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Monica Vitti

Sette sottane
Un'autobiografia involontaria
(1993)

INDICE

Una frittata gialla


Impreparata all'intervista
Fuori dal gioco

Una frittata gialla


Ad un certo punto della mia vita, a mia insaputa, devo aver deciso di dimenticare. Non dimenticare i dolori o gli errori,
ma dimenticare fatti, persone, forse solo confondere tutto.
I sentimenti resistono perch sono al di fuori della mia volont: si ama anche chi non si vorrebbe e quando non si
vorrebbe. I sentimenti vanno per conto loro, senza regole, senza tragitti prefissati.
Ormai io so cosa sono il bene e il male. Oddio! Credo. E il buono e il cattivo? No, a volte ho dei dubbi anche su questo.
Non sto perdendo la memoria o la coscienza, ma le sto ritrovando.
Il posto che nel cuore e nella mente viene spesso occupato dagli obblighi, dai doveri, ora non ha pi guardiani,
controllori. come se ogni cosa avesse una sua indipendenza.
Era forse un desiderio nascosto, ma ora sembra che desideri e sentimenti scavalchino la ragione.
Mi sto lasciando andare, faccio il morto a galla, la prima cosa che si impara in mare per non andare gi. Mi hanno
sempre detto che non ho difese, che chiunque pu ferirmi, farmi del male. E che io non lo prevedo. Ho una fortunata
leggerezza. Come darle spazio? Come godermela?
Questo libro la mia prima, privata libert, ma attraverso di lui ne sto conquistando un'altra. Attraverso il ricordo, che
mi serve per scrivere, dimentico tutto il resto. Le cose si bruciano sul fuoco, l'acqua scorre indisturbata nella vasca, gli
appuntamenti sono solo una parola senza orario.
Che mi sta succedendo? Forse sono sulla strada della libert? Se mi incartassi in questi fogli e diventassi una grossa palla
nel cestino della carta?
Non sposarsi, avere un lavoro indipendente, si fa per dire, non basta per sentirsi indipendenti. Ma indipendenti da chi?
Da cosa? I doveri, gli obblighi, le paure, le responsabilit, le lettere, le carte da firmare, le cose da cucinare? O non
questo? E se uscissi piano piano e me ne andassi per conto mio? E i sentimenti? Non posso lasciarli sulla mia scrivania. Ne
ho bisogno. E i fatti?
Adesso mi fermo e mi permetto il lusso di guardare dalla finestra: ho una storia con un merlo nero dal becco giallo.
Forse tutti i merli sono neri con il becco giallo, proprio da questi due elementi si distinguono dagli altri uccelli. Ma il mio
merlo nero, dal becco giallo, in dormiveglia sul tetto che ho di fronte alla finestra, sempre lo stesso. A meno che non si
passino i messaggi e il mio merlo, avendo voglia di andare in un altro posto, abbia chiesto ad un altro di venire
all'appuntamento con me. Anche questa libert hanno; possono delegare un altro per qualunque cosa, tanto sono tutti
uguali!
E se io avessi un doppio? L'ho sempre avuto in cinema: la mia controfigura, che per un po' stata Fiorella Mannoia,
straordinaria ragazza di grande talento. Io cercavo in tutti i modi di evitarle i pericoli, ma lei veniva da una famiglia di
cascatori e le piaceva rischiare. In cinema possibile anche questo.
Che bell'idea fare l'attrice, ti prendi la storia che vuoi, i personaggi che vuoi, qualche volta fai finire la tua storia come
vuoi. Ti fai amare, ti puoi far baciare e lasciare, puoi nascere e morire mille volte, ridere e piangere e poi torni a casa.
Il guaio l. Che devi tornare a casa.
E se io mi scegliessi un mio personaggio? Uno dei tanti? Uno di Michelangelo Antonioni? Lo prenderei solo per due ore
nel pomeriggio. Perch la mattina sono gi abbastanza depressa e la sera faccio brutti sogni. No, mi prendo uno dei miei
pi comici, che hanno l'obbligo di finire bene. Che gusto scrivere le storie, con tutti i loro intrecci e poi farle finire bene!
E se io ora uscissi davvero? La storia me lo permette: non ho figli, non ho marito, amo Roberto... ma lui acuto, attento,
mi ritroverebbe.
Allora, bene, io posso uscire e andare avanti, sempre diritto come dicono le indicazioni e poi? Poi mi prende la
paura. La paura che sempre in agguato, che mi gira intorno, mi fa scherzi tremendi, mi costruisce ombre, parole, tranelli.

il mio cappello incorporato.


Oggi volevo farmela amica. Non stato possibile, perch pi forte di me. Sa di avere la forza del mistero,
dell'imprevedibile.
La paura un romanziere esperto. In pochi istanti ti costruisce storie impeccabili, gialli in cui non si intravede mai uno
spiraglio di luce, dove ci sono solo assassini. Non ci sono passanti, spettatori che possano salvarti vedendoti in pericolo,
perch lei si camuffa: in un bell'albero di mimose, in un cagnolino indifeso. La paura mi chiude in un sacco, lo lega bene
all'apertura e mi porta via. Dondolando sulle sue spalle, non riesco mai a capire che strade percorre. A volte sono barche,
lo sento dalle onde che mi arrivano in gola, a volte si solleva da terra per non darmi pi riferimenti.
Siamo nell'aria? Non capisco pi dove sono. Non sento i profumi, anche se il mio naso pi attento dei miei occhi. Io
non vedo bene nemmeno con gli occhiali. Eppure, oscillando sulle sue spalle, non mi sembra un tragitto a vuoto. L'unica
possibilit farmi amico il sacco. Volergli bene, dirgli che ormai siamo tutt'uno e lui deve badare anche a me. Perch dove
gettano me, getteranno anche lui. Non mi risponde, deve avere un suo piano. Il sacco mi fa fuori dal sacco.
Chi ci porta si fermato, indeciso, non sa che farne di noi. Poi, con forza, ci lancia nell'aria.
Non stata una cattiva idea, nella discesa si scioglie il nodo, il sacco va per conto suo ed io per conto mio. Siamo
entrambi in discesa libera, ma io peso di pi e sono pi veloce, lui ha anche questa fortuna: pu svolazzare. Io non mi sto
affatto godendo la caduta.
E se tutto si fermasse qui? Volendo... forse. Volando, forse. Faccio come nei sogni: allargo le braccia e sembro un aereo
da piccoli turisti. Turisti sprovveduti, pronti a sopportare tutto pur di raccontare che si sono divertiti. Io no, io mi sto
godendo il volo, credo di guidarlo, credo di fare in tempo a rialzarmi prima di schiacciarmi a terra come una frittata. Una
frittata gialla.

Impreparata all'intervista
Sono arrivata a teatro, il luogo dove mi sento pi al sicuro. Sono le due del pomeriggio. Ho un appuntamento con una
giornalista, ma oggi non ho voglia di parlare. E invece dovr.
Ma si dimentica, non parlando, quello che ci fa male? O parlandone? Lo sapr domani.
Se non venisse o ritardasse, sarebbe gi un grande aiuto.
Com' bello un teatro vuoto. Il sipario aperto. In scena c' un uomo morto cio un appendiabiti, con tre cappelli:
uno di paglia con un nastro azzurro, una lobbia ed una cuffietta. Oggetti che servono per ricordare. Al centro un trono,
molto alto, che diventer una gabbia.
In teatro c' solo Oreste, il trovarobe: deve sistemare il fondale.
Ieri sera, provando la seconda scena del primo atto, gli sono andata addosso ed ho fatto qualche danno. Al fondale, non
ad Oreste. Lui entra sempre dal fondo, lo preferisce alle quinte, non si fida: Non si sa mai chi c' dietro, dice. Ormai
Oreste ha i colori delle scene, se non si muovesse in continuazione, potrebbe far parte del paesaggio.
Abbiamo gli stessi orari e ci troviamo volentieri, parliamo poco, ognuno pensa ai fatti suoi. Riesce a darmi una gran
serenit. Se non lo trovassi qui, non potrei recitare.
Mi viene incontro con un lume azzurro: Hanno portato questo. Dove lo metto?
Dove vuoi. Non ho dormito stanotte. Sono stanchissima.
Perch?
Non lo so. Ho fatto brutti sogni.
Perch?
Perch li faccio sempre. Da bambina mi chiamavano 'brutti sogni'. Mi svegliavo ogni notte piangendo. Uno dei miei
incubi era che non diventavo mai grande.
Perch?
Perch, perch... Perch tutti crescevano, partivano ed io restavo l, sempre piccola nel corridoio, aspettando che
suonassero alla porta per andare ad aprire. Non stavo bene.
Non possibile. I bambini sono sempre felici di essere bambini.
Non vero. I bambini sono quasi sempre infelici. Eccetto quelli cretini. O no?
Io da bambino mi ricordo solo tante mangiate. Dal latte di mia madre, ai fagioli da soldato. Io le posso raccontare tutta
la mia vita parlandole di quello che ho mangiato. Una cosa mi manca: l'aragosta. Ne ho sentito parlare, una l'ho anche
vista, ma non so che sapore abbia.
In Sicilia, quando ero piccola, mio padre portava spesso l'aragosta. Ha un bel colore.
Oreste continua a trafficare con corde e quinte. Sento la sua voce, ma non so bene da dove venga. Ogni tanto entra in
scena, porta qualcosa e porta via qualcos'altro.
Vuoi sapere com'era la mia casa l?
Lui entra con una scala su cui sale per fissare una quinta: L dove?
In Sicilia! Non stai attento.
Sembra, perch lavoro. Ma le cose le sento.

Ti ho gi raccontato della casa a Messina?


S. A Messina sono sbarcati gli americani. O gli inglesi?
La nostra casa era in alto e si vedeva il porto. Era piuttosto grande. Stretta e lunga, con un corridoio che la attraversava
tutta. Sai cosa mi successo in quel corridoio?... Ma... mi senti?
Oreste rientra portando una sedia, non per lui. La posa al centro della scena.
S, la sento, un po', non tanto. Sento, anche se lavoro. Anche se non rispondo. Devo rispondere? Perch allora devo
fermarmi. Non so fare due cose insieme. Lei vada avanti, io la sento.
Allora: c' questo corridoio stretto e lungo, con porte a destra e a sinistra. Alcune sono chiuse a chiave, altre socchiuse
e lasciano passare una spada di luce che finisce sul pavimento. In fondo c' una porta aperta. Anche da l viene un po' di
luce. Io sono piccola, ho quattro o cinque anni. Ho un grembiule celeste con un colletto bianco, pi corto del vestitino
che ho sotto che di lana. Ho i calzini corti, uno andato sotto il tallone. Le scarpe sono nere, lucide, hanno il cinturino e
il bottone a pallina. Ho i capelli tagliati all'altezza delle orecchie e una grande frangia. Sono con le spalle al muro, come se
qualcuno mi spingesse, non posso camminare. I battiti fortissimi del cuore mi rimbombano nelle orecchie. Sto tremando e
non riesco n ad urlare, n a piangere. Dalla porta in fondo esce un braccio, quello di mio fratello Franco che poggia in
terra un mostro: un'enorme aragosta rossa e gialla con gli occhi in fuori. Ha il corpo di un grande ragno. Le chele si
muovono lentamente. Avanza dritta verso di me. Mio fratello rientra in cucina e richiude subito la porta.
Non si sente pi un rumore. Forse sono usciti tutti dal balcone in giardino. Sento sbattere la finestra. In casa non c' pi
nessuno. Solo io e lei.
Per raggiungere l'unica porta aperta in corridoio, devo andarle incontro, avvicinarmi. Non ce la faccio. Mi sento
pesante come una persona grande. Come devono essere pesanti i grandi. Di pi. come se qualcuno mi spingesse la testa
verso i piedi e i piedi fossero inchiodati sul pavimento. Come se non avessi pi braccia.
L'aragosta avanza, alternando quelle sue rosse zampe da ragno. Ha gli occhi fissi su di me, sembra che vengano
sempre pi fuori per vedermi meglio. Io vorrei entrare nel muro. sempre pi vicina, pi grande, pi rossa. Vorrei urlare
perch qualcuno mi ascolti e la porti via, ma non possibile: non mi esce un filo di voce. Sono muta, schiacciata al muro e
sento sempre pi forte il rumore delle chele che strisciano sul marmo. Mi chiudo gli occhi con le mani. Li riapro e lei si sta
guardando alle spalle, per avere l'approvazione del padrone, prima di mangiarmi. Lei ha un'anima, mi sembra quasi che le
dispiaccia sgranocchiarmi tutta. Comprese le scarpette nere nuove e il grembiule con i bottoni di madreperla.
'Ti prego, non mangiarmi!' le dico tra i singhiozzi. Lei si ferma e viene presa dalle mani bianche con le unghie rosse di
mia madre. La riporta in cucina. Non ha nemmeno badato a me. Io sono scivolata pian piano in terra. Il pavimento
freddo, lo sento dove finiscono le mutandine. E piango senza accorgermene, perch mi sembra di ridere. Sto bene. Mi
addormento.
La sera siamo tutti a tavola, non mi hanno mandato a letto: bisogna festeggiare. Arriva un grande piatto, lungo, bianco,
con sopra lei: l'aragosta. Capovolta come un grande ragno a pancia in su. Un occhio nel piatto da solo e mi guarda triste,
mi amico. Mi chiede qualcosa, ma non capisco.
Non l'ho mangiata. N quella volta, n mai. Oreste?!... Oreste, hai sentito?
Oreste risponde dopo un po' dalla galleria: Ho sentito.
Da lass?
S. Da qui si sente meglio. Mi sono goduto lo spettacolo.
Non ci credo, sei andato in giro. Di cosa ho parlato?
Fatti suoi, non mi ricordo. Ah, s, l'aragosta... non la digerisce.
Non ti racconter pi niente.
Meglio! C' una persona che aspetta. La mando via, cos dorme?
Chi ?

Una giornalista. Dice che ha un appuntamento.


Dille che sto provando... no... falla entrare, forse star pi attenta di te.
Be', quello il mestiere suo.
Oreste scende in platea e torna con la giornalista che si guarda intorno, come se cercasse degli indizi. Viene avanti
sicura. Ha l'aria di qualcuno che non andr via a mani vuote e non le baster il cadavere, vorr anche l'assassino, e subito.
Anche perch dopo ha un'altra intervista.
Le vado incontro: Mi scusi, ma purtroppo ho poco tempo da darle... come le avevo detto per telefono. Non sto bene e
domani ho la prima.
Mi dispiace! Ma eravamo d'accordo con il suo ufficio stampa. Sono venuta da Parigi per lei. Non posso rimandare
nemmeno di un minuto.
Ecco. che io non so se sar in grado.
Lo sar certamente.
Capisco... da dove comincia l'operazione?
Dall'infanzia. Lei ha sempre evitato di parlarne. Perch? Ci deve essere qualcosa di...
Mostruoso?
Me lo dir lei.
Venga, sediamoci qui. Sa che in questo momento io vorrei corromperla? Con soldi... proposte di lavoro. Una
sceneggiatura ad esempio. Le interesserebbe? Le presto la mia casa al mare. Tutto, pur di non parlare. Non sto bene.
Gliel'ho gi detto?
S.
Ecco vede? Non ricordo pi niente! Ho una gran confusione in testa. Di fatti, parole, persone.
Metter in ordine io.
questo che mi fa pi paura. Non potremmo parlare solo del mio lavoro?
Quello si vede.
Di cosa mi piace? Dei vestiti che indosso?
No. Lei piuttosto elegante.
Il 'piuttosto' lo ritengo un complimento, perch non so chi ha detto che l'eleganza qualcosa che riguarda i sarti e i
calzolai.
Come ha cominciato?
Cominciato cosa?
Quello che vuole. Preferisce andare a ruota libera?
S, grazie. Ma, nel tentativo di essere pi chiara possibile, mi ripeter spesso.
Non importa.
In questo momento ricordo solo i particolari, cio parler del superfluo e nasconder il necessario.
Pi mi parla e pi penso che lei sia proprio il boccone del prete.

un insulto?
No. Una leccornia.
quando si pulisce il piatto? Mi creda, senza scherzare pi, oggi una brutta giornata. Sento di sbagliare tutto.
Vediamoci tra qualche giorno.
Lei nello stato d'animo ideale: domani ha la prima.
... E non ancora chiaro per me cosa sto a fare qui. Sono certa di aver dimenticato tutta la mia parte.
Credo succeda sempre.
S, ma questa volta non ho dimenticato solo il personaggio, ma anche l'interprete. Mi sfugge tutto, anche se mi sento
circondata da un reggimento di granatieri che dovrebbero darmi sicurezza, ma non so se stanno qui per difendermi o per
uccidermi. Non l'ho ancora capito.
Voi attori non smettete mai di recitare.
Questa l'ho gi sentita... mi scusi... vede? Rispondo male.
E questo mi serve.
Per lapidarmi?
L'esagerazione la sua fuga?
No, la mia protezione. La mia difesa. Ho bisogno di esagerare, almeno un po'.
Cosa vorrebbe adesso?
Vorrei solo evitare di passare in mezzo agli alberi e non vedere la foresta.
Bella frase! La giornalista continua a scrivere.
Non la scriva, non so pi se mia o se l'ho letta da qualche parte. Io vivo di parole altrui.
Mi va bene lo stesso. La prego, mi parli di lei, ne ha sempre parlato poco.
Se diventa gentile io mi indebolisco. Sono pronta a darle dei soldi, anche molti e subito, se lei rimanda questa
intervista. Vediamoci domani, la prego!
Mi dispiace. Se domani sera avr successo, sar soddisfatta e addio emozioni! Anzi, addio tutto!
Lei preferirebbe un insuccesso?
No, per carit! Ma cos che mi serve.
che io non vorrei approfondire la verit proprio in questo momento. Qualunque cosa non vera, ora mi sta bene, mi
tranquillizza. Se lei va via, tengo a battesimo suo figlio. Sono molto richiesta per questo tipo di prestazioni.
Non ho figli.
Neanch'io.
... Senta... facciamo un patto, lei non mi far domande ed io andr a ruota libera. Poi metter a posto le cose come
vuole.
D'accordo.
Posso stare di spalle? Se la guardo mi distraggo, mi incuriosiscono il colore della sua giacca, delle sue scarpe. A
proposito, dove le ha comprate?

Non ricordo.
Vede, lei non mi confessa niente ed io dovrei aprirle armadi, forzieri, cassetti murati... perch?
il suo ruolo. Gliel'ho gi detto.
Da dove comincio? E se poi mi metto a piangere?
Far finta di non accorgermene. Mi metto di spalle anch'io.
Prendo un grande respiro, guardo in alto dove ci sono le corde dei fondali, giro la sedia e volto le spalle alla giornalista.
Cominciamo proprio dal primo ricordo che ha della sua vita.
Da piccola mi chiamavano Sette Sottane, perch in Sicilia, dove vivevamo noi, non c'era il riscaldamento d'inverno e
mia madre mi copriva di maglie, magliette, sottanine, vestitini e grembiulini. Non mi davano noia, anzi, ne ero orgogliosa e
quando veniva qualcuno a trovarci, dicevo: 'Vede, io ho sette sottane: una, due, tre, quattro...' mia madre non mi faceva
mai arrivare alla settima perch diceva che era una vergogna tirarsi su le gonnelline.
Sua madre morta?
S, ma di questo preferirei parlare un'altra volta.
Mi parli di sua madre come vuole.
Profumava di cannella. Aveva la pelle rosa, sottile e trasparente. Si intravedevano i celesti pallidi delle vene. Da
giovane aveva i capelli rossi e gli occhi verdi. Era innamorata pazza di mio padre, che l'amava in un modo che io non ho
mai capito. L'ha tradita, offesa, trascurata, umiliata. Eppure sono stati sempre insieme. Da quando morta, mio padre parla
di lei e del loro rapporto come se io non fossi stata presente. Lo racconta come forse lo avrebbe voluto. Anche lei parlava
di lui come lo avrebbe voluto, dimenticando tutte le offese. La sentivo chiacchierare con le amiche raccontando la sua vita
con lui, la nostra con lei, piena di dettagli, di particolari sconosciuti. Niente aveva a che fare con la realt, nemmeno il
colore degli occhi e dei capelli dei miei fratelli o i miei. Raccontava una vita che noi non avevamo vissuto, specialmente
nelle piccole cose.
Com'era fisicamente?
Bellissima. A me diceva che da giovane, quando aveva incontrato mio padre, aveva gli occhi verdi. Invecchiando
erano diventati grigi pallidi, umidi di leggere lacrime che spuntavano quasi per tutto: se rideva, se era felice, se era infelice,
se leggeva una lettera, se guardava la televisione. Specialmente il telegiornale la faceva piangere. Ma non con i singhiozzi.
Le lacrime le venivano gi senza volere, senza che se ne accorgesse. Era il suo modo di partecipare agli avvenimenti, il suo
modo di ascoltare. Poteva anche improvvisamente ridere a crepapelle, mentre piangeva. Bastava raccontarle qualcosa di
non doloroso, di diverso: il modo di parlare o di muoversi di una sua amica, ricordarle un avvenimento ridicolo. Rideva
senza potersi trattenere, ma sempre con una grazia innata.
Parlavate spesso?
No. Mi ha nascosto tutto. Mi ha mentito. Mi ha terrorizzata. Mi ha sempre ripetuto che gli uomini sono dei mostri senza
piet, l'amicizia non esiste, la libert un'utopia, la giustizia impossibile. Eppure era una romantica e odorava di cannella.
Quando posavo il naso sul suo viso o su un braccio venato d'azzurro, mi sembrava di stare dentro il forno di una
pasticceria, cosparso di petali di rose. Cantava le opere mentre metteva a posto la casa, e: '... Un bel d vedremo levarsi un
fil di fumo...' era il suo pezzo preferito quando lavava i piatti o cucinava. Le scendevano le lacrime a fiumi.
E con suo padre...?
Del rapporto con mio padre mi parlava solo di quando la corteggiava, l'aspettava a lungo e le portava dei fiori.
Ero veramente molto piccola, forse cinque o sei anni, e non so per quale motivo una volta ho dormito in mezzo a loro,
nel letto grande. Per me il 'letto grande' era come la terra promessa. Ero l forse perch avevo fatto i soliti brutti sogni.
Mi chiamavano anche 'brutti sogni', perch avevo, ed ho sempre, degli orribili incubi. Ancora oggi non so bene se
certe cose della mia primissima infanzia, che ricordo con chiarezza e con orrore, sono vere o sono brutti sogni.

Insomma, ero tra loro e devo aver ascoltato e capito qualcosa che mi ha molto spaventato, facevo finta di dormire.
Ricordo l'odore di cannella di mia madre e l'odore duro di mio padre. Forse si sono detti delle cose atroci. Forse mia madre
aveva scoperto uno dei tanti tradimenti. Lui si addormentato appena ha finito di parlare, forse parlando. Mia madre ha
pianto tutta la notte. Io cercavo di non respirare per non far sentire che avevo capito e che non dormivo.
La disperazione di mia madre era cos totale, che le sue parole non erano dette fino in fondo. Erano mangiate dalle
lacrime. Io spingevo la bocca sul cuscino per non far sentire i singhiozzi. Mi sembrava cos disperato quel letto, cos sola
mia madre, che, forse, ho pensato l che non mi sarei mai sposata.
Eppure, prima di dormire, ancora oggi mi tornano in mente la lunga spiaggia bianca di Messina, completamente vuota,
le ondine dolci che lasciano il segno sulla riva e l'unico ombrellone, dove mia madre vestita di bianco, con un grande
leggero cappello di paglia, si riparava dal sole. E la sua voce sottile ed alta che chiamava disperata: 'Giorgio! Giorgio!'
Chi Giorgio?
Mio fratello.
Com'era questo fratello?
Giorgio ha conquistato la sua libert appena nato. Quando io avevo sei anni e lui nove, era gi un uomo libero. Io,
invece, dovevo stare sempre all'ombra, cio: devo ancora stare sempre all'ombra perch la mia pelle bianchissima e
purtroppo delicatissima, mi ustiono e mi riempio di lentiggini. Non solo per questo non potevo mai allontanarmi da mia
madre, ma anche perch ero una 'femminuccia'. Che parola pesante! Non dovevo giocare con i maschi e nemmeno con le
femmine. Non dovevo giocare, non dovevo parlare o ascoltare, n capire, n giudicare. Non dovevo e basta.
Io, comunque, seguivo sempre Giorgio e lo imitavo, rischiando la morte. Lui si buttava gi da un muretto e poi correva
felice, io mi buttavo dietro di lui e mi rompevo tutta. Lui si arrampicava sempre sugli alberi, quelli tipici delle strade della
Sicilia, con le arance, protetti da un cancelletto fatto di aste di ferro che finiscono a punta come delle lance. Ecco, su quelli
l Giorgio si arrampicava per prendere le arance ed io dietro, mi arrampicavo anche se per me era l'Everest. Un giorno sono
rimasta appesa ad una lancia, con il braccio che avevo teso per prendere un frutto. Vede, ho ancora la cicatrice. Non
brutta, come la ferita in un duello. Ne sono quasi orgogliosa. Solo che non si rimarginava mai e fu un motivo in pi per
tenermi incatenata sotto l'ombrellone accanto a mia madre. Che odorava s di cannella, ma che non mi lasciava mai
scappare.
Questa notte ho sognato la spiaggia, l'ombrellone con mia madre che chiama: 'Giorgiooo! Giorgiooo!' La spiaggia era
vuota e lunghissima, poi ombrellone, mamma, secchiello, tutto si allontanato, diventando piccolo piccolo. Come in un
binocolo a rovescio. Restavano forti i rumori, i colori, ma le cose perdevano peso, l'ombrellone volava, come in tutti i
sogni. 'Giorgiooo! Giorgiooo!' La voce di mia madre era l'unica cosa reale e rimbalzava sul mare, sulle onde piccole e
lisce.
Le piace molto il mare, vero?
Io volevo essere un marinaio che affrontava l'oceano, un esploratore all'Antartide. Un cacciatore... no! Un osservatore
nella savana. Invece non mi piace viaggiare, forse mi fa solo paura. I viaggi in mare, per me, non dovrebbero superare i
venti minuti, la montagna troppo silenziosa: il vento racconta storie paurose. Si parte da un posto ed in fretta si arriva in
un altro. Io invece vorrei vedere sempre cosa c' tra un posto e l'altro. Forse quello spazio pu essere il viaggio.
Ritorniamo ai primi anni. In Sicilia.
Quando la guerra scoppiata, si supponeva, giustamente, che gli americani sbarcassero proprio in Sicilia, cos mio
padre decise di portarci a Napoli, poi, quando anche Napoli non fu pi sicura, tornammo a Roma, la nostra citt. Io avevo
otto anni, ma ero gi innamorata pazza di un bambino biondo di nove. La notizia della partenza mi sconvolse. Capii subito
che la guerra era una brutta cosa: obbligava le persone a fare ci che non volevano, a scappare, a nascondersi, a
combattere. Vedevo i grandi parlare in fretta, con la voce troppo bassa, come per dire cose inconfessabili, poi urlare
improvvisamente, come per una rivolta generale.
Bagagli pronti, bisognava imbarcarsi.
Io ero stata portata l a dieci mesi e volevo sapere se dove dovevamo andare c'era il mare. Nessuno aveva tempo per
rispondermi.
Prima di partire sono salita in terrazza, sapevo che avrei trovato il bambino che mi aspettava vicino alla fontana. Ci

siamo stretti le mani nell'acqua dicendo che non ci saremmo pi dimenticati, che da grandi, quando fosse finita la guerra, ci
saremmo rivisti.
Chiss dov' ora e chi .
Non si ricorda una ribellione da parte di sua madre?
Mia madre, quando proprio non ce la faceva pi, quando avrebbe dovuto urlare contro di lui e andarsene, quando gli
occhi le diventavano ancora pi pallidi e acquosi, quando era veramente disperata, apriva il primo cassetto del com, tirava
fuori tutto quello che c'era dentro, fazzoletti, calze, camicie, e lo distribuiva sul letto, come se avesse voluto analizzare,
scoprire ancora le ultime ragioni per andarsene o per restare.
Ecco, mentre era l a cercare le prove della sua vita, si distraeva subito ritrovando un oggetto sparito da tempo, che
aveva tanto cercato, e le passava tutto. Lo guardava con amore, come se fosse la soluzione dei suoi problemi. Lo carezzava
con gli occhi e gli era grata di essersi lasciato trovare. Guardava gli oggetti con affetto e rimetteva tutto in ordine, dentro il
primo cassetto del com. Si chiudeva la porta della camera da letto alle spalle e tornava da noi con l'espressione di chi ha
detto le sue ragioni ed ha vinto.
Amava molto le sue amiche e raccontava loro storie non vere. Almeno credo! Perch erano tutte bellissime e invece lei
era infelice, di una infelicit totale. Si vedeva anche dalle mani, erano tormentate, ossute, come di qualcuno che ha stretto i
pugni troppe volte, che non ha tirato cazzotti alle persone, ma ai muri s.
Per Natale avrei dovuto regalarle dei guantoni da boxe, cos poteva tirare un po' di pugni, poi toglierli, riprendere il
ricamo e continuare a fare l'orlo a giorno.
Non ho mai imparato l'orlo a giorno, mi ci hanno costretto per mesi, forse per anni, ma contare quei fili, passarci sotto
l'ago, mi faceva impazzire, non capivo il perch. Ma lo dovevo fare, perch ero una... 'femminuccia'.
Un silenzio, che in un teatro vuoto pi pesante che in qualunque altro posto. Lei guarda il suo foglio, io guardo lei,
spero che mi dica: Basta cos. Sono stanchissima. Dover raccontare la propria vita non vero che faccia bene perch, se
stata faticosa o dolorosa, rivivendola non possibile non soffrire. Se stata bella, ti prende una tale malinconia... non
solo perch ne gi passata una parte, ma anche perch ti aspetti che cambi.
E se io ora le do due schiaffi, lei si arrabbia e se ne va? E se invece me li rid? Sono molto stanca. Mi viene da piangere.
Lei sta piangendo, dovrei far finta di non accorgermene?
Neanch'io me ne sono accorta, come succede ai vecchi. Sono le libert degli occhi, che vedono, trattengono e poi,
quando meno te lo aspetti, si lasciano andare. Mi pu accadere quando sono molto felice, quando sono infelice, per
emozioni, per un ricordo, per solitudine, per disperazione e specialmente: senza motivo.
molto distratta, vero? Ha attenzione per quello che ha intorno?
L'attenzione? Vorrei averne molta di pi. Tutto ha bisogno di attenzione, di sguardi affettuosi, di fiducia. Mia madre
faceva le torte con molta attenzione ed erano bellissime. Erano semplici, mai ricami di creme o panna o ciliegine. Erano
torte serie, grasse, paffute e rosa. Quando ne tagliavo una fetta ero soddisfatta di mangiare una cosa ben riuscita. S, sono
molto distratta. Molto.
Posso chiederle perch poco fa piangeva?
la stanchezza, oppure... la speranza che qualcuno capisca, senza dover spiegare, parlare. anche un riposo. Quelle
lacrime che a volte mi vengono gi senza singhiozzi per un pensiero improvviso mentre lavoro o cammino da sola sono
una compagnia, una consolazione. come l'allenamento per uno sportivo, se lo fai tutti i giorni, mattina e sera, qualche
muscolo, non so quale, si rinforza. Spero! O no?
E il pianto degli altri?
Ne ho un gran rispetto. Se posso fare qualcosa... se no, mi allontano. come stare a guardare qualcuno che si spoglia.
E quello dei vecchi?
Il pianto dei vecchi non debolezza, impotenza, delusione, tradimento. Si sentono traditi da tutti, da loro stessi e

dagli altri, promesse non mantenute, speranze deluse, la paura di scoprire che tutto stato inutile, che stato un tranello,
una truffa. Che qualcuno ha barato e loro in quel momento erano distratti. E forse, anche per non aver capito in tempo
come si doveva giocare, cosa evitare. Per il tradimento del proprio corpo. Per aver aspettato inutilmente. Per non aver fatto
in tempo ad aprire quella porta, a chiuderla. Guardano la casa, gli oggetti, i figli, i nipoti e vorrebbero sapere se va bene
cos. La paura di aver dimenticato qualcosa di essenziale, non averlo fatto, non averlo visto, non averlo detto. La paura di
essere in ritardo all'appuntamento, arrivare l e trovare che sono gi tutti andati via. E quando succede qualcosa, essere gli
ultimi a saperlo. Quando gi tutto deciso, escludendoli anche dalla scoperta e dalla decisione.
C' un tradimento per tutti, giovani e vecchi. Un tradimento al quale non abbiamo pensato e dal quale non ci siamo
difesi. L'impotenza di fronte alla violenza cieca delle cose, che avvengono senza preavviso, che hanno una vita loro, un
loro percorso, senza tenerti al corrente di nulla. I vecchi lo sanno che stato un inganno e raccontano le fiabe ai bambini
per mettere, finch possibile, uno spazio tra loro e la realt che li aspetta. Ma la loro mente cos disperata e cosciente,
che le fiabe sono pi atroci della realt.
Le fiabe sono state inventate da qualcuno la cui vita era cos brutta da sognare che un lupo fosse sempre pronto nel
letto della nonna, furbo e truccato per mangiarsi Cappuccetto Rosso. Se qualche favola finisce bene, stato sicuramente
l'editore a cambiarla all'ultimo momento, per venderla meglio. Quando me le raccontavano io non dormivo tutta la notte,
spaventata, e solo dopo un bel pianto, crollavo nel sonno.
Insomma, non si molto divertita da piccola.
Gliel'ho gi detto, stato il periodo pi difficile della mia vita. Come penso lo sia per la maggior parte dei bambini. Il
mio modo di sfuggire ad una realt che mi faceva paura e alle favole, che mi facevano ancora pi paura, stato quello di
fingere da subito di essere un'altra. Ma non giocando alle signore, o con le bambole, o al negozio, ma soltanto ad essere
un'altra.
Andiamo avanti? Anche perch lei tra qualche giorno non continuer certo questa intervista.
Perch?
Perch... gliel'ho gi detto... non avr pi questo stato d'animo. Ora tutto in ballo, non sa come andr lo spettacolo...
meglio oggi.
senza piet. Per, per qualche ragione che non so, anch'io vorrei continuare. Vorrei vuotare il sacco e sentirmi pi
leggera.
Recitare un gran riposo. La paura della prima, almeno per me, non , o forse non soltanto, la paura di non farcela, o
di dimenticare tutto, ma soprattutto la paura di perdere lo 'stato d'animo'. Per recitare bene, cio per sentirmi a mio agio,
io ho bisogno di incoscienza, di spudoratezza, di libert. Recitare bene, o almeno sentire di potercela fare, quando ti senti
finalmente lontano da tutti, cio dalla tua vita. Che riposo avere a che fare soltanto con drammi e risate altrui, che finiranno
sicuramente dopo due ore. Un termine una sicurezza. In due ore, tutti quei fatti saranno risolti come vuole l'autore. E se
va bene, ti applaudono. Poi, tu lasci l quei fatti, quelle risate o quelle disperazioni e te ne torni a casa tua. Sperando che
anche i tuoi problemi abbiano trovato, nel frattempo, per mano di qualche altro autore una soluzione.
Ho visto le prove. Alla fine del primo tempo lei rester imprigionata, durante tutto l'entracte. Ferma e legata a sipario
aperto. Non pensa di mettere a disagio la gente? Esiteranno ad alzarsi per andare a prendere il caff, per non lasciarla sola l
immobile al centro del palcoscenico.
nel copione. Forse l'autore l'ha pensato anche per evitare che il caff o la chiacchierata allontanino troppo lo
spettatore da quello che gli sta raccontando. Io resto imprigionata dalla storia del mio personaggio.
E per la memoria, come fa un attore?
Sa, io non ho memoria nella vita e in teatro, invece, molto raro che mi distragga. Credo sempre alla storia che sto
raccontando.
Quando ha cominciato a pensare di recitare?
Il mio primo spettacolo l'ho fatto tra la finestra e la tenda della stanza dei ragazzi. Giorgio era fuori dalla tenda-sipario e
spiegava all'illustrissimo pubblico, fatto di sei o sette bambini della nostra et, seduti per terra e molto attenti, che avrebbero
assistito ad uno spettacolo mai visto... eccetera. Poi tirava il cordone della tenda ed io recitavo poesie vere o inventate
senza mai la rima e cantavo con una voce, quasi come quella che ho oggi, cio da marinaio ubriaco nella taverna del porto.

Comunque, le mie canzoni erano cos appassionate, cio io mi lasciavo trascinare talmente dalle parole, che piangevo se la
canzone era triste, e ridevo fino a mancarmi il respiro, se si trattava di una storia allegra.
Non mi ricordo se io personalmente avevo successo. Giorgio, pi grande di me di tre anni, riusciva a catturare
l'attenzione del pubblico facendo i pupazzi con le facce disegnate sul dorso delle mani. Gli metteva un fazzoletto intorno e
sembravano contadine. Ma lui le faceva passare per assassini, graziose donzelle, o aitanti cavalieri. S, avevamo successo
insieme, e lui riusciva, non so come, a farsi anche pagare.
Lo stesso spettacolo lo abbiamo portato in cantina a Napoli, durante i bombardamenti degli inglesi. Io non vedevo l'ora
che suonasse l'allarme di notte, per andare in cantina a fare spettacolo.
Giorgio sapeva fare proprio bene l'impresario e fiutava l'affare da lontano, cos, quando io a quindici anni fui travolta
dalla passione di recitare, mi aiut. No, prima di Giorgio mi aiut Elvira. Abitava al piano di sopra, era colta, intelligente e
faceva la hostess sugli aerei che andavano in America. Da me era considerata una donna-uccello, libera, felice e
indipendente. L'aspettavo per le scale per vederla passare vestita d'azzurro con i bottoni d'oro e il cappello.
Mi trov un giorno all'ultimo piano che piangevo. Mi chiese perch e cosa avrei voluto fare, le dissi che volevo recitare
e basta.
Dopo qualche tempo, inventando una scusa piena di fantasia e sicurezza, convinse mia madre a farmi uscire con lei.
Mi port in un elegante salotto, dove dei ragazzi, tutti molto pi grandi di me, leggevano una commedia: La nemica di
Niccodemi.
Partire con una barca a vela per il giro del mondo, volare con delle ali vere, non mi avrebbero dato l'emozione di quel
piccolo salotto, dove tutti facevano finta di essere un altro.
Per gentilezza, o forse per la mia faccia incantata, il regista, un ragazzo di vent'anni, mi chiese se volevo leggere con
loro il ruolo della figlia. Quando tutta la commedia fu letta, mi dissero che andavo bene e che avrei avuto la parte. Spiegai
loro che non potevo muovermi da casa per nessun motivo e che, se avessi potuto, non avrei mai voluto fare la figlia, ma la
madre: la nemica. Mi guardarono incuriositi. Non so perch, ma lui, il giovane regista, me la lasci leggere. Forse gli
facevo pena. Alla fine avevano tutti gli occhi lucidi, meno il ragazzo-regista che mi guardava sbalordito: 'Puoi provare per
qualche settimana?' 'No, ma se mi date la commedia, la studier da sola, verr il giorno del debutto e la reciter.' 'Senza
prove?' 'Non posso uscire. Verr a teatro.' Il ragazzo aveva un'espressione tra la curiosit e la paura, ma mi osservava
senza mai spostare lo sguardo. Lo pregai ancora di farmi fare la madre e gli giurai che sarei stata puntuale. Mi disse di s,
restando ancora un po' a guardarmi. Andai via di corsa. Studiai nel bagno, di notte, per le scale. Dovunque potessi stare da
sola. Convinsi Giorgio ad aiutarmi. Io dovevo andare in quel piccolo teatro a qualunque costo.
Il giorno del debutto, a tavola non mi ricordo se mangiai o no dall'emozione, ma sicuramente divorai tutto, perch
quando sono felice mangio molto, quando sono infelice mangio moltissimo, quando sono disperata ed emozionata
divorerei anche le sedie.
Giorgio mi fece un cenno e, approfittando del fatto che mia madre era in cucina e mio padre parlava con Franco, l'altro
mio fratello, mi abbassai e arrivai alla porta. Scendemmo le scale di corsa, eravamo veramente in ritardo; io dovevo
mettermi una parrucca bianca da anziana aristocratica signora e un vestito d'epoca.
La strada era vuota, era un giorno di festa. Cominciai a correre, Giorgio vide una carrozza, la ferm e partimmo al
galoppo: 'Ma come la paghiamo?' e lui: 'Non ti preoccupare, una grande attrice arriva a teatro in carrozza'.
Io avevo il cuore in gola e non capivo pi niente. Entrai in scena con parrucca, vestito d'epoca e un fiatone che
controllavo a fatica.
La nemica una vecchia commedia di Niccodemi che tratta il dramma degli affetti familiari: un'anziana signora di
un'aristocratica famiglia ha i suoi due figli in guerra, un ufficiale ha il compito di annunciarle la morte di uno dei due. La
battuta chiave del dramma : 'Quale?' Lo era anche per me.
Fu un grande successo, ricordo tanti applausi, e tanti fiori. Usc anche un bell'articolo su La fiera letteraria che parlava
di me da farmi arrossire.
E in casa come and?
Un disastro. Non mi fecero pi uscire.

Perch?
In casa mia gli uomini avevano tutti i diritti e le donne nessuno. La frase ricorrente di mio padre era: 'Le donne
dovrebbero fare i figli e poi morire'; cos a casa io ero esclusivamente addetta ai lavori domestici, che mi hanno sempre
annoiato mortalmente. Dovevo lavare le lenzuola grandi, ero magrissima e con le mani piene di geloni. Tirare su dalla
vasca un lenzuolo grande, zuppo d'acqua, sicuramente una fatica che avrebbe fatto gola a Ercole. La schiumetta gialla
che la soda fa sulle ferite dei geloni brucia anche se ha un bel colore. Io aspettavo la primavera come una medicina.
Quanto tempo pu ancora darmi?
Finch mi chiamano, o finch ce la faccio. curioso, mi sembra d'essere un po' pi forte ora con lei. Eppure, io non
sono felice di svuotare i miei sacchi. Me li porto sempre dietro e sono pesanti.
E la memoria?
Ho memoria di avere dei sacchi sulle spalle, ma non so bene cosa ci sia dentro. Come quando faccio la valigia, dopo
una lunghissima scelta, lascio il necessario e porto via il superfluo.
Lo dimentica?
No, non so mai cosa possa servirmi in un posto dove sono gi stata o dove non sono mai stata, che comunque
cambier il mio stato d'animo o i miei desideri. Allora cerco quello che non ho mai messo e che, ovviamente, non metter
nemmeno in quel viaggio.
La scelta, l'abbandono delle cose che vedo tutti i giorni, le novit, mi angosciano. Anche il pi piccolo viaggio un
trauma per me. Ne abbiamo gi parlato? Io ritorno sempre sugli stessi argomenti, mi scusi, poi lei sceglier. Il guaio che
la sua scelta dipender dall'idea che lei, alla fine dell'intervista, si sar fatta di me. Non da quello che ho detto. Ricorder,
forse, che mi mangio le unghie, che non so stare ferma. Ho paura degli sguardi e dei giudizi.
Eppure fa l'attrice.
'Eppure, Cesare un uomo d'onore!' Come potrei andare avanti se non fossi aiutata dalle contraddizioni? Mi
equilibrano.
Torniamo alla memoria; se lei non l'avesse, questa intervista non sarebbe andata avanti.
Ma io le parlo di stati d'animo, i fatti sono secondari, sono il sipario. L'emozione dietro.
Riesce a dividere spettacolo e vita?
Certo! E la vita ha il primo posto, anche se non volessi. E poi, l'una alimenta l'altro. Per sarebbe bello scegliere:
quando vivere e quando recitare.
Che cos' per lei il teatro?
la fuga, la libert. il riposo, il gioco. Forse perch non un posto che riguarda i problemi quotidiani della vita, mi
d sicurezza, esiste solo se si costruisce una finzione. un luogo provvisorio: chi in platea passeggero per qualche ora,
chi in palcoscenico finge di essere un altro, in un altro posto.
E il palcoscenico prima della rappresentazione?
in attesa, ha corde, scale, qualche sedia, porte finte o quasi vere. la mia casa. in silenzio per la maggior parte del
tempo. La quarta parete, quella che non c', la pi resistente. Con tanta gente che vorrebbe entrare. Pi che una parete
una grande finestra, e il paesaggio cambia ogni giorno.
E le scene?
Sono i vestiti del teatro. Come i costumi per un attore.
E gli oggetti di scena?
Anche gli oggetti, a volte, non hanno la loro forma regolare o il loro peso giusto, dipende a che cosa servono, cosa

fingono di essere. Gli specchi non riflettono, le scale non salgono, la luna pu essere di pezza, dipinta, attaccata ad un filo.
I cassetti non si aprono, a meno che il copione non lo esiga, per trovarvi un segreto. Le porte sembrano proprio vere, anche
quelle inchiodate o dipinte.
Si sente a suo agio qui, vero?
S, qui dentro mi sento tranquilla, gliel'ho detto, difesa, niente definitivo, tutto precario. Volendo, si pu cambiare
anche il finale. E poi c' la possibilit della prova, ci si pu fermare, ripetere, riprovare, ricominciare fino a trovare
un'armonia. Solo qui si pu fare. S, qui sto bene.
Ha risposto a molte domande?
Eh, s. Certo, io non volevo altro che rispondere, ne avrei volute anche di pi di domande, ma all'inizio, quando
nessuno me le faceva. Invece le domande sono aumentate con gli anni, come se, invece di aver spiegato e raccontato,
lavorando, con i miei personaggi, con le scelte, con la mia vita, io avessi sempre mentito. Mi guardano con molta simpatia,
ma con un occhio insoddisfatto, scrutatore, tra la diffidenza e la curiosit. Come se nascondessi dei segreti inconfessabili.
Come se le risposte che ho dato fino ad oggi fossero una rappresentazione. Si aspettano dei grandi segreti da me, mi
guardano con un leggero sorriso, come per dire: 'Adesso basta, su, parla, vuota il sacco'.
Gliela faccio anch'io questa domanda.
Sono lusingata, grazie. S, segreti ne ho che farebbero leccare i baffi. Mi sono stati tesi anche dei tranelli, dei ricatti, per
farmi mollare i miei segreti, ma ho resistito. Li tengo cos nascosti che qualche volta me li dimentico. Non li trovo pi.
E un teatro vuoto?
Un teatro vuoto non soffre di solitudine, gli sono rimasti suoni, parole, urla, pianti, movimenti. Le case, a volte, sono
pi vuote dei teatri vuoti. Anche certe vetrine di negozi che non fanno affari hanno esposti oggetti disperati, che non sono
piaciuti, che chiedono aiuto, che ti seguirebbero come un cagnolino per sempre. Pronti anche ad essere rotti, tirati in testa a
qualcuno, pur di non restare in vetrina, ignorati e soli.
E la solitudine?
Di questo parliamo un altro giorno, o ne abbiamo gi parlato?
Non mi pare. Parliamone adesso, invece.
La solitudine si pu dividere, moltiplicare, sommare. Si pu desiderare come una conquista, una meta, un premio.
Come fonte di lavoro, di ispirazione, di concentrazione, di benessere.
Ma mi pare di capire che lei non ama stare sola.
Imparer. Imparer... con gli anni... chiss! Chiss se riuscir mai ad essere indipendente!
Lei sente la solitudine?
Certo, moltissimo.
Ma non dovrebbe. sempre circondata da gente, per lavoro, per amicizia, per simpatia. Almeno questo si dice.
Forse la solitudine non legata all'et, allo stato sociale, alle condizioni fisiche o psichiche, cio, non soltanto. una
condizione 'esistenziale', scusi la parola.
Credo che sia uno dei grandi problemi della nostra epoca, nonostante la televisione. E lo sar sempre di pi.
Forse stiamo costruendo un mondo di solitudini involontarie. Non potremmo parlare d'altro?
Di sua madre?
Non sto esagerando?
No.

Mi domando se mio padre si mai accorto che mia madre profumava di cannella. Lui, che amava viaggiare, avrebbe
dovuto esplorare quel pianeta rosa che aveva per casa.
Anch'io sto facendo un viaggio intorno a lei.
La ringrazio. Non mi piace viaggiare da sola. Penso che la solitudine in compagnia o in famiglia sia ancora pi dura
della solitudine da soli, perch non prevista e non si organizzati. Non si hanno difese.
A volte i sentimenti non fanno che aumentare il senso di solitudine.
E la solitudine dei bambini? Io ho visto certi occhi disperati. Anche se sono in braccio alla mamma, si guardano
intorno cercando qualcos'altro. Anche le strade vuote sicuramente soffrono di solitudine. Sa che bisognerebbe parlare alle
piante per farle crescere, per farle fiorire? Per farle germogliare prima? E che, per crescere meglio, un albero ha bisogno di
un altro albero accanto? E se uno dei due muore, muore anche l'altro?
La solitudine dei cani, poi, straziante. Se sono abbandonati, si disperano a tal punto da lasciarsi morire. La capretta di
compagnia pi della mamma per il cavallo.
Ha conosciuto i suoi nonni?
Ho conosciuto una sola nonna, per poco tempo. La madre di mio padre. L'hanno portata in Sicilia per stare un po' con
noi ed rimasta l fino alla sua morte. Forse un anno, forse meno. Era sempre su una poltrona, vestita di nero, capelli
bianchi raccolti dietro. Non aveva un buon odore. Io mi rannicchiavo vicino a lei come un cagnolino, aspettando che mi
dicesse qualcosa, ma parlava poco e a fatica. Quando le chiedevo: 'Come stai, nonna?' o cose del genere che si domandano
ai nonni, lei mi rispondeva con dei proverbi, per esempio: 'Come don Falcuccio', che non so chi fosse, oppure: 'Nonna, che
tempo far oggi?' e lei: 'Se il monte ha il cappello, o fa brutto o fa bello', 'Nonna, saliamo in terrazza per vedere il mare?'
'Chi troppo in alto sale cade sovente, precipitevolissimevolmente'. Ma voleva andarci lo stesso, in terrazza, per stare sulla
sua poltrona. Stava seduta tra un lenzuolo e l'altro. Si faceva lasciare l per ore a guardare il mare, diceva che le onde le
lambivano l'anima.
L'ho capito molto pi tardi, che la lambivano anche a me.
Ecco, se mia nonna mi rispondeva a proverbi, mia madre rispondeva cantando. Io chiedevo inesorabilmente sempre la
stessa cosa a tutti: 'Andiamo in terrazza a vedere il mare?' e mia madre: 'Un bel d vedremo levarsi un fil di fumo,
sull'estremo confin del mare e una nave bianca appare'... Era una bellissima risposta.
Mia madre non rispondeva quasi mai alle mie domande, cio rispondeva solo a quelle pratiche. Io le chiedevo: 'Dov'
il latte?' e lei: 'In cucina'. In risposte del genere era precisa: indicava se un oggetto era nel primo o nel secondo cassetto, a
destra, a sinistra o in fondo. Per tutto il resto, un silenzio inquietante con me.
In quella casa tutti mi nascondevano qualcosa. Quando entravo, o smettevano di parlare, o abbassavano talmente la
voce che io mi dovevo infilare tra una bocca ed un orecchio per beccare una parola, che per me acquistava subito un
significato affascinante, tra il libro giallo e la confessione. Loro si svelavano reciprocamente chi era l'assassino e non
volevano dirmelo. Forse con la solita giustificazione che lo avrei capito da grande. Ma da grande quelle curiosit l non le
avevo pi, ne avevo altre. Crescendo ho capito che, certo, ci si deve difendere dall'assassino, ma specialmente dalla
vittima.
E l'assassino c' ancora?
L'assassino continua ad esserci, ma io faccio finta di non saperlo. Forse lui si stufer della mia mancanza di attenzione
e se ne andr.
Ho ancora la sensazione che mi nascondano qualcosa, sia fatti che oggetti. Anche vestiti, biscotti, lettere e io passo le
giornate a cercarli.
Con gli oggetti ho un rapporto misterioso, carnale e privato. cominciato, penso, dal ciucciotto. Devono avermelo
dato per non farmi piangere o per distrarmi ed io mi ci sono subito affezionata. Devo averlo guardato, questo oggetto
misterioso e sensuale, con cos tanta attenzione da storcere un po' l'occhio sinistro, leggermente: vede?
Lo strabismo di Venere?
Non credo sia la stessa cosa. Alcuni se ne accorgono, altri no.

Gli occhi dovrebbero avere pi capacit visiva, pi movimento. L'ho pensato da subito, con quel ciucciotto in bocca.
Lui prendeva tutta la mia attenzione e le lacrime si fermavano sulle guance. Non andavano gi facilmente perch ho gli
zigomi alti.
Quando piangevo molto, allora era una gran bevuta. Mi sembrava di parlare, di dire le mie ragioni urlando, ma non mi
stavano a sentire. Qualcuno diceva: 'Lasciala piangere, le si allargano i polmoni'. Era vero. Io non canto, ma recito e mi
sicuramente molto servito per la respirazione profonda, che poi ho esercitato in Accademia nel Pianto di Ermengarda. Mi
veniva bene, per averlo molto provato.
Ha il senso della propriet? Ha cassetti chiusi?
Non ho cassetti chiusi, perdo tutto e dimentico molto. Una volta mi sono ritrovata seduta su una panchina di un
giardino pubblico, con un guinzaglio in mano, ho guardato il guinzaglio ed ho pensato che doveva essere stato al collo di
qualcuno. Il guinzaglio era logoro, dunque qualcuno che era stato con me a lungo: un cane o un gatto? Ho perso io lui? O
lui me? Era sicuramente un cane, il guinzaglio era grande. Ero smarrita, non ricordavo pi niente. Poi, con un grande
sforzo di memoria, ho capito che avevo solo trovato un guinzaglio.
Ho perso un sacco di cose strada facendo. Ma forse non mi erano affezionate, altrimenti non si sarebbero allontanate
con tanta facilit. Ho perso anche le scarpe che avevo ai piedi. Chiss perch me le ero tolte! Sono distratta, vero, ma ero
sicuramente uscita di casa con le scarpe, erano quelle rosse, con la punta di pitone, col tacco medio, un po' strette. Forse
per questo le ho perse, perch mi facevano male. Le ho tolte per un po', per riposarmi, poi qualcosa mi ha distratto e le ho
lasciate l. Era estate. Forse avevo caldo.
Fino a che punto perde tutto?
Fino a un punto patologico. Questa notte poi ho sognato di aver perso qualcosa e di aver passato tutto il tempo a
cercarla.
Era un regalo misterioso, che avevo trovato un giorno sul balcone, aprendo la finestra al mattino presto, quando ancora
sono disorientata e non vedo bene.
Ma nel sogno ho esagerato. Ho perso una cosa a cui tenevo molto e cercavo qualcuno che mi aiutasse a ritrovarla.
Era stata sempre accanto a me, sulla mia scrivania. Non era leggera, non poteva cadere da sola o volare. Forse poteva
essersi rotta e poi essere stata spazzata via. O forse mi era stata rubata. Ma da chi? E perch? Non serviva a niente e a
nessuno. Era necessaria solo a me, senza di lei sentivo di non poter vivere, mi mancava la terra sotto i piedi. Avevo la netta
sensazione che se non si fosse trovata, non avrei potuto dormire. Non avrei saputo come guardare le cose.
Forse erano gli occhiali?
No, non erano gli occhiali, no, e neanche la borsa o una lettera. Era molto di pi. Tutti lo sapevano benissimo ed
anche per questo che mi stata rubata. Oppure qualcuno pu averla trovata e, non sapendo che farci, l'ha buttata dalla
finestra. A quel punto sar difficile recuperarla. Chieder in giro se l'hanno vista. Se, attribuendole chiss quale valore, se
la sono messa in tasca. No, per carit! In tasca sta male. Soffoca in quell'imbuto! Ha bisogno di un posto lucido, illuminato
bene.
Io la tenevo sempre davanti alla finestra. La luce la rendeva cangiante. Al tramonto era arancione, all'alba azzurra.
Le notizie o il tempo cambiavano anche la sua forma. Se io piangevo, si rimpiccioliva, diventava quasi una goccia e si
rifletteva tutta la casa, in quella goccia. Ho sempre tentato di specchiarmici, ma si spostava in continuazione, forse per
giocare o per paura, oppure... non voleva che un'altra immagine si sovrapponesse alla sua. Quella sicurezza, quel suo
modo di stare ferma sotto la luce, mi dava forza. Io credevo in lei, nella sua stabilit.
A volte io non riesco pi a mangiare, ho paura di ingoiarla senza accorgermene.
Chi sa a cosa si mescolata, e perch. Con la sua inutilit, mi faceva credere nelle cose.
Pu mettere lei un annuncio sul giornale? Per farle sapere che l'aspetto, che, se vuole, pu gironzolare in tutta la casa,
io andr in albergo. Ma sapere che qui, che io posso vederla, mi dar coraggio.
Lei sta parlando al presente, ora.

Non me ne sono accorta, sbaglio sempre i verbi.


Non credo sia stato un errore.
Lei molto dura con me. Un insieme tra insegnante e governante.
Questa un'offesa.
Mi scusi, non volevo. che troppo facile cambiarmi le carte in tavola. Io non vedo. Anzi, mi arrendo.
Cancelli questa storia, ho paura dei giudizi, degli sguardi di chi legger delle cose cos intime.
Ma a me interessano. Cos'altro ha perso?
Cappelli ne ho persi tanti, occhiali, portafogli, borse. Ombrelli quasi tutti i giorni, quando piove e specialmente quando
non piove. Non so perch mi succeda. Forse voglio lasciare tracce o messaggi per essere ritrovata. Ma, se sono andati via,
quegli oggetti avevano sicuramente un motivo. Non ho mai avuto costanza nel cercarli, dopo un piccolo sguardo indietro,
furtivo, garbato per non offenderli, ho proseguito.
Ogni tanto penso a loro, alla loro temperatura, al loro colore, e sono sicura che stanno bene dove hanno scelto di stare.
Per, ho anche degli oggetti affezionati, caparbi, di cui mi vorrei disfare, ma loro mi restano tutta la vita appiccicati senza
motivo. E poi finisco per amarli. La quantit di quelli che perdo, rispetto a quelli che restano, grandissima.
Una volta ne ho visto uno in una vetrina, uno sul bavero della giacca di una signora, uno in una vasca di pesci rossi.
Non li ho mai rivoluti. Forse non erano miei.
E quando si nascondono? Per mesi, per giorni, li vedo un attimo accanto a me sul tavolo, bene in vista, e poi
spariscono. un dispetto? Un gioco? Vogliono suscitare il mio interesse? Il mio amore?
Avevo un quaderno dove avevo scritto il posto di ogni cosa, ma ho perso anche quello. Sono le cose che si
allontanano da me.
Io mi affeziono a loro quasi subito, mi piacciono le materie, le temperature, il peso, le proporzioni. Non importa che
siano regali o no. Regali preziosi non ne ho mai avuti e per me non ne ho mai comprati. Ma mi innamoro pazzamente di
certe cose. Loro lo capiscono, non vogliono essere prigioniere e se ne vanno.
Appena una cosa mi piace pi delle altre, la perdo. Se mi piace moltissimo, la perdo subito. Come una punizione.
sempre stato cos?
Credo di s. Qualche anno fa, avevo deciso di avere pochi oggetti, non preziosi, e regalarne molti cos qualunque
perdita sarebbe stata superabile. Ma io purtroppo ho bisogno di toccarli e forse loro non sopportano di essere amati. Sento
che hanno una leggera ribellione verso di me. Un bisogno di libert. Si fanno rubare dal primo che capita, si nascondono in
luoghi misteriosi. Cos, per non restare sola troppo a lungo, mi compro oggetti di tutti i tipi.
E dove li tiene?
Vicini, finch possibile. Ora cerco di proteggerli, perch... qualche mese fa, in un momento di distrazione, dopo un
periodo che condensava molte feste, compreso il mio compleanno, in un giorno triste, di quelli in cui si vorrebbe essere un
altro, chiunque esso sia, successo che cercando un libro, in biblioteca, nel piano pi alto che tocca il soffitto, mi sono
arrampicata. Ero su una sedia. Non so perch avevo proprio bisogno di un libro cos in alto e...
E?...
Ho teso il braccio ed ho urtato un piccolo oggetto. Piccolo, ma pesante, evidentemente. Bene, questo piccolo oggetto
non caduto allontanandosi dalla libreria, come forse sarebbe stato giusto, ma caparbiamente ha battuto su ogni scaffale.
Come un suicida, che voglia provare la morte ad ogni piano del palazzo prima di sfracellarsi a terra. In questo volo, ha
portato con s tutti quegli oggetti che erano sul bordo. Quasi ostacolassero la sua caduta. Ha trascinato al suolo due vasetti
liberty, una leggera bottiglia soffiata dell'Ottocento, un orologio di vetro antico, due conchiglie e un portavaso. Io ho
cercato di salvare in ogni modo i tre cavallini di alabastro nero, che erano al terzo o quarto ripiano. Erano cavallini in corsa,
cio, ognuno riproduceva un movimento del galoppo. Erano allegri, lucidi...

Ero in punta di piedi, stavo per prenderli, ma erano in tre, ci volevano tre mani. Me ne sono accorta troppo tardi. Mi
sono sfuggiti, come se non avessi presa con le dita. Ne ho afferrato uno... mi pare... ma avevo gi qualcos'altro in mano, e
sono caduti nei ripiani inferiori. Distruggendo nel volo tutto il resto.
All'oca in poltrona si staccata la testa di netto. L'oca in poltrona era un'eccezionale sculturina di legno, con il corpo di
donna e la testa di oca, particolarmente simpatica, era un regalo e mi somigliava molto. Lo hanno sempre detto tutti. Aveva
un libro aperto e leggeva. Insomma, ho rotto tutto. Gli oggetti sono caduti accanto a me andando in frantumi. La mia testa,
cio la testa dell'oca, rotolata lontano.
Anche la poltrona su cui era seduta l'oca-io era identica a quella che abbiamo in salotto. E la posizione dei suoi piedi
la mia posizione naturale. Vede? Anche adesso. Credo di tenerli cos, perch ho poco equilibrio. Mi sento pi sicura con i
piedi in dentro. E questa fu una delle disperazioni di mia madre che, come lei sapr, si oppose con tutte le sue forze alla
mia decisione di entrare all'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica.
Io, come succede a quell'et, dissi: 'O recito o mi uccido', lei cap che potevo farlo e, preoccupata per le umiliazioni
che avrei dato a lei e a tutta la famiglia, disse a Sergio Tofano: 'Almeno insegnatele a camminare!' Non ci sono riusciti.
Io sono entrata in Accademia e loro sono partiti per l'America.
Torniamo agli oggetti, per ora.
S, mi hanno detto che sono io che li lascio cadere, non lo so. So soltanto che vedo troppo spesso oggetti rotti ai miei
piedi. Forse non ho una buona presa, cio non ho forza nelle mani. Non sono mai stata possessiva. Preferisco che gli
oggetti mi scelgano, pi che sceglierli io. Prima di comprare una cosa, la tengo un po' in mano per capire se preferisce me
o il negozio.
Ho un grande rispetto per gli oggetti, perch chiss da quanto tempo vengono comprati, regalati, venduti, buttati dalla
finestra, usati come arma in un litigio. Non abbiamo piet per loro.
Si sono proprio rotti tutti quella volta?
S. Dopo averli visti in pezzi, sparsi sul pavimento, mi sono guardata le mani come due nemiche. Me ne ero gi accorta
che non vogliono prendere pi niente, che diventano di marmo. sintomo di che cosa? Mah!
Il mio corpo sta facendo un tragitto non in armonia con la mia mente. Se ne va per conto suo, non sembra mio.
Gli occhi cambiano le cose che vedo, le deformano, qualche volta le tingono con colori volgari, pesanti. Poi, le
sbiadiscono improvvisamente.
Sbiadiscono anche le persone, come in una nebbia. Restano solo dei colori, dei movimenti, dei suoni.
La mente invece cavalca paesaggi bellissimi e solidi, materie precise, parole chiare.
Io sono come... separata, e sto perdendo quel po' di collegamento, di equilibrio che ho cercato di mantenere, di
ritrovare. Mi gi successo, lo so, ma questo non mi serve a chiarire e non mi aiuta.
'Hai le mani di ricotta', mi diceva mia madre. La cosa non mi offendeva, la ricotta mi piace moltissimo. Anche l'idea di
potermi mangiare le mani mi piaceva, anzi, mi piace ancora, le intingerei nel caff.
Ha mai fatto bilanci?
Io non posso fare bilanci, non so contare, calcolare.
curiosa?
S, per quasi tutto. per questo, forse, che non chiudo mai le porte, e tengo le finestre aperte. Devo vedere che cosa
succede e poi ho bisogno di luce, di rumore, di gente.
Lei ha interpretato, con i film di Antonioni, l'incomunicabilit. Che rapporto ha con questo stato d'animo?
Di collaborazione. Incomunicabilit non vuol dire che non si vuole comunicare, ma soltanto che impossibile. una
condizione al di fuori della nostra volont. naturale come l'angoscia e la paura.

Ma lei non sembra 'incomunicabile'.


Infatti, io comunicherei, anzi comunico moltissimo, ma questo non basta per capirsi.
E la sua vita per strada?
Quando per strada mi salutano, mi sorridono, io sono stupita e felice, li guardo in fretta, mi vergogno, e scappo via.
Lei sembra ancora alla ricerca di tutto.
S, di tutto quello che perdo. Ma quando cerco di scoprire i segreti di una cosa, scopro quelli di un'altra.
Ha delle certezze?
Nessuna. Ma vado avanti lo stesso, anche se devo prendere vicoli, strade buie, secondarie, tortuose. Torno indietro, sto
pi attenta. Riguardo con occhio diverso ci che ho visto correndo, come faccio sempre, per paura che si chiuda la porta,
per altre strade, piazze, persone. Tutto questo succede perch sono astigmatica. Ma sono anche miope e presbite.
Forse, se avessi delle certezze, starei tranquillamente a guardare nel vuoto il tragitto di una certezza come una meteora.
Forse, un interrogativo pi elastico, pi umano, mi piace di pi.
Che cos' la pausa?
Per un attore? In scena o fuori scena?
In tutti e due i casi.
Un riposo, un respiro, una riflessione, una boccata d'aria, uno sguardo dalla finestra. un gran lusso.
Che cosa succede in quello spazio?
Credo che nello spazio della pausa, il presuntuoso, il sicuro, sia felice e pensi a se stesso che fa la pausa. Si vede
fermo, come possedesse un potere magnetico su chi lo ascolta, lo tiene in ansia, in aspettativa. Gli promette o gli fa
supporre l'indicibile, lasciandolo arbitro di un piccolo spazio di vita.
Io ne ho paura. Ho paura che possa succedere qualcosa di irreparabile durante quella pausa. In teatro, se troppo
lunga, il pubblico pu tornare ai suoi pensieri. E pu anche tornare a casa sua.
Non resisto all'abbandono, ho paura che mi lascino sola con la mia bella pausa sulle ginocchia e non so che farci. Io
vivo se mi rappresento. Se amo devo dirlo, anche spesso, se no, distratta come sono, posso anche dimenticarmene e amare
meno o non amare pi.
Se tra amici racconto qualcosa, vado subito al sodo, perch ho paura che una piccola distrazione, un pasticcino o un
bicchiere d'acqua possano portarmi via il mio ascoltatore. No, io l'interlocutore non lo posso perdere, perch solo se
qualcuno mi ascolta, o mi accanto, mi vengono mille desideri, cose da fare, programmi. Un individuo che pu stare solo
e guardare lontano a lungo o un artista o un idiota.
Mi parli di suo fratello Giorgio.
La capisco. Giorgio piace. sempre piaciuto. partito a diciotto anni per il Brasile, in cerca di fortuna. Sulla porta di
casa aveva giurato che mi avrebbe scritto sempre e poi l'avrei raggiunto. L, saremmo andati in barca a vela per giornate
intere.
Quando partito ho creduto di morire. Non scriveva mai, mi mandava per posta solo grandi rettangoli di cioccolata,
che per romperli ci voleva il martello. Io la divoravo tra le lacrime, con una voracit disperata, la finivo nel corridoio: tra la
porta di casa e la cucina.
Torniamo a Messina.
Dunque... da Messina andammo a Napoli, in una bella casa al Vomero, dove si vedeva il mare. La notte la passavamo
sempre al rifugio, facendo i pupazzi, gliene ho gi parlato, vero? Ma anche Napoli era diventata molto pericolosa, cos mio
padre ci port a Roma, con una valigetta per pochi giorni: il resto ci avrebbe seguito coi bauli, ma una bomba distrusse

quasi subito la nostra casa di Napoli, con tutto dentro. E mia madre non aveva pi cassetti con i suoi ricordi da mettere a
posto. E questa fu la seconda casa da abbandonare.
A Roma fummo tutti divisi, mio padre e i miei fratelli andarono non so dove, io e mia madre finimmo in una pensione.
Era all'ultimo piano. La nostra stanza aveva un letto grande, due comodini, due sedie, una finestra che dava su una piazza e
tutto era marrone. Sembrava virato, ogni oggetto aveva un colore di sporco, di polvere e di vecchio. Appena entrata, provai
un disagio infinito per il cattivo odore. Non sopporto le stanze con dei vecchi odori radicati. Mi fanno paura, hanno la
presenza di altre persone. Sarei voluta scappare.
E siete andati via?
No, mia madre stava molto male e fu un miracolo aver trovato un posto dove stare. Mio padre ci lasci l e disse a me,
che non avevo ancora dieci anni: 'Pensa a tua madre, ha bisogno di cure'. Ne aveva bisogno, s, poverina, era diventata
tutta gialla, con una febbre alta, costante, che la faceva parlare a fatica.
Nella cucina della pensione, che aveva il cattivo odore delle cucine dei cattivi ristoranti, io cucinavo per me e per lei e
arrivavo appena con la testa ai fornelli. I miei capelli presero fuoco una volta, e qualcuno ci mise sopra un asciugamano.
Era la figlia della padrona della pensione. Giovane e sorridente. Non smetteva mai di cantare. Non restava mai in cucina.
Preferiva la stanza da pranzo, dove c'erano la radio e un tavolo tondo coperto da un drappo con le frange lunghe che
toccavano terra. Passava l'intera giornata sulla sedia a dondolo, cantando insieme alla radio: 'Se potessi avere mille lire al
mese... ' e 'Ba... ba... baciami piccina...'
Mi sembrava un lusso sfrenato permettersi di ascoltare la radio e dondolarsi. La guardavo dalla porta socchiusa e lei
faceva anche degli acuti. Forse si accorgeva di essere osservata.
La stanza era sovraccarica di mobili e oggetti, forse tutti quelli buoni della pensione finivano l. Il buffet era pieno di
tazzine da caff e caffettiere mai usate. Il controbuffet era zeppo di fotografie firmate di attori e cantanti. Quella stanza non
era soltanto il lusso, ma la spensieratezza. La nostra, invece, sembrava la ricostruzione di un tugurio da romanzo
dell'Ottocento.
A pensarci bene, non era solo inesorabilmente sporca, nonostante io pulissi, ma aveva un quantit di bestioline di tutti i
tipi che cerco ancora di dimenticare. La luce filtrava come in un film tedesco del '35, e l'ombra della mia sedia sul muro era
come un fantasma a righe. Della carta alle pareti si capiva con molta difficolt il disegno. La vecchiaia, la sporcizia
avevano unificato tutto. Io la guardavo incantata, aveva tutte le nuance del marrone e tutti i disegni possibili. Ad un angolo
ne penzolava una striscia e quando c'era la finestra aperta, dondolava e fischiava un po'.
Ho immaginato cavalli e cavalieri, boschi e montagne, case, cani, prati ed enormi farfalle. Guardavo quella carta
stando seduta in terra accanto a mia madre. Le tenevo una mano, le davo da bere, le asciugavo il sudore. Avrei voluto
essere grande e forte e portarla via in braccio in un altro posto, farla curare, vederla ridere e cantare: 'Vissi d'arte, vissi
d'amore...'.
Un giorno bussarono alla porta, io aprii e davanti a me c'era un uomo bellissimo, alto, biondo, con gli occhi azzurri e la
divisa azzurra. Non era il Principe Azzurro, ma era cos che io l'immaginavo. Era il fratello di mia madre, che lei non aveva
mai conosciuto, ufficiale dell'Aviazione. Abbass la testa per entrare nella stanza e rimase l davanti alla porta, di fronte al
letto.
'Adelina', disse, 'sono Vincenzo, tuo fratello.'
Mia madre a fatica sollev la testa e apr gli occhi: 'Vincenzo', mormor.
Lui venne avanti lentamente, arriv al letto, si inginocchi e le baci la mano.
'Vincenzo, come sei bello! Che peccato conoscersi soltanto adesso. cos tardi!' disse lei e le scesero le lacrime,
dolcemente, senza volere.
Lui le spieg che doveva ripartire subito, ma che sarebbe tornato e sarebbero stati insieme a parlare e ricordare.
stato ucciso a Trieste in combattimento poco tempo dopo. Non so se dai fascisti, dagli inglesi o dai tedeschi.
Mia madre peggiorava ed io ero disperata, la curavo con un amore infinito, come lei avrebbe fatto con me. Non capivo
chi ponesse aiutarmi. Dalla sala da pranzo si sentiva 'Ba... ba... baciami piccina...'

Chiamai un'ambulanza per portarla in ospedale. Arrivarono due infermieri sudati, spettinati, molto alti, con dei camici
che, forse, erano stati bianchi. La presero con tutto il lenzuolo, la misero su una barella e se la portarono via. Io rimasi a
guardarla andare gi per le scale: ondeggiava, era diventata piccola piccola. Lei, con i suoi capelli rossi, gli occhi azzurri
ormai sbiaditi e la pelle rosa che odorava di cannella. La portarono via come un fagotto da buttare.
C'era la guerra e gli infermieri erano talmente abituati ai cadaveri e ai feriti che una malata, anche grave, anche
moribonda, era normale amministrazione. Scendendo le scale, parlavano dei fatti loro, erano cos indifferenti, come se per
loro i malati fossero di un'altra razza rispetto ai sani. Guardavano mia madre con occhio distratto, non vedevano l'ora di
sbarazzarsene.
L'abitudine una gran brutta cosa, un velo pesante. come una storia vista al cinema, non ti appartiene: anche se ti
commuove, poi esci ed tutto finito. Ma forse giusto cos!
Poverini, non possono mica soffrire per tutti i malati che portano via.
Rimasi per le scale, perch la stanza l'avevano gi affittata. Mi misero in mano un foglietto con un indirizzo dove
dovevo andare. Erano i vicoli di Borgo Pio.

Entrai in un portoncino stretto: non si poteva n aprire, n chiudere, bisognava passare di taglio. Le scale erano
ripidissime e molto consumate al centro. Le salii tutte. Era una sola rampa verticale e non finiva mai. Sull'ultimo gradino
c'era la porta. Arrivata su, suonai due o tre volte, ma nessuno mi apr. Mi girai per scendere, ma misi male un piede e le
rifeci tutte in discesa, con la schiena che batteva ad ogni gradino. Svenni. Era la prima volta. Non male. Uno spazio. Un
riposo. Pi profondo del sonno. E ci si sveglia meno stanchi. Intorno a me sconosciuti. Parenti? Amici di parenti? Non lo
so. Non so nemmeno quanto dur la mia permanenza l.
Mia madre fu operata e mio padre ripart per non so dove. I miei fratelli restarono con lei in ospedale. Era un ottimo
nascondiglio dai rastrellamenti dei tedeschi.
Un bel giorno mi vennero a prendere, perch mio padre aveva trovato una casa e mia madre stava un po' meglio. La
sua convalescenza fu molto lunga. Io la curavo, le cambiavo le fasciature e facevo le altre cose meno piacevoli che fanno
le infermiere.
Mio padre diceva che dovevo farlo io, perch ero una 'femminuccia'. Gi, una femminuccia di dieci anni!
Provo un senso di vergogna a parlare della mia vita. No, di pudore. Ma parlando la sto rendendo pubblica... a me. Mi
mette a disagio, ma cos la allontano un po' e forse mi sentir meglio.
Poi la guerra fin, entrarono a Roma gli americani e io li vidi dalla finestra. Perch le femminucce devono stare a casa.
Ho visto tutto dalla finestra. Mi sembrava una grande festa. Ma era troppo confusa, con urla, paure, fughe. C'era
qualcosa di tragico in quella festa. Finita quella guerra, ne cominciava un'altra: quella del lavoro, della sopravvivenza,
dell'equilibrio.
Ognuno doveva costruirsi un futuro, che sembrava la cosa pi difficile, in quel momento. I miei fratelli decisero di
andare in America.
Giorgio and in Brasile e Franco in Messico. Si sono sposati tutti e due ed hanno avuto molti figli e nipoti.
Con la loro partenza io conquistai una stanza tutta per me. Mi sembr un gran lusso. Costruii da sola un lume formato
da uno stelo di metallo e un piatto obliquo con dei buchi sul bordo, dove passavano dei fili, con appesi pochissimi oggetti
leggeri, che si muovevano con l'aria e il calore della luce. Davanti al mio letto avevo la riproduzione del quadro La stanza
di Van Gogh a Arles. Ne ho ancora una oggi in camerino. Non la stessa, ovviamente, questa un omaggio di un
quotidiano ai suoi lettori.
Lei ora mi sta guardando in un modo diverso. Perch?
La vedo smarrita. Prende fiati lunghi. So che vorrebbe scappare. Vuole che vada via?
Non lo so. A momenti provo quasi rabbia perch mi sta portando via tutto ed io sto qui a guardare. Gratitudine, perch
mi sento meglio. Vergogna, perch ho detto cose mie, segrete, che non avrei mai voluto dire.

Ora poi... vorrei che non andasse pi via, perch quello che ha mi appartiene. Insomma, io ho a che fare con una
ladra.
soltanto la mia professione.
Non tranquillizzante. Ormai vorrei chiederle se mi porta con s, a casa sua, e mi tiene l per un po'. Senza parlare.
Va bene. L non le far pi domande.
che ho paura e voglia di parlare nello stesso tempo e quando ho finito di raccontarle una cosa, vorrei non averlo
fatto. Intanto, altri ricordi si mettono in fila per uscire. un groviglio di parole che spinge una porta pesantissima. Se le
lascio uscire libere di mettersi al posto che vogliono, senza ordine, non so cosa mi resta. Non so come star, dopo.
Sono certa che star meglio.
Ci sono momenti in cui mi sembra di avere in testa solo parole che si riproducono sempre diverse, come se aprendo la
porta, la bocca, prendessero ossigeno e si moltiplicassero. C' di mezzo anche il mio mestiere. tutta la vita che ho a che
fare con le parole degli altri, cinema, teatro, ed ora, usare le mie cos a lungo, mi mette a disagio.
Perch?
Per l'influenza, il pericolo di una parola al posto di un'altra. Per un aggettivo, un vocabolo sbagliato si fanno le guerre,
si distruggono i rapporti, vanno via i figli, si odia anche per tutta la vita.
Forse per essere uniti, sereni, felici a lungo, oltre ad essere fortunati, bisogna anche conoscere il peso e la qualit delle
parole. Averne paura. Una parola unisce o separa per sempre.
Quando si vive per molti anni in due, le parole diventano l'ascoltatore, il provocatore, il giudice. Forse anche le parole
sarebbe bene chiuderle in un sacco, mescolarle bene e poi lasciarle libere per vedere dove vanno a finire. Una parola
costruisce i sogni e li distrugge. Fa le guerre e le ferma. Non sta registrando, vero?
No.
Allora sono affidata alla sua memoria, al suo stato d'animo di questo momento e di quando scriver.
Scusi, ma ho paura di essere andata troppo lontano e vorrei cancellare tutto. possibile?
No. Non pi possibile. E poi perch? Ho preso degli appunti. Vuole che andiamo a casa sua?
No, molto in disordine, sto traslocando.
stanca? Smettiamo?
No, perch... non ho dormito stanotte e la stanchezza a volte diventa come una droga, non l'ho mai provata, ma dalle
descrizioni che ne fanno un allontanamento dalla realt.
S, sono stanca. come se avessi corso molto. No, la verit che mi rimasto addosso quel brutto sogno.
Torniamo a parlare di sua madre?
Mia madre mi ha sempre detto di avermi allattato fino a quando avevo un anno, perch voleva che restassi attaccata al
suo seno il pi possibile.
Mi raccontava con orgoglio che io gi camminavo, parlavo e, stando in piedi, prendevo ancora il suo latte. Era un
ricordo bellissimo per lei. La totale dipendenza, il sapermi ancora cos sua, ancora legata a lei come con il cordone
ombelicale. Non voleva che mi allontanassi e, se lo facevo per seguire Giorgio, che era il mio condottiero, lei, con un tono
da tragedia greca, urlava: 'Mi manca un pezzo della mia carne!'
Non poteva sopportare che io camminassi da sola, lontana da lei, che guardassi o ridessi di qualcos'altro. Non voleva
che io crescessi, che capissi la vita, che potessi avere la mia indipendenza.
La sua morte stata molto dolorosa, per lei e per me. Ero straziata dal vederla soffrire. Mi hanno lasciata da sola a
curarla per l'ultima volta. Era ancora mio dovere. Il suo profumo di cannella sfumava piano piano, lasciando l'odore freddo

e verde della morte.

Sono un po' stanca di questa intervista. La persona che ho davanti ormai nel sacco con me. Scavare, scoprire,
ricordare. Per respirare, per riposarmi, alzo lo sguardo verso l'alto: le corde, i fondali arrotolati.
Si potrebbe diventare qualcos'altro? le chiedo.
No.
Ne sicura? Io sono sempre stata qualcun altro, ma mai qualcos'altro. Sarebbe una gran libert. Potrei stare a guardare
finch la polvere si posa su di me. Non fare niente, lasciare che gli altri mi muovano, mi puliscano, mi tocchino, pensando
ad altro. Ma senza impormi niente. Eccetto il posto dove stare.
La giornalista, mi segue attenta, guarda su, dove ho guardato io, guarda gi, ma non mi interrompe. Sta rispettando la
mia pausa. Gli attori non lo fanno spesso. Rispettare il silenzio di qualcuno, consentire una pausa una grande civilt.
Quotidianamente un continuo imporre i propri tempi, i propri ritmi agli altri.
La mia inquisitrice ha le scarpe marroni. Quasi tutte le giornaliste hanno le scarpe marroni, chiss perch! Forse la sto
mettendo a disagio. La guardo troppo. Vorrebbe nascondere i piedi. Cerca di metterli indietro. Ha le mani sottili, sembrano
matite: potrebbe scrivere direttamente con le dita. Ha un cappotto di cammello. Hanno quasi sempre un cappotto di
cammello.
E se non parlassi pi? Ho gi parlato tanto. Dovevo fermarmi prima. Chiss che vita la sua?
S, la sto proprio mettendo a disagio, ma solo per riposarmi.
La guardo con dolcezza: ha tante cose mie! Siamo quasi parenti. Cosa ne far dei fatti miei, come li user, come li
cambier?
Ho mentito, sa?
Non vero, stava troppo male raccontando.
S, non sto bene neanche ora, ma non dovevo parlare. I fatti che si raccontano non solo cambiano raccontandoli, ma
cambiano anche la realt, perch io domani sera non potr recitare. Non come vorrei. Mi sento vuota, stanca, come dopo
aver pianto molto. Per recitare bene, devo tenere tutto dentro, star male, aver bisogno di urlare per le tante cose che
spingono per uscire. Come quando si rivivono nella mente i fatti dolorosi, le ingiustizie subite e non si vede l'ora di urlare
la propria verit. Sto recitando un po'? Non me ne accorgo pi.
Mi parli ancora del teatro.
In teatro, per essere bravi, cio nello stato d'animo giusto, bisogna forse che la vita non vada tanto bene, avere nodi da
sciogliere, sacchi da trascinare, angosce da urlare. Bisogno di giustizia. Bisogno di sentirsi una vittima in procinto di dire la
verit. E questo urlare forse cambier le cose. Forse. Bisogna aver paura della vita. utile anche aver sofferto, per
portarselo dietro e, finalmente, scaricarlo su un personaggio. E nelle pause prendere un respiro profondo, come quando si
esce con la testa dal mare, dopo aver nuotato sott'acqua. Forse recitare una possibilit di cavarsela per qualche ora. Si
lasciano in camerino le proprie storie, per riprenderle quando si riinfilano i propri vestiti. Forse.
Qualche volta non vorrei tornare a casa. Preferisco il mio camerino. C' un piccolo divano un po' logoro, scolorito. Ha
un colore e un disegno imprecisi. Ne ha viste tante. stanco e saggio. Anche il mio camerino mi tranquillizza.
Mi scusi, ho parlato d'altro e a lei interessa la mia vita, ma anche la mia 'non vita' che questa, non mica male.
Le piacerebbe tornare indietro ed essere un'altra?
No, troppa fatica. Va bene cos. Lei cambierebbe?
Non lo so.
Voi non avete l'alternativa dell'illusione. Noi attori abbiamo un'alternativa che ha anche il pregio di cambiare sempre.

Cio l'alternativa all'alternativa.


Sa, ci sono stati momenti, in cui con il personaggio che interpretavo stavo dodici-quindici ore al giorno, e nelle altre
ore mangiavo o dormivo. Non avevo vita, cio avvenimenti miei. Durante Deserto rosso, a Ravenna, ero diventata un
colore. Ha visto Deserto rosso? Ricorda quando la nave attraversa il bosco e il mare ha quella gelida schiuma verde per i
detriti delle fabbriche? Ricorda che gli alberi non hanno il loro colore giusto, ma quello del fumo dei veleni? Ecco, l
neanche i bambini avevano i loro colori naturali, ma profonde occhiaie viola, i capelli fragili di un grigio impreciso, le
unghie troppo pallide. Deserto rosso stato un viaggio nel futuro.
Che paura se diminuiscono i colori, se i vapori e i veleni ricoprono tutto di una polvere verdolina, di morte. Che paura
perdere le sfumature di un verde, di un rosso. Com'era prima la natura? Sicuramente pi colorata. Mi scusi, mi sono
distratta. Ma io ho bisogno dei colori perch ci vedo poco.
Mi parli ancora del film. Ricordo che ha vinto il Leone d'Oro a Venezia nel 1964.
S, stato un vero successo. Hanno anche scritto che ha dato i colori ai sentimenti. Comunque, per girarlo, con
Michelangelo abbiamo dipinto tutta una strada, le case e un omino con un carretto e le sue arance. Ravenna era diventata
una tela. Michelangelo dipingeva il suo film con una precisione da alchimista: un verde sbagliato era una parola sbagliata.
Era teso ed emozionato per cercare di mantenere quel filo sottile che collega l'idea alla realizzazione.
La giornalista mi guarda con un'espressione imprecisa, forse non sa quanto credermi.
La rassicuro: Non so mentire, non posso mentire, non ho memoria. Posso ripetere la stessa cosa, ma non falsificarla,
anche perch sono affezionata ai miei fatti, cos come sono avvenuti. Non li cambierei con altri. Qual il suo nome?
Valentina.
Bene. Ormai lei pi intima della mia pi intima amica. Sa che Valentina si chiamava il mio personaggio de La notte?
Che fortuna che io abbia potuto mettere nei film di Michelangelo tanto di me.
Lei era forse per Antonioni una materia di studio, di curiosit, di divertimento.
Mi ascoltava e mi guardava vivere con un'attenzione che non avevo mai avuto. Sono cos orgogliosa se sono servita ai
suoi film.
Ora vorrei che lei continuasse a parlare senza le mie domande. Senza schemi. Senza ordine. S, per preferirei che lei
tornasse indietro, per seguire la sua storia, se possibile, cronologicamente.
Mi sar difficile, perch anche ai miei fatti involontariamente cambio sempre posto, cassetto, epoca. Cercher di
tornare indietro, ma piano, come le ondine leggere delle spiagge rosa della Sardegna. Le ha viste, vero?
S.
Lasciano il segno sulla sabbia con dei minuscoli coralli. Sono come carezze, arrivano dolcemente, senza far rumore.
Sembra quasi che esitino qualche istante, prima di tornare indietro insieme alle altre, come se volessero cambiare ruolo,
diventare onde ferme.
La giornalista sta pensando a qualcosa che non mi riguarda. Me ne accorgo dagli occhi. libera, distratta. Torna a
guardarmi.
stanca?
No. Mi domandavo quanto pu durare.
Dipende dalla sua resistenza. Com' il suo rapporto con il suo uomo?
Con Roberto siamo amici, fratelli, amanti, compagni di giochi, antagonisti. E qualche volta difendiamo ferocemente le
nostre idee. Sappiamo lottare e dimenticare. Roberto segreto, attento, intelligente e sottile, scopre da un mio sguardo, da
un gesto quello che penso. Ma non solo con me, anche con gli altri. La povert che ha affrontato da ragazzo lo ha reso
acuto. In vent'anni ci siamo lasciati una sola notte, perch lui doveva ritirare un premio come autore e regista e io ho avuto
paura del mare che avrei dovuto attraversare.

Torniamo al suo lavoro. Che differenza c' tra cinema e teatro? Lei ha cominciato in teatro, dopo l'Accademia?
S, e ne ho un ricordo come tra la vacanza e l'esilio. Le tourne: gli odori dei camerini, i piccoli alberghi di provincia
con le pareti scrostate, i ristoranti aperti di notte con clienti del tutto diversi da quelli di giorno. Chi cena a mezzanotte?
Spettatori e attori, ma anche personaggi ambigui.
In tourne la giornata in attesa dello spettacolo. Si vedono mostre, si cammina un po' e si torna in albergo a leggere.
Questo essere contro tempo mi rassicura. Invece di lavorare alle nove di mattina, noi andiamo a lavorare alle nove di sera.
E non si riesce ad avere un'armonia con la vita degli altri. Perci si isolati.
La mia prima tourne fu appena uscita dall'Accademia. Ero molto felice, di giorno potevo vedere le citt, i musei e la
sera avevo la gioia, il privilegio, la libert, il premio di recitare, di uscire dalla vita, di mettermi addosso personaggi,
passioni, pianti di storie non mie. Recitare stata la mia salvezza, se no, forse, mi sarei uccisa. Non lo scriva. Io esagero.
Noi attori usciamo dal teatro 'stanchi ma felici', anche se non andata bene, perch abbiamo raccontato una storia.
Abbiamo lavorato, sudato, avuto gli applausi, che contano molto pi della paga. Anche perch, di solito, sono
numericamente di pi. L'attore di teatro, rispetto all'attore di cinema, un aristocratico senza denaro. Dignitoso, ma pi
libero da giornalisti, fotografi e produttori. Ha la grande soddisfazione di raccontare in due ore tutta una storia e di vederne
il risultato subito. Di capire cosa va bene e cosa no. Di cambiare, modificare.
Ogni giorno c' il lusso della 'prova'. Ogni giorno si ripete la stessa storia, che in qualcosa cambier ogni sera, perch
diverso l'interlocutore.
Attraverso il testo che si rappresenta si raccontano anche la propria storia, la propria vita, ad uno sconosciuto. N
l'attore, n il pubblico possono contraddire, verificare, cambiare il racconto.
rassicurante piangere o ridere per fatti altrui. una liberazione. Nella vita cerchiamo disperatamente qualcuno che ci
stia ad ascoltare. Ci si sposa, si hanno degli amanti, a volte, solo per questo. Si tradisce. Si hanno figli anche per avere un
interlocutore. In teatro l'interlocutore tace e non sapremo mai se d'accordo o no. Altra gioia questa. Se applaude per noi,
se non applaude colpa dell'autore.
Be', qualche difesa, qualche sicurezza deve pur averla l'attore! Sacrifica la sua esistenza, pur di impersonare quella di
un altro.
Sarebbe giusto anche nella vita avere delle vacanze da se stessi. Lasciare la propria storia in camerino, appesa ad un
chiodo ed andare, sereni e scarichi, a mangiare al ristorante. L, l'attore trova anche qualcuno che si congratula, che lo
guarda attento, ma che forse lo butterebbe, ancora oggi, al di l delle mura, in terra sconsacrata. Per punirlo della sua
libert, per essere riuscito a sfuggire alla propria vita e cambiare faccia. Quanti vorrebbero truccarsi, prima di uscire ed
andare in ufficio! Ma truccarsi bene, da non essere riconosciuti da nessuno, n in casa, n fuori.
Lo so, siamo molto invidiati. E hanno ragione. Ma noi abbiamo rinunciato alla sicurezza, parola magica, che vuol dire
futuro, soldi, tranquillit. Noi siamo precari. Ma non solo rispetto alla gente e al datore di lavoro, ma anche con noi stessi.
Ho cercato in tutti i modi di essere un'altra. Non per un'ora e mezza, ma per sempre. Io posso cambiare. Lo giuro, ho
questa possibilit. Cambiare in tutto, dentro e fuori. Cambiare anche con me stessa, convincermi che meglio essere
un'altra. Convincermi di innamorarmi in un secondo. Cambiare la mia vita. Non sono solo in movimento, ma in
cambiamento, come i bambini. Almeno spero! Sono ancora nell'et dello sviluppo. C' poco da ridere! Mi sto montando la
testa? Ma cos, lo dicono tutti. O no?
La mia et l'avete decisa voi, non io. 'Io sono quello che un colore vuole'. Sto esagerando? Credo di s. Ma... io sono
influenzata dai colori, dai suoni.
Ho un rapporto con le cose e le persone assolutamente infantile. Non capisco quando mi mentono, non capisco quando
finiscono di amarmi, non capisco moltissime cose. Se sono buoni o cattivi. Sono stupita di quello che ho intorno. Forse
perch ci vedo poco.
Non ho mai capito la matematica a scuola. Non so ancora fare n una moltiplicazione n una divisione. Resto a
guardare i numeri e non vedo la necessit di trasformarli, farne altri numeri. Capisco che necessario aggiungere e
sottrarre, moltiplicare e dividere, ma io ci ho rinunciato subito. A scuola ho detto alla maestra: 'Io questa cosa non la so
fare, perch devo cambiare questo numero in un altro? Il 3, per esempio, bello per conto suo. Non voglio sapere da dove
viene, cosa era prima e cosa diventer insieme ad altri numeri'.

Nascondevo solo la mia incapacit.


Mi permetto cos il grande lusso di non fare mai i conti. Non li chiedo, pago e basta. Mi fido, so comunque che il gioco
vale la candela. Se mi portano via dei soldi, peggio per loro, perch toccher a loro contare.
Invece conto molto sugli altri, mi affeziono come un cagnolino, vorrei carezze, essere portata fuori a spasso, lasciata
sul tappeto a guardare nel vuoto. Eppure non avviene cos. Mi piacerebbe essere un po' passiva, lasciare che gli altri
lavorino per me. No, non ne sono capace, non sono abituata. Sarebbe bello pensare al mio nome, come fanno i gatti. O non
pensare a niente. Solo seguire un colore, un odore, un rumore. Quando c' il temporale i cani si nascondono. Vorrei farlo
anch'io.
I suoi partirono per l'America? Tutti insieme?
Quasi: prima part Giorgio, poi Franco e poi, visto che tutto andava bene per loro e facevano tanti bambini, partirono
anche i miei genitori.
Sarebbe stato naturale che io andassi con loro: come avrei potuto vivere senza il calore e la protezione della famiglia?
Specialmente senza soldi! Ma io volevo recitare, lavorare. Non ho sofferto vedendoli partire. Non so perch, forse perch li
vedevo cos felici.
Ho saputo da fonti attendibili che lei, giovanissima, ha avuto una crisi. Seria. E stava per commettere un grave errore.
Non capisco chi possa avergliene parlato.
Non ha importanza. vero?
S. Qualche anno prima che partissero. Avevo quattordici anni, l'et in cui succedono tante cose in un giorno, dentro e
fuori di noi. Quando cominci a chiederti cosa giusto e cosa no, quando vorresti molte risposte e non le hai, quando pensi
che ti hanno truffato, che c' qualcosa di sbagliato. Quando ti senti come un passante preso al laccio, costretto con altri a
fare ci che non vorresti fare per nessun motivo al mondo. Quando pensi che sarebbe ora che qualcuno ti rispettasse,
ascoltasse anche le tue ragioni. Quando vorresti agire e sentire su di te lo sguardo attento ed orgoglioso di chi pi
vecchio. Ecco, proprio quando non ne puoi pi e vuoi urlare in casa e dalla finestra, quando hai paura che anche cos non
cambier niente. Quando ti senti impotente e sai che non potrai mai raccontarti e non potrai dimostrare che puoi saltare. S,
in uno di quei giorni di disperazione totale ho deciso di fermarmi. Non avevo, come non avrei adesso, il coraggio di
uccidermi. Allora ho deciso di fermarmi. La vita sarebbe continuata, ma io finalmente non l'avrei vissuta. Era la mia
ribellione, la mia unica possibilit: dovevo fare una piccola rivoluzione. Piccola perch personale, casalinga, perch
apparteneva ad una persona sola, ma non per questo meno totale.
Mi sono seduta sulla mia poltrona: una poltroncina molto avvolgente come un abbraccio, di legno chiaro, con la
tappezzeria scolorita. N il disegno, n i colori erano ormai decifrabili e proprio per questo l'amavo molto. Mi dava spazio,
mi lasciava immaginare disegni e colori ogni giorno diversi. Era molto pi di una poltroncina, era una protezione, anche
una barca. Mettendo una piccola vela, fatta anche solo dalle mutande, avrebbe potuto attraversare l'oceano e andare fino in
America da Giorgio. Ma io non amo viaggiare. Anzi, vorrei rimpicciolire anche la mia citt, la mia strada, la mia casa, il
tavolo dove scrivo troppo lungo, uno spreco. Vorrei un tavolino e una poltroncina.
E allora?
Ecco, ero seduta sulla mia poltroncina. Era successo qualcosa di grave, non ne potevo proprio pi. Ho smesso di
parlare, di bere, di mangiare. Ho interrotto tutto con un taglio netto. Mi sono seduta, ho messo le mani sui braccioli e sono
diventata tutt'uno con lei. Dopo poco, mi sono sentita proprio una poltroncina. Le mie braccia si stavano incorporando con
i braccioli. Le mie gambe con le sue gambe. Forse anche il mio vestito e i miei capelli si erano mescolati. 'Lei', la
poltroncina, avr avuto un battito al cuore, solo per poco, nel sentirsi viva e anch'io nel sentirmi morta.
Non potevo o non volevo, non lo so, n parlare, n muovermi, e possibilmente non respirare. Ma andava da solo, il
respiro. Ho cercato di trattenerlo, di rimandare dentro di me l'aria, i fatti, le parole, le persone. La vita. Volevo diventare di
stoffa e di legno con due molle schiacciate. Mi sembrava gi di stare un po' meglio. Sentivo solo parole spezzate:
'Smettila!... Stupida!... Chi causa del suo mal pianga se stesso!... Ma deve mangiare... Gallina che non becca vuol dire che
ha beccato... Lasciamola l, quando avr fame si muover...' Questa frase mi arrivata fortissima e violenta, come una
tromba suonata a tutta forza nelle orecchie. La mia santa rivoluzione stava vacillando, tutti i miei diritti, le mie ragioni,
diventavano panini, dolci, frutta. Non ho mai resistito ad un gelato al limone, e nemmeno ad uno alla crema e cioccolato, e,
a pensarci bene, nemmeno ad uno al caff o ad una torta, ad un bign. Anche un biscotto mi va bene. La fame, che mi

viene pi volte al giorno, vorace come avessi un leone famelico nascosto nella pancia, io dico che 'esistenziale'. Nessuno
mi crede. Neanch'io. Le tentazioni sono l'unico gioco, una piccola libert rispetto a tanti doveri.
Torniamo alla poltroncina. Sentivo di stare meglio, un po' meglio. Il bisogno di rivoluzione a qualunque costo mi dava
la forza di non volere altro che diventare un disegno nella tappezzeria. Una rivoluzione sempre in movimento, o si pu
fare anche da fermi? Su una comoda poltroncina avvolgente che ti tiene calda la schiena? Certo, meglio qui che in piazza,
pensavo. Avrei voluto anche una bandierina da rivoluzionaria.
Ma pi il tempo passava, pi pensavo alla bandiera bianca della resa. Avevo le allucinazioni da fame. Vedevo panini,
biscotti e poi gi, fino ai fagioli. Mi sarei contentata di qualunque cosa. Ma non potevo mollare. Sarebbe rimasto tutto
uguale. Non mi avrebbero pi ascoltata, in niente.
Le mie ragioni andavano indebolendosi con le ore. Oggi vedo tutto questo un po' ridicolo, ma nonostante la fame io
volevo proprio morire quel giorno l. Volevo un po' di rispetto, di ascolto, o almeno la libert di essere o di morire.
Ormai non entravano pi nella stanza. Non so se erano in cucina, o aspettavano fuori, in silenzio. Ma dai rumori mi
sembrava che la vita, per loro, continuasse tranquilla. E io? E le mie ragioni?
Ho sentito una gran solitudine, come se io e la mia poltroncina fossimo stati cacciati da casa. La rivoluzione, come a
volte accade, si stava capovolgendo e finiva per riguardare solo me. Non si capiva pi bene dove fosse il giusto. Quando si
ha fame, bisogna avere dei forti ideali per resistere. La fame fa vedere buoni i cattivi, il compromesso come una soluzione.
Spariscono nella nebbia dello stomaco vuoto tutte le ragioni. Si rimandano, si confondono, si camuffano.
Dovevo decidere se morire l, su quella poltroncina, per lasciare che loro, dopo, senza di me, si pentissero, oppure
vivere a lungo e farli pentire in qualche altro modo. Ho deciso per la seconda ipotesi. Vivere a lungo non deve essere male,
qualche possibilit in pi del nulla c' di sicuro.
Mi avevano lasciata sola da un pezzo. Forse erano anche usciti a prendere una cioccolata calda. Pensavo alla cioccolata
perch mi piace molto. In famiglia siamo tutti golosi. Anzi, famelici. E loro, per ferirmi, sicuramente avevano preso la
cioccolata.
Qualche certezza deve pur esistere, se non di amare, almeno di non amare. Non ricordo pi chi l'ha scritto, ma
sicuramente qualcuno che amava pi la certezza che l'amore.
Chiss quale accostamento ardito mi ha portato dalla cioccolata alla certezza di amare.
Dopo il bambino sul terrazzo in Sicilia, a cui avevo giurato eterno amore, l'ho giurato ancora due o tre volte, non di
pi. Sono una persona fedele e i miei amori sono stati tre, appassionati, travolgenti e quasi eterni.
Dopo l'innocentissimo amore del terrazzo ho amato, sicura che ogni volta fosse l'unica. Ho pianto e riso molto.
Una delle pi travolgenti scoperte che ho fatto, dopo che i miei erano partiti, stata che facevo ridere, cio, che potevo
far ridere. Me ne sono accorta la prima volta a Milano, raccontando la mia tristissima infanzia.
Una mia meravigliosa amica, Ronci, con la sua bellissima famiglia, Livio e tre bambini eccezionali, mi sfam a Milano
quando non avevo un soldo per mangiare. I miei erano in America ed io avevo raggiunto il mio sogno di recitare, ma
guadagnavo quanto bastava appena per pagare la pensione dove dormivo.
Ero sempre affamata e mi sedevo al tavolo della cucina della pensione, per sentire gli odori rimasti del pranzo appena
consumato. Andavo in cucina puntuale verso le due, quando gli altri pensionanti e i padroni avevano gi mangiato.
Restavano profumi di tutti i tipi. Io cercavo di distinguerli l'uno dall'altro immaginando un pranzo completo. Dividevo i
profumi: mettevo quello della pasta e del sugo per primi e cos via, fino ad un delicato odorino di diplomatico che per finire
era perfetto. Poi mi facevo il caff, vero, e tornavo a studiare la mia parte. Stavo interpretando Bella, una commedia di
Cesare Meano: la storia di una donna pazza per amore. Fu un successo. La sera della prima non mi resi conto che era
andata benissimo. Ero stordita, gli applausi mi arrivavano come dal megafono di un altro teatro. Distorti. La televisione mi
chiam subito per uno sceneggiato. Ma io mi divertivo molto di pi negli sketch comico-satirici, scritti da Billa-Billa.
Eravamo io, Alberto Bonucci, Gianrico Tedeschi, Sandra Mondaini, Bice Valori e Paolo Panelli.
legata alla sua casa?
S, non so se un amore corrisposto. Come per gli oggetti. Credo di no.

La mia famiglia ed io abbiamo sempre dovuto lasciare le nostre case con tutto dentro: la tavola apparecchiata, il sugo
sul fuoco e le finestre aperte. Come quando si va a fare una passeggiata e non si chiude nemmeno la porta a chiave, perch
si torna subito.
In Sicilia, a Napoli, a Roma la guerra e i bombardamenti hanno cancellato, insieme alle case, gli oggetti della mia
infanzia, i ricordi. E quando, finalmente a Roma, la nostra citt, riuscimmo a rifarci una casa, in affitto beninteso, tutta la
mia famiglia and in America e fin anche quella.
Con i soldi del mio primo film, L'avventura, ne affittai una bellissima, collegata, con una scala a chiocciola, a quella di
Michelangelo. Era la mia prima casa ed era bella, piena di luce, di spazi, di quadri, di bottiglie soffiate. Ma, molti anni
dopo, anche questa fin in fiamme.
Come andata?
Eravamo a Torino. Recitavo in teatro La strana coppia. Quando arrivai in albergo, successe qualcosa di sgradevole e
misterioso che mi mise addosso una grande ansia. Andammo da amici e stavamo vedendo dei quadri, indecifrabili e
angoscianti. Mi fermai improvvisamente e chiesi a Roberto di tornare in albergo. Lui era ad una finestra e c'era una strana
calma nel cielo: quel silenzio che si sente prima di un terremoto. Come se la terra dovesse prendere un profondo respiro,
per fare poi un grandissimo sternuto.
Tornammo in albergo di corsa.
Appena arrivati sprofondai su un divano nella hall, come se aspettassi qualcuno o qualcosa. Dopo poco Roberto fu
chiamato al telefono, urgente. Io rimasi seduta a guardarlo mentre parlava. Improvvisamente mi volt le spalle. Perch?
Non voleva che io capissi dai suoi occhi? Rimasi l, non gli andai vicino, rispettai la sua decisione. O forse avevo paura.
La telefonata mi sembrava lunghissima, ma chiss perch non avevo fretta di sapere, anzi, speravo che piano piano lui
acquistasse una posizione del corpo pi rassicurante.
Quando riattacc e mi raggiunse, capii che era successo qualcosa di grave.
Mi guard ed io gli chiesi: 'Pap?' Lui scosse la testa.
'I tuoi?' Ancora un no.
'Filo?' (il nostro cane).
'No.'
Cominciai a sorridere, cosa poteva essere successo di tanto grave, se tutti stavano bene? Eppure la sua espressione non
si addolciva: gli occhi erano fermi e tristi.
'Se stanno tutti bene, cosa ci pu essere di cos grave?'
'Monica, la tua casa non esiste pi, bruciata.'
Rimasi a guardarlo senza poter respirare. Era tutto quello che avevo costruito nella mia carriera.
Era una casa che amavano tutti: i miei compagni di lavoro, del teatro, del cinema, i miei amici: da Gabo Marquez, a
Eco, ai Castaldi, Furio Colombo, Rosi, Sordi e tanti altri.
Facevamo grandi pranzi per ridere e parlare, per raccontare, per cantare, per stare insieme. Era una casa invidiata,
riuscita bene, originale, sobria, con qualche quadro importante. Era il frutto di una vita di lavoro. Avevo girato molto per
trovare un oggetto, un mobile, un quadro.
Eppure, in quel momento, sapere che Ines, la mia domestica, e il mio cane erano salvi fu una notizia bellissima, l'unica
che contava.
Anche Michelangelo, che abitava al piano sopra al mio, dovuto andare sul tetto e poi stato salvato dai pompieri.
Ho cercato di immaginare la mia casa in fiamme. Rivedevo volare tutto, ma senza il fuoco. Rivedevo gli oggetti che
amavo, testimoni partecipi della mia vita, sospesi, senza mai toccare terra, come sollevati dal vento, che restavano in aria a

volare per essere visti pi a lungo possibile. Per non essere dimenticati.
Ancora oggi, cerco qualcosa che non trovo. Ancora oggi penso alla mia casa in aria, sospesa, piena di colore, che
vola.
Come successo?
Durante la mia assenza, avevo chiesto di far togliere la moquette dal guardaroba. Tutto il pavimento della mia casa di
legno, la moquette non mi piace e le mattonelle o il marmo sono freddi. Cos...
Preferisce non parlarne?
Faccio molta fatica, perch stato come un altro bombardamento. Mi tornano in mente tutte le cose che continuo a
cercare. I miei quadri, i premi, i ricordi. come se il tragitto della mia vita non fosse pi testimoniabile, almeno per me.
Non ha salvato niente?
Ben poco.
Cosa le manca di pi?
Non le cose importanti, ma cose piccole, a cui ero legata e che ancora cerco.
C'era il tragitto, la storia della vita che mi ero costruita da sola. Le scelte fatte, le vittorie, i sacrifici, le rinunce.
Gli oggetti raccontano, testimoniano, invecchiano con noi. Un quadro guardato per anni ha anche i nostri pensieri. Un
divano logoro ha le pause, le gioie, le chiacchiere, l'allegria. Il letto ha l'amore, i pianti, gli incubi. E la mia seggiolina
gialla, che mi ero sempre portata dietro come uno scudo, chiss dov'.
Non posso cancellare l'incendio perch non l'ho visto, non ero l, ma so com' andata, fino nei piccoli dettagli. Anche
se ognuno mi ha raccontato cose diverse.
Io ho voglia di ricordare tutti quegli oggetti che avevo dimenticato, lasciati nei cassetti. Penso che siano in giro da
qualche parte. Forse i miei abiti Fortuny sono addosso a qualcuno.
Ho provato tante volte ad immaginare il fuoco che ingoia la mia casa, come una bocca aperta. Ma per me, non un
solo grande fuoco ma ogni oggetto ha il suo incendio privato, brucia con un rumore e un tempo diversi. Vedo prima un
mantello appeso nell'armadio, in attesa, e poi lo vedo volare in fiamme. Vedo un quadro, un ritratto che mi sorride e poi lo
vedo mangiato dal fuoco.
Forse mi servito per ricordare. Forse.
Quante ore dimenticate, quanti fatti nascosti in quelle gonne. Li continuo ad immaginare con la loro storia dentro,
vicino alle parole. Sempre fermi come spettatori. Forse quello stato il loro momento migliore da quando erano con me,
sono diventati protagonisti, cos, da soli, hanno ripreso la loro indipendenza. Forse.
Ho ricostruito tutta la mia casa, come prima. bella, credo, ma non ci sono pi andata. Non ci posso vivere, non ci so
vivere. Il fuoco magico, restato solo per me tra i muri e le cose. La mia casa, la mia bella casa, se l' presa lui e la vuole
vuota e ferma, senza vita, senza gente che parla, che ride. Se l' presa e non vuole pi ridarmela.
Ora stata tutta rifatta per essere vissuta, ha poltrone, divani, seggioline, quadri, tappeti. Il letto fatto, il mio letto, i
pochi oggetti rimasti sono l, come orfani.
I sopravvissuti sono sempre tristi. Non fanno che ricordare il pericolo e sono a disagio con le cose nuove, cos sicure e
allegre, senza storia. Buon per loro. Sono come dei vecchi, obbligati a raccontare la propria vita, che non stata come la
volevano. Allora meglio mentire, dire che si sono dati fuoco per farmi un dispetto.
S, cos sembra una rivoluzione. Una rivoluzione, per tremenda che sia, fatta per cambiare, per sperare, per stare
meglio.
Ma dopo ci sono i resti della rivoluzione e lei si allontana portandosi dietro i suoi primi sacrosanti motivi. E poi si
dimentica. Il tempo rimescola tutto, confonde e le cose in cui hai creduto, per cui hai lottato, rischiano di restare solo

parole, desideri, speranze che sono diventati morte, dolore e confusione. che, con una guerra, i valori si spostano e
continuano a spostarsi, la gente si mescola e, qualche volta, il vinto vincitore. Ma il vincitore solo e deve avere le idee
belle chiare, per ricominciare e riconoscere con sicurezza i nuovi nemici.
Come tutto si ripete, si moltiplica e si somiglia. Che fatica mettere a fuoco qualcosa e fermarlo cos. Che fatica
continuare a credere, ad amare, a qualunque costo.
spesso sola?
Quando resto sola per molto tempo, ho stati d'animo diversi. Il primo di felicit, libert conquistata. Ho tempo a
disposizione per fare e pensare ci che voglio e che forse ho sempre rimandato, per mancanza di solitudine. Quando sono
sola, mi sembra di essere in vacanza: faccio piccoli progetti, mi sento leggera, posso decidere io. Apro subito la finestra, i
colori, le forme: quelle due grasse cupole di piazza del Popolo cos vicine, quasi da poterle toccare, cos sicure e tracotanti,
cos distaccate dai fatti, dai dolori della gente che si siede o si ferma sotto la loro ombra tonda e precisa come un disegno.
Quei gradini cos lisci, bassi, facili per arrivare ad una cosa cos difficile come la fede.
Le scale delle chiese ti invogliano a salire. Una volta dentro, sei preso dall'abbraccio possessivo di una madre forte e
autoritaria, che non ti chiede cosa ne pensi, ma ti chiede di credere e basta, senza domande.
E sarebbe facile, comodo, se fuori poi non ci fossero la luce, il rumore, la vita con tutta la sua fatica, tutti i suoi dubbi,
le paure, le cose che non si capiranno mai.
Quando entro in chiesa spero, a volte, che uscendo possa trovare qualcosa di cambiato. Perch il miracolo, fuori,
qualche volta c', perci Dio, qualche volta c'.
Il suo uomo spesso fuori?
S, lavora. Ed io, all'ora giusta, lo aspetto sul balcone. L'attesa pericolosa, uno spazio non previsto, una pausa non
richiesta, un inganno. Non ci sono abituata. Chi costretto improvvisamente ad aspettare, senza termini precisi, come
se avesse avuto una condanna. Si pensano una quantit di cose che si erano rimandate.
Sa che ora non voglio pi mandarla via? Per ho anche paura che comincer a dirle quello che non volevo.
Io non voglio andare via.
Ha mai pensato ai piccoli suicidi quotidiani? Sembrano distrazioni, ma non cos. Io ci provo tutti i giorni a suicidarmi.
Me ne accorgo soltanto dopo lo scampato pericolo. il desiderio di sopravvivenza che mi salva all'ultimo momento? O
cosa?
Dicono che io sia molto distratta e che pu accadermi di tutto perch penso ad altro. Come i bambini. S, sono distratta,
molto. come se non vivessi mai quel momento. Sono come spiazzata, spostata: indietro o in avanti. E le domande che mi
fanno mi arrivano in ritardo o le prevedo. Ha fame?
Un po'.
Bene, allora mangiamo insieme in camerino.
attaccata alla vita, vero? Mangia con un gusto sensuale ed infantile. Ha mai rischiato di morire?
S, ne abbiamo appena parlato. Tre o quattro volte seriamente: prima di tutto sotto i bombardamenti. In Sicilia erano
lunghi, ma non violenti, credo che fossero gli americani, o gli inglesi? Mah!
A Napoli erano brevi e spaventosi: avveniva tutto in poco tempo e lasciavano la morte come qualcosa che avevano
perso o che gli era caduta per caso.
Sempre a Napoli, uno dei pi brutti stato in funicolare. Ero con mia madre. L'allarme e i mitragliamenti sono
scoppiati insieme, poi la paura, le urla, la confusione. Non so come, correndo tra la gente, ci siamo perse. Ci hanno fatto
mettere sotto i vagoni, tra i binari e le ruote. Si sentiva il rumore degli aerei in picchiata sempre pi forte e pi vicino, poi i
colpi delle mitragliatrici: stretti, violenti, acuti. Qualche proiettile passava attraverso i vagoni.
Avevo forse dieci anni, ma capivo perfettamente cosa succedeva. La guerra la capiscono tutti e subito, anche i pi
piccoli. Forse perch il contrario della vita.

I proiettili mi sfioravano, uno ha preso una scarpa, era fuori dal piede. Perch, negli incidenti, si perdono subito le
scarpe?
Tutti urlavano, piangevano. Io ero fermissima e mi chiudevo le orecchie per non sentire pi niente. Qualcuno morto
vicino a me, avevo un braccio pesante addosso. La paura mi paralizzava. Non piangevo e non urlavo. Respiravo piano e in
fretta, per far passare il tempo pi velocemente. Udivo gli aerei mitragliare e allontanarsi. Poi, d'improvviso, tornavano
sempre pi vicini, con un fischio acuto in picchiata e ricominciavano. Avevo le mani sulla testa e sentivo i colpi vicinissimi
che mi sfioravano. Poi si sono ancora allontanati fino a non sentirli pi. Un silenzio sospeso e poi improvvisamente pianti
ed urla.
Mi hanno tirato fuori dalle ruote ed ho cercato mia madre. Solo quando sono arrivata ad abbracciarla ho potuto
piangere, ero felice.
Ha avvertito altre volte la morte vicina?
Qualche volta la morte uno stato d'animo. La mia curiosit, per esempio, pu diventare anche un tranello contro la
vita. Mi mette in pericolo tutti i giorni.
Durante il bagno nella vasca, cerco di stare sott'acqua il pi possibile, solo per sapere quanto resisto.
Ieri mi sono affacciata al mio stretto balconcino sporgendomi troppo in avanti. Sette piani, la ringhiera cos fragile,
traballante. Ho guardato le due grandi cupole della chiesa di piazza del Popolo, cos vicine, sicure. Beate loro! Il mio
balconcino di ferro si muove, basso, mi arriva al di sotto della vita e gi la gente cammina.
Si pu morire con niente, la cosa pi facile, forse pi facile che nascere. No, difficile e doloroso anche morire. Che
fatica tutto.
Quali altri momenti difficili ricorda?
Dopo la poltroncina, ci sono state altre volte in cui, per seri motivi, avrei preferito interrompere la macchina del mio
respiro. Ma morire, come dicevo, non cos facile, ci vuole una buona organizzazione ed io sono la persona meno
organizzata e pi distratta che esista. Avrei sbagliato dose o, gettandomi dalla finestra, sarei finita su un camion di
materassi.
Cosa vorrebbe in questo momento?
Io sto solo cercando una via d'uscita dal curioso labirinto in cui mi sono cacciata.
Per vivere tranquillamente, forse bisogna essere un po' staccati dagli avvenimenti, con la memoria e con il cuore. Ed io
ancora ci sono dentro, fino al collo.
Vorrei essere sott'acqua, l non si sentono n rumori, n parole, n grida. No, ho cambiato idea. assolutamente
meglio nuotare e raggiungere l'isola. E se gli indigeni mi aspettano sulla riva, con lance e spade? Mi metter a ballare con
loro. Li far ridere. il mio mestiere.
Ma siamo sicuri che mi accoglieranno con i fiori e mi daranno da bere? S, perch li divertir.
Forse la mia fortuna proprio questa, che io faccio ridere, anche non volendo, e intorno a me riesco sempre ad avere
persone felici che si divertono come matte. Chiss che sorpresa per loro questa intervista!
La prego, annulliamo tutto. Ho scherzato, per sembrare una persona seria. Sembrarlo soltanto per un po'.
spesso con la sua famiglia?
No, per quando vedo i miei fratelli, nelle piccole pause dei loro lunghi viaggi, vorrei trattenerli di pi per chiedere
tutti i particolari della mia infanzia che mi sfuggono, che ho dimenticato o nascosto per paura. Io comincio col fare una
domanda precisa, qualche data e loro divagano. Questa mia indagine non per scoprire i colpevoli, anche se ogni tanto mi
trovo un cadavere nella testa, ed avrei bisogno di spiegazioni. Ma solo per rifare un tragitto, per me cos confuso.
Ma impossibile. Ognuno di loro mi d una versione dei fatti diversa e, dopo aver preso il caff, mi d un bacino e se
ne va, nascondendo l'assassino sotto il cappotto. Io me ne accorgo quando li aiuto ad infilarlo, mi accorgo che tra loro e il
cappotto c' qualcun altro. E invece se lo infilano bene, quel mantello pieno di roba, se lo allacciano e se ne vanno via, con

i fatti miei sotto il braccio.


Prestigiatori.
Mi fanno intravedere pezzi della mia vita, li mettono sotto un bicchiere, rialzano il bicchiere e non c' pi niente.
Prima di darmi il bacio e andar via, stringono bene la cinta, per paura che scappi qualche verit. Forse lo fanno per
amore. Sono molto legata a loro, come lo sono i reduci di una guerra.
Ci salutiamo qui?
No, ancora no.
Sa, lei venuta in uno di quei giorni in cui vorrei fermarmi.
Allora non parliamo di oggi, torniamo indietro. Dove eravamo?
Non lo ricordo pi. Gli avvenimenti contemporanei fortunatamente allontanano i ricordi. Qualunque personaggio che
ho interpretato, in questo momento, mi sembra pi chiaro del mio. Forse perch d serenit sapere che comunque, per
tremenda che sia, quella storia finisce dopo due ore.
Io sono di nuovo sott'acqua. Vorrei riprendere fiato e non andare pi gi, tra le alghe e i delfini. Ma sono bellissimi i
delfini, e le foche hanno gli occhi dolci, indifesi.
Ho deciso: non la mando pi via, finch non sto meglio.
Va bene, ormai ho annullato tutto quello che dovevo fare. Partir un altro giorno, non ho pi fretta. Torniamo alla sua
storia, lei divaga. Di che cosa ha paura?
Non lo so bene. Ma c' qualcosa di molto confuso, che cerco di evitare. Come se ci fosse un giallo nella mia vita, nella
mia infanzia, che non ho ancora risolto. A volte credo di sapere chi l'assassino, ma poi non lo riconosco pi. Non so se
lui si camuffa o allo scoperto e si diverte un mondo a vedere che non lo riconosco. Forse la mia mente, per difendermi,
dimentica.
Ma non dimentico solo le cose brutte. Dimentico tutto.
Cosa le piacerebbe essere?
Un gabbiano... credo. Forse un gabbiano senza memoria. A volte vado in terrazza e allargo le ali, scusi la presunzione,
volevo dire le braccia, e aspetto, sicura di sollevarmi, uscire dal terrazzo e posarmi sul tetto di fronte. un grande tetto di
tegole, non tutte dello stesso colore. Forse di notte si sollevano e un uccello o una persona esce a passeggiare.
Il mio balcone stretto, sotto c' uno strapiombo, l'ho gi detto. Sette piani. Come arriverei gi? E nello spazio del volo
avrei il tempo di rivivere tutto? O penser solo a quando mi schiaccer per terra? L'importante in quei casi morire. Vero?
Sopravvivere un dispetto! Se esce una mano e rallenta la tua caduta, resti in carrozzella a raccontare per tutta la vita
perch ti sei buttata gi. Che puoi anche essertelo dimenticato.
Dove studia i suoi copioni?
Nella stanza pi piccola della casa, che all'ultimo piano. E sento sempre i colombi, che abitano tra il mio soffitto e il
tetto, andare su e gi. Si muovono in continuazione sulla mia testa, devono avere delle foglie o dei fogli sotto le zampe,
perch un fruscio conosciuto. Non stanno mai fermi e tubano. Sembrano uno strumento scordato, devono avere rapporti
d'amore frequentissimi, e dimenticarli subito dopo. Sono furbi. Quando non gli va pi di guardarsi o girarsi le spalle,
escono dal loro tetto e vanno sul tetto di fronte. Guardano la loro ombra e quella di chi gli sta accanto. Sculettano,
ballonzolano e se ne fregano. E se pensassero al loro nome? Come i gatti?
Mi parli ancora di sua madre. l la chiave di tutto.
Be', s, la protagonista! riuscita a entrare e restare in ogni spiraglio della mia vita, durante e dopo la sua esistenza.
Quando parla di lei, cambia espressione.

Le sono molto legata. E pensare che era un rapporto duro, doloroso. Per anche una fonte inesauribile di novit.
Le ho detto di quando ho sentito per la prima volta quella 'polvere del palcoscenico che corrode anima e corpo'?
Anche questa una frase di sua madre. Lo so.
Lei amava le opere e doveva allattarmi e, non volendo rinunciare n all'una n all'altra cosa, mi portava con s. Pur di
non perdere la Tosca, mi nascose nel manicotto. Quando fu nel palco, mi tir fuori e, all'ora giusta, mi allatt. Stavo
benissimo l. 'Vissi d'arte, vissi d'amore' meglio della ninna nanna.
stanca? Possiamo continuare?
Ormai s.
Non le piace viaggiare, diceva, vero?
No, dev'essere stato quel primo viaggio in fasce, da Roma a Messina, oppure quello da Messina a Napoli. Dovrei, dopo
questi lunghi, scomodi e paurosi spostamenti in treno della mia infanzia, amare la rapidit e l'agio degli aerei. Invece no,
purtroppo continuo a scegliere la via pi scomoda per andare ovunque.
La mia scusa : il tragitto pu essere la meta, perch perderlo? Se non si sa cosa c' tra un posto e un altro, come si pu
decidere cosa vedere? Chi ci garantisce che pi bello il luogo d'arrivo, che tutto il viaggio? Quante cose non si vedono
andando in aereo!
Parole che nascondono la paura.
S, per io so tutto quello che c', cio, che si pu vedere dal treno, tra Roma e Mosca. Ma non ora, che hanno
cambiato i binari, ma ventitr anni fa.
Cominciamo dal primo viaggio.
Avevo qualche mese, avr passato buona parte del tragitto a ciucciare il latte dal seno trasparente di mia madre.
Era grande, morbido e profumato, il capezzolo di un rosa dolcissimo. Io guardavo quella montagna pallida come una
duna, come una nuvola dove addormentarmi e spingevo con le dita, per farmi arrivare pi latte.
Che benessere totale a quell'et! Non devi godere che di sapori, profumi, abbracci, baci e qualcuno fa tutto per te.
stato senza dubbio il viaggio pi comodo, sereno e sensuale di tutti.
Dei viaggi di ritorno (Messina-Napoli e Napoli-Roma), ho solo brevi flash fatti di paura, dei suoni acuti degli allarmi,
delle bombe, delle grida.
La partenza frettolosa e improvvisa dava a mia madre quell'ansia che non ha mai perso e che mi ha trasmesso in modo
cos violento, da rendere per me ogni partenza un vero trauma.
Facendo le valigie, ripeteva con un filo di voce: 'Partire un po' morire'.
C' chi viaggia per dimenticare. Io devo dimenticare il viaggio.
Ma per il suo lavoro come ha fatto? Si sar dovuta spostare spesso.
Ho rinunciato a film, a spettacoli teatrali, a premi importantissimi in America, in Inghilterra, in Francia, pur di non
viaggiare, non fare la valigia e dover decidere quello che potrebbe servirmi dove andr. Perch, se sar in un altro posto,
con un'altra luce e altra gente, chiss quali nuove esigenze, materie e colori mi saranno necessari. una scelta lunghissima
e angosciosa. Prendo cose che non ho mai messo, per andare in un posto dove non sono mai stata e, ovviamente, non le
metter nemmeno in quella occasione.
Resto a guardare i miei vestiti in fila sul letto, come se dovessero essere indossati da una sconosciuta.
Guardo quelli che restano, con la certezza che mi mancheranno.
Una volta, ho messo in valigia una bottiglia lunga, leggera che mi aveva dato Giorgio Morandi. Pensavo che mi

sarebbe stata proprio necessaria. Lo stata. Mi ha tranquillizzato.


Preparo la mia valigia come se qualcuno mi avesse obbligata ad una decisione ingiusta. Non dormo la notte prima di
partire e all'alba sono stanchissima. Come se avessi gi fatto il viaggio e fosse andato male.
Qualche volta sono obbligata a partire, per aver gi firmato dei contratti e darei qualunque cifra per poter rinunciare. Se
sono costretta, parto con l'espressione smarrita e impaurita di un condannato.
Con Michelangelo dovevamo prendere un premio a New York e, dopo mille rinvii, dissi di s. La solita paura dell'aereo
mi aveva fatto rimandare tante volte. stato un bellissimo viaggio.
Furio Colombo ci port alla Bowery. Ci sono dei luoghi insoliti che, nonostante i loro colori, i suoni e le persone, per
incredibili, drammatici che siano, sono perfetti.
Quelle strade erano un racconto angoscioso riuscito bene. I negozi abbandonati con la porta socchiusa e dentro il buio,
la polvere spessa come pagnotte. Sempre una sedia rotta abbandonata vicino ad una parete scrostata, con un lembo della
carta, scollata. Una scatola aperta per terra e un bancone cos solo da non poterlo immaginare con qualcuno a vendere o
qualcuno a comprare.
La luce e il sole devono aver sempre evitato quella strada. Lo hanno fatto per discrezione. Gli ubriachi, avvolti in
stracci, sdraiati sui marciapiedi, si confondevano con i colori dei muri. Uomini senza et, quasi addormentati. Quasi vivi.
Ci sono luoghi, senza errori nella loro disperazione. L, nella Bowery, c'era lo studio di Rotko, andammo da lui per
vedere i suoi quadri.
C' quasi sempre una grande armonia tra il pittore e il luogo dove lavora. Il suo studio era grande ed aveva il soffitto
altissimo, sembrava un hangar. Dalle due finestre strette e lunghe con le inferriate, veniva una luce polverosa. Dalle assi di
ferro, che andavano da una parete all'altra, quasi vicino al soffitto, scendevano pesanti catene, che finivano con enormi
uncini. Sembravano pronti per tenere sospesi vitelli sgozzati. Invece sostenevano delle grandi tele, forse di tre metri per tre,
con disegni paurosi e imprecisi, attraversati da luci fredde, con drammatici rossi e neri. Erano intensi e sinceri.
Gi, perch mettere sempre i quadri alle pareti? Forse sospesi fanno pi parte di una stanza.
Era un posto magico e un po' pauroso, che mi ha molto emozionato. Anche l lo studio era gi un quadro e
rispecchiava le idee, i colori e le forme che il pittore aveva nella mente.
Ha incontrato altri pittori a New York?
S, Steinberg, che ci apr la porta con in testa una busta del pane dove c'erano i tagli per gli occhi e la bocca. Per il naso
c'era una finestrella.
Ci cucin una cena squisita in una di quelle cucine che ti danno allegria e dove si pu passare tutta la giornata.
Se avessi pi tempo vorrei parlare di tutte le cucine che ho visto e dove ho mangiato. Qualche volta una cucina ha pi
vita di un salotto.
Nonostante la sua paura, ha viaggiato molto.
S, ma che fatica! Sono arrivata fino in Russia. Mi sembra impossibile.
In che occasione?
Davano La ragazza con la pistola al Festival di Mosca, io volevo vedere finalmente Leningrado, o San Pietroburgo, as
you like it, e Mosca e il Cremlino con i suoi affreschi. Per vedere un quadro, posso fare molta strada.
Decisi di andare.
Sordi, Mastroianni e gli altri, ovviamente, partivano in aereo, io, con la forza dell'amore, convinsi Carlo di Palma ad
andare in treno.
' pi interessante', mentivo. 'Possiamo vedere tutto quello che c' tra Roma e Mosca.' Frase che uso sempre, ma
spesso mi ridono in faccia. Lo convinsi.

Prendemmo un treno che, gi alla stazione Termini, sembrava in un binario morto o moribondo. Era decrepito, come
fosse uscito da una guerra.
Ero gi presa dal panico di trovare i posti. Penso sempre che i miei posti, anche se prenotati, vengano cancellati per
dispetto.
Eravamo in ritardo, salimmo in fretta. Nel corridoio mi sentivo gi in un altro paese. I vagoni sembravano un residuato
bellico, o quelli che nel cinema usiamo per i film in costume. Ma eravamo innamorati ed avevamo molto da dirci.
Finalmente saremmo stati a lungo insieme, lontano dagli occhi della gente, quegli occhi che mi scrutano sempre
compiaciuti ed increduli per scoprire chiss quale segreto nascondo. Forse, se gli ho mentito o no. Forse si aspettano che
gli attori nella vita siano biondi, se nei film sono bruni, bassi, se nei film sono alti o viceversa. Mi guardano sempre con
stupore e con amore, fortunatamente.
Siamo piombati a sedere come due sacchi.
Dopo il primo respiro, ci rendemmo conto che quella vettura, come tutto il treno, era di una vecchiaia preistorica. Sedili
di legno, niente tavolino, niente appendiabiti e la porta di comunicazione con lo scompartimento accanto non aveva
chiusura. Le maniglie erano legate con una corda. Tra una porta e l'altra poteva passare un uomo magro. Dunque quel
viaggio non lo avremmo fatto da soli. Nello scompartimento comunicante c'era una famiglia che parlava una lingua slava e
mangiava in continuazione pane e cipolla, o cipolla e qualcos'altro, questo almeno era l'odore.
Dovevamo convivere tre giorni e tre notti. Decidemmo di mettere su le valigie e prendere fiato. Una volta seduti, ci
guardammo. Eravamo gi stanchi. Non ci restava che parlare, prima un po' di lavoro, poi di quello che ci aspettava.
Esauriti gli argomenti, anche perch io non sono prolissa, cominciammo a guardarci come se non ci conoscessimo.
Non so se fosse una mia sensazione, ma nei suoi occhi c'era un po' di odio. Non tanto. Quanto basta. Lui sarebbe voluto
andare in aereo, con gli altri. Era l per amore.
'Mi dispiace', ho detto con un filo di voce. Non mi rispose. Io barai: 'Pensa, qui non ci inseguono, non dobbiamo
nasconderci, non suona il telefono. Non dobbiamo correre di qua e di l'. Elencavo tutti gli aspetti negativi che avevamo
lasciato. E avevamo fame, che una cosa che annebbia ogni sentimento.
'Andiamo a cercare il vagone ristorante.'
Uscimmo e alla fine della nostra vettura ci aspettava una guardia russa, che pi russa non poteva essere. Con un
linguaggio incomprensibile, ma con toni e gesti chiari, ci fece capire che non potevamo muoverci dal nostro
scompartimento e che non c'era wagon-restaurant.
Non so da quanto tempo fosse passata Orte, forse da molto, ma io non riconoscevo pi la mia terra. Ero gi in un paese
sconosciutissimo.
Gli occhi di Carlo erano di fuoco. Io, flebilmente, dissi: 'Be', con un po' di pazienza!' 'Pazienza un corno!' Uno spazio
di durissimo silenzio, abbastanza lungo. Poi, qualcuno apr la porta dello scompartimento con violenza e ci butt sui sedili
due larghe fasce che dovevano servirci da lenzuola e due coperte che sembravano quelle dei soldati di una guerra lontana.
Ci chiusero dentro dicendo che non dovevamo muoverci.
'Ma non sar un brutto film?' cercavo di farlo ridere.
Ma lui non rideva: ' tutta colpa tua!'
'Lo so, l'aereo meglio.'
'Non solo per il viaggio, ma io adesso capisco tante cose.'
'Che tipo di cose?'
Da quel momento riesaminammo tutta la nostra storia. Certo, vista da quel treno, in quel vagone, con quello che ci
aspettava, anche Giulietta e Romeo avrebbero vacillato!
'Non la prima volta che mi fai trovare in questa situazione, sei una pazza...'
Fu solo l'inizio di un esame accurato di circa dieci anni d'amore. Chiss perch non si fa mai l'esame accurato di tutte le

cose positive di dieci anni d'amore, ma sempre solo delle cose negative.
Avemmo il tempo di esaminare tutti i dieci anni. E ovviamente non coincidevano in niente. I suoi dieci anni non
avevano nemmeno gli stessi successi, le stesse giornate appassionate. Era stata una bella storia, di lavoro e di sentimenti.
Era costata a me drammi, disperazioni, pianti: per aver dovuto prendere decisioni per le quali ho molto sofferto.
Una storia difficile come un bambino fragile, lo si ama di pi, lo si protegge da tutto, lo si difende con tutte le forze.
Non lo si vuole perdere. Ma l, quel treno sporco, buio e interminabile, cambiava anche le immagini dei ricordi migliori.
Io lottai per difenderli, ma ormai era un gioco al massacro. Se avessero portato un piatto di spaghetti... meno: un
panino... meno: una bottiglia d'acqua, il nostro povero amore avrebbe preso una boccata di ossigeno. Io cercavo di tenerlo
in vita, perch era mia la colpa del treno. Ma non potevo cambiare i fatti. Le ore correvano, mentre lottavamo per dire le
nostre ragioni.
Il tempo passava in fretta, distruggendo tutto.
Resistetti come potei, presi la nostra storia in braccio e la difesi dalle bombe. Ma non ci fu niente da fare.
Tra Roma e Mosca c' troppo spazio e le ultime dieci ore furono drammatiche. Non parlavamo pi e non ci
guardavamo, fissavamo soltanto il paesaggio che si vedeva dal finestrino. Per ognuno di noi era un paesaggio diverso.
Dopo tre giorni e tre notti eravamo distrutti. Quando il treno rallent, si ferm e capimmo di essere a Mosca, eravamo
senza fiato, senza forze, senza pi niente.
Nel viaggio di ritorno da Mosca, Marcello, Carlo e Alberto mi tesero un tranello. Io ci cado sempre, non so perch, non
per il gusto dell'avventura, ma perch un tranello mi sembra cos inutile che non lo credo possibile, non lo prevedo. Tutti
lo sanno e me ne preparano in ogni occasione, per vedere se ci casco. E io, anche se capisco che pu essere una trappola,
non resisto e non faccio un passo indietro, mi dico: 'Questa volta non pu essere, quanto tempo hanno avuto a disposizione
per costruire una cosa cos complicata?' E ci vado dentro fino al collo, stupita, non della mia ingenuit, ma della loro poca
fantasia.
Cos, con un trucco, mi infilarono nell'aereo. E quel viaggio di ritorno fu troppo breve per ricostruire tutto quello che
avevamo distrutto all'andata.
Purtroppo, nei labirinti della mente, ci si perde, cio: io mi perdo. Le decisioni diventano montagne da scalare, con
rigonfi cappelli di nebbia. Cos, purtroppo, le mie scelte artistiche sono state condizionate anche dal chilometraggio.
Lei ha lavorato in Inghilterra con Losey, come arrivata a Londra?
In treno.
Come andata?
Dunque, il contratto con la Warner Bros era firmato: dovevo fare Modesty Blaise. Losey era troppo importante per
rinunciare e gli attori bravissimi: Terence Stamp, Dirk Bogarde ed altri straordinari. Accettai tremando.
Dovevo andare a Londra, poi in Olanda, ad Amsterdam, dove ho visto uno dei pi bei musei della mia vita. Quando
vado nei musei divento rossa dall'emozione e mi tremano le gambe. Anche a Urbino stata un'emozione: con quella
discesa con in fondo il paesaggio che ha dietro le spalle la Gioconda. Anche l mi batteva il cuore come in un
innamoramento. Scusi la divagazione, ma io nei musei mi sento come in una culla. Anche da giovanissima, invece di
andare con gli amici a ballare...
So che balla benissimo.
S, e mi diverte ancora pazzamente. Posso ballare per dieci ore consecutive. Dunque, torniamo indietro, dov'ero?
Alla stazione di Roma, per arrivare a Londra in treno.
Ah, gi! Sempre in fretta, partendo all'ultimo momento, non avevo avuto il tempo di mangiare. Sono salita quasi in
corsa e appena seduta: la fame. La mia una fame da campo di concentramento e mi attanaglia come una prigione.

Mi racconti il viaggio.
Allora: il treno parte e fortunatamente c' il vagone ristorante, niente paura. Metto a posto i bagagli e vado a mangiare.
Un wagon-restaurant elegante, gente composta con quel sorriso pallido e stanco che si ha quando si aspetta. Metto una
mano nella borsa e non trovo il portafogli. Torno nel mio scompartimento, cerco nei bagagli, nelle altre tasche, niente.
Chiss dove l'avevo lasciato! Ma io devo mangiare ed il viaggio lunghissimo. Niente paura, ecco che il lavoro di una vita
pu essermi utile. Avevo appena vinto un festival, non ricordo quale, e pensavo: quando mi vedranno, mi riconosceranno
e tutto sar semplice.
Nel wagon-restaurant non c'era nessuna donna. Cerco il viso pi dolce e rassicurante, ma doveva anche essere serio,
colto e piacergli il cinema.
Scelgo un elegante signore, sui quarant'anni, che legge un libro: buon segno, l'uomo giusto. Mi avvicino, guardo
fuori dal finestrino, prendo un bel respiro e, prima che arrivi il cameriere, gli dico: 'Sa, mi successa una cosa ridicola. Io
sono molto distratta... ho lasciato il portafogli a casa. Non avr problemi perch alla stazione mi aspettano. Vado a Londra
per lavoro'.
L'elegante signore, con un vestito principe di Galles e una camicia impeccabile, non mi sorride e non mi invita a
sedere. Mi d una breve occhiata, senza espressione, e continua a leggere.
Io prendo un altro bel respiro profondo, restando sempre in piedi e, con un buon accento inglese, gli spiego il mio
piccolo incidente, che si sarebbe risolto alla stazione di Londra. Dove, ripeto, mi aspettano. Volevo dire: 'In tanti', ma
avevo paura di esagerare.
'Sa, vado in Inghilterra per un film e...' lui gira una pagina, penso che voglia dire: 'Va bene', e mi siedo. Solo che mi
lancia uno sguardo da sopra il libro, non del tutto gentile. Penso: forse timido, o maleducato, o tutt'e due.
Ma la fame fame. Si supera tutto.
Finalmente arriva il cameriere per ordinare. come il salvagente per un naufrago. Vedendo la sua giacca bianca, la
mia fame si scatena. Ordino primo, secondo, dolce e frutta. Lui ordina un antipasto e del pesce: un vero signore.
Io che mi nascondo sempre per non farmi riconoscere, io che evito di parlare di me perch mi imbarazza, sento che
l'unica cosa da fare ricambiare la sua gentilezza con un po' di chiacchiere.
In treno e nei posti pubblici sono sempre ossessionata dagli sguardi, dalle domande, devo difendermi. Qui invece devo
prendere l'iniziativa. Il silenzio gi lunghissimo e il primo piatto non arriva.
'Le sembrer strano, ma la prima volta che, per una serie di coincidenze, viaggio da sola e non sono abituata. Non mi
so organizzare.'
Lui solleva appena le palpebre, mi lancia una rapidissima occhiata e riprende a leggere. Sparo un po' di nomi.
'Ho conosciuto Kennedy, un mese fa a New York...' Nessuna reazione.
'Forse Joseph Losey sar alla stazione ad aspettarmi. Sicuramente lei conosce Joseph Losey?'
Questa volta chiude il libro e in un perfetto inglese dice: 'Senta, signorina, io sono disposto a pagarle il pranzo, ma non
ad essere preso in giro'.
Cosa vuole dire? Perch 'essere preso in giro?' Cerco di chiarire: 'Le ho chiesto solo di anticipare una piccola cifra, che
alla stazione di Londra le sar subito rimborsata'.
Lui, con occhi di ghiaccio, mi risponde freddamente con una voce che sembra uscirgli dalle pieghe del foulard: 'Io
conosco benissimo Monica Vitti. Conosco tutti i suoi film a memoria, la sua vita, le sue abitudini ed anche forse i suoi
pensieri. Lei di Monica Vitti non ha nulla, assolutamente nulla. Se non, forse, la nazionalit'.
Non ho pi fiato per rispondere, n saliva da mandare gi. Forse uno scherzo, un modo di attaccare discorso. Vuole
fare lo spiritoso. No, non ne ha la faccia, seccato e offeso. Non ho scelta, devo andare fino in fondo.
'Mi faccia qualunque domanda sulla mia vita, sui miei film, quelli di Antonioni, quelli comici, quelli inglesi, quelli
francesi. Come vivo...'

Con uno sguardo un po' offensivo mi risponde: 'La prego di non insistere'.
Il cameriere porta i nostri piatti con pietanze fumanti. Io mi sento svenire solo all'odore. La mia una fame da povera,
da disperata, non so perch. Eppure, l'orgoglio in quel momento pi forte.
'Io ho molta fame, partendo in fretta non ho fatto in tempo neanche a fare colazione. Ho la pressione bassa e mi gira la
testa, ma se lei non mi riconosce, io non tocco cibo.'
Non l'ho commosso affatto. Il suo sguardo durissimo. Soffoco un piccolo singhiozzo di felicit: ho una prova
inconfutabile. Che umiliazione gli avrei dato! Trattengo a stento una risata nervosa: 'Ecco, qui ho il mio passaporto, legga
pure'.
Glielo consegno con gran dignit. Lui lo legge, mi guarda, sorride, lo chiude e me lo riconsegna. Io ricambio il sorriso
con una punta di orgoglio. Ma il suo sorriso rasenta, ora, la beffa e l'umiliazione.
Cosa mai ho lasciato nel passaporto, perch lui possa guardarmi da vittorioso? Va bene che inglese, ma c' un limite
a tutto! Apro il passaporto e sotto la fotografia c' il mio vero nome: Maria Luisa Ceciarelli.
Non ho il coraggio di alzare gli occhi. Ho la sensazione che tutti i viaggiatori di quel treno si siano messi d'accordo per
non riconoscermi. Ma come, l in quel vagone nessuno sa chi sono io che non posso andare in giro liberamente, che devo
nascondermi per difendermi?
Mi guardo ancora intorno, cercando umilmente un sorriso, un cenno. Mangiano tutti, tranne me.
Ma da dove vengono e dove vanno queste facce fredde, insensibili, ottuse. Forse devo correre nei vagoni in cerca di
qualcuno e portarglielo l e sbattergli in faccia la mia identit.
Ma Maria Luisa Ceciarelli anche un po' burino.
Tutta l'incomunicabilit, l'avanguardia che avevo fatto, in teatro con Osborne, Brecht, Miller, dov'erano? Vorrei gridare
a tutto il vagone: 'Io ho cominciato con Machiavelli duecento repliche, ho fatto il prologo della Mandragola e sono subito
diventata famosa'. Rinuncio.
Ho intorno un disinteresse totale.
E i film drammatici di Antonioni? E tutti i miei film comici? Non uno che mi degni di uno sguardo.
Il cameriere che ha seguito la scena, mi porta un piatto con qualcosa dentro. Forse a sue spese.
Dico: 'Grazie', con il viso basso, ma rifiuto, come una regina.
Ricordo di essermi alzata lentamente con le lacrime agli occhi, con passi decisi, come alla fine del terzo atto di un
dramma di Shakespeare. Mi allontano con grande dignit.
Il mio scompartimento abbastanza lontano da quello. Mi gira la testa.
Arrivo al mio vagone e mi ci chiudo dentro.
Durante il viaggio ho la sensazione che tutti facciano capolino e ridano di me, ma forse il ricordo di un film.
Rimango seduta al mio posto fino a Londra e le lacrime mi vengono gi, non tanto per l'umiliazione, quanto per la
fame.
Ad aspettarmi alla stazione ci saranno stati trenta fotografi e giornalisti e rappresentanti della Warner Bros, il regista ed
altra gente.
Scendo, diversamente dal solito, da attrice. Ma con compostezza. Sono circondata subito da flash, televisioni, domande
e gente che mi parla in fretta in inglese. Per la prima volta, non mi danno lo sgomento che ho sempre provato. Sono loro
profondamente grata.
Sorrido, allungando il collo per trovare il mio compagno di viaggio. Vorrei guardarlo in faccia, difesa in quel modo.
Niente. sparito.

La giornalista mi guarda ridendo. Finalmente! Avrei voluto farla divertire di pi in questa intervista. di nuovo seria.
Lei dice la verit?
S, ma come un lusso, quasi una colpa.
Per l'educazione che ha avuto?
Forse. Io sono vissuta in una casa dove non abitava la sincerit. Anzi, era qualcosa da evitare, come un virus.
Avrebbero mentito anche nel dire chi bussava alla porta. Si sentivano pi protetti dalla bugia. La verit poteva solo essere
saputa, non detta. E, una volta scoperta, diventava una verit individuale: ognuno la sua.
Anche le verit ineluttabili venivano negate: 'Sta piovendo'. 'Pare.' 'Non mi sento bene.' ' un'impressione.' 'Vorrei
morire o andare via per sempre.' 'Hai la febbre, prendi qualcosa e mettiti a letto.'
In casa mia ci veniva impartita un'educazione borghese, cio l'educazione alla menzogna. La risposta vera non era
prevista, perch non c'era diritto alla domanda. Le risposte che si potevano avere riguardavano soltanto il clima e quello
che si mangiava. Per il resto, ognuno si teneva le sue domande, come un abbigliamento intimo. Io, rischiando, ne facevo
qualcuna, ma la risposta era: 'Non si devono fare domande, perch si corrono e si fanno correre molti rischi'.
La verit era solo un'eventualit. Un dominio di quelli pi grandi.
Io, da piccola e da grande, ho sempre detto la verit. Ma come fare un bagno in mare dopo aver mangiato: ti pu
andar bene per un po' di volte, ma si pu anche morire. Persino le suore mi avevano consigliato di farne a meno. '
pericolosa la verit', dicevano, 'si pu far male a qualcuno.'
Ma io continuo a dirla, come un vizio, un lusso, un gioco. Certo, costa, come tutti i lussi.
So che ha molti amici, con i quali sempre allegra. Dunque con gli altri cambia?
Chiss, forse nel passaggio tra la mente e le labbra ho un filtro che cambia la luce sui fatti, e le cose angosciose mi
vengono fuori ridicole. Qualche volta!
Cosa ha fatto con i suoi primi soldi?
Con i miei primi soldi non ho comprato n vestiti, n scarpe, di cui avrei avuto molto bisogno, ma ho comprato un
foglietto di carta con sopra dei disegni e dei colori bellissimi, era Compenetrazioni iridescenti di Balla. Che emozione poter
comprare un quadro! Lo sognavo da quando passavo le giornate nei musei e nelle gallerie. Ero molto felice tenendomelo
stretto sotto il braccio. L'ho messo sulla parete di fronte alla scrivania.
Va spesso alle mostre, nei musei, che rapporto ha con la pittura?
Un rapporto carnale. Me ne innamoro.
Conosce i pittori contemporanei?
Certo. Di alcuni solo i quadri. Di altri sono anche amica. Avrei voluto incontrare tutti i pittori che amo, le loro case, le
loro abitudini.
Con Michelangelo ho conosciuto Giorgio Morandi a Bologna. stata una grande emozione. La sua casa sembrava un
racconto di Cechov. La stanza delle sorelle era stretta e lunga con due lettini uguali, con sopra due piccoli paesaggi.
Quando sono entrata nel suo studio, mi tremavano le gambe e il cuore mi scoppiava: era come entrare in un suo
quadro. Le finestre erano chiuse, forse socchiuse perch filtrava poca luce. Dal soffitto scendeva un filo elettrico con un
piatto di metallo bianco con una lampadina di bassissimo voltaggio. Appoggiato al muro, un canap senza materasso,
beige e grigio.
Un tubo, dell'acqua forse, correva all'angolo di una parete, fino al soffitto. Da sola, una sedia impagliata. In terra e
negli angoli: bottiglie e barattoli di varie dimensioni, disposti in piccoli gruppi.
Quasi al centro della stanza un tavolo tondo, piuttosto piccolo, con il piano un po' inclinato, sopra: la composizione per
una natura morta: un barattolo grigio stretto, uno pi scuro basso e largo e tre bottiglie, due bianche e una giallina o forse

grigia.
La polvere, come nuvolette condensate, era dentro le bottiglie, fino a traboccare come fosse champagne. Tutto aveva il
colore dei suoi quadri. Niente si doveva toccare. Il tempo e la polvere davano l'et e il carattere agli oggetti. La luce entrava
con prudenza.
Giorgio Morandi era calmo e sereno, i suoi occhi trasparenti, dolci, si posavano sulle persone e sulle cose con
attenzione, con rispetto. Parlava a bassa voce, forse perch stava molte ore in silenzio, per guardare e capire i misteri degli
oggetti.
Si sentiva che aveva chiara la strada tra l'intuizione e la realizzazione. Era un artista paziente che trovava senza cercare.
Siamo andati anche nella sua casa in campagna. L stava dipingendo un paesaggio bellissimo, che molto pi tardi ho
comprato.
Anche la natura morta e il paesaggio sono andati bruciati nella mia casa insieme a tutto il resto. Io li ho ancora nella
mente. Sono ancora con me.
Un'altra domanda: perch non si sposata?
Non lo so esattamente, forse per paura. Il pensiero di un nucleo familiare mi spaventa, come un racconto giallo di
quelli che ti tolgono il sonno.
Perch?
Perch qualche volta i delitti morali quotidiani, all'interno di una famiglia, sono cos violenti e incomprensibili, che
quelli che avvengono dopo, fuori, sono quasi giustificabili. Fuori te li aspetti i pericoli, i tranelli, hai pi difese. Perch
dovrebbero avere piet? La piet, qualche volta, non esiste in famiglia, perch le appartieni, perch hanno dei diritti su di
te.
Ha avuto delle depressioni?
Se parla di quel momento in cui non si hanno pi desideri ed quasi uguale vivere o morire, s, l'ho avuta. Ma, a
pensarci bene, non capisco come possibile: amo la vita, il mio amore, gli amici, le bestie, il mare, gli alberi e migliaia di
altre cose. Come ho fatto a pensare di poterne fare a meno? Ma successo. Molto tempo fa. Forse avevo deciso un'altra
volta di fermarmi.
Ma la mia poltroncina gialla era ormai diventata piccola, perch in quel momento avevo in braccio fatti pesanti,
frammenti di speranze, pensieri gonfi, che ci sarebbe voluto un carretto. Non sapevo come uscirne. Mi aiut Almachiara,
un'amica di Ronci le ho parlato di Ronci, vero? che a Milano mi ha dato amicizia e bistecche mi invit in montagna.
Ma io non sono adatta alla neve. Non so sciare. Ho sempre freddo, le scarpe diventano spugne e i piedi mi si bagnano
perch i calzini scivolano sotto il tallone. Non ho mai le scarpe adatte e mi vengono i geloni.
Dunque, Cortina era per me, solo per me, un posto impraticabile, ma in quel momento mi sono lasciata portare come
un pacco.
Durante la strada, Michelangelo si ferm pi volte perch io non ce la facevo proprio pi, ma non dalla stanchezza, ma
a vivere.
Mi ha lasciato a casa di Almachiara ed ripartito. Doveva lavorare.
Io avevo i pantaloni un po' scuciti, il golf alla rovescia, i capelli scesi e gli occhi pesti.
Non conoscevo i miei ospiti. Meglio. Cos non dovevo parlare.
Diana, amica di Almachiara, mi guard e cominci a ridere proprio di cuore, credo pensando: 'Ma come, un'attrice
famosa che dovrebbe essere sicura di s, elegante, pettinata, cotonata, si presenta cos? Uno straccio di donna peggio di
me?'
Mi guard le scarpe bagnate, la giacca vecchia, i capelli disfatti e non credeva ai suoi occhi. Ridendo, mi faceva
domande sempre pi curiose. Non si aspettava proprio un'attrice cos ridicola. La sua risata e il suo modo di guardarmi
senza compassione mi avevano sbilanciata. Mi sono vergognata un po'. Ma lei cercava solo di farmi ridere.

Io avevo fatto a tutti molta pena e cos con un calmante mi mandarono a letto. Le ho sentite ridere a lungo nell'altra
stanza. Chiss cosa credevano che fosse, un'attrice.
L'indomani andammo su, in alto: io non so sciare, ma scivolo bene in compenso, mi bagno i piedi, mi entra la neve
nelle scarpe, nel collo e mi va gi nella schiena. Non ero adatta, ma stupii cos tanto Diana che ancora oggi dopo trent'anni
mi racconta la scena e non riesce a non ridere.
Diana da allora la mia migliore amica.
Veniva con lei quando girava dei film? So che lei non viaggia quasi mai sola.
S, cos. Abbiamo fatto viaggi interminabili insieme. In treno, in macchina, in nave.
Le navi che attraversano i mari del Nord non so perch sono cos piccole. Forse solo quella che ho preso io, per andare
da Londra ad Amsterdam, per Modesty Blaise.
Noi, con una barchetta cos, non facciamo nemmeno Napoli-Capri. Ma loro, gli inglesi, grandi navigatori, possono
permettersi lussi avventurosi. Certo c'era l'aereo, o chiss quale altro mezzo modernissimo ma, data la mia paura, ho
preferito quella barca tonda, e ho sentito la morte vicina ad ogni onda. Prima di tutto: il mare l ha un colore caffellatte in
ebollizione e neanche l'odore ha, del mare.
E poi dovevano avvisarmi che sarebbe stato peggio dei primi viaggi disperati degli emigranti.
Povera Diana, sopportare le mie paure su quel battello da capitani coraggiosi, sopportarmi in quell'albergo
lussuosissimo di Amsterdam, dove, sempre per gentilezza e rispetto, mi avevano messo nell'appartamento della regina.
Scomodo il regno, gi lo sapevo, ma molto pi scomodo l'appartamento reale. Il letto reale, tutto d'oro, aveva una
spalliera enorme, mortuaria, che mi circondava come un serpente boa. Sulla mia testa, pesava un enorme quadro
fiammingo cos affumicato dall'immenso camino, da non poterne decifrare il soggetto. Suggeriva invece mostri goyeschi di
cui, durante il sonno, sentivo le urla. La cornice era gigantesca, un po' staccata dalla parete e per tutta la notte l'ho
sorvegliata, pensando che mi sarebbe caduta addosso da un momento all'altro, uccidendomi. L'indomani, il perfetto
cameriere in livrea, non avrebbe mostrato nessuna emozione nel vedermi morta, ma si sarebbe preoccupato soltanto della
regale cornice.
Ho ragione a diffidare dei viaggi.
Amsterdam bellissima e pericolosa.
Ho avuto la gioia di vedere uno dei pi bei musei del mondo, che ho ancora nella mente. Ma l'appartamento della
regina va rinnovato!
Ma proprio vero che perde tutto? Anche cose importanti, preziose? E che qualche volta dimentica gli appuntamenti, i
nomi, i luoghi?
vero. Perdo e dimentico, ma non tutto. Forse soltanto quello che non mi essenziale, vitale, che voglio perdermi per
strada. Non dimentico certo i sentimenti, le persone che amo, uno sguardo o il mio personaggio in scena, le sue battute.
Nella vita, qualcosa posso nasconderla nel tempo, se non perfetta, per farla maturare. E ritrovarla risolta. la mia
difesa. Viviamo anche di cose superflue, di parole inutili, di gesti meccanici. Perci, se ne perdo un po', non gravissimo.
Ma se riuscissi anche a dimenticare o a sostituire qualcosa che mi fa male, non mi dispiacerebbe.
Dunque lei spietatamente sincera?
S, per non perdere tempo. Bisogna sfoltire. Vorrei diminuire anche le parole. Sto facendo una selezione severa: non
dir pi 'buon giorno' se non veramente un buon giorno. Non dir 'ciao, cara' se non cara, 'mi piace' se non mi piace e
's' se penso no.
Insieme al resto, vorrei anche dimenticare il superfluo e tenermi il necessario. Per avere pi tempo a disposizione. Il
telefono suoner di meno e io vivr di pi. O no?
La giornalista ride di cuore, rimettendo il blocco degli appunti, e il resto, nella borsa.

finita l'intervista?
S.
Bene... cio... sono disorientata, non so perch. Gi mi vengono i dubbi. Sicuramente ho dimenticato di dirle
l'essenziale. Forse dovevo mentire. Farla un po' ridere.
Mi ha anche fatto ridere.
Speriamo nei momenti giusti. Io, invece, non so se mi sono divertita.
Io s.
Ne sono felice...
L'avvertir quando uscir.
Come al solito: leggendo, sar sicura di non aver mai detto quello che lei scriver. Forse queste sono cose che mi piace
raccontare, ma non leggere.
Bene, la ringrazio e la saluto.
gi in piedi.
Aspetti, sono molto a disagio, non so perch. Vorrei trattenerla. Non mi ha fatto pi domande e io ho parlato troppo.
Proprio quello che non volevo. Ho paura che domani sera confonder queste parole con quelle del testo che devo
recitare...
Ma lei ha gi preso tutta la sua roba ed impaziente. Mi guarda come se io fossi qualcuno di cui sbarazzarsi in fretta.
Se torner domani le racconter un'altra storia, pi divertente, pi...
Domani non posso. Per se ha ancora qualcosa da dirmi lo scriva e me lo mandi al giornale. La ringrazio e la saluto.
Aspetti.
gi di spalle, verso l'uscita.
Arrivederci, le dico ad alta voce, ma lei ha spinto le due porte in fondo alla platea, che sbattono ancora un po'.
Come diverso il suo modo di andare via! sicura, soddisfatta. E io smarrita.
E tutto quello che mi rimasto da dirle? Dove lo butto?
La raggiungo che sta attraversando l'ingresso, vicina alla biglietteria.
Scusi, ancora un attimo: le ho mentito.
Non importa.
Come non importa, cos lei non sa niente di vero.
So tutto quello che volevo sapere, altrimenti sarei rimasta.
Si sbaglia, non le interessa conoscere cose che non ho mai detto a nessuno?
Stia tranquilla...
Sembra un dottore che non vuol dire al malato un'orrenda verit. falsamente rassicurante.
gi di spalle, cammina con passo deciso. La vedo andar via con la sua scatola piena di parole mie. Che cosa ne far?
Non si gira a salutarmi, e sparisce nel buio.

Sento ancora il suono della mia voce. Ho parlato troppo. Troppo.


Domani le telefoner.
Provo una gran vergogna, non so se verso di lei, o verso di me e i miei fatti.
Ho sbagliato, dovevo mentire.
Mi hanno detto che ci sono delle tecniche per piacere, anche nelle interviste: il modo di guardare, di ascoltare, fingere
un grande interesse con gli occhi attenti, la testa leggermente piegata, come per seguire meglio e non perdere nemmeno le
sfumature del tono di una domanda. Forse come fanno le donne per adescare? Bisogna sorridere, mostrare, nascondere,
spogliarsi piano, lasciando cadere inavvertitamente un segreto? Stupirsi di essere nudi davanti a chi ascolta, incantarlo, far
finta di innamorarsene, di non poter fare a meno di lui e scappare quando stordito?
Forse lo farei anche bene, no, sono negata per questi meccanismi sulle parole. La verit mi incuriosisce pi delle bugie.
Anche in certi momenti, io non spengo le luci, non metto la musica. che a me piace ridere, anche l, farlo come un
gioco, perch diverso da tutto il resto della vita. uno spazio di libert.
Domani sera ho la prima, non posso pensare ad altro. Che fortuna, tra poco avr un'altra storia.
Io e quello che mi porto dietro, per due ore non esisteremo pi.

Fuori dal gioco

Lo spettacolo andato bene, li ho fatti ridere fino alle lacrime. Ne avevamo bisogno, io e loro.
Ho un ricordo confuso di quello che successo il giorno prima dello spettacolo con la giornalista. Forse si divertita a
guardarmi in faccia, a vedere che mi diventavano gli occhi lucidi, che avevo paura.
S, ho avuto paura che la mia voce raccontasse pi di quello che volevo dire. Lei mi guardava cercando sulla mia bocca,
tra le mie mani, quello che avevo nascosto. Mentre parlavo sorvegliava anche i miei piedi, i capelli. Tutto mi tradiva.
Si portata via anche un singhiozzo. Forse, molto di pi. Mi ha costretto a ricordare.
scappata con il malloppo.
Le far una lunga telefonata e le confonder le idee.
Uno, nessuno, centomila... magari! Pirandello, lascia sempre una porta socchiusa, per scappare. Lui d la possibilit
dell'alternativa. quella che sto cercando.
E se continuassi a ricordare, da sola? Di fronte alla sedia che rimasta vuota?
Sono abituata a parlare al buio di una platea, ma ora spengo le luci di servizio e vado a casa.

Sono a casa.
Ora bisogna affrontare la vita.
Il riposo finito.
Ci sono fatiche bellissime, sudori benedetti, basta evitare le decisioni e i fatti quotidiani.
Ma non si pu.
E io apro la finestra.
La piazza vuota. La chiesa quasi tutta incartata per i lavori di restauro.
Un pezzo di plastica sbatte al vento, come una vela.
Il campanile vorrebbe prendere il largo. Ed io con lui. Non riesco a dormire.
Il silenzio notturno mi fa prendere decisioni che rinnego all'alba. I pensieri si rincorrono, come se uno solo dovesse
arrivare al traguardo.
Il teatro stata la mia alternativa. Ma io vorrei un'alternativa per quasi tutto. Ma quante ne abbiamo a disposizione?
Perch una sola una trappola.
Dunque, io desidererei almeno tre alternative, che, per, diventerebbero tre prigioni.
Allora, escludendo le alternative, ritorna un'unica possibilit, per la quale deve nascere una complicit, un sentimento. E
l mi sento bene.
Un sentimento, me lo tengo al collo come una sciarpetta. Per non avere freddo, per non tremare.
Ma bisogna avere le idee ben chiare. Anche l?

Forse il racconto di una vita dovrebbe essere corredato da disegni, fotografie, un biglietto di un treno, una lettera
d'amore, una di addio. Un pacchetto con un oggetto che ci ha accompagnato per tanto tempo, che racconta, un paio di
scarpe.
Che giri fa la mente prima di permettersi di riposare. Forse, perch non riposa dormendo, anzi, aumenta la sua fantasia:
crea problemi e li risolve, fa fare incontri impossibili. Fa anche volare.
Sono pensieri mescolati alla stanchezza, al sonno che arrivato, confondendo tutto...
Ed eccomi qua ad occhi aperti.

Mi ha svegliata un incubo.
Sto vagando da una stanza all'altra. Di notte, le case cambiano: il silenzio.
Le mie gambe, che mi conoscono bene, mi hanno portato in cucina. Ho aperto gli sportelli del frigo: un gran calore mi
salito al cuore, dolcemente. Sento scendere la pressione e aumentare la fame.
Ho divorato un barattolo di bab al rhum: 800 grammi di bab sgocciolato, dice la targhetta. Ma non dice: Sono qui
per te, per distrarti, per farti pensare solo al momento in cui sentirai questo profumo e rallenterai la masticazione, per farlo
durare di pi.
Guardate attentamente una donna che mangia molto, una golosa: ha l'occhio perso, come me, il corpo abbandonato, gira
in casa senza motivo, fino ad entrare in cucina. Lascia sempre la porta socchiusa, per avere la possibilit di scappare in un
momento di coraggio, invece apre il frigo con determinazione e guarda dentro. Lui non emana gelo, ma calore e
comprensione come un amico. Anch'io lo guardo, in tutti i suoi ripiani, come gironi dell'inferno.
la mia vendetta, non so contro chi.
Agisco con freddezza: i gesti sono sicuri, scelgo le cose pi succulente, dove ci sono grassi, zuccheri, tutto quello che
pu essere nocivo, velenoso, che fa sicuramente male. Che fa ingrassare di vergogna.
di quella roba l, che vado matta. Pi dannosa, pericolosa, pi ne mangio: con gli occhi socchiusi, sopita, sognando.
Se suona il telefono, faccio finta di non sentire: ho un'altra musica nelle orecchie.
La cosa che mi invoglia la voce di dentro, che mi ripete: Lo sai che non dovresti: non solo ti fa male, ma ingrasserai,
lui ti guarder scuotendo la testa. Lui che magro, che non ha tentazioni, a cui lo stomaco non canta come una sirena:
'Ancora un po''.
Con il cibo le donne tradiscono, si ribellano, si avvelenano, dimenticano.
Ora andr a letto, lo zucchero mi far dormire come un bambino dopo che ha succhiato il latte della mamma.

E invece no. Ho dormito come un marinaio abbandonato su una zattera, che si sveglia ad ogni onda.
Ma ora devo di nuovo pensare a che cosa si mangia a mezzogiorno e stasera: riso o pasta? Con il sugo o no? Carne o
pesce?
L'idraulico passa da un bagno all'altro come un medico in varie camere operatorie: anche l devo decidere un sacco di
cose. La tendina si strappata, chi la deve aggiustare? Questa potrebbe essere una buona scusa: mi metto l a cucire e
lascio decidere il resto agli altri.
Intanto da Parigi continuano a chiamare al telefono. vero, mi aspettano per il mio ultimo film Scandalo segreto.
Ah, gi, ho fatto anche dei film. E a loro sembrano degni di una mostra. Sono molto grata, ma questa mattina vorrei
scappare.
Devo rispondere subito alle domande per un articolo che uscir domani. Ma io, in questo momento, non sono in grado

di rispondere a niente. Ora mi siedo sulla mia poltroncina e buonanotte a tutti!


Intanto il prete, se Dio vuole, ha benedetto anche la cucina. Traccheggia. Resterebbe volentieri a fare due chiacchiere,
ma c' troppo caos.
Gli sorrido: Qui parlare faticoso, sa... concentrarsi in preghiera... mi piacerebbe, ma...
Va via. Torno al balcone per qualche attimo, per fermare tutto, sempre cos alto. Guardo gi per vedere se l'altezza
cambia con il tempo, con gli avvenimenti, con le esigenze. Non so se voglio che diventi un primo piano, una portineria o
l'attico di un grattacielo. Mi affaccio, perch una boccata d'aria, forse, mi far capire.
Il mio avvocato mi chiede con insistenza la risposta per un film in America, buoni attori, buon regista, ma troppo
lontano per me. E se poi a New York mi sentissi soffocare? Meglio piazza del Popolo.
Pagamenti urgenti. Non spiacevole, perch spero che cos mi lascino in pace, per permettermi il lusso di scrivere un
po' su questi fogli.
Adesso mi chiudo in bagno e mi siedo per terra a scrivere. No, mi appoggio sul coperchio della tazza. Qui sar forse
tranquilla per un po'. Ma gi squilla il telefono e bussano: devo dare una risposta subito: s o no? Vogliono sapere. Devo
lavorare, organizzare, rispondere.
S o no? S o no?
Sembra facile, ma non ci sono solo il s e il no.
E tutte le altre possibilit? Le urgenze sono come un sugo sul fuoco che si brucia, o un arrosto. Anche quelli sono fatti
miei.
Una casa esigente con una donna, ed io come tutte le altre donne ho responsabilit e doveri. E allora? un gran lusso
scrivere! Io non posso permettermelo.
Cerco di rimandare: Di' che non rispondo dal bagno, che non sento perch ho la testa sott'acqua, nella vasca. Sono
un'attrice, posso essere bizzarra, forse ci crederanno. In questo momento non vorrei rispondere a niente.
Vi prego, per un po', solo per un po', niente pi scelte, domande, decisioni, responsabilit, cattive notizie.
A volte sono proprio le cose banali, quotidiane a portarti via la maggior parte della vita. Quei bei cartelli su alcune porte:
PRIVATO. Lo metto anch'io. Servir?
E se scappassi?
Ora esco piano piano e facendo finta di andare in un'altra stanza... vado via. Lascio sdraiate sulla scrivania tutte le
decisioni. Sono soldati, battono i tacchi in procinto di cominciare una marcia.
Vado via in punta di piedi, ecco, sto toccando la porta di casa... ma al telefono ripetono: Sta arrivando. Io sono gi
per le scale, quasi libera.
Sono per la strada, ma non posso camminare. Mi hanno gi fermata. Riconosciuta. Tre ragazzi mi circondano. Mi
nascondo in un portone, seduta su un gradino di marmo. Qui, per un po' star tranquilla.
Ci dovrebbe essere per ognuno di noi un luogo segreto dove rifugiarsi.
Signora, ma che cosa fa l seduta?
Un inquilino gentile aspetta una risposta.
Mi sto allacciando una scarpa.
Gli occhi di chi mi parla sono corsi ai miei piedi, prima di me. Non ho lacci. Mi guarda con un po' di piet. gentile:
Buona giornata, e si allontana sicuro, beato lui.
Ora cammino con passo deciso, come se sapessi dove andare. Ma ho la sensazione di saltare come una palla. Sono in
aria. Non piacevole. Vorrei fermarmi. Chi pu aiutarmi? Ci vuole qualcuno che stia bene, ma veramente bene. Dove lo

trovo?
Io sono pronta a fare una corsa, un tuffo, a saltare un ostacolo.
Mi sembra di essere giusto in tempo, ma l'orologio preciso? Lui non ha pause, sospensioni, respiri, sospiri, singhiozzi?
L'orologio non ha pensieri. Beato lui!
Mi guardo intorno e non so dove sono.
E la gente? Quella che mi ha tanto aiutato, applaudito, sorriso, abbracciato? E le strette di mani riconoscenti per una
risata, una lacrima? Improvvisamente spariti. Vi far ancora ridere, promesso.
Se dico loro la verit, se scoprono che non rido tutto il giorno, mi voltano le spalle. Loro, giustamente, vogliono una
persona senza dubbi, senza vacillamenti. Hanno ragione, la cerco anch'io.
Se mi vedessero in questo momento non riderebbero pi. Peccato. Non vogliono consolare, vogliono essere consolati.
Allora siamo pari.
Ma gli altri sono sicuri o sembrano sicuri?
Forse, quello che aiuta, l'apparenza della sicurezza e non la sicurezza dichiarata troppo apertamente. Se no, si ha paura
della truffa.
Siamo circondati di parole: televisione, piazze, salotti, congressi, uffici. Parlano tutti e scappano via prima delle risposte.
Arrivano, urlano e se ne vanno.
Certo un modo per continuare, per salvarsi. Resti con la tua domanda e non riapri tutto con la risposta. Ma cos
aumentano le domande. Si moltiplicano come bestioni, senza curarsi delle altre bestie: le risposte, che se ne sono andate via
in un bel campo di grano alto. Si sono nascoste in basso, strisciando sul terreno. Come le ritrovi? Ormai tra un po' sar buio
e chi s' visto s' visto.
Il buio pieno per conto suo, orgoglioso e sapiente. Non ha bisogno di nessuno. Si racconta da solo le sue storie, e
non vuole risposte. Non ha paura, lui. I finali te li lascia immaginare. Se no, sarebbe troppo facile.
giusto chiedere aiuto, scoprirsi fino in fondo? O meglio lasciare che l'immagine che si sono fatti di te diventi pi
forte, vada avanti da sola, tra le loro mani?
Io credo che non vogliano essere controllati o contraddetti. Allora io non parlo pi. Non mi faccio pi vedere. Perch se
mi scende una lacrima, addio!
Ora ritorno a casa e faccio finta di niente. Penseranno di essersi sbagliati. Io andr sicura in cucina, per fare un
bell'arrosto con le patatine.
E le decisioni urgenti? Sono rimaste l? Non passato nessuno a ritirarle? Sono implacabili: Decidere subito!
Ma cosa sono tutte queste cose che aspettano le decisioni, come uccellini affamati? Se mi fermassi ancora una volta sulla
poltroncina? Mi porterebbero via con tutta la poltroncina.
Le decisioni le puoi prendere, anche sulla poltroncina! Mi sembra di sentire la voce di mia madre.
I problemi, piccoli e grandi, continuano a bussare alla porta, il telefono martella come una mitragliatrice.
Ma come, il mio mestiere, che la mia conquista, la mia libert, il mio sogno, ora non mi consente un'altra libert?
Quante libert abbiamo a disposizione? Quante se ne devono conquistare, quante difendere e mantenere? Quante me ne
sono concesse?
Qui comandano i tubi dell'acqua. Ma perch si rompono tutti a casa mia i tubi? Si rompono perch qualcuno si occupi di
loro? Cos arriva il medico-idraulico e li cura? Allora hanno ragione i tubi.
La mia domestica ha dei problemi e viene quando pu, io non voglio gente nuova e faccio ci che lei non arriva a fare.
Ma lo faccio male, pensando ad altro. Preferisco, in questo momento, pensare a questi fogli e al mio lavoro. E cos, mentre
lavo i piatti, senza accorgermene, mi sfuggono di mano. S, mi cadono dolcemente, come per aiutarmi. Sono piatti,

bicchieri, tutto quello che devo lavare.


Ora io vi domando: dal momento che, vista da fuori, io sono una privilegiata, ed vero, godo di agi e di vantaggi, allora
perch a volte vivo cos male? Colpa mia. S. Credo proprio di s.
Allora presentatemi una persona sempre tranquilla, equilibrata, sicura di s e io andr a scuola da lei. Se fosse bruno,
alto e magro, sarebbe meglio. Lo ascolterei con pi attenzione. Cercando di distrarlo. Per interessarlo, gli parlerei di lui. E
finalmente i miei fatti se ne andrebbero al mare. I fatti bagnati sono pi pesanti, ma pi puliti.
Nel mio lavoro ho fatto ridere tanto e ancora non ho imparato a ridere quando scrivo? Cosa mi succede?
E perch, scrivendo, sono pi libera e viene fuori la mia vera identit? O perch non ho spettatori?
Se per i miei amici io sono fonte di allegria, di umorismo, perch da sola non cos? Perch scrivendo non sono
esibizionista? Perch non mi lascio andare anche alla parte pi leggera, pi estroversa di me?
Ma cosa vuol dire estroversa? Semplicemente che si butta fuori tutto quello che si ha dentro? O che, avendo paura di
tenersi i propri fatti, si scaricano sul primo che capita?
Devo ricordarmi che sono io il comico. Per fortuna!
Ma si diventa comici per reazione? Per combattere una naturale tendenza alla disperazione? O semplicemente si
comici?
Eduardo era irresistibile nel rendere grottesco un dramma e drammatica una risata.
Per sopravvivere si comincia a ridere, poi a far ridere e, appena si resta soli, sono guai.
Tutti i grandi attori comici che ho conosciuto erano consapevolmente tristi.
A dire la verit, io faccio ridere nella vita, nei miei film, quando piango, quando voglio buttarmi dalla finestra.
Insomma: sono pi credibile come attrice che come persona? Cio molti hanno scelto la prima.
Li capisco. La sceglierei anch'io, se non avessi un'altra con cui combattere. Se non dovessi trattenerla sulla ringhiera.
straordinario guardare l'espressione tranquilla e sorridente di un'amica a cui racconto in lacrime un mio problema.
Forse lo spettacolo ha corrotto la mia verit.
Mi guardano e ridono. Oppure, piangono con me e poi dimenticano. E gli resta solo il momento in cui li ho fatti ridere.
Non la storia del pagliaccio, ma solo una grande confusione di identit. Per gli altri, non per me.
O anche per me?
Mi converrebbe la confusione di identit, sarebbe una risposta semplice e tranquillizzante.
Quando si scrive e si al bivio in cui bisogna scegliere la realt o la deformazione della realt, io scelgo la seconda.
Cio: sceglierei la seconda, perch fa parte del mio mestiere. Invece mi ingolfo nella limitata realt. Forse, il limite di
questo racconto che vero.
E se invece io avessi mentito? L'avrei fatto per sembrare peggiore di quella che sono o per divertirmi un po'? Non ho
mentito. Anzi: io sono l'ultima che possa dirvi se ho mentito o no. Perch, qualche volta, quando comincio a raccontare
una cosa vera, lei va avanti da sola. Forse perch la mia verit cos intima, cos nascosta dentro le pieghe della mia testa,
che non la riconosco mai.
Vi prego, ormai siamo quasi parenti. Voi sapete di me cose che non ho mai detto e che non dovevo dire nemmeno ora.
Stabiliamo da subito una complicit. Se non facciamo finta che eravamo d'accordo, io strappo tutto. Sarebbe un peccato,
qualche risatina forse potrei ottenerla.
Ma sono i fatti miei che potranno interessare, o io? Perch c' una differenza. Io potrei stare con voi senza fatti. Ma voi
sicuramente preferite i fatti da soli. O no? Altrimenti c' il pericolo che le parole vadano per conto loro e i fatti da un'altra

parte. Che le immagini si sovrappongano, si sdoppino, si cancellino. E perdi la tua storia.


Ho cambiato anche nome, faccio una professione che era considerata ai limiti del lecito, una fortuna che non
butteranno i miei resti al di l delle mura, ma scrivere poi, troppo. Ho gi scritto soggetti, sceneggiature... Non basta! Mi
sto montando la testa. Non so se mi sar permesso.

Sto cercando di mettere ordine sulla mia scrivania. Come faceva mia madre con i suoi cassetti.
Anche qui ci sono cose intime. Forse pi delle mutande. Vorrei sedermi ad aspettare. Non pigrizia.
Ho lavorato sempre, tutta la vita, sono stata severa con me stessa, onesta con gli altri, ho fatto tanto ridere, che il mio
orgoglio. Avr commesso degli errori. Ma oggi, a quest'ora, dove ho sbagliato e con chi? Perch sono cos stanca da non
farcela ad andare avanti?
Perch mi sembra che battere la testa al muro sia l'unica soluzione? solo colpa mia? Non chiedo risposte. Ma ci
sarebbe un ufficio risposte? Non c'. Sarebbe estremamente utile, per tanta gente. Non che siano necessarie risposte
appropriate e precise. Basta il tono, uno sguardo dolce, un leggero sorriso e uno apre con facilit anche il portone e torna a
casa tranquillo.
Perch, quando la chiave del portone non entra o non gira, un segno preciso. Bisogna forse tornare indietro:
ripercorrere la strada verso casa, con passo sicuro, con gi le chiavi in mano e tutto va liscio. E ci si sente contenti che
almeno questo andato bene. Oppure scappare. Non entrare pi nel portone. In quel portone. Mai pi.
Il falegname mi chiede se lo sguincio della finestra va bene cos o cos. bella la parola sguincio, come scivolare. Io
sguincerei volentieri. Cerco di delegare qualcuno, ma la risposta : Smetti di scrivere e fai qualcosa di utile! Come non
era utile quando, da piccola, avevo scritto delle poesie. Bruciate nell'incendio della mia casa. Chiss com'erano?
Ho sempre sognato una casa mia. Dopo tante stanze d'albergo, nelle lunghe tourne, era giusto che io avessi finalmente
una casa per la vecchiaia. Quale casa? Quale vecchiaia? Come sar la mia vecchiaia?
Mi sono truccata tante volte da vecchia, in teatro. Mi venivano bene le rughe, gli occhi tristi un po' liquidi che
guardavano indietro nel tempo. Lontano. Lontano da dove? diceva un mio amico.
Per sapere che si veramente lontani da qualcosa o da qualcuno bisogna avere riferimenti precisi: qual la direzione
che ci interessa? Il luogo del quale non possiamo fare a meno, o che vogliamo dimenticare?
Fare una tourne di teatro confonde talmente le idee che si ha l'impressione di girare intorno. E ci si domanda: Ma qui
non ci sono gi stato?
La prima tourne stata con la Mandragola, appena uscita dall'Accademia d'Arte Drammatica. Con Sergio Tofano,
straordinario maestro, geniale, surreale, con il suo cane troppo lungo, ma pi vero di uno vero.
Le tourne! Le stanze degli alberghi, che disagio! Anche le pi eleganti, che ho conosciuto molto pi tardi, hanno
sempre avuto un'aria cos provvisoria. I vasi di fiori sembrano prestati, in attesa che qualcuno se li venga a riprendere. I
tappeti, presi da ci che rimane di un'asta fallita. Eppure mi sono sempre piaciute. Tutto quello che provvisorio mi
tranquillizza.
Quanti alberghi. Quante pensioni.
La pensione di Milano era piena di storie, era frequentata da gente di teatro e da indossatrici. Nella stanza di fronte alla
mia c'erano due anziani attori, dolci, innamorati, sereni. Si vedeva dai loro occhi quando aprivano la porta al mattino: non
erano facce da incubo come la mia, avevano dormito in pace, si erano addormentati ridendo e avevano fatto bei sogni. Lui
credo fosse omosessuale. Forse per questo era cos dolce e comprensivo. Ho saputo, molti anni dopo, che si sono uccisi
insieme: non si pu giurare su niente. Nella stanza in fondo c'era una donna, sicuramente ricca, si capiva dal taglio di
capelli. Aveva un passo deciso, un profumo leggero, dei grandi golf di cachemire che, all'epoca, penso costassero come
una pelliccia. Era sempre sola e non usciva mai. Faceva solo brevi telefonate a bassa voce in corridoio.
Mi sono accorta, con il passare dei mesi, che era incinta. Si era nascosta l. Forse suo marito o la sua ricca famiglia
abitavano poche strade pi in l. In piazza San Babila. Avr detto che era in viaggio intorno al mondo e dopo la nascita del
bambino avrebbe sistemato tutto.

Abbiamo fatto amicizia, ma non parlavamo mai dei fatti nostri, ma solo di un posto, di un libro, di come si mangiava
alla pensione.
A proposito di mangiare: io arrivavo in cucina verso l'una. S, mi alzavo tardi perch cos consumavo poco, potevo
leggere, studiare e non sentivo gli odori dei cibi.
Facevo un'abbondante prima colazione, compresa nel prezzo, e cos potevo arrivare tranquilla all'ora in cui le
mannequin pranzavano. Con loro non avevo nemmeno la gioia degli odori e dei colori dei cibi. Quelle bellezze
mangiavano solo enormi insalate e ciliegie. Che spreco! Corpi perfetti, ma gioie poche.
C'era un bar all'inizio di via Montenapoleone, credo ci sia ancora. Faceva dei toast giganteschi, sembravano pop-art.
Anche perch io passavo dalle mostre di quadri ai sandwich con facilit. In quel bar il toast, di per s, era gi vario, pieno e
fornito, ma quando il cameriere me lo preparava mi guardava per sapere in che momento doveva fermarsi con il cetriolino
e l'oliva. Io restavo ferma senza fare un cenno, non una parola. Lo fissavo teneramente, non mollavo i suoi occhi, o
almeno, li mollavo solo per indicare con un colpo di palpebra, cosa, potendo, mi sarebbe piaciuto tra una fetta di pane e
l'altra. Era un gioco di fantasia, come scegliere dei fiori, un vestito. In silenzio, sorridendo, lui continuava a riempire, poi io
abbassavo gli occhi dalla vergogna e lui diceva: Pronto! Altro che Chez Maxime! Che classe quel cameriere!
Ci sono stata tanti anni dopo con il mio grande amico Luis Buuel, da Chez Maxime. Luogo piacevole perch calmo.
Parlavano tutti sottovoce, come in un confessionale. Anche il cameriere sembrava un prete. Si chinava verso il cliente,
come per dire: Dimmi, figliolo, con cosa pensi di peccare?
La mia risposta sarebbe stata: Esageri pure.
Buuel mi voleva per una piccola parte ne Il fantasma della libert. La paura del viaggio, come al solito, mi fece dire di
no.
Ma, dopo averla girata con due attrici famose e aver buttato tutto, Don Luis mi ritelefon dicendo: Ho bisogno di lei,
mi serve il suo modo curioso ed erotico di guardare le cose, di toccarle.
Gli confessai che era anche merito, o colpa, del mio fortissimo astigmatismo, ma lui fu cos gentile da insistere perch io
andassi. Con il cuore in gola lo raggiunsi a Parigi.
Ci sono incontri che restano nitidi. Ricordo il suo tono di voce, il modo di guardare le cose, la gente. Mi ha parlato del
suo lavoro. Del rapporto e dell'importanza di un oggetto. In tutti i suoi film usava alcuni mobili ed oggetti chiave. Sempre
gli stessi. Gli chiesi: Perch?
La borghesia uguale ovunque, stesse abitudini, stessi linguaggi, stessi oggetti.
Un artista racconta una storia, un ambiente, una societ, anche scegliendo una sedia al posto di un'altra.
Forse avrebbe usato volentieri per il salotto dei suoi personaggi una poltrona capitonn dell'Orient Express. A me
piacerebbe averne una in camera da letto.

Per andare a Milano a lavorare, agli inizi della mia carriera, prendevo quei treni lenti che costano meno, ma in cui si pu
mettere la testa fuori dal finestrino, anche quando corre. Era piacevole sentire il vento in faccia, ma qualcosa mi entr in un
occhio. Stavo per perderlo quell'occhio. Mi hanno curata bene, a Milano.
Dunque allora: facevo teatro e, levandomi la benda per entrare in scena, rischiavo la vita perch, vedendo gi molto
poco con due occhi, si pu facilmente immaginare la difficolt di camminare spigliatamente su un palcoscenico con un
occhio solo che funzionava.
Io porto gli occhiali da sempre, ma mai in scena. Lo smarrimento che ne segue mi molto servito nei film di
Michelangelo.
Senza rete fu il secondo spettacolo in teatro dopo l'Accademia, a Milano. Uno spettacolo raffinato, intellettuale, nel
quale dovevo attraversare il palcoscenico con passo deciso, felpato e sexy.
Tutto bene: ottenevo applausi e risate, ma c'era lo spacco sulla gonna verde di raso. Era troppo alto per i miei gusti.
Chiesi a Bonucci, regista d'avanguardia, se potevo cucirlo, almeno un po', ma non mi fu concesso. Io avrei voluto fare

Shakespeare, Miller, Brecht e quello spacco mi deprimeva. Anche se sono di coscia lunga.
Dopo l'Accademia, avrei voluto cominciare almeno con Nina ne Il gabbiano e non come battona con lo spacco.
Facevo ridere molto, anche se era uno spettacolo intellettuale. Bonucci era laureato in filosofia, ma lo spacco lo riteneva
necessario al racconto. Io no. Cos ogni sera, prima di entrare in scena, dietro le quinte, lo cucivo un po' e il regista, ogni
sera, giustamente, mi metteva sull'ordine del giorno cinquemila lire di multa, che erano esattamente... o pressappoco,
quello che guadagnavo.
Non so quanto ho resistito. La fame, forse, mi ha fatto scucire qualche punto.
Scoprire di far ridere stato come scoprire di essere la figlia del re. Almeno per me e mi ha gonfiato il cuore di gioia.
Dunque, non solo potevo far piangere, ma potevo anche far ridere. Avrei perci avuto dei compagni, degli amici in platea,
qualcuno che mi avrebbe seguito nella mia lunga strada da Ifigenia in Aulide a La strana coppia con Rossella Falk nel
1986, tre anni di repliche, durante le quali, a volte, dovevamo fermarci per aspettare che gli spettatori finissero di ridere.
Io ho bisogno di sentire ridere, di raccontare storie, di stare in compagnia.
Torniamo al cibo, che era quello che sognavo, insieme alla gloria.
All'Olimpico di Vicenza, uno dei pi bei teatri del mondo, interpretavo Ofelia, nell'Amleto di Bacchelli. Fu un successo e
mi fece incontrare Ronci e Livio Zeller, due giovani sposi lei aspettava un bambino come si pu aspettare la vita mi
vennero a vedere a teatro, si congratularono con me e mi portarono a mangiare: forse lo avevano capito dagli occhi. Ho
sempre gli occhi un po' socchiusi per l'astigmatismo e per una fame congenita.
Parlavano e agivano come gli eroi di un bel romanzo. Ebrei, avevano subto il lager e la fame, divisi dalle loro famiglie.
Erano finalmente felici di essere vivi e di aspettare un figlio.
Insieme a Diana, Ronci e Livio sono ancora oggi i miei pi cari amici. La loro casa il mio porto. Avevano una barca,
cio uno yacht, e volevano che passassi con loro qualche giorno. Io avevo appena conosciuto Michelangelo al doppiaggio
d e Il grido, dove serviva una voce roca, consumata dal freddo e dal vento, per il ruolo della benzinaia. E poi aveva
bisogno del grido ed il mio era perfetto come grido disperato di chi si uccide. Era l'ideale, finalmente, la mia voce.
Michelangelo mi aveva vista a teatro, diceva che ero moderna, vera. Ne ero felice. Era il 1957.
Ronci e Livio vennero a Roma a prenderci. Avevano invitato anche Michelangelo.
Quando arrivarono a casa mia, mi trovarono chiusa nella poltroncina. Non volevo muovermi. Avevo paura del mare,
della barca, di qualcosa che non conoscevo. Il lusso ha i suoi rischi. Eppoi, io non posso mai partire se non per tornare a
casa. Come se fossi sempre a Messina, su quella terrazza e qualcuno mi costringesse ad andare in un altro posto.
Ho detto loro semplicemente che avevo paura di tutto e che volevo restare sola a casa, anche se era agosto.
Livio mi parlava dei colori delle isole che avremmo visto, mentre Ronci metteva in una valigetta una maglia, un costume
e dei pantaloni.
Sapevano gi che io non posso fare la valigia, che io non posso chiudere la porta di casa, anche se in casa, come in quel
momento, non c' nessuno che resta e nessuno che mi aspetta.
Avevo paura del lusso e di una vita con ritmi sconosciuti. E poi, come ci si sdraia su uno yacht, senza scivolare in mare
o nel fondo della barca? E come si fa a stare soli, se non nel piccolissimo WC, che di solito non ti consente nemmeno di
levarti i pantaloni?
La barca si muove, dunque, se sollevi un piede, cadi in terra. Ho sempre considerato il lusso un rischio.
Sono rimasta seduta sul mio letto, senza scarpe e con la voglia di piangere. E non era un abbandono. Volevano solo
portarmi in un'isola meravigliosa su una comoda barca.
Io vedevo le mie squallide pareti, il lume che dondolava e il mio lettino bellissimi, come l'Hermitage.
Scesi ad un compromesso, vergognandomi di far loro perdere il tempo della vacanza: li avrei accompagnati al portone e
basta.

Mi fecero salire sulla macchina per farmi vedere come andava forte e mi portarono in un bel porto, su una barca che
ballonzolava.
Il lusso anche scomodo. Dissi che non avrei mai fatto il bagno, n messo il costume, perch al sole mi copro di eritemi
giganteschi, mi macchio di lentiggini e mi viene la febbre.
Quando salpa una barca, piccola o grande che sia, o una gran gioia, perch si va verso l'avventura, o l'esilio. Per me
era un tranello, ero sicura che mi avrebbero mollata su uno scoglio.
Fu, forse, la pi bella vacanza della mia vita.
Appena fuori, con un mare blu cobalto, Livio si fermato e si tuffato. Che bravi i ricchi, pensavo, non hanno paura,
non si bruciano al sole, si tuffano in mare come io faccio il bagno nella vasca. Come un gesto quotidiano, innocuo. Non
sapevo dove mettere i piedi, sbattevano ovunque. Ero piena di lividi e scivolavo appena osavo un gesto naturale.
Arrivammo, credo, a Ventotene: era allora un'isoletta disabitata, circondata dal vento, che veniva fuori da ogni angolo,
come se fosse la terra, a scatenarlo.
I colori e i profumi mi stordivano. Ero felice. Ero grata ai miei amici.
Michelangelo mi faceva molte domande ed io mi divertivo a rispondere. Capivo di stupirlo. Era incuriosito da quello che
facevo e dicevo.
Forse venivo guardata con tanta attenzione per la prima volta.
Fortunatamente nella mia paura e nello smarrimento in cui vivo ancora, c' sempre stato, per gli altri, qualcosa di
irresistibilmente comico. Con i miei drammi, ho fatto sempre ridere. un bel risultato.
Mi sentivo cos forte che mi sono tuffata e ho nuotato anche dove non vedevo il fondo. Non mi succede mai. Siamo
scesi a Ventotene, io, con la forza degli sguardi di Michelangelo, mi sono inoltrata nell'isola. Un po', non tanto. I lievi
rumori, di cui non sapevo l'origine, i piani diversi, le luci che filtravano mi mettevano una grande euforia.
E la mia paura? Paura del silenzio, del rumore, del buio, della luce, delle ombre, di un muro troppo liscio? L era tutto
sparito, c'era qualcosa di amico, di conosciuto, anche i profumi.
Sono andata avanti sui rami e le foglie, poi mi sono girata ed ero sola. Solissima. Io di solito non posso stare sola,
nemmeno nella stanza accanto a qualcuno che discute. Mi sono fermata. Non sentivo pi il mare e le voci.
Ho aspettato qualche minuto, poi ho cercato di tornare indietro. stato difficile, non sapevo dov'ero. Ho chiamato,
nessuna risposta.
Ho deciso di andare dritta davanti a me, senza voltarmi mai, sarei per forza dovuta arrivare al mare. Ci sono riuscita. Ho
visto la barca. Ronci, Livio e Michelangelo. Mi sono persa, scusatemi.
La barca ripartita.
Michelangelo dopo un po' con un sorriso mi ha detto: Mi venuta in mente una storia su una ragazza che sparisce su
un'isola. Ne parleremo insieme.
nata cos L'avventura, il mio primo film.
La casa di Michelangelo era ai Parioli, elegante, rigorosa. Nell'ingresso c'era un pavimento di marmo a grandi quadrati
bianchi e neri, come una scacchiera. L, con Tonino Guerra giocavamo con certe pietre lisce che scivolavano fino al
traguardo. Chi arrivava pi lontano, senza uscire dalla scacchiera, vinceva.
Tonino era il pi bravo. Lui un poeta, un pittore, uno scultore, un amico, la fantasia, l'ironia, la libert.
Ora vuole vivere nel suo paese e scolpire cose che restano all'aperto, per tutti. Lo vedo raramente. Peccato! Gli amici
partono sempre.
In quell'ingresso e nello studio di Michelangelo, giocando, si parlava dell'Avventura ed era come viaggiare. Parole
nuove, immagini nuove.

Ci vuole un titolo aperto, che dia spazio, interpretazioni diverse... la storia sul mare, su un'isola, dovrebbe essere...
Non so se fossero queste esattamente le parole di Michelangelo, ma di certo erano molto simili. Lui riprendeva il
discorso sul film in qualunque momento, anche a tavola.
Tutte strade facili, libere, quelle della fantasia, tutte chiuse e tortuose, purtroppo, quelle della produzione. Quando
Michelangelo portava il soggetto o lo raccontava ai produttori lo guardavano in silenzio senza rispondere, come se avesse
posto un problema di algebra e volesse la soluzione subito. Poi la risposta era il no gentile che si dice ad un pazzo.
Finalmente trov i primi soldi per formare una troupe e partire.
difficile immaginare com'era Panarea nel 1959. Vuota, silenziosa e, improvvisamente, i suoni acuti del vento, della
pioggia e del mare. Donne vestite di nero, bambini magri, pallidi. Poco cibo, pochissima acqua. Sbarcarono sull'isola, dopo
di noi, Lea Massari, Gabriele Ferzetti, Esmeralda Ruspoli, Lelio Luttazzi e Renzo Ricci, che si avvicendarono a seconda
della lunghezza del loro ruolo. C'erano anche Franco Indovina, un mio indimenticabile amico, e Gianni Arduini, come
aiuto-regista. Jack O'Connell era il corrispondente di un giornale americano: avrebbe seguito tutta la lavorazione del film,
che si svolgeva a Lisca Bianca, un'isoletta battuta dal vento e dal mare.
Ricordo ancora l'odore di zolfo che sentivamo quando, alle cinque del mattino, la barchetta, con qualunque tempo, ci
portava al lavoro. Era un odore che passava attraverso le onde, prima leggero e a momenti fortissimo, allargato dal vento
che inondava la barca. Il mare bolle sopra i vulcani e, ancora insonnoliti, quel profumo ci ubriacava un po'.
L'occhio lungo di Jack O'Connell ne trov di materiale per scrivere, perch c'era un film nel film: quello delle trombe
marine, dei naufragi, della fame, della disperazione e dell'abbandono della troupe.
Ovviamente, mai una lira e niente comunicazioni con il resto del mondo. Sembrava proprio di essere stati abbandonati
per sempre su quello scoglio, tra i vulcani sottomarini, a lottare contro tutto e tutti.
Jack era l'unico sempre di ottimo umore, godeva di ogni avvenimento, specialmente delle avversit, per lui materia
prima. Scriveva con l'esaltazione di un inviato di guerra che finalmente in prima linea.
Le tempeste e le difficolt di ogni tipo erano cos imprevedibili e surreali che oggi non so pi esattamente cosa
appartenesse al film e cosa alla nostra vita.
Gli avvenimenti cos fuori della norma volevano intromettersi nel racconto.
Dunque, la troupe, cio, la prima troupe che riuscimmo a convincere a partire con noi, rest poco: per la fatica, la
scarsit di cibo, di paga e l'isolamento.
Michelangelo comunicava con il continente con una radio da campo, residuato di guerra: girava una gran manovella e
urlava in un imbuto al produttore che la troupe fosse pagata, che arrivasse la pellicola... Ma la risposta non si sentiva mai,
al suo posto si intrometteva sempre una musichetta beffarda.
I macchinisti e gli elettricisti, sparsi per il paese, ascoltavano ansiosi dalle loro radioline e, non riuscendo a decifrare la
risposta del produttore, dissero: Basta!
E cos la prima troupe prese il battello e and via. Anche in quel momento sembravano soldati che lasciano il fronte per
tornare a casa.
Noi, dal porto, li guardavamo allontanarsi e con loro si allontanava la possibilit di finire il film.
Invece arriv un'altra troupe, a cui piaceva l'avventura, nel vero senso della parola e non del titolo del film. Si riprese la
lavorazione.
Era ormai la fine di settembre. Un giorno le nuvole diventarono pi basse e nere e scoppi una tempesta che sembrava
volesse portar via anche Lisca Bianca. L'acqua da bere e i cestini (termine cinematografico per dire colazione in un
sacchetto di carta) non arrivarono. Il mare non lo permetteva.
Eravamo affamati, assetati e senza riparo.
La barca fece l'ultimo viaggio per riportare la troupe a Panarea e non pot tornare a riprenderci.

Michelangelo era rimasto per ultimo, come un vero capitano, ed io con lui, come un vero mozzo.
Arriv la notte e, con la fame e la sete, anche la paura. Non sapevamo quando e come saremmo tornati a Panarea che
ormai diventava ai nostri occhi il Paradiso terrestre, anzi New York.
All'alba, mentre Michelangelo si stagliava nel punto pi alto dell'isola per osservare le condizioni del mare, una tromba
d'aria si avvicin roteando. Ci mancava solo lei. Sollevava l'acqua con tale velocit da sembrare fumo.
Un ragazzo dell'isola, magro, sordomuto, che lavorava con noi, mi fece un cenno con la mano per tranquillizzarmi, poi
tir su il piede destro e lo intrecci alla gamba sinistra. Allung un braccio in avanti e con la mano, in direzione della
tromba marina o d'aria, non so, la respinse. La ferm! S, proprio la ferm con la mano e in pochi secondi il vortice si
schiacci sull'acqua. Capii che potevamo salvarci. Forse avrei anche rivisto la mia mamma. No, mi sbagliavo, la mia
famiglia era gi partita per l'America molti anni prima.
La tromba d'aria si calm, ma il mare era sempre pi furioso e non dava retta al ragazzo. Magie precarie!
Finalmente, all'orizzonte, una barca come quella di Caronte veniva verso l'isola. Al timone c'era un uomo cos piccolo
che quasi non si vedeva. Forse perch ero senza occhiali, ah, s, erano finiti in acqua.
Quando non porto gli occhiali, non soltanto non vedo quasi nulla, ma perdo l'orientamento. Le voci diventano lontane:
penso che improvvisamente siano tutti andati via e mi abbiano lasciata sola.
La barca del miracolo ci port a Lipari, perch il mare era meno spaventoso che verso Panarea. Il vecchio marinaio
l'affront onda per onda, come in un duello, un corpo a corpo. Noi eravamo schiacciati al centro della barca, aggrappati al
piccolo albero maestro per non essere sbattuti in acqua. Le onde ci superavano e uscivano dall'altra parte. Arrivammo
miracolosamente al porto di Lipari, dove ci aspettavano vecchi pescatori (chiss perch li ricordo vecchi) e qualche donna
in nero.
Che felicit posare il piede sulla banchina! Eravamo vivi. Ho abbracciato tutti, come dei parenti. Era il pi bel porto del
mondo, in quel momento.
Andammo in giro per il paese, come liberati da una prigione.
Entrammo in un negozietto. Avremmo voluto comprare anche il proprietario, nell'euforia. Ci facevamo l'un l'altro dei
regali. Gigi Kuveiller, lo straordinario operatore del film, mi regal un anellino che porto ancora, forse per ricordarmi che
potevamo essere morti.
La stanchezza, la paura, il mare, la pioggia erano dimenticati. Ci sentivamo fortissimi.
Vicino al porto ho visto il pi emozionante museo della mia vita. Era la ricostruzione di un cimitero dell'eocene medio,
un'epoca in cui si mettevano i morti dentro grossi otri di terracotta rosa, come nel ventre della mamma. Non era triste, gli
otri erano poggiati sulla sabbia con l'apertura verso il tramonto che entrava dalla finestra e li riscaldava. Sembravano anche
strumenti, poggiati l, in attesa dei professori d'orchestra.
Continuammo a camminare per il paese, trovando tutto bellissimo.
La storia del film appartiene alla mia vita. Ma anche quello che avveniva fuori dal film, durante la lavorazione,
diventava in qualche modo parte del racconto. Era una lotta che Michelangelo sosteneva contro la tempesta, i soldi, le
truffe cinematografiche. Contro la frase: Facciamo un film, comunque sia. Lui voleva fare il suo film, fino in fondo, era
l'avventura della sua vita e della mia.
Quando si in guerra si diventa eroi per forza, ed io, al mio primo film, ero una recluta disposta a morire accanto al mio
capitano. Non senza paura, ovviamente. Non venivo dai concorsi di bellezza, mi avrebbero bocciata subito, ero cos
diversa dalle attrici del momento. Ero troppo magra, troppo alta, troppo bionda, avevo fatto l'Accademia, il teatro, ero
piena di lentiggini, la voce roca, non mi truccavo mai e vestivo con un golf nero e pantaloni neri. Con in braccio una
necessit che non si ancora esaurita: recitare.
Devo agli sguardi di Michelangelo il mio coraggio. Devo alla sua fiducia la mia forza.
L'avventura, che ora il secondo dei cento migliori film mai fatti nel mondo, and a Cannes e vinse il premio speciale
della giuria. Io vinsi la Grolla d'oro e il Globo d'oro della stampa estera. Poi tanti altri premi che ora non ricordo.

Quando si gira, non si pensa alla strada che poi far quel film. Io non ci pensavo. Ma L'avventura aveva una sua lunga,
bellissima strada che era appena cominciata.
Dopo L'avventura, La notte stato il secondo film con Michelangelo. Gli interpreti principali erano Jeanne Moreau e
Marcello Mastroianni.
C'era una condizione ideale per lavorare bene: eravamo obbligati a girare sempre di notte, a Barlassina, un club di golf
bellissimo vicino a Milano. Non era stato scelto perch i personaggi giocassero a golf, ma a Michelangelo piacevano il
posto, il prato e la calma fredda di un paesaggio ricostruito dall'uomo. Le piccole valli erano finte, come i laghetti e le
colline. Cos curato perch non apparteneva a nessuno. Leggermente triste. Si sentiva che il paesaggio era secondario,
l'importante era la buca.
Guardavo l'attenzione, la concentrazione dei giocatori prima di tirare. Era molto riposante.
Noi giravamo dal tramonto al mattino. Ritornavamo all'alba. Dur un mese.
Non male andare a dormire quando tutti si svegliano. un modo per evitare gli incontri, i problemi, la luce.
Co n La notte Michelangelo ed io abbiamo vinto il Nastro d'argento del 1962. Il film ha vinto anche l'Orso d'oro al
Festival di Berlino, il David di Donatello e altri premi.

Questa notte non posso dormire e chiss perch mi viene in mente mio nonno: pare che fosse un gran bevitore di vino
rosso e, a notte inoltrata, la sua cavalla lo riportava a casa addormentato. Aspettava un po', paziente, che lui scendesse, poi
nitriva. Lui si svegliava, ma non voleva rientrare subito. Preferiva giocare un momento con lei. Le passava sotto la pancia,
tra le gambe, le parlava sottovoce. Stavano insieme fino all'alba.
Lei lo ascoltava con la testa in gi, con la criniera lucida che le cadeva da una parte. Dolce, serena, immobile. Forse
ogni tanto scuoteva la testa, ma non per disapprovare, ma solo per fargli fresco con la sua criniera. O per salutarlo. Erano
molto amici e lui, dopo averle parlato con dolcezza, fatta qualche domanda e averla baciata in fronte, si allontanava per
andare a dormire. Lei lo guardava andar via, con gli occhi insonnoliti ma vigili, sperando che non cadesse prima di arrivare
al letto. Aspettava che chiudesse la porta. No, sicuramente la porta la lasciava socchiusa, sarebbe stata una scorrettezza. Poi
si girava piano e le sorrideva.
Mio nonno andava a letto felice.
Piacerebbe molto anche a me lo sguardo dolce e comprensivo di un cavallo prima di andare a letto.

Devo rispondere ad una bellissima lettera di una giornalista inglese. L'inglese l'ho studiato per mancanza di soldi quando
i miei sono partiti per il Messico ed io sono rimasta a Roma. Dovevo sopravvivere e per riuscirci sbalzavo il rame, che
tenerissimo e ti aiuta. Non come il marmo. Scolpire il marmo sarebbe stata pi dura. Facevo delle spille e le vendevo. Ma
non bastava per mangiare, pagare la luce e tutto il resto.
Fortunatamente, al piano di sotto, c'era una signora con una bimba che non andava bene in inglese a scuola. Visto che
io ero bionda, magra e avevo gli occhiali, la mamma pens che fossi la persona giusta per aiutarla e mi chiese di dare
lezioni alla figlia.
La presi al volo. Fissai un appuntamento di l a due giorni. Il tempo di prendere le mie prime due lezioni d'inglese in una
scuola di suore che non mi costava niente.
Le ripetizioni che davo alla bimba erano precise per la freschezza degli studi e perch la mia allieva era un po'
addormentata. Lei super gli esami ed io potei mangiare per qualche mese. Di giorno frequentavo l'Accademia. La sera
queste lezioni mi divertivano molto: era come recitare.

Sono appena sveglia, mattina. Devo orientarmi.


Quando apro gli occhi ho sempre l'impressione di essere in un luogo sconosciuto. Forse per tutte le case che ho dovuto

lasciare, che si sono distrutte.


da anni che sono ospite di Roberto, sto bene qui, mi sento protetta. Essere ospite uno stato precario che mi piace
molto. Mi tranquillizza.
Ma dovr scegliermi un posto dove stare. O no?
Ci sono donne che hanno bisogno di stare in cucina per vedere la trasformazione di un pezzo di carne in un succulento
spezzatino. Sorridono ad un piatto cotto al punto giusto. Giusto di sapore, colore, consistenza. Lo vedono cambiare come
guardassero la loro creatura che cresce. Lo sistemano con cura nel piatto, lo portano a tavola come un dono e guardano
negli occhi chi lo mangia. Si sentono premiate. Giustamente! Una cosa riuscita bene fa felici. Anche se uno stracotto o
una fricassea con la cipolla.
A me in cucina si appannano gli occhiali e al posto delle pentole vedo fantasmi di metallo. Mi cadono dalle mani piatti,
bicchieri, e non spengo mai il gas al momento giusto. Mi si brucia quasi tutto e si rompe quasi tutto. S, riesco a far bruciare
anche la pentola che bolle con l'acqua della pasta. Sono umiliata.
Lo so, forse perch l'ho dovuto fare da piccola a lungo, per mia madre, per i miei fratelli e mio padre. Cerco di
commuovervi, di giustificarmi. Ma la verit. Ne sono mortificata. Metto anche in frigo quello che dovrebbe stare fuori e
viceversa. Guardo una pietanza bruciarsi come un cambiamento naturale delle cose. La guardo con attenzione. S, l ci
metto tutta l'attenzione possibile: nel vedere che sar inevitabile.
Eppure cucino e non ho mai avvelenato nessuno. un miracolo!
Forse per questo che non mi sposo: per la vergogna di non saper fare bene un souffl. Che, come parola, va bene
anche per un cappello con le piume.
Ho cercato di imparare. Guardavo attentamente le mani di mia madre, leggere, sicure, mentre stendevano la pasta per
fare le tagliatelle. O quando batteva le chiare a neve per fare le torte che con il loro profumo di vaniglia inondavano la
casa. Arrivava fino alle scale. E sentivo i passi di quelli che si fermavano un po' sul pianerottolo, per respirare
profondamente, prima di proseguire.
Sono sempre stata consapevole che la tradizione culinaria della famiglia sarebbe finita con mia madre. Lei chiss cosa
sperava invece per me. Mi guardava delusa. Con i suoi occhi trasparenti, cos pallidi che avevo paura che si cancellassero
da un momento all'altro. Come i suoi tanti capelli bianchi, ormai sacrificati, stretti dietro la nuca.

Vorrei ricominciare da capo. Non so se per raccontare le stesse cose in un altro modo o per raccontarne altre. Ho la
sensazione di aver nascosto a me stessa quello che era pi importante ricordare. E non so pi se i fatti si sono svolti cos o
la memoria li ha cambiati.
Tutta la mia storia, i miei fatti mi vengono dietro in punta di piedi. Credono che io non me ne accorga. Per, se mi giro
si nascondono, non ci sono pi.
Quando cammino, sento la loro presenza e i loro passi poco distanti. Vogliono vedere dove li porto, dove andranno a
finire. Hanno caratteri, pesi e colori diversi, a volte si fidano di me, a volte no.
Io scivolo nei vicoli, sperando di perderli. Ma li ritrovo in fondo alla strada, con le braccia conserte, che ridono come
pazzi.
I fatti sono presuntuosi, pesanti, invadenti.
Le emozioni sono leggere e indipendenti. Ti ballano intorno e sono pronte a distrarsi al primo colore.
Vorrei tornare indietro e fermarmi ai piedi di mia nonna, quando io e lei eravamo escluse dalla vita della casa. Lei
troppo vecchia e malata, io troppo piccola e femmina.
I suoi racconti cominciavano sempre dallo stesso punto e con la stessa frase: Quando ero vicina all'albero di arance...
Io ormai non volevo pi sapere come andava a finire, perch lei cambiava anche il finale. Volevo solo che ricominciasse
da capo. Era l'inizio che m'incantava.

Mi raccontava di quando era piccola in campagna, dei cavalli e del bosco pieno di suoni. Di quando ho avuto la tosse
convulsa, che non finiva mai e mi stava portando via. Dell'amore di mio nonno per la sua cavalla. Della forza e
dell'indipendenza di mio padre.
Io volevo anche sapere se la cavalla dolce e paziente era innamorata del nonno.
Mio nonno ci vedeva poco. Anche i miei occhi vedono poco e riinventano tutto, cos non so pi cosa vero e cosa non
lo .
Quando li socchiudo, insieme ai fatti, vedo i colori della Sardegna. La tenacia e l'odore del vento che stordisce. E sulla
sabbia rosa, i frammenti di corallo portati dalle onde, che lasciano disegni leggeri e provvisori. Il vento l orgoglioso e
bizzarro. Ha sempre ragione su tutto.
Quando lascio scorrere la sabbia tra le dita, mi accorgo che sono le mani che hanno le loro abitudini. Come le braccia,
che si ribellano a stare gi, e qualche volta si vorrebbero alzare, come ali. Magari! Che presunzione! Gli occhi resistono,
perch possono chiudersi e non vedere pi. Tentare di dormire e cancellare.
Che giri fa la mente, prima di cadere nel sonno.
Quello spazio di tempo inerte, quando hai gi spento la luce e aspetti con gli occhi chiusi. E piano piano rallenti la
respirazione. E le immagini, i suoni, si confondono, si allontanano. Il corpo molle. E insegui qualcosa che gira nella testa:
prima una parola, poi un rumore. Un braccio va da s senza comando, si muove sul cuscino. I pensieri arrivano,
vorrebbero svegliati. Li allontani. In quel torpore, si mescolano anche i colori delle cose e dei pensieri. Io scelgo un giallo,
come sempre. Lo lego ai polsi e ne faccio una vela. Ancora in mare. Verso isole piene di alberi e profumi.

Mi sveglio e non so dove sono. Non capisco se quello che vedo mi familiare, o i miei occhi vogliono che lo sia. Sono
in un gran letto. Accanto a me c' Roberto, il mio amore, la mia realt. Mi d forza. Credo in lui. Gli do un piccolo bacio.
Non voglio svegliarlo.
Mi vesto, entro nel mio studio, non mi siedo come tutte le mattine alla mia scrivania. Non prendo il t: apro solo le
finestre e le lascio aperte. l'alba. La cupola incartata nella plastica non vuole pi saperne, ne ha viste troppe. Ormai fa
finta di dormire.
Basso basso metto Mozart: cos sicuro, beato lui! Cos giovane. Mi sembra di aprire una finestra dentro l'altra, fino a far
entrare molta luce, aria, suoni e colori.
Va meglio, molto meglio. Faccio dei respiri profondi. Ho voglia di scendere.
Sono in piazza del Popolo, assolutamente vuota. Ha una luce ancora fredda, ferma, come in una fotografia. Mi siedo sui
gradini della fontana. Non c' nessuno. I rumori sono lontani, quasi un'eco.
Forse si fermato tutto, in attesa di chiss cosa. Perch non me lo hanno detto? O forse mi sto fermando soltanto io, per
capire un po'.
Un cane, di razza imprecisa, mi si avvicina. Ha un orecchio gi e uno su. Mi annusa, gli piaccio. Si accuccia vicino a
me, guardando dall'altra parte. Fa finta di non esserci. Non vuole troppa confidenza.
Guardiamo insieme, con attenzione, l'acqua della fontana che scorre, come fosse una grande onda di mare turchese,
chiusa nella pietra.
Vorremmo sguazzarci dentro.
Il rumore dell'acqua viene cancellato da un altro pi forte e sconosciuto. Non una macchina, n un autobus e
nemmeno uno schiacciasassi. una mongolfiera, proprio come quelle dei disegni. Scende piano piano nella piazza, un
signore con un cilindro ci fa segno di salire.
Noi ci guardiamo: perch no?
Saliamo anche con facilit: come se tutte le mattine prendessimo la mongolfiera per andare a lavorare.

Il signore col cilindro ci chiede se pu ripartire, noi siamo d'accordo.


Quando ci solleviamo come se ci togliessero la terra da sotto i piedi mentre parliamo.
Ma come un gioco, tutto leggero, sorridente, anche le statue, gli angeli, i leoni della piazza sorridono con un bel po'
d'invidia. Loro sempre l fermi, a prendere acqua, vento, fumo, senza nessuno che gli cambi posizione.
Una lacrima esce dall'occhio di una statua, stanca di avere sulle spalle un capitello. Le sorridiamo, ma noi dobbiamo
andare.
Un saluto a tutti e a presto. Poi vi racconter come andata.

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