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AHI SERVA

ITALIA
DI DOLORE OSTELLO

NON DONNA DI PROVINCIE MA
BORDELLO

Dante Alighieri, Purgatorio, VI, 76-78 (1304-1320)







Chi quell'Italiano, che abbia coraggio di apertamente lodare
una manifattura, un ritrovato, una scoperta, un libro d'Italia,
senza il timore di sentirsi tacciato di cieca parzialit,
e di gusto depravato e guasto?
Gian Rinaldo Carli, La patria degli italiani (1765).






Come cadesti o quando
da tanta altezza in cos basso loco?
Nessun pugna per te? Non ti difende nessun de tuoi?
Giacomo Leopardi, All'Italia (1818).

Indice.


Cap. 1 Presentazione.

Cap. 2 Quiz.

Cap. 3 Breve storia del nome Italia in 30 punti (1-30).

Cap. 4 Breve storia della lingua dItalia in 30 punti (31-60).

Cap. 5 - Breve storia del nome Italia nella letteratura, in 30 punti (61-90).

Cap. 6 - Espansione degli argomenti riassunti nel cap. 3 (punti 91-150).

Cap. 7 - Espansione degli argomenti riassunti nel cap. 4 (punti 151-180).

Cap. 8 Espansione degli argomenti riassunti nel cap. 5 (punti 181-200).

Cap. 9 Conclusioni.





























(C) 2004 Fabrizio Coppola, Istituto Scientia http://www.saggi.it.
Attualmente questopera pu essere stampata e diffusa liberamente (Dicembre 2004).
Non permesso copiare elettronicamente i suoi testi, ma solo diffondere lopera intera come file Acrobat PDF.
E gradito un piccolo contributo per lIstituto Scientia (per informazioni si legga lultima pagina).
Si ricordi che lopera protetta da Copyright e quindi lautorizzazione a diffonderla potr essere revocata in
qualsiasi momento (per gli aggiornamenti si consulti il sito web http://italia.onwww.net ).
Cap. 1 Presentazione


Questo libretto una semplice raccolta di notizie storiche, linguistiche e letterarie sul nome
Italia" a partire dal sesto secolo avanti Cristo. La sua lettura dovrebbe risultare facile e poco
impegnativa poich il suo autore non ha particolari competenze in storia o letteratura: la sua
formazione infatti di matrice scientifica (matematica, statistica, fisica, astrofisica).

Perch allora ho voluto compilare questa raccolta? Il punto chiave che desideravo avere una
visione panoramica sulla storia del nome Italia ma non trovavo una sintesi adeguata alle mie
esigenze, cos ho provato a riassumere io stesso i punti essenziali della questione. E per quale
motivo cercavo una panoramica sulla storia del nome Italia?

Oggi molte persone sono convinte che lItalia sia una nazione "artificiale", creata nel 1861 in
seguito ad uno strano capriccio chiamato Risorgimento, che un forzatamente regioni diverse,
con tradizioni e lingue separate (che oggi chiamiamo dialetti) ed impose ununica lingua,
litaliano, che fino ad allora era quasi sconosciuto. Questa interpretazione si allontana molto da
ci che abbiamo imparato a scuola, ma molte persone la considerano realistica e vicina al
buonsenso. Poco importa che la storia della letteratura dipinga l'Italia come un'unit culturale
formatasi parecchi secoli prima del 1861: queste persone rispondono che ci riguardava solo
una piccola elite intellettuale, rispetto a cui la stragrande maggioranza della popolazione
rimaneva estranea.

Per non fare la figura dell'ingenuo e per evitare di cadere anch'io nella trappola della retorica
patriottica, iniziai a dar credito alla cruda visione realistica che non vede nulla di sostanziale e di
concreto alla base dell'idea di "Italia". Tuttavia mi capitava spesso di sentire o di leggere
casualmente delle notizie storiche che sembravano riproporre la validit della visione classica,
quella che considerava lItalia come unentit culturale di antiche tradizioni. Queste rinnovate
conferme, che tendevano a riportarmi verso l'ingenua concezione che avevo abbandonato, mi
lasciavano perplesso. Per risolvere il dilemma, iniziai ad annotarle su uno specifico quaderno
man mano che le sentivo o le leggevo.

Dopo un paio d'anni le informazioni che avevo pazientemente raccolto erano diventate decine,
perci mi proposi di riordinarle e di verificare la loro attendibilit: ebbene, risultavano essere
tutte vere e ben documentate. Ma non basta: dopo averle riordinate e strutturate in modo
opportuno, scoprii che esse formavano un quadro complessivo coerente, da cui lItalia emergeva
effettivamente come ununit culturale dotata di tradizioni millenarie e forse anche di una vera
dignit nazionale. In realt alcune di queste notizie mi erano gi note perch in qualche forma le
avevo gi studiate al liceo; tuttavia a quel tempo le avevo acquisite in modo frammentario e
disordinato, perci esse non contribuivano a formare nella mia mente unidea chiara e
complessiva sullItalia ma rimanevano solo un ammasso di nozioni quasi scorrelate.

Cos nato questo libretto, che intende ricostruire la storia del nome Italia in modo obiettivo,
riepilogando ed esponendo tutti i fatti significativi che, nel bene o nel male, l'hanno
caratterizzata. Molti di questi fatti storici oggi sembrano dimenticati, ma non per questo sono
meno veri o meno verificabili. Come vedremo, la visione tradizionale che ci hanno insegnato a
scuola non affatto ingenua o semplicistica, ma inaspettatamente risulta pi realistica di quella
alternativa, oggi prevalente, che tende a sottovalutare l'importanza dell'idea di Italia o addirittura
a negarla. Direi perfino il contrario: la scuola non ha saputo darci un quadro generale
sufficientemente chiaro e completo, forse perch si focalizzata pi sui particolari piuttosto che
sul significato complessivo ed unitario che questi formano.

Riprenderemo questo discorso nel capitolo finale, dopo l'esposizione di ben 200 punti diversi
sulla storia del nome Italia.
Cap. 2 Quiz.


Per anticipare alcuni degli argomenti trattati nel libretto e per fornire cos una panoramica
generale, qui sotto vengono proposte 9 domande e poco pi avanti vengono riportate le relative
risposte. Il lettore pu scegliere di affrontare le 9 domande come in un quiz oppure di leggere
subito le risposte.
Chi ritiene che questa specie di quiz possa interessare qualche amico o parente, pu
fotocopiarlo e diffonderlo, citandone la fonte: http://italia.onwww.net.


1) In che anno comparve la prima moneta della storia con iscritta la parola ITALIA?

A - 1805 - Regno d'Italia di Napoleone, Milano (di breve durata).
B - 1220 - Regno d'Italia e di Sicilia di Federico II di Svevia, Palermo.
C - 887 - Regno d'Italia di Berengario I del Friuli.
D - 497 - Regno d'Italia di Teodorico, Ravenna.
E - 130 - Impero Romano di Adriano.
F - 90 a.C. - Moneta degli Italici, Italica (oggi Corfinio).


2) In che anno l'Italia fu per la prima volta suddivisa, organizzata o classificata in
"Regioni"?

A - 1947 - La Costituzione della Repubblica Italiana definisce le 20 regioni italiane.
B - 1871 - Il Regno d'Italia suddiviso in 18 regioni dopo la conquista del Veneto e del Lazio.
C - 1304 - Dante Alighieri nel "De Vulgari Eloquentia" classifica le 14 regioni d'Italia.
D - 673 - L'Italia viene divisa tra le regioni longobarde e quelle bizantine, per un totale di 16.
E - 292 - Diocleziano, Imperatore Romano, suddivide la "Diocesi italiciana" in 14 regioni.
F - 27 a.C. - Cesare Ottaviano Augusto, il primo Imperatore Romano, suddivide l'Italia
(territorio metropolitano di Roma) in 11 regioni (escluse Sicilia, Sardegna, Corsica).


3) La prima classificazione dei dialetti italiani si ritrova nel seguente testo:

A - 1958 - Oronzo Parlangeli - "Carta dei dialetti italiani".
B - 1928 K. Jaberg e J. Jud - "Atlante dei dialetti d'Italia e della Svizzera Meridionale".
C - 1906 - Leopold Wagner - "Dialetti italiani e Sardi".
D - 1882 - Ascoli Graziadio Isaia, "LItalia dialettale".
E - 1853 - Bernardino Biondelli - "Saggi sui dialetti gallo-italici".
F - 1304 - Dante Alighieri - "De Vulgari Eloquentia".


4) Un poeta defin l'Italia con queste parole: "Il bel paese ch'Appennin parte [ripartisce] e
il mar circonda e l'Alpe"; inoltre, riferendosi alle Alpi, scrisse: "Ben provvide Natura al
nostro stato, quando dell'Alpi schermo pose fra noi, e la tedesca rabbia". Chi era?

A - Alessandro Manzoni (Milano 1785 - 1873).
B - Giacomo Leopardi (Recanati, Marche 1798 Napoli 1837).
C - Vincenzo Monti (Alfonsine, Ravenna 1754 Milano 1828).
D - Ugo Foscolo (Zante, Grecia 1778 - Londra 1827).
E - Galeazzo di Tarsia (Napoli 1520 - 1553).
F - Francesco Petrarca (Arezzo 1304 Arqu, Veneto 1374).
5) La prima "Storia d'Italia" in lingua italiana fu scritta da:

A - Benedetto Croce (Pescasseroli, L'Aquila 1866 - Napoli 1952).
B - Alessandro Manzoni (Milano 1785 - 1873).
C - Pietro Giannone (Ischitella di Napoli 1676 - 1748).
D - Ludovico Antonio Muratori (Vignola, Emilia 1672 - Modena 1750).
E - Giambattista Vico (Napoli 1668 - 1744).
F - Francesco Guicciardini (Firenze 1483 - 1540).


6) Un grande filosofo italiano scrisse ad un grande scienziato italiano:
"E' gran vergogna che ci vincan le nazioni che di selvagge avemo fatte domestiche ".
Quando datata questa lettera e chi erano il mittente e il destinatario?

A - 1934 - da Giovanni Gentile a Enrico Fermi.
B - 1898 - da Benedetto Croce a Guglielmo Marconi.
C - 1833 - da Pasquale Galluppi ad Amedeo Avogadro.
D - 1799 - da Cesare Beccaria a Alessandro Volta.
E - 1695 - da Giambattista Vico a Giovanni Domenico Cassini.
F - 1592 - da Tommaso Campanella a Galileo Galilei.


7) In quale grande poema l'Italia viene volta celebrata per la prima volta?

A - "Adone" di Giambattista Marino (Napoli 1569 - 1625).
B - "Gerusalemme liberata" di Torquato Tasso (Sorrento, Napoli 1544 - Roma 1595).
C - "Orlando furioso" di Ludovico Ariosto (Reggio Emilia 1474 - Ferrara 1533).
D - "L'Italia liberata dai Goti" di Giangiorgio Trissino (Vicenza 1478 - Roma 1550) .
E - "La Divina Commedia" di Dante Alighieri (Firenze 1265 - Ravenna 1321).
F - "Eneide" (in latino) di Virgilio (Mantova 70 a.C. Napoli 19 a.C.).


8) Qual la lingua usata a livello internazionale dai musicisti, fin dal diciassettesimo
secolo?

A - Francese
B - Tedesco
C - Inglese
D - Russo
E - Italiano
F - Spagnolo


9) Quanti erano i meridionali nella Spedizione dei Mille di Giuseppe Garibaldi, partita da
Genova nel 1860?

A - Nessuno
B - Soltanto 2
C - Soltanto 11
D - Circa 30
E - Circa 200
F - Circa 400

Risposte.


Nei test effettuati finora, solo poche persone hanno saputo dare almeno 5 risposte esatte su 9.
La media generale si colloca sulle 2 o 3 risposte esatte. Questo indica che gli italiani hanno
realmente necessit di riprendere coscienza delle loro origini e della loro storia.

Ecco in sintesi le 9 risposte esatte. Spiegazioni pi dettagliate su ciascuna risposta saranno date
nei capitoli successivi (nei punti specificati tra parentesi).



1 - F - 90 a.C. - Moneta degli Italici (v. punti 5; 95 e 101).

2 - F - 27 a.C. - Cesare Ottaviano Augusto suddivide l'Italia in 11 regioni (v. punti 8 e 99).

3 - F - 1304 - Dante Alighieri - "De Vulgari Eloquentia" (v. punti 16; 40; 41; 156; 157).

4 - F - Francesco Petrarca, 1304 1374 (v. punti 65 e 184).

5 - F - Francesco Guicciardini, 1483 1540 (v. punti 18 e 70).

6 - F - 1592 - da Tommaso Campanella a Galileo Galilei (v. punto 20).

7 - F - "Eneide" di Virgilio, 70 a.C. 19 a.C. (v. punti 8; 62; 181).

8 - E - Italiano (v. punti 21; 54; 167; 168).

9 - E - Circa 200, soprattutto siciliani; i campani erano pi dei piemontesi
(v. punti 27 e 146).
Cap. 3 Breve storia del nome Italia in 30 punti
(gli argomenti qui riassunti verranno espansi nel capitolo 6).


1 - Il nome Italia inizia ad essere usato nel sesto secolo avanti Cristo e si riferisce solo alla
regione che oggi chiamiamo Calabria.

2 - Nel quinto secolo a.C. lo storico Antioco di Siracusa scrive un saggio sull'Italia, che
comprende gi tutte le regioni meridionali, e fa derivare il suo nome da un leggendario Re Italo.

3 - Nel terzo secolo avanti Cristo il nome Italia si gi esteso alle regioni del Centro e
comprende cos l'intera penisola, intesa nel senso geografico del termine.

4 - Secondo alcuni autori Romani del secondo secolo avanti Cristo, il nome Italia comprende
anche le regioni del nord. Le Alpi infatti sono le montagne pi alte d'Europa e rendono l'Italia
quasi un'isola rispetto al resto del continente.

5 - Intorno al 90 a.C. gli Italici coniano la prima moneta della storia su cui figuri il nome
ITALIA, iscritto nei caratteri romani che usiamo ancora oggi. Nell'88 a.C. gli Italici ottengono
la cittadinanza romana.

6 - Nell'81 a.C. Silla attribuisce al nome Italia un significato politico ufficiale, che comprende le
regioni peninsulari e la Liguria.

7 - Nel 45 a.C. Giulio Cesare include nel territorio d'Italia le altre regioni del nord.

8 - Nel 27 a.C. l'imperatore Cesare Ottaviano Augusto suddivide l'Italia in 11 regioni (v. punto
99). Pochi anni dopo lo storico e geografo Strabone afferma: "tutti gli Italiani sono ormai
Romani". Il resto dell'Impero Romano suddiviso in province, che non hanno la cittadinanza
romana. La Sicilia, la Sardegna e la Corsica per adesso rimangono ancora province esterne
all'Italia. In quest'epoca Virgilio scrive lEneide, in cui celebra lItalia e le origini di Roma (v.
punto 181). Sopra lattuale Principato di Monaco i Romani costruiscono il Trofeo della Turbia,
dove si legge l'iscrizione: "Huc usque Italia, abhinc Gallia" (Fin qui l'Italia, da qui la Gallia).

9 - Nel 77 d.C. Plinio il Vecchio descrive l'Italia nel libro III della sua Naturalis Historia e
afferma: "questa l'Italia sacra agli dei" (v. punto 183).

10 - Nell'anno 292 dopo Cristo viene formata la "Diocesi Italiciana", che comprende anche la
Sicilia, la Sardegna e la Corsica.

11 - Nel quinto secolo d.C. l'Impero Romano collassa sotto le invasioni barbariche e si riduce
alla sola Italia. Nel 476 d.C. Odoacre pone fine all'Impero e si dichiara Re d'Italia: inizia il
Medio Evo. Nel 493 l'ostrogoto Teodorico destituisce Odoacre e diventa Re d'Italia al suo posto.

12 - Tra il 535 e il 553 Giustiniano, Imperatore Bizantino, riconquista l'Italia e afferma: "Italia
non provincia sed Domina provinciarum" ("L'Italia non una provincia ma la Signora delle
province").

13 - Nel 568 i Longobardi invadono gran parte dell'Italia, che cos perde la sua unit territoriale
e nei decenni successivi si ritrova spezzettata tra Bizantini (con capitale Ravenna) e Longobardi
(con capitale Pavia). Rimangono possedimenti bizantini la Romagna, l'Istria, le Marche, la zona
di Roma, gran parte del Sud, la Sicilia, la Sardegna e la Corsica.
Diventano Longobarde la maggior parte del nord (tranne la Romagna e l'Istria), la Toscana, il
Ducato di Spoleto e il Ducato di Benevento (questultimo comprende l'Abruzzo, la parte interna
della Campania e la Lucania).
14 - Nell'800 Carlo Magno costituisce il Sacro Romano Impero, che comprende il Regno
d'Italia. L'Impero per inizia presto a perdere territori: tra il dodicesimo e il tredicesimo secolo il
Sacro Romano Impero comprende solo la Germania con poche aree limitrofe e con l'Italia
centro-settentrionale. Per giunta diverse citt italiane rivendicano la loro autonomia: nascono
cos i Liberi Comuni e le Repubbliche Marinare. Nel 1176 la Lega Lombarda, formata da varie
citt del nord ed appoggiata dal Papa e dalla Sicilia, sconfigge temporaneamente l'imperatore
Federico Barbarossa.

15 - Intorno al 1220 l'Imperatore Federico II di Svevia, nipote del Barbarossa, diventa Re
d'Italia e di Sicilia. Alla sua corte di Palermo nasce la "Scuola Siciliana", che costituisce la
prima scuola poetica della letteratura italiana. I poeti siciliani non scrivono in latino, che ormai
pochi capiscono, bens in "lingua volgare", quella del popolo (anche se molto ripulita). Il
risultato una lingua simile all'italiano attuale, che verr ripresa dai poeti dello Stil Novo, tra
cui Dante.

16 - Dante Alighieri si propone di definire un "volgare illustre" comune a tutte le regioni
d'Italia, e per far questo estrae il meglio dagli autori che avevano scritto in volgare fino ad
allora. Nel "De Vulgari Eloquentia" egli descrive le 14 principali parlate regionali dItalia ed
evidenzia le caratteristiche comuni su cui deve fondarsi l'unico "volgare illustre" (punti 40; 41;
156; 157). Nella "Divina Commedia" e in altri scritti Dante lascia in eredit un patrimonio
vastissimo ed esemplare del "volgare illustre". Perci il suo lavoro risulta completo sia da un
punto di vista teorico che pratico e di fatto codifica la lingua italiana. In alcuni suoi scritti egli
descrive anche la triste situazione in cui trova lItalia nella sua epoca (v. punti 63 e 183).

17 - A partire dal 1300, il "volgare illustre" di Dante, cio la lingua italiana, si diffonde sempre
pi, e intorno al 1500 inizia a sostituire il latino come lingua ufficiale dei vari Stati Italiani.

18 - Nel 1503 vi la Disfida di Barletta: 13 cavalieri italiani sfidano 13 cavalieri francesi che
avevano denigrato gli italiani. L'episodio riportato da Guicciardini nella "Storia d'Italia"
(1535-1539) ed celebrato da Massimo DAzeglio nel romanzo "Ettore Fieramosca da Capua"
(1833) . La disfida si conclude con una schiacciante vittoria degli italiani (v. punti 124 e 125).

19 Larte italiana durante l'Umanesimo e il Rinascimento (e pi in generale dal 1300 fin oltre
il 1600) produce opere di bellezza ineguagliabile. Tra i colossi della pittura, della scultura e
dellarchitettura possiamo ricordare Botticelli, Leonardo da Vinci, Michelangelo, Raffaello,
Tiziano, Palladio, Caravaggio, Bernini. Oggi l'Italia possiede il 60% del patrimonio artistico
mondiale! Tutte le altre nazioni messe assieme (tra cui figurano nomi come Grecia, Egitto,
India, Cina, Francia, Spagna...) posseggono il restante 40%. LItalia anche la nazione col
maggior numero di luoghi dichiarati dallUNESCO "Patrimonio dell'umanit", con un totale di
39, ma seguita a ruota dalla Spagna, con 37. Tornando al Rinascimento, Leonardo fu anche
matematico e ingegnere e devessere considerato il predecessore di Galileo Galilei, fondatore
della scienza moderna. Tra i filosofi inevitabile ricordare Giordano Bruno e Tommaso
Campanella, la cui importanza risulta decisiva per la nascita della filosofia moderna. Il
Rinascimento Italiano conta anche molti importanti matematici.

20 - Nei primi decenni del 1600 inizia un certo declino per l'Italia, che era stata per 15 secoli il
faro della civilt europea (v. punto 133). Altre nazioni invece progrediscono rapidamente verso
alti livelli di civilt e benessere (soprattutto Francia, Inghilterra, e Stati Germanici). Uno dei
primi sintomi della decadenza si trova in una lettera che il filosofo Tommaso Campanella (Stilo,
Calabria, 1568 - Parigi 1639) scrive nel 1592 al giovane Galileo Galilei (Pisa 1564 - Firenze
1642). Campanella commenta in questo modo il successo del modello astronomico del Polacco-
Tedesco Copernico: " gran vergogna che ci vincan le nazioni che noi avemo di selvagge fatte
domestiche". Campanella sottolinea per che Copernico aveva studiato a Ferrara.

21 - Nonostante la decadenza culturale e civile dell'Italia, nel diciassettesimo secolo la lingua
italiana si afferma come la lingua standard della musica. Ancora oggi la maggior parte dei
termini utilizzati dai musicisti di tutto il mondo sono in italiano (malgrado l'incalzare della
lingua inglese nella musica moderna). V. punti 54; 167; 168.

22 - Alla fine del '700 si manifestano i primi segni del Risorgimento Italiano. Nel 1797 a Reggio
Emilia uno degli Stati satelliti creati in Italia da Napoleone, la Repubblica Cispadana, adotta la
bandiera tricolore, che poi diventer la bandiera d'Italia. Vengono considerati primi segni del
Risorgimento Italiano anche la Repubblica Romana (1798) e la Repubblica Partenopea (1799).

23 - Nel 1802 Napoleone si proclama Presidente dItalia, e poi Re nel 1805. Ma il suo Regno
d'Italia comprende solo il Nord e dura pochi anni. Nel 1814 lo stesso Napoleone, prigioniero
all'isola d'Elba, dichiarer di voler riunificare l'Italia (v. punto 139).

24 - Nel 1814 Gioacchino Murat, Re di Napoli e cognato di Napoleone, nel "Proclama di
Rimini inneggia all'unificazione e all'indipendenza d'Italia (v. punti 140 e 141). Ma pochi mesi
dopo, la Restaurazione ad opera del Congresso di Vienna riporta tutto come prima. Il ministro
austriaco Metternich spegne le speranze dei patrioti italiani con un'affermazione che oggi viene
spesso abbreviata in questi termini: "L'Italia solo un'espressione geografica". In realt
laffermazione originale di Metternich pi completa e meno drastica (v. punto 143).

25 - Per non dare un'impressione di parte, la nostra panoramica storica salter gran parte del
Risorgimento, che in senso stretto dura dal 1847 al 1870, ma in senso lato si pu estendere dal
1797 al 1918. Dovremo comunque riportare alcuni fatti fondamentali e fare alcune precisazioni
significative su alcuni fatti oggi spesso dimenticati (punti 25-28 e 145-148).

25 Nel 1848 i milanesi si ribellano ai dominatori Austriaci e riescono a scacciarli dalla citt
(Cinque giornate di Milano). Subito dopo il Piemonte intraprende la prima guerra di
Indipendenza contro l'Austria per liberare tutto il Lombardo-Veneto, ma gli Austriaci hanno il
sopravvento e riconquistano anche Milano. Questa guerra rimane comunque un caposaldo del
Risorgimento, sia per il coinvolgimento del popolo lombardo, sia perch vi partecipano
volontari di altre regioni italiane, tra cui spiccano Toscana e Campania (v. punto 145).

26 - Nella seconda guerra di Indipendenza, combattuta nel 1859 contro l'Austria e col sostegno
della Francia di Napoleone III, il Piemonte conquista la Lombardia e annette altre regioni del
Centro-Nord. Nel 1860 la spedizione dei Mille, guidata da Garibaldi, conquista il Meridione
d'Italia. Qualcuno oggi crede che i Mille fossero quasi tutti Settentrionali; in effetti vi erano
moltissimi lombardi e veneti, ma erano rappresentate tutte le regioni d'Italia. I meridionali erano
almeno duecento (v. punto 146).

27 - Nel 1861 a Torino viene proclamato il Regno d'Italia (che non comprende ancora Roma e le
Venezie). Nel 1866, con la Terza Guerra d'Indipendenza, l'Italia conquista il Veneto (ma non
Trento e Trieste). Quindi nel 1870 conquista Roma, che diventa Capitale dItalia.

29 Nei decenni successivi gli "irredenti" di Trento e Trieste, citt rimaste sotto il dominio
austriaco, aspirano al congiungimento con l'Italia. Questo porter l'Italia ad entrare nella Prima
Guerra Mondiale (1915) e a conquistare questi territori: la data della vittoria il 4 Novembre
1918. Oltre a Trieste e al Trentino, l'Italia ottiene il Carso e l'Istria, dove vivono delle minoranze
Slave, e il cosiddetto Alto Adige, che in realt una provincia austriaca a tutti gli effetti,
chiamata Sud-Tirolo: si tratta dellattuale provincia di Bolzano (v. punto 149).

30 - In seguito alla Seconda Guerra Mondiale, nel 1945 l'Italia subisce dei tagli territoriali,
molto piccoli ad Ovest, a favore della Francia (Briga, Tenda e piccolissime altre zone), ma
notevoli ad Est, a favore della Jugoslavia (Carso, Istria, Dalmazia). V. punto 150.
Cap. 4 Breve storia della lingua dItalia in 30 punti
(gli argomenti qui riassunti verranno espansi nel capitolo 7).


31 - La lingua italiana nasce nel Medio Evo in seguito alla graduale decadenza del latino. La
nuova lingua si struttura sul linguaggio "volgare", cio quello realmente parlato dal popolo, che
per viene opportunamente ripulito e raffinato: per questo motivo Dante lo definisce volgare
illustre. De Sanctis, nella sua "Storia della letteratura italiana", sostiene che la nostra lingua
l'erede naturale del linguaggio parlato nellantica Roma dalle classi popolari, con linfluenza
delle preesistenti lingue italiche (che presentavano gi diverse affinit tra di loro).

32 - I primi scritti che contengono delle evidenti contaminazioni in "volgare" compaiono intorno
allanno 800 e sono "l'indovinello veronese" e tre documenti pisani.

33 - Il primo scritto vero e proprio in volgare contenuta nella "Carta Capuana", o "Placito di
Capua" (Marzo 960), in cui viene riportata la dichiarazione di un testimone durante un processo
(v. punto 151).

34 - La letteratura italiana annovera alcuni autori precedenti a Dante, tra cui San Francesco
d'Assisi, che nel 1224 scrisse il famoso "Cantico delle Creature" (v. punto 152)

35 - Nel tredicesimo secolo parecchi autori delle varie regioni italiane (del Nord, del Centro e
del Sud) scrivono nei rispettivi "volgari": i pi importanti sono i siciliani, a partire da Cielo o
Ciullo d'Alcamo, seguiti dai toscani.

36 A Palermo fiorisce la "Scuola Siciliana", la prima scuola poetica della letteratura italiana. Il
suo maggiore esponente Giacomo (o Iacopo) da Lentini (1200 - 1250), inventore del sonetto.
Altri poeti importanti sono Rinaldo D'Aquino, Pier della Vigna, Guido e Odo delle Colonne,
Giacomino Pugliese, Protonotaro di Messina, Folco di Calabria, Arrigo Testa di Arezzo (non
tutti erano siciliani: alcuni provenivano da altre regioni dItalia). Il linguaggio molto ripulito e
risulta gi simile all'attuale lingua italiana (v. punto 153).

37 - Tra gli autori del duecento vi sono anche poeti del nord, come Bonvesin della Riva,
Giacomino da Verona ed altri; e del Centro Italia, come Jacopone da Todi, Cecco Angiolieri,
Guittone d'Arezzo ed altri toscani. V. punti 154 e 155.

38 - Tra il 1250 e il 1300 fiorisce il "Dolce Stil Novo", soprattutto in Toscana e a Bologna. I
principali stilnovisti furono Guido Cavalcanti, Guido Guinizzelli e Dante Alighieri. Essi
riconobbero il valore della Scuola Siciliana e continuarono lo sviluppo di una lingua "volgare"
di portata nazionale, che sostituisse il latino, troppo difficile e accademico.

39 - I poeti della Scuola Siciliana scrivevano gi in un "volgare" molto "italianeggiante", perci
ci possiamo chiedere come scriveva un siciliano che all'epoca non aveva ancora una visione
nazionale ma solo regionale. Ebbene, si legga l'esempio della "Maniscalchia di li caualli" nel
punto 160, che risulta abbastanza comprensibile, quasi come il siciliano scritto oggi dallo
scrittore Andrea Camilleri (anche se la sua lettura non risulta agevole per tutti).

40 - Dante Alighieri (Firenze 1265 - Ravenna 1321) rappresenta una pietra miliare per la
letteratura e per la lingua italiana, che egli tent di "standardizzare", riuscendo perfettamente
nell'intento. La sua opera infatti completa sia dal punto di vista teorico ("De Vulgari
Eloquentia") che pratico ("Divina Commedia" e altri scritti in "volgare").
Il "De Vulgari Eloquentia", scritto in latino nell'anno 1304, illustra le potenzialit del nuovo
"volgare illustre" comune a tutte le regioni italiane. Le opere in volgare, scritte da Dante fin dal
1283, donano agli italiani un vasto patrimonio che rimarr di esempio per tutti i secoli
successivi. Nei primi anni egli un poeta dello "Stil Novo". La sua prima opera completa la
"Vita nuova", del 1292. Ma il poema che lo render immortale la "Divina Commedia", scritta
tra il 1304 e il 1320, in cui descrive il suo viaggio nell'Inferno e nel Purgatorio (attraverso i
quali viene guidato da Virgilio) e nel Paradiso. In questo capitolo, che riguarda gli aspetti
linguistici dell'Italia, parleremo soprattutto del "De Vulgari Eloquentia" (DVE).

41 - Il "De Vulgari Eloquentia" (DVE, anno 1304) un breve trattato scritto in latino, come
pretende la prassi accademica dell'epoca (l'utilizzo del latino in Italia e in Europa si estinguer
totalmente solo dopo il 1700). Nel DVE Dante spiega l'utilit dello scrivere in lingua "volgare",
quella parlata e capita dal popolo, purch si tratti di un volgare "illustre" e "non municipale",
cio una lingua ripulita e di vasta portata, cio non locale come i dialetti, ma comune a tutta
lItalia. Dante indica chiaramente i confini del nuovo "volgare illustre", che sono esattamente i
confini dell'Italia geografica (che egli in quest'opera chiama "Ytalia" o anche "Latium", cio
Lazio). Quindi egli descrive le 14 parlate principali d'Italia, di cui 7 ad Est degli Appennini e 7
ad Ovest, evidenziandone le caratteristiche comuni ed esponendone apertamente i difetti: infatti
li analizza uno per uno e ne critica gli aspetti pi rozzi, deprecando anche l'uso dei vocaboli
esclusivamente "locali", cio non usati nelle altre regioni. Sottolinea comunque che ciascun
"volgare" contiene in s quello "illustre", anche se in forma virtuale, parziale, acerba, non
pienamente sviluppata.

42 - La lingua regionale pi distante dalla lingua nazionale secondo Dante quella Sarda.
Questo viene riconosciuto anche oggi da tutti i glottologi, secondo i quali, se si escludono i
dialetti del nord della Sardegna (che sono chiaramente italici), il Sardo potrebbe costituire una
lingua a s. Dante tuttavia aggiunge che i Sardi, se devono essere ricondotti ad un altro popolo,
possono essere associati solo agli italiani, cos come "le scimmie imitano l'uomo". Questa
affermazione stata considerata offensiva da alcuni commentatori Sardi di varie epoche: ma in
realt Dante, per un motivo o per l'altro, altrettanto crudo nei confronti anche di altre regioni
(compresa la sua Toscana). L'apparente acidit di Dante nasconde in realt un profondo
attaccamento all'Italia, senza il quale non avrebbe certamente scritto il DVE. Per un
approfondimento si veda il punto 157.

43 - Dopo Dante, la letteratura italiana fu illuminata da altri due grandi Toscani, che adottarono
il "volgare illustre" indicato da Dante: Francesco Petrarca (Arezzo 1304 Arqu, Veneto,
1374), che viaggi molto in Italia e nel Sud della Francia, v. punto 184; e Giovanni Boccaccio
(Firenze o Certaldo 1313 - Firenze 1375), che visse lungamente a Napoli (nel sonetto "Napoli e
Firenze" rivela che avrebbe voluto rimanerci, ma il padre lo richiam a Firenze). Grazie a questi
grandi autori, nei secoli seguenti si identific la nuova lingua italiana con il "toscano", anche se
lo stesso Dante aveva negato (nel DVE) che la lingua illustre fosse o dovesse essere "toscana",
poich egli la ritrovava in forma gi quasi compiuta in poeti e scrittori di altre regioni (v. punto
157). Occorre sottolineare che furono toscani anche importanti autori del '400 (come Luigi
Pulci, Angelo Poliziano e Lorenzo il Magnifico).

44 - Per dare un'idea di una lingua regionale del 1300 non ancora "toscanizzata" possiamo citare
ci che i romani gridavano ai cardinali che nel 1378 dovevano eleggere il nuovo Papa (fu il
conclave pi breve della storia): "Romano lo volemo, o almanco Italiano". Fu eletto Bartolomeo
da Prignano, arcivescovo di Bari, che prese il nome di Urbano VI.
Una curiosit: l'ultimo papa non italiano (prima di Giovanni Paolo II, cio papa Wojtyla, eletto
nel 1978) fu Adriano VI, olandese, eletto nel 1522.

45 - Nel 1400 altri scrittori italiani scrivevano in un volgare sicuramente "illustre" ma non
esattamente "standardizzato" sulle linee indicate da Dante, Petrarca e Boccaccio (cio, come si
direbbe oggi, in un volgare non ancora toscanizzato"). Un importante esempio, riportato nel
punto 161, quello di Masuccio Salernitano, pseudonimo di Tomaso dei Guardati (Salerno
1410 - 1475), che ispirandosi ad una leggenda di Siena scrisse un racconto con protagonista
Mariotto e Ganozza (novella 33 dal "Novellino"). Questa a sua volta ispir il veronese Luigi Da
Porto (1524) a scrivere "Giulietta e Romeo", poi ripreso da William Shakespeare (1591).

46 - Storicamente il primo autore non toscano che adott esattamente la lingua codificata da
Dante, Petrarca e Boccaccio, fu Jacopo Sannazzaro, scrittore napoletano di origine lombarda
(Napoli 1456-1530), autore dell'Arcadia. Invece un altro grande letterato napoletano dell'epoca,
Giovanni Pontano, volle scrivere solo in latino, precludendosi cos una maggiore fama.
Tornando a Sannazzaro, egli elimin i "puri napoletanismi" dai suoi scritti e adatt le parole allo
standard "toscano". Per questo motivo viene considerato un autore di importanza fondamentale,
mentre altri (come Masuccio Salernitano) vengono giudicati ancora troppo "impuri" e regionali
(v. punti 161 e 162). Pressocch contemporaneo a Sannazzaro fu l'emiliano Matteo Maria
Boiardo (Scandiano 1441 - Reggio Emilia 1494), autore dell'Orlando Innamorato.

47 - Giangiorgio (o Giovan Giorgio) Trissino (Vicenza 1478 - Roma 1550), famoso per il suo
poema epico "L'Italia liberata dai Goti" (1547) e per aver scoperto il genio dellarchitetto
Andrea Palladio, evidenzi l'enorme importanza del "De Vulgari Eloquentia" di Dante, che
paradossalmente era rimasto in secondo piano a causa dell'enorme successo della Divina
Commedia. Ricord cos che la lingua italiana non doveva essere "toscana" ma comune a tutte
le regioni (come Dante stesso aveva esplicitamente dichiarato). V. punti 157 e 164.

48 - Intorno al 1530 l'Imperatore Carlo V dichiara di parlare "Italiano alle donne, Francese agli
uomini, Spagnolo a Dio, Tedesco al suo cavallo". Una nota curiosa: sar una coincidenza strana,
ma oggi il tedesco la lingua universalmente usata per ammaestrare i cani (avr qualche potere
particolare sugli animali?), cos come l'italiano rimane la lingua universale in campo musicale
(nonostante l'incuria degli italiani stessi e l'enorme progresso della lingua inglese nella musica
moderna e nella strumentazione elettronica). V. punti 54; 167; 168.

49 - Il frate e filosofo Giordano Bruno (Nola, Campania 1548 - Roma 1600) scrisse varie opere
in latino e in italiano. Tra le opere in italiano ricordiamo la commedia Candelaio, pubblicata
nel 1582 a Parigi; ed i Sei dialoghi filosofici, pubblicati nel 1584 a Londra (tra cui tre
importantissimi: De l'infinito, universo et mondi; Spaccio de la bestia trionfante; De
gl'heroici furori). Abbiamo citato solo questi testi di Bruno perch ben dimostrano che la
lingua italiana era ben conosciuta gi secoli prima dellUnit dItalia, anche a livello
internazionale. Infatti questi testi furono scritti in italiano nel 500 (quando il latino era ancora
largamente usato in campo filosofico), per giunta da un autore del Sud (dove la resistenza del
latino era pi forte) e furono pubblicati allestero (Parigi e Londra). Eppure oggi alcune persone
sostengono che prima dellunit dItalia (avvenuta nel 1861) la lingua italiana era sconosciuta
perfino in Italia e che essa ha iniziato a diffondersi veramente solo dal 1954 in poi, grazie alla
televisione. In realt queste affermazioni superficiali e affrettate confondono due questione
diverse. E vero che la diffusione capillare della lingua illustre tra le classi popolari mancata
per secoli ed ha costituito un ben noto problema sociale. Ma non lecito utilizzare a sproposito
questa argomentazione per negare lesistenza di una realt culturale (sia pure elitaria) che vanta
una tradizione secolare. Questo tema sar ripreso nel capitolo 9.

50 - Nel 1583 a Firenze viene fondata l'Accademia della Crusca, per la codificazione della
corretta lingua italiana sulla tradizione indicata da Dante, Petrarca e Boccaccio. Una delle prime
attivit dell'Accademia fu la stesura del "Vocabolario", che fu stampato nel 1612 a Venezia.
Nonostante alcune polemiche (soprattutto per il suo eccessivo "fiorentinismo"), il Vocabolario
riscosse un grande successo, non solo in Italia, ma anche all'estero, e fu fu preso come modello
per la redazione dei vocabolari di altre lingue nazionali. Per fortuna il rigore della Crusca non
imped il diffondersi di vocaboli regionali, contribuendo cos alla ricchezza della lingua italiana.
Ricordiamo per esempio che le due parole oggi pi conosciute nel mondo sono "Pizza", di
origine napoletana, e "Ciao", di origine veneziana (v. punto 164).

51 - Se da una parte la Crusca fu eccessiva nel suo rigore e nel suo tendenziale "fiorentinismo",
alcuni autori esagerarono in senso opposto e si preclusero una grande fama poich preferivano
scrivere nel loro linguaggio regionale. Il caso pi notevole fu quello di Giambattista Basile
(Napoli 1575 - 1632), dotato di grande talento, che scrisse poche opere in italiano standard e
moltissime in volgare napoletano. Invece il suo conterraneo Giambattista Marino (Napoli 1569-
1625), scrivendo in "italiano standard", riscosse un successo enorme in tutta Italia e divent il
maggior poeta del '600 (v. punto 163). Il suo stile pomposo (marinismo) per non piacque a
tutti: ad esempio Francesco Fulvio Frugoni (Genova 1620 - 1689) nel "Cane di Diogene" scrisse
una breve satira intitolata "Contro la lingua del '600", in cui criticava le trasformazioni e le
forzature subite dallo stile della letteratura italiana del suo tempo a causa del dilagante
marinismo.

52 - Nel punto 19 avevamo ricordato le altezze raggiunte dagli artisti italiani nel Rinascimento.
Un altro fenomeno tipicamente italiano nato in quest'epoca e poi durato un paio di secoli la
"Commedia dell'Arte", una forma di teatro popolare basata sullimprovvisazione e su
famosissime maschere (come il bergamasco Arlecchino, il napoletano Pulcinella e molte altre).
Le compagnie che lo rappresentavano viaggiavano in tutta Italia e anche all'estero, ed
influenzarono la tradizione teatrale di varie nazioni europee (soprattutto quella francese).

53 Poco dopo il 1700 l'uso del latino scompare definitivamente (anche nel Sud dItalia, dove
aveva resistito pi a lungo: si pensi a Pontano, punto 46). Una delle ultime opere in latino risale
al 1710 ed il "De antiquissima italorum sapientia" del filosofo Giambattista Vico (Napoli 1668
- 1744). Negli anni successivi Vico scriver esclusivamente in italiano. Anche gli scritti
"ufficiali" sono ormai in lingua italiana. Ad esempio Pietro Giannone (Ischitella di Napoli,
1676-1748) nel 1723 scrive "Istoria civile del Regno di Napoli".

54 - Gi prima del 1700, la lingua italiana si afferma a livello internazionale come la "lingua
della musica". I termini musicali infatti sono quasi tutti in italiano (solo una minoranza sono in
francese, in tedesco o in latino). Si pensi a parole di fama internazionale come "concerto",
"finale", "opera", "orchestra", "pianoforte" (in inglese "piano"), o di scrittura musicale come
"adagio", "andante", "allegro", "crescendo", "da capo", "forte", "piano", eccetera. Ancora oggi
la maggior parte dei termini musicali rimangono in italiano. L'importanza della lingua italiana
per la musica non si limita alla notazione degli spartiti o ai nomi degli strumenti: spesso fu
impiegata anche per i testi cantati: ad esempio Mozart, come altri autori stranieri, preferiva
scrivere opere liriche il cui "libretto" fosse in italiano (v. punti 167 e 168).

55 - Tra il 1600 e il 1900 gli italiani primeggiarono non tanto nella musica classica strumentale
(Cimarosa, Scarlatti, Vivaldi, Paganini...), dove complessivamente furono superati dai tedeschi,
bens nella musica lirica (Rossini, Donizetti, Verdi, Bellini, Puccini...).

56 - Carlo Goldoni (Venezia 1707 - Parigi 1793) scrisse celebri commedie, sia in versione
dialettale (veneta), sia in versione "nazionale" (in italiano), dove si incontrano personaggi di
varie parti d'Italia. Per esempio i due protagonisti della commedia "La bottega del Caff",
ambientata a Venezia, sono uno torinese e l'altro napoletano (e a un certo punto iniziano a
discutere sulla bellezza delle rispettive citt). La celebre "Locandiera" ambientata a Firenze e
anche qui si incontrano personaggi di diverse regioni, cos come in altre commedie. Nei coloriti
dialoghi di Goldoni i protagonisti si danno del tu, del voi o del lei a seconda della condizione
sociale. Goldoni super gli schemi tradizionale della "Commedia dell'arte" (v. punto 52) e
divent famoso anche allestero. Fu invitato a Parigi dal Ttre-Italien e vi rimase gli ultimi anni
della sua vita.

57 - Sarebbe impossibile qui citare tutti gli autori stranieri che fecero citazioni in lingua italiana
ben prima dell'Unit d'Italia (senza ovviamente considerare i musicisti, v. punto 168). Per
esempio io mi interesso di filosofia idealistica e ho constatato che il filosofo Americano Ralph
Waldo Emerson riportava spesso parole o frasi in italiano (per esempio nel libro "Nature",
scritto nel 1836). Inoltre nei testi degli idealisti tedeschi, come Schelling ed Hegel (scritti tra il
1790 e il 1820 circa) si trovano varie citazioni sull'Italia e sugli italiani. Schelling riconobbe che
la sua filosofia doveva moltissimo a Giordano Bruno (v. punto 49). Hegel riteneva che il popolo
tedesco avesse ereditato la missione di civilizzare il mondo, ma riconobbe dei pregi anche ad
altri popoli: ai francesi la cultura, agli inglesi il "sentimento aristocratico della loro
individualit", e agli italiani "il primato nel campo dell'arte". In generale furono molti gli autori
stranieri che parlarono dell'Italia e degli italiani (v. punti 75; 81; 187; 188; 190).

58 - Basilio Puoti (Napoli 1782 - 1847) fu amico di Giacomo Leopardi ed uno dei pi grandi
puristi della lingua italiana. Puoti raccomandava ai suoi discepoli (tra cui Francesco De Sanctis
e Luigi Settembrini): "Se io vi dico di scrivere la vera lingua dItalia, io voglio avvezzarvi a
sentire italianamente e avere in cuore la patria nostra... Io vorrei che gli Italiani parlassero
come il Machiavelli ed operassero come il Ferruccio". Il riferimento al Ferruccio (Francesco
Ferrucci, v. punto 135) verr ripreso da Mameli nell'inno "Fratelli d'Italia" (punto 195).

59 Poniamoci una domanda forse troppo teorica, ma sicuramente interessante: se Dante e la
Toscana non fossero esistiti, la lingua italiana sarebbe nata ugualmente? Presumibilmente s: se
si leggono i numerosi esempi riportati nel capitolo 7 si pu dedurre che i vari volgari delle
regioni d'Italia sarebbero comunque confluiti in un'unica lingua (anche se con un processo pi
lento e difficile). Alcune persone per non condividono questa risposta e obiettano che questo
ragionamento solo teorico e non ha una reale validit: in parole prove, "manca la
controprova". Ma nei punti 171 e 172 vedremo che inaspettatamente una "controprova" di
questo tipo esiste davvero.

60 Nella classifica delle lingue in base al numero di parlanti, litaliano attualmente si colloca
solo al diciannovesimo posto nel mondo (anno 2004). L'inglese solo terzo, dopo cinese e
spagnolo. Ma se si considera il numero persone che studiano le diverse lingue, linglese
ovviamente sale al primo posto. Ebbene, sorprendentemente l'italiano risulta la quarta lingua pi
studiata al mondo! Maggiori dettagli sono riportati nel punto 180.
Cap. 5 - Breve storia del nome Italia nella letteratura, in 30 punti.
(gli argomenti qui riassunti verranno espansi nel capitolo 8).

Avvertenza. Questa una sintesi estrema che riguarda la presenza del nome Italia e
dellitalianit nella letteratura. Non pu certamente essere considerata (neanche lontanamente)
un riassunto della letteratura italiana. Gli argomenti naturalmente sono intrecciati con quelli
dei capitoli 4 e 7.


61 - L'Italia viene citata spesso dagli antichi autori Greci e Latini (v. punti 92 e 95). Per giunta
nel primo secolo avanti Cristo diventa "territorio metropolitano" di Roma e per questo viene
nominata continuamente da tutti gli autori, compresi ad esempio Cicerone (filosofo e oratore),
Giulio Cesare (che fu anche scrittore), Virgilio (v. punto 181), Strabone (v. punto 100), Plinio il
Vecchio (v. punto 182), Plinio il Giovane, Lucano (v. punto 157), eccetera.

62 - L'Eneide, grande poema epico scritto da Virgilio (Mantova 70 a.C. Napoli 19 a.C.), cita
l'Italia innumerevoli volte, fin dai primissimi versi del Primo Canto. La prima traduzione in
italiano (oggi ancora piuttosto diffusa) fu di Annibale Caro, detto anche Annibal Caro
(Civitanova Marche 1507 - Roma 1556). V. punto 181.

63 - Dante Alighieri (Firenze 1265 - Ravenna 1321) conduce uno storico studio delle parlate
d'Italia nel "De Vulgari Eloquentia", scritto nel 1304 (punti 156 e 157). Nella Divina Commedia
Dante cita l'Italia fin dal primo Canto (Inferno, I, 106) e nel Canto VI del Purgatorio analizza la
triste situazione dell'Italia dell'epoca:
"Ahi serva Italia, di dolore ostello... Non donna di province, ma bordello" (Purg. VI, 76-78).
Dante aveva trattato questo argomento anche nel Convivio (v. punti 109 e 183).

64 - Giovanni Boccaccio (Firenze 1313 - Certaldo, Firenze, 1375) nel cap. XXI del suo
"Trattatello in laude di Dante" (1362) sottolinea gli enormi vantaggi creati da Dante nel suo atto
rivoluzionario di scrivere in "volgare" e non soltanto in latino, "per fare utilit pi comune a'
suoi cittadini e agli altri Italiani: conoscendo che, se metricamente in Latino, come gli altri
poeti passati, avesse scritto, solamente a' letterati avrebbe fatto utile". Per la verit gi altri
autori italiani avevano scritto in volgare prima di Dante. Ma evidentemente Boccaccio si
riferisce al fatto rivoluzionario di preferire il volgare perfino per scrivere unopera ambiziosa e
di grande portata come la Divina Commedia, facendola precedere peraltro da una trattazione
teorica sulla validit e sulladeguatezza della lingua (De vulgari eloquentia).

65 - Petrarca nomina l'Italia in almeno due poesie molto famose. In una delle due definisce
lItalia Il bel paese chAppennin parte e l mar circonda e lAlpe (v. punto 184).

66 - Fazio degli Uberti (Pisa 1305 - Verona 1370 circa) scrive la poesia "Ai signori e popoli
d'Italia" (Rime XVII, anno 1350 circa).

67 - Matteo Maria Boiardo (Scandiano, Reggio Emilia, 1441 - Reggio Emilia 1494), lascia
incompleto il suo poema "Orlando Innamorato" a causa dell'invasione dei francesi. Gli ultimi
versi del Poema sono questi: "Mentre che io canto, o Iddio redentore, vedo la Italia tutta a
fiamma e a foco".

68 - Niccol Machiavelli (Firenze 1469 - 1527) dedica all'Italia gran parte del suo celebre
trattato politico, "Il Principe" (1505), soprattutto gli ultimi tre capitoli. In particolare l'ultimo
capitolo, il 26, si intitola: "Esortazione a pigliare la Italia e liberarla dalle mani de' barbari".
Ma gi nel secondo capitolo si legge: "Specchiatevi nei duelli e nei congressi dei pochi quanto
gl'Italiani sieno superiori con le forze, con la destrezza, con l'ingegno".

69 - Giangiorgio (o Giovan Giorgio) Trissino (Vicenza 1478 - Roma 1550) nel 1547 scrive il
poema eroico "L'Italia liberata dai Goti". Trissino molto importante anche per la "questione
della lingua (v. punti 47 e 164).

70 - Francesco Guicciardini, storico, filosofo e uomo politico (Firenze 1483 - 1540), tra il 1535
e il 1539 scrive la prima "Storia d'Italia" in lingua italiana.

71 - Galeazzo di Tarsia (Napoli 1520 - 1553) intorno al 1540 scrive il sonetto: "Gi corsi
lAlpi", chiamato anche "All'Italia" (v. punto 185).

72 - Carlo Innocenzo Frugoni (Genova 1692 - Parma 1768) scrive il sonetto: "Annibale dalle
Alpi ammir l'Italia".

73 - Padre Ludovico Antonio Muratori (Vignola, Emilia, 1672 - Modena 1750) scrive parecchie
opere storiche e letterarie sull'Italia, tra cui: "Repubblica letteraria d'Italia"; "Della perfetta
poesia italiana" (1730); "Annali d'Italia" (1749). Inoltre resta celebre una sua lettera datata
"Napoli, 1703", che viene inviata a centinaia di intellettuali italiani.

74 - Il filosofo Giambattista Vico (Napoli 1668-1774) scrive varie opere, sia in italiano che in
latino, tra cui "De antiquissima italorum sapientia" ("Sull'antichissima sapienza degli italiani",
1710), dove peraltro espone alcuni caposaldi della sua filosofia.

75 - Charles-Louis de Secondat, Barone di Montesquieu, filosofo e scrittore (Bordeaux, 1689 -
Parigi 1755) nel 1728 scrive "Viaggio in Italia". Nel 1788 anche il grande poeta tedesco Johann
Wolfgang von Goethe (Francoforte 1749 - Weimar 1832) scrive il suo "Viaggio in Italia", 1788
(v. punto 187).

76 - Gian Rinaldo Carli (Capodistria 1720 Milano 1720) nel 1765 scrive l'articolo "La patria
degli italiani" sulla rivista degli illuministi milanesi, Il caff. Carli lamenta il fatto che gli
italiani considerano si considerano forestieri tra di loro e tendono a sottovalutare se stessi e
l'Italia. Il suo scritto risulta soprendentemente attuale: "Chi quell'Italiano, che abbia coraggio
di apertamente lodare una manifattura, un ritrovato, una scoperta, un libro d'Italia, senza il
timore di sentirsi tacciato di cieca parzialit, e di gusto depravato e guasto?. L'articolo in
questione riportato quasi interamente nel punto 186.

77 - Vittorio Alfieri (Asti 1749 - Firenze 1803), celebre poeta, fu anche patriota e tra laltro
afferm: "Mi bisognava uscir lungamente d'Italia per conoscere e apprezzare gli italiani".

78 - Filippo Buonarroti (Pisa 1761 - Parigi 1837), discendente di Michelangelo, partecip
attivamente alla Rivoluzione Francese e intorno al 1790 scrisse "L'amico della libert italiana".
Inoltre nel 1796 auspic "che le frivole distinzioni di esser nati a Napoli, a Milano, a Genova o
a Torino sparissero per sempre tra i patrioti. Noi siamo tutti di un medesimo paese e di una
medesima patria. Gli italiani sono tutti fratelli".

79 - Vincenzo Monti (Alfonsine, RA, Romagna, 1754 Milano 1828) nel 1801 scrive la celebre
poesia "Per la liberazione d'Italia" (1801): "Bella Italia, amate sponde... (v. punto 191).

80 - Ugo Foscolo (Zante, isola allora veneziana, Grecia, 1778 - Londra 1827), nei "Sepolcri"
(1807) scrive "Le urne dei forti", ove descrive le tombe di alcuni personaggi immortali nella
chiesa di Santa Croce a Firenze: Niccol Machiavelli, Michelangelo Buonarroti, Galileo Galilei,
Vittorio Alfieri. Oggi in Santa Croce vi sono anche le tombe dello stesso Foscolo, di Gioacchino
Rossini e di altri. Vi anche un monumento a Dante, la cui vera tomba per a Ravenna.

81 - Stendhal, pseudonimo di Henry Beyle, scrittore francese (Grenoble 1783 - Parigi 1842) nel
1800 giunge a Milano (a soli 17 anni) e si innamora dell'Italia. Scrisse, tra l'altro: "Roma,
Napoli e Firenze" (1817); "Piccola guida per il viaggio in Italia" (1828); "Passeggiate Romane"
(1829); "La Certosa di Parma" (1839). V. punto 190.
Altri letterati stranieri innamorati dell'Italia intorno al 1800 furono:
- La scrittrice francese Madame de Stael (Germaine Necker, Parigi 1766-1817) che nel 1807
scrisse "Corinne ou l'Italie", in cui descrisse l'Italia con ammirazione.
- Il poeta inglese Lord Byron (George Gordon Noel Byron, Londra 1788 - Patrasso, Grecia,
1824) che dal 1817 al 1824 abit in diverse citt d'Italia (Venezia, Ravenna, Pisa, Livorno,
Genova).
- Un altro poeta inglese, Percy Bysshe Shelley (Field Place, Sussex, 1792 - La Spezia o
Viareggio 1822).
In realt molti altri sono stati i poeti e scrittori stranieri che tra il 1500 e il 1900 celebrarono
l'Italia. Occorre per riconoscere che alcuni autori, come Sharp, Grosley e lo stesso Goethe,
sottolinearono i difetti e lo scarso senso civico degli italiani (v punti 187; 188; 189).

82 - Il grande poeta Giacomo Leopardi (Recanati, Marche, 1798 Napoli 1837) scrisse varie
opere sull'Italia e sugli italiani:
- Orazione agli Italiani (1815).
- Prime confessioni (dall'Epistolario, 1817).
- Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica (1818).
- Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl'Italiani (1824).
- La poesia "All'Italia" (1818): Come cadesti o quando da tanta altezza in cos basso loco?.
- La poesia "Sopra il Monumento di Dante" (1818): "Qualunque petto amor d'Italia accende..."
(v. punti 189, 192 e 193).

83 - Nel 1821 Alessandro Manzoni (Milano 1785 - 1873) scrive lode intitolata "Marzo 1821":
"Non fia loco ove sorgan barriere / Tra lItalia e lItalia, mai pi!" (v. punto 194).

84 - Massimo D'Azeglio (Torino, 1798-1866), scrittore e uomo politico, nel 1833 scrive "Ettore
Fieramosca da Capua", ispirato alla Disfida di Barletta (v. punti 124; 125; 126).

85 - Il filosofo e uomo politico Vincenzo Gioberti (Torino 1801 - Parigi 1852) nel 1843 scrive
"Il primato morale e civile degli Italiani".

86 - Niccol Tommaseo (Sebenico, Dalmazia, 1802 - Firenze 1874) scrive, tra l'altro:
Dizionario dei sinonimi (1827); Dell'Italia (1835); Dizionario della lingua italiana (1858).

87 - Nel 1847, alla vigilia della Prima Guerra d'Indipendenza, Goffredo Mameli (Genova 1827 -
Roma 1849) scrive il celebre "Canto degli Italiani", o "Inno di Mameli", o "Fratelli d'Italia",
musicato da un altro genovese, Michele Novaro, ed oggi Inno nazionale d'Italia (v. punto 195).
Luigi Mercantini (Ripatransone, Ascoli Piceno, 1821 - Palermo 1872) scrive la "Canzone
italiana" (poi diventata Inno di Garibaldi) e "La spigolatrice di Sapri".

88 - Ippolito Nievo (Padova 1831 - Palermo 1861) nel 1858 scrive il famoso romanzo
"Confessioni di un Italiano" (v. punto 197).

89 - Francesco De Sanctis, uomo politico e filosofo (Morra, Avellino 1817 - Napoli 1883) nel
1871 scrive la celebre "Storia della letteratura italiana", celebrando anche l'unit politica d'Italia.
De Sanctis afferma che la lingua italiana deriva dalla lingua parlata dalle classi popolari
dell'antica Roma, ma su di essa sviluppata una letteratura "illustre" e prestigiosa.

90 - Edmondo De Amicis (Oneglia, Imperia, 1846 Bordighera, Imperia, 1908) nel 1886 scrive
il libro "Cuore" per i bambini delle scuole elementari, esaltando l'Italia e il Risorgimento (v.
punti 198 e 199).
Cap. 6 - Espansione degli argomenti riassunti nel cap. 3 (storia del nome Italia).


91 - Il nome "Italia" inizia ad essere usato nel sesto secolo avanti Cristo e ben presto supera in
importanza altri nomi equivalenti: Esperia, Ausonia, Enotria. Un notevole esempio dell'utilizzo
di questo nome costituito dalla "Scuola Italica", fondata da Pitagora a Crotone, nell'attuale
Calabria. Inizialmente il nome Italia indica solo questa regione, poi inizia a estendersi alle altre
regioni meridionali.

92 - Nel quinto secolo a.C. lo storico Antioco di Siracusa, che scrive due saggi in greco, uno
sulla Sicilia e uno sull'Italia, fa derivare questo nome da un leggendario Re Italo. Gli storici
attuali per non condividono questa interpretazione e ritengono che il nome Italia derivi dalla
parola Viteliu, che nelle lingue pre-romane dellItalia centro-meridionale significava Vitello.
LItalia quindi sarebbe la Terra dei Vitelli. E notevole anche la somiglianza con la parola del
greco arcaico che significava vitello o toro: Italos.

93 - Nel terzo secolo avanti Cristo il nome Italia si gi esteso alle regioni del Centro e
comprende cos l'intera la penisola, intesa nel senso geografico del termine, dalla Calabria e
dalle Puglie alla Toscana e alle Marche.

94 - Nel secondo secolo avanti Cristo alcuni autori Romani, come Polibio e Catone il Censore,
comprendono nel nome d'Italia anche le regioni del nord, fino all'arco alpino.

95 - Intorno all'anno 100 a.C. le popolazioni Italiche, alleate dei Romani, chiedono la
cittadinanza romana ma non la ottengono. Quindi intorno al 90 a.C. la Lega degli Italici si
contrappone a Roma, colloca la loro capitale nella citt di Italica (oggi Corfinio, negli Abruzzi)
e conia una moneta dargento su cui figura il nome ITALIA (scritto proprio cos, con i caratteri
romani che usiamo ancora oggi). Nota: nei secoli seguenti il nome Italia (o pi raramente
Ytalia) verr riportato (oltre che in innumerevoli opere scritte) su vari monumenti (per esempio:
Turbia, v. punto 100; Ponte Salario, v. 109). Solo nel 1277 comparir per la prima volta in una
pittura (cio nell'affresco "Ytalia" ad opera di Cimabue, ad Assisi, Basilica di San Francesco).

96 - Nell'anno 88 a.C. la cittadinanza romana viene finalmente concessa alle popolazioni
Italiche. Finiscono cos le guerre sociali e la contrapposizione Roma-Italia, che da questo
momento costituiscono un'entit unica. (Una curiosit: oggi in inglese l'aggettivo "Italic"
individua le lettere in corsivo, mentre Roman indica i caratteri normali). Nell'81 a.C. Silla
attribuisce al nome Italia un significato politico ufficiale, che comprende la penisola e la
Liguria, ma non ancora le altre regioni del nord. I confini ufficiali sono il fiume Varo ad Ovest
(presso Nizza) ed il fiume Rubicone ad Est (presso Rimini). Il territorio tra il Rubicone e le Alpi
fino al 45 a.C. verr chiamato dai Romani "Gallia Cisalpina", ma alcuni la consideravano parte
d'Italia gi nel secolo precedente (v. punto 94).

97 - Nel 49. a.C. Giulio Cesare, alla guida del suo esercito, oltrepassa il Rubicone marciando
verso sud, senza l'autorizzazione del Senato Romano, provocando la guerra civile. Oggi molti
libri di storia dimenticano di specificare il motivo per cui Cesare non era autorizzato a varcare il
Rubicone: esso rappresentava il confine politico d'Italia (punto 96), considerato "territorio
metropolitano di Roma". Entrare in Italia equivaleva ad entrare in Roma.

98 - Nel 45 a.C. lo stesso Giulio Cesare indica le Alpi come confine naturale d'Italia e concede
la cittadinanza romana alla Gallia Cisalpina, che di fatto cessa di esistere e diventa parte d'Italia.
Ad Est il confine viene identificato con il fiume Formione, oggi Risano, in territorio sloveno,
poco a sud di Trieste. A Nord ovviamente i confini sono rappresentati dalle Alpi, anche se in
alcuni punti non raggiungono lo spartiacque principale.

99 - Nel 27 a.C. l'imperatore Cesare Ottaviano Augusto sposta i confini orientali al fiume Arsa,
in Istria (oggi in territorio croato) e suddivide l'Italia in 11 regioni, i cui nomi in latino sono i
seguenti:
I - Latium et Campania;
II - Apulia et Calabria (ma con il nome Calabria si intendeva l'attuale Salento);
III - Lucania et Brutium (o Bruttium, in italiano Bruzzio, corrispondente all'attuale Calabria);
IV - Samnium;
V - Picenum;
VI - Umbria;
VII - Etruria;
VIII - Aemilia;
IX - Liguria;
X - Venetia et Histria;
XI - Transpadana.
Il resto dell'Impero Romano suddiviso in province, che non hanno la cittadinanza romana.
La Sicilia, la Sardegna e la Corsica non fanno ancora parte dell'Italia ma sono appunto
"province".

100 - Intorno alla nascita di Cristo il grande storico e geografo greco Strabone afferma che "tutti
gli Italiani sono ormai Romani". L'Italia viene chiamata "Rerum Domina", ovvero "Signora di
tutte le cose" (v. punto 109). Di quest'epoca il Trofeo della Turbia (sopra il Principato di
Monaco) dove vi l'iscrizione romana: "Huc usque Italia, abhinc Gallia" (fin qui l'Italia, da
qui la Gallia). A partire da Augusto, l'Europa e il Mediterraneo vivono ben due secoli di pace e
prosperit, fatto pi unico che raro nella storia del mondo.

101 - Nel 77 dopo Cristo Plinio il Vecchio descrive in dettaglio l'Italia nel libro III della sua
"Naturalis Historia" e afferma: "questa e' l'Italia sacra agli dei" ("Haec Italia Diis Sacra", Nat.
Hist. III, 138). V. punto 182. Plinio perir due anni pi tardi a Pompei nella storica eruzione del
Vesuvio. Nel 130, sotto l'imperatore Adriano, la parola Italia apparir per la prima volta su una
moneta romana (la moneta del 90 a.C. era invece degli Italici, v. punto 95).

102 - Nell'anno 292 l'imperatore Diocleziano forma la "Diocesi Italiciana", che comprende
anche la Sicilia, la Sardegna, la Corsica e addirittura oltrepassa le Alpi in corrispondenza del
Tirolo (detto "Rezia seconda"): l'Italia raggiunge cos la sua massima espansione territoriale,
che rimarr (a parte il Tirolo) nella tradizionale concezione di "Italia" per tutti i secoli
successivi, nonostante le divisioni politiche.

103 - Il territorio della Diocesi Italiciana corrisponde quasi esattamente all'Italia attuale, con
l'esclusione delle seguenti zone: il Tirolo (austriaco a tutti gli effetti), il Canton Ticino (Svizzera
Italiana), il Carso (Slovenia), l'Istria (Slovenia e Croazia), la zona intorno al Principato di
Monaco e l'isola della Corsica (Francia), oltre ovviamente a San Marino e alla Citt del
Vaticano.

104 - Sebbene l'Italia attuale sia meno estesa rispetto alla Diocesi Italiciana, la forza della
tradizione fa s che nei territori esclusi l'italiano sia o lingua ufficiale o almeno una lingua
largamente usata. I confini linguistici d'Italia infatti corrispondono quasi esattamente con quelli
della Diocesi Italiciana, con alcune eccezioni, tra cui doveroso citare, oltre ovviamente al
Tirolo (unito temporaneamente all'Italia senza validi motivi), l'Alto Adige (o Sud Tirolo, ovvero
la provincia di Bolzano) e la Val d'Aosta (v. punto 170).

105 - L'imperatore Costantino nel 313 d.C. concede la libert di culto ai Cristiani. Nel 330 d.C.
sposta la capitale dell'Impero da Roma a Bisanzio. Nel 395 d.C. l'imperatore Teodosio divide
l'Impero in due parti: l'Impero Romano d'Occidente, che comprende l'Italia ed ha come capitale
Milano (e non pi Roma); e l'Impero Romano d'Oriente, che ha per capitale Bisanzio, poi
chiamata Costantinopoli (oggi Istanbul). L'impero d'Oriente (Bizantino) durer fino al 1453,
quando Costantinopoli viene conquistata dai Turchi.

106 - Il quinto secolo d.C. vede la decadenza dell'Impero Romano d'Occidente a causa delle
invasioni barbariche. L'Impero si riduce alla sola Italia. Nel 476 d.C. Odoacre pone
ufficialmente fine all'Impero d'Occidente e si dichiara Re d'Italia: inizia il Medio Evo.

107 - Nel 493 l'ostrogoto Teodorico conquista l'Italia e ne diventa Re, destituendo Odoacre.

108 - Nel 527 Giustiniano sale sul trono di Bisanzio (cio dell'Impero Romano d'Oriente) e si
propone di ricomporre l'Impero Romano. Tra il 535 e il 553 riconquista l'Italia, in una guerra
contro gli ostrogoti che si rivela rovinosa per il paese.

109 - Nel 554 Giustiniano pone la capitale d'Italia a Ravenna e dichiara: "Italia non provincia
sed Domina provinciarum" (l'Italia non una provincia ma la Signora delle province). Intende
cos dimostrare che egli il vero erede dell'Imperatore Cesare Ottaviano Augusto (punti 99 e
100). In realt la capitale dell'Impero rimane a Costantinopoli, per cui la presunta "superiorit"
dell'Italia rispetto alle cosiddette "province" dell'Impero risulta soltanto teorica. Tuttavia la
guida di Giustiniano utile per ristabilire un certo ordine in Italia dopo le invasioni barbariche
(come sottolineato anche da Dante, Purgatorio, VI, 88-89, v. punto 183).
Un esempio delle opere di Giustiniano a Roma il restauro del Ponte Salario, su cui fu posta
l'iscrizione: "Imperante ... Iustiniano ... libertate urbis Romae ac totius Italiae restituta
("sotto il dominio di Giustiniano... restituita la libert della citt di Roma e di tutta l'Italia").

110 - Nel 568 ha formalmente termine l'unit territoriale italiana, in seguito all'invasione dei
Longobardi. Nei decenni successivi l'Italia si ritrova spezzettata a macchia di leopardo tra
Bizantini (con capitale Ravenna) e Longobardi (con capitale Pavia). La regione di Ravenna
viene chiamata Romnia (da cui discende l'attuale nome Romagna), poich l'Impero Bizantino
pur sempre un Impero "Romano" (d'Oriente). Rimangono possedimenti bizantini anche le
Marche, la zona di Roma, gran parte del Sud, la Sicilia, la Sardegna e la Corsica. Diventano
Longobarde gran parte del Nord (tranne la Romagna e l'Istria), la Toscana, il Ducato di Spoleto
e il Ducato di Benevento (che comprende l'Abruzzo, la parte interna della Campania e la
Lucania).

111 - Come visto nel punto precedente, la Longobardia non si limitava all'attuale Lombardia ma
comprendeva zone del Centro e del Sud (si pensi ad esempio a Sant'Angelo dei Lombardi, in
provincia di Avellino, non lontano da Napoli). Inoltre l'epoca longobarda non fu certamente
rosea per la Lombardia, contrariamente a quanto qualcuno oggi crede oggi. Naturalmente il
periodo pi felice per la Lombardia e per tutta l'Italia fu l'epoca romana a partire dal I secolo
a.C. (v. punti 100 e 186). Milano fu perfino capitale dell'Impero Romano d'Occidente a partire
dal 395 d.C. (v. punto 105).

112 - Le varie zone bizantine e longobarde, essendo separate tra di loro, acquistano una certa
autonomia: nel settimo secolo inizia cos il processo di disgregazione e separazione delle regioni
d'Italia che durer oltre 12 secoli. Ma poco prima dell'anno 800 Carlo Magno riunifica
temporaneamente gran parte dell'Europa (soprattutto occidentale) e nell'anno 800 a Roma viene
nominato dal Papa "Imperatore dei Romani". Nasce cos il "Sacro Romano Impero", che
comprende il "Regno d'Italia", con capitale Pavia. Alcuni Re d'Italia tra l'anno 800 e il 100
saranno Carlo III il Grosso, Berengario I del Friuli, Guido di Spoleto, Lamberto di Spoleto,
Ludovico di Provenza, Rodolfo II di Borgogna, Ugo di Provenza, Ottone I di Sassonia
(ricomincia cos il dominio degli stranieri).

113 - Il riferimento voluto dall'Imperatore Carlo Magno all'antica Romanit inevitabile, poich
solo i Romani avevano saputo garantire all'Europa e al Mediterraneo ordine, sicurezza e legalit,
e due lingue "universali" comuni a tutti i popoli (il Greco e soprattutto il Latino). In seguito le
invasioni barbariche posero fine alla tradizione Romana da un punto di vista formale, ma forse
non sostanziale: infatti gli invasori (come i Goti e i Longobardi) non imposero in Italia una
nuova lingua, un nuovo alfabeto o nuove leggi, ma adottarono quelle dei Romani. Lalfabeto
romano fu adottato in tutta lEuropa occidentale, poich le popolazioni che vi abitavano non
avevano una loro scrittura. Infatti ancora oggi i paesi occidentali utilizzano gli stessi nostri
caratteri (a parte minime differenze). Lo stesso si pu dire delle leggi, che rimasero
sostanzialmente quelle romane. Oggi stranamente si tende a denigrare la Romanit e a esaltare
solo l'antica civilt Greca, ma si dimentica che questa non avrebbe potuto espandersi e
illuminare tutta l'Europa e il Mediterraneo senza l'ordine e la civilt imposti dai Romani. Questo
debito verso Roma stato riconosciuto per molti secoli, ma stranamente negli ultimi decenni
stato dimenticato o perfino negato. A titolo di esempio, Venezia chiamer ufficialmente il suo
stato "Repubblica Romana di Venezia" ed ovviamente la sua lingua ufficiale sar il latino (fino
al 1500 circa, quando i diversi Stati italiani adotteranno come lingua ufficiale il "volgare
illustre" indicato da Dante, ovvero la lingua italiana).

114 - Pochi decenni dopo l'800 inizia la lenta disgregazione del Sacro Romano Impero. Il
Veneto teatro di uno scontro con l'Impero Romano d'Oriente (Bizantino). Sicilia, Sardegna,
Calabria e Salento tornano Bizantine. Gli arabi occupano la Sicilia per circa un secolo, dopo
aver gi occupato la Spagna, che rester Araba per vari secoli. I successivi sconvolgimenti sono
innumerevoli: tra i secoli nono e tredicesimo vi la parziale disgregazione del Sacro Romano
Impero e la nascita degli stati nazionali di Inghilterra, Spagna e Francia. E' opportuno
sottolineare che l'Italia e la Grecia sono le uniche due nazioni europee a poter vantare un'origine
nell'Evo Antico invece che nel Medio Evo. Questa una caratteristica che contraddistingue
pochissime altre nazioni al mondo: Cina, Giappone, India, Egitto.

115 - Tra il dodicesimo e il tredicesimo secolo il Sacro Romano Impero, detto ormai
Germanico, si riduce ai territori tedeschi, all'Italia centro-settentrionale, e a poche altre zone
adiacenti (Olanda, Belgio, Boemia). Parecchie citt italiane rivendicano la loro autonomia:
nascono cos i Liberi Comuni e le Repubbliche Marinare.

116 - Tra il 1100 e il 1300 alcuni Comuni vivono tempi di prosperit, ma in generale il caos
notevole e si hanno scontri tra chi favorevole all'Imperatore e chi contro, tra Ghibellini e
Guelfi. Nel 1155 l'Imperatore Federico Barbarossa riconquista gran parte dell'Italia del Nord e
la Toscana, unificandole nel "Regno d'Italia". L'Italia centrale fa parte dello Stato della Chiesa,
(Lazio, Umbria, Marche e Romagna) mentre l'Italia meridionale, ovvero il Regno di Puglia e di
Sicilia, appartiene ai Normanni.

117 - Nel 1158 Federico Barbarossa indossa a Monza la celebre "Corona Ferrea" in qualit di
"Re d'Italia". Ma il suo Regno instabile e pu contare sulla fedelt di pochi Comuni, come
Monza, Como, Crema, Lucca, Pisa, Firenze. La maggior parte dei Comuni del Nord sono
contrari all'Imperatore e chiedono pi autonomia, rivendicando il diritto a non essere
considerate come "colonie" dell'Impero, secondo la celebre frase di Giustiniano: "Italia non
provincia sed Domina provinciarum" (v. punto 109).

118 - Nel 1167 alcuni Comuni del Nord formano a Pontida la "Lega Lombarda", che una
coalizione anti-imperiale che ha anche l'appoggio di Venezia, del Papa e della Sicilia. Nel 1176
la Lega Lombarda sconfigge l'Imperatore a Legnano. Questo episodio verr ricordato dai
Risorgimentali come un caposaldo dell'orgoglio italiano contro lo straniero, anche per l'esplicito
riferimento alla celebre frase di Giustiniano (punto 109). L'Inno di Mameli contiene questo
passo: "Dall'Alpi a Sicilia ovunque Legnano" (punto 195). Occorre ricordare per che alcuni
Comuni (come Monza, Como o la stessa Legnano) erano schierati dalla parte dell'Imperatore.
Le diverse citt italiane di quest'epoca aspirano ad essere ciascuna una "piccola Roma",
cercando di far rivivere a livello locale la civilt, l'ordine e la prosperit dell'antico Impero,
senza per avere la capacit di riformarne l'unit politica.

119 - Intorno al 1220 Federico II di Svevia, nipote di Federico Barbarossa, diventa Imperatore
del Sacro Romano d'Impero, Re d'Italia e di Sicilia. Egli governa il Nord d'Italia (nonostante le
autonomie concesse ai Comuni) ed il Sud, mentre lo Stato della Chiesa rimane indipendente.
Nel 1237 Federico II batte la "nuova Lega Lombarda" e cattura il celebre "Carroccio". Ma negli
anni seguenti il contrasto con il Papato e i nuovi successi dei Comuni riducono il suo potere.

120 - Federico II di Svevia fu uomo geniale ed amico delle scienze e delle arti. Rese la sua corte
di Palermo uno dei maggiori centri culturali d'Europa, che vide tra l'altro la nascita della scuola
poetica nota come "Scuola Siciliana". Inoltre nel 1224 Federico II fond l'Universit di Napoli,
prima Universit pubblica al mondo (la prima Universit privata fu invece quella di Bologna, la
cui fondazione si fa risalire al 1088, da quando si tennero corsi stabili di Diritto Romano). Tra il
dodicesimo e il tredicesimo secolo altre universit furono fondate in Italia, Francia e Inghilterra.
Tornando a Federico II: nel 1225 l'Imperatore sponsorizza il torneo matematico tra i matematici
siciliani (tra cui spicca Giovanni da Palermo) e Leonardo Fibonacci da Pisa (che diffuse in
Europa l'utilizzo dei cosiddetti "Numeri Arabi", in realt importati dallIndia, che usiamo ancora
oggi)

121 - La "Scuola Siciliana" segna di fatto la nascita della Letteratura Italiana. Infatti i poeti della
Scuola siciliana (tra cui lo stesso Imperatore!) non scrivevano in latino, che ormai pochi
conoscevano, bens in "lingua volgare", quella peraltro dal popolo (anche se molto ripulita). Il
risultato era una lingua simile all'italiano attuale, che alcuni decenni pi tardi fu ripresa dai poeti
dello Stil Novo di Bologna e della Toscana, tra cui Dante (v. punti 36 e 153).

122 - A partire dal 1300, il "volgare illustre", cio la lingua italiana, si diffonde sempre pi, e
intorno al 1500 inizia a sostituire il latino come lingua ufficiale dei vari Stati Italiani (v. per
esempio il punto 127).

123 - Sarebbe impossibile seguire gli sviluppi storici riguardanti l'Italia tra il 1300 ed il 1800,
che furono ancora pi vari e caotici di quelli gi visti tra i punti 106 e 119. Quindi citeremo solo
alcuni eventi importanti per il nome di Italia.

124 - Nel 1503 vi la Disfida di Barletta, altro evento storico che sar ricordato e celebrato
durante il Risorgimento. In Puglia, tredici cavalieri italiani al servizio della Spagna sfidano
tredici cavalieri francesi che avevano insultato l'Italia. La disfida si conclude con un trionfo dei
cavalieri italiani. L'episodio riportato da Guicciardini nella sua "Storia d'Italia" (scritta tra il
1535 e il 1539) ed celebrata nel romanzo "Ettore Fieramosca da Capua", scritto da Massimo
D'Azeglio nel 1833, dopo aver dipinto nel 1829 anche un quadro riguardante lepisodio.
Esistono due film su questa vicenda: "Ettore Fieramosca", del 1938, con Gino Cervi;
"Il soldato di ventura", del 1975, con Bud Spencer e Philippe Leroy.

125 - I nomi e le citt di provenienza dei tredici cavalieri italiani sono i seguenti:
Comandante: Ettore Fieramosca da Capua, Campania.
Vice-comandante: Fanfulla da Lodi, Lombardia.
Romanello da Forl. Riccio da Parma.
Giovanni Capaccio, Giovanni Brancaleone ed Ettore Giovenale, di Roma.
Marco Carellario di Napoli. Mariano Abignente da Sarni, Campania.
Ludovico Aminale da Terni. Miale da Troia, Puglia.
Francesco Salamone e Guglielmo Albimonte, Siciliani.

126 - Secondo la tradizione, Claudio Graiano di Asti, per dichiarati interessi mercenari, si
schier dalla parte dei francesi, suscitando l'ira di Ettore Fieramosca. Il fatto che fosse di Asti,
cio piemontese, probabilmente un'invenzione di Massimo D'Azeglio, anch'egli piemontese,
per evidenziare che la vera patria l'Italia e non la propria regione. Gli storici mettono in dubbio
che Graiano fosse di Asti, anche perch dai documenti storici conservati in quella citt non
risulta che in tale epoca sia esistito un Cavaliere con tale nome, che si sia recato in Puglia a
disputare la Disfida. Alcuni storici ritengono che si chiamasse Claude Graian e fosse realmente
francese, di una localit chiamata Aste. Probabilmente era Savoiardo, quindi indubbiamente di
nazionalit francese, anche se allora la Savoia non apparteneva politicamente alla Francia ma
era unita al Piemonte nel Regno Sabaudo. Si sa per certo si sa che erano Savoiardi altri tre
cavalieri dei tredici francesi.

127 - A proposito della "nazionalit" della Savoia, bene sfatare una "leggenda" diffusa dal
regime fascista, secondo cui la Savoia era una regione italiana. In realt le tradizioni della
Savoia (e della Val d'Aosta) sono Franco-Provenzali, mentre quelle del Piemonte sono italiane.
Il fatto che queste regioni fossero unite in un'unica entit politica (il Regno Sabaudo) non altera
questi dati di fatto.
Nel 1560 (pochi decenni dopo la Disfida di Barletta) il Duca Emanuele Filiberto di Savoia,
prendendo atto della caduta in disuso del latino, che ormai ben pochi usavano o capivano,
decret di scrivere i documenti "in bona lingua volgare, cio Italiana, ne nostri stati dItalia, e
Francese, in quelli di l de monti". Gli "stati di l de' monti" secondo Emanuele Filiberto erano
(giustamente) la Savoia e (impropriamente) la Valle dAosta (che in realt si trova sul versante
italiano, cio "di qua" rispetto alle Alpi, ma che effettivamente di tradizioni Franco-
Provenzali).

128 - Per quanto riguarda la Contea di Nizza, essa per vari secoli fece parte del Regno Sabaudo,
escluso il periodo napoleonico. La lingua ufficiale era l'italiano, anche se Nizza era
linguisticamente pi provenzale che ligure. Ma molte erano le famiglie trapiantate dalla Liguria,
come quella di Giuseppe Garibaldi, nato a Nizza appunto da genitori liguri (di Chiavari il padre,
di Loano la madre). Com' noto, Nizza divenne definitivamente francese nel 1860, dopo la
seconda guerra d'indipendenza. Per quanto riguarda il principato di Monaco, le sue
caratteristiche linguistiche originarie erano chiaramente liguri, e quindi italiane (nel secolo
scorso per l'imposizione forzata del francese le ha snaturate e quasi eliminate).

129 - I confini occidentali d'Italia (cio quelli con la Francia) sono naturalmente individuati
dalle Alpi. Per quanto riguarda il litorale tra Italia e Francia, il confine linguistico quello
indicato da Dante gi nel De Vulgari Eloquentia (v. punto 157) e si trova presso il Trofeo della
Turbia, vicino a Monaco e Montecarlo, ultimi avamposti di tradizioni liguri (mentre Nizza gi
provenzale, v. punti 100; 128). Gli altri confini linguistici dItalia sono nettissimi, poich le
lingue confinanti non sono neo-latine e quindi differiscono totalmente dalle parlate italiane. A
Nord vivono le popolazioni di lingua tedesca (della Svizzera e dell'Austria), a Nord-Est
troviamo lingue Slave (sloveno e croato), e a Sud, superato il Canale di Sicilia, si parla la
lingua araba (Tunisia e Libia).

130 Tornando al Rinascimento, Francesco Guicciardini (Firenze 1483 - 1540) scrive la "Storia
d'Italia" (1535-1539) non in latino, ma in volgare (cio in italiano). In questepoca risultano
ormai poche le opere scritte in latino. Nel Sud dItalia la tradizione basata sul latino tende a
resistere un po di pi.

131 - In contrapposizione alle Riforme protestanti (Martin Lutero in Germania, Calvino in
Svizzera, Enrico VIII in Inghilterra), la Chiesa Cattolica Romana opera una severa
"Controriforma" istituendo il "Concilio di Trento" dal 1545 al 1563. Una conseguenza
l'obbligo di avere un "cognome", che fino allora solo i nobili o i ricchi avevano. Dal 1564 i
parroci cattolici devono tenere un registro ordinato dei battesimi con nome e cognome, per
evitare matrimoni tra consanguinei. Il soprannome o secondo nome diventa ereditario, cio
diventa il cognome.


132 Il gioco del Lotto nasce nel sedicesimo secolo a Genova (e non a Napoli come molti
credono) e ben presto si diffonde in tutte le regioni italiane, a partire dalla Toscana.
Le date ufficiali di inizio del gioco del Lotto sono le seguenti:
1556 - Firenze
1576 - Genova (dove era nato e dove di fatto veniva giocato da almeno 50 anni)
1600 circa - Milano
1666 - Roma
1674 - Torino
1682 - Napoli
1713 - Palermo (dove di fatto veniva giocato dal 1682)
1733 - Venezia
Queste furono le "ruote" originarie del Lotto, a cui si aggiunsero, dopo l'unit d'Italia, Bari
(1866) e Cagliari (1939). Sempre nel 1939 fu aggiunta di nuovo la ruota di Genova, che era
stata abolita intorno al 1800 (forse in seguito all'annessione della Liguria al Piemonte).
Un'annotazione curiosa: non mai esistita una ruota di Bologna. Da qualche anno il gioco del
lotto si diffuso anche all'estero. La "smorfia" napoletana associa un simbolo ad ogni numero
del lotto e della tombola. Ad esempio: 90 = paura; 77 = gambe delle donne; 47 = morto che
parla. Il numero pi importante, 1, simboleggia l'Italia.

133 Finito il Rinascimento, nei primi decenni del 1600 inizia la decadenza dell'Italia, che per
almeno 15 secoli era stato il faro della civilt europea. Mentre altri paesi europei vivono un
rapido progresso culturale, civile, scientifico ed economico (soprattutto Francia e Inghilterra, ma
anche i numerosi Stati Germanici che ancora appartengono formalmente al Sacro Romano
Impero), l'Italia rimane statica nelle sue eccessive tradizioni e nell'ammirazione improduttiva
del suo passato glorioso. Ad esempio, vero che Galileo d inizio alla Scienza Moderna intorno
al 1600 (grazie anche all'eredit di Leonardo da Vinci e alle intuizioni di Giordano Bruno), ma
in seguito gli scienziati italiani saranno pochi in confronto a quelli francesi, inglesi, e tedeschi.
E inevitabile attribuire una certa responsabilit alla Chiesa, che con la sua intransigenza
condann a morte Giordano Bruno e allesilio Galileo Galilei e cos contribu sicuramente
allindebolimento della tradizione filosofica e scientifica in Italia (mentre allestero fioriva
sempre pi). Questo a sua volta condizion negativamente il progresso generale della nazione
(gi afflitta da dominazioni straniere e da altri problemi). LItalia cos rimase indietro rispetto ad
altri paesi europei, che oggi dobbiamo considerare oggettivamente pi civili del nostro.

134 Sospendiamo un attimo la nostra analisi storica per commentare la situazione alla fine del
Rinascimento. L'Italia soffre ormai da secoli il dominio di varie popolazioni straniere:
inizialmente Germaniche, Bizantine, Normanne, e in una piccola misura anche Musulmane, cio
i cosiddetti Mori, Saraceni, Turchi (si pensi al famoso detto: "Mamma li turchi", che oggi ci fa
ridere, ma allora esprimeva un terrore reale delle popolazioni italiche, specialmente
meridionali). Intorno al 1500 e 1600 l'Italia contesa soprattutto tra Francia e Spagna, e, a parte
sporadici episodi come quello della Disfida di Barletta (punto 124), la rassegnazione sembra
dominare gli italiani. In questo periodo si diffonde il detto opportunista: "Franza o Spagna, pur
che se magna".

135 - Occorre comunque ricordare alcuni atti di ribellione da parte degli italiani, come quelli gi
della "Lega Lombarda" intorno al 1200 contro l'Imperatore Federico Barbarossa. Altri piuttosto
importanti furono i seguenti:
- I Vespri Siciliani, contro la dominazione francese: 1281-1282 (v.punto 198).
- La difesa della Repubblica da parte di Francesco Ferrucci (detto "Il Ferruccio") contro contro
l'imperatore Carlo V intorno al 1530 (v. punto 58).
- La rivolta di Masaniello a Napoli: nel 1647 il pescivendolo Tommaso Aniello capeggi una
ribellione contro i governanti spagnoli e si nomin "Preposto e Prefetto Generale de lo
Fedelissimo Popolo Napolitano". Ben presto gli spagnoli ripresero il potere, grazie al sostegno
arrivato dall'Austria, ma la figura di Masaniello, bench controversa, fece scalpore in tutta
Europa, e specialmente in Inghilterra ed in Polonia, come esempio di libert ed eguaglianza, e fu
uno dei motivi ispiratori perfino della Rivoluzione Francese.
- Nel 1746 Balilla Perasso, un ragazzo di Genova, scaglia sassi contro gli austriaci ed innesca la
rivolta popolare, che port alla cacciata degli austriaci (con l'appoggio francese). La crisi poi
costrinse Genova a vendere la Corsica alla Francia nel 1768 (un anno prima della nascita di
Napoleone). L'episodio di Balilla fu ampiamente celebrata dal fascismo. Ma era gi stato
ricordato nell'inno di Mameli (punto 195), insieme alla Lega Lombarda, ai Vespri Siciliani e al
"Ferruccio".

136 - Alla fine del '700, quando l'Italia agli occhi degli europei d un'immagine paradossale di
antica civilt e contemporaneamente di decadenza e incivilt, si vedono i primi segni del
Risorgimento. Il 7 Gennaio 1797 a Reggio Emilia la Repubblica Cispadana, uno degli Stati
satelliti creati in Italia da Napoleone, adotta la bandiera tricolore, chiaramente ispirata a quella
francese nata nel 1794, ma col verde al posto del bl. Vengono considerati i primi segni del
Risorgimento Italiano anche la Repubblica Romana (1798) e la Repubblica Partenopea (1799),
che fu ferocemente repressa dai Borboni e dagli inglesi di Orazio Nelson.

137 - Nel 1801 Napoleone si proclama Presidente e nel 1805 Re d'Italia. A Milano Napoleone
indossa la Corona Ferrea, gi simbolo dei Re d'Italia del passato (v. punti 107; 112; 117), e
pronuncia le celebri parole: "Dio me l'ha data, guai a chi la tocca!". Ma il Regno d'Italia di
Napoleone, che comprende solo il Nord, dura pochi anni. Nel frattempo Napoleone pone sul
trono di Napoli prima suo fratello Giuseppe, poi suo cognato Gioacchino Murat.

138 - Studiando le lettere di Napoleone si potrebbero capire tante cose importanti sull'Italia,
oggi dimenticate. Per esempio consideriamo l'inizio della seguente lettera, spedita al fratello
Giuseppe, Re di Napoli, (riportata da un sito web francese: www.histoire-empire.org).
"Saint-Cloud, 21 avril 1806. Au roi de Naples.
Mon Frre, des troupes lgres comme les Corses, qui, comme les troupes italiennes, parlent la
langue du pays, seront excellentes pour faire la guerre aux brigands dans la Calabre".
Traduzione in italiano: "Fratello, mio, truppe leggere come quelle Corse [cio dei soldati della
Corsica], che, come le truppe Italiane, parlano la lingua del paese, sarebbero eccellenti per fare
la guerra ai briganti in Calabria". Queste parole di Napoleone dimostrare alcune cose
importanti che oggi stranamente vengono ignorate o perfino negate:
1) Nel 1806 i calabresi capivano la lingua italiana (pu sembrare stupido specificare una cosa
cos ovvia, ma oggi molti sostengono che la lingua italiana si diffusa in Italia solo a partire dal
1954, con la nascita della televisione!).
2) Anche i corsi (come lo stesso Napoleone) capivano e parlavano l'italiano, per motivi naturali,
sebbene la Corsica fosse diventata francese gi nel 1768 (v. punti 172 e 173).
3) Il fenomeno del brigantaggio esisteva in Calabria gi nel 1806 ed quindi imputabile al
malgoverno dei Borboni (che furono destituiti da Napoleone solo per pochi anni). Oggi invece
molti commentatori sostengono che il fenomeno del brigantaggio in Calabria fu dovuto all'Unit
d'Italia (1861). Di fatto esso esisteva gi da decenni a causa di problemi locali. Stendhal nel
1827 scrisse un libro a riguardo, intitolato "I Briganti in Italia".
Oggi l'argomento del brigantaggio come reazione all'Unit d'Italia viene spesso utilizzato da
coloro che vogliono dimostrare che l'Italia una nazione inventata a tavolino. Altri punti
forti portati a favore di tale tesi sono due frasi celebri, volutamente fraintese e snaturate: quella
di di Metternich (v. punto 143); e quella di DAzeglio, bisogna fare gli Italiani, di cui
parleremo nel capitolo 9. Il libro LItalia non esiste, di Sergio Salvi (Ed. Camunia, 1996) si
basa proprio su argomenti di questo tipo. Questo argomento sar ripreso nel capitolo 9. Il lettore
sapr trarre le sue conclusioni confrontando le centinaia di verit storiche citate nel presente
libretto con le fumose argomentazioni esposte nel libro suddetto.

139 - Napoleone, prigioniero allisola dElba, nel 1814 proclam:
Sono stato grande sul trono di Francia principalmente per la forza delle armi [...]. Ho dato
alla Francia codici e leggi che vivranno quanto il mondo [...]. A Roma io volger ad altro e
miglior fine questa medesima gloria, splendida come la prima, ma non guidata dagli stessi
principi; meno rumorosa, ma certo pi durevole e proficua, perch nessuna si potr ad essa
paragonare. Far degli sparsi popoli d'Italia una sola nazione [...] Dar all'Italia leggi adatte
agli Italiani. Finora io non sono riuscito a dar loro che provvedimenti temporanei: tutto sar da
ora innanzi compiuto: e ci che io far sar eterno quanto l'Impero. Napoli, Venezia, La Spezia
saranno immensi cantieri di costruzioni navali, e in pochi anni avr l'Italia una marina
imponente. Far di Roma un porto di mare. Fra venti anni avr l' Italia una popolazione di
trenta milioni di abitanti e sar allora la pi potente nazione d' Europa. Non pi guerre di
conquista. Nondimeno avr un esercito prode e numeroso sui cui vessilli far scrivere il motto
Guai a chi lo tocca, e nessuno l'oser. Dopo essere stato Scipione e Cesare in Francia, sar
Camillo a Roma: cesser lo straniero di calpestare con il suo piede il Campidoglio, n pi vi
ritorner. Sotto il mio regno, la maest antica del popolo-re si unir alla civilt del mio primo
impero, e Roma uguaglier Parigi, serbando tuttavia intatta la grandezza delle sue memorie
passate. Sono stato di Francia il colosso della guerra: sar in Italia il colosso della pace".
(In realt Napoleone non ebbe pi il potere di fare nulla).

140 - Murat, cognato di Napoleone, fu Re di Napoli dal 1808 al 1815. Rimane celebre il suo
Proclama agli Italiani (Rimini, 30 Marzo 1815): " Italiani! E' giunta l'ora in cui si debbono
compiere gli alti destini d'Italia. La Provvidenza vi chiama infine ad essere una nazione
indipendente. Dalle Alpi allo stretto di Sicilia si ode un grido solo: Indipendenza dell'Italia! E a
qual titolo popoli stranieri pretendono togliervi questa indipendenza, primo diritto e primo bene
d'ogni popolo?.

141 - Alla guida del suo esercito, Murat strapp alcune terre agli Austriaci in Emilia-Romagna.
Alle vittorie segu il Proclama di Pellegrino Rossi, inneggiante al Re di Napoli e
all'indipendenza italiana: "L'Eroe [Murat], a cui tutti eran volti gli sguardi degli Italiani, ne
esaud i caldi voti. Circondato da prodi, vol fra noi, lev altissimo il grido della nazionale
indipendenza. Egli di schiavi vuol farne Italiani. Potremmo noi non accorrere alla voce del
Grande che ci vuol salvi?".

142 - Tuttavia Murat dovette ben presto soccombere alla Restaurazione imposta dall'Austria e
da altre Nazioni: col Congresso di Vienna (1815) il regno di Napoli ritorn ai Borboni. Gran
parte dell'Italia fin sotto il controllo diretto o indiretto dell'Austria. Il Congresso del 1815 si
risolse in maniera disastrosa per l'Italia, frantumata pi che mai. Solo nel corso dei decenni
successivi la coscienza risorgimentale cominci lentamente a ricostruirsi.

143 - Metternich, ministro Austriaco, afferm che l'Italia solo un'espressione geografica.
Questa sua affermazione viene ricordata ancora oggi dagli anti-italiani, ma evidente che la
frase di Metternich tutt'altro che imparziale. Inoltre l'affermazione originaria meno drastica
di come viene solitamente riportata. Ecco la citazione completa:
"La parola Italia una espressione geografica, una qualificazione che riguarda la lingua, ma
che non ha il valore politico che gli sforzi degli ideologi rivoluzionari tendono ad imprimerle".
Klemens Wenzel Lothar von Metternich-Winneburg (1773-1859)

144 - Noi salteremo gran parte della storia del Risorgimento per non cadere nel tranello
contrario (della retorica e della celebrazione risorgimentale) e per cercare di mantenere una certa
imparzialit. Per necessit per dovremo citare i fatti fondamentali. Aggiungeremo anche alcune
cose significative, oggi poco note.

145 - La prima guerra di Indipendenza, conseguente alla rivolta del popolo milanese contro gli
Austriaci ("Cinque giornate di Milano"), fu combattuta nel 1848 dal Piemonte, con l'appoggio di
altri Stati Italiani, sul territorio del Lombardo-Veneto, possedimento austriaco. La guerra fu
vinta dall'Austria, che riprese il possesso di Milano e dell'intero Lombardo-Veneto. Resta
tuttavia un caposaldo del Risorgimento, anche perch coinvolse volontari di varie regioni
italiane. E' doveroso ricordare la battaglia di Curtatone e Montanara, che vide il sacrificio di
centinaia di universitari provenienti da Napoli e da Pisa (ed alcuni anche da Firenze e da Siena).
Oggi si dice, pi o meno scherzosamente, che per la Lombardia sarebbe stato meglio rimanere
sotto gli Austriaci piuttosto che finire nell'Italia unita ed impelagarsi con i "terroni". E' facile
dirlo adesso, avendo dimenticato che gli Austriaci pretendevano di essere considerati "padroni"
dagli italiani. Ecco un estratto da un libretto che veniva distribuito nelle scuole elementari di
Milano fin dal 1815 (ovviamente in italiano):
"I sudditi si debbono comportare verso il loro Sovrano e in tutto ci che egli comanda nella sua
qualit di Sovrano, come si comportano i fedeli servitori in tutto ci che comanda il loro
padrone. [...] I sudditi debbono riguardare il Sovrano come loro padrone, perch in realt egli
ha diritto di essere da loro obbedito, e perch ha l'alto dominio sulle sostanze e sulle persone
dei sudditi [...]" (dalla prima edizione de "I martiri della Libert italiana dal 1794 al 1848", di
Atto Vannucci, 1848).
Non mi risulta che gli Antichi Romani abbiano mai avuto un atteggiamento del genere con i
popoli che avevano sottomesso. Per esempio, "Guai a vinti" lo disse il gallo Brenno ai Romani,
ma non lo disse mai nessun Romano ad alcun popolo vinto. Eppure oggi i Romani vengono
additati come esempio terribile di sopruso e crudelt e si dimentica invece l'immenso patrimonio
di civilt che hanno lasciato al mondo. Oggi si disprezza la "Pax romana" perch era una pace
forzata, tenuta con le armi. Ma a quel tempo l'unica alternativa possibile era la guerra a tutti i
livelli (anche civile) e la distruzione civica e materiale: si pensi ad esempio alla Palestina ai
tempi di Ges, alla pur civilissima Greca pre-romana, ed alle invasioni barbariche in Italia alla
fine dellImpero.

146 - Nella seconda guerra di Indipendenza, combattuta nel 1859 dal Piemonte contro l'Austria
col sostegno della Francia di Napoleone III, conquista la Lombardia e annette altre regioni del
Centro-Nord. Nel 1860 la spedizione dei Mille, guidata da Garibaldi, partita da Genova e
sbarcata in Sicilia, conquista tutto il Meridione d'Italia. Qualcuno oggi pensa che i Mille fossero
tutti Settentrionali. In effetti vi era un alto numero di lombardi e veneti, ma erano rappresentante
tutte le regioni d'Italia. I meridionali erano almeno duecento: molti erano siciliani, ma non
mancavano i volontari di altre regioni del Sud: per esempio i campani erano pi numerosi dei
piemontesi. Questo facilmente verificabile consultando la lista ufficiale resa nota nel 1864. In
ogni caso i Mille di Garibaldi che sbarcarono in Sicilia, divennero 20mila quando raggiunsero il
Volturno, a nord di Napoli, ed ovviamente coloro che si erano aggiunti erano quasi tutti
meridionali. Discutibile invece la pretesa della Monarchia Piemontese (Savoia) di
impossessarsi dellItalia intera, il che lasci scontenti molti patrioti, tra cui Mazzini e lo stesso
Garibaldi.

147 - Nel 1861 a Torino viene dichiarato il Regno d'Italia, di cui non fanno ancora parte "Roma
e Venezia" (cio il Lazio e le Tre Venezie). Nel 1866 la Terza Guerra di Indipendenza permette
la conquista del Veneto (ma non di Trento e Trieste), sempre grazie all'alleanza con la Francia
di Napoleone III, che per si opponeva alla conquista di Roma (poich sede del Papato, cio del
centro ufficiale del cattolicesimo e pi in generale del cristianesimo). Nel 1870, approfittando
della caduta di Napoleone III e di una nuova guerra Franco-Austriaca, l'Italia conquista Roma.

148 - A quest'epoca risale anche l'unit della Germania (1871), a cui per non vollero aderire tre
stati tedeschi: Austria, Lussemburgo e Liechtenstein. Il territorio germanico prima del 1815 era
spezzettato in circa 350 Stati diversi, nati in seguito alla disgregazione del Sacro Romano
Impero, avvenuto in pratica alla fine del sedicesimo secolo (ma formalmente solo nel 1806 per
opera di Napoleone). Mediamente ciascuno di questi Stati era grande quanto la met di
un'attuale provincia italiana. Il Congresso di Vienna nel 1815 ridusse a 38 il numero degli Stati
tedeschi, compresa l'Austria Imperiale. Nel 1871 per la fiera Austria volle rimanere
indipendente (perci quando si giunse allunificazione si parl di "Piccola Germania" invece
che di "Grande Germania").

149 - L'Italia unita non includeva ancora i territori di Trento e Trieste, rimasti sotto l'Austria,
pur essendo di tradizioni italiane. Alla fine dell'800 in queste aree si diffuse il fenomeno
dell'Irredentismo (il movimento che desidera il ricongiungimento alla madrepatria). Tutto
questo infine caus nel 1915 l'entrata dell'Italia nella Prima Guerra Mondiale. Nonostante grandi
sconfitte, come la famosa "disfatta di Caporetto" (Ottobre 1917), alla fine l'Italia riusc a
conquistare Trento e Trieste. La battaglia decisiva fu quella di Vittorio Veneto. La data della
vittoria fu il 4 Novembre 1918. Il sentimento del riscatto italiano rester immortale nella celebre
"Canzone del Piave", chiamata anche "Leggenda del Piave", "24 Maggio" o "Il Piave
mormorava", scritta e musicata da E.A. Mario, celebre autore di molte altre canzoni (sia in
italiano che in dialetto napoletano).
I confini settentrionali d'Italia furono spostati ben oltre il Trentino, cio fino al Brennero
(sull'effettivo spartiacque alpino), annettendo anche il Sud Tirolo, terra di tradizioni austriache e
di lingua tedesca (con minoranze italiane e di lingua "ladina"), che oggi chiamiamo Alto Adige
e costituisce la provincia di Bolzano. Gli italiani commisero, come gli Austriaci, lo stesso errore
di considerare Trento e Bolzano come un blocco unico. In realt Trento di tradizioni italiane (e
specificatamente venete a Trento e nell'Est della provincia, e lombarde nell'Ovest). Bolzano
invece di tradizioni tedesche (dialetti bavaresi, come nel resto del Tirolo e dell'Austria).
Ad Est, l'Italia otterr il Carso, l'intera Istria, ed alcuni piccoli territori in Dalmazia. In queste
aree la popolazione era mista, in parte italiana (Veneta) e in parte Slava (Slovena e Croata).
Nelle zone costiere, specialmente quelle poco a sud di Trieste (come a Capodistria), la
maggioranza della popolazione era italiana.
Inizialmente lItalia non rimase soddisfatta dei territori ad essa assegnati dai trattati di pace:
mancavano infatti parte dell'Istria e la citt di Fiume. Si inizi cos a parlare di "vittoria
mutilata", concetto che fu enfatizzato negli anni successivi dalla retorica fascista di Benito
Mussolini. Il poeta Gabriele D'Annunzio, alla guida di alcuni volontari, riusc perfino a
conquistare la citt di Fiume, che poi venne effettivamente annessa all'Italia. Altri atti eroici di
D'Annunzio furono "la beffa di Buccari" e "il volo su Vienna" (quest'ultimo viene descritto nel
punto 200).

150 Nel 1940 Mussolini trascina l'Italia nella disgraziata avventura della Seconda Guerra
Mondiale (anche se inizialmente riesce a mantenersi neutrale per quasi un anno). Nel 1945,
finita la guerra, l'Italia subisce dei tagli territoriali, soprattutto ad Est: lIstria, la Dalmazia e gran
parte del Carso vengono assegnate alla Jugoslavia, che laveva gi occupata. Molti sono gli
italiani perseguitati o uccisi solo per la loro nazionalit. La citt di Trieste rimase in forse fino al
1954, quando finalmente ritorna italiana.
Ad Ovest, alcuni piccoli territori vengono ceduti alla Francia, tra cui i fieri paesi di Briga e
Tenda, che manifestarono a lungo per rimanere italiani. Anche Ventimiglia rischi di diventare
francese, e vi furono gravi disordini poich la popolazione voleva rimanere italiana.
Cap. 7 - Espansione degli argomenti riassunti nel cap. 4 (la lingua dItalia)
e piccola antologia linguistica.


PRIMA DI DANTE.


151 - Nella "Carta Capuana" o "Placito di Capua" (Marzo 960) viene riportata la dichiarazione
di un testimone durante un processo:
"Sao ke kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte sancti Benedicti".
Questo linguaggio oggi pu sembrarci lontano dall'italiano, ma in realt molto pi vicino alla
nostra lingua che non al latino. Il significato : "So che quelle terre, per quei confini che questa
[carta] contiene, trent'anni li possedette la parte di San Benedetto". Negli anni seguenti furono
riportate formule simili anche a Teano e Sessa Aurunca (sempre nel Nord della Campania).


152 - San Francesco (Assisi, Umbria, 1182 - 1226):

Il cantico delle Creature (anno 1224).

Altissimu, onnipotente, bon Signore,
tue so' le laude, la gloria e l'honore et onne benedictione [...].
Laudato sie, mi' Signore, cum tucte le tue creature,
spetialmente messor lo frate sole,
lo quale iorno, et allumini noi per lui.
Et ellu bellu e radiante cum grande splendore;
de te, Altissimo, porta significatione.
Laudato s, mi' Signore, per sora luna e le stelle:
in celu l'i formate clarite et pretiose et belle.
Laudato si', mi' Signore, per frate vento,
et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,
per lo quale a le tue creature di sustentamento.
Laudato si', mi Signore per sor'acqua,
la quale multo utile et humile et pretiosa et casta.
Laudato si', mi' Signore, per frate focu,
per lo quale ennallumini la nocte:
ed ello bello et iocundo et robustoso et forte.
Laudato si', mi' Signore, per sora nostra matre terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti fiori et herba [...].


153 - Giacomo da Lentini (o Iacopo o Jacopo) (Lentini, Sicilia, 1200 - 1270).
Inventore del "sonetto", fu il principale esponente della Scuola Siciliana.
Il linguaggio gi molto ripulito e risulta piuttosto simile all'attuale lingua italiana.

Io m'aggio posto in core (anno 1233).

Io m'aggio posto in core a Dio servire
com'io potesse gire in paradiso,
al santo loco, ch'aggio audito dire,
u' si mantien sollazzo, gioco e riso.
Sanza mia donna non vi vora gire,
quella ch'ha blonda testa e claro viso,
ch sanza lei non potera gaudere,
estando da la mia donna diviso.
Ma no lo dico a tale intendimento,
perch'io peccato ci volesse fare [...].


154 Esaminiamo anche il volgare milanese di Bonvesin della Riva (Milano 1240-1313):

Le cortesie da desco (Le belle maniere da usare a tavola, anno 1270 circa).

Fra Bonvesin dra Riva, ke sta im borgo Legnian,
de le cortesie da desco quil ve dise perman;
de le cortesie cinquanta ke se dn servar al desco
fra Bonvesin dra Riva ve'n parla mo' de fresco.
La premerana questa, ke quando tu ve' a mensa
del pover besonioso imprimamente impensa:
k, quand tu pasci un povero, tu pasci lo to pastor
k t'a pasce pos la morte in l'eternal dolzor.
La cortesia segonda: se tu sporzi aqua a le man,
adornamente la sporze, guarda no sii vilan [...].


155 - Facciamo il confronto con il romano volgare del 1250 circa. "Le miracole de Roma" la
prima "guida turistica" di Roma scritta in volgare invece che in latino. Il cap.8 descrive il
Campidoglio:
"Capitolio, lo quale era capo de lo munno, dove stavano li consoli et li senatori ad regere tutto
lo munno. Et lo monte intorno era murato de mura forte et alte. Et sopre la cima de lo monte
tutte le mura erano de belle opere adornate, de auro et de vitro. Et infra la rocca de lo palazo
de molte belle opere adhornate, de rame, de argento, de auro et de prete pretiose".
Rispetto al romanesco attuale, questo linguaggio un po' pi orientato verso i dialetti
meridionali. Per esempio: "munno" invece di "monno" (cio "mondo"); "petre" invece di
"pietre"; l'articolo "lo" invece di "er" (cio "il").


DA DANTE IN POI.


156 Nel 1304 Dante Alighieri scrive il De Vulgari Eloquentia (DVE). Nel libro I, cap.VIII,
Dante esamina le varie lingue dEuropa e le divide in tre gruppi: Greco/Slavo, Germanico e
Latino. Egli identifica il vasto gruppo Germanico con laffermazione i, che significa s (la
sillaba i affine al tedesco attuale ja e allinglese yes).
Dante quindi si concentra sulle lingue neo-latine. A quel tempo alcuni pensavano che fosse
possibile creare ununica lingua volgare, comune alla Francia, allItalia e alla Spagna: per
esempio Il Milione di Marco Polo fu scritto da Rustichello da Pisa nel 1299 in una strana
lingua mista franco-italiana (purtroppo il testo originale andato perduto). Seguendo questa
prassi, Dante inizia la sua analisi riferendosi al volgare latino, come se fosse ununica lingua,
ma subito dopo deve precisare che tale volgare un idioma oggi tripartito, poich alcuni per
affermare dicono oc, altri oil, altri s, e cio gli Ispani, i Franchi e i Latini.
In pratica, Dante ha gi distinto tre lingue diverse: quella degli Ispani (che in realt il
Provenzale); quella dei Franchi (cio il Francese); e quella del Latini (che in realt lItaliano).
Ciascuna lingua ha un modo diverso per dire laffermazione s. Laffermazione francese
riportata da Dante oil, ma nei secoli successivi cambiata ed oggi si dice "oui" (pronuncia:
"u"). Invece il nostro s rimasto tale, sia nell'Italiano standard che in tutti i dialetti (anche se
in alcuni si pronuncia "sc").
Gli Ispani di Dante ("Yspani") in realt sono i Francesi del Sud (Occitani/Provenzali); i Franchi
("Franci") sono i Francesi del Nord; e i Latini corrispondono agli Italiani, come si deduce dai
passi successivi. Infatti Dante usa talvolta la parola Latium e altre volte la parola Ytalia per
indicare lo stesso territorio, cio lItalia. Ed usa la parola Latini come sinonimo di Ytali,
cio di Italiani. Perch Dante chiama Yspani gli Occitani/Provenzali? Una probabile
spiegazione la seguente. Anzitutto Dante sembra disconoscere lesistenza del Castigliano (lo
spagnolo attuale), in cui si usa laffermazione s come in italiano: Dante infatti identifica il
territorio del s con la sola Italia. Inoltre occorre tener presente che la lingua della Spagna
orientale, cio il Catalano (parlata a Barcellona, in tutta la Catalogna e ad Andorra) simile al
Provenzale, lingua del Sud della Francia. Questi due fatti messi insieme potrebbero aver indotto
Dante a identificare gli Yspani erroneamente (o impropriamente) con gli Occitani/Provenzali.
Del Provenzale resta una rara testimonianza nella Divina Commedia: nel Purgatorio infatti
Dante infatti incontra Arnaldo Daniello (Arnaud Daniel), che parla appunto in Provenzale (XIV,
140-147). E' l'unico esempio, in tutta la Divina Commedia, di lingua diversa da quella dello
stesso Dante. Infatti tutti gli italiani che Dante incontra nel suo viaggio parlano esattamente
nella sua stessa lingua (invece che nei rispettivi volgari regionali).

157 - Nei capitoli successivi del De Vulgari Eloquentia (DVE) Dante si concentra sulla lingua
dei Latini, che in realt sono gli Italiani:
Coloro che parlano con il s vivono in quella parte dell'Europa meridionale che ad Occidente
segnata dai confini dei Genovesi, ad Oriente dal promontorio d'Italia proteso nell'Adriatico, e
che verso Sud si estende fino alla Sicilia. (I, VIII, 6, Traduzione dal latino e sintesi)
Con questa complicata descrizione Dante vuole indicare i confini entro i quali vengono parlati i
dialetti caratterizzati dall'affermazione s. Questo territorio coincide con l'Italia geografica, ma
Dante all'inizio lo fa soltanto intuire, citando il nome d'Italia indirettamente, quasi per caso, e
riportando i suoi confini naturali e tradizionali. I confini dei Genovesi sono quelli con la
Francia, presso Nizza (Trofeo della Turbia ed attuale Principato di Monaco). Il promontorio
orientale lIstria. Il territorio della lingua del s continua verso Sud fino alla Sicilia,
nominata esplicitamente. I confini settentrionali vengono identificati con le Alpi in un passo
precedente (I, VIII, 5).
Dante poi avverte che la lingua del s frammentata in una molteplicit di volgari (i dialetti
italiani), ma mostra che essi possono essere unificati poich sono aspetti diversi di ununica
lingua ideale, il volgare illustre, comune a tutte le regioni (che naturalmente la nostra lingua
italiana). Dante quindi descrive le differenze e gli aspetti comuni dei vari volgari dItalia. Egli li
suddivide in 14 gruppi, di cui 7 ad Est degli Appennini e 7 ad Ovest.
Diciamo innanzitutto che il Lazio [cio lItalia] diviso in due parti, destra e sinistra. Se si
chiede qual la linea divisoria, ripondiamo subito che la catena degli Appennini [...] come
Lucano [autore Romano del I secolo d.C.] descrive nel secondo libro [della Pharsalia]: la
parte destra sgronda nel Mar Tirreno, la sinistra cade nellAdriatico. I, X, 4.
Nella visione di Dante lItalia appare capovolta, cio il Sud in alto e il Nord in basso:
Le regioni di destra sono: lApulia [Italia meridionale], ma non tutta; Roma; il Ducato
[Spoleto ed Umbria meridionale], la Toscana, la Marca Genovese [Liguria]; quelle di sinistra
sono laltra parte dellApulia, la Marca Anconetana, la Romagna, la Lombardia, la Marca
Trevisana con i Veneti. Infine, il Foro di Giulio [Friuli] e lIstria non possono essere altro che
alla sinistra dYtalia [Italia], mentre Sicilia e Sardegna possono essere associate solo alla
destra dYtalia. I, X, 5.
La classificazione di Dante incompleta, poich alcune regioni non vengono distinte in
dettaglio ma risultano accorpate ad altre:
1) la Campania, la Lucania tirrenica e la Calabria secondo Dante formano ununica regione, che
egli chiama Apulia di destra;
2) le Puglie, la Lucania ionica, il Molise e gli Abruzzi secondo Dante formano unaltra regione
chiamata Apulia di sinistra;
3) nella Lombardia sono inclusi anche il Piemonte e lEmilia;
4) nella Toscana inclusa anche l'Umbria settentrionale.
Nonostante questi limiti, la classificazione di Dante ha gi una indiscutibile validit.
Nei capitoli successivi egli dimostra una buona conoscenza dei vari volgari regionali, che
esamina uno per uno, senza risparmiare critiche e commenti sprezzanti. La sua ricerca
comunque risulta produttiva, poich egli individua un vasto patrimonio comune a tutti i volgari
dItalia e riconosce inoltre che ciascun volgare, per quanto rozzo, contiene in s il profumo
del volgare illustre, la lingua ideale che sta al di sopra di tutti (e che oggi costituisce la nostra
lingua italiana).
Dante per avvisa che solo pochi autori si sono mostrati allaltezza della nuova e nobile lingua.
Inoltre tiene a sottolineare che il volgare illustre non pu essere identificato con il toscano, e
critica apertamente quei suoi corregionali che, confusi dalle loro stupidaggini, si arrogano il
titolo del volgare illustre. A questo proposito cita alcuni autori toscani per mostrare che le loro
poesie sono scritte in una lingua municipale [cio locale] e non curiale [cio nazionale].
I,XIII,1. Secondo Dante solo quattro autori toscani hanno ricercato una lingua pi elevata ed
universale e si sono rivelati capaci di scrivere nel volgare illustre: uno Cino da Pistoia; gli altri
tre sono fiorentini: Lapo Gianni, Guido Cavalcanti e Dante stesso. Egli inoltre elogia autori di
altre regioni, come il bolognese Guido Guinizzelli ed alcuni poeti della Scuola Siciliana, la cui
lingua non differisce in nulla da quella lodevolissima (I, XII, 6).

158 - La lingua francese devessere considerata pi antica di quella italiana di circa due secoli
(La "Chanson de Roland" risale al 1100 circa). Infatti in Italia la tradizione legata al latino
classico era ancora troppo forte. Tuttavia occorre sottolineare che la Francia dovette attendere il
1533 prima di avere un saggio che descrivesse le diverse varianti volgari parlate in Francia
(mentre per lItalia il DVE di Dante lo aveva fatto gi nel 1304). Lo scritto in questione (in
latino come il DVE) si intitola "De Differentia vulgarium linguarum et Gallici sermonis
varietate" ed di Charles de Bovelles (1479-1553). Noi italiani inoltre siamo avvantaggiati
rispetto ai francesi perch possiamo leggere i testi del Medio Evo senza traduzione. I francesi
per esempio leggono i romanzi di Lancillotto con la traduzione (testo a fronte), perch la lingua
cambiata troppo. Noi leggiamo Dante senza testo a fronte (anche se sono necessari dei
commenti perch non sempre risulta di facile lettura). Quasi lo stesso si pu dire dell'inglese
medievale (Chaucer, padre della letteratura inglese, visse mezzo secolo dopo Dante).

159 - Nella costituzione francese viene esplicitamente specificato che la lingua ufficiale della
nazione il francese. La costituzione italiana non specifica nulla a riguardo, perch gli stati
italiani preunitari avevano gi adottato spontaneamente la lingua italiana. Il grande studioso di
linguistica Noam Chomski afferm: "Le lingue sono i dialetti con l'esercito e la marina".
Chomski intende dire che la maggior parte delle lingue si sono imposte con la forza. Questo non
successo in Italia, poich tutti gli Stati pre-unitari italiani avevano adottato la lingua di Dante
come lingua ufficiale, per motivi naturali (sostituendo il latino). Inspiegabilmente oggi qualcuno
afferma che la lingua italiana stata imposta dai Piemontesi nel 1861, questa un'affermazione
chiaramente falsa e priva di fondamento.

160 - Torniamo al Medio Evo: poich i poeti della Scuola Siciliana scrivevano gi in un
"volgare illustre" molto "italianizzato", ci possiamo chiedere come scriveva un siciliano che non
aveva ancora una visione "universale" o nazionale. Ebbene, ecco l'inizio del "Codice Spatafora"
su "La Maniscalchia di li caualli", scritto nel 1368 da Bartolomeo Spatafora (che probabilmente
ripende un testo pi antico):
Intra tuti li animali creati da lu altissimu maistru criaturi di tutti li cosi, li quali sunu sutamisi
ala humana genuaciuni, nullu animali sia plui nobili di lu cauallu.
Questo passo si pu trovare sul sito www.linguasiciliana.org, il cui proposito sarebbe quello di
dimostrare che il siciliano/calabrese una lingua a se stante, diversa dall'italiano.

161 - Masuccio Salernitano, pseudonimo di Tomaso dei Guardati (Salerno 1410 - 1475),
ispirandosi ad una leggenda di Siena scrisse un racconto con protagonista Mariotto e Ganozza
(novella 33 dal Novellino), che ispir il veronese Luigi Da Porto a scrivere "Giulietta e Romeo"
(1524), poi ripreso da William Shakespeare (1591), che ottenne un successo una fama di livello
mondiale. Difficilmente Masuccio Salernitano si ritrova nelle attuali antologie della letteratura
italiana, poich la sua lingua viene considerata ancora "impura" e "regionale". Eppure il
veronese Da Porto la comprese benissimo, visto che lo indusse a scrivere "Giulietta e Romeo",
basandosi su reali fatti storici di Verona. Ecco il riassunto della novella originaria, nelle parole
dello stesso Masuccio: "Mariotto senese, innamorato de Ganozza, como ad omicida se fugge in
Alissandria; Ganozza se fenge morta, e, da sepultura tolta, va a trovare l'amante; dal quale
sentita la sua morte, per morire anco lui retorna a Siena, e, cognosciuto, priso, e tagliatole la
testa; la donna nol trova in Alissandria, retorna a Siena, e trova l'amante decollato, e lei supra
'l suo corpo per dolore se more."

162 - Il primo autore non toscano che adott esattamente la lingua codificata da Dante, Petrarca
e Boccaccio, fu Jacopo Sannazzaro o Sannazaro (Napoli 1456-1530), autore della celebre
"Arcadia". Contemporaneo del napoletano Sannazzaro fu l'emiliano Matteo Maria Boiardo
(Scandiano, Reggio Emilia, 1441 - Reggio Emilia 1494), autore dell'Orlando Innamorato, che
scrisse anch'egli nel cosiddetto "toscano illustre" (cio nell'italiano standard).
La scrittura di quest'opera fu interrotta durante l'invasione dei francesi, come riportato negli
ultimi versi: "Mentre che io canto, o Iddio redentore, vedo la Italia tutta a fiamma e a foco".
Il poema sar continuato da Ludovico Ariosto con lOrlando Furioso. Ariosto, come Boiardo,
era di Reggio Emilia e oper a Ferrara. Altro grande poema del '500 sar la "Gerusalemme
Liberata" del sorrentino Torquato Tasso. Nel '400 e nel '500 iniziano a diffondersi anche i primi
testi di grammatica della lingua volgare.

163 - Due napoletani che si preclusero una fama ben maggiore, per motivi diametralmente
opposti, furono Giovanni Pontano (Spoleto, Umbria, 1429 - Napoli 1503), che volle scrivere
solo in latino, e Giambattista Basile (Napoli 1580 - 1632), che scrisse solo poche opere in
italiano standard, e volle comporre le sue opere maggiore (tra cui "Lo cunto dei cunti") in
volgare napoletano. Basile comunque riconosciuto come il pi grande autore dialettale
italiano. Egli criticava le giovani napoletane, che parlavano in "toscanese", e rimpiange il
"tempo antico" (!), come si vede da questo passo estratto da "Calliope, overo la Museca":
"O bello tiempo antico, e canzoni massicce...
Dov' iuto lo nomme vuosto, dove la famma,
o villanelle meie napolitane?
Ca mo' cantate tutte 'n toscanese..."
Se avesse scritto prevalentemente in italiano standard, Basile avrebbe potuto ottenere lenorme
successo riscosso dal suo conterraneo e maestro Giambattista Marino (Napoli 1569-1625), il
maggior poeta italiano del '600. Marino fu acclamatissimo, ammirato e richiesto in tutta l'Italia
dell'epoca. E rimasto celebre come il "poeta della meraviglia":
"E' del poeta il fin la maraviglia... chi non sa far stupir vada alla striglia".

164 - Nel 1583 a Firenze viene fondata l'Accademia della Crusca, per la codificazione della
corretta lingua italiana. Secondo alcuni commentatori, la Crusca ha contribuito ulteriormente
alleccessiva "toscanizzazione" o "fiorentinizzazione" della lingua italiana, come abbiamo gi
visto nel punto 50. Perci bene accennare alla questione secolare che ha contrapposto i
"fiorentinisti" agli "italianisti". I primi sostenevano che la lingua italiana dovesse fare
riferimento al fiorentino illustre. I secondi invece ritenevano che la lingua italiana dovesse tener
conto di tutti i volgari regionali.
Tra i fiorentinisti ricordiamo (oltre agli Accademici della Crusca) Niccol Machiavelli, Giovan
Battista Niccolini, il milanese Alessandro Manzoni e forse il napoletano Basilio Puoti (v. punto
58). Manzoni nel 1827 sent la necessit di recarsi a Firenze per "sciacquare i panni in Arno",
cio per meglio adeguare al fiorentino illustre la lingua in cui egli aveva scritto la prima stesura
de "I promessi sposi". Tra gli italianisti ricordiamo Dante Alighieri (DVE, punto 157),
Giangiorgio Trissino (punto 47), Jacopo Corbinelli, Torquato Tasso, Ludovico Muratori,
Vincenzo Monti, Giulio Perticari. Va notato che Dante e Corbinelli erano fiorentini ma non
fiorentinisti.
Per fortuna il rigore della Crusca e dei fiorentinisti non imped il diffondersi di vocaboli
regionali, che hanno potuto contribuire alla ricchezza della lingua italiana. Luso naturale della
lingua ha perfino fatto cadere in disuso alcune parole esclusivamente toscane, incluse
forzatamente nella lingua italiana pur non essendo usate nelle altre regioni. Ad esempio:
balocco, oggi sostituito da giocattolo. Mesticheria, oggi superato da ferramenta o
coloreria. Lavverbio punto, nel senso di affatto, oggi utilizzato solo in alcune zone della
Toscana. Ed ancora, il pronome dimostrativo codesto, non utilizzato nella lingua parlata
(questa perdita per costituisce un danno per lespressivit e la precisione della lingua).
Avevamo gi ricordato (nel punto 50) che le due parole italiane oggi pi conosciute nel mondo
sono "Pizza" (di origine napoletana) e "Ciao" (di origine veneziana).

165 - Se per assurdo la Toscana non fosse mai esistita, presumibile che i "volgari" delle
diverse regioni italiane si sarebbero comunque ripuliti ed evoluti verso un'unica lingua
nazionale, come risulta evidente dai vari esempi riportati finora. Ovviamente il percorso sarebbe
stato pi difficoltoso se fosse mancato lesempio di Dante e degli altri grandi toscani. Oggi per
alcuni commentatori considerano i dialetti italiani quasi come "lingue diverse" tra di loro.
Eppure l'affermazione di Chomski (punti 159 e 175) non pu certamente applicarsi all'Italia.
Cercheremo di risolvere questa controversia pi avanti, nel punti 171, 172 e 173, dove citeremo
una "prova" davvero sorprendente a favore della nostra tesi.
Per adesso possiamo sottolinare che se il toscano non fosse esistito, il "napoletano illustre"
sarebbe stato come quello di Basile, o ancor meglio quello di Masuccio Salernitano (v. punto
161), che risulta pi "imparziale" di Basile (infatti quest'ultimo si era volontariamente
contrapposto al "toscanese" e quindi evidente che abbia cercato volontariamente espressioni
pi "locali", che si distinguessero dal "toscanese"). Il "napoletano illustre" traspare anche da
alcune espressioni popolari, come ad esempio il titolo che il povero pescivendolo Masaniello si
attribu nella rivoluzione napoletana del 1647 contro gli spagnoli: "Preposto e Prefetto Generale
de lo Fedelissimo Popolo Napolitano".

166 - Chiediamoci: invece di un'unica lingua comune, avrebbe avuto senso creare lingue diverse
da quella di Masuccio, di Dante, dei poeti siciliani (che Dante considerava gi uguale alla sua, v.
punto 157), Miracole de Roma (punto 154) e di Fra Bonvesin de la Riva (punto 155)? Certo, si
potevano sviluppare anche tre o pi lingue separate. Gli scandinavi hanno fatto proprio cos ed
oggi hanno ben 5 lingue diverse, di cui 4 risultano molto simili tra di loro: danese, svedese, e
due tipi di norvegese (il finlandese invece effettivamente diverso e non accomunabile alle
prime 4). Il risultato che nessuna di queste 4 lingue conosciuta a livello internazionale. Gli
svedesi ormai sono cos abituati a parlare inglese che stanno iniziando a dimenticare la propria
lingua. Non sarebbe stato meglio fare un piccolo sacrificio e modificarla leggermente per
unificarla col danese e col norvegese per creare una lingua pi forte? Questo argomento sar
ripreso nel punto 175. L'unione fa la forza: la lingua italiana unificata, pur essendo la
diciannovesima nel mondo come numero di parlanti, attualmente la quarta lingua pi
insegnata e studiata al mondo (v. punto 180): un risultato straordinario, se confrontato col
numero di parlanti. Inoltre la lingua italiana fin dal diciassettesimo secolo la lingua
internazionale della musica (come vedremo meglio nei punti 167 e 168), e oggi risulta
importante anche in altri campi, come larte in generale, la moda e la gastronomia.

167 - A partire dal diciassettesimo secolo la lingua italiana si afferma a livello internazionale
come la "lingua della musica" (nonostante la decadenza civile e culturale dell'Italia). Ancora
oggi i musicisti di tutto il mondo utilizzano i termini musicali in italiano (nonostante l'incalzare
dell'inglese nella musica moderna). Per espandere quanto detto ai punti 21 e 54, vediamo alcune
parole italiane conosciute dai musicisti di tutto il mondo: alcune sono famosissime, come
"Concerto", "Maestro", "Opera", "Orchestra", "Pianoforte" (o "Piano"), "Ritornello", "Sonata"
o "Tempo" (quest'ultimo inteso in senso musicale).
Ecco alcune parole prevalentemente di scrittura musicale: A Cappella, Accelerando, Adagio, Al
Fine, Allegro, Andante, Aria, Assai, Cantabile, Coda, Con Brio, Con Spirito, Crescendo, Da
Capo (D.C.), Dal Segno (D.S.), Dolce, Finale, Forte (f), Fortissimo (ff), Giocoso, Grave, Largo,
Legato, Lento, Maestoso, Mezzoforte (mf), Moderato, Non troppo, Pianissimo (pp), Piano (p),
Presto, Rallentando, Sincopato, Solfeggio, Staccato, Toccata, Vivace.
Parole riferite a strumenti musicali, voci o suoni: Celeste, Fagotto, Falsetto, Oboe, Pizzicato,
Soprano, Sotto Voce (scritto cos, separato), Tenore, Tremolo, Trio, Trombone, Tuba, Vibrato,
Viola, ecc.
Alcune parole legate pi alla musica popolare che a quella colta: Ballata, Cantata, Mandolino,
Serenata, Tarantella.
Alcune parole che in inglese sono state deformate: Alto (Contralto), Baritone, Cello
(Violoncello), Contrabass (Contrabbasso), Clarinet, Contra Fagotto (Controfagotto), Piccolo
(Flauto piccolo), Quartet, Quintet, Trumpet (Tromba), Solo (Assolo), Violin.
Certe parole italiane non strettamente musicali sono diventate famose attraverso la musica,
come ad esempio: Bis, Bravo, Capriccio, Divertimento, Finale, Impresario, Libretto, Scherzo,
Viva. Esiste poi una minoranza di termini musicali in lingua francese (ad esempio Ouverture,
Suite, Bouree, Nocturne).


168 - Per vedere alcuni esempi concreti di notazione musicale in italiano, esaminiamo alcuni
brani famosissimi di musica classica, scritti da grandi musicisti europei,

"Toccata und Fuge" di Bach, BWV 565, scritta nel 1707, cambia tempo molte volte: la Toccata
inizia con il tempo "Adagio", ma in due punti raggiunge il "Prestissimo". La Fuga invece inizia
con "Maestoso" e procede a lungo con questo tempo. Nel finale rallenta fino ad "Adagissimo".

La sinfonia pi celebre di Mozart la n.40 (K550, scritta nel 1788), i cui movimenti sono:
1) Allegro molto; 2) Andante; 3) Menuetto (Allegro); 4) Finale (Allegro assai).
Nota: Mozart scrisse proprio "Menuetto" invece di "Minuetto".
Mozart preferiva scrivere opere in cui anche il "libretto" (cio il testo da cantare) fosse in lingua
italiana. Alcune sue opere celebri sono: Le Nozze di Figaro (K492, scritta nel 1786); Don
Giovanni (K527, 1787); Cos fan tutte (K588, 1789).

La celeberrima Quinta Sinfonia di Beethoven (anno 1808) ha 4 "movimenti":
1) Allegro con Brio; 2) Andante con Moto; 3) Allegro; 4) Allegro - Presto.

La nona sinfonia di Beethoven (anno 1823) stata dichiarata Inno della Comunit Europea. Il
suo ultimo movimento ("Presto") contiene una parte cantata (cosa insolita per una sinfonia), il
cui testo in lingua tedesca. Si tratta di "An die Freude" ("Inno alla Gioia") di Schiller. Tuttavia
i suoi 4 Movimenti, come tutte le composizioni sinfoniche, hanno il tempo indicato in italiano:
1) Allegro, ma non troppo, un poco maestoso; 2) Molto vivace; 3) Adagio molto e cantabile; 4)
Presto.

Il Notturno (Nocturne) op.9 n.2 di Chopin (anno 1830) ha un solo movimento, il cui tempo
"Moderato". Sotto il tempo, Chopin ha riportato anche l'indicazione "Dolce".

Il Concerto n.1 per Pianoforte e Orchestra di Ciaikoski o Tchaikovski (1875) ha i seguenti
movimenti: 1) Allegro non troppo; 2) Andantino semplice; 3) Allegro con fuoco.


169 La lingua italiana veniva utilizzata da alcuni musicisti stranieri non solo negli spartiti
(come voleva la prassi), ma talvolta anche nei testi o nei titoli (si ricordino le opere di Mozart).
Vediamo altri due esempi significativi.
Il musicista ungherese Franz Liszt nel 1838 dedic all'Italia la seconda annata dei suoi "Annes
de Plerinage" e nel 1840 vi aggiunse "Venezia e Napoli" (titolo originale in italiano), che un
insieme di brani romantici per pianoforte, comprendenti tra l'altro una celebre "Tarantella".
Liszt scrisse molti altri brani con titolo in italiano (ad esempio la "Sinfonia Dante", del 1856).
Il musicista russo Piotr Ilyich Tchaikovski (o Ciaikoski) nel 1880 scrisse il "Capriccio Italien"
(questo il titolo originale). A quel tempo l'unificazione d'Italia era gi avvenuta, ma qui la cosa
interessante da notare unaltra: il Capriccio Italien formato da due brani che Ciaikoski
riprese dalla musica popolare, e cio una tarantella napoletana e una canzone veneta. Questo
significa che Ciaikoski trovava naturale accostare Veneto e Campania, cos come Liszt aveva
trovato naturale accostare Venezia e Napoli, cio due regioni e due citt che noi consideriamo
molto diverse tra di loro. Evidentemente dall'esterno pi facile scorgere una certa similitudine
ed omogeneit tra le regioni italiane, mentre noi dallinterno siamo abituati a vedere solo le
differenze e a enfatizzarle.
Un esempio finale, che pu essere utile ai pi scettici: Gioacchino Rossini nel 1813 compose
l'opera "L'italiana in Algeri". Questo titolo dimostra (ammesso che a questo punto ve ne sia
ancora bisogno) che il concetto di "italianit" era sentito e riconosciuto ben prima dell'Unit
d'Italia. Daltronde le opere liriche venivano scritte e cantate in italiano gi due secoli prima.

170 - Come anticipato nel punto 104, l'Italia linguistica (ovvero il territorio dove
tradizionalmente venivano o vengono parlati dialetti di matrice italica e gallo-italica)
corrisponde quasi esattamente alla Diocesi Italiciana (appartenente all'Impero Romano), con le
seguenti eccezioni: Tirolo (Austria); Alto Adige (provincia di Bolzano), di tradizioni tirolesi e di
lingua tedesca; Val d'Aosta, di tradizione Franco-Provenzale; piccole comunit Slovene nel
Friuli Venezia Giulia; pochi paesini di lingua Albanese e Greca nell'Italia Meridionale e in
Sicilia, come Piana degli Albanesi. Arrivate fin dal Medio Evo, questultime popolazioni ebbero
una scarsa assimilazione con i "latini" che vi abitavano (cio gli italiani), come dimostra questo
bruttissimo detto popolare: "Si vai a lu boscu e vidi lu lupu e lu grecu, lassa lu lupu e spara a lu
grecu" (in realt questo esempio si riferisce agli Albanesi, che venivano venivano chiamati
anchessi "Greci").

171 - Nel punto 165 avevamo detto che se la Toscana non fosse esistita, presumibilmente l'Italia
sarebbe giunta comunque ad avere una sua lingua unificata, anche se il processo sarebbe stato
pi lento e difficoltoso. Stranamente questo oggi un punto controverso. Negli ultimi decenni si
sono diffuse sempre pi le convinzioni che i diversi dialetti italiani siano lingue diverse. Ma
questa visione non mai stata condivisa dai glottologi, che considerano come possibili lingue
separate solo il Sardo (escluso per quello del nord dell'isola) e il Friulano interno (che una
forma di ladino). In ogni caso esse rimangono lingue piuttosto vicine all'italiano. In realt tutti i
dialetti, se vengono "raffinati", tendono a diventare pi simili tra di loro e a confluire
praticamente in un'unica lingua, come fu intuito gi da Dante (v. punto 157), che peraltro non
escluse da questo processo n i Sardi n i Friulani. La lingua italiana di fatto un ottima
"sintesi" tra tutti i dialetti (in statistica e nelle scienze esatte si direbbe che un "fit" eccellente).
Cos, se per assurdo non fosse nata ununica lingua italiana, oggi avremmo tre, quattro, dieci o
pi lingue raffinate, molto simili tra loro, almeno come lo sono oggi lo spagnolo e il portoghese.
Qui per alcune persone obiettano che non esiste una controprova che possa confermare questo
ragionamento teorico e quindi le diverse lingue regionali avrebbero potuto evolversi in modo
autonomo e diventare molto diverse tra di loro. La risposta inaspettata e sorprendente che
possiamo dare che invece la controprova esiste!. Incredibilmente c una lingua
originariamente italica, che pur avendo subito un'evoluzione a s stante, rimasta molto simile
alla nostra lingua attuale! La esamineremo nei due punti seguenti.

172 Occorre premettere che alcune terre, pur non avendo mai fatto parte del territorio
dell'Italia unita, hanno un dialetto italiano. Il caso pi evidente il Canton Ticino in Svizzera,
dove il dialetto di tipo lombardo e la lingua ufficiale ovviamente l'italiano. Esiste per
un'altra terra in cui stata imposta una lingua straniera (come unica lingua ufficiale!) e che
tuttavia mantiene ancora un dialetto locale chiaramente italico (anche se gli abitanti locali
considerano una lingua a se stante). Vediamone un esempio, riportando alcuni passi scritti in
questa lingua e che trattano proprio di linguistica (in particolare delle lingue neolatine):
"Un certu gradu di latinit h u criteriu principale ch permette di classific e diverse lingue
neulatine ind'a famiglia di e lingue rumanze (talianu, spagnolu, portughese, sardu, rumenu,
francese...). S dunque e lingue nate da a latinisatione d i paesi cunquistati da Roma, da u
quartu seculu prima Cristu u secondu seculu dopu Cristu. Ma issa latinisazione n h
micca inghjennatu dapertuttu lingue rumanze. H stata pi prufonda in u centru di l'imperu
rumanu menu impurtante in e cunfine. [...] Dialettu o lingua? [...] Ci vole d ch da u puntu
di vista di i linguisti, l'impiegu di una o l'altra parulla n traduce micca una sfarenza di natura
ma piuttostu una sfarenza di puntu di vista. Tuttu u sistema linguaghjaghju propriu una
cummunut, sia cum'ella sia, h in listessu tempu lingua [e] dialettu sicondu ch'ellu h
cunsideratu in s stessu o piazzatu ind' un'universu pi ampiu".
Che lingua sar mai questa, che cos comprensibile e simile all'italiano, e che ci ricorda un po'
il sardo (del nord), il siciliano e il calabrese, ma anche un po' l'umbro e il ciociaro, e che in
qualche espressione assomiglia ai vernacoli toscani e talvolta anche al genovese? Prima di
svelarlo, bene avvisare che gli abitanti di questa regione non si considerano "italiani" e
desiderano fondamentalmente che la loro terra sia indipendente. In effetti la sua evoluzione
storica esclude che oggi possa essere considerata italiana, a parte gli aspetti linguistici
(riguardanti per solo la lingua popolare e non quella ufficiale).
Ebbene, la regione in questione la Corsica, l'isola che si trova a nord della Sardegna e a sud
del Mar Ligure e che appartiene alla Francia fin dal 1768, un anno prima della nascita di
Napoleone ad Ajaccio. L'isola era gi stata francese per qualche anno durante il sedicesimo
secolo. Il brano riportato sopra stato estratto dal sito www.accademiacorsa.org. La Francia ha
imposto in Corsica il francese come unica lingua ufficiale, che viene insegnata nelle scuole
come "lingua madre" e che devessere utilizzata per legge. Pertanto la "Lingua Corsa" stata
utilizzata solo in ambito familiare o tra amici ed oramai poco conosciuta dai giovani, sebbene
negli ultimi anni alcune leggi le abbia concesso un parziale riconoscimento (ma non certo il
"bilinguismo", che resta ancora lontano).

173 - Leggiamo altri passi in questa lingua cos particolare, che suscita una simpatia immediata
e naturale negli italiani e che pu costituire la definitiva "prova del nove" su quanto avevamo
dichiarato nei punti 165 e 171: "Lingua corsa [e] lingua francese, n s esciute da a stessa
aghja lingustica. S' corsu [e] talianu eranu cumplementarii, corsu [e] francese n ponu
esse ch in cuncurenza. Chi li restava f u corsu? O sparisce o diventa una lingua cumpita.
F Santu Casanova ch ebbe issa bella idea quand'ellu fund in u 1896, A Tramuntana. Ci
eranu stati ancu nanzu scritti in corsu, cum' per esempiu a puesia giocosa, ma eranu
soprattuttu, puesia literattura orale".
Questa era la continuazione del brano visto nel punto 172. Vediamone adesso un altro, estratto
dal Forum online del sito del "Journal de la Corse", www.jdcorse.com, in cui l'autore augura un
riavvicinamento alla lingua italiana (che per non tutti i Corsi condividono):
"Perche a cunniscenza e l'adopru di a lingua taliana so necessarii a' u campa' di a lingua
Corsa? Perch s duie lingue di listessu stampu, s traminduie isciute da u latinu, cume u
spagnolu, u francese, u portughese e u rumenu ch s tutte lingue rumanze. Ma u talianu assai
pi apparentatu u corsu ch tutte quillaltre [...].
Chiaramente questa lingua molto simile all'italiano, perfino pi dello spagnolo (lingua che
normalmente viene considerata la pi vicina alla nostra). E' vero che l'utilizzo di "u Corsu" oggi
si ridotta al lumicino, poich stata superata (nella stessa Corsica) dal francese e forse perfino
dall'arabo (parlato dagli immigrati). Tuttavia, in ci che sopravvive, u Corsu rimane
straordinariamente simile alla lingua d'Italia e a vari suoi dialetti. Eppure il 1768, anno in cui la
Corsica diventata definitivamente francese, ormai lontanissimo! Da questa data passarono
quasi centanni prima di giungere allUnit dItalia. Nel 1978 in Francia c'era ancora il Re Luigi
XV (e non ancora il XVI). Napoleone non era ancora nato, gli Stati Uniti d'America non
esistevano ancora e la Rivoluzione Francese ebbe inizio 21 anni pi tardi. Non esisteva
nemmeno il sistema metrico decimale, con le unit di misura che oggi ci sono familiari: metro,
chilometro, grammo, chilogrammo, litro, eccetera. Non esisteva quasi nulla della tecnologia
moderna (nemmeno il treno). Dal 1768 ad oggi il mondo ha vissuto sconvolgimenti di ogni tipo,
ma questo non ha alterato litalianit della lingua Corsa, che ancora oggi rimane evidente.

174 - Riassumiamo quindi il risultato dello questo insolito "esperimento" sociologico e
linguistico (che i nostri amici ed ex-connazionali hanno dovuto vivere forzatamente): prendiamo
una regione con un dialetto italico; separiamola dall'Italia per oltre due secoli, imponendovi una
lingua straniera come unica lingua ufficiale... Il risultato finale che litalianit linguistica di
questa regione continua a sopravvivere. A questo punto, non so come si possa ancora
contraddire ci che abbiamo dichiarato nei punti 165 e 171.

175 - Riprendiamo l'argomento trattato nel punto 166, che riguardava la divisione tra le lingue
scandinave (danese, svedese e due tipi di norvegese). Lo stesso si pu dire dei seguenti gruppi di
lingue: hindi, bengali ed altre lingue indiane; russo, bielorusso ed ucraino; ceco e slovacco.
serbo e croato (anche se il primo viene scritto in caratteri cirillici, come il russo, ed il secondo
nei nostri caratteri romani).
Possiamo anche includere in questa lista il gruppo delle lingue iberiche, cio spagnolo
(castigliano), catalano e portoghese. Lo spagnolo e il portoghese hanno avuto comunque una
grande diffusione nel mondo. La Spagna di Francisco Franco ha eliminato l'utilizzo del
catalano, che solo negli ultimi anni stato di nuovo autorizzato a livello ufficiale, per cui si pu
dire che Barcellona "bilingue", mentre addirittura il Principato di Andorra adotta il catalano
come unica lingua ufficiale! Nel Nord-Est della Spagna esiste poi una lingua che non neo-
latina e nemmeno indo-europea, ovvero il Basco.
La Francia fin dal sedicesimo secolo ha eliminato la lingua d'oc (il Provenzale e pi in generale
l'Occitano) ed ha imposto la lingua d'oil (il Francese del Nord). Inoltre non riconosce le
minoranze linguistiche sul territorio francese, come la minoranza tedesca a Strasburgo e in tutta
l'Alsazia, quella Gaelica in Bretagna, quella Basca e Catalana al confine con la Spagna, quelle
Italiche in Corsica e nella zona del Principato di Monaco. Quest'ultime (tra Nizza e Ventimiglia)
sono quasi estinte (si parla solo francese), ma i nomi italiani delle localit interne al Principato
di Monaco restano come indiscutibile testimonianza storica: Montecarlo o Monte Carlo,
Moneghetti, Grimaldi, Larvotto e lo stesso Monaco.
In Inghilterra, tra i diversi dialetti, si imposto quello di Londra ("Estuary English"), che poi
stato trapiantato anche in Scozia, Galles ed Irlanda, dove le lingue originali erano Gaeliche, cio
totalmente diverse dall'inglese (per esempio in gallese "Dim Sassenach" significa "Niente
inglese").
In questi casi certamente vero ci che ha dichiarato il linguista Chomski: "Le lingue sono i
dialetti con l'esercito e la marina" (v. punto 159). L'affermazione di Chomski per non vale per
l'Italia e per la Germania, dove le rispettive lingue si sono imposte in modo "naturale".
In Germania la divisione e diramazione tra i dialetti ancora pi varia e complessa rispetto a
quella che si ha in Italia. Esiste perfino uno stadio intermedio tra "lingua" e "dialetti", ovvero
l"idioma". Gli "idiomi" sono regionali, come i dialetti, ma sono piuttosto "illustri", quasi come
la lingua. Esempi di "idiomi" molto usati sono lo svizzero tedesco ed il bavarese (quest'ultimo
parlato anche in gran parte dell'Austria).
Comunque, in Germania cos come in Italia, la contrapposizione tra lingua e dialetto non
dovrebbe essere sottolineata pi di tanto, come si fa invece da qualche anno a questa parte.
Lingua e dialetti formano un sistema unico, ampio, ricco e completo. Come gi detto nel punto
164, la nostra tradizione popolare ha permesso che parole ed espressioni dialettali penetrassero
nella lingua, regalandoci cos una ricchezza espressiva forse ineguagliabile.

176 - Dobbiamo prendere in considerazione un'ultima obiezione all'unit di fondo delle parlate
d'Italia. Alcuni glottologi (una minoranza) dividono le lingue neolatine in due gruppi, uno
"occidentale" ed uno "orientale": le lingue del gruppo occidentale sarebbero parlate in Spagna,
Portogallo, Francia e Italia del Nord. Le lingue del gruppo orientale invece sarebbero parlate
nell'Italia centro-meridionale, comprese le isole, e in Romania. Come si vede, questa
classificazione spacca l'Italia in due, secondo la "linea gotica" o la cosiddetta "linea Rimini - La
Spezia". Gli italiani del nord sarebbero quindi accomunati ai francesi, agli spagnoli e ai
portoghesi e non ai toscani, i quali invece, insieme a tutti gli Italiani centro-meridionali
andrebbero accomunati ai Rumeni.
Qual la nostra risposta? Anzitutto questa linea esiste effettivamente; per: 1) separa i dialetti
italiani del nord da quelli del centro-sud e non certamente lingue diverse; 2) congiunge non
Rimini a La Spezia bens Senigallia (Ancona) a Massa e Carrara. E' vero che alcuni dialetti del
nord possono essere definiti Gallo-Italici (con l'esclusione del veneto e forse anche del ligure).
Ma questo non certamente sufficiente per aggregarli alla "Gallia" vera e propria, cio alla
Francia. Gli unici dialetti realmente "Galli" in Italia sono quello della Val D'Aosta (Franco-
Provenzale) e quelli dell'interno di alcune "Valadas" piemontesi (Occitane/Provenzali), che
occupano piccole aree montuose del Piemonte occidentale, sulle Alpi, al confine con la Francia.
In Val d'Aosta in gi in vigore da decenni il bilinguismo Italiano-Francese.
Non perderemo molto tempo a discutere dalle divisioni tra lingue latine occidentali e
orientali, che pochi glottologi accettano e che sembra stata creata solo per spaccare lItalia in
due. Metteremo solo in evidenza 5 dati di fatto, lasciando giudicare il lettore.
Se la linea Rimini La Spezia fosse davvero cos importante, allora:
1) Uno spagnolo dovrebbe capire pi facilmente un francese piuttosto che un napoletano o un
siciliano. Inoltre un veneziano dovrebbe capirsi maggiormente con un parigino piuttosto che un
romano. Oppure un fiorentino dovrebbe capire pi una persona di Bucarest invece che una di
Venezia... E credibile tutto questo?
2) Gli svizzeri del Canton Ticino (il cui dialetto lombardo) sarebbero piuttosto stupidi, poich
hanno scelto l'italiano come loro lingua ufficiale e non il francese! Invece avrebbero dovuto fare
come i Cantoni occidentali della Svizzera, che hanno scelto il francese come lingua ufficiale
(vedi Ginevra, Losanna e molte altre citt svizzere).
3) Anche Dante sarebbe stato uno stupido, visto che nel 1304 incluse i dialetti nel Nord Italia
nella "lingua del s", cio nell'italiano (De Vulgari Eloquentia, punti...) e non certo nella lingua
d'oc (Francia meridionale) o d'oil (Francia settentrionale).
4) Anche il Duca Emanuele Filiberto di Savoia sarebbe stato uno stupido, visto che nel 1560 in
adott due lingue ufficiali diverse: l'Italiano in Piemonte; ed il francese in Savoia e in Val
d'Aosta. Se la linea linguistica Rimini - La Spezia fosse stata veramente cos netta e importante,
avrebbe dovuto adottare anche il francese anche in Piemonte, invece della lingua dei poeti
"toscani" e "siciliani", che si trovavano al di l della fatidica linea.
5) Prima di accettare la validit di questa linea, dovremmo sottolineare un fatto molto pi
importante e basilare: in realt le lingue neolatine nascono dal latino, che lantica lingua di
Roma. Perci sarebbe pi corretto dire che il provenzale ed il francese sono dialetti romani! Al
limite, potremmo perfino definire il francese come un dialetto italiano particolarmente
modificato. Questo pu far ridere, ma pur sempre pi sensato rispetto alla visione invertita
secondo cui i dialetti del Nord Italia andrebbero aggregati al francese. In realt anche il francese
deriva dagli Antichi Romani. Quindi non capovolgiamo la realt e ricordiamo che tutto nasce da
Roma, e non da Tolone o da Avignone (con tutto il rispetto per queste bellissime citt, che oggi
sono sicuramente pi civili delle nostre).

177 - Riprendiamo il discorso sui dialetti come presunte lingue separate (v. punti 165, 171 e
174). A questo proposito ho trovato utile uno scritto di un certo "Shelburn" che ho trovato su un
Forum di Internet (e che si pu facilmente ritrovare tramite una ricerca con Google).
Pur difendendo l'uso del dialetto napoletano, Shelburn non lo considera una "lingua" e
comunque non si oppone all'esistenza dell'italiano standard come lingua di riferimento.
"Prendo spunto da alcune considerazioni tratte dal libro 'Il napoletano parlato e scritto' [di De
Blasi e Imperatore, Ed. Dante & Descartes]. Il napoletano lingua o dialetto? Precisiamo
subito che il problema non deve essere drammatizzato. Innanzi tutto dialetto proviene dal greco
dilektos che significa appunto lingua. Certo, rispetto alla lingua ufficiale, il dialetto ha una
diffusione geografica pi limitata e pu contare su un prestigio minore; ma anche vero che
una lingua e i suoi dialetti hanno la stessa origine, poich discendono da una stessa lingua
madre. Anche per questo motivo il rapporto napoletano-italiano non pu essere vissuto
polemicamente, n in forma sterilmente competitiva [...]. E' certo che non sono sufficienti i
requisiti in genere addotti per sostenere che il napoletano sarebbe una lingua. Cio l'avere una
letteratura ricca, l'essere usato nelle canzoni o nel teatro, sono qualit che al massimo possono
far concludere che il napoletano sia una lingua letteraria, ma la letteratura, il teatro, la
canzone non rappresentano tutto l'universo di una lingua. Il napoletano invece non usato (e
non stato mai usato, checch se ne dica) come lingua ufficiale, nella burocrazia, nella
politica, nei tribunali. In secondo luogo, a proposito di lingua dominante, bene sfatare un
altro equivoco, in cui spesso cade chi conosce poco la storia dell'italiano e dei dialetti:
l'italiano non una lingua che si sia imposta con metodi oppressivi e autoritari [v. Chomski,
punto 159]. L'italiano stato semplicemente scelto e usato come lingua di espressione scritta e
poi lingua ufficiale da milioni di persone, che hanno trovato molto pi comodo e funzionale
usare una lingua che fosse letta e intesa da un capo all'altro della penisola. Questa penisola era
percepita come un'unit culturale gi nel Medioevo [...]: certo, non tutti lo sanno, molti fingono
di non saperlo [in realt lunit culturale dellItalia risale al I secolo a.C.]. Il vero problema
semmai la speranza che il napoletano continui a esistere nell'uso. [...] Infatti una lingua non
vive (e non rinasce) se il suo uso non corrisponde all'utilit del parlante. Fin quando sar utile,
il napoletano resister. Noi possiamo solo concorrere a questa resistenza culturale.

178 Concludiamo il discorso sul dialetto napoletano, che quello che viene citato pi spesso
quando si parla dei dialetti come possibili lingue autonome. Ebbene, sarebbe difficile
considerare non italiana una celebre canzone nota in tutto il mondo, "O sole mio", scritto nel
1898 dal poeta carducciano Capurro e musicato da Di Capua:
"Quann' fa notte, 'o sole se ne scenne, me vene comm'a 'na malincunia...".
Capurro scriveva quotidianamente in italiano, eppure scrisse volontariamente O sole mio in
napoletano: evidentemente egli non vedeva alcuna contrapposizione tra lingua e dialetto, ma li
considerava semplicemente due livelli di una stessa lingua.

179 Spesso si trovano descrizioni pi obiettive e imparziali nei commenti degli stranieri che in
quelli degli italiani stessi. Ecco per esempio la traduzione di una pagina web in inglese, che
parla dellitaliano e dei suoi dialetti (dal sito www.orbislingua.com):
"La lingua Italiana una di quelle lingue di cui quasi tutti conoscono almeno una parola, per lo
pi riguardo alla cucina o alla musica. Identifica istantaneamente una cultura ricca di vita e
colore. Non forse la cucina Italiana famosa per le sue "pizzas", "spaghetti" e "macaroni"
[sic]? Non forse l'opera Italiana famosa per i suoi tenori e soprani? E non dovremmo
dimenticare n la sublime letteratura n l'importante tradizione cinematografica Italiana [la
seconda nel mondo dopo quella Americana] che ci ha lasciato frasi ben note come "la dolce
vita" ed altre. [...] In Italia ci sono diversi gruppi dialettali:
- l'Italiano del Nord, o Gallo-Italico;
- Il Veneto, nel Nord-Est d'Italia;
- il Toscano ed il Corso nella parte centro-occidentale;
- il Romano e l'Umbro nell'Italia centro-orientale;
- il gruppo del Napoletano, Lucano e Pugliese in certe regioni nel Sud;
- ed in altre [regioni del Sud], il gruppo della Calabria, di Otranto e della Sicilia.
In generale, tutti fanno parte di un continuo di lingue inter-comprensibili, che tuttavia possono
differire notevolmente l'una dall'altra. Invece il Sardo, parlato in Sardegna, e specificatamente
nel Centro e nel Sud dell'isola, separato dal gruppo dei dialetti Italiani peninsulari. Si dirama
da una parte separata delle lingue romane [neo-latine]. Ebbene, tutte queste forme dialettali
sono parlate nei vari territori Italiani ma non hanno un'espressione scritta [ben definita], perci
quando occorre esprimersi in forma scritta, tutti voltano all'Italiano Standard, che domina
l'intera nazione [...]. Attualmente l'Italiano la lingua madre di quasi 66 milioni di persone, la
maggior parte delle quali vivono in Italia [circa 56 milioni]. E' la lingua ufficiale in Italia, San
Marino, Vaticano (insieme al Latino) ed in Svizzera (insieme al Francese e al Tedesco) dov'
parlato da mezzo milione di persone [nota: fino al 1932 era lingua ufficiale anche a Malta,
insieme all'inglese; l'attuale presidente della Repubblica di Malta, in carica dal 1999, si chiama
Guido de Marco]. E' parlato anche in certe zone delle Alpi e della Costa Azzurra ed in piccole
comunit in Croazia e in Slovenia [cio in Istria e Dalmazia: in alcuni Comuni lingua
ufficiale]. Fuori d'Europa, si stima che vi siano un milione e mezzo di nativi Italiani che vivono
negli Stati Uniti d'America, 700.000 in Brasile e 600.000 in Argentina [molti anche in
Venezuela], anche se di solito parlano forme dialettali invece dell'Italiano Standard, secondo le
tradizioni di famiglia. L'uso dell'Italiano diffuso anche in Somalia, mentre sta scomparendo in
Libia e in Etiopia. [Nota: l'italiano molto conosciuto anche in Albania. Inoltre diffuso nelle
zone d'Europa dove vi sono molti immigrati italiani (per esempio Germania, Belgio,
Lussemburgo)].

180 - Attualmente (anno 2004) l'italiano la quarta lingua pi studiata nel mondo. Se si
considera il numero di persone che la parlano, solo diciannovesima: la prima il cinese,
seguita dallo spagnolo e dall'inglese (infatti la classifica cambia totalmente se si considera il
numero di persone che studiano le varie lingue invece del numero di parlanti). Ovviamente la
lingua pi studiata al mondo l'inglese, seguita dal francese, dallo spagnolo, dall'italiano e dal
tedesco. L'italiano quindi quarto e supera lingue come il tedesco (anche se di poco), il russo, il
portoghese, il giapponese, il cinese, l'arabo. Se si considera che gli italiani non hanno fatto
granch per sostenere la propria lingua, ma piuttosto hanno solo pianto sulla sua inutilit e
hanno cercato di contrapporla ai dialetti in uno scontro insensato e nocivo... si tratta di un
risultato eccezionale. Dobbiamo ricordare che anche il latino (lingua antica dell'Italia e dei vari
Imperi Romani, utilizzata in Europa fino al 1600-1700) ancora largamente studiato nel mondo
(specialmente negli Stati Uniti d'America).
Cap. 8 Espansione degli argomenti riassunti nel cap. 5
e piccola antologia letteraria relativa al nome Italia.


181 - Eneide, 22 a.C. circa, di Publio Virgilio Marone (Mantova 70 a.C. Napoli 19 a.C.).
Traduzione dal latino all'italiano di Annibal Caro (Civitanova Marche 1507 - Roma 1566).
L'Italia viene nominata innumerevoli volte nel poema, fin dai primi versi del primo libro. Nel
libro III l'Italia viene descritta come meta di Enea: "Una parte d'Europa... Italia detta. Questa
la terra destinata a noi." Secondo la leggenda, i Romani discesero appunto dalla stirpe di
Anchise ed Enea. Ecco un breve estratto dalla parte finale del libro terzo, quando Enea e i suoi
uomini vedono la Calabria dalle loro navi ("legni"): per loro la prima visione dell'Italia (poco
dopo apparir alla loro vista anche la Sicilia, dominata dall'Etna).

Avea l'Aurora gi vermiglia e rancia
scolorite le stelle, allor che lunge
scoprimmo, e non ben chiari, i monti in prima,
poscia i liti d'Italia. - Italia! - Acate
grid primieramente. - Italia! Italia! - da
ciascun legno ritornando allegri
tutti la salutammo. Allora Anchise
con una inghirlandata e piena tazza
in su la poppa alteramente assiso:
"O del pelago - disse - e de la terra,
e de le tempeste numi possenti,
spirate aure seconde, e vr l'Ausonia
de' nostri legni agevolate il corso".


182 - Naturalis Historia, scritta nel 77 d.C. da Plinio il Vecchio (Como 23 d.C. Pompei, presso
Napoli 79 d.C.). Plinio fu vittima della famosa eruzione del Vesuvio.
Nel libro III Plinio descrive l'Italia e le sue regioni. In particolare nel verso 38 afferma:
"Dalla Liguria, attraverso l'Etruria, l'Umbria, il Lazio, dove c' Roma, capitale di tutte queste
terre, e quindi la Campania, la Lucania e il Bruzzio (l'odierna Calabria), l'Italia scorre
lungamente dalle Alpi verso Sud, immergendosi nei mari".
Nel verso 138 (quasi alla fine del libro) Plinio conclude:
"Questa l'Italia sacra agli dei" ("Haec est Italia diis sacra").


183 - Dante Alighieri (Firenze 1265 Ravenna 1321) esprime la necessit di una guida
illuminata per l'Italia gi nel 1294 nel "Convivio", scritta in volgare parecchi anni prima della
Divina Commedia: "Lo quale cavallo come vada sanza lo cavalcatore per lo campo assai
manifesto, e spezialmente ne la misera Italia, che sanza mezzo alcuno a la sua governazione
rimasa!" (Convivio IV, IX, 10).
Dante ribadisce ed ampia questo concetto nella Divina Commedia (scritta tra il 1304 e il 1320),
specialmente nel sesto Canto del Purgatorio. L'Italia per la verit nominata molte volte fin dal
primo Canto dell'Inferno (I, 106). Anche i suoi confini sono ricordati nella Divina Commedia
(Inferno, IX, 114), dopo che erano stati ampiamente e chiaramente indicati nel De Vulgari
Eloquentia (punto 157).
Vediamo il lamento di Dante sull'Italia nel Canto sesto del Purgatorio, che riprende (e
capovolge) la storica definizione di Giustiniano (v. punto 109): LItalia non una provincia
ma la Signora delle province (dal latino Domina = Signora o Donna).

(76) Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di province, ma bordello!
...
(82) e ora in te non stanno sanza guerra
li vivi tuoi, e l'un l'altro si rode
di quei ch'un muro e una fossa serra.
...
(88) Che val perch ti racconciasse il freno
Iustinano, se la sella vota?
...
(91) Ahi gente che dovresti esser devota,
e lasciar seder Cesare in la sella,
se bene intendi ci che Dio ti nota.
...
(112) Vieni a veder la tua Roma che piagne
vedova e sola, e d e notte chiama:
Cesare mio, perch non m'accompagne?

L'incontenibile invettiva di Dante giunge quasi a sfiorare la bestemmia quando chiama in causa
perfino Ges (qui chiamato Giove):

(118) E se licito m', o sommo Giove
che fosti in terra per noi crucifisso,
son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?
...
(124) Ch le citt d'Italia tutte piene
son di tiranni, e un Marcel diventa
ogne villan che parteggiando viene.

L'affermazione chiaramente sarcastica: Claudio Marcello fu un comandante ed eroe Romano,
celebrato anche da Virgilio, ma nell'Italia dell'epoca diventavano capi non coloro che lo
meritavano, come Marcello e Cesare nell'antica Roma, bens quei "villani" che usavano metodi
corrotti ("parteggiando"). Il sarcasmo di Dante diventa poi graffiante quando cita la sua citt,
Firenze:

(127) Fiorenza mia, ben puoi esser contenta
di questa digression che non ti tocca.
...
(136) Or ti fa lieta, ch tu hai ben onde:
tu ricca, tu con pace, e tu con senno!
...
(142) ... che fai tanto sottili
provedimenti, ch'a mezzo novembre
non giugne quel che tu d'ottobre fili.



184 - Francesco Petrarca (Arezzo 1304 Arqu, Veneto, 1374), nel sonetto
O d'ardente vertute ornata e calda (CXLVI del Canzoniere, anno 1340 circa), scrive:
Il bel paese ch'Appennin parte e 'l mar circonda e l'Alpe.
Ovvero: l'Italia il bel Paese che gli Appennini ripartiscono e che le Alpi e il mare circondano.

Inoltre Petrarca dedica un lungo canto all'Italia nella poesia CXXVIII del Canzoniere:
Italia mia o AllItalia (1343).

Italia mia, bench 'l parlar sia indarno
a le piaghe mortali
che nel bel corpo tuo s spesse veggio,
piacemi almen che' miei sospir' sian quali
spera 'l Tevero et l'Arno,
e 'l Po, dove doglioso et grave or seggio.
Rettor del cielo, io cheggio
che la piet che Ti condusse in terra
Ti volga al Tuo dilecto almo paese.
...
Ben provide Natura al nostro stato,
quando de l'Alpi schermo
pose fra noi et la tedesca rabbia;
...
Io parlo per ver dire,
non per odio d'altrui, n per disprezzo.
...
Non questo 'l terren ch'i' tocchai pria?
Non questo il mio nido
ove nudrito fui s dolcemente?
Non questa la patria in ch'io mi fido,
madre benigna et pia,
che copre l'un et l'altro mio parente?
...
L'antiquo valore
ne l'italici cor' non anchor morto.
...
Canzone, io t'ammonisco
che tua ragion cortesemente dica.
...
Di' lor: - Chi m'assicura?
I' vo gridando: Pace, pace, pace.

Ecco inoltre una breve prosa di Petrarca, scritta nel 1353 guardando lItalia dallalto del
Monginevro, nelle Alpi Cozie. In queste righe egli dimentica la triste situazione in cui si trova il
Bel Paese e ne celebra solo la grandezza:

O nostra Italia!
Ti saluto, terra cara a Dio; o santissima terra, sicura ai buoni e tremenda ai superbi, pi
nobile, pi fertile e pi bella di tutte le regioni, cinta da due mari altera di monti famosi,
onoranda a un tempo in leggi e in armi, stanza delle muse, ricca d'uomini e d'oro, ti saluto!
L'arte e la natura insieme su te versarono in copia [abbondanza] i loro favori e ti fecero
maestra del mondo. [...] Riconosco la patria e la saluto contento. Salve, o bella madre; o gloria
del mondo, salve!


185 - Galeazzo di Tarsia (Napoli 1520 - 1553) intorno al 1540 scrisse questo sonetto:

Gi corsi l'Alpi o All'Italia.

Gi corsi l'Alpi gelide e canute,
Mal fida siepe a le tue rive amate;
Or sento, Italia mia, l'aure odorate,
E l'aer pien di vita e di salute.
Quante m'ha dato Amor, lasso!, ferute,
Membrando la fatal vostra beltate,
Chiuse valli, alti poggi ed ombre grate,
Da' ciechi figli tuoi mal conosciute!
Oh felice colui che un breve e colto
Terren tra voi possiede, e gode un rivo,
Un pomo, un antro e di fortuna un volto! [...]


186 - Larticolo La patria degli italiani fu pubblicato anonimo nel 1765 nella rivista "Il
Caff", diretta dal filosofo illuminista ed economista Pietro Verri, ma attribuito a Gian Rinaldo
Carli (Capodistria 1720 - Milano 1720). L'episodio si svolge in un caff di Milano.
[...] In questa bottega s'introdusse ier l'altro un Incognito; [...] e fatti i dovuti offizi di decente
civilt, si pose a sedere chiedendo il caff. V'era sfortunatamente vicino a lui un giovine
Alcibiade [...]. Vano, decidente e ciarliere a tutta prova. Guarda egli con un certo sorriso di
superiorit l'Incognito; indi gli chiede s'era egli forestiere. Questi [...] con una certa aria di
composta disinvoltura risponde: "No Signore". "E' dunque Milanese?" riprese quegli. "No
Signore, non sono Milanese", soggiunse questi. A tale risposta atto di maraviglia fa
l'interrogante; e ben con ragione, perch tutti noi colpiti fummo dall'introduzione di questo
dialogo [...].
"Sono Italiano", risponde l'Incognito, "e un Italiano in Italia non mai forestiere come un
Francese non forestiere in Francia, un Inglese in Inghilterra, un Olandese in Olanda, e cos
discorrendo". Si sforz in vano il Milanese di addurre in suo favore l'universale costume
d'Italia di chiamare col nome di forestiere chi non nato e non vive dentro il recinto d'una
muraglia; perch l'Incognito interrompendolo con franchezza soggiunse: "Fra i pregiudizi
dell'opinione v' in Italia anche questo; [...] che gli rende inospitali e inimici di lor medesimi, e
d'onde per conseguenza ne derivano l'arenamento delle arti, e delle scienze, e impedimenti
fortissimi alla gloria nazionale, la quale mal si dilata quando in tante fazioni, o scismi viene
divisa la nazione [...]. Da questa rivalit, che dai Guelfi e Ghibellini sino a noi fatalmente
discese, ne viene la disunione, e dalla disunione il reciproco disprezzo. Chi quell'Italiano, che
abbia coraggio di apertamente lodare una manifattura, un ritrovato, una scoperta, un libro
d'Italia, senza il timore di sentirsi tacciato di cieca parzialit, e di gusto depravato e guasto?".
A tale interrogazione un altro caffettante, a cui fe' eco Alcibiade, esclam che la natura degli
uomini era tale di non tenere mai in gran pregio le cose proprie. "Se tale la natura degli
uomini" riprese l'Incognito, "noi altri Italiani siamo il doppio almeno pi uomini degli altri,
perch nessun oltremontano ha per la propria nazione l'indifferenza che noi abbiamo per la
nostra" [...].
Io risposi: "Appare Newton nell'Inghilterra, e lui vivente l'isola popolata da' suoi discepoli,
da' astronomi, da' ottici, e da' calcolatori, e la nazione difende la gloria del suo immortale
maestro contro gli emoli suoi. Nasce nella Francia Des Cartes [Cartesio] e dopo sua morte i
Francesi pongono in opera ogni sforzo per sostenere le ingegnose e crollanti sue dottrine. Il
Cielo fa dono all'Italia del suo Galileo, e Galileo ha ricevuti pi elogi forse dagli estranei a
quest'ora, che dagli Italiani".
Fattasi allora comune, in cinque ch'eravamo al caff, la conversazione, e riconosciuto
l'Incognito per uomo colto, di buon senso, e buon patriota, da tutti in vari modi si declam
contro la infelicit a cui da un pregiudizio troppo irragionevole siam condannati di credere che
un Italiano non sia concittadino degli altri Italiani, e che l'esser nato in uno piuttosto che in
altro di quello spazio "che Appennin parte, il Mar circonda e l'Alpe" [Petrarca, punto 184]
confluisca pi o meno all'essenza, o alla condizione della persona. Fu allora che rallegratosi un
poco l'Incognito cominci a ragionare in tal guisa: "Dacch convinti i Romani [...] si
determinarono per la salvezza della repubblica ad interessare tutta Italia nella loro
conservazione, passo passo tutti gl'Italiani ammisero all'amministrazione della repubblica: dal
Varo all'Arsa [v. punto 99] tutti i popoli divennero in un momento Romani. "Ora tutti sono
Romani", parlando degli Italiani, dice Strabone [v. punto 100]. Tutti adunque partecipi degli
onori di Roma [...]. Se le nazioni dovessero gareggiar fra di esse per la nobilt, noi Italiani
certamente non la cediamo a nessun'altra nazione d'Europa; [...] l'Italia rerum domina si
chiamava, come prima dicevasi la sola Roma" [rerum domina = Signora di tutte cose, v. punti
100 e 109].
"In cotesti tempi crediamo noi che [...] un Italiano fosse forestiero in Italia? No certamente; se
persino la suprema di tutte le dignit, cio il consolato, comune sino agli ultimi confini d'Italia
si rese. Siamo stati dunque tutti simili in origine; che origine di nazione io chiamo quel
momento in cui l'interesse e l'onore la unisce e lega in un corpo solo e in un solo sistema.
Vennero i barbari, approfittando della nostra debolezza, ad imporci il giogo di servit, non
rimanendo se non che in Roma un geroglifico della pubblica libert nella esistenza del Senato
romano. Sotto a' Goti pertanto siamo tutti caduti nelle medesime circostanze e alla medesima
condizione ridotti. Le guerre insorte fra Goti e Greci [i Greci sarebbero i Bizantini, v. punto
108], la totale sconfitta di quelli e la sopravenienza` de' Longobardi han fatto che l'Italia in due
porzioni rimanesse divisa. La Romagna, il Regno di Napoli e l'Istria sotto i Greci; e tutto il
rimanente sotto de' Longobardi [v. punti 110 e 111]. Una tal divisione non alter la condizione
degl'Italiani, se non in quanto che quelli, che sotto a Greci eran rimasti, seguirono a
partecipare degli onori dell'Impero trasferito in Costantinopoli, memorie certe ne' documenti
essendosi conservate di Romagna, d'Istria e di Napoli [...]. Ma rinnovato l'Impero in Carlo
Magno, eccoci di nuovo riuniti tutti in un sistema uniforme. Questo fu lo stato d'Italia per lo
spazio di undici secoli [v. punto 112; evidentemente intende dal I secolo a.C. fino all'anno 1000
d.C. circa]; e questo non basta a persuader gl'Italiani d'esser tutti simili fra di loro, e d'esser
tutti Italiani" [...].
Ora ci posto, qual differenza ritrovar si pu mai fra Italiano e Italiano, se uguale l'origine,
se uguale il genio, se ugualissima la condizione? E se non v' differenza, per qual ragione in
Italia tale indolenza, per non dire alienazione, regnar deve fra noi da vilipenderci
scambievolmente, e di credere straniero il bene della nazione? [...] Non per questo si dir mai
che un Italiano sia qualche cosa di pi o di meno d'un Italiano, se non da quelli a' quali manca
la facolt di penetrare al di l del confine delle apparenze e che pregiano una pancia dorata e
inargentata pi che un capo ripieno di buoni sensi ed utilmente ragionatore. Alziamoci pertanto
un poco e risvegliamoci alla fine per nostro bene.
Il Creatore del tutto nel sistema planetario pare che ci abbia voluto dare un'idea del sistema
politico. Nel fuoco dell'elissi sta il Sole. Pianeti, o globi opachi, che ricevono il lume da lui, vi si
aggirano intorno [...]. Alcuni di questi globi intorno di s hanno de' globi pi piccoli, che con le
medesime leggi si muovono [i satelliti]. Alcuni altri sono soli e isolati. Trasportiamo questo
sistema alla nostra nazionale politica. Grandi, o picciole sieno le citt, sieno esse in uno, o in
altro spazio situate, abbiano esse particolari leggi nelle rivoluzioni sopra i propri assi, siano
fedeli al loro natural sovrano ed alle leggi, abbiano pi o meno di corpi subalterni: ma bench
divise in domni diversi, e ubbidienti a diversi sovrani, formino una volta per i progressi delle
scienze e delle arti un solo sistema; e l'amore di patriotismo, vale a dire del bene universale
della nostra nazione, sia il Sole che le illumini e che le attragga. Amiamo il bene dovunque si
ritrovi; promoviamolo ed animiamolo ovunque rimane sopito o languente; e lungi dal guardare
con l'occhio dell'orgoglio e del disprezzo chiunque che per mezzo delle arti, o delle scienze
tenta di rischiarare le tenebre [...], sia nostro principale proposito d'incoraggiarlo e premiarlo.
Divenghiamo pertanto tutti di nuovo Italiani, per non cessar d'esser uomini" .
Detto questo s'alz improvvisamente l'Incognito, ci salut graziosamente e part, lasciando in
tutti un ardente desiderio di trattare pi a lungo con lui e di godere della verit dei di lui
sentimenti.


187 - Johann Wolfgang von Goethe (Francoforte 1749 - Weimar 1832) nel 1788 scrive
"Viaggio in Italia". Durante il secondo viaggio egli scrisse (ovviamente in tedesco) la seguente
poesia, diventata celebre come espressione della nostalgia ("Sehnsucht") di molti artisti verso
l'Italia:

Conosci tu il paese dove fioriscono i limoni?
Nel verde fogliame splendono arance d'oro
Un vento lieve spira dal cielo azzurro
Tranquillo il mirto, sereno l'alloro
Lo conosci tu bene?
Goethe per fu anche colpito negativamente dal disordine e dallo scarso senso civico che trov
in Italia (ormai nel pieno della sua decadenza, ben dopo il Rinascimento, e prima del
Risorgimento), cosicch durante il suo secondo viaggio in Italia scrisse:

L'Italia ancora come la lasciai, ancora polvere sulle strade,
ancora truffe al forestiero, si presenti come vuole.
Onest tedesca ovunque cercherai invano,
c' vita e animazione qui, ma non ordine e disciplina;
ognuno pensa per s, vano, dell'altro diffida,
e i capi dello stato, pure loro, pensano solo per s.

Questo contribuir alla nascita e alla crescita di vari pregiudizi sull'Italia e sugli italiani (non
tutti infondati, dobbiamo ammettere), quelli che un secolo pi tardi De Amicis rifiuter nel libro
Cuore nel suo racconto sul patriota padovano (v. punto 199).


188 - L'Italia a partire dal 17 secolo dava di s un'idea paradossale: a fianco della sua immagine
classica di civilt e faro mondiale di arte e cultura, si formava un'immagine esattamente
contraria, di decadenza, povert, abbandono, incuria, scarso senso civico e perfino di corruzione
e delinquenza. Questo fu detto non solo da Goethe, ma anche da Samuel Sharp (Letters from
Italy, 1765), da Pierre-Jean Grosley (Nouveaux mmoires ou observations sur l'Italie et les
Italiens , 1764), e riconosciuto anche da autori italiani: Carlo Goldoni nella commedia La
vedova scaltra (1748) confronta ironicamente il comportamento di un italiano, un francese, un
inglese e uno spagnolo, anticipando cos le ben note barzellette attuali. Alessandro Verri
scriveva al fratello Pietro nel 1768, parlando cos del loro comune amico Alfonso Longo: "Non
cattivo, ma italiano", ovviamente in senso dispregiativo, anche se per scherzo. Sempre nel
1768 Giuseppe Baretti scriveva in inglese: An Account of the manners and customs of Italy.

189 - Un ritratto obiettivo e lucidissimo della situazione dell'Italia all'inizi dell'800 fu compilato
da Giacomo Leopardi nel suo saggio "Discorso sopra lo stato presente dei costumi
degl'Italiani" (1824) di cui riportiamo un brevissimo stralcio, che si ricollega col punto 188:
"L'Italia , quanto alle opinioni, a livello cogli altri popoli, eccetto una maggior confusione
nelle idee, ed una minor diffusione di cognizioni nelle classi popolari".
Di Leopardi parleremo ampiamente pi avanti (punti 192 e 193).

190 - Stendhal, pseudonimo di Henry Beyle, scrittore francese (Grenoble 1783 - Parigi 1842),
nel 1800 giunge a Milano (a soli 17 anni) al seguito delle armate napoleoniche e si innamora di
Milano prima (dove poi si stabil per 7 anni, dal 1814 al 1821) e poi di tutta l'Italia. Gi prima di
giungere in Italia era innamorato delle musiche di Domenico Cimarosa e di Gioacchino Rossini.
Tra le sue opere ricordiamo:
- La storia della pittura in Italia (1817)
- Roma, Napoli e Firenze (1817)
- I briganti in Italia (1827)
- Piccola guida per il viaggio in Italia (1828)
- Passeggiate Romane (1829)
- La Certosa di Parma (1839).
Ovviamente, essendo francese, egli scriveva nella sua lingua, ma sulla sua tomba (a Parigi) vi
scritto: "Henry Beyle milanese". Oggi si usa dire "Sindrome di Stendhal" per definire lo
sconvolgimento provocato al turista dall'eccessiva bellezza dei luoghi visitati e delle opere d'arte
ammirate, effetto provocatogli dalle sue visite in diverse citt d'Italia. In particolare, secondo il
racconto dello stesso autore, Stendhal fu colto da malore nella Chiesa di Santa Croce da Firenze,
rischiando il ricovero.



191 - Vincenzo Monti (Alfonsine, Ravenna, 1754 Milano 1828) nel 1801 scrive la poesia:

Per la liberazione d'Italia.

Bella Italia, amate sponde
pur vi torno a riveder!
Trema in petto e si confonde
l'alma oppressa dal piacer.
[...]
Il giardino di natura,
no, pei barbari non .
Bonaparte al tuo periglio
dal mar libico vol;
vide il pianto del tuo ciglio,
e il suo fulmine impugn.
[...]
Ve' sull'Alpi doloroso
della patria il santo amor,
alle membra dar riposo
che fur velo al tuo gran cor.


192 Il grande poeta Giacomo Leopardi (Recanati, Marche, 1798 Napoli 1837) scrisse varie
opere sull'Italia e sugli italiani. Abbiamo gi riportato un passo sopra (punto 9). Ora vediamo
altri suoi scritti. Uno poco conosciuto Orazione agli Italiani del 1815. Altri sono i seguenti:

Prime confessioni (dall'Epistolario).

Recanati, 21 Marzo 1817.
[...] Mia patria l'Italia; per la quale ardo d'amore, ringraziando il cielo d'avermi fatto
Italiano, perch alla fine la nostra letteratura, sia pure poco coltivata, la sola figlia legittima
delle due sole vere tra le antiche [si riferisce alla letteratura greca e latina].

Discorso di un Italiano intorno alla poesia romantica (1818).

[...] Essendomi sforzato sin qui di costringere i moti dell'animo mio, non posso pi reprimerli,
n tenermi ch'io non mi rivolga a voi, Giovani Italiani, e vi preghi per la vita e le speranze
vostre che vi moviate a compassione di questa nostra patria, la quale caduta in tanta calamit
quanta appena si legge di verun'altra nazione del mondo, non pu sperare n, vuole invocare
aiuto nessuno altro che il vostro. Io muoio di vergogna e dolore e indignazione pensando
ch'ella sventuratissima non ottiene dai presenti una goccia di sudore. [...] Soccorrete, o Giovani
Italiani, alla patria vostra, date mano a questa afflitta e giacente, che ha sciagure molto pi che
non bisogna per muovere a piet, non che i figli, i nemici. Fu padrona del mondo, e formidabile
in terra e in mare, e giudice dei popoli, e arbitra delle guerre e delle paci, magnifica, ricca
lodata, riverita, adorata [...]. Tutto caduto: inferma, spossata, combattuta, pesta, lacera e alla
fine vinta e doma la patria nostra, perduta la signoria del mondo e la signoria di se stessa, [...]
non serba altro che l'imperio delle lettere e arti belle, per le quali come fu grande nella
prosperit, non altrimenti grande e regina nella miseria. [...] Io vi prego e supplico, o Giovani
Italiani, io m'atterro dinanzi a voi; per la memoria e la fama unica ed eterna del passato, e la
vista lagrimevole del presente, impedite questo acerbo fatto, sostenete l'ultima gloria della
nostra infelicissima patria. [...]




193 - Riportiamo anche dei passaggi da due famose poesie di Giacomo Leopardi:

AllItalia (1818).

O patria mia, vedo le mura e gli archi
E le colonne e i simulacri e l'erme
Torri degli avi nostri,
Ma la gloria non vedo,
Non vedo il lauro e il ferro ond'eran carchi
I nostri padri antichi.
...
Chi la ridusse a tale? E questo peggio,
Che di catene ha carche ambe le braccia;
S che sparte le chiome e senza velo
Siede in terra negletta e sconsolata,
Nascondendo la faccia
Tra le ginocchia, e piange.
Piangi, che ben hai donde, Italia mia.
...
Come cadesti o quando
Da tanta altezza in cos basso loco?
Nessun pugna per te? non ti difende
Nessun de' tuoi? L'armi, qua l'armi: io solo
Combatter, procomber sol io.
Dammi, o ciel, che sia foco
Agl'italici petti il sangue mio.


Sopra il monumento di Dante che si preparava in Firenze (1818).
...
O Italia, a cor ti stia
Far ai passati onor; che d'altrettali
Oggi vedove son le tue contrade,
N v' chi d'onorar ti si convegna.
Volgiti indietro, e guarda, o patria mia,
Quella schiera infinita d'immortali,
E piangi e di te stessa ti disdegna;
...
Qualunque petto amor d'Italia accende.
Amor d'Italia, o cari,
Amor di questa misera vi sproni.
...
O glorioso spirto,
Dimmi: d'Italia tua morto l'amore?
Di': quella fiamma che t'accese, spenta?


194 Alessandro Manzoni (Milano 1785 - 1873), nel 1821 scrisse lode Marzo 1821.
...
Non fia loco ove sorgan barriere
Tra l'Italia e l'Italia, mai pi!
...
Una gente che libera tutta
O fia serva tra l'Alpe ed il mare;
Una d'arme, di lingua, d'altare,
Di memorie, di sangue e di cor.
...
O stranieri, nel proprio retaggio
Torna Italia e il suo suolo riprende;
O stranieri, strappate le tende
Da una terra che madre non v'.
Non vedete che tutta si scote,
Dal Cenisio alla balza di Scilla?
...
Chi v'ha detto che sterile, eterno
Saria il lutto dell'itale genti?
Chi v'ha detto che ai nostri lamenti
Saria sordo quel Dio che v'ud?
...


195 - LInno di Mameli, o "Fratelli d'Italia", o "Il Canto degli Italiani", fu scritto nel 1847 dal
patriota Goffredo Mameli (Genova 1827 - Roma 1849), scomparso a soli 22 anni. L'inno fu
musicato da Michele Novaro, anch'egli genovese. Gi nel 1862 il grande musicista Giuseppe
Verdi lo indic come inno nazionale, ma lo divent solo nel 1946. Per un breve periodo nel
1946 linno nazionale fu "La leggenda del Piave" (noto anche come "Il 24 Maggio", "La
Canzone del Piave" o "Il Piave mormorava"), di Giovanni Gaeta, noto con lo pseudonimo E.A.
Mario.
Dal 1861 al 1946 l'inno nazionale fu la "Marcia Reale", il cui testo nominava l'Italia pur essendo
stato scritto nel 1847 per il Re Piemontese.
Alcune curiosit: l'inno di Mameli tuttora inno "provvisorio" della Repubblica italiana!
La versione originale non iniziava con "Fratelli d'Italia" bens con "Evviva l'Italia".

Fratelli d'Italia, l'Italia s' desta;
Dell'elmo di Scipio s' cinta la testa.
Dov' la Vittoria? Le porga la chioma;
Ch schiava di Roma Iddio la cre.
Stringiamci a coorte! Siam pronti alla morte; Italia chiam.
Noi siamo da secoli calpesti, derisi,
Perch non siam popolo, perch siam divisi.
Raccolgaci un'unica bandiera, una speme;
Di fonderci insieme gi l'ora suon.
Stringiamci a coorte! Siam pronti alla morte; Italia chiam.
Uniamoci, amiamoci; l'unione e l'amore
Rivelano ai popoli le vie del Signore.
Giuriamo far libero il suolo natio:
Uniti, per Dio, chi vincer ci pu?
Stringiamci a coorte! Siam pronti alla morte; Italia chiam.
Dall'Alpe a Sicilia, dovunque Legnano [v. punto 118];
Ogn'uom di Ferruccio ha il core e la mano [v. punti 58 e 135];
I bimbi d'Italia si chiaman Balilla [v. punto 135];
Il suon d'ogni squilla i vespri suon [v. punto 135].
...







196 - Giuseppe Mazzini (Genova 1805 Pisa 1872) nel 1859 scrisse "La Patria" (da "I
Pensieri")

La patria la vostra vita collettiva, [...] che, quando errate su terre al di l dell'Oceano,
v'annuvola l'occhio di lagrime se v'abbattete subitamente in una lapide sulla quale sia scritto un
nome Italiano. La patria prima d'ogni altra cosa la coscienza della patria. Per che il terreno
sul quale movono i vostri passi e i confini che la natura pose fra la vostra e le terre altrui e la
dolce favella che vi suona per entro, non sono che la forma visibile della patria; ma se l'anima
della patria non palpita in quel santuario della vostra vita che ha nome coscienza, quella forma
rimane simile a cadavere senza moto ed alito di creazione, e voi siete turba senza nome, non
nazione, gente, non popolo...
La patria la fede nella patria.Dio che creandola sorrise sovr'essa, le assegn per confine le
due pi sublimi cose ch'ei ponesse in Europa, simboli dell'eterna forza e dell'eterno moto, l'Alpi
e il mare. Dalla cerchia immensa dell'Alpi, simile alla colonna di vertebre che costituisce
l'unit della forma umana, scende una catena mirabile di continue giogaie che si stende sin
dove il mare la bagna e pi oltre nella divelta Sicilia. E il mare la ricinge quasi d'abbraccio
amoroso ovunque l'Alpi non la ricingono: quel mare che i padri dei padri chiamarono Mare
Nostro. E come gemme cadute dal suo diadema stanno disseminate intorno ad essa in quel mare
Corsica, Sardegna, Sicilia, ed altre minori isole dove natura di suolo e ossatura di monti e
lingua e palpito d'anime parlan d'Italia.


197 - Ippolito Nievo (Padova 1831 Palermo 1861), autore del celebre romanzo "Confessioni
di un Italiano", fu patriota e combattente ma mor in un banale naufragio di una nave di linea
partita da Palermo per Napoli. Leggiamo una sua poesia ironica che sorprende per la sua
modernit e attualit, sebbene sia stata scritta nel 1858, tre anni prima dell'Unit d'Italia. Ad
esempio il "Corso dei fondi" era equivalente agli attuali quotidiani "Il Sole 24 ore" o "Wall
Street Journal" e riportava l'andamento dei mercati azionari e delle merci.

Il turista a Venezia (da "Le Lucciole", 1858).

Vien duro da Marsiglia
colla sua guida in tasca
ed in Piazzetta casca
illustre oltramontan.
Fiuta San Marco, sbircia
la scala dei giganti,
compra un paio di guanti,
si sdraia da Florian.
Carezza un po' la morbida
"Rivista de' due Mondi",
guarda il "Corso dei fondi",
paga il cigarro e il th. [...]


198 - Il libro Cuore, scritto nel 1886 da Edmondo De Amicis (Oneglia, Liguria 1846
Bordighera 1908) riscosse un successo enorme e fu per decenni un testo fondamentale per la
formazione dei bambini, al pari di Pinocchio, rispetto al quale veniva considerato pi maturo ed
impegnato, almeno fino agli anni '50. Dagli anni '60 la situazione si capovolta ed il libro
stato sottoposto a critiche e derisioni.

Bella Italia, grande e gloriosa da molti secoli; unita e libera da pochi anni; che spargesti
tanta luce d'intelletti divini sul mondo [...]. Amo i tuoi mari splendidi e le tue Alpi sublimi, amo i
tuoi monumenti solenni e le tue memorie immortali; amo la tua gloria e la tua bellezza; t'amo e
ti venero tutta come quella parte diletta di te, dove per la prima volta vidi il sole e intesi il tuo
nome.
V'amo tutte di un solo affetto e con pari gratitudine, Torino valorosa, Genova superba, dotta
Bologna, Venezia incantevole, Milano possente; v'amo con egual reverenza di figlio, Firenze
gentile e Palermo terribile. Napoli immensa e bella, Roma meravigliosa ed eterna [...].
Nota: perch Palermo definita "terribile"? Probabilmente per il furore dimostrato durante il
Risorgimento e forse anche per l'episodio dei Vespri Siciliani, che risale al 1282 (v. punto 135),
quando la rivolta iniziata a Palermo port a cacciare gli invasori francesi dall'isola. I Vespri
Siciliani sono ricordati nell'inno di Mameli (v. punto 195) e ad essi dedicata unopera di
Giuseppe Verdi (1855, in pieno Risorgimento). Li ricorda anche un film del 1986.
Una curiosit: per riconoscere i francesi, i siciliani mostravano loro dei ceci ("ciciri") e
chiedevano che cosa fossero. La pronuncia dei francesi era totalmente diversa da quella dei
siciliani: ad esempio non sapevano pronunciare la "c" dolce e dicevano "ses" o "sisir"
(ovviamente con la erre francese).


199 - Un altro estratto dal libro Cuore di De Amicis.

L'amor di Patria.
[...] Lo sentirai quando sarai un uomo, quando ritornando da un viaggio lungo, dopo una
lunga assenza, e affacciandoti una mattina al parapetto del bastimento, vedrai all'orizzonte le
grandi montagne azzurre del tuo paese; lo sentirai allora nell'onda impetuosa di tenerezza che
t'empir gli occhi di lagrime e ti strapper un grido dal cuore. Lo sentirai in qualche grande
citt lontana, nell'impulso dell'anima che ti spinger fra la folla sconosciuta verso un operaio
sconosciuto, dal quale avrai inteso, passandogli accanto, una parola della tua lingua. Lo
sentirai nello sdegno doloroso e superbo che ti getter il sangue alla fronte, quando udrai
ingiuriare il tuo paese dalla bocca d'uno straniero [...].

Quest'ultimo concetto si ricollega a quello espresso in uno dei "racconti mensili" del libro
Cuore: "Il piccolo patriotta padovano", bambino poverissimo che rifiuta del denaro da alcuni
stranieri che avevano parlato male dell'Italia [v. punti 187 e 188]. Altri famosi racconti
patriottici sono "La piccola vedetta lombarda" e "Il tamburino sardo".


200 - Il Volo su Vienna.

Nel presente libretto si voluto parlare poco del Risorgimento. Per compensazione, ci sia
consentito dare un certo rilievo ad un atto di audacia compiuto dal poeta Gabriele d'Annunzio
(Pescara 1863 - Gardone, Brescia 1938), e da altri 7 aviatori nel corso della Prima Guerra
Mondiale. Il 9 Agosto 1918, mentre la guerra era in pieno svolgimento, gli 8 italiani sorvolarono
l'Austria, sfidando il fuoco nemico, per lanciare su Vienna 400.000 manifestini. La maggior
parte di essi (350.000) riportava la bandiera italiana con il seguente testo, tradotto in tedesco:

"Viennesi! Imparate a conoscere gli Italiani. Noi voliamo su Vienna, potremmo lanciare bombe
a tonnellate. Non vi lanciamo che un saluto a tre colori: i tre colori della libert. Noi non
facciamo la guerra ai bambini, ai vecchi, alle donne. Noi facciamo la guerra al vostro governo
nemico delle libert nazionali, al vostro cieco testardo crudele governo che non sa darvi n
pace n pane, e vi nutre d'odio e d'illusioni".

Il messaggio prosegue con alcuni dettagli sulla situazione politica dell'epoca, che sarebbe
difficile capire oggi. Questo testo, di cui furono stampate anche alcune copie in italiano, era di
Ugo Ojetti e fu preferito ad un altro scritto da D'Annunzio, giudicato troppo difficile, di cui
comunque furono sganciate circa 50mila copie, in italiano. Riportiamo alcuni passaggi di questo
volantino:

"In questo mattino d'agosto [...] l'ala tricolore vi apparisce all'improvviso, come l'indizio del
destino che si volge. [...] Il destino si volge verso di noi con una certezza di ferro [...]. La vostra
ora passata. Come la nostra fede fu la pi forte, ecco che la nostra volont predomina [...].
Non siamo venuti se non per la gioia dell'arditezza, non siamo venuti se non per la prova di
quel che potremo osare e fare quando vorremo nell'ora che sceglieremo [...].
Viva l'Italia! Gabriele DAnnunzio.

A questa impresa fu dato ampio rilievo dai giornali di tutto il mondo. Ecco i nomi degli altri 7
aviatori: Natale Palli, Antonio Locatelli, Piero Massoni, Aldo Finzi, Ludovico Censi, Giordano
Granzarolo, Gino Allegri. Partirono anche altri 4 velivoli: quello di Giuseppe Sarti fu costretto
ad atterrare in territorio nemico. Quelli di Ferrarin, Masprone e Contratti dovettero atterrare
subito. Altre imprese di D'Annunzio furono la "Beffa di Buccari" e la "Presa di Fiume".

Cap. 9 Conclusioni.

Come avevamo detto nel primo capitolo, oggi la maggior parte degli italiani non ha coscienza
della propria identit. Questo libretto intende contribuire alla ricostruzione di tale
consapevolezza e del senso di appartenenza ad una nazione che, nel bene e nel male, ha oltre
due millenni di storia ed ha avuto un ruolo di importanza fondamentale nella storia del mondo.
Ovviamente questo non significa che in Italia vi siano state solo cose belle: abbiamo esposto
con chiarezza anche i difetti e gli aspetti negativi dellItalia e degli italiani. E inutile negare che
oggi esistono nazioni pi civili dell'Italia: pi civili perch i loro abitanti hanno pi rispetto per
il prossimo, hanno fiducia nelle loro istituzioni, non buttano immondizia o carte per terra mentre
camminano per strada, eccetera (quello delle carte per terra pu sembrare un punto
insignificante e banale ma in realt un segno che rivela il senso civico delle persone e quindi
anche il rispetto per il prossimo, oltre che per l'ambiente).
Precisato questo, non vedo perch oggi si debba negare o dimenticare che l'Italia una delle
nazioni con maggiore personalit al mondo e possiede caratteristiche specifiche (alcune nel
bene, altre nel male) che la distinguono dalle altre.

Sinceramente non riesco a capire chi dice che l'Italia una nazione falsa, "inventata" nel 1861.
Il grande numero di fatti storici che abbiamo citato dimostrano che l'Italia viene nominata e
riconosciuta da almeno 25 secoli e che pu essere considerata una nazione da 21 o 22 secoli
(cio dal I o dal II secolo a.C.). Pertanto una delle pochissime nazioni al mondo che affonda le
sue radici nell'antichit (invece che nel Medio Evo).
Alcuni per sostengono che il concetto di nazione non esisteva nellantichit e nemmeno nel
Medio Evo o nel Rinascimento, ma nato intorno al 1800-1850. Eppure la parola nazione
veniva gi usata ben prima del 1800. Ad esempio da Tommaso Campanella nella lettera del
1592 a Galileo (v. punto 20); da Giambattista Vico che nel 1725 scrisse "Principi d'una scienza
nuova dintorno alla natura delle nazioni"; da Gian Rinaldo Carli che nel 1765 parlava di "gloria
nazionale" (punto 186). Naturalmente vi sono degli esempi anche fuori d'Italia: leconomista
Adam Smith nel 1776 scriveva "La ricchezza delle nazioni" ("The wealth of nations); il
filosofo Johann Gottlieb Fichte fin dal 1807 pronunzi i suoi "Discorsi alla nazione tedesca"
(parecchi decenni prima che questa si unisse politicamente, v. punto 148); eccetera.

Non dovrebbe essere necessario insistere su questi punti, che ormai dovrebbero risultare chiari e
inequivocabili. Eppure oggi si sentono spesso delle affermazioni in aperto contrasto con tutto
ci. Ad esempio molti affermano che la lingua italiana ha iniziato a diffondersi solo dal 1954 in
poi, grazie alla televisione! Essi sostengono che prima del 1954 litaliano era prevalentemente
una lingua scritta, poco usata, e solo dal 1954 in poi ha iniziato a diventare una lingua parlata.
Queste affermazioni superficiali si basano su un equivoco evidente: quello che mancava era una
diffusione capillare della lingua italiana anche a livello delle classi popolari. Questo un
problema sociale che stato sempre riconosciuto (per esempio da Leopardi, v. punto 189). Ma
del tutto ingiustificato giungere a dire che la lingua italiana non veniva parlata prima del 1954!
Questa veramente una sciocchezza. Se corrispondesse a verit, allora i discorsi di Mussolini
degli anni '20 e '30 in che lingua erano? In norvegese?! E i film degli anni '30? In giapponese? E
se per caso erano in italiano, la gente che cosa ci andava a fare al cinema, se vero che l'italiano
non lo capiva e non lo parlava nessuno?
Talvolta mi capitato di sentire delle registrazioni storiche dell'inizio del secolo scorso: per
esempio un breve discorso del musicista Puccini a New York nel 1907, e un altro del generale
Cadorna nel 1917, durante la Prima Guerra Mondiale. Ebbene... parlavano chiaramente italiano
e la gente li stava ad ascoltare.

Vediamo qual la verit documentata. L'italiano standard rimase una lingua prevalentemente
scritta dal 1300 fin oltre il 1500: la comunicazione orale effettivamente avveniva quasi sempre
in dialetto, oppure in latino, che veniva usato in ambito culturale e scientifico. Nel 1500
l'italiano si afferma decisamente e inizia a sostituire il latino anche a livello accademico:
Giordano Bruno scrisse gi diverse opere in italiano, oltre che in latino. Intorno al 1600 Galileo
scrisse in italiano le opere che risultarono poi fondamentali per la nascita della scienza moderna.
Intorno al 1700 l'italiano era gi parlato in molte famiglie nobili e borghesi di tutta la penisola.
Nel 1861, allunit dItalia, gli analfabeti costituivano il 78% della popolazione, da cui si
deduce che il restante 22% sapeva leggere e scrivere, il che implica che conosceva e usava la
lingua italiana. Nel ventesimo secolo la scuola pubblica ha contribuito allalfabetizzazione degli
italiani, cosicch la percentuale di analfabeti si ridotta fino a livelli trascurabili. Ovviamente
anche la radio e la televisione hanno contribuito molto alla diffusione dell'italiano standard tra le
classi popolari, ma questo non toglie che la lingua italiana esisteva e veniva parlata gi da
secoli.

Obiezione: Le cose non stanno proprio cos! In realt la lingua italiana era conosciuta e usata
solo da una ristrettissima elite di intellettuali: abbiamo detto che nel 1861, anno dell'Unit
d'Italia, il 78% della popolazione era analfabeta: ebbene, si tratta di una maggioranza
schiacciante! Questo significa che milioni di persone di regioni diverse si esprimevano in
dialetti diversi. Solo il 22% della popolazione era alfabetizzato, cio sapeva leggere e scrivere,
ed ovviamente questo 22% comprendeva anche persone di cultura limitata e con scarsa
padronanza della lingua italiana. Perci il concetto di italianit poteva essere valido forse per
il 10% della popolazione, cio per una piccola minoranza.

Risposta: Non capisco quale sia lo scopo dellobiezione e mi sembra che stiamo dicendo la
stessa cosa. L'analfabetismo e l'ignoranza in Italia erano molto diffusi, e con questo? L'esistenza
di tali problemi era ben nota e riconosciuta, ma non vedo come questo possa alterare o negare
l'esistenza della nazionalit italiana, che era sentita da secoli dalle classi che avevano la fortuna
di avere una certa cultura e di vivere ad un livello pi ampio di quello municipale o regionale.
In parole povere, chi era colto era sicuramente italiano. E quelli che erano analfabeti o
ignoranti? Certamente non si pu dire che fossero di un'altra nazionalit! Al limite potremmo
dire che non avevano alcuna nazionalit. Essi infatti erano costretti a vivere a livelli socio-
economici e culturali cos bassi e limitati da trovarsi al di sotto del concetto stesso di
"nazionalit" (e anche sotto il concetto di "lingua, intesa come idioma scritto di una certa
ricchezza e completezza). Purtroppo vero che lignoranza affliggeva le classi popolari e le
ostacolava a tutti i livelli, ma questa considerazione mi sembra fuori tema, perch appunto non
riguarda la questione della nazionalit bens un problema di natura sociale. Forse il rimanere
sotto gli Austriaci o i Borboni avrebbe risolto questi problemi?

Nei capitoli precedenti avevamo ammesso ed esposto con chiarezza diversi problemi e difetti
dellItalia preunitaria: dalla politica corrotta gi denunciata da Dante (punto 183) all'ignoranza
delle classi popolari evidenziata da Leopardi (punto 189); dallo stato di abbandono e di povert
generalizzata (punto 133) allo scarso senso civico (punti 187 e 188); dalla scarsa autostima e
reciproca diffidenza degli italiani (punto 186) al profondo problema del brigantaggio (punto
138). Non a caso Leopardi si chiedeva: "Come cadesti o quando... in cos basso loco?" (punto
193). Perfino l'inno di Mameli ammette: "Calpesti, derisi... perch siam divisi" (punto 195).
Lignoranza in cui vivevano le classi popolari pu anche spiegare il fallimento di alcune infelici
azioni risorgimentali che non trovarono l'appoggio popolare, come la spedizione di Pisacane a
Sapri o la scarsa attenzione dei romagnoli al proclama di Murat (v. punti 140-142). Questi
avvenimenti per devono essere considerati per il loro effettivo valore, e non sopravvalutati. Si
tratta soltanto di episodi, ed fisiologicamente inevitabile che nel quadro generale accadano
anche fatti spiacevoli e negativi come questi.

Tuttavia alcune persone, anche dopo le suddette precisazioni, continuano ugualmente a ripetere
il solito concetto: le vere nazionalit sono quelle regionali, punto e basta. In parole povere, i
nostri avi non erano italiani, ma erano semplicemente milanesi, romani, napoletani, veneti,
siciliani, eccetera. Ebbene, voglio dare due ultime risposte:
1) Ammettiamo che i nostri avi fossero milanesi o romani o napoletani (invece che italiani).
Ebbene, questo non cambia e non risolve il loro problema di fondo, e cio che erano analfabeti!
Per giunta il milanese o il napoletano non avevano una forma univoca e compiuta, per cui
queste nazionalit regionali potevano solo contribuire al loro analfabetismo, piuttosto che
eliminarlo. Non vedo quindi lutilit e il senso di questi riferimenti alle nazionalit regionali.
2) Dobbiamo ricordare che il 78% non il 100%: perci vi erano anche persone fortunate,
dotate di cultura, che litaliano lo conoscevano. Il fatto che questi fortunati fossero pochi, cio il
22% o anche solo il 10%, ha poca importanza: essi erano consapevoli di essere italiani. Inoltre
costoro erano pur sempre concittadini della maggioranza analfabeta. Facciamo un esempio
concreto: prendiamo ad esempio un Manzoni a Milano o un Puoti a Napoli. Senza dubbio
Manzoni era concittadino di tanti milanesi analfabeti, e Puoti era concittadino di tanti napoletani
analfabeti. Tuttavia Manzoni e Puoti parlavano e scrivevano in italiano e si consideravano di
nazionalit italiana, quindi costituivano degli elementi "leganti" che unificava in qualche modo
la popolazione italiana. Mi sembra che questo smonti l'obiezione di partenza.

Com noto, Massimo D'Azeglio dichiar: "L'Italia fatta, ora bisogna fare gli Italiani".
Il significato di questa affermazione evidente e si ricollega con quanto detto finora: secondo
DAzeglio bisognava portare a tutti gli italiani, di ogni classe sociale, la consapevolezza e la
cultura che i pi fortunati avevano gi da secoli. Mi sembra chiaro che DAzeglio intendesse
dire questo, e non vedo come si possa fraintenderlo. Eppure, secondo alcuni, DAzeglio
intendeva dire che gli italiani non esistevano affatto! La dichiarazione di DAzeglio cos viene
fraintesa e spacciata come dimostrazione del fatto che non esisteva una popolazione italiana e
che si doveva crearla artificialmente: in breve, lItalia non era una nazione ma solo un concetto
inventato, una forzatura. Ma questa interpretazione non regge ed smentita dagli innumerevoli
fatti storici riportati nei capitoli precedenti.

Nel corso dei secoli innumerevoli personaggi riconobbero lesistenza dellItalia e degli italiani,
ben prima del Risorgimento. E possibile che tutti questi personaggi si siano sbagliati? Solo per
citare i pi famosi, Manzoni, Liszt, Stendhal, Leopardi, Rossini, Hegel, Murat, Napoleone,
Mozart, Goethe, Vico, Goldoni, Campanella, Giordano Bruno, Guicciardini, Machiavelli,
Boccaccio, Petrarca, Dante, Cimabue, Carlo Magno, Giustiniano, Teodorico, Odoacre,
Diocleziano, Plinio il Vecchio, Cesare Ottaviano Augusto, Strabone, Virgilio, Cicerone, Giulio
Cesare, Silla, Catone il Censore e Pitagora erano tutti dei cretini? Tutti quanti?!
Se cos, allora D'Azeglio doveva essere perfino schizofrenico, poich da una parte credeva che
gli italiani non esistessero ancora (cio si dovessero "fare"), ma dall'altra scriveva (e dipingeva)
la Disfida di Barletta (v. punto 124), descrivendo la specifica nazionalit italiana di Ettore
Fieramosca da Capua e di Fanfulla da Lodi e distinguendola da quella dei cavalieri francesi e
spagnoli. D'Azeglio era capace di distinguere un italiano perfino da uno spagnolo, perci come
poteva credere che gli italiani non esistessero?

In realt chi vuole negare che lItalia abbia una solida tradizione bimillenaria, pu aggrapparsi a
ben pochi appigli, talmente pochi che possiamo riassumerli rapidamente: anzitutto la solita frase
di Metternich, LItalia unespressione geografica (punto 143); il fraintendimento della
famosa frase di D'Azeglio, "L'Italia fatta, ora bisogna fare gli italiani"; poi il fallimento di
Murat, quello di Pisacane e pochi altri episodi infelici del Risorgimento, che si spiegano
facilmente con lignoranza delle classi popolari; il brigantaggio in alcune zone del Sud come
presunta reazione allunit dItalia (ma in realt questo fenomeno esisteva gi un secolo prima);
e la falsa convinzione che i Mille di Garibaldi fossero tutti settentrionali (che non corrisponde a
verit, v. punto 146). In breve, si tratta di pochi fatti che non sono essenziali ma solo
contingenti, e risultano quasi insignificanti se collocati nel quadro generale degli avvenimenti.

In definitiva, questo genere di argomentazioni non potr mai mettere seriamente in dubbio che
lantica tradizione dItalia, che confermata da una mole impressionante di fatti storici. Coloro
che insistono a negare questo, mettono in bella mostra solo la loro ignoranza o la loro ottusit.
Gian Rinaldo Carli ben li descrisse nel 1765, definendoli "quelli a' quali manca la facolt di
penetrare al di l del confine delle apparenze" (punto 186).
Fabrizio Coppola 11 Dicembre 2004

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