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Studi Piemontesi

Studi Piemontesi

spedizione in abbonamento postale 45% - art. 2 comma 20/b - Legge 662/96 Filiale di Torino - n. 1 - 1° semestre 2012

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1° semestre 2012 TAXE PERÇUE Tassa riscossa TORINO - CMP C C E E N N

CCEENNTTRROO SSTTUUDDII PPIIEEMMOONNTTEESSII CA DË STUDI PIEMONTÈIS 10121 TORINO - VIA OTTAVIO REVEL, 15 - TEL. 011/537.486 - FAX 011/534.777 ITALIA info@studipiemontesi.it - www.studipiemontesi.it

Vol. XLI - 1- 2012

Centro Studi Piemontesi

Ca dë Studi Piemontèis

Studi Piemontesi rassegna di lettere, storia, arti e varia umanità edita dal Centro Studi Piemontesi.

La rivista, a carattere interdisciplinare, è dedicata allo studio della cultura e della civiltà subalpina, intesa entro coordinate e tangenti internazionali. Pubblica, di norma, saggi e studi originali, risultati di ricerche e documenti riflettenti vita e civiltà del Piemonte, rubriche e notizie delle iniziative attività problemi pubblicazioni comunque interessanti la Regione nelle sue varie epoche e manifestazioni.

Esce in fascicoli semestrali.

Comitato scientifico Renata Allìo Alberto Basso Piero Cazzola Anna Cornagliotti Andreina Griseri Francesco Malaguzzi Isabella Massabò Ricci Aldo A. Mola Francesco Panero Gian Savino Pene Vidari Pier Massimo Prosio Rosanna Roccia Costanza Roggero Alda Rossebastiano Giovanni Tesio Georges Virlogeux

Direttore

Rosanna Roccia

Responsabile

Albina Malerba

Segreteria

Giulia Pennaroli

Consulente grafico

Giovanni Brunazzi

Autorizz. Tribunale di Torino n. 2139 del 20 ottobre 1971.

Stampa: L’Artistica Savigliano

2139 del 20 ottobre 1971. Stampa: L’Artistica Savigliano L’insegna del Centro Studi Piemontesi riprodotta anche in

L’insegna del Centro Studi Piemontesi riprodotta anche in copertina

è tratta da una tavola

del Recetario de Galieno

stampato da Antonio Ranoto

a Torino nel MDXXVI.

I testi (su supporto informatico)

per pubblicazione – in italiano,

francese, inglese o tedesco, in interlinea due e senza correzioni debbono essere inviati al Centro Studi Piemontesi. La collaborazione è aperta agli studiosi.

Il Comitato Scientifico decide

sull’opportunità di pubblicare

gli scritti ricevuti.

I collaboratori devono

attenersi alle norme redazionali

della rivista, pubblicate in terza di copertina.

I libri per recensione devono essere inviati esclusivamente alla Redazione.

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CENTRO STUDI PIEMONTESI CA DË STUDI PIEMONTÈIS

NORME REDAZIONALI MODALITÀ DI CITAZIONE

Considerando l’ormai totalità dell’impiego di strumenti informatici nella stesura e nella composizione dei testi, il Centro Studi Piemontesi formalizza alcuni criteri redazionali indispensabili per armonizzare il lavoro svolto dagli autori con le fasi di impaginazione, correzione delle bozze e stampa. L’autore deve presentare tutto il materiale in versione DEFINITIVA e in un’unica soluzione (cartelle di 2000 battute).

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CITAZIONI VOLUMI:

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GIUSEPPE GARIZZO, David Hume politico e storico, Torino, Einaudi, 1962, pp. 18-25.

La letteratura in piemontese dalle Origini al Settecento, a cura di Giuliano Gasca Queirazza, Gianrenzo P. Clivio, Dario Pasero, Torino, Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis, 2003, pp. 538.

CITAZIONI ARTICOLI:

Autore come per i volumi, titolo in corsivo, titolo della rivista tra virgolette, serie in numeri romani, annata in numeri arabi, anno tra parentesi; pagina o pagine citate; se la rivista è numerata per fascicoli anziché per annate, si dà il numero del fascicolo in arabo prima dell’anno.

GIAN SAVINO PENE VIDARI, Il re Vittorio Emanuele II “assume il titolo di Re d’Italia”, in “Studi Piemontesi”, XL, 1 (2011), pp. 7-20.

Se si deve citare il capitolo o il saggio inserito in una raccolta, lo si deve considerare come un articolo di rivi- sta, dandolo perciò in corsivo; il titolo del volume o della raccolta di saggi va pure in corsivo preceduto da in.

PER LE RECENSIONI

Autore in tondo normale, titolo in corsivo, città, casa editrice, anno, pagine

Giorgio Dell’Arti, Cavour, Venezia, Marsilio, 2011, pp. 474.

La città in tasca. Un secolo di almanacchi Palmaverde dalla collezione di Giuseppe Pichetto, a cura di Clelia Arnaldi di Balme, Torino, Palazzo Madama-Centro Studi Piemontesi, 2011, pp. 108, ill.

Testo non superiore alle DUE cartelle (da 2000 battute). Per le abbreviazioni vale quanto scritto sopra.

Studi Piemontesi

giugno 2012, vol. XLI, fasc. 1

Saggi e Studi

Giovanni Barberi Squarotti

3

Diana sabauda di Emanuele Tesauro. L’iconografia degli affreschi per la Reggia di Venaria nelle Inscriptiones Un intruso tra i testamenti di Renato di Challant: Giuseppe Tornielli di Briona, novarese Il primo Console sardo a Tunisi (1816-1824) Cavour, Petitti e il dibattito sulle ferrovie nel Piemonte carloalbertino

Tomaso Vialardi

23

di Sandigliano

Alessandro Zussini

43

Giulio Guderzo

59

Note

Daniela Maldini Chiarito Andrea Bosio Anna Cornagliotti (a cura di)

77

Sull’Epistolario di Massimo d’Azeglio e dintorni Le còche torinesi tra realtà storica e miti letterari Lessico piemontese. Schede di segnalazione, documentazione, discus- sione, ricerca etimologica

85

95

Franco Gualano 101 Affreschi di scuola jaqueriana nel Canavese: inediti cicli di Torre Canavese e di Issiglio

Stefano Pierguidi

113

Note sui dipinti di Poussin (e Vouet?) di provenienza Roccatagliata e dal Pozzo

Bertrand de Royere

125

L’appartamento dei bagni del Castello di Racconigi

Alberto Friedemann 135 Un brevetto per disegni animati di tre artisti torinesi, Giuseppe Oriani, Mino Rosso, Giorgio Monziani. Contributo alla storia del secondo futurismo

Ritratti e ricordi

Pietro Daniel Omodeo 143

Pandolfo Sfondrati: un atomista a Torino nel Cinquecento Padre Ignazio Isler (1699-1778), schwytzerdütsch subalpino Tito De Amicis (1836-1890). Il destino di avere per fratello uno scrittore famoso Anacleto Verrecchia (Vallerotonda 1926-Torino 4 febbraio 2012)

Carlo A.M. Burdet Donato D’Urso

153

163

Pier Massimo Prosio

171

Documenti e inediti

Anna Cafissi

175

Vardacate, Sedula o Casale? Lettere di botanici torinesi a fine Settecento Il marchese e l’avvocato. Politica e affetti nel carteggio tra Gioacchino Napoleone Pepoli e Urbano Rattazzi Giovanni Giolitti: il dovere verso l’Italia 1919-1921. Lettere inedite alla moglie Rosa Sobrero

Davide Arecco

187

Salvatore Alongi

193

Aldo A. Mola

209

Notiziario bibliografico:

recensioni e segnalazioni

223

Il teatro di tutte le scienze e le arti. Raccogliere libri per coltivare idee in una capitale di età moderna (R. Roccia) – La città in tasca. Un secolo di almanacchi Palmaverde dalla collezione di Giuseppe Pichetto (R. Roccia) – M. Ciardi, Avogadro 1811 (F. Calascibetta) – A 150 anni dall’Unità d’Italia. Scienze, tecniche, industria e istituzione militare (G. Bergami) – Poeti in piemontese della provincia di Alessandria 1861-2011 (G. Goria) – E. Revelli Tomatis, A pont cros (A. Malerba) – I quadri del Re. Le raccolte del principe Eugenio (P. San Martino) – La Loggia di Carlo Alberto nell’Armeria Reale (G.G. Massara) – P. Gentile, L’ombra del re. Vittorio Emanuele II e le politiche di corte (P. Merlin) – M.A. Lopes, Rainhas que

Saggi e studi

o povo amou. Estefania de Hohenzollern. Maria Pia de Saboia (P. Gentile) – G. Mola di Nomaglio, Casa Savoia e l’Unità

d’Italia (R. Sandri Giachino) – Casa Savoia. Storia di una famiglia italiana (R. Sandri Giachino) – A.M. Stagnon, État général des uniformes des troupes de S.M. le Roy de Sardaigne (R. Roccia) – E. Giovara Rotta-D. Romeo, Vive le Roy de Sardaigne. Régiment d’ordonnance national Piémont (G. Mola di Nomaglio) – Camillo Cavour e l’agricoltura (B.A. Raviola) – Cavour e Rattazzi: una collaborazione difficile (P. Gentile) – G. Mola di Nomaglio, Nazionalità, identità e

ragion di stato. La cessione di Nizza e Savoia alla Francia; Cultura, economia e società sui due versanti delle Alpi. La ces- sione di Nizza e Savoia alla Francia (A. Lo Faso di Serradifalco) – M. Aragno, Nizza e Savoia. Come e perché divenne-

ro francesi (e lo rimasero) (P. Cazzola) – Alla ricerca dei Garibaldini scomparsi. Omaggio al 150° dell’Unità d’Italia (P.

Gentile) – M. Novelli, I fantasmi dei Savoia (R. Roccia) – M. Ruggiero, Risorgimento e Rai (P. Cazzola) – B. Del Bo, La spada e la grazia. Vite di aristocratici nel Trecento subalpino (G.S. Pene Vidari) – Cumiana medievale (G.S. Pene Vidari) – A.M. Serralunga Bardazza, I Dal Pozzo di Moncalvo tra Ancien Régime e Restaurazione (P. Gentile) – M.A. Sarti, Barbaroux. Un talento della diplomazia e della scienza giuridica alla corte sabauda (P. Cazzola) – R. Damilano, Il generale Ettore Perrone di San Martino (G.S. Pene Vidari) – A. Pivotto, Una famiglia tra il Risorgimento e l’Europa. I Piacenza attraverso le carte d’archivio (P. Gentile) – Una famiglia per Novara: i Faraggiana (G. Mola di Nomaglio) – Ovada dal periodo napoleonico al Risorgimento (P. Gentile) – Biella verso l’Unità d’Italia 1815-1856 (P. Cazzola) – P. Calderini, Lettere a Gioachino Toesca di Castellazzo (1858-1882) (S. Montaldo) – A. Désandré, La Valle d’Aosta laica e liberale. Antagonismo politico e anticlericalismo nell’età della Restaurazione (L.S. Di Tommaso) – Svizzeri a Torino dal

Quattrocento ad oggi (P. Cazzola) – L’araldica del pennino (F. Ferrero) – Ars artificialiter scribendi. Filigrane in edizio-

ni

vercellesi del XVI secolo (S. Gavinelli) – F. Malaguzzi, Tre secoli di legature. Biblioteca Antica dell’Archivio di Stato

di

Torino (W. Canavesio) – Le Figlie della Compagnia. Casa del soccorso, Opera del deposito, Educatorio duchessa Isabella

fra età moderna e contemporanea (R. Roccia) – L’Istituto Alfieri-Carrù. Dal dinamismo sociale dell’Ottocento alle povertà

di oggi (R. Roccia) – M. Cassetti, Pagine sparse (R. Roccia) – M. Marchetti, Spigolature criminali nell’Archivio Storico

Diocesano di Torino. Da alcuni processi del Seicento (C.A.M. Burdet) – Religiosità popolare nelle campagne piemontesi

(F. Quaccia) – Onomastica e lessico tra Risorgimento e Italia unita (F. Quaccia) – Saggi di toponomastica (F. Quaccia) –

Cerlogne et les autres (A. Malerba) – Odeporica e dintorni. Cento studi per Emanuele Kanceff (A.M.) – Teatri storici del-

la

provincia di Torino (L. Guardamagna) – A. Cifani-F. Monetti-G. Mola di Nomaglio, La palazzina Marone Cinzano

(F.

Ferrero) – G. Sergi, L’Arcangelo sulle Alpi. Origini, cultura e caratteri dell’abbazia medievale di S. Michele della

Chiusa (F. Quaccia) – La chiesa di San Giovanni di Avigliana (C.A.M. Burdet) – S. Crepaldi, Itinerari nella devozione

e arte sacra della Diocesi di Ivrea (F. Quaccia) – Il convento di San Francesco a Ivrea. Storia, arte e architettura (G.S.

Pene Vidari) – C.A.M. Burdet-L. Rinaldi Ceroni-S.Rubini, I Gheduzzi. Una famiglia di artisti (F. De Caria) – Michelangelo Monti 1875-1946. La Gipsoteca e il Fondo documentario dell’artista (W. Canavesio) – E. Accati-A. Fornaris, Il Giardino dei frutti perduti. Disegni e descrizioni dei fratelli Roda (A. Malerba) – Luigi Colla. Piante dal mondo nell’Orto botani-

co

di primo ’800 a Rivoli (R. Allìo) – P. Gobetti, Risorgimento senza eroi (P. Gentile) – L. Rapone, Cinque anni che paio-

no

secoli. Antonio Gramsci dal socialismo al comunismo 1914-1919 (G. Bergami) – F. Lo Piparo, I due carceri di Gramsci.

La

prigione fascista e il labirinto comunista (G. Bergami) – A.C. Jemolo, Il malpensante (G. Bergami) – Una bellissima

coppia discorde. Il carteggio tra Cesare Pavese e Bianca Garufi (P.M. Prosio) – M. Cerruti, La furia del mare. Ultime pagi-

ne su Michelstaedter e altre varie sul Novecento (G. Pagliero) – G. Tesio, Novecento in prosa. Da Pirandello a Busi (P.M.

Prosio) – E. Salgari, La vendetta d’uno schiavo (S. Satragni Petruzzi) – M. Lattes, L’incendio del Regio (V. Boggione) – M.L. Spaziani, Tutte le poesie (G. Tesio) – Torino sotto la neve; P.M. Prosio, Racconti di un altro inverno (R. Roccia) – A. Perissinotto, Lo sguardo oltre l’orizzonte (G. Tesio) – M.T. Reineri, Non v’impegnerò il cuore. Antonia Maria di

Castellamonte nella Torino barocca (R. Roccia) – C. Balbo di Vinadio, Cesare Balbo. Un ritratto di famiglia (M.T. Reineri)

– C.A.M. Burdet, Mio cugino Bono. Poeta torinese del Novecento (P.M. Prosio) – D. Pasero, L’ombra stërmà (A. Malerba)

– A. Cognazzo, Matteo Danna ‘Minister hereticus’ 1641-1680; A. Cognazzo, Fede politica medicina nella Torino del ’600

(M.T. Reineri) – M. Galloni-G. Giacobini, Tra patriottismo e impegno umanitario. Gli strumenti della medicina milita-

re di due anatomisti ottocenteschi (C.A.M. Burdet) – Il viaggio incantato. Guida al Museo della Scuola e del Libro per

l’infanzia di Palazzo Barolo (S. Satragni Petruzzi) – Torino 1911. Fotografie di Gian Carlo Dall’Armi (P. Cazzola) – M. Reviglio, Briganti e brigantesse in Piemonte (P. Cazzola) – Collegio dei Geometri e Geometri Laureati di Torino e Provincia

(P. Gentile) – Roddino. Storia e gente di una ‘terra di mezzo’ (P. Deabate) – Segnalazioni (a cura di A. Malerba).

Notizie e asterischi

303

El Piamonte, un paisaje en la mirada (S. Porras Castro) – Intitolata a Luciano Tamburini la Biblioteca Comunale di Villarbasse

(A. Malerba) – Attività del Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis Asterischi (A cura di G. Pennaroli).

Libri e periodici ricevuti

314

Un intruso tra i testamenti di Renato di Challant:

Giuseppe Tornielli di Briona, novarese

Tomaso Vialardi di Sandigliano

Il testatore: Renato di Challant-Aymavilles

Figlio di Filiberto di Challant-Aymavilles e di Louise Aarberg-Valangin 1 , Renato di Challant fu il personaggio di maggiore spicco della Casa valdostana, ma se gli si toglie la corazza dorata in cui gli storici piemontesi lo hanno amman- tato, generosa sotto il profilo diplomatico e indulgente sotto quello militare, si scopre un uomo inseguito dalla malasorte. Fedele cieco ai duchi di Savoia per i quali spese molto e fu ripagato poco, visse tormentato dai debiti per una vita di fasti largamente al disopra dei propri mezzi, lunghi e costosi con- tenziosi feudali sterili contro i duchi di Orléans-Longueville, Berna e Neuchâtel, riscatti pagati in prima persona e pluri- me missioni diplomatiche per Carlo II ed Emanuele Filiberto, molte sborsate di tasca propria. Peggiore fu la vita famiglia- re: la prima moglie 2 in fuga dal lugubre castello di Issogne dopo pochi mesi di matrimonio e decapitata a Milano per avere fatto assassinare uno dei suoi tanti amanti; la seconda 3 , madre delle sue due uniche figlie, morta di crepacuore per il comportamento della primogenita; la terza 4 e la quarta 5 morte entrambe di parto, sempre nel castello di Issogne. La prima figlia Filiberta, su cui Challant aveva puntato in man- canza di maschi tutte le speranze di successione con il testa- mento del 1546 6 , in fuga “vestue d’habitz d’homme” con un amante il giorno prima delle nozze con Gian Federico Madruzzo, diseredata con il testamento del 1557 7 a favore della secondogenita Isabella, che Challant costrinse a suben- trare nel contratto matrimoniale. Nel novembre 1553 Challant fu catturato a Vercelli dal maresciallo de Cossé-Brissac, che gli impose un riscatto di 30.000 scudi 8 . Era appena morto Carlo II ed Emanuele Filiberto lo aveva nominato Luogotenente Generale degli Stati Sabaudi. Secondo la consuetudine sarebbe dovuto inter- venire il duca, ma era in Fiandra e il suo avis fu diverso 9 , nonostante l’azzardo non remoto che il suo maresciallo potes- se rendere fidelitas et homagium al re di Francia per i feudi in Valle d’Aosta incastellati a cerniera tra ducato sabaudo, Francia e Stati svizzeri. Rinchiuso a Torino nel chasteau del Valentino, poi forse a Parigi 10 , fallito il tentativo di una con- testazione giuridica sul suo arresto 11 “avec la robbe courte et avec la longue” di Cossé-Brissac, “mutuellement assemblées […] par lesquels les raisons du comte furent renversées” 12 ,

Abbreviazioni AChallant-Châtillon – Archivio Challant-Châtillon AComAlbenga – Archivio Comu-

nale, Albenga AEB – Archives de l’État, Berne AEN – Archives de l’État, Neuchâtel ADMM – Archives Départementales

de Meurthe-et-Moselle

ASMi – Archivio di Stato, Milano ASNo – Archivio di Stato, Novara ASSi – Archivio di Stato, Siena ASTo – Archivio di Stato, Torino ASVe – Archivio di Stato, Venezia

1 Ultima del suo nome, portò in dote la baronia di Beaufremont e la Signoria di Valangin.

2 Bianca Maria Scapardone seu Gaspardone.

3 Mencia di Braganza.

4 Marie de La Palud de Varambon- Varax.

5 Péronne de Seyssel-La Chambre.

6 Dato da Issogne. AEN, “12 février

1546”, B 4 n. 8 (a): «pour aprés son decés eviter plaid, noises et contentions […]

il ordonne que, venant a mourir sans

enfans masles, qu’il vouloit Philiberte

sa fille aynee estre son heritiere uni-

verselle». Un maschio sembra esserci stato (Francesco), ma era illegittimo e Mencia, scrive Giovanni Fornaseri nel- l’introduzione a Le lettere di Renato di Challant, mentre il marito era in Fiandra «lo avviò per altra via», eliminando il rischio di una successione sfavorevole alle due figlie legittime.

7 Dato da Milano. AComAlbenga,

Archivio del Carretto di Balestrino, car- toni Challant, 4, “testamento di Renato

di Challant, 30 maggio 1557”, doc. 97

e AEN, U 5 n. 4 (e). Lo spezzone del- l’archivio Challant è pervenuto ai del Carretto per il matrimonio di Ottaviano del Carretto di Balestrino con Christine de Lenoncourt, figlia di Charlotte de Lenoncourt-Challant.

8 Alla fine del ‘500, 400 scudi vale- vano 6000 giornate lavorative di 10-12 ore ciascuna o 18 tonnellate di grano.

23

Challant non tradì il suo duca e cercò da sé il denaro per il riscatto come nel febbraio 1525, quando era stato catturato dagli Spagnoli a Pavia. Per la sua liberazione aveva dovuto versare 3000 scudi, impegnando la baronia di Beaufremont

e alzando su tutti i suoi feudi una imposta “volontaria” di

due fiorini per focaggio. L’operazione aveva avuto poco suc-

cesso nonostante la condanna del 1527 di Berna per gli ina-

dempienti svizzeri, tanto che ancora vent’anni dopo Challant cercava di recuperare le somme non pagate. Per tutto il 1554

fu imposto lo stesso tributo del 1525, ma la somma da tro-

vare era molto più alta e Challant cercò ancora di impegna-

re la baronia di Beaufremont, senza risultato. Il più ricco dei

suoi feudi, la Signoria di Valangin, lo aveva già ipotecato nel 1539 a favore di Berna contro 30.000 scudi e fu solo grazie alle garanzie personali della moglie Mencia, la risoluta mare- scialla di Challant liberata da Vercelli con le figlie, che Berna accettò di erogare un ulteriore prestito di 9970 scudi alla con- dizione di non più caricare Valangin di altre ipoteche. Tra i feudi impegnati con riserva di riscatto ci furono anche le signorie di Ussel e Saint-Marcel, poste a garanzia di un prestito di 12.000 scudi negoziato con Paolo Madruzzo, nipote illegittimo del Principe-Vescovo di Trento Cristoforo Madruzzo, che mise materialmente i soldi. Liberato nel 1555 dopo ventitré mesi di prigionia, “il Cardinale si volse ad acca-

rezzarlo sì finamente” 13 che a Challant non parve vero accet- tare il suggerimento delle nozze della figlia Filiberta con un altro nipote del Principe-Vescovo, questa volta legittimo, Gian Federico Madruzzo, però ancora detenuto dai Francesi a

Parigi 14 . Approfittando della debolezza finanziaria di Challant, l’ambizioso prelato aveva visto nel matrimonio la possibilità

di acquisire un insieme feudale che, anche se pesantemente

indebitato e di difficile gestione politica per i complessi rap- porti giurisdizionali incrociati (Casa Orléans-Longueville, Stati di Berna e Neuchâtel, duca di Lorena), rappresentava

un consolidamento internazionale forte del potere della fami-

glia. Con la tregua di Vaucelles e la diplomazia del Principe- Vescovo, Madruzzo fu liberato nel 1556 in cambio di François

9 L’aiuto ducale non andò oltre la «promesse de lui donner quelqu’assi- stance». “Emanuele Filiberto a sa cou- sine Mencia di Challant, 21 may 1554”, AChallant-Châtillon ante 1799.

10 G. FORNASERI, Le lettere di Renato di Challant governatore della Valle d’Aosta a Carlo II e ad Emanuele Fili- berto, Torino, Deputazione Subalpina di Storia Patria, 1957, doc. CVIII, da Parigi , “Notizie sul riscatto dalla pri- gionia” 29 settembre 1556.

11 AChallant-Châtillon ante 1799, Mémoire di Renato di Challant per ottenere la sua scarcerazione”, s.d. ma 1554. A. ZANOTTO, Miettes d’histoire valdôtaine, «Le Flambeau », 2 (1962), pp. 39 sgg.

12 F. DE B OYVIN DU V ILLARS , Mé-

moires, t. 5, Paris, 1836, pp. 658 [1554] sgg.

13 G.B. ADRIANI, Della vita e delle varie Nunziature del Cardinale Prospero Santa Croce, “Miscellanea di Storia Patria”, vol. V, Torino, 1868, p. 672.

14 L’ipotesi di una permanenza a Parigi di Challant negli ultimi mesi di prigionia, suggerisce un possibile in- contro con Gian Federico Madruzzo che spiegherebbe gli stretti rapporti tra le due famiglie.

15 Era già stato discusso un suo scambio con Challant, ma aveva tro- vato l’opposizione di Cossé-Brissac.

de

Coligny-Châtillon 15 , prigioniero di Carlo V. Tutto era pron-

to

per le nozze fissate a Milano per gli inizi del 1557, ma non

la

promessa sposa.

L’erede: Filiberta di Challant-Aymavilles

Figlia primogenita di Renato di Challant e di Mencia di Braganza, Filiberta nacque nel 1528 nel castello di Issogne. La leggenda la vuole bellissima, volubile e insofferente alle

nebbie e alla noia di un castello tetro, come già era stato per

la prima moglie di suo padre. La leggenda, ancora, la vuole

generosa delle sue grazie ma la storia ricorda un unico aman-

te arrivato a Issogne attraverso il feudo di Beaufremont, erran-

done il nome (Michel Grepal seu Lespal seu Lespail seu Cespal), che un atto di causa negli archivi di Neuchâtel resti-

24

tuisce nella sua esattezza: “[Michel] Honoré Collot originaire de Toul [Lorena], soy disant de l’Espal, celuy qui desbaucha ladicte Philiberte de Chalant”. Alla liberazione di Gian Federico Madruzzo iniziarono i preparativi delle nozze. Di poco più vecchio di lei, lo sposo

era un colto collezionista di rilegature raffinate 16 , elegante e

di buon aspetto 17 , ma Filiberta aveva in testa solo il suo aman-

te. La sera prima delle nozze rubò (lei o Collot) dei gioielli,

3000 scudi e fuggì con lui a Venezia. Annota Giovambatista

Adriani:

Chiamata nel seguente anno 1557 la nobilissima donzella in Milano, la si trovò di già fecondata […] ma l’astuto Cardinale Madruzzo non isconcertossi perciò all’improvviso e disonorevol caso; e non gli convenendo di lasciarsi sfuggire sì bell’occasione di tante ricchezze nel Ducato di Aosta ed in Lorena, si fé’ a diman- dare per lo stesso nipote la secondogenita Isabella. […] Le nozze si celebrarono con grande pompa in Milano nello stesso anno 1557 18 .

A garanzia dei suoi obiettivi, il Principe-Vescovo aveva convinto Challant a redigere, prima del contratto dotale, il testamento del 1557 a favore della secondogenita Isabella. Tra le cause della diseredazione di Filiberta c’era, sì, anche

il furto, ma l’accusa cardine era il disonore della famiglia 19 , tanto che Emanuele Filiberto “per tutelare l’onore del mare- sciallo e di Madruzzo” aveva dato disposizioni a Claudio Malopera, suo primo ambasciatore residente a Venezia, di

fare il possibile perché la Signoria arrestasse i due amanti 20 . Poco si conosce della vita di Filiberta dopo la fuga. Storia

e leggende s’intersecano: un matrimonio segreto a Ferrara, l’incontro a Venezia con il padre nel 1558, il suo perdono e un terzo testamento che la riammetteva nei diritti di quello del 1546. Forse fu presente ai funerali della madre (1558) con un fugace ritorno a Issogne dopo la morte di Collot, che

le cronache dicono caduto a Macon nel 1557-58. Forse. Pochi

i fatti certi: nel 1553 fu promessa sposa di un fallito matri- monio con Gian Giacomo Trivulzio 21 , visse a Venezia e alla morte del padre (1565) era a Novara ospite dei Della Porta 22 , dove incontrò Giuseppe Tornielli di Briona, che sposò nel

1565. Da questa data fino al suo testamento del 1578 23 Filiberta

di Challant ritornò nella storia documentale.

L’intruso: Giuseppe Tornielli di Briona

Figlio di Luigi Tornielli di Briona, “général de l’infan- terie impériale en Piémont” e di Isabella di San Giorgio, Giuseppe Tornielli appartiene a una potente e poco studiata famiglia novarese intrisa di sangue, tra dominio, capitani di ventura, santi, beati e persino un Papa 24 , al servizio di re e imperatori che le diedero potere e di cui difesero il trono. Se

è difficile la data di un capostipite, fin dagli inizi la famiglia si presentò alla ribalta storica (secolo XII) già divisa in due grup-

pi parentali distinti, ma sotto un’unica Santa protettrice 25 : i

16 F. MALAGUZZI, Regiam sibi biblio- thecam instruxit: legature di pregio del secondo Cinquecento dalla raccolta di Gian Federico Madruzzo, Trento, 1993.

17 Cfr. l’olio su tela, ad altezza natu- rale. G. B. Moroni, ca. 1560, National Gallery of Art, Washington. Questo quadro, con un altro Moroni e un Tiziano furono alienati a Baldassarre Roccabruna da Charlotte de Lenon- court-Challant per pagare i debiti lasciati dal padre Gabriele Ferdinando Madruzzo.

18 G. B. Adriani, op. cit.

19 «Vagata est per mundum pere- grinando cum personis villissimis, cum magno scandalo sui honoris et fame, summoque dolore et cruciatu suorum parentum, quos ita dedecoravit afflixit- que, ut non mereatur appelari filia».

20 «Intorno al caso de la figliuola

di Mons. de Challant, guardandovi

sempre di non trovarla […] voi non mancherete di procurar a parer vostro

che si dia di mano al ribaldo sedutto-

re et a far ridur lej in parte che non

fugga, per castigar bene et deliberar de

l’altra come converrà. Et a ciò far ado-

pererete il nome mio con quei signori

[Senato della Serenissima], dicendo che per esser il conte di Challant, padre di

lej, mio principal vassallo et tanto caro

quanto è, […] havemo la cosa […] a core». ASTo, Venezia, Lettere ministri, mazzo I, “Emanuele Filiberto al Malopera, 9 luglio 1557”.

21 ASTo, Corte, Protocolli Ducali, n.

223, ff. 4-30, “Contratto nuziale tra Gian Giacomo Trivulzio e Filiberta di Chal-

lant”

22 maggio 1553. Il matrimonio

aveva

trovato l’opposizione del gover-

natore di Milano Ferrante Gonzaga- Guastalla. G. FORNASERI, op. cit., docc.

XCV e XCVI.

22 Nella casa di Giulio Cesare Della Porta, oggi via Canobio.

23 Dato da Beaufremont il 9 luglio

e registrato a Valangin il 16 agosto, nel

quale «elle déjette sa sœur Isabelle et

tous ses descendants», nomina erede universale il figlio Gioachino Carlo

«laissant la jouissance de ses biens à son seigneur et mari» e raccomanda il

figlio al duca di Savoia, suo padrino

al fonte battesimale di Torino.

24 Alessandro VIII, figlio di Marco Ottoboni e Vittoria Tornielli (ramo di Venezia).

25 Maria Maddalena. V. VIALE, Gotico e rinascimento in Piemonte, catalogo

della 2 a Mostra d’arte a Palazzo Cari-

gnano, Torino, 1939, p. 223.

25

Tornielli detti di San Matteo con palazzo in Novara e i Tornielli

di

Vignarello, primigeni all’interno del clan famigliare 26 , lega-

ti

alle fortune degli Hohenstaufen da Federico II a Corradino

di

Svevia. Scrive Ludovico Antonio Muratori, riprendendo

Pietro Azario, che Agnese Lancia filiam Bonefacii Castellani

sposò

uni de Torniellis [Ottone], de qua nati sunt quatuor filii, scili- cet Comes Gualvagnum [Galvano], Comes Lanza, Comes Frerinus [Federico] & Torellus vir fortissimus, qui genuit Gualvalgnum de Torniellis 27 .

E il cronista Matteo da Parigi ricorda la “confirmatio matrimonii in articulo mortis” da parte di Federico II a Bianca Lancia 28 , sua amante e sorella di Agnese.

Dai Tornielli di San Matteo scese la linea di Venezia 29 , mentre dai Tornielli di Vignarello scesero, divisi in rami mino-

ri e plurimi feudi tra cui Briona, le linee di Forlì 30 e di Lorena 31 .

Alle quali va aggiunta, forse, la linea di Torniella e Sticciano

in

terra di Siena 32 con interessanti omonimie onomastiche e

di

territorio.

Nel 1449 Gianfrancesco Visconti concesse a Giovanni Zanardo Tornielli, che combatteva con lui da due anni e che gli aveva anticipato forti capitali, numerosi feudi tra cui Briona elevati a comitato nel 1488. Melchiorre, figlio di Zanardo, ebbe vari figli 33 , due con discendenza maschile continuata:

Manfredo (primogenito) e Guido, da cui Luigi, padre di Giuseppe. Proprietario del castello di Briona e della fortuna del ramo fu Manfredo, rimanendo poco ai cugini. A Novara, Giuseppe conobbe Filiberta di Challant e la sposò, inseren- dosi di forza nelle vicende successorie per i feudi di Beau- fremont e Valangin.

La baronia di Beaufremont nel ducato di Bar

Alla morte di Renato di Challant, di tutto il suo asse suc-

cessorio, la baronia di Beaufremont era l’unica libera da ipo- teche. Poco redditizia 34 e dipendente dal sistema feudale del-

la Lorena, possedimento minore in un dossier ereditario com-

plesso, fu risparmiata dalla violenza delle liti tra le sorelle Challant

e vissuta come tacita proprietà comune (“eurent chacun une

habitation dans l’enceinte du château”). Furono Gabriele Ferdinando Madruzzo, figlio di Isabella e Gioachino Carlo

Tornielli, figlio di Filiberta, che decisero la divisione del feudo

in due lotti distinti con un procès-verbal dell’ottobre 1589 35 . La

parte toccata ai Madruzzo passò nel 1621, con il titolo comi- tale di Challant, ai de Lenoncourt per il matrimonio di Charlotte, figlia di Gabriele Ferdinando Madruzzo, con Charles de Lenoncourt e fu venduta nel 1675 ai d’Alençon. La parte toc-

cata ai Tornielli si trasmise fino a Enrico Giacinto, l’ultimo che

si firma baron de Beaufremont e fu venduta nel 1680 ai Labbé,

il castello ancora distrutto negli avvenimenti del 1634 per ordi- ne di Richelieu, le terre già povere falciate dalla peste.

26 P. AZARII, Chronicon, Milano,

1771. cap. XI, p. 106.

27 L. A. MURATORI, Antiquitates Ita- licæ Medii aevi, t. I, Milano 1738, p. 624, C.

28 H. R. LUARD (a cura di), Matthæi Parisiensis, monachi Sancti Albani, Chronica majora, vol. V, Londra 1874, p. 572.

29 Da Girolamo Tornielli, che si sta- bilì a Venezia nel 1498. Questa linea si estinse nel 1938 con la morte di Filiberto Tornielli SJ a Spokane, WA (USA). J. T. M ITCHELL, Necrology of the California Province of the Society of Jesus 1845-2008, California Province, 2008, “October 26”, p. 63.

30 Da Obizzo Tornielli, che si sta- bilì a Forlì nel 1254. Questa linea si estinse nel secolo XVI.

31 Da Giuseppe Tornielli, che si sta- bilì a Beaufremont in Lorena dopo il

1565. Questa linea si estinse nel 1737

con la morte a Nancy di Anne-Giu- seppe Tornielli di Briona. Cfr. Appen-

dice 1 e T. V IALARDI DI S ANDIGLIANO,

Un soldato di ventura alla corte india- na di Sardhana: Paolo Solaroli, nova- rese, “Studi Piemontesi”, XXXV, 2 (2006), p. 345, nota 115.

32 Un atto del 17 maggio 1233 cita «Ego Ranerius quondam domini Ra- nerii de Torniella», ASSi, Diplomatico, Kaleffo dell’Assunta, n. 620.

33 Cfr. il composito affresco di lin- guaggio lombardo (secolo XV) già nel- l’oratorio di San Clemente a Barengo, dove Maria Maddalena presenta Mel- chiorre Tornielli con la moglie Aloisia e tutti i figli, riconducibile forse alla mano di Angelo de Orello e/o del figlio Astolfo.

34 Nel 1589 l’insieme dei cespiti signorili di Beaufremont era pari a 103 franchi d’argento di Bar. Il franco del ducato di Bar valeva «2 livres et 4 deniers tournois».

35 “Partage de la Baronnie de Beau- fremont”, M. CHAPELLIER, Essai histo- rique sur Beaufremont, son château et ses barons, in Annales de la Société d’é- mulation du Département des Vosges”, X, I er Cahier, 1858, Épinal 1859, pp. 200 sgg.

26

La Signoria di Valangin nel comitato di Neuchâtel

Il testamento del 1557 di Renato di Challant avrebbe dovuto essere chiaro. Filiberta era diseredata e tutti i feudi andavano in capo alla sorella, tra cui la Signoria di Valangin 36 , un sistema urbano florido e strategicamente difeso, ma feu- dalmente il più complesso per le appartenenze incrociate: il duca di Orléans-Longueville, conte di Neuchâtel, ne era il suzerain, Renato di Challant il Signore che però aveva rifiu- tato il giuramento di fedeltà al duca 37 e Berna la combour- geoise con diritto arbitrale sulle liti, contemporaneamente creditrice di una ipoteca di 30.000 scudi verso Challant. Appena morto il padre (11 luglio 1565), Isabella e il marito chiesero a Berna l’8 agosto “de les recevoir bourgeois, en qualité de seigneurs de Valangin, comme ses prédécesseurs l’avaient été” 38 , combourgeoisie concessa il 22 dicembre 1566 “sous la réserve que personne ne se présenterait pour la dispu- ter sur le jour des six semaines”. Contemporaneamente i cugi- ni valdostani di Isabella avevano impugnato il testamento per il comitato di Challant, la baronia di Aymavilles e altri feu- di, sostenendo l’illegalità successoria che violava sia il capi- tolo LIX della Lex Salica 39 , sia le Coutumes valdostane. Anche Giuseppe Tornielli, fallito il tentativo di un arrangement à l’a- miable sulla eredità che pose fine anche all’interessata enten- te cordiale tra le sorelle 40 , si era rivolto a Berna perché con- siderasse fraudolenta la combourgeoisie concessa ai cognati. Berna lo rimandò al Consiglio del duca di Orléans-Longueville, dominus di Neuchâtel da cui dipendeva Valangin, al quale Tornielli offerse l’hommage a Parigi il 10 maggio 1569 nella speranza che

non seulement l’investiture du fief de Valangin lui serait accordée, mais qu’on le ferait jouir immédiatement de sa seigneurie, sans

égard pour les occupateurs rebelles [per l’atto di fellonia di Renato

di Challant] qui s’en étaient emparés 41 .

Il duca rinviò la questione a Berna, che propose un arbi- trato tra le due sorelle, ma il rappresentante ducale 42 fece emet- tere inaspettatamente dal tribunale degli Stati di Neuchâtel il 3 agosto 1571 una sentenza a favore di Tornielli con l’unica riserva che, se la cognata si fosse presentata durante la seduta del tribunale portando ragioni valide, la sentenza sarebbe sta- ta annullata. Isabella ricusò la competenza di Neuchâtel, ordi- nando “des levées d’hommes dans sa seigneurie, pour défen- dre au besoin ce qu’on lui contestait”. Il fatto non piacque a Berna che, se agli inizi l’aveva favorita, incominciava a trovare

que elle était devenue excessivement irritable, ainsi que son

mari, tous deux ayant voulu être qualifiés de souverains seigneurs

et n’employant pas toujours les voies les plus droites pour arriver

à leur but 43 .

Le cose si complicarono quando Gian Federico Madruzzo, pressato dai creditori, si dichiarò disposto a vendere la Signoria.

36 Nel 1011 Rodolfo III di Borgogna regalò alla moglie Irmengarda il terri- torio della «regalissimam sedem» di Novum Castellum (Neuchâtel). Corra-

do II ne investì Ulrich de Fenis (Vinelz) dopo l’assedio del 1034 contro Eudes

de Champagne. Nel 1218 i beni di

Ulrich II furono divisi e al figlio Ulrich

III toccarono Nidau, Strassberg e

Aarberg con Valangin, all’origine dei rami omonimi. A loro volta gli Aarberg

si divisero in Aarberg-Aarberg e Aarberg-Valangin.

37 «René avait fait acte de félonie en

se refusant de prêter hommage à son

suzerain et en se qualifiant lui-même de souverain». G. A. MATILE, Histoire de la Seigneurie de Valangin jusqu’à sa réunion à la directe en 1592, Neuchâtel, 1852, pp. 244 sgg. con qualche impre- cisione nelle date.

38 J. BOYVE, Annales historiques du comté de Neuchâtel et Valangin depuis Jules-César jusqu’en 1722, t. 3, Berna 1854-55, p. 144.

39 «De terra vero [salica] nulla in

muliere portio hereditas est, sed in viri-

li sexu qui fratres fuerint totam ter-

ram pertineant». Per una disamina giu-

ridica, cfr. F. LAFERRIÈRE, Esprit du droit germanique, “Revue de droit français

et étranger”, vol. 4, Parigi 1847, pp.

880-85. Il contenzioso si concluse a favore dei cugini solo nel 1696.

40 Il 20 ottobre 1565 il procurato-

re di Filiberta Etienne Germano ave-

va incontrato Isabella nella Chambre

de Savoie del castello di Issogne per

un accordo, ma «elle ne tint aucun

compte des réclamations de sa sœur».

41 G. A. MATILE, op. cit.

42 Jean de Maniquet.

43 G. A. MATILE, op. cit.

27

Tra i possibili compratori ci fu subito Berna, creditrice mag- giore, che con questa acquisizione voleva rafforzare la sua influenza su Neuchâtel. Poi venne il duca di Orléans- Longueville, suzerain di Neuchâtel, che voleva contrastare il progetto di Berna e offerse a Isabella terre nel marchesato di Rôthelin in cambio della Signoria. E infine venne il duca di Nemours Giacomo di Savoia, l’eroe della principessa di Clèves

che, gottoso e in disgrazia dalla Corte di Francia, “remplaçait ses intrigues d’amour par des intrigues d’ambition”. Investito con il cugino Orléans-Longueville della souveraineté di Neuchâtel, ne era stato estromesso con un lodo del 1557 “persuadé qu’on avait profité de son inexpérience pour lui faire souffrir une injustice énorme”. L’acquisto di Valangin era la strada per tornare in possesso della sua parte di Neuchâtel, ma l’opposizione di Berna e la poca riservatezza

di Madruzzo lo fecero rinunciare. Inconcludenti i negoziati del marito, Isabella volle farsi

confermare in via definitiva i propri diritti. Sondò l’entourage

di Orléans-Longueville, ma seppe che il duca aveva dato dispo-

sizione al Consiglio, perché il giudizio fosse equo, di trasmet- tere copia di ogni sua istanza anche alla sorella. Isabella pre- ferì rivolgersi di nuovo a Berna con cui il marito continuava

la trattativa, ma la morte improvvisa di Orléans-Longueville

nell’agosto 1573, fatto avvelenare da Caterina de’ Medici, rime- scolò le carte. Madruzzo pensò allora di offrire la Signoria al

Presidente di Borgogna 44 , legato al viceré di Napoli de Granvelle, che trasmise l’offerta a Filippo II con una relazione su Valangin fatta pervenire da Madruzzo all’ambasciatore del re di Spagna presso la Santa Sede 45 . Il prezzo richiesto era di 40.000 duca-

ti, pari all’ipoteca complessiva di Berna scaduta dal 1569, ma

suggeriva anche il “moyen de simplifier la question d’argent”:

il re poteva sostituirsi al debitore (Isabella di Challant) pagan- do “l’intérêt à cinq pour cent” e, a saldo della cessione del diritto di riscatto della Signoria di Valangin, Madruzzo era disposto ad accettare terre nel regno di Napoli o una rendita pari nel ducato di Milano. Filippo II, per non alienarsi il favo-

re dei Cantoni “protecteurs de son comté de Bourgogne con-

tre l’ambition française”, non diede seguito all’offerta. L’11 agosto 1576 i quattro Cantoni alliés di Neuchâtel (Berna, Soleure, Friburgo e Lucerna) convocati a Soleure, con-

fermarono che la sovranità di Valangin apparteneva per dirit-

to alla vedova Orléans-Longueville, Maria di Borbone e, ritor-

nando alla loro prima sentenza, confermarono il 15 settembre

la Signoria a Giuseppe Tornielli che, a scanso di colpi di mano

dei cognati, mise in linea sette cannoni en fer sugli spalti del castello di Valangin. Isabella, che aveva promesso a Berna di attenersi all’arbitrato, ricusò la sentenza e si rivolse al re di Francia che non solo confermò il giudizio, ma raccomandò a

Berna di “veiller aux intérêts de Torniel et de l’assister de tout son pouvoir”. Isabella si rivolse allora alla Camera imperiale

di Spira, che riconfermò la sentenza. Intanto Berna, non riu-

scendo a farsi rimborsare l’ipoteca scaduta e gli interessi che si accumulavano, ottenne nel 1578 di essere messa in possesso

44 Froissard de Broissie.

45 Juan de Zuninga.

28

della Signoria da Maria di Borbone che, contemporaneamen-

te, ne riscattò l’ipoteca. L’accordo fu siglato il 12 novembre con

formalmente espressa la condizione che la duchessa

se chargerait de toutes les dettes de la maison de Challant pour lesquelles la seigneurie avait été hypothéquée; que si les comtes de Torniel et d’Avy [Gian Federico Madruzzo era conte di Avio] venaient à bout de se concilier, celui qui pourrait la racheter en serait investi par la duchesse, contre remboursement de tous frais, en réservant ses droits de souveraineté comme dame de Neuchâtel 46 .

A Isabella rimaneva come ultima speranza il duca di Savoia, che con un discutibile privilegio aveva concesso al padre la trasmissione feudale per linea femminile, permet- tendo la primogenitura per testamento e non per coutume 47 . Emanuele Filiberto con patenti del 1575 aveva però inter- detto al Senato di Chambéry “de s’ingérer dans la cause entre Isabelle Comtesse de Challant et Philiberte sa Soeur” 48 , ma grazie all’appoggio del marito di Isabella che aveva fatto una carriera folgorante a Corte, il Senato di Torino sentenziò che

Tornielli non aveva alcun diritto su Valangin. Durante il dibat- timento Tornielli aveva però opposto l’esistenza di un ulte- riore testamento di Renato di Challant, “escript et signé de

46 G. A. MATILE, op. cit.

47 Da Bruxelles, 14 agosto 1556.

48 AChallant-Châtillon ante 1799.

49 Santa Maria della Celestia, chie- sa del monastero cistercense in cam- po della Celestia all’Arsenale.

50 AEN, “Mémoire à l’appui des pré- tentions du comte de Torniel”, C 4 , n. 11 (s).

51 G. A. MATILE, op. cit.

52 Ibidem.

sa

main et seelé de son seau” nel 1558 a Venezia “en l’eglise

de

la Celestie” 49 . Incontrata la figlia,

ledit feu seigneur conte de Chalant, qui en l’annee 1558, ayant heu advertisement que sa ditte fille Philiberte s’estoit retiree en la compagnie de son mary en la ville de Venise, luy mesme y allat pour la trouver, et de faict estant arrivé en laditte ville et heu nou- velles asseurees d’icelle et de ses bons et honnestes comportemens, trouva qu’elle avoit tousjour suyvy et demouré honnestement (et selon Dieu) en la compagnie et conversation de son dit rnary, de quoy, oultre le contentement qu’il en receut, il remerciat nostre sei- gneur de ce qu’il trouvoit les choses estre tout aultrement que l’on ne luy havoit faict entendre, il declayra aussi estant audit Venise en l’eglise de la Celestie, que a l’instigation et faulses persuasions d’aul- cuns, il havoit esté contraint et forcé de fayre ung testament a Mylan, par lequel il avoit exeredé sa ditte fille Philiberte, dont grandement il s’en repentoit et dit en presence de plusieurs personnages de qua- lité (qui ont depousé de ce faict) qu’il anuloit le testament par luy faict audit Mylan et reintegroit sa ditte fille Philiberte en son pre- mier estat, honneur et reputation et biens, comme elle estoit aupa- ravant ledit testament de Mylan, priant lesdis tesmoings la presens estre memouratifz de ceste sienne déclaration et voulonté 50 .

L’asserzione era falsa? Di fatto, alla richiesta del tribunale

di esibirlo, Tornielli non l’aveva presentato adducendo che

“laditte contesse d’Avy s’estoit emparee et saisie dudit testa- ment de Venize”. Il 23 dicembre 1582 il Senato di Chambéry reiterò la sentenza di Torino, nonostante una diffida di Neuchâtel al duca di Savoia la rendesse ineseguibile 51 :

La duchesse de Longueville étant souveraine de Valangin, aucun autre prince n’avait à s’immiscer dans la contestation qui divisait les Torniel et les Madrutz au sujet de cette seigneurie 52 .

29

A questo punto Isabella, che i contemporanei descrivono

trop dépensière, arrogante, superba dell’alto lignaggio degli Challant che le faceva considerare il marito un parvenu, il matrimonio in fallimento nonostante nove figli, accecata dal-

l’odio verso il cognato, commise un errore fatale. Per vince-

re il “procetz du Piedmont” aveva fatto stilare dal greffier

communal di Valangin, Guillaume Grossourdy, una falsa rati-

fica voluta dal padre il 18 settembre 1560 a conferma del testamento del 1557. L’atto era stato inserito nei registri di bassa giustizia di Valangin con l’appoggio di partigiani di Isabella, “où le document avait joué un rôle dans les procès entre les d’Avy et les Torniel”. Confermato dal maître-pape- tier Iteret (filigrana della carta non in commercio prima del 1563, diversa e troppo bianca la cucitura della carta rispet-

to agli altri fogli), il falso fu smascherato tempestivamente da

Tornielli ma la scoperta fu tenuta in serbo 53 come “preuve

de la perfidie de ses adversaires” per una causa infida, come

quella presso il tribunale di Savoia. Il greffier, “meschant homme faulssaire et parjus”, fu processato il 26 gennaio 1581,

si difese male e svelò la truffa 54 . Su consiglio di Berna,

Neuchâtel chiese a Isabella la sua versione dei fatti con una lettera speditale a Torino il 19 luglio 55 . Isabella non rispose e Grossourdy ebbe la tète tranchée il 14 ottobre 56 . Gli andò bene, perché il 12 luglio il tribunale aveva proposto la pena “d’estre boully a l’huylle”. Contemporaneamente circolò a

Torino un libello anonimo 57 , ma ispirato da Isabella, che defi- niva lo scandalo Grossourdy una macchinazione odiosa ordi-

ta da Neuchâtel “pour discréditer les d’Avy et favoriser

Torniel”. Le confessioni erano state strappate a Grossourdy

con la tortura e, per non farlo ritrattare in tribunale, “on lui avait mis un bâton dans la gorge”.

Si riaprì la questione della Signoria e a Baden il 24 novem-

bre 1584 i Cantoni decisero che gli abitanti del feudo dove-

vano rendere il giuramento di fedeltà alla nuova domina Maria

di Borbone, liberandoli da quello reso a Isabella. Ci furono

resistenze anche armate tra i fautori Madruzzo agli ordini del

capitaine Valangin e quelli Tornielli, forti di “une enseigne de quatre cents hommes” dei Cantoni di Berna, Friburgo e Soleure. Solo il 7 dicembre (12 dicembre stile nouveau) “cel-

le qui vous sera toujours bonne dame et amie, Isabelle de

Challant” decise di sciogliere i suoi fedeli dal giuramento. Pochi giorni dopo la morte del marito, il 26 aprile 1586

Isabella scelse di vendere i propri diritti di riscatto al conte

di Wurttemberg-Montbelliard, ma morì senza essere stata

pagata. Tre anni dopo, anche Gioachino Carlo Tornielli appe-

na emancipato, cedé con il padre i propri diritti al conte per

57.846 scudi d’oro del sole (écu sol), liquidati per intero l’an- no successivo, al netto di una ipoteca di 68.154 scudi d’oro

del sole a favore di Maria di Borbone 58 . Era il 1589, il re di Francia era morto assassinato ed Enrico d’Auvergne stava saccheggiando la Lorena alla testa dei protestanti. La “guer-

ra dei Tre Enrichi”, l’ottava guerra di religione, stava entran- do nel suo pieno.

53 AEN, “Lettre de Torniel au gou- verneur de Neuchâtel, Turin, 15 juil- let 1580”, Y 18 , n. 4.

54 Per il processo, cfr. J. JEANJAQUET, Le procès du greffier faussaire Guillaume Grossourdy de Valangin (1581), Neu- châtel, “Musée neuchâtelois”, XXXVIII e année, 1901, pp. 54 sgg.

55 AEB, Welsches Missivenbuch, G, “A Madame, Madame Ysabel de Chal- land, marquise de Surian, contesse d’Avy et Boffremont”, f. 228.

56 «Le Conseil d’Etal fit savoir, au nom du gouverneur absent, que son Excellence voulant toujours préférer grâce et miséricorde à rigueur de justi- ce consentait à ce que le condamné eût la tète tranchée au lieu d’être pen- du et lui faisait remise des autres pei- nes portées dans la sentence». J. JEANJAQUET, op. cit.

57 AEN, “Libelle contre le comte et la comtesse de Torniel”, C 4 , n. 11 (t).

58 Per il complesso conteggio di quanto ricevuto dai Tornielli e l’in- solvenza di Wurttemberg-Montbelliard verso Isabella di Challant, cfr. J. E. BOYVE, Recherches sur l’indigénat helvé- tique de la Principauté de Neufchâtel et Valangin, Neuchâtel ,1778, pp. 236-

238.

30

Per difendere il ducato Carlo III di Lorena ricorse all’aiu-

to dei suoi feudatari e Gioachino Carlo Tornielli partecipò

con un prestito di 46.500 scudi d’oro del sole. Per il suo matrimonio con la ricca ereditiera Anne du Châtelet 59 , Tornielli

entrò nelle “familles de haut parage” che alla Corte ducale erano dette i quatre grands chevaux de Lorraine, “la plus ancienne noblesse et la plus illustre chevalerie du duché nommée avant le XVII e siècle”. Nominato “Grand-maître de l’hôtel et chef des finances” da Enrico II di Lorena, Gioachino Carlo sposò a Mantova per procura del duca il 26 aprile 1606 Margherita Gonzaga. Officiante? Il figlio di Isabella di Challant Carlo Gaudenzio Madruzzo, Principe-Vescovo di Trento!

59 Cfr. Appendice.

60 Come prima conseguenza della causa oppostale dai cugini, Isabella aveva dovuto restituire loro le signo- rie di Ussel e Saint-Marcel, riscattan- dole dal semi-cognato per 12.000 scu- di più interessi.

Sintesi delle cause

Il matrimonio di Filiberta di Challant con Giuseppe Tornielli

fu l’elemento scatenante una faida giuridico-feudale che durò

dal 1565, data della morte di Renato di Challant, fino al 1584, quando Isabella fu costretta a sciogliere i suoi fedeli di Valangin dal giuramento di fedeltà. Giuseppe Tornielli dimostrò una miracolistica capacità di inserirsi in una successione giuridica- mente semplice, se limitata al testamento del 1557, che non lasciava dubbi: Filiberta era stata diseredata a vantaggio di Isabella. Ma la situazione patrimoniale pesantemente condi- zionata dalle servitù debitorie lasciate dal padre (ipoteche in essere, interessi e debiti non onorati) 60 , aveva messo Isabella

nell’impossibilità di negoziare la più gravosa di oltre 40.000 scu-

di

nei confronti di Berna. Fu una delle carte vincenti di Tornielli. Se i documenti, sentenze e appelli, tracciano il comples-

so

quadro feudale della Signoria di Valangin, nel loro insie-

me rivelano lotte politiche storicizzate tra Cantoni e Stati, dove la faida famigliare fu solo il pretesto per regolare giu-

risdizioni e dazioni di denaro in squilibrio da almeno un paio

di secoli. Gli attori, le sorelle Challant, furono gli effetti di

nodi non sciolti in antico e non le cause. Poco si evince del-

le loro storie personali, se non l’odio profondo di Isabella

contro il cognato, che considerava non a torto all’origine di tutte le sue difficoltà in un complesso di cause già critiche. La posizione giuridica di Isabella, semplice sotto il diritto

testamentario, era invece particolarmente difficile sotto il pro- filo feudale. L’atto di fellonia del padre la costrinse in una difesa equivoca nei confronti del duca di Orléans-Longueville, che in ogni momento poteva “se faire adjuger par commise

la seigneurie de Valangin” (e stupisce che non lo abbia fat-

to), spiegando perché Isabella non si presentò mai al suo

Consiglio e ricusò sempre il tribunale degli Stati di Neuchâtel.

Il suo ricorso immediato a Berna, nel palese tentativo di argi-

nare l’evidenza debitoria che era “hors d’état de payer”, fu visto da Neuchâtel, che rappresentava l’istanza naturale, come una ingerenza che la mise in conflitto con il Consiglio dei suoi Stati. Carattere duro (per la sua acidità e per i suoi intrighi Maria di Borbone la definì “une dame qui a quelque chose de

31

mauvais dans l’estomach”), Isabella agì quasi sempre in prima persona, sovrapponendosi sovente al marito che disprezza-

va, è lei che firma gli atti e decide le strategie processuali. Dall’altra parte non c’è Filiberta, nessun atto è firmato da lei, c’è sempre Giuseppe Tornielli e, diventato cieco, il figlio emancipato a ventidue anni. Il profilo personale degli attori in causa si disegna attra- verso i memoriali che accompagnano i ricorsi, non però per- venuti nella loro completezza. Correlati, tratteggiano storie private che propongono interrogativi non privi d’interesse. Aspri con una strategia non sempre prudente quelli di Isabella, finemente suasivi e con un progetto difensivo preciso quelli

di Giuseppe. Due documenti, già evidenziati, attirano in par-

ticolare l’attenzione. Il primo è l’anonimo Mémoire à l’appui des prétentions du comte de Torniel 61 , verosimilmente di mano

di un suo procuratore 62 , non datato ma presentato a prova

dell’esistenza del testamento di Venezia, parte nel processo

di Torino del 1580 e in forma completa in quello di Baden

del 1584. Il secondo è il Libelle contre le comte et la comtes-

se de Torniel 63 , anche questo anonimo e non datato ma pre- sentato al processo di Torino, dove sono riportate le nefan- dezze di Neuchâtel e di Giuseppe Tornielli. Questo docu- mento, destinato a rimanere nell’ambito del tribunale duca-

61 AEN, “Mémoire à l’appui …”, cit. sopra, nota 50.

62 Guillaume Richard.

63 AEN, “Libelle contre …”, cit. sopra, nota 57.

le,

fu fatto pervenire da Tornielli al tribunale dei Cantoni che

lo

acquisì per il procedimento del 1584, dove gli insulti con-

tro Neuchâtel giocarono un ruolo non marginale nel verdet-

to finale. L’argomento principe, il testamento di Venezia, è

solo sfiorato e in tutti i mémoires pervenuti Isabella non affron-

ta mai direttamente la questione, ma usa argomenti à rebours.

Mémoire à l’appui des prétentions du comte de Torniel

La struttura del documento indirizzato ai “Magnificques

et tres puissans seigneurs des quatre villes” riuniti plenaria-

mente a Baden, è lineare, diplomaticamente persuasiva e ste-

sa scaltramente senza acrimonia. Ripercorre in sunto i pro-

cedimenti dal 1565 fino alla sentenza di Chambéry del 1582, intentati da Isabella “au grand prejudice de l’honneur, repu- tation et droicts de la feu contesse Philiberte” (†1578). Tutti erano basati sul testamento di Milano del 1557, senza mai tenere in conto quello di Venezia del 1558, reiterato a Novara davanti a testi, nel quale il “feu monseigneur le conte de Chalant” reimmetteva Filiberta in tutti i diritti di quello di Issogne del 1546. Challant, informato nel 1558 (da Malopera?) che Filiberta “s’estoit retiree en la compagnie de son mary en la ville de Venise”, dove viveva “selon Dieu, il s’y rendit”. Costatato che la figlia si comportava nella “façon la plus honnête, en compagnie de l’homme qu’elle avait suivi et qui était deve- nu son mary”, la volle incontrare e le perdonò tutto, anche l’offesa di essersi sposata “sans son sceu et consentement”. Cosciente di essere stato “contraint et forcé de fayre ung

32

testament a Mylan”, Renato lo revocò prima verbalmente davan- ti a testimoni nella chiesa della Celestia e poi per iscritto:

fit ung aultre testament escript et signé de sa main et seelé de son seau et le fit aussi signer par dix tesmoings et seeler de leurs seaulx, par lequel testament, escript et seelé comme dessus, il revo- quoit, anulloit et cassoit ledit testament par luy faict à Mylan en faveur de sa fille Ysabelle, et confirmoit et ratifioit l’aultre testa- ment faict a Yssogne en l’annee 1546 en faveur de sa ditte fille Philiberte.

Redatto il nuovo testamento, Challant chiese a Filiberta

di accompagnarlo dalla madre malata, ma poiché il marito

era fuori Venezia, da moglie ossequiosa,

ne luy voulust accourder d’aller avec luy, que au prealable son mary ne fust de retour, sans le congé et permission duquel elle ne pouvoit ny vouloit aulcunement partir.

Ritornato il marito e avutone “permission et congé”, padre

64 Oratorio di San Siro, cattedrale

di

Santa Maria Assunta.

65 J. BOYVE, op. cit., p. 77.

66 «Il avait amèrement goûté le néant

de

ses ambitions et illustré la devise de

sa

famille: Tout est monde et le monde

n’est rien». Guillaume Farel 1489-1565, biographie nouvelle, Neuchâtel, 1930, p. 238.

67 L’Inventaire fait par la très illustre Dame Isabelle de tous les biens du Comte René de Challant, son père, l’an 1565

fu redatto dal notaio Carruczon. Com-

prende tutte le proprietà e i feudi, inclu-

si Valangin e Beaufremont, non Am-

bronay, con l’elenco degli arredi e dei documenti, ma solo di quelli che Car- ruczon considerò utili ai fini dell’ere- dità. Se è rilevante il numero di docu- menti attinenti ai beni italiani, è limi- tato quello attinente ai beni esteri.

e

figlia partirono per Vercelli per incontrare Mencia, che morì

il

mese successivo (3 settembre). Nella chiesa di Saint Chiric 64

Novara dove stava preparando i funerali, Challant volle rei- terare il testamento di Venezia davanti a testimoni,

a

en le leur monstrant, qui estoit signé de sa propre main et seelé de son seau, signé aussi des dix tesmoings et seelé de leurs seaulx, […] je proteste devant Dieu et vous, qu’estant dernierement en la ville de Venise, j’ay revouqué, adnullé et cassé le testament que j’a- vois esté persuadé, seduit et pratiqué de fayre a Mylan en faveur de ma fille Ysabella, et ay confirmé et ratifié le testament par moy faict a Yssogne en faveur de ma fille Philiberte.

Morta la moglie, scrive Jonas Boyve 65 basandosi sulle testi- monianze di Tornielli nei procedimenti svizzeri, Challant

riportò Filiberta “qui se trouvait déjà veuve” a Issogne, fat-

to confermato anche dalle cronache valdostane con l’anno-

tazione che Filiberta, dopo qualche anno vissuto tra conti- nui dissapori con la sorella e il cognato, preferì stabilirsi a Novara dai Della Porta, forse amici della madre. L’ultimo maresciallo di Savoia morì “rongé de soucis et

d’ennuis” 66 nel 1565 ad Ambronay e fu sepolto frettolosa-

mente nell’abbazia di Saint-Sulpice. Isabella fece subito pre- levare dai castelli di Ambronay e Aymavilles arredi, “tiltres et escriptures”, compresi gli inventari che “monsieur [Guillame] de Belmont, pour lhors maistre d’hostel dudit defunct conte de Chalant”, aveva fatto redigere “tant pour

la justice d’Ambourney

[Ambronay]” 67 . Il fatto trovava conferma in una lettera che Ranier, “secrestayre desdis conte et contesse d’Avy”, aveva mandato nel 1568 a Madruzzo in cui scriveva che “ayant madame la contesse sa femme oublié l’original testament de partie adverse, il le luy envoyoit”. Ne deduce il mémoire che “l’original ne peut estre aultre que celuy faict audit Venize”, prova “que laditte contesse d’Avy s’estoit emparee et saisie

sa descharge que pour le profit de [

]

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dudit testament”. L’accusa riprende quella già formulata da Tornielli nel 1571 davanti al tribunale di Neuchâtel, dove

aveva affermato che le appropriazioni erano avvenute men- tre Filiberta era a Novara (“pour lhors n’estoit au pays, ains au duché de Mylan”), “en état de viduité de son premier mari” 68 e all’oscuro della morte del padre. Se il testamento

di Venezia non era esistito, la contessa d’Avy non avrebbe

avuto bisogno della falsa conferma faicte fayre su suo ordi- ne, come aveva confessato Grossourdy 69 , per “gaigner le pro- cetz du Piedmont”, per cui, conclude il mémoire:

laquelle faulce confirmation faicte doibt fayre deschoir laditte contesse d’Avy de tous ses droictz (si aulcuns elle en a) et particu- lierement de la seigneurie de Vaulangin, la ou laditte faulce con- firmation a esté faicte, estant certain de droict que qui s’ayde de faulx instrument doibt sans aultre perdre tous ses droictz.

68 J. BOYVE, op. cit., p. 177.

69 «Qu’il a faicte a l’instigation du commis desdictz comte et comtesse d’Avy pour faire perdre le droict au seigneur comte Tourniel, auquel a join- tes mains il demande pardon». J. JEAN- JAQUET, op. cit.

70 J. BOYVE, op. cit., p. 143.

Attento a evidenziare con precisione date, luoghi e fatti, il mémoire scivola silenziosamente su quelli insidiosi. Non

menziona, ad esempio, il nome del marito/amante di Filiberta,

né la data, né il luogo delle nozze, né come mai Challant a

Venezia non incontrò mai il genero. Il mémoire non vuole ricordare che Collot era “un homme peu considérable” e già

morto “l’an 1557 dans la ville de Venise”, come scrive Boyve 70 ? Inoltre, il mémoire nulla riporta sulla vita di Filiberta dopo la morte della madre, se non astrattamente: “elle vécut dans la viduité jusqu’à la mort de son père”. Ancora, la volontà del nuovo testamento, dichiarato e poi stilato nella chiesa del- la Celestia, può far presumere che Filiberta abbia avuto casa

in campo della Celestia all’Arsenale, zona non certo upper-

crust, ma anche che il riferimento sia stato fatto ad hoc per- ché chiesa e monastero bruciarono con gli archivi nell’in- cendio dell’Arsenale del 1569, rendendo irrintracciabile il testamento. E poi, la permanenza di Challant a Venezia avreb-

be dovuto lasciare qualche traccia documentale, la Serenissima

sempre attenta al movimento degli stranieri sul proprio ter- ritorio, soprattutto in quell’anno se residenti nel ducato di

Savoia (si stava aprendo il contenzioso per Cipro). Tacciono

gli

archivi veneti e quelli piemontesi nei rapporti di Malopera

al

duca di Savoia.

Libelle contre le comte et la comtesse de Torniel

Il libello è un attacco intriso di fiele e sentenze latine con- tro Neuchâtel, il suo governatore de Grandcourt e i Tornielli. Fatto circolare segretamente a Torino dopo lo scandalo Grossourdy e destinato, nelle intenzioni di Isabella, a rima- nere per la sua virulenza nell’ambito processuale del ducato, porta già nel titolo l’impostazione del testo: “Appologia ser- mone brevi adversus calumnias et maledicta Josephi Torniel, qui cum nesciat quidquam edere laude dignunm suis falsis persuasionibus assiduisque mendacibus gaudet aut agere aut maledicere semper”.

34

È subito affrontato l’argomento Grossourdy. Il “18 e jour

du mois de septembre [1560]” Renato di Challant aveva volu- to redigere una conferma del suo testamento del 1557 “en faveur de dame Ysabel de Chalant sa fille”, perché fosse noto ai grands seigneurs di “toutes ses seigneuries, tant deça que dela les monts” che nulla dei suoi beni doveva andare a Filiberta,

vista la sua “depravation et mauvaise versation (comme la cho- se estoit publicque)” e che “ledict Torniel heust jamais mangé du pain de la mayson de Chalant”. Il “notaire au lieu de Challisson, conté de Bourgogne” 71 aveva trascritto

la minutte de ladicte confirmation en ung papier tel qu’il l’a- voit trouvé, comme communement l’on achepte du papier, et apprés quelzques annees, qu’on luy demanda ladicte confirmation, il l’a redigee par escript en aultre papier, qui c’est trouvé d’une poste- rieure batture [filigrana], puis la mit en grosse en parchemin, sur quoy ledict Torniel et ceux de Neufchastel ont forgé une faulceté pour venir a leurs desseings contre le conte d’Avyo et la contesse sa femme, qui en sont innocens, et Dieu le scait,

ma il notaire,

71 Grossourdy, mai citato per nome, era originario di Colombières vicino a Bayeux (Normandia).

se ressouvenant des cruaultez des officiers dudict Neufchastel,

adonnez de tout temps a toutes inhumanitez et actes sanguinaires

a respandre par leurs impietez le sanc humain, […] dict: Je crains

que ceux de Neufchastel, a la continue solicitation dudict Torniel, ne me fassent […] perdre la vie, l’honneur et les biens.

In effetti “il prophetiza ce que luy advinct”, perché

les officiers le firent mettre dans les prisons fortes et donner tant de tourmentz qu’ilz luy firent confesser que ladicte confirma- tion estoit faulce. […] Et a ceste occasion ont faict mourir ledict notaire et luy mirent ung baston en la gorge, affin qu’il ne se desdict quant il seroit au lieu du suplice.

Il libello continua con un elenco di crimini compiuti da

Neuchâtel contro cittadini inermi da fare impallidire il voi-

voda impalatore di Valacchia Vlad III, per concludere:

Telles sont les procedures des officiers dudict Neufchastel, ausquelz c’est joinct ledict Torniel, pour rayson desquelles ne fault donner foy a leurs sentences, qu’ilz appelent rigoreuses, et specia- lement pour la sentence par eux donnee contre ledict notaire a l’oc- casion de ladicte confirmation, laquelle tant s’en fault qu’elle soit faulce que au contraire elle est pure et véritable […] auquel memoi- re l’on peult clairement veoir l’intention dudict feu seigneur con- te de Chalant n’avoir esté que ledict Torniel heust jamais mangé du pain de la mayson de Chalant.

A questo punto è ripresa la sentenza del ducato di Savoia

del dicembre 1582, nella quale

ledict Torniel (au nom qu’il procede, a sa confusion et honte)

a esté debouté de toutes les desductions, faux tesmoingnages, faux

testamens par luy imaginez, qu’il disoit ledict feu seigneur conte

35

de Chalant avoir faict a Venize, ensemble d’aultres inventions par luy calomnieusement mises en avant, produictes en jugement, lesquel- les ont esté renversees et declairees nules,

che introduce l’attacco a Giuseppe Tornielli, “ung vray coustumier et asseuré menteur”, con l’elenco delle sue nefan- dezze che si delineano sulla falsariga di quelle a Neuchâtel, senza dimenticare Filiberta che

pour son honneur il s’en devoit taire, pour ne plus dilater sa scandaleuze [vie] et d’ung sy mauvais et pernitieux exemple, indi- gne d’une fille de mayson illustre comme elle estoit.

Emulo del “filz de Tarquin le Superbe”, una quindicina

di anni prima Tornielli aveva violentato a Beaufremont due

sorelle, una sposata (Marguerite Mosta) e l’altra “qu’estoit fille” (Deline Mosta), la loro madre, una zia e la nipote. Ma quel fatto era secondario rispetto a un’aultre histoire che meglio rivelava la “brutalité dudict Torniel”: Giuseppe era il

mandante dell’assassinio di Collot de l’Espal. Quando Filiberta era fuggita con Collot dal castello di Issogne, si era rifugiata a Novara dai Tornielli in attesa del suo amante, catturato subito dopo la fuga e rinchiuso nella torre “appelee la tour

de Verrès en la val d’Hoste”. Ma il domestico del “cappitai-

ne de ladicte tour” lo aveva fatto evadere e con lui aveva rag- giunto Novara. Spiega il libello:

Estant ledict l’Espal en la mayson dudict Tourniel, il luy per- suada porter ung pacquet de lettres a Milan, a quoy ledict l’Espal fit quelque difficulté; enfin par belles paroles ledict Torniel fit tant que ledict l’Espal s’achemina vers Milan avec ledict pacquet. Estant auprès de la riviere du Thesin, […] ledict l’Espal trouva une embu- scade d’hommes desguisez, que ledict Torniel avoit preparé par le moyen d’ung Espagnol, cappitaine du chasteau de Novare, qui le getterent dedans la riviere, tesmoing messire Nycolas Pistor, qui se

dict de l’Espal, alias Col[l]o[t], son frere, qui estoit avec luy, lequel pensoit estre perdu, ayant veu son frere noyer, mais ce n’estoit pas

a luy a qui on en vouloit. Ledict messire Nycolas est aujourd’huy

habitué en l’eglise Sainct Estienne de Toul. Ledict Torniel fit faire ung tel acte soubz l’esperance qu’il avoit d’espouzer apprés ladic- te Philiberte de Chalant, comme il a faict, et tout l’heritage, com- me ung pauvre cadet qu’il est, n’ayant pas de son propre trois cens

escus de rente. Quelzques jours apprés qu’il heust faict noyer ledict l’Espal, il fit courir le bruict (qui dure encores aujourd’huy) que ledict l’Espal estoit mort aux premiers troubles de France, devant

la ville de Macon; mais c’est chose faulce, […] tesmoing ledict pre-

stre son frere, qui l’a dict a gens de bien, en bonne compagnie, qui sont vivans […] quant au mariage, […] ledict l’Espal n’avoit pas espouzé Philiberte de Chalant.

Dopo una serie ulteriore di insulti a Tornielli, il libello si conclude con una specie di voodoo:

La fin en sera bien tost, car ledict Torniel a perdu la veue cor- porelle, il se peult asseurer perdre la veue de son entendement et pour n’avoir congneu Dieu, il a faict chose contre tous droictz

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divins et humains, remply d’adultere, de fornication, de trahison, de frauldes, d’envie et de toute iniquité, pour lesquelles choses Deus tradidit ilium in reprobum sensum, quia fecit ea que non con- veniunt legi ut supra.

È interessante notare ancora una volta come Isabella non affronti direttamente la vexata quaestio del testamento di Venezia. Nel libello il problema è risolto con un omicidio che, escludendo il matrimonio tra la sorella e Collot, nega

indirettamente l’incontro a Venezia tra padre e figlia. Niente matrimonio, niente incontro, ergo niente testamento. Anche

il libello, però, non spiega cosa fece Filiberta dalla morte del marito/amante (1557-58) al momento del suo matrimonio con Tornielli (1565).

72 M. ANJUBAULT, Notes et réflexions sur quelques manuscrits a consulter pour l’histoire de l’abbaye de l’Epau, Le Mans, “Société d’agriculture, sciences et arts de la Sarthe”, II e sèrie, t. V, vol. XIII, 1858, p. 311.

73 Con la puntualizzazione che «è voce che il Lespail finisse poi impic- cato per ladro». G. GIACOSA, I castel- li valdostani, 3 a edizione, Milano, 1905, p. 243.

Spunti di riflessione

L’incrocio tra il mémoire, il libello e i pochi documenti archiviali che sfiorano Filiberta di Challant dopo la fuga da Issogne, consente qualche approfondimento. Il nome del marito/amante riportato dalle cronache (Grepal seu Lespal seu Lespail seu Cespal) è frutto di una cattiva lettura del Collot de l’Espal menzionato dal libello che, come il mémoi-

re, elabora fatti di difficile riscontro partendo da avvenimenti

e nomi allora di dominio pubblico. Collot apparteneva pre-

sumibilmente a una famiglia di hobereaux, che spiega la sua presenza alla Corte Challant, consolidata sul territorio dell’Espal. Lo suggerisce un atto di vendita di Benevenua le Espalle q. Johannes Espallanus a Bérengère di Navarra del ténement “juxta Espallum”, incluso in un elenco di terre del 1230 acquistate dalla regina per costruire e dotare l’abbazia di Épau (Le Mans) 72 . Collot non sposò Filiberta, come con- ferma il libello e come doveva essere noto al tempo, visto il suo matrimonio alla Corte di Torino nel 1565 con Giuseppe Tornielli, salvo la sibillina voce di una vedovanza a prova di un passato vissuto “selon Dieu” e non in maniera “scanda- leuze […] et indigne d’une fille de mayson illustre comme elle estoit”. Il matrimonio con Collot è riportato indiretta- mente solo dal mémoire (s’estant mariee senza il sceu e il con- sentement di Challant; “l’homme qu’elle avait suivi et qui était devenu son mary”), la vedovanza da Boyve, che però si basa sui documenti prodotti dai Tornielli. Se poi il matri- monio era avvenuto a Venezia, Malopera ne avrebbe infor- mato il duca di Savoia, visto l’ordine di indagare sulla cop- pia e “di dare mano al ribaldo seduttore”. Le cronache dicono Collot morto a Macon tra il 1557 e

il 1558, quindi quasi subito dopo la fuga. Boyve conferma la

morte nel 1557 ma a Venezia, ripresa anche da Giuseppe Giacosa 73 . Il libello attesta indirettamente sia la data sia il “bruict (qui dure encores aujourd’huy) que ledict l’Espal estoit mort aux premiers troubles de France, devant la ville de Macon”, ma fornisce un’altra versione della morte e del

bruict: un omicidio nel “duché de Milan auprès de la riviere

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du Thesin”, mentre il bruict è chose faulce, perché fatto cor- rere da Giuseppe Tornielli per coprire il delitto. L’accusa tro- vava terreno facile a Torino, dove la reputazione dei ghibel- lini Tornielli, antisavoia e ripetutamente coinvolti in fatti di sangue, non era un segreto (ancora cinque anni prima, era il 1575, Manfredo Tornielli di Briona, cugino primo di Giuseppe, aveva strangolato la moglie Porzia Toraldo di Polignano sor- presa “in colpevole intimità” con Francesco della Ratta 74 ). Nessuna cronaca riporta, anche solo come bruict, l’as- sassinio di Collot nei dintorni di Novara dopo la fuga da Issogne, smentito dalla sua permanenza con Filiberta a Venezia confermata sia dal duca di Savoia sia dalla Serenissima (“la figliola del conte di Scialan, partita da Milano et venuta nel Dominio nostro” 75 ). Singolare è la morte a Macon, ma se si correla la versione del libello (omicidio e bruict) con quella

di

Boyve e Giacosa, si delinea un’altra ipotesi: il bruict copri-

va

effettivamente un omicidio, non quello “auprès de la rivie-

re

du Thesin”, ma commesso a Venezia. Mandante? L’ira di

Renato di Challant per mano di uno stiletto assoldato tra le calli. Stupisce poi, salvo supporre che era assonanticamente famigliare alla Corte di Torino e quindi utile per rafforzare l’attendibilità del libello, il nome del testimone dell’omicidio:

Nycolas Pistor, “qui se dict de l’Espal, alias Col[l]o[t]”, fra- tello prete di Honoré. A Toul, la famiglia Pistor è effettiva- mente esistita. Originaria della contea di Vaudémont, fu ano-

blie il 29 ottobre 1596 dal duca Carlo III di Lorena nella per- sona del Conseiller d’État Nycolas Pistor 76 (nipote del pre- stre?), che aveva beni confinanti con Pierre Collot, “hono- rable homme, marchand à Toul”. Chi era Giuseppe Tornielli, il “mandante” dell’omicidio che aveva promesso a messire Nycolas “par escript, en forme

d’obligation, cinq ou six cens francs” perché tacesse? Il libel-

lo lo definisce correttamente ung cadet, perché il padre appar-

teneva alla linea secondogenita dei conti di Briona, pur por- tandone il titolo ed è plausibile che non avesse “de son pro- pre” molto, anche se i “trois cens escus de rent” che attesta

il libello sono alquanto lunari. Orfano giovane, le sue risor-

se erano limitate anche, forse, per qualche condotta perso-

nale che sfugge ai documenti, ma che può avere un riscon-

tro indiretto nel fatto che l’amministrazione del patrimonio della sorella era nelle mani di uno zio (Bernardino Tornielli

di Vignarello 77 ). Quando Giuseppe conobbe a Novara la non

più giovane e non proprio illibata Filiberta, ragionò come il Principe-Vescovo Madruzzo, da perdere aveva poco e il pas- sato nebbioso della candidata sposa era ben riscattato dalla possibilità di beneficiare di una eredità che la sua scaltrezza seppe fare diventare contesa. Le nozze preparate a Novara, furono officiate a Torino approfittando del fermento della nuova capitale, neanche un mese dopo la morte di Challant, alla presenza del duca di Savoia e dei cognati. Tornielli ave- va poco più di venticinque anni, la sposa trentasette. Aveva aspettato il sonno eterno del futuro suocero perché era l’uni- co che potesse contestare le pretese di un genero invadente?

74 A. BORZELLI, Successi tragici et amo- rosi di Silvio et Ascanio Corona, Napoli 1908, p. 111 e De Dante à Chiabrera:

poètes italiens de la Renaissance dans la bibliothèque de la Fondation Barbier- Mueller, a cura di J. Balsamo, 6, Genève, 2007, p. 183, n. 346.

75 ASVe, Senato, Secreta, Delibera- zioni, registro 70 (l556-57), “Venezia 17 luglio 1557”, c. 108, dove è discus- sa la richiesta del «sig. Ambassator dell’Ill mo Duca di Savoia circa l’inter- tener la figliola del conte di Scialan». Il Senato respinse la richiesta perché «a quanti non davano motivo di lagnan- ze» era concesso risiedere liberamente a Venezia e nel suo territorio.

76 G. DE BRAUX, Le Conseiller d’Etat Nicolas Pistor; sa famille, sa généalogie, Nancy, “Mémoires de la Société d’ar- chéologie lorraine”, 1894, pp. 149 sgg.

77 Da lui il ramo dei Tornielli di Pavia. Per questa linea, cfr. C. POR- QUEDDU, Nobili e mercanti, cives e foren- ses nelle ammissioni al Collegio dei Giudici, “Annali di storia pavese”, 27,(1999), p. 264.

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Da quanto tempo Filiberta era a Novara in casa Della Porta? Sicuramente da molto, se nei lasciti del suo testamento “scellé en cire verte” ricordò con gratitudine Giulio Cesare Della Porta, dando contemporaneamente nelle disposizioni per la sua sepoltura, se morta nella Signoria di Valangin o in Italia, la volontà di essere inumata a Novara nella chiesa di Saint Rivis (Sancti Veneris) 78 . Tornielli fu prima il suo aman- te? Probabilmente sì. Di certo il 31 maggio 1565 Filiberta era con Giuseppe e tutto il clan Tornielli al matrimonio di Barbara Tornielli di Vignarello con Ferrante Caccia, morta mazzata nella notte da un’archibugiata del marito 79 . E di cer- to Filiberta era in contatto con il padre almeno dall’anno pre- cedente 80 . Tacciono quasi di comune accordo cronache, libel- lo e mémoire, non lasciando intravvedere neppure una sup- posizione e il silenzio stupisce. Pesava in qualche modo il segreto della morte di Collot? Isabella, nel suo odio, se solo ne avesse avuto l’opportunità, avrebbe travolto nel fango dei tribunali sorella e cognato. Non si dimentichi cosa scrive il libello, quando ricorda gli stupri di Tornielli che “s’attribue le nom de messire”:

Le tiltre de violateur des filles et femmes de bien de Boffremont luy seroit plus propre et plus convenable, a son filz aussy, et a leurs serviteurs, une partie desquelles filles de Boffremont ilz ont mises a diffame et deshonneur, et depuis que ledict Torniel a esté intro- duict audict Boffremont, toute pudicité et honneste conversation sont abolis, et n’y a plus que coruption et ordure.

Fu solo l’astuzia che permise a Tornielli di inserirsi nella successione di Renato di Challant, oppure Filiberta aveva in mano titoli sufficienti almeno per rimetterla in questione?

Inadatta ad affrontare situazioni complesse, meno intelligente

e caparbia della sorella, Filiberta rilasciò sempre ampie pro-

cure al marito, che si mosse con scaltrezza singolare tra Corti

e tribunali francesi, svizzeri e piemontesi. Quanto giocarono

le forti relazioni internazionali del clan Tornielli? I mezzi finanziari per supportare i costi di cause così lunghe e arti- colate derivarono dalla parte di eredità lasciata a Filiberta dalla madre, mentre la mente giuridica che ne impostò la stra- tegia fu verosimilmente quella di un cugino di Giuseppe, il famoso Dottore et Legista Girolamo Tornielli di Vignarello, “carissimo al duca di Savoja, alla Repubblica di Venezia e al Senato di Milano”, che occupò la cattedra di diritto in Pavia, Torino e Padova. Girolamo era fratello di Bernardino Tornielli, curatore dei beni di Ortensia, sorella di Giuseppe, il pauvre cadet tanto disprezzato da Isabella di Challant che con Valangin fece la sua ricchezza e quella inizialmente non sempre spec-

chiata 81 di una lignée nuova (de Tornielle de Brionne), che in Lorena ebbe potere e fama. La stessa Valangin, che per i Challant e i Madruzzo fu l’origine di un poco eroico decli- no, vissuto tra vendite di castelli e quadri. Il testamento di Venezia è esistito? Se il passaggio di Challant per la laguna sfugge agli archivi e le prove fornite

78 Chiesa della Commenda geroso- limitana di San Guglielmo detta di San Vénier o Venere, memoria lontana di una Venus gallo-romana. Per la Commenda, cfr. ASMi, Missive Sfor- zesche, 27 marzo 1451, reg. 4, c. 120r, 512 e 119v, 511; per San Venere, cfr. ASNo, Fondo Museo, “Cabreo della Commenda di S. Giovanni de’ Pel- legrini”, Maggio 1754, b. 231. Oggi è un triste condominio tra via Biglieri e via Costa. Il passaggio Venus-Veneris- Venier-Véner è documentato per la cel- la memoriae gallo-romana di Langon (Bretagna) che conserva l’affresco di una Venus Anadyomene (secolo II), divenuta cappella cristiana nel secolo VI. Menzionata in un atto di dona- zione del 24 gennaio 838 come «eccle- sia Sancti Veneris» (“Cartulaire de Redon” in D. MORICE, Preuves de l’Histoire de Bretagne, t. I, Paris 1854, 272), passò sotto il vocabolo di Saint Véner-Vénier fino al secolo XVII, tra- ghettando sincreticamente Venus ver- so lo psedo santo.

79 Arrestato, processato e prosciol- to grazie «a quel becco fotuto» del- l’abate Canobio che aveva comprato la sentenza dei giudici di Milano, Ferrante non sfuggì alla vendetta di Manfredo Tornielli di Briona. Un’archi- bugiata gli tolse la vita nel 1570 (per mano del mercenario napoletano Giovan Battista Reina, «miles gravis armaturae» al servizio di Manfredo?). Per il processo, anche se con eviden- ti lacune, cfr. S. BARTOLI, Sposalizio in Canonica, Milano 2005. L’abate Cano- bio era cognato della cugina prima di Ferrante Caccia.

80 «Ayant heu despuis responce d’el- le de ce que je vouloye scavoir de son intention». G. FORNASERI, op. cit., doc. CXVIII, da Virieu, “Notizie di Fili- berta di Challant” 16 gennaio 1565.

81 Per non essere da meno nella fama torbida dei Tornielli, nel 1593 Gioa- chino Carlo, figlio di Giuseppe, fu accu- sato dal cognato de Haussonville di ave- re tentato di avvelenare sua moglie Christine du Châtelet. Effettivamente, se Christine moriva improle, il suo «très riche héritage» sarebbe passato a Tornielli e a sua moglie Anne. Inter- rogata da un Consiglio ducale di Saggi, Christine dichiarò «qu’elle s’était toujours trouvée mal portante depuis le jour où, après dîner, elle était entrée dans la maison du comte Joachim- Charles-Emmanuel de Tornielle, à l’oc- casion du baptême de son fils [Carlo Giuseppe]. Elle avait bu du vin que lui avait fait présenter le comte Joseph et elle avait été malade presque aussitôt. Le médecin qui l’avait soignée long-

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da Tornielli sono tardive, lacunose e infide, rendendo il testa-

mento incerto, l’atteggiamento di Isabella di Challant lascia

altrettanto perplessi. Come si è visto, nei procedimenti il testa- mento non è mai confutato direttamente e, peggio, per inva- lidarlo la contesse d’Avy ricorse al falso di Grossourdy. Che necessità c’era, se non era mai esistito? O era esistito, non dato da Venezia, ma da Issogne per la felicità di avere ritro- vato l’enfant prodigue? Un testamento trovato e distrutto da Isabella, non certa però che non ce ne fossero minute sup- portate da testimoni ancora in vita. Da qui la necessità del “coupable projet de forger un faux” che avrebbe dovuto met- terla al riparo dal fantasma del testament de Venize. Introvabile nella massa degli atti di causa sparsi tra Torino, Berna e Neuchâtel, le sue tracce si perdono nelle minute dei mémoi- res e dei libelli e, soprattutto, nei rapporti dei procuratori delle parti in causa alla base della loro stesura, poco studia-

ti e dispersi in archivi perduti.

Delle 2023 carte inventariate dal notaio Carruczon nel 1565, già carenti per i feudi esteri, molte sono scomparse nel-

le tante impugnazioni del testamento di Renato di Challant.

Altre carte furono rubate dal castello di Verrès nel 1617 da Paolo Emanuele di Challant-Châtillon, in spregio all’ultimo Madruzzo che continuava a fregiarsi del titolo di conte di Challant, andate perdute come i 146 documenti bruciati a Châtillon nel 1799 sotto l’Albero della Libertà 82 . L’archivio

Madruzzo-Challant non ebbe migliore fortuna. All’estinzione

a Trento nel 1658 della famiglia con la morte del Principe-

Vescovo Carlo Emanuele Madruzzo (celebre il suo affaire con Claudia Particella), una parte dei documenti inerenti la suc-

cessione Challant in Italia confluì nell’archivio Del Carretto

di Genova, che vendettero lo spezzone Madruzzo nel 1865.

L’unico archivio sopravvissuto sembrava quello del mare- sciallo di Lorena e Barrois Anne-Giuseppe Tornielli di Briona- Gerbéviller, scampato a rivoluzioni e guerre, integro fino al secolo scorso nel castello di Gerbéviller. Confluito nell’ere- dità a favore del nipote Camille de Lambertye, “Seigneur de Tornielle, substitué au nom et armes de Torniel” 83 , bruciò con il castello e la cappella dei Carmi sotto le bombe tede- sche il 24 agosto 1914 nella “bataille de Gerbéviller”. Ricostruito nel 1920 lontano dal progetto voluto da Gioachino Carlo nel 1621 84 , il fascino ambiguo del nuovo castello cela à jamais il fantasma del “testament de Venize qui a hanté les nuits de Ysabeau de Challant”, tra le rovine della cappella e della sua cripta con le tombe dei primi de Tornielle de Brionne divelte e disperse.

temps, lui avait affirmé qu’elle avait été empoisonnée». Carlo III, «n’osant incriminer les intentions» del potente creditore Tornielli, preferì mettere a tacere lo scandalo e il 6 settembre deci- se «qu’il n’y avait pas lieu de faire de plus longues poursuites», alla condi- zione che «le baron de Haussonville et le comte de Tornielle devaient se récon- cilier». ADMM, B 64, f. 1.

82 «L’an sept de la République Fran- çaise et premier de la Liberté Pié- montaise, le seconde ventôse, le 20 février 1799». Per il verbale e l’in- ventario dei documenti, cfr. A. P. FRU- TAZ, Le fonti per la storia della Valle d’Aosta, vol. 1, parte 1, Roma, 1966, pp. 108 sgg.

83 «Camille comte de Lambertie, marquis de Gerbéviller, comte de Romont, de Tornielle et de Brionne, seigneur de Villerupt et d’Audun-le- Tiche». Questa linea si estinse nel 1940 con la morte di Charles Edmond de Lambertie-Tornielle. Gerbéviller pas- sò in dote alla figlia Gabrielle, che nel 1941 sposò Armand-Louis d’Arenberg, da cui Charles d’Arenberg attuale pro- prietario del castello.

84 Anno in cui Gerbéviller fu eret- ta a marchesato. Del progetto voluto da Gioachino Carlo sopravvivono il Pavillon Rouge e il ninfeo ad acqua, unico in Francia, disegnato nel gusto delle Corti di Mantova e Roma (segua- ce di Bartolomeo Ammannati?).

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Appendice

TORNIELLI DI BRIONA, BARENGO, MAGGIORA, SOLAROLO, SIZZANO *

* È considerata unicamente la di- scendenza diretta fino alla fine del ramo. L. M ORÈRI, 1740, pp. 169-70, T; ADMM, B 55, f. 204 e B 77, f. 36.

Luigi Tornielli di Briona, Barengo, Maggiora, Solarolo e Sizzano sp. 1537 Isabella di San Giorgio

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Giuseppe Tornielli di Briona Challant, Beaufremont e Valangin

(1540-1610)

sp. 1565 Filiberta di Challant

(1528-1578)

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Gioachino Carlo Tornielli di Briona Challant, Beaufremont, Deuilly, Bulgnéville, Bauzemont, Romont e Gerbéviller sp. 1590 Anne du Châtelet des quatre grands chevaux de Lorraine

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Carlo Giuseppe di Briona, Beaufremont, Deuilly, Bulgnéville e Gerbéviller sp. 1622 Claude-Dorothée de Porcelets sp. 1640 Susanne de Hautefeuille

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Enrico Giacinto Tornielli di Briona, Beaufremont, Deuilly, Valhay e Gerbéviller

sp. 1661 Marie-Marguerite Angèlique de Thiercelin de Brosse et Saveuse

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Anne Giuseppe Gastone Tornielli di Briona e Gerbéviller

(1663-1737)

sp. 1700 Antoinette-Louise de Lambertye

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