. Com unque li chiami, sono interessi. Se si tratta di una cosa
lecita, perché eviti la parola, perché la copri con un velo? Se si
tratta di una cosa illecita, perché ricerchi un profitto?
50. Quel che è peggio, questo è un vizio di m olti e soprattutto
dei ricchi che cosi riforniscon o le loro dispense. Se qualcuno
pensa di preparare un banchetto, manda dal com m erciante per­
ché gli dia gratuitam ente un vasetto d'assenzio: si rivolge all'oste
per avere un vin o del Piceno o di T iro 10, al m acellaio per procurar­
si una m atrice n, ad un altro perché gli procuri della frutta 12. E
cosi giudicano cortesia ciò che è di danno p er gli altri. Tu bevi
e un altro si scioglie in lacrim e, tu banchetti e col tuo cib o
strangoli gli altri, tu ti diletti di musica e un altro piange gridando
m iserevolm ente, tu gusti la frutta e un altro trangugia una spina.
S i raccoglie forse uva dalle spine o fich i dai tr ib o li? 13. Spina è
l ’usura, spina è la centesim a, il trib olo è il prestito, procura
bru ciori che fanno male. C om e dunque si può avere un frutto
dalle spine? Se questo fru tto terren o non nasce dalle spine, da
esse nascerà quello eterno? T i arricchisci sulle sventure, cerchi

9 In questo come nel seguente paragrafo A m brogio difende il mercante contro


l’usuraio. Sull’atteggiamento del nostro Autore verso l'attività mercantile si vedano
O. S c h il l in g , R eich tu m u nd E ig en tu m in d er a ltk irch lich en Literatur, Freiburg 1908,
pp. 133-148; P a l a n q u e , S a in t Ambroise..., pp. 336-344 e C r a c c o R u g g in i , A m brogio
di fronte..., p. 259, nota 67, che fa notare come non sia da citare a questo proposito
H el. 19, 70-72 (supra) dove ricorre il 'topos' della inquietudine dei mercanti che
affrontano i pericoli del mare.
10 L’assenzio serviva per aromatizzare il vino; cf. P l in i o , nat. hist. 14, 109. Lo
stesso Plinio tratta delle specialità dei vini qui menzionati da Am brogio: u in u m
P ice n u m (ibid., 14, 39), Tyrium u in u m (ibid., 14, 74). Am brogio sem bra l’unico latino
a usare Tyriacus per Tyrius.
11 La matrice della scrofa era considerata un piatto prelibato; cf. Hel. 8, 24
(supra)-, O r a zio , epist. 1, 15, 41 n il u olu a p u lch riu s ampia-, P l in io , nat. hist. 11, 84,
210 uolu a eiecto pa rtu m e lio r quam edito... p rim ip a rae suis optim a, contra effetis-,
M a r z ia l e , 7, 20, 11; 13, 56, 2.
12 Sui cibi e sui vini dei ricchi cf. H el. 8, 24 (supra)-, Nab. 5,20 (supra)-,Tob. 5,
17.19 (supra)-, exam. 5, 27 (C S E L 32, 1, p. 161); 6, 2, 5 (p. 206); Cain et A bel 1, 4, 14
(p. 350, 21 ss.); exp. Lue., prol. 6 (C S E L 32, 2, p. 7, 21 ss.); expl. ps. 37 30 (C S E L 64,
p. 159, 17 ss.); epist. 14 (63) (C S E L 82, 3, pp. 245 s.).
13 La m edesim a citazione in B a s il io , PG 29, 280 B .
248 DE TOBIA, 14, 50 - 15, 52

de lacrim is lucrum quaeris, de fam e aliena pasceris, de exuuiis


despoliatorum hom inum cudis argentum et iudicas te diuitem ,
qui stipem poscis a paupere? Sed audi quid dicat saluator: Vae
uobis diuitibus, qu i habetis consolationem uestram/<J.

15. 51. Sed forte dicas quia scriptum est: Alienigenae faen
bis a et non consideras quid euangelium dicat, quod est plenius.
Sed hoc interim sequestremus: legis ipsius uerba considera. Fratri
tuo non faenerabis inquit ad usuram; alienigenam exiges b. Quis
erat tunc alienigena nisi Am alech, nisi Am orraeus, nisi hostis c?
Ibi, inquit, usuram exige. Cui m erito n ocere desideras, cui iure
inferuntur arma, huic legitim e indicuntur usurae. Quem b ello
non potes facile uincere, de hoc cito te potes centesim a uindicare.
Ab hoc usuram exige quem non sit crim en occidere. Sine ferro
dim icat qui usuram flagitat, sine glad io se de hoste ulciscitur qui
fuerit usurarius exactor inim ici. Ergo ubi ius belli, ibi etiam ius
usurae. Frater autem tuus omnis, fid ei prim um, deinde Rom ani
iuris est populus: Narrabo nom en tuum fratribus meis, in medio
ecclesiae laudabo te d.

52. Denique etiam in Leu itico praescribit lex usuram a frat


non esse poscendam . Sic enim habes: E t uiuet frater tuus tecum.
Pecuniam tuam non dabis illi in usuram et in amplius recipiendum
non dabis illi escas tuas e. G en eraliter haec sententia dei om ne
sortis exclusit augmentum. Vnde et Dauid et benedictum aestima-
uit et dignum habitatione caelesti qu i pecuniam non dedit in
usuram f. Si ergo qui non dedit benedictus, sine dubio m aledictus
qui ad usuram dedit. Cur erg o m alediction em potius eligis quam
benedictionem ? Potestis benedicti esse, si uelitis, potestis iusti
esse. H om o enim iustus secundum Ezechiel * qui pignus debitori
red det et pecuniam suam in usuram non dabit et superabundan-

q Lc 6, 24.
15. a Deut 23, 20.
b Deut 23, 19 s.
c Cf. Deut 25, 17; 31, 4.
d Ps 21 (22), 23.
e Leu 25, 36 et 37.
f Ps 14 (15), 1 et 5.
g Cf. Ez 18, 7.
TOBIA, 14,50 - 15, 52 249

d i trarre guadagno dalle lacrim e, ti cibi della fam e altrui, con le


spoglie della gente che tu hai depred ato tu batti m oneta 14 e ti
credi ricco, tu che chiedi l’elem osina al p o vero? Ma ascolta quello
che dice il Salvatore: Guai a voi, o ricchi, che avete la vostra
consolazione!
15. 51. M a forse dirai che sta scritto: A llo straniero pres
ad interesse senza considerare quello che dice il Vangelo, che è
più p erfetto *. M a p er il m om en to m etti questo argom ento da
parte: considera le parole della stessa Legge. A l tuo fratello non
farai prestito ad interesse — dice — ; dallo straniero esigerai gli
interessi. Chi era allora lo straniero se non Amalech, se non
l’A m orreo, se non il nem ico? Da loro — dice — esigi gli interessi.
A colui che vuoi con ragione danneggiare, a colui contro il quale
fi buon d iritto si fa guerra, a questi giustam ente sono im posti gli
interessi. Colui che non pu oi facilm ente vin cere in guerra, di lui
puoi subito vendicarti con la centesima. Esigi gli interessi da
colui che non è delitto u ccidere 2. Com batte senza arm i chi recla­
ma gli interessi, senza spada si vendica del nem ico chi, com e
usuraio, esigerà gli interessi d all’avversario. Perciò dove c'è diritto
alla guerra, li c’è anche diritto agli interessi. E tuo fratello è
ognuno: innanzi tutto il fra tello di fede, poi il p o p olo di diritto
rom ano 3: Annunzierò il tuo nom e ai m iei fratelli, in mezzo all'assem­
blea ti loderò.
52. E c o s i4 anche nel L evitico la L egge prescrive che n
si devon o ch iedere gli interessi al fratello. Cosi infatti vi si legge:
E tuo fratello vivrà con te. N o n g li presterai il tuo denaro ad interesse
e non gli darai i tu oi viveri per riottenere di più. Questo precetto
di D io ha escluso in m od o generale qualsiasi accrescim ento del
denaro prestato. Perciò anche Davide stim ò ben ed etto e degno
d e ll’abitazione celeste co lu i che non ha prestato denaro a interesse 5.
Dunque, se è ben ed etto chi non ha prestato, senza dubbio è

M C f. BASILIO, P G 29, 280 A ornò crup-tpopàiv, XEpSauiaq, a itò Saxpuojv àpyupoXoyeù;,


t Ò v " y u n v ò v a Y X El(5> X ip .6 jT T O V T a t u t c t e u ; .
15.1 plenius-, termine atto ad esprim ere la completezza e la perfezione del
rispetto all’A.T. (cf. P iz z o l a t o , La dottrina esegetica..., pp. 260 s.).
2 Am brogio (in questo influenzato dalle concezioni etico-politiche della rom ani­
tà) ammette la liceità della guerra contro i barbari, in difesa della patria, cosi
come ritiene giuste le guerre combattute dagli Ebrei contro le popolazioni limitrofe
pagane, che minacciavano l’indipendenza nazionale e l’integrità religiosa del po po ­
lo ebreo (cf. off. 1, 27, 129; 1, 29, 139 s., S A E M O 13, pp. 102 e 106; Palanque, Saint
Ambroise..., pp. 332-334). Da nemici simili è lecito anche esigere gli interessi. Tale
opinione sarà in seguito recepita come norm a m orale e giuridica; cf. D ecretu m
G ratiani, c. 14, q. 4, c. 12.
3 Questa affermazione un p o ’ sorprendente certamente conferm a quanto A m ­
brogio sentisse di essere cittadino romano, m a va presa anche come soluzione
necessaria, ché altrimenti la severa e globale condanna del prestito ad interesse
sarebbe apparsa in contraddizione con la sentenza biblica sopra citata in questo
m edesim o paragrafo: a lienigenam (scii, usuram ) exiges.
4 In Am brogio e in genere nel latino tardo denique non significa «in fin e»
(Giaccherò) o «fin ally » (Zucker), ma ha il valore di nesso logico con ciò che
precede: cf. B l a is e , Dictionnaire..., s. u., n. 2.
5 Cf. B asilio , PG 29, 265 B.
250 DE TOBIA, 15,52-53

tiam non accipiet et ab iniustitia auertet manum suam. Iustus est


iste; uita inquit uiuet, d icit dominus h. Q ui autem pignus non reddidit
et in sim ulacra apposuit oculos suos, iniquitatem fecit, cum usura
dedit et superabundantiam accepit, hic uita non uiuet. Omnes in iq u i­
tates istas fecit, m orte morietur, sanguis eius super ipsum erit V ide
q u om od o faen eratorem cum idolatra copulauit, quasi crim en ae­
quaret. E lige ergo quod dulce est.

53. Cur sem per tristes, cur sem per amarissimi, cur sem
solliciti? Procedat aliquando a uobis m isericordia, procedat ueri-
tas: ablegetur m endacium , fraus o d io sit. Docuistis periurium .
Faeneratorium sacram entum dicitur, ubi paratur periurium . Peie-
ratis frequenter, cum reddita fuerit pecunia, quod syngrapha non
appareat, peieratis postea quod non receperitis pecuniam. N olite
ergo sem per m iseri esse, sem per auari, sem per maesti. Leones
sunt et feritatem suam mutant. De manducante inquit exiuit esca
et de forte et tristi exiuit dulce '. Graecus et tristi habet; sic inueni-
mus. Tamen de forte hoc intellegitur, quia leo fortis est feritate
et qui ferus tristis. Et de uobis, qui pecuniam et auaritiam deuora-
tis, exeat m isericordia — haec enim esca est egenorum — et de

hEz 18, 9.
i Ez 18, 12 s.
1 Iudic 14, 14.

52, 17 idolatra Sch. idolatria codd.


53, 4 sq. peieratis Sch. parastis PV.
t o b ia , 15, 52-53 251

m aledetto chi ha prestato ad usura. Dunque perché scegli la


m aledizione piuttosto che la benedizione? Potete essere benedet­
ti, se volete, potete essere giusti. Infatti secondo E zechiele è giusto
l’uom o che restituisce il pegn o al debitore e che non presterà il
suo denaro ad interesse, che non riceverà increm enti e che terrà
lontano la sua m ano dall’ingiustizia. Questi è giusto; vivrà — dice
— , cosi dice il Signore. In vece ch i non ha restituito il pegno ed ha
rivo lto i suoi o cch i agli idoli, ha commesso l'iniquità; poiché ha
prestato ad interesse e ha preso l'increm ento, costui non vivrà. Ha
commesso tutte queste iniquità, m orirà, il suo sangue sarà su di lui.
C onsidera com e ha accostato l’usuraio all’idolatra, quasi ponendo
sullo stesso piano le loro colpe. Scegli dunque ciò che è dolce.
53. Perché sem pre tristi, perché sem pre tanto amareggi
perché sem pre ansiosi? Emani da voi, una buòna volta, la m iseri­
cordia, em ani la verità: sia tolta la menzogna, si abbia in od io la
frode. A vete insegnato lo spergiuro. Si parla di giuram ento di
usuraio, quando si prepara uno spergiuro. Giurate il falso frequen­
tem ente d o p o che vi è stato restituito il denaro, dicendo che la
ricevuta non è alla mano, p o i giurate il falso dicendo che non
avete riavuto il denaro. N on siate dunque sem pre infelici, sem pre
avidi, sem pre tristi. Sono leoni eppure cam biano la loro ferocia.
Da chi mangia — dice — è uscito il cibo e dal forte e dall’amaro
è uscito il d o lc e 6. Il testo greco ha dall’amaro 1: cosi troviam o.
Tuttavia dal forte significa che 8 il leon e 9 è forte p er la sua ferocia
e chi è feroce è amaro. Anche da voi, che vivete di cupidigia
divoran do denaro, esca la m isericordia — questo infatti è il cibo
dei p o veri — e dall’am aro esca il dolce, affinché gli condoniate

6 Cf. B a s ilio , PG 29, 280 B.


7 Questa problem atica citazione di Giudic 14, 14 è stata chiarita da Giet, De
saint Basile..., pp. 116-118. Confrontando il passo di Basilio, PG 29, 280 B, dove si
trova la m edesim a citazione biblica, Giet sostiene che A m brogio ha tratto la lezione
tristi dal testo di Basilio, prendendo «p o u r une citation de l’Écriture l’application
que faisait saint Basile du texte sacré». Scrive Basilio: «aitò ttrdiovToq ktzrjkde
Ppcluriq, x a ì aitò ìayupoù èijfjXdE yXvxu » • x aì ornò (juouv^pumou È|f|X,de cpiXavftpuma.
Il fraintendimento sarebbe stato facilitato da una corruttela di questo testo. Credo
che si possa precisare m eglio l’ipotesi di Giet: probabilm ente nel testo letto da
A m brogio era caduta la frase x aì aitò LuyupoO È|f|Xde yXuxu, e cosi Ambrogio,
confrontando la lezione del proprio manoscritto latino di Giudic con quella di
Basilio, ha costatato che invece di de forte il greco aveva aitò tuaavdpióitou da cui
la lezione (d e) tristi, che A m brogio non contrappone a de forte, come farebbe un
filologo, ma aggiunge. A suo giudizio sono entram be buone, sia perché tutte e
due attestate, sia perché il senso dell’una è riconducibile a quello dell’altra. Sono
due possibilità che si offrono all'esegeta. A m brogio preferisce tristi, perché più
acconcia alle riflessioni parenetiche del suo sermone. Analogam ente e con più
limpidezza in Hel. 11, 39 (sup ra ) troviamo: «... de forte du lce». A lii habent: «e t de
tristi dulce», G raeci codices m axime. Sul rispetto del testo sacro in A m brogio cf.
Pizzolato, La dottrina esegetica..., pp. 202 ss.
* h oc: pronom e prolettico in correlazione con quia che è congiunzione dichiara­
tiva con l’indicativo (invece dell’accusativo con l’infinito). Questa interpretazione
presuppone che de forte in questa frase d e b b a essere reso con il corsivo, come
testo biblico di cui si dà spiegazione. È difficile dire se Schenkl, che non distingue
graficamente l’espressione de forte, abbia inteso diversamente.
9 La precedente citazione alludeva, infatti, al leone.
252 DE TOBIA, 15, 53 - 16, 55

tristi exeat dulce, ut dim ittatis ei qui non habet unde dissoluat.
Quid trahitis peccata ut fune longo et ut iugi loro uitulae m? Quod
fit utique, cum faenus producitis, tenetis pauperem debitorem .
Vel ibi sit aliqua gratia, ubi nulla spes com m odi. Et hoc secundum
uestram auaritiam loquor.

16. 54. Ceterum dom inus in euangelio talibus m agis ex


mat faenerandum , a quibus red h ibitio non speretur. Sic enim ait:
E t si m utuum dederitis a quibus speratis recipere, quae uobis est
gratia? Nam peccatores peccatoribus faenerant, ut recipiant. Verum-
tamen amate inim icos uestros et benefacite et m utuum date nih il
sperantes, et erit merces uestra multa in caelo et eritis filii altissimi,
quia ipse benignus super ingratos et malos. Estote misericordes,
sicut et pater uester m isericors e s ta. Aduertitis quod nom en a
dom in o faenerator acceperit, quod nom en etiam qui faen ori ue­
stro fuerit obligatus. Peccatores inquit peccatoribus faenerant, ut
recipiant. V terqu e peccatores, et faen erator et debitor. Vos autem
amate inquit inim icos uestros. N on discutiatis quid m ereantur
inim ici, sed quid uos facere oporteat. Date mutuum his a quibus
non speratis uos quod datum fu erit recepturos: nullum hic dam ­
num est, sed conpendium . M inim um datis, multum recipietis. In
terra datis et id uobis soluetur in caelo: faenus amittitis, merce-
dem m agnam habebitis: faeneratores esse desinitis, filii eritis
altissimi: eritis m isericordes, qui uos aeterni patris probetis he­
redes.

55. Sed faeneratorum uos delectat et usurarum uocabulu


Id quoque non inuideo. D ocebo qu om od o boni faeneratores esse
possitis, q u om od o bonas quaeratis usuras. Dicit Solom on: Faene-
rat d om ino qu i m iseretur pauperi, secundum datum autem eius

mIs 5, 18.
16. a Lc 6, 34-36.
t o b ia , 15,53 - 16, 55 253

il deb ito che egli non può pagare. Perché trascinate i peccati com e
con una fune lunga e com e la correggia del giogo di una vitella 10?
Questo accade quando tirate in lungo il prestito, quando tenete
in vostro p otere il p o vero com e d eb itore n . A lm eno vi sia un p o ’
di m isericordia, d o ve non vi è alcuna speranza di guadagno. E
dico questo tenendo conto della vostra avidità.
16. 54. Del resto il Signore nel Vangelo dice che biso
piuttosto dare in prestito a co lo ro dai quali non si ha speranza
che restituiscano. Cosi infatti dice: E se avete prestato a colo ro
dai quali sperate di riavere, che m erito ne avete? Infatti i peccatori
prestano ai peccatori p e r riavere. Ma amate i vostri nem ici e fate
del bene e date in prestito senza sperare nulla, e la vostra ricompensa
sarà grande nel cielo e sarete fig li dell'Altissimo, perché egli è
benevolo sugli ingrati e i cattivi. Siate m isericordiosi, com e anche
il Padre vostro è m isericordioso. Fate attenzione al nom e che
l’usuraio ha ricevu to dal Signore, anche al nom e che ha ricevuto
colui che è rim asto vin colato dal vostro prestito. / peccatori —
dice — prestano ai peccatori, per riavere. Entram bi peccatori, sia
l’usuraio che il debitore. Voi invece amate — dice — i vostri nemici.
N on discutete che cosa m eritano i vostri nemici, ma che cosa
d ovete fare voi. Date in prestito a co loro dai quali non sperate
di riavere q u ello che è stato dato 1: qui non c’è alcuna perdita,
ma profitto. Date pochissim o, riceverete m olto. Date sulla terra
e sarete ripagati nel cielo: p erd ete ciò che avete prestato, ma
riceverete una grande ricom pensa 2. Sm ettete di essere usurai,
sarete figli d e ll’Altissim o. Sarete m isericordiosi, vo i che vi con fer­
m erete ered i d e ll’eterno Padre.
55. Ma vi piacciono le parole «u su ra io » ed «in tere sse ».
concedo anche questo. V i insegnerò com e potete essere buoni
usurai, com e cercare buoni interessi. Dice Salom one: Presta al
Signore co lu i che ha pietà del povero 3, e secondo quanto ha dato,
lo ricompenserà. Ecco, da cattivo il prestito è diventato buono.

10 L'identificazione della citazione di Is 5, 18 è di Zucker; che si tratti di


citazione, anche se non di tutto il versetto, lo dim ostra la corrispondenza verbale
con il testo dei Settanta: oùoù oi èracnii^Evoi z à q à\j.txp-ziaq tòt; iryoiviy [iaxpy x a ì
ù<; ì^uyoù inàvxi, SajiàXeiot;.
11 H o ritoccato la punteggiatura di Schenkl, il quale do po p rod u citis pone un
punto fermo. Penso infatti che le due frasi faenus p rod u citis e tenetis pauperem
debitorem siano coordinate, in asindeto, rette entram be da cum . Se intendiamo
cosi, ben più facilmente possiam o com prendere il nesso fra il precedente testo
biblico — composto anch’esso da due m em bri — e l'interpretazione allegorica
contenuta in queste due frasi: mentre faenus p rod u citis si ricollega a fune longo,
la seconda frase, tenetis pauperem debitorem , è da connettere con iu go loro.
16.1 Cf. B a s il io , PG 29, 277 C, dove ritroviam o una chiara allusione a Lc
34-35 che Am brogio ha sopra citato.
2 Ritroviamo il m edesim o concetto, com e avverte Zucker, in epist. 19, 4 itaque
u ir Christianus, si habet, det p ecu n ia m quasi n on recepturus; aut certe sortem, quam
dedit, recepturus... habet in ea n on m ed iocrem gratiae usuram.
3 La m edesim a citazione e un commento m olto simile in B a s il io , PG 29, 278
C-D: l’esposizione di A m brogio è un po’ più am pia e retoricamente più vivace,
con fitto im piego di term inologia giuridica (subrogare, tenere, cautio, dicere fidem,
fide sua prom ittere, num erare p ecuniam , fideiussor).
254 de TOBIA, 16, 55 - 17,57

retribuet ei b. Ecce bonum faenus de m alo factum est. Ecce inrepre-


hensibilis faenerator, ecce usura laudabilis. N o lite ergo iam me
inuidentem uestris com m odis aestim are. Putatis quod hom inem
uobis subtraham debitorem ? Deum prouideo, Christum subrogo,
illum dem onstro qui uos fraudare non possit. Faenerate ergo
dom in o pecuniam uestram in manu pauperis. Ille adstringitur et
tenetur, ille scribit quidquid egenus acceperit — euangelium eius
cautio — , ille p rom ittit pro om nibus indigentibus, ille dicit fidem .
Quid dubitatis dare? Si quis uobis diues huius saeculi offeratur,
qui fid e p rom ittit sua pro aliquo debitore, statim num eratis pecu­
niam. Pauper est uobis dom inus caeli et con ditor m undi huius,
et adhuc deliberatis, quem d itiorem quaeritis fideiussorem .

56. Sed allegatis quia pauper est factus, cum diues es


Vidistis ergo quia fides eius diues est, fides eius idonea est. Pauper
est factus, cum pro nobis solueret, et adhuc paupertas ipsa non
decipit; nos enim diuites fecit, quos pauperes putabatis. Dicit
enim apostolus: Pauper factus est, cum diues esset, ut in illius
inopia uos d ita rem in ic. B ona inopia quae largitur diuitias. N olite
ergo uos paupertatem tim ere, ut sitis diuites. Date otiosam pecu­
niam et recipietis fructuosam gratiam et pauperum subuenietis
necessitatibus et uobis custodiae sollicitu do minuetur. N on peribit
quod pauper acceperit et uobis quod dederitis inopi sine custode
seruabitur. Quodsi increm entum quaeritis usurarum, in lege ben e­
dictio, in euangelio caelestis est merces. Quid suauius b en ed ictio­
ne, quid maius est caelo? Si escarum desideratur usura, ea quoque
praesto est, sicut legim us: is enim qu i m iseretur pauperis ipse
pascitur d.

17. 57. R edd ite erg o pignora, quae tenetis, quoniam fide
sorem idoneum repperistis. Sed obm urm urant adhuc dicentes
quia licet tenere pignora et se lege defendunt. Aiunt enim : «S c rip ­
tum in D euteronom io: S i debitum fuerit tibi a proxim o tuo quod-
cumque, non introibis in dom um ipsius pignorare pignus, sed foris
stabis, et hom o aput quem est dèbitum tuum proferet tibi foris pignus.
S i autem hom o ille pauper fuerit, non dormies in pignore ipsius,
sed redditione reddes ei pignus ipsius ad occasum solis, et dorm iet
in uestimento suo et benedicet te et erit in te m isericordia coram
dom ino deo tuo a. Et alibi, inquiunt, scriptum est: N o n pignorabis
m olam neque lapidem superiorem molae, quoniam ( animam) hic

b Prou 19, 17.


c 2 Cor 8, 9.
d Prou 22, 9.
17. = Deut 24, 12-15 (10-15).

57, 11 animam Sch.


TOBIA, 16, 55 - 17, 57 255

Ecco un usuraio irreprensibile, ecco d egli interessi lod evoli. N on


vogliate dunque cred ere che io osteggi i vostri guadagni. Ritenete
che io vi sottragga un uom o quale d eb itore? V i procuro Dio
(com e d ebitore), al suo posto m etto a vostra disposizione Cristo,
vi presento colui che non può frodarvi. Prestate dunque al Signore
il vostro denaro m etten dolo nelle mani dei poveri. Lui è vin colato
e trattenuto, lui registra tutto q u ello che il m isero ha ricevuto
— la sua cauzione è il Vangelo — , lui p rom ette per tutti gli
indigenti, lui garantisce. Perché esitate a dare? Se vi si presenta
un ricco di questo m on d o che dà la sua garanzia per qualche
debitore, subito sborsate il denaro. A vete un p o vero che è il
Signore del cielo e creatore di questo m ondo, e ancora riflettete
per decidere quale garante più ricco cercare.
56. M a obiettate che si è fatto povero, pur essendo ric
A vete visto, dunque, che la sua garanzia è solida e adeguata. È
diventato povero, quando ha pagato p er noi, e ancora questa
p overtà non inganna; infatti rende ricchi noi che voi credevate
poveri. Infatti l’A p ostolo dice: Si è fatto povero, p u r essendo ricco,
affinché nella sua povertà vo i possiate arricchire. È buona la povertà
che distribuisce ricchezze. N on tem ete dunque la povertà, se
vo lete diventare ricchi. Date il denaro inutile 4, riceverete la grazia
che porta frutti, soccorrerete alle necessità dei p o veri e sarete
m eno preoccupati di custodirli. Quello che avrà ricevu to il povero
non sarà perdu to e ciò che avrete dato al p o vero vi sarà conserva­
to senza bisogno di guardiani. Che se cercate un profitto di
interessi, la Legge vi dà la benedizione, il Vangelo la ricom pensa
celeste. Che cosa è più dolce della benedizione, che cosa più
grande del cielo? Se si desiderano gli interessi d egli alimenti,
anche questi sono a disposizione: infatti, com e leggiam o, chi ha
compassione del povero, anch’egli è nutrito.
17. 57. Restituite, dunque, i pegni che trattenete, pe
avete trovato un garante adeguato. M a ancora m orm orano dicen­
do che è lecito trattenere pegni e si difendono invocando la Legge.
Dicono 1 infatti: «S ta scritto nel D euteronom io: Se il tuo prossimo
ha un debito qualsiasi con te, non entrerai nella sua casa a prendere
il pegno, ma starai fu o ri e l ’uom o che ha il debito con te ti porterà
fu o ri il pegno. Ma se q u ell’uom o è povero, non d orm irai sul pegno,
ma g li restituirai il suo pegno al tram onto del sole, e dorm irà nel
suo m antello e ti benedirà e tu sarai m isericordioso davanti al
Signore D io tuo. E a ltrove — dicon o — sta scritto: N on prenderai
in pegno la m ola né la pietra superiore della mola, perché chi fa
questo prende in pegno la vita. E altrove: N on prenderai in pegno
il vestito della vedova». Di qui deducono che sono p roib iti pegni
particolari, non tutti, cioè quelli del p o vero e della vedova, è

4 Cf. B a s ilio , P G 29, 277 D 5òq t ò E i x f j xeC^evov àpyupiov.


17.' Questi faeneratores che si difendono appellandosi al Deuteronomio sono
Ebrei: cf. In trod u zion e, p. 32.
256 DE t o b ia , 17, 57 - 18,59

p ig n o ra ib. Et alibi: N on accipies pignus uestimenti uiduae c». V nde


argum entantur quia specialia pignora sint interdicta — non o m ­
nia — , id est pauperis et uiduae, m olam quoque et lapidem
superiorem m olae prohibitum pignorari.
58. Sed cum per Ezechiel prophetam ipse dom inus dicat d
iustum esse qui pignus reddidit, iniustum qui tenuit, utique non
speciale aliquod, sed gen eraliter om ne pignus suadet esse red d en ­
dum. Cum dicat Iob: Conscriptionem quam habui aduersus aliquem
iuram ento conceptam, inponens coronam legebam, et si non scin­
dens eam reddidi n ih il accipiens a debitore e, cum dom inus nihil
ab his quibus mutuum dederim us sperandum esse p ra e c ip ia tf,
quod recip ere debeamus, q u om od o pignus secundum legem pu­
tant esse retinendum ?

18. 59. Ac ne pari recrudescant m odo et dicant etiam


faenerandum se incitari legis oraculo, quia scriptum est: Faenera-
bis gentibus multis, tu autem non m utua berisa, tempus est plenius
et expressius disputare et docere quid faenerandum et quibus
legis statuta praescribant; praecedit enim faenoris causa pignoris
causam. M utuabitur inquit peccator et non soluet, iustus autem
m iseretur et trib u itb. Audis, debitor, quid debeas declinare: audis,
creditor, quid debeas im itari. Et infra: Iuuenis fui et senui, et non
uidi iustum derelictum nec semen eius quaerens panem. Tota die

b Deut 24, 8 (6).


c Deut 24, 19 (17).
dCf. Ez 18, 7-13.
^ Iob 31, 35-37.
f Cf. Lc 6, 35.
18. a Deut 28, 12.
b Ps 36 (37), 21.
TOBIA, 17,57 - 18 ,5 9 257

anche p roib ito pren dere in pegno la m ola e la pietra superiore


della mola.

58. Ma, dal m om en to che p e r bocca del profeta Ezechiele


lo stesso Signore dice che è giusto chi ha restituito il pegno,
ingiusto chi lo ha trattenuto, certam ente m ostra che si deve
restituire non un certo pegno particolare, ma in generale ogni
pegno. Dal m om ento che G iob be dice 2: La scrittura che io possede­
vo con tro qualcuno, fatta sotto giuramento, la leggevo ponendom i
la corona e non l'ho restituita se non strappandola senza ricevere
nulla dal debitore 3, dal m om en to che il Signore insegna che non
si deve sperare nulla da co lo ro ai quali abbiam o dato un prestito,
che dovrem m o riavere, com e costoro pensano di trattenere un
pegno in conform ità con la Legge?
18. 59. E perché allo stesso m od o non rincrudiscano e d
no anche che sono spinti a prestare ad interesse dalla Legge, in
quanto sta scritto: Presterai ad interesse a molte genti, ma tu non
prenderai in prestito, è il m om en to di discutere e di spiegare più
pienam ente e precisam ente 1 che cosa le disposizioni della L egge
dicon o di prestare e a chi; infatti la questione del prestito ha la
precedenza su quella del pegno. I l peccatore — dice — prenderà
a prestito e non pagherà, il giusto invece ha m isericordia e dà.
Ascolta, o debitore, qu ello che d evi evitare: ascolta, creditore,
quello che devi im itare. E più oltre: S on o stato giovane e sono
invecchiato, e non ho m ai visto il giusto abbandonato né i suoi fig li

2 N o n ho accolto la punteggiatura di Schenkl che ha posto una virgola dopo


reddendum e un punto ferm o do po debitore. Ritengo infatti che la frase cum dicat
Io b introduca un nuovo periodo, indipendente dal precedente già concluso e che
sia sintatticamente da coordinare con cum dominus... praecipiat: entram bi in
dipendenza da quomodo., putant.
3 II testo della citazione di Io b 31, 35-37 corrisponde — non del tutto — a
quello dei Settanta, m a è diverso dalla Vetus Latina, dalla Vulgata e dall’originale
che presenta anch'esso dei problem i di interpretazione.
18.1 plenius et expressius: con questi due com parativi — il termine di parago
è la prim a parte del trattato, dove il discorso è più pragm atico e letterale l'interpre­
tazione dei passi biblici — inizia la seconda parte, ove l'esposizione si eleva sul
piano mistico. In particolare plenius sarebbe termine tecnico per indicare il
passaggio all'esegesi mistica della Scrittura: cf. P izzolato , La dottrina esegetica...,
pp. 260 s. Considerazioni di questo tenore sul faenus, connesse all'interpretazione
di Deut 28, 12 e della parabola dei talenti (cf. infra 19, 64) sono presenti anche
in altre opere di Am brogio; cf. fid. 5, 7-15 (C S E L 78, pp. 218 ss.); uirginit. 1, 1
(CAZZANIGA, pp. 1 s.); exp. Lue. 6, 24-26 (C S E L 32, 4, pp. 241 s.); ibid., 8, 92-93 (pp.
436 s.); epist. 5 (4), 6 (C S E L 82, 1, p. 37, 53 ss.). In questo luogo il passaggio ad un
livello esegetico più elevato ha una motivazione assai precisa: la polem ica sottesa
contro gli usurai ebrei, che non solo potevano appellarsi a certi passi del Deutero­
nom io p er difendere la liceità della loro professione (cf. supra § 57), m a addirittura
citavano luoghi veterotestamentari a sostegno dell’opinione che le ricchezze e
l’attività feneratizia sono segni della benedizione divina sul giusto. A m brogio
avverte la pericolosità dell’obiezione (cf. infra § 60 le battute iniziali) e per convin­
cere di errore i suoi interlocutori ricorre all'esegesi mistica, che gli consente di
citare e armonizzare molti passi dell'AT e del NT, di invocare il senso profondo
e unitario della sapienza biblica; cosi la polem ica si am plia e assum e il tono di
una globale confutazione del giudaismo.
258 DE TOBIA, 18,59-61

miseretur et faeneratc. Vnde huic iusto quod tota d ie faeneret?


Ergo diues iustus est et quanto d itior unusquisque fu erit tanto
iustior? Qui plus habuerit unde faen eret ipse erit iustior? Sed
difficile diues intrat in regnum caelorum d.

60. Quid ergo faen eret dic m ihi, sancte Dauid! Contra m
protuli testim onium , nisi m ihi subuenis. Petrus dicebat: Argentum
et aurum non habeo e: num quid non erat iustus? Tu m ihi ergo
expone quid faeneret iustus. Itaque dum te lego, de te requiro,
exponis m ihi quid faeneret. Dixisti enim : Beatus u ir qu i m iseretur
et commodat, disponet sermones suos in iud icio f. Inueni quid faen e­
rat iustus. Petrus quoque m e doceat et ipse quid faeneret, qui
dixit inopi adtendenti ad se et ad Iohannem : Argentum et aurum
non habeo. N ihil ergo dabis pauperi, apostole? Das tam en et plus
das quam alii, das in op i quod alii donare non possunt, das inopi
post quod egere non possit, das in op i quod etiam diuites accipere
concupiscunt, das inopi quod hi qui istud argentum et aurum
habent con ferre non nouerint, quia auaritia eos inpedit, das inopi,
qui eum diuitibus facias ditiorem . Incitasti anim um meum, concu­
pisco hoc donum tuum. Dic cito, rogo, quid des. N o li m e diu
suspensum reddere; cupio petere si cito soluas. Sed soluisti cito:
non distulisti inopem , non despexisti precem pauperis, non diu­
tius eum desperare fecisti, non uacuus ad tem plum ascendisti
dicens: Argentum et aurum non habeo. N on illi soli plenis manibus
ascendunt qui aurum et argentum habent: ascendit et pauper
non uacuus, ascendit et ille non uacuus qui aurum et argentum
non habuit. Audiamus quid det iste pauper. Sed quod habeo inquit
do tibi. In nom ine Iesu Nazaraei surge et ambula s. O optanda
paupertas, o d itior inopia! Claudicabat cui diuites dabant: unus
pauper dedit, et statim qui claudus erat sanus est factus.

61. H abet ergo iustus quod faeneret, habet et argentu


quod faeneret: serm ones suos faenerat, hoc est iusti argentum;
eloquia enim d om in i eloquia casta, argentum igne examinatum,

c Ps 36 (37), 21.
d Mt 19, 23.
^ Act 3, 6.
f Ps 111 (112), 5.
g Act 3, 6.

60, 4 sq. iustus usque faeneret V om . P Sch.


15 dic cito P (ex decito) dicito V Sch.
21 q u i] quia PV Sch.
t o b ia , 18,59-61 259

chiedere il pane. Tutto il gio rn o è m isericordioso e dà in prestito.


Da d o ve viene a questo giusto ciò che dà in prestito tutto il
giorno? Dunque il ricco è giusto e quanto più ricco uno è, tanto
più è giusto? Chi più ha di che dare in prestito è più giusto? Ma
difficilm ente il ricco entra nel regno dei cieli.
60. Che cosa dunque dà in prestito, dim m elo, santo Davide!
H o portato una testim onianza con tro di me, se tu non vieni in
m io aiuto. Pietro diceva: N on ho o ro né argento: forse che non
era giusto? Spiegam i dunque che cosa dà in prestito il giusto. E
cosi, m entre ti leggo, ti interrogo, tu m i spieghi che cosa egli dà
in prestito. Hai detto infatti: Beato l ’uom o che è m isericordioso e
dà, disporrà le sue parole con giudizio. H o trovato che cosa presta
il giusto. Anche P ietro m i insegni che cosa egli presta, lui che al
p o vero che si rivolg eva a lui e a G iovanni disse: N on ho argento
né oro. Dunque non darai nulla al povero, o apostolo? Invece dai
e dai più di altri, dai al p o vero q u ello che gli altri non possono
dare, dai al p o vero una cosa grazie alla quale non potrà essere
più bisognoso, dai al p o vero ciò che anche i ricchi bramano, dai
al p o vero ciò che qu elli che hanno questo argento e oro non
sanno accordare, perché l'avarizia li im pedisce, dai al povero, tu
che 2 lo fai diventare più ricco dei ricchi. H ai stim olato il m io
desiderio, bram o questo tuo dono. D im m i subito, ti prego, che
cosa dai. N on m i tenere a lungo nell'incertezza; vo glio sapere se
paghi subito. M a hai pagato subito: non hai ricacciato il povero,
non hai disprezzato la pregh iera del povero, non lo hai lasciato
lungam ente senza speranza, non sei salito al tem pio senza nulla
con te, dicendo: N on ho argento né oro. N on salgono a m ani piene
qu elli soltanto che hanno oro e argento: sali non con le mani
vuote anche il povero, anche lui (P ietro), che 3 non aveva oro né
argento, sali non con le mani vuote. Ascoltiam o che cosa dà
questo povero. Ma quello che ho — dice — te lo do. N el nome di
Gesù Nazareno 4, alzati e cam m ina! O desiderabile povertà, o più
ricca povertà! Continuava ad essere zopp o colui al quale i ricchi
davano l'elem osina; un p o vero gli diede qualcosa e subito, da
zopp o che era, divenne sano.
61. Dunque il giusto ha di che dare in prestito, ha anche
d ell’argento da prestare: le sue parole dà in p r e s tito 5. Questp è

2 L’edizione della Giaccherò ha inspiegabilm ente q u o d invece di qui.


1 Schenkl ha adottato quia dei codici PV, in luogo di q u i attestato da B T e da
me preferito. Bisogna ammettere che la lezione quia è dei codici poziori, m a non
si vede proprio com e possa sostenersi in questo contesto una causale. L’interpreta­
zione di Zucker, che stampa e traduce quia («b e c a u se »), non mi pare abbia un
senso logico. La traduzione della Giaccherò è pienamente accettabile, perché, pur
avendo stampato quia, intende qui. Dal punto di vista paleografico si noti che quia
si può spiegare come un errore dovuto alla dittografia della lettera a di a urum .
4 La Vulgata ha Nazareni, mentre la Vetus La tina di A m brogio con Nazaraei
rispecchia più da vicino il greco Nai^jpaiou.
51 §§ 61 e 62 contengono una riflessione allegorica sul prestito, inteso come
predicazione della parola di Dio. Le fonti di Am brogio, anche se non dirette e,
comunque, rielaborate, sem brano quelle indicate da Zucker: F i l o n e , som n. 1, 92,
102 ss. e O r ig e n e , in ps. 36 3, 11.
260 DE TOBIA, 18,61 - 19,63

probatum terrae, purgatum septuplo h. H oc faenerat qui legem acci­


pit, qui legem meditatur, qui legem exercet: hoc faenerauit Petrus,
hoc faenerauit Paulus. Quibus dicitur, ut ad uiros nationum p e rge­
rent, Petro ad C ornelium centurionem , cui dicitur: Surge et uade
n ih il dubitans, quoniam ego m isi illos ‘. Et surrexit et iuit. Et infra
dixit: N um quid aquam uetare possumus, ne baptizentur hi qu i spiri­
tum sanctum acceperunt? Iussitque eos baptizari hoc est: Faenera-
bis gentibus, ut peccata dimittas, debita auferas, tu autem non
mutuaberis m; m utuatur enim peccator et non soluet peccata sua,
quia peccator est. Paulo dicitur n: Faenerabis gentibus, qui missus
ad gentes est, Iohanni dicitur: Faenerabis gentibus, Iacob o dicitur:
(faenerabis gentibus) * * * quibus dictum est: Ite, baptizate gentes0.

62. D icitur populo patrum : «S i custodieris mandata, ben


dictus eris et faenerabis gen tib u sp u erbu m ». Denique non de
pecunia dici significant sequentia: Princeps eris gentibus m ultis:
tibi autem nemo dominabitur. Constituat te dominus deus tuus in
caput et non in caudam, et eris tunc supra et non subter, si exaudien­
tis uocem d om in i dei uestri q. Et sequitur: Si autem non audieritis,
maledictus tu in d uitate et maledictus tu in agro r. Et infra: Maledicta
progenies uentris t u i s. N on pecunia utique benedictum facit, sed
cogn itio dei, praedicatio uerbi, si gratiam dom in i faenerem us, si
indigentibus eloqu ia dom ini conferam us, si obseruem us mandata
caelestia. Et contra m aledictum non facit, si desit pecunia quae
faeneretur; sed si desit studium, si desit obseruatio caelestium
statutorum, m aledictus eris.

19. 63. Denique m ysterium ecclesiae eu identer exprim


Prim um enim dixit ad discipulum legis: «S i audieris legem et
custodieris, faenerabis gentibus3». Quod factum est a patribus
nostris. Faenerauit M oyses gentibus, qui proselytos adquisiuit,
faenerauit Iesus Naue, faenerauit Gedeon, faenerauit Samuhel
Dauid Solom on Helias Helisaeus, et si quis uolebat uerbum cogn o­
scere, ad illos pergebat: regina austri uenit audire sapientiam
Solom onis b.
hps 11 (12), 7.
i Act 10, 20.
‘ Act 10, 47 s.
mDeut 28, 12.
n Cf. Act 9, 15.
» Mt 28, 19.
PCf. Deut 28, 12; cf. 28, 1 s.
q Deut 28, 12 s.
r Deut 28, 15 s.
s Deut 28, 4 et 18.
19. a Deut 28, 12; cf. 28, 1.
*>Cf. Mt 12, 42; Lc 11, 31.

61, 15 lacunam in d ica u it Sch. (cf. quae ad loc. notaui).


t o b ia , 18,61 - 19,63 261

l’argento del giusto; infatti le parole del Signore sono parole caste,
sono argento passato al fuoco, purificato dalla terra, raffinato sette
volte. Questo dà in prestito chi accoglie la Legge, chi m edita la
Legge, chi m ette in pratica la Legge: questo ha dato in prestito
Pietro, questo ha prestato Paolo. Ai quali è d etto di andare dagli
uom ini pagani, a P ietro dal centurione C ornelio; a lui è detto:
Alzati e va' senza avere alcun dubbio, perché io li ho mandati. E si
alzò e andò. E più oltre disse: Possiamo forse negare l'acqua,
affinché non siano battezzati questi che hanno ricevuto lo Spirito
Santo? E com andò che fossero battezzati, cioè: Darai in prestito ai
pagani, p er rim ettere i peccati, estinguere i debiti, ma tu non
prenderai in prestito; infatti il peccatore prende in prestito e non
pagherà p er i suoi peccati, perché è peccatore. A Paolo è detto:
Darai in prestito ai pagani, lui che fu m andato ai pagani, a Giovanni
è detto: Darai in prestito ai pagani, a G iacom o è detto: Darai in
prestito ai p a g a n i 6 * * * ai quali fu detto: Andate, battezzate i pagani.
62. Al p o p o lo dei padri è detto: «S e osserverai i comand
menti, sarai ben ed etto e darai in prestito ai pagani la p a rola ».
Infatti ciò che segue m ostra che non si riferisce al denaro: Sarai
capo di m olti p o p o li: tu invece non sarai dom inato da alcuno. I l
Signore D io tuo ti metterà in testa e non in coda, e allora sarai
sopra e non sotto, se esaudirete la voce del Signore D io vostro. E
prosegue: Ma se non la ascolterete, tu sarai maledetto in città e
sarai maledetto in campagna. E più oltre: Maledetta la tua discen­
denza. Certam ente non il denaro rende benedetti, ma la conoscen­
za di Dio, la predicazione della parola, se darem o in prestito la
grazia del Signore, se p o rterem o ai bisognosi le parole del Signore,
se osserverem o i com andam enti celesti. Al contrario non rende
m aledetti la mancanza di denaro da prestare; ma se manca lo
zelo, se manca l'osservanza dei precetti celesti, sarai m aledetto.
19. 63. E cosi è chiaram ente espresso il m istero della C
sa *. Innanzi tutto infatti ha d etto al discepolo della L egge: «S e
ascolterai la L egge e la osserverai, darai in prestito ai pagani».
Questo è stato fatto dai nostri padri. M osè ha dato in prestito ai
pagani, facendo proseliti, d ied ero in prestito Giosuè, G edeone,
Samuele, Davide, Salom one, Elia, Eliseo, e se qualcuno voleva
conoscere la parola, andava da loro: la regina del sud venne ad
ascoltare la sapienza di Salom one.

6 Schenkl ha individuato in questo luogo una lacuna ed ha espresso in apparato


l'opinione che siano cadute le parole faenerabis gentibus et sic apostolis om nibus.
Ho reintegrato solo faenerabis gentibus, perché solo questa espressione ha un
solido fondamento nel contesto, anche se da sola non sem bra sufficiente a colmare
la lacuna.
19.1 Cioè: in senso mistico le parole di Deut 28, 12 ss. sono da riferire a
Chiesa.
262 DE TOBIA, 19, 64-65

64. V bi coep it populus Iudaeorum non custodire legem ,


coeperunt aduenae, hoc est ex p opu lo nationum, qui in Iesum
dom inum crediderunt, interpretationem scripturarum illi uetusto
p o p iilo faenerare. Faenerauit Tim otheus patre G raeco ortus uer­
bum Iudaeis c, cum sacerdotium recepisset d, faeneram us hodie-
que sacerdotes in ecclesia uerbum Iudaeis, qui de synagoga ad
ecclesiam transierunt, faeneram us et nouam et uetustam pecu­
niam e. Etenim quam habuerunt iam non habent; oculos habent
et non uident, aures habent et non a u d iu n tf, pecuniam habent et
non habent, quia usum eius ignorant, pretium eius nesciunt,
figuram eius et form am non cognouerunt. Nam si cognouissent,
numquam auctorem eius pecuniae denegassent dicentes: N o lu ­
mus hunc regnare super nos s. Qui quidem accepto regno rediens
iussit uocari seruos suos, quibus dedit pecuniam et eos qui faene-
rassent pecuniam praedicauit, ei autem qui pecuniam tenuit o tio ­
sam dom ini sui respondit: Sciebas quod ego austerus hom o sum :
to llo quod non posui et meto quod non seminaui. E t quare non
dedisti pecuniam meam ad mensam? E t ego ueniens cum usuris
utique exegissem illam h.

65. Audistis quae pecunia boni faeneratoris sit, quae pecunia


bonas adquirat usuras, quae pecunia non infam et faeneratorem ,
non opprim at debitorem , quam pecuniam aerugo non possit o b ­
ducere ', non penetrare tinea, quae pecunia non de terren o then-
sauro sit, sed aeterno, quae pecunia diuitem faciat accipientem
nec aliquid im m inuat faeneranti. H aec pecunia usuram habet,
(ut) non centesim am eius quod dederis portionem , sed centuplum
ferat fructum. Expande igitu r sinum mentis, ut huius pecuniae
num eratam tibi suscipias quantitatem : intende cordis optutum,
ut agnoscas pecuniae huius im aginem et inscriptionem ‘. Certe
hanc pecuniam excute, tabulam supra mensam anim ae tuae, quae
stabilis uirtutibus sit, quadratam constitue, conde in thensauro

= Cf. Act 16, 1.


d Cf. 1 Tim 4, 14; 2Tim 1, 6.
« Cf. Mt 13, 52.
f Ps 113 (114), 13-14; cf. Ier 5, 21.
8 Lc 19, 14.
hLc 19, 22 s.
i Cf. Mt 6, 19.
> Cf. Mt 22, 20.

65, 7 ut Sch.
12 quadratam ecL Am erb. quadrata codd.
TOBIA, 19, 64-65 263

64. Quando il p o p o lo dei G iudei com in ciò a non osservare


la Legge, gli stranieri — cioè co lo ro che, appartenenti a popoli
pagani, credettero nel Signore Gesù — com in ciarono a dare in
prestito a q u ell’antico p o p o lo l’interpretazione delle Scritture:
Tim oteo, fig lio di padre greco, dopo aver ricevu to il sacerdozio 2,
d iede in prestito la parola divina ai Giudei, e anche oggi noi
sacerdoti nella Chiesa diam o in prestito la parola divina ai G iudei
che sono passati dalla Sinagoga alla Chiesa, diam o in prestito
denaro sia nuovo che antico 3. Infatti quel denaro che avevano
non l’hanno più, hanno o cch i e non vedono, hanno orecchi e non
o d o n o 4, hanno denaro e non l’hanno, perché ne ignorano l’uso,
ne ignorano il valore, non ne hanno conosciuto la figura né la
form a. Infatti, se lo avessero conosciuto, non avreb bero respinto
l ’autore di quel denaro dicendo: N o n vogliam o che costui regni
su di noi. Egli, d o p o aver preso possesso del regno, ritorn ò e fece
chiam are i suoi servi, ai quali aveva dato il denaro, e lod ò quelli
che avevano dato in prestito il denaro; a colui, invece, che aveva
conservato infruttuoso il denaro del suo padrone, rispose: Sapevi
che sono un uom o severo: prendo ciò che non ho dato e m ieto
quello che non ho seminato. E perché rion hai dato il m io denaro
alla banca? E cosi io, tornando, l'avrei riscosso con gli interessi.
65. A vete udito qual è il denaro del buon usuraio, quale
denaro acquista le buone usure, quale denaro non infam a l’usu­
raio, non op prim e il debitore, quale denaro la ruggine non può
ricoprire, la tignola non può corrod ere, quale denaro non appar­
tiene al tesoro terreno, m a eterno, quale denaro rende ricco chi
lo riceve e non procura alcuna perdita a chi lo presta. Questo
denaro produce interessi in tale misura che non rende la centesi­
ma parte di ciò che hai dato, m a il centuplo com e fr u tto 5. A pri
dunque il seno della m ente p er ricevere la som m a decisa p er te:
rivolgi lo sguardo del cuore p er ricon oscere l’effìgie e l’iscrizione
di questo denaro. Esamina attentam ente questo denaro, stabilisci
un conto sul banco della tua anim a stabilm ente poggiato sulle

2 Altri luoghi, ove A m brogio accenna al sacerdozio cristiano: u irgin it. 23 (C a z z a ­


n ig a ,p. 11, 13); exp. Lue. 7, 9 (C S E L 32, 4, p. 286, 13); fug. 6 (C S E L 32, 2, pp. 166 s.).
3 et n oua m et uetustam p e c u n ia m : a m io avviso è del tutto infondato il rinvio
di Schenkl — ripreso da Zucker e Giaccherò — a Cant 7, 13 (14). Là si parla di
«frutta nuova e vecchia» (fresca e secca), senza alcun nesso con questo contesto.
A m brogio allude, invece, a Mt 13, 52, ove si legge: ideo om n is scriba doctus in
regno ca eloru m sim ilis est h o m in i patrifam ilias, q u i p ro fe rt de thensauro suo noua
et uetera (cito da A. JULICHER, Itala. Das neue Testament in A ltlateinischer Uber-
lieferung, 1. M atthàus-E uangelium , Berlin 1938). Lo scriba doctus in regno ca eloru m
(cioè convertito) è evocato nell'espressione di Am brogio: q u i de synagoga ad
ecclesiam transierunt, e la pecun ia di questo passo richiam a con evidenza il thesau­
rus del luogo evangelico; entram bi questi termini sono da intendere in senso
metaforico: sim boleggiano le ricchezze spirituali dell’antica e della nuova legge.
Un'allusione a Mt 13, 52, ben più chiara di questa, si trova nel paragrafo seguente.
4 Schenkl non segnala la citazione. Zucker rinvia a G er 5, 21 (ed anche a Ez
12, 2). A me pare che A m brogio citi Sai 113 (114), 13-14. Anche le lezioni uident
e a ud iun t (sebbene il futuro sia più frequente) risultano attestate in P. S a ba tier ,
B ib lio ru m sacrorum..., 2, p. 225.
5 ce n tu p lu m fru ctu m : in queste parole vi è un’eco di Lc 8, 8.
264 DE TOBIA, 19, 65 - 2 0 ,6 7

pectoris tui de quo doctus scriba d eprom it noua et uetera ^ Vides


qualis haec pecunia sit, quem adm odum cred itorem debitorem qu e
inuisa in se coniungat nomina. Qui inuehebar in faeneratores,
iam prou oco debitorem . Huius ergo faeneratores pecuniae uos
esse desidero, ut ad uos qui mutuum sumant sponte festinent,
per quam non nummum, sed regnum possitis adquirere, p er quam
non m aledicta quaeratis, sed benedictionis gratiam.

66. Hanc pecuniam faenerat populus nationum, qui sci


accipere faeneratum, qui sciuit cernere, qui sciuit excutere. Recu­
sasti, indige faenoris spiritalis: egere coepisti. De te igitu r a dei
filio dictum est: M utuabitur peccator et non soluet ". T ib i dicitur:
Aduena qu i est in te ascendet super te, tu autem descendes in im um °.
N escit enim summum qui Christum ignorat, in inferno sem per
est qui non ascendit ad Christum, in sum m o autem populus qui
uerbum recipit. H ic habet fid ei om ne patrim onium , de hoc dicit
lex: H ic tib i faenerabit, ut autem non faenerabis ei: hic tibi erit
caput, tu autem eris cauda p , hoc est: ille erit primus, tu ultimus
et abiectus. Auferam a Iudea caput et caudam, initium et finem :
initium Christum, qui interrogatus qui esset respondit: In itium ,
quod et lo q u o r uobis q. Finem quoque Christum dicit; ipse est enim
finis legis ad iustitiam o m n i cred e n tir. E rgo qui non credit ad
iustitiam nec initium nec finem habet, sed ipse sui finis est.

20. 67. Cognouim us faenus legitim um , cognoscam us et


gnus, quod lex reddi iubet ante solis occasum. Quod sit istud

"•Cf. Mt 13, 52.


n Ps 36 (37), 21
° Deut 28, 43.
P Deut 28, 44.
q Io 8, 25.
r Rom 10, 4.

66, 3 indige co n ie ci indiga PV indicta n o n n u lli.


t o b ia , 19, 65 - 20, 67 265

virtù, quadrato; m ettilo nel tesoro d el tuo cuore dal quale lo


scriba dótto tira fu ori cose nuove e cose antiche 6. Osserva quale
sia questo denaro, com e unisca il cred itore e il debitore, persone
nem iche fra loro. Io che in veivo contro gli usurai, ora p rovoco
il debitore. Desidero dunque che siate usurai di questo denaro,
affinché co lo ro che vo glio n o pren dere un prestito vengano in
fretta spontaneam ente da voi, e con questo denaro possiate acqui­
stare non m oneta, ma il regno, con esso riceviate non m aledizioni,
ma la grazia della benedizione.
66. Questo denaro dà in prestito il p o p olo dei pagani c
seppe ricevere il prestito, che seppe ved er chiaro, che seppe
valutare. Tu, bisognoso 7 del prestito spirituale, lo hai rifiutato:
hai com inciato ad essere povero. Di te, dunque, il Figlio di Dio
ha detto: I I peccatore prenderà in prestito e non pagherà. A te si
dice: L o straniero che è presso di te salirà al di sopra di te, tu invece
scenderai in basso. Infatti non conosce la vetta chi ignora Cristo,
resta per sem pre n ell’inferno chi non sale a Cristo. Sta invece
sulla vetta chi riceve il Verbo. Questi ha ogni ricchezza di fede,
di lui la L egge dice: Questi ti darà in prestito, tu invece non gli
darai in prestito: questi sarà p e r te il capo, tu invece sarai la coda,
cioè: egli sarà il prim o, tu l’u ltim o e l’abietto. Toglierò dalla Giudea
il capo e la coda, il prin cipio e la fine: il principio è Cristo, il
quale, essendogli stato dom andato chi fosse, rispose: I l p rincipio,
che anche vi parlo. Dice che Cristo è anche la fine; egli infatti è
la fine della Legge per la giustizia ad ogni credente 8. Perciò chi
non crede non possiede né l'in izio né la fine p er la giustizia, ma
lui è la fin e di se stesso.
20. 67. Abbiam o visto qual è il prestito legittim o, vedia
anche qual è il pegno 1 che la L egge ha ordin ato che sia restituito

6 Qui, ancor più sorprendentem ente che sopra (cf. nota 3), gli editori hanno
sem pre rinviato a Cant 7, 13 (14), mentre non vi è du bbio che si tratti di un'eco
di Mt 13, 52.
7 in d ige: Schenkl accetta la lezione tràdita indiga', Zucker la traduce con «thè
needs», intendendola com e neutro plurale sostantivato, m a non sem bra esserne
sicuro, perché innanzi tutto avverte che i lessici non danno alcun esempio di
questo uso di indigus, poi, contrariam ente al solito, segnala la ‘uaria lectio' indicta
(che non ritengo considerevole, perché è dei codici 'descripti'), infine cita, senza
pronunciarsi, la nota dei M aurini in cui si spiega indiga come femminile singolare,
d a intendere riferito a un termine non espresso, come synagoga o Iudaea. Come
luogo simile Zucker cita exp. ps. 118 6, 25 (C S E L 62, p. 121, 7) tu nc om n ia erant
flo ru m indigua nuda u irtu tu m ; accanto a questo segnalerei anche expl. ps. 39 27
(C S E L 64, p. 230, 2) reliqua plana et facilia nec indiga interpretationis, ma solo per
mostrare che il senso ovvio di indigus in questi due luoghi non è applicabile al
nostro contesto. Il T hlL 7.1, 1195, 22 s., che registra questo luogo di Am brogio,
rinvia a Zucker, senza offrire alcun altro esem pio che conforti quell’interpretazione.
La libera traduzione della Giaccherò evita una precisa interpretazione di indiga.
La mia conclusione è che tale lezione non è sostenibile; pertanto ho proposto
l'emendazione indige.
8 Ormai A m brogio non ha più come interlocutori gli usurai ebrei, ma più in
generale il popolo ebreo; con la citazione di Rom 10, 4 tocca un punto cruciale
della controversia teologica fra cristiani ed Ebrei.
20.1 L’espressione è da ricollegare a 18, 59 (supra), dove A m brogio ave
program m ato di trattare prim a del prestito spirituale e poi del pegno spirituale.
266 DE TOBIA, 20, 67-70

audi dicentem apostolum : Dedit deus pignus spiritum in cordibus


n o stris a. Tripliciter autem et pignus et conm endatum et deposi­
tum dicitur. Pignus dicunt quod pro m utuo aere susceptum est,
conm endatum autem et depositum quod nos custodiae causa
alicui comm isimus. Vnde ait apostolus: S cio cu i credidi et certus
sum, quia potens est conmendatum meum custodire in illu m diem b.
Depositum quoque idem docuit quod esset dicens: B onum deposi­
tum custodi p er spiritum sanctum, qu i habitat in nobis c. Num quid
spiritus conm endati argenti aurique custos est aut per spiritum
sanctum pecunia custoditur? Spiritale igitu r pignus custoditur ab
spiritu, ne aues caeli ueniant et auferant illud de cordibus nos­
tris d.

6 8 . Petamus ergo, ut custodiat in nobis Christus hoc pignus,


quod ipse donauit, et depositum suum conm endatum que conse-
ruet; nihil enim accepit a nobis, sed ipse nobis cred id it quod
nostrum non erat. Et id eo d etrim en to honestatis adficitur qui
depositum u iolarit alienum. Si conm endatum hom inis nulla debe­
mus fraude uiolare, quanto magis diuinum et spiritale depositum
bona fid e seruare nos congruit, ne et existim ationis et utilitatis
grauia dam na subeamus!

69. H oc igitur pignus est, quod lex proh ibet pignorari et


u iolenter auferri. Sic enim habet scriptura: S i debitum tibi fuerit
a proxim o tuo quodcumque, non introibis in dom um ipsius pignora­
re pignus, et hom o apud quem est debitum tuum proferet tibi foras
pignus. S i autem hom o ille pauper fuerit, non dormies in pignore
ipsius, sed redditione reddes ei pignus ipsius ad occasum solis, et
dorm iet in uestimento suo et benedicet te et erit in te m isericordia e.
70. Dices itaque mihi: ecce lex auferri pignus prohibuit, non
suscipi, pauperi autem iussit reddi, non omnibus. Ac de corp ora ­
libus quidem pignoribus satis etiam Hesdra nos docuit quod iam,
faeneratores, aduersus patrum uestrorum non possitis uenire
professionem . Nam cum iuberentur qui faenerauerant et accepe­
rant aliena pignora, ut restituerent ea, dixerunt: Reddimus et ab
ipsis nih il qu a erim u sf. B oni patres, qui statuerunt pignora d eb ito­
rum esse reddenda, boni etiam faeneratores, qui responderunt
quod et pignora redderent et pecuniam non requirerent, quam

20. a 2 Cor 1, 22.


t>2 Tim 1, 12.
C 2 Tim 1, 14.
d Cf. Lc 8, 5.
^ Deut 24, 12-14 (10-13).
f N eh 5, 12.
t o b ia , 2 0 ,6 7-7 0 267

prim a del tram onto. Quale esso sia, ascolta l’A postolo che dice:
D io c i ha dato com e pegno lo S pirito nei nostri cuori. Ma lo si può
chiam are con tre term ini: pegno, affidam ento, deposito. Chiama­
no pegno ciò che è preso in cam bio di denaro; affidam ento,
invece, e deposito ciò che abbiam o dato a qualcuno in custodia.
Perciò l'A postolo dice: So in ch i ho avuto fiducia e sono certo che
egli è capace di custodire ciò che g li ho affidato fin o a quel giorno.
Egli ha inoltre spiegato che cosa era il deposito, dicendo: Custodi­
sci il buon deposito per mezzo dello S pirito Santo che abita in noi.
Forse che lo Spirito è il custode dell'argento e d e ll’oro affidato,
o si custodisce il denaro p er m ezzo d e llo Spirito Santo? Dunque
il pegno spirituale è custodito dallo Spirito, affinché gli uccelli
del cielo venen do non lo portin o via dai nostri cuori.
6 8 . Preghiam o allora che Cristo custodisca in noi questo
pegno che egli ci ha donato, e conservi ciò che egli ha depositato
e affidato a noi; egli infatti non ha preso nulla da noi, ma egli ci
ha affidato ciò che non era nostro. P erciò si m acchia di disonestà
colui che non abbia custodito l'altrui deposito. Se non dobbiam o
m inim am ente frod are ciò che ci è stato affidato da un uom o,
quanto più è g iu s to 2 che noi conserviam o con buòna fede il
deposito divino e spirituale per non incorrere in gravi danni della
nostra reputazione e del nostro interesse!
69. Dunque questo è il pegno che la L egge vieta di prendere
e di asportare con violenza. Cosi infatti si legge nella Scrittura:
Se il tuo prossim o ha con te un qualsiasi debito non entrerai nella
sua casa a prendere il pegno, e c o lu i che ha il debito con te ti
porterà fu o ri il pegno. Ma, se qu ell'uom o è povero, non dorm irai
sul suo pegno, ma g li restituirai il suo pegno al tram onto del sole
e dorm irà nel suo m antello e ti benedirà e tu sarai m isericordioso 3.
70. Perciò m i dirai: ecco la L egge ha p roib ito di prendere
il pegno, non di riceverlo, e ha prescritto di restituirlo al povero,
non a tutti. M a dei pegni m a te ria li4 ci ha detto abbastanza anche
Esdra, di m od o che, o usurai, non potete op p orvi a ciò che è
stato proclam ato dai vostri p a d r i5! Infatti, quando si ordin ò a
q uelli che avevano prestato e preso in pegno i beni altrui di
restituirli, essi dissero: Restituiam o e nulla chiediam o a loro. Buoni
padri, essi che stabilirono che i pegni dei d ebiti dovevan o essere
restituiti, buoni anche i prestatori i quali risposero che a vreb bero

2 c o n g ru it: usato com e im personale.


3 La medesim a lunga citazione di Deut, con qualche variante, in 17, 57 (supra).
La ripetizione non è immotivata, perché precedentem ente (17, 57) era stata enun­
ciata come un'obiezione degli usurai, che si appellavano al significato — letterale,
evidentemente — del passo biblico, per difendere il loro diritto a prendere pegni;
qui invece viene riproposta per una lettura del tutto diversa, come conclusione
di un’esposizione mistico-spirituale, iniziata a 18, 59, con la quale A m brogio ha
inteso sciogliere o, per lo meno, aggirare l’obiezione degli usurai.
4 c o rp o ra lib u s : l’im piego di questo aggettivo e il suo significato si spiegano in
opposizione a spiritale del precedente § 68. Dopo l'esposizione allegorica sul pegno,
ora si torna al senso letterale.
5 È di capitale importanza questo luogo che svela i veri destinatari del discorso
sviluppato nei §§ 46-70: gli Ebrei che praticavano l’usura.
268 DE TOBIA, 20, 70-73

dedissent. Et sententia uos paternae censitionis his adstringit et


professio creditorum .

71. Est autem et aliud pignus, quod lex spiritalis proh ibet
auferri et, si datum fuerit, reddi iubet ante solis occasum, quod
hom o d eb itor red d it et ipse protulit. D ebitor est autem om nis
qui audit uerbum regni et non intellegit. Venit malus et rapuit
quod seminatum est in corde ipsius s. N o li ergo in troire in dom um
eius, ut illud pignus accipias. Vae enim qui scandalizauerit unum
de pusillis istis! h. Si sua stultitia am iserit pignus suum, tu non
habebis delictum . Si autem pauper fuerit, redde pignus ante solis
occasum; pignus autem uestim entum est. Si sibi diues uidetur,
ipse se decipit, si pignus tradid erit suum: si autem pauper, qui
non habeat diuitias spiritus, red de illi uestim entum suum ante
solis occasum.

72. Si de corp orali ageretur pignore, utique magis p er diem


reddendum fuit, ne turpitudo nudi corp oris diurno lum ine p rod e­
retur; tenebrae etenim nudum non produnt. Ac si hoc m oueret,
quod non haberet pauper quo dorm iens tegi posset, utique aut
stragulum aut amictum diceret esse reddendum . Nunc autem
dicendo uestim entum tunicam m agis significat, quam induim ur
atque uestimur. R edde ergo pauperi tunicam suam, ut dorm iat
in ea noctu.

73. N onne tibi uidetur illum pauperem significare, qui cum


una tunica iubetur pergere, alteram non requirere, missus a Chri­
sto ad euangelium praedicandum ‘? Ipse enim est pauper spiritu ',
qui dorm ire possit; nam satiato diuitiis, non est qui sinat eum
dorm ire. Dorm it enim pauper somnum resurrectionis, quem diues
dorm ire non potest, quia a diuitiis et uoluptatibus suffocatur.
D orm it Christi quietem dicentis: E go d orm iui et qu ieui et surrexi m.
H aec est tunica illa desuper texta, qua erat Christus indutus,
quam scindere non potuerunt illi m ilites n, quos agnoscis. Nullus
enim eorum uestim entum Christi scindit, sed diuidit, sicut scrip­
tum est: D iuiserunt uestimenta mea sibi et super uestem meam

6 Mt 13, 19; Lc 8, 12.


hCf. Mt 18, 6.
i Cf. Mt 10, 10.
> Cf. Mt 5, 3.
mPs 3, 6.
n Cf. Io 19, 23 s.
TOBIA, 20,7 0-7 3 269

restituito i pegni senza rich iedere il denaro prestato. Sia la decisio­


ne 6 dei vostri padri che la dichiarazione dei cred itori vi vincola
con queste parole 7.
71. V i è anche un altro pegno, che la legge spirituale p roib i­
sce di prendere e che, se fosse dato, ordina che sia restituito
prim a del tram onto del sole; un pegno che il deb itore restituisce
e che egli stesso ha dato; e d eb itore è ognuno che ascolta la
parola del regno e non la intende. Venne il m aligno e p o rtò via
quello che era stato seminato nel suo cuore. N on entrare dunque
nella sua casa p er pren dere quel pegno. Guai infatti a chi scanda­
lizzerà uno solo di questi p iccoli! Se p er sua stoltezza p erderà il
suo pegno, tu non ne avrai colpa. Se invece è povero, restituiscigli
il pegno prim a del tram onto del sole; il pegno è un vestito. Se
egli si crede ricco, si inganna da solo, se darà il suo pegno: se
invece è un povero, che non ha le ricchezze d ello spirito, restitui­
scigli il suo vestito prim a del tram onto del sole.
72. Se si trattasse di un pegno corporale, certam ente a m ag­
g io r ragione lo si d o vreb b e restituire di giorno, affinché non
m ostri alla luce del giorn o l'indecenza del co rp o nudo; infatti le
tenebre non svelano chi è nudo. M a se questa fosse la preoccupa­
zione, che il p o vero non abbia di che coprirsi durante il sonno,
certam ente avrebbe ordin ato di restituire la coperta o il mantello.
Invece, dicendo vestito, intende piuttosto la tunica che indossia­
m o e vestiam o. Dunque restituisci al p o vero la sua tunica, perché
vi dorm a di notte.
73. N on ti sem bra che la Scrittura intenda quel p o vero
m andato da Cristo a predicare il Vangelo, al quale si ordina di
andare con una sola tunica, di non cercarne un’altra? Quello
infatti è il p o vero di spirito che può dorm ire; infatti a chi è pieno
di ricchezze non si dà la possibilità di dorm ire. Infatti il p o vero
dorm e il sonno della risurrezione, che il ricco non può dorm ire,
perché è oppresso dalle ricchezze e dai piaceri. D orm e il riposo
di Cristo che dice: Io ho d orm ito ed ho riposato e sono risorto.
Questa è quella tunica tessuta dalla parte superiore che Cristo
indossava, che non p oteron o scindere quei soldati che tu ricon o­
sci 8. Infatti nessuno di lo ro scinde la veste di Cristo, ma la divide,
com e sta scritto: Si sono divise le m ie vesti e sulla mia tunica

6 ce n sition is: termine m olto raro e con significato diverso, sembra, a seconda
che lo si ricollegava a censere oppure a censire. Nel ThlL, ove non è registrato
questo passo di Am brogio, troviam o solo due attestazioni: S p a r z ia n o , Pese. 7, 9,
ove il termine ha il significato di «trib u to », e nel L ib e r col. 1, grom ., ed. B l e m e -
L a c h m a n n -R u d o r f f , p. 211, 8 Vespasiani censitione et iussu, che si può ben accostare
al nostro passo, ma che è lezione di un codice (P ) non accettata dagli editori, che
stampano una lezione ‘facilior’, se non erro, ab... Vespasiano censita ex iussione. Il
passo di A m brogio è, dunque, im portante, perché conferm a un significato altrimen­
ti non ben attestato di censitio (= decisione) e pare appoggiare la lezione che gli
editori del L ib e r col. 1 hanno rifiutato.
7 his: diversamente ha interpretato questo pronom e Zucker: «to these things»,
intendendo his dativo invece che ablativo.
8 Chi siano, è detto poco oltre: gli evangelisti.
270 de TOBIA, 2 0 ,7 3 -7 4

m iserunt sortem °. Diuiserunt sibi euangelistae uestim enta eius et


super uestem eius, hoc est super praedicationem euangelii, qua
uestitur hodieque dom inus Iesus, m iserunt sortem , illam utique
sortem , quae cecid it super Matthiam, ut apostolorum num ero
duodecim us excluso nom ine p rod itoris adiungeretur p . B ene au­
tem de euangelistis dictum est quia m iserunt sortem ; sors enim
ueluti diuino pendet exam ine. Et ideo quia non potestate propria
sunt locuti neque om nes eadem omnia, sed pleriqu e diuersa
dixerunt, quae alius non dixerat, sancti spiritus gratiam uelut
sortito illis ea tribuisse cognoscim us quae loquerentur singuli
de operibus dom ini Iesu, ut eius sibi describenda pro eius nutu
gesta diuiderent.

74. Est et illa tunica, quam dem onstrat apostolus dice


Induite dom inum Iesum r. H aec est tunica, quae inhonesta op erit
nostra et in his honestatem abundantiorem circum dat in Christo s.
Induimus uiscera m isericordiae ‘ in Christo, induimus crucis g lo ­
riam, quae Iudaeis scandalum, Graecis stultitia u. Illi erubescunt
qui eam erubescendam p u ta n tv, nobis autem absit g lo ria ri nisi in
cruce dom ini Ie s u z. H aec ign ob ilia nostra honorem abundantio­
rem habent, quia p er passionem dom in i regnum nobis paratur
aeternum; quo enim quis plus peccauerit eo plus d ilig it a. C onsepe­
liam ur igitu r dom in o Iesu, ut participes resurrectionis eius esse
m eream ur b, expoliem us ueterem hom inem cum actibus e iu s c, in­
duamus nouum, in quo rem issio peccatorum .

° P s 21 (22), 19.
P Cf. Act 1, 25 s.
q Cf. Act 2, 6.
r Rom 13, 14.
s Cf. 1 C o r 12, 23.
t Cf. Lc 1, 78.
“ Cf. 1 C o r 1, 23.
v Cf. Rom 1, 16.
z Gai 6, 14.
* Cf. Lc 7, 47.
b Cf. Rom 6, 4.
c Coi 3, 9 s.
TOBIA, 20,7 3-7 4 271

hanno gettato la sorte. Gli evangelisti si sono divisi i suoi vestiti


e sulla sua veste, cio è sulla predicazione del Vangelo, di cui ancor
oggi si veste il Signore Gesù, hanno gettato la sorte, certam ente
quella sorte che cadde su Mattia, perché al num ero degli apostoli
fosse aggiunto il dodicesim o, d o p o che era stato tolto il nom e
del traditore. Ed è stato d etto bene d egli evangelisti: hanno gettato
la sorte; infatti la sorte dipende da una decisione divina. E perciò,
poiché non hanno parlato di prop ria autorità, né tutti hanno
detto le m edesim e cose, ma p er lo più hanno d etto cose diverse
che altri non aveva detto, sappiam o che la grazia d ello Spirito
Santo ha affidato a loro, com e p er un sorteggio, q u elle cose che
essi singolarm ente avreb bero narrato d elle op ere del Signore
Gesù 9, di m odo che si distribuissero le azioni da lui compiute,
che avreb bero dovu to m ettere per iscritto secondo il suo vo lere 10.
74. V i è anche quella tunica, che l'A postolo indica, quan
dice: Rivestitevi del Signore Gesù. Questa è la tunica che copre le
nostre vergogn e e le avvolge di una m aggiore dignità in Cristo 11.
Rivestiam oci di sentim enti di m isericordia 12 in Cristo, rivestiam o­
ci della gloria della croce che è scandalo per i Giudei, stoltezza
per i Greci. Essi arrossiscono perché la ritengono com e cosa di
cui ci si deve vergognare, n oi invece non c i gloria m o se non nella
croce del Signore Gesù. Queste nostre cose dison orevoli hanno
dignità m aggiore, perché m ediante la passione del Signore ci è
preparato un regno eterno; infatti quanto più uno ha peccato
tanto più ama. Dunque seppelliam oci insiem e al Signore Gesù 13,
affinché m eritiam o di essere partecipi della sua risurrezione,
spogliam oci del vecchio uom o con le sue azioni, rivestiam oci del
nuovo, nel quale c'è la rem issione dei peccati.

9 Zucker (pp. 2 e 186) obietta a Schenkl che nell'espressione p le riq u e diuersa


d ixeru nt non c’è eco di Atti 2, 6; m a Schenkl dà il riferimento non a proposito di
questa espressione, m a di quella seguente: sancti spiritus... cogn ou im us, dove
un’allusione, anche se labile, al luogo biblico mi pare vi sia.
10 Sulla differenziazione dell'ispirazione divina nei quattro evangelisti e sulla
complementarità delle loro narrazioni si veda anche exp. Lue. 10, 115-117 (C S E L
32, 4, pp. 498 s.) e quanto osserva in proposito P iz z o l a t o , La dottrina esegetica...,
p. 94.
11 II versetto di 1 Cor 12, 23, che qui A m brogio parafrasa, è cosi citato in off.
1, 18, 78 (S A E M O 13, p. 70) et quae putam us ig n o b ilio ra esse m em bra corporis, his
abun da ntiorem h on o rem circum dam us, et quae inhonesta sunt nostra, honestatem
abundantiorem habent.
12 uiscera m isericordiae: espressione biblica (cf. Lc 1, 78).
13 consepeliam ur... d o m in o : chiara allusione a Rom 6, 4, il cui testo — secondo
la Vulgata e diversi testimoni della Vetus Latina — ha cu m ilio invece del dativo
(d o m in o ). Il dativo, però, ha delle attestazioni nell’am bito della Vetus La tin a (cf.
W o r d s w o r t h - W h it e , ad loc.). A m brogio negli altri numerosi luoghi, ove cita o
allude al m edesim o passo di Rom 6, 4, si com porta in vario m odo: par. 14, 70
(C S E L 32, 1, p. 328, 11) adtum ulatus es m orti, consepultus errori-, Cain et A bel 1, 6,
19 (ibid., p. 356, 12) consepultus cu m illo ; Abr. 1, 8, 74 (ibid., 551, 2) ut m o ria n tu r
in Christo et consep elian tu r in d om in o; Ia c o b 1, 6, 23 (C S E L 32, 2, p. 19, 2) consepeliare
cu m Christo; ibid., 2, 7, 34 (p. 52, 6) consepulti... cu m illo ; sacram. 2, 7, 20 (C S E L
73, p. 34, 5) Christo es consepultus... Christo consepelitur.
272 DE TOBIA, 2 0 ,7 5-7 6

75. Bonus ergo amictus atque uestitus uerbum dei. H


uestitu filii N o e pudenda patris operuerunt accipientes super
um eros uestim entum et retrorsum pergentes, ne u iderent uirilia
patris d, hoc est corporea, quae habent pudorem quendam genera­
tionis humanae. Et id eo qui u idere uoluit angustioris anim i di­
gnam m ercedem recepit, ut seruos fieret — om nis enim qui facit
peccatum seruus est p e c c a tie — , unde ille in terrenis remansit.
H oc pauperi nem o tollat uestim entum aut si tulerit, sol non
occidat super despoliatum , eum ante restituat, ne peccatum pau­
peris faen eratori possit adscribi et non solum suo, sed etiam
alieno incipiat laborare peccato.

76. H oc pignus in hac saeculi nocte reddatur, hoc uestim e


in his mundi tenebris induatur. H oc pignus illius dom inicae sortis
est, non illius contrariae. Legim us enim duas sortes in Leuitico,
de quibus dictum est: Vnam dom ino facies, alteram transm issorif.
Transmissor sortem suam ad faen eratores transmisit, serui dom ini
in sorte sunt Christi. In hac sorte constitutus Aaron contrariae
sortis exclusit aerumnam, cum inter duas partes popu li constitu­
tus m ortem a defunctis serpere in sortem uiuorum sui corporis
non perm isit obiectu s. Huius sortis bonum pignus est u erbi am ic­
tus. Hanc uobis tunicam nem o auferat, debitores, hanc tunicam

d Cf. Gen 9, 23.


e Cf. Rom 6, 20.
f Leu 16, 8.
sC f. Num 16, 48 (17, 13).
TOBIA, 2 0 ,7 5-7 6 273

75. Buon m antello e buona veste è dunque la parola di


Dio 14. Con questa veste i figli di N oè cop riron o le vergogn e del
padre prendendo sulle spalle il m antello e cam m inando all’indie-
tro per non ved ere gli organi v irili del padre, cioè le parti del
corp o per le quali si ha un certo pudore in considerazione dell'atti­
vità generativa. E, perciò, chi ha volu to ved ere ha ricevu to una
ricom pensa degna di un anim o gretto, diventando servo 15 —
infatti ognuno che com m ette peccato è servo del peccato — , per
cui quello è rim asto in m ezzo alle cose terrene. Al povero nessuno
tolga questo m antello o, se qualcuno glielo avrà tolto, il sole non
tram onti su q u ell’u om o spogliato, lo ristabilisca prim a nella sua
condizione 16 per evitare che il peccato del p o vero possa essere
attribuito all’usuraio e debba sopportare le conseguenze non solo
del p rop rio peccato, m a anche di q u ello altrui.
76. Sia restituito questo pegno nella notte di questo m ondo,
di questo m antello ci si vesta nelle tenebre di questo m ondo.
Questo è il pegno della sorte del Signore, non di quella contraria.
Infatti abbiam o letto nel Levitico che vi sono due sorti, delle
quali è stato detto: Una la tirerai per il Signore, l'altra per il capro
emissario n . L’em issario ha consegnato la sua sorte agli usurai, i
servi del Signore sono nella sorte di Cristo. Facendo parte di
questa sorte, Aronne allontanò la disgrazia della sorte contraria,
quando messosi fra le due fazioni del p o p o lo non permise, facendo
barriera con il corpo, che la m orte dal m ondo dei defunti pene­
trasse nella sorte dei vivi. Il buon pegno di questa sorte 18 è il
m antello della parola. Nessuno vi tolga questa tunica, o debitori;

14 Cf. F ilo n e , som n. 1, 102 tpa^èv t o w u v Xóyou au[j,0oXov ip .a T io v Eivai.


15 Giustamente Schenkl ha conservato il nominativo arcaico seruos: pro babil­
m ente la frase fa parte del linguaggio giuridico.
16 Nel testo di Schenkl si legge: cu m ante restituat, e l'apparato tace. Zucker
e la Giaccherò ristam pano questa lezione im possibile e tentano di interpretarla,
m a cu m sem bra proprio un errore di stampa. H o potuto controllare il codice P
e vi ho trovato eum , che è anche la lezione dei Maurini. Per intendere questo
accusativo (eum , scii, p a u p erem ) in dipendenza da restituat bisogna tener conto
d ell’allegorizzazione sviluppatasi attorno alla parola uestim entum , nel quale A m bro­
gio vede il sim bolo di Cristo (cf. nel paragrafo precedente: «in d u ite d om in u m
Ie s u m ». H o c est tunica, e all’inizio di questo paragrafo: bonus ergo am ictus atque
uestibus u erbum dei). Dunque con eu m ante restituat non si vuol esortare a restituire
al povero il mantello, ma, fu or di metafora, a ristabilirlo nella condizione nella
quale si trovava prim a di com m ettere il peccato, quando era rivestito di Cristo o
del Verbo.
17 transm issori: del termine ebraico corrispondente, che com pare nella descri­
zione del rituale dell’espiazione (Lev 16, 8), gli esegeti hanno dato svariatissime
interpretazioni. Fra le versioni antiche, i Settanta hanno ànoiropi/rcoua), la Vulgata
ha ca pro emissario. H anno interpretato, cioè, il termine Azaizel del testo originale
non come un nome proprio, mentre oggi si tende a vedere in questo termine il
nom e di un dem one m alefico abitatore del deserto. Cosi il senso del passo,
incentrato sull’antitesi Jahvè/Azazel, risulta più chiaro. Bisogna comunque ricono­
scere che nella interpretazione allegorica A m brogio ha colto bene l’antitesi fra i
due m em bri della frase, vedendo nel transm issor lo schiavo degli usurai, in opposi­
zione ai servi di Cristo.
18 Qui il termine sors ha il significato di «destino della propria vita» e insieme
quello che solitamente ha in questo trattato, di «capitale», m a in senso simbolico.
274 DE TOBIA, 2 0 ,7 6-7 9

nulli oppigneretis, si uultis num quam turpitudinem sustinere, ut


dorm iatis inter cleros sicut Aaron h, dorm iatis inter duo testam en­
ta, ut dorm iatis somnum resurrectionis et uos reparare possitis.
H oc est uestim entum, quod etiam si oppigneraueris, recipiendum
sanctus S olom on in Prouerbiis suadet dicens: Aufer uestimentum
tuum; praeterit enim iniuriosus ‘.

77. Sapientiae uestim entum est ex illis indumentis, quae ex


bysso et purpura sapientia sibi fecit hoc est: indum entum fid ei
constat ex praedicatione caelestium et dom inicae sanguine passio­
nis: bysso aetheria figurantur, purpurae specie m ysterium sacri
sanguinis declaratur, quo regnum caeleste confertur. Denique ue­
stim entum sapientiae significari superiora indicant; praem isit
enim dicens: Sapiens esto, fili, ut laetetur c o r tuum m, et infra duos
uersus ait: Inprudentes autem superuenientes damnum pendent;
aufer uestimentum tuum n. A u fer igitur, ne dam num excipias inpru-
dentiae, ne exutum te p rop rio uestim ento nequissimus ille com ­
munis faen erator agnoscens confusionem tui d etegere conetur
op p rob rii et persuadeat tibi, ut te foliis tegas et nudum te esse
conspiciens in dei uerearis uenire conspectum °.

78. Redde inquit p roxim o in tempore, coangusta uerbum et


fideliter age cum illo, et in o m n i tempore inuenies quod tibi necessa­
rium sit p. N on amat m ultis innocentia se defendere. Susanna
uocis adsertione non eguit: uerbum coangustauit ad dom inum et
statim adipisci m eruit castitatis prop riae testim onium =>. Plurim a
presbyteri loquebantur, qui laborabant uerborum fuco obducere
ueritatem , sed non filia Iuda. Tacuit aput hom ines, locuta est deo.
Erubescenda erat in plebe ipsa defensio m uliebris et, dum pudor
defenditur, inpudentia praetendebatur. Coangustauit uerbum di­
cens ad dom inum : Tu scis quia falsa dixerunt de me r. Et dominus
spiritum Danielis pueri castitatis excitauit ultorem .

79. Coangusta ergo uerbum, ut red h ibitio creditori, non lin­


gua respondeat, siue m ystice: coangusta uerbum, hoc est consum­
ma; uerbum enim consummans et breuians faciet dominus super
terram s, hoc est ex m ultis ratiociniis adbreuiata tibi summa con-
ueniat. D educito quod expensis diuersis est erogatum , ut saluum

h Cf. Ps 67 (68), 14.


■ Prou 27, 13.
> Cf. Prou 29, 40 (31, 22).
mProu 27, 11.
n Prou 27, 12 s.
° Cf. Gen 3, 7.
P Eccli 29, 2 s.
q Cf. Sus 42 ss. (Dan 13, 42 ss.).
' Sus 43 (Dan 13, 43).
5 Rom 9, 28.
t o b ia , 20, 76-79 275

questa tunica non date in pegno ad alcuno, se non volete mai


essere coperti di vergogna, p er p o te r dorm ire fra le s o r t i 19 com e
Aronne, per dorm ire fra i due Testamenti, p er dorm ire il sonno
della risurrezione e p er p o ter ristorare vo i stessi. Questo è il
m antello, che, se anche lo hai dato in pegno, il santo Salom one
nei Proverb i invita a ripren dere dicendo: Prendi il tuo vestito;
infatti passa l'ingiusto.
77. È il m antello della sapienza che fa parte di quegli indu­
m enti che la sapienza si è fatti con bisso e porpora, cioè: l’indu­
m ento della fede consiste nella predicazione d elle cose celesti e
nel sangue della passione del Signore: le cose celesti sono rap pre­
sentate dal bisso, con il co lore della p orp ora si esprim e il m istero
del sacro sangue, per il quale si conferisce il regno celeste. E cosi
ciò che è detto sopra è rife rito al vestito della sapienza; infatti
(Salom one) ha posto una premessa, quando dice: S ii saggio, o
figlio, perché il tuo cuore sia lieto, e due righe più oltre dice: G li
stolti, invece, quando giungono, subiscono danno; prendi il tuo
vestito 20. Prendilo, dunque, per non ricevere il danno della stoltez­
za, affinché q u ell’iniquissim o com une usuraio, vedendoti privo
del m antello non tenti di m ettere a nudo la vergogn a del tuo
disonore e ti persuada a coprirti con delle foglie e, vedendoti
nudo, tu non tem a di presentarti davanti a Dio.
78. Restituisci al prossim o a suo tempo — dice — , abbrevia 21
le parole e com portati lealmente con lui, e in ogni m om ento troverai
quello che ti è necessario. L’innocenza non ama difendersi con
m olte parole. Susanna non ebbe bisogno di esprim ersi con la
voce: parlò brevem en te al Signore e subito m eritò di ottenere la
p rova della propria castità. G li anziani raccontavano m olte cose,
essi che si affannavano a nascondere la verità con parole inganna­
trici, ma non la figlia di Giuda 22. Tacque di fronte agli uomini,
parlò a Dio. Anche la difesa che una donna faceva di se stessa
era d ison orevole presso il p o p olo: difen d ere il pudore significava
m ettere in m ostra l'im pudenza. A b b reviò le parole dicendo al
Signore: Tu sai che m i hanno accusato falsamente. E il Signore
suscitò lo spirito del giovane Daniele com e vendicatore della
castità.
79. A bbrevia dunque le parole, affinché risponda la restitu­
zione al creditore, non la lingua, oppure m isticam ente: abbrevia
le parole, cioè riassumi; infatti il Signore realizzerà sulla terra la
parola riassumendo e abbreviando: ti gioverà, cioè, una somma
abbreviata di m olti calcoli. Sottrai ciò che è stato pagato per

19 cleros: intendiamo sortes, com e A m brogio leggeva nel testo di Sai 67 (68),
14, che è stato citato sopra in 5, 18.
20 Schenkl ha om esso di segnalare com e citazione di Prov 27, 13 l’espressione
a ufer uestim entum tuum , già citata nel paragrafo precedente. Am brogio cita di
nuovo la frase per mostrarne la connessione con quanto precede nel testo biblico
e chiarirne cosi il senso in rapporto con il contesto.
21 Questa espressione, di per sé oscura, è chiarita nel commento da Am brogio.
N el testo biblico originale ha tutt’altro significato: «sta’ alla parola».
n filia Iud a : espressione biblica di Dan 13, 57 (Sus 57).
276 de TOBIA, 2 0 ,7 9 - 2 1 ,8 2

habeas quod supersit, qu om od o dom inus de multis dispensatio­


nibus Iudaeorum ex m ulto illo ratiocin io peccatorum consumma-
uit tandem atque breuiauit, ut reliqu iae saluae fieren t ‘ p er electio­
nem gratiae et seruarentur ad semen, p er quos interm ortuam
spem synagogae resuscitaret.
21. 80. Quam d eform e est, ut pro b en eficio ei qui te adi
rependas m olestiam ! Cum istum fraudaueris cui debes, postea in
tem pore necessitatis tuae non inuenies creditorem . Quam in d i­
gnum, ut cum uictum tuum sustentare non queas, cum adhuc
nihil debeas, putes quod et uictum tuum possis et debitum susti­
nere. Ante cogita unde dissoluas et sic mutuum sume. «F ru ctu s»
inquit «a g ro ru m ca p io »; sed qui non abundant usui q u om od o
abundabunt contracti faenoris increm ento? «S e d possessionem
m eam u en d o». Et unde fructus, quibus utaris ad sumptum? Fae­
nus non pecunia sua soluitur, sed augetur: num erando coacerua-
tur et crescit.

81. D einde non cogitas hum ilitatem et uerecundiam postu­


lantis? D onec accipias, oscularis manus faeneratoris superbi, hu­
m ilias u ocem tuam, ne cla rior sonitus uocis tuae auris eius offen ­
dat, ne plures te audiant deprecantem . Paupertas non habet cri­
men, nulla indigentiae infam ia est, sed deb ere uerecundum est,
non red d ere inuerecundum . Postulabis dilationem , cum coeperis
conueniri in tem pore praescriptae solutionis: p ro pecunia adferes
taedia, causaberis de tem pore, excusationes strues et, cum totum
prom iseris, ne in uniuersum fraudare uidearis, uix dim idium
restitues. De am ico inim icum facies, pro hon ore referes contum e­
liam, pro benedictione m aledictum . Quam haec op in ion em lae­
dant considera, quam a uiro bono discrepent recognosce.

82. Ergo dum liber es a uinculis, ipse te retrahe, reuoca a


iugo et onere seruitutis. Diues es: non sumas mutuum. Pauper
es: non sumas mutuum. Diues es: nullam pateris petendi necessi­
tatem. Pauper es: considera soluendi difficultatem . O pulentia usu­
ris minuitur, paupertas usuris non eleuatur; num quam enim m a­
lum m alo corrigitu r nec uulnus curatur uulnere, sed exasperatur
ulcere.
TOBIA, 20, 79 - 21, 82 277

diverse spese, per salvare p er te ciò che è rimasto, com e il Signore


partendo dalle m olte spese dei Giudei, di quel lungo calcolo di
peccati fece un riassunto abbreviato, perché fossero salvati i resti
attraverso l’elezione della grazia e fossero conservati per il seme,
grazie ai quali risorgesse la speranza m orta della Sinagoga.
21.80. C om e è ign ob ile ricam biare con fastidi il ben eficio
di chi ti ha aiutato! Se frod era i questi con cui hai un debito, poi,
quando sarai nel bisogno, non trovera i chi sia disposto a farti
credito. C om e è biasim evole che, non potendoti p rovved ere il
cibo, m entre sei senza debiti, pensi di p o ter p rovved erti il cibo
e sopportare il debito. Prim a pensa a com e potrai pagare il debito
e in base a questo calcolo prendi un prestito. «P re n d e rò i frutti
dei cam pi » — si dice — ; ma questi che non producono abbastanza
p er il consum o solito, com e basteranno per il debito contratto,
che cresce a causa d egli interessi? «M a io ven derò il m io p o d ere ».
E poi dove prenderai i p rod otti che ti serviranno per le spese?
Il debito non si estingue con il denaro che produce, ma aumenta:
contandolo aum enta continuam ente.
81. E poi non consideri l'um iliazione e la vergogn a di d o ver
chiedere? M entre ricevi, baci le m ani d e ll’usuraio superbo, abbas­
si il tono della tua voce, perché un suono più forte della tua voce
non offen da le sue orecchie, perché non odano in m olti che
supplichi. La p overtà non ha colpa, l’indigenza non è in alcun
m od o un’infam ia ', ma avere dei debiti è umiliante, non renderli
è disonorevole. C hiederai una proroga, quando com incerai ad
essere cercato alla scadenza stabilita per il pagam ento: invece
del denaro darai fastidi, darai la colpa al tem po, inventerai delle
scuse e, avendo prom esso di pagare tutto, p er non essere ritenuto
uno che ha frod ato tutto, a stento restituirai la metà. Di un am ico
ti farai un nemico, invece di on ore avrai offesa, invece di ben ed i­
zione m aledizione. C onsidera quanto queste cose danneggiano la
reputazione, com prendi quanto siano lontane da un uom o retto.
82. Perciò finché sei libero da vincoli, tirati indietro da solo,
tieniti lontano dal g io g o e dal peso della schiavitù. Sei ricco: non
prendere prestiti. Sei p o vero: non prendere prestiti. Sei ricco:
non hai alcuna necessità di chiedere. Sei p overo: pensa alla
difficoltà di pagare. La ricchezza dim inuisce per gli interessi, la
povertà non è sollevata dagli interessi; m ai infatti si cura un m ale
con un altro male, né una ferita si cura con un’altra ferita, ma
la si aggraverebbe con una piaga 2.

21.1 Cf. B a s il io , P G 29, 272 C oùSepaciv aitrxuvqv t ò itévEadai itpo^svEÌ. La povertà


non è un disonore, né un castigo divino per i peccati; come la ricchezza non deve
essere considerata un disonore (off. 2, 108, S A E M O 13, p. 244), né un prem io per
la virtù (interp. lo b 3, 6, 17, C S E L 32, 2, p. 258).
2 Cf. B a s ilio , P G 29, 272 C-273 A o ù Seù ; Tp<xup.ona Tpaù|j,aTi (kparauei, oùSè x a x ù
t ò x a x ò v ia-tai, oùSè ravuxv t ó x o n ; Ènavop^oÙTai. IlX-oumoq eI; p/f] SaivEt^ou. nÉvr)q
eI; prì) SavEi^ou. El p-Èv y à p EimopEi^, où xpfi^Eiq SavEi<7p,<XTO<;- eì Sè oùSÈv exeu;, oùx
òraoTiireu; tò SàvEiov.
278 DE TOBIA, 21, 83 - 2 2 ,8 5

83. H aec uide, ne dum pecuniam petis, m olam tuam obliges


aut lapidem superm olarem a. M ola est qua sim ilago conficitur,
qua m olit sim ilaginem una mulier, quae adsumitur, et altera, quae
relinquitur b. Fortasse illa adsum itur quae sem per m olit dei uer­
bum, ut habeat sim ilaginem , spiritalem farinam facit, expurgat
uetus ferm entum , ut sit noua conspersio c, custodit m olam suam,
interpretatur scripturas, seruat sibi lapidem superm olarem : illa
autem relinquitur, quae oppignorat m olam suam d. Cum aliquid
em olu erit perfunctorie, oppignorat lapidem qui est super m olam.
Quis iste sit lapis quaero. Legi: Lapidem, quem reprobauerunt
aedificantes, hic factus est in caput a n g u lie. Quare super m olam?
Quia ipse est qui m olentes adiuuat, ipse est qui dicit: Scrutam ini
scripturas, in quibus putatis uos uitam aeternam habere f.

84. Noli, faenerator, hunc lapidem superm olarem op p ign o­


rare, ne cadas super illum; om nis enim q u i ceciderit super hunc
lapidem conquassabitur, supra quem ceciderit autem com m inuet
illu m s. N ec uiduae pignus suscipias h. Graue est secundum litte­
ram utrumque, ut usum instrum entum que uiuendi egeno auferas
aut uiduae pignus detrahas, sed grauius, si animae, quae uerbi
uidua est, uerbum teneas, ut ei sterilitatem uiduitatis indicas.

22. 85. Atque ut sciatis quod amanti haec affectu suadeam,


ut sciatis quod liceat et bene faenerare, ostendam uobis quem
faen eratorem debeatis im itari. D uo inquit erant debitores uni fae-
neratori; unus debebat denarios quingentos, alius quinquaginta. N on
habentibus illis unde redderent donauit utrisque. Quis ergo eum
plus diligit? Respondens S im on Pharisaeus dixit: Aestimo quia is

21. a Cf. Deut 24, 8 (6).


b c f. Mt 24, 41.
c Cf. 1 Cor 5, 7.
d Cf. Deut 24, 8 (6).
e Lc 20, 17 (= Ps 117, 22).
f Io 5, 39.
6 Lc 20, 18.
b Cf. Deut 24, 19 (17).

84, 4 est V 2 et cet.


TOBIA, 21, 83 - 22, 85 279

83. Stai attento che, m éntre chiedi denaro, tu non im pegni


la tua m ola o la pietra superiore della m o la 3. La m ola è lo
strum ento per fare il fio re di farina, con la quale m acina fio r di
farina la donna che è presa e l’altra che è lasciata. Forse è presa
quella che continuam ente m acina la parola di Dio per avere fior
di farina, fa la farina spirituale, elim ina il vecchio ferm ento per
fare una nuova pasta, custodisce la sua m ola, interpreta le Scrittu­
re, conserva per sé la pietra superiore della mola. In vece è lasciata
quella che im pegna la sua mola. A ven do m acinato qualcosa con
negligenza, im pegna la pietra che è sopra la mola. Dom ando quale
pietra sia questa. H o letto: La pietra che hanno scartato i costruttori,
questa è diventata testata d’angolo. Perché sopra la m ola? Perché
è lui che aiuta quelli che m a cin a n o4, è lui che dice: Esaminate
le Scritture, nelle quali v o i credete di avere la vita eterna.
84. N on prendere in pegno, o usuraio, questa pietra che sta
sopra la mola, p er non cadervi sopra; infatti ognuno che cadrà
sopra questa pietra si sfracellerà e co lu i sul quale cadrà lo stritolerà.
E non prendere nem m eno il pegno della vedova. Secondo l’inter­
pretazione letterale è 5 grave lu n a e l’altra cosa, sia prendere al
p o vero l’uso dei m ezzi di sussistenza, che prendere il pegno della
vedova, ma sarebbe più grave im padronirsi del Verbo dell'anim a,
che è vedova del Verbo 6, condannandola cosi alla sterilità della
vedovanza.
22. 85. E perché sappiate che io vi consiglio queste cose
a m o revole affetto, perché sappiate che si può anche fare buoni
prestiti, vi m ostrerò quale prestatore dovete im itare. Cerano —
dice — due debitori di un un ico creditore; uno gli doveva cinquecen­
to denari, l'altro cinquanta. Poiché qu elli non avevano da restituire,
condonò ad entrambi. Chi dunque lo amerà maggiormente? Sim one

3 Allusione a Deut 24, 8 (6) citato sopra in 17, 57.


4 Attraverso l’allegorizzazione A m brogio giunge all'interpretazione mistica.
L’interpretazione della Scrittura è imm aginata com e un'azione m olitoria e, perciò,
il possesso della pietra superjnolare (da identificare con la pietra angolare, che
è Cristo) è indispensabile per intendere la parola divina. Su questo luogo cf.
Pizzo l a t o , La dottrina esegetica..., pp. 268 s.
s Mi è parso che non fosse possibile altra soluzione per intendere questo
passo che accogliere l’em endazione est di V 2. Zucker e la Giaccherò, seguendo
Schenkl stampano et, m a la traduzione del prim o non è convincente e la Giaccherò
traduce come se avesse letto est.
6 uerbi u id u a : il passaggio dal livello letterale (la vedova a cui si toglie il pegno)
a quello mistico (l'anim a a cui si toglie la Parola di Dio, Cristo) appare assai
brusco, ma lo si può spiegare notando che l’idea dell’anim a sposa del uerbum è
cara ad Am brogio: cf. exp. ps. 118 6, 8 (C S E L 62, p. 112, 14 ss.); è presente
particolarmente nel De Isaac, ove A m brogio sviluppa tale immagine, commentando
passi del Cantico dei Cantici. Si veda, dunque, Isaac 5, 38 (C S E L 32, 1, p. 664,
16 ss.) quia uerbum dei sicu t capreola ex ilit aut sicut in u lu s ceruoru m , sem per u ig ilet
anim a et praetendat, quae re q u irit eum et quae tenere desiderat, 5, 44-47 (pp. 668 ss.);
7, 57-60 (p. 680, 23 ss.); 8, 71-73 (p. 692, 4 ss.) recte a dsu m itur et in d u citu r uerbum
dei, quia pulsat animam, ut a p eria tu r sibi ostium... sic sponsa u erb um adsumi..:, e
ancora bon. m ort. 5, 20 (p. 721) sponsus autem anim ae deus u erb um est, c u i anim a
le gitim o quodam co n u b ii foedere copulatur.
280 de TOBIA, 22, 85 - 23, 88

cui plus d o n a u ita. Et laudata est eius sententia dicente dom in o:


Recte iu d ica stib. Recte iudicauit Pharisaeus, qui m ale cogitauit
putans quod ignoraret magis dom inus peccata m ulieris quàm
donaret. Sed laudatur eius sententia, ut excusatio ei om nis adi­
matur.

8 6 . Plus rem issum est ecclesiae, quae congregata est ex p o­


pulo nationum, quoniam plus debebat, sed et ipsa plus soluit non
exigenti, sed donanti. Dedit aquam pedibus Christi, quia sua pec­
cata mundauit, osculata est pedes, ferens pacis insignia m isit
oleum in pedes eius m isericordiam et ipsa in pauperes conferendo
— isti sunt pedes Christi; in his etenim innocentius ambulat
Christus — et capillis capitis sui te r s it c; Christo enim hum iliatur
quicum que habet hum ilitatis affectum. E t ideo inquit dimissa surit
peccata eius multa, quoniam dilexit m ultum d.

87. Aduerte quod dom inus et m isericordiam quasi liberalis


inpertit et iudicium cum m iseratione dispensat. Ante donauit per
gratiam, sed quibus donaret sciebat. N on habet quod excuset
Iudaeus. M ihi quasi peccatori plura donauit, illi quasi ingrato
m inora concessit. Sciuit tam en quod et ille quasi ingratus non
posset quod accepisset exsoluere et ecclesia m em or gratiae eo
plura solueret quo plura meruisset.

23. 8 8 . H abetis ergo quem sequam ini faeneratorem , si u


laude donari, si uultis non esse quod reprehendatu r a nobis. Nos
enim non personae obtrectam us, sed auaritiae. N ec fe fe llit dixisse
aliquos, cum ante hoc biduum tractatus noster eorum conpunxis-
set affectum : «Q u id sibi uoluit episcopus aduersus faeneratores
tractare, quasi nouum aliquid admissum sit, quasi id non etiam
superiores fecerint, quasi non uetus sit fa en erare?». Verum est
nec ego abnuo, sed et culpa uetus est. Denique peccatum ab
Adam, ex illo culpa, ex quo et Eua, ex illo praeuaricatio, ex quo
et humana condicio. Sed id eo Christus aduenit, ut inueterata
aboleret, noua c o n d e re ta, et quae inueterauerat culpa renouaret
gratia, id eo se passioni optulit, ut renouaret spiritu, ut absolueret

22. a Lc 7, 41-43.
b Lc 7, 43.
c Cf. Lc 7, 38 et 44-46.
d Lc 7, 47.
23. a Cf. H eb 8, 13.

88, 12 ut a lt.] et n o n n u lli codd. Sch.


TOBIA, 22, 85 - 23, 88 281

Fariseo rispondendo disse: Penso c o lu i al quale ha condonato di


più. E la sua risposta fu lodata dal Signore che disse: H ai giudicato
bene. Rettam ente giudicò il Fariseo, lui che aveva pensato m ale
creden do che il Signore ignorasse i peccati della donna piuttosto
che li perdonasse. M a la sua risposta è lodata perché gli venga
preclusa ogni scappatoia.
8 6 . Di più è stato perdonato alla Chiesa, che è stata radunata
dal p o p o lo dei pagani, perché era più debitrice, m a anch’essa
pagò di più non a chi esigeva, m a a chi donava. Diede l’acqua
p er i piedi di Cristo, perché egli aveva lavato i suoi peccati, baciò
i suoi piedi; portando le insegne della pace versò d e ll’o lio sui
suoi piedi, accordando anch'essa m isericordia ai p o veri — essi
sono i piedi di Cristo; in essi infatti Cristo cam m ina con più
innocenza — e li asciugò con i capelli del suo capo Infatti si
sottom ette a Cristo chiunque ama l’umiltà. E perciò — dice —
sono perdonati i suoi m olti peccati, perché m olto ha amato.
87. Vedi che il Signore generosam ente distribuisce la m iseri­
cord ia ed em ette i suoi giudizi con com passione. Ha condonato
in anticipo m ediante la grazia, m a egli sapeva a chi condonava.
Il G iudeo non ha scuse. A m e com e a un peccatore ha condonato
m olto, a lui com e ad un ingrato ha dato meno. Sapeva p erò sia
che egli, com e ingrato, non avrebbe potu to pagare quello che
aveva ricevuto, sia che la Chiesa, m em ore della grazia, avrebbe
tanto più pagato quanto più aveva m eritato.
23‘. 8 8 . Ecco dunque il cred itore che dovete seguire, se volete
che vi si dia lode, se vo lete che non accada che siate rim proverati
da noi.. N oi infatti non biasim iam o la persona, ma l’avidità. E non
m i è sfuggito che alcuni, quando due giorni fa la nostra trattazione
ha colp ito i lo ro sentim enti ’ , hanno d etto: «P erch é il Vescovo ha
predicato contro gli usurai, com e se si com m ettesse qualcosa di
nuovo, com e se anche gli antenati non avessero fatto la stessa
cosa, com e se il prestare ad interesse non fosse cosa antica?». È
vero, e non lo nego, m a anche la colpa è antica. Infatti il peccato
è venuto da Adam o, da lui la colpa, da lui è venuta anche Èva,
da lui la disobbedienza, da lui anche l’umana condizione. Ma per
questo Cristo è venuto, per abolire le cose vecchie, fondare le
nuove e rinnovare m ediante la grazia quelle cose che la colpa
aveva fatto invecchiare, p erciò si offri aiia passione per rinnovare

22.1 Zucker nella sua introduzione (p. 2), a proposito di questo luogo, r
che Schenkl non ha indicato l’allusione a Lc 7, 44 (p e r errore egli scrive 17, 44).
L’osservazione non è esatta, innanzi tutto perché Schenkl aveva dato il riferimento
a Lc 7, 44-46 poco sopra e si deve intendere che abbia voluto com prendervi anche
questo luogo, e poi perché l’espressione et ca p illis capitis su i tersit non è allusione
a Lc 7, 44, ma una citazione, a mio avviso, di Lc 7, 38. Si obietterà forse che in
quel versetto si legge tergebat e non tersit, m a l’apparato di WORDSWORTH-WHITE,
cit. ed anche A. JU l ic h e r , Itala, 3. Luca s-E u a ngeliu m , Berlin 1954, attestano anche
tersit com e lezione Vetus Latina.
23.' Questo è un passo importante perché attesta il carattere oratorio anche
di questa seconda parte del De Tobia e docum enta che il trattato è composto da
due sermoni pronunciati a distanza di due giorni l’uno dall’altro.
282 DE TOBIA, 2 3 ,8 8 -9 0

uniuersos; diabolus autem Euam decepit, ut subplantaret uirum,


o b ligaret hereditatem .

89. Quid faen eratores faciunt? Decipiunt defaeneratos, o


gant fideiussores. Sed non Tobias pignus quaesiuit aut fideiusso-
rem poposcit b. Currendum est igitur, ut fideiussorem requiras,
ut eum tuis nom inibus obstringas. Ecce paratur alter inimicus.
N am cum tu non habueris unde debitum soluas, ille pro te ten ebi­
tur. Inuenieris in eo circum uentor et fallax, qui am icum deceperis.
Ille nudabitur, ille p ro te in uincla ducetur, illum grau iorem
exactorem cred itore patieris, qui alleget: «S tim u la ciuem tuum,
quem sp opon disti». Ita fiet, ut ipse quoque esse incipias ingratus
et praetereas illud quod scriptum est: Gratiam repromissoris ne
obliuiscaris; dedit enim p ro te anim am b o n a m c. N ecesse est dicas:
« Quis enim te quaerebat fid em dicere? N am nisi tu fid em dixisses,
ego non accepissem pecuniam. Adulteram accepi pecuniam, aes
auro adm ixtum m ihi dedit: utinam te non optulisses! Fortasse te
cred itor subornauit uel tu illu m ».

90. E rgo caue ne alieno te ob liges debito, ne hoc quoque


uendidisse dicaris, ne si quid tibi, ut habet usus am icitiae, d eb itor
dederit gratiae, te uideatur emisse. Aut si uis interuenire, m oueris
am ici obsecratus oratis, erubescis negare, ita interueni, ut si d eb i­
to soluendo (par) non fuerit, de tuo noueris esse soluendum. In
haec paratus accede. Legisti enim : N o n spondeas super uirtutem
tuam; si enim spoponderis, quasi restituens cogita d, et infra: Recipe
p roxim u m secundum uirtutem tuam et adtende tibi ne cadase, id
est ne m aiore te ob liges nom inis quantitate quam fe rre possunt
atque. exsolu ere tuarum copiae facultatum. Si enim quod habes
tradas, amisisti opes, non amisisti fidem . Fam ae tuae dam na non
sentis, redem isti am icum sine tua fraude. A lib i quoque id te
m onent Prou erbia Solom onis dicentis: «S p on d en s sponde am icos

b Cf. Tob 1, 14 (17); 4, 20 (21).


e Eccli 29, 15 (20).
à Eccli 8, 13 (16).
e Eccli 29, 20 (27).

89, 6 fallax] fallas R


8 alleget Sch. allegit P alegit V.
90, 5 par Sch.
t o b ia , 23, 88-90 283

m ediante lo Spirito, p er assolvere 2 tutti. M a il diavolo ha inganna­


to Èva p er far cadere l’u om o e p er m ettere un’ipoteca sull’ere­
dità 3.
89. Che cosa fanno gli usurai? Ingannano i debitori, vin cola­
no i garanti. M a Tobia non chiese un pegno né vo lle alcun garante.
Devi dunque correre p er cercare un garante, per vin colarlo con
le tue obbligazioni. Ecco, ci si procura un altro nem ico. Infatti
se tu non hai di che pagare il debito, lui sarà tenuto a pagarlo
p er te. In questo caso sarai tro va to com e ingannatore e m enzogne­
ro 4, avendo raggirato un amico. Lui sarà spogliato, lui sarà con­
dotto in catene al tuo posto, lui dovrai sopportare com e esattore
più inclem ente del creditore, lui che protesterà: «T orm en ta il tuo
concittadino al quale hai dato a ssic u ra zio n e»5. E accadrà che
anche tu com incerai ad essere ingrato e dim enticherai ciò che è
stato scritto: N on dim enticare il beneficio del garante, giacché ha
dato p er te la sua diletta vita. È inevitabile che tu dica: « E chi ti
ch iedeva di dare la tua parola? Infatti, se tu non avessi dato la
tua parola, non avrei preso il denaro in prestito. H o ricevu to del
denaro falso, m i ha dato ram e m escolato ad oro: m agari non ti
fossi offerto 6! Forse il cred itore ti ha co rrotto o tu hai corrotto
lui ».
90. Dunque evita di dare garanzia al debito altrui, affinché
non si dica che ti sei fatto pagare anche questa, affinché se otterrai
un p o ’ di gratitudine, secondo la consuetudine d e ll’amicizia, non
sem bri che tu l’abbia com prata. Oppure, se vu oi intervenire, se,
supplicato dalle pregh iere di un amico, ti lasci com m uovere, se
ti vergogn i di rifiutare, intervieni ben sapendo che devi pagare
di tuo, se quello non è in grado di saldare il debito. Fatti avanti,
pron to a questa eventualità. Infatti hai letto: N on garantire oltre
le tue forze, perché se garantirai, pensa a te stesso com e se dovessi
restituire, e più oltre: A ccogli il prossim o secondo le tue forze e
bada a te stesso per non cadere, cioè: non im pegnarti con un’obbli-
gazione cosi grande che la disponibilità d elle tue sostanze non
possa sopportare né pagare. Infatti, se dai quello che hai, perdi
le ricchezze, non p erdi la fiducia. N on subisce detrim en to il tuo
buon nome, hai salvato un am ico senza tuo pregiudizio. Anche
in un altro lu ogo ti am m oniscono i Proverb i di Salom one che

2 ut a bsolueret: Schenkl in luogo di u t ha preferito et che è lezione dei deteriori


(copie dirette o indirette di P).
3 Questo luogo ( diabolus... hereditatem ) è citato in A g o s tin o , c. lu i. Pel. 1, 3, 10.
4 fallax: Zucker sostiene che la lezione fallas (sic!) di P accolta da Schenkl sia
'lectio difficilior’ in luogo di fallax, ma fallas come form a rara di fallax non risulta
attestato. La traduzione della Giaccherò più verosimilmente suppone che fallas
sia da intendere form a del verbo fallo, ma il senso e la sintassi non sem brano
tollerare nem m eno questa ipotesi. Perciò ho accolto la lezione fallax.
5 Da intendere in questo m odo: il debitore, bisognoso di una malleveria, aveva
assicurato il garante che avrebbe potuto pagare i debiti e che, quindi, chi gli aveva
dato garanzie non sarebbe stato chiamato in causa.
6 La somiglianza con B a s ilio , PG 29, 269 C (a&e coi n/r) ànT|VTTjCtt - c ò t e ) è
appena superficiale; in realtà Am brogio sviluppa un proprio pensiero.
284 de TOBIA, 2 3 ,9 0 - 2 4 ,9 3

tuos, quemadmodum q u i obligat se sponsorem am icorum s u o ru m » f.


Si autem non habes, audi quid dicat Solom on: N o li dare te in
sponsionem erubescens personam; si enim non habueris unde sol-
uas, auferet stramentum desub lateribus tuis E rgo bonus faenera­
to r adquirit gratiam, execrationem inprobus.

24. 91. Sed non his tantum uirtutum finibus contentus sanc­
tus Tobias m ercennario quoque sciuit soluendam esse merce-
dem a. D im idium usque optulit m eritoqu e pro m ercennario inue­
nit angelum b. Et tu unde scis, ne forte iustum aliquem m ercede
defraudes, peius, si infirm um — uae enim illi qui scandalizauerit
unum de pusillis istis!c — qui scis an in eo angelus sit? N eque
enim dubitare debem us quod in m ercennario possit esse angelus,
cum esse possit Christus, qui in m inim o quoque d esse consueuit.

92. R edde ergo m ercennario m ercedem suam nec eum labo­


ris sui m ercede defrudes, quia et tu m ercennarius Christi es et
te conduxit ad uineam suam e et tibi m erces reposita caelestis
est. N on ergo laedas seruum operan tem in ueritate neque m ercen­
narium dantem anim am suam, non despicias inopem , qui uitam
suam labore exercet suo et m ercede sustentat. H oc enim in terfice­
re hom inem , uitae suae ei debita subsidia denegare. Et tu m ercen­
narius es in hac terra: da m ercedem m ercennario, ut et tu possis
dom in o dicere, cum precaris: Da mercedem sustinentibus te f.

93. Tobis tibi dicit: Luxuria m ater est famis s, in quo continen­
tiam docet. Dicit etiam : Mercedem om n i hom ini, qu i penes te
operatus fuerit, redde eadem die et non maneat penes te merces
hom inis; et merces tua non m in o ra b itu rh. Dicit tibi: N o li bibere
uinum in ebrietate ', dicit tibi: De pane tuo com m unica esurientibus
— uides quid te faenerare cupiat — et de uestimentis tuis nudos
tege. E x om nibus quae tibi abundauerint fac elemosynam '. O m ni
tempore benedic dom inum m. In his itaque faenus aeternum est et
usura perpetua.

f Prou 17, 18.


s Prou 22, 26 s.
24. a Cf. Tob 4, 14 (15); 12, 1 et 5.
b Cf. Tob 5, 4; 12, 15.
c Cf. Mt 18, 6.
d Cf. Mt 25, 40.
« Cf. Mt 20, 2.
f Eccli 36, 21 (18).
g Tob 4, 13.
h Tob 4, 14 (15).
i Tob 4, 15.
' Tob 4, 16 (17).
mTob 4, 19 (20).

93, 5 ebrietatem PV.


TOBIA, 2 3 ,9 0 - 24, 93 285

dice: «C o m e garante garantisci i tuoi amici, com e chi si vincola


p e r garantire i suoi a m ic i». M a se non hai la possibilità, ascolta
che cosa dice Salom one : N o n darti in garanzia arrossendo in volto,
perché se non avrai di che pagare (il cred itore) toglierà il paglieric­
cio da sotto i tuoi fia n c h i7. Dunque il buon usuraio acquista
gratitudine, il cattivo esecrazione.
24. 91. M a il santo Tobia, non contento solo di questi con
d elle virtù, sapeva che anche al servitore si d oveva pagare la
ricom pensa. O ffri fin o alla m età e non a caso tro vò per servitore
un angelo. E tu com e sai se p er caso non defraudi della ricom p en ­
sa un giusto, p eggio se un d eb ole — guai infatti a chi scandalizzerà
uno solo di questi piccoli! — , che ne sai se in lui c'è un angelo?
Infatti non dobbiam o dubitare che nel servitore vi possa essere
un angelo, dal m om ento che vi può essere Cristo che è solito
trovarsi anche nel più piccolo.
92. Da', dunque, al servitore la sua ricom pensa per non
fro d a rlo .d e lla ricom pensa del suo lavoro ', perché anche tu sei
servitore di Cristo e te ha condotto nella sua vigna ed è stata
messa da parte p er te una ricom pensa celeste. N on offen dere
dunque il servo che opera nella verità né il servitore che dà la
sua vita, non disprezzare il p o vero che passa la sua vita nel lavoro
e la sostenta con la ricom pensa. Infatti negare il sostentam ento
dovuto alla vita di un u om o significa u cciderlo 2. Anche tu sei un
servitore in questa terra, da’ la ricom pensa al servitore, per poter
dire al Signore, quando preghi: D a’ la ricompensa a chi ti sostiene.
93. Tobia ti dice: L’intemperanza è madre della fame 3, e cosi
insegna la tem peranza. Dice anche: La ricompensa ad ogni uom o
che ha lavorato presso di te, consegnala lo stesso giorn o e non resti
presso di te la ricompensa di q u ell’uom o; e la tua ricompensa non
dim inuirà. Ti dice: N o n bere vino fin o a ll’ubriachezza 4, ti dice: Da'
il tuo pane agli affamati — ecco quello che vuole che tu dia in
prestito — e con le vesti cop ri i nudi. Con tutto quello che hai in
sovrabbondanza fa’ l'elemosina. In ogni tempo benedici il Signore.
Qui sono dunque gli interessi eterni e l'usura che non avrà fine.

7 Per la Vetus La tina questa è la sola attestazione di Prov 22, 26-27, che non
trova riscontro nel testo della Vulgata né in quello originale; corrisponde, invece,
com e un calco, alla .versione dei Settanta, che ho tenuto presente per tradurre la
prim a parte della citazione, diversam ente intesa da Zucker e dalla Giaccherò. Si
legge nei Settanta: |o.t) SiSou o-egcutòv eic; èyyut)v aùrxu volevo? npóo-ojnov.
24.1 Una riflessione simile ritroviamo in epist. 2, 12 (P L 16, 920).
2 Ci si può dom andare quale collegam ento vi sia fra le esortazioni di quest'ulti­
mo capitolo e il tema precedentem ente svolto. Per Am brogio vi è senza dubbio
continuità. Per esempio, questa espressione, rivolta a chi non paga la ricompensa
al prestatore d'opera, richiama un pensiero già espresso sopra a proposito degli
usurai il rinvio è di Schenkl — in 14, 46 che si conclude con la citazione biblica:
q u id est faenerare? H om in em , inquit, occidere.
3 Con la citazione di Tob 4, 13 si richiama un concetto sviluppato sopra in
H el. 8, 23.
4 Pur con qualche dubbio, ho accolto ebrietate, che l'apparato di Schenkl
attribuisce ad alcuni codici m eno validi, affidandom i al confronto con H el. 9, 29
(.supra), dove ricorre la m edesim a citazione, ed anche con H el. 12, 44 (supra), dove
troviamo la medesim a espressione.
I N D IC I

(E L I A E I L D IG IU N O )
IN D IC E SCRITTURISTICO

G en 32, 1: 12, 41; cf. 6, 16.


1, 3: cf. 4, 6. 3 2 ,6 : 12, 41; cf. 11, 40.
1, 6: cf. 4, 6. 32, 19: cf. 6, 16.
32, 36: cf. 6, 16.
1, 11: cf. 4, 6.
35, 3 (?): cf. 19, 69.
1, 16: cf. 4, 6.
1, 20-22: 4, 6.
1, 25: cf. 4, 6. L ev
1, 26: cf. 16, 61. 10, 9: cf. 22, 81.
1, 28: 19, 70.
1, 28 ss.: cf. 4, 6. NVM
2, 7 s.: 4, 7.
2, 15: 4, 7. 10, 9: cf. 1, 1.
10, 9 s.: cf. 1, 1.
2, 17: 4, 7.
3, 1: cf. 4, 7. 20, 11: cf. 4, 15.
21, 6: cf. 18, 68.
3, 7: cf. 4, 7; 4, 9.
3, 8: cf. 4, 7. 26, 65: cf. 18, 68.
3, 13: 4, 7.
3, 21: 4, 8. Devt
3, 22: 4, 8. 32, 32: 14, 52.
4, 3 ss.: cf. 22, 85. 32, 33: 14, 52.
4, 4 s.: cf. 5, 11.
4, 14: cf. 16, 58. Ios
4, 16: 16, 58.
5, 24: cf. 22, 85. 2, 1: cf. 20, 74.
9, 20: cf. 5, 10.
9, 21 ss.: cf. 5, 10. IV D IC
9, 22: cf. 5, 11. 13, 4: cf. 6, 17.
18, 2: cf. 5, 13. 13, 14: cf. 6, 17.
18, 8: cf. 5, 13. 1 4 ,1 4 : 1 1 ,3 9 .
19, 33 ss.: cf. 5, 12. 16, 23: cf. 6, 17.
25, 29 ss.: cf. 11, 39.
16, 29 s.: cf. 6, 17.

Ex
1 R eg
14, 21: cf. 7, 21.
1, 15: cf. 6, 17.
14, 22: cf. 18, 68.
1, 20: cf. 6, 17.
15, 25: cf. 4, 15.
16, 3: cf. 18, 68.
16, 13: cf. 11, 40. 3 R eg

16, 13 ss.: cf. 18, 68. 16, 32: cf. 2, 2.


16, 15: cf. 11, 40. 17, 1: cf. 2, 2 (b is ); 22, 84.
17, 6 :. 4, 15; cf. 7, 21. 1 7 ,6 : cf. 11, 40.
19, 16 ss.: cf. 6, 16. 17, 7: cf. 2, 2.
24, 18: cf. 6, 16 (b is), 17, 9 s.: cf. 2, 2.
290 IN D IC E SORITTU RISTTCO

17, 16: 2, 2. Is
17, 2 2: cf. 2, 3.
5, 11: c f. 15, 57.
18, 1: cf. 2, 2.
18, 34 s.: cf. 22, 83.
5, 11 s.: 15,53.
18, 3 8: cf. 2, 3; 22, 83. 5, 12: cf. 15, 54.
18, 44 s.: c f. 22, 84. 22, 13: 19, 69.
18, 4 5 : c f. 2, 3.
23, 1: 19, 69.72.
19, 8 : c f. 2, 3.
23, 2 s.: 19,70.
23, 3: cf. 19, 72.
4 R eg
23, 4: 19, 71; 19, 72.
23, 6 : 19, 72.
2, 8 : c f. 2, 3. 23, 14 s.: 20, 73.
2, 11: c f . 2, 3 (b is ); 22, 85. 23, 15: 20, 73.
2, 15: c f . 3, 4. 23, 16: 20, 74.
4, 3 8 ss.: c f . 6, 18. 24, 1: 21, 77; cf. 21, 80.
4, 3 9 : c f. 11, 40. 55, 1: 10, 33.
58, 3-6: 10, 34.
Ps 58, 6 s.: 10,34.
1, 2: cf. 10, 34. 58, 8 : 4, 9.
6 5 ,1 1 : 10,33.
8 7-9: 19 71.
22 (23), 5: 10, 33; 10, 34; 10, 36; c f.
65, 13: 10, 33.
10, 33.
31 (32), 1: 4, 9. I er
33 (34), 6: 22, 83.
44 (45), 8: cf. 10, 36. 5, 8: cf. 16, 59.
68 (69), 11: 4, 9. 28 (51), 7: 15, 56.
75 (76), 7: 5, 10. 31 (48), 32: 16, 61.
80 (81), 4: 1, 1. 31 (48), 33: 16, 61.
95 (96), 1: 20, 74. 32, 13 (25, 27): 16, 59.
103 (104), 2: 4, 9.
04 (105), 37 ss.: cf. 18, 68. ION
32 (133), 2: 10, 36. 1, 1 - 2, 1: cf. 19, 70.

iOV
Mal
, 8: 20, 76. 4, 2: cf. 15, 55.
29: 15,53.
9: 9,28.
4s.: 9,28. 3 (1) E sdr
3,21-23: 15,53.
LE
: 10, 36. Tob
20, 75. 4,5: 9,29.
4, 10: cf. 4, 9.
4, 13: 8, 23.
0, 36; et 21, 79. 12, 9: 20, 76.
cf. 17; 64.
IVDITH
3, 1 ss.: cf. 9, 29.
f. 18, 67. 8,6: cf. 9, 29.
): 18,67. 13, 8: cf. 9, 29.
}): 8,26.
\): 12,43, E sth
): 12, 44 (bis). 4, 16: cf. 9, 30.
'27-29): 12,44. 7,1 ss.: cf. 9, 30.
INDICE SCRITTURISTICO 291

D an A ct

3, 46 ss.: cf. 7, 19. 9, 15: cf. 15, 57.


6, 16: cf. 7, 20.
10, 2 s.: cf. 7, 20. Rom
10, 11: 7, 20.
8, 20-23: cf. 21, 80.
14, 31 ss.: cf. 11, 40.

1 Cor
lOEL
4, 9: 21, 79.
I, 5: 22, 81.
9, 24: cf. 21, 79.
9, 25: cf. 21, 79.
Mt
9, 26: 21, 79.
3, 1: cf. 3, 4. 9, 27: 21, 79; cf. 22, 81
3, 4: 3, 4; cf. 11, 40. 11 , 3 : 10, 37; cf. ib id .
3, 11: cf. 22, 83; 22, 84. 14, 34 s.: cf. 18, 66.
6, 2: cf. 11, 40.
6, 10: 21, 80. 2 Cor
6, 16: 10, 35.
3, 16: 21, 80.
,6, 17: 10, 37.
3, 18: 21, 80.
6, 17 s.: 10, 36.
4, 7: 15, 57.
11, 9 s.: 3, 4.
6, 15: cf. 20, 75.
I I , 29 s.: cf. 22, 83.
12, 49 s.: cf. 22, 82.
E ph
13, 23: 19, 72.
21, 31: 20, 74. 5, 18: 16, 61.
26, 7: cf. 10, 37. 6, 17: 22, 82.
26, 41: 4, 7.
28, 1: cf. 19, 69. P h il

3, 20: cf. 2, 3.
Lc 3, 13 s.: 21, 79.
3, 16: cf. 22, 83.
4, 2: cf. 1, 1. C ol
4, 3: 1, 1.
1, 16: cf. 21, 79.
4, 4: 1, 1.
6, 38: cf. 13, 48.
2 T hess
7, 32: 20, 74.
7, 33: 5, 14. 3, 6: 22, 82.
7, 37 s.: cf. 10, 37.
8, 28: 20, 75. 1 T im
15, 10: 22, 81.
5, 23: 5, 10.
16, 9: 20, 76.
6, 10: cf. 18, 68.
16, 19 ss.: 8, 27.
2 T im
Mc
2, 5: cf. 21, 79.
15, 29: 16, 58.
A poc
Io
5, 11: cf. 21, 79.
3, 5: cf. 22, 84. 21, 1: cf. 21, 80.
4, 34: 3, 5. 22, 5: 21, 80.
INDICE DEGLI AUTORI ANTICHI *

MBROSIVS De mysteriis
'e Abraham 5, 26: /23.
, 1., 1: 9. 5, 28: 123.
1,11, 9 ss.: 101. De Nabuthae
>,11, 79: 125. I, 1: 123.
2,11,81: 125.
2, U , 84: 125. De Noe
2, 11, 85: 101. II, 38: 69.
De Cain et Abel 31, 17-18: 53.
1, 4, 14: 65. De officiis ministrorum
2,9,27: 103. 1, 3, 12: 69.
Epistulae De paenitentia
1 (7), 19: 69. 2, 3, 14: 123.
26, 7: 125. 2,11,99: 127.
E xa m e ro n De sacramentis
5, 10, 30: 99. 2, 7, 20: 123.
6 , 2, 5: 59. 3, 2, 13: 127.
E xp lan atio Psalm i X X X V I 5, 3, 17: 69.
56: 1 1 9. D e S p iritu Sancto
E xplanatio Psalm i X X X V I I 1 ,3 ,4 1 : 125.
3: i 25. 1, 3, 43: 125.

Explanatio Psalmi L X I D e Tobia


32: 101. 9, 33: 105.
15, 53: 79.
Expositio Euang. sec. Lucam
4, 24: 119. De uirginibus
7, 10: J23. 3, 5, 2 5 : 107.
7, 22 1: i 27.
10, 140: i 25.
A m m ia n v s M a r c e l l i n v s
E x p o s it io P s a lm i C X V I I I
31, 1-4: 28.
1, 5: 105.
16, 19: 12 5.
D e Io s e p h A ph raates
8, 43: i 27. D e m . I I d e ie iu n io : 17.

* C on il n u m e r o in c o rs iv o si r i n v i a a lla p a g in a .
INDICE D E G Ù AUTORI ANTICHI

A p v le iv s PG 31, 453 B: 91.


PG 31, 453 D -456 A: 97.
Florida
PG 31, 456 A: 16; 91; 93 (bis).
19: 55. PG 31, 456 B-C: 97.
PG 31, 456 B: 95; 101.
A q v ila R om anvs PG 3.1, 456 C : 85.
De figuris sententiarum PG 31, 457 A: 87.
2: 67. PG 31, 457 B: 11; 89; 91 (bis).
PG 31, 457 C: 91.
A t h a n a s iv s
PG 31,460 A: 87; 91.
PG 31, 460 B: 95; 103.
Epistula fest. a. 340: 18. PG 31, 460 C: 91.
PG 31, 460 D: 95.
A v g v s t ìn v s PG 31/461 D: 81.
Confessiones Hom. in S. Baptisma
6 , 2: 103. PG 31, 425 B: 123.
9, 7: 95. PG 31, 425 C:123 (bis); 125.
9, 6 : 119. PG 31, 428 D - 429 A:123.
PG 31, 429 A: 125.
B a s il iv s C a e s a r ie n s is PG 31, 429 B: 127.
Hom. 1 de ieiunio PG 31, 429 C: 127.
PG 31, 440 A: 119.
PG 31, 164 A: 16; 45; 79.
PG 31, 164 B: 77 {ter).
PG 31, 165 A: 77 (bis). C a t o M a io r
PG 31, 165 B: 75; 77 (bis).
PG 31, 165 B-C: 79. De agricultura
PG 31, 168 A: 16; 51. Praefatio: 109.
PG 31, 168 B: 51; 53.
PG 31, 169 C; 57.
PG 31, 172 A: 79. C ic e r o
PG 31, 172 C-D: 57.
PG 31, 172 C: 47 (bis); 59. Pro Caelio
PG 31, 173 A: 59. 17, 39: 121.
PG 31, 173 B: 61. Pro Cluentio
PG 31, 173 C: 61 (bis).
PG 31, 176 A: 63; 65 (bis). 62, 175: 111.
PG 31, 176 B: 67; 69. Pro Gallio
PG 31, 176 C: 71. Fr. 1 (Miillerj: 65 (bis).
PG 31, 176 D - 177 A: 71.
PG 31, 177 C: 49; 55. Orator
PG 31, 180 B: 107. 60: 77.
PG 31, 180 C: 107.
PG 31, 181 A: 99. De oratore
PG 31, 196 D: 73. 2, 171: 109.
Hom. in ebriosos In Pisonem
PG 31, 445 B-D: 105. 1: 77.
PG 31, 445 C: 105. De republica
PG 31, 445 D: 107.
3,48: 109.
PG 31, 448 C-D: 99.
PG 31, 448 C: 99. Tusculanae disputationes
PG 31, 449 A-B: 99. 5,40: 109.
PG 31, 449 B: 81.
PG 31, 449 C: 99. In Verrem
PG 31, 452 A: 83; 97. 2, 66 : 87.
294 INDICE DEGLI AUTORI ANTICHI

C l e m e n s A l e x a n d r in v s LVCRETIVS

Paedagogus 5, 1368: 61.


2, 1: 17.
M a c r o b iv s
CVRTIVS RVFVS Saturnalia
5, 1, 38: 95. 5, 21: 103.

DECRETVM GRATIANI M a x im v s T a v r in e n s is

De penit., Dist. 1, c. 76: 117. Sermones


36, 23 ss.: 95.
DIDACHÈ 36, 77 ss.: 95.
7, 4: 17.
O r ig e n e s
H e rm a e P a s to r Homiliae in Leu,
Mand. past. 5, 1-5: 17. 10: 17.
Homiliae Lat. in Ier.
H ip p o c r a te s
2, 7: 16-, 97 (bis).
Antiqua medicina 2, 10: 97.
13: 55.
.OVIDIVS
H o r a tiv s
Metamorphoses
Carmina 12, 606: 45.
1, 1, 3-4: 121.
1. 1, 4-6: 119.
Pa v u n v s
1, 1, 15-18: 109.
4, 7, 6 : 105. Vita Ambrosii
Epistulae 13, 3: 95.
1, 1, 50: 121.
1, 7, 28: 69. P e r s iv s

Satirae 3, 100: 69.


1, 1, 10: 63.
1, 4, 119 s.: 61. P h i l o A le x a n d r in v s
1, 6 , 5: 71. De Cherubini
2, 8 , 35: 87. 12: 16,97.
2, 8 , 63: 71.
De sobrietate
Ivuvs V i c t o r 1, 3: 69.
De specialibus legibus
Ars rhetorica
22: 67. 1, 99: <59.

P la v tv s
L a c t a n t iv s

Diu. institutionum libri Amphitruo


7, 24, 9: 117. 697: 101.
Captivi
L ib a n iv s 848: 101.
Epistulae Pseudolus
1578: 55. 386: 101.
INDICE DEGLI AUTORI ANTICHI 295

P l in iv s T ertvlu anvs

Naturalis historia De ieiunio: 17.


23, 22: 55.
34, 184: 65.
T ib v llv s

P o r p h y r io n 1, 3, 40: 109.
Commentarii Horatii serm.
2, 3, 254: 85. V a l e r i v s M a x im v s

P r o p e r t iv s 6, 9 ext. 1: 16; 85.


3, 11, 56: 69.
V e r g il i v s
. Q v in t iu a n v s Aeneis
Institutio oratoria 1, 154: 99.
8, 3, 66: 67. 1, 641: 83.
11, 3, 165: 67. 1, 692: 57.
1, 718: 57.
S eneca 2, 265: 69.
3, 355: 67.
D e b r e u it a t e u ita e 6 , 277: 87.
2, 1: 109. 7, 391: 61.
7, 497: 45.
Consolatio ad Heluiam m.
7, 533: 87.
10, 3: 89. 8, 692: 99.
Epistulae 9, 236: 89.
9, 332: 69.
120, 5: 89.
10, 90: 83.
11, 654: 45.
S id o n iv s A p o l l in a r is
12, 382: 69.
Carmina 12, 652: 83.
23, 52: 65. Georgica
1, 357 ss.: 99.
S t a t iv s
2, 503:. 83.
Siluae 2, 524: 69.
1, 3, 56: 65. 3, 338: 99.
3, 509: 109.
T a c it v s 3, 527: 49.
4, 132: 59.
Germania
23: 95.
X enophon
T e l e s in S t o b a e v s Commentarii
p . 4 (H e n s e ): 71. 1, 4, 12: 16; 99.
IN D IC E D EI NOMI *

À b ra m o : 13; 4, 9; 5, 13; 5, 14. D e S a in t-D e n is E.: 111.


A c h a b : 2, 2. D ie d e r ic h M .D.: 83.
A d am o: 13; 1, 1; 4, 8 (b is ); 115. D io g e n e L a e r z io : 4, 3; 85.
A f r ic a : 65.
A l f ó d i A.: 95. E b r e i : 15, 54.
A m a n : 9, 30. E g i t t o : 18, 68 (b is ).
A n n a (m a d re d i S a n s o n e ): 13; 6, E lia : 10; 12; 13; 3, 4 (b is ); 3, 5; 11,
17. 40; 22, 83 (b is ); 123 (b is ); 22, 84;
A q u il e ia : 65. 22, 85.
A r c a d io (im p e r a to r e ): 10. E lis e o : 12; 13; 6, 18; 11, 40.
A s s ir i: 9, 28 (b is ). E n g e l b r e c h t A.: 34; 57.
A u s s e n zio : 18. E p ifa n ia : 16; 119.
E s a O: 11, 39.
B a b ilo n ia : 16; 15, 56.(t e r ). E s d r a : 93.
B a s ilio d i C e s a r e a : 9; 11; 13; 15. E s t e r : 9, 30.
B e l i a l : 20, 75. È v a : 20, 74; 115.
B la is e A.: 47; 53; 59; 89; 93; 105;
121. F e n ic ia : 19, 70.
B u c k M.J.A.: 9; 10; U ; 13; 14; 34; F e n i c i : 19, 70.
63; 65 (b is ); 67 (b is ); 81 (te r); 85; FOUCHER L.: 65.
87; 93; 107; 115; 117 (b is ). F r i e d e b e r g e .: 117.
F u n k F.X.: 73.
C a in o : 16, 58 (b is ).
C a l d e i : 7, 19. G a u d e m e t J.: 103 (b is ).
C a l l e w a e r t C.: 73. G e o r g e s K .E .: 59.
C a r t a g in e : 19, 69; 19, 72 (te r); 20, G e r e m ia : 16, 61.
73. G e ru s a le m m e : 105.
C a r t a g in e s i : 19, 72. G ia c o b b e : 11, 30.
C ic e r o n e : 67. G io n a : 19, 70.
C o lu m e lla : 6, 2, 7; 103. G io r d a n o : 2, 3.
C o m b e fis F.: 85. G io s u è : 20, 74.
C oppa G.: 119. G io v a n n i B a t t is t a : 12; 3, 4; 5, 14;
C o u r c e l l e P.: 85. 11, 40; 22, 84.
C r a c c o R u g g in i L.: 111. G io v e d ì S a n to : 73.
G ir o la m o : 16; 97.
D a n ie le : 12; 13; 7, 20; 11, 40. G iu d e a : 22, 84.
D aniéLO U J.: 109. G iu d e i: 2, 2; 9, 30; 10, 35.
D a r e m b e r g Ch.: 65. G iu d itta : 9, 29.
DASSMANN E.: 17; 61. G o m o r r a : 15, 52.
D a v id e : 45; 1, 1; 10, 33; 10, 36; 19, GRYSON R .: 101; 123.
71; 20, 74.

* Con il num ero in corsivo si indica la pagina; con i num eri in tondo si rinvia
a capitolo e paragrafo del testo am brosiano.
INDICE DEI NOMI 297

H o fm a n n J.B.: 45; 53; 105. Q u a r e s im a : 16; 10, 34; 73; 119.


H u h n J.: 53; 73; 77; 125 (ter).
R a a b : 20, 74.
Ihm M .: 10. R a h l f s A.: 83.
Isa ia: 14; 15; 15, 53; 19, 69. R o l l e r o P.: 109.
I t a l i a : 10. R om a: 18.
R o m a n i : 95; 15, 54.
J a c k s o n G.: 14; 59; 63 (bis).
J a ze r: 16, 61 (ter). S a b a t ie r P.: 121.
S a g l i o M.E.: 65.
K lo sterm ann E.: 97. S a n s o n e: 13; 6, 17.
S a r e p t a (v e d o v a d i): 2, 2.
S a v o n H.: 65 (ter); 67.
L a z z a r o : 9, 29. S c h e n k l C.: 10; U ; 13; 34; 45; 49;
L e w y H.: 71. 59; 67; 71; 73; 79; 81; 83; 87; 93;
L ib a n o : 17, 64. 97; 99; 103; 105; 107; 113; 117; 123;
L o t h : 13; 5, 12; 5, 14. 125.
L u n ea u A.: 109. S c h m itz J.: 15; 127.
SCHOMMER J.: 17.
M a e s B.: 99; 101 (bis). S e i b e l W.: 53.
M a n ilio V o p is c o : 65. S id o n e : 2, 2; 19, 70; 19, 71 (bis).
M a r R o s s o : 18, 68. S in a i: 6, 16.
M a s s im o (im p e r a to r e ): 10. S o d o m a : 5, 12; 14, 52.
M c G u ir e M .: 99. S o s o d i P e r g a m o : 65.
M e l o n i P.: 14; 77. S z a n t y r A.: 45; 53; 105.
M ila n o : 10; 16; 18; 73 (bis); 95; 119.
M o n a c h in o V.: 15; 16; 73 (bis); 103; T e o d o s io I: 10.
119; 127. T ille m o n t : 10.
M osÈ : 13; 5, 15; 6, 16; 15, 52; 15, T i r i : 19, 72.
53; 121; 22, 81. T i r o : 14; 19, 69 (bis); 19, 70; 20, 73
M u s u r i l l o H.: 17. (quater); 20, 74 (bis).

U n n i : 95.
N a id : 16; 16, 58.
N a t a le : 119.
V a le n t in ia n o II: 10.
N a z z a r o A.V.: 111.
N i n i v e : 19, 70. V a n g e lo : 10, 35; 89; 19, 69; 109; 20,
76.
N o è : 13; 5, 10; 5, 14.
V a s e y V.R.: 11.
73.
V e n e r d ì S a n to :
O lo fe r n e : 9, 29 (bis). Vetus Latina-. 79; 105; 113; 121.
Vulgata: 81; 105; 113; 125 (bis).
P a la n q u e J.R.: 10; 95.
P asqu a: 16; 1, 1; 10, 34; 73; 119. W e b e r R.: 83; 95.
P a v e s e L.: 95. WEYMAN C.: 34; 59; 69; 71; 95; 99.
P e r s ia n i : 95. W h i t e H.I.: 113; 125.
P i c h l e r Th.: 17; 119. W ilb r a n d W.: 11.
.P i z z o l a t o L.F.: 9; 10; 115; 123 (bis). W o r d s w o r t h I.: 113; 125.
P la u t o : 14.
P o ir ie r M .: 55. 33; 34; 45; 59; 67; 79;
Z in c o n e S.:
P o le m o n e : 14; 16; 85. 83; 85; 99; 103; 107; 109; 125.
IN D IC E ANALITICO

A b s te m ia : 3, 4.
A g o n e (c ris tia n o ): 1, 1; 21, 79.
A m ia n t o : 7, 19.
A n g e lo : Giovanni Battista era ritenuto un a. 3, 4; cibo degli a. 3, 5; 21,
79.
A n i m a : c ib o d e ll’a. 3 ,5; il d ig iu n o è p u r ific a z io n e d e ll’a. 8,22; a. p e c c a tr ic e
10, 37.
A p o s t o l o (P a o lo ): 18, 66; 19, 69; 22, 82.
A r c a n g e l i : 21, 79.
A s tin e n z a (dal cibo): l'a. riconduce il peccatore in paradiso 4, 7; la. di
Daniele chiuse la bocca dei leoni 7, 20; 7, 22.
A t l e t a : il b u o n a. d i C ris to 21, 79.
A t t o r i (d i tr a g e d ia ): 13, 47.
A v id ità : l’a. dei mercanti 19, 71.

B a r b a r i : 12, 43; 13, 46; 15, 54.


B a t t e s im o : b. d i C ris to 22, 83; 22, 84; r in v io d e l b. 22, 85.

C a r n e : m o r tific a z io n e d e lla c. 8, 22.


C a s t it à : il d ig iu n o è fo n d a m e n t o d e lla c. 3, 4; la s o b r ie tà c o m e d ife s a
d e lla c. 18, 66.
C h ie s a : la peccatrice di Mt 26, 7 e Lc 7, 37 s. è tipo della c. 10, 37.
C i b o : e s ca d e l d ia v o lo 1, 1; c. s p iritu a le 3, 5; c. d e ll’a n im a 3, 5; c. d e g li
a n g e li 3, 5; il c. s e g n ò la fin e d e lla c r e a z io n e d e l m o n d o 4, 6; il c.
in tr o d u c e il p e c c a to 4, 7.
C o d ic i g r e c i : 11,39.
C on s ors n a tu ra e : 5, 11.
C o n tin e n z a : 8, 22 ( bis); 8, 26; è m a d re d e lla fe d e ltà 12, 41.
C o n v it o : p r e p a r a z io n e d e l c. 8, 24; c. lu s s u rio s o 13, 46.50.
C o s c ie n z a : 10, 37.
C r is t o : è c a p o m is tic o 10, 37; d iv in ità d i C. 10, 37; p a s s io n e d i C. 10, 37;
i s a c ra m e n ti d i C. 22, 82; il b a tte s im o d i C. 22, 83.

D a n z a : d. d i d o n n e in te m p e ra n ti 18, 66.
D i a v o l o : le o p e r e d e l d. 20, 75; le te n ta z io n i d e l d. 20, 75.
D ig iu n o : d. d i C ris to 1, 1; la fo r z a d e l d. 2, 2-3.7, 21; q u a lità d e l d. 3, 4.8,
22; il d. d i G io v a n n i B a ttis ta 3, 4; il d. a ll'o r ig in e d e l m o n d o 4, 6; il
d. è la v e s te d e ll'a n im a 4, 9; il d. lib e r a d a l p e c c a to 4, 9; il d. è
in s e g n a m e n to d i c o n tin e n z a 8, 22; il d. è c o n d im e n to d e l c ib o 9, 32;
d. e u c a r is tic o 10, 33; d. q u a r e s im a le 10, 34; il d. d is tru g g e il p e c c a to
10, 37.11, 38.
D iv in ità : d. di Cristo 10, 37.
D o m e n ic a : 19, 69.
D o m in a z io n i : 21, 79.
INDICE ANALITICO 299

D o n n a : v in o e d. a llo n ta n a n o d a D io 18, 67.

E l e f a n t e : a n e d d o t o d e ll’e. 17, 65.


E u c a r is t ia : 10, 33.
E v a n g e l o : la g ra z ia d e l l e . 19, 69.

F i l o s o f ia : la f. d e g li in te m p e r a n ti 8, 26.
F i l o s o f o : 8, 26; 12, 45 (b is ).

G r a z ia : 1, 1; il d ig iu n o è o r ig in e d e lla g. 3, 4; g. s p iritu a le ; 10, 36; la g.


d e l s a c ra m e n to (d e l b a tte s im o ) 22, 85.

I m p a z ie n z a : e s e m p i d i i. 12, 41.
Im p e r a t o r e : 12, 42; 17, 62 (b is ).
I n c e s t o : e b b e o r ig in e d a ll’u b r ia c h e z z a 5, 12.
I n f e r n o : 8, 27.
I n n i : il c a n to d e g li i. 15, 55.
I n t e m p e r a n z a : 2, 2; 8, 23; 8, 26; 18, 68; 19, 69.

L i b e r t à : e r a d i tu tti p r im a d e ll’in v e n z io n e d e l v in o 5, 11.

M a r e : il b u o n uso d e l m. 19, 71.


M a r t ir e : il c o n v it o fu n e b r e su lla to m b a d e i m. 17, 62.
M e r c a n t e : l’a v id ità d e i m . 19, 71; 19, 72.
M i l i z i a (c r is tia n a ): 2, 2.
M is e r ic o r d ia : 20, 76.
M i s t e r o : p a r te c ip a r e ai m . (= s a c ra m e n ti) 10, 36.

N e o m e n ie : 1, 1.

O ttav o g io r n o : è il g io r n o d e lla r is u r r e z io n e 19, 69.

P a r s im o n ia : 8, 22.
P a s s io n e : p. di Cristo 10, 37.
P e c c a t o : 4, 9; remissione dei p. 10, 37; il p. di ribellione 11, 40; 20, 76.
Pe rip eta sm a (velo): 10, 79.
P r o f u m o : i p. d e lla lib id in e 10, 36; p. d e lla s o b r ie tà 10, 36.
P r o s t it u t a : 20, 74.
P u d ic iz ia : 8, 22.

R e m is s io n e : r. d e i p e c c a ti 10, 37.
R is u r r e z io n e : il g io r n o d e lla r. è l’o t ta v o 19, 69.

S a c r a m e n t o : 10, 36.
S a c r if i c i o : s. di Caino e di Abele 22, 85.
S a c r il e g io : 12, 40.
S a l m i : il c a n to d e i s. 15, 55.
S c h ia v itù : ebbe origine daH’ubriachezza 5, 11.
S o b r ie t à : 3, 4; 8, 22; 8, 23; 10, 36; e s e m p io d i s. 12, 45; la s. è d ife s a d e lla
c a s tità 18, 66; 18, 68.
S t o l t e z z a : s . d i c h i si u b r ia c a 9, 28.

T o r t u r a : 17, 62.
T r io n f o (s p iritu a le ): 1, 1.
Typus: 10, 37; 22, 83; 22, 84.
300 INDICE ANALITICO

U b r ia c h e z z a : a g li e s o r d i d e l g e n e r e u m a n o e r a s c o n o s c iu ta 5, 10; u. d i
N o è 5, 10; h a in t r o d o tto la s c h ia v itù 5, 11; p e r l’u. fu r o n o sp ezza te
le ta v o le d e lla L e g g e 6, 16; è m a d r e d e ll'in fe d e ltà 12, 41; e ffe tt i d e ll’u.
12,42-44; i r iti d e ll’u. 15, 54; l'u. c o m e s tr u m e n to p e r v in c e r e i b a r b a ri
15, 54; il v e le n o d e ll'u . 15, 57; l ’u. è s tim o lo d e lla lib id in e 16, 59; l’u.
è v e le n o d i s to lte z za 15, 59; l’u. d e lle d o n n e 18, 66.
U m i l t à : 8, 22.

V in o : è v e le n o 14, 51-52; la fo r z a d e l v. 14, 51-52; 17, 63; il v. e le d o n n e


a llo n ta n a n o d a D io 18, 67.
V it t o r ia (s p ir itu a le ): 1 ,1 .
IN D IC I

(N A B O T H )
IN D IC E SCRITTURISTICO

G en 4 R eg

3, 8 s.: cf. 12, 51. 2, 11: cf. 12, 51.


4, 4 s.: 1 6 ,6 7 . 2, 12: 15, 64.
4, 7: 16, 66. 9 ,3 6 : 1 1 ,4 9 .
41, 56: cf. 7, 33.
49, 17: 15, 65. 1 Ch ro n

29, 14: cf. 16, 67.


Ex
15, 21: 15, 65. I ob
1, 21: cf. 1, 2.
Devt
29, 12-16: 13, 57.
34, 6: cf. 12, 51. 29, 13: cf. 7, 37.
29, 15: cf. 7, 36.
1 R eg 30, 25-27: cf. 13, 57.
31, 16-20: cf. 13, 57.
9, 21: cf. 16, 69.
31, 32-37: 13, 57.
23, 15: cf. 12, 51.
24, 4 s.: cf. 12, 51.
26, 4: cf. 12, 51. Ps

3, 6: 15, 63.
8, 3: 7, 37.
3 R eg
15, 2: 16, 67.
17, 6: cf. 12, 51. 16 (17), 3: 12, 51.
18, 45: cf. 2, 7. 1 9 (2 0 ), 8 s.: 1 5,65.
19, 20 s.: cf. 2, 7. 32 (33), 17: 15, 65.
20 (21), 1-4: 2, 6. 33 (34), 11: 1 4 ,6 0 .
20 (21), 7: 9, 41. 38 (39), 7: 4, 17.
20 (21), 7-10: 9, 43. 40 (41), 2: 8, 40.
20 (21), 10: 11,46. 49 (50), 91: 16, 67.
20 (21), 13: 11, 46; cf. ib id . 49 (50), 14: 16, 67.
20 (21), 16: 11,47. 61 (62), 1 1 : 6 , 27.
20 (21), 19: 11, 48; cf. 16,69. 67 (68), 6: cf. 7, 36.
20 (21), 20: 12, 50.51. 67 (68), 30: 16, 67.
20 (21), 25: 17, 71. 73 (74), 5 s.: cf. 14, 62.
20 (2 1 ), 27: 17, 70. 73 (74), 7: cf. 14, 62.
20 (21), 29: 17, 70; cf. 2, 7 (?). 75 (7 6 ), 2: 14, 61 (b is ).
21 (20), 22: 17, 72. 75 (76), 3: 14, 62; cf. 14, 63.
21 (20), 23 s.: 17, 72. 75 (76), 4: cf. 14, 62. .
21 (20), 29 ss.: 17, 72; cf. ib id . 75 (76), 6: 6, 27; 15, 63 (fcis); cf. 16,
21 (20), 35 s.: 17, 72. 68 .
21 (20), 42: 17, 72. 75 (76), 7: 15, 64.
22, 34 ss.: cf. 17, 70. 75 (76), 8: 15, 65.
2 2 ,3 8 : 1 1,49. 75 (7 6 ), 9: cf. 15, 65.
304 INDICE SCRITTURISTICO

75 (76), 11: cf. 16, 66. Z ach


75 (76), 12: 16, 67.68.
12, 4: 15, 65.
75 (76), 13: 16, 69; cf. 15, 65
96 (97), 11: cf. 15, 63.
S v s (= D a n 13)
1 1 0 (1 1 1 ), 10: 15,63.
111 (112), 9: 7, 36. 34: 1 1,46.
127 (128), 3: cf. 5, 24.
Os
P rov
10, 12: 7, 37.
I, 28: 12, 51.
3, 28: 8, 40; 12, 53. Mt
9, 5: 7, 33.
5, 3: 8, 40.
10, 2: 6, 27.
6, 20: cf. 7, 37; 14, 59.
I I , 26: 8, 40.
6, 21: 14, 58.
17, 6a: 12, 50.
10, 4: cf. 14, 62.
19, 17: 14, 60.
13, 43: 8, 38.
22, 7: 14, 60.
14, 6 ss.: cf. 5, 20.
22, 8: cf. 14, 60.
19, 21 s.: 14, 58.
19, 23: 14, 58.
E ccle
25, 35 s.: 14, 59.
5, 9: 6, 28. 25, 40: cf. 13, 57.
5, 11: 6, 29. 26, 60: cf. 11, 45.
5, 12: 5, 25.
5, 15 s.: 6, 28. Me
10, 23: 14, 58.
Can t
14, 56: cf. 11, 46.
6, 11: 15, 64.
Lc
E ccli
11, 41: 2, 8.
3, 30 (2 9 ): 12, 52. 12, 15: 6, 27.
4, 8: 12, 53. 12, 17-19: 6, 29.
27, 11: 8, 38. 12, 18 ss.: 10, 45.
29, 10 (13): 5, 25. 12, 19: 7, 37.
31, 7: 13, 55. 12, 20: 6, 29; 8, 38.39.
31, 8: 13, 55. 12, 48: cf. 16, 69.
31, 9: 13, 55. 16, 9: 7, 36.
31, 10: 13, 55. 16, 21: cf. 5, 19.
31, 28: 14, 59. 16, 24: 12, 52; cf. 14, 60.
34, 25: cf. 7, 36. 22, 3: cf. 14, 62.
35, 11: 8, 40. 23, 43: 8, 38.

Is Io
5, 8: 1, 2; 3, 12. 8, 21: cf. 12, 51.
22, 13: 8, 38. 8, 34: 6, 28.
32, 9: 3, 14.
58, 5-9: 10, 44. A ct
I er 3, 6: cf. 16, 68.
8, 20: 3, 13.
5, 8: cf. 15, 65.
10, 34: 16, 68.
12, 13: 14, 60.

R om
H ab
2, 16: cf. 10, 45.
3, 8: 15, 64.
INDICE SCRITTURISTICO 305

1 Cor E ph
4, 4: 16, 66 (b is). 2, 13: 16, 68.
5, 8: 16, 66. 6, 12: cf. 11, 49; 14, 61.
9, 11 ■(?): cf. 14, 60. 6, 16: cf. 14, 62.

2 C or H ebr
3, 3: cf. 10, 45. 11, 4: cf. 16, 67.
8, 2: 14, 60.
IN D IC E D EG LI AUTORI ANTICHI *

A m b r o s iv s Explanatio Psalmi I
De Abraham 29: 139.
1, 2, 5: 27. 46: /33; Ì75.
1, 3, 12: 737. Explanatio Psalmi X X X V I
2, 5, 20: YS5. 28: /79.
2, 6 , 27: 7S5; 787. 32: 187.
2, 7, 37: 171.
2, 7, 43: 185; 187 (bis). Explanatio Psalmi XL
2, 8 , 54: 185. 5: 181.
2, 10, 77: 171; 189.
Explanatio Psalmi XL1II
De bono mortis 51: 27.
5, 16: 139.
Explanatio Psalmi X LV III
6 , 22-24: 139.
17: 171.
De Cain et Abel 25: 139.
1, 4, 14: 151.
Explanatio Psalmi L X V III
1, 5, 21: 139.
1 2 , 2 1 : 181.
E p is tu la e
Expositio Euang. sec. Lucam
2, 11: 171.
2, 12: 169. 2, 84: 131.
2 , 16: 181. 3, 26: 27.
7 (37), 43: 139. 5, 107: 151.
10,4: 171. 7, 122: 155.
10, 9: 181. 8 , 14: 151.
14, 86 : 171. 8, 39: 27.
8, 85: 179.
Exameron
5, 5, 14: 139. Expositio Psalmi C XV III
5, 10, 27: 141. 4, 8 : 187.
6 , 3, 10: 187. 6 , 7: 28.
6 , 8 , 51: 133. 6 , 20: 139.
6 , 8 , 52: 175. 6 , 32: Ì39.
6 , 8 , 52: 139. 8 , 4-5: 139.
8, 22: 133.
Exhortatio uirginitatis 8 , 58: 139.
2, 9: 151. 16, 6-7: 139.
5, 30: ./63. 19, 19: 7S5.
10, 65: 181. 20, 47: 739.

* C o n il n u m e r o in c o rs iv o si rin via a lla p agin a.


INDICE DEGLI AUTORI ANTICHI 307

De fuga saeculi A v g v s t in v s
8 , 51: 189. De doctrina Christiana
De Helia 2, 19: 165.
10, 36: 151; 165. Enarrationes in Psalmos
22, 81: 131.
147, 12: 177.
De Iacob
Epistulae
1, 2, 4: 185.
1, 3, 10: 139. 189, 3: 181.
1, 6 , 25: 169. Sermones
1, 8 , 37: 171. 61, 11, 12: 177.

De Ioseph B a s i u v s C a e s a r ie n s is
7,43: 131. Hom. in illud, Destruam
De Noe PG 31 261 C: 23; 153.
27, 102: 139. PG 31 264 A: 23; 167.
PG 31 264 B: 155.
De Isaac PG 31 264 C: 157.
8, 64: 185. PG 31 265 A: 153; 155 (bis); 157
PG 31 265 C: 159 (ter); 161.
De officiis ministrorum PG 31 265 D: 161.
1, 3, 12: 185. PG 31 268 C - 269 A: 147.
1, 9, 29: 179. PG 31 268 C: 147.
1, 16, 63: 139. PG 31 268 D: 147.
1, 28, 132: 131. PG 31 269 D: 151.
1, 28, 137: 139. PG 31 272 B: 173.
1, 30, 158: 139. PG 31 273 A: 23; 153 (bis).
1, 32, 160: 177. PG 31 273 B-C: 159.
1, 49, 243: 139. PG 31 273 B: 157.
2, 14, 66 : 171. PG 31 273 C: 159 (bis).
2, 15, 69: 139. PG 31 276 A: 173.
2, 27, 133: 179. PG 31 276 B: 133; 175.
3, 1, 7: 171. PG 31 280 B: 179.
PG 31 285 C: 179.
De poenitentia PG 31 288 A: 179.
2, 9, 88 : 151. Hom. in diuites
De Tobia PG 31 284 B: 157.
PG 31 285 A: 175.
5, 17-19: 151.
PG 31 289 B: 151.
6 , 23: 151.
PG 31 292 A: 177.
8, 29: 145.
PG 31 292 B - 293 A: 135.
11,38-39: 141. PG 31 293 A: 139.
16, 55: 189. PG 31 297 B: 151 (bis).
De uiduis PG 31 300 A: 149.
4, 28: 151.
9, 58: 139. C ic e r o
De natura deorum
De uirginibus
2, 60: 153.
1, 9, 55: 151.
3, 5, 25: 107. Post reditum in senatum
34: 141.
De uirginitate
12, 68 : 151. De republica
15, 94: 185 (bis); 187. 1, 38: 189.
308 INDICE DEGLI AUTORI ANTICHI

Pro Sextio O r ig e n e s
83: 169. Commentarius in Cant.
ap. Procop. G.
CODEX IVSTINIANVS
PG 31, 211 A: 185.
4, 43, 1: 145.
4, 43, 2: 145. OVIDIVS

CODEX THEODOS1ANVS Fasti


2, 345: 149.
3, 3, 1: 145.
5, 8, 1: 145. P a v lin v s

Vita Ambrosii
DIGESTVM
41: 19.
5, 20, 1: 145.
5, 20, 37: 145. P e tr o n iv s

Satyricon
FRAGMENTA VATICANA
67: 151.
26: 145.
33: 145. P lato
34: 145.
Phaedrus
246 ss.: 185.
G r e g o r i v s N a z ia n z e n v s

Hom. in patrem tacentem P l in iv s

P G 35, 957 C: 139. Naturalis historia


23, 54, 2: 151.

H ie r o n y m v s
Ps. - Q v in t il ia n v s
Aduersus Iouinianum
Declamationes
50: 187.
4, 8 : 143.
Liber interpr. Hebr. nom.
ed. Lagarde, p. 42, 11: 163.
ed. Lagarde, p. 80, 20: 163. Seneca

Praefatio in lib. Salom. Epistulae ad Lucilium


PL 29, 426: 165. 86, 6: 175.

De uita beata
IUVENALIS 22: 183.
26: 183.
Satyrae
11, 16: 151.
11, 175: 175. SENTENTIAE PAVLI
5, 1, 1: 145.
L a c t a n t iv s
S id o n iv s A p o llin a r is
Diuinae institutiones
1, 6: 155.
5, 5: 133.
5, 16: 181.
T a c it v s
Livivs Annales
23, 47, 6 : 169. 14, 7: 167.
INDICE D E G Ù AUTORI ANTICHI 309

T e r e n t iv s V e r g iu v s

Andria Aeneis
301 ss.: 147. 1, 726: 175-, 177.
3, 57: 753.
Heautontimorumenos
4, 319: 147.
141 ss.: 141. 6 , 128: 747.
6 , 205: 145.
7, 279: 777.
T ertvlu anvs 7, 749: 747.
De cultu feminarum 8 , 645: 745.
1, 4: 749: 9, 798: 745.
Georgica
V a l e r j v s M a x im v s
1, 49: 755.
1, 139: 745.
9, 4: 183. 2, 506: 749.
IN D IC E D E I NOM I *

ABACUC: 15, 64. E lia : 26; 2, 7 (bis); 171; 12, 50; 12,
A b e le : 16, 67 (bis); 189. 51 (ter); 15, 64; 17, 70.
A c h a b : 22; 24; 25; 26; 27; 1, 1 (fcis); E l is e o : 2, 7; 15, 64.
2, 5; 2, 6 (quater); 9, 42; 11, 47 E r n o u t A.: 161.
( t e ) ; 11, 49; 12, 50; 12, 51; 16, 69; E s o d o : 15, 65 (bis).
17, 70 (bis); 17, 71; 17, 72 (bis). E v a : 16, 68.
A d am o: 12, 51; 16, 68.
A l l a r d P.: 145. F O r s t e r T.: 19.
A m in a d a b : 15, 64. F o g a z z a d.: 34; 133; 135.
A r a m e i : 26. F o r c e l l i n i A.: 161.
A r i s t o t e l e : 185. F r a t t i n i E.: 23.
F r e d e H.J.: 183.
B a a l : 26; 17, 72.
B a l l e r i n i : 19. G e z a b e le : 22; 9, 41; 9, 42; 163; 167;
B a s ilio di C e s a r e a : 19; 22; 23. 11, 49; 17, 70.
B i e g e l m e i e r A.: 23. G iu d a : 14, 62.
B la is e A.: 137; 143. G iu d e a : 14, 61; 14, 62.
B l o c h H.: 161. G iu seppe: 5, 23 (bis); 7, 33.
B o n f a n t e P.: 145 (bis). G iu s tin ia n o : 145.
C o r d in i D.: 24.
C a i n o : 16, 66; 16, 67.
C a l a f a t o S.: 23. H o fm a n n J.B.: 161.
C ap padocia: 23. h u h n J.: 21; 135 (bis); 141; 157; 179;
C la u s F.: 20. 183; 193.
C o s ta n tin o : 145.
C o u r c e l l e P.: 185. Ih m M .: 19.
C r a c c o R u g g in i L.: 23; 141; 143; I s r a e l e : 25; 26; 2, 5; 14, 61 (bis);
145 (ter); 157. 15, 64; 17, 72 (bis).
I s r a e l it i : 26.
D a v id e : 6, 27; 12, 51 (bis); 14, 61; I t a l i a : 23.
181.
D e L a b r i o l l e P.: 20. Ja h v é : 26.
D io c le z ia n o : 145. J U lic h e r A.: 159.
D is: 6, 28; 153.
D r e s s l e r H .: 34; 133; 151. K e l l n e r J.: 19.
D u d d e n F.H.: 19.
L a z z a r o : 14, 60.
E c c l e s ia s t e : 5, 25. L e h a n n e u r L.: 20.
E g it t o : 5, 23. L o v e j o y A.O.: 23.

* C o n il n u m e r o in c o rs iv o si in d ic a la p ag in a; c o n i n u m e r i in to n d o si rin v ia
a c a p ito lo e p a r a g r a fo d e l testo a m b ro s ia n o .
INDICE DEI NOMI 311

M a d e c G.: 185. R o m a n o P.: 23.


M a r a M .G .: 19-,
20; 23; 25; 26; 33; R o u s s e l P.: 145.
34; 133; 135; 143; 149; 157; 169;
177; 793. S a b a u e r P.: 25; 181.
M a r c h e s i C.: 23. S a m a r ia : 2, 6; 12, 50.
M c G u ir e M .: 19; 20; 25; 34; 131; S a u l: 12, 51 (bù); 16, 69.
135 (bis); 151; 155; 157; 159; 161;