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VERRONE

L’IMMAGINE ricostruita
l’immagine ricostruita

VERRONE
in copertina:
Albero genealogico dei Vialardi di Verrone, secolo XVII
collezione privata
VE R RO N E
l’immagine ricostruita
a cura di
Tomaso Vialardi di Sandigliano

saggi di:
Graziana Bolengo, Andrea Calzolari e Patrizia Cancian, Guido Gentile
Luisa Clotilde Gentile, Franco Gualano, Carlo Jaselli, Andrea Longhi
Vittorio Natale, Antonella Perin, Marco Turotti, Valeria Vai
Tomaso Vialardi di Sandigliano
COMITATO SCIENTIFICO
Marco Turotti
Graziana Bolengo, Roberto Carenzo, Anna Jaselli Silombra
Tomaso Vialardi di Sandigliano

PROGETTO GENERALE
Tomaso Vialardi di Sandigliano

COORDINAMENTO AGLI ARCHIVI


Graziana Bolengo

COORDINAMENTO A VERRONE
Anna Jaselli Silombra

FOTOGRAFIE
Ernani Orcorte

RENDERING
Franco Garizio

SIGLARIO, INDICI E BIBLIOGRAFIA


Pietro Uscello

PROGETTO EDITORIALE
Tomaso Vialardi di Sandigliano

RINGRAZIAMENTI
Vanna Biga di Ciommo, Stefano de Martino, Guido Gentile
Giuseppe Sergi, Micaela Viglino
Stefania Vercellone
Lo Staff del Comune di Verrone

ISBN 88-7320-121-0

© Comune di Verrone (Biella)

L’Artistica Editrice - Divisione editoriale


de L’Artistica Savigliano s.r.l.
Via Torino 197 - 12038 Savigliano (Cuneo)
Tel. + 39 0172.726622
Fax + 39 0172.375904
info@edarpi.com - www.edarpi.com
5

Presentazione

onoscere la propria storia significa legare una Comunità alle sue sicure

C radici, aiutando chi l’amministra a tutelare il suo sviluppo in maniera


armonica, non con stravolgimenti da facile applauso, distruttivi delle
tradizioni, bensì con l’impegno “del buon padre di famiglia” teso alla sempi-
terna conservazione di quelle “origini” che per la Comunità rappresentano un
tesoro. Per farlo bisogna conoscere la propria storia come la conoscevano gli
amministratori delegati dalla nostra Comunità antica, i Consoli, eletti ad ammi-
nistrare nel rispetto e nella cultura delle proprie tradizioni.
Questa è la ragione di questo libro, frutto dell’idea di ridare a ciascuno di
noi un posto in una storia che, se può sembrare minore, per noi deve avere un
ruolo importante perché è la nostra, quella dei nostri padri e quella che tra-
smetteremo ai nostri figli, integrandola a completamento di quella storia mag-
giore di cui è stata parte.
Leggendo queste pagine apparirà evidente che anche un piccolo Comune
come il nostro, attraverso i suoi personaggi, ha avuto un posto di non secon-
daria importanza. La profonda ricerca compiuta dal Curatore e dai suoi
Collaboratori ha ricostruito e ci ha restituito quel territorio che giornalmente
vediamo intorno, ma di cui ignoravamo l’immagine documentale. Attraverso
un complesso intreccio e confronto di dati storici quasi tutti inediti, oggi l’im-
magine di Verrone è fondata, matura e ragionata.
Si può scrivere la storia di una Comunità solo circoscrivendola al suo
interno, rischiando però di tenerla fuori dalla dimensione reale del suo tempo.
Una Comunità esiste per fattori indipendenti dalla propria volontà e che
hanno la loro ragione all’esterno di essa. Solo ponendola in un ambito più
vasto ed esterno se ne possono cogliere i momenti e le intime ragioni, conse-
guenze di modulatori militari, sociali e religiosi che hanno caratterizzato una
storia più grande.
Verrone è stata raccontata sia dal suo interno, sia ponendo il suo Castello,
la sua Chiesa e la sua Casa Comunale al centro di dintorni spaziali più remoti,
a loro volta teatro di eventi la cui ricaduta è stata il motore delle trasforma-
zioni nella vita e nella connotazione del paese.
Scorrendo il libro si ha la percezione netta di quanto le lotte per l’egemonia
territoriale e, più in alto, per il potere politico con le guerre di conseguenza,
abbiano avuto una valenza penetrante sulla vita e sull’ambiente della gente co-
mune, ponendo anche Verrone in evoluzione nel moto dell’universo della storia.
Gli elementi che sono scaturiti dalla ricerca diventano ausili preziosi per la
crescita collettiva di una Comunità che mira a progredire verso un futuro euro-
peo maturo, ma con un’identità e una consapevolezza di cammino proprio.
E nel dialogo con quanti a vario titolo, pubblico o privato, concorrono alla
conservazione, alla valorizzazione del territorio e al suo progredire, questa
Amministrazione è orgogliosa di poter mettere a disposizione della Comunità
e degli studiosi un’opera che tiene alta l’attenzione sul valore fondamentale del
passato, senza il quale non si può sviluppare un civile progresso.

MARCO TUROTTI
Sindaco di Verrone
7

Sommario

PRESENTAZIONE pag. 5
SOMMARIO 7
SIGLARIO E ABBREVIAZIONI 9
LA TORRE, IL CAVALIERE, IL CASTELLO 11
Tomaso Vialardi di Sandigliano
IL CONTESTO PIEMONTESE 21
Andrea Calzolari e Patrizia Cancian
CRONOLOGIA 27
Marco Turotti
I VIALARDI 35
Tomaso Vialardi di Sandigliano
I VIALARDI DI VERRONE 45
Tomaso Vialardi di Sandigliano
LA DEDIZIONE DEI VIALARDI DI VERRONE A CASA SAVOIA 51
Valeria Vai
I VIALARDIE VERRONE:
UN PERCORSO ARALDICO DAL MEDIOEVO ALL’ETÀ CONTEMPORANEA 61
Luisa Clotilde Gentile

IL CASTELLO
L’ARCHITETTURA DEL CASTELLO NEL PAESAGGIO FORTIFICATO SUBALPINO 69
Andrea Longhi
LA DECORAZIONE DELLA CAPPELLA E DELLE SALE 81
Vittorio Natale
COL FERRO. TESTIMONIANZE DELLA COLLEZIONE D’ARMI 91
Carlo Jaselli

LA CHIESA
L’ARCHITETTURA DELLA PARROCCHIALE TRA MEDIOEVO ED ETÀ MODERNA 103
Antonella Perin
LA VETRATA DELLA ADORAZIONE DEI MAGI E GLI AFFRESCHI 111
Vittorio Natale
IL BATTISTERO DEI TEMPIA DI MORTIGLIENGO 119
Franco Gualano

LA COMUNITÀ
ATTRAVERSO I CATASTI ANTICHI DEL COMUNE 129
Guido Gentile
GLI “HOMINES VERONI” 149
Graziana Bolengo
IL TERRITORIO, IL BORGO, LA PIAZZA, LA CASA COMUNE, LA CASCINA 159
Graziana Bolengo
BIBLIOGRAFIA GENERALE 167
INDICE DEI NOMI 173
9

SIGLARIO E ABBREVIAZIONI

a.a. anno accademico ms. manoscritto


AArc Archivio Arcivescovile ms. Bulgaro Carlo Giuseppe Bulgaro, Cenni genealogici su
ACap Archivio Capitolare famiglie vercellesi, biellesi e piemontesi
ACom Archivio Comunale
ms. Torelli Carlo Agostino Torelli, Alberi delle famiglie
ACuV Archivio Curia Vescovile o Arcivescovile
AER, AGS Archivos Españoles en Red, Archivo subalpine et in parte compilati dall’Abate Carlo
General de Simancas Agostino Torelli
All. Allegato n./nn. numero/numeri
AP Archivio Parrocchiale NE Necrologi Eusebiani
ARMO Acta Reginae Montis Oropae Ø diametro
Art. Articolo
p. pagina
AS Archivio di Stato
paragr. paragrafo
AVdSF Archivio Vialardi di Sandigliano Foundation
BAV Biblioteca Apostolica Vaticana pp. pagine
BC Biblioteca Civica prot. protocollo
BR Biblioteca Reale r recto
BSBS Bollettino Storico-Bibliografico Subalpino reg. registro
BSm Biblioteca Seminario metropolitano rel. relatore/relatrice
BSSS Biblioteca Società Storica Subalpina
rev. revisione
BSSV Biblioteca Società Storica Vercellese
BSV Bollettino Storico Vercellese rist. ristampa
c. carta RT Raccolta Torrione
card. cardinale S. San/Santo/Santa
cat. categoria S. A. R./SAR Sua Altezza Reale
cc. carte S. A. S. Sua Altezza Serenissima
cfr. confronta
S. M. Sua Maestà
cit. citata/citato
cl. classe s.d. senza data
cm centimetro/centimetri s.n.p. senza numerazione pagina/pagine
col./coll. colonna/colonne sec. secolo
doc./docc. documento/documenti Sez. Sezione
ecc. eccetera sg./sgg. seguente/seguenti
ed. edizione
ST Signum Tabellionis
f. foglio
St. p. Storia patria
fasc. fascicolo/fascicoli
ff. fogli tav./tavv. tavola/tavole
fig./figg. figura/figure trad. traduzione
IGM Istituto Geografico Militare TVS Tomaso Vialardi di Sandigliano
inv. inventario UCB, HL HM University of California, Berkeley,
Lat. Latino Huntington Library, Historical Manuscripts
m metro/metri
UCL, BHL Université Catholique de Louvain, Bibliotheca
MGH Monumenta Germaniae Historica
MHP Monumenta Historiae Patriae hagiographica latina
mm millimetro/millimetri v verso
mons. monsignore vol./voll. volume/volumi
11

La torre, il cavaliere, il castello


Tomaso Vialardi di Sandigliano

LA NASCITA: IL CAVALIERE E LA TORRE

olco Nerra d’Angiò 1 bruciò una delle mogli, la contessa Elisabetta di

F
1
Folco III Nerra (il Nero), figlio di
Goffredo I d’Angiò, fu il fondatore del
potere angioino. Vendôme, perché infedele e Roberto il Pio 2 regnò nell’incesto, nell’a-
2
Figlio di Ugo Capeto, re di Francia dulterio e nel pubblico concubinato, mentre Tomaso di Merle fu in testa
dal 996. agli omicidi, stupri e rapine durante la presa di Gerusalemme del 1099 3. Tutti
3
« Quella sanguinosa dimostrazione di e tre furono cavalieri eccezionali e grandi signori feudali. Folco fu il più grande
fanatismo cristiano risuscitò il fanatismo
dell’Islam. Quando, in seguito, i più saggi nonostante Roberto fosse il suo re. Tutti e tre furono crudeli, ma Tomaso rap-
latini d’Oriente si sforzarono di trovare una presentò la crudeltà. La storia li ha tramandati come padri-fondatori di grandi
base qualsiasi sulla quale cristiani e mus-
sulmani potessero collaborare, il ricordo
lignaggi che si muovevano in sistemi relazionali orizzontali e speculari, figli di
del massacro si levò sempre sul loro cam- padri a volte certi, a volte improbabili, uomini investigati sotto ogni aspetto
mino» (S. RUNCHIMAN, Storia delle Crociate,
Rocca San Casciano 1994 (ed. italiana),
possibile: religioso, sessuale, gourmet, sociale. A letto, in piedi, a cavallo, in
vol. I/II, p. 248). chiesa, ogni loro gesto è stato catalogato e suddiviso, categorie di cavalieri,
4
Fino alla morte. dame, monaci e sotto-categorie di assassini e santi.
5
Per divertimento. Quando piccoli gruppi di uomini a cavallo lasciarono gli apparentati sta-
6
MGH, Scriptores rerum Germanicarum, bilizzati in un’unica famiglia per trasferirsi nell’incertezza dell’errante, la spe-
vol. XXIV.
cularità e l’orizzontalità dei rapporti sociali si frantumò immettendo nella
società feudale una mobilità sconosciuta. Sul territorio apparvero piccole torri
indipendenti, le cui interazioni con quelle di Folco, Roberto e Tomaso porta-
rono un’instabilità collettiva che spezzò gli equilibri delle interrelazioni feudali.
La torre fu la caverna primordiale in cui il cavaliere nuovo meditò tutto
quello che di eroico e di quotidiano di lui è stato studiato. La gestazione della
sua azione avvenne nella torre, piccola o grande, povera o ricca, il cui ruolo sul
territorio anticipò quello della chiesa, alla quale solo tardivamente trasferì
parte della propria polarità sociale. Uomo e torre furono tutt’uno fino alla
grande trasformazione della metà del ’300, l’ultima, quando il castello divenne
semplice simbolo di dominio e la mischia sparì dal torneo cedendo le proprie
armi à outrance 4 a quelle à plaisance 5.
Nel mondo medioevale, dove la nascita era fondamentale per l’inserimento
sociale, buona parte dell’umanità fu concepita in un prato, sotto una pianta. Il
neonato senza padre viveva fuori della dimensione collettiva, non esisteva. Solo
se riconosciuto sarebbe stato un hijo de algún, un figlio di qualcuno. Il lignag-
gio, quello vero, si concepiva unicamente tra le mura chiuse della torre, nel-
l’unica camera da letto esistente e legale ove il sire e sua moglie dormono
insieme 6. L’unico atto sessuale autorizzato si compiva sotto il controllo rigido
della torre, che rappresentava il legame tra il padre-fondatore ed i nuovi nati.
Un futuro non lontano avrebbe aumentato i letti autorizzati e diviso il
lignaggio in casate, ma una torre diventata castello avrebbe sempre fatto da
levatrice. Anche l’hijo de algún quando nacque in una piccola torre nuova
divenne un hidalgo nobile di sangue, membro di una hidalguía.

TRA FEUDO E ALLODIO: IL CAVALIERE E LA CRISI FEUDALE

Il secolo X è il crogiolo in cui si prepara il distacco dal tempo degli ante-


nati fondatori, quella Grande Opera che è il lignaggio. Ma è anche il secolo
della crisi sociale che vede entrare in conflitto i due cardini che l’avevano
12 TOMASO VIALARDI DI SANDIGLIANO

presupposta, l’all-öd e il feoh-öd, prevaricandosi l’un l’altro tanto in termini di 7


J.-P. POLY, L’Europe de l’an mille, in R.
FOSSIER (a cura di), Le Moyen Age, Paris
tradizione che di storia 7. Il senso di all-öd, la terra dei padri, era quello della 1982, vol. 2, pp. 19 sgg.
proprietà che legava indistintamente e orizzontalmente tutti i suoi possessori, 8
Sistema di scrittura ideografica da cui
detenuta perché terra degli avi sepolti, legame non solo quindi con la superfi- sono derivate le lingue nord europee.
cie ma anche con il mondo sotterraneo del tumulus, vincolo invisibile e sacro. 9
Il futhark antico era articolato in 24 rune
raggruppate in 3 œettir, o famiglie, riallac-
Diverso il feoh-öd, il cui significato partecipava al primo ideogramma del ciate ad una divinità. Freyja rappresenta un
futhark antico 8, la sua runa più sacra, quella del 1° œtt: la famiglia di Freyja 9. mito orgiastico pre-indoeuropeo legato alla
Divinità e dono insieme, oggetto sempre prezioso su cui si dipingeva la runa fecondità della terra, alla procreazione e alla
magia. Cfr. W. KRAUSE, Die Runeninschriften
sacra di Freyja, il feohu rappresentava il vincolo magico e indissolubile tra im älteren futhark, Halle 1937, e J. DE VRIES,
donatore e donatario. Altgermanische Religionsgeschichte, Berlin
1956-1957, voll. I e II.
Se l’all-öd ebbe dunque fin dall’inizio il senso di possesso della terra come 10
J.-P. POLY, L’Europe de l’an mille, cit.,
bene degli avi, il feoh-öd portò in sé il concetto di legame personale attraverso pp. 14 sgg.
il dono. Se l’all-öd unì in maniera paritetica tutti coloro che vivevano sulla 11
V.-É. MICHELET, Le secret de la Cheva-
stessa terra, il feoh-öd unì in maniera differenziata ed aristocratica, organiz- lerie, Condé-sur-Noireau 1985.
zando la famiglia in una gerarchia imperniata su un unico individuo: quello 12
Colui che piange.
che aveva ricevuto il dono. Il senso di proprietà si istituzionalizzò intorno ad 13
Appartiene a questo periodo l’intro-
duzione in Occidente del dogma mariolo-
un nucleo più o meno ampio che, nelle frange inferiori, entrò in conflitto con gico della Vergine concepita senza peccato.
il detentore dell’all-öd 10. L’inalienabilità iniziale del dono rese la successione Cfr. M. ELIADE, Histoire des croyances et des
nobile disuguale tra gli eredi. La famiglia si gerarchizzò verso il detentore del idées religieuses, Saint-Amand-Montrond
1983, vol. III.
dono, il feudo, eliminando via via i legami con gli illegittimi, le figlie ed i paren- 14
Sotto l’impulso di G. Scoto, condan-
tes minores, strutturandosi in un’unica organizzazione lineare maschile, il nato nel concilio di Parigi del 1210 e da
lignaggio, che poteva esistere solo con il possesso ininterrotto del feudo. Con papa Onofrio III nel 1225. Cfr. J. SCOTUS
ERIGENA, Periphiseon: The Division of Na-
il possesso ininterrotto e l’esclusione degli elementi familiari meno vicini, il ture, trad. I. P. SHELDON-WILLIAMS, rev. J.
lignaggio si divise in casate. O’MEARA, Dublin 1968-1975.
Feudo e allodio s’incrociarono e il sistema feudale ebbe il sopravvento 15
Concilio di Hingelsheim del 948. Le
quando il senso del primo non fu più il dono, ma la retribuzione di un servi- nuove regole erano già state impostate nel
concilio di Trosly del 909.
zio. La signoria della terra si allargò anche al possesso delle persone e delle
cose che vi esistevano sopra attraverso un complesso sistema di diritto, il feu-
dalesimo, che ebbe nell’investitura del cavaliere la sua espressione esterna più
marcata. La torre di legno che aveva accolto, riparato e difeso la gente libera
e le loro cose, si chiuse e si chiusero i villaggi e le terre intorno, facendo cadere
l’illusione di potere costruire un giorno una torre propria. La signoria divenne
inaccessibile: il signore, con porta e cardini, la tiene chiusa, dal cielo alla terra 11.

TRA SACRO E PROFANO: IL CAVALIERE, IL MONACO, LA QUESTE

Nell’incertezza dell’erranza alcuni cavalieri incrociarono un monaco col-


lettivo ed europeo, Is qui luget 12, divergente da quello solitario e mediterraneo
forgiato nel loro stesso ethos. Il risultato fu il parossismo del sacro e del santo
dell’investitura il cui rituale, che raggiunse la perfezione in una codificazione
tardiva degli inizi del secolo XII, non deve trarre in inganno. I suoi arcaismi
voluti travestono in realtà il carattere recente del rito che per sacrarsi ebbe
bisogno del senso arcaico dell’intangibile.
Legando la morte eroica con il divino, il monaco immise nella vita del cava-
liere elementi propri ai conventi, come la castità, per colpire un sistema tradi-
zionale antagonista, astratto e complesso tramandato da generazione in gene-
razione, di cui il cavaliere era l’ultimo anello. Attraverso la gestione dell’ini-
ziazione cavalleresca, la Chiesa volle piegare quei legami trasmessi da padre in
figlio attraverso l’elemento femminile del villaggio 13. Si accanì sull’incarna-
zione del simbolo incantato della vita che Freyja, la donna-magica, rappresen-
tava e su cui non aveva potere, costringendola nella parte infima del sociale,
sterilizzando il suo rapporto con l’uomo. Il matrimonio inteso come parte ses-
suale della società fu condannato ed il piacere trovò la sua collocazione nel lato
oscuro del peccato 14.
La Chiesa, per gestire l’unione carnale, sancì l’obbligo di provare sotto giu-
ramento i gradi di parentela 15: non più i tre tradizionali del diritto germanico,
LA TORRE, IL CAVALIERE, IL CASTELLO 13
16
L’agnatio. bensì sette, numero irrazionale, puro nonsense senza giustificazione nelle
17
Il fondatore della nuova casata. Scritture. Come era possibile tornare indietro di sette generazioni in un mondo
appena nato, che pur di non perdere il sangue degli antenati si sposava nor-
malmente nell’ambito immediatamente sotto il terzo grado? Chi non sarebbe
stato in peccato? Chi sarebbe stato l’arbitro dei futuri matrimoni del signore?
Fu l’abbozzo di una prima ricerca genealogica e probabilmente l’alba dell’a-
raldica, fattore utile per la storia a venire, ma in un momento in cui Roma dete-
neva, sola, l’autorità dottrinale, rappresentò la consegna di una parte della
sfera feudale nelle mani di vescovi indipendenti.
Il signore, il Capo della Casa, divenne più cauto ad acconsentire il matri-
monio ai maschi su cui aveva potere ed uno solo poté sperare di succedergli,
accettando la moglie scelta per lui unicamente nel proprio ordo. Per gli altri
sarebbe stato il celibato o il concubinato forzoso, fattori che costrinsero il cava-
liere errante nel ratto e nell’adulterio. Ammucchiati di notte sotto le volte basse
soffocanti e gelide di un castello, di giorno sugli spalti, giorni e notti lunghe
inesorabili senza guerre vicine, i cavalieri non vivevano che per le sortite di cac-
cia: alla donna, al cervo, all’uomo. I tornei sarebbero venuti solo più tardi.
Nei cavalieri crebbero le impazienze di eredi che vedevano nella morte del
padre, dei fratelli, della madre e dei cognati l’unico modo per accedere al
feudo. L’omicidio s’inserì nel diritto dinastico e il ratto permise ai più fortu-
nati di sottrarsi allo stato di attesa senza sbocco, fondando una famiglia pro-
pria. Il lignaggio che viveva tradizionalmente con tutti i propri membri riuniti
intorno agli identici avi fondatori, incominciò a convivere con gruppi stacca-
tisi dalla stessa linea 16, organizzati ancora nel ricordo di un antenato comune,
ma non più identico 17. Strutturalmente, la società da orizzontale si trasformò
in verticale. Il monastero divenne il deposito di maschi e femmine in ecce-
denza, violatori e violate della Pace poi Tregua di Dio, vedove e figlie che pote-
vano essere fonte di divisioni ereditarie non volute. Monastero e abbazia
furono fonti di bastardi di ottimo sangue che crebbero discendenze senza
rischi per l’insieme del feudo.
La disparità che la successione nobile creò tra gli eredi s’inserì nell’epilogo
delle invasioni barbare, quando la presenza armata nel paese fu più marcata e
coercitiva, conseguenza della necessità di una maggiore difesa. L’emancipa-
zione in battaglia della cavalleria, che a parità di uomini schierati aveva
mostrato una capacità d’urto superiore e una maggiore rapidità di movimento,
accrebbe il numero dei cavalieri sul territorio. La ferratura a bordi ondulati
con chiodi a testa di violino permise al cavallo di muoversi su qualsiasi terreno,
mentre l’uso della staffa diede al cavaliere quell’equilibrio che consentì la tra-
sformazione del giavellotto leggero in lancia pesante.
Il cavaliere venne a rappresentare il soldato di professione, ammirato e
temuto, ma contemporaneamente fattore d’instabilità sociale verso cui Chiesa
e mondo feudale guardarono con inquietudine. Fece suoi sovversione, ratto,
stupro, rapina, razzia, eroismo e santità. Impersonò l’elemento primo dell’or-
dalia e fu la causa della disgregazione del mondo tradizionale. Feroce, lussu-
rioso, indisciplinato sul campo di battaglia, costretto in ambiti scostati dalla
società che lo aveva prodotto, fu il fondatore di un ordine nuovo, egemone e
contraddittorio. Il suo rapporto con l’habitat nobile, di cui fu l’espressione non
sempre migliore, si rispecchiò nella mobilità, la ricerca di un feudo, contro la
staticità, il mantenimento del feudo. Fu il depositario della forza derivata dalle
armi con diritto di vita e di morte, ma esercitò soprattutto una legge che
desunse dalla propria libertà interiore, una presa di coscienza che implicò il
superamento del proprio ego e rappresentò il risveglio della sua coscienza spi-
rituale, la queste, la ricerca interiore narrata dai primi cicli cavallereschi.
14 TOMASO VIALARDI DI SANDIGLIANO

LA CRISI MILITARE: IL CAVALIERE TRA TORRE E CASTELLO


18
La friedelfrauen franca ed i matrimoni
more danico.
19
Se la minaccia esterna aveva trasformato la villa carolingia ancora identifi- Il Capitolare di Quierzy-sur-Oise del-
l’877 legalizzò questo stato di fatto.
cabile agli inizi del IX secolo da semplice sistema difensivo precario con 20
Un cavallo da combattimento costava,
recinto palificato in un sistema fisso e meglio organizzato, più efficace contro agli albori della cavalleria, da 4 a 8 volte il
le operazioni militari degli ultimi barbari, l’instabilità generale conseguente alla prezzo di un bue, mentre una corazza
valeva più o meno come una cascina di
frantumazione degli stabilizzatori sociali insiti nel sistema carolingio modificò medie dimensioni. Ad un cavaliere, per il
definitivamente la fisionomia del territorio. Ora dipingevano il paesaggio alti proprio armamento e il suo mantenimento,
occorrevano circa 150 ettari di buona terra.
dongioni solitari costruiti da grandi signori per difendere i propri beni da cava- Ad un signore feudale, per armare un
lieri rapaci e piccole torri costruite da cavalieri rapaci per consolidare i minimi gruppo di 10 cavalieri, occorreva un terri-
appezzamenti ritagliati in territori allodiali e feudali non più difendibili. Erano torio di non meno di 15 villaggi.
21
mutati il modo di combattere e la gestione del territorio, identificato nei L’abbazia fu ricostruita nel 981.
22
signori di discendenza regia e, nelle parti più lontane, nei cavalieri ingordi, Tra il 910 e il 1049 Cluny ebbe solo 6
abati, 2 dei quali ressero, ciascuno, l’abba-
frutti indisciplinati d’unioni miste e di matrimoni di una notte 18, cavalieri zia per oltre cinquant’anni.
esclusi, illegittimi e borderlines.
L’incastellamento europeo si sviluppò da questo momento, con conse-
guenze differenti secondo l’area geografica. Usando identificazioni moderne,
la Francia, senza un potere centrale forte, fu patria di difese di diversissima
ampiezza e fittissime sul terreno; la Germania, politicamente più coesa e
ancora saldamente in mano all’imperatore, fu patria di torri e castelli più pos-
senti, ma meno frequenti.
Lo sfaldamento militare fu generale. Disgregati gli eserciti, sopravvissero
piccoli contingenti di pochi effettivi generalmente impreparati, agli ordini di
sovrani senza più riconoscimenti, sovente minori tra i propri feudatari,
costretti ad offrire terre in cambio di fedeltà. Dove si moltiplicavano abusi,
disordini e anarchia, senza poter contare su alleanze fide, bisognosi fisiologi-
camente quanto il loro re di fedeltà e di certezze, i grandi feudatari agirono
come il loro sovrano dando terre in cambio di promesse. Si consolidò l’indi-
pendenza non solo all’interno dello spazio feudale, ma anche all’interno di
quelle prerogative che appartenevano di diritto al re e che si riferivano al feu-
datario unicamente per delega regia 19.
Allontanatosi dal centro che il re aveva rappresentato, il signore fu co-
stretto ad una difesa sempre più serrata della propria sfera di potere, trince-
rato nelle rapide e poco dispendiose torri di legno. Il suo basso costo, la sua
alta reperibilità, la sua facilità di lavorazione che non presupponeva manodo-
pera specializzata, fecero del legno il materiale ideale nella difesa fissa ed il suo
utilizzo continuò a convivere lungamente anche a fianco delle prime difese in
pietra. Dalle torri si mossero le rappresaglie verso cavalieri e signori spergiuri
che, incalzati, cominciarono a volgere la loro attenzione ai beni meno difesi
delle abbazie e dei vescovadi, soprattutto nei territori dove l’autorità centrale
non riusciva più a ristabilire un ordine sociale minimo.

LA CRISI RELIGIOSA: IL CAVALIERE GIUSTO DI DIO


In questo scenario torbido dove il prezzo della vita scese al di sotto di
quello di un cavallo da combattimento 20, alcuni monaci incominciarono a pre-
dicare alle adunanze popolari raccolte intorno a reliquie taumaturgiche un’i-
dea di reciproca convivenza. L’abbazia appena ricostruita di Cluny 21 divenne
il centro motore di questo fenomeno che si codificò nel concilio di Puy del
994, dove già sette anni prima si erano gettate le basi di quel desiderio di inten-
dere diversamente un mondo spergiuro e violento. Vescovi imprudenti e abati
longevi 22, potenti per parentele e riformatori fuori da ogni giurisdizione, pre-
dicarono il nuovo verbo a milizie contadine, cavalieri su asini, bastardi e reietti
chiamati a proteggere i preti e i santi scappati dalle chiese: non più solo la reci-
proca convivenza, ma l’idea di una uguaglianza sociale. Davanti a dubbie ossa
sante e pezzi inverosimili della Croce, spine e lance sacre, molti giurarono la
LA TORRE, IL CAVALIERE, IL CASTELLO 15
23
C. BARONIO, Annales Ecclesiasticae card. Pace di Dio, nonostante le prese di posizione di una parte maggioritaria di
Baronii Odovici Rainaldi, Lucca 1738-1759,
vol. II. vescovi. I Papi non apostolicos sed apostaticos 23 tacquero, lasciando che una
24
Questa frattura s’identificò anche con frazione molto ascoltata della Chiesa, il monaco, diventasse la madre di quella
un inserimento diverso di questa nuova frattura tra la nuova aristocrazia dei milites 24, i cavalieri e lo strato socialmente
classe nel mondo feudale, dando origine ad
una differenziazione nello strato nobile:
più indifeso, i pauperes, le vedove e le ripudiate.
baroni e cavalieri in Francia, herren e rit- Una Chiesa assistenziale e materna che prendeva su di sé le garanzie insite
tern in Germania, lords e gentry in Inghil- nelle tre funzioni archetipi della struttura indoeuropea (sovranità, forza, fecon-
terra, grandes e hidalgos in Spagna.
25
Poi Tregua di Dio. Fu predicata da
dità) si sostituì allo stato patriarcale originale. Il gesto di posare la mano destra
Cluny e trovò la sua codificazione tra il sulla reliquia subentrò al vincolo personale, essenza del rito antico che aveva
1037 e il 1041 nei concili d’Arles. nel re l’arbitro naturale. Questo strappo con l’universo ancestrale si era già evi-
26
A. FERREIRO, The siege of Barbastro, denziato con la consacrazione di Carlo Magno, quando la Chiesa si era posta
1064-1065: a reassessment, in « Journal of
Medieval History », IX (1983), n. 2, pp. per la prima volta come mediatrice del Sacro, dispensando in nome di un Dio
129-144. abbastanza nuovo, quello che il Dio degli Antenati infondeva naturalmente ai
27
L’oc e l’oïl. re. E poiché tutti, dal più umile al più potente, guardavano al re per imitarlo
e rassomigliargli, fu naturale che quando quest’ultimo perse il potere di me-
diare tra occulto e terreno, tra vivo e morto, la gente guardasse ai nuovi media-
tori del Sacro. Non alla Chiesa come entità spirituale, ma agli uomini che fisi-
camente lo dispensavano. La funzione regale divenne equivoca poiché il re non
fu più il vertice sociale, ma solo un inter pares che il papa e per esteso il corpo
ecclesiale, adottava o ripudiava secondo le circostanze, elargendogli o toglien-
dogli il carisma.
In un mondo in cui il magico incominciava fuori dalla porta, il monaco si
appropriò della funzione connaturata nell’idea regia di arbitro tra vivi e morti,
impersonificando la certezza di ricongiungersi alla fine della vita con la stirpe
degli avi, forzando e spingendo arbitrariamente i vivi in quegli interessi che il
monaco considerò di volta in volta primari. La consacrazione dei contraenti la
Pace di Dio 25 ne fu l’esempio. Dalla mediazione di una pace certamente neces-
saria e che non giudicava fuori dalla legge divina quella parte integrante della
vita del cavaliere che era il combattimento, la Chiesa inventò la guerra di Dio,
poiché la Tregua predicata e giurata non sempre corrispondeva agli interessi
del papato. L’omicidio che la Tregua vietava, divenne permesso e incitato,
emozionato e premiante: Tomaso di Merle rappresentò bene il terrificante con-
nubio dell’assassino santificato dalle proprie lacrime davanti al Santo Sepolcro.
E prima di lui, nel 1063, il buon normanno Guglielmo di Montreuil ricevette
l’assoluzione anticipata quando massacrò Barbastro 26, piccola città spagnola di
mercanti arabi che aveva il grande torto di essere piena d’oro e di belle donne.
Il cavaliere fu quindi certo di essere il giusto di Dio cui spettava di diritto
la vittoria, perché Is qui luget lo convinse che i due fili della sua spada rap-
presentavano, simultaneamente, il nemico esterno e quello interno, la parte
ostile che vive in ognuno che solo la morte eroica avrebbe potuto redimere. In
realtà un filo rappresentò la benedizione papale ai massacri sottostanti le pro-
prie aspirazioni politiche, l’altro la difesa del suo potere spirituale, sempre
attenta la Chiesa alla specularità dei due fili. Attraverso un ambiguo affranca-
mento, il monaco rese sacri i propri beni, dando ai propri accoliti uno statuto
di privilegio in contrasto con l’insieme feudale e venendo ad assumere respon-
sabilità politiche lontane dalla propria vocazione. Di fatto, s’iscrissero nella
società a cavallo del 1000 fattori spirituali in enorme contrasto con il contesto
contemporaneo, fattori che furono all’origine di tre avvenimenti che ebbero,
ciascuno, conseguenze determinanti nello sviluppo della storia difensiva:
1. l’inizio di una presa di coscienza della società rurale, che portò all’abban-
dono della legge personale a favore di quella basata su consuetudini locali
raccolte in un corpus giuridico, con il conseguente sviluppo di una lingua
territoriale scritta 27;
2. i primi fermenti eretici che sfociarono nelle grandi eresie del secolo suc-
cessivo;
16 TOMASO VIALARDI DI SANDIGLIANO

3. la canalizzazione di quei cavalieri poco rispettosi della Pace di Dio verso i 28


Un 1000 caro alla Chiesa ed a molti
storici, ma silenzioso negli scrittori coevi.
nuovi territori di conquista che le Crociate avevano aperto. Solo la Chronographia di Sigeberto di Gem-
bloux, però del secolo XII, ne introduce l’a-
Amministrando il vivo e il morto, innestando riti nuovi su una liturgia pocalitticità. Testo minore, manipolazione
ancora semplice, quelli funebri e quelli inerenti all’investitura tra la fine del di scritti e leggende anteriori, fu la fonte
mitologica ad inizio ’600 di quell’attesa
secolo X e la metà del XII, la Chiesa riuscì a monopolizzare con un sottile impietrita di popoli in cui debuttarono le
sistema di migrazione delle ricchezze quasi tutto il flusso economico dei soli interpretazioni retrospettive dei segni del-
fenomeni finanziari esistenti: i trapassi e le divisioni ereditarie. l’apocalisse dell’anno 1000. Cfr., tra gli altri,
G. DUBY, L’An Mil, Paris 1967.
Inevitabilmente tutto assunse un prezzo, monetario ed avvilente. Tutto fu
in vendita per tutti: per il più povero che legava al monastero l’unico bene che
possedeva, la propria persona; per il più ricco che legava il proprio patrimo-
nio, estromettendo in tutto od in parte gli eredi naturali. Esclusi dalla terra,
quegli eredi andarono ad ingrossare la sfilata dei cavalieri razziatori, feroci nel
loro revanscismo sociale, rendendo incolmabile la frattura tra antico e nuovo.
Mentre all’orizzonte si profilavano le scorrerie delle ultime tribù barbare, tutto
appariva nemico: signore feudale, cavaliere, monaco, popolo.

LA TORRE DI PIETRA: LA MATURITÀ DEL CAVALIERE

Su questo sfondo sinistro si stagliò improvviso in Francia, tra Angiò e


Turenna, il torrione di Folco Nerra, necessità di difesa stabile in un mondo effi-
mero ed efferato. Folco il Nero fu l’eccellente rappresentante del padre-fon-
datore affacciato ad un 1000 dubbioso 28. Conte d’Angiò a 17 anni, brutale,
senza scrupoli, fu cavaliere di coraggio eccezionale, capace di grandi peccati e
candidi pentimenti. Tre volte pellegrino a Gerusalemme più di cent’anni prima
della formazione dell’idea di Crociata, costruì castelli, fondò chiese e conventi
che dotò munificamente. Ugo Capeto, il re che lo aveva privilegiato nella sua
continua guerra contro Oddone di Blois, era malato senza speranza. Il figlio di
Ugo, Roberto il Pio, macchinava con Oddone e le conseguenze del concilio di
Puy appena concluso erano presagibili. Folco iniziò il suo dongione nella pri-
mavera del 994 e già nell’autunno del 995 vi portò un piccolo contingente di
uomini armati. Re Ugo morì l’anno seguente e re Roberto sposò Berta, vedova
del conte Oddone. I fatti avevano dato ragione a Folco.
Costruito trasversalmente all’asse della collina, il dongione si sviluppa su
un piano di 17,5x10 metri. Austero ed essenziale, si libra compatto dalle
piante che ne esacerbano le mura grigie fitte di contrafforti sul fondo dei giar-
dini del castello di Langeais. La struttura è a tre piani fuori terra con ponte
levatoio al primo, l’abitazione di Folco, allo stesso livello della cinta. Il piano
terra, più interrato e senza aperture, era adibito a prigione, cucina e depositi.
Il secondo piano era destinato alle donne e ai bambini. Sopra, a copertura della
costruzione, un tavolato con parapetti merlati. Intorno nessun riparo per
uomini e cavalli. Il dongione di Folco è il primo esempio che disegna una tappa
fondamentale nell’evoluzione militare: il trapasso dalla difesa lignea alla di-
mora fortificata medioevale composta da almeno una costruzione difendibile
ed una cinta muraria. Questa tipologia, sempre con pochissime aperture,
prima quadrata poi rettangolare, più tardi poligonale, poi rotonda per non pre-
sentare angoli morti non difendibili frutto dell’esperienza militare delle prime
Crociate e della comparsa delle nuove armi da guerra, rimase abbastanza simile
nel suo insieme per oltre quattro secoli.
Non conosciamo le difese che Folco progettò per il proprio dongione.
Forse torricelle e mura lignee come ebbero almeno fino all’inizio del secolo
XII molti altri castelliforte o già una cinta mista in pietra, non però ancora pos-
sente come quella del dongione di poco più tardo di Beaugency, nel territorio
dei figli di Oddone. Colpisce la mancanza di ripari intorno in cui avrebbero
trovato rifugio più avanti contadini e uomini armati, ma si spiega con il numero
di 35 cavalieri pesanti raccolti sulla totalità dei suoi feudi che Folco era tenuto
LA TORRE, IL CAVALIERE, IL CASTELLO 17
29
La balestra aveva come elementi nega- a mettere in linea alla convocazione dell’ost del suo sovrano. Un contingente
tivi il peso e la poca rapidità di tiro, circa 2
frecce al minuto, ma la sua precisione e che sembra esiguo, ma di rispetto per i tempi, visto che il conte di Champagne
potenza di penetrazione ne fecero l’arma ed il duca di Borgogna insieme, due tra i più grandi signori di Francia, non
principale dell’assedio, fino a trasformarsi
in una macchina da guerra autonoma lunga
superavano i 60 cavalieri ciascuno.
fino a 9 metri. Utilizzata anche nella difesa, Se il re di Germania Ottone II, tredici anni prima del dongione di Lan-
fu armata sulle impalcature dei portali e dei geais, riuscì ad allineare nella campagna d’Italia 2120 cavalieri pesanti grazie
rivellini.
30
all’apporto massiccio dei contingenti ecclesiali, il re di Francia Filippo Augusto,
Il dongione di Coudray o ‹‹Tour des
Chiens›› costruito da Enrico II Plantage- neanche duecento anni dopo, poté contare solo su 436 cavalieri che sommati ai
neta il Curtmantel, re d’Inghilterra ed ere- contingenti di altri grandi feudatari non raggiunsero mai gli 800. L’alto costo e
de dell’Angiò (linea Angiò-Plantageneti).
31
la paura di lasciare sguarniti i propri feudi furono la ragione dell’incapacità dei
Il ‹‹Castrum Novum›› costruito da
Carlo I d’Angiò, detto il Maschio Angioino, re e degli imperatori di riunire un numero di cavalieri proporzionale alle neces-
re di Napoli e Sicilia (linea Angiò-Cape- sità delle guerre. Si rese necessaria una levata sempre più massiccia della fante-
tingi). La fortificazione, Castelnuovo per ria, l’uomo a piedi e il ricorso a soldati professionisti, i mercenari.
distinguerla dal più antico Castel dell’Ovo,
fu subito soprannominata dai Napoletani
Maschio Angioino.
L’EVOLUZIONE MILITARE: L’APOGEO DEL CAVALIERE

Dopo Langeais, le Crociate rappresentarono la seconda tappa dell’evolu-


zione militare con nuovi mezzi d’attacco ed eserciti più articolati, sempre
basati sulla cavalleria, ora affiancata da sergenti montati armati più leggeri.
L’esperienza costruttiva di Terrasanta trasformò l’impianto difensivo euro-
peo della prima metà del secolo XII. Il castello si organizzò sulle nuove mac-
chine da guerra con mura che contornarono il torrione, a volte merlate con
saettiere, feritoie arciere e con la moderna feritoia balestriera, frutto della pro-
mozione dell’arco nell’arma tipica dell’assedio, la balestra 29, micidiale ed a
lungo contrastata dalla Chiesa, bandita inizialmente nelle battaglie tra cristiani.
Il ponte d’ingresso divenne levatoio e subito alle sue spalle, per meglio difen-
dere l’interno della fortificazione, s’innalzò una grande saracinesca. Dietro le
merlature con piombatoi per riversare nella difesa verticale acqua bollente,
pece, catrame ed olio, corse il cammino di ronda, agli inizi in legno per un più
rapido smantellamento in caso di caduta delle mura sotto l’urto nemico, ma
facile da incendiare e pericoloso per lo stesso dongione.
La costruzione s’ingrandì e la difesa prese quella fisionomia definitiva di
raccolta per uomini, mestieri e forze militari, centro animato e fastoso, giunta
fino ai giorni nostri attraverso la letteratura cortese. Nella realtà il castello si
riconobbe poco in quel vasto sincretismo poetico che prese movenza dalla fine
del secolo X e si sviluppò, ininterrotto, fino al secolo XV. I colori, i fasti, gli
arrovelli che furono del troubadour e della trobairitz abitarono solo l’universo
del castello del grande signore. Il suo entourage trasmise alle classi feuda-
li meno preparate un’esperienza emotiva che, lontano dall’idea associativa
amore-coraggio-morte del geis celtico, si sclerotizzò in regole troppo strutturate
per una società in cui il miles combatteva contro il nemico peggiore: il quoti-
diano. Il castelloforte rimase quell’aggregato oscuro, rozzo, a malapena illumi-
nato dalle strettissime arciere, freddo e umido, molto lontano dallo splendore
delle dame e dei cavalieri cortesi. Nei mesi invernali, lunghissimi, anche le
minime aperture erano chiuse con pezzi di cuoio e corno ed i camini fumosi
non riuscivano a riscaldare gli ambienti alti e nudi, a volte con tracce di colore.
Basta ricordare l’espressione militare del secolo XII, il castello di Chinon nella
sua parte antica 30 e gli esempi più evidenti del secolo successivo, il castello di
Angers e il Castelnuovo di Napoli 31.
Se chiesa romanica e castello mutuarono uomini ed esperienze, saldando
tecniche, volumi e forme sempre più complesse, la costruzione difensiva non
subì l’influenza delle nuove capacità architetturali che si svilupparono agli inizi
del secolo XIII con le grandi cattedrali gotiche. La fortificazione non poté fare
propria la cultura dell’ogiva, che alleggeriva i grandi muri romanici, poiché la
necessità della difesa non poteva condividere una modalità così diafana di ner-
vature immaterialmente in equilibrio fra loro.
18 TOMASO VIALARDI DI SANDIGLIANO

In un bel latino laico attento all’evoluzione letteraria cortese, il prete 32


Cfr. nota 6.
33
Lamberto racconta il matrimonio tra i signori di Guines e di Ardres 32. È uno Steckelberg, vicino Fulda. Amico di
Rabelais, Erasmo e Paracelso, von Hutten
spaccato fedele visto dall’interno della vita feudale di due famiglie, preminente capeggiò nel 1522 la fallita rivolta dei cava-
quella di Guines, gente colta e viaggiata a capo di uno strategico insieme di lieri svevi e renani contro la Chiesa di Roma
che aspirava a riconquistare la posizione
feudi a ridosso della Fiandra ed in contatto stretto con il mondo militare delle sociale del cavaliere compromessa dalla cor-
Crociate. Il castello di Ardres è il teatro del matrimonio e Lamberto lo cono- ruzione dei principi e dei vescovi. Per una
sce bene, poiché ne è il cappellano felicemente sposato con almeno due figli biografia completa, cfr. D. F. STRAUSS, Ulrich
von Hutten, Bonn 1895, e H. HOLBORN,
anche loro preti, nonostante un secolo di riforma gregoriana. Ulrich von Hutten and the German Refor-
Fondato intorno al 1130, centotrentacinque anni dopo il dongione in pie- mation, trad. R. H. BAINTON, New York
1965.
tra di Folco d’Angiò, quando Lamberto scrive agli inizi del ’200 la costruzione
è ancora in legno. Eppure la considera una meraviglia di modernità, un labi-
rinto inestricabile. All’interno l’organizzazione è immutata su tre piani costruiti
per un’unica coppia da cui dipende tutto, uomini donne cose: il detentore del
feudo. Al primo piano un unico vasto ambiente tramezzato per consentire al
suo interno l’intimità per la continuazione del lignaggio, la sola camera da letto
di tutto il castello ove il sire e sua moglie dormono insieme. Nello spazio re-
stante addossato ai tramezzi vivono gli ultimi nati con le loro balie, mentre
all’ultimo piano convivono promiscuamente con le guardie i sopravvissuti della
mortalità infantile, i futuri continuatori della stirpe. Per i maschi più grandi non
c’è posto. La loro vita appartiene alle guerre più o meno sante ed ai tornei nella
speranza di una moglie con casa propria o nell’attesa della morte del padre. Le
femmine, guardate a vista fino al possibile matrimonio, sono stipate nel con-
vento privato vicino. Tutto l’insieme di persone che ha la sua funzione vitale
nel castello dorme fuori, negli angoli delle mura o, se sposata come il prete
Lamberto, in una capanna nella lizza, lo spazio destinato a cavalli ed armi.
Il castello di questo periodo si articola in genere su una palizzata esterna,
a volte due, con l’ultima a ridosso dei fossati, il dongione protetto da una cer-
chia di mura torrate con caditoie. La media di uomini armati, approssimativa
perché legata all’importanza del signore, è costituita da un contingente di 30-
45 effettivi, 3 per torre, 10 sugli spalti, il resto a difesa del dongione la cui posi-
zione nella geografia della difesa rimane molto variabile. Le mura sono appena
squadrate, senza ornamenti, essenziali. I motivi e le decorazioni care al gotico
comparvero stabilmente solo in un tardo scorcio del secolo XIV, quando il
castelloforte incominciò a modularsi attraverso fattori mondani con l’appari-
zione di un corpo abitativo separato dal dongione destinato al signore. Se la
Francia iniziò in questo periodo l’ammodernamento e la costruzione dei ca-
stelli che ebbero come cuore la valle della Loira, in quei territori che non ave-
vano ancora trovato il proprio equilibrio politico il vecchio castelloforte con-
tinuò la sua funzione antica con poche alterazioni. Si restrinsero le zone difen-
sive e alcuni spazi furono promossi nell’azione di sbarramento al tiro radente,
ancora corto, del cannone. La quotidianità continuò immutata, lontano da
quel mondo di passioni e di cavalieri, mondo di eroi e anonimi borderline
costretti ad atti prestigiosi per emergere da una storia strettissima.
Agli inizi del ’500 Ulrich von Hutten, cavaliere, monaco e poeta tedesco,
racconta la vita nel proprio castello 33 con parole cupe, realtà della maggioranza
dei sistemi difensivi lontani dai grandi centri. Ammassati uno sull’altro, tutto si
muove in pochissime camere arredate sommariamente, avvolte nel malodore
acre del fumo e delle stalle, i tavoli aperti solamente quando necessario, tutti i
giorni nell’ansia di un anno cattivo che avrebbe portato miseria, malattie e lutti.

LO SCONTRO FINALE: IL TRAMONTO DEL CAVALIERE

L’avvento dell’artiglieria coinvolse solo le grandi piazze militari, mentre in


quelle meno importanti l’implicazione fu minore, tanto per l’alto costo delle
nuove ma ancora incerte soluzioni difensive, quanto e soprattutto per la
diversa cultura strategica che presupponevano. In campagna aperta l’esercito
LA TORRE, IL CAVALIERE, IL CASTELLO 19
34
Conroi di 20-24 uomini disposti su 2- non aveva mutato il proprio schema e se l’arte della fortificazione e dell’arma-
3 file; ciascun conroi era parte di un’e-
schielle, a propria volta parte di una batail- mento raggiunsero livelli straordinari, la guerra, nel suo insieme, sopravvisse
le, contingente accostabile allo squadrone rozza e con poche tattiche innovatrici. Permasero le formazioni caratteristiche
d’oggi.
della cavalleria, le bandiere 34, composte da quattro a sei cavalieri con i propri
35
11 luglio 1302, guerra di Fiandra. Per
la prima volta dopo Legnano un esercito di
sergenti montati riunite in battaglie al comando di un grande signore, con un
fanteria distrusse un esercito di cavalleria numero di effettivi molto variabile, da cinquanta a cento cavalieri. Permase la
reputato invincibile. La battaglia, passata raccolta delle battaglie nell’istrice organizzato dalla fanteria e la carica a siepe
alla storia con il nome di battaglia degli spe-
roni d’oro, fu vinta dai Comunali fiammin- su tre file, ma da Courtray 35 in poi la cavalleria conobbe le sue prime sconfitte.
ghi contro il patriziato cittadino ed i si- Appesantito nell’armamento, il cavaliere ebbe bisogno di cavalli sempre più
gnori di Francia. I Fiamminghi, armati solo
della godendac, una picca lunga, vinsero
robusti, inferiori come velocità, che lo costrinsero a spostamenti meno rapidi
senza l’uso d’arcieri e balestrieri, soprat- e con un’esposizione più lunga al tiro nemico. Diminuì il tempo d’insellata e
tutto per avere avuto la capacità di dare si accorciò la carica. Ritornò la mischia appiedata ma senza più l’esperienza dei
battaglia su un terreno inadatto alla caval-
leria. Forze in campo: Francesi 1500-2000 primi cavalieri.
cavalieri e 1500-2000 balestrieri, Fiammin- Rimpicciolito e poi perso lo scudo per migliorare l’assetto a cavallo, il ’300
ghi 6-7000 picchieri e 60 cavalieri. Fronte
della battaglia: 800 metri.
vide rovinare le grandi cariche di cavalleria davanti alle linee fitte di arcieri e
36
La balestra non sostituì l’arco: in In-
balestrieri 36 raccolti sotto un grande scudo oblungo colorato, il palvese 37, che
ghilterra, il long bow di 2 metri con freccia trasformava la formazione in una testuggine difficilmente schiudibile. La siepe
di 1 metro, per il suo tiro utile di 200 metri, dei picchieri svizzeri fece il resto, la gamba sinistra con il ginocchio piegato in
la sua leggerezza e rapidità (circa 12 frecce
per minuto), la penetrazione superiore a avanti, la picca impugnata con la mano sinistra posizionata all’altezza del
certe balestre, ne protrasse l’uso. Archi lun- ginocchio, il tallone dell’arma appoggiato contro il piede destro, spada in
ghi e balestre rimasero in uso almeno fino
al 1647, dove, sempre in Inghilterra, era
mano. Di fatto, il divario tra mezzi in campo e valore di singoli cavalieri con-
ancora menzionato un reparto di bale- tinuò ad essere sempre amplissimo. Il declino del cavaliere corse parallelo al
strieri. coinvolgimento delle piazze militare minori che gli assestamenti territoriali
37
Detto anche pavese per l’ipotesi della assorbirono in un sistema politico definitivo. L’arma da fuoco spianò il castel-
sua origine in Pavia.
loforte e l’orgoglio del cavaliere. Al loro posto sorse la grande fortezza la cui
affermazione fu lungamente incerta, convivendo castello antico e bastionatura
moderna in un equilibrio precario alla ricerca di fronteggiare un’arma in evo-
luzione: il cannone.
21

Il contesto piemontese
Andrea Calzolari e Patrizia Cancian

1
ei primi secoli dopo il Mille il termine Piemonte indicava, in modo ap-

N
A. M. NADA PATRONE, Il Medioevo in
Piemonte, Torino 1986, p. 3.
2
prossimativo, solo una piccola parte dell’area geografica oggi così
P. WINTERFELD (a cura di), Gesta Beren-
garii imperatoris, in MGH, vol. IV/1, denominata: ossia il territorio compreso tra le Alpi Cozie, il Tanaro, il
Poetae Latini aevi Carolini, Berlino 1889, Sangone e una linea immaginaria che, dalla confluenza del Sangone con il Po,
p. 312.
3
scende verso sud-ovest sino al Tanaro. L’area così definita si ampliò nel periodo
G. SERGI, I confini del potere. Marche e
signorie fra due regni medievali, Torino
delle autonomie cittadine, estendendosi sempre più, sino a includere un terri-
1995, p. 62. torio compreso tra le Alpi Marittime, le Alpi Cozie e il fiume Sesia 1.
4
Ibidem, cit., pp. 63 sgg. Mentre lentamente si affermava questa nozione collettiva della regione, dal
5
LIUTPRANDO, Antapodosis, in LIUTPRAN- punto di vista politico fino alla metà del secolo X una grande marca, governata
DO, Opera omnia, in J. BECKER (a cura di),
Scriptores rerum Germanicarum in usum
per incarico regio da esponenti della famiglia franca degli Anscarici, coordi-
scholarum, in MGH, Hannover-Lipsia 1915, nava gran parte della regione subalpina attuale. Il capostipite della famiglia,
vol. XLI, pp. 26 sgg. Anscario, proveniente dalla Borgogna, regione in cui pare avesse esercitato
6
G. SERGI, I confini del potere. Marche e poteri comitali, giunse in Italia al seguito di Guido di Spoleto nell’888,
signorie fra due regni medievali, cit., pp. 66-
77 e note 41-46. secondo la narrazione dei Gesta Berengarii 2. Tra l’891 e l’892 Anscario è men-
zionato in tre diplomi emanati da re Guido e il suo nome è seguito dal titolo
di marchio. Anscario ebbe iniziali funzioni militari all’interno di una specie di
corte itinerante ma, in tempi brevi, applicò quelle funzioni a un territorio defi-
nito, e dovette acquisire poteri su un’area molto vasta, dai contorni incerti, il
cui centro era sicuramente Ivrea e sulla cui estensione ci dà informazioni più
esplicite e ampie la documentazione relativa ai suoi successori, Adalberto e
Anscario II, sempre delegati dal regno 3.
Nell’area in cui si inserì Anscario era stata presente, dalla seconda metà del
secolo IX, la famiglia dei Supponidi, attestata largamente a livello politico
nell’Italia settentrionale. Il conte Suppone è documentato come possidente nel
Parmense: tre dei suoi figli furono fedeli dell’imperatore Berengario I e due
furono anche titolari del comitato di Piacenza. L’ascesa anscarica, pur non
intaccando una vera marca supponide, si realizzò all’interno di un contesto sog-
getto a processi di aggregazione territoriale: promossi in particolare dalla dina-
stia dei Supponidi, che probabilmente avrebbe ampliato il suo potere se
Berengario I, con cui aveva molteplici legami, avesse mantenuto il suo predo-
minio senza contrasti. Fu proprio l’esistenza di questi contrasti a consentire,
nell’ultimo decennio del secolo X, la comparsa nella zona di Ivrea, non lon-
tana dai comitati precedentemente governati dal conte Suppone, del nuovo
marchese Anscario I, protagonista di una svolta voluta da Guido di Spoleto,
decisiva per le regioni nord-occidentali dell’Italia, che cominciarono a essere
organizzate in modo più definitivo e stabile per gli aspetti istituzionali e terri-
toriali 4.
Il grande cronista Liutprando ci consente di individuare in Ivrea il centro
della nuova marca anscarica 5. Dalle fonti documentarie, fra il 902 e il 910,
apprendiamo di interventi ufficiali – diretti e indiretti – del figlio di Anscario
I, il marchese Adalberto, nelle zone di Novara, Vercelli, Asti, Torino, e nella
val d’Ossola 6. E le presenze dei figli di Adalberto, Berengario (il futuro re
Berengario II) e Anscario II confermano l’interesse (da ufficiali pubblici, ma
anche da dinasti impegnati nel patrimonio) sia per il Piemonte centrale sia per
le aree nord-orientali della regione subalpina. Ne risulta una marca di Ivrea
che sembra includere, nell’arco di tempo compreso fra Adalberto e Anscario
II, tutto il Piemonte centro-settentrionale dall’Ossola a Torino e Asti, e risulta
22 TERESA MANGIONE
Johannes De Broen, Pedemontium, su disegno
di Giovanni Tommaso Borgonio, -
collezione privata
24 ANDREA CALZOLARI E PATRIZIA CANCIAN

anche si possa suggerire una provvisoria estensione delle capacità anscariche 7


Ibidem, pp. 67 sgg.
8
di governo anche oltre il Ticino, dove, non a caso, Berengario è documentato Ibidem, p. 147.
9
come marchio et comes Mediolanensi comitato 7. Ibidem, pp. 56 sgg. In modo più sche-
matico cfr. G. SERGI, La geografia del potere
A metà del secolo X, tuttavia, non si può ancora interpretare la storia ter- nel Piemonte romanico, in G. ROMANO (a
ritoriale del Piemonte in chiave di ereditarietà e di successioni dinastiche, com- cura di), Piemonte romanico, Torino 1994.
mettendo un errore purtroppo ancora frequente: infatti intorno al 936 il re ita- 10
G. GANDINO, Per una lettura del me-
dioevo biellese, in G. ROMANO (a cura di),
lico Ugo trasferì Anscario II da Ivrea al governo della marca Spoleto – dove Biella e il suo territorio, Biella 1982, p. 71.
quattro anni dopo proprio le truppe regie lo uccisero in battaglia – e, morto 11
Si tratta del vescovo Varmondo (A.
Anscario II, Berengario fuggì e riparò in Germania presso il re teutonico FALOPPA, Dal vescovo al comune, in Ivrea
ventun secoli di storia, Pavone Canavese
Ottone I 8. La grande marca di Ivrea durante l’ultimo quinquennio del regno 2001, pp. 125 sgg.).
di Ugo risultava di fatto smembrata e alla metà del secolo X l’attuale Piemonte 12
G. SERGI, Arduino marchese e re rivo-
era suddiviso in quattro nuovi distretti: la marca di Ivrea, che univa al Pie- luzionario, in Arduino mille anni dopo. Un
monte nord-orientale i comitati di Bulgaria (area di Mortara), di Stazzona re tra mito e storia, Torino 2002, pp. 12
sgg.
(costa orientale del Lago Maggiore) e forse di Lomello; la marca degli
Obertenghi, comprendente i territori delle diocesi di Tortona, Genova e Luni;
la marca degli Aleramici che esercitava egemonia politico-militare sulle diocesi
di Acqui e Savona; e infine la marca degli Arduinici di Torino, che coordinava
il Piemonte centro-meridionale e i comitati di Ventimiglia e Albenga 9.
Per collocare il Vercellese in un contesto chiaro occorre dunque tener
conto che, da quel momento, era inserito in una marca di Ivrea di estensione
ridotta, ancora affidata a membri della dinastia anscarica, provvisoriamente
tenuta al potere dall’ascesa al regno di uno di loro, Berengario II, rientrato in
Italia verso il 950: marchesi furono due suoi figli, Guido e poi Corrado
Conone. Della marca di Ivrea continuava a far parte il comitatus Vercellensis,
amministrato direttamente dai marchesi di Ivrea – questi marchesi erano sem-
pre anche conti in prima persona dei comitati a loro affidati – ed esteso verso
nord sino a includere l’area biellese. Per tutto il secolo X le attestazioni docu-
mentarie inducono a ritenere che gran parte del Biellese continuasse a essere
inserito nel comitato vercellese, e questa afferenza non venne meno quando,
dopo il ritorno in Borgogna della dinastia anscarica, l’ufficio di marchese
d’Ivrea fu affidato ad Arduino che, come studi recenti hanno dimostrato, non
era parente dei precedenti marchesi anscarici e neppure – a dispetto del nome
– dei marchesi arduinici di Torino 10.
Intanto negli ultimi anni anscarici il potere marchionale eporediese aveva
incominciato a essere intaccato da un vescovo d’Ivrea in forte ascesa 11 e, ancor
più, da poteri vescovili novaresi e vercellesi in continuo rafforzamento anche
politico. Dal 962 la corona italica – e quella imperiale che vi era connessa – era
stata fatta propria dalla dinastia sassone degli Ottoni. La situazione, piuttosto
critica per il potere pubblico, indusse l’imperatore Ottone III ad affidare la
marca di Ivrea ad Arduino, il cui padre aveva un passato di incarichi comitali
al confine fra Piemonte e Lombardia. Arduino, di fronte al potenziamento dei
poteri politici vescovili interni alla sua marca, si impegnò ad esercitare il pro-
prio ufficio con estrema energia, non tenendo conto del fatto che l’imperatore
che l’aveva nominato perseguiva un progetto di “sistema ecclesiastico/impe-
riale” volto, se non a favorire, almeno a tollerare e a inquadrare i poteri tem-
porali dei vescovi. Forte non solo del suo buon diritto ma anche di un certo
consenso sociale, Arduino ebbe contrasti duri e violenti con i vescovi di Ivrea,
Vercelli e Novara con il risultato, dopo che il papa Silvestro II lo condannò
dichiarandolo nemico pubblico 12, di perdere nel 999 il governo della marca
eporediese.
I vescovi ne approfittarono per rivendicare la districtio (cioè l’immunità
arricchita di diritti giurisdizionali) sui comitati rientranti nelle loro diocesi:
Vercelli e Santhià, per quello vercellese; Pombia e Ossola per quello novarese.
Il richiamo alla tradizione circoscrizionale pubblica costituiva per questi
potenti vescovi, alleati locali dell’impero, il mezzo per consolidare e vedere
riconosciuta la loro funzione politica di coordinamento su ampia parte della
IL CONTESTO PIEMONTESE 25
13
Ibidem, p. 14; G. SERGI, Poteri tempo- dissolta marca di Ivrea. Il conseguimento di questi diritti non implicava la tra-
rali del vescovo: il problema storiografico, in
Vescovo e città nell’alto medioevo: quadri sformazione di questi vescovi in ufficiali pubblici. Non erano “conti” perché
generali e realtà toscane, Atti del Convegno non erano tenuti a rispondere al sovrano del loro operato, né dovevano ver-
internazionale di Pistoia 16-17 maggio
1998, Pistoia 2001, pp. 1-16.
sargli i proventi delle esazioni: ma non c’è dubbio che, dopo qualche oscilla-
14
G. GANDINO, Per una lettura del me-
zione, l’imperatore aveva scelto di prendere atto dei poteri civili dei vescovi e
dioevo biellese, cit., pp. 71 sgg. di favorirli, per garantirsi alleati sicuri e per dare stabilità alla regione 13.
15
L. PROVERO, Dinamica sociale e con- Nei primi decenni del secolo XI si assiste quindi all’indebolimento gene-
trollo signorile nel regno d’Italia (secoli IX- rale e allo sgretolarsi delle marche (solo nel Piemonte centro meridionale la
XII), in «Señores, siervos, vasallos en la alta
edad media». XXVIII Semana de Estudios marca di Torino resistette fino alla morte di Adelaide, nel 1091) che genera-
Medievales. Estella, 16 a 20 de julio de rono altri nuclei di potere su base patrimoniale e territoriale, diverse rispetto
2001, Pamplona 2002, pp. 439-457.
16
alle precedenti circoscrizioni pubbliche e rispetto a esse molto più piccole. Le
R. BORDONE, «Civitas nobilis et anti-
qua». Per una storia delle origini del movi- “contee” del Piemonte nord-orientale erano ormai signorie rurali come le altre;
mento comunale in Piemonte, in Piemonte i loro titolari si distinguevano dai normali signori solo per il fatto di chiamarsi
medievale, Torino 1986, pp. 33 sgg.; R. BOR-
DONE, J. JARNUT (a cura di), L’evoluzione
“conti” per tradizione familiare e per la conseguente abitudine di applicare alle
delle città italiane nell’XI secolo, Bologna loro signorie la terminologia comitale: un’etichetta antica per definire una realtà
1988. di potere sostanzialmente nuova è quella che talora appariva nel complesso e
17
E. ARTIFONI, La «coniunctio et unitas», apparentemente disordinato intrecciarsi di egemonie di potenti laici e religiosi
astigiano-albese del 1223-1224. Un esperi-
mento politico e la sua efficacia nella circo- presenti nello stesso territorio e nel medesimo tempo 14.
lazione dei modelli istituzionali, in «BSBS», Il Piemonte dunque nel corso del secolo XII aveva un’organizzazione simile
LXXVIII (1980), pp. 105-126; cfr. in par-
ticolare, per la zona in oggetto, L. BAIETTO, a quella prevalente in tutta l’Europa occidentale: i contadini, allodieri (pro-
Vescovi e comuni: l’influenza della politica prietari) o coltivatori di terra signorile erano tutti soggetti alla protezione di un
pontificia nella prima metà del secolo XIII a
Ivrea e Vercelli, in «BSBS », C (2002), pp.
potere territoriale, che poteva essere rappresentato da un signore laico, un
459-546. grande monastero, un capitolo cattedrale e, in particolare nelle zone qui in
18
A. M. NADA PATRONE, Il Medioevo in esame, da vescovi 15. Se pur con tempi di affermazione non sempre coincidenti
Piemonte, cit., pp. 30 sgg.; R. BORDONE, e con diversa incisività, si erano affermati intorno alle città – con riconoscimenti
L’amministrazione del regno d’Italia, in
«Bullettino dell’Istituto Storico Italiano per anche formali da parte del potere regio – i vescovi di Torino, di Asti, Ivrea,
il Medio Evo e Archivio Muratoriano», 96 Novara e Vercelli 16. Nel maturo secolo XII anche in area subalpina si afferma-
(1990), pp. 133-156; M. VALLERANI, I rap-
porti intercittadini nella regione lombarda rono, inserendosi spesso nella tradizione del potere vescovile, i comuni. Con
tra XII e XIII secolo, in G. ROSSETTI (a cura qualche differenza rispetto all’insieme dell’Italia centro-settentrionale, perché
di), Legislazione e prassi istituzionale nel-
l’Europa medievale. Tradizioni normative,
si realizzò un pullulare, forse disorganico, di soluzioni anche spregiudicate, e
ordinamenti, circolazione mercantile (secoli per nulla marginali e periferiche rispetto alle altre esperienze comunali italiane,
XI-XV), Napoli 2001, pp. 221-290. ma forse più ricche di iniziative originali dal punto di vista istituzionale 17. Le
19
G. SERGI, Due secoli di Piemonte pre- comunità cittadine, dapprima soggette all’autorità dei loro vescovi, si organiz-
sabaudo fra i regni d’Italia e di Borgogna, in
«Piemonte vivo», 1988, n. 1, p. 54. zavano in libero comune, avviando un processo di sottomissione del territorio
20
A. M. NADA PATRONE, Il Medioevo in circostante in qualsiasi modo, sostituendosi del tutto o almeno sovrapponen-
Piemonte, cit., pp. 63 sgg. dosi in modo coordinato alle signorie locali: Asti, Tortona, Acqui, Torino,
21
G. SERGI, Le polarità territoriali pie- soprattutto Vercelli e Novara erano già autonome all’avvento di Federico
montesi dall’alto medioevo al Trecento, in L.
MERCANDO, E. MICHELETTO (a cura di), Ar- Barbarossa alla metà del secolo XII e pronte alla lotta contro l’imperatore 18.
cheologia in Piemonte. Il medioevo, Torino Tuttavia questo movimento in Piemonte doveva coesistere con l’assesta-
1998, p. 37.
mento di formazioni politiche, definite principati territoriali, normali in Ger-
mania e Francia ma assenti o provvisorie nel resto dell’Italia centro-settentrio-
nale sino al Trecento e al Quattrocento. Protagonisti dei principati piemontesi
furono i marchesi di Saluzzo, i marchesi di Monferrato e i conti di Savoia di
origine transalpina: questi erano poteri superiori che riconoscevano, al proprio
interno, le autonomie signorili e che, all’inizio, confinavano con gli ambiti di
potere comunale, per poi gradualmente assoggettarli. Un buon esempio di
questa gradualità si ha nel Torinese: i Savoia erano già in valle di Susa alla fine
del secolo XI, ma soltanto nel 1280 giunsero a Torino 19.
Espandendosi da nord attraverso la valle d’Aosta e da est attraverso la valle
di Susa, i Savoia nel corso del Trecento ampliarono sempre più la loro in-
fluenza e i loro principali antagonisti furono i Visconti di Milano, che riusci-
rono a sottomettere in tempi abbastanza brevi Novara, Vercelli, Alessandria e
Asti, ma zona di forte attrito, di reciproca interferenza e di perdurante incer-
tezza fu, in questi anni cruciali, l’area biellese 20. E fu soltanto con il duca
Amedeo VIII, dopo il 1418, che la sempre importante città di Vercelli fu, con
il suo contado, sottratta ai Visconti 21.
26 ANDREA CALZOLARI E PATRIZIA CANCIAN

Frattanto era stato nel Trecento, nonostante le complesse articolazioni poli- 22


A. GORIA, Pedemontium: note per la
storia di un concetto geografico, in «BSBS»,
tiche, che il Piemonte aveva incominciato a essere individuato come entità geo- L (1952), pp. 5-24.
grafica, e un testo prezioso, il Dittamondo di Fazio degli Uberti, lo applicò
allora non solo al territorio compreso fra le Alpi, il Sangone e il Po, ma più
ampiamente a una regione paragonabile a quella odierna, con il principato dei
Savoia-Acaia, il Monferrato, il marchesato di Saluzzo, il Canavese, le zone di
Alba, Asti, Acqui, Mortara, Novara, Vercelli 22.
27

Cronologia
Marco Turotti

843 Muore a Lembeek in Belgio, in odore di santità, Veronus seu Vevronus de Lembecae, discendente
di Carlo Magno.
1004 Rinvenimento dei resti mortali di san Veronus seu Vevronus de Lembecae. Il suo culto si
estende dalla Fiandra fino ai confini con la Germania e nel centro-nord della Francia.
8 maggio 1120/1130 Muore a Vercelli Plusbella, madre di Widalardo, capostipite dei Vialardi di Piemonte.
1140 Primo documento che cita i de Verono.
sec. XII Fondazione della Parrocchiale di San Lorenzo secondo le lapidi all’interno della Parrocchiale
stessa.
10 ottobre 1277 Primo documento che attesta il legame tra i de Verono e i Vialardi.
1282 Primo documento che attesta il castello.
1298-1299 Primo documento che attesta la Parrocchiale di San Lorenzo e la cappella di San Simone e Giuda
in castro.
16 dicembre 1310 Alla pace in Vercelli fra Ghibellini e Guelfi, per i Ghibellini sono presenti Rolando e Bonifacio
Vialardi del castello di Verrone. Non sono presenti i Vialardi del castello di Sandigliano e i Vialardi
del castello di Ysengarda.
agosto 1342 Giacomo Vialardi di Verrone è nominato rettore, podestà e sindaco di Vercelli in Piverone e nel
territorio di Palazzo.
3 febbraio 1343 Giacomo [Vialardi] di Verrone è eletto, con altri Vialardi, alla Credenza di Vercelli.
16 marzo 1347 I figli del fu Francino Vialardi di Verrone alla presenza del loro tutore Rolandino [Vialardi] di
Verrone vendono al Comune di Mosso la metà del monte di Mosso dove era costruito il castello.
Sono presenti Giovanni Vialardi e Ubertino Vialardi, figli di Manfredo Vialardi di Verrone,
parenti paterni dei fratelli.
14 novembre 1347 Giacomo [Vialardi] di Verrone è eletto, con altri Vialardi, alla Credenza di Vercelli.
13 novembre 1351 Giacomo [Vialardi] di Verrone, in disaccordo con la politica filo-sabauda del figlio Rolandino, vive
ad Oldenico con gli altri figli. Questo ramo si estingue nel 1389.
19 febbraio 1373 Simone, figlio di Rolandino Vialardi di Verrone, stipula reciproci patti concernenti le giurisdizioni
sul castello e feudo di Verrone con Amedeo VI di Savoia. Verrone passa sotto l’influenza sabauda.
3 marzo 1379 «Recognitio hominum de Verono» ad Amedeo VI di Savoia. I nobili di Verrone sono rappresen-
tati da Simone Vialardi e la Comunità da Petrus de Anda e Antonius Roer.
1386 È console Bertoldo Ferrario.
11 novembre 1398 Alla morte di Simone fu Rolando (Rolandino) di Verrone si procede alla divisione in quattro parti
di ‹‹toto domignono et de toto fundo dicte turris dicti castri›› fino ad allora indivisi. Da questa
divisione hanno origine i quattro colonnellati detti dei Rolandini, dei de Putheo o de Mosso, della
Casa Grande e della Porta.
1439 Un ramo dei Vialardi di Verrone abitante a Salussola è investito delle onoranze di Salussola e
Puliaco, creando il ramo dei Vialardi di Verrone e Salussola, poi Vialardi di Salussola.
1451 Un ramo dei Vialardi di Verrone abita nel castello di Vettigné creando il ramo dei Vialardi di
Verrone e Vettigné, poi Vialardi di Vettigné.
6 febbraio 1470 Manfredo Vialardi di Verrone e Salussola è teste a carico davanti a Francesco dei Vialardi di
Vercelli, notaio dell’Inquisizione, nel «Processus contra et adversus Johannam uxorem Antonioti
de Monduro de Salusolia alias de Mialiano».
1473 Sono consoli Giorgio de Ozia e Antonio de Gaja.
1475 Pietro Vialardi di Verrone è ambasciatore di Francesco di Gruyère, signore di Oron e maresciallo
del duca di Savoia.
28 MARCO TUROTTI

1482 Antonio Vialardi di Verrone è priore di Rougemont nel comitato di Gruyère, in Svizzera.
1483 Bernardo Vialardi di Verrone è Segretario di Stato.
1496 Bernardo Vialardi di Verrone è professore di Diritto all’Università di Torino.
1497 Giacomo Vialardi di Verrone è castellano di Rougemont.
1502 Sono consoli Antonio Cauda e Bernardo Ferrero.
18 agosto 1503 Consacrazione della Parrocchiale di San Lorenzo.
14 maggio 1512 Martino Vialardi di Verrone istituisce per testamento la cappella di Santa Maria all’interno della
Parrocchiale.
1518 Sono consoli Giacomo de Locia e Tameo de Martinetto. È podestà e giusdicente Comino Scarella
detto Barberii di Candelo.
2 ottobre 1525 I Vialardi di Verrone e la Comunità, per far fronte ai creditori, cedono ai padri di San Pietro di
Biella cento modia di baraggia per il prezzo di 500 scudi d’oro del sole.
16 maggio 1531 Rolando Vialardi di Verrone vende a Filiberto Ferrero Fieschi una casa con parco, torre e cortile,
cantine, sala, cucina e altre camere site nel castello. Vende inoltre la sua porzione della torre magna
e della torre del dongione detta Contignarum esistente al lato sinistro nell’ingresso del castello.
11 agosto 1531 Pietro Vialardi di Verrone vende a Filiberto Ferrero Fieschi la quarta parte di giurisdizione, feudo
e castello, detta quarta parte del colonnellato dei Rolandini. Vende inoltre una camera nella torre
grande con ogni suo diritto sulla torre grande e sul dongione attiguo e su un’altra torre dove si
tenevano le scuole dietro la chiesa di San Simone.
21 aprile 1550 Domenico Vialardi di Verrone è autore di un omicidio in cui è coinvolto anche un membro di Casa
Savoia. È condannato a stare lontano un miglio da Verrone e gli è proibito comparire alla «ducal
presenza».
13 agosto 1550 Carlo III di Savoia accetta la supplica di Domenico Vialardi di Verrone in considerazione dell’«ill.
nipote nostro di Savoia» e per i servigi resi dagli antenati di Domenico, ma soprattutto per i 300
scudi versati dalla moglie di Domenico, Venezia Avogadro di Casanova. Permane la proibizione di
risiedere a Torino o in altri luoghi dove il duca Carlo potrà risiedere.
1561 È podestà Pietro, figlio del fu Giovanni Bernardino Vialardi di Verrone. Sono consoli Ubertino de
Durando e Domenico de Prino.
1581 Sono consoli Antonio Martinetto ed Eusebio Moscono.
24 maggio 1595 Rolando Vialardi di Verrone è aiutante di camera del Principe Ereditario per i servizi resi nelle
guerre di Savoia, Provenza e Piemonte.
1° dicembre 1597 Durante una Visita Pastorale è ordinata la costruzione del protiro della Parrocchiale. L’ordine è
eseguito agli inizi del ’600.
5 ottobre 1604 Gaspare Vialardi di Verrone è castellano di Salussola.
1609 Sono consoli Domenico Martinetti e Ubertino Moscone.
1611 Sono consoli Pietro Minotto e Giovanni Francesco, figlio naturale del fu Bernardino Vialardi di
Verrone e Antonia Partesana, nubile.
1614 È console Giovanni Berta.
1619 È podestà Rolando Vialardi di Verrone. Sono consoli Giovanni fu Antonio Chiorino e Antonio fu
Simone Martinetto.
1620 È console Giovanni Lorenzino.
1624 Sono consoli Simone del fu Antonio Chiorino e Pietro del fu Lorenzo Scottono.
1625 Sono consoli Giovanni fu Antonio Chiorino e Giovanni Lorenzino.
1630 Verrone subisce il contagio della peste.
1632 Non vi sono consoli né consiglieri perché la Comunità non fa più corpo.
1637 Honorata Vialardi di Verrone è nominata Capo della Casa di Madama Reale Cristina di Francia.
1665 Non vi sono consoli né consiglieri perché la Comunità non fa più corpo.
1671 È console Giovanni Oliaro.
1672 È console Simone Berta.
CRONOLOGIA 29
1673 È console Giovanni Lorenzino.
1675 È console Simone del fu Battista Moscone.
1676 È console Domenico Tabbia.
1679 È console Giovanni Lorenzino.
1680 Viene formato il «Libro o brogliasso della nova e general misura» del territorio di Verrone.
1681 È console Giacomo fu Sebastiano Pevararo.
1687 È console Giacomo Mosca.
1688 È console Antonio Pozzo.
1689 È console Antonio Garizzo.
8 aprile 1694 Carlo Francesco Vialardi di Verrone lascia un legato di lire 100 per la costruzione di un fonte bat-
tesimale nella Parrocchiale e istituisce il Beneficio dei Santi Simone e Giuda comprendente la cap-
pella e 43 giornate di terreni.
1695 È console Antonio Mercandile.
1696 È console Antonio Garizzo.
1697 È console Gaspare Cecidano.
1698 È console Agostino Cecidano.
17 maggio 1698 È istituita la Cappellania di Santo Spirito derivata dalla Confraternita di Santo Spirito, poi Opera
Pia Santo Spirito.
1699 È console Pietro Antonio Gaia.
1700 È console Giovanni Beltrammo.
25 febbraio 1700 Muore Carlo Francesco Vialardi di Verrone. Lascia la cascina Trecanile Superiore al santuario di
Oropa, la cascina Trecanile Inferiore al santuario di Graglia e il Cassinone congiuntamente ai due
santuari.
1704 È console Sebastiano Peveraro.
giugno 1711 È console Gaspare Squintone.
maggio 1712 È console Pietro Antonio Gaija.
giugno 1713 È console Gaspare Cecidano.
1714 È riedificata dalla Comunità la cappella di San Rocco.
luglio 1720 È sindaco Pietro Antonio Gaija.
gennaio 1721 È podestà Francesco Maria Lanza di Sandigliano. È sindaco Francesco Beltramo.
gennaio 1722 È sindaco Domenico Zola.
21 aprile 1722 La Comunità, con il consenso del parroco don Pozzo, costituisce i beni della Cappellanìa di Santo
Spirito in patrimonio ecclesiastico a favore del chierico Pietro Antonio Quaregna, con il vincolo
di fare scuola.
gennaio 1723 È sindaco Gaspare Squintone.
gennaio 1724 È sindaco Francesco Beltramo.
13 dicembre 1724 Muore Antonio Bernardino Vialardi di Verrone che restaurò e adornò la cappella di Santa Maria
all’interno della Parrocchiale.
1725 Giuseppe Francesco Vialardi di Verrone fonda la cappella della Madonna delle Grazie in un tar-
divo ringraziamento della vittoria di Torino sui Francesi da parte di Eugenio di Savoia-Soissons il
7 settembre 1706, lasciando intatto l’antico pilone votivo.
1729 È formato il catasto generale della Comunità.
gennaio 1730 È sindaco Giacomo Garizio.
dicembre 1730 È sindaco Giovanni Beltrammo.
settembre 1731 È sindaco Antonio Perrino.
dicembre 1732 È sindaco Giacomo Garizio.
30 MARCO TUROTTI

luglio 1734 È sindaco Simone Moscone.


ottobre 1735 È sindaco Giacomo Peveraro.
novembre 1736 È sindaco Francesco Beltramo.
novembre 1737 È sindaco Antonio Mosca.
dicembre 1737 È sindaco Giuseppe Pettenati.
luglio 1739 È sindaco Giovanni Francesco Gariazzo.
1° agosto 1739 Francesco Bernardo Vialardi di Verrone, signore di Montjovet e «magno potestate Montisgrandi»
è investito del titolo comitale da Carlo Emanuele III. Con lui inizia il ramo dei Vialardi di Verrone
e Mongrando.
luglio 1740 È sindaco Andrea Bocca.
giugno 1741 È sindaco Giacomo Garizio.
maggio 1743 È sindaco Simone Moscone.
luglio 1743 È sindaco Francesco Mosca.
luglio 1744 È sindaco Antonio Gariazzo.
23 marzo 1748 Muore Antonio Maria Vialardi di Verrone, eremita «apud ecclesiam campestrem sub titulo Beatae
Virginis Matris Gratiarum».
novembre 1759 È sindaco Francesco Mosca.
luglio 1760 È sindaco Giuseppe Beltramo.
luglio 1761 È sindaco Andrea Pozzo.
luglio 1762 È sindaco Giovanni Lorenzo Gronda.
settembre 1762 È sindaco Antonio Gariazzo.
2 aprile 1764 Francesco Bernardo Vialardi di Verrone dona un orologio per il campanile della Parrocchiale.
settembre 1764 È sindaco Antonio Bocca.
settembre 1765 È sindaco Giuseppe Mercandile.
agosto 1766 È sindaco Andrea Bocca.
luglio 1767 È sindaco Lorenzo Mosca.
luglio 1769 È sindaco Giuseppe Beltramo.
dicembre 1770 È sindaco Lorenzo Rosso.
agosto 1771 È sindaco Gioachino Falla.
maggio 1773 È sindaco Giovanni Fossati.
agosto 1773 È sindaco Andrea Bocca.
1774 Il vescovo Viancini ordina la riduzione degli altari della Parrocchiale da cinque a tre, la costru-
zione di un nuovo cimitero e quella di una nuova sacrestia.
ottobre 1775 È sindaco Giovanni Beltramo.
febbraio 1776 È sindaco Giovanni Pietro Peveraro.
23 febbraio 1776 Il Consiglio Comunale, visti gli errori contenuti nel catasto in uso, delibera una nuova misura gene-
rale.
marzo 1777 È sindaco Andrea Bocca.
gennaio 1778 È sindaco Gioachino Falla.
gennaio 1779 È sindaco Giovanni Antonio Fossati.
26 marzo 1779 Formazione di libro figurato del territorio di Verrone.
gennaio 1780 È sindaco Lorenzo Rosso.
9 giugno 1780 Il Consiglio Comunale dichiara inagibile il vecchio campanile che sorge sul lato opposto all’attuale.
1780-1800 È eretto il nuovo campanile sul sito opposto al precedente, in contiguità con la vecchia sagrestia.
CRONOLOGIA 31
gennaio 1781 È sindaco Giovanni Beltramo.
24 luglio 1781 Il parroco don Giovan Battista Barile benedice il nuovo cimitero costruito sul lato nord della Par-
rocchiale.
gennaio 1782 È sindaco Antonio Bocca.
gennaio 1783 È sindaco Andrea Bocca.
aprile 1784 È sindaco Gioachino Falla.
aprile 1785 È sindaco Giovanni Antonio Fossati.
marzo 1786 È sindaco Bartolomeo Squintone.
febbraio 1787 È sindaco Andrea Peveraro.
febbraio 1788 È sindaco Giovanni Antonio Fossati.
gennaio 1789 È sindaco Antonio Bocca.
giugno 1794 È sindaco Andrea Peveraro.
27-28 luglio 1794 Il capitano Vittorio Amedeo Vialardi di Verrone del 1° battaglione delle Guardie è «le glorieux
défenseur de la Cime del Bosco» contro i Francesi.
marzo 1795 È sindaco Antonio Bava.
1796 È ultimata la nuova sacrestia della Parrocchiale costruita sul sito del vecchio campanile.
febbraio 1796 È sindaco Pietro Antonio Pozzo.
marzo 1797 È sindaco Antonio Rosso.
febbraio 1799 È presidente Giuseppe Pozzo.
marzo 1799 È presidente Francesco Fossati.
maggio 1799 È sindaco Giuseppe Gariazzo.
marzo 1800 È sindaco Lorenzo Pozzo.
maggio 1801 È sindaco Antonio Quaregna.
1802-1810 È sindaco Giuseppe Serafino Vialardi di Verrone.
1810 Emanuele Vialardi di Verrone è governatore generale di Oneglia.
giugno 1814 È sindaco Giuseppe Serafino Vialardi di Verrone.
agosto 1814 È sindaco Antonio Gariazzo.
gennaio 1815 È sindaco Pietro Antonio Gariazzo.
marzo 1815 È sindaco Pietro Bocca.
maggio 1816 È sindaco Giuseppe Bava.
giugno 1816 È sindaco Francesco Fossati.
gennaio 1821 È sindaco Giovanni Pozzo.
24 febbraio 1824 Rinuncia di Giuseppe Serafino Vialardi di Verrone al patronato di San Lorenzo.
marzo 1827 È sindaco Antonio Gariazzo.
16 ottobre 1827 Il maggior generale Vittorio Amedeo Vialardi di Verrone è governatore di Fenestrelle.
giugno 1831 È sindaco Giovanni Pozzo.
1832 Antonio Maurizio Zumaglini sposa Cristina Aloisia Olimpia Curbis di San Michele, vedova di
Felice Marandono, da cui aveva avuto quattro figli: Luigi, Adelaide, Angiolina e Giuseppina. Dal
matrimonio con Antonio Maurizio nascono Calisto e Corinna Zumaglini.
gennaio 1835 È sindaco Antonio Rosso.
7 dicembre 1835 I fratelli Amedeo e Augusto Vialardi di Verrone vendono a [Antonio] Maurizio e Cristina [Aloisia]
Olimpia Zumaglini il castello ed i possedimenti annessi.
febbraio 1837 È sindaco Felice Pozzo.
marzo 1839 È sindaco Antonio Quaregna.
32 MARCO TUROTTI

2 maggio 1840 Il Consiglio Comunale provvede alla classificazione delle strade comunali:
‹‹La strada dell’Argenta, che principia dalla cascina detta della Porta e termina alla cascina detta
dell’Argenta, tende fino a Sandigliano, ha una lunghezza di metri 1.800 e una larghezza di 4 metri
e mezzo.
La strada della Barazza, che principia dalla cascina detta La Favorita e termina sulla Barazza, ha
una lunghezza di metri 2.000 ed una larghezza di 4 metri e mezzo.
La strada del Tocchetto che tende al Comune di Massazza, che principia dalla casa detta La
Favorita, che termina all’incontro del territorio di Massazza, di una lunghezza di 2.400 metri e una
larghezza di 4 metri.
La strada della Bazzella che tende al Comune di Benna, principiante dalla chiesa parrocchiale, sino
alla regione Bazzella di lunghezza metri 564 e larghezza metri 4.
La strada per Biella che principia dal ponte del Patta fino alla Barazza di Gaglianico, di lunghezza
pari a metri 1.503 e larghezza di 4 e mezzo.
La strada del Rolei che principia dalla regione Gorghe sino alla regione Patta di larghezza metri 4
e mezzo e lunghezza metri 1.000.
La strada del Vallone che principia dalla Pra Grande fino al comune di Gaglianico di metri 4 e
mezzo di larghezza e lunghezza metri 1.800››.
aprile 1842 È sindaco Felice Pozzo.
23 maggio 1843 Una rovinosa grandinata colpisce il paese. I danni subiti dagli agricoltori sono stimati in
lire 24.614.
maggio 1845 È sindaco Gioanni Rosso.
9 agosto 1845 È ultimato l’organo della Parrocchiale.
10 novembre 1848 Antonio Maurizio Zumaglini termina di scrivere la Flora Pedemontana sulla classificazione delle
specie vegetali di Piemonte e Liguria, scritta in gran parte nel castello.
1849 Antonio Maurizio Zumaglini pubblica il primo volume della Flora Pedemontana.
marzo 1849 È sindaco Antonio Maurizio Zumaglini.
marzo 1851 È sindaco Lorenzo Falla.
29 ottobre 1852 Il Consiglio Comunale presieduto da [Antonio] Maurizio Zumaglini, con atto sottoscritto da tutti
i consiglieri, chiede al Governo di sciogliere il Consiglio stesso in quanto il sindaco Falla non pre-
senta le dimissioni ripetutamente richieste.
28 novembre 1852 Regio Decreto con cui Vittorio Emanuele II scioglie il Consiglio Comunale e nomina Commissario
straordinario Carlo Falla Ciri.
1853 È istituita la Congregazione di Carità.
gennaio 1853 È sindaco Felice Pozzo.
23 gennaio 1853 È nominato Comandante della Piazza della Cittadella di Torino il colonnello Augusto Vialardi di
Verrone.
maggio 1853 È sindaco Pietro Vigliani.
1° settembre 1854 Il parroco don Giuseppe Casaccia presenta ricorso al Consiglio Generale per ottenere la trasla-
zione del cimitero in un sito più periferico. La risposta del Consiglio è negativa, tra l’altro, perché
la vicinanza della chiesa proteggeva il paese dalle ‹‹influenze malefiche›› del cimitero.
marzo 1857 È sindaco Antonio Quaregna.
4 luglio 1857 Fortunato Vialardi di Verrone è nominato Cavaliere della Legion d’Onore, massima decorazione
della Repubblica Francese.
5 novembre 1858 Nella seduta del Consiglio Comunale [Antonio] Maurizio Zumaglini propone l’apertura di una
strada che dalla Cascina Bergamina a sud del castello tenda a Salussola passando per Vigellio, in
modo da collegare direttamente il Comune alla stazione ferroviaria.
1859 È nominato Segretario generale della Guerra Augusto Vialardi di Verrone.
1860 Augusto Vialardi di Verrone è nominato Commendatore dell’Ordine Militare di Savoia con Regio
Decreto n. 43, massima decorazione del Regno d’Italia.
marzo 1860 È sindaco Giovanni Battista Giorza.
CRONOLOGIA 33
3 agosto 1862 Con legge 753 del Regno d’Italia la Congregazione di Carità ha la facoltà legale di amministrare
l’Opera Pia Santo Spirito.
marzo 1863 È sindaco Pietro Vigliani.
1864 Antonio Maurizio Zumaglini pubblica il secondo volume della Flora Pedemontana.
1865 È costruita la bussola lignea all’ingresso della chiesa parrocchiale di San Lorenzo.
marzo 1866 È sindaco Emilio Detomati.
17 settembre 1867 Fortunato Vialardi di Verrone è nominato Comandante Militare della Provincia di Sassari.
gennaio 1871 È sindaco Calisto Zumaglini.
maggio 1877 È sindaco Pietro Quaregna.
22 novembre 1882 L’Opera Pia Santo Spirito delibera di consorziarsi con il Comune per la ristrutturazione del
Palazzo Comunale acquistato dall’Amministrazione. La metà a giorno dello stabile è concessa in
uso all’Opera Pia per ospitare la scuola maschile e la dimora del maestro secolare o del cappel-
lano.
maggio 1884 È sindaco Giovanni Bocca.
marzo 1890 È sindaco Pietro Quaregna.
10 giugno 1897 Muore Luigi Marandono. Interprete della volontà della madre, lascia alla Congregazione di Carità
i beni pervenutigli in eredità materna consistenti in un palazzo all’interno del castello sul lato nord-
est, la cascina Valetta o Bergamina e altri beni.
gennaio 1898 È sindaco Carlo Bocca.
1900 Fondazione dell’asilo infantile intitolato a Luigi Marandono costruito con il parziale ricavato della
vendita del suo legato. La costruzione è fatta su una porzione del castello sul lato nord-est, parte
del legato stesso.
1913 L’Amministrazione Comunale, come provvedimento contro la siccità, fa costruire un pozzo arte-
siano sulla Piazza del Ponte, poi Piazza del Lavatoio.
dicembre 1920 È sindaco Pietro Bardone.
5 febbraio 1921 Il Consiglio Comunale delibera una convenzione con i Comuni di Benna e Massazza per l’istitu-
zione di un consorzio medico fra i tre paesi.
settembre 1922 È commissario prefettizio Roberto Ramella.
aprile 1923 È commissario prefettizio Pietro Mercandino.
10 agosto 1924 È portata per la prima volta in processione votiva la nuova statua del santo patrono Lorenzo.
2 novembre 1924 Sono inaugurati il Monumento e la Campana ai Caduti per la Patria.
1925 È sindaco Pietro Mercandino.
8 novembre 1925 È inaugurato con un concerto dell’organista don Nelson Sella il restaurato organo parrocchiale.
settembre 1926 È podestà Carlo Palco.
1928 È costruito il lavatoio pubblico sulla Piazza del Ponte.
agosto 1931 È commissario prefettizio Agostino Porta.
febbraio 1932 È podestà Agostino Porta.
gennaio 1935 È podestà Severino Bocca.
26 maggio 1936 L’Amministrazione Comunale acquista e sistema il Peso Pubblico in piazza Marandono.
1937 È ultimato il primo lotto del nuovo cimitero costruito sulla strada per Benna.
febbraio 1937 È commissario prefettizio Antonio Viacava.
giugno 1937 È commissario prefettizio Pierino Trivi.
dicembre 1937 È podestà Pierino Trivi.
1940 Muore celibe a Novara il generale di cavalleria Vittorio Amedeo Vialardi di Verrone, ultimo conte
di Verrone.
1941 Verrone è provvisto di collegamento telefonico.
34 MARCO TUROTTI

ottobre 1942 È podestà Marcellino Maciotta.


1945-1951 È sindaco Pietro Bardone.
1951-1956 È sindaco Carlo Palco.
4 maggio 1953 Il Presidente della Repubblica concede al Comune lo stemma e il Gonfalone.
18 maggio 1955 È inaugurato il Gonfalone comunale con il nuovo stemma.
1956-1970 È sindaco Carlo Boccadelli.
1959 È terminata la strada Trossi che collega direttamente Verrone a Biella e Vercelli: è l’inizio della tra-
sformazione del paese da agricolo a industriale e commerciale.
giugno 1970 È sindaco Giuseppe Grosso.
31 gennaio 1982 È inaugurato l’oratorio don Bosco costruito per volontà del parroco don Francesco Marinelli sul-
l’area dell’antico cimitero.
18 marzo 1993 Si dimette il sindaco Giuseppe Grosso.
1993-1995 È sindaco Pio Fumagalli.
25 gennaio 1995 Il Consiglio Comunale dichiara cessata l’Opera Pia Santo Spirito.
1995-1999 È sindaco Silvia Nuccio.
1999-2005 È sindaco Marco Turotti.
35

I Vialardi
Tomaso Vialardi di Sandigliano

L’ORIGINE
l consolidamento delle strutture territoriali ed urbane nella pianura padana

I
1
La gerarchia dei ranghi.
2
Per un approfondimento del periodo, nella prima metà del secolo X diede origine ad una geografia frammentata
cfr. K. F. WERNER, Naissance de la noblesse.
L’essor des élites politiques en Europe, Pari- di unità localizzate più o meno ampie, detenute da vescovi e da gruppi
gi 1998, e G. SERGI, I confini del potere. famigliari che fondavano il proprio potere su quei rapporti complessi di fedeltà
Marche e signorie fra due regni medievali, personale, obblighi militari e gerarchie sociali che avevano caratterizzato il
Torino 1995.
3
regime carolingio. Questi rapporti furono alla base del ripristino di relazioni
Figlio di Carlo Magno.
4
stabili tra le città nascenti e la campagna, attraverso nodi commerciali che si
L. BORELLO, Le carte dell’Archivio
Comunale di Biella fino al 1379, BSSS, affermarono come strumenti di drenaggio economico e di controllo militare
CXXXVI (1933), vol. IV, doc. I, p. 1. del territorio. Le nuove giurisdizioni che si imposero non ebbero bisogno di
Questa permuta è comprensibile solo se
inquadrata nella riorganizzazione a nord ed una centralità gestionale del potere, imperiale o signorile, ma si mossero e si
a sud degli spazi imperiali carolingi delle svilupparono attraverso iniziative personali e locali, urbane, religiose, econo-
prestantiores Europae species, le tre parti miche e demografiche.
predominanti l’Europa che daranno origine
all’Italia, alla Germania ed alla Francia. Il rafforzamento del potere nelle mani di una nobilitas esterna all’ordo
5
Oggi Beek vicino Nijmegen in Olanda, dignitatis 1, che non deteneva più l’autorità per concessione regia o di un prin-
la romana Oppidum Batavorum sede della ceps vassallo, fu il frutto dell’alleanza tra il funzionariato di origine monarchica
legio X Gemina dal 71 al 103.
6
trasmissibile ed una élite urbana ricca, colta e fiscalmente rilevante. Questa
Alcuni storici propendono per un
ducato longobardo vercellese. P. DIACONO nobilitas nuova ed impropria, ma con una capacità notevole di arbitraggio tra
nella sua Historia Longobardorum, Milano i vari poteri in atto sul territorio, gravitò ai suoi inizi apparentata agli eminenti
1985, ne conferma in Italia 36 ma citan- dei parentes minores di famiglie che derivavano il proprio ruolo giurisdizionale
done pochi. Tra questi non è citata Vercelli,
come non lo è negli elenchi editi da Waitz dalla discendenza diretta da un padre-fondatore ancora nell’ambito della
(G. WAITZ, Scriptores rerum Langobardi- fedeltà vassallatica, fatto che trasformò la familia in un magma semovente dai
carum et Italicarum saeculi VI-IX, in MGH,
Scriptores, Hannover 1878), in quelli di Jar- confini parentali incerti difficilmente indagabili. Le omonimie onomastiche
nut (J. JARNUT, Prosopographische und so- costrinsero l’introduzione di un soprannome distintivo, poi cognomizzato, che
zialgeschichtliche Studien zum Langobar- per i nuovi apparentati derivò in genere dal luogo in cui maggiore era la loro
denreich in Italien, Bonn 1972) ed in quelli
di Gasparri (S. GASPARRI, I duchi longo- egemonia, mentre per i membri della linea principale derivò dal nome del
bardi, Roma 1978). Sicuramente non lo fu padre-fondatore. All’incrocio tra la nuova nobilitas e quella antica di vassal-
fino alla battaglia di Novara del ’700 che
coinvolse i duchi di Torino e Bergamo. È laggio, quando nacque l’anarchia feudale che sarà con diverse modulazioni sto-
probabile invece che Vercelli sia diventata riche la matrice degli Stati sorti tra i secoli XIV e XVI, va cercata l’origine delle
ducato dopo la morte di Liutprando e l’i- famiglie di potere emerse tra i secoli IX e XI 2.
potesi è suffragata dal ritrovamento nel
1904 a Ilanz, in Svizzera, di un tremisse Nell’826 Biella fu oggetto di una non chiara permuta tra gli imperatori
aureo di Desiderio coniato nella zecca di franchi Ludovico il Pio 3 e suo figlio Lotario da una parte ed il «fideli nostro
VIRCELLI, qui nella forma non latina.
Identico ritrovamento fu fatto nel 1914 a comiti» Bosone dall’altra 4. Il conte scambiò le sue terre di Beck 5 con Biella,
Mezzomerico vicino Novara. Inoltre, in che fu separata dal «comitatum Vercellensem». Bosone morì poco dopo la per-
Vercelli, intorno a Santa Maria esisteva un muta senza discendenza maschile perché né lui né suoi eredi arrivarono mai
esteso patrimonio che molti documenti
definiscono Corte Regia, forse proprio la nei nuovi domini, fatto che spiega il silenzio dei diplomi successivi e perché
curtis ducis sede del ducato. Cfr. R. ORDA- nell’882 l’imperatore Carlo III il Grosso poté donare Biella alla Chiesa vercel-
NO, Storia di Vercelli, Vercelli 1982, p. 52.
lese.
È probabile che Bosone si sia fatto precedere da uomini fidi, alcuni dei
quali, persi con la sua morte i vincoli feudali con Beck, si fermarono nella «villa
que dicitur Bugellam», portando sul territorio una germanizzazione più mar-
cata tanto negli usi quanto nelle iconografie del Sacro. Quando Biella ritornò
sotto Vercelli, il polo politico si spostò verso il centro maggiore dove perma-
neva una presenza germanica derivata da un tardivo ducato longobardo 6, non
completamente assimilata nella mediocrità franca. Inoltre, nel 924 era diven-
tato vescovo Attone, potente arcicancelliere del regno ed arcidiacono di
Milano. Di famiglia longobarda consanguinea di re Desiderio, il nuovo vescovo
36 TOMASO VIALARDI DI SANDIGLIANO

poggiò il suo potere sui nuclei famigliari più vicini al proprio gruppo paren- 7
Sommo Consigliere.
8
tale, cui affiancò uomini dell’ambito imperiale e milanese in grado di conte- Guido.
9
nere le effervescenze dei secundi milites vercellesi. Con Leone, altro vescovo Al castello come fulcro della riorganiz-
zazione territoriale (incastellamento), Ro-
tedesco vissuto alla corte della mirabilia mundi Ottone III di cui fu logotheta 7, bert Fossier ha proposto la “cellula”, un
le famiglie germaniche proseguirono la loro affermazione anche nelle nuove soggetto più articolato ed interagente che
comprende il castello, il villaggio e la chiesa
linee derivate. (incellulamento).
Le relazioni tra i discendenti degli uomini di Beck e le nuove famiglie arri- 10
Il crudele, il forte (all = tutto).
vate con Attone e Leone incrociarono allodi e feudi biellesi con altri nel 11
Questa struttura onomastica antico-
Vercellese e nel Casalese, spiegando in questo modo perché i Vialardi, arrivati tedesca non è tra le più comuni. Cfr. E.
FÖRSTEMANN, Altdeutsches namenbuch, vol.
probabilmente a Vercelli con Attone, fin dal loro apparire in questa parte del I, Personennamen, col. 1572, Bonn 1900.
Piemonte ebbero beni importanti in tutta l’area. I rapporti con il gruppo fami- L’unica omonimia individuata per il perio-
gliare lombardo continuarono fino a Wid-all-hart, capostipite del ramo vercel- do 1130-1181 nei cartari italiani esaminati
si riscontra nel Padovano, a Vicodarzere e
lese dei Vialardi ed ultimo passaggio da una nobilitas germanica ad un nucleo Rosara (A. GLORIA (a cura di), Codice diplo-
famigliare stabilizzato in una discendenza territoriale nuova. matico padovano dall’anno 1101 alla pace di
Costanza, Venezia 1879, vol. I, e Venezia
1881, vol. II). Cfr. vol. I, doc. 206, p. 164,
e doc. 581, p. 419; vol. II, doc. 1124, p.
WID-ALL-HART 283, doc. 1332, p. 395, doc. 1395, p. 434,
e doc. 1426, p. 449.
Nato in tempi inquieti intorno al 1090, Wid 8 visse nel momento del con- 12
Trasmesso ai nipoti, il crociato Go-
nello (Bonellus) e Pulcrone (Pluspulcrus).
solidamento del tripolarismo feudale, quando il castello, il villaggio e la chiesa
13
NE 156, « obiit Mainfredus frater
divennero la “cellula” dell’organizzazione del sistema signorile 9. La sua Guialardi qui reliquit terram septimana-
asprezza ed il suo coraggio si radicarono nel nome, cui fu associato coevamente riis », 1125-1130. Per la data, cfr. AVdSF,
il distintivo all hart 10 e Wid divenne Wid-all-hart 11, latinizzato in Widalardo. Famiglia Vialardi di Sandigliano, corrispon-
denza G. Ferraris.
Un’identica traslazione linguistica si riscontra nel nome della madre, plus bella, 14
NE 307, «obiit lantelmus frater Gui-
latinizzazione di un soprannome diventato d’uso 12 a scapito di un nome alto- dalardi qui pro anime sue remedio reliquit
tedesco perduto nelle avvisaglie di una chiesa in progressione. Il suo prestigio campum unum qui iacet ad locum qui dici-
tur bosa reliquit», 1123-1130. Per la data,
offuscò il nome del padre, tanto che i necrologi della madre e quelli di due dei cfr. ibidem.
tre fratelli hanno lui come riferimento. Manfredo 13, Lantelmo 14 e Plusbella 15 15
NE LXII, f. 191, l, c, « obiit donna
morirono nel Vercellese, la loro morte è riportata nei Necrologi Eusebiani, plus bella mater Widalardi », 8 maggio
1125-1130. Per la data, ibidem. Il fatto che
mentre non lo è quella del padre e del terzo fratello Uberto, avvenuta quindi la sua morte sia avvenuta nel Vercellese ne
fuori dal territorio di Vercelli. presume la vedovanza.
Il primo documento locale in cui compare Widalardo è un atto del 1118 16, 16
F. GABOTTO, U. FISSO, Le carte dello
Archivio Capitolare di Casale Monferrato
dove è tra i consiglieri laici del vescovo di Vercelli Anselmo. Poiché l’atto fino al 1313, BSSS, XL (1907), vol. I, doc.
riguarda la cessione di una parte della curtis di Torcello ed altri beni intorno IX, pp. 12-14, in particolare p. 13. In T.
VIALARDI DI SANDIGLIANO, I Vialardi. L’ori-
Casale, Widalardo deve avere avuto ampi interessi nella zona dominata dall’e- gine: elementi preliminari per una ricerca, in
terogeneo e turbolento gruppo dei Signori di Torcello, se ancora oggi tutta la «Archivi e Storia», 1 (1989), pp. 9-25, il
Vialardi dell’atto era stato ritenuto padre di
collina su cui è Torcello porta il nome di Vialarda 17. Gli archivi tacciono fino Widalardo, ma oggi si preferisce una diver-
al 1142, anno in cui fu nuovamente a Vercelli per firmare tra i testi l’atto con sa redazione dello stesso nome.
cui il vescovo Gisulfo confermava ai canonici di Santa Maria tutte le decime 17
IGM, Vercelli, f. 57. Per i castelli col-
della curia 18. Widalardo, come dimostrano i documenti successivi, era il mag- linari della Viallarda e della Smeralda, cfr.
C. DIONISOTTI, Illustrazioni storiche e coro-
giore proprietario laico intorno a Santa Maria, l’unico che poteva confermare grafiche della Regione Subalpina, Torino
diritti e proprietà. 1898, p. 156.
18
Le trasformazioni sociali in atto, conseguenza di una enfatizzazione dell’i- D. ARNOLDI, G. C. FACCIO, F. GABOT-
TO, G. ROCCHI, Le carte dello Archivio Capi-
deale cavalleresco resuscitato dalle spedizioni d’Oriente, concretizzatosi nel- tolare di Vercelli, BSSS, LXX (1912), vol. I,
l’arricchimento della classe borghese urbana e nello scontro personale e diretto doc. LXV, p. 80. Il documento è datato
1102, ma gli storici propongono 1142.
tra fautori dell’impero e fautori del papa, suggerirono a Widalardo un riposi- 19
La chiesa era sull’altura dove oggi è la
zionamento delle aree territoriali d’influenza famigliare per prevenire e sco- via omonima in Biella. Il ritrovamento nelle
raggiare quei gruppi emergenti in cui più latenti erano le ambizioni di affer- vicinanze di una stele e di un cippo sepol-
crale databili tra i secoli II e III la ipotizza
mazione. Bisognava quindi risolvere le controversie che potevano ostacolare il vicina un agglomerato urbano e non nella
progetto, come il contenzioso che aveva opposto i Vialardi al potente Capitolo posizione isolata illustrata nella carta del
Borgonio del 1668.
di Santo Stefano di Biella. La disputa riguardava la proprietà della chiesa di 20
Sette vigne e il prato erano in Videstre,
Sant’Eusebio 19 e delle sue pertinenze, dieci vigne ed un prato 20, parti sparse di sulle pendici del Piazzo, dove i Vialardi
uno di quegli insiemi di oratori privati e mansi dipendenti nati dalla trasforma- continuarono ad avere beni, mentre le altre
vigne erano in Sannadeo, mai identificato.
zione della curtis dominica sulle tracce di un’edicola romana, poi cappella cri-
21
Il V secolo vede stabilirsi tra i grandi
stiano-ariana e quindi cappella privata di una curtis 21. La disputa doveva essere proprietari terrieri la consuetudine del
stata lunga e non di poco conto. I Vialardi sostenevano che la chiesa con le sue possesso di una cappella privata, codificata
I VIALARDI 37
nel concilio di Agde del 506 (canone 21). pertinenze era sotto la loro giurisdizione feudale ed il Capitolo non era riuscito
Secondo alcuni storici l’intitolazione a
sant’Eusebio rappresenta il passaggio di a provare il contrario, fatto che suggerisce che i Vialardi erano nel giusto.
un nucleo longobardo ariano alla fede ro- Widalardo offrì una transazione e la prudenza suggerì al decano capitolare
mana.
22
di Santo Stefano di accettare, purché i Vialardi cessassero ogni vessazione 22.
Il «non agent ... inquietabunt ... fati-
gabunt » del documento dimostrano ap- L’atto fu firmato il 4 dicembre 1147 23, oneroso per il Capitolo che, solo per la
prensioni per il futuro. Infatti, alla morte di parte oggetto del contenzioso e ferma restando a Widalardo la proprietà delle
Rolando, figlio di Widalardo, il nuovo de- altre parti, cedette tre pezze di terra ed una vigna in Candelo 24, si riconobbe
cano di Santo Stefano, Anselmo, richiese la
protezione dei suoi figli, Roberto e Giaco- debitore del fitto ed accettò il gravame sulle terre del fodro regale e dell’al-
mo (L. BORELLO, A. TALLONE, Le carte bergaria 25 per quattro cavalieri con i loro scudieri 26. Questi oneri sempre
dell’Archivio Comunale di Biella fino al
1379, BSSS, CV (1930), vol. III, doc. III, riconducibili all’imperatore dovevano risalire ai tempi di Ludovico e Lotario.
pp. 4-5). Questo atto prova che i beni in Sant’Eusebio era quindi parte del dominio scambiato con Bosone, arrivato ai
Biella erano di proprietà dei soli discen-
denti di Widalardo.
Vialardi attraverso unioni matrimoniali con i discendenti dei vassalli di Beck e
23
Pubblicato con piccoli errori mar-
trasmesso pro indiviso 27.
ginali rispetto all’originale in L. BORELLO, A sottolineare l’ossequio verso il proprio signore feudale, la transazione
A. TALLONE, Le carte dell’Archivio Comuna- ‹‹per lignum et cartam›› fu fatta ‹‹in curte Vuidalardi›› inequivocabilmente
le di Biella fino al 1379, BSSS, CV (1930),
vol. III, doc. II, pp. 3-4, questo documento nota ai contemporanei, ma silente nei documenti coevi e, fatto singolare, mai
ha suscitato le fantasie più folcloristiche di citata tra le proprietà dei discendenti. I sei testi laici di Widalardo, tutti di
molti storici locali e non. Se ne riporta la
trascrizione integrale in Appendice. Novara e di Milano, confermano l’ambito esterno a Vercelli della curtis, pro-
24
Nel riassetto degli interessi famigliari, babilmente in area lombarda.
Widalardo iniziò il consolidamento dei be- Widalardo non tornò più nel Vercellese, gli atti successivi hanno come
ni in pianura, in particolare Candelo che
governava la strada verso Biella da Vercelli,
attori solo il figlio ed i nipoti. Morì 28 in quella curtis dove era iniziata la sto-
continuato dai discendenti. A riprova degli ria antica dei Vialardi, una gefolgschaft vassallatica germanica non ancora
interessi su Candelo il nipote di Widalardo, trasformata dalle alterazioni sociali che spiega la scelta di una fedeltà incon-
Uberto de Verono, sposò Matilde, discen-
dente di « gunzo manganator seu bergan- dizionata alla causa ghibellina di cui i suoi discendenti furono tra i fautori
dius scarella», capostipite degli Scarella di eminenti.
Candelo.
25
L’etimo longobardo di derivazione
gota « alipergum » compare per la prima
volta nel Catalogus beneventano del secolo LE PROPRIETÀ IN VERCELLI
X con il significato di accampamento mili-
tare. Questi punti di raccolta e di approv- I documenti successivi al 1147 continuano ad evidenziare considerevoli
vigionamento erano fondamentali per il proprietà nel Vercellese, Biellese e Casalese, fatte di castelli, torri, case, mansi,
movimento delle unità di cavalleria pesante
che si muoveva ad una velocità media di molini e terre su cui sorsero altri castelli. Di nessuna di queste proprietà è per-
50-60 miglia giornaliere, ponendo la rac- venuto l’atto di acquisto o di infeudazione, se non per i beni più tardivi. Le
colta delle unità mai oltre due giorni di
insellata dal teatro delle operazioni cui dispersioni documentali non giustificano il silenzio. Le proprietà erano estese
erano destinate. su di un’area geograficamente vasta e qualche traccia documentale, anche
26
« quattuor militibus cum scutiferis››, posteriore, sarebbe comunque dovuta emergere. Il loro possesso deve quindi
equivalente ad un contingente di almeno
24 uomini ed altrettanti cavalli, un’inci-
essere derivato da un potere esterno agli ambiti locali, riportando i Vialardi in
denza economica elevata per il territorio di un contesto storico anteriore al secolo X. I beni maggiori in Vercelli sembrano
riferimento. essersi consolidati al tempo di Attone, ma non nel periodo dei cinque vescovi
27
All’atto sono presenti tutti i Vialardi imperiali, nominati ma non consacrati, perché difficilmente Widalardo sarebbe
vercellesi: «Vuidalardus et Rolandus pater
filius, et Gonellus filius condam Manifredi stato tra i consiglieri laici di Anselmo, primo vescovo consacrato dopo il lungo
et Ubertus filius condam item Uberti, et periodo di intrusi.
Iordanis invicem fratris sui, nepotes iam-
scripti Vuidalardi, qui professi sunt lege Il vasto complesso di proprietà, tra cui i ‹‹casamenta cum turris 29 in ora
vivere Longobardorum». sancta Maria iuxta platheam de Arengo›› e la roggia Vercellina che forniva l’ac-
28
Non lo ricorda nessun Necrologio Eu- qua alle difese della città, vendute dai Vialardi al Comune di Vercelli con una
sebiano.
29
serie di atti tra la fine del secolo XII e l’inizio del XIII 30, sono parti evidenti
La « turris vetus » comunale esistente
ancora oggi. Per questi beni, cfr. G. GUL- della Corte Regia longobarda donata ai canonici da Berengario 31. Parimenti,
LINO, Forme abitative a Vercelli, BSSV, 1980, nella vendita a Federico Barbarossa del 1178 dei diritti di pedaggio sul porto
pp. 54-56 e 96 (testo e note); G. GULLINO, e sulle rive del Cervo e della Sesia 32, i Vialardi cedettero ancora una volta diritti
Uomini e spazio urbano, BSSV, 1987, p. 85,
nota 32, e pp. 86-87; R. ORDANO, Le torri entrati nel patrimonio dei canonici con Attone, dono dei re Ugo e Lotario 33.
più antiche di Vercelli e la torre del Comune, Anche di questa proprietà esiste solo l’atto di vendita, che però permette una
in «BSV», 30 (1988), n. 1, pp. 44-46.
30
conclusione. Il vescovo di Vercelli, che agisce nell’acquisto per conto dell’im-
Nonostante queste imponenti vendite,
rimangono nell’asse patrimoniale in Vercel- peratore, compera beni di cui lui stesso non conosce l’origine. I Vialardi li ave-
li varie case ed il secondo palazzo con torre vano ‹‹per feudum vel per aliquem alium modum››, il che esclude un’infeuda-
ancora esistente nell’attuale via Vallotti.
31
zione ecclesiale di cui gli archivi arcivescovili avrebbero conservato traccia. Lo
26 gennaio 913, L. SCHIAPARELLI (a
cura di), I Diplomi di Berengario I, Roma
stesso vale per le proprietà biellesi e casalesi, tutte entrate nell’asse patrimo-
1903, doc. LXXXVII, pp. 232-234. niale dei Vialardi prima di Widalardo, con l’annotazione che solo i beni in
38 TOMASO VIALARDI DI SANDIGLIANO

Vercelli ed in Biella, fino alla sua morte, furono trasmessi pro indiviso, mentre 32
21 giugno 1178, D. ARNOLDI, F. GA-
BOTTO, Le carte dello Archivio Capitolare di
quelli sul territorio si evidenziano nella libera disponibilità dei singoli gruppi Vercelli, BSSS, LXXI (1914), vol. II, doc.
famigliari. CCCLXIX, pp. 65-67.
33
13 agosto 945, D. ARNOLDI, G. C.
FACCIO, F. GABOTTO, G. ROCCHI, Le carte
dello Archivio Capitolare di Vercelli, BSSS,
L’ASCESA POLITICA LXX (1912), vol. I, doc. X, pp. 7-8.
34
Ancora nel 1426 l’atto di resa del
Nell’atto del 1147 si delineano i capostipiti delle tre linee principali dei « castrum et turrionum » dei Vialardi di
Vialardi (Verrone, Villanova e Sandigliano): Sandigliano ad Amedeo di Savoia fu fir-
mato dal membro più anziano della fami-
glia, Gualino fu Vercellino, e solo contro-
1. da Roberto dei Vialardi di Vercelli, figlio di Rolando: firmato dal primogenito Bongiovanni,
figlio di Manfredo, che non accettò la resa.
A. la prima linea dei Vialardi di Verrone da cui: 35
De facto Villenove, 15-8-1197 (G. C.
1. i Vialardi di Vettigné; FACCIO, Il Libro dei “Pacta et Conventiones”
2. i Vialardi di Salussola e Puliaco; del Comune di Vercelli, BSSS, XCVII
(1926), docc. CXVI e CXVII, pp. 212-
3. i Vialardi di Biella da cui i Vialardi di Lessolo e Castellamonte; 218).
4. i Vialardi di Verrone e Mongrando.

2. da Gilio dei Vialardi di Villanova Monferrato e di Casale, figlio di


Lantelmo:
A. i Vialardi di Villanova da cui:
1. i Vialardi di Candelo;
2. i Vialardi di Ysengarda;
3. i Vialardi di Casale e Mantova;
4. i Vialardi di Stroppiana, Cellamonte, Frassinetto e Colcavagno.

3. da Giordano dei Vialardi di Villanova Monferrato e di Vercelli, figlio di


Lantelmo:
A. la seconda linea dei Vialardi di Verrone;
B. i Vialardi di Sandigliano, da cui:
1. i Vialardi di Sandigliano e Salussola;
2. i Vialardi di Massazza;
3. i Vialardi di Sandigliano e Villanova;
4. i Vialardi di Sandigliano, Borriana e Beatino;
5. i Vialardi di Sandigliano Lascaris di Gorbio.

Fino alla prima metà del 1200 la gestione delle relazioni politiche e mili-
tari continuò sulla linea del diritto alto-germanico della sippe, demandata agli
anziani 34 di ogni gruppo famigliare, cui competevano le relazioni degli inca-
stellamenti con il territorio di insistenza. Le proprietà extraurbane appartene-
vano ai singoli gruppi famigliari, mentre quelle urbane erano detenute collet-
tivamente, garantendo in questo modo un peso monetario e politico unico.
Con l’affermazione del policentrismo di Vercelli sul territorio e la parallela
formazione di un’associazione comunale, i Vialardi furono fin dagli inizi mem-
bri della Credenza e Consoli, influendo sulla politica interna e sulle alleanze
esterne della città grazie al peso dei propri castelli. Questo potere, a differenza
di altre famiglie emergenti sotto l’ombra ecclesiale, non produsse nepotismi e
in molti casi l’interesse del Comune prevaricò quello famigliare. Ne è un esem-
pio la decisione del 1197 dei Consoli di Vercelli di rendere ‹‹liber et absolu-
tus›› il castello e le terre di Villanova Monferrato, inizio dell’espansione comu-
nale sul territorio extraurbano tanto in chiave difensiva quanto di influenza
politica. La creazione del borgo franco di Villanova Monferrato, decisa con il
Albero genealogico dei Vialardi di
consiglio di Giacomo Vialardi ‹‹et sociorum quorum›› 35, decretava anche che Verrone, secolo XVII, stemma dei
‹‹nullus dominorum debeat abitare in illo castro››, compromettendo gli inte- Vialardi, il castello di Verrone e la
ressi dei cugini Vialardi proprietari del castello, altrettanto potenti in città per Parrocchiale di San Lorenzo
l’ampia presenza consolare. Non fu un negoziato facile, ma Giacomo seppe collezione privata
I VIALARDI 39
40 TOMASO VIALARDI DI SANDIGLIANO

coinvolgerli nel suo progetto di espansione per Vercelli 36. Alla crescita del peso 36
Giordano e il figlio Poltrone, Gia-
como Smerra, Lantelmo, Giacomo de Bo-
politico della città, ne sarebbe corrisposto uno parallelo del potere famigliare nello e suo fratello Manfredo, tutti Vialardi
in un momento cruciale delle lotte interne tra fazioni dell’élite urbana che sta- e consignori di Villanova Monferrato, giu-
rarono di mantenere i patti con Vercelli il
vano modificando le egemonie sul territorio. 15 agosto (ibidem). Giacomo preferì aspet-
Carisma indiscusso, diplomatico fine con forti relazioni nell’ambito impe- tare per essere certo che nulla fosse mutato
riale, Giacomo dominò la scena politica per quasi cinquant’anni 37, fatto raro, negli equilibri famigliari e firmò solo l’anno
successivo.
influenzando con il coinvolgimento di tutto il gruppo famigliare lo sposta- 37
Podestà di Vicenza nel 1184 e podestà
mento verso l’impero di Vercelli, cui diede coscienza del proprio peso di fronte di Torino nel 1200 nel momento delle lotte
a Milano, Pavia e Brescia. Ai figli 38 ed ai cugini di Villanova Monferrato 39 tra il vescovo Arduino, il Comune di To-
rino, Chieri e Testona, i signori di Cavour,
furono demandate le relazioni politiche esterne, mentre i cugini interni alla di Cavoretto ed i conti di Biandrate. Nel
città fornirono l’appoggio della Credenza e quello delle cattedre ecclesiali di 1202 fu nuovamente podestà di Vicenza e
nel 1209 fu podestà di Padova.
Santa Maria e di Sant’Eusebio, per oltre cent’anni in mano a longevi e politi- 38
Il figliastro Giacomo il Carnario fu
cizzati arcidiaconi Vialardi. vescovo di Vercelli dal 1236 al 1241. Il pri-
Un coinvolgimento così schierato dalla parte ghibellina richiese una pre- mogenito Vercellino rappresentò Vercelli
nel 1183 alla pace di Costanza con l’impe-
senza più compatta sul territorio, con un incastellamento meglio coordinato ai ratore Federico Barbarossa (C. MANARESI
bordi delle zone di espansione della città. Giacomo guidò il cambio degli inte- (a cura di), Gli atti del Comune di Milano
fino all’anno MCCXVI, Milano 1919, doc.
ressi famigliari iniziando l’allentamento patrimoniale progressivo in città a CXXXIX, p. 205) e resse nel 1226 la So-
favore del potenziamento dei castelli extraurbani, che assunsero un peso cru- cietà delle Marche, Lombardia e Romagna
per conto di Vercelli (R. ORDANO, I Biscio-
ciale nelle scelte politiche dei Vialardi. Sono di questo periodo le grandi ni, BSSS, CLXXXI (1970), tomo II, vol. I,
dismissioni immobiliari in Vercelli che favorirono un avvicinamento più stretto doc. LXXX, p. 129). Il secondogenito
Roberto fu podestà di Torino nel 1235, riu-
al Comune, fornendo contemporaneamente la massa di denaro necessaria scendo ad arbitrare la cessione di Rivoli dal
all’ammodernamento dei sistemi difensivi, alla costruzione di nuovi ed all’ac- vescovo di Torino al conte di Savoia, pode-
stà di Moncalieri nel 1236 ed ancora pode-
quisto di terre da reddito per il loro mantenimento. Contemporaneamente stà di Torino quando Amedeo IV di Savoia
furono ceduti i beni extraurbani non vitali nel sistema degli incastellamenti, e suo fratello Tommaso II rinunciarono ad
mentre si consolidarono attraverso nuovi acquisti ed investiture le presenze in ogni pretesa su Rivoli e Torino.
39
Poltrone Vialardi ricevette nel 1192
Candelo, Ysengarda, Verrone, Villanova Monferrato e Sandigliano, posizioni per conto dell’imperatore Enrico VI il
che la lungimiranza di Widalardo aveva già individuato come strategiche. castello di Volpino, conteso da Bergamo e
Con la seconda metà del 1200 i gruppi famigliari dei Vialardi assunsero da Brescia per la sua posizione geografica
che ne faceva la porta di accesso al transito
una fisionomia propria, sempre legati interfamigliarmente, ma con indipen- verso il centro Europa (MHP, vol. XIX,
denze maggiori. Liber Potheris Communis Civitatis Brixiae,
doc. XXXIV, coll. 98-100). Nel 1217 riuscì
ad imporre la pace tra Pavia e Milano con
l’appoggio di Piacenza (G. C. FACCIO, Il
I TRE RAMI Libro dei “Pacta et Conventiones” del Co-
mune di Vercelli, BSSS, XCVII (1926), doc.
XLI, pp. 88-89). Il cugino Guglielmo fu
Il nuovo assetto famigliare si consolidò su tre linee ben definite: podestà di Moncalieri nel 1234. Di fatto,
Torino, Moncalieri e Testona ebbero pode-
1. I Vialardi di Vercelli, che continuarono la gestione politica della famiglia, stà Vialardi dal 1234 al 1238.
ora contrapposta ad altre famiglie emerse dall’ambito ecclesiale e mercan- 40
Dal castrum di Ysengarda uscì nel 1401
tile con cui la convivenza non fu sempre facile, anche per l’avvicendarsi sul la spedizione contro gli Avogadri di
Quaregna che si concluse con l’uccisione di
territorio di forze armate contrapposte in interessi che trovarono di volta Guglielmo di Quaregna. Il 7 agosto 1404
in volta referenti ed alleati in Vercelli. Giovanni Avogadro di Quaregna, non aven-
do ottenuto giustizia dal duca di Milano,
2. I Vialardi dei castelli di Sandigliano e Ysengarda, che costruirono alleanze chiese la protezione sabauda per i castelli di
Quaregna, Ceretto e Piatto. Contempora-
comuni maturate in una fede ghibellina venata di personalismi territoriali. neamente fecero atto di omaggio altri con-
La loro forte capacità militare li portò ad essere i primi alleati viscontei nel sortili degli Avogadri per un totale di 25
castelli, dando una svolta decisiva alla con-
Biellese e punto di appoggio delle scorrerie di Facino Cane. Il conflitto con quista sabauda del Biellese. La loro deci-
gli incastellamenti limitrofi appartenenti a famiglie con posizioni politiche sione seguì di due mesi l’alleanza tra il conte
di Savoia, il principe d’Acaia ed il marchese
fluttuanti, in particolare con il composito sistema parentale degli Avogadri, di Monferrato, nella realtà una spartizione
fu immediato e causa principale della caduta del Biellese nelle mani del dei beni viscontei cui gli Avogadri si illusero
di partecipare. Cfr. M. CASSETTI, T. VIALARDI
duca di Savoia 40. DI SANDIGLIANO, Ysengarda e i suoi signori,
in L. SPINA (a cura di), Candelo e il Ricetto,
3. I Vialardi del castello di Verrone, che mantennero posizioni attesiste che Milano 1990, pp. 51-59.
progressivamente li allontanarono dal gruppo famigliare. Militarmente
meno capaci, portati più all’equilibrio politico attento ai giochi territoriali,
videro con poco favore l’alleanza stretta dei cugini di Sandigliano e
Ysengarda con i duchi di Milano. I loro nonni avevano aperto la strada
verso Torino e quella fu la loro scelta.
I VIALARDI 41
41
AS Torino, Sez. Corte, Provincia di Al declino imperiale, i Vialardi di Vercelli passarono indenni attraverso i
Biella, mazzo 6, prot. 72.
42
rivolgimenti politici e militari della città, mentre i Vialardi dei castelli di
V. VAI, La dedizione dei Vialardi di
Verrone a Casa Savoia, in questo volume, Sandigliano e Ysengarda continuarono una solitaria e caparbia contrapposi-
pp. 51 sgg. zione militare al duca di Savoia, diventata ormai al limite del fatto personale.
Costretti a misurarsi con avvenimenti al di sopra delle parti e con eserciti
potenti, dove la bravura individuale poteva al massimo diventare soggetto per
un quadro, la fase finale della loro storia antica era arrivata a conclusione. In
una battaglia durata tre notti e due giorni cadde anche il Torrione di
Sandigliano ed il 24 settembre 1426 i Vialardi di Sandigliano firmarono un’a-
spra e incondizionata resa del loro ‹‹castrum et turrionum›› ad Amedeo di
Savoia 41.
Manfredo di Saluzzo che aveva guidato vittoriosamente l’esercito savoiar-
do-vallese contro il Torrione, non proseguì per Ysengarda, pericolosa da rag-
giungere, inutile come battaglia, troppo lontana dagli accampamenti di Ivrea.
I Vialardi del castello di Ysengarda rientrarono indenni a Casale dove si posero
al servizio dei marchesi di Monferrato e poi dei duchi di Mantova.
I Vialardi di Verrone avevano invece già fatto la propria scelta cinquanta-
tré anni prima passando al fianco del conte di Savoia il 19 febbraio 1373 42,
conseguenza di un calcolo politico maturato lungamente, ma anche di una
malintesa preminenza nei rapporti interfamigliari.
42 TOMASO VIALARDI DI SANDIGLIANO

Actum in curte Vuidalardi,


, ACom Biella, serie prima,
mazzo 1, fasc. 
I VIALARDI 43
4 dicembre 1147, ACTUM IN CURTE VUIDALARDI

[A] Originale in ACom Biella, serie prima, mazzo 1, fasc. 9.


[B] edito in MHP, chartae, vol. II, col. 265, e in L. BORELLO, A. TALLONE,
Le carte dell’Archivio Comunale di Biella fino al 1379, BSSS, CV (1930), vol.
III, doc. II, pp. 3-4.
Si riporta [A]

[ST] Anno ab incarnatione domini nostri Jesu Christi milleximo centesimo


quadragesimo septimo, quarto die mensis decembris. inditione decima. Pre |
sentia bonorum hominum quorum nomina subtus leguntur per lignum et car-
tam quod manibus suis tenebant Vuidalardus et Rolandus pater filius, et
Gonellus filius condam | Manifredi et Ubertus filius condam item Uberti, et
Iordanis invicem fratris sui, nepotes iamscripti Vuidalardi, qui professi sunt
lege vivere 43 Longobardorum, finem et re- | futationem fecerunt ad presbite-
rum Petrum maiorem ecclesie sancti Stephani de Buiella 44, invicem ceterorum
canonicorum eiusdem ecclesie, nominatim | de toto illo quod adversus predic-
tos canonicos predicte ecclesie petebant, id est de ecclesia Sancti Eusebii de
Buiella cum omnibus rebus que ad eam pertinent. | Hec sunt vinee et prata,
vinee scilicet decem et pratum unum, septem cum prato iacent in Videstre,
altere in Sannadeo. Si quod aliud ad predictam ecclesiam | pertinebat, et item
si aliquam aliam querimoniam adversus canonicos iam dictos habebant, et rur-
sus de aliquo iure 45 si quod exercere adversus eos poterant | , excepto quod
nomine ficti 46 predicti canonici a parte predicte ecclesie solvere debent iam
nominatis scilicet Vuidalardo et suis nepotibus, eorumque heredibus | , id est
duos solidos medilanensium veterum, omni anno ad festum sancti Martini, et
excepta albergaria una, in anno de quattuor militibus cum | scutiferis, et
excepto fodro regali quattuor solidorum mediolanensium, quam ecclesiam
cum iam dictis rebus ad eamdem pertinentibus sui iuris atque discricti esse
dicebant | . Et scilicet quod predicti Vuidalardus cum suis nepotibus a modo
in antea ullo tempore per sese aut per 47 suos missos aut per suos heredes aut
per supositas personas, ad | versus predictos canonicos aut suos successores ad
partem predicte ecclesie de prefatis rebus omnibus 48 sicut superius dictum est,
non agent et eos non inquietabunt et per placita non fatigabunt, nec con-
temptionem aliquam adversus eos habebunt de cetero. Et spoponderunt atque
promiserunt per se aut per suos heredes, si unquam in | tempore adversus pre-
dictos canonicos aut successores eorum agerent aut causarent sicut superius
dictum est, quod solverent nomine pene ad partem predicte | ecclesie ad utili-
tatem eius de sancti Stephani ecclesie, libras viginti medilanensium veterum, et
post penam solutam taciti et contenti semper permanere debent |. Que eccle-
sia sancti Eusebii est sub ecclesia sancti Stephani de Buiella. Et pro hac fine
confatienda acceperunt prefatus Vuidalardus cum suis nepotibus tres | petias
43
de terra et vineam 49 unam, et iacent in Candelo. Quia sic inter eos placuit.
vivere: l’ultima e soprascritta ad altra
lettera cancellata. Actum in curte predicti Vuidalardi. † Signa ma †† | †† nuum suprascriptorum
44
Bullaiella: lla espunte. Vuidalardi et 50 Rolandi et Conelli et Uberti et Jordani, qui hanc cartam finis
45
q espunta. fieri rogaverunt ut supra. Signa ma †††† nuum Uberti | Bellati et Manifredi et
46
Soprascritta ad una parola abrasa. Simeonis et Olrici de Novaria et Attonis, et Petri de Mediolano. Et interfue-
47
Soprascritto. runt fratres presbiter Bonus Johannes de Buiella et Petrus dictus | Nariatus et
48
sicut espunto. Simon socii et fratres predictorum […].
49
Espunzione. [ST] 51 Et ego Jacobus notarius scriptor huius carte, finis predictam com-
50
Espunzione. plevi et dedi.
51
Il Signum Tabellionis non è tracciato
con le iniziali del notaio, ma è composto di
note tironiane. Trascrizione Tomaso Vialardi di Sandigliano
45

I Vialardi di Verrone
Tomaso Vialardi di Sandigliano

DE VERONO E VIALARDI DI VERRONE


1
In minore evidenza galloromanze (W. errone rappresenta un caso particolare nel contesto biellese. Circon-
BRUCKNER, Die Sprache der Langobarden,
Straßburg 1895, ed E. GAMILLSCHEG, Ro-
mania germanica, Berlin und Leipzig 1934-
1936).
2
S. GIORCELLI BERSANI, Tracce di Tar-
V dato da terre la cui affermazione toponomastica è in prevalenza origi-
nata da basi germaniche 1 anche se con sviluppi fonetici e morfologici
segnati dalle parlate locali, Verrone ha poca traccia di toponimi riconducibili
doantico nell’Italia nordoccidentale, in S. alle migrazioni dei popoli venuti dal nord Europa i cui contatti con le popola-
GIORCELLI BERSANI (a cura di), Romani e zioni autoctone hanno coperto diversi secoli. All’origine una curtis od un allo-
barbari: Incontro e scontro di culture, Atti
del Convegno internazionale di studi, Bra dio su cui la toponomastica si è sviluppata all’interno di un gruppo unico di
11-13 aprile 2003, Torino 2004, p. 113. possessores di tutto il latifondo con finalità di identificazione privata, terra rita-
3
Dal patronimico Veronus / Verronius / gliata in quella rete viaria romana minore che si inseriva tra le strade consolari
Vevronus, latinizzazione del patronimico
antico-tedesco Avario derivato dalla radi-
ancora intatte, ridisegnata dalle asimmetrie dei nuovi schemi insediativi, che fu
cale celto-ligure *aar / *awa, acqua, cui po- canale determinante per la mobilità interna e poi dell’apostolato rurale 2. Un
trebbe essere connessa un’altra base celtica insieme fondiario che ha traslato il proprio nome su dei parentes minores vis-
*uer, sopra (Germanico: *uberi; Latino:
super). Cfr. The American Heritage Dictio- suti ai margini della politica vercellese, i Verono 3, dove la formazione del vil-
nary of the English Language, Fourth Edi- laggio fu la conseguenza di una raccolta di forme insediative rurali intorno ad
tion, Appendix I, Indo-European Roots.
Ineccepibile, quindi, l’iconografia di san un cimitero al cui lato sorse una cappella 4 e la necessità di una torre ebbe la
Verono dove il santo fa scaturire con il suo semplice funzione di status symbol del dominio, fatto che spiega l’apparizione
bastone l’acqua (*aar- / *awa-) da un pen-
dio (*uer-). Cfr. nota 18. La connessione documentale tardiva di Verrone, sia come castro 5 che come chiesa 6.
con la base celtica *uer-, anche se in Considerato dagli studiosi come ramo collaterale dei Vialardi, i Verono
maniera incompleta, era già stata intuita da sono citati la prima volta
G. PETRACCO SICARDI, R. CAPRINI, in Topo-
nomastica storica della Liguria, Genova in un atto di vendita del
1981, p. 80. Poco attendibili invece le pro- 1140 7, poi nel 1165 8 ed
poste di G. B. PELLEGRINI (Toponomastica
celtica dell’Italia settentrionale, in E. CAM- infine nel 1196 9. Un ulte-
PANILE (a cura di), I Celti d’Italia, Pisa riore documento che po-
1981, pp. 35-69) e di D. OLIVIERI (Dizio-
nario di toponomastica piemontese, Brescia trebbe inserirsi tra il 1140
1965, p. 365). ed il 1165, è quello della
4
Il cimitero anticipò sovente la chiesa fondazione del Piazzo di
che sorse per esorcizzare il terrore del
mondo antico verso il cadavere, più che Biella del 1160, dove tra i
verso la morte. Ancora il 1° settembre testi è citato Uberto de
1854 il Consiglio Comunale di Verrone Verono 10, documento che
respinse la richiesta del parroco di spostare
il cimitero in una zona più periferica con il pone un’incertezza testuale
pretesto, tra gli altri, che la vicinanza della in quanto la sua lettura evi-
chiesa proteggeva il paese dalle influenze
malefiche del cimitero. denzia Uberto de Vevrono
5
28 febbraio 1282, Actum in castro e non de Verono 11. Luigi
Veroni (L. BORELLO, A. TALLONE, Le carte Avonto 12 ha assimilato Ve-
dell’Archivio Comunale di Biella fino al
1379, BSSS, CIII (1927), vol. I, doc. CXX- vrono-Verono, scontando
VIII, pp. 215-216). una cattiva trascrizione e
6
1298-1299 (ARMO, Bugellae 1945, proponendo Uberto Via-
vol. I, doc. XVIII, col. 57, p. 31).
7
lardi de Verono, nipote di
ACap Vercelli [G. A. FROVA?], Indice
ovvero sommario dell’Archivio della Reve- Widalardo. La proposta
renda Abbazia et Monastero di Sant’Andrea non è fuori luogo poiché i
[di Vercelli].
8
de Vevrono Signori di Vi-
Ibidem.
verone poco avevano a che
fare in quel periodo con
Biella ed anche in docu-
Veronus de Lembecae,
immagine votiva, dal , menti recenti i Vialardi di
Halle Lembeek o Mons Verrone furono sovente
46 TOMASO VIALARDI DI SANDIGLIANO
I VIALARDI DI VERRONE 47
9
D. ARNOLDI, F. GABOTTO, Le carte dello registrati come Vialardi di Viverone 13. Il passaggio de Verono-Vialardi de
Archivio Capitolare di Vercelli, BSSS, LXXI
(1914), vol. II, doc. DXCV, p. 359. Teste il Verono non è tuttavia storicamente così immediato. Se gli archivi hanno evi-
canonico Gugliemo dei Vialardi di Vercelli. denziato estese presenze dei Vialardi antecedenti il 1118 su Villanova
10
L. BORELLO, A. TALLONE, Le carte del- Monferrato, Candelo, Biella, Vercelli, Occhieppo, Valdengo e di poco più tardi
l’Archivio Comunale di Biella fino al 1379,
BSSS, CIII (1927), vol. I, doc. XII, pp. 18- su Sandigliano e Mosso 14, poco è emerso per Verrone, dove il Giacomo Verono
20. che vende beni nel 1140, il Guido de Verono teste nel 1165 ed il canonico
11
AVdSF, Famiglie, Schedatura A. Lange. Guglielmo capitaneum de Verono del 1196 non sono riconducibili con certezza
12
Da Vercelli, da Biella, tutto intorno,
Torino 1980, pp. 381-387, in particolare p.
all’ambito famigliare dei Vialardi, se non per contemporaneità onomastiche.
381. Solo dal 1277 15 è possibile collegare i de Verono ai Vialardi, quando Martino
13
Fortunato Vialardi di Verrone, gover- de Verono abitante in Biella 16 è detto figlio del fu Roberto Vialardi, quindi pro-
natore militare di Sardegna nel 1867, nel
suo stato di servizio è sempre trascritto nipote di Widalardo. Nulla vieta che anche Giacomo, Guido ed il canonico
come Vialardi di Viverone. Come tale nella Guglielmo siano Vialardi, frutti di discendenze collaterali che gravitavano nel-
nomina a Cavaliere delle Legion d’Onore l’ambito famigliare maggiore con ambiguità onomastiche di difficile scandi-
(1857). Solo nella nomina a Cavaliere del-
l’Ordine della Corona d’Italia (1868) ed in mento.
quella ad Ufficiale dell’Ordine di San I discendenti di Martino, tutti Vialardi anche se di legame parentale
Maurizio e Lazzaro (1865) il nome è regi-
strato come Vialardi di Verrone. Lo stesso incerto, portarono indistintamente il cognome Verono, de Verono e Vialardi
vale per lo stato di servizio di Amedeo de Verono. Un fatto è saliente. Nei documenti più antichi pochi sembrano
Vialardi di Verrone fino al 1798 (AVdSF,
Militaria, Stati di Servizio). vivere a Verrone, proponendo il dongione iniziale individuato da Andrea
14
T. VIALARDI DI SANDIGLIANO, I Vialardi, Longhi 17 di superficie modesta, abitato in modo discontinuo, con un’area
in questo volume, pp. 35 sgg., e T. VIALARDI riservata al signore piccola e nessuna riservata alla parte militare perché non
DI SANDIGLIANO, I Vialardi. L’origine: ele-
menti preliminari per una ricerca, in «Archi- necessaria. Un dongione nato come affermazione su di un territorio incerto nei
vi e Storia», 1 (1989), pp. 9-25. confini e nel diritto feudale, la cui lettura giustificatoria e propagandistica ebbe
15
BSm Torino, ms. Torelli.
16
interpretazioni strumentali politiche posteriori alla sua fondazione. Indice di
ACap Biella, Santo Stefano di Biella,
vol. IV. antichità e pace agreste il silenzio dei documenti, terra privata su cui si mosse
17
A. LONGHI, L’architettura del castello una piccola comunità cui l’incontro con i Vialardi diede una geografia certa dei
nel paesaggio fortificato subalpino, in questo suoi confini, trasformando il piccolo dongione in castro ed una cappella votiva
volume, pp. 69 sgg.
18
In ipotesi dedicata a san Veronus de dal titolo perduto 18 in chiesa.
Lembecae (Halle-Lembeek, Brabante fiam- La prima fase del castello si correla con un documento cardine nel cambio
mingo), nipote naturale di Carlo il Grosso,
morto nell’843, cui era dedicato il 31 gen- politico dei Vialardi 19, quando fu deciso il rallentamento della presenza in
naio ed il 30 marzo. Cfr. H. GROTEFEND, Vercelli a favore di un migliore spiegamento sul territorio esterno con la ces-
Zeitrechnung des deutschen Mittelalters und
der Neuzeit, 2 Bde, Hanovre-Leipzig 1891-
sione di una parte del patrimonio immobiliare della famiglia, importante sotto
1898. Con il ritrovamento dei suoi resti il profilo monetario ma soprattutto sotto quello di rappresentazione del potere
mortali nel 1004, il suo culto si estese dalla sulla città. I quattro atti di vendita avvenuti tra il settembre e l’ottobre 1203
Fiandra fino ai confini con la Germania e
nel centro nord della Francia. «Veronus ebbero come attori gli stessi del documento del 1147 20, ora Capi dei rispettivi
conf. cultus Lembecae et Montibus Han- rami famigliari, di cui però non compaiono i membri minori. Proprio a questi
noniae. Inventio Lembecae an. 1004, mira-
cula, Translatio Montes cca. an.[no] 1015, membri minori sembra essere stata lasciata la gestione della prima fase degli
auct.[oritate] Olberto ab. Gemblacensi assetti territoriali esterni, che sporadici atti successivi confermano appartenere,
[…] Sic sanctus Domini Veronus in mona-
sterio locatur honorifice, quo ad laudem a volte saltando una generazione, ai rami presenti nell’atto del 1203. Affiorano
[…] Amen» (UCL, BHL 8550, ff. 078r- discendenze famigliari certe come quella di Martino o meno certe come quella
085r). Cfr. anche J. DE VORAGINE, Legenda
Aurea, pergamena miniata, Francia, forse di Giacomo de Verono, il cui figlio Rolandino appare in posizione dominante
Parigi, dal 1275, UCB, HL HM 3027, in tra i de Verono, di Francino del castello di Mosso e di Manfredo Vialardi di
particolare f. 141.
19
Verrone, tutti figli di un salto documentale che le omonimie onomastiche ren-
T. VIALARDI DI SANDIGLIANO, I Vialardi,
in questo volume, pp. 35 sgg. dono impossibile ricostruire 21.
20
Ibidem. Il legame de Verono-Vialardi de Verono avviene solo dopo la vendita del
21
Il ricco archivio Vialardi di Verrone fu 1203, quando su Verrone venne ad insistere il nucleo famigliare maggiore che
ereditato da Maria Vialardi di Verrone, mo-
glie di Luigi Avogadro di Valdengo, alla nei cinquant’anni successivi si affermò sui parentes minores, mutamento con-
morte del fratello Vittorio Amedeo. Di- fermato anche dal quadro archeologico-architetturale. Frutto delle nuove
sperso dal cugino, oggi ne esiste un fondo
residuale in AS Biella. implicazioni giurisdizionali, al semplice dongione dei de Verono si sostituì il
castro citato nel 1282 e ad una cappella votiva la chiesa plebana di San Lorenzo
citata nel 1298, la cui trasformazione è certamente antecedente e vicina alla
data riportata sulle due lapidi settecentesche interne alla chiesa 22.
Pelagia si pente davanti a san Verono, Mai sopite del tutto, le diverse interpretazioni della gestione del dominio
pergamena miniata,
Francia, forse Parigi, dal , UCB, riaffiorarono con frequenze sempre maggiori, tanto che il gruppo famigliare
HL HM , f.  presente a Verrone si divise in tre rami indipendenti: i Vialardi di Verrone, i
foto Robert Schlosser Vialardi di Salussola che si staccarono con l’investitura delle onoranze feudali
48 TOMASO VIALARDI DI SANDIGLIANO

a sinistra:
Sepolture dei Vialardi di Verrone,
lapide, Parrocchiale di San Lorenzo

a destra:
Sepolture dei Vialardi di Verrone,
lapide, Parrocchiale di San Lorenzo

22
BIS CENTUM ULTRA MILLE ANNIS,
ERECTA ET CONDITA e DUODECIMO UL-
TRA SECULO.
23
Sulle cui rimanenze sorge l’attuale
Vigellio.
24
BSm Torino, ms. Torelli. In coinci-
denza con l’arrivo a Salussola del mare-
sciallo Ludovico di Racconigi.
di Salussola e del castri Puliaci 23 del 1439 24 ed i Vialardi di Biella che si sepa- 25
Tra cui il primo abate di Sant’Andrea
Tommaso Gallo ed i canonici Guala e
rarono intorno il primo quarto del ’500. Vialardo Vialardi, secondo papa Innocenzo
IV istigatori di incendi, assassinii e rivolte
contro i Guelfi (G. H. PERTZ (a cura di),
AVVISAGLIE DI INDIPENDENZA Epistulae saeculi XIII et regestis pontificum
romanorum selectae, in MGH, Berlino
1887, vol. II).
Nel 1243 Vercelli passò alla parte guelfa creando all’interno dell’oligarchia 26
Cresciuti all’ombra della Chiesa ver-
politica della città una frattura che fu causa di anni cruenti, alimentata da una cellese, cui diedero vescovi che conferma-
parte non indifferente di abati, arcidiaconi e canonici filo-imperiali 25. La cor- rono ai consortili famigliari feudi, immu-
nità ed investiture fiscali, gli Avogadri gra-
ruzione, le discordie e la poca capacità politica costrinsero i Guelfi vercellesi a vitarono esclusivamente nell’ambito guelfo
patteggiare con i Ghibellini il loro rientro in città che avvenne nel 1249. Il di cui furono parte prevalente, salvo brevi
avvicinamenti ai duchi di Milano in mo-
vescovo Martino Avogadro ed i suoi sostenitori si rifugiarono nei castelli con- menti di difficoltà politica. Nel 1404 gli
sortili biellesi degli Avogadri 26, spostando la guerra dalla città alle terre Avogadri si diedero definitivamente a Casa
extraurbane, dove si scontrarono immediatamente con i ghibellini Vialardi cui Savoia, che sostituirono alla Chiesa vercel-
lese come fons honorum.
contesero supremazia politica e territorio. 27
Per i Ghibellini giurarono il fratello di
Il predominio guelfo fu ristabilito solo nel 1303, l’anno successivo la Martino de Verono, Bonifacio, ed il figlio di
caduta della signoria di Matteo Visconti, ma nonostante la pace voluta dal- Martino, Rolando, ma nessuno dei Vialardi
dei castelli di Ysengarda e Sandigliano (G.
l’imperatore Enrico VII e giurata a Vercelli nel 1310 dalle due fazioni, lontano C. FACCIO, M. RANNO, I Biscioni, BSSS,
dalla città le rappresaglie militari continuarono e tra i Vialardi dei castelli di CXLV (1934), vol. primo, doc. CLXXXIV,
pp. 376 e 378). Lo stesso avvenne nelle paci
Sandigliano e Ysengarda e gli Avogadri non ci fu pace. La ragione è semplice: del 1311 e 1314, mentre nel 1322 Giovanni
la pace fu giurata solo da un ramo dei Vialardi del castello di Verrone 27, primo Vialardi della Tapa di Ysengarda e Giovan-
nino Vialardi della Tapa, fedeli a Matteo
atto di indipendenza dal gruppo famigliare e segnale di una strada politica Visconti, furono citati davanti ad Aicardo,
diversa, ancora incerta e non completamente emancipata. Questa bivalenza era arcivescovo di Milano ed ai frati Barnaba,
priore provinciale dei domenicani, e Pasio
già affiorata durante la spedizione contro fra Dolcino da Novara, la cui pre- di Vedano, inquisitori della pravità eretica.
senza nell’Alto Biellese era stata vista con interesse dai Vialardi di Sandigliano Dichiarati contumaci, furono scomunicati il
6 maggio 1322, fatto che non creò loro par-
e Ysengarda perché distoglieva uomini e mezzi agli incastellamenti Avogadri, ticolari problemi (BAV, Codice Vaticano Lat.
impegnando le spalle del loro sistema difensivo. 3937, ff. 143-147).
I VIALARDI DI VERRONE 49
Il vescovo di Vercelli Raineri degli Avogadri di Pezzana
aveva accampato a Mosso qualche centinaio di uomini, ma
gli scontri si erano risolti a favore di Dolcino anche perché
dal castello di Mosso dei Vialardi di Verrone non era uscito
nessun aiuto. Questo avvenne anche nella seconda fase delle
ostilità, quando Dolcino aveva contrattaccato con tecniche
terroristiche, distruggendo chiese e bruciando paesi interi
incluso Mosso. Raineri seppe trasformare una spedizione di
montanari e contadini in una crociata di Terra Santa, dalla
Francia arrivò la benedizione di papa Clemente V ed i con-
sortili Avogadri risposero immediatamente, vedendo la pos-
sibilità di allargare 28 e confermare possedimenti, beni, inve-
stiture ed acquisire meriti per future pretese, con la certezza
di un’indulgenza plenaria sempre utile in quei momenti.
Una cavalcata appena fuori casa ed il Paradiso era assicu-
rato senza dover andare in Palestina.
Agli Avogadri si unirono gli Arborio, gli Alciati, i
Lascaris, qualche cadetto Tizzone in cerca di spazi propri,
un Brusati ed un Tornielli 29 in rappresentanza di Novara 30.
A fine gennaio si unì anche un cadetto Visconti signore di
Rassa ed a metà febbraio quando i crociati si furono lasciati
alle spalle le rovine bruciate di Mosso, quelle del paese, non
del castello, spuntarono anche le bannières rosse e oro dei
Vialardi del castello di Verrone alla ricerca di un’afferma-
zione territoriale. I documenti non riportano quale dei
Vialardi di Verrone fu alla testa del piccolo contingente,
probabilmente lo stesso Rolando de Verono che giurò poi
la pace con i Guelfi del 1310.
Le tensioni tra i Vialardi di Verrone non dovettero essere
28
Solo per avere accettato di porsi alla di poco conto, rendendo le convivenze non semplici tra i fautori di un’indipen-
testa dei crociati, Simone degli Avogadri di denza dalla politica famigliare e quelli che invece preferivano sostenerla. Non
Collobiano ricevette subito il ricco feudo di
Borgo Po. giocò una scelta di schieramento guelfo o ghibellino, ma l’esigenza di rafforza-
29
Ironia della storia, studi recenti hanno mento degli interessi territoriali. I Vialardi del castello di Verrone sentivano sem-
ipotizzato Dolcino figlio illegittimo di una pre più evidente il rischio di un coinvolgimento del loro castro incuneato tra
Tornielli del ramo di Romagnano proprie-
tario del castello di Serramonte a Prato quelli degli aggressivi cugini di Sandigliano e Ysengarda. Quando ancora i rischi
Sesia, forse figlia del Bartolomeo Tornielli di guerra erano lontani, c’erano stati matrimoni con gli Avogadri che avevano
che appare in un testamento del 1283. stabilito rapporti di equilibrio tra le reciproche sfere di influenza. Il coinvolgi-
30
Grandi assenti furono la borghesia mento di Verrone non era più un’ipotesi, c’era in gioco quanto conquistato e
mercantile, cui la crociata sembrò un pes-
simo affare ed il conte Amedeo V di Savoia, mantenuto con capacità diplomatica di buon vicinato e gli Avogadri erano i
cui le convulsioni guelfo-ghibelline-eresiar- trionfatori di una crociata, anche se di provincia e militarmente modesta.
che locali sembravano paludose ed invi-
schianti. Genova concorse con 400 balestre
mercenarie pagate da un gruppo di vedove
emozionate dalle predicazioni domenicane L’INDIPENDENZA
e non dalla parsimoniosa Repubblica.
31
Figlio di Matteo Vialardi, Giacomo fu La nuova posizione politica dei Vialardi
alla testa delle scorrerie contro Caresana e, del castello di Verrone, che ebbe in Rolan-
come il padre, varie volte membro della
Credenza di Vercelli di cui fu rettore, pode- dino il fautore più acceso, non fu condivisa
stà e sindaco. Alla fine della sua vita poli- da tutti, nemmeno da un uomo di indubbio
tica si stabilì a Verrone, ma i contrasti con
Rolandino dovettero essere particolarmen- spessore politico come il padre Giacomo 31.
te aspri perché un documento del 1351 lo Soprattutto non fu condivisa da quelli che
indica residente con gli altri figli a Ol-
denico (AS Biella, ms. Bulgaro, rogiti Facio
non risiedevano nel castro, più cauti nel
Biandrate). Questo ramo si estinse nel rischio di rottura con la politica famigliare
1389. Cfr., ibidem, il testamento di Antonio maggiore. La morte improvvisa nel 1346 di
fu Giacomo [Vialardi] di Verrone abitante Pelagia si pente davanti a san Verono,
in Oldenico in cui lascia i suoi beni e quelli Francino Vialardi di Verrone del castello di
della moglie Giacobina alla figlia Beatri- pergamena miniata, particolare,
Mosso, fratello di Rolandino, accelerò le Francia, forse Parigi, dal , UCB,
sina. Nel testamento è nominata anche la
sorella Francesca e la nipote Catarina, figlia posizioni indipendentistiche. Francino la- HL HM , f. 
del fu Bartolomeo suo fratello. sciò solo figli minori e femmine, tutore fu foto Robert Schlosser
50 TOMASO VIALARDI DI SANDIGLIANO

Il capitano Vialardi del 1°


battaglione delle Guardie alla difesa di
Cima del Bosco,  aprile ,
AVdSF, Militaria. Commemorazione
del  da quotidiano torinese

32
nominato Rolandino che, messe in convento le femmine eliminando rischi di Presenti il giuriesperto Giovanni con
il fratello minore Uberto, figli di Manfredo
dote e portati i minori nel castro Veroni, poté vendere il castello l’anno suc- Vialardi di Verrone, zio paterno di Rolan-
cessivo 32. dino, non abitanti a Verrone (L. BORELLO,
A. TALLONE, Le carte dell’Archivio Comu-
L’avvicendarsi in Piemonte di re in cerca di impero e di pretendenti ora nale di Biella fino al 1379, BSSS, CIV
fautori di una parte politica ora dell’altra, fu causa di sangue, morte e coin- (1928), vol. II, doc. CCLXXVIII, pp. 175-
177).
volgimenti ormai al di sopra delle parti locali. Nel 1321 le truppe di Marco 33
V. VAI, La dedizione dei Vialardi di
Visconti riportarono i Ghibellini in Vercelli dopo un assedio lungo e cruento. Verrone a Casa Savoia, in questo volume,
Molti Avogadri furono imprigionati a Milano, mentre il vescovo Uberto pp. 51 sgg.
Avogadro riuscì fortunosamente a rifugiarsi a Biella riacutizzando le lotte su 34
Cfr. nota 31.
tutto il territorio extra urbano. Nel 1335 la Credenza di Vercelli votò la dedi- 35
Il primogenito Carlo Giuseppe morì a
zione ad Azzone Visconti e la città passò sotto il dominio visconteo, rendendo Torino nel 1930. La sorella Camilla, sposa
di Aleramo Ceva di Noceto, morì nel 1922.
malsicura la posizione dei Vialardi del castro Veroni. La sorella Maria, sposa di Luigi Avogadro
Nel 1372, promossa da papa Gregorio XI e dall’imperatore Carlo IV si di Valdengo ed ultima erede dell’archivio
di famiglia, morì nel 1945.
schierò contro i Visconti una nuova coalizione capitanata da Amedeo VI di 36
AP Verrone, Libro dei Matrimoni.
Savoia, uno dei più duri attacchi che lo stato visconteo dovette affrontare. 37
Padre, nell’ordine, di Maria, Camilla,
Vercelli rimase travolta. A questo punto la scelta lungamente voluta da Carlo Giuseppe e Vittorio Amedeo.
Rolandino fu inevitabile. Il 19 febbraio dell’anno successivo suo figlio Simone,
per sé, per il padre, per i due figli sopravvissuti di Francino e per i due nipoti
di Manfredo, si diede ad Amedeo di Savoia 33. Non sottoscrissero la dedizione
i nipoti di Nicolino, discendenti da un fratello di Widalardo, i fratelli di
Rolandino abitanti a Oldenico 34 ed i discendenti di Riccardo fratello di
Martino, cioè oltre il 40% dei Vialardi di Verrone viventi.
Il ramo di Rolando, figlio di Martino e diretto discendente di Widalardo,
continuò fino al 1940 quando a Novara morì celibe l’ultimo conte di Verrone,
il generale di cavalleria Vittorio Amedeo 35. Il castro Veroni fu abitato ininter-
rottamente, dalla metà del ’500 da cadetti e da qualche naturale della famiglia,
fino al matrimonio di Carlotta Francesca con Carlo Vincenzo Fantone nel
1804 36. Venduto nel 1835 dai fratelli Amedeo e Augusto 37 Vialardi di Verrone
a [Antonio] Maurizio e Olimpia Zumaglini, dal suo primo documento erano
passati 553 anni.
51

La dedizione dei Vialardi di Verrone


a Casa Savoia
Valeria Vai

I
AS Biella, RT, mazzo 31, pergamena 2, l 19 febbraio del 1373 Simone Vialardi di Verrone, a nome suo, del padre
copia coeva. Se ne riporta trascrizione inte-
grale in Appendice. Rolandino e di altri componenti della famiglia, sottoscrive solenne atto di
2
Principe d’Acaia nel 1301 per il matri- dedizione a Casa Savoia 1, dando il via all’espansione sabauda nel Biellese.
monio con Isabella de Villehardouin, prin- Già nel secolo precedente Filippo di Savoia, poi Savoia-Acaia 2, aveva iniziato
cipessa d’Acaia e Morea, figlia di Gugliel-
mo de Villehardouin e Anna Angela Kom- un forte allargamento territoriale di qua dalle Alpi. Partendo dalle valli di Susa
nena. La sua politica fu centrata sull’espan- e di Lanzo e allargatasi con le acquisizioni di Pinerolo e Torino 3, la loro espan-
sione dei suoi feudi piemontesi, continuata
dal figlio Giacomo, insidiando gli interessi
sione verso il Piemonte orientale 4 è inevitabilmente destinata a scontrarsi con
dei cugini d’Oltralpe. Filippo II, figlio pri- gli interessi dei signori di Milano, che da qualche tempo mostrano particolare
mogenito di Giacomo, ma diseredato, en- attenzione per i territori piemontesi 5. Amedeo VI di Savoia attua una duplice
trò in conflitto diretto con Amedeo VI.
Condannato a morte, fu affogato nel lago linea di comportamento, mostrandosi particolarmente condiscendente con i
di Avigliana con «un crimine consumato a centri ed i signori che spontaneamente decidono di fare atto di sottomissione
sangue freddo e senza necessità». In questo
modo Amedeo VI ebbe aperta la strada del ed intransigente con chi continua ad appoggiare la politica viscontea 6. L’atto
Piemonte (F. COGNASSO, I Savoia, Varese del 1373 si inserisce in questo contesto.
1971, p. 158, e T. VIALARDI DI SANDIGLIANO,
I conti Rebuffo e il Palazzo Rebuffo di San I Vialardi del castello di Verrone sono, al momento della dedizione, teori-
Michele a Villafranca Piemonte, in «Studi camente assoggettati alla dominazione dei signori di Milano. La decisione di
Piemontesi», 2003, vol. XXXII, fasc. 2, pp.
425 sgg., in particolare p. 426, note 9 e 10).
passare sotto il conte di Savoia viene motivata proprio con la volontà di sot-
Sulle vicende dei principi d’Acaia, cfr. P. trarsi alla tirannica servitù e all’iniquo dominio del duca Galeazzo, definito dai
DATTA, Storia dei principi di Savoja del ramo nobili di Verrone « iniquissimus tyrannus » e considerato « maxima repletus
d’Acaja signori del Piemonte dal 1294 al
1418, Torino 1832, e F. GABOTTO, Gli ulti- nequitia et diabolica superbia », dal quale essi sono quotidianamente vessati,
mi principi di Acaia e la politica subalpina sottoposti ad angherie tali «que non posset mens concipere nec lingua pro-
dal 1383 al 1407, Pinerolo 1897.
3
ferre» e considerati non «suditos et subiectos fore veros et fidelissimos
Sulle vicende del Piemonte sabaudo,
cfr. A. M. NADA PATRONE, Il Piemonte me- Christianos », ma trattati «tanquam pessimos Saracenos». Se l’elenco delle
dievale, in Storia d’Italia, Torino 1986, vol. oppressioni cui sono sottoposti i signori di Verrone, lungo e suggestivo, può
V, pp. 61-91.
4
far sorridere per l’irrealistica esagerazione, all’epoca in cui l’atto è stato scritto
La prima acquisizione in questa zona è
quella di Ivrea intorno al 1313. Cfr. A. M. rientra in una pratica diffusa in altri atti simili. Numerose, infatti, sono le dedi-
NADA PATRONE, Il Piemonte medievale, cit., zioni a Casa Savoia in cui abbondano le proteste contro la crudeltà e le iniquità
p. 89.
5
dei Visconti, come quelle di Buronzo, Monformoso, Greggio, Villarboit stilate
Azzone Visconti è signore di Vercelli
nel 1335. Sull’espansione viscontea, cfr. nel medesimo giorno7, dettate dalla volontà di guadagnarsi la benevolenza del
L’unificazione della Lombardia sotto Mila- nuovo signore8.
no, con la collaborazione di F. COGNASSO,
in Storia di Milano, vol. V, parte prima, Mi- Al di là di quelle che sono le ragioni dichiarate dai nobiles di Verrone, dal
lano 1955. documento si evince la loro preoccupazione più grande, quella di essere sot-
6
A. M. NADA PATRONE, Il Piemonte me- tratti al dominio di Vercelli. La prima clausola della sottomissione, infatti, sta-
dievale, cit., pp. 71-75.
7
bilisce che il conte di Savoia non ponga Verrone sotto nessuna altra domina-
Per Buronzo, AArc di Vercelli, Liti dei
signori di Buronzo, mazzo da ordinare; per zione e giurisdizione, in particolare quella di Vercelli. La preoccupazione di
Monformoso, Greggio e Villarboit, BC essere sottomessi all’autorità del vescovo vercellese ritorna ancora alla fine del
Vercelli, Archivio Storico, Fondo Arborio
Biamino, cartella XX A (copia cartacea
documento quando si richiede nuovamente che «nec ipse sanctissimus domi-
secolo XV). Si possono inoltre citare nume- nus noster papa et comes Sabaudie ipsos nobiles et eorum homines perpetuo
rosi altri atti redatti in epoca successiva: ponent sub episcopo Vercellensi». Questa inquietudine non deve stupire.
Magnano 19 marzo 1373, AS Torino, Sez.
Corte, Protocolli notai ducali e camerali, L’opposizione ai cives è uno dei motivi che si ripetono in continuazione nei
reg. 62, f. 128r; Borgo d’Ale 29 maggio capitoli delle sottomissioni. Nonostante ci si trovi in un periodo lontano dalla
1373, copia inserita in doc. 5 agosto 1593,
AS Torino, Sez. Riunite, Patenti Piemonte, crisi degli ordinamenti comunali, la tensione tra città e territorio circostante è
reg. 25, f. 50r; Candelo 19 luglio 1374, ancora forte e notevole la volontà di attaccare le posizioni di privilegio di cui
ACom Biella, Documenti Candelo; Castel-
lengo 17 settembre 1374, L. BORELLO, A. ancora i centri urbani e i loro abitanti possono godere9. L’autorità del vescovo
TALLONE, Le carte dell’Archivio Comunale di Vercelli deve essere stata piuttosto pesante, se in questi anni i comuni tra
di Biella fino al 1379, CIV (1928), vol. II,
pp. 406-415; Tronzano 22 maggio 1375,
Novarese, Vercellese e soprattutto Biellese fanno a gara per rassegnare dedi-
copia del XVIII secolo, ACom Santhià, vol. zione spontanea10.
52 VALERIA VAI

Ovviamente i Vialardi del castello di Verrone, come coloro che successiva- 227, Liti Santhià-Tronzano; S. Germano
Vercellese 31 maggio 1377, ACom San
mente faranno la stessa scelta, negoziano una contropartita. La decisione di Germano Vercellese, cassetta 181b; Carisio,
passare sotto l’egemonia di un nuovo signore è dettata dalla consapevolezza Balocco 3 marzo 1379 e Rovasenda 5 marzo
1379, AS Torino, Sez. Corte, Protocolli
che la presenza di una nuova autorità politica forte, una potenza regionale notai ducali e camerali, reg. 59, ff. 13-16.
alternativa, apra spazi di contrattazione ai signori locali, che possono contrat- Cfr. inoltre A. M. NADA PATRONE, Il Pie-
tare i termini della propria sottomissione al nuovo dominus, mirando ad un’au- monte medievale, cit., pp. 72-73. Sulle
angherie dei Visconti, F. COGNASSO, Note e
tonomia giuridica maggiore con un rapporto più diretto con il potere sovrano, documenti sulla formazione dello stato
senza intermediazioni limitanti. Dal canto loro i Savoia hanno la necessità del- visconteo, in «Bollettino della Società Pa-
vese di Storia Patria», XXIII (1923), pp.
l’appoggio locale per poter attuare l’espansione e di una nuova fonte di red- 23-169.
dito per mantenere le milizie necessarie11, che sarà una delle ansie maggiori 8
Descritto come amante della libertà
durante tutto il loro regno. L’atto di dedizione dei Vialardi del castello di sopra ogni altra cosa: «considerans et
advertens quod in hoc mundo nihil est gra-
Verrone è esemplare di questo duplice interesse. tius libertate quia non bene pro toto liber-
Già ad un primo esame l’atto appare particolarmente vantaggioso per i tas venditur auro, et hoc celeste bonum
Vialardi, che si vedono confermare un’ampia indipendenza, ovviamente in preterit orbis opes, et per consequens nihil
est deterius servitute quoniam morti servi-
cambio di denaro. Questa è la condizione che apre il patteggiamento tra i due tus comparatur».
contraenti, mentre la seconda clausola prevede un’altra rilevante concessione: 9
Per questa situazione, cfr. G. CHITTO-
il conte Amedeo concede ai nobiles di Verrone il «merum et mistum imperium LINI, I Capitoli di dedizione delle comunità
lombarde a Francesco Sforza: motivi di con-
et omnimodam iuriditionem»12. Si tratta di un presupposto di fondamentale trasto tra città e contado, in Felix olim
importanza, perché la sua concessione significa una completa autonomia13, Lombardia: studi di storia padana dedicati
dagli allievi a Giuseppe Martelli, Milano-
instaurando un rapporto diretto con il dominus che riduce al minimo il rischio Alessandria 1978, pp. 663-693.
di intromissioni di elementi terzi, sia di Corte che del territorio. Unica limita- 10
Gli Avogadri del consortile di Quare-
zione è che il «merum et mistum imperium» deve rimanere indiviso, cedibile gna nel proprio atto di dedizione del 7 ago-
solo ai membri della famiglia, escluse le femmine, alle quali non può pervenire sto 1404 tengono a precisare che anche nel
caso in cui la città di Vercelli dovesse per-
nemmeno per testamento diretto. venire nelle mani del conte di Savoia, essi
Le clausole che seguono sanciscono ancora una serie di prerogative a tutto non siano sottoposti alla egemonia della
città (AS Torino, Sez. Corte, Protocolli no-
vantaggio dei Vialardi. Si stabilisce infatti che essi possano portare aiuto mili- tai ducali e camerali, reg. 68). Sui vari atti
tare in caso di guerra ai loro amici, salvo nel caso in cui la guerra sia contro il di dedizione in opposizione al vescovo di
Vercelli, cfr. A. M. NADA PATRONE, Il Pie-
conte di Savoia; che il conte abbia l’obbligo di difendere i diritti e gli onori dei monte medievale, cit., p. 72, e R. ORDANO,
Vialardi «in quibus presentialiter existunt»14, di proteggere la loro incolumità Storia di Vercelli, Vercelli 1982, pp. 207-
e di soccorrerli in caso di guerra. Inoltre, nel caso in cui siano estromessi dal 208.
11
loro castello, il conte si impegna a dare loro «de suis officiis super suo territo- Sulla necessità di trovare sempre nuovi
introiti per finanziare le continue attività
rio unde possint vivere et eorum honorem conservare decenter»15. Ancora, i militari, cfr. A. M. NADA PATRONE, Il Pie-
Vialardi possono agire contro coloro che arrestano, trattengono o si appro- monte medievale, cit., pp. 77-80.
priano di persone o cose loro appartenenti e per questo possono fare ricorso 12
«mero e misto imperio e giurisdizione
di ogni genere».
al conte, ai suoi ufficiali o al capitaneo citramontano e non possono essere 13
G. CHITTOLINI, I Capitoli di dedizione
citati in nessun caso in causa se non davanti ad un rappresentante del conte. delle comunità lombarde a Francesco Sforza,
Le clausole più interessanti sono quelle che riguardano i funzionari ed i cit., p. 683.
proventi spettanti al conte e che danno ancora una volta la conferma della par- 14
«che possiedono al presente».
ticolare autonomia di cui vengono investiti i nobiles di Verrone. Si stabilisce 15
« degli incarichi sul suo territorio, af-
finché possano continuare a vivere e con-
infatti che il conte non possa porre nessun castellano di sua scelta nel castello servare il proprio onore in modo conve-
e che debba al contrario fare assegnamento solo sui signori di detto luogo. È niente».
una condizione piuttosto interessante, perché è nel diritto del conte la scelta 16
A titolo di esempio si può citare il caso
tra i candidati proposti dal signore o dalla Comunità16. Nel caso dei Vialardi, di Biella che stabilisce nel suo atto di dedi-
zione del 27 ottobre 1379 che il podestà
invece, è pattuito che la scelta sia solo loro e qualunque essa sia, deve essere venga scelto dal conte tra quattro candidati
accettata dal conte. Ancora, il conte non può porre alcun dazio, pedaggio, proposti dal Comune (L. BORELLO, A. TAL-
LONE, Le carte dell’Archivio Comunale di
fodro, taglia, gabella né altra esazione di qualunque genere. Biella fino al 1379, cit., pp. 112-118, in
Tanto la rinuncia alla nomina di un castellano quanto quella di imporre particolare p. 115). Cfr. inoltre A. M. NADA
PATRONE, Il Piemonte medievale, cit., p. 74.
dazi, sono provvedimenti di notevole importanza, che dimostrano come la Sulle strutture amministrative dello stato
gestione amministrativa, giudiziaria e fiscale, di fatto, rimanga nelle mani dei sabaudo in Piemonte e sugli ufficiali locali,
Vialardi, limitando notevolmente l’autorità di controllo del conte, il quale si cfr. A. BARBERO, Il ducato di Savoia: ammi-
nistrazione e corte di uno stato franco-ita-
riserva però di stabilire l’entità del censo annuo che i signori di Verrone sono liano, 1416-1536, Roma-Bari 2002, pp. 21-
tenuti a versargli, che viene quantificato in un fiorino per fuoco in tempo di 32; G. CASTELNUOVO, Ufficiali e gentiluo-
mini: la società politica sabauda nel tardo
pace. Medioevo, Milano 1994, pp. 122-127.
La conclusione dell’atto è curiosa. Nella realtà neppure il conte di Savoia
sa a chi feudalmente appartenga Verrone, ma si impegna a far sì che in qua-
lunque caso i patti sottoscritti siano rispettati. Tutto l’atto è una pattuizione
LA DEDIZIONE DEI VIALARDI DI VERRONE A CASA SAVOIA 53

Dedizione dei Vialardi di Verrone a tra due contraenti privati e solo alla fine
Casa Savoia, , AS Biella, RT, emerge la duplice figura giuridica del conte
mazzo , pergamena , di Savoia. Se il castello è di spettanza del-
riproduzione fotografica ,
AVdSF, Fototeca l’imperatore17 o sua, in qualità di vicario
imperiale può impegnarsi ad osservare quan-
to stipulato, ma poiché Amedeo è anche vicario
generale del papa, nel caso in cui il castello sia di
spettanza feudale vescovile, può impegnarsi a far sì che i patti vengano
17
Il documento riporta «ad serenissi- comunque osservati. Questa clausola conclusiva si inserisce nel contesto di
mum principem dominum nostrum Karo-
lum Romanorum imperatorem et semper confusione dei poteri creato da un continuo rimescolamento delle alleanze e
augustum». Si tratta dell’imperatore Carlo dall’inserimento su scala regionale di forze nuove. Per proteggere una posi-
IV (1355-1378). Cfr. A. CAPPELLI, Crono-
logia, cronografia e calendario perpetuo, Mi- zione territoriale non ancora consolidata e solo ai suoi albori, il conte Amedeo
lano 1983, p. 477. mantiene aperti i due tavoli, quello imperiale e quello papale, ponendo i
54 VALERIA VAI

Vialardi, e via via i signori e le Comunità che si daranno spontaneamente, di 18


Cfr. atto del 3 marzo 1379 in AS
Torino, Sez. Corte, Protocolli notai ducali e
fronte ad un soggetto politico nuovo, Casa Savoia che, pur agendo per nome camerali, reg. 59, f. 14v.
e conto di due poteri maggiori, è in realtà l’unico garante vero delle pattui- 19
I rapporti feudali sono alla base del
zioni reciproche. legame instaurato con altri signori locali, ad
esempio con i consortili degli Avogadri
Si impongono alcune osservazioni generali. L’atto è esclusivamente signo- che, dopo aver donato i loro possedimenti,
rile. Esiste una Comunità di Verrone, ma è a margine e non costituisce parte ne vengono reinvestiti in qualità di vassalli.
in causa nelle trattative tra i Vialardi e il conte Amedeo. Verrone, nella realtà Per l’atto del 7 agosto 1404, cfr. nota 10.
Sui rapporti feudali utilizzati dai Savoia per
dei fatti, si costituisce e si istituzionalizza solo nel 137918. disciplinare le signorie locali, cfr. G. CA-
Tra i due contraenti non esiste traccia di rapporto feudale19. Quello che i STELNUOVO, Ufficiali e gentiluomini: la so-
cietà politica sabauda nel tardo Medioevo,
Vialardi di Verrone rendono al conte di Savoia è un semplice omaggio di cit., pp. 79-83; G. ASTUTI, Formazione degli
fedeltà che riconosce l’esistenza di una autorità superiore, senza però che que- ordinamenti politici e giuridici dei dominii
sta venga formalizzata attraverso un legame vassallatico. È il primo ed unico sabaudi fino ad Emanuele Filiberto, in G.
CHITTOLINI (a cura di), La crisi degli ordi-
atto che sanzioni il passaggio di una famiglia biellese a Casa Savoia dove il con- namenti comunali e le origini dello stato nel
traente minore, sicuramente dispari nel peso politico, ha un proprio e speci- Rinascimento, Bologna 1979, pp. 134-137.
20
fico potere contrattualistico e si muove sfruttando rapporti di forza ancora non Strutturato e funzionante almeno dal
1330 con l’elezione del primo cancelliere
codificati. sabaudo Jean de Meyrieux di Chambéry.
La debolezza del contraente maggiore si evidenzia attraverso alcuni parti- Cfr. A. CALZOLARI, R. COSENTINO, La prima
attività contabile della cancelleria sabauda e
colari. L’atto è redatto a Santhià, da poco passata ad Amedeo, in casa di l’organizzazione dell’ufficio a metà del secolo
Antonio Testa, sconosciuto all’apparato diplomatico comitale, e rogato da un XIV, in «BSBS», LXXXXII (1994), pp.
notaio locale. Non solo mancano l’apparato e il personale cancelleresco già in 505-553. Per la prima attività contabile del-
la cancelleria, cfr. AS Torino, Camerale Sa-
essere oltralpe 20, ma non esiste neppure un edificio pubblico del potere cui voia, inv. 41, f. 1, mazzo 1/1, rotoli 1, 2 e 3.
Amedeo può fare riferimento. La realtà cambia se si analizzano gli atti di dedi- 21
« ossia nella camera dove è solito per-
zione successivi, dove l’organizzazione amministrativa e burocratica è invece nottare l’illustre ed eccelso principe, nostro
signore, il signore Amedeo conte di Sa-
evidente. L’atto di dedizione degli Avogadri del consortile di Quaregna del voia » (AS Torino, Sez. Corte, Protocolli
1404 è stipulato nel castello di Morge, «videlicet in camera qua pernoctare notai ducali e camerali, reg. 68).
solitus est illustris et excelsus princeps dominus noster dominus Amedeus 22
« pubblico imperiale notaio, segretario
del suddetto nostro signore duca di Sa-
comes Sabaudia»21, mentre quello dei Vialardi del castello di Sandigliano, di voia ».
due decenni più tardo, è rogato da un «publicus imperialis notarius supra- 23
Sui differenti rami della famiglia, cfr.
scripti domini nostri ducis Sabaudie secretarius» della diocesi di Lione 22. T. VIALARDI DI SANDIGLIANO, I Vialardi, in
La dedizione dei Vialardi del castello di Verrone apre una spaccatura insa- questo volume, pp. 35 sgg.
24
nabile all’interno del gruppo famigliare dei Vialardi, possessori di numerosi 25 maggio 1427, AS Milano, Registri
ducali, reg. 16, f. 222.
castelli nella zona 23. Se infatti i signori del castello di Verrone si fanno pionieri 25
I Vialardi di Sandigliano sono ormai
nella scelta del passaggio ai Savoia e compiono la sottomissione in modo volon- stretti in una morsa. Il 7 agosto 1404 anche
tario, gli altri rami della famiglia o riescono a sottrarsi, o vi sono costretti con gli Avogadri del consortile di Quaregna e,
con loro, gli altri consortili Avogadri offro-
la forza, con la conseguenza che il trattamento cui sono sottoposti è quello del no volontaria dedizione ai conti di Savoia,
vinto in battaglia. I rami di Ysengarda e di Sandigliano rimangono fino alla fine costituendo un elemento fondamentale per
la capitolazione delle zone ancora indipen-
legati al duca di Milano, al quale riconfermano la loro fedeltà ancora nel denti. Per l’atto di dedizione degli Avoga-
1417 24. I Vialardi di Sandigliano, battuti drasticamente dall’esercito sabaudo dri del consortile di Quaregna, cfr. AS To-
solo nel 1426 25, sono obbligati alla resa. Nell’atto non vi è traccia di pattui- rino, Sez. Corte, Protocolli notai ducali e
camerali, reg. 68; per gli Avogadri del con-
zioni paritetiche come era stato per i Vialardi di Verrone, ma si evidenzia una sortile di Cerrione e quello di Valdengo,
ridondante ripetizione dei duri termini di assoggettamento. cfr. AS Biella, mazzo 11, fasc. 15 e 16.
Se il passaggio dei Vialardi del castello di Verrone al fronte sabaudo apre
la strada alla penetrazione del conte Amedeo VI nel Biellese, quello dei
Vialardi del castello di Sandigliano ne sancisce la conquista definitiva. Il
Biellese è ormai interamente sotto la dominazione sabauda, rientrando in un
ambito politico internazione che non aveva più avuto dai tempi degli impera-
tori franchi Ludovico il Pio e Lotario.
LA DEDIZIONE DEI VIALARDI DI VERRONE A CASA SAVOIA 55
19 febbraio 1373, ACTUM IN BURGO SANCTE AGATHE

26
B1: «dominio». Originale AS Biella, RT, mazzo 31, pergamena 2 [A], mm 410x400.
27
B1: «Galeam», qui e in seguito. Originale disperso [A1].
28
B1: «Mediolanensis». Copia in documento originale 13 dicembre 1460, AS Torino, Sez. Corte,
29
A e B1: segue spazio vuoto nella per- Provincia di Biella, mazzo 7, Verrone, fasc. 1 [B1].
gamena.
Si riportano in nota le variazioni sostanziali esistenti tra A e B1, omettendo
le differenze di grafia. Là dove manca il testo in A lo si integra con B1 tra
parentesi quadre.

Osservazioni: B1 riporta una differente sottoscrizione notarile: «Et ego


Michael de Balzola de Aviliana, Thaurinensis diocesis, publicus imperiali auc-
toritate notarius et illustrissimi principis domini nostri Sabaudie ducis iuratus,
predictum instrumentum receptum et improtocollatum per condam Iohan-
ninum Balzola notarium publicum, burgensem Aviliane, et alias in formam
publicam levatum per dictum condam Iohanninum Balzola patrem meum ex
generali commissione mihi facta per venerabilem virum dominum Iacobum
Sostionis condam et tunc iudicem Aviliane pro tunc illustrissimo domino
nostro Sabaudie duce, iterim in hanc publicam formam levavi et scripsi nihil
addito vel mutato propter quod mutet in aliquo substantiam vel effectum et
facta collatione debita quia utrumque inveni per ordinem concordare ideo me
subscripsi cum appositione soliti signi mei in testimonium premissorum».
(A. BORELLO, Verrone brevi memorie storiche, Biella 1926)

In nomine sancte et individue Trinitatis et etiam ad laudem, gloriam et


honorem tocius curie celestis et Romani imperii. Amen. Anno currente mille-
simo | tercentesimo septuagesimo tercio, indictione undecima, die .XVIIII.
mensis februarii. Noverit modernorum etas et successiva posteritas futurorum,
presentis publici instrumenti seriem inspectura | quod cum quamplurimi
Christi fideles qui sub iniquo domino 26 et tiranica servitute domini Galeaz 27
Vicecomitis Mediolani 28 et cetera tenebantur multipliciter subiugati et per
ipsum dominum Galeaz iniquissimum | tyrannum quottidie gravabantur mul-
tis variis et innumerabilibus oneribus tam personalibus quam realibus ac etiam
angariis et perangariis et aliis oneribus quibuscumque que non posset | mens
concipere nec lingua proferre. Qui dominus Galeaz maxima repletus nequitia
et diabolica superbia non advertens nec considerans sibi suditos et subiectos
fore veros et | fidelissimos Christianos sed eos reputans atque tractans tanquam
pessimos Saracenos, eos quottidie et indebite opprimebat eorum personas, res
et bona, capiendo, arrestando et multipliciter | consumendo, eosque usque ad
cordis angustias destruendo quod non poterant aliqualiter substinere et sic tali-
ter et in tantum ipsos Christi fideles sibi indebite subiugatos durissime | oppri-
mebat pariter et tractabat quod eis nisi solus spiritus anime remanebat. Id [cir-
cho nobilis] Simon filius domini Rolandini de Guidalardis de Verono, suo pro-
prio nomine et | ut procurator et procuratorio nomine nobilium dominorum
Rolandini eius patris, Iacobi et Roberti fratrum [de G]uidalardis, Martini et
Perrini fratrum Iohannis de Guidalardis de Verono, diocesis Vercellensis, |
habens ad infrascripta negocia peragenda specialem mandatum traditum et
scriptum per *** 29 [publicum] notarium, sub anno Domini .MoCCCLXXIIIo.,
volencium et cupiencium talem fugere tyranicam | servitutem quam nullatenus
poterant amplius substinere propter multiplicia gravamina supradicta, divine
vocis oraculo inspiratus personaliter accessit ad illustrem et magnificum prin-
cipem | dominum Amedeum comitem Sabaudie, vicarium generalem summi et
sanctissimi pontificis, domini nostri domini Gregorii pape ac etiam vicarium
generalem serenissimi principis domini nostri Karuli roma|norum imperatoris
et semper augusti, cuius quidem domini comitis excellencia, bonitas [atque]
56 VALERIA VAI

Dedizione dei Vialardi di Verrone a


Casa Savoia, , AS Biella, RT,
mazzo , pergamena 
LA DEDIZIONE DEI VIALARDI DI VERRONE A CASA SAVOIA 57
30
B1: segue «nec». fama per mundum resonat universum. Ipsum illustrem et magnificum princi-
31
A: segue «Carisii» espunto. pem dominum Amedeum | comitem supradictum, suo et quibus supra nomi-
nibus, humiliter requirendo ut ipsos nobiles de Verono et homines habitantes
et qui in futurum habitabunt in dicto loco et territorio Veroni, in talibus | et
tantis variis servitutum laqueis involutos ac etiam irrectitos digneretur et vellet
a talibus servitutum laqueis liberare et eos sub eius dominio, segnoria et pro-
tectione | tenere ac eos gratiose recipere ad pacta et secundum pacta et con-
ventiones que inferius describuntur. Eapropter prefatus illustris et magnificus
princeps dominus Amedeus comes Sabaudie et | in Ytalia princeps et marchio
vicarium generalis, ut supra, annuens, considerans et advertens quod in hoc
mundo nihil est gratius libertate quia non bene pro toto libertas venditur auro,
| et hoc celeste bonum preterit orbis opes, et per consequens nihil est deterius
servitute quoniam morti servitus comparatur; volens itaque ipse prefatus illu-
stris et magnificus princeps | et vicarius generalis, ut supra, pro se et suis here-
dibus, predictos nobiles de Verono et eorum heredes quoscumque ac alios
homines habitantes et qui in futurum habitabunt in dicto loco et territorio |
[Veroni a tali]bus et tantis oneribus et servitutum laqueis penitus liberare
eosdem nobiles de Verono et eorum heredes quoscumque ac eorum homines
habitantes et qui in futurum | habitabunt in dicto loco et territorio Veroni, sub
eius dominio, segnoria et protectione gratiose recepit pariter et suscepit ad
pacta et secundum pacta, conventiones, promissiones, obligationes | et iura-
menta que inferius describuntur ut quanto plus supradicti nobiles de Verono
et eorum heredes se senserint eiusdem domini comitis gratiosis favoribus com-
munites tanto plus ad | eidem domino comiti eiusque posteritati serviendum
ferventius et prontius animentur. Que quidem pacta, conventiones, promissio-
nes, obligationes et iuramenta ipse prefatus | illustris et magnificus princeps et
vicarius generalis, ut supra, ex una parte, et predictus nobilis Simon de
Verono, suo et quibus supra nominibus, ex altera, solemniter firmaverunt | et
ea attendere inviolabiliter observare ad invicem firmiter et solempniter promi-
serunt prout inferius est descriptum. In primis quod pre[fat]us illustris et
magnificus princeps | dominus Amedeus comes Sabaudie iurare dignetur cor-
poraliter tactis scripturis quod predictos de Verono perpetuo ipse dominus
comes et eius succ[essores] non ponent 30, dimitent vel | relaxabunt ad [ali-
quam aliam dominatio]nem, iuriditionem vel subiectionem nisi ipsius domini
comitis et successorum suorum et ipsos de Verono non [ponent] nec dimittent
vel | relaxabunt ad aliquam aliam donationem, iuriditionem vel subiectionem
nisi ipsius domini comitis et successorum suorum; et ipsos de Verono non
[ponent n]ec dimittent vel aliqualiter relaxabunt | ad subiectionem vel iuridi-
tionem [communis vel] civitatis Vercellarum. Item quod predictus illustris
dominus comes det et largiatur predictis nobilibus de Verono superius nomi-
natis merum et | mistum imperium et omnimodam iuriditionem in omnes
homines et omnes habitantes nunc et in futurum in loco et territorio Veroni,
et nulli alteri persone quam supradictis, pro se et eorum heredibus, | dictus
dominus comes dictum merum et mistum imperium et omnimodam iuriditio-
nem det nec largiatur etiam si in dicto loco et territorio31 Veroni aliqua bona
haberent vel possiderent quoquo | modo vel in futurum haberent, possiderent
vel quovismodo aquirerent. Item quod liceat predictis nobilibus de Verono
dare et impartiri auxilium, consilium et favorem in here et | personis uniqui-
que eorum amico in quacumque guerra quam haberet cum quacumque per-
sona salvo contra predictum dominum comitem, et ipsam talem personam
libere receptare salvo quod non esset contra honorem | domini prelibati. Item
quod ipsos de Verono manuteneat et deffendat in omnibus eorum iuribus et
honoribus universis in quibus presentialiter existunt. Item quod ipsos nobiles
de Verono deffendat | ab omni homine, comunitate, universitate et collegio et
si poneretur exercitus contra eos teneatur ipse dominus comes dictum exerci-
tum elevare, et in casu quo a[mitte]rent eorum castrum quod teneatur eisdem
58 VALERIA VAI

| nobilibus dare de suis officiis super suo territorio unde possint vivere et 32
B1: segue «qua».
33
eorum honorem conservare decenter. Item quod si aliqua questio hodiosa eis B1: «predictus».
34
vel eorum heredibus et eorum hominibus | [moveretur per aliquam personam, B1: «vel».
35
comune collegium] vel universitatem [quod eos] deffendere teneatur in B1: «seu».
36
eo[rum iu]re possessione vel quasi in 32 vel quibus presentialiter existunt. Item B1: «prefato».
37
quod aliqua persona commune collegium | [vel universitas cuiuscumque gene- B1: «heredibus».

ris et conditionis existeret], caperet, [detin]eret vel ar[restaret alicubi] de


eorum personis et rebus quod liceat eisdem [facere et capere contraca]mbium
et facere illud idem | sine redargucione, reprehensione, licentia et pena vel
bamno [dicti] domini comitis [habendo prim]o regressum de predictis ad dic-
tum dominum comitem sive ad eius [offici]ales vel ca[pitaneum Citra-
mont(is)]. | Item quod predicti de Verono non possint extrahi de loco et ter-
ritorio Ve[roni pro obsidii]s aliqua ratione vel causa, et quod ipsi de Verono
non possint peti vel citari pro aliqua questione vel controversia | civili vel cri-
minali eis movenda nisi coram officialibus ipsius domini [comitis Citra-
mo]nt(is) ubi per dictum dominum comitem fuerit ordinatum. Item quod dic-
tus dominus comes et eius successores | perpetuo in castro, loco et territorio
Veroni aliqualiter non succedat ab intestat[o vel ex testamento] dummodo
[rema]nserit aliquis de eorum progenie vel parentela, et quod unusquisque
predictorum nobilium | de Verono possit et valeat testari et donare, vendere et
permutare et [alios contrac]tus [facere] de eius bonis quibuscumque ad eius
liberam voluntatem, et predicta vindicent sibi locum in aliis | hominibus et
habitantibus in dicto loco et territorio Veroni. Item quod homines [habitante]s
in dicto loco Veroni et qui in futurum habitabunt non possint nec valeant ali-
quo quovismodo titulo sive | causa aliquid aquirere super finibus et territorio
Veroni. Item quod d[ictus dominu]s comes non ponat aliquem pro castellano
in castro Veroni sed confidat de nobilibus supradictis. Item quod | dictus 33
dominus comes nec eius successores perpetuo non ponant aliquod [dacitum],
pedagium, fod[rum], taleam, gabellam nec 34 aliquam aliam exactionem cuiu-
scumque generis vel manieriei existeret | nobilibus supradictis nec etiam homi-
nibus et habitantibus dicti loci. Item quod [null]us supradictorum nobilium
possit vendere vel 35 aliter alienare partem suam sibi contingentem de predicto
mero et | misto imperio et omnimoda iuriditione alicui nisi ex consortibus
supradictis, [et quod] nulla femina proveniens vel descendens ex consortibus
supradictis in predicto mero et misto imperio et omnimoda iuriditione | suc-
cedere possit ex testamento vel ab intestato. Item quod predictum merum et
mistum imperium et omnimoda iuriditio inter nobiles supradictos remaneant
communia et indivisa. Item quod prefatus illustris | dominus comes exprimat
et declaret cuiusmodi onera habere vult et sibi exhiberi tempore pacis per
nobiles supradictos et per eorum homines habitantes et qui in futurum habi-
tabunt in loco et territorio | Veroni, quiquidem prefatus illustris et magnificus
princeps super presenti capitulo habito [pleno, deliberato] et maturo consilio,
respondit se habere velle et recipere a dictis nobilibus Veroni et eorum | homi-
nibus habitantibus et qui in futurum habitabunt in loco et territorio Veroni,
singulis ann[is tempore pacis] unum medium florenum auri pro singulo eorum
focho, asserens idem dominus comes de predictis | se fore contentum. Item
promisit prefatus illustris et magnificus princeps dominus A[medeus comes
Sa]baudie predicto 36 Simoni de Verono, stipulanti et recipienti suo nomine et
procuratorio nomine suprascripto | nobilium et heredum et successorum suo-
rum, quod in casu quo fuerit iuridice terminatum quod [dictum cast]rum
Veroni spectet et pertineat ad ipsum dominum comitem sive ad serenissimum
principem dominum | nostrum Karolum Romanorum imperatorem et semper
augustum, quod ipse illustris dominus comes actendet et effectualiter obser-
vabit omnia et singula capitula suprascripta. In casu vero quo pertineant ad |
Ecclesie faciet cum effectu quod sanctissimus dominus noster papa dictis nobi-
libus et eorum hominibus37 [predicta omnia] et singula integraliter observabit.
LA DEDIZIONE DEI VIALARDI DI VERRONE A CASA SAVOIA 59
38
B1: segue «homines et» (ripetuto). Nec ipse sanctissimus dominus noster papa et comes Sabaudie ipsos38 | nobi-
39
B1: segue «domino». les et eorum homines perpetuo ponent sub39 episcopo Vercellensi; quiquidem
40
B: omette «et quo supra». Simon [de Vero]no, in presentia illustris principis supradicti personaliter con-
41
B: segue «et nobilium predictorum et stitutus suo nomine et procuratorio nomine nobilium | predictorum, solemni-
eorum heredum quorumcumque».
ter promisit eidem domino comiti, presenti, recipie[nti pro se et] eius heredi-
bus quibuscumque, per eius p[ropriu]m iuramentum super Dei evangelia
sacrosanta corporaliter prestitum et sub fide | corporis sui ac suorum omnium
dictorum constituentium obligatione bonorum [suorum quod quotie]nscum-
que fuerit iuridice [de]clara[tum ipsos] et eorum castrum esse et petinere illu-
stri principi supradicto sive domino imperatori. | Quod tunc ipsi et quilibet
ipsorum eidem domino comiti facient et pres[tabunt de]bitum fidelitatis
homagium; et interim [gentes nec subditos domini Galeaz nullatenus re]cep-
tabunt pro ipso quoque | domino comite guerra facient iuxta posse eorum. In
casu vero quo dicti nobiles de iure spectarent et pertinerent dicto sanctissimo
[domino] nostro [pape ei]dem domino nostro pape sive eius legiptimo | nun-
cio et factori facient et prestabunt dictum fidelitatis homagium. In casu tamen
quo de iure pertinerent dicto domino nostro pape promisit prefatus dominus
comes predicto Simoni, recipienti suo et | quo supra 40 nomine 41, eosdem nobi-
les petere ab ipso domino papa de gracia speciali; versa vice prefatus illustris
dominus comes ad requisicionem dicti Simonis recipientis suo nomine et nobi-
lium predictorum | ac eorum heredum quorumcumque, promisit dicto Simoni,
ut supra recipienti, per eius proprium iuramentum super Dei evangelia sacro
santa tactis scripturis corporaliter prestitum auditis et | ad eius intelligentiam
lectis capitulis supradictis attendere et inviolabiliter observare omnia et singula
capitula supradicta et alia quecumque in presenti instrumento descripta ac
contra ea non facere | vel venire aliqua ratione vel causa, de iure vel de facto,
sub suorum omnium obligatione bonorum et restitutione dampnorum, expen-
sarum et interesse. Actum in burgo Sancte Agathe, in domo Antonii | Teste de
Sancta Agatha, presentibus egregiis et potentibus militibus dominis Guillielmo
de Grandisono et Ybleto de Chalant, capitaneo generali [Citramontes, consi-
liariisque] prefati domini nostri comitis | et nobilibus scutiferis dominis pre-
posito et Guideto fratribus de Alladio ex comitibus Sancti Martini testibus ad
premissa vocatis. Pre[cipien]tes predicti illustris dominus comes et Simon | de
Verono, suo et [quibus supra] nominibus, de predictis omnibus fieri debere
duo unius et eiusdem tenoris publica instrumenta per me notarium infra-
scriptum.
Et ego Iohanninus de Balzola publicus imperiali auctoritate notarius
Vercellensis predictum instrumentum vocatus tradidi, scripsi et abreviavi et
ideo me subscripsi cum appositione soliti | signi mei in testimonium premis-
sorum.
Trascrizione Valeria Vai
61

I Vialardi e Verrone: un percorso araldico


dal Medioevo all’Età Contemporanea
Luisa Clotilde Gentile

È
T. VIALARDI DI SANDIGLIANO, I Vialardi solo dal 1953 che il Comune di Verrone fa uso di uno stemma giuridi-
di Verrone, in questo volume, pp. 45 sgg.
2
camente riconosciuto e tutelato, a conclusione di una pratica avviata in
A. SAVORELLI, Brisure nell’araldica civi-
ca, in «Archives héraldiques suisses - Ar- periodo prebellico presso la Consulta Araldica del Regno. Le figure e i
chivio araldico svizzero», CX (1996/2), pp. colori dello scudo, opportunamente modificati per non vanificare la funzione
159-170, in specie p. 164, e CXI (1997/1),
pp. 39-54. Cfr. inoltre, per un panorama di identificazione univoca del segno araldico, fanno riferimento alle insegne dei
generale dell’araldica civica italiana, L. Vialardi, documentati quali signori del luogo dalla seconda metà del XIII
BORGIA, Introduzione allo studio dell’aral-
dica civica italiana con particolare riferi- secolo1. Già prima del XVI secolo numerosi centri minori costruivano in modo
mento alla Toscana, in G. P. PAGNINI (a cura analogo il proprio stemma 2, per indicare la soggezione a una famiglia signorile
di), Gli stemmi dei comuni toscani al 1860,
Firenze 1991, pp. 81-117, in particolare p.
o ad altra autorità; in età moderna lo stesso meccanismo si ripete per evocare
87; G. C. BASCAPÉ, M. DEL POZZO, Insegne nello scudo comunale, in un’ottica storicistica, quelle famiglie che attraverso la
e simboli. Araldica pubblica e privata, me- detenzione di diritti signorili avrebbero maggiormente condizionato le vicende
dievale e moderna, Roma 1999, pp. 239
sgg.; E. DUPRÉ THESEIDER, Sugli stemmi locali. L’assenza di uno stemma di Verrone anteriore all’età contemporanea
delle città comunali italiane, in La storia del indica una scarsa capacità di autorappresentazione della comunità, quanto
diritto nel quadro delle scienze storiche, Fi-
renze 1966, pp. 311-348. meno sotto un profilo visivo, da porre in relazione con la ridotta autonomia di
3
G. GENTILE, Attraverso i catasti antichi cui la comunità stessa godeva (nel corso del Seicento essa era stata addirittura
del Comune, in questo volume, pp. 129 sgg. annullata dagli eventi, per essere restaurata nel 1668) 3. Questo sentire si
4
Ibidem.
5
rifletté sulla scelta dell’amministrazione civica novecentesca, che volle adottare
In linguaggio corrente, la prima descri-
zione indica uno scudo diviso in quattro un’insegna che significava l’identificazione della storia di Verrone con quella
strisce diagonali che iniziano presso l’an- dei suoi signori, nel bene come nel male. Un’operazione che può apparire in
golo superiore destro dello scudo e termi-
nano presso l’inferiore sinistro, alternate
parte paradossale, quando si pensi che i rapporti coi Vialardi avevano cono-
nei colori oro (giallo) e rosso a partire dalla sciuto momenti di forte conflittualità, come al tempo della controversia che
prima in alto; con la parte superiore dello oppose a lungo, tra Sei e Settecento, il fisco sabaudo e Verrone da un lato e i
scudo (capo) d’oro, all’aquila di nero. Nel
secondo caso, si hanno due analoghe stri- suoi signori dall’altro 4.
sce diagonali rosse in campo d’oro. Si
ricorda che la destra e la sinistra araldiche
corrispondono rispettivamente alla sinistra
e alla destra dello scudo, in quanto consi- LE INSEGNE DEI VIALARDI: FONTI DOCUMENTARIE E QUESTIONI IRRISOLTE
derate dal punto di vista di chi imbraccia lo
scudo stesso. Bandato d’oro e di rosso di quattro pezzi, col capo dell’Impero (d’oro, all’a-
6
Sulle ipotesi cronologiche relative alla quila di nero); oppure d’oro, a due bande di rosso, col capo dell’Impero 5: que-
diffusione degli usi araldici nell’aristocrazia
signorile nell’area dell’attuale Piemonte, sto, in termini tecnici, lo scudo dei Vialardi nelle sue due varianti più frequenti,
cfr. L. C. GENTILE, Araldica saluzzese. Il la cui semplicità geometrica e cromatica è di per sé una patente di antichità.
Medioevo, Cuneo 2004, pp. 17-38, in par-
ticolare p. 34.
La famiglia deteneva diritti signorili già nel XII secolo: ha quindi i requisiti per
7
M. PASTOUREAU, Traité d’héraldique, Pa- rientrare nel novero di quei gruppi familiari dell’aristocrazia locale, che in area
ris 1979, pp. 37-39; H. ZUG-TUCCI, Un lin- subalpina assumono uno scudo araldico verosimilmente entro la seconda metà
guaggio feudale: l’araldica, in Storia d’Italia
Einaudi, Annali, I, Torino 1978, pp. 809- del Duecento 6 – tralascio qui ogni ipotesi su possibili insegne prearaldiche –
873, in particolare p. 831; per i rapporti coi per imitazione delle grandi dinastie comitali e marchionali, non meno che per
sistemi emblematici prearaldici, D. L. GAL-
BREATH, L. JÉQUIER, Manuel du blason, Lau-
ragioni militari. Gli scudi araldici nascono infatti in battaglia e nei tornei per
sanne 1977, p. 28. rispondere a una necessità di maggiore riconoscibilità dei combattenti e i
8
Su ciascuno dei pali (strisce verticali) canoni araldici di accostamento dei colori e di linearità delle figure rispondono
rossi dello scudo dei de Albano sono raffi-
gurati tre leoncini entro cornici ovali d’oro,
proprio a questa funzione 7.
che sono la variante di un motivo – detto in Complesso, se non rischioso, avanzare delle ipotesi sui motivi che deter-
francese paillé – che richiama una ricca minarono la scelta dei colori dello scudo. Altre antiche e importanti famiglie
stoffa ricamata d’oro, di origine orientale
(D. L. GALBREATH, L. JÉQUIER, Manuel du del vercellese scelsero la stessa combinazione cromatica: gli Avogadri col loro
blason, cit., p. 95). I Rovasenda aggiunsero fasciato d’oro e di rosso di dieci pezzi, o i signori di Albano il cui scudo è una
allo scudo col leone il capo dell’Impero.
variazione sul tema del palato d’oro e di rosso, con una reminiscenza decora-
tiva di tessuti d’apparato; o ancora i signori di Rovasenda col loro leone d’oro
in campo rosso 8. Altre importanti famiglie signorili della zona innalzavano
62 LUISA CLOTILDE GENTILE

Stemma dei Vialardi di Verrone e


Mongrando o dei Vialardi di
Villanova, secolo XIX, AVdSF

Stemma dei Vialardi di Sandigliano


riconosciuto con decreto del
Presidente del Consiglio dei
Ministri del Regno d’Italia dell’
agosto , AVdSF

però sul loro scudo colori differenti, come ad esempio i Tizzoni col loro palato 9
F. GUASCO DI BISIO, Dizionario feudale
degli antichi Stati sardi, vol. I, Pinerolo
di rosso e d’argento. 1911, p. 421. La stessa ipotesi è recepita da
Non si può pensare che il giallo e il rosso dei Vialardi rinviino a una scelta L. BORELLO, M. ZUCCHI, Blasonario biellese,
Torino 1929, pp. 5 (Avogadro) e 121 (Via-
“di fazione”, quando si guardi alla politica ghibellina da loro perseguita in lardi). La scuola sviluppatasi sulle orme di
Vercelli, a fianco dei Tizzoni contro i guelfi Avogadri che portavano i loro stessi Benedetto di Vesme riconduceva con note-
voli forzature le antiche famiglie signorili
colori. Né credo sia prudente vedere nella somiglianza delle insegne l’indizio subalpine a pochi progenitori comuni; cfr.
di una comune ascendenza tra Vialardi e Avogadri, che i genealogisti epigoni R. BORDONE, Storiografia, genealogia e aral-
di Benedetto Baudi di Vesme – tra cui Francesco Guasco di Bisio 9 – identifi- dica. Usi e abusi, in L’identità genealogica e
araldica, Atti del XXIII congresso interna-
cavano nei signori di Casalvolone di ceppo manfredingo, vissuti comunque in zionale di scienze genealogica e araldica,
epoca prearaldica. Torino 21-26 settembre 1998, Roma 2000,
vol. I, pp. 505-514, in particolare pp. 512
L’unico elemento di chiaro significato politico nell’arma dei Vialardi è il sgg.
capo dell’Impero, una figura aggiunta al motivo di base dello scudo – le due 10
L. C. GENTILE, Araldica e storia, in R.
bande – a dichiarare un collegamento con l’autorità imperiale. Un collega- BORDONE (a cura di), Araldica astigiana,
Asti 2001, pp. 23-32, in particolare p. 30.
mento, in realtà, da intendersi anche in senso lato 10: la diffusione di questo 11
C. MASPOLI (a cura di), Stemmario
segno conobbe un notevole incremento in Piemonte e Lombardia dal XV Trivulziano, Milano 2000, p. 166. Il codice
secolo, poiché sia i duchi di Savoia sia quelli di Milano erano vicari imperiali. 1390 della Biblioteca Trivulziana di Milano
è di certo anteriore al 1477, e Carlo Ma-
E poiché non abbiamo testimonianze iconografiche dello scudo dei Vialardi spoli suggerisce una datazione intorno al
anteriori alla fine del Medioevo, non si può nemmeno essere certi sulla data- 1450-1464 almeno per la parte più antica
(pp. 49-50); sposterei di qualche anno la
zione del capo dell’Impero e del suo significato immediato; se sia cioè da rife- cronologia, tenendo presente che lo scudo
rirsi a un quadro politico non ancora sabaudo e comunale – come mi pare più dei Monferrato (p. 197) compare nell’am-
pliazione operata da Guglielmo VIII Paleo-
probabile – o piuttosto non sia un segno di soggezione politica ai duchi di logo, marchese dal 1464.
Savoia introdotto più tardi, dopo i patti deditizi del 1426 (ramo di Sandi- 12
V. NATALE, La vetrata della Adorazione
gliano) più che del 1373 (ramo di Verrone). dei Magi e le decorazioni, in questo volume,
pp. 111 sgg.
Detto ciò, la storia araldica dei Vialardi conosce un paradosso comune ad
altre antiche famiglie piemontesi e, più in generale, italiane: la lacunosità delle
fonti documentarie e iconografiche è tale che la prima attestazione dello scudo
sinora nota risale alla fine del Medioevo. Nel caso specifico dei Vialardi non vi
sono né documenti, né sigilli, né affreschi, sculture o dipinti che tramandino
l’aspetto dello stemma famigliare prima del XVI secolo: l’unica eccezione è
costituita da un importante codice di area lombarda del terzo quarto del
Quattrocento, noto come Stemmario Trivulziano, che riporta in prevalenza le
insegne di famiglie e comunità dello Stato di Milano e delle aree confinanti,
odierno Piemonte incluso 11. Nel Trivulziano i Guidalardi esibiscono il loro
scudo bandato di quattro pezzi d’oro e di rosso, col capo dell’Impero.
La seconda attestazione in ordine di tempo mostra l’altra variante dello
scudo, d’oro, a due bande di rosso, col capo dell’Impero (secondo un’oscillazione
frequente in araldica, tra campi suddivisi in numeri pari e dispari di figure geo-
metriche contigue). La si può notare entro una cartella manierista ai piedi della
vetrata con l’Adorazione dei Magi della Parrocchiale di Verrone 12, ove fu inse-
rita nella seconda metà del Cinquecento. Coevo, o di poco posteriore, è un
I VIALARDI E VERRONE: UN PERCORSO ARALDICO DAL MEDIOEVO ALL’ETÀ CONTEMPORANEA 63
13
AS Torino, Sez. Corte, Materie politi- grazioso sigillo chiudilettera apposto da Agostino Vialardi di Sandigliano, vica-
che per rapporto all’interno, Lettere di parti-
colari, lettera V, mazzo 19, Lettera di Ago- rio del Valpergato, a una missiva inviata al duca di Savoia nel 157113, che dà
stino Vialardi al duca di Savoia (Cuorgné, invece la versione col bandato. Più tardi s’incontrerà ancora una terza variante
14 giugno 1571). Il sigillo, in cera sotto
carta, è rotondo (Ø 20 mm); in uno scudo rimasta senza seguito, sul sigillo del conte Romualdo Vialardi 14, del ramo casa-
manieristico è l’arma bandata dei Vialardi lese e mantovano (conti di Villanova): le bande sono tre, sotto il solito capo
(con la particolarità che l’aquila ha la testa
rivoltata, guardante verso la sinistra aral-
dell’Impero, entro uno scudo dalle forme barocche sormontato da una corona
dica) accostata dalle lettere A e V. Agostino a fioroni e palle che vuole essere comitale 15.
è nome ricorrente nel ramo di Sandigliano
(cfr. infra, nota 16).
Quando nel 1614 e nel 1687 i Vialardi si presentarono a Biella a registrare
14
Segretario di Stato e Ministro di Man- l’arma, in occasione del consegnamento generale degli stemmi di famiglie e
tova, zio di don Ercole Gonzaga (AER comunità indetto in via straordinaria dal duca di Savoia, venne giuridicamente
AGS, 1676, Estado Milan y Saboya, Conve-
niencia de ganar para la causa de Espana al riconosciuta la versione con le due bande. In entrambi i casi si registrava anche
Ministro de Mantua Conde Vialardi, mazzo il cimiero (la figura che sormonta l’elmo), un’aquila nascente di nero, che
3388, doc. 27; ibidem, 1681, Pretencion del
Conde Romualdo Vialardi con relation a su richiamava evidentemente quella imperiale del capo. E se nel primo consegna-
sobrino D. Hercules Gonzaga, mazzo 1282, mento si erano presentati solo gli esponenti del ramo di Verrone, nel 1687 il
doc. 26). Il titolo comitale era stato con-
cesso nel 1656 dal duca di Mantova al padre gruppo famigliare era solidale e compatto nei suoi due principali rami biellesi.
di Romualdo Vialardi, Marco Antonio. Carlo Francesco di Sandigliano si presentò a nome proprio e di un nugolo di
15
AS Torino, Sez. Corte, Materie politi- parenti, tra cui Tomaso Vialardi di Sandigliano, commendatore mauriziano e
che per rapporto all’interno, Lettere di parti-
colari, lettera V, mazzo 19, Lettere del scudiere della duchessa di Savoia, con il fratello Agostino e vari Vialardi di
conte Romualdo Vialardi [di Villanova] a Verrone 16.
Giacinto Saletta, segretario del duca di
Mantova a Casale, del 1686 e 1687. Il si- Per l’occasione, la famiglia faceva mostra di una solida coscienza di
gillo è di cera sotto carta, ovale, di 11x15 schiatta, simboleggiata dall’unico stemma presentato senza brisure (varianti
mm. La variante con le tre bande non ebbe
seguito, come sta a dimostrare l’arma dei grafiche volte a distinguere i vari rami); il che non annullò la variabilità nelle
Vialardi di Villanova nel settecentesco Bla- raffigurazioni successive 17. Tra gli elementi che paiono più mutevoli – in
xonarium Casalense (BC Casale, ms. 091-
115, c. 29), col solito bandato di quattro quanto ornamenti esterni, non essenziali dello scudo – sono il motto, Spero
pezzi, seppure coi colori invertiti. Per i egredi tota riferito all’aquila nascente del cimiero e attestato solo dal Settecento
Vialardi di Villanova, cfr. M. ZUCCHI, Fami-
glie nobili e notabili del Piemonte, Torino in poi18 e un grido Noli me tangere episodicamente registrato in rifacimenti
1955, vol. II, pp. 198 sgg. contemporanei di decorazioni preesistenti del Torrione di Sandigliano.
16
Per i nomi degli altri cugini Vialardi di
Sandigliano e Vialardi di Verrone rappre-
sentati dal consegnante, cfr. con cautela L.
BORELLO, M. ZUCCHI, Blasonario biellese, DALLO SCUDO DEI SIGNORI A QUELLO COMUNALE
cit., pp. 122-123. Cfr. inoltre V. SPRETI,
Enciclopedia storico-nobiliare italiana, Mila- Il 12 dicembre 1930 il podestà di Verrone Carlo Palco deliberava tout court
no 1928-1936, vol. VI, p. 889. Per il conse-
gnamento del 1613, cfr. AS Torino, Sez. «che lo stemma di questo Comune è lo stemma della nobile casa dei conti
Riunite, Camerale Piemonte, Art. 1082 § 1, Vialardi di Verrone» 19, facendo istanza per la concessione del medesimo presso
Registro delle insegne ed arme gentilizie pre-
sentate da’ particolari di questa città […] in la Consulta Araldica del Regno (l’organo della Presidenza del Consiglio dei
virtù dell’ordine pubblicato da S. A. S. il 4 Ministri preposto ai provvedimenti araldici e nobiliari). Si è già detto delle
dicembre 1613, in appendice a F. A. DELLA
CHIESA, Discorsi sopra le famiglie nobili del implicazioni ideali di quest’operazione, dietro alla quale, a onor del vero, stava
Piemonte, p. 509. sin dal 1920 l’interessamento del parroco don Achille Borello 20. La scelta del
17
Un esempio tra gli ultimi in ordine di
tempo, uno scudo dal disegno ottocentesco podestà era stata peraltro determinata dalla circolare della Presidenza del
in AVdSF attribuibile sia ai Vialardi di Consiglio-Consulta Araldica n. 8600/6 del 4 novembre 1929, che prescriveva
Verrone e Mongrando che ai Vialardi di
Villanova in quanto sormontato da corona la pratica per il riconoscimento ministeriale dello stemma e gonfalone comu-
comitale: inquartato, al 1° e al 4° dell’Im- nale. Il podestà si era premurato di ottenere l’assenso dei Vialardi di Verrone,
pero, al 2° e al 3° d’oro a due bande di rosso,
il 2° rivoltato per simmetria. nella persona del generale Vittorio Amedeo e del fratello Carlo Giuseppe, che
18
Il motto compare in P. A. LANINO, Re- di buon grado acconsentivano alla riproduzione delle loro insegne.
gistro delle gentilizie insegne o arme de’ Il progetto andava però a cozzare contro una massima costante della
nobili casati, 1719, ms. St. p. 605, c. 48v,
presso BR Torino. Consulta Araldica, che esplicitamente invitava i comuni a limitare la pedisse-
19
ACom Verrone, cat. I, cl. IV, Stemma qua assunzione dello stesso scudo dei signori locali 21. La Commissione araldica
comunale, Pratica per la concessione, 1930.
20
piemontese, organo locale della Consulta, espresse un parere favorevole pur-
Don Borello fin dal 1920 si era rivolto
al generale Tomaso Vialardi di Sandigliano ché si operassero le opportune differenziazioni: si richiedeva che lo stemma
e, alla sua morte, al figlio Carlo per otte- fosse partito (diviso verticalmente a metà), nel 1° d’oro, all’aquila di nero, col
nere l’appoggio della Consulta e poi quello
dell’Ufficio Araldico della Presidenza del volo spiegato, coronata dello stesso; nel 2° d’argento a due bande di rosso 22.
Consiglio (AVdSF, Famiglia Vialardi di Ver- L’alterazione della disposizione delle figure e dei colori avrebbe impedito ogni
rone, corrispondenza A. Borello).
confusione tra l’arma comunale e quella dei Vialardi, senza cancellare il riferi-
mento agli antichi signori.
64 LUISA CLOTILDE GENTILE

Stemma del Comune di Verrone


concesso con decreto del Presidente
della Repubblica del  maggio ,
ACom Verrone
I VIALARDI E VERRONE: UN PERCORSO ARALDICO DAL MEDIOEVO ALL’ETÀ CONTEMPORANEA 65
21
G. ARCANGELI, La banca dati dei fasci- La pratica non ebbe seguito, non sappiamo se per le obiezioni sollevate
coli araldici dei comuni dell’archivio del-
l’Ufficio Araldico della Presidenza del Con- dalla Commissione e dalla Consulta o per qualche altro motivo legato alle
siglio dei Ministri, in Généalogie et héraldi- vicende dell’amministrazione. Dieci anni dopo, la questione si ripresentava
que, Actes du 24e congrès international des
sciences généalogique et héraldique, Bé- dall’esterno. Il Comune di Verrone era finito nell’indirizzario di uno « Studio
sançon 2-7 mai 2000, Paris 2002, vol. II, araldico» di Genova, alquanto attivo nell’inseguire Comuni e privati per pro-
Héraldique, pp. 13-48, in particolare pp. 19
sgg.
porre ricerche genealogiche e araldiche e svolgimenti di pratiche per il rico-
22
ACom Verrone, cat. I, cl. IV, Stemma noscimento dello stemma.
comunale, Pratica per la concessione, 1952- Il podestà aderì alla proposta 23, ma il conflitto mondiale diede all’ammini-
1954, lettera dell’Ufficio Araldico della
Presidenza del Consiglio al sindaco di Ver-
strazione civica problemi più seri da sbrigare. Lo Studio araldico non mollò
rone in data 24 novembre 1952. Questa let- l’osso e tornò alla carica alla fine del 1948. Il risultato furono un cenno storico
tera fa esplicito riferimento al parere del e un progetto di stemma con amene considerazioni: il Comune era stato «fon-
1930, non reperito nell’Archivio Comunale.
23
Ibidem, 1948-1950, lettera dello Stu-
dato col titolo comitale dai Vialardi» e quindi il suo scudo poteva essere d’az-
dio araldico al sindaco di Verrone del 27 zurro, alla corona d’oro, di cinque punte, con la campagna [parte inferiore dello
dicembre 1948. scudo] di verde. Non si spiegava il perché della corona a cinque punte: se pro-
24
Gli smalti (colori) dello scudo si sud-
dividono in due gruppi: i metalli, oro (gial-
prio si voleva ricordare il titolo comitale dei Vialardi, essa avrebbe dovuto pre-
lo) e argento (bianco) che coincidono so- sentare nove punte cimate da perle; si specificava però che «nel verde del
stanzialmente coi colori più tenui, e i colori campo si ricorda la fertilità del suolo». Né ci si poneva il problema dell’acco-
(rosso e porpora, azzurro, verde, nero), più
intensi. Per una questione di visibilità e stamento cromatico azzurro/verde, che veniva a infrangere un canone grafico
risalto, all’interno di uno scudo non si fondamentale in araldica 24. Il tutto venne riportato nel verbale di deliberazione
dovrebbero porre in campiture contigue
smalti appartenenti al medesimo gruppo. del consiglio del 1° luglio 1949, che disponeva l’avvio della pratica di ricono-
25
In una lettera del 5 ottobre 1949 lo scimento da parte dell’Ufficio Araldico della Presidenza del Consiglio dei
Studio araldico, nella sua affannosa ricerca Ministri (quanto restava della cessata Consulta Araldica); nel verbale, tra l’al-
di clienti, chiedeva al segretario comunale
di collaborare a reclamizzarne l’attività di tro, la corona di Comune veniva erroneamente definita «roccaforte turrita»,
ricerca genealogica e araldica presso even- come se richiamasse la roccaforte che, stando alla relazione dello Studio aral-
tuali privati; in cambio gli proponeva il gra-
tuito invio dello stemma «sul nome della di dico, sarebbe stata eretta dai Vialardi nel 1517.
Lei casata» (accorta formula adoperata da Lo Studio continuò a martellare di lettere il Comune 25, che saggiamente
simili istituti per assegnare ai clienti stemmi
di famiglie omonime senza fare ricerche
attendeva la risposta dell’Ufficio Araldico della Presidenza del Consiglio.
sull’effettiva pertinenza dello scudo, e per Questa giunse nel 1952: la proposta inviata era scorretta da un punto di vista
cautelarsi da eventuali contestazioni). sia araldico sia storico ed era stata inoltre rinvenuta la pratica di vent’anni
26
Cfr. nota 22.
27
prima con le annotazioni della Commissione araldica piemontese 26. Il Comune
ACom Verrone, cat. I, cl. IV, Stemma
comunale, Pratica per la concessione, 1952- abbandonò prontamente l’istanza precedente e il 4 maggio 1953 gli veniva
1954, copia del decreto presidenziale di concesso con decreto del Presidente della Repubblica lo scudo partito, nel 1°
concessione, rilasciata il 29 aprile 1954.
d’oro, all’aquila di nero, col volo spiegato, coronata dello stesso; nel 2° d’argento
a due bande di rosso, recante gli ornamenti esteriori da Comune (la corona
murale con nove merli e due rami, uno d’alloro, l’altro di quercia, legati da un
nastro tricolore sotto la punta dello scudo). Veniva concesso anche il gonfa-
lone, descritto come un «drappo di colore giallo alla banda di rosso riccamente
ornato di ricami d’argento, e caricato dello stemma» col nome del Comune 27.
Si concludeva così una vicenda che racchiudeva in sé differenti declina-
zioni del modo di percepire l’araldica nell’Italia contemporanea: l’aspirazione
dei comuni ad autorappresentarsi in un segno visivo che esprima quelli che
vengono percepiti come i tratti essenziali della storia, della cultura e dell’eco-
nomia locale; la prospettiva commerciale degli istituti privati e quella giuri-
dico-istituzionale dell’Ufficio Araldico della Presidenza del Consiglio.
66
67
69

L’architettura del castello nel paesaggio


fortificato subalpino
Andrea Longhi

L
AS Torino, Sez. Riunite, Catasto fran- ’architettura dei castelli è una fonte decisiva per lo studio del rapporto
cese, Mappe, All. A, n. 20, 1807, Section C
(AS Torino, Sez. Corte, Carte topografiche tra il territorio e le istituzioni che lo governano: gli edifici del castrum
per A e B, Verrone). rappresentano infatti la materializzazione delle prerogative giuridiche e
2
Da ultimo: P. CANCIAN, Castello di Ver- istituzionali delle strutture politiche, disegnando a scala ampia un vero e pro-
rone, in L. SPINA (a cura di), I castelli biel-
lesi, Milano 2001, pp. 131-132; G. PANTÒ, prio paesaggio del potere. Da questo punto di vista, lo studio dell’architettura
Vita castellana e strutture difensive del Biel- castellana non può fare riferimento unicamente ad esigenze fortificatorie o
lese dalle fonti archeologiche, in L. SPINA (a
cura di), I castelli biellesi, cit., p. 21. difensive, ma deve cogliere le scelte formali, tecniche e simboliche adottate dai
committenti per rapportarsi con il proprio contesto sociale e territoriale.
Trattandosi poi di architetture soggette a continue trasformazioni (per l’ag-
giornamento delle tecniche fortificatorie, ma anche e soprattutto per l’adegua-
mento del comfort residenziale e per l’aggiornamento figurativo), il tema della
stratificazione riveste un ruolo decisivo: la lunga durata su cui si misurano i
castelli comporta la necessità di individuare e adottare chiavi storiografiche
Mappa catastale del Comune di
Verrone con il nucleo del castello, diversificate, che rendano conto dell’intero sviluppo diacronico dell’edificio,
, AS Torino, Sez. Riunite, evitando di privilegiare le supposte fasi originarie o il volto medievale, auten-
Catasto francese, Mappe, All. A, tico o reinventato che sia.
n. , Section C Il castello di Verrone rappresenta un caso emblematico di rapporto com-
plesso tra castello e insediamento. Ancora ai primi dell’Ottocento, quando i
misuratori napoleonici provvedono alla catastazione di Verrone 1, il nucleo
denominato Le château rappresenta l’unico luogo figurativamente significante
e riconoscibile del nucleo rurale di Verrone, pur avendo perso ogni caratteriz-
zazione di compiutezza fortificata. Emerge da questa raffigurazione schematica
che l’ampia area quadrata del castello (lato di circa 80 metri) è l’unico ele-
mento a scala urbana nato con un tracciato e un’idea progettuale forti, riferiti
probabilmente ad un modello fortemente geometrizzato. Al contrario, osser-
vando ora l’evidenza materiale degli edifici conservati è possibile riconoscere
una pluralità di fasi costruttive stratificate e giustapposte, che parrebbero
rimandare a una concezione tutt’altro che unitaria. Volendo pertanto scegliere
un tema guida per la narrazione storica, possiamo sostenere che la lettura del
castello di Verrone si gioca proprio sul binomio modello/stratificazione. Questo
binomio assume significati diversi nei diversi periodi di vita del castello e del-
l’insediamento.
In prima ipotesi, in attesa che fonti e interpretazioni inedite possano inne-
scare nuovi progetti di conoscenza dell’edificio, può essere individuata una
prima periodizzazione storico-architettonica articolata su tre fasi principali:
l’insediamento fortificato di iniziativa signorile locale (secoli XII-XIII), la ride-
finizione formale e istituzionale del complesso nel quadro del coordinamento
degli stati territoriali (secoli XIV-XVI) che, non giungendo ad un epilogo com-
piuto, porta – terza fase – alla parcellizzazione e alla ‘privatizzazione’ (ossia alla
negazione delle prerogative istituzionali) degli edifici già del castello, fino
all’innesco dei processi di degrado che tuttora permangono, nonostante l’in-
versione di tendenza culturale dovuta ad un’encomiabile iniziativa privata
prima, pubblica poi.
Partiamo dalla fase centrale: in tutta la storiografia di Verrone l’atto di
dedizione dei Vialardi al conte Amedeo VI di Savoia (1373) rappresenta una
tappa periodizzante 2. Le politiche orientali di Amedeo VI paiono volte non
70 ANDREA LONGHI

a sinistra:
Atlas parcellaire del catasto del
Comune di Verrone, particolare
del centro abitato e del castello,
particelle -, , AS Torino,
Sez. Riunite Catasto francese, Mappe,
All. B, n. , Section C

a destra:
Castello Vialardi di Verrone, il
fronte est nel , ancora
coerente con i caratteri
architettonici dell’immagine
secentesca
foto Vittorio Sella

tanto a una strategia banalmente espansiva verso la pianura lombarda, ma piut- 3


In sintesi: F. COGNASSO, Il Conte Verde,
Milano 1926, rist. Milano 1989, pp. 171
tosto a un consolidamento – per reciproco riconoscimento – della natura stessa sgg.; F. COGNASSO, I Savoia, Varese 1971,
dei due stati territoriali sabaudo e visconteo, a fronte delle precedenti signorie rist. Milano 1999, pp. 164-165. Sulle poli-
tiche di Amedeo VI, cfr. G. CASTELNUOVO,
locali, laiche o ecclesiastiche 3: lo dimostra soprattutto la conduzione della Lega Ufficiali e gentiluomini: la società politica
guelfa antiviscontea (in cui Amedeo VI non penalizza in modo definitivo i sabauda nel tardo Medioevo, Milano 1994,
pp. 55 sgg.
Visconti sconfitti), ma anche la posizione sabauda durante la rivolta contro il 4
F. GABOTTO, L’età del Conte Verde in
vescovo di Vercelli Giovanni Fieschi (viene liberato ma di fatto privato delle Piemonte secondo nuovi documenti (1350-
proprie prerogative politiche) 4. 1383), Torino 1894, pp. 132 sgg., pp. 167
sgg. e pp. 181 sgg.
Proprio tali vicende sono l’antefatto e la cornice della celebre dedizione dei 5
V. VAI, La dedizione dei Vialardi di Ver-
Vialardi di Verrone, il 19 febbraio 1373 5: nel marzo successivo, infatti, rone a Casa Savoia, in questo volume, pp.
Amedeo VI attraversa la Sesia per aprire le operazioni antiviscontee, mentre 51 sgg.
6
Il 3 marzo 1379 anche la Comunità di
nel 1377 numerose comunità del Biellese, durante la reclusione del Fieschi, Verrone fa dedizione al conte Amedeo VI
passano dal controllo politico vescovile al coordinamento nello spazio in Santhià. AS Torino, Sez. Corte, Proto-
colli notai ducali e camerali, prot. 59 rosso,
sabaudo, processo consolidato con la dedizione di Biella nel 1379 6. In questo f. 14v.
quadro geopolitico non solo le vicende militari o diplomatiche giocano un 7
In sintesi, per l’area sabauda, A. LON-
ruolo decisivo: anche l’architettura e l’urbanistica entrano a far parte del com- GHI, Architettura e politiche territoriali nel
Trecento, in M. VIGLINO DAVICO, C. TOSCO
plesso disegno politico di legittimazione del nuovo ordine istituzionale. (a cura di), Architettura e insediamento nel
Allo stato attuale degli studi, risulta tuttavia difficile per Verrone riferire in tardo medioevo in Piemonte, Torino 2003,
pp. 23-70.
modo puntuale un edificio o una sua parte a tali dinamiche: emerge tuttavia
anche in questo caso-studio un processo condiviso con numerosi insediamenti
fortificati dell’area subalpina occidentale. L’edificio ‘castello’, proprio negli
ultimi anni del Trecento, va infatti incontro a una divaricazione funzionale: da
un lato le burocrazie dei principati territoriali dinastici selezionano le fortifi-
cazioni di competenza statale, promuovendo grandi cantieri che preludono alla
logica delle piazzeforti moderne; dall’altro, le signorie locali (di antica origine,
come di nuova nobiltà) entrano a far parte di una più ampia strategia di con-
trollo del territorio, aggiornando le proprie sedi 7. Questo duplice processo
avviene però con una comunanza parziale di modelli formali e di tecniche for-
tificatorie: tanto in area viscontea quanto in quella sabauda (ma così pure nei
territori della corona francese o in altre zone d’Europa) la geometrizzazione
dei tracciati – soprattutto planimetrici – diventa il carattere fondativo dell’ar-
chitettura castellana; dal punto di vista delle tecniche di fortificazione, sempre
negli stessi decenni (dagli anni Sessanta del Trecento), la rivoluzione è data
L’ARCHITETTURA DEL CASTELLO NEL PAESAGGIO FORTIFICATO SUBALPINO 71
Albero genealogico dei Vialardi di
Verrone, secolo XVII, particolare
del castello con la torre
caratterizzata dall’inusuale cupola
iperbolica
collezione privata

8
A. M. ROMANINI, L’architettura gotica in dalla realizzazione in muratura degli apparati a sporgere, con beccatelli e cadi-
Lombardia, Milano 1964; A. VINCENTI, Ca-
stelli viscontei e sforzeschi, Milano 1981, toie per la difesa piombante, mentre si cominciano a sperimentare soluzioni
pp. 27 sgg.; F. CAVALIERI, Il castello di Pan- adeguate per le prime armi da fuoco 8.
dino, in G. ALBINI, F. CAVALIERI, Il castello
di Pandino. Una residenza signorile nella Nel caso di Verrone, pur prescindendo da attribuzionismi cronologici
campagna lombarda, Cremona 1986, pp. 63 azzardati, si possono riscontrare entrambi i processi. Riferibili a questa fase –
sgg.; C. TOSCO, Il recinto fortificato e la
torre: sviluppi di un sistema difensivo nel che possiamo situare per caratteri formali tra gli anni Sessanta del Trecento e
tardo Medioevo, in R. BORDONE, M. VIGLI- il pieno XV secolo, con numerose articolazioni interne – sono infatti sia il ten-
NO DAVICO (a cura di), Ricetti e recinti for-
tificati nel basso Medioevo, Torino 2001, tativo di arrivare ad un tracciato quadrato regolare, con sistema a torri ango-
pp. 78-82; A. LONGHI, Architettura e politi- lari cilindriche e cortine rette, sia l’applicazione diffusa della tecnica dei bec-
che territoriali nel Trecento, cit., con biblio-
grafia ivi citata.
catelli a mensole lapidee, che ritroviamo su diversi fronti del castello. Si
9
G. C. SCIOLLA, Il Biellese dal medioevo potrebbero cercare i riferimenti, quasi le citazioni dirette, dei modelli sabaudi
all’Ottocento. Artisti - committenti - can- (castello di Ivrea), o le applicazioni ricorrenti in altri siti del Biellese (torre
tieri, Torino 1980, pp. 81-82.
10
porta di Ponderano 9), ma ciò che qui interessa è riscontrare a scala locale pro-
C. TOSCO, Il recinto fortificato e la
torre, cit., pp. 83 sgg. cessi e fenomeni culturali a scala europea.
11
A. LONGHI, Architettura e politiche ter- Quali sono gli esiti? Il disegno geometrico di ricomposizione delle preesi-
ritoriali nel Trecento, cit., p. 45. stenze è tuttora in parte leggibile: l’intero settore che va dall’area nord-occi-
dentale al vertice sud-orientale è improntato a questa logica. Considerando la
torre sud-ovest e la base della torre sud-est, troviamo il tema dello snodo cor-
tina-torre cilindrica angolare, che in Piemonte assume la più diffusa applica-
zione tra la fine del Trecento e il primo Quattrocento, sulla base delle speri-
mentazioni francesi e inglesi del Duecento 10.
A testimoniare la coerenza tra il sistema a torri angolari cilindriche e le
nuove tecniche difensive con armi da fuoco sono le cannoniere tuttora leggi-
bili all’innesto della torre sud-ovest nella cortina, aperte in modo da battere la
cortina stessa con tiro radente. In fase non immediatamente contigua, ma
improntata ad una medesima logica, nell’angolo nord-ovest troviamo anche il
raro tema della struttura difensiva angolare orientata sulla diagonale del peri-
metro fortificato: le premesse trecentesche sono poche (in Piemonte citiamo il
caso monumentale ed emblematico di Fossano, con le applicazioni episodiche
di Monticello d’Alba e Pancalieri 11), ma lo schema formale assume un ruolo
decisivo a partire dal Cinquecento, con uno sviluppo successivo negli schemi
difensivi bastionati. L’elemento architettonico di maggior significato, a mio
avviso, che testimonia questo intento formale di ricomposizione delle parti è il
72 ANDREA LONGHI

Castello Vialardi di Verrone con la


torre “alberata” e gli edifici adiacenti
dopo la demolizione nel 
dell’angolo medievale nord-est e la
successiva costruzione dell’asilo,
cartolina coeva, AVdSF, Illustrazioni
biellesi

12
Sull’uso della cordonatura torica (re-
dondone) nei castelli viscontei allo snodo
tra base scarpata e muratura verticale, cfr.
A. VINCENTI, Castelli viscontei e sforzeschi,
cit., p. 29.
13
G. PANTÒ, Vita castellana e strutture
difensive del Biellese, cit., p. 23; foto d’a-
cordolo torico che corre lungo i lati ovest e sud, al piede della cortina 12. pertura in L. SPINA (a cura di), I castelli
biellesi, Milano 2001, p. 6.
L’inserzione di questo elemento, formalmente e costruttivamente minimale, 14
Per il caso-studio sincrono dei castelli
rappresenta il testimone di un cambiamento culturale nel modo di intendere il dei Falletti mediotrecenteschi, cfr. A. LON-
castello: in una ‘macchina da guerra’ medievale non sono consentiti indugi for- GHI, Castelli nelle terre di Langa: le archi-
tetture fortificate dei Falletti, in R. COMBA (a
mali (se non in chiave simbolica e ostentativa) e il funzionalismo informa l’ar- cura di), I Falletti nelle terre di Langa tra
chitettura; al contrario, l’inserimento di elementi formali modesti, proprio in storia e arte: XII-XVI secolo, Cuneo 2003,
pp. 61-80.
quanto non immediatamente latori di un simbolismo, è il segnale di come l’ar- 15
Cfr. fotografia di Vittorio Sella del
chitettura del castello inizi a cercare una propria logica compositiva all’interno 1898 in questo volume, p. 71.
di una nuova organizzazione istituzionale e territoriale. È la stessa dinamica
per cui alla fine del Trecento si iniziano ad utilizzare marcapiano decorati, o
fregi di archetti pensili, o ampie finestre modanate in contesti che possiamo
ancora lecitamente chiamare ‘castellani’: non a caso anche in Verrone abbiamo
testimonianze materiali, archeologiche e fotografiche di ampie finestre deco- Castello Vialardi di Verrone,
rate aperte nel fronte esterno delle cortine 13. Nei grandi castelli dinastici (si la torre di cortina cilindrica allo
snodo sud-ovest e l’adiacente manica
pensi a Pandino o Pavia in area viscontea, o al castello di Torino in area occidentale con camminamento su
sabauda), come pure nei castelli delle signorie locali 14, gli attributi residenziali mensole lapidee
o simbolici assumono un ruolo inedito per le architetture fortificate.
Per quanto riguarda il secondo aspetto, quello delle tecniche fortificatorie,
ha un ruolo chiave il motivo delle caditoie su mensole lapidee a triplice risalto.
Anche in questo caso prevale la logica dell’appropriazione di un modello, piut-
tosto che della citazione diretta seriale. Infatti, sebbene tali strutture su men-
sole apparentemente arrivino quasi a dare una facies omogenea al complesso,
sono realizzate con modalità diversificate: nell’imponente fronte ovest sulle
mensole si sviluppa un cammino di ronda coperto con aperture a passo rado
su cui corre il fregio laterizio scalare; su parte del fronte nord, invece, il fregio
è immediatamente sopra le mensole, e le aperture hanno ritmo più serrato;
nella torre est, sugli archetti delle caditoie troviamo un’ampia superficie con
tre cornici a dente di sega; nell’edificio all’angolo nord-est (documentato solo
da foto del 1898) le mensole si trovavano ad un livello più basso rispetto agli
altri cammini di ronda 15; infine, troviamo le medesime mensole nelle case del
fronte sud, usate a supporto di balcone, forse reimpiegate come quelle usate
nella base della torre est sopra citata.
Questa tecnica fortificatoria, che ragioni cronotipologiche orientano ai
decenni successivi gli anni Sessanta del Trecento per l’area sabauda (nel caso
visconteo la medesima logica trova applicazione con mensole laterizie), nei
palinsesti laterizi del castello si giustappone o si sovrappone all’uso di altre
grandi costanti delle architetture fortificate subalpine. Troviamo infatti sul
L’ARCHITETTURA DEL CASTELLO NEL PAESAGGIO FORTIFICATO SUBALPINO 73

Castello Vialardi di Verrone,


il cammino di ronda su
mensole lapidee della manica
nord
a sinistra:
Reimpiego delle mensole
lapidee del cammino di
ronda come supporto per
balconi del lato sud
a destra:
Il cammino di ronda su
mensole lapidee della manica
ovest
74 ANDREA LONGHI

fronte sud (oltre la fine del cordolo) e sul fronte nord merlature bifide asso- 16
Si vedano i numerosi contributi sul
tema di Micaela Viglino. In sintesi: M. VI-
ciate a fregi laterizi scalari o a dente di sega, poste però a un livello decisamente GLINO DAVICO, Villaggi, castelli, ricetti. Inse-
inferiore rispetto al sopraccitato cammino di ronda su mensole lapidee (a cin- diamenti rurali e difese collettive tardome-
dievali, in V. COMOLI MANDRACCI (a cura
que metri circa di altezza dal piano di campagna). Applicando la lettura stra- di), L’architettura popolare in Italia. Il Pie-
tigrafica delle murature, si può osservare che tali lacerti precedono sempre la monte, Roma-Bari 1988, pp. 25-54; M.
VIGLINO DAVICO, “Il ricetto” per antonoma-
fase sopra descritta. Potrebbe trattarsi di resti di un perimetro difensivo non sia, in L. SPINA (a cura di), Candelo e il
tanto di un castello, ma piuttosto di un insediamento protetto: in sintesi, una ricetto. X-XIX secolo, Milano 1990, pp.
143-174; M. VIGLINO DAVICO, Difese del
di quelle strutture urbanistiche che nel Biellese spesso assumono il nome di signore e degli homines: sito e strutture
ricetto 16, o comunque di un’area insediata del castrum nell’accezione più ampia materiali nel basso medioevo, in M. C.
VISCONTI CHERASCO (a cura di), Architet-
del termine, adiacente o circostante il nucleo signorile. Tali resti di strutture tura castellana: storia, tutela, riuso, Atti del-
fortificate basse sono state precocemente inglobate nel fronte di edifici: nella le giornate di studio 1991, Carrù 1992, pp.
31-46; R. BORDONE, M. VIGLINO DAVICO (a
casa più orientale del fronte sud il varco tra i merli è divenuto una monofora cura di), Ricetti e recinti fortificati nel basso
archiacuta, sopra la quale un’ulteriore apertura riprende il tema del fregio sca- Medioevo, cit.
17
lare; nel fronte nord la merlatura si trova invece inglobata in una sopraeleva- La prima attestazione del castrum è del
1282. Cfr. T. VIALARDI DI SANDIGLIANO, La
zione del XV secolo circa, in cui il costruttore adotta (unico esempio nel com- torre, il cavaliere, il castello, in questo volu-
plesso di Verrone) finestre quadrate con cornice. me, pp. 11 sgg.
18
Tali interventi di edificazione precedono immediatamente e convivono con Sul significato del termine domenio-
num e sulle varianti, cfr. A. A. SETTIA, Ca-
il tentativo – evidentemente riuscito solo parzialmente – di geometrizzare e stelli e villaggi nell’Italia padana. Popola-
uniformare le preesistenze. Operando regressivamente, quali potevano dunque mento, potere e sicurezza fra IX e XII secolo,
Napoli 1984, pp. 375 sgg.; A. A. SETTIA,
essere le strutture della prima fase? voce Castello, in Enciclopedia dell’arte me-
Le fonti relative alla prima fase del castello 17 parlano di un castrum: tra X dievale, Roma 1993, vol. IV, p. 393.
19
G. PANTÒ, Vita castellana e strutture
e XIII secolo, solitamente con questo termine si individua non tanto un difensive del Biellese, cit., pp. 21-24.
castello residenziale signorile, ma piuttosto un insediamento fortificato, al cui
interno il signore riserva a sé un’area istituzionalmente e militarmente signifi-
cativa, definita nelle fonti come dongione 18. Possiamo anche per Verrone
incrociare i dati materiali con le fonti, per verificare la possibilità dell’esistenza
di una simile struttura bipartita, con la giustapposizione di un recinto difeso
esterno ‘popolare’ e un’area signorile ristretta e a sua volta difesa. Le recenti
indagini archeologiche sul lato ovest hanno restituito una sequenza serrata di
strutture murarie in ciottoli sciolti, in ciottoli a spina-pesce con malta e – infine
– in ciottoli listati in laterizio, appartenenti ad un orizzonte cronologico tra
l’XI e il XIII secolo 19.
Murature analoghe sono riscontrabili in altre parti in elevato del

Castello Vialardi di Verrone, lato


sud, edifici di impianto medievale
L’ARCHITETTURA DEL CASTELLO NEL PAESAGGIO FORTIFICATO SUBALPINO 75
20
T. VIALARDI DI SANDIGLIANO, La torre, complesso, in particolare con la muratura in ciottoli della base della torre qua-
il cavaliere, il castello, in questo volume,
pp. 11 sgg. drata est, leggibile tanto internamente quanto esternamente. Pur non potendo
21
A. PERIN, L’architettura della Parroc- darne una datazione assoluta definita, possiamo attribuire tali strutture a
chiale tra Medioevo ed Età Moderna, in quella fase che abbiamo preliminarmente definito come l’insediamento fortifi-
questo volume, pp. 103 sgg.
22
AS Biella, RT, mazzo 31, pergamena
cato dei signori locali: la famiglia dei de Verono è infatti attestata dalla metà del
15. XII secolo; in questo periodo si può inoltre collocare il primo impianto della
chiesa romanica dei Santi Simone e Giuda. La definizione di un più compiuto
e articolato perimetro fortificato laterizio può invece congetturalmente situarsi
nella fase di consolidamento della signoria dei Vialardi di Verrone, tra la fine
del XIII secolo (attestazione del castrum nel 1282) e il primo Trecento 20, nel
medesimo intorno temporale in cui si consolida il rapporto tra la famiglia e il
polo ecclesiastico 21.
Stante la laconicità delle fonti sulle strutture architettoniche, per l’indivi-
duazione del nucleo signorile assume grande rilevanza la permanenza (anomala
per il territorio subalpino) dell’uso del termine domignonum (o sue varianti)
per definire una parte del complesso fortificato. Nella pergamena del 1398 22
emerge infatti in modo evidente il dualismo – o addirittura l’alterità – tra domi-
gnonum e castrum: dall’incipit del documento emergerebbe che il dongione

Castello Vialardi di Verrone,


il ponte levatoio del dongione
ripristinato nei recenti restauri a
fianco del lato interno della torre

Castello Vialardi di Verrone,


basamento in ciottoli della torre
quadrata est
76 ANDREA LONGHI

stesso (solo in questo caso definito «in castro») è costituito da più edifici
(«edifficia»); il terzo elemento significante è la «turris castri», istituzionalmente
estranea al dongione e sostanzialmente priva di nessi materiali e funzionali con
il medesimo. L’atto consente una ricognizione di alcuni spazi del complesso,
grazie alle indicazioni microtopografiche. Sono documentati quattro livelli nel
dongione. I tre inferiori vengono divisi in due parti, anche mediante «inter-
mediaturas» che materializzano la divisione: le due parti sono descritte come
orientate verso il fossato a est («sive versus mane») e verso il castello ad ovest
(«sive versus sero»); un lato dei vani è sempre occupato da una via (probabil-
mente una scala) che collega i quattro piani del dongione e dà accesso solo
superiormente alla torre («et super turrim dicti castri»). Nelle clausole finali
della divisione viene previsto che l’accesso a questa scala sia garantito a tutti i
consignori e che sia aperta anche una porta che la metta in comunicazione con
la torre. Il quarto livello del dongione – quello superiore – è diviso in quattro
parti (per garantire forse ad ogni consignore la possibilità di un punto di vista
elevato): in questo caso i riferimenti dei quadranti sono la chiesa di San
Simone, la plancha (struttura di accesso) del dongione stesso, la torre del
castrum e il forno del castello.

Castello Vialardi di Verrone, torre


est, intradosso del coronamento
cupoliforme

Castello Vialardi di Verrone, torre


est, tromba di imposta della cupola,
particolare delle mensole lapidee a
sostegno del coronamento

Castello Vialardi di Verrone, torre


est, particolare della botola che,
perforando la cupola, dà accesso al
livello sommitale
L’ARCHITETTURA DEL CASTELLO NEL PAESAGGIO FORTIFICATO SUBALPINO 77
Castello Vialardi di Verrone, il
quadrante sud-ovest della corte tra
la cappella castrale, gli edifici di
impianto medievale, la torre di
cortina e l’imponente manica ovest

23
Anche nell’edificio demolito nel 1900 Nella divisione si parla di un solo vano della torre, al primo piano, ossia la
all’angolo nord-est era riconoscibile una
finestra archiacuta riccamente modanata camera che fu del compianto dominus Simone [Vialardi di Verrone]; questo
(cfr. la fotografia di Vittorio Sella del 1898 spazio non pare avere connessioni con il resto del complesso (confina su tutti
in questo volume, p. 71).
i lati con il «murus dicte turris»). Per garantire una maggior fruibilità dell’in-
sieme ai condomini, la realizzazione di nuove aperture destruttura probabil-
mente il precedente assetto funzionale e simbolico: si consente di aprire nella
parte inferiore del muro della torre una porta «et palestratam» in buona malta
di calce, evitando però di compromettere la stabilità della torre stessa («cum
minori damno muri dicte turris») e si apre anche un accesso alla scala di comu-
nicazione del dongione, per creare una connessione con le proprietà ai piani
superiori; viene inoltre concessa l’apertura di una finestra verso il fossato, «pro
illuminando et clarifficando dictam cameram», di dimensioni analoghe ad
un’altra apertura. A garantire l’unitarietà di gestione e di funzionalità del com-
plesso, restano comuni i muri, i tetti, le porte e la plancha di torre e dongione.
Per quanto riguarda gli spazi aperti circostanti, vengono distinti il «fundus tur-
ris» dal «fundus domignoni»; quest’ultimo viene diviso in quattro parti, ossia
verso la plancha del dongione, la chiesa di San Simone, il forno e la torre del
castello. Il «fundus turris» pare invece una diretta pertinenza della predetta
stanza inferiore, in quanto confina su tutti i lati con il «murus dicte turris» e
con la camera citata. Gli spazi di pertinenza signorili sono dunque una parte
circoscritta del castrum, nelle immediate adiacenze del dongione e della torre
che, probabilmente, ha già perso la propria funzione di torre-porta del castrum.
In sintesi, considerando anche gli edifici residenziali ‘cresciuti’ sul lato sud
del perimetro del castello (in mancanza di dati più esaustivi sul lato nord), pos-
siamo ipotizzare tra fine Trecento e primo Quattrocento un momento di rile-
vante valore culturale e architettonico: mentre i signori si dividono le strutture
signorili del dongione e della torre, con un’accuratezza topografica che può
essere proporzionale solo all’immenso valore istituzionale dei medesimi edifici,
negli stessi anni si viene materializzando una struttura di castrum occupata da
edifici residenziali e servizi (quali il citato forno), in parte forse addossati alle
preesistenti basse mura, in cui si aprono ampie finestrature modanate secondo
il gusto urbano 23.
In un arco cronologico probabilmente ristretto, a questa situazione si tenta
di dare una definizione formale più aggiornata, operando una geometrizzazione
78 ANDREA LONGHI

delle parti ‘istituzional- Castello Vialardi di Verrone, angolo


mente meno resistenti’, sud-ovest della corte, tentativi di
ossia quelle più lontane omogeneizzazione delle preesistenze
medievali con finti bugnati e
dal dongione: si tratta del- riquadrature a graffito
la rettifica delle cortine
nord, ovest e sud, con l’in-
serimento di nuove strut-
ture regolari (con il cor-
24
dolo al piede e le caditoie V. NATALE, La decorazione della cap-
pella e delle sale, in questo volume, pp. 81
su mensole al corona- sgg.
mento) articolate attorno 25
AS Torino, Sez. Corte, Provincia di
agli snodi delle torri cilin- Biella, mazzo 7, Verrone, n. 6, vendita del
16 maggio 1531.
driche. Oltre all’originario 26
Ibidem, mazzo 7, Verrone, n. 7, ven-
polo signorile, anche la dita dell’11 agosto 1531.
cappella romanica resiste
al riallineamento dei fron-
ti, trovandosi infine in una
collocazione anomala all’interno degli spazi geometrizzati del recinto: l’ade-
guamento di gusto si esprimerà pertanto in un aggiornamento figurativo degli
apparati decorativi e devozionali 24.
Qual è l’esito di questo processo di stratificazione? L’incompletezza del
processo di rettificazione del castello e la permanenza del concetto di dongione
nelle fonti paiono aspetti complementari.
Le persistenze di quella che abbiamo definito ‘prima fase’ signorile con-
dizionano certamente l’incompiuta ridefinizione formale del complesso, che
non diventa una rocca geometrica con torri cilindriche e cortine regolari
secondo modelli sabaudi o viscontei. Nel 1531 – poco prima dell’inizio della
lunga occupazione francese che, di fatto, sopprime il ducato sabaudo fino al
1559 – all’interno del «castrum veroni» si individuano delle domus: si cita una
«domus castri» (con uno spazio libero, un giardino proprio e annessi) e si
parla di una «domus cum turri, curti, putheo, crotis, sala, coquina et cameris,
aliquiis edifficiis et membris […] cui coherent a duabus partibus fossatum
castri […] 25».
Nel medesimo documento, però, si continuano a citare la «turris magna»
e la «turris demagioni», in un complesso collocato a «latere sinistro in
ingressu dicti castri […]»; in un documento del medesimo anno si citano nuo-
vamente parti site «in dicta turri magna ac domengiono contiguo», oltre ad
«alia turri ubi regebantur scoleritio ecclesiam S. Simonis dicti castri veroni » 26.
È evidente come ancora nel Cinquecento sia cristallizzato il lessico istituzio-
nale medievale, applicato a strutture forse già in parte trasformate.
Considerando l’unica annotazione microtopografica di dettaglio, si può col-
locare il dongione nell’area a sinistra dell’ingresso bassomedievale (tuttora
conservato), affiancato dalla «turris magna»; alla luce della divisione del 1398,
individuerei come dongione l’edificio più ampio (spazio utile interno di circa
metri 10 per 7,5) dotato di proprio ingresso protetto autonomo dall’interno
del castrum (attualmente riproposto nel restauro), mentre la turris magna par-
rebbe l’adiacente torre, di lato esterno di soli 6,60 metri.
A confermare l’ipotesi che la torre non sia identificabile con una parte di
dongione è l’originaria funzione di torre-porta (è evidente la tamponatura dei
due accessi), precedente alla realizzazione dell’attuale ingresso bassomedievale
alla corte del castello: il ruolo e il significato di una torre-porta sono sempre
Castello Vialardi di Verrone,
ben distinti dal recinto più intimo signorile. Nel primo caso, la torre è non solo lato sud della corte, ghiera
uno spazio di transito, ma può essere anche un luogo pubblico (di natura per- tardomedievale (restaurata) e tracce
lopiù comunitaria); nel secondo, la torre in un dongione è la materializzazione di decorazione a graffito
L’ARCHITETTURA DEL CASTELLO NEL PAESAGGIO FORTIFICATO SUBALPINO 79
27
Per un quadro di sintesi, cfr. C. BO- delle prerogative giurisdizionali del signore, e pertanto non è avvicinabile né
NARDI, I castelli rurali in età moderna, in V.
COMOLI MANDRACCI (a cura di), L’architet- transitabile.
tura popolare in Italia. Il Piemonte, Roma- L’apertura di un ingresso al castello può essere dovuta all’appropriazione
Bari 1988, pp. 55-62.
28
AS Torino, Sez. Riunite, Camerale Pie-
signorile della torre-porta e alla sua rifunzionalizzazione (sebbene i nessi fisici
monte, Art. 830, 95 rosso; il dettaglio ge- e funzionali con l’adiacente edificio siano minimi). Interessante, sebbene erme-
nealogico dei fratelli è in ibidem al 47
rosso; per una più attenta disamina dei tica, la citazione di un’ulteriore torre legata alla presenza della cappella castrale:
beni dei fratelli citati, in rapporto ai beni di potrebbe trattarsi della torre cilindrica sud-est allo snodo delle cortine.
altri Vialardi e personaggi, si vedano i con-
segnamenti di poco successivi di Rolando, Nella terza fase dell’ipotesi di periodizzazione proposta emerge la disag-
Giovanni Domenico, Giovanni Maria, Ber- gregazione del concetto di castello: l’aspetto patrimoniale prevale su quello
nardino, Riccardo ed Eusebio (ibidem, Ca-
merale Piemonte, Art. 737, paragr. 1, reg. istituzionale, la certezza del possesso personale ha la meglio sull’indivisibilità
180, ff. 58 e 84 sgg). delle prerogative alte del luogo ‘castello’. All’interno dello stato assoluto e in
29
V. NATALE, La decorazione della cap-
pella e delle sale, in questo volume, pp. 81
un quadro di conflitti tra stati nazionali, l’edificio castello finisce per essere
sgg. privo di funzioni, sia militari sia istituzionali 27.
30
ACom Verrone, Catasti, mappa cata- Nell’aprile 1614, la famiglia si raduna nella cucina di Riccardo Vialardi
stale di Verrone [1779].
31
Per inquadrare criticamente il valore
per prendere atto di un cambio ormai radicale di mentalità: «poiché il più
documentale della mappa, ricordiamo però delle volte tra fratelli viventi in comunione nascono infinite contese, et occa-
come l’operazione di catastazione stessa
riconduca spesso la realtà ad una lente
sioni di parole, et esser meglio viver in pace e carità divisi, che in discordia et
interpretativa geometrizzata (rimandiamo odio in comunione» i fratelli eredi di Bernardino «spontaneamente di loro
agli studi di Paola Sereno, quali P. SERENO,
Paesaggio agrario, agrimensura e geometriz- certa scienza, et oniono deliberato, devengono alla separazione et divisione
zazione dello spazio: la perequazione gene- de’ beni et eredità predetta». La successiva divisione non individua più i poli
rale del Piemonte e la formazione del “cata-
sto antico”, in R. MARTINELLI, L. NUTI (a funzionali e simbolici descritti dal Tre al Cinquecento e il lessico è ormai
cura di), Fonti per lo studio del paesaggio ‘civile’: a Riccardo una casa nel castello e la «casa nuova», oltre a terre e due
agrario, Lucca 1981, pp. 284-296).
32
Nella porzione acquisita da Carlo
cascine; a Giovanni Maria due case e davanti al castello un rustico (scoper-
Jaselli nel 1979. chiato perché bruciato); a Bernardo «la casa vecchia paterna, la sala grande
33
Nelle porzioni acquisite dal Comune con la recamera […] 28».
nel 1993 e 2000.
Le trasformazioni del castello in età moderna avvengono ormai con una
logica ‘per parti’. Gli interventi, soprattutto decorativi, procedono in modo
settoriale: si pensi al salone voltato a padiglione affrescato, che si inserisce tra
la cortina esterna e una retrostante abitazione medievale 29. La torre cilindrica
angolare sud-ovest è sopraelevata con un’altana, che va a cancellare i prece-
denti parapetti, e accanto alla stessa si realizza un terrazzo; sul fronte nord del
cortile un loggiato si addossa alle preesistenze. Anche la cappella, ridotta a
una sola navata, viene ridefinita formalmente all’esterno negli spigoli e nel-
l’ingresso. È evidente come ogni proprietario persegua proprie scelte: emerge
solo l’intento unitario dell’intervento sull’edificio sud-ovest, in particolare
verso la corte: il committente ormai accetta l’accentuata irregolarità delle
preesistenze, ma opta per una omogeneizzazione superficiale, mediante una
ridecorazione a graffito delle finestre e un finto bugnato agli spigoli, anche su
quelli più irregolari, estesa al fronte esterno ovest.
La mappa del catasto antico (1779) 30 offre ancora – da un punto di vista
planimetrico – un aspetto relativamente unitario dell’insieme, sebbene il fra-
zionamento proprietario abbia ormai alterato le linee guida del tentativo di
impianto regolarizzato 31. Si noti, peraltro, come la mappa settecentesca non
riconosca al castello alcun ruolo aggregante o morfogenetico per l’insedia-
mento: gruppi di case isolate o in linea si associano lungo gli assi viari, e la
chiesa si trova all’estremo opposto del nucleo. Come detto in apertura, il
castello resta l’unico polo urbanistico dell’insediamento, nonostante un pro-
gressivo processo di sostituzione (o di completamento) con edifici rurali, fino
alle demolizioni a nord-est per la costruzione del nuovo asilo nel 1900. Gli
Castello Vialardi di Verrone, manica
ovest, apertura moderna verso la interventi di restauro recenti 32 e in corso 33 possano contribuire a rendere nuo-
corte con tracce di riquadratura a vamente il castrum un insediamento protetto ma animato, in cui forme fisiche
graffito su intonaco e forme istituzionali concorrono alla qualificazione della comunità locale.
81

La decorazione della cappella


e delle sale
Vittorio Natale

LA CAPPELLA DI SAN SIMONE E GIUDA

L
1
Sant’Emiliano, vescovo di Vercelli nel ’abside e parte della navata della chiesa di San Simone e Giuda, ancora
707, fu figura cara alla memoria tradizio-
nale dei Vialardi, in quanto ritenuto il fon- oggi proprietà privata annessa al castello di Verrone, sono ornate da un
datore dei tre rami famigliari antichi, nel- ciclo di affreschi quattrocenteschi. Nell’abside le pitture, spartite entro
l’ordine Villanova, Sandigliano e Verrone.
Cfr., tra gli altri, G. B. MODENA-BICCHIERI,
semplici inquadrature rossastre, si distribuiscono, con raffigurazioni di santi,
Dell’antichità e nobiltà della città di Vercel- lungo l’intera parete, inglobando anche una delle due monofore che ivi si
li, 1617, c. 89, ms. presso BR Torino, e C. aprono. Al centro, fra le due monofore appena citate, le iscrizioni permettono
A. BELLINI, Annali della città di Vercelli sino
all’anno 1499, Vercelli 1637, p. 26, ms. di riconoscere sant’Emiliano, uno dei primi vescovi di Vercelli, i cui resti si
presso BC Vercelli. conservano in Sant’Eusebio 1, e un beato Giovanni vescovo domenicano, che
2
Il beato viene invece identificato da identificherei nel personaggio biellese citato per i suoi prodigi all’atto della
Delmo Lebole, sulla base di considerazioni
a me ignote, in un Giovanni Avogadro (D. fondazione del convento di San Domenico del Piazzo 2. Un’altra immagine del
LEBOLE, Storia della Chiesa Biellese. Le pie- beato ad affresco, datata 1480, era raffigurata sul muro esterno della sua casa
vi di Vittimulo e Puliaco I, Biella 1979, p.
659). Per il beato Giovanni, cfr. T. MULLA- natale a Biella3. Alla loro destra, un’unica inquadratura è a sua volta bipartita
TERA, Memorie cronologiche e corografiche da cornici a merletti. Da un lato è raffigurata la Messa di san Gregorio, con il
della città di Biella, Biella 1778, p. 169; C.
POMA, L’antico convento di S. Domenico di papa impegnato nell’ufficio dell’eucarestia, di fronte all’apparizione del Cristo
Biella Piazzo secondo una descrizione del di pietà. Dalla piaga del costato di Gesù sgorgano rivoli di sangue nel calice
1751 scritta dal Padre G. G. Trivero, Torino
1909, pp. 6, 10-13 e 58-61. che, assieme a una patena, è posato sulla mensa d’altare coperta da candide
3
C. POMA, L’antico convento di S. Do- tovaglie bordate di rosso. Di fianco compaiono un vescovo benedicente, non
menico di Biella Piazzo, cit., pp. 58-59. più identificabile per la perdita dell’iscrizione dedicatoria che l’accompagnava,
4
S. CASTRONOVO, Pittura del Trecento e un san Lorenzo con libro e grata del martirio. Dalla parte opposta, oltre la
nelle province di Vercelli e di Biella, in G.
ROMANO (a cura di), Pittura e miniatura del seconda monofora, sono allineati un santo vescovo benedicente, san Nicola da
Trecento in Piemonte, Torino 1997, pp. Tolentino in veste nera reggente un libro e la croce, e, in un unico riquadro,
173-245 (in particolare fig. p. 213).
5
san Bernardo che sottomette tramite una vistosa catena il demonio, raffigurato
I lavori, furono voluti da Antonio Ber-
nardino Vialardi di Verrone e completati più in basso nello zoccolo, al di fuori dello spazio sacro, e sant’Antonio abate.
per la sua investitura dell’intero feudo di Questo ciclo quattrocentesco fu eseguito sovrapponendosi – o sostituen-
Verrone del 16 settembre 1719. Parte del
feudo gli era già pervenuta nel 1693 attra-
dosi – a un decoro precedente, di cui sopravvive un lacerto in corrispondenza
verso il testamento del suocero, Pietro dell’angolo inferiore sinistro della raffigurazione centrale. Qui si osservano un
Francesco Frichignono di Castellengo.
AVdSF, Vialardi di Verrone, Schedatura
frammento di bordura monocroma e una piccola parte di un disegno orna-
TVS. mentale che, con la prudenza che l’esiguità della testimonianza impone,
6
Sui restauri si veda La Vita Nova della potremmo considerare trecentesco, per confronto con analoghi motivi deco-
Cappella, non firmato ma di A. SILOMBRA, rativi impiegati nel Biellese dal cosiddetto Maestro di Oropa 4.
in M. TUROTTI (a cura di), L’alba fantastica
del castello di Verrone, Vigliano Biellese Fino alla metà degli anni Ottanta del secolo scorso, di questo ciclo absi-
2002, pp. 81-112; per un’immagine del dale quattrocentesco era noto e visibile solo il riquadro centrale: il sant’Emi-
coro risalente al 1979, fig. a p. 79.
liano e il beato Giovanni Avogadro erano contornati da un’ampia incornicia-
tura barocca con volute, cornicioni e cartelle a imitazione di stucchi. Questo
decoro, che risaliva probabilmente al 1719, data che sul retro dell’altare atte-
sta il termine di lavori di risistemazione della chiesa 5, è stato recentemente
rimosso per consentire il recupero della parte nascosta delle pitture più anti-
che 6. Degli affreschi settecenteschi sopravvivono solo alcuni spezzoni nella
calotta absidale.
Altri affreschi quattrocenteschi frammentari, anch’essi spartiti da inqua-
drature rossastre, ornano la parete sinistra della navata. Si riconoscono qui, a
partire da destra, un beato in armatura reggente un giglio, il decoro della cui
casacca sembra alludere allo stemma dei Vialardi, una figura di cui resta solo
un frammento di aureola, un santo che regge una torre identificabile come san
82 VITTORIO NATALE

Bottega del Maestro del Cristo della


Domenica, Sant’Emiliano e beato
Giovanni, -, castello
Vialardi di Verrone, cappella dei
Santi Simone e Giuda in castro

Bottega del Maestro del Cristo della


Domenica, decorazione absidale,
-, castello Vialardi di
Verrone, cappella dei Santi Simone
e Giuda in castro
LA DECORAZIONE DELLA CAPPELLA E DELLE SALE 83

Pittore biellese, la decorazione


absidale prima dei recenti lavori di
restauro,  circa, castello Vialardi
di Verrone, cappella dei Santi
Simone e Giuda in castro
foto Anna Jaselli Silombra

Bottega del Maestro del Cristo della Domenica, Messa di san Gregorio; Santo vescovo e san
Lorenzo, -, castello Vialardi di Verrone, cappella dei Santi Simone e Giuda in castro

Secondo d’Asti per confronto con una analoga raffigurazione in San


Sebastiano a Lessona, quindi, più discosto, un frammento ove parrebbero
distinguibili tre palle dorate, attributo che alluderebbe a san Nicola di Bari. Da
Bottega del Maestro del Cristo della questa stessa parete provengono i frammenti di intonaco affrescati che, recu-
Domenica, Santo vescovo; San Nicola perati sotto il pavimento e ricomposti, hanno restituito una raffigurazione del
da Tolentino; Santi Bernardo e Antonio
abate, -, castello Vialardi di Martirio della beata Panacea: la pastorella valsesiana in preghiera viene vio-
Verrone, cappella dei Santi Simone e lentemente colpita sul capo per mezzo di una rocca dalla matrigna, che ospita
Giuda in castro sulle spalle un piccolo demonio 7.
Le uniche decorazioni conservate in corrispondenza della parete destra,
impaginate in modo analogo alle precedenti, rappresentano un santo vescovo
benedicente e il Martirio di san Quirico, inserito in un calderone bollente e
identificato dalla sottostante iscrizione. Questi riquadri sono collocati nei sot-
tarchi di due aperture, recuperate durante la recente campagna di restauri, che
corrispondono alle arcate di collegamento tra l’attuale corpo dell’edificio e una
navata laterale, demolita alla fine del secolo XVI 8.
Per quanto presentino caratteristiche comuni – ad esempio nelle ombreg-
giature semplificate che accompagnano al suolo le vesti, o nel modo di deli-
neare particolari in genere significativi da un punto di vista “morelliano” come
le mani o le orecchie – gli affreschi appaiono opera di almeno due distinte per-
sonalità. La prima è caratterizzata da volti più tondeggianti e da un gusto esor-
7
I frammenti di affresco sono, nel mo-
nativo più pronunciato, che si estende alle bordure a merletto, al ricco decoro
mento in cui scrivo, oggetto di restauro. dei tessuti e alle aureole contornate di fitte punteggiature bianche, e da scelte
Sulla beata, cfr. gli articoli raccolti nella
rivista «De Valle Sicida», V (1994), n. 1.
cromatiche che nei riquadri di sfondo prediligono tinte tendenti al grigio e al
8
D. LEBOLE, Storia della Chiesa Biellese. bruno. Questo pittore è responsabile della fattura della zona sinistra dell’ab-
Le pievi di Vittimulo e Puliaco I, cit., p. 660. side, dalla Messa di san Gregorio al san Lorenzo, del beato della parete sini-
Sul muro esterno della chiesa rivolto a sud,
corrispondente a una parete della navata
stra e del Martirio di san Quirico in uno dei due sottarchi di destra, nonché
demolita, è ancora percepibile un pezzo di del Martirio della beata Panacea. Riconosciamo la mano di questo stesso mae-
affresco con un frammento di figura reg-
gente un libro, inquadrata nella usuale
stro anche a Lessona, nel già citato oratorio di San Sebastiano, dove il san
incorniciatura rossastra. Secondo d’Asti ha lo stesso profilo tondeggiante dei nostri santi, l’aureola della
84 VITTORIO NATALE

Maestro del Cristo della Domenica


(?), Apostoli, -, Sandigliano,
Oratorio di Sant’Antonio Abate al
Torrione

Vergine allattante in trono presenta la stessa caratteristica puntinatura e le 9


D. LEBOLE, Storia della Chiesa Biellese.
La pieve di Cossato, Biella 1982, vol. II, pp.
scene sono contornate da bordure a merletto del tutto simili a quelle della 37-39 (fine secolo XV - inizio secolo XVI);
chiesa di San Simone e Giuda 9. M. SIGNAROLI, L’attività del maestro del
Cristo della Domenica, fra Biellese, Vercel-
Il secondo artista è invece reso riconoscibile da una più spiccata ricerca di lese e Novarese, in «Studi e ricerche sul
individualità fisionomiche, da una minore precisione nella descrizione degli Biellese», Bollettino Docbi, 1995, p. 141
(Maestro del Cristo e bottega); D. LEBOLE,
accessori, da aureole e bordure più essenziali, da sfondi tendenti a tonalità Storia della Chiesa Biellese. La pieve di
verdi e brune. Questa personalità deve essere ritenuta responsabile della zona Biella, Biella 1994, vol. VIII, pp. 369-370
centrale e destra dell’abside e del santo vescovo del sottarco della parete destra (attribuiti “con certezza” al Maestro di
Proh, alias Maestro del Cristo della Dome-
della navata. nica).

Bottega del Maestro del Cristo della


Domenica, Santo vescovo, -,
castello Vialardi di Verrone, cappella
dei Santi Simone e Giuda in castro

Bottega del Maestro del Cristo della


Domenica, Martirio di san Quirico,
-, castello Vialardi di
Verrone, cappella dei Santi Simone
e Giuda in castro
LA DECORAZIONE DELLA CAPPELLA E DELLE SALE 85

Pittore biellese, Adriano (?),


particolare di fregio con imperatori
romani, -, castello Vialardi
di Verrone, saloni

Pittore biellese,
Consegna di un bottino, particolare di
fregio con soggetti bellici, -,
castello Vialardi di Verrone, saloni

10
D. LEBOLE, Storia della Chiesa Biellese. Nonostante la presenza di diverse mani, il ciclo della chiesa di San Simone
La pieve di Cossato, vol. II, cit., pp. 37-39
(fine secolo XV - inizio secolo XVI); M. e Giuda 10 presenta nella sua globalità numerosi ed evidenti affinità con la pro-
SIGNAROLI, L’attività del maestro del Cristo duzione di quell’anonimo maestro, attivo nella seconda metà del Quattro-
della Domenica, fra Biellese, Vercellese e
Novarese, in «Studi e ricerche sul Biellese», cento, chiamato in modo convenzionale dalla critica Maestro del Cristo della
Bollettino Docbi, 1995, p. 141 (Maestro
del Cristo e bottega); D. LEBOLE, Storia
Domenica, in riferimento alla sua opera più nota conservata nel Duomo di
della Chiesa Biellese. La pieve di Biella, vol. Biella. Mariateresa Signaroli ha provato a raccogliere il catalogo di questo arti-
VIII, cit., pp. 369-370 (attribuiti «con cer-
tezza» al Maestro di Proh, alias Maestro sta, che ha assunto, in diverse tappe della ricerca critica, anche il nome di
del Cristo della Domenica). Maestro della Passione di Arborio o di Maestro di Proh, appellativi derivati
dalle località ove si conservano cicli ritenuti via via particolarmente significa-
tivi. Ne è emerso un catalogo esteso, suddiviso tra Biellese, Vercellese e
86 VITTORIO NATALE
LA DECORAZIONE DELLA CAPPELLA E DELLE SALE 87
a sinistra:
Pittore biellese, decorazione
architettonica, , castello Vialardi
di Verrone, cappella

a destra:
Pittore biellese, Assunta, ,
castello Vialardi di Verrone, cappella

11
P. ASTRUA, Due note documentarie su Novarese, ma anche piuttosto frastagliato, dove il ruolo della bottega e quello
Daniele De Bosis ed alcuni aspetti del tardo
Quattrocento nel vercellese, in Ricerche dei seguaci attende ancora ulteriori precisazioni e una plausibile cronologia
sulla pittura del Quattrocento in Piemonte. deve ancora essere costruita. Il lavoro andrà ripreso a partire dalle prime indi-
Strumenti per la didattica e la ricerca 3,
Torino 1985, pp. 166-167. L’argomento è cazioni di Paola Astrua, che ha proposto di individuare due distinte persona-
stato più recentemente affrontato da Si- lità artistiche, da una parte l’autore del Cristo della Domenica e dell’abside
mone Riccardi (S. RICCARDI, Pittura nel
Biellese tra Gotico e Rinascimento, Tesi in
laterale dell’oratorio di San Sebastiano ad Arborio, e dall’altra l’autore della
Storia dell’Arte Medievale, Università Cat- prima parte del ciclo della Passione nella stessa chiesa di Arborio 11. Al ciclo di
tolica del Sacro Cuore di Milano, Facoltà Verrone dovrà comunque essere data una collocazione cronologica piuttosto
di Lettere e Filosofia, a.a. 1999/2000, rel.
prof. F. Flores d’Arcais) che giustamente avanzata nel percorso del Maestro del Cristo della Domenica e della sua bot-
ritiene il corpus fin qui attribuito al Maestro tega, forse all’interno dell’ottavo decennio del Quattrocento 12.
del Cristo della Domenica opera di «una
bottega in cui operano probabilmente più
pittori». Più in particolare Riccardi sembra
considerare un caso a parte gli affreschi di LA DECORAZIONE DELLE SALE
Lessona, «per una cura del dettaglio e una
abilità tecnica più elevata, più vicina ad La fase seicentesca del castello è ancora documentata da cicli di affreschi
esempi lombardi», mentre individua a Ver-
rone «almeno tre mani». Secondo lo stu- che ornano l’ala ovest della costruzione e che si distribuiscono, al piano ter-
dioso quest’ultimo ciclo «pare di un mae- reno, nei due grandi saloni di accesso e nella cappella ospitata all’interno della
stro vicino a quello del Cristo, ma se ne dif-
ferenzia per un gusto decorativo maggiore, torre d’angolo sud-ovest.
e una gamma di colore più ampia». Al mae- I due saloni furono ricavati in occasione di un intervento di ristruttura-
stro del Cristo della Domenica apparter-
rebbero comunque «le figure dei sottarchi
zione del palazzo che dovette comportare anche l’innalzamento dei soffitti 13.
e quelle della parete sinistra». Furono forse motivi statici a consigliare però la non totale eliminazione delle
88 VITTORIO NATALE

travi di sostegno più antiche, le quali, con funzione di architrave ribassato,


spartiscono ulteriormente in due ogni singolo ambiente. Il pittore chiamato a
decorare i saloni si trovò così a disposizione, per la stesura dei fregi decorativi,
quattro differenti “stanze”, distribuite nei due spazi maggiori. Ogni “stanza”
fu arricchita da un fregio che ospita, all’interno di finte incorniciature a stucco,
cartelle in cui si dipanano episodi relativi a diverse tipologie tematiche, conce-
pite però nell’ambito di un programma iconografico unitario.
Il primo fregio, partendo da sud verso nord, è dedicato agli imperatori
romani, raffigurati a cavallo entro cartelle con cornici a volute e foglie, spartite
da putti con trofei di frutti.
Iscrizioni ancora solo in parte leggibili permettono di riconoscere, proce-
dendo da sinistra verso destra, Caligola, Claudio e Nerone; Galba, Ottone e
Vitellio; Vespasiano, Tito e Domiziano; non è chiara l’identificazione degli
imperatori dell’ultima parete. Pittore biellese, angioletto e festoni,
Nel secondo fregio architravi sorretti da telamoni e balaustre ingombre di , castello Vialardi di Verrone,
ricchi trofei militari fingono aperture verso la natura circostante, mentre al cappella
centro di ogni parete una complessa struttura architettonica inquadra una
scena di soggetto bellico non sempre chiaramente riconoscibile: in un caso si
assiste alla consegna di un bottino di guerra e in un altro si intravede un com-
battimento tra cavalieri, mentre le restanti scene sono distinguibili con mag-
giore fatica.
Il fregio successivo presenta su ogni lato tre scene entro ricche cornici con
cornucopie e festoni di frutti, separate da drappi con stemmi nobiliari. Lo
sporco rende purtroppo pressoché irriconoscibili questi ultimi, che possiamo
comunque immaginare esaltino le parentele della famiglia dei Vialardi, così
come offusca il riconoscimento delle scene. Il migliore stato di conservazione 12
Il castello ha restituito un’altra testi-
della parete meridionale permette comunque di identificare almeno gli episodi monianza figurativa quattrocentesca. Si
tratta di un affresco raffigurante la Madon-
del Giudizio di Paride con il figlio di Priamo in atto di consegnare la mela ad na in trono con il Bambino e santa Dorotea
Afrodite, e, a destra, del Ratto di Proserpina con la giovinetta ormai afferrata che, staccato da un ambiente al secondo
piano dell’ala sud est dell’edificio, è ora
da Ade e sul punto di essere condotta nell’Averno. Possiamo perciò immagi- conservato in collezione privata. Le condi-
nare che l’intero fregio sia dedicato a temi mitologici, il cui soggetto potrà zioni di conservazioni non rendono agevole
una lettura chiara dell’opera, dove la tipo-
essere svelato solo dopo un restauro. logia della Vergine non corrisponde tutta-
Nell’ultima “stanza” il ciclo appare dedicato a temi biblici. Il racconto via a quella testimoniata da altre analoghe
raffigurazioni del Maestro del Cristo della
prende avvio dalla Tentazione di Adamo e dalla Cacciata dal paradiso terre- Domenica (la presenza di una cornice a
stre, per proseguire attraverso altre scene e medaglioni monocromi non più merletto sarebbe invece motivo sufficiente
identificabili (tranne l’Uccisione di Abele). per avvalorare un riferimento a seguace del
maestro suddetto secondo C. GHIRALDEL-
Lo stato di conservazione degli ambienti, e quindi anche degli affreschi, LO, Decifrazioni storico-artistiche nel Bielle-

non consente oggi una compiuta lettura stilistica di queste pitture14; tuttavia, se e dintorni, Biella 1999, p. 54, nota 53).
13
in attesa di un auspicabile restauro, improcrastinabile ai fini della stessa Il rinvenimento nell’ala sud di un mat-
tone con la data 1662 si offre come possi-
sopravvivenza delle pitture, può essere evidenziato il legame che unisce questo bile riferimento cronologico per questi
ciclo ad alcune delle decorazioni di palazzo Ferrero Fieschi a Masserano. Non interventi.
14
sono certo i dipinti che nel feudo dei Fieschi oggi vengono riferiti ai lombardi Gli affreschi sembrano non aver mai
subito restauri (e questo sia in senso nega-
Carlo Francesco e Giuseppe Nuvolone o a Ercole Procaccini il Giovane che tivo che positivo, perché molte sono le
possono qui essere richiamati, quanto le decorazioni, opera di maestranze decorazioni simili di destinazione privata
rese quasi illeggibili da pesanti ridipinture)
locali, presenti sui soffitti a cassettoni e nei fregi di altri ambienti, oltre che e sono pesantemente danneggiati da infil-
nella cosiddetta “quarta camera”, nella cui inquadratura architettonica sareb- trazioni di umidità e dallo sporco. Il sof-
fitto di un salone è poi recentemente crol-
bero poi stati inseriti gli episodi di storia romana di Carlo Francesco lato, portando con sé gli affreschi che
Nuvolone 15. erano collocati sopra l’architrave ribassato
corrispondente a una delle travi lignee più
In particolare deve essere notato che i cartoni utilizzati per realizzare le antiche.
cariatidi in quest’ultimo fregio furono reimpiegati, certamente dallo stesso 15
V. NATALE (a cura di), Arti figurative a
artista biellese, nel fregio con soggetti militari di Verrone. La datazione della Biella e a Vercelli: il Seicento e il Settecento,
Biella 2004, pp. 34-36, oltre che, natural-
impresa decorativa di Masserano al 1660 circa, data del matrimonio fra Maria mente, G. ROMANO, Resistenze locali alla
Cristina di Pianezza e Francesco Ludovico Ferrero Fieschi, si pone quindi dominazione torinese, in G. ROMANO (a
cura di), Figure del Barocco in Piemonte. La
come sicuro post quem per la decorazione di Verrone. Se poi lo stesso arti- corte, la città, i cantieri, le province, Torino
sta possa essere riconosciuto anche come autore della parte decorativa della 1988, pp. 361-362.
LA DECORAZIONE DELLA CAPPELLA E DELLE SALE 89
Da Francesco Antonio Mayerle (?),
Trionfo di Flora con stemma dei
Vialardi,  circa, castello Vialardi
di Verrone

Francesco Antonio Mayerle (?),


Trionfo di Flora, dopo il ,
Vercelli, Palazzo Langosco
(Museo Leone)
90 VITTORIO NATALE

cappella di San Giulio in San Lorenzo ad Andorno, che è datata 1682, è que- 16
« Sepultum est in monumentum fami-
lie sue et antecessorum maiorum suorum in
stione che potrà essere più agevolmente affrontata dopo un restauro. capella Immaculate Conceptionis B. M.
La decorazione della cappella del castello di Verrone, ricavata in un angu- Virginis » (AP Verrone, Libro dei Morti); si
veda M. TUROTTI, Cronologia, in questo
sto ambiente a “campana” all’interno della già ricordata torre, riveste lo spa- volume, pp. 27 sgg.
zio circolare con un vivacissimo accumulo di finti pilastri, festoni, fregi, balau- 17
C. DEBIAGGI, Il pittore Vitaliano Gras-
stre e angeli in volo o in bilico tra girali vegetali, a contorno di ampie vedute si. La sua attività a Vercelli. Una volta con
affreschi di Palazzo Langosco, in «BSV», 57
animate da classicheggianti architetture da giardino, dove si può assistere, acci- (2001), pp. 65-90; M. DELL’OMO, La cul-
dentalmente, anche alla visione improvvisa di una assunzione della Vergine. Il tura figurativa a Vercelli e nel Vercellese nel
rapporto con il mondo quasi monocromo appena lasciatoci alle spalle, nei Settecento: nuove indagini, in V. NATALE (a
cura di), Arti figurative a Biella e a Vercelli:
saloni, sembra a prima vista labile; tuttavia negli sguanci della finestra il mono- il Seicento e il Settecento, cit., pp. 150-152.
cromo riprende il sopravvento in alcuni tondi con vedute ideali di campagna
che trovano ancora una volta perfetta corrispondenza, assieme alle girali di
contorno, nello zoccolo della cosiddetta “prima stanza di rappresentanza” a
Masserano. La data 1686 che compare nella cappella acquista quindi impor-
tanza, come probabile ante quem anche per i fregi dei saloni, e permette di spo-
stare l’attenzione, come possibile committente, sul conte Carlo Francesco
Vialardi, deceduto nel 1700, o su Antonio Bernardino Vialardi, morto nel
1724 all’età di 73 anni 16.
Per raggiungere la cappella appena citata si percorrono alcuni ambienti,
oggi pressoché fatiscenti e ingombri di tramezzi moderni, dove controsoffitta-
ture aggiunte alla struttura antica pre-barocca recano segni, appena percetti-
bili sotto lo scialbo, di pitture. Solo un restauro potrà confermare l’ipotesi, resa
alquanto incerta dall’attuale stato di conservazione, che si conservino testimo-
nianze di fasi decorative settecentesche. Un affresco di questa epoca, non privo
di interesse, è stato nel frattempo recuperato sul soffitto di una sala collocata
nella parte oggi proprietà privata dell’ala meridionale del castello. Il dipinto,
racchiuso in una finta cornice a volute ornate da conchiglie, rappresenta una
figura femminile in volo, col capo cinto di fiori; una mano regge lo stemma dei
Vialardi, l’altra affonda in un cesto colmo di fiori, retto da un amorino. Un
secondo amorino sbandiera un filatterio con un’iscrizione che, se ce ne fosse
bisogno, aiuta a riconoscere nella figura la dea Flora, allusiva alla fecondità e
probabilmente realizzata in occasione di un matrimonio (FLORES ME [...]
FRVCTVS HONORIS).
Per eseguire l’affresco fu utilizzato un cartone preparatorio già utilizzato a
Vercelli dai Langosco per una decorazione ancora presente in un ambiente del
palazzo di famiglia ora sede del Museo Leone. Le variazioni compositive,
minime, si limitano alla sostituzione dello stemma Vialardi al posto di un mazzo Pittore biellese, Veduta con borgo
fortificato, , castello Vialardi di
di fiori e alla eliminazione di alcuni amorini che rendono più complessa l’opera Verrone, cappella
vercellese. Questa, già ritenuta da Casimiro Debiaggi di Vitaliano Grassi, è
stata più recentemente attribuita da Marina Dell’Omo a Francesco Antonio
Mayerle 17. L’affresco di Verrone non presenta caratteristiche così peculiari da
permetterci oggi di riconoscere la mano di Mayerle o, a maggior ragione, di
Grassi. Tuttavia esso pone una serie di interrogativi che travalicano le questioni
puramente attributive. La palmare identità di disegno con l’affresco vercellese
è ad esempio frutto di una comune derivazione da un terzo e precedente
modello non ancora identificato? Oppure, come più probabile, è conseguenza
di un reimpiego del cartone preparatorio approntato per Vercelli? E in questo
caso, quali furono i rapporti personali che resero possibile questa seconda ver-
sione della Flora? Tra i Langosco di Vercelli e i Vialardi di Verrone esistevano
rapporti tali da permettere un simile trapasso di artisti o di modelli?
Sono domande a cui è difficile, allo stato attuale degli studi, dare risposte
certe e univoche, ma che rilanciamo per il momento, speriamo quanto mai
prossimo, in cui un generale recupero del castello di Verrone e un restauro di Pittore biellese, Veduta con castello,
tutte le sue preziose decorazioni forniranno ulteriori dati e nuove motivazioni , castello Vialardi di Verrone,
per un approfondimento delle nostre conoscenze storiche. cappella
91

Col ferro. Testimonianze


della collezione d’armi
Carlo Jaselli

A
1
È molto difficile trovare in soffitta l collezionista di armi antiche, viene spesso rivolta una domanda: « Ma
qualche residuato, anche ottocentesco e se
qualcosa c’era di recuperabile, è stato da come è sorta in lei questa passione per le armi antiche? ». Il collezioni-
tempo preda di rigattieri ed antiquari spe- sta tergiversa o si limita a rispondere con qualche banalità, ma neanche
cializzati. Gli interventi conservativi ope-
rati, poi, dagli stessi, hanno finito di di-
lui sa bene come possa essere sorto in lui questo particolare interesse.
struggere i pezzi rinvenuti o di togliere loro Probabilmente non c’è un’unica e sola ragione per avere cominciato a racco-
qualsiasi valore antiquario e commerciale gliere la preziosa ferraglia, ma coesistono interessi e sentimenti diversi: un po’
(abrasioni insistite della ruggine, lucidatura
eccessiva con asporto di marchi e firme, di romanticismo irrazionale e fiabesco, un approccio storico al Medioevo ed al
uso di acidi, ecc.). Ormai, l’arma antica in Rinascimento, uno spiccato interesse per l’antiquariato di alta epoca. Penso
buone o almeno discrete condizioni non
può che provenire da collezioni private che anche per l’autore di queste note sia accaduto ciò. Poi sopravviene il caso,
cedute direttamente o attraverso aste ita- un regalo di amici, una visita ad un museo di armi, il catalogo di un’asta.
liane od estere.
2
Inizia quindi la ricerca 1 che si fa sempre più selettiva, con l’aumento del-
I falsi, come tutti i falsi d’antiquariato,
possono avere carattere fraudolento ma l’esperienza, fino a riconoscere a prima vista falsi ed attribuzioni di fantasia 2.
anche carattere “occasionale” come le false Una volta acquisita la necessaria esperienza ci si può avventurare nella
armature dell’Ottocento italiano che hanno
riempito i castelli ai tempi dello storicismo ricerca mirata fra antiquari specializzati, aste e altri collezionisti sia in Italia sia
di Massimo d’Azeglio, quando le famiglie all’estero. La collezione in esame è nata e si è accresciuta proprio rispettando
nobili italiane, dopo il compimento dell’u-
nità d’Italia, riaprirono e ristrutturarono i
questo gratificante itinerario.
castelli aviti per lo più abbandonati e tra- Vi sono diversi modi per impostare ed organizzare una raccolta di armi ed
sformati, nel migliore dei casi, in fattorie e armature. Si può seguire il metodo tipologico, catalogando i pezzi secondo le
stalle. Questi falsi sono addirittura commo-
venti per la loro approssimazione ed inge- tipologie funzionali nelle diverse epoche: spade, pugnali, armi da botta, elmi,
nuità. Cosa diversa sono i falsi ottocente- scudi, armature, armi in asta, a prescindere dall’elemento cronologico o si può
schi di scuola tedesca, molto pericolosi
anche per gli esperti, per la precisione del- invece seguire, come nel caso in esame, il metodo cronologico indicando per
l’esecuzione effettuata secondo le tecniche ogni epoca lo svilupparsi delle diverse tipologie. Come tutti i collezionisti,
del XV e XVI secolo. Queste copie hanno
un loro valore anche nel mercato antiqua- anche il collezionista di armi antiche deve darsi dei limiti temporali e la colle-
rio, ma la frode comincia quando le egregie zione del castello di Verrone comprende armi e armature dal XIII al XIX
opere degli artigiani tedeschi vengono
spacciate per opere autentiche. Ci sono
secolo.
diversi mezzi per distinguere l’autenticità
di un’armatura o di un’arma bianca, osser-
vando la materia prima impiegata (lamine
ottenute dal massello per battitura o lamine
di laminatoio in uso dal XVII secolo in
poi). Gli spessori non omogenei e le cosid-
dette sfogliature aiutano a verificare l’au-
tenticità del pezzo.

Spada italiana, metà secolo XIII,


castello Vialardi di Verrone
collezione Carlo Jaselli

Pugnale antenniforme,
Italia, secolo XIII,
basilarda secolo XIV,
castello Vialardi di Verrone
collezione Carlo Jaselli

Spada francese a stocco, metà secolo


XIV, castello Vialardi di Verrone
collezione Carlo Jaselli
92 CARLO JASELLI

Roncone, forca da scale, due spiedi,


secolo XIII, castello Vialardi di
Verrone
collezione Carlo Jaselli

Elmo ovoidale, secolo XIII, castello


Vialardi di Verrone
collezione Carlo Jaselli

Bacinetto italiano, secolo XIV,


castello Vialardi di Verrone
collezione Carlo Jaselli

3
XIII E XIV SECOLO J. MANN, Wallace Collection Catalogue,
Londra 1962, vol. II, p. 242, tav. 106.
Le raccolte di armi antiche ed i relativi studi partono, per lo più, dal secolo 4
A. PURICELLI-GUERRA, Armi in Occi-
dente, Milano 1966, pp. 84-85.
XIII per due ordini di motivi: l’estrema scarsezza di reperti precedenti e la
limitata memoria storica del periodo romano-barbarico. 5
Dall’iconografia pittorica della Batta-
glia di San Romano di Paolo Uccello alle
numerosissime elegiache celebrazioni di
Spada. Italia, metà secolo XIII vittorie d’imperatori, re e principi regnanti
Rappresenta una tipologia abbastanza comune in Europa: lunga lama a due presenti in quasi tutte le pinacoteche del
fili con sguscio centrale per i 4/5 della sua lunghezza (cm 102). Elso a braccia mondo, armi ed armature trovano ampia e
significativa rappresentazione. Invero, lo
dritte patenti schiacciate ed allargantesi agli estremi. Pomo massiccio a disco. studioso di armi antiche riceve, ma anche
Arma per colpire di taglio e punta. L’epoca è quella di battaglie e scontri vio- dà, un forte contributo alla datazione delle
opere, soprattutto sotto l’aspetto critico.
lenti fra parte guelfa e parte ghibellina che sfiorarono anche il castello di Quasi tutti i dipinti, ad esempio, che rap-
Verrone. presentano scene del Calvario di Cristo,
raffigurano i soldati di Ponzio Pilato con
armature usate nell’epoca degli autori e
Spada a stocco. Francia, metà secolo XIV non armature romane. Più coerenti all’e-
Lama a sezione romboidale con il marchio di Parigi. Spada con lama ugual- poca della Crocifissione sono i soldati ro-
mente marcata presso la Wallace Collection di Londra 3. Sul codolo dell’impu- mani che indossano armature cinquecente-
sche, dette all’eroica che, in qualche modo,
gnatura stemma nobiliare. Pomo a disco scavato sull’orlo. Elso dritto con ricordano le corazze dei condottieri romani
rembi ripiegati verso il basso. Arma atta a colpire soprattutto di punta. ma che, comunque, poco si adattano a sem-
plici soldati nelle vesti di aguzzini di Cristo.
Per La strage degli Innocenti, cfr. L. G.
Pugnali. Italia, secoli XIII e XIV BOCCIA, F. ROSSI, M. MORIN, Armi e Arma-
a. Pugnale antenniforme con manico in ottone ornato con disegni geome- ture lombarde, Milano 1980, pp. 30-31.
trici. Esemplare simile al Metropolitan Museum di New York 4, secolo 6
G. LAKING, European Armour and Arms,
XIII. Londra 1920, vol. I, p. 4.
b. Basilarda: impugnatura a T e guardia in ferro. Il nome basilarda si ricol- 7
Forca per innalzare le scale sulle mura
lega alla città di Basilea. Arma simile appare nell’affresco della Strage avversarie. L’esemplare in esame è stato
rinvenuto infisso nel muro esterno della
degli Innocenti in Como, chiesa di Sant’Abbondio 5. cappella di San Simone e Giuda in castro.

Armi in asta
a. Punta di spiedo, secolo XIII, in condizioni di scavo. Marcata con sole
radiante. Punta simile pubblicata dal Laking 6.
b. Punta di piccolo spiedo in condizione di scavo marcata con corolle di
fiori.
c. Ferro di roncone primitivo marcato con M latina, codolo rettangolare.
d. Ferro di forca per scala, codolo aperto, rembi quadrangolari 7.
COL FERRO. TESTIMONIANZE DELLA COLLEZIONE D’ARMI 93

Armatura di maglia con camaglio,


secolo XIV, castello Vialardi di
Verrone
collezione Carlo Jaselli
94 CARLO JASELLI

Alabarda a scure, spiedo, roncone


milanese, castello Vialardi di Verrone
collezione Carlo Jaselli

Spada curva da arrembaggio,


spada schiavonesca, cinquedea,
castello Vialardi di Verrone
collezione Carlo Jaselli

Armatura di maglia con camaglio. Italia, secolo XIV 8


La normale armatura del tempo è la
cottamaglia, formata da piccoli anelli messi
Cottamaglia a grano d’orzo con prolungamento per difesa delle gambe. insieme e saldati fra loro con spinotti ribat-
Camaglio con lembo di chiusura anteriore e fori per la vista. Nello stesso tuti, a formare la maglia detta a grana d’or-
zo. L’armatura a piastre ha appena iniziato
secolo iniziano i primi rinforzi in ferro e cuoio bollito 8. la sua evoluzione integrata da difese di
cuoio bollito o ferro, come si può osservare
Resti di elmo ovoidale. Italia, secolo XIII dalla pietra tombale di Tommaso II di
Savoia nella cattedrale di Aosta. Bisognerà
Elmo medievale detto anche conico. Visibili i fori del camaglio presenti nel attendere almeno un secolo perché i mae-
lembo inferiore dell’elmo. Reperto molto raro, nonostante fosse assai diffuso stri lombardi e tedeschi realizzino i capola-
vori delle armature complete, tutte in ferro,
in Italia 9. dalle forme armoniose e compatte.
9
M. TERENZI, Catalogo della mostra di
Bacinetto. Italia, secolo XIV armi antiche al castello dei Conti Guidi in
Forma arrotondata ed alquanto concava a coprire la nuca. Segni di due Poppi (AR), Firenze 1967, fig. 14.
colpi di spada. Raffigurato nell’affresco della Strage degli Innocenti in Como,
chiesa di Sant’Abbondio.

SECOLO XV
Nel secolo XV mentre le armi offensive ripetono, con poche varianti, la
tipologia di quelle del secolo precedente, nelle armi difensive l’armatura si
evolve passando dalla maglia di ferro, al massimo rinforzata – come detto –
con qualche pezza di cuoio bollito o metallo, all’armatura completa in ferro
forgiato. È il punto di massima evoluzione tecnica, ma anche estetica, dell’ar-
matura: sapiente distribuzione dei volumi, funzionalità meccanica, aderenza
antropomorfica si aggiungono alla maggiore efficienza difensiva.

Armi in asta
a. Spiedo bolognese. Forma triangolare con sgusci su tutta la lunghezza.
Ferro con marchi caratteristici ad asterisco.
b. Roncone milanese. Tipica arma di derivazione contadina con il marchio,
apprezzatissimo, dello scorpione milanese, conosciuto in tutta Europa.
c. Alabarda a scure. Arma derivante dalla scure, con punta piatta e lunga
lama dritta. Marchio: M gotica non identificata.
COL FERRO. TESTIMONIANZE DELLA COLLEZIONE D’ARMI 95

Armatura italiana, secolo XV,


castello Vialardi di Verrone
collezione Carlo Jaselli
96 CARLO JASELLI

Corsesca secolo XVI,


falcione secolo XV,
castello Vialardi di Verrone
collezione Carlo Jaselli

Spiedo veneto secolo XVI,


aguccia piemontese secolo XVII,
castello Vialardi di Verrone
collezione Carlo Jaselli

Spade e pugnali italiani 10


È il ritratto di un beato in armatura
tardo quattrocentesca. Capelli biondi, viso
a. Spada schiavonesca, antesignana della schiavona che armava la milizia dai tratti raffinati, indossa una cottamaglia
dalmata al servizio dei Dogi. di ferro ma con i bordi dorati propria dei
nobili del tempo. Al di sopra indossa un’ar-
b. Cinquedea, detta anche lingua di bue. Spada corta, presente nel territo- matura a piastre tardogotica ed infine una
rio compreso tra Ferrara e Venezia. Lama dritta e larga (cinque dita) atta sopravveste gialla a bande rosse, colori del-
a colpire di taglio e punta. Impugnatura piatta di bronzo e avorio con lo stemma dei Vialardi. Il suo posiziona-
mento mette in risalto un’ampia cubitiera
nastrino nel pomo recante la scritta, in rilievo, CONDUCI. tipica delle armature italiane dell’epoca.
c. Spada curva da arrembaggio. Lama impressa con i marchi veneti di Anche in questo caso la datazione stilistica
dell’armatura conferma l’epoca di attribu-
Belluno e la scritta MARCO MEUS, latino alquanto volgarizzato. Lama zione dell’affresco e viceversa. Cfr. V. NA-
ricurva appesantita ed allargata sulla punta per dare più forza al fen- TALE, La cappella e la decorazione delle sale,
in questo volume, pp. 81 sgg.
dente.
11
L. G. BOCCIA, Le armature di S. Maria
Armatura composita. Italia, secolo XV delle Grazie di Curtatone di Mantova e l’ar-
matura lombarda del ’400, Milano 1982.
Petto globoso con rinforzo triangolare alla vita. Scarselle con nervatura
centrale terminanti a punta. Marca a scaglione crocettato, propria degli
armaioli milanesi. Elmo a salade con tre nervature sul colmo a fingere torti-
glioni. Gronda a difesa del collo. Arnesi di disegno gotico con tre nervature
ciascuno. Ginocchietti con larga ala. Spallacci simmetrici orlati. Braccia lisce
con larghe cubitiere. Quest’armatura ha particolare riferimento all’affresco esi-
stente nella cappella di San Simone e Giuda in castro 10.
Armatura con elmetto a becco di passero. Italia, secolo XV
L’armatura è composta anche con pezzi per la giostra: guardagoletta, brac-
ciale rinforzato, guanto a mittene. L’elmetto a becco di passero è un reperto
molto raro 11.

SECOLI XVI E XVII


In questi secoli cambia la morfologia delle armi offensive, soprattutto con
riferimento allo scontro sul campo di battaglia fra la cavalleria e la fanteria che
riacquista la sua importanza tattica.
Nelle armi difensive l’armatura inizia un lungo confronto fra aumento di
spessore di elmi e pettorali e potenza di penetrazione delle armi da fuoco, con
inevitabile vittoria di queste ultime ed inizio della decadenza delle armature.
COL FERRO. TESTIMONIANZE DELLA COLLEZIONE D’ARMI 97

Armatura italiana con elmo a becco


di passero, secolo XV, castello
Vialardi di Verrone
collezione Carlo Jaselli
98 CARLO JASELLI

Corsaletto di Emanuele Filiberto


di Savoia, , castello Vialardi di
Verrone
collezione Carlo Jaselli

Armatura alla massimiliana,


Germania, inizi secolo XVI,
castello Vialardi di Verrone
collezione Carlo Jaselli
COL FERRO. TESTIMONIANZE DELLA COLLEZIONE D’ARMI 99
Mezza armatura piemontese alla
viscontea, fine secolo XV, castello
Vialardi di Verrone
collezione Carlo Jaselli

Armi in asta
a. Falcione italiano, secolo XV. Ferro
convesso con raffo e con marchio milanese
dello scorpione, atto a colpire di taglio.
b. Corsesca italiana, secolo XVI. Raffi ricurvi
a giglio per agganciare le armature dei cava-
lieri.
c. Lungo spiedo veneto, secolo XVI.
Lama alta e robusta di cm 88 con
corti rembi, inastata su legno d’e-
poca, bullonato. Sul rembo de-
stro, marca C non identificata.
d. Spuntone aguccia, Pie-
monte, metà secolo XVII.
Spuntone della Guardia
Ducale Sabauda sotto la reg-
genza di Madama Reale
Cristina di Francia.
Su una faccia del ferro, lo
stemma bipartito di Savoia e
di Francia. Sull’altra faccia due
C incrociate (Cristina e Carlo
Emanuele II).
12
La definizione alla massimiliana deriva Armatura alla massimiliana. Germania, inizi secolo XVI
da Massimiliano I imperatore il quale, non
solo per se stesso ma per i suoi cavalieri, Elmo a muso di scimmia con il marchio di Norimberga. Ampi spallacci e
aveva adottato in via generalizzata questo grosse cubitiere. Pettorale globoso di gusto quattrocentesco munito di resta
tipo d’armatura. La pieghettatura di tutte
le parti, salvo che per gli schinieri, è ispirata tonda alla tedesca, con piccolo marchio di Norimberga sotto lo scollo. Guanti
alla moda civile degli abiti pieghettati, ma a mittene, schinieri lisci, ginocchietti con ampie ali, scarpe a piede d’orso 12.
ottiene anche un rilevante risultato tecnico
nell’irrobustire le lamiere già formate con
ottimo acciaio temprato e forbito. Corsaletto attribuito a Emanuele Filiberto di Savoia. Milano, 1606
13
Giorgio Dondi, coautore del catalogo Tutte le superfici sono uniformemente decorate con disegno a rete in cui
dell’Armeria Reale di Torino, ha pubbli-
cato un suo intervento su questo corsaletto le maglie, formate da nodi di Savoia, sono occupate alternativamente da trofei
in occasione della mostra organizzata dal- e corone aperte attraversate da fronde di palma. Stretti bordi con greca a
l’Archivio di Stato di Torino intitolata Gen-
tiluomini christiani e religiosi cavalieri e mezza stella. Il corsaletto è formato da petto, schiena, spallacci, braccia ed il
dedicata all’Ordine di Malta in Piemonte. suo probabile uso era quello da torneo di barriera. Il corsaletto è attribuito da
Secondo l’autore, Emanuele Filiberto di
cui si tratta è il figlio di Carlo Emanuele I Giorgio Dondi al Maestro del Castello di Milano 13.
che si trasferì presso la corte di Filippo III
di Spagna. In questa corte fece una rapi-
dissima carriera sino ad essere nominato Mezza armatura alla viscontea. Piemonte, fine secolo XVI
Capitan General de la mar e, nel 1612, Vi- Armatura assolutamente integra qualora si consideri che, all’epoca, le gam-
ceré di Sicilia. Morì di peste a Palermo nel
1624 (G. DONDI, Gentiluomini christiani e biere erano ormai state sostituite da alti gambali di cuoio. Pistagne originali e
religiosi cavalieri, Catalogo della mostra, doratura a bande. Sul petto viti di resta ad indicare il suo uso a cavallo. Elmo
Milano 2000, pp. 54-55).
chiuso alla viscontea con coppo in un sol pezzo, con visiera, ventaglia e baviera
che conserva internamente al coppo e alla baviera la sua foderatura originale.
Sul lato destro dell’elmo, forchetta per tenere aperta la visiera. Pettorale ner-
vato in mezzeria. Robusto schienale, cannoni di braccia ed avambracci riuniti
con cubitiere a tre lamine. Scarselloni a sette lamine. Proviene dalla famiglia
Arborio Mella di Gattinara, già in collezione Bazzaro.
100
101
103

L’architettura della Parrocchiale


tra Medioevo ed Età Moderna
Antonella Perin

a chiesa di San Lorenzo risulta oggi adiacente all’importante arteria che

L
1
Catasto sabaudo del 1729 e catasto
francese del 1802.
2
collega Vercelli con Biella, asse che ha favorito lo sviluppo industriale
ARMO, Bugellae 1945, vol. I, doc.
XVIII, col. 57, p. 31.
della zona e incentivato negli ultimi quarant’anni la crescita di Verrone,
3
Ibidem. tanto da cancellarne i caratteri originari di insediamento rurale incardinato
4
C. VIOLANTE, Pievi e parrocchie nell’I- lungo due percorsi di collegamento tra il castello e l’edificio religioso, ben leg-
talia centrosettentrionale durante i secoli XI gibili nelle mappe storiche 1. L’impressione di chi vi giunge, dunque, è quella
e XII, in Le istituzioni ecclesiastiche della
“societas christiana” nei secoli XI-XII. Dio-
di un centro in cui i segni della storia – di quella che viene da lontano si
cesi, pievi e parrocchie, Milano 1977, pp. intende – non appaiono leggibili tanto nell’impianto urbanistico o nelle tracce
643-799; A. CASTAGNETTI, L’organizzazione di opere difensive esterne al castello – per altro mai documentate dalle fonti e
del territorio rurale nel medioevo. Circoscri-
zioni ecclesiatiche e civili nella “Langobar- dalla cartografia – quanto esclusivamente nei due poli civile e religioso, consi-
dia” e nella “Romania”, Bologna 1982. stenze architettoniche ora apparentemente prive di nessi. La scelta del tema
5
T. VIALARDI DI SANDIGLIANO, I Vialardi della stratificazione come modello comune di lettura del costruito ha portato
di Verrone, in questo volume, pp. 45 sgg., e
T. VIALARDI DI SANDIGLIANO, Il castello di per quanto riguarda la chiesa ad individuare la seguente periodizzazione:
Sandigliano, in L. SPINA (a cura di), I ca- un’importante fase tardomedievale (secoli XIV-XV), una serie di trasforma-
stelli biellesi, Milano 2001, pp. 103-111, in
particolare pp. 103-106. zioni attuate in età moderna (secoli XVI-XVII) nell’ambito dell’adeguamento
6
G. PANTÒ, Vita castellana e strutture delle fabbriche religiose al nuovo clima controriformato, cui segue la sostitu-
difensive del Biellese dalle fonti archeologi- zione di alcune parti per obsolescenza delle strutture (secolo XVIII), mentre
che, in L. SPINA (a cura di), I castelli biellesi,
Milano 2001, pp. 17-31, in particolare, per difficilmente ricostruibile appare lo stadio iniziale (ante secolo XIV).
il castello di Verrone, pp. 24-28. Le origini della chiesa di San Lorenzo di Verrone risultano ancora oggi
7
Il concetto di area di strada, proposto indefinibili. Il primo documento che attesta la sua esistenza è un estimo delle
dalla critica negli ultimi vent’anni accanto
al più recente concetto di luogo di strada, chiese, dei benefici e dei monasteri della diocesi di Vercelli redatto per la con-
nega l’idea che le vie medievali fossero ca- tribuzione delle decime papali, senza data perché mutilo, ma fondatamente
ratterizzate da un percorso ben definito,
ma bensì da un territorio in cui i percorsi datato da mons. Ferraris al 1298-1299 2. L’elenco riporta la seguente indica-
avevano tracciati variabili difficilmente pre- zione: «Ecclesia veroni […] lib. Lj et dim.» annotata tra le dipendenze della
cisabili. Cfr. G. SERGI, Luoghi di strada nel
Medioevo. Fra il Po, il mare e le Alpi occi-
pieve di San Pellegrino di Puliaco («Plebs Puliazi») 3. In mancanza di dati che
dentali, Torino 1996, e R. GRECI (a cura di), possano far supporre una qualsiasi relazione con un ordine monastico, sembra
Un’area di strada: l’Emilia occidentale nel possibile ipotizzare che essa sia nata come chiesa minore nell’ambito di quel-
Medioevo. Ricerche storiche e riflessioni me-
todologiche, Atti dei Convegni di Parma e l’ampio fenomeno territoriale chiamato incastellamento, sviluppatosi per la
di Castell’Arquato - novembre 1997, Bolo- maggior parte tra la fine del secolo IX e il secolo XII. Gli studi hanno sottoli-
gna 2000.
8
neato come la presenza delle strutture religiose sul territorio e l’evoluzione
Doveva trattarsi di un itinerario secon-
dario di origini romane che da Quinto insediativa fossero due fenomeni strettamente collegati e che, soprattutto tra i
Vercellese portava in direzione di Biella e secoli X e XII, la prima seguisse la seconda nell’ambito della rete delle fortifi-
Mongrando, incrociando proprio nei pressi
di Quinto l’importante fascia di percorsi cazioni di fondazione o controllo signorile e vescovile 4.
che, tramite Novara e Vercelli, collegava la Nel caso di Verrone – forse un fondo privato legato a partire dal XII secolo
pianura padana a Ivrea e quindi ai valichi
alpini. Cfr. V. VIALE, Vercelli e il Vercellese alla famiglia de Verono 5 – la presenza di una struttura fortificata attestata dagli
nell’antichità. Profilo storico, ritrovamenti e scavi archeologici in un tempo antecedente al XIII secolo 6, epoca in cui il
notizie, Vercelli 1971, p. 51; G. GANDINO,
Per una lettura del medioevo biellese, in G.
«castrum veroni» compare nelle fonti scritte (1282), deve aver favorito l’attra-
ROMANO (a cura di), Museo del territorio zione di forme insediative rurali a carattere sparso e la conseguente fonda-
biellese. Ricerche e proposte, Biella 1990, p. zione, in un’area solcata da una fascia di percorsi 7 secondari che dovevano col-
70; F. VERCELLA BAGLIONE, Il percorso della
strada Vercelli-Ivrea in età romana e medie- legare Vercelli con Mongrando e di qui attraverso il Canavese alla Valle
vale, in «BSBS», XC (1992), pp. 613-633; d’Aosta 8, del titulus o rettoria di nostro interesse, non è dato a sapersi se su
F. VERCELLA BAGLIONE, Alcune considera-
zioni sul percorso vercellese della strada diretta committenza feudale, anche se plausibilmente ipotizzabile.
Pavia-Torino in età romana e medievale, in Delmo Lebole nella sua opera sulla Chiesa biellese ne fissa in via ipotetica
«BSV», XXII (1993), n. 1, pp. 5-42, e inol-
tre G. PANTÒ, Strutture e ospitalità a Ver- la fondazione al X secolo, sulla scorta dell’analisi della muratura ancora visi-
celli nel Medioevo. Dati archeologici. Le vie bile nel sottotetto delle navate laterali disposta «ad opus incertum» con pietre
del Medioevo, Atti dei Convegni di Torino
del 20 ottobre 1994 e del 16 ottobre 1996,
irregolari 9. Un’ispezione del sottotetto delle navate centrale e laterale sinistra,
Torino 1998, pp. 91-117. le uniche accessibili, ha messo in luce la presenza di due grandi fasi e di diverse
104 ANTONELLA PERIN

Albero genealogico dei Vialardi di Verrone, secolo XVII, particolare della Parrocchiale
collezione privata
L’ARCHITETTURA DELLA PARROCCHIALE TRA MEDIOEVO ED ETÀ MODERNA 105
9
D. LEBOLE, Storia della Chiesa Biellese. riprese che la difficoltà di lettura non permette di datare con tale precisione.
Le pievi di Vittimulo e Puliaco I, Biella
1979, p. 647. Sulla scorta della semplice valutazione sulle murature l’indicazione che ne può
10
La datazione della muratura a ciottoli derivare è quella di un “prima” e un “dopo”. Lo stadio più antico – caratte-
disposti irregolarmente risulta difficile in rizzato da ciottoli non in corsi regolari legati da malta – doveva delimitare lo
un’area come il Biellese dove l’uso della
pietra nella produzione architettonica ca-
spazio di una struttura di dimensioni corrispondenti all’incirca alle prime due
ratterizza diversi secoli. Similitudini pos- campate della navata centrale, forse una cappella. Sebbene questo dato possa
sono essere riscontrate con la muratura essere interessante indizio della presenza di una struttura antecedente alla fine
della chiesa di San Secondo di Magnano
risalente al secolo XI. Per un’analisi delle del XIII secolo 10, esso appare ancora troppo generico se non supportato da
murature in periodo romanico nel Biellese, altri elementi derivabili da un rilievo accurato dell’edificio e della parte mura-
cfr. D. DE BERNARDI FERRERO, L’architettura
romanica nella diocesi di Biella, Biella 1959. ria, da saggi sui pilastri sottostanti e da indagini archeologiche, utili per for-
11
T. VIALARDI DI SANDIGLIANO, I Vialardi mulare una scansione cronologica volta a precisare maggiormente la stratifica-
di Verrone, in questo volume, pp. 45 sgg. zione del costruito.
12
L’Archivio Parrocchiale, ancora con- Il vincolo tra i Vialardi e Verrone – documentato per la prima volta nel
sultato da Borello, risulta oggi disperso.
1277 – dovette determinare nuovi assetti e trasformazioni delle tracce mate-
13
Achille Borello, poi ripreso da Delmo
Lebole (Un paese nel tempo. Verrone nelle
riali presenti sul territorio (struttura fortificata e chiesa) che, come già ricor-
memorie di Don Achille Borello riviste ed dato, allo scadere del XIII secolo appaiono per la prima volta in attestazioni
aggiornate da Mons. Delmo Lebole, Viglia- scritte 11. Nella sconsolante assenza di materiale documentario 12 le poche carte
no Biellese 1997, p. 25 – rist. anastatica di
A. BORELLO, Verrone brevi memorie stori- bassomedievali, per lo più nomine di rettori, evidenziano un diretto controllo
che, Biella 1926 –; D. LEBOLE, La Chiesa signorile. Il legame tra i Vialardi e la chiesa 13 è accertabile con continuità a par-
Biellese nella Storia e nell’Arte, Biella 1962,
p. 195) ricorda una dotazione della chiesa tire dal 1346 14, nel 1351 (memoria della fondazione da parte loro della cap-
di San Lorenzo da parte della famiglia pellanìa di Santa Maria) 15, nel 1361 16 e oltre 17; un patronato quasi esclusivo,
Vialardi nel XII secolo sulla scorta delle durato fino al 1837 18 e espresso attraverso la dotazione finalizzata alla realiz-
indicazioni riportate da L. Tettoni e F.
Saladini nel Teatro Araldico, indicazione zazione di opere architettoniche, imprese decorative e arredi fissi.
che avrebbe potuto rivelarsi significativa A partire dalla metà del XIV secolo e in seguito ai pericoli incombenti sul
per stabilire il nesso più antico tra i Vialar-
di e l’edificio religioso, se un’attenta analisi Biellese, territorio sottoposto alla pressione delle mire espansionistiche
del testo non avesse evidenziato l’estrema sabaude, i Vialardi come altre famiglie feudali attuarono una politica di raffor-
genericità dell’informazione (L. TETTONI, F.
SALADINI, Teatro Araldico ovvero Raccolta
zamento della linea di difesa di pianura, cedendo i beni in posizione rilevata:
Generale delle Armi ed Insegne gentilizie emblematica a questo proposito fu l’alienazione dei beni e del castello di
delle più illustri e nobili casate che esiste- Mosso (1347). Ne derivò, tra Tre e Quattrocento, il riassetto dei castelli di
rono un tempo e che tuttora fioriscono in
tutta l’Italia, Milano 1847, vol. VII, Fami- Sandigliano, di Ysengarda e di Verrone, nonché la fondazione del ricetto di
glia Vialardi di Verrone, Sandigliano, Mon- Candelo, costruito su terreni di loro proprietà 19. Il giuramento di fedeltà ai
grando ecc., s.n.p.). L’antichità del patro-
nato Vialardi su San Lorenzo è invece più
Savoia da parte di Simone, figlio di Rolandino [Vialardi di Verrone] del 19 feb-
attendibilmente documentato da una lapi- braio 1373 20 dovette avviare per Verrone un periodo di maggior tranquillità,
de settecentesca (1724) ancora conservata isolando il feudo da quel tormentato clima politico e militare che portò all’an-
in chiesa: […] DVODECIMO VLTRA
SECVLO GVIDALARDORVM VERONI nessione sabauda di Biella nel 1379 e di Vercelli nel 1427 e determinando un
DOMINORVM GVIDALARDVS, HOC clima favorevole al rinnovamento architettonico che interessò i due poli del
COSPICVVM TER ANTIQVVM, ET
PROPIVM AVVORVM SACELLVM AN- potere signorile: la residenza fortificata 21 e la chiesa di San Lorenzo, intesa
TONIVS BERNARDINVS, FRANCISCI come luogo eletto a sepolcro famigliare.
BERNARDI, EX CONDOMINIS VERO-
NI, ET PRIMVS VERONI, SPLENDIDE
Ricerche recenti hanno evidenziato nella seconda metà del Trecento una
ORNAVIT, ET RENOVAVIT […]. presenza costante dei Vialardi a Verrone tanto da supporre una residenza sta-
14
BSm Torino, ms. Torelli, atto del 13 bile 22. Nella seconda metà del XIV secolo, accanto ai feudatari, risulta poi atte-
settembre 1346 in cui Rolando Vialardi di stata una Comunità che mediante i suoi rappresentanti figura negli atti pub-
Verrone nomina Giacomo Sappellani ret-
tore della chiesa di San Lorenzo e inoltre blici 23, fatto che presuppone l’esistenza di un insediamento dai caratteri oggi
AS Biella, Famiglia Vialardi di Verrone, non più ricostruibili per mancanza di tracce fisiche. Uno stanziamento protetto
mazzo 1, fasc. 2. L’indicazione delle nomi-
ne del 1346 e 1361 è contenuta nella sen-
(secoli XIII-XIV) di cui sono state individuate tracce circostanti il nucleo
tenza del 24 gennaio 1590 contro la fami- signorile più antico 24, e forse piccoli nuclei rurali che dovettero determinare
glia Ferrero Fieschi di Masserano preten- l’aumento di importanza della chiesa di San Lorenzo e l’assunzione da parte di
dente anch’essa il juspatronato della chiesa
di Verrone. essa dei diritti parrocchiali (decime, sepolture e amministrazione dei sacra-
15
BSm Torino, ms. Torelli, atto del 13 menti), fenomeno plausibilmente arrivato a un buon grado di maturazione nel
dicembre 1351 in cui la Comunità di Ver- Trecento in seguito al lento declino di Puliaco 25 in favore di Salussola 26, inse-
rone e i Vialardi nominano alla clericatura
di San Lorenzo Francino di Rolandino di diamento d’altura fortificato nella seconda metà del XIV secolo 27, sorto attorno
Verrone. alla chiesa di Santa Maria Assunta divenuta sede di collegiata nel 1413 28. Da
16
Ibidem, atto del 12 novembre 1361 questo processo – ascrivibile alla lenta disgregazione del sistema pievano ben
con cui i Vialardi nominano alla rettoria di
San Lorenzo di Verrone Giovanni de Ast
delineata per la diocesi di Vercelli da Aldo Angelo Settia 29 – dovette insorgere
fu Pietro di Vettigné. l’esigenza di un ingrandimento dell’edificio religioso, in un momento in cui
17
Ibidem, atto del 30 marzo 1384 in cui stava per compiersi quel percorso che avrebbe portato alle circoscrizioni
106 ANTONELLA PERIN

Verrone, Parrocchiale, facciata

i Vialardi nominano alla clericatura della


chiesa di San Lorenzo di Verrone Antonio
di Filippo Vialardi per il trasferimento di
Giovanni de Ast alla chiesa di San Giorgio
di Vettigné. Inoltre si veda anche la perga-
mena del 28 luglio 1386 in AS Biella in cui
i Vialardi di Verrone nominano Franceschi-
no, figlio di Giacomo Vialardi di Verrone,
alla clericatura istituita nella chiesa di San
Lorenzo vacante dopo il matrimonio del
chierico Guglielmo (AS Biella, Famiglia
Vialardi di Verrone, pergamena 5).
18
I fratelli conte Amedeo e cavalier
Augusto Vialardi di Verrone cedono il pa-
tronato ai coniugi [Antonio] Maurizio e
Olimpia Zumaglini cui avevano venduto il
castello due anni prima (ACuV Biella, Pro-
visiones beneficiariae, vol. 89). Rinuncia
analoga era già stata fatta nel 1824 dal loro
padre, il conte Bernardo Serafino (ACuV
Biella, Decreta Episcoporum, vol. IV, f.
180).
19
M. CASSETTI, T. VIALARDI DI SANDI-
GLIANO, Ysengarda e i suoi signori, in L.
SPINA (a cura di), Candelo e il Ricetto, Mi-
lano 1990, pp. 51 sgg.
20
V. VAI, La dedizione dei Vialardi di
Verrone a Casa Savoia, in questo volume,
parrocchiali dell’età moderna e sulla struttura si era polarizzato il rinnovato pp. 51 sgg.
interesse della famiglia del signore, stabilmente insediata nel castello. 21
Su questa ipotesi risulta concorde an-
L’ispezione del sottotetto ha messo in evidenza a circa 7 metri dal filo della che Patrizia Cancian che colloca la rico-
struzione del castello di Verrone dopo l’an-
controfacciata una netta cesura tra la muratura lapidea in ciottoli disposti irre- nessione sabauda (P. CANCIAN, Il Castello di
golarmente e un apparecchio murario dalla tessitura regolare costituito dal- Verrone, in L. SPINA (a cura di), I castelli
biellesi, Milano 2001, pp. 131-137, in par-
l’alternanza di corsi in laterizio e fasce in ciottoli, caratterizzante il muro d’am- ticolare pp. 131-132). Inoltre, per una
bito della navata centrale fin nei pressi dell’attacco della curvatura dell’abside scansione delle fasi costruttive del castello
e in particolare su quella tra tardo ’300 e
attuale, disposizione muraria documentata anche nel castello e datata da ’400, cfr. A. LONGHI, L’architettura del ca-
Gabriella Pantò nell’ambito del XIV secolo sulla scorta dei materiali ceramici stello nel paesaggio fortificato subalpino, in
questo volume, pp. 69 sgg.
rinvenuti nello scavo 30. Dunque l’edificio sembra presentare un’importante
22
T. VIALARDI DI SANDIGLIANO, I Vialardi
fase di trasformazione trecentesca 31, databile più precisamente all’ultimo di Verrone, in questo volume, pp. 45 sgg.
quarto del secolo e la prima metà del secolo successivo per le ragioni sopra 23
G. BOLENGO, Le pergamene Vialardi di
addotte. In questo periodo l’edificio fu allungato di due campate, vennero Verrone, in «Archivi e Storia», 1993, n. 9-
10, pp. 137-154.
costruite ex novo la zona presbiteriale-absidale, le due navate laterali – forse 24
A. LONGHI, L’architettura del castello
realizzate in tempi diversi a causa della marcata disparità dimensionale (navata nel paesaggio fortificato subalpino, in questo
destra circa 2,50 m, navata sinistra circa 3,20 m) – e riplasmata la facciata. Il volume, pp. 69 sgg.
risultato dell’intervento coincise grosso modo con lo spazio odierno: una strut- 25
Nel 1348 la chiesa di San Lorenzo di
Verrone risulta appartenere alla circoscri-
tura a tre navate, spartite da robusti pilastri con semicolonne addossate che zione pievana di Puliaco. Cfr. ARMO, Bu-
reggono arcate a sesto rialzato, raccordate al sostegno tramite un astragalo e gellae 1945, vol. I, doc. XXXIV, Registro
smussate agli angoli nel punto di contatto con quest’ultimo a simulare le forme delle decime imposte da Papa Clemente VI e
riscosse per le chiese, le case religiose della
di un capitello cubico scantonato alla base. La navata centrale e le navate late- Diocesi di Vercelli, col. 191, p. 98.
rali risultano coperte da volte a crociera non costolonate. 26
Nel 1440 l’«Ecclesia Veronj e la ca-
La lettura dell’edificio sembrerebbe rivelare un cantiere protratto nel pella castri Veronj anexa est dicte ecclesie»
risultano appartenere alla «plebs Saluzolie
tempo e realizzato per giustapposizioni di cui è testimonianza il sistema strut- cum suis canonici et ecclesijs simul unitis
turale delle navate laterali, costruite addossando ai pilastri paraste a sostegno silicet ecclesia S. Gervaxij, ecclexia Puliachi
ecclesia Arri et Private». Cfr. ARMO, Bu-
dei sott’archi trasversali. La zona presbiteriale-absidale odierna è frutto di una gellae 1945, vol. I, doc. CIX, Elenco dei
riplasmazione avvenuta nel XVII secolo (ricostruzione della conca absidale e benefici ecclesiastici della diocesi di Vercelli
con estimo dei rispettivi contributi sinodali
della volta del presbiterio) 32, ma si ha ragione di pensare che i muri d’ambito redatto per ordine del vescovo mons. Gu-
di quest’ultimo risalgano ancora all’intervento tardo gotico. Nel sottotetto del glielmo Didier, col. 459, p. 232.
locale situato in testa alla navata sinistra – costruito allo scadere del secolo XVI 27
M. PACUCCI, Biella e il suo territorio:
incastellamento tra medioevo ed età mo-
e adibito a sacrestia in sostituzione della stanza alla base dell’antico campanile derna, Tesi di laurea, Politecnico di Torino,
fino a quel momento sede di deposito dei paramenti e dei reliquari 33 – si è Facoltà di Architettura, a.a. 1995/1996,
L’ARCHITETTURA DELLA PARROCCHIALE TRA MEDIOEVO ED ETÀ MODERNA 107
Verrone, Parrocchiale, interno

rel. C. Bonardi, p. 230, regesto dei docu-


menti relativi a Salussola: 30 aprile 1375,
Antonio de Bichiera di Montecapiello rila-
scia quietanza a Bartolomeo Scaglia, chia-
varo di Biella, di 540 fiorini d’oro dovuti
dal Comune al Vescovo per fortificare il
castello e il borgo di Salussola.
28
D. LEBOLE, La Chiesa Biellese nella
Storia e nell’Arte, cit., p. 155.
29
A. A. SETTIA, Crisi e adeguamento del-
l’organizzazione ecclesiastica nel Piemonte
basso medievale, in Pievi e parrocchie in Ita-
lia nel basso medioevo (secoli XIII-XV), Atti
del Convegno «Storia della chiesa in Ita-
lia», Roma 1984, vol. II, pp. 610-624, rie-
dito con il titolo L’organizzazione ecclesia-
stica del Piemonte bassomedievale, in A. A.
SETTIA, Chiese, strade e fortezze nell’Italia
medievale, Roma 1991, pp. 333-348, in
particolare pp. 334-341.
30
G. PANTÒ, Vita castellana e strutture
difensive del Biellese, cit., pp. 21-23.
31
La fase trecentesca è segnalata anche
da D. LEBOLE, Storia della Chiesa Biellese.
Le pievi di Vittimulo e Puliaco I, cit., p. 647.
32
Nelle Visite Pastorali, non esplicite in
proposito, è certo che dopo il 1668 la zona
absidale non viene più definita come angu- scoperto un fregio sottogronda in mattoni disposti a scaletta (secoli XIV-XV)
sta (ibidem, p. 651).
33
che a partire dall’attacco della curvatura dell’abside si pone in continuità con
ACuV Vercelli, Visite Pastorali, vol.
20-21, Verrone, ff. 152-153v, consultata in quello ancora oggi visibile dall’esterno. L’antico campanile, abbattuto nel ’700
copia presso AS Vercelli, Visite Pastorali, perché pericolante, sorgeva sul lato destro del presbiterio mentre il lato sini-
bobina n. 14. La Visita Pastorale del 1° di-
cembre 1597 descrive sul lato sinistro
stro doveva risultare libero da ingombri e la navata, a terminazione piatta, era
rispetto all’altare la «sacrestia recenter con- illuminata da un oculo circolare strombato, oggi tamponato ma ancora visibile
structa satis congrua sed caret loco lavatio- dall’ex sacrestia cinquecentesca, attualmente adibita a locale caldaia. La fac-
nis manuum ac armario decenti pro para-
mentis». Nella stessa relazione di visita si ciata odierna con un profilo a salienti corrisponde all’impostazione tardogotica
trova la seguente espressione: «habentur in e doveva risultare in origine illuminata solo dalla finestra circolare posta sopra
hac ecclesia quidam sacre reliquie […]
incluse in tabernacolo antiquo in campanili l’ingresso, sito tra i due contrafforti a cappuccio ampiamente riplasmati, che
ubi erat sacristia vetus […]». delimitano il campo centrale e denunciano il sistema strutturale interno.
34
C. TOSCO, L’architettura religiosa nel- La collocazione dell’intervento in un preciso contesto culturale non risulta
l’età di Amedeo VIII, in M. VIGLINO DAVI-
CO, C. TOSCO (a cura di), Architettura e in-
agevole per due ordini di motivi: in primo luogo per la difficoltà nel leggere
sediamento nel tardomedioevo in Piemon- parte dei caratteri originari, cancellati dalle demolizioni del passato, ma tal-
te, Torino 2003, pp. 71-114.
35
volta anche dai restauri più recenti che hanno ammantato la struttura di uno
M. SPINI, L’architettura del territorio
diocesano dal Duecento al Quattrocento, in spesso strato di intonaco, inoltre per la mancanza di un quadro generale sul-
G. CRACCO, Storia della chiesa di Ivrea dalle l’architettura gotica del Piemonte ancora oggi per la maggior parte inedita.
origini al XV secolo, Roma 1998, pp. 707-
749.
Recenti sondaggi relativi all’area occidentale 34 e al Canavese 35 – pur nella com-
36
Si ricordano gli esempi di Santa Maria plessità degli intrecci culturali a cui corrispondono i diversi cantieri – hanno
a Chieri e di Santa Maria Assunta a individuato nell’ambiente lombardo e in quello transalpino, in particolare nel
Chiasso.
gotico flamboyant borgognone, i due riferimenti principali, matrici culturali in
37
P. TOESCA, Il Trecento, Torino 1951,
pp. 87-89.
alcuni casi presenti nello stesso edificio 36, arricchendo attraverso nuove pro-
38
R. BOSSAGLIA, Per un profilo del gotico spettive di analisi un filone di lettura già avviato da Toesca 37 e dalla Bossaglia 38.
piemontese. Le chiese degli ordini mendi- Nel caso della chiesa di San Lorenzo i legami possibili sembrano indirizzabili
canti nei secoli XIII e XIV, in «Palladio»,
1954, n. 1-2, pp. 27-43, e R. BOSSAGLIA, Le
verso l’ambiente lombardo per le caratteristiche spaziali che manifestano una
chiese degli ordini mendicanti nel XV se- vicinanza alla concezione romanica soprattutto nel dislivello dell’imposta
colo, in «Palladio», 1954, n. 4, pp. 184-188. delle navate laterali rispetto alla centrale e per il ridotto slancio in verticale.
Le volte a crociera pensili che sovrastano quest’ultima – forse realizzate nel
Quattrocento avanzato – delimitanti ampie specchiature di muro prive di
fonti di luce, un’illuminazione diretta proveniente dalle navate laterali, dalla
facciata e plausibilmente dall’abside originaria, un sistema di sostegni
uniforme, la terminazione piatta della navata laterale inducono ad accostare
108 ANTONELLA PERIN

Verrone, Parrocchiale, sepolture dei


Vialardi di Verrone, resti umani
foto Antonella Perin

l’edificio a un linguaggio sviluppatosi nell’arco del ’300, ma perdurante lungo 39


Sulla definizione di un modello che
presenta diverse declinazioni da esempi
il secolo successivo, nell’area occidentale dei domini viscontei 39; anche l’uso aulici a espressioni più provinciali, cfr. A.
degli archetti pensili a pieno centro incrociati, raramente utilizzati in area biel- M. ROMANINI, L’architettura gotica in Lom-
bardia, Milano 1964, vol. I, pp. 437-439.
lese se non in pochi esempi tra cui si ricorda il San Giacomo del Piazzo di Biella 40
Per una sommaria schedatura degli
(secolo XIV) 40, denuncia un riferimento individuabile nella stessa direzione 41. edifici religiosi gotici in area biellese, cfr. C.
La consacrazione avvenuta il 18 agosto 1503, secondo quanto riporta il GAVAZZI, P. MERLO, L’architettura gotica nel-
la diocesi di Biella, Biella 1980.
cartiglio dipinto sul lato inferiore destro dell’affresco di Giosuè Oldoni raffi- 41
Per un riferimento alla cultura lom-
gurante la Circoncisione e la Presentazione di Gesù al tempio42, può essere con- barda della facciata di San Giacomo al
siderata plausibilmente momento di avanzato completamento architettonico e Piazzo, cfr. G. C. SCIOLLA, Il biellese dal
Medioevo all’Ottocento, Artisti - commit-
avvio di una fase di decorazione testimoniata dall’affresco raffigurante la tenti - cantieri, Torino 1980, p. 55.
Madonna in trono allattante e san Sebastiano (primo decennio del secolo XVI)43 42
Sull’affresco dell’Oldoni, cfr. V. NA-
e dal dipinto stesso, datato 1518, parte di un ciclo più vasto oggi perduto. TALE, La vetrata della Adorazione dei Magi
e le decorazioni, in questo volume, pp. 111
Nella seconda metà del secolo XVI si infittisce la documentazione dispo- sgg.
nibile, per lo più Visite Pastorali, che in alcuni casi descrivono attentamente 43
Ibidem.
lo stato dell’edificio e dei suoi arredi. Alla fine del ’500 l’immagine che se ne 44
Visita Pastorale del 1573, consultata
ricava è quella di una struttura in buone condizioni statiche in cui il patroci- nella trascrizione redatta da Delmo Lebole:
«Altare maius in navi media prope murum
nio dei Vialardi, dovette esprimersi in una serie di interventi volti alla realiz- in fornice dealbata, cum lapide magno mar-
zazione di decorazioni ad affresco agli altari di Sant’Antonio e dei Santi moreo in medio mense incluso cum gradu
supra lateritio sine icona cum quidam nicia
Sebastiano e Fabiano di loro patronato. Risulta decorata ad affresco anche figuris decentibus picta […]» (D. LEBOLE,
l’abside, contro il cui muro era posizionato l’altar maggiore44, e l’altare di San Storia della Chiesa Biellese. Le pievi di Vitti-
Giovanni Battista45, mentre solo quello della Beata Vergine poi della Madonna mulo e Puliaco I, cit., p. 650).
45
Ibidem.
del Rosario nel 1573 si presentava «cum icone satis decenti et eleganti orna- 46
Ibidem.
tum»46. Gli interventi architettonici promossi in seguito ai decreti delle Visite 47
P. COZZO, Il vescovo Bonomi e i decreti
Pastorali sono per lo più riconducibili alla volontà dei vescovi vercellesi di controriformati, in V. NATALE (a cura di),
rendere funzionale l’organizzazione dell’edificio sulla scorta delle indicazioni Arti figurative a Biella e a Vercelli. Il Cin-
quecento, Biella 2003, pp. 153 sgg.
contenute nell’Instructiones fabricae et suppellectilis ecclesiasticae, edito nel 48
Il tabernacolo dell’eucarestia solita-
1577 a Milano e largamente diffuso anche nella diocesi vercellese guidata tra mente realizzato in legno dorato, per quanto
il 1572 e il 1587 da Giovanni Francesco Bonomi, zelante interprete del riguarda le realizzazioni di influenza lom-
barda tra fine ’500 e primo ’600, costituiva
modello episcopale borromaico47. Indicativi a questo proposito furono la rico- una delle realizzazioni comandate frequen-
struzione della sacrestia in testa alla navata sinistra e la collocazione sull’altar temente nelle Visite Pastorali. Quello di San
Lorenzo di Verrone risulta già realizzato nel
maggiore del tabernacolo sorretto da angeli48, intervento quest’ultimo realiz- 1606 e descritto in un inventario del 1748
zato in funzione all’esaltazione del messaggio eucaristico che ebbe come con- come «tabernacolo indorato e due Angioli
seguenza la riplasmazione della zona absidale in sostituzione di quella antica per parte con altri ornamenti». Cfr. D. LE-
BOLE, Storia della Chiesa Biellese. Le pievi di
considerata troppo angusta. Nella Visita Pastorale del 1597 venne comandata Vittimulo e Puliaco I, cit., pp. 652 e 654.
la realizzazione di un portico di fronte alla chiesa da realizzarsi secondo le 49
ASCV Vercelli, Visite Pastorali, Visita
indicazioni fornite dalla relazione «super pillis duobus saltem lateritijs»49. Si di San Lorenzo di Verrone del 1° dicembre
1597 (si veda la collocazione d’archivio in
tratta del piccolo protiro che ancora oggi campeggia di fronte all’ingresso, nota 33).
L’ARCHITETTURA DELLA PARROCCHIALE TRA MEDIOEVO ED ETÀ MODERNA 109
50
Un paese nel tempo. Verrone nelle costruito probabilmente all’inizio del XVII secolo, intervento che conta esempi
memorie di Don Achille Borello, cit., pp.
16-17. analoghi nel Biellese: qui si ricorda la Parrocchiale di Santa Maria Assunta a
51
D. LEBOLE, Storia della Chiesa Biel- Salussola, dove la struttura andò ad appoggiarsi a uno straordinario portale in
lese. Le pievi di Vittimulo e Puliaco I, cit., formelle in cotto a stampo a motivi vegetali, danneggiandolo in gran parte.
pp. 655-656.
52
Nel 1772, con l’istituzione della diocesi di Biella, la chiesa di San Lorenzo
Ibidem, p. 655.
di Verrone venne inclusa nella nuova circoscrizione diocesana. I decreti della
Visita Pastorale del primo vescovo mons. Viancini (1774) stabilirono una ridu-
zione degli altari (da cinque a tre), la costituzione di un nuovo cimitero in vece
di quello antico troppo angusto, e la ricostruzione della sacrestia perché
minacciante rovina50, così come l’antico campanile, decretato inagibile dalla
Comunità nell’adunanza del 9 giugno 178051. Negli anni successivi venne steso
il progetto della nuova sacrestia attribuibile al capomastro Giovanni Domenico
Peretti, sulla scorta di un pagamento per il disegno della sacrestia «de la
Parochia di verone» (1784)52. Il disegno, oggi custodito presso l’ufficio del par-
roco, mostra la pianta del nuovo fabbricato e il prospetto in cui risulta sezio-
nata una porzione dell’edificio. La nuova struttura sorse sul sito del vecchio
campanile, di cui è ancora leggibile l’attacco della scala a chiocciola nel pas-
saggio tra la chiesa e la sacrestia. Il campanile odierno venne ricostruito nel-
l’ultimo ventennio del XVIII secolo sul lato opposto a quello originario.
Nonostante le trasformazioni subite nell’arco di diversi secoli la chiesa di
San Lorenzo ha conservato la sua spazialità tardo gotica, aspetto che va salva-
guardato e valorizzato in quanto testimonianza di un’importante fase di vita
dell’edificio in un percorso evolutivo che, almeno fino al tardo Medioevo,
appare per molti versi parallelo a quello del castello, per tendere a divaricarsi
in età moderna quando alla committenza signorile – unica forza in gioco fino
a quel momento – si accompagna l’iniziativa vescovile normata dal nuovo clima
culturale riformato. Cammino che conduce in età contemporanea a esiti diffe-
renti: l’innesco dei processi di lento degrado del castello e per contro l’avvio
di una serie di interventi in “neo” alla chiesa (prima metà del secolo XX), rico-
nosciuta come polo unificante della collettività in seguito al decreto di “libera
collazione” conseguente alla rinuncia al juspatronato da parte dei Vialardi. Il
lavoro interdisciplinare svolto nell’ambito di questo volume potrà fornire una
prima chiave di lettura dei legami perduti tra le due strutture, chiesa e castello,
che sanciscono la ragione stessa dell’esistenza e del divenire storico della
Comunità di Verrone.

Verrone, Parrocchiale, sottotetto


soprastante la sacrestia
cinquecentesca, particolare del fregio
sottogronda

AP Verrone, progetto per la nuova


sacrestia,  circa
111

La vetrata della Adorazione dei Magi


e gli affreschi
Vittorio Natale

LA VETRATA DELLA ADORAZIONE DEI MAGI

F
1
A. ROCCAVILLA, L’Arte nel Biellese, Biel- u Roccavilla nel 1905 a dare per primo notizia dell’esistenza nella Par-
la 1905, p. 140.
2
rocchiale di Verrone di una vetrata raffigurante la Vergine col Bambino
Ibidem, fig. 205 p. 139.
3
L. MALLÉ, Museo Civico di Torino. Ve-
e S. Giuseppe 1. L’immagine allora pubblicata 2, per quanto di minuscole
tri, vetrate, giade, cristalli di rocca e pietre dimensioni, documentava una situazione simile all’attuale, ma con la veste
dure, Torino 1971, pp. 279-273; V. NATALE, della Vergine, oggi vistosamente lacunosa, ancora perfettamente conservata. Il
Committenze e artisti a Biella nella prima
metà del secolo, in V. NATALE (a cura di), manufatto si compone di una parte inferiore, ove è inserito un ovale che rac-
Arti figurative a Biella e a Vercelli. Il Cin- chiude lo stemma dei Vialardi entro una cartella a volute, e di una parte prin-
quecento, Biella 2003, pp. 21-54, in parti-
colare p. 41. cipale raffigurante l’Adorazione dei Magi. La scena presenta in realtà uno solo
4
A. ROCCAVILLA, Altre opere di antichi dei re, inginocchiato nell’atto di offrire un cofanetto ricolmo di monete d’oro,
pittori vercellesi nel Biellese, in «La Rivista allineate con sistematico ordine entro il prezioso contenitore. La Madonna col
Biellese», IV (1924), pp. 16-17.
5
Bambino in grembo è seduta sotto un baldacchino, il cui tendaggio verde,
L. MALLÉ, Una vetrata spanzottesca
inedita a Verrone Biellese, in «Biella», I (di- avvolto intorno a una delle due colonne laterali, è stato scostato per permet-
cembre 1962), s.n.p. tere la visione della scena. Giuseppe si affaccia alle loro spalle, appoggiato a
6
V. VIALE, Gotico e Rinascimento in Pie- un muretto oltre al quale la veduta si apre sulla sinistra verso colonne e un arco
monte, Catalogo della mostra, Torino 1939,
pp. 221-222; M. BERNARDI, Il Museo Civico in rovina e, più in lontananza, verso un borgo fortificato.
d’arte antica di Palazzo Madama a Torino, Sempre Roccavilla descriveva la vetrata nella cappella della navata laterale
Torino 1954, pp. 68-69.
7
P. TOESCA, Aosta, catalogo delle cose
sinistra ove sarebbe rimasta almeno fino al 1979, quando risultava inserita
d’arte e di antichità, a cura del Ministero entro l’ampia cornice a fogliami di fattura tardo ottocentesca, che ancora lì si
della Pubblica Istruzione, Roma 1911, p. conserva, oggi accoppiata, con risultati di dubbia efficacia, a una trasparenza
91, nota 112, e p. 126.
8
N. GABRIELLI, Rappresentazioni sacre e
fotografica moderna. La parte più antica dell’insieme è stata nel frattempo
profane nel castello di Issogne e la pittura ricoverata, per motivi di sicurezza più che giustificati di fronte alla preziosità
nella valle d’Aosta alla fine del 1400, Tori- dell’oggetto, in un ambiente di servizio.
no 1959, pp. 63-91; L. MALLÉ, Una vetrata
spanzottesca inedita a Verrone Biellese, cit.; Roccavilla aveva accostato l’opera alle vetrate dipinte allora ancora con-
L. MALLÉ, Museo Civico di Torino. Vetri, ve- servate in palazzo Ternengo al Piazzo e oggi al Museo di Palazzo Madama3, e
trate, giade, cristalli di rocca e pietre dure,
cit., pp. 264-266. riteneva l’autore di origine Vercellese; qualche anno dopo si sarebbe spinto a
9
A. M. BRIZIO, Le vetrate della Catte- ipotizzarne la fattura da parte di quello stesso Giosuè Oldoni di cui aveva rin-
drale e della Collegiata di S. Orso ad Aosta, venuto la firma nel coro4. L’oggetto sembra quindi essere stato dimenticato per
in La Valle d’Aosta. Relazioni e comunica-
zioni presentate al XXXI Congresso storico alcuni decenni, fino a che Mallé non lo mise correttamente in relazione con un
subalpino, Aosta 9-11 settembre 1956, Tori- gruppo di vetrate che si dividono tra l’abside e la navata della cattedrale di
no 1958, pp. 365-379.
10
Aosta, l’abside della chiesa di Sant’Orso nella stessa città e il Museo di Palazzo
B. ORLANDONI, La produzione artistica
ad Aosta durante il tardo medioevo, in M. Madama a Torino, con provenienza dal castello di Issogne5. Questo collega-
CUAZ (a cura di), Aosta. Progetto per una mento è stato da allora unanimamente accettato dalla critica, che si è però a
storia della città, Aosta 1987, p. 229, nota
154 (con parziale ritrattazione in B. ORLAN- lungo divisa sulla analisi storico-artistica del gruppo. Sostanzialmente il dibat-
DONI, Artigiani e artisti in Valle d’Aosta tito ha visto inizialmente taluno evidenziare soprattutto orientamenti verso
dal XIII secolo all’epoca napoleonica, Ivrea
1998, pp. 389-390); E. ROSSETTI BREZZI, l’arte francese6 o franco-svizzera7, altri enfatizzare piuttosto la presenza di
scheda 57, in S. PETTENATI, G. ROMANO (a influenze ferraresi, con richiami alla pittura piemontese e a Martino Spanzotti
cura di), Il tesoro della città, Catalogo della
mostra, Torino 1996, p. 57; ma soprattut- in particolare8, e altri ancora circoscrivere i legami soprattutto all’arte locale
to si veda E. DOLINO, Le vetrate, in B. valdostana9.
ORLANDONI, E. ROSSETTI BREZZI (a cura di),
Sant’Orso di Aosta, Aosta 2001, pp. 205- Più recentemente la vetrata di Verrone, quelle di Palazzo Madama e alcune
218. di quelle di Aosta sono state collegate al nome di Pietro Vaser, documentato
come factor verreriarum presso il castello di Issogne e presso Sant’Orso di
Aosta dal 1498 al 1504 per Giorgio di Challant, feudatario del castello e abate
commendatario di Sant’Orso10. Il nome Vaser, comune a diversi artisti attivi a
Ginevra durante il Quattro e l’inizio del Cinquecento, permette di ipotizzare
112 VITTORIO NATALE

Pietro Vaser (?),


Adorazione dei Magi,
 circa,
Parrocchiale di San
Lorenzo
LA VETRATA DELLA ADORAZIONE DEI MAGI E GLI AFFRESCHI 113
Pietro Vaser, Disputa di Gesù fra i
Dottori; Fuga in Egitto, , Torino,
Museo Civico d’Arte Antica e
Palazzo Madama
114 VITTORIO NATALE

una appartenenza ginevrina anche per il nostro artista, appartenenza suggerita Giosuè Oldoni, Circoncisione;
anche dall’analisi dello stile delle opere in considerazione. Alcuni elementi Presentazione di Gesù al tempio, ,
Parrocchiale di San Lorenzo
infatti, e fra questi le curiose deformazioni fisionomiche che concorrono a ren-
dere sproporzionatamente ampia a Verrone la fronte della Vergine, sono
comuni alla produzione di area tedesca, confrontabili ad esempio con alcune
sculture lignee prodotte nell’orbita del brissinese Hans Klocker 11, e la città
svizzera si caratterizzò proprio come centro di coagulo di differenti correnti
artistiche, provenienti anche dall’area tedesca oltre che fiamminga e borgo-
gnona.
Le affinità più evidenti – nelle fisionomie, nei panneggi scheggiati e
profondi, negli elementi architettonici, nelle improvvise accensioni cromatiche
fra la preponderanza dei grigi, nelle stesse dimensioni – uniscono la vetrata di
Verrone alla Fuga in Egitto e alla Disputa di Gesù nel tempio di Palazzo
Madama, provenienti, come abbiamo visto, da Issogne. Carattere molto vicino
hanno anche alcuni particolari in Sant’Orso, dove un confronto può essere isti-
tuito soprattutto con il san Giovanni Battista, nella parte inferiore del quale i
tendaggi che scoprono lo stemma Challant si annodano intorno alle colonne in
modo simile a Verrone. Meno appariscenti, forse anche per lo stato scompo-
sto e frammentario di alcune vetrate, le identità di mano con il ciclo della cat-
tedrale.
Queste somiglianze strettissime hanno posto, e pongono tuttora, il pro-
blema della provenienza della vetrata di Verrone. Una originaria appartenenza
alla Parrocchiale è assai improbabile, anche in considerazione delle caratteri-
stiche architettoniche della chiesa. D’altronde la parte più antica della vetrata,
che possiamo datare intorno al 1500, ha sicuramente subito, come abbiamo
visto, almeno un adattamento durante la seconda metà del secolo XIX, e forse
un primo completamento durante la seconda metà del Cinquecento; a que-
st’epoca risale, presumibilmente, la confezione dello stemma Vialardi sotto-
stante, che potrebbe essere avvenuto in loco.
Sulla base di queste considerazioni è stata avanzata l’ipotesi di una prove-
nienza dell’oggetto dalla Valle d’Aosta. Elena Rossetti Brezzi ha tuttavia recen- 11
Cfr., fra le altre, la Madonna col Bam-
temente potuto escludere, per considerazioni di carattere soprattutto icono- bino già sull’altare maggiore della chiesa
grafico, che la vetrata potesse completare nella cappella del castello di Issogne dei Santi Vittore e Corona a Canonica, in
E. CASTELNUOVO (a cura di), Imago lignea.
il ciclo a cui appartenevano anche i due esemplari del Museo di Palazzo Sculture lignee nel Trentino dal XIII al XVI
Madama. Motivi analoghi rendono improbabile anche una collocazione in secolo, Trento 1989, fig. p. 183.
LA VETRATA DELLA ADORAZIONE DEI MAGI E GLI AFFRESCHI 115
12
V. NATALE (a cura di), Arti figurative a Sant’Orso. Non possiamo quindi attualmente escludere, a causa della man-
Biella e a Vercelli. Il Cinquecento, cit., p. 41
e nota 79 p. 52. canza di certezze su una pertinenza valdostana, che l’Adorazione dei Magi di
13
Antonio dei Signori di Verrone fu prio- Verrone, benché opera di un artista ginevrino attivo prevalentemente in Valle
re di Rougemont, nel comitato di Gruyère, d’Aosta, e nonostante l’assenza di convincenti confronti nel Biellese, possa
dal 1482 al 1487. Nel primo atto del suo
priorato (1482) compaiono come testi due
provenire da un edificio sacro del circondario biellese. I rapporti fra Biella e
dei suoi fratelli, Bernardo, Segretario di la Valle d’Aosta dovettero del resto essere tutt’altro che infrequenti, come
Stato nel 1483, e Pietro, ambasciatore dal dimostra anche la sopravvivenza in collezione privata di due statue lignee già
1475 del conte Francesco di Gruyère, mare-
sciallo del duca di Savoia. Un altro fratello, in San Germano a Tollegno, di pertinenza valdostana e risalenti alla seconda
Giacomo, fu castellano di Rougemont dal metà del Quattrocento 12. Oltre a ciò, i fitti rapporti documentati negli ultimi
1497 al 1498. Ancora nel 1493 Pietro fu te-
ste alla donazione del paese di Mannenberg
decenni del Quattrocento tra i Vialardi di Verrone e la Svizzera, e in partico-
alla città di Berna da parte di Claude de lare con Rougemont, nel Bernese meridionale, delineano uno scenario di
Seyssel a nome del figlio di Francesco II, diretta conoscenza della cultura d’oltralpe che potrebbe aiutarci e meglio com-
conte di Gruyère. AVdSF, Famiglia Vialardi
di Verrone, schedatura TVS. prendere l’eccentrica presenza della vetrata della Parrocchiale 13.
14
Un candidato al ruolo di committente
degli affreschi è Bernardo Vialardi di Ver-
rone, figlio di Bernardino (cfr. nota 13), GLI AFFRESCHI DI GIOSUÈ OLDONI
che sposa a Verrone Maddalena di Sandi-
gliano nel 1518. Dalla parte opposta del-
l’affresco corrisponde invece la seguente Particolare interesse per la storia della chiesa rivestono gli affreschi che
ornano l’ultima lunetta sinistra della navata centrale. Essi sono accompagnati
da una iscrizione, realizzata su una cartella che si finge elegantemente appesa
al cornicione con un nastro svolazzante, che ne documenta la fattura da parte
di Giosuè Oldoni nel 1518: 1518 DIE 28 / JUNII M[AGISTER] JOSUE / DE
OLDONIBUS P[INXIT] 14. La scritta era già stata rilevata da Roccavilla, quando
Gaspare Fornerio da Ponderano e
restauratore del secolo XX, Madonna però le raffigurazioni soprastanti erano ancora sotto scialbo e non visibili, e
in trono allattante e san Sebastiano,  quindi riferita erroneamente ai due santi Lorenzo e Domenico che ornano la
circa, Parrocchiale di San Lorenzo vicina cappella laterale 15. Gli affreschi della lunetta furono invece rimessi in
luce nel 195816 e si presentano oggi, dopo l’ultimo restauro del 1992, in con-
dizioni di conservazione non ottimali, ma non tali da risultare totalmente illeg-
gibili. Essi raffigurano, entro cornici che imitano un nastro intrecciato e che
spartiscono in due lo spazio, a sinistra la Circoncisione e a destra la Presen-
tazione di Gesù al tempio. Nella scena di sinistra il Bambino è ormai nelle mani
del sacerdote, che esegue la delicata operazione, e delle sue assistenti, mentre
ai lati Maria e Giuseppe, riconoscibili per l’aureola dorata, assistono al rito. A
destra invece Simeone sorregge tramite un panno bianco – probabile prefigu-
razione della sindone e del martirio – Gesù, che gli è stato presentato dalla
Vergine e da Giuseppe, seguiti da una ancella con un canestro di vimini, con-
tenitore della tradizionale offerta delle due tortore. Probabilmente il dipinto è
solo la parte superstite di un ciclo che, dedicato alla vita di Cristo, doveva
distribuirsi anche lungo le altre lunette della chiesa.
Quella di Verrone è attualmente l’unica opera nota di Giosuè Oldoni, ma
diversi documenti d’archivio, raccolti perlopiù da Alessandro Baudi di
Vesme17, ci trasmettono notizie di notevole interesse su questo artista. Egli era
figlio del pittore milanese Boniforte, residente a Vercelli almeno dal 1462, e
aveva un considerevole numero di fratelli che esercitavano, come lui, il
mestiere del padre: alcuni nati da un primo matrimonio (Ercole, Diofebo,
Eleazaro), altri dalla sua stessa madre (Efraim e Ismaele). La prima notizia di
Giosuè risale al 1488 e lo vede, cittadino residente a Vercelli, stendere testa-
mento in previsione di un viaggio «in longinquas partes Rome». Giosuè
avrebbe quindi compiuto durante la gioventù un viaggio a Roma, un viaggio
presumibilmente formativo, alla scoperta delle vestigia delle antichità classiche
che costituivano allora un bagaglio fondamentale per un artista che volesse
perseguire la pittura “moderna”. La sua pittura, come vedremo piuttosto
orientata verso la cultura lombarda, non ci restituisce tracce in grado di con-
fermare l’effettivo svolgimento di un soggiorno romano. Il fatto che suo fra-
tello Ismaele, in quello stesso anno, stilasse anche lui testamento prima di
116 VITTORIO NATALE

recarsi «in partibus Francie et ad longinquas partes» sembra collocare questi scritta: 1503 DIE 18 AVG / CV[N]SE-
CRATA FVIT ECC[LESIA] / ISTA P. R.
viaggi all’interno di una ben studiata strategia famigliare di aggiornamento D. D. IVLIVM / GALAR EP[ISCOPUM]
della cultura figurativa della bottega. Ismaele compare comunque di nuovo già SALONE[N]SE[M]; il riferimento è a Giu-
lio Gailardi, preposto novarese che fu ve-
a Vercelli nel 1490 e Giosuè nell’aprile del 1493, in due atti particolarmente scovo della diocesi greca di Salone. Sotto
significativi. Il primo ci informa che il pittore è nuovamente in procinto di l’intonaco dipinto affiorano, nell’angolo in-
feriore sinistro, tracce di uno strato più
assentarsi «a civitate Vercellarum et ad longinquas partes accedere», il secondo antico, anch’esso ornato da una bordura.
lo vede in compagnia di Ludovico de Donati, probabile fratello degli scultori 15
A. ROCCAVILLA, Altre opere di antichi
in legno Giovanni Ambrogio e Giovanni Pietro, pittore di origine milanese che pittori vercellesi nel Biellese, cit., p. 16.
risiedette a Vercelli dal 1491 al 1494 come collaboratore di Eleazaro Oldoni. 16
D. LEBOLE, Storia della Chiesa Biellese.
Le pievi di Vittimulo e Puliaco I, Biella
Nel 1498 poi Giosuè acquista dai fratelli una casa a Milano e si libera con- 1979, p. 647.
temporaneamente di proprietà vercellesi, per sparire dai documenti locali fino 17
[A. BAUDI DI VESME], Schede Vesme.
al settembre del 1517, poco prima di iniziare a lavorare a Verrone. Tanti pic- L’Arte in Piemonte, Torino 1982, vol. IV,
pp. 1517-1539.
coli indizi che portano tutti verso Milano e la Lombardia, dove Giosuè 18
Si veda in particolare il Compianto del
potrebbe aver soggiornato a lungo, forse, come anche l’aspetto dei suoi affre- Musée d’Art et d’Histoire di Ginevra (M.
schi lascerebbe supporre, in rapporto con Ludovico de Donati. NATALE, Peintures italiennes du XVIe au
XVIIIe siècle, Ginevra 1979, tav. 44).
Pur con qualche sopravvivenza di gusto più provinciale, come il vistoso 19
D. LEBOLE, Storia della Chiesa Biellese.
decoro a melograni utilizzato per il tessuto nella Circoncisione, e nonostante il Le pievi di Vittimulo e Puliaco I, cit., fig. p.
carattere evanescente di parte delle raffigurazioni, Giosuè si dimostra infatti 645 e pp. 647, 656.
20
aggiornato sulla coeva pittura lombarda, come dimostrano lo sfumato attento A. PERIN, L’architettura della Parroc-
chiale tra Medioevo ed Età Moderna, in
degli incarnati, di derivazione leonardesca, e le fattezze o i profili dei volti, che questo volume, pp. 103 sgg.
trovano non casuale corrispondenza nella produzione di Ludovico de 21
D. LEBOLE, Storia della Chiesa Biellese.
Donati 18. La pieve di Biella, Biella 1994, vol. VIII, p.
358.
22
D. LEBOLE, Storia della Chiesa Biellese.
La pieve di Biella, Biella 1992, vol. VII, p.
GLI AFFRESCHI DI GASPARE FORNERIO DA PONDERANO 281 e figg. pp. 284-285.

In capo alla navata destra si trova un affresco, dove è riconoscibile la


Madonna in trono allattante, fiancheggiata da san Sebastiano. Il dipinto è stato
recentemente deturpato da un “restauro” condotto senza criterio nel 1986, che
ha interamente ripassato la raffigurazione, con risultati a tratti tanto improba-
bili da apparire ridicoli, come nel caso di una sorta di alberello che fa capo-
lino da una finestra, del festone rinascimentale accostato ad architetture ancora
sostanzialmente tardogotiche, o di quella pera, verde uniforme, appoggiata sul
trono. Per analizzare il dipinto sarà quindi opportuno utilizzare piuttosto l’im-
magine, precedente lo scempio, che riproduceva Lebole nel 1979, attribuendo
l’opera in prima battuta a «uno dei tanti pittori di scuola novarese, che assai
operarono nel Biellese nella seconda metà del ’400 e all’inizio del secolo suc-
cessivo»19. L’affresco risultava già allora lacunoso nella parte inferiore, dove la
pedana del trono non trovava conclusione, e scorciato sia in corrispondenza
del lato sinistro, dove l’architettura del trono appare interrotta, sia del lato
destro, dove compaiono la mano benedicente e parte del piviale di un santo
vescovo. Le perdite furono probabilmente provocate da un consolidamento
murario della parete, forse eseguito, come suggerisce Antonella Perin20,
quando fu abbattuto il campanile medievale posizionato nella parte retro-
stante, campanile decretato inagibile nel 1780.
Benché ignorato nelle più recenti pubblicazioni dedicate a questo pittore,
l’affresco appare attribuibile a Gaspare Fornerio da Ponderano, come propo-
sto ultimamente anche da Lebole21. Questo artista, la cui attività è attualmente
documentata dal 1481 al 1528, raccoglie in sede locale l’eredità dei frescanti,
alcuni dei quali di origine novarese, attivi nella seconda metà del Quattrocento
nel Biellese, e fra questi soprattutto del cosiddetto Maestro del Cristo della
Domenica. I confronti più pertinenti sono istituibili con le prime opere docu-
mentate di Gaspare: l’Annunciazione del santuario dell’Annunziata a Sala
Biellese, datata 1494, per il carattere ancora tardogotico delle architetture dal
soffitto a lacunari alle finestrelle oblunghe che si aprono sullo sfondo22; e gli
LA VETRATA DELLA ADORAZIONE DEI MAGI E GLI AFFRESCHI 117
a sinistra:
Bottega degli Allasina,
San Lorenzo, -,
Parrocchiale di San
Lorenzo

a destra:
Bottega degli Allasina,
San Domenico,
-, Parrocchiale
di San Lorenzo

23
D. LEBOLE, L’oratorio della Madonna affreschi dell’oratorio di Santa Maria delle Grazie a Benna, datati 1501, dove
delle Grazie di Benna e i suoi affreschi cin-
quecenteschi, in «Studi e ricerche sul Biel- è palmare la somiglianza del san Sebastiano, identico nella posa, anche se spe-
lese», Bollettino Docbi, 1992, pp. 119-126. culare23.
24
D. LEBOLE, Storia della Chiesa Biellese.
Pievi di Vittimulo e Puliaco I, cit., pp. 647-
658.
GLI AFFRESCHI DALLA BOTTEGA DEGLI ALLASINA
In capo alla navata destra, dalla parte opposta agli affreschi di Gaspare
Fornerio da Ponderano, sono visibili altri affreschi. Qui la Visita Pastorale del
1573 cita la presenza di un altare dedicato alla Vergine, che nella Visita
Pastorale del 1597 risulta aver cambiato destinazione per ospitare la compa-
gnia del Rosario e dove è documentata nel 1748 la presenza di una statua
lignea della Madonna24. Sulla parete sono raffigurati san Lorenzo e san
Domenico, inseriti all’interno di due finte nicchie che fiancheggiano la cavità
centrale. La presenza di san Domenico è da connettersi alla dedicazione della
cappella alla Madonna del Rosario, della cui compagnia l’Ordine domenicano
era considerato fondatore. Anche questi affreschi hanno subito qualche
recente integrazione minore, ma appaiono sostanzialmente, come conferma il
118 VITTORIO NATALE

confronto con le immagini precedenti l’intervento25, ben conservati e leggibili. 25


Ibidem, figg. pp. 653-654; l’attribu-
zione a «scuola vercellese del sec. XVI»
Le figure evidenziano strutture allungate e corpose, che sembrano ancora proposta da Lebole non è condivisibile.
risentire della cultura tardomanierista di Boniforte Oldoni, ma rivestite già di 26
D. LEBOLE, Storia della Chiesa Biellese.
panneggi tendenzialmente ridondanti, modellati da ombre profonde, che rive- Le Confraternite, Biella 1971, vol. I, nota
10 p. 395.
lano una fattura seicentesca. Se osserviamo in particolare il san Domenico, il 27
Per una immagine delle due opere, si
modo in cui il manto viene trattenuto sotto il braccio sinistro per ricadere rico- veda D. LEBOLE, Storia della Chiesa Biel-
prendo parzialmente il libro tenuto in mano, o la posizione del braccio destro, lese. La pieve di Biella, vol. VIII, cit., p.
XXXIX.
sollevato a reggere il giglio, ci accorgiamo che per la fattura di questo dipinto 28
Un paese nel tempo. Verrone nelle
fu impiegato un cartone preparatorio più volte utilizzato nella bottega di memorie di Don Achille Borello riviste ed
Allasina. Una figura del tutto analoga, anche – mutatis mutandis – nell’anda- aggiornate da Mons. Delmo Lebole, Viglia-
no Biellese 1997, pp. 45 e 58 (rist. anasta-
mento delle singole pieghe delle vesti e nell’aspetto della nicchia in cui è inse- tica di A. BORELLO, Verrone brevi memorie
rita, si ritrova all’interno della chiesa di Santa Lucia a Vigliano. Si tratta di una storiche, Biella 1926).
santa Monica, eseguita nel 1646 dalla bottega degli Allasina, probabilmente da
Giovanni Francesco, figlio di Anselmo26. A sua volta questa raffigurazione ha
un palmare precedente in una beata Margherita di Savoia che orna, su tela, il
coro della chiesa della Santissima Trinità a Biella27. Il san Domenico e il san
Lorenzo sono quindi opere che possono essere ricondotte alla tarda attività, in
anni probabilmente prossimi al 1646 di Vigliano, della bottega di Allasina. Tali
pittori, attivi nel Biellese nel corso della prima metà del Seicento, dovevano
essere apprezzati a Verrone da tempo. Per quanto sia difficile oggi giudicare
per lo stato cadaverico in cui è giunto fino a noi, credo infatti che un indi-
spensabile restauro permetterebbe di restituire ad Anselmo Allasina, in anni
non lontani dalle prove di Salussola (1633 e poco dopo), anche l’affresco che
raffigura la Madonna col Bambino nella cappella della Madonna delle Grazie e
dei Santi Grato e Eurosia. La cappella, come noto, fu edificata solo nel 1725,
ma inglobando un pilone più antico 28.
119

Il Battistero dei Tempia di Mortigliengo


Franco Gualano

A
1
A. ROCCAVILLA, L’Arte nel Biellese, l fondo della navata destra della Parrocchiale di Verrone l’attenzione è
Biella 1905, p. 83.
2
catturata dalla splendido battistero. La piramide lignea, in essenza di
D. LEBOLE, Storia della Chiesa Biellese.
Le pievi di Vittimulo e Puliaco I, Biella noce naturale, poggia su acquasantiera di pietra con piede quadrango-
1979, p. 641. lare modanato, due nodi con ampio fusto a bulbo intercluso e vasca svasata,
3
Ibidem, p. 641 e nota 89 p. 666. con decorazione a baccellatura e fascia terminale.
Originale in ACuV Biella.
4
Ibidem, pp. 7 e 568.
L’insieme del corpo ligneo, di pianta esagonale, presenta due lati lunghi e
quattro brevi. Il lato lungo anteriore mostra una struttura tripartita in senso
verticale; al centro è visibile una formella modanata, in forma di rettangolo ver-
ticale, decorata da girali di foglie d’acanto affrontati in senso destra/sinistra e
alto/basso, e con ovale intermedio con putto. Sui due fianchi della formella
due puttini telamoni, reggenti capitelli ionici, poggiano su mensole con motivo
a nastro ripiegato a spirale; inferiormente grande cespo d’acanto pure di anda-
mento a spirale.
I lati brevi sono costituiti da una formella modanata con all’interno motivo
vegetale simile al precedente, sviluppato sempre sin quasi a saturarne il campo.
Nella faccia frontale ed in quella di sinistra vi sono parti incernierate, per con-
sentire l’apertura sulla sottostante vasca, contenente l’acqua battesimale.
La parte superiore della struttura esagonale ora descritta è costituita da un
architrave con rosetta in corrispondenza delle lesene (lati lunghi) ed al centro
motivo a ghirlanda; sui lati brevi ancora motivo a ghirlanda. Oltre l’architrave
è un frontone curvilineo su ciascuno dei lati lunghi, e forte cornicione moda-
nato su quelli brevi.
Al di sopra del corpo esagono è presente un’edicola a base quadrata, con
arco a tutto sesto, cornicione orizzontale e sovrastante croce con bracci trilo-
bati. I montanti degli archi sono in forma di lesena con specchiatura decorata
a cascata, con foglie e frutti. Altra specchiatura decorata tra la lesena ed il cor-
nicione. Entro l’edicola, gruppo scultoreo raffigurante il Battesimo di Cristo.
Sui due fianchi, figure di angeli di aggraziate movenze.
La lunga descrizione sulla quale abbiamo indugiato vorrebbe fornire i con-
notati salienti di una tipologia di struttura intagliata piuttosto complessa e di
cui soltanto confronti ripetuti e analitici possono al meglio dipanare la classi-
ficazione stilistica e l’ambito di produzione, con conseguente necessità di
distinzioni di parti e di motivi decorativi.
Questo battistero risulta già pubblicato sin dal 1905 dal Roccavilla1 con
datazione al secolo XVI, perché ritenuto in connessione con importanti lavori
e restauri nella chiesa, effettuati a partire dal 1518. Esso è poi presentato dal
Lebole2 con datazione al 1694, come risulta dal testamento dell’8 aprile 1694
in cui il conte Carlo Francesco Vialardi, signore del castello e reggente, come
da tradizione, il patronato della chiesa, lascia un legato di lire 100 per «impie-
gare detta somma nella construttione e fabbrica d’un Fonte Baptesimale nella
sudetta Parochiale»3. Contestualmente, viene avanzata un’attribuzione ai Tem-
pia di Mortigliengo, sulla base della sua somiglianza col fonte di Bianzè.
Altrove, nello stesso testo4, si precisa come nel 1697 gli stessi Tempia aves-
sero scolpito anche il battistero della Parrocchiale di Magnonevolo, punto di
partenza per estendere la loro azione, per via di confronto stilistico, ai battisteri
120 FRANCO GUALANO

Fonte battesimale,
secolo XVI-XVII,
Parrocchiale di San
Lorenzo
IL BATTISTERO DEI TEMPIA DI MORTIGLIENGO 121
Fratelli Tempia di Mortigliengo,
piramide lignea intagliata, ,
Parrocchiale di San Lorenzo

5
D. LEBOLE, La Chiesa Biellese nella di Verrone, di Dorzano, nonché al pulpito e mobili di sacrestia nella Parroc-
Storia e nell’Arte, Biella 1962, vol. II, s.n.p.
[ma p. 9]. chiale di Cavaglià.
Su questi scultori, del resto, il medesimo studioso aveva già in precedenza5
raccolto una serie di notizie, più ampiamente indicando nel battistero ed altri
lavori eseguiti per la chiesa di Bianzè, a partire dal 1696, i termini di confronto
documentati per altri risarcimenti della loro azione artistica.
L’esame del manufatto, dobbiamo dire, soddisfa pienamente l’orizzonte
d’attesa costituito sulla base delle notizie sopra riferite, sia per quanto con-
cerne la datazione, sia per la proposta d’attribuzione.
È infatti quasi ovvia osservazione che, mentre una datazione cinquecente-
sca può ben risultare pertinente per la base in pietra, di tipologia assai lineare
e non mostrante le tipiche decorazioni vegetali complesse, con ghirlande, strac-
cetti pendenti, testine di putti che figurano più di frequente nelle analoghe
opere del secolo successivo, la piramide lignea è realizzazione assai posteriore,
che dunque s’appoggia ad una vasca di reimpiego. La situazione è del resto
analoga al caso di Magnonevolo e ben diversa da quella delle vasche secente-
sche di Bianzè o di Salussola.
È poi giusto rilevare, per la parte lignea, come tutta quanta la porzione
inferiore del manufatto, sino al timpano compreso, dei due battisteri di
Verrone e Magnonevolo risulti molto simile per impostazione (anche se con
notevoli varianti decorative), ad eccezione dello zoccolo con plinti, che non
122 FRANCO GUALANO

Fratelli Tempia di Mortigliengo,


piramide lignea intagliata,
particolare con il Battesimo di
Cristo, Parrocchiale di San Lorenzo

6
compare a Verrone. La parte superiore appare tuttavia del tutto dissimile nel D. LEBOLE, Storia della Chiesa Biellese.
Le pievi di Vittimulo e Puliaco I, cit., p. 143.
suo disegno, né le figure a tutto tondo paiono realmente confrontabili, a
motivo della maggior finezza di quelle di Verrone. Per altro verso, i motivi di
foglie d’acanto ritorte a voluta della lunga formella posta al centro d’ogni lato
della piramide di Verrone paiono più vicini, sia come disegno che come carat-
teri d’intaglio, a quelli dell’omologa formella del battistero di Dorzano 6, che
risulta invece piuttosto differente come tipologia generale.
È comunque nell’insieme dei mobili della chiesa di Bianzè, se realmente,
come pare, documentati ai Tempia a partire dal ’96, che si ritroverebbero,
sparse tra il battistero, la cattedra dei sacerdoti, il pulpito, motivi tipologici e
caratteri d’intaglio tali da far realmente inclinare ad un’attribuzione ai Tempia
di Mortigliengo anche per il battistero di Verrone, e con ben poco margine di
dubbio. Nei due battisteri, la struttura generale mostra indubbiamente lo
stesso modo d’intendere il manufatto, nella sua funzione rappresentativa e
celebrativa, con varianti che sembrano testimoniare più che altro la libertà e
la fantasia compositiva dell’abilissima bottega. Il motivo dei putti telamoni,
diverso nelle movenze e nei particolari di contorno, rivela tuttavia evidenti le
somiglianze d’intaglio, e finanche di fisionomia dei volti vivaci. Rivelatore è
IL BATTISTERO DEI TEMPIA DI MORTIGLIENGO 123
7
Datato al 1692. anche l’utilizzo di certi dettagli decorativi, come le rosette e le piccole ghir-
8
Datato al 1707-1708. lande all’altezza del cornicione. La stessa formella del lato anteriore rivela
identità di segno e medesimo ritmo compositivo, pur nella diversa elabora-
zione.
Ben più lontani sembrano inoltre rimanere, a confronto, i saggi lasciati
da altre pur notevoli personalità della zona, come ad esempio Bartolomeo
Termine nel battistero7 di San Giorgio a Vergnasco, altra località prossima, ed
anzi intermedia tra Verrone e Magnonevolo, ove ricorrono simili motivi a
girali, o Pietro Giuseppe Auregio nel pulpito e credenzoni8 della chiesa dei
Santi Giacomo e Stefano a Pettinengo, in qualche modo avvicinabile per i
putti ignudi delle parti figurate. Né vi sono elementi sufficienti ad ipotizzare,
qui, l’attività d’un altro maestro non ancor riconosciuto.
Non vi sono purtroppo ancora, all’attuale stato degli studi, notizie sui vari
componenti della famiglia dei Tempia, nativi di Mezzana Mortigliengo, nella
fascia prealpina tra Biella e Romagnano Sesia, ma di cui la sinora mancata
conoscenza dei nomi di battesimo ha impedito la ricerca di maggiori infor-
mazioni, che consentano il riferimento ad un singolo esecutore piuttosto che
ad un altro, sulla base di confronti relativi alle preferenze compositive, di
repertorio o di stretti aspetti di manualità. Ma nell’insieme, osservando i com-
plessi di cui si è riferito, emerge chiaro in essi un profilo di intagliatori di qua-
lità, tanto capaci di impostare con grande sicurezza strutture che uniscono
bellezza e funzionalità, quanto di maneggiare con disinvoltura un variato
repertorio decorativo a cavallo, per dir così, tra la tradizione manieristica e le
novità dell’epoca barocca. Non altrimenti si devono intendere i tanti motivi
presentati con incisività nei manufatti esaminati, con la fine degli anni ’90 del
Seicento come epoca d’un trapasso forse cruciale verso un decorativismo più
animatamente barocco, almeno nella piramide di Bianzè, dove si moltiplica la
presenza di elementi vegetali, sale l’animazione delle forme, e nelle figure il
moto s’accresce sin quasi a divenir passo di danza. Le formelle a girali della
cattedra di Bianzè sono nello stesso spirito, ma ancor più energiche, mentre
sui caratteri del pulpito avremmo qualche maggiore dubbio, a meno di
ammettere, nell’équipe, la presenza di artisti di mano e di gusto anche piutto-
sto diversi.
Certo, alla ricerca di decorazioni che si possano invece accostare fino in
fondo ai bellissimi puttini telamoni di Verrone, caratterizzati da una forte
espressività, per l’intaglio particolarmente morbido e plastico ed i connotati
di anatomia accurati oltre il solito, non è semplice rimaner soddisfatti: se
come tipologia (includente anche i sovrastanti capitelli ionici) più vicini
paiono piuttosto quelli della cattedra di Bianzè, è però evidente il dislivello di
qualità, a tutto vantaggio del nostro manufatto. Per non dire della libertà e
modernità di atteggiamento degli angioletti posti sopra il cornicione, che si
fatica a collocare tra quelli delle altre opere similari, o per altro verso dell’e-
dicola posta oltre il cornicione, di elegante, classica formulazione, malgrado
la decorazione densa, e caratterizzata dalle ferme, assorte figure del Battista e
del Cristo, di disegno quasi ancor manieristico, che rimane quasi un unicum
di cui sarebbe interessante ritrovare più dirette ascendenze.
Alla resa dei conti, v’è nel battistero di Verrone una corposità d’intaglio,
una nitidezza di forme, una compostezza monumentale che sembrano vera-
mente attingere al capolavoro, inteso anche come classica misura, se si può
dir così, pur nella passione per l’ornato curvilineo e ricco. La committenza vi
propone dunque un’opera di rango, in grado di staccarsi dal livello pur
apprezzabile degli altri manufatti della Parrocchiale, come il pulpito o gli
armadi di sacrestia.
Un’opera dunque privilegiata, e capace, per qualche via, di ritrovare il più
conscio e persuasivo utilizzo di temi in cui forse più schiettamente che altrove
124 FRANCO GUALANO
IL BATTISTERO DEI TEMPIA DI MORTIGLIENGO 125
9
Cfr. Storia di Milano, vol. X, parte si intravedono, sia pur declinati in formule particolarmente acclimatate nella
VIII, Le arti minori dalla metà del secolo
XVI al 1630, con la collaborazione di G. zona biellese, alcuni dei migliori caratteri nativi di altra precedente espe-
ROSA, Milano 1957, pp. 827 sgg. rienza: alludiamo a tutto il mondo della fantasia plastica lombardo-luganese,
10
L. MALLÉ, Storia delle arti figurative in fatta di putti, cartigli, volute, dense ghirlande e festoni di frutta che, appunto
Piemonte, Torino 1974, vol. II, p. 144.
11
tra Manierismo e Barocco, si estese progressivamente dal ducato milanese
G. ROMANO (a cura di), Arona sacra.
L’epoca dei Borromeo, Arona 1977, tavv. anche alle regioni vicine, non esclusi i territori piemontesi. E in questo senso
47-48 e 56 sgg. e relative schede a cura di sono forse maggiormente comprensibili anche certi aspetti delle decorazioni
G. GENTILE.
12
e delle figure del Battesimo di Cristo di Verrone, che paiono conservare qual-
A. PEDRINI, Il mobilio, gli ambienti e le
decorazioni nei secoli XVII e XVIII in Pie- che eco della tradizione milanese di scultori come i Taurin o dell’allievo e con-
monte, Torino 1953, fig. 433. tinuatore Daniele Ferrari, esprimentisi con esempi ricchissimi ed esuberante-
13
A. GRISERI, Itinerario di una provincia, mente figurati in complessi come quello degli stalli corali del duomo di
Cuneo s.d. [ma 1974], tav. 202. Un altro
capo d’opera capace di offrire diversi punti Milano, che conta anche figure singole elegantemente atteggiate, o quello
di contatto col nostro battistero è il coro della sacrestia di San Fedele9.
della chiesa abbaziale di San Pietro a Sa-
vigliano, già assegnato a Giorgio e Pietro
Forte ed estesa fu comunque la capacità di irradiazione di questo straor-
Botto (A. OLMO, Arte in Savigliano, Savi- dinario patrimonio decorativo, in lunga stratificazione temporale capace di
gliano 1978, p. 77), ma ultimamente non a includere, con opportuni aggiornamenti di forme e di spirito, anche la figu-
caso ricondotto a Bartolomeo Termine (G.
GENTILE, Sculture e scultori a Savigliano, in razione barocca.
G. ROMANO (a cura di), Realismo caravag- Tra gli esempi maggiori, se ne ritrovava ancora qualche traccia, nella
gesco e prodigio barocco. Da Molineri a
Taricco nella Grande Provincia, Savigliano nostra zona, anche nelle formelle con scene delle storie di Maria del sette-
1998, pp. 222-223). centesco pulpito di Pettinengo, proprio in questo senso di manufatto indu-
giante tra le due civiltà, a suo tempo, ricordato dal Mallé10, opera di quel
Pietro Giuseppe Auregio già da noi ricordato, insieme ad altro egregio inter-
prete come Bartolomeo Termine, di cui si era citato il battistero di Vergnasco
(1692), quasi ancor arcaico nei suoi decori e figure spaziati e calligrafici.
Il risultato complessivo, che s’addensa, in modo forse un po’ ritardatario
come impronta, intorno alla fine del secolo, per opera di questi ed altri autori
al momento purtroppo ancor meno conosciuti, è un’arte che nella zona
intorno a Biella sembra moltiplicare i suoi saggi su tutte le opere d’arredo, per
poi concentrare un’attenzione particolare sui pulpiti, che assumono talora
localmente caratteri di vero e proprio gigantismo, sia nella struttura che nel-
l’apparato decorativo (basti dire del capolavoro di Salussola) e sulle piramidi
dei battisteri che, se pur presenti, ovviamente, anche altrove, hanno qui una
densità di reperto ed un impegno stilistico davvero caratteristici.
Ma se ne possono cercare più ampiamente i segni guardando tanto verso
nord, ad esempio nella zona di Arona dove, nei repertori già approntati, si rie-
scono a confrontare svariate tipologie di opere, dai piccoli reliquiari, ai cori
monumentali, a interessanti disegni, già commentati nelle persuasive schede
di Guido Gentile11, quanto verso sud, scendendo sino alla capitale sabauda e
oltre, nei grandi cantieri delle regge, ma non solo.
In quest’ultima zona, tanto per esemplificare, sono soprattutto motivi
come quelli dei più volte ricordati putti telamoni, che nel Biellese in genere
sono raffigurati forse più frequentemente in abiti e in fattezze di un’impreci-
sabile adolescenza e, quand’anche in età infantile, sono sbozzati in modo più
asciutto, ma che invece a Verrone dei bambini paiono realmente proporre i
volti paffuti e la tenera pinguedine dei corpi, a trovare confronti davvero sor-
prendenti: si vedano, ad esempio, nel bellissimo repertorio di Augusto
Pedrini12, le figure degli armadi di sacrestia dei Santi Martiri a Torino, forse
di qualche anno più tardi, e in quello di Andreina Griseri13, quelle delle can-
torie della chiesa della Missione a Mondovì. Sono particolari che consentono,
più ancora di motivi come quelli delle volute delle mensole, dei girali d’acanto
o delle decorazioni di frutti a cascata che pervadono le sale dei palazzi della
corte, di sottolineare la persuasività e dunque la forza d’espansione d’un
Fratelli Tempia di Mortigliengo, repertorio certo maggiormente confrontabile, nello specifico, a livello locale,
piramide lignea intagliata,
particolare, dal , ma in grado di offrire rimandi interessanti e rivelatori anche a ben più largo
Parrocchiale di Bianzè (Vercelli) raggio.
126
127
129

Attraverso i catasti antichi del Comune


Guido Gentile

1
G. BRACCO, Terra e fiscalità nel Pie-

L
’Archivio Storico del Comune di Verrone conserva una notevole serie di
monte sabaudo. Contributo per la ricerca,
Torino 1981, pp. 25 sgg. documenti e registri catastali che, integrata con altre fonti, reperibili
2
F. A. DUBOIN, C. DUBOIN (a cura di), segnatamente presso l’Archivio di Stato di Torino, consente di seguire,
Raccolta per ordine di materie delle leggi, come dal vivo, l’attuazione in ambito locale delle disposizioni che il governo
cioè editti, patenti e manifesti ecc., emanati
negli Stati di terraferma sino all’8 dicembre sabaudo emanò nel XVII e nel XVIII secolo nel quadro della sua politica di
1791 da’ sovrani della real casa di Savoia, perequazione tributaria. Lo scenario che ne risulta lascia scorgere altresì, nel-
Torino 1818-1869, tomo XX, libro 11, vol.
22, pp. 43 sgg. Per queste disposizioni e l’azione dei soggetti coinvolti – gli intendenti provinciali, i loro delegati, i rap-
per i provvedimenti in seguito citati, cfr. presentanti della Comunità, i titolari del feudo di Verrone e altri possidenti, i
anche D. BORIOLI, M. FERRARIS, A. PREMOLI,
La perequazione dei tributi nel Piemonte tecnici e i collaboratori impegnati nelle misurazioni e negli allibramenti, gli
sabaudo e la realizzazione della riforma avvocati patrimoniali e i magistrati investiti delle controversie connesse alle
fiscale nella prima metà del XVIII secolo, in
«BSBS», LXXXIII (1985, 1° semestre), pp.
catastazioni – le espressioni di una cultura complessa e di una società segnata
131-211. da tensioni e contrasti a vari livelli. Contestualmente alle diverse, successive
catastazioni, gli atti delle cause intentate dalla Comunità al fine di ottenere
un’ampia e proporzionata distribuzione dei carichi che su di essa gravavano, sì
da comprendervi, di là dalla ristretta cerchia dei proprietari allodiali che si
riconoscevano nell’istituzione comunale, alcuni soggetti che vantavano cospi-
cue immunità feudali, offrono interessanti vedute sullo stato del paese e dei
suoi abitanti, dal disastroso spopolamento perdurante per buona parte del
’600 sino alla ripresa settecentesca. L’insieme delle testimonianze emergenti
dalla lunga vicenda illumina così un capitolo non breve della storia del luogo
e ne lascia anche intuire alcuni precedenti. I Vialardi, consignori del feudo,
compaiono infatti quali titolari di una massa di beni enormemente superiore
all’insieme dei possedimenti dei particolari locali: una massa che, a conclusione
di quei ricorsi, i magistrati delegati dal sovrano, nel 1704, avrebbero dichia-
rato tutta di natura allodiale e quindi non più coperta dalle investiture feudali
e dalle pretese immunità; se ne può dedurre una situazione di antico dominio
patrimoniale, ma le sue origini e i suoi sviluppi esulano dai limiti di questo con-
tributo.
Con ordine del 6 maggio 1564 il duca Emanuele Filiberto dispose che il
tasso annuale introdotto tre anni avanti a carico delle Comunità fosse prele-
vato non solo attraverso una serie di imposizioni indirette ma anche, qualora
queste non bastassero, secondo il registro o estimo di soldo e libra, cioè sulla
base del catasto in cui erano registrati e allibrati i beni dei particolari, e secondo
il quale venivano ripartite le taglie comunali 1. Questa imposizione e il suo
aumento nel 1624 resero più evidente l’esigenza di stabilire con certezza quali
terreni dovessero subire il carico fiscale – che gravava direttamente sulle
Comunità per contingenti e veniva da queste ripartito sui contribuenti – e
quindi di contrastare le immunità abusive facendo sì che tutti i possessori di
beni allodiali concorressero alle imposte. Carlo Emanuele I, con editto del 4
marzo 1606 2, decise che, oltre ai beni pertinenti al feudo e soggetti ai rispet-
tivi obblighi, e ai beni allodiali, soggetti al registro e ai rispettivi carichi, non
restasse «alcuna terza specie de’ beni dall’uno e dall’altro obbligo esenti et
immuni, non ostante ogni prescrittione, osservanza, consuetudine di tempo
immemorabile, et ogni conventione et affranchimento etiandio con le istesse
comunità contrario». Intento dichiarato, oltre alla cessazione dei contrasti
ricorrenti in materia tra feudatari e comunità, era quello di aumentare il
130 GUIDO GENTILE
ATTRAVERSO I CATASTI ANTICHI DEL COMUNE 131
3
Per la sentenza del 1610, cfr. AS To- numero dei contribuenti, riducendo i beni in questione sotto l’una delle due
rino, Sez. Riunite, Camerale Piemonte, Art.
830, fasc. 96, allegati alla memoria a specie, del feudo o del registro, sì da rendere «al generale dello Stato più leg-
stampa ‹‹Per risolvere i dubbi mossi per gero et agevole il pagamento, et alla Camera nostra più facile et esigibile la con-
parte della comunità di Verrone e del si-
gnor patrimoniale di S. A. R. contro il si- secutione delli dritti o per ragione di feudo o per ragione di registro». Il duca
gnor vassallo Antonio Bernardino Vialar- stabilì quindi che fossero considerati allodiali e restituiti al registro i terreni che
di››. Per la transazione del 1611, cfr. ibi-
dem, fasc. 104, ‹‹Per il Regio Patrimonio
al tempo dell’imposizione del tasso o sessant’anni prima vi risultassero iscritti
assistente il comune di Verrone contro li e concorrenti al pagamento dei carichi (compresi i beni che in detto tempo fos-
vassalli. Discorso legale pro veritate››. In sero stati levati e cancellati dai registri in virtù di affrancamenti e di conces-
tale discorso, databile agli ultimi anni del
’600 o ai primi del ’700, un avvocato patri- sioni fatte dalle comunità), mentre dovevan ritenersi feudali (e quindi immuni
moniale nega la validità di quella transa- dai carichi gravanti sui beni registrati nei catasti) quelli che nei detti tempi
zione poiché ‹‹costituir una cosa da allo-
diale a feudale, et e contra, non è del poter risultassero menzionati nelle investiture o nei consegnamenti feudali. Gli altri
privato ma del regale del principe››. terreni, non compresi nei detti tempi nei registri e da essi come sopra levati e
4
AS Torino, Sez. Riunite, Camerale Pie- cancellati, e nemmeno menzionati nelle investiture e nei consegnamenti, sareb-
monte, Art. 830, fasc. 44.
5
bero stati considerati (con una soluzione di mero accomodamento) come allo-
I supplicanti riferiscono altresì che due
parti del territorio sono gerbide e imbo- diali e soggetti a registrazione nel catasto, se si trovavano in terre direttamente
schite e che per ridurle a coltura e che frut- dipendenti dal sovrano, ovvero come feudali, se si trovavano nelle terre dei
tino conviene farle roncar e far grandi spe-
se. Chiedono quindi che coloro che pren- vassalli investiti della giurisdizione. Per Verrone i delegati all’esecuzione della
deranno questi terreni siano esentati dai tri- nuova legge sopra l’allodialità o feudalità dei beni di terza specie, con sentenza
buti per 20 anni. Il duca incarica la Camera
dei conti di dare il suo parere in proposito,
del 13 marzo 1610, avevano dichiarato «li beni campestri al presente tenuti
sentito il direttore della provincia. dalli signori di Verrone feudali», quindi, come tali, soggetti al pagamento del
laudemio e al consegnamento (colla rispettiva identificazione in numero di
giornate, regioni e coerenze) nelle mani dei commissari ducali ai fini di una
regolare investitura; eccettuati, però, quei beni che la Comunità provasse (nel
termine di quindici giorni) esser registrati nel suo catasto del 1554; e questi
sarebbero stati dichiarati allodiali, registrabili e collettabili. Ma poi la
Comunità accettò una transazione, conclusa il 5 maggio 1611, per cui venivano
dichiarati immuni dai sussidi e dalle cotizzazioni i beni allora posseduti dai
signori del luogo e costoro solo per i beni che successivamente avessero acqui-
stato da privati avrebbero dovuto concorrere al pagamento dei carichi 3.
In seguito, il governo ducale, per favorire una più efficace e rigorosa tenuta
dei registri, cioè del rilevamento e dell’estimo delle terre allodiali, agli effetti
fiscali, aveva sollecitato le Comunità a provvedere a una nuova misura e a
un’aggiornata registrazione dei terreni. Nel 1661 si era costituita una delega-
zione, trasformata nel 1663 in consiglio di Stato delegato, col compito di
«sopraintendere al buon governo dei comuni delle province di quà dai monti,
alla conservazione e reintegrazione dei loro registri, nonché all’imposizione e
ripartizione de’ pubblici carichi». Nel 1668 questa delegazione fu ricostituita
e l’anno seguente fu articolata su base provinciale.
In quel torno d’anni la Comunità di Verrone riemergeva a stento da una
lunga crisi che ne aveva quasi cancellato l’esistenza. Nel 1668 in Torino fu pub-
blicato a stampa un Memoriale a capi accordati da sua Altezza reale alli poveri
huomini del luogo di Verrone nel Vercellese comprendente le concessioni otte-
nute dal sovrano 4. Gli abitanti di Verrone vi espongono che le calamità belli-
che susseguitesi in quel secolo sin dal 1617 e il contagio del 1630 avevano reso
il luogo «affatto dishabitato» al punto che il tesoriere provinciale e il patrimo-
niale generale lo avevano considerato inesigibile, cioè non suscettibile di esa-
zioni fiscali. Ora, «essendosi repatriati da quattro in cinque capi di casa»,
costoro pur desiderando comportarsi da fedeli sudditi del duca, si trovano
«manchevoli di forze per la povertà, che in loro regna per mancanza di huo-
mini e bestiami et a causa del mancamento di questi [possono] raccogliere solo
qualche poco di melega e segala» 5. Il duca, rispondendo al memoriale il 18
dicembre 1667, concede agli uomini di Verrone che il tasso da essi dovuto sia
ridotto a un terzo; inoltre riduce e proroga altri tributi. I supplicanti chiedono
Cattastro della Communità di Verrone
formato nel anno , frontespizio, altresì «che detto luogo si possi ridurre in corpo di Comunità […] e si possi
ACom Verrone venir a cognitione, quali siano li beni feudali e quali gli allodiali, atteso che li
132 GUIDO GENTILE

vassalli Vialardi ne possedono gran quantità, e quali siano quelli della Chiesa Cattastro della Communità di Verrone,
antichi, e si possi formar un registro con l’allibramento de’ beni allodiali e for- particolare del frontespizio, ACom
mar quinternetti [cioè ruoli delle imposte] e impor la taglia a soldo e lira», cioè Verrone. Paesaggio decorativo con
presumibile rappresentazione del
in proporzione dei beni allibrati al catasto. Per far fronte alla spesa occorrente castello e nave armata in mare
alla misura del territorio e alla formazione del registro chiedono il condono di agitato, forse simboleggiante la
due anni di tasse, ma il duca risponde che «farà sentire alla Comunità suppli- Comunità
cante gli effetti della sua benignità» a lavori fatti e su presentazione di nota
delle spese sostenute 6. Peraltro «Sua Reale Maestà vuole che s’abbi riguardo
alla povertà de’ supplicanti e così incarica il gran cancelliere e il direttore della
provincia di formar un corpo di Comunità nel miglior modo che si potrà». La
Camera dei conti, interinando il 14 luglio 1668 le concessioni fatte dal duca,
ordina che il patrimoniale generale proceda alla visita del territorio di Verrone
e insieme subordina un intervento a tutela della Comunità contro le molestie
dei suoi creditori alla condizione che i consiglieri dimostrino la dovuta dili-
genza nell’imporre le taglie e i contribuenti nel pagarle.
La Comunità di Verrone, così ricostituita, dapprima fece ricerca di un cata-
sto sulla base del quale si potesse sapere quali beni fossero allodiali «per poter
fare l’imposto del denaro ducale e militare»: soltanto si rinvenne presso gli
eredi dell’agrimensore Giovan Francesco Caroli a Biella un registro privo delle
debite formalità, che pareva «fatto solo per aver la cognizione del valore dei
beni», ma mancava dell’allibramento 7. Si incaricò quindi l’agrimensore Bernar-
dino Agosto di Candelo di provvedere alla misura dei beni allodiali e alla for-
mazione di un nuovo registro. Queste operazioni furono eseguite entro l’aprile
del 1671 8. L’intendimento di sottoporre alla collettazione, cioè alle imposizioni
della Comunità e ai prelievi fiscali, tutti i beni allodiali esistenti nel territorio 6
Il generale di finanze conte Truchi
innescò peraltro un sempre più forte contenzioso con chi vantava ragioni di annota sulla copia del memoriale (ora con-
servata in AS Torino, Sez. Riunite, Came-
immunità. La Comunità mosse lite, lo stesso anno, contro Antonio Bernardino rale Piemonte, Art. 480, fasc. 44), in data
Vialardi di Verrone dinanzi alla Camera dei conti di Piemonte e nel 1675, con 19 febbraio 1672, che il duca, se la
Comunità avrà soddisfatto le condizioni
patenti del 30 maggio, il duca Carlo Emanuele II avocò a sé la causa delegan- della patente di grazie, «le farà erogare 300
dola a una commissione di alti magistrati: Giovanni Battista Novarina di San lire in aiuto della narrata miseria».
Sebastiano primo presidente del Senato di Piemonte, Marc’Aurelio Blanciardi 7
AS Torino, Sez. Riunite, Camerale Pie-
monte, Art. 830, fasc. 88. Dichiarazione del
primo presidente della Camera dei conti di Piemonte, il referendario Favetto Consiglio Comunale di Verrone in data 28
direttore della provincia di Vercelli, cui si erano successivamente aggiunti il marzo 1669. Calcolando il valore dei beni
si desumeva che l’allibramento o registro
marchese Tomaso Adalberto Pallavicino, secondo presidente della detta ascendesse a soldi 116.
Camera, e il senatore Giovanni Matteo Pastoris Mura 9. Ma nuove disposizioni 8
Cfr. nota dell’agrimensore Agosto, del-
venivano a incidere sugli sviluppi della controversia. l’8 aprile 1671, in ibidem, fasc. 44. L’im-
porto della spesa è indicato in lire 300.
Sotto la reggenza di Maria Giovanna Battista di Savoia-Nemours, per dare 9
AS Torino, Sez. Riunite, Camerale Pie-
nuovo vigore alla riforma e alla conservazione dei registri comunali, si costituì monte, Atti per feudi, Art. 749, mazzo
il Magistrato straordinario per la riunione del registro, il quale con lettere 134/1, paragr. 4261.
patenti del 5 gennaio 1677 emanò sistematiche disposizioni per «una nuova 10
F. A. DUBOIN, C. DUBOIN (a cura di),
Raccolta per ordine di materie delle leggi,
misura generale de’ beni dello Stato di qua dai monti e la riforma dei catastri» 10. cioè editti, patenti e manifesti, ecc., cit.,
Il Magistrato straordinario, rivolgendosi ai sindaci, consoli e amministratori di tomo XX, libro 11, vol. 22, pp. 12 sgg.
ATTRAVERSO I CATASTI ANTICHI DEL COMUNE 133

11
Nel 1688 il patrimoniale Martinetti tutte le città e terre soggette al duca di Savoia di qua dai monti, ordinava che
dichiarava che «ben poche comunità [si
erano curate di] far procedere alla misura entro un anno si provvedesse alla misura generale di tutti i beni, compresi i
generale de’ beni esistenti nei loro territori feudali e quelli d’altra condizione, che non fossero già stati accatastati. Tutti i
e finaggi e far formare nuovi catasti». Cfr.
D. BORIOLI, M. FERRARIS, A. PREMOLI, La rispettivi possessori dovevano essere convocati per assistere alla nomina di
perequazione dei tributi nel Piemonte sabau- agrimensori «esperti e fedeli» e di persone idonee e ben informate che sapes-
do, cit., p. 154.
sero indicare i singoli beni, coi loro confini e coerenze. In seguito i possessori
dovevano esser convocati per assistere alla misurazione dei rispettivi beni e
farne la consegna o dichiarazione per l’iscrizione a catasto nelle rispettive
colonne o partite individuali. Nella rinnovazione del catasto si sarebbero
descritti a parte i beni che risultassero di condizione feudale o per altra ragione
immuni «non per alterar la loro natura, ma per evitar in avvenire l’incertezza
dei beni obbligati al concorso de’ carichi». Ad ogni buon conto i delegati alla
misura generale, prima che si iscrivessero nel catasto i beni che si pretende-
vano immuni, dovevano assumere prove sommarie sulla loro condizione e
informarne dettagliatamente il Magistrato che avrebbe poi fornito le istruzioni
del caso. Le controversie che insorgessero «sovra la qualità dei beni», cioè se
fossero «cattastrati o collettabili» (assoggettabili a imposta), dovevano esser
deferite al Magistrato straordinario, che avrebbe provveduto con ordinanze
sommarie in presenza dei procuratori delle parti interessate. Se nei nuovi cata-
sti non si ritrovavano beni che risultassero già descritti nei vecchi catasti se ne
doveva fornire spiegazione al fine di evitare ogni pregiudizio per il regio patri-
monio, cioè per il fisco, e prima di adire qualsiasi magistratura per la salva-
guardia o la reintegrazione del registro (cioè del complesso dei beni soggetti a
contribuzione) i comuni avrebbero dovuto informarne l’ufficio del Patri-
moniale (preposto alla tutela degli interessi patrimoniali e fiscali dello Stato)
per avere le istruzioni e il sostegno occorrenti alle loro azioni.
Nonostante le significative innovazioni portate da una tale disciplina, negli
anni seguenti poche comunità ottemperavano agli ordini del Magistrato straor-
dinario 11. Tra queste, la Comunità di Verrone si adoperava per aggiornare il
proprio catasto secondo la normativa ducale. Già nel 1677 essa presentava una
supplica alla duchessa reggente per lamentare che la speranza, accesasi colla
sua ricostituzione, di far concorrere tutto il registro dei beni allodiali alle
imposizioni aveva urtato nell’opposizione di vari personaggi. Tra costoro il vas-
sallo Antonio Bernardino Vialardi aveva anzi riportato dai delegati di S. A. R.
una sentenza a lui favorevole, che dichiarava la feudalità di vari beni da lui pos-
seduti. Altri – i conti di Ternengo, Carlo Francesco Vialardi di Verrone, gli
eredi di Giovanni Maria Vialardi – possedevano beni che in altri tempi ave-
vano concorso al pagamento dei carichi, ma che ora essi pretendevano esser
feudali, mentre la Comunità per la perdita delle sue carte e dei vecchi catasti,
causata dalle guerre e dalle calamità, non poteva dimostrare che fossero stati
collettati; talché essendosi il registro ridotto a poca cosa, il tasso e le altre debi-
ture gravavano in modo intollerabile su pochi particolari, al punto che costoro
134 GUIDO GENTILE

Misuratore Carlo Giacinto Maffei,


Mappa del territorio di Verrone, ,
ACom Verrone. In alto, a destra, in
scala maggiore, è rappresentato
l’abitato col castello

12
si accingevano ad abbandonare il luogo e i loro beni. I supplicanti pregavano AS Torino, Sez. Riunite, Camerale
Piemonte, Art. 830, fasc. 43; ibidem, Atti
perciò la Reggente di costringere, tramite il Patrimoniale, tutti i possessori dei per feudi, Art. 749, mazzo 134/1, paragr.
beni indebitamente sottratti alle contribuzioni a partecipare agli oneri fiscali o, 4260.
13
altrimenti, di ridurre questi oneri in modo che i pochi particolari fossero gra- Il registro era soltanto sottoscritto
«pro copia Caroli»: si trattava verosimil-
vati in proporzione del loro modesto registro e la Comunità non fosse vessata mente dello stesso cui si riferiva la dichia-
a causa dei renitenti. Della denuncia la duchessa reggente investì il 6 maggio razione del 1669. Cfr. nota 7.
1677 la Camera dei conti, e questa incaricò il referendario della città e pro-
vincia di Vercelli di recarsi a Verrone per informarsi sullo stato del registro; su
quanti beni non concorressero ai carichi e per quali ragioni; infine, con quali
mezzi si potesse reintegrare il registro 12. Il 5 luglio successivo, a Verrone,
dinanzi al referendario comparivano Giovan Pietro Garizzo e i consiglieri
Giacomo Pevararo e Domenico Tabia (a completare l’ordinario consiglio man-
cava Simone Scotone che proprio quel giorno era stato condotto nelle carceri
di Biella per i debiti della Comunità) e presentavano un registro privo di data,
del nome dell’agrimensore che lo aveva formato e di autenticazione notarile 13.
Da questo registro si ricavava che il totale allibramento dei beni descritti
ammontava a soldi 55 e denari 8, ma solo 23 soldi e 10 denari concorrevano
ATTRAVERSO I CATASTI ANTICHI DEL COMUNE 135
14
Agli effetti dell’estimo i terreni erano ai carichi 14. Simone Berta e Giovanni Oliaro, già console e consigliere, raccon-
divisi in tre squadre secondo la loro pro-
duttività: nella prima facevano un soldo tavano che dopo il 1668 dodici famiglie erano tornate ad abitare a Verrone
giornate una e mezza, nella seconda tre (oltre ai massari dei signori) e poi ancora cinque o sei persone, che avevano
giornate, nella terza sei giornate.
15
cominciato a riattare «alcune casupole che erano per causa de’ tempi andate
In altra testimonianza, del 28 agosto
1677, i consiglieri dichiararono che «il regi- dirrocate». Un testimone del luogo di Sandigliano, riferiva che suo padre,
stro del fogolare» consisteva in un denaro appartenente a una famiglia di massari, aveva abitato a Verrone sin dal 1618
che si aggiungeva alla colonna di ogni par-
ticolare: in tutto se ne ricavavano 3 soldi e
circa, quando «attendeva alle schole sotto la disciplina del fu don Bartolomeo
4 denari secondo gli abitanti che erano per Scottone»; nel 1637 aveva dovuto partirne, così come gli altri particolari del
due terzi forestieri, massari e manuali non
possidenti beni.
luogo, che avevano abbandonato case e beni a causa dei continui alloggiamenti
16
AS Torino, Sez. Riunite, Camerale Pie-
e delle angherie perpetrate dai militari, i quali avevano preso il bestiame che
monte, Art. 830, fasc. 78, «Informationi non era già stato venduto per pagare gli alloggiamenti. Poi, passate le guerre,
giustificanti lo stato delli anni passati del alcuni forestieri si erano stabiliti nel luogo ricevendo dalla Comunità siti abban-
luogo di Verrone e lo stato presentaneo».
17
Questi atti e gli altri di seguito citati
donati per costruirvi le loro case15. Quando il padre abitava a Verrone c’erano
sono riportati nel «Libro o brogliasso della quaranta e più famiglie, con più di 30 paia di buoi e in più 200 «bocche
nova e general misura di tutto il territorio bovine». Ora i particolari possedevano al più un paio di buoi. La terra era piena
del luogo di Verone, escluse semplicemente
le barazze, sito della chiesa e castello, fatta di case in rovina; i campi erano divenuti gerbidi e si erano coperti di boschi, il
per ministero dal signor Pietro Orzo agri- che veniva direttamente constatato dal referendario. Gli interpellati propone-
mensore publico et approvato di Candel-
lo», conservato in AS Torino, Sez. Riunite, vano un solo rimedio: se il sovrano avesse addossato agli abitanti un ragione-
Camerale Piemonte, Art. 455, paragr. 17, e, vole carico, essi avrebbero potuto coltivare e render produttivi i terreni abban-
in copia, in ACom Verrone, mazzo 12.
donati, giacché ora i loro redditi erano assorbiti dal tasso e dalle altre debiture.
Nuove testimonianze sullo stato del luogo furono raccolte nel 1680: il
primo febbraio, su istanza della Comunità, alcuni particolari, anche dei vicini
luoghi di Benna e Sandigliano, attestavano esser notorio che Verrone «da cin-
quanta e più anni indietro restava populato e numeroso di case, famiglie e capi
di casa ascendenti al numero di cento circa [probabilmente enfatizzato al fine
di dare evidenza al successivo abbandono], e che per via dei tempi andati sono
tutte dette famiglie absentate et estinte». I testimoni ricordavano i nomi di
diversi tra quei capi di casa, «la maggior parte d’essi comodi con quantità di
bestiami, case, beni e possessi. Il detto luogo era abondante di fabriche tutte
habitate, [ma ora] li beni da cui sopra posseduti restano la magior parte incolti
e imboschiti». Dal 1670 in poi, a causa dei carichi eccessivi, vari particolari si
erano di nuovo allontanati, talché al presente, esclusi i massari dei vassalli e
della chiesa (dei quali due soltanto possedevano qualche bene a registro),
restavano nove capi di casa, di cui due soli nativi del luogo, e gli altri di
Sandigliano e Benna16.
Alle testimonianze così formalizzate seguì la risoluzione di definire, con la
formazione di un nuovo catasto, la situazione dei beni esistenti nel territorio
comunale sotto il profilo della loro collettabilità, ovvero immunità. Su istanza
della Comunità di Verrone, il 15 febbraio 168017, il Senato di Piemonte inca-
ricò Giovan Battista Marandono, dottore collegiato nella prefettura (cioè
presso il tribunale) di Biella e delegato provinciale, di sovrintendere a una
nuova misura del territorio comunale e alla rinnovazione del catasto secondo
l’ordine già citato del Magistrato straordinario sopra la riunione del registro.
La Comunità era ben consapevole dell’opportunità di associare le proprie
istanze ai tentativi di riforma del sistema fiscale intrapresi dal governo
sabaudo. Nella supplica all’uopo rivolta al Senato affermava infatti che la
misura generale era «cosa evidentemente vantaggiosa [sia] al regio patrimonio
che all’interesse pubblico, per esser bona parte di detto territorio stato sot-
tratto dalli uni alli altri, che [cioè i primi, gli attuali detentori] sotto erronei
prettesti, senza però alcun fondamento di ragione, non concorrono al paga-
mento dei carighi». Vedremo più avanti come una tale sottrazione, nelle argo-
mentazioni della Comunità, venisse imputata non genericamente a singoli sog-
getti che accampavano ragioni d’immunità sui beni di natura allodiale da essi
acquisiti, quanto, essenzialmente, ai feudatari che avrebbero in tempi più e
meno lontani esteso i loro possedimenti. Peraltro il costo dell’operazione
136 GUIDO GENTILE

preoccupava gli amministratori i quali, per sostenerla, chiedevano e ottenevano a destra:


dal sovrano il condono di metà del tasso a lui dovuto. Il 22 febbraio succes- Mappa catastale del territorio di Verrone,
sivo il delegato Marandono ordinava a tutti i possessori di terreni di qualsiasi , ACom Verrone. Frammento di
condizione siti nel territorio di Verrone di comparire davanti a lui il primo una copia coeva con il particolare di
una porzione del territorio di
marzo per assistere alla nomina di un agrimensore pubblico e giurato, nonché Verrone confinante con Gaglianico e
degli avvisanti o indicanti come previsto dall’ordine del Magistrato straordina- Sandigliano
rio; sarebbe poi seguita per ciascuno dei possidenti la notificazione del termine
in cui doveva assistere alla misura della regione nella quale si trovavano i suoi
beni, per indicarli giustamente e consegnarli. Questa convocazione veniva ban-
dita sulle piazze di Verrone e dei comuni finitimi: Massazza, Benna, Cerrione,
Sandigliano, Gaglianico e Candelo. Il delegato addiveniva così alla nomina del-
l’agrimensore giurato e pubblico di Candelo, Pietro Orso (fornito di patenti
camerali concesse il 9 marzo 1674), dei perticanti Antonio Garizzo, Giacomo
Poverano, Antonio Minotto, Antonio Pozzo, nonché degli indicanti Giovanni
Perrino e Simone Berta, «uomini da bene del presente luogo».
Il 21 giugno l’agrimensore Orso presentò il «brogliasso delle misure» da
lui redatto, dichiarando di aver tutto misurato eccetto le baragge e i beni
comuni e di aver riportato tutti i singoli beni nelle colonne dei rispettivi pos-
sessori. Poi, lo stesso giorno, furono deputati quali valpadori, in aggiunta al
misuratore Pietro Orso, Bartolomeo Boni e Domenico Bravo, entrambi di
Benna, «esperti dei luoghi e della qualità dei beni», i quali giurarono di equa-
mente provvedere alla loro stima e presentarono il 2 luglio 1680 una «relazione
di valpaggio», destinata a restare un fermo riferimento per le catastazioni avve-
nute nei cent’anni che seguirono. Agli effetti dell’estimo e dell’allibramento,
secondo la prassi vigente nei catasti piemontesi, i beni dovevano essere ripar-
titi in «valbe» o «squadre», secondo la produttività dei terreni18. Nel caso in
questione le valbe, o valpe nella dizione locale, furono individuate come quat-
tro distinte regioni territoriali, ben delimitate e contenenti terreni di una stessa
produttività. I detti «valpadori», avendo «visitato tutto il territorio e portan-
dosi a piedi e calcato sopra tutti li fondi d’esso finaggio, coltivi e registrabili:
campi, alteni [coè terreni a coltura mista con filari di vigna], prati, boschi, zer-
bidi e bruere», ne valutarono il reddito e stabilirono, indipendentemente dalle
colture, una tariffa così graduata: nella prima valba si allibravano per un soldo
di registro tre giornate da tavole novantasei l’una, nella seconda quattro gior-
nate; nelle terza otto giornate e nella quarta dodici giornate19. 18
Per la nozione di valba – squadra o
classe di terreno e regione territoriale con-
In quei giorni comparivano dinanzi al delegato i nobili Antonio Bernardino tenente terreni della stessa bontà – e la sua
Vialardi, Carlo Francesco Vialardi di Verrone e Agostino Mercandile soste- concreta applicazione, cfr. G. BRACCO, Ter-
ra e fiscalità nel Piemonte sabaudo, cit., pp.
nendo che i beni feudali da essi posseduti non potevano esser messi a registro 30-33.
e la misura generale non poteva pregiudicarne l’immunità. Più avvertito, Carlo 19
Cfr. le testimoniali di relazione di val-
Vialardi di Sandigliano esigeva che i beni da lui posseduti a titolo feudale non paggio inserite nel «Libro o brogliasso
della nova e general misura di tutto il terri-
fossero allibrati, ma soltanto registrati, come disposto dall’ordine del Magi- torio del luogo di Verone», cit.
strato, «senza alcun carigamento d’estimo». Per suo conto il parroco Cecidano 20
Dagli atti riportati nel «Libro o bro-
si opponeva alla registrazione dei beni spettanti alla chiesa del luogo e al bene- gliasso della nova e general misura di tutto
il territorio del luogo di Verone», cit.,
ficio dei Santi Apostoli Simone e Giuda in castro. Il delegato Marandono risulta anche che il conte e abate Gromo di
rispondeva a queste rimostranze dichiarando che la misura generale non Ternengo, Francesco Maria Sandigliano, gli
avrebbe pregiudicato il regime dei beni che risultassero immuni, perché feu- eredi di Carlo Vialardi di Sandigliano, il
pievano Cecidano, Agostino Mercandile e
dali o ecclesiastici20. due particolari di Biella contestavano il val-
Dal «Libro o brogliasso della nova e general misura»21 così formato risulta paggio che si era assegnato ai loro beni.
L’avvocato Marandono dichiarava la rego-
che i beni censiti, in tutto 1672 giornate, per la stragrande maggioranza furono larità della misurazione e del valpaggio e
consegnati come immuni, e precisamente 1276 giornate in quanto feudali, e rimetteva gli interessati al real Senato per la
definizione dei loro ricorsi.
236 in quanto spettanti ad enti ecclesiastici quali la parrocchia del luogo, il 21
ACom Verrone, mazzo 12. L’originale,
beneficio dei Santi Simone e Giuda (cappella del castello), la confraternita di autenticato dal notaio e segretario comu-
Santo Spirito di Verrone, la parrocchia di Vergnasco, i padri di San Pietro di nale Mazzone il 20 giugno 1680, pervenne
alla Camera dei conti di Piemonte ed è
Biella. A fronte, risultavano allodiali e quindi collettabili soltanto 160 giornate. conservato in AS Torino, Sez. Riunite,
Peraltro, nella copia del Brogliasso che si conserva nell’Archivio Comunale di Camerale Piemonte, Art. 455, paragr. 17.
ATTRAVERSO I CATASTI ANTICHI DEL COMUNE 137
Verrone, in calce a ciascuna delle colonne contenenti beni dichiarati
immuni dai consignori del luogo venne annotato che il Patrimoniale
di S. A. R., nella lite sorta coi vari titolari di questi beni, pretendeva
che questi fossero in gran parte allodiali.
Queste annotazioni sottolineano una sostanziale innovazione nella
struttura e nella funzione del catasto: se i catasti tradizionali erano in
certo senso documenti interni della Comunità che li formava al fine
di ripartire gli oneri comunitari e il carico fiscale sui possessori di
beni allodiali siti nel suo territorio22, il nuovo catasto, formato
secondo le direttive impartite da un organo statuale, si presentava
come uno strumento fiscale soggetto a un controllo superiore, nel
quadro della perequazione perseguita dal governo sabaudo, mirante
a coinvolgere beni che sino ad allora fossero stati sottratti alla contri-
buzione. Ciò poteva favorire, evidentemente, una convergenza d’in-
teressi e di interventi tra la Comunità e la politica fiscale dello Stato.
Peraltro la causa mossa dalla Comunità nel 168023 per contestare
la pretesa immunità dei beni dichiarati come feudali nel nuovo cata-
sto non ebbe successo: i giudici delegati dal duca, rifacendosi alle pas-
sate decisioni, sentenziarono il 23 giugno 1683 che tutti beni posse-
duti dai vassali e litisconsorti erano «feudali della nuova legge». Ma
la Comunità ripresentava le sue istanze al sovrano e il 26 dicembre
1695 il conte Giovanni Battista Riccardi intendente della provincia di
Vercelli veniva incaricato di visitare il luogo di Verrone e di esami-
nare il registro, i quinternetti esattoriali, nonché le consegne delle
bocche umane e del bestiame. Dalle testimoniali di trasferta presen-
tate dal Riccardi alla fine del gennaio seguente24, sulla base del sopral-
luogo e delle dichiarazioni raccolte presso gli ufficiali della Comunità
e i capi di casa, emerge un quadro assai particolareggiato della situa-
22
G. BRACCO, Terra e fiscalità nel Pie- zione locale, non soltanto sotto il profilo delle risorse collettabili e di quelle
monte sabaudo, cit., p. 28. che si sostenevano immuni. La Comunità annoverava 200 bocche umane di età
23
La causa era stata delegata, il 22 set- superiore ai sette anni (mancava il numero dei minori)25. I particolari (esclusi
tembre 1680, a una commissione costituita
dal primo presidente Blanciardi, dal mar- i massari) possedevano tra tutti 25 paia di buoi, ma molti ne erano sprovvisti.
chese Pallavicino, dai senatori Torini, I singoli nuclei famigliari venivano descritti nella loro precisa composizione, le
Pastoris e Richelmi. Cfr. lo stato della causa
in AS Torino, Sez. Riunite, Camerale Pie-
loro risorse e il rispettivo registro: dagli abbienti – i vassalli Antonio
monte, Art. 830, fasc. 72; inoltre, nello Bernardino, priore Giovanni Giacomo e Carlo Francesco Vialardi – coi fami-
stesso archivio, Atti per feudi, Art. 749, gliari, i servi, i massari e il bestiame, sino a coloro che non possedevano alcun
mazzo 134/2, paragr. 4261.
24
Queste testimoniali sono inserite tra
bene26. Il duca Vittorio Amedeo II dovette restare impressionato dalle risul-
atti di causa in AS Torino, Sez. Riunite, tanze dell’indagine e, con patente del 22 febbraio, decise che si procedesse alla
Camerale Piemonte, Atti per feudi, Art. 749, revisione di tutte le sentenze pronunciate sull’antica questione. La Comunità,
mazzo 134/2, paragr. 4262. L’originale del
catasto risultò esser stato trasmesso il 22 appoggiata dal Patrimoniale generale, sosteneva che queste pronunce erano
dicembre 1695 al procuratore generale Ma- state state viziate da errori di fatto concernenti l’effettiva condizione dei beni
randono su sua richiesta. Non si era ancor
formato un registro delle mutazioni o vol- controversi27. Secondo i ricorrenti i beni posseduti dai vassalli erano allodiali e
ture, perché, asserivano il console e i consi- quindi collettabili almeno nella misura in cui non erano stati consegnati a
glieri, non se ne era data la necessità.
25
seguito della sentenza del 1610. Si produceva quindi copia delle parcelle con-
Circa l’idoneità della popolazione ai
lavori agricoli il Riccardi forniva lo stupe- tenenti questa consegna e un atto da cui risultava che nel 1617 i nobili con-
facente ragguaglio: «non conoscono alcun correvano per un terzo del registro. Insieme si faceva rilevare che lo stato del
habitante impotente all’agricoltura perché
in questo paese a causa dell’aria infetta non registro collettabile della Comunità tra il 1617 e il 1620 era sceso da 200 a 120
campano molto». soldi; invece i beni dichiarati nei consegnamenti feudali erano venuti cre-
26
Da una tale rassegna si potrebbero scendo. Si discusse quindi di vicende successorie e di acquisti. Testimoni pro-
ricavare ragguagli assai interessanti sulla
composizione delle famiglie e sulle loro dotti dalla Comunità asserirono che, durante lo spopolamento seguito alle
risorse. Ad esempio, il tenore di vita del più guerre e al contagio, i signori avevano occupato terre allodiali. La serie degli
ricco tra i vassalli, il conte Antonio Bernar-
dino Vialardi, non risulta particolarmente
atti menzionati e prodotti, secondo le memorie delle parti e gli stati della causa,
agiato; ha qualche servitore, una creada e un era complessa e lacunosa. Si discusse della validità e della scomparsa di docu-
solo cavallo: sintomi di una particolare par- menti rilevanti28. Ma nello sviluppo delle allegazioni il Patrimoniale, superando
simonia o di una condizione non doviziosa
quanto alla resa delle sue massarie? le prime richieste, estese le sue contestazioni a tutti i beni posseduti in Verrone
138 GUIDO GENTILE

dai vassalli. Questi avevano da ultimo prodotto l’atto di dedizione del 1373 per 27
La causa fu delegata al presidente
Pallavicino e ai senatori Balegno, Dentis,
sostenere l’esenzione da ogni tributo tranne quello, allora pattuito col conte di Ondio e Graneri. Gli atti sono conservati in
Savoia, di un mezzo fiorino d’oro per fuoco a carico sia dei signori che degli AS Torino, Sez. Riunite, Camerale Pie-
monte, Atti per feudi, Art. 749, mazzi 134/1
uomini loro sudditi. Il Patrimoniale ne arguiva invece che già in allora doveva e 134/2, paragr. 4262.
esistere un registro per il riparto di questo tributo; la discussione si spostò 28
AS Torino, Sez. Riunite, Camerale Pie-
quindi sull’atto dell’investitura del castello di Verrone concessa il 10 giugno monte, Art. 830, fasc. 77. Il pievano Gio-
vanni Cecidano dichiarò il 25 giugno 1696
1454 dal duca Ludovico ai Vialardi, nel quale si assicurava che gli altri loro di esser benissimo informato che la Comu-
beni sarebbero restati liberi e allodiali («cetera dictorum nobilium bona feu- nità era stata spogliata di tutti i suoi catasti
dalia minime censeantur fore facta, sed in his statu et gradu libera et allodia- e quinternetti comprovanti le taglie già
pagate dai vassalli del luogo per il loro regi-
lia remaneant in quibus erant ante presentem investituram»)29. Il Patrimoniale stro allodiale. Antonio Bernardino Vialardi
ne traeva la conclusione: i vassalli «non avendo ben feudali antichi ma beni gli aveva fatto consultare, per la ricogni-
zione dei beni della chiesa, un catasto for-
affetti al catasto sessanta e più anni avanti l’imposizione del tasso, né con- mato tra il 1604 e il 1606. La probità e l’at-
stando che indi siano stati levati, non si possono avvalere della nuova legge del tendibilità del parroco erano confermate
da testimoni. Egli sarebbe inoltre giunto ad
1606». Pertanto tutti i terreni da loro posseduti a Verrone dovevano esser con- affermare che i giudici delegati che avevano
siderati come allodiali. emesso l’ultima sentenza sfavorevole per la
Comunità erano stati suggestionati dall’av-
Al cadere del XVII secolo la politica sabauda volgeva a svantaggio delle vocato generale Frichignono, per il che, in
pretese immunità. Già gli ordini del Magistrato straordinario del 1675 mira- un’allegazione per parte di Antonio Ber-
nardino Vialardi, il pievano Cecidano era
vano a favorire la reintegrazione del registro delle Comunità e, come si è visto, tacciato di animosità e di parzialità verso
prevedevano l’intervento del Patrimoniale per i procedimenti giudiziari che si un parente, che era tra i maggiori regi-
sarebbero intrapresi a tale effetto. Con patenti del 12 giugno 1697 ai delegati stranti di Verrone.
29
provinciali era stato confermato il compito di curare la conservazione e la rein- Da parte dei vassalli si sostenne che la
libertà così sancita significava soltanto l’e-
tegrazione dei registri comunali, e costoro richiesero alle Comunità di segna- senzione da ogni tributo feudale (cfr. AS
lare tutti i patrimoni che godevano di immunità. Poi, tra il 1698 e il 1711, il Torino, Sez. Riunite, Camerale Piemonte,
Art. 830, fasc. 96, «Risposte date dalli
governo sabaudo, mirando alla perequazione dei contingenti tributari tra le signori Vassalli di Verrone alle allegazioni
Comunità e all’accertamento delle loro capacità contributive, intraprese una del Patrimoniale, allegazione a stampa inti-
tolata Per risolvere i dubii mossi per parte
misura generale dei territori, affidandola direttamente a propri funzionari e ai della Comunità di Verrone e del signor
misuratori da questi incaricati. Si dovevano censire anche i beni immuni, feu- Patrimoniale di S. A. R. contro il signor
vassallo Antonio Bernardino Vialardi»), ma
dali ed ecclesiastici, indicandone i rispettivi titolari. Le operazioni così con- il Patrimoniale aveva buon gioco a sottoli-
dotte a livello statuale non producevano dei catasti, «ma solo uno strumento neare l’allodialità dei beni appartenenti ai
signori e rilevava che la generica menzione
di chiarezza equitativa in materia fiscale»30; il loro scopo era di «conoscere il di terre feudali fatta in un’investitura del
numero di giornate appartenenti a ciascun territorio per poter scoprire le 1581 era da intendersi si quae sint, non
occultazioni di registro; accertare il reddito della parte dominicale che con- constando che in precedenza i vassalli aves-
sero costituito in feudo anche i loro beni.
correva al pagamento dei carichi pubblici»31. Nel contempo evidenziavano Cfr. AS Torino, Sez. Riunite, Camerale Pie-
l’entità dei beni immuni o pretesi tali nell’ambito dei rispettivi territori comu- monte, Art. 830, fasc. 73 e fasc. 104, «Fatto
nella causa della comunità di Verone con-
nali. In effetti, «la grande gamma di esenzioni, derivanti sia da antichi privi- tro li signori vassalli Vialardi e altri» (post
legi, sia da concessioni recenti o da aperte usurpazioni, ricadeva in maniera luglio 1702, a firma dell’avvocato Giu-
seppe Bonaudi del Regio Patrimonio e
sproporzionata sulle già sovraccariche Comunità locali»32. Possiamo quindi Fisco).
supporre che le tendenze ispiranti la politica della perequazione, pur non 30
I. RICCI MASSABÒ, Perequazione e cata-
ancor giunte alle loro ultime manifestazioni, influissero di già in qualche modo sto in Piemonte nel secolo XVIII, in Città e
proprietà immobiliare in Italia negli ultimi
sull’esito finale della controversia tra la Comunità e i vassalli di Verrone. due secoli, Milano 1981, p. 137.
Il 17 maggio 1704 venne pubblicata la decisione con cui il duca, il 23 31
D. BORIOLI, M. FERRARIS, A. PREMOLI,
aprile, col voto e parere del gran cancelliere marchese di Bellegarde, del primo La perequazione dei tributi nel Piemonte
sabaudo, cit., p. 163.
presidente del Senato Leone, del presidente de Gubernatis, dei senatori 32
G. SYMCOX, L’età di Vittorio Amedeo
Balegno, Richelmi, Gazelli nonché dell’avvocato Riccardi lettore presso II, in P. MERLIN, C. ROSSO, G. SYMCOX, G.
l’Università, accogliendo l’istanza di revisione di tutte le sentenze già emanate RICUPERATI, Il Piemonte sabaudo. Stato e ter-
sulla controversia in questione, dichiarava «tutte le terre e possessioni del ter- ritori in età moderna, in Storia d’Italia,
diretta da G. GALASSO, vol. VIII, tomo I, p.
ritorio di Verrone libere e allodiali, cattastrate o catastrabili, comprensiva- 319.
mente alli [beni] tenuti e posseduti dalli detti vassalli et altri liteconsorti». I
vassalli Vialardi – Antonio Bernardino, priore Giovanni Giacomo, commen-
datore Tomaso – e gli altri litisconsorti erano quindi condannati «a consegnare
e registrare al cattastro di detta Communità detti beni da loro respettivamente
posseduti, da descriversi alla colonna di caduno d’essi a proportione dell’e-
stimo ed allibramento dato ai beni posseduti dagl’altri particolari registranti
in esso territorio, et in seguito a pagar d’hor in avenire per essi beni tutti li
carichi che da detta Comunità saranno dovuti et imposti, anche per le cause
ATTRAVERSO I CATASTI ANTICHI DEL COMUNE 139

Misuratore Carlo Giacinto Maffei, antecedenti a questa sentenza nostra nell’istesso modo che al presente concor-
Libro figurato de territorio di Verrone, rono e concorreranno gl’altri registranti in esso luogo per i loro beni catastrati
, ACom Verrone.
Rappresentazione geometrica e [...]. Per cautela de’ quali carichi restaranno affetti li sudetti beni alla perpe-
descrizione dei singoli appezzamenti tua hipoteca verso detti Comunità e Patrimoniale nostro portata dall’editto
che compongono le regioni delli quattro marzo milleseicentosei, reietta ogni feudalità e pretesa immunità
dell’Andriana, della Salvazza e del conventionata, consuetudinaria o prescritta, eccettuati solo da detta cattastra-
Vallone zione universale li beni e pascoli comuni non cattastrati sino al presente e non
ridotti a coltura alla mente di detto editto»33. E quanto una tale sentenza
dovesse risultare eversiva riguardo alla prassi tradizionalmente seguita nei con-
33
L’istruzione fornita al collaterale Bo- segnamenti feudali e nel rinnovamento delle infeudazioni34 risulta, fra l’altro,
naudo a seguito dell’editto del 4 marzo dall’esser riconosciuto che il priore e vassallo Giovanni Giacomo Vialardi
1606 precisava che i beni che servivano sol-
tanto ad uso comune dei particolari non si aveva titolo per richiedere la restituzione della somma a suo tempo versata per
comprendevano nel conto della perequa- ottenere, con patenti del 29 agosto 1694, l’infeudazione di beni che ora veni-
zione, mentre quelli che producevano red-
dito vi dovevano entrare. Cfr. D. BORIOLI, vano dichiarati allodiali, ma non per contestare la decisione finale del sovrano.
M. FERRARIS, A. PREMOLI, La perequazione A seguito di questa sentenza i delegati di S. A. R. sulla causa di Verrone in
dei tributi nel Piemonte sabaudo, cit., p. 143.
34
Torino sedenti disponevano il 25 giugno 1704 che il direttore della città e pro-
Le consegne e le conseguenti infeuda-
zioni di beni di asserita condizione feudale vincia di Biella Antonio Giuseppe Vercellono convocasse i vassalli e i partico-
susseguitesi nel corso del ’600 a favore dei lari litisconsorti a registrare i loro beni al catasto della Comunità, formato nel
vassalli risultarono irrilevanti agli effetti
fiscali a fronte dell’originaria natura di que- 1680. La citazione degli interessati e la consegna dei beni da essi posseduti
sti beni. Già durante il processo conclusosi dinanzi al delegato Vercellono, al console Sebastiano Peveraro e al consigliere
sfavorevolmente per la Comunità di Verro-
ne nel 1683 era emerso che parte dei beni Gaspare Cecidano in rappresentanza della Comunità, non seguirono senza
che Antonio Bernardino Vialardi asseriva contrasti. Il Vercellono minacciò ai contumaci la riduzione a mani del sovrano
immuni perché feudali non erano stati da
lui consegnati e quindi il Vialardi, che si dei beni che non venissero consegnati e registrati come stabilito dalla sentenza.
giustificava per questa omissione perché Mentre alcuni degli interessati si adeguavano alla decisione senza contestarla,
avvenuta durante la sua minore età, per evi-
tare la devoluzione di questi beni al
altri negavano la sua validità e opponevano ferme riserve. Tra costoro, il più
sovrano veniva autorizzato a farne regolare vivace (e il più fornito di beni da denunciare), Antonio Bernardino Vialardi,
140 GUIDO GENTILE

comparendo il 14 luglio, dichiarò che non era acquiescente alla sentenza e che consegna, senza però che questa potesse
pregiudicare le ragioni della parte avversa e
intendeva chiederne al sovrano la revisione. Per obbedire all’ingiunzione rice- del Patrimoniale. Cfr. AS Torino, Sez. Riu-
vuta egli era disposto a consegnare una parte dei suoi beni e a dismetterne altri: nite, Camerale Piemonte, Atti per feudi,
Art. 749, mazzo 134/1, paragr. 4261.
la Comunità se li prendesse e ne facesse quel che voleva, salvo poi doverglieli 35
È il caso dichiarato dal priore Ago-
restituire se lui, il vassallo Vialardi, avesse riportato conferma della tradizionale stino Vialardi di Sandigliano che il 15 e 16
immunità. Poi, il 19 luglio, Antonio Bernardino comparve nuovamente e costi- luglio 1704 consegna, oltre a 70 giornate
ereditate dalla madre Margherita Vialardi,
tuendo un suo procuratore speciale per la consegna dei suoi beni (il quale tre giornate venti circa che la stessa aveva
giorni dopo avrebbe registrato a suo nome un complesso cospicuo di terreni) costituito in suo patrimonio clericale; altra
parte dei beni materni era posseduta dal
precisò che ciò faceva, sebbene non si considerasse obbligato, «per evitare le commendatore Tomaso, fratello di Ago-
reducione solamente, e non altrimenti; e a sua giustificazione aggiunse: alla stino, inoltre 17 giornate erano possedute
quale [riduzione] minaccia detto signor direttore far procedere, se bene lui da ormai trentacinque anni dal monastero
di Santa Caterina di Biella, cui erano per-
habbi mai rifiutato di fare detta consegna per obbedire a’ reali comandi, e se venute come dote spirituale di Anna Felice
sin qui ha delongato si è la causa per esser detenuto in letto da febre terzana Vialardi, sorella del comparente. L’incom-
patibilità di queste disposizioni colla pre-
e molto travagliato da gotta». Dalle dichiarazioni degli interessati emerge in tesa condizione feudale dei beni è tosto
generale che era invalsa una sostanziale confusione tra il preteso regime feu- rilevata dal console Sebastiano Peveraro e
dal consigliere Gaspare Cecidano che assi-
dale dei beni e la loro gestione privatistica, essendo intervenute, senza auto- stono a queste dichiarazioni.
rizzazione del sovrano, varie cessioni e permute (intese anche a un più oppor- 36
Supplica allegata al fascicolo dei con-
tuno accorpamento dei terreni) e persino la costituzione di un patrimonio segnamenti ora citato. Il sovrano il 14 ago-
sto 1704 rispondeva disponendo che il
ecclesiastico e di una dote monacale35. Tra gli altri, il priore e vassallo Giovanni Vialardi fosse citato a comparire dinanzi al
Giacomo Vialardi, dopo aver asserito che avrebbe consegnato i beni di cui a Senato per esporre le sue ragioni e, nella
suo tempo aveva ottenuta investitura con l’approvazione della Camera dei pendenza del ricorso, vietava che il suppli-
cante e i suoi massari fossero da chiunque
conti, quando gli fosse stato restituita la somma di 4000 lire all’uopo versata, molestati. Il Vialardi aveva altresì fatto
ricorreva al duca per lamentare che, a seguito della recente sentenza, la ricorso alla curia di Vercelli che il 26 luglio
aveva emesso analoga inibizione.
Comunità di Verrone voleva render collettabili i beni da lui ereditati e assog- 37
Erano Antonio Maria e Paolo Orazio
gettarlo al pagamento delle taglie, senza alcun riguardo per la sua immunità Vialardi dei signori di Verrone, Agostino
ecclesiastica; si dichiarava pronto a pagare il tasso, ma supplicava di vietare alla Cecidano del luogo di Verrone e Doroteo
Sandigliano dei signori di Sandigliano,
Comunità di imporgli altri carichi36. Ad ogni modo tra il 15 e il 23 luglio 1704 Giuseppe Antonio Mercandile del luogo e
si svolgeva il consegnamento, da parte di vari soggetti37, di una massa consi- il commendatore Tomaso Vialardi dei si-
gnori di Sandigliano e Borriana, Carlo
derevole di beni, che vennero iscritti e allibrati al catasto della Comunità di Francesco Vialardi dei signori di Verrone, il
Verrone, dopo che l’agrimensore Giovanni Antonio Orso di Candelo ne ebbe patrimoniale Giuseppe Antonio Martinetti
e il nipote Alessandro Amedeo entrambi di
verificata la misura. Torino, Ludovico Avogadro dei signori di
Il volume originale del catasto formato nel 1680 e allegato in occasione Cerrione, Antonio Bernardino Vialardi dei
della controversia restava conservato in originale presso la Camera dei conti e signori di Verrone, il priore Agostino Via-
lardi dei signori di Sandigliano.
in copia presso la Comunità. La produzione di una tale copia già aveva cau-
sato qualche contestazione in occasione dei consegnamenti intervenuti nel
1704; inoltre questi nuovi consegnamenti erano stati documentati con atti
separati. Per aggiornare in un nuovo registro catastale l’assetto e la titolarità
dei terreni, a seguito di tutte le variazioni avvenute nel frattempo, in modo che
«tutti li beni restino cattastrati e concorrino al pagamento de’ carighi», la
Comunità ottenne il 29 marzo 1726 dall’intendente della città e provincia di
Biella la designazione di un delegato a condurre una nuova misura generale e
catastazione dei beni. Il delegato così nominato, Carlo Giovanni Battista de
Genova, notaio collegiato di Sandigliano, giudice e podestà ordinario di
Benna, Candelo e Roasio, convocò i possidenti dei beni siti nel territorio di
Verrone nel luogo solito del tribunale, «sotto il primo portone nell’ingresso del
castello d’esso luogo»; quindi procedette alla nomina delle persone incaricate
delle operazioni: il notaio collegiato Eusebio Tamiatti del luogo di Cerrione, il
pubblico agrimensore patentato Giovanni Antonio Orso, figlio del fu Pietro
Orso, di Candelo, tre indicanti e due trabuccanti tutti del luogo di Verrone. Tra
il 12 e il 30 agosto ebbe luogo la ricognizione dei confini comunali col pian-
tamento dei termini. Agli effetti dell’estimo venne adottata la determinazione
delle valpe o valbe già definita nella «relazione di valpaggio» del 2 luglio 1680
che pertanto figura trascritta nel nuovo catasto formato nel 1729.
Dal ricavo delle tavole del registro regione per regione e anche dell’eccle-
siastico, col totale del luogo, comprese le barazze ed escluse le strade e siti delle
ATTRAVERSO I CATASTI ANTICHI DEL COMUNE 141
Atlas parcellaire del catasto del
Comune di Verrone, , AS
Torino, Sez. Riunite, Catasto francese,
Mappe, All. B, n. , Section A, tav. .
Porzione del territorio comunale
corrispondente a quella cui si
riferiscono le rappresentazioni
catastali del 

38
Poiché secondo la tariffa adottata per
l’estimo la giornata valeva 96 tavole l’alli-
brato nel 1729 corrispondeva a circa 1520
giornate contro le 160 di beni collettabili,
in quanto allodiali, risultanti dal catasto del
1690.
39
ACom Verrone, Catasti, «Catastro del-
la comunità di Verrone formato nel anno
1729 in seguito alla misura generale fatta
dagli agrimensori Giovanni Antonio Orso
di Candelo e collegiato Eusebio Tamiatti di
Cerrione nel 1726 e nel 1727». Nella prima
carta dopo il frontispizio figura un titolo
più esteso: «Catastro della comunità di
Verrone formato nell’anno 1729 sovra la
misura generale fatta da noi sottoscritti
agrimensore Giovanni Antonio Orso di
Candelo et notaio collegiato Eusebio Ta-
miatti di Cerrione de’ beni esistenti in
detto luogo negli anni 1726 et 1727. In
qual cattastro si sono descritti tutti li parti-
colari possidenti beni in esso luogo di
Verrone con tutte le pezze, regioni e cohe-
renze di caduna pezza come pure il registro
che caduna d’esse compone, questo rego-
lato al valbamento fatto nel cattastro della
medesima comunità del 1680 […]. In qual chiese e anche del castello e suo attorno si rileva che, dedotte le strade di
cattastro si sono pure descritti li beni eccle-
siastici con il registro d’essere rispetto a Verrone e Benna, i terreni allibrati ammontano a 145.949 tavole38, per un regi-
quelli che si sono giudicati allodiali et stro di soldi 288; i beni ecclesiastici non allibrati a 10.671 tavole; le baragge
anche la misura dei beni communi o siano
barazze d’esso luogo [...]». Segue la sotto- comuni a 65.467 tavole.
scrizione del delegato Carlo Giovanni Il volume originale del Catasto del 172939, reca un curioso frontispizio, nel
Battista de Genova e del segretario comu-
nale Mazzone in data 25 ottobre 1729.
quale, sotto il titolo, a mo’ di decorazione, figura un paesaggio di maniera, pro-
Presso ACom Verrone, busta 12, «Misura babilmente non privo di un suo significato emblematico. A sinistra vi compare
generale del territorio, formazione del cata-
sto e della mappa», 1775-1778, si conser-
un ampio edificio con alta torre, nel quale si può riconoscere il castello di
vano anche i documenti relativi alla «Mi- Verrone: una pianta cresciuta sulla torre di là dall’effetto pittoresco forse
sura generale del territorio di Verone, allude ironicamente alla vetustà dell’edificio, se non a quella delle pretese di
1727», gli «Atti generali della misura del
finaggio e territorio fatti nell’anno 1726», chi lo possiede. A destra, in una mossa distesa d’acque incede una nave armata
nonché il «Libro o sii brogliasso della di cannoni: vi si può scorgere quasi un’impresa della Comunità di Verrone, vit-
misura generale fatta ad istanza della
comunità di Verrone da noi sottoscritto, toriosa nell’antica controversia coi vassalli riguardo alla registrazione dei loro
agrimensori Giovanni Antonio Orso di beni e forte della sentenza del 1704.
Candelo e notaio collegiato Eusebio Ta-
miatti di Cerrione […]». Anche in quest’occasiome, peraltro, la catastazione fu accompagnata da
142 GUIDO GENTILE

una controversia coi feudatari, che fu portata dinanzi alla Camera dei conti. 40
AS Torino, Sez. Riunite, Senato di Pie-
monte, Sentenze civili, reg. 136, 1717-1723,
Per quanto concerneva la formazione del nuovo catasto la vertenza incideva c. 378.
sull’intitolazione delle baragge. Nel 1722 Antonio Bernardino Vialardi, in lite 41
Marito di Rosa Diana Vialardi di Ver-
con la Comunità di Verrone (attrice) attorno al godimento delle baragge, aveva rone (AVdSF, Famiglia Vialardi di Verrone,
schedatura TVS).
ottenuto dal Senato di Piemonte una sentenza, in data 25 agosto, grazie alla 42
Fratello di Rosa Diana, primo conte di
quale era «mantenuto nel possesso di introdurre e pascolare bestiami forestieri Verrone (1739), signore di Montjovet e
di qual si sia sorte, nella riserva delle capre, e aggiustarne il pagamento del « magno potestate Montisgrandi» (ibidem).
pascolo nelle comuni, con ciò che detto conte non ne abusasse e non potesse 43
Detto dei Rolandini. I quattro colon-
nellati (dei Rolandini, de Putheo o de Mos-
con licenza impedire a’ particolari registranti il pascolamento ne suddetti so, della Casa Grande e della Porta) ebbero
beni»40. In seguito, all’epoca della formazione del nuovo catasto di Verrone, la origine dalla divisione in quattro parti del-
l’indiviso dei beni, torre, castello e dominio
Camera dei conti, con ordinanza del 2 dicembre 1726 aveva dichiarato esser di Verrone dell’11 novembre 1398 fatta
lecito alla comunità continuare la misura del territorio ma senza pregiudicare alla morte di Simone, figlio del fu Rolan-
la proprietà e feudalità delle barrazze. Nel giugno 1727 il conte commendator dino di Verrone (AS Biella, RT, mazzo 31,
pergamena 1).
Giuseppe Alessandro Olgiati41 procuratore di Francesco Bernardo Giuseppe 44
Moglie del fu Paolo Orazio Vialardi di
Vialardi42 e i vassalli Pietro Antonio e Gaspare Ludovico Vialardi, partecipanti Verrone, morto nel 1718 (AVdSF, Famiglia
al quarto colonnellato della casata43, unitamente alla madre loro curatrice, Vialardi di Verrone, schedatura TVS).
45
Cristina Avogadro44, fondandosi sui patti di dedizione del 1373, sulle franchi- AS Biella, Intendenza di Biella, «Rela-
zione dello stato della provincia di Biella»,
gie del 1454, sui bandi campestri promulgati nel 1558, su varie sentenze e tran- compilata tra il 1750 e il 1755 dall’inten-
sazioni seguite dal 1570 al 1707, presentarono al delegato che dirigeva la cata- dente Pietro Antonio Blanciotti.
46
stazione una comparsa intesa a sostenere che i feudatari avevano il possesso e Il territorio comprendeva campi
(312.66 giornate), prati che la relazione
la proprietà delle barazze, col diritto di proibire l’estrazione di legnami e di precisa essere asciutti (435.33 giornate),
strame. La Comunità tramite i consiglieri Giuseppe Mercandile e Antonio alteni (353.86 giormate), boschi d’alto
fusto (190 giornate), boschi cedui (403.15
Morra replicava che le scritture prodotte erano cose antiche fatte fra altri, giornate) e pascoli (58.81 giornate). Il
senza la sua partecipazione, la proprietà e l’usufrutto le spettavano ab imme- patrimonio zootecnico è indicato in gioghi
o paia di buoi 18; bovine da tiro 12; bovine
morabili, colla facoltà di fruire del pascolo e di estrarre legna, ed aggiungevano non servienti al giogo 151; bestie da soma
un’argomentazione di carattere storico (e oggi diremmo anche archeologico): 20; bestie laniere 0.
«massime che il territorio di questo luogo ne’ secoli passati era composto di 47
Totale delle giornate che compongono
il territorio collettabile 1753.81. Totale dei
trecento e più fuochi, come ne corre voce pubblica per traditione degli ante- soldi che compongono la massa del registro
nati et anche a relatione del fu signor vassallo Antonio Bernardino Vialardi collettabile 272.6. Giornate che si richie-
ricavata dalle scritture antiche che appresso sé ritrovansi in questo castello, et dono per formare un soldo di registro fatta
una comune delle valbe 6.48. Importo del-
se ne vedono ancor le vestiggia delle case diroccate in più parti di questo luogo, l’imposizione che si paga per ogni soldo di
quali havendo [gli homines del luogo], dovevano havere li necessari pascoli, registro dedotti li redditi comuni e l’impo-
sta straordinaria: terriere 6.13; forastiere
dovevano ancor aver la proprietà d’esse barazze». Poi «fu diminuito e riddotto 7.15.4.
in una sesta parte il popolo suddetto e reso il medesimo miserabile; allora detti 48
Secondo il catasto del 1729 l’allibrato
signori si sono fatti prepotenti, com’infatti havevano occupato quasi tutti li ammontava a 145.949 tavole che, se local-
mente la giornata valeva 96 tavole come
beni di questo territorio in tempi di guerra e contaggio e quelli pretendevano indicato nella tariffa delle valbe, corrispon-
immuni; restava il pochissimo registro de’ particolari e quasi come perduta la derebbero a circa 1.520 giornate, mentre le
65.467 tavole di baragge comuni equivale-
Comunità, carigata di tutti li pesi e taglie insopportabili a detto registro». Ma vano a circa 682 giornate; questi valori
infine la sentenza del 1704 aveva dichiarato l’allodialità dei beni posseduti dai sarebbero ovviamente minori se si assu-
messe il rapporto di cento tavole per gior-
partecipanti al feudo di Verrone, e costoro nella registrazione di questi beni nata.
non avevano menzionato le baragge, che quindi dovevano considerarsi proprie
della Comunità. Il delegato si limitò a concedere testimoniali per le dichiara-
zioni espresse dalle parti, che vennero riportate tra gli atti premessi al nuovo
Catasto, e la vertenza continuò a risorgere nel corso del ’700.
Alla metà del secolo l’intendente Blanciotti, nell’ambito della relazione
della provincia di Biella, redatta per la statistica generale del regno, forniva la
seguente descrizione del luogo di Verrone45. Il feudo apparteneva in solido al
conte Vialardi, che vi abitava. Il territorio46 produceva frumento, segala,
meliga, legumi e vino «di inferiore qualità». Il tutto bastava al fabbisogno
locale e anzi parte della meliga veniva venduta sui mercati di Candelo e Biella,
mentre il vino era esportato a uso degli abitanti di Netro, di Donato e del man-
damento di Mosso. La popolazione, dedita esclusivamente all’agricoltura,
costituiva 84 nuclei famigliari o fuochi, con 380 maggiori di anni 7 e 40 minori.
Quanto alle risultanze catastali la relazione precisa che il territorio collettabile
ammontava a 1753 giornate47: più della quantità indicata nel catasto del 172948.
ATTRAVERSO I CATASTI ANTICHI DEL COMUNE 143
49
«Libro del trasporto e mutazione di Si può supporre che ciò fosse anche determinato dalla cessione a particolari di
registro formato d’ordine della Comunità
di Verone in vigor di ordinato delli 14 mag- appezzamenti delle baragge, che essendo prima destinati all’uso comune non
gio 1762 e 27 luglio 1763, approvato dal- erano stati allibrati nel catasto precedente.
l’officio della regia Intendenza e desonto
dal publico cadastro usuale di questa Per chi voglia studiare le vicende della proprietà fondiaria nel territorio in
comunità, formato nell’anno 1729 in occa- questione, mi limito a segnalare che nell’Archivio Storico Comunale si conserva
sione della misura generale di questo terri-
torio». anche il «Libro dei trasporti» o mutazioni formato nel 176349 sulla base del
50
ACom Verrone, mazzo 1, «Ordinati catasto del 1729. A quanto risulta, la Comunità prima di allora doveva essere
1759-1770», cc. 16 sgg., ordinato del 14 priva di un tale strumento, perciò il consiglio50 incaricò il misuratore Giovanni
maggio 1762, e cc. 30 sgg., ordinato del 27
luglio 1763. Giuseppe Danese e il segretario Rondi di redigere un regolare libro di trasporti
51
Compaiono così tra i Vialardi signori formando le colonne dei rispettivi contribuenti, quali risultavano a quella data
del luogo Giuseppe Bernardo figlio del fu per effetto delle variazioni avvenute nel frattempo rispetto alla catastazione del
Antonio Bernardino, i fratelli Pietro An-
tonio e Gaspare Ludovico del fu Paolo 172951. I trasporti tra le rispettive colonne o partite che in seguito vi sono regi-
Orazio, gli eredi di Carlo Francesco che strati continuano sino agli anni ’70 del XVIII secolo. A quest’epoca, il catasto
trasmettono la loro non cospicua proprietà
al santuario di Oropa, gli eredi di Giovanni del 1729 e il connesso «Libro dei trasporti» dovevano risultare da tempo ina-
Giacomo che dispongono parimenti a fa- deguati alla più recente normativa e alla nuova tipologia dei catasti piemontesi.
vore del Sacro Monte di Graglia; poi la
Comunità e i particolari; tra i registranti Il progetto di perequazione sviluppato sotto Vittorio Amedeo II con la
forestieri, il biellese conte Bertodano, misura dei beni assoggettabili a contribuzione quale base di un equo riparto
Ercole Gromo di Ternengo, gli eredi di
Ludovico Avogadro; tra gli enti ecclesia-
del carico fiscale tra le comunità, era integrato dal regio editto del 5 maggio
stici, oltre ai due santuari citati, la parroc- 1731 «per la perequazione generale dei tributi nelle province del Piemonte»,
chia di Verrone, il beneficio dei Santi
Simone e Giuda in castro, la confraternita
che disponeva la formazione di nuovi catasti52. Venivano assoggettati a collet-
del Rosario di Verrone, i padri di San tazione tutti i beni sino ad allora posseduti abusivamente come feudali,
Pietro di Biella. restando inteso che tutti «i beni, li quali non comparivano sì ne’ cadastri della
52
I. RICCI MASSABÒ, M. CARASSI, I catasti
piemontesi del XVIII e XIX secolo da stru-
Comunità, che nelle investiture e consegnamenti della Camera [...] dovevano
mento di politica fiscale a documento per la aversi per allodiali». Gli intendenti avrebbero impartito le istruzioni occorrenti
conoscenza del territorio, in Cultura figura-
tiva e architettonica negli Stati del Re di Sar-
per la formazione dei nuovi catasti, in cui si dovevano descrivere tutti i beni
degna, 1773-1861, Catalogo della mostra a esistenti nel territorio, eccetto le case che «formano corpo di Comunità o di
cura di E. CASTELNUOVO, M. ROSCI, Torino luogo», cioè i concentrici degli abitati. Le regole per la formazione dei nuovi
1980, pp. 1184-1193; I. RICCI MASSABÒ,
Conoscenza, memoria, gestione della Terra catasti furono poi stabilite con regio biglietto del 5 marzo 1739. La rilevazione
nella rappresentazione catastale, in Arte e dei beni doveva avvenire sulla base della «parcella» – porzione di terreno
scienza per il disegno del Mondo, Catalogo
della mostra (Torino 1983), Milano 1983, appartenente a un solo proprietario e avente uno stesso tipo di coltivazione.
pp. 187-191; D. BORIOLI, M. FERRARIS, A. L’insieme delle parcelle così individuate veniva rappresentato in una mappa
PREMOLI, La perequazione dei tributi nel
Piemonte sabaudo, cit., pp. 184 sgg. geometrica dell’intero territorio comunale. La Comunità, coll’autorizzazione
53
«Regolamento approvato da S. M. dell’intendente della provincia, doveva nominare un geometra che, sotto la sor-
prescrivente la forma e il modo di proce- veglianza di un delegato dell’intendenza, eseguiva la misurazione con l’assi-
dere alle misure territoriali nei Regii Stati
di terraferma di qua da’ monti», in F. A. stenza di indicanti. Le singole parcelle, delimitate in contraddittorio tra i pro-
DUBOIN, C. DUBOIN (a cura di), Raccolta per prietari e i confinanti, ricevevano un numero distintivo. Per la rilevazione geo-
ordine di materie delle leggi, cioè editti,
patenti e manifesti, ecc., cit., tomo XX, metrica si usava la tavoletta pretoriana – un piano sul quale l’agrimensore, sta-
libro 11, vol. 22, pp. 388-397. bilita una base in scala, segnava con un righello a traguardo i punti salienti del
perimetro dei terreni da rilevare – e dello squadro agrimensorio, strumento
tradizionalmente usato per scomporre e rilevare le figure irregolari sul terreno.
Quindi la stima dei beni doveva avvenire per valbe, cioè per zone omogenee
contenenti parcelle aventi uno stesso grado di bontà. Alle operazioni così con-
dotte e descritte giornalmente nel «libro delle stazioni» doveva seguire la for-
mazione dei seguenti strumenti: il «sommarione», libro in cui le particelle sono
indicate in ordine numerico col nome dei rispettivi possessori, della superficie,
qualità e coerenze; il «catasto», contenente sotto il nome dei possessori la
colonna o partita dei rispettivi beni, descritti con la loro ubicazione, le coe-
renze, la superficie e la stima; la mappa geometrica suddivisa in parcelle; il
«libro figurato», nel quale sono rappresentate porzioni del territorio con le
parcelle in esse comprese e la loro dettagliata descrizione; il «libro delle muta-
zioni», organizzato come il catasto in partite o colonne individuali e destinato
alla registrazione dei cambiamenti di proprietà. La procedura e le prescrizioni
tecniche furono poi ulteriormente specificate con il regolamento annesso al
regio biglietto del 5 dicembre 177553.
144 GUIDO GENTILE

Atlas parcellaire del catasto del


Comune di Verrone, , AS
Torino, Sez. Riunite, Catasto francese,
Mappe, All. B, n. , Section C.
Capoluogo e castello

Nel 1775 la Comunità di Verrone aveva rilevato la necessità di rinnovare 54


ACom Verrone, mazzo 2, «Registro
delle proposte 1775-1778», c. 11, ordinato
la misura generale del territorio per correggere tutti gli errori che emergevano del 23 febbraio 1776.
nel catasto in uso, ma l’intendente di Biella, Villata, aveva voluto accertare di 55
Ibidem, c. 20, ordinato del 5 novembre
quali fondi la Comunità potesse all’uopo disporre; l’anno appresso, però, sol- 1776. Cfr. anche ibidem, mazzo 12, «Misu-
ra generale del territorio, formazione del
lecitava l’invio di copia del nuovo catasto, secondo il regolamento approvato catasto e della mappa», 1775-1778, con-
dal re con patenti del 6 giugno 1775. Il Consiglio Comunale deliberava quindi tratto del 4 novembre 1776 stipulato col
misuratore Maffei.
di provvedere a una nuova misura generale, per la spesa presuntiva di 2000
lire54. Si incaricava così il misuratore Carlo Giacinto Maffei, di Graglia, di pro-
cedere alle operazioni necessarie, e in primo luogo alla determinazione della
linea di confine tra il territorio del Comune di Verrone e i finitimi, coll’assi-
tenza del segretario e catastaro notaio Ignazio Danese, nonché del consigliere
Giovanni Andrea Bocca, quale indicante55. Il Maffei, scrupolosamente, dopo
le misurazioni e prima di procedere alla redazione del catasto, del libro figu-
rato e del libro dei trasporti, chiese che la Comunità rispondesse a vari que-
siti, che furono portati in Consiglio il 22 dicembre 1777. A fini dell’allibra-
mento si doveva mantenere la valbazione tradizionale, come stabilita nel cata-
sto del 1729? Il Consiglio confermò precisando che l’allibramento doveva
ATTRAVERSO I CATASTI ANTICHI DEL COMUNE 145
56
ACom Verrone, mazzo 2, «Registro essere effettuato secondo la face e qualità di ogni pezza. Alla valbazione e all’al-
delle proposte 1775-1778», c. 33, ordinato
del 12 dicembre 1777. libramento dovevano assistere il segretario Danese e il sindaco (o il primo con-
57
Ibidem, c. 49, ordinato del 29 maggio sigliere in sua assenza). Doveva il misuratore descrivere alle rispettive colonne
1778. dei particolari possessori le pezze di baraggia che costoro si diceva avessero
58
Ibidem, c. 49v, ordinato del 26 giugno acquistato senza la debita interinazione dell’intendenza e senza stipulazione di
1778, e, stesso archivio, mazzo 12, «Misura
generale del territorio, formazione del cata- strumenti? Doveva anche assegnare ai rispettivi registranti gli accrescimenti
sto e della mappa», 1775-1778. «Relazione riscontrati nelle pezze attigue alle baragge, alle strade e ai siti di pubblica per-
generale del misuratore Colombino per la
collaudazione della misura generale del ter- tinenza? E il consiglio dispose che il misuratore redigesse una distinta di tutte
ritorio di Verrone delli 23 agosto 1778». Il le pezze in questione, da trasmettere all’intendente per i provvedimenti di sua
Colombino rileva inoltre alcuni errori di
misurazione e di calcolo e il Maffei prov-
competenza56. Il 29 maggio 1778 il misuratore presentò la mappa originale del
vede alle necessarie rettifiche. territorio da lui elaborata. Il Consiglio rilevava che doveva inoltre produrre,
59
ACom Verrone, Catasti, mazzo 12, come previsto dal regolamento della misura generale, il colonnario, o libro
«Misura generale del territorio, formazione
del catasto e della mappa», 1775-1778. Tra
delle partite, il libro figurato, e tutti gli altri libri e memorie di campagna; il
l’altro: «Atti di determinazione della linea tutto doveva esser verificato da un collaudatore deputato dall’Intendenza57. Il
di contorno della Comunità di Verrone», collaudatore da questa designato, Eusebio Colombino, dedicò alle operazioni
1775; «Libro delle stazioni e figure delle
pezze formato in campagna nell’occasione di collaudo 19 giornate e, prima di riferirne l’esito all’intendente, segnalò al
della misura generale nelli anni 1777 e consiglio comunale alcuni rilievi: tra l’altro, si doveva dare atto di una discor-
1778»; «Libro della trigonometria della
misura generale del territorio di Verrone», danza della mappa testé formata da quella del Comune di Massazza riguardo
in cui è tracciata ogni pezza con le sue ai confini; non appariva separata la superficie delle aie e degli orti da quella
misurazioni.
delle fabbriche; nella mappa e nelle tavole del libro figurato mancava il dise-
gno dei canali e dei fossi divisori 58. Dopo che il Maffei ebbe effettuato le cor-
rezioni così prescrittegli il Consiglio deliberò il 21 dicembre che la mappa fosse
pubblicata con l’intervento del sindaco o del primo consigliere. In fine, la
mappa fu collazionata con tutti i libri presentati dal Maffei ad opera del misu-
ratore designato dall’Intendenza, Pietro Francesco Beltramo di Biella, la cui
relazione fu quindi approvata dall’intendente con decreto del 23 marzo 1779.
Il 26 successivo, il Consiglio comunale, disponendo la liquidazione delle com-
petenze del Maffei, rilevò che «detti libri come sovra, da detto signor Maffei
presentati, restano sligati e le mappe senza custodia», e quindi ordinò all’esat-
tore-tesoriere di corrispondere al sindaco lire 50 perché vi provvedesse.
L’Archivio del Comune di Verrone conserva una ricca documentazione di
tutte le operazioni effettuate per la misura generale del territorio negli anni
1775-177859. Il Comune conserva inoltre un esemplare integro, recentemente
restaurato, della Mappa del territorio di Verone, di cm 163,5x111,5 circa, alla
scala (usuale in analoghi documenti) di mm 129 = 100 trabucchi (pari a 1:
2.732). Il misuratore Carlo Giacinto Maffei, in una legenda in parte deleta,
datata 1779, attesta che questo esemplare fu da lui desunto «fedelmente ed
esattamente» dalla mappa di campagna da lui formata in occasione della
misura generale del territorio. Le singole parcelle sono distinte da un numero
che consente il riscontro con i registri catastali. Una schematica simbologia
distingue i campi, gli alteni (con filari di vite tra i coltivi), i boschi, le baragge;
gli edifici rurali sono sinteticamente delineati in pianta. Il concentrico è rap-
presentato a parte in scala maggiore. Il disegno a penna è sobriamente colo-
rato ad acquerello nei confini del territorio, nei corsi d’acqua, nel tracciato
delle strade. Insieme coll’esemplare or citato si conserva un cospicuo lacerto
di un’altra copia della stessa mappa, in scala uguale: la rappresentazione sim-
bolica del paesaggio rurale, rispondente al repertorio in uso presso i topografi
piemontesi dell’avanzato Settecento, appare eseguita con particolare cura e
con una vivace coloritura. Si tratta, verosimilmente, della copia bella che
doveva essere inviata alla regia Camera dei conti, così come fecero molti
comuni piemontesi (le rispettive mappe sono ora conservate presso l’Archivio
di Stato di Torino); a quanto pare, la Comunità di Verrone non ottemperò a
questa disposizione, gelosa forse del bel prodotto topografico elaborato dal
misuratore Maffei, ma, ciò non ostante, l’uso che si fece di questa bella mappa
a motivo della sua grande evidenza, oppure una trascurata conservazione,
146 GUIDO GENTILE

sopravvenuta in epoca meno antica quando la mappa settecentesca perse 60


Cfr. in ACom Verrone, Catasti, «Cata-
stro ossia brogliasso collonnario formato in
importanza rispetto a nuovi strumenti catastali, la condannò a una quasi totale seguito a misura generale», 1777-1778. Fer-
distruzione. ma restando la vecchia determinazione
delle valbe, la tariffa di allibramento della
Insieme colla mappa e col colonnario, o registro delle partite individuali, giornata, pari a 96 tavole, è espressa in
in cui, sotto il nome dei rispettivi possessori, sono descritte le singole pezze, denari 4 per la prima valba, 3 per la se-
conda, 1,5 per la terza, uno per la quarta.
col rispettivo numero di mappa, la misura e l’allibramento60, il misuratore
61
A p. 122 del citato «Catastro ossia
Maffei elaborò anche un notevole «Libro figurato del territorio di Verone», brogliasso collonnario formato in seguito a
tuttora conservato presso il Comune61. Il territorio vi appare rappresentato misura generale», il misuratore Carlo Gia-
topograficamente nella stessa scala della mappa, per porzioni o regioni, su cinto Maffei dichiara in data 26 marzo
1779 di «aver proceduto alla misura gene-
pagine di cm 51,5x36. Le correda a fronte la descrizione delle singole pezze, rale e aver pure desonto e formato il pre-
individuate col numero, l’appartenenza, la qualità, la misura e l’allibramento. sente Libro figurato precedente forma-
zione di mappa sottoscritta e autenticata
Un prospetto riepilogativo, alle pagine 116-121, riassume la consistenza del come dal verbale delli 9 novembre 1778, il
patrimonio fondiario locale diviso per specie e condizione (beni allodiali e beni qual figurato suddetto contiene la figura
dimostrativa e la descrittione di tutte le
immuni62) col rispettivo allibramento: pezze in esso territorio esistenti […] et è in
tutto e per tutto relativo e corrispondente
alla mappa suddetta e altri libri pur formati
campi giornate 391 tavole 64 piedi 11 dipendentemente ad essa generale misura».
campi con viti (alteni) giornate 458.87 62
Si trattava di beni spettanti ai Vialardi
prati giornate 479.79.4 e ai Bertodano, nonché di beni ecclesiastici
appartenenti alla parrocchia del luogo, a
boschi e gerbidi giornate 909.75.9 quella di Vergnasco, al santuario di Oropa
fabbriche e aie giornate 11.28.9 e al convento di San Pietro di Biella.
beni immuni giornate 207.3, registro soldi 38, denari 3, punti 1 63
ACom Verrone, mazzo 3, «Atti vari
relativi alla Comunità 1778-1850». Il 21
beni allodiali giornate 2044.32.9, registro soldi 353, denari 4, punti 3, sesti 4 novembre il Consiglio deliberava di ricor-
rere all’intendente per la reintegrazione dei
totale: giornate 2251.35.9, registro soldi 391, denari 8, punti 0, sesti 4. beni comunitari che risultavano usurpati
(ACom Verrone, mazzo 2, «Registro delle
proposte 1778-1780», cc. 1-2).
La misura generale effettuata negli anni 1777-1778 determinò in effetti
l’accertamento di situazioni irregolari e lesive del patrimonio comunitario. Il
misuratore Maffei e il notaio Ignazio Danese presentavano il 7 luglio 1778 una
distinta dei privati che risultavano aver ampliato i loro possedimenti a scapito
dei terreni comuni per un totale di circa sei giornate e mezza, e il 9 luglio uno
stato de registranti che avevano acquistato dalla Comunità parti delle baragge
comuni, già riservate al pascolo e al «boscareggiamento», per circa 9 giornate,
ma non avevano ancor pagato il prezzo, bensì un canone annuale63. Ma altra
controversia insorgeva nei confronti del feudatario riguardo al regime dei
pascoli e delle baragge. Il conte Bernardino Vialardi signore di Mongrando e
di Verrone esponeva il 29 dicembre 1778 che tra i diritti comportati dall’inve-
stitura del feudo di Verrone, ricevuta il 2 maggio 1766, erano compresi i bandi
campestri (cioè l’emanazione di norme di polizia rurale e l’irrogazione di multe
per danni alle campagne) nonché le «ragioni de’ pascoli e barazze di quel ter-
ritorio». Il Vialardi si rifaceva alla sentenza senatoria del 1722, con la quale
l’avo Antonio Bernardino era stato mantenuto nel possesso della facoltà di
introdurvi bestiame anche forestiero, senza pregiudizio per l’uso da parte dei
particolari registranti. A seguito di questa sentenza, sosteneva Bernardino Via-
lardi, sarebbe spettata al conte la facoltà di proibire ogni alienazione, affitta-
mento o concessione delle baragge comuni, così come ogni coltivazione, taglio
di bosco o brucco, asportazione di strame, salvo il mero uso da parte dei par-
ticolari. Il conte, mentre si formava il nuovo catasto, aveva preteso che vi si
menzionassero i diritti a lui spettanti in base alla sentenza in questione, ed ora
citava la Comunità per gli abusi e le alienazioni seguite nei terreni comuni. In
sostanza il Vialardi vantava, rispetto alla Comunità, un condominio su questi
terreni. Per contro la Comunità asseriva di aver da tempo immemorabile il pos-
sesso e la piena proprietà dei beni comuni. La controversia fu portata dinanzi
alla Camera dei conti di Piemonte e questa, con ordinanza dell’11 dicembre
1779, inibì a favore della Comunità di Verrone «ogni molestia sovra le comune
e barazze di detta Comunità nel riguardante il condominio e proprietà de’
ATTRAVERSO I CATASTI ANTICHI DEL COMUNE 147
64
L’ordinanza della R. Camera dei conti medesimi già pretesi dal signor conte Vialardi per le ragioni del feudo» e
è riportata a c. 15 nel «Libro figurato» di
cui alla nota 61. Nel contempo il procura- dichiarò lecito alla Comunità di intitolare questi beni nel catasto ultimamente
tore del conte Vialardi era invitato a pro- formato così come i suoi rappresentanti avevano richiesto al delegato del-
durre l’ultima investitura da questi otte-
nuta, come richiesto dal procuratore della l’Intendenza in occasione della pubblicazione della mappa, il 9 dicembre
comunità. La controversia proseguiva nel 1778 64.
1781, quando la comunità si oppose a che
il conte emanasse dei bandi campestri e
Il catasto formato negli anni 1778-1779 era destinato a lunga vita. Sotto il
introducesse nei pascoli comuni bestiame regime napoleonico, nel 1802, poco dopo l’annessione del Piemonte alla
forestiero (cfr. ACom Verrone, mazzo 3, Francia, si intraprese, con l’impegno di agrimensori dipendenti dagli uffici cata-
«Atti vari relativi alla Comunità 1778-
1850»). stali dipartimentali, la formazione di un catasto «per masse di coltura», inteso
65
Sulla catastazione dell’età napoleonica a definire qualità e consistenza dei terreni di ogni comune quale base per la
in Piemonte, cfr. I. RICCI MASSABÒ, M. CA- determinazione del contingente di contribuzione fondiaria a questo asse-
RASSI, I catasti piemontesi del XVIII e XIX
secolo, cit., pp. 1193-1195; I. RICCI MASSA- gnabile 65. Nel fondo catastale dell’Archivio di Stato di Torino si conserva la
BÒ, Conoscenza, memoria, gestione della velina del «Plan géometrique de la commune de Verone» 66 pertinente a questo
Terra nella rappresentazione catastale, cit.,
pp. 191-193. rilevamento e terminato il 19 agosto 1807. Vi appaiono rappresentate, alla
66
AS Torino, Sez. Riunite, Catasto fran- scala di 1:5000, le masse di coltura come zone omogenee, designate con una
cese, All. H, n. 610, «Departement de la numerazione progressiva e con le lettere T per «terre labourable», V e TV per
Sesia. Arrondissement comunal de Biella,
Canton de Candelo. Plan géometrique dela «vigne» e «vigne et terre labourable» (l’antico alteno), P per «pré», PA per
commune de Verone levé en execution de «pâture», B per «bois taillis» (ceduo); i giardini sono colorati di giallo. Ma
l’arrête du gouvernement du 12 brumaire
an 11 et terminé del 10 août 1807 autenti-
poco appresso i rilevamenti per masse di coltura vennero abbandonati e anche
cato da Momo géomètre en chef del dipar- per Verrone seguì la formazione di un catasto particellare. Al rilevamento
timento e da Borrani géomètre secondaire. attese il geometra del Catasto di prima classe De Stefanis, un tecnico che pur
Scala 1:5000».
67
Ritengo che questo originale sia iden-
adeguandosi alle nuove direttive vigenti per la formazione delle mappe (levate
tificabile con la mappa in sette fogli (sei per con rigorosa metodologia sulla base di una rete trigonometrica) non aveva
le sezioni e uno per la tavola d’insieme) dimenticato, nella rappresentazione dei tipi di coltura e nelle scritte apposte
conservata in AS Torino, Sez. Riunite, Ca-
tasto francese, All. A, n. 20. sull’originale della mappa da lui elaborata, lo stile ornato e vivido dei topografi
68
Ibidem, Catasto francese, All. B, n. 46. catastali piemontesi del secolo precedente 67. Sia l’Archivio di Stato di Torino 68
69
«Tableau d’assemblage de la commune sia il Comune di Verrone possiedono copie di questa mappa, condotte con una
de Verrone, département de la Sesia, arron- grafica più fredda e legate in forma di atlante. Il territorio comunale risulta
dissement communal de Biella, levé à l’exe-
cution de l’instruction de s.e. le Ministre diviso in sezioni, rappresentate in fogli di mappa alla scala di 1:2500 e dotate
des Finances en date du premier décembre ciascuna di una propria numerazione particellare, cui si aggiunge un «tableau
1807 par m. Destefanis géomètre du cada-
stre de première classe et verifié par m. d’assemblage» 69 alla scala di 1:10000. Alle operazioni di rilevamento della
l’ingénieur verificateur étant maire de la mappa e alla formazione dei registri ad essa relativi assisté in qualità di maire
Commune m. Vialardi Seraphin, nous inge-
nieur verificateur du cadastre ayant verifié
[Giuseppe] Serafino Vialardi, discendente degli antichi vassalli, cui spettò il
la presente copie avec la minute levée par ruolo storico di collaborare alla realizzazione, nel suo Comune, di un catasto
le susdict géomètre concorde. Verceil le 25 per così dire egualitario, un catasto che, peraltro, nella fattispecie, non rispec-
juin 1810, Momo».
chiò vistosamente gli effetti dell’intervenuta abolizione degli antichi privilegi
feudali, semplicemente perché la gran massa dei beni un tempo pretesi immuni
per tal condizione era già stata iscritta come collettabile nel registro di Verrone
nel 1704. A causa della caduta del regime napoleonico il nuovo catasto non fu
attivato e alla Restaurazione le mappe e i documenti prodotti furono ritirati
dall’amministrazione sabauda. Restò così in uso l’ultimo catasto settecentesco,
sulla cui base si continuarono a registrare i trasporti o volture dei terreni tra le
colonne dei rispettivi contribuenti.
149

Gli “Homines Veroni”


Graziana Bolengo

L’ALBA DELLA COMUNITÀ

P
1
A. LONGHI, L’architettura del castello orre in una collocazione spazio-tempo l’origine di Verrone e quindi dei
nel paesaggio fortificato subalpino, in questo
volume, pp. 69 sgg. suoi homines, allo stato attuale delle ricerche, è impossibile perché non
2
T. VIALARDI DI SANDIGLIANO, I Vialardi vi sono elementi archeologici e documentali in grado di fornire dati
di Verrone, in questo volume, p. 45 nota 4. certi, ma partendo da due poli precisi ancora esistenti, il castrum e la chiesa, si
3
A. PERIN, L’architettura della Parroc- possono proporre delle ipotesi, se non sull’origine, almeno su un primo
chiale tra Medioevo ed Età Moderna, in
questo volume, pp. 103 sgg., e D. LEBOLE, momento evolutivo.
Storia della Chiesa Biellese. Le pievi di Alcuni elementi ancora leggibili del castrum propongono un polo difensivo
Vittimulo e Puliaco I, Biella 1979, pp. 631-
666. nato sul finire del secolo XI 1, un recinto fortificato a protezione di cose e homi-
4
La prima citazione del castrum è in un nes stanziati sul territorio, parte a servizio del signore e parte piccoli agricol-
atto del 28 febbraio 1282 rogato in castro tori liberi. Il castrum, per la sua funzione di difesa o quanto meno di connota-
Veroni dal notaio Bonusiohannes de Mar-
cio (L. BORELLO, A. TALLONE, Le carte del- zione di un dominio, è costruito generalmente dove preesiste un insediamento
l’Archivio Comunale di Biella prima del abitativo, il che suggerisce il finire del secolo X come prima formazione di
1379, BSSS, CIII (1927), vol. I, doc.
CXXVIII, pp. 215-216), mentre la Par- Verrone. Gli homines non a servizio del signore incominciano ad occupare gli
rocchiale compare per la prima volta nel- spazi vicino le mura, solido punto di riferimento, in un primo tempo con
l’estimo delle chiese, benefici e monasteri
della diocesi di Vercelli per le decime pa- costruzioni precarie che via via si strutturano nella forma di una casa tipo,
pali del 1298 (ARMO, Bugellae 1945, vol. dando origine ad un insediamento più connotato ancora incerto nei suoi con-
I, doc. XVIII), insieme alla chiesa o cap-
pella dei Santi Simone e Giuda. fini. Questa trasformazione porta anche ad un’evoluzione del polo sacro, dal
5
11 luglio 1515, Cavaglià in AS Biella, semplice cimitero alla costruzione di una chiesa limitrofa2, la Parrocchiale di
Famiglia Vialardi di Verrone, pergamena San Lorenzo, la cui fondazione può essere posta tra XI e XII secolo3.
23; copia cartacea in AS Biella, RT, mazzo
19, fasc. 7. Verrone si definisce quindi come insediamento abitativo stabile tra i secoli
6
V. VAI, La dedizione dei Vialardi di Ver- XI e XII, secondo il periodo in cui si pongono la fondazione della chiesa e del
rone a Casa Savoia, in questo volume, pp. castrum, mentre l’ipotesi della sua fase formativa antica può essere collocata in
151 sgg.
7
un momento di poco precedente il X secolo.
Ibidem, Appendice, pp. 55 sgg.
8
La Comunità era rappresentata da uno
Il castrum e la chiesa sono documentati dalla fine del Duecento4, mentre il
o due consoli che giuravano nelle mani del «poderio Veroni ac territorio» si connota con i suoi confini solo dal ’400 negli
podestà nominato dai Vialardi. I consoli omaggi di fedeltà ai duchi di Savoia, che lo danno compreso «… ab una parte
erano affiancati dal consiglio della Comu-
nità, la credenza. La vicinanza, o assemblea fines Massazie et Bene ab alia fines Saluzolie ab alia fines Vergnaschi ab alia
dei capi di casa (vicini), si riuniva solita- fines Galianici ab alia fines Sandiliani et ab alia fines Candeli …»5.
mente per trattare gli affari di maggior rile-
vanza. Momento di svolta per la Comunità è il 19 febbraio 1373, quando in
9
Il giuramento è presentato il 23 marzo Santhià i Vialardi di Verrone stipulano con il conte Amedeo VI i patti e le con-
1518 «ad banchum iuris». Nella perga- venzioni che portano il paese nell’area d’influenza sabauda, trasformando una
mena sono riportati atti di lite per la pre-
sentazione (AS Biella, Famiglia Vialardi di proprietà fondiaria privata in un feudo giuridicamente strutturato6. In questo
Verrone, pergamena 24). atto la Comunità e gli homines Veroni non sono presenti: coloro che vi abitano
e quelli che vi si stabiliranno sono uomini dei Vialardi, strettamente vincolati
ai nobiles che sono i destinatari dei poteri concessi e gli unici beneficiari dei
privilegi7.
È in questo momento che la Comunità inizia a organizzarsi, non tanto per
una spinta interna, ma per l’esigenza dei signori di dare solidità pubblica al
proprio dominio attraverso la promozione di un “altro potere”, quello degli
homines, con magistrature e organismi rappresentativi propri8, comunque
ancora istituzionalmente subordinati. Degli omaggi presentati dalla Comunità
ai signori rimane una testimonianza diretta tarda, tuttavia il fatto che la pre-
sentazione avvenga more solito richiama consuetudini antiche9. D’altro canto il
150 GRAZIANA BOLENGO

dominio concesso ai Vialardi risulta chiaramente dalle ricognizioni nelle quali 10


«Recognitio dominorum Veroni» nelle
mani di Filippino de Ritiis di Salasco com-
viene consegnato il feudo «… nobile liggium anticuum, avitum et paternum missario della principessa Iolanda, tutrice
…» con «… homines homaggia et fidelitates quorumcumque colonorum inco- del duca Filiberto di Savoia, 12 marzo 1474
«in castro Veroni» (AS Biella, Famiglia
larum et habitatorum predicti loci Veroni cum predicti meri mixti imperii ac Vialardi di Verrone, mazzo 1, fasc. 1, «Atti
omnimode iurisdictionis emolumentis prerogativis et preminentiis, bampni- di dedizione, investiture, ricognizioni …».
sque penis et mulctis accusis et commoditatibus quibuscumque ex predictis 11
AS Torino, Sez. Corte, Protocolli notai
ducali e camerali, reg. 59, f. 14v. Gli homi-
mero mixto imperio ac omnimoda iurisdictione provenientibus cum plena et nes che partecipano alla recognitio «nomine
libera potestate in ipso loco Veroni, iudicem, castellanum, potestatem et scri- suo et aliorum hominum Verroni» sono
Petrus de Anda e Antonius Roer.
bam ac alios quoscumque officiarios constituendi, tenendi, ponendi, auffe- 12
La dedizione trentennale di Biella è
rendi et integrandi ac etiam constituendi, tenendi, plantandi ac plantari et con- del 27 ottobre 1379 (L. BORELLO, Le carte
strui faciendi furcas, plotos, pilonos, patibula et alia quevis supliciorum artifi- dell’Archivio Comunale di Biella prima del
1379, BSSS, CXXXVI (1933), vol. IV, doc.
cia ad exercitium predicte iurisdictionis necessaria …»10. XLVI, pp. 112-118) e sarà rinnovata in per-
Il 3 marzo 137911 i due rappresentanti degli homines Veroni che a Santhià, petuo il 21 novembre 1408 (ACom Biella,
serie prima, mazzo 11).
con Simone Vialardi, partecipano come soggetti alla ricognizione, testimo- 13
Giacomo fu Franciotto, Francino fu
niano l’inizio di un raggruppamento istitituzionale che da forma più ampia al Rolandino, Pietro fu Rolando, Pietro fu
dominio costituito dai Vialardi di Verrone con i pacta del 1373, a fronte del Giovanni e Agostino fu Martino.
nuovo polo politico che si sta aggregando attorno a Biella12. Da questo 14
I capi di casa.
momento i documenti, pur lacunosi, incominciano a fornire dati che rendono 15
L’atto è rogato dal notaio Giacomo de
Morbiolio di Candelo (AS Biella, Famiglia
più concreta la storia: la Comunità esiste, anche se ancora lontana dall’avere Vialardi di Verrone, pergamena 5).
una coscienza del proprio essere. Continua ancora a camminare in stretto 16
La «Recognitio comunitatis et homi-
legame con i signori almeno fino a tutto il XVI secolo e la sua incidenza nei num Veroni» avviene a Verrone, «videlicet
in rovellino apud portam castri dicti loci»,
rapporti con le realtà circostanti è minima. Ma esiste e il suo primo atto con- il 13 marzo 1473 (AS Biella, RT, mazzo 23,
servato è del 28 luglio 1386, quando nella chiesa di San Lorenzo si riuniscono fasc. 2). La pergamena è mutila nella parte
superiore per cui la data risulta illegibile; in
cinque membri della famiglia Vialardi13 i quali, insieme al console Bertoldo nota dorsale viene datata 7 marzo 1454, er-
Ferrario e ai vicini14, dichiarando di avere il «jus et possessio eligendi et pre- rata in quanto il sindacato della Comunità
riporta chiaramente la data 13 marzo 1473.
sentandi clericum», nominano Franceschino figlio di Giacomo Vialardi di Una copia con varianti notevoli soprattutto
Verrone alla clericatura istituita nella chiesa stessa, vacante dopo il matrimo- nell’atto di sindacato è in AS Biella, Fa-
miglia Vialardi di Verrone, mazzo 1, fasc. 1,
nio del chierico Guglielmo15. «Atti di dedizione, investiture, ricognizioni
I vicini presenti sono dodici: pur considerando che non rappresentino il …», c. 40r.
totale, essi devono comunque rappresentare la maggioranza dei capi di casa 17
La ricognizione dei fuochi è riportata
al termine dell’atto precedente e non è
che quindi possiamo calcolare tra 15 e 18. completa per la rottura della pergamena
Nel 1473 si riuniscono «in plathea apud castrum dicti loci» due consoli, anche nella parte inferiore, ma è sufficiente
per dare un’idea dell’ordine di grandezza
sei componenti la credenza e diciassette vicini «qui sunt faciunt et constituunt delle Comunità: Santhià 313, San Germa-
ultra duas partes hominum et capitum domorum ipsius loci» per dar mandato no 186, Tronzano 60, Borgo Alice 118, Ci-
gliano 67, Villarege 26, Carisio 60, Arborio
ai propri rappresentanti di presentare la consegna al commissario della 42, Casinale de Bosco 16, Greggio 28, Mon-
duchessa Iolanda16. Una Comunità medio-piccola, come si evince dalla rico- formoso 21, Villarboit 10, Balocco 16, Can-
gnizione dei fuochi fatta nel 1432 dai commissari ducali Pietro Masuerii e delo 40.
18
28 gennaio 1474 (AS Biella, RT, maz-
Antonio Robani, che assegna a Verrone foca vigintinovem tassati a ventidue fio- zo 31, pergamena 8).
rini17. Ad essi si affiancano i dieci fuochi nobiliari riconosciuti dalla duchessa 19
Il focaggio rimane fisso in tutte le rico-
Iolanda nel 1474 «… quia verisimiliter ipsorum nobilium domos non possunt gnizioni dei secoli XV-XVI. Il focaggio, o
focatico, era una contribuzione diretta il
esse que maxime habeant unde vivere ultra decem …»18, che in virtù dei patti cui carico veniva suddiviso in base al nu-
del 1373 pagano mezzo fiorino l’uno. mero dei contribuenti (fuochi). Ogni Co-
munità era gravata di una somma propor-
Oltre al focaggio che veniva pagato ogni anno al chiavaro del capitano di zionata alla popolazione (moderazione) e,
Santhià alla festa di San Martino19, la Comunità riconosce l’obbligo di caval- all’interno, suddivisa tra le famiglie.
cata20 e, quando richiesto, dell’esercito21 allo stesso modo delle altre terre del 20
Tardiva memoria del feudalesimo ca-
rolingio, quando la Comunità doveva for-
capitaneato di Santhià22 e la corresponsione di due parti di venti fiorini d’oro nire al proprio signore un certo numero di
o ducati per il salario del capitano di Santhià da pagare ai signori di Verrone, uomini armati per un tempo predetermi-
nato, in caso di campagna offensiva sui ter-
metà il 1° gennaio e metà alla festa di San Pietro Apostolo23. ritori vicini. Al tempo del documento ci-
Quando nel 1518 il podestà di Verrone Comino Scarella detto Barberii di tato, questo obbligo era stato sostituito da
Candelo convoca gli homines «ad banchum iuris» per presentare l’omaggio di servizi che andavano dalla manutenzione
delle fortificazioni a qualche giorno di tur-
fedeltà ai signori Vialardi, oltre i due consoli, sono presenti 62 capi di casa. La no di guardia.
Comunità è cresciuta e si è consolidata nel periodo di pace seguito agli accordi 21
Derivato dall’ost carolingio, l’obbligo
coinvolgeva il signore che doveva garantire
tra Filippo Maria Visconti e Amedeo VIII24, anni nei quali anche i Vialardi si al proprio vassallo maggiore, re o impera-
preoccupano di riaffermarsi rafforzando la propria immagine attraverso la tore, un contingente di cavalieri e uomini a
GLI “HOMINES VERONI” 151
Recognitio hominum de Verono
ad Amedeo VI di Savoia, ,
AS Torino, Sez. Corte, Protocolli
notai ducali e camerali, reg. , f. v

piedi levati tra la propria Comunità, più o ristrutturazione di parte del castello, ora con funzione di palazzo e l’amplia-
meno elevato secondo il proprio rango. A
differenza della cavalcata, l’ost durava tutto mento della chiesa di patronato, ove sono i sepolcri famigliari25.
il tempo della campagna militare. Gli atti fin qui citati riportano i nomi di consoli, credendari e vicini, dan-
22
Il capitaneato di Santhià è istituito nel doci notizia delle famiglie che abitano Verrone:
1378.
23
Le due parti di salario sono cedute per
600 fiorini «parvi ponderis» ai signori di 1386 Bertoldo Ferrario, Antonius Rotarius, Antonius Ramponus, Petrus de
Verrone dal duca Ludovico di Savoia il 10 Prole, Petrus et Brandus de Dominica, Johannes de Circa, Petrus de [ex
giugno 1454 (AS Biella, RT, mazzo 31, per-
gamena 4, e, in copia, ibidem, Famiglia Via- Johannes Ubertus] Arduininus, Johannes Durantus, Marcixius Potirus
lardi di Verrone, mazzo 1, fasc. 1, «Atti di
dedizione, investiture, ricognizioni …», c.
de Elda, Anricus de Eclexia, Otino Bezono
10v). 1473 Georgius de Ozia, Antonius Gaija, Ubertinus Scotono, Johannes de
24
Accordi di Torino del 2 dicembre Martineto, Dominicus Choa, Bertolinus de Barancio, Johannes Ferrarii,
1427.
25
Johannes Crachi, Johannes Scotono, Nicolinus de Barancio, Guidetus
Per il castello e la sua tipologia evolu-
tiva, cfr. A. LONGHI, L’architettura del ca- Araldus, Cominus Barberius, Biagius Cracho, Andreas Oliarius, Michael
stello nel paesaggio fortificato subalpino, in Cracho, Cominus de Biglo, Johannes Laurentinus, Johannes de Ricono,
questo volume, pp. 69 sgg. La chiesa sarà
riconsacrata il 18 agosto 1503 (cfr. A. Guilielmus Araldus, Bartolomeus de Laurencio, Vercellinus Lancia,
PERIN, L’architettura della Parrocchiale tra magister Dominicus Sartor, Augustinus Durandus, Ubertinus Durandus,
Medioevo ed Età Moderna, in questo volu-
me, pp. 103 sgg.). Simon Cracho
152 GRAZIANA BOLENGO

1518 [Tanitus] de Locia, Bernardus de Borancio, Franciscus Araldus, 26


L’atto è rogato dal notaio Filippo
Vialardi di Sandigliano (AS Biella, Famiglia
Antonius Guazzerius, magister Bernardus Araldus, Bernardus de Vialardi di Verrone, pergamena 9).
Roncho, Guglielmo Araldo, Rolandus Bernafusa, Bertodus Oliarius, 27
Per i catasti e la loro formazione, cfr.
Jacobus Gaya, Simon Araldus, Antonius Araldus, Cominus de Scotono, G. GENTILE, Attraverso i catasti antichi del
Comune, in questo volume, pp. 129 sgg.
Martinus de Perino, Jacobus Araldus, Martinus Cauda, Martinus de 28
AP Verrone, Libri dei battesimi e dei
Bigio, Filippus Crachus, Antoninus de Perino, Blasius Cauda, Johannes morti.
Cauda, Laurentius de Lorancino, Martinus de Moscono, Cominus
Durandus, Laurentius Oliarius, Simon Crachus, Bernardus de Giglono,
Johannes de Scotono, Simon Durandus, Gaspar de Berta, Baptista
Cauda, Laurentius Ferrarius, Nicholinus de Borancio, Antonius Araldus
dictus Pillotus, Ubertinus Araldus, Johannes de Lorancino, Ubertinus
Giba, Gilonus de Gilono, Cominus de Berta, Gilardus Cauda,
Laurentius Cauda Negia, magister Cominus Barberius, Marchion de
Scotono, Jacobus de Gileto alias Crachus, Antonio de Borancio, Bap-
tista Ferrarius, Simon de Barleto, Antonius Cauda alias Negia, Baptista
de Moschono, Baptista Giba, Simon de Berta, Antonius de Martineto,
Guillelmus Ferrarius, Michael de Borancio, Bernardus Gaya, Martinus
Oliarius, Bernardus Cauda, Cominus Rappa, Martinus de Borleto,
Antonius de Lorancino dictus Moretus, Antonius de Berta, magister
Thomas Crachus

Dal loro confronto si evidenzia, tra il 1386 e il 1473, un rinnovamento


quasi completo della popolazione, numericamente raddoppiata. Due soli
cognomi compaiono in tutti e tre i documenti: Ferrario-Ferrari e Durandus-
Durantus. Il mutamento avviene nel corso della prima metà del XV secolo e
lo si percepisce dalla consegna delle terre, sedimi e boschi delle chiese di San
Lorenzo e di San Simone, resa il 3 dicembre 1437 a richiesta di Roberto figlio
di Guglielmo Vialardi di Verrone, rettore di San Lorenzo, che mette in evi-
denza, tra gli altri, nomi nuovi: Marcus de Rampono (1386), Antonius Tuonus,
Gilonus de Eclexis (1386), Ubertinus Chugeri filius quondam Antoni Oze
(1473 de Ozia), Johannes filius quondam Ubertini Crachi (1473), Bertolinus
filius quondam Johannes Ferreri (1386-1473), Marcus de Choa (1473) et
Michael de Araldis (1473)26.
Tra la seconda metà del ’400 e la prima del ’500 si conferma l’incremento
della popolazione e se ne consolida la stanzialità; solo tre dei cognomi indicati
nel 1473 non compaiono nel 1518: Lancia, de Ricono e Sartor, che indica il
mestiere di sarto di magister Dominicus. Gli altri sono tutti presenti anche se
con varianti: de Ozia-de Locia, Choa-Cauda, de Biglo-de Bigio, Laurentinus-
de Lorancino.
Il fragile legame comunitario, unito alla povertà economica dovuta ad
un’attività agricola di poco superiore alla semplice sussistenza ed esercitata
quasi totalmente su terreni signorili, porta nella popolazione continui muta-
menti resi più evidenti tra la metà del secolo XVI e quella del XVII dal per-
durare delle guerre e dal sopraggiungere di epidemie.
Nel brogliazzo del 1680, tra i quaranta residenti che registrano beni, tro-
viamo ancora Gaija, Lorencino, Scotono, Moscone e Oliaro; Gaija e Moscone
tra i trentanove del catasto del 1729 e solo Gaja tra i cinquantasei di quello del
177927. Contemporaneamente incominciano ad insediarsi uomini nuovi prove-
nienti dai territori vicini, i cui ceppi famigliari sono ancor oggi presenti:
Quaregna (1678)28, Garizzo, Mosca (1680), Bocca, Gronda (1729), Borri
(1779).
Non sono pervenuti documenti antichi a testimonianza di come avveniva
la scelta dei rappresentanti della Comunità, ma si può supporre che la tradi-
zione sia quella riportata negli ordinati d’inizio ’700. Il 3 gennaio 1721, sulla
piazza pubblica, davanti al podestà di Verrone Francesco Maria Lanza di
GLI “HOMINES VERONI” 153
29
ACom Verrone, mazzo 1, «Registro Sandigliano, compare «Pietro Antonio Gaija console della Comunità del pre-
degli ordinati deliberamenti di taglie, man-
dati degli esattori e parcelle degl’esposti e sente luogo nell’anno hor scorso qual propone d’haver lui il giorno di S.
operati della Comunità di Verrone degli Martino undeci del prossime passato mese di novembre conforme il solito
anni 1720 1721 1722 1723 et 1724» (reg.
40), c. 4. Il primo ordinato conservato è eletto e nominato per moderno console per l’anno corrente che ha principiato
datato 4 giugno 1711 (reg. 39). La Comu- il suddetto giorno di S. Martino mastro Francesco del fu Giovanni Bertramo
nità oltre a podestà, console, consiglieri e
segretario stipendiava anche un campani-
di questo luogo che quivi presenta a cui chiede darsi il dovuto e solito giura-
sta, un serviente di giustizia e due procura- mento per l’esercizio sudetto aciò abbi secondo il solito stile a reformare l’or-
tori, uno a Torino, l’altro a Vercelli. dinario conseglio e provedere col solito numero de consiglieri agl’urgenze e
30
Ancora nel 1665, per sostenere una lite negocij di questo pubblico … Indi come che resta d’antica consuetudine che
contro il conte di Ternengo, la nomina del
procuratore della Comunità è fatta da Si- il console moderno deve elleggere e deputare li tre consiglieri così continuando
mone Berta, Sebastiano Poveraro, Giovan- il solito stile ha detto moderno console elletto e nominato per consiglieri di
ni Perrino, Antonio Perrino, Simone Mo-
scone, Giorgio Mosca, Giovanni Oliaro, detta Comunità Pietro Antonio Gaija, Gaspare Squintone e Domenico Fala
Ludovico Avandino e Simone Septore «tut- quivi parimente presentati …»29.
ti uomini e particolari del presente luogo
rappresentanti il pubblico e comune di Gli uomini di Verrone formano, dunque, una Comunità rurale, strutturata
questo luogo il quale per la miseria di detto semplicemente, omogenea dal punto di vista sociale che, di fatto, vive senza
luogo non resta composto di console ne
consiglieri» (AS Biella, Famiglia Gromo di conflitti interni almeno fino al XVII secolo.
Ternengo, mazzo 60). Tra i vicini del 1473, gli esercenti attività artigianale sono due, Cominus
31
La visita è compiuta in virtù dell’editto Barberius e magister Dominicus Sartor, i cui mestieri, barbiere e sarto, sono
10 giugno 1625 nel quale, al comma 2, si
comandava «a tutti i capi di casa habitanti
statisticamente i primi in ogni insieme urbano stabilmente costituito. Due sono
nelli stati nostri di qua da’ monti, e di là da ancora i magistri nel 1518, Bernardus Araldus e Thomas Crachus, senza indi-
colli, di continuare nella residenza delle cazione dell’attività.
solite habitationi loro, et ivi tener casa
aperta, mobilitata conforme alla condi-
tione, e facoltà per riceverne in esse li sol-
dati, e concorrere negli altri carighi ordi- LA DESOLAZIONE
nari e straordinari, e a tutti gli absentati, e
che hanno trasportato le case, e habitationi
nelle città o altri luoghi fuori di passaggio
Agli inizi del ’600 le guerre e le invasioni alle quali si aggiunge il «conta-
di ritornare a rihabitare nelle terre, e case gio» del 1630, la peste, portano morte, distruzione e desolazione anche nel ter-
loro indilatamente, ò vero di fare in essi ritorio di Verrone. La Comunità che aveva appena iniziato il cammino della
luoghi, tener casa aperta, e provista con-
forme alla facoltà loro, il tutto sotto pena di propria coscienza sociale si sfalda: i terreni, già non particolarmente redditizi,
scudi duecento d’oro per ciascheduno non producono più e la povertà pesa molto più del senso di appartenenza30.
d’essi che contravverrà, e d’altra a noi arbi-
traria». Al comma successivo vengono Il 17 novembre 1625 il podestà di Verrone Rolando Vialardi con i consoli
esentati i miserabili e coloro che prestano Giovanni Chiorino e Giovanni Lorenzino e il secretaro Giacomo Piantino visi-
servizio d’armi per il duca e si ordina agli
«ordinari de’ luoghi di fare indilatamente,
tano Verrone casa per casa31. La realtà è drammatica: «… si è ritrovata serrata
e di compagnia de’ sindici diligente ricerca la casa di Antonio Martinetto del fu Simone qual è andato a star a Saluzola …
di tutti i capi di casa, che haveranno disha- Più Battista Moscone qual è andato stare Massazza … Più Bartolomeo et Maria
bitato, indi frà dieci giorni prossimi d’in-
viarla à Torino» (G. B. BORELLI, Editti anti- de Ceretta o sia Chiorina quali sono andati star a Mongrando … Più
chi e nuovi de’ sovrani principi della Real Domenico Perino qual è andato star a Bena … Più Stefano Gracis qual è
Casa di Savoia, delle loro tutrici, e de’ magi-
strati di qua dai monti, raccolti d’ordine di andato star a Cerrione … Più Marco Chiorino qual è andato star a Saluzola …
Madama Reale dal senatore Gio. Battista Et più Bartolomeo Comello qual è andato star a Cerrione … et più Giovanni
Borelli, Torino 1681, p. 595).
32
Pietro Cravia qual è andato star a Bena … Più Pietro Lorenzino qual è andato
ACom Biella, serie prima, mazzo 377.
33
star a Vigliano … et molti altri … vano però absentar di giorno in giorno …»32.
Ibidem, mazzo 378. Il 13 ottobre 1637
viene ordinato a Giovanni Battista Sandi- Dodici anni dopo, benché molti siano ritornati e abbiano ripreso a lavo-
gliano di dar seguito alla supplica. rare i campi «… non hanno più voluto far Comunità ne consuli ne consiglieri
34
AS Biella, Insinuazione di Biella, per meno accetar li ordini dominicali ne far quel tanto sono tenuti per servizio di
paesi, vol. 465, c. 107, «Inventario legale
chiesto da Giovanni Maria Vialardi zio S. A. R. e publico». Ma i nobili Vialardi che supplicano il duca Carlo Emanuele
paterno e tutore di Bernardino figlio del fu perché ordini sotto gravi pene ai «particolari che si ritrovano nel luogo di elleg-
Bernardo, minore, per i beni paterni che
non si vogliono confondere con quelli pro-
ger li consuli e consiglieri et li elletti di essercir l’offitio di consolato et alli
venienti dall’eredità materna», del 22 giu- absentati di ritornar …»33, sono stati forse i primi a mettere al sicuro quanto
gno 1618, redatto in Sandigliano nel castel- potevano. Infatti, nell’inventario legale chiesto nel 1618 da Giovanni Maria
lo del Torrione presso il ponte di detto
castello «avanti Gio Bernardi o sii de Ros- Vialardi34 si legge: «… non vi sono più mobili alcuni né lingierie né scritture
si» notaio ducale di Zubiena deputato dal da inventarizarsi per essere che alla venuta delli inimici cioè delli trentini
duca Carlo Emanuele I.
furono asportati via …». Poiché dalla visita non risulta che il castello sia stato
saccheggiato, è ipotizzabile che mobili, «lingierie» e scritture siano state por-
tate lontano dagli «inimici» dagli stessi proprietari.
Il passaggio delle truppe non fu sicuramente indolore: nel 1619 i nobili
Vialardi consegnano 572 giornate di terra, quattro case, un casone e nove
154 GRAZIANA BOLENGO

sedimi dei quali quattro bruciati35 e, anche in seguito, alle terre che i proprie- 35
AS Torino, Sez. Corte, Provincia di
Biella, mazzo 7; copia in AVdSF. Con il ter-
tari «stanti li mali tempi passati di guerra habbino lasciato di quelli posseder»36 mine sedime veniva comunemente indicata
si accompagna spesso l’indicazione di edifici arsi. Alla guerra, come si è detto, una proprietà rurale comprendente anche
edifici alcuni dei quali con funzioni abita-
si aggiunge nel 1630 la peste. tive.
Questo quadro di rovina giustifica la scomparsa degli archivi comunitari 36
AS Biella, Insinuazione di Biella, per
antichi, religiosi e civili: gli atti di battesimo, matrimonio e morte della Parroc- paesi, vol. 544, c. 67, «Cessione di ragioni
con quietanza della Comunità di Verrone a
chiale partono dal 167037, data che è anche quella dei primi atti che compon- Giovanni Antonio Sapellano per i carichi
gono l’Archivio Comunale: conti esattoriali (1673), causati (1674), catasti dovuti in passato», 11 aprile 1673.
(1680), cotizzi (1700), consegne (1704), ordinati (1711)38. 37
Al secondo libro dei battesimi è alle-
gato un “processo verbale” del 21 dicem-
Nel 1632, 16 capi di casa che rappresentano la quasi totalità della bre 1805 (XIV della repubblica 30 frimaio)
Comunità indebitata di «diverse somme de denari e grani et hor essendo che storicizza questa situazione.
38
ingionta di pagare tratta del impossibile atteso che come è notorio in detto Lo stato dell’Archivio Comunale ri-
sulta storicamente documentato da due
luogo di Verrone non si fa più Comunità e la maggior parte delli particolari inventari settecenteschi, «Inventaro delle
suono absenti del detto luogo e non puono sodisfar a tali debiti con imposi- scritture della Comunità di Verrone esi-
stenti nell’Archivio d’essa fatto da me Eu-
zioni e taglie …», decidono di vendere beni della Comunità e dei particolari sebio Tamiatti notaio collegiato del luogo
«conforme a una lista fatta per essi particolari ogniuno per sua portione per di Cerrione e secretaro d’essa Comunità
con intervento ed assistenza di mastro
pagare sudetti debiti fatti nel tempo che non era Comunità …»39. Una serie di Giacomo Garitio fu Antonio già console di
atti tra il 1675 e il 1681 riporta la cessione di ventiquattro pezze, otto siti detta Comunità e presentemente consi-
gliere a ciò ambi deputati per ordinato delli
demoliti e una casa per un totale di «livre centosessantotto e soldi tredici» 18 ottobre 1730» e «Inventaro delle scrit-
speso in maggior parte per «sostener le litti che tra la detta Comunità e li ture esistenti nell’Archivio della Comunità
di Verrone formato da me nottaio Gio-
signori di cotesto luogho vertiscano avanti l’eccellentissima camera dei conti di seppe Ignazio Danese della città di Biella
SAR concernenti l’allodialità e feudallità de beni …»40. segretaro di detta Comunità nell’anno
1774» con intervento di Antonio Bocca
sindaco e ciò in seguito ad ordine verbale
dell’intendente Villatta. Il documento più
LA NUOVA COMUNITÀ antico è una vendita del 12 ottobre 1525,
da signori e Comunità al convento di San
Pietro di Biella.
La fine del ’600 rappresenta l’inizio della ricostruzione del corpo comuni- 39
AS Biella, Insinuazione di Biella, per
tario. Le testimoniali seguite alla visita che il conte Riccardi, intendente della paesi, vol. 208, c. 51v.
provincia di Vercelli, compie nel dicembre del 1695 descrivono una Comunità 40
Ibidem, vol. 544. Le liti incidevano
contadina non ricca, ma non più al limite della sussistenza. La visita è una con- pesantemente sul bilancio della Comunità
e la vendita di beni era spesso necessaria
vocazione alla piazza del castello di consoli, consiglieri, capi di casa e coltiva- per farvi fronte; si veda anche ibidem, vol.
tori dalle cui consegne viene rilevato lo stato del luogo: la Comunità conta 245 70, c. 502, «Vendita di un bosco di 10 stara
circa a lire 31 da impiegare in causa contro
persone, 3 delle quali abitano «fuori», uno perché servitore. I minori di anni Giovanni Quaregna avanti la Camera dei
7 sono 54, gli ultrasessantenni 9, una figlia ha «il mal caduco», mentre una Conti», 25 ottobre 1697.
famiglia risulta estinta41. Tra i capi di casa ci sono 6 vedove e 1 vedovo. Oltre 41
Le famiglie sono convocate in base al
«quinternetto» esattoriale del 1695.
i residenti, si aggiungono 8 forestieri che registrano beni e altri 3 che dichia- 42
I cotizzi erano gli imposti sui proventi
rano di coltivare le loro proprietà, due vengono da Salussola con i loro animali. derivati dall’attività lavorativa.
Sono dichiarati 22 gioghi (paia di buoi) cotizzati42, di cui 10 di proprietà signo- 43
La soccida è una forma di contratto
rile affidati a massari e 12 di proprietà privata. Su 56 nuclei famigliari, 9 non nel quale due soggetti, soccidante e socci-
dario, si associano per l’allevamento e lo
hanno buoi e non consegnano neppure beni, mentre gli altri dichiarano 52 vac- sfruttamento del bestiame ripartendosi gli
che con 14 vitelli (8 di proprietà Vialardi, 11 affidate in «socida»43), 10 cavalli utili. Nei casi dichiarati si ha la soccida
semplice in quanto il bestiame è conferito
e 1 puledro, 7 asine, 2 capre, 23 manzi (6 dei signori, 2 del pievano e 2 in dal soccidante ad un allevatore.
«socida») e 22 maiali. Quanto all’attività lavorativa, sono dichiarati 22 massari 44
Figlio illegittimo di Carlo Besso Fer-
12 dei quali coltivano sia terreni propri che affidati, il che fa supporre pro- rero Fieschi.
45
Cristina Ippolita, moglie di Carlo Bes-
prietà personali minime, mentre un massaro44 «abita come staffiere con la prin- so Ferrero Fieschi, figlia illegittima di Carlo
cipessa di Masserano45 sua matrigna». Proprietari della maggior parte dei ter- Emanuele II di Savoia e di Jeanne Marie de
reni sono i Vialardi che abitano il castello: [Antonio] Bernardino con la moglie Trecesson, moglie di Maurizio Benso di
Cavour.
e una figlia, 1 servo e 1 serva, il priore Giovanni Giacomo con 1 serva, Carlo 46
AS Torino, Camerale Piemonte, Atti
Francesco con la moglie, due figli e il nipote Paolo Orazio che risiede, però, per feudi, Art. 749, mazzo 134/2, paragr.
4262. Cfr. G. GENTILE, Attraverso i catasti
ad Arborio, ai quali si aggiungono nobili forestieri, enti ecclesiastici e il pie- antichi del Comune, in questo volume, pp.
vano46. Se si considera che la visita avviene nell’ambito della definizione di una 129 sgg.
lite con i Vialardi per l’accatastamento allodiale dei beni da questi posseduti e
che, perciò, la Comunità ha tutto l’interesse a dichiarare un tenore di vita
molto basso, la ripresa economica risulta netta.
La nuova Comunità si affranca via via dai propri signori, acquistando
GLI “HOMINES VERONI” 155
47
AS Torino, Sez. Riunite, Patenti Con- un’autonomia sempre maggiore che si muove parallela alla riorganizzazione
trollo Finanze, reg. 135, p. 218. La conces-
sione avviene in seguito all’editto 11 giugno dello Stato sabaudo. La conseguenza è lo spostamento dell’asse di riferimento
1704 con il quale si «erige in ufficio perpe- dal castello a Torino, ora centro del potere amministrativo.
tuo ed alienabile dalle finanze la facoltà di
nominare i Sindaci delle Comunità, colla Il 14 marzo 1707 la duchessa di Savoia Anna d’Orléans, accogliendo la
preferenza a queste» (F. A. DUBOIN (a cura supplica della Comunità, accorda loro «la ragione e facoltà di poter nominare
di), Raccolta per ordine di materie delle
leggi, provvidenze, editti, manifesti, ecc. per mezzo del suo consiglio ordinario o sia delle persone che verranno elette
pubblicati dal principio dell’anno 1681 sino dal medesimo conseglio … li sindici della Comunità d’esso luogo Verrone ...
agli 8 dicembre 1798 sotto il felicissimo
dominio della Real Casa di Savoia per ser- Volendo che la medesima Comunità godi intieramente de privilegii facoltà sti-
vire di continuazione a quella del senatore pendio dritti prerogative esentioni immunità e altre cose portate da detto
Borelli, tomo IX, libro 7, vol. XI, p. 378).
48
editto …». La concessione non è ovviamente gratuita ed è rilasciata «mediante
In una Relazione redatta intorno al
1770 si riporta: «evvi la chiesa di san Rocco la finanza di livre cinque cento ottanta tre soldi 5.6.8»47.
fabbricata ed eretta da questa Comunità, L’affrancamento dal castello si esprime anche attraverso quello votivo e nel
mantenuta dalla parochia epperciò dipen-
dente dalla medesima (AP Verrone, «Della 1714 la Comunità erige a proprie spese48, nella regione baraggiva detta ‹‹casta-
Chiesa e sua scrittura. Relazione fedelis- gne donne››, la cappella di San Rocco che il catasto di fine ’700 individua al
sima della parrocchia di San Lorenzo del
luogo di Verone retta dall’anno 1768 da me mappale 642 come bene della Comunità49. Non esistono più documenti sulle
Gio Batta Barile sacerdote del luogo di origini di San Rocco e neppure quello nell’Archivio Parrocchiale citato da don
Tolegno diocesi di Vercelli in età ora di
anni 36 col titolo di pievano»). Borello che riportava la preesistenza di una chiesetta campestre antica, forse
49
ACom Verrone, Catasti, «Catastro os- abbandonata nel ’600 e ricostruita appunto nel 1714 «ex elemosinis loci» in
sia brogliasso collonnario formato in se- ringraziamento per la protezione accordata da san Rocco durante un’epidemia
guito a misura generale», 1777-1778.
50
di bestiame che aveva colpito il Biellese50.
Un paese nel tempo. Verrone nelle
memorie di Don Achille Borello riviste ed Il permanere di una forte concentrazione della proprietà fondiaria in mano
aggiornate da Mons. Delmo Lebole, Viglia- signorile51 rallenta, almeno fin sul finire del XVIII secolo, l’affermazione di una
no Biellese 1997, p. 47 (rist. anastatica di
A. BORELLO, Verrone brevi memorie stori- vera e propria stanzialità legata alla piccola proprietà, base naturale di una coe-
che, Biella 1926). sione forte di Comunità. Ancora nel 1770 il pievano Giovanni Battista Barile,
51
Se si assume a titolo esemplificativo il nella sua relazione sullo stato della parrocchia, afferma «abbenché il popolo
Catasto del 1729, la percentuale di pro-
prietà signorile risulta del 54,52% distri- sia piccolo il cimitero non è sufficiente per capire [sic!] i cadaveri perché ordi-
buita tra Vialardi (37%) e registranti fore- nario v’è sempre un terzo di più di quei che muoiono che di quei che nascono
stieri quali Bertodano, Gromo, Sandiglia-
no, Maciotta, ecc. (17,52%), cui si affianca e se non fossero i forastieri che vengono ad abitar subito questo luogo non
il 10,01% di proprietà ecclesiastica. La andrebbe a longo a diventar deserto»52.
Comunità registra solo lo 0,45%, i partico-
lari del luogo il 5,46%, mentre il 29,56% Un quadro della Comunità nel ’700 si ricava integrando i dati dalla rela-
sono barazze comuni. zione dell’intendente Blanciotti53 con quelli delle consegne della Comunità54.
52
AP Verrone, Relazione citata a nota
48. Confrontando le statistiche riportate
Nel 1726 la ricognizione dei maschi avviene presso 69 capi di casa, 3 dei quali
nei libri parrocchiali si hanno, ad esempio, sono Vialardi, 5 sono vedove e una nubile. Distribuendo i maschi consegnati
tra il 1797 e il 1805, 45 matrimoni, 152
nati e 194 morti.
in fasce omogenee d’età si nota che i minori di 14 anni costituiscono circa metà
53
L’intendente era il funzionario prepo- della popolazione, 39 hanno meno di 7 anni, mentre il resto degli abitanti si
sto dall’autorità regia al governo delle pro- concentra nella fascia tra i 15 e i 29 anni, dopo di che il loro numero va dimi-
vince. Pietro Antonio Blanciotti, inten-
dente della provincia di Biella, compila tra nuendo per arrivare a solo 8 ultrasessantenni55:
il 1750 e il 1755, nel quadro della statistica
generale del Regno, la «Relazione dello
stato della Provincia di Biella ...» (AS età 1 - 14 15 - 19 20 - 29 30 - 39 40 - 49 50 - 59 oltre 60
Biella, Intendenza, mazzo 1).
n. 72 17 27 13 13 15 8
54
Si sono considerate le «Testimoniali di
trasferta con consegna di tutti li maschi
d’ogni famiglia del luogo di Verrone ...»
datate 8 e 9 maggio 1726 (ACom Verrone, L’andamento rispecchia a grandi linee quello già rilevato nel 1695.
mazzo 13) e la «consegna» del 1743 alla Interessanti risultano le caratteristiche della popolazione maschile: la statura
quale hanno proceduto il sindaco Simone
Moscone e i consiglieri Antonio Garitio e prevalente è tra l’ordinaria (47 soggetti) e la grande (27), i bassi sono 15, i pic-
Francesco Mosca: «In qual consegna coli 7. Gli uomini sono in prevalenza sani, ma tra i minori di 15 anni si tro-
dichiarano d’aver avuto il debito riguardo
a’ poveri e miserabili di detto luogo per vano uno storpio di 4 anni, uno zoppo di 6 e uno «alquanto sordo» di 11, men-
quanto gl’è parso conveniente» (ACom tre tra gli adulti sono registrati 3 zoppi, 3 storpi, 4 con male alle gambe, 1
Verrone, mazzo 1, «Libro delle proposte ...
1741-1743»). Si tenga conto che i dati sordo e 1 con tre dita alla mano destra. Sono riportati con precisione i mestieri
delle consegne devono considerarsi ap- e le attribuzioni dei singoli:
prossimati, con un margine intorno al 10%
per eccesso o per difetto a seconda delle
occasioni. Si tratta infatti di dichiarazioni Da campagna Vaccaro Negoziante da grano Sarto Ciabattino Altro
di privati controllate, solitamente, solo
dalle autorità locali che avevano tutto l’in- 57 11 9 3 4 10
teresse a diminuire il carico impositivo.
156 GRAZIANA BOLENGO

L’agricoltura e i mestieri collegati sono le occupazioni principali; tra i sarti Cfr. G. PRATO, La vita economica in Pie-
monte a mezzo del secolo XVIII, in Docu-
uno risulta anche «campagnino», mentre i ciabattini sono un’intera famiglia: i menti finanziari degli Stati della monarchia
Ferraris provenienti da Scopello in Val Sesia. Vi sono poi il procuratore fiscale piemontese, Torino 1908, serie I, vol. II.
55
Antonio Bonino di 27 anni proveniente dalla Barazza di Biella, abitante da 12 La valutazione viene fatta su 165 dei
191 maschi consegnati in quanto le testi-
anni presso il conte Vialardi quale suo agente; il messo giurato Renaldo moniali mancano dell’ultima pagina, ma le
Melchior di 35 anni proveniente da Chieri, residente da sei mesi al castello; 2 percentuali si possono ritenere ugualmente
valide.
sacerdoti celebranti, il pievano avvocato e teologo Giovanni Battista Pozzo e 56
Le consegne non comprendono solita-
Pietro Antonio di Giovanni Quaregna di 28 anni ‹‹alle scole in Torino››, 1 mente i minori di 7 anni. I forestieri che
chierico Pietro Francesco di Bartolomeo Quaregna di 19 anni; 1 cuoco Carlo concorrono al cotizzo personale sono 16 e
consegnano 30 bocche e 3/4, mentre altri
Francesco Mercandile da due anni a Graglia; 2 scolari di 12 anni, Lorenzo 12 hanno poco registro. Altre 30 bocche
Gaija figlio del negoziante da grano Pietro Antonio e Agostino Mercandile sono consegnate dalle «persone e corpi pri-
vilegiati»: Sacro Monte di Oropa, Sacro
figlio di Giuseppe console e negoziante; 1 «scrivante» Giuseppe Antonio Monte di Graglia, padri di San Domenico
Finello di 56 anni proveniente da Pianezza, e infine 1 che badava «a suoi di Biella, padri di San Pietro di Biella, don
affari». I maschi appartenenti alla famiglia dei signori Vialardi sono 4: il conte Giovanni Crosa per il beneficio del ca-
stello, don Pietro Domenico Crosa, i mini-
Francesco Bernardo di anni 20, nubile, in Sardegna come ufficiale portainse- stri del Santo Rosario di Verrone.
gne nel Reggimento dei fucilieri; Pietro Antonio e Gaspare suo fratello e 57
Cochetto (dialettale cochèt) è il boz-
Antonio Maria, maritato, soldato. zolo del baco da seta (V. DI SANT’ALBINO,
Gran dizionario piemontese-italiano, rist.
Nel 1743 i capi di casa non sono aumentati e consegnano in totale 276 boc- anastatica, Torino 1962, p. 374). Le altre
che56 con 27 gioghi; le famiglie povere sono 5 con 15 bocche, le miserabili 5 attività censite a zero sono il numero di for-
nelletti da seta, filatoi da seta, telari per
con 8 bocche; 3 delle prime e 1 delle seconde hanno a capo vedove. A metà stoffe di seta e bindelli, telari per tele, telari
’700 l’intendente registra 84 famiglie con 380 persone e 40 minori di 7 anni; i per draperie, mercanti da sete panni e
altro, fucine da ferro, martinetti da ferro,
gioghi o paia di buoi sono 18, le bovine da tiro 12, le altre bovine 151, le bestie magli di rame, tine per le fabbriche da
da soma 20; non vi sono animali da lana. In totale una media di 2-3 animali carta.
per famiglia. L’attività agricola continua ad essere l’unica risorsa. 58
M. NEIRETTI, Dagli statuti comunitari
ai bandi campestri, in L. SPINA (a cura di),
Nella consegna, alla colonna delle arti, si conta 1 «zavatino» e a quella dei L’Alpe e la Terra. I bandi campestri biellesi
negozi 3 osti e 5 mercanti «da grano», mentre la tabella III della relazione nei secoli XVI-XIX, Biella 1997.
riporta come unico dato il prodotto dei cochetti57 e non altre attività artigia- 59
«Brogliazzo delle scritture inventari-
zate nel castello di Verrone dall’Ill. sig.
nali. Dalle tabelle V e VI si ricavano i dati dei prodotti della coltivazione, che conte e commendatore D. Giuseppe Ales-
«non solamente basta per la comune manutenzione, ma eziandio vari delli abi- sandro Olgiati come procuratore generale
tanti ne fanno anche qualche disastro specialmente di parte della melica su i dell’Ill. sig. conte Francesco Bernardo
Vialardi di Verrone», in copia in AVdSF.
mercati di Candello e Biella e del vino ad uso delli abitanti di Netro, Donato L’inventario regesta le carte racchiuse in
e mandamento di Mosso». La produzione, pur inferiore a quella dei paesi con- due cofani e un piccolo cassonetto per so-
stenere le ragioni del conte contro la
finanti, può essere considerata nella media. La tabella seguente prende ad Comunità e vari particolari.
esempio la produzione di 3 prodotti scelti tra i più consistenti in Verrone, rap-
portata alla popolazione e consistenza territoriale dei paesi limitrofi:

Territorio Meliga bianca Fieno Vino Popolazione


in giornate in sacchi in tese in carra oltre i 7 anni

Verrone 1962.35 850 1000 614 380


Benna 2256.32 1195 1375 1020 495
Gaglianico 1413.51 960 1275 876 479
Massazza 2983.00 764 1806 228 230
Sandigliano 2481.34 1216 1762 1825 751

La Comunità regola la propria vita in base ad usi antichi che garantiscono


stabilità nei rapporti interni e protezione dall’esterno, permettendo una buona
gestione del suolo con l’impiego delle risorse naturali all’interno della
Comunità stessa. I bandi campestri raccolgono e ordinano questa molteplicità
di consuetudini con la funzione di mantenere al meglio l’equilibrio tra le
ragioni economiche delle Comunità e quelle giuridiche dei signori prima e
dello Stato poi58.
In un inventario delle scritture già conservate nel castello di Verrone del
13 settembre 1725 sono segnalati ben 22 bandi tra il 1591 e il 172459, dei quali
ne è pervenuto solo uno di concessione signorile, formato dal conte Giuseppe
GLI “HOMINES VERONI” 157
60
L. SPINA (a cura di), L’Alpe e la Terra. Serafino Vialardi di Verrone ad istanza della Comunità. Datato 2 maggio 1796,
I bandi campestri biellesi nei secoli XVI-
XIX, cit. Il manoscritto, composto di 3 si compone di otto articoli che normano i diritti su boschi, campari, materie
carte, è conservato in AS Torino, Sez. generali, forestieri, pascolo, piante e vendemmia60.
Riunite, Senato di Piemonte, Interinazioni
Senato, vol. 17-X-1795/12-XII-1797, c. Tra il XVII e il XIX secolo la base socio-economica della popolazione
160r. I bandi risultano interinati senza rimane invariata, attestandosi intorno alle 3-400 anime con una punta massima
modifiche il 28 gennaio 1797.
di 450 nel 1770 e una minima di 277 nel 180161. Il legame terra-Comunità dura
61
Nel 1573 la parrocchia conta 40 fami-
glie con 150 anime da comunione. Nel
a lungo ed è confermato dai registri dei battesimi per l’800, fonte preziosa poi-
1606 le famiglie sono 60 per un totale di ché riportano i mestieri dei genitori e spesso anche dei padrini dei battezzandi.
318 persone. Nel 1686 le persone sono Sfogliando a campione il primo e l’ultimo registro, osserviamo che nel 1838 15
299, per salire a 360 nel 1735 e a 450 nel
1770. I dati sono ricavati dalle Visite famiglie su 16 hanno entrambi i coniugi contadini, in una la moglie è sarta. Le
Pastorali, in ACuV Vercelli e dal Libro dei cose non cambiano nel 1865, dove 9 famiglie su 10 sono esclusivamente con-
matrimoni, Stato delle anime, in AP Ver-
rone. I dati del 1801 sono ricavati dal tadine e in una il marito è falegname62. Ancora nel 1926 don Borello nelle sue
«Quadro statistico delle comuni del Di- Memorie, scrive: «Gli abitanti sono quasi tutti agricoltori e solo una piccola
partimento della Sesia - Circondario di
Biella» (AS Biella, Comune di Tavigliano, parte lavora nelle fabbriche di Vigliano e a Biella»63. La grande trasformazione
mazzo 79). che implicherà un rapporto diverso con la terra, profondo modificatore della
62
ACom Verrone, Registri parrocchiali struttura interna della Comunità, avverrà solo dalla seconda metà del ’900.
(copia).
63
Un paese nel tempo. Verrone nelle me-
morie di Don Achille Borello, cit., p. 6.
159

Il territorio, il borgo, la piazza,


la Casa Comune, la cascina
Graziana Bolengo

IL TERRITORIO
1
3 dicembre 1437, I «tenementari» di
a consegna del 14371 individua i beni dipendenti dalle chiese di San
terre, sedimi e boschi delle chiese di San
Lorenzo e di San Simone di Verrone con-
segnano i beni su richiesta di Roberto figlio
di Guglielmo Vialardi di Verrone, rettore
di San Lorenzo (AS Biella, Famiglia Via-
L Lorenzo e di San Simone e fornisce un primo, parziale, elenco topono-
mastico:

ad barletarium ad merlleto
lardi di Verrone, pergamena 9).
2
ACom Verrone, Catasti, «Catastro della in bazella ad moalam
comunità di Verrone formato nel anno ad binellam in morenga
1729 …» in seguito alla misura generale
fatta dagli agrimensori Giovanni Antonio in bogignano al pata
Orso di Candelo e notaio collegiato Euse- in cangiosso ad peratium
bio Tamiatti di Cerrione nel 1726 e nel
1727. in castagne dopne in prato cazulo
in castellano ad pratum lupi
ad cavas in ripatio
ad chiussum - claussum ecclesie ad runchum
ad chiussurea - ad claussuram in ruscalla - ad crucem rusalle
a la choa in salvatia - ad sarveam
in chotre in setolo
in crucem - ad crossas in stricta
ad funtanam in tabularis
ad marchessanam in vignali
in martignano ad zuchum

Il catasto del 1729 2 riporta invece l’elenco toponomastico completo delle


regioni. Di alcuni nomi si è persa la memoria, mentre altri continuano ancora
oggi ad identificare il territorio.

Andriana Bachette Bazzella


Binella Borianino Boscazzo
Boschette Bozzignano Campazzone
Campiglie Canaggio Canchioso
Cararolo Cassinone Castagne donne
Castellano Chiosetto Chioso della Chiesa
Chiosone Conca Cotre
Croce Cucco Dossi
Due Vie Dueijle Favone
Fontana Garonazzo Goreij
Grandazza e fosso Guanzine Lamazza
Luere Marenda longa Margone
Maroni Martignano Merletto
Minizole Moiasola Morello
Nochio Nosetta Patta
Pero Piantina Pometto
Porte Pra Cazulo Pra della Valle
Pragiardino Pragrande di sopra Pragrande di sotto
Prazette Prazzo Pugna
Risere Rolleij Ronchi
160 GRAZIANA BOLENGO

Ruscalla Salvaija Salvazza 3


Si veda la relazione di pubblicazione
con le opposizioni, ibidem, «Catastro della
Setto Strette Taulere comunità di Verrone formato nel anno
Tosa Tre Bosco Trecanile 1729 …», e in G. GENTILE, Attraverso i ca-
tasti antichi del Comune, in questo volume,
Tremmo Trompeij Trompetto pp. 129 sgg.
Tuono Valletta Vallone 4
I nobili e la comunità erano dovuti
Verdesa Viere Vignale ricorrere al prestito di un’ingente somma
da pagare a Giovanni de Lucca maestro di
Vigne Villa Zucco campo e a Francesco Sementi capitano del-
l’esercito per gli armigeri assegnati al ca-
stello di Verrone da Filippo di Savoia.
Particolarmente importanti sono le baragge, terreni non dissodati che 5
I beni ceduti su cui verrà costruita la
costituiscono i comuni dove la Comunità può liberamente pascolare il bestiame «Cassina de Frati», sono in regione Trom-
e tagliar bruco e legna, vantando diritti antichi spesso contestati dai nobili petto (ACom Verrone, Catasti). Modia è
plurale di moggio, antica misura di superfi-
Vialardi che le rivendicano come pertinenze del castello3. In effetti, una com- cie. Le Tavole di ragguaglio dei pesi e delle
mistione di diritti condivisi esisteva almeno fino a tutto il XVI secolo: ne è misure in uso nelle varie Provincie del Re-
gno, R. D. 20 maggio 1877 n. 3836, Roma
testimonianza il documento più antico conservato nell’Archivio Comunale, 1877, non la indicano tra le misure utiliz-
datato 2 ottobre 1525, con il quale i Vialardi e la Comunità, per far fronte ai zate nel circondario di Biella. È usata a
Novara, dove il moggio novarese è corri-
creditori4, cedono ai padri di San Pietro di Biella cento modia5 di baraggia per spondente ad are 30,660355 (p. 462), e in
il prezzo di 500 scudi d’oro del sole, con l’esenzione da ogni taglia o onere sia alcuni paesi del Vercellese, Trino, Fonta-
netto, Palazzolo (p. 479).
per il convento che per i contadini che condurranno i beni, salvo due scudi 6
Per i Vialardi sono presenti Rolando fu
d’oro del sole annui da dare «subjci in criminalibus» solo se vi saranno mas- Pietro, Eusebio fu Simone, Giovanni Ber-
sari. Inoltre, gli stessi frati o coloro a cui saranno affidati i terreni, potranno nardino fu Pietro, Giovanni Tomaso fu
Giovanni Matteo, Domenico fu Giovanni
godere dei pascoli e dei boschi comuni ad uso della casa e degli edifici che Battista, e Giovanni Maria fu Guglielmo,
eventualmente saranno costruiti6. notaio rogante, a nome proprio e degli altri
consorti. Per la Comunità sono presenti i
I catasti settecenteschi7 registrano sei luoghi dove esistono baragge per un consoli Bernardo Cauda e Lorenzo de
totale di 65467.2 tavole nel 1729, ridotte a 375.2 giornate nel 17788. Barletto ed i credenzieri Bernardo fu
Lorenzo de Baranno, Simone Durando e
Tra i confini degli appezzamenti quattrocenteschi sono citati anche dei mastro Comino Barberio. I frati danno un
riali, piccoli corsi d’acqua oggi difficilmente identificabili, dei quali non vi è anticipo di 171 scudi d’oro del sole, riser-
vando il saldo a misurazione avvenuta.
più traccia nei documenti successivi: «acqueductum qui dicitur Riale Crosse» L’atto di perfezionamento della vendita
in regione Martignano; « Riale Recanilis in ultra buschum e ad cavas» nei pressi potrebbe essere la «Convenctio et transac-
tio inter venerabiles dominos priorem et
della baraggia di Sandigliano; «Riale Rozole ad pratum lupi» ed ancora «Riale fratres sancti Petri de Bugella ordinis sancti
Canilis ad runcum», forse un altro tratto del Recanile. Solo due, il Riale Elde Augustini ex una et nobiles ac comunita-
tem Veroni ex alia» in data 9 agosto 1538
e il Riale Bazelle, sono ancora presenti nei catasti e riportati in quello del 1778 citata nel «Brogliazzo delle scritture inven-
tra i beni della Comunità. Alla particella 842 è la «Bealera Bazzella dividente tarizate [in data 13 settembre 1725] nel
queste fini da quelle di Benna» e alla particella 841 il «Rivo pubblico deno- castello di Verrone dall’Ill. sig. conte e
commendatore D. Giuseppe Alessandro
minato Edda principiante dalle fini di Sandigliano e finiente nei boschi del Olgiati come procuratore generale dell’Ill.
Trompeje»9. Questi corsi d’acqua delimitano gli spazi naturali che definiscono sig. conte Francesco Bernardo Vialardi di
Verrone», in copia in AVdSF.
la morfologia urbanistica di Verrone, mentre il castello e la chiesa sono assunti 7
Dal brogliazzo del 1680 sono escluse
solo successivamente come punti di riferimento. le baragge.
Il corso dell’Edda10 costituisce la direttrice di riferimento lungo cui si rag- 8
Molti appezzamenti vengono venduti
dalla comunità a privati del luogo.
gruppano le case del cantone Lamazza, mentre quelle della Villa o Luogo, più 9
ACom Verrone, Catasti, «Catastro ossia
numerose, occupano lo spazio ad est del castello, allineandosi lungo un asse ai brogliasso collonnario formato in seguito a
cui estremi sono il castello stesso e, in posizione più isolata, la chiesa11, cui si misura generale», 1777-1778. Alla parti-
cella 278 è inoltre registrato «al Dosso bea-
affiancano edifici che costituiscono un ulteriore piccolo nucleo abitativo lera Merchesa principiante dalle fini di
descritto dalla consegna del 1437 «... domo una ... cum solario caminata penu Benna e finente alle fini di Massazza».
porticu choqua cassina et quibuscumque alis suis hedificis orto et ayera … cui 10
Oggi il centro storico di Verrone è
attraversato dal rio Rialone, corso d’acqua
choeret cimiterium ...»12. La stessa descrizione rimane immutata nei catasti suc- che si deriva dal rio Terzo Principe, sui
cessivi. confini tra Gaglianico e Candelo. Prima di
attraversare l’abitato riceve il rio Ledda
proveniente da Sandigliano. Il Rialone pro-
segue a valle verso il confine con Massazza
IL BORGO E LA CASA-TIPO e, dopo averne segnato un tratto, conflui-
sce nel rio Arletta.
Il catasto del 1778 con la mappa di riferimento restituisce il borgo antico: 11
Nel Consiglio del 21 maggio 1832 al
cui ordine del giorno è lo spostamento del
59 case sono distribuite tra Luogo (47 comprese le 9 in regione Valletta), cimitero si legge che la Chiesa è «… isolata
Lamazza (9), Chiosone (2) e Canchioso (1). Ad esse si aggiungono il nucleo ed a mezzanotte del Paese e distante dalle
più vicine abitazioni poste a sera del mede-
della Parrocchiale e la Casa del Comune. Altre 12 si trovano fuori l’abitato, simo trenta e più trabucchi …» (ACom Ver-
compreso il Trecanile che è a ridosso del castello sul lato ovest 13. rone, mazzo 11, Traslocazione del vecchio
IL TERRITORIO, IL BORGO, LA PIAZZA, LA CASA COMUNE, LA CASCINA 161
cimitero 1832-1854). Il cimitero verrà spo- Dai catasti precedenti privi di rappresentazioni grafiche, proprio per que-
stato in regione Bazella solo nel 1936.
12
sto più puntali dal punto di vista descrittivo, si possono trarre elementi di iden-
AS Biella, Famiglia Vialardi di Verrone,
pergamena 9. tificazione e di caratterizzazione delle proprietà.
13
ACom Verrone, Catasti, «Catastro os- Tra le case a registro del conte Francesco Bernardo Giuseppe Vialardi, nel
sia brogliasso collonnario formato in segui- 1729, alla Villa si trovano la Croce, la Favorita, la Casa Grande e, alla Valletta,
to a misura generale», 1777-1778.
14
Ibidem, «Catastro della comunità di
la cascina La Viara, mentre un’altra cascina, l’Aijrale, è in Lamazza. Nel cata-
Verrone formato nel anno 1729 …». sto precedente troviamo un’altra casa Vialardi detta Dell’Angelo.
15
Le case come le travate potevano esse- Il modulo abitativo tipo è costituito da una casa con stalla, travata, corte e
re coperte con paglia o coppi. La casa cop- orto14. Questo modulo, embrione della cascina urbana, ha come elementi spe-
pata viene solitamente segnalata in quanto
la copertura costituisce un valore aggiunto cifici una stanza «caminata» solitamente al piano inferiore e un «solaro» all’ul-
della proprietà. timo piano per le granaglie, a cui possono aggiungersi una o più stanze d’abi-
16
Oltre al catasto del 1729 si vedano:
AS Biella, Insinuazione di Biella, per paesi,
tazione, la «crotta» e il portico. All’esterno, oltre alle travate non sempre
vol. 67, c. 9, «Dote di Agnesina figlia del fu coperte15, vi sono sovente un porcile, un pollaio, a volte un forno privato per
Giovanni Maria Martineto», 12 gennaio il pane con sopra una stanza per seccare e un pozzo, generalmente in comune
1611; ACom Verrone, mazzo 8, «Divisione
delli fratelli Ignazio Francesco e Pietro tra più proprietà e raggiungibile attraverso un’area con toppia16. L’abitazione
Giacomo Cecidani del luogo di Verrone», ha a fianco un canepale oppure un campo o un prato piantato a vite a volte
15 dicembre 1714.
17
AS Biella, Insinuazione di Biella, per
cintato, raramente un giardino.
paesi, vol. 544, c. 330v. La famiglia Scotone La descrizione di una casa media con le relative pertinenze, ma tipologica-
è una delle più antiche, ebbe due pievani, mente già tendente alla cascina urbana, si trova in un atto rogato l’8 maggio
Ubertino tra il 1590 e il 1610 e Bartolomeo
tra il 1624 e il 1648. Giovanni Cecidano da 1679 per il pievano Giovanni Cecidano che acquista da Simone Scotone per
Camandona fu parroco tra il 1669 e il 445 lire di Piemonte un «corpo di casa a copi coperto continente cinque stanze
1712. Morì a 73 anni e fu sepolto nel sepol-
cro degli ecclesiastici davanti l’altare mag- due di sotto e tre di sopra con luoro portico, pozzo e corte avanti, con più due
giore. Fu anche cappellano della chiesa stalle pur a copi coperte una d’esse voltatta e luoro trabate di sopra parimente
castrense dei Santi Simone e Giuda (D.
LEBOLE, Storia della Chiesa Biellese, Le con luoro portico avanti, più le trabate a parte anche coperte a copi che
pievi di Vittimulo e Puliaco I, Biella 1979, restano di sotto la portena insieme con luoro corte avanti, … più la mettà della
pp. 641-643). Con lui si stabilirono a
Verrone i fratelli Gaspare e Agostino con la canepa da vino che resta di sotto la sala di detto venditore dalla parte verso il
moglie Orsola e i figli Ignazio Francesco, corpo di casa e pozzo suddetti con più uno delli doi porcili che restano di sotto
notaio e per alcuni anni segretario della
comunità, e Pietro Giacomo (ACom Verro-
il forno, più la comunione di detto forno fra detti signore accompratore et ven-
ne, mazzo 12, «Libro o sia Brogliasso della ditore e comunione dell’ara per batere il grano e più un stara di terra horto o
nova e general misura di tutto il territorio
del luogo di Verone escluse semplicemente
sia canepale da buarsi da magior pozzo ...»17.
le barazze, sito della Chiesa e castello fatta Un inventario del 1650 dei mobili del fu Giovanni Maria Perrino, oggetti
per ministerio del sig. Pietro Orso agri- d’uso quotidiano e per il lavoro dei campi, rappresenta l’arredo della casa-tipo
mensore publico et approvato di Candelo»,
20 giugno 1680, e ibidem, mazzo 8, «Divi- che possiamo ipoteticamente collocare a seconda della loro funzione18:
sione delli fratelli Ignazio Francesco e
Pietro Giacomo Cecidani del luogo di Ver-
rone», 15 dicembre 1714).
Cucina:
18
AS Biella, Insinuazione di Biella, per
Una tavola d’assi di noce e una credenza pure di noce
paesi, vol. 209, c. 192, «Testimoniali d’ac- Due banche
cusata contumacia con deputazione oppo- Una lucerna di lottone
sizione descrizione dei beni con estima-
zione e concessione di lettere per la pub- Una sechia
blicazione d’inventario legale a richiesta di Un «zubaro»19
Martino Perrino di Verrone», 29 marzo
1650. Un’arca da far pane
19
Grosso mastello. Quattro piattelli, quattro tondi et due pignatte
20
Povera. Un manico da pignatta
Una catena da fogo
Un mortaro di pietra
Un mantile novo di tre vasi e due mantillette
Due cassie di noce

Camera:
Una coperta da letto di lana bianca «arsuta»20 et un letto di piumino
Una letera di noce et altra di pobia
Camisie due di tela de una mediocre bontà da homo et altre due ... da donna
Tre cassie di pobia vecchie senza coperte
Doi linzoli tela
Altri doi linzoli di tela comune
162 GRAZIANA BOLENGO

Solarone: 21
L’emina è l’unità di misura per gli aridi
corrispondente a poco più di litri 23.
Emine21 tre meliga rossa L’emina di Piemonte si divide in 16 coppi,
il coppo in 24 cucchiai. Cinque emine for-
Crotta o canepa: mano un sacco.
Un vassello di capacità di bottalli doi con quattro cerchie di ferro 22
Cotre, coltro: sorta di coltellaccio di
Altro vassello di capacità di brente due con tre cerchie di ferro ferro fitto dai due capi, uno nella bure, l’al-
Due tine di capacità di tre bottalli per caduna con doi cerchie di ferro tro nel vomero dell’aratro per fendere la
terra (V. DI SANT’ALBINO, Gran dizionario
Stalla: piemontese-italiano, cit., p. 427).
Una massa e un cotro frusti22 23
AS Biella, Insinuazione di Biella, per
paesi, vol. 208, c. 198, «Dotta di Antonia
Un par bovi cioe uno di pilo rosso e un altro candido moglie di maestro Giovanni Maria Perino
Una vaca di Verrone …».
24
Travata: Ibidem, vol. 67, c. 9.
Una barozza finita ma poco bona

Molti oggetti sono portati nella casa dalla futura sposa, già usati perché
tolti dalla casa paterna, più raramente nuovi. Nell’atto di dote di Antonia
Gaija, moglie di Giovanni Maria Perrino nel 1634, troviamo una «letera di
noce mezzana, un letto e un cussino di piuma, un mortaro di pietra, tre
camisse, tre linzoli e un mantile in tre» che si ritrovano nell’inventario post
mortem, oltre «una trapunta usata, un parolo guasto d’arame, una padella di
mezzo arame»23. Più ricca la dote di Agnesina Martinetto, moglie di Francesco
Avandino nel 1611, che porta in dote «una tina con un cerchio di ferro frusta,
tre vasselli a tenuta varia con cerchi di ferro, due bottalli, una pesa frusta e gua-
sta, un parolo senza manigo, un scaldaletto, una olla da olio, una cassia di noce
senza chiave e chiavadura, una cadena di ferro da foco, tre falzetti, un letto di
piuma con suo cussino, una coperta bianca da letto, cinque linzoli, una arca di
noce da impastare, un bronzo, una padella da frizere e sua cazulera, un man-
tile di braza due e tre serviette, tre tovaglie di tela in dodeci, una cassia di
noce»24. Antonia Gaija porta con sé anche «20 emine di meliga, 4 di fave, 3 di
miglio, una di fagioli picoli, 2 rubbi di garigli, 23 livre di canapa pista, 10 di
filo, 11 di rista da filare, 4 di filo da filare», mentre Agnesina Martinetto porta
al marito due case in Villa e un campo al Chiosetto.
La dote è completata dal fardello di effetti personali della sposa. Antonia
ha con sé i capi che costituiscono la base minima del vestiario: «sei faudelle
nove di rista e una di lino, una sargia argentina, una bandera, un busto bianco,
un busto biono, uno di drappo, un para di maniche, un para di calzette, una
peliza, sette camissie». Il fardello di Agnesina è più consistente e variato: «un
braido di tela negra con le bande di mocaida dorata col bustetto di fustane
negro, altro braido di tela biona col busto di sargia argentina, altro braido di
tela pur biona, doi scossal di razola, doi novi con soi lavori e picetti, altro scos-
sale di tela indiena con lavori e frange, altro di tela bigarata, camise da donna
di rista tra bone e grame con le spale di lino e rista nove, un para di calzette
de saija bianca da Mosso».

DALLA PIAZZA ALLA CASA COMUNE


Centro della vita comunitaria è la piazza, luogo dove fin dai tempi più
antichi venivano trattati gli affari pubblici. La piazza è lo spazio degli homi-
nes, dove prendono legalità tutti gli atti legislativi, interni ed esterni, che
riguardano la Comunità. Alla piazza il podestà si reca per rappresentare l’au-
torità signorile in seno alla Comunità, nella piazza il popolo sente il «ser-
viente» bandire. Ma la piazza non ha caratterizzazioni: quando si svuota
rimane uno spazio sgombro a metà strada tra castello e chiesa. La Comunità
non vi si identifica se non quando esercita il proprio diritto collettivo, non è
la sua autorappresentazione, non la oppone al castello. Anzi, nel periodo più
IL TERRITORIO, IL BORGO, LA PIAZZA, LA CASA COMUNE, LA CASCINA 163
25
AS Biella, RT, mazzo 23, fasc. 2. antico la colloca con disinvolta forzatura geografica «apud castrum», quasi a
26
«Copia di sindacato della comunità di sottolinearne il legame 25.
Verrone», 13 marzo 1473, in AS Biella,
Famiglia Vialardi di Verrone, mazzo 1, fasc. Punto fisico di riferimento della piazza è il forno comune 26. Il forno, «con-
1, c. 40r, «Atti di dedizione, investiture, finante la strada, Antonio Bernardino Vialardi a due, Bartolomeo Tabia e
ricognizioni …»; ibidem, c. 78v, «Procura
per la ricognizione di comunità e uomini», Antonio Corino di tavole 1.6» 27, registrato tra le proprietà della comunità nel
1° dicembre 1561. Cfr. anche AS Biella, catasto del 1680, non compare più nella catastazione del 1729.
Insinuazione di Biella, per paesi, vol. 67, c.
61, «Accordo nella lite tra i signori e la
Con il XVIII secolo inizia l’abbandono della piazza. Il Consiglio si riuni-
comunità a causa delle nuove leggi sull’al- sce quasi sempre in case private e anche l’archivio, memoria dei diritti comu-
lodialità e feudalità dei beni», e ibidem, vol. nitari, viene spostato a seconda delle necessità presso segretari e consiglieri che
544, c. 143, 11 settembre 1675.
27
ACom Verrone, mazzo 12, «Libro o
si preoccupano della sua custodia: «... reponer a casa di Pietro Antonio Gaija
sia Brogliasso della nova e general misura uno dei consiglieri … promettente di ben custodire detto archivio con tutte le
…», 20 giugno 1680. scritture che in esso verranno reposte con lasciar una chiave del medesimo una
28
Ibidem, mazzo 1, «Registro degli ordi- appresso del suddetto console et altra appresso del suddetto et infrascritto
nati deliberamenti di taglie, mandati degli
esattori e parcelle degl’esposti e operati secretaro ...» 28. Le abitazioni private assumono così, di volta in volta, funzione
della Comunità di Verrone degl’anni 1720 pubblica, tanto che alcune delle loro stanze diventano di uso collettivo.
1721 1722 1723 et 1724», c. 4, «Ordinato
del 3 gennaio 1721». Questo stato di cose crea non pochi problemi alla Comunità che sta ten-
29
Ibidem, mazzo 1, «Libro degli ordinati tando di darsi un’organizzazione amministrativa più coerente: le scritture sono
1730-1733», c. 13v. Per l’inventario pro- «… tutte disordinate» tanto che dovendo trovare qualche documento «... con-
dotto si veda la nota 38 di G. BOLENGO, Gli
“Homines Veroni”, in questo volume, p. viene a rivoltarle tutte». Il 18 ottobre 1730 il Consiglio incarica il segretario
149. Eusebio Tamiatti e il console Giacomo Garitio di «… farne la separazione
30
L’acquisto della casa e i lavori propo- anno per anno massime le quietanze con reporsi ogni cosa al suo posto et indi
sti sono deliberati all’unanimità e la deli-
bera è approvata dall’intendente il 30 ago- procedersi all’inventario d’essa a fin che non venghino smarrite»29.
sto. Il prezzo pattuito è di 130 lire di Base della riorganizzazione amministrativa è la necessità contingente, senza
Piemonte più «i travi e assi dei solari con
travetti, usci e due piccole ferrate che alla implicazioni di un’autorappresentazione che connoti una posizione alternativa
comunità non serviranno» (ACom Verro- al potere signorile. Anche quando il 26 agosto 1740 il sindaco Andrea Bocca
ne, mazzo 1, «Libro degli Ordinati 1734-
1740», c. 130).
propone l’acquisto di una casa «… per tener consiglio» i motivi sono pura-
31
Ibidem, mazzo 11.
mente pratici: «... ritrovandosi la presente comunità priva di Casa per poter
32
Ibidem, mazzo 1. tener suo Conseglio congregandosi hora a casa degli uni hor a casa degl’altri
cosa che causa una grande sogettione massime ne fatti secreti et odiosi oltre di
che vi vengono di tanto in tanto manifesti che obbligano la comunità a tenerli
affissi nella Casa del Consiglio …». La casa che si vuol acquistare è «… la casa
da fuoco che ha Francesco Beltramo fu Giovanni di questo luogo qual resta
sitta a lattere della pubblica piazza …». Si pensa di demolirla perché «non è
sicura nelle muraglie» e di ricostruirla utilizzando i materiali di demolizione
insieme a quelli recuperati dall’abbattimento del forno che è «… inutile per
non ricavarsi alcun reddito, … anzi è di dispendio in occorrenza per mante-
nerlo coperto». In questo modo si ingrandirebbe la piazza aprendo «… la vista
della contrada che da detto forno vien occupata» in modo che la Casa venga
ad avere due facciate, una prospiciente la piazza, l’altra rivolta al borgo30.
Questo nuovo assetto urbanistico trasla sulla casa comune il potere antico
della piazza e spezza l’asse castello-chiesa, creando un terzo polo che negli anni
assumerà una centralità sempre maggiore.
Il 20 luglio 1741 Giovanni Stefano Pistono da Mongrando stende una par-
ticolareggiata normativa «da osservarsi nella demolitione della casa comune
esistente alla piazza pubblica di esso luogo e sul sito d’essa fabbricarne altra
cioè una stanza al piano di terra pel Consiglio e altra sopra per l’Archivio
Comune …»31. Forse manca il denaro e i lavori non sono intrapresi subito. I
documenti non dicono quando e se sono stati intrapresi e neppure in qual
misura. Certamente il 20 dicembre 1744 la Casa Comune non è ancora pronta
perché il Consiglio si riunisce nella casa di Giacomo Peveraro per deliberare
ancora sul forno: «fatti li dovuti riflessi … [si decide] che il medesimo forno
venghi incantato e deliberato al miglior offerente e il denaro che si ricaverà
convertirsi nella redifficazione della casa acquistata dagli eredi Francesco
Beltramo per tenervi il consiglio …»32. Mancando gli ordinati tra il 1745 e la
fine del 1759, non è possibile conoscere la conclusione della vicenda, ma nel
164 GRAZIANA BOLENGO

novembre 1759, quando gli ordinati riprendono, la Casa Comune esiste poi- Terreni vicini al Margone con le
ché vi si riunisce il Consiglio. derivazioni d’acque, , AS Biella,
Famiglia Gromo di Ternengo
Definitivamente sistemata nel 1778 33 e accatastata in mappa alla particella
392, la Casa fu sede municipale per almeno un secolo. Utilizzata in seguito
come cantina sociale e poi come peso pubblico, oggi ha riacquistato una delle
sue antiche funzioni: al piano superiore ospita di nuovo l’Archivio Storico
Comunale.

LA CASCINA
La cascina, dapprima semplice luogo riparato utilizzato sia come deposito
per attrezzi e derrate che come ricovero per uomini e animali, accanto al quale
si sviluppa in seguito un nucleo abitativo, residenza del massaro e della sua
famiglia, connota la proprietà fondiaria signorile. Nel borgo o ai limiti dell’a-
bitato rappresenta la casa rurale ampliata nella parte rustica e di servizio all’at- 33
Ibidem, mazzo 11, «Contratto per l’im-
tività agricola, a volte circondata da una cinta muraria con portone carraio di presa delle riparazioni attorno la casa Co-
accesso 34. Dalle registrazioni catastali risulta spesso difficile distinguere l’una mune di Verrone …», 10 settembre 1778.
dall’altra se non per la maggior estensione dei terreni di pertinenza. 34
Ibidem, mazzo 8, «Divisione delli fra-
telli Ignazio Francesco e Pietro Giacomo
I rapporti tra massaro e proprietario sono regolati dal massaritio, il con- Cecidani del luogo di Verrone», 15 dicem-
tratto che stabilisce concessioni, compiti e doveri di chi gestisce il latifondo. bre 1714.
Di esempio il massaritio tra i fratelli Chiorino e il conte Bernardino Vialardi 35
AS Biella, Insinuazione di Biella, per
paesi, vol. 208, c. 31, «Massaritio di Gio-
del 1629 35, nel quale i due fratelli sono «tenuti e obbligati di ben tener miglio- vanni e Giovanni Francesco fratelli Chio-
rar et non detteriorar il massaritio con darsi la debita parte dominicale di ogni rini dall’Illustre Bernardino Vialardi dei
signori di Verrone», 2 aprile 1629. La mas-
raccolto di qual si voglia sorte che pervenirà in detti beni conditionati et con- seria in oggetto è in «loco detto alla
dutti per il castello cioè il terzo di tutti li grani et mittà della rama ... Più Colombaia» nel cantone di «Richone».
IL TERRITORIO, IL BORGO, LA PIAZZA, LA CASA COMUNE, LA CASCINA 165
36
Scarass o pal d’anpalè le vis sono i pali promettono di pagar per appenditio annualmente ... para tre polastri et para
per appoggiare i tralci (V. DI SANT’ALBINO,
Gran dizionario piemontese-italiano, cit., p. doi caponi al Santo Martino belli et buoni. Più una baroza di scaraze36 al tempo
1020). che se podano le viti. Più si sono obbligati di ordinar ogni cosa a hora et tempo
37
Le cascine Margonetto e Cotre sono o massime di seminar delle tre parti le due di grano grosso et il restante a mar-
cedute il 14 novembre 1730 al convento di
San Domenico di Biella da Francesco Ber-
zaschi o coltura marzenga. Più sirano obligati di tener da conto li boschi a luoro
nardo Vialardi a conclusione di una lite assignati et non potrano tagliarne altro senza licenza ... Più occorrendo di far
(AS Biella, Corporazioni Religiose, Dome- qualche beneffitio in detti beni si farano a comune spese ... et massime in net-
nicani, mazzo 12, fasc. 616). Le cascine
Trecanile e Cassinone passano ai santuari tar campi che prati et tutto ciò che detto li rimetterà …». Con i terreni ven-
di Oropa e Graglia per il legato testamen- gono affidati anche gli animali, come si legge nello stesso massaritio: «due vache
tario di Carlo Francesco Vialardi di Ver-
rone, mentre la «Cassina de Frati» è costru- con una manza una di pelo ollivetto e le altre due di pelo rosso ambe pregne»
ita dai frati di San Pietro di Biella sui ter- e un paio di buoi acquistati dai massari con cento scudi ricevuti dal signore.
reni acquistati nel 1525 (cfr. nota 6). Do-
cumenti relativi a questa cascina e alla Mar-
Nei catasti dal 1680 al 1779, si identificano 14 cascine, per la maggior
gone sono in AS Biella, Famiglia Gromo di parte poste fuori dall’abitato, il cui assetto proprietario varia negli anni pur
Ternengo, mazzi 56, 60 e 64. restando nella sfera signorile o ecclesiastica37. I nomi ricalcano generalmente i
38
La Piantina è l’attuale Argenta nome toponimi delle regioni nelle quali sono situate, a volte indicano elementi del
derivato da Anna, figlia di Antonio Argen-
ta, moglie di Giacomo fu Bernardo Pian- complesso o funzioni predominanti come nel caso del Cassinone, cascina
tino (AS Biella, Insinuazione di Biella, per grande, dell’Aijrale, aia, della Fornace. In altri casi, come la Piantina, derivano
paesi, vol. 82). Per alcune vicende legate a
questa proprietà, si veda ibidem, Famiglia il nome dai proprietari38. Due tra queste cascine, il Margone e il Cotre, sono
Gromo di Ternengo, mazzo 60, e ACom già individuate nella consegna Vialardi del 1610 39.
Biella, serie prima, mazzo 45, fasc. 24.
39
AS Torino, Sez. Corte, Provincia di Cascina Proprietà
Biella, mazzo 7; copia in AVdSF. 1680 1729 1779
Aijrale (regione Antonio Bernardino Francesco Bernardo Antonio Bernardino
Lamazza) Vialardi Giuseppe Vialardi Vialardi
Campiglie Francesco Bernardo Antonio Bernardino
Giuseppe Vialardi Vialardi
Eredi Carlo
Cassinone Francesco e Santuario di Graglia e
Giovanni Giacomo Santuario di Oropa
Vialardi
Antonio Bernardino Francesco Bernardo Convento di San
Cotre
Vialardi Giuseppe Vialardi Domenico di Biella
Carlo Giovanni
Fornace (regione
Battista Genua di
Patta)
Sandigliano
Conte di Ternengo Ercole Gromo Renato Gromo di
Margone
Ternengo
Giovanni Giacomo Francesco Bernardo Convento di San
Margonetto
Coppa di Biella Giuseppe Vialardi Domenico di Biella
Eredi di Carlo Carlo Francesco Carlo Raffaele
Piantina
Vialardi di Bertodano Bertodano
Sandigliano
Antonio Bernardino
Pugna
Vialardi
Eredi di Carlo Carlo Francesco Carlo Raffaele
Tre Bosco Vialardi di Bertodano Bertodano
Sandigliano
Eredi Carlo
Francesco e
Trecanile Carlo Francesco Giovanni Giacomo Santuario di Graglia e
Vialardi Vialardi - Carlo Santuario di Oropa
Francesco Bertodano
Trompetto o Convento di San Convento di San Convento di San
Cassina de Frati Pietro di Biella Pietro di Biella Pietro di Biella
Giovanni Coda
Vallone Zabetta di Biella
Viara (regione
Lamazza o Antonio Bernardino Francesco Bernardo Antonio Bernardino
Valletta) Vialardi Giuseppe Vialardi Vialardi
166 GRAZIANA BOLENGO

Il catasto napoleonico censisce undici ‹‹fermes››: Cassinona (già Trom- 40


Documenti in AS Biella, Famiglia Via-
lardi di Verrone, mazzo 1, fasc. 20.
petto), Frichignona (già Campiglie)40, Gorge41, Margone, Margonetto, Pian- 41
Gorgh è termine piemontese che in-
tina, Pra Giardino (già Cotre), Pugna, Tocchetto (già Cassinone), Trebosco e dica un luogo ricettacolo di acqua sta-
Vallone42. gnante (V. DI SANT’ALBINO, Gran dizionario
piemontese-italiano, cit., p. 652) Nella map-
Molto più povere delle case, le cascine non hanno elementi architettonici pa napoleonica (ACom Verrone, Catasti) la
specifici. La descrizione della «cassina denominata Cotro» data nelle testimo- regione è indicata come «Hameau Gor-
ger», frazione impregnata d’acqua. In que-
niali di stato del 7 febbraio 173343, può valere per quasi tutte le cascine: «una ste zone spesso erano ricavate le tampe per
casa o sia cucina al piano terra con suo solaro, stanza al di sopra senza sollaro, la macerazione della canapa.
stanza senza voltini a soglia con due travate superiori che servono di fenere con 42
Ancora esistenti oggi sono: Frichi-
gnona, Tocchetto, Cotro, Gorghi (già Gor-
due travate da terra sino a coppi cinte da muraglia come pure una crotta al di ge), Argenta (già Piantina), Treboschi, Tre-
dietro della cuccina qual si vede voltata con suo sternito o sia pavimento, con canile o Trecanino, Carletta (già Vallone),
più un forno per cuocere pane attiguo alla suddetta cucina un pozzo per tirar Bergamina (già Valletta) e Margone con di
fronte, fino a qualche anno fa, il Margo-
acqua avanti». Il Cotro è «in mal stato» ed i relatori delle testimoniali, i «mastri netto ora demolito. È scomparsa la Pugna,
da muro» Stefano Mosca e Antonio Partesano di Benna, indicano le ripara- mentre il Trompetto o Cascinona è stato in
parte inglobato nello stabilimento Lancia.
zioni da fare «la ponta della muraglia verso sera attigua al forno ... minaccia 43
AS Biella, Corporazioni Religiose, Do-
rovina e che quella si deve tutta rifformare da terra sino alli coppi ... Più menicani, mazzo 12, fasc. 616, «Testimo-
doversi far voltinare la stalla ... riparazione della cantonata della travata verso niali di trasferta con concessione di testi-
moniali di stato e visita di cassine e beni ad
mattina che minaccia rouina ... alzare il coperto della stalla all’uguale e a diret- esse adiacenti». La visita segna la conclu-
tura del tetto coperto della casa ... riparazioni necessarie attorno al forno e sione di una lite tra Francesco Bernardo
Vialardi e il convento di San Domenico di
parapetto del pozzo ... la fattura d’un porcile e pollaio necessario per il mas- Biella per un ritardato pagamento.
saro ... i solari ... massime quello mancante alla stanza sopra la cucina e stanza 44
Per un totale di 6980.9 tavole (ACom
attigua … Più il pontile da farsi per la distesa della cuccina e stanza attigua». Verrone, Catasti, «Catastro della comunità
di Verrone formato nel anno 1729 …»).
Oltre la «cassina», la proprietà comprende campi parte con viti, prati gerbidi, Nel catasto particellare (mappa 1779) ri-
«bruera» e bosco44 rilevate dai «mastri da campagna» Gaspare fu Agostino sulta accatastata ai numeri da 571 a 583.
Squintone e Bartolomeo fu Pietro Quaregna di Verrone: «nella torna grande» 45
Atto di vendita del 7 dicembre 1835 a
quattrocentosessanta viti, dietro la cascina verso mezzanotte un campo aperto, [Antonio] Maurizio Zumaglini e Olimpia
Curbis di San Michele, coniugi, rogato
«vicino alla torna di campo avidato verso levante» un campo aperto diviso Vincenzo Negro. La vendita avviene per la
dalla strada «della barozza o sia careggio» danneggiata dall’acqua, verso sera somma di lire 90.000.
un campo aperto detto «della bruera», due pezze prato davanti alla cascina,
boschetto e bruera da «roncare» e ridurre a prato e pascolo. I prati dietro la
cascina verso mezzanotte, attigui alla strada comune «si trovano privi d’acqua
viva corrente che perciò li suddetti esperti hanno giudicato e giudicano restar
uttile e necessario affine di puotter godere delli sgollattici che si riduchono e
scorrono nella sudetta strada la costruzione d’un trivolo a pietre». I fossi risul-
tano tutti da spurgare.
Le condizioni di un’altra cascina visitata, il Margonetto, sono più o meno
le stesse e possono quindi essere estese a tutte le proprietà fondiarie a dimo-
strazione di come il poco reddito dei terreni non permetta il riatto, se non
minimo, delle costruzioni nonostante la ripresa economica dopo la desolazione
del secolo precedente.
A cavallo tra un lungo passato appena concluso e una storia nuova ancora
da venire, anche il castello, non più abitato dai Vialardi, persa la sua funzione
di rappresentazione del potere e di dimora signorile, è ridotto a semplice cen-
tro della loro proprietà agricola di 407 giornate. Già il catasto del 1778 lo con-
nota in parte come nucleo rurale classificando come immuni solo la «fabbrica
con corte civile e rustica» e quando nel 1835 Amedeo e Augusto Vialardi di
Verrone vendono tutto il «tenimento … composto di un castello e di casia-
menti e beni», risulta affittato nella quasi totalità a Giuseppe Borri e Carlo
Ravera 45.
167

Bibliografia generale

FONTI ARCHIVISTICHE Archivio di Stato di Torino, Sez. Riunite


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Santo Stefano di Biella arme gentilizie presentate da’ particolari di questa città […] in
virtù dell’ordine pubblicato da S. A. S. il 4 dicembre 1613, in
Archivio Capitolare di Vercelli appendice al manoscritto di F. A. DELLA CHIESA, Discorsi
[G. A. FROVA?], Indice ovvero sommario dell’Archivio della sopra le famiglie nobili del Piemonte
Reverenda Abbazia et Monastero di Sant’Andrea Camerale Savoia
Necrologi Eusebiani Catasto francese, Verrone
Archivio Comunale di Biella Patenti Piemonte
Documenti Candelo Senato di Piemonte, Interinazioni Senato
serie prima Senato di Piemonte, Sentenze civili

Archivio Comunale di Milano Archivio di Stato di Vercelli


Visite Pastorali, Verrone
Archivio Comunale di San Germano Vercellese
Archivio Parrocchiale di Verrone
Archivio Comunale di Santhià Libri dei Battesimi, dei Morti e dei Matrimoni
Liti Santhià-Tronzano Relazione del sacerdote Giovan Battista Barile sulla parrocchia
di San Lorenzo del luogo di Verone
Archivio Comunale di Verrone Stato delle anime
Atti vari relativi alla Comunità
Catasti Archivio Vialardi di Sandigliano Foundation, Dublino
Inventari Brogliazzo delle scritture inventarizate nel castello di Verrone
Libro dei trasporti o mutazioni dall’Ill. sig. conte e commendatore D. Giuseppe Alessandro
Ordinati Olgiati come procuratore generale dell’Ill. sig. conte Francesco
Registri parrocchiali (copia) Bernardo Vialardi di Verrone
Stemma comunale Broglietto delle scritture nel castello di Verrone (1775)
Traslocazione del vecchio cimitero Famiglia Vialardi di Sandigliano, corrispondenza G. Ferraris
Famiglia Vialardi di Verrone, corrispondenza A. Borello
Archivio Curia Arcivescovile di Vercelli Famiglia Vialardi di Verrone, Schedatura Tomaso Vialardi di
Visite Pastorali Sandigliano
Famiglie, Schedatura A. Lange
Archivio Curia Vescovile di Biella
Militaria, Stati di Servizio
Provisiones beneficiariae
Decreta Episcoporum Archivos Españoles en Red, Archivo General de Simancas
Archivio di Stato di Biella Biblioteca Apostolica Vaticana
Comune di Tavigliano Codice Vaticano Latino 3937
Corporazioni Religiose, Domenicani
Famiglia Avogadro di Valdengo Biblioteca Civica di Casale
Famiglia Gromo di Ternengo Blaxionarium Casalense
Famiglia Vialardi di Verrone Biblioteca Civica di Vercelli
Intendenza di Biella Fondo Arborio Biamino
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Raccolta Torrione Vercelli 1637, ms.
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Acaja, vedi Savoia-Acaia. Arduino, vescovo, 40.
Adalberto, figlio di Anscario I, marchese, 21.