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Con gli auspici dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore Esercito

VENARIA REALE 1831 - 1887

MILANO 1887 - 2007

BATTERIE A CAVALLO

a cura di

TOMASO VIALARDI DI SANDIGLIANO TOMMASO VITALE

L’ARTISTICA EDITRICE

46,00

BATTERIE A CAVALLO
VENARIA REALE 1831 - 1887 MILANO 1887 - 2007

BATTERIE A CAVALLO

a cura di

TOMASO VIALARDI DI SANDIGLIANO TOMMASO VITALE
L’ARTISTICA EDITRICE

BATTERIE A CAVALLO
a cura di

TOMASO VIALARDI DI SANDIGLIANO TOMMASO VITALE

L’ARTISTICA EDITRICE

Con gli auspici dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore Esercito

PROGETTO GENERALE
Tomaso Vialardi di Sandigliano

CONTRIBUTI
Tomaso Vialardi di Sandigliano Emiliano Vialardi di Sandigliano, Virgilio Ilari Tommaso Vitale, Fernando Zancani

TRASCRIZIONI, COORDINAMENTO TESTI ED EDITING
Tomaso Vialardi di Sandigliano, Tommaso Vitale Antonio Maccari, Paolo Dalle Vedove, Luca Castelli, Nicola Del Medico Pietro Uscello

PROGETTO EDITORIALE
Tomaso Vialardi di Sandigliano

RINGRAZIAMENTI
Città di Milano Città di Biella, Città di Goito Istituto del Nastro Azzurro fra Combattenti Decorati al Valor Militare
Federazione di Biella

Widerholdt Frères Editori

Stampato su carta Hello Silk Creme delle Cartiere Sappi con caratteri Centaur MT

L’Artistica Editrice - Divisione editoriale de L’Artistica Savigliano s.r.l. Via Torino 197 - 12038 Savigliano (Cuneo) Tel. + 39 0172.726622 Fax + 39 0172.375904 info@edarpi.com - www.edarpi.com ISBN 978-88-7320-167-0 © Reggimento Artiglieria a Cavallo

PRESENTAZIONE

“Reggimento di Artiglieria a Cavallo”, “Batterie a Cavallo”, “Volòire”, tre diverse denominazioni (formale la prima, legata alle tradizioni la seconda, affettiva la terza), tre modi diversi per indicare non un unico Reggimento, ma un Reggimento “unico” nato in un lontano 1831 dall’esperienza mitteleuropea di Alfonso La Marmora, nel momento innovativo dell’artiglieria piemontese. Un Reggimento che nei suoi 176 anni ha accompagnato tutta la Storia Patria, ieri tra i protagonisti della costruzione e poi della difesa del territorio nazionale dal Risorgimento all’Unità d’Italia, oggi, all’alba compiuta del terzo millennio, schierato con fierezza nella globalizzazione della difesa della pace fuori i propri confini. Un Reggimento che celebra quest’anno un anniversario irripetibile nella storia militare italiana: 120 anni consecutivi nella stessa sede. Era il 1887 quando le Batterie a Cavallo lasciarono il «Regio castello della Venaria» dove erano nate, per la caserma di Porta Vittoria a Milano, inizio di una continuità storica e di un legame profondo, 120 anni vissuti con la stessa città. Nessun Reparto della Forza Armata può vantare un vincolo così lungo con il territorio, testimoniato dall’affetto sincero che lega i Milanesi alle Criniere Nere delle “Volòire”, diventate uno dei loro simboli. Milano e le Batterie a Cavallo sono cresciute insieme in un’unica sinergia, affermandosi la prima tra le grandi capitali europee, le seconde come unità operativa capace di affiancare i migliori Reparti d’Europa, memori entrambe delle tradizioni comuni maturate in una Mitteleuropa che si voleva già embrione dell’Europa a venire. 120 anni sono un lungo compleanno ed era un dovere risaltare l’evento con un segno di affetto vero che sapesse unire una città grande, Milano, ad una città più piccola e circoscritta al suo interno, il Reggimento, due forme di aggregati sociali simili che raccolgono giornalmente tutte le realtà italiane integrandole in un’unica grande anima. Ne è nato un libro che traccia dintorni temporali e teatri a volte remoti, ma il cui epicentro rimane la caserma Santa Barbara all’interno di Milano. Hanno preso forma pagine in cui scorrono, attraverso occhi diversi, immagini scritte e flash visivi che aiutano a leggere il Reggimento dall’interno, scoprendolo in tutta la sua densità umana e storica. Una lettura diversamente “definita” rispetto a quanto è già stato scritto sulle Batterie a Cavallo, leggenda e storia, due anime sotto una stessa Criniera Nera. Il ringraziamento deve andare a chi ha reso possibile questo lavoro: la Città di Milano, le Città di Biella e di Goito delle quali il Reggimento è Cittadino Onorario, ma anche la Federazione di Biella dell’Istituto del Nastro Azzurro, di cui il Reggimento è Socio d’Onore e la Widerholdt Frères Editori. L’invito ora è al lettore perché si lasci portare dall’ascolto delle storie e dalle immagini delle Batterie a Cavallo, trovandovi noi l’orgoglio di averlo servito e Milano quello di amarlo. “Volòire”, nostro bel Reggimento!
TOMMASO VITALE
74° Comandante delle Batterie a Cavallo

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SOMMARIO

PRESENTAZIONE
Tommaso Vitale

pag.

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INTRODUZIONE
Tommaso Vitale

IL REGGIMENTO ARTIGLIERIA A CAVALLO
Tomaso Vialardi di Sandigliano e Virgilio Ilari

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Le unità di Artiglieria a Cavallo Il Reggimento d’Artiglieria a Cavallo italiano (1801-1814) L’Artiglieria a Cavallo napoletana e siciliana (1803-1816) Le quattro Batterie volanti sarde “all’inglese” (1816-1830) Le due Batterie a Cavallo sarde (1831-1833) Il potenziamento delle Batterie a Cavallo dal 1842 al 1848 Nella Prima Guerra d’Indipendenza (1848-1849) Le Batterie a Cavallo (1849-1887) Il Reggimento Artiglieria a Cavallo Nella Prima Guerra Mondiale Tra le due guerre Nella Seconda Guerra Mondiale in Russia 8 settembre 1943 La rinascita La batteria storica a cavallo

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MEMENTOES
EMILIANO VIALARDI DI SANDIGLIANO
Tomaso Vialardi di Sandigliano

MEMORIE
Emiliano Vialardi di Sandigliano

Il Colonnello Ufficiali di complemento Trombe d’argento Reclute Giuramento reclute Mensa Ufficiali Mensa Sottufficiali Schieramento Manovre Campo Governo Abbeverata e biada Congedandi Gran rapporto Sala Convegno Brughiera Ripresa reclute

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Vestizione reclute Ufficiale di picchetto Sveglia Circolo Ufficiali Gara dei pezzi Arrivo alla tappa Circolo Sottufficiali Giornata di tiro Conferenza Ufficiali Ripresa Ufficiali Reingresso Fotografo per soldati Messa al campo Capo calotta Appuntati “Montoni” e “Farmacisti” Giuramento Ufficiali Gare di pattuglia Arresti Carico sul treno Marcia sotto l’acqua Ricognizione Rancio speciale Manovre con i quadri Sfilamenti in caserma Tiri al moschetto Aiutante Maggiore Maresciallo di maggiorità Capi pezzo Maresciallo maniscalco Relatore Il tromba Volteggi Commiato

SOMMARIO

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EPHEMERA
LA COLLEZIONE DI UN VECCHIO KEPÌ
Tomaso Vialardi di Sandigliano e Fernando Zancani

Reggimento Artiglieria a Cavallo 1900-2007 Reggimento Artiglieria Leggero “Treviso” 1929-1934 1° Reggimento Artiglieria Celere “Eugenio di Savoia” 1930-1942 2° Reggimento Artiglieria Celere “Emanuele Filiberto - Testa di ferro” 1936 3° Reggimento Artiglieria Celere “Principe Amedeo Duca d’Aosta” 1934-1943 Cartoline di diverse edizioni attinenti “Le Batterie” 1900-1981

INTRODUZIONE

Chiunque abbia servito l’Arma di Artiglieria (e “semel” artigliere, “sempre” artigliere) conosce l’alone di prestigio, vorrei dire di romantica leggenda, che circonda le “Volòire”. Costituite l’8 aprile 1831 con Patenti della Reggente Maria Cristina di Sassonia-Curlandia pochi giorni prima dell’insediamento al trono del figlio Carlo Alberto, le «Batterie a Cavallo» hanno rappresentato una rivoluzionaria novità per l’Artiglieria piemontese. Invece che seduti sui seggiolini degli affusti o sui cofani dei cassoni e degli avantreni come nell’Artiglieria da campagna, i serventi dei suoi pezzi erano tutti montati a cavallo. Le innovative «batterie a cavallo» furono poste al comando del maggiore Vincenzo Morelli di Popolo e loro primo Aiutante Maggiore fu Alfonso Ferrero della Marmora, che ne era stato il propugnatore. In pochissimi anni i due ufficiali riuscirono a fare delle “Volòire” un’unità esemplare che suscitava l’ammirazione dei visitatori illustri della reggia di Venaria Reale, ma anche dei semplici passanti che accorrevano per vederle sfilare. Il loro fascino ha infiammato pittori e musicisti celebri, ma anche artisti anonimi il cui orgoglio fu quello di averle servite. Un orgoglio derivato dalla consapevolezza della loro storia e delle loro tradizioni che ne fecero un Reggimento unico anche nelle uniformi, contribuendo a creare quel certo “narcisismo” nei suoi ranghi. Quale ne sia stata la causa (bellezza, eleganza, armonia, coraggio), l’artigliere delle «batterie a cavallo» era forgiato in un altro ferro. Oggi quell’artigliere vive in un Reggimento che è un’unità moderna in grado di fronteggiare una molteplicità di sfide, coniugando la necessità di custodire ed orgogliosamente tramandare quelle grandi tradizioni con le esigenze derivanti dalla indispensabile spiccata professionalità richiesta da un Esercito moderno. Ecco perché ho definito le Batterie a Cavallo un Reggimento unico nel suo genere, dove convivono perfettamente integrate tutte le realtà sfaccettate di un Esercito costituito di modalità, componenti e peculiarità distinte, tutte parimenti importanti. Parlo di culto delle tradizioni, di moderna capacità operativa, di presenza ed integrazione nel territorio, di impegno sociale. Consapevole di essere stato attore in tutte le fasi della nostra Storia, dall’ascesa al trono di Carlo Alberto all’epopea risorgimentale, dalla Grande Guerra sull’altopiano carsico alla Seconda Guerra Mondiale in Africa e Russia, il Reggimento è oggi protagonista di pace e sicurezza in teatri lontani martoriati da odi e violenze, schierato negli scacchieri internazionali. Maturate nelle lunghe esperienze belliche, le Batterie a Cavallo sono diventate un’unità evoluta atta a fronteggiare una molteplicità di sfide, custode orgogliosa delle proprie grandi tradizioni che sa coniugare con l’alta professionalità indispensabile ad una Forza Armata moderna. Questa consapevolezza unitamente alla tipologia specifica del Reggimento, unica unità di artiglieria a mantenere una denominazione che la lega indissolubilmente al cavallo, fa mantenere in vita a prezzo di grandi sacrifici, ma con grande orgoglio, la componente storica a cavallo che si impone per la sua bellezza, la sua eleganza e per la capacità del suo personale. Protagonista indiscussa nelle più importanti manifestazioni militari ed istituzionali come la tradizionale sfilata ai Fori Imperiali per la Festa della Repubblica, la batteria storica a cavallo è, da sola, un avvenimento tra gli avvenimenti di “cartello”: basti pensare al tradizionale colpo di cannone che dà il via alla Stramilano. Vedere sfilare il traino con gli artiglieri nelle loro uniformi antiche, i bei kepì con le nere criniere – bianche per i trombettieri – regala ancora sensazioni, brividi ed emozioni che accentuano la continuità storica con i compiti istituzionali che il Reggimento oggi assolve, proponendosi come unità operativa moderna, interamente composta da professionisti. Sono donne ed uomini che si addestrano quotidianamente nell’uso delle tecnologie più avanzate, fondamentali in un reggimento di artiglieria, dai sistemi radio di ultima generazione, ai mezzi per il controllo e la sorveglianza del campo di battaglia, al materiale di artiglieria in grado di essere operativo in ogni momento ed in qualunque condizione, pronto ad intervenire con il fuoco dove necessario. Ma come hanno insegnato le attività che la nostra Forza Armata hanno condotto e conducono fuori dal Territorio Nazionale, al nostro professionista sono richieste ulteriori capacità, dall’uso della lingua “operativa”, l’inglese, alla conoscenza delle procedure in ambito NATO, dall’affinamento della capacità di intelligence alla sensibilità nel condurre attività umanitarie in supporto alle popolazioni e, non ultima, la capacità di rapportarsi con i media.

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INTRODUZIONE

Il nostro professionista è, di fatto, un professionista a tutto tondo, capace di rappresentare bene il nostro Paese in ambito multinazionale, contestualizzandone il prestigio. Le “Volòire” hanno interpretato da protagoniste questo ruolo partecipando alle Operazioni sul territorio nazionale per la tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica (Operazione “Vespri Siciliani”), ma anche a difesa di possibili azioni terroristiche all’indomani dell’attacco agli Stati Uniti dell’11 settembre 2001 (Operazione “Domino”). Questa esperienza ha contribuito ad accrescere quella professionalità che ha permesso al Reggimento di partecipare alle missioni fuori dei confini nazionali. Ieri in Albania, dove è stato impegnato a fianco del contingente multinazionale nel delicato compito di garantire la sicurezza delle vie di comunicazione con il Kossovo, primo impegno operativo all’estero dalla fine della Seconda Guerra Mondiale assolto con una competenza ed una professionalità unanimemente riconosciute, centinaia di migliaia i chilometri percorsi, innumerevoli gli interventi per il ripristino delle condizioni di sicurezza e della viabilità di itinerari nevralgici per il successo delle operazioni militari. Oggi nel Sud del Libano, inserito nel contingente multinazionale a guida italiana nell’ambito dell’Operazione “Leonte”, primo Reparto a giungere in territorio libanese dopo il cessate il fuoco e l’inizio del ritiro di Tsahal seguiti alla Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Questi fatti rappresentano oltre ogni parola il riconoscimento di una capacità professionale raggiunta con un addestramento quotidiano, intenso ed altamente qualificato, compito primo di ogni unità operativa: mantenere sempre a livelli ottimali le proprie capacità per essere in ogni momento una pedina efficiente e prontamente spendibile là dove sia necessario. Senza dimenticare la loro “criniera” antica, i “nuovi kepì” hanno indossato il basco blu delle Nazioni Unite per svolgere il loro ruolo imparziale di pacificazione, un contributo degli Artiglieri delle Batterie a Cavallo di Milano alla speranza di un futuro di pace in un’area funestata da decenni di tragedie. Ma non basta, perché al Reggimento è chiesto molto altro ancora. Tra le tante decorazioni al Valor Militare conquistate sui campi di battaglia che si levano sullo Stendardo glorioso delle “Volòire”, spicca la Medaglia d’Oro al Merito della Sanità Pubblica. Da sola, racchiude tutto il senso dell’impegno delle Batterie a Cavallo verso quella parte della società più gravemente toccata, sia essa vicina a noi che sui confini lontani dell’Albania o del Libano. Molte sono le azioni di alto impatto sociale che il Reggimento ha intrapreso, ma la più prestigiosa, quella che coinvolge il maggiore impegno e la più profonda dedizione, è certamente l’ippoterapia a favore dei ragazzi diversamente abili, un’iniziativa pilota in ambito nazionale incominciata oltre 25 anni fa che non ha bisogno di commenti: basta lo sguardo felice dei genitori ogni volta che entrano in caserma. Quest’anno il Reggimento aggiunge una nuova tessera nel mosaico della propria lunga storia: 120 anni di permanenza consecutiva a Milano, un primato, una continuità territoriale che non ha riscontri in nessun’altra unità del nostro Esercito. Un legame che in tutti questi anni si è intessuto con la città, 120 anni in cui le “Volòire” sono state insieme alla gente, fra la gente, crescendo con loro, sempre presenti, sempre disponibili, sempre ammirate. Non vi è Milanese che non sappia chi siano «quelli della Perrucchetti», la piazza il cui nome si è sovrapposto a quello della caserma, Santa Barbara, dove si addestrano professionisti moderni destinati a difendere la pace nel mondo, ma che ancora montano a cavallo con la stessa disciplina, coraggio ed eleganza dei tempi di Venaria Reale. Queste sono le Batterie a Cavallo che nelle pagine avanti Tomaso Vialardi di Sandigliano e Virgilio Ilari profilano con il loro rigore di storici, fatte di un ieri appena passato che vive nelle Memorie inedite di Emiliano Vialardi di Sandigliano, schizzi di vita reggimentale scritti con l’esperienza di chi il Reggimento lo ha conosciuto nel profondo, che potranno darci sensazioni di ricordi identici con il brivido di averlo servito. Queste Memorie di un “vecchio kepì” dalla vita militare intricata tra cavalli ed intelligence, narrate con la nostalgia del “fanciullo” che il Reggimento portava nel cuore perché era «il più bel Reggimento del mondo», ammirato da tutti, eguagliato da nessuno, trovano un parallelo visivo nella raccolta di cartoline militari, anche queste inedite, collezionate dalla passione di un altro “vecchio kepì”, Fernando Zancani, generosamente donate al Reggimento. Più di cento anni di “Volòire” che con la semplicità di un tratto danno un volto alla nostra Storia, alle nostre tradizioni, all’orgoglio di un’appartenenza, dividendo chi “c’è stato” da chi “non c’è stato”. Questo volume è il Reggimento con le sue Batterie a Cavallo, compagine di soldati che servono uno Stendardo intessuto nella storia d’Italia, accomunati da valori ed ideali che sono eterni. Per dirla con Emiliano Vialardi di Sandigliano, che «ringraziano Dio ed i Santi per essere degli artiglieri a cavallo, soldati in uno dei più superbi reggimenti del mondo».
TOMMASO VITALE

IL REGGIMENTO ARTIGLIERIA A CAVALLO

LE UNITÀ DI ARTIGLIERIA A CAVALLO

Ideate per accrescere rapidità di movimento e di fuoco sul campo di battaglia e quindi le capacità di manovra dell’armata, la prima unità di artiglieria a cavallo (reitende artillerie) fu creata da Federico II di Prussia nel 1759 durante la guerra dei Sette Anni. Se le Cavallerie batterien austriache risalgono al 1778, lo sviluppo della nuova specialità si ebbe solo con le guerre della Rivoluzione quando nacquero l’artillerie à cheval francese nel 1792 e la Royal Horse Artillery inglese nel 1793, imitate poi da quasi tutti gli eserciti europei. Basti ricordare che su 78 batterie impiegate a Waterloo, ben 31 erano a cavallo (13 francesi, 8 inglesi, 2 olandesi, 2 della legione hannoveriana, 2 di Brunswick e 6 prussiane). La nuova specialità era efficace come artiglieria di riserva per chiudere le falle dello schieramento, rinforzare le posizioni presidiate o prevenirne l’occupazione da parte del nemico, fornire il supporto di fuoco in combattimento e, nello sfondamento ed inseguimento, coprire le ritirate, sostenere le ricognizioni, resistere agli attacchi di sorpresa, rimediare agli errori tattici e topografici. Stabilirla in una posizione fissa sulla linea e impiegarla come normale artiglieria da campagna ne azzerava i vantaggi, ma era anche un errore economico, considerato il costo assai elevato per qualità del materiale speciale e per la selezione e l’addestramento particolare richiesti per i serventi. Durante le guerre napoleoniche le batterie a cavallo furono impiegate anche per fornire il supporto di fuoco alle grandi unità (Divisioni e Corpi) di cavalleria, consentendo così di allargarne il raggio d’azione. Si rivelarono inoltre efficaci anche per la difesa costiera negli intervalli tra le batterie fisse. Come si vede, le tre funzioni dell’artiglieria a cavallo napoleonica (sfondamento, penetrazione e difesa mobile) corrispondono a quelle per cui nacquero in seguito l’artiglieria semovente ed i carri armati.
IL REGGIMENTO D’ARTIGLIERIA A CAVALLO ITALIANO (1801-1814)

Il primo reggimento d’artiglieria a cavallo italiano fu lo squadrone cisalpino creato nel 1801 con 155 uomini su 2 compagnie (Andrea Montebruno), cui si aggiunse nel 1803 una compagnia autonoma della Guardia del presidente (poi Reale). La 2a compagnia (Antonio Alessandri) prese parte all’occupazione della Puglia (1803-1805) ed il capitano in 2a Francesco Neri di Ferrara difese con 40 uomini e 7 pezzi le Isole Tremiti. Nel 1805 lo squadrone formò, con 4 compagnie del treno, il Reggimento d’artiglieria a cavallo italiano (colonnello Frédéric Guillaume detto de Vaudoncourt, poi Gaetano Millo), forte in origine di 624 uomini (24 ufficiali, 12 specialisti, 196 artiglieri e 392 del treno), 228 cavalli da sella, 720 da tiro e 12 pezzi. Nel 1807 la 2a compagnia fu assegnata alla Divisione italiana in Prussia, la cui artiglieria (Montebruno) sostenne quasi da sola l’assedio di Colberg dove cadde il generale Teulié, fondatore della Scuola Militare di Milano. Inviata in Catalogna con la Divisione Pino, la 1a compagnia (Neri) si fece onore dal 1808 al 1813 agli assedi di Rosas, Gerona, Hostalrich, Tortosa, Tarragona, Sagunto, Valencia e Peñiscola e nella battaglia di Yachlia. La 2a (Giuseppe Fortis) e quella della Guardia (Antonio Mussi) fecero la campagna del 1809 dal Piave al Danubio e quella di Russia dove furono decimate. Nel 1813 il Reggimento fu ricostituito su 411 uomini, 4 compagnie e la compagnia della Guardia (57 uomini e 59 cavalli). Inviata in Germania nel dicembre 1812, la 3a compagnia a cavallo (Neri) combatté nel 1813 a Lützen, Bautzen e Lipsia, poi nell’estrema difesa del Regno italico sull’Adige e infine alla battaglia del Mincio dell’8 febbraio 1814, dove Millo fu ucciso mentre dirigeva il tiro delle batterie.
L’ARTIGLIERIA A CAVALLO NAPOLETANA E SICILIANA (1803-1816)

In un rapporto dell’11 dicembre 1803, il tenente colonnello napoletano Giovanni Antonio Torrebruna scriveva che il fattore decisivo non era il volume, ma la manovra del fuoco. L’artiglieria a cavallo dava vantaggi

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IL REGGIMENTO ARTIGLIERIA A CAVALLO

incalcolabili, consentendo di prevenire il nemico sulle posizioni dominanti, mascherare le manovre, seguire le avanguardie, rafforzare prontamente una parte della linea, fare attacchi improvvisi combinati con la cavalleria o la fanteria leggera. Proponeva perciò di crearne una brigata di 308 uomini su 4 compagnie. Accantonato per ragioni finanziarie, il progetto fu in parte attuato dopo la conquista francese del Regno di Napoli, cui parteciparono anche 5 compagnie d’artiglieria a cavallo, 1 italiana e 4 francesi del 1er RAC (Reggimenti d’artiglieria a cavallo). Il 25 luglio 1806 fu infatti formata con francesi una compagnia d’artiglieria a cavallo della Guardia reale napoletana di 100 uomini, 106 cavalli e 6 pezzi che seguì poi il re Giuseppe Bonaparte sul trono di Spagna. Nel 1809 il nuovo re Gioacchino Murat ne creò un’altra acquartierata a Castel dell’Ovo, aumentata nel 1810 a squadrone di 211 uomini su 2 compagnie (M. V. Pilon, poi Raffaele Silva), che nel 1812 partecipò con 88 uomini e 106 cavalli alla Grande Armée, ricevette 8 pezzi francesi all’arrivo in Germania e fu impiegata nel 1813 sulla Vistola ed a Bautzen. Nel 1807 fu costituita una compagnia anche in Sicilia, rimasta in mano anglo-borbonica, elevata nel 1808 a mezza brigata di 206 uomini: comandata dal maggiore Roberto Pellettrie e poi dal tenente colonnello Giovanni de Velasco, rimase a Palermo fino al 1816, quando fu fusa con l’unità ex-murattiana a formare un nuovo squadrone della Guardia reale borbonica (de Velasco) di 136 uomini, 76 cavalli e 8 pezzi.
LE QUATTRO BATTERIE VOLANTI SARDE “ALL’INGLESE” (1816-1830)

Il progetto dell’agosto 1814 sulla nuova Armata sarda prevedeva la creazione di un «corpo reale d’artiglieria volante» autonomo di 484 uomini su 4 compagnie sotto il comando del maggiore Giuseppe Bonafide appena promosso (nomina del 15 settembre). Il corpo fu però organizzato solo nel 1816 quando ricevette il materiale abbandonato dall’artiglieria inglese a Genova comprato ad un prezzo non indifferente. I pezzi da campagna inglesi erano cannoni da 6 e 9 libbre (six e nine pounders) ed obici da 5.5 pollici (140 mm.), che in Piemonte furono classificati come cannoni da 7 libbre e 1/3 ed obici «corrispondenti a quelli da 26», con avantreni particolari per l’attacco dei cavalli e la disposizione dei cofani. I serventi della batteria erano tutti seduti sui 20 veicoli (8 affusti e 12 cassoni da munizione), trainati da 8 cavalli. Il 27 settembre 1820 l’unità divenne «3° battaglione artiglieria leggera» (280 soldati d’ordinanza e 120 in ferma provinciale), cui erano addette le uniche 2 compagnie del treno esistenti. L’8 giugno 1823 l’organico fu elevato a 530 serventi e 122 conducenti, tutti provinciali, con 30 cavalli da sella e 114 da tiro. La dotazione di batteria stabilita nel 1827 era di:
• • •

6 pezzi (4 cannoni e 2 obici inglesi); 21 carri (8 da munizioni per cannone, 4 per obice, 5 per fanteria e cavalleria, 1 affusto con avantreno di ricambio, 2 carri da trasporto all’inglese, 1 fucina campale); munizionamento: 1.424 sacchetti con carica di polvere per cannoni; 1.060 palle da 7 libbre e mezza inzoccolate, 96 scatole di mitraglia del n. 85 a grande gittata; 160 scatole di mitraglia del n. 41 a piccola gittata, 328 sacchetti di polvere per obice, 228 granate da 26 libbre, 76 scatole da mitraglia da 26 libbre; 90.000 cartucce per fanteria e cavalleria.

LE DUE BATTERIE A CAVALLO SARDE (1831-1833)

Con Regie Patenti della reggente del Regno Maria Cristina, l’8 aprile 1831 fu stabilito (art. 11) che «Fra le quattro Compagnie dell’attuale artiglieria leggera le prime due … saranno destinate a far campagna come artiglieria leggera». I primi esperimenti erano stati fatti sull’esperienza di Alfonso La Marmora nei suoi viaggi all’estero, in particolare in Prussia (1830) e quella di Del Mayno Sforza, già luogotenente del Reggimento d’artiglieria a cavallo italiano e con l’entusiasmo di Vincenzo Morelli di Popolo. Con l’ordinamento Paolucci i conducenti furono immessi nelle compagnie leggere, ridotte a due sole, di cui una a Genova con funzioni di deposito, con 400 uomini e 352 cavalli, mentre 5 serventi per pezzo furono montati lasciandone solo 3 sul cofano. Il 23 agosto 1831 le compagnie d’artiglieria leggera furono ribattezzate «batterie a cavallo» ed inserite nei secondi battaglioni dei 2 Reggimenti d’artiglieria. Il 28 settembre ai sottufficiali e truppa delle batterie furono dati cordoni in seta o lana gialla, per «riparare all’inconveniente cui i cannonieri a cavallo [erano] andati

IL REGGIMENTO ARTIGLIERIA A CAVALLO

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sin [allora] soggetti di smarrire nelle esercitazioni ed evoluzioni a cavallo le bacchette delle pistole e lo sgorgatoio di cui [dovevano] essere necessariamente provvisti». Furono anche introdotte la gualdrappa turchina con gallone e granata in lana nera, valigia, tasche da sella, fonde, zaino, fodero, sciabola d’artiglieria e pistola mod. 1833. La dotazione della batteria era di:
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6 pezzi (4 da otto libbre e 2 obici da trentadue) con cofani sull’avantreno; 22 carri (8 cassoni di munizioni per cannoni, 4 per obici, 5 per fanteria e cavalleria, 1 affusto di ricambio per cannoni e 1 per obici, 2 carri a ridoli e 1 fucina campale); munizionamento per cannoni (nei cofani e nei carri): 832 palle, 208 scatole da mitraglia, 1.112 sacchetti di polvere, 1.760 cannelli da innesco, 232 soffioni, 300 metri di miccia; munizionamento per obici (nei cofani e nei carri): 168 granate, 60 scatole da mitraglia, 280 sacchetti di polvere, 1.150 cannelli da innesco, 58 soffioni, 52 metri di miccia.

La sostituzione dei vecchi affusti francesi del tipo Gribeauval col nuovo materiale mod. 1830, dotato di un cofano a tre posti per i serventi, accrebbe la mobilità delle batterie da battaglia rendendo superflue quelle a cavallo, tanto che nel 1832 si valutò la convenienza di sopprimerle. I difensori obiettarono che alle andature celeri in terreni difficili i serventi rischiavano di schizzare via dai cofani, ma soprattutto che l’artiglieria non poteva delegare alla cavalleria, «per tema di contestazioni tra le due armi sulla direzione delle operazioni», il servizio di “foraggieri” che era svolto dagli stessi artiglieri a cavallo. Si trattava di una tattica speciale usata quando la fanteria nemica si diradava per non fare da bersaglio all’artiglieria: si spediva allora quella a cavallo che, giunta in posizione, metteva i pezzi in batteria tenendoli mascherati e spiccava drappelli montati (i “foraggieri”) ad incalzare i fanti per costringerli ad esporsi al tiro d’infilata. L’argomento era forse un po’ specioso, ma le batterie a cavallo furono mantenute anche per le pressioni di La Marmora, sempre più convinto della loro utilità dopo i viaggi in Inghilterra, Spagna e Francia, dove aveva conosciuto il colonnello Antoine Fortuné de Brack ed il suo libro Avant-postes de cavalerie légère appena uscito. Il 5 gennaio 1833 le batterie a cavallo furono riunite alla 1a da battaglia nella 1a Brigata d’artiglieria campale. L’assetto della batteria in marcia era di 16 uomini e 22 cavalli:

• • •

3 pariglie da tiro per l’avantreno cui era attaccato il pezzo. Ogni pariglia era montata da un conducente che governava anche il cavallo affiancato, all’origine del comando specifico delle “Volòire” «gambe al montato e frusta al sottomano»; a fianco della prima pariglia il Capo pezzo montato; a seguire 3 pariglie per il cassone munizioni; a seguire la pattuglia di 9 serventi.

IL POTENZIAMENTO DELLE BATTERIE A CAVALLO DAL 1842 AL 1848

Molto presto gli uomini delle batterie a cavallo divennero una élite con un addestramento esclusivo che vedeva introdotti comandi, movimenti e funzioni inedite. Nel 1842 il numero dei serventi al pezzo fu aumentato a 10, tutti montati, abolendo i sedili sui cofani ed aumentando i cavalli da sella da 80 a 112. Lo stesso anno Gioacchino Bellezza fu promosso ufficiale e decorato di medaglia d’Argento per il coraggio dimostrato in un gravissimo incendio sviluppatosi a Venaria Reale, sede della 1a batteria a cavallo, in cui andarono perduti documenti fondamentali per la ricostruzione della sua storia. Il 14 ottobre 1843, dopo sei anni di sperimentazioni e su intervento diretto di Carlo Alberto (il suggerimento era stato di Alessandro La Marmora, fratello maggiore di Alfonso), fu adottato il nuovo affusto a cosce divergenti verso la coda progettato nel 1837 dal capitano Giovanni Cavalli. Questo modello favoriva la stabilità del pezzo sia durante il traino che durante il fuoco: l’affusto adottato per le batterie a cavallo era alleggerito dall’assenza degli aloni, con ruote più basse e freno ad attrito anziché a scarpa, mentre il maschio di unione dei treni fu fissato ad un mollone a balestra applicato per lungo sotto il telaio dell’avantreno che consentiva di percorrere ad alta velocità terreni difficili, scoscesi e dissestati, senza dover unire i treni con la corona di corda.

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IL REGGIMENTO ARTIGLIERIA A CAVALLO

Nel 1844 le batterie a cavallo assunsero il distintivo della criniera nera (bianca per i trombettieri) derivata dal pennacchio “a salice piangente” portato sullo shakot, sostituito nel 1849 dal kepì ed entrò nell’uso il soprannome “Volòire” (dal piemontese: “ratavolòira / ratevolòire”, pipistrello / pipistrelli, poi solo “volòira” / “volòire”, volanti / volante) per l’effetto visivo, di notte, delle criniere al galoppo che battevano sulle soprane. Il 7 gennaio 1845 le Brigate, corrispondenti agli odierni Gruppi, furono ordinate su 2 sole batterie e la 1a campale assunse il nome di «brigata d’artiglieria a cavallo». L’organico al 26 maggio 1846 era di 156 uomini (4 ufficiali, 128 d’ordinanza e 24 provinciali) sul «piede di pace», di 228 (4 ufficiali, 152 d’ordinanza e 72 provinciali) sul «piede armato» e di 264 (5 ufficiali, 155 d’ordinanza e 104 provinciali) sul «piede di guerra». Il 25 marzo 1848 fu ordinata la formazione di una 3a batteria a cavallo con pariglie donate dall’aristocrazia torinese, tra cui un tiro a sei del principe di Carignano. Ogni batteria era dotata di 34 veicoli trainati da 3 pariglie ciascuna:
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9 pezzi: 6 cannoni di bronzo da otto libbre (mm. 95,9) e 2 obici da 15 cm. a canna lunga (mm. 151,5); 7 carri (2 da munizione per cannoni, 1 per obici, 1 affusto di ricambio, 1 fucina da campo, 1 carro a ridoli, 1 carro bagaglio); colonna munizioni al seguito con 19 carri (12 da munizione per artiglieria, 4 per fanteria, 1 fucina, 1 affusto di ricambio, 1 carro a ridoli); munizionamento: 2.160 colpi, 280 per cannone (palle da 3 kg. scatole da mitraglia da kg. 5,220) e 240 per obice (granate e bombe da 8 kg. scatole di mitraglia da 12 kg.).

NELLA PRIMA GUERRA D’INDIPENDENZA (1848-1849)

Durante la campagna del 1848 le batterie a cavallo furono assegnate alle 3 Brigate di cavalleria, le prime due inquadrate nel I e II Corpo d’Armata e la terza nella Divisione di Riserva. Gioacchino Bellezza, comandante la 2a sezione della 1a batteria, si distinse il 9 aprile al passaggio del Mincio a Monzambano meritando la promozione a luogotenente “sul campo”. Il 6 maggio, a Santa Lucia, fu ancora Bellezza ad affrontare con i soli serventi un improvviso attacco austriaco che minacciava di travolgere la Brigata “Aosta”, lo stesso Re ed il suo Stato Maggiore, mantenendo il fuoco sotto il tiro di una batteria nemica. Decorato di medaglia d’Oro, meritò altre due menzioni onorevoli per aver sedato un tumulto il 30 maggio al Castello di Milano e per la battaglia di Novara del 23 marzo 1849, dove comandò una batteria. In linea anche a Goito, Custoza e nella difesa di Milano, le batterie a cavallo seppero dimostrare capacità e coraggio, chiudendo la storia della Prima Guerra d’Indipendenza. Fu infatti il “tromba” della 1a a cavallo ad accompagnare i parlamentari sardi al Quartier Generale del maresciallo «Johann Josef Wenzel Graf Radetzky von Radetz».
LE BATTERIE A CAVALLO (1849-1887)

Il nuovo ordinamento del 1° ottobre 1850 ridusse le batterie a cavallo a due (con 126 uomini e 90 cavalli) e la 3a andò a formare l’11a batteria del Reggimento da campagna. Non presero parte alla spedizione in Crimea ma fornirono uomini e cavalli. Nel gennaio 1859 tutte le batterie furono ridotte a 4 pezzi (quelle a cavallo con 2 cannoni da otto libbre e 2 obici), ma il 1° marzo furono raddoppiate a 8 ed a fine marzo furono ricostituite le terze sezioni. Le colonne munizioni furono separate dalle batterie e riunite in parchi divisionali. Per la campagna del 1859 le batterie a cavallo furono mobilitate su 6 pezzi da otto libbre e 2 obici con 100 e 108 colpi per pezzo ed un carreggio di 11 veicoli (5 carri di munizioni, 1 per bagaglio, 3 per viveri e foraggio, una fucina e un affusto di ricambio da obice). Con l’ordinamento dell’anno successivo la brigata a cavallo fu inquadrata nel 5° Reggimento Artiglieria da campagna, sempre a Venaria Reale. Nella campagna del 1866, dopo una momentanea assegnazione alla Divisione di cavalleria, la 2a a cavallo fu distaccata presso la 9a Divisione di fanteria con la quale partecipò eroicamente alla battaglia di Custoza, mentre la 1a coprì la ritirata. I problemi strutturali di finanziamento del 1871, nel quadro di una riduzione degli organici, fecero sopprimere le 2 batterie a cavallo, diventando l’8a e la 9a batteria del 5° Reggimento Artiglieria da campagna di stanza a Milano, ma nel 1883, riconosciuta la necessità di una sezione di artiglieria alle

IL REGGIMENTO ARTIGLIERIA A CAVALLO

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Divisioni di cavalleria, presso l’8° Reggimento Artiglieria da campagna di stanza a Verona, le “Volòire” risorsero su 4 batterie a cavallo raggruppate in 2 Brigate con cannone da 7 Br. a retrocarica mod. 1877 incavallato su un affusto da 9 e cavalli che venivano anche da speciali rimonte di Hannover. Fu concesso il fregio di cannoni e sciabole incrociati mantenendo, a memoria dell’origine, la criniera nera infilata con la tulipa nella nappina del kepì. Nell’agosto 1887 fu costituita la 3a Brigata di batterie a cavallo.
IL REGGIMENTO ARTIGLIERIA A CAVALLO

Con legge ordinativa del 23 giugno 1887 e decreto dell’agosto, il 1° novembre fu costituito a Milano il Reggimento Artiglieria a Cavallo (colonnello Giuseppe Guy) acquartierato a Porta Vittoria («Il Reggimento stanzierà in Milano, nei Quartieri S. Filippo, S. Gregorio [in soprariga], S. Gerolamo e Castello»). Vi confluirono le 3 Brigate su 6 batterie ed 1a Brigata treno, costituite su 3 Gruppi (nuova denominazione delle Brigate) di 2 batterie ciascuno. Su uno dei suoi affusti fu trasportata la salma di Umberto I, assassinato il 29 luglio 1903 a Monza. La bandiera che ne avvolse la salma è conservata al Reggimento. Nel 1903 Boito compose il “ritornello” reggimentale, che servì per l’introduzione della canzone “La Volòira” musicata da Amadei del 73° Fanteria su parole del 4° colonnello Comandante del Reggimento, 12° Comandante delle Batterie dalla loro formazione, Carlo Guicciardi di Cervarolo. Dallo stesso anno l’armamento fu costituito da cannoni da 75 A mod. 1902, sostituiti nel 1908 da cannoni da 75 mod. 1906, poi mod. 1912 dopo l’alleggerimento dell’affusto. Con la formazione di una nuova Divisione di cavalleria, il 1° novembre 1911 fu costituito il IV Gruppo di batterie a cavallo (7a e 8a).
NELLA PRIMA GUERRA MONDIALE

Ciascun Gruppo di batterie a cavallo (ogni batteria su 255 cavalli e 168 uomini) fu assegnato ad una Divisione di cavalleria, ma per l’impossibilità di impiego sui terreni carsici le Divisioni di cavalleria furono ritirate dal fronte nella primavera del 1916 ed appiedate. I Gruppi a cavallo seguirono la stessa sorte e furono schierati in funzione di difesa costiera e contraerea, per tornare in linea a copertura delle varie azioni. Il I Gruppo, dopo i combattimenti di Selo e Stari-Lavka, fu assegnato alla Colonna mista Airoldi (colonnello Luigi Airoldi di Robbiate) e schierato sul Montello in appoggio alle batterie del 5° Reggimento Artiglieria da campagna, sotto l’osservatorio del tenente Emiliano Vialardi di Sandigliano, poi Aiutante Maggiore in prima delle “Volòire” dal 1934 al 1941. Il III Gruppo, da Dolina Bertolé, fu impegnato nella conquista di Hudi-Log, Selo e StariLavka ripiegando poi sul Tagliamento, mentre il II ed il IV Gruppo contribuirono ad arginare l’avanzata austriaca a Tolmino e Solcano. Consolidata la linea del Piave, il Reggimento fu ricostituito nella sua integrità sotto l’eccezionale comando del colonnello Giacomo Papi e destinato alla difesa dell’altopiano di Asiago con la VI Armata. Il 29 ottobre 1918 passò il Piave con la Divisione di cavalleria all’inseguimento austriaco. Per il coraggio e l’incisività delle loro azioni, le Batterie a Cavallo furono citate sia nel Bollettino di guerra n° 1266 del Comando Supremo del 3 novembre, sia nella Relazione sulla battaglia di Vittorio Veneto. Per il loro comportamento, il conte di Torino Vittorio Emanuele Savoia-Aosta, comandante generale dell’arma di Cavalleria, concesse alle Batterie a Cavallo rientrate a Milano nella primavera del 1919 il motto «Igni ferroque tonantes, in hostem celerrime volant».
TRA LE DUE GUERRE

Considerato disutile nelle nuove esigenze d’impiego, il 21 novembre 1919 il Reggimento perse il III ed il IV Gruppo. Sciolto nel luglio successivo anche il II Gruppo, il 1° luglio 1920 gli furono accorpati 5 Gruppi su 3 batterie ciascuno del Reggimento Artiglieria campale misto autoportato, da cui la nuova denominazione di Reggimento Artiglieria misto autoportato. 2 Gruppi autoportati da 75 rimasero a Milano a Porta Vittoria, mentre gli altri 3 Gruppi da 100, da 105 e da 149 raggiunsero prima il distaccamento di Pavia e poi quello di Crema.

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IL REGGIMENTO ARTIGLIERIA A CAVALLO

Nelle nuove configurazioni dell’Esercito del 1923 e del 1928, il Reggimento, persi i Gruppi portati, riassunse il nome di Artiglieria a Cavallo e nell’aprile del 1928, sempre sotto il comando del colonnello Papi, ricostituì il III ed il IV Gruppo a cavallo, ritornando su 4 Gruppi ciascuno di 2 batterie più 1 “quadro”, cioè con i soli materiali e senza uomini. Nel 1931 il Reggimento (colonnello Mario Gaggini) lasciò la caserma di Porta Vittoria per spostarsi nella nuovissima caserma Principe Eugenio di Savoia di piazzale Perrucchetti, sul confine della piazza d’Armi di Baggio. Quando le Divisioni di cavalleria furono sostituite da 2 Divisioni Celeri (1ª Divisione “Eugenio di Savoia” di stanza a Udine e 2ª Divisione “Emanuele Filiberto Testa di ferro” di stanza a Ferrara), furono assegnate loro 2 Gruppi di batterie a cavallo ciascuna. Nel giugno 1934 fu costituita la 3a Divisione Celere “Principe Amedeo Duca d’Aosta”. Contemporaneamente fu decisa l’assegnazione alle 3 Divisioni di un solo Gruppo a cavallo, per cui il Reggimento sciolse il IV Gruppo trasferendo la 10a batteria al I Gruppo e l’11a al II in sostituzione di quelle quadro, che furono quindi su 3 batterie ciascuno, mentre il III Gruppo rimase su 2 batterie. Ciascuna Divisione ebbe nell’organico i 3 Reggimenti di Divisione Celere (Articeleri, dalla crasi telegrafica “artcelere”) costituiti nello stesso anno, che assunsero il nome delle rispettive Divisioni, ognuno su un Gruppo a cavallo con batterie da 75/27 mod. 906/12 del Reggimento Artiglieria a Cavallo, un Gruppo con batterie motorizzate leggere da 75/27 mod. 1911 del Reggimento Artiglieria Leggero “Treviso” ed un Gruppo con batterie motorizzate pesanti campali da 105/28 del 6° Reggimento Artiglieria di Corpo d’Armata. Il 1° Articelere fu di stanza a Pordenone (colonnello Gavino Pizzolato), il 2° a Ferrara (colonnello Giovanni Marciani) ed il 3° a Milano (colonnello Alessandro Valerio) alla Principe Eugenio di Savoia. Assunse il Comando ed il Deposito del Reggimento Artiglieria a Cavallo, che privato dei suoi Gruppi fu sciolto il 1° ottobre, adottandone «nella gloria del nome» lo stemma araldico, il motto ed il ritornello reggimentale. Il 1° gennaio 1935 assunse il nome di 3° Reggimento Artiglieria Celere “Principe Eugenio di Savoia”. Parte non minore nello scioglimento del Reggimento sembra averla avuta il Sottosegretario alla Guerra Federico Baistrocchi come vendetta per non essere riuscito ad entrarvi: alle “Volòire” si andava per “chiamata” personale, non per desiderio e meno che mai per raccomandazione.
NELLA SECONDA GUERRA MONDIALE IN RUSSIA

I 3 Celeri furono destinati all’Africa settentrionale senza i Gruppi a cavallo non idonei all’area desertica. Riuniti a Pescantina di Verona, con circolare n° 58430 del 22 giugno 1941 i 3 Gruppi ricostituirono ancora una volta agli inizi di luglio il Reggimento Artiglieria a Cavallo (3°) su 3 Gruppi di 2 batterie ciascuno. Il Gruppo a Cavallo del 1° Articelere divenne il I Gruppo (maggiore Anton Giulio Salvetti), il Gruppo a Cavallo del 2° Articelere divenne il II Gruppo (tenente colonnello Nicola Li Donni), mentre il Gruppo a Cavallo del 3° Articelere divenne il III Gruppo (tenente colonnello Vincenzo Borghini Baldovinetti). Il Reggimento (colonnello Cesare Colombo) partì per il fronte meridionale russo il 24 ed il 25 luglio inquadrato nella 3a Divisione Celere “Principe Amedeo Duca d’Aosta” con il XXXV Corpo d’Armata (C.S.I.R.) sotto il comando del generale Messe. A Chazepetowka, il 9 dicembre la 1a batteria del I Gruppo effettuò l’ultima “presa di posizione al galoppo” che aveva reso celebri le “Volòire” risorgimentali. Operando una larga conversione sotto il fuoco russo, raggiunse la linea dei due battaglioni dell’81° Fanteria e, poste a terra le code dei cannoni, non ancora allontanati i serventi e gli avantreni, scatenò la salva che bloccò l’azione russa che permise la conquista dello strategico casello ferroviario (Bulawin). All’alba di Natale i Russi sferrarono un violento attacco sostenuto dall’artiglieria pesante, carri e cavalleria cosacca che coinvolse la 3a Divisione Celere, soprattutto le postazioni del III Gruppo. Furono impegnati tutti i Gruppi spiegati da Jwanoskj a Chazepetowka, dove la 5a batteria di Majnoni di Intignano espresse al livello più alto l’anima delle “Volòire”. Solo il 26 l’accerchiamento fu rotto con l’appoggio di un Reparto di Panzer tedeschi. La “battaglia di Natale” era conclusa. Il 5 agosto 1942 il Reggimento raggiunse il Don con “Savoia” e “Novara”. Il 20 i Russi sferrarono una violentissima offensiva coperta da un fuoco imponente appoggiata da pesanti formazioni corazzate che travolse le Divisioni “Sforzesca” e “Ravenna” costringendole al ripiegamento. Il 21 il contrattacco italiano fu appoggiato dalla cavalleria e dai 3 Gruppi a cavallo. Il 24 il II Gruppo del tenente colonnello Marco Antonio Albini (medaglia di Bronzo al V. M. “sul campo”) coprì, sparando a puntamento diretto, il contrattacco di “Savoia”

IL REGGIMENTO ARTIGLIERIA A CAVALLO

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nella leggendaria carica di Quota 213,5 - Isbuchenskij, storicamente non l’ultima, che fu invece quella di Poloy del 18 ottobre in Croazia (Cavalleggeri di Alessandria sotto il comando del colonnello Antonio Ajmone-Cat). Per le azioni di dedizione ed eroismo tra l’agosto 1941 ed il maggio 1942 lo Stendardo del Reggimento (colonnello Domenico Montella) fu decorato di 2 medaglie d’Argento al V. M., la prima concessa “sul campo”. Le perdite del Reggimento furono rimpiazzate con “complementi” provenienti dal Deposito di Gallarate trasferito da Milano per maggior sicurezza. Dopo lo sfondamento russo ed il crollo del fronte, il 17 gennaio 1943 le “Volòire” agli ordini del colonnello Montella iniziarono la terribile marcia di rientro, attaccate da ogni parte, a difesa del ritiro della fanteria italiana soprattutto alpina per aprir loro un varco ad Ovest. Il II ed il III Gruppo furono annientati alla fine di gennaio, preferendo morire a fianco dei propri pezzi e dei propri cavalli, mentre il I Gruppo, dopo aver appoggiato lo sganciamento dal nemico del battaglione Alpini “Morbegno”, il 20 gennaio 1943 entrò in contatto con una ventina di T-34 russi. La battaglia durò, ad intervalli, fino al 27 quando rimasto con i 2 soli cannoni della 2a batteria il tenente Ludovico Grisi della Piè ordinò per l’ultima volta nella storia delle “Volòire” lo sgancio degli avantreni, aprendo un fuoco di sbarramento. Frammenti di leggenda vogliono che lo Stendardo affidato al I Gruppo dal colonnello Montella sia stato bruciato mentre i carri armati russi annientavano quello che rimaneva delle Batterie a Cavallo – uomini, cannoni e cavalli –, scheggia di quella leggenda che 786 uomini del Reggimento seppero scrivere in terra russa sulle proprie croci senza nome. Per il comportamento di tutti i suoi uomini durante la ritirata del novembre 1942 - gennaio 1943, allo Stendardo fu conferita la terza medaglia d’Argento al V. M. con una motivazione che si concludeva «… Fiero di essere a guardia delle tradizioni delle vecchie “Volòire”, fornendo esempi sublimi di eroismo e di altruismo, si sacrificava nella totalità attorno a quei pezzi che solo l’inesorabile massa d’acciaio nemico, annientandoli col suo peso, riusciva a far tacere» e che meglio avrebbe giustificato una medaglia d’Oro.
8 SETTEMBRE 1943

Nella primavera del 1943 i superstiti di Russia, ufficiali, sottufficiali ed artiglieri, si riunirono a Gallarate per ricostituire il Reggimento su 3 Gruppi, il I ed il II a cavallo, il III motorizzato con i nuovi cannoni da 75/27. C’erano, tra gli altri, Marcone Terzago, Caccia Dominioni, Magi Braschi, Oltrona Visconti, Solaroli di Briona e Bruno Martegani, uno dei migliori marescialli di batteria che le “Volòire” moderne abbiano avuto. Il comando, stabilito a Lugo, fu assunto dal colonnello Giovanni Pacinotti e con “Savoia” e “Novara” fu ricostituita la 3a Divisione Celere. Alla dichiarazione dell’armistizio dell’8 settembre Pacinotti ordinò il congedo di tutti gli artiglieri, la distribuzione dei cavalli fra i contadini e la manomissione dei pezzi, interrati sparsi gli otturatori ed i percussori. Il 26 settembre il Comando di Divisione riunito ad Imola fu sorpreso dalle forze tedesche per una delazione. Pacinotti aveva dichiarato la propria indisponibilità, ma Marcone Terzago, Solaroli di Briona e Magi Braschi arrivati ad Imola in bicicletta per raccogliere notizie furono catturati senza conseguenze. Ancora una volta le “Volòire” avevano cessato di esistere.
LA RINASCITA

Nella riorganizzazione posbellica dell’Esercito, il Reggimento Artiglieria a Cavallo fu tra le prime unità ricostituite. Il 20 novembre 1946 poté rientrare nella caserma di Milano, ora Santa Barbara, su un reparto Comando Reggimentale e 3 Gruppi, il I ed il II con pezzi da 88/77, il III “quadro”. La tradizione gli aveva lasciato il nome “a cavallo”, ma i cavalli erano diventati cingoli di corazzati ed il kepì era sparito con l’adozione del battle-dress. Il 4 novembre 1947 il Reggimento ricevette il nuovo Stendardo e tre anni dopo ritornò il kepì, anche se kaki e senza criniera, mentre sullo Stendardo era appuntata la quarta medaglia d’Argento al V. M. Il 1° gennaio 1952 il materiale su ruota del I e del II Gruppo fu sostituito da cingolati semoventi ed il III Gruppo divenne Gruppo contraereo leggero. Si affiancò un Sottoraggruppamento controcarro con un Reparto Comando e 2 Gruppi (IV e V) controcarro da 76/55 su 2 batterie da 6 pezzi; conseguenza fu l’adozione del basco nero dei Corazzati, ma ornato del fregio di cannoni e sciabole, mentre sui kepì dei trombettieri tornarono le criniere bianche.

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IL REGGIMENTO ARTIGLIERIA A CAVALLO

Tra il 1954 ed il 1960 il Reggimento assunse denominazioni differenti secondo la dipendenza ed i mutamenti di organico e di impiego, mantenendo l’attribuzione “a cavallo”. Nel 1961 perse anche quella diventando Reggimento Artiglieria da campagna semovente, ma il 1° agosto 1964, contemporaneamente alla dotazione degli obici da 155/23 su scafo M-44, il Reggimento riassunse la sua denominazione storica ed il 2 ottobre 1989 ricevette il nuovo stemma araldico, un misto di storia e stravaganza.
LA BATTERIA STORICA A CAVALLO

A fine settembre 1965 Milano ospitò il Military Tattoo, il cui personale fu alloggiato nella caserma Santa Barbara, 25 ufficiali, 436 uomini di truppa e 70 cavalli. Era presente anche il Royal Horse Artillery («The King’s Troop»), la “batteria a cavallo” voluta da Giorgio VI nel 1947: «following the mechanisation of the last batteries of horse drawn artillery, a troop of horse artillery should be kept to take part in the great ceremonies of State». Il Comandante del Reggimento Agostino Sorce, discusso e per questo ottimo, lasciò il comando il 31 ottobre 1965 con la promessa precisa di dare anche alle “Volòire” una batteria storica. Il 31 gennaio lo SME con circolare n° 100 R/15162551 autorizzò la costituzione “extra organico” di «una batteria ippotrainata da 75/27 mod. 906», «ippotrainata» e non «a cavallo» perché erano reperibili solo i pezzi gommati in dotazione nella Seconda Guerra Mondiale. Si rifecero le scuderie, l’infermeria quadrupedi, la cavallerizza ed il maneggio, ma soprattutto si dovettero formare i nuovi “artiglieri a cavallo” con artiglieri di leva ed Uffici Logistici lontani dalla tradizione del Reggimento. Arrivarono le rimonte acquistate in Irlanda da Marcone Terzago ed i finimenti rifatti sugli originali dalla Selleria Pariani. E fu ancora Marcone Terzago con l’aiuto del Capo della Divisione Generale di Artiglieria dello SME Franco Andreis, già Comandante della 1a Batteria a Cavallo a Pordenone, a rintracciare i 4 pezzi “filologici” da 75/27 mod. 1906/12. A fine novembre 1967 la Batteria a Cavallo era un Reparto completo ed il 2 giugno 1968, a Roma, sfilò nella più perfetta delle tradizioni delle “Volòire” ad ulteriore riprova delle parole del tenente colonnello Salvetti prima di cadere in Russia: «il Reggimento ha uno spirito immortale». Oltre ogni ostacolo.
TOMASO VIALARDI DI SANDIGLIANO VIRGILIO ILARI

EMILIANO VIALARDI DI SANDIGLIANO

Emiliano Jan Vialardi di Sandigliano nacque a Moncalieri il 30 agosto 1898, secondo figlio del maggior generale Tomaso, fondatore del 1° Gruppo Alpino Sciatori. Gli piaceva la musica, suonava bene il piano, desiderava fare il direttore d’orchestra e non considerava il cavallo quella cosa eccezionale di cui parlava suo fratello Carlo, tenente al 5° Artiglieria da Campagna. Si era iscritto al Politecnico in obbedienza al padre, aveva dato i primi esami e coltivava allegramente il suo penchant per le giovani signore. Scoppiò la guerra. La Patria da immateriale divenne un fatto tangibile e Jan Vialardi si ritrovò il 1° giugno 1918 sottotenente in Zona di Guerra sul Montello, appollaiato in un azzardato osservatorio di tronchi e frasche a quattro piani, a poche centinaia di metri da suo fratello. Sotto, le batterie del 5° Artiglieria e poi quelle del I Gruppo a cavallo sparavano giorno e notte rimbalzando gli echi fino alle rovine dell’abbazia di Nervesa. Davanti, le vampe delle batterie austriache a massima cadenza si mescolavano al tonfo sordo dei tiri a gas ad intervalli cortissimi, fumo acre che si stendeva sulla terra riempiendo le doline, ovattando lo sciacquio dei barconi austriaci che se ne andavano. Odore di morti dappertutto, 15-19 giugno 1918, “battaglia del solstizio”. Odore di terra smossa e calce viva che ricopriva brandelli di soldati senza nome impossibili da riunire, aratura di proiettili, buche di calibri grossi ricoperte di uniformi, teli da tenda, calce, terra. Tombe di guerra, battaglia del Montello. Jan Vialardi era stato proposto per una medaglia d’Argento, ma poiché suo fratello aveva già avuto due Croci di Guerra, il generale Vialardi pensò che non fosse il caso che i suoi figli fossero decorati contemporaneamente. Gli furono concesse una Croce al Merito e 3 medaglie commemorative che, come disse a suo padre, erano in vendita in qualsiasi chincaglieria. Ebbe la certezza che la vita militare non gli piaceva e pensò finalmente al Conservatorio. Il generale Vialardi fece invece decantare la decorazione qualche anno, la medaglia d’Argento divenne una promozione per Merito di Guerra nel 1921 ed una Croce al V. M. nel 1923 («Ufficiale osservatore di gruppo, durante un’importante offensiva nemica, durata più giorni, dimostrò calma e sprezzo del pericolo. Lavardina, 15-22 giugno 1918»). Nell’agosto 1921 Jan Vialardi si ritrovò ufficiale effettivo assegnato al 5° Artiglieria di stanza a Venaria Reale, bel Reggimento di grandi tradizioni dove i subalterni chiamavano gli ufficiali per titolo nobiliare e non per grado. Incominciò ad amare i cavalli che, negli anni, gli regalarono le vittorie che dedicò al 9° Artiglieria campale di Trento dal 1930 al 1932 ed alle «splendenti Batterie a cavallo» dove, su chiamata del colonnello Valerio, arrivò nell’aprile 1932 come comandante della 5a Batteria a cavallo del III Gruppo. Sciolto il Reggimento il 1° ottobre 1934, passò al 3° Celere “Principe Amedeo Duca d’Aosta” assumendo a fine novembre l’incarico di Aiutante Maggiore in prima che mantenne fino al 1941, tanto nelle operazioni sul Fronte Occidentale quanto in Africa Settentrionale. Dopo la prima controffensiva inglese del dicembre 1940 che si era incuneata nello schieramento italiano verso Marsa Matruh, nel quadro del potenziamento delle truppe in Zona di Guerra erano partiti anche i 3 Reggimenti di Artiglieria Celere senza i Gruppi a cavallo. Ritenuti non idonei in zona desertica, furono destinati alle operazioni in Russia nel ricostituito Reggimento Artiglieria a Cavallo. Vialardi si imbarcò con il 3° Celere “Principe Amedeo Duca d’Aosta” (colonnello Cesare Ruggeri Laderchi) a Napoli il 5 febbraio sera e raggiunse senza scorta Tripoli l’8 dove la Divisione “Pavia”, da cui il 3° avrebbe dovuto dipendere, non lo aspettava. Lo Stato Maggiore aveva dimenticato di comunicare al Comando Superiore Italiano dell’Africa Settentrionale l’arrivo di un Reggimento intero, cannoni ed artiglieri compresi. In una ricognizione di routine con il colonnello Ruggeri Laderchi, un Matilda sbucato da dietro una piccola moschea sparò una raffica che capovolse la jeep e strisciò Laderchi, mentre Vialardi batté lo sterno all’altezza del fegato. Di per sé nulla di grave, ma dopo i gas austriaci sul Montello il suo fegato zoppicava non poco. Fu ricoverato all’ospedale di Bengasi dove, costatato l’aggravamento, il 7 giugno fu fatto rientrare all’ospedale militare di Napoli con la nave Arno. Contro il parere dei medici ritornò a Milano nell’agosto per prendere servizio al deposito del 3° Celere a Gallarate.

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EMILIANO VIALARDI DI SANDIGLIANO

Ai primi di luglio 1943 il fegato gli faceva particolarmente male ed al giuramento delle reclute l’Ordine del Giorno incrociò, in un discorso più astioso del solito, Fascismo e GIL (Gioventù Italiana Littorio). Si concludeva:
« … rompete questo silenzio con il vostro grido di fedeltà al Reggimento, per il quale dovrete combattere presto, non nelle comode retrovie dove è facile vivere e diventare qualcuno, ma di fronte al nemico, dove è facile soltanto morire e non essere più nessuno ».

Il neo generale Sforza, che doveva rifarsi una verginità fascista con il Federale di Milano, lo denunciò direttamente a palazzo Venezia e Vialardi fu convocato a Roma per «sentimenti antifascisti». Per non fare il saluto al Duce si fece ingessare il braccio destro al Pronto Soccorso della stazione Termini, con una certa ansia del colonnello Valerio che lo aveva accompagnato. A palazzo Venezia, oltre Mussolini, c’era il generale Sorice, incastrato tra la sua sedia di Segretario alla Guerra ed un caporale in camicia nera. Il tutto si sarebbe dovuto concludere con un semplice audiendum verbum «in memoria di quanto aveva significato il nome Vialardi nella storia militare d’Italia», parola del Duce!, ma Jan Vialardi aveva visto sul tavolo una copia del suo Ordine del Giorno con scritto di pugno di Mussolini a matita blu: «ecco che cosa scrivono i tuoi ufficiali. Trasferire immediatamente!». Un paio di giorni dopo arrivò l’ordine di trasferimento nelle 24 ore al deposito del 47° Artiglieria a Lecce, Reggimento poco felice ma che raccoglieva ufficiali e subalterni che la pensavano diversamente sul Fascismo. L’episodio è riportato faziosamente falsato in Occasioni mancate da Yolanda Olmi Carletti alias Jo Di Benigno, pseudonimo di madre di ardenti libri in orbace e diari postfascisti scritti per abbattere padroni già abbattuti e salvare servi diventati padroni, costruiti su fatti cui di pochi l’autrice era stata testimone diretta se non tra le lenzuola del suo amico Sorice:
« … il maggiore Vialardi, comandante di un gruppo di batterie a cavallo, per un ordine del giorno fatto ai suoi reparti in cui adoperava frasi niente affatto lusinghiere per la GIL. …, tempesta finita senza provvedimenti, escluso un audiendum verbum nell’ufficio del sottosegretario di Stato ».

A Lecce nacque la prima stesura delle “Memorie” sulle Batterie, appunti per un tempo che non ci sarebbe stato più. Il fegato continuava a dargli problemi ed il Comandante del 47°, un ufficiale perbene che nell’inverno le SS imbarcarono per un soggiorno “rieducativo” senza ritorno ad Auschwitz, lo rimandò all’ospedale di Napoli. L’8 settembre colse Vialardi in pigiama su un camioncino di frutta e verdura con le sponde tenute insieme da una molla di materasso che arrancava verso Roma. Andò a Sandigliano, al castello del Torrione, perché gli Americani avevano bombardato la sua casa di Milano ed i Repubblichini e le Waffen-SS si stavano chiedendo dove era finito. Paolo Solaroli di Briona lo aveva contattato attraverso la sorella di Oltrona Visconti, Donna Vittoria, brillante amazzone che gli aveva tenuto i cavalli da quando il Reggimento si era imbarcato a Napoli. Seppe degli arresti di Imola e dell’ordine di scioglimento dato da Pacinotti. Decise di aspettare. A fine febbraio 1944 Edgardo Sogno Rata del Vallino di Ponzone alias Franco Franchi, Comandante la formazione partigiana filo-inglese “Franchi” dipendente dal SOE (Special Operations Executive), lo invitò ad una riunione nella chiesa di Gesù Nazzareno, a Torino. Con Sogno c’erano rappresentanti di John McCaffery, capo dello Special Force inglese e di Allen Dulles, capo del Secret Intelligence Branch dell’OSS (Office of Strategic Services), che gli proposero di formare un gruppo d’intelligence con compiti di controllo sui movimenti dei reparti tedeschi e repubblichini nel Biellese, Vercellese e bassa Val d’Aosta. Vialardi pose una condizione: il gruppo avrebbe agito riconosciuto ma svincolato dal CLN (Comitato Liberazione Nazionale), su cui aveva non pochi dubbi e sarebbe dipeso direttamente dall’OSS. La discussione non era stata serena, ma alla fine gli Inglesi avevano ceduto persino sul nome della formazione, REX (CMRP-SIM per il CLN), che Vialardi aveva voluto per indicarne l’origine militare e non comunista, senza nessun’altra implicazione. In cambio gli Inglesi imposero un loro ufficiale di collegamento, inaspettatamente conosciuto: Paolo Solaroli di Briona.

EMILIANO VIALARDI DI SANDIGLIANO

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Il gruppo fu operativo dalla seconda metà di marzo sotto la copertura di una società bresciana di recuperi ferrosi, la ENDIROT (Ente Distribuzione Rottami) e, dall’ottobre, la sua azione si estese anche al Genovese di Ponente, entrando sovente in collisione con formazioni partigiane che avevano più l’abitudine di spararsi addosso per questioni politiche e di territorio che contro «il comune nemico». Il gruppo rimase attivo fino allo scioglimento dell’OSS. Ridotto nei quadri e con obiettivi diversi, passò alle dipendenze dirette dello specialista assoluto del double cross system James Jesus Angleton jr., station chief in Italia della SSU (Strategic Services Unit) e dal 1946 del CIG (Central Intelligence Group). Nuovo ufficiale di collegamento, al posto di Solaroli, fu un capitano di fregata dell’Ufficio Cifra del SIS (Servizio Informazioni e Sicurezza) Marina. L’Italia perse la guerra convinta di averla vinta, ma per Jan Vialardi la guerra non finì. Ufficialmente distaccato dall’ottobre 1945 al deposito del 5° Artiglieria poi dal febbraio successivo al deposito del 7°, entrambi a Venaria rimasta “Reale” nonostante il referendum e sempre nella fastosa reggia che aveva visto nascere i due Reggimenti del suo cuore, il 5° Artiglieria e le “Volòire”, continuò la sua attività d’intelligence nel Nord Italia. Nel settembre 1947, prima di rientrare a Washington, Angleton lo fece chiamare al SIFAR (Servizio Informazioni Forze Armate, fantasma fino al 30 marzo 1949 quando fu formalizzato con disposizione interna n° 365/S del ministro della Difesa Pacciardi) dal generale Giancarlo Re, già suo Comandante alle “Volòire”. Vialardi accettò e l’anno successivo, in promozione, Re lo destinò alla 2a Sezione dell’Ufficio D. Un ex avanguardista moschettiere del Fascio, passato indenne alle epurazioni e diventato colonnello per aver aiutato il generale Giacomo Carboni a scappare con la cassa del SIM (Servizio Informazioni Militari), si accorse che non aveva ancora giurato alla Repubblica. Jan Vialardi non lo fece ed il 1° ottobre lasciò l’Esercito giocandosi in un colpo solo la carriera e la comprensione di Re. Per avere ritenuto antitetici i due giuramenti, qualcuno lo pensò monarchico, ma la svista durò poco perché Vialardi fece in modo che le sue perplessità sulla Corona non rimanessero segrete. Il CLN lo propose per una seconda Croce al V. M. (determinazione Comiliter n° 25 del 28-5-1948 «per le azioni nell’Italia Nord Occidentale», 1° marzo 1944 - 8 maggio 1945), che arrivò a fine 1948 come semplice Croce al Merito. Qualcuno a Roma non aveva apprezzato la sua decisione. Ringraziare non era mai stato il suo forte e non accettò quello che gli offrirono, attraverso Angleton, Alberto Pirelli e Vittorio Valletta. Incominciò una vita nuova, intorno ancora i cavalli che aveva imparato ad amare e che gli avevano dato le tante vittorie che aveva regalato ai suoi Reggimenti. Rifiutò ambigui inviti del Ministero della Difesa, di amici eccentrici e di Americani dalla faccia nota ed ignota, inviti che raggiunsero l’acme tra il settembre 1963 ed un appuntamento a Roma nel luglio 1966, su richiesta di un amico dei tempi del primo SIM. In un ristorante di via Montenerone incontrò un ammiraglio di Squadra di cui aveva sentito parlare, un generale dei Carabinieri che non conosceva e due generali dell’Esercito che stimava poco. La conversazione s’incentrò su dei fascicoli del SIFAR spariti ma non spariti ed un giurì d’onore contro un generale col monocolo che aveva scritto il loro nome in quei fascicoli. Vialardi piantò il pranzo a metà, ritornò a Torino tra i suoi cavalli con il primo volo e non ricevette più inviti. Nato in un passato che non può avere parole per chi non lo ha conosciuto, troppo lontano da chi è convinto che un hamburger sia un pasto serio, Emiliano Jan Vialardi di Sandigliano arrivò al traguardo dei suoi giorni con gli ultimi amici che con lui avevano vissuto la semplicità terribile dei grandi avvenimenti. Lasciò il mondo il 19 giugno 1978, un lunedì di fine mattina quando il sole cominciava a scaldare, la mano sull’ultima riga di una pagina di Vie et Mort d’Emile Ajar di Romain Gary che diceva «je me suis bien amusé. Au revoir et merci».
TOMASO VIALARDI DI SANDIGLIANO

MEMORIE*

IL COLONNELLO

Entra in caserma, si ferma sul limitare dell’atrio che si apre sul cortile accolto dal ritornello delle Batterie e dallo squillo d’attenti. Accorre il capitano d’ispezione a recargli le novità della notte e lo accompagna – quasi sempre – verso le scuderie del Comando, davanti alle quali un impeccabile “tromba” passeggia il cavallo insellato. È raro che il Comandante delle Batterie a cavallo non raggiunga ogni giorno i suoi soldati all’istruzione, in cavallerizza, in piazza d’armi, in marcia, al tiro, dovunque si trovino e non ne stimoli lo slancio con la sua sola presenza. Egli è amato senza essere temuto, ubbidito senza servilismo, cortese senza smanceria, severo senza sbraitare, diritto ancora come un fuso, a piedi ed a cavallo, innamorato, anche lui come tutti noi, del suo Reggimento. Il brillante passato di cavaliere aumenta il suo prestigio, al quale ancor giovano le voci sommesse che narrano storielle d’amori lontani e vicini. Fa piacere a tutti essere comandati da un Colonnello che ti perdona una donnina, ma che “piglia cilindro” se tu tiri un’astigiana, che finge di non vedere uno sbadiglio durante la conferenza ma che s’accorge – a cento metri – di una soprana male adattata; che ti usa mille attenzioni se non stai bene ma che ti fa crepare, appena sei guarito, in un indiavolato galoppo attraverso la brughiera!
UFFICIALI DI COMPLEMENTO

Sono giunti gli ufficiali di complemento, tutti assieme, per farsi più coraggio. Lustri come specchi dal kepì agli speroni si guardano a vicenda, davanti e di dietro, terribilmente goffi, anche se cercano di sembrare disinvolti, odorosi come sono di vernice e di acqua di Colonia. Sono traditi dalla freschezza di ogni cosa che portano addosso, compresi gli anni della loro beatissima età! La criniera del kepì è ancora opaca e si vede bene che non è stata mai pettinata, l’oro della trecciola e delle spalline è spaventosamente brillante, la giubba ed i pantaloni non hanno una piega, le suole degli stivali gemono ed i guanti starebbero ritti da soli. Gli artiglieri che passano per il cortile li guardano e li salutano con rispettosa degnazione, mentre il sottotenente di picchetto – che è al Reggimento da due mesi – appena li vede entrare in caserma urla e si agita per darsi delle arie da vecchio del mestiere. Sfogati oggi, amico, perché domani, forse, non li incanterai già più!
TROMBE D’ARGENTO

Diciotto trombettieri, con le bianche criniere al kepì, marciano in testa al Reggimento sui loro cavalli sauri e davanti ad essi sfavilla il maresciallo Capo fanfara. S’alza dalle lucenti trombe d’argento, alzate a destra verso il cielo, il ritornello delle Batterie. Sono veramente magnifici e se fossi una ragazza non ci penserei neanche un momento. Il sordo rombo delle ruote dei pezzi ed il martellante rumore degli zoccoli accompagnano il breve motivo musicale che si ripete – bellissimo – nella sua monotonia. Un piccolo soldato di sussistenza, con la borsa della spesa sotto il braccio, si ferma estatico a guardare e prova certo in cuore una dannata invidia. Consolati, soldato e pensa che – al vederci – ciccano anche “Savoia” e “Novara”!
* La trascrizione del manoscritto è basata su una fotocopia d’archivio eseguita nel 1979 dal Reggimento per la Vialardi di Sandigliano Foundation (AVdSF Mm-I, Persone, EVS), essendo l’originale andato perduto nel 1988. Il testo è stato mantenuto nella sua integrità e lacune. L’intervento dei Curatori ha riguardato unicamente l’interpunzione per rendere più scorrevole la lettura.

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C’è qualcosa nel Reggimento Artiglieria a cavallo – non si sa bene cosa sia, ma c’è! – che gli altri non hanno e sentono di non potere mai avere. E diciotto trombe d’argento avvertono, con i loro squilli, che passa questa formidabile cosa “che non si sa bene cosa sia”!
RECLUTE

Giungono i drappelli delle reclute, povere “cappelle” sfottute un po’ da tutti ma, in fondo, giocondamente accolte. Con il loro arrivo gli ufficiali vedono finire i melanconici “governi” a centocinquanta cavalli con venti uomini disponibili – e c’è anche il barbiere e c’è l’allievo furiere che passano la striglia come se carezzassero la morosa! – mentre gli artiglieri diventano – finalmente! – anziani e per essi s’illumina di più vivida luce la stella del congedo. È giorno di festa per tutti, meno che per quei poveri ragazzi, ancora straniti da visite mediche, da lunghe ore di treno, da spintoni, da urla, da canti e dal vino! E poi c’è quella sottile nostalgia di casa tua, dei tuoi cari, della tua vita che ti stringe, ogni tanto, il cuore da farti male. Coraggio, cappelloni! È roba che passa. Guardate che mafia quei kepì con la bianca criniera dei trombettieri e quella “guardia all’ingresso” che pare fresca di vernice tanto riluce al sole d’aprile! State allegri. Di morose ne troverete ai giardini di Milano da farvi dimenticare quella del paese: ma state attenti alla salute, perché non sono più roba tanto fresca. Ed invece di mordicchiare bestemmie perché la naja vi ha presi, ringraziate Dio perché siete artiglieri a cavallo!
GIURAMENTO RECLUTE

Gran giornata, oggi, al Reggimento: la più bella giornata per un soldato che abbia un cuore non di cartapesta. Nel vasto piazzale della caserma sono allineate le otto batterie a cavallo, in grande uniforme, nella loro splendida, viva, imponente solennità. Dinanzi a loro stanno – appiedate – le reclute che dovranno pronunciare il giuramento di fedeltà al loro Re. Al centro dello schieramento – solo – è il Colonnello che attende con i suoi soldati l’arrivo dello stendardo. Quando esso è giunto, preceduto dagli squilli altissimi nell’assoluto silenzio, il Comandante pronuncia con voce ferma la formula del giuramento. “Lo giuro!” Tutte assieme, le sciabole balenano al sole in un preciso scatto, mentre la fanfara intona la Marcia reale. È uno spettacolo di superba bellezza, questi mille soldati, immobili, questi novecento cavalli, questi cannoni, questo divino sole di fine maggio e questi kepì che riportano la mente ai tempi delle gloriose e sfortunate battaglie del Risorgimento, alle vecchie stampe ingiallite dove si vedono gli artiglieri morenti attorno al pezzo ed il Re, sul suo bel cavallo, che li guarda senza piangere perché un re non può piangere che quando è solo.
MENSA UFFICIALI

Luccichio di argenteria e nitore di tela di Fiandra sui piccoli tavoli sparsi per la sala di mensa. I soldati, in giacca e guanti bianchi, vanno e vengono, senza rumore, sorvegliati dal Maestro di Casa, vestito di nero, che s’aggira fra i tavoli e che naturalmente non perde mai di vista il tavolo a cui siede il Colonnello. Si chiacchiera sommessamente e qualche risata forte viene dal gruppo degli ufficiali più giovani, sui quali pesa, con particolare frequenza, lo sguardo vigile del Capo calotta. Qualcuno, tradito dall’ora, si alza in gran furia e corre via a qualche servizio; altri invece accendono – beati – la sigaretta, pensando che manca ancora mezz’ora all’inizio dell’istruzione. Discussione di cavalli, di concorsi, di corse e di donnine. Una dolce ferrea legge impone a tutti che di servizio – a mensa – non si parli. L’ufficiale di picchetto – sciabola al fianco – ingoia in fretta quelle tagliatelle squisite che vorrebbe poter gustare adagio adagio e guarda di sottecchi il Colonnello che – proprio oggi – non si alza più da tavola e vuol vederlo morire strangolato da un boccone. Porca vita!

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MENSA SOTTUFFICIALI

Rumore di stoviglie e di posate, voci, risate e discussioni fuse assieme in un frastuono da officina. Artiglieri in giubba bianca che si aggirano con piatti colmi e con piatti vuoti afferrando al volo – nell’indiavolato rumore – le ordinazioni di qualche sottufficiale imbestialito dall’attesa. Improvvisamente il fracasso si placa in un brusio intenso. È entrato il maresciallo Capo mensa, quello che vuol mangiare ad un tavolo riservato – che Dio lo spolpi! – e che è il terrore del cuoco borghese gestore della mensa, dei camerieri e dei sergenti appena promossi. È circondato dall’odio universale, sempre accusato di ingoiare piatti speciali e doppie razioni, di aver convinto l’Aiutante Maggiore a fissare spietate quote per la lavatura delle tovaglie e per la rottura dei bicchieri e di voler ficcare il naso anche nella gestione della buvette dove non c’entra per niente. Ma quest’acredine e questo timore sono la sua forza: i suoi baffi puntano in alto, ha il petto aperto in fuori, parla poco, qualche volta persino sorride questo formidabile mostro che è tanto soddisfatto della sua terribile potenza!
SCHIERAMENTO

Il Reggimento – in grande uniforme – è schierato in linea di batterie superbamente bello, magistralmente curato nei minimi particolari, dagli zoccoli dei cavalli ai fregi lucenti sui kepì. I trombettieri – sui cavalli sauri – con le trombe d’argento bianche come le terse loro criniere attaccano simultaneamente il ritornello del Reggimento e gli squilli dell’attenti. Mille sciabole balenano al sole in un solo lampo. Giunge il Colonnello seguito dall’Aiutante Maggiore, che percorre il fronte dello schieramento e guarda – con lo sguardo compiaciuto del padrone – il suo capolavoro. È veramente uno spettacolo di incomparabile bellezza, che colpisce ogni volta che si vede e lo vediamo ormai da molti anni. È l’opera nata dall’amore geloso di Colonnelli sempre vissuti al Reggimento a cavallo, da Comandanti di Gruppo, di batteria, di sezione sino all’ultimo artigliere, che vi hanno lavorato attorno infaticabilmente ogni giorno, incitati da queste nostre tradizioni dure e pesanti a portarsi, ma che devono essere ad ogni costo salvate, integralmente salvate, se non vogliamo diventare soltanto come tanti altri bellissimi reggimenti.
MANOVRE

Da dodici giorni il Reggimento è in manovra nel Friuli con “Savoia”, “Novara” e Bersaglieri. Dodici giorni di marcia sotto un sole che spacca i sassi, in una polvere bianca e fine che ti impesta anche l’anima, senza mai una sosta lunga tanto da darti il tempo di riposarti davvero. Che vita grama, in quei giorni, ad alzare pettorali e collane, ad allentare sottopancia, sempre con l’ansia di trovarvi sotto una fiaccatura! I maniscalchi avevano facce da uragano e guardavano gli zoccoli dei loro cavalli che pareva dovessero mangiarseli. Asfalti resi morbidi dall’opprimente calura, strade strette e scoscese di montagna percorse in una colonna interminabile di cavalli e di cannoni, quanti moccoli abbiamo lanciati per causa vostra, sempre assillati dalla fretta, da questa implacabile sovrana delle manovre, in una ridda incredibile di ordini e di contrordini, accidenti ai generali ed alla Scuola di guerra! Gli ufficialetti appena sfornati dalle scuole avevano un po’ l’aria di rimpiangere i “motorizzati” e di dover pagare troppo caro il sogno del kepì e della criniera. Eppure, ogni mattina, quando montavi il tuo bel cavallo per una nuova sfaticata, ringraziavi Dio ed i Santi di essere soldato in uno dei più superbi reggimenti del mondo!
CAMPO

Il Reggimento è al campo, nella zona di Desenzano. Un vecchio convento ospita il Comando e presso l’antica porta di un bel barocco fastoso monta di guardia un artigliere a cavallo in uniforme di marcia.

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Vanno e vengono ufficiali e soldati, abbronzati dal sole violento del luglio. Dopo il rapporto, gruppi di ufficiali montano a cavallo per portarsi a galoppare sui declivi che si stendono verso San Martino, mentre altri ritornano in batteria a disporre per i tiri del domani. Il lungo lago – dopo il rancio – si anima per il passeggio dei soldati, mentre passa ogni tanto la “ronda” silenziosa, lustra e perfetta. Negli accantonamenti i cavalli riposano, tondi e ben strigliati sull’alta lettiera pulita e le guardie scuderia, sotto lo sguardo dei borghesi che ammirano, si gonfiano come tacchini. In un locale separato stanno i cavalli della muta e del plotone scelti per le prossime gare dei pezzi, guardati con occhio vigile dal Capo pezzo e dall’appuntato, che non vanno neppur più in libera uscita nella speranza di “fregare” un po’ di biada per le loro bestie. Nel cortile si stanno preparando alacremente i carri bagaglio che dovranno partire nella notte per portare gli artiglieri di vedetta a chiudere la zona dei bersagli nei tiri del domani, quando nella caligine dell’alba tuonerà ancora il cannone, proprio qui dove infuriarono le disperate battaglie dei Piemontesi.
GOVERNO

Centotrenta cavalli, allineati, con le lucide groppe saure, isabella, baie, grigie, morelle che brillano come drappi di seta. Gli artiglieri – in manica di camicia – brusca e striglia alla mano, li stanno governando. Gli ufficiali, i sottufficiali, il sergente di settimana ed i Capi pezzo sorvegliano, mentre il maresciallo maniscalco esamina la ferratura e medica qualche lieve ferita. Ogni tanto, si alza un nitrito rabbioso, vola per aria una “doppietta”, accorre affannosamente la guardia scuderia, qualche parolaccia si mescola ad una risata sommessa e poi ritorna il silenzio segnato soltanto dallo strofinio delle brusche. Quanto più s’avvicina l’ora della abbeverata, tanto più i cavalli divengono irrequieti e tanto più i soldati si prodigano nel pulirli per paura di essere fregati nella “rivista a pelo” che piace fare al capitano, Dio lo spolpi anche lui! E se trova il cavallo sporco ti ficca la consegna e la morosa – per quella sera – se la palpigna un altro! E cosa ci vuoi fare? È naja!
ABBEVERATA E BIADA

È finito il governo. Gli uomini escono di mezzo ai cavalli che raspano nervosamente il selciato, mentre alzano le belle teste con le orecchie puntate in avanti e nitriscono piano. Le guardie scuderie corrono qua e là, attente che non voli qualche calcio nell’impazienza dell’attesa. Sarebbe ben triste andare a finir dentro adesso che han terminato il servizio, per qualche “carognone” che molla doppiette. I cavalli vengono condotti ai vicini abbeveratoi e si allineano di fronte ad essi, da una parte e dall’altra, prima di muoversi tutti assieme verso l’invitante dolcezza dell’acqua. Quando tutti han bevuto, a larghe sorsate con i dolci occhi socchiusi, rientrano nelle scuderie dove li attendono generose razioni di biada e foraggio. Ed è infinitamente piacevole vederli – adesso lucenti e belli – masticare a grandi boccate l’avena nella riposante penombra dove il giallo della paglia appena stesa mette una vivida macchia che pare di sole.
CONGEDANDI

Aria di festa, al Reggimento, in questi giorni di congedo. Ciao naja! È finita, adesso, dopo tanti mesi di soldato, dopo essersi spelato il sedere a cavallo da mattina a sera e sembrano cent’anni lontani l’arrivo da recluta ed i primi spauriti sguardi a quella cavallerizza così piena di mistero

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e d’angoscia per le “cappelle” e quell’ufficiale di picchetto all’ingresso, che pareva un cerbero inesorabile a dare il traghetto fin sulla strada all’ora di libera uscita! È tutto finito, amici e fate bene ad essere contenti. Avete sgobbato forte, ma non esagerate a farvi più menefreghisti di quanto siate davvero, perché un po’ di malinconia l’avete pur provata, ieri, quando siete passati a salutare il vostro cavallo di muta o di plotone ed il capitano vi ha stretto la mano! Queste Batterie, uno se le porta nel cuore quando c’è stato ed il loro ricordo – non c’è cristi, vedrete – vi affiorerà su tante memorie, anche quando sarete vecchi come il “cucu” e racconterete ai nipoti mai compiute prodezze sulle groppe di questi cavalli, che sono pur sempre una delle più grandi felicità che il Dio degli eserciti abbia dato ai soldati.
GRAN RAPPORTO

Nell’afoso pomeriggio squillano improvvise le note del “Gran rapporto” e – poco dopo – da ogni porta della caserma escono gli ufficiali che si avviano – Dio solo sa con che voglia – alla sala di riunione nella palazzina del Comando. Nessuno conosce il motivo di questo inatteso ordine e l’Aiutante Maggiore, questo Richelieu del Reggimento, fa il diplomatico e non parla. Quando tutti sono giunti, divisi per batteria ed è a posto – finalmente! – anche quel tale cui manca sempre qualcosa all’ultimo momento, entra il Colonnello. Andiamo bene, non ha la faccia scura prescritta per un cicchetto collettivo: sarà una “balla” qualunque da Stato Maggiore. Ascoltate le novità delle otto batterie, il Colonnello fa un cenno all’Aiutante Maggiore che comincia a leggere una lunga Circolare Ministeriale nella quale sei fitte pagine protocollo sono appena sufficienti per dire come sia stato notato un certo rilassamento nell’aspetto di molti soldati in libera uscita. Il volo sonoro di un moscone contro un vetro riesce a far trascorrere piacevolmente la mezz’oretta di lettura a quegli ufficiali che preferiscono non pensare ai fatti loro. Il Colonnello, che non può vedere il moscone alle sue spalle, scopre ragnatele sul soffitto, cerca macchie sul pavimento e dà ogni tanto un colpetto di tosse per tenere un contegno. Ed ognuno è convinto, dentro di sé, che quella Circolare non riguarda noi delle Batterie, con dei soldati che fanno scintille anche quando dormono e che quando vanno a spasso fanno voltare la testa persino alle statue dei monumenti!
SALA CONVEGNO

Chiusa durante tutto il giorno, la “Sala Convegno caporali e soldati” accoglie nelle ore di libera uscita gran numero di soldati. Sono i consegnati, quando la generosità dei superiori non li condanna a lustrare staffe o morsi, i clienti migliori dello Spaccio. E sono molti, perché con questa porca disciplina è roba di un momento sentirsi piovere fra capo e collo tre o quattro giorni di consegna per un saluto male eseguito, o per un ritardo di secondi all’adunata, o per una staffatura sbagliata, o per un accidenti che freghi tutti quanti gli ufficiali pignoli! Si riuniscono a gruppi, attorno ai tavoli, spensierati ed allegri. Parlano, gridano, cantano, giocano a scopa, divorano certe tavolette di cioccolato dure come acciaio che l’Aiutante Maggiore ha scovato, per spender poco, in chissà quale drogheria di barriera; bevono gagliardamente vino e birra mentre i contorni ed i rilievi delle figure si sfocano lentamente nel fumo grigioazzurro di pestilenziali sigarette. Qualche artigliere c’è, che se ne sta solo, a guardare questa bolgia senza vedere niente e senza sentire altro che la voce della mamma o della sposa: e sarebbe una terribile cosa da sopportare se – a poco a poco – anche lui non diventasse come gli altri e quelle voci gli giungessero da più lontano.
BRUGHIERA

Incantevole paesaggio di brughiera, dove intricati boschi si affacciano su ampie distese di prati, scoscese scarpate si alternano a dolci declivi di colline, chiari ruscelli gorgogliano tra il fruscio di felci gigantesche e, nell’autunno, i viottoli s’indorano sotto la pioggia delle foglie gialle! Luogo felice di galoppi su morbide terre che

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attutiscono ogni rumore di zoccoli e pare che i cavalli volino portati da quell’aria leggera che sa di resina e di erbe in fiore. La grande brughiera, sin dalle ore dell’aurora, è invasa dalle Batterie a cavallo nel pieno fervore delle ultime istruzioni d’assieme, prima della Scuola di tiro. Indimenticabile periodo di lavoro, più lieve d’ogni riposo, lungo le rive del tardo Ticino, giù per il ciglione della Malpensa, a briglia sciolta in campo aperto, nel vigile trotto attraverso le insidie dei boschi, cavalieri isolati od in plotone, batterie alla presa di posizione od in complesse evoluzioni di gruppo, cannoni al salto della banchina, bei cavalli lucidi e tondi, facce contente di ufficiali e soldati tutti presi in una fatica che è gioia di vivere, passione di mestiere, orgoglio di Reggimento. Questo, soprattutto: orgoglio di Reggimento. Cent’anni di storia, che sono cent’anni di gloria e poter dire che sei stato qui dentro!
RIPRESA RECLUTE

Venticinque cavalli girano, al passo, sulla pista della grande cavallerizza e ad ognuno dei quattro angoli è fermo un graduato, mentre – al centro – sta il capitano colla lunga frusta da maneggio fra le mani. Su di lui si fissano – impavidi, spauriti, imbambolati – gli sguardi delle venticinque reclute insaccate sulle selle senza staffe. Sono momenti duri quelli, cara gente. Tutti ti sembrano nemici; il capitano che ti urla di non essere rigido come un bastone, il caporale che per metterti a posto la gamba ti torce la caviglia fino a romperla, il compagno davanti che si volta inviperito perché non tieni la distanza, quello dietro che ti vitupera perché rallenti e tu sei lì sopra che sudi per accontentare tutti, con la bocca arida per la polvere, spelandoti il sedere su quella maledetta sella. E non hai neanche la speranza di chieder visita l’indomani perché questa gente ti racconta che «sella ferisce e sella guarisce»! E quando l’istruttore dà il comando di trotto, allora bisogna vedere che cosa succede su quelle venticinque groppe di maremmani. I dannati dell’inferno, nelle illustrazioni del Doré, sono sorridenti volti di angeli in confronto alle maschere di terrore che torcono i lineamenti di quei bravi ragazzi rimbalzanti ed oscillanti ad ogni tempo di quella porca andatura, in lotta contro i più insidiosi tranelli della legge di gravità che li vuole – a tutti i costi – tirare con il muso sulla pula di riso, accidentaccio ai cavalli ed alla morosa che aspetta la fotografia con il kepì e la criniera!
VESTIZIONE RECLUTE

Sotto il lungo porticato, davanti al magazzino vestiario, sono allineate una quarantina di reclute. Dinanzi a ciascuna di esse è steso un telo da tenda sul quale sono accumulate scarpe, mutande, calze, gambali, speroni, camicie, pantaloni e giubbe di tela e di panno, zoccoli da scuderia, tazza, gavetta, bandoliera e pastrano. La voce del capitano consegnatario del magazzino domina e disciplina l’andirivieni dei piantoni, mentre il furiere, con l’allievo, impazzisce a scrivere i nomi degli oggetti che gli passano sotto gli occhi. Le reclute cominciano a provare le scarpe; qualcuno si lamenta perché son troppo larghe, ma serve a poco perché – si sa! – misure più piccole non ce ne sono ed in compenso, se mai, gli cambieranno le mutande. Pantaloni e giubbe van sempre bene: ci penserà poi il Capo sarto ad adattarvele, pivelli, ma certo in libera uscita rischiate di andarci fra due mesi! Qualcuno cerca affannosamente di barattare qualche indumento e lo agita in alto, come un venditore al mercato, sperando in un cliente. Il grosso del lavoro si farà poi in camerata, stassera, con calma e sbucheranno anche gli anziani, come avvoltoi, per “rimediare” la giubba nuova che porteranno presto in congedo. C’è una specie di gigante Golia che si lamenta perché non entra nel pastrano e pare un Cristo in croce, imprigionato nelle maniche, senza più poterne uscire. «Vieni nel mio», gli ghigna un piccolino, «c’è posto per due!» «Non far tanto lo spirituale» dice, severo, il maresciallo.

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UFFICIALE DI PICCHETTO

Triste mestiere! E sembrava che dovesse esser così bello stare sulla porta con la sciarpa azzurra, ricevere il saluto da ogni soldato che passava, richiamare indietro qualcuno con l’uniforme in disordine, accogliere i parenti per il parlatorio con la bonaria degnazione di un piccolo Capo tribù! Triste mestiere, invece, che ti ammazza di fatica, sempre in piedi, sempre in giro, su e giù per le camerate, qua e là per le scuderie, in ispezione alle guardie, all’appello dei consegnati, alle cucine per il caffè e per i ranci, alle prigioni, a sorvegliare lo spaccio, all’infermeria, a controllare le pulizie dei cortili, dappertutto, senza sosta, per ventiquattrore filate! E – meritato riposo – dopo il silenzio inchiodato alla porta ad aspettare i soldati che rientrano dal permesso di mezzanotte e prega Dio che non ci sia qualche festa in aria, perché molti permessi, allora, scadono alle due del mattino. E fa così piacere, dopo un servizio fatto sul serio, sentirti dire dal capitano d’ispezione che c’è della carta per terra, vicino al muro di cinta e prenderti un cicchetto dal Colonnello che per fortuna è di buon umore e si limita a spiegarti, paternamente, come l’ufficiale di picchetto non debba accontentarsi di stare vicino all’ingresso a farsi vedere dalle ragazze! È roba da soffocare di rabbia in quel momento e devi dire «Signor sì!».
SVEGLIA

Squilla giocondamente la tromba e le note rimbalzano sul silenzio del primo mattino, attraversano le camerate insonnolite, guizzano per le scuderie, festoso segnale di vita e corrono a fondersi con i mille rumori della città che si risveglia. Arriva il caffè, che ha sempre tutti gli attributi del caffè “dei borghesi” tranne il gusto, ostinatamente diverso, nonostante la buona volontà di tutti per renderlo uguale. Per le camerate girano i caporali di giornata, matita e carta alla mano, a prendere i nomi degli artiglieri che chiedono la visita del medico. «Chi la marca?» Ma son sempre pochi, assai sovente nessuno, a darsi ammalati, anche se certe volte farebbe così piacere starsene sdraiati al caldo, accidenti a tutti i trombettieri del Reggimento! Nei lavatoi si urla, si canta, si ride e si schiamazza perché ognuno vuol far presto per potersi fumare ancora una sigaretta prima dell’adunata. Poco a poco tutta la caserma si anima: arrivano gli ufficiali di settimana, s’incrociano nuovi segnali di tromba, drappelli di soldati vanno all’istruzione, escono i cavalli dalle scuderie, si allineano i “pezzi” nel cortile, nella cavallerizza scoperta si preparano gli ostacoli per la “ripresa”: è tutto un viavai senza sosta, un ordinato bailamme avvolto nella nebbia sottile della polvere che alza la fervida attività mattutina degli uomini di ramazza.
CIRCOLO UFFICIALI

Sulle pareti color avorio antico sono appese innumeri stampe riproducenti le varie uniformi dell’artiglieria a cavallo dalle sue origini ai nostri tempi. Ad esse si alternano fotografie di cavalli, d’ufficiali vincitori di premi importanti in corsa ed in concorso. Riquadri di pelle rossa portano incisi in oro il nome degli ufficiali, sottufficiali ed artiglieri che vinsero a Roma le gare di pattuglia. In una grande vetrina sono esposte le coppe e le coccarde che ricordano trionfi lontani e recenti delle Batterie a cavallo e sono molte, a nostro onore. Accanto alla vasta sala di mensa, tersa come uno specchio, v’è la “Sala Savoia” nella quale sono conservati con gelosa cura cimeli preziosi per la storia del Reggimento. Un pregevole cofano rinserra la bandiera stemmata d’Italia che ricoprì il feretro del re Umberto assassinato e pare che da esso emani la mistica solennità di un altare. Tutto intorno sono gloriose memorie di eroismi, sciabole, pistole, vecchie divise, fastose feluche e medaglieri dove l’azzurro delle ricompense al valore soverchia lo sfarzo chiassoso delle altre onorificenze.

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Il bar con le sue poltrone di pelle rossa dà una nota decisamente modernissima alla sobria eleganza della altre sale nelle quali si aggira il “maestro di casa”, un educato vecchio signore sempre vestito di nero che par sgusciato fuori dalle pagine di un libro della Bibliothèque Rose.
GARA DEI PEZZI

Ogni anno, alla fine della scuola di tiro, c’è una mezza giornata dedicata alla “gara dei pezzi”. Ma è una mattinata di passione per ufficiali e soldati d’ogni batteria, che hanno dedicato ore ed ore di studio e di cura alla scelta del Capo pezzo, dei conducenti, dei serventi e dei cavalli, vincendo tutte le difficoltà che le necessità imperiose del servizio frapponevano al desiderio di poter lavorare in pace alla creazione del pezzo-capolavoro, rinunciando ad una galoppata in brughiera, ad una gita a Milano, ad un bridge al caffè pur di perfezionare quell’affiatamento fra uomini e cavalli indispensabile ad una brillante presentazione del prezzo destinato al cortese cimento. I cavalli del Capo pezzo, della muta e dei serventi godono già da mesi di un trattamento di favore. A tutte le tappe c’è sempre per loro una lettiera da odalisca, il foraggio più profumato e la biada più grassa. Hanno il pelo lucido e morbido e son giusti in carne come ragazze di vent’anni. I finimenti brillano, perfettamente adattati, le sciabole paiono uscite adesso dalle mani di uno spadaio, ferri e speroni sono di un nitido argento. Conducenti e serventi portano divise bellissime, per pagare le quali sa il cielo i misteriosi accordi che han dovuto legare il Comandante di batteria al Capo sarto del Reggimento per non fare gemere di repressa indignazione il Relatore! Ed ora che s’inizia la gara, cercate di farvi onore, magnifici come siete, alla faccia di tutti i motorizzati del regno!
ARRIVO ALLA TAPPA

La marcia di trasferimento è finita e cominciano le delizie della sistemazione per la tappa. Questi sono momenti nei quali, se non hai una passione quasi irragionevole per i cavalli, se non sei attaccato, come ostrica alla roccia, al Reggimento, ti verrebbe voglia di chiedere il passaggio ai motorizzati che, quando arrivano in un paese, mettono i trattori in linea e chi s’è visto s’è visto sino all’indomani mattina. Invece per noi ricomincia una sfaticata del diavolo. Cavalli al filare e strofinarli «petto, spalle e reni» per mezz’ora, governo, abbeverata e biada e sei fortunato se l’acqua è vicina, pulizia dei finimenti e poi sistemarli sui pezzi, lustrare morsi e staffe. Tutti lavori che ti piombano sul collo quando ti sei già ingoiati quaranta o cinquanta chilometri di passo e trotto e ce ne sono altrettanti pronti per l’indomani. Sul tardi arriva la gente del paese a guardare i cavalli ed il “parco” dei cannoni e – dopo mezz’ora – son tutti amici con i soldati; dalla trattoria vicina portano bottiglie di vino e di birra, s’alza il suono di una fisarmonica, nasce un canto, trillano risa di ragazze come nei giorni di sagra, sino a quando le note del “silenzio” smorzeranno ogni rumore e non si sentirà più che il fruscio delle foglie scosse dal vento lieve della notte.
CIRCOLO SOTTUFFICIALI

Attigue alla mensa, le Sale del Circolo ne accolgono gli stessi ospiti, ma pare che qui si plachino le voci e le discussioni e – senza il rumore rovinoso delle stoviglie – c’è quasi un’atmosfera di beghinaggio in confronto al frastuono sciagurato che domina – incontrastato signore – durante i pasti. Ad un tavolo si gioca con visi da funerale allo scopone scientifico, mentre il caffè si raffredda nelle tazze ed il cameriere napoletano allunga il collo per seguire la partita e soffre morte e passione a non poter dare il suo parere. Tre marescialli – maggiorità, mobilitazione, magazzino –, tre cannoni, parlottano dell’ultimo emendamento alla legge sulle pensioni. I Capi maniscalchi bestemmiano sul prezzo del ferro, un sergente maggiore discute con degnazione assieme ad un sergentino appena promosso, un altro gira per la sala cercando chi voglia giocarsi un caffè ai dadi, altri ancora si pigiano attorno al bigliardo, campo di gloria riservato a pochi eletti.

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Il sottufficiale incaricato della buvette è in un angolo, solo, curvo su di un tavolino, le mani nei capelli, alle prese con i conti che non gli tornano mai e guarda i suoi colleghi con odio perché loro se ne fregano, bevono, pagano e se ne vanno e lui deve rimanere a fare calcoli astrusi, bevessero tutti acqua pura ed il diavolo se li portasse tutti quanti!
GIORNATA DI TIRO

Il poligono di tiro nella brughiera di Gallarate è libero. Dall’osservatorio dei bersagli s’alza la bandiera rossa che corona degnamente il massacrante servizio dell’ufficiale agli sgombri, il quale, dalle quattro del mattino, si sta scapicollando per piazzare le “vedette” a chiudere le innumeri stradicciole che s’infilano nelle boschine e per cacciare i soliti testoni “borghesi” duri e caparbi a voler rimanere con la scusa che tanto sono pratici anche loro. Sul pennone della Direzione del tiro c’è un’altra bandiera rossa e da questo osservatorio il Colonnello e gli ufficiali liberi dal servizio assisteranno al tiro e qui verrà – ad esercitazione ultimata – il Comandante della batteria a raccogliere allori od a giustificare una salva sballata. La “presa di posizione” si svolge con un brillante galoppo in ammirevole silenzio e mentre le mute ed i plotoni si allontanano di carriera, i serventi si affaccendano ai pezzi con disciplinato disordine sotto l’occhio vigile degli ufficiali di sezione. La batteria è pronta ed è stata questione di secondi. Con pochi colpi il tiro è aggiustato e giunge, finalmente, dal Colonnello l’autorizzazione a passare al fuoco d’efficacia. Che sogno, Dio benedetto! poter vedere l’allegria di qualche salva e non morire di melanconia con un colpo alla volta!
CONFERENZA UFFICIALI

Nella Sala del rapporto sono riuniti gli ufficiali liberi dal servizio per una conferenza sulla tenuta del registro del corredo. Oratore e maestro è il Relatore che – poveretto anche lui, come noi – ha meno voglia di parlarci che noi di ascoltarlo. Il Colonnello non interviene perché è dovuto andare al Comando di Divisione, guarda un po’ che combinazione, proprio adesso. Come diavolo fare per trascorrere alla meno peggio quest’oretta senza cadere nel reato di rivolta collettiva? È in tutti gli ufficiali una commovente buona volontà per risolvere il problema ed ognuno cerca di rendersi utile come meglio può. L’esempio viene dal Relatore che manda ad avvertire che tarderà un momento perché ha “la firma”. Il Comandante di Gruppo più anziano autorizza – nell’attesa – a fumare mentre Comandanti di batteria e subalterni combinano il programma per l’indomani. Quando il Relatore arriva, ci sono diverse questioni da discutere sul prelevamento dei fondi, sul cambio della selleria, sulle ritenute alla “decade”, sulla riparazione del vestiario, sull’assegnazione della cancelleria e su tutte quelle “farmacie” che sono pur esse indispensabili alla vita dei reparti. Ma il tempo così è volato via, amichevolmente e l’ora fissata per la conferenza è trascorsa senza sbadigli da smandibolare un cammello, lasciando felici e contenti l’oratore che non avrebbe saputo cosa insegnare e gli uditori che non avevano nessuna voglia di imparare.
RIPRESA UFFICIALI

Molto prima dell’ora stabilita, gli ufficiali sono a cavallo in attesa del Colonnello Comandante al quale – per tradizione del Reggimento – è devoluta la “ripresa”. E qui non c’è pericolo che manchino i clienti con scuse più o meno valide come succede alle altre istruzioni, dove quel povero sciagurato dell’ufficiale più anziano deve sacramentare da carrettiere prima di radunare tutti gli ufficiali. Il primo quarto d’ora è lasciato al lavoro individuale del cavaliere ed è un bellissimo colpo d’occhio questa gimkana silenziosa alle varie andature, eseguita da cavalli la cui nobile origine è ben marcata dal sottile disegno delle vene, dalla vivacità dello sguardo e dalla morbidezza dei movimenti.

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Il lavoro d’assieme della “ripresa”, nelle volte, nelle controvolte, negli arresti, nelle partenze al galoppo, nei cambiamenti di cadenza è di un sincronismo quasi perfetto. Poco alla volta l’andatura si anima, il brillantismo delle evoluzioni sale di tono, ma la precisione degli esercizi è sempre la stessa, costantemente controllata dall’appassionata bravura dei cavalieri e dalla competenza indiscutibile del Colonnello, maestro non meno appassionato dei suoi ufficiali, che deve godersela un mondo nel vedersi galoppare attorno venti cavalli di puro sangue in un carosello di eleganza e di abilità, come una colorata stampa nei libri d’ippica di «Ser Pasquale Caracciolo, cavaliero illustre napolitano».
REINGRESSO

Il trombettiere di guardia si sfiata a suonare il segnale del reingresso, ma ormai la maggior parte degli artiglieri è già rientrata dalla libera uscita. I trams hanno scaricato frotte di soldati proprio all’ingresso della caserma, reduci dal bighellonaggio per le vie del centro, dai convegni sentimentali e dalle palpitanti visioni cinematografiche nei locali della periferia. La tromba serve soltanto per coloro che, alle suadenti lusinghe della città, preferiscono una buona birra nella Sala convegno o a quelli cui una raffica di consegne ha inibito per qualche giorno l’uscita. C’è talvolta qualcuno che arriva correndo ed appartiene quasi sempre alla fortunata categoria degli artiglieri che si son fatta la morosa vicina alla caserma e non vogliono regalare alla naja neppure un minuto dei privatissimi piaceri che le grazie della servotta loro concedono nel casalingo aroma della sciacquatura dei piatti. Ma ritardatari non ce ne sono quasi mai, specialmente quando anche le reclute si sono scaltrite ed hanno imparato a loro spese, nei primi giorni d’uscita, che le vetture tranviarie non sono a loro personale disposizione e che gli anziani si divertono un mondo a farli correre alla parte opposta della città, quando cercano di sapere la strada più breve per rientrare in quartiere.
FOTOGRAFO PER SOLDATI

È un piccolo borghese, napoletano, che da anni si aggira per i cortili della caserma con lo scatolone della macchina a tracolla, al corrente delle istruzioni e degli orari, silenzioso e sorridente, pratico di tutte le miserie di quartiere come un vecchio maresciallo. Nelle tasche sformate della giacca tiene centinaia di fotografie formato cartolina e credo che in esse si potrebbero riconoscere tutti i soldati che da dieci anni ad oggi sono stati artiglieri a cavallo. In una scatola ha la criniera “fuori-ordinanza” per le fotografie in “grande uniforme”, una criniera gigantesca, assurda, nera come la testa di una tardona tinta e c’è da domandarsi a quale mostruoso cavallo sia appartenuta prima di finire fra le mani del piccolo fotografo napoletano. Nei pomeriggi festivi ci son sempre molti soldati che si fanno ritrarre in gruppo ed allora non manca il cavallo grigio messo al centro come un personaggio autorevole e tutto intorno a lui si accalcano gli artiglieri nelle più estrose uniformi e c’è sempre quello spiritoso che fa le corna con la mano sulla testa del compagno davanti, o che tira fuori la lingua, o che finge di versarsi del vino in un bicchiere che non c’è.
MESSA AL CAMPO

L’altare da campo è eretto in una placida conca di verde tenerello ed ha per abside l’incredibile meraviglia delle Dolomiti sotto una volta di purissimo azzurro. Il Reggimento è riunito in quadrato con tutti i suoi ufficiali ad ascoltare la Messa. Ai lati dell’altare sono stati piazzati due cannoni e dei vasi di fiori finti che lo zelo dell’attendente del Cappellano ha scovato – ahimé! – chissà dove. Al centro del quadrato è il Colonnello con l’Aiutante Maggiore al suo fianco, un passo a sinistra e tre passi dietro. Il maresciallo Capo fanfara si è assunto l’onore di suonare gli squilli per l’elevazione e riescono difatti una vera perfezione, limpidissimi e sicuri, ma – come sempre, porca miseria! – li suona al Sanctus e soltanto dopo lo

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sguardo indignato del soldato che serve la Messa, la furibonda scossa di testa dell’Aiutante Maggiore e il soddisfatto sorriso delle “trombe” compiaciute della fesseria del maestro, si affretta a suonare l’“Avanti” – e potete stare sicuri che gli attenti per l’Elevazione, sino alla prossima Messa suoneranno al momento giusto. Il Cappellano dice poche parole con una voce chiara e quasi ridente, soldato anche lui con molti anni di naja, cordiale camerata, allegro compagno di mensa, pronto di lingua e di mani, ma quando si volta a benedire ha, veramente, la maestà di un sovrano. E che Dio ci protegga, noi e le nostre batterie!
CAPO CALOTTA

Non è un incarico piacevole quello del Capo calotta, specialmente in un Reggimento come il nostro dove le tradizioni hanno un valore così alto da superare talvolta il regolamento e si devono quindi osservare e far osservare con gelosa pignoleria. Quando arrivano – freschi freschi – i sottotenenti di prima nomina, è il Capo calotta che se li riunisce e comincia a far loro cento e cento raccomandazioni: raddrizza kepì, leva fibbioni alle sciabole, aggiusta dragone, pettina criniere prima di accompagnarli dall’Aiutante Maggiore il quale, a sua volta, farà loro altre cento e cento raccomandazioni, raddrizzerà kepì, si compiacerà delle sciabole senza fibbioni, guarderà le dragone, le criniere e gli speroni e – soddisfatto – li accompagnerà dal Colonnello Comandante il quale osserverà kepì, sciabole, dragone, criniere e speroni e poi farà loro qualche altra raccomandazione … Quando usciranno dal Comando, troveranno ad attenderli il Capo calotta e lo seguiranno fedelmente al Circolo, alla mensa, alla Sala Savoia: impareranno le tradizioni principali che incombono da oggi su ogni atto della loro vita alle Batterie. Poi, consegnati ai propri Comandanti di batteria e di Gruppo, continueranno – nel duro servizio di ogni giorno – ad apprendere, poco alla volta, altri usi del Reggimento vecchi ormai di un secolo ed appunto per questo così belli e così “nostri”. Come ai tempi di Lamarmora, alla faccia di chi vorrebbe cambiare!
APPUNTATI

Gente dura ed in gamba, questi soldati: piantati in sella come Bartolomeo Colleoni, facce da cow-boys nei films del west, conducenti selezionati attraverso galoppi, pattoni e volteggi, innamorati dei loro cavalli, i quali rischiano volentieri la prigione “arrangiandosi” per aumentare loro la razione di biada o di foraggio. Maestri indiscussi nel mestiere, portano i distintivi sulle maniche con smisurato orgoglio e ne hanno ragione, perché appuntati non si diventa se non si hanno nervi a posto, coraggio, prontezza d’intuito per sé e per gli altri conducenti della muta, se non ci si è coscienziosamente spelato il sedere per ore, giorni, mesi, su una sella di batteria, se non si conoscono tutti i cavalli della batteria, se non si sa adoperare egregiamente frusta e speroni e se non si ha una salute d’acciaio, ma di quello temperato al vanadio! Sull’appuntato pesa sempre la responsabilità più grave, specialmente alle scapicollate andature: deve avere occhio alle “tirelle” delle altre due pariglie, alle difficoltà del terreno, all’uso tempestivo delle corde di freno, a spingere il “montato” od il “sottomano” ad evitare uno “strappone” affrontando una scarpata od impedire una carica sulla pariglia di mezzo giù per un discesone improvviso. Tante e tante cose deve fare l’appuntato – e farle bene – che potete anche perdonargli se in libera uscita cammina che pare Badoglio alla rivista!
“MONTONI” E “FARMACISTI”

Non so perché – e penso che nessuno ancora lo sappia – la rispettabilissima classe dei “farmacisti” sia stata scelta a preferenza di tante altre, più sedentarie forse ancora, per indicare quegli ufficiali o quegli artiglieri che si accontentano, nei limiti della decenza, di essere entusiasti spettatori delle prodezze sportive dei loro compagni e che – agitati ed urlanti – vedi fremere sulle sedie del “prato” durante i duri percorsi di un concorso

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ippico, o nello svolgimento tumultuoso di uno steeple chase, o nelle evoluzioni dei pezzi in qualche gara di condurre. Sono bravi ragazzi anche loro e sanno fare cose egregie, maestri di penna e di calcolo, coltissimi nell’arte di compilare registri, specchi, schizzi topografici e disegni, pupilli del Relatore che – alle Batterie a cavallo – non ha sempre tutte le soddisfazioni che si merita. Sono – insomma – cavalieri a modo loro, felici sulla loro sedia d’ufficio come un dragone sulla groppa del suo cavallo. I “montoni” sono un po’ come i “farmacisti”, ma enormemente preoccupati di farsi passare per grandi cavalieri e ciò li rende molto più ridicoli. Girano per la caserma carichi di fruste e cravaches come domatori di tigri, camminano dondolando, conservano con ogni cura sugli stivali le tracce di sudore del loro cavallo nell’ultima (fosse vero!) galoppata dalla quale non son potuti esimersi. Parlano di Lequio, Caffaratti, Bettoni e Pacini come vecchi amici, infarciscono i loro discorsi dei più astrusi termini ippici e tengono lunghe concioni d’equitazione ai sottotenenti di prima nomina sfruttando – sin che dura – il rispetto gerarchico. Ma dura minga!
GIURAMENTO UFFICIALI

Nella Sala del rapporto sono già riuniti gli ufficiali del Reggimento al completo per il Gran Rapporto. Un tavolo di fronte ad essi sul quale sono posati i fogli del giuramento, che saranno letti e firmati dai sottotenenti di complemento, è quasi nascosto sotto una coperta di casermaggio, una di quelle formidabili coperte militari che servono egregiamente a tutti gli usi tranne che a tener caldo. Il Colonnello Comandante entra seguito dall’inseparabile Aiutante Maggiore e – dopo le novità del rapporto – ha inizio la cerimonia del giuramento. Ogni sottotenente – appena chiamato – si presenta dinanzi al Colonnello, gli consegna la propria sciabola e, ricevuto dall’Aiutante Maggiore il foglio del giuramento, ne legge le fatidiche parole, vi appone la propria firma e – ritirata dal Colonnello la sciabola – rientra al suo posto. Il Capo calotta passa lunghi periodi di ansia nel timore che qualche sciagurato si impappini, nonostante le prove che sono state fatte ed immagino che – ultimata la cerimonia senza inconvenienti – debba veramente bearsi in un senso di liberazione. L’Aiutante Maggiore, che è di fianco al tavolo della firma, vede con compiacimento che a quei bravi ragazzi, nello scrivere il proprio nome, trema la mano. Così va bene – si vede che non sono dei brocchi!
GARE DI PATTUGLIA

Altra mattinata piena di ansia sportiva, in attesa della quale per mesi e mesi ufficiali, sottoufficiali ed artiglieri si sono prodigati generosamente per riuscire a tirar fuori le più smaglianti pattuglie che mai abbiano galoppato sulla crosta terrestre. E, se pensate alla disinvoltura con la quale la pattuglia inviata dalle Batterie a cavallo alle gare ippiche di Roma si becca ogni anno il primo premio, non vi riuscirà difficile immaginare la bellezza delle otto pattuglie reggimentali allineate per la presentazione al Colonnello Comandante. Cavalieri e cavalli scelti con ogni più meticolosa cura, eguali in ogni particolare di uniforme e di bardatura, addestrati con una passione che supera l’amore del mestiere, tutti animati da una segreta speranza di vittoria, circondati dagli ufficiali e dai maniscalchi delle batterie, ognuno dei quali ha ancora da soffiar loro un consiglio, da pettinare una coda ribelle, da bruscare una groppa, da rialzare uno sperone o da levare della bava dai morsi lucidi degli inquieti cavalli. E poi, bisogna vederli, dopo la gara, ancora riuniti perché il Colonnello vuol salutarli e complimentarli poiché tutti sono stati bravissimi, tanto che la premiazione non è stata facile e ciascuno di essi meriterebbe un premio. Vederli bisogna: accaldati, un po’ stanchi dal lungo galoppo, felici dell’elogio ed un sorriso che si slarga sulla faccia di onesti soldati del Re.

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ARRESTI

Qualcuno c’è che è riuscito a cavarsela senza “grane” – anche negli anni di subalterno, quando è molto più difficile evitarle – ma sono pochi, molto pochi. E, come non è affatto vero che non si possa essere un buon ufficiale se non si sono avuti arresti, è altrettanto assiomatico che qualche punizione non impedisce affatto di essere un fior di ufficiale. Perché dovete sapere che questi benedetti arresti sono un po’ come gli uragani d’estate: il cielo è tutto terso come un cristallo di Boemia e poi, all’improvviso, ti scroscia addosso un temporale d’inferno: tu sei tranquillo come il più pacifico novizio, soddisfatto del tuo lavoro e della tua vita ed ecco, all’improvviso, piombarti addosso gli arresti, senza che tu possa difenderti e ti lasciano nel cuore una furia repressa o, qualche volta e forse è peggio, una sfiducia sconsolata. Basta un niente, se sei giovane, a far succedere un guaio: il servizio di picchetto o di giornata sono tutti un’insidia, specialmente alle Batterie dove non si può dire che ci sia troppa pietà nel giudicare quelle fesseriole che necessariamente avvengono quando chi le deve impedire non ha che due gambe e due braccia ed una memoria che non è sempre rivolta soltanto ai paragrafi del regolamento di caserma. Gli altri arresti, quelli che arrivano più tardi quando già sei dentro nel mestiere, contano di più perché sono più difficili a venire. Sono quasi sempre volontariamente affrontati per una causa che si crede giusta, come si rischia una ferita in un duello per una donna che si crede onesta. Hanno un deciso aspetto sportivo e ti lasciano sovente un fiero ricordo di battaglia perduta.
CARICO SUL TRENO

È un altro di quei lavori che se non sei innamorato cotto del Reggimento ti fanno benedire l’avvento della motorizzazione, tanto ne è faticosa l’esecuzione, a complicare la quale generosamente contribuiscono cavalli che non vogliono entrare nei vagoni, cavalli che calciano e vogliono star soli, cavalli che si scavezzano e compiono fantasiose evoluzioni sul piano di carico mentre, dai vagoni già completi, escono le pittoresche maledizioni di qualche artigliere che s’è già preso il tradizionale pestone. I Capi pezzo impazzano alla ricerca di qualche coperta, di un secchiello abbeveratoio, di una frusta o di una gavetta sfilata dalla sella minacciando i colpevoli di sanzioni spaventose e di spietati addebiti. I carri bagaglio mettono a durissima prova i nervi dei Comandanti di batteria: carichi sino all’inverosimile, costringono a complicate manovre prima di vederli a posto sul carro piatto e c’è quasi da piangere perché a lavorarci attorno ci sono rimasti soltanto i “farmacisti”, furieri, allievi furieri, barbiere, cuochi, piantoni, che sono dei cannoni nel loro mestiere ma che si sprecano pochino pochino nelle manovre di forza. E quando potresti pensare che sia tutto finito, bisogna andare a riempire i secchielli per la beverata ai cavalli e – naturalmente – per arrivare alla fontanella ci son dieci minuti di cross country attraverso binari e traversine, sotto un bel sole d’estate che ti fa fondere il cervello sotto il kepì. A carico ultimato viene il Colonnello a dare un’occhiata in giro e ti consola subito: «sembra un treno di zingari» – Cupet!
MARCIA SOTTO L’ACQUA

Viene giù un’acqua sottile sottile da un cielo tutto grigio e chiuso, mentre la campagna intorno è velata da una leggerissima nebbia e non c’è nessuna speranza di schiarita. Sono quattro ore che si marcia in mezzo a quella malinconia e Milano non arriva mai. I cavalli fumano come arrosti per le brevi trottate, nessuno parla e pare che persino i pezzi abbiano l’ovatta alle ruote. L’acqua filtra attraverso i pastrani ed inzuppa i pantaloni mentre – ad ogni movimento della testa – scendono rivoletti dal kepì giù per la schiena e puoi così bagnarti anche quell’unica parte del corpo che minaccerebbe diversamente di essere preda della siccità. Si attraversano paesetti dove pare non ci sia nessuno: son tutti in casa ed a camminare per le strade, con questo tempo, non ci siamo che noi, rassegnati come educande alla passeggiata domenicale.

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Sui carri bagaglio, all’asciutto, stanno i soliti “farmacisti” ma non fiatano, atterriti loro stessi di quella sfacciata predilezione della sorte che li fa stare seduti al caldo, mentre tutto attorno a loro, ufficiali, sottufficiali, caporali e soldati stanno marciando – da ore – sotto una pioggia che non vuol finire più. E quando si giungerà in caserma – allegria! allegria! – ci sarà soltanto da strofinare i cavalli, abbeverata e biada, da riportare in magazzino la selleria, da asciugare i cannoni e le sciabole e poi, presi e dati gli ordini per domani, saremo liberi di pensare a noi, con nostro comodo, porcaccia di questa vita!
RICOGNIZIONE

Si chiama così ma è – sostanzialmente – una piacevole galoppata in brughiera durante la quale non hai nessun bisogno di riconoscere niente perché conosci già perfettamente strade, boschi, casolari, ruscelli ed osteria: c’è qualcuno poi che conosce benissimo persino la padrona bionda dell’osteria. Sono anni ed anni che le Batterie vengono a Gallarate per il primo periodo della scuola di tiro e – viva noi! – sono anni ed anni che, imperturbabilmente, i primi due giorni sono dedicati alla ricognizione del poligono: ringraziamo Iddio che si fa a cavallo, perché, se fossimo a piedi, la cosa potrebbe facilmente perdere ogni sapore di umorismo e ciascuno dovrebbe […] attingere, nel profondo della propria anima, a quel dominio … [riga mancante]. Ed invece, Colonnello in testa, la galoppata si snoda da Gallarate, giù per il ciglione, via per la brughiera grande ed arriva poi all’ampio terrazzo di Tornavento, alto sulla pianura ondulata verso Novara dove svettano dal verde-nero dei boschi i campanili dei paesi lontani. I cavalli riposano, mentre agli ufficiali riuniti il Colonnello descrive la zona che conosce bene, straordinariamente bene, perché la “riconosce” da quando era sottotenente al Reggimento, qualcosa come vent’anni fa. E penso che non siamo soli ad ascoltarlo: aleggiano certamente attorno le ombre amate dei vecchi Colonnelli scomparsi che son venuti sui loro vecchi cavalli a sentire ancora una volta questa vecchia storia.
RANCIO SPECIALE

[riga mancante] … e tutta pavesata da bandiere e da grandi teloni con i colori rosso e giallo delle Batterie. Tre lunghissime tavole sono state laboriosamente costruite con plance di casermaggio e ricoperte con candide lenzuola, mentre la pula inumidita della pista è tutta un prezioso lavoro di arabeschi sapientemente tirato con i rastrelli. La fanfara su in tribuna è pronta ad attaccare l’inno del Reggimento non appena il Colonnello entrerà con gli ufficiali. Gli artiglieri – in grande uniforme – sono giù seduti e sonori saluti si alzano fra gli amici delle varie batterie. Poi, all’improvviso si fa un gran silenzio perché l’attenti annuncia l’ingresso del Colonnello. La fanfara attacca e mentre esplode un grido di evviva alle Batterie a cavallo entrano i cuochi che, per l’occasione, sfoggiano altissimi berretti e bianchi grembiuli nuovi di zecca che il Relatore ha benignamente concesso dopo estenuanti discussioni con i Comandanti di batteria. Il Colonnello si aggira lungo le tavolate, parla un po’ con tutti, specialmente con quelli che conosce meglio – i più in gamba ed i più lavativi – poi si allontana senza far dare l’attenti. Ed allora comincia la giostra: risate, urla, scapaccioni, scherzi, versacci, discussioni e scommesse in un crescendo alimentato validamente dal vino che non è quello della sussistenza. E domani mattina a tutti quei bravi ragazzi sembrerà di aver sognato mentre in quella stessa cavallerizza si speleranno il sedere nel trotto senza staffe.
MANOVRE CON I QUADRI

Niente da fare: roba noiosa da noi come negli altri reggimenti, ma – almeno – noi abbiamo la notevole soddisfazione di sapere che il nostro Colonnello è il primo ad esserne convinto ed è, anche lui, rassegnato a queste ore di discussione davanti a carte topografiche cosparse di ovuli, di frecce, di lettere alfabetiche e di segni

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convenzionali, sulle quali si svolgono le formidabili battaglie nelle quali le meravigliose risorse dei generali del partito azzurro dovranno necessariamente frantumare le vane acrobazie delle incapaci truppe rosse. Le manovre sul terreno non sono sempre divertenti, ma, se non altro, ti muovi, ti agiti, fai del mestiere in mezzo ai tuoi cannoni ed ai tuoi cavalli. Ma quella guerra, fatta sulle tavolette al 25.000, inchiodati sulle sedie per delle ore, sempre a parlare di storie che non ti interessano e delle quali, purtroppo, non puoi decentemente fregartene troppo, è una cosa che spaventa anche se il Colonnello ti lascia fumare e non si formalizza affatto se la Divisione che tu comandi non manovra secondo gli ultimi dettami dello Stato Maggiore dell’Esercito Italiano. Noi delle Batterie non siamo proprio fatti per questo lavoro: non chiediamo altro che andare dove ci manderanno – e possono essere certi che ci arriveremo! – ma sui nostri cavalli, con i nostri cannoni, al galoppo, come ai tempi beati di quelle due batterie che la regina Maria Cristina destinava «a far campagna» e dalle quali doveva aver origine questo nostro splendente Reggimento.
SFILAMENTI IN CASERMA

Ogni domenica mattina, alle dieci, il Reggimento esegue uno sfilamento al galoppo davanti al Colonnello Comandante e penso che questa sia forse la prova migliore che la vita non è così comoda alle Batterie, come si ostinano a giudicarla tanti borghesi e tantissimi ufficiali. Le batterie sono schierate nel grande piazzale per la presentazione al Colonnello: sempre perfette come per una rivista, uomini, cavalli e cannoni, straordinariamente belle nel loro immobile movimento. Poi, ad una ad una, si portano all’ammassamento dal quale partiranno al galoppo – in linea di batteria – per sfilare dinanzi al loro Comandante, fermo presso la lapide dei Caduti. Il duro terreno del cortile risuona secco nello sferragliamento cupo delle ruote dei pezzi e l’estrema facilità del traino rende più difficile l’allineamento dei cavalli eccitati dal fragore tumultuoso. Igni ferroque tonantes in hostem celerrime volant. Sempre al galoppo, le batterie, attraversato il lunghissimo cortile, svoltano con un’ardita evoluzione nel viale che li riporterà – in una progressiva diminuzione d’andatura – ad assumere un altro schieramento per il saluto al Colonnello. E poi, sotto al lavoro ragazzi, al solito lavoro per rimettere tutto a posto prima del rancio. Oggi è domenica, sapete e potete andare a far la mafia con il kepì e la trecciola e così la gente che vi incontra potrà continuare a pensare che siete i più bei soldati d’Italia ma che è facile essere tanto in ordine quando si ha poco da fare! Avete capito, che roba?
TIRI AL MOSCHETTO

Può darsi che sia soltanto una mia personalissima impressione, ma penso che questi tiri al moschetto delle reclute non godano al Reggimento di una eccessiva simpatia. E, francamente, son tutt’altro che piacevoli quelle tre o quattro ore di sparatoria quasi ininterrotta salvo i brevi momenti nei quali dal fosso dove sono piazzati i bersagli, si agitano i dischi colorati a segnalare mestamente la sciagurata imprecisione della mira. Ed allora bisogna mettersi con pazienza da certosino a correggere gli errori del puntatore mezzo intontito anche lui dal baccano, che ti guarda con gli occhi imbambolati e ti risponde sempre «Signor sì» senza capire un accidente. Poi, quando ha consumato un altro caricatore, c’è, chissà per quale miracolo divino, un buco proprio all’orlo del bersaglio e allora tu, mentitore spudorato, gli dici che va molto meglio e che, al prossimo caricatore, con un po’ d’attenzione piazzerà un centro e poi lo lasci con Dio e col suo moschetto a consumare proiettili alla naja e ti avvicini ad un’altra recluta che ti sembra già un Guglielmo Tell perché riesce almeno a riempire di buchi periferici il suo bersaglio. Una noia davvero infernale queste sparatorie e meno male che anche il Colonnello se ne frega parecchio e si accontenta di sapere che non ci sono stati guai, fingendo di credere ai risultati abbastanza buoni che i Comandanti di Gruppo gli raccontano al rapporto del giorno dopo.

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AIUTANTE MAGGIORE

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La massima che «ambasciatore non porta pena» non ha – per il povero Aiutante Maggiore – la più lontana ombra di verità. Sulle sue spalle ricadono tutte le lamentele che i paragrafi dell’ordine del giorno hanno il dono di scatenare molto sovente e che lui non può assolutamente scaricare a nessuno, perché la sua arte consiste nell’evitare cilindri al Colonnello e sa Iddio quante volte scoppierebbero tempeste se le geremie degli ufficiali giungessero all’orecchio del Comandante. Perché l’ufficio di un bravo Aiutante Maggiore deve essere una misteriosa scatola nella quale gli ufficiali buttano grane a profusione e dalla quale – con opportuna alchimia – egli dovrà far scaturire una bevanda, se non sempre gradevolissima, almeno sempre di facile digestione al suo Colonnello. Un reggimento può non essere perfetto ma – se l’Aiutante Maggiore è in gamba – deve essere costante la letizia sul volto del suo Comandante: le piccole seccature non devono essere conosciute e le grosse devono essere frantumate prima che il Colonnello ne abbia giudicata la mole. Compito non sempre facile e gradito e che richiede sovente di affrontare delle responsabilità, tanto più gravi in quanto ogni decisione presa dall’Aiutante Maggiore coinvolge sempre la responsabilità del Colonnello che lo ha scelto a suo più fidato collaboratore, dandogli con questa indiscutibile prova di stima un generoso compenso per tutta l’implacabile serie di fastidi che – giorno per giorno – germoglieranno per opera di chissà quale genio perverso del male!
MARESCIALLO DI MAGGIORITÀ

È il bravo alleato dell’Aiutante Maggiore nella battaglia contro la grana. Anziano d’età e di mestiere, da anni sepolto fra volumi di regolamenti e pratiche più o meno urgenti, fierissimo del suo incarico, pignolo e spesso spietato è, per il suo ufficiale, un prezioso elemento nel cui cervello sono miracolosamente incasellate tutte le disposizioni che lo Stato Maggiore sforna, a getto continuo, per impedire alla vita militare di essere una cosa troppo meravigliosa fatta soltanto di cannoni, di cavalli e di soldati. È il terrore dei furieri, che sono le sue vittime più vicine all’ora del rapporto, quando si sente la sua voce tuonare indignata per una “situazione” sbagliata, per un elenco presentato in ritardo, per un piantone che non si è ancora presentato o per una razione prelevata in più. Quando entra in ufficio, gli scritturali saltano sin contro il soffitto e si avvitano poi alle loro sedie sino a quando non se ne va: ma, quando esce, il rancio e la libera uscita sono quasi sempre già suonati da un pezzo e la sua partenza è salutata con esteriore solennità ma con l’animo colmo di interno livore. La sua figura è nota nel Reggimento quanto quella del Colonnello che sa di poter contare su lui in qualunque momento della sua azione di Comando, su questo ingoiatore di circolari, impinguato di paragrafi, di alinea, di ordini riservati, di mostruosi interminabili specchi, chiuso nella torre d’avorio del suo splendido isolamento.
CAPI PEZZO

Gente in gamba anche questa, al Reggimento, sotto pressione dalla sveglia alla libera uscita, con una responsabilità che non è poca e che non è mai comoda, orgogliosa delle sue unità e del suo pezzo, gente svelta e decisa che fa piacere vedersi attorno. In tempi di manovra, specialmente, sono degli esseri senza pace, all’affannata ricerca di un posto dove sistemare quanto meglio possibile i cavalli, i materiali e gli uomini, sempre in agguato per fregare alla naja qualche chilo di avena o di foraggio. Fieri come marescialli di Francia quando marciano di fianco al loro pezzo, animatori inesausti nei momenti difficili quando il maltempo, gli ostacoli delle strade o le più balorde esigenze degli ordini e dei contrordini di manovra stroncherebbero come fuscelli la resistenza dei conducenti e dei serventi. Sono dei bravi soldati, attaccati al loro Reggimento da una passione che commuove, questi graduati tutti d’un pezzo che ti perdono una notte di riposo dietro un cavallo coi dolori e che al mattino son più in gamba degli altri, che non marcano mai visita e che puoi essere certo di trovarti sempre vicino pronti ad un tuo comando, svelti come scoiattoli, tenaci come muli, fidati come barbieri ed allegri come fanciulli in vacanza.

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MARESCIALLO MANISCALCO

In ogni maresciallo maniscalco ci sono due esseri umani: uno sorridente, affabile, quasi paterno, in caserma, quando guarda con amorevole pupilla i cavalli del suo Gruppo attaccati ai filari ed un altro torvo, spietato, tutto un sacramento quando segue gli stessi cavalli al campo, alla scuola di tiro o – Dio liberi – in manovra. In guarnigione, i ferri pare siano fatti di acciaio al vanadio e le economiche “rimesse” lasciano quasi intatte le riserve dei rottami ferrosi che il maresciallo affannosamente va scovando in ogni buco della caserma: la pula dei maneggi e le piste di sabbia delle cavallerizze sono morbide come carezze agli zoccoli dei cavalli. L’inguernire, fatto con calma, i finimenti ben grassati, le moderate andature, le continue cure mantengono il lucido pelo immune da ogni fiaccatura ed il nostro amico se la gode un mondo con poche noie e tante soddisfazioni. Ma, purtroppo per lui, il ritmo delle istruzioni si accentua, le lunghe marce si alternano ai frequenti galoppi, i tiri e le manovre arrivano con le loro innumeri esigenze, i cavalli pernottano all’addiaccio, i finimenti si induriscono per la polvere, per l’acqua e per il sole, le strade ghiaiose si rosicchiano i ferri come fossero fette d’anguria, la scorta di mascalcìa sul carro bagaglio diminuisce a vista d’occhio. Ed è in quei giorni che il maresciallo maniscalco si aggira in mezzo ai pezzi seguito dagli allievi e spia gli zoccoli dei suoi cavalli con occhi di pantera, senza parlare, maledicendo il mestiere.
RELATORE

È il banchiere del Reggimento, l’ufficiale che solo può autorizzare quei misteriosi “arrangiamenti” con i quali i Comandanti di Gruppo e di batteria riescono a trovare un po’ di quattrini nelle avare casse della naja per imbiancare le scuderie o per migliorare il rancio al campo senza incappare come pesci nelle reti della giustizia. Può essere quindi un formidabile alleato che tutti cercano di tenersi buono, al quale si offre per attendente il miglior soldato od il più sicuro cavallo per una caccia in brughiera con la certezza di fare sempre un eccellente impiego di capitale. Ho buoni motivi per ritenere la carica di Relatore alle Batterie particolarmente difficile, con questa continua necessità di soldi per avere sempre tutto perfetto e non è certo il patrio governo che ci passa un lucido decente per i finimenti od una pasta efficace per rendere smaglianti fregi, bottoni e fibbie! Quante lotte, quante discussioni, quanti cicchetti, quante minacce d’arresti impavidamente affrontate dai Comandanti di batteria, nell’ufficio del Relatore, per riuscire a carpire qualche soldo dal fondo destinato al minuto mantenimento reggimentale! Non basta che le Batterie a cavallo vivano. Devono brillantemente vivere e questo assioma piega anche la dritta coscienza del Relatore, forzato a spremere dalle sue meningi le più acrobatiche soluzioni per mandare avanti la carovana.
IL TROMBA

È l’artigliere più “mafioso” in una batteria a cavallo. Tutto in lui tende alla perfezione: l’uniforme di esatta ordinanza, la prestanza del suo cavallo, l’argento brillante degli speroni, delle staffe, del morso e della tromba nella quale si specchiano i colori vivaci della drappella, il caldo colore rosso bruno della sella e l’agile scatto del suo volteggio ne fanno veramente un soldato che si guarda volentieri. Egli è l’ombra del suo Comandante e con lui si scapicolla a cavallo per la brughiera, trotta rassegnato nelle interminabili marce e fa il “morbidone” negli sfilamenti in parata, fierissimo di sé, invidiato dai compagni e perdutamente ammirato dalle ragazze della periferia. Neppure il suo mestiere è facile e comodo, specialmente all’arrivo delle tappe, quando scarpina su e giù per il paese a cercare un buon locale per i cavalli del suo ufficiale e deve ingoiarsi dei chilometri per andare a ritirare la biada ed il foraggio, mentre gli altri stan prendendo già il rancio e lo sfottono spietatamente, oppure quando andrebbe tanto volentieri in libera uscita e deve invece partirsene per San Siro o per il campo ostacoli a portare i cavalli all’esercizio! Ma la gioia di quella lunga criniera bianca – e sei tu solo a portarla, in batteria! – non basta forse a compensarti di quelle sgobbate, irraggiungibile idolo delle tonde servotte lombarde?

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VOLTEGGI

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E questi “volteggi” lasciateli soltanto a noi delle Batterie. Essi sono nostri, assolutamente nostri, poiché non rappresentano soltanto un esercizio spettacolare monopolizzato da pochi soldati selezionati, ma fanno parte della normale istruzione di qualsiasi artigliere a cavallo. Bisogna vedere – in cavallerizza od all’aperto – trenta o quaranta volteggi simultaneamente eseguiti, non soltanto con gli agevoli maniglioni, ma con la sella di batteria. Non soltanto sulla pista libera, ma sugli ostacoli; non soltanto da un fianco, ma dai due lati, per capire come di pieno e meritatissimo diritto ci spetti considerarci incontrastabili signori di questi virtuosismi che solamente per noi non sono più tali. Altri reggimenti, specialmente di cavalleria, hanno cercato di imitarci ma – per quanto mi è stato dato di constatare – l’esito non è stato mai completamente felice. Quelli che ho visto, fuori dal nostro Reggimento, non erano dei volteggiatori ma dei ragazzi svelti e coraggiosi che non mollavano i maniglioni sino a quando non erano riusciti ad arrampicarsi sulla groppa del loro cavallo. Ma fra questi ed i volteggi delle Batterie passa la differenza che può esserci fra la diafana ballerina della Scala e la tarchiata contadinotta della bassa bresciana. Questo è un peccato d’orgoglio, d’accordo, anche se i fatti ci danno ragione. Bisogna però ricordare che è questo peccato una delle più formidabili forze a sostegno della nostra dura fatica e del nostro incontentabile amore per il Reggimento che ci ha voluto nelle sue fila.
COMMIATO

Ed ora, è tutto finito. La benzina ha annegato i cavalli e s’è portata via tutta la bellezza, tutta la poesia, tutta la giocondità che erano con loro. Le ruote veloci dei trattori villani sconvolgono quei terreni di brughiera sui quali gli zoccoli dei nostri cavalli sfioravano appena le erbe rade nel disteso galoppo. Rumori di ferraglia, fracasso di arroventati motori, stridio di freni hanno avuto facile vittoria sull’armoniosa eleganza dei cavalli ed una massa di acciaio di un triste grigio uniforme ne ha per sempre nascosto gli splendenti colori dei mantelli. Sulle centenarie tradizioni è passato un vento d’uragano che porta il nome di progresso e può ben darsi che di tante cose belle fosse ineluttabile la fine nel precipitoso evolversi degli ultimi tempi, anche se qualcuna ancora si sarebbe potuta salvare solo che i nostri generali di Roma non fossero stati così proni ai deliranti ordini del caporale di Predappio. Con un frego di penna si stroncarono memorie e costumanze gelosamente conservate nei più gloriosi reggimenti; si sostituirono – udite, udite! – i laceri e scoloriti stendardi che ti facevano piangere a vederli passare con altri che ti facevano chiudere gli occhi tanto erano fiammanti nella pacchiana chiassosità delle tinte. Si mutarono regolamenti sanciti dall’esperienza di molti e molti anni; si tacquero le storie delle antiche guerre piemontesi e si cominciò, alacremente, a distruggere l’Esercito Italiano. Tutto finito. Sulle strade corrono adesso le jeeps americane e coprono di polvere le carogne dei vecchi cavalli. Tutto finito.

Lecce, agosto 1943 Sandigliano, Castello del Torrione, primavera 1949

LA COLLEZIONE DI UN VECCHIO KEPÌ

La cartolina illustrata ha rappresentato uno dei più interessanti strumenti di comunicazione interpersonale che la diffusione dei cellulari e della posta elettronica non ha relegato in un semplice vezzo. La sua fortuna è stata determinata dalla possibilità di trasmettere contemporaneamente due messaggi, uno attraverso l’immagine ed uno attraverso la parola scritta. L’esempio più intenso è la cartolina militare, espressione di un modo di comunicare rapidamente ed a basso costo momenti della propria vita a chi, lontano, vive le nostre ansie in attimi di difficoltà o di gioia. La sua nascita fu il frutto di una guerra. Era il novembre del 1870 ed il conflitto per la successione al trono di Spagna stava opponendo Prussia e Francia. 40.000 soldati furono dislocati nell’accampamento di Conlie vicino Mans, per formare l’Armata di Bretagna. Léon Besnardeau era l’unico cartolaio-libraio della zona e, quando le scorte di carta finirono, ebbe l’idea di ritagliare le copertine avanzate dei quaderni in rettangoli di 6 cm. x 9 cm., su cui fece stampare sulla faccia destinata all’indirizzo icone militari (fucili, tamburi, cannoni) con scritte patriottiche. L’invenzione ebbe una diffusione rapida ed un immediato successo, tanto che nel 1910 lo stesso Besnardeau ebbe l’onore dell’emissione di una cartolina che lo effigiava. Inizialmente fu patrimonio di una cerchia ristretta, ma con lo sviluppo dell’industria della riproduzione, l’uso della cartolina illustrata toccò ogni ceto sociale e con il suo successo debuttò il fenomeno del collezionismo. Incominciò l’abitudine di custodire le cartoline ricevute ed aumentò il numero di coloro che corrispondevano solo per poterne ricevere di ritorno. Ci furono i primi raduni di collezionisti e nell’estate del 1899 Venezia tenne la prima Esposizione Internazionale di cartoline illustrate aperta a tutti i Paesi. La cartolina fu adottata in Italia con Regio Decreto n° 1442 del 23 giugno 1873, autorizzata unicamente per la circolazione interna. La circolazione internazionale fu approvata il 1° luglio 1875 con il Trattato dell’Unione Postale Generale di Berna, poi Unione Postale Universale dopo il Congresso mondiale di Parigi nel 1878, che fissò le dimensioni massime (standard internazionale) per le cartoline postali (90 mm. x 140 mm.). Nel 1882 la tipografia Danesi di Roma pubblicò una serie di vedute del pittore Surdi mentre a Napoli, nel negozio di biancheria del commendator De Palma, furono in vendita cartoline ricavate incollando al verso di una cartolina postale una striscia di carta con tre vedutine di Amalfi, Napoli e Capri. Il 19 settembre 1895 le Regie Poste stamparono un “intero postale” (cartolina pre-affrancata) per celebrare il XXV anniversario della presa di Roma, di cui uscirono anche edizioni private. Ultima tappa fu l’introduzione in Gran Bretagna del divided back. Fino a quel momento le cartoline erano considerate come il frontespizio di una lettera, con un lato riservato unicamente all’indirizzo ed all’affrancatura. Dal 1902 (1906 per l’Italia) il “verso” della cartolina illustrata (“recto” nel caso di cartolina postale) fu diviso verticalmente in due parti uguali (divided back), lo spazio di destra per l’indirizzo e l’affrancatura, quello di sinistra per lo scritto, lasciando l’altro lato a disposizione dell’illustrazione. Era nata la cartolina illustrata moderna. Per ritornare alla cartolina militare, in Italia il primo esemplare databile con certezza è un cartoncino doppio del 64° Reggimento Fanteria edito per il 25° anniversario della sua fondazione (1862), stampato quindi nel 1887. Tre anni dopo viaggiarono due cartoline spedite dalla Scuola Militare di Modena ed in quegli anni (1892 e 1895) l’editore Marcucci stampò a Roma la serie “Ricordo Militare”. Dal 1900 al 1904 le cartoline militari furono stampate a migliaia, tanto istituzionali che private: si calcola che in Italia circolassero qualche decina di milioni di cartoline di vario genere. Per questo motivo non esiste a tutt’oggi un sistema specifico per catalogare la cartolina militare. Per i “puristi” sono solo quelle reggimentali e devono riportare l’Arma, il Corpo e la Specialità secondo la classificazione suggerita da Nicola Della Volpe:
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cartoline dei Comandi, dei Corpi e degli Enti vari dell’Esercito; cartoline militari generiche emesse da privati e riportanti temi vari, da quelli commemorativi a quelli umoristici;

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LA COLLEZIONE DI UN VECCHIO KEPÌ

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cartoline di propaganda per i prestiti di guerra, in franchigia. Le prime comparvero nella guerra di Libia concesse solo ai militari di truppa, purché spedite con la posta militare e con il bollo del Comando di appartenenza; cartoline coloniali in onore dei Corpi indigeni nelle guerre d’Africa; cartoline fotografiche ricavate da fotografie di eventi militari.

Molti furono gli illustratori (Cenni, Beltrame, Boccasile e Tafuri per citarne qualcuno), ma il più grande fu Paolo Caccia Dominioni perché seppe portare nei suoi disegni il vissuto. Volontario a 18 anni nella Grande Guerra, combattente nella Seconda e nella Resistenza, invalido di guerra, pluridecorato al V. M., scrittore di fama, visse 12 anni in Africa per raccogliere le salme dei Caduti di El Alamein nel Sacrario Militare Italiano. I suoi tratti asciutti, reali, essenziali scandiscono non soldati da parata ma in tutta la loro umanità. La cartolina è un “documento” che assume una valenza diversa al mutare del contesto in cui è osservata: diviene ricordo personale, testimonianza di avvenimenti e nel caso di “collezioni coerenti” un percorso attraverso cui leggere il mutare del gusto, lo svolgersi e l’evolversi dei tempi e dei luoghi. Se si osserva una collezione riguardante una stessa località edita in anni diversi, si rilevano non solo i mutamenti della struttura urbanistica e quelli dei mezzi di trasporto, ma soprattutto evoluzioni più intime come la moda del vestire dei suoi “attori” inconsci. Da una collezione di cartoline di propaganda o satiriche, edite tra il 1914 e la fine della Prima Guerra Mondiale, emerge con la stessa chiarezza di un testo scritto lo sforzo di una collettività e la conseguente necessità di compattare in un unico disegno il consenso di una Nazione. La possibilità di costruire “percorsi personali” costituisce la base da cui è nato il collezionismo della cartolina, collezionismo minore ed ephemerico, ma di largo successo e non facile da costruire per la dispersione naturale dei pezzi. La collezione che le pagine successive raccontano è il frutto del legame intenso tra un “vecchio kepì” ed il suo Reggimento: le Batterie a Cavallo. Comprende, accanto alle cartoline strettamente reggimentali, le edizioni private, quelle di propaganda ed anche quelle di diversa origine edite da Corpi che comunque si richiamano alle Batterie. Scorre attraverso le immagini la storia di un Reggimento che fin dalla sua costituzione fu diverso, dalle Campagne del Risorgimento, alle sue molte trasformazioni: Reggimento Artiglieria a Cavallo, Reggimento Batterie a Cavallo e Autoportate, 1° 2° e 3° Reggimento di Artiglieria di Divisione Celere, ma anche il Reggimento Artiglieria Leggero “Treviso” che diede al 1° Celere lo stemma araldico, il motto e che nel fregio aveva cannoni e sciabole incrociati con fiamma dritta. E poi ancora Reggimento Artiglieria a Cavallo, Reggimento Artiglieria a Cavallo “Legnano” e di nuovo Reggimento Artiglieria a Cavallo, erede unico e vero delle Batterie del 1831. Il nucleo più numeroso è costituito dalle cartoline pubblicate durante la Prima Guerra Mondiale che hanno riproposto, in edizioni ripetute e con aggiornamenti grafici, immagini degli anni precedenti, in particolare quelle edite tra il 1910 ed il 1918 da Luigi Frangi, vivandiere. Sobrie ed essenziali quelle del primo dopoguerra, meno riuscite e non sempre filologicamente interpretate quelle dopo il 1945, dove il mito degli Stendardi è già lontano come gli eroi che ad essi hanno regalato la vita. La selezione operata dai Curatori per questo volume ha snellito il racconto per immagini, facendolo correre lungo il filo dei testi, mantenendo di ogni cartolina le dimensioni ed i colori “al naturale” per salvaguardare i messaggi visivi, ognuno un tassello di storia, un segno relativo ad un momento. La collezione completa appartiene ora al Reggimento, dono di un “vecchio kepì”, perché con l’aiuto di questo volume sia “partecipata” e “compresa”: le cartoline militari conservano sempre un valore aggiunto sulle altre perché raccontano storie di soldati.
TOMASO VIALARDI DI SANDIGLIANO FERNANDO ZANCANI

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Anno: 1900 - 1905

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Anno: 1900 - 1905 Da dipinto di N. Rinaldi. Tipografia: Stab. A. Marzi, Roma. Stemma araldico del Reggimento dorato in rilievo. Varianti. Anno: 1900 - 1905

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Anno: 1900 - 1905 Anno: 1900 - 1905 Tipografia: Aldo De Chiaves & C., Verona.

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Anno: 1900 - 1905 Sigla: A. L. - Tipografia: Stab. Art. Gio. Zannoni, Verona. Varianti. Anno: 1900 - 1905 Editore: Ediz. Wild & C., Milano. Varianti.

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Anno: 1900 - 1905 Da dipinto di Sebastiano De Albertis. Editore: Eliocromia Fumagalli e C., Milano. Varianti.

Anno: 1903 Riporta il menù della cena al Grand Hôtel de Londres a Verona tra i Reparti che hanno Santa Barbara come Patrona. Varianti.

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Anno: 1905 Tipografia: Prem. Stab. Crom. - Lit. A. Cantarella, Milano. Varianti. Anno: 1905 - 1910 Editore: DG in marchio. L’insieme fa ritenere che sia stata realizzata al Reggimento.

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Anno: 1905 - 1912 Tipografia: Alfieri & Lacroix, Milano. Storia delle Batterie a Cavallo con stemma araldico del Reggimento dorato. Dorso: iscrizione “Batterie a Cavallo”. Varianti. Anno: 1905 - 1915 Ricordo fotografico 3a Batteria - Classe 1889. Foto: Angeli, Milano. Tipografia: N.P.G. - Stampa su carta liscia.

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Anno: 1905 - 1920 Editore: Ediz. Natali, Milano. Anno: 1905 - 1920 Da dipinto di Antonio Marazzani. Tipografia: Off. Chiattone, Milano. Dorso: stemma araldico del Reggimento. Varianti.

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Anno: 1905 - 1920 Da dipinto di Rodolfo Paoletti Esercito Italiano - Artiglieria. Varianti.

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Anno: 1905 - 1920 Editore: Behi in marchio.

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Anno: 1905 - 1920 Editore: Luigi Frangi, Vivandiere. Anno: 1905 - 1920 Editore: Luigi Frangi, Vivandiere.

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Anno: 1905 - 1920 Editore: Luigi Frangi, Vivandiere. Ricordo dei festeggiamenti per il 25° anniversario della ricostituzione delle Batterie del 30 Maggio 1910. Varianti. Anno: 1905 - 1920 Editore: Luigi Frangi, Vivandiere. Varianti.

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Anno: 1905 - 1920 Editore: Fototipia Alterocca, Terni. Anno: 1905 - 1920 Editore: R. S. P.

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Anno: 1905 - 1920 Editore: R. S. P.

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Anno: 1905 - 1920 Editore: Luigi Frangi. Tipografia: SFIN in marchio. Anno: 1905 - 1920 Editore: Luigi Frangi. Tipografia: SFIN in marchio.

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Anno: 1905 - 1920 Da dipinto di Rodolfo Paoletti. Editore: P. B. Ed., Milano. Dorso: iscrizione “Esercito Italiano - Artiglieria”. Anno: 1910 Editore: Frangi Luigi, Vivandiere. Varianti.

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Anno: 1910 Editore: Franzi [recte Frangi] Luigi, Vivandiere. Varianti. Anno: 1910 - 1913 Editore: Frangi Luigi, Vivandiere. Varianti.

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Anno: 1910 - 1913 Editore: Luigi Frangi, Vivandiere. Varianti. Anno: 1910 - 1913 Editore: Luigi Frangi, Vivandiere. Varianti.

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Anno: 1910 - 1913 Editore: Frangi Luigi, Vivandiere. Anno: 1910 - 1913 Editore: Frangi Luigi, Vivandiere. Varianti.

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Anno: 1910 - 1913 Editore: Luigi Frangi, Vivandiere. Anno: 1910 - 1920 Editore: AGM.

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Anno: 1910 - 1920 Da dipinto di Marioni. Editore: Luigi Frangi, Vivandiere, Milano, V edizione. Sigillo con stemma araldico del Reggimento in rilievo. Varianti.

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Anno 1911 Editore: Luigi Frangi, Vivandiere [barrato]. Varianti. Anno: 1911 Dorso della cartolina precedente con applicazione del ritratto del 12° Comandante del Reggimento e con indicazione del nome in sovrastampa.

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Anno: 1912 Tipografia: Alfieri & Lacroix, Milano. Editore: Luigi Frangi, Vivandiere. In alto a destra i Comandanti dal 1887 al 1912. Dorso: stemma araldico del Reggimento e rigatura in marrone chiaro. Varianti.

Anno: 1912 Tipografia: Alfieri e Lacroix, Milano. Editore: Luigi Frangi, Vivandiere. Varianti.

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REGGIMENTO ARTIGLIERIA A CAVALLO 1900-2007

Anno: 1912 - 1920 Dorso: marchio editore.

Anno: 1915 Offerta ai combattenti durante la Prima Guerra Mondiale dalla Casa Editrice Sonzogno, Milano.

REGGIMENTO ARTIGLIERIA A CAVALLO 1900-2007

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Anno: 1916 Editore: Luigi Frangi, Vivandiere. Anno: 1916 Editore: Luigi Frangi, Vivandiere. Dorso: iscrizione “Reggimento Artiglieria a Cavallo”. Varianti.

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REGGIMENTO ARTIGLIERIA A CAVALLO 1900-2007

Anno: 1916 Editore: Luigi Frangi, Vivandiere. Dorso: iscrizione “Reggimento Artiglieria a Cavallo”. Varianti. Anno: 1918 - 1925 Foto: G. Peluchetti, Monfalcone.

REGGIMENTO ARTIGLIERIA A CAVALLO 1900-2007

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Anno: 1920 Anno: 1920

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REGGIMENTO ARTIGLIERIA A CAVALLO 1900-2007

Anno: 1920 - 1924 Dorso: iscrizione “Reggimento Batterie a Cavallo e Autoportate”. Anno: 1920 - 1930 Editore: Ediz. Natali. Dorso: iscrizione “Milano - Reggimento Artiglieria a cavallo. Caserma Principe Eugenio di Savoia. Camerata”.

REGGIMENTO ARTIGLIERIA A CAVALLO 1900-2007

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Anno: 1920 - 1930 Editore: Ediz. Natali. Anno: 1920 - 1930 Editore: Raimondi di Pettinaroli, Milano. Dorso: iscrizione “Reggimento Artiglieria a Cavallo” e motivazione della medaglia d’Oro al V. M. al luogotenente Bellezza (6 Maggio 1848).

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REGGIMENTO ARTIGLIERIA A CAVALLO 1900-2007

Anno: 1920 - 1930 Da dipinto di R. S. Zemmo. Editore: Raimondi di Pettinaroli, Milano. Dorso: iscrizione “Reggimento Artiglieria a Cavallo” e motivazione della medaglia d’Oro al V. M. al capitano Roberto Perrone di San Martino (24 Giugno 1866). Varianti.

REGGIMENTO ARTIGLIERIA A CAVALLO 1900-2007

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Anno: 1920 - 1930 Editore: Raimondi di Pettinaroli, Milano. Dorso: iscrizione “Reggimento Artiglieria a Cavallo” e motivazione della medaglia d’Oro al V. M. al luogotenente Bellezza (6 Maggio 1848). Varianti. Anno: 1920 - 1930 Da disegno di Quinto Cenni. Editore: Raimondi di Pettinaroli, Milano. Dorso: iscrizione “Reggimento Artiglieria a Cavallo“ e descrizione dell’atto eroico rappresentato sul verso “Il Tenente Emanuele Bertone di Sambuy alla testa dei serventi carica e disperde un nucleo di Tirolesi che aveva accerchiato la Batteria e salva i pezzi”.

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REGGIMENTO ARTIGLIERIA A CAVALLO 1900-2007

Anno: 1920 - 1930 Editore: Raimondi di Pettinaroli, Milano. Dorso: iscrizione “Reggimento Artiglieria a Cavallo” e motivazione della medaglia d’Argento al V. M. al tenente Carlo Felice Nicolis di Robilant (23 Marzo 1849). Anno: 1920 - 1930 Da disegno di I. Cenni. Editore: Raimondi di Pettinaroli, Milano. Dorso: iscrizione “Reggimento Artiglieria a Cavallo” e motivazione della medaglia di Bronzo al V. M. ai caporali maggiori Pietro Facchetti e Mario Guzzetti (15 Maggio 1917).

REGGIMENTO ARTIGLIERIA A CAVALLO 1900-2007

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Anno: 1920 - 1930 Da disegno di I. Cenni. Editore: Raimondi di Pettinaroli, Milano. Dorso: iscrizione “Reggimento Artiglieria a Cavallo” e motivazione della medaglia all’artigliere Giovanni Golli (25 Maggio 1917). Anno: 1920 - 1930 Editore: Raimondi di Pettinaroli, Milano. Dorso: iscrizione “Reggimento Artiglieria a Cavallo” e motivazione della medaglia di Bronzo al V. M. all’artigliere Mario Bortolan (27 Maggio 1917).

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REGGIMENTO ARTIGLIERIA A CAVALLO 1900-2007

Anno: 1920 - 1930 Editore: Raimondi di Pettinaroli, Milano. Dorso: iscrizione “Reggimento Artiglieria a Cavallo” e motivazione della medaglia d’Argento al V. M. al caporal maggiore Ado Bonali (4 Settembre 1917). Anno: 1920 - 1930 Editore: Raimondi di Pettinaroli, Milano. Dorso: iscrizione “Reggimento Artiglieria a Cavallo” e motivazione della medaglia alla 2a Batteria a Cavallo (31 Ottobre 1918).

REGGIMENTO ARTIGLIERIA A CAVALLO 1900-2007

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Anno: 1920 - 1930 Editore: Raimondi di Pettinaroli, Milano. Dorso: iscrizione “Reggimento Artiglieria a Cavallo” e motivazione della medaglia alla 7a Batteria a Cavallo (3 Novembre 1918). Anno: 1920 - 1930 Editore: Raimondi di Pettinaroli, Milano. Dorso: iscrizione “Reggimento Artiglieria a Cavallo” e motivazione della medaglia al trombettiere Nadalin durante la carica del 3 Novembre 1918.

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REGGIMENTO ARTIGLIERIA A CAVALLO 1900-2007

Anno: 1920 - 1930 Editore: Raimondi di Pettinaroli, Milano. Dorso: iscrizione “Reggimento Artiglieria a Cavallo” e motivazione della Menzione d’Onore del Comando Supremo alla 4a Batteria a Cavallo (4 Novembre 1918). Anno: 1920 - 1934

REGGIMENTO ARTIGLIERIA A CAVALLO 1900-2007

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Anno: 1922 Dorso: iscrizione “Reggimento Batterie a Cavallo e Autoportate”. Anno: 1925 In memoria delle coppe vinte dal Reggimento negli anni 1920, 1921, 1925. Dorso: iscrizione “Reggimento Artiglieria a Cavallo”.

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REGGIMENTO ARTIGLIERIA A CAVALLO 1900-2007

Anno: 1928 - 1934 Da dipinto di Grimaldi 1881. Editore: Raimondi di Pettinaroli, Milano. Dorso: storia delle Batterie a Cavallo dal 1831 al 1928.

REGGIMENTO ARTIGLIERIA A CAVALLO 1900-2007

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Anno: 1946 Tipografia: Crimella, Milano. Dorso: iscrizione “Reggimento Artiglieria a Cavallo Legnano” e stemma araldico del Reggimento.

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REGGIMENTO ARTIGLIERIA A CAVALLO 1900-2007

Anno: 1946 Tipografia: F. Duval, Milano. Dorso: iscrizione “Reggimento Artiglieria a Cavallo Legnano” e stemma araldico del Reggimento. Anno: 1950 - 1957 Editore: Muzio, Milano. Dorso: iscrizione “Reggimento Artiglieria a Cavallo” e stemma araldico del Reggimento. Varianti.

REGGIMENTO ARTIGLIERIA A CAVALLO 1900-2007

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Anno: 1950 - 1960 Da dipinto di A. Cervi raffigurante il 19° Comandante del Reggimento, colonnello Sandro Valerio, 1934. Edizione fotografica privata. Collezione: VdSF. Dorso: undivided back. Varianti.

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REGGIMENTO ARTIGLIERIA A CAVALLO 1900-2007

Anno: 1950 - 1970 Edizione privata riedita da fotografia del 1938. Colori del Reggimento autoadesivi. Collezione: VdSF. Dorso: iscrizione a stampa “Il paradiso terreno è sul dorso del cavallo” ed iscrizione a mano “Dove sei gioventù splendente e bella, per essere un re bastavano un cavallo, una sciabola, una sella”.

REGGIMENTO ARTIGLIERIA A CAVALLO 1900-2007

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Anno: 1957 Editore: Muzio, Milano. Dorso: iscrizione “Reggimento Artiglieria a Cavallo” e stemma araldico del Reggimento. Varianti.

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REGGIMENTO ARTIGLIERIA A CAVALLO 1900-2007

Anno: 1968 Editore: Alfieri e Lacroix, Milano. Dorso: iscrizione “Reggimento Artiglieria a Cavallo Guardia d’onore al Quirinale - Roma 3 giugno 1968”.

REGGIMENTO ARTIGLIERIA A CAVALLO 1900-2007

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Anno: 1972 Dorso: dal resoconto della cerimonia d’inaugurazione del monumento alle Volòire, iscrizione “... quando dal tricolore che lo ricopriva è emerso il trombettiere a cavallo, è corso fra i presenti un fremito di fierezza; ognuno ha sentito che la sua presenza alla manifestazione, gli dava il diritto di partecipare alla gioia e all’orgoglio di essere erede di tanto glorioso passato; la “voloira” ha vissuto il 9 aprile la sua ultima giornata di storia per passare nella leggenda epica, ma le sue salde radici hanno dato vita a nuovi virgulti e le giovani criniere ne sono coscienti perché una cosa rimane immutata: il cuore degli Artiglieri”. Milano, 9 - 4 - 1972.

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REGGIMENTO ARTIGLIERIA A CAVALLO 1900-2007

Anno: 1980 Foto: A. Raul Castro. Editore: Stato Maggiore dell’Esercito. Tipografia: Edizioni SAEMEC in marchio. Dorso: iscrizione “Artiglieria a cavallo con pezzi storici Mod. 1911 utilizzati sino all’ultimo conflitto (1940 - 45)”.

REGGIMENTO ARTIGLIERIA A CAVALLO 1900-2007

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Anno: 1980 Da dipinto di A. Cervi. Dorso: iscrizione “Reggimento Artiglieria a Cavallo. Trombettiere a Cavallo 1840”.

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REGGIMENTO ARTIGLIERIA A CAVALLO 1900-2007

Anno: 1980 Da dipinto di A. Cervi. Dorso: iscrizione “Reggimento Artiglieria a Cavallo. Trombettiere a Cavallo 1930”.

REGGIMENTO ARTIGLIERIA A CAVALLO 1900-2007

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Anno: 1981 Da dipinto di Alberto Parducci Chazepetowka, 8 dicembre 1941 “Campagna di Russia: le batterie a cavallo italiane Le Voloire,

in marcia verso la linea del fuoco”.
Editore: Luigi Brotto, UNICI, Vicenza. Tipografia: Rotalcolor - Rotalfoto, Milano in marchio. Edita per il 150° anniversario delle Volòire. Dorso: iscrizione “Reggimento Artiglieria a Cavallo 1831 - 1981 150° anniversario delle Voloire” e stemma araldico del Reggimento.

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REGGIMENTO ARTIGLIERIA A CAVALLO 1900-2007

Anno: 1981 Da dipinto di Quinto Cenni. Edita in occasione del 150° anniversario delle Volòire. Formato non usuale: cm. 10,1 x 16,1. Dorso: stemma araldico del Reggimento.

REGGIMENTO ARTIGLIERIA A CAVALLO 1900-2007

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Anno: 1994 Editore: Raoul Castro Editore d’Arte in Milano. Dorso: iscrizione “Reggimento Artiglieria a Cavallo. Dal progetto originale della Caserma - Visione prospettica a volo d’uccello”, stemma araldico e timbro del 163° dalla Costituzione.

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REGGIMENTO ARTIGLIERIA A CAVALLO 1900-2007

Anno: 1994 Editore: Raoul Castro Editore d’Arte in Milano. Dorso: iscrizione “Reggimento Artiglieria a Cavallo” da multiplo realizzato per la Calotta 1988 da Fernando Carcupino La passeggiata, stemma araldico del Reggimento e timbro del 163° dalla Costituzione.

REGGIMENTO ARTIGLIERIA A CAVALLO 1900-2007

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Anno: 1994 Editore: Raoul Castro Editore d’Arte in Milano. Dorso: iscrizione “Reggimento Artiglieria a Cavallo” da multiplo realizzato per la Calotta 1986 da Fernando Carcupino La ragazza e l’ufficiale, stemma araldico del Reggimento e timbro del 163° dalla Costituzione.

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REGGIMENTO ARTIGLIERIA A CAVALLO 1900-2007

Anno: 1994 Editore: Raoul Castro Editore d’Arte in Milano. Dorso: iscrizione “Reggimento Artiglieria a Cavallo” da multiplo realizzato per la Calotta 1994 da Fernando Carcupino … arruolata!, stemma araldico del Reggimento e timbro del 163° dalla Costituzione.

REGGIMENTO ARTIGLIERIA A CAVALLO 1900-2007

105

Anno: 1994 Editore: Raoul Castro Editore d’Arte in Milano. Dorso: iscrizione “Reggimento Artiglieria a Cavallo” da multiplo realizzato per la Calotta 1984 da Aldo Fornoni Ballo di calotta, stemma araldico del Reggimento e timbro del 163° dalla Costituzione.

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REGGIMENTO ARTIGLIERIA A CAVALLO 1900-2007

Anno: 1994 Da dipinto di Dina Mosca Nella brughiera. Editore: Raoul Castro Editore d’Arte in Milano. Dorso: iscrizione “Reggimento Artiglieria a Cavallo”, stemma araldico del Reggimento e timbro del 163° dalla Costituzione.

REGGIMENTO ARTIGLIERIA A CAVALLO 1900-2007

107

Anno: 1994 Da dipinto di Aldo Fornoni In parata. Editore: Raoul Castro Editore d’Arte in Milano. Dorso: stemma araldico del Reggimento e timbro del 163° dalla Costituzione. Varianti.

108

REGGIMENTO ARTIGLIERIA A CAVALLO 1900-2007

Anno: 1994 Da dipinto di Proferio Grossi Il comandante. Editore: Raoul Castro Editore d’Arte in Milano. Dorso: iscrizione “Reggimento Artiglieria a Cavallo”, stemma araldico del Reggimento e timbro del 163° dalla Costituzione.

REGGIMENTO ARTIGLIERIA A CAVALLO 1900-2007

109

Anno: 1994 Da dipinto di Fernando Carcupino Il trombettiere. Editore: Raoul Castro Editore d’Arte in Milano. Dorso: iscrizione “172° Anniversario Fondazione Batterie a Cavallo”, stemma araldico del Reggimento e timbro di annullo postale. Varianti.

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REGGIMENTO ARTIGLIERIA A CAVALLO 1900-2007

Anno: 1999 Tipografia: Erser Grafiche, Milano. Dorso: iscrizione “Reggimento Artiglieria a Cavallo” e stemma araldico del Reggimento.

REGGIMENTO ARTIGLIERIA A CAVALLO 1900-2007

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Anno: 2007 Edita per il 120° anniversario delle Batterie a Cavallo a Milano. Grafica: Francesco Giunta. Editore: Reggimento Artiglieria a Cavallo. Dorso: iscrizioni “Reggimento Artiglieria a Cavallo” e “120 anni delle Batterie a Cavallo a Milano”, stemma araldico del Reggimento.

112

REGGIMENTO ARTIGLIERIA LEGGERO “TREVISO” 1929-1934

Anno: 1929 Da dipinto di I. Cenni. Editore: F. Duval, Milano. Dorso: iscrizione “Reggimento Artiglieria Leggero”. Varianti. Anno: 1930 - 1934 Editore: Rag. F. Duval, Milano. Dorso: iscrizione “Batterie Leggere” e stemma araldico del Reggimento.

1° REGGIMENTO ARTIGLIERIA CELERE “EUGENIO DI SAVOIA” 1930-1942

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Anno: 1930 - 1942 Editore: Raimondi, Milano. Dorso: iscrizione “Batterie Celeri Eugenio di Savoia” e stemma araldico del Reggimento. Edita per tutte le unità della 1ª Divisione “Eugenio di Savoia”. Varianti.

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2° REGGIMENTO ARTIGLIERIA CELERE “EMANUELE FILIBERTO - TESTA DI FERRO” 1936

Anno: 1936 Da dipinto di Palma il Giovane Emanuele Filiberto alla battaglia di S. Quintino, dettaglio. Editore: Raimondi, Milano. Dorso: iscrizione “Reggimento Artiglieria Celere (2°) Emanuele Filiberto - Testa di ferro” e stemma araldico del Reggimento.

2° REGGIMENTO ARTIGLIERIA CELERE “EMANUELE FILIBERTO - TESTA DI FERRO” 1936

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Anno: 1936 Editore: Raimondi, Milano. Dorso: iscrizione “Reggimento Artiglieria Celere (2°) Emanuele Filiberto - Testa di ferro”. Varianti.

116

3° REGGIMENTO ARTIGLIERIA CELERE “PRINCIPE AMEDEO DUCA D’AOSTA” 1934-1943

Anno: 1934 - 1942 Editore: Raimondi, Milano. Dorso: iscrizione “3° Reggimento Artiglieria Celere Principe Amedeo Duca d’Aosta” e stemma araldico del Reggimento.

3° REGGIMENTO ARTIGLIERIA CELERE “PRINCIPE AMEDEO DUCA D’AOSTA” 1934-1943

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Anno: 1934 -1943 Foto: Amedeo Zema. Anno: 1938 Foto: Amedeo Zema.

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3° REGGIMENTO ARTIGLIERIA CELERE “PRINCIPE AMEDEO DUCA D’AOSTA” 1934-1943

Anno: 1940 - 1943 Editore: Rag. F. Duval, Milano. Dorso: timbro “Reggimento Artiglieria a Cavallo - Comando”, iscrizione “Cartolina - ricordo della Armata del Po” e stemma araldico del Reggimento. Cartolina, spedita da Verona il 22 luglio 1941 con la scritta: “A modifica precedente P. M. 40. R. …”. Il 24 luglio il Reggimento partiva per la Russia.

CARTOLINE DI DIVERSE EDIZIONI ATTINENTI “LE BATTERIE” 1900-1981

119

Anno: 1900 Foto: Montabone, Milano. Editore: A. Guarneri, Milano. Anno: 1900 Editore: Società Editrice Cartoline, Torino.

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CARTOLINE DI DIVERSE EDIZIONI ATTINENTI “LE BATTERIE” 1900-1981

Anno: 1900 - 1905 Editore: Mazzinghi, Gorgerat & Tosatti, Milano. Anno: 1900 - 1905 Editore: Roveri, Milano.

CARTOLINE DI DIVERSE EDIZIONI ATTINENTI “LE BATTERIE” 1900-1981

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Anno: 1900 - 1905 Da un foglio di congedo illimitato. Dorso: iscrizione “Ricordo del Congedamento - Artiglieria” e raffigurazione dei vari corpi dell’Esercito.

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CARTOLINE DI DIVERSE EDIZIONI ATTINENTI “LE BATTERIE” 1900-1981

Anno: 1900 - 1905 Editore: Merceria G. Vittorello, Spilimbergo. Tipografia: W. H. Dresda, Sommariva, Bologna.

Anno: 1900 - 1905 Editore: 14° Reggimento Artiglieria. Iscrizione in alto color oro. Tiratura limitata a 500 esemplari.

CARTOLINE DI DIVERSE EDIZIONI ATTINENTI “LE BATTERIE” 1900-1981

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Anno: 1900 - 1905 Editore: G.C. & C. in marchio. Varianti.

Anno: 1900 - 1905

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CARTOLINE DI DIVERSE EDIZIONI ATTINENTI “LE BATTERIE” 1900-1981

Anno: 1900 - 1910 Da disegno di Quinto Cenni. Editore: Alfieri e Lacroix, Milano, in sigla. Tipografia: Società Lit. Tip. Lombarda, Milano. Anno: 1903 Editore: Mattinati, Roma. Dorso: gerarchia nei primi tre massimi incarichi.

CARTOLINE DI DIVERSE EDIZIONI ATTINENTI “LE BATTERIE” 1900-1981

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Anno: 1903 Foto: E. Gatti, Napoli. Editore: Gatti, Napoli.

Anno: 1904 Da disegno di Faccioli. Dorso: iscrizione “III Corpo d’Armata”. Varianti.

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CARTOLINE DI DIVERSE EDIZIONI ATTINENTI “LE BATTERIE” 1900-1981

Anno: 1905 - 1920 Editore: in marchio.

CARTOLINE DI DIVERSE EDIZIONI ATTINENTI “LE BATTERIE” 1900-1981

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Anno: 1908 Editore: G. Zanussi, Pordenone. Anno: 1910 - 1920 Editore: DEMI in marchio. Varianti.

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CARTOLINE DI DIVERSE EDIZIONI ATTINENTI “LE BATTERIE” 1900-1981

Anno: 1910 - 1920 Editore: DEMI in marchio. Varianti.

Anno: 1915 Varianti.

CARTOLINE DI DIVERSE EDIZIONI ATTINENTI “LE BATTERIE” 1900-1981

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Anno: 1920 - 1930 Da disegno di Romano Mai Artiglieria a Cavallo. Editore: Accom. Ed. Alfieri & Lacroix, di L. Alfieri & C., Roma.

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CARTOLINE DI DIVERSE EDIZIONI ATTINENTI “LE BATTERIE” 1900-1981

Anno: 1920 - 1935 Editore: Fotocelere, Torino. Anno: 1920 - 1940 Incisione: G. Gallino. Editore: Rivista d’Artiglieria e Genio. Tipografia: Lit. Doyen, Torino. Dorso: iscrizione di alcune parole di Emanuele Filiberto di Savoia, Duca d’Aosta.

CARTOLINE DI DIVERSE EDIZIONI ATTINENTI “LE BATTERIE” 1900-1981

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Anno: 1934 - 1941 Editore: Degami. Dorso: iscrizione “Artiglieria”.

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CARTOLINE DI DIVERSE EDIZIONI ATTINENTI “LE BATTERIE” 1900-1981

Anno: 1938 - 1942 Editore: Reggimento Artiglieri d’Italia “Damiano Chiesa”. Dorso: stemma araldico del Reggimento e bandiere dell’Arma di Artiglieria.

CARTOLINE DI DIVERSE EDIZIONI ATTINENTI “LE BATTERIE” 1900-1981

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Anno: 1940 Editore: Fotocelere di A. Campassi, Torino.

Anno: 1940 Editore: Fotocelere di A. Campassi, Torino.

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CARTOLINE DI DIVERSE EDIZIONI ATTINENTI “LE BATTERIE” 1900-1981

Anno: 1945 - 1950 Editore: Biblioteca d’Artiglieria e Genio, Roma. Dorso: iscrizione “Storia dell’Artiglieria Italiana del Gen. Carlo Montù”.

CARTOLINE DI DIVERSE EDIZIONI ATTINENTI “LE BATTERIE” 1900-1981

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Anno: 1952 In memoria della “3a Divisione Celere Principe Amedeo Duca d’Aosta” nella Campagna di Russia 1941 - 1943. Editore: I.G.D.A. [Istituto Geografico De Agostini], Novara.

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CARTOLINE DI DIVERSE EDIZIONI ATTINENTI “LE BATTERIE” 1900-1981

Anno: 1961 Editore: Circolo Artiglieri di Milano per l’inaugurazione del Sacrario dei Caduti italiani ad El Alamein.

CARTOLINE DI DIVERSE EDIZIONI ATTINENTI “LE BATTERIE” 1900-1981

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Anno: 1970 Grafica: G. Olivetti. Editore: Ass. Naz. Artiglieri d’Italia. Tipografia: Litografia Roberto Pioda, Roma. Varianti. Anno: 1970 - 1990 Editore: Stato Maggiore dell’Esercito. Tipografia: Corporazioni Arti Grafiche, Roma. Dorso: iscrizione per la propaganda sul reclutamento.

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CARTOLINE DI DIVERSE EDIZIONI ATTINENTI “LE BATTERIE” 1900-1981

Anno: 1970 - 1990 Editore: Stato Maggiore dell’Esercito. Tipografia: Corporazioni Arti Grafiche, Roma. Dorso: iscrizione per la propaganda sul reclutamento.

CARTOLINE DI DIVERSE EDIZIONI ATTINENTI “LE BATTERIE” 1900-1981

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Anno: 1980 Dorso: iscrizione “Al galoppo!” e stemma araldico dell’8° Reggimento Artiglieria da Campagna semovente.

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CARTOLINE DI DIVERSE EDIZIONI ATTINENTI “LE BATTERIE” 1900-1981

Anno: 1980 Da dipinto di Luigi Crosio Artiglieria da piazza e campagna 1861. Editore: Luigi Brotto, Vicenza, per il Museo Nazionale Storico d’Artiglieria, Torino.

CARTOLINE DI DIVERSE EDIZIONI ATTINENTI “LE BATTERIE” 1900-1981

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Anno: 1980 Editore: Rivista Militare. Tipografia: Stilgrafica, Roma. Formato non usuale: cm. 18,8 x 9,5.

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CARTOLINE DI DIVERSE EDIZIONI ATTINENTI “LE BATTERIE” 1900-1981

Anno: 1980 - 1990 Da dipinto di Giovan Francesco Gonzaga Ufficiali di Stato Maggiore a Palazzo Cusani. Dorso: iscrizione “Comando 3° Corpo d’Armata” e stemma araldico del Reggimento.

CARTOLINE DI DIVERSE EDIZIONI ATTINENTI “LE BATTERIE” 1900-1981

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Anno: 1980 - 1990 Editore: Ministero Difesa - Esercito. Dorso: iscrizione “Sciabola da artiglieria a cavallo, truppa, circa 1850”.

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CARTOLINE DI DIVERSE EDIZIONI ATTINENTI “LE BATTERIE” 1900-1981

Anno: 1980 - 1990 Editore: Giovenco, Saronno. Varianti.

CARTOLINE DI DIVERSE EDIZIONI ATTINENTI “LE BATTERIE” 1900-1981

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Anno: 1981 Da schizzo di Paolo Caccia Dominioni. Editore: Accademia Militare di Modena. Tipografia: Visentin, Palmanova.

FINITO DI STAMPARE NEL MESE DI LUGLIO 2007 PER I TIPI DE L’ARTISTICA SAVIGLIANO

PROGETTO GRAFICO E STAMPA: L’Artistica Savigliano s.r.l.