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Nei primi decenni del secolo scorso la parola Abissinia occupava un posto di rilievo nel-l'immaginario
collettivo degli italiani. Basta-va nominarla per evocare non solo luoghi esotici divenuti mitici grazie alle
imprese mi-litari in terra d'Africa compiute dal nostro paese in epoca postrisorgimentale, ma anche un
confuso groviglio di sentimenti e di desi-deri inespressi: la voglia d'avventura, il fa-scino dell'ignoto, la
ricerca dell'isola felice, a cui si accompagnavano il senso di frustrazio-ne e la volont di rivalsa per le
sconfitte subi-te in Etiopia negli ultimi anni dell'Ottocento, con le quali si era posto un freno al sogno di un
impero coloniale. In questo clima si getta-rono le basi del progetto imperiale mussoliniano che culmin
nella guerra d'Abissinia del 1935.

Gli stati d'animo e le aspettative di quegli anni rispetto alla questione africana offrono ad Ar-rigo Petacco
lo spunto per ripercorrere l'intero arco dell'avventura coloniale italiana, segnata da un alternarsi di trionfi e
disfatte: dalla crea-zione della colonia Eritrea nel 1890 alla vergo-gna di Adua del 1896; dalle
complesse vicen-de diplomatiche che precedettero l'invasione dell'Etiopia nel 1935 alle inique sanzioni
in-flitte all'Italia per volere soprattutto della Gran Bretagna; dall'avanzata di Badoglio verso Addis Abeba
alla proclamazione, nel 1936, del-l'impero riapparso sui colli fatali di Roma e alla sua repentina fine, nel
1941, con la resa agli inglesi dei nostri ultimi presidi sull'Amba Alagi e a Cheren.

Intessendo il racconto di gustose notazioni sui costumi e le mode degli italiani del periodo, l'autore si
sofferma in particolar modo sulla campagna d'Abissinia, la pi popolare delle guerre fasciste: allora il
consenso al regime rag-giunse l'apice, e persino molti esponenti dell'antifascismo militante espressero la
loro ap-provazione per quell'impresa d'oltremare con cui l'Italia riscattava il proprio orgoglio nazio-nale.
La sua ricostruzione mette soprattutto in luce la stretta relazione esistente tra le ambizio-ni
espansionistiche del nostro paese in Africa e il modificarsi, con la minacciosa entrata in sce-na della
Germania di Hitler, dei delicatiequilibri europei che si erano creati all'indomani del-la prima guerra
mondiale. Differenziandosi da tanta parte della nostra storiografia che ha ri-servato a questa pagina di
storia soltanto giu-dizi di condanna o di scherno, Arrigo Petacco propone la vicenda della fondazione
dell'ef-fimero impero coloniale di Mussolini in tutta la sua complessit e in un'ottica scevra di pre-giudizi.

Arrigo Petacco nato a Castelnuovo Magra, La Spezia, e vive a Portovenere. Giornalista, inviato
speciale, stato direttore de La Nazione e di Storia illustrata, ha sceneggiato alcuni film e realizzato
numerosi programmi televisivi di successo. Nei suoi libri affronta i grandi misteri della storia, ribaltando
spesso verit giudicate incontestabili. Fra gli altri ri-cordiamo: Dear Benito, caro Winston, I ragazzi del
'44, La regina del Sud, Il Prefetto di ferro, La principessa del Nord, La Signora della Vandea, La nostra
guerra. 1940-1945, II comunista in camicia nera, L'archivio segreto di Mussolini, Regina. La vita e i
segreti di Maria Jos, II Superfascista, L'ar-mata scomparsa, L'esodo, L'anarchico che venne
dall'America, L'amante dell'imperatore, Joe Petrosino, L'armata nel deserto, Ammazzate quel fasci-sta! e
Il Cristo dell'Amiata.

In sovraccoperta:

Soldati italiani impegnati nella battaglia

dell'Endert, febbraio 1936

Foto Centro Documentazione Mondadori


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GRAPHIC DESIGNER: ANDREA FALSETTI

17,00

Arrigo Petacco

FACCETTA NERA

Storia della conquista dell'impero

Ebook realizzato da filuc (2004)

filuc@everyday.com
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MONDADOBI

Dello stesso autore in edizione Mondadori

Le battaglie navali del Mediterraneo nella seconda guerra mondiale Dear Benito, caro Winston

I ragazzi del '44

La regina del Sud

Il Prefetto di ferro

La principessa del Nord

La Signora della Vandea

La nostra guerra. 1940-1945

II comunista in camicia nera

L'archivio segreto di Mussolini

Regina
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II Superfascista L'armata scomparsa

L'esodo

L'anarchico che venne dall'America

L'amante dell'imperatore

Joe Petrosino

L'armata nel deserto

Ammazzate quel fascista!

Il Cristo dell'Amiata

http://www.librimondadori.itISBN 88-04-51803-0

2003 Arnaldo Mondadori Editore S.p.A., Milano

I edizione ottobre 2003 III edizione novembre 2003

INDICE
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I L'Abissinia era solo un quiz

II La sconfitta del Napoleone d'Africa

III Ho venduto il negro

IV La stagione degli inganni

V Una guerra all'americana

VI Il ruggito del topo

VII L'incubo di una nuova Adua

VIIIArmiamoci e partiamo

IX La conquista della Montagna d'oro

X Da Mai Ceu a Addis Abeba

XI L'impero riappare sui colli fatali

XII Una canzonetta contestata

XIII L'impero pi breve

XIV Si ammaina a Gondar l'ultimo tricolore

Bibliografia

Referenze fotografiche

Indice dei nomi

FACCETTA NERA
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A Livia

I
L'ABISSINIA ERA SOLO UN QUIZ
Nell'estate del 1935, quando gli italiani si accingevano a conquistare l'Abissinia al canto di Faccetta nera,
l'opinione pubblica mondiale, bench in gran parte schierata in favo-re del paese minacciato, di questo
conosceva poco o nulla. Le uniche informazioni diffuse a livello popolare erano quelle che gli appassionati
dei giochi enigmistici avevano avuto modo di ricavare dalla soluzione dei cruciverba. In-fatti, proprio per
le sue curiose particolarit, l'Abissinia rappresentava una fonte inesauribile di quiz per i compi-latori di
parole incrociate. Innanzitutto, poteva essere chiamata indifferentemente Etiopia o Abissinia; era poi
l'unico regno africano indipendente, l'unico scampato al-la colonizzazione europea, l'unico che aveva
sconfitto sul campo un esercito bianco (quello italiano) e l'unico rap-presentato con pieno diritto nella
Lega delle Nazioni (os-sia l'ONU di allora), a dispetto delle discriminazioni raz-ziali esistenti all'epoca.

E non tutto. L'Abissinia possedeva altre singolari pe-culiarit: seppure collocata in un'area totalmente
islamiz-zata, si era mantenuta cristiana e devota alla propria chie-sa, la Chiesa copta, sviluppatasi
autonomamente dai tempi del concilio di Calcedonia nel V secolo d.C. Inoltre era un impero governato
da un piccolo sovrano nero di nome Hail Selassi, che esercitava il potere assoluto dal suo trono, detto
del Leone di Giuda. Pi che imperatore questo sovrano preferiva essere chiamato negus neghesti, ossia
re dei re, e vantava un'ascendenza da fare invidia a ogni altra dinastia regnante: il suo regno esisteva fin
dai tempi biblici ed egli era il 220 discendente di Menelik I, figlio di re Salomone e della regina di Saba.

Ma a parte tale scarna nozionistica di stampo enigmisti-co, su tutto ci che riguardava l'Abissinia del
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1935 domi-nava il buio pi completo. Se ne ignorava l'ordinamento interno, il tenore di vita, i commerci,
gli usi, i costumi e persino il numero degli abitanti. Tanto vero che con l'au-mentare della tensione fra
Italia ed Etiopia divenne ben presto palese come l'ignoranza a proposito di questo mi-sterioso paese da
favola affliggesse anche la stampa me-glio informata. Pochi direttori di giornali confesser in seguito
Evelyn Waugh, inviato di guerra del Daily Mail erano in grado di trovare l'Abissinia sulla carta
geografi-ca o avevano una sia pur pallida idea della natura del paese. I pochi che si erano affrettati a
consultare qualche vecchio e inaffidabile resoconto di antichi esploratori cre-devano che l'Abissinia si
trovasse sotto il livello del mare e fosse un vasto bassopiano di rocce e di sale, privo d'ac-qua, immerso
nella calura e scarsamente abitato da pazzoidi nudi con tendenze omicide. Altri invece immagina-vano
una specie di Tibet africano dove antichi palazzi inviolati svettavano sulle rupi. Il direttore di un grande
giornale inglese credeva addirittura che gli abissini par-lassero il greco antico.

I giornalisti cominciarono ad arrivare a Addis Abeba nel maggio del 1935, quando Mussolini aveva fatto
chiaramen-te capire che non intendeva rinunciare alla conquista di quello che lui chiamava un posto al
sole. La capitale etio-pica che li accolse - il cui nome in amarico significa nuovo fiore - era una
cittadina inospitale, caotica, sporca, polve-rosa, piena di lebbrosi, di eunuchi, di schiavi e di sciarmut-te.
Vantava un piccolo palazzo reale, il gheb, con un viale d'accesso fiancheggiato da due file di leoni, alcune
chiese, una stazione ferroviaria, un ufficio postale, due cinema al-l'aperto, molti tabarin, una stazione
radio, alcune villette che ospitavano le varie rappresentanze diplomatiche e una serie di baracche
intonacate che costituivano il quartiere commerciale. Il resto era una distesa di capanne di fango, graticci
di canne e lamiera ondulata. Addis Abeba contava forse 150.000 abitanti, anche se nessuno si era mai
preoccupato di contarli. Una popolazione indolente e curiosa che viveva alla giornata ed era sempre
pronta ad accorrere in massa al richiamo di una qualsiasi novit: un'impiccagio-ne, l'amputazione di una
mano o di un piede a un malfatto-re, o l'arrivo di qualche ras caracollante sul suo muletto e circondato da
una scorta di armati che andava a rendere omaggio al negus. Non esistevano leggi certe, ma solo bal-zelli
arbitrari ed era consentita una straordinaria libert di impresa: chiunque poteva aprire a piacimento un
negozio senza permesso o licenza, n l'obbligo di una tassa.

La colonia straniera nella capitale era costituita da un incredibile miscuglio di nazionalit. Turchi, greci,
ebrei, armeni, egiziani, arabi e neri americani convivevano tran-quilli senza problemi razziali o religiosi. I
pochi europei presenti erano i classici ammalati di mal d'Africa, la gran parte dei quali, scoperto il
fascino delle scioane e delle harariane, come era capitato a Rimbaud quando fa-ceva il trafficante d'armi,
avevano finito per sposarsi con qualche bella uizer, le ragazze bene di Addis Abeba, im-parentate con
la famiglia imperiale. Costoro, chiamati ligg, godevano di particolari privilegi e spesso venivano insigniti
delle pi strane decorazioni: cavaliere della Stella d'Etiopia, cavaliere della Santa Trinit, cavaliere
dell'Or-dine della Spada, ottenendo anche importanti incarichi. Fu il caso dell'esule russo Mischa
Babitcheff che divent comandante dell'aeronautica etiopica durante la guerra contro l'Italia. Ligg o non
ligg, gli europei si divertivano quanto potevano intrecciando e sciogliendo legami sentimentali, e a sera
riempivano i tabarin sempre aperti e pul-lulanti di disponibili bellezze locali, le famose sciarmutte. Per i
privilegiati c'erano i ricevimenti a corte dove si trin-cava in libert davanti a immense tavolate gementi
sotto il peso di appetitosi maialini di latte, facoceri, tacchini e quant'altro, il tutto condito con il piccante
berbere che in-cendiava le viscere. Allora poteva capitare di veder finire sotto il tavolo il compassato
console britannico o qualcu-no dei tanti ufficiali belgi o scandinavi che il negus aveva reclutato per istruire
le sue truppe. Andava peggio quan-do gli ospiti sbronzi tornavano a casa sulle gambe malferrne: a Addis
Abeba i pozzi neri eranoen plain air ai lati del-le strade e cascarci dentro non doveva essere una cosa
piacevole.

Per arrivare nella capitale etiopica, dove erano stati ri-chiamati dall'annuncio di una prossima guerra, i
giornali-sti avevano dovuto raggiungere via mare Gibuti, nella Somalia francese, e da l viaggiare sul solo
treno disponibile, composto di carrozze di legno con persiane ai finestrini per attenuare la calura,
attraverso lunica linea ferroviaria lun-ga quasi mille chilometri che collegava Addis Abeba alla costa. La
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citt non era attrezzata per accoglierli e i nuovi arrivati furono costretti a sistemarsi alla meglio nel solo
al-bergo esistente, l'Hotel Imperial, che, a detta di un corri-spondente americano, sembrava essere stato
trasportato di peso dallo Yukon al tempo della febbre dell'oro. Disponeva infatti di una trentina di
camere per cui, nei momenti di punta, ogni stanza era occupata contemporaneamente da tre o quattro
clienti. Per essere accreditati presso il go-verno abissino non esistevano particolari formalit: basta-va
che i giornalisti depositassero una somma pari al prezzo del viaggio di ritorno, nel caso fossero espulsi
per cattiva condotta.

Quando all'alba del 3 ottobre ebbe inizio il conflitto italo-etiopico, i corrispondenti autorizzati erano circa
cento-cinquanta e rappresentavano i pi importanti quotidiani del mondo. A questi si aggiungevano alcuni
redattori del-la Tass, l'agenzia di stampa sovietica, i quali per, secon-do l'uso comunista, non
frequentavano i colleghi e vive-vano appartati presso la loro ambasciata. I sopraggiunti non tardarono a
rendersi conto di quanto fosse arduo svolgere il proprio lavoro. Era difficile raccogliere le notizie, ma
ancor pi lo era la trasmissione delle stesse alle ri-spettive redazioni. Non esistevano uffici stampa, i rari
co-municati ufficiali risultavano quasi sempre deludenti o esageratamente fantasiosi, mentre i costi
telegrafici erano addirittura proibitivi (mezza sterlina per parola, la tariffa pi alta del mondo). Poi c'era il
problema della lingua, poich nessuno conosceva l'amarico, nonch la proibizio-ne di uscire da Addis
Abeba. Il governo aveva imposto ta-le divieto affermando - certo con ragione - che non pote-va
rispondere della sicurezza personale dei giornalisti in quanto gli uomini delle trib consideravanofrengi ,
stra-nieri e quindi nemici, tutti i bianchi in circolazione.

In quei primi giorni di guerra non se la passavano bene neanche i giornalisti stranieri accreditati presso il
coman-do italiano di Asmara in Eritrea. La censura militare im-posta dai generale De Bono era
rigorosissima e cancellava spietatamente tutto ci che valeva la pena di essere pub-blicato. La situazione
peggior con l'arrivo di Badoglio. Il nuovo comandante in capo si rivel infatti ancora pi dra-stico del
suo predecessore e blocc tutti gli inviati nella capitale eritrea per pi di dieci settimane, ossia finch non
fu in grado di scatenare l'offensiva.

Questo embargo sulle informazioni ebbe conseguenze negative sull'immagine del nostro esercito. Il
silenzio dei giornalisti di Asmara coincise infatti, curiosamente, con un'improvvisa piena di notizie
proveniente da Addis Abeba che dilag rapidamente sulla stampa internaziona-le. Cos, mentre i
corrispondenti da Asmara trascorrevano il tempo impegnati in frustranti partite di bridge, i loro colleghi
nella capitale etiopica si consumavano le dita sul-le portatili. Ma cos'era accaduto? A togliere i
corrispon-denti di Addis Abeba dall'impasse in cui s erano venuti a trovare avevano provveduto gli
interpreti volontari. Avventurieri di ogni risma, venuti al corrente della sete di notizie che attanagliava il
giornalismo estero, monetizza-rono la loro conoscenza dell'inglese o del francese trasfor-mandosi in
venditori di esclusive e di scoop eccezionali. Com' facile immaginare, si trattava di notizie inventa-te di
sana pianta o di esagerazioni dettate pi dall'entu-siasmo patriottico che dal rispetto della verit. Ma
poich un reportage romanzesco sempre pi affascinante di un resoconto veritiero prosciugato dalla
censura, i giornali occidentali attinsero largamente da queste corrisponden-ze fasulle contribuendo in tal
modo a diffondere l'opinio-ne che le forze armate italiane si trovassero in gravi diffi-colt.

Il business delle false notizie prosper a Addis Abeba per rutta la durata della guerra e risolse pi di una
situa-zione economica. Fra gli informatori inattendibili, il pi ricercato e il meglio pagato era senza dubbio
Wazie Ali Bey, un furbo abissino che si arricch prestando, natural-mente in gran segreto, i suoi servigi
personalizzati ai pi importanti corrispondenti stranieri della capitale etio-pica. Le sue esclusive, tutte
inventate, ma ben confeziona-te e politicamente corrette nei riguardi del governo locale, trovarono ampi e
accoglienti spazi soprattutto nei giorna-li stranieri che antipatizzavano con l'Italia fascista. Ma, a questo
punto, sar opportuno precisare che non tutta la stampa occidentale democratica era schierata contro
l'in-vasione italiana dell'Abissinia. Se, per esempio, il Times britannico la criticava senza mezzi termini,
la rivista ame-ricana Time manifestava apertamente le sue simpatie verso Mussolini.
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D'altro canto, va ricordato, o meglio sottolineato, perch sono ancora in molti a volerlo occultare, che a
quell'epoca il Duce e il fascismo non erano affatto demonizzati. Al con-trario, in molti ambienti il fascismo
era considerato una teoria politico-filosofica di tutto rispetto e giudicato da molti l'unico antidoto efficace
contro il dilagare del bolsce-vismo, ritenuto allora la principale minaccia per gli equili-bri internazionali.
Da parte sua, Mussolini godeva di una vasta popolarit e aveva numerosi ammiratori in tutto il mondo, fra
i quali spiccava l'autorevole Winston Churchill. Anche a proposito dell'aggressione italiana all'Etiopia, che
mise in subbuglio la Lega delle Nazioni, vi erano posizioni discordanti. Gli osservatori pi obiettivi o
reali-stici non trovavano infatti scandaloso che l'Italia, come tut-te le altre potenze europee, si cercasse un
posto al sole nel continente africano.

A questo proposito non bisogna dimenticare che nel 1935 esistevano ancora, intatti e imponenti,
vastissimi im-peri coloniali europei formatisi nei secoli precedenti. Esi-steva un impero inglese sul quale
non tramontava mai il sole. Esistevano imperi africani, asiatici e oceanici della Francia, del Belgio,
dell'Olanda e del Portogallo. L'impero coloniale della Germania, un tempo rigoglioso, era invece
scomparso circa quindici anni prima, dopo la fine della Grande guerra, quando i suoi resti erano stati
inghiottiti da Francia e Inghilterra, le quali avevano lasciato all'Italia soltanto poche briciole, come si
lamenter Mussolini. Sopravviveva insomma, moderna e vigorosa, l'idea im-periale nonch il postulato
della civilizzazione bianca, concetti tipici di un'Europa che ancora si riteneva la do-minatrice del
mondo. Sar opportuno tener presente tutto ci prima di giudicare, secondo i criteri etici di oggi, que-sti
avvenimenti accaduti in anni ormai lontani.

Frattanto, l'infuriare delle informazioni fasulle prove-nienti dal versante abissino, cos contrastanti con la
realt dei fatti, aveva finito per disorientare l'opinione pubblica internazionale. Chi stava vincendo, gli
italiani o gli abissi-ni? Si registrarono anche molti episodi curiosi o diverten-ti. I corrispondenti al seguito
delle forze italiane, per esempio, incontrarono spesso difficolt a far pubblicare i propri reportage, esatti
ma succinti, perch i direttori dif-fidavano di quei resoconti ritenendoli influenzati dai nostri servizi segreti.
Si dava invece grande risalto alle no-tizie particolareggiate dell'agenzia Wazie Al Bey che fa-voleggiava
di scontri e di battaglie in cui gli italiani conti-nuavano ad avere la peggio. Il New York Times giunse
persino a cestinare una corrispondenza da Asmara, nella quale Herbert Matthews pronosticava la
prossima vittoria italiana, e prefer dare spazio a quella da Addis Abeba che sosteneva il contrario.
Neppure l'esito favorevole agli ita-liani della battaglia decisiva dell'Endert modific la si-tuazione. Il
Times di Londra e il New York Times la definirono un piccolo combattimento senza importanza. E
pubblicarono l'autorevole commento del massimo storico militare britannico, Sir Basil Liddell Hart, il
quale sostene-va che nulla autorizza a credere che si tratti di una vitto-ria decisiva. Pochi giorni dopo,
per, gli italiani entrava-no trionfalmente in Addis Abeba.

Il non aver creduto che gli italiani stessero vincendo provoc, come ovvia conseguenza, una frenetica
ricerca di giustificazioni allorch divenne chiaro che stavano effettivamente vincendo. La pi facile e la pi
sfruttata fu quella di sostenere che il nostro esercito aveva sconfitto gli etiopi usando i gas e
bombardando indiscriminata-mente gli ospedali, i centri della Croce Rossa e altri obiet-tivi civili.
Naturalmente non vi pi alcun dubbio che in qualche occasione si ricorse a simili mezzi, ma le
segnala-zioni da parte abissina furono cos confuse e le smentite italiane cos veementi che ancora di
recente la questione stata al centro di aspre polemiche fra storici autorevoli. Per la verit, allora molti
giornalisti stranieri testimonia-rono di avere visto uomini e donne piagati dalle ustioni provocate dall'iprite,
ma tali affermazioni non furono mai convalidate dalle indispensabili documentazioni fotogra-fiche. D'altra
parte, i fotoreporter inviati a seguire la guer-ra sul versante abissino erano privi di libert di movimen-to e
per questa ragione costretti a riprendere scene e pose strumentalmente ricostruite a loro uso e consumo.

La mancanza di adeguate prove fotografiche consent agli italiani di respingere ogni accusa. Un altro
elemento a loro favore fu la scoperta che alcune delle rare foto di ustionati esibite quale testimonianza
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dagli abissini in realt risultarono eseguite nei lebbrosari. In ogni caso, se accertato che i gas furono
impiegati, ci accadde solo in situazioni particolari. Altrimenti non si spiegherebbe perche i nostri soldati
non avessero in dotazione la maschera antigas, strumento indispensabile per non rimanere vitti-me del gas
amico.

Pochi anni fa, nel corso di una rinnovata polemica fra Indro Montanelli, che per esperienza diretta
negava l'uso dell'iprite, e lo storico Angelo Del Boca, che invece lo docu-mentava, intervenne come
paciere Sergio Romano, il quale sul Corriere della Sera cit un interessante rappor-to da lui
rintracciato negli archivi del Pentagono. Si tratta-va della relazione del capitano dei marines Pedro A. Del
Valle che aveva seguito da osservatore l'esercito italiano in Abissinia. In essa, dopo avere
significativamente sottoli-neato che la maschera antigas non era in dotazione dell'e-sercito italiano, il
capitano riferiva che, secondo quanto confidatogli dal generale Frusci, l'iprite era stata usata soltanto
come rappresaglia per le atrocit commesse con-tro l'aviatore italiano Minniti. Basandosi su queste e
altre testimonianze, il capitano dei marines era infine giunto al-la conclusione che i gas erano stati
effettivamente impie-gati, ma solo occasionalmente, e che non avevano rappre-sentato un fattore decisivo
nel corso della campagna. Lui stesso pare non aver dato troppa importanza alla questio-ne, considerato
che nel suo lungo rapporto i riferimenti al-l'uso dell'iprite occupano appena una dozzina di righe.

Per quanto riguarda invece i bombardamenti degli ospe-dali e dei centri della Croce Rossa, chiaro che
in guerra capita spesso di colpire tali obiettivi; si tratta dunque di stabilire se ci sia stato fatto di
proposito o per errore. In Abissinia tale distinzione era resa ancor pi complicata, poich l'emblema della
croce rossa era da secoli usato per indicare i bordelli; inoltre, quando gli abissini scoprirono che quel
simbolo garantiva l'immunit dai bombardamen-ti, presero l'abitudine di inalberarlo sugli alloggi degli
uffi-ciali e su edifici dedicati a tutt'altro uso. Persino il figlio dell'imperatore Hail Selassi aveva sistemato
quel vessil-lo protettivo sul tetto della propria casa.

Da parte loro, le fonti ufficiali italiane, nel momento in cui venivano poste di fronte a testimonianze
fotografiche indiscutibili, si giustificavano sostenendo che i nostri aviatori si ritenevano autorizzati a
bombardare anche gli obiettivi con l'emblema della croce rossa, in quanto erano spesso bersaglio di
sparatorie provenienti da tende o edi-fici contrassegnati con quel simbolo. Mentre, riguardo al-l'accusa di
impiegare il gas, contrattaccavano accusando gli abissini di decapitare o di castrare i prigionieri e di usare
le dilanianti pallottole esplosive dum-dum proibite dalle convenzioni internazionali. Per concludere:
bench certamente esagerate, sia le versioni degli uni sia quelle degli altri contenevano un fondo di verit.

Se per il resto del mondo l'Abissinia (nessuno ancora la chiamava Etiopia) era soltanto una curiosit
enigmistica, per gli italiani dei primi decenni del secolo scorso aveva una collocazione di rilievo
nell'immaginario collettivo. Tutti sapevano come e dove trovarla sulla carta geografi-ca, e bastava
nominarla per evocare nomi familiari di localit mai viste di cui, nelle sere d'inverno davanti al foco-lare,
un nonno o un vecchio zio, veterani della campagna d'Africa, avevano descritto le suggestive particolarit:
Dogali, Adua, Macall, Asmara... Nomi di luoghi fiabe-schi, che maestri volenterosi sfidavano gli scolari
a rin-tracciare in quella piccola macchia verde con cui si indica-va la nostra colonia pi vecchia e pi
amata, l'Eritrea, e che erano diventati persino nomi di battesimo imposti a figli o nipoti di ex combattenti.
Anche negli adulti ogni ac-cenno all'Abissinia evocava un confuso groviglio di sen-timenti intrisi di
malinconia e di desideri inespressi: la voglia d'avventura, il senso di frustrazione, il fascino del-l'ignoto, la
ricerca dell'isola felice. Io ti saluto e vado in Abissinia... era un modo scherzoso di prendere com-miato
che si riallacciava a un antico ritornello popolare tramandato oralmente dai tempi delle prime spedizioni
postrisorgimentali nel continente nero.

Fu appunto dopo l'Unit nazionale, quando le grandi potenze europee dietro il velo della missione
civilizzatrice si erano gi da tempo impadronite di sterminati possedi-menti coloniali, che le nostre classi
dirigenti scoprirono che pure l'Italia aveva degli interessi africani. A dire il vero, a scoprirlo per primo
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non fu il governo, ma la com-pagnia di navigazione genovese Rabattino, per fini esclusivamente


commerciali. Dopo l'apertura del canale di Suez, la compagnia aveva infatti urgente bisogno di uno scalo
di ancoraggio e di carbonamento nel mar Rosso, diventato nel frattempo la pi importante via marittima
per i traffici con l'Oriente.

L'incarico di acquistare un qualsivoglia terreno, spiag-gia, rada, porto o seno di mare idoneo a
impiantarvi una stazione venne affidato dalla Rubattino a Giuseppe Sapeto, un missionario ed
esploratore savonese noto per avere guidato alcune spedizioni nell'Africa orientale. Egli, inizialmente,
punt su Aden ritenendola pi adatta alla bisogna. Ma quando vi giunse, nel 1869, scopr con sua
sorpresa che gli esploratori inglesi e francesi erano arri-vati prima di lui impadronendosi di gran parte
della costa arabica per conto dei rispettivi governi. Sapeto comunque non si arrese. Trasferitosi sull'altra
sponda del mar Rosso, dopo avere girovagato in lungo e in largo per la costa afri-cana, fra deserti e
villaggi dimenticati da Dio, scelse la baia di Assab, sulle assolate coste della Dancalia.

Assab era allora un villaggio di poche capanne, abitato da poveri pescatori che facevano i pirati a tempo
perso. Era privo di ogni risorsa, persino dell'acqua potabile, ma non c'era altro di meglio a disposizione.
Sapeto ne tratt quindi l'acquisto con i capi locali e, dopo le consuete ceri-monie levantine che durarono
pi giorni, si accord sul prezzo versando in contanti 8100 talleri di Maria Teresa. Il tallero era una
pesante moneta d'argento, coniata in Au-stria ma molto ricercata e diffusa in tutto il Levante, dove stata
usata per ogni tipo di transazione fino al 1945. Da tallero pare derivi il termine dollaro.

Per almeno un decennio, il governo italiano si disinteress della stazione marittima di Assab. Infatti allora
si ri-teneva che per l'Italia la zona naturale di espansione fosse l'Africa mediterranea e, in particolare, la
Tunisia, in cui gi vivevano migliaia di coloni italiani. E in tal senso si muoveva la nostra diplomazia. Ma
quando, nel 1881, la Francia si impadron proditoriamente di questo paese, es-sendo l'Egitto un
protettorato britannico e la Libia una provincia dell'ancora temibile impero ottomano, Roma dovette
malinconicamente rinunciare alle ambizioni me-diterranee e rassegnarsi a prendere in considerazione il
territorio acquistato da Sapeto. La baia di Assab fu quindi ricomprata per 416.000 lire: un ottimo affare
per la Rubattino che continu cos a servirsene a spese dello Stato.

In quegli anni, a indirizzare le ambizioni italiane verso l'Africa orientale contribuirono fattori politici ed
economi-ci. In primo luogo, a spingerci in direzione del Corno d'Afri-ca fu l'Inghilterra, la quale, per
contrastare l'espansionismo francese, si proponeva di riequilibrarlo con quello italiano. Ma contribu
anche, e soprattutto, il desiderio del governo italiano e della Corona di aumentare il proprio prestigio
collocandosi fra le potenze europee che gi possedevano vasti imperi coloniali. D'altra parte, all'epoca
godeva di molto credito la teoria dello spazio vitale e della missione civilizzatrice cui l'Europa si
riteneva votata. Si dava insomma per scontato che fosse un sacrosanto diritto del vecchio con-tinente
conquistarsi dei territori in quella parte del mondo non ancora bonificata dalla civilt bianca.

D'altronde, il verbo colonizzare non aveva ancora il significato negativo che assumer in seguito.
Colonizzare significava portare la civilt, l'ordine, il benessere, e natu-ralmente anche la buona novella
del cristianesimo, in paesi barbari popolati da selvaggi idolatri. I missionari e gli esploratori, consapevoli o
no, fecero infatti da battistrada al colonialismo ottocentesco e la societ gliene rese grande merito. Anche
le truppe d'occupazione quando partivano per le imprese d'oltremare venivano osannate dalle folle,
cantate dai poeti e benedette dai vescovi. Pochi, insomma, in quegli anni, intravedevano le specula-zioni,
le sopraffazioni e le ingiustizie che si nascondevano sotto il comodo mantello della missione civilizzatrice.
Persino Giuseppe Mazzini era stato un convinto fautore della missione di Roma nella confusa e incivile
Africa. Di conseguenza, mentre nazioni grandi e piccine parteci-pavano al ricco banchetto coloniale, sui
nostri giornali gli opinionisti pi acuti si domandavano sconsolati perch, vedendo che tutte le potenze
europee, anche secondarie, si appropriano di qualche grosso boccone africano senza rendere conto a
nessuno del loro operato, l'Italia se ne sta sola con le mani in mano.
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Fu un altro esploratore a fornire all'Italia il pretesto per allargare convenientemente i confini della stazione
maritti-ma di Assab senza sborsare altri talleri. Si chiamava Gusta-vo Bianchi ed era stato incaricato dal
governo di spingersi, con la scusa dell'esplorazione, a curiosare nell'interno del mitico impero biblico
dell'Abissinia di cui molto si favoleg-giava e poco si sapeva. Al ritorno dalla sua missione la caro-vana di
Bianchi fu assalita dai predoni dancali mentre attraversava la regione del Tigr . I portatori vennero
trucidati, l'esploratore si salv per miracolo e la notizia del massacro dest in Italia dolore, scalpore e
desiderio di vendetta. Inci-tato dalla stampa, il governo decise alfine di reagire all'af-fronto e il 5 febbraio
del 1885 un corpo di spedizione com-posto di 800 bersaglieri al comando del colonnello Tancredi
Saletta sbarc nel porto eritreo di Massaua senza nasconde-re le proprie intenzioni.

Massaua, che diventer la culla del colonialismo italiano, sorgeva sopra un'isola corallina del mar Rosso,
in seguito collegata con la terraferma da una diga, ed era il posto pi caldo del mondo. Popolata da 5000
abitanti, questa cittadi-na apparteneva all'Egitto, ma poich quest'ultimo era con-trollato dall'Inghilterra
(la quale si dimostrava favorevole alla nostra impresa), il governatore egiziano di Massaua fece
rapidamente le valigie senza protestare.

I nostri bersaglieri, seppure temprati dalle guerre risorgimentali, e soprattutto dalla lunga guerriglia contro
i bri-ganti del Sud, non erano tuttavia in grado di controllare quella vasta zona infestata di predoni. Ma
Saletta era un piemontese fantasioso e non si perse d'animo. Andando-sene in gran fretta, il governatore
egiziano aveva abbandonato il suo piccolo esercito personale costituito da un migliaio di mercenari, detti
bashi-buzuk , zucche vuote, pronti a vendersi per pochi talleri a qualsiasi padrone. Il colonnello li
assunse in blocco e li inquadr in reggimenti, comandati da ufficiali italiani e chiamatiort , suddivisi a loro
volta in compagnie ebuluk , plotoni, affidati al comando di subalterni indigeni, gliscium-basci (sergenti) e
i buluk-basci (che corrispondono pi o meno ai nostri capora-li). Una gerarchia che rimarr immutata nel
tempo. In seguito, Saletta costitu anche un corpo di cavalleria, le penne di falco, e di carabinieri
indigeni, glizapti . Con l'aiuto di queste forze ausiliarie particolarmente combattive debell rapidamente i
predoni dancali e conquist l'in-tero entroterra di Massaua meritandosi, a fine carriera, una citazione nelle
nostre enciclopedie quale fondatore dell'esercito coloniale italiano.

L'Abissinia una terra vasta sei volte l'Italia, arida e po-vera nel bassopiano, ma ricca di foreste e di
verdi pianure sugli immensi altipiani che, ergendosi dalla bassura deser-tica e afosa di Massaua, superano
spesso i 3000 metri di quota. Anche allora l'agricoltura era limitata alle aree pi fertili, mentre nel resto
dominava la pastorizia nomade. Non esistevano industrie di alcun genere e il principale commercio, oltre
quello del bestiame, era rappresentato dalla tratta degli schiavi legalizzata dal governo e control-lata
esclusivamente dai mercanti arabi. Quando gli italiani si stabilirono nella cittadina eritrea, a Addis Abeba
regnava ancora il negus Giovanni il quale esercitava, per modo di dire, la sua autorit su uno stato di tipo
feudale dominato da un gran numero di ras infidi che avevano il diritto di ri-scuotere i balzelli e arruolare
un proprio esercito personale. Un'altra classe dominante era costituita dagliabuna , i sacerdoti copti (il
cui patriarca risiedeva nella citt santa di Axum), che esercitavano un forte potere spirituale. Ifrengi , i
bianchi, erano ancora rari in Abissinia e costituivano un oggetto di curiosit. Si trattava di coraggiosi
missionari, di sospetti esploratori e di avventurieri dediti alla tratta degli schiavi o al traffico delle armi. Fra
questi ultimi figurava, come si gi detto, anche il poeta maledetto Arthur Rim-baud.

Ammonito dall'Inghilterra, che lo riforniva dei preziosi fucili necessari a tenere a freno i suoi ras pi
irrequieti, e a difendersi dai dervisci sudanesi, il negus Giovanni non aveva protestato per l'arrivo degli
italiani. Anche i ras si erano giocoforza adeguati, tranne uno, ras Alula, signore dell'Hamasen, che dar
grandi fastidi aifrengiindesidera-ti. Ulula Alula, come bestia immane declamer inorridi-to dalle stragi
compiute da questo ras, un nostro infervo-rato poeta.

Alula non rimase a lungo con le mani in mano: il 25 gennaio 1887 i suoi armati attaccarono il presidio
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italiano di Saati, ma furono duramente respinti. Preoccupato per l'accaduto, Saletta sped sul luogo una
carovana cammel-lata con circa 500 bersaglieri e un centinaio di bashi-buzuk, comandati dal tenente
colonnello Tommaso De Cristoforis. A mezza strada, presso una localit che sar poi chiamata Dogali,
comparvero improvvisamente gli uomi-ni di Alula. Erano circa 8000 e attaccarono la colonna do-po
averla circondata. Quello che accadde dopo venne rac-contato dal tenente Carlo Savoiroux, uno dei
pochi sopravvissuti all'eccidio:

Gli abissini erano tutti stesi bocconi ad attendere pazientemente che i colpi di moschetto fossero meno
frequenti per correre all'as-salto. Infatti dopo oltre due ore di fuoco continuato, i colpi dimi-nuirono. Ras
Alula diede allora il segnale dell'attacco facendo rul-lare i tamburi e tutta l'armata abissina vol all'assalto.
Si sent un clamore, un vociare, un urlo, un rumore spaventoso provocato dal-le grida degli attaccanti,
dallo sparare dei moschetti e dall'urr dei nostri bravi soldati. Poi, a poco a poco il rumore si fece meno
assor-dante e poi debole e poi cess affatto. Cademmo tutti: 540 di noi ed alcunibashi-buzuc . Gli altri
credo se la svignassero.

Il dispaccio in cifra che comunicava la notizia del mas-sacro giunse a Roma ventiquattro ore pi tardi e
provoc grande turbamento. Il capo del governo in carica, Agosti-no Depretis, fu sopraffatto
dall'emozione. Appena pochi giorni prima, in risposta all'interroga-zione di un deputato che temeva una
possibile reazione abissina, aveva dichia-rato che non era il caso di drammatizzare per i quattro predoni
che avessimo potuto [sic] trovarci fra i piedi. Af-franto per la tragica notizia, dopo avere rintuzzato alla
meglio le proteste della piccola pattuglia socialista guida-ta da Andrea Costa, che aveva addirittura
paragonato l'e-pisodio africano alle sconfitte di Lissa e di Custoza, De-pretis, rientrato nel suo studio,
ordin che gli portassero una carta dell'Abissinia: Vorrei disse almeno vedere dove si trova quel
posto maledetto. Ferdinando Martini assistette alla scena, e nel suo diario racconta che i colla-boratori
del primo ministro si affannarono invano nel tentativo di individuare la localit maledetta: in Eritrea,
infatti, non esisteva alcun luogo chiamato cos prima che l'onorevole Cappelli gli imponesse quel nome.,..
Raffae-le Cappelli era il segretario generale del ministero degli Esteri e a lui era spettato il compito di
decifrare il dispac-cio proveniente da Massaua. Scrive Martini:

Tutto v'era chiaro tranne la indicazione del luogo dove lo ster-minio avvenne. La gravit dell'evento non
tollerava annunzi indu-giati; d'altra parte, il nome del luogo non aveva essenziale impor-tanza: se
incorresse errore c'era tempo a correggere. Parve per a Cappelli che dalle lettere denotate dalle cifre un
nome potesse co-munque comporsi: Dogali, e Dogali scrisse; e con quel nome la in-fausta collina fu
consegnata alla storia.

Dopo l'episodio di Dogali seguirono due anni di relati-va tranquillit. A Massaua si era stabilito con
poteri mili-tari e civili il generale Antonio Baldissera, padovano di nascita ed ex ufficiale dell'esercito
austriaco con alle spalle una storia romanzesca. Trovatello, raccolto per strada dal vescovo di Udine, il
piccolo Antonio fu da questi affi-dato all'imperatrice Marianna d'Austria, la quale lo avvi alla carriera
militare nell'esercito austriaco, dove raggiun-se il grado di generale. Integrato con il medesimo grado nel
Regio esercito italiano dopo l'Unit nazionale, Baldissera, fiero del suo passato militare, continuava a
portare orgogliosamente appuntate sul petto le decorazioni che si era guadagnato combattendo nel '59
contro di noi e nel '66 contro i prussiani. Ufficiale intelligente, ottimo orga-nizzatore e popolarissimo (O
Baldissera, canteranno in Italia, dopo la sua partenza per l'Africa non ti fidar di quella gente nera...), il
nuovo arrivato perfezion il lavo-ro iniziato da Saletta trasformando gli indisciplinati bashi-buzuk in
soldati obbedienti e combattivi, che volle ri-battezzare ascari (ascariin arabo significa guerriero). Le
nuove reclute professavano le religioni pi diverse: c'erano copti, musulmani, animisti e persino dei Niam
Niam dediti all'antropofagia... Ma lui, infischiandosene della loro fede (credano pure a ci che vogliono
era soli-to dire purch obbediscano e combattano), scelse i mi-gliori selezionandoli fra le razze pi
guerriere. L'arruola-mento era volontario e i limiti di et variavano dai 16 ai 24 anni. Per essere dichiarati
abili era sufficiente una sola prova: una marcia senza soste di 60 chilometri seguita da una visita medica.
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L'unico privilegio consentito agli ascari (che sar rispettato anche negli anni futuri) era di portarsi
appresso le loro donne, che, con figli e masserizie, segui-vano le truppe su carri e carretti, persino in
battaglia.

L'austriaco, come veniva chiamato Baldissera, tra-sform quell'accozzaglia di mercenari in soldati


straordi-nari il cui unico difetto, come osserva Domenico Quirico nel suo libroSquadrone bianco , era
costituito dall'eccessi-vo ardore nel lanciarsi avanti. Diede loro una bandiera, ne aliment lo spirito di
corpo e il senso dell'onore, sce-gliendo per loro anche una splendida uniforme di cui an-dranno molto
fieri. Salvo i piedi nudi di prammatica, gli ascari indossavano una elegante divisa bianca stretta at-torno
alla vita da una fascia di lana il cui colore (rosso, ne-ro, azzurro e cremisi), identico a quello deltarbusc ,
il fez, indicava l'appartenenza a ciascuno dei quattro reggimen-ti nel quale erano stati inquadrati. I
graduati, contraddi-stinti da lucenti galloni dorati, avevano diritto al saluto militare da parte dei loro
inferiori indigeni, ma non dei soldati nazionali che ne erano esentati.

Approfittando della morte del negus Giovanni, caduto in battaglia contro i dervisci sudanesi (la sua testa
fu get-tata ai piedi del califfo di Ondurman), Baldissera allarg i confini della colonia impiegando
esclusivamente truppe indigene e sfruttando la rivalit dei vari ras che si conten-devano la successione al
trono. Il 3 agosto 1889, sconfitto Alula, occup Asmara e insedi il proprio governo milita-re nel palazzo
abbandonato dal ras fuggiasco.

Nel frattempo, non senza difficolt e non senza l'aiuto italiano, il ras dello Scioa riusc a salire sul trono
del Leone di Giuda, rimasto vacante dopo la morte del negus Giovan-ni. Il nuovo sovrano, subito
riconosciuto da Roma, assunse il nome di Menelik II e in seguito firm a Uccialli un trattato d'amicizia
con l'Italia, che si impegnava ad appoggiarlo contro gli altri ras e contro i dervisci. Il 1 gennaio 1890 il
nuovo capo del governo italiano, Francesco Crispi, annun-ci orgogliosamente in Parlamento la nascita
della colonia Eritrea con capitale Asmara. Pochi giorni prima, i nostri soldati erano sbarcati anche nella
Costa dei Somali, dove gi erano presenti inglesi e francesi, e si erano impadroniti del sultanato della
Migiurtinia. Ora l'Abissinia era stretta fra le ganasce delle nuove conquiste territoriali italiane: la colonia
Eritrea a nord e la Migiurtinia a sud.

II
LA SCONFITTA DEL NAPOLEONE
D'AFRICA
Soddisfatto della situazione che si era venuta a creare, il ge-nerale Baldissera riteneva che fosse
necessario un periodo di calma per procedere all'organizzazione della colonia. Ma cos non la pensava
Francesco Crispi. Il nuovo capo del governo, tramutatosi rapidamente da ex garibaldino re-pubblicano in
un fervente monarchico nazionalista, era in-fatti desideroso di trasformare al pi presto l'Italia in una
grande potenza coloniale e premeva sul governatore del-l'Eritrea perch ne dilatasse i confini ignorando
gli accordi stabiliti a Uccialli. Fra i due uomini il rapporto non tard a deteriorarsi e, naturalmente, fu
Crispi a spuntarla: Baldis-sera, considerato troppo prudente, fu silurato, richiamato in patria e sostituito
per breve tempo dal generale Orero e poi dal generale Oreste Baratieri.

Il nuovo governatore della colonia, anche lui ex ufficia-le garibaldino, nonch amico personale di Crispi,
era un militare ambizioso e spregiudicato che subito si affrett ad assecondare le ambizioni
espansionistiche del presi-dente del Consiglio. Il primo screzio fra Roma e Addis Abeba si registr con la
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controversia sull'interpretazione dell'articolo 17 del trattato di Uccialli. Secondo Menelik, l'articolo


stabiliva che il negus pu farsi rappresentare in Europa dall'Italia, secondo Crispi che il negus deve e
consentedi farsi rappresentare..., il che significava ca-povolgere il significato e trasformare l'Abissinia in
un protettorato italiano. Ferito nel suo orgoglio, Menelik scrisse personalmente una lettera al fratello
cristiano Umberto I affinch fosse riconosciuta l'indipendenza del suo regno, ma l'altro, offeso per
essere stato chiamato fratello da un barbaro, neppure gli rispose. I venti di guerra ricominciarono cos
a soffiare sull'altopiano etiopi-co. La stampa italiana condannava il voltafaccia del ras dello Scioa,
retrocedendo in tal modo ilnegus neghesti a un qualsiasi irrequieto capotrib, mentre una diffusa
canzonetta popolare lo minacciava apertamente: O Menelicche, le palle son di piombo e non
pasticche!.

Baratieri non rimase a lungo con le mani in mano. Nel luglio del 1894, con un'operazione audace e
brillante, rag-giunse e conquist Cassala, piazzaforte dei dervisci nel Sudan. Ma Menelik ebbe appena il
tempo di gioire per la sconfitta subita dai secolari nemici dell'Abissinia, perch pochi mesi dopo il
generale italiano mosse guerra anche contro Mangasci, il ras del Tigr, colpevole di avere aiu-tato
alcune trib che si erano ribellate agli italiani. Sbara-gliata l'armata tigrina, il 28 dicembre dello stesso
anno Baratieri conquist Adua e stabil il suo comando proprio nella residenza abituale di Mangasci. Al
ras sconfitto non rimase che chiedere aiuto a Menelik il quale, temendo la superiorit militare degli italiani,
cerc di risolvere la ver-tenza senza ricorrere alle armi e invi una garbata lettera a entrambi i
contendenti. All'appello di Mangasci rispo-se: Non si pu dire che gli italiani abbiano torto, perch
fosti tu ad attaccarli. Come mai hai fatto una cosa simile? Sono comunque contento che Dio ti abbia
salvato. A Ba-ratieri, che sosteneva di avere agito perchcostretto da Mangasci, rispose: Tu non
ignori che io amo rimanere in pace con i miei vicini, eppure fosti tu il primo a invade-re le terre altrui. Non
fu questa una mancanza? Ora ho scritto ai miei capi del Tigr che l'inconveniente non si ri-peta. Ho
scritto anche a re Umberto affinch lui faccia in-tendere ragione ai suoi capi di Roma e di Massaua.
Spero di non incontrare difficolt per sedare questa questione sorta per malintesi. Ma i capi di Roma
non intendeva-no ragione. Crispi, esultante per i successi ottenuti, incit Baratieri a conquistare l'intero
Tigr e poi, a operazione conclusa, invit a Roma il generale vittorioso, che fu ac-colto come un
trionfatore e salutato addirittura come il Napoleone d'Africa.

Giacch le sue proposte pacifiche erano rimaste inascol-tate, Menelik aveva nel frattempo ordinato la
mobilitazio-ne generale. Ascoltate! Ascoltate! gridavano di villaggio in villaggio i banditori
accompagnati dal cupo rullo deinegarit , i tamburi di guerra. Che divenga sordo chi ne-mico di
Menelik e della Vergine Maria! arrivato un ne-mico che rovina il paese, che muta la religione, che ha
pas-sato il mare datoci da Dio come frontiera. I guerrieri preparino i viveri, nessuno rimanga a casa,
perch tutti devono prendere parte alla difesa della nostra terra.

Mentre le forze abissine si andavano radunando attor-no a ras Maconnen, comandante dell'armata
imperiale, Baratieri ordin al generale Giuseppe Arimondi di atte-starsi a Macall, piccolo centro tigrino
situato a oltre 2000 metri di quota, dove ebbero subito inizio i lavori per la co-struzione di un forte sulla
cima dell'Enda Jesus. Sistemate le difese, una colonna di 1600 soldati, in gran parte ascari, comandata
dal maggiore Pietro Toselli, fu inviata in per-lustrazione fino al lago Ascianghi dove venne avvistata
l'avanguardia nemica: circa 30.000 uomini guidati dallo stesso Maconnen, cui si erano prontamente
aggregati i guerrieri di Mangasci e del redivivo Alula. Obbedendo agli ordini di Arimondi, Toselli, un
piemontese coraggioso e idolatrato dai suoi ascari, si schier sulle pendici dell'altopiano dell'Amba Alagi,
a oltre 3000 metri di quota. Il rapporto di forze era insostenibile, ma Baratieri era otti-mista in quanto
riteneva che i ras fossero in disaccordo fra loro e che quindi si potesse ancora disgregarli distribuen-do
come al solito armi e talleri d'argento. Invece, questa volta, il fronte abissino si rivel compatto e quando
Bara-tieri se ne rese conto era ormai tardi: i suoi messaggeri in-viati pancia a terra con l'ordine di
ripiegare su Macall fu-rono intercettati e uccisi dalla cavalleria abissina e Toselli, ignaro del pericolo che
incombeva sul suo presidio, rima-se fermo sulla pericolante posizione, in attesa degli eventi.
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Il 5 dicembre 1895 era domenica e gli abissini, da buoni cristiani, erano soliti rispettarne la festivit. Ma
non ras Alula il quale, bramoso di vendetta, scaten di sua inizia-tiva la battaglia, che rapidamente dilag
sull'intero fronte. Come al solito, gli assalitori non avevano un piano preor-dinato: attaccarono il presidio
italiano comportandosi alla stregua di un'impetuosa fiumana che travolge ogni osta-colo. Circondati e fatti
segno di ripetuti attacchi all'arma bianca (gli abissini erano armati di lance e zagaglie, ma anche di moderni
fucili Remington), Toselli e i suoi ascari resistettero coraggiosamente all'urto per qualche ora.
Di-sponevano di alcuni pezzi d'artiglieria da montagna e an-che delle micidiali mitragliatrici Gatling
(sparavano 400 colpi al minuto, ma la rapidit dipendeva da chi azionava la manovella), che provocarono
enormi vuoti fra gli attac-canti. Ma la potenza di fuoco non fu sufficiente a fermare l'orda urlante degli
assalitori. All'una del pomeriggio, mentre la mischia ancora infuriava, l'eroico maggiore, di-sperato, ferito,
reso afono dal troppo gridare, annunci al suo aiutante: Non ne posso pi. Ora mi volto e lascio che
facciano. Si volt, infatti, e scomparve nel caos della bat-taglia. Quando ritrovarono il suo corpo
denudato e ca-strato, com'erano soliti fare gli abissini, ras Maconnen or-din cavallerescamente che
fosse seppellito con gli onori militari nella vicina chiesa di Beil Mariam. Sull'Amba Alagi perdemmo 20
soldati nazionali e 1500 ascari, ma anche qualcosa di pi importante: perdemmo il timore reveren-ziale
che Menelik nutriva per le armi italiane. Dopo la vit-toria dell'Amba Alagi il negus cominci a pensare
che ifrenginon fossero invincibili e che si potesse ancora ribut-tarli in mare. Ordin infatti alle sue truppe
di proseguire in direzione di Macall e di Adua.

Giunto troppo tardi per soccorrere Toselli, il generale Arimondi, incalzato dalle truppe di Maconnen,
sgomber Macall dopo avere lasciato una piccola guarnigione nel piccolo forte ancora incompiuto. Il
presidio, composto di 170 italiani e di 1150 ascari, era comandato dal maggiore Giuseppe Galliano, un
altro piemontese di Mondov (a quell'epoca gli ufficiali superiori provenivano quasi tutti dall'esercito
sardo), intelligente e coraggioso, che si era gi guadagnato in Abissinia una medaglia d'oro e un'altra
d'argento. Gli italiani erano bene armati, disponevano an-che di quattro pezzi di artiglieria da montagna e
di viveri per quattro mesi. Ma il forte, bench godesse di un'ottima posizione da cui si dominava la conca
sottostante, era ap-pena abbozzato. Consisteva infatti in un muraglione di cinta tirato su a secco che
attorniava due settori rialzati e sovrapposti in cui erano sistemati i magazzini, le tende dei soldati e itukul
dove si ammassavano, coi loro bambi-ni, le donne degli ascari. Il problema pi grave era tutta-via
rappresentato dalla mancanza dell'acqua. Non si era fatto in tempo a costruire dei pozzi e bisognava
rifornirsi da due sorgenti situate all'esterno della cinta fortificata a una distanza di circa 400 metri. Il
generale Baratieri critic aspramente Arimondi perch non aveva abbandonato an-che quel forte al
nemico. Lui, infatti, sgomber forse trop-po in fretta persino Adua, la pi fulgida delle sue conqui-ste, per
concentrare tutte le proprie truppe a Adigrat, cento chilometri di pietraie, di burroni e di altipiani a nord di
Macall.

L'assedio del forte di Macall inizi con un garbato scambio di lettere. Come stai? scrisse ras
Maconnen al maggiore Giuseppe Galliano, comandante del forte. Io sto bene grazie a Dio. I tuoi soldati
stanno bene? I miei stanno bene. A nome del mio Imperatore ti prego di an-dartene, altrimenti mi
costringi a fare la guerra. Sarei dolente di dovere spargere sangue cristiano. Ti prego quindi di andartene
con i tuoi soldati. Tuo amico Maconnen.

Come stai? rispose Galliano al ras. Io sto bene grazie a Dio e i miei soldati stanno benissimo. Il mio
Re ha ordi-nato che io stia qui e io non mi muover. Fa' pure quello che credi, ma ti avverto che qui con
me ho degli ottimi fu-cili e dei buonissimi cannoni. Tuo amico Galliano.

Maconnen comparve davanti al forte il 9 dicembre, ma dimostr di non avere fretta. A fermarlo non era
la paura dei buonissimi cannoni vantati da Galliano (lui ne dispo-neva di altrettanti con una gittata
superiore a quelli italia-ni), bens la necessit di colmare le perdite subite dalla sua armata nella battaglia
dell'Amba Alagi. Trascorsero cos alcune settimane di relativa tranquillit. Maconnen aveva interamente
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circondato il forte e ordinato ai suoi uomini di tagliare le linee del collegamento telegrafico con Adigrat,
ma Galliano riusc ugualmente a mantenersi in contatto con il comando, quando era possibile con il
te-legrafo ottico, ma soprattutto mediante l'impiego di speri-colati messaggeri.

Una volta schierate le truppe, ebbe inizio lo scambio di messaggi di cui si detto. Gli inviti alla resa di
Maconnen erano riguardosi, ma implacabili. Le risposte di Galliano cortesi, ma ferme. Con i messaggi
viaggiavano anche gli uomini. Il tenente Umberto Partini, inviato al campo di Ma-connen come
parlamentare, rientr ammirato dalle manie-re aristocratiche del ras. Anche il capitano medico Alfonso
Riguzzi, invitato nel campo abissino da Maconnen per cu-rare il ras Mangasci, caduto da cavallo, fu
accolto signoril-mente. Grato per le cure ricevute, quest'ultimo gli confid: Odiavo gli italiani e mi sono
arrabbiato quando hanno preso vivo il tenente Scala. Ma ora ho cambiato idea e ti sar sempre
riconoscente. Poi gli concesse di pranzare con il suddetto tenente, uno dei pochi superstiti della battaglia
dell'Amba Alagi. Questi ras non sono barbari riferir Riguzzi a Galliano. Sono cortesi, ospitali e
scaltri. Fanno do-mande imbarazzanti e danno risposte finissime.

Frattanto, la tattica del rinvio sembrava favorire gli as-sediati. In Italia i resoconti dell'assedio di Macall,
eroi-cizzato a dismisura dalla stampa, appassionavano i lettori come un romanzo d'appendice, mentre da
Napoli erano cominciati a partire i rinforzi per dare una lezione a quei musi neri. Ma occorrevano
cinquanta giorni di naviga-zione per raggiungere la meta e, nel frattempo, il 6 gen-naio 1896, l'armata di
Maconnen fu raggiunta dalla guar-dia imperiale. Ora la tenda rossa di Menelik troneggiava al centro di
una marea di tende, di uomini e di animali che si perdeva a vista d'occhio. Dentro al forte comincia-vano
a preoccuparsi. Questa attesa, scriveva un ufficia-le nel suo diario questa sospensiva fra la vita e la
morte comincia a diventare molesta. Nel campo nemico vedia-mo gente andare tranquilla, provvedersi,
mangiare. Se i nemici avessero notizia dell'arrivo delle nostre truppe non mostrerebbero tanta quiete.

Il primo vero attacco inizi la notte del 7 gennaio e con-tinu per tutto il giorno seguente. Gli abissini
giunsero fin sotto le mura, che cercarono di superare usando rozze scale di legno come per gli assalti ai
castelli medievali. Fu-rono respinti con gravi perdite, ma riuscirono purtroppo a impadronirsi dei due
preziosi pozzi. Il 9, Menelik chiese una tregua per seppellire i suoi morti, Galliano pose come condizione
la restituzione dei due pozzi, ma il negus re-spinse la proposta. Centinaia di cadaveri rimasero cos a
imputridire sotto il sole, mentre all'interno del forte l'ac-qua cominciava a diventare preziosa. Intanto, la
notizia di questa prima vittoria degli assediati giunse a Roma e re Umberto,motu proprio , promosse
Galliano tenente colon-nello per meriti di guerra. Curiosamente, il neopromosso ne fu informato da
Maconnen il quale, catturato il mes-saggero che recava il dispaccio, Io fece gentilmente perve-nire a
Galliano unito alle sue personali congratulazioni.

Pi che gli assalti degli abissini, era la mancanza di ac-qua a rendere difficile la situazione degli assediati.
Gallia-no non disponeva di forze sufficienti per tentare la ricon-quista delle sorgenti e fu necessario
razionare le riserve: un litro al giorno per ogni sette soldati. Gli ascari beveva-no l'acqua putrida riservata
al bestiame, mentre il tenente medico Mozzetti, dopo avere inutilmente tentato di racco-gliere la brina
notturna, ora cercava di rendere bevibili degli intrugli ricavati dalle urine e dal sangue dei muli. Scri-veva
Galliano nel suo diario: Sono tredici giorni che av-verto il comando che mi fu tolta l'acqua senza
speranza di riprenderla. Non vedo comparire nessuno. Chiss quale fatalit impedisce al Baratieri di
soccorrerci? questione di ore, poi il sacrifizio. Quella stessa sera, Galliano invi, su percorsi diversi,
quattro messaggeri per annunciare a Baratieri che la resistenza era allo stremo e che il presidio avrebbe
adempiuto al suo dovere con una fine gloriosa. Poi riun i suoi ufficiali per annunciare che l'indomani
avrebbe dato battaglia dopo avere fatto saltare il forte.

Gli assediati ignoravano che a Roma la questione africa-na era al centro di un infuocato dibattito. Alla
Camera le sinistre chiedevano addirittura l'abbandono dell'intera co-lonia, mentre il re e Crispi tremavano
al solo pensiero che a Macall si ripetesse l'onta dell'Amba Alagi. Una nuova sconfitta avrebbe
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costretto il governo alle dimissioni e mi-nato gravemente il prestigio sia della Corona sia dell'eserci-to.
Alla stessa maniera la pensava il generale Baratieri che vedeva crollare miseramente tutti i suoi ambiziosi
disegni di gloria. Fu a questo punto che entr in scena un miste-rioso personaggio. Si trattava di un certo
Pietro Felter, un commerciante bresciano che viveva da tempo in Abissinia e godeva la piena fiducia di
Maconnen. Felter si mise in con-tatto con Baratieri e si offr come intermediario, poi, dopo complesse
trattative, gli fece sapere che il ras, d'accordo con il suo negus, era disposto a liberare la guarnigione di
Macall in cambio di un riscatto in denaro. Precis anche la cifra: 4 milioni di franchi francesi. Informato
da Baratieri di questa non molto eroica opportunit, Crispi si disse d'ac-cordo. Ma la cifra richiesta era
enorme, come trovarla? Il governo non disponeva di sufficienti fondi segreti e neppu-re si poteva
ricorrere a uno stanziamento speciale poich, rendendo pubblica l'umiliante trattativa, ci avrebbe
co-perto di ridicolo proprio quell'esercito di cui si voleva sal-vare l'onore. Dopo varie tergiversazioni, il
riscatto fu infine pagato personalmente da re Umberto, al quale la somma sar in seguito restituita dal
governo mediante versamenti mensili sul conto Macall.

Il 19 gennaio gli assediati contavano ormai le ore che li separavano dalla fine. A uno a uno, tutti i
trombettieri ascari che salivano sulla rocca per suonare l'adunata, ve-nivano centrati e uccisi. Ora gli
ordini venivano diramati di bocca in bocca ai soldati sfiniti e ormai a corto persino di munizioni. Poco
dopo il tramonto, la fucileria abissina si placa improvvisamente e, verso le 20, preceduto dal rul-lo dei
negarit , un parlamentare abissino si presenta nella terra di nessuno chiedendo di entrare nel forte.
Galliano lo riceve nel recinto interno e l'inviato del negus gli conse-gna una lettera. Sar l'ultimatum di
Menelik? Galliano legge la missiva al lume di una candela, impallidisce, al che i suoi ufficiali si radunano
attorno a lui attenti e incu-riositi. Quindi egli annuncia con voce commossa:

Signori ufficiali,

la lettera che mi giunta del generale Baratieri e ci porta un do-lore. Leggo loro la parte che riguarda
tutti noi: D'ordine di S.M. il Re d'Italia, Vostra Signoria ceder il forte di Macall al Negus d'Abissinia
... Il presidio uscir con gli onori militari, con armi e baga-gli e con quanto altro la Signoria Vostra
creder utile trasportare.

L'effetto di quella lettura quello di una condanna a morte, molti ufficiali, sfiniti dalle privazioni,
scoppiano in pianto, altri bestemmiano. Galliano, scuro in viso, ripiega la lettera e la mette in tasca
borbottando quasi fra s: Po-vera Italia!.

Il mattino seguente, dopo avere ammainato il tricolore, la guarnigione italiana usc in colonna dal forte, gli
ufficiali con la sciabola sguainata. In testa vi era Giuseppe Galliano, a cavallo della sua mula bianca e con
il chep calato sugli oc-chi per non vedere nessuno. Gli assedianti vittoriosi pre-sentarono le armi, poi un
drappello entr nel forte per alza-re sulla rocca la bandiera di ras Maconnen, rossa, azzurra e gialla.
Secondo voci mai confermate, prima di andare via, il tenente colonnello avrebbe promesso a ras
Maconnen di non impugnare mai pi le armi contro gli abissini.

Ancora non sappiamo con esattezza cosa spinse il gene-rale Baratieri a provocare la tragedia di Adua
poco pi di un mese dopo la resa di Macall. Ma certamente deve avere avuto un peso questo
significativo telegramma che il suo deluso protettore Francesco Crispi gli invi da Roma il 20 febbraio
1896. Codesta una tisi militare, non una guerra sottolineava l'amareggiato capo del governo. Piccole
sca-ramucce nelle quali ci troviamo sempre inferiori di nume-ro; sciupio di eroismo senza successo. Non
ho consigli da dare, perch non sono sul posto, ma constato che la campa-gna condotta senza alcun
piano prestabilito, e io vorrei che ve ne fosse uno. Siamo pronti a ogni sacrificio per salva-re l'onore
dell'esercito. Per il non pi baldanzoso Napo-leone d'Africa, quelle aspre parole dovettero risuonare
alle sue orecchie come una frustata. E infatti gli rispose risentito: Mandatemi diecimila uomini e vi
porter Menelik impagliato!. Una sbruffonata che Crispi forse finse di prendere sul serio dato che si
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affrett effettivamente a spe-dire i rinforzi richiesti; ma nel contempo, in gran segreto, decise anche di
esautorare Baratieri dal comando per riaffidare il governo della colonia al ricuperato generale Baldissera,
che gi era in viaggio per l'Eritrea sotto il falso nome di commendator Baccalario.

Che Crispi fosse pronto a qualsiasi sacrificio per lavare l'onta di Amba Alagi e di Macall, Baratieri ne
aveva avuto ampie prove. In poche settimane, questo generale avvilito, che per mesi aveva chiesto
inutilmente rinforzi, fu raggiun-to a Massaua da vari piroscafi carichi di truppe fresche e di imponenti
quantitativi di materiali bellici, fra i quali un modernissimo fucile appena uscito dalle fabbriche: il miti-co
91 (che spara bene e non fa fumo come si user dire in seguito), un moschetto a sei colpi che doveva
sostituire il vecchio Wetterli a colpo singolo. Purtroppo quest'arma non fu distribuita in tempo per la
battaglia decisiva.

Per tutto il mese di febbraio del 1896 i due eserciti mano-vrarono a una trentina di chilometri l'uno
dall'altro senza affrontarsi. Baratieri per aveva fretta e pareva deciso a superare ogni indugio, sebbene
avesse sul campo soltanto 15.000 uomini e la gran parte dei rifornimenti sbarcati a Massaua fosse ancora
in viaggio, a dorso di mulo o di cam-mello, lungo le impervie piste abissine. D'altro canto, il tempo
avrebbe dovuto giocare a suo favore perch l'arma-ta di Menelik, oltre 100.000 uomini costretti a
rifocillarsi a spese delle misere popolazioni locali, non poteva rimanere a lungo inoperosa: un esercito
raccogliticcio, guidato da ca-pi spesso in lotta fra loro, se non combatte subito prima o poi si disgrega. A
spingere Baratieri ad affrettare le opera-zioni pare abbia contribuito, oltre al telegramma ultima-tivo di
Crispi, un'indiscrezione pervenutagli da Roma relativa alla sua prossima sostituzione con il generale
Baldissera. Comunque sia, il 28 febbraio, il comandante in ca-po convoc a rapporto i suoi ufficiali e, sia
pure fra molte incertezze, ordin una puntata offensiva in direzione del campo abissino che si trovava nei
pressi di Adua.

La sera del 29 febbraio (era un anno bisestile), sotto un cielo senza luna, il corpo di spedizione italiano
entr quindi in azione in bell'ordine. Baratieri aveva disposto le sue truppe in una formazione a tridente.
All'estrema sini-stra, c'era il generale Matteo Albertone con la brigata indi-gena, circa 4000 uomini
comandati da ufficiali italiani. Al-l'estrema destra procedeva il generale Vittorio Emanuele Dabormida,
con altri 4000 uomini suddivisi in tre reggi-menti nazionali e un battaglione di ascari. Al centro,
leg-germente arretrate e distanziate fra loro, si muovevano due altre brigate nazionali con rincalzi indigeni:
la prima, comandata dal generale Giuseppe Arimondi, composta di 3000 uomini, e l'altra, affidata al
generale Giuseppe Ellena, che ne contava 4500. Baratieri, come comandante in capo, viaggiava con le
due brigate centrali. Prima di af-frontare la marcia su quel terreno sconosciuto, aveva ordi-nato di
sacrificare la velocit del movimento al vantag-gio supremo di mantenere l'ordine e i collegamenti. Le
colonne infatti procedettero molto lentamente, ancor pi del previsto. Annoter in seguito lo stesso
Baratieri:

Nella notte illune, non si udiva che un lungo ammortito scalpi-tio accompagnato dal rumore delle armi;
nulla si vedeva essendo proibito il fumare, e le ombre delle colonne confondevansi con le ombre delle
alture e del terreno ondulato. Ci volle circa un'ora e mezza prima che le due brigate bianche compissero
lo sfilamento.

Malgrado la lentezza, i collegamenti entrarono comun-que in crisi fin dalle prime ore. Alle tre di notte,
Arimondi comunic che la sua avanguardia aveva dovuto interrom-pere la marcia per lasciar sfilare la
brigata di Albertone, da lui incrociata, forse per qualche errore di lettura (le car-te topografiche erano, a
dir poco, rudimentali), sulla sua stessa pista. Successivamente, oltre a essere in ritardo, Arimondi perse
anche i contatti con l'ala destra di Dabormida. Nel frattempo, gli ascari di Albertone, pi rapidi e
determinati, avevano raggiunto l'obiettivo prestabilito, il colle di Chidane Meret, ma non si erano fermati
ed erano avanzati per altri 8 chilometri giungendo in prossimit del campo abissino. Questo errore, se di
errore si tratta, avr conseguenze determinanti sull'esito della prossima battaglia. Ma fu un errore? In
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seguito Albertone si giustifi-cher affermando di essere stato ingannato da una falsa indicazione
topografica, ma non da escludere che si sia invece trattato di un errore volontario. Il generale era un
eroe coloniale che aveva sconfitto i dervisci, bench di-sponessero di forze soverchianti: abituato a
disprezzare il nemico, forse intravide l'opportunit di conquistarsi un successo personale cogliendolo di
sorpresa.

Manc poco infatti che la sorpresa riuscisse per davve-ro. Sfortunatamente, un ascari caduto prigioniero
inform gli abissini del pericolo imminente e Menelik, senza per-dere tempo, predispose le difese. Alle
prime luci dell'alba, le forze abissine si gettarono a valanga contro la nostra brigata indigena e i
combattimenti furono subito durissi-mi. Bench inferiori di numero, gli ascari si batterono da leoni
aprendo vasti vuoti con le mitragliatrici e contrattac-cando all'arma bianca, tanto che gli abissini si videro
co-stretti a retrocedere lasciando sul terreno centinaia di caduti, compresi molti dei loro capi pi
prestigiosi. Informa-to dell'esito infausto dell'assalto, Menelik stava per ordi-nare la ritirata quando entr
in scena sua moglie che ave-va voluto seguirlo sul campo di battaglia. La regina Tait, destinata a entrare
ben presto nell'immaginario collettivo degli italiani, era un personaggio molto influente a corte e
amatissima dai suoi sudditi. Odiava gli italiani e aveva fatto voto di portare una pesante pietra al collo fino
al giorno della loro sconfitta. Un cronista abissino racconter che, in quel drammatico frangente,
l'imperatrice, seguita dallo schiavo che la proteggeva con un ombrello e dallauizer Zaudit, dopo avere
aperto il velo che le copriva il viso, ferm i guerrieri esitanti e grid loro con tutte le sue forze: "Coraggio!
Cosa vi preso? La vittoria nostra!". I soldati, continua il cronista udendo queste parole non
ripiegarono pi perch l'uomo non sa fuggire quando la donna lo incoraggia.

L'intervento di Tait convinse il negus a lanciare nella battaglia la sua guardia imperiale forte di 25.000
uomini, i quali si avventarono con rinnovato ardore contro le posi-zioni tenute dagli ascari. Resistere
all'urto divent sempre pi difficile, anche perch cominciarono a mancare le mu-nizioni e, soprattutto, i
comandanti. Il regolamento impo-neva infatti ai nostri ufficiali di dare l'esempio restando bene in vista
davanti ai loro soldati, a cavallo e con la spa-da sguainata; in tal modo si offriva un comodo bersaglio ai
fucilieri nemici... Fu un'ecatombe: nel giro di poche ore, quasi tutti i nostri ufficiali caddero in
combattimento e gli ascari, privi di comandanti, si sbandarono dandosi alla fuga. Alle 11 del mattino la
brigata indigena non esi-steva pi e il generale Albertone era caduto prigioniero. Cos termin la prima
fase della battaglia di Adua.

Frattanto, da almeno due ore, aveva avuto inizio anche la seconda fase dello scontro. La colonna di
Dabormida, inviata in aiuto di Albertone, si incammin verso il colle di Chidane Meret dove si credeva
fosse attestata la brigata indigena. Ma, qui giunto, Dabormida non trov nessuno.

Allarmato e confuso, nonch privo di informazioni preci-se in quanto gli ordini venivano trasmessi
mediante il malsicuro telegrafo ottico (un congegno di specchi di cui, peraltro, Albertone era sprovvisto),
il sopraggiunto si mosse verso sud da dove provenivano gli echi di una bat-taglia. Poche ore di cammino,
poi, raccont Dabormida, come all'alzarsi di un sipario, gli abissini sorgono come demoni dalle alture,
irrompono da ogni parte, occupano le altezze e fulminano noi, sdraiati in quel vallone. Essi parecchie
decine di migliaia, noi forse tremila in colonna perch non potevamo, per mancanza di spazio, rimanere di
fronte.

Anche la brigata di Dabormida fu presto accerchiata e soverchiata. Alle 15, il generale ordin la ritirata e
da quel momento nessuno lo vide pi. Il movimento della sua co-lonna si rivel disastroso: gli armati di
ras Maconnen, di ras Mangasci e di ras Mikael, oltre alla cavalleria dei Wollo Galla, in tutto forse pi di
50.000 uomini, si rove-sciarono sulle nostre truppe e le travolsero come un fiume in piena. Il corpo di
Dabormida non fu neppure ritrovato, disperso fra le migliaia di cadaveri sparsi sul campo di battaglia.

Ora restavano intatte soltanto la brigata di Arimondi e quella di riserva del generale Ellena. Ormai
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consapevole che la battaglia era perduta, Baratieri pensava di ordinare la ritirata, ma nel suo comando
regnava la massima con-fusione. I reparti di bersaglieri e di cacciatori d'Africa resi-stevano eroicamente,
mentre masse confuse di fuggiaschi si muovevano in disordine attorno alle loro posizioni fal-cidiate
dall'artiglieria abissina e dagli attaccanti, che ap-profittavano dell'opportunit di confondersi con gli ascari
per infiltrarsi oltre le linee. Il ritmo degli avvenimenti si era fatto frenetico e incontrollabile. A sostenere
l'urto ne-mico rimase Arimondi, in aiuto del quale Baratieri aveva mandato all'ultimo momento anche il
Terzo indigeni di Galliano, gli epici difensori di Macall. Ma tutto era ormai inutile perch le sorti del
combattimento erano decise:

Galliano scomparve nella mischia, mentre Arimondi, feri-to a un ginocchio, con la spada sguainata in
mezzo a un mucchio di cadaveri, continu a vibrare fendenti finch gli abissini non lo sommersero (non
mai stato chiarito se fu ucciso o se si uccise). Poco dopo l'intera brigata fu an-nientata, mentre ci che
restava della colonna di Ellena, alla quale si era unito Baratieri, dopo essersi miracolosa-mente sottratta
all'annientamento totale, pot alfine porsi in salvo raggiungendo alle nove di sera la posizione forti-ficata
di Adi Cajeh. Cal cos la notte sul campo di batta-glia dove giacevano 4000 italiani, altrettanti ascari e
un numero infinitamente superiore di abissini.

La morte di Galliano, come quella di Toselli, era destina-ta a entrare nella leggenda della nostra prima
epopea colo-niale. E il fatto che non si sappia nulla di preciso sul luogo e le circostanze in cui fu ucciso,
ha contribuito a far sorgere attorno al valoroso ufficiale un romantico alone di mistero. Domenico
Quirico, che ha raccolto con dovizia di partico-lari la storia delle nostre truppe coloniali, fornisce le due
versioni pi credibili. Secondo quanto raccont il tenente Partni, che fu l'ultimo a vederlo vivo, Galliano,
gravemen-te ferito al volto da una fucilata, vedendo che il Terzo indi-geni era ormai condannato, ordin
ai suoi ufficiali: Signo-ri, si dispongano con la loro gente e vediamo di finir bene. Poi, mentre cercava di
tamponare la ferita alla mascella, fu sorpreso da una torma di nemici che lo riconobbero e lo trascinarono
nelle loro linee dove lo uccisero al termine di una barbara fantasia. Secondo un'altra versione, raccolta
dal cavalier Arnaldo Piga, ufficiale postale ad Asmara, Galliano, dopo la cattura, essendo stato
riconosciuto da al-cuni capi che lo avevano visto sfilare sulla sua mula bianca dopo la resa di Macall,
venne processato e accusato di avere violato la promessa di non combattere pi contro gli abissini. A tale
accusa, Galliano avrebbe risposto: In quel momento pensai che la mia persona non mi apparteneva, ma
era propriet del mio re a cui avevo giurato di dare il mio sangue. Condannato come spergiuro, l'eroico
ufficiale, con un ferro da cavallo in bocca legato a un briglia, sarebbe stato portato in giro nel mercato di
Adua fra i laz-zi della folla, quindi arso vivo e gettato nella fossa degli schiavi. Comunque siano andate le
cose, la versione pi credibile certamente quella che Galliano sia stato ricono-sciuto e ucciso per non
avere mantenuto la promessa di non combattere pi contro gli abissini. anche la versione che chi scrive
questo libro ha sempre ascoltato raccontare da suo nonno, il quale, al fianco di Galliano, aveva
combat-tuto sia a Macall che a Adua.

La notizia della disfatta di Adua giunse in Italia nella not-tata del 2 marzo e la retorica ebbe addirittura il
sopravvento sui clamori dell'opposizione. Persino il radicale Felice Ca-vallotti, noto per le sue
intemperanze antimonarchiche, si un al coro commosso del Parlamento mentre Benedetto Croce scrisse
che l'Italia patriotticamente dolorante chia-mava vendetta. A far da parafulmine alla monarchia fu
Francesco Crispi che dovette dimettersi da capo del gover-no per essere sostituito da un altro siciliano, il
marchese An-tonio Starabba di Rudin. L'opposizione socialista e demo-cratica, pur reclamando
l'abbandono della folle avventura africana, alla fine, si accontent della testa dell'ex garibaldi-no
repubblicano che aveva invano sognato di emulare il cancelliere di ferro Otto von Bismarck. Da parte
sua, la Chiesa di Roma, non ancora dimentica della breccia di Por-ta Pia, imped l'ingresso del tricolore
nelle basiliche dove si celebravano i riti in suffragio dei caduti.

Anche a corte la dbcle di Adua suscit delusione e sgomento. La regina Margherita, che era pi
africanista del marito, non nascose il suo disappunto nei confronti di Crispi e di Baratieri, da lei ritenuti
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responsabili della sfor-tunata campagna. Ma, a onor del vero, deve essere smen-tita la leggenda secondo
la quale la sovrana avrebbe inveito contro i soldati italiani e si sarebbe opposta al pa-gamento del riscatto
che Menelik pretendeva per liberare i circa 2000 prigionieri catturati dopo la battaglia. In realt,
Margherita si disse contraria perch riteneva umi-liante per l'Italia un simile scambio con il nemico, ma
in privato afferm di essere pronta a vendere i propri gioielli affinch i nostri poveri soldati lontani e
prigionieri non abbiano a pensare che noi li abbandoniamo. Invi infatti in Africa mezzo milione di lire
prelevato dalla sua casset-ta personale. Una parte di prigionieri pot cos rientrare in patria nel giro di
pochi mesi senza particolari clamori, mentre gli altri ci furono restituiti sotto una curiosa forma di regalia
che forse nascondeva una segreta operazione diplomatica. Un primo gruppo di prigionieri italiani era
stato infatti donato da Menelik a una figlia dello zar, la quale li aveva poi affidati all'amica Elena di
Montenegro, fidanzata del principe ereditario Vittorio Emanuele, che a sua volta li aveva riconsegnati al
loro legittimo proprie-tario. Gli ultimi 200 vennero infine liberati dallo stesso Menelik che li offr come
dono di nozze per il matrimonio fra Vittorio Emanuele ed Elena, celebrato con il solo rito civile il 24
ottobre 1896.

And invece molto peggio per i nostri poveri ascari fi-niti prigionieri. Prima di liberarli, la terribile regina
Tait ordin di tagliare loro la mano destra e il piede sinistro in modo che non fossero pi in grado di
combattere. Chi so-pravvisse alle orrende mutilazioni (molti furono anche ca-strati), rientr nel proprio
villaggio dove condusse una vi-ta di stenti, un poco attenuata dal modesto sussidio fatto elargire dal
nuovo governatore dell'Eritrea Antonio Baldissera. Per qualche tempo, a Roma si temette che anche i
prigionieri italiani potessero essere sottoposti a quella ter-ribile punizione, ma gi il 9 aprile il governo fu
tranquil-lizzato da questo telegramma di Baldissera: Amputati fi-nora tutti indigeni. Sonvi cristiani,
musulmani, abissini e non abissini, ma non italiani. Reduci soltanto evirati oltre venti, pressoch tutti
italiani.

Dopo la clamorosa sconfitta di Adua, per il generale Baratieri giunsero giorni molto tristi. L'ex
baldanzoso e av-ventato Napoleone d'Africa cerc dapprima di difendersi scaricando, come si usa
quasi sempre in questi casi, ogni responsabilit sui sottoposti, ma il meschino espe-diente non valse a
evitargli la corte marziale. Fu infatti processato dal tribunale militare di Asmara per omissio-ni,
negligenze e abbandono del comando in guerra. Il 14 giugno 1896, il pubblico ministero chiese per lui la
degra-dazione e dieci anni di fortezza, ma alla fine una assolu-zione pilotata per inesistenza di reato
permise al gene-rale sconfitto di scomparire dalla scena senza screditare del tutto il nostro esercito. Il
quale esercito, tuttavia, ne usc con le ossa rotte di fronte all'opinione pubblica mon-diale. Anzi si pu
dire che proprio in quei giorni, oltre al tramonto del sogno crispino di collocare la giovane Italia fra le
grandi potenze, nacque la leggenda diffusa ancora oggi degli italiani incapaci di combattere.

La stampa straniera, d'altra parte, non perse l'occasione di denigrare l'esercito italiano e nello stesso
modo si com-portarono importanti personaggi. Il Kaiser Guglielmo II, per esempio, si dimostr
sgradevolmente sorpreso dal fat-to che per la prima volta i bianchi erano fuggiti davanti ai neri, ma
ancor pi velenosi furono i francesi. Les italiens ne se battent pas sentenzi il principe Enrico d'Orlans
e la sua dichiarazione offensiva campeggi su tutti i giornali di Francia. L'insulto, peraltro inatteso in
quanto il principe era fratello di Elena d'Orlans, fresca sposa del duca d'Ao-sta Emanuele Filiberto, fu
anche causa di una vertenza ca-valieresca. Il primo a risentirsi fu il generale Albertone, so-pravvissuto di
Adua, il quale invi all'offensore un cartello di sfida che il principe respinse dichiarando che avrebbe
in-crociato la spada soltanto con un avversario di sangue rea-le. A questo punto accadde qualcosa di
strano. I giornali francesi annunciarono che un nuovo cartello di sfida era stato lanciato dal principe
ereditario Vittorio Emanuele, ma la notizia venne successivamente smentita, la qual cosa die-de luogo a
non pochi commenti ironici, poich era noto che il nostro futuro sovrano era alto appena un metro e
mezzo e non era dotato di particolari virt militari. Cos'era dunque accaduto? assai probabile che a
lanciare la sfida sia stato effettivamente Vittorio Emanuele (bench di piccola statu-ra, l'ardire e il senso
dell'onore non gli mancavano), susci-tando cos la preoccupazione dei suoi reali genitori, i quali, temendo
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per la vita del loro unico erede, avrebbero improv-visato questo astuto escamotage per risolvere
onorevol-mente la spinosa querelle. Poich il cartello era firmato semplicemente Vittorio Emanuele e cos
si chiamava anche il conte di Torino, fratello minore del duca d'Aosta, fu attri-buita a questi e non al
principe ereditario la paternit della sfida che il principe d'Orlans dovette giocoforza accettare.

Il duello si svolse all'alba del 15 agosto 1897 nei pressi di Versailles e si concluse dopo ventisei minuti e
cinque assalti. Il conte di Torino onor la sua fama di abile spa-daccino ed Enrico d'Orlans ebbe la
peggio restando se-riamente ferito all'addome e alla spalla destra. L'offesa al-l'esercito italiano era stata
dunque lavata con il sangue e in Italia tutti se ne rallegrarono. La regina Margherita si felicit con il nipote
vendicatore, re Umberto lo esalt per il suo coraggio e Giosue Carducci lo salut cam-pione
dell'esercito e vindice dell'onore italiano. Non si conoscono i commenti dell'altro Vittorio Emanuele.

Frattanto, il 26 ottobre 1896 il nuovo governo italiano presieduto da Di Rudin aveva firmato un trattato
di pace con l'imperatore Menelik. Il primo articolo stabiliva: Lo stato di guerra fra l'Italia e l'Etiopia
finito. In conseguenza vi sar pace e amicizia eterne fra S.M. il Re d'Italia e S.M. l'Imperatore d'Etiopia,
e fra i loro successori e sudditi. Il secondo articolo precisava: L'Italia riconosce l'indipen-denza
assoluta dell'Impero di Etiopia come stato sovrano.

Alla pace fece seguito una serie di accordi bilaterali che stabilivano la linea di confine fra l'impero
etiopico e la co-lonia Eritrea (che corre lungo una linea parallela alla co-sta del mar Rosso, sessanta
miglia all'interno), nonch la frontiera tra l'Etiopia e i territori somali affidati all'Italia che avrebbe dovuto
coincidere con una linea parallela al-la costa dell'oceano Indiano, centottanta miglia all'interno. In
realt, questa seconda linea non si tracci mai e, di conseguenza, non venne mai definita l'appartenenza di
una vastissima zona dell'Ogaden, completamente deserti-ca ma ricca di alcuni pozzi indispensabili per
abbeverare le greggi delle trib nomadi. Il pi importante di questi pozzi, quello di Ual Ual, in futuro
fornir a Mussolini ilcasus belli che andava cercando.

La sconfitta di Adua, comunque, non guar i nazionali-sti italiani affetti dal mal d'Africa, ma segn
soltanto una battuta d'arresto di non lunga durata. D'altra parte, tutti i paesi che si affacciavano sulla
sponda africana del Mediterraneo erano gi stati occupati da altre potenze eu-ropee con grande
frustrazione dell'Italia, giunta troppo tardi sul proscenio internazionale. Restava libera sol-tanto la Libia,
una scatola di sabbia disprezzata da tutti (solo molto pi tardi vi saranno scoperti i ricchi giacimen-ti di
petrolio), ma sufficiente ad appagare gli appetiti colo-niali italiani. Il movimento nazionalista, che aveva
ripreso forza, non si accontent dei pochi territori acquisiti nel Benadir lungo la costa dell'oceano Indiano
i quali, uniti agli altri possedimenti, avevano consentito di creare nel 1908 la colonia Somalia con capitale
Mogadiscio. Final-mente, sia pure con gravissimi contrasti interni fra sociali-sti e nazionalisti, il governo di
Giovanni Giolitti ritent nel 1911 una nuova avventura africana contro la Libia, che faceva parte
dell'ormai decrepito impero ottomano. Per conquistarla, l'Italia sostenne una lunga guerra che richie-se
l'impiego di 100.000 uomini. I turchi vennero tuttavia sconfitti con relativa facilit e, salutata al canto di
Tripoli bel suol d'amore..., la cosiddetta Quarta sponda di-vent un'altra colonia italiana. La prima
guerra mondiale, con le sue distruzioni e immense perdite umane, affo-gher per qualche anno le nostre
ambizioni espansionistiche, che per riemergeranno subito dopo che il fascismo, giunto al potere, torner
a rispolverare la vecchia e ormai sorpassata teoria dello spazio vitale e del diritto di con-quistare un
posto al sole.

III
HO VENDUTO IL NEGRO
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Dopo l'incredibile vittoria di Adua, Menelk approfitt dell'ascendente conquistato sul campo per
allargare e consolidare i confini del suo impero. Grazie a una serie di dure campagne militari, ridusse
all'obbedienza anche i ras pi riottosi e assoggett al potere centrale di Addis Abeba i vasti territori
dell'Ogaden, del Conso, del Burgi, del Gaffa, del Ghimir, dello Jambo. All'inizio del 1900 ri-manevano
indipendenti soltanto i sultanati di Aussa, del Bir, del Ter e del Gimma. I primi tre perdettero la loro
indipendenza nel 1909, l'ultimo soltanto nel 1936 dopo la conquista italiana dell'impero etiopico.

All'inizio del XX secolo, il grande Menelik inizi la sua parabola discendente almeno per quanto riguarda
l'effi-cienza fisica. Era infatti torturato da insopportabili dolori reumatici che lo inchiodavano a letto
rendendolo sempre pi intollerante e intrattabile. Al tempo stesso, cominci a crescere l'influenza
esercitata su di lui dalla moglie Tait, ormai avanti con gli anni (era nata, come il consorte, nel 1844), ma
sempre pi volitiva e tenace nei suoi propositi. Colei che, non a torto, veniva chiamata l'avvelenatrice,
poich alcuni dei suoi precedenti sette mariti e della nutri-ta schiera di amanti occasionali erano morti
misterio-samente, aveva una spina nel fianco: la sterilit. Se non riusc a dare a Menelik neanche un figlio,
in compenso di-vent maestra di intrighi amorosi quasi esclusivamente volti a un fine politico. Quando,
con il passare del tempo e l'aggravarsi dello stato di salute del negus, il problema della successione si fece
impellente, l'ambiziosa regina matur un suo progetto. Certa di sopravvivere al consor-te, contava di farsi
nominare reggente e quindi di favorire l'ascesa al trono di suo nipote Gugs Oli, quarto marito della figlia
prediletta di Menelik, la principessa Zaudit. Ma Menelik non la pensava allo stesso modo e Tait
do-vette rassegnarsi a condividere con lui la scelta del succes-sore al trono. La quale cadde sul piccolo
Ligg Jas, figlio dodicenne di ras Mikael, il capo dei Wollo Galla che aveva combattuto contro gli italiani
al fianco dell'imperatore. Ras Mikael era di famiglia musulmana, anche se si era successivamente
convertito al cristianesimo copto; di con-seguenza il futuro negus avrebbe potuto saldare meglio di ogni
altro le genti musulmane del Sud, recentemente acquisite, con gli antichi sudditi copti abitanti il Centro e il
Nord del paese.

I rari storici che si sono occupati delle vicende interne all'impero etiopico si trovano in disaccordo
riguardo a co-me si giunse a questa designazione. Del resto, le fonti scritte sono poche e molto dubbie. Si
racconta che nella primavera del 1909, quando le condizioni del negus peg-giorarono ulteriormente, Tait
decise di affrettare i tempi. Il 15 maggio fece sposare in gran fretta Ligg Jas con una nipote del negus
che di anni ne contava appena sette, poi, il 9 giugno, convoc tutti ras dell'impero nella sala del trono del
gheb imperiale. Qui, tra la commozione e l'in-quietudine dei presenti, venne condotto su una poltrona a
rotelle ci che restava del vecchio sovrano. Chi designi come tuo successore? gli chiese Tait
piegandosi su di lui. E poich il marito esitava; Chi, chi, allora? lo incalz avvicinando l'orecchio alla
sua bocca per meglio ascoltare la risposta. Dalle labbra del negus usc alla fine un flebile balbettio del
quale neppure i pi vicini riuscirono ad af-ferrare il significato, ma Tait lev le braccia al cielo e grid
esultante: Ha detto Ligg Jas!. Era fatta.

L'indomani i banditori diramarono per tutto l'impero il grande annuncio che iniziava con le maledizioni di
rito:

Ecco colui che mi succeder e sia maledetto chi gli sar disobbediente: gli nasca come figlio un cane
nero e tigno-so.... Dopo la designazione di Ligg Jas, Menelik non si riprese pi, tuttavia mor solo
quattro anni dopo, il 12 di-cembre 1913. Cos almeno fu dichiarato, anche se corse voce che in realt il
negus era morto verso la fine del 1909 e che per quattro anni ai visitatori fu mostrato il suo cada-vere
imbalsamato.

Ligg Jas divenne dunquenegus neghesti a sedici anni quando l'Europa era alla vigilia della prima guerra
mon-diale. Di questo nuovo negus stato detto tutto il male possibile, ma forse occorre fare la tara di tali
giudizi, te-nendo conto che, oltre i ras ambiziosi e delusi, furono so-prattutto gli inglesi e i francesi a
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orchestrare contro di lui una campagna diffamatoria. Costoro infatti erano preoc-cupati per la manifesta
simpatia del nuovo sovrano nei confronti dell'impero ottomano, allora alleato della Ger-mania guglielmina,
che da parte sua era interessata all'E-tiopia perch godeva di un'importante posizione strategi-ca.
Dominare il mar Rosso significava infatti proteggere le colonie germaniche in Africa e controllare le vie
marittime dell'Oriente attraverso cui, appena scoppiata la guerra, Francia e Gran Bretagna avrebbero
ricevuto dalle loro co-lonie gli indispensabili rifornimenti di uomini e di mezzi.

Ligg Jas comunque non era uno stinco di santo. Morta Tait, che lo proteggeva e lo teneva a freno, il
giovane ne-gus si rivel molto proclive ai divertimenti, alle gozzovi-glie. Oltre che per lo champagne,
aveva un debole per le ra-gazze bianche, che fece venire a decine dai caf-chantant di Berlino e di
Smirne, per cui era quasi sempre ubriaco e cir-condato di giovani bionde e compiacenti. Sotto il suo
regno il paese era precipitato nel caos e nella corruzione. Addis Abeba infestata dai rapinatori:
riferiva il ministro d'Ita-lia conte Colli arrivano persino ad assaltare le sedi diplo-matiche e i contadini
hanno paura di venire in citt cosic-ch i viveri scarseggiano. Quando non era ubriaco, il giovane negus
passava il tempo a caccia di leoni e di schiavi in Dancalia. Si abbandonava a crudelt inaudite persino per
un paese come l'Abissinia dove i ras avevano diritto di vita e di morte sui loro sudditi. In un solo
pomeriggio, per esempio, Ligg Jas fece massacrare i 2000 abitanti di un in-tero villaggio per una banale
questione di prestigio (una ragazza gli si era rifiutata). Ma il suo errore pi grave fu quello di convertirsi
ufficialmente alla religione islamica per sposare la giovane figlia di un ricco commerciante mu-sulmano
dell'Harar. Questa impopolare conversione se-gn la sua fine. Il malcontento alimentato dalla potente
Chiesa copta si trasform rapidamente in insurrezione ar-mata. Ligg Jas fu scomunicato, battuto sul
campo dai ri-belli e scalzato dal trono. Al suo posto, il 27 settembre 1916, l'abuna Matteo proclam
negesta nagast, imperatrice, la principessa Zaudit, figlia prediletta di Menelik, mentre il governatore
dell'Harar, il giovane ras Tafari, che era stato l'anima della rivolta, verme nominato enderassi, ossia
vica-rio imperiale ed erede al trono.

Ras Tafari, il cui nome significa colui che temuto, aveva ventiquattro anni, era figlio di ras Maconnen,
l'eroe di Adua, e cugino di sangue di Menelik. Dal padre aveva ereditato il coraggio, l'astuzia politica
nonch la spietatez-za, principale caratteristica dei notabilato abissino. Grati-ficato da una saggistica
faziosa portata a glorificare tutti coloro che hanno combattuto il fascismo, ras Tafari stato forse
esageratamente nobilitato divenendo nell'immagi-nario collettivo degli italiani il campione
dell'indipenden-za e della libert africana. In realt egli era, come tutti i suoi predecessori, un ras affarista,
sanguinario, crudele e schiavista. Feroce verso i suoi sudditi quanto e pi degli stessi colonialisti, infido
con gli alleati, silenzioso e medi-tativo, si differenziava da Ligg Jas solo perch non ama-va la crapula ed
era molto pi scaltro e istruito. Educato dai preti della Chiesa copta, con la quale manteneva rap-porti
eccellenti, parlava bene il francese ed era un attento cultore della Bibbia, dalla quale sapeva ricavare
citazioni e ammonimenti adatti a ogni situazione.

I diciotto anni che vanno dalla sua comparsa sulla sce-na politica al conflitto con l'Italia del 1935 vedono
il gio-vaneenderassi impegnato a consolidare l'impero etiopico attraverso un'opera da spietato
ragioniere del potere. Li-quid infatti pazientemente, a uno a uno, tutti i ras o gli alti personaggi che gli
erano d'ostacolo nella sua marcia verso il trono. Pi intelligente e interessato dei suoi prede-cessori agli
avvenimenti esterni e in particolare europei, nel 1923, grazie all'appoggio italiano (gli inglesi non
vole-vano capi di Stato di colore), riusc a far accogliere l'Etio-pia nella Societ delle Nazioni, costituita a
Ginevra nel 1919 dopo la fine della prima guerra mondiale, bench il suo paese, essendo ancora uno
stato feudale e schiavista, avrebbe dovuto esserne escluso. Nel 1928 firm con l'Ita-lia un trattato
ventennale di amicizia e di commercio e nel contempo, con l'aiuto di ufficiali europei rimasti disoccu-pati
dopo la fine del conflitto mondiale, provvide a getta-re le basi di un esercito regolare e moderno. La sua
azione, limitata in un primo tempo dalla presenza dell'imperatri-ce Zaudit, non ebbe pi ostacoli quando
nel 1930, morta l'ingombrante negesta nagast e soffocata nel sangue l'ulti-ma insurrezione tentata da ras
Gugs, uno dei tanti ex mariti di Zaudit, ras Tafari divent il nuovonegus neghesti assumendo il nome di
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Hail Selassi che significa la potenza della Trinit.

Alla festa per la sua incoronazione parteciparono i rap-presentanti di tutti i governi europei. Per l'Italia
c'era il principe di Udine, i tedeschi mandarono il barone von Waldthausen con un dono di 800 bottiglie
di vino del Reno e la fotografia autografata del maresciallo von Hinden-burg. La delegazione pi
numerosa risult essere quella inglese, composta dai governatori di tutte le colonie africa-ne di Sua
Maest britannica. Gli ospiti, giunti in treno da Gibuti, erano accolti dalla guardia imperiale (scalza, ma
bene addestrata) comandata da ufficiali belgi e svedesi. Per l'occasione, la strada che collegava la
stazione al palazzo reale fu frettolosamente asfaltata e le 20.000 prostitute della capitale ricevettero
l'ordine di addobbarsi adeguata-mente. I festeggiamenti si protrassero per dieci giorni e il gestore greco
dell'unico locale notturno dovette fare la spola con Gibuti per rifornirsi di champagne.

Vi erano due scopi principali dietro l'ospitalit e la co-reografia dell'incoronazione scrisse in


quell'occasione il corrispondente del Times. Primo, il negus desiderava impressionare i suoi
compatrioti e in particolare i ras fa-cendo vedere che era accettato dalle famiglie reali d'Euro-pa: e in
questo certamente riusc. Secondo, desiderava im-pressionare gli ospiti europei dimostrando che l'Etiopia
era un paese civile e moderno: ma in questo riusc soltan-to in parte.

Deciso a modernizzare il suo impero gi precedente-mente all'ascesa al trono, nel 1924 Tafari aveva
voluto compiere una visita in Europa, nella quale nessun ras abissino prima di allora aveva mai messo
piede. Salp da Gibuti con la moglie Menen e un seguito composto di 30 servitori, 6 leoni e 4 zebre. Per
precauzione, port con s anche i ras pi autorevoli e meno affidabili, onde non tro-vare sorprese al
ritorno. Dopo avere compiuto brevi visite a Gerusalemme, Il Cairo, Marsiglia, Londra e Parigi, dove gli
eterogenei ospiti erano stati ricevuti con una piuttosto scortese sufficienza, la folcloristica delegazione
soggiorn a lungo a Roma, la citt che gli abissini sentivano per ov-vie ragioni pi vicina. Qui Tafari fu
ricevuto in udienza privata dal papa e successivamente da re Vittorio Emanuele III. Mussolini, gi capo
del governo da due anni, ma non ancora dittatore, non trov il tempo per riceverlo per-ch in tutt'altre
faccende affaccendato. Proprio in quei giorni era misteriosamente scomparso il capo dell'opposi-zione
Giacomo Matteotti, ma ancora non ne era stato tro-vato il cadavere. A Roma si vivevano quindi giorni
con-vulsi e Mussolini veniva apertamente accusato di essere responsabile della scomparsa del leader
socialista. L'arri-vo degli ospiti abissini sugger al settimanale satirico Becco Giallo una divertente
vignetta in cui si vedeva ras Tafari, appollaiato come un merlo sulla spalla del mini-stro dell'Interno Emilio
De Bono, che gli chiedeva con aria complice: A me potete anche dire la verit: ve lo siete mangiato.

Quel viaggio si rivel utile e istruttivo per i visitatori abissini: i ras capirono finalmente cos'era questa
Europa che premeva sui loro confini. Con infinito stupore ammi-rarono i treni veloci, le corazzate irte di
cannoni, i gratta-cieli e le grandi fabbriche operose. Ma ci che colp mag-giormente i vecchi capi furono
alcune cose banali, come le gambe artificiali esposte nei negozi degli ortopedici (ne fecero, chiss perch,
grande incetta), i forni moderni per la cottura del pane, i grandi porti e i piccoli rimorchiatori che
trainavano enormi navi. Ras Hail ne compr addirit-tura uno per 600.000 franchi e poi se lo fece
portare via mare a Gibuti; da l organizz una carovana con 800 cam-melli e 2000 uomini per trascinarlo
attraverso l'Abissinia fino al lago Tana, dove intendeva farlo navigare per suo sollazzo. Ma, per ragioni
sconosciute, a mezza strada cambi idea e il rimorchiatore rimase ad arrugginire fra le palme suscitando
la meraviglia e la curiosit dei pastori che non avevano mai visto il mare.

Mentre i dignitari del suo seguito si divertivano nei lo-cali notturni concedendosi spese assurde, il
giovane Tafari si dedic a osservare in silenzio la civilt moderna a lui sconosciuta. E probabilmente si
rese conto che il suo pae-se poteva rimanere indipendente solo se riusciva a inse-rirsi in quel mondo
sfruttando gli equilibri e le gelosie delle grandi potenze. Cap anche che la porta d'ingresso stava a
Ginevra dove aveva sede la Lega (cos era chiama-ta comunemente la Societ delle Nazioni ) e dove era
riu-scito fortunosamente a ottenere un seggio. E infatti egli fu sempre un fervente e convinto leghista.
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Questa Societ, destinata a sciogliersi rovinosamente alla vigilia della seconda guerra mondiale per
risorgere nel dopoguerra con un nome diverso (GNU) ma un identi-co destino, era a quell'epoca nel
pieno del suo fulgore.

Dominata da Francia e Inghilterra, che erano le vincitrici della prima guerra mondiale e, soprattutto, le
due mag-giori potenze del mondo, la Lega raccoglieva una cin-quantina di nazioni evolute (salvo gli
Stati Uniti che avevano preferito restarne fuori), accomunate, come sem-pre accade dopo i grandi
conflitti, da tanti buoni propositi e dall'ipocritaconvinzione che mai pi l'umanit avrebbe fatto ricorso
alla follia della guerra. L'apparte-nenza alla Lega imponeva agli aderenti una serie di obblighi morali
piuttosto vaghi, come il mantenimento della pace, il divieto peraltro non assoluto, del ricorso alla guerra,
nonch l'impegno a cercare una risoluzione pacifi-ca delle controversie internazionali. Se da un lato
condan-nava lo schiavismo, dall'altro approvava il colonialismo, considero un utile mezzo per
l'emancipazione dei popoli inferiori.

lnfervorato da tali principi, il futuro negus al suo rientro in patria fece costruire scuole, ospedali, strade,
linee telegrafiche e favor l'importazione di beni di consumo, in particolare delle scarpe. Pochi mesi dopo
la sua ascesa al trono, promulga la prima costituzione scritta della storia etiopica.

Era questo, dichiar il negus in quell'occasione, il primo

segno della trasformazione dell'Etiopia in una monarchia non assoluta, anche se, in realt, il potere
restava interamente nelle due mani. Rimaneva la macchia dello schiavismo condannato dalla Lega, ma
l'astuto sovrano la lav con un bluff. Consapevole dell'impossibilit di abolire la schiavit, sulla quale si
basava il sistema economico del paese, fece pubblicare un editto che puniva con la morte il commercio
degli schiavi, pur sapendo che nessuno dei suoi sudditi avrebbe obbedito. Cos infatti accadde.

Hail Selassi non sapeva naturalmente che il destino dell'Etiopia era da tempo segnato. Ignorava, come
del resto ignorava l'intera opinione pubblica, che nelle trattative condotte a Londra nel 1914, per indurre
l'Italia ad abbandonare la Triplice Alleanza che la legava ad Au-stria e Germania, per scendere in guerra
contro queste due potenze, inglesi e francesi avevano promesso agli ita-liani equi compensi coloniali.
Ma ecco cosa stabiliva esattamente l'articolo pi scottante di questo patto segre-to che, nel 1935, fornir
a Mussolini la giustificazione per avventurarsi nell'impresa etiopica:

Nel caso che la Francia e l'Inghilterra aumentino i loro domini coloniali in Africa a spese della Germania,
queste due potenze rico-noscono in linea di principio che l'Italia potr reclamare compensi equivalenti,
specialmente nel regolamento a suo favore delle que-stioni concernenti le frontiere delle colonie italiane
dell'Eritrea, del-la Somalia e delle vicine colonie della Francia e dell'Inghilterra.

Senonch, conclusa vittoriosamente la guerra, Inghil-terra e Francia si divisero fra loro le colonie
germaniche dell'Africa e inoltre, sotto forma di protettorato, si fecero assegnare da una Lega fin troppo
generosa i resti del dis-solto impero ottomano (la Siria and alla Francia, la Pale-stina e l'Iraq alla Gran
Bretagna, ecc.), ma non mantenne-ro la loro promessa con l'Italia. La quale, anche per colpa dei suoi
poco risoluti governanti, non raccolse che poche briciole al banchetto della pace. Questo contenzioso
in-soluto, che favorir la propaganda nazionalista del nostro primo dopoguerra, riassunta nello slogan
dannunziano della vittoria mutilata, non fu dimenticato da Mussolini il quale, certamente pi determinato
dei nostri timidi mi-nistri liberali, appena conquistato il potere, reclam con vigore gli equi compensi cui
l'Italia aveva sacrosanto diritto. E, per la verit, venne in parte accontentato. Nel 1925, infatti, il dittatore
italiano tratt segretamente la questione con Sir Ronald Graham, rappresentante del mi-nistro degli Esteri
britannico Austen Chamberlain e, come ricorda Franco Bandini nella sua storia delle guerre colo-niali
italiane, i due personaggi avevano raggiunto un ac-cordo che stabiliva, tra l'altro, quanto segue: la Gran
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Bre-tagna avrebbe avuto l'appoggio dell'Italia per la richiesta all'Etiopia di poter costruire una diga di
sbarramento nel lago Tana e una strada che dal Sudan doveva condurre al suddetto sbarramento. Per
contro, l'Italia avrebbe avuto l'appoggio inglese per ottenere dall'Etiopia il permesso di costruire una
ferrovia congiungente l'Eritrea con la Soma-lia. Con una nota aggiuntiva, la Gran Bretagna riconosce-va
l'esclusivit dell'influenza italiana in tutto l'Ovest etiopi-co, nonch il diritto italiano di estendere e
sviluppare in tutto il territorio la sua penetrazione economica.

Naturalmente era impensabile che l'Etiopia accettasse questo trattato con tutte le sue prevedibili
conseguenze po-litiche, ma poich ci nota la disinvoltura con cui le poten-ze europee si spartivano fra
loro i territori coloniali, si pu facilmente presumere che siglando questo accordo sia Mussolini sia il
Foreign Office dessero per scontato che in un futuro pi o meno lontano si sarebbero divisi i resti
del-l'ultimo stato indipendente africano. Probabilmente il trat-tato italo-abissino di ventennale amicizia
firmato nel 1928 era nato proprio per ottenere dall'Etiopia alcune pro-gressive concessioni, in modo da
giungere all'esclusivit dell'influenza, ossia al protettorato. Ma il negus, che eviden-temente aveva
mangiato la foglia, si guard bene dal con-cedere all'Italia permessi esecutivi e, secondo un vecchio
costume etiopico, dilazion nel tempo, con i pretesti pi vari, il rispetto dei suoi impegni. Il
comportamento ambi-guo del sovrano etiopico, la sua evidente voglia di irrobu-stire il proprio esercito
con l'ausilio di isttuttori stranieri, nonch i suoi acquisti onerosi di materiale bellico in Fran-cia e in
Svizzera, non mancarono alla lunga di insospettire gli italiani. Le paure nutrite sin dopo Adua (peraltro
non del tutto ingiustificate in quanto il negus, che non aveva capito niente dei mutamenti italiani, ancora si
illudeva di poterci battere) tornarono quindi a riemergere. Di certo non sarebbero serviti gli appena 2000
soldati nazionali di guarnigione in Eritrea e in Somalia per rintuzzare qualche eventuale colpo di testa
abissino e, di conseguenza, ogni movimento di armati ai nostri confini coloniali veniva se-guito con
preoccupazione. Fu cos che nella mente di Mus-solini cominci ben presto a insinuarsi l'idea, ventilata
quarant'anni prima da Crispi, che forse era opportuno risolvere la questione etiopica una volta per tutte.
Ma sareb-bero passati ancora chiss quanti anni, se nel 1934 non fos-se stato ucciso a Vienna il
cancelliere austriaco Engelbert Dollfuss, amico personale del Duce.

Mussolini maturava da tempo l'idea di allargare i confi-ni delle nostre modeste colonie. Non aveva infatti
mai fatto mistero della vocazione africana dell'Italia fascista. Gi nel 1926, durante una sua visita
ufficiale in Libia, aveva colto lo spunto per evocare l'impero romano e il destino che spinge l'Italia verso
queste terre. Si trattava tuttavia delle solite rivendicazioni propagandistiche destinate pi all'uso interno
che esterno. In politica estera il Duce non aveva ancora programmi precisi, ma era sollecitato da una
serie di motivazioni, la principale delle quali era il presti-gio. Voleva soprattutto affermare il principio di
un'Italia uguale alle altre potenze europee ma, per il momento, si li-mitava a calcare il tasto sul tema
dell'iniquo trattato di Versailles, della vittoria mutilata e della volont di ri-vendicare i compensi
coloniali promessi dagli alleati al-l'Italia con il patto di Londra.

Reclamare colonie, d'altronde, rientrava a quell'epoca nella piena normalit e Mussolini riteneva che una
loro ri-distribuzione pi equa avrebbe consentito all'Italia di vei-colare nei nuovi possedimenti africani le
nostre correnti migratorie che ancora si indirizzavano verso altri paesi europei o nel continente americano.
Ci sono attorno al-l'Italia dichiar infatti in un suo celebre discorso paesi che hanno una popolazione
inferiore alla nostra ed un ter-ritorio doppio del nostro. Ed allora si comprende come il problema della
espansione italiana nel mondo sia un pro-blema di vita o di morte per la razza italiana. Dico espan-sione:
espansione in ogni senso, morale, politico, econo-mico, demografico.

Ma per il momento la situazione internazionale impe-diva qualsiasi iniziativa italiana. Nell'Africa


mediterranea ogni espansionismo era impossibile. La Libia era infatti bloccata a est dai possedimenti
francesi della Tunisia e a ovest dall'Egitto protetto dall'Inghilterra. Restava di-sponibile soltanto
l'Abissinia, sulla quale l'Italia vantava diritti di vecchia data e che, stretta com'era fra le nostre colonie di
Eritrea e di Somalia, poteva essere considerata la preda pi facile da catturare. Ma ora, dopo che
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l'Etiopia era entrata a far parte della Societ delle Nazioni, non era pi a portata di mano. Un attacco
contro di essa avrebbe infatti isolato il nostro paese e forse provocato un inter-vento di Francia e
Inghilterra che, oltre a essere le potenze egemoni della Societ delle Nazioni, in forza del trattato del
1906, erano anche le garanti dell'indipendenza dei paesi associati.

Per Mussolini si trattava dunque di attendere l'occasio-ne che gli avrebbe consentito di ottenere
l'assenso france-se e britannico per portare a compimento il suo progetto imperiale. Tale occasione, per
una serie di eventi concate-nati allora imprevedibili, si present alfine nel 1934. L'an-no prima Adolf
Hitler aveva conquistato il potere in Ger-mania e la situazione europea era rapidamente mutata. Gli
equilibri faticosamente raggiunti dopo la pace di Versailles furono subito rimessi in discussione perch il
Fhrer, che aveva basato tutta la sua campagna elettorale sul-la sottintesa promessa di una rivincita
germanica per la guerra perduta, non tard a mostrare la sua determinazio-ne. Il 23 marzo si fece affidare
i pieni poteri dal Reichstag e il 14 ottobre, con un gesto clamoroso, annunci che la Germania si ritirava
dalla Societ delle Nazioni in segno di protesta per il fatto che le convenzioni internazionali le negavano la
parit con le altre potenze europee in fatto di armamenti. Fu un gesto molto grave, ma il popolo tede-sco,
ormai galvanizzato dall'oratoria trascinante del neo-dittatore, lo approv con un plebiscito, svoltosi il 12
no-vembre 1933, che raccolse il 95 per cento dei voti. Persino a Dachau, gi in funzione come campo di
concentramen-to, su 2242 prigionieri 2154 approvarono la sua decisione.

Mentre l'Europa, e in particolare la Francia che negli ultimi sessant'anni era stata per due volte invasa
dall'eser-cito tedesco, assisteva con ansia alla rinascita militare ger-manica, Hitler non perse tempo per
avviare un programma di riarmo generale in aperta violazione di quanto stabiliva il trattato di Versailles.
Anche Mussolini fu colto di sorpresa dall'irruzione delle camicie brune naziste sulla scena eu-ropea e,
per la verit, non se ne rallegr affatto. Bench avesse ufficialmente salutato l'evento con soddisfazione
(Un altro grande paese europeo si ribella con milioni di voti al crollante mito della democrazia!), in
privato non nascose i suoi dubbi e i suoi timori. Hitler non gli piaceva, riteneva quell'uomo, sono parole
sue, un meccanico incer-to nell'uso dei suoi strumenti e un tipo un po' risibile ed un po' invasato. Fra
i due esisteva infatti un amore a senso unico: Hitler nutriva per il Duce un'ammirazione sconfina-ta, lo
considerava il suo maestro e, appena eletto, aveva espresso la volont di rendergli omaggio per
proseguire con tutte le mie forze quella politica di amicizia verso l'Ita-lia che ho finora costantemente
caldeggiata. Mussolini invece nicchiava e dilazionava per quanto possibile quel-l'incontro invocato dal
Fhrer con affermazioni persino toccanti (Quello sar il pi bel giorno della mia vita). Ol-tre che per
l'antipatia personale, Mussolini rinviava l'invito anche perch impegnato nelle trattative per stringere un
patto a quattro di sua ideazione, con il quale sperava di razionalizzare la situazione europea costituendo
una sorta di direttorio che doveva comprendere l'Italia, la Francia, l'Inghilterra e la Germania. Ma il
principale motivo che lo induceva a mantenere una certa distanza da Hitler era la questione austriaca.

L'ex Austria asburgica, ridotta ai minimi termini dopo la fine della prima guerra mondiale, rientrava infatti
nelle mire pangermanistiche del Fhrer, il quale considerava l'Anschluss, ossia l'annessione, l'esigenza
primaria per la costituzione del Terzo Reich. Mussolini, che non ignorava il progetto hitleriano, era
ovviamente di parere contrario. Preoccupato di ritrovarsi con i tedeschi al Brennero, il 17 febbraio 1934
si era fatto promotore di una dichiarazione tripartita, con Francia e Inghilterra, nella quale le tre poten-ze
si facevano garanti delle storiche e inalienabili funzioni di un'Austria indipendente. Poi, per consolidare
ancor pi l'amicizia italo-austriaca, il dittatore italiano invit pi volte a Roma il cancelliere austriaco
Engelbert Dollfuss, cui riconferm la sua volont di proteggere l'indipendenza dell'Austria dalle mire
egemoniche germaniche.

Anche Dollfuss, pur essendo di estrazione cattolica, era un ammiratore del Duce e, a differenza di Hitler,
ne con-quist subito l'umana simpatia. Malgrado la sua minu-scola statura dir d lui Mussolini
(Dollfuss misurava meno di un metro e mezzo) un uomo di ingegno dotato di volont". Capo di un
partito cattolico conservatore, il cancelliere austriaco si stava incamminando verso un re-gime autoritario
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pi per forza delle circostanze che per suo volere. Si trovava infatti in una posizione precaria: combattuto
a sinistra da socialisti e comunisti, era inoltre insidiato a destra dal nascente partito nazista austriaco che,
grazie agli appoggi sotterranei della vicina Germa-nia, progettava di conquistare il potere anche con la
vio-lenza per realizzare il progetto hitleriano dell'Anschluss. Perci, stretto fra due dittatori come il
classico vaso di coccio, Dollfuss era stato alfine indotto a scegliere la pro-tezione di quello italiano che,
se non altro, era interessato a mantenere integra l'indipendenza austriaca.

La spontanea corrente di simpatia sorta fra Mussolini e il piccolo cancelliere coinvolse in seguito anche le
rispettive famiglie. Nell'estate del 1934, la graziosa Alwine Dollfuss fu ospite di Rachele Mussolini a
Riccione e i figli dell'una giocarono sulla sabbia con quelli pi giovani dell'altra. Nel frattempo, seguendo i
consigli di Mussolini, Dollfuss aveva promulgato una nuova costituzione che, pur con-servando qualche
riverbero cattolico, istituiva uno Stato autoritario di tipo fascista con assemblee esclusivamente consultive.
In pratica, una dittatura. Tale mossa non aveva mancato di esasperare Hitler il quale certamente non era
contrario alla fascistizzazione dell'Austria, ma la voleva sot-to il segno dell'unit tedesca,

I rapporti italo-germanici erano dunque tutt'altro che idilliaci quando il 14 giugno 1934 ebbe luogo
l'incontro con il Duce tanto agognato dal Fhrer. L'incontro si svolse a Ve-nezia e fu apparentemente
cordiale. In realt non mancaro-no le frizioni. Nel momento in cui Adolf Hitler si affacci dal portello
dell'aereo. Mussolini sussurr a Ciano: Non mi piace e quella frase, udita da un giornalista francese,
fe-ce subito il giro del mondo. Anche l'abbigliamento dei due uomini contribu a sottolineare i contrasti
esistenti tra loro. Mussolini accolse l'ospite in smagliante uniforme di capo-rale d'onore della Milizia,
mentre l'altro indossava un im-permeabile cachi stretto alla vita e un cappelluccio di feltro marrone che gli
copriva il famoso ciuffo. Era pallido, inti-midito, e il confronto con lo schieramento dei gerarchi fa-scisti lo
innervos ulteriormente. Perch non mi avete det-to che dovevo vestire l'uniforme? sibil stizzito ai suoi
accompagnatori. Imbarazzante per Hitler fu anche l'atteg-giamento del Duce, il quale, dopo i saluti di rito,
lo accom-pagn verso l'uscita dell'aeroporto mettendogli con protet-tiva familiarit una mano sulla spalla.
Tale comportamento non sfugg ai giornalisti stranieri, che non mancarono di sottolinearlo. Adolf davanti
a Cesare titol ironicamente un quotidiano francese.

Con queste premesse si giunse all'incontro diretto fra i due che quasi si trasform in uno scontro. I
giornali italia-ni, imbavagliati dalla censura, neppure ne accennarono, ma la stampa straniera rifer di pugni
battuti sul tavolo e di scoppi di voci alterate dove spiccava la parola sterreich, Austria. Non sappiamo
con esattezza cosa si dissero i due dittatori nel loro colloquio privato svoltosi nella vil-la Pisani di Stra, in
quanto Mussolini, che si piccava di co-noscere il tedesco, non volle interpreti e di conseguenza il
tte--tte non ebbe testimoni. Certamente parl molto di pi il Fhrer perch il Duce si lamenter in
seguito della sua logorrea torrentizia. Praticamente mi ha recitato tutto il Mein Kampf, un mattone di
libro che non sono mai riuscito a leggere confider pi tardi al genero Galeazzo Ciano. Ma sicuro che
discussero a lungo dell'Austria, senza tuttavia giungere a un accordo sul suo destino.

Quale fosse il temperamento di quell'ometto un po' imbranato che aveva accolto con sufficienza a
Venezia, Mus-solini ebbe modo di scoprirlo appena due settimane dopo. Il 30 giugno, infatti, nella
famosaNotte dei lunghi coltelli Hitler fece infatti sterminare dalle SS le SA del suo rivale Ernst Rohm
insieme ad altri oppositori: in tutto un mi-gliaio di persone. La notizia turb profondamente il Duce:
Quell'uomo spiritato e feroce scrisse alla sorella Edvige ha fatto ammazzare come cani i camerati che
lo avevano aiutato a conquistare il potere. Sarebbe come se io facessi uccidere Dino Grandi, Italo Balbo,
Giuseppe Bottai.... E ancora non si era seccato quel sangue che altro ne corse in circostanze ben pi
drammatiche. Il 25 luglio, elementi nazisti austriaci, con false divise dell'esercito, assaltarono fa
Cancelleria federale di Vienna per poi irrompere, dopo avere ucciso le guardie, nello studio di Dollfuss. Il
cancel-liere, colpito da molti proiettili, morir dissanguato poche ore dopo mormorando: Volevo
soltanto la pace. Dio li perdoni e raccomandando a coloro che l'avevano soccor-so di pregare il suo
amico Mussolini di prendersi cura di sua moglie e dei suoi figli. La notizia di questo brutale as-sassinio
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raggiunse il Duce nella sua villa di Riccione dove, da due settimane, ospitava i familiari del cancelliere
as-sassinato. Toccher a lui l'amaro compito di informare Alwine Dollfuss e i suoi due bambini del tragico
evento.

Mussolini era poco incline alla vera amicizia, ma per il piccolo cancelliere provava effettivamente una
personale simpatia. La sua morte lo addolor profondamente e, spinto da tale sentimento, ma certamente
anche dalla con-vinzione che Francia e Inghilterra si sarebbero schierate al suo fianco, senza consultare
nessuno e senza perdere un'ora di tempo ordin alle quattro divisioni di stanza nel Veneto di marciare
verso il Brennero per manifestare chiaramente la sua decisione a difendere anche con le armi la libert e
l'indipendenza dell'Austria. Questo gesto risolu-to e inatteso intimor Hitler e frustr tutti i suoi progetti
annessionistici. Egli, che forse si attendeva le solite prote-ste formali attraverso la via diplomatica, non
os infarti reagire a un simile atto di forza. I golpisti austriaci furono in parte arrestati e gli altri si
rifugiarono in Germania, mentre i volontari nazisti, gi pronti a superare il confi-ne austro-bavarese
vennero prudentemente smobilitati.

L'opinione pubblica europea approv entusiasticamen-te il gesto compiuto dal protettore dell'Austria,
come venne subito definito Mussolini, e anche i governi di Francia e Inghilterra espressero pieno
appoggio all'inizia-tiva italiana. Ma non accadde nulla di irreparabile. Chi te-meva che la situazione
degenerasse fu smentito dai fatti. Berlino incass l'amaro boccone rinviando l'attuazione dell'Anschluss a
tempi migliori, Londra fece sapere che non prevedeva impegni nuovi e Parigi si guard bene
dall'intervenire direttamente nella questione. Da parte sua, Mussolini, che forse si era atteso un sostegno
pi con-creto per moltiplicare la forza persuasiva della sua azione, si accontent del successo ottenuto e
ne approfitt per ri-chiamare le divisioni dal Brennero. Poteva infatti ritenersi soddisfatto: aveva fatto
fallire il putsch nazista, a Vienna era tornata la normalit e lui aveva acquistato un presti-gio personale di
cui, d'ora in poi, le altre potenze avrebbe-ro dovuto tener conto. Era l'unico capo di Stato europeo a
essere riuscito a bloccare e a intimidire la rinascente po-tenza tedesca. Dopo di lui, fino al 1939, nessun
altro avrebbe pi osato imitarlo.

In Italia, l'iniziativa del Duce fu accompagnata da una vigorosa campagna antitedesca fino a quel
momento im-pensabile. I giornali umoristici si sbizzarrirono in piena li-bert contro i poco virili bellinazi
raffigurati nelle vi-gnette come sculettanti biondini e giunsero persino a ironizzare sulla presunta
omosessualit del Fhrer. Dal canto suo, la stampa italiana pi autorevole sottoline soprattutto le
differenze tra fascismo e nazismo, mettendo in rilievo le pi odiose caratteristiche di quest'ultimo qua-li il
razzismo e l'antisemitismo. Lo stesso Mussolini, che contribu all'offensiva giornalistica pubblicando
corsivi anonimi sul Popolo d'Italia, in un suo famoso discorso pronunciato a Taranto ricord agli italiani
che trenta secoli di storia ci permettono di guardare con sovrana piet talune dottrine d'oltr'Alpe,
sostenute dalla progenie di gente che ignorava la scrittura con la quale tramandare i documenti della
pro-pria vita, nel tempo in cui Roma aveva Cesare, Virgilio e Augusto.

Fu quello il momento peggiore nei rapporti fra i due dittatori, che si sarebbero riconciliati pi tardi, grazie
alla tenacia e all'astuzia di Hitler, il quale riuscir alfine a con-quistarsi, se non proprio l'amicizia, almeno la
disponibi-lit del suo maestro. Ma grazie anche alla cecit delle potenze democratiche che spingeranno
fra le braccia del Fhrer un Mussolini recalcitrante.

Come si detto, il Duce maturava da tempo l'idea di conquistare l'Etiopia, ma furono gli avvenimenti
austriaci a dargli l'impulso risolutivo. Certamente influirono anche altri motivi, tuttavia non risponde al vero
quanto stato affermato da molti storici, secondo i quali egli avrebbe af-frontato l'avventura etiopica per
rilanciare propagandisti-camente il regime, risolvere i problemi occupazionali e placare il crescente
malcontento popolare aggravato dalle conseguenze della famosa crisi del 1929. In realt, quando
Mussolini cominci a prendere in seria considerazione questa iniziativa bellica, la crisi economica
mondiale era in fase avanzata di superamento, il regime appariva pi saldo che mai e godeva del suo
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momento di maggiore consenso a livello di massa. Anzi si pu aggiungere che, semmai, la prospettiva di
una guerra avrebbe potuto in-crinare tale vasto consenso.

Da buon pragmatico, il Duce colse semplicemente il momento propizio che la situazione internazionale gli
offriva. Egli non ignorava che per realizzare il suo disegno imperiale era indispensabile ottenere via libera
dalla Francia e dall'Inghilterra, ma riteneva che tale assenso non gli sarebbe stato negato dopo che, con il
suo gesto ri-soluto, aveva dimostrato a Londra e Parigi quanto fosse indispensabile l'Italia per arginare la
crescente minaccia germanica.

Mentre Mussolini cercava un pretesto per riportare sui tavoli della diplomazia la questione etiopica, il 5
dicembre 1934, il famoso incidente di Ual Ual che gli fornir ilca-sus belli , cadde cos a proposito che
molti si ostinano anco-ra oggi a sostenere che fu organizzato dai nostri servizi segreti. In realt non esiste
un solo documento in grado di confermarlo. Anzi pare accertato che si tratt di un colpo di mano tentato
dagli abissini. Ma esponiamo i fatti.

Ual Ual era una localit ricca di pozzi situata nella de-sertica terra di nessuno al confine fra la Somalia
e l'Abissinia. Centro prezioso come abbeveratoio per le man-drie delle trib nomadi, era di appartenenza
incerta, ma fin dal 1925 era stato occupato dagli italiani che vi aveva-no costruito a difesa un fortino
presidiato da alcune deci-ne di dubat (gli ascari somali, chiamati cos per via del lo-ro caratteristico
turbante bianco), affidati al comando del capitano Roberto Cimmaruta. Verso la fine di novembre del
1934, un migliaio di armati abissini guidati dalfitaurari Sciferra, governatore dell'Ogaden, giunsero a Ual
Ual in servizio di scorta a una commissione anglo-etiopica in-caricata della delimitazione dei confini.
Rivendicando la propriet etiopica del territorio, Sciferra ingiunse ai dubat di sgomberare, ma l'ufficiale
italiano respinse l'ingiunzio-ne e la situazione si fece subito incandescente. Vista la ma-laparata, la
commissione si ritir prudentemente mentre gli armati abissini, numericamente superiori, si accampa-rono
attorno al fortino manifestando apertamente le loro intenzioni bellicose. Seguirono alcuni giorni di
tensione: i pochi dubat e i molti abissini si fronteggiarono con il dito sul grilletto (Cimmaruta aveva l'ordine
di sparare solo se attaccato) fino a quando, il 5 dicembre, gli assedianti assa-lirono in massa il fortino. I
combattimenti si protrassero fino all'alba del giorno seguente, ma alla fine gli etiopi fu-rono sbaragliati dai
dubat di Cimmaruta grazie anche al-l'impiego di due piccole autoblindo e a un paio di aerei da caccia
decollati dall'aeroporto italiano di Mogadiscio.

L'incidente di Ual Ual, opportunamente ingigantito da ambo le parti, esplose sulla stampa europea e
natural-mente fin sui tavoli della Lega delle Nazioni, alla quale il negus si era rivolto invocando l'articolo
11 del patto socie-tario, secondo cui ogni guerra o minaccia di guerra inte-resser la Lega, che
prender ogni iniziativa che possa risultare opportuna ed efficace. L'iniziativa etiopica non ebbe tuttavia
una buona accoglienza da parte di Francia e Inghilterra, che normalmente pilotavano le decisioni
dell'organizzazione internazionale. D'altra parte, la Lega era da tempo allo sbando, come lo sar, molti
anni dopo, l'ONU al tempo della guerra del Golfo. Parigi e Londra continuavano a farla da padroni, ma
la Germania ne era uscita sbattendo l'uscio, cos come aveva fatto poco prima il Giappone, ostacolato
per le sue mire sulla Cina. Gli Sta-ti Uniti non avevano neppure preso in considerazione l'i-dea di
associarvisi, mentre l'URSS era ancora un membro poco influente e guardato con sospetto. Si aggiunga
poi che l'Etiopia non aveva certamente le carte in regola per presentarsi quale antagonista democratica
dell'Italia, la cui permanenza nella Lega era particolarmente ambita.

Nel frattempo Mussolini, che in precedenza aveva gi alzato la voce contro i frequenti incidenti di
confine provocati dalle formazioni irregolari etiopiche, dopo quello di Ual Ual, che si fondava su prove
incontestabili, chiese ufficialmente, come risarcimento del danno subito, scuse ufficiali da parte
dell'Etiopia, l'onore alla bandiera (ovvero il riconoscimento della sovranit italiana sui poz-zi) e la
consegna delfitaurari Sciferra che aveva guidato l'attacco. Con manovre laboriose, Francia e Inghilterra
riuscirono a evitare che la questione fosse sottoposta al Consiglio della Lega (qualcosa di simile - anche
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per l'inef-ficacia - all'attuale Consiglio di sicurezza dell'ONU) e, ben decise a non scontentare l'Italia,
convinsero Mussolini ad accettare un arbitrato di conciliazione da affidare alla soli-ta commissione
internazionale sulla cui utilit c'era ben poco da sperare.

Ma ormai i tamburi di guerra contro l'Abissinia aveva-no iniziato a rullare. La stampa enfatizz l'episodio
di Ual Ual e gli italiani si strinsero attorno a Mussolini come non mai, in una sorta di crescente entusiasmo
collettivo. Il mi-to della conquista del posto al sole tornava a esaltare so-prattutto i giovani. L'idea di
riscattare l'onta di Adua, di fondare un impero e di far vedere al mondo cosa fosse ve-ramente l'Italia
fascista suscitava vasti consensi. Mussoli-ni, del resto, non faceva pi mistero delle sue ambizioni coloniali
e ammoniva coloro i quali ci vorrebbero pietri-ficare al Brennero per impedirci di muoverci in qualsiasi
altra parte dell'orbe terracqueo. Era una chiara antifona per fare intendere a Londra e a Parigi che se
volevano l'I-talia impegnata ad arginare l'espansionismo germanico dovevano in cambio lasciarle le mani
libere in qualche al-tra parte dell'orbe terracqueo. Il Duce era infatti con-sapevole che la sua progettata
avventura africana aveva bisogno del consenso franco-britannico, mentre dell'even-tuale intervento della
Societ delle Nazioni non si preoc-cupava pi di tanto: se le due potenze egemoni gli dava-no via libera,
la Lega, magari sdegnata, sarebbe rimasta a guardare. Si trattava dunque di convincere Francia e
In-ghilterra. Mussolini cominci con la Francia, certo che gli inglesi, pi pragmatici, s sarebbero in
seguito accodati.

Ministro degli Esteri francese era allora Pierre Laval, un ambizioso uomo politico che sar fucilato nel
1945 quale capo del governo collaborazionista di Vichy. Lui e Musso-lini erano fatti per intendersi:
avevano la stessa et, la stessa umile estrazione sociale ed erano stati entrambi so-cialisti rivoluzionari
prima di approdare su sponde politi-che opposte. Infatti si intesero subito durante il loro primo incontro,
avvenuto a Roma fra il 4 e l'8 gennaio del 1935. Per entrambi la questione austriaca era sullo sfondo e
La-val sperava che l'Italia, grata di avere avuto libert d'azio-ne in Abissinia, liquidata questa faccenda, si
sarebbe di nuovo concentrata sul Brennero per frenare il dinamismo di Hitler che, malgrado il fallimento
del putsch di Vienna, continuava implacabilmente a conquistare posizioni di forza in Europa.

difficile stabilire cosa i due uomini si dissero durante l'incontro romano. Ufficialmente, Italia e Francia si
ripro-misero d consultarsi qualora l'indipendenza austriaca fosse stata minacciata. Decisero che i due
paesi cooperas-sero per il mantenimento della pace e la Francia, ricono-scendo l'ingiustizia subita
dall'Italia a Versailles nella suddivisione delle spoglie coloniali, accett uno statuto speciale per gli italiani
residenti in Tunisia e cedette al-l'Italia 114.000 chilometri quadrati di deserto a sud della Libia (anche se
in futuro risulter ricco di petrolio, tale territorio era per il momento, come sottoline lo stesso Mussolini,
soltanto uno scatolone di sabbia), I due uomini si accordarono inoltre sui destini dell'Etiopia, ma tali
ac-cordi non furono messi a verbale, mentre la dichiarazione ufficiale venne scritta con il solito tortuoso
linguaggio di-plomatico che non mai troppo esplicito e lascia sempre aperta qualche scappatoia che
permetta ai contraenti di smentire quanto stato detto. E, infatti, in seguito Laval potr asserire, in
malafede, di non avere affatto voluto in-tendere ci che Mussolini effettivamente intese. Ossia che la
Francia gli dava via libera per la conquista dell'Etiopia. Lo stesso Laval, d'altronde, al suo rientro a
Parigi, si la-sci scappare questa frase significativa: Ho venduto il negro, sulla quale i giornali si
sbizzarrirono.

Ma non tutto. Indro Montanelli racconta che, dopo l'incontro, Mussolini, onde evitare possibili
malintesi, in-vi una lettera a Laval nella quale aveva trascritto per in-tero la formula del loro patto
segreto. In essa, fra l'altro, si leggeva che il governo francese non avrebbe ricercato in Etiopia la
soddisfazione di altri suoi interessi che non fos-sero quelli economici relativi al traffico della ferrovia
Gibuti-Addis Abeba. Ma ancora pi eloquente era un altro capoverso della lettera in cui si precisava
che il governo francese si impegna, per quanto riguarda l'Etiopia - an-che nel caso di modificazione
dellostatu quo della regio-ne in oggetto - a non ricercare alcun vantaggio. Di que-sta lettera, Laval
accus ricevuta senza commenti.
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IV
LA STAGIONE DEGLI INGANNI
Alle 7.30 del 6 febbraio 1935 le caserme di Arezzo, Pistoia e Firenze, dove erano acquartierati tre
reggimenti della di-visione Gavinana, risuonavano della rumorosa attivit dei giovani militari che si
accingevano a partire per il campo invernale sull'Abetone. Erano previsti otto giorni di manovre, e gi le
colonne delle salmerie stavano per varcare i cancelli, quando alcuni sergenti affannati corsero a bloccare
gli ingressi per ordinare alle truppe di rientrare immediatamente nei loro alloggi. Poche ore dopo Radio
fante diffondeva per le camerate una sorprendente noti-zia: La Gavinana mobilitata per l'esigenza
A.O.. In pa-role pi semplici, la divisione era stata scelta per essere in-viata in Africa orientale e
precisamente nella nostra colonia Eritrea.

Non era per il momento la guerra, ma l'evento sollev qualche apprensione e tanto entusiasmo. All'inizio
del 1935, la fascistizzazione dell'Italia non era ancora del tut-to compiuta: mancavano l'abolizione del
lei, della stret-ta di mano, dei francesismi e di tutte le altre grottesche amenit che saranno inventate dal
segretario del partito Achille Starace. Tuttavia il paese era gi inquadrato mili-taristicamente e soggiogato
da una tambureggiante pro-paganda che aveva come motivo guida il destino impe-riale della patria. Le
masse idolatravano Mussolini e consideravano un sacrosanto diritto il suo progetto di tra-sformare l'Italia
in una potenza coloniale al pari di Fran-cia e di Inghilterra. Il Duce per, a differenza di Hitler, che con la
sua corsa al riarmo suscitava apprensioni e timori, cercava di tranquillizzare le grandi potenze con
afferma-zioni rassicuranti. Quando l'Italia avr ottenuto delle co-lonie equivalenti afferm in
un'intervista al Morning Post, diverr anch'essa un paese conservatore come tut-te le potenze
coloniali. L'Inghilterra e la Francia non avranno nulla da temere, perch l'Italia si unir ad esse per la
natura delle cose, in vista di una collaborazione per la sicurezza europea. Ma fino a quando l'Italia sar
senza le colonie che le sono necessarie, essa deve rimanere una fonte di agitazione.

Nessun popolo ha mai desiderato la guerra, ma Musso-lini grazie al suo carisma e alla sua eccezionale
capacit propagandistica, riusc a convincere gli italiani che l'im-presa coloniale era giusta e necessaria. Il
consenso popola-re di cui godeva dipendeva da molti fattori: dalla diffusa sensazione che l'Italia stesse
attraversando un momento eroico e fortunato; dalla certezza che la guerra che si an-nunciava fosse poco
rischiosa e di sicuro esito trionfale e, non ultimo, dal fascino che esercitava l'avventura oltrema-re verso
una terra esotica e nel contempo familiare per i ri-cordi del passato.

Certo, quell'impresa comportava anche il rischio di la-sciarci la pelle, ma molti lo sottovalutavano: il


rapporto tra le forze era rassicurante e la spinta ideale ebbe il soprav-vento. Anche chi non si lasciava
infiammare dalla mistica dell'impero, era sensibile alle argomentazioni mussoliniane di vendicare Adua, di
rispondere alle provocazioni abissine, di portare la civilt in uno stato barbaro e schiavi-sta e soprattutto
di conquistare un territorio ricco - come dicevano, mentendo, i giornali - di oro, di platino e di altre
preziose possibilit, che nell'immaginario collettivo si era rapidamente trasformato in un nuovo Eldorado
in cui si sarebbe parlato soltanto italiano. E tale era l'entusiasmo che, anticipando il richiamo alle armi,
molti giovani e me-no giovani facevano la coda davanti agli uffici di arruola-mento. Cominciarono a
rientrare in Italia anche i figli dei nostri emigranti per indossare il grigioverde o la camicia nera. Pur di
essere reclutati, molti offrirono addirittura del-le bustarelle; numerosi sottufficiali finirono infatti davanti al
tribunale militare accusati di avere intascato quattrini per favorire l'accettazione delle domande di
arruolamento degli aspiranti volontari. I quali raggiunsero in totale una cifra spropositata: 1.750.000!
Nessun'altra guerra del pas-sato ne aveva mai contati tanti.
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Frattanto i giornali continuavano ad attizzare odio e rancore verso i selvaggi abissini. Dopo Ual Ual
furono registrate novantuno provocazioni fra sconfinamenti, ag-gressioni e scorrerie di bande armate. Da
parte sua, Mus-solini provvedeva a mantenere alta la temperatura con di-scorsi minacciosi e infuocati.
Noi abbiamo piombo per i neri e anche per i biondi! annunci in un discorso ai re-parti volontari
accampati a Eboli che non fu riportato dal-la stampa. Difficile stabilire se ce l'avesse con i tedeschi o con
gli inglesi che avevano cominciato a mettergli i basto-ni fra le ruote.

Ma, come si diceva, non era ancora la guerra. Anzi molto probabile che Mussolini allora non pensasse
alla conquista dell'intera Abissinia, ma soltanto a un consi-stente allargamento dei nostri confini coloniali.
D'altra parte, il contingente inviato nelle colonie consisteva di due divisioni (la Gavinana e la Peloritana)
oltre a un gruppo di battaglioni di camicie nere, per un totale di circa 35.000 uomini. Pochi pi della
met di quanti ne aveva mandati Crispi trentanove anni prima al generale Baratieri. Comunque sia, le
promesse, poi ritrattate, di Laval convinsero Mussolini che il momento dell'azione si stava avvicinando.
Pochi giorni dopo il suo incontro con il ministro francese, sped in Eritrea il generale Emilio De Bono, sia
pure sotto la veste poco appariscente di alto commissario per le Colonie.

De Bono era un militare altamente politicizzato: fascista della prima ora e quadrunviro della marcia su
Roma, ave-va ricoperto importanti incarichi nel partito nonch quelli di ministro dell'Interno e di ministro
delle Colonie. L'Eri-trea la conosceva bene per aver partecipato come tenente di fanteria alla campagna
del 1887, che port al massacro di Dogali, del quale era stato uno dei pochi superstiti. In seguito, vi
aveva compiuto altre visite in qualit di mini-stro. L'incarico affidato a De Bono consisteva in un
sopral-luogo politico-militare in vista di una eventuale azione offensiva contro l'Etiopia. Ma il generale
non ignorava che Mussolini, in caso di guerra, gli avrebbe affidato il co-mando delle operazioni per dare
una concreta impronta fascista alla conquista dell'impero.

Frattanto, ottenuto il placet francese, il Duce diede il via a un'abile azione diplomatica per ottenere anche
dall'In-ghilterra un consenso ufficiale o, quanto meno, sottinteso. Ai primi di febbraio, lo stesso Laval
and a Londra per ri-ferire al governo britannico il risultato degli accordi italo-francesi stipulati a Roma in
merito alla posizione da assu-mere sul riarmo tedesco e l'indipendenza dell'Austria, mentre nel contempo
il nostro ambasciatore Dino Grandi esercitava la propria influenza negli ambienti politici lon-dinesi
favorevoli all'Italia. Ma a dare una mano a Mussoli-ni nella sua azione intesa a sottolineare l'importanza
del-l'apporto italiano per il mantenimento dellostatu quo in Europa, contribu anche Adolf Hitler.
Ignorando la minac-cia dei patti franco-anglo-italiani, il dittatore nazista conti-nu infatti imperterrito la
sua politica revanscista. Il 13 gennaio 1935, una settimana dopo gli accordi di Roma, la popolazione
della Saar, piccola regione tedesca di confine ancora occupata dagli Alleati, venne chiamata a scegliere
tra l'annessione alla Francia o alla Germania e la risposta fu plebiscitaria: 467.000 votarono per il rientro
nel Terzo Reich contro appena 47.000 voti a sfavore.

Ignorando le (imitazioni stabilite dal trattato di Versailles, poche settimane dopo, il 13 marzo, il
maresciallo Hermann Gring annunci la creazione della Luftwaffe, l'aeronautica militare, e il 16 marzo
Hitler deliber unilate-ralmente il ripristino del servizio militare obbligatorio, fissando in 36 divisioni gli
effettivi della Wehrmacht, il nuovo esercito tedesco. La Germania nazista dava cos inizio alla costruzione
della potente macchina bellica che avrebbe fat-to tremare il mondo. Ora i soldati e gli aviatori tedeschi
che avevano compiuto clandestinamente il loro addestramen-to indossando false uniformi quali ospiti
dell'esercito italiano o dell'Armata Rossa, una volta rientrati in patria provvidero liberamente a istruire a
loro volta le reclute del-la Wehrmacht. Un ricorso allarmato della Francia alla So-ciet delle Nazioni per
le inaudite violazioni del trattato di Versailles rimase lettera morta sui tavoli di Ginevra. Da parte sua,
Mussolini, in un estremo tentativo di fermare quella valanga, invit in Italia i rappresentanti delle tre
po-tenze europee sperando di poter dare una direzione colle-giale all'Europa, ma la Germania respinse
l'invito.
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Anche l'istanza etiopica contro l'atteggiamento aggres-sivo italiano giaceva sui tavoli della Lega quando i
capi dei governi italiano, francese e inglese si riunirono a Stresa dall'11 al 14 aprile del 1935.
L'argomento principale al-l'ordine del giorno era naturalmente il revanscismo tede-sco, ma in realt
l'Italia, che aveva assunto il ruolo di nazione pilota, cercava oltre a questo un assenso per la sua
progettata impresa in Abissinia. Inutile dire che nel mondo intero e soprattutto in Europa vivissima era
l'a-spettativa per questa conferenza dei tre grandi del mo-mento. Dall'incontro del premier britannico
James Ramsay MacDonald e del primo ministro francese Pierre Flandin con Benito Mussolini l'opinione
pubblica si atten-deva un rassicurante atto di volont che valesse a fermare le iniziative di Hitler.

L'Italia fascista, paese ospite (Mussolini presieder tutte le sedute della conferenza), non rinunci a
rendere ancor pi spettacolare quell'importante evento. Tanto per comin-ciare, il Duce arriv a bordo di
un idrovolante, che pilotava personalmente, ed esegu un perfetto ammaraggio davanti alla folla
plaudente, ai reparti schierati della Milizia e agli oltre quattrocento giornalisti stranieri giunti da ogni parte
del mondo. Applausi e fanfare salutarono la delegazione inglese, guidata da MacDonald e dal capo del
Foreign Offi-ce John Simon, che giunse l'indomani. Poi tutti insieme. Mussolini in testa, andarono ad
accogliere alla stazione la delegazione francese guidata da Flandin e da Laval.

A parte le manifestazioni esteriori improntate a grande cordialit, le tre potenze convenute nello
splendido Grand Hotel des les Borromes si mossero in un'atmosfera piut-tosto ambigua e reticente.
Ufficialmente si impegnarono a costituire un fronte contro la Germania, ma in realt cia-scuno di essi
mirava a trovare una soluzione ai propri pro-blemi nazionali. La Gran Bretagna perseguiva il disegno di
guadagnare tempo per scaricare Hitler contro l'Unione Sovietica, considerata dai conservatori
britannici la bestia nera. E infatti Londra, che dopo il nostro attacco all'Abissinia si indigner per la
mancanza di lealt italiana, gi allora stava negoziando in segreto con Berlino quel patto navale che sar
firmato il 18 giugno e che per la Lega delle Nazioni costituir un colpo assai pi duro di quello infer-tole
dall'Italia con l'aggressione all'Etiopia. Quel patto na-vale, che consentiva alla Germania di potenziare la
sua flotta, dimostrava infatti che l'Inghilterra non era sfavo-revole all'espansionismo tedesco in Europa
purch Hitler trattasse con Londra. La Francia, invece, stava segretamen-te operando una politica di
riavvicinamento con un ele-mento nuovo, ossia con la Russia bolscevica, un paese che in passato,
quando ancora regnavano gli zar, era stato un ottimo alleato dei francesi.

Considerata la malafede complessiva dei partecipanti, non c' quindi da stupirsi se a Stresa nacque un
equivoco di ampie dimensioni. D'altra parte, in diplomazia non si usa mai esprimere esplicitamente ci
che si desidera, ma lo si fa con parole sfumate, mezze frasi, vaghi accenni che possono essere capiti solo
da chi ha orecchie per intender-li, ma che possono anche essere facilmente smentiti. Infat-ti Mussolini
non chiese ai suoi interlocutori il permesso di conquistare l'Etiopia, tuttavia quando gli venne sottoposto il
testo della dichiarazione finale, in cui si affermava che le tre potenze si trovavano completamente
d'accordo nell'opporsi a qualsiasi evento che potesse mettere in pe-ricolo la pace nel mondo, disse:

Mettiamo "la pace in Europa", cos non assumiamo impegni troppo vasti.

Davanti a questa proposta di correzione, Flandin, con uno sguardo d'intesa, comment:

Ho capito, ho capito, voi non volete assumere impegni riguardanti l'Africa.

MacDonald non disse nulla, ma guard Simon, che non sollev obiezioni, mentre Laval si limit a fare un
sorriso d'assenso. La variante suggerita dal Duce, in forza della quale l'impegno dei tre per la pace
escludeva l'Africa, fu quindi accettata.

Di Mussolini, ha osservato Indro Montanelli, si pu di-re tutto il male che si vuole a proposito della
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guerra d'E-tiopia, ma almeno un merito non pu essergli contestato: quello di avere agito, verso inglesi e
francesi, con sincerit assoluta. Dopo l'incontro di Stresa egli ritenne infatti che, sia pure protestando,
anche l'Inghilterra si sarebbe rassegnata all'occupazione italiana dell'Etiopia, e a ragio-ne: chi tace
acconsente. In seguito spieg inoltre ai suoi in-terlocutori cosa voleva fare e perch Io voleva fare. Non
nascose neppure che l'incidente di Ual Ual gli aveva for-nito la comoda scusa per una finzione
diplomatica. Sol-tanto in seguito, quando Mussolini si era ormai tagliato i ponti alle spalle, gli inglesi
mutarono indirizzo sostenen-do che a Stresa non avevano capito le intenzioni aggressi-ve del dittatore
italiano, anche se questa giustificazione non affatto convincente. D'altronde, mentre i tre gran-di erano
ancora riuniti nel Grand Hotel des Iles Borromees, gi le navi cariche di truppe italiane navigavano verso
l'Etiopia e gli inglesi non potevano ignorarlo, sia per il tambureggiare propagandistico che ne faceva la
stampa italiana sia perch erano padroni del canale di Suez, attraverso cui procedevano i nostri
convogli. In realt, come vedremo, all'origine del ripensamento bri-tannico vi erano motivi di politica
interna. MacDonald e il suo successore Stanley Baldwin furono infatti violente-mente attaccati
dall'opposizione laburista che, oltre a pre-tendere il pieno appoggio dell'Inghilterra alla Societ del-le
Nazioni cui si era rivolta l'Abissinia, godeva anche del totale favore dell'opinione pubblica
tradizionalmente pa-cifista. Di fronte all'opposizione laburista e all'allarmismo suscitato dalla stampa di
destra, la quale paventava il ri-schio che l'Italia, dopo avere conquistato l'Etiopia, tentas-se di realizzare
un congiungimento con la Libia, a spese dei possedimenti britannici e con il sostegno dei movi-menti
indipendentisti arabi, i governanti inglesi si com-porteranno in maniera cos confusa e contraddittoria da
ottenere il risultato di esasperare Mussolini e di sacrificare l'Etiopia senza farsi amica l'Italia.

Intanto, mentre appena sei giorni dopo i colloqui di Stresa in Italia venivano mobilitate altre tre divisioni
per l'esigenza A.O., una serie di avvenimenti straordinari sgre-tolava a uno a uno i patti e le intese che
sorreggevano i delicati equilibri europei. L'Inghilterra, gi ai ferri corti con l'Italia, giunse ai limiti di rottura
anche con la Francia quan-do venne rese noto il patto navale - stipulato all'insaputa di Parigi e in
dispregio alle convenzioni della Lega - che con-sentiva alla Germania di disporre di una forza navale
ugua-le a quella dell'Italia e di poco inferiore a quella francese. Da parte sua, Laval corse a Mosca per
intendersi con Stalin on-de creare una minaccia alle spalle di Hitler, mentre nello stesso tempo i francesi
intimoriti acceleravano la conclusio-ne dei lavori per la costruzione della Linea Maginot. Per la fretta
dimenticheranno di fortificare alla frontiera belga il varco di Montmdy, attraverso il quale nel 1940 i
tedeschi passeranno a bandiere spiegate.

L'accordo Stalin-Laval port scompiglio anche nel mondo politico francese. Leon Blum, leader
socialista del Fronte popolare che pochi mesi dopo avrebbe vinto le ele-zioni, non voleva credere alle
proprie orecchie. Ma come? protest sgomento. Il compagno Stalin si allea con il governo che noi
combattiamo! A quell'epoca il brutale cinismo staliniano era ancora una novit. A consolazione del
governo francese giunsero invece gli accordi militari fra il maresciallo Pietro Badoglio, capo dello stato
mag-giore italiano, e il generale Maurice Gamelin, comandante supremo dell'Arme, al termine dei quali
Mussolini pot annunciare al mondo: La Francia e l'Italia costituiscono un blocco di 85 milioni di uomini,
per parlare solo del-l'Europa ... Posseggono un'attrezzatura industriale e mi-litare che non si pu
considerare di second'ordine: insom-ma una forza che non sarebbe facile eliminare. Era un messaggio
diretto a Hitler, che, oltre a minacciare la Fran-cia, aveva manifestato la sua benevolenza verso Hail
Selassi. Nessuno immaginava ancora come si sarebbe risol-ta poi quella fase aggrovigliata della vita
europea alla vigilia della guerra d'Abissinia.

Mai visto un cretino vestito cos bene sibil Mussolini osservando con occhio sprezzante l'ospite che,
bello, alto, biondo, in completo grigio dal taglio impeccabile, si allon-tanava fra i commessi gallonati, gli
arazzi e i quadri d'au-tore che arricchivano le pareti della Sala del Mappamon-do di Palazzo Venezia.
Era il 24 giugno 1935 e Anthony Eden, astro emergente all'orizzonte politico britannico, aveva reso visita
al capo del governo italiano quale latore di una proposta di soluzione della vertenza con l'Etiopia messa a
punto dal governo Baldwin, da poco succeduto al gabinetto di MacDonald. Ad affidargli l'incarico era
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stato il nuovo capo del Foreign Office Samuel Hoare, con una scelta a dir poco infelice. Se infatti si
volesse individuare la causa prima delle incomprensioni fra Italia e Gran Bretagna, che poi sfoceranno in
aperta inimicizia, proprio nel rapporto personale tra questi due uomini che bisogne-rebbe andare a
cercarla.

Robert Anthony Eden, baronetto di antica nobilt, usci-to da Eton e dalla Scuola per gli alti studi
orientali di Oxford, da otto anni in diplomazia, era convinto, come ammettono i suoi biografi, che
l'umanit si dividesse in due categorie: icommon people , la gente comune, e gli ari-stocratici inglesi delle
classi alte di cui faceva parte. In lui scriver a sua volta il diplomatico Raffaele Guariglia non si poteva
dire se predominasse l'ottusit, l'impronti-tudine o il disprezzo assoluto, non tanto verso la politica
italiana, quanto verso il popolo italiano, fascista o non fa-scista che fosse.

Considerando le umili origini di Mussolini, il suo tem-peramento, il suo passato, il suo misero diploma
magistra-le e il dettaglio non trascurabile che il trentottenne visitato-re britannico era di quindici anni pi
giovane di lui e di altrettanti centimetri pi alto, naturale che i due statisti provassero sull'istante una
reciproca repulsione. Il figlio del fabbro definir il suo visitatore un gelido figurino, mentre Sir
Anthony sentenzier a sua volta che il signor Musso, cos lo chiamava con sufficienza, non un
gentleman. Come se ci non bastasse, a rendere ancora pi astioso quel loro primo incontro contribu
un singolare in-cidente di cui fu vittima il compassato rappresentante del governo di Sua Maest
britannica. Attraversando la Sala del Mappamondo di Palazzo Venezia, Eden inciamp in un tappeto e
cadde bocconi ai piedi di Mussolini, il quale non riusc a trattenere una sonora risata.

L'inviato del governo britannico era allora titolare del neonato dicastero per i Rapporti con la Societ
delle Na-zioni (diventer ministro degli Esteri soltanto alcuni mesi dopo). Era quindi un societario
convinto, anche se il go-verno britannico si era gi reso conto che quell'organismo internazionale aveva
ormai fatto il suo tempo; tanto ve-ro che sigl l'accordo navale con Hitler senza neppure consultarlo. E
proprio per giustificare quell'intesa unilate-rale, Eden, prima di giungere a Roma, si era incontrato a Parigi
con il ministro Laval.

Il colloquio fra Eden e Mussolini dur un paio d'ore e fu, Com'era facile prevedere, a dir poco
tempestoso. Dai verbali e dalla ricostruzione dei testimoni e degli storici se ne ricava un quadro
abbastanza chiaro. Mussolini si la-ment per la stipulazione dell'accordo navale anglo-tede-sco e osserv
risentito che era piuttosto curioso che Eden fosse venuto a Roma a difendere la santit dei trattati, vi-sto
che era stata la Gran Bretagna la prima a non tenerne conto. Superato lo scabroso argomento. Eden
present il cosiddetto progetto Zeila studiato dagli inglesi (all'in-saputa della Francia che ne sarebbe
risultata danneggiata) per risolvere la crisi etiopica. Esso consisteva nell'asse-gnamento da parte
dell'Inghilterra all'Etiopia di un corri-doio verso il mare lungo la Somalia britannica, mediante una ferrovia
che sarebbe sboccata a Zeila, piccolo porto sul mar Rosso. In cambio del suo consenso, l'Italia avreb-be
ricevuto dall'Etiopia la provincia dell'Ogaden oltre ad alcune concessioni economiche da determinare.

Dopo un rapido esame della carta geografica posata sul tavolo, Mussolini non ebbe esitazione a
respingere la pro-posta con un secco no. Poi ne chiar le ragioni. Il progetto era inaccettabile, in primo
luogo perch con lo sbocco sul mare, sia pure a spese degli inglesi, l'Etiopia ne sarebbe uscita rafforzata,
diventando una potenza marittima; in secondo luogo perch l'Inghilterra sarebbe apparsa come la
protettrice dell'Abissinia; in terzo luogo perch l'Italia per ragioni di prestigio non poteva accettare doni
da al-tre potenze. Ci pesa ancora disse qualche caso del ge-nere che abbiamo nella storia della
Costituzione del Re-gno d'Italia (si riferiva al Veneto donato da Napoleone III a Vittorio Emanuele II
dopo la seconda guerra d'indi-pendenza). Mussolini osserv ancora che il progetto Zei-la era
inaccettabile anche perch avrebbe raccolto sotto la bandiera inglese tutto il commercio dell'Etiopia ai
danni della linea ferroviaria Gibuti-Addis Abeba, della quale Laval aveva ceduto nel frattempo all'Italia un
cospicuo numero di azioni.
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Respinta dunque in blocco la proposta britannica, Mus-solini concluse affermando brutalmente che
restavano solo due soluzioni per il caso Etiopia: una pacifica, l'altra militare, La soluzione pacifica
significava la cessione in nostro diretto dominio di tutti i paesi non di razza etiopi-ca conquistati per
lAbissinia da Menelik e dai suoi suc-cessori, pi il controllo del nucleo centrale. La soluzione militare,
invece, non avrebbe significato nient'altro che la cancellazione dell'Etiopia dalla carta geografica. Pi
chiaro di cos il Duce non poteva essere e quel primo col-loquio si concluse in un'atmosfera di reciproca
ostilit.

Su richiesta di Eden i due statisti tornarono a incontrar-si il giorno seguente. L'atmosfera non era affatto
mutata. Nel corso del colloquio, secondo indiscrezioni di fonte in-certa, si registrarono vivaci battibecchi.
Eden avrebbe am-monito Mussolini ricordandogli che la strapotente flotta britannica era pronta a entrare
in forze nel Mediterraneo, ma questi, per niente impressionato, avrebbe commentato con un sorriso
malizioso: Dipender, poi, da noi se potr uscirne. Eden avrebbe allora minacciato la chiusura del
canale di Suez, e l'altro pronto: Sappiamo gi come ria-prirlo. Ma forse si tratta di affermazioni a uso
della pro-paganda. Di sicuro sappiamo che il Duce respinse con asprezza e pesante ironia i compensi
offerti dall'Inghil-terra, ossia la provincia dell'Ogaden, osservando che l'Ita-lia non poteva accontentarsi
di una mezza dozzina di palmizi in una landa desolata dove non c' neppure una pecora. E aggiunse
subito dopo: Non intendo passare alla storia come un collezionista di deserti.

Successivamente Mussolini indic a Eden sulla carta geografica le regioni del Tigr , dello Scioa e del
Goggiam, conquistate da Menelik e ora rivendicate dall'Italia, speci-ficando che il territorio lasciato a
Hail Selassi sarebbe stato sottoposto a una sorta di protettorato italiano. Co-me avete fatto voi con
l'Egitto precis con un'occhiata si-gnificativa. Eden respinse la proposta italiana e chiese di mettere a
verbale che, purtroppo, il punto di vista italia-no non condiviso dal governo di Sua Maest, ma fece
aggiungere, con uno sforzo di diplomaza, che il tempo poteva ancora accomodare le cose. Da parte sua,
Mussoli-ni fece mettere a verbale quanto segue: Il capo del gover-no italiano se pu dare un consglio
alla Gran Bretagna quello di lasciarci fare. In poche anni trasformeremo il Paese e sar un vantaggio per
tutti. L'Abissinia nelle re-gioni pi alte pu dare lavoro a centinaia di migliaia di italiani. Noi non
piglieremo l'iniziativa di uscire dalla So-ciet delle Nazioni, ma bisogna che ci mettano nelle con-dizioni di
non doverne uscire.

Non era una rottura fra Italia e Inghilterra, ma poco ci mancava. La sera, tuttavia, durante un ricevimento
in onore dell'ospite all'albergo Excelsior, l'ambasciatore bri-tannico James Eric Drummond cerc di
salvare almeno le apparenze. Mussolini, che aveva trascorso il pomeriggio a Castel Porziano, si present
in tenuta casual (pantaloni bianchi, giacca con il rinforzo ai gomiti, camicia aperta senza cravatta) mentre
Eden e gli altri erano in abbiglia-mento formale. Raggiunto da un diplomatico inviato dal-l'ambasciatore
per pregarlo di avvicinarsi a Eden affinch il loro disaccordo non risultasse evidente, il Duce rispose
risentito: La distanza tra noi esattamente uguale. Se vuole parlare con me, che venga qui lui. Eden
non venne e Mussolini se ne and poco dopo senza salutarlo.

Intanto continuavano a partire verso l'Africa orientale navi cariche di operai e di soldati, mentre il Duce
faceva fremere i cuori degli italiani attraverso la radio - uno stru-mento del quale si era perfettamente
impadronito - toc-cando le corde patetiche dei sentimenti e suscitando im-pulsi emotivi e immagini
suggestive. Per esempio, in un famoso discorso alla Camera, rivolse il suo pensiero ai fanti della
Peloritana scaglionati sull'oceano Indiano, lun-go la linea dell'Equatore, a ottomila chilometri di distanza
dalla Madre Patria.

Ai suoi appelli, come si detto, risposero migliaia di volontari delle estrazioni e delle provenienze pi
diverse, con i quali si diede vita a legioni che pi anomale non potevano essere. Una di queste era
formata dai veterani delle campagne d'Africa combattute prima del 1900. Un'altra dai feriti e dai mutilati
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della prima guerra mon-diale. Un'altra ancora raccoglieva i figli degli italiani resi-denti all'estero, arrivati a
centinaia da ogni parte del mon-do. C'era infine la legione giovanile dei GUF, i Gruppi universitari fascisti.

I nostri grandi transatlantici carichi di truppe che salpa-vano da Napoli e da Livorno erano salutati da
folle im-mense radunate attorno alle banchine dei porti. Anche lungo le sponde del canale di Suez i nostri
legionari (co-s li aveva ribattezzati Mussolini che non perdeva occasio-ne di richiamarsi alla storia di
Roma imperiale) venivano accolti da manifestazioni di simpatia da parte di folte rap-presentanze della
colonia italiana in Egitto. In quei giorni divent famosa in Italia una bella ragazza barese, Maria Uva, che
accompagnava le nostre navi da terra, in auto-mobile, sulla strada parallela al canale, conversando con i
soldati affacciati alle murate. Avvolta in un tricolore, la giovane cantava inni patriottici, in particolare
Faccetta ne-ra , la canzone pi in voga del momento. Maria Uva fu, in un certo senso, la mascotte o la
madrina della nostra im-presa coloniale. Tutti i legionari si ricorderanno di lei per-ch tutte le navi italiane
dirette a Port Tewfik all'altro ca-po del canale, sullo sbocco nel mar Rosso, ricevettero il suo entusiastico
saluto. Al termine del conflitto etiopico Maria Uva, che aveva ricevuto innumerevoli proposte di
matrimonio, sar decorata con la medaglia della campa-gna d'Etiopia per il suo fervore patriottico.

A Port Said, i piroscafi venivano accolti amichevol-mente anche dalle salve di saluto della corazzata
britan-nica Barham e dai due cacciatorpediniere Active e Antilope, che erano i cani da guardia del
canale. La nostra stampa riferiva soddisfatta che i marinai inglesi assiepati sui bor-di gridavano Viva il
Duce e salutavano romanamente le truppe italiane in transito.

Ma il governo britannico non si dimostrava altrettanto amichevole, anzi il suo atteggiamento si faceva di
giorno in giorno pi minaccioso e la situazione presentava gravi in-cognite. L'eventuale chiusura del
canale di Suez, infatti, avrebbe totalmente isolato l'Italia e tagliato fuori il nostro corpo di spedizione. A
Londra, intanto, regnava l'incertez-za riguardo alla posizione da assumere in quel frangente. Alcuni
ministri, come Eden, erano convinti che Mussolini, conquistata l'Etiopia, si sarebbe avventato sull'Egitto e
sul Sudan, mentre parte dell'opinione pubblica conservatrice e in particolare Winston Churchill, che per
Mussolini nu-triva grande simpatia, erano propensi a dargli credito e a permettergli di sfogarsi. Tuttavia
gli orgogli nazionali, lo squilibrio tra le forze, il divario di ricchezze e di potere d'influenza nel mondo
rendevano difficile trovare una so-luzione. A peggiorare le cose intervenne a questo punto il Peace Ballot,
il grande referendum popolare indetto in In-ghilterra dall'Unione per la difesa della Societ delle Na-zioni.
Come si gi detto, la Lega ginevrina viveva giorni difficili. Gli stati partecipanti badavano soprattutto ai
pro-pri interessi e le convenzioni internazionali, approfittando della debolezza della Lega, venivano
continuamente viola-te. Il referendum proposto dall'Unione mirava perci a rin-vigorirla cos da garantire
la pace nel mondo, la giustizia sociale, l'indipendenza dei popoli e tutte le altre belle uto-pie che
entusiasmano l'opinione pubblica. Manco a dirlo, dal referendum scatur una volont societaria
assoluta. Quasi all'unanimit gli inglesi chiesero il ripristino del-l'autorit della Lega, la riduzione degli
armamenti, nonch severe sanzioni verso i paesi aggressori.

In Inghilterra mancavano pochi mesi alle elezioni e il governo Baldwin scopr, da un giorno all'altro, che
la cau-sa di Hail Selassi, tradotta in termini elettorali, avrebbe garantito una sicura vittoria. Fu per
questa ragione, anche se molti tardarono a capirlo, che l'Inghilterra si trasform di punto in bianco nello
strenuo difensore dell'indipen-denza etiopica contro le minacce italiane. Eden, animato da uno spirito di
crociato, s precipit a Ginevra per per-suadere gli esitanti e creare le basi di quella presa di posizione
societaria che sarebbe scattata al primo gesto di ag-gressione. Il ministro degli Esteri Samuel Hoare, che
sim-patizzava per Mussolini avendolo conosciuto sul fronte italiano quando lui era un giovane tenente e
l'altro un semplice caporale dei bersaglieri, cambi rapidamente re-gistro e si fece minaccioso: giunta
l'ora dichiar di bloccare Mussolini affinch Hitler ne prenda nota. Il giorno seguente il mondo, gi
scosso dai forti accenti udi-ti a Ginevra, apprese che non si trattava solo di parole. LaHome Fleet , la
flotta britannica levava le ancore per diri-gersi ancora una volta, come ai tempi di Napoleone, verso il
Mediterraneo.
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Il 20 settembre, mentre il mondo tratteneva il fiato, le prue delle navi da battaglia fendevano il Mare
nostrum. Era una flotta imponente: 6 corazzate, 17 incrociatori, 53 cacciatorpediniere, 11 sommergibili e
altre unit minori e ausiliarie. Contemporaneamente, laMediterranean Fleet , gi presente, veniva
concentrata ad Alessandria e si rafforzavano le guarnigioni di Malta e di Aden.

Sull'invio di questa imponente forza navale nel Medi-terraneo si molto discusso. Inquadrato nel
contesto delle altre iniziative, il gesto dimostrava chiaramente una pre-cisa volont di ostacolare l'impresa
italiana. A Roma, ne-gli ambienti pi moderati si temette il peggio e corsero persino voci che
pronosticavano le dimissioni del Duce e la sua sostituzione con il generale Badoglio, mentre le
componenti pi esaltate del regime fantasticavano su ir-realistici colpi di mano. Italo Balbo, allora
governatore della Libia, propose addirittura di attaccare con i suoi ae-rei la flotta britannica. Nessuno,
insomma, se la sentiva di escludere l'eventualit di un conflitto italo-britannico e il mondo intero era in
allarme.

In tutto questo trambusto, soltanto Mussolini mantenne i nervi a posto, manifestando una calma serafica
che non manc di sorprendere gli osservatori. Ora ne conosciamo le ragioni. Renzo De Felice, che ha
indagato meglio di chiunque altro nella psicologia e negli archivi del Duce, ha infatti rivelato il segreto della
sua sorprendente impertur-babilit. Da qualche tempo, il SIM, il nostro efficientissimo servizio di
informazioni, aveva introdotto un suo agente nell'ambasciata britannica di Roma, il quale era in grado di
fotografare il contenuto dei documenti pi segreti custodi-ti nella cassaforte dell'ambasciatore. Grazie a
queste pre-ziose informazioni, Mussolini ebbe la possibilit di scopri-re che l'azione degli inglesi era
soltanto dimostrativa, ossia un clamoroso bluff. Risultava infatti che laHome Fleet non solo non era in
grado di tenere il mare in caso di guerra per-ch priva di una efficiente protezione antiaerea, ma anche
che - e questo era l'elemento decisivo - il suo muniziona-mento le consentiva non pi di una mezz'ora di
fuoco. Puntando tutte le sue carte sul bluff britannico in un mo-mento d massima tensione internazionale,
egli sfid dun-que apertamente la pi lampante dimostrazione di poten-za dell'Inghilterra, e prese la sua
decisione finale. Il bluff fu scoperto e laHome Fleet umiliata.

II 2 ottobre 1935, alle dieci del mattino, il Duce fu rice-vuto dal re al Quirinale. Vittorio Emanuele era
stato a lun-go perplesso sull'opportunit dell'avventura africana. L'i-dea di riuscire dove suo padre
Umberto I aveva fallito gli sorrideva e desiderava sinceramente lavare l'onta di Adua, ma i suoi
consiglieri, compreso Badoglio, lo tratte-nevano. Mussolini espose al sovrano i motivi - probabil-mente
anche quelli segreti - che lo avevano spinto ad as-sumere quella decisione e Vittorio Emanuele approv.
Sapevo, eccellenza, gli disse quasi tutto quello che lei mi ha schiettamente riferito. So pure
dell'opposizione, cauta ma viva, che si diffusa fra i suoi principali collabo-ratori. M'hanno informato e
so i nomi di molti generali e ammiragli che paventano e discutono troppo. Ebbene, adesso il suo vecchio
Re le dice: Duce, vada avanti: ci so-no io alle sue spalle... Avanti le dico!.

Alle sei e mezzo del pomeriggio, il Duce si affacci al balcone di Palazzo Venezia davanti alla consueta
folla oceanica e pronunci uno dei suoi pi infuocati discorsi: Camicie nere della rivoluzione. Uomini e
donne di tutta Italia. Italiani sparsi nel mondo, oltre i monti, oltre i mari. Ascoltate! Un'ora solenne sta per
scoccare nella storia del-la Patria. Venti milioni di uomini occupano in questo mo-mento le piazze di tutta
Italia. E continu con parole sug-gestive e demagogicamente sapienti presentando l'Italia come vittima e
la Lega delle Nazioni come sopraffattrice. Ricord che dopo la vittoria comune, che ci era costata
670.000 morti, 400.000 mutilati, 1.000.000 di feriti, attorno al tavolo dell'esosa pace non toccarono
all'Italia che scarse briciole del ricco bottino coloniale altrui ... Con l'Etiopia abbiamo pazientato
quarant'anni. Ora basta!. E aggiunse dopo il lunghissimo applauso della folla: Alle sanzioni economiche
opporremo la nostra disciplina, la nostra so-briet, il nostro spirito di sacrificio. Alle sanzioni militari
risponderemo con misure militari. Agli atti di guerra ri-sponderemo con atti di guerra ... Ma sia detto
ancora una volta e nella maniera pi categorica - io ne prendo impe-gno sacro davanti a voi - che noi
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faremo tutto il possibile perch questo conflitto di carattere coloniale non assuma la portata di un conflitto
europeo. Ci pu essere nei voti sottoline riferendosi evidentemente al revanscismo tede-sco di
coloro che intravedono in una nuova guerra la vendetta di templi crollati, non nei nostri.

V
UNA GUERRA ALL'AMERICANA
All'alba del 3 ottobre 1935, senza essere precedute da una dichiarazione di guerra ufficiale, le
avanguardie del no-stro corpo di spedizione varcarono quella che per qua-rant'anni era stata per gli
italiani la frontiera della vergo-gna. Il confine fra l'Eritrea e l'Etiopia correva lungo il Mareb, un
fiumiciattolo che sfociava nel mar Rosso, men-tre verso l'interno risaliva il corso del Setit fino al confine
con il Sudan anglo-egiziano. Secondo gli accordi di massi-ma, il generale Emilio De Bono, nominato
comandante superiore delle truppe, avrebbe dovuto dare inizio alle operazioni il giorno 5, ma Mussolini
affrett i tempi con un telegramma di questo tenore: Ti ordino di iniziare avanzata sulle prime ore del 3,
dico 3 ottobre. Attendo im-mediata conferma. E De Bono dovette anticipare di quarantott'ore tutto il
dispositivo d'attacco senza tuttavia incontrare particolari difficolt, poich il negus aveva or-dinato al
grosso delle sue truppe di ritirarsi di 30 chilome-tri dalla frontiera.

La decisione di Hail Selassi, per, non era stata dettata dal timore o dalla prudenza. Gli abissini
intendevano sem-plicemente consentire agli italiani di incunearsi nel terri-torio per poi sommergerli con le
loro armate. Infatti, a dif-ferenza di quanto sostiene la vulgata antifascista che presenta l'Abissinia come
un povero paese di innocui pa-stori vittima di una feroce aggressione, a Addis Abeba sof-fiava da tempo
un vento bellicoso. Tutti, dal negus all'ulti-mo ras, erano sicuri di sconfiggere quegli odiosi italiani che per
la seconda volta osavano sfidare il Leone di Giuda. Li sgozzeremo tutti come montoni garantivano i ras
mentre radunavano le loro truppe desiderose di menare le mani. Hail Selassi era inoltre convinto che
quando i suoi guerrieri fossero entrati nelle colonie italiane, tutti gli abi-tanti, compresi gli ascari, si
sarebbero ribellati e avrebbero accolto l'esercito abissino come un esercito liberatore. Ma si sbagliava:
fra gli ascari non si registreranno diserzioni degne di nota, anzi combatteranno con onore mantenen-dosi
fedeli alla bandiera italiana fino all'estremo sacrificio, mentre fra le popolazioni dell'Eritrea non si
verificheranno episodi insurrezionali. Questo accadde per la semplice ra-gione che gli eritrei, al di l degli
storici rancori che nutri-vano verso gli scioani, gli Amhara e i loro ras avidi e corrot-ti che li avevano
sfruttati e venduti come schiavi, stavano meglio sotto gli italiani che sotto gli abissini. D'altronde, la
differenza tra i due sistemi di vita era enorme: di qua stra-de, ospedali, acquedotti e giustizia, di l miseria,
sopraffa-zione e quant'altro. A riprova di quanto fosse pi conforte-vole vivere nelle colonie italiane,
avvenne anche che molti di coloro che a suo tempo erano fuggiti in Etiopia tornaro-no poi delusi nei loro
villaggi d'origine.

Soltanto quindici giorni dopo il passaggio del Mareb gli abissini cominciarono a farsi vivi. Il loro esercito,
affidato al comando del ministro della Guerra, ras Mulughiet, si era messo in marcia con intenzioni
bellicose. Prima di la-sciare Addis Abeba, il vecchio signore della guerra aveva fatto sfilare in parata i
suoi reparti e poi, brandendo la spada e lo scudo di pelle di rinoceronte con i quali aveva combattuto
quarant'anni prima a Adua, si era rivolto al negus con queste parole: Maest imperiale, non lasciate-vi
prendere troppo dalla politica. La vostra debolezza sta nel fatto che vi fidate troppo degli stranieri:
cacciateli via a calci. Cosa ci fanno qui tutti quegli sciocchi della stam-pa? Io sono pronto a morire per la
patria e anche voi lo siete. Ora siamo in guerra e per dirigerla meglio che re-stiate a Addis Abeba, ma
cacciate via tutti gli stranieri.
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L'imperatore, per, non diede ascolto ai consigli del suo ministro. Ci teneva a passare per un sovrano
moderno ed era consapevole che il mondo avrebbe guardato alle vicen-de abissine attraverso gli occhi di
quegli sciocchi della stampa. Per questa ragione, conoscendo le barbare abitu-dini dei suoi guerrieri, si
raccomand affinch rispettassero le propriet e le riserve granarie dei villaggi che avrebbero attraversato
e, soprattutto, affinch non si abbandonassero, com'erano soliti fare, alle violenze e agli stupri. Ma le sue
raccomandazioni furono ignorate: Mulughiet era un ras all'antica, conosceva i suoi uomini e sapeva che
se voleva farsi seguire doveva consentire alle truppe di comportarsi secondo i loro costumi, per quanto
barbari fossero.

Il piano operativo italiano fu messo a punto sotto la su-pervisione dello stesso Mussolini, che voleva
essere, sia pure da Palazzo Venezia, il vero condottiero di quella guerra. Non a caso si era attribuito la
guida, oltre che dei ministeri dell'Interno e degli Esteri, di cui era gi titolare, anche dei dicasteri militari:
Esercito, Marina e Aeronauti-ca, oltre a quello delle Colonie.

Il dispositivo da lui concepito prevedeva l'attraversa-mento del Mareb da parte di tre corpi d'armata. Il
primo, comandato dal generale Ruggero Santini, aveva come obiettivo Adigrat, il secondo, schierato sulla
destra e ca-peggiato dal generale Pietro Maravigna, doveva puntare su Adua, mentre il terzo, costituito
dai reparti indigeni e guidato dal generale Alessandro Pirzio Biroli, doveva muovere verso la conca
dell'Enticci.

Dall'Eritrea si mossero dunque le colonne del pi po-tente esercito europeo che fosse mai stato visto in
terra d'Africa prima di allora. Il Duce non voleva correre rischi. Voglio peccare per eccesso e non per
difetto disse. Per-demmo Adua per poche migliaia di uomini in meno. Questa volta non succeder.
Complessivamente De Bo-no disponeva di oltre 150.000 uomini, 156 carri, 126 aerei, migliaia di
mitragliatrici e centinaia di cannoni. Altri 60.000 soldati ben riforniti di mezzi erano schierati sul fronte
sud, ossia in Somalia, agli ordini del generale Ro-dolfo Graziani. Insieme alle truppe erano giunti in
Africa anche migliaia di lavoratori volontari da impiegare per ingrandire il porto di Massaua, costruire
edifici, impianti idrici e soprattutto strade. Con essi erano arrivati anche centinaia di camionisti destinati a
diventare i veri eroi di questa guerra di movimento: ne moriranno molti per adempiere ai loro compiti, resi
particolarmente difficili, ol-tre che dagli agguati, dai comprensibili problemi logistici che era necessario
affrontare in un territorio selvaggio sol-cato da rare piste praticabili. Questi quantitativi di uomini e di
mezzi, gi allora notevoli, saranno largamente supe-rati nel proseguo del conflitto, tanto che gli storici
defini-ranno americana tale guerra, in quanto fu l'unica che l'Italia combatt con abbondanza di uomini,
di mezzi e di rifornimenti.

Emilio De Bono aveva allora settant'anni suonati, ma ancora sognava la gloria militare. Messo a riposo
come ge-nerale di corpo d'armata alla fine della prima guerra mon-diale, aveva alle spalle una camera
senza infamia e senza lode, nel corso della quale non era mai emerso dalla me-diocrit. Il suo grado e la
sua appartenenza alla casta mili-tare tuttavia favorirono il suo successo in politica. Fascista della prima
ora e amico personale del Duce, era stato, come si gi detto, quadrunviro del fascismo (ossia membro,
con Italo Balbo, Michele Bianchi e Cesare Maria De Vecchi del quadrunvirato che agli ordini di
Mussolini aveva or-ganizzato la marcia su Roma), poi ministro dell'Interno, ministro delle Colonie,
governatore della Libia e commis-sario per le Colonie. A tardissima et, fra la costernazione degli
ambienti militari, gli fu infine affidato il prestigioso incarico di comandante supremo delle operazioni in
Africa orientale. Bench sconsigliato dal capo di stato maggiore Pietro Badoglio, che non stimava De
Bono e ambiva a pren-derne il posto. Mussolini lo scelse sia per fascistizzare la guerra, sia perch,
volendosi attribuire tutti i meriti della vittoria, questo comandante, al contrario del maresciallo, avrebbe
sicuramente evitato di fargli ombra.

De Bono era consapevole della sua sovranit limitata; lo ammette con franchezza in un suo curioso
diario, inedi-to e sgrammaticato, riesumato dal giornalista Franco Fucci. Cos infatti scriveva il generale
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alla vigilia dell'attacco:

Quel porco di Badoglio ha cercato di farmi un tiro. Gli tirava il roccolo di venire lui a fare l'operazione.
Ma ora ha dovuto smettere l'idea. Mussolini che qui gioca il tutto per tutto (me lo ha detto lui!) non
permetterebbe certo che qualcuno gli si mettesse davanti. La gloria, se sar gloria, deve essere tutta sua.
troppo persuaso che il regime ha bisogno della gloria militare.

Non sfuggiva per a De Bono il gravoso impegno che lo attendeva. Quando penso che corro verso i
settantanni, confidava nel diario mi domando se ho coscienza della responsabilit che mi assumo.
Comunque sar un bel can-to del cigno.

Il vecchio quadrunviro non difettava tuttavia di buon senso. Al contrario di tanti generali che in guerra si
la-mentano sempre di non avere mai uomini e mezzi a suffi-cienza, lui era preoccupato dal fatto che
Mussolini quasi sempre raddoppiava quanto da lui richiesto senza render-si conto dei problemi logistici
che quella profusione di forze provocava. Il Principale non lesina annotava De Bono. Lui manderebbe
gi tutto l'esercito, tutta la mari-na e tutta l'aviazione, senza pensare a come qui si posso-no alloggiare e
far vivere. Purtroppo, il Capo un orec-chiante di cose militari. Fosse stato almeno sottotenente di
complemento! Farebbe meno fessere.

All'inizio del conflitto, Mussolini ammass in Africa cinque divisioni del Regio esercito (Gavinana, Gran
Sasso, Sila, Sabauda, Cosseria) e cinque di camicie nere (23 Mar-zo, 28 Ottobre, 21 Aprile, 3 Gennaio
e 1 Febbraio). Queste ultime facevano parte della MVSN, la Milizia volontaria per la sicurezza
nazionale, che era l'esercito del regime, composto di volontari, ovviamente fascisti. I militi si
di-stinguevano dai soldati del Regio esercito per le uniformi, i simboli, i gradi e il soldo (soprattutto il
soldo!), nonch per la loro preparazione militare, notevolmente inferiore. Sotto il grigioverde i militi
indossavano la camicia nera e al posto delle tradizionali stellette portavano due fascetti di allumino.
Anche i copricapi erano diversi: fez o ba-schi neri invece della bustina, ma in Africa era di rigore per tutti
il casco coloniale di sughero.

Ossessionato dall'idea di collegare il suo regime con la Roma dei Cesari, Mussolini aveva fatto ricorso
alla gerar-chia in uso nelle legioni romane. La Milizia era suddivisa in manipoli, centurie, legioni. Anche i
gradi, distribuiti pe-raltro con prodigalit per meriti politici e non militari, re-cavano l'impronta romana: il
centurione equivaleva al capi-tano, il seniore al maggiore, il console al colonnello e il luogotenente al
generale. Ma su questa forzata equivalenza gerarchica, lo stato maggiore dell'esercito aveva trovato da
ridire. Si era alfine stabilito che, in caso di mobilitazione, l'ufficiale della Milzia richiamato per qualsiasi
ragione al-le armi nel Regio esercito avrebbe riacquisito il grado rico-perto durante il normale servizio
militare. Capiter infatti a molti centurioni o consoli di ritrovarsi sergenti o tenenti.

Considerata tale premessa, facile arguire che fra eserci-to e Milizia non corresse buon sangue. I soldati
non simpa-tizzavano con i militi, meglio pagati di loro e pi privilegia-ti. Li consideravano firmaioli,
pelandroni e scansafatiche. Ironicamente traducevano la sigla MVSN che li distingueva in Mai Visto
Sudare Nessuno. L'eco di questo dissidio emerge anche dal diario d De Bono il quale, bench
fasci-sta, aveva evidentemente pi stima per l'esercito che per le CCNN, le camicie nere. Cos infatti
scriveva:

Prevedo che le CCNN mi daranno dei fastidi grossi. Quelli di Ro-ma me ne hanno mandato un mucchio.
Armi in disordine, senza mutande n fasce di lana ... Hanno ufficiali non rispondenti ai gra-di militari.
Come si comporteranno ora che devono lavorare? Ho dei dubbi. La notte scorsa una sentinella
spaventata si messa a sparacchiare: colpi da tutte le parti, allarmi. E siamo a 130 chilome-tri dal
nemico. Ma l arrangio io! Che sporche carogne! Furti e pare anche violenza alle donne. Ma li faccio
castrare tutti come vero Dio! Anche oggi ho ricevuto un rapporto indiziario del lazzaronismo di quella
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gentaglia.

Ogni 27 settembre, tradizionale ricorrenza della festa del Mascal, della Croce, gli abissini usavano
accendere una pi-ra al centro della quale era conficcato un palo. Se il palo ca-deva dalla parte dove
andava il fumo, era presagio di vitto-ria, se cadeva dalla parte opposta, di sconfitta. Anche in quel 27
settembre 1935, sei giorni prima dell'attacco, ras Sejum Mangasci, governatore del Tigr , volle
accendere personalmente il fal e il palo, opportunamente guidato da fili invisibili, cadde nella direzione
giusta suscitando l'en-tusiasmo dei guerrieri, che improvvisarono una fantasia agitando scimitarre, fucili
e zagaglie. Allo stesso trucco ri-corse il generale Pirzio Biroli per galvanizzare i suoi ascari, che si
esibirono pure loro in eccitanti fantasie guerresche.

Gli ascari furono i primi ad aprire la nostra avanzata. Erano protetti dai quindici carri armati del capitano
Etto-re Grippa e seguiti a breve distanza dalle truppe nazionali con le loro colonne dibagal , i
caratteristici muletti eritrei, carichi di viveri e di cartucce. L'attacco da terra era stato preceduto da un
massiccio bombardamento aereo prima su Adua e poi su Adigrat. L'incursione era stata condotta dalla
squadriglia chiamata La Disperata, dal nome di una squadra fascista toscana. La comandava il ministro
Ga-leazzo Ciano, genero di Mussolini, il quale continuer a dirigere anche dal campo il dicastero della
Stampa e della Propaganda di cui era rimasto titolare. Con Ciano, volavano anche altri gerarchi
volontari, fra i quali Ales-sandro Pavolini e Roberto Farinacci, nonch Bruno e Vit-torio, i figli non
ancora ventenni del Duce. Uno di questi, Vittorio, cos descriver la sua azione:

Lo cerco, lo individuo, cronometro il tempo, mollo prima gli spezzoni e poi le bombe da 31 chilogrammi,
poi ancora spezzoni. Ma non ottengo che magri effetti forse perch mi aspettavo esplo-sioni immani, tipo
film americani, mentre qui le casette degli abis-sini, fatte di creta e di sterco, non danno nessuna
soddisfazione...

Questa prima fase della campagna ebbe un andamento rapido, da blitz. Il 5 ottobre venne presa Adigrat
e il giorno seguente Adua fu finalmente vendicata. Gli italiani si im-padronirono quasi senza colpo ferire
della mitica citt, che poi non era altro che una miserabile borgata popolata di po-veracci seminudi, i
quali si strinsero attorno ai conquistato-ri chiedendo mangeria e ripetendo un verso che i nostri soldati
ridendo scambiarono per il coccod delle galline. In realt dicevano coat, coat, vestiti in inglese.

La conquista di Adua, per tutti i ricordi e le frustrazioni che questo nome comportava, sollev in Italia
un'ondata di entusiasmo sicuramente spontanea. Adua sei vendicata / sei ritornata a noi... cantavano le
soubrette degli avan-spettacoli avvolgendosi nel tricolore. Ma non si manc di piangere i primi caduti. Il
tenente Mario Morgantini, co-mandante della Banda del Sera, avanguardia indigena della Gavinana, fu il
primo a morire alla testa dei suoi asca-ri. Poi seguirono il caporale Marino Gasparini di Meolo e il fante
Fiorino Crucianelli di Castelromualdo, ai quali ave-vano somministrato l'estrema unzione i nostri numerosi
cappellani (spesso pi soldati che preti) che si spingevano arditamente nelle prime linee.

Inoltre, la stampa nazionale diede molto rilievo alla de-fezione deldegiac Gugs, il primo dei tanti capi
abissini che si lasceranno conquistare da quella che lo storico Gio-vanni Artieri, allora corrispondente di
guerra, definiva scherzosamente la cavalleria di san Giorgio, alludendo all'immagine raffigurata sulle
sterline, grazie alle quali gli inglesi si erano impossessati di gran parte del loro impe-ro. Gli italiani,
comunque, non distribuirono sterline ma gli argentei talleri di Maria Teresa di cui i ras erano avidi. Il
disertore Gugs era genero di Hail Selassi, avendone sposato una figlia, morta avvelenata in un'oscura
tragedia di corte, da cui aveva avuto origine il suo tradimento. Ol-tre all'odio per il negus e all'amore per i
talleri, ildegiac coltivava anche altri interessi. La prima cosa che mi ha chiesto racconta De Bono nel
suo diario stata: "Quando mi sar consentito di andare a Roma per conoscere fi-nalmente delle donne
bianche?". Non l'ho accontentato. In compenso, lo nomin solennemente governatore del Tigr
davanti alla popolazione di Adigrat.
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Il primo atto ufficiale compiuto da De Bono subito dopo l'inizio del conflitto fu (a liberazione degli
schiavi. E non po-teva non farlo: l'abolizione della schiavit era il principale motivo con cui l'Italia
giustificava l'aggressione all'Etiopia davanti alla Lega delle Nazioni. Questo provvedimento, che nella
societ etiopica ebbe una portata rivoluzionaria, non sort tuttavia il risultato che De Bono sperava.
Devo ammettere ricorda nel suo diario che il bando non fece grande effetto sui proprietari di schiavi e
forse meno ancora sugli stessi schiavi liberati. Molti di costoro, appena messi in libert, si presentarono al
comando per chiedere: "E ora chi ci dar da mangiare?". Fece effetto invece sull'animo dei giovani
intellettuali che si erano arruolati volontari, cer-ti che fosse un loro dovere (il fardello dell'uomo bianco)
portare in Africa luce e civilt. Ma anche gli altri soldati era-no in genere animati da stimoli umanitari e
comunque non razzisti. D'altronde lo dimostravano cantando convinti: Faccetta nera, sarai romana...
oppure: E se l'Africa si pi-glia / si fa tutta una famiglia.

Il sottotenente Indro Montanelli, che comandava il 20 battaglione, una banda irregolare del Corpo
eritreo di Pirzio Birol, ebbe l'incarico di leggere e di far tradurre il bando antischiavista in un villaggio
occupato ed ecco cosa scrsse in proposito:

Mi parve bellissimo cominciare ia mia carriera di conquistatore di-stribuendo ai conquistati la libert. Ero
contento di me, ero contento del mio Paese, ero contento della sorte che mi aveva affidato una par-te sia
pure minuscola, in quella grande impresa di redenzione. E se quella notte una pallottola mi avesse
sorpreso nel sonno, sarei morto bene, in pace con la mia coscienza, cio con Dio e con gli uomini.

La rapida avanzata di De Bono, spronato da Mussolini, a parere degli esperti fu piuttosto avventata. Il
terreno at-traversato era montuoso, selvaggio e favorevole alle imboscate. Per questa ragione, Badoglio
aveva suggerito che inizialmente fossero impiegate soltanto le bande indige-ne. De Bono mand invece
avanti 30.000 soldati nazionali attraverso l'unico ponte costruito sul Mareb. Il rischio era stato grande e il
maresciallo Badoglio, dopo un'ispezione al fronte abissino, sia per giustificare le sue precedenti
ap-prensioni, sia per sottolineare l'avventatezza del coman-dante, cos rifer a Mussolini:

In questa azione siamo stati assistiti dalla fortuna. Abbiamo avu-to di fronte un solenne minchione: ras
Sejum ha dimostrato di ave-re le stesse caratteristiche, notevolmente peggiorate, di suo padre ras
Mangasci. Se invece di Sejum avessimo avuto un ras Alula, certamente avremmo avuto alcune migliaia
di perdite. Sia dunque lodato ras Sejum Mangasci.

Per De Bono neanche una parola di elogio.

Contemporaneamente all'attacco da nord, dalla Soma-lia, il generale Rodolfo Graziani, comandante del
fronte sud, si mise in movimento con le sue truppe, composte per un terzo da battaglioni indigeni didubat
. Preceduto da in-tensi bombardamenti aerei, Graziani conquist a uno a uno tutti i presidi abissini
praticamente senza colpo ferire. Sol-tanto il presidio di Gorrahei, difeso dal coraggioso coman-dante del
fronte sud abissino, il degiac Afeuork, resist eroicamente per alcuni giorni finch egli, ferito a una
gam-ba, non ordin la ritirata. Tutta la zona pare arata dalle bombe riferir Graziani dopo la conquista
del presidio. Non c' tratto che non sia sconvolto, non c' angolo che non sia squarciato da una buca.
L'azione aerea stata for-midabile: le sue tracce lasciano facilmente immaginare cosa sia stato il tormento
degli abissini che, pazzi di terrore, non hanno pi resistito e sono fuggiti col loro capo morente.

Dopo la conquista di Adua e Adigrat, De Bono decise di effettuare una sosta per riorganizzare le sue
truppe. Ma Mussolini aveva fretta. Intendeva concludere le operazio-ni prima della fine di novembre e
quindi continuava a spronarlo. Lui, di malavoglia, obbed e prosegu l'avanza-ta fino ad Axum, dove
giunse il 14 ottobre.
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Axum, piccola citt dell'altopiano eritreo a 2150 metri sul mare, era per gli abissini molto pi importante
di Adua. Era, ed tuttora, il cuore sacro dell'Abissinia. Le sue origini si perdono nella notte dei tempi.
Capitale di un regno e di una civilt risalenti ai tempi biblici, ancora og-gi il pi importante centro
religioso abissino, nonch stori-ca residenza dell'abuna, il papa della religione copta. Nella sua pittoresca
cattedrale, dedicata a santa Maria di Sion, furono incoronati tutti gli imperatori d'Etiopia. Ricca di re-perti
archeologici, vanta un numero incredibile di superbe stele scolpite, alcune delle quali ancora erette,
collocate so-pra le tombe dei pi importanti personaggi. Una di esse, alta 24 metri e nota come
l'obelisco di Axum, dopo la conquista dell'Etiopia fu recuperata dai nostri archeologi e il 28 ottobre
1937 sistemata, per volere di Mussolini, sul piazzale di Porta Capena, dove ancora si trova in attesa di
essere restituita all'Etiopia che la reclama.

Ma il mistero pi suggestivo che ammanta questa anti-ca citt riguarda l'Arca dell'alleanza, ossia
quellArca perduta alla cui spericolata ricerca and l'attore Harrison Ford nelle vesti di Indiana Jones,
protagonista di tre famosi film diretti da Steven Spielberg. Secondo le Sacre Scritture, l'Arca, la reliquia
pi sacra del culto israelitico, conteneva le due tavole che Dio consegn a Mos sul monte Sinai. Era,
cos si racconta, in legno di acacia, rive-stita all'esterno e all'interno di lamine di oro puro, con quattro
anelli d'oro per le stanghe di trasporto. Sopra si trovava il propiziatorio, un coperchio rettangolare,
sem-pre in oro, alle cui estremit erano collocate due teste di cherubini. Nessun testimone attendibile l'ha
mai vista di persona, ma sempre stata al centro di tante leggende e molti in passato si sono avventurati
alla sua ricerca, ani-mati dalla stessa fede dei mtici cavalieri di re Art che in-seguivano il sogno di
trovare il Santo Graal.

Secondo la leggenda abissina, la regina di Saba, che re-gnava ad Axum, dopo essere andata a far visita
a re Salomone, figlio di David e re di Israele, ebbe da lui un figlio chiamato Menelik, il quale, recatosi pi
tardi a Gerusa-lemme per conoscere il genitore, avrebbe trafugato (o, in base a un'altra versione, ricevuto
in dono dal padre) la preziosa Arca che testimoniava l'alleanza di Dio con gli uomini. Da allora essa
sarebbe ancora gelosamente custo-dita dai sacerdoti di Axum nel makdas, il santuario della cattedrale nel
quale venivano incoronati gli imperatori d'Abissinia. Oggetto sacro per il popolo, gli vengono at-tribuiti
portentosi miracoli. Si narra, per esempio, che Me-nelik sconfisse gli italiani a Adua dopo avere pregato
da-vanti all'Arca nascosta da una tenda damascata, poich, cos si favoleggiava, chiunque avesse osato
guardarla avrebbe perso immediatamente la vista.

Tuttavia, in epoca pi recente, malgrado la maledizione che la circonda, qualcuno ci avrebbe provato. Si
racconta in particolare di due misteriosi turisti israeliani che, supe-rati innumerevoli ostacoli, riuscirono a
contemplarla. Se-condo la loro descrizione (peraltro non dissimile da quella tramandata dalle Antiche
Scritture), l'Arca consisterebbe in una cassa a forma d parallelepipedo di materiale inde-cifrabile, ma
apparentemente dorata. Misurerebbe un me-tro per 70 centimetri e sarebbe chiusa da un coperchio
de-corato da due teste di cherubini con le ali congiunte dietro la nuca, e poggiata su un piedistallo. Si
narra inoltre che la misteriosa visita dei due presunti archeologi israeliani al-larm molto i sacerdoti di
Axum, non dimentichi del fa-moso blitz con cui gli aerei cargo israeliani, diversi anni fa, prelevarono e
trasportarono in Israele i 30.000falasci etiopici, ossia gli ebrei neri discendenti di un'antica comu-nit
trasferitasi nella zona al tempo della diaspora. Per ora, tuttava, nessuno si fatto vivo e, probabilmente,
an-che in questo caso si tratta di leggenda. D'altra parte se l'Arca fosse effettivamente conservata ad
Axum non si ca-pirebbe perch i conquistatori italiani si sarebbero lasciati scappare questo prezioso
reperto.

Emilio De Bono sognava la gloria militare, ma era refrat-tario ai romanticismi. Dell'Arca dell'alleanza,
forse, non aveva mai sentito neppure parlare e infatti il suo diario ta-ce in proposito. Non lesina invece
critiche n imprecazioni nei confronti di Mussolini, che con telegrammi perentori insisteva a spronarlo
perch continuasse l'avanzata, men-tre lui era ben deciso a non muoversi finch non avesse riorganizzato
le sue truppe. Ecco, per esempio, un suo sgangherato commento dopo uno di questi incitamenti
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in-desiderati: Fianco destr', per fila sinistr'! Per me Mussoli-ni si mette in un vicolo cieco. Andare avanti,
e dopo? Come potr essere rifornito? Non vorr mica mandare l'Italia a remengo!.

Tutto sommato, la prudenza di De Bono era pi che giustificata. L'esercito abissino si stava muovendo e
sul fronte nord continuavano ad affluire le armate dei ras Cassa e Immir mandate in appoggio a quella di
ras Sejum. Ognuno di loro comandava decine di migliaia di guerrieri che eccellevano per coraggio,
mobilit e diretta conoscenza del terreno. Difettavano invece, per fortuna nostra, di coordinamento e
ignoravano del tutto la tecnica della guerriglia che avrebbe sicuramente messo in crisi l'esercito italiano.
Infatti, per tutta la durata del conflitto, i ras abissini, anzich optare per la tattica del mordi e fug-gi che
avrebbe giocato a loro favore, cercheranno solo il classico scontro frontale in cui gli italiani, meglio armati
e protetti dall'aviazione, avranno sempre la meglio.

Intanto, a Roma, Mussolini mordeva il freno. La tattica ritardatrice di De Bono lo indispettiva e


cominciava a pensare di avere compiuto un errore affidando il coman-do delle truppe a un generale
troppo politico e troppo vecchio. Da parte sua, Badoglio non perdeva occasione per criticare gli indugi
ingiustificati del quadrunviro, e non solo. Nel suo rapporto al Duce sosteneva che tutto il comando in
Africa era pervaso dall'idea di attendere e per dimostrarlo elencava esempi di questo tenore: Il
ge-nerale Santini ha in costruzione una casa a Adigrat, men-tre il generale Maravigna ha richiesto il
mobilio per l'arre-damento di una casa di quattordici camere a Adua.

Inoltre, per ricordare a Mussolini l'et avanzata del suo ri-vale, Badoglio aveva aggiunto con finta
comprensione una maligna pennellata finale. Riferendosi a una sua visi-ta al generale dopo che questi era
caduto da cavallo, scri-veva: Secondo me lo sforzo fatto ha non poco esaurito le riserve di S.E. De
Bono. A vederlo in molti, troppi mo-menti, d l'impressione di un uomo stanco, quasi sfinito. Insomma,
come osserva lo storico Franco Bandini, avan-zare vittoriosamente era, secondo Badoglio, facilissimo e
non esistevano ragioni per rifiutare di farlo. Se De Bono si ostinava nel suo atteggiamento prudente,
pareva volesse dire, la spiegazione era una sola: rimbambimento senile.

Il rapporto di Badoglio al Duce fu presentato il 3 no-vembre, lo stesso giorno in cui De Bono,


bombardato dai telegrammi di Mussolini che gli ordinava di riprendere l'azione con obiettivo
Macall-Tacazz aveva effettiva-mente ripreso l'avanzata. Sei giorni dopo, con il solo in-toppo di uno
scontro con gli abissini, si comp un'altra gloriosa riconquista, quella di Macall, che vendicava il
sacrificio di Galliano. Per l'Italia fu di nuovo gran festa, come per Adua. De Bono, per, la pensava
diversamente. Macall scrive nel diario un sitaccio della malora co-me tutti gli altri qui. Le truppe
sono bene a posto, ma cer-to non in grado di proseguire l'avanzata. Ma Mussolini neppure gli lasci il
tempo di prendere fiato. Ti ordino gli telegraf il giorno seguente di muovere senza indu-gio con le
truppe indigene verso l'Amba Alag dove cad-de Toselli. La risposta di De Bono, questa volta, fu
piut-tosto risentita. Il suo telegramma di replica diceva: A parte doloroso ricordo storico, che secondo
me non abbi-sogna di rivendicazione, posizione di Amba Alagi non ha alcuna importanza strategica et est
tatticamente difettoso perch aggirevole ovunque. Nel diario De Bono risulta ancor pi determinato:
Me l'aspettavo: incompetenza, orecchiantismo, malafede. Ho risposto a dovere.

Povero De Bono, forse fu proprio quel dispaccio a segna-re la fine della sua breve campagna africana e
l'avvento di Badoglio. Scoccava, come scrive Indio Montanelli, l'ora del marchese del Sabotino (per gli
ammiratori) e del re-sponsabile di Caporetto (per i denigratori). A un coman-dante in capo fascista ne
seguiva uno che non era n fa-scista n antifascista. Era semplicemente badogliano. Il maresciallo era
l'ultimo della lista degli aspiranti alla suc-cessione di De Bono presentata a Mussolini (era preceduto da
Balbo, De Vecchi, Baistrocchi e Graziani), ma la scelta del Duce cadde su di lui. Dovendo scegliere non
un politi-co, ma un militare, Badoglio era certamente il migliore.

De Bono ricevette la comunicazione del suo licenzia-mento attraverso un telegramma segreto e


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personale in-viatogli da Mussolini che, dopo la secca comunicazione ufficiale, cos proseguiva:

Ritengo che questo mio messaggio non ti arrecher soverchia sorpresa, perch tu sai per esperienza che
ogni ciclo di attivit ad un certo punto deve essere concluso; che un po' di riposo ci vuole e che non
bisogna esigere troppo dalla fortuna quando sia stata per un certo tempo propizia. Ti comunico che quale
tuo successore ho scelto il maresciallo Badoglio. Nell'attesa di rivederti, ti abbraccio con immutata
cordialit.

Da parte sua, De Bono confidava nel suo diario in data 16 novembre 1935:

Tornato ieri alle 16 da Macall al comando, ho trovato qui il tele-gramma del mio richiamo. Stamane un
altro telegramma mi preannuncia il Maresciallato. Promoveatur ut amoueatur. Mi viene a so-stituire...
Badoglio! Bei gesuiti!

Il bastone di maresciallo d'Italia attendeva dunque il settantenne generale. Lui ne and fiero, anche se
riconob-be che si trattava di un contentino. Ma la pi grande sod-disfazione gliela dar, senza volerlo, lo
stesso Badoglio che, malgrado la promessa di far presto, sar costretto, co-me De Bono, a segnare il
passo, a sistemare le retrovie e a procedere con la massima prudenza infischiandosene per delle
sollecitazioni imperiose di Mussolini.

VI
IL RUGGITO DEL TOPO
La risposta della Lega delle Nazioni all'aggressione italia-na dell'Etiopia fu immediata e altisonante, anche
se si ri-veler minacciosa quanto il ruggito del topo. La Lega era infatti in crisi da tempo e aveva
dovuto subire pesanti umiliazioni. Questa era dunque l'occasione di dimostrare che ancora non era morta
del tutto. Sotto la spinta britan-nica e in particolare del ministro Eden, che andava sem-pre pi
incarnando la figura retorica della perfida Albio-ne gi coniata da Mussolini, il 7 ottobre 1935 il
Consiglio di sicurezza dell'organizzazione ginevrina vot una riso-luzione contro l'Italia che, scatenando il
conflitto, aveva commesso un atto di guerra contro tutti gli altri membri della Lega. Circa la condanna
da infliggere all'aggresso-re si discusse parecchio: sanzioni economiche o sanzioni militari? Queste ultime
sarebbero state certamente pi gravi, ma alla fine venne scelta la misura pi blanda. Do-po quattro giorni
di dibattito tra falchi e colombe, si deci-se infatti a maggioranza (52 contro 4) di infliggere all'Ita-lia le
sanzioni economiche fissando per il 18 novembre la data della loro applicazione. Votarono contro le
sanzioni soltanto Austria, Ungheria, Albania e Paraguay. Quest'ul-timo paese assunse una posizione
contraria per particolari motivi interni che, in seguito, saranno condivisi anche da altri stati sudamericani
riducendo cos il valore del loro voto. Allo stesso modo si comportarono in seguito la Spa-gna, la
Norvegia e la Svizzera, mentre Belgio e Jugoslavia comunicarono a Roma che non intendevano applicare
le clausole pi restrittive. L'Unione Sovietica continu inve-ce a commerciare liberamente con l'Italia
assicurandole soprattutto il rifornimento di nafta. Tale comportamento - cui si adeguarono in maniera pi
o meno scoperta anche le altre nazioni - era dettato da egoistiche ragioni di inte-resse nazionale. Si
temeva infatti che Stati Uniti, Germa-nia e Giappone, non impegnati con le posizioni assunte dalla Lega,
potessero monopolizzare il commercio estero italiano che faceva gola a tutti. Di conseguenza, la
con-danna dell'Italia si trasform quasi in una finzione giuri-dica. Le sanzioni imposte dall'Inghilterra per
una questio-ne di principio e sulla base di quanto stabiliva lo statuto della Societ delle Nazioni
risultarono, alla prova dei fatti, di difficile se non impossibile applicazione. Come accadr
successivamente anche all'ONU, la Lega, sorta con il nobi-le proposito di salvare la pace del mondo,
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rivel la sua impotenza proprio nel momento in cui sarebbe stato ne-cessario un suo deciso intervento.

Le misure economiche applicate contro l'Italia erano peraltro non molto gravose. Si limitavano alla
proibizione di qualsiasi credito e all'embargo sulle armi e su una serie di prodotti necessari alle industrie di
guerra, salvo per il carbone e il petrolio. Soprattutto di quest'ultimo l'Italia aveva assoluto bisogno, visto
che allora non ne produceva neppure un litro. Mussolini deve avere tirato un sospiro di sollievo
nell'apprendere quella decisione. Anni dopo, infatti, divenuto amico di Hitler, gli confesser con
fran-chezza: Se la Lega avesse seguito il consiglio di Eden ed esteso al petrolio le sanzioni contro l'Italia,
nello spazio di otto giorni avrei dovuto battere in ritirata in Abissinia. Sa-rebbe stata per me un'indicibile
catastrofe.

Tuttavia, la Germania, paese non sanzionista, non appro-fitt della situazione favorevole per tentare un
riavvici-namento all'Italia. Bench Mussolini, sia pure strumen-talmente, al fine di allarmare Francia e
Inghilterra, avesse ordinato alla sua diplomazia di mostrarsi pi duttile verso i tedeschi, il Fhrer si rivel
ostile nei nostri confronti. Invece di offrire al suo futuro alleato aperture commerciali per colmare le
perdite provocate nella nostra economia dalle sanzioni, prefer addirittura favorire il negus inviandogli
segretamente e gratuitamente grandi quantitativi di armi attraverso compiacenti navi britanniche che si
prestavano volentieri alla bisogna. E non solo: lasci libera la stampa tedesca, non dimentica della
campagna antinazista condot-ta dai giornali italiani dopo le note vicende austriache, di condannare
l'aggressione e di eroicizzare la resistenza etio-pica contro di noi. Alla base di tale sconcertante
comporta-mento c'era naturalmente un disegno politico. Hitler aveva interesse che la campagna etiopica
fosse lunga e difficile in quanto avrebbe scavato un solco sempre pi profondo fra l'Italia e le potenze
democratiche, avvicinandola per forza di cose alla Germania. Quest'ultima, inoltre, avrebbe potu-to
avvantaggiarsi delle ristrettezze economiche dell'Italia per scalzarla dalle sue posizioni in Austria.

Pi favorevole verso l'Italia fu invece l'atteggiamento degli Stati Uniti. A parte il fatto che si era alla vigilia
delle elezioni e il presidente Roosevelt non voleva perdere il voto degli italoamericani, Mussolini godeva
in America di una vasta popolarit (In quegli anni scriver il segreta-rio di Stato americano Mussolini
era un leader responsa-bile, meno aggressivo nel suo nazionalismo di molti uo-mini di Stato
democratici). A questo si aggiungeva una questione d'ordine morale. Secondo il governo di
Wa-shington, tradizionalmente anticolonialista, la guerra all'Abissinia era certamente ingiusta e l'Italia
meritava la condanna, ma altrettanto era ingiusto che le sanzioni fos-sero state applicate per volont
dell'Inghilterra che, essen-do un impero coloniale, non aveva maggiori giustificazio-ni dell'Italia. Meglio
quindi restarne fuori e mantenere buoni rapporti con gli italiani.

L'Inghilterra, d'altra parte, assunse nei confronti dell'I-talia una posizione ambigua. Bench Anthony
Eden, con-tinuasse a propugnare insistentemente l'embargo sul petrolio e la chiusura del canale di Suez, il
governo britannico non prese alcuna misura in tal senso. Il canale rimase aperto (e vale la pena d
sottolineare che quella sarebbe stata l'arma decisiva per fermare l'aggressione) e il petro-lio inglese non
cess di affluire indirettamente in Italia e direttamente da Suez dove le nostre navi venivano rego-larmente
rifornite di nafta. Per non dire poi dei motori Rolls-Royce, destinati alla nostra aeronautica militare, che
continuarono a giungere nel porto della Spezia in pieno periodo sanzionista. Il fatto che negli ambienti
pi colti e realisti della societ britannica era diffuso una sorta di complesso di colpa nei confronti
dell'Italia. Nella Storia d'Etiopia di Arnold H.M. Jones ed Elizabeth Monroe, pub-blicata proprio nel
1935, si legge infatti:

Nessuno dovrebbe avere a ridire sull'espansione italiana, note-vole e pressante. L'Italia una nazione
che abbisogna di materie prime per le sue industrie in via di sviluppo e di uno sbocco per la sua
popolazione in eccesso. arrivata ultima nella corsa alle colo-nie e a causa di un governo inefficiente
stata poco considerata al-la Conferenza della Pace di Versailles. Le si deve una riparazione.
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I conservatori britannici e gli ambienti economici non erano mai stati entusiasti delle sanzioni, ma non
osarono neppure avventurarsi in una politica di riavvicinamento all'Italia poich, in quel momento, come
osservano Indro Montanelli e Mario Cervi nellItalia Littoria, incombevano le elezioni e l'opinione
pubblica britannica era animata da un profondo risentimento contro il fascismo aggressore. Ma quando, il
13 novembre 1935, i risultati elettorali ricon-fermarono trionfalmente la maggioranza dei conservatori, il
ministro degli Esteri Hoare, che con il premier Stanley Baldwin rappresentava la corrente pi morbida del
gabi-netto, preoccupato, com'era lo stesso primo ministro, che Mussolini potesse cadere fra le braccia di
Hitler, convoc l'ambasciatore italiano Dino Grandi per chiedergli con e-strema franchezza: E adesso
cosa possiamo fare per disin-cagliarvi dalla situazione nella quale vi trovate?.

Quello di Hoare non era un suggerimento brutale quan-to quello che Dino Grandi aveva ricevuto mesi
prima dall'ex premier MacDonald allorch la pentola etiopica aveva cominciato a bollire (Non si fa cos,
caro Grandi gli aveva detto il primo ministro inglese, che di colonialismo si in-tendeva pi di noi. Per
conquistare una colonia prima si comincia a mandare qualche missionario, che poi verr uc-ciso. Solo
dopo di allora si ha la scusa per intervenire. Per giunta, voi avete a disposizione lo schiavismo, la lebbra e
il tracoma che fa strage in Etiopia. Mandate quindi una mis-sione di medici e aspettate che ne ammazzino
uno. Poi la cosa verr da s...), ma era comunque un segnale positi-vo. Quel giorno stesso Grandi rifer
il messaggio di Hoare a Mussolini, e basta dare un'occhiata alle date per rilevare le conseguenze di quella
preziosa informazione. Grandi te-lefon a Mussolini il 14 novembre, il 15 Mussolini silur
telegraficamente De Bono; quello stesso pomeriggio, alle 14, convoc Badoglio nella Sala del
Mappamondo alla pre-senza d Alessandro Lessona, sottosegretario alle Colonie, e con poche frasi a
effetto comunic al maresciallo la deci-sione di affidargli il comando dell'impresa africana.

Occorre far presto! si raccomand Mussolini senza neppure attendere la risposta affermativa
dell'interpellato.

C' il piroscafo Sannio che parte da Napoli dopodoma-ni, potrei approfittarne sugger Badoglio
felicissimo di avere realizzato il suo progetto.

Dopodomani il 17. Brutto numero comment Mus-solini. Porta jella. Fate spostare la partenza del
Sannio di ventiquattr'ore.

Cos il maresciallo part il 18 novembre con il Sannio, la nave pi vecchia e pi lenta della nostra marina
mercanti-le. Chi va piano, va Sannio e va lontano commenteranno scherzando i giornalisti imbarcatisi al
suo seguito. E Ba-doglio and lontano per davvero. Verso il vertice della sua carriera.

La guerra e le sanzioni non interruppero i rapporti diplo-matici fra le potenze europee. Pur ostentando in
pubblico la sua determinazione aggressiva, Mussolini attraverso i canali diplomatici s dimostrava ancora
disposto a un com-promesso. Forse, per chiudere in fretta la partita, si sarebbe anche accontentato di
qualche importante concessione ter-ritoriale senza pretendere di estendere il dominio italiano fino agli
estremi confini dell'impero. L'incubo di Mussolini era rappresentato dall'eventualit che i falchi di Ginevra,
capeggiati da Anthony Eden, convincessero i paesi sanzionisti a estendere l'embargo al petrolio. Da qui la
sua fretta di trovare una soluzione rapida per il conflitto etiopico. In questa febbrile atmosfera, correvano
fra Roma e Londra e fra Roma e Parigi assicurazioni, mezze intese, accordi se-greti. Inoltre entrarono in
scena alcuni misteriosi personag-gi, come il palestinese Chukry Jacir Bey che i nostri servzi segreti
presero molto sul serio. Questo Jacir, giunto a Roma nella prima met di dicembre del 1935, affermava
di esse-re amico dell'abuna Cirillo V, capo spirituale della Chiesa etiopica, e del ministro della Guerra ras
Mulughiet, non-ch di conoscere bene anche l'imperatore medesimo. Le sue non sembravano vanterie: i
riscontri eseguiti dai nostri ser-vizi fornirono ampie conferme. In cambio di un compenso di 100 milioni di
lire, o degli equivalenti 422.360 franchi svizzeri, da versare a operazione compiuta, Jacir si impe-gnava a
convincere il negus a concludere la pace entro il 15 febbraio 1936 a condizioni molto favorevoli per
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l'Italia. Nel caso che tale accordo fosse fallito, assicurava di essere in grado di organizzare in territorio
occupato dagli italiani un atterraggio forzato dell'aereo personale con il quale l'impe-ratore usava
spostarsi. Il progetto, denominato Piano C, prevedeva inoltre una variante, ossia l'organizzazione di
una battaglia addomesticata che sarebbe stata vinta dagli italiani e avrebbe fornito al negus la
giustificazione per chiedere la pace.

Anche se non siamo in grado di escludere che Jacir fos-se un abile imbroglione, doveroso riconoscere
che se d truffa si tratt essa fu condotta con grande maestria. Tanto vero che l'operazione venne
approvata dallo stato mag-giore, coinvolse molti autorevoli personaggi e fu seguita con molto interesse
dallo stesso Mussolini. Purtroppo i dossier che contenevano i relativi documenti sono in gran parte
scomparsi dagli archivi, ma ne restano alcuni degni di interesse. Come una lettera con l'intestazione del
Banco di Napoli, che risulta cos concepita:

Napoli, li dicembre 1935 - XIV E.E - Signor Jacir Bey, Roma. - Con la presente Vi comunichiamo che
il signor Emilio Faldella* (* Il colonnello dirigente del SIM.) ha aperto a Vostro nome presso questo
Banco, un credito di 100.000.000 (cento milioni) di lire italiane, vincolato, irrevocabile e valido fino al 15
febbraio 1936, utilizzabile soltanto nei casi previsti da accordi particolari a Voi noti.

Il direttore generale, Giuseppe Frignarli

Il conto in questione non fu dunque aperto presso la Banca d'Italia come si suole in certi casi, ma presso
il Banco d Napoli, probabilmente perch Giuseppe Frignani, squa-drista di Ravenna diventato da
semplice bancario direttore di tale istituto e successivamente sottosegretario alle Fi-nanze, offriva
maggiori garanzie di segretezza. Purtroppo, non siamo in grado di conoscere come and a finire questa
misteriosa vicenda, ma poich il negus non chiese la pace e neppure venne rapito, facile capire che
l'operazione deve essere fallita. Jacir Bey, comunque, qualcosa ci guadagn. Forse per tema di uno
scandalo, o per altre ragioni, il SIM non infier su di lui, anzi lo tacit con alcuni milioni di lire per poi
spedirlo in aereo verso un'ignota destinazione. Ri-sulta ancora che il SIM si raccomand all'autorit
giudizia-ria affinch, nel caso che il levantino si fosse a essa rivolto, la questione non abbia eco nella
stampa, onde evitare inu-tile pubblicit.

Nello stesso periodo, mentre le operazioni militari ita-liane segnavano il passo per l'avvicendamento dei
co-mandanti, un altro piano inteso a risolvere il caso Abissinia andava nel frattempo maturando fra
Londra e Parigi. Dopo la vittoria elettorale, i conservatori britanni-ci, non tenendo conto di Eden e della
sua corrente oltranzista e neppure delle loro promesse elettorali, stavano cercando il modo di sciogliere il
nodo etiopico senza scon-tentare Mussolini. L'impresa non era semplice perch l'o-pinione pubblica,
bombardata per tanti mesi dalla pro-paganda pacifista e antifascista, si sarebbe certamente ribellata se il
governo avesse improvvisamente mutato il proprio indirizzo. Ma questo, tutto sommato, era il male
minore in quanto, anche in Inghilterra, le promesse eletto-rali non sempre vengono mantenute. Il rischio
maggiore era infatti rappresentato dai falchi capitanati da Eden i quali, all'interno del gabinetto Baldwin, si
ostinavano a sostenere la linea dura chiedendo l'embargo sul petrolio per l'Italia, nonch la chiusura del
canale di Suez. Il go-verno britannico si era cos diviso in due blocchi distinti. I falchi erano certi che
Musso, come lo chiamava Eden, si sarebbe rassegnato e avrebbe rinunciato alla conquista dell'Etiopia.
Le colombe temevano invece che l'inaspri-mento delle sanzioni avrebbe spinto Mussolini fra le brac-cia
di Hitler con tutte le immaginabili conseguenze.

Fu in questa atmosfera che nacque il progetto Hoare-Laval sulla cui gestazione clandestina forse non
sapremo mai la verit. La storia ufficiale racconta che Sir Samuel Hoare part da Londra il 6 dicembre
1935 diretto in Sviz-zera per un periodo di vacanze fra le nevi. Prima di giun-gere a destinazione,
tuttavia, Hoare si ferm a Parigi nei giorni 7 e 8 per incontrare segretamente il ministro Laval. I due
ministri degli Esteri concertarono insieme un com-promesso di massima per la soluzione della crisi
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abissina che avrebbe ricevuto anche l'approvazione di Mussolini con il quale Laval era in continuo
contatto telefonico. In questo piano si riconoscevano all'Italia non solo le con-quiste gi realizzate, ma
anche una zona di influenza equivalente a circa la met del territorio etiopico. Il pro-getto non prevedeva
alcuna contropartita da parte italia-na, trarrne la sospensione delle operazioni militari. In pa-role povere
veniva legittimata l'aggressione.

Il fatto che i due pianificatori decidessero il destino dell'Etiopia senza neppure consultare un suo
rappresentante non deve sorprendere: era il sistema in uso all'epoca colo-niale. Laval, d'altra parte, era
sempre deciso a vendere il negro per risolvere i suoi problemi. Teneva infatti molto all'appoggio di
Mussolini sia per frenare le rinascenti am-bizioni tedesche sia per essere da lui aiutato contro le sini-stre
francesi che, sotto la guida del socialista Leon Blum, si erano fuse nel Fronte popolare in vista delle
elezioni di primavera. Da parte sua Hoare, oltre l'interesse della sua parte politica per un accomodamento
della questione, non aveva dimenticato la sua amicizia con Mussolini nata nelle trincee italiane durante la
prima guerra mondiale.

Tutto risolto dunque? Sembrava proprio di s. Mussoli-ni aveva ufficialmente preso in considerazione il
pro-getto e certamente lo avrebbe accettato. Il negus invece, appena avuta visione del piano, lo respinse
sdegnato sot-tolineando che non si pu concedere pacificamente agli italiani ci che essi non riescono a
conquistare con le ar-mi. Non aveva tutti i torti. Ma il voto negativo dell'Etio-pia sarebbe stato
ininfluente in quanto era facilmente pre-vedibile che la Societ delle Nazioni, dominata, come sappiamo,
da Francia e Inghilterra, avrebbe sicuramente approvato il progetto. Infatti, il suo segretario generale, il
francese Joseph Avenol, aveva gi dichiarato di ritenerlo sostanzialmente equo.

Ma non tutto procedette per il verso giusto. Pochi gior-ni dopo, mentre Hoare si dilettava a sciare sulle
nevi sviz-zere, qualcuno a Londra sussurr a qualcun altro che cosa stava bollendo in pentola e in breve
ne fu informata l'ala edeniana del Foreign Office. Al sentore di un prossimo accordo favorevole
all'Italia, i falchi conservatori, appog-giati dall'opposizione laburista, minacciarono di spaccare in due la
Camera dei Comuni. Ciononostante, Baldwin riusc ugualmente a superare la tempesta inducendo la
maggioranza dei deputati a votare in favore del progetto Hoare-Laval. Ma l'ostinato Anthony Eden non si
diede ancora per vinto. Il giorno seguente, un suo articolo, intitolato Un corridoio per i cammelli, nel
quale il ministro sanzionista denunciava l'inverecondo mercato, suscit grande scalpore nell'opinione
pubblica. Non solo: grazie a uno scoop giornalistico probabilmente pilotato, l'cho de Paris rivel i
particolari pi segreti del progetto Hoare-Laval informando il mondo che l'Italia si accingeva a
pasteggiare sul cadavere dell'Etiopia.

Di fronte alla levata di scudi di gran parte dell'opinione pubblica, il governo britannico si trov
nuovamente in gravi difficolt. Forse, se fosse tornato in tempo dalla Svizzera, Hoare sarebbe riuscito a
convincere la Camera dei Comuni spiegando le ragioni che gli avevano suggeri-to di progettare quel
piano. Ma, per colmo d sfortuna, Sir Samuel si ruppe il naso mentre sciava nell'Oberland ber-nese e
quando rientr a Londra il 17 dicembre era ormai troppo tardi per placare la tempesta. A chi gli
chiedeva notizie sulla sua salute, il ministro degli Esteri britannico rispose laconicamente: Vorrei essere
morto. Per la ve-rit, Hoare politicamente era gi morto. Baldwin pur avendo partecipato alla
elaborazione del progetto, vista l'aria che tirava, aveva infatti deciso di scaricare il suo ingombrante
ministro per affidare il Foreign Office ad Anthony Eden, il difensore della Societ delle Nazioni.

L'eco degli avvenimenti londinesi raggiunse Roma la sera del 18 dicembre, poco dopo che si erano
concluse le cele-brazioni della Giornata della fede di cui parleremo pi avanti. Mussolini fu avvertito
telefonicamente da Grandi della nomina di Eden quando era ancora in corso la riunio-ne del Gran
consiglio del fascismo convocato urgentemen-te per esaminare il progetto Hoare-Laval. Inutile
aggiunge-re che non si arriv a risoluzioni di sorta, n all'emanazione di un comunicato ufficiale (pare per
che fosse gi pronto quello per l'accettazione del progetto). Mussolini s limit a chiamare a raccolta gli
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italiani: Contro di noi dichiar si schierato il fronte della conservazione, dell'egoismo e


del-l'ipocrisia. Poi pronunci uno dei suoi slogan pi efficaci che presto comparir su tutti i muri d'Italia:
Noi tireremo diritto. Non gli restava altro da fare. Svanita ogni speranza di vincere la guerra senza
combatterla, era ora indispensa-bile terminarla al pi presto. L'incubo dell'estensione delle sanzioni al
petrolio dominava i suoi pensieri.

Mentre i legionari continuavano a partire per l'Africa cantando Faccetta nera, salutati da folle festanti e
accompa-gnati dalla benedizione di innumerevoli vescovi e in parti-colare da quella del cardinale
Schuster, di Milano (all'eser-cito che a prezzo di sangue apre le porte d'Etiopia alla fede cattolica e alla
civilt romana), e pure dalla paterna esorta-zione del papa (la guerra necessaria per l'espansione del
popolo), il costume degli italiani andava rapidamente mutando. Le sanzioni economiche, infatti,
produssero l'ef-fetto opposto di quanto si ripromettevano i paesi sanzionisti. Favorirono l'industria
nazionale e consentirono a Mus-solini di mobilitare spiritualmente l'intero paese. L'Italia si sentiva
accerchiata e il regime fece leva su questo sentimen-to per ottenere un consenso che non si pu non
definire to-tale. Mai come in quei giorni gli italiani s strinsero attorno al Duce in una sorta di entusiasmo
collettivo che cresceva via via che le vittorie militari e le difficolt in cui si dibatte-va la Lega delle Nazioni
alimentavano l'esaltazione pa-triottica e l'orgoglio nazionale. Anche gli antifascisti ritene-vano immorale
che paesi impadronitisi con la forza delle armi di immensi imperi coloniali ora condannassero con falso
moralismo il diritto dell'Italia a conquistarsi un po-sto al sole. Molti fuoriusciti politici chiesero di poter
rien-trare in patria e alcuni si arruolarono volontari, mentre noti uomini politici del passato, discriminati dal
regime, in-viarono a Mussolini messaggi di consenso e di incoraggia-mento a continuare la lotta. Animato
dal sentimento del Piave, Vittorio Emanuele Orlando, il presidente della Vit-toria, offr al Duce la sua
collaborazione perch in questo momento ogni italiano deve essere presente per servire la Patria. Il
vecchio leader socialista Arturo Labriola espres-se anch'egli la sua piena solidariet.

Le sanzioni provocarono in tutta Italia anche un'ondata di generale xenofobia. Se negli avanspettacoli si
sfidava la vecchia Inghilterra con una canzonetta a doppio senso il cui ritornello diceva: 'Sanzionami
questo / se tu sei capace / lo so che ti piace / ma non te lo do, nel linguaggio corrente i termini leghista
e sanzionista assunsero significati spregiativi e tutto ci che riguardava gli inglesi {il popolo dei cinque
pasti al giorno) divent oggetto di scherno. Sebbene non si osasse espellere Shakespeare,
l'anglofo-bia band dai cinema e dai teatri i film e le commedie britanniche, salvo quelle di George
Bernard Shaw, ma lui era irlandese e, per giunta, avverso alle sanzioni. Benvenuti erano invece i film
americani. Gli Stati Uniti non aderivano alla Lega, non erano sanzionisti, quindi grandi successi di
botteghino per Shirley Temple, Tom Mix, Bob Taylor, Joan Crawford e gli altri popolarissimi divi di
Hollywood.

Achille Starace, il segretario del partito fascista che ave-va gi avviato una campagna per l'abolizione del
lei (uno spagnolismo da sostituire con l'italiano voi) appro-fitt dell'occasione per rivendicare la
purezza della lingua italiana e dichiar guerra agli esotismi. Divent impopola-re chiedere pardon invece
di scusa e bench i contravventori non incorressero in particolari punizioni, salvo il rischio di essere
classificati borghesi antipatriottici e panciafichi-sti, era comunque prudente cancellare dal proprio
vo-cabolario tutte le parole straniere di uso comune. Starace giunse addirittura a far pubblicare un
glossario, diffuso dai giornali e nelle scuole, che suggeriva il termine italiano con il quale sostituire il
francesismo o l'inglesismo cui di solito si ricorreva nelle conversazioni. Sfidando il ridico-lo si
proponevano anche sostituzioni francamente singola-ri come cotiglioni al posto di cotillon, o casimiro al
posto di cachemire. Cambiarono di conseguenza anche i nomi stra-nieri delle ditte e di alcuni centri
abitati. I grandi magazzini Standard diventarono Standa, Saint-Vincent fu ribattezzato San Vincenzo e
Courmayeur divent Correlatore, mentre i si-gari London e Trabucos assunsero il nome di Firenze e
Macall e le sigarette Giubek diventarono Giuba. Persino i nomi d'arte di alcuni personaggi dello
spettacolo furono italia-nizzati: Wanda Osiris cambi il suo in Vanda Osiride e Lucy d'Albert in Lucia
d'Alberto. Ma Starace (che non era troppo colto) raggiunse il culmine del ridicolo quando pre-se di mira
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l'albergo Eden di Roma... A questo punto vale la pena di trascrivere integralmente la registrazione di una
telefonata intercettata e trascritta dai servizi segreti, fra lo stesso Starace e il federale fascista di Roma:

Starace: Malgrado le ripetute istruzioni in merito all'italianizza-zione delle insegne, mi risulta che le cose
stanno ancora al punto di prima.

Federale: Eccellenza, purtroppo operazioni del genere non posso-no essere portate a compimento in
quattro e quattr'otto. Non si tratta di cambiare soltanto la dicitura, ma anche di provvedere ai conseguenti
lavori di restauro.

Starace: Meglio, cos si prendono due piccioni con una fava: abo-liamo le parole straniere e rendiamo
pi accogliente il volto della capitale.

Federale: Giusto.

Starace: E dite un po'... con l'albergo Eden come la mettiamo?

Federale: Mah... credo si tratti di un equivoco...

Starace: Quale equivoco?

Federale: Ehm... volevo dire che la parola Eden non affatto an-glosassone, ma latina... a meno che non
si voglia considerare stra-niera anche la lingua parlata dai nostri progenitori...

Starace: Per caso, mica volete scherzare?

Federale: Per carit, Eccellenza! Il fatto che Eden, in latino, si-gnifica paradiso...

Starace: ... S, lo so, lo so... ma, sapete, la gente cos ignorante che pu fin'anche pensare che si tratti
del nostro nemico numero uno, o almeno di un antenato del fautore delle bieche sanzioni.

Federale: Su questo sono perfettamente d'accordo.

Slarace: Allora, per evitare ogni dubbio, meglio sostituire al pi presto quel nome.

Il 18 novembre 1935, quando le sanzioni economiche contro l'Italia diventarono operative, Mussolini
stabil che questa data venisse ricordata come il giorno dell'ignominia e dell'iniquit e volle che fosse
affissa su tutti i comuni d'I-talia una lapide a ricordo dell'assedio, perch resti documentata nei secoli
l'enorme ingiustizia consumata contro l'Italia, alla quale tanto deve la civilt di tutti i continenti.

Ma, a parte il folklore, a Roma, dove l'applicazione delle sanzioni era stata da tempo prevista, ci si era
preparati ad af-frontarla varando l'autarchia, un neologismo grecizzante riesumato da Mussolini per
definire il nuovo orientamento economico inteso a produrre in casa propria i beni e i servizi di cui il paese
aveva bisogno. Si pu quindi rilevare che le inique sanzioni, oltre a fornire al regime un formidabile
strumento di propaganda senza arrecare gravi danni econo-mici, favorirono anche l'industria nazionale
liberandola dalla fastidiosa concorrenza straniera. D'altra parte, questa volont di fare da s forse
poteva essere considerata vel-leitaria, eppure non si pu negare che trov una profonda corrispondenza
negli italiani di allora. Un esule antifascista come Carlo Rosselli dichiar che bisognava riconoscere con
franchezza virile che il fascismo, almeno sul piano in-terno, che poi quello che pi di ogni altro ci
concerne, esce rafforzato e consolidato da questa crisi. Dal canto loro, i co-munisti ammettevano sulla
pubblicazione clandestina Lo Stato operaio che il fascismo riuscito per il momento a fanatizzare
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anche parte non indifferente della giovent pro-letaria. Le sue parole d'ordine demagogiche hanno fatto
presa su larghi strati della popolazione lavoratrice.

In nome dell'autarchia furono penalizzati i consumi voluttuari, gli italiani vennero esortati a non sprecare
il pane quotidiano mentre i manifesti avvertivano: Se mangi troppo derubi la Patria. Tutti erano invitati
a mangiare italiano, a vestire italiano, a consumare italiano e a boicottare i prodotti stranieri anche
quando i surrogati na-zionali risultavano scadenti. Perfino fa bevanda pi diffusa in Italia - il caff - venne
sostituita da un prodotto delle nostre colonie, il carcad, un intruglio non proprio sgrade-vole che
somigliava al t. Dall'ordine di vestire italiano nac-que la moda nazionale, il futuro Italian style, e per la
prima volta le signore voltarono le spalle ai figurini di Coco Chanel, di Vionnet e di Balenciaga, mentre
Ferragamo, privato delle lamelle d'acciaio indispensabili per sorreggere l'arco del piede femminile
(L'acciaio serve alla patria!) inventa-va le scarpe ortopediche con la suola di sughero.

Nel campo tessile si diede sviluppo alle stoffe nazionali prodotte sinteticamente, come il rayon al posto
della seta e il lanital derivato dal latte (che sar presentato dalla Snia Viscosa come il tessuto
dell'indipendenza), oppure uti-lizzando la canapa, il lino, nonch la leopardiana ginestra. Il ruvido orbace
sardo, su ordine di Starace, venne impiega-to per confezionare le uniformi dei gerarchi ( un tessuto
guerriero, sportivo, buono anche per lo sci). Grande im-pulso venne dato alla coniglicoltura, ossia
all'allevamento dei conigli, le cui carni dovevano compensare la scarsit di quella bovina di provenienza
straniera e le cui pellicce era-no utilizzate dall'industria tessile. Ma male incolse a una fabbrica di Perugia
che per lanciare il suo prodotto coni questo slogan antieroico e poco patriottico, subito censurato da
Starace: La lana di coniglio la lana degli italiani.

La pi clamorosa manifestazione scaturita dalla fertile fantasia mussoliniana fu comunque quella della
Giorna-ta della fede celebrata il 18 dicembre, ossia esattamente un mese dopo la proclamazione delle
sanzioni. Il termine fede aveva in quell'occasione il doppio significato di fe-de nel fascismo e di anello
nuziale che tutte le italiane (i mariti, di solito, non potevano concedersi questo lusso) furono invitate a
donare alla patria. La cerimonia, che si svolse in ogni citt d'Italia, consisteva infatti nell'offerta dell'oro
alla patria per sopperire ai bisogni della guerra. Su appositi palchi dove erano collocati dei contenitori
(preferibilmente elmetti militari), i donatori, disponendo-si in file ordinate, depositarono la propria
tradizionale fe-de d'oro ricevendone in cambio una di metallo pi vile, solitamente stagno. La prima a
dare l'esempio fu la regina Elena, che si rec personalmente al Vittoriano con grande solennit per
testimoniare che la Casa Savoia era total-mente solidale con il regime fascista (E guarda la regi-na / che
dona la sua fede... cantavano le soubrette degli avanspettacoli). Il gesto della sovrana venne imitato da
milioni di italiane senza distinzione di classe e si tra-sform in un trionfale plebiscito. Le fedi raccolte
furono a Milano 180.000 e a Roma 250.000.

Oltre la fede, furono donati alla Patria oggetti d'oro e d'argento di fattura e valore diversi: dall'umile
catenina della prima comunione a gioielli molto pregiati. Il principe Umberto offr il suo Collare della SS.
Annunziata, Vittorio Emanuele III lingotti d'oro e d'argento, Pirandello don la medaglia del premio
Nobel e Gabriele d'Annunzio, insie-me alla propria fede, sped una cassa colma di ori e di ar-genti. Il
cardinale di Bologna, Nasalli Rocca, volle offrire la sua catena episcopale e Guglielmo Marconi l'anello
nuzia-le e la medaglietta da senatore. A proposito di questa aurea medaglietta, 414 senatori del regno su
419, accogliendo l'invito del presidente del Senato Luigi Federzoni, offriro-no anch'essi la loro. Figurava
tra i donatori anche il senato-re Benedetto Croce, che tuttavia fece precedere la sua offer-ta da una
lettera significativa, che Jader Jacobelli ha voluto recentemente ricordare. Ecco il testo di quanto scrisse
Cro-ce a Federzoni:

Eccellenza,

quantunque io non approvi la politica del governo ho accolto, in omaggio al nome della Patria, l'invito
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dell'E.V. e ho rimesso alla questura del Senato la mia medaglia, che ha la data del 1910. Con
osservanza,

Benedetto Croce

Mussolini non poteva certo esimersi da quell'incomben-za, sicch fece fondere tutti i busti in metallo
pregiato che ornavano la sua residenza alla Rocca delle Caminate, ag-giungendo il suo ricco medagliere
in cui figurava, fra le al-tre, una grande medaglia aurea donatagli dal papa in occa-sione del Concordato
fra lo Stato e la Chiesa, siglato l'11 febbraio 1929. Questa medaglia fu in seguito al centro di un curioso
episodio che emerge da una delle numerose in-tercettazioni telefoniche allora regolarmente effettuate dai
servizi segreti del regime. Si tratta di una conversazione fra il segretario amministrativo del partito fascista,
Giovanni Mannelli, e un console della Milizia. Ecco il testo:

Console: Come sapete, onorevole, le offerte di oro alla Patria dei gruppi e degli enti sono affluite in
Federazione, da dove vengono poi avviate alla Banca d'Italia. Qui, a mezzo di un esperto, vengono divise
per caratura e pesate. Tra gli altri oggetti figura il medagliere del Duce che stato rimesso per primo.

Mannelli: stato un gesto magnifico da parte del Duce!

Console: Certamente, per c' una cosa abbastanza antipatica: tra le medaglie di oro purissimo ve n'
una, molto grande, che di vol-gare metallo dorato.

Mannelli: Mettetela da parte, il danno non poi gravissimo.

Console: Il male non il danno in se stesso, ma che si tratta del-la medaglia commemorativa degli
storici trattati con il Vaticano e che gli fu consegnata dal Papa in quell'occasione... Insomma, quei
simpatici pretini affibbiarono al Duce una patacca in piena regola!

Mannelli: Disgraziati!

Console: A noi la cosa stata segnalata dalla Banca d'Italia, ma non sappiamo se il caso di farlo
sapere al Duce.

Mannelli: La cosa non semplice perch lui molto ombroso. Ne parler al segretario del partito,
vedremo cosa decide lui...

La Giornata della fede, o pi esattamente la raccolta dell'oro, dell'argento e anche dei rottami di rame
e di fer-ro, si protrasse a lungo estendendosi anche ad altri valo-ri e raggiunse i seguenti totali:

Oro kg 36.895

Argento kg 115.131

Contante L. 1.543.000

Valuta estera L. 296.000

Titoli di Stato L. 430.415

Titoli privati L. 43.544


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Polizze combattenti, pensioni, soprassoldi e medaglie al V.M. L. 13.346.000.

Il consenso al regime esplose, come scrive De Felice, in forme e manifestazioni senza uguali. La
scrittrice Milly Dandolo poteva dare ali alla sua penna: Sappia il mondo che quest'oro diverso da
quello che si compra e si vende comunemente. Non c' bilancia che possa misurare il suo peso. Potrebbe
valutarlo solo la bilancia della Giustizia....

VII
L'INCUBO DI UNA NUOVA ADUA*
Ai primi di dicembre, quando il maresciallo Badoglio giunse in Eritrea per prendere in pugno le sorti della
guerra, il grosso dell'esercito abissino, che era avanzato di mille chilometri, si trovava ancora in marcia di
avvicina-mento verso il fronte. Secondo il generale Quirino Armellini, capo dell'ufficio operazioni di
Badoglio, all'arrivo del maresciallo la situazione era la seguente:

Le armate nemiche sono tre. Quella di ras Mulughiet (70.000 uomini) dirige dall'Amba Alag verso
nord avendo gi i primi ele-menti sull'Amba Aradam (una ventina di chilometri a sud di Macall). Quella
di ras Cassa (30.000 uomini) marcia verso il Tembien. Quella d ras Immir (40 o 50.000 uomini) a
sud del Tacazz. Le forze italiane sono cos predisposte: I e III corpo d'armata saldamente sistemati a
Macall. Poche forze nel Tembien verso il quale altre stanno marciando. Il II corpo d'armata schierato
fra Adua, Axum e Selaciac, con punti di osservazione spinti fino al Tacazz. Pi indietro un paio di
divisioni giunte recentemente dall'Italia si stanno avvicinando al fronte.

Badoglio, che aveva posto il proprio quartiere generale sull'Enda Jesus di Macall, presso il fortino di
Galliano, appena presa visione della situazione innervos subito Mussolini, cui aveva precedentemente
prospettato una immediata ripresa delle operazioni, annunciandogli che avrebbe dovuto osservare una
pausa piuttosto lunga per organizzare le sue forze. Naturalmente il maresciallo ad-doss ogni colpa al suo
predecessore anche se, per la ve-rit, De Bono aveva lamentato senza ottenere soddisfazio-ne le stesse
esigenze e le stesse difficolt. Ma, a differenza di De Bono, Badoglio non si lasci intimidire da Mussolini
e accolse con virtuali alzate di spalle le sollecitazioni che questi gli inviava quasi quotidianamente. Si limit
infatti a tranquillizzarlo, per quanto possibile, con un secco tele-gramma dal tono piuttosto risentito:
sempre stata mia norma essere meticoloso nella preparazione per poter es-sere irruente nell'azione.
Vostra Eccellenza e tutto il Paese non devono avere sorprese.

Le sorprese invece non mancheranno e non saranno lie-te. La prima, che Badoglio proprio non si
aspettava, fu l'i-nattesa controffensiva etiopica scatenatasi subito dopo il suo arrivo. A dare il via furono
le avanguardie di ras Immir che la notte del 15 dicembre superarono il fiume Tacazz da due guadi
diversi, circondando un nostro contin-gente indigeno di circa un migliaio di ascari spintosi in
perlustrazione e scortato da uno squadrone di carri legge-ri. Gli uomini di Immir, guidati da monaci copti
partico-larmente battaglieri, attaccarono di sorpresa e con estre-ma violenza impiegando armi moderne e
bombe a mano. Tutti i carri italiani furono messi fuori combattimento e gli equipaggi uccisi a sciabolate. Al
comandante del contin-gente, maggiore Luigi Criniti, ferito a una gamba, non re-st che ordinare
baionetta in canna e lanciare i suoi ascari all'attacco riuscendo cos a rompere l'accerchia-mento. Ma
rimasero sul terreno 9 ufficiali, 22 carristi ita-liani e 370 ascari. Nei giorni che seguirono gli abissini
in-coraggiati dallo scacco inferto al nemico, proseguirono nell'offensiva: Immir riconquist la regione
dello Scir giungendo alle porte di Axum, mentre le armate di ras Cassa e di ras Sejum dilagarono nel
Ternbien. Il giorno di Natale del 1935 gli italiani furono costretti ad abbandona-re anche il villaggio di
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Abbi Addi e a lasciare agli etiopi tutto il Tembien meridionale. Si ritirarono infatti sul passo Uarieu che
sbarrava l'ingresso alla conca di Macall, dove si riorganizzarono in un campo trincerato.

Dal 22 dicembre al 18 gennaio l'offensiva etiopica non concesse requie e per Badoglio furono giornate
durissime.

Era giunto in Eritrea per dare maggior impulso all'avanza-ta e invece era stato costretto a ritirarsi e ad
abbandonare al nemico gran parte del territorio che De Bono aveva conqui-stato. Mentre gli abissini,
galvanizzati dal successo, esulta-vano e da Addis Abeba il governo del negus lanciava, na-turalmente
esagerando, proclami di vittoria, i giornali europei annunciavano a grandi titoli la crisi italiana e alcu-ni gi
pronosticavano il ripetersi di una nuova Adua.

Badoglio non perdette comunque la calma. Decise di accorciare alcuni settori del fronte abbandonando
posizio-ni importanti, come quella di Selaclac, poi chiese a Roma due altre divisioni di camicie nere di
rinforzo. Mussolini, di sua iniziativa, gliene aggiunse una terza che Badoglio accett senza esitare,
continuando tuttavia a segnare il passo pur sapendo che la generosit del Duce nel profon-dere uomini e
mezzi palesava il desiderio di una pronta offensiva. Il maresciallo, invece, pensava a difendersi: di-spose
infatti le opportune misure affinch le fortificazioni del passo Uareu fossero irrobustite ma, nello stesso
tem-po, mise anche allo studio le modalit da seguire per una eventuale ritirata da Macall perch,
come rifer pacata-mente all'impaziente Mussolini, pensare al peggio e pre-pararsi a fronteggiarlo e a
dominarlo da forti.

Assumendo il comando delle operazioni in Africa, Ba-doglio aveva imposto al quartier generale il
proprio sti-le, assai diverso da quello di De Bono. Come racconta Indro Montanelli, che di quegli
avvenimenti fu testimone oculare, il vecchio quadrunviro era di pasta diversa da quella del suo pi
giovane successore (era nato nel 1866, Badoglio nel 1871) e aveva dato alla sua azione di coman-do
un'impronta politica e paternalistica, da governato-re. L'altro era invece militare dalla testa ai piedi, con
i di-fetti e le virt che questa formazione comporta. Mentre il primo si era sforzato d sottolineare il
carattere fascista e civilizzatore della sua guerra e, per scrupoli umanitari, aveva ordinato all'aviazione di
colpire soltanto gli obietti-vi militari e le truppe in movimento, ma non i villaggi e le torme di fuggiaschi,
Badoglio si rivel subito per quello che era: un soldato professionista che operava da tecnico senza
crudelt inutili, eppure pronto senza alcuna esita-zione a la guerre comme a la guerre, ossia a ricorrere a
tutto pur di vincere, compreso il gas...

Frattanto, mentre da Roma si chiedevano a Badoglio fatti militari per alimentare la contropropaganda,
a solle-vare gli entusiasmi provvide il comandante del fronte sud Rodolfo Graziani. Un forte dualismo
divideva gi allora i due comandanti, sia per temperamento che per provenien-za. Badoglio infatti, di
undici anni pi vecchio del rivale, proveniva dalla tradizionale casta militare piemontese; l'altro, invece,
era un self-made man, per giunta ciociaro, che non aveva neppure frequentato l'accademia militare. Si era
infatti guadagnato i galloni da generale sul campo, gui-dando - con spietata energia e crudelt - la
riconquista del-la Libia fra il 1921 e il 1929. Per questi suoi precedenti era considerato un esperto di
guerre coloniali. Badoglio, suo superiore, gli aveva lasciato libert di azione in Somalia, ma affinch non
gli facesse troppo ombra gli aveva anche ordinato, contrariandolo non poco, di mantenere una
di-fensiva molto attiva per attrarre e mantenere nello scac-chiere somalo il maggior numero di forze
nemiche.

Mentre a nord era in corso l'offensiva abissina, anche il fronte sud fu mobilitato da una improvvisa
puntata di ras Desta che, a capo di un'armata di circa 70.000 uomini, muovendosi da Neghelli si era
spinto verso il territorio somalo di Dolo affrontando una marcia di 400 chilometri attraverso un territorio
desertico e inospitale. L'ambizione di ras Desta, che era il giovane genero del negus, consiste-va nel
poter cogliere il nemico di sorpresa, ma la sua ardi-ta manovra si rivel disastrosa. Graziani infatti lo
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attende-va a pi fermo e organizz una reazione demolitrice. Pur disponendo di una sola divisione
nazionale, la Peloritana, oltre alle bande di dubat, in tutto non pi di 14.000 uomi-ni, poteva contare su
armamenti migliori e, soprattutto, su una considerevole forza aerea.

Nei giorni seguenti, sulle colonne in marcia verso Neghelli, che fungeva da retrovia dell'esercito etiopico,
Graziani scaten gli attacchi aerei, mentre la fame, la sete e il deserto decimavano l'armata di ras Desta,
che giunse in-fine esausta e dissanguata in vista di Dolo. La lotta con-tinu tuttavia ancora per alcuni
giorni: gli abissini si bat-terono furiosamente non per vincere, ma per il cibo e soprattutto per l'acqua. Un
giornalista italiano, Sandro Volta, che era presente, riferir di una massa imbestialita di abissini che si
buttavano contro la morte certa per un sorso d'acqua ed erano falciati dalle mitragliatrici.

Fu durante questa battaglia che sarebbero stati usati per la prima volta gas vescicanti. Il verbo
condizionale pleo-nastico in quanto, bench l'accusa sia stata a lungo smentita in forma ufficiale e dagli
stessi combattenti (molti di loro, fra cui lo stesso Montanelli, in un certo senso il Senofonte dell'impresa,
lo negarono a lungo e in buona fede), ormai documentato che in Etiopia gli italiani ricorsero anche ai
gas. Il primo a farlo fu dunque Graziani per diritto di rappresaglia, si disse poi, dopo che il pilota Tito
Minniti, caduto in territorio nemico, era stato torturato, castrato e quindi decapitato. L'iprite fu comunque
utilizzata sia sul fronte sud che sul fronte nord, ma non su larga scala (Mus-solini ne aveva autorizzato
l'impiego solo in casi ecceziona-li per supreme ragioni di difesa) e non con tale frequenza da poter
sensibilmente mutare il corso della guerra. Secon-do lo storico britannico James Strachey Barnes, lo
fecero legalmente quando gli abissini violarono altre convenzio-ni: l'evirazione dei prigionieri, l'impiego
delle pallottole esplosive e l'abuso del simbolo della Croce Rossa.

Sugli effetti della guerra chimica, il negus invi alla Lega delle Nazioni un'ampia relazione in cui, pur
dando per scontata una strumentale esagerazione, non mancavano te-stimonianze di particolare
drammaticit. Da parte loro, i rappresentanti italiani respinsero le accuse del negus e con-trobatterono
accusando gli abissini di impiegare le pallot-tole esplosive dum-dum, anch'esse vietate dalla convenzione
di Ginevra. Tuttavia la Lega, sempre pi paralizzata dai contrasti interni, non prese posizione
sull'argomento e lasci che la polemica sull'uso dei gas e delle dum-dum si esaurisse in una lunga e
infuocata campagna di stampa.

Frattanto la controffensiva di Graziani aveva disperso l'armata di ras Desta e il 20 gennaio il generale
pot fare il suo ingresso a Neghelli. La citt era praticamente deserta. Terrorizzati dai bombardamenti, gli
abitanti si erano rifu-giati nei boschi. Passarono alcune settimane prima che si decidessero a rientrare in
citt. Si trattava, a ben vedere, del primo vero successo militare: ras Desta in fuga, un'armata dispersa e
sgomento tra le file abissine. Mussolini era sod-disfatto, ma Badoglio non dovette affatto rallegrarsene.

Ai primi di gennaio, dopo alcune settimane di stasi, il maresciallo, sempre pi pungolato da Mussolini, si
trov costretto a scegliere fra due alternative: aspettare il nemi-co sulle posizioni fortificate o prevenirlo
con un contrat-tacco. Opt per l'attacco e mise a punto il piano di quella che sar poi definita la prima
battaglia del Tembien. Il piano era relativamente semplice. Badoglio progettava di prendere in
contropiede le forze di ras Cassa e di ras Sejum attraverso il passo Uarieu, mentre due finte offensi-ve,
sferrate contro le ali estreme dello schieramento abissi-no, avrebbero impegnato le armate di ras Immir
e di ras Mulughiet, impedendo loro di accorrere in aiuto a quelle impegnate nel settore centrale. I
combattimenti iniziarono il 19 gennaio e il villaggio di Mehen, al centro delle linee abissine, pass pi
volte di mano. Verso sera gli uomini di ras Cassa cominciarono a indietreggiare dando agli italia-ni
l'impressione di avere via libera. In realt il ras, che pur essendo sprovvisto di mezzi moderni (in
particolare dei servizi di comunicazione) non era digiuno di tattica mili-tare, facilit l'avanzata degli italiani
per poi poterli coglie-re di sorpresa. Era infatti consapevole che la chiave della battaglia era situata a
passo Uarieu e su questo obiettivo si apprestava a concentrare tutti i suoi sforzi.
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Le sorti dello scontro si decisero infatti attorno a quel varco roccioso che era tenuto dalla divisione di
camicie nere 28 Ottobre guidata dal generale Umberto Somma e composta in gran parte di volontari
anziani reduci della prima guerra mondiale o addirittura di quella di Libia. La mattina del 21 gennaio una
colonna di camicie nere, forte di circa 2000 uo-mini al comando del console Filippo Diamanti, usciva dal
passo Uarieu per compiere una puntata dimostrativa. A questo punto, contravvenendo all'ordine di
Badoglio, che gli imponeva di fermarsi sulle rive del fiume Bels per non correre il rischio di essere
staccati dal passo, Somma, in-gannato dalla facilit con la quale la colonna penetrata nel territorio
nemico, cambia idea e ordina a Diamanti di supe-rare anche il corso d'acqua e di spingersi fino a ridosso
dei roccioni di Darn. Il giovane console obbedisce a malincuo-re, e le camicie nere cadono nella
trappola abilmente prepa-rata dagli abissini. Chiusa nel fondovalle e stretta in una morsa fra le truppe di
ras Cassa e quelle di ras Sejum appo-state sulle alture, la colonna si trova improvvisamente in mezzo a
due fuochi. Gli etiopi attaccano in massa a ondate concentriche, secondo la loro tattica di annientamento,
e i legionari si difendono con furore. Ma in pochi minuti la partita diventa disperata e non rimane che
morir bene. Ca-de, finito a sciabolate, il seniore Luigi Giuseppe Valcaren-ghi, cremonese, cinquantenne,
reduce di due guerre; cade Fausto Berretta, maturo ferrarese, dopo avere consumato i nastri di due
mitragliatrici e le pallottole del suo moschetto; cadono molti altri ufficiali: Marco Molaroni, Amerigo
Pas-sio, Luigi Chiavellati, in tutto 19 per l'esattezza e oltre 350 fra legionari e ascari. Cade infine padre
Reginaldo Giuliani, cappellano militare reduce della Grande guerra. uno dei tanti preti-soldato
affascinati dal mestiere delle armi che hanno seguito le nostre truppe spinti da un desiderio di martirio, ma
che, insieme alla croce, spesso impugnano il moschetto. Padre Giuliani viene ucciso a sciabolate mentre
impartisce l'estrema unzione a un morente. Il massacro sa-rebbe completo se non intervenisse un reparto
di ascari in-viati da Somma in loro aiuto. Al tramonto i superstiti riescono a ripiegare verso passo Uareu
con i compagni feriti e in condizioni terribili: la piana formicola di armati che dan-no la caccia ai gruppi
isolati e si accaniscono contro i cada-veri. Quando gli italiani giungono finalmente al sicuro nei fortini, gli
inseguitori sono fermati dal fuoco incrociato del-le mitragliatrici, ma non se ne vanno. Inizia infatti
l'assedio: le fonti d'acqua vengono tagliate e cos i collegamenti te-lefonici, mentre il forte battuto dal tiro
dei cecchini e da al-cune batterie che gli abissini hanno posizionato sulle alture. Nel campo nessun luogo
al sicuro, neppure l'ospedaletto. E quel che peggio, le munizioni cominciano a esaurirsi e la sete a
tormentare gli assediati, mentre gli etiopi si avvicina-no sempre pi. Il giorno dopo un aereo sorvola il
forte e la-scia cadere un messaggio di Badoglio, scritto frettolosa-mente a mano: Coraggio, mio
Somma, Vaccarisi vicino. Le tue camicie nere stanno scrivendo una pagina magnifi-ca. Resisti ed avrai
la vittoria. Tutto infatti dipende dalla resistenza del passo. Se quel presidio cade, la valanga dei nemici
travolger anche i soccorritori.

L'assedio del passo Uarieu dur tre giorni e furono giorni durissimi. In quel momento Badoglio si rese
conto di poter anche perdere la guerra e il negus si illuse di poterla vince-re. A Addis Abeba, infatti, gi
cantavano vittoria e venne diramato un bollettino ufficiale, esagerato e fantasioso co-me erano tutti i
comunicati provenienti dalla capitale abis-sina, nel quale si annunciava l'annientamento della colon-na
Diamanti e dell'intera divisione 28 Ottobre. I legionari, invece, resistettero tenacemente (Ma la
mitragliatrice non la lascio / grid ferito il legionario al passo...diceva una canzone che s'ispir a
quell'eroico episodio e che tutti i balilla italiani dovettero imparare a memoria), anche se l'inte-ro sistema
dei fortini era accerchiato. Ai difensori scarseg-giavano le munizioni, alla batteria del capitano Borgatti
erano rimasti 24 proiettili, i soldati avevano le giberne vuo-te, mentre i rinforzi tardavano a giungere e
quel poco che veniva lanciato dagli aerei con i paracadute spesso veniva spinto dal vento in territorio
nemico.

Imbaldanziti dal successo e guidati dai due figli di ras Cassa, gli attaccanti, assaporando la prossima
vittoria, non diedero requie agli assediati e li impegnarono in tre-mendi corpo a corpo che aprivano
varchi sanguinosi nei ranghi. In seguito la stampa italiana esalter gli eroici epi-sodi singoli e collettivi che
vi si verificarono e che furono effettivamente numerosi. Come Toselli, come De Cristoforis, come
Galliano, i vecchi legionari della 28 Ottobre, reduci delle carneficine della Grande guerra e che finora
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avevano guardato con sprezzo a questo facile conflitto co-loniale, scoprirono quanto fosse duro e difficile
combatte-re contro un'orda urlante che avanzava frontalmente in-curante del fuoco incrociato delle
mitragliatrici.

Dal suo comando sull'Enda Jesus, Badoglio seguiva con apprensione, se non con angoscia, le sorti della
battaglia. Se ras Cassa fosse riuscito a superare il passo avrebbe avuto via lbera per penetrare nel
profondo delle retrovie dello schieramento italiano e aggirando Macall sfondare verso Adua e l'Eritrea.
Con il volto impietrito, ma senza manifestare apertamente le sue emozioni, il maresciallo impart ordini
concitati, affinch tutte le forze disponibili fossero inviate al passo Uarieu. Prudentemente, per, pre-se
anche le opportune misure per un eventuale sgombero dello stato maggiore da Enda Jesus, ipotesi che
non era af-fatto da escludere. La notte fra il 23 e il 24 gennaio Bado-glio la trascorse seduto su uno
sgabello con la mantellina sulle ginocchia e il telefono a portata di mano, ma solo al-l'alba gli giunse la
notizia che attendeva con ansia: la co-lonna del generale Vaccarisi inviata in soccorso si era con-giunta
con la guarnigione assediata. Ora il passo era definitivamente sbarrato. Per tutta la giornata del 24 gli
abissini furono attaccati da terra e dal cielo. Oltre alle bombe, gli aerei italiani lanciarono sull'armata
nemica dei cilindri che all'impatto con il terreno si rompevano e libe-ravano un liquido incolore che si
espandeva nell'aria emanando un odore di mostarda: era l'iprite, il gas che aveva seminato la morte nelle
trincee della prima guerra mondiale. L'effetto sulle truppe abissine fu devastante: ras Cassa vide i suoi
uomini lasciare cadere le armi, por-tare urlando le mani agli occhi, cadere in ginocchio e poi crollare a
terra. Era la brina impalpabile del liquido corro-sivo che cadeva sulla mia armata.

La sera del 24 gennaio si concluse la prima battaglia del Tembien. Gli italiani erano riusciti a respingere
gli abissini sulle posizioni di partenza occupando Debra Amba e sven-tando la minaccia che gravava su
Macall. Badoglio aveva avuto cos modo di studiare dal vivo la tattica abissina.

Il vantaggio principale su cui poteva contare il coman-dante italiano era rappresentato, oltre che
dall'inefficienza del servizio di informazione etiopico (molti comandi erano addirittura sprovvisti di carte
topografiche e si affidavano alle indicazioni di chi conosceva il territorio} anche dalla consuetudine del
nemico di attaccare frontalmente in mas-se concentrate, sulle quali era possibile far pesare, come
ri-ferisce lo stesso Badoglio nel suo diario di guerra, la stra-grande superiorit del campo tecnico e
l'impiego della nostra aviazione. Il negus non aveva voluto dare ascolto a quei consiglieri europei che
lo esortavano a non cadere nella trappola delle grandi battaglie in cui gli italiani avreb-bero sicuramente
avuto la meglio. Ossia di non adottare gli insegnamenti del conte von Clausewitz, ma di fare tesoro delle
esperienze di Lawrence d'Arabia. Occorreva insom-ma costringere gli italiani a una lunga indeterminata
guer-riglia. Occorreva farla durare almeno due o tre anni duran-te i quali le ambizioni, il prestigio e
l'economia dell'Italia s sarebbero ridotti al lumicino. Lawrence d'Arabia, infatti, non aveva perduto tempo
e uomini per combattere frontal-mente l'esercito turco, ma avvelenava i pozzi, demoliva i ponti, assaltava
i convogli e distruggeva le carovane. Cos avrebbe dovuto agire Hail Selassi: limitarsi alle azioni di
guerriglia da cui i suoi uomini, pi resistenti e pi pratici del terreno, avrebbero ricavato enormi vantaggi
lasciando che gli italiani venissero ingoiati nell'immensit del territo-rio. Erano, bisogna riconoscerlo,
ottimi consigli, ma il negus era prigioniero della sua volont di condurre una guer-ra moderna. E anche
del sogno di poter ripetere l'impresa di Menelik, di ras Mangasci e di ras Alula i quali, facendo massa
contro il nemico, avevano sgominato gli avversari nella battaglia di Adua. C'era inoltre una questione di
orgo-glio perch gli aristocratici ras abissini consideravano la tattica guerrigliera quasi un'umiliazione. Un
discendente del negus Giovanni rispose con fierezza ras Sejum a un consigliere europeo fa la guerra,
ma non pu fare la guer-riglia come un qualsiasi capo brigante.

Un altro vantaggio, per Badoglio, era rappresentato dal-la scarsa obbedienza dimostrata al negus dai
suoi pi im-portanti ras. I quali, peraltro, erano divisi fra loro da riva-lit, ambizioni, faide e vendette
storiche. Ognuno di essi, per uno spirito esasperato di indipendenza, era portato pi a discutere che a
eseguire gli ordini dell'imperatore, e nel contempo temeva l'amico che aveva alle spalle quasi quan-to il
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nemico che aveva di fronte. Tanto vero che, durante quella battaglia, ras Cassa invano chiese aiuto a
ras Mulughiet, che prefer restare fermo nelle sue posizioni sul-l'Amba Aradam. Ogni ras, insomma,
conduceva la propria guerra nel proprio territorio: Cassa nel Tembien, Immir nello Scir, Sejum nel
Tigr e Mulughiet sull'altopiano dell'Amba Aradam, nella regione dell'Endert.

Vinta la sua prima battaglia, Badoglio poteva finalmen-te prepararsi a sferrare l'offensiva liberandosi in
primo luogo dell'incubo dell'Amba Aradam, il massiccio montuoso posto dalla natura a sbarramento della
strada verso il lago Ascianghi e Dessi. L'Amba Aradam, situata a 2750 metri di altitudine, pi che a una
montagna fa pensare a un altopiano realizzato dalle mani dell'uomo, con la cima livellata e i fianchi tagliati
a tronco. La sommit consiste infatti in una vasta distesa pianeggiante, lunga 8 chilome-tri e larga 5,
coperta di fitte boscaglie. Sul retro della mon-tagna, nelle sue innumerevoli caverne naturali, ora si
cela-vano soldati, animali, cannoni e depositi, ossia l'intero esercito di ras Mufughiet, forte di circa
80.000 uomini.

VIII
ARMIAMOCI E PARTIAMO
Alla campagna d'Abissinia prese parte volontariamente la crema del fascismo militante. Smentendo il
luogo comu-ne dell'armiamoci e partite, con il quale si ironizzava sul falso entusiasmo manifestato dai
gerarchi del regime in oc-casione di qualche impresa bellica, questa volta molti par-tirono per davvero.
Alcuni con la camicia nera e i gradi guadagnati facilmente nella Milizia, altri con le stellette dell'esercito
regolare, rassegnandosi addirittura a ripren-dere, Com'era prescritto dal regolamento, i gradi ricoperti
durante il servizio militare. Alessandro Pavolini, Roberto Farinacci ed Ettore Muti che, grazie alle
benemerenze po-litiche, ricoprivano il grado di console, equivalente pi o meno a quello di colonnello,
pur di entrare nella Regia ae-ronautica si accontentarono di quello di tenente. Un'ec-cezione fu fatta per
Galeazzo Ciano che neppure aveva adempiuto al servizio militare di leva: al genero di Musso-lini venne
infatti assegnato il grado di capitano e il coman-do di una squadriglia aerea da lui ribattezzataLa
Disperata . Erano volontari anche i figli del Duce, Vittorio e Bruno, e il nipote Vito, figlio di suo fratello
Arnaldo. Delle gesta eroiche dei due figli di Mussolini, nonch del genero Galeaz-zo, inutile dire che i
giornali, esagerando come di consueto, parlarono sovente e con insopportabile piaggeria. Ma fra i
numerosi riconoscimenti da essi raccolti in patria ve n' uno che spicca per la sua sconcertante
singolarit. Si tratta di un brano in latino scritto dal professore Francesco Stan-co per un volumetto di
versioni a uso scolastico: Digni qui laudentur sunt Bruno et Victorius Ducis filii, qui cum ad-ministro G.
Ciano audacter hostium propugnacula demo-liti sunt, dum plurnbeis glandibus ferreisque globis
ex-cipiuntur (Sono degni di lode i figli del Duce Bruno e Vittorio che con il ministro G. Ciano
audacemente distrussero le fortificazioni nemiche mentre venivano bersagliati con pallottole di fucile e
proiettili di cannone).

Ciano si era portato al seguito, come suo aedo persona-le, anche il futuro ministro della Cultura
popolare Ales-sandro Pavolini che provvedeva a illustrare sul Corriere della Sera le storiche imprese
del suo capo con brani di questo genere:

Ciano non amava le ricognizioni: ogni decollo senza bombe lo metteva di cattivo umore. Ogni volta che
invece gli era dato di la-sciare i comandi a Casero e di stendersi sul fondo dell'aereo a rego-lare la
grandine degli spezzoni tirandomi per una gamba, o a sbiz-zarrirsi di mitragliatrice o di carabina, in lui
brillavano polso, occhio e brio.
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Fra gli altri gerarchi che parteciparono all'impresa afri-cana, figuravano il segretario del partito Achille
Starace, che organizzer una sua personale marcia su Gondar dedicando addirittura un libro a questa
impresa; il gover-natore di Roma e futuro ministro dell'Educazione nazio-nale Giuseppe Bottai, che era di
diritto colonnello e fu ag-gregato alla divisione Sila; il generale Attilio Teruzzi, che comandava la divisione
camicie nere 1 Febbraio; Carlo Scorza, il luogotenente generale della Milizia Augusto Agostini, e i
consoli Renzo Montagna, Filippo Diamanti, Vittorio Vem, Piero Parini, nonch Asvero Gravelli, Gino
Palletta, Auro D'Alba, Aldo Resega, Gherardo Casini, Ni-no Dolfin, Carlo Emanuele Basile, Biagio
Pace, Enzo Gal-biati, Niccolo Giani. Si erano arruolati volontari anche il medico, insignito di medaglia
d'oro, Raffaele Paolucc, affondatore dellaViribus Unitis durante la prima guerra mondiale, che assunse
l'incarico di direttore di una unit chirurgica, e il poeta futurista Filippo Tommaso Marinerti che traccer
questo singolare profilo di Pietro Badoglio:

Forte, un po'curvo come un antico arco di guerra o meglio come una delle sue balestre d'autocarro il
maresciallo Badoglio agguanta nella lente del suo cannocchiale tutta la sua battaglia.

Partecip all'impresa anche una folta rappresentanza della Casa reale: il duca Amedeo d'Aosta, nonch i
duchi di Bergamo, di Pistoia, di Spoleto e di Ancona, oltre alla principessa ereditaria Maria Jos in veste
di crocerossina. Inutile dire che tutti si guadagnarono almeno una meda-glia e la riconoscenza della
Patria come stava scritto nell'attestato che accompagnava il nastrino della cam-pagna.

Numerosissimi furono anche gli episodi curiosi e un po' folli che la stampa fascista non manc di
pubblicizza-re. Come quello del settantenne Giovanni Piancastelli di Forl che si offr volontario con i suoi
due figli. "Se la sua domanda sar accettata, scrissero i giornali il camerata potr fare da nonno al
balilla avellinese Evaristo Stanziale di 10 anni che stato arruolato come mascotte dalla 144alegione in
partenza per l'Asmara. O quello di una venti-na di volontari, scartati per la dentatura guasta, che furo-no
curati gratuitamente da volenterosi odontoiatri e ri-messi in condizione di masticare e di imbarcarsi.

Nel frattempo erano giunte circa 12.000 domande di ar-ruolamento da parte di italiani residenti
all'estero. Dopo le opportune selezioni, furono organizzate due legioni, la 221adi 2052 uomini e la 222adi
2080. Gli ufficiali erano 220 e l'et dei volontari variava dai 15 ai 58 anni. I giova-nissimi non erano mai
stati in Italia. Le due legioni, dopo un periodo di addestramento a Mogadiscio, furono aggre-gate alla
divisione camicie nere Tevere, della quale faceva-no parte la legione ex combattenti, la legione ex
Ardi-ti, la legione studenti universitari e la legione mutilati di guerra. Quest'ultima era comandata dal
console Gorini, anche lui mutilato, e l'abbondanza d mani e di gambe di legno, di occhi di vetro e di
protesi varie che veniva esibita da questa singolare compagine non mancher di su-scitare l'allarmata
attenzione degli abissini che per gli arti artificiali manifestavano una irrefrenabile curiosit rite-nendoli
oggetti diabolici.

Ma la domanda di arruolamento volontario che fece pi clamore fu quella di Guglielmo Marconi che
chiese al Duce di essere mandato in Abissinia, l dove la sua ope-ra potesse apparire pi utile.
Mussolini, riservandosi di accoglierne la domanda, fece pervenire all'illustre scien-ziato il suo vivo
compiacimento per il gesto cos nobile e significativo. Ma da Marconi gli italiani si aspettavano ben altro.
Volevano il raggio della morte l'arma segreta che in quei giorni faceva sognare gli spiriti pi bellicosi.

I fascisti avevano un debole per le medaglie, tanto che molti fecero addirittura carte false per essere
decorati. Significativo fu quanto accadde a Roberto Farinacci. Il ras di Cremona, come veniva
chiamato, aveva perduto la ma-no destra mentre, cos spiegava la motivazione, istruiva volontariamente i
legionari nell'uso delle bombe a mano. Per questo suo gesto eroico Farinacci si era rivolto
di-rettamente al Duce per chiedergli la massima decorazione: l'Ordine militare di Savoia. Mussolini, che
non nutriva grande simpatia per questo ingombrante gerarca, volle per vederci pi chiaro nella faccenda,
ed ecco il rapporto che ricevette da un onesto maresciallo dei carabinieri inca-ricato dell'inchiesta:
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S.E. Farinacci non si sfracellato la mano durante una esercita-zione volontaria, ma si ferito mentre si
dilettava a pescare di fro-do con le bombe a mano in un laghetto. Per questa ragione, S.E. Et-tore Muti
ha soprannominato S.E. Farinacci il Martin pescatore.

Farinacci non ottenne il desiderato Ordine di Savoia, ma Mussolini, magnanimo, gli assegn ugualmente
una medaglia d'argento.

La corsa alle decorazioni al valore dei nostri gerarchi non manc di sollevare sarcasmi e battute ironiche
fra co-loro che la guerra la facevano sul serio. Gli alpini della Pusteria, per esempio, improvvisarono
persino questa paro-dia che, in seguito, il giornalista Paolo Monelli trascrisse in buon italiano:

Si scopron le tombe, si levano i morti, i nostri gerarchi son tutti risorti. Finch noi pugnammo fiorivan
negli orti, ma or che la pugna diventa pugnetta i nostri gerarchi accorrono in fretta. Se spira il pi lieve
sussurro di vento chiedono e ottengono medaglia d'argento. Persino Starace, di tutti il pi stronzo,
rimedia anche lui medaglia di bronzo. Vien fuori medaglia, vien fuori ch' l'ora, vien fuori medaglia,
medaglia al valor.

Questa divertente presa in giro dovette piacere molto a Mussolini, perch annot con la matita rossa in
calce alla velina in cui era stato trascritto il testo: Perfetta! M..

Ma non tutti i volontari erano andati in Abissinia per conquistarsi una medaglia, moltissimi, quasi la
totalit, si arruolarono per fede patriottica, come il capitano Manlio Savar che volle prendere il posto
del figlio Gioacchino, sottotenente delle truppe indigene, morto in combatti-mento. In seguito, nel 1940,
anche il capitano morir in combattimento meritandosi una medaglia d'oro. O come Fernando Feliciani,
che racconter:

Io sono partito il 9 aprile del 1935. Dovevamo lasciare la banchi-na del porto di Catania alle 17, ma alle
19 le truppe stavano ancora sfilando per la via Etnea, travolte dall'entusiasmo della folla. Quando mi
arruolarono feci salti e capriole nella piazza della mia Assisi. Chi ci pu credere, oggi? Chi pu capire?
Eravamo drogati di patria.

Oltre la fede, che certamente non mancava, c'erano na-turalmente altri motivi: il desiderio di acquisire
una bene-merenza da far valere dopo il rientro in patria, la disoccu-pazione e, non ultimo, il richiamo
sessuale suscitato dalle belle morette dai seni turgidi che affollavano le pagine dei giornali illustrati. Ma la
molla principale che spingeva so-prattutto i giovani intellettuali era il gusto dell'avventura, come confess
Indro Montanelli a Guido Vergani.

Nell'aprile del '35 ero gi l, in Eritrea. Avevo 24 anni. Coman-davo, unico bianco, cento neri delle
truppe indigene. Era stupendo. Mi sentivo Kipling. Non si poteva chiedere ai giovani cresciuti nel
fascismo di capire che l'impresa era antistorica, che arrivavamo sul mercato coloniale quando questo gi
cominciava a perdere i pezzi. S, c'era un clima di fervore. Il molo di Napoli, la navigazione, il mistero del
Mar Rosso, la sensazione di andare verso qualcosa di nuovo, di poterci esprimere in uno spazio libero
dai capi fabbricato, dalla burocratizzazione che il regime aveva provocato, di poter dar vita a un fascismo
nuovo. C'era nei giovani una smania di pionieri-smo. Poi matur laggi la nostra crisi. Ci accorgemmo
che era tutta una buffonata.

Anche nell'esercito abissino si trovavano volontari eu-ropei, ma si trattava soprattutto di mercenari,


alcuni dei quali erano effettivamente esperti militari, sebbene non mancassero i ciarlatani e gli avventurieri.
Essi fungevano da consiglieri, da istruttori o da comandanti d reparti combattenti, come il colonnello
greco Karavasils, che co-mand una colonna di ras Desta sul fronte della Somalia. Fra gli altri, c'erano il
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russo Mischa Babitcheff, al coman-do della modestissima aeronautica abissina, e l'abile ge-nerale turco
Wehib Pasci che aveva gi combattuto con-tro gli italiani in Libia. C'erano poi un gruppo di ufficiali
belgi, il cui esponente pi alto in grado era il colonnello Lopold Ruel, e un gruppo di ufficiali svedesi
comandati dal capitano Tamm, ai quali era stata affidata l'istruzione dei cadetti della scuola di guerra di
Olett (ne uscirono ot-timi ufficiali che costituiranno il nucleo centrale della fu-tura resistenza etiopica).
Tra i mercenari figuravano anco-ra il maggiore svizzero Wittlin, il capitano texano Cuban Della Valle e il
russo Konovaloff che fungeva da consiglie-re militare di ras Sejum. A costoro si uniranno pi tardi un
gruppo di comunisti inviati dal Comintern in Etiopia a or-ganizzare la guerriglia nei territori occupati, fra i
quali, ol-tre al francese Robert Monnier e al tedesco Anton Ukmar, figuravano due italiani: il livornese Ilio
Barontini e lo spezzino Bruno Rolla. Tutti furono protagonisti di avven-turose vicende.

Numerosissimi, dalla nostra parte, furono inoltre i vo-lontari civili. Oltre gli operatori sanitari, i medici, gli
infer-mieri e le crocerossine, della cui assistenza medica si gio-varono anche le popolazioni indigene,
c'erano gli operai, gli scaricatori portuali che superavano di numero gli stes-si combattenti. A costoro era
affidata la preparazione logi-stica della campagna. Man mano che si avanzava, i dipendenti delle varie
imprese appaltatrici, come la Costa, la Gondrand, la Saiba, la Cafulli, aprivano grandi cantieri di lavoro
per costruire aeroporti, ospedali, campi trincerati, ponti e soprattutto strade, lungo le quali si
avventurava-no con i loro carichi i camionisti, i veri protagonisti di questa guerra. Ne morirono a
centinaia, precipitati nei burroni o caduti negli agguati.

D'altro canto, in questa campagna, preparata con do-vizia di mezzi degna di una guerra europea, si
dovettero affrontare anche gli aspetti tradizionali delle guerre colo-niali, con le difficolt connesse al
rifornimento dei distacca-menti e delle colonne in marcia che implicava il supera-mento di immense
distanze in territorio selvaggio e privo di strade. Tutto doveva essere predisposto o previsto o
con-quistato: la bevanda, il giaciglio, la strada, il riparo dal sole a picco o dal gelo notturno. Migliaia di
camion impiegati per rifornire le truppe si trovarono coinvolti in vere e pro-prie azioni di guerra e
avanzate offensive su terreni quasi impraticabili. Ogni autocarro era un fortino ambulante e i conducenti
guidavano con il moschetto sul sedile. La scar-sit dei quadrupedi, salvo i caratteristici muletti eritrei, e
l'assoluta mancanza di piste transitabili, obblig talvolta i soldati a far da mulo al mulo, ossia a
trasportare a spalla, per chilometri e chilometri, oltre alle munizioni e ai pezzi dell'artiglieria, anche i sacchi
di biada per le bestie da soma delle batterie.

All'inizio del conflitto erano gi presenti in Eritrea oltre 150.000 operai civili addetti alla costruzione delle
strade. Allorch cominci l'avanzata, i soldati scoprirono che la cosiddetta negus meghedd, la strada
dell'imperatore, co-me indicavano pomposamente le carte, era in realt una mulattiera sulla quale
faticavano anche i muli. Nell'Abis-sinia d'anteguerra, quando il negus si recava da quelle parti, i ras locali
emanavano bandi rigidissimi avvertendo la popolazione che se solo una spina avesse offeso la tuni-ca
dell'imperatore a cavallo del suo muletto sarebbero se-guite punizioni e impiccagioni; allora gli indigeni
ripuli-vano la strada che per, ripartito il negus, tornava a essere una traccia incerta fra le macchie o una
vaga pista sulla sabbia. Due mesi dopo la nostra conquista di Macall, i 172 chilometri di negus
meghedd che lo separavano dal confine erano gi diventati una strada a regola d'arte, con il fondo
asfaltato, la massicciata e i paracarri.

Volontari civili erano anche gli 85 italiani che perirono nell'unico episodio di guerriglia che si verific il 13
feb-braio 1936 a Mai Lahl, nelle retrovie del fronte del Tem-bien, dove era stato aperto un cantiere
della Gondrand. Un migliaio di armati al comando del fitaurari Tesfai, un sottocapo di ras Imrnir, colsero
nel sonno gli occupanti del cantiere. Non c'erano sentinelle: svegliati dai colpi e dalle terribili urla che gli
abissini erano soliti lanciare du-rante i loro attacchi, gli operai cercarono di difendersi con le poche armi a
disposizione. Ma la sproporzione era troppo grande e, tranne qualcuno che riusc a salvarsi fuggendo, gli
altri furono sterminati e orrendamente sevi-ziati. Perirono con gli operai anche il direttore del cantie-re,
Cesare Rocca, milanese, la sua giovane moglie Lidia Maffiol, l'ingegnere Roberto Colloredo Mels,
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nonch una ventina di lavoratori eritrei. Lo scoppio accidentale del deposito delle polveri da mina fece
numerose altre vitti-me fra assaliti e assalitori. Quando la mattina dopo i primi reparti di spahis musulmani
{i cavalieri libici che al nostro fianco parteciparono con entusiasmo a quella che era per loro una jihad,
una guerra santa contro i cristiani copti) giunsero sul luogo del massacro, non restava altro da fare che
seppellire i morti.

Le polemiche si accesero subito vivissirne, anche perch l'episodio suscit molta apprensione nelle
centinaia di al-tri cantieri, rutti privi, fino a quel momento, di sorveglian-za costante contro queste
improvvise incursioni. Furono infatti distribuite armi agli operai e si provvide a organiz-zare gli
indispensabili servizi di difesa, mentre a Mai Lahl ebbero inzio le operazioni di rappresaglia. Molte
forche entrarono in funzione nel cantiere assaltato e la banda di Tesfai venne successivamente raggiunta
dagli spahis. Non si fecero prigionieri.

L'eccidio della Gondrand dest orrore in Italia e in Eu-ropa, ma fu ben presto superato dall'ansiosa
attenzione che attir la battaglia strategica, detta dell'Endert, dal nome della vasta regione che ne fu
teatro. L'annuncio di tale battaglia era stato dato un paio di giorni prima da Ba-doglio, il quale,
contrariamente alle sue abitudini, aveva convocato i giornalisti sotto una grande tenda dove era stata
predisposta una minuziosa carta topografica del paese. Cos racconta Giovanni Artieri:

Il Maresciallo era impolverato anche nella faccia. L'uniforme tro-picale gualcita, l'immancabile
scacciamosche di crine bianco nella sinistra, il casco nella destra, entr subito nel concreto. Domani
disse verr iniziata l'avanzata. Impiegheremo 70.000 uomini. Poi, dopo aver citato cifre di reggimenti,
di battaglioni e nomi di comandanti, concluse: Abbiamo di fronte 150.000 uomini. La bat-taglia sar
grossa. E questo fu il solo aggettivo di tutto il discorso.

A differenza di De Bono, Badoglio instaur con i gior-nalisti italiani e stranieri un rapporto cordiale. Il
vecchio soldato aveva capito da tempo l'importanza della stampa e furbescamente amava tenersela
amica. vero che in Ita-lia c'era la censura e nessun direttore di giornale avrebbe osato pubblicare una
corrispondenza non politicamente corretta, tuttavia anche nei servizi addomesticati l'in-viato poteva
inserire un aggettivo o un'osservazione in grado di mettere in luce o di oscurare le gesta di questo o di
quel personaggio. La campagna d'Etiopia fu la prima guerra seguita, si pu dire, passo passo dai
giornalisti. Per questa ragione il ministero della Stampa e della Propa-ganda (sempre diretto da Ciano)
aveva provveduto a or-ganizzare presso i comandi degli uffici stampa con il com-pito di agevolare (ma
anche di controllare) il lavoro degli inviati. I quali, peraltro, non esistendo ancora le telecame-re, n i
comodi telefoni cellulari, erano costretti a rivolger-si a questi uffici per poter comunicare in redazione i
loro servizi o usare i ponti radio indispensabili per trasmettere dalle zone pi disagiate. Come racconta
Rosario Mascia, i giornali italiani scelsero con oculatezza i loro corrispon-denti di guerra, quasi tutti molto
giovani e destinati a di-ventare grandi firme: da Max David a Giangaspare Napo-litano, da Enrico
Emanuelli a Sandro Sandri e tanti altri, come Luigi Barzini jr, Guelfo Civinni, Vittorio Beonio Brocchieri,
Aldo Valori, Alessandro Pavolini, Cesco Tomaselli, Virgilio Lilli, Paolo Monelli, Guido Palletta, rcole
Patti, Giovanni Artieri, Alfio Russo, Ciro Poggiali, Bruno Roghi. Questi giornalisti venivano, come si usa
dire oggi, embedded nei reparti militari, indossavano l'uniforme con i necessari contrassegni e spesso
erano armati. Numerosis-simi erano anche i giornalisti stranieri che i nostri uffici stampa privilegiavano per
quanto possibile allo scopo di esercitare su di loro una certa influenza. La pittoresca guerra africana vide
inoltre gli esordi delle prime corri-spondenti di guerra, come l'americana Eleanor Packard dell'United
Press, l'inglese Murici Currey e la francese Marie-Edith de Bonneuil del Paris Soir. La Packard eb-be
il privilegio, unica donna, di partecipare a una missio-ne aerea di rifornimento alle truppe in marcia. Da
bordo di un Caproni da bombardamento racconter estasiata la giovane giornalista dopo una
fortissima picchiata ho get-tato ai soldati spaghetti, t, zucchero, cognac e sigarette, tutti preparati in
pacchi accuratamente confezionati e im-ballati nella paglia e nel fieno che servir ai muli. Negli Stati Uniti
il suo scoop suscit molta curiosit e venne ripreso anche dai giornali italiani. L'inglese Muriel Currey,
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invece, era una femminista convinta: aveva f piglio di un soldataccio, indossava abitualmente abiti maschili
cos che spesso veniva scambiata per un uomo. Anche la fran-cese Mare-Edith de Bonneuil portava
shorts, stivali e pi-stola alla cintura, ma al contrario della collega britannica aveva grazia ed eccezionale
femminilit. Sul suo conto, Paolo Caccia Dominioni ha raccontato un aneddoto stuz-zicante. Un giorno la
giornalista volle raggiungere da sola un fortino avanzato dove risiedevano una trentina di dubat e un solo
italiano, un tenente romano di venticinque anni. I due simpatizzarono immediatamente. La france-se
scrive Caccia Dominioni non aveva tardato a capire che soltanto poche sciarmuttine negre in quegli
ultimi dieci mesi avevano frequentato il forte. Non vi furono esi-tazioni. Sembra che la giornalista,
incontrando poi a Mogadiscio o a Chisimaio una sua compatriota, le abbia con-fidato: "Ah, ma chrie!Un
romain de vingt-cinq ans, aprs dix mois de solitude: si vous saviez ce que ca don-ne!".

IX
LA CONQUISTA DELLA MONTAGNA
D'ORO
All'alba del 10 febbraio 1936 le truppe italiane iniziarono la marcia d avvicinamento verso l'Amba
Aradam, l'enorme massiccio montagnoso coperto da una ftta vegetazione tropicale che bloccava la via a
sud, ossia la strada per Addis Abeba. Mentre le sette divisioni dei tre corpi d'armata impegnati
nell'operazione, superato il fiume Gabat, proce-devano all'accerchiamento dell'intera montagna, Badoglio
mise in azione l'artiglieria, secondo una tecnica nella quale era considerato maestro. Per due giorni furono
sparati sul-l'amba 23.000 colpi e gli aerei vi scaricarono 4000 quintali di bombe e qualche bidone di gas.
Ma la sera dell'11, quan-do gli alpini della divisione Pusteria si trovavano a pochi chilometri dalla vetta,
gli abissini non si erano ancora fatti vivi, fedeli alla tattica imposta loro dal comandante Mulu-ghiet, che
era anche ministro della Guerra e uno dei pi autorevoli ras dell'impero etiopico. Personaggio
leggen-dario, il vecchio guerriero, che non abbandonava mai il suo caratteristico scudo di pelle di
rinoceronte, non cessava di mostrarsi ottimista. All'inizio delle operazioni aveva in-viato al negus un
messaggio radio (che i nostri marconisti intercettavano regolarmente) per annunciargli di avere avvolto e
circondato gli italiani mentre, in effetti, era lui a essere avvolto e circondato. D'altro canto, per, la sua
ar-mata era ancora intatta, giacch egli aveva risparmiato i propri uomini rifiutando di correre in aiuto a
ras Cassa du-rante la battaglia del Tembien. Gli abissini si fecero finalmente vivi la mattina del 12
abbattendosi come al solito a ondate successive contro gli italiani, che li respinsero facilmente con il fuoco
delle mi-tragliatrici e degli attacchi aerei. Quello stesso giorno, Hail Selassi, che seguiva la battaglia a
400 chilometri di distanza dal suo quartier generale di Dessi, invi un messaggio telegrafico a ras Cassa
con l'ordine di mandare le sue truppe migliori verso l'Amba Aradam in modo da piombare alle spalle dei
nostri. Era un'idea eccellente, che certamente avrebbe messo Badoglio in difficolt, ma quel-l'ordine non
giunse mai. O meglio, ras Cassa dir in se-guito di non averlo mai ricevuto, anche se pi probabile che
abbia voluto ricambiare il favore di ras Mulughiet. Quanto a ras Immir, ancora schierato nello Scir e
sprov-visto di radio, continu a restare fermo sulle sue posizioni ignorando quanto accadeva sul resto del
fronte.

Frattanto la resistenza etiopica sull'Amba Aradam di-ventava sempre pi debole. L'artiglieria e gli
attacchi ae-rei provocarono lo sbandamento dell'armata di Mulu-ghiet. Questi, dopo alcuni sporadici
tentativi di fermare gli italiani, la mattina del 15 febbraio, ritenendo impossi-bile la difesa dell'Amba
Aradam, impart l'ordine della ri-tirata generale che, come vedremo, si riveler molto pi sanguinosa della
stessa battaglia. Prima del tramonto del sole la battaglia dell'Amba Aradam poteva quindi dirsi conclusa.
Era stata una vittoria facile per Badoglio, ma la propaganda provvide oltremodo a ingigantirla. Gli alpini
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della Pusteria in avanzata verso la vetta non incontrarono ostacoli di sorta, ma solo qualche gruppo
urlante di uomi-ni che si affacciavano dalle caverne levando disperati i lo-ro moncherini al cielo. La
consegna fu di stare alla larga trattandosi di lebbrosi, ma non da escludere che quella lebbra meritasse
di essere chiamata iprite. Di cadaveri in-vece ne incontrarono pochi, anche se furono sufficienti per far
scrivere al ministro Giuseppe Bottai, che in quella battaglia si merit una facile medaglia d'argento:
Cada-veri di gente nera. Non commuovono. Questa morte di colore sembra una mascherata.

La mascherata, per la verit, la organizzarono successi-vamente i nostri comandi. Agli alpini che avevano
rag-giunto per primi la cima dell'amba, si ordin, per ragioni politico-propagandistiche e malgrado le loro
risentite pro-teste, di lasciare alle camicie nere della 23 Marzo l'onore di issarvi il tricolore. E inoltre,
racconta Italo Pietra, allora comandante del battaglione alpino Exilles, ai suoi uomini fu impartito l'ordine
di costruire sulla nuda vetta fortifi-cazioni, trincee, muraglie a secco e nidi di mitragliatrici, come se
dovessero affrontare un combattimento. Ma non si trattava della minaccia di un contrattacco nemico.
Scri-ve ancora Pietra:

Dopo tre giorni di lavoro finalmente scoprimmo l'arcano: un bel mattino arriv dal fondovalle una lunga
fila di muletti col duca di Spoleto in testa e con un codazzo di pezzi grossi e di inviati specia-li a caccia di
cose viste, con gli attendenti muniti di thermos e d im-permeabili Vatro, che pregustando la gioia di dire
io c'ero, o forse anche per prendersi una medaglia, si rivelarono instancabili nel farsi fotografare qua e l
sulla terra rossa accanto alle mitragliatrici per lefoto-documento .

Nel ripiegamento, Mulughiet and incontro a un amaro destino. Decimata dalle incursioni della nostra
aviazione cui era stato affidato lo sfruttamento del successo, la sua ar-mata si spinse nei territori della
Dancalia abitati dagli Azebu Galla, guerrieri crudeli e combattivi che, essendo nemici tradizionali degli
antichi dominatori scioani e amhara, il nerbo dell'esercito abissino, si erano volontariamente schie-rati con
gli italiani per consumare le loro vendette. I fuggia-schi sopravvissuti alle incursioni aeree furono inseguiti
e massacrati da questi guerrieri che li attendevano al varco. In una di tali imboscate fu ucciso e mutilato
(la castrazione rientrava nel loro stile di guerra) fra gli altri il giovane Tadessa, figlio di Mulughiet. Il
vecchio ras torn allora sui suoi passi per vendicare la sua morte, ma venne anche lui ucciso non s sa se
dalla raffica di un aereo italiano o dai col-pi degli Azebu Galla. Usciva cos di scena l'ultimo dei ras che,
agli ordini di Menelik, avevano sconfitto gli italiani a Adua. Questa volta il suo famoso scudo non era
servito a salvargli la vita. La sua armata aveva perduto oltre 20.000 uomini, contro i 657 perduti dagli
italiani e, almeno come unit organica, non esisteva pi.

Ora Badoglio doveva regolare i conti anche con i ras Cas-sa, Sejum e Immir che nella prima battaglia
del Tembien gli avevano procurato non poche preoccupazioni. Le forze di Cassa e di Sejum erano
ancora accampate nel Tembien, quelle di Immir molto pi a destra, a sudovest di Axum. Questa volta
Badoglio cambi tattica passando dal logora-mento all'annientamento rapido dell'avversario. Il 3 cor-po
d'armata del generale Ettore Bastico comp a marce for-zate una manovra avvolgente a fronte
rovesciato, ossia alle spalle delle forze di Cassa e di Sejum, mentre il Corpo eritreo di Pirzio Biroli le
attaccava di fronte.

La seconda battaglia del Tembien ebbe inizio il 27 feb-braio in una regione aspra e selvaggia. Dopo
avere perdu-to Abbi Add, capoluogo della regione, ras Cassa, pur es-sendo privo di rifornimenti,
accett coraggiosamente la sua sorte e si ingolf nei territori misteriosi e impervi del Tembien centrale e
nel selvaggio bacino del Tacazz. Gli italiani lo inseguirono: conoscevano i luoghi meglio di lui, grazie ai
rilevamenti cartografici aggiornatissimi di cui il ras era privo, e potevano quindi incalzarlo, stringerlo e
pensare persino di catturarlo. Per poco non and cos: ras Cassa aveva situato il proprio quartier
generale sull'inac-cessibile Amba Uork (montagna d'oro), nel cuore roccioso e lunare del Tembien e il
suo rifugio pareva imprendibile. Ma nelle prime ore del 27 febbraio si svolse lo spettacolare episodio
della conquista della Montagna d'oro, che ac-cender la fantasia degli stessi abissini. Centotrenta
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uomi-ni, fra alpini, camicie nere e ascari, armati di moschetto, pugnale e bombe a mano, dopo
un'arditissima scalata notturna della montagna, raggiunsero la cima alle sei del mattino cogliendo di
sorpresa le sentinelle. Ras Cassa fece appena in tempo a fuggire: i primi cinque alpini che ir-ruppero nella
caverna dov'era il suo comando, trovarono ancora acceso il fornellino sul quale stavano preparando-gli il
carcad. Ma furono loro a berlo.

L'inseguimento delle bande ormai disfatte di ras Cassa e di ras Sejum venne poi affidato all'aviazione.
Cos scris-se un giornalista che segu la ritirata a bordo di un aereo:

Le necessit della fuga non consentivano al nemico di nascon-dersi a lungo. I gruppi marciavano in pieno
disordine lungo l'unica pista e la strettezza dei guadi, i binari delle pareti dei burroni con-tribuivano a
tenerli inevitabilmente uniti e addensati in colonna. Anche da mille metri era facile scorgerli. Poi si
piombava. Il velivo-lo imboccava il corridoio delle anguste valli, ne seguiva lo zig zag. Seminava intanto,
sobbalzando agli schianti, il suo carico mortale.

In pratica, la sera del 29 anche la seconda battaglia del Tembien era conclusa. E l'entit della vittoria
italiana si ri-flette nel numero delle vittime: 34 ufficiali, 359 soldati na-zionali e 138 ascari contro 8000
abissini. L'armata di ras Cassa era dunque in frantumi, mentre quella di ras Sejum in fuga verso il Semien
e l'Avergall continuava a essere decimata dall'aviazione. Anche per queste due armate, come era
accaduto a quella di Mulughiet, le perdite mag-giori furono registrate durante le ritirate, perch le unit
abissine, una volta battute, si disgregavano: i soldati pen-savano solo a tornare a casa e si sbandavano in
gruppi tri-bali facilmente individuabili.

Mentre era in corso la seconda battaglia del Tembien, il 29 febbraio altre truppe raggiunsero senza
incontrare ostacoli la vetta dell'Amba Alagi, luogo sacro per la me-moria storica italiana che ricordava il
sacrificio di Pietro Toselli consumatosi il 7 dicembre 1895. In quell'occasione fu celebrata una
commovente cerimonia, officiata da don Giovanni Garaventa, cappellano e centurione della briga-ta
Montagna, con l'alzabandiera di un tricolore offerto dal podest di Vittorio Veneto.

A questo punto, liquidati ras Cassa e ras Sejum, rimane-va ancora l'ultima armata del Nord comandata
da ras Immir, forse l'unico fra i capi etiopici a possedere notevoli capacit militari e una visione moderna
della guerra. In dicembre, nel corso della controffensiva etiopica, Immir aveva riconquistato quasi tutto
lo Scir giungendo a pochi chilometri da Axum, dove si era fortificato con il grosso delle sue truppe. Poi
aveva continuato a logorare gli ita-liani con rapidi attacchi e colpi di mano.

La battaglia dello Scir, come sar poi chiamata, ebbe ini-zio alla fine di febbraio e fu, ovviamente,
coronata dal suc-cesso, anche se si verificarono seri contrattempi che Bado-glio non aveva lamentato
nelle due battaglie precedenti. Assestata su imprendibili posizioni di montagna, l'armata di Immir, forte di
30.000 uomini, costituiva una seria mi-naccia per Axum e per la conca di Adua. Per stanarla, il
ma-resciallo dovette impiegare due corpi d'armata, il 2 co-mandato dal generale Pietro Maravigna, che
avanzava da Axum, e il 4 del generale Babbini proveniente dal Mareb, oltre a folti reparti di ascari e di
spahis libici: circa 40.000 uo-mini che s mossero a tenaglia fra Selaclac e l'Enda Selassi. Ma Immir
era pronto a riceverli; godeva infatti di un discreto servizio di informazione, grazie soprattutto
all'at-tivissimo clero copto di Axum. Una colonna della Gavinana fu presa tra due fuochi e sub gravi
perdite: lo scontro dur dodici ore, e gli etiopi tentarono invano di impadro-nirsi dei cannoni. Vennero
respinti, e tuttavia il generale Maravigna si vide costretto a chiedere a Badoglio di poter rimandare di un
giorno l'avanzata. La quale, invece, ripre-se dopo due giorni e prosegu con grandi difficolt, tanto che le
nostre perdite superarono la media abituale di quelle battaglie: oltre mille nazionali tra morti e feriti.

In seguito Immir, su ordini del negus, peraltro condi-visi dallo stesso ras, cerc di sfuggire alla morsa
degli ita-liani ripiegando sul Tacazz e muovendosi di notte per evitare gli attacchi aerei. Il 3 marzo,
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giorno in cui avrebbe dovuto chiudersi attorno alte forze etiopiche la tenaglia ideata da Badoglio, il grosso
della sua armata sfugg alla trappola. Ma la loro sorte era ormai segnata. Aggredite dalle bande discift, i
briganti che, spesso con l'incorag-giamento italiano, attaccavano gli abissini in ritirata, le truppe di Immir
vennero sorprese dall'aeronautica men-tre cercavano di attraversare in massa i guadi del Tacazz. Fu una
strage. Si contarono pi di 7000 morti. Il ras, scon-fitto ma non domo, si rifugi nelle montagne con un
mi-gliaio di uomini rimasti a lui fedeli.

Crollava cos l'intero fronte settentrionale e davanti a Badoglio si aprivano le porte dell'Etiopia. Incalzato
come al solito da Mussolini che lo tempestava di telegrammi ul-timativi, come il seguente: Fate presto.
La situazione in-ternazionale ci impone di chiudere la partita, il mare-sciallo diede a questo punto il via
alla grande corsa verso sud. Con una marcia che rimarr leggendaria, le colonne celeri italiane fecero
avanzare in pochi giorni di 600 chilo-metri l'intero arco del fronte. Una colonna attravers il deserto della
Dancalia e occup Sard, il capoluogo dell'Aussa. Un'altra, guidata da Achille Starace, che diede prova
di quel coraggio che non gli mai stato negato, con-quist Gondar, ricca di castelli costruiti dai
portoghesi e antica capitale degli imperatori abissini. Altre colonne si mossero a raggiera occupando
Debarec, Socot, Bogara, Abd el Rafi, quasi sempre senza incontrare ostacoli, ma dando prova di una
incredibile resistenza contro le terri-bili difficolt naturali che ostacolavano il percorso. I pi veloci erano i
reparti eritrei.

Questi ascari coraggiosi e fedeli si erano rivelati fin dal-l'inizio della campagna degli ottimi combattenti.
Degli abissini avevano la velocit nelle marce e l'irruenza nell'a-zione offensiva, a cui si aggiungeva la
tenacia e la saldez-za nell'azione difensiva. Se l'ufficiale bianco non li abban-donava, mantenevano la
compattezza anche nei momenti pi difficili. Erano orgogliosi della loro uniforme e della loro disciplina.
Agili e scattanti, lucidavano con amore le loro armi e si facevano belli in ogni occasione; nessuno
appariva mai scamiciato n a capo scoperto e, nella loro giubba cachi sotto il fez di panno e l'alta fascia
colorata stretta alla vita, erano sempre ordinati ed eleganti come per una rivista. II battaglione pi famoso
e combattivo era il battaglione Toselli che portava la fascia nera in segno di lutto per l'eroe caduto.
Camminavano di solito in cresta alle alture fiancheggiando per sicurezza il grosso delle co-lonne e
tenendo il fucile sulla spalla, la canna in avanti e attaccato al calcio il fagottino con il carcad, il sale, lo
zuc-chero e una manciata di farina per laborgutta, una specie di focaccia. Quando sostavano nei poveri
villaggi incon-trati lungo la marcia, le donne li accoglievano con grida festose e invitantiellelt ,
consapevoli delle brame che quei soldati, marito o no presente, avrebbero sfogato entro po-che ore su di
loro.

Lungo le piste dell'immenso altopiano etiopico, i legionari incontravano le bande degli alleati Azebu
Galla, pittoreschi e crudeli guerrieri armati d lancia e di scimi-tarre (ma anche dell'inseparabile
coltellaccio a lama curva che Paolo Monelli, amatore di parole nuove, aveva signifi-cativamente
battezzato castrino). Essi mostravano or-gogliosi i trofei di guerra strappati ai loro odiati nemici scioani:
armi, scudi, ornamenti, selle di cuoio, sacchi di vi-veri preziosi, come orzo, sale, zucchero e carne secca.
Ma anche orecchie e testicoli inanellati che esercitavano un forte richiamo sulle loro donne. Dagli Azebu
Galla gli ita-liani furono informati che un'altra armata abissina stava marciando verso nord: un loro
villaggio era stato incen-diato dai soldati del negus che avevano marchiato a fuoco tutti gli abitanti con la
lettera M per vendicare la morte di ras Mulughiet, a loro attribuita.

In effetti il negus stava marciando verso il fronte. Aveva raccolto attorno a s ci che restava del suo
esercito, il cui nucleo principale era rappresentato dalla guardia impe-riale, ottimi soldati ben addestrati
dagli istruttori europei, con belle uniformi gialle e dotati di armi moderne. La sera, davanti alla sua tenda, i
guerrieri cantavano attorno ai fuochi le loro canzoni di guerra, poi andavano ginoc-chioni a baciare i suoi
piedi e le sue mani. Al seguito del-l'imperatore viaggiavano numerosi giornalisti europei e americani con i
quali egli si comportava come un educatissimo gentleman anche se forse, in cuor suo, avrebbe
de-siderato di mostrare il suo disprezzo contro tutti ifrengiche lo stavano cinicamente abbandonando al
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suo destino. In una sola occasione, racconta Leonard Mosley, dimen-tic di conformarsi alla falsa
immagine del monarca costi-tuzionale che offriva agli europei. In quei giorni un tribu-nale di guerra
condann alla fucilazione alcuni soldati e tre alti ufficiali colpevoli di codardia davanti al nemico, ma il
negus, giunto sul posto, commut le sentenze di morte. Vuol farci vedere pensarono i giornalisti che
civile e umano. Essi dovettero tuttavia ricredersi quando scoprirono che la sentenza era stata commutata
in una condanna alla fustigazione: cinquanta colpi dicurbasc alla schiena per i soldati e cinquanta colpi sul
ventre per gli ufficiali. La terribile punizione venne eseguita davanti al sovrano e si pu immaginare con
quale risultato, se gi gli stessi abissini consideravano mortali venticinque colpi di quello staffile di pelle di
ippopotamo. Il negus assistette alla punizione esemplare senza fare una piega: restitu sorridendo il saluto
dell'ufficiale fustigatore e si allontan senza degnare di uno sguardo i sanguinolenti fustigati.

Gli alpini della divisione Pusteria furono i primi a supe-rare il passo Dubar sull'altopiano etiopico e a
scendere nel-la conca di Mai Ceu. Trovarono il villaggio semideserto e disseminato di cadaveri
nereggianti di corvi. La valle, tut-tavia, era bellissima: aveva l'aspetto di un paesaggio sviz-zero, per via
del verde intenso e dei fiori sbocciati grazie al-la stagione delle piccole piogge appena cominciata. Nei
giorni seguenti arrivarono i reparti del generale Ruggero Santini e i battaglioni eritrei di Pirzio Biroli. Tutti
andarono a prendere posizione sulla collina, fra il passo Mecan orien-tale e il passo Mecan occidentale,
che dominava la rigoglio-sa pianura e si misero al lavoro. Bisognava disboscare tutto intorno alle
postazioni per allargare il campo di tiro, scava-re trincee, sistemare le batterie, innalzare muri a secco e
al-lestire piccole ridotte per ripararsi dalle pallottole. Verso la fine di marzo, ai limiti dell'immenso piano si
accesero mol-ti fuochi: erano i bivacchi delle avanguardie abissine che furono ben presto presi di mira
dalla nostra aeronautica. Ma i fuochi continuarono ugualmente ad aumentare di nu-mero: principiavano al
calare della notte, dopo che gli aerei si erano allontanati e si spegnevano all'alba prima che que-sti
tornassero. Italo Pietra, destinato a diventare un grande giornalista, ma che allora era soltanto un giovane
tenente degli alpini, ricorda che una sera, mentre osservavano le mille luci dei bivacchi abissini, il suo
colonnello, Emilio Battisti, comment pensieroso: Siamo pressappoco nelle condizioni di Toselli quando
dall'Amba Alagi scriveva alla madre: "Vedo tanti lumi. I lumi aumentano...". Speriamo che a noi vada
meglio.

Anche il maresciallo Badoglio, che aveva seguito le sue truppe sulle alture attorno a Mai Ceu, era
pensieroso e tormentato dai dubbi. Che cosa far il negus? Poi confid a uno dei suoi pi stretti
collaboratori: Se quello, anzich accettare battaglia, mi fa un balzo indietro di cento chilo-metri, io sono
fritto. Ma, a ogni buon conto, era soddi-sfatto. Aveva accontentato Mussolini lanciandosi in una lunga e
rapida avanzata. Per giunta, aveva issato il trico-lore sull'Amba Alagi proprio nei giorni in cui ricorreva il
40 anniversario della battaglia di Adua. Ora non gli re-stava che vibrare il colpo finale.

Sul fronte della Somalia, Rodolfo Graziani si era dovuto adattare, come gi sappiamo, a un ruolo
secondario. Oltre che della Peloritana, ora disponeva anche di una agguer-rita divisione libica comandata
dal generale Guglielmo Nasi, i cui componenti, tutti di osservanza islamica, erano stati cinicamente
incoraggiati a sfruttare l'opportunit di sfogare il loro odio religioso contro gli infedeli. Dopo la
conquista di Neghelli e la disfatta dell'armata di ras De-sta, altri 30.000 abissini erano comparsi sulla
scena al co-mando del generale turco Wehib Pasci, nemico storico degli italiani. Questi, oltre ad avere
ricevuto dal negus carta bianca, ossia l'autorizzazione di dirigere le operazioni anche senza, o contro, il
parere del ras, era un buon stratega e un ottimo psicologo. Contando sulla nota ir-ruenza di Graziani e,
soprattutto, sulla sua risaputa riva-lit con Badoglio, Wehib sperava di attirare il comandante italiano il
pi possibile nell'interno (le operazioni si svol-gevano su distanze enormi e in pieno deserto) offrendogli di
tanto in tanto delle piccole vittorie di Pirro onde al-lontanarlo dalle basi di partenza per poi infliggergli
un colpo mortale.

Graziani che, malgrado gli ordini ricevuti, sognava in cuor suo di arrivare a Addis Abeba prima del suo
rivale, cadde, o forse finse di cadere, nella trappola: si allontan infatti per oltre 1300 chilometri dalla
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base italiana di Belet Uen, ma nel contempo le truppe libiche di Nasi, la colonna mobile del generale
Vern e i dubat del generale Navarra inflissero agli abissini tali e tante perdite da impedire al ge-nerale
turco di portare a compimento il suo progetto. Anzi, la stessa sopravvivenza della sua armata fu messa a
repen-taglio e salvata solo dal sopraggiungere della stagione del-le piogge. Le tempeste e gli uadi in
piena, i fiumi di fango, costrinsero infatti Graziani a rallentare l'avanzata verso l'obiettivo sognato: la
capitale etiopica.

Anche il negus, nel suo quartiere generale di Dessi, sembrava accarezzare un piano simile a quello di
Wehib Pasci o, quanto meno, questo era ci che Badoglio pi fortemente temeva. Hail Selassi
avrebbe infatti potuto tentare una Waterloo abissina attirando le forze vittoriose italiane verso sud, a
Dessi e oltre, costringendole poi ad affrontare la battaglia lontano dalle basi di partenza. An-gosciato da
questo incubo, Badoglio dispose servizi spe-ciali di sorveglianza sulla strada dell'imperatore per
controllare i movimenti delle nuove truppe regolari abis-sine che da Dessi stavano affluendo verso Mai
Ceu. Si stava rapidamente avvicinando l'ora decisiva.

Il 7 marzo 1936, mentre Badoglio si preparava ad affron-tare l'ultima battaglia, nel panorama
internazionale la crisi etiopica pass in secondo piano per un nuovo colpo di ma-no della Germania.
Cogliendo tutti di sorpresa, Hitler or-din alla Wehrmacht di superare il confine proibito della Renania,
la regione tedesca confinante con la Francia, alla quale per motivi di sicurezza i vincitori della Grande
guer-ra avevano imposto la smilitarizzazione. Fu l'ennesima violazione delle dure condizioni imposte a
quel paese dal trattato di Versailles, e per l'Europa un nuovo segnale d'al-larme. Le proteste naturalmente
non mancarono, soprat-tutto da parte della Francia che era la pi interessata a man-tenere lo staru quo ai
propri confini, ma la Societ delle Nazioni, ormai in stato confusionale, si limit a emettere la solita
condanna formale e senza conseguenze.

Vi furono tuttavia preoccupati scambi d'opinione tra i governi aderenti al patto di Stresa, e Mussolini ne
appro-fitt per ammonire ancora una volta Francia e Inghilterra: se avessero continuato nella loro politica
punitiva, l'Italia, paese sanzionato, non si sarebbe pi sentita legata agli accordi di Stresa che miravano
a contenere la rinascita del militarismo germanico. In Francia, nel frattempo, il gover-no Laval era caduto
e gli era succeduto il governo di Al-bert Sarraut (con Pierre Flandin al ministero degli Esteri) che per
mantenne nei confronti dell'Italia una politica amichevole. Dura e intransigente rest invece l'Inghilterra a
causa della politica contraddittoria (e persino criticata all'interno del Foreign Office) del sempre pi
influente Anthony Eden il quale, se da un lato reclamava il ritomo al fronte di Stresa, dall'altro faceva di
tutto per irritare Mussolini. Proprio in quei giorni, il capo del Foreign Offi-ce - che non mosse un dito
contro l'atto di forza compiuto da Hitler in Renania - aveva infatti ribadito a Ginevra la sua volont di
estendere anche al petrolio le sanzioni con-tro l'Italia. Il doppiopesismo britannico non poteva non
allarmare il Duce che, dopo l'annuncio a sorpresa del pat-to navale anglo-tedesco, temeva quanto la
Francia l'even-tualit di un'alleanza fra Londra e Berlino, peraltro gi ipotizzata da Hitler nel suo Mein
Kampf.

A questo punto forse necessario ristabilire una verit storica, spesso nascosta, che sar utile per
chiarire le future decisioni mussoliniane. Secondo molti storici, a quell'epo-ca Mussolini era gi d'accordo
con Hitler e deciso ad al-learsi con la Germania nazista per costituire l'Asse Roma-Berlino, ma si tratta di
un'ipotesi totalmente infondata. In realt. Mussolini era ancora un convinto sostenitore del patto di Stresa,
considerava una jattura l'eventualit di es-sere costretto a gettarsi nelle braccia del Fhrer e ignora-va i
progetti espansionistici cui mirava il dittatore nazista. Anche lui, infatti, venne colto di sorpresa dal colpo
di mano in Renania e se protest blandamente fu solo perch, in quel momento, pensava innanzitutto a
risolvere i suoi problemi immediati che non alle lontane prospettive del-l'iniziativa tedesca. Il diversivo
della Renania giocava infatti a suo vantaggio in quanto gli consentiva di storna-re l'attenzione
internazionale dalla sua guerra nella lonta-na Abissinia e di ricordare a tutti quale fra le due dittature -
quella fascista e quella nazista - fosse la pi pericolosa.
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D'altra parte, bench avesse ordinato alla sua diploma-zia di mostrarsi pi duttile nei confronti della
Germania per intimorire Francia e Inghilterra, le effettive relazioni italo-germaniche erano ancora
improntate da reciproca e profonda sfiducia. Mussolini sapeva che Hitler mirava a mettere l'Italia in
difficolt per avere mano libera in Au-stria. In seguito, come risulta da documenti riemersi re-centemente,
fu anche informato che il Fuhrer, con il pro-posito di indebolire l'Italia, gi nel gennaio del 1935 aveva
inviato in missione segreta a Addis Abeba il console Hans Steffen con l'incarico di convincere il negus ad
attaccare di sorpresa l'Eritrea e la Somalia prima che gli italiani si muovessero. Successivamente, lo
abbiamo gi ricordato, Hitler concesse all'imperatore di Etiopia anche un credito a fondo perduto di 3
milioni di marchi per l'acquisto di materiale bellico germanico, trasportato in Abissinia dalle navi inglesi
dopo che le acciaierie Borsig di Berlino ebbero provveduto a cancellare i marchi di fabbrica per evitare
indiscrezioni. Risulta ancora che, in quel frangente, il Duce, intimorito, fece sapere all'ambasciatore
tedesco von Hassel che se la Germania avesse interrotto l'invio di armi al negus, l'Italia avrebbe tollerato
una nuova iniziativa in Austria. Ma poi cambi idea dopo le clamorose vittorie di Badoglio nel Tembien e
nell'Endert cos che i rapporti Roma-Berlino tornarono a essere molto tesi.

Mentre pendeva ancora sull'Italia la minaccia dell'i-nasprimento delle sanzioni, reclamato ostinatamente
da Eden, Mussolini mise le carte in tavola con l'ambasciatore francese de Chambrun e con altri esponenti
politici del governo di Parigi. A de Chambrun dichiar: Io sono sem-pre, e voi potete ben farlo sapere
al signor Flandin, nella li-nea di Stresa. Posso assicurarvi che non vi a tutt'oggi nel-la sfera politica
assolutamente niente fra Hitler e me. Il mio modo di vedere sulla Germania rimane esattamente quel-lo
che era l'anno passato in aprile. Soggiunse poi passan-dosi significativamente la mano sulla caratteristica
calvi-zie: Non intendo diventare alleato di Hitler neppure se mi ci tirano per i capelli. Ma dovete
convenire che qualsiasi aggravamento delle sanzioni rigetter necessariamente l'I-talia in un isolamento dal
quale il suo governo avr il dove-re imperioso di farla uscire. Spetta dunque alla Francia e al-l'Inghilterra
di non respingerci.

Ancora pi franco, ricorda Renzo De Felice, il Duce lo fu con Louis-Jean Malvy, un ministro
radicalsocialista francese che and a fargli visita e che poi trascrisse la loro conversazione. Mussolini
disse a Malvy:

La situazione attuale mi obbliga a cercare altrove le sicurezze che ho perduto dal lato della Francia e dal
lato dell'Inghilterra, al fine di ristabilire a mio vantaggio l'equilibrio infranto. E a chi indi-rizzarmi se non a
Hitler? Io vi devo anche dire che ho gi avuto da lui delle ouvertures... Fin qui mi sono riservato. Perch
io valuto perfettamente ci che succeder se io mi intendo con Hitler. Innan-zi tutto sar l'Anschluss a
breve scadenza. Poi, dopo l'Anschluss, sar la Cecoslovacchia, la Polonia, le colonie tedesche
eccetera... Per dir tutto, sar la guerra, inevitabilmente. per questo che io ho esitato ed esito ancora a
impegnarmi su questa via. Vi ho fatto pregare di venirmi a trovare perch voi possiate informare il vostro
governo della situazione che vi ho esposto. Io attender qualche tempo ancora. Ma se prossimamente
l'atteggiamento del governo francese e di quello inglese a mio riguardo, a riguardo del regime fascista e
dell'Italia non si modifica e non mi dar le assicurazioni di cui ho bisogno, allora accetter le proposte di
Hitler. L'Italia di-venter alleata della Germania.

Una drammatica profezia che purtroppo si avverer.

La Francia, angosciata dall'eventualit di un riavvicina-mento italo-tedesco, non rest sorda alle


argomentazioni del dittatore italiano. E furono appunto le pressioni del governo francese esercitate a
Ginevra contro la proposta britannica di aggravamento delle sanzioni a far rinviare ogni decisione con il
proposito d compiere un ulteriore sforzo di conciliazione fra le due parti in conflitto. Musso-lini, d'altra
parte, pur facendo la voce grossa, era ancora disposto ad accettare una soluzione negoziata per
salva-re la faccia della Societ delle Nazioni e per rientrare onorevolmente nell'organizzazione
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ginevrina. Infatti, ai primi di aprile elabor un nuovo piano, secondo il quale quattro quinti del territorio
abissino sarebbero passati in forma diretta o di protettorato sotto il dominio italiano la-sciando il nucleo
centrale, schiettamente scioano, al go-verno di Addis Abeba. Questo progetto fu fatto conoscere
segretamente a Parigi e a Londra, ma naufrag per la net-ta opposizione di Eden, il quale aveva ormai
assunto una posizione egemone nel governo britannico. Di fronte a questa aperta manifestazione di
testarda ostilit, al Duce non restava che tirare diritto. E cos fece. Lasciamo per-ci ai lettori
fantasiosi, che amano trastullarsi con i se e con i ma, la libert di immaginare come sarebbero
anda-te le cose in Italia e nel mondo se il ministro Hoare non si fosse rotto il naso sciando e se quel
cretino vestito cos bene non fosse inciampato in quel maledetto tappe-to della Sala del Mappamondo.

X
DAMAI CEU A ADDIS ABEBA
Sotto la sua tenda da campo allestita sulle alture del Mecan sovrastanti la grande pianura di Mai Ceu,
Pietro Ba-doglio fumava pensieroso l'ennesima sigaretta Serraglio allontanando i fastidiosi insetti con il
suo inseparabile scacciamosche di crine bianco. Di fronte a lui, al limite della valle, si stavano
ammassando gli abissini: una deci-na di migliaia di soldati raccogliticci ai quali si somma-vano i sei
battaglioni dellakebur-zabagn , la guardia im-periale, che con i suoi 20.000 uomini bene armati e bene
addestrati costituiva l'unica unit ancora intatta a disposi-zione del negus. Si trattava di un contingente
inquadrato e attrezzato modernamente con mitragliatrici e cannoni a tiro rapido capaci di sviluppare una
notevole potenza di fuoco. Per contrastarlo Badoglio disponeva del 1 corpo d'armata del generale
Santini e del corpo d'armata in-digeno di Pirzio Biroli, vale a dire circa 40.000 uomini avvantaggiati
dall'appoggio dall'arma aerea e dalla soli-ta schiacciante superiorit tecnica. Ma il maresciallo era
ugualmente tormentato dai dubbi. Se il negus avesse adottato la tattica suggerita da Wehib Pasci in
Somalia e costretto gli italiani a inseguirlo nell'interno, oltre Dessi, la sua armata si sarebbe trovata in
gravi difficolt. Le linee di comunicazione erano gi enormemente dilatate; allun-gandole di altri 400 o
500 chilometri in territori inospitali, la situazione sarebbe vieppi peggiorata. Ma poteva an-che accadere
di peggio: se il negus avesse rinunciato allo scontro frontale per trasformare la sua armata in un esercito di
bande guerrigliere, gli si sarebbe aperta subito la strada per Addis Abeba; il percorrerla, per, avrebbe
com-portato il rischio di cadere in una trappola mortale.

Nel campo abissino, gli inascoltati consiglieri europei ormai non nascondevano pi il loro pessimismo,
ma il ne-gus non intendeva darsi per vinto. Fedele alla tradizione, aveva voluto assumere personalmente il
comando dell'e-sercito e, bench fosse rimasto praticamente solo (dei suoi grandi ras, Mulughiet,
Sejum, Cassa e Immir, soltanto Cassa si era potuto riunire a lui), decise di affrontare il ne-mico sul
campo dando prova di una forza d'animo e di una sicurezza che non mancarono di rinfrancare le sue
truppe pi fedeli, le quali ora anelavano a combattere contro l'o-diato invasore. D'altro canto, il negus
contava ancora in-genuamente sull'intervento della Societ delle Nazioni e forse sperava che una piccola,
anche se limitata, vittoria avrebbe potuto giocare a suo favore sui tavoli di Ginevra.

Dal suo quartier generale, Hail Selassi era in continuo contatto telegrafico con la moglie Menen, che
da Addis Abeba seguiva con ansia gli sviluppi della situazione e che lui aggiornava spesso con dovizia di
particolari che sarebbe forse stato meglio mantenere segreti. Evidente-mente sottovalutava l'efficienza dei
nostri servizi di inter-cettazione i quali leggevano tutto ci che l'imperatore le mandava a dire. Il 27
marzo fu captato questo suo tele-gramma inviato all'imperatrice:

Ci troviamo schierati davanti al nemico osservandoci l'un l'altro col binocolo. Ci dicono che le truppe del
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nemico che si trovano riuni-te davanti a noi sino ad ora non superano approssimativamente i diecimila
uomini. Le nostre truppe ammontano esattamente a tren-tunomila unit. Poich la nostra fede riposta
nel nostro Creatore e nella speranza che Egli ci aiuti, avendo noi deciso di avanzare e di entrare nelle loro
fortificazioni e dato che l'unico nostro aiuto Dio, confida nel massimo segreto questa nostra decisione
all'abuna, ai ministri, ai dignitari e rivolgete a Dio le vostre decise preghiere.

Il tono di questo messaggio non era quello di un con-dottiero che si preparava a vincere una battaglia,
bens quello di un uomo disperato che, con l'aiuto di Dio, si ac-cingeva ad andare incontro al suo
destino... La preziosis-sima informazione, confidata in segreto dal negus alla sua consorte, deve aver
fatto tirare un sospiro di sollievo al maresciallo Badoglio. Stava infatti a significare che il negus non aveva
alcuna intenzione di compiere quel tan-to temuto salto indietro d 200 o 300 chilometri, ma che si
apprestava a fargli la cortesia di andargli incontro...

Cosa avr spinto il negus a compiere questo suo beau geste non lo sapremo mai. La risposta si cela nella
complessa personalit di questo sovrano feudale impastato di orgo-glio e deciso a difendere il suo onore
e a restare fedele al motto che ne contraddistingueva l'antichissimo lignaggio: Il Leone della trib di
Giuda vince. Hail Selassi era certamente un uomo moderno, colto e intelligente, ma in lui le tradizioni
ancestrali erano profondamente radicate. Anche i grandi negus del passato - Teodoro, Giovanni, Menelik
- avevano comandato personalmente le grandi batta-glie campali e avevano sempre vinto, grazie alla
superio-rit numerica, al coraggio dei combattenti e forse all'aiuto di Dio o dell'Arca misteriosa ormai
irraggiungibile. Lui, comunque, non poteva essere da meno dei suoi predeces-sori: avrebbe perci
attaccato il nemico in massa e frontal-mente, come volevano le consuetudini del passato e cos come
aveva fatto Menelik sul campo di Adua. Non inten-deva restare ad attendere l'iniziativa dell'avversario: o
sfondare o morire.

Badoglio lo attendeva a pi fermo. Malgrado le diffi-colt ambientali, aveva schierato opportunamente


sulle alture, fra i monti Bohor e Corbet e il passo del Mecan la divisione alpina Pusteria insieme alla lae
2adivisione eritrea. La mancanza di strade, l'ecatombe deibagal , i muletti sfiancati dalle fatiche, e mille
altri imprevisti ave-vano rallentato il posizionamento delle truppe e il muni-zionamento delle batterie. Era
infatti toccato agli artiglieri da montagna sostituirsi alle bestie da soma caricando sul-lo zaino, gi pesante,
un proiettile da 75/13 ciascuno: sei chili e mezzo in pi da portare a spalla per quattordici ore di marcia.

Ma ora tutto era pronto e non bastava che attendere. Lontano poco pi di cinque o sei chilometri,
nell'immensa pianura di Mai Ceu, biancheggiavano le tende degli ac-campamenti abissini e la sera si
udivano sempre pi vici-ni i canti dei guerrieri che al rullo deinegarli facevano fantasia attorno a
centinaia di fal. Dalla parte italiana invece era buio fitto. A turno, gli alpini dormivano in ten-da o stavano
all'erta presso le feritoie. Di giorno si affac-cendavano per migliorare l'assetto delle ridotte e
provve-devano a spargere sul terreno antistante le scatolette vuote il cui rumore, nel silenzio della notte,
avrebbe se-gnalato l'approssimarsi del nemico. Gli ascari, invece, era-no occupati a lucidare le baionette,
i fucili, le mitragliatrici e a rassettare le proprie uniformi, come se si preparassero per una festa.

Alle prime luci dell'alba del 31 marzo 1936, nelle ridotte italiane avevano cominciato a distribuire il caff,
quando si ud il lungo e lamentoso urlo della iena ripetuto tre vol-te. Era il segnale convenuto con la
giovane sciarmutta amica degli alpini il cui significato era noto a tutti: stan-no arrivando!. Ci fu appena il
tempo per correre alle ar-mi che subito una massa urlante sbuc fuori dai boschi circostanti e dalle
macchie di euforbie del colle chiamato ditale rovesciato per la sua forma curiosa. Erano mi-gliaia: i
guerrieri insciammo bianco avevano le scimitarre sguainate e le guardie dell'imperatore entravano per la
prima volta in scena in gruppi compatti nella loro unifor-me gialla, con le fasce gambiere, i piedi nudi e il
fucile con baionetta innestata in pugno. Gridavano tutti come osses-si e quando furono vicini, il loro grido
di guerra si fece pi distinto: Adua, Adua, Macall!, i nomi che ricordavano le due prestigiose vittorie
del passato.
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Allorch gli assalitori giunsero a tiro, gli alpini ricevet-tero l'ordine di aprire il fuoco e subito i fucili 91, i
mortai da 45, le mitragliatrici leggere Breda e le mitragliatrici pe-santi Fiat 1914 cominciarono a cantare.
Ampi squarci si aprirono nella massa avanzante, ma l'ondata prosegu verso le trincee giungendo a
portata delle bombe a mano. Alcune ridotte vennero evacuate e poi riconquistate, ci fu-rono scontri
corpo a corpo, ma gli alpini tennero duro. Le prove pi difficili toccarono al battaglione Pieve di Teco e
al battaglione Intra, che lasciarono una decina d morti sul terreno, ma dopo un'ora di combattimento gli
abissini do-vettero ritirarsi.

A questo punto l'attacco cambi direzione e l'ondata degli assalitori si diresse verso il settore centrale
tenuto dai reparti eritrei. Cominciarono cos a entrare in azione le mitragliatrici Schwarzlose, in dotazione
agli ascari, men-tre le batterie da 75 lavoravano ormai a colpo sicuro. Con-tro queste posizioni fu
prodotto lo sforzo maggiore. Le trincee erano basse e fatte un po' alla carlona, perch agli ascari non
piaceva realizzare muretti a secco e neppure la guerra prudente dietro le feritoie. Non avevano neanche
ripulito bene il campo di tiro, cos che i folti cespugli di euforbie a una decina di metri dalle posizioni
offrivano comodi nascondigli. La difesa diventava perci difficile e sanguinosa come l'attacco, e per
qualche tempo gli abissi-ni pensarono che il successo fosse ormai a portata di ma-no: le truppe indigene
indietreggiavano dopo mischie fe-roci e alcune trincee venivano abbandonate.

Ma alle otto, come comunic lo stesso negus nel con-sueto telegramma alla moglie Menen, un potente
rombo si ud venire dal nord. Gli aerei! Aerei da caccia e da bom-bardamento! Essi non poterono
lanciare i gas perch le nostre truppe erano intimamente mescolate con quelle italiane, ma gettarono
bombe e spararono raffiche di mi-tragliatrici sui nostri uomini che non erano impegnati nel corpo a
corpo. Impossibilitati ad aiutare le nostre forze impegnate nella battaglia, gli aviatori si erano infatti
sca-tenati sulle retrovie, ostruendo la strada ai reparti che avrebbero dovuto sostituire le truppe di prima
linea e, soprattutto, paralizzando l'invio dei rifornimenti. Se a que-sto punto rifer ancora il negus alla
consorte qualche nostra carovana di viveri fosse giunta dalle retrovie, i no-stri soldati avrebbero potuto
riprender le forze e ricomin-ciare un combattimento che non era ancora disperato. Sfortunatamente le
carovane arrivarono troppo tardi per-ch appena si fermavano venivano irrorate di iprite. Hail Selassi
non rinunci tuttavia a sfruttare il successo iniziale e mand all'assalto gli ultimi battaglioni della guardia
imperiale non ancora provati dal fuoco.

Questa volta racconter Pietro Badoglio tutta la Guardia Imperiale, sostenuta da un fuoco vivace,
muove-va verso le nostre posizioni, avanzando a sbalzi, sfruttan-do il terreno, dando prova di saldezza e
di un notevole grado di addestramento, unito a un superbo sprezzo del pericolo. Pur tenendo conto che,
come sono soliti fare tutti i comandanti nei resoconti delle loro imprese, sia Ba-doglio che il negus
esageravano a loro vantaggio, la situa-zione doveva essere alquanto confusa. Cos riferisce infat-ti Italo
Pietra che partecip anche a quella battaglia:

Dalle feritoie dello ridotte il colpo d'occhio sulla battaglia per-fetto come su una partita di calcio
dall'alto delle gradinate. Vedia-mo chep, fregi, galloni e luccicare di armi portate a braccia: la Guardia
Imperiale! Arrivano, salgono, si tengono aggruppati. Mi-gliaia e migliaia. Batticuore, rabbia di essere
lontani. Non puoi resi-stere a guardare lo spettacolo, idee nere ti passano per la testa. Gli aeroplani
volano alti ... C' confusione, non possono bombardare, non possono mitragliare.

L'attacco delle guardie imperiali fu intensissimo e dur tre ore. Conquistarono il passo Mecan, si
impadronirono del ditale rovesciato e del cosiddetto boschetto delle euforbie. I difensori in difficolt
non avevano sufficienti munizioni, che venivano affannosamente recuperate fru-gando nelle giberne dei
caduti. Anche all'artiglieria scar-seggiavano i proiettili e i rifornimenti tardavano ad arri-vare. Mancando
gli aerei e i cannoni, gli italiani erano praticamente costretti a combattere ad armi pari e la situazione s
faceva sempre pi difficile. Cos, alle 11.30, ai battaglioni eritrei fu impartito l'ordine di contrattaccare alla
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baionetta. Primo davanti a tutti per antico privilegio si mosse dalle ridotte il battaglione Toselli. Armi,
Toselli!, armi gridava l'ufficiale italiano a dorso di cavallo. Poi molti altri battaglioni avanzarono tutti
insieme con un so-lo impeto; avevano fasce alla vita di colori diversi, le armi in pugno, e alla loro testa
cavalcavano i comandanti: il ge-nerale Dalmazzo, i colonnelli Corsi, Tracchia, Scotti e tutti gli altri ufficiali.
Tra le raffiche e le esplosioni si udiva la chiamata dei reparti a uno a uno: Arrai, Terzo eritreo, Arrai,
Decimo eritreo...Arrai !Arrai !.

Dalle loro postazioni, gli alpini seguivano lo scontro. Questa volta toccava alle mitragliatrici abissine che
sparan-do nel mucchio da meno di 200 metri aprivano varchi pau-rosi fra gli attaccanti. I corpo a corpo
si fecero furiosi: i colo-ri vivaci delle fasce di lana degli ascari e il rosso dei lorotarbusc si confondevano
con il bianco deglisdamma , il giallo delle uniformi, i lampi delle baionette e delle scimitarre. Decine di
ufficiali furono visti cadere dalle cavalcature e centinaia di indigeni morirono con loro. Successivamente,
anche gli alpini andarono al contrassalto in aiuto degli ascari, e gli abissini cominciarono a rinculare
disordinata-mente. I cespugli d euforbie davanti alle ridotte eritree fu-rono ripuliti a uno a uno dei nemici
ancora vivi, poi alpini e ascari raggiunsero le alture del ditale rovesciato e della collina detta del
candelabro. Alle quattro del pomerig-gio, riconquistato il passo Mecan, si era ancora nel pieno della
battaglia e il negus con la forza della disperazione or-din l'offensiva generale sull'intero arco del fronte,
mentre, come noter lui stesso, il cielo si ricopriva di nuvole basse e nere apportatici di sciagura. Per
due ore infuriarono i combattimenti ma, alle sei, il negus, avendo visto cadere il meglio della sua armata,
fu costretto a ordinare il ripiega-mento. La battaglia di Mai Ceu si concluse con gravi perdi-te da parte
italiana e gravissime da parte abissina. Cos in-fatti Hail Selassi comunic alla moglie Menen:

Dalle 5 del mattino alle 7 di sera le nostre truppe hanno attacca-to le forti posizioni nemiche
combattendo senza tregua. Anche noi abbiamo partecipato all'azione e per grazia di Dio siamo rimasti
in-columi. I nostri principali e fidati soldati scioani sono morti o feriti. Sebbene le nostre perdite siano
gravi, anche il nemico stato dan-neggiato. La Guardia ha combattuto magnificamente meritando ogni
elogio. Anche le truppe amhara hanno fatto del loro meglio. Le nostre truppe, per quanto non siano in
grado di svolgere un combattimento di tipo europeo, hanno sostenuto per l'intera gior-nata il confronto
con quelle italiane.

Nella notte il tempo si mise a pioggia con lampi fre-quenti che illuminavano la pianura coperta di morti.
Nel-le ridotte italiane, ora che le armi tacevano, giungevano i lamenti dei feriti:abet... abet ..., piet...
piet..., confusi con il rombo funebre dei tamburi e le grida degli abissini intenti nella ricerca dei compagni
caduti. L'indomani si registrarono ancora alcuni attacchi contro le posizioni ita-liane, che furono
facilmente respinti, e il giorno seguente il negus, ormai senza speranza, ordin la ritirata nell'in-tento di
salvare il salvabile delle sue truppe.

Divisi in branchi disordinati, i circa 20.000 superstiti della battaglia si mossero verso il lago Ascianghi. Il
negus contava di raggiungere Dessi, dove s trovava il figlio primogenito Asfa Uossen con le sue truppe.
Ma Dessi era lontanissima, mentre dietro di lui incalzava il Corpo eritreo mandato da Badoglio al suo
inseguimento. Oltre che dall'aviazione, l'esercito abissino era tormentato dai soliti predatori Azebu Galla,
galvanizzati dalla leggenda, subito diffusasi, del tesoro imperiale che il negus avrebbe trasportato con s.
Anche le popolazioni locali, che odia-vano assai pi degli italiani i loro antichi dominatori scioani, si
sfogarono contro i fuggiaschi. Molti reparti fu-rono costretti a pagare un pedaggio per essere autorizzati a
transitare, altri vennero decimati dai bombardamenti e dai mitragliamenti in picchiata. La mattina del 4
aprile, dopo avere marciato per tutta la notte nella fiumana di-sordinata dei suoi soldati, il negus trov un
giaciglio di fortuna in una caverna presso Quoram, ma dovette ben presto rimettersi in cammino e
abbandonare i suoi oggetti personali per l'incalzare degli inseguitori.

L'aviazione non diede pace ai fuggiaschi: i gruppi com-patti in lento movimento offrivano bersagli facili e
im-pietosi. Fulminata, una generazione giaceva sui tratturi dell'altopiano scriver senza un'ombra di
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commozione Alessandro Pavolini che, al fianco di Galeazzo Ciano, inse-guiva dal cielo l'orda in fuga con
l'entusiasmo sconcertan-te di un cronista sportivo.

Sul greto dei torrenti i morti - uomini e bestie - stampavano i lo-ro gesti immobili in mezzo al tumulto. Ma
quanto c'era ancora da fare! Alle spezzoniere, alle mitragliatrici, alle carabine! Ogni aper-tura fu buona
per sparare, anche il portellone socchiuso. Anche la torretta, la cui mitragliatrice serve contro gli attacchi
dei caccia da su, ma quel giorno poteva benissimo utilizzarsi contro i nuclei del-le pendici, che ci
grandinavano addosso dall'alto in basso mentre andavamo per il fondovalle. La volont di Ciano ci
teneva immersi ben in fondo a quella cavit fitta di traiettorie. La pattuglia dei Di-sperati intendeva
suggellare degnamente il combattimento.

Esaltazione sfacciata del capo, ma non una parola di piet per quei disgraziati indifesi, non un accenno ai
bidoni di gas che certamente furono lanciati insieme alle bombe.

Da parte sua, il negus racconter alia moglie Menen:

Fu un carnaio come ce ne sono stati pochi durante questa guerra che peraltro fu senza misericordia.
Uomini, donne, bestie da soma si abbattevano a terra colpiti dagli scoppi delle bombe o ustionati
mortalmente. I feriti urlavano per il dolore. Quelli che avrebbero potuto sottrarsi a questo macello
venivano presto o tardi raggiunti dalla sottile pioggia diffusa dagli aerei. Ci che uno scoppio di bomba
aveva cominciato, il veleno lo concludeva.

Per qualche giorno i resti dell'armata del negus e il Corpo eritreo di Pirzio Biroli procedettero paralleli a
non molta di-stanza fra loro, in una sorta di gara di velocit in direzione di Dessi. Lungo la strada, per
ragioni che non si conosco-no, Hail Selassi impose alla sua scorta una deviazione per compiere un
pellegrinaggio nella citt santa di Lalibel, con i suoi antichi templi scavati nelle montagne. Vi rimase due
giorni attorniato da laceri preti copti, che pregarono con lui, stupiti da quella visita inattesa. Quando
riprese il viaggio, il corteo imperiale fu nuovamente intercettato dagli Azebu Galla, contro i quali fu
costretto a battersi per sette ore. Su-perato anche quell'ostacolo, il negus venne informato che suo figlio
Asfa Uossen aveva evacuato Dessi senza com-battere. Con i brandelli della sua armata non gli restava
che invertire la rotta verso Addis Abeba, lasciando lungo la strada una scia di morti.

Dissolta ai suoi fianchi ogni possibile minaccia, dopo l'occupazione di Gondar, della regione del lago
Tana e di quella di Sard, Badoglio aveva infatti ordinato al Corpo eritreo di raggiungere al pi presto
Dessi. Si era trattato di una marcia di 250 chilometri che i veloci ascari avevano superato a piedi
mantenendo una media di 50 chilometri al giorno. Le colonne erano rifornite dall'aviazione. Il 14 aprile le
avanguardie della cavalleria giunsero in vista della citt, nel momento in cui il principe ereditario abissi-no
l'abbandonava protetto da pochi fedeli. Il 15, il genera-le Pirzio Biroli innalz il tricolore sulgheb di ras
Mikael. Nelle strade, striscioni in lingua amarica annunciavano la fine dell'impero etiopico con una frase
tradizionale: Il falco volato.

Sul fronte della Somalia, frattanto, il generale Graziani era pungolato e amareggiato dalle vittorie del suo
supe-riore e rivale. Si lamentava senza tregua con Badoglio e Mussolini perch non gli erano stati
concessi tutti i rifor-nimenti richiesti, che, a suo dire, gli avrebbero consentito di liquidare pi rapidamente
le forze nemiche. L'obiettivo assegnatogli era la citt di Harar, capitale dell'omonima regione, ma tra il
generale e questa citt si frapponevano oltre 500 chilometri di deserto. Nonch l'ultima armata abissina,
con circa 30.000 uomini, 500 mitragliatrici e 500 cannoni di piccolo calibro, che il generale Wehib Pasci
aveva fatto trincerare con criteri razionali.

Anche Graziani disponeva di circa 30.000 soldati, la met dei quali nazionali, bene equipaggiati,
autotrasportati e protetti dal cielo. Il 15 aprile, dopo la conquista di Dessi, Mussolini gli invi questo
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breve e significativo te-legramma: Attendo annuncio marcia su Harar, e Gra-ziani mise in movimento
tre colonne affidate ai tre gene-rali Nasi, Frusci e Agostini, con destinazione il centro di Dagahbr, a circa
200 chilometri da Harar. Ma l'avanzata si svolse pi lentamente del previsto a causa della tenace
resistenza etiopica e l'obiettivo fu raggiunto soltanto il 25 aprile al prezzo di 2000 vittime fra morti e feriti.
Bench spronato e lusingato da Mussolini (Conquistata Harar V.E. vi trover il bastone di Maresciallo
d'Italia), Graziani non riprese subito l'offensiva e venne raggiunto da un altro telegramma ancor pi
ultimativo. Visto che gli abis-sini continuano ad usare pallottole dum dum stop gli te-legraf Mussolini
autorizzo V.E. stop se lo ritiene neces-sario stop all'impiego del gas a titolo di rappresaglia stop. E
dopo quest'ultimo stop, forse perch ne aveva vi-sto gli effetti durante la Grande guerra. Mussolini
aggiun-se: Esclusa l'iprite.

Non sappiamo se Graziani rispett l'ordine e neppure sappiamo se us davvero i gas. In proposito,
com' com-prensibile, i documenti ufficiali tacciono. Il generale co-munque induger a lungo, per la
pioggia e il fango, prima di raggiungere Harar e il piccolo centro di Dire Daua, do-ve era fissato
l'appuntamento con le avanguardie di Ba-doglio provenienti dal Nord. Tant' che i soliti spiritosi,
giocando sul nome della cittadina etiopica, commentava-no scherzosamente che Graziani non aveva
ancora impa-rato a parlare perch neppure riesce a Dire Daua.

In effetti, fin dall'inizio delle operazioni, le enormi di-stanze e la precariet delle piste avevano creato sul
fronte somalo dei seri contrattempi, aggravatisi poi con l'arrivo delle piogge. Il problema logistico era
stato risolto auto-rizzando l'acquisto di autocarri negli Stati Uniti, non es-sendo sufficiente la produzione
italiana, sa dal punto di vista quantitativo sia da quello qualitativo. In un primo tempo si erano importati
500 autocarri leggeri Ford, ma ben presto si constat che il problema si poteva risolvere soltanto con
l'impiego dei caterpillar (trattori cingolati che potevano trainare un paio di rimorchi, anch'essi cin-golati).
Un convoglio siffatto sostituiva da 15 a 20 autocar-ri con possibilit di movimento anche nel fango. Di
questi mezzi, prodotti soltanto negli Stati Uniti, ne vennero im-piegati complessivamente 185 (100 dei
quali donati dagli italiani d'America) con 400 rimorchi. A guidarli furono in parte autisti italoamericani
volontari, e grazie a essi Graziani riusc infine condurre a buon termine l'offensiva su Harar. E Mussolini
manterr la promessa di consegnargli solennemente il bastone di maresciallo d'Italia.

La guerra stava ormai per finire e i gerarchi che vi ave-vano partecipato erano gi tutti decorati almeno
con una medaglia. Soltanto Galeazzo Ciano, ministro in carica per la Stampa e la Propaganda, nonch
comandante dellaDi-sperata, ancora attendeva l'occasione per ricoprirsi di gloria. Genero di Mussolini
e figlio dell'eroe del mare Costanzo Ciano, protagonista con d'Annunzio della bef-fa di Buccari, il
trentatreenne Galeazzo si tormentava per non avere ancora compiuto un'azione eroica degna di tan-to
padre. Fu il suo mentore Alessandro Pavolini a sugge-rirgli l'idea di quella che sar poi definita dai
giornalisti servizievoli la beffa di Addis Abeba. Si trattava della so-lita sfida aerea di modello
dannunziano. Ciano si pro-poneva di scendere su Addis Abeba con il proprio appa-recchio e di
catturare con un rapido colpo di mano il comandante dell'aeroporto. L'operazione ebbe luogo il 30
aprile, pochi giorni prima che Badoglio entrasse nella ca-pitale abissina. Ciano decoll da Dessi a bordo
del suo trimotore Caproni. Aveva lasciato a terra il deluso Pavolini (che sognava di essere il cantore
dell'impresa) per far posto al tenente Ettore Muti. Questa sostituzione si spiega con il fatto che Muti, oltre
a essere un ottimo pilota e un eroe collaudato, alcuni mesi prima aveva gi compiuto con rischi maggiori
un'impresa analoga a quella che ora il ministro si proponeva. In ogni modo, la beffa si risolse in un
mezzo fallimento. La reazione efficace e non previ-sta dei mitraglieri abissini imped all'aereo di prendere
terra e a Ciano non rest che la consolazione di lanciare il gagliardetto dellaDisperata nella piazza
centrale di Addis Abeba. Pi tardi, al quartier generale di Badoglio, l'episo-dio sar definito una vana
bravata, ma Pavolini riusc ugualmente a eroicizzarlo. Cos scrisse, come se fosse sta-to presente
all'azione:

L'apparecchio arriv basso sopra il campo. La difesa non dava segni di vita. Gi i pneumatici
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rimbalzavano sulla terra, quando s'ud nel coro leggero dei tre motori a regime ridotto una tempesta di
mitragliatrici. Annidati tutti intorno, i mitraglieri scioani dispo-nevano da cento metri di un obiettivo lento e
facile. Venticinque proiettili perforarono la fusoliera, le ali, la carlinga: e nella carlinga sino il sottile cuscino
di cuoio dove Ciano posava la schiena. Non c'era che da ridare gas e balzare in aria. Cos fu fatto.

Per questa impresa, il golden boy del regime ricever in premio, personalmente da Mussolini, una
seconda meda-glia d'argento, il gran cordone dell'Ordine delle Colonie, la promozione a console della
Milizia e la prestigiosa nomi-na a ministro degli Esteri. Forse un po' troppo per cos po-co eroismo. Le
solite malelingue invidiose di tale fortuna si consolarono improvvisando un gustoso epigramma che
cominciava pressappoco cos: Ciano Galeazzo / buona la rima in ...ano / meglio la rima in ...azzo.

Rientrato stanco e avvilito a Addis Abeba, Hail Selassi non aveva ancora deciso se continuare a
resistere o ab-bandonare il paese. Inizialmente si mostr propenso alla resistenza e infatti la mattina del
1 maggio fece rullare i tamburi e ordin ai superstiti della guardia imperiale e ai cadetti della scuola
militare di Olett di accamparsi alle porte della citt in attesa di ordini. Progettava di muovere verso
occidente fino nel Goggiam e l, con l'aiuto dei fede-li ras Sejum e Immir, organizzare la guerriglia nelle
gole del Nilo Azzurro. L'imperatrice avrebbe invece dovuto raggiungere con i figli Gibuti, dove una nave
britannica era in attesa. Il progetto tuttavia and in fumo perch Menen si rifiut di abbandonare il
consorte. Inoltre, l'autore-vole ras Cassa riteneva indispensabile che partisse anche il negus in quanto,
essendo dotato di facilit di parola e di prestigio, avrebbe servito meglio il paese andando a Gine-vra per
lanciare un appello al mondo cosiddetto civile. In-certo sul da farsi, l'imperatore affid la decisione al
consi-glio dei ras riunito nel gheb imperiale. Venti votarono per la sua partenza, tre per la soluzione del
Goggiam.

Conosciuto l'esito del voto, Hail Selassi organizz la partenza: la sua famiglia sarebbe partita con un
treno spe-ciale per Gibuti dalla stazione di Addis Abeba, e lui l'a-vrebbe raggiunta pi tardi alla stazione
di Akaki, a 20 chi-lometri dalla capitale. Prima di lasciare il gheb, il negus ordin che il grannegarit di
Menelik fosse portato nel cor-tile e rullasse per due ore. Poi salut i suoi ras e l'abuna Cirillo. Secondo
alcuni, chiese a questi ultimi di non op-porre resistenza agli invasori e di impedire disordini in citt,
mentre, secondo quanto ha scritto il colonnello russo Konovaloff, ordin il saccheggio, raccomandando
che fos-se risparmiato soltanto il gheb imperiale in quanto di-struggerlo avrebbe portato sfortuna. E
siccome le cose andarono proprio cos, probabile che l'ex ufficiale zari-sta dicesse il vero.

Alle 4.20 del 2 maggio 1936, ilnegus neghesti sal ad Akaki sul treno speciale e inizi il viaggio verso
l'esilio. Viaggiavano con lui l'imperatrice Menen con il fedele ca-gnolino Papillon, i tre figli (il principe
ereditario, il duca di Harar e Sanie Selassi) e le due figlie Tsahai e Tenagne Uorch, quest'ultima moglie
di ras Desta, che ancora com-batteva sul fronte sud. Del seguito facevano parte alcuni importanti
dignitari, fra i quali ras Cassa, ras Sejum (che si fermeranno a Gibuti) e il colonnello Wehib Pasci che
aveva abbandonato al suo destino l'armata dell'Ogaden. Sul treno, incatenato, viaggiava anche il vecchio
ras Hail, un avversario che il negus aveva tenuto in prigione per tutti quegli anni e non voleva lasciare in
Etiopia per tema che diventasse un fantoccio di Mussolini.

Viaggiando lentamente sull'altopiano fradicio di piog-gia (Graziani aveva chiesto al Duce il permesso di
farlo bombardare, ma gli era stato negato), il convoglio giunse a Dire Daua dove il negus, nonostante le
notizie allarmistiche circa la vicinanza degli italiani, volle fermarsi per salutare il suo vecchio amico Edwin
Chapman Andrews, console britannico a Harar. Per molte ore il sovrano e il console parlarono a
quattrocchi e l'imperatore si sfog. Fra l'altro, si disse pentito di avere lasciato Addis Abeba ed espresse
il proposito di raggiungere ras Desta sul fron-te sud, dove forse era ancora possibile far sventolare la
bandiera del Leone di Giuda. Dovetti faticare scriver Sir Edwin per convincere l'imperatore a
partire. Sapevo che era senza speranza e che, se fosse rimasto, avrebbe in-contrato la morte o
conosciuto l'umiliazione della prigio-nia. Poi il treno riprese la sua corsa nel deserto e, meno di due ore
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dopo, a Dire Daua giunsero le avanguardie ita-liane che trovarono sul posto ras Hail, fuggito
rocambo-lescamente dal treno imperiale e pronto a prestare i suoi servigi ai vincitori.

A Gibuti la famiglia imperiale sal a bordo dell'incrocia-tore Enterprise che il governo britannico aveva
messo a di-sposizione di Hail Selassi. La nave salp subito e fece rotta verso Haifa, dove osserv una
sosta di due settima-ne. Fin dal suo arrivo nel porto palestinese, il negus aveva potuto rendersi conto di
quanto fosse cinica la diplomazia con i sovrani sconfitti: l'alto commissario britannico che governava il
paese fu chiamato altrove per precedenti improrogabili impegni e neppure uno dei tanti consoli presenti
in Palestina trov il tempo per andare a ricevere l'ormai ex re dei re. Nelle due settimane successive, il
malinconico imperatore si rec in pellegrinaggio a Geru-salemme e ascolt la messa sul lato della chiesa
del Santo Sepolcro appartenente alla Chiesa copta. Poi soggiorn al-l'hotel Re David e si consult pi
volte con i suoi consiglieri circa il da farsi per ricordare al mondo che egli era ancora tra i viventi. Non lo
attenderanno che amare delu-sioni, almeno fino al 1941.

A Addis Abeba, intanto, la notizia della partenza del ne-gus si era rapidamente diffusa, provocando il
caos. Le truppe, prive di comandanti, reagirono come hanno sem-pre reagito gli abissini quando
rimangono senza capi: con le violenze, i saccheggi, gli stupri e il panico. Etiopi ed eu-ropei furono
ugualmente esposti alla furia selvaggia della soldataglia, ebbero le case saccheggiate, le donne violenta-te,
la vita stroncata a colpi di fucile o di zagaglia. I negozi, quasi tutti gestiti da stranieri, vennero depredati e
incen-diati. Soltanto il gheb imperiale fu risparmiato. La mag-gior parte dei seimila bianchi che vivevano
nella capitale era rifugiata nelle legazioni diplomatiche presidiate da uo-mini armati e dagli stessi
funzionari. Malgrado la promes-sa di non bombardare la citt, che Mussolini fece peraltro rispettare, si
temevano le incursioni aeree, e dunque gran-di bandiere con la croce rossa furono collocate sui tetti.
L'interregno dur tre giorni, e per tre giorni Addis Abeba visse nel terrore: gli incendi divampavano
ovunque e le strade, cosparse di rottami, di carogne, di macerie e di ca-daveri, erano percorse soltanto
da bande discift e di pre-datori ubriachi e carichi di bottino. L'arrivo dei conquista-tori era da tutti
auspicato come una liberazione.

Nel primo pomeriggio del 5 maggio Badoglio giunse in vista di Addis Abeba. Negli ultimi giorni,
preceduto dalle avanguardie eritree, aveva percorso centinaia di chilome-tri alla massima velocit
consentita. Lo seguiva un'auto-colonna composta da 1725 automezzi con a bordo tutti gli effettivi della
divisione Sabauda e un gruppo di battaglio-ni in cui erano rappresentate tutte le specialit delle no-stre
forze armate partecipanti al conflitto: camicie nere, al-pini, genieri, carabinieri, marinai del San Marco,
guardie di finanza. L'aeronautica si era fatta viva con un colpo di teatro: dopo avere sorvolato il corteo
con la sua squadriglia, Galeazzo Ciano aveva lanciato sull'auto di Badoglio un messaggio personale di
Mussolini contenuto in un sac-chetto avvolto nel tricolore.

Percorrendo la strada dell'imperatore, frettolosamen-te rassettata dai volenterosi reparti del genio, gli
italiani avevano attraversato villaggi saccheggiati e campagne devastate dagli abissini in ritirata. E questo
spiega perch i conquistatori furono accolti come salvatori dalle folle fe-stanti allineate lungo la pista. I
preti copti, protetti dal sole con i loro ombrelli colorati, levavano in alto le croci come per benedire, gli
uomini offrivano uova e frutta, le donne salutavano con il loro curioso trillo gargarizzato. Durante le soste,
gli indigeni ricoperti di stracci si affollavano at-torno ai militari, toccavano con avidit le loro uniformi e
offrivano doni in cambio di un qualsiasi indumento, ripe-tendo coat, coat come tante galline.

L'ultimo giorno dell'avanzata la colonna non fece soste. Badoglio aveva fretta, non solo per far contento
Mussolini ma anche per rispondere ai pressanti appelli delle delega-zioni europee di Addis Abeba che
invocavano il suo arrivo per porre fine al caos. Alle quattro del pomeriggio, ormai alle porte della citt, il
maresciallo impart ai colonnelli Broglia e Tracchia i primi ordini per l'occupazione dei pun-ti nevralgici
della capitale. Poi, su un quaderno di carta quadrettata, scrisse il testo del telegramma da inviare al Duce:
Oggi, 5 maggio, alle ore 16, alla testa delle truppe vittoriose, sono entrato in Addis Abeba.
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Quasi contemporaneamente il corrispondente da Asmara dell'agenzia di stampa Stefani, battendo in


velo-cit tutti gli inviati di guerra, provvide a diffondere nel mondo la grande notizia annunciando, con
molta enfasi e poco rispetto delta verit, che il maresciallo Badoglio, in sella a un bianco destriere, era
entrato a capo delle sue truppe vittoriose nella capitale abissina fra un trionfo di popolo e di bandiere. Di
questa scena immaginaria ne far una bellissima tavola il pittore Achille Beltrame per la Domenica del
Corriere.

In realt, quel giorno cadeva ima pioggia torrenziale e Badoglio non entr in citt a cavallo, ma chiuso
dentro la sua Lancia Ardita, preceduto da una pattuglia di motocicli-sti armati di fucile mitragliatore.
Guidato dal colonnello Calderini, gi addetto militare presso la corte del negus, il corteo raggiunse il
quartiere diplomatico dove era la nostra legazione che era stata affidata durante la guerra alla custo-dia
del ministro francese Bodard. Giunto a destinazione, Badoglio scese dall'auto e, accompagnato dal
generale Vin-cenzo Magliocco e dal suddetto ministro, si incammin a piedi verso l'edificio di granito
grigio dell'ambasciata d'I-talia, passando davanti alle altre legazioni. Gli americani e i tedeschi
applaudirono, pi freddi e riservati si mostrarono gli svedesi e i belgi, mentre gli inglesi schierarono la
guar-dia d'onore della fanteria indiana.

Pi tardi, riaperta la nostra sede diplomatica, una com-pagnia del 71 fanteria della divisione Sabauda
rendeva gli onori alla bandiera inalberando il nostro tricolore, an-che questo offerto dalle donne di
Vittorio Veneto. La piog-gia, racconta Giovanni Artieri presente alla storica scena, continuava a cadere a
dirotto e il drappo, bagnato, fatica-va a dispiegarsi. Poi per la forza del vento schiocc e si te-se. La
cerimonia si svolse nel silenzio rotto soltanto dagli squilli di tromba. Niente cavalli bianchi, niente discorsi,
niente applausi. Solo poche parole mormorate da Bado-glio a Magliocco: Ce l'abbiamo fatta.

Rodolfo Graziani contava di entrare ad Harar contempo-raneamente all'ingresso di Badoglio nella


capitale etiopica, ma non fece in tempo perch le piogge avevano rallentato la sua marcia. Appena il cielo
si fu rasserenato riprese la sua avanzata completando con la conquista di Harar, Giggiga e Dire Daua
l'occupazione della regione pi fertile dell'Abis-sinia. Soltanto il 9 maggio, quattro giorni dopo la presa d
Addis Abeba, ebbe luogo a Dire Daua, al cospetto della soli-ta folla e dei numerosi giornalisti, l'atteso
incontro fra le truppe di Badoglio e quelle di Graziani. Le prime erano giunte in treno sfruttando la linea
ferroviaria Addis Abeba Gibuti, le seconde a piedi e combattendo. Schierati davanti alla stazione
ferroviaria, i reduci dei due fronti si scambia-rono gli onori militari. Mentre le fanfare suonavano la
Mar-cia reale e Giovinezza, il maggiore Pittau, comandante del 46 reggimento della Sabauda stringeva
la mano del seniore Di Gennaro, comandante di una legione di camicie nere. Si concludeva cos il
conflitto etiopico, con un'ultima vitti-ma: il neomaresciallo Graziani che non aveva potuto par-tecipare
alla cerimonia perch, il giorno prima, entrato in una chiesa copta d Giggiga, era caduto in un pozzo
profon-do sei metri riportando una serie d dolorose contusioni. Cos commenter il ferito in una lettera di
scuse per la sua assenza: Strana coincidenza della sorte per me: successo e amarezza.

XI
L'IMPERO RIAPPARE SUI COLLI
FATALI
In Italia, la gente aveva cominciato a capire che la guerra d'Abissinia era giunta alla sua vittoriosa
conclusione quando, il 4 maggio, i giornali annunciarono che il negus era fuggito a Gibuti. Il mattino del
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giorno seguente tutto il paese fu percorso da un fremito. Negli uffici, nelle fabbri-che, nelle scuole e nelle
strade non si parlava d'altro. L'at-tesa della grande notizia era vivissima e il vicesegretario del partito,
Adelchi Serena (il segretario Starace era a compiere il suo dovere in Africa), si rivel un abile regi-sta
della manifestazione. Prima diede via libera alle voci per far salire la tensione, poi ordin che alle 17.45 le
sirene delle fabbriche e le campane delle chiese cominciassero a suonare a distesa. Era il segnale della
grande adunata e nel giro di pochi minuti gli italiani si riversarono nelle piazze delle citt e dei borghi,
dove gi erano stati ap-prontati gli altoparlanti. Si calcol che fossero almeno venti milioni, ma forse il
calcolo peccava per difetto. Do-po un'ora, quando la temperatura della folla era salita al punto giusto, il
regista Serena fece sapere - e la notizia come per miracolo si diffuse in pochi istanti - che il Duce
avrebbe parlato alle 18.30- Era una bella serata di maggio, il sole doveva ancora tramontare, la
temperatura era mite e le piazze stracolme. Quella di fronte a Palazzo Venezia era affollata in maniera
incredibile e cos piazza del Duo-mo, a Milano, dove una colossale insegna luminosa con la scritta Viva
il Duce si era accesa improvvisamente sulla facciata del Carminati, di fronte alla cattedrale. Nelle altre
citt e in tutti i paesi d'Italia l'atmosfera non era diversa, mentre nei borghi sperduti, sprovvisti di impianti
ra-diofonici, erano prontamente affluiti veicoli speciali mu-niti d altoparlanti.

L'attesa delle folle era dovunque spasmodica e l'aggetti-vo non retorico. Mussolini si fece attendere a
lungo, ma fi-nalmente comparve sul famoso balcone. Era in divisa di co-mandante generale della Milizia e
l'applauso che lo accolse fu pi scrosciante del solito. Segu un lungo silenzio che il Duce seppe abilmente
sfruttare. Poi cominci a parlare:

Camicie nere della rivoluzione! Uomini e donne di tutta Italia! Italiani e amici dell'Italia al di l dei monti e
al di l dei mari! Ascol-tate! Il maresciallo Badoglio mi telegrafa...

Dopo avere scandito parola per parola il telegramma inviatogli da Badoglio, e dopo l'interminabile
ovazione che ne segu. Mussolini riprese osservando quelle pause studiate in cui era maestro:

Durante i trenta secoli della sua storia, l'Italia ha vissuto molte ore memorabili, ma questa di oggi
certamente una delle pi so-lenni. Annuncio al popolo italiano e al mondo che la guerra finita. Annuncio
agli italiani e al mondo che la pace ristabilita.

Da quel momento in poi ogni sua frase fu accolta con grida di giubilo che divennero deliranti quando alta
fine proclam: L'Etiopia italiana!.

Quello che accadde poi indescrivibile. La gente non si limitava pi ad applaudire, molti piangevano
senza rite-gno; c'era chi saltava, chi ballava, e tutti si abbracciavano l'un l'altro senza neppure conoscersi.
Intanto le campane e le sirene avevano ripreso a suonare, mentre gli altopar-lanti diffondevano gli inni del
regime. Un entusiasmo si-mile, bisogna riconoscerlo, non si era mai visto. Neppure il 4 novembre 1918
per la fine della guerra mondiale. Il Corriere della Sera usc in edizione straordinaria. Il tito-lone, che
diceva: Il Duce annuncia al mondo: l'Etiopia italiana, era alto 15 centimetri, un fatto inaudito per il
misurato e compassato giornale milanese.

Il giorno seguente un solenneTe Deum venne celebrato in tutte le chiese d'Italia. A Milano, il cardinale
Ildefonso Schuster non risparmi entusiasmo e retorica esaltando la redenzione dei miseri e il trionfo sulla
schiavit millenaria. Un decreto del governo stabil che per tre giorni il paese doveva rimanere
imbandierato, ma poi i giorni furono por-tati a cinque, essendo stata annunciata per sabato 9 maggio una
nuova grande adunata. Il popolo italiano riunito nel-le piazze spiegavano i giornali potr cos ascoltare
le im-portantissime decisioni che saranno comunicate dopo la riunione del Gran Consiglio del fascismo e
prima della riu-nione del Consiglio dei ministri. Il Gran consiglio era con-vocato per le 20 e quello dei
ministri per le 22.30. Fra le due riunioni avrebbe parlato lui, Mussolini.
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Anche questa volta la regia di Adelchi Serena fu perfetta e ancora pi suggestiva. Il 5 maggio Mussolini
aveva par-lato in pieno giorno, questa volta lo fece nell'oscurit della notte, rotta dalle luci rutilanti dei fari
e dei riflettori. In piazza Venezia, a Roma, c'era un'atmosfera quasi nibelun-gica, come in certe adunate
hitleriane che gi andavano di moda in Germania. I giornalisti per descriverla dovettero forzare la propria
fantasia. Ugo Ojetti scrisse che la folla straripante dalla piazza nelle vie adiacenti era tanto im-mobile e
compatta che solo le teste appaiono, senza spalle, accostate come i ciottoli di un acciottolato. Orio
Vergani paragon la folla a una scatola di pallini da caccia.

Accolto con un entusiasmo da mundial, il Duce parl alle 22 in punto e la sua frase clou, che fece
spellare le ma-ni agli ascoltatori, fu questa: Dopo quindici secoli, l'Im-pero riapparso sui colli fatali di
Roma. Spentasi l'inter-minabile ovazione, il Duce soggiunse con una d quelle teatrali interrogazioni con
cui intesseva sovente il suo dia-logo con gli ascoltatori: Ne sarete voi degni?. S url la folla. E lui,
dopo la solita pausa a effetto, concluse: Questo grido come un giuramento sacro che vi impe-gna
davanti a Dio e dinanzi agli uomini, per la vita e per la morte. Qualcuno ebbe anche la costanza di
contare gli applausi tributati a Mussolini in quella magica notte: fu-rono quarantadue.

Per la verit, il Duce ci aveva pensato un po' sopra pri-ma di fondare l'Impero. Apprendiamo dalle
memorie di Dino Grandi, allora ambasciatore a Londra, che il 6 maggio il Duce gli aveva cos telegrafato:
Desidero cono-scere quali, a tuo parere, sarebbero le reazioni inglesi se io proclamassi l'Impero.
Grandi aveva risposto: Nessuna reazione, solo un po' di malumore. L'impero dunque po-teva essere
fondato senza preoccupazione, e Vittorio Emanuele III accett assai di buon grado di diventare, ol-tre
che re d'Italia, anche imperatore d'Etiopia. Tanto di buon grado che cerc di contraccambiare il dono
offrendo al Duce il titolo di principe, ma questi lo rifiut e, bisogna riconoscerlo, con un certo stile.
Maest, gli rispose in-fatti declinando l'offerta io sono e voglio essere solo Mussolini. Le generazioni
dei Mussolini sono state sem-pre generazioni di contadini e ne vado un po' orgoglio-so. Si accontent
della gran croce dell'Ordine di Savoia che gli fu assegnata con la seguente motivazione: Mini-stro delle
forze armate prepar, condusse e vinse la pi grande guerra coloniale che la storia ricordi. Guerra che,
egli, Capo del governo del Re, intu e volle per il prestigio, la vita, la grandezza della patria fascista.

In seguito, per volont della Camera, e con disappunto di Vittorio Emanuele (che non grad di diventare
un pa-rigrado del Duce), Mussolini fu insignito, insieme allo stesso sovrano, del grado di Primo
Maresciallo dell'Im-pero. Da parte sua Starace, da buon coreografo del regi-me, modific il Saluto al
Duce con il quale era obbliga-torio aprire ogni manifestazione politica con la formula pi arzigogolata di
Salutate nel Duce il fondatore del-l'Impero! al quale, tutti in coro, si doveva rispondere: A noi!.
Questa novit non piacque troppo a Mussolini: In-vece di rispondere "noi", vien voglia di dire "amen"
borbott quando gliela comunicarono. Tuttavia l'accett ugualmente e il nuovo saluto divent rituale.
Ormai era entrato nella spirale dell'apologi e neppure le piaggerie pi smaccate lo turbavano pi.

Per quanto si sia cercato di svilirla, la guerra d'Abissinia fu effettivamente la pi grande guerra coloniale
com-battuta, e l'averla vinta rappresentava un vanto per l'Ita-lia. Tanto pi apprezzabile per il fatto che
era costata la vita di soli 3357 italiani: 1304 morti in combattimento, 1600 per cause di guerra, pi 453
caduti fra operai e ca-mionisti. Cifre, come si vede, paragonabili a quelle delle guerre intelligenti dei
nostri giorni e non a quelle cui s era abituati allora.

Gli esperti militari inglesi avevano pronosticato una campagna di almeno cinque anni e il fatto che fosse
dura-ta appena sette mesi appariva un miracolo dell'arte mili-tare. Per il maresciallo d Francia Philippe
Ptain l'impre-sa andava considerata un capolavoro, mentre veniva clamorosamente smentita la
pessimistica previsione (in cui si era cullato anche Hitler) del capo dello stato mag-giore tedesco,
generale Werner von Blomberg, secondo il quale era impossibile che una piccola e povera nazione,
peraltro sottoposta a embargo e ostacolata dalla potenza superiore britannica, potesse portare a
compimento quel-la conquista a 6 o 7000 chilometri di distanza dalle sue ba-si di rifornimento.
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In Italia e all'estero, i riconoscimenti furono innumere-voli e il Duce venne subissato di congratulazioni.


Sembra-va che il mondo avesse dimenticato il negus, il gas e le sanzioni. Agli italiani all'estero capitava di
sentirsi dire: Beati voi che avete un uomo come Mussolini. Dino Grandi racconta nelle sue memorie:
Lo stesso 5 maggio, Re Edoardo VIII, da pochi giorni succeduto a Giorgio V, mi convoc a palazzo
Reale per congratularsi, presente il ministro Eden, per la vittoria italiana. Boccone amarissimo deve
essere stato quel riconoscimento per Anthony Eden che aveva fatto tutto il possibile per opporsi alla
no-stra avventura africana. In Italia, l'unico scontento fu for-se il maresciallo De Bono che, in quei giorni,
scrisse amareggiato nel suo rudimentale diario riesumato dall'attento Franco Fucci:

Ce ne vorr del tempo perch io ci faccia il callo! stata un'in-giustizia! Mussolini? Mussolini un
egoista e non pensa certo a me. Ieri le truppe sono entrate in Addis Abeba. Epilogo vittorioso! Sar
bene che io non ci ragioni troppo sopra. Io spero che Mussoli-ni si ricordi che, tre anni fa, solo lui e io
pensavamo alla possibilit di quello che successo. Ma adesso io non devo essere messo in un cantone!

E pi avanti, quando venne a sapere che a Badoglio era stata riconosciuta la favolosa indennit di un
milione di lire all'anno, lui che aveva sempre avuto un religioso ri-spetto per il denaro annot: A
Badoglio l'assegno di un milione annuo! Alla salute: che ganasce!.

Tutti contenti dunque, meno De Bono. E meno, forse, donna Rachele, la moglie del Duce la quale,
impressionata da quei fasti imperiali che le parevano troppo belli per es-sere veri, una sera, con saggezza
contadina, disse al marito: Abbiamo avuto tanta fortuna. Non pu durare. Ritiria-moci in tempo.
Andiamocene alla Rocca delle Caminate... . Mussolini non ascolt quel suggerimento e neppure il
consiglio che gli diede Italo Balbo. Indici subito le libere elezioni gli mand a dire da Tripoli il famoso
trasvolatore atlantico. Sar un plebiscito e metteremo cosi tutte le cose a posto. Mussolini invece
prefer tirare diritto e, ancora una volta, lasciamo ai lettori libert di immaginare cosa sa-rebbe
accaduto se...

Pietro Badoglio era ancora in Abissinia, ma vi rimase per poco: appena il tempo per ricoprire il titolo
prestigio-so di vicer d'Etiopia. Il 22 di maggio salp alla volta del-l'Italia dopo aver ceduto il suo alto
incarico a Rodolfo Graziani, che nel frattempo aveva ottenuto, oltre il grado di maresciallo d'Italia, anche
il titolo nobiliare di marche-se di Neghelli. Il conquistatore di Addis Abeba sbarc a Napoli da una nave
scortata da quattro sommergibili, sa-lutato dal suono delle campane delle chiese e delle sirene dei
piroscafi. Era andato a riceverlo il principe ereditario Umberto, che lo accompagn in macchina
attraverso la citt in festa. A Roma fece una breve sosta e quindi rag-giunse per un periodo di riposo la
nata Grazzano, nel Monferrato, che sar presto ribattezzata Grazzano Bado-glio. La sua popolarit era
seconda soltanto a quella di Mussolini. Da tutto il mondo gli piovvero addosso con-gratulazioni, lauree e
cittadinanze onorarie. Gli giunse persino, come racconta il suo biografo Silvio Bertoldi, un papiro cinese
che gli dava il diritto di avere sette mogli. Il suo libro La guerra d'Etiopia venne tradotto in molte lingue e
fu il bestseller di quell'anno. Papa Pio XI ricevette il ma-resciallo in pompa magna e nel pomeriggio il
legato pon-tificio gli restitu la visita nella sua residenza romana co-me si usa con i capi di Stato.

Da astuto contadino piemontese, Badoglio non manc di capitalizzare tanta gloria e il conto da lui
presentato risult piuttosto salato. A parte un titolo nobiliare di com-petenza sovrana, present a
Mussolini queste richieste: il trattamento economico a vita di vicer, che gli venne ac-cordato con
un'apposita legge; il dono di una villa (gli fu-rono versati in contanti 5 milioni che utilizz per costruir-si a
Roma una lussuosa residenza) e la promozione del figlio Mario da diplomatico a ministro plenipotenziario
di seconda classe. Soltanto quest'ultima pretesa gli fu nega-ta. Circa il titolo nobiliare, egli riteneva di
avere il diritto di chiedere al re quello di duca di Addis Abeba (Dopo tutto gli ho dato Vittorio Veneto e
l'Impero) e infatti fu accontentato. Quando il sovrano gli chiese quale motto preferisse per il suo
stemma, Badoglio rispose senza esi-tazioneVeni vidi vici, ma Vittorio Emanuele lo bocci os-servando
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che non gli sembrava opportuno risuscitare i morti.

La campagna africana svuot i forzieri della Banca d'Ita-lia, i prezzi aumentarono del 30 per cento, e
tuttavia Musso-lini raggiunse l'acme della sua popolarit in Italia e nel mondo. Persino l'antifascismo
militante lo riconobbe a chiare lettere. Il vecchio antifascismo morto ammise malinconicamente
dall'esilio Carlo Rosselli, mentre il cen-tro socialista di Parigi convenne che il regime godeva ormai del
consenso delle masse operaie, specialmente giovanili, perch conquistate dall'idea della giusta guerra
proletaria delle nazioni povere contro le nazioni ricche. E giustific l'ondata antibritannica levatasi nel
paese in quanto il mo-tivo dell'egoismo inglese che si mette di traverso alle giuste aspirazioni dell'Italia
proletaria innegabilmente sentito. Da parte loro, i comunisti tendevano addirittura la mano ai fascisti,
nostri fratelli di lavoro e di sofferenza, perch vo-gliamo combattere assieme a essi la buona e santa
battaglia del pane, del lavoro e della pace.

Insomma, il Duce era al centro di tutto e il primo di tut-ti. Il successo militare e politico ottenuto gli aveva
dato al-la testa e aveva finito per convincerlo definitivamente che lo slogan coniato da Leo Longanesi:
Mussolini ha sem-pre ragione fosse una constatazione indiscutibile. Secon-do molti storici, fu a questo
punto che il fondatore del-l'impero sub quella trasformazione radicale, impastata di cesarismo e di
bonapartismo, che con il contributo dei suoi innumerevoli apologeti lo condurr a credere di po-ter
padroneggiare in ambito mondiale quegli avvenimenti bellici che aveva certamente dominato e indirizzato
in ambito etiopico. Risalgono infatti a quei giorni le prime avvisaglie del suo progressivo avvicinamento
all'idea di essere un esperto stratega. Un giorno si sapr confid a Bottai poco dopo la conclusione del
conflitto etiopico co-me io abbia anche tecnicamente diretta questa guerra. Bi-sogna far presto e
picchiare sodo: la prossima non durer pi di sette settimane. Noi possiamo farlo. Non abbiamo bisogno
di nessuno. Poi aggiunse: Pensa alla sorpresa degli italiani il giorno che si svegliassero e leggessero sul
giornale questa notizia: una squadra aerea italiana ha bombardato la squadra navale inglese a Malta. Si
ritiene che numero tot di navi sia colato a picco.... Per un curioso gioco del destino, l'ex caporale dei
bersaglieri comin-ciava inconsapevolmente a rassomigliare sempre di pi all'ex caporale austriaco suo
antico estimatore e imitatore.

Comunque l'avvenire era ancora lontano, anche se anda-va annunciandosi piuttosto difficile e sinistro se
si conside-rano i torbidi che andavano crescendo in Spagna dove, tra breve, anche l'Italia, insieme alla
Germania, sarebbe stata coinvolta in una sanguinosa guerra civile. Continuava in-vece l'idillio dell'impero,
idillio fra il re e il Duce, fra il regi-me e il popolo, fra lo Stato e l'iniziativa privata che aveva trovato nel
primo il suo pi generoso cliente. Il pensiero di Mussolini era ancora concentrato sull'impero che voleva
consolidare al pi presto. Nel 1938 confid sempre a Bot-tai gli italiani dovranno avere caff, pelli,
lane, cotone dal-l'Impero. Dovranno provare il senso tattile, direi quasi ol-fattivo dell'Impero.

In realt, come racconta quell'attento cronista del suo tempo che fu Giovanni Artieri, il profumo
dell'impero gli italiani lo assaporarono soltanto nel primo anniversa-rio della conquista dell'Abissina che
fu celebrata a Roma con grande spettacolarit. Inizialmente si discusse su chi dovesse capeggiare la
parata: Badoglio da solo, o Bado-glio insieme a De Bono? (Graziani, trattenuto in Etiopia dalla carica di
vicer, otterr di potersi far rappresentare dal suo cavallo). Alla fine venne concesso anche a De Bo-no
di figurare nel corteo, ma gli applausi andarono ovvia-mente tutti all'altro. Fu, quella, una manifestazione
farao-nica: in Italia non se n'erano pi viste dai tempi dei trionfi tributati ai condottieri romani, ai quali
Achille Starace evidentemente si ispir. Per la sfilata convennero a Roma pi di 10.000 abissini nei loro
costumi tradiziona-li. Ascari, dubat, guerrieri Azebu Galla, ras impennacchia-ti, nonch i decorativi
meharisti, che ricevettero l'onore di montare la guardia a Palazzo Venezia in groppa ai loro cammelli.
Tutti costoro marciarono schierati con le truppe nazionali in uniforme coloniale, tra folle osannanti, al
co-spetto del re e del Duce. Furono i dubat somali, splendidi uomini seminudi, neri e lucidi, a riscuotere,
dopo Bado-glio, il maggior plauso e si dovette, ironizza maliziosa-mente Giovanni Artieri, badare a
difenderli dalle intra-prendenze di certe audaci belle signore.
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Dopo il suo arrivo in Inghilterra, ospite del governo bri-tannico, il negus non si era ancora rassegnato alla
sconfit-ta e il 30 giugno 1936 si present, avvolto in un mantello nero in segno di lutto, all'assemblea
straordinaria della Societ delle Nazioni convocata a Ginevra. La sua appari-zione alla tribuna fu
all'origine di un episodio vergogno-so. Un gruppo di giornalisti italiani, imbeccati a quanto pare da
Galeazzo Ciano, gli lanci contro una salva di fi-schi e di insulti volgari, tanto che il delegato rumeno
Ttulescu rivolse al presidente Van Zeeland una scandalizzata richiesta: Faites taire ces sauvages!. I
selvaggi italiani furono effettivamente fatti tacere dalla polizia elvetica e rispediti in Italia. Il negus
comunque non ne ricav van-taggi: denunci le atrocit italiane, lament l'inefficacia delle sanzioni
chiedendone la riconferma, sottoline che il problema era pi vasto e che non riguardava soltanto il suo
paese ma anche la sicurezza collettiva, la stessa esi-stenza della Societ delle Nazioni e la moralit
internazio-nale (Quello che accaduto a noi disse domani acca-dr a voi!). Ma ormai i giochi erano
fatti, la Lega non aveva la voglia e neppure l'autorit di modificare il fatto compiuto, sicch il malinconico
erede di Salomone e della regina di Saba dovette piegarsi per una seconda volta al-l'amara sconfitta.

Anche in Inghilterra il fronte sanzionista aveva comin-ciato a franare. Anthony Eden fu duramente
attaccato da deputati del suo stesso partito capeggiati da Winston Churchill, mentre il suo rivale Samuel
Hoare venne ri-chiamato a fare parte del governo come Lord dell'ammi-ragliato. Il capo del Foreign
Office riusc comunque a con-servare il suo incarico e a manovrare per il mantenimento delle sanzioni che
furono tuttavia abrogate dalla Lega il 4 luglio con grande soddisfazione di Mussolini (Oggi sugli spalti del
sanzionismo mondiale stata innalzata la ban-diera bianca! annuncer dal solito balcone). Quattro giorni
prima l'ammiragliato britannico aveva ordinato al-la Home Fleet, presente ancora nel Mediterraneo, di
fare ri-torno alle proprie basi. Con queste due decisioni la guerra d'Abissinia si poteva dire
definitivamente conclusa, e in-fatti non tarderanno a giungere, a cominciare dall'Austria e poi dalla
Germania, i riconoscimenti ufficiali dell'impe-ro italiano da parte di tutte le nazioni del mondo. Ma la
partita con l'Inghilterra Mussolini l'aveva vinta soltanto a met. La permanenza di Eden al Foreign Office,
ora che dopo la vittoria del Fronte popolare vennero a mancare anche i buoni uffici della Francia, gli
render impossibile ristabilire con gli antichi alleati l'atmosfera di Stresa.

Tuttavia, malgrado certe sue affermazioni contraddit-torie e la propaganda antibritannica alimentata dalla
stampa di regime, Mussolini era ancora favorevole alla creazione di un fronte antitedesco in Europa.
Come se un sesto senso lo spingesse a rimanere lontano da Hitler - per il quale, come sappiamo, non
nutr mai particolare simpatia -, cerc di riallacciare i contatti con gli ambienti londinesi favorevoli a un
riavvicinamento con l'Italia. Verso la fine di maggio, informato dall'ambasciatore Dino Grandi delle parole
riferitegli da Winston Churchill (Il Duce ha ragione: bisogna pensare a ricostituire il fronte antitedesco di
Stresa, altrimenti saremo noi stessi gli arte-fici dell'egemonia tedesca in Europa), Mussolini gli tele-graf
questo messaggio personale da trasmettere all'uo-mo politico britannico: Dal suo atteggiamento dipende
il domani delle relazioni anglo-italiane, che io desidero pi forti e feconde. Da parte mia far quanto in
mio potere per realizzare questo riavvicinamento che non soltanto opportuno, bens anche necessario.

Nei giorni seguenti, dietro istruzioni del Duce, Grandi mise in atto un ulteriore risoluto tentativo di gettare
nuova-mente un ponte fra Italia e Gran Bretagna, sottolineando la preoccupazione di Mussolini di
vedersi costretto ad allac-ciare con Hitler sempre pi stretti legami. In un colloquio con Eden,
l'ambasciatore italiano gli rifer che Mussolini non desiderava altro che dimenticare il passato e
rico-minciare da capo con un rapprochement tra Gran Bretagna, Francia e Italia. Insistette inoltre nel dire
che l'Italia si consi-derava ormai una potenza soddisfatta e che in Etiopia avrebbe avuto abbastanza da
fare per altri cinquant'anni. Ma Eden replic freddamente che i suoi atti (le sanzioni) erano conseguenti
agli obblighi assunti a Ginevra, atti di cui, peraltro, noi non ci rammarichiamo. Nonostante i mutamenti
di umori che si erano verificati all'interno del suo governo, l'ostinato capo del Foreign Office non aveva
cambiato di una virgola il suo atteggiamento ostile nei con-fronti dell'Italia. Se il signor Mussolini
dichiarer in se-guito pensa che gli basti strizzare l'occhio per indurc ad aprirgli le braccia, si sbaglia di
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grosso.

Mussolini continu comunque a strizzare l'occhio al-la Gran Bretagna. Lo storico inglese Richard
Lamb ha do-cumentato con dovizia i tentativi da lui compiuti per ri-stabilire buoni rapporti con
l'Inghilterra. Ancora il 10 giugno, dopo che Grandi lo aveva informato di un suo colloquio con Arthur
Neville Chamberlain, il Duce invi al suo ambasciatore il seguente telegramma:

Leggo resoconto tuo colloquio con Chamberlain. Ti autorizzo a confermargli la smentita che gli hai dato
circa relazioni italo-tedesche. Non c' nulla. C' soltanto un'atmosfera migliorata il che comprensibile
per ovvie ragioni, e ci potrebbe essere qualcosa di pi se i pazzi di Ginevra e di Londra continueranno la
loro politica ostile all'Italia.

Nel momento in cui sarebbe stato pi utile agli interessi britannici ricondurre Mussolini in seno al fronte di
Stresa, l'atteggiamento negativo di Eden fu quanto meno fuori luogo. Come riconosce Lamb, questi volt
le spalle a tutte le aperture che Grandi a Londra e Ciano a Roma avanza-rono a nome di Mussolini.
Senonch, il 18 luglio scoppi in Spagna la guerra civile e il Duce, spronato da Hitler, prese a
imbarcarsi in una serie di sconsiderate avventu-re che lo avrebbero trascinato un po' alla volta verso la
ferrea alleanza con la Germania nazista. Eppure conclu-de Lamb Mussolini avrebbe continuato, sia
pure con in-tervalli sempre pi lunghi, a far balenare aperture alla Gran Bretagna.

In Etiopia, dove gran parte del paese non era stata an-cora pacificata, la scelta di Graziani quale
nuovo vicer si rivel disastrosa. Vanitoso, arrogante e brutale, il mare-sciallo applic gli stessi metodi da
lui praticati pochi anni prima per la pacificazione della Libia, che avevano po-co da invidiare a quelli
che saranno in seguito adottati dai nazisti. Migliaia di soldati e di bande di irregolari furono impiegati in
operazioni su vasta scala nelle province abis-sine pi remote, per sottomettere le trib e i ras che si
mo-stravano ancora riottosi ad accettare la dominazione ita-liana. Repressioni feroci ed esecuzioni
sommarie rimasero a lungo all'ordine del giorno. Rarissimi i casi di clemenza, fra cui quello di ras Immir,
che per ordine di Mussolini fu risparmiato ed esiliato in Italia, nell'isola di Ponza (per ironia della sorte,
nella stessa isola e nella stessa casa dove sarebbe stato confinato l'ex Duce, dopo la caduta del regi-me il
25 luglio 1943). Ras Desta venne invece fucilato e co-s i due figli di ras Cassa che si erano arresi in
cambio del-la promessa di aver salva la vita. Altri ras, come Sejum Mangasci, promisero fedelt e
devozione all'Italia e il loro esempio fu seguito anche dal capo della Chiesa cop-ta, l'abuna Cirillo.

Il 16 febbraio 1937 Graziani organizz una cerimonia per festeggiare la nascita del principe di Napoli,
Vittorio Emanuele, primogenito maschio d Umberto e di Maria Jos. Nel pomeriggio le autorit e i
notabili locali si riuni-rono davanti al Piccolo gheb, fatto costruire da Hail Selassi sul modello di una
casa di campagna del Norfolk, che aveva visitato nel 1924. Graziani, che faceva gli onori di casa, era
sull'ingresso, circondato dalla scorta di zapti, i carabinieri eritrei e intento a gettare talleri a una massa di
mendicanti, quando esplose la prima bomba; poi ne esplosero altre otto nel giro di pochi minuti. Pare che
a lanciarle fossero stati due ex allievi della scuola militare d Olett ancora fedeli al negus. Ma non ci fu il
tempo di in-dividuare gli attentatori perch scoppi il finimondo. I fe-riti urlanti erano centinaia, fra cui
Graziani, l'abuna Cirillo e altri dignitari. Mentre venivano prestati i primi soccorsi, la rappresaglia si
scaten spontanea. Cos rac-conta in un suo interessante diario il giornalista Ciro Pog-giali, rimasto anche
lui ferito nell'attentato:

Tutti i civili che si trovano ad Addis Abeba, in mancanza di un'organizzazione poliziesca, hanno assunto il
compito della ven-detta con sistemi del pi autentico squadrismo fascista. Girano ar-mati e accoppano
quanti indigeni si trovano ancora in strada. Epi-sodi orripilanti di violenze inutili. Mi dicono che un suddito
americano, per avere soccorso un ferito abissino, stato bastonato da una squadra di randellatori. Inutile
dire che lo scempio si abbat-te contro gente ignara e innocente. A notte inizia il bruciamento deitucul ...
Poi spiegheranno che senza questa pronta reazione i cento-mila indigeni di Addis Abeba (i bianchi non
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arrivano a tremila) avrebbero potuto insorgere e fare di noi un macello.

Il caos dur tre giorni e si concluse con un massacro che, secondo le stime, fu di 3000 morti. Quando
Graziani usc dall'ospedale, ferm quell'anarchico spargimento di sangue per organizzare la rappresaglia
in maniera pi si-stematica. Ordin a tutti i governatori di eseguire puni-zioni esemplari e quasi tutti
obbedirono in modo pi o meno severo. Tranne il generale Guglielmo Nasi, gover-natore dell'Harar, un
ufficiale severo e rispettato. Il vicer gli telegraf: Spari a tutti, dico a tutti, ribelli, notabili, ca-pi, seguaci,
sia se catturati in azione, sia che si siano arresi, e chiunque sia sospettato di malafede o di avere aiutato i
ribelli o che avesse avuto anche solo l'intenzione di farlo. Bisogna fare piazza pulita anche di indovini e di
sciama-ni. Nasi ignor quegli ordini. Successivamente Graziani prese la sciagurata decisione di rivolgere
la propria collera anche contro il clero copto, e fece fucilare quattrocento monaci o diaconi del
monastero di Debr Libanos, nel Goggiam, che fu poi dato alle fiamme. Tale inutile atrocit gli si ritorse
contro, perch in quella regione, arresasi agli italiani senza un solo sparo, si accese un fuoco di guerri-glia
che si estese in altre province, dando luogo a un ulte-riore spargimento di sangue.

A Roma, intanto, Mussolini era bersagliato dai dispacci allarmati dei funzionari coloniali che si
lamentavano dei metodi di Graziani. Il ministro Lessona lo esort ripetuta-mente a congedare il vicer
sanguinario, decisione che prender nel novembre del 1937. Sulle prime, per, cerc di difenderlo
considerandolo un uomo di sicura lealt, di cui lui stesso aveva incoraggiato gli eccessi. A spiegare la
furiosa reazione di Graziani circol a lungo negli ambien-ti militari una curiosa giustificazione.
Nell'attentato, il vi-cer aveva riportato centoquarantatre piccole ferite pro-dotte dalle minuscole schegge
di alluminio dell'ordigno che gli era scoppiato quasi sui piedi (si trattava probabil-mente di bombe a mano
balilla, molto rumorose, ma poco efficaci, in dotazione all'esercito italiano); una di queste, per,
operando come i famosi castrini usati da-gli Azebu Galla, lo aveva mutilato nella sua virilit. La
storiella, perch di una storiella si trattava, raggiunse an-che i quartieri alti romani e il vicer deve essersi
vivamen-te preoccupato di questa umiliante diceria. All'autore di questo libro infatti capitato di
rintracciare fra le carte del Duce conservate nell'archivio di Stato una relazione sul-l'attentato, scritta dallo
stesso Graziani, nella quale nes-sun riferimento viene fatto alla sua presunta evirazione, ma in allegato vi
una foto di lui completamente nudo. In essa, moltissime freccerte indicano le ferite subite, ma gli attributi
maschili appaiono indenni. A scanso di equivoci, il vicer aveva evidentemente voluto rassicurare il Duce
della sua immutata virilit.

Come si gi detto, fra il ministro delle Colonie Ales-sandro Lessona e il vicer d'Etiopia Rodolfo
Graziani non correva buon sangue. Oltre alla diversit di opinioni sui metodi da applicare per giungere
alla pacificazione del paese, i due uomini erano divisi anche da questioni di prestigio. Secondo la carta
costituzionale dell'impero, il vicer era gerarchicamente subordinato al ministro delle Colonie e Graziani,
che gi aveva dovuto ingollare bocco-ni amari per la sua subordinazione a Badoglio, mal si adattava a
tale condizione da lui ritenuta umiliante. I mo-tivi di frizione erano frequenti: bastava una banale
que-stione di precedenza per scatenare conflitti protocollari senza fine. Questo stato di cose dur
diciannove mesi poi, finalmente, Mussolini prese la salomonica decisione di li-cenziarli entrambi. Al posto
di Lessona fu chiamato Atti-lio Teruzzi, vecchio squadrista e generale dell'esercito, mentre la carica di
vicer venne assegnata al duca Ame-deo d'Aosta.

Non sono chiari i motivi che indussero Mussolini a sce-gliere un membro della casa regnante. Forse lo
fece per-ch Amedeo era figlio di Emanuele Filiberto, duca d'Ao-sta, l'unico comandante italiano a uscire
dal disastro di Caporetto con la reputazione accresciuta, ma anche di Elena d'Orlans, l'unica dama della
Casa regnante che salutava romanamente, braccio teso e sguardo fiero, co-me prescriveva l'etichetta
del fascista perfetto. A questo punto, per, necessaria un'annotazione particolare che ci consentir di
meglio comprendere gli avvenimenti successivi.

Come noto, la rivalit tra i due rami di Casa Savoia sempre esistita e continua tuttora. Ma divenne
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particolar-mente intensa dopo che Vittorio Emanuele spos la scono-sciuta Elena di Montenegro, e suo
cugino Emanuele Filiber-to la brillante Hlne, orgogliosa e ambiziosa principessa d'Orlans. Gi a prima
vista il contrasto fra le due coppie ri-sultava evidente: sproporzionata e goffa quella regale (Vit-torio
Emanuele misurava un metro e mezzo, tanto che il suo altissimo cugino lo chiamava Re sciaboletta),
elegan-te e altera quella ducale (Hlne definiva bergre, pastora, la regale cugina). Pi volte il
minuscolo sovrano avvert il peso di questa rivalit con un senso di angoscia. Per esem-pio durante la
lunga attesa dell'erede al trono Umberto (che venne poi finalmente alla luce nel 1904, otto anni dopo le
nozze) Hlne gi chiamava mon petit roi, mio piccolo re, il suo primogenito Amedeo, che essendo
nato nel 1898 per sei anni era stato l'erede al trono. Oppure all'indomani di Caporetto, quando Vittorio
Emanuele III, affranto dalla disfatta, si era quasi rassegnato ad abdicare in favore del cugino. E ancora
pi tardi, con il fascismo trionfante, allor-ch circolarono insistentemente voci secondo cui Mussolini
avrebbe preferito collocare sul trono il giovane e aitante Amedeo invece del timido e introverso Umberto.
Ma non era accaduto nulla: la dinastia rimase in sella e tuttavia Ele-na di Orlans, definita maliziosamente
nei salotti regina madre in aspettativa, non si rassegn del tutto...

La nomina di Amedeo a vicer d'Etiopia si rivel co-munque una buona scelta. Il duca conosceva bene
l'Afri-ca. Giovanissimo, aveva lavorato in incognito per un paio d'anni nel Congo Belga (facendo anche
l'operaio in una fabbrica di sapone di Stanleyville). Era poi rientrato in Ita-lia con le braccia ricoperte di
tatuaggi e contagiato da quello che allora veniva definito romanticamente il mal d'Africa. In seguito vi
aveva fatto ritorno frequentemen-te vivendo a lungo con lo zio, duca degli Abruzzi e famo-so esploratore
polare, stabilitosi in Somalia dove aveva realizzato una enorme tenuta modello.

Al momento della sua nomina, Amedeo aveva trenta-nove anni. Arruolatosi volontario a diciassette anni
du-rante la prima guerra mondiale, aveva partecipato a quel-la d'Abissinia con il grado di generale
dell'aeronautica. Uomo di buon carattere, estroverso e gioviale, a differen-za degli altri austeri esponenti
di Casa Savoia sapeva ren-dersi simpatico e cameratesco. Di altissima statura (supe-rava di 35
centimetri la media nazionale), quand'era di buon umore, a chi gli si rivolgeva chiamandolo Altezza, lui
rispondeva sorridendo: Un metro e novantotto.

Appena giunto a Addis Abeba, il nuovo vicer rivel subito le sue intenzioni: acceler il rimpatrio di
Graziani, che avrebbe voluto rimanere a capo dell'esercito finch non fosse stata repressa la ribellione, e
quando questi, al momento del congedo, gli disse: Altezza, posso darle un ultimo consiglio?, lui rispose
freddo: Grazie Eccellenza, ma preferisco sbagliare da solo. Poi conged quattro dei cinque governatori
delle province, con la sola eccezione del generale Nasi, ed eman due proclami. Agli italiani ri-volse
l'invito di affermare con dignit di vita e con le opere del lavoro il prestigio della Patria. Ai nativi
promi-se giustizia secondo i costumi, le tradizioni e la religione di ognuno.

Forse erano soltanto parole di circostanza, ma rivelava-no comunque un cambiamento di stile. E


qualcosa effetti-vamente cambi. Certo, al duca non fu possibile eliminare le ruberie, gli intrallazzi e le
speculazioni sugli appalti che proliferavano dopo la conquista dell'impero, ma riusc a porvi un freno,
introdusse una serie di riforme sulla pro-priet terriera e soprattutto mise fine alle fucilazioni
indi-scriminate sulla base di semplici prove indiziarie. Ci non gli imped di reagire con estrema durezza
quando si ren-deva necessario, anche se, ai metodi repressivi imposti da Graziani preferiva il modello
della politica coloniale in-glese. Negli ambienti coloniali britannici contava infatti molti amici e a coloro
che spesso incontrava nei circoli di Nairobi o del Cairo era solito dire: Supponete di avere cacciato in
Etiopia tutta la feccia dell'East End di Londra e di aver lasciato che si scatenasse: immaginate cosa
sareb-be accaduto. Ecco, quello che noi abbiamo fatto in Etio-pia e, in qualche modo, io ora devo
ripulire.

A questo punto forse opportuno ricordare che, nella breve vita dell'impero italiano, ci che fu fatto, di
bene e di male, accadeva o era gi accaduto anche negli altri im-peri coloniali. Di conseguenza, prima di
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esprimere fretto-losi giudizi radicali sulle nostre responsabilit, non si de-ve dimenticare qual era la
morale del tempo. Gli storici britannici, che di imperi e di colonie si intendono senz'al-tro pi di noi, si
sono infatti rivelati nei confronti della po-litica coloniale fascista molto pi obiettivi di tanti loro col-leghi
italiani. Vale fa pena di leggere ci che riporta in proposito l'autorevole Enciclopedia britannica:

Forse nessuna potenza europea spese mai, in uomini e in dena-ro, tante risorse in un possedimento
coloniale come l'Italia durante i suo breve possesso dell'Abissina. Il solo programma stradale fu
preventivato per assorbire cento milioni d sterline. Fu creato un si-stema amministrativo interamente
nuovo. L'Africa orientale italia-na (Abissinia, Eritrea, Somalia, in tutto circa 600.000 miglia quadra-te)
venne divisa in cinque province, ognuna sotto un governatore responsabile verso il vicer. Addis Abeba e
altre citt importanti fu-rono dotate di scuole elementari e tecniche, separatamente per cri-stiani e
musulmani. Inoltre vennero istituite scuole agrarie di vario genere e si svilupp una capillare
organizzazione sanitaria. Furono fondate imprese colonizzatrici, organizzazioni industriali di vario genere,
si costruirono officine, mulini, stazioni generatrici di ener-gia elettrica. Fu iniziato e sviluppato un
programma di costruzioni edilizie nella capitale e altrove si intrapresero lavori di ricerca mi-neraria e di
altro genere.

Queste opere di pace, che nelle intenzioni di Mussolini dovevano abbracciare un decennio di attivit
costruttiva, vennero effettivamente portate avanti, per quanto fu con-sentito, con un dinamismo
eccezionale.

XII
UNA CANZONETTA CONTESTATA
Ancora oggi, a tanti anni dalla fine del nostro effimero im-pero, c' una canzone che lo ricorda e che,
avendo per-duto nel frattempo ogni connotazione politica, diventata un classico. Il suo motivetto
facilmente orecchiabile, tra-mandato di bocca in bocca e di generazione in generazio-ne, tuttora vivo
fra noi, essendo entrato di prepotenza nell'immaginario collettivo. Pu infatti capitare di sentirlo
fischiettare anche da chi delle imprese coloniali italiane non ha neppure memoria. Si tratta di Faccetta
nera, versi di Renato Micheli e musica di Mario Ruccione, composta nel 1935 prima in romanesco e poi
tradotta in italiano per il suo strepitoso successo. Essa rivela, meglio di ogni altra testimonianza, con quale
spirito gli italiani di allora anda-rono alla conquista dell'Abissinia. Rileggiamo dunque in-sieme il testo di
questa canzone che fece da sottofondo al-la campagna d'Africa come la colonna musicale di un film.

Se tu dall'altopiano guardi il mare,

moretta che sei schiava fra gli schiavi,

vedrai come in sogno tante navi

e un tricolor che sventola per te.

Faccetta nera, bell'abissina,

aspetta e spera che gi l'ora s'avvicina.

Quando staremo vicino a te,


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noi ti daremo un'altra legge e un altro re.

La legge nostra schiavit d'amore,

il nostro motto libert e dovere,

vendicheremo noi camicie nere

gli eroi caduti liberando te.

Faccetta nera, bell'abissina,

aspetta e spera che gi l'ora s'avvicina.

Quando staremo vicino a te,

noi ti daremo un'altra legge e un altro re.

Faccetta nera, piccola abissina,

ti porteremo a Roma liberata,

dal nostro sole tu sarai baciata,

sarai camicia nera pure tu.

Faccetta nera, sarai romana,

la tua bandiera sar quella italiana,

noi marceremo insieme a te

e marceremo avanti al Duce e avanti al Re.

Questa bella canzonetta, piena di buoni propositi umanitari quanto quell'altra, assai meno orecchiabile,
improv-visata dai soldati (E se l'Africa si piglia, si fa tutta una fa-miglia), veniva cantata dai legionari in
partenza e dalle folle che li salutavano dai moli. Anche i microfoni dell'EIAR la proponevano a ogni
occasione, senza che nessu-no trovasse da ridire sul palese messaggio antirazzista in essa contenuto.
D'altra parte, il razzismo era lontano mil-le miglia dalla mentalit degli italiani. Anzi, erano ancora gli anni
in cui Mussolini lo definiva sarcasticamente ro-baccia per biondi e autorizzava i giornali umoristici a
sbeffeggiare gli effeminati bellinazi che si vantavano della loro ariana purezza razziale. Da noi Faccetta
nera, cantata dalla calda voce di Carlo Buti, scaten semmai la fantasia erotica degli italiani, tanto che, lo
possiamo affer-mare con certezza, il richiamo sessuale della bella abissi-na spinse molti pi giovani ad
arruolarsi volontari di quanti ne attrasse il richiamo della missione civilizzatri-ce o della conquista del
posto al sole sbandierate dalla propaganda di regime.

Per alimentare questi entusiasmi, i giornali, il cinema, la pubblicit e persino i pacchetti di sigarette furono
auto-rizzati a esporre invoglianti negrette a petto nudo in un'e-poca cos bacchettona e morigerata in cui il
seno delle ra-gazze bianche si poteva soltanto immaginare (quello della bella Clara Calamai, protagonista
dellaCena delle beffe , lo si vedr per la prima volta nel 1941 e per pochi secondi). Mai come allora
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ha scritto Leo Longanesi si sono am-mirate immagini di seni cos turgidi e puntuti. Gli italiani non
vedevano l'ora di partire; l'Abissinia ai loro occhi ap-pariva come una sterminata selva di bellissime
mammelle a portata di mano.

La musica cambi dopo la conquista dell'impero. Ma a lanciare il primo attacco razzista contro la
sdolcinata Fac-cetta nera non furono n Mussolini n gli ideologi del fascismo, bens un giornalista di
fama francamente inso-spettabile. Si trattava di Paolo Monelli, ex ufficiale degli al-pini, autore di libri di
successo e grande firma, prima della Gazzetta del Popolo e poi della Stampa. Spirito libero, colto,
raffinato (anche in uniforme portava il monocolo), Monelli aveva seguito la campagna d'Abissinia sin dal
pri-mo giorno e aveva scritto molte avvincenti corrispondenze di guerra ingentilite da gustose pennellate
di colore che le rendevano ancor pi gradevoli. Cosa lo spinse a prender-sela con la canzonetta pi
popolare del momento non si spiega. Certamente non fu ispirato dall'alto come pensa Sandro Cerbi,
storico attento e curioso che, avendo avuto l'opportunit di frugare nell'inesplorato archivio privato del
famoso giornalista, ha riesumato questa singolare vi-cenda. Monelli non era il tipo da farsi imbeccare
dall'al-to, semmai era lui a dare le imbeccate. Poco tempo prima, per esempio, un suo articolo contro
l'uso della terza perso-na singolare nel linguaggio comune aveva suggerito ad Achille Starace la ridicola
campagna per l'abolizione del lei e per l'adozione del voi. molto pi probabile che Monelli abbia
agito di sua iniziativa per ambizione snobi-stica, per andare controcorrente o perch avvert prima de-gli
altri che la razza cominciava a diventare di moda an-che in Italia. Ma vediamo che cosa sosteneva
Monelli nel suo articolo, inaspettatamente truculento, intitolato signi-ficativamente Moglie e buoi dei paesi
tuoi, che apparve sulla Gazzetta del Popolo di Torino il 13 giugno 1936.

Gi l'esordio un affondo micidiale:

Se io fossi imperator, sai ch'io farei? Prenderei l'autore delle parole della canzone Faccetta nera e
l'obbligherei a vivere due o tre setti-mane, che dico?, due o tre giorni, e giuraddio che basterebbero due
o tre ore, in una capanna abissina con una faccetta nera. Con una di queste abissine tutte sudice di un
sudiciume antico, sempre fetide del burro rancido che cola a goccioline sul collo; sfatte a vent'anni; per
secolare servaggio amoroso fatte fredde ed inerti fra le braccia dell'uomo; e per una bella dal viso nobile
e composto, cento ce ne so-no dagli occhi cisposi, dai tratti duri e maschili, dalla pelle butterata. E gli
direi: Eccoti la tua faccetta nera; dalle la tua patria e il tuo re, e tientela vicino a te tutta la vita; questo il
fiore dell'equatore che ti aspetta e spera che gi l'ora si avvicini. Vestila per la rivista, mettila in camicia
nera (cos almeno avr una camicia).

E il giornalista cos proseguiva:

Le parole di Faccetta nera sono peggio che idiote. Sono indice di una mentalit che vorremmo
trapassata, di uno stato d'animo rugia-doso e romantico corrotto di sdolcinatura e di vizio che dobbiamo
seppellire sotto dieci metri di terra se vogliamo andare per il mondo a fare l'impero. Sono indegne della
nostra giovent sportiva e casta. Sono il ftutto dell'ignoranza provinciale di chi venuto alla conqui-sta
dell'impero cantando la conquista di una donnetta puzzolente.

Il mondano Monelli, galante e trasgressivo, concludeva la sua filippica razzista e perbenista con queste
parole:

N va dimenticato che l'amore soprattutto fabbrica di prole. Ora che cosa vuole far fare alla faccetta
nera il nostro cantastorie? Un figlio? Un meticcio? Qui l'ignoranza del cantore diventa delitto contro la
razza (razza bianca dico; non corro dietro a certe defor-mazioni teutoniche). Ma noi dobbiamo popolare
l'impero d'intatta gente nostra, non disseminare intorno malinconici bastardi. Non ammissibile per un
popolo sano, forte, antico, la promiscuit con i barbari vinti. Un popolo che costruisce per uno splendido
futuro non augura a s eredi corrotti.
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L'articolo di Monelli raccolse autorevoli consensi in cer-ti ambienti del regime, ma, per la verit,
Faccetta nera non fu mai messa all'indice. Ci si limit a non farla pi cantare durante le adunate e le
parate ufficiali, fu limitata anche la sua diffusione radiofonica e tuttavia, ancora nel 1938, l'orchestra
sinfonica dell'EIAR, diretta dal maestro Ugo Tanni-ni la registr in un disco che fu largamente venduto.

La violenta invettiva del giornalista, che malgrado la forzata presa di distanza dalle deformazioni
teutoniche, dava dei punti anche al teorico del razzismo Alfred Rosenberg, non venne accolta con
favore neppure negli ambienti dell'impero. D'altronde in Africa, tutti, ufficiali, sottuffi-ciali, funzionari e
coloni, disponevano di una madama (cosi venivano chiamate le quasi mogli con cui convive-vano
more uxorio) le quali peraltro non erano affatto cispo-se, come le descrive Monelli, ma, specialmente
le somale, spesso affascinanti e di rara bellezza. Molti veterani dell'A-frica se le sposarono e gli altri le
ricordarono sempre con nostalgia; come Indro Montanelli che ancora conservava nel suo studio il ritratto
della graziosa Desta, la sedicenne tigrina che lo aveva seguito docilmente, di tappa in tappa, come
usavano fare le donne degli ascari, durante la sua marcia verso Addis Abeba.

Oltre alla diffusione del madamismo fra gli uomini, pare che nel neonato impero neppure le mogli degli
uffi-ciali e dei funzionari coloniali disprezzassero la promi-scuit con i barbari vinti. Circolavano infatti a
Addis Abeba aneddoti esilaranti e storielle piccanti di cui si ri-trova traccia nell'interessante diario segreto
di Ciro Pog-giali, in cui il giornalista annotava cose che la censura gli impediva di pubblicare sul suo
giornale. Scrive per esem-pio Poggiali:

Si apprende che a Mogadiscio il servo somalo di un funzionano della Banca d'Italia s presenta al
padrone per annunciargli che in-tende licenziarsi. Perch chiede il padrone se ti ho sempre trat-tato
bene e sono contento di te? Vuoi forse un aumento di salario? E l'altro: No,guitana , io devo andare
via. Tua moglie sempre vole-re, sempre volere da me... e io non resistere. Troppa fatica....

A Addis Abeba invece, prosegue Poggiali, la moglie di un colonnello che ha appena finito di sgravarsi
domanda ansiosa a chi l'assiste: "Di che colore ?". "Purtroppo nero".

Non mancavano neppure le promiscuit del terzo ses-so. Montanelli raccont di quanto gli accadde
quando gli fu assegnato un francolino (venivano chiamati cos i boy attendenti) che prima era stato al
servizio di un noto generale di divisione. Stupito che il ragazzo avesse lascia-to un generale per servire un
semplice tenente, Montanel-li gliene chiese con insistenza il motivo. E l'altro, in lacri-me, alla fine
confess: Perch signor generale sempre culo, culo, culo.

L'eccessivo sviluppo del madamismo, peraltro com-prensibile in un ambiente popolato di soli uomini,
comin-ci a preoccupare Mussolini soltanto un anno dopo la conquista dell'impero, quando anche in
Italia presero a serpeggiare le teorie teutoniche sulla difesa della razza. Il 19 aprile 1937 veniva infatti
emanato il seguente decreto reale:

Il cittadino italiano che nel territorio del Regno o delle Colonie tiene relazione di indole coniugale con
persona suddita dell'Africa Orientale Italiana o straniera appartenente a popolazione che abbia tradizioni,
costumi, concetti giuridici e sociali analoghi a quelli dei sudditi dell'Africa Orientale Italiana, punito con
la reclusione da uno a cinque anni.

Da notare che la pena si applicava soltanto agli italiani, non alle loro partner di colore, perch a essi
veniva addos-sata l'offesa al prestigio della stirpe. Tuttavia non era ancora vietato il matrimonio
regolare, che infatti verr proibito soltanto a partire dal novembre del 1938 con l'en-trata in vigore delle
famigerate leggi razziali, con cui si condannava ogni unione del cittadino italiano ariano con persona
appartenente ad altra razza.
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Nessun provvedimento, invece, fu preso dal regime contro le semplici relazioni sessuali di carattere
mercena-rio. Anzi, si importarono dall'Italia numerose prostitute, evidentemente pi ricercate delle
disponibili sciarmutte che abbondavano dovunque. Quando i mezzi logistici lo permettevano i reparti
militari erano seguiti da case di tolleranza mobili per Ufficiali e per Graduati e truppa, regolarmente
rifornite di meretrici bianche e nere. Soltanto pi tardi, quando i postriboli per bianchi furono aperti anche
ai neri facoltosi, qualcuno protest e si pose un freno all'importazione dall'Italia di donne bianche. Questa
misura, peraltro vagamente rispettata, fu inoltre causa di un piccolo incidente diplomatico. Le autorit di
Gibuti racconta Ciro Poggiali nel suo inesauribile diario hanno impedito che sei etre francesi,
provenienti da Marsiglia e reclutate da una lussuosa casa di tolleranza di Addis Abeba, proseguissero il
viaggio per la capitale. Il giornalista continua cos:

La ragione questa: abbiamo tanto vociferato di non volere pro-stitute italiane in colonia affinch il
primo contatto del mondo etio-pico con l'Italia non avvenisse con donne da conio, s insomma per ragioni
di prestigio di razza. Allora il governatore francese di Gibu-ti ha ragionato cos: se temete che la
prostituzione bianca possa of-fendere il prestigio della razza italiana, io non posso permettere che sia
offesa la razza francese. E le sei, assoldate da una simpati-cissima signora marsigliese, famosa
organizzatrice di case di tolle-ranza in tutto l'Oriente, hanno malinconicamente ripreso la strada per
Marsiglia.

La legge contro il madamismo tuttavia non fece vitti-me. Venne infatti applicata, come si usa dire,
all'italiana ossia con larga tolleranza, tant' che non si hanno notizie di condanne, mentre risulta che
molti italiani regolarizza-rono la loro posizione riconoscendo persino i figli nati dall'unione con le indigene.
Neppure le leggi razziali fa-sciste furono applicate in Abissinia, anzi suggerirono a Mussolini un ignorato
progetto umanitario che merita di essere ricordato.

Come gi accennato, nel novembre del 1938, mentre in Germania, Austria e Cecoslovacchia (queste
ultime nel frattempo inglobate nel Terzo Reich) avevano avuto inizio le persecuzioni antisemite, anche
l'Italia fascista spos le folli teorie ariane. Di giorno in giorno, per gli ebrei l'aria si faceva sempre pi
irrespirabile e l'avvenire si prospet-tava sempre pi oscuro. Non restava loro che una soluzione: fuggire.
Ma dove? Nessun paese in Europa era dispo-sto ad accoglierli: Svizzera e Francia avevano cominciato a
respingere dai posti di frontiera i fuggiaschi, mentre gli americani si stringevano nelle spalle davanti alla
mo-struosa proposta di Hitler che offriva ebrei liberi in cam-bio di dollari in contanti. Restava il sogno
della Palesti-na, allora sotto il dominio britannico, ma gli inglesi ne avevano sbarrato l'accesso temendo
che l'afflusso in mas-sa degli ebrei nella loro Terra promessa, ormai islamiz-zata, avrebbe provocato
incidenti con la popolazione mu-sulmana. Fu a questo punto che il vicer d'Etiopia sugger a Mussolini di
aprire alla popolazione semita le porte del-l'impero. Ottenuto l'assenso del Duce, e l'approvazione del
governo di Londra, felice di passare ad altri quella pa-tata bollente, il progetto entr subito in fase di
realizzazio-ne. A met novembre, proprio nei giorni in cui in Italia ve-nivano promulgate le leggi razziali,
Amedeo d'Aosta convoc nella sua residenza di Addis Abeba il colonnello degli alpini Giuseppe Adami,
allora capo dell'Ufficio to-pocartografico dell'impero. Come riferisce lo stesso Ada-mi in un memoriale
ancora conservato nell'Acropoli alpi-na di Trento, il duca gli chiese di individuare una zona idonea ad
ospitare in un primo tempo una colonia di 1400 famiglie ed in un secondo tempo di ospitarne un numero
doppio. Amedeo gli raccomand di scegliere un luogo immune da malaria e mosche tze-tze, ricco di
acqua, favo-rito da un buon clima e abitato possibilmente da trib pa-gane, perch aprire una sinagoga
dove gi vi fosse una moschea, sarebbe stato pericoloso. Mi aspetto da lei concluse il vicer un
piccolo paradiso terrestre.

Adami part per la sua missione in compagnia del mag-giore Gallina e del tenente Silvestri, con la scorta
di alcuni ascari. Dopo varie ricerche, l'attenzione della commissio-ne di studio si sofferm sulla zona
Neghelli-Ascebo-Iavello, ai confini con il Kenia. Un paesaggio dolcemente mon-tuose che ricordava al
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colonnello piemontese le Langhe e il Monferrato: Quota media 1200 metri sul mare, temperatura
massima 33 gradi, minima 14. La zona abitata da tremila Borana, trib di gente pacifica, che non ruba,
non uccide ed pagana di tipo animista: credono in ottantotto diavoli e nella metempsicosi.

Il 5 dicembre 1938 Adami consegn al vicer la sua par-ticolareggiata relazione e questi ne fu molto
soddisfatto. Era infatti sicuro che una colonia ebraica in Etiopia non avrebbe creato inconvenienti razziali
o religiosi, essendo ben noto lo spirito di tolleranza degli etiopi verso gente di razze, colori e religioni
diverse. Contava inoltre sul fatto che l'intelligenza e l'intraprendenza degli ebrei avrebbero certamente
avvantaggiato l'economia generale dell'impe-ro. Passarono tre mesi. Nel marzo del 1939, Amedeo, di
ri-torno da Roma, comunic a Adami che Mussolini aveva molto apprezzato il suo progetto e che un
giorno o l'altro sarebbero giunte le opportune istruzioni per realizzarlo. Purtroppo le cose andarono
diversamente. Il 22 maggio l'Italia firm il patto d'Acciaio con la Germania nazista e del progetto africano
non si parl pi. Invece di fondare fra i ridenti pascoli dei Galla Sidamo la loro piccola Israe-le, anche gli
ebrei italiani finiranno nei campi di sterminio nazisti.

Il 1938 e il 1939 furono comunque gli anni pi felici del-l'impero. Si spesero fiumi di denaro con la
convinzione che la nostra presenza in Etiopia sarebbe durata molto a lungo. Si aprirono nuovi aeroporti,
si costruirono case, ospedali, scuole e venne potenziata la rete stradale. Nel-la sola Eritrea si realizzarono
complessivamente 1450 edifici pubblici; la strada Massaua-Addis Abeba, di 1600 chilometri, fu portata
a termine in diciotto mesi. Prima dell'arrivo degli italiani, per coprire lo stesso percorso si impiegavano tre
mesi a dorso di cammello. La rotabile Kombolcia-Assab, di 480 chilometri, fu approntata in sei mesi. I
numerosi coloni stabilitisi nell'impero potevano guardare al futuro con una certa sicurezza. Il ribellismo era
stato in gran parte eliminato; restavano soltanto picco-li fuochi di guerriglia e brigantaggio come in
qualsiasi altra colonia. Le buone maniere del nuovo vicer avevano indotto a capitolare anche i ras pi
combattivi.

Mussolini, da parte sua, pensava alla grande. Progetta-va, per esempio, di creare un esercito coloniale
di un mi-lione di uomini, con cinquanta aeroporti e un'industria metallurgica atta ad assicurare all'impero
una completa autosufficienza. Ora, essendosi definitivamente immede-simato nella parte di stratega e di
condottiero vittorioso, non era alieno dall'immaginare imprese napoleoniche. Una delle sue idee fisse,
sostenuta peraltro dal duca d'Ao-sta e da altri personaggi, era quella di liberare l'Africa orientale dalla
servit del canale di Suez realizzando il congiungimento con la Libia e il Mediterraneo attraverso il
deserto del Sudan anglo-egiziano.

Si provvide anche allo sviluppo turistico dell'impero. In questa prospettiva il CTI (Consociazione
turistica italia-na) assegn ad alcune decine di esperti la realizzazione di una Guida dell'Africa Orientale
Italiana che cost mesi di la-voro collettivo. Ne sort poi un volume di 640 fittissime pagine che oggi
farebbe la gioia di un appassionato bi-bliofilo. Rilegato in tela e corredato di carte geografiche, piante dei
centri abitati, delle strade, delle piste, nonch di dettagliati cenni storici, geografici e di informazioni sui
costumi e le religioni, questo Baedeker italiano risponde con sconcertante dovizia di particolari a tutte le
domande che si poteva porre l'eventuale turista. Dall'equipaggia-mento necessario (tenda con
zanzariera, toeletta da cam-po, lanterna con candela o meglio lume a petrolio Petromax, scarpe alte per
le signore, stivali per gli uomini, casco di sughero, maglie pesanti per la notte, ecc.) ai mezzi di trasporto:
aerei dell'Ala littoria, camion, cam-melli e muletti (I cammelli possono fare tappe di 30 km e portare fino
a 200 kg. I muletti tappe fino a 40 km e porta-re 70-100 kg); dalle precauzioni igieniche (limitare i
contatti con gli indigeni, i serpenti velenosi sono rari, eli-minare al pi presto le pulci penetranti e
abbondanti) al contegno con i nativi (l'abissino molto orgoglioso, volubile, dissimulatore e accorto
parlatore. Gli eritrei e i somali sono orgogliosi di appartenere da gran tempo all'Ita-lia. Di fronte agli
abissini si considerano quasi pari agli italiani. Trattarli come etiopi sarebbe ingiusto e offensi-vo);
dall'alimentazione (per l'acqua si consiglia di de-purarla con ipoclorito di sodio, oppure versando poche
gocce di tintura di iodio per ogni litro) alle escursioni e alla caccia ( proibito uccidere: elefanti con
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zanne di peso inferiore a 15 kg, rinoceronte, asino selvatico, stambecco nubiano, muflon, pangolino,
dugongo, marab e avvol-toi di tutte le specie. Libert per le altre specie).

Di questa interessante e forse unica guida dell'Etiopia ne furono stampati 490.000 esemplari che vennero
messi in vendita nell'ottobre del 1938 al prezzo di 18 lire. Non sappiamo quanti volenterosi turisti fecero
in tempo a utilizzarla.

XIII
L'IMPERO PI BREVE
Nessunimpero della storia durato cos poco quanto quello d'Etiopia. Sei anni appena: dal 1936 al
1941. In quei pochi anni gli italiani spesero fiumi di denaro per miglio-rarlo, ma assai poco per
conservarlo. Questa la malinco-nica conclusione cui sono giunti i nostri storici di fronte alla rapidit con
la quale gli inglesi, quando scatenarono l'offensiva, riuscirono a farlo crollare. Non sono neppure mancate
le solite giustificazioni consolatorie per spiegare e rendere pi onorevole la nostra disfatta, ossia
l'isola-mento dell'impero dalla madrepatria, il rapporto di forze squilibrato, la scarsit delle scorte,
l'impossibilit di rice-vere rifornimenti e tutte le altre drammatiche manchevo-lezze che si possono
immaginare. Ma nessuno sembra avere mai preso in considerazione le cause principali di quella fulminea
nonch sconcertante sconfitta: l'assenza di una strategia e, soprattutto, di un condottiero.

Oggi infatti, sia pure con l'ausilio del senno del poi, si pu tranquillamente affermare che se le forze
italiane fos-sero state guidate da un comandante pi risoluto e pi audace, appena appena vagamente
rassomigliante a un Erwin Rommel, la storia dell'impero italiano d'Etiopia sa-rebbe stata diversa e la sua
fine certamente pi eroica. Perch non vero che all'inizio del conflitto le sorti del-l'impero fossero gi
scontate. Al contrario, in Etiopia, co-me d'altronde in Libia, eravamo molto pi forti degli in-glesi e in
grado di batterli con facilit. Quel che manc fu un progetto, offensivo e difensivo, e soprattutto la voglia
di fare la guerra sul serio. Tutti, a Roma come a Addis Abeba, si cullarono nell'illusione che il secondo
conflitto mondiale sarebbe stato rapidamente vinto dai tedeschi e che a noi sarebbero bastati pochi morti
per sederci trion-fanti al tavolo della pace.

Fu appunto a causa di questa errata convinzione che Mussolini e gli alti comandi militari affrontarono la
prova bellica senza preparazione alcuna. Confortata dall'idea che tutto sarebbe finito presto e bene grazie
al potente al-leato, l'Italia trascur irresponsabilmente persino gli obiettivi pi facilmente raggiungibili.
Come l'isola di Malta, che gli inglesi si erano affrettati a evacuare, o il ca-nale di Suez, difeso da una
sparuta guarnigione di riservi-sti britannici, certamente non in grado di resistere alle no-stre preponderanti
forze dislocate in Libia. Considerato lo stato delle cose, non deve quindi sorprendere se a Roma nessuno
si preoccup delle sorti dell'impero. D'altra par-te, gi nel 1937, in una lettera a Graziani datata 22
feb-braio, Mussolini aveva detto chiaramente che in caso di guerra, se l'Italia non doveva aspettarsi nulla
dall'impero, l'impero non doveva attendersi alcun aiuto dall'Italia. Evidentemente influenzati dal pensiero
strategico tedesco e dal ricordo della prima guerra mondiale, il Duce e i suoi capi militari erano convinti
che la guerra si sarebbe anco-ra una volta combattuta e risolta sui fronti europei e che il problema delle
colonie sarebbe stato affrontato dopo l'immancabile vittoria, come era accaduto a Versailles.

Tuttavia, il 10 giugno 1940, quando l'Italia entr in guerra al fianco della Germania (che nel frattempo,
con una serie di spettacolari blitz, aveva costretto la Francia alla resa e ricacciato in mare, a Dunkerque,
il corpo di spe-dizione britannico), nell'impero etiopico la situazione non era affatto precaria. Il duca
d'Aosta disponeva di circa 100.000 soldati nazionali, raggruppati nella divisione Gra-natieri di Savoia,
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schierata attorno a Addis Abeba, e negli 80 battaglioni di camicie nere distribuiti lungo i confini. A questi
si sommavano gli oltre 250.000 soldati indigeni, fra ascari, dubat e zapti, tutti coraggiosi e leali, anche se
tra-dizionalmente pi adatti agli attacchi di scorreria che alla guerra difensiva. Infatti le loro prestazioni si
riveleranno mediocri. La forza aerea consisteva di circa 240 aerei da caccia e da bombardamento, non
tutti in perfetta efficien-za, e la forza navale di 8 cacciatorpediniere e 8 sommergi-bili che, secondo gli
osservatori britannici, costituivano un pericolo letale per le navi che dovevano attraversare il canale di
Suez. Anche il parco automezzi era relativa-mente ricco: circa 200 fra carri e autoblinde e circa 6500 fra
veicoli, autocarri e cingolati. Se gli uomini e i mezzi erano molti, bisognava per tenere conto della
lunghezza dei confini da presidiare: 8700 chilometri, senza contare i fronti interni contro i superstiti focolai
di ribellismo indi-geno, che in seguito gli inglesi provvederanno ad alimen-tare. Ma il problema principale
del momento erano piut-tosto i rifornimenti di carburante, di pezzi di ricambio e di pneumatici di cui la
prevedibile chiusura del canale di Suez non avrebbe consentito di rimpinguare le scorte.

Le forze italiane erano distribuite su quattro scacchieri: a nord (Eritrea e Amhara) comandava il generale
Luigi Frusci; a est (Harar, Scioa e Dancalia) il generale Gugliel-mo Nasi; a ovest (Galla e Sidama e parte
della Somalia) il generale Pietro Gazzera e a sud (Giuba e resto della So-malia) il generale Gustavo
Pesenti. Il duca d'Aosta, che assunse il comando superiore di tutte le forze armate in Etiopia, aveva come
capo di stato maggiore il generale Claudio Trezzani.

Nei mesi precedenti all'inizio del conflitto e persino du-rante la non belligeranza italiana, su tutta la
lunghezza della frontiera comune le relazioni fra inglesi e italiani erano state cordiali e persino conviviali.
Gli ufficiali italia-ni si recavano spesso a Cassala dove i loro colleghi inglesi si annoiavano a morte fra
trib nomadi e capanne di fan-go, mentre ad Asmara e a Addis Abeba la vita sociale era assai pi
brillante. Tanto che gli ufficiali e i funzionari bri-tannici cercavano con impazienza di farsi invitare in queste
pi accoglienti citt. Naturalmente fra i graditi ospiti non mancavano gli agenti dell'Intelligence Service che
provvedevano a guardarsi intorno e a riferire. E ci che ri-ferirono lo si pu desumere dal fatto che,
quando l'Italia entr in guerra, a Londra abbandonarono ogni speranza di poter evitare la conquista dei
loro possedimenti coloniali confinanti con l'impero etiopico.

Rispetto alle forze italiane, di cui conoscevano la minacciosa consistenza, inglesi e francesi (questi con
5000 soldati a Gibuti) disponevano infatti, oltre che di un centinaio di velivoli e di mezzi corazzati, di
appena 40.000 uomini, tutte reclute locali, in gran parte indigene e disseminate negli immensi spazi del
Sudan, del Kenia e della Somalia britannica. Tra Khartum e le frontiere dell'Africa orientale italiana non
c'era neanche un migliaio di soldati sudanesi. Tanto vero che il governatore britannico del Sudan
inform Londra che qualsiasi eventuale azione contro gli italiani sarebbe dovuta partire da Gibuti in
quanto la Sudan Defence Force in quel momento non era all'altezza della situazione. Poi le cose
peggiorarono ancora dopo la resa della Francia, perch le forze francesi di Gibuti furono congelate e
gli inglesi rimasero soli e abbandonati al loro destino. L'Inghilterra, infatti, costretta a difendere se stessa
dagli attacchi aerei tedeschi e dalla minaccia di una possibile invasione, non era assolutamente in grado di
rimpinguare le sue esigue forze dislocate nelle colonie, peraltro gi in gran parte impegnate sul confine
libico-egiziano per ostacolare la prevedibile (per gli ingle-si) avanzata italiana verso Suez.

Molto diversa era invece l'atmosfera che regnava a Addis Abeba. Alla vigilia della nostra entrata in
guerra, il du-ca d'Aosta aveva rispolverato il suo ambizioso piano: attraversare il Sudan e l'Egitto per
operare un congiungi-mento con la Libia onde aprire una indispensabile diret-tissima che avrebbe
collegato l'impero con il Mediterra-neo. Quello di Amedeo era un sogno megalomane e forse
irrealizzabile, ma a Roma la pensavano diversamente. Se inizialmente il vicer aveva ricevuto, come una
doccia fredda, un dispaccio di Badoglio, capo dello stato mag-giore generale, che gli ordinava d
mantenere un conte-gno strettamente difensivo e di limitarsi a studiare la possibilit di azioni
offensive, subito dopo l'ingresso in guerra dell'Italia ecco giungere un contrordine. Lo stato maggiore
chiedeva al duca d'Aosta di assumere immedia-tamente un contegno offensivo.
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Cos'era accaduto? A Roma tutti ormai credevano nel Blitzkrieg, la guerra-lampo. E Mussolini, che alla
vigilia dell'attacco alla Francia aveva chiesto a Badoglio qualche morto da far valere nei confronti
dell'alleato tedesco che, altrimenti, con le sue sfolgoranti vittorie sarebbe rimasto il solo padrone
dell'Europa, si ricord dell'Etiopia. Il genera-le Nasi, colui che a Gondar avrebbe ammainato l'ultima
bandiera italiana in Africa orientale, annota nel suo diario che al vicer arriv un telegramma firmato da
Badoglio che diceva press'a poco cos: Su da bravi! Bisogna portare al tavolo della pace anche un
pegno coloniale.

La guerra ebbe cos inizio anche in Etiopia e le nostre prime vittorie furono abbastanza facili, ma
purtroppo ri-masero uniche. Fu la sola nostra sconfitta ad opera degli italiani ricorder Churchill nelle
sue memorie. Si comin-ci dal Kenia dove il 10 luglio le truppe italiane occu-parono Moyale e
costrinsero gli inglesi a ritirarsi per un centinaio di chilometri. Successivamente l'attacco invest il Sudan
anglo-egiziano muovendo dal confine eritreo. Spronato da una incomprensible esortazione radiofonica di
Mussolini (L'ombra di Carchidio Malvolti vi attende a Cassala!), il generale Frusci occup la citt
sudanese, che era un importante centro ferroviario, dopo avere avuto fa-cilmente ragione dei suoi pochi
difensori. Scoprir solo pi tardi che l'ombra evocata da Mussolini appartene-va a un eroe coloniale
italiano ucciso dai mahdisti a Cas-sala sessant'anni prima e di cui lui non aveva mai sentito parlare.

Frattanto, quasi simultaneamente, il generale Cazzer aggred il Sudan dal confine etiopico conquistando
rapi-damente il forte di Gallabat e il centro abitato di Kurmuk. Ora le truppe italiane minacciavano la
capitale sudanese e il premier britannico Winston Churchill, con amara ironia telegraf a Anthony Eden,
divenuto ministro della Guer-ra: Se perdi anche Khartum passerai alla storia. Ma Eden non passer
alla storia per questo.

Ora non restava che la Somalia britannica. Il generale Nasi super il confine il 5 agosto occupando
Hargheisa e isolando cos la Somalia britannica da quella francese. Per gli inglesi l'attacco italiano non
costitu una sorpresa: sia pure a malincuore avevano previsto la perdita di questa colonia. Tuttavia,
malgrado la posizione sfavorevole, or-ganizzarono la difesa disperata di Berbera, la capitale, fa-cendo
affluire da Aden due battaglioni indiani punjab e un reparto di cammellieri arabi. Il 9 agosto, preceduti da
un nutrito fuoco di artiglieria, i fanti italiani mossero al-l'assalto di tre alture tenute dai punjab, una delle
quali fu rapidamente conquistata, ma le altre due resistettero gra-zie al fuoco di sbarramento
dell'artiglieria nemica. Il gior-no 11, gli indiani tentarono un contrattacco per ricon-quistare l'altura
perduta, ma furono respinti. Sia pure a fatica e con numerose perdite, gli italiani continuarono ad
avanzare minacciando l'accerchiamento della citt. Il co-mandante britannico, generale Godwin Austen,
indugi a lungo prima di prendere una decisione definitiva. Le di-rettive che aveva ricevuto gli
concedevano un ampio po-tere discrezionale: vostro compito gli aveva telegrafa-to il generale
Wavell, comandante supremo del Medio Oriente, impedire l'avanzata italiana. Farete i passi ne-cessari
per ritirarvi solo se necessario. Ed egli se ne av-valse, appena si profil la minaccia dell'accerchiamento,
per ordinare la ritirata. l'unico passo necessario per evitare la catastrofe spieg ai suoi superiori per
ottenere l'autorizzazione di evacuare le truppe. Curiosamente agli inglesi furono concessi due giorni di
tregua per imbarcar-si sulle navi che li avrebbero trasferiti in Kenia, e non un solo colpo di fucile fu
sparato contro di loro. Qualcosa di simile era accaduto poche settimane prima a Dunkerque, quando i
tedeschi avevano permesso al corpo di spedizio-ne britannico di rimpatriare. Il comportamento tenuto
dai nostri a Berbera si spiega con il fatto che il duca d'Aosta riteneva, come Hitler a Dunkerque, che la
pace fosse or-mai dietro l'angolo. Il 19 agosto s concludeva cos, vitto-riosamente, la breve campagna
delle truppe italiane nel-l'Africa orientale italiana, sia pure con perdite piuttosto significative: 2052 caduti
(poco meno di quanto c'era co-stata l'intera campagna d'Abissinia) contro 250 della parte avversaria.

A Roma, naturalmente, questa modesta vittoria fu ingi-gantita dalla propaganda e Mussolini invi al duca
d'Ao-sta un messaggio di congratulazioni invitandolo a nuove azioni militari.
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Ora che con l'occupazione di Berbera la conquista della Somalia un fatto compiuto, vi giunga, Altezza,
insieme al mio, il plauso del popolo italiano che ha seguito con assoluta certezza le fasi della dura
battaglia. Dopo la necessaria sosta, Voi dirigerete verso altre mete la volont perseverante e l'ardimento
delle truppe che presi-diano l'Impero e lo estendono nei confini e nella potenza.

Questi confini, gi immensi all'inizio del conflitto, si erano frattanto paurosamente allungati.

Churchill reag molto male alla perdita del Somaliland e cominci a pensare di sostituire il generale
Wavell. Que-sti aveva infatti appena finito di rassicurare Londra che dal Sud non sussisteva una minaccia
immediata contro l'Egitto, quando un nuovo pericolo cominci a profilarsi al Nord.

Dopo la tragica morte del governatore della Libia Italo Balbo, abbattuto il 28 giugno 1940 dal fuoco
amico della nostra contraerea mentre con il suo apparecchio rientrava a Tobruch da una perlustrazione,
il comando delle nostre forze era stato affidato al maresciallo Graziani. Non fu una buona scelta. Il leone
di Neghelli, come amava farsi chiamare, era considerato un esperto di guerre coloniali, ma ormai questo
conflitto non si poteva pi definire co-loniale. Non si trattava pi di affrontare sprovveduti ri-belli
indigeni, bens di combattere una guerra europea, moderna e meccanizzata, trasferita per esigenze
strategi-che nel territorio africano. Graziani non si rivel all'altez-za della situazione. Rintanato nel suo
comando, collocato prudentemente a 120 chilometri dalle prime linee, il leo-ne di Neghelli rinvi di
giorno in giorno l'inizio dell'of-fensiva, malgrado le esortazioni di Mussolini e pur dispo-nendo di forze
superiori (250.000 uomini contro non pi di 40.000). Si mosse soltanto verso la met di settembre e a
Londra si visse un altro momento di panico. Si riteneva che il canale di Suez fosse ormai a portata di
mano degli italiani. Graziani, invece, si ferm inspiegabilmente a Sidi el Barrani, uno sperduto villaggio a
100 chilometri di de-serto dal punto in cui era partito. Malgrado le invettive del Duce (Non valeva la
pena di avere tutto quello che avete richiesto e di disporre di 15 divisioni per portare a casa soltanto Sidi
el Barrami) sost l per mesi. Anzi per-dette tempo ad allungare (e asfaltare) la via Balbia che
percorreva l'intera costa libica e si preoccup di fortificar-si nella zona come se fosse al comando non di
un esercito in marcia, ma di una forza di occupazione. A questa stra-nezza di Graziani fece seguito una
stranezza di Mus-solini. Il 28 ottobre 1940, senza alcuna motivazione strate-gica, gli italiani
attaccarono la Grecia convinti, come annotava Galeazzo Ciano nel suo diario, di giungere a Salonicco in
ventiquattr'ore. Invece resteranno impanta-nati sul confine greco-albanese fino all'aprile del 1941.

La fortuna stava dunque per girare dalla parte degli in-glesi. Tuttavia, nel settembre del '40, a Londra
regnava an-cora un'atmosfera molto pesante. Martellata dai bombar-dieri tedeschi e minacciata da
un'invasione, l'Inghilterra non era assolutamente in grado di rinforzare le sue posi-zioni coloniali. Inoltre
dovette affrontare un singolare pro-blema diplomatico. All'inizio del conflitto, Hail Selassi, in esilio nella
capitale britannica, si era precipitato a Khartum per essere pronto a rientrare nella sua Addis Abeba,
nella convinzione che sarebbe stata quanto prima liberata. Ma ora che le sue previsioni ottimistiche erano
naufraga-te, la sua presenza divenne ingombrante. Si temeva che potesse aizzare il malcontento fra gli
indigeni e provocare ancora di pi gli italiani. Ci manc poco che non lo rimet-tessero su un aereo per
rispedirlo a Londra.

Le cose mutarono nell'autunno quando la battaglia d'Inghilterra si concluse con la vittoria britannica. 1
tede-schi rinunciarono all'operazione Leone marino, lo sbar-co nelle isole britanniche, i bombardamenti
aerei diventa-rono per gli inglesi pi sopportabili e la minaccia italiana contro Suez si rivel inconsistente.
A questo punto gli in-glesi reagirono con determinazione passando al contrat-tacco sull'unico fronte
ancora acceso tenuto dai soli ita-liani. Il 9 dicembre, il generale Wavell, ormai rifornito di mezzi
corazzati in misura adeguata, attacc le fortificazio-ni di Sidi el Barrani, che Graziani aveva predisposto
come per le guerre coloniali del XIX secolo. Le nostre postazioni vennero spazzate via come da un
uragano e la nostra di-sfatta fu colossale. Perdendo appena 624 soldati, gli ingle-si catturarono 40.000
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prigionieri (la met dell'armata ita-liana), e si impadronirono di 237 pezzi d'artiglieria e di 73 carri armati.
Poi partirono alla conquista della Libia lungo la strada asfaltata che pareva essere stata preparata per
favorirli.

Per il nostro paese fu un terribile risveglio. Le ambizio-ni fasciste di fare dell'Italia una grande potenza si
rivela-rono delle vane ostentazioni. Mussolini, avvilito e deluso dei suoi generali, cos comment il
disastro: la materia prima che scarsa. Persino Michelangelo aveva bisogno del marmo. Se avesse
avuto solo argilla sarebbe stato sem-plicemente un vasaio.

Mentre il vasaio si lamentava e invocava l'aiuto tede-sco in Libia, a Londra si festeggiava. Dopo lunghi
mesi di insuccessi e disfatte, gli inglesi avevano ottenuto la loro prima grande vittoria. Ma invece d
vibrare il colpo di grazia agli italiani in Libia - una decisione di cui, dopo l'arrivo di Rommel, si sarebbero
amaramente pentiti -Wavell ricevette l'ordine di inviare le sue migliori divisio-ni indiane nel Sudan. Era
giunta l'ora di affondare una volta per tutte il fragile impero italiano.

Nell'impero le luttuose notizie giunte dagli altri fronti raffreddarono gli entusiasmi dell'estate e aprirono
ampi spazi allo scoramento e all'angoscia. In Europa il blitz era fallito e la guerra prometteva di durare
pi a lungo del previsto. Il tempo lavorava per gli inglesi che si erano subito riaffacciati sui confini
sudanesi. Il loro primo tenta-tivo, l'attacco al forte di Gallabat nel novembre del 1940, si risolse in un
disastro, perch gli italiani avevano predi-sposto un eccellente sistema difensivo. Il futuro appariva
tuttavia molto oscuro. L'isolamento dalla madrepatria di-ventava di giorno in giorno pi pesante. Le
scorte dimi-nuivano a vista d'occhio e non esistevano possibilit di rifornimento. Scarseggiavano le
munizioni, i medicinali, i pezzi di ricambio e soprattutto gii pneumatici indispensa-bili per l'impiego dei
veicoli sulle grandi distanze. Per na-scondere alla ricognizione aerea l'effettivo stato delle co-se, si ricorse
anche al trucco di camuffare innocui veicoli da carri armati. Gli inglesi, comunque, spadroneggiavano sui
cieli abissini. Oggi comunic sconsolato il duca d'Aosta al comando supremo di Roma in tutto
l'Impero che vasto sei volte l'Italia, abbiamo sei batterie contrae-ree (di cui quattro antiquate) e quattro
batterie da 20 mm. Di caccia efficienti ce ne restano s e no una trentina.

Ma a Roma avevano ben altro da pensare che aiutare l'impero e, d'altra parte, era impossibile fare
giungere rifornimenti attraverso Suez. Tuttavia, poich il vicer ri-teneva indispensabili almeno 10.000
tonnellate di benzina e almeno 20.000 pneumatici, qualcuno a Roma brig in maniera da ottenere che
l'alleato, bench ancora neutrale, Giappone, spedisse da Tokyo i rifornimenti essenziali ri-chiesti. Qualche
tempo dopo, la nave nipponicaYamayuri maru entrava nel porto ormai deserto di Mogadiscio ac-colta
con comprensibile soddisfazione: trasportava 2500 tonnellate di benzina avio, 200 di oli lubrificanti, oltre
alle preziosissime gomme per autocarro che erano state ri-chieste. Ma la soddisfazione si tramut in
disperazione quando si scopr che gli pneumatici non si adattavano ai cerchioni dei nostri autocarri.
Qualcuno, a Roma, aveva sbagliato le misure.

In un paese serio e per giunta in guerra, commenta Franco Bandini rievocando questo singolare
episodio, quel qualcuno avrebbe dovuto essere fucilato. Invece non accadde nulla e c' anche da
aggiungere che quando, al-cuni mesi dopo, gli inglesi occuperanno Mogadiscio, tro-veranno nei nostri
depositi ancora intatti pi di seimila tonnellate di carburante.

Mentre a Addis Abeba gli italiani, sopravvalutando im-mensamente la forza avversaria, gi


consideravano per-duta la partita prima ancora di cominciarla, gli inglesi si erano rapidamente
riorganizzati. Ai primi reparti messi frettolosamente insieme richiamando alle armi i coloni, si aggiunsero
due divisioni indiane comandate dal generale Neath e provenienti dal fronte libico. Nel Sudan fu anche
approntato un reparto speciale destinato a svolgere un ruolo da protagonista nella campagna d'Etiopia. Si
tratta-va della Gazelle Force, un corpo autonomo motorizzato, dotato di artiglieria da campagna e
guidato dal colonnello Messervy. Del contngente faceva anche parte uno di quei personaggi avventurosi
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e romantici che la Gran Bretagna spesso produce. Era il maggiore scozzese Orde Wingate, un esperto di
guerre coloniali che era stato prudentemen-te rifornito di un milione di sterline d'oro (la famosa
ca-valleria di san Giorgio) per fomentare e organizzare in Etiopia la guerriglia contro gli italiani.

Orde Wingate svolger un ruolo importantissimo nella riconquista dell'Abissinia. Comandante di una
formazio-ne mista, chiamata Gideon Force, raccolse attorno a s i ter-ribiliscift , met partigiani e met
predoni, che vivevano alta macchia dal tempo dell'occupazione italiana e che, per voto, da quell'epoca
non si erano pi tagliati capelli e bar-ba. Il loro aspetto doveva essere terrificante se si considera che
usavano portare appese al collo e alla cintura le collane composte di orecchie e di testicoli tagliati ai nostri
soldati.

Per contrastare l'eventualit di un contrattacco britan-nico, il comando italiano non prese i provvedimenti
che sarebbero stati necessari per meglio utilizzare le forze di-sponibili. Invece di procedere ad un
graduale e dignitoso abbandono di spazio osserver in seguito il generale Ugo Pini, allora comandante di
una grande unit, per concentrarsi in un sicuro ridotto offensivo centrale, sul-l'altopiano etiopico, che
consentisse la possibilit di una lunga resistenza autonoma, vennero invece date disposi-zioni per battaglie
e scaramucce di retroguardia: queste troppe volte eluse, quelle perdute in partenza. Con il ri-sultato che
le forze italiane rimasero distribuite su enormi scacchieri offrendo cos al nemico l'opportunit di
con-centrare le proprie masse d'attacco laddove !e nostre dife-se risultavano pi deboli. Di conseguenza,
mentre gli ita-liani attendevano fatalisticamente uno scontro che non lasciava prevedere risultati positivi,
gli inglesi erano or-mai pronti all'attacco. Due piccoli eserciti furono frettolo-samente organizzati lungo la
frontiera settentrionale del Sudan e lungo quella meridionale del Kenia. L'armata del Nord era composta
di inglesi, indiani e indigeni al coman-do del generale William Platt, detto il Kaid. Quella del Sud,
formata da coloni e sudafricani bianchi rinforzati da folti contingenti indigeni di Kikuyu e Bantu, era
coman-data dal generale Alan Cunningham, un ex compagno di scuola del duca d'Aosta, all'epoca in cui
quest'ultimo stu-diava in Inghilterra.

Per la verit, di ex compagni di scuola il vicer d'Etio-pia ne aveva pi d'uno tra le file nemiche. C'era Sir
John Mariott, comandante di una brigata indiana, nonch capo del Servizio informazioni per l'Eritrea, e
Sir Francis Rennell Rodd, che nella primavera del 1940 era stato spedito al Cairo e poi a Khartum con
incarichi imprecisati, ma fa-cilmente intuibili se consideriamo il suo passato. Sir Fran-cis, figlio di Sir
James, ambasciatore britannico a Roma dal 1908 al 1921, era amico personale di Amedeo. Ave-vano
studiato insieme sia al Saint Andrew College sia a Oxford. Durante la prima guerra mondiale, quale
ufficiale dell'Intelligence Service, era stato addetto alla III Armata italiana comandata dal duca d'Aosta
Emanuele Filiberto, della quale faceva parte anche suo figlio Amedeo con il grado di sottotenente.
Terminato il conflitto europeo, Francis Rennell Rodd, visse a lungo in Italia e frequent la famiglia Aosta,
alla quale certamente doveva il Collare dei santi Maurizio e Lazzaro che gli era stato conferito da Vittorio
Emanuele III e che lui portava con grande com-piacimento. Lo storico Franco Bandini, attento
indagatore di misteri, aggiunge uno sconcertante particolare. I Ren-nell Rodd, padre e figlio, avevano un
altro amico in Italia, quell'Andrea Finocchiaro Aprile, noto esponente della massoneria che, proprio su
consiglio inglese, si fece ban-ditore dell'indipendenza siciliana fra il 1943 e il 1944, sot-to la protezione
del primo governatore militare dell'isola, che era lo stesso Sir Francis.

Come si vede, ce n' d'avanzo per imbastirci sopra un intrigante castello di sconcertanti ipotesi. D'altra
parte, poich le coincidenze non sono sempre fortuite, questa curiosa guerra fra compagni di scuola
non mancher in seguito di suscitare commenti e sospettose interpretazio-ni. Ma a questo punto vale la
pena di lasciare i fronti etio-pici congelati nell'attesa degli eventi, e di ritornare per un momento in Italia, a
Roma, fra gli intrighi di corte e di sa-lotto che, con il precipitare degli avvenimenti bellici, si erano ancor
pi aggrovigliati e non saranno mai chiariti del tutto. Diamo perci la parola a un importante testimo-ne:
Giovanni Ansaldo, il pi bravo, il pi attento e anche il pi onesto giornalista dell'epoca. Quelle che
seguono sono alcune pagine del suo libro L'Italia Com'era, pubblica-to nel 1992, dopo la sua morte:
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Alla vigilia di questa guerra, noi ricordiamo di avere udito un discorso strano. Chi lo faceva era un uomo
legato al fascismo ma, pi ancora, devoto alla dinastia; e dotato di quella seconda vista che qualche volta,
in politica, suggerisce espedienti e vie d'uscita dalle situazioni pi disperate. Questo diceva questo
personaggio il grande momento degli Aosta. La duchessa, quarant'anni fa, ha sognato il trono d'Italia
per il suo primogenito; e poi tutto finito in niente, perch nacque il principe Umberto. Ma, ora, il trono
d'I-talia li, dinnanzi ad Amedeo. Il duca d'Aosta figlio, non ha che da allungare la mano per prenderlo.
Egli, laggi ad Addis Abeba, e sua madre a Capodimonte, sanno benissimo che questa guerra sar un
baratro in cui sprofonderemo tutti. Amedeo d'Aosta non si fa il-lusioni di difendere l'Impero. L'ha detto
chiaramente ancora in aprile a Ciano. E sua madre non se ne fa neanche lei sulla possibi-lit di difendere
l'Italia. Si tratta, perci, per il duca d'Aosta, di es-sere audace. Appena Mussolini dichiara la guerra, lui,
da Addis Abeba, dichiari la pace; si rifiuti cio di attaccare l'Inghilterra, tratti un armistizio per conto
proprio. A lui sar facilissimo mettere a po-sto quattro esaltati e la gran massa dei militari lo seguir. Gli
ingle-si, da parte loro, lo lasceranno risiedere e governare l'Impero. A ca-tastrofe avvenuta in Europa,
egli sar acclamato Re, o almeno luogotenente del regno, e la dinastia sar salva e potr trattare con i
vincitori... Abbiamo qualche ragione d ritenere che il discorso strano - ma poi non tanto strano - sia
stato sussurrato a Capodi-monte alla madre e in Addis Abeba al figlio. Ma fu come se l'aria non avesse
sentito, e come se quei suggerimenti spregiudicati non avessero mai sfiorato il timpano dei due principi.
Egli, il figlio, Amedeo d'Aosta, laggi in Africa, avuto l'ordine di iniziare le ope-razioni di guerra, le inizi
senza neppure una semplice mormora-zione; e la madre, a Capodimonte, si chiuse pi che mai in
attesa di un ritorno impossibile di lui dall'Africa. Entrambi capivano, en-trambi sapevano; ma neppure per
un attimo si fermarono a medi-tare sul pronunciamento che, anticipando l'armistizio di tre anni e mezzo,
avrebbe forse potuto portare lui al Quirinale, anzich mo-rire prigioniero in Kenya. Inquesta fedelt della
duchessa al capo della dinastia, ch'essa non amava e da cui non era amata, in questa lealt nell'ora della
prova, sta la grandezza morale della duchessa d'Aosta; tanto pi alta, se la si raccosta alle antipatie ormai
antiche tra i due rami della casa Savoia, al contrasto latente sempre esistito tra il Quirinale e il palazzo
della Cisterna* (* I duchi d'Aosta erano anche conti della Cisterna.) e alle speranze accarez-zate in
segreto dalla donna orgogliosa quando il principe Amedeo era piccolo e al Quirinale non v'erano
bambini. Forse, allora, nel tempo felice della sua prima maternit, vagheggi di vedere suo fi-glio sui
trono d'Italia; tanto pi onore, dunque, a lei, che, mortole il figlio, caduta la dinastia, dispersi per il mondo
tutti i Savoia, rest ultima, tenacemente, sulla terra italiana,* (*Elena d'Orlans fu l'unica Savoia a non
fuggire dopo l'8 settembre 1943, Rima-se a Napoli e i tedeschi la rispettarono.) cacciata da
Capodimonte si stabil al Quisisana di Castellammare in vista del golfo di Napoli; dove nel 1951 mor
lasciando l'ordine che il suo corpo fosse ravvol-to nella bandiera in cui a Nairobi fu ravvolto suo figlio.

Ora, a parte le considerazioni che si possono fare a pro-posito d questa singolare rivelazione di
Giovanni Ansaldo, il quale era amico intimo di Ciano e bene introdotto negli ambienti politici del tempo,
effettivamente molto probabile che qualcuno abbia sussurrato qualcosa nel-l'orecchio dello sfiduciato
vicer nei mesi che precedette-ro l'offensiva britannica contro l'impero etiopico. Qualcu-no che,
conoscendo le sue tendenze filobritanniche e il suo aristocratico antifascismo, nonch le antiche
ambizio-ni degli Aosta, poteva prospettargli l'eventualit che, a guerra finita e perduta, sarebbe stata
necessaria un'alternativa alla Casa Savoia per conservare il trono. E chi me-glio dei suoi antichi
compagni di scuola (per giunta tut-ti membri attivi dell'Intelligence Service) avrebbe potuto farlo? La
loro sospetta presenza attorno ai confini dell'im-pero minacciato potrebbe infatti non essere stata casuale.

Siamo, naturalmente, nel campo delle ipotesi e tuttavia resta il fatto che, se questi sussurri ci furono,
Amedeo d'Aosta non gli diede ascolto. Ci confermato da un epi-sodio, questo s ampiamente
documentato, che si presta a essere considerato la punta emergente di un misterioso iceberg tropicale.
Il 15 dicembre 1940 una colonna auto-carrata del generale Alan Cunningham penetr nella So-malia
italiana e attacc il presidio di El Uach travolgendo-lo con incredibile facilit, La brigata indigena che lo
difendeva si dissolse senza combattere lasciando al nemi-co armi, munizioni e persino la cucina ancora
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funzionante. Fatto ancora pi grave che il generale Gustavo Pesenti, comandante di quello scacchiere e
governatore della Somalia, neppure avvert il vicer dell'offensiva. Amedeo, infatti, apprese la notizia
ascoltando Radio Londra. Ester-refatto, salt su un aereo e si precipit a Mogadiscio. Ma qui lo
attendeva un'altra sorpresa. Il generale Pesenti, in-vece di difendersi per lo smacco subito, contrattacc
affer-mando senza ambagi che era inutile continuare a combat-tere perch la guerra era ormai perduta.
Poi propose senza mezzi termini al vicer di firmare la pace separata. Noi affretteremo cos gli disse il
generale la fine del conflitto che gli italiani non sentono e salveremo l'Impero che ci costato tanti
sacrifici.

Amedeo ammutol, come narra un testimone. Poi reag con fermezza. Basta! grid. Meriteremmo di
essere fu-cilati entrambi, lei per le parole che ha pronunciato, io per averle ascoltate. La discussione si
chiuse e non ebbe se-guito. Rientrato a Addis Abeba, Amedeo ci pens sopra qualche giorno poi, il 27
dicembre, sollev il generale dal comando delle truppe, ma non dall'incarico di governato-re, che gli
venne tolto soltanto pi di un mese dopo, il 31 gennaio 1941. Il 4 febbraio, senza un rimprovero ufficiale,
Gustavo Pesenti rientr a Roma e non ebbe problemi. comunque utile ricordare che, verso la fine del
1942, lo stesso Pesenti realizz, d'intesa con gruppi antifascisti ita-liani e francesi, un accordo con i
marescialli Badoglio e Caviglia, per trasferirsi nel Nordafrica francese con il compito di organizzare un
esercito italiano di liberazio-ne reclutando volontari fra i nostri prigionieri di guerra. Il progetto fall
perch Pesenti venne arrestato dal nostro controspionaggio.

XIV
SI AMMAINA A GONDAR L'ULTIMO
TRICOLORE
All'inizio del 1941, in Europa, la bandiera rossa con la cro-ce uncinata sventolava dalle rive
dell'Atlantico alle spon-de del fiume Bug, il nuovo confine russo-tedesco. Il po-tente motore della
macchina bellica germanica era in folle. Dovunque erano giunte, le armi della Wehrmacht tacevano in
attesa degli eventi futuri. Soltanto i fronti ita-liani erano accesi. In Grecia, le nostre divisioni si
trova-vano in gravi difficolt rispetto all'imprevista ed eroica resistenza dell'esercito ellenico; in Africa
settentrionale battevano addirittura in ritirata di fronte alle forze britanniche che avevano invaso la
Cirenaica, mentre nell'im-pero, totalmente isolato dalla madrepatria, attendevano rassegnate il colpo
finale. Svanito il sogno della guerra lampo, ora si dovevano fare i conti con l'assoluta impre-parazione ad
affrontare un conflitto in cui l'Italia si era gettata con irresponsabile avventatezza. Mussolini, che aveva
orgogliosamente annunciato di voler condurre una guerra parallela, ovvero autonoma, fu costretto a
umi-liarsi di fronte a Hitler e a chiedergli aiuto.

Anche l'Inghilterra, rimasta sola (con la Grecia) a com-battere contro le forze dell'Asse, aveva molti
problemi, soprattutto nel rifornimento dello scacchiere del Medi-terraneo dove si era trasferito il cuore
del conflitto. Il ge-nerale Wavell, comandante supremo britannico per il Medio Oriente, era al centro di
una situazione molto de-licata. Doveva contemporaneamente provvedere a raffor-zare l'esercito greco
che aveva un estremo bisogno di uomini e di mezzi, incalzare gli italiani sul fronte libico e inoltre
proteggersi le spalle mettendo le nostre forze in Etiopia nell'impossibilit di nuocere. D'altra parte,
l'oc-cupazione dell'impero italiano non era per gli inglesi sol-tanto una semplice questione di prestigio,
perch in tal caso avrebbero potuto attendere tranquillamente che questo cadesse da solo come un ftutto
maturo. Impadro-nirsi subito di Mogadiscio, Berbera e Massaua, signifi-cava conquistare il completo
controllo del mar Rosso, in-dispensabile per far affluire rinforzi all'Egitto senza incorrere nelle insidie che
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continuava a presentare la na-vigazione nel Mediterraneo. L'esigenza si era resa ancor pi impellente
dopo la promulgazione della legge Affit-ti e Prestiti da parte del governo americano. Una clau-sola
infatti stabiliva che i convogli americani di riforni-mento navigassero in mari sicuri. E il mar Rosso ancora
non lo era.

La grande offensiva britannica si scaten ai primi di gennaio su due scacchieri, a nord sul confine eritreo
e a sud sul confine somalo. Fu invece trascurato il settore cen-trale, essendo strategicamente il meno
importante. Vedia-mo prima ci che accadde a nord. Nel bassopiano sudane-se, le truppe italiane non
ressero a lungo all'urto dell'agile Gazelle Force rinforzata dalle due divisioni indiane. Due giorni dopo
Cassala venne riconquistata e gli italiani si ri-tirarono ordinatamente opponendo una tenace resistenza. Fu
in quei giorni che si verific l'episodio eroico del te-nente Amedeo Guillet, comandante di un reparto di
ca-valleria indigena. Per scompaginare le linee inglesi, egli si produsse in una delle due ultime cariche della
storia (l'al-tra fu quella compiuta nell'agosto del 1942 dal reggimen-to Savoia cavalleria a Isbuscenskij, in
Russia). A briglia sciolta e sciabola sguainata, il tenente riusc infatti a sfon-dare lo schieramento nemico,
sorpreso e ammirato per tanta audacia. Ecco come l'assalto fu descritto dall'ufficia-le inglese che lo sub:

Quando la nostra batteria prese posizione, un gruppo di cavalle-ria indigena, guidata da un ufficiale su un
cavallo bianco, la caric dal Nord, piombando gi dalle colline. Con coraggio eccezionale questi soldati
galopparono fino a trenta metri dai cannoni, sparan-do di sella e lanciando bombe a mano, mentre i nostri
cannoni, vol-tati a 180 gradi sparavano a zero. Le granate scivolavano sul terre-no senza esplodere,
mentre alcune squarciavano addirittura il petto dei cavalli. Ma prima che quella carica d pazzi potesse
essere fermata, i nostri dovettero ricorrere alle mitragliatrici.

Naturalmente, dopo la carica Guillet non pot tornare indietro e rimase isolato, ma continuer, unico
bianco tra i suoi fedeli ascari, che lo soprannominaronocommuntar al sciaitan , comandante Diavolo,
a condurre una sua guer-ra privata, travestito da guerriero arabo come il leggenda-rio Lawrence
d'Arabia, finch non riuscir a rientrare av-venturosamente in Italia, dopo l'8 settembre 1943, per
combattere ancora contro i tedeschi. Quella di Amedeo Guillet fu una delle tante gloriose e poco
conosciute epo-pee di cui si resero protagonisti altri eroici comandanti italiani di bande indigene. Come il
capitano Castone Gianni e il sergente (poi generale, decorato con medaglia d'oro) Angelo Bastiani.

Incalzato dalle superiori forze nemiche, lo schieramento italiano fu infine spezzato in due tronconi. Da una
parte la colonna indigena del generale Lorenzini che, dopo avere combattuto eroicamente ad Agordat e
subito perdite in-genti, si vide costretta a ripiegare in direzione di Cheren. Dall'altra le truppe nazionali di
Nasi che dovettero eva-cuare il forte di Gallabat e quindi ripiegare in direzione di Gondar. Tuttavia,
alcuni reparti resistettero ancora sulle al-ture di Laquatat e di Cochen, finch gli Highlanders scoz-zesi
non sfondarono definitivamente le nostre linee.

Ora per gli inglesi la strada verso l'Eritrea era aperta e gli italiani si concentrarono a Cheren, una
piazzaforte na-turale a 3500 metri d'altezza, il cui antemurale roccioso si prestava per una battaglia di
retroguardia. E qui, infatti, il comandante della piazza, generale Nicola Carnimeo, decise di operare il
massimo sforzo per fermare l'avanzata nemica. Uomo di grandi capacit militari e di notevole forza
d'animo, anche Carnimeo si lamenter, a posteriori, degli errori compiuti dai comandi che, invece di
raggrup-pare tutte le forze disponibili, le lasciarono distribuite a chiazze nei vari settori rendendole
dovunque vulnerabi-li. Il generale riusc comunque a raccogliere altri 5000 uo-mini che si unirono ai
difensori del baluardo. Trascorsero cinque giorni di relativa calma, poi, il 5 febbraio, il gene-rale Platt fu
pronto per il nuovo attacco. Al momento del-lo scontro decisivo, Carnimeo disponeva di 13.000 soldati,
pi della met indigeni, mentre le forze del generale bri-tannico consistevano in due divisioni indiane con
28.000 uomini e in 6000 militari della Gideon Force.

Pi forti per numero e per mezzi, gli inglesi fecero anche ricorso alla guerra psicologica. Per
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demoralizzare i nostri soldati assediati, tutte le sere trasmettevano con gli alto-parlanti romantiche canzoni
italiane, brani di opere liriche e notizie delle nostre sconfitte in Grecia, in Libia e nel Me-diterraneo. Non
mancava neppure la pioggia di volantini propagandistici e di salvacondotti per gli ascari che vole-vano
disertare. E infatti aumentarono le defezioni. La du-rissima battaglia, cominciata il 5 febbraio, si protrasse
sen-za soste fino al 27 marzo. Alpini, bersaglieri, camicie nere e ascari combatterono eroicamente, pronti
a farsi ammazza-re piuttosto che cedere. In cielo andarono perduti ben 220 aeroplani, ossia quasi tutta la
nostra forza aerea. Alla fine rimase solo il vecchio CR 42 dell'intrepido capitano Visintini che continu, di
tanto in tanto, ad affacciarsi per ostaco-lare le squadriglie nemiche da caccia e da bombardamento. In
soli tre giorni, fra il 23 e il 26 marzo, gli italiani registra-rono 1000 morti e 2300 feriti. Mancavano viveri,
munizio-ni, medicinali e i difensori erano allo stremo quando, la se-ra del 26, giunse ai superstiti l'ordine
di ripiegare su Ad Teclesan. La battaglia di Cheren era finita.

Il generale Carnimeo tent un ultimo scontro di arresto proprio a Ad Teclesan, ma gli inglesi superarono
anche le ultime resistenze e il 31 raggiunsero Asmara dove si svol-se la mesta cerimonia della resa.
Massaua cadde il 7 aprile e quattro giorni dopo il presidente americano Roosevelt dichiar navigabile il
mar Rosso. La via dei rifornimenti americani alle truppe britanniche dell'Africa settentriona-le era cos
assicurata proprio quando la controffensiva scatenata da Rommel in Libia la rendeva indispensabile.

Sul fronte sud le cose andarono ancora peggio. Prima dell'offensiva, il generale Carlo De Simone,
chiamato a so-stituire Gustavo Pesenti, ordin l'evacuazione dell'Oltre-giuba e della citt di Chisimaio, e
schier le sue forze lun-go i 200 chilometri del fiume Giuba. Dall'altra parte del fiume, verso il confine con
il Kenia, fu lasciata soltanto una banda di irregolari somali, detta Harti, comandata da un bravissimo
ufficiale italiano, il capitano Castone Gian-ni, di cui si gi detto. La banda, che si manteneva da so-la
razziando i villaggi kikuyu o cibandosi con la carne de-gli elefanti uccisi, aveva compiti di perlustrazione e
informazione. E le informazioni non tardarono a diventa-re drammatiche. Il 6 febbraio il comandante
Gianni an-nunci di essere stato attaccato da forze immensamente superiori: l'offensiva nemica sul fronte
meridionale era cominciata.

La prima battaglia, se cos vogliamo chiamarla, fu sem-plicemente ridicola. Il generale Cunningham, con
le sue fanterie appoggiate da carri armati, autoblinde e semoven-ti, si trov di fronte la sola banda Hard
composta da 160 straccioni, come li chiamava il capitano Gianni. E tutta-via, volteggiando tra le file
nemiche, essa riusc a fermarne l'avanzata fino al 18 febbraio, quando si sganci per ri-piegare verso
nord. Ora anche la strada verso Mogadiscio era aperta. Dopo un ultimo tentativo di resistenza a Buio
Burti, le nostre forze indigene (su 35.000 soldati soltanto 4000 erano nazionali) disertarono in massa.
Non restava dunque pi nulla da fare. Non un solo aereo italiano si fece vivo per attaccare la lunga
colonna che si snodava nella piana aperta e senza riparo, mentre alle truppe keniote e sudafricane si
aggiungevano man mano le formazioni etiopiche degliscift. Occupata Mogadiscio, Cunningham
pro-segu la sua marcia facile e vittoriosa: il 26 marzo cadde Harar e il 29 fu la volta di Dire Daua. Al
comandante bri-tannico non restava che compiere il grande balzo verso Addis Abeba. Verso lo stesso
obiettivo procedeva da nord, a dorso di cammello, anche la Gideon Force, alla quale si era aggregato
con il suo seguito lo speranzoso Hail Selassi. L'operazione a tenaglia stava funzionando con perfetta
sincronia.

All'alba del 3 aprile 1941, nel gheb di Addis Abeba, Amedeo d'Aosta tenne il suo ultimo consiglio di
guerra. Erano presenti i capi civili e militari. Il vicer era indeciso fra tre soluzioni: ritirarsi nel Galla e
Sidama, dove il gene-rale Cazzer disponeva di 50.000 uomini bene armati e re-lativamente freschi;
ripiegare a Gondar dove si era con-centrato il generale Nasi; oppure raccogliere gli ultimi soldati a sua
disposizione per costituire un'estrema ridot-ta sull'Amba Alagi nell'altopiano abissino. Fu il capo di stato
maggiore Trezzani a battersi per quest'ultima solu-zione e il vicer l'accett, probabilmente per il richiamo
romantico esercitato da questo luogo cos strettamente le-gato alla nostra storia. Considerando la
situazione, nep-pure le altre scelte davano adito a grandi speranze, ma quella dell'Amba Alagi fu
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certamente la peggiore. Cos fa-cendo, Amedeo si chiudeva in una trappola senza vie d'u-scita isolandosi
del tutto dalle truppe di Cazzer e di Na-si. In seguito, infatti, le critiche non mancheranno. Quella pi
dura venne dal maresciallo Caviglia che scrisse nel suo diario: Dal punto di vista militare la scelta
dell'Am-ba Alagi fu una ragazzata. Mantenendo le sue forze divi-se, il duca doveva necessariamente
perdere tutto.

Frattanto, il 6 aprile, la Gideon Force era giunta a Debra Marcos. Orde Wingate intendeva concedere
un periodo di riposo alla sua orda selvaggia, ma quando lo informa-rono che Cunningham stava per
raggiungere Addis Abe-ba, cerc di forzare la marcia in modo da arrivarci per primo. A fermare la sua
corsa fu il generale Platt, spinto da motivi umanitari. Temeva che la conquista di Addis Abeba da parte
dei sanguinariscift avrebbe scatenato una fe-roce carneficina fra i 40.000 italiani ancora residenti nella
capitale. La solidariet di razza ebbe insomma il soprav-vento sull'alleanza. Anche ad Asmara, gli inglesi
si erano comportati nella stessa maniera disponendo che la PAI, la polizia italiana, continuasse a
mantenere l'ordine anche dopo l'occupazione.

Hail Selassi entr trionfalmente nella capitale ricon-quistata il 5 maggio 1941, esattamente cinque anni
dopo quel maggio del 1936, in cui era stato costretto ad abbando-narla. Per prima cosa, volle sostare in
preghiera nella chiesa di Santa Maria. Preceduto da Orde Wingate, in sella a un bellissimo cavallo
bianco, il negus, che viaggiava a bordo di una vecchia berlina Alfa Romeo gi appartenuta a ras Hail, fu
accolto da un caldo tripudio popolare. Davanti al gheb imperiale, il generale Cunningham aveva schierato
come picchetto d'onore il reggimento sudafricano dei King's African Rifles. Comprensibilmente
commosso, il so-vrano restituito al suo trono pronunci in quell'occasione un discorso saggio, pacato e
molto nobile. Invit i suoi sud-diti ritrovati a non commettere nessun atto di crudelt, co-me quelli che il
nemico ha commesso contro di noi fino ad oggi. Sar ascoltato.

Rinchiuso nella sua ridotta dell'Amba Alagi, Amedeo d'Aosta attendeva rassegnato la sua sorte. Pur di
restare fra i suoi soldati aveva rifiutato di imbarcarsi sull'ultimo trimotore S 79 ancora in grado di portarlo
in salvo. Quello che gli interessava salvare era l'onore militare suo e della patria. La resistenza dell'Amba
Alagi dur poco pi di un mese. A met maggio, il duca confid al giornalista Alfio Beretta che l'aveva
seguito sull'amba: Non importa quanto potremo resistere: conta solo fare il proprio dove-re. E, se si
deve cadere, cadere in piedi. Alla vigilia della resa definitiva, quando ormai tutto era andato perduto,
disse ancora al generale Rossi: Non credevo che si potesse soffrire tanto. Domani lasceremo questi
luoghi con i no-stri morti e per noi comincer la prigionia... Chiss se in Italia capiranno!.

I comandanti inglesi, invece, compresero il dramma dell'uomo e gli concessero l'onore delle armi. Era il
17 maggio 1941. Il picchetto d'onore che salut gli italiani, vinti, ma non umiliati, era anch'esso composto
da soldati del King's African Rifles, e sul desolato paesaggio africa-no si svolse una scena di cavalleria
militare d'altri tempi. La mattina era nebbiosa. Il vicer decaduto, che indossava l'uniforme di ordinanza,
assistette sull'attenti alla cerimo-nia dell'ammainabandiera mentre le cornamuse suonava-noDrum and
bagpipes gave my heart a turn. I reparti italiani, armati, sfilarono al passo, seguiti da Amedeo che
scese dall'amba avendo alla sinistra il generale inglese Mayne e dietro un sottufficiale sudafricano con il
cappello largo al-la boera e uno scudiscio sotto l'ascella. Nel suo diario, in data 19 maggio, il duca
d'Aosta cos descrive la malinco-nica cerimonia:

Tutta la mattina i reparti si riordinano: i soldati si sono ripuliti; perfino divise fresche sono uscite non si sa
da dove. Barbieri al la-voro hanno ridato alle facce un aspetto decente. Poi cominciata la sfilata. Tre
reparti inglesi, uno bianco, uno nero, uno rosso (india-no) schierati in ordine perfetto. L'atto finale stato
eroico e l'epilo-go perfetto.

Pi brutale, ma forse pi vera, la versione del giornali-sta Quirino Maffi presente alla scena: Gli inglesi
sembra-vano usciti da una lavanderia, mentre gli italiani appari-vano come un manipolo sporco ed
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eterogeneo, i relitti di un naufragio. Il vicer venne poi trasferito in Kenia con cinque ufficiali d'ordinanza,
il medico d fiducia Gustavo Borra e due attendenti, i soldati Gallini e Campi. A riceve-re il prigioniero
nell'aeroporto di Nairobi fu il suo ex compagno di scuola Sir Francis Rennell Rodd.

Dopo l'occupazione di Addis Abeba e la capitolazione dell'Amba Alagi, l'Amhara, dove si era ritirato
con le sue truppe il generale Guglielmo Nasi, rimaneva l'ultima regione etiopica ancora in mano agli
italiani. Gondar, il capoluogo, sorge in una valle circondata da montagne tagliate tanto regolarmente da
sembrare delle muraglie. Questo sbarramento naturale non serv comunque a fermare gli in-glesi che
provenivano dal Sudan. Il generale Nasi aveva organizzato la resistenza predisponendo una serie di
capisaldi in un raggio di 50-80 chilometri attorno alla citt: Debra Tabor, Uolchefit, Ulag, Chercher e
Sella Culquaber. Malgrado l'isolamento, Nasi era deciso a resistere, sia pu-re, come racconter lui
stesso, con truppe malnutrite, ma-le equipaggiate e quasi scalze; con poche armi automatiche in gran
parte guaste, con pseudocarri armati di brevetto lo-cale, con artiglierie vetuste e logore, con pochi mezzi
di tra-sporto, senza aerei, con pane nero, grumoso, senza tabacco e senza notizie dei familiari.

Per i primi mesi il generale riusc ad amministrare con mano ferma l'isola superstite del nostro impero.
Organiz-zando il mercato indigeno e formando squadre di caccia-tori e di pescatori (nel lago Tana),
trov di che alimentare le sue truppe, garantendo una razione giornaliera indivi-duale di 300 gr di pane,
400 di carne, 200 di pesce e verdu-ra. La frutta era abbondante.

Isolati com'erano dalle grandi direttrici logistiche, gli italiani, salvo qualche sporadico attacco sempre
respinto degliscift , furono per qualche tempo trascurati dagli in-glesi. Ma in seguito costoro decisero di
liberarsi definiti-vamente di quel bubbone pericoloso. Il presidio di Debra Tabor, attaccato da terra e dal
cielo, cadde il 6 luglio, al ter-mine di aspri combattimenti. Anche quello di Uolchefit, dopo avere
sostenuto accaniti attacchi e sbaragliato reparti nemici, dovette arrendersi il 27 settembre, stremato da 93
incursioni aeree. Ai superstiti, i britannici concessero gli onori militari.

L'obiettivo pi importante per gli inglesi era rappresen-tato da Sella Culquaber, tenuto da un battaglione
di cami-cie nere, un battaglione coloniale e da elementi del genio e della sussistenza: 2800 uomini in tutto,
ai quali si era unito successivamente un gruppo di carabinieri con militi nazio-nali e zapti libici, cui era
affidato il controllo della rotabile per Gondar. Contro questo presidio la lotta fu lunga e du-rissima.
Soltanto il 21 novembre, dopo un'incursione ae-rea, cui presero parte una sessantina fra caccia e
bombar-dieri, e dopo innumerevoli e sanguinosi assalti all'arma bianca, gli italiani furono travolti e costretti
alla resa. Dopo la fine dei combattimenti, gli inglesi dovettero intervenire con le armi per impedire che i
guerrieri scift sottoponesse-ro i prigionieri alle loro barbare consuetudini.

La caduta di Culqualber apr al nemico la strada per Gondar. La mattina del 26 novembre 1941 la citt
fu investi-ta dal fuoco delle artiglierie e dagli attacchi dal cielo. Il gior-no dopo, alle 18, caduti anche gli
altri capisaldi, i carri ar-mati del generale James penetrarono in citt dove venne ammainato l'ultimo
tricolore che ancora sventolava in terra abissina. La campagna dell'Africa orientale italiana era
ve-ramente terminata. Ci era costata 15.000 soldati caduti, 5000 italiani e 10.000 indigeni, e 100.000
prigionieri che fini-rono nei camp di concentramento del Kenia e dell'India. Dopo la fine del conflitto, i
civili italiani potranno continua-re a vivere in Etiopia grazie alla magnanimit del negus.

Amedeo d'Aosta mor a Nairobi di tubercolosi miliare all'alba del 3 marzo 1942. Nel maggio dell'anno
preceden-te, quando era gi prigioniero di guerra, gli era stata con-ferita la medaglia d'oro al valore
militare. La notizia, in-tercettata dagli inglesi, fu riferita al duca dal generale Patt. Il Kaid riusc anche a
recuperare il nastrino azzur-ro dell'onorificenza (pare lo abbia avuto in prestito da un alpino prigioniero
) e volle appuntarglielo personal-mente sul petto. Per farlo dovetti salire su due gradini! riferir
l'ufficiale inglese che era d bassa statura. Alla ce-rimonia funebre, oltre a Platt e al governatore Moore,
po-terono assistere anche i generali italiani Nasi, Scala-Marti-ni, Sabatini, Daodiace e Torre, compagni
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di prigionia di Amedeo. Ancora oggi, la salma del duca riposa nella chiesa ossario di Neyeri dove sono
sepolti altri settecento ita-liani morti in prigionia.

Molti dei civili italiani rimasti in Etiopia anche dopo la caduta dell'impero non subirono persecuzioni e
poterono continuare a vivere e a dedicarsi alle loro attivit senza in-contrare difficolt alcuna. Almeno
fino al 1974, quando un colpo di Stato militare detronizz il negus e port al pote-re il colonnello
Menghistu, sedicente marxista-leninista. Il vecchio sovrano venne a lungo torturato (secondo una
leggenda, per fargli rivelare il segreto dell'Arca, secon-do un'altra, assai pi realistica, per fargli rivelare
il nu-mero del suo conto in Svizzera), poi fu fatto uccidere da Menghistu che, a quanto si disse, ordin di
seppellirlo sotto il pavimento del suo studio. Dopo di allora fame e miseria tornarono a regnare
dovunque, tanto che oggi l'E-tiopia considerata la nazione pi povera del mondo. An-che l'Eritrea fu a
lungo sconvolta da una sanguinosa guer-ra civile e ora gode di una malcerta autonomia sotto una dittatura
militare. La Somalia, invece, dopo essere stata per qualche anno amministrata dall'Italia e quindi
gover-nata dalla sopportabile dittatura di Siad Barre, precipita-ta nel caos. Fallito il tentativo militare
compiuto dall'ONU con l'operazione Restore Hope per ristabilirvi l'ordine, il paese in balia di vari
signori della guerra. La Soma-lia attualmente considerato un paese canaglia, rifugio di terroristi e di
avventurieri.

Nell'ex impero, il ricordo della dominazione italiana, da molti rimpianto, ormai affidato ai pochi veterani
ascari che ancora sopravvivono. Con loro la sorte non stata benigna. A differenza degli italiani, dopo il
ritorno del negus, essi furono vittime di persecuzioni, e molti di loro vennero puniti con l'applicazione della
legge della regina Tait, ossia l'amputazione della mano o del piede destri. Per evitarla, molti fuggirono
nel Sudan, in Kenia o nello Yemen. Ex madre non del tutto ingrata, l'Italia si ricord di loro nel 1950, li
sottopose a un censimento com-prensibilmente difficile e assegn ai combattenti superstiti una pensione
calcolata sulla base degli anni di servizio prestato e a risarcimento delle mutilazioni subite per cau-se di
guerra (e di pace). Si trattava di somme modeste (da 5000 a 23.000 lire per i militari, da 13.000 a
46.000 per gli invalidi); tuttavia, considerate le loro condizioni di vita, per i beneficiati furono una manna
dal cielo. Nel 1985, quando gli ex soldati ascari ancora in vita erano circa 10.000, il nostro ministero
degli Esteri, nell'intento di libe-rarsi da quella pendenza che comportava indescrivibili complicazioni
burocratiche, offr loro una sostanziosa li-quidazione per chiudere la partita. Ma la risposta fu un generale
rifiuto. Preferirono continuare a recarsi ogni me-se presso la pi vicina sede diplomatica italiana per
ritira-re il loro sussidio, ma soprattutto per salutare la bandie-ra. La nostra, naturalmente.

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A. Comini: scuole comunali di Cheren.

Agenzia Brun: reparto di coloniali somali.

API: piazza Venezia mentre Mussolini annuncia l'inizio della guer-ra d'Etiopia,

Associated Press: Anthony Eden e Pierre Laval; Emilio De Bono e Pietro Badoglio; militari dell'esercito
abissino.

Bonvini: truppe italiane in marcia verso il lago Ascianghi.

Foto Chiari: ufficiale abissino catturato a Mai Ceu.

Foto Cine Universali Giuseppe Galliano con gli ufficiali del presi-dio di Macal.

Gianni Fustinoni: soldati italiani in partenza per il fronte africano.

Greco: avanzata verso Addis Abeba.

Istituto Luce/Gestione Archivi Alinari: Vittorio e Bruno Mussolini; Achille Starace; riconquista di
Macall; atti di terrore a Addis Abeba; automezzi che avanzano verso Addis Abeba; autocolon-na di
soldati diretti a Berbera; un dubat e un militare italiano sul forte inglese di Jirrch.

Keystone: abolizione della schiavit,

Publifoto: persone in attesa di versare il loro contributo in oro alla patria; piazza Venezia durante il
discorso del Duce per la procla-mazione dell'impero.
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Tosti: coloni italiani durante il primo matrimonio tra connazionali in Eritrea,

L'Editore ha ricercato con ogni mezzo i titolari dei diritti fotogra-fici senza riuscire a reperirli:
ovviamente a piena disposizione per l'assolvimento di quanto occorra nei loro confronti.

Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.

Questo volume stato impresso

nel mese di novembre dell'anno 2003

presso Mondadori Printing S.p.A.

Stabilimentonsm- Cles(TN)

Stampato in Italia - Printed in Italy

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