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SANT’AMBROGIO

Opere esegetiche VI ELIA E IL DIGIUNO NABOTH TOBIA

introduzione, traduzione, note e indici

di

Franco Gori

Milano Biblioteca Ambrosiana

1985

Roma Città Nuova Editrice

INTRODUZIONE

Le tre opere di Ambrogio presentate in questo volume, De Helia et ieiunio, De Nabuthae, De Tobia, formano, come è stato giustamen­ te osservato i, una sorta di trilogia. Tutte e tre sono composte da sermoni e questa è una caratteristica comune anche ad altre opere ambrosiane — ; la loro composizione risale, grosso modo, al medesimo periodo; trattano dei mali che più caratterizzavano la vita sociale in quello scorcio del quarto secolo, in cui acuti erano gli effetti della crisi politica ed economica che investiva l’Impero. Sem­ plificando e schematizzando, si può dire che il De Helia ha per tema l’intemperanza, il De Nabuthae la ricchezza e i suoi vizi, il De Tobia il prestito ad interesse. Sullo sfondo è delineato un quadro storicamente interessante e non mancano alcuni dettagli di valore documentario. Ma i grandi problem i si possono scorgere solo in controluce, ché il metodo di Ambrogio è quello di affrontare argo­ menti concretamente vicini all'esperienza quotidiana degli uditori, situazioni che direttamente mettevano alla prova la coscienza morale dei cristiani. Dunque non impegnative elaborazioni teoriche, ma esposizioni nel solco di un genere assai familiare al Vescovo milane­ se: il tractatus moralis sim plex2. E questo è l’orientamento che regola anche l’inserimento di una fitta serie di citazioni bibliche, utilizzate per lo più sul piano dell’« interpretazione antroponomica», storica e morale, anche se non mancano momenti in cui l’esegesi sale a livelli allegorico e mistico 3. Per tutte e tre queste opere la fonte greca è costituita da alcune omelie di Basilio il Grande, come vedremo successivamente.

1. De Helia et ieiunio

a)

Autenticità e data

Quanto all’autenticità del De Helia nessuno ha mai sollevato dubbi: la tradizione è unanime ed anche altri elementi, quali la

1Cf. M.J.A. Buck, S. Am brosii de Helia et ieiunio, Washington 1929, p. XIII.

2 È la definizione che leggiamo in A m b rogio, Abr.

1, 1, 1 (C S E L

32, 1, p. 501,

4), che, penso, si può applicare ai sermoni di queste tre opere.

3 M i riferisco a Nab. 14, 61 - 16, 69 e Tob. 18, 59 - 24, 91. Sui livelli ermeneutici

esegetica di sant’Ambrogio,

dell'esegesi am brosiana si veda L.F. P izz o la to , La dottrina M ilano 1978, pp. 223-262.

10

INTRODUZIONE

lingua, lo stile, il pensiero, l’organizzazione del contenuto, le fonti contribuiscono a rendere sicura l’attribuzione di questo trattato. Sulla datazione, invece, come per la maggior parte delle opere

di Ambrogio si può essere solo approssimativi. Vi è un terminus

post quem comunemente accettato: l'introduzione nella liturgia mi­

lanese, nel 386, del canto degli inni, di cui si fa cenno in Hel. 15, 55 4. Si è cercato un appiglio anche nel luogo ove Ambrogio dice

di aver trattato spesso di E lia 5, ma inutilmente, perché le opere in

cui egli parla del profeta sono numerose e non è ragionevole pensare

che tutte siano anteriori al De Helia; giustamente Palanque 6 rifiuta questa argomentazione che è stata utilizzata da Ih m 1 e che farebbe

slittare la data dì composizione fino al 397.

hanno pensato che il passo di Hel. 17, 62 10, dove si parla di convitati che bevono alla salute «degli imperatori», alluda alla presenza in Italia di due imperatori, cosa che avvenne dopo la morte di Massimo nel 388; per la stessa ragione Schenkl11 suppone una data anteriore alla morte di Valentiniano I I (392), ma Palanque 12 osserva che il plurale può essere giustificato anche dopo la morte di Valentiniano

II, rammentando che sia Teodosio che Arcadio avevano il titolo di

Augusto in quel tempo. Come si vede, questo indizio è diversamente

interpretabile e forse è in se stesso inconsistente, perché non esclude­

rei che il plurale in quel luogo possa essere generico 13. Sull’argomen­

to della datazione Palanque conclude le sue brevi valutazioni sugge­

rendo il periodo 388-391 sulla base di Hel. 15, 53, che attesterebbe

la presenza di soldati nell'uditorio, presenza che si spiegherebbe

meglio con il soggiorno a Milano dell’imperatore Teodosio in quegli anni u. A mio avviso, su questa considerazione grava il dubbio che il passo in questione non sia stato rettamente inteso 1S. Non molto

I

M a u rin i8 e Tillem ont9

4Piis hymni dicuntur, et tu citharam tenes? Psalm i canuntur, et tu psalterium

sumis aut tympanum? Cf. Buck, S. Am brosii de Helia

Ambroise et l Em pire Rom ain, Paris 1933, p. 527. 5Hel. 2, 5 de Heliae gestis plurim a iam frequenti diuersorum librorum sermone

pp. 3 s.; J.R. Palanque, Saint

,

digessimus.

6 Palanque, Saint Ambroise

1 M. Ihm, Studia Ambrosiana, «Jahrbucher fiir klassische Philologie», Supple-

,

p. 528.

mentband 17 (1890), p. 19.

 

8

Cf. PL 14, 731-732.

9

T illemont, Mémoires p ou r servir à l'Histoire Ecclésiastique, 10, Paris 1705, 292.

10

"Bibamus" inquiunt. “Opto salutem imperatorum".

 

"

Cf. CSE L 32, 2, pp. XIII-XIV.

 

12

Palanque, Saint Ambroise

,

p. 328.

13

Cf. in proposito BUCK, S. Am brosii de Helia

,

p. 4. In senso generico si paria

di

imperatori in Hel. 12, 42 de imperatoribus et de potestatibus iudicant, ed anche

in

expl. ps. 1 9 (CSEL 64, p. 8, 16) psalmus cantatur ab imperatoribus; inoltre nel

medesimo luogo di Hel. 17, 62 non è ragionevole attribuire importanza al plurale imperatoribus, dal momento che subito appresso la parola è ripetuta al singolare

( uidetur enim non amare im peratorem qui pro eius

528: «Cependant on peut penser que la présence

de soldats dans l’auditoire s'explique mieux au moment d’un séjour à Milan de l’empereur: or, après 386, Théodose a dem euré à M ilan de 388 à 391».

15 Hel. 15, 53 et adhuc propter hos fortissimos uiros quanta praeterii. Palanque

segue l’interpretazione che di questo luogo dà C. Schenk l, CSEL 32, 2, p. VI:

«p rop ter hos fortissimos uiros, unde colligimus tribunos militum centurionesque

tum in ecclesia adfuisse, neque a uero abest Ambrosium , cum^bene sciret eos

salute non biberit).

14 Palanque, Saint Ambroise

,

INTRODUZIONE

11

diversa è l'opinione della Buck che credo di dover seguire: il termine a quo del 386, l’affinità con i trattati De Nabuthae e De Tobia e la considerazione che l'influenza delle omelie di Basilio sulle opere di Ambrogio formate da sermoni è da collocare negli anni 385-390 16, fanno ritenere probabile che il De Helia sia stato composto nel periodo 387-390.

b)

Struttura

E sicuro che il De Helia è un’opera composta da sermoni realmente pronunciati dal Vescovo milanese 17. La primitiva forma orale è riconoscibile nel tenore generale dell'esposizione, che è sem­ plice, chiara, vivacizzata dalle più consuete figure retoriche dell'ora­ toria, utilizzate senza eccessiva elaborazione. Lo sviluppo del pensie­ ro tiene conto della esigenza di giungere con immediatezza alla comprensione degli uditori ed evita, quindi, riflessioni concettose ed erudite, preferendo affidarsi alle immagini. Ma possiamo indivi­ duare nel trattato anche alcune precise inflessioni che si spiegano solo con la sua origine oratoria 18 e dei riferimenti alle letture bibliche del giorno ascoltate in chiesa 19. Non mi risulta che siano mai state fatte indagini tendenti a stabilire quanti sermoni siano inglobati nell’opuscolo. In effetti tale ricerca non è facile, perché, se evidenti sono le tracce della comuni-

uenturos esse, orationem ita conformauisse, ut acrius in ebrietatem inueheretur». L’opinione è stata recentemente ripresa da V.R. Vasey, The Social Ideas in thè Works o f St. Ambrose. A Study on De Nabuthae, Roma 1982, p. 31. È certo che

Am brogio parla di soldati, ma non credo che il dimostrativo hos indichi una loro presenza fra gli uditori. «Q u e sti» è detto con riferimento ai «fortissim i uom ini» — l'espressione è ironica e nel contesto suona addirittura sarcastica — di cui ha diffusamente parlato nei precedenti paragrafi descrivendone le orge, le incredibili bevute di vino e, infine, la meschina condizione di ubriachi. È di per sé ardita l'ipotesi che Am brogio abbia apostrofato dei presenti con un’invettiva cosi pungen­ te. M a si noti anche che l’espressione, che cade al termine della descrizione del convito orgiastico, richiama una frase simile posta all’inizio: Hel. 12, 45 ueniamus ergo ad horum potentium et fortissim orum conuiuia, dove horum è da riferire a coloro cui Am brogio ha appena attribuito un’obiezione al proprio discorso (sed

forte dicant

ma come l'obiezione è una finzione retorica, cosi .gli interlocutori

potrebbero essere immaginari, non dei soldati presenti. A questa precisazione si aggiunga che l'invettiva contro i militari bevitori pare suggerita da un passo di

sviluppo potrebbe essere

Basilio ( hom . in ebriosos 7, PG

stato guidato, più che da fattori reali, dall’invenzione letteraria, che è artistica e

funzionale insieme, in quanto le immagini del convito come campo di battaglia, delle stoviglie come strumenti di guerra, dei convitati come eroici combattenti

esaltano l’effetto parodico del racconto in funzione moralistica. 16 W. W ilb ra n d , Z u r Chronologie einiger Schriften des h i Ambrosius, «Hist. Jahrbuch», 41 (1921), p. 19.

, 18 Hel. 12, 41 sed quid hoc est? Dum de ieiunio disputo strepitus audio conuiuio- rum. Nisi fallor in sermone meo redoluit prandium. Sonus ergo litterarum inuitat, inpatientiae exempla non terrent, 15, 53 putatis me tamquam uino crapulatum intem­ perantius ieiunii praedicationi hunc miscuisse sermonem. 19 Hel. 19, 70 audistis quid hodie lectum sit; 20, 75 audistis hodie in lectione decursa quid legio dixerit ; 21, 77 audistis quid hodie lectum sit.

)]

31, 457 B )

e che

il suo

17 C.

S c h e n k l , C S E L

32, 2, p. VI;

B u c k , S.

Am brosii de Helia

p. 3.

12

INTRODUZIONE

cazione orale, è altrettanto evidente il lavoro redazionale di cucitura che ha composto i diversi segmenti nell’intento di farne un tutto unitariamente strutturato.

Redazionale è certamente l’esordio alquanto solenne, che non introduce immediatamente il lettore nell’argomento, ma propone una riflessione sull'agone di Cristo e del cristiano, la cui connessione con il tema dell’opera risulta abbastanza chiara solo al tennine del preambolo stesso: certamen nostrum ieiunium es t20. È proprio l’idea della lotta spirituale, della militia cristiana 21, che meglio di ogni altra dà una certa continuità a questo trattato, che ad un prim o sguardo appare assai composito e discontinuo. Cerchiamo, dunque, attraverso i segni di possibili saldature, di individuare il punto di congiunzione dei diversi sermoni. A mio

dopo

avviso potrebbero essere due. Il prim o pare aver inizio subito

l’esordio, e la sua conclusione si può porre al termine del § 40. Diverse ragioni sostengono questa ipotesi. Innanzi tutto l’argomento trattato in questi paragrafi è precisamente quello indicato nel titolo dell’opera, il digiuno, mentre oltre il § 40 il tema, come vedremo, non è più esattamente questo; vi si espongono i benefici materiali

e morali del digiuno e, in contrapposizione, i danni provocati dal

cibo. In secondo luogo la fonte greca per questa parte del trattato

è specifica, costituita dall’omelia De ieiunio di Basilio 22. Dopo il

§ 40 la fonte non è più la medesima. Il terzo indizio ci è dato dal

testo del § 40, ove mi pare si possa individuare la chiusa del sermone.

Infatti vi si ripresentano in rapida successione riassuntiva alcune immagini di fatti e personaggi biblici che erano serviti di esempio nel corso della predica: di Elia Ambrogio aveva in precedenza parlato nei §§ 2-3, di Eliseo nel § 18, di Giovanni Battista nei §§ 4

e 14, di Daniele e dei leoni nei §§ 20-21, della prevaricazione degli

Ebrei nel § 16. Certamente il passo non rappresenta una ricapitola­

zione completa e ordinata, ma fa pensare alla conclusione di una predica. Riconosco che questa ipotesi incontra un’obiezione: se il

§ 40 può essere considerato come conclusione, le prime righe del

§ 41 non si adattano certo a ll’inizio di un serm one21. Possiamo

immaginare che cosa stesse accadendo nell'uditorio. La predica si stava prolungando: quaranta paragrafi sono parecchi e non è certo che essi ci diano la misura esatta della lunghezza del sermone, perché possono essere intervenuti tagli e aggiustamenti redazionali; impazienza e stanchezza generano il rilassamento dell'attenzione e di conseguenza un po' di trambusto che provoca la rampogna del Vescovo. Penserei che questa apostrofe vada compresa nel primo sermone, che Ambrogio labbia pronunciata di seguito alla conclusio­ ne della predica. Il lavoro di cucitura, poi, può averla legata con

20Ibid., 1, 1. M i sem bra che si possa dire che con questa espressione termini l’esordio e inizi il primo sermone. Parrebbe dunque non felice la paragrafazione tradizionale che pone la fine del § 1 più oltre.

21 Ibid.,

22Basilio, hom ilia I de ieiunio (PG 31, 164-184).

23 Hel.

2, 2.

12, 41 loc.

cit. in nota

18.

INTRODUZIONE

13

che riterrei

essere l’inizio del secondo discorso. L’identificazione del secondo sermone poggia anch'essa su diver­ si indizi■ Con il § 41 si passa a trattare dell'ubriachezza; anche se l’argomento generale resta l’intemperanza, la variazione tematica è netta ed evidente. Da notare, però, che all’interno di questa seconda parte il tema varierà ancora, quando con il § 69 si passerà, senza incrinature, dall’ubriachezza ad alcune considerazioni sull’intempe­ ranza e poi, quasi inavvertitamente, ad un breve ‘excursus’ sull auari- tia; in seguito il discorso acquista un tono parenetico che accompa­ gna i temi dell'atleta e dell'agone cristiano fino alla conclusione. Fonte di questo secondo sermone sono due omelie di Basilio 2S, non contaminate, ma utilizzate separatamente in sezioni diverse. La du­ plicità della fonte non deve far pensare che questa seconda parte del De Helia sia composta da due serm oni26; Ambrogio ha trattato in un solo sermone due argomenti sforzandosi di legarli insieme 27.

quel che segue nel § 41 (etenim qui ieiunantem 24

),

c)

Argomento

Come si è già visto, il titolo non esprime adeguatamente l'argo­ mento dell’opera; si adatta meglio al prim o sermone, ma anche in questo dì Elia si parla brevemente: l’esempio del profeta digiunatore serve come spunto iniziale 28; di lui poi troviamo solo un cenno in quel luogo che ho individuato come conclusione del prim o sermo­ ne 29. Al termine del trattato ricompare la figura del profeta 30, ma senza alcun riferimento al tema del digiuno. Messo presto da parte Elia e di questo l’Autore si giustifica, dicendo di aver parlato del personaggio più volte altrove 31— l’esposizione sul valore del digiuno si sviluppa seguendo la trama di numerosi esempi tratti dalla Sacra Scrittura, cronologicamente disposti. Le storie dei personaggi biblici

Adamo, Noè, Loth, Abramo, Mosè, la madre di Sansone, Anna

madre di Samuele, Eliseo, i tre fanciulli gettati nella fornace, Daniele

danno alla pratica del digiuno il rilievo di una virtù fondamentale

nella storia dei rapporti fra l’uomo e Dio. Segue l'esaltazione dei vantaggi morali, intellettuali e materiali che il digiuno reca all'uo­

24Ibid.

25 BASILIO, hom ilia X IV in ebriosos (PG 31, 444 C-464) e hom ilia X I II exhortatoria ad sanctum baptisma (PG 31, 424-444).

, tificazione dei sermoni, ha distinto in tre parti il trattato, tenendo conto delle diverse tematiche e badando anche, pare, che ad ogni sezione corrispondesse un'omelia di Basilio come fonte. Le tre parti sono I = §§ 1-40, II = §§41-68, III = §§ 69-85 (cf. ibid., pp. 7 s.). 27 Non sarebbe stato possibile formulare l'ipotesi che i §§ 41-85 corrispondano ad un unico sermone se non avessi rettificato il rinvio a Is 13, 5 dell’apparato di Schenkl in Hel. 21, 77, sostituendolo con Is 24, 1; si veda in proposito la mia nota ad loc.

26 La B u c k , S. Am brosii de

Helia

pp. 5 s., senza affrontare il prob lem a de ll’iden­

28Hel.

2, 2 - 3, 5.

29 Ibid.,

11, 40.

30 Ibid.,

22, 83 e

85.

31 Ibid.,

3, 5.

14

INTRODUZIONE

mo 32. D i fronte a questo quadro, in cui la vita dell’uomo è rappresen­ tata come ricolma di ogni bene, soprattutto circondata di quiete serena 33, Ambrogio pone una scena dominata dall’inquietudine 34:

vi si descrive l’affannosa preparazione di un banchetto, la corsa di

un servo furbo e disonesto al mercato, l’ansia del padrone che non

sa dove trovare il denaro per la spesa, un trambusto indescrivibile

nella cucina, l’agitazione e la fatica del cuoco e degli inservienti. È una pagina gustosa di pregevole prosa artistica, che per la comicità

della situazione descritta e anche per il colorito lessicale riecheggia Plauto 35. Dopo questo intermezzo, le riflessioni sul digiuno e l’intem­ peranza nel mangiare e nel bere tornano ad essere accompagnate

da citazioni ed echi scritturistici dell’A.T. e del N .T.V iè

considerazione sul digiuno quaresimale, che dispone i cristiani al cibo e alla bevanda spirituale dei sacramenti pasquali, cioè al battesi­ mo e all’eucaristia 36, e sulla relazione fra digiuno e profumo spiritua­ le 37. Il digiuno infatti ha il potere di rimettere i peccati39: la sua amarezza è medicina come del corpo cosi anche dello spirito.

La riprovazione dell'ubriachezza ha i suoi momenti culminanti nella descrizione del miserevole stato di quanti si danno al vino 39,

nell’episodio del giovane Polem one 40 e, soprattutto, nella descrizione

di un convito lussurioso41 con parodia di situazioni m ilitari e irrisio­

ne delle pretese virtù guerresche dei convitati avvinazzati. Tutto

questo, evidentemente, serviva ad impressionare l’immaginazione degli uditori. Non manca l’aneddoto un elefante che punisce l’oste disonesto42 — per suscitare un p o’ di ilarità. Contro l’ubriachezza delle donne e i conseguenti loro atteggiamenti contrari al pudore è indirizzata un’invettiva colorita di espressioni iperboliche 43. Dall’ubriachezza Ambrogio spinto forse anche dall'opportuni­

tà di ricollegarsi in qualche modo alla lettura del giorno tratta da

Isaia 44 — passa,

anche qualche

attraverso alcune osservazioni sull’intemperanza4S,

32Ibid., 8, 22-23.

33 Ibid., 8, 23 (in

inquietudinem : ieiunium

otia serit, luxus negotia.

34Ibid., 8, 24-25.

35 Per una più ampia analisi delle impronte di Plauto in questo passo si rinvia

pagina plautina nel De Helia di Am brogio, «V ich ian a», 6 (1977),

pp. 331-340, ma già richiami a Plauto erano stati fatti da Buck, S. Am brosii de

a G. JACKSON, Una

fine) ieiunium quietem diligit, luxuria

Helia

,

p. 9.

36 Hel.

10, 30.

37 Ibid., 10, 36-37;

cf. in proposito P. M e l o n i , I l profum o dell'immortalità, Roma

1975, pp. 252 s.

 

38

Cf. ibid., 11, 38 ieiunium etenim culpae interfectorium est.

35

Ibid., 12, 42-44.

 

40

Ibid., 12, 45: si veda quanto ho osservato ad loc.

41

Ibid.,

13, 46 - 14, 52.

42Ibid., 17, 65.

 

43

Ibid.,

18, 66 caelum im puro

contam inatur

aspectu, terra turpi saltatione p ol­

luitur.

44

Ibid.,

19, 69 e 70.

45

Ibid., 19, 69. Am brogio cita Is 23, 1: l’inizio dell’oracolo su Tiro che indica

come il nono ( nona uisio)', di qui prende lo spunto per affermare che l’intemperan­ za, simboleggiata dalla città di Tiro che è collegata al num ero nove, è esclusa dalla Legge che ha il suo sim bolo nel num ero sette, cioè nell'ebdom ade veterotesta­ mentaria, ed è esclusa anche dall’evangelo della redenzione che è simboleggiato

INTRODUZIONE

15

a parlare de//auaritia (avidità) e, sulla traccia di Is 23, 2 s., addita nel mercante e nella sua attività l'emblema di questo vizio 46. La spiegazione di altri versetti del medesimo capitolo di Isaia non senza difficoltà è ricollegata al filo del discorso 47. Poi passando da una citazione biblica all'altra, l'esposizione approda all’ultima parte, dove troviamo prima considerazioni ascetiche sul tema dell'agone rivolte

ai battezzati e agli iscritti al battesimo, poi l’esortazione ai catecumeni

ritardavano il battesimo48.

che per vari m otivi

d)

Le fonti

Si può ritenere che anche per quest'opera la fonte primaria sia la Sacra Scrittura. La trama dei due sermoni è costituita da riferi­ menti al testo sacro. Abbiamo visto l'importanza degli exempla biblici in quello che ritengo essere il prim o sermone e come siano le citazioni bìbliche a guidare il discorso di Ambrogio da un argo­ mento all'altro nel secondo. Le pagine che mancano di citazioni possono essere considerate degli ‘excursus’: uno nella prima parte (§§ 23-24) e uno nella seconda (§§ 45-51). Solitamente le citazioni sono ben armonizzate con il contesto, non si notano forzature o sollecitazioni del testo sacro 49. Si è già accennato a tre omelie di Basilio di Cesarea 50. Ambrogio le utilizza con grande libertà: a volte traduce letteralmente, a volte parafrasa, in certi luoghi riassume, in altri trae dal suo modello degli spunti che sviluppa in modo autonomo; cosi egli domina pienamente il materiale che la fonte gli propone, selezionando, modificando e trasponendo secondo che il proprio ordine di idee richiede. In qualche caso coglie in Basilio il suggerimento di una citazione biblica, il cui testo, però, sembrerebbe che egli non traduca dal modello greco, preferendo di norma attingerlo dal proprio mano­ scritto della Bibbia latina 51.

dal numero otto, cioè dall'ogdoade cristiana. Qui troviamo uno dei rari momenti di esegesi mistica, per quanto riguarda il De Helia. 46 E sorprendente per i nostri orecchi la polem ica contro i mercanti e la navigazione mercantile espressa nei §§ 70-72, ma bisogna innanzi tutto considerare che in quel tempo, in cui assai diffuse erano la miseria e la fame, l’attività mercantile, ritenuta da sempre speculatrice, più facilmente attirava la riprovazione

morale; inoltre un simile atteggiamento aveva radici nella cultura antica, alimenta­ ta da concezioni filosofiche che parteggiavano per l’ideale di una vita serena e senza affanni. Più in particolare, nella letteratura l’attività del mercante che affronta i rischi del mare era diventata un 'topos’ che si soleva contrapporre alla vita agreste (si vedano i riferimenti nella mia nota ad loc.). 47Hel. 20, 73-74.

in proposito V. M o n a c h in o , S. Am brogio e la cura pastorale a M ilano

nel secolo IV, M ilano 1973, pp. 51-55 e J. S c h m it z , Gottesdienst im altchristlichen Mailand, Kòln-Bonn 1975, pp. 31-34. 49 Per la strana lezione in ebrietate di Eccli 31, 32 (27) in Hel. 12, 44 si veda la mia nota ad loc. 50 Cf. supra nn. 20 e 21. Diamo la corrispondenza sommaria fra ciascuna omelia

e il testo di Am brogio: hom. de ieiunio = §§ 1-39, hom. in ebriosos = §§ 42-66, hom. exhort. ad s. baptisma = §§ 79-85. 51 Anche se per questo particolare aspetto dell’uso che Am brogio fa della fonte mancano indagini ampie e sicure (soprattutto manca un’edizione critica di Basilio),

48 Si veda

16

INTRODUZIONE

Fra le fonti occasionali possiamo annoverare Valerio Massimo, 6, 9, ext. 1 per Hel. 12, 45 (episodio di Polemone) e Origene, in Ier. hom. Lat. 2, 7 52 per Hel. 15, 56 s. (interpretazione del calix àureus Babylon di Ier 28, 7); cosi pure sembra certo che l'interpretazione del nome Naid 53 sia stata derivata dalla stessa omelia origeniana 54. Da Senofonte, comm. 1, 4, 12 è tratta un’espressione che Ambrogio applica all’incontinenza sessuale degli ubriachi55. Inoltre troviamo numerosi echi di autori classici

e)

I destinatari

I sermoni sono stati pronunciati con ogni probabilità nelle domeniche fra la festa dell’Epifanìa e l’inizio della Quaresima. Si comprende facilmente come fosse opportuno che in vista del tempo quaresimale il Vescovo trattasse temi particolarmente attinenti a quel periodo dell'anno liturgico, come il digiuno, la conversione, la lotta contro il male. Ma ancor più ci aiuta a precisare il tempo l'esortazione finale rivolta ai catecumeni56 perché si iscrivano nella lista dei competentes, candidati a ricevere il battesimo nella notte di Pasqua. Il giorno dell’Epifania il Vescovo annunciava la data della Pasqua. In quel giorno a Milano si aprivano le iscrizioni per gli aspiranti al battesimo, che probabilmente si chiudevano con l’inizio della Quaresima57. È ragionevole supporre che proprio in questo periodo Ambrogio si rivolgesse ai catecumeni esortandoli con fermezza a non procrastinare con vari pretesti il battesimo. Tuttavia fra gli uditori sembra che fossero in maggior numero i cristiani

battezzati58.

non sarà inutile esaminare qualche interessante esempio. In Hel. 1, 1 Am brogio cita Ps 80 (81), 4 attestando la singolare lezione in die frequenti, mentre in Basilio, ieiun. 1 (PG 31,164 A ) si legge, come nei Settanta, èv EÙcrrinv Tipip<?., da cui discende la lezione comunemente attestata per l’antica versione latina in die insigni. In Hel. 4, 7 Am brogio non si limita a citare, con Basilio, ieiun. 3 (PG 31, 168 A), il primo emistichio di Gen 2,17, ma aggiunge anche il secondo, facendo seguire osservazioni che non ritroviamo nella fonte. Nemm eno il testo di Is 5, 11 s. in Hel. 15, 53 corrisponde a quello citato da Basilio, in ebr. 6 (PG 31, 456 A): la lezione basiliana oi [xévovTEq t ò òipé (= Settanta) non trova alcuna corrispondenza in quella am brosia­ na qui ebrii sunt uesperi e mentre in Basilio leggiamo |j,ETà yàp Hidàpaq xaì aùXwv Am brogio ha cum cithara enim et psalterio et tympanis (Settanta: i^e-cà yàp niflàpaq xa ì (Jja.XTT]piou xaì -ruijniàvwv). 52 SCh 238, p. 352; l’omelia ci è giunta in una traduzione latina di Girolamo, ma per il passo che ci interessa possediamo anche un frammento greco tramandato nelle Catene (fr. 36, GCS 6, p. 216, 25 s.). La corrispondenza con il passo ambrosiano

è stata rilevata da E. K lo s te r m a n n , D ie Uberlieferung der Jerem iahom ilien des Origenes, TU, N.F. 1, Leipzig 1897, pp. 60-61. 53 Hel. 16, 58. 54 SCh 238, p. 358, 15 s. Invece Schenkl (CSEL 32, 2, p. X V IIII) rinvia a F il o n e , Cherub. 12. 55 Hel. 16, 58. 56 Cf. Hel. 22, 83-85.

, 58 Cf. Hel. 22, 83 si quis autem non est baptizatus, securior conuertatur remissio­ nem accipiens peccatorum.

57 Cf. MONACHINO, S. Am brogio e la cura pastorale

pp .

57 s.

INTRODUZIONE

17

f) L’ascesi del digiuno 59

La pratica del digiuno ha origini lontane, non solo nell’A.T. ma anche nel pensiero pagano antico. Poiché il cibo era considerato l'appagamento di un istintivo bisogno corporale dell'uomo, varie scuole filosofiche antiche e tardoantiche presero in considerazione anche il digiuno nel delineare metodi di vita che permettessero all'uomo di raggiungere il pieno dominio su ciò che è materiale e la liberazione dagli istinti sensuali. Maggior attenzione a questa pratica dedicavano quelle correnti di pensiero della tarda antichità che erano pervase da aspirazioni ascetiche e m istiche60. Nel cristia­ nesimo dei prim i secoli, pur con qualche incertezza iniziale collegata al cambiamento delle prescrizioni giudaiche 61, la pratica del digiuno ha numerose attestazioni62, che nel quarto secolo diventano ancor più frequenti. Non meraviglia che in Ambrogio si ritrovino, anche per tramite della sua fonte greca, elementi delle concezioni filosofiche 61, soprat­ tutto neopitagoriche e tardostoiche; ma ovviamente e si è già visto ciò che interessa ad Ambrogio sono da un lato le profonde radici che il digiuno ha nella Sacra Scrittura e nell'esempio di Cristo, dall’altro il valore ascetico e salvifico di questa pratica che libera il

59Si veda su questo tema una breve ma limpida sintesi in E. DASSMANN, Die Fròm m igkeit des Kirchenvaters Ambrosius von Mailand, Mùnster (Westfalen) 1965,

trad. it. da cui cito: La sobria ebbrezza dello spirito, Varese 1975, pp. 264-267. 60Un quadro sui temi del cibo e del digiuno nella filosofia antica e tardoantica

tracciato da T h . P ic h l e r , Das Fasten bei Basileios dem Grossen und im antikert

Heidentum, Innsbruck 1955, pp. 52-64 e in RACh, s. u. Fasten. Per i Padri greci si

veda H. M u su r illo, The Problem o f ascetical Fasting in thè Greek Patristic

«Traditio», 12 (1956), pp. 1-64. Bisogna tuttavia tener presente che il digiuno filosofi- co era un argomento noto ad una ristretta cerchia di persone colte. Per la gente

comune, alla quale Am brogio si rivolgeva, il digiuno poteva anche essere un argomento nuovo; cf. Hel. 4, 6 itaque ne terrenum quis aut nouellum putet esse ieiunium 61 Cf. J. SchUMMER, Die altchristliche Fastenpraxis m it besonderer Berusichtigung der Schriften Tertullians, Munster 1933, pp. 95-99. 62Accenno alle principali attestazioni sul digiuno nei secoli II-III. Didachè 7, 4: prescrive il digiuno prebattesimale per i candidati al battesimo e per i ministri:

il digiuno è segno di conversione; un vago cenno sul digiuno prebattesimale è

Writers,

è

forse rintracciabile in Hel. 10, 34. E r m a , mand. past. 5, 1-5 (SCh 53, pp. 225-233) esorta a digiunare per devolvere il prezzo del cibo a chi è bisognoso; un’idea analoga si trova in Ambrogio, Nab. 4,18 quam religiosum esset ieiunium, si sumptum

conu iu ii tui deputares pauperibus! C l e m e n t e

pp. 10-45) non tratta espressamente n o , De ieiunio aduersus psychicos

al digiuno; in 3, 4 (C C L 2, p. 1260) si parla del digiuno come espiazione del peccato originale causato dal cibo (cf. Hel. 4, 7-8). ORIGENE, in Leu. hom. 10, GCS 29, pp. 440-445, tra l'altro tratta del rapporto digiuno-libertà (p. 445, 9-11); in proposito si veda Hel. 1, 1 e 8, 23. A fraate, Dem onstratio i l de ieiunio (Patr. Svr. 1, 97-136).

63 Qualche accenno al digiuno medicinale in adleuamentum, alim entum salutis (non è però da

alludere alla medicina spirituale e alla salvezza soprannaturale, come osserva E.

p. 265, n. 176) eli, 38-39. Un ’allusione ad un tema

p. 64), come quello

Hel. 8, 22 ieiunium esi infirmitatis escludere che qui si voglia anche

108,

d ’A l e ssan dr ia , paedag.

2,

1 (SCh

è

del digiuno, ma del "cibo filosofico”. T er t u l l ia ­ la prim a opera cristiana dedicata interamente

, anch’esso dibattuto nell'antichità (cf. Th. PlCHLER, Das Fasten

Dassmann, La sobria ebbrezza

, del digiuno nell'attività ginnica e agonistica, in Hel. 21, 79 ipse cibus ei (scii, athletae)

agonisticus datur.

18

INTRODUZIONE

cristiano dal peccato e lo riveste della grazia. Su questo punto le sue idee sono nette e vigorose: il digiuno assimila l’uomo a Cristo

che con il digiuno ha vinto il diavolo M, il digiuno è sostanza e rappresentazione del cielo, ristoro dell'anima, nutrimento dello spiri­ to, vita degli angeli6S; la creazione del mondo e la beatitudine del

paradiso terrestre coincisero con il digiuno, a causa

ciò il declino del mondo e comparve il peccato 66; il digiuno è un cibo spirituale che infonde vigore straordinario 67, è sacrificio di

riconciliazione68.

del cibo com in­

g) Valore storico

Relativamente alla pratica del digiuno quest’opera ha un valore storico quasi esclusivamente generico, nel senso, cioè, che vi trovia­ mo documentate le ragioni di fondo che animavano allora, e in seguito, la disciplina ecclesiastica su questa materia, a cui la Chiesa ha sempre attribuito una grande importanza in relazione al culto e all'ascesi. Scarso invece il valore documentario specifico; ma, da questo punto di vista, almeno Hel. 10, 34 69 è interessante, perché vi troviamo la prima attestazione in Occidente del digiuno quaresi­ male 70 — se si esclude la Lettera Festale del 340 di Atanasio datata da Roma 71 — e inoltre vi si precisa che a M ilano dal digiuno quaresimale era esclusa non solo la domenica, ma anche il sabato, secondo la disciplina d’Oriente, che non ha altri riscontri nella Chiesa occidentale. Si tratta di un particolare che conferma l’influen­ za degli usi orientali subita dalla Chiesa di Milano al tempo del pontificato dì Aussenzio, predecessore di A m brogio 72.

2. De Nabuthae

a) Data

Il problema della datazione del De Nabuthae non è stato definiti­ vamente risolto e l'incertezza degli indizi, nei quali gli studiosi hanno cercato qualche appoggio per formulare delle ipotesi, è tale che ' difficilmente si potrà andare oltre l’indicazione di un arco di tempo un p o’ più ampio di quello ipotizzato per il De Helia. Anche quella certa concordia sui termini estremi di tale periodo, comunemente

M Hel.

65 Ibid.,

67 Ibid., 7, 19-20.

Ibid., 4, 6-7.

1, 1.

3, 4.

68Ibid., 9, 31.

69 Cf. ibid., 10, 34 considera. Quadragesima totis praeter sabbatum et dom inicam ieiunatur diebus. 70 Cf. DAL 2, 2, c. 2142. 71 PG 26, 1413.

INTRODUZIONE

19

accettati, non si fonda su precisi e inconfutabili dati di fatto; è però ragionevole ritenere che il trattato sia stato composto dopo il 386 e prima del 395. In questo periodo di tempo si accentra l'interesse di Ambrogio per la storia di Naboth, come attestano diversi luoghi di opere certamente composte in questo p eriod o 73. Per una datazione tarda all’interno di questo decennio si sono

espressi

e Dudden79. Il loro orientamento poggia su un passo della biografia

di Ambrogio scritta da Paolino, in cui si parla dell’afflizione di

Ambrogio, negli ultim i anni di vita, per il diffondersi del vizio

dell’avidità 80. Recentemente questa indicazione non ha avuto seguito per la

labilità dell’argomentazione, mentre si è dato più credito all’opinione

di W ilbrand 81, fatta propria da McGuire 82, da Palanque 83 e dalla

Mara 84. Secondo questa ipotesi, il De Nabuthae va associato agli altri due trattati, il De Helia (387-390) e il De Tobia (dopo il 386), accostato «//Explanatio Ps. 1 (dopo il 386) e a//’Exameron (386-387), in quanto in tutte queste opere Ambrogio utilizza come fonte Basilio. Dunque anche il De Nabuthae andrebbe collocato nel periodo 386-390, negli anni dell’influenza basiliana. Penso che ci si debba

fermare a queste probabili considerazioni e che ogni ulteriore tentati­

i M a u rin i1A, Tillem ont15, B a llerin i16, Forster11, K elln er78

vo

di precisazione sarebbe senza solidi fondam enti8S.

b)

Caratteri generali

La questione se il De Nabuthae sia composto da sermoni, come il De Helia e il De Tobia, ha avuto una risposta solo genericamente positiva. Un fatto è sicuro: nell’opera mancano quei chiari indizi

73Tutti questi luoghi

sono schem aticam ente

elencati d a V.R. VASEY, The

Social

Ideas

,

p. 22.

74 Cf. PL 14, 765-766.

 

75 T il l e m

o n t , Mémoires

,

X ,

293.

76 P.A. B a l l e r in i , S. Am brosii opera omnia, I, Mediolani 1975, p. 724.

 

77 Th. FORSTER, Ambrosius Bischof von M ailand Eine Darstellung seines

lebens

und Wirkens, Halle 1884, p. 95.

78 J. KELLNER, D er hi. Ambrosius, Bischof von Mailand, als Erklarer des Alten

Testamentes, Regensburg 1893, p. 122.

79 F.H. Dudden , The life and times o

80 P a o l in o , uita Am brosii 41

f St. Ambrose, II, O x fo rd

p.

106).

( B a s t ia e n s e n ,

1935, pp .

585 s.

81 W. W ilb r a n d , Zu r C hronologie einiger Schriften des hi. Ambrosius, «H ist.

Jahrbuch», 41 (1921), p. 19, che riprende e sviluppa un’opinione di M. IHM, Studia

Ambrosiana, Leipzig 1889, pp. 19 s.

82 M . M c G uir e , S. Am brosii de Nabuthae. A Commentary with an Introduction

and Translation, Washington 1927, p. 3.

83 P a l a n q u e , Saint Ambroise

,

p.

528, che tuttavia osserva : «q u an t au De Nabu­

thae, il

84 M .G . M ara , Ambrogio. La storia di Naboth, L’A q u ila 1975, pp . 10 s.; si v edan o

anche A. P ar ed i , S. Am brogio e la sua età, M ilan o I9602, p. 543;

dimensione spirituale della proprietà nel De Nabuthae Jezraelita di Am brogio, N ap o li

La

ne

com p orte aucun critère ch ro n o lo g iq u e ».

A.

P o r to l a n o ,

1973, pp. 98-106.

85 V a s e y , The Social Ideas

,

pp .

22 s.,

p en sa

a l

389 con

P a l a n q u e ,

Saint

Am ­

20

INTRODUZIONE

che rivelano nelle altre due l’origine oratoria. Tuttavia fra gli studiosi

è diffusa l'opinione che in questo trattato sarebbe utilizzato un

materiale proveniente da serm oni86. Sarebbe anche questa un’opera per la quale Ambrogio ha fatto uso di registrazioni tachigrafiche di

sarebbe stato profondamente rielaborato

e riformulato in modo che la prima impressione che il lettore ne

ricava è quella di trovarsi di fronte ad un’opera scritta a tavolino.

Dal punto di vista letterario 88 vi troviamo infatti le m igliori pagine

di Ambrogio scrittore, sia per la chiarezza e il vigore del pensiero

che per il rilievo altamente drammatico dato ai sentimenti umani, oltre che per lo stile assai curato.

serm oni87. Tale materiale

Anche se non evidenti, troviamo però degli indizi che, considera­

ti

nel loro insieme, riconducono a ll’origine oratoria del trattato. Uno

di

questi è rintracciabile, come osserva Vasey89, nell’inizio. Il De

Nabuthae inizia ‘ex abrupto' senza un minimo dì proemio che solita­ mente introduce il lettore nell'argomento, anche quando si tratta di opere che evidentemente raccolgono dei sermoni. Per non andare lontano si vedano gli esordi del De Helia e del De Tobia. L'inizio del De Nabuthae sarebbe problematico, se non si presupponesse la lettura del passo biblico ove si narra la storia di Naboth (3 Reg 20[21]); più volte in altre opere Ambrogio si riferisce esplicitamente

alla lettura biblica proclamata prima della predica 90. Inoltre la vivacità dell'esposizione, l'assenza di riflessioni dottrinali, il ricorso agli aneddoti richiamano i caratteri dell'oratoria ambrosiana 91. Ma

vi è anche un indizio più preciso che ci rivela che nell'opera è

rimaneggiato materiale preesistente: una frattura tra la fine del § 60

2, p. V I, mettendo a confronto su questo prob lem a il

De Nabuthae con il De Helia, afferma: «in libello de Nabuthae non tam certa pristinae formae documenta insunt, sed ex tota eius dispositione, ex agendi ratione et elocutione eum ad sermones redire intellegitur». Della m edesima opinione

,

, ripresa e sviluppata da VASEY, The Social Ideas

p. 31, con delle considerazioni

che ritengo di dover condividere.

87 Sarebbe anche il caso deli'Apologia prophetae Dauid, secondo la tesi di E C lau s , La datation de l'Apologià prophetae Dauid et l'Apologià Dauid altera, in

, 88 P. DE L a b r io l l e , Saint Ambroise, Paris 1908, p. 259, trova nel De Nabuthae la ripresa dell'invettiva degli scrittori satirici e moralisti romani contro l'avidità. Il vigore espressivo di alcuni passi dell'opera è sottolineato da L. L e h an n e u r , Une page de saint Ambroise, in Mélange Boissier, Recueil de mémoires concernant la littérature et les antiquités romaines, Paris 1903, pp. 337-343.

Ambrosius Episcopus. Atti del Convegno Internazionale

p. 9; P o r to la n o , La dimensione spirituale pp. 46 s. L’ipotesi è stata recentemente

sono M c G u ir e , S. Am brosii de Nabuthae pp. 97 s. e M ara , La storia di Naboth

86 C. S c h e n k l , CSEL

32,

,

,

1, M ilano

1976, p. 176.

89 Vasey, The Social Ideas

,

p. 31.

90 A ccen n o

19; il De Tobia

solo a qu alch e

esem p io :

p e r

il

in izia p ro p rio con il rife rim e n to

De Helia

la n ota

alla lettu ra b ib lica; si ve d a anche,

si ved a

qui so p ra

La

datation

91 Le interiezioni, le apostrofi, le interrogazioni, la form a espositiva insistente­ mente colloquiale, la ripetizione di certi concetti accostano quest’opera ad altre sicuramente composte da sermoni. Penso che a questa tesi non si debba contrap­

, definitiva dell'opera prima della pubblicazione; non diversamente è accaduto per il primo libro del De Abraham, anch’esso composto da sermoni, che inizia con le parole Abraham lib ri huius titulus est (CSEL 32, 1, p. 501, 1).

porre l’espressione di Nab. 4, 18 hoc ideo scribo

che attesta solo la rielaborazione

a

p ro p o sito

d e ll’ Apologia Dauid altera, qu an to è

,

p. 176,

n ota

16.

stato

osservato

da

F. C laus,

INTRODUZIONE

21

e l'inizio del § 61. I §§ 61-69 contengono il commento del Salmo 75

(76), solo in parte, e faticosamente, connesso con il tema del trattato.

Nabuthae

È

stato osservato

che

la forma

letteraria del De

richiama fortemente quella della diatriba cinico-stoica 92. Vi ritrovia­ mo, infatti, i caratteri del genere filosofico popolare: costante riferi­ mento alla vita, concretizzazione e personificazione di concetti astrat­

ti, colorite descrizioni di situazioni, tenore colloquiale dell'esposizio­ ne, domande e obiezioni di interlocutori immaginari, esemplificazio­

ni, aneddoti, artifici retorici, quali i giochi di parole, per una facile

presa sull'uditorio. Ma se queste caratteristiche formali sono comuni alla predicazione ambrosiana in genere, per questo trattato è assai consistente l'influsso del pensiero etico cinico-stoico. Si pensi per esempio al concetto dell'uso comune cui sono destinati i beni della

terra.

c)

Contenuto

Il De Nabuthae non è un’opera esegetica, anche se più di altre penso al De Helia e al De Tobia — ha come punti dì riferimento un racconto e dei personaggi biblici. È piuttosto una trattazione su un tema importante per la catechesi cristiana: la ricchezza e i vizi

ad essa collegati l’avarizia, l'avidità, la sopraffazione.

La storia di Naboth è sempre attuale (1, 1: usu cottidiana), perché è emblematica di un comportamento che si ripete ogni giorno:

l'oppressione del povero da parte del ricco 9Ì. E già nel prim o para­ grafo pochi energici tratti bastano a dipingere tragiche, sconvolgenti immagini dell'universale devastazione provocata dall'avidità dei ric­

chi: il genere umano cacciato dalle sue terre, la migrazione come

un corteo funebre, la sofferenza più grave di un lutto di morte. Poi

l’enunciazione di un principio del diritto naturale 94, che contiene

il giudizio di Ambrogio sulla ricchezza e sulla proprietà.

Il ricco, in realtà, è povero, perché non è mai sazio di ricchezze (2, 4-9); è infelice, perché è invidioso della ricchezza altrui (2, 6-10).

Il ricco è irrazionale, anzi demente: il suo comportamento è dettato solo dall’istinto dell’avidità e non trova rispondenza nemmeno nel modo di vivere degli animali. Pur di possedere non tien conto della vita altrui ed egli stesso è disposto a soffrire la fame per accrescere

i suoi beni (3,11 - 4,18). Mentre il ricco sperpera nel lusso, il povero

è spinto dalla necessità a vendere un figlio per sfamare gli altri; la sofferenza e le incertezze del genitore sono descritte in una pagina

di intensa drammaticità e alto valore letterario: questa volta è il

povero che si trova in una situazione che non ha l’eguale nel mondo

92 J. Huhn, De Nabuthae. Des heiligen Kirchenvaters Ambrosius Warnung vor

der Habsucht und M ahnung zum Almosengeben, Freiburg

The Social Ideas

93A questa situazione sociale, in cui la sopraffazione del grande proprietario

ai danni del piccolo possidente è diventata consueta,

spesso nelle sue opere. Si vedano i riferimenti in Nab. 3, 11, nota 1. M Nab. 1,2 in com m une omnibus, diuitibus atque pauperibus, terra fundata est.

Am brogio accenna molto

1950, pp. 125-129; Vasey,

,

pp. 31-42.

22

INTRODUZIONE

degli animali. Inutilmente egli confida nell’umanità del ricco e tenta la via dell’implorazione: il ricco si preoccupa più del lusso sfarzoso delle proprie vesti e dei propri gioielli che delle disgrazie del povero (4, 19 - 6, 26). Eppure il possesso delle ricchezze non porta alcuna vera utilità; anzi, la parola stessa, ricco (dis/Dis), evoca il regno della morte, e la parabola evangelica del ricco epulone ammonisce non solo sull'inutilità delle ricchezze, ma invita a distribuire ai poveri i beni materiali per accumulare più validi e duraturi tesori spirituali (6, 27 - 8, 38). Da questa considerazione consegue l’esorta­ zione alla misericordia e alla generosità verso i poveri, l'invito a superare falsi pregiudizi95 e a ricordare la beatitudine evangelica (8, 38-40). Ma l’appello è inutile, perché il ricco è rapace e spietato nell’accumulare ricchezza, come Gezabele. Se non può soddisfare la passione, si rattrista. Allora ricorre al delitto, attirando su di sé la severa condanna divina (9, 41 - 11, 49). Non è possibile infatti nascondere le colpe a Dio. E meglio dunque dare le ricchezze ai poveri, restituendo ciò che è loro dovuto (12, 50-53).

ritiene d'essere superiore per i suoi titoli

nobiliari, per l'oro, per i beni che possiede; ma il lusso in cui vive

10 condanna di fronte al povero affamato. E intanto egli non è felice perché schiavo delle ricchezze: non sa usarle per acquistare i tesori della grazia; in realtà è un bisognoso, perché gli manca la luce di Dio (13, 54 -14, 62). Non ha la pace di Cristo, monta i cavalli delle passioni, che non sa tenere a freno, e cosi va incontro al giudizio divino (15, 63-65). È dunque ora che i ricchi si ravvedano, che facciano opere di misericordia, per evitare la fine di Achab (16, 66-69). Infine Ambrogio scioglie un'obiezione sulla morte di Achab (17, 70-73).

I l

ricco è superbo,

d)

La fonte

A parte la Sacra Scrittura, la fonte principale del De Nabuthae

sono due omelie di Basilio: in illud dictum, Destruam (PG 31, 261-277) e in diuites (ibid., 277-304).

È noto che in tema di originalità sono state rivolte ad Ambrogio

critiche anche aspre da coevi e da m oderni96. Per quanto riguarda 11 De Nabuthae si può dire che egli utilizza la fonte con grande libertà attingendo qua e là dall’una e dall'altra omelia senza altro ordine se non quello dettato da esigenze interne del proprio testo 91. Il materiale mutuato è meno consistente che in altre opere ed è stato profondamente rielaborato, tanto che, anche sotto questo aspet­ to, non affiorano indizi di improvvisazione 98. Si deve tener conto

95 Nab. 8, 40 sed fonasse dicas quod uulgo soletis dicere: non debemus donare ei cui deus ita maledixit, ut eum egere uellet.

p. 55, nota 1.

, (scil. libro) contaminatione

quadam

91Anche quando Am brogio cita la Sacra Scrittura sulla scia di Basilio, non attinge la citazione dalla fonte greca, ma dal proprio manoscritto della B ibbia

96 Per i riferimenti bibliografici si veda Vasey, The Social Ideas

97 Cf. C. Schenkl, CSEL

usus est.

32,

2,

p. X V IIII

in

hoc

INTRODUZIONE

23

inoltre che le impronte di Basilio non vanno oltre il § 59 e che i paragrafi seguenti, dedicati in massima parte al commento del Salmo 75, sono totalmente ambrosiani. Originale è anche la scelta di com­ mentare l’episodio di Naboth, che non ha veri e propri precedenti nella letteratura patristica sia latina che greca Bisogna però ammettere che l’influenza, anche se non rilevante in estensione, sembra essere stata incisiva sulle idee di fondo che guidano l’esposizione di Ambrogio. Voglio qui rammentare solo il concetto di consors naturae, che è a fondamento di diverse riflessio­ ni di Ambrogio e che si trova in Basilio 10°. Non sembra invece che la dipendenza sminuisca il valore storico dell’opera, che è considerata importante documento per delineare il quadro dei problemi economici e sociali dell’età di Ambrogio; anche perché è stato mostrato che da questo punto di vista non vi erano grandi differenze fra Cappadocia e Italia settentrionale 101.

e)

La proprietà dei ricchi

È a tutti nota la vivace discussione, protrattasi per lungo tempo, sulla questione della proprietà privata in Ambrogio. Nel dibattito, che in qualche caso ha varcato i lim iti dell'ambito strettamente scientifico e raggiunto i toni di aperta polemica 102, sono comparsi, non senza qualche forzatura, termini e concetti come ‘comuniSmo’

e ‘socialismo’ 103. Anche se la discussione comprende importanti passi di altre opere ambrosiane, il De Nabuthae è più direttamente coinvolto, perché espressamente dedicato ai temi della proprietà e della ricchez­ za. In questa sede mi limiterò ad alcune brevi osservazioni che tengono conto del dibattito trascorso, ma senza ripercorrerlo.

latina, come si è già detto a proposito del De Helia (cf. supra, nota 51). Per il De

Nabuthae si confronti, per esempio, il testo di L e 12, 17-19 in Nab. 6, 29 con BASILIO,

in illud, Destruam

, in illud, Destruam 1 (PG 31, 264 A): oùx èp.vf)ih] rrjt; xoivf|<; punto si veda, comunque, M. P o ir ie r , “Consors naturae” chez

2,

Milano 1976, pp. 325-335. 101 Cf. L. C ra c c o R u ggini, Econom ia e società n ell’Italia annonaria, M ila n o 1961,

pp. 14-16.

saint Ambroise, in Ambrosius Episcopus. Atti del Congresso internazionale

100Cf. B a s il io , cpuuEiot;. Su questo

1 e 5 (PG

31, 261 C

e 273 A).

” Su questo punto cf. Mara, La storia di Naboth

pp. 35-37.

,

102 Ricordiamo il polem ico articolo di C. Marchesi su «l'U n ità» del 12 aprile

1950 e la replica ne «L ’Osservatore Rom ano» del 14 aprile 1950 di P. Romano.

103A.O. LOVEJOY, The Com m unism o f St. Ambrose, «Journal o f thè History of Ideas», 3 (1942), pp. 458-468; G. SQUITIERI, I l preteso comuniSmo di S. Ambrogio,

Sarno 1946; S. Giet, La doctrine de l'appropriation des biens chez quelques-uns des

de communisme?, «R echSR », 37 (1948), pp. 55-91; S. C ala f a to ,

La proprietà privata in S. Ambrogio, Rom a 1958; A. BlEGELMAIER, Zu r frage des Sozialismus und Kom m unism us in Christentum der ersten drei Jahrhunderte, «Bei-

tràge zur Geschichte des christlichen Altertums und der byzantinischen Literatur».

N d o le la , Le communism e

originel dans le De officiis d'Ambroise de Milan, «Justice dans le m onde», 12 (1970), pp. 217-237. Per altra b ibliografia si veda E. F r a t t in i , Proprietà e ricchezza nel pensiero di Sant'Ambrogio, «Riv. Intern. di Filos. del Diritto», 39 (1962), p. 745, nota 2.

Festgabe A. Ehrhard, Amsterdam 1969, pp. 73-93; L.

pères. Peut-on parler

24

INTRODUZIONE

Innanzi tutto il problema va inquadrato attentamente nella situazione storica economica e sociale della fine del quarto secolo. Anche su questo argomento Ambrogio non si comporta come un teorico, ma come un pastore che osserva e prende spunto dalle realtà del suo tempo per formulare un adeguato insegnamento mora­ le. Ora la condanna di Ambrogio, indiscutibilmente chiara, è rivolta contro la grande proprietà, contro il latifondo improduttivo e inva­ dente che cacciava dalla campagna i piccoli proprietari spingendoli verso la città e la miseria. Da osservatore pragmatico, Ambrogio vede in quella proprietà la causa del dissesto economico e sociale, perciò la giudica non un diritto, ma un abuso. La condanna dunque

è diretta contro la proprietà dei ricchi e contro le loro pretese di

esclusività 104, non semplicemente e astrattamente contro la proprie­

105. Inoltre non solo le ragioni di ordine sociale, ma ancor più valutazioni morali sui vizi, che si accompagnano alla ricchezza,

rendono veemente e appassionata l’invettiva di Ambrogio. Contesto storico-culturale, temperie politica e sociale del nostro secolo hanno forse acceso l’interesse di alcuni studiosi per il prim o elemento dell’associazione proprietà-ricchezza, mentre Ambrogio, animato soprattutto da motivazioni morali e spirituali, era portato

a considerare più importante il secondo. Le conclusioni a cui egli

perviene non sono politiche e nemmeno sociali, ma evangeliche: i ricchi distribuiscano ai poveri le ricchezze materiali per acquistare quelle eterne.

f)

Esegesi biblica (interpretazione di 3 Reg 21 [20], 22-24)

Il De Nabuthae è più fortemente ispirato dal racconto biblico

e

più frequenti riferimenti ad esso contiene che non il De Helia e

il

De Tobia. Della storia di Naboth, Ambrogio fa un uso immediato,

perché l’insegnamento morale è già esplicito nel senso storico-lettera­ le della narrazione. Su questo piano si mantiene, in genere, anche l’utilizzazione delle numerose citazioni dell'A.T. e del N.T. sparse nell'opuscolo. Si distingue l’interpretazione del Salmo 75 (14, 61 -16, 69), che si pone ad un livello sovraletterale e si avvale anche dell’allegoria per trarre dal testo significati morali e spirituali. Spero di non divagare se ora mi attardo ad esaminare un singolo passo del trattato, la cui discussione potrebbe essere utile per illum i­ nare un angolo, sia pur ristretto, di quel vasto campo di indagine

che è il metodo esegetico di Ambrogio. In Nab. 17, 72 Ambrogio risponde ad un’obiezione che egli stesso aveva riferito in precedenza (17, 70). Achab si obiettava — , nono­ stante che avesse fatto penitenza per il suo peccato e D io avesse

promesso di non far ricadere su di luì la punizione, fu ucciso. Perciò,

o la penitenza non è efficace o D io non mantiene le promesse. La

104Cf. Nab.

105 Cf. D.

1, 2. G o r d in i, La proprietà secondo S. Ambrogio, «A m b r o s iu s » , 33 (1957),

INTRODUZIONE

25

risposta al dilemma, secondo Ambrogio, sta nella successiva narra­ zione di 3 Reg 21 (20), 22-41: Achab fu ucciso non per il delitto che aveva commesso contro Naboth, ma per essersi comportato da stolto ed aver disobbedito a D io in seguito 106, quando, dopo aver vinto e catturato il re di Siria, contravvenendo all'oracolo del profeta, rispar­ miò il re nemico e gli permise di tornare sul trono e di riprendere cosi la guerra contro Israele. Questa spiegazione è fedele, in sostanza, alla narrazione biblica. Ma è intorno alle citazioni di 3 Reg 21 (20), 22-24 che sorgono dei problem i testuali ed esegetici Sulla questione si è già espressa M.G. Mara 107con delle osserva­ zioni che in parte ora riprendo nel tentativo di proporre qualche ulteriore chiarimento. Da notare che per il testo della Vetus Latina di 3 Reg 21 (20), 22-24 non si conoscono altre testimonianze oltre quella di Ambro­ gio 108; bisognerà perciò tenere presente il testo dei Settanta da cui discende la Vetus Latina. Il prim o interrogativo sorge, come osserva la Mara 109, a proposi­ to di dixisset, che introduce la citazione di 3 Reg 21 (20), 23. Secondo

il testo originale e i Settanta, sono i servi del re di Siria che parlano,

perciò ci saremmo attesi dixissent (lezione attestata, ma in codici deteriori); invece pare proprio che nel testo di Ambrogio il soggetto sia il re di Siria, perciò si dovrà approvare dixisset. Segue la citazione: deus montium deus Istrahel et non deus Baal; ma al posto di et non deus Baal la lezione giusta dovrebbe essere et non deus uallium 110 dal greco xai où ùeòq xotXàSiov. Per i Settanta, che riproducono il senso originale, i servi del re di Siria, in previsione della ripresa della guerra contro Israele, danno al loro signore un suggerimento tattico che si basa su un giudizio abbastanza dispregia­

tivo sulla potenza del Dio d'Israele: poiché ii D io d’Israele è forte sui monti, ma non in pianura, si affronti l'esercito nemico in battaglia campale. Nel contesto ambrosiano il versetto ha tutt'altro significato. La frase come abbiamo appena detto è attribuita al re di Siria

e suona come un omaggio

dei m onti». Per questo riconoscimento il

secondo Ambrogio, l'aiuto divino. Ma d'onde viene l'espressione et non deus Baal? È da considerare testo biblico ? in. Una spiegazione

al D io d'Israele che è esaltato come «D io

re di Siria si guadagna,

106 Secondo la disposizione del testo nei Settanta e nella Vetus Latina, ché nell’originale e nella Vulgata i capitoli 20 e 21 sono disposti in ordine inverso, come indica il numero fra parentesi.

107 M ara, La storia di Naboth

101 P.

1721, ad loc.

,

pp . 40-45.

SABATIER, B ibliorum sacrorum Latinae uersiones antiquae seu Vetus Italica,

p. 41.

I 2, Parisiis

, 110Di questa lezione esistono forse altre attestazioni in Ambrogio: cf. infra nota 116.

109 M ara, La storia di Naboth

111 C. S c h e n k l , CSEL

,

32, 2,

p. 505,

10 e

, parere opposto è M c G uir e , S. Am brosii

pp. 41 s.

M a r a ,

La

storia

di Naboth

escludono che si tratti di testo biblico; di

de Nabuthae

da parte di Ambrogio, è impossibile per noi decidere con sicurezza se la frase è

pp. 1 s. In mancanza di una dichiarazione o di un esplicito segnale

da intendere come parafrasi am brosiana del testo biblico, oppure testo biblico

manipolato: vedremo che manipolazione c'è stata nei versetti successivi. Personal-

26

INTRODUZIONE

plausibile potrebbe essere questa: Ambrogio non ha colto l’autentico significato dei versetti biblici che aveva sotto gli occhi, ma vi ha intravvisto un senso che si prestava a sostenere il suo discorso sulla

lealtà di Dio verso Achab, perciò non ha esitato a sollecitare il testo biblico in quella direzione. Una spiegazione, che rivela quale indiriz­ zo abbia preso l’interpretazione del nostro Autore, è costituita dal­ l’espressione: monitus inquam erat eo quod Syriae regis pueris deberetur gratiae caelestis auxilium. Anche l’espressione et non deus Baal potrebbe essere una parafrasi con cui Ambrogio ha voluto chiarire la frase et non deus uallium che egli leggeva nel testo biblico e che nel contesto in cui andava inserita non pareva abba­

stanza perspicua. Indicando

antagonista del Dio d’Israele detto « Dio dei m onti», ha voluto tradur­ re una contrapposizione di simboli un po' enigmatica per il lettore in una più nota e concreta antitesi: Jahvè/Baal. Di seguito leggiamo: Propter hoc, inquit, obtinuerunt pro no­ bis. Seguendo i Settanta, dovremmo cosi intendere queste parole del re di Siria: proprio perché hanno potuto combattere su un terreno a loro favorevole, sui monti, gli Israeliti ci hanno sconfitti. In Ambrogio, invece, è ragionevole pensare che continui il discorso del re di Siria, che, cioè, il soggetto di inquit sia lo stesso di dixisset; lo fa pensare anche la concatenazione logica di propter hoc. «P er questo dice (il re di Siria) hanno vinto di fronte a n oi» (oppure:

«a l nostro posto» ÌU), proprio perché il Dio d'Israele è potente 113. La citazione del passo biblico prosegue: et ideo, inquit, si non plene obtinuerimus eos, in locum Syriae regis satrapas consti­ tue U4. Con questa frase riprende a parlare il profeta: la sua ammoni­ zione rivolta ad Achab era iniziata con due imperativi (l’autorità divina che si esprime nelle parole del profeta), cognosce et uide,

ed ora è continuata in modo imperativo (constituej. «Se non riuscire­

completamente» 115 — a motivo

mo dice (il profeta) a vincerli

dell’aiuto divino che la professione del re di Siria ha meritato agli Aramei «m etti al posto del re di Siria dei satrapi», perché vengano meno agli Aramei il valore e la forza che il re favorito da Dio infondeva loro 116. Le parole et ideo non hanno corrispondenza nei

con il nome di Baal il «d io delle valli»,

mente propendo per la prima ipotesi, ma non sarebbe rilevante per la spiegazione che sto per dare se fosse vera la seconda. 112 Non è facile intendere con precisione il grecismo obtinuerunt p ro nobis, di cui non sono registrati equivalenti esempi nel ThlL. 113 La M ara (pp. 41 e 44) pensa che il soggetto di inquit sia il profeta (Elia), che qui riprenderebbe l’ammonizione al re Achab iniziata poco sopra.

IH Da notare che si non obtinuerim us eos è una traduzione solo apparentem en­ te fedele della frase interrogativa eì p-ì) xpot-rauócronEv ìmèp auTouq. In più Ambrogio muta la connessione sintattica, subordinando si non obtinuerim us eos alla proposi­

zione seguente in locum

omessa da Am brogio xaì. t ò pfjua t o ù t o tcoit|0"ov. 115 La M ara (p. 41) interpreta diversamente. 116A questa mia interpretazione si potrebbe, forse, obiettare la difficoltà di riferire i due inquit a due soggetti diversi. A tal proposito bisogna osservare che in Am brogio inquit non è sentito come un verbo strutturalmente funzionale nella sintassi del discorso con uno specifico soggetto da identificare volta per volta, ma come uno stereotipo che ha la funzione di segnalare una citazione biblica.

che nel testo greco è separata da una frase intermedia

INTRODUZIONE

27

Settanta e sono state introdotte, per raccordare il discorso del profeta, da Ambrogio, il quale, però, ha voluto connotarle come testo biblico (come parole del profeta), facendole seguire da inquit, che il nostro Autore usa, secondo la regola, non per introdurre una citazione, ma frapposto alle parole citate. Verosimilmente anche piene è stato aggiunto da Ambrogio, e tuttavia bisognerà, di fatto, considerarlo come parte del testo biblico, perché ha la funzione di ritoccare il senso della citazione per adeguarla all'interpretazione dell’insieme. Per questa stessa ragione è stata rimaneggiata anche la frase successi­ va in locum Syriae regis satrapas constitue che non corrisponde alla versione greca. Non vi sono ragioni, a mio parere, per pensare che Ambrogio abbia consapevolmente rifiutato la giusta interpretazione, che avreb­ be potuto ben adeguarsi all'economia del suo discorso. Possiamo, invece, individuare due diverse cause che insieme lo hanno sviato:

una estrinseca, l'altra interiore. Innanzi tutto bisognerà chiedersi quale giudizio sulla struttura sintattica di 3 Reg 21 (29), 22-24 ha permesso ad Ambrogio di

ricollegare la frase et ideo, inquit

dal momento che vi è una notevole distanza fra quel spggetto e le parole che Ambrogio gli ha voluto attribuire. Io penso ad un’ipotesi che potrebbe gettare un po' di luce sull’intera questione. Al versetto 22 inizia l’ammonizione del profeta rivolta al re Achab; Ambrogio ha probabilmente inteso che tale discorso diretto continui fino a comprendere non solo tutto il v. 22 come è in realtà ma anche i vv. 23 e 24. Cosi anche le parole del re di Siria (deus montium propter hoc J sarebbero state intese come riferite non dall’agiografo cronista di 3 Reg, ma dal discorso che il profeta rivolge ad Achab. Questo particolare importante ci è svelato dal testo stesso di Ambro­ gio che alla dichiarazione del re di Siria premette monitus inquam , evidentemente « avvertito» dalle parole del profeta. La seconda causa è interiore, costituita da quella certa predispo­ sizione di Ambrogio a cogliere nella Scrittura i sensi sovraletterali, particolarmente in presenza di immagini bibliche che subito evocano nella mente dell’esegeta una preesistente interpretazione allegorica. Per Ambrogio, una di queste immagini, quasi un simbolo dal signifi­ cato inequivocabile, è data dall'antinomia monte/valle. Il monte rappresenta il polo positivo, la sublimità, la potenza di D io ed anche la santità e le virtù dell’uomo. La valle è il polo negativo, simboleggia il male, la lontananza da Dio, i vizi e il peccato dell'uomo ll7. Questa

con l'ammonizione del profeta,

117L’immagine monte/valle è evocata e commentata spesso da Am brogio: exp.

Lue. 3, 26 (C S EL 32, 4, p. 117, 26 s.) ille mente sublimis Esaias gloriam dei uidit,

quae uideretur in montibus, non in collibus ; ibid., 8, 39 (p. 409, 11 s . )

uertice possis eminere m eritorum ; deus enim m ontium et non deus uallium est, Abr. 1,2, 5 (C S E L 32, 1, p. 505, 17 ss.) ideoque non in uallibus, sed in m onte tabernaculum sibi locauit (scil. Abraham), quia deus m ontium est et non uallium-, expl. ps. 43 51

ut excelsorum

prim o

elegerat (scil. deus), nequaquam refutare cupiebat et saepe deuios et errantes tamen paterno quodam reuocare quaerebat affectu. Sed ubi ipsi auctorem proprium relique­ runt, sciens se deum m ontium esse, non uallium et regnum caelorum non a fastidienti-

(C S EL 64, p. 297, 8 ss.) sed ostendere

dignatus propositum, quod eos, quos

28

INTRODUZIONE

memoria esegetica si è imposta sul senso letterale autentico del­ l'espressione deus montium deus Istrahel et non deus uallium ed ha irrimediabilmente avviato un'interpretazione il cui coerente svi­ luppo ha richiesto che fossero forzate le successive difficoltà te­ stuali 118.

3. De Tobia

a)

Autenticità e data di composizione

In passato, a partite da Erasmo 119, non sono mancati avversari dell'autenticità del De Tobia. L’obiezione pareva fondata su una eccessiva elaborazione retorica del trattato ritenuta inconsueta per Ambrogio. Ma già i M a u rin i120 respinsero tale opinione e rivendica­ rono la paternità dell’opuscolo ad Ambrogio. Il contenuto e la struttu­ ra in generale dell’opera, appaiono chiaramente ambrosiani, e non mancano significativi parallelismi con luoghi di altre opere di Am­ brogio, come si dirà più oltre. La prova sicura dell'autenticità è data da Agostino che cita due passi del De Tobia 121. Quanto alla datazione si è data molta importanza alla menzione che Ambrogio fa degli Unni, che vennero a contatto con l’Impero negli anni 375-376 122. I M aurini pensarono, quindi, che il De Tobia dovesse essere fatto risalire al 377; dello stesso avviso è Forster 123 che, come Bardenhewer 124, cerca un sostegno anche nello stile fiorito dell’opera per collocarla agli inizi dell’episcopato di Ambrogio. A sostegno di quest’opinione ci si è appellati all'epistola di Ambrogio a Vigilio 125, neoeletto vescovo di Trento, nella quale ritroviamo idee ed espressioni in tema d'usura assai simili a quelle che ricorrono nel De Tobia 126: si è pensato che la lettera databile intorno al

bus, sed a cogentibus diripi, paulatim conversus ad gentes est; exp. ps. 118 6, 7 (CSEL

62, p.

112, 6 ss.)

et aduenit non super terrena, non super ualles, sed aduenit saliens

super

montes! Deus enim m ontium est, non uallium', epist. 12 (30), 2 (CSEL 82, 1,

p. 93, 31 ss.) ergo sancti ascendunt ad dom inum , flagitiosi ad uitia descendunt, sancti

in montibus, crim inosi in uallibus; deus

verità, in tutti questi luoghi gli editori, senza eccezione, rinviano a 3 Reg 21 (20), 28; ma, a m io parere, potrebbe anche trattarsi di 3 Reg 21 (20), 23, dove i Settanta, come ho detto sopra, hanno xaì. où deòq xoiXàSuv.

enim m ontium est et non deus uallium. In

118 Per questo commento a Nab. 17, 72 mi sono stati preziosi i suggerimenti

di L. E Pizzolato, che vivamente ringrazio.

119 Erasmo fu editore degli Opera om nia di Ambrogio, Basilea

1527.

120 Cf. PL 14, 793-794 e T h . FORSTER, Ambrosius Bischof

,

p.

98.

121 A g o s t in o , c. Iui. Pelag. 1, 3, 30 idem ipse in expositione

libri Tobiae: «quis

iste» inquit « peccati est faenerator, nisi diabolus, a quo Eua mutuata peccatum,

obnoxiae successionis usuris om ne genus defaenerauit hum anum » (Tob. 9, 33). Rursus

in eodem: «D iabolus» inquit tatem» (Tob. 22, 88).

«E u a m decepit, ut supplantaret uirum, obligaret haeredi-

122

Secondo la testimonianza di A m m ia n o

M a r c e l u n o , 31,

1-4.

123

FORSTER, Ambrosius Bischof

,

p. 87.

124

O. B a r d e n h ew e r , Geschichte der

altkirchlichen Literatur, III, Freiburg 19232,

p. 515.

125

Epist. 19 (PL 16, 1024-1025).

INTRODUZIONE

29

385 127— dovesse riflettere un insegnamento già impartito dal Vesco­

vo di Milano alla propria Chiesa e che, pertanto, il De Tobia fosse

stato composto precedentemente. Altri studiosi (Ihm, Schenkl, Wil- brand, Palanque 128j hanno, al contrario, ritenuto che l'epistola debba essere considerata terminus post quem proprio perché non vi è nominato il trattato. Zucker distanzia notevolmente le due parti del trattato (§§ 1-45. e §§ 46-93), collocando la composizione della prima negli anni 376-380 129 e assai più tardi ma senza precisare la

seconda 13°. L'opinione di M. Giaccherò nell'ampio saggio premesso alla

sua edizione del De Tobia 131 — è che i sermoni contenuti nell’opera

di Ambrogio e l’epistola a Vigilio siano contemporanei, ma fra la

redazione della prima e della seconda parte del De Tobia sarebbero trascorsi alcuni anni, un tempo che spiegherebbe le diversità che si notano fra le due parti, di stile e di contenuto. Il terminus ante quem potrebbe essere il 389, se si accetta come significativo l'accosta­ mento fatto da Wilbrand 132 di Tob. 20, 73 e exp. Lue. 10, 115.

I sermoni contenuti nel De Tobia, a mio parere, furono pronun­ ciati senza altro intervallo fra loro che quello indicato da Ambrogio, che nel corso del secondo sermone 133 dice che il prim o era stato tenuto due giorni prima 134. Quanto alla definitiva stesura non è verosimile pensare che un'opera cosi breve sia stata redatta in due momenti diversi a distanza di anni. È vero che si nota un certo scarto di stile e, in generale, di impostazione fra le due parti, ma si può credere che Ambrogio fosse perfettamente in grado di trattare un tema sotto vari aspetti; e secondo la scuola catechetica antica e non solo antica questi sono sostanzialmente due: l'uno pragmatico, l’altro spirituale. Dato che la predicazione di Ambrogio si alimenta abbondantemente di esegesi, non deve meravigliare che egli sia passato da un livello ermeneutico storico-letterale ad uno allegorico e spirituale, secondo l'indirizzo programmato. Lo stile ovviamente era influenzato dall’orientamento prescelto. Del resto le opere di Ambrogio che presentano questo tipo di composizione sono diverse. Anche nel De Nabuthae abbiamo notato che la parte dedica­

ta all’interpretazione del Salmo 75 si distingue dal resto dell'opera

e lo stesso si può dire per Hel. 19, 69 - 20, 76 per non parlare del

Maurini e da M. GIACCHERÒ, Am brosii de Tobia. Saggio introduttivo, traduzione con testo a fronte, Genova 1965, p. 12, nota 3. Ne lla stessa epistola (ibid., 3 [102 5 ]) vi è anche l'esortazione a dare la giusta ricompensa all’operaio (cf. Tob. 24, 91 s.).

127 Cf. P a l a n q u e , Saint Ambroise

Ambrosiana,

128 M .

I h m ,

Studia

,

pp . 473

e

511.

«J ah rb u c h e r

ftìr

classische

Ph ilo lo g ie »,

17,

Supp l., Le ipz ig 1890, pp .

19-20; C.

S c h e n k l , C S E L

32, 2, p. X IIII ;

W.

W il b r a n d , Zu r

Chronologie einiger Schrìften des hi. Ambrosius, « H istorisch es J ah rbu ch », 41 (1921),

, 129 L .M . Z u c k e r , S. Am brosii de Tobia. A Commentary, with Translation, Washington 1933, p. 5.

pp. 17-19; P a l a n q u e , Saint Ambroise

p. 528.

an Introduction and

130Ibid., p. 3. 131 GIACCHERÒ, Am brosii de Tobia pp. 12-15.

,

, 133 Sul num ero di sermoni si tornerà più avanti. 134 Cf. Tob. 23, 88 cum ante hoc biduum tractatus noster affectum.

132 WILBRAND, Z u r Chronologie

pp .

18 s.

eorum

compunxisse

30

INTRODUZIONE

De Abraham, dove la diversità fra il prim o e il secondo libro è netta

e dichiarata dall'Autore. In mancanza di altri elementi per fissarne la data, prima di

affidarsi a valutazioni sullo stile bisognerebbe tenere conto dei lega­

mi che uniscono quest'opera al De Helia e al De Nabuthae. Rammen­

to, in particolare, l'episodio della vendita dei figli che ricorre in

Nab. 5, 21 (= Tob. 8, 29) e una riflessione sul concetto di consors naturae in Nab. 1, 2 (= Tob. 14, 48 135J. Ovviamente il confronto non

fornisce alcuna prova precisa, ma rende ancor più probabile l’opinio­

ne già diffusa che la composizione del De Tobia sia da collocare

nel periodo 385-389. Questo convincimento è ora confortato da un elemento nuovo che ritengo meritevole di attenzione, anche se non risolutivo, data

l'incertezza dei termini correlati. S. G ie t 136 ha mostrato che la singo­ lare lezione et tristi di Iudic 14, 14, commentata da Ambrogio in

Tob. 15, 53 137, è stata tratta da un luogo corrotto dell'omelia

Basilio che il nostro Autore utilizza come fonte per questa sua opera.

Ma Giet non ha notato che la stessa lezione, allo stesso modo difesa,

si ritrova in Hel. 11, 39 138. È ragionevole pensare che in questo

secondo caso Ambrogio sia stato influenzato dalla reminiscenza della

trascorsa, ma non remota, utilizzazione di quel luogo basiliano. Il De Tobia, dunque, sarebbe stato composto non molto tempo prima del De Helia. Pure significativo potrebbe essere il fatto che anche nella ricordata epistola a Vigilio, che è cronologicamente vicina al De Tobia, è citato Iudic 14, 14, ma senza alcun cenno alla lezione et tristi139, il che fa pensare che Ambrogio non avesse ancora utilizzato, per il De Tobia, l'omelia basiliana.

di

b)

Struttura

La divisione del trattato in due parti di ampiezza pressappoco

uguale, di cui la prima termina con il §45 e la seconda inizia al

§ 46, è comunemente condivisa. Ma le opinioni divergono sul nume­

ro di sermoni che vi sono raccolti. In Tob. 23, 88 Ambrogio accenna

all'irritazione che il suo sermone di due giorni prima aveva provoca­

to in alcuni uditori H0. Ora Zucker 141 ritiene che le due parti del

135 Si veda in proposito B. M aes, La lo i naturelle selon Ambroise de Milan, Rom a 1967, pp. 24-25, dove questi luoghi di Tob. e Nab. sono accostati ad altri passi dell’expl. ps. 61 e del De officiis, composti nello stesso periodo di tempo

(387-389?).

136 S. G ie t , De saint Basile à saint Ambroise. La condamnation du prèt à intérèt au IV ‘ siècle, «R e ch SR » 33, 1944, pp. 116-118.

137 «

de

forte et tristi exiuit dulce». Graecus

veda anche la mia nota ad loc.

«e t tristi» habet; sic inuenimus. Si

138«

de

forte dulce». A lii habent: «e t de tristi dulce». Graeci codices maxime.

139 A m b rogio, epist. 19, 15 (PL 16, 1029 A ). Ringrazio M ichaela Zelzer per avermi confermato che la citazione di Iudic 14, 14 in PL 16 è corrotta: è caduta la parola dulce dopo processit. 140Loc. cit. in nota 133.

141 ZUCKER, S. Am brosii de Tobia

,

pp. 6 s.

INTRODUZIONE

31

trattato corrispondano a due sermoni, ma dubita che Ambrogio, in Tob. 23, 88, si riferisca al prim o sermone di questo trattato, perché giudica improbabile un cosi breve intervallo di tempo fra i due sermoni, a motivo della diversità di stile e di metodo espositivo. Perciò egli pensa che il nostro Autore si sia riferito ad un discorso tenuto due giorni prima non pervenutoci. M. Giaccherò, invece, distingue nella seconda parte due sermoni identificando il punto di congiunzione nell'inizio del § 67. Con le parole cognouimus faenus legitimum, cognoscamus et pignus inizierebbe un nuovo sermone;

perciò l’espressione di Tob. 23, 88 si riferirebbe non al prim o sermone contenuto nel trattato, ma al prim o della seconda parte 142. Questi ragionamenti m uovono dalla presunta necessità di sepa­ rare cronologicamente la prima parte dalla seconda. A mio avviso ripeto la struttura dell’opera è quella più ovvia: alle due parti corrispondono due sermoni pronunciati a distanza di due g io rn i143. Quella certa differenza di stile e di metodo espositivo, su cui si è insistito in passato, non ha altra spiegazione che non sia la volontà di Ambrogio di trattare il tema dell'usura sul piano pragmatico e sociale nel prim o sermone, nel secondo, invece, a livello spirituale

e mistico. All'impostazione del prim o sermone conviene un'esposizio­

ne colorita e vivacizzata dalle apostrofi e dalle invettive contro i faeneratores, carica di ornamenti retorici, ricca di esemplificazioni

e di concreti riferimenti alla vita; nel secondo sermone la trattazione

è più meditata, tocca i grandi temi della spiritualità e dell'ascetica

cristiane e comprende anche qualche accenno più strettamente dot­ trinale. Il continuo influsso della fonte nel prim o sermone e soprat­ tutto i particolari destinatari come vedremo del secondo sermo­ ne contribuiscono a caratterizzare diversamente le due parti del trattato. Ma vi è anche un più concreto elemento che sconsiglia di introdurre un’ulteriore divisione fra i §§ 66 e 67. In quel punto infatti, anche se vi si annuncia il passaggio dal tema del faenus spirituale a quello del pignus spirituale, in realtà il più fondamentale discorso ambrosiano sull'interpretazione spirituale della Legge mo- saica in materia di prestiti ad interesse e di pegni non subisce alcuna pausa, quanto meno fino al termine del § 69. Quel certo stacco dell’inizio di § 67 (cognouimus faenus legitimum, cognoscamus et pignusj ben lungi dall'essere l'inizio di un nuovo sermone è un richiamo ad un precedente luogo ove Ambrogio aveva iniziato l'espo­ sizione spirituale su faenus e pignus e annunciato che avrebbe trattato prima del faenus e poi del pignus 144 Il trattato inizia con un'introduzione che succintamente presenta la figura di Tobia (§§ 1-6): potrebbe trattarsi dell'autentico inizio del prim o sermone, non di un’introduzione redazionale. Il secondo ser­

142 G ia c ch e r ò , Am brosii de Tobia

,

p.

14.

re sto l'esp res sion e citata in nota 134 che riv e la l’irritazione d i a lcun i

uditori, si adatta assai bene p ro p rio al prim o serm one, dove la polem ica contro

i faeneratores è m olto piccante.

144 Tob. 18, 59 tempus est plenius et expressius disputare et docere quid faeneran-

143 D el

dum

causam.

et quibus

legis statuta praescribant; praecedit enim

faenoris causa pignoris

32

INTRODUZIONE

mone doveva concludersi con la fine del § 90.1 tre seguenti paragrafi sembrano un'aggiunta redazionale: vi ricompare la figura di Tobia,

di cui non si era più parlato dopo l’introduzione e vi è contenuta

l'esortazione a pagare il salario dell’operaio.

c)

Polemica antigiudaica

Vi è un'ampia sezione del trattato (§§ 57-70) che rimarrebbe un p o' enigmatica in diversi punti se non si comprendesse chi sono

esattamente i destinatari del discorso. Per chiarire alcuni luoghi, infatti, non è sufficiente pensare che gli interlocutori siano gli uditori presenti e nemmeno gli usurai in genere. In Tob. 17, 57 si parla del

m orm orio contro la

predica del Vescovo da parte di faeneratores

che difendono il loro diritto a trattenere i pegni dei loro debitori

appellandosi alla Legge mosaica: Aiunt enim: «Scriptum in Deute­

ronomio

(Deut 24, 17 [19])». Chi sono costoro che

Ambrogio immagina cosi pronti a cavillare sulle disposizioni del Deuteronomio in materia di prestiti? Pare subito probabile che Ambrogio riferisca una reale, o comunque plausibile, obiezione di faeneratores ebrei; perciò sarà bene, penso, tener presente questa

ipotesi ogni volta che in questa parte del trattato è necessario chieder­

si con chi polemizza il Vescovo predicatore. Proprio per togliere a

queste persone ogni possibilità di giustificazione 14S, più oltre Ambro­ gio decide di chiarire il vero significato quello mistico-spirituale delle disposizioni giudaiche. Ora, l'esposizione spirituale sul fae- nus ha una venatura antigiudaica, quando si ricorda che il popolo ebreo infedele è stato sostituito dal popolo pagano divenuto credente,

che la Chiesa è diventata maestra della Sinagoga, quando Ambrogio rivolta contro i Giudei le parole che il salmista (Ps 113 [114], 13 s.) aveva indirizzato agli idoli pagani, quando rammenta che quel popo­

(Deut 24, 10-13 [12-15]). Et alibi, inquiunt, scriptum est

(Deut 24, 6 [8]). Et alibi

lo

ha respinto Cristo, l'autore della vera ricchezza che è la parola

di

Dio 146.

In

senso mistico,

dunque,

il

popolo ebreo non è più

faenerator, ma debitor 147, il depositario della ricchezza spirituale

è ora «il popolo delle nazioni»: uno straniero ha preso il posto dell’eletto. La riflessione sul tema del prestito spirituale giunge cosi

al punto cruciale della controversia teologica fra cristianesimo e

giudaismo: Ambrogio sembra voler segnalare questo esito con la

si fa riferimento a

interlocutori, ma nel § 70 più direttamente si allude agli usurai

ebrei149.

citazione di Rom 10, 4 148. Nei §§ 67-69 non

145 Cf. ibid. ac ne pari recrudescant modo

18, 64.

147

148 Ibid., 19, 66.

149Ibid., 20, 70

146

Ibid.,

Ibid., 19,

65 qui inuehebar in faeneratores, iam prouoco debitorem.

faeneratores,

aduersus patrum

sententia

uos paternae

uestrorum

non possitis uenire

censitionis his adstringit. Un ampio studio

sulla presenza degli Ebrei nelle città cisalpine, sui conflitti con la Chiesa, sulle

professionem

INTRODUZIONE

33

d)

La fonte

Per il De Tobia Ambrogio attinge alla seconda omelia di Basilio sul Salmo 14 (contra faeneratores 150J; ma solo nella prima parte le tracce della fonte greca sono numerose e consistenti, nella seconda parte sono rare, senza carattere di continuità. Il metodo usato dal nostro Autore è pressappoco quello descritto per i due precedenti trattati. Ambrogio non riproduce il modello, perché conserva autono­ mia di pensiero e, in ogni caso, di organizzazione delle idee. Un esame dettagliato delle impronte basiliane è stato fatto da M. Giac­ cherò ,S1.

4. Questa edizione

Il testo delle tre opere contenute in questo volume dipende dall’edizione critica di C. Schenkl (CSEL 32, 2, Vienna 1897, pp. 409-573), ma non ne è una semplice riproduzione. L’edizione vienne­ se denuncia la sua vecchia data. Non solo presenta difetti in singoli luoghi, ma è stata condotta con criteri filologici per alcuni aspetti superati. L’odierna critica testuale, per esempio, considererebbe sor­ prendente il giudizio espresso nella Praefatio, p. XXXXV, a proposito di due passi del De Tobia. L’editore, dopo aver segnalato la fondamen­ tale importanza del codice P per la costituzione del testo, riconosce giustamente anche a V «aliquantum auctoritatis», perché indipen­ dente da P; ma poi respinge come non genuine due frasi attestate da V e omesse da P per evidente «saut du mème au méme» 152, adducendo ragioni metodologicamente improponibili. A titolo di merito va però riconosciuto che l’edizione di Schenkl, pur essendo basata su un ristretto numero di mss. come era inevitabile in quel tempo —, non è stata, in sostanza, smentita dalla pur utile collazione di altri codici fatta recentemente da M.G. Mara per il De Nabuthae 153 e da S. Zincone per il De Helia 1S4. Si può dire che è stata più fruttuosa la ridiscussione dei dati offerti da Schenkl che non l’aggiunta di nuove testimonianze. La presente edizione contiene, perciò, un buon numero di novi­ tà. Innanzi tutto sono stati vagliati tutti i contributi nel frattempo

loro attività è stato fatto da L. C racco Ruggini, Ebrei e orientali nell'Italia Settentrio­ nale fra IV e V I secolo d.C., «S tud ia et documenta historiae et iuris», 25 (1959), pp. 186-307. La Cracco Ruggini non condivide l’opinione diffusa secondo la quale le attività prevalenti degli Ebrei erano quelle del commercio e del prestito ad interesse (ibid., p. 231), m a il sermone di Am brogio sem bra confermarla per quanto riguarda l’attività feneratizia. 150PG 29, 263-280.

34

INTRODUZIONE

pubblicati da diversi studiosi in varie forme: nelle edizioni155seguite

a quella del CSEL, in alcuni

aggiungono apporti originali di questa edizione rivelatisi necessari in seguito alla rilettura critica dei testi. È stato anche ricollazionato il codice P per tutte e tre le opere e il codice G per il De Helia, perché era sorto il sospetto poi confermato che Schenkl fosse incorso in qualche svista nella lettura dei due importanti testimoni. Tutte le varianti testuali che differenziano questa edizione da quella di Schenkl, sono elencate più oltre nella «N ota al testo latino», segnalate e attribuite nell'apparato critico, giustificate, ove occorreva,

nelle note. Rettifiche e integrazioni, rispetto alle precedenti edizioni, sono contenute nell'apparato delle fonti bibliche 158 e, per quanto riguarda

i riferimenti ad autori antichi compreso Basilio, nelle note. È stata rispettata la paragrafazione tradizionale, anche se talvol­ ta non è parsa felice. Diversi ritocchi ha subito la punteggiatura di Schenkl, mentre l’ortografia è rimasta pressoché invariata. L’apparato critico è assai succinto: si limita a fornire le «uariae lectiones» in quei luoghi che appaiono problematici e ad attribuire congetture ed emendazioni ai loro autori. La traduzione è stata condotta in modo autonomo, anche se spesso, particolarmente per i passi più difficili, ho controllato le diverse versioni esistenti. Per la traduzione delle citazioni bibliche

a rtico li 156 e recensioni ,57. A questi si

riproduce il testo di Schenkl, ma contiene

numerose correzioni e integrazioni dei riferimenti biblici, emenda alcuni errori

tipografici (pp. 1-3) e riconosce alcuni echi di autori antichi non segnalati (pp.

, introduce precisazioni riguardo alle citazioni bibliche, corregge sviste tipografiche

e ritocca qua e là la punteggiatura. Per il De Nabuthae esiste inoltre una recente

, mss. non considerati da Schenkl; le novità testuali — alcune assai pregevoli — sono elencate dalla M ara alle pp. 50-51. Per il De Tobia abbiam o due edizioni che

ripropongono il testo di Schenkl: ZUCKER, S. Am brosii de Tobia

precisazioni e integrazioni dei riferimenti alle fonti bibliche e a Basilio (pp. 11-12);

, 156 H. D re s s le r, A Note on thè De Nabuthae o f St. Ambrose, «Traditio», 5 (1947), pp. 311 s.: integra la lista dei passi di Basilio riconosciuti come fonte del De Nabuthae da M cGuire. S. Zincone, Alcune osservazioni sul testo del De Helia et ieiunio di Ambrogio, «Augustinianum », 16 (1976), pp. 337-351: sulla base di alcuni mss. vaticani e laurenziani sono riesaminati ed emendati diversi luoghi del De Helia edito da Schenkl. A. E n g e lb r e c h t, Philologisches aus Augustinus und Am bro­

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(uitis agrestis grumulis

M useum », 64 (1909), pp. 328 s. 157 C. Weyman, recens, all'edizione del De Nabuthae di M cGuire in «Philol. Wochenschr.», 48 (1928), cc. 986-988; I d ., recens, all’edizione del De Helia et ieiunio della Buck in «Philol. Wochenschr.», 50 (1930), cc. 872-876; D. Fogazza, recens, all'edizione del De Nabuthae della M ara in «Riv. di Filol.», 106 (1978), pp. 460 ss.; V. Tandoi, recens, alla medesima edizione in «Atene e Rom a», 25 (1980), pp. 92 ss. 158 In Hel. 20, 75 l’identificazione della citazione di Eccle 10, 4 mi ha permesso di difendere la lezione tràdita e di non tener conto dell'inutile emendazione avanzata da Schenkl sulla scorta di codici deteriori.

Giaccherò, Am brosii de Tobia

edizione critica: Mara, La storia di Naboth

riproduce il testo di Schenkl, ma

155 Buck, S. Am brosii de Helia

9-12); M cGuire, S. Am brosii de

Nabuthae

per la quale sono stati utilizzati alcuni

,

che contiene

con alcune variazioni elencate a p. 83.

);

sullo stesso passo C. W eym an, Zu Ambrosius, «Rheinisches

INTRODUZIONE

35

ho tenuto conto innanzi tutto del contesto ambrosiano in cui sono inserite. Non resta che ringraziare tutti coloro che mi hanno aiutato in questo lavoro. Particolarmente: il Prof. Alessandro Spadoni per i suoi precisi suggerimenti, Mons. Inos Biffi e quanti hanno collabora­ to con lui alla revisione; infine voglio ricordare l'impegno e l’acribia dei redattori di Città Nuova.

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SIGLE DEI CODICI

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G

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H

Harleianus 6509, fine

sec. IX .

De Nabuthae

3

39

P

Id . ( Pa risinus 1732).

 

R

R

em en sis 229, sec. IX .

B

L ond in ien s is m u se i Brit. Add. M s.

18332, sec. IX .

V

Vaticanus Latinus 5760, sec. I X 2.

D

e Tobia

P

Id. ( Pa risinu s 1732).

 

V

Vaticanus Palatinus 290, sec. I X 1.

SEGNI DIACRITICI CONVENZIONALI

(

)

le

p a ro le

in c lu s e

n e g li

u n c in i

s o n o

a g g iu n te

d a ll’ed ito re .

[

]

le

p aro le

incluse

nelle

parentesi q u a d re son o espunte.

* * *

lacuna.

 

* Sono indicati solo i codici menzionati nell’apparato con sigle corrispondenti

a quelle dell’edizione di Schenkl. Per quanto riguarda la datazione, G e R (Remensis 229) conservano quella proposta da Schenkl, mentre per gli altri codici è stata

attinta dai seguenti studi: E.A. Low e,

Apostolicae Vaticanae

337-342 (cod. R: Vat. Reg. 140); G. Pozzi, Riflessioni intorno allo stemma dei codici del "De. mysteriis” e del "De sacramentis " di S. Am brogio, in « IM U » , 2 (1959), p. 59

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è stata cortesemente suggerita da M irella Ferrari, che vivamente ringrazio.

CLA 5, 534 (cod. P); A. WlLMART, Bibliothecae

codices Reginenses Latini, Città del Vaticano 1937, pp.

NOTA AL TESTO LATINO

 

E len ch iam o

le

varianti

di

questa

edizione

(p rim a

d ella

parentesi

q u a d r a )

risp e tto

a lle

le zion i d e l testo

ed ito

d a

C.

S c h e n k l ,

C S E L

32,

2