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La battaglia di Ravenna fu una delle battaglie combattute durante la Guerra della Lega di Cambrai e si

svolse domenica 11 aprile 1512 (giorno di Pasqua) nei pressi della citt romagnola. I francesi
comandati da Gaston de Foix, famoso in seguito come "Folgore d'Italia", e le truppe della Lega Santa,
guidate dal vicer di Napoli Raimondo de Cardona e da Pietro Navarro, si scontrarono in un luogo
posto lungo la riva del fiume Ronco (quasi alla confluenza col Montone), pochi km a sud della citt.
Insieme a quella di Marignano fu la pi grande battaglia delle Guerre d'Italia: vi parteciparono tutti i pi
noti condottieri dell'epoca tra cui Antonio di Leyva, Fabrizio I Colonna, Fernando d'Avalos Marchese di
Pescara, Ettore Fieramosca, Romanello da Forl, Giovanni Capoccio, Raffaele de' Pazzi, Francisco de
Carvajal, Fanfulla da Lodi nell'esercito della Lega Santa; Carlo III di Borbone, Teodoro Trivulzio, il
cavalier Baiardo, Odet de Foix, Federico Gonzaga, Jacques de La Palice, Yves d'Alegre, Alfonso I
d'Este, Gaston de Foix da parte francese[1].
Nel 1557, a commemorare l'evento, venne eretta per volere del Presidente di Romagna Pierdonato
Cesi, futuro cardinale, la cosiddetta "Colonna dei Francesi".

Antefatti
La Lega di Cambrai
Nell'anno 1508 l'Imperatore Massimiliano I d'Asburgo discese in Italia deciso a recarsi a Roma per
l'incoronazione imperiale. A tal proposito chiese al Senato Veneziano il permesso di attraversare i
territori della Serenissima, permesso che gli fu accordato con il divieto di portare con s il proprio
esercito o parte di questo. Tuttavia Massimiliano contava di occupare il Friuli, sottraendolo all'influenza
veneta, cos ordin in gennaio l'invasione del Cadore che venne facilmente occupato; da l raggiunse
Trento dove si fece incoronare Imperatore il 4 febbraio; seguirono la capitolazione di Verona e la resa di
Vicenza.
Nel marzo dello stesso anno Venezia reag inviando nel Cadore Bartolomeo d'Alviano che sconfisse gli
Imperiali nella battaglia di Rusecco, per poi occupare Pordenone, Gorizia, Trieste e Fiume. L'offensiva
imperiale era fallita, Venezia si assicurava l'egemonia indiscussa nei territori orientali dell'Italia
settentrionale.
La clamorosa vittoria delle truppe veneziane sull'esercito imperiale diede impulso ai progetti del Papa
Giulio II che gi dal 1504 ventilava l'idea di imporre un freno all'espansione veneziana successiva alla
spartizione degli ex territori del Ducato di Romagna dopo la caduta di Cesare Borgia. A tal proposito il
10 dicembre del 1508 veniva stipulato a Cambrai, nel nord della Francia, un patto tra il Regno di
Francia, il Sacro Romano Impero, lo Stato Pontificio, la Spagna, il Regno d'Ungheria, il Regno
d'Inghilterra e diversi stati italiani, una grande alleanza in chiave anti-turca. Tuttavia il vero obbiettivo
erano i territori della Serenissima, cos fu apposta la clausola che prima di intraprendere una qualsiasi
azione contro i Turchi sarebbe stato necessario ridimensionare i confini della Repubblica di Venezia. Il
piano di spartizione dei partecipanti alla Lega prevedeva che alla Francia spettasse la Lombardia
orientale; all'Impero il Veneto, il Trentino e il Friuli; alla Spagna i porti di Puglia; al regno d'Ungheria la
Dalmazia; al Ducato di Savoia Cipro; a Firenze Pisa; a Mantova Peschiera, Asola e Lonato; a Ferrara il
Polesine; a Roma la citt di Ravenna. L'inizio delle ostilit fu fissato per il 1 di aprile dell'anno
successivo. Il 14 maggio del 1509 l'esercito francese, guidato da Luigi XII, annient l'esercito veneziano
nella battaglia di Agnadello, sconfitta che determin di l a poco l'occupazione da parte degli alleati dei
territori previsti dal patto.
Luigi XII occup Bergamo, Brescia e Cremona, attenendosi a quanto stipulato; era di fatto il padrone di
tutta la Val Padana. Inoltre la disfatta dell'esercito dell'Imperatore Massimiliano I a Padova comport la
fine dell'ingerenza asburgica nelle terre italiane. Le armate imperiali non sarebbero pi discese in Italia
sotto i vessilli del Sacro Romano Impero fino al 1516, lasciando cos priva d'interferenze e contrappesi
la dominazione francese nell'Italia settentrionale.

La svolta antifrancese
Giulio II non poteva sopportare che il Re di Francia disponesse a proprio piacimento di buona parte
della penisola e cos nel febbraio del 1510 il papa sciolse la Lega di Cambrai, revoc la scomunica alla
Serenissima e l'anno dopo, il 5 ottobre del 1511, a Roma, Spagna, Venezia e il Papa si alleavano in
funzione antifrancese nella Lega Santa. Venezia riconquist rapidamente buona parte dei territori dello
Stato da Tera tra cui Brescia. Luigi XII intanto raccolse un'armata di ventimila uomini, pronta ad essere
inviata in Italia e destinata a ricevere ulteriori apporti di truppe durante il tragitto. Al comando di tale
esercito pose il nipote ventitreenne Gaston de Foix, duca di Nemours.

La "Folgore d'Italia"

Busto di Gaston de Foix


L'armata francese penetr in val padana agli inizi del 1512. Gaston de Foix entr in Bologna il 4
febbraio; successivamente intercett e travolse l'esercito veneziano presso Valeggio; il 18 febbraio
entr in Brescia dove lasci che le sue truppe massacrassero l'intera guarnigione, i civili, e
saccheggiassero la citt. Bergamo si arrese senza combattere, i cittadini pagarono sessantamila ducati
all'armata francese perch risparmiasse la citt. In meno di due mesi la Lombardia orientale tornava
nella sfera francese. Gaston de Foix mosse allora verso Finale dove ordin alle sue truppe di
convergere. Il maltempo e la conseguente inagibilit delle strade lo costrinse a liberarsi di tutti i pezzi
d'artiglieria. Da l punt su Ravenna esortato dallo stesso Luigi XII, che temeva la pressione di
Inghilterra e Impero lungo i confini del Regno. Il sovrano gli chiedeva di procurar battaglia quanto pi
rapidamente possibile. Il generale aveva al suo comando quattromila fanti italiani, quattromila
lanzichenecchi tedeschi, ottomila tra guasconi e picchieri piccardi delle "Bande" e quasi milleseicento
lance. A questi si sarebbero presto aggiunti i rinforzi portati da Alfonso I d'Este, tra cui 50 pezzi
d'artiglieria. Il piano d'avanzata prevedeva una battaglia che annientasse l'armata della Lega Santa, la
discesa a Roma e la detronizzazione di Giulio II.
Se i francesi cercavano ardentemente la battaglia che aprisse loro la via di Roma, l'esercito della Lega
Santa faceva tutto il possibile per sottrarsi allo scontro. Raimondo de Cardona sapeva chiaramente che
le sue forze erano numericamente inferiori: diecimila fanti spagnoli, quattromila fanti italiani,
millecinquecento cavalleggeri e millesettecento lance; poteva comunque contare su un maggior
vettovagliamento e soprattutto sul supporto che borghi e citt gli avrebbero offerto. L'armata ispano-
pontificia si ritir quindi verso Ravenna, passando per Bubano, Bagnara, Castel Bolognese; tallonata
passo passo dall'esercito francese che dimostr una ineguagliata velocit di spostamento,
conquistando Solarolo, Cotignola e Granarolo. Giunto nei pressi di Ravenna, il Foix ordin l'assedio di
Russi: il paese fu saccheggiato e la sua popolazione trucidata. L'esercito francese era riuscito a
posizionarsi tra l'esercito della Santa Lega e le mura di Ravenna, bloccando cos la strada all'esercito
ispano-pontificio verso la citt. Tuttavia Marcantonio Colonna al comando di seicento fanti spagnoli,
cento lance e un centinaio di cavalleggeri riusc a passare il blocco e ad entrare in Ravenna. Le sue
truppe avrebbero fatto da rinforzo alla milizia cittadina in caso d'assedio.
Il 7 aprile 1512 i francesi si accamparono Gattinelle, poco fuori dalla citt di Ravenna.
La Battaglia
I due eserciti
L'accampamento degli ispano-pontifici era protetto da un lato dal Ronco. Perpendicolare al fiume era
stato scavato un fossato e con la terra rimossa era stato ricavato un terrapieno disposto come
protezione lungo i tre lati scoperti. Lungo il ciglio del fossato Pietro Navarro aveva disposto delle
carrette sormontate da spiedi e falcioni al fine di neutralizzare la carica della cavalleria francese. Era
convinzione dei comandi italiani che disporre di un campo ben fortificato equivalesse gi ad un principio
di vittoria[2]. L'esercito della Lega Santa la mattina dell'11 aprile 1512 contava milleseicento lance,
millecinquecento cavalleggeri, diecimila fanti spagnoli, quattromila fanti italiani e ventiquattro pezzi
d'artiglieria. Ottocento uomini d'arme furono posti in prima fila al comando di Fabrizio Colonna, alla loro
destra seimila fanti spagnoli; dietro Raimondo de Cardona con altri seicento uomini d'arme e un
secondo squadrone di quattromila spagnoli; una terza fila di quattrocento uomini d'arme al fianco dei
quali quattromila fanti italiani e in posizioni leggermente arretrata i cavalleggeri. Per un totale di circa
diciassettemila unit a cui si sarebbero aggiunte le quasi duemila unit che presidiavano Ravenna
comandate da Marcantonio Colonna.
L'esercito francese si formava di quasi milleseicento lance, tremila arcieri a cavallo e cavalleggeri,
ottomila tra le fanterie guasconi e piccarde, cinquemila lanzichenecchi, cinquemila fanti italiani e
cinquanta pezzi d'artiglieria. Gaston de Foix schier le truppe in un semicerchio. Le artiglierie furono
disposte all'avanguardia e poste sotto il comando diretto del Duca d'Este, protette da settecento
cavalieri affiancati dai lanzichenecchi, alla loro sinistra prese posizione il resto della fanteria e pi in
avanti i battaglioni di cavalleria pesante dei gendarmi. La retroguardia era composta di altri seicento
cavalieri agli ordini del comandante Yves d'Alegre. L'armata contava all'incirca venticinquemila uomini.
Si fronteggiavano da una parte le migliori cavallerie d'Europa[3], dall'altra le fanterie pi temute. I fanti
spagnoli avevano acquistato nel corso delle guerre nel napoletano fama di invincibilit, i loro battaglioni
misti erano formati da picchieri, archibugieri e fanti leggermente corazzati armati di daghe, alabarde e
pugnale; erano queste le formazioni che poi prenderanno poi il nome di tercios. Il loro modo di
combattere fu ispirato dagli svizzeri che al seguito di Carlo VIII erano scesi in Italia diciotto anni prima.
La creazione di una tale fanteria divenne indispensabile dopo la sconfitta che gli spagnoli patirono a
Seminara: abituati alla guerra contro i mori i contingenti spagnoli erano scarsamente corazzati, armati
alla leggera e poco adatti agli scontri campali. La cavalleria francese non ebbe alcun problema a
travolgerli. Consalvo de Cordoba che combatt a Seminara, si rese immediatamente conto che contro
uno Stato europeo come la Francia, pesantemente armato e estremamente aggressivo, le truppe che
avevano conquistato l'Andalusia non sarebbero servite a nulla. Studiando il modo di guerreggiare dei
picchieri svizzeri, il Gran Capitano riorganizz le sue truppe, senza per eclissare i tratti tipici delle
fanterie spagnole, cio l'agilit e la mobilit dei reparti. Ci che ne scatur furono delle formazioni di
incredibile efficacia. I tercios sconfissero i francesi a Cerignola, Garigliano e nella terza battaglia di
Seminara. In poco tempo la fanteria divenne l'ossatura dell'esercito spagnolo. Questi reparti combinati
con la cavalleria leggera dei ginetti supplirono alla scarsa efficienza della cavalleria pesante iberica che
non era assolutamente paragonabile n con quella italiana n tanto meno con i gendarmi francesi[4].

Alfonso I d'Este. Tiziano, 1523


Le fanterie francesi non erano troppo reputate[5]. Il Regno di Francia faceva infatti affidamento su
truppe mercenarie, soprattutto le fanterie svizzere che dopo le vittorie di Grandson, Morat e Nancy
erano considerate le migliori d'Europa, l'unica sconfitta di rilievo che patirono fu contro l'armata di Luigi
XI a St. Jakob an der Birs dove per l'armata francese sub il doppio delle perdite di quella svizzera.
Altri mercenari sovente impiegati erano i lanzichenecchi, originari dei territori meridionali dell'Impero. Le
fanterie propriamente francesi erano decisamente pi scarse e meno avvezze alla guerra. Le "Bande"
cio i fanti della Francia del nord che avevano combattuto nelle regioni delle Ardenne non brillavano per
disciplina trattandosi in gran parte di battaglioni raccogliticci di avventurieri, briganti e fuggiaschi, pi
adatti a razzie e imboscate che non alle battaglie. I guasconi godevano di maggior prestigio, Biagio de
Monluc, anche lui guascone, anni dopo ne dir cos: "Si dice che io sia un francese impaziente, e per di
pi guascone, che ancora pi impaziente del primo, ma anche pi ardito degli altri" sostenendo poi
che nove fanti guasconi valgono quanto venti francesi[6]; tuttavia anche queste formazioni non erano
paragonabili alle fanterie spagnole, tedesche o svizzere. Settore in cui la Francia non temeva confronti
era invece la cavalleria. I gendarmi francesi; cavalieri pesantemente corazzati, armati di lancia, spada e
svariate armi da mischia, montati su enormi destrieri bardati; formavano le "Compagnie d'Ordinanza":
squadroni permanentemente in servizio, armati e stipendiati dallo stesso Re di Francia. Le prime
Compagnie d'Ordinanza risalivano alla met del XV, avevano combattuto e vinto a Formigny, Castillon,
Saint-Aubin-du-Cormier, Montlhry, Seminara, Fornovo, Novara, Agnadello. Gli spagnoli li avevano
sconfitti nelle Puglie tre volte, ma mai in uno scontro campale, in campo aperto. Erano sicuramente le
migliori unit di cavalleria d'Europa.
Il contributo Estense era scarso nei numeri, ma fondamentale nel salto qualitativo che permetteva
all'armata francese. Alfonso d'Este aveva rapidamente inteso l'importanza delle artiglierie, i cannoni
prodotti nei suoi stabilimenti ferraresi erano decisamente pi efficaci di ogni altra artiglieria prodotta in
Italia. Avevano gi dato ottima prova della loro efficacia distruttiva a Polesella e all'assedio di Legnano
che fu bombardata per otto giorni consecutivi. A Ravenna il duca di Ferrara schier otto cannoni grossi
(lunghi circa 4 m che potevano sparare palle di 14 kg), quattro cannoni sacri (lunghi circa 3 metri con
una gittata di 600/700 m), sei colubrine e dodici falconetti[7].

I preparativi

Disposizione dei due eserciti nella prima fase della battaglia


Le artiglierie di Alfonso I d'Este iniziarono il bombardamento di Ravenna venerd 9 aprile. I cannoni
per non sortirono l'effetto sperato, le mura ressero piuttosto bene e l'unica breccia aperta non
misurava pi di trenta braccia. Marcantonio Colonna si adoper immediatamente ed ordin che fosse
eretto un terrapieno a tamponare la breccia. L'assalto francese non riusc definitivo, Gaston de Foix
decise allora di risparmiare le truppe per la battaglia campale ormai prossima. L'esercito ispano-
pontificio aveva fatto campo tre miglia fuori Ravenna, in localit Molinaccio e cominci le operazioni di
fortificazione. Gaston de Foix radun i propri comandanti e nel consiglio che ne segu fu stabilito di dar
battaglia quanto prima poich sarebbe stato impossibile perseverare nell'assedio con l'esercito nemico
alle spalle; venne dato l'ordine di costruire un ponte di barche sul fiume Ronco al fine di far passare
agilmente la cavalleria e l'artiglieria estense. Nei sopralluoghi che impegnarono i francesi nelle prime
ore del mattino di domenica 11 aprile Gaston de Foix, secondo quanto riportato da Michelet, incontr
alcuni generali spagnoli e disse loro "Signori, io mi appresto ad attraversare il fiume e giuro su Dio che
non riattraverser finch il campo sar vostro, o mio"[8].
Date le disposizioni ai vari ufficiali, il generale francese parl al suo esercito come riportato dal
Guicciardini:
"Quello che, soldati miei, noi abbiamo tanto desiderato, di potere nel campo aperto combattere con gli
inimici, ecco che, questo d, la fortuna stataci in tante vittorie benigna madre ci ha largamente
conceduto, dandoci l'occasione di acquistare con infinita gloria la pi magnifica vittoria che mai alla
memoria degli uomini acquistasse esercito alcuno: perch non solo Ravenna non solo tutte le terre di
Romagna resteranno esposte alla vostra discrezione ma saranno parte minima de' premi del vostro
valore; conciossiach, non rimanendo pi in Italia chi possa opporsi all'armi vostre, scorreremo senza
resistenza alcuna insino a Roma; ove le ricchezze smisurate di quella scelerata corte estratte per tanti
secoli dalle viscere de' cristiani, saranno saccheggiate da voi: tanti ornamenti superbissimi, tanti argenti
tanto oro tante gioie tanti ricchissimi prigioni che tutto il mondo ar invidia alla sorte vostra. Da Roma,
colla medesima facilit, correremo insino a Napoli, vendicandoci di tante ingiurie ricevute. La quale
felicit io non so immaginarmi cosa alcuna che sia per impedircela, quando io considero la vostra virt
la vostra fortuna l'onorate vittorie che avete avuto in pochi d, quando io riguardo i volti vostri, quando io
mi ricordo che pochissimi sono di voi che innanzi agli occhi miei non abbino con qualche egregio fatto
data testimonianza del suo valore. Sono gli inimici nostri quegli medesimi spagnuoli che per la giunta
nostra si fuggirono vituperosamente di notte da Bologna; sono quegli medesimi che, pochi d sono, non
altrimenti che col fuggirsi alle mura d'Imola e di Faenza o ne' luoghi montosi e difficili, si salvorono da
noi. Non combatt mai questa nazione nel Regno di Napoli con gli eserciti nostri in luogo aperto ed
eguale ma con vantaggio sempre o di ripari o di fiumi o di fossi, non confidatisi mai nella virt ma nella
fraude e nelle insidie. Bench, questi non sono quegli spagnuoli inveterati nelle guerre napoletane ma
gente nuova e inesperta, e che non combatt mai contro ad altre armi che contro agli archi e le frecce
e le lance spuntate de' mori; e non di meno rotta con tanta infamia, da quella gente debole di corpo,
timida d'animo, disarmata ignara di tutte l'arti della guerra, l'anno passato, all'Isola delle Gerbe; dove
fuggendo questo medesimo Pietro Navarra, capitano appresso a loro di tanta fama, fu esempio
memorabile a tutto il mondo che differenzia sia a fare battere le mura con l'impeto della polvere e con
le cave fatte nascosamente sotto terra, a combattere con la vera animosit e fortezza. Stanno ora
rinchiusi dietro a uno fosso fatto con grandissima paura questa notte, coperti i fanti dall'argine e
confidatisi nelle carrette armate; come se la battaglia si avesse a fare con questi instrumenti puerili e
non con la virt dell'animo e con la forza de' petti e delle braccia. Caverannogli, prestatemi fede, di
queste loro caverne le nostre artiglierie, condurrannogli alla campagna scoperta e piana: dove apparir
quello che l'impeto franzese, la ferocia tedesca e la generosit degli italiani vaglia pi che l'astuzia e gli
inganni spagnuoli. Non pu cosa alcuna diminuire la gloria nostra, se non l'essere noi tanto superiori di
numero, e quasi il doppio di loro; e nondimeno, l'usare questo vantaggio, poich ce lo ha dato la
fortuna, non sar attribuito a vilt nostra ma a imprudenza e temerit loro: i quali non conduce a
combattere il cuore o la virt ma l'autorit di Fabbrizio Colonna, per le promesse fatte
inconsideratamente a Marcantonio; anzi la giustizia divina, per castigare con giustissime pene la
superbia ed enormi vizi di Giulio falso pontefice, e tante fraudi e tradimenti usati alla bont del nostro re
dal perfido re di Aragona. Ma perch mi distendo io pi in parole? perch con superflui conforti
appresso a soldati di tanta virt, differisco io tanto la vittoria quanto di tempo si consuma a parlare con
voi? Fatevi innanzi, valorosamente secondo l'ordine dato, certi che questo d dar al mio re la signoria
a voi le ricchezze di tutta Italia. Io vostro capitano sar sempre in ogni luogo con voi ed esporr, come
sono solito, la vita mia ad ogni pericolo; felicissimo pi che mai fusse alcuno capitano poich ho a fare,
con la vittoria di questo d, pi gloriosi e pi ricchi i miei soldati che mai, da trecento anni in qua, fussino
soldati o esercito alcuno".[9]
Infiammati cos gli animi dell'armata Gaston de Foix scelse trenta cavalieri e si port nei pressi
dell'accampamento pontificio e sfid il Cardona a battersi in duello al fine di risolvere la questione. Sfida
che fu puntualmente rifiutata, fatta pi per gusto cavalleresco che altro poich era impensabile che la
battaglia si risolvesse in un singolo duello.
Quel giorno il giovane generale avrebbe combattuto senza elmo e con il braccio destro scoperto fino al
gomito, per voto alla sua dama.[10]
L'esercito francese avanz compatto fino a duecento metri del fossato nemico. Le artiglierie iniziarono a
tuonare.
Il cannoneggiamento
Alfonso d'Este possedeva sia un parco artiglierie invidiabile, sia un'approfondita conoscenza dei
cannoni e del loro potenziale, cos constatando che il bombardamento non dava i risultati sperati poich
il grosso delle scariche finiva contro i carri falcati ideati dal Navarro, distruggendone la linea difensiva
ma esaurendosi prima di penetrare nell'accampamento nemico; decise di spostare una parte delle
artiglierie sul lato del Ronco. La manovra fu eseguita senza che gli spagnoli se ne potessero accorgere
perch le linee di picchieri nascosero i movimenti. Il tiro incrociato risult fatale. le artiglierie battevano il
campo ispano-pontificio sia di fronte che di lato. Le fanterie non potendosi spostare si sdraiarono a
terra, scoprendo cos i reparti di cavalleria che furono falciati dalle scariche dei cannoni. In moltissimi
morirono, gli ufficiali supplicarono pi volte che venisse ordinata la carica, ma i comandi spagnoli gli
intimarono di attendere e ancora le scariche schiantavano uomini e cavalli.

L'attacco
Il cannoneggiamento sulla cavalleria divenne insostenibile. In troppi cadevano mentre l'esercito
francese avanzava schivando agilmente le cannonate spagnole. Fabrizio Colonna, capitano della
cavalleria, chiese ancora che l'ordine della carica fosse dato e all'ennesimo rifiuto del Navarro si rivolse
ai suoi battaglioni: "abbiamo noi tutti vituperosamente a morire per la ostinazione e per la malignit di
un marrano? ha a essere distrutto tutto questo esercito senza che facciamo morire uno solo degli
inimici? dove sono le nostre tante vittorie contro a' franzesi? ha l'onore di Spagna e di Italia perdersi
per uno Navarro?"[11] e detto ci, contravvenne alle disposizioni dei comandi spagnoli ordinando la
carica. I battaglioni per uscirono dal campo in modo disordinato, seguiti da tutta la cavalleria, il
Navarro allora non pot che ordinare ai suoi fanti di avanzare.
I gendarmi francesi caricarono immediatamente, il cozzo che segu allo scontro delle due cavalleria fu
tremendo. La cavalleria francese, nettamente superiore a quella avversaria, travolse e ruppe i
battaglioni ispano-pontifici.

Gendarmi francesi, XVI sec.


Anche le fanterie entravano nel frattempo nello scontro. Il terreno pianeggiante e privo di ostacoli
scopriva integralmente i reparti che non avevano modo di ripararsi. I lanzichenecchi si abbatterono sui
quadrati spagnoli, la lotta che ne segu fu sanguinosa ed incerta, l'ufficiale tedesco Jacob Empser
cadde nel duello con la controparte spagnola, Cristobal de Zamudio[12]. La fanteria spagnola pur
privata dell'apporto di cavalleria e artiglieria resisteva ferocemente agli assalti dei francesi, le picche
respingevano i cavalli e gli archibugieri sparavano sui cavalieri. I quadrati tedeschi pi corazzati e meno
agili soffrivano della scarsa mobilit, gli spagnoli si insinuavano strisciando tra le fitte file dei picchieri e
l con pugnali e daghe mietevano strage di lanzichenecchi. I fanti guasconi urtarono contro quegli
italiani che riuscirono a ributtarli indietro soffocandone lo slancio, sarebbero stati sicuramente battuti se
non fosse intervenuto uno squadrone di gendarmi capitanato da Yves d'Alegre che scombin i quadrati
italiani; nella carica il capitano francese vide il figlio Viverois cadere morto, e non sopportando tale
sciagura si gett furioso contro gli italiani, uccidendone in gran numero prima di morire anche lui. I
quadrati piccardi invece arretravano sotto l'urto degli spagnoli. Intanto la cavalleria della Lega Santa
veniva completamente distrutta, furono catturati Fernando d'Avalos comandante dei cavalleggeri, il
cavaliere Giovanni Capoccio, Romanello da Forl, Fanfulla da Lodi e pure Fabrizio Colonna il quale si
arrese al Duca di Ferrara con la promessa che questi non l'avrebbe ceduto ai francesi.[13]
Durante la mischia Alfonso d'Este venne avvertito dai suoi uomini che le sue artiglierie stavano
colpendo indistintamente sia gli spagnoli che i francesi, il marchese di Ferrara rispose che si facesse
fuoco senza paura di sbagliare, poich considerava tutti suoi nemici. Tuttavia tale evento riportato
solo da Paolo Giovio.[14]
Dell'esercito della Lega Santa rimanevano ben pochi reggimenti, ma le fanterie spagnole continuavano
a resistere tenaci, battuti i lanzichenecchi, si portarono in soccorso dei fanti italiani, a questo punto per
dovettero subire le cariche della cavalleria francese e le scariche dell'artiglieria estense prive di ogni
copertura. Non potendo pi reggere la moltitudine di nemici che ormai lo circondava il contingente
spagnolo inizi a indietreggiare, finch l'ennesima carica sfond i quadrati e i fanti si diedero alla fuga.
Nel frattempo erano stati catturati lo stesso Navarro e il Cardinale Giovanni dei Medici, futuro papa.
L'armata delle Lega Santa era ormai rotta e battuta, solo un quadrato di tercios spagnoli si ritirava in
ordine di marcia.
Dopo otto ore di scontri la battaglia poteva dirsi conclusa, la vittoria francese era definitiva.

La morte di Gaston de Foix

Incisione tedesca raffigurante una battaglia rinascimentale


Il quadrato spagnolo indietreggiava compatto, Gaston de Foix non poteva permettere che quel
contingente, seppur battuto, si allontanasse dal campo di battaglia in perfetto ordine di marcia. Il
generale francese allora si mise alla testa di un'ultima furiosa carica, dettata pi dalla foga di annientare
completamente l'armata nemica che non da ragioni tattiche. I cavalieri che lo seguirono erano pochi e
partirono in ritardo. Gaston de Foix venne circondato dai fanti spagnoli, che lo gettarono da cavallo
colpendolo al fianco con una lancia, secondo altri invece il francese cadde di cavallo e gli spagnoli lo
finirono che era a terra. In ogni caso il giovane generale fu colpito pi volte, il corpo contava pi di un
centinaio di ferite, di cui quindici al viso. Accanto a lui restava il cugino Odet de Foix che gli era andato
dietro, colpito pi di venti volte e gravemente ferito. [15][16]
La morte del Foix, che in due mesi aveva acquistato fama di uomo d'arme eccezionale, comandante
spietato e tattico raffinato, sconvolse i francesi che giulivi per la grandiosa vittoria si ritrovarono a
piangere sul corpo del giovane. La perdita di un generale di tale valore vanificava da sola la vittoria.
Non a caso Guicciardini scrisse in proposito che: "Ma in questa parte fu senza comparazione molto
maggiore il danno del vincitore per la morte di Fois, di Ivo d'Allegri e di molti uomini della nobilt
franzese; il capitano Iacob, e pi altri valorosi capitani della fanteria tedesca, alla virt della quale si
riferiva, ma con grande prezzo di sangue loro, in non piccola parte, la vittoria; molti capitani, insieme
con Molard, de' guasconi e piccardi: le quali nazioni perderono, quel d, appresso a' franzesi tutta la
gloria loro. Ma tutto il danno trapass la morte di Fois, col quale manc del tutto il nervo e la ferocia di
quello esercito".[17]
Pierre Terrail, detto il Baiardo, amico di Gaston de Foix e cavaliere nella giornata di Ravenna; scrisse il
14 aprile allo zio Laurent Aleman, vescovo di Grenoble una lettera in cui si leggeva: "Signore, se il Re
ha vinto la battaglia io vi giuro che i poveri gentiluomini l'hanno perduta perch mentre davamo loro
caccia la il signore di Nemour incontr alcune squadre di fanti che si allineavano di nuovo, e cos volle
assalirle, ma il gentile principe si trov cos male accompagnato che fu ucciso e tutti i compianti e le
manifestazioni di dolore che siano mai stati fatti non sono pari a quelle che hanno invaso e che
invadono ancora in nostro campo; perch ora sembra che siamo stati noi a perdere la battaglia. Vi
assicuro, mio signore, che il pi grande dispiacere per la morte di un principe da cento anni in qua; e
se egli avesse potuto raggiungere la maturit avrebbe fatto cose che nessun principe ha mai
fatto..."[18]
Antonio Grumello nelle sue cronache comment la battaglia di Ravenna e la morte di Gaston de Foix
scrivendo: "Crudelissima battaglia fu quella di Ravenna, pi crudele che fusse mai dopo la rotta di
Canne. Quello giorno che fu il giorno di Pasqua de la resurrectione, se Spagna pianse, Franza non
rise."[19]
Guicciardini, ancora nella sua Storia d'Italia scriver: "...e se, come si crede, desiderabile il morire a
chi nel colmo della maggiore prosperit, morte certo felicissima, morendo acquistata gi s gloriosa
vittoria. Mor di et molto giovane, e con fama singolare per tutto il mondo, avendo in manco tre mesi, e
prima quasi capitano che soldato, con incredibile celerit e ferocia ottenuto tante vittorie".[20]
Il generale francese, era molto ben voluto dai suoi soldati, era un ottimo cavaliere e un comandante
eccellente, giovane, di animo impetuoso e violento, irruente e spavaldo, incline alle razzie e ai
saccheggi e per nulla pietoso nei confronti degli sconfitti.

Conseguenze della battaglia

Albrecht Drer - La morte e il lanzichenecco. 1510


La battaglia di Ravenna inaugur un'era nuova nel modo di guerreggiare, per la prima volta si era
ricorsi al massiccio utilizzo di artiglierie da campo. Fino a quel momento l'arte della guerra espressa dai
condottieri italiani si basava sulla difesa, sull'opportunit di disporre di un campo ben fortificato che
permettesse di assorbire l'urto nemico per poi passare repentinamente al contrattacco. Tale tattica
aveva portato pi volte a risultati incredibili, come fu per la schiacciante vittoria di Cerignola, quando
dietro consiglio di Prospero Colonna, Consalvo de Cordoba schier i suoi uomini, inferiori di numero,
dietro un fosso e il relativo terrapieno. L'utilizzo dei cannoni sconvolse questa teoria e soprattutto ribalt
i rapporti etici che stavano alla base della cavalleria. Il cannone schiantava indistintamente cavalieri e
fanti, nobili e popolani. Da questa data il ricorso alle artiglieria sarebbe stato sempre pi frequente, non
a caso il vero vincitore delle giornata fu Alfonso d'Este che diede prova inequivocabile del valore bellico
delle sue artiglierie. Un altro fattore strettamente legato all'utilizzo dei cannoni il numero dei morti che
a Ravenna fu altissimo se paragonato con le battaglie precedenti, le stime contano pi di quindicimila
morti totali, fino a conteggi che raggiungono perfino i ventimila. Caddero i due terzi dell'armata ispano-
pontificia che si pot considerare annientata; un terzo dei francesi rimase sul campo.
Fernando Francesco d'Avalos, Capitano dei cavalleggeri dell'esercito della Lega Santa
Raimondo de Cardona e Francisco de Carvajal fuggirono prima che la battaglia finisse, il generale
spagnolo certo ormai della sconfitta, non si ferm finch non raggiunse la pi sicura Ancona. I capitani
e gli ufficiali Fabrizio Colonna, il Marchese di Pescara, Malatesta Baglioni, Pietro Navarro, Giovanni
Capoccio, Romanello da Forl, Antonio de Leyva e molti altri furono presi prigionieri; tra quelli che
morirono sul campo vi furono Cristoforo di Zamudio (alcade di Burgos e capitano degli arcieri) e
Raffaelle Pazzi.[21]
Da parte francese caddero Yves d'Alegre, Gran Capitano di Francia e il figlio Viverois; Jacopo d'Empser
connestabile dei lanzichenecchi; Alleman de Mollard comandante dei guasconi, oltre naturalmente a
Gaston de Foix. Jacques de La Palice, Odet de Foix, Federico Gonzaga da Bozzolo furono feriti.[22]
Della violenza inusuale e della grandiosit della battaglia parla sempre il Guicciardini nella sua Storia:
"Cos mescolate tutte le squadre cominci una grandissima battaglia, e senza dubbio delle maggiori
che per molti anni avesse veduto l'Italia: perch la giornata del Taro era stata poco pi che un gagliardo
scontro di lancie, e i fatti d'arme del regno di Napoli furono pi presto disordini o temerit che battaglie,
e nelle Ghiaradadda non aveva dell'esercito de' viniziani combattuto altro che la minima parte; ma qui,
mescolati tutti nella battaglia, che si faceva in campagna piana senza impedimento di acque o ripari,
combattevano due eserciti d'animo ostinato alla vittoria o alla morte..."[23]
Alla notizia della vittoria francese la citt di Ravenna si vide spoglia di ogni difesa e decise di trattare la
resa, nonostante gli ammonimenti di Marcantonio Colonna. I primi ad entrare nella citt furono i
guasconi che vi penetrarono con la scusa di dover far acquisti per il campo. I ravennati rassicurati
dall'accordo non si opposero. Nel giro di qualche ora entrava in Ravenna una fiumana di fanti e
cavalieri, ancora accaldati e nervosi per la battaglia, urlante i nomi di Gaston de Foix e Yves d'Alegre.
La citt fu saccheggiata, come era stato promesso dal Foix prima dello scontro. I battaglioni
sciamarono inarrestabili per le vie cittadine poich gran parte dei loro capitani era morta e non c'era
nessuno che ne tenesse a freno l'ingordigia. Furono depredate le chiese e le basiliche, rubati gli
argenti, gli ori, e i paramenti sacri; gli abati e i monaci furono passati a fil di lama, le monache
violentate; le case e le botteghe distrutte, alla fine si contarono pi di duemila morti. Di quanto accadde
da una chiara descrizione Sebastiano Menzocchi nelle sue Cronache: "...l'esercito francese e il
marchese di Ferrara dette l'assalto et batteria a Ravenna et la prese, entrano dentro ed mese tutta la
terra a sacho, ammazzando gente asai peggio dei Turchi tolsero le mogli a loro mariti, et le figlie a padri
et alle dolenti et afflitte madri, che, peggio che pi nanzi non esplicare, le suddette mogli et figlie eran
condutte in presenza et vista delli mariti et padri a svergognarle et violarle, ligando li mariti spogliava
nude le innocente et infelice donne operando in loro ogni disonest et scelleratezza, poi eseguiti gli
effetti inhumani et bestiali, ammazzavano l mariti et le donne svergognate le menavano di poi al
campo, quando non havean facult n denari da pagare le taglie, et anche rescosse le trattava come
prima senza avere rispetto n a Dio n ai Santi..." [24]
Monumento funebre a Gaston de Foix di Agostino Busti detto il Bambaja. Castello Sforzesco, Milano
La Palice assunse il comando dell'esercito francese, tuttavia le gravi perdite sofferte nella battaglia non
permisero al generale di proseguire l'avanzata verso Roma, inoltre Giulio II aveva sollecitato il cardinale
Schiner a muovere in Lombardia alla testa di diciassettemila uomini. Gli svizzeri trovarono la regione
totalmente sguarnita e poterono agilmente occupare le roccaforti francesi spingendosi fino ai territori
piemontesi. L'esercito francese fu richiamato al nord, ma ormai il suo potenziale bellico era stato
duramente intaccato. Entro la fine del giugno dell'anno 1512 gli svizzeri cancellarono la presenza
francese in Lombardia.
Il feretro di Gaston de Foix fu portato a Milano, passando per Bologna. Lo seguiva un corteo di cento
cavalieri francesi vestiti di nero, altri cavalieri seguivano portando gli stendardi conquistati al nemico. Il
corpo fu sepolto nel Duomo di Milano. Nel 1515 il Bambaja inizi i lavori per la monumentale tomba del
generale che mai termin. Il coperchio del monumento funebre che riproduce i tratti del giovane
conservato nel Castello Sforzesco di Milano.
Anche se morto prematuramente gli storici concordano nel considerare Gaston de Foix come uno dei
pi grandi uomini di guerra di sempre.

Note
1. ^ Sergio Spada, La battaglia di Ravenna. ed.Ponte Vecchio 2011. pagg.145-148.
2. ^ Marco Pellegrini, Le guerre d'Italia 1494-1530, ed.Il Mulino 2009. pag.115
3. ^ "E di qu nasce che le gente d'arme franzese sono oggi le migliore che sieno, perch si truovono tutti nobili e figlioli di
signori, e stanno ad ordine di venire a tal grado"- Niccol Machiavelli, Ritratto di cose di Francia. Opere di Niccol
Machiavelli, Tomo II. Libraio Cambiagi, Firenze 1782, pag.133.
4. ^ "Quella regina (Isabella la Cattolica) vedendo che la maggior parte dei suoi gentiluomini cavalcavano muli e, quando
toccava loro armarsi e salire a cavallo erano i peggio addestrati del mondo, considerato dunque che si attendeva da un
giorno all'altro la guerra contro i Francesi o contro i mori, o contro tutti e due insieme..." - M.Gachard, Collection des
voyages des souverains des Pays-Bas, Bruxelles 1876; in Philippe Contamine, La Guerra del Medioevo, ed.Il Mulino
2009. pag.190.
5. ^ "Le fanterie che si fanno in Francia non possono essere molto buone, perch gli gran tempo che non hanno avuto
guerra, e per questo non hanno esperienza alcuna. E dipoi sono per le terre tutti ignobili et gente di mestiero; e stanno
tanto sottoposti a' nobili et tanto sono in ogni actione depressi che sono vili" - Niccol Machiavelli, Ritratto di cose di
Francia. Opere di Niccol Machiavelli, Tomo II. Libraio Cambiagi, Firenze 1782, pag.133.
6. ^ Biagio de Monluc, Commentari; in Alberto Lussu, La Battaglia di Ceresole ed.Araba Fenice 2012. pag.120
7. ^ Cit. Anonimo Padovano, Ragionamenti domestici de le guerre de itallia comenzando lo anno 1508 al mille cinque
cento venti nove exposti et narati da chi si hano trovato prexente al pi de le supra dite facende; in Sergio Spada, La
battaglia di Ravenna. ed Ponte Vecchio 2011, pag.71
8. ^ Cit.Michelet; in Sergio Spada, La battaglia di Ravenna. ed Ponte Vecchio 2011, pag.79
9. ^ Francesco Guicciardini, Storia d'Italia. ed.Garzanti 2006. Tomo II pagg.1124-1126
10.^ Sergio Spada, La battaglia di Ravenna. ed Ponte Vecchio 2011 pag.86
11.^ Francesco Guicciardini, Storia d'Italia. ed.Garzanti 2006. Tomo II pag.1128
12.^ Francesco Guicciardini, Storia d'Italia. ed.Garzanti 2006. Tomo II pag.1129
13.^ Cit.Paolo Giovio; in Sergio Spada, La battaglia di Ravenna. ed Ponte Vecchio 2011 pag.100
14.^ Sergio Spada, La battaglia di Ravenna. ed Ponte Vecchio 2011 pag.96
15.^ Sergio Spada, La battaglia di Ravenna. ed Ponte Vecchio 2011 pagg.105-107
16.^ Francesco Guicciardini, Storia d'Italia. ed.Garzanti 2006. Tomo II pagg.1131
17.^ Francesco Guicciardini, Storia d'Italia. ed.Garzanti 2006. Tomo II pag.1132
18.^ Cit. di M. De Belloy, Gaston et Baiard 1771; in Sergio Spada, La battaglia di Ravenna. ed Ponte Vecchio 2011,
pagg.124-125
19.^ Cit. Antonio Grunello; in Sergio Spada, La battaglia di Ravenna. ed Ponte Vecchio 2011, pag.125
20.^ Francesco Guicciardini, Storia d'Italia. ed.Garzanti 2006. Tomo II pag.1131
21.^ Sergio Spada, La battaglia di Ravenna. ed Ponte Vecchio 2011, pagg.147-148
22.^ Sergio Spada, La battaglia di Ravenna. ed Ponte Vecchio 2011, pagg.145-147
23.^ Francesco Guicciardini, Storia d'Italia. ed.Garzanti 2006. Tomo II pagg.1128-1129
24.^ Cit. Sebastiano Menzocchi, Cronache; in Sergio Spada, La battaglia di Ravenna. ed Ponte Vecchio 2011, pag.120-121

Bibliografia
Sergio Spada, La battaglia di Ravenna. ed.Ponte Vecchio 2011
Francesco Guicciardini, Storia d'Italia. ed.Garzanti 2006
Marco Pellegrini, Le guerre d'Italia 1494.1530. ed.Il Mulino 2009
Cambridge University Press, Storia del mondo moderno: Il Rinascimento 1493-1520. ed.Garzanti 1967
Alberto Lussu, La Battaglia di Ceresole 14 aprile 1544. ed.Araba Fenice 2012
Philippe Contamine, La Guerra nel Medioevo. ed.Il Mulino 2009

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