Sei sulla pagina 1di 196

SERMONI FAMILIARI

di S. CARLO BORROMEO Cardinale di S.ta Prassede e Arcivescovo di Milano fatti alle Monache dette ANGELICHE dellinsigne Monastero di S.Paolo in Milano. 1577 - 1584

in copertina: Ambrogio Figini Ritratto di San Carlo Borromeo Pinacoteca Ambrosiana Milano

Breve Introduzione
In un simpatico, casuale incontro del Cardinale Dionigi Tettamanzi, arcivescovo della Diocesi milanese, con alcune Angeliche per le vie della citt, dopo uno scambio affettuoso di saluti, lEm.mo Porporato manifest alle presenti il desiderio di avere una copia dei famosi Sermoni di San Carlo redatti in lingua moderna, purtroppo ancor oggi in attesa di unedizione aaccurata. Ci voleva davvero un espresso e paterno invito dellArcivescovo di Milano, perch le Angeliche ponessero nalmente mano ad una stesura, se non perfetta, pi moderna - nel linguaggio e nello stile - della raccolta di Sermoni che san Carlo Borromeo teneva familiarmente alle loro antiche consorelle del Monastero di san Paolo Converso nel lontano 500. Lo stimolo per tale lavoro si presentato pi che mai propizio proprio nel corso dellanno 2010-2011, anno solenne per la Diocesi milanese, celebrativo del IV Centenario della Canonizzazione del Santo i cui festeggiamenti, tuttora in corso, vedranno la loro conclusione il prossimo novembre 2011. La storia, il contenuto di alto valore spirituale di questa antica raccolta, fatta con sviscerato amore da unAngelica di quel tempo, minuziosamente presentato da S. Ecc.za Mons. Sergio Pagano, Vescovo Barnabita e Prefetto dellArchivio Segreto Vaticano che con paterna indulgenza ha accondisceso al desiderio della sottoscritta, fornendo un sollecito contributo con vari preziosi consigli per una visione globale pi accurata del lavoro fatto, in attesa che - in un prossimo futuro - qualche consorella Angelica abbia a rielaborare il tutto per una edizione critica pi completa. Si vuol mettere cos a conoscenza dei lettori che la presente raccolta dei Sermoni non ha alcuna pretesa letteraria o critica, ma semplicemente la volont di assecondare il prolungato desiderio sia di consorelle, come di altre persone che condividono la nostra spiritualit.

Si vorrebbe anche porre in risalto che lo scopo principale di questo lavoro, stato quello di suscitare nelle nuove generazioni delle Angeliche amore e venerazione liale per il grande nostro Patrono san Carlo Borromeo, di cui in corso lanno 400 di Canonizzazione, nonch approfondire la conoscenza dei preziosi suoi insegnamenti, cogliendo personalmente linvito dellAngelica Agata Sfondrati che cos caldeggiava le consorelle del suo tempo: Raccolgano con liale affetto leredit che ad esse ha lasciato il loro grande Padre e zelantissimo Pastore []: non lascino da parte loro che siano rese inutili quelle fatiche, quei viaggi, quei sudori, quel desiderio ardentissimo, quel cordialissimo affetto, quella incomparabile vigilanza e carit sua, della quale, pi che le altre pecorelle, abbiamo goduto. Questi scritti siano per loro quel sodo pane cotto sotto le ceneri dellumilt, in quellardentissimo cuore, dal quale forticate, camminino costantemente no al monte di Dio..

a.m.a.

PRESENTAZIONE
di Sua Eccellenza Rev.ma Mons. Sergio Pagano

Prefetto dellArchivio Segreto Vaticano


5

PRESENTAZIONE
Dietro al testo dei Sermoni di s. Carlo Borromeo alle Angeliche del monastero di s. Paolo di Milano, giunti alle stampe assai tardi (nel 1720), deve porsi, almeno immediatamente, lerudito abate padovano (di origini bergamasche) Gaetano Volpi (1689-1761), un bibliolo appassionato, avido di manoscritti e di edizioni di libri antichi, autore egli stesso di un saggio singolare (prossimo ai gusti di un Gustave Flaubert o di Charles Asselineau) dal titolo eloquente: Del furore daver libri (prima edizione a Padova nel 1756, ultima edizione a Torino nel 2011). Racconta egli stesso che trovandosi un giorno del 1716 (aveva soltanto 27 anni) a passeggiare fra le botteghe dei librai di Milano, sempre con la sua smania di far qualche ricerca di ottimi libri rari mi venne alle mani in una pubblica bottega di libri un manuscritto in 4, coperto di cuojo nero, colle carte dorate e serrato a foggia dUfcio (segni della gelosia e stima con cui venne un tempo conservato) con questo titolo Sermoni o Ragionamenti dellIllustrissimo e Reverendissimo Carlo Borromeo Cardinale di Santa Prassede e Arcivescovo di Milano, e in una carta rimpetto al frontespizio si leggevano queste parole: Maria Visconte scrisse lanno del Signore 1605; la quale io penso che sia stata o unAngelica di S. Paolo, che labbia trascritto per sua divozione ed uso, ovvero una gentildonna secolare che ne abbia impetrato dalle Angeliche un esemplare per far questa copia; la quale sia poi per qualche accidente pervenuta al librajo.1 Lo stesso benevolo libraio rifer al Volpi trattarsi, a suo parere, di un manoscritto inedito; ragione che di certo favor di molto lacquisto della gioia ovver gioiello rappresentato dal manoscritto da parte del Volpi, avido subito di darlo alle stampe per primo.
1 Cfr. Sermoni familiari di S. Carlo Borromeo Cardinale di S. Prassede e Arcivescovo di Milano fatti alle monache dette Angeliche dellinsigne monastero di S. Paolo in quella citt, raccolti fedelmente dalla viva voce del Santo per la Reverenda Madre Angelica Agata Sfondrata, e pubblicati ora per la prima volta da codici manuscritti per opera di D. Gaetano Volpi, in Padova, presso Giuseppe Comino 1720, pp. XI-XII.

Non era per il nostro abate uomo tanto ingenuo da pensare ad una simile edizione senza prima essersi bene informato sul tenore dei Sermoni, sullAngelica che dopo averli ascoltati sera posta a trascriverli, certamente a suo modo e a suo tempo. Sulle prime reputava comunque trattarsi di un manoscritto di poco pregio, giudicandolo o tolto da uno stampato, o molto imperfetto, per essere scritto da una donna. Ma poi leggendo alcuni passi per certa curiosit, mi parve di rilevarne il pregio singolare: ed il considerare attentamente le due belle Lettere di Agata Sfondrata, luna posta in principio, e laltra in ne del Libro, mi diede lultima spinta a voler fare diligente inquisizione dellorigine autentica di questi Sermoni.2 Per vericare anzitutto la veridicit storica dellambiente dei Sermoni il Volpi si rivolse al celebre dottore dellAmbrosiana Giuseppe Antonio Sassi, esperto lologo ed editore di cronache milanesi, dal quale ebbe sia lassicurazione che si trattava veramente di un manoscritto inedito (da ci lo sprone alla pubblicazione), sia a maggior gloria del santo arcivescovo di Milano, sia ad onore delle Angeliche stesse, tanto allora ancora stimate nella citt di Milano. Ma Volpi era bibliolo ed editore di testi, quindi ben sapeva il rischio di procedere ad una pubblicazione ex unico codice, come si dice, e si mise in cerca presso le medesime Angeliche di S. Paolo di Milano di eventuali altri manoscritti o copie dei Sermoni, cos come di notizie a lui utili, ed ebbe in ci favorevoli i buoni ufci del confessore delle monache, il barnabita Claudio Galizia (16771767), il quale gli poteva riferire esser verissimo che S. Carlo facesse que Sermoni alle religiose del loro monastero, e per pruova evidente di ci conservasi appresso di esse loriginale di Agata Sfondrata, che ne fu la benemerita Raccoglitrice, insieme con alcune copie fattene dapoj in varj tempi: tenersi con tanta venerazione quel primo manuscritto, che ogni anno ne giorni stessi in cui il Santo fece di Sermoni, lo leggono pubblicamente alla mensa.3 Tali notizie dovettero confortare e atterrire insieme il Volpi, perch se le Angeliche conservavano lautografo della Sfondrati, il manoscritto che aveva acquistato a Milano era soltanto una copia di quello (copia dovuta alla mano di Maria Visconti, che la compose nel 1605); il valore bibliograco del manoscritto ora decresceva, ma non cos il suo interesse.
2 3 Ibid., p. XII. Ibid., pp. XII-XIII.

Esortato alledizione del suo manoscritto dal Sassi, Gaetano Volpi chiese al medesimo dottore dellAmbrosiana un suo intervento presso le Angeliche perch volessero fargli avere lautografo dellAngelica Sfondrati. La cortesia dellallora priora delle Angeliche di Milano Paola Marianna Spinola fece s che il Volpi, tramite il dottor Sassi, avesse codice in foglio, pi antico, di scrittura migliore, e, quello ch da stimarsi, assai pi corretto del mio; questo doveva essere lautografo di Agata Sfondrati, visto che non si conoscono altre copie coeve o posteriori in possesso delle Angeliche. A questo punto il Volpi poteva collazionare come fece, dice egli, attentissimamente il suo manoscritto con quello inviatogli dalle Angeliche, il quale tuttavia, pur essendo pi antico e corretto del suo, aveva nondimeno delle lacune che poteva riuscire a colmare tramite la copia acquistata a Milano. Una buona ragione per decidersi alla pubblicazione. I criteri seguiti dal nostro erudito editore furono da lui bene illustrati: Si adunque in primo luogo confrontato il mio manuscritto con quello mandatomi da Milano attentissimamente; si accomodata lortograa conforme le buone regole e secondo luso presente; si sono emendati alcuni luoghi evidentemente corrotti, ma che per nella stessa loro corruzione davano aperto indicio de veri sensi che dovean contenere. Di pi ho stimato bene di aggiustare tutte le citazioni latine, ricorrendo sempre a fonti, riducendo ad integrit le tronche e correggendo le guaste; che di s fatte ne ho trovato qualche numero, per essere stati questi Sermoni trascritti da donne, non tutte pari dintelligenza alla Sfondrata. Per vostro comodo ho poi accennato ne margini queste autorit con esatte postille.4 Pur cos concepita, ledizione del Volpi non poteva tacere una questione preliminare, che il nostro editore infatti non eludeva, sebbene non la potesse affrontare in radice: quando e come furono raccolti e stesi i Sermoni di s. Carlo ad opera dellAngelica Agata Sfondrati? Quale ducia storica essi meritano? Quale preparazione culturale aveva la Sfondrati stessa per comprendere le parole del Borromeo e registrarle poi su carta nella loro reale ed effettiva portata?
4 Ibid., p. XV.

[...] i quali [Sermoni] non essendo stati scritti dal Santo, n da alcunaltro dordine suo, potrebbe, comio dissi di sopra, parer difcile che fossero autentichi. La Lettera dellaccurata e saggia raccoglitrice con cui gli dedica alla nobilissima sua zia Angelica Paolantonia Sfondrata, dotta ed intelligente della lingua latina e molto benemerita dello stesso monastero per averne scritte diligentemente le Cronache, d bens bastantemente a vedere chessa gli scrisse, ma non si pu per la medesima [Lettera] chiaramente discernere se o dopo daverli con grande attenzione ascoltati, dotata di rara e prodigiosa memoria, si ritirasse poi a scriverli (il qual modo io dubito che non ce li avrebbe fatti arrivare interi e perfetti), oppure se mentre il Santo colla solita gravit e lentezza de Superiori e Prelati parlava, ella velocemente e con cifre gli scrivesse e gli andasse poi riducendo in migliore scrittura, come pur essa in qualche modo accenna nella suddetta Lettera; e questa parvemi maniera pi acconcia (bench sembri alquanto difcile) da farceli tenere per quegli stessi detti dal Santo Cardinale [...]. Cesser ancora la maraviglia di ci se si vorr riettere che la Sfondrata era felice rampollo di quella nobilissima stirpe in cui non solo gli uomini, ma le femmine ancora si erudivano nelle lingue e nelle scienze, come riferiscono le Storie.5 La prima questione era dunque conoscere il modo con cui la Sfondrati aveva raccolto le prediche tenute dal Borromeo alle Angeliche fra il 1577 e il 1584, che fu lanno della morte del cardinale di S. Prassede. Data per scontata la sua presenza ai sermoni del Santo, appurata pure la sua devozione verso il venerato cardinale, che traspare del resto chiaramente dalla lettera dedicatoria di cui parla il Volpi, restava da capire se lAngelica Agata avesse preso appunti (quasi stenograci, con cifre dice il Volpi) durante le prediche e subito dopo avesse provveduto alla stesura formale e ordinata dei testi, oppure se scrivesse sulla base della sua memoria rara e prodigiosa secondo il Volpi. Sulla base della lettera dedicatoria che lAngelica Sfondrati aveva preposta nel suo manoscritto veniamo a conoscere alcuni elementi che possono un poco chiarire la questione. Dice suor Agata Sfondrati (cresimata, vestita da monaca e fatta professa da s. Carlo) di aver preso a conservare in scritto per sua
5 Ibid., pp. XIII-XIV.

10

personale devozione le parole del cardinale n da quando fece la sua professione religiosa: Piacque a nostro Signor Dio dinspirarmi, ascritta chio fui a questa sacra milizia, di raccogliere in iscrittura quei degnissimi Sermoni che egli con ardentissima carit ci faceva di tempo in tempo.6 Dunque lAngelica raccoglieva in scritto - difcile dire in quale forma i sermoni del Santo n dal 1581, data della sua vestizione religiosa, avvenuta proprio per mano del Borromeo (Sermone II); si trattava per di stesure di massima dei singoli sermoni che s. Carlo andava tenendo di tempo in tempo alle Angeliche, redatte probabilmente a breve distanza dai sermoni stessi sulla base della memoria e forse di pochi appunti. Dopo la morte del santo arcivescovo (3 novembre 1584), al ne di conservare e tramandare come reliquie le parole del venerato Carlo (venerato dalle Angeliche non meno che dai Barnabiti), la Sfondrati si mise a raccogliere in una migliore e ordinata redazione i suoi appunti e cominci a comporre il manoscritto, fra notte e giorno, secondo che gli impegni della vita comune glielo permettevano, tanto da scusarsi che la sua opera, offerta alla zia Angelica Paola Antonia, avesse mala scrittura e diversi caratteri, per la insufcienza mia e distanza dalluna volta allaltra chio scriveva.7 E poich la lettera dedicatoria datata al 3 agosto 1585, bisogna supporre un lavoro di lima sulla stesura di circa nove o dieci mesi (novembre 1584 agosto 1585), che poi quanto essa stessa dice nella citata lettera: oggi nove mesi da noi miseri con estremo dolore levato [Carlo Borromeo].8 Lopera era per gi ad uno stadio di perfezionamento nellautunno del 1584, quando Carlo Borromeo n i suoi giorni terreni.9 Lo sprone a raccogliere in scritto i sermoni dellarcivescovo era venuto allAngelica per ispirazione divina comessa scrive ma la prosecuzione dellimpresa fu sollecitata e seguita dalla zia e consorella Paola Antonia: Onde venendo io esortata da Vostra Riverenza, Madre Angelica Paola Antonia, a darle compimento [alla stesura dei Sermoni], colla comodit chessa nalmente per lautorit di Maestra mha concessa, lho ridotta al ne.10
6 Ibid., p. 5. 7 Ibid., p. 8. 8 Ibid., p. 5. 9 Ora, mentre chio andava riducendo in migliore scrittura questi celesti Sermoni, piacque a nostro Signor Dio, i giudicj di cui sono incomprensibili, di far provare a me infelice questi calamitosi tempi di carestia collinaspettata e dolorosissima morte di esso mio Illustrissimo e Reverendissimo Signore; ibid., p. 6). 10 Ibid., p. 6.

11

forse utile a questo punto spendere qualche parola su queste due Angeliche Sfondrati, parenti nel sangue e congiunte nella comune vocazione religiosa, entrambe implicate nella raccolta dei Sermoni e nella loro tradizione. Aurelia Sfondrati, sorella del futuro papa Gregorio XIV (il quale ebbe altre tre sorelle fra le Angeliche: Lavinia, Giulia e Paola),11 quando profess i voti assunse il nome di Paola Antonia;12 nome scontato, in quanto congiungeva quelli di s. Paolo apostolo e di s. Antonio Maria Zaccaria, fondatore dei Barnabiti e delle Angeliche. Paola Antonia quindi zia dellAngelica Agata, la quale era glia di Paolo Sfondrati (fratello del papa) e di Gismonda dEste. Queste due nobildonne vestirono labito delle Angeliche gi provviste sia di cultura (che il loro rango sociale solitamente esigeva), sia di zelante spirito religioso, di stampo controriformistico o se si vuol dire borromaico. Erano poi legate anche dalla comune passione per la storia e la memorialistica: la pi anziana Angelica Paola Antonia infatti autrice dellopera Origini e progresso del monastero di S. Paolo (divulgata anche con il titolo Historia delle Angeliche di San Paolo), che giunge no alla morte di s. Carlo o poco dopo (pur essendo ella vissuta no al 1603); alla pi giovane Agata ( 1631) si deve non solo la raccolta dei Sermoni di s. Carlo, ma anche le Memorie relative allo Zaccaria e ai due Istituti da lui fondati, che furono tramandate come opera di una Angelica Anonima;13 queste Memorie, a parere dellespertissimo e benemerito storico delle Angeliche Padre Giuseppe Cagni, altro non sarebbero che appunti per proseguire la cronaca del monastero scritta dalla zia Paola Antonia. Degno di nota il fatto che la seconda edizione dei Sermoni di s. Antonio M. Zaccaria fosse dedicata nel 1614 proprio allAngelica Agata Sfondrati, certamente stimata anche dai dotti. Due religiose, insomma, alle quali non faceva difetto la scrittura (cosa non comune allora fra le donne), la cultura e la passione per la storia della loro famiglia religiosa e del benemerito monastero di S. Paolo di
11 Cfr. Armanda M. Ponsiglione-Marina M. Alghisi, I Sermoni di S. Alessandro Sauli raccolti dallAngelica Paola Francesca Sfondrati, in Barnabiti studi, 9 (1992), pp. 7-10. 12 SullAngelica Paola Antonia Sfondrati (1531-1603) si vedano le notizie che abbiamo ibid., pp. 7-8. 13 Le Memorie furono edite da Giuseppe Cagni sotto il titolo Angelica Anonima, Memorie, Firenze 1979.

12

Milano,14 dove il cardinale arcivescovo Carlo Borromeo si recava non soltanto in occasioni di festivit religiose, ma anche quando ne gran caldi di giugno, luglio ed agosto, a piedi, di mezzo giorno, allardor del sole, veniva, come soleva dire, a consolarci spiritualmente.15 Tutto ci considerato come gi rilevava il Volpi si pu ritenere che i Sermoni pronunciati da s. Carlo e raccolti dalla devota ma anche accorta penna di madre Agata Sfondrati poggino su buone basi e meritino ducia, se non di tipo lologico (che questo sarebbe impossibile), almeno di approssimazione alla fonte orale. Sarebbe ora fuor di luogo, e potrebbe sembrar persino presuntuoso, voler entrare nel contenuto, nello stile, nellispirazione pastorale dei particolari Sermoni. Essi furono pronunciati nella cornice austera ed accogliente ad un tempo del monastero di s. Paolo delle Angeliche in occasione di alcune feste religiose precipuamente care al santorale ambrosiano o in occasioni particolari di quella comunit religiosa: Conversione di s. Paolo (25 gennaio 1577), vestizione delle Angeliche Agata Sfondrati, Prassede e Marcellina Omodei (8 gennaio 1581), professione dei voti delle suddette tre Angeliche (22 gennaio 1582), antivigilia di Pentecoste (27 maggio 1583), venerd dellOttava del Corpus Domini (10 giugno 1583), domenica fra lOttavia del Corpus Domini (12 giugno 1583), il giorno appresso la festa dei ss. Gervasio e Protasio (20 giugno 1583), festa della Nativit di s. Giovanni Battista (24 giugno 1583), memoria della Passione in venerd (8 luglio 1583), in occasione di una sua visita al monastero (11 luglio 1583), festa di s. Marcellina (17 luglio 1583), festa di s. Margherita (20 luglio 1583), vigilia della festa di s. Lorenzo martire (9 agosto 1583), vigilia della festa della Nativit della Madonna (7 settembre 1583), in occasione della partenza dal monastero della principessa Margherita Farnese (13 settembre 1583), in occasione della vestizione dellAngelica Monica Rossi (30 maggio 1584), in occasione della vestizione dellAngelica Perpetua Grassi (14 giugno 1584). Diciasette sermoni di s. Carlo disseminati in pratica (tolto il primo, nel 1577, che forse ebbe
14 Passione che le due monache condividevano con unaltra Sfondrati, Giulia, sorella di Paola Antonia e zia di Agata (in religione Paola Francesca), autrice essa pure di una raccolta di Sermoni del vescovo barnabita s. Alessandro Sauli (cfr. Ponsiglione-Alghisi, I Sermoni di S. Alessandro Sauli, pp. 8-9 e segg.). 15 Sermoni familiari, p. 7.

13

una tradizione a parte) in soli due quattro anni, dal gennaio 1581 al giugno 1584, circa quattro mesi prima della morte del santo arcivescovo. il periodo delladolescenza religiosa della madre Agata Sfondrati, entusiasta tanto dello spirito di s. Paolo e di Antonio Maria Zaccaria (il Fondatore), quanto dello zelo di carit incarnata dal Borromeo che su di lei deve aver impresso unorma profonda, come essa stessa dice nella lettera dedicatoria pi volte richiamata: che avidit [io sento nellanimo] di conservare appresso di me quelle sante parole come preziosissima reliquia, parole sacre, di eterna salute, da essere ricordate perpetuamente da noi e tenute come caro tesoro della Casa di San Paolo.16 Non merito da poco quello che cos si acquistata presso i posteri lAngelica Sfondrati; essa registr le parole del grande riformatore Borromeo devotionis causa, ma noi le siamo grati anche per aver salvato dal sicuro smarrimento alcune prediche del Santo che accostate alle altre che conosciamo per diverse vie, lette nel contesto pi vasto degli scritti di s. Carlo, anche in materia di vita religiosa, consentono una migliore conoscenza di uno dei personaggi centrali della Riforma Cattolica. Vi poi un sermone fra quelli tramandati dallAngelica che nisce per essere al contempo una esortazione alla vocazione regolare e una singolare testimonianza storica: il Sermone XV, pronunciato dallarcivescovo il 13 settembre 1583 nel monastero delle Angeliche ma diretto soprattutto alla Signora, la principessa Farnese, che vi si trovava da alcun tempo e che stava per partirsene. La sventurata Margherita Farnese (1567-1643), glia di Alessandro Farnese di Parma e di Maria dAviz, nipote del potente imperatore Carlo V, andata sposa a Piacenza nel 1581 al futuro duca di Mantova Vincenzo I Gonzaga, stabilitasi nella citt dei Gonzaga un mese circa dopo lo sposalizio, saccorse ben presto di non poter generare gli a causa di una sua malformazione sica. Il duca di Mantova non poteva, per le rigide leggi della discendenza, accettare la situazione di fatto e in virt di un chiaro impedimento canonico, ottenne la dichiarazione di nullit del suo matrimonio il 20 maggio 1583. Margherita fu accompagnata a Parma e da qui, consigliata ormai da tutti a scegliere la via del chiostro, su consiglio dello stesso cardinale Borromeo si ritirava quasi subito, per una pausa di preghiera e di riessione, presso le Angeliche di S. Paolo di Milano, ove forse desiderava di restare e di prendere il velo. Ma la Casa Farnese mal tollerava che
16 Ibid., p. 5.

14

una sua cos illustre discendente abbracciasse la vita religiosa fuori del ducato, presso una famiglia religiosa ancora giovane, priva del tradizionale prestigio nobiliare. Fu cos che Margherita, consigliata dai suoi parenti (ma certi consigli dei potenti, come direbbe il nostro Manzoni, suonano come minacciosi ordini), entr nel monastero delle benedettine di S. Paolo di Parma, prese i voti e assunse il nome di Maria Lucenia. Prima che la principessa lasciasse le Angeliche (part da Milano il 14 settembre 1583), s. Carlo volle tenere a lei e alla comunit delle monache un sermone, nel quale appare anche la parte che larcivescovo aveva avuto nel guidare la nobildonna verso la vita religiosa: E siccome piaciuto a Sua Divina Maest di servirsi di me per istrumento di far questopera, cos non lascer di affaticarmi nch sia condotta a compimento.17 Episodio ricordato anche dal fedele e grande biografo del Borromeo, il barnabita Carlo Bascap (cos vicino alla Angeliche da aver lavorato alle loro costituzioni), nel suo De vita et rebus gestis Caroli Boromaei, pubblicata ad Ingolstadt nel 1592. Il sermone, tessuto dalla spiritualit che discendeva dalla Humilitas borromaica, ricco di belle gure bibliche, singolarmente vibrante, dovette colpire molto lanimo di Agata Sfondrati che ce lo volle conservare, acquistandosi un merito di pi. *** Da quando nel 1720 Gaetano Volpi diede alla stampe i Sermoni, questi circolarono di mano in mano, soprattutto a Milano e nelle comunit dei Barnabiti e delle Angeliche in Italia, per tanto tempo, no ad oggi. Ad essi si interessarono gli storici di s. Carlo com evidente ma anche diversi dotti lombardi e molti cultori di storia e di spiritualit, specie fra i Barnabiti. Si ebbero due edizioni dei Sermoni (ma di poco o nessun pregio) fra Otto e Novecento del secolo scorso: quella curata dal barnabita Giulio Rabaut (con altri testi) e pubblicata a Lodi nel 1885;18 quella curata dal barnabita Pio Mauri ed edita a Roma nel 1902.19 Edizioni che dipendevano da quella princeps di Gaetano Volpi. Accade ora che a distanza di tanto tempo, essendo cambiata (e non poco) la maniera di scrivere in lingua italiana, che tanto si allontana dallo stile e dalla
17 Ibid., p. 107. 18 Giuseppe Boffito, Scrittori barnabiti o della Congregazione dei Chierici Regolari di San Paolo (1533-1933). Biografia, bibliografia, iconografia, III, Firenze 1934, pp. 237-238. 19 Ibid., p. 238.

15

grammatica barocca del tardo Cinquecento, il testo dei Sermoni restituito e aggiustato dalla Sfondrati e accolto dal Volpi nella sua edizione non pi facilmente accostato e gustato. Vi ostano diversi inciampi che fanno scivolare il debole piede del lettore moderno: immagini un poco ampollose, luso esorbitante di maiuscole, una fraseologia ancora troppo latina ovvero a volte speciosamente articolata, una impossibile punteggiatura (chi potr sopportare luso pleonastico di continue virgole, che spezzano anche brevi periodi senza alcuna necessit?). Ragione per cui venne in mente allAngelica Marina Alghisi, dedita da tempo al culto delle memorie storiche delle Angeliche, di tentare un adattamento alla nostra lingua corrente del testo dei Sermoni, partendo dalledizione del Volpi (che poco o nulla differisce dal manoscritto della Sfondrati ancora in possesso delle Angeliche). Opera improba e rischiosa, com noto, irta di difcolt, di palesi ed occulti tranelli, perch non si tratta di una traduzione (ch litaliano quello ), quanto di adattamento dello stile di scrivere del Cinquecento, anzi del Cinquecento religioso (che usava espressioni peculiari, immagini bibliche oggi quasi del tutto sconosciute, termini propri dellambiente ecclesiastico e regolare). La curatrice della moderna edizione dei Sermoni penso sia stata avvertita di queste difcolt e abbia cercato di sorpassarle a suo modo, nella misura del possibile, presentando un testo vicino al sentire e ai gusti del lettore contemporaneo. Essa non ha voluto per allontanarsi troppo dal testo a suo tempo stabilito dei Sermoni e si muove pertanto sulledizione Volpi, emendando errori di stampa, modernizzando la punteggiatura, abbassando le troppe e ridondanti maiuscole, provvedendo i testi latini di una traduzione italiana posta tra parentesi quadre, incamminando alcune frasi troppo contorte (o spezzate da incidentali) verso una prosa pi lineare e liscia. Mentre non possiamo che apprezzare lopera paziente, lunga e benemerita dellAngelica Marina Alghisi spesa attorno ai Sermoni di s. Carlo, non possiamo che auspicarne una nuova completa edizione, che faccia giustizia dei manoscritti rimasti, illustri degnamente la biograa di Agata Sfondrati, annoti i riferimenti biblici, patristici e storici compiuti dal Borromeo e insomma ci offra un testo pi sicuro e critico, cos come si sta facendo per le altre opere del grande Santo di Milano.

? Sergio Pagano, B. Vaticano, 28 marzo 2011


16

Al Venerato nostro Santo Padre

Antonio M. Zaccaria
lomaggio di queste semplici pagine dal cui contesto emergono i tre grandi amori a noi, sue glie, trasmessi: Ges Crocisso lEucarustia - la Vergine SS.ma

Milano, 1 Maggio 2011


SantAntonio Maria Zaccaria Fondatore dei Chierici Regolari di san Paolo (i Barnabiti) delle Angeliche di san Paolo e dei Laici di san Paolo.

17

Ex Chiesa di san Paolo Converso di Milano culla della Congregazione tolta alle Angeliche con la soppressione napoleonica (1810)

M. ANGELICA PAOLA (Giulia Sfondrati) una delle prime Angeliche di san Paolo zia di Gregorio XIV e prozia dellAng. Agata Sfondrati. Religiosa di grande perfezione, dedic la sua vita a missioni apostoliche prima della clausura.

18

SERMONI FAMILIARI
Cardinale di Santa Prassede e Arcivescovo di Milano tenuti alle Monache Angeliche dellinsigne Monastero di San Paolo in Milano (1577-1584)

di san Carlo Borromeo

Lettera dedicatoria dellAngelica Agata Sfondrati


19

20

Alla Molto Reverenda Madre Angelica Paola Antonia Sfondrati


ed alle altre Angeliche

del Monastero di San Paolo di Milano


Signore e Madri mie Osservantissime,
Mementote praepositorum vestrorum, qui vobis locuti sunt verbum Dei (Ebr.13,7). [Ricordatevi dei vostri Padri che vi hanno alimentato con la Parola di Dio.] Fra gli altri pii ricordi che il sapientissimo Maestro e gloriosissimo nostro Padre, San Paolo Apostolo, quando con la piet e lamore paterno accendeva sempre pi e riscaldava il cuore verso i suoi carissimi gli che aveva generato a Cristo e che fra le pi sicure vie giudicate adatte per condurli al beato Regno, la prima fu un comando loro rivolto, perch avessero sempre scolpiti nella memoria gli esempi e gli ammaestramenti dei loro primi Padri, Maestri e Venerabili antecessori. Memento praepositorum vestrorum, qui vobis locuti sunt verbum Dei. Anzi voleva che questa osservanza e memoria lapprendessero dagli stessi: ne abbiamo inniti esempi non solo nel Nuovo Testamento, ma anche nellAntico, dove (per accennare solo gli ultimi), ricordiamo il venerando vecchio Eleazaro, i sette Fratelli Maccabei ed altri, che con tanta riverenza e decoro parlano dei loro Padri, delle leggi e degli antichi istituti: gravissimis ac sanctissimis legibus: patrias Dei leges (Mach.6,28) ed altri con titoli onorabilissimi.
21

Il venerabile Sacerdote Matata lasci come ultimo testamento ai suoi gli Mementote operum patrum, quae fecerunt in generationibus suis, et accipiens gloriam magnam, et nomen aeternum. [Ricordatevi delle opere dei vostri padri che fecero alle loro generazioni, ricevendo una grande gloria e un nome eterno]. S.Gregorio nei Moralia dichiara l utilit del loro ricordo quando dice che le opere dei Santi ci vengono ricordate, perch da loro impariamo ad indirizzare e organizzare la nostra vita, e il nostro cuore si accenda maggiormente alla lettura di cos eroici fatti. Il gloriosissimo Apostolo e Padre nostro, conoscendo tali frutti, per confermare nella virt e nella perfezione i suoi gli, raccomand loro tutto ci fortemente; forse perch si sentiva molto confermato nella sua risoluzione e presentiva lavvicinarsi del tempo della deposizione di quellantico tabernacolo, che per molti anni aveva conservato in s il preziosissimo liquore di saluberrima dottrina, con cui aveva ammaestrato il mondo intero. Vorrei dire che qualora essi rimanessero privi di cos ottimo precettore, potrebbero almeno col suo esempio e la sua dottrina consigliarsi ed ammaestrarsi nelle cose della loro salute, imitando cos colui che fu zelantissimo e osservantissimo delle Paterne Tradizioni. I suoi fortunati discepoli osservarono tutto ci diligentemente, ammaestrati in una eccellente scuola, come fu quella di Dionigi, di Timoteo e di altri. E poich noi (fra le segnalatissime grazie ricevute dalla divina e liberal mano) da essi discendiamo per linea diretta [], giustamente dobbiamo tenerlo sso nel cuore pi di tutti gli altri.

22

Se poi questo deve essere osservato da tutte noi, a maggior ragione e in modo speciale da quelle, che n per merito proprio, n per virt, n per et sono preposte alle altre, fra le quali, trovandomi io come la minore di tutte, ho sempre desiderato di osservare scrupolosamente, cos che con tale guida e sicuro appoggio potessi camminare con fervore nella via dello spirito, non meritando io altra luce e conoscenza. Pertanto, oltre ad un certo istinto naturale, con cui ho sempre amato lantichit dei padri e dei miei maggiori, piaciuto a Dio, nostro Signore, di concedermi sempre Superiori e Preposti tali che, ragionevolmente, nch io vivr, devo onorare, tenendo in venerazione questo precetto e rivolgendomi continuamente quelle gravi parole: Mementote praepositorum vestrorum. Fra essi, per non dilungarmi troppo, ricordo con tenerissime lacrime, e rinnovo alla vostra memoria Colui che per determinati motivi, sono certa, avrete scolpito nel cuore: vorrei dire lIllustrassimo e Reverendissimo Monsignore Carlo Borromeo, Cardinale di S.Prassede, nostro Arcivescovo di santa e gloriosissima memoria, tolto a noi miseri con immenso dolore, nove mesi fa. Oltre alla santit della vita che ricorder con perpetuo onore e venerazione, avendo io indegnissima ricevuto da Lui presso Dio quelle maggiori grazie e consolazioni che si possono desiderare in questa vita e cio, di essere stata dalle sue mani cresimata (beata me!), rivestita dellabito monacale e fatta professa, potete ben immaginare quanto sia sempre stato ardente il desiderio di scolpire nel mio cuore le sue gravissime parole, i suoi santi documenti, le sue ferventissime esortazioni. Quanto godimento provavo nello stargli presente! Mi sembrava di essere in paradiso; quanta osservanza ho sempre cercato di tenere verso coloro che mi sembrava riconoscere in essi riverenza e stima verso Sua Signoria Ill.ma!
23

Che gioia provo nellanima ogni volta che Egli viene nominato, ma anche che lo possa nominare! Con quale avidit voglio conservare presso di me quelle sante parole come preziosissima reliquia, parole sacre, di eterna salute, che devono essere ricordate in perpetuo da tutte noi e conservate come caro tesoro della Casa di San Paolo. E afnch si potesse pi facilmente osservare ci, piacque a Dio nostro Signore di ispirarmi, dopo essere entrata a far parte di questa sacra milizia, con la mia Professione, di raccogliere per iscritto quei degnissimi Sermoni che Egli con ardentissima carit ci rivolgeva di tempo in tempo. Nonostante avessi compreso la difcolt dellimpresa, superiore alle mie forze per diversi motivi, tuttavia laffetto, la venerazione estrema, il non sopportare che quelle sante parole dovessero in qualche modo disperdersi, per virt divina, mi fu donato il coraggio di intraprendere questopera. E sebbene alle volte, con molti incomodi, soprattutto in quel periodo in cui dimor nel Monastero la Serenissima Signora Principessa Margherita Farnese, degna di eterna lode, nel quale fra labbondanza di quelli (gli incomodi) e la servit addetta a Sua Altezza, mi rimaneva poco tempo, tuttavia, per grazia di nostro Signore, mi sono trovata notte e giorno a raccoglierli con molta consolazione, poich se non in altre cose, almeno in questo, possa manifestare la mia gratitudine per tante fatiche e perpetuare il gloriosissimo suo nome, servendo cos anche la mia Congregazione in modo che coloro che non hanno potuto godere della sua viva voce, potessero averne benecio. Ed anche se non meritassi di essere fra quelle pietre vive che rendono saldo il nostro edicio spirituale, n con lesempio, n con virtuose azioni, vorrei almeno essere utile per porgere alle altre
24

strumenti adatti alla loro maggior puricazione rendendosi cos degne di appartenere a questa grande fabbrica e di raccogliere, in tempo di abbondanza, nei granai delle sacre Carte, come un altro Giuseppe, quel copioso frumento, con cui le Madri e le sorelle potranno ricrearsi ed alimentarsi nel tempo della carestia. Ora, mentre mi dedicavo a raccogliere in migliore scrittura questi celesti Sermoni, piacque a Dio nostro Signore, i cui giudizi sono imperscrutabili, di farmi provare alcuni dei tristi tempi di carestia, con la morte inaspettata del mio Illustrissimo e Reverendissimo Signore. Restai cos afitta ed oppressa dal dolore che nutrii quasi la speranza di poterlo presto godere, attraverso la divina misericordia, in altro modo. Non lasciai comunque anche in quei penosissimi giorni di rendere grazie a Dio che mi aveva favorito, afnch mi applicassi in questa semplice fatica che, se prima mi era cara, ora la ritengo preziosissima, come il pi grande tesoro che ho in questa vita, ci che mi parso anche di scorgere in ciascuna delle mie consorelle. Pertanto, esortata da Lei, Reverenda Madre Angelica Paolantonia, a dare compimento a questa mia semplice opera, vi ho nalmente posto ne, assecondando cos un mio desiderio, perch oltre ai numerosi obblighi che le devo, essendomi Ella stata pi che Madre n dalla mia entrata in religione, (dimenticando lo stretto nodo di sangue che abbiamo in comune), durante il suo governo ho potuto celebrare le mie felicissime Nozze; le sue mani sono state quellaltare benedetto su cui ho offerto a Dio tutta me stessa e, con le mani giunte nelle sue, ho letto la mia Professione.

25

E poich in quegli stessi anni abbiamo ascoltato la maggior parte dei Sermoni, ho preso la soluzione di presentare a Lei, in modo particolare, e a tutte le altre Madri, questa mia piccola fatica, considerati i favori straordinari, la particolare amorevolezza e le grazie che Ella ha ricevuto dallIllustrissimo e Rev.mo Signore di felice memoria; soprattutto la venerazione con cui Ella lha sempre accolto e ubbidito, esponendo la vita stessa per dargli soddisfazione. Raccolgano con liale affetto leredit che ad esse ha lasciato il loro grande Padre e zelantissimo Pastore: risuoni nelle loro orecchie quella soavissima e paterna voce con cui comunicava quei santi concetti: si rinnovi quellallegrezza che provavano quando ripeteva loro dilettissime gliole. Si ricordino con quanto affetto ci favoriva delle sue visite, quando nel gran caldo di giugno, luglio ed agosto, a piedi, a mezzogiorno, sotto lardore del sole, veniva, come soleva dire, a consolarci spiritualmente. Non lascino da parte loro che siano rese inutili quelle fatiche, quei viaggi, quei sudori, quel desiderio ardentissimo, quel cordialissimo affetto, quella incomparabile vigilanza e carit sua, della quale noi, pi che le altre pecorelle Monache, abbiamo goduto. Questi scritti siano per loro quel sodo pane cotto sotto le ceneri dellumilt, in quellardentissimo cuore, dal quale forticate, camminino costantemente no al monte di Dio. Questi Sermoni, qual soavissima cetra del novello Davide, ripresi dalla mia penna, vilissimo strumento, possano scacciare da loro i maligni spiriti .

26

Con tale medicina e farmaco spirituale siano risanate le loro infermit e nelle sue parole, come in lucidissimo specchio, si ammirino, si contemplino, tolgano le macchie e si purichino, cos che adorne di virt, meritino di essere introdotte in quella camera segreta, in quel talamo nuziale, godendo in eterno il loro Celeste Sposo, Cristo Ges benedetto. A questi Sermoni ho aggiunto, come ho ricevuto da Lei il comando, quella Lettera che ho scritto alle Madri di santa Marta, in occasione della morte dellIllustrissimo e Rev.mo Signore, di santa memoria, afnch resti vivo per iscritto il dolore acerbissimo che tutte provammo in quella dolorosissima occasione. Scuseranno la brutta scrittura e i caratteri dissimili usati, causa la mia insufcienza e la distanza di tempo intercorso fra uno scritto e laltro. Ponendo ora ne, mi inchino umilmente a loro e prego tutte a benedirmi.

da san Paolo, 3 agosto 1585. delle loro Riverenze Umilissima Nipote, e Serva Angelica Agata Sfondrati.

27

28

29

San Carlo Borromeo e le Angeliche Dipinto XVII secolo (ex chiesa di San Paolo Converso di Milano) ora presso le Angeliche Casa Madre - Milano

30

Sermone 1
tenuto il giorno della Conversione di san Paolo al tempo della peste lanno 1577

Mi sono ricordato, dilettissime gliole, lufcio che ero solito fare con voi il giorno del gloriosissimo san Paolo, primo eremita e cio di venire a consolarvi spiritualmente col celebrare la Santa Messa ed amministrare la Santa Eucaristia, ma non avendo potuto fare ci quel giorno, per non aver avvisato in tempo, mi risolsi di supplire oggi al mio debito, giorno e festa particolarissima e perci di maggior consolazione per voi. N ho dimenticato ci che vi dissi nellaltro incontro, invitandovi a pensare che quella poteva essere lultima volta che ragionavo con voi. La stessa cosa dico ora: si deve pensare sia da me che parlo, sia da voi che mi ascoltate, che queste possono essere le ultime parole, giacch non cessato, n cessa il pericolo [la peste] del quale vi ho invitate ad una seria considerazione, ma anche cessato il pericolo, non deve in noi venir meno la memoria del nostro ne. E beato me, beate voi, dilettissime gliole, beati tutti i Cristiani, se in ogni azione avessimo il pensiero che quella potrebbe essere lultima ora; beati noi, sorelle, se conservassimo sempre nel cuore questo pensiero. Ma passiamo alla festa. In questa solennit nella quale la Santa Chiesa celebra la Conversione di san Paolo, trovo tanto materiale che non so da qual parte rivolgermi: allistruzione o alla consolazione o alla confusione santa e utile; cos ho pensato di far contenere in un punto solo i tre argomenti suddetti. Innanzitutto, circa listruzione, quale cosa potreste trovare, dilettissime gliole, pi consona alla totale rinuncia che ciascuna di voi ha fatto quando entr in questo luogo dedicato alla conversione di san Paolo? 31

Ricordate con quale prontezza egli si arrese a quella divina correzione, quale diligenza nel cercare di conoscere per quanto gli fosse possibile il Signore Dio: Quis es Domine? (Att 9, 5-6). Che prontezza e che umilt insieme nel sottomettersi alla legge e ai suoi comandamenti: Domine, quid me vis facere?. [Signore, che cosa devo fare?] Questa una vera istruzione, un vero ammaestramento che ci insegna con quanta attenzione dobbiamo ascoltare la divina voce che risuona tanto spesso alle orecchie del nostro cuore; che ci parla nellorazione, nella santissima Comunione, nelle sacre lezioni, con le interne ispirazioni, con gli esempi esterni, Poi, come abbiamo udito questa voce, renderci prontissimi nel rispondere a quanto il Signore richiede, esige da noi, ripetendo con san Paolo, Domine, quid me vis facere? [ Signore, che cosa vuoi che io faccia?] O parole degne di un cos grande cuore, di un cos grande animo, di un cos grande uomo, anzi parole degni di un cos grande Santo! Poteva egli ben dire con verit in un altro punto: Cum autem placuit ei, quis me segregavit ex utero matris mea (Gal 1, 15.-16), et vocavit per gratiam suam, ut revelaret Filium suum in me, ut evangelizarem illium in Gentibus: continuo non acquievi carni et sanguini. [Quando colui che mi scelse n dal seno di mia madre e mi chiam con la sua grazia, si compiacque di rivelare a me suo glio, perch lo annunziassi in mezzo ai pagani...]. Non cerc modo di pensarvi, di parlarne con i suoi, di consigliarsi con parenti o amici, no! ma si offr, si esib pronto ad ogni suo comando: Domine, quid me vis facere? Ci sono qui, dilettissime, diversi concetti, direi moltissimi ammaestramenti, ma poich non si possono sviscerare tutti per mancanza di tempo, per essere breve, desidererei passare agli altri due argomenti e cio alla consolazione e alla utile e prottevole confusione. Saule, Saule, quid me persequeris? (At. 9,4). O che consolazione, dilettissime gliole, nel vedere la cura che Dio ha per i suoi fedeli, per i suoi membri che tiene pi in considerazione delle loro offese, delle loro ingiurie che non delle proprie. Poich se considero ci con attenzione, lo vedo agellato in silenzio, coronato di spine in silenzio, davanti ai tribunali in silenzio, beffeggiato in silenzio, schernito e offeso in silenzio ed inne, condotto alla morte, come dice il Profeta, in silenzio. (Is. 53,7). 32

Eppure nelle persecuzioni dei suoi fedeli, tanto si risente, si addolora, si lamenta: Saule, Saule quid me persequeris? Saulo non perseguitava il Signore Dio, no; perseguitava i suoi servi, quei Cristiani suoi fedeli che Cristo reputava tutto fatto a s, alla propria persona. Che consolazione, ripeto, possiamo provare, sorelle, in questo passo ed insieme quale avvertimento per noi nel trattarci a vicenda! Le suddite con la superiora, le maggiori con le minori, e le sorelle luna con laltra, come se trattassero con Cristo stesso; perch se le suddite con la superiora, se le maggiori con le minori, se le eguali luna con laltra si diportassero diversamente [sinistramente], offenderebbero Cristo. E se chi governa, governasse con altro spirito diverso da quello voluto da Cristo, offenderebbe e disprezzerebbe Cristo, come lo mostra Egli stesso non solo nella Conversione di san Paolo, ma in molti passi del Vangelo: quello che facciamo al nostro prossimo, Egli lo reputa fatto a se stesso e come tale, lo premia o castiga. (cfr Mt. 25,40-45). Tralascio quanto si potrebbe dire ancora su questo passo per brevit di tempo, soffermandomi invece un poco sulla santa confusione utile e prottevole. Quel mutamento cos improvviso, cos veloce, cos leale in san Paolo, non ci d forse occasione di confonderci santamente, umilmente e profondamente? San Paolo era furibondo, pieno di minacce, sitibondo di sangue, avido di imprigionare, legare ed afiggere i membri di Cristo; non contento di essere stato consenziente alla morte di Santo Stefano, di aver avuto colpa e parte per le molte pietre gettate, mentre egli custodiva i mantelli dei lapidatori, come riferiscono gli Atti degli Apostoli (At 7,57-59), non contento ancora di perseguitare i Cristiani a lui vicini, volle andare con animo ero dai Principi dei Sacerdoti, chiedendo lettere patenti per poter condurre prigionieri tutti quelli che trovava a Damasco. Eppure, su quella stessa strada, alla sola voce di Cristo, si umili, si arrese, si convert prontamente, lealmente, perfettamente. Che confusione dobbiamo provare noi, dilettissime gliole, in questo passo! Sorelle, chi tra voi che alla voce di Cristo, quando la chiam, si convertita, si donata completamente a Lui? E se pur lo avesse fatto, come ha poi corrisposto? 33

Voi tutte, come avete perseverato in questo cammino? Come avete seguito la vostra vocazione? Con quale fedelt avete mantenuto quella promessa nelle quotidiane azioni, nei pensieri, nei desideri, negli affetti e nelle opere virtuose e sante? Ohim, se ciascuna anima vorr ben considerare ci, trover occasione di grande confusione. La Conversione di san Paolo, pensata seriamente, ci offre larghissima materia per confonderci santamente, per umiliarci al cospetto di Dio, e per ammirare limprovviso cambiamento delluomo, da persecutore in predicatore, da uomo furibondo in apostolo, da vaso dira in vaso di elezione: una rassegnazione cos perfetta, una obbedienza cos veloce nel lasciarsi condurre e guidare per mano da altri, senza alcun pensiero di onore o di scherno, di vita o di morteniente, ma solo condando semplicemente in Dio! Tale obbedienza, dilettissime, Dio benedetto la ricerca anche da noi: Egli gradisce lobbedienza pronta o come si suol dire, alla cieca. Che cosa non pat poi san Paolo per obbedire alla volont di Dio e corrispondere perfettamente alla sua vocazione? Soffr ogni pena: tentazioni interiori, persecuzioni esteriori, tante volte agellato, percosso, incarcerato e coperto dinfamia. Lo racconta egli stesso: pat la fame, la sete, il freddo, il caldo, sopport innumerevoli fatiche ed asprezze, pericoli nelle citt, pericoli nel mare, pericoli nei falsi fratelli, per dirla in breve: che cosa egli non pat? Tutto ci ci d occasione di confonderci santamente, umilmente e con protto. Questa sola storia, dilettissime gliole, dovrebbe bastare come nutrimento delle vostre anime, come cibo delle vostre orazioni e inne come perfettissima regola e sicurissima guida per tutto il tempo della vostra vita. Ma per non rimanere soltanto nel vostro bene, desidero che come gi membri di Cristo, sentiate vivamente le offese che ogni giorno sono rivolte a Lui in questa nostra citt di Milano. Quante voci il Signore fa sentire per salvare questo popolo, ma non sono ascoltate, per non dire sono disprezzate! E pensare che non occorre affaticarsi molto, giacch esse ci risuonano ancora nelle orecchie. 34

Questa peste non una voce potente e gagliarda? Voce orrenda, spaventevole, tremenda? Eppure si vede cos poca conversione, cos poco emendamento! Le stesse sollecitudini sono viste come superue, si scorgono le stesse vanit, le stesse freddezze, le stesse negligenze, la stessa poca cura per la salute delle proprie anime. E vostro ufcio, dilettissime glie, vostro debito piangere di cuore sulla cecit di questo popolo che non si arrende, n si smuove a tante percosse, a tante voci con cui Dio gli parla e lo chiama a s: considerare da una parte la sua bont con la quale ci sopporta e dallaltra, la malizia di questi cuori umani che non stimano i gravissimi danni che apporta la presente contagiosa infermit della peste. Il Signore pu ben dire di questo popolo milanese quello che disse gi per il Profeta: Percossi eos, et non doluerunt: attrivi eos, et renuerunt accipere disciplinam (Ger 5,3). [Li ho percossi e non si sono risentiti, n si dolsero; li ho consumati nel dolore, e non hanno stimato la correzione]. O dilettissime, non da piangere ci pi della peste che male solo del corpo, afigge solo il corpo, ammazza solo il corpo? Ma questa durezza, questa stupidit, questo non arrendersi alla divina voce, tutto ci veramente da piangere! Se san Paolo cadde a terra, quanti ne sono caduti morti per questo male? A chi mancato il padre, a chi la madre, a chi i glioli, a chi i fratelli, a chi le sorelle, a chi le famiglie intere; eppure non si vede conversione, non si scorge mutamento, n emendamento. Pertanto, quando sentite leggere la Conversione di San Paolo, dovete pregare di cuore il Signore Dio che abbia a convertire questo popolo con gli altri peccatori; che non solo percuota i corpi, ma punga il cuore, svegli lanimo ed accenda lamore, afnch, come stato offeso e disonorato nora, cos in proporzione, gli si renda almeno in qualche parte, gratitudine, servizio, onore e gloria.

35

36

37

Antonio Campi: Conversione di San Paolo S. Paolo Converso - Milano presbiterio dellaula pubblica

38

Sermone 2
tenuto la Domenica fra lOttava dellEpifania per la Vestizione

dellAngelica Agata Sfondrati


e le due sorelle Angeliche

Prassede e Marcellina Omodei


l 8 gennaio 1581

Buona giornata, dilettissime gliole, buona giornata per voi, preordinata ab aeterno dalla bont di Dio: giorno di Domenica, giorno della Santa Risurrezione, giorno nel quale si legge il passo del Vangelo sulla perdita che la Vergine gloriosa fece del suo Figlio Ges (Lc 24, 43), tempo nel quale non si parla daltro che di offerte e doni. In conformit a ci, anche voi avete fatto sacricio di voi stesse a Dio Benedetto, consacrandovi tutte al suo divino servizio nella santa Religione. In occasione di tal festa, e come completamento della sacra azione che abbiamo fatto e per accompagnare la santa Eucaristia amministratavi questa mattina, parler un poco, anche se non in modo speciale, del Vangelo, data lora tarda, prendendovi solo qualche spunto per eccitare i vostri animi a quei pensieri che lo Spirito Santo si degner infondere in ciascuna. La prima considerazione che mi viene spontanea, il grande zelo che ebbe la Santissima Vergine nellosservare i divini precetti: le donne non erano obbligate ad andare al tempio, poich la legge prescriveva che vi andassero solo gli uomini, ci nonostante per zelo di virt Maria non guarda al disagio del viaggio e tutta fervorosa se ne va al tempio, come esempio ed ammaestramento per noi, dilettissime, nellosservanza che dobbiamo avere della santa obbedienza, indifferentemente, semplicemente, e schiettamente. 39

Vi sono alcuni che dicono: n qui non precetto; questo non dobbligo; n qui non peccato grave; questa poca cosa; questaltro non stato comandato a me personalmente e cos via discorrendo. Ma costoro non hanno imparato niente dalla Santissima Vergine! Ella non era obbligata alla legge, eppure ubbidiva alla legge; pur essendo libera, vi si sottoposta: la sua era unubbidienza di supererogazione. Colgo anche unaltra considerazione dal santo Vangelo: labnegazione della propria volont e del proprio giudizio. Il popolo insensato poteva dire: che comandamento mai questo? Lasciar le case, le gliole, le famiglie e quanto si ha, fra tanti pericoli di nemici e di cattivi incontri, abbandonare i nostri paesi per tutto il tempo della Pentecoste, e della Pasqua? S, perch secondo alcuni la festa durava sette giorni, secondo altri, otto. In realt erano otto, computando anche il primo. Tutto ci poteva dirsi prudenza umana; ma nelle cose del Signore conviene, anzi, bisogna andare alla cieca o meglio come dice uno scrittore, Non ci vuole altro occhio che quello della fede. Vi sono pertanto tre sorta di occhi: locchio del senso che, nel caso di cui sopra, poteva chiedersi: che indiscrezione questa? Sobbarcarsi tanta fatica, fare un simile viaggio in tempo (stagione) cos poco rassicurante, senza eccettuare alcuno, anche se fosse di delicata complessione? C poi locchio della prudenza umana che potrebbe anche dire: tutto ci non ragionevole! Partono gli uomini, lasciando le mogli, le glie, le famiglie col pericolo di assassinii, di mille altre sciagure, con altri pensieri suggeriti dalla prudenza umana, pur convenienti in altre circostanze. Ma locchio della Fede non si conturba, riposa in Dio, e in Lui conda. Sorelle, si deve chiudere locchio sensuale, riutare anche quello razionale, per tenere aperto solo quello della Fede: quello solo deve essere usato nelle cose di Dio. Un altro punto che solo accenniamo per scarsit di tempo. E lo zelo del divin culto nel fanciullo Ges alla tenera et di dodici anni.

40

Ecco, va al tempio, perseverando nella preghiera per tutto il tempo della Solennit e, anche quando gli altri ripartono per il ritorno, egli vi si ferma, occupandosi solo del servizio al suo celeste Padre, insegnando a noi come santicare le feste, additandoci gli esercizi da fare in quei sacri giorni e cio frequentando le chiese, prolungando le preghiere e occupandoci tutti nel servizio del Signore. Ora, dilettissime gliole, voglio lasciare alla vostra meditazione la parte pi affettuosa di questo Vangelo: il dolore dellafitta madre per la perdita dellunico glio. Senza dubbio, quelle tra voi che sono pi devote di questa Santissima Vergine, proveranno compassione per lei, sentiranno nel cuore lacerbissimo dolore e grandissima pena per aver perduto cos immenso bene, laccompagneranno anche a cercare con accuratissima diligenza quel divin glio e, una volta trovatolo, con lei, rivolgeranno a Ges quel soave e materno rimprovero: Fili, quid fecisti nobis sic? (Lc 2,48). [Figlio, perch ci hai fatto questo?]. Dovete qui, gliole, avvertire un passo di grande considerazione e cio che Non invenerunt eum inter cognatos, et notos. (Lc 2,44-45). [Non lo trovarono fra parenti ed amici!] Ges non si trova nelle delizie, nei godimenti della carne, no! Gli amori sensuali, le visite ai parenti, padre, madre, sorelle, fratelli e altri, impediscono di trovare quel santo glio! Sapete perch sono di impedimento i parenti? Perch cercano in voi solo (almeno per la maggior parte) quel tanto che avete da loro, n altro vogliono. Da loro avete la carne, il sangue, per cui siete parenti: solo ci li spinge, questo cercano, ma da tutto ci proviene il danno. Bisogna staccarsi da loro, licenziarli: Nesciebatis, quia in his, quae Patris mei sunt, oportet me esse? (Lc 2.49).[Non sapevate che mi devo occupare delle cose del Padre celeste?]. O parole memorande, degne di essere stampate, scolpite ed impresse nei cuori delle anime religiose! Nesciebatis, quia in his, quae Patris mei sunt, oportet me esse? Con questa divina risposta, dilettissime, dovete bandire i parenti, troncare le visite, chiudere i parlatori, allontanare da voi tutti gli impedimenti Nesciebatis. 41

Per questo ne, dilettissime, avete rinunciato, anzi disprezzato il mondo: vi siete ritirate, ferrate, rinchiuse in questo sacro luogo per attendere con maggior diligenza e sollecitudine possibile al servizio di Dio benedetto. A questo scopo serve la clausura: a tenervi lontano il pi possibile dalle visite. Tutte queste regole sono fatte, perch pi comodamente e con maggior quiete dellanima, possiate corrispondere alla vostra vocazione, dandovi alla santa orazione, celebrando, come dice il profeta Isaia Sabbato delicato al Signore. Con tale nome si pu davvero chiamare il servizio di Dio benedetto, il soave gusto e la stretta unione con la Divina Maest. Sabbato, vera quiete e riposo. Sapete perch si chiama Sabbato delicato? Scrive un santo Dottore: si dice esser delicata una cosa che per poco viene lesa. Si dice delicato un vaso di vetro, perch per poco si rompe; si dice delicata una complessione che per ogni piccolo disordine va sottosopra; cos delicato questo Sabbato, questa unione con Dio, perch per poco si offende. Basta una parola oziosa, soltanto un alzar docchi basta a disturbar la quiete spirituale di unanima; la stessa curiosit nella preghiera sufciente a disturbar la tranquillit e pace delluomo interiore. Questo Sabbato delicato era celebrato da s. Antonio, il quale, ricevendo una sola volta allanno il vitto da un suo amico, non voleva in quella ragionevole occasione, n vederlo, n parlargli, per non distogliere anche se per poco il suo spirito dal Signore. San Francesco, essendosi ritirato dai frati per meglio godere le delizie dello spirito e celebrare questo Sabbato delicato, aveva ordinato a Frate Leone che quando si fosse recato da lui, iniziasse al di l del monte il salmo Domine labia etc. Se Francesco rispondeva proseguendo il salmo, egli poteva continuare il viaggio, in caso contrario doveva ritornare al suo luogo. Tutto ci per non disturbare il suo cuore. Che differenza di spiriti, dilettissime! Noi godiamo stare in compagnia, nelle ricreazioni; a noi sembra tanto lunga lorazione, la teniamo per cosa tediosa e difcile lastrazione che tuttavia sappiamo essere necessaria per lacquisto della perfezione, come avevano tanto gustato quei benedetti ed antichi Padri.

42

Dobbiamo diventare amatori di questa vita, sorelle, esercitarla e osservarla in ogni modo. Voi, particolarmente, gliole, che oggi vi siete iscritte a questa milizia: dovete iniziare ed entrare nello steccato con larma del disprezzo e dellastrazione dal mondo, osservando quel primo consiglio, quella regola, via e forma di religione, che questa mattina nella persona del Signore Iddio vi ho detto ed ora vi replico: Egredere de terra tua, et de cognatione tua, et de domo patris tui(Gen 12,1). E il principio della perfezione che cinsegn col suo esempio il gran padre nostro Abramo: attendere per questo mezzo ad unirvi di cuore con Dio benedetto, afnch perveniate a celebrare il vero Sabbato in Cielo, godendo quella gloriosa, soave e sempiterna quiete.

43

Antonio Campi Apostoli fra le colonne di una serliana San Paolo Converso - Milano volta dellaula claustrale

44

Sermone 3
tenuto il giorno di

san Vincenzo martire lanno 1582


per la Professione delle Angeliche vestite lanno precedente (1581)

Credo, dilettissime gliole, che aspettiate da me qualche utile e pio suggerimento, conforme alla sacra e santa funzione celebrata questa mattina con la Professione e i voti solenni di queste gliole; ci ragionevole ed anche di un certo dovere laccompagnare tale angelico sacricio con qualche conveniente pensiero. Sono qui, dunque, per darvi soddisfazione, come del resto mia abitudine. Innanzitutto, vorrei manifestarvi una tentazione che mi venuta questa mattina in occasione di questa sacra azione; spero possa essere utile, per confondere il demonio, scoprire e manifestare le tentazioni principalmente al Padre spirituale e, nel bisogno, ad altre persone. Il tentatore si confonde quando viene scoperto, si vergogna, resta depresso e umiliato, perde le forze, n osa pi farsi avanti. Gli antichi Santi Padri tenevano ci in gran conto ed esortavano molto a manifestare le tentazioni: questo era il primo alfabeto che insegnavano ai loro scolari, ai loro discepoli che si fecero dotti nella via delle virt e della sapienza celeste con questo mezzo. Ma se anche nel manifestare la tentazione non raccogliessimo alcun frutto o guadagno, ci sar comunque sempre di nostra utilit e di nostro giovamento. Quale questa tentazione, dilettissime? E quella che pu venir spesso a persone spirituali, alle quali il maligno spirito, esperto e pratico nella sua arte, non vuole palesarla come tale e manifestarla 45

come cattiva, perch con la grazia di Dio, la generale osservanza della regola ed anche una certa abitudine nel bene, pu essere vinta e superata. Egli tenta nel seguente modo: fa vedere che, in fondo, si tratta di opere virtuose e sante, di cose buone e perfette, che occorre una certa discrezione e prudenza, per il miglior servizio, onore e gloria di Dio, a giovamento ed utilit della salute delle anime [], quante con tale apparenza ne inganna! Ebbene, questa mattina, dilettissime, mi venuta questa tentazione: dovendo io fare unopera tanto eccellente, importante e degna, quale la sacra Professione di queste gliole, avrei ritenuto pi opportuno lasciare, per questa mattina, di recarmi in chiesa al santo mattutino, recitando lufcio in casa, cos che il tempo restante lavrei dedicato allo studio e alla preparazione di questo incontro, e queste gliole come le altre si sarebbero nutrite di un cibo conveniente in unazione sacra e di tanta importanza. O dilettissime, quanto dobbiamo essere avveduti e vigilanti! Il demonio voleva, sotto pretesto di bene, di maggior servizio a Dio, impedirmi di andare in chiesa, di trovarmi col clero per i divini ufci, mostrandomi quanto migliore fosse lo studio e la preparazione a questa cos santa azione e di tanta importanza. Sono rimasto un poco sospeso, ma poi ho risolto di soddisfare innanzitutto il principale dovere che ho, quello di trovarmi in chiesa alle lodi divine con il clero, attenendomi al seguente consiglio: Si deve pagar prima il censo debito, e poi il volontario. Cos, grazie a Dio benedetto, ho vinto! Mi mancata, vero, la preparazione e lo studio, ma sono ricorso al Signore Dio, ho salmeggiato in chiesa, ho pregato che mi ispirasse ci che avrei dovuto dire e cos mi si present lidea di prendere qualche spunto dal santo Vangelo del giorno: ho scelto una beatitudine, quella pi appropriata al vostro stato religioso, cos conforme alla sacra azione che abbiamo celebrato questa mattina. E la beatitudine dei poveri di spirito. Meditando su questo passo evangelico, sulla povert nel signicato vero esposto da Ges nella Beatitudine, e trovandomi cos lontano dalla sua pratica, mi sono quasi spaventato nel doverne parlare, considerando vera povert il non possedere cosa alcuna con affetto, lo spogliarsi di ogni cosa superua, non 46

avere propriet, patir volentieri per amor di Dio ed altre cose simili per quanto riguarda la parte esteriore. Quanto a quella interiore, il sentire di noi cos basso, umile, abietto, il conoscerci come niente, crederci niente, reputarci niente ai propri occhi, e se pur avessimo fatto resistenza a qualche tentazione, vinto qualche battaglia e superato il nemico, dovremmo conservarci sempre in umile atteggiamento di noi stessi, come volle farci intendere con questa beatitudine nostro Signore, senza la quale non siamo veri poveri di spirito. Tale sentimento aveva di se stesso il gran Padre santAgostino, vero possessore di questa beatissima povert che si confessava a Dio cos dicendo: Io confesser a Voi, o Dio mio, confesser chio son niente, quasi avesse voluto dire: Confesso e credo, Signore, che io sono niente, niente so e niente posso. Questa grazia di conoscermi niente io lho da voi, perch nelle cose buone sono niente, e niente di quelle pu uscir da me: i difetti, le colpe io le ho da me, sono mie; la grazia, laiuto, il favore, la virt sono vostre, e da voi vengono. Se io cado nel peccato, colpa mia, ma se io mi rialzo, per vostra grazia, bont e misericordia. Senza di voi, o Signore Dio, non v peccato per grave che sia, chio non lo possa commettere; tuttavia conteor tibi Domine, confesser a Te, Signore, chio sono niente. Quanto siamo lontani, dilettissime, dallumile sentimento di questo Santo! dalla sua povert di spirito! Siamo, allopposto, tanto grandi e ricchi ai nostri occhi che il Signore pu ben dirci quello che gi disse nellApocalisse: Quia dicis: quod dives sum, et locupletatus, et nullius egeo: et ne scis, quia tu es miser, et miserabilis, et pauper, et caecus, et nudus. (Ap 3,17). [Tu dici che sei ricco, completo e di nulla hai bisogno: ma non sai che sei misero, miserabile, povero, cieco e nudo.]. Mi pare che ci siamo un poco spaventati a parlare della eccellentissima virt della povert. Che ci resta dunque, dilettissime, da dire? Una sola parola tratta dalla considerazione che ho fatto questa mattina, stando in chiesa ai divini ufci, nei quali, di tanto in tanto si magnicava il gloriosissimo martire San Vincenzo. Riettevo sul modo in cui egli sia stato cos glorioso, in quale azione il Signore benedetto ha trionfato in lui e ho considerato che Dio ha trionfato nella sua parte pi debole ed inferma, nella sua carne. 47

Che benignit, che piet, che gusto, per dir cos, ha il nostro Dio! Elegge strumenti tanto vili ed infermi e gode di esser gloricato da loro; in loro si diletta a far trionfare la sua maggior gloria e potenza, la sua bont, a confusione ed abbassamento del demonio. Il Signore lascia gli Angeli, creature tanto eccellenti, nobili ed elegge luomo, creatura tanto vile nei loro confronti, cos misera, cos abbietta. E nello stesso uomo composto di carne e spirito, elegge la carne, parte pi debole, e molte volte il sesso pi fragile e misero delle donne e in esse ancora lo stato maggiormente infermo, let pi tenera, pertanto pi inabile ad imprese grandi: la fanciullezza e ladolescenza. Quante fanciulle e giovinette sono state martirizzate: chi di 13 anni, chi di 15 e chi di 18! Eppure, in esse, Dio gode e si diletta a mostrare la sua potenza, come possiamo constatare abbia Egli fatto in questo insigne Martire, trionfando nella carne, la parte pi debole e inferma. Ad essa don tanta forza che il martire disprezz pene, tormenti, percosse, agelli, ferri e fuoco e altri supplizi, facendosi perno beffe, che mosse in tal modo il tiranno a cos grande ira che, come impazzito, lo sottopose ad unultima prova, durante la quale pass allaltra vita: lo fece riposare su un molle e delicato letto. Qui si scopr maggiormente la sua virt, nel mostrare che quelle delicatezze lo tormentavano pi di tutti gli altri supplizi, tanto che in essi era rimasto vivo e gagliardo, mentre trov la morte su quel molle e delicato letto, tormentando con la sua generosit colui che pretendeva sottometterlo. Quanto insigne, esemplare e ammirevole lesempio di questo glorioso Martire! E quale obbligo avete voi, dilettissime gliole, che avete fatto oggi la Professione, nel tenerlo in particolare devozione ed averlo come protettore e padre! Quale debito vi si impone nel ringraziare frequentemente e con cordiale e sviscerato affetto il Signore benedetto che vi ha chiamate al suo servizio, scelte come strumenti a dar gloria al suo nome e a combattere contro il demonio! Dovete riconoscere che questa grazia proviene dal Signore: Egli ha messo in voi il desiderio di abbracciare questo stato di vita nel quale vi ha incamminato e al presente, in esso, vi ha stabilite.

48

Non per merito vostro, gliole, n per vostra virt se oggi vi consacrate al Signore Iddio per mezzo della Professione e dei tre voti solenni di povert, castit e obbedienza: Egli vi ha ispirate, aiutate e favorite con la sua grazia, n crediate sia poca cosa laver fatto la Professione. Ed anche se non sarete esposte al fuoco, ai ferri o ad altri tormenti visibili, sarete tuttavia martiri attraverso la perfetta osservanza degli ordini e delle istituzioni vostre, nelle promesse fatte a Dio che avranno con s molte difcolt e morticazioni, studiandovi di essere davvero nemiche di voi stesse. Ci sono persone spirituali che spesso si confessano, si comunicano, fanno orazione mentale, si disciplinano ed altre simili lacerazioni, ma non vogliono che vada loro niente di traverso, di scomodo: vogliono che ogni cosa sia secondo le loro vedute. Eppure non conveniente che sia cos: si deve soffrire e non pensare che ci perdiamo nellafiggerci e nel non tener conto della nostra persona: dobbiamo condare in Dio, credere che egli ha cura di noi, persino dopo la morte, come avvenne per il glorioso Martire s. Vincenzo, del quale ebbe cos grande cura in vita e dopo la morte. Quanto lo ha onorato ed esaltato! Volle perno che fosse riverito e onorato dagli stessi animali, creature irragionevoli. Prego il Signore Dio che a voi tutte ed a me, misero peccatore, conceda grazia di conoscere le astuzie e gli inganni del demonio, di sentire veramente la miseria, la bassezza, la debolezza e la nostra impotenza: credere davvero che siamo niente e che ogni bene proviene da Lui. Ti supplico, o Signore Dio, di concedere a tutte la grazia di essere tuoi strumenti, che in tutte essa trion, che non ci sia alcuna che non faccia protto nelle virt, che il servirti sia compreso come grazia grande, che tutte riportino glorioso trionfo sul demonio e Tu sia onorato e gloricato in tutte. ________
(I dodici Sermoni che seguono, furono tenuti da S.E. Ill.ma, nel periodo in cui dimor presso il nostro Monastero la Serenissima Signora Principessa Margherita Farnese).

49

50

51

Giulio Campi: Battesimo di San Paolo S. Paolo Converso - Milano presbiterio dellaula pubblica

52

Sermone 4
tenuto il Venerdi avanti la Pentecoste il 27 Maggio 1583
Il convito della Santa Eucaristia, che vi ho amministrato questa mattina, dilettissime gliole, la preparazione a quel convito e a quelle grazie che dovete e dobbiamo tutti sperare di ricevere in questa vicina Pasqua di Pentecoste, ne di tutte le opere che il Signore ha fatto per la nostra redenzione, anzi, per questo ne Egli fece tutto: dal cielo discese sulla terra, nacque povero, soffr persecuzioni, ingiurie, freddo, caldo, fame, sete e alla ne, la morte in croce, afnch ricevessimo la grazia dello Spirito Santo e fossimo salvati. Cos, la Passione, la Risurrezione, lAscensione sono tutte preparazioni a questa grande Festa, tra tutte degna di ricevere la Santa Eucaristia, perch essa, entrando in noi, prepari da s labitazione nelle nostre anime, cos che il Figlio la prepara per il Padre, il Padre per il Figlio, luno e laltro per lo Spirito Santo e lo Spirito per ambedue. In questa festa il Figlio che prepara labitazione allo Spirito Santo, disponendo e preparando le nostre anime a ricevere la sua grazia come signicano le parole contenute nel santo Vangelo: Vado parare vobis locum (Gv 14,2). Come se volesse dire: Io me ne vado al cielo, afnch per la mia assenza, staccati da me col corpo al quale, in modo piuttosto carnale, vi siete appoggiati, con laiuto che vi dar da lass, vi prepariate a ricevere questa grazia e la mia Ascensione diventi la vostra preparazione: Vado parare vobis locum. E poich quando un grande Principe deve venire ad alloggiare in casa di qualche povera persona, molto inferiore alla sua nobilt, grandezza e potenza, manda avanti le sue [ricchezze], perch con quelle sia ricevuto e onorato come si conviene. Cos fa il Signore Dio: ci prepara con una grazia a riceverne unaltra. Queste preparazioni possono essere fatte in diversi modi, ma per brevit di tempo, ci soffermeremo a ragionare solo su quelle che sono pi confacenti 53

al vostro stato per osservare anche con ci quel santo e salutare comando di annunciare la parola di Dio dopo la Santa Comunione. Stavo considerando questa mattina, quale tema avrei dovuto scegliere per questo nostro incontro e cos mi sono proposto di invitarvi con le parole che oggi abbiamo ascoltato allingresso della santa Messa, dicendovi con la Chiesa: Populus acquisitionis annuntiate virtutes eius, alleluia, qui vos de tenebris vocavit in admirabile lumen suum, alleluia, alleluia. (1 Pt 2,1). Popolo, voi, gliole dilettissime, acquistate, redente, strappate dalle mani del demonio, segregate dal mondo, voi dilettissime anime, rinchiuse in questi sacri chiostri, lontane da tanti disturbi e vanit, annunciate, scoprite la bont di Dio, la misericordia, la piet ed altre sue virt, che verso di voi e in voi egli ha operato. Voi, dico, che con laver rinunciato ai parenti, disprezzato la nobilt e le ricchezze del mondo, godete il frutto di questa santa segregazione, manifestate a tutti quale e quanta sia la felicit di questo vostro stato, principio di Paradiso; s, perch la vera vita religiosa un principio di Paradiso in terra e tale che nessuno lo pu intendere bene, se non chi lo prova. Nessuno pu sapere quanta sia la dolcezza del miele se non chi lassaggia e gusta; nessuno pu penetrare nella felicit della vita religiosa e spirituale se non chi la esercita, allontanandosi, segregandosi interamente da tutte le cose di questo mondo, perch Animalis homo non percipit ea quae sunt Spiritus Dei (2 Cor 14-16), dice lApostolo s. Paolo: luomo, che come animale, non si d se non alle cose terrene, tutto inviluppato nei piaceri, vanit, delizie e ricchezze mondane, non pu gustare le cose di Dio. Chi vuol gustare Dio, deve avere lo spirito di Dio, cio essere a lui unito, rassegnato alla sua santa volont, non volere se non quello che Egli vuole, astrarsi da tutte le cose che sono fuori di lui, amare lui solo e in lui e per lui solo il prossimo nostro. Pertanto, voi gliole, Populus acquisitionis, annuntiate virtutes eius, qui vos de tenebris vocavit in admirabile lumen suum, alleluia. [Popolo acquistato, annuncia la sua potenza: Egli ti ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce, alleluia].

54

Passo ora a dire qualcosa sulla preparazione che ritengo sia conveniente fare per questa santa Pentecoste, onde ricevere in maggior copia le grazie del Signore e, dove mancheranno le mie forze, suppliranno le vostre meditazioni e le vostre orazioni. La prima preparazione che mi sovviene la considerazione e conoscenza del gran bisogno che abbiamo della grazia di Dio, conoscere quanto siamo deboli, fragili, inclini a peccare, pieni di miserie; in poche parole, non possiamo fare alcun bene, anzi commettiamo orribili sbagli senza questa grazia, ma per essere maggiormente sicuri di quello che diciamo, voglio presentare un esempio. Consideriamo la fragilit, la timidezza, la pusillanimit, direi quasi femminile, degli Apostoli prima che ricevessero la grazia. L Apostolo san Pietro, quel discepolo tanto sviscerato verso il suo Maestro, che si mostrava tanto ardimentoso e pronto a dar la vita per lui, alla voce di una donna e, che donna! di una serva e vile ancella, lo rinneg tre volte E gli altri Apostoli che lamavano con tutto il cuore, al primo incontro coi nemici, labbandonarono e fuggirono tutti. Ma dopo aver ricevuto la grazia dal Cielo, come cambiarono? Divennero intrepidi e valorosi! San Pietro stesso, ma anche tutti gli altri, quanto frutto fecero nella Chiesa santa, come la resero grande e feconda! Quanti cristiani orivano fra le spade, tra i agelli, sulle croci e in mille altri tormenti! Quanti osservatori evangelici! E quanti ancora, col martirio, se ne andarono e vanno continuamente alleterno regno e lo posseggono! Il Signore Dio permise quella fragilit negli Apostoli, e la rese palese, afnch fosse pi conosciuta, apprezzata, desiderata e domandata la sua grazia che in loro oper poi cos mirabili cose. E se vuole che essa sia procurata da tutti i Cristiani, quanto maggiormente da noi che ci siamo dedicati al suo servizio al ne di acquistarla! Perci, dobbiamo con ferventissime orazioni domandarla alla Divina Maest. Ci servir per unaltra forte preparazione: instare, battere alla porta della sua misericordia, implorare con fede per essere esauditi, assicurati, anzi invitati da lui con quelle parole: Petite, et accipietis: pulsate, et aperietur vobis (Gv 14,24; Mt.7;17). [Chiedete, bussate e vi sar aperto.]

55

Non dobbiamo stancarci, dilettissime, di chiedere questa grazia, ma gridare, supplicare ardentemente nellintimo del nostro cuore e rivolgere continue preghiere a Dio, per impetrarla, afnch possiamo gustare le cose sante e divine, vincere le difcolt che si oppongono sulla via del Cielo. Perch, se le vogliamo vincere con le sole forze umane, sar impossibile; dobbiamo condare nellaiuto di Dio e vincere con la sua forza e potenza: Egli forticher la nostra debolezza, ci faciliter e render piacevole ci che a volte con le sole forze umane sembra impossibile. Anzi non solo facilita, ma molto spesso ci fa sentire il gusto di quelle cose che prima disprezzavamo. Vorrei darvi un esempio, dilettissime, e raccontarvi un fatto simile avvenuto in questa nostra citt di Milano, senza tuttavia specicare il nome della persona che, ispirata dallo Spirito Santo, determin di mettersi al servizio del Signore e, per farlo nel modo migliore, scelse una vita molto austera, contraria in tutto a quella che prima aveva condotto fra i piaceri e gli agi del mondo. I parenti si opposero alla sua determinazione, temendo che fosse unillusione diabolica e di ci ne parlarono anche con me. Quella persona si mise a provare tutte le austerit e macerazioni, ma incontrava forti difcolt, no a quando, condando in Dio, prese la risoluzione di entrare in religione, incominciando ad osservare per obbligo quello che prima esercitava di sua spontanea volont. Si sent subito pi facilitata, anzi provava gusto, e quando le chiesi come facesse a sopportare numerose austerit, mi rispose quasi ingenuamente che ella vi trovava grandissima facilit nelleseguirle, e provava dilettevole quello che prima aveva in orrore. Da chi proviene, dilettissime, tutto ci? di chi questopera? Del Signore Dio che amministra la sua grazia secondo la vocazione alla quale chiama le creature e la dona in cos grande abbondanza che non solo lo spirito, ma anche la carne, per abbondanza di consolazione, sente gusto in questo modo di vivere. Da ci si pu scorgere chiaramente come tutte le persone spirituali, ma che siano davvero spirituali, portino con s letizia e gaudio spirituale, che riettono 56

esternamente una gioia celeste, unangelica allegrezza in volto, che invita gli animi al servizio di Dio, come attesta il santo Profeta nelle seguenti parole: Cor meum, et caro mea exsultaverunt (Sal 83,3). Come se dicesse: tanto dilettevole, soave e saporoso il servire Dio, che non solo lo spirito, di cui cosa propria, lo gusta e ne gioisce, ma anche la carne che, pur essendo contraria e ribelle, ne gode e gioisce. Quanto frutto raccoglieremmo, dilettissime, dalle nostre azioni, se pensassimo sovente a ci: come ci sentiremmo ferventi, forti e arsi dellamore di Dio, se di frequente facessimo questa meditazione! In meditatione mea exardescet ignis (Sal 38.4), diceva lo stesso Profeta. La meditazione tanto potente ed efcace allanima mia, che mi sento ardere tutto e mi sembra che dello stesso fuoco, avvampi, mi bruci e mi consumi. O dilettissime gliole, quanto grande questa vostra gioia! Quanto felice questo vostro stato e quanto abbondante la grazia di Dio in voi! Ma con quanta diligenza dovete custodirla, tenervi lontane da tutti i desideri, affetti terreni, per mostrare che davvero siete quel popolo acquistato, redento dal sangue di Cristo: Populus acquisitionis; popolo segregato dal mondo, staccato, astratto da tutte le cose che sono al di fuori di Dio, che vi allontanano da Lui e che non sono per amore di Dio. Questa, sorelle, sar una preparazione molto utile, anzi necessaria alla prossima solennit; statene certe che non riceverete in tanta abbondanza la sua grazia, nch sarete piene di affetti terreni, inviluppate nelle cose del mondo. Vi dico che non potrete gustare le consolazioni dello spirito insieme a quelle del mondo e della carne. Quem docebit scientiam? Et quem intelligere facit auditum? Ablactatos a lacte, avulsos ab uberribus,(Is.28,9) dice Isaia: [a chi insegner il Signor Dio la vera scienza? a chi riveler i suoi divini segreti? a chi aprir lintelletto per intenderli? a chi nalmente comunicher la dolcezza e la sua consolazione?] A quelli che, staccati dal materno seno, non succhiano pi il latte, non si nutrono di delizie mondane, che si rendono schiavi di piccoli agi e comodit, attaccati a minime cosette, immersi in amori sensuali, ma sanno disprezzare tutto ci; solo a costoro sar donata la grazia divina: ablactatis a lacte, avulsis ab uberibus. 57

Bisogna dare un Vale, un bando perpetuo al mondo, dilettissime, dobbiamo vuotarci di tutte le cose proprie, se vogliamo impetrare la divina grazia ed essere ripieni di Spirito Santo. Dobbiamo darci alle sacre lezioni, meditazioni e orazioni: con questi esercizi, saremo costretti a lasciare e a disprezzare le cose terrene e fragili per innalzarci con lo spirito alle celesti ed eterne: Os meum aperui, et attraxi spiritum (Sal 118,131), diceva il Salmista, cio: [ho aperto la mia bocca, mi son dato alle divine lodi, alla santa orazione ed ho sollevato il mio spirito dalla terra, innalzandolo verso il Cielo]. Lorazione, sorelle, utile in ogni azione, massimamente necessaria al protto spirituale, mezzo efcacissimo per ottenere la grazia di Dio. Desidero che in questi giorni precedenti cos grande solennit, sia da voi pi frequentata del solito. Implorate questo Santo Spirito, imploratelo per voi, imploratelo per me; chiedetegli grazia per una mia necessit di particolare importanza; pregatelo per questo popolo e per la diocesi tutta; inne pregatelo per la Santa Chiesa e per tutto il mondo. Al termine di questo ragionamento, dilettissime gliole, perch vi resti pi impressa nellanimo lesortazione che ho fatto, cio quella di segregarvi e staccarvi perfettamente dal mondo, vorrei aggiungere una considerazione che ancora in questi giorni ho trattato e cio che tutte le grazie grandi e i favori segnalati che il Signore ha fatto ai suoi Santi, li ha concessi prevenendoli, segregandoli dal mondo. Facciamoli passare brevemente: Ad Abramo, prima di fargli quelle solenni promesse e di renderlo Padre universale del mondo, gli rivolse un rigoroso comando: Egredere de terra tua, et de cognatione tua, et de domo patris tui (Es 12,1) [Esci dalla tua terra, dai tuoi parenti e dalla casa di tuo padre]. A Mos, prima di farlo legislatore e duca del popolo di Israele, lo allontan dallEgitto e lo condusse nella solitudine. Prima che costituisse Giuseppe signore dellEgitto, lo allontan dalla paterna casa e permise che fosse venduto dai fratelli. E altri molti esempi ci sarebbero che tralascio per brevit di tempo. Pertanto il Signore vuole che siamo staccati da tutte le cose terrene ed aspiriamo a Lui solo. 58

Tutte le Scritture ci esortano a ci. In ogni luogo sentiamo continue le voci che risuonano alle orecchie il disprezzo del mondo. A questo effetto servono tutti quei santi ordini che sono stati istituiti per tener lontani da voi, pi che sia possibile, i padri, le madri, i fratelli, le sorelle ed altri parenti ed amici, afnch godiate con maggior quiete la felicit del vostro stato e condiate in Dio solo, attendendo alla perfetta unione con lui con tutto laffetto del vostro cuore. Solo per godere di Lui in questo mondo e nellaltro, vi siete rinchiuse in questi chiostri! Ma per ottenere tutto quello di cui abbiamo ragionato, dovete affaticarvi e farlo con tanto maggior fervore quanto vedete come il Signore sia liberale con le sue grazie e tutto quello che compie, lo fa per il vostro maggior bene. Colei che il Signore vede bisognosa di stare sottomessa, la mette sotto lobbedienza; quella che crede adatta al governo, le d lufcio di governare e custodire le altre; alluna concede la salute, perch crede sia pi espediente per lei; allaltra permette linfermit, perch aumenti in perfezione; tutto ci allunico ne a cui tutti dobbiamo pervenire, anche se con diversi mezzi e modi, alleterno Regno a cui piaccia il Signore di favorirci.

59

60

61

Antonio Campi - Martirio di San Paolo San Paolo Converso - Milano Presbiterio dellaula pubblica

62

Sermone 5
tenuto il Venerd nell ottava del

Corpus Domini
il 10 giugno 1583

Questo tempo sacro, dilettissime glie, ci parla continuamente di amore: questi santi giorni in cui si fa particolare memoria delleccesso di amore che Dio mostr verso le sue creature, no a dare se stesso in cibo e nutrimento delle loro anime, invitano tutti ad amare. In ogni luogo risuona alle orecchie e ai cuori devoti con soave armonia questa voce: amore. Sono certo che molte di voi, se non tutte, avranno approfondito pi del solito, con vivo affetto di cuore questo amoroso mistero. Molte avranno gustato quei soavi sentimenti che solito portare con s questo santo pane, questa celeste manna, la cui dolcezza non pu essere intesa, n espressa se non chi la prova. Ma anche avendone provato lesperienza, per quanto se ne possa parlare con efcacia e profondit, il gusto interiore pi grande di quanto si possa esternare. Desidero, perci, dilettissime gliole, che voi prestiate ascolto soprattutto a questo sentimento interiore e a farne frutto pi che a sentire le mie parole. Ogni anima devota, attenta alla voce con cui le parla il Signore interiormente, possa dire col Profeta: Audiam quid loquatur in me Dominus Deus (Sal 85,9) [Ascolter quello che dice in me il Signore Dio]. Vedr che cosa vogliono dire, a che cosa sono indirizzate queste grazie, questi segnalati favori che Egli mi fa. Vedr, esaminer, scruter che cosa richiedono da me: sono tutte voci, tutte lingue con le quali Dio mi parla: Audiam quid loquatur in me Dominus Deus (Sal 85,9). Tutto ci, sorelle, vi sar di maggiore utilit che non le mie parole; tuttavia, per risvegliare la vostra attenzione ed accendere i vostri cuori allascolto della voce del Signore Dio, non voglio tralasciare di esporre quel poco che mi suggerisce questa solennit. 63

Questa mattina, mentre stavo considerando su che cosa avrei fermato il nostro ragionamento, mi si presentato linizio della Lettera che viene proclamata nella Messa di questa Festa. La cosa mi stata ancor pi gradita, pensando alla devozione che giustamente portate voi tutte al glorioso apostolo san Paolo. Essa dunque dice cos: Ego enim accepi a Domino quod et tradidi vobis, quoniam Dominus Jesus, in qua nocte tradebatur, accepit panem, et gratias agens fregit, et dixit: Accipite, et manducate, hoc est corpus meum, quod pro vobis tradetur, hoc facite in meam commemorationem. (1 Cor 11, 23-24). E il resto che segue. [Io infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Ges, nella notte in cui veniva tradito, prese il pane, e dopo aver reso grazie, lo spezz e disse: - Questo il mio corpo, che per voi; fate questo in memoria di me]. Dilettissime gliole, queste sono tutte parole damore, tutte eccitanti amore, donate dallo stesso Signore: Ego accepi a Domino. Stavo meditando per quale motivo il Signore rivel cos minutamente a s.Paolo non solo le modalit e le azioni che costituiscono con precisione questo sacro mistero, ma anche il tempo particolare nel quale lo istitu; in qua nocte tradebatur e concludo che fu per rivelare pi chiaramente il suo amore verso di noi; stata una scelta del suo amore listituirlo in questo tempo piuttosto che in un altro. Vogliamo, o dilettissime anime, ragionarci un poco sopra: In qua nocte tradebatur: quanto pesano queste parole! Parole misteriose, degne di essere con sacro e profondo silenzio meditate e per le quali, nella meditazione, scaturissero umi di lacrime e le viscere stesse si sciogliessero per amore. In qua nocte tradebatur: in quella notte, in cui come premio del suo amore per noi, si vedeva ripagato dalla maggiore ingratitudine mai udita dei suoi pi intimi amici, del popolo eletto e favorito di tante grazie, (Ges) ci lascia il suo corpo in cibo, anzi egli stesso lo dona al proprio traditore. In qua nocte tradebatur, in quella notte che avrebbe dato ne alla sua vita, non per morte naturale, o ammazzato da strana gente, nei quali casi 64

sarebbe anche stato un eccesso di amore, ma tradito (parola orribile e quasi insopportabile alla piet del cuore umano, capace di ragionare!), In qua nocte tradebatur, in quellora in cui aveva davanti a s il nemico, e sapeva essere vicino il sudor di sangue e vedeva approssimarsi lora della morte, tremenda nella carne, la sua soprattutto, nella quale doveva sfogarsi la rabbia dei Giudei e, nel sentire umano, per tante ingiurie, tante villanie, tante offese e cos acerbi tormenti; in quellora, che non solo i sentimenti, ma anche in un certo modo la ragione umana che pretendeva se ne stesse tutto mesto, lontano da ogni pensiero che non lo riguardasse personalmente, tutto assorto nelle ingiusticabili ed orribili azioni che vedeva rivolte a s, delle quali non nemmeno possibile dire che la cosa pi tremenda fosse la morte; Ges non indugi su questi pensieri, ma impieg tutto se stesso a benecio di queste sue creature, a noi vilissimi peccatori. Tutto era rivolto con un amore sviscerato verso di noi. O dilettissime, che eccesso damore fu questo! E se noi, dopo aver rinunciato al mondo, rassegnata la nostra volont a Dio, offerta a lui la nostra vita; voi soprattutto che avete fatto professione santa con i tre voti solenni di povert, castit e obbedienza, per la quale avete sacricato la vostra volont al Signore e voi stesse a Dio, tanto che non siete pi vostre; se con tutto ci, un poco di infermit, una parola non detta bene, una piccola umiliazione, il sentirvi considerate di poco conto, basta a sviarvi dal Signore, a togliervi il gusto della preghiera, delle meditazioni, dei divini ufci, delle lezioni sacre, insomma basta ad allontanarvi da tutti gli esercizi virtuosi e santi, quali pensieri e che afizione non dovevano, secondo la ragione umana, occupar lanima di Cristo Ges, Signore nostro, in quel tempo cos pieno di dolore e tristezza?! Eppure Ges dimentica se stesso, mette da parte il pensiero della sua imminente morte per consolare noi, pascere noi, vilissimi peccatori, noi suoi traditori, noi cagione dei suoi dolori, dei suoi tormenti, della sua morte. O dilettissime gliole, che amore fu quello di Cristo! Era cos ardente il suo amore che non pot aspettare il tempo della morte a spargere tutto il suo sangue e sacricare sopra laltare della santa Croce se stesso al Padre in soddisfazione dei 65

nostri peccati, ma volle prevenire il tutto col dare se stesso in cibo e nutrimento delle anime nostre, nella istituzione della Santissima Eucaristia. O sorelle, quanto dovremmo essere assidui nella meditazione di questo mistero! Quanto gustarlo! Quale frutto cogliere! Quanto spesso dovremmo rivolgerci a Lui e a noi stesse dicendoci: sopporter io che altri occupino il mio cuore, mentre il mio Signore Dio, non daltro intento a fare il bene e sviscerarsi per me, sua creatura? Queste meditazioni, dilettissime, dovrebbero essere la vostra ricreazione, il vostro conforto, il vostro cibo. Dio spirito, la parte superiore delluomo spirito, e perci solo di Dio si pu perfettamente pascere. Beate voi, dilettissime gliole, che per questo vi siete rinchiuse! per pascervi di Dio solo, per gustare solo Dio. A voi particolarmente concessa la grazia di potervi recare in chiesa ogni volta che lo volete e qui di ammirare, adorare il divin Corpo del Salvatore nostro. O sorelle, che tesoro ci ha donato il Signore Dio! Che benevolenza, che amore porta verso questa sua creatura! qualcosa che va oltre la capacit umana. E se Salomone si stupiva tanto e considerava cosa inimmaginabile dallintelligenza umana che Dio si degnasse abitare nel tempio che egli aveva eretto con grande pompa e gloria (gura poi di quello che ora in verit godiamo), da esclamare: Ergone credibile ut habitet Deus cum hominibus super terram? Si Caelum et caeli caelorum non te capiunt, quanto magis domus ista, quem edicavi. (2 Paralip. 6,18). [O Signore Dio, se i cieli sono cosi piccoli per la tua grandezza, tanto che non puoi essere compreso da tutti insieme, che cosa sar questo piccolo tempio?]. Se Salomone si stupiva tanto che il Signore si degnasse abitare in quel tempio, pregurazione del nuovo, per esservi larca, il propiziatorio ed altre cose, che cosa dovremo fare noi, che abbiamo la possibilit di godere effettivamente di questo tempio, perch nelle chiese presente il suo vero e sacro Corpo, riposto nei Tabernacoli? Se Salomone, lo ripeto, si meravigliava che quella piccola costruzione potesse racchiudere la Maest e la grandezza di Dio, che cosa faremo noi, che lo riceviamo non in un tempio sontuoso e ricco, ma in noi stessi, vasi indegni e 66

colmi di peccati? O dilettissime, sono queste considerazioni che confondono, che umiliano la nostra superbia, che accendono lanima alla gratitudine e allamore verso Dio e se lo devono fare tutti i cristiani, a voi particolarmente conviene, sia per la maggiore conoscenza, sia per la grazia che pi grande, potendo voi entrare in chiesa, adorare il divin Corpo, offrirgli le vostre lacrime, i vostri sospiri, le vostre necessit, i vostri desideri, con grande speranza di essere esaudite. Figliole, quanto felice questo stato religioso! Beati viri tui, et beati servi tui, qui stant coram te semper (III Re 10,8), diceva la Regina Saba al re Salomone; ma quanto pi beate voi, che siete favorite di servire non un re terreno, ma il Re celeste, di assistere non al re Salomone, ma al Signore Dio, Re del cielo e della terra. In queste sante meditazioni, dilettissime, dovreste continuamente occuparvi, godere di questa vocazione a cui il Signore Dio vi ha chiamate, penetrare con vivo sentimento in questo amore che ha mostrato di essere morto per tutti, donargli voi stesse con cuore generoso, pronto, allegro, risoluto e rassegnato e soffrire qualsivoglia cosa per amor suo. E sebbene gli avete gi fatto questa offerta con la santa Professione, non vi fermate a rinnovarla, ridonandogli quello che gi gli avevate donato, per celebrare con frutto particolare questa sacra Festa, ma consumate in amore questi giorni che parlano continuamente di amore, come gi dissi poco fa. Non cancellate mai dal vostro cuore la memoria che il Signore morto per voi: sia questa la dedica scritta sul vostro cuore, il sigillo delle vostre riessioni e delle vostre opere. Tutto ci vi faciliter ogni cosa difcile, vi animer al disprezzo di voi stesse e di tutte le cose terrene. Ripetete fra voi frequentemente: se il Signore non ha stimato cosa alcuna di questo mondo, nemmeno la propria vita per salvarmi, perch non le disprezzer io per conseguire la salvezza? Perch non dar io le ricchezze, gli onori, la vita stessa per Colui che si dato tutto a me? Dilettissime gliole, che cosa potrebbe essere per voi cos difcile che non potreste fare, cos pesante da non poterla sopportare, cos amara da non gustarla per amore di Colui che, per amor nostro, ha superato qualsiasi difcile e duro scoglio, ha portato gravi pesi sulle sue spalle, ha gustato il ele di ogni amarezza? 67

Quali effetti non dovrebbero provocare in noi questa dolce memoria, questo soave ricordo, queste amorevoli parole, che Dio morto per noi? Si legge di una Santa di nome Margherita, glia del re Stefano dUngheria e della regina Maria che, a seguito di alcune vicende capitate ai suoi genitori, fu da loro emesso un voto prima ancora che ella nascesse, perch fosse consacrata alla vita religiosa. Condotta in un monastero allet di tre anni, a quattro le venne fatto indossare labito monacale. Ebbene, vedendo ella un giorno una Croce, domand alle monache che legno fosse quello; le risposero che si chiamava croce e che sopra una di esse nostro Signore Ges Cristo sparse il sangue e mor per amor nostro. Queste parole che dichiaravano come Ges fosse morto per noi, tanto penetrarono nellanimo della fanciulla e tanto mossero il suo nobile e reale cuore che voltandosi verso la croce disse: Domine, me tibi committo, come se volesse dire: vedo, Signore, per quanto pu lignoranza mia, e capisco quanto fu grande lamore che ti indusse a morire per me; cos, per segno di gratitudine, mi dono e consacro tutta a te, afdo me stessa in quelle tue mani che per me furono conccate al legno della croce. Domine, me tibi committo!. O dilettissime, questo fu veramente un atto di amore, una vera nobilt di cuore, un sacricio offerto a Dio in odore di soavit: questo quello che cerca Dio da noi! Il Signore vuole forse solo il nostro oro, il nostro argento, le nostre facolt? No, vuole il nostro cuore: quello, dunque, offriamogli! A lui consacriamo con animo grande gli affetti, i desideri ed ogni volont e facolt nostra, cos che staccati dalle cose terrene, forticati da quel sacro cibo del suo divin Corpo, ci incamminiamo velocemente con vero gaudio ed allegrezza alla beata patria, che il Signore ci vorr concedere.

68

69

Tanzio da Varallo San Carlo visita gli appestati e distribuisce lEucaristia (Domodossola VB)

70

Sermone 6
tenuto la Domenica fra lOttava

del Corpus Domini


il 12 giugno 1583
Loccasione di questo servizio pastorale che sto compiendo per voi, dilettissime glie, che dovendomi assentare per sette o otto giorni fuori Diocesi e pertanto, essendo impedito di svolgere venerdi prossimo le solite sacre funzioni, ho voluto soddisfare almeno in parte, oggi, per non venire meno, per quanto mi possibile, alla promessa fattavi. La nostra meditazione si soffermer ancora su quel sacro mistero che la Madre Chiesa ci propone per tutta lottava: listituzione del SS.mo Sacramento. Per brevit di tempo, vi esporr solo una considerazione, che spero, sar per voi occasione per trascorrere qualche tempo in santa orazione. Stavo considerando lamore che il Signore Ges ci ha mostrato nel volerci lasciare se stesso in cibo e nel voler morire per amor nostro. In tutto questo ho notato quanta attenzione ha avuto per noi, quanto ha stimato questa sua creatura. Cosa stupenda che un essere misero, una vile creatura possa essere cos importante al cospetto di Dio, sia da lui talmente stimata, da umiliarsi per salvarla, prendendo la forma di servo, no a morire. (cf Fil. 2,7). Non contento di tutto ci, per aiutarla, per sostenerla e per ridarle nuova vita, le ha dato se stesso in cibo. Possiamo dunque dedurre questa considerazione, dilettissime glie: come dovremmo stimare questa nostra anima, come onorarla e quanto rispetto portarle. O sorelle, quanto poco siamo previdenti, quanto siamo trascurati tutti noi in questo campo! Se tutto ci fosse anche solo un affare di interesse comune e non vi avessimo parte pi di tanto, non dovremmo ugualmente, per rispettare lopera di Dio, profondervi ogni nostro impegno, no a dare il proprio sangue? 71

Eppure qualcosa che riguarda noi in particolare, che interessa la nostra stessa persona, in cui risiede la nostra felicit, beatitudine o dannazione. Ma come siamo superciali e negligenti su questo fatto! Siamo estremamente pronti a risentirci se un nostro lavoro che abbiamo costruito con fatica viene trascurato, tenuto in poco conto, tanto pi se a comportarsi cos fossero quelle persone per le quali ci siamo affaticati. E lopera del Signore la trattiamo alla stessa maniera, con poco rispetto, osando pensare (miseri noi) che il danno e il risentimento riguarda solo lui! O dilettissime, ci inganniamo e di gran lunga! Il Signore ne prover certamente sdegno, ma per noi ci torner a svantaggio, perch punir la nostra ingratitudine, la nostra trascuratezza, la nostra malvagit. Abbiamo un esempio nel libro della Genesi, di quanto Dio abbia severamente castigato il suo popolo che, intento nel fare il male, non curava la salvezza della propria anima. Il Signore, secondo la sua potenza e la sua giustizia, si sdegn nei confronti di chi se lo meritava. Ascoltatelo, dilettissime: Il Signore vide che la malvagit degli uomini era grande su tutta la terra e che ogni disegno concepito nel loro cuore non era altro che male. E il Signore si pent e disse: sterminer dalla terra luomo che ho creato; con luomo anche il bestiame (Gen 6,5-7). La Genesi racconta la causa di quel agello per mostrarci quali siano le cause che provocano lira di Dio giusto contro di noi. Videns quod multa malitia hominum esset in terra, et cuncta cognitio cordis intenta esset ad malum(ibid). O sorelle, il Signore Dio osserva le intenzioni del cuore, tutti i pensieri del cuore cuncta cogitatio cordis; egli nota, osserva, soppesa ve lo ripeto il cuore delluomo e secondo le sue intenzioni, ricompensa o punisce. Non certo facile alla punizione; siamo noi, con le nostre cattive azioni che lo costringiamo; si deve risentire per soddisfare alla sua natura che di essere giusto. tactus dolore cordis intrinsecus [S pent nel suo cuore !]. Non certo perch in Dio si verichino questi sentimenti di dolore; ci detto come esempio per farci comprendere, per sottolineare il fatto. tactus dolore cordis intrinsecus, delebo, inquit, hominem quem creavi. [Se ne addolor in cuor suo e disse: Sterminer luomo che ho creato], come se dicesse: costretto 72

dalla ingratitudine delluomo, dal poco conto e dalla poca stima che porta verso i beneci e i doni che gli ho fatto, delebo, [sterminer cio disperder, che proprio di quel delebo] hominem quem creavi, [luomo che io stesso ho creato,]che non solo ho favorito, non solo ho amato, non solo ho nutrito, ma che ho creato. Sono costretto a sterminare questa mia creatura; questa mi conviene disperdere a causa della sua malizia e cattiveria. Era stata fatta a mia immagine. da me tanto nobilitata, che ho arricchita di tante grazie e di tanti doni! E con lei dovr distruggere anche tutto ci che ho creato per suo servizio. ab homine usque ad animantia [dalluomo sino al bestiame]. O dilettissime, quale tremendo potere hanno i nostri peccati!! Fanno forza a Dio, perch compia quello che non vorrebbe, essendo egli pi incline a salvarci, di quanto noi lo possiamo desiderare. Ma che dico desideroso? Tutto il suo gusto, le sue delizie consistono nel favorirci, nel nobilitarci, nellesaltarci, salvarci, renderci felici. Che cosa non ha creato Dio per il servizio delluomo? Mari, campi, piante, pesci, uccelli ed innumerevoli altre creature. E di quali doni non ha dotato luomo stesso? Prima lo ha arricchito di ogni bene naturale, la vita, la ragione e la capacit di giudicare e molti altri. Nei doni soprannaturali, poi, quanti Sacramenti: Battesimo, Confessione, Comunione, Sacra Unzione e tutti gli altri. Quanta luce interiore, quante ispirazioni e quali soavit spirituali! O dilettissime glie, quali beneci immensi sono questi! Come grande lamore di Dio verso la sua creatura! Tralascio qui di ricordare il pi grande benecio concesso, quellamore che supera ogni amore pi profondo e perfetto: il mistero della nostra redenzione, poich penso che non ci sia bisogno di parole, tanto lo tenete sso e stampato nel vostro cuore. Queste meditazioni, dilettissime, debbono essere da noi fatte con assiduit, frequentemente, siano esse a tenerci svegli, accesi e ferventi nel servizio di Dio benedetto. Inoltre, come abbiamo cercato di comprendere i suoi beneci, i suoi doni, cos dobbiamo vedere come gli siamo grati, come li usiamo, come li impieghiamo, come ce ne serviamo. Dobbiamo esaminarci spesso nel nostro intimo. 73

Ad esempio, trovo che il Signore mi ha fatto un determinato dono, mi ha concesso una grazia, mi ha arricchito di una capacit: come me ne servo? Lo spendo per il ne che mi ha pressato, oppure no? Da ora in avanti mi impegner profondamente per comportarmi in tal modo. S! con la sua grazia cercher di accrescerlo e di portarlo a maggiore perfezione. Tali considerazioni dovrebbero essere linizio e la ne delle nostre preghiere; e voi, particolarmente, dilettissime gliole, poich vi siete consacrate al servizio del Signore Dio, dovreste spesso rientrare nel vostro intimo e dire a voi stesse: io ho lasciato il mondo, sono entrata in questo Monastero, mi sono rinchiusa in questi chiostri, mi sono dedicata al servizio del Signore Dio, ho fatto i tre voti solenni di obbedienza, povert e castit, me ne sto qui in tanta quiete spirituale, senza disturbo alcuno, senza fastidio, godendo gi qui in terra il paradiso. Come, tuttavia, rispondo alla mia vocazione? Come impiego queste grazie e questi doni? Come tendo al mio ne? Servo Dio o servo il mondo? Purtroppo anchio sono ancora asservita al mondo. E dunque, continuer ad essere monaca solo per vivere nella quiete? Sono venuta qui per essere religiosa o per vivere da secolare? O gliole, dovete considerare frequentemente queste cose e rivedere spesso i vostri conti spirituali, considerare come sono spese le vostre facolt e i vostri doni: se assecondiamo la volont del Signore oppure no. Pu capitare a volte di non sciuparli, ma ciononostante possono anche non essere indirizzati al ne per il quale ci sono stati donati. Questo comporterebbe per noi castigo o pena. La stessa cosa leggiamo scritta nel Vangelo a proposito di quel co che non produceva frutti (Lc 13,7) e il padrone ordin che fosse tagliato. Quellalbero poteva servire a molte cose, se non altro a fare ombra. Ma il padrone volle che fosse estirpato, perch? Perch non serviva al suo scopo. Lo stesso capita per uno che pianti una vite, che dia forma ad un vaso o ad altro oggetto: se non va bene, come egli desidera, al servizio per il quale lha piantata o formata, che cosa far? La estirper o la distrugger, perch nonostante possa servire ad altri, non serve a lui. 74

Cosi capita anche a noi, dilettissime. Potremmo fare molte cose che non saranno in s cattive, come prenderci qualche comodit in pi, il chiacchierare frequentemente luna con laltra, il visitare i parenti ed altre simili azioni. Voi non dovete prendere delle comodit sconvenienti al vostro stato, non dovete parlare di cose vuote e mondane, n tanto meno contro il vostro prossimo, non visiterete i parenti senza licenza e non farete altre simili azioni. Queste, in s, non sono cose cattive, n contro lonore di Dio, tuttavia non servono al ne della vostra vocazione, anzi il pi delle volte, sono fonte di distrazione e vi rendono mal disposte alla preghiera. Quanto si deve essere accorti, diligenti ed avveduti nellesaminarci, prudenti prima di concederci qualche cosa o condiscendere ai desideri dei nostri sensi, per non cadere nel baratro della tentazione! Perci, dilettissime gliole, ponete la vostra cura in tutto questo, restate salde, sse in questi impegni. Lanima religiosa sappia ritirarsi spesso nel suo intimo e tenga sso quel consiglio ed avvertimento che anchio spesso do a me stesso, anche se in altre circostanze: quante anime farebbero meglio di me, se si trovassero nella condizione in cui sono io! E quante aspirano alla grazia di entrare in monastero per condurre vita ritirata, per poter con maggior perfezione servire il Signore, eppure non loro possibile! Ed io, che sono in questo stato, conseguito forse senza troppa fatica, non so apprezzarlo, non me ne servo come dovrei, non corrispondo a cos grande vocazione! Dilettissime, dobbiamo sentirci confusi, nel vedere certe anime, ed io stesso ne ho conosciute, come le Vergini di santOrsola ed altre ancora, tanto devote, piene di gusto per le cose del Signore, recarsi alla santa Comunione con tanto affetto e desiderio religioso, staccate dai piaceri di questo mondo, raccolte in se stesse, morticate, sempre serene anche se disprezzate e calunniate, duciose nella volont di Dio, le quali se godessero della fortuna di poter entrare in monastero, si riterrebbero felici. Ma non loro concesso, perch non tutti i monasteri hanno la possibilit di mantenerle. Ciononostante, pur restando immerse nella vita comune, sono motivo di confusione per coloro che sono entrate in convento. 75

E conveniente che la Religiosa mantenga sempre dentro di s il timore di occupare ingiustamente il posto che unaltra desidererebbe occupare e sarebbe migliore di lei se si trovasse al suo posto. Abbia sempre il timore di sentir risuonare quella tremenda voce che fa echeggiare nelle sue orecchie queste parole: Ut quid etiam terram occupas? (Lc 13. 7) [Perch sfrutti inutilmente il terreno?]. Queste considerazioni vi incitino al servizio di Dio, vi rendano vigilanti, facciano di voi delle anime ferventi, per labbondanza di grazie che la Divina Maest riversa sopra di voi. Il timore di occupare vanamente il posto in cui siete, serve a rendervi pi diligenti e solerti, riconoscendo la grande dignit della vostra vocazione e meditando spesso i premi che sono promessi a coloro che vi corrispondono fedelmente. Di queste anime, dice il vostro Padre san Paolo Apostolo : Scriptum est: quod oculos non vidit, nec auris audivit, nec in cor hominis ascendit, quae praeparavit Deus iis, qui diligunt illum. (1 Cor 2,9 - 43; Cf Is 64,4). [Quelle cose che occhio non vide, n orecchio ud, n mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano]. Vi assicuro che vero, dilettissime! Alla ne, tutte le cose di questo mondo sono niente; solo quelle di Dio hanno valore: niscono le ricchezze, gli onori, le glorie, gli Stati, i principati. Tutti niscono, solo i beni eterni durano. Salomone che godette tanta quiete, (Eccl. 2) che fu cos saggio e ricco, Re potentissimo, tanto amato dai popoli e dai suoi sudditi, dopo che ebbe gustato tutti i piaceri del mondo, di aver posseduto tanti servi e ancelle, gustato a suo piacimento la dolcezza della musica e di ogni strumento, dopo aver ammassato oro, argento e dopo aver concesso ogni soddisfazione ed ogni desiderio ai suoi occhi, n per tirare la conclusione che egli stesso propone nel libro dellEcclesiaste (libro utilissimo) che tutto vanit, loro, largento, gli onori, le ricchezze, la numerosa servit, la musica: tutto, afferma, vanit e mostra invece, in che consiste al mondo la vera felicit. Et cognovi quod non esset melius nisi laetari, et facere bene in vita sua (Eccl 3,12). [Ho conosciuto dice - che fare il bene, darsi allesercizio delle virt e 76

servire Dio nella gioia, sia la pi dolce, perfetta e soave pace]. O dilettissime gliole, questa vera felicit da desiderare e da procurare con ogni sforzo da chiunque. Chi la possiede, ne dia gloria eterna al Signore, cos come dovete fare voi che lavete raggiunta. Non dovrebbe passare giorno, senza che gli rendiate grazie devotamente, senza la ricerca di crescere di virt in virt, come segno di gratitudine verso cos grande amore. Quanto spesso dovete rientrare in voi stesse, entrare nel chiuso della vostra anima e vedere dove si trova riposto e ben custodito questo prezioso e raro tesoro. Quanto spesso, ve lo ripeto, lanima religiosa dovrebbe raccogliersi nel suo segreto, esaminarsi come ha passato il tempo durante la giornata, come ha speso il tempo della preghiera, come si accostata alla santa Comunione, che frutto ha ricavato dalle sacre letture, come ha messo in opera le buone ispirazioni, quanto tempo ha saputo passare nel silenzio, come ha osservato la sua Regola, i voti, quante vittorie ha riportato su se stessa, come ha conversato con le sorelle, e di che cosa ha ragionato con loro, quanto si servita con parsimonia delle comodit che le erano offerte nel mangiare, bere, dormire e di ogni altra cosa. E credetemi, carissime, che un esercizio estremamente utile, che dovremmo praticare quotidianamente. Quello che dico a voi, lo dico a me stesso e a tutti i cristiani: Consilium do, tamquam misericordiam consecutus a Domino, ut sim delis. (1 Cor 7,25); [Vi do un consiglio, come uno che ha ottenuto misericordia dal Signore e merita ducia]. Cos dice il glorioso Padre vostro san Paolo e riprendendo le sue parole, anchio lo ripeto a voi, gliole, anzi ve lo lascio come impegno no al mio ritorno: attendete ad esaminare frequentemente la vostra condizione e il ne della vostra vita. Non intendo qui, il ne con la morte e con lestremo giudizio: tutte queste sono cose buone da meditarsi e molto utili al progresso della vita spirituale; vi parlo del ne per il quale Dio vi ha creato e dotato di grazie cos rare e distinte, quel ne - dico - per il quale vi ha chiamate ad una vocazione tanto nobile ed arricchite di doni spirituali. Lo scopo per cui sono stati dati perch li trafchiamo e li spendiamo:Ignem veni mittere in terram, et quid volo nisi ut accendatur? (Lc 12,49). [Sono venuto a portare il fuoco sulla terra e come vorrei che fosse gi acceso!]. 77

Dio vuole che facciamo fruttare i suoi talenti, i suoi doni, le sue grazie. Egli ci ha fornito di doti: vuole che noi li impieghiamo; ci ha dato la Grazia: vuole che noi ne godiamo e ce ne serviamo. Quanta sollecitudine ed attenzione dovremmo usare nel non lasciare inoperosi e vuoti i suoi doni, le sue grazie! In ogni azione, di occasione in occasione che ci si presenta, dobbiamo sempre trarre qualche vantaggio, spronarci da soli. Ciascuna dica a se stessa: il Signore oggi mi concede la possibilit di comunicarmi, sar io cos ingrata di fronte a tanto amore da non riceverlo? Se mi fa il dono di poter andare ad adorare il suo Sacratissimo Corpo, ogni volta che lo voglio, perch non dovrei andarvi non appena mi possibile? Se vengo rimproverata dalla mia Superiora o da qualche mia consorella, lascer perdere cos buona occasione per migliorarmi? Non dovr forse umiliarmi con prontezza e confessare le mie imperfezioni? Se mi dato un po di tempo di riposo dalle occupazioni esterne, lo spender in cose vane ed oziose? O non piuttosto dovr darmi prontamente alla preghiera, alla lettura dei libri sacri e ad altri esercizi di piet? E cos in tutte quelle comodit che il Signore vi concede, non perdete tempo, non tenete sotterrati i talenti, progredite, mentre il mare quieto e il vento favorevole e la luce della stella polare vi fa da guida. Non digiunate, carissime, nch avete lo Sposo fra voi: rifocillatevi continuamente della sua grazia, saziatevi col fare la sua volont: tutto ci che vi capita, a favore o a sfavore, dolce o amaro, tutto serva per nutrirvi, perch possiate crescere e forticarvi nella via dello spirito. Cos facendo, non sarete mai digiune: Non potest enim esse jejunus qui recitur gratia Salvatoris. [Non pu restare digiuno chi nutrito della grazia del Salvatore], dice Sant Ambrogio, commentando quella frase del Vangelo: [Possono forse digiunare gli invitati a nozze quando lo Sposo con loro?] (Mc 2,19). Vi dico, sarete sempre ben nutrite, forti, capaci di camminare no a quella sacra e divina Montagna alla quale il Signore, nella sua bont, voglia tutti condurci.

78

Sermone 7
tenuto il giorno dopo la Festa dei

santi Gervasio e Protasio


il 20 Giugno 1583
Colgo volentieri, dilettissime gliole, le occasioni che mi vengono date per ragionar con voi del Signore Dio, per aiutare voi e me stesso insieme a voi, dato che il trattare tale materia giova sia a chi parla, sia a chi ascolta. E colgo i giorni, le ore che mi sono possibili, anche se talvolta sono incomode, ma valga leccellenza e lutilit di questo sacro ufcio su quel poco di incomodo che lo segue, nonostante trovi sconveniente la parola incomodo per cos grande azione. Non deve mai sembrare scomodo quel tempo in cui siamo invitati ad ascoltare la parola del Signore Iddio, come dice anche lApostolo vostro san Paolo in quelle parole scritte a Timoteo: Praedica verbum, insta opportune, importune. (Tim 4,2). Trattandosi delle cose del Signore, ogni scomodit diventa opportuna. Loccasione che oggi ci si presenta, dilettissime, la festa dei gloriosissimi Martiri Gervasio e Protasio, Patroni e primi Martiri di questa nostra citt di Milano. Ieri, stata la festa, ma poich secondo il nostro rito ambrosiano, non si potuta celebrare per non tralasciare lufcio domenicale, si celebrata oggi. Anticamente questa festa soleva essere celebrata molto solennemente, come del resto stato di nuovo stabilito , non solo era solennizzato il giorno proprio della festa, ma anche molti altri giorni dopo. Questi gloriosissimi Martiri furono gli di padre e madre santi, anchessi martiri, san Vitale e santa Valeria. Il corpo di san Vitale a Ravenna e lho potuto visitare questanno in una chiesa bellissima, antica, tenuta con grande devozione e onore. Quelli della madre e dei glioli sono conservati da noi in questa citt e si legge che a rivelare il luogo dove erano sepolti, fosse stato il vostro glorioso san Paolo che apparve a santAmbrogio in mezzo a loro. 79

Cos furono trasferiti dallo stesso sant.Ambrogio, alla presenza di s. Agostino e di altri Vescovi, con grande concorso di popolo e dimostrazione di diversi miracoli. Pertanto, anche voi, dilettissime, avete occasione di onorare e venerare questi gloriosissimi Martiri che, si pu dire, il Padre vostro ha procurato cos sublime onore, oltre poi alla venerazione che dovete loro come Patroni e Padri singolarissimi di questa citt, dopo santAmbrogio. Dalla vita degli stessi e dal Vangelo della santa Messa, prender il tema per la nostra riessione, ma prima vorrei brevemente accennare a quello che fecero questi santi Fratelli dopo che furono privati del padre e della madre e per quale via camminarono onde arrivare a cos grande perfezione e santit. Rimasti privi dei loro genitori, come frutti di cos sante e feconde piante, quasi provocati come piccoli aquilotti dal paterno e materno volo, disprezzarono il mondo, e vendute le loro ricchezze, si misero al servizio del Signore in un oratorio, esercitandosi nelle lezioni della sacra Scrittura, nella santa orazione e in altre opere pie. Perseverarono cos per dieci anni, crescendo di virt in virt continuamente, nch nella crudele persecuzione di Nerone, sotto il giudice Astasio, salirono allultimo grado di perfezione e vennero fregiati con la corona del martirio. Stavo pensando, dilettissime gliole, alla potente forza di unopera buona che ne prepara unaltra maggiore e pi perfetta. Che buon inizio e perfetta ne diedero alla loro vita questi gloriosi Martiri! Iniziarono a disprezzare il mondo, vendendo le loro ricchezze e cos, liberi da tutto, divennero amanti della vita spirituale e ritirata, dove appresero la lezione della Scrittura, a fare orazione e divina contemplazione, tanto da divenire dotti in quella scienza e sapienza celeste che li fortic e li port ad accettare generosamente il martirio e la morte per amore del Signore Iddio. Ugualmente o almeno similmente riscontriamo ci in altre anime. Una persona inizia a fare unopera buona che ad essa ne far seguire molte altre migliori, senza quasi accorgersi. Le opere buone hanno questa particolarit, cio che luna tira laltra, luna segue laltra. Cos hanno fatto questi Santi Fratelli e con esse pervennero allaltezza della perfezione. 80

Ma, non voglio andare oltre, dilettissime, senza aver eccitato anche in voi tanta consolazione ogni volta che si fa menzione di questi Santi, ritiratisi in vita privata. La dovete sentire, sorelle, e grande! Dovete sempre rinnovare la gioia, il gaudio e benedire il Signore che vi ha fatte degne di cos grande grazia: davvero, non esiste vita pi felice. Ecce quam bonum et quam jucundum: abitare fratres in unum. (Sal 132,1). Lo sperimentarono questi santi fratelli! Che gioia dovettero provare e come fu lieto il loro inizio che li port poi a cos gloriosa ne! Quanto degna e lodabile quella prima azione che fu la causa del susseguirsi di molte altre. A questo proposito, dilettissime, voglio presentarvi una considerazione che ho fatto sopra una lezione che si trova nel nostro Ufcio, a conferma di quanto ho detto pocanzi e cio che una piccola azione linizio di molte altre. Si legge nel libro dei Re (22-23), che essendo stato Giosia eletto Re, dopo altri tre o quattro Re riprovevoli che lavevano preceduto, si diede da buon Principe a restaurare il Tempio che ormai andava in rovina. Ora, mentre il Tempio veniva sistemato, nellaprire alcune cassette, fu rinvenuto il libro della Legge (Deuteronomio) che gi da gran tempo si era perduto e fu portato allo stesso Re. Letto che fu e viste, come in un chiaro specchio, alcune disdicevoli macchie e gravi offese rivolte a Dio, si preoccup di restaurare non solo il Tempio materiale, ma soprattutto quello spirituale, portando gli animi di quelle popolazioni alla perfetta osservanza della santa Legge. In ci, potreste vedere chiaro, dilettissime, tutto quello che vi ho detto sulla potenza che esercita unopera buona, disponendo lanima ad unaltra maggiore e pi perfetta. Osservate con me questo santo Re: assecond la prima ispirazione che era quella di restaurare il Tempio, opera degna, appartenente al divin culto e vi si dedic subito; il Signore lo favor poi nel fargli ritrovare il prezioso libro della Legge e con esso, conquist gli animi della sua popolazione e li port sulla via sicura. O sorelle, se pensassimo quanto grande e liberale con noi il Signore, stupiremmo! Mentre scruta in noi la minima azione buona, un piccolo passo in avanti, subito ci dona forza e spazio per una corsa senza ne. 81

Per questo, dilettissime, non dovremmo mai lasciar passare anche la minima occasione buona, senza abbracciarla, ma avere sempre un grande desiderio di crescere e fare protto nel servizio del Signore benedetto. Al contrario, non dovrebbe essere lasciata in noi la minima imperfezione, anche a costo della vita. Pur piccola che si voglia, ma se fosse contro lonore del Signore e della sua volont, dovremmo subito lasciarla, mettendo da parte il rispetto umano, sia riguardante la vita o la morte, lonore o il disonore: tutto nulla, quando si perviene a questo passo, n si devono ammettere tali rispetti che alla ne svaniscono come fumo, anche quando la vita sembra andar per il meglio. Gli uomini sono creature e per quanto possano fare, non ci potranno mai togliere la vera vita: per questo non dobbiamo temerli; ci uno dei motivi, anzi il primo motivo che troviamo nel Vangelo di oggi nelle seguenti parole: Dico autem vobis, amici mei: ne terreamini ab his qui occidunt corpus, et post haec non habent amplius quid faciant; timete eum, qui, postquam occiderit, habet potestatem mittere in gehennam. (Lc 12, 4.5). [Amici miei, amiche mie, miei servi, mie serve, non temete quelli che vi possono uccidere solo il corpo, ma colui che pu uccidere insieme anima e corpo; non abbiate cos stima del mondo da non stimare maggiormente il Creatore del mondo]. Da questa falsa stima, sorelle, proviene ogni nostro danno, cio il non stimare le cose che sono, ma quelle che non sono. O beati noi se procedessimo in ci nel modo giusto! Stimeremmo il Paradiso e non il mondo, il Cielo e non la terra, mentre purtroppo, noi facciamo il contrario: stimiamo soltanto gli onori, le ricchezze, la nobilt, la gloria e il buon nome. Il Paradiso lultimo nei nostri pensieri, anche se ben sappiamo che tutto falsit, tutte vie che, se non rimaniamo diritti, ci portano al precipizio. O dilettissime, se vi pensassimo bene, quanto facilmente disprezzeremmo tutto ci! E quanto belle stimeremmo quelle poche occasioni che ci fanno soffrire qualcosa durante il giorno per amore del Signore. E pertanto molto utile, nelle vie dello spirito, misurare giustamente e rettamente ogni azione, stimandole tutte secondo il proprio prezzo, senza ambizioni o interesse alcuno. 82

Spesso riteniamo molto grave limposizione fatta da un Superiore, mentre se la facessimo di nostra spontanea volont la riterremmo una cosa da niente. Purtroppo ci falsa stima! E qui ha termine il primo argomento. Il secondo la grande condenza che dobbiamo avere nel Signore Iddio, come possiamo scorgere nelle seguenti parole del Vangelo: Vestri capilli capitis numerati sunt. Nolite ergo timere: multis passeris meliores estis vobis. (Matt 10,30-31). O quante occasioni di condenza, quanta sicurezza nel rassegnarci e rilassarci liberamente nelle mani di Dio! Se Egli ha cura delle albe, degli uccelli che ha creato per nostro servizio, potremo dubitare che non ci abbia a custodire? Da ci, sorelle, proviene la vera generosit, la sicurezza e la tranquillit danimo che ci occorre in ogni occasione. Cos dovremmo comportarci come se tutto provenisse per disposizione o permissione divina, ma ci sentiamo quasi obbligati, quanto pi sappiamo che tutto proviene dal pietosissimo Signore che ci ha creati, redenti col sangue del suo unigenito Figlio, il Signore Dio che tanto ci ama, altro non vuole che la nostra salvezza e tutto quello che ha creato lha messo ad uso nostro. Ci capiti pure qualsiasi cosa avversa o prospera, infermit o persecuzioni, o disonore, o morte, o vita: tutto si deve accettare con serenit, rimanendo per cos dire inalterati, soltanto attivi per seguire i suoi divini ordini e comandamenti. Il terzo motivo con cui do ne, per brevit di tempo, la vera e viva confessione della nostra fede davanti agli uomini. Omnis qui contebitur me coram hominibus, contebor et ego eum coram Patre meo. (Matt 10,32). Dilettisime, questo un passo molto importante: si deve confessare il Signore Dio davanti agli uomini, intendendo farlo con le opere, perch non vera confessione quella che si fa solo con la bocca e poi con le opere la rinneghiamo, non seguendo cos i suoi insegnamenti. Dunque noi testimoniamo il Signore Dio davanti agli uomini con limitazione della sua vita e, per quanto ci riguarda, disprezzando il mondo e tutto quello che ad esso si riferisce, mettendoci di buona lena al suo servizio secondo la nostra 83

vocazione, attraverso una vita morticata, povera, umile, disprezzata, amante della santa orazione, dei dispregi, rassegnati al suo divin volere, sempre calmi e sereni in qualsiasi occasione. In questo modo confesseremo davvero il Signore Dio davanti agli uomini e nalmente mostreremo di essere veri suoi discepoli, servi e serve e come tali saremo riconosciuti nel giorno nale. Prego il Signore Dio, che doni grazia a tutte voi, perch siate sempre totalmente sue e possiate testimoniarlo davanti agli uomini in questo mondo, afnch al termine della vostra vita, al giorno del giudizio, vi mostri il Padre, vi presenti al Padre, vi confessi al Padre, dicendo: Padre, queste sono mie, queste hanno lasciato ogni cosa e se stesse per amor mio; tutte si sono donate a me; ad altro non hanno aspirato che alla perfetta unione con me e allesecuzione del mio volere; queste, dico, mi hanno testimoniato davanti agli uomini e ora io do per loro testimonianza davanti a Te, o Padre, le confesso mie, afnch con me, Tu le faccia abitare nel mio Regno, perch tutte godano in eterno.

84

85

Vincenzo Campi - la Vergine e due Apostoli fra le colonne di una serliana - San Paolo Converso - Milano

86

Sermone 8
tenuto il giorno di

san Giovanni Battista


lanno 1583
Celebriamo, oggi, dilettissime gliole, la solenne Festa del glorioso Precursore di Cristo, San Giovannei Battista, solennit insigne fra tutte quelle degli eletti e cari amici di Dio, celebrata dalla Santa Madre Chiesa, giornata di speciale allegrezza e consolazione. Allegrezza, dico, per la promessa fatta dallAngelo al padre suo Zaccaria: Multi in nativitate eius gaudebunt (Lc 1,14). Mi sento cos quasi costretto a tale celebrazione e a trascorrere in allegrezza e gaudio questo santo giorno. Ma il mio ragionamento sar tutto lopposto di questa festa, di questa santa allegrezza, come appunto il pensiero passato per la mente nel venire qui da voi e che, per venerazione alle sante ispirazioni, mi soffermer un poco. Ho visitato un infermo, persona illustre e nobilissima, che si trova in punto di morte. Questa visita mi ha fatto risolvere di ragionar con voi sullultimo passo e giorno nale della nostra vita, di ricordarvi pi efcacemente quello di cui abbiamo parlato in un altro nostro incontro e cio la frequente meditazione e la continua memoria del nostro ne. Si deve vivere in modo tale che in quellultimo giorno possiamo presentarci al cospetto della divina e tremenda Maest, chiedendo dalla sua misericordia aiuto e paterno soccorso in quelle penosissime angustie. Stavo ragionando su quel caso: guardavo quella persona, consideravo i giorni della sua vita, fra me pensavo alle delizie e comodit in cui era vissuta, alle cure e diligenze, afnch non patisse cosa alcuna, che la sua vita fosse colma di tutto ci che poteva avere e desiderare sia per s che per molti altri; che fosse superiore in dignit, facolt e gloria e precedesse molti altri; che potesse compiacere se stesso, causa se non in tutto, almeno in gran parte, di quello 87

che desiderava e bramava il suo cuore e cio soddisfarsi nei piaceri in cui suol godere la misera e infelice vita mondana, in conviti, con numerosa servit, con ornamenti sontuosi e vani, con apparati superbi e con tutti quei piaceri secolareschi, causa di dannazione per le povere anime, per luso mal fatto, non adoperato santamente. Ohim, tante ricchezze, feudi, palazzi, servit, sudditi, tanti onori, tanti applausi, tante riverenze ed inchini ed ora come si ridotta quella persona! Se ne sta tutta in orrore e spavento, abbattuta, lontana anche col pensiero da tutto quello che prima era il suo tornaconto e che considerava in tanta stima. Ora, non si cura pi di niente: sprofondata, inabissata in se stessa, attende con angoscia e timore estremo di esalare lultimo respiro e di fare quel tremendo passo fra un quarto dora, al massimo fra due o tre ore! Sorelle, quali pensieri passano ora nella sua mente e nel suo cuore; che pronta memoria di tutti i peccati commessi! Si vede ormai giunta alla ne, privata da ogni umano soccorso, vicina, anzi imminente lora in cui dovr costituirsi davanti al tremendo tribunale, alla presenza del divino e giusto Giudice e di tutta la corte celeste. Quante opere buone desidererebbe aver fatto! Quanta meraviglia e stupore di se stesso per essere stato cos negligente e trascurato nel curare la salute della sua anima! Quanti saldi propositi vorrebbe fare se gli fosse concesso ancora poco spazio di vita! Ma ora non c pi tempo! A che gli giovano ora tutte le ricchezze, la nobilt, gli onori, il gran nome? a niente! O forse, gli hanno non poco nociuto. Come sono di giovamento, dilettissime, queste considerazioni! Quanto freno pongono agli appetiti disordinati che si risolvono in fumo e che continuamente annebbia la mente! A questo proposito mi sovviene quel detto del Savio: Melius est ire ad domum luctus, quam ad domum convivii; - e perch? - in illa enim nis cunctorum admonetur hominum, et vivens cogitat quid futurum sit. (Eccl 7,3). Perci, tanto giova questa considerazione sul nostro ne, che dovrebbe essere da noi meditata giorno e notte. Ma vorrei lasciare un poco da parte questo argomento, perch non abbiamo 88

a dimenticare la festa odierna; se mai quanto abbiamo detto ci potr servire per tenerci pi raccolti in questa solennit. Passiamo cos a parlare un poco di questo glorioso Santo. Innanzitutto consideriamo quanto sia stata gloriosa e privilegiata la sua santa Nascita: quanti segni e prodigi! Fu annunziata e promessa dallAngelo: divenne muto il padre per la sua incredulit, ma poi per divino miracolo, riacquist la favella. La madre sterile partor; il gliolo fu santicato nel seno della madre, sicch fu santo prima di nascere; lAngelo gli impose il nome e, per dirla in breve, fu eletto Precursore del Figlio di Dio, oltre a tantissimi singolari privilegi che egli ebbe durante la vita. Tutto dichiara quanto sia stato grande questo glio, vero e caro amico dello Sposo. Ma dopo aver considerato i privilegi, soffermiamoci a riettere come egli abbia corrisposto a tanto bene, come si sia reso grato, che vita condusse con tante grazie e doni ricevuti. Qui, dilettissime, troveremo modo di imparare senza grande fatica. Questo benedetto Santo se ne and nel deserto n dallinfanzia, si vestiva di pelo di cammello, si cibava di erbe selvatiche insieme a locuste, anzich di cibo delicato, stava lontano dalla conversazione degli uomini, astratto da tutte le cose del mondo, no a quando inizi a battezzare e ad annunziare a quelle genti la venuta del Salvatore. Sempre unito al suo Signore, dedito allorazione, si esercitava nella penitenza e in aspra macerazione del corpo. O dilettissime gliole, che esempio abbiamo e insieme che confusione nel vedere questo Santo, nato Santo, amico di Dio, da lui tanto favorito, privilegiato e onorato, come un pubblico peccatore, andarsene nel deserto in ancor tenera et, coprirsi di cos dura e rustica veste, pascersi di cos selvaggi e amari cibi, e tutto ci per conservarsi santo. Che cosa dovremmo fare noi, miseri peccatori, noi polvere e cenere? Certamente se questo Santo, solo per conservare la santit, ha tanto affaticato, afitto il suo corpo con digiuni, veglie e orazioni, con macerazioni e penitenze, che cosa dovremmo fare noi che non solo dobbiamo conservare la santit, ma dobbiamo acquistarla? Senza parlare poi delle gravi offese che continuamente facciamo al Signore e che dovrebbero essere da noi severissimamente castigate. 89

Stimeremo noi sufciente una disciplina, un digiuno, una piccola umiliazione, qualche morticazione della volont e dei sensi per lacquisto della vera perfezione, mentre questo Santo non ha stimato nemmeno la sua vita pur di conservarsi tale? Quale maggior insegnamento possiamo trarre da questo esempio? Non basta, sorelle, non basta, n soddisfa alla nostra salute, che il Signore Dio, per bont sua, ci abbia donato moltissime grazie ed arricchito di segnalatissimi doni, se poi noi, dal canto nostro, non ci affatichiamo e non corrispondiamo allaltissima nostra vocazione. Non basta, ripeto, perch cos non vuole Dio benedetto che, mentre Egli ci dona la sua grazia, noi non abbiamo a corrispondervi; il Signore non ce lha donata, perch ci mettessimo a riposare. Dobbiamo affaticarci, gliole, e affaticarci sul serio, se vogliamo acquistare il Paradiso, come fece questo glorioso Santo la cui vita fu un continuo cooperare alla grazia. Che efcace esempio di virt, dilettissime, quale vivo esempio e vera norma della vita religiosa e monastica stato questo Santo Precursore di Cristo! Dovrebbe esserci di continuo maestro nei nostri esercizi, nel servizio che facciamo al Signore Dio. Consideriamo ora come fu la sua vita secondo lo spirito, in quegli anni vissuti nel deserto. Innanzitutto cerchiamo di vedere con gli occhi della mente un uomo senza colpa, purissimo, colmo di grazia divina e pensiamo quali potevano essere i desideri del suo cuore, gli affetti damore che ardevano nel suo petto, le aspirazioni della sua anima, la stretta unione e continua conversazione con Dio benedetto e come per eccesso damore, castigasse e macerasse il suo corpo. Alcuni, dilettissime, giudicheranno e diranno che quella fu aspra e faticosa vita, mentre io ritengo che fu vita felicissima e soavissima. Come pu essere aspra la vita di un uomo tutto arso dallamore di Dio, che non aspira ad altro che a Dio, che solo ama Dio, Lui solo vuole e, per quanto si pu in questo mondo, sempre conversa con Dio? Cos alcuni dicono del vivere in religione che porta tedio e d insoddisfazioni: quello star la maggior parte del tempo dietro la grata, fra quattro mura, dediti allorazione, ai divini ufci, sempre morticarsi, sempre affaticarsi, non aver mai 90

alcuna soddisfazione o altro! Io credo invece, dilettissime, che la vita religiosa sia felicissima, gustosa, lontana da tanti disturbi e occasioni di peccato, ritirata, quieta, priva di ogni responsabilit, persino quasi del pensiero per la salvezza della propria anima, per mezzo del voto di obbedienza, con ogni comodit di darci alla santa orazione e alla frequenza della santa Comunione. Con tali mezzi, possiamo diventare cos forti, generosi, solleciti e ferventi nel servizio di Dio e cos, dilettissime, ogni cosa diventa facile, le morticazioni si mutano in consolazioni, e ogni fatica si trasforma in quiete e riposo. A questo proposito vorrei esporvi un concetto che ho formulato su alcune parole dellApocalisse: Requiem non habebant die ac nocte, dicentia: Sanctus, Sanctus, Sanctus, Dominus Deus omnipotens. (Ap 4,8). Pensavo: come possibile che i Santi godano di questa felicit e quiete se non riposano n di giorno, n di notte? Come possibile, anche se vero, che i Santi stiano sempre nella quiete, se non hanno mai requie? O dilettissime gliole, il non riposarsi mai nel servizio del Signore Dio un continuo riposo: Dio solo tutta la nostra felicit, il nostro Paradiso! Perci tutte le fatiche, tutto il servizio che a lui dedichiamo, ci di riposo, perch in essi godiamo il nostro bene, Dio, vera e unica felicit nostra. Requiem non habebant die ac nocte. Dunque, dilettissime, lodare il Signore, benedire il Signore, servire il Signore, laffaticarci per Lui la nostra quiete, il nostro riposo, il nostro Sabbato. Pertanto, concluderemo col dire che la vita religiosa felicissima e di molto gusto per le anime pie, come dobbiamo credere sia stata vissuta da san Giovanni. Termino, dilettissime, per essere lora del Vespro, con unultima considerazione su questo glorioso Santo, che servir per dimostrarci come dobbiamo essere precisi e diligenti nel servizio del Signore Dio. Avevamo considerato quanta preparazione questo Santo abbia dedicato prima di esercitar lufcio al quale era stato mandato e cio quello di annunziare la venuta del Salvatore e preparare gli uomini al battesimo di conversione. O dilettissime, egli fece trentanni di preparazione per quei tre anni o due 91

e mezzo nei quali si impieg a quellopera: trentanni afisse il corpo con macerazioni, digiuni, vigilie, orazioni ed altre penitenze! Perch? Per meglio compiere poi lufcio che il Signore Dio gli avrebbe afdato. O sorelle, che esempio abbiamo in questo Santo, e che ammaestramento per noi: non compiere cos alla ventura e con spensieratezza le nostre azioni, specialmente quelle che sono rivolte al servizio di Dio, come landare in chiesa, laccostarci alla confessione, alla santissima Eucaristia, ai divini ufci, alle prediche e sacre lezioni e in tutte quelle opere destinate al servizio divino, altrimenti sono azioni superue, vane e senza merito. Tutte, ripeto, devono essere fatte con grandissima diligenza e considerazione: anzi luna deve servire come preparazione allaltra: una confessione, una Comunione, una vittoria, una lezione deve servire allaltra; e cos in tutte le azioni, cercando sempre di aggiungere a ciascuna, da una volta allaltra, qualcosa di meglio, crescendo in maggior perfezione. Alla ne, la nostra vita, dilettissime, deve essere una continua preparazione alle avversit e alle prosperit, al castigo e al premio, alla vita e alla morte, in preparazione allultima celeste ed eterna gloria, alla quale si degni il Signore Dio di condurci per le intercessioni e i meriti di questo Santo.

92

9 93

Antonio Campi - Martirio di San Giovanni Battista San Paolo Converso - Milano aula pubblica - cappella del Battista

94

Sermone 9
tenuto il Venerd 8 luglio 1583
Vengo a restituirvi, dilettissime gliole, la giornata dedicata alla memoria della Passione del nostro Salvatore, secondo il rito della Santa Madre Chiesa, come lo celebriamo nella santa Messa, ma avendola gi celebrata con quel degnissimo memoriale del Santissimo Sacramento, la maggior solennit possibile, svolger, per vostra consolazione, questaltro mio ufcio, meditando un poco sopra la stessa materia. Nel santo Vangelo odierno, troviamo come il nostro Salvatore manifest ai suoi Apostoli la sua Passione e morte con le parole Ecce ascendimus Jerosolymam, et lius hominis tradetur principibus sacerdotum (etc.), ad illudendum, et agellandum, et crucigendum, et tertia die resurget. (Matt 20,18-19). Molte volte e in diversi luoghi il Signore predisse agli Apostoli e ai suoi discepoli la sua amarissima Passione, ma prossimo alla morte, lo fece pi chiaramente intendere, specicando che doveva essere schernito, agellato e alla ne, dopo mille tormenti ed irrisioni, che sarebbe stato crocisso e sarebbe morto. E nonostante manifestasse ci apertamente agli Apostoli, li faceva poi ritirare in segreto dalla folla: assumpsit eos secret. (ibid. 20,17). Che segreto fu mai quello? O dilettissime, fu un grandissimo, stupendo e profondissimo segreto! Non pu essere manifestato senza lacrime anche da chi non lo comprende se non in piccolissima, minima parte. Approfondiamolo dunque per quello che il nostro intelletto, illuminato dalla divina grazia, pu comprendere. Il Signore del mondo qui sta il segreto - lUnigenito di Dio, uguale al Padre, terribile in ogni potere, immortale, sempiterno, si umilia, si annienta - come dice lApostolo - exinanivit, prende la forma di servo e di servo peccatore, e come tale muore sopra il legno della Croce per amor nostro. 95

O misterioso segreto, profondissimo segreto, tanto caro a Isaia che esclamava dicendo: Secretum meum mihi, secretum meum mihi. (Is 24,16) tanto lo gustava; voleva che gli occhi, le orecchie, il cuore e tutte le sue potenze fossero talmente inabissate in quel segreto e di esso riempite, che nemmeno la lingua avesse la capacit di commentare: Secretum meum mihi.. Caro segreto, dolcissimo segreto, benedetto e, per noi peccatori, felicissimo segreto! Beata quellanima, dilettissime glie, che si esercita a frequentare e a rendersi familiare questo degnissimo e ammirabile segreto, vero segreto, che nonostante siano molti gli anni che labbiamo tra le mani e che molti lhanno studiato e continuano a studiarlo, tuttavia resta segreto, non ancora ben compreso. E le anime pie che si dedicano a questo studio, imparano sempre nuove scienze, hanno nuove illuminazioni, nuove conoscenze; apprendono nuovi sentimenti, nuovi gusti e nuove virt. Ora, per seguire il Vangelo, consideriamo le molte cause per le quali il Salvatore predisse agli Apostoli la sua Passione e Morte; una di esse, fra le principali, ed anche pi vicina al nostro caso, fu per preparare e rafforzare gli animi degli Apostoli, perch non avessero a scandalizzarsi, a divenire timorosi e infedeli nel vedere Dio, il Signore della Maest, ridotto a cos misera ne. Questa meditazione utilissima contro le tentazioni o le prove che ci vengono; giova assai questo premeditare, prevenire col pensiero le tentazioni ed altre avversit: si vincono con pi facilit e si soffre di meno. Ma in che modo si pu fare ci, sorelle? Con la continua rassegnazione al divin volere, con linvocare il suo aiuto, confessare le nostre debolezze ed insufcienze, condare nella sua misericordia e potenza: questa la vera preparazione per combattere le tentazioni, le avversit; solo con questi mezzi possiamo diventare forti e uscirne vittoriosi. E ora, dilettissime, passiamo alla maggior considerazione di questo sacro Mistero, cio allamore col quale il Salvatore comp lopera della nostra Redenzione. Ce lo rivela con le parole Ecce ascendimus con le quali ci mostra lallegrezza 96

ed il contento del suo animo, perch nalmente giunta lora della nostra Redenzione. Ecce: venuto il tempo, in cui potr sfogare il mio amore verso le mie creature, in cui sviscerarmi verso di loro, in cui spendermi per amor loro. O dilettissime, che amore ardente, quale vero amore, vera norma ed immagine damore! Contempliamolo, gliole! Il Figlio di Dio, uguale al Padre, sceso dal Cielo in terra, concepito nel seno della purissima Vergine Madre, il cui corpo fu formato perfetto per virt dello Spirito Santo, nato in questa valle di lacrime, soggetto alle stesse nostre infermit per 33 anni, afitto da fame, sete, veglie e continue orazioni, perseguitato, schernito, odiato, agellato, coronato di spine, nalmente carico di mille ingiurie e tormenti, privo dello stesso suo sangue, crocisso e morto fra due ladroni. Questa , dilettissime, la regola dellamore, limmagine che sempre dobbiamo tener ben tesa e scoperta davanti a noi, lo specchio nel quale ssare gli occhi ed ivi contemplare il cuore acceso del Signore e Salvatore nostro; con quanto affetto e sviscerato amore si don alla morte per amor nostro. Questo ci che dobbiamo considerare in tutte le opere che il Signore Ges Cristo ha fatto, poich da esse tutto procede, tutto ci fa scoprire il suo amore e il suo volontario patire per noi. Perno dopo la morte ce lo mostr, quando per eccesso damore volle spargere dalla ferita della lancia quel poco sangue che ancora gli rimaneva, assicurandoci che tutto quello che aveva avuto in questo mondo lo ridava completamente per amor nostro, mostrandoci e insegnandoci, nella sua persona, il sommo grado e la perfetta carit, di donare se stesso, la sua anima, non solo per gli amici, ma anche per i nemici. Majorem hac dilectationem nemo habet, ut animam suam ponat quis pro amicis suis. (Gv 15,13) : [vero amore, caro amore, svisceratissimo amore !] O dilettissime gliole, il Signore non offr vitelli, agnelli o altre vittime che si solevano offrire e sacricare nellAntico Testamento, ma offr e sacric se stesso, la sua vita, il proprio sangue, in soddisfazione dei nostri orrendi peccati. Non bastavano i sacrici, n bastavano per cancellare i nostri tanto gravi ed enormi peccati; egli, sitibondo e preoccupato della nostra salute, don se stesso come vittima in sacricio allEterno Padre. 97

A questo proposito, il Profeta Davide diceva nei confronti della persona del Salvatore: Sacricium et oblationem noluisti; aures autem perfecisti mihi. Holocaustum et pro peccato non postulasti: tunc dixi: Ecce venio. In capite libri scriptum est de me ut faceret voluntatem tuam. Deus meus volui, et legem tuam in medio cordis me. (Sal 39, 7-8-9). Come se dicesse : vedo, Padre e comprendo chiaramente non essere pi accetti al tuo divino cospetto quei sacrici e quelle offerte che si solevano fare, e perci aures, idest corpus, perfecisti mihi. Per questo mi sono fatto uomo ed ho preso questa fragile carne, cos che se non bastassero vittime per soddisfare le offese degli uomini, eccomi! sono qui! Io, tuo Unigenito Figlio, soddisfer pienamente quanto essi ti devono. Ecce venio! Ecco, mi offro volontariamente, mi dono spontaneamente e questo sacricio ti sia gradito, come ostia santissima e divina, da sacricare sullaltare della santa Croce. Vedete, dilettissime gliole, quale giusta corrispondenza hanno insieme queste parole: Ecce ascendimus Jerosolymam - Ecce venio! Con l ecce venio si prepara, si offre e si dona; con l ecce ascendimus Jerosolymam d principio alla sua opera, inizia ad effettuare quella grande promessa. Oh, che amore, che ansiosa premura! Eppure, di nuovo in questo ecce venio si scopre quellardente desiderio della nostra salvezza, quel soffrire volontario e spontaneo per amor nostro. Di seguito poi: In capite libri scriptum est de me ut facerem voluntatem tuam: Deus meus volui, et legem tuam in medio cordis mei.(Ibid 39,9). Cio: [tutti i testamenti, tutte le scritture antiche e nuove portano come sigillo questa mia prontezza danimo e lunione col volere divino: solo Te, Dio, voglio, e la tua legge e i tuoi comandamenti, la tua volont porto scolpiti al centro del mio cuore]. O dilettissime, come gradito al Signore il condare in lui, lunione al suo divino volere! Come gradita al suo divino cospetto questa prontezza danimo, questo mettersi con ducia nelle sue mani! Quanto pot questo solo atto agli 98

occhi del Padre celeste, compiuto nella persona del suo unico Figlio per la soddisfazione dei nostri peccati! E voi, gliole, avete fatto questo sacricio alla Divina Maest per mezzo della Professione santa nel voto dellobbedienza, ma ci non basta: dovete rinnovarlo ogni giorno, anzi molte volte al giorno e dire: Signore, mio Dio, ti offro, ti presento, ti dono questa mia volont. Tu vedi, Signore, quanto poco retta, impiegata male quando la governo io. A Te la consacro e dono: fa di me, Signore, quello che vuoi; voglio che la mia libert sia usata solo per fare la tua volont. Signore, Dio mio, disponi di me come cosa tutta tua. Questa rassegnazione, dilettissime, propria, anzi necessaria a tutti i religiosi e a tutti i cristiani; non solo necessaria per fare la volont di Dio, ma necessaria anche per fare quella dei Superiori. Quanto ci viene da loro comandato o essere la loro intenzione, dobbiamo eseguirla prontamente, semplicemente, velocemente, con affetto, con allegrezza danimo. Questa lobbedienza che deve essere praticata in religione, questa la rassegnazione gradita a Dio e che odora soavemente al suo divino cospetto: ubbidire realmente, alla cieca, sentire la voce di Cristo in quella del Superiore e con tal fede rivolgerci alla guida con la quale siamo condotti. Eseguire con prontezza quanto essi comandano, sia che possa essere di gradimento, come il contrario, che sia nobile e onorevole, oppure vile e disprezzato, sia lo stare in cucina o in altro uffcio. Fare tutte le azioni allegramente, con animo sereno e tranquillo, come cose che vengono dal Signore Iddio. Quanti esempi, dilettissime, nelle vite dei Santi Padri: in Cassiano, in Giovanni Climaco, che si sono messi con grande disponibilit nelle mani dellobbedienza, rassegnati con animo generoso al suo governo. Fra gli altri, un certo Isidoro, che era entrato in religione per farsi monaco, ma lAbate, considerate le sue qualit di persona nobile, illustre, cresciuto in molte delizie e comodit, come solito in queste famiglie, aveva dubbi se ammetterlo o no alla Religione: lo interrog tuttavia se era pronto e disposto allosservanza di quanto richiede la vita monastica. Ecco cosa rispose il Santuomo: Padre, cos come sono, io mi dono in questa religione, pertanto mi presento e mi metto nelle vostre mani, come il ferro nelle mani 99

del fabbro e, come il fabbro, posto il ferro tra lincudine e il martello, ne fa quello che vuole, cos voi, Padre, disponete sempre di me come vi sembrer pi opportuno. Dilettissime, che parole memorabili, degne di un cuore veramente nobile e generoso e che davvero si mette al servizio del Signore Dio! E possibile scoprire un animo pi generoso, pi risoluto e pi acceso dellamore divino? Che cosa fa il fabbro con il ferro? Dispone di esso tutto ci che vuole, trasformandolo in lamina, freno, chiodo e in tutto quello che pu piacergli. Lo mette nel fuoco, lo toglie solo quando ben arroventato, lo pone fra lincudine e il martello, lo batte giorno e notte, lassottiglia, lo gira e rigira sopra, sotto, nch soddisfatto. In tal modo si rassegn quel perfettissimo uomo nelle mani del suo Superiore, ridotto a tal forma dallardentissimo fuoco dellamor di Dio, che come il fuoco materiale plasma il ferro, egli si fece plasmare nelle mani del suo fabbro. Dilettissime, sapete bene che il ferro inessibile prima che sia messo nel fuoco, indomabile, ma come ben inammato, cambia aspetto e diventa domabile. Tale la differenza fra le anime che ancora non sono domabili, non bruciano nellamore verso Dio con quelle che lo amano di tutto cuore e sono riconoscenti ai suoi beneci e alle sue grazie. Sono certo, gliole, che ciascuna di voi, quando entr in questo sacro chiostro, dedicandosi al divino servizio, sia venuta con animo largo, generoso e risoluto, rinnovando il proposito con il voto della santa obbedienza. Ma se volete pervenire a quella perfezione che vi siete proposte, dovete rinnovare molto frequentemente, spesso donandovi al Signore Dio, rassegnarvi alla sua volont e a quella dei vostri Superiori e poi esaminarvi spesso come osservate la vostra promessa e alla ne rivedere i vostri conti. Dilettissime, ricordatevi che necessario che il ferro passi per il fuoco, riceva martellate e sia sottoposto a mille prove, prima che prenda buona forma. Conviene sostenere tutto ci nello stato religioso, se si desidera diventare perfetti (santi). Ma nemmeno le martellate possono giovare se non si bene infuocati dellamore di Dio. Questo fuoco, gliole, quello che ammorbidisce la nostra durezza, che facilita le difcolt e che addolcisce tutto ci che amaro. 100

Se non siamo ben infuocati, ogni cosa ci sembrer impossibile, insopportabile e a nessuna cosa, per piccola che sia, si piegher il nostro animo; ma se siamo ben accesi in quel fuoco, tutto ci sar facile, dolce e soave . Dilettissime gliole, lamore del Signore produrr in noi questo effetto : in ogni occasione ci piega, ci alleggerisce di ogni peso e alla ne ci rende tutto facile e gradito. A conferma di ci, vorrei parlarvi, sorelle, di un incontro che mi capitato e, per vostra maggior consolazione, specicher il nome di quella persona con cui lho avuto. Ieri sono stato ad esaminare una Signora Cubana che vuol emettere la Professione fra le Cappuccine: la interrogai su molte cose, come conviene al nostro ufcio, e fra laltro, le chiesi come avrebbe potuto vivere una vita tanto austera e contraria a quella che aveva condotto no allentrata in Religione. Mi rispose ingenuamente che ella non provava alcuna differenza tra luna e laltra vita, perch le trovava facili entrambe. O dilettissime, come era bene infuocato il suo ferro! Come ben acceso il suo cuore! Che cosa non fa lamor di Dio, come addolcisce ogni pena che si soffre per amor suo! Quella persona, pur cresciuta in tante delizie e comodit, in tante delicatezze, ora molto fervente nelle veglie, nei digiuni, nelle discipline e in altre macerazioni ed austerit, per usare le espressioni tipiche del mondo. Che differenza passa fra il compiere ogni azione secondo lo spirito di Dio e secondo lo spirito del mondo? Fra questi due spiriti vi grande diversit di giudizio. Alcuni parenti di quella nobildonna, ritenevano impossibile che ella potesse condurre quel genere di vita, in modo particolare il padre che, conoscendo e ricordando le delicatezze in cui era stata allevata, era pi che certo che la glia non sarebbe mai riuscita a piegare lanimo a tali privazioni e penitenze e diceva: come potr andare scalza, lei che era abituata a tenere sotto il tavolo lo scaldapiedi? Cos andava discorrendo anche per tutto il resto, ma non pot smuovere la gliola dal suo santo proposito. Questi sono i giudizi che fanno le persone del mondo: misurano solo la forza 101

umana e pertanto credono sia molto difcile, insopportabile la vita claustrale, con i digiuni, le veglie e le altre osservanze. Ma, dilettissime, chi interiormente ben acceso, non giudica cos, non trova niente di eccessivo, anzi tutto facile, di molto gusto e di consolazione: dolcemente si sottomette a tutto! Fra laltro, quella persona mi disse una cosa di cui rimasi oltremodo edicato e mi fu di grande insegnamento. E cio: queste osservanze sono cos coordinate fra loro che luna tira laltra, tanto che risulta pi difcile compierne una sola che tutte insieme. Ad es. il digiuno porta alla veglia, la veglia allorazione, lorazione ci inamma, ci rende fervorosi e pronti alla disciplina, a castigare il nostro corpo, riducendolo al servizio dello spirito. In tal modo, tutte insieme, queste azioni fanno soave concerto, danno ato luna allaltra e luna d conforto allaltra, cos che tutte insieme aiutano lanima a pervenire a quel ne per cui stata creata. Prego il Signore Dio che si degni donare a tutte voi, dilettissime gliole, tale grazia, perch siate ben inammate e liquefatte dal santo fuoco, considerando il particolare suo amore per voi. Cos, ben infuocate e rese molli, ridotte a bella forma, siate degne, voi, ed io insieme a voi, di essere ammessi in quel celeste Regno.

P.S. Per non venir meno alla sincerit dovuta ai lettori, lAngelica Agata avverte che il seguente Sermone mancante di alcuni passi, essendo stato trascritto qualche giorno dopo lesposizione orale dellArcivescovo. Ritiene pertanto giusticata la sua insufcienza. Firmato: Ang. Agata Sfondrati

102

103

Carlo Antonio Procaccini, San Carlo morente riceve il Viatico

104

Sermone 10
tenuto il giorno 11 Luglio 1583
Dilettissime gliole, avevo in cuore il desiderio di venire da voi il giorno scorso a consolarvi con lo stesso ufcio che sto compiendo ora; anzi ero gi per la strada, ma essendo vicina lora del Vespero, lobbligo di assistervi ogni volta che si pu, mi ha fatto risolvere di differirlo ad oggi. Per questo, la consolazione che state per avere, sar anche pi completa, essendo stata accompagnata dallamministrazione del Santissimo Sacramento. E sebbene avessi ieri gi preparato lepistola e il Vangelo adatti al caso vostro, cio allo stato religioso, tuttavia, ho la speranza che Colui che a me insegna a meditare ed a voi spinge ad ascoltare con affetto il Signore Ges Cristo, che abbiamo ricevuto questa mattina, ispiri qualcosa per la nostra odierna meditazione, soffermandoci se mai su alcuni punti di quella che avevo preparato ieri. Nel santo Vangelo di questa mattina troviamo un punto essenziale e di grande considerazione: Lucerna corporis tui est oculus tuus. Si oculus tuus fuerit simplex, totum corpus tuum lucidum erit (Matt 6,22; Lc 11, 34). Per locchio sintende lintenzione: se dunque quella retta e semplice, tutte le nostre azioni, la nostra anima sono chiare al cospetto di Dio e davanti a lui risplendono. Allopposto, se lanima cattiva, macchiata, tutte le nostre opere che facciamo, per buone che siano, si presentano torbide e reprobe al cospetto di Dio. Questo passo, dilettissime, molto importante e dovrebbe essere stampato nel cuore, se vogliamo svolgere ogni azione con grandissima diligenza: lintenzione regge e governa tutte le nostre azioni e per mezzo suo sono pesate e ricompensate. Perci dobbiamo custodirla con grande sollecitudine e rettitudine, afnch le opere nostre, fondate in essa, riescano gradite al divino cospetto. 105

E quando ci non avviene, dobbiamo persuaderci che la nostra intenzione non stata retta e sincera, che vi stato qualche interesse o mancata in parte la semplicit. [] E stato, potremmo dire con maggior sincerit, come un sogno che passa. Se davvero siamo convinti di compiere unazione, dobbiamo poi risolverci ad abbracciare quelle situazioni che ci consentono di portarla a termine, altrimenti rimane un sogno! Se io dovessi andare a Roma, per esempio, necessario che io lo voglia, che usi i mezzi che mi abbiano a condurre, anche se con fatica: altrimenti se non lo volessi, segno che non era vera lintenzione, che era solo fantasia. Cos, se voglio farmi religioso, mettermi al servizio di Dio, devo usare tutti i mezzi necessari, perch possa essere vero religioso: lasciare il mondo, i parenti, gli onori, le ricchezze e tutte le altre ambizioni e comodit. Se non vorr fare ci, non ho alcun desiderio di essere vero religioso, solo un inganno e cos facendo inganno me stesso. Ma scendiamo, dilettissime, ai particolari dello stato religioso e vediamo come possa servire questa intenzione, come sia necessaria non solo agli incipienti, ma anche ai procienti.. Una persona dice: voglio farmi religioso, entrare in religione. Ma che cosa lo stato religioso? E uno stato di vita per camminare verso la perfezione, uno stato che ci introduce, ci avvia nel cammino della perfezione. Non ancora stato di perfezione che solo dei beati, ma uno stato che ci conduce verso la perfezione. Sorelle, ci non da poco, anzi un favore singolarissimo, perch siamo su una via chiara e sicura. Ciascuna esamini se stessa e dica fra s: voglio o non voglio? S, voglio! abbraccer, prender quei mezzi che mi convengono, perch possa fare della mia vita un dono. Devo rinunciare ai parenti, alle ricchezze, alle vanit, alle ambizioni, alla memoria degli amici, in una parola a spogliarmi di tutto. Devo entrare senza alcun interesse, disegno, senza pensieri alle comodit, alle soddisfazioni o consolazioni.

106

Devo entrare spoglia di tutte queste vesti, per consacrarmi e mettermi completamente al servizio del Signore Dio. Tutti questi propositi e risoluzioni, gliole, provengono da una vera e retta intenzione che ci porta al divin servizio. Ma quelli che sono gi entrati in religione, devono solo contentarsi di ci? Potr essere vera e perfetta intenzione la prima, ma poi se non si va pi oltre? No, dilettissime, si deve aprire maggiormente locchio ed andare sempre avanti. E allora che cosa si deve fare? Corrispondere pienamente alla vocazione e cooperare con la grazia. Ma che signica ci? Il Signore Dio mi d una grazia, un particolare talento: io devo operare secondo quel talento, quella grazia. Dio mi mette in uno stato, mi chiama alla religione: io devo vivere da religioso, esercitarmi nelle virt, camminare verso la perfezione. Cos, ciascuno deve corrispondere alla vocazione secondo il suo stato. Ma dobbiamo tutti operare allo stesso modo? Vivere alla stessa maniera? No, perch diverse sono le vocazioni, ma tutti devono seguire il loro stato secondo la vocazione che hanno ricevuto. Dio mi d un grado di grazia: io devo corrispondere, affaticarmi, compiere le opere secondo quel grado. Dio me ne da due? Dovrei fare solo quello che facevo prima? No, devo crescere nella maniera che cresce in me una grazia maggiore. Teniamo anche per certo, dilettissime, che il non crescere nella via di Dio, il fermarsi, un ritornare indietro, e ogni volta che lo facciamo, manchiamo al nostro dovere, allo stato religioso che quello di camminare sempre verso la perfezione A questo continuo accrescere, a cos grande perfezione, sono arrivati i Santi di Dio che hanno sempre pi affrettato la corsa ed in breve hanno raggiunto il premio della superna vocazione. Oggi ci di esempio chiarissimo il gran Padre del Monachesimo, san Benedetto, che subito, toccato dalla divina grazia, rinunci al mondo con grande spirito, lasci i parenti, gli amici, le facolt, anche le lettere, perch aveva compreso che erano di impedimento, gli cagionavano distrazione, svago della mente. E cos si diede tutto al servizio di Dio: in quello persever con tanto fervore no alla ne della sua vita con digiuni, veglie, orazioni ed altre penitenze, ritirato dal mondo e tutto immerso in Dio. 107

In tal modo conviene faccia colui che vuol gustare e godere quel sommo bene; deve essere staccato, astratto da tutte le cose di questo mondo. Ascoltate, dilettissime, a questo proposito, ci che ho notato in san Benedetto, santo di grande considerazione. San Gregorio scrisse la sua vita e, giunto a quel passo in cui scritto che il glorioso Santo nel vedere i suoi Monaci non camminare per la diritta via, secondo le regole loro date, se ne part e si rec in un altro luogo; aggiunse queste parole: et solus habitavit secum,[ se ne and per stare solo con se stesso.] (Dial. B.II, 3). Che cosa vuol dire habitavit secum? Non abitava gi con s, se egli era se stesso? Non abito io qui, essendo io stesso? O dilettissime, questo un punto di grande considerazione, degno di essere ben ponderato. Non di poco conto abitare con se stessi, lo stare ritirati, astratti da tutte le cose del mondo, lasciare le preoccupazioni e le sollecitudini, per attendere alla salute della propria anima, per essere vigilanti sulle proprie passioni e sulle inclinazioni del nostro animo, per assoggettare i sensi e la volont, per governare con discrezione e giudizio la nostra casa interiore: tutto ci un gran maneggio. habitavit secum. Come sostegno a ci, voi dilettissime gliole, avete rinunciato al padre, alla madre, ai fratelli, sorelle, amici, a onori e ricchezze e a quanto avevate nel mondo e tutto per stare unite al Signore Dio, attendendo alla salute della vostra anima, ut habitaretis vobiscum. Le preoccupazioni, le sollecitudini impediscono tal ne, perch non possono stare insieme due cose diverse: se si attende alluna, bisogna lasciare laltra. Se siamo implicati nelle cose mondane ed attacchiamo loro il cuore, non possiamo abitare con noi stessi, dobbiamo per forza uscire: necesse habeo exire, come dicevano gli invitati del Vangelo letto ieri. Furono invitati dal Signore ad una grande cena, ma tutti impegnati in cose carnali e terrene, riutarono dandarvi, scusandosi col dire necesse habeo exire. Cos facciamo noi ogni volta che applichiamo il cuore alle cose terrene:: necesse habeo exire. Quella cena, dilettissime, narrata nel santo Vangelo, intesa come la gloria 108

del Paradiso, alla quale il Signore Dio invita i suoi fedeli, ma alcuni si rendono indegni, riutano di parteciparvi per darsi in preda ai piaceri carnali. Chi si scusa per aver preso moglie, chi per voler dominare, chi per moltiplicare ricchezze, possessioni, ville e cose simili; chi inne per essere implicato in operazioni varie e fatiche terrene, come in arare, seminare o altro, tanto che tutti si resero indegni. Voi, dilettissime, avete rinunciato a questi impedimenti per mezzo dei voti solenni, pronunciati nella santa Professione. La Povert contro i buoi, contro larare, contro la sollecitudine e il desiderio di avere; la Castit contro laver preso moglie; lObbedienza contro la villa, la superbia e il desiderio di dominare. Con losservanza dei voti, siete libere e spedite di partecipare alla gran cena ogni volta che sarete invitate e non direte come gli invitati del Vangelo necesse habeo exire, poich vi siete liberate da tutti gli intrighi. Ho notato fra laltro un punto di grande considerazione e cio che nessuno di quegli impedimenti era di per s cattivo o era peccato. Non si nominato usura, adulterio, omicidio ed altri peccati, ma la moglie, il matrimonio che lecito; i buoi, larare che necessario e la villa (labitazione) che si concede a tutti. Non sono peccati, ma impediscono la via alla perfezione. Tutto ci un ammaestramento per noi, che non solo dobbiamo evitare i peccati, ma anche loccasione di peccare, e quando dovessimo affaticarci in alcune opere, facciamolo con rettitudine, senza interessi, solo per amor di Dio e lasciamo da parte tutto quello che dipende da noi, fuggendo ogni impedimento, le visite, i vari disturbi [] Non sono peccati le visite ai parenti, ai padri, ai fratelli e agli amici, soprattutto se passano attraverso le osservanze della Regola, ma sono comunque sempre causa di distrazione. Molte volte si accettano con buona intenzione, sotto pretesto di carit, per consolare e sollevare una consorella, ma a poco a poco accondiscendiamo alla curiosit e ci riempiamo di novit, di cose vane, cos che quando siamo allorazione, pur volendo mantenere la devozione, raccolti in Dio, ci tornano alla mente i parenti, i vari casi capitati, le fogge e mentre dovremmo stare attenti al coro, alle divine laudi, facciamo il contrario. 109

E cos, sotto pretesto di carit, vengono i parenti, trattano dei loro affari, di matrimoni e di altre simili cose che sviano la mente, riempiono il cuore di distrazioni, di cose vane non pertinenti allo stato religioso; non permettono di fare orazione, di stare raccolti, facendoci del male da noi stessi. O dilettissime, come ci lasciamo attorcigliare da questi intrighi! Siamo costretti a lasciare la cura di noi stessi necesse habeo exire. Conviene dare a tutto un taglio, licenziarci da tutto, se vogliamo davvero servire il Signore Dio. Termino, dilettissime, ricordandovi a proposito un esempio riportato nel santo Vangelo: quando il Signore Dio volle mandare lo Spirito Santo agli Apostoli e colmarli copiosamente della sua grazia, prima si allontan da loro, afnch la consolazione che avevano per la sua presenza, forse un poco sensuale, non fosse loro di impedimento, tanto che egli stesso disse loro: Si enim non abiero, Paraclitus non veniet ad vos. (Gv 16,7)). O Sorelle, se quel gusto e quella consolazione che gli Apostoli avevano con la presenza del Signore li impediva a non essere ben disposti a ricevere la grazia divina, come di gran lunga possiamo noi pensare che non ci siano di impedimento gli amori sensuali di parenti ed amici, di onori, e ricchezze, poich una consolazione e soddisfazione cos devota e pia fu di impedimento agli stessi Apostoli. Prego il Signore Dio che si degni donare a tutte voi qui presenti questa retta e ferma intenzione, afnch tutte le vostre azioni siano chiare e grate alla sua divina presenza e con esse, per mezzo della sua divina misericordia, siate fatte degne delleterna beatitudine.

110

111

Vincenzo Campi Apostolo volta dellaula claustrale S. Paolo Converso - Milano

112

Sermone 11
tenuto il giorno di santa MARCELLINA sorella di santAmbrogio il 17 LUGLIO 1583
Dilettissime glie, ho mancato irei alla promessa fatta di venirvi a consolare: ero occupato altrove in azioni anchesse spirituali e cos sono venuto oggi a soddisfare il mio debito. Lo Spirito Santo ci d onoratissima occasione con la solennit della gloriosa Vergine santa Marcellina, sorella del nostro Padre Ambrogio e di san Satiro: Vergine insigne, nobile secondo il mondo, ma ancor pi nobile secondo lo spirito, vestita monaca dal Papa Liberio. (S.Ambr. lib. 3 de Virgin.) Furono cos grandi le sue virt che fecero aprire la bocca al santo suo fratello Ambrogio per intesserne le lodi. Oltre a ci, secondo il nostro rito, abbiamo nella santa .Messa una bellissima storia, che fa proprio al caso nostro, alla nostra riessione. E la storia di due ciechi che furono guariti da Ges (Matt 10, 30), mentre usciva da Gerico, incamminandosi verso Gerusalemme, essendo prossima la sua Passione. Erano poveri mendicanti, fermi sulla strada e furono illuminati dal Signore. Non solo, riebbero la vista, ma furono anche illuminati interiormente, guariti nel corpo, ma soprattutto nellanima. Questo esempio fa bene al caso nostro ed di grande insegnamento, poich anche noi siamo simili nella cecit e mendicit, cos che dobbiamo chiedere aiuto, chiedere la luce. Uno dei primi mezzi e pi efcaci per ottenere questa luce conoscere la necessit che abbiamo, come mendicanti privi di tutto e avvolti nellanima e nel corpo dalla cecit. Tutta la nostra vita, dilettissime, deve essere un continuo mendicare e non vi cosa pi povera e mendicadelluomo stesso, ancor pi degli animali irragionevoli, quanto al corpo. 113

Gli animali, gli uccelli ed altre creature hanno un loro abito: le penne, la lana e da soli, mediante la divina provvidenza, si sostentano, ma luomo, di che cosa non ha bisogno? Deve mendicare cibo dagli stessi animali per mangiare, la lana per coprirsi, piume per scaldarsi mentre dorme, fatica per arare [] di tutti abbiamo bisogno, sorelle! In ogni cosa siamo mendichi, riferendoci soltanto al corpo. Quanto allanima, che estrema povert! Continuamente dobbiamo domandare luce, conoscenza, grazia, buona volont, fortezza, virt, perno il desiderio e la cura della salute. Ma quel che peggio che non ci curiamo affatto di questa povert, n ci premuriamo di conoscerla: guai a quellanima che non conosce se stessa! Si deve dire che in cattivo stato. Ci pu essere maggior superbia che presumere di se stessa nellattribuire alle sue virt le opere che fa? Chi colui che avendo almeno un poco di ragione, voglia gloriarsi delle sue forze, e del suo giudizio? Forse un Nabuccodonosor che, elevato negli onori e gono di superbia, ammirando la citt di Babilonia, se ne gloriava dicendo: Nonne haec est Babylon magna, quam ego aedicavi in domum regni, in robore fortitudinis meae, et in gloria decoris mei? (Dan 4, 27). E poco dopo essere stato il primo uomo del mondo, divenne compagno delle bestie, camminando carponi per i campi come loro. Cos permise il Signore Dio per abbassare la sua superbia. Di tali e simili castighi devono temere quelle anime che presumono di se stesse, perch in verit ci una delle maggiori offese che si possono fare a Dio. O dilettissime, quale azione buona, bench minima, possiamo fare senza laiuto di Dio? Eppure, mi pare, che anche noi facciamo qualcosa di simile, credendo di essere arrivati al culmine della perfezione, di non aver commesso peccati gravi, quia dicis: quod dives sum, et locupletatus, et nullius egeo, et nudus. (Ap 3,17). Ci stimiamo ricchi, colmi di opere buone e ormai non ci resta altro che godere, senza pensare che anche al presente siamo avvolti nella miseria, circondati da tanta povert e deplorevole mendicit. Se potessimo bene entrare in noi stessi, no in fondo: quanti peccati occulti! Come bene ci conosceremmo ciechi, poveri e mendicanti! 114

Questa conoscenza, dilettissime, molto efcace ed io la ritengo molto degna non solo come preparazione alla preghiera, ma anche come mezzo salutare per domandare quanto in essa chiediamo. Conviene metterci davanti a nostro Signore, scoprigli la nostra vita, le nostre piaghe, la nostra cecit, la nostra povert e miseria. I ciechi, sorelle, erano poveri, mendicanti, stavano sulle strade a chiedere lelemosina e in quella loro situazione di povert, furono risanati. In ci non siamo da loro tanto differenti, poich oltre alla stessa loro povert, ci troviamo in questo mondo che una strada e noi siamo come viandanti, pellegrini nch viviamo. Non manca a noi la folla, [la turba] che, come a quei ciechi, ci conduca al Signore [ci insegni il Signore]; perch oltre alle continue voci dei predicatori e delle Scritture sacre, tutte le cose create sono turbe che ci insegnano qualcosa: campi, ori, alberi, uccelli, fabbriche, acque e sole, stelle tutte ci parlano del Signore. Fra esse egli passeggia, in tutte ci fa scoprire il suo amore, la sua potenza e sapienza. Notate tuttavia, dilettissime, che quella turba che diresse al Signore i ciechi, vietava loro che gli chiedessero la sanit. Ci avviene anche a noi, e molte volte, quando ci affezioniamo troppo alle cose, pur create per il nostro servizio, le godiamo troppo sensualmente, ingrati verso il Signore che ci ha dato quelle cose per maggior protto di virt; ce ne serviamo diversamente, convertendole in occasioni cattive e rendendoci pesanti e pigri nelle cose della nostra salute, ci impediscono la guarigione. Ma non dobbiamo impaurirci per questo o desistere dal migliorarci, come i ciechi non si ritirarono dal loro proposito, anzi alzarono le loro voci Domine, miserere nostri, li David (Matt 20,31). Siamo cos ben informati del caso e sappiamo che non ci mancheranno tentazioni. O dilettissime, quante [turbe], quanti impedimenti, quante mosche importune quando vogliamo fare qualche opera buona o andare alla santa orazione! Quanti cattivi pensieri, quante distrazioni! A volte sembra che si uniscano insieme apposta per disturbarci! 115

Abramo, quando volle offrire il sacricio del glio a Dio, dovette stare occupato tutto il giorno a cacciar via le mosche [tentazioni] che lo circondavano da ogni parte. Quanti impedimenti ci mette questa turba di azioni! Non vorrebbe nemmeno che noi gridassimo al Signore Dio. Cos quando unanima va al servizio dellAltissimo, entra in Religione quante turbe, quanti parenti, amici, quante persuasioni! Chi le rammenta la nobilt, chi le ricchezze, chi i parenti, chi gli stati; chi le dice che si pu servire bene il Signore anche senza entrare in Religione e tutto per distoglierla dal suo buon proposito. Sono tutte turbe che impediscono la nostra salvezza, soprattutto nei principii, ci si mettono anche i demoni per aver da parte loro la vittoria ed impedire un buon inizio. Vi ricordate, dilettissime, di quel drago che si legge nellApocalisse, che stava ai piedi della donna che doveva partorire, pronto a divorarlo non appena fosse nato il bambino? Che altro signicato pu avere se non la guerra e il continuo assedio dei demoni e di altri nemici nel servizio del Signore Dio? Tutti questi spiriti maligni, i parenti che ci assediano per sviarci da quel principio e quanto pi sono parenti stretti, pi cercano di persuadere e mettere impedimenti, cos che inimici hominis, domestici eius, (Matt 10,36) come abbiamo visto in un altro ragionamento. Ma, lo ripeto, non dobbiamo per questo spaventarci, [accar lanimo] anzi dobbiamo prendere ato, alzare la voce, come hanno fatto i due ciechi che, nonostante la turba li riprendesse, increpabat eos ut tacerent, [gridavano essi ancor pi forte]: Domine, miserere nostri!. (Mt 20,31). Cos dobbiamo fare noi, sorelle, quanto pi siamo tentati dai demoni, molestati dai parenti, dobbiamo resistere fortemente, condando in Dio benedetto, perch Si Deus pro nobis, quis contra nos? (Rom 8,31). Perseverare soprattutto con forza, chiedendo sempre laiuto del Signore Dio. O beata perseveranza che ci fa ottenere tutto, n ci fu mai orazione fatta con perseveranza e con le dovute disposizioni che ritornasse a noi vuota. Inoltre cos grande il Signore che non solo esaudisce le nostre suppliche, ma premia la perseveranza avuta nel richiedere. Misereor super turbam: quia 116

ecce iam triduo sustinet me, nec habent quod manducent (Matt 15,32): egli ci compatisce ed pi pronto nel donarci che noi nel domandare. Santo Stefano, quando pregava, mentre lo lapidavano, vide Ges stare in piedi, anche se noi nel Credo diciamo sedet ad dexeram Patris : quasi a farci intendere, come Egli sia pronto a soccorrerci, ad ascoltarci e ad esaudire le nostre preghiere. E ancora in quelle parole del Vangelo, dove si dice che dopo che i due ciechi alzarono la voce, Ges si ferm stetit Jesus (Matt 20,32), possiamo vedere come il Signore Dio si ferma quando ci vede perseveranti nel chiedere e se pare che faccia nta di non sentirci solo per provare la nostra perseveranza e generosit. Allora si ferma e dice: Quid vultis ut faciam vobis?.(Matt 20,32). Ges non fece la domanda ai ciechi di ci che volevano, perch non conosceva la loro necessit, tuttaltro! Era solo per scuoterli maggiormente. Cos vuole che anche noi scopriamo le nostre necessit e chiediamo di conseguenza laiuto. Quid vultis ut faciam vobis? . O che soavit ! che parole amorose e piene di dolcezza! Quid vultis? Quanta consolazione sentireste, dilettissime, se il Signore Dio vi chiedesse: che cosa volete ! quid vultis? eppure lo fa e continuamente la sua voce risuona nelle nostre orecchie. Sapessimo noi esprimere le nostre necessit e domandargli soccorso! Il saper domandare parte potentissima per impetrare. Domine, ut aperiantur oculi nostri! (ibid.33): domandar lume per conoscere i nostri difetti, luce che ci mostri la sua volont, che ci scopra le sue grazie, lume che alla ne ci insegni a corrispondere alla nostra vocazione. Domine, ut aperiantur oculi nostri!. Possiamo immaginare che consolazione abbiano provato quei due ciechi, trovandosi alla presenza del Signore! Che speranza di ottenere la luce (la vista), soprattutto quando si sentirono chiedere: Quid vultis?. Si legge in un altro Vangelo, scritto da san Marco, di un miracolo simile a questo: il cieco di cui scrive levangelista, sentendo che il Signore lo chiamava, fuori di s dalla contentezza, depose i suoi panni e poveri stracci e meglio che pot, essendo cieco, in fretta e saltando si diresse verso il Signore. Qui projecto vestimento suo exiliens, venit ad eum.(Marc 10,50). Volle 117

mostrare anche esteriormente la sua allegrezza stracciando e gettando via le sue vesti: atto che solevano fare gli antichi per due motivi estremi, o di gioia o di dolore. Penso che anche il Signore abbia gustato molto nel vedere la condenza e la prontezza cos grande in un uomo cos vile. Sono queste le delizie che il Signore gode in unanima: vederla serena, generosa, umile che si avvicina a lui con condenza, confessa la sua povert, la sua mendicit e cecit, perseverando nel chiedere lume: Rabboni, ut videam! Ecco, Signore, quanto grande la mia povert, quanto sono dense, oscure e folte le mie tenebre: illuminami, Signore! Domine, ut aperiantur oculi nostri et videamus!.(Marc 10,51). Il pio medico, il Signore Ges si ferma, ci interroga diligentemente sulle nostre malattie ed infermit e, considerata la gravit del morbo, porge la medicina conveniente: ridata la desiderata luce, lascia lanima risanata, forticata e messa al sicuro porto. Prego il Signore Dio, dilettissime gliole, che doni grazia a tutte voi, afnch conosciate vivamente questa povert e mendicit e perseveriate nel chiedere continuamente il suo aiuto, e tutti, dopo aver incessantemente impetrato la sua grazia, possiamo camminare sicuramente per quella diritta via che conduce alla Celeste Patria.

118

119

Melchiorre Gherardini: La Vergine col Bambino e i santi Ambrogio e Carlo Gi in San Paolo Converso, aula pubblica: cappella dei santi Ambrogio e Carlo (Archivio fotograco del Castello Sforzesco di Milano, B. 1933)

120

Sermone 12
tenuto il giorno di

santa Margherita
il 20 LUGLIO 1583
Avevo promesso alla Signora Principessa Margherita Farnese che sarei venuto oggi a consolarvi col celebrare la Santa Messa ed amministrarvi la Santa Eucaristia, accompagnando poi queste sacre azioni con breve sermone che sto per rivolgervi. Non abbiamo storia certa sul martirio della gloriosa Vergine Margherita, ma poich la nostra Chiesa (Diocesi) ha gi celebrato questa festa, prender come tema del nostro incontro quel passo del Vangelo che si legge nelle feste delle sante Vergini, nel quale possiamo inserire il suo nome, anche se con altro signicato. Il Vangelo del comune delle Vergini, sia in rito romano, sia in quello ambrosiano, quello che si legger domani in occasione della festa della gloriosa Vergine santa Prassede. (Matt. 13, 44.46) E un brano del Vangelo che contiene in s molte parabole, fra le quali ve ne sono alcune pi conformi al particolare nostro momento, mentre tralasciamo altre per brevit di tempo. La prima quella di un uomo che, avendo trovato il tesoro nel campo, vendette tutto il suo per comprarlo; la seconda quella di un mercante che, in cerca di gioie e pietre preziose, trov una [margarita] gemma preziosissima; cos vendette tutto il suo per comprarla. Queste due parabole, del tesoro nascosto e della gemma, sono molto a proposito, molto vicine al vostro stato verginale. Cos chiameremo lo stato religioso con questi nomi: tesoro e gemma. Che cosa un tesoro, dilettissime? Tesoro una aggregazione di ricchezze, di oro, argento, pietre preziose, di cose di valore, tutte riunite ed ammucchiate insieme. 121

Lo stato religioso un tesoro, un aggregazione di ricchezze, uno scrigno di gioie, un ricettacolo di ogni virt e grazia spirituale. Fra quelli che vivono in Religione, alcuni sono eccellenti in umilt, altri nellobbedienza, altri nellorazione, nella carit, chi in una virt, chi in unaltra, cos che fra tutti e tutte si forma un tesoro preziosissimo, degno di essere ammirato, desiderato, cercato e custodito con grandissima diligenza. Volete che vi insegni, gliole, a comprare in Monastero quel tesoro, facendovi ricche senza pregiudizio per la santa povert? Fate come quel santo Padre, il quale notava in tutti le virt pi eccellenti, studiando poi di poterle acquistare per s e tanto fece, tanto si affatic che compr quel preziosissimo tesoro che ora lo rende splendido nella celeste corte. Cos fate anche voi, dilettissime, cercate di conoscere le virt in qualsiasi anche minima creatura e ci che troverete, ponetevelo davanti agli occhi della mente e con saldo proposito di volerlo acquistare, dite a voi stesse: quella eccellente in umilt; voglio imitarla con laiuto di Dio in questa virt; unaltra nella obbedienza; voglio imitarla nellobbedienza; unaltra nella carit e nellorazione; voglio imitarla nella carit e nellorazione. E cos in tutte le altre virt, cercando sempre in ogni bench minima occasione di guadagnare qualche cosa, di aggregare ed accrescere tesori nel vostro scrigno. In questa maniera acquisterete le vere ricchezze e il vostro tesoro, quella gemma preziosa, si far ogni giorno pi splendente e rara, veramente preziosa e di inestimabile valore. Stato alto, vocazione sublime il vivere in religione: servire il Signore Dio, rimanere unite a Lui, lontane dal disturbo del mondo godere del bene luna dellaltra, portare il peso luna dellaltra, aiutarsi e sollevarsi a vicenda. Quanta consolazione, dilettissime, lessere aiutati e sorretti nel tempo della necessit, quando a volte si presi dallaridit, da tentazioni, da depressioni e tenebre cos dense e oscure! O quanto giova avere accanto persone esperte e condenti, che ammaestrano ed aiutano! Vae soli: quia cum ceciderit, non habet sublevantem se! (Eccl 4,10): [Guai a chi solo, perch se cadr, non avr chi lo sollevi ed aiuti a risollevarsi].

122

Da tutto ci, potete scorgere, dilettissime, quanto prezioso lo stato religioso, come effettivamente sia un tesoro, una gemma. Tralascio qui di ragionare sui tesori di gloria che questo felicissimo stato ha come ricompensa, promessi dal Signore Dio a quelli che vivono e vi perseverano santamente, essendo materia cos ampia che, a mio parere, richiederebbe molta riessione; pertanto, bastino per ora queste mie poche parole. Vorrei invece presentarvi, dilettissime, un mistero che abbiamo incontrato nel Vangelo, e che dovremmo considerare profondamente. Il Signore Ges propone due parabole che sembra mostrino una stessa realt, eppure le racconta ugualmente una dopo laltra. Da che cosa proviene ci? Possono essere parole dette a caso? No, assolutamente, perch se non cade foglia senza lintervento della divina provvidenza, ancor meno dobbiamo credere che nel santo Vangelo ci siano parole superue, anche se sono tutte parole misteriose, perch tutte hanno un senso loro particolare. Perch allora se si assomigliano, Ges ne parla distintamente? O dilettissime, se sapremo considerarle bene, troveremo fra esse una grande differenza e dissimilitudine. La somiglianza sta nella conclusione in quanto, nel racconto, sia il primo che il secondo uomo vendette tutto quello che aveva per comprare quel tesoro e quella gemma preziosa. In tutto il resto delle due parabole vi una grande dissimilitudine. Nelluna, stato trovato un tesoro senza averlo cercato, nellaltra, cercata la gemma che alla ne stata trovata. Si possono qui vedere due tipi di vocazioni, molto differenti fra loro, ma tutti e due tendono ad uno stesso ne: nella prima, il Signore cerca noi, nella seconda, siamo noi che cerchiamo Lui. Per vostra consolazione ed ammaestramento, sorelle, voglio darvene un esempio: Paolo Apostolo, vostro Padre e Titolare, quando and a Damasco per condurre prigionieri a Gerusalemme, tutti i fedeli che poteva scovare, mosso dallo zelo per una legge non ben intesa, and forse egli per convertirsi? Niente affatto! Che avvenne?! Il Signore Dio cercava lui, lo ridusse a s con mezzi strani e cio con lo stramazzare a terra, accecarlo, riprenderlo:Saule, Saule, quid me 123

persequeris ? .(Att.9.4). E cos, in quel modo lo condusse sulla via della salvezza. Paolo non cerc il Signore; il Signore Dio cerc lui, lo trasse a s e lo convert. Unaltra persona potr cercare la gemma, la salute dellanima che senzaltro trover. Vi sono alcuni che entrano in Religione spontaneamente e con grande desiderio, consacrandosi al servizio di Dio n dalla tenera et di cinque, sette anni e perseverano fedelmente nella loro vocazione, terminando in santit il loro corso di vita: questa una grazia singolarissima! Tutti costoro cercano, a somiglianza di quel mercante, la gemma preziosa, cercano il Signore Dio e lo trovano. Ma quelluomo che trov il tesoro, non lo cercava sicuramente; se ne stava nel suo campo e, per caso, quasi come unofferta, lo compr. Vi sono alcuni che tendono s alla salvezza dellanima, poich ogni cristiano obbligato a ricercarla e a tendervi, tuttavia non solo sono lontani dallacquisto della perfezione, ma anche dal pensiero di acquistarla. Se ne stanno lontani dal Signore Dio, camminano per vie dissimili, con vari progetti, dediti alle vanit, alle ricchezze, alle pompe e agli onori con i quali ogni giorno pi si avvicinano a precipizi, fossati e luoghi pericolosi, e quel che peggio, hanno in animo di perseverare in tale situazione, nch potranno. Ma il Signore Dio che fa? Vedendo quelle anime in serio pericolo, le prova con le avversit, i travagli, gli intrighi, distrugge i progetti, taglia loro il lo attraverso gli avvenimenti e poi, con quei mezzi, le attira a s per vie straordinarie, non diritte, in modi non comprensibili e a volte, agli occhi umani in modo quasi sconvenienti. Allo stesso modo possiamo vedere ci che Ges fece quando diede la vista al cieco: gliela rese mettendogli del fango sugli occhi. O dilettissime, che medicina contraria per quella infermit, secondo la scienza umana! Mettendogli del fango sopra gli occhi, non era forse un modo per togliergli la luce? Eppure, per virt divina, il cieco fu risanato, rivide la luce! Da dove possiamo trarre argomento per comprendere quanto siano imperscrutabili i giudizi di Dio, quanto profondi i suoi segreti, e come noi dobbiamo rimanere in umilt, ammirando, onorando, avendo profonda fede che tutto ci che fa la divina Sapienza perfettissimo e ottimo?! 124

Egli dispone di ogni cosa come vuole e con la sua potenza, in modo soavissimo e senza difcolt, ordina e accomoda sapientemente ogni situazione, come ben ci dimostrano quelle parole che abbiamo udite questa mattina allingresso della santa Messa, secondo il rito ambrosiano: O Sapientia, quae ex ore Altissimi prodiisti, attingens a ne usque ad nem, fortiter, suaviterque disponens omnia! (Sap 8, 1). O Sapienza del Signore Dio, con quanta potenza e soavit predispone le cose! La sua potente mano attira a s ci che vuole, manda e rimanda, innalza ed abbassa e tutto per nostra maggior utilit, come spesso sa cavare il bene da certe situazioni che mai avremmo immaginato. S, il Signore sa cavare il bene anche dal male, persino si serve delle nostre passioni. Il male che facciamo nostro, ma Dio da tutto sa trarre il bene. Dallavarizia di Giuda trasse il modo per compiere lopera della nostra redenzione. Lesaltazione di Giuseppe derivata dallinvidia dei fratelli, giacch odiandolo per alcuni sogni che aveva loro raccontato e che presagivano che un giorno sarebbe stato al di sopra di tutti loro, lo vendettero ai mercanti dEgitto. Tale vendita fu la causa della salvezza del padre, dei fratelli e di tutta quanta la famiglia. O Sapienza del Signore Dio! Chi avrebbe mai detto o creduto che quelle persecuzioni sofferte da Giuseppe in Egitto, come la prigionia, tante ingiurie dei fratelli e tutto ci che prima era per lui forte sofferenza, si sarebbe cambiata poi in strumenti di gloria e di onore? O Sapientia fortiter disponens omnia! Il Signore Dio dispone e fa tutto con potenza, ma anche suaviter con tanta soavit, sa addolcire ogni amarezza e rendere facile ogni difcolt ed ogni ardua impresa. Ne abbiamo innumerevoli esempi. Possiamo ricordare molte vergini, di sesso tanto fragile, in tenera et, che hanno saputo sottoporsi con animo generosissimo a mille atrocissimi tormenti. Chi ha disprezzato onori, chi ha lasciato parenti, ricchezze, regni e imperi e chi ha abbracciato coraggiosamente tutte quelle situazioni difcilissime, se non impossibili. Da ricordare, fra tante, le tre sorelle del potentissimo Imperatore Teodosio che disprezzarono tutte e tre con esemplare magnanimit le ricchezze, i principi 125

di questo mondo, nonostante fossero sorelle di un Imperatore tanto potente da governare lOriente e lOccidente, che avrebbe potuto apparentarle con nobilissimi sovrani, promettenti ogni onore e gloria. Ma esse compresero non esservi stato migliore che quello di servire Dio e lo elessero. Dilettissime gliole, beato chi conosce questo stato, chi conosce il valore di questo tesoro, di questa gemma preziosa e di grandissima stima, sebbene poco conosciuta, perch pur credendola cosa ottima, pochi la vogliono sperimentare. E come manna nascosta che chi non la prova non sa quanto sia dolce. E assistere al coro, alla santa orazione, al parlare e conversare con Dio, al frequentare i Santi Sacramenti, quella quiete dellanima, tutte cose dolcissime che solo chi le prova sa comprendere. Tale stato felicissimo il tesoro che si deve tenere nascosto. Dice lEvangelista che colui che trov il tesoro, lo nascose. Bisogna tener nascosti, segreti i gusti spirituali, le grazie che il Signore ci fa; si possono perdere cos facilmente: basta una sola parola, perch ci siano tolti o almeno disturbano la nostra devozione. A volte, dopo che ci siamo comunicate con tanto fervore, con tanto gusto e sentimento, basta una sola parola, uno sguardo poco benevolo, il conferire con una sorella per inquietarci e rubarci quanto avevamo acquistato spiritualmente. Si devono custodire, dilettissime, le grazie del Signore Dio, tenerle segrete e allinfuori del padre o madre spirituale, nasconderle alle stesse sorelle: sono malsicure, come se stessero allaperto! Vi sia di esempio quel re che mostr con tanta gloria le sue ricchezze agli ambasciatori del Re di Babilonia: tesori, vasi dargento, tutte le cose preziose che poteva avere. Che fece il Signore Dio? Mand un Profeta a riprenderlo e a punirlo. Appena usciti gli ambasciatori, entr il profeta in casa e lo interrog: Che hai fatto? Ho mostrato tutti i miei tesori agli ambasciatori del Re di Babilonia! Soggiunse il Profeta: Io ti dico, da parte di Dio, che tutti quei tesori ti saranno rubati e portati in Babilonia. (III RE 20,13.18) . Cos, avvenne poco dopo! O dilettissime, che tremendo esempio! Perch aveva mostrato i suoi tesori con fasto ed ambizione, merit di essere severamente punito con la privazione 126

di tutto. Con quanta diligenza, con quanto timore, dilettissime, dobbiamo custodire le grazie del Signore Dio, stare umili, timorosi, perch non sappiamo che ne faremo. Il grande Re Davide, dopo tante grazie e favori, dopo che Dio stesso testimoni come uomo secondo il suo cuore, commise gravi ed enormi peccati. (1 Re 13.14). Salomone, che entr al governo del suo popolo con tanta umilt, da fare cos giuste richieste al Signore Dio, uomo tanto savio e pio, cadde poi improvvisamente in molte miserie. (III Re 3.9). O dilettissime anime, che considerazioni per tenerci umili, cercando di non ingrandire le opere che facciamo, come invece faceva quel fariseo superbo, ma rimaniamo sempre nel timore, nutrendo sempre bassa stima di noi stessi. SantAgostino ha parole molto forti per coloro che presumono troppo di se stessi: Io ho veduto uomini alti come cedri, cio elevati in grandissime perfezioni di virt, de quali non teneva manco conto che di Ambrogio e di Girolamo, cadere in precipizi profondissimi, ridotti ad estrema miseria. Che parole spaventose! Uomini tanto santi, stimati da Ambrogio e Girolamo, caduti poi cos in basso! Pertanto, dilettissime, replico ancora che dobbiamo stare nel timore, a causa della nostra fragilit, delle nostre miserie e calamit : Habemus thesaurus istum in vasis ctilibus (2 Cor. 4.7), dice san Paolo. [Teniamo questo tesoro in vasi di creta, fragili, corruttibili: si richiede pertanto grande diligenza nel custodirlo.] Quanto pi i gioielli sono preziosi, tanto pi sono tenuti chiusi sotto chiave. In questo modo si devono custodire le grazie e le virt spirituali, afnch non si perdano. Prego il Signore Dio, che vi doni la grazia, dilettissime gliole, afnch possiate ciascuna cercare e trovare il vostro tesoro, onde raccoglierlo con animo grande e generoso e custodirlo con immensa diligenza, cos che possiate essere favorite di godere quel vero ed unico tesoro che gi godono i Santi in Cielo.

127

128

Sermone 13
tenuto la Vigilia di

san Lorenzo
lanno 1583
Dilettissime gliole, sono stato assente pi del previsto, impedito di fare con voi il solito ufcio, ma ora vengo a ricompensare il lungo tempo trascorso in silenzio. Cos, la prima giornata, dopo il mio ritorno in Milano, anzi dopo il primo viaggio, oggi sono qui, da voi, giorno nel quale la santa Chiesa celebra la vigilia del glorioso martire san Lorenzo. Non potendo tuttavia venire il giorno della Festa, dovendo assistere al santo Ufcio nella chiesa a lui dedicata, che una delle principali della citt, sono venuto la vigilia, giorno opportuno e nome confacente al nostro stato, perch mentre stiamo in questo mondo, siamo in continua vigilia. S, continua vigilia, dilettissime, questa nostra vita! La Festa la celebreremo poi nellaltra! Al presente, nel tempo attuale, stiamo in continuo travaglio, in tribolazioni, in tormenti ed afizioni: nel futuro godremo il premio delle sofferenze, ce ne staremo in eterna gioia e continua allegrezza. Dunque, nelloggi, questa vita terrena vigilia; lindomani, nellaltra vita, sar perpetua festa, come gi la sta gustando veramente il gloriosissimo Martire San Lorenzo ed tanto pi solenne, quanto pi travagliata e dolorosa fu la sua vigilia in questo mondo, soffrendo il martirio per amore del Signore Dio, con oltraggi, tormenti, agelli, battiture, scorpioni, piombi, fuoco ed altre pene. E quando pensava di essere alla ne, nel passaggio da una porta, sent la voce del Signore che gli disse: Adhuc multa certamina sibi debentur,[ ti restano maggiori sofferenze e combattimenti da sopportare per amor mio: non bastano i agelli, i tormenti, i piombi, no, rimangono maggiori pene; di tutto ci non resti appagata la tua generosit e magnanimit; aspettane ancora di pi grandi]. A dire il vero, tutti i tormenti furono da lui sopportati con animo intrepido e 129

con estrema serenit ed allegrezza danimo. Eppure era anchegli di carne, come noi, della stessa massa corporea come siamo noi, ma nello stesso tempo molto differente da noi, lontano dai nostri timori, paure e miserie! Mi sento in questo momento come assalito da due meraviglie, una da parte del Signore Dio e laltra da parte del Santo martire. Nella prima, posso scorgere come il Signore si compiaccia di essere servito dai suoi Santi nei molteplici travagli, tormenti ed afizioni e che tutti gli eletti, i suoi pi cari ed intrinseci amici siano passati tutti attraverso la via del patire. Ma che dire: egli stesso assunse quella sorta di vita penosa per compiere no in fondo lopera della nostra redenzione. In quanti modi poi volle soffrire! Freddo, caldo, fame, sete e mille altri disagi prima di morire: sottoposto a agelli, alla coronazione di spine ed inne al supplizio della Croce. Tutto ci per nostro esempio, dilettissime, come norma di vita da imitare ed esercitare, assicurandoci che la via del cielo, la porta che conduce al Paradiso il patire: Regnum caelorum vim patitur, et violenti rapiunt illud. (Matt 11, 12). Da ci possiamo concludere che se vogliamo godere quel gran bene ed entrare in Cielo, dobbiamo soffrire, passare per mille angustie e morticazioni. Arcta via est quae ducit ad vitam (ibid. 7,14). [Stretta la via che conduce alla Patria beata!]. Conviene pertanto abbassarci, stringerci, patire sia con macerazioni della carne, sia con morticazioni della volont, con mille afizioni nellanima e nel corpo, nch arriviamo alla Patria beata. Le cose preziose si conquistano con fatica e quanto pi sono rare e di valore, tanto maggior fatica e sudore richiesto per trovarle. Pertanto, se noi vogliamo conquistare il Cielo, dobbiamo superare numerosi ostacoli. Detto questo, basterebbe il solo esempio dei Santi e del Santo dei santi, Ges, senza altra scienza, per farci risoluti e pronti nel camminare per questa via, provocati e spinti alla battaglia, come generosi eroi alla vista di tanto sangue versato. Prendiamo come unico esempio la vita del nostro Salvatore: abbiamo visto pi sopra quanto egli abbia sofferto per le ingiurie, le villanie, la mancanza di 130

cibo, i sudori, le fatiche innumerevoli e inne latroce morte sulla Croce. Egli per primo ha superato questo grande ostacolo, ha battuto questo sentiero, dando come norma se stesso ai suoi fedeli. Dilettissime gliole, come sue serve, avete scelto questa via, siete entrate in questo Monastero: rinchiudetevi fra queste mura, fra questi sacri chiostri e vi date alle veglie, alla macerazione e morticazione dei sensi e di ogni altra volont, prendendo il patire dalla mano della santa obbedienza come paragone di ogni vostra azione. I Santi, tanto pi si sono mostrati amici di Dio, quanto pi hanno sofferto, poich il patire nasce dallamore che d il peso alle nostre opere al divino cospetto. Cos noi, quanto pi amiamo il Signore Dio, tanto pi dobbiamo abbracciare il patire. Siamo stati creati, dilettissime, per la gloria e per godere dei beni eterni e soprannaturali, ma per giungere a tal ne, ci servono mezzi soprannaturali . Questo nostro patire soprannaturale: quante volte ci sembra sorpassi le nostre forze siche! Ci proviene dalla nostra fragilit, ma la grazia del Signore Dio ci fortica, ci rende pronti a sopportare quello che con le sole nostre forze ci parrebbe impossibile. E dovremo fare ci coraggiosamente, come animi nobili e magnanimi, essendo cos alta e sublime la realt che ci attende. Oltre a ci, ci viene chiarito il considerare che ci attendono numerose battaglie; molti nemici ci assediano, tendono lacci per farci cadere Adversarius noster diabolus, tamquam leo rugiens circuit, quaerens quem devoret (Pt 5,8). [Il nostro avversario, come un leone che va ruggendo, cercando or qua or l, modi e vie per farci cadere]. Ci tenta a volte di superbia; se non riesce a vincere, ci prova nella difdenza o nella disobbedienza o nellaccidia e cos sempre si affatica, n mai si ferma: se perde unoccasione, vince in unaltra, tanto da farci sembrare alle volte difcile il resistere, perch cos fortemente assediati. Il grande Apostolo, vaso eletto da Dio, suo caro ed intrinseco amico, fu costretto ad esclamare con le seguenti parole: Infelix ego homo, quis me liberabit de corpore mortis hujus? [Infelice me, chi mi liberer da questo corpo di morte, da queste insidie, da queste molestie?] (Rom.7,24). 131

Quante pressioni ed afizioni a volte sentono le anime! Siamo prostrati e spesso ridotti nella stessa miseria e tristezza, ma dobbiamo farci animo, essere coraggiosi, ripetere con lApostolo, dopo aver con lui esclamato Quis me liberabit? Gratia Dei per Jesum Christum Dominum nostrum (Rom 7,25) e cos confortarci, condare dessere aiutati, sollevati e ristorati dalla divina grazia. Questa condenza, dilettissime, conveniente e necessaria per arrivare alla perfezione, sebbene al presente praticata da pochi e raramente completa. Mulierem fortem quis inveniet? dice Salomone (Prov. 31,10). Chi trover unanima (paragona lanima alla donna, per la fragilit del sesso) generosa, costante, che per poco dolore, per difcolt, non si scoraggia, non si lascia ridurre alla tristezza ed ancor pi condurre alla difdenza e alla disperazione? Se si trover unanima cos, ben merita di essere apprezzata, lodata no ai conni pi lontani della terra. Per concludere, siamo pi che certi che necessaria la via del patire; pertanto pu bastare il ragionamento che stato fatto sulla meraviglia da parte di Dio, perch una cosa preziosa non pu esser cercata che con fatica. La gloria soprannaturale deve essere acquistata con mezzi soprannaturali, come le opere fatte da grandi e da savii ricercano maggiore imitazione e seguito. Ritorniamo invece alla meraviglia da parte del Santo e vediamo la generosit e magnanimit non comune con cui egli super crudeli ed assai aspri tormenti. O dilettissime, che fortezza, che nobilt di cuore! rimanere intrepido fra tanti tormenti, non solo sopportati valorosamente, ma rallegrarsi, gloriarsi e nello stesso tempo farsi beffa di essi, disprezzarli, come se fossero cose rimaste impresse solo per averle viste e non come prove penosissime. O che costanza e grandissimo amore per il Signore! Che cuore veramente infuocato! Questo glorioso Santo lo ha gloricato attraverso i tormenti, la vita, la morte, nel cuore, sulla lingua, in ogni modo e tempo. Dio viene gloricato nel martirio dei suoi Santi e quanto pi i loro tormenti sono atroci, maggiormente essi gli rendono gloria. Signicans qua morte claricaturus esset Deum, dice un Evangelista parlando di S.Pietro, [signicando, mostrando con qual morte doveva dare gloria al Signore]. (Gv 21,19). 132

Cosi Dio viene gloricato nei suoi Santi e fra tutti da questo gloriosissimo Martire. Ges Cristo gloric il Padre suo celeste con la morte acerrima in Croce, per questo anche tutti i suoi servi e serve lo gloricano con la bont e santit della loro vita. Tutti quei Martiri coraggiosi che disprezzarono ferri, fuoco, agelli, ceppi, piombi ed altri tormenti, che altro facevano se non gloricare il Signore Dio, sottoponendosi alla sua legge, portando il suo giogo e ubbidendo a quel passo della sacra Scrittura che dice: metti il tuo collo sotto questo giogo, le tue spalle sotto questo peso, le tue mani in questi legami, i tuoi piedi in questi ceppi.) (Eccl 6,25-26). Che meraviglia di rara fortezza, eppure cos lontana da noi! Lamor di Dio, dilettissime, ha provocato in loro tanta magnanimit e costanza: essi non stimavano quelle morticazioni e quei patimenti, ma aspirando a cose pi grandi, come creature nobili, tutti offrirono la loro vita al Signore Dio e sdegnando le cose terrene, tutti si elevarono al Cielo. Essi erano a conoscenza ed erano certi che non potevano amare Dio e il mondo contemporaneamente. E cos disprezzarono il mondo, soggiogarono la carne e morticando i sensi, si resero simili agli Angeli; tutte cose che anche noi dobbiamo fare se vogliamo ascendere ad unalta perfezione, poich non possono stare insieme queste due realt, Dio e il mondo: se si serve luno, si offende laltro. Coangustatum est enim stratum, ita ut alter decidat: et pallium breve utrumque operire non potest, dice Isaia. (Is 28,20). Lanima nostra, il nostro cuore non pu contenere due amori: trattenendo luno si deve lasciare laltro. Tale scienza era ben chiara sia in teoria che in pratica agli antichi Padri, santi e perfetti uomini che hanno fatto stupire il mondo con le loro virt. Il Santo e famoso Padre Arsenio, cos staccato ed astratto dal mondo, una volta pregato dal Vescovo di Alessandria, Teolo e dal Governatore, perch si degnasse fare un sermone al popolo, rispose loro che era ben lieto di soddisfarli, se tutti avessero promesso di osservare quanto egli avrebbe loro proposto. 133

La risposta fu positiva, ma il Santo volle pregarli caldamente afnch avvertissero il popolo e tutti osservassero con diligenza un suo desiderio: nessuno si recasse in alcun luogo dove sapevano che egli fosse. Ubi, inquit, Arsenium esse audiveritis, hoc est vobis cavendum, ne velitis amplius eo venire. (In Vitis Patrum). E unaltra volta, desiderando lo stesso Vescovo di visitarlo, mand a chiedere se venendolo a trovare, gli avrebbe aperto. Arsenio rispose: Se verr, io gli aprir, ma perch dietro di lui ne seguiranno altri, io prima di qua partirommi, e lascer luscio aperto, acciocch entrino tutti quelli che vogliono(ibid.). O dilettissime, che esempio, che sentenze, che pensieri, che desideri celesti! Sapeva bene questo Santo come impediscono lunione col Signore le visite ed i seguiti mondani e pertanto li aborriva, li sfuggiva e vietava ogni loro richiesta. Beate voi, gliole, che avete imparato questa scienza, che siete al sicuro da cos forte nemico; beate voi, dilettissime, che godete i frutti di questo segreto deserto, di questa felice segregazione e, dedicate al servizio del Signore Dio in orazioni, frequenza dei Santi Sacramenti e delle sacre lezioni, iniziate attraverso limitazione dei Santi, a godere la felicit e il loro dolcissimo godimento. Per concludere, non parleremo pi della meraviglia da parte del Santo, avendo ormai trovato qual era il motivo che accendeva i gloriosi Martiri, il cibo che li forticava, lardentissimo amore che li spingeva a cos grandi segnalatissime imprese. Cos, per porre termine al nostro ragionamento, vorrei, dilettissime, esprimere una mia considerazione personale che ho fatto sul Santo Martire (Lorenzo). Mi sono chiesto: quali saranno i suoi pensieri ora che si trova nelleterna gloria?! Che consolazione, considerare che per soli tre giorni di atroci patimenti in questo mondo, ora gode tanta felicit! Quante volte benedir quel fuoco, si ricorder con letizia di quei tormenti, ammirer con dolce sguardo quella per lui felicissima e carissima graticola che gli caus cos gran bene ed eterna gloria! Quanto vorrebbe fossero state pi lunghe quelle pene di cui ora gode cos larga ricompensa! Tre giorni di sofferenze gli hanno procurato eterna soddisfazione e felicit. 134

O che pensieri: momentaneo patire eterno premio; pochi travagli un mare di felicit e ininterrotta gloria: una considerazione, gliole, molto potente ed efcace per soffrire allegramente. Considerare la gloria del Paradiso, il premio che si aspetta dopo tante fatiche, motivo che sveglia e rende forte lanimo, eccita ed accende il desiderio di camminare per questa via. Come poi il desiderio acceso e lanimo si fatto gagliardo, ogni cosa diventa pi facile, anche se grande il travaglio, grave uninfermit, amaro un cibo, con animo rassegnato ed unito al Signore Dio, ogni scoglio coraggiosamente superato, perch una cosa maggiore supera sempre la minore. A volte, pu dolerci una mano, un occhio o un piede, ma il dolore allocchio, parte pi sensibile, supera e fa dimenticare quello alla mano o al piede. Tale effetto fanno i travagli in unanima grande: restano tutti vinti ed abbattuti! Vorrei, prima di terminare, parlarvi, dilettissime, di una pratica che ho sperimentato di persona. Dovevo fare lo scorso anno una visita in Diocesi, proprio in questo tempo del gran caldo. Era mezzogiorno, quando dovetti ascendere verso un monte sotto un sole cocente ed era cos infuocata laria che andavo a capo scoperto. Tuttavia era tanto forte il desiderio di compiere quellopera che non stimavo quel caldo: un fuoco interiore temperava lardore del sole. Cos, dilettissime, la carit, il desiderio ardente, lanimo generoso porta avanti, alleggerisce e facilita ogni pi ardua e difcile impresa. Prego il Signore Dio che si degni donare grazia a tutte voi, dilettissime anime, di conoscere lutile del patire, lamore vero per abbracciarlo e tanta fortezza per portarlo, afnch siate fatte degne di godere di quei larghissimi premi che per mezzo di esso si conseguono.

135

136

137

Antonio Campi - Martirio di San Lorenzo San Paolo Converso Milano Cappella di S. Lorenzo - aula pubblica

138

Sermone 14
tenuto la Vigilia della

Nativit di Nostra Signora


l8 settembre 1583

Sono a voi debitore, dilettissime gliole, di una visita che abbia lo scopo di portarvi consolazioni spirituali ed la prima giornata del mio rientro in Milano. Ma il soddisfare questo debito accade proprio in un giorno molto bello e glorioso, la Vigilia della gran Festa della purissima Nascita della Vergine Madre di Dio, festa solenne, anzi principio ed esordio di tutte le solennit, poich per mezzo di essa derivano tutte le altre. La Nascita della Vergine Madre precede tutte le solennit del Signore Dio e quelle di tutti i Santi e Sante del Cielo, cos che potremmo dire che oggi, giorno per noi felicissimo e memorando, ha inizio lopera della Redenzione, la rinnovazione del mondo, lantica riparazione e leterna felicit. E che opera stupenda questa, gliole! Tutto si rinnova, rinasce un nuovo mondo, tanto differente e contrario da quello antico, da quella legge, da quegli obblighi, da quei rigori, da quelle punizioni tanto gravi e comandamenti cos sottili. Insomma, tutto si muta: la giustizia in misericordia, il rigore in clemenza, il furore ed ira in pace e mansuetudine e la severit in piet. Ecce ego creo caelos novos et terram novam (Is. 65,17). [Far - dice il Signore Dio - un cielo nuovo e una terra nuova]. E oggi, questo Riparatore, Riformatore e vero Redentore e Salvatore nostro, d inizio a questopera, incomincia a fabbricare, a ordinare e ad ornare quella felicissima casa dove dovr abitare, o almeno che gli far da residenza per qualche tempo. Il Creatore e nostro Re, d inizio alla grande opera, cos eccellente, cos nobile, insigne e utile: nasce in questo giorno solenne la santa e purissima 139

Vergine Madre di Dio: Egli la orna, la riempie, la arricchisce di tutte le virt, di doni e grazie che convengono a cos grande e divina Genitrice. Oggi, dunque, come dicevo, hanno inizio, dilettissime, le nostre allegrezze, incominciano i nostri gaudi, il giorno della salvezza e della redenzione, o almeno linizio della Redenzione. Quanta preparazione dovremmo fare, gliole, per questa Festa! Con che gioia aspettarla! Con quale giubilo e vera devozione celebrarla! Con quale gaudio e gratitudine di cuore ricevere il felicissimo messaggio che ci porta questa celeste e divina Ambasciatrice, avvisandoci esser gi fatta la pace ed assicurata la vita e la salvezza nostra! Appunto, questa mattina, a proposito della vigilia di questa Solennit, stavo pensando e mi ponevo davanti agli occhi la grande preparazione che Dio fece per lopera della nostra Redenzione. Che considerazione meravigliosa e stupenda! Quante visioni, quante profezie, quante rivelazioni lhanno preceduta! E tralasciando il fatto che ella fu ab aeterno nella mente di Dio, la volle scoprire e promettere Inimicitias ponam inter te et mulierem, et semen tuum et semen illius: ipsa conteret caput tuum (Gen 3, 15).[ Porr inimicizia fra te e la donna, fra la tua stirpe e quella della donna: essa ti schiaccer il capo]. Il Signore Dio mostr n da allora quanto grande fosse la sua misericordia, poich subito, dopo quel primo peccato, per cui il genere umano venne spogliato della veste dellinnocenza, incominci a provvedere alla nostra Redenzione. Ipsa conteret caput tuum. Sin da allora dichiar e scopr quale doveva essere la grandezza, la fortezza, la santit della sua benedetta Madre, quale la purit e il candore di quel vaso purissimo, la preziosit di quel ricchissimo scrigno in cui sarebbe stato riposto e ben chiuso per il tempo prestabilito quel preziosissimo e vero tesoro che compr questo grande mondo. Doveva essere ben disegnata, misurata e fabbricata quella felicissima casa il cui architetto stata la Santissima Trinit: Sapientia aedicavit sibi domum. (Prov. 9,1). Sacro Tempio, benedetta ed avventurata casa! O dilettissime gliole, se considerassimo bene le opere del Signore, stupiremmo, rimarremmo muti, ci spaventeremmo nel considerare quella 140

sapienza, quella provvidenza, quellamore, quella bont e misericordia del Signore Dio nel vedere con quanta cura, diligenza, sollecitudine ed affetto ha compiuto lopera della nostra salvezza e redenzione, come se vi andasse di mezzo tutto il suo onore, tutto il suo essere, qualora vi fosse mancata anche una minima parte. Eppure siamo cos trascurati, come se questopera fosse ordinaria e comune. Ohim, sorelle, unopera fatta con tanti sudori, fatiche, disagi, tormenti! E noi ne facciamo cos poco conto. O Signore Dio, tu non fosti mai negligente verso questopera: che cosa avresti potuto far di pi per essa? Il nostro desiderio non poteva arrivare neanche ad una minima parte di quello che per tua bont e misericordia stato fatto per amor nostro. Dilettissime, dovrebbe bastare un solo agello, una sola goccia di quel preziosissimo sangue ad obbligarci, a farci schiavi solo per amore, non potendo far altro per cos grande bont. Invece anche di fronte agli innumerevoli agelli, umi di sangue, siamo ancora tanto duri, ingrati e non riconoscenti. Siamo ancora ingombri da tanta negligenza, cecit, ignoranza e stupidit e non riusciamo pi a renderci conto di quella grande realt, opera tanto stimata e ponderata agli occhi di Dio. Se non ci bastato il benecio della creazione, col quale Dio ci ha costituiti signori di tutto ci che il mondo contiene, Egli ci ha inoltre favoriti di quello della redenzione, ha dato il suo sangue, ha speso la sua vita, morto per noi, ha dato se stesso come nostro cibo, ha mostrato che tutto il suo gusto, il suo diletto, la sua refezione, era la nostra salute per cui si affaticato per noi ed ha sofferto per noi. Meus cibus est, ut faciam voluntatem ejus, qui misit me, ut perciam opus ejus. (Gv 4, 34). [Il mio cibo e ristoro che io faccia la volont del Padre mio : compiere lopera della Redenzione umana]. Con tutto ci, noi ci mostriamo ingrati e labbondanza delle grazie ci rende oziosi e spensierati. Ma quando verr il giorno nale per tutti noi, piangeremo la nostra ingratitudine,il tempo perduto, le nostre comodit, quelle voci, quei lumi e sante aspirazioni che negligentemente abbiamo lasciato da parte, non custodite e non osservate. 141

Dilettissime gliole, passano gli onori, passano le grandezze, passano le ricchezze e noi rimarremo abbandonati, tristi, con la coscienza carica di mille peccati, proprio nel momento in cui non potremo pi aiutarci. Vorrei ora parlarvi, gliole, di una situazione che mi capitata proprio in questultimo mio viaggio: ci servir di confusione e di grande sprone nella via Dio. Sono stato a visitare il Principe e Duca Serenissimo di Savoia che era prossimo alla morte: ho toccato chiaramente con mano ci che purtroppo tutti i giorni sentiamo raccontare e vedere con gli occhi, nonostante per disgrazia nostra crediamo sia niente. Di continuo ci risuona alle orecchie la ebile e dolorosa voce: morto quel Principe, quel Duca, quel grande Signore, quel padre, quel fratello e tuttavia non ne teniamo conto, come di cosa che non potr accadere a noi. Ho trovato Sua Altezza nel momento della morte, con gran dolore e travaglio di tutta la Corte e dei suoi Stati: potete facilmente immaginare in che scompiglio erano tutti, mentre l, stavo mirando un grande Principe, potente, ricchissimo, giovane, sano ed allegro, che in breve spazio di tempo, era ridotto a letto, abbattuto, atterrito, sul punto di morire per poca febbre. Una Corte cos grande e numerosa, con tanta pompa ed ambizione, piena di speranze e di mondani progetti, rimasta ad un tratto smarrita, spersa e languida: che triste spettacolo! Udire poi con vivo sentimento da loro stessi la confessione della vanit e miseria di questo mondo, con grande cognizione delle sue falsit e dei suoi inganni! Ho udito io stesso dalla bocca del Principe le seguenti parole: che mi valgono ora le mie grandezze, la mia potenza, i miei Stati, le mie ricchezze? A niente! Che mi giova essere Principe, Duca, Signore e Padrone di molte terre? A che cosa mi serve questa grande Corte? Chi fra questi pur fedeli e cari servitori, o amici mi accompagner a quel terribile passo? Chi di loro mi difender davanti a quel tremendo tribunale? Nessuno! Da tutti, tutti dovr essere abbandonato, rimanere solo, come qualsiasi inmo e minimo poverello! O sorelle, muoiono tutti, moriremo tutti: re, duchi, principi, signori, ricchi e poveri, secolari e monaci, tutti niamo! A nulla giova lessere potente: non v alcuna eccezione per nessuno. Tutti devono passare per questa porta ed a volte lo fanno pi sicuramente quelli che manco pensiamo. 142

Intendo dire non soltanto dei religiosi o di quelli che pur non essendo religiosi, stando nel mondo, fanno tuttavia vita ritirata e pia, ma soprattutto di quelli che attendono ai negozi, e pi ancora dei Signori e Principi grandi che con tutti i loro gravami confonderanno noi Ecclesiastici e Religiosi. Io credo che nel giorno nale ci saranno molti secolari assai migliori dei religiosi, perch essi, pur essendosi trovati in uno stato pericoloso e precipitoso, sono stati avveduti, accorti e diligenti, mentre noi dalla nostra sicurezza (tanto quanto basta assicurarci con le opere buone), ci rendiamo pigri e negligenti, ci riposiamo quietamente e ce la passiamo quasi alla cieca, senza considerare la nostra situazione che, alla cieca, va in rovina. O dilettissime, credetemi: la mancanza di considerazione una radice molto profonda e la causa principale, anzi principalissima, della tiepidezza e della nostra caduta. Noi non consideriamo lo stato in cui ci troviamo, non le grazie che abbiamo ricevuto da Dio, non il modo con cui le sciupiamo, non le passioni della nostra anima, non le inclinazioni naturaliniente! Passiamo la nostra esistenza freddamente, alla ventura, a caso, senza alcun pensiero, n considerazione. Eppure sappiamo che non viene detta alcuna parola anche minima, n ssato uno sguardo che ogni cosa non avvenga per ordine e permissione di Dio. Per questo, il tutto dovrebbe essere prudentemente e con discrezione considerato, qualunque cosa, pur piccola che sia, dovrebbe essere con riverenza ponderata ed eseguita. O dilettissime gliole, beati noi se avremo quella riverenza e se con diligenza avremo custodito tutte le occasioni, le ammonizioni, i lumi e le ispirazioni che il Signore Dio, nella sua innita misericordia si degnato mandarci! Che grazie, che virt, che scienza, che sapienza, che favori e consolazioni non riceveremmo da quella divina e liberalissima mano! Lo dice lo stesso Vangelo che stato letto nella Santa Messa, nel passo in cui tra la folla, una persona tra i presenti, immaginando che Ges fosse fuori di s, solo scorgendo in lui un poco della divina potenza e sapienza, esclam: Beatus venter qui te portavit, et ubera quae suxisti. (Lc 27.28) a cui Ges rispose: Quinimmo beati, qui audiunt verbum Dei, et custodiunt illud.

143

Come se dicesse: ben beato e felice quel ventre che mi ha portato, ma gi non sono meno beati quelli che odono la mia parola e con diligenza la custodiscono e la osservano. (Cf Matt. 11). Quasi volesse dire: Potete anche voi giungere a quel sommo grado di farvi mia Madre, solo se udirete e custodirete le mie parole, concependomi in santi pensieri e partorendomi con fruttuose operazioni. Se dunque, dilettissime gliole, ci teniamo a cos grande favore e supremo onore e dignit (come davvero ) lesser Madre di Dio, ma non possiamo giungervi con losservanza dei divini precetti, qui dobbiamo fermare la nostra attenzione e con laiuto celeste impiegare tutte le nostre forze e le nostre potenze. E come inizio di ci, facciamo oggi, dilettissime, una vera rinnovazione di vita, dei desideri, pensieri, costumi e di tutte le nostre azioni, cercando di conformare la vita nostra, per quanto ci concesso con quella della Madre di Dio. Prego il Signore che si degni di donare a tutte la grazia di questo vero rinnovamento, di una continua considerazione del vostro stato e di un accrescimento di bene in meglio, afnch non solo i secolari non ci confondano con la loro migliore vita, ma possiamo essere noi tali da aiutare loro. Questo un debito vostro particolare, dilettissime gliole, che vi siete consacrate al divin servizio: essere tali da aiutare gli altri ad arrivare a quel beato Regno verso il quale piaccia al Signore di condurci

144

145

Vincenzo Campi - Assunzione della Vergine San Paolo Converso - Milano - Aula claustrale

146

tenuto per la partenza dal Monastero della Serenissima Principessa

Sermone 15
il 13 Settembre 1583

Margherita Farnese

Altre volte, dilettissime gliole, abbiamo ragionato di cose appartenenti al vostro stato religioso, come a persone dedicate al servizio del Signore Dio, in modo tuttavia che anche la Signora Principessa potesse cavarne dei vantaggi personali. Oggi, sono qui presente per compiere lo stesso ufcio, ma mi pare dobbligo che il seguente ragionamento debba essere particolarmente rivolto a lei, in occasione della sua partenza da questo luogo che far lindomani, cos che il presente possa servire come licenza e dimissione degli altri ragionamenti. Pertanto, si parler con lei distintamente, ma in modo che anche voi, sorelle, possiate cavarne frutto personale. Ho voluto accostare, dolcissima Signora, la materia di questo incontro con il santo Vangelo di questa mattina, in cui il Signore Dio ci dimostra la sua paterna provvidenza e cura che ha per le nostre anime, sue pecorelle nelle seguenti parole: Ego sum pastor bonus, [io sono il buon pastore (Gv 10,14), che vigilo e custodisco le mie pecorelle]: osservo quelle che sono sviate, che vanno errando, per poterle condurre al mio gregge; illas oportet me adducere (ibid. 16). Il Signore Dio si assunto limportante compito della salvezza delle anime che lo tiene come necessario illas oportet: devo cercare di trovare tanti modi, tante vie, attraverso le quali possano ritornare a me. Sembra davvero, dilettissime, che il Signore non tenda ad altro, non cerchi altro, non desideri altro che la nostra salute, il nostro bene, la nostra felicit. Oh, se considerassimo, quanti modi usa, quanto fa per condurci a lui! se ciascuna poi volesse personalmente esaminare con quanti mezzi, ispirazioni, 147

lumi, cognizioni, consolazioni, travagli, aiuti e conforti lha attirata a s, stupirebbe! O anima, (parlo a me stesso) da quale stato ti ha attirato il Signore Ges, da quali vie, pensieri, progetti? In che modo, quali mezzi ha usato per condurti al suo servizio e metterti nello stato ecclesiastico nel quale ti trovi ora? E una considerazione questa, dilettissime gliole, utilissima; e per me, tra le tante che ricordo, questa mi pare la pi fruttuosa, n saprei ricordare alla Signora, in occasione della sua partenza, cosa pi importante ed efcace, perch conduca la sua opera a perfezione, che il considerare la provvidenza del Signore Dio ed il modo con cui lha attratta a s. E una considerazione, replico, utilissima; lo dico a tutti: a me che parlo, alla Signora Principessa e a voi che mi ascoltate, il considerare la cura che Dio benedetto tiene per ciascuno di noi, i mezzi che usa per condurci a Lui; considerare quanto ci ama e quanto fa per incamminarci sulla via sicura. Ci chiama e ci richiama per via damore, di gusti, di beneci e di consolazioni e purtroppo quando vede che non rispondiamo e non lascoltiamo, cambia metodo: manda travagli, dispiaceri, contrariet e spine, afnch almeno per quella via ci convertiamo. Sepiam viam tuam spinis, et sepiam eam maceria, et semitas suas non inveniet dice Osea (2.4). [Attornier, cinger la tua via di spine, vi metter degli intoppi, dei rovi, dei sassi e riempir di tanti disgusti e travagli quei piaceri mondani, che per forza dovrai ritornare a me]. Il Signore Dio punge, ci prova per sanarci, mette le spine per condurci a s; tanto ci ama che non vi via che cerchi, modo che non tenga, mezzo che non adoperi per convertirci. Quante cose scopriremmo sulla Provvidenza del Signore Dio, se volessimo soffermarci e dilungarci in queste considerazioni! E per non andar troppo lontano, soffermiamoci, dilettissime, sul caso di questa Signora, anche se ormai cosa passata! Per quali vie ella era entrata nei principati, nella gloria, ingolfata di onori e di superbe riputazioni mondane! Ma il Signore Dio, visto il pericolo per questanima, che si sarebbe incamminata in vie tortuose, verso pericolosi 148

precipizi, mette sui suoi passi delle spine, delle difcolt, mille disgusti e pi ella aveva operato per meglio accomodarsi nella prima situazione, pi Egli vi pone degli impedimenti, come fece un tempo col Profeta Balaam, chiamato dal Re per maledire il popolo dIsraele. Vi and il Profeta per far lufcio che gli era stato imposto, ma non pot assolverlo: anzich maledire il popolo, lo benediceva (Num 22,23). Ebbene, anchio ero stato mandato per svolgere questo ministero, cio per accomodare il suo matrimonio, cosa pur santa in quello stato, ma ci non era nella volont del Signore Dio che la voleva tutta per s. E cos quando si mirava ad una cosa, il Signore ne disponeva unaltra, proprio come capitato al Profeta suddetto. Balaam camminava per boschi, ascendeva un monte, ne saliva un altro sempre pi alto, in obbedienza al Re, ma non riusc nella sua impresa! Anchio ho faticato per sistemare questa creatura in quello stato che, sebbene non fosse cattivo, era per meno perfetto, ma il Signore lha impedito e lha condotta qui, come la vedete. O dilettissime, un caso da considerare molto bene, da piangere di tenerezza cristiana, pi che parlarne. Si tocca qui con mano la Provvidenza del Signore, la sua misericordia e piet: quando ella progettava di darsi alle delizie mondane, ai principi, alle glorie, il Signore lha voluta per s, lha presa in mezzo alle consolazioni per perfezionare cos lopera sua. E da pittore eccellente, scopre a perfezione il ritratto di questo progetto in alcune pagine della Scrittura, precisamente in Osea: ritrae questanima tutta ingolfata nelle cose del mondo, dedita ai piaceri di questo secolo, immersa nei suoi gusti e sensualit: Vadam post amatores meos, qui dant panes mihi etc. (Os. 2, 5). [Mi dar alle delizie, a soddisfare i miei desideri, le mie voglie, sazier i miei gusti, mi pascer di queste pompe, glorie e sollazzi mondani; condiscender a quanto potr desiderare il mio cuore e cos vivr felice]. Ritornando al nostro caso, il Signore Dio ha disposto diversamente e come ha permesso che ella ben ordinasse il suo progetto e facesse la sua scelta di vita, cos predispose tutto lopposto ducam eam in solitudinem, et loquar ad cor ejus 149

(Os 2-14). [La toglier dal mondo, la condurr in monastero, nella solitudine e parler al suo cuore], et loquar ad cor eius: [ivi le far assaggiare le mie dolcezze, le mie grazie, i miei gusti, i miei doni, i miei favori e le mie consolazioni]; et loquar cor ejus. Ecco ci che ha fatto con grande sapienza la divina bont. Pertanto, che grande occasione abbiamo, oggi, dilettissime gliole, per benedire e ringraziare il Signore Dio in questa creatura, per godere di vederla cos cambiata da offrire spontaneamente il sacricio di se stessa a Dio! Ci ha dato lopportunit, anzi ci ha imposto lobbligo di rimanere in continuo rendimento di grazie per cos visibile amore a lei dimostrato. Il Signore Dio ha operato in questanima, allo stesso modo che fece col santo Tobia, servendosi di un Angelo, che lo accompagn nel viaggio, e lo fece ritornare sano, accomodando ogni sua situazione, custodendolo dai pericoli, liberandolo soprattutto da quel pesce pronto a divorarlo, quando, impaurito, fu da lui animato e confortato dicendogli di non temere, di prenderlo per la coda, ed ammazzarlo; cos facendo si sarebbe liberato. La stessa cosa ha fatto il Signore Dio con questa gliola: lha condotta per mano e fatta ritornare in salute, le ha dato la possibilit di prendere il pesce di questo mondo per la coda, per lestremit, per la parte inma, facendole scoprire i suoi inganni e le sue miserie, provare tante angustie e travagli e facendole anche assaggiare le sue amarezze e le sue pene. Cos lha riportata qui sana e salva. Ad ammaestramento nostro, dilettissime: il Signore Dio ci addita la via, il modo per salvarci dallessere divorati dal pesce di questo mondo. Dobbiamo prenderlo allestremit, per la coda, per la parte inma, considerare le sue miserie, i suoi inganni, e disprezzarlo, sdarlo Beate voi, dilettissime gliole! Il Signore Dio vi ha fatto grazia di liberarvi da tale pesce, di farvi comprendere in verit che cosa sia questo mondo e la grazia di liberarvi da esso: studiatevi di rendere a Lui in affetto ed effetto continua gratitudine. Ma ora, dopo aver presentato la similitudine fra le grazie ricevute da questa creatura con quelle date al santo Tobia, vediamo come ella possa imitarne lesempio: la cognizione e la gratitudine che egli dimostr, la stima 150

e lapprezzamento di quanto aveva ricevuto, tanto da non saper trovare cosa alcuna in tutte le sue ricchezze, la sua potenza, il suo valore, le sue ammirabili virt che potesse soddisfare il suo debito: Quid illi ad haec poterimus dignum dare? (Tob 12,3). Quale cosa pu essere sufciente a ricompensare tanto bene? Dove si trova cos prezioso tesoro che possa essere ripagato con altrettanti segnalati favori e grazie? Purtroppo non si trover cosa alcuna! Preghiamolo che almeno si degni ricevere la met delle nostre sostanze e dei nostri beni: poca cosa, ma tant, offriamogliela! So bene che non v oro che possa soddisfarlo, nemmeno la mia stessa vita! Si me ipsum tradam tibi servum, non ero condignus providentiae tua (ibid. 9,2), disse Tobia allAngelo. Anche se dessi tutte le mie sostanze, dedicassi la mia stessa vita nel servirti in perpetuo, non per questo [sar degno della tua provvidenza]. Simili concetti potrebbe esprimere la Signora Principessa: Signor mio, anche se vi offrissi questa mia anima e determinassi saldamente di spendere tutti i miei giorni a te, consacrassi a Te tutte le mie potenze, il mio intelletto, la mia memoria, la mia volont, non per questo ero condigna providentiae tuae [sar degna della tua provvidenza]. E poca cosa, Signore, ma tutto quello che ho! Ed vero, gliole: gran cosa, ed poca cosa! Grande alla piccolezza nostra, piccola rispetto alla sua grandezza. Eppure il Signore Dio, tutto pieno di misericordia, anzi la stessa misericordia e bont, si soddisfa anche di questa nostra piccolezza, di questo nostro poco. Una sola cosa vuole da noi: Diliges Dominum Deum tuum (Deut 6,5): questo solo vuole, questo ricerca da noi! Diliges ex toto corde, ex omnibus viribus (Lc 10,27) : vuole che lamiamo di tutto cuore, che mettiamo quanta diligenza possiamo per servirlo, come a noi conviene : questo vuole, ancorch sia un niente rispetto alle sue grazie. Si me ipsum tradam tibi servum, non ero condignus providentiae tuae. Non vi cosa cos grande che possa rimeritare tesoro tanto prezioso, quanto lamore che Dio benedetto ci porta, la cura per la nostra salvezza. Dicevo pi sopra: quanti lumi, quante esortazioni, ricordi ed ispirazioni ci manda per salvarci, perno tribolazioni e travagli ci d per nostro maggior bene. 151

Ma nonostante tutto, nch essi durano nel tempo, non sappiamo riconoscerli, non li prendiamo dalla sua mano, non li apprezziamo; solo pi tardi, quando tutto passato, ci ravvediamo, comprendiamo e ne gustiamo i frutti. Mos, desiderando vedere il volto del Signore, lo preg che gli concedesse tale grazia ed ebbe da lui una strana risposta. Gli disse di porsi alla fessura di una pietra, perch al suo passaggio, gli avrebbe posto la mano sopra i suoi occhi; solo dopo che fosse passato, gli avrebbe dato la possibilit di vedere le spalle Videbis posteriora mea (Esod 33,13). Cos fa con noi il Signore Dio: non possiamo vederlo, non comprendiamo quando egli passa fra le tribolazioni; ma una volta passate, vediamo le sue spalle, proviamo e gustiamo i frutti e le sue consolazioni. O dilettissime, questo un modo singolare che il Signore usa con i suoi amici, e con le sue creature e se a volte ci sembra grave, tuttavia molto fruttuoso e utile. Dobbiamo condare in Lui, essere umili, perch non sappiamo se riusciremo: le opere che Dio benedetto fa con le sue creature sono sempre mirabili! A questo punto, mi gioco forza fare una digressione per presentarvi una considerazione di SantAgostino sopra un versetto dei Salmi Mirabilis facta est scientia tua ex me (Psalm 136,6). Dice quel benedetto Santo: O Signore Dio, ogni giorno pi si fa ammirabile la tua innita scienza, sapienza e potenza, per tutte le cose che hai operato in me, di me, per me; per avermi adoperato come strumento, di fare opere sulla natura e col mio potere, tanto che da me stesso sono state fatte, ma non sono state intese, e ne sono rimasto stupito. Sorelle, tutto ci lo tocchiamo con mano: vediamo come nostro Signore si servito delle sue creature nel fare meravigliose e stupende opere. Consideriamo quanto egli fece per convertire il popolo dIsraele; eppure n con i miracoli, n con la morte, n con la risurrezione, n con lascensione sua il popolo si convert alla nostra fede. Ma alla voce di un suo Apostolo, ad una predicazione di San Pietro, migliaia di anime si convertirono: Mirabilis facta est scientia tua ex me. (Psalm.136,6).

152

E senza andare troppo lontano, vediamo tutto ci, dilettissime, in questa Signora. Quante cose ammirevoli si comprendono qui chiaramente! Quanti intrighi, difcolt vi erano! Al presente, tutto si ben accomodato! E stato, carissima Signora, un benecio segnalatissimo, singolarissimo questo, degno di essere ricordato perennemente, considerando i pericoli, i travagli, i disturbi dai quali lha liberata il Signore Dio! Popule meus, memento quaeso quid cogitaverit Balach Rex Moab(Mich 6,5) diceva il Re per bocca del Profeta Michea. Popolo mio memento quaeso ricordati, ti prego, delle cose che Balac Re di Moab aveva gi pensato e ordinato contro di te: quelle angustie e quei dolori ti siano di sprone a stare in continuo rendimento di grazie, memoriale perpetuo della mia bont e misericordia. Quid dignum offeram Domino? (ibid.6), risponde il Profeta in nome del popolo. [Quale cosa degna, quale sacricio offrir al mio Signore?] Curvabo genu Deo excelso, [Signore, piegher le mie ginocchia, mi umilier, mi abbatter, mi chiner no a terra, per le grazie e i doni che mi hai concesso. Con laiuto tuo, possa servirti per tutta la vita come continua riconoscenza delle tante grazie di cui mi hai favorito]. Cos conviene sia fatto non solo dalla Signora, ma da tutti noi: ringraziare sempre il Signore Dio di cuore per tutto quello che andato a buon ne e ci sia detto anche per consolazione di quanti siamo qui presenti. Dilettissime gliole, altro non ci resta ora che stabilire il luogo ove ella possa servire pi perfettamente Dio benedetto, pertanto, partir domani, giorno stabilito a questo effetto. E nonostante possa condare che ciascuna di voi non mancher di fare calde orazioni, afnch questa causa sia conclusa a perfezione, come si desidera, tuttavia per soddisfare al mio obbligo e perch siano fatte con maggior efcacia le vostre preghiere, vi raccomando, anzi vi scongiuro che non vi sia alcuna di voi che non passi ogni giorno un poco di tempo particolare nel fare pressanti orazioni al Signore Dio, afnch dia alla Signora lume, spirito e grazia di fare una scelta e stabilire il luogo ove possa pi perfettamente servirlo. 153

Qui reminiscemini Domini, ne taceatis, et ne detis silentium ei, donec stabiliat (Is 62,6-7). Voi, sorelle, che siete dedicate al servizio del Signore Dio, che state unite a Lui, non cessate, non vi stancate di offrirgli caldissime preci, nch ella si sia stabilita. E Lei, Signora, si ricordi, anzi cerchi di puricare la sua intenzione, afnch non ci sia altro pensiero, altra preoccupazione, ma solo quella di scegliere il luogo dove possiate pi perfettamente servire il Signore. Come ho detto alle sorelle, cos ripeto anche a Lei: studi di comprendere attentamente quale sia la volont del Signore e ricordi che le grandezze del mondo sono sempre state di impedimento nelle vie di Dio. Ne abbiamo un esempio nella Festa di domani, lEsaltazione della Santa Croce. LImperatore Eraclio, volendo portare la Croce del Signore al monte Calvario, vi and in pompa magna, con apparato imperiale, pieno di fasto e gloria mondana, ma quando fu per passare dalla porta dove era passato Nostro Signore portando la Croce, le pietre si rinchiusero e gli vietarono laccesso. Limperatore rimase stupefatto e addolorato, ma dopo lo sforzo fatto per potervi entrare, si present a lui il Vescovo, suo padre spirituale che gli disse: Sappi, o Imperatore, che quando il Re dellUniverso pass per questa porta, non vi pass in pompa magna, ma in umilt ed abiezione. Allora lImperatore compunto depose le vesti imperiali e scalzatosi, vestito in abito plebeo e vile, pass per la porta senza alcun impedimento. Cos Lei, Signora, se vuole darsi al servizio di Dio, se vuole rettamente fare questa scelta, deve depositare le ricche vesti, spogliarsi di ogni interesse e riguardo umano, per offrirsi tutta a Dio benedetto con queste o simili parole: Signore mio, mi abbandono fra le tue braccia, mi consacro e dono tutta me stessa a Te; altro non desidero, altro non cerco, altro non voglio che la tua gloria, il tuo perfetto servizio. Insegnami, Signore, a fare la tua santa volont, a trovare luogo ed a stabilirvi dove io possa pi santamente servirti. Ed io, Signora, non mancher di accompagnarla con laffetto del cuore e con leffetto della preghiera, chiedendo al Signore Dio che la guidi in questa scelta. 154

E poich piaciuto alla Divina Maest di servirsi di me come strumento nel condurre questopera, cos non lascer di affaticarmi nch essa sia giunta a compimento. Absit a me hoc peccatum, ut cessem orare pro vobis (Coloss.1,9); [sia lontano da me il pensiero che io possa cessare di pregare per Lei]. Vorrei aggiungere unulteriore parola, che so di poterla giustamente dire: nonostante Ella abbia avuto molte persone che si sono affaticate per Lei e che lhanno amata, io non ceder ad alcuno in affetto e desiderio la vostra salute. Nam si decem millia paedagogorum habeatis in Cristo, sed non multos patres. (1 Cor 4,15). Mi pare di poter dire che Ella non ha mai avuto un padre spirituale che pi di me amasse e desiderasse la sua perfezione: piaccia alla Divina Maest di concederla a Lei, Signora, e a tutte insieme, con la sua benedizione.

-----------------------------------------------------------------------------------NOTA AGGIUNTA DELL ANGELICA AGATA: Per appagare lonesta curiosit dei lettori, che desidereranno conoscere meglio la gura della Principessa Farnese, rimasta per lungo tempo nel Monastero delle Angeliche di s.Paolo e alla quale s.Carlo aveva diretto il presente sermone, voglio qui riferire ci che disse di lei il Padre Francesco Luigi Barelli (cart. 3299 nel Primo Tomo delle Memorie dei Padri Barnabiti stampate in Bologna lanno 1703): E ritornando allaffetto e alla stima grande che San Carlo aveva preso verso le Angeliche, ricorder a conferma di ci, che il Santo, dovendo ricevere la Principessa Margherita Farnese, sorella di Ranuccio Primo Duca Quarto di Parma, e afdarla ad un Monastero di Monache, dove potesse rimanere no a quando fossero composte le divergenze fra la stessa e Vincenzo Primo Gonzaga, Duca Quarto di Mantova e Secondo del Monferrato al quale era stata data in moglie, scelse fra i settanta Monasteri di Milano quello delle Angeliche di San Paolo. 155

La Principessa fu santamente edicata dalla esemplarit di quelle Religiose e, dopo esservi dimorata quasi un anno, sciolte ormai le nozze che aveva contratto col Principe terreno, pens di donarsi totalmente a Cristo. Ma il fratello che la voleva presso di s, fece tanto che la ricondusse nuovamente a Parma, dove si fece Monaca nel Monastero di S.Alessandro, sotto la regola di S.Benedetto, prendendo il nome di Donna Maria Lucenia e dove pi volte fu eletta Badessa. Visse no allet di settantasette anni, conservando sempre, no alla ne dei suoi giorni una santa corrispondenza con le Angeliche di Milano, dalle quali asseriva di aver appreso i primi ammaestramenti per rendersi degna sposa del Signore.

156

157

Giulio Campi Riposo nella fuga in Egitto San Paolo Converso - Milano Cappella della Vergine - aula pubblica

158

Sermone 16
tenuto la vigilia della

Festa del Corpus Domini


per la Vestizione

dellAngelica

Monica Rossi

30 maggio 1583

Dilettissime gliole, il sacro ufcio di consegnare oggi labito religioso a questa gliola, capita in un momento molto favorevole; questo rito si intona assai bene con le solennit passate e con quella che sta per iniziare, listituzione del Santissimo Sacramento, tempo signicativo per donare noi stessi a Dio, sacricando tutto a Lui, in segno di gratitudine, o almeno, di testimonianza della nostra gratitudine. E vero che ogni tempo opportuno e ci viene offerta loccasione di fare memoria delle grazie speciali che abbiamo ricevuto dalla sua divina e provvida mano, tuttavia siamo invitati, anzi quasi forzati dalla stessa ragione, se non altro, a comportarci con maggiore affetto in questo sacro tempo. Abbiamo celebrato leffusione dello Spirito Santo, abbiamo ricordato gli innumerevoli favori che il Signore Dio ci ha fatto, spargendo con grande abbondanza la sua Grazia su di noi, creature indegne ed ingrate, in tal modo che, non solo per quel tempo o per quelli che allora furono presenti la ricevettero in dono e ne usufruirono, ma ne siamo partecipi e la sperimentiamo anche tutti noi, perch quella Grazia destinata a portare frutto no alla ne del mondo. O creatura, o terra, o mondo, quando sarai capace di comprenderlo e di apprezzarlo? Queste, dunque, sono state Feste solenni, portatrici di speciali e singolari grazie, ma quella che la segue le supera tutte e le trascende. 159

Nella Pentecoste, il Signore Dio ci dona il suo aiuto e la sua Grazia, ma nella presente, non solo ci favorisce di queste due realt (aiuto e grazia, pur cose stimate tanto se ci vengono dai grandi di questo mondo), ma ci fa padroni del suo stesso corpo, sangue e anima, in una parola di tutto se stesso. O dilettissime, quale eccesso di amore! O creatura, o terra, o mondo, quando sarai capace di comprenderlo e di apprezzarlo? La nostra ingratitudine e cecit cos grande che il Cielo appare ormai piccolo ai nostri occhi, poca cosa la terra e un nulla tutta questa complessa costruzione che il Sommo Architetto ha fatto a benecio delluomo, con immenso impegno. In tal modo, abbiamo resa pesante ed oscura la vista, o meglio, abbiamo reso insensibile il cuore; non riusciamo pi a cogliere beneci e grazie tanto sublimi ed eccellenti, rendendoci inferiori agli stessi animali che restano perpetuamente affezionati e legati, schiavi di chi, anche una sola volta, ha dato loro il cibo o li ha liberati da qualche pericolo. Quale ingratitudine! Poteva far di pi il Signore Dio? Penso proprio di no! La sua grande Maest discesa dal cielo sulla terra, per noi, miseri peccatori; ha benecato per tanti anni questa valle di lacrime con la sua divina presenza, ha coperto la sua vivissima e splendida luce con la nostra tenebrosa veste mortale; il Giusto, linnocente ha sofferto tante e tante ingiurie, tormenti ed afizioni e da ultimo, il Figlio di Dio, fattosi uomo, morto sul legno della Croce. Eppure, con tutto ci, Egli non si sente ancora appagato, soddisfatto, ma continuando ad ardere damore per noi, lascia il suo spirito, la sua anima, il suo corpo per nutrimento, cibo, sostegno, forza, consolazione e gaudio per tutta la durata della nostra vita. La sua non stata una scelta temporanea, ma questo immenso benecio deve durare no alla ne del mondo. Ecce ego vobiscum sum omnibus diebus, usque ad consummationem saeculi. (Matt 28,20).[ Sar sempre con voi no alla ne dei secoli]. O creatura, anima cristiana, te lo ripeto: quando conoscerai, almeno in parte, questo cos gran bene, questo sviscerato amore? Avere davanti agli occhi questo divino spettacolo, il Santissimo Sacramento; poter mettere a nudo davanti alla sua temibile presenza tutti i nostri bisogni, le nostre infermit, le necessit che 160

abbiamo, poterlo godere e fruire a tutte le ore; essere sempre aiutati, sollevati, confortati e pienamente consolati! O dilettissime, quali favori, quanta dignit e quali grazie sono tutto questo! Che tempo pieno di amore! Si vedono piovere grazie ovunque, sembra che ogni cosa si risolva in gioia, gaudio e letizia. Domani, lo potremo constatare: vedremo, per cos dire, la terra orire ovunque e perno i muri saranno rivestiti di allegrezza, Si vedranno processioni, si udr suono di musiche e di campane e ognuno si mostrer sommessamente lieto e contento. O amore eccessivo del Signore Dio! Quid dignum offeram Domino? (Mic 6,6). diceva un suo servo: [qual cosa degna offrir al mio Signore?] Dove potr trovare oro, argento, gioielli, dove reperir un tesoro tanto prezioso che possa ricompensarlo? Dar me stesso come gesto di riconoscenza per questo amore singolare. Comprendo che non posso offrirgli nulla di pi appropriato della mia persona e perci gli doner me stesso, pagando vita per vita, sebbene questo prezzo sia di gran lunga inferiore al costo e al valore della sua vita. Il Signore Dio si accontenta anche di ci, n vuole che andiamo a cercare cose al di fuori di noi per mostrargli la nostra riconoscenza: si sente soddisfatto di quello che abbiamo dentro di noi, anzi si diletta, gode e si compiace. Questa mattina, gliola, hai fatto questa offerta: tale stato il tuo contributo, il tuo dono, il sacricio tuo e quello di tutte le tue consorelle. Questo stato il tempo pi adatto, per la presentazione della tua offerta e per le tue consorelle di rinnovarla. Dovete tutte riaccendere il desiderio della vita consacrata, benedire quei propositi che per grazia di Dio avete fatto nellentrare, abbracciandola con allegrezza e amore rinnovati, rinunciare al mondo con maggior perfezione e larghezza danimo, rinnovare i voti e le vostre promesse, sottoporre con nuova prontezza e sottomissione il collo a questo soave giogo; in poche parole, rinnovare nel modo pi vero la scelta della vita religiosa e il vostro animo. Non conveniente, dilettissime, non conveniente celebrare questo sacro mistero, questa grande Festa come se fosse una realt comune, una cosa stereotipata, come unopera qualsiasi compiuta dal Signore Dio. 161

Dovete svegliarvi, dilatare e inammare il cuore, elevare lanimo alle cose celesti, donarvi totalmente e realmente alla Divina Maest, n daltro preoccuparvi, altro pensare, n sentirvi in sintonia con altri se non con il vostro Sposo, unico Signore e Dio. Se avete lui, che cosa vi pu mancare? Che altro potreste desiderare? Deus meus et omnia! (Sal 72), diceva un suo gradito servo. Ho tutto quello che desidero, posseggo ogni cosa, sono padrone di tutto, se ho il mio Dio. Deus meus et omnia!: non ho il mio interesse negli altri, nessuno mi pu soddisfare, non mi preoccupo pi di niente, n mi occupo di altro se non del mio Dio. Deus meus et omnia. Quid enim mihi est in caelo? et a Domino quid volui super terram? (Sal 72,25). [Chi altro avr per me in cielo? Fuori di te, nulla bramo sulla terra]: hai detto, gliola, questa mattina: chi altro avr per me in Cielo? Che altro potrei desiderare in terra, se posseggo gi il mio Dio, colui che ha gi catturato il mio cuore ed tutta mia parte di eredit? Deus cordis mei, et pars mea Deus in aeternum (ibid 26) . [La roccia del mio cuore Dio, Egli la mia sorte per sempre]. Perch svilire la nobilt del nostro cuore amando cose terrene, quando capace di amare Dio? O dilettissime, se considerassimo bene tutto ci, come ci sentiremmo staccati da questo mondo, come lo disprezzeremmo, come si innalzerebbe a Dio il nostro cuore, infuocato di amore per Lui! E se mai avessimo gi provato tale desiderio, se gi abbiamo avuto delle occasioni che ci avessero favorito in tutto questo, ora - vi dico - il tempo pi appropriato per innamorarci di Dio, per scioglierci in sentimenti di amore per Lui, di trasformarci in Dio. O sorelle, se la sposa del Cantico si sentiva venir meno al solo udire la voce dello Sposo quando parlava, cosicch, spinta dalla passione del suo amore, poteva esclamare: Anima mea liquefacta est, ut dilectus locutus est (Ct 5,1-6): [ mi son sentita venir meno, quando il mio amato ha parlato], che cosa dovremmo fare noi che, non soltanto abbiamo la possibilit di ascoltare la sua voce, di vederlo, ma possiamo toccarlo, riceverlo e, per cos dire, assumerlo come nostro nutrimento? Se la Sposa ne provava tale gioia, tanto lamava da sentirsi venir meno al 162

solo udire la sua voce, che cosa dovrebbe restare in noi che ce ne nutriamo realmente? Oh, che grazia, che dono! Quanto grande lamore del Signore Dio, quanto soavi le sue consolazioni! Che dolcezza, che pace per quellanima che si dona totalmente a Dio, che allarga il suo cuore e lascia che la Grazia divina operi in lei! Pessulum ostii mei (idest cordis mei) aperui dilecto meo. (Cant 5,6).[Ho aperto il chiavistello della mia porta (cio del mio cuore) al mio amato], dice la Sposa del Cantico; ho aperto il catenaccio del mio cuore, ho tolto la durezza e lostinazione dal mio animo. E subito, appena il Signore Dio ha parlato, avendo gi il cuore libero e pronto ad ascoltare la sua voce, la mia anima, al risuonar delle sue parole, venuta meno: Anima mea liquefacta est, ut - dilectus - locutus est. E necessario togliere, dilettissime, levare le durezze del cuore, le asperit, le indisponibilit, perch offendono il Signore Dio, e sono di impedimento alla sua Grazia. Pessulum cordis mei aperui dilecto meo. Ho tolto il catenaccio del mio cuore per il mio diletto: dobbiamo eliminare le tenebre dal cuore, aprire i chiavistelli, ammorbidire le durezze, lasciare ogni difdenza, timori disordinati, se vogliamo essere aiutati nelle necessit e trovar Grazia presso Dio. Abbiamo cos aperta la porta della misericordia e possiamo essere ricevuti in udienza in qualsiasi momento, possiamo parlare al nostro fedelissimo Avvocato ogni volta che lo vogliamo. O dilettissime, se la donna del Vangelo era certa che al solo toccare il bordo delle vesti del suo Signore sarebbe guarita Si tetigero tantum vestimentum ejus, salva ero (Matt 9,21) [se riuscir anche solo a toccare il suo mantello, sar guarita]. Era cos sicura nel suo cuore che quel solo contatto lavrebbe risanata, che condenza dovremmo avere noi, che non solo tocchiamo i lembi del suo vestito, non il mantello, ma riceviamo il suo Santo Corpo e Sangue in noi stessi? Egli si comunica a noi pieno di grazie, di ricchezze abbondanti, di doni spirituali! Ohim, come siamo ciechi, come sfruttiamo poco le nostre ricchezze 163

e i valori che possediamo! Quanto poco godiamo della dignit e delle comodit che abbiamo! Se con la sola ombra degli Apostoli la gente guariva, o al solo tocco dei loro mantelli erano liberati da ogni infermit ed ancor oggi, al solo accostarsi alle urne e ceneri dei corpi dei Santi, che consolazioni non dovremmo sperare noi di ricevere, non solo una volta quando lo riceviamo sacramentalmente, ma anche ogni volta che lo vediamo e lo adoriamo. Come dovremmo sentire lanimo pieno di consolazioni, dilettissime, ogni volta che facciamo memoria di questo tesoro! Quale giubilo, sicurezza, gratitudine nei confronti del Signore Dio, che ci ha favorito di cos gran bene! Dovrebbe bastare questa sola memoria per sgombrare dai nostri cuori la tristezza e la negligenza che abbiamo. Il Signore, per alleviare le sofferenze al Profeta Geremia, voleva che si ricordasse delle sue pene e dei suoi dolori. Recordare paupertatis, et transgressionis (sive humilitatis meae) absynthii, et fellis . [Il ricordo della mia miseria e del mio vagare come assenzio e veleno] ((Lam 3,19). Se il semplice ricordo delle sofferenze del Signore era capace di alleviare le atroci pene che Geremia sopportava per la distruzione di Gerusalemme, quanto maggiore sollievo porter a noi questo Sacramento, che oltre alle grazie che reca con s, viene ricevuto come un memoriale santo: Hoc facite in meam commemorationem (Lc 22,19). [Fate questo in memoria di me]. Questo santo Profeta ci fa notare quanto gli fosse caro tale ricordo, poich soggiunse queste parole: Memoria memor ero, et tabescet in me anima mea (Lam 3,19). [Ben me ne ricordo e si accascia in me lanima mia]. Scolpir nel mio cuore, stamper nella mia mente, metter nel mio intimo limpronta di questa grande Grazia apportatrice di salvezza, di questo dono singola - re e speciale favore. Lo far in modo tale che ogni volta che me ne ricorder, la mia anima si sentir venir meno: [Ben me ne ricordo e dentro di me si accascia lanima mia]. O gliole, se lanima viene meno al solo ricordo di tutto ci, come potremo sopportare che in noi spadroneggino tanti difetti, imperfezioni cos gravi, tanti desideri, progetti, tensioni, interessi? 164

Non deve essere maggiore la prontezza nello sforzarci di abbandonare noi stessi e dedicarci interamente a Dio in virt di questo Santissimo Sacramento che sa attrarre a s gli animi in modo cos deciso? E se anche gi lo facciamo, donandoci interamente a Dio, gli restituiamo ci che gi suo; tuttavia potrebbe servire a testimonianza della nostra gratitudine. Pertanto, dilettissime, come gi pi volte ho ripetuto, dovreste fare frequentemente questa offerta di voi stesse a Dio, rinnovarla spesso in affetto ed effetto (soprattutto questa glia che oggi si consacrata, e ha dato inizio a questo santo sacricio); vivete con questo amore, con questo fervente desiderio ed impegnatevi, con laiuto del Signore Dio, a rendere perfetta la vostra vocazione. Ora, avrei desiderato, dilettissime, rendere completa questa festa, pi piena questa offerta sacricale, aggiungendo alla solennit laltra sorella che ha lo stesso desiderio di consacrarsi al Signore. Ma non avendo ella ancora sistemato ed ordinato completamente tutti i suoi impegni, ho differito per alcun tempo, di modo che lopera del Signore sia portata a termine in maniera ancor pi eccellente ed ella potr maturare pi profondamente il suo desiderio e il suo proposito. Cos, libera da ogni preoccupazione, senza pensiero per le cose terrene, possa ella celebrare le sue sacre nozze, dimenticando, per quanto possibile, il mondo. Sar anche un vantaggio per voi, dilettissime, se avendo pensato di celebrare un solo momento di gioia, una sola festa, vi troverete a celebrarne due. Nel frattempo, ella potr maggiormente accendere il suo desiderio nel quale tanto si compiace il Signore Dio. In questo tempo, poi, conoscer meglio la grandezza dello stato religioso e con quanto spirito e fervore dovr camminare per questa via di perfezione, cos che tale dilazione nel tempo possa essere di frutto e di consolazione a lei e a tutte voi. Non intendo, con questo, che ella possa disporre delle sue faccende anche in futuro, come ella vorr; anzi il Sacro Concilio di Trento esige che le gliole (postulanti) abbiano un anno di Noviziato, durante il quale, no alla Professione religiosa, hanno la facolt di disporre di s e di ci che posseggono, in modo che si dedichino poi al Signore Dio e al suo servizio con maggior consapevolezza. (cfr Sessione XXV, 15). 165

Il Sacro Concilio d questa facolt ed io, in nome suo, la confermo. Tuttavia, nonostante ella sia gi profondamente convinta della sua scelta, ho ritenuto opportuno, visto che concesso, che ella trovi una giusta sistemazione ai suoi interessi materiali. Si ritiene infatti cosa non indicata e disdicevole, una volta che ci si donati a Cristo e si scelto di condurre vita celeste, labbassarsi e piegare lanimo alle cose terrene, lasciando cadere nella mente tali pensieri. Per quanto nella mia facolt, dico che ci da evitarsi, perch dopo esservi consacrate a Cristo, dopo aver voltato le spalle al mondo ed averlo messo denitivamente al bando, da parte vostra non si aspiri ad altro, altro non si pensi e non si tenda che a rimanere eternamente unite al Signore Dio per conseguire il premo delleterna vocazione (chiamata). In linea con tutto questo, perch sia di consolazione a coloro che hanno da tempo abbracciato questo stato, a chi oggi lha assunto e a chi sta per assumerlo, voglio narrare un episodio della Sacra Scrittura, un esempio importante che calza bene con la condizione di noviziato, come cio debba comportarsi una novizia nellanno di probandato. Lesempio di Mos, quando il Signore lo chiam sul Monte per imparare la Legge. (cfr. Es. 33,13-23). Che altro lo stato di una novizia se non quello di imparare la Legge del Signore? Imparare le regole dellIstituto, la volont del Signore Dio, il modo di fare orazione, di vincere se stessi, quale regola di vita darsi, come forma del proprio comportamento nellarco dellanno? Questo, dico, tipico dellanno di noviziato. Si legge nella Sacra Scrittura che volendo Dio insegnare la Legge a Mos, gli diede questi ordini: [Tieniti pronto per domani mattina: domattina salirai sul monte Sinai e rimarrai lass per me in cima al monte. Nessuno salga con te, nessuno si trovi sulla cima del monte e lungo tutto il monte; neppure armenti e greggi vengano a pascolare davanti a questo monte]. (Es 34, 2-3). Riettiamo su questo brano in ogni singola parte: Esto paratus mane, [Tieniti pronto per domani mattina]. Il Signore Dio vuole che lanima religiosa sia sempre pronta e preparata a fare la sua divina volont, non gi nelle tenebre e nelloscurit, ma chiaramente nella luce; ci mette in evidenza da una parte la vigilanza da attuare in questo 166

stato e dallaltra la gioia che laccompagna mane, nella luce, sgombrate tutte le tenebre e le oscurit della mente. Ut ascendas statim in montem. [Salirai sul monte]: tale deve essere indirizzato il passo del religioso: ascendere costantemente e camminare verso lalto, non adagio, lentamente, ma velocemente, subito statim, prontamente, con fervore, con cuore gioioso, sereno. Stabisque mecum. - secondo unaltra versione - Stabisque mihi.(Es 34,2-3). [Starai attento a me]. Si deve stare attenti al Signore Dio, guardare a Lui solo e servirlo con estrema cura ed attenzione. Nullus ascendat tecum (ibid) [Nessuno salga con te]. Nullus ascendat tecum, non fa eccezione ad alcuno, non ammette alcuno, esclude tutti. Si deve ascendere spogliati, soli, senza alcun attacco, presentarci liberi alla sua presenza, limpidi, mondi, spogli da ogni interesse e da ogni se pur minimo affetto. Nec videatur quispiam per totum montem(ibid). [Nessuno si trovi sulla cima del monte, n lungo tutto il monte]. Non desiderare la compagnia di alcuno che possa distrarre e disturbare il nostro cuore. [Non si trovi nessuno] che abbia spazio nel nostro cuore. Bovesque quoque et oves non pascantur e contra .(ibid) [Neppure armenti e greggi vengano a pascolare]. Proibisce, cio, ogni sensualit, tutte le preoccupazioni e le inutili sollecitudini che non solo non dobbiamo tenere deste ed operose in noi, ma nemmeno ricercare, anche se di fatto non inuiscono sulla nostra vita. [Neppure armenti e greggi vengano a pascolare davanti a questo monte!] Non solo non voglio che greggi e pecore vengano a pascolare sul monte, ma nemmeno che lo facciano dirimpetto al monte. O sorelle, quanto si deve essere staccati e separati da ogni realt terrena se vogliamo gustare Dio e servirlo di buon cuore! Il Signore vuole che ci liberiamo totalmente dal mondo: totalmente! E quando anche potessimo spendere bene tutte le vili ricchezze, in opere sante, aiutando e sollevando il prossimo, non questa lesigenza della perfezione, non questo ci che essa richiede: occorre invece lasciare ogni cosa in modo completo e totale. 167

Si vis perfectus esse, vade, vende quae habes, et da pauperibus, et habebis thesaurus in caelo; et veni, sequere me . ((Mt 19,21). [Se vuoi essere perfetto, va, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri ed avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi]. Disse Ges a quel giovane, pienamente obbediente alla Legge, che gi pensava di essere giunto alla perfezione. Poteva anche dirgli: porta con te le tue ricchezze, ne useremo insieme, in comune e con la mia presenza non potranno essere impiegate o spese male. Ma non vuole cos, non parla in questi termini. Al contrario, [Se vuoi essere perfetto, va, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri]. Vi ripeto: bisogna lasciare ogni cosa, espropriarsi di ogni bene, non possedere nulla, essere liberi, non seguire mai la nostra volont. Nel Vangelo secondo Luca, il Signore Dio mostra come debba essere il vero religioso, rispondendo a colui che lo voleva seguire, quasi volesse mostrargli come doveva camminare per una via per la quale non aveva ancora la giusta disposizione, gli rivolse queste memorande parole: Vulpes foveas habent, et volucres caeli nidos: Filius autem hominis non habet ubi caput reclinet(Lc 9,58; Mt 8,20). [Le volpi hanno le loro tane, gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio delluomo non ha dove posare il capo]. E davvero conveniente che luomo sia tanto perfetto nella povert, totalmente espropriato da se stesso e da ogni altra cosa, che non abbia dove posare il capo, cio, non ami alcuna persona in particolare e non usi di alcuna parzialit, altrimenti si riduce ad assomigliare agli animali. Vulpes foveas habent, et volucres caeli nidos . Ad un altro, che Ges aveva chiamato al suo discepolato, non permise neanche un intervallo di tempo, perch potesse seppellire suo padre, mostrando che quando si accetta la vita consacrata, si devono abbandonare tutte le cure e le preoccupazioni, lasciando ad altri (i secolari) che compiano tali doveri. Dimitte mortuos sepelire mortuos suos (Lc 9,59.60). [Lascia che i morti seppelliscano i loro morti], anche se questa unopera di carit e un dovere per un glio.

168

Ancora nello stesso Vangelo, dove vengono raccontati due o tre di questi episodi: un tale si offr di seguirlo, pregandolo per che gli permettesse di andare prima a dirlo a suoi parenti e lasciare ad essi le sue ricchezze, Ges non glielo permise dicendo: Nemo mittens manum suam ad aratrum, et respiciens retro, aptus est regno Dei (Lc 9,62). [Nessuno che ha messo mano allaratro e poi si volge indietro adatto per il regno di Dio]. Non volle che anche per poco tempo si differisse dal servizio di Dio. Dilettissime glie, in questi episodi abbiamo gli esempi e le regole del nostro comportamento di fede; qui la norma, il libro che ci insegna la vera rinuncia, la vera espropriazione da tutti gli affetti smodati, dai legami, comodit e piaceri, siano essi spirituali o materiali; dobbiamo in tutto essere spogliati, anche dagli affetti spirituali, dalle emozioni dello spirito. Lo vediamo ad esempio nelle parole che nostro Signore Dio rivolse agli Apostoli: Si enim non abiero, Paraclitus non veniet ad vos ((Gv 16,7). [Se non me ne vado, non verr a voi il Consolatore]. Impediva forse la presenza del Signore la venuta dello Spirito Santo? No, certamente, affermarlo sarebbe dire una bestemmia: ci non avvenga mai! Lo impediva per lattaccamento con cui gli Apostoli si appoggiavano a Ges. Lamore degli Apostoli nei confronti del loro Maestro e Signore non era perfetto e, perci, per portarlo alla sua perfezione, fu necessario quel distacco. O sorelle, il Signore non gradisce questi affetti interessati ed emotivi: vuole un amore pulito, libero e sincero che, in semplicit e purezza miri a lui solo. Se il cuore veramente in lui e per lui solo, allegro, gioioso, quieto, tranquillo, ricolmo di pace innita. N potrebbe essere diversamente, avendo riposto e collocato in Dio tutte le sue speranze, i suoi desideri, tutto se stesso. Cor meum et caro mea, exsultaverunt in Deum vivum ((Sal. 83,3).[Il mio cuore e la mia carne esultano nel Dio vivente], dice il santo Profeta. Il mio cuore, la mia carne, i miei sensi, le mie potenze, tutte hanno esultato e gioito solamente nel mio vero ed unico Dio: egli tutto il mio amore, n di altro mi preoccupo, non desidero altri che Lui!

169

Quid enim mihi est in caelo? Et a te quid volui super terram? (Sal 72,25). [Chi altro avr per me in cielo? Fuori di te nulla bramo sulla terra!] Quanto spesso, dilettissime gliole, dovreste rendere questa testimonianza a Dio: Signore Dio, questo mio cuore tutto vostro, altro non ama, altro non desidera, altro non vuole al di fuori di voi; attiratelo a voi, Signore Dio e fate che si innamori di voi follemente. Questo il vostro dovere, dilettissime; nel compierlo dovreste sentire la pi grande gioia, la pi grande soddisfazione. Ora avete compreso, gliole, il motivo del rinvio di cui vi ho parlato: per compiere perfettamente lopera del Signore Dio, in quellanima, gi iniziata in modo cos eccellente. Tutte voi ne siete state illuminate: quelle che sono gi religiose, colei che oggi lo diventata e colei che, piacendo a Dio, lo diventer presto. Resta solo che tutte insieme attendiate a chiedere incessantemente la grazia del Signore Dio, per essere sempre grate ai beneci con cui vi ha colmate nella sua degnazione, e rispondiate, nel vostro spirito con le vostre virt, allalta e meravigliosa vocazione alla quale siete state chiamate. Questo si degni concedervi la Maest divina!

170

171

Antonio Campi - episodi della Crocissione di Ges (ex S. Paolo Converso Milano) Paris, Muse du Louvre

172

Sermone 17
tenuto il giorno di san BASILIO per la Vestizione

dell Angelica

Perpetua Grassi

lanno 1584

Segreto e profondamente nascosto se ne sta, dilettissime gliole, lo Spirito del Signore Iddio: quale creatura potr penetrarlo e conoscerlo, se non con la grazia dello stesso Spirito? Quale occhio cos acuto che possa scrutare e vedere lontano, se non condotto e illuminato dallo stesso Spirito? Conoscere Dio dono dello stesso Dio: conoscere la grazia e gli effetti dello Spirito Santo altrettanto grazia ed effetto dello Spirito Santo, poich poco ci gioverebbe avere molte grazie e doni, che non sapendo di averli, nemmeno li usiamo e li spendiamo. Che cosa non facciamo con questo Santo Spirito? Dilettissime, Egli ci eccita, ci ispira, ci ammaestra a lasciare il mondo, i parenti e le ricchezze per scegliere lottimo che lo stato religioso. E una volta posti in questo stato, Egli ci d luce per conoscere limportanza, le circostanze e i suoi doveri; cio la totale rinuncia ed astrazione dal mondo, quella perpetua custodia e vigilanza sopra di noi, quella continua morticazione dei sensi e della nostra volont. Tali effetti ed altri ancora compie in noi lo Spirito Santo, in maggior abbondanza quanto pi chiara la conoscenza che abbiamo di lui. Questa mattina, al principio della sacra azione delle nozze di questa gliola, abbiamo invocato la sua grazia, la sua luce, con il famoso inno sacro ambrosiano Veni, Creator Spiritus, mentes tuorum visita, imple superna gratia, quae tu creasti pectora. 173

[O Santo Spirito, vieni, visita e vivica le menti dei tuoi servi, e riempi della tua divina e celeste grazia questi petti che pur sono opera tua, tue creature], aggiungendo al dono della grazia, lume e spirito per conoscerla, spenderla ed impiegarla secondo il ne per la quale ci stata data. Questa richiesta deve essere fatta specialmente da te, gliola, che oggi ti sei a lui consacrata, con la volont di spendere tutta la tua esistenza nel suo perpetuo servizio. Devi chiedergli lo spirito per conoscere il suo Santo Spirito, luce per comprendere e penetrare nelleccellenza di questo angelico stato, e forte virt per corrispondere a cos alta vocazione. Ma per qual via si acquista questo Spirito, dilettissime? Con quale preparazione? In che modo?! Col richiederlo, con lesserne assetati, col sentirne grandissimo desiderio, impetrandolo dal Signore Dio per mezzo della preghiera. Os meum aperui, et attraxi Spiritum (Sal 118,131), dice il santo Profeta: [ho aperto la mia bocca ed ho attirato a me lo Spirito]. Proprio come quando qualcuno in affanno, in ansia, apre la bocca per emettere e ricevere ato e spirito, per poter vivere, cos si deve fare spiritualmente: aprire la bocca, darsi alla santa orazione, aspirare Dio, accendere il cuore, chiedergli con insistente preghiera il suo Santo Spirito. O Signore Dio, avendomi cos tanto favorita, concesso molte grazie, mi avete scelta per il vostro servizio, chiamata ad una vocazione cos sublime, arricchita di tanti tesori spirituali, date ora compimento a questa vostra opera: donatemi grazia, lume e spirito per corrispondere con la mia vita a tanto bene. Os meum aperui, et attraxi Spiritum . Tale esercizio proprio dei religiosi : studiare di conoscere bene la volont di Dio, i suoi sacri misteri, il suo Santo Spirito e la propria particolare vocazione, per assecondare il pi possibile quella divina e sicurissima Guida e con profonda conoscenza godere dei meravigliosi doni che ognora ci offre. Cos dice lApostolo S.Paolo, vostro Padre, nella prima Lettera ai Corinti: Nos autem hujus mundi accepimus, sed Spiritum qui ex Deo est; ut sciamus quae a Deo donata sunt nobis (2 Cor. 2,11). [Noi fratelli, non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito che viene 174

dal Signore Dio, acciocch con esso conosciamo le grazie, i privilegi, la dignit e gli altri doni che riceviamo dalla sua Divina Maest, afnch sappiamo che tutto ci stato da Dio donato a noi]. Il mondo si pavoneggia nelle sue ricchezze, nei suoi onori, nelle sue delizie, nei suoi divertimenti e vanit. Nos autem qui non spiritum hujus mundi accepimus, faremo il rovescio: noi ci glorieremo e ci allieteremo nelle morticazioni, nelle macerazioni, nella santa povert, nelle veglie, nellumilt, nelle fatiche, nel totale disprezzo del mondo e di noi stessi; in una parola, metteremo ogni diligenza e studio per abbassare e distruggere luomo vecchio che in noi, per rivestirci del nuovo che Cristo Ges benedetto. A noi conviene questa scienza e conoscenza particolare, dilettissime; ut sciamus quae a Deo donata sunt nobis. Il mondo non conosce la felicit della vita religiosa, le delizie della santa povert, questo Paradiso terrestre, la quiete che la clausura apporta, la gioia che sta nascosta in queste mura, lallegrezza e la sicurezza che si trova nellabnegazione della propria volont: non le conosce come tali! Per il mondo, che cosa la povert? considerata una infelicit, una miseria, cos tutti affannati nellammassare ricchezze che sono di grave danno per lanima e per il corpo. Che cos per il mondo lobbedienza? La morticazione? E una pena estrema, un inferno per quelli che vivono sempre col desiderio di soddisfare i loro appetiti e desideri. E la clausura? Ahim, considerata un perpetuo carcere, situazione insopportabile il rimanere sempre rinchiuse. Ma noi, sorelle nos qui non spiritum hujus mundi accepimus: voi, dilettissime gliole che conoscete bene questo genere di vita, darete testimonianza ben diversa dalla loro; testimonierete che la vostra una vita felicissima, uno stato pieno di allegrezze e di gioie. Il mondo non pu comprendere ci, perch ha posto in altre cose i suoi gusti: va alla ricerca di piaceri, ricchezze, delizie, comodi, divertimenti e ricreazioni terrene e pertanto rimane ignorante nelle cose di Dio. 175

Animalis autem homo non percipit ea quae sunt Spiritus Dei, dice San Paolo nella sua Lettera. (1 Cor. 2-12) Non si possono gustare le cose di Dio con lappetito mondano: sono sapori troppo differenti, anzi non solo non si gustano, ma si ritengono del tutto contrari, stultitia sunt illi: il mondo ritiene tutto ci una favola. Come? Ad es: lasciare i parenti, con cui la stessa natura ci stringe ed unisce?! E una pazzia! Se poi vogliamo considerare il desiderio di ricchezze, il darsi in preda alla sensualit ed ai piaceri mondani, dobbiamo dire che tutto ci proviene dalla corruzione, ma lasciare i genitori con i quali Dio ci crea e nel cui amore siamo nati, pura frenesia! Stultitia sunt illi, et non potest intelligere. (1 Cor. 2,14). Ma veniamo al passo: Quia spiritualiter examinantur, perch vanno esaminate, considerate, meditate, ponderate e misurate con lo Spirito del Signore Dio. Allora s che si sapr che cosa la vita religiosa, in che cosa consiste il divino servizio. Questo solo Spirito, dilettissime, si richiede in ogni considerazione ed azione. Ci vuole in ci forse lo spirito mondano? absit!; spirito sensuale? absit; spirito pi eccellente, giudicando secondo la ragione e la scienza umana? absit. Secondo lo Spirito di Dio? Questo s, questo conviene, necessario, perch se si vuol misurare e considerare la via della perfezione con lo spirito mondano, pazzia. Con quello sensuale, impossibile; con lo spirito razionale sconveniente o imperfetto, mentre con lo Spirito del Signore Dio, il tutto condito di sapienza, tutto facile, tutto buono e perfetto ed in tutto contrario, non conosciuto, nascosto allo spirito del mondo. Lo dice lo stesso Signore Ges nel Vangelo, quando promise agli Apostoli lo Spirito Santo con le parole: Et ego rogabo Patrem, et alium Paraclitum dabit vobis, ut maneat vobiscum in aeternum, Spiritum veritatis, quem mundus non potest accipere, quia non videt eum, nec scit eum. (Gv 14,16). [Io pregher il Padre, perch dia a voi il Paraclito, e rimanga con voi in eterno: Spirito di verit che il mondo non pu ricevere, perch non lo vede, n lo conosce]. Il mondo non capace di ricevere questo Spirito, n pu intendere questa astrazione e questo tipo di vita. 176

Ci furono certi loso che per mezzo della ragione e della scienza naturale compresero che tutte le cose del mondo sono falsit, vili e indegne di essere desiderate, pensate e ammirate dalla nobilt ed eccellenza del nostro animo, cose passeggere, che a noi non appartengono extra nos, n convengono nihil ad nos e perci le disprezzarono, fecero vita ritirata, astratta, priva di ogni comodit e piaceri sensuali, tutti impegnati in opere virtuose e degne. Ma non avendo fatto tutto ci per mezzo dello Spirito del Signore Dio, niente fu loro di protto. E necessario, dilettissime, questo Santo Spirito, come ho ripetuto gi tante volte, Spiritus qui ex Deo est, ut scimus, quae a Deo donata sunt nobis: [lo Spirito che da Dio proviene, afnch conosciamo lui e le cose che da Dio ci sono donate]. Riconoscere le grazie che da lui riceviamo un dono particolare: la conoscenza di una grazia caparra di una maggiore. Pertanto, dovrebbe essere questo un esercizio quotidiano, unorazione quotidiana, domandare al Signore Dio spirito e luce per comprendere la sua volont, la vocazione alla quale siamo chiamati e tutte le grazie che ci sono concesse, ut sciamus quae a Deo donata sunt nobis. Il Signore Dio doni a questa gliola che oggi si posta al suo servizio e alle altre che gi da molto tempo lo sono, di poter ricevere il suo Santo Spirito, onde conoscere leccellenza e la dignit dello stato religioso, e corrispondere con le opere a cos alta vocazione. Queste nozze, dilettissime, sono celebrate in un giorno molto solenne per la nostra Chiesa, perch secondo il rito ambrosiano, si ricorda la festa dei tre Santi Martiri, Canzio, Canziano, Canzianilla, i cui corpi sono conservati in questa Chiesa di Milano, come cari pegni della misericordia di Dio. Di essi si celebra solennemente la loro ricognizione, poich essendo stati martirizzati in luogo piuttosto lontano, ad Aquileia, le loro sante reliquie furono poi trasportate in questa Citt, dove la Chiesa Ambrosiana le conserva con grande venerazione, come tesori preziosissimi. Inoltre, secondo lufcio della Chiesa Universale e anche del vostro, si celebra la festa del grande San Basilio Magno, lume, splendore e ornamento della religione Cristiana; solennit insigne che ricorda la sua Ordinazione, quando cio fu eletto Vescovo. In tal modo la Chiesa vuol mostrare la sua riconoscenza al Signore Dio per 177

aver ricevuto in dono cos grande Prelato e, mentre nella festa degli altri Santi si celebra la loro morte, in questa, la sua Ordinazione che fu per noi tutti tanto felice e fruttuosa. In verit, dilettissime, egli stato un grande Santo, Magno non solo di nome, ma anche di opere: Dottore, Vescovo e Padre dei Monaci, come giustamente lo si pu chiamare per aver riformato tanti ordini religiosi, riconducendoli alla disciplina monastica. Ha rinnovato la vita religiosa che, a quei tempi, era solo apparenza esteriore, era solo nellabito, senza opere e virt interiori. La riform con le parole e con lesempio e la riport a quel primo candore, nel quale era stata istituita. Persever cos santamente e costantemente in essa che con ragione gli pu essere attribuita quella lode che S. Ambrogio dedic a S. Eusebio Vescovo di Vercelli, perch pur essendo Vescovo, viveva da monaco, per cui era nello stesso tempo Vescovo e Monaco, n mai lasci quel modo di vivere, no alla morte. Che esempio per noi, dilettissime e quale occasione presentata a te, gliola! Quale obbligo di ringraziare perennemente il Signore Dio che ti ha concesso di avere un cos potente, santo e caro protettore! Quale grande stimolo per camminare con fervore a suo esempio nella via della perfezione! Quante virt, anzi, quale vita santamente vissuta puoi avere davanti ai tuoi occhi, tutta un continuo esercizio di virt. Inizi sin da fanciullo a macerarsi, come scrive S. Gregorio Nazianzeno, darsi alle veglie, digiunare, fare discipline ed altre macerazioni; il suo cibo era pane condito con un po di sale e per bevanda la sola acqua. Cos persever no alla ne della sua vita, n mai rallent il suo solito rigore, nemmeno nelle infermit che furono tante, come nei dolori, nellesilio, per causa di principi, di amici e di forestieri. Oh, quante scuse troviamo noi per rompere quelle poche regole, quei piccoli propositi, quelle minime penitenze che facciamo! Ogni occasione ha la forza (tanto siamo fragili) di rompere ogni nostro proponimento. Dilettissime, questo grande Santo, con tanti impegni, con cos gravi indisposizioni siche, ha perseverato conducendo unaustera e rigida esistenza, dormendo sulla nuda terra come se fosse su un delicato letto e nutrendosi solo 178

di pane, sale e semplice acqua, anzich saporiti cibi. O delizie di Paradiso! E chiameremmo asprezze le nostre per un poco di disciplina, di digiuno, di veglie, sembrandoci anche di aver fatto grandi cose e di aver soddisfatto il nostro debito, mentre questo Santo, dedicandosi al bene, non si stanc mai, n mai si ritenne soddisfatto di aver pagato ogni suo debito. E quel che conta maggiormente e che dovrebbe essere di nostra maggiore imitazione, era laffetto, lamore con cui compiva ogni azione. Era davvero un animo puro, generoso, innamorato di Dio, astratto dalle cose del mondo. I parenti? La vita? Lesilio? La morte? Le infermit? Niente stimava, niente poteva inquietarlo, perch a nulla era attaccato, niente possedeva, era libero da tutte le cose terrene, solo con il cuore elevato verso Dio, solo assorto in Lui. Possiamo scorgere ci nelle risposte che egli diede al ministro dellImperatore, quando lo minacci di morte, di esilio, di martirio e di mille altri tormenti: non si turb, n si mosse, come se si fosse parlato di un altro. Avendolo poi il giudice minacciato di privarlo di ogni cosa, di ogni facolt, cos gli rispose: Non ho roba, n altri oggetti se non questa sola veste che indosso e alcuni pochi libri, ma posso privarmi serenamente anche di tutto ci. Lo minacci con tormenti, di fargli perno squarciare la carne, a cui egli diede questa risposta: Io non ho pi carne, perch si tutta consumata. Lo minaccio con lesilio, di privargli della casa, della patria, ma egli soggiunse: Io ho casa in ogni luogo, tutto il mondo mi fa da stanza, sia che abiti in un luogo o in un altro: la mia patria il Cielo, l la mia eredit, l stata costruita la mia unica, cara e preziosa stanza! O dilettissime, che amore verso il Signore Dio! Poteva stare con lanimo sicuro, e con laiuto di Dio, che niente aveva che potesse offenderlo! Non aveva da temere tormenti, avendo gi da tempo spontaneamente morticato la carne con continue macerazioni, tanto da renderla per cos dire insensibile. Non poteva essere privato di niente, perch si era ormai liberato da ogni cosa. Anche lesilio non era da lui sconosciuto, perch gi viveva in questo mondo come pellegrino sia in un luogo che in un altro. Come poteva stare bene unito a Dio, non avendo alcun attacco alle cose che lo potevano distrarre da lui!

179

Come dovremmo vergognarci noi, sorelle, che nonostante il voto di povert, vediamo religiosi e gente spirituale essere ancora attaccati ad una cella, ad una cassetta, ad un abito, mentre questi Santi e Prelati, senza alcun obbligo, con tanta dedizione e sollecitudine, vissero in grande morticazione, liberi e perfettamente staccati da tutte le cose mondane! Come siamo lontani,dilettissime, dallo spirito di questi Santi! Come si raffreddata al presente losservanza della santa povert, nonostante vediamo e sappiamo quanto sia essa gradita al Signore Dio e utile alla nostra salute. Per mezzo di questa gioia preziosissima, noi compriamo il Regno dei Cieli e con la sua osservanza, tanti grandi Santi hanno, per cos dire, calmato lira del Signore e salvato moltissime anime. Lasciando da parte gli esempi dei nostri Santi e del Nuovo Testamento, abbiamo ammaestramenti su ci perno nelle Sacre Scritture pi antiche: n da allora il valore della povert era gi conosciuto. Ce lo mostra Salomone nel libro dellEcclesiaste con un esempio che di grande consolazione per quelle anime che camminano per questa via. Egli racconta di aver visto una cosa che gli piacque subito, se ne rallegr, e lapprov come cosa degna. Vide civitatem parvam, et pauci in ea viri: venit contra eam rex magnus, et vallavit eam, extruxitque munitiones per gyrum, et perfecta est obsidio. Inventusque est in ea vir pauper et sapiens, et liberavit urbem per sapientiam suam . (Eccl 9,14-15). Ora, quale sar per noi questa citt piccola ? Forse la Chiesa nei confronti del mondo, oppure la Chiesa di Milano nei confronti della Chiesa universale; oppure per scendere a pi pratico ragionamento, potremmo dire essere questo Monastero rispetto a Milano: civitas parva dunque et pauci in ea viri: [pochi uomini, poche monache in essa!] O terribile parola! Amarissima sentenza! Debole considerazione e assai dolorosa! pauci in ea viri: vedere un grande Istituto, una congregazione numerosa di Monache e scorgere poi che, in effetti, in opere e nella vita sono poche le monache; pauci in ea viri. Multi sacerdotes, pauci sacerdotes, diceva S.Giovanni Crisostomo: molti sacerdoti di ufcio, ma pochi sacerdoti di vita; molte monache di abito, poche monache di opere. 180

O quanto dovreste fermarvi, dilettissime, su questa considerazione e tenerla ssa nellanimo, stampare nel profondo del cuore queste parole, essere sempre nel timore di non essere del numero di quelle poche, ma sante; poche, ma felicissime monache! pauci in ea viri! Di seguito: venit contra eam rex magnus; [venne contro di essa il grande Re.] La Religione assediata, sorelle! Quel rex magnus il mondo, i parenti, gli amici, tutti i demoni che le fanno guerra, chi con le ricchezze, chi con gli onori, chi con gli affetti disordinati, chi con difcolt e difdenze: tutti la circondano dassedio. Et perfecta est obsidio . Ma chi sar mai quelluomo povero e sapiente che liberer quella piccola citt assediata ed oppugnata? Il Signore Ges Cristo, dilettissime, pauper et sapiens; pauper per redimerci, sapiens per crearci e governarci. Nato in una stalla, collocato in una mangiatoia, vissuto trentatre anni in assoluta e continua povert, non avendo ove posare il capo, Filius hominis non habet ubi caput reclinet (Matt.8,20); tra disagi e fatiche, morto inne nudo sulla Croce. O santa povert, quanto sei preziosa al cospetto di Dio! Povert davvero saporosa e sapiente per chi la gusta; tanto amara, gustata da quelluomo povero e saggio; amara al mondo, dolce a Dio e ai suoi servi; chiara e luminosa, ma oscura e nascosta alle creature sensuali e mondane. Il mondo non comprende, non pu gustare questa dolce povert e di conseguenza, non pu rendersi grato a quelluomo povero e sapiente che, per mezzo di essa lha liberato, scordandosi di cos grande benecio:et nullus deinceps recordatus est hominis illius pauperis. (Eccl 9,14). Con ragione, il savio si stupisce di questa ingratitudine: un benecio cos grande, tanto amore mostrato, liberando da solo la citt, eppure si messo in dimenticanza, si ha orrore della santa povert, e si disprezzano i mezzi per la nostra salvezza. Pauper et sapiens liberavit eam: [povero e saggio, ci liber]: a nostra confusione e vergogna, tanto siamo ignoranti del vero bene, e odiamo quelle cose nelle quali dovremmo avere maggior diletto, sia per il desiderio della nostra salvezza, sia anche solo per ammirare la santa povert cos gradita a Dio, cos da lui stimata. Non solo stimata, ma esercitata, osservata, amata! Che altro fu la sua vita se non 181

una continua povert? E noi, dilettissime, disprezzeremo cosa cos preziosa, santa, colma di benedizione e grazie, cos ricca di salute, di doni e di tesori spirituali? Se le acque del Giordano, ad un solo contatto col corpo di Cristo furono santicate, quale azione santicatrice non avr in s questa santa povert, che non solo fu da lui toccata, ma fu esercitata in tutto il tempo della sua vita? Ripeto: se a quel solo sacro contatto furono santicate non solo le acque del Giordano, ma ancora tutte quelle del mondo, con le quali siamo stati battezzati per mezzo del Sacerdote, ministro di Cristo, di quale benedizione, santit, gloria non sar colma ed abbondante questa santa povert, che non solo fu toccata, ma anche praticata, esercitata, onorata, amata, favorita ed osservata da Lui per tutta la sua vita? O cecit del mondo! Almeno cerchiamo di non essere ciechi noi, dilettissime, che abbiamo avuto il dono di conoscerla; voi, particolarmente, che siete favorite di poterla diligentemente osservare, approfondite in ci la conoscenza che il Signore Dio vi d, il suo Santo Spirito, Spiritum qui ex Deo est; ut sciamus quae a Deo donata sunt nobis. (1 Cor 2,14). Esercitate dunque questa santa povert in ogni tempo, in ogni luogo, in ogni cosa; povere di povert, povere di cose terrene, povere di spirito e povere soprattutto di scienza mondana. N cinganniamo, sorelle! Quanto pi avremo di scienza mondana, tanto meno avremo quella di Dio e quanto pi ci troveremo ignoranti, poveri e sprezzanti le cose terrene e mondane, tanto pi ci sar chiaro segno di possedere ed essere ripieni della grazia del Signore Dio. Sia questa la vostra massima, dilettissime, questo il vostro particolare e principale esercizio: stare il pi possibile lontane da qualsiasi minimo pensiero del mondo. Ricordatevi che non potete attaccarvi a cosa alcuna anche piccola, perch presto vi sar di grandissimo impedimento e disturbo nella via di Dio. Sia questo, gliola, il principale fondamento che farai nelledicio spirituale: oggi ti sei consacrata e del tutto donata in sacricio. Cerca di stare lontana, astratta da tutte le preoccupazioni, le sollecitudini, le affezioni e la memoria delle facolt, ricchezze, parenti e di quanto avevi nel mondo. Oggi, sei morta al mondo, vivrai come sconosciuta ai suoi occhi: studia di 182

corrispondere alla tua vocazione, di servire saggiamente il Signore Dio, di avere il desiderio, tu e le altre gliole, ciascuna per se stessa, di essere di quei pauci viri, pochi uomini felicissimi e onoratissimi in religione. E nonostante appartieni al sesso pi debole, cerca di avere tuttavia un cuore virile, generoso e magnanimo, afnch non ci sia mai alcuna cosa tanto potente che possa disturbare anche per poco lunione della tua anima con Dio. Ferma spesso nella mente, per maggior conoscenza della felicit del tuo stato, la consolazione, lallegrezza e il giubilo che prov il popolo ebreo quando si vide liberato dalla schiavit dEgitto. Che ardentissimo e cordialissimo atto di gratitudine ebbero verso Dio, quando ebbero passato con sicurezza il Mar Rosso e quando videro un numero stragrande di nemici affogare nelle acque, tra essi principi e signori, ricchi e poveri, cavalli, carri e cavalieri, tutti sprofondati nellabisso! Essi che andavano gon di superbia, ora anneriti e gon dalle acque; essi che vietavano il cibo necessario, sono diventati essi stessi cibo dei pesci del mare! Questa dovrebbe essere una considerazione quotidiana, sorelle! entrare dentro di voi e dire al Signore: O Signore, quanto mi hai favorita! Comprendo la segnalatissima grazia che mi hai fatto nellavermi eletta al tuo servizio! Quante anime annegate nella vanit del mondo, vedo! Affogate da gravissimi travagli e preoccupazioni secolari, sprofondate nellabisso delloceano dei peccati ed offese! Ed io, Signore, sono qui solo per merito tuo, al sicuro porto della tua grazia, serena, quieta e contentissima senza alcun mio merito, senza alcuna mia fatica, solo per bont e misericordia tua. Aiutami,Signore, spingi questa mia durezza ed ingratitudine a corrispondere a cos grande vocazione, servendoti fedelmente, con tanto fervore per tutta la durata della mia vita. Il Signore Dio doni grazia a tutte voi, dilettissime gliole, che siete qui presenti ed a tutto il Monastero, di conoscere il Santo Suo Spirito, per quanto possibile; di discernere, stimare e gustare con questa conoscenza le grazie e i doni che vi ha concesso ed inne di operare secondo la sua volont, favorendovi poi, per le intercessioni del Santo Vescovo Basilio Magno, di goderlo eternamente in Cielo. 183

FINE DEI SERMONI

184

appendice:
ultimo capoverso della Lettera che lAngelica Agata Sfondrati autrice dei Sermoni ha inviato alle Angeliche di santa Marta in Cremona ricordando il santo transito di san Carlo Borromeo (3 novembre 1584).

(Della lettera, viene riportata solo lultima parte, interessante per la descrizione di un quadro che san Carlo ha lasciato in eredit alle Angeliche, raffigurante i misteri della Passione di Ges).

Piacque a Nostro Signore Dio di consolarci alcuni giorni dopo, con la bella notizia che quellIllustrissimo di santa memoria (San Carlo) ci aveva lasciato nel testamento un quadro: si dice sia il pi grande, e di maggior prezzo che avesse, e che lo conservasse nel suo camerino segreto, scrigno delle sue care gioie, e vero ricettacolo degli Angeli, del quale portava sempre presso di s la chiave, e nel quale celebr tante volte il Sabbato delicato al suo Signore, offrendogli se stesso, in mille modi con sacrifici e aspre penitenze, in odore di soavit. A questa nuova tutte risorgemmo in allegrezza, aspettando poi di giorno in giorno, il preziosissimo tesoro. Finalmente il 27 Novembre 1584, dopo il Vespero, ci fu portato il caro pegno; cos, tutte radunate in processione, cantando a due cori il Miserere, andammo a ricevere e a prender possesso della paterna eredit, con dolcissime lacrime, ricordandoci quante volte avevamo accolto nella stessa maniera la persona del gran Padre. Fatto il giro di tutti i chiostri, ci recammo in chiesa, deponendo la cara reliquia in una cappella, ove, sopra un altare, sta ora riposta questa devotissima immagine, che contiene gran parte dei Misteri della Passione, Risurrezione ed Ascensione del Signore, dipinta con bellissima arte da Messer Antonio Campi. Gi, al presente, molto frequentata con grandissima devozione; e ogni mese, il terzo giorno, ci si porta alla cappella cantando il Miserere. () Piaccia a Dio Nostro Signore di ottenerci grazia, affinch possiamo essere davvero figlie di cos gran Padre, n gloriarci di esserlo invano []; ma possiamo da ci cavarne i convenienti frutti, per poter un giorno con lui lodare e benedire la Divina Maest. Angelica Agata Sfondrati da Milano, San Paolo, 8 dicembre 1584
186

Antonio Campi episodi della Crocifissione di Ges dal grande dipinto che San Carlo Borromeo lasci in dono alle Angeliche (ex S. Paolo Converso Milano ora al Louvre de Paris)

INDICE
BREVE INTRODUZIONE
ai Sermoni Familiari di San Carlo Borromeo pag. 3

PRESENTAZIONE
di S.Ecc.za Mons. Sergio Pagano Prefetto dell Archivio Segreto Vaticano pag. 7

LETTERA DEDICATORIA
dellAngelica Agata Sfondrati alla M.Rev.da Madre sua zia Angelica Paola Antonia e alle altre Angeliche del Monastero San Paolo di Milano (3 AGOSTO 1585)

pag. 21

Sermone 1:

tenuto il giorno della Conversione di S.Paolo al tempo della peste, lanno 1577

pag. 31

Sermone 2: tenuto la Domenica fra lOttava dellEpifania


per la Vestizione dellAngelica Agata Sfondrati e delle due sorelle Prassede e Marcellina Omodei 8 Gennaio 1581

pag. 39

Sermone 3: tenuto il giorno di san Vincenzo Martire:


per la Professione delle soprascritte Angeliche, lanno 1582 pag. 45

Sermone 4: tenuto il Venerd precedente la Pentecoste


27 Maggio 1583 pag. 53

187

Sermone 5: tenuto il Venerd tra


lOttava del Corpus Domini 10 giugno 1583 pag. 63

Sermone 6: tenuto la Domenica


fra lOttava del Corpus Domini 12 giugno 1583 pag. 71

Sermone 7: tenuto il giorno dopo la Festa


dei santi Gervasio e Protasio 20 giugno 1583 pag. 79

Sermone 8: tenuto il giorno di san Giovanni Battista


lanno 1583 pag. 87 pag. 95 pag. 105

Sermone 9: tenuto il Venerdi, 8 luglio 1583 Sermone 10: tenuto l11 luglio 1583 Sermone 11: tenuto il giorno di santa Marcellina
il 17 luglio 1583

pag. 113

Sermone 12 tenuto il giorno di santa Margherita


20 luglio 1583 pag. 121

Sermone 13: tenuto la Vigilia di san Lorenzo Martire


lanno 1583 pag. 129

Sermone 14: tenuto la Vigilia della


Nativit di Maria Vergine lanno 1583 pag. 139

188

Sermone 15: tenuto per la partenza dal Monastero san Paolo di Milano
della Serenissima Principessa Margherita Farnese 13 settembre 1583 pag. 147

Sermone 16: tenuto per la Vestizione


dellAngelica Monica Rossi 30 maggio 1584 pag. 159

Sermone 17: tenuto per la Vestizione


dellAngelica Perpetua Grassi il giorno di san Basilio Magno lanno 1584 appendice:

pag. 173

ultimo capoverso della Lettera che lAngelica Agata Sfondrati (autrice dei Sermoni) ha inviato alle Angeliche di santa Marta in Cremona ricordando il santo transito di san Carlo Borromeo (3 novembre 1584). pag. 186

189

190

Raccolgano (le Angeliche) con filiale affetto leredit che ad esse ha lasciato il loro gran Padre, e zelantissimo Pastore: risuoni nelle loro orecchie quella soavissima e paterna voce con cui ci spargeva quei santissimi concetti; si rinnovi quellallegrezza che sentivano quando loro diceva dilettissime figliole; ricordinsi con quantaffetto ci favoriva di quelle visite, quando ne gran caldi di Giugno, Luglio ed Agosto, a piedi, di mezzo giorno, allardor del sole, veniva, come soleva dire, a consolarci spiritualmente: non lascino andar vacue dalla parte loro quelle fatiche, quei viaggi, quei sudori, quel desiderio ardentissimo, quel cordialissimo affetto, quella incomparabile vigilanza e carit sua, della quale noi pi che laltre pecorelle Monache abbiamo goduto. da San Paolo, 3 agosto 1585

(dalla Lettera dell Angelica Agata Sfondrati, alla zia M.Angelica Paola Antonia Sfondrati, nellintroduzione ai Sermoni di S. Carlo da lei diligentemente conservati)