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RICERCHE
SERENA GALLI , ottobre 2014

La migrazione argentina e italo-argentina in Piemonte: i


cambiamenti avvenuti dagli anni settanta ad oggi.

Serena Galli*

Introduzione: la ricerca.

La migrazione italiana in Argentina è stata studiata in maniera approfondita in quanto, dalla


metà dell’Ottocento fino alla fine della Seconda guerra mondiale, più di tre milioni di italiani
si sono diretti in Argentina. Molto meno si sa della migrazione opposta, che ha segnato
l’inizio di una nuova fase storica: la diminuzione del flusso migratorio italiano diretto nel
continente latino-americano e la migrazione dei cittadini argentini verso l’Italia, iniziata con
gli esuli politici fuggiti dalla dittatura militare (1976-1983), al fine di compiere all’inverso il
viaggio intrapreso dai loro antenati verso un Paese più prospero e stabile economicamente.
Dal momento in cui ha avuto inizio tale emigrazione l’unica ricerca compiuta è stata quella
di Miguel Angel García e José Luis Rhi Sausi, condotta a Bologna dal 1990 al 1992. Per
questo motivo ho deciso di entrare in contatto con l’associazione «Argentino Italiana
Piemonte ONLUS», che si occupa dell’assistenza sociale, economica e burocratica dei
migranti argentini nel territorio torinese, e che aveva intenzione di attivare un progetto volto
allo studio della condizione degli argentini e italo-argentini1 in Piemonte, al fine di conoscere
le trasformazioni avvenute all’interno dei nuovi flussi migratori che si stabiliscono nella
regione.
Il progetto di ricerca deciso insieme ai dirigenti dell’associazione si è svolto nel comune di
Torino e di Cuneo, e si è orientato verso la rilevazione e l’analisi dei dati relativi
all’esperienza migratoria, allo status socio-economico di partenza e di arrivo, alla condizione
burocratica, alla situazione famigliare, alla formazione scolastica e professionale,
all’inserimento culturale, al livello d’integrazione e di stabilità nella società italiana, e alle
reti sociali2. La ricerca è avvenuta per mezzo della strutturazione di un questionario
strutturato che ho sottoposto a novanta soggetti (46 uomini e 44 donne), al fine di ricavare
una serie di dati quantitativi e anagrafici sulla condizione economica e sociale dei migranti
argentini e italo-argentini, e tramite lo strumento dell’intervista libera in profondità, che ho
sottoposto a diciassette soggetti (9 donne e 8 uomini) per conoscere i dati qualitativi e
personali della migrazione e dell’integrazione, l’influenza della ricerca delle proprie radici
nella scelta d’emigrare, il rapporto del soggetto con la propria identità e la nostalgia verso il
luogo d’origine.
Il primo risultato che ho ricavato è stato il fatto che la quasi totalità degli intervistati, l’82%
(di cui il 6% sta terminando le pratiche per il recupero della cittadinanza), ha la cittadinanza
italiana e quindi ha un legame parentale di discendenza italiana. I tempi d’attesa per
l’acquisizione della cittadinanza in Argentina, però, sono molto lunghi, per cui molti entrano
in Italia muniti di passaporto argentino e poi svolgono le pratiche direttamente nel Paese
d’approdo3.

*
Serena Galli (Cuneo, 1984) ha studiato a Torino Antropologia Culturale ed Etnologia con una tesi di Laurea
Specialistica in Antropologia urbana (anno 2009) relativa alla migrazione argentina in Piemonte. Questo articolo
fa parte della ricerca svolta.

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Nella ricerca di Miguel Angel García e José Luis Rhi Sausi del
1992, invece, vi sono meno italo-argentini, il 61%, per cui molti non hanno ottenuto la
cittadinanza, e vi sono anche alcuni irregolari, il 5%, al contrario della presente ricerca
(García, Rhi Sausi, 1992).
Una legge rilevante per quanto riguarda i flussi migratori di rientro dall’Argentina è stata
quella del 29 ottobre 1971: il governo italiano e quello argentino stipularono a Buenos Aires
un accordo legislativo in materia di cittadinanza in cui si riconosceva legalmente
l’opportunità di possedere una doppia cittadinanza: i cittadini italiani e argentini per nascita
avrebbero potuto acquisire la cittadinanza argentina o italiana conservando la loro precedente
cittadinanza, con sospensione dei diritti inerenti a quest’ultima. Valida ancora oggi, scrive
Anna Maria Minutilli, questa legge è volta a regolamentare e favorire i rientri degli italiani,
poiché garantisce loro l’esercizio dei diritti fondamentali in Italia. Essa ha dato il via alle
domande di riconoscimento della cittadinanza italiana da parte degli italo-argentini, se
possono dimostrare che nessuno degli ascendenti in linea retta, fino alla terza generazione,
abbia mai rinunciato alla cittadinanza italiana.
E’un progetto che si è basato senz’altro su una motivazione sociale (l’aiuto all’integrazione),
ma che soprattutto ha avuto un intento economico: una politica di orientamento e di utilizzo
dei flussi migratori come risorsa di manodopera qualificata, al fine di realizzare
un’espansione economica del Paese. Gli italiani andati negli anni passati in Argentina che
volevano fuggire alle crisi ormai strutturali del Paese si sono sentiti più tutelati nel ritorno in
patria (Minutilli, 2003).
I discendenti di italiani hanno avuto modo di usufruire di questi accordi bilaterali e hanno
dato inizio a un consistente flusso verso l’Italia. Gli italiani andati negli anni passati in
Argentina che volevano fuggire alle crisi ormai strutturali del Paese si sono sentiti più tutelati
nel ritorno in patria.

Percorsi e contesti di migrazione.

Negli anni ottanta due figure spiccano maggiormente: da una parte gli ex immigrati
impoveriti che ritornavano al loro Paese, dall’altra i giovani col diploma o la laurea,
professionalmente qualificati, che volevano realizzare in Europa le loro aspettative personali
e il loro progetto di vita. Angela Lostia e Maria Grazia Tomaino aggiungono che una causa
rilevante che ha influenzato questo nuovo tipo d’emigrazione fu che in Argentina, in quegli
anni, la ricostituzione del regime democratico venne a coincidere con la crisi economica, e
dunque con la disoccupazione, l’instabilità governativa e lo sgretolamento del ceto medio.
Quando nel 1988-1989 la crisi si acuì, accompagnata dall’iperinflazione e dal deprezzamento
della moneta, generò un tale tracollo morale e una perdita di fiducia verso la politica, che
l’emigrazione si trasformò in un vero e proprio fenomeno di massa (Lostia, Tomaino, 1990).
Nel Paese argentino si era diffuso il mito che l’Italia fosse una delle più forti potenze
mondiali, e questo aveva incentivato quei falsi luoghi comuni come la convinzione che fosse
una terra prospera, ricca e all’avanguardia tecnologicamente, un luogo in cui tutti hanno
possibilità abitative, lavorative, e possono sostenere uno stile di vita elevato. Ma fu negli
anni novanta, soprattutto dopo la forte crisi finanziaria tra gli anni 1999 e 2002, che il
fenomeno migratorio si stabilizzò e si fece costante nel tempo. La crisi aveva accentuato la
recessione economica, la debolezza dei partiti politici, la svalutazione monetaria, e gli
argentini si erano convinti della mancanza di prospettive future nel loro Paese. Questo è il
motivo per il quale nella ricerca di Miguel Angel García e José Luis Rhi Sausi, volta a
indagare la migrazione argentina degli anni settanta e ottanta, è presente un numero minore
di soggetti con la cittadinanza italiana.

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E’da considerare, inoltre, che gli Stati Uniti in quegli anni avevano
introdotto diverse restrizioni relative all’accesso di lavoratori immigrati - come la richiesta
del visto - favorendo la deviazione dei flussi verso l’Europa. Le frontiere europee erano state
aperte nel 1992, per cui l’Italia divenne, da quel momento in avanti, anche solo la prima
tappa di un progetto migratorio transnazionale, nella quale gli argentini si iniziano a sentire
come in transito, non totalmente inseriti nel tessuto socio-culturale che li circonda. E’quella
cittadinanza «in movimento» di cui tratta Mélanie Fusaro, realizzata grazie all’utilizzo del
passaporto come chiave d’accesso ai Paesi sviluppati e all’economia globalizzata: un
movimento migratorio che conduce gli argentini attraverso il mondo (Fusaro, 2008).
In base ai dati dell’Istat, della Regione Piemonte, delle Aerolinas Argentinas e dell’Ufficio
Stranieri e nomadi si evince – delinea Anna Maria Minutilli - che tra il 1980 e il 1987 sono
emigrati in Italia tra i 10.000 e i 15.000 argentini all’anno, dei quali circa 1.230 italo-
argentini in Piemonte, per arrivare nel 1990 ad un totale di 66.700 argentini in Italia, di cui
2.857 a Torino (Minutilli, 2003).
Le cittadinanze acquisite in Italia dagli italo-argentini sono state poco meno di 17.000 nel
2005. A Torino, esse sono state – secondo la Caritas Migrantes – 31 nel 2004 e 40 nel 2005.
Nel 2006 gli argentini in Italia erano 18.000, e 13.422 i residenti, per un totale di 2.619
cittadinanze argentine in Italia, di cui 2.569 per matrimonio. Alla fine del 2007, invece, il
numero degli argentini residenti varia dai 12.492 secondo i dati ricavati dall’Istat, di cui il
56% donne, ai 17.895 (ma 18.723 attivi in ambito occupazionale) evinti dalla Caritas
Migrantes (Caritas Migrantes, 2008).
Il fatto che gli argentini abbiano le origini italiane li rende, inoltre, dei migranti
transnazionali. Il termine «transnazionalismo», introdotto quasi cinquant’anni fa da Robert
Keohane e da Joseph Nye, sta ad indicare l’esistenza di processi ed attività che si dispiegano
su una scala più ampia di quella nazionale, fuggendo al controllo dei vari governi politici.
Nell’ambito degli studi sulle migrazioni questo si configura come un processo tramite il
quale i migranti costruiscono campi sociali che legano il Paese di origine con quello di
insediamento. Essi sono quindi dei «transmigranti», chiarisce Marco Caselli, che partecipano
simultaneamente ad entrambe le società e viaggiano frequentemente tra di esse. Questo può
accadere a partire dalla cosiddetta «rivoluzione mobiletica», grazie alla quale è possibile
aumentare a dismisura il numero e l’intensità dei contatti e dei flussi materiali e immateriali,
tramite lo sviluppo dei mezzi di trasporto e di comunicazione (Caselli, 2009).
Senza dubbio, non tutti i migranti sono transmigranti, poiché molti di essi possono definirsi
dei migranti internazionali, nel senso che si sono trasferiti da una nazione all’altra senza
mantenere contatti con il Paese d’origine, se non sporadici e saltuari. Altri, però, presentano
molte caratteristiche peculiari della metodologia transnazionale.
Il solo fatto che la maggior parte di coloro che ho intervistato, quantitativamente con il
questionario strutturato e qualitativamente con l’intervista in profondità, sia italo-argentino e
quindi abbia un legame parentale di discendenza italiana, li rende migranti transnazionali.
Tuttavia, non tutti coloro che hanno le origini italiane possiedono automaticamente anche la
cittadinanza italiana, in quanto vi sono soggetti a cui l’ottenimento della cittadinanza non
interessa.
74 soggetti mantengono frequentemente i contatti con i famigliari, e 64 con gli amici rimasti
in Argentina: ciò che Marco Caselli definisce «transnazionalismo connettivo», in riferimento
al «flusso immateriale - supportato dai mezzi di comunicazione e in particolare, oggi, da
internet - di immagini, notizie, messaggi, suoni e denaro» (Ibidem, p. 26). A questo tipo di
transnazionalismo, ritengo si possa ricollegare anche quell’insieme di migranti che leggono
non solo i giornali italiani, ma anche quelli argentini, per continuare ad avere notizie sulla
situazione politica, economica, culturale e sociale del loro Paese d’origine. Sono 41 i
soggetti che hanno risposto di leggere entrambi i tipi di giornali, dimostrando

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un’integrazione nei due contesti. La capacità di leggere i giornali


italiani, oltre ad essere uno dei primi segnali di riuscita dell’inserimento, rappresenta una
risorsa simbolica necessaria per interagire con il contesto socio-culturale con cui l’esperienza
migratoria porta a confrontarsi e favorisce l’acculturazione e il perfezionamento dell’uso
della lingua italiana.
Tuttavia, i media possono anche risultare un ostacolo per l’integrazione, proponendo
immagini distorte sulla realtà italiana e diffondendo stereotipi negativi rispetto alle
popolazioni immigrate. In particolare, l’attenzione verso tali comunità si attiva spesso solo in
occasione di eventi criminosi. Inoltre, la copertura dei media italiani rispetto agli
avvenimenti dei Paesi da cui provengono gli immigrati presenti sul territorio, si limitano a
poche informazioni riguardanti catastrofi naturali, incidenti o gravi crisi.
A tale proposito, è da considerare che il fatto di leggere i giornali argentini in Italia è
un’abitudine recente, in quanto dai dati ricavati nella ricerca del 1992 di Miguel Angel
García e José Luis Rhi Sausi, si nota che l’interesse per la cronaca del Paese d’origine era
occasionale o nullo. Il 30% dei soggetti, infatti, non leggeva mai i giornali argentini e il 31%
li leggeva raramente. In quegli anni, l’informazione politica, più che ignorata, veniva
rifiutata attivamente: rappresentava tutto ciò da cui si era fuggito (García, Rhi Sausi, 1992).

Transnazionalismo.

I 24 soggetti che viaggiano continuamente tra l’Argentina e l’Italia sia per motivi affettivi,
sia perché intendono realizzare uno specifico progetto in Argentina, come ad esempio la
costruzione di una casa o l’avvio di un’impresa economica, corrispondono al
«transnazionalismo circolatorio»: il pendolarismo fisico dei migranti tra il proprio Paese di
origine e quello di destinazione. Bisogna, comunque, tenere in considerazione che i soggetti
che tornano raramente in Argentina non sono necessariamente disinteressati a viaggiare
frequentemente nel Paese d’origine. Spesso, il motivo va cercato nell’esistenza di vincoli
difficili da superare, come il costo del viaggio o le esigenze lavorative e famigliari.
L’attivazione delle rimesse, l’esistenza di famiglie divise fra più Paesi, il realizzarsi di
ricongiungimenti famigliari, la presenza di stili di consumo che affermano l’identità del
migrante e, contemporaneamente, agevolano l’incontro e l’interazione con gli appartenenti
della cultura ospitante, sono tutte dinamiche riconosciute come indicatori di un’esperienza
transnazionale. Si può ancora segnalare come la mobilità spaziale degli argentini in Piemonte
non si dispieghi unicamente lungo l’asse Italia-Argentina, ma esistono casi, sebbene si tratti
di soli 15 intervistati, di argentini che si muovono periodicamente all’interno dell’Europa e
nel mondo.
Il migrante transnazionale, inoltre, è anche colui che ripropone nel Paese di destinazione gli
elementi della propria cultura d’origine. Scrive Marco Caselli che le peculiarità culturali
possono costituire una «risorsa adattiva straordinaria» e capita frequentemente che il loro
mantenimento, la loro riscoperta o la loro vera e propria creazione, rappresentino una
strategia in grado di rendere possibile l’integrazione all’interno della società d’arrivo. Si
pensi, per esempio, al gran numero di migranti che lavorano nel settore della ristorazione
cosiddetta etnica, o a coloro che insegnano la lingua spagnola come fonte di reddito, o a chi
suona settimanalmente la musica folklorica nei locali. Essi mettono in atto il cosiddetto
«transnazionalismo mercantile», consistente nel commercio e nel transito di beni - materiali
e immateriali - dall’Argentina all’Italia (Caselli, 2009). Inoltre – afferma Bruno Riccio – esse
si rivelano una risorsa anche per i migranti che si sentono esclusi sia in patria sia all’estero
(Riccio, 2002).

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Anche quando la clientela a cui l’attività si rivolge comprende un


numero significativo di italiani, essa mantiene una sua «connotazione etnica», per quello che
è il servizio o il prodotto offerto. Anzi, questa è uno degli elementi che rende appetibile
l’offerta, sia per gli argentini – che ricercano prodotti o situazioni familiari – sia per gli
italiani – alla ricerca di un’esperienza culturale diversa.
Le imprese promosse da migranti che rispondono all’esigenza dei propri connazionali o di
altri migranti di trovare nel Paese in cui risiedono prodotti tipici della terra di origine, sono il
motore di flusso e di dinamiche economicamente rilevanti a livello transnazionale. Inoltre, il
fatto che ci siano all’interno dei ristoranti etnici soprattutto lavoratori compaesani, è una
considerazione di garanzia di buone prestazioni, un requisito da privilegiare in scelte
governate dalla logica di mercato. Sono reti sociali che offrono al migrante protezione e
supporto. Tuttavia, il capitale sociale etnico può limitare lo sviluppo del progetto migratorio
dei nuovi arrivati, indirizzandoli verso sicure possibilità di impiego, ma poco prestigiose e
remunerative.
Un altro dato rilevante è che la maggior parte dei migranti argentini residenti in Piemonte, 38
soggetti, ha origini del nord-ovest dell’Italia. 12 soggetti provengono dal centro-Italia, 8
persone dal nord-est italiano e 14 dal sud-Italia La maggioranza degli intervistati, 53
persone, è arrivata tra i 18 e i 36 anni e, come negli anni novanta, sono giovani ad elevata
qualificazione.
Un’altra migrazione presente anche negli anni novanta è quella dei meno giovani e meno
qualificati, 16 soggetti, che vengono in Italia tra i 37 e i 65 anni per un miglioramento di vita
in quanto le condizioni esterne presenti in Argentina li ha obbligati ad emigrare. Inoltre, non
emigrano più per la maggior parte coppie o famiglie come negli anni novanta, ma sono più
frequenti le migrazioni individuali, messe in atto da 48 soggetti, 9 dei quali si sono fatti
raggiungere dalla famiglia dopo qualche mese o qualche anno.
In più, non sono soprattutto gli uomini ad emigrare, ma vi è un’uguale componente
femminile. Spesso sono madri che lasciano la famiglia - e in particolare i figli - in Argentina,
trasformano il loro ruolo famigliare e vivono un’esperienza di maternità e di coniugalità a
distanza, in cui i componenti interagiscono con continuità sentendosi parte di un’unica realtà
sociale. Tuttavia, non sono certo relazioni appaganti come quelle che prevedono la vicinanza
fisica. L’unico motivo che può spiegare tali costi sociali ed emozionali è rappresentato
dall’elemento chiave delle rimesse: un flusso di risorse in entrata verso la madrepatria.
La donna, a queste condizioni, può accrescere il proprio status, tanto nel caso in cui sia lei ad
emigrare, divenendo la principale generatrice di reddito per la famiglia, quanto nel caso in
cui ad emigrare sia il marito, divenendo la prima responsabile della famiglia e della gestione
delle risorse, comprese quelle ricevute tramite le rimesse. Ho incontrato, comunque, alcune
donne che emigrano anche sole con i figli, affrontando il progetto migratorio nonostante la
consapevolezza delle ulteriori complicazioni che può comportare la loro condizione.
Alcuni individui, poi, hanno fatto uno o più viaggi di almeno due mesi in altri Paesi prima di
arrivare in Italia, ma poi non si sono più spostati. Sono 15 su 90 coloro che prima di
scegliere l’Italia hanno viaggiato altrove (1/6 del campione rilevato), mentre tutti gli altri si
sono diretti in Italia come prima meta. Vi è una forte differenza con i dati del 1992 raccolti
da Miguel Angel García e José Luis Rhi Sausi: allora era emerso che ben il 71% del
campione studiato aveva fatto viaggi precedenti all’arrivo in Italia per periodi superiori ai
due mesi, il 20% ne aveva fatti due, il 7% tre viaggi e il 2% aveva fatto quattro viaggi
(García, Rhi Sausi, 1992).
Una causa potrebbe essere il fatto che nel 1992 la maggior parte dei migranti apparteneva a
quella classe media che poteva permettersi di viaggiare. A partire dalla crisi del 2001,
invece, la diversificazione dei migranti argentini è aumentata, ed è possibile che molti di essi
scelgano direttamente un Paese, senza potersi permettere altri spostamenti.

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Solo 4 soggetti hanno intenzione di andare in un altro Paese tra


qualche anno, in quanto la maggioranza mira alla stabilità in Italia o al ritorno in Argentina.
34 intervistati dichiarano di voler tornare in Argentina, mentre nella ricerca di Miguel Angel
García e José Luis Rhi Sausi era appena terminata la crisi economica del 1989, per cui tale
intenzione era minore (32% del campione). Nel 1992, coloro che tornavano per la
trasmissione da parte dei mass media dell’immagine secondo cui in Argentina stava
avvenendo il «miracolo economico delle privatizzazioni» - grazie alla politica neoliberale del
presidente peronista Carlos Saúl Menem - e per la frustrazione dovuta al peggioramento
delle condizioni di vita in Italia, intraprendevano dei ritorni improvvisi e di conseguenza
fallimentari, dato il mancato conseguimento degli obiettivi di partenza (García, Rhi Sausi,
1992). Una differenza dalla ricerca del 1992 è, anche, il fatto che i soggetti che desiderano
raggiungere la stabilità in Italia non sono emigrati da tanti anni, ma da meno da 5 anni. 17 su
24 intervistati che sono in Piemonte da più di 5 anni, anzi, hanno intenzione di ritornare in
Argentina. Coloro che aspirano all’integrazione, invece, sono sia gli individui emigrati in
Italia da tanti anni che quelli appena arrivati: 20 sono emigrati meno di 5 anni fa e 26 da più
di 5 anni.
Accade spesso che i migranti vengano in Italia per guadagnare e risparmiare, per poi tornare
in Argentina per investire in una casa o in un’attività economica. Il viaggio è vissuto come
un «esperimento» che può avere più o meno successo, ma di cui si prevede una durata
circoscritta nel tempo. Il fine è soggiornare in Italia in un’ottica strumentale rispetto al
reperimento di risorse da sfruttare al momento del ritorno in Argentina. Molti, tuttavia, una
volta emigrati in Italia cambiano i loro programmi e decidono di non tornare più in
Argentina.
Un elemento che i giovani migranti tengono a ribadire è il fatto che essi non sono stati
obbligati - da un qualche motivo esterno legato alla situazione argentina - ad emigrare, ma la
loro è stata una scelta consapevole. Si può intravedere il desiderio da parte di questi giovani
di distaccarsi dal tipo di «migrazione per necessità» delle generazioni precedenti, le quali più
che altro emigravano per realizzare dei progetti di tipo famigliare e non individuale. Essi non
hanno come obiettivo d’emigrazione la sopravvivenza della famiglia, bensì la realizzazione
di un progetto di sviluppo personale, ribadendo la loro «migrazione per scelta». Definendo in
tal modo la loro migrazione, i giovani intendono anche distaccarsi da quelle migrazioni «per
necessità» avvenute durante gli anni dell’esilio politico causato dalla dittatura militare. Tale
rifiuto di continuità con le generazioni precedenti si riscontra infatti nell’atteggiamento verso
la politica argentina, a cui i giovani sono spesso indifferenti forse proprio per contrastare
l’attivismo politico della generazione degli anni settanta.
Un’esigua minoranza, 8 soggetti tra i 18 e i 35 anni, ha chiarito di essere emigrata in Italia
per acquistare la cittadinanza e poi viaggiare in Europa e nel mondo. Le generazioni più
giovani sono cresciute in un contesto migratorio, per cui vivono rientri e partenze ripetuti con
una disinvoltura impensabile alcuni decenni anni fa, vista anche la chiusura delle frontiere
europee fino al 1992. Questa marcata differenza generazionale non esclude il fatto che la
voglia di viaggiare rimane una prerogativa diffusa nella società argentina, confermando
quella «cultura dell’emigrazione» presente anche nella ricerca del 1992. Secondo gli autori,
la stessa condizione dei figli e dei nipoti di immigrati «favorisce una visione del mondo
senza frontiere e senza radici, la quale incorpora l’atto migratorio come una delle tante
opzioni di vita» (García, Rhi Sausi, 1992, pp. 114-115). Della stessa opinione è Liliana
Huberman, secondo la quale un fattore che non ha mai smesso di ripetersi nelle generazioni
della classe media argentina è la fantasia di emigrare. Si cresce guardando all’Europa come
metafora di conoscenza, avventura, piacere e consumo. Gli argentini a volte soddisfano la
fantasia di emigrare semplicemente con l’avvio delle pratiche per la cittadinanza o con la
ricerca dell’esistenza o meno di parenti in Italia, senza arrivare al vero e proprio atto

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migratorio. Ma rimane il fatto che questo è un sogno che ha


impregnato l’immaginario sociale, e le caratteristiche sociali, economiche e politiche
dell’Argentina non sono sufficienti a spiegare il motivo per cui l’emigrazione viene ritenuta
l’unica via d’uscita per migliorare la propria condizione (Huberman, 1994).

Origine, cittadinanza e integrazione.

E’interessante la teoria di Giovanna Zincone, secondo la quale molti argentini possono non
essersi mai interessati alla cultura italiana, ma prendono questa «cittadinanza italiana di
riserva» per poter aggirare l’obbligo del visto per gli Stati Uniti e per acquisire
indirettamente la cittadinanza europea e la possibilità di circolare e lavorare nell’Unione,
mentre coloro che vivono e lavorano da molti anni o i bambini che sono nati e hanno studiato
in Italia, senza origini italiane, incontrano molti impedimenti nel diventare italiani.
La legge italiana ha una predilezione per gli stranieri di origine italiana, esplicitando un
criterio di «preferenza co-etnica», e per questa ragione ha una logica familistica, in quanto
«il sangue, per quanto diluito nel tempo, conta più di un’appartenenza voluta e provata»
(Zincone, 2006, p. 6). L’Italia, rafforzando il criterio della discendenza, si comporta come se
fosse ancora un Paese d’emigrazione, mentre è soprattutto un Paese d’immigrazione.
L’Argentina, inoltre, è il Paese latino-americano con il maggior numero di acquisizioni
avvenute all’estero: poco meno di 17.000 naturalizzazioni nel 2006, con un’età media
compresa tra i 45 e i 54 anni, e con 74,5 uomini ogni 100 donne. Dal 1998 al 2004, gli
argentini che hanno acquistato la cittadinanza per matrimonio sono stati circa 1.040 (il 5,5%
del totale degli stranieri), i riacquisiti 511 (3,8%), mentre i riconoscimenti per discendenza
italiana 235.144 (43,7%): un totale di 236.700 italo-argentini, cioè il 41,5% del totale degli
stranieri.
Inoltre, Giovanna Zincone aggiunge che l’istituto della cittadinanza presenta, con
l’aumentare delle migrazioni, una dimensione transnazionale. Storicamente nata per
governare gli abitanti di un singolo stato territoriale, deve ora adattarsi ad attraversare le
frontiere, e - proprio per mezzo della doppia cittadinanza – è palese la necessità di tenere
conto delle decisioni degli altri stati. Essa è gestita con gli accordi tra nazioni che
condividono la sovranità sugli stessi individui. Eppure, anche la concessione della doppia
cittadinanza è nata in Italia per ragioni puramente familistiche: essa serviva a rendere
compatibile il matrimonio con uno straniero, ad adottare il principio di parità per cui le
donne che si sposavano con un uomo di un’altra nazionalità non perdevano più la propria
cittadinanza, e a farla mantenere e riacquistare ai discendenti di italiani all’estero che
l’avessero persa (Zincone, 2006).
Le teorie di Giovanna Zincone si focalizzano principalmente sulla cittadinanza italiana
posseduta da coloro che vivono all’estero, ma è necessario considerare anche i migranti,
come gli italo-argentini, che acquisiscono la cittadinanza italiana per vivere in Italia.
L’opportunità di poter ottenere così brevemente la cittadinanza in Italia, è una prerogativa
che posseggono solo coloro che hanno le origini italiane e siccome il 60% della popolazione
argentina possiede tali origini, ha una maggiore possibilità di integrazione nella società
italiana. Ma queste non rappresentano le cosiddette «cittadinanze italiane di riserva» di cui
discute Giovanna Zincone, procurate solo al fine di essere utilizzate in modo opportunistico
per viaggiare e trasferirsi in altri luoghi. Esse vengono prese per poi rimanere, lavorare e
vivere in Italia.
Richiedere la cittadinanza italiana, infatti, può anche essere un atto legato al desiderio di
recuperare quelle che sono considerate le origini della propria famiglia, e quindi anche la

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conoscenza dei parenti. La maggior parte dei soggetti vanta


un’ascendenza italiana sia da parte materna sia da quella paterna (19 persone hanno tutti i
nonni italiani; 17 hanno entrambi i genitori italiani). 15 intervistati, invece, hanno le origini
italiane da parte di uno dei nonni, e 13 per uno dei genitori. 11 di essi hanno le origini
lontane nel tempo, che superano la terza generazione. La maggioranza di coloro che hanno
ereditato la discendenza italiana dai genitori o dai nonni ha un irrilevante distacco da coloro
che la possiedono per antenati precedenti alla terza generazione, mentre nella ricerca del
1992 ben il 47% degli intervistati era figlio di italiani, il 41% era il nipote di italiani e solo il
10,4% aveva le origini precedenti alla terza generazione (García, Rhi Sausi, 1992).
Ad ogni modo, tra coloro che hanno origini italiane, solo 11 persone hanno risposto al
questionario di essere emigrate per la ricerca delle proprie origini, e anche tra coloro che ho
intervistato sono stati pochi coloro che hanno approfondito tale conoscenza genealogica.
Tuttavia, molti soggetti - sia che siano emigrati in Italia per la conoscenza delle origini e dei
parenti, sia che l’abbiano fatto per altri motivi e non si siano interessati al proprio passato
genealogico - descrivono la loro infanzia e il clima argentino come impregnato di «tradizione
italiana». Forse anche per questo motivo gli italo-argentini decidono di dirigersi in Italia,
avendo già conosciuto molti aspetti della storia socio-culturale nella terra di provenienza.
La padronanza della lingua italiana, infatti, è molto alta tra il campione in esame, sia per la
vicinanza linguistica allo spagnolo, che per la frequenza con cui i soggetti sentivano parlare
italiano durante l’infanzia. 61 persone rispondono di avere un alto livello di italiano e 24 un
livello discreto. Solo 4 intervistati dichiarano di avere un basso livello, e uno nullo, ma è da
considerare il suo arrivo a Torino da appena un mese.
66 soggetti su 90 affermano di non aver mai partecipato ad un corso di italiano. Al contrario,
nella ricerca di Miguel Angel García e José Luis Rhi Sausi del 1992, ben il 40% degli
intervistati ha frequentato i corsi di lingua italiana, probabilmente perché in passato
emigravano meno italo-argentini in confronto ad oggi. I due sociologi, inoltre, hanno rilevato
che più gli argentini posseggono un alto dominio della lingua, più hanno ascendenti italiani
vicini alla loro generazione, come i genitori o i nonni (Ibidem).
All’interno della famiglia emigrata in Piemonte, sia negli anni novanta che nel periodo
attuale, si cerca di costruire per i figli un contesto bilingue, e nello stesso linguaggio degli
intervistati sono forti le interferenze con lo spagnolo, perché spesso anche coloro che sono
emigrati in Italia già da molti anni parlano spagnolo in casa o con gli amici.
L’integrazione del campione considerato all’interno della società italiana, dunque, è piuttosto
riuscita, per la forte somiglianza culturale e linguistica che accomuna le due nazioni. 39
individui hanno risposto di considerarsi molto integrati nella società italiana, 34 abbastanza,
16 poco e uno solo, appena arrivato in Italia, per niente.
Nella ricerca di Miguel Angel García e José Luis Rhi Sausi del 1992, l’alta integrazione era
una caratteristica dei migranti residenti in Italia da tanti anni, poiché avevano già superato la
«crisi dell’inserimento definitivo» che i due autori associano al terzo anno di permanenza,
nella quale il punto di confronto smette di essere la società argentina e diviene quella
italiana. Coloro che erano arrivati da poco tempo, passavano la «crisi d’impatto» (a partire
dal terzo mese fino al superamento del primo anno) in cui vivevano una serie di disagi per il
trasferimento appena avvenuto e quindi l’integrazione era ancora bassa e instabile (Ibid.). Al
contrario, nella ricerca effettuata in questi mesi, non si nota alcuna correlazione tra il tempo
vissuto in Italia e il livello d’integrazione, anzi la varietà è tale che i soggetti che affermano
di avere un’alta integrazione sono sia coloro che vivono in Italia da 1 a 9 anni, sia coloro che
risiedono in Piemonte dai 12 ai 28 anni, sia chi è residente da 44 a 72 anni.
Dai dati del 1992 emerge che il 41,5% dichiara di avere solo amici argentini, probabilmente
perché, trattandosi della prima emigrazione di massa, l’inserimento nella società era ancora
parziale. Nel 1992, per di più, coloro che avevano amici di varie nazionalità frequentavano

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un ambiente culturalmente più ricco, possedevano un maggior


livello scolastico ed erano meglio inseriti in ambienti diversi dal lavoro e dalla famiglia
(Ibid.). Viceversa, nella ricerca svolta in questi mesi i 60 soggetti che affermano di avere
relazioni sociali con varie nazionalità non si distinguono per la migliore integrazione o l’alto
livello scolastico e culturale. La molteplicità dei rapporti sociali è una peculiarità comune
alla maggioranza degli argentini ed italo-argentini intervistati, senza particolari
caratteristiche distintive da coloro che hanno relazioni meno varie, all’opposto dei dati
rilevati nel 1992.
Quindi, gli argentini in Piemonte non vanno alla ricerca di connazionali per creare quel
sistema di rapporti e di contatti a cui si è dovuto rinunciare lasciando il Paese di origine o per
fare riferimento a un ambiente sociale dotato di una certa famigliarità. Il fatto che 84 soggetti
abbiano risposto di frequentare italiani - che siano appena emigrati o che siano in Italia da
anni - è un chiaro indice comprovante che essi non instaurano con gli italiani relazioni di
natura esclusivamente strumentale, come quelle necessarie per poter prolungare il proprio
soggiorno in Italia, ad esempio nell’ambito lavorativo: un elemento che, invece, è diffuso tra
i peruviani a Milano, scrive Marco Caselli (Caselli, 2009). Forse è proprio la cittadinanza
che posseggono quasi tutti gli argentini, al contrario dei peruviani, a rendere più amichevoli
e meno utilitaristici i rapporti.
Inoltre, diversamente dai peruviani - che Marco Caselli afferma abbiano tendenze
endogamiche - tra gli argentini non sono affatto un’eccezione i matrimoni misti: su 59
soggetti sposati o conviventi, ben 36 hanno il coniuge italiano, mentre 19 ce l’hanno
argentino e 4 di altri Paesi latino-americani.
Gli argentini si integrano con successo in Piemonte anche grazie all’assenza di pratiche
discriminatorie nei loro confronti da parte della popolazione italiana. Essi si sono trovati in
una situazione privilegiata rispetto agli altri immigrati - anche se ovviamente condividono
con loro le condizioni generali di ogni migrazione – e si relazionano molto di più con gli
italiani, perché hanno una favorevole situazione legale, un miglior accesso al lavoro e
vengono percepiti come «simili» agli italiani. Spesso i migranti vengono considerati
potenzialmente criminali per il fatto di essere stranieri, mentre avere contatti con gli italiani
gli permette di accedere al riconoscimento e ai diritti umani, allentando il pregiudizio che li
etichetta come persone anomale e pericolose.
Molte comunità latino-americane, al contrario, avvertono spesso di essere circondate da un
clima discriminatorio, quando non apertamente razzista. Tuttavia, ho riscontrato un migliore
inserimento nella città di Torino rispetto a coloro che vivono a Cuneo. Torino, avendo una
maggiore presenza di migranti, è caratterizzata da un contesto multietnico e multiculturale,
per cui le comunità migratorie hanno la possibilità di integrarsi più facilmente. Gli argentini
che abitano a Cuneo hanno più difficoltà per quanto riguarda il modo di rapportarsi nelle
relazioni sociali, e sono meno soddisfatti della vita culturale e serale che offre la città.
A tale riguardo è interessante la teoria di Susi Fantino per quanto riguarda il rifiuto degli
argentini nell’essere assimilati alla categoria d’immigrante. Questa opposizione non è riferita
al fatto giuridico della cittadinanza, bensì trova risposta nel proprio passato: è dall’immigrato
italiano che essi si vogliono distinguere. I piemontesi in Argentina diedero vita a famiglie
chiuse ed autosufficienti, in cui il nonno era il capo-famiglia da cui tutti gli altri
dipendevano. L’obiettivo di lavorare e risparmiare per diventare ricchi, li portava a guardare
al denaro come a un bene in se stesso, e in questo senso non si integrarono all’ambiente, in
quanto portatori di una cultura che privilegiava aspirazioni di ascesa e di vita famigliare
molto diverse da quelle della cultura locale.
Un altro motivo per cui rifiutano l’etichetta di immigrato riguarda il fatto che gli argentini si
sentono migranti temporanei. La loro è una scelta per migliorare la propria vita, senza
escludere un possibile ritorno, e non una necessità dovuta a un tipo di contesto socio-

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economico talmente invivibile da non potervi più tornare. L’idea di


stare in Italia giusto il tempo di ottenere il diritto alla pensione, o di guadagnare il denaro
necessario per poter vivere decorosamente nel loro Paese, è altamente diffusa.
Infine, gli argentini si discostano anche da quel tipo di soggetto migrante di basso profilo
economico e sociale, che emigra per poter attingere a maggiori possibilità scolastiche e
lavorative, mentre spesso i discendenti di italiani dal post-guerra in poi, possiedono già un
bagaglio culturale altamente qualificato e appartengono a una classe sociale medio-alta, in
grado di pagarsi il biglietto aereo e le spese per la cittadinanza (Fantino, 1994).
Gli argentini con un maggior capitale culturale, aggiunge Luis Garzón, spesso conoscevano
in Argentina persone di diverse nazionalità, attraverso l’università o il proprio lavoro,
avevano ottenuto maggiori notizie sui loro Paesi ed elaborato strategie di migrazione più
strutturate, con la possibilità di scegliere tra le varie alternative (Garzón, 2008). Questo ha
permesso all’argentino più qualificato che arriva in Italia, di non essere influenzato da
quell’insieme di stereotipi che derivano dall’eredità culturale argentina, anche se il mito
dell’Italia come luogo di benessere e di ricchezza, in quanto quinta potenza industrializzata
del mondo, entra ancora nell’immaginario collettivo e si alimenta attraverso il racconto di
chi la ricorda. Gli argentini di origine meridionale guardano al Piemonte come a una delle
regioni che offre più opportunità di lavoro, per i numerosi stabilimenti industriali presenti nel
territorio. Secondo Angela Lostia e Maria Grazia Tomaino, questo non è altro che «un mito
dentro il mito italiano» (Lostia, Tomaino, 1990, p. 42).

Doppia identità e multiple appartenenze

In base alle risposte ottenute, si può rilevare che le principali ragioni per le quali gli argentini
emigrano in Piemonte sono legate alle crisi economiche che hanno avuto il loro apice nel
1989 e nel 2001 (risposta data da 25 soggetti) e dal desiderio di fare una nuova esperienza
(26 soggetti). Coloro che sono arrivati in Italia per motivi di studio sono 13, tutti giovani (dai
4 ai 31 anni) e quasi tutti (tranne 2 che sono emigrati tra i 25 e 44 anni fa) da 1 a 10 anni fa.
Una strategia diffusa tra i giovani argentini degli ultimi anni, è quella di convertire il proprio
capitale culturale attraverso l’ampliamento degli studi universitari iniziati in Argentina in
un’università spagnola o italiana, sia per l’aumento degli accordi internazionali stipulati tra
le università, sia per il maggior numero di soggetti che intraprendono una migrazione
individuale in età scolastica. Nella ricerca del 1992, infatti, i soggetti che segnalano di
emigrare per motivi di studio sono una bassa percentuale, il 4% (García, Rhi Sausi, 1992).
Il sistema universitario sta sviluppando numerosi programmi di accoglienza per studenti
stranieri, permettendo ai laureati argentini un primo contatto col nuovo Paese, che in breve
tempo si può convertire in una migrazione, sebbene spesso essi non avessero avuto come
obiettivo iniziale l’intenzione di restare. Le università italiane - scrive Luis Garzón - sono
state pioniere nell’organizzazione di titoli di studio validi in Argentina come in Italia ed
hanno permesso agli italo-argentini di accedere al mercato del lavoro in condizioni
equiparabili a quelle di un italiano (Garzón, 2008).
Infine, 24 persone indicano, quale motivo di emigrazione, la mancanza di un futuro in
Argentina; altre 15, esigenze di lavoro. Gli 8 soggetti che dichiarano di essere migrati per
recuperare la cittadinanza, inoltre, hanno segnalato anche altre motivazioni: essa non è mai
l’unica ragione per cui si viene in Italia.
Gli anni trascorsi dalla fine della dittatura militare porta a una forte diversificazione delle
ragioni per cui si emigra, mentre alla fine degli anni ottanta molti migranti lasciavano la terra
d’origine soprattutto a causa dell’esilio politico, come si può evincere anche nella ricerca del
1992 di Miguel Angel García e José Luis Rhi Sausi. Un elemento comune alle due ricerche,

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invece, è il fatto che i «fattori di spinta» dall’Argentina prevalgano sui


«fattori di attrazione» (Ibidem, p. 228) dell’Italia, in quanto la migrazione non avviene tanto
perché si desidera vivere in Italia, quanto perché si desidera andare via dall’Argentina.
Un elemento importante è che, fino agli anni novanta, i migranti avevano portato con sé il
patrimonio culturale del forte associazionismo e mutualismo presente in Argentina. Tale
cultura è dovuta ai numerosi migranti di diverse nazionalità che si sono trasferiti in
Argentina dalla metà dell’Ottocento alla fine della Seconda guerra mondiale. Essi creavano
una serie di strutture ed avvenimenti (scuole, ospedali, corsi di lingua, feste) per tutelarsi e
incontrarsi nel Paese di provenienza. Fino ai tempi della ricerca di Miguel Angel García e
José Luis Rhi Sausi, coloro che erano emigrati in Italia avevano portato con sé questo
patrimonio culturale.
Dai dati ricavati nella presente ricerca, invece, solo 21 soggetti partecipano alle attività di
un’associazione argentina in Piemonte, mentre nella ricerca del 1992, ben il 70% degli
individui era iscritto a un’associazione argentina in Italia (García, Rhi Sausi, 1992).
Il fatto di non sentirsi immersi in una cultura completamente diversa e spesso di potersi fare
aiutare dai parenti italiani, sono alcune ragioni per le quali l’associazionismo argentino è
scarso. Il livello di partecipazione associativa, tuttavia, può aumentare col prolungarsi del
periodo di permanenza in Italia, perché la nostalgia verso la propria terra può arrivare dopo
qualche anno. Gli intervistati più giovani affermano che non è più necessario appartenere ad
un’associazione per essere informati e tenersi in contatto con gli argentini: essi hanno altri
modi ben più tecnologici e veloci per comunicare con gli affetti lasciati nella terra di origine
e per trovare informazioni, internet in primo luogo.
A tale proposito Marco Caselli teorizza che l’età di arrivo in Italia contribuisca a determinare
il senso di appartenenza dei migranti. Chi arriva giovane o addirittura è nato in Italia, sarà
più facilmente portato ad identificarsi con la società italiana. Viceversa, chi è arrivato in età
più avanzata, tenderà a sentire come molto più forte il legame verso il Paese di origine
(Caselli, 2009).
L’emigrato può sentirsi legato al suo Paese d’origine, pur non condividendo i valori
dominanti in un determinato momento storico. L’Argentina è il punto di riferimento
simbolico per il riconoscimento sociale, una componente centrale nella costruzione
dell’identità collettiva: un’identità che si trasforma tra flussi culturali scollegati dai territori e
dalle traduzioni locali. I migranti immaginano e costruiscono legami comunitari e
transnazionali utilizzando le proprie risorse simboliche e culturali. E’un’identità trasversale
ai confini nazionali, una comunità immaginata e diasporica.
Gli italo-argentini, in ogni caso, si sentono spesso a metà tra due culture: una doppia
appartenenza culturale che sviluppa il senso di doppia identità4. In riferimento a ciò,
sottolinea Ana Lìa Kornblit, la migrazione in Italia degli italo-argentini imposta il dilemma
dell’identità, in quanto italiani nati fuori del Paese. La cittadinanza conferisce loro la
nazionalità, ma esistono processi sottostanti tanto da parte dell’Italia come società ricevitrice
quanto da parte di loro stessi, rendendo l’identità in un complesso processo al di là della sola
attribuzione legale (Kornblit, 1994).
Tale processo è vincolato all’esistenza di diversità culturali tra l’Italia e l’Argentina, che,
sebbene presentino similarità piuttosto marcate, si esprimono mediante stili di vita differenti,
collegati soprattutto alla concezione del lavoro e dei rapporti affettivi. Tale enfatizzazione
delle differenze (che varia a seconda della fase migratoria, della personalità del soggetto e
dell’ambiente politico-sociale), tuttavia, nasce dal bisogno di affermare la propria identità sia
da parte del migrante che della società di destinazione.
L’identità italo-argentina, dunque, è carica di forti valenze contraddittorie. E’una costruzione
storica in continua ricostruzione, in cui ha un ruolo di primaria importanza l’immaginario
delle rappresentazioni delle persone sui motivi che spinsero i loro famigliari a trasferirsi in

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Italia, e sui legami con le rappresentazioni dell’immigrazione in


Argentina dei loro antenati. Le identità degli emigrati sono diasporiche e deterritorializzate,
in quanto l’identità geografica e l’immaginario di territorio riescono a superare grandi
distanze, dimostrando di dare continua importanza ai legami con il territorio e con la gente
del luogo di appartenenza. Quindi, la migrazione trasforma il luogo geografico in un luogo
dell’immaginario e trasforma il Paese in un centro mobile che si trova là dove l’emigrato non
è. La lealtà, tuttavia – teorizza Loretta Baldassar - risiede in entrambi i territori, per cui ci
sente a metà tra due culture. E’una sensazione che permette lo sviluppo di uno «spazio
ibrido», per la contemporanea appartenenza a due culture che non si sovrappongono né si
escludono a vicenda (Baldassar, 2001).
Scrive Amalia Signorelli che un terzo apporto culturale possa intervenire e reagire con la
cultura di origine e la cultura del Paese di migrazione fino a determinare una concezione del
mondo peculiare. La coscienza della propria specificità culturale spinge le nuove
generazioni5 al «rifiuto delle identificazioni e delle scelte: non si tratterebbe dunque di
“ambiguità”, di non essere ‘né… né’, quanto di una vera e propria diversità rispetto ai due
modelli, diversità forse confusamente avvertita ma energicamente difesa» (Signorelli, 2006,
p. 154).
Ho avuto modo di incontrare, infatti, alcune famiglie di italo-argentini per le quali il vincolo
con l’Italia e la cittadinanza di origine sono sempre stati fortemente presenti nel processo di
socializzazione compiuto in Argentina. Durante l’infanzia molti italo-argentini, ad esempio,
venivano chiamati «Tana» e «Tano» (abbreviazioni di italiana e di italiano), marchiando
l’identità di italiani come un simbolo di prestigio.
Tuttavia, il sentimento di nostalgia nei confronti del Paese di origine, una volta emigrati in
Italia, è alto, sebbene ci si fosse sempre sentiti italiani. Gli italo-argentini che ho conosciuto
durante la ricerca hanno intenzione di mantenere la propria identità all’interno della società
multiculturale, e in alcune situazioni sono più tradizionalisti di quello che sarebbero in patria.
E’proprio in questa contraddizione che si evince quel senso di doppia identità e di
deterritorializzazione citato in precedenza, piuttosto comune anche per chi è figlio diretto di
italiani. Infatti, nonostante abbia riscontrato un forte rifiuto di molti elementi della propria
cultura e società, per mezzo di resistenti vincoli generati dai ricordi quotidiani e dalla propria
biografia, il soggetto non si sente meno legato alla propria nazione d’appartenenza.
La nostalgia6, inoltre, è un sentimento che ho riscontrato, se non nelle giovani generazioni,
tra coloro che sono emigrati da molti anni. Essa quindi potrebbe nascere anche tra quei
giovani che ora la negano perché sentono che il desiderio di scoperta sovrasta quello
nostalgico, e per il fatto che hanno scelto di emigrare invece che sentirsi obbligati a farlo per
le condizioni economico-sociali presenti in Argentina. E’necessario tenere in considerazione,
inoltre, che le generazioni contemporanee possono utilizzare i nuovi mezzi di comunicazione
per sentirsi più vicini agli affetti lasciati nella terra di origine.
Un elemento importante che ho rilevato, tra l’altro, è il fatto che la metà degli intervistati mi
ha parlato spontaneamente del nazionalismo diffuso nella loro terra di nascita, fatto per cui
ritengono di essere maturati con un senso della nazione alquanto preponderante. A causa di
tale nazionalismo, la società argentina si sente superiore agli altri Paesi latino-americani, e al
suo interno è presente anche una netta divisione interna tra chi viene da Buenos Aires e chi
dalle altre città, in cui il primo si sente migliore degli altri e viene denominato «Porteño»
(colui che vive in una città portuale).
Sebbene il senso comune di identità multipla sia molto marcato tra gli italo-argentini,
dunque, un forte senso di patria e di lealtà verso la terra argentina è generalizzabile alla
maggioranza dei soggetti che ho incontrato. Un senso di patria comunque ridotto in
confronto a quello vissuto nel Paese di provenienza, sulla base dell’esperienza in Italia –
nazione che loro hanno sentito essere poco patriottica in confronto alla loro terra – e della

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riflessione a posteriori sui valori inculcati nella propria infanzia,


grazie al distacco da essi avvenuto tramite l’esperienza della migrazione.
In più, mentre Mario Santillo e Graciela Bramuglia evincono - dalla loro ricerca riguardo
agli italiani di ritorno nel 2002 - che nella popolazione e nelle istituzioni argentine prevalga
una mentalità individualista, speculativa e carente di un concetto di nazione, da tali
testimonianze si deduce tutt’altro che l’assenza del nazionalismo verso la propria patria
(Bramuglia e Santillo, 2002). Il fatto che l’Argentina abbia ottenuto l’Indipendenza solo nel
1816, e che fin dalla metà dell’Ottocento abbia avuto un flusso di migranti europei
quantitativamente superiore al numero di residenti autoctoni nel Paese, può essere la ragione
per la quale le istituzioni cerchino di inculcare un senso di nazione alle generazioni. Esso
viene trasmesso sin dall’infanzia per sopperire alla mancanza di tale sentimento, almeno fino
alla metà del Novecento7.

Il mondo del lavoro.

Infine, come nella ricerca del 1992, molti argentini fanno un lavoro non corrispondente al
curriculum scolastico, sebbene il livello d’istruzione del campione in esame sia
complessivamente alto. Solo 12 soggetti su 90 non sono diplomati, dei quali 11 hanno
concluso gli studi con la scuola elementare, e 1 con la scuola media inferiore.
La non reversibilità della patente di guida e il mancato riconoscimento del titolo di studi
conseguito in Argentina - che implica l’iscrizione all’università italiana, il sostenimento di
alcuni esami e la stesura di una nuova tesi - impediscono l’accesso a diverse opportunità di
lavoro che richiedono spostamenti in automobile. Spesso la decisione di intraprendere un
progetto migratorio viene presa per il raggiungimento di alcuni obiettivi, soprattutto in
campo professionale (data l’idea di migrare non per sopravvivere ma per realizzarsi), per cui
il fatto di svolgere occupazioni di bassa qualificazione non è irrilevante.
Il rapporto di lavoro, però, ha una maggioranza di lavoratori a tempo indeterminato (24
soggetti) e di autonomi (13 individui), per cui la popolazione argentina non è poco o male
inserita nel mercato del lavoro, anzi per molti di essi l’occupazione è piuttosto sicura.
Appena migrati, tuttavia, sovente il lavoro che praticano le donne in Piemonte è quello di
badante, mentre gli uomini spesso lavorano come operai non qualificati, e per molti soggetti
i lavori precari e a bassa qualificazione continuano negli anni. Infatti, questo è un dato che
ho riscontrato anche tra coloro che vivono in Piemonte da più di dieci anni.
Dai risultati evinti dalla ricerca di Miguel Angel García e José Luis Rhi Sausi del 1992, la
maggioranza dei migranti argentini era appena arrivata in Italia e stava svolgendo professioni
inadeguate al loro titolo di studi per finanziare la fase iniziale del progetto migratorio
(García, Rhi Sausi, 1992). Attualmente, però, molti di essi continuano a lavorare in
condizioni di bassa o bassissima qualificazione, anche se spesso possiedono un elevato
livello scolastico, non raggiungendo il successo professionale per cui erano emigrati, visto
l’evidente numero di anni passati dall’arrivo in Italia. Dei 39 laureati, infatti, 14 non hanno
potuto riconoscere la laurea in Italia. Dei 76 soggetti su 90 che hanno un lavoro, 35 hanno
un’occupazione non corrispondente al curriculum di studi effettuato, mentre 41 hanno un
lavoro adeguato (di cui 9 soggetti prima di trovarlo hanno fatto lavori non corrispondenti alla
loro qualificazione).
Come nella ricerca del 1992, inoltre, anche in tale studio coloro che eseguono professioni
operaie e artigiane sono soggetti emigrati da adulti. Essi spesso non fanno il riconoscimento
della laurea perché ritengono che comunque non troverebbero un lavoro corrispondente al
loro curriculum scolastico a causa dell’età avanzata. Oppure, sono operai e artigiani i
soggetti non laureati e quindi con una bassa qualificazione.

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Anche il lavoro di impiegato era, come oggi, una delle occupazioni più
diffuse negli anni novanta, ma mentre nella ricerca del 1992 mancano del tutto lo strato dei
dirigenti, dei funzionari, e degli altri stipendiati di elevate entrate annue, nel presente studio
si può rilevare che questi siano almeno 6, che in confronto a 17 anni fa è un aumento di
qualificazione e professionalità.
Per concludere, in questi ultimi anni ritengo non si possa più parlare di migrazione di ritorno,
al contrario delle fasi precedenti. Come teorizza Mélanie Fusaro, le migliaia di persone che
fanno richiesta del passaporto non sono più né italiani andati in Argentina né figli di italiani,
bensì nipoti, bisnipoti o discendenti di quarta generazione. E’più lecito parlare di argentini,
con o senza origine italiana, che intraprendono un’esperienza migratoria, in quanto per molti
l’Italia è qualcosa legato più ai ricordi trasmessi dalla famiglia, che alla conoscenza del
Paese, della lingua o della cultura italiana (Fusaro, 2008).

Note
1
La parola «italo-argentino» è un neologismo creato sul modello di «italo-americano», e designa una
persona di origine italiana nata in terra argentina. Composta da due aggettivi, la parola contiene già in
sé tutta l’ambivalenza di questo status, proprio dei casi di doppia nazionalità (Fusaro, 2008).
2
L’associazione «Argentino Italiana Piemonte ONLUS» sta tuttora continuando il progetto di ricerca
iniziato con la mia tesi di laurea dal titolo: «L’immigrazione argentina nei suoi aspetti evolutivi».
Essa ha utilizzato i dati ottenuti come un primo risultato su cui basarsi per la programmazione del
progetto a lungo termine (circa due anni) esteso a tutto il territorio piemontese.
3
Anna Maria Minutilli riferisce che gli italo-argentini che vogliono venire in Italia si scontrano con la
carenza di sedi consolari e con la loro disorganizzazione. I consolati italiani in Argentina, ingorgati di
richieste di cittadinanza e a causa delle lunghe code, fissano appuntamenti su richiesta per procedere
con le pratiche, ma così facendo portano avanti una procedura che implica un periodo di attesa di circa
tre o quattro anni. Per di più, sono state numerose le polemiche degli italo-argentini, a cui hanno dato
voce molti giornalisti argentini, secondo le quali i consolati italiani intralciano volontariamente le
richieste di legalizzazione della documentazione per recuperare la cittadinanza con atteggiamenti
arbitrari e irrazionali, come la chiusura delle sedi per mesi, gli errori deliberati nei documenti, o la
svogliatezza nel breve orario di apertura (Minutilli, 2003).
4
Le identità dei migranti si affermano nei confronti degli altri in un ambito sociale e conflittuale, e
possono fondarsi su rappresentazioni contraddittorie, comprendendo anche le identità parziali e
frammentate che si combattono e si sovrappongono in un’unica configurazione complessa di identità. I
migranti, infatti, costituiscono la propria identità collettiva in rapporto alla percezione della propria
identità e della cultura nel Paese d’arrivo, confrontandosi sempre con le categorizzazioni attribuitegli
dalla società dominante. La percezione identitaria, delineano Pier Paolo Viazzo e Paola Sacchi, è il
frutto di un continuo orientamento per contrasto al fine di collocarsi in un campo simbolico e sociale.
Ma l’identificazione può aumentare la distanza dalla società italiana e allo stesso tempo appropriarsi
degli stereotipi riferiti alla comunità migrante. Sia la categorizzazione che l’identificazione si basano
sulla selezione di tratti culturali come marcatori identitari selezionati in base alla loro qualità di
differenza situata, con la funzione di segnare un confine culturale (Sacchi, Viazzo, 2003).
5
Non sono solo le nuove generazioni a rifiutare identificazioni e scelte, in base a ciò che ho rilevato
dalla ricerca, ma anche le generazioni passate. Non è il tipo di generazione che porta al rifiuto delle
identificazioni, quindi, ma il motivo per cui si è migrati: se per scelta o per necessità.
6
Secondo Abdelmalek Sayad la nostalgia richiama ad un ritorno temporale nel passato pre-
migratorio, come se il tempo fosse reversibile e potesse essere ripercorso in senso inverso. Tuttavia il
ritorno non è la soluzione, perché una volta che esso è compiuto si scopre che non può esserci un
vero ritorno all’identico. Si può tornare al punto di partenza ma non al momento di partenza (Sayad,
2008).
7
La nostalgia e il nazionalismo, scrivono Enzo Bartocci e Vittorio Cotesta, rappresentano la risposta
al bisogno di definire la propria identità in un mondo globalizzato. Tuttavia, essi non sono una

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reazione alla globalizzazione, rifiutata per la multiculturalità che porta
nelle società, bensì sono prodotti della globalità multidimensionale. La chiusura della nostalgia e del
nazionalismo implicano l’esistenza dell’apertura e della globalità. Il richiamo alle proprie tradizioni e
particolarità etniche non va interpretato come un «puro atavismo, ma come l’affermazione del
particolare nell’universale» (Bartocci, Cotesta, 1999, p. 23). Abdelmalek Sayad aggiunge che la
distanza tra la nostalgia e il nazionalismo non è netta. La nostalgia è una versione diminuita del
nazionalismo, poiché non ha beneficiato della forza dell’inquadramento implicito nella volontà
politica. Allo stesso modo, il nazionalismo conferisce alla nostalgia «un’aura eccezionale e
un’estensione quasi universale» (Sayad, 2008, p. 84). La loro parentela si rivela nelle forme di
pensiero di stato che essi mettono in atto nel pensare l’immigrato e l’immigrazione.

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