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Parte del digesto di giustiniano

La littera florentina, scritta in caratteri unciali ?.

Tratto dal volume 41esimo sui 50 del digesto. In questo passo del digesto ci si occupa dei diritti privati. Nel
digesto vengono raccolte le opinioni di diversi giuristi, in questo caso quella di Ulpiano.

Littera bononiensis: fece rifiorire un pensiero giuridico in qualche modo alieno agli appalti statuari.

Diritto romano come base dei fondamenti del diritto europeo.

Code napoleon (1804)

Noi solitamente articoliamo l’esperienza giuridica romana in 4 grandi periodi:

 Un periodo arcaico
 Un periodo preclassico
 Un periodo classico
 Un periodo postclassico, fino al diritto bizantino

Questa distinzione si è andata via via perdendo, assumendone una che prendeva in considerazione
maggiormente l’assetto istituzionale di Roma. Nel corso di 13 secoli di storia giuridica di Roma infatti si è
passati da:

 Una roma monarchica


 Una roma repubblicana, governata da magistrature repubblicane che venivano elette per lo più
annualmente dal popolo
 Una roma imperiale, a sua volta divisa tra:
- principato che possiamo definire “debole”, in cui il potere era condiviso con il senato, che va sotto
il nome di impero
- un dominato, un sistema istituzionale che di fatto già dopo il 284 dopo Cristo assomiglia molto a
quello di un aspetto statuale di stampo medievale.

FONDAZIONE DI ROMA

La tradizione storiografica di Roma ha una certa attendibilità solo a partire dal II secolo a.C.
Noi adottiamo come datazione tradizionale per la nascita di Roma quella proposta da Varrone (il 753), che
va sotto il nome di Cronologia vulgata, che è però la meno attendibile. Vi sono anche altre date proposte:

 Fasti Capitolini (lasta di età augustea che raccoglie i nomi di tutti i consoli di età repubblicana) 752
 Dionigi di Alicarnasso 752-751
 Polibio e Diodoro 751-750
 Livio 750
 Fabio Pittore 748
 Cincio Alimento 729-728
 Timeo di Tauromenio 714

Abbiamo problemi nella datazione perché prima della nascita di Gesù nessuno sapeva come collocare gli
anni: questi ultimi venivano non numerati, ma “chiamati” e definiti sulla base dei consoli eponimi, dei
magistrati che svolgevano una particolare carica politica in quanto erano “magis” (stavano sopra il popolo).

I magistrati più importanti erano chiamati consoli ed erano in numero di 2: questi magistrati, nel momento
in cui entravano in carica, dal momento che quest’ultima si estendeva per un anno, davano il nome all’anno
in questione.
In mancanza di certezze dobbiamo affidarci alla tradizione, la quale però va interpretata “cum grano salis”.
C’è una tradizione mitologica con la quale anche le fonti romane si confrontano. Tito livio (I secolo d.C.) è
uno storico che fa un grande sforzo, assieme a Dionigi, nel cercare di risalire alle fonti più attendibili.

La storiografia ha dubitato di queste fonti anche più di quanto queste fonti non meritassero di essere messe
in dubbio.
Mito di romolo e remo (fratelli allattati dalla lupa, cresciuti dal pastore, dopo una certa rivalità avrebbero
contribuito alla fondazione di roma); ratto delle sabine; patto di alleanza tra romolo e tito tazio.

La stessa ripartizione della società voluta da Romolo avrebbe suddiviso la popolazione romana in tre grandi
gruppi (tribù):

 Ramnes (latini)
 Tities (sabini)
 Lùceres (etruschi

Romolo e Tito Tazio avrebbero governato in una forma di diarchia, sarebbero stati re congiuntamente e poi
si sarebbe vista una bella alternanza tra re romani e re sabini (la tradizione narra di Romolo, Tito Tazio,
Numa Pompilio, Servio Tullio, Tullo Ostilio). Fino a quando, sempre secondo la tradizione, non avrebbe
preso il potere un fuoriuscito etrusco (Tarquinio Prisco), che avrebbe visto crescere il potere di Roma (la
grande Roma dei Tarquini), a cui sarebbe succeduto con l’inganno Servio Tullio e infine Tullo Ostilio,
probabilmente nipote di Tarquinio Prisco. Secondo la tradizione, essi avrebbero governato Roma dal 753
(750 secondo Livio) sino al 509. Che senso ha questa tradizione? Sicuramente, aldilà della scarsa
attendibilità, fornisce un dato storico rilevante: la rappresentazione che i romani davano di se stessi, niente
affatto edulcorata, odiati dalle popolazioni vicine, capaci di razzie, inganni ecc. Nel dettaglo, in realtà, la
leggenda certo non fa onore ai romani, ma dà l’immagine di un popolo pastorale, agricolo, di questi capi
pastori che volevano aggregare delle genti intorno a sé.

Palatino: individuato dalla tradizione come la dimora di Romolo. Gli scavi archeologici hanno confermato la
presenza di scavi risalenti all’VIII secolo a.C.

Tra le varie fonti che potremmo analizzare vi è il CIPPUS ANTIQUISSIMUS (la più antica iscrizione romana,
circa del VI secolo a.C.), scritta in greco, che racconta di una “lex regia”. Si trova lì dove la tradizione ha
rappresentato il lapis niger, la tomba di Romolo. Si narra di una prescrizione di difficile interpretazione, in
cui viene citata la figura del rex, ma anche quella del calator ??? che si occupa di una grande istituzione
monarchica di roma arcaica segnata dai comitia calata.

Un’altra testimonianza epigrafica rende ragione di questa antica tradizione monarchica: il LAPIS
SATRICANUS (rivenuto a Satricum, una cittadina nei pressi di Cassino). Si tratta di una base di una statua,
probabilmente la statua di Marte. L’epigrafe, abbastanza leggibile, è scritta in latino molto arcaico.
Quest’iscrizione è risalente al VI secolo a.C.
“IEI STETERAI POPLIOSIO VALESIOSIO / SUODALES MAMARTEI”
In latino classico avremmo potuto tradurre “Quei compagni di Publio Valerio dedicarono a Marte”.
Nella tradizione, Publio Valerio è un personaggio fondamentale, già importante durante gli anni di regno
dell’ultimo re etrusco (Tarquinio il Superbo), è addirittura il compagno che porta Lucrezia dal padre Lucrezio
dopo che ella era stata violentata da Sesto, figlio di Tarquinio il Superbo.

Publio valerio è il primo console repubblicano subito dopo la caduta dei Tarquuini.

La tradizione mitologica ci racconta che Collatino, marito di Lucrezia, era nipote di Tarquinio il Superbo.
Durante un’accampamento, i soldati, tra cui il figlio di Tarquinio il Superbo scommisero sull’onestà delle
donne romane
Collatino, Lucio Tarquinio (lat. L. Tarquinius Collatinus). - Pronipote
di Tarquinio Prisco e sposo di Lucrezia; dopo l'oltraggio di Sesto
Tarquinio, cooperò con Bruto alla cacciata dei Tarquinî da Roma e gli fu
collega nel primo consolato. Poi, dallo stesso Bruto fu costretto ad
abdicare e ad andare in esilio perché nessuno della gente tarquinia
rimanesse in Roma.

VALERIO Publicola, Publio (P. Valerius Volusi f. Poplicola). - Figura


leggendaria dei primi anni della repubblica romana; la tradizione su lui
fu elaborata soprattutto da Valerio Anziate, dal quale deriva la biografia
scritta da Plutarco. Si ritiene che in gran parte le azioni attribuite a V.
siano una reduplicazione delle gesta del L. Valerio cons. nel 449.
Patrizio e ricchissimo, narra Plutarco, V., nelle vicende seguite alla
cacciata dei re, apparve tanto leale verso la nuova costituzione, che fu
eletto console nel 509 a. C., in luogo di Collatino: da allora egli spese
energie e ricchezze per lo stato. Console altre tre volte (508, 507, 504),
trionfò degli Etruschi, comandati da Porsenna, dei Veienti e dei Sabini:
specialmente notevole vittoria riportò sugli ultimi presso Fidene nel 504.
Con molte leggi, dette Valeriae, cooperò a formare il nuovo stato:
introdusse la provocatio, o appello al popolo, per le condanne capitali e
corporali contro cittadini romani; limitò il potere dei magistrati, pur
comminando severe pene a chi non ubbidisse loro; diminuì il peso dei
tributi gravanti sul popolo; istituì la questura. Inoltre accolse nella
cittadinanza la gens sabina dei Claudî. Per questa sua opera e per il
rispetto delle libertà popolari fu soprannominato Poplicola. Morì,
compianto e onorato da tutto il popolo, nel 503. Questo nella sua
sostanza è il racconto tradizionale, di cui non c'è punto, si può dire, che
non sia messo in dubbio dalla critica.
Giunio Bruto e Lucio Tarquinio Collatino furono eletti per primi come consoli nel 509 a.C., ma poiché il
nome stesso di Tarquinio rendeva Collatino oggetto di sospetti per il popolo, fu obbligato a dimettersi
dalla sua carica ed a lasciare la città: Valerio fu eletto al suo posto.

Publio Valerio subentrò in luogo di Collatino. Egli è detto “publicola” (“fedele al popolo”) perché a lui viene
attribuita la più antica lex valeria (lex valeriae publicolae de provocatione), una guarentigia costituzionale
repubblicana che vuole che nessun cittadino romano possa essere messo a morte senza un regolare
processo, ove questi abbia preteso la convocazione del massimo organo comiziale (organo centuriato), che
la tradizione ascrive al penultimo re Servio Tullio.
MACSTARNA ???????

Il Lapis Satricanus ci dice anche un’altra cosa importante: Publio Valerio aveva dei “sodales”, dei compagni.
Questo mette in evidenza l’esistenza di una gens, un clan che raccoglie varie famiglie, talora legate a livello
parentale, talora semplicemente da obiettivi e usi comuni.

La gens Valeria era interessata all’occupazione del Lazio Meridionale. La loro storia gentilizia ricorda, per
interessi, la storia della gens Fabia, interessata tuttavia al Lazio settentrionale (etruria).
Le varie gens erano caratterizzate da culti propri.

15/09/2020

Versione greca mitologica: enea, caduta di troia

Filone tradizionale (storia di roma etrusca, italocentrica)

Le due versioni convivono e si confrontano (molti punti di contatto).

Nascita di Romolo e Remo, 7 re di roma

4 latino-sabini si sarebbero alternati, eccetto l’iniziale diarchia tra Romolo e Tito Tazio; 3 etruschi.

Albalonga

La grande Roma monarchica, tuttavia, è quella dei Tarquini. Il regno di Servio Tullio, in particolare, è
straordinario perché in esso la tradizione colloca le basi della formazione dell’assetto istituzionale
repubblicano, al punto tale da spingersi a raffigurare Servio Tullio come un re tanto democratico che egli
stesso avrebbe pensato di creare, sempre secondo la tradizione, una struttura repubblicana e sarebbe
riuscito anche nell’intento se però il genero e la figlia non avessero di fatto portato al trono Tarquinio il
Superbo.

Distinzione proposta dal libro tra comitia curiata e comitia calata: è un po’ fuorviante, non è propriamente
vera, nel senso che l’organismo è sempre lo stesso, i comitia:

- Sono curiati, comizi cioè composti da “co-viri”, da uomini cioè che si uniscono, da cui poi derivano
le curie
- Essi vengono “calati”, ovvero “convocati” (dal greco kalèo = chiamare) da un “calator”. Essi
vengono convocati in tante occasioni, tra cui il 24 marzo e il 24 maggio per attendere alle
adrogationes (forme di adozione da parte di pater familias nei confronti di pater familias) e per
redigere un particolare tipo di testamento che porta il nome di “testamentum comitis calatis” (un
testamento che ????)

Il Lapis Satricanus è importante poiché ci conferma l’esistenza di una Gens Valeria che era interessata alla
conquista del basso Lazio.

Ne emerge una società suddivisa in gentes, clan, organismi politici a tal punto da muovere guerre
autonomamente e attendere alla conquista di territori, per poter svolgere la pastorizia (erano pastori).
Erano organismi interfamiliari: l’economia dei patrizi non era un’economia monogamica come quella dei
plebei, era un’economia complessa rurale di stampo pastorale, prevalentemente dedita alla pastorizia (i
plebei invece alla coltivazione di cereali).

Questa testimonianza ci conferma anche un altro dato: la vicenda, già narrata dagli storiografi latini, delle
gesta militari di alcune gens come i Fabi. Questi ultimi, secondo la narrazione liviana, sono impegnati
soprattutto nel nord del Lazio, soprattutto nelle guerre contro Veio (città rivale di Roma, nei pressi del lago
di Bracciano). Contro Veio i Fabi, in numero di 300 gentili, muovono guerra e la perdono (ricorda l’episodio
greco delle Termopili).
La rappresentazione della società romana in termini di clan (gentes) non è così mitica, ma ha degli appigli
reali.

Quadro della società arcaica: nella tradizione viene descritto così come ben delineato sin dalle sue origini.
Nella narrazione mitologica, infatti, Romolo, quando ha fondato Roma, si sarebbe immediatamente
accompagnato di un gruppo di amici fuoriusciti da altre città (criminali).
Abbiamo qui un gruppo di gentes (di persone) che seguono dei capo-clan (patres, da cui deriverà la classe
sociale dei patrizi) e un rex, che coordina questi patres. Di fatto il rex è un pater gentis, un pater come gli
altri patres gentium, che raccoglie attorno a sé il consenso degli altri gruppi con cui si condividono queste
razzie. Le gentes, di provenienza etnica differente l’una dall’altra (latini, sabini, etruschi, greci), si riuniscono
e ciascuna segue i propri culti e costumi.

Patrizi: detentori dei culti originari di Roma (Cicerone: “auspicia redeunt ad patres” = gli auspici sono propri
dei patres)

La gens Claudia (Clodio il Pulcro) è stata ascritta al patriziato dopo la caduta della monarchia etrusca,
durante il primo cinquantennio della repubblica. Ciò ci fa capire che il gruppo patrizio non costituisce un
gruppo esclusivo, elitario a Roma, almeno fino al cosiddetto fenomeno della “serrata del patriziato”: un
fenomeno che si realizza nella seconda metà del V secolo a.C.
Prima di quel momento, il gruppo patrizio è un gruppo aperto: gruppi etnici di immigrati che vengono a
Roma entrano nel patriziato quando “habent gentes” (quando sono composti in clan).
I Patrizi sono quei gruppi di persone che anche se non sono autoctone si associano e assolvono costumi (la
romanità è un carattere che si assume col tempo, non vi sono “romani” di nascita).

Ad esempio i Claudii sono di origine sabina, non di origine latina, ed entrano a Roma abbastanza tardi (Rma
esiste già da 3 secoli). Sono però costituiti in gentes, hanno un gruppo ampio, riconosciiuto all’esterno
come un organismo politico: dunque sono patrizi. Si tratta di una delle famiglie patrizie più longeve e
importanti di tutta la storia romana.

Le gentes sono dunque gruppi uniti da alleanze politiche, obiettivi comuni, legami parentali e culti. Questi
gruppi, proprio perché organismi politici, sono governati da dei capi (i patres). Nella narrazione tradizionale,
i patres sarebbero stati già scelti da Romolo nel numero di 100 ed essi avrebbero costituito il primo gruppo
di consiglieri di Romolo, quello che in età storica avrebbe segnato poi il senatus.

Che funzione ha questo gruppo consiliare? È evidente che il rex non viene più visto come nel Medioevo, ma
è essenzialmente un pastore, attorno al quale si raccogli il consenso degli altri gruppi gentilizi soprattutto
per quelle azioni che richiedono l’alleanza tra i vari gruppi (controllo del territorio del medio Lazio).

I gruppi militari non erano organizzati in modo ben definito, nonostante la tradizione voglia rappresentarli
così. Non bisogna immaginare una struttura di un esercito statuale, nonostante la tradizione ci descriva che
le tre tribù (Ramnes, Tities e Luceres) avrebbero fornito tendenzialmente 300 cavalieri e 3000 fanti (100
cavalieri e 1000 fanti per tribù). Al loro interno, sempre secondo la tradizione storiografica, l’esercito
sembra già proveniente da unità di leve che corrisponderebbero ai comitia curiata (secondo la tradizione,
Romolo avrebbe ripartito tutti gli uomini appartenenti alle gentes in 30 curiae (10 per ogni tribù) e ciascuna
curia suddivisa a sua volta in 10 decuriae (300 decuriae totali). Questi gruppi avrebbero fornito il numero
minimo di leve militare: ciascuna curia sarebbe stata a capo di un curione e ciascuna decuria a capo di un
decurione (struttura piramidale dell’esercito). Ben presto per altro il gruppo dei cavalieri (equites, i celeres,
l’unità veloce dell’esercito romano) sarebbe stato raddoppiato già in età latino-sabina, raggiungendo il
numero di 600.
È possibile che le varie gentes si aggregassero in vista di guerre o battaglie, tuttavia risulta improbabile che
esse lo facessero in modo così preciso e definito come ci racconta la tradizione, in quanto, tra le altre cose,
era difficile per quel tempo reperire una così grande quantità di armi per soddisfare le necessità di un così
vasto numero di appartenenti al comparto militare.

I patres governano i propri gruppi e sono retti da costumi autonomi (i mores), ma devono trovare accordo
tra di loro. Questi accordi, più o meno espressi, vanno sotto il nome di “foedera”.
Mores (costumi) e foedera (accordi, trattati) costituiscono le prime forme giuridiche dell’esperienza arcaica.
I mores disciplinano i rapporti tra gentilizi, la condotta che un pater deve osservare “spontaneamente e
moralmente” nei confronti dei propri sottoposti.
I foedera sono importantissimi per lo sviluppo della storia romana e anche occidentale, soprattutto per
quelli ordinamenti che oggi noi chiamiamo “civil law”, cioè di quelli a base romanistica (europa
continentale).

Altra fonte normativa che osserviamo in questo periodo è data dalla lex regia. Una delle leges regiae
abbiamo potuto osservarla proprio all’interno del cippus antiquissimus: lex con cui si vietava la violazione di
un territorio sacro alla tomba di Romolo.
Le prescrizioni delle leges regiae sono date probabilmente dal rex, ancorché approvate dalle curiae (dalla
popolazione), e riguardano soprattutto il funzionamento della cosa pubblica, la gestione di interessi
condivisi come la celebrazione di riti e cerimonie pubbliche, la realizzazione di opere architettoniche, la
decisione di muovere guerra. Sono prescrizioni che non disciplinano il comportamento dei privati, ma
guidano gli interessi comuni.

Il rex in effetti, in età latino-sabina, è soltanto uno tra i tanti, un “primus inter pares”: non ha un vero
controllo autoritario sopra gli altri gruppi gentilizi.

Le curiae costituiscono l’organizzazione politica che raccoglie tutti gli uomini in armi (assolvono a una
funzione soprattutto di carattere militare), ma ovviamente quando i patres gentium devono muovere
guerra a popolazioni vicine e sono quindi condotti dal rex, quest’ultimo naturalmente deve raccogliere il
consenso degli uomini in armi: c’è dunque questa relazione che lega rex e curiae che viene espressa
attraverso una “lex curiata de imperio”. Si tratta di un riconoscimento che le curiae rivolgono al
condottiero, al rex, un rapporto politico fiduciario che sarà fondamentale anche in età repubblicana e
imperiale.

Il senatus
Già nella tradizionale, i patres sono descritti come gli amici, i consiglieri di Romolo. Essi sono
originariamente in numero di 100.
Prerogative fondamentali del senato sono:

 Senatus Consulta
 Interregnum
 Auctoritas patrum

Il senato si esprime appunto attraverso dei consigli, i senatus consulta. Gaio (giurista del II secolo) si
interroga sulla capacità nomotetica dei senatus consulta, vale a dire sulla loro capacità di fare diritto, che
non sempre è riconosciuta nel corso dell’esperienza romana. Tendenzialmente, infatti, il senatus consultum
non sarebbe vincolante per l’organismo di governo, però vedremo che, soprattutto nel corso dell’età
repubblicana, poiché i senatori sono scelti da ex magistrati, i magistrati che vogliono far carriera si sentono
in qualche modo vincolati dal senatus consultum ?.

Ma i veri poteri istituzionali che vengono riconosciuti al senatus sono segnati da due prerogative:

 Interregnum: attribuzione che spetta ai patres di scegliere il rex e di governare gli interessi comuni
nel momento in cui il rex sia vacante (nel momento in cui egli dovesse morire o dovesse trovarsi
lontano da Roma). Morto il rex, i patres scelgono un nuovo rex, individuando tra di loro quello che
raccolga un consenso sufficiente. Secondo la tradizione, ciascun pater governa per 5 giorni a
rotazione, e si va avanti in questo modo finchè non si sia trovato un accordo sul nuovo rex.
 Auctoritas patrum: l’autorità, sostanzialmente una ratifica che i patres esercitano sulle deliberazioni
dei comizi. Quando i comitia curiata devono muovere battaglia o intraprendere strategie politiche,
ciascun curio o decurio prende delle decisioni: queste decisioni, autonomamente prese dai comitia
curiata (assemblee popolari) devono però ottenere il consenso dei capi delle tribù/gentes cui
ciascuno dei componenti delle curiae appartiene.
In età storica diventa un potere istituzionale: quando si riconosce ai comitia, soprattutto all’altro
organismo dei comitia centuriata, una capacità legislativa autonoma, le deliberazioni assunte, per
avere efficacia, richiedono il consenso dei patres, altrimenti non producono effetti.
Si tratta di un potere importante, da cui la popolazione, soprattutto la parte plebea, ha cercato di
emanciparsi. Questo controllo veniva giustificato in età storica quasi come una forma di controllo di
carattere costituzionale (i patres verificano che la deliberazione assunta dagli organi assembleari
non leda i principi fondanti della società romana, non abbia violato gli auspicia e sia stata assunta in
modo regolare).

Importanza degli auspicia (prerogativa dei patrizi): in questo tipo di società, soprattutto quella più primitiva,
qualsiasi azione particolarmente rilevante viene assunta previo esame del volere degli dei, in particolare
attraverso lo svolgimento di alcuni riti sacri, che sono gli auspicia. In sostanza si benedice qualsiasi attività
svolta nell’interesse pubblico e la benedizione deve essere fatta in modo sacrale, verificando la correttezza
dei riti religiosi attraverso la scienza aruspicina, una scienza di derivazione etrusca portata avanti dagli
àuguri e dagli arùspici.

I culti più antichi appartengono al patrimonio religioso proprio dei clan gentilizi, e quindi le gentes e i patres
pretendono di avere un controllo esclusivo di questi culti. Ciascuna gentes aveva una propria tradizione
mitologica: si celebravano gli antichi patres, solitamente eroi, i quali abbiamo visto anche combattere su
fronti opposti nella guerra tra greci e troiani.

 Dinastia Giulia: dichiarava di discendere da Iulo e dunque da Venere, per il tramite di Enea. Gli
appartenenti alla dinastia giulia, proclamandosi discendenti della dea, pretendono di avere un
controllo, un rapporto privilegiato con quella divinità.

Auctoritas patrum: motivo fondamentale di litigio tra patrizi e plebei, in quanto impedisce a questi ultimi
molte cose, tra cui l’accesso alle cariche della magistratura. Intervengono perciò alcune disposizioni che
arginano il ruolo dell’auctoritas patrum.

Esempi di conflitti a causa dell’abuso da parte del patriziato dell’auctoritas patrum:

Lex Manlia de vicensima manumissione

Legge Manlia sulla ventesima [parte del valore] della manumissione

Tipo lex militaris

Nome latino Lex Manlia de vice[n]sima manumissione

Autore Gneo Manlio Capitolino

Anno 357 a.C.

La lex Manlia de vicensima (o vincesima) manumissione è una legge votata nell'accampamento (in castris)
dall'esercito al comando del console Gneo Manlio Capitolino a Sutri, con la quale fu creata una tassa del 5%
(la ventesima parte, appunto) sul valore delle manumissioni.

Contesto storico
La legge va inserita nel contesto storico delle ultime, ma non per questo meno accanite, fasi della lotta di
classe tra patrizi e plebei.

Nel 367 a.C., dopo vari anni che erano state riproposte invano al Senato, furono finalmente approvate le tre
leggi Licinie-Sestie, che garantivano alla plebe un console (lex de consule plebeio), sgravi sui debiti ed un
limite di 500 iugeri (125 ettari) alle grandi proprietà terriere (principalmente patrizie, ma non solo, tanto
che lo stesso tribuno che aveva proposto la legge, Gaio Licinio Stolone, fu processato per infrazione al limite
posto dalla sua stessa legge, come riferiscono varie fonti). In cambio di queste aperture alla plebe, furono
create la pretura e l'edilità curule, magistrature riservate unicamente ai patrizi.[1]

Le forze conservatrici del patriziato ritennero di dover passare all'azione di fronte alle pretese sempre
crescenti della plebe. Così Gneo Manlio Capitolino, esponente di un'antica gens conservatrice, colse
l'occasione per far votare ai suoi soldati una legge che tendeva a colpire soprattutto la plebe. La
manumissio infatti, nelle sue varie forme, era il procedimento di scioglimento formale di un vincolo
giuridico, che si usava, ad esempio, per emancipare un figlio o uno schiavo, o per riscattare una persona in
mancipio (ossia legata da un rapporto di dipendenza personale) di un'altra.[2] In tal senso Manlio
Capitolino volle cercare di porre un freno all'immissione nel tessuto cittadino di nuovi cittadini liberati dalla
schiavitù ed evitare che i plebei emancipando i loro figli avessero accesso a più terre.

La plebe d'altra parte rispose a questo provvedimento con una lex Duillia-Menenia de fenore unciario, pare
sacrata (ossia garantita da giuramento solenne, alla maniera della lex Sacrata del 494 a.C.), che fissò il tasso
di interesse all'8.33%.

Lex Publilia Philonis de patrum auctoritate

La Lex Publilia Philonis de patrum auctoritate[1] è una delle tre Leges Publiliae Philonis, la cui proposta è
attribuita al dittatore Q. Publius Philo. La lex Publilia Philonis de patrum auctoritate, del 339 a.C., che si
inserisce nel lungo processo delle lotte patrizio plebee, stabilì che, per quanto concerne le rogazioni
legislative, l’auctoritas patrum dovesse precedere la votazione dei comizi centuriati e non seguirla[2].

Nella primitiva repubblica, il patriziato, rappresentando un ceto dirigente chiuso, deteneva il controllo della
magistratura superiore. Fra il V e la metà del IV secolo, i plebei si batterono con l'obiettivo di rivendicare i
propri diritti[3]. Una prima conquista si ebbe in seguito alla secessione sul Monte Sacro del 494 a.C., che
portò alla nascita dei tribuni della plebe e dei concilia plebis, organi del potere plebeo. Poco dopo, nel 451,
fu creata la magistratura straordinaria di decemviri, i quali redassero le prime leggi scritte, conosciute come
XII Tavole[4] Nel 444, inoltre, fu istituito il tribunato militare con potestà consolare, così, attraverso
l'elemento militare, i plebei riuscirono ad aprirsi la strada al conseguimento dell’imperium. Con le leggi
Licinie Sestie[5] del 367 a.C. si assicurava ai plebei la possibilità di raggiungere il consolato. In seguito a
questo lungo processo nasceva un nuovo ceto politico, quello patrizio-plebeo, ossia la nobilitas.

La Lex Publilia Philonis de patrum auctoritate si inserisce in questo processo di rivendicazione plebea.
Inizialmente tutte le deliberazioni dei comizi erano sottoposte all’auctoritas patrum, ossia alla ratifica dalla
parte patrizia del Senato[6]. L’auctoritas veniva esercitata per tutte le deliberazioni dei comizi:
approvazione di leggi, elezione dei magistrati e giudizi; erano esclusi soltanto i plebisciti che non avevano
ancora valore di legge (lo avranno con la Lex Hortensia[7] nel 287 a.C.) e gli atti dei comizi con valore
formale e non deliberativo[8]. Grazie alla Lex Publilia, quindi, l’auctoritas patrum, che aveva
profondamente limitato il lavoro legislativo delle assemblee, vide limitato il proprio potere in quanto,
inizialmente seguiva la votazione dei comizi, mentre da questo momento in poi l'avrebbe preceduta. In
questo modo i patres, ossia i senatori, avevano la possibilità di opporsi alla proposta del magistrato ma non
alla deliberazione dell'assemblea[9]. Dunque, anche grazie alla successiva Lex Maenia[10] che limitò il
potere della patrum auctoritas in campo elettorale, venne modificata un'antica pratica che conferiva un
ingente potere ai patrizi, i quali potevano controllare e limitare le assemblee popolari. Dunque, si eliminava
il contrasto tra i patres e i comizi e si avviava lo svuotamento di autorità del potere patrizio.

Dunque, ricapitolando brevemente questo quadro istituzionale, nel corso della prima monarchia di Roma
(re latino-sabini) noi troviamo 3 organismi politici:

 Comitia calata, che raccolgono le curiae (l’organizzazione di tutti i cittadini in armi, che fanno parte
per lo più delle gentes). Ciascuna gens è governata da un pater gentis; i patres gentium sono
raccolti in senato (inizialmente in numero di 100, già in età latino-sabina arrivano al numero di 200
e poi di 300; in età storica il loro numero viene portato a 600 da Silla; 900 da Cesare; si ritorna a 600
definitivamente ad opera di Augusto).
Funzione dei comizi e delle curie: principalmente reclutare uomini per il servizio militare, ma anche
approvare alcune leges curiatae (es. lex curiata de imperio), leggi che hanno per lo più finalità
tattica.
 Senato
3 prerogative
 Il rex
è coadiuvato da:
- praefectus urbi
- duoviri perduellionis

Questi organismi verranno in parte mantenuti, seppur con alcune differenze anche in età storica:

 Il senato è un organo antichissimo che rimarrà in vita anche dopo la caduta di Roma
 Le curiae verranno esautorate delle funzioni politiche già nell’ambito della monarchia etrusca e di
fatto conserveranno solo alcuni funzioni sacrali e negoziali marginali, come quei due atti
(testamentum calatiis comitiis e adrogatio)
 Il rex non scompare del tutto in età repubblicana, ma i suoi poteri politici e amministrativi vengono
esautorati e sostanzialmente limitati a funzioni di carattere sacrale. Egli deve governare e
controllare gli auspicia assieme agli altri sacerdoti romani, in particolare i pontifices, il pontifex
maximus.

Durante il VI secolo a.C. una forza straniera (gli Etruschi) controlla anche Roma: di fatto gli ultimi 3 dei 7 re
di Roma sono etruschi. L’influenza degli etruschi si sente: qualche storiografo ha parlato della “grande
Roma dei Tarquini”, si portano varie strutture di origine etrusca. L’aspetto più rilevante della monarchia
etrusca a Roma è dato dalla struttura militare che viene ad assumere il potere politico romano.

Il rex latino-sabino è ancora un primo tra pari, un capo pastore di un clan che raccoglie attorno a sé il
consenso di altri capo clan: necessita di un consenso continuo da parte loro, non esercita un potere militare
coercitivo su di loro. In questa prima monarchia, il rex ha una potestas, ha una capacità riconosciuta dagli
altri capo-clan, ma non ha un comando militare autorevole su di loro (in questa fase non gode
dell’imperium = comando).

Al contrario, il rex etrusco gode di una dominazione militare sulle altre gentes, una dominazione retta non
dal loro consenso, ma dalla forza. Egli gode dell’imperium: questa prerogativa viene rappresentata anche
attraverso delle insegne particolari (toga praetexta purpurea, sella curùlis-sedile pieghevole a forma di X
ornato d’avorio, lo scettro …).
Governo etrusco: retto anche dal sangue; caratteristica fondamentale: comando militare forte.

Si tratta di una distinzione fondamentale, in quanto il potere costituzionale dei reges etruschi affonda su
una legittimazione opposta a quella latino-sabina: non si trattava di un potere derivante dal consenso, ma
dalla forza militare (imperium).
Il momento essenziale di questa grande rivoluzione nella gestione del potere, quello che potremmo definire
il “punto cruciale”, di svolta, coincide senz’altro con la monarchia di Servio Tullio.
Già Tarquinio Prisco fa delle grandi riforme all’interno dell’esercito, ma l’intervento maggiormente
significativo è quello che viene attuato da Servio Tullio.

A Servio Tullio infatti la storiografia attribuisce una grande riforma dell’esercito, un esercito che diventa per
la prima volta un esercito di carattere statuale: non è composto dall’aggregazione di clan né da uomini
privati armati (che tuttavia non scompaiono), ma si tratta di un’organizzazione militare ben definita alle
dirette dipendenze del rex etrusco.

L’esercito etrusco è di carattere oplitico, assomiglia molto agli eserciti greci.

A Servio Tullio si ascrive dunque una grande riforma che in qualche modo sembrerebbe riprendere quella,
di poco precedente, portata avanti da Solone ad Atene: vale a dire della ripartizione dell’intera popolazione
in armi in classi divise per censo, e dispone che per ciascuna classe debbano estrarsi un certo numero di
soldati da raggruppare all’interno delle centurie.

IMMAGINE DI MASTARNA – Tomba François di Vulci

Macstarna è il nome etrusco di Servio Tullio: ciò ci viene spiegato da Claudio, l’imperatore che amava
occuparsi di storia e letteratura etrusca. Macstarna deriva dalla stessa radice etimologica di MAGHISTER, da
cui MAGHISTRATUS, cioè di un soggetto che governa qualcosa. In effetti, nella sua riforma dell’esercito si
spiega: Macstarna è il maghister populi, “comandante dell’esercito, della fanteria”.

Riforma di Servio Tullio

Diversamente dalla popolazione raccolta in curiae, Servio Tullio avrebbe pensato di dividere la popolazione,
soprattutto le fanterie, in 5 classi. In particolare, la cavalleria sarebbe già raddoppiata in età latino-sabina
(inizialmente 300 cavalieri – 100 per tribù – poi diventano 600).

ESERCITO CENTURIATO

EQUITES: 18 CENTURIAE (SEX SUFRAGIA)


Le 6 unità di cavallerie vengono triplicate: da 6 diventano 18 centuriae. La centuria è un’unità militare
indivisibile inizialmente composta da 100 uomini, poi ridotta a 60, comandata da un centurione.
Lo stato provvede a fornire le armi agli equites, ma non ai pedites, i quali devono armarsi in proprio. Perciò
la suddivisione dei pedites in 5 classi è effettuata in base al censo, in base a quanto patrimonio essi hanno a
disposizione per procurarsi l’attrezzatura militare. Nella tradizione storica, il censo viene già espresso in
termini monetari, pecuniari (AS – asse; oppure HS – sesterzio).
I PEDITES (fanti) vengono presi dalla popolazione suddivisa in 5 classi:

1. I CLASSE : ad essa vengono ascritti i cittadini che abbiano patrimonio superiore o uguale a 100.000
AS/HS
In I classe (e quindi anche in I fila) vi sono i più abbienti, coloro che sono meglio armati. Essi
dispongono di elmo, clìpeo, schinièri (parastinchi), corazza, asta, gladio.
E’
2. II CLASSE: patrimonio compreso tra 100.000 e 50.000 AS/HS
Elmo, scudo, schinieri, asta, gladio.
3. III CLASSE: patrimonio compreso tra 50.000 e 25.000 AS/HS
Elmo, scudo, asta, gladio.
4. IV CLASSE: patrimonio inferiore a 50.000 fino a 12.500 (successivamente ridotto a 11.000) AS/HS
Asta, giavellotto.
5. V CLASSE: patrimonio inferiore a 12.500 (successivamente ridotto a 11.000) AS/HS
Fionda, sassi.

Aldilà di queste classi, il resto della popolazione è raccolto in 5 centuriae, delle quali:

 2 di fabbri (fabri tignarii = falegnami; fabri aerari = fabbri veri e propri), i quali vengono associati alla
I classe
 1 tubìcines = suonatori di tromba; 1 cornìcines = suonatori di corno, deputati a mandare messaggi,
segnali acustici per le informazioni sui campi di battaglia, vengono associati alla V classe.
 1 capite censi = i proletari, coloro che non hanno nulla, i quali hanno soltanto funzione ausiliaria

In questo periodo, l'esercito di Roma conobbe una riforma: dall'originario assetto tribale, precedentemente
descritto, a un assetto centuriale, con suddivisioni fondate su classi socio-economiche[2], anziché tribali.
Questa riforma è tradizionalmente attribuita a Servio Tullio, il secondo dei re etruschi di Roma, che,
secondo tradizione, aveva già portato a termine il primo censimento per tutti i cittadini[3]. Livio ci informa
che Tullio riformò l'esercito trasponendovi la struttura originariamente concepita per la vita civile, quale
risultato del censimento[2]. A qualsiasi livello, il servizio militare, a quell'epoca, era considerato un dovere
civico e un modo per ottenere un avanzamento di status all'interno della società[4].

Tuttavia non si può affermare che le classi sociali di Roma fossero create dal censimento, piuttosto furono
da esso enucleate. Sarebbe quindi più corretto dire che la struttura dell'esercito veniva leggermente
affinata, piuttosto che radicalmente riformata. Prima di queste riforme, la fanteria era divisa nella classis
dei cittadini ricchi e nella infra classem dei cittadini più poveri. I secondi erano esclusi dalla linea regolare di
battaglia, in considerazione della qualità scadente del loro armamento[5]. Nel corso della riforma, questa
grossolana divisione sociale binaria tra cittadini più poveri e cittadini più ricchi fu ulteriormente affinata su
più stratificazioni.

Le unità militari

Tullio riformò l'esercito intorno al 570 a.C., adottando la formazione a falange e l'armamento degli opliti
greci. La divisione tra i fanti avvenne per censo e non più per provenienza. Questo è ciò che Dionigi di
Alicarnasso scrive, facendo parlare Servio Tullio:

«...ho stabilito di far stimare i beni e di far tassare ognuno secondo questa stima. Perché ritengo che sia
vantaggioso e conveniente per la comunità che chi possiede molto dia molto; e chi possiede poco dia
poco...» (Dionigi di Alicarnasso, Antichità Romana, IV, 16, 4.)

Legioni

La "spina dorsale" dell'esercito romano, rimase la fanteria. L'unità base era la legione. L'esercito serviano
era formato da due legioni (una a difesa dell'Urbe e l'altra utilizzata per campagne militari esterne[6]), in
totale pari a 193 centurie[7]

Cavalleria

Dopo aver così organizzato la fanteria, Servio Tullio passò alla cavalleria, dove reclutò altre 12 centurie di
equites dal fiore dell'aristocrazia cittadina, alle 6 già presenti (formate da Tarquinio Prisco e riconducibili ai
sex suffragia):[8] in totale 18 centurie.[3]

Per l'acquisto dei cavalli l'erario stabilì uno stanziamento annuo di 10.000 assi a centuria, mentre sancì che
fossero le donne non sposate a pagarne il mantenimento degli stessi con 2.000 assi annui a centuria. Tale
costo fu più tardi trasferito alle classi più ricche.[9]

Reclutamento delle legioni: per classi sociali


Secondo la tradizione, fu Servio Tullio a compiere una prima riforma timocratica dei cittadini romani atti a
prestare il servizio militare (obbligati ad armarsi a proprie spese e perciò chiamati adsidui[11]),
suddividendoli in cinque classi (sei se consideriamo anche quella dei proletarii[12]) sulla base del censo,[2]
[7] a loro volta ordinati in ulteriori quattro categorie: i seniores (maggiori di 46 anni: anziani) e gli iuniores
(tra 17 e 46 anni: giovani), ovvero coloro che rientravano nelle liste degli abili a combattere; i pueri (di età
inferiore ai 17 anni: i fanciulli) e gli infantes (di età inferiore agli 8 anni: i bambini) non ancora in età per
prestare il servizio militare.[13] Questa riforma teneva presente tutte le differenze per patrimonio, dignità,
età, mestiere e funzione, trascrivendo il tutto su pubblici registri.[14]

In questo nuovo sistema la prima classe, la più facoltosa, poteva permettersi l'equipaggiamento completo
da legionario, mentre quelle inferiori avevano armamenti via via più leggeri, e dove le prime tre
costituivano la fanteria pesante e le ultime due quella leggera:[11]

In questa epoca, tuttavia, i cittadini romani consideravano in genere il servizio militare come un giusto e
doveroso impegno nei confronti dello stato, in contrasto con visioni successive del servizio armato quale
fardello sgradevole e indesiderato[15]. Sono note, infatti, dal tardo impero, vicende di mutilazioni inferte al
proprio corpo al fine di eludere l'obbligo militare[16], mentre non sembra riscontrarsi una simile riluttanza
a servire l'esercito nella Roma più antica. Questo sentimento potrebbe essere anche dovuto all'intensità
generalmente inferiore dei conflitti di questa epoca; o legata al fatto che gli uomini erano chiamati a
combattere vicino e spesso a protezione delle loro stesse case; o anche alla condivisione — postulata dagli
scrittori successivi — di un più robusto spirito marziale condiviso in antichità[17][18].

L'arruolamento dei soldati veniva stabilito in caso di guerra tra le varie tribù presenti a Roma[19] (da 17
iniziali passarono a 21 successivamente). Il console stabiliva la data dell'inizio della leva; di solito i
contingenti delle varie tribù si radunavano nel Campo Marzio. I motivi per astenersi dalla chiamata alle armi
dovevano essere esaminati e, nel caso in cui non fossero stati validi, si veniva dichiarati desertor (disertore)
e si poteva essere puniti severamente. A volte, come riportatoci da Tito Livio, i tempi dell'arruolamento non
permettevano l'esame delle esenzioni dal servizio, il quale veniva rimandato a guerra conclusa. Il comando
(imperium) era tenuto dal console, che era coadiuvato per le funzioni amministrative dai tribuni. I
centurioni erano scelti dai soldati.

Uomini e gerarchie militari

La stratificazione sociale definita dal censimento si rifletteva nel seguente modo sull'organizzazione
militare:

1. la prima classe era formata da 80 centurie di fanteria (40 di iuniores che avevano il compito di
combattere nelle guerre esterne,[20] mentre le altre 40 di seniores, rimanevano a difesa dell'Urbe),
che potessero disporre di un reddito di più di 100.000 assi. Era la classe maggioritaria che costituiva
il cuore della falange oplitica dello schieramento romano regio, la prima linea della legione romana.
[6]
2. La seconda da 20 centurie ed un reddito tra i 100.000 ed i 75.000 assi. Costituiva la seconda linea.
[3][20]
3. La terza da altre 20 centurie di fanteria leggera ed un reddito tra i 75.000 ed i 50.000 assi.[3][20]
4. La quarta composta da altre 20 centurie di fanteria leggera ed un reddito tra i 50.000 ed i 25.000
assi.[3][21]
5. La quinta formata da 30 centurie di fanteria leggera ed un reddito di appena 25.000-11.000 assi.[3]
[21]
6. Erano, infine, impiegate anche due centurie di suonatori di cornu, tuba e buccina adatti a fornire
segnalazioni o ordini militari.[22]
Chi era sotto la soglia degli 11.000 assi era organizzato in una sola centuria, dispensata dall'assolvere agli
obblighi militari (i cui membri erano chiamati proletarii o capite censi),[3][23][24] tranne nel caso in cui non
vi fossero particolari pericoli per la città di Roma. In quest'ultimo caso erano anch'essi armati a spese dello
Stato, servendo in formazioni speciali estranee all'ordinamento legionario.[25] Qui di seguito una tabella
riassuntiva:

Classe censuari N. di centurie Stima dei beni di proprietà dei cittadini


a romani

I classe 40 centurie di iuniores + 40 centurie più di 100.000 assi


di seniores

2 centurie di fabri

18 centurie di eques più di 100.000 assi

10 centurie di iuniores + 10 centurie


II classe da 100.000 a 75.000 assi
di seniores

10 centurie di iuniores + 10 centurie


III classe da 75.000 a 50.000 assi
di seniores

10 centurie di iuniores + 10 centurie


IV classe da 50.000 a 25.000 assi
di seniores

15 centurie di iuniores + 15 centurie


da 25.000 a 11.000 assi
di seniores

V classe

1 centuria di tubicines + 1 centuria


di cornicines

VI classe 1 centuria meno di 11.000 assi

TOTALE 193 centurie

16/09
Questo tipo di esercito favorisce la formazione di una classe antagonista a quella dei patrizi, data appunto
da quella pletora (donde deriva la plebs) di coloro che “gentem non habent”, che non sono raggruppati in
gruppi gentilizi come i patrizi e che noi definiamo sotto il nome di plebei.

Da questo punto di vista si comprende come mai anche la tradizione tenda a descrivere Servio Tullio come
un amico della plebe, come un re popolare, al punto tale da dipingerlo come il promotore di un assetto
istituzionale di stampo repubblicano, fino a spingersi addirittura a rappresentarlo come colui il quale
avrebbe voluto che, dopo la sua morte, si instaurasse la Repubblica: sarebbe riuscito nel suo intento se la
figlia Tullia e Tarquinio il Superbo non l’avessero fatto fuori.

SERVIO TULLIO E LA RIFORMA MILITARE

Con la riforma dell’esercito di Servio Tullio si passa da un esercito di matrice gentilizia, a un esercito a base
statuale. È sempre un esercito armato da privati, ma è controllato da un apparato statuale, con a capo non
più il rex ma due condottieri, detti pretores, che nel tempo assumeranno sempre più una caratteristica
politica accanto a quella militare, di pari passo con la formazione di un nuovo organismo noto come
comitia centuriata. Dal punto di vista sociale, questo tipo di esercito favorisce la formazione di una nuova
classe antagonista di quella patrizia, ovvero la classe composta dai pletora, il cui nome si forma sulla stessa
radice del termine plebs, poiché designa coloro che “gente non abent”; quella classe comunemente
denominata sotto il nome di “plebe”.

Da qui si intuisce il motivo per cui la tradizione definisce Servio Tullio “amico delle plebe”, rex popolare nel
senso proprio del termine, fino a rappresentarlo come promotore di un assetto repubblicano, colui che se
non fosse stato fermato dalla figlia, avrebbe dato inizio alla Repubblica.

L’esercito illustrato da Servio Tullio ha dunque una struttura a base censitaria, ovvero basata sul censo,
senza perdere però la sua matrice a base privata, in quanto alle armi potevano attendere solo i privati.
Secondo la riforma, la popolazione divisa in 5 classi: ciò riguarda soprattutto pedites (fanteria) ed absidui
(proprietari terrieri).

In origine, prima che l’economia romana passasse ad un economia di carattere monetario (non prima del IV
sec) i patrimoni erano stimati in iugeri, un’unità di misura romana, pari a circa 2500 m².

 I CLASSE: 20 iugeri; in termini monetari dovevano disporre di 100.000 assi. Avevano armi di
formazione oplitica ed erano ben armati poiché combattevano in prima linea.
 II CLASSE: 15 iugeri. Struttura e armamenti simile alla prima, clipeo sostituito dallo scudo
 III CLASSE: 10 iugeri
 IV CLASSE: 5 iugeri. Sono privi di armamenti natura difensiva
 V CLASSE: Bina iugera: due iugeri a testa (loc. latina). Lotto di terra di due iugeri (heredium)
attribuito, secondo la tradizione, già da Romolo a ogni paterfamilias. È il minimo possedimento per
poter essere iscritti agli absidui. Quasi inermi militarmente.
 Infra classem, al di sotto, vi erano i proletari, non proprietari terrieri, raccolti in sole cinque
centurie; in quanto erano di fatto persone inservibili alla guerra. Le centurie erano suddivise in
suonatori: cornicines e tubiciones, e fabbri, i meglio armati, utili a centurie e soldati della I classe

Esonerati dalla battaglia erano i Capite Censi: chi, non possedendo beni, era censito solo per la propria
persona.

Ogni classe veniva poi divisa in Centurie

I CLASSE: 80 CENTURIE
Era un’unità ridotta poiché coloro che appartenevano alla prima classe erano numericamente minori delle
altre classi. Nonostante fossero pochi, erano ben armati ed adatti ad ogni tipo di strategia militare.

II-III-IV CLASSE: 20 CENTURIE

V CLASSE: 30 centurie, di cui solo gli iunores (17-45 anni) erano in armi. I Seniores servivano da recluta

Le prime tre classi rappresentavano, dunque, il contingente armato: costituivano in tutto 60 centurie
(considerando solo quelle di iuniores), 6000 uomini armati: il doppio dell’esercito latino dei comitia
curiata. Servio Tullio raddoppia il numero dei fanti. Per gli equites, dalle 3 tribù di cavalieri (300), che già in
tarda età latino sabina erano state raddoppiate a 6 centurie(600 uomini), vennero poi triplicate a 18
centurie.

Quando l’esercito centuriato assume una valenza politica, ad ogni centuria corrisponde un voto, portando
così ogni classe, in base al proprio censo, ad avere differente potere elettorale.

Aulo Gellio, autore e antiquario del II secolo d.C., fiorito sotto l’impero di Antonino Pio, evidenzia le
differenze tra i comizi, spiegando che, mentre i comitia curiata deliberano ex generibus (sulla base delle
loro gentes), i comitia centuriata sono raggruppati al loro interno in base al censo e in base all'età. Al
contrario i comitia tributa hanno un altro criterio di suddivisione legato sostanzialmente al luogo di
residenza, o per meglio dire, all'ubicazione del patrimonio immobiliare della maggior parte delle famiglie.

Inoltre l'esercito centuriato è composto di due grandi elementi, una cavalleria di equites che deve essere
coordinata da un magister equitum, e un'altra di pedites che è retta e governata da un magister populi.

Non è un caso che nella tradizione etrusca, il vero nome di Servio Tullio fosse Macstarna, l’equivalente
etrusco del latino magister populi, una titolatura che, in età repubblicana, veniva utilizzata per delineare più
che altro la stessa carica del dictator, dai poteri superiori a quelli dei consoli. Racchiude imperium del rex e
che verrà poi suddiviso dai consoli.

Dei principali simboli accompagnati a questa carica ricordiamo la sella curulis (sella curule), una sorta di
trono, un sedile a forma di X ornato d’avorio con una valenza simbolica molto forte, una toga di porpora.

Questa carica è inoltre caratterizzata dalla presenza di alcune guardie del corpo: i littori (di numero 24), i
quali recano con sé i simboli del potere, il principale dei quali è un Fascio non ancora legato, accompagnato
dall’ascia. Verrà poi legato grazie all’intervento di Valerio Publicola, promotore di una legge fondamentale,
una cosiddetta “Guarentigia”, che avrebbe protetto i cittadini romano dalle angherie del potere pubblico.
Quelli che erano i simboli della tradizione, i fasci e l’ascia, utilizzati rispettivamente per la verberatio,
frustigazione e la decapitazione, verranno decisamente modificati. L’ascia venne eliminata e i fasci legati.
Da qui, nacque il soprannome di Publicola: favorevole al popolo.

Il rex ha 24 littori (guardie del corpo); i consoli, sostanzialmente, dividono il potere del rex e, anche
simbolicamente, questa divisione viene rappresentata dalla circostanza che ciascun console porta al seguito
12 littori invece dei 24 che la tradizione assegna al rex. Ma, quando ragioni straordinarie avessero obbligato
a individuare un magistrato che non avesse i poteri limitati e che soprattutto non fosse impedito nelle sue
decisioni da un eventuale veto del collega, allora si nominava un magistrato straordinario (un dictator) che
avrebbe raccolto in sé tutto il potere degli antichi re etruschi. Ciò lo si deduce dal fatto che si sarebbe
accompagnato da 24 littori; ma non solo, contro di lui, in effetti, non sarebbe stato a lungo opponibile il
veto di altri magistrati . Il dictator è , in breve, un rex temporaneo che dura per sei mesi, un magistrato
autorevolissimo, che ha un potere regio all'interno di una struttura repubblicana.
Altro nome del rex è magister, appunto Mastarna, il magister populi. Ciò rende evidente il passaggio dalle
istituzioni monarchiche a quelle repubblicane e il rispettivo consolidamento di quest’ultime.
Probabilmente il perno che ha consentito questa rivoluzione tra monarchia etrusca e repubblica risiede
nelle figure del magister populi e del magister equituum (quest’ultima titolatura presente ancora in età
repubblicana). In età repubblicana quest'ultimo è solo un collaboratore del magister populi, ed è a lui
subordinato. Non è da escludere che la coppia consolare sia nata da questi due magister, sostituiti al rex, e
che lo abbiano esautorato dei suoi poteri istituzionali, lasciandogli solo quelli sacrali (in età repubblicana,
infatti, la figura del rex non scompare, ma egli è ora soltanto “rex sacrorum”, anche detto “rex sacrificulus”
= re delle cose sacre).

Il vero nome dei consules era pretòres, condottieri. La differenza tra pretor e consul è da far risalire solo al
307 a.C. quando viene istituita una nuova figura autonoma, il pretor, come collega minor dei consoli che ha
la metà dell'imperium dei consules, e che svolge solo funzioni giurisdizionali. I consules godono
dell’imperium. L'imperium di questi magistrati è diverso perché loro comandano e decidono anche come
comandare. Dunque, questi due pretores potrebbero aver esautorato i poteri del rex.

L'esercito acquista sempre più una forza politica piuttosto che militare; questo è dovuto alla circostanza che
i due condottieri acquistano una posizione privilegiata, in particolare i capi delle centuriae che sono raccolte
all'interno delle classi. I due condottieri devono dare le indicazioni ai capi. C'è una relazione privilegiata tra i
capi delle centuriae, che esprimono le possibilità che una centuria può realizzare durante un'impresa
militare, e il magister populi. L’acquisizione potere politico dei due condottieri è legato all’acquisizione di
una posizione privilegiata con i capi delle centurie.

Se si deve muovere guerra, o deliberare strategie militari, i due condottieri, devono confrontarsi con i capi
delle centurie. Prima di muovere guerra, era sempre necessario rispettare le istituzioni, anche sacrali, e
consultare i segni del cielo e confrontarsi con i sacerdoti. La dichiarazione di guerra affinché fosse un
bellum iustum aveva bisogno di una sorta di rito sacrale. (lancio della lancia nel campo di battaglia
avversario).

Al di là del rito, chi deliberava la guerra era sostanzialmente l'esercito. Successivamente, il magister populi
capì di poter muovere guerra attraverso la consultazione con le centuriae. Ecco perché la LEX DE BELLO
INDICENDO, la lex che viene promulgata per deliberare lo stato di guerra, è una lex che spetta ai comitia
centuriata, non ai curiata. Questa viene deliberata attraverso il voto dei singoli soldati, che erano molti, ma
di peso e valore differente. Il voto del soldato della quinta classe non vale tanto quanto quello della prima,
meglio armato e, allo stesso tempo, più a rischio. In definitiva il magister populi, si dovrà comunque
consultare con le 18 centuriae e gli 80 centurioni. Si comprende come prende forma un organismo
deliberativo, in cui ogni unità di voto è composto dalla centuria. Ogni cittadino può influire solo sull’esito
del voto della propria centuria, che si confronta successivamente con quello delle altre centurie. Le vere
decisioni dunque sono assunte dalla maggioranza, delle 193 centurie, prima classe e i cittadini raccolti tra
equites e cavalieri. Anche quando questo organismo perse il suo carattere tradizionale, non essendo più
militare, e passando da una struttura falangitica a una manipolare, più rapida ed efficace, e veniva
convocato il comitiatus maximus (comizio centuriato), i cittadini della quarta e quinta classe non erano
quasi mai chiamati a votare.

Ciò che oggi verrebbe considerato molto discriminatorio e poco democratico era in realtà uno dei perni su
cui si basava il funzionamento della Repubblica. Cicerone, infatti, ricorda che uno dei meriti della
costituzione romana fosse che gli antichi non avevano dato più potere alla massa, ma ai migliori e che
avesse fatto in modo che i più solo perché in maggioranza numerica, non potessero avere più peso dei
migliori.
Anche ad oggi nella gestioni di interessi comuni a carattere patrimoniale, si riconosce che il potere
deliberativo non deve essere distribuito in modo equo tra tutte le teste (es: deliberazioni prese in una
società; valore del voto stabilito in base alla quota di proprietà di ciascuno)

Si rapporta poi la capacità di voto in base al censo. Lo stesso era la Costituzione di Can, di Roma, DOVE LA
DIVISIONE TRA PUBBLICO E PRIVATO è RETTA DA DIVERSI CRITERI. Se in buona sostanza i romani perdono
una guerra, saranno ridotti in schiavitù, ecco perché i soldati della prima classe hanno più potere
decisionale, perché hanno più da perdere. Lo schiavo non milita all'interno dell'esercito. Ecco perché uno
dei caratteri fondamentali dei comitia centuriata è il CENSO.

Questi ultimi, inizieranno però a godere di un potere sempre maggiore: avranno la possibilità di scegliere il
proprio condottiero (si instaura un rapporto fiduciario, tra pretor e centuriato, espresso attraverso il voto). I
comitia centuriata acquisiscono tre grandi attribuzioni elettorali: scelgono i magistrati maggiori, decidono i
magistrati dotati di imperium, e avevano funzioni giudiziarie, fino a quando nel 307 non subentra il pretor, a
cui viene assegnata la funzione giurisdizionale. Queste figure nascono come preitores, come condottieri, ma
deliberano poi sulla guerra, la lex. Nel concreto questi comitia raramente sono chiamati a deliberare su
proposte di legge non collegate a vicende di natura militare.

Accanto a questi ci sono i comitia tributa, la cui creazione è attribuita a Servio e funzionano in modo più
snello rispetto a quelli centuriati.

I comitia centuriata deliberano inoltre sul caput civis, deliberano cioè sulla vita e la morte di un loro
commilitone. Questo non è un potere giudiziario originario, e la data della sua acquisizione è difficile da
stabilire. La tradizione attribuisce questo conseguimento alla LEX VALERIA PUBLICOLA DE PROVOCATIONE.

In origine il rex etrusco poteva mettere a morte chiunque fosse ritenuto passibile di pena e, di fronte alla
mano armata del rex e dei suoi littori, i sudditi non avevano capacità di opporsi. Quando dalla monarchia si
passa alla repubblica, e di conseguenza si costruisce un nuovo sistema di libertà, si arriva a far proteggere il
caput civis dall'esercito. In questo diverso periodo storico si assiste a una limitazione dell’imperium regio,
che pur rimanendo un potere fortissimo, perde la sua autonomia, poiché dipende direttamente dal volere
del popolo. Il populus è dunque il vero sovrano del caput civis: se uno dei soldati è messo a morte, sarà il
popolo (l'esercito) a capire se vale la pena ridurre la sua forza dell’esercito, privandolo di un soldato.

In età storica, il magistrato, dotato di imperium, irrogava una sanzione e il civis, il cui caput è protetto,
poteva chiedere ai commilitoni se l’imperium fosse correttamente esercitato, facendo riferimento al
populus. Da qui si sviluppò una regola secondo cui il magistrato non erogava direttamente la sanzione ma
convocava lui stesso i comizi per valutare se un cittadino devesse essere passibile di una certa sanzione,
perlopiù per crimini gravissimi (actio perduellionis: processo per alto tradimento). Quelli minori erano
risolti dai tresviri capitales o nocturni, e i dumviri ..ionis.

Sulla scorta della provocatio si sviluppa un processum populi di repressione criminale, guidato all'interno
dei comitia centuriata. Questi comizi non potevano essere deliberati in castris, per effetto della lex
Publicula de provocatio ad populum. Infatti il caput civis, la sua vita, era protetto, qualora non si fosse
trovato in armi. A lungo il cittadino in armi rischiava di essere ucciso, senza poter reclamare la garanzia
costituzionale della lex, ma ciò fino alle leges porce, che estendono al cittadino in armi questa garanzia
costituzionale. Questa garanzia era una legge antica, ma è stato necessario riportarle in auge diverse volte.

Noi ricordiamo 3 LEGES DE PROVOCATIONE :

1. La lex Valeria Publicola de provocatione del 509


2. Lex Valeria Oratia de provocatione del 449
3. Lex Valeria Corbi del 300
L’esistenza di tre lex valerie può essere spiegata sull’ipotesi secondo cui quelle più antiche siano
duplicazioni di norme successive, anticipazioni di queste, un fenomeno frequente nella tradizione letteraria.
Queste tre leggi si collocano all’interno di contesti storici ben precisi, in cui era necessaria la riprese di
quest’ultime.

Le leggi delle 12 tavole vengono promulgate nel 449, e accanto alla provocatio in esse contenuta, viene
anche promulgata la lex Valeria Oratia de provocatione, in quanto si sentì la necessità di sancire un altro
principio: il divieto di istituire magistrature, come il decemvirato magistrativo, che possa avere la
prerogativa di condannare a morte un cittadino.

I comitis non possono deliberare se in castris > si inverte il rapporto tra comozi centuriati e il magistrato
dotato di imperio, che è insindacabile da parte dei comizi, arriva a influire sulle deliberazioni dei comizi.

Vi sono dunque delle garanzie costituzionali, rispettate in astratto. Non sorprende dunque che vi siano delle
eccezioni: ad esempio la Lex Manlia de vicensima manumissione, una legge di imposizione fiscale, assunta
in castris, a causa di una motivazione oggettiva.

Francesco De Martino, uno dei massimi studiosi dell’economia e della giurisdizione romana, ha scritto 5
volumi intitolandoli ' Storia della costituzione romana'. Quest’ultimo, per il suo contributo alla ricostruzione
della storia romana, viene paragonato all’italiano Mommsen, autore dell’800, fra i più grandi studiosi della
storia romana di sempre. Il titolo dell’opera monumentale di De Martino, può sembrare fuorviante; da esso
infatti, si evince l’esistenza di una Costituzione Romana, un testo scritto che potesse disciplinare l’assetto
dello Stato. La storia invece nega l’esistenza di testo scritto, se non poche eccezione, che avesse tale
funzione.

Nonostante non vi fosse un testo formale, come nell’odierna Gran Bretagna, esisteva una Costituzione
implicita e dei poteri tradizionalmente rispettati, che si fondono su un senso di appartenenza comune. Ciò
che stupisce è che nonostante la Costituzione romana fosse di per sé problematica, in quanto basata sul
conflitto fra poteri e costituita da vari poteri potenzialmente confliggenti, ha funzionato per ben cinque
secoli. Questo perché gli interessi promossi dai magistrati e dalle famiglie, sono omogenei.

La situazione cambiò quando da un’economia agricolo-pastorale, si passò a un’economia di tipo


commerciale, in seguito all’espansione romana sul Mediterrano.

Il sistema costituzionale disciplina il rapporto dei comizi e non disciplina la validità delle deliberazioni dei
comizi. Questi possono essere convocati solo dal magister dotato di imperium (prima il rex, poi il dictator,
censori, consoli e pretori).

La rogatio: richiesta, proposta di legge. Deve essere pubblicata su tavole imbiancate, tabule dialbate,
collocate nel foro, in posti agevoli alla lettura di chiunque.

La rogatio viene poi discussa nel corso di un trinundinum, un ciclo 8 giorni (nundine), al termine dei quali, in
contemporanea col mercato settimanale, veniva discussa la rogatio. Ciò avveniva per 3 volte.

Nei giorni consentiti alle votazioni, i cosiddetti giorni fasti, si chiede al popolo di deliberare, votare la legge.

A quella legge si poteva votare chiamando le centuriae a seconda delle classi: i primi a votare erano i
cavalieri e in particolare i sex sufragia (sei voti più antichi, ovvero gli esponenti delle famiglie iscritte alle 3
tribù originarie che erano state raddoppiate sul finire della monarchia latino-sabina, ed erano diventate 6),
che godono di una certa autorevolezza; e poi le 12 centurie dei cavalieri, poi le 80 centuriae della prima
classe, di queste ne viene sorteggiata una che darà il nome alla lex. Deliberavano verbalmente.
Furono poi introdotte delle leges tabellariae invitando a deliberare per iscritto, su tessere elettorali e
dovevano essere segrete. La prima a garantire il voto segreto lex fu la LEX GABINIA del 139 a.C, in cui si
votava su delle tavolette, deposta in una cista, urna.

Segue poi la ratifica del Senato.

La lex Pubilia Philonis stabiliva che l'auctoritas patruum precedesse il voto dei comitia e non lo seguisse.

La garanzia sulla segretezza del voto era garantita dalla Lex Cassia (137 a.C.), che non riguardava però lka
perduellio, in quanto si riteneva che questa votazione dovesse essere fatta a viso aperto. Successivamente
la legge verrà poi estesa anche a questo tipo di votazione.

Il voto di un elettore si poteva esprimere in modi diversi: nei comizi elettorali era sufficiente segnare il
nome del candidato; in quelli legislativi o giudiziari, il popolo aveva un potere limitato: poteva scegliere solo
se assolvere o condannare il Reus. Indicavano con A l’assoluzione (absolvo) e una C per condannare
(condemno).

Il comizio legislativo, ad esempio, che era chiamato a deliberare su una proposta di legge, non aveva la
facoltà di emendare, ovvero promuovere una modifica del testo legislativo.

In occasione delle contiones il popolo avrebbe potuto evidenziare le sue perplessità sui vari capi della
proposta, ma non avrebbe mai potuto modificare direttamente la rogatio. Ciò spettava solo al magistrato.
Egli non poteva però, mai proporre una proposta di legge per saturam, una legge contenente argomenti
diversi dalla materia. Il quesito doveva essere chiaro, semplice e omogeneo.

Questo presupposto sarà però più astratto che concreto: si pensi ad esempio alla Lex Aquilìa de damno
dato (III sec. a.C, che si ritrova nell’art. 2043 del codice civile attuale). Questa fu proposta in tria capita; il
primo riguardava la distruzione o il danneggiamento di cose particolari come schiavi e animali, il terzo
quello di res più generiche e il secondo capo invece riguardava la responsabilità di chi riscuote un credito.
Questa è un esempio di Rogatio per saturam.

La legge è composta da:

 PRAESCRIPTIO: si indicano i soggetti autori della legge; i magistrati proponenti (danno il nome alla
legge), la centuria sorteggiata per votare
 ROGATIO vera e propria
 SANCTIONES: funzionamento della norma nel contesto dell’ordinamento. Prevede raramente
eventuali punizioni,

Comitia

Da cum-ire = andare insieme, convenire

In un passo di Gellio, tratto dalle Noctes Atticae (15.27.5), si specifica la modalità della distribuzione della
popolazione nelle ripartizioni politiche: Item in eodem libro hoc scriptum est: «Cum ex generibus hominum
suffragium feratur, ‘curiata’ comitia esse; cum ex censu et aetate ‘centuriata’; cum ex regionibus et locis
‘tributa‘»

Nello stesso libro di Lelio Felice (è il primo ad Quintum Mucium) trovo scritto: «Quando si vota per generi di
persone i comizi si dicono curiati, quando si vota secondo il censo e l’età, si dicono centuriati, quando
invece in base alle regioni e luoghi si dicono tributi».

Le 3 tribù ‘romulee’
Tities = comunità sabina situata sul Quirinale e governata da Tito Tazio.

Ramnes = comunità latina stanziata sul Palatino e retta da Romolo.

Luceres = comunità etrusca guidata da un ‘lucumone’ (=principe-sacerdote etrusco).

Comitia curiata

I membri sono raggruppati in 30 curiae (da co-viria = gruppo di uomini).

Le curiae sono riunite in gruppi di 10, ognuno dei quali costituisce 1/3 (una tribus) di tutta la comunità, ogni
curia è divisa in 10 decurie.

Funzioni dei comitia curiata:

Sacrali.

Lex de imperio.

Votazione (?) delle leges regiae.

Poena capitis (?).

Formazione della legione: 100 fanti da ogni curia = 3000 uomini

Funzionamento:

Convocati e presieduti dal rex, presi gliauspicia.

Unità di voto = curia.

Il voto è comunicato dal lictor (messo del curio).

In epoca repubblicana si riuniscono solo i 30 littori in rappresentanza delle 30 curie.

Comitia calata

Convocati per mezzo di un calator, ad opera dei pontefici per compiere determinati atti: ad es.

testamentum calatiis comitiis; detestatio sacrorum.

Le tribù serviane

Su base territoriale (urbanae/rusticae).

Criterio di suddivisione della popolazione: domicilio/proprietà fondiaria.

Nel tempo aumentano di numero:

4 (solo urbane) di epoca serviana (Suburana, Palatina, Esquilina, Collina);

21 agli inizi della repubblica;

35 a partire dal 241 a.C.

Ordinamento centuriato

Caratteristiche

Distinzione della popolazione in 5 classi e 193 centurie.


Suddivisione su base censitaria (ricchezza della familia proprio iure di appartenenza).

Suddivisione in base all’età (iuniores 18-45; seniores 46-60).

Differente armamento per ciascuna classe.

Organizzazione politica derivata da quella dell’esercito.

Differente armamento.

Organizzazione prima militare, poi politica.

L’ordinamento centuriato

Prima classe

Censo: almeno 100.000 assi.

Iuniores: 40 centurie.

Seniores: 40 centurie.

Armamento: elmo; clipeo; schinieri e corazza, tutti in bronzo.

Armi offensive: asta e gladio.

NB: alla prima classe erano aggregate:

18 centurie di equites;

2 di fabri tignarii ed aerarii (fanteria disarmata addetta al servizio delle macchine da guerra).

Seconda classe

Censo: almeno 75.000 assi.

Iuniores: 10 centurie.

Seniores: 10 centurie.

Armamento: lo stesso della prima classe, tranne la corazza ed uno scudo rettangolare al posto del clipeo.

Corazza

Corazza

Scudo

Scudo

Terza classe

Censo: almeno 50.000 assi.

Iuniores: 10 centurie.

Seniores: 10 centurie.
Armamento: lo stesso della seconda classe, tranne gli schinieri.

Schinieri in bronzo

Schinieri in bronzo

Quarta classe

Censo: almeno 25.000 assi.

Iuniores: 10 centurie.

Seniores: 10 centurie.

Armamento: solo asta e giavellotto.

Asta e giavellotto

Asta e giavellotto

Quinta classe

Censo: almeno 11.000 assi (Livio) o 12.500 (Dionigi di Alicarnasso).

Iuniores: 15 centurie.

Seniores: 15 centurie.

Armamento: solo fionde e pietre da scagliare.

NB: alla V classe erano aggregate 2 centurie di:

tubicines (suonatori di tuba);

cornicines (suonatori di corno).

Corno da guerra

Corno da guerra

Capite censi

Al di sotto del censo minimo vi erano i proletarii: costituivano una sola centuria esente da compiti militari.

Meccanismo di voto

1 centuria = 1 voto

(oggi, 1 persona = 1 voto)


Questo comporta la possibilità che prevalga la volontà di una minoranza delle persone votanti (che però
gestisca la maggioranza delle centurie e, quindi, dei voti).

Ordine di chiamata al voto:secondo la gerarchia delle classi fino a raggiungere la maggioranza.

80 centurie della I classe + 18 di cavalieri = 98

che è già maggioranza su 193 centurie totali.

21/09

ROMANO 21 SETTEMBRE

La riforma serviana, ascrivibile agli ultimi anni della monarchia romana, può essere definita, senza
possibilità d’errore, una riforma “epocale”: ad un’analisi più attenta, si può osservare come questa abbia
avuto, non solo ripercussioni militari, ma anche politiche.

Nella sfera militare il punto più degno di nota è sicuramente la triplicazione del numero degli equites,
ovvero della cavalleria. (il cui numero era già stato raddoppiato negli ultimi anni durante la monarchia
latino-sabina).

La vera novità introdotta da Servio Tullio è però la riforma censitaria, ripresa a grandi linee dal legislatore
greco Solone. Questa riforma prevedeva la suddivisione della società in 5 classi, e coloro che non
rientravano in nessuna di queste, ovvero i nullatenenti, erano collocati in un’ulteriore classe, detta “infra
classem”.

Secondo questa riforma il numero totale delle centurie ammontava a 193: un dato importante, in particolar
modo dal punto di vista tattico: impostava, per la prima volta nella storia romana, un esercito di natura
oplitica, statuale, in contrasto con i precedenti eserciti di matrice gentilizia.

Di fatto però la struttura era rimasta pressoché invariata: gli armamenti dipendevano esclusivamente dalle
possibilità economiche dei singoli; non stupisce quindi che le armi fossero, per lo più, appannaggio dei
ricchi. Sempre per questo motivo, si capisce la ragion per cui la vera forza armata dell’esercito romano
risiedesse nelle prime tre classi, in particolar modo negli iunores.

Dal punto di vista politico, questa riforma ha permesso al generale\al condottiero di instaurare un rapporto
privilegiato con fanteria e cavalleria. Non stupisce infatti che, col passare del tempo, Macstarna,
equivalente etrusco del magister equitum e magister populi, abbia esautorato le funzioni del rex.

Anche l’esercito, grazie a Servio Tullio, inizia a godere del potere politico, al punto tale da sostituire gli
antichi comitia curiata e costituire esso stesso il comitiatus maximus sostitutivo: i comitia centuriata.

A quest'assemblea furono demandati i maggiori compiti di governo, il cui esercizio era riservato al popolo,
(populus da intendersi con chi era presente all'interno dell'esercito, quindi chi si poteva permettere
un'armatura), che consistevano principalmente nell'elezione delle magistrature maggiori (censura,
consolato, pretura), nella legislazione (spesso in comunione col senato) e nella dichiarazione di guerre.

Il primo atto deliberativo di quest'assemblea, secondo Cicerone, fu la Provocatio ad populum, che nella sua
prima formulazione, prevedeva per i condannati a morte o alla fustigazione, la possibilità di appellarsi al
popolo.

I comizi centuriati avevano anche il ruolo di tribunale nel caso di condanna a pena capitale, nel giudizio del
reato di alto tradimento e di eleggere le magistrature maggiori e di votare le leggi di governo della città, su
proposta di un magistrato, come accadde nel 451 a.C. quando approvarono le leggi delle XII tavole
elaborate dal primo decemvirato; era anche investito del ruolo di tribunale nei casi in cui c'era in gioco la
vita dell'accusato (giudizi de capite civis). In particolare aveva competenza esclusiva in materia di
perduellio, ovvero alto tradimento, fino alla riforma operata da Lucio Appuleio Saturnino, che istituì la
quaestio perpetua de maiestate ove processare gli accusati di alto tradimento e lesa maestà. Bisogna
comunque notare che gran parte della politica romana non veniva definita nel comizio, ma nel senato, e
che il comizio veniva sempre più a svolgere un ruolo formale più che sostanziale.

A questa riforma, basata principalmente su una rivoluzione dell’esercito, Servio Tullio, affianca una riforma
a carattere prevalentemente politico: l’istituzione dei comitia tributa, organizzati su base territoriale.

Nella tradizione i comitia tributa sarebbero stati disegnati dal re etrusco, già in termini di 4 tribù, ma risulta
tutt’ora oggi difficile stabilire come si possano ricollegare alle 3 tribù originarie. La composizione di questo
comizio andò aumentando nel tempo, con l'accrescersi del numero di tribù, dalle quattro dei primi comitia,
alle 35 definitive del 241 a.C.. Delle 35 tribù, 4 erano urbane, e 31 rustiche. Quelle urbane erano delle
circoscrizioni territoriali in cui erano raccolti i possidenti territoriali di coloro che avevano residenza
nell’urbe; quelle rustiche designavano i territori in cui le gentes patrizie avevano stabilito la loro residenza,
o il loro principale centro di interessi. Questa duplice suddivisione nasceva dalla volontà delle famiglie
gentilizie di non essere più iscritte nelle 4 circoscrizioni territoriali urbane; queste, avendo il loro principale
centro di imputazione in campagna, identificavano proprio in quei luoghi la loro residenza. Le gentes erano
infatti occupate perlopiù in attività pastorali, e per questo, avevano necessità di un ampio territorio per
poter svolgere la propria attività in termini economicamente rilevanti.

Questa suddivisione sarà poi motivo di scontro fra patrizi e plebei.(V-IV sec). Per come era distribuita la
popolazione all'interno delle tribù, con la maggioranza della popolazione di Roma distribuita tra le uniche
quattro tribù urbane, il voto era fortemente sbilanciato a favore delle trentuno tribù rurali.

Nel disegno costituzionale delineato da Servio Tullio, i comitia tributa si sostituiscono, per funzioni
legislative ai comitia centuriata. I comitia centuriata erano infatti, di più complessa organizzazione, sia per
quanto riguarda la convocazione che le votazioni. La difficoltà maggiore nel funzionamento dei comizi
centuriati, era rappresentata dall fatto che durante le convocazioni, si sarebbe dovuto procedere per
centurie, e quindi attraverso le classi. Le centurie non solo non erano ripartite equamente tra la
popolazione, ma vi erano inoltre sei centurie privilegiate, ovvero i cosiddetti sex suffragia, che votavano per
prime. Era un sistema piuttosto elitario; la stessa classificazione per centurie, e dunque in varie classi,
presentava un grande divario fra ciascuna centuria. La classificazione in centurie si basava sul patrimonio
fondiario, ovvero sui possedimenti terrieri, e dopo la riforma di Appio Claudio, anche immobiliare.
Nonostante vi fosse uno scarto abbastanza costante tra le varie classi, la perdita di capacità elettorale fra le
varie classi non seguiva una proporzione analoga: la prima classe aveva una capacità elettorale pari a 80
voti (80 centurie), mentre quelli delle classi successive solo 20.

I comitia tributa, al contrario, rappresentano un sistema elettorale molto più snello, privo della ripartizione
in centurie e classi. L’unico parametro adottato riguardava il luogo di ubicazione della proprietà
immobiliare; grazie al successivo intervento di Appio Claudio, l’iscrizione a questi comizi sarebbe stata
consentita a tutti i cittadini romani, indipendente dal luogo di ubicazione della loro residenza. Pochissimi
anni dopo, Rulliano abolì parzialmente la riforma di Appio: gli absidui (i proprietari terrieri) furono collocati
solo nell’ambito delle già citate 31 tribù rustiche e i nullatenenti nelle 4 tribù urbane. Al di là di questo
criterio, ancorato al patrimonio immobiliare, i comitia tributa costituivano comunque un organo più
democratico dei comizia centuriata.

Anche nei comizia tributa però il voto continua ad essere espresso per tribù; questo avvantaggiava i
residenti di tribù meno popolate, ovvero i patrizi, in quanto avrebbero dovuto dividere i voti a loro
disposizione fra un minor numero di residenti. Quello dei comitia tributa era, dunque, un sistema solo
apparentemente più democratico. Ciò rappresentava un grave vulnus, ovvero un pericolo per il sistema
istituzionale romano: il criterio di determinazione della volontà popolare era cambiato, e con esso anche gli
esiti. La volontà popolare, adesso accertata attraverso i comitia tributi, avrebbe raccolto umori diversi da
quelli si sarebbero espressi con i comitia centuriata.

D’altro canto il sistema istituzionale precario, basato sulla forza e su una struttura economica di carattere
agricolo, e abbastanza immobile era sempre stato il punto di forza della civiltà romana. Non stupisce che,
quando nuove forze economiche porteranno alla nascita di interessi diversi da quelli tradizionali (dal
primario assetto agricolo\pastorale si passerà ad un economia di tipo commerciale), anche l’assetto
istituzionale inizierà a vacillare.

Anche nell’alta Repubblica saranno ancora presenti due criteri di deliberazione pubblica, sorretti su principi
differenti: da una parte, vi erano comizi basati su criteri di censo e patrimoniali serrati (comitia centuriata)
e dall’altra sul principio della residenza. (comitia tributa).

Il fatto che i comitia tributa avessero capacità legislativa, e che questa aumentasse col tempo, era una vera
e propria rivoluzione. Questi avevano anche potere dal punto di vista amministrativo: potevano votare i
magistrati minori, mentre quelli maggiori erano ancora votati da quelli centuriati.

Prima della fine del IV secolo, e quindi prima della riforma di Appio Claudio Cieco, nei comitia tributa erano
iscritti solo gli absidui, ovvero i proprietari terrieri. C’era dunque omogeneità nella composizione del voto
fra i due comitia. Ciò non fu più così grazie alla rivalutazione della ricchezza di Appio Claudio che permise a
ciascun cittadino romano di prendere parti alle centurie.

Alla riforma di Appio Claudio, seguirà una seconda riforma, ignota nel dettaglio, ad opera di Rulliano.
Questa riduceva il numero delle centurie della prima classe da 80 a 70, un numero facilmente divisibile per
35 (il numero totale delle tribù). Raggruppava le centurie delle altri tre classi in un totale di 70 centurie, e
quelle della quinta in 35. L’intento della riforma era infatti quello di rendere uniformi i diversi organi
costituzionali.

I comitia centuriata, diversamente dai comitia curiata che privilegiavano l’appartenenza a determinati
gruppi clanici (gens), privilegiano soprattutto la FAMIGLIA NUCLEARE; i singoli cittadini erano raggruppati
nelle varie centurie in base al patrimonio familiare. La ricchezza del pater familias era il parametro di censo
per tutti i componenti maschili della famiglia. (ciò sarà il contrario nell’ambito del diritto privato)

La base su cui si basava il criterio di attribuzione della capacità giuridica era ancorata ad uno schema
familiare. Da qui si intuisce come, questo criterio favorisse la creazione di gruppi sociali, disancorati dai
vecchi clan e al contempo, era l’ennesima prova della diffusione dell’immagine di Servio Tullio come re
democratico e fautore della Repubblica.

Non a caso i comitia centuriata nascono come organo concorrente dei comitia curiata. Inoltre, lo stesso
l’esercito centuriato rappresenta l’antagonista degli eserciti gentilizi, e sempre sotto Servio Tullio, si assiste
alla formazione di un intero gruppo sociale antagonista del Patriziato: la Plebe, con il quale condividerà la
scena politica e storica fino alla metà del IV secolo d.C.

I patrizi:

• erano raccolti in clan e avevano il controllo del territorio,

• si aggregavano fra loro al fine di facilitare la pastorizia,

• stringevano alleanze familiari ( i matrimoni, ad esempio, erano contratti solo fra individui della
stessa gens)
• condividevano antenati comuni (talvolta anche frutto di finzione), e i culti gentilizi (si pensi ai culti
che la famiglia Giulia dedicava a Venere, e al rapporto privilegiato che instaurava con essa; rapporto che si
traduceva con culti autonomi, accompagnati da sacerdoti propri)

I plebei, al contrario, non avevano caratteristiche specifiche. Loro erano “tutti gli altri”; lo stesso termine
plebe si forma sul greco plebos: moltitudine. Per i romani erano coloro “qui gentes non habent”. Erano
immigrati di nuova generazione, o più genericamente, tutti coloro che, dal punto di vista politico ed
economico, non rientravano nelle classi più abbienti.

In quest’epoca furono molti i romani, che volontariamente scelsero di non raggrupparsi in nessun gruppo
clanico. Ciò dipendeva da un duplice motivo: uno politico ed uno economico.

• Politico perché legato alla riforma di Servio Tullio, che aveva creato una struttura non più a base
clanica, ma a base familiare;

• Economico in quanto, negli anni del re etrusco, si assiste all’origine della metallurgia. Questa
particolare lavorazione dei metalli avrebbe consentito la coltivazione su larga scala, in particolar modo del
basso cereale. L’agricoltura dei bassi cereali, non richiedeva una struttura in larga scala come quella
gentilizia: non necessitava di grandi appezzamenti di terreno, come accadeva per la pastorizia, in cui ci si
doveva assicurare grandi zone per il pascolo e per il tragitto del bestiame. La coltura del cereale permetteva
alle famiglie di sostenersi autonomamente, con piccole aree di terreno.

È dunque in questo periodo che la plebe si fa promotrice di interessi economici, diversi da quelli dei patrizi;
è il periodo in cui agricoltura e pastorizia iniziano a concorrere l’una contro l’altra e molti plebei si battono
per la spartizione di nuovi territori.

La lotta patrizio-plebea viene tradizionalmente ricondotta agli albori della Repubblica. Già nel 494 a.C. si
assiste alla prima grande secessione della Plebe sul Monte Mario, o secondo altre fonti sul Monte Sacro,
ovvero l’Aventino, simbolo massimo di libertà. Si rifiutavano di combattere al seguito dei patrizi per la
conquista di nuovi territori. Fu l’intervento di Menenio Agrippa, ex console amato dalla plebe a convincere i
plebei della loro importanza. Agrippa spiegò l'ordinamento sociale romano metaforicamente,
paragonandolo ad un corpo umano nel quale, come in tutti gli insiemi costituiti da parti connesse tra loro,
gli organi sopravvivono solo se collaborano e, diversamente, periscono; conseguentemente, se le braccia (il
popolo) si rifiutassero di lavorare, lo stomaco (il senato) non riceverebbe cibo ma, in tal caso, ben presto
tutto il corpo, braccia comprese, deperirebbe per mancanza di nutrimento.

La ritrovata alleanza fra patrizi e plebei fu di breve durata: solamente un ventennio più tardi, nel 471, si
ricorda una seconda secessione.

In seguito all’episodio dell’Aventino, nacquero le Leges Sacratae, così chiamate perché (sbagliando), si
pensò fossero state firmate sul monte sacro, o perché avrebbero disposto una particolare sanzione e una
particolare protezione verso il loro rappresentante: il tribuno della plebe, che avrebbe dovuto venire
incontro al plebeo che necessitava d’aiuto. Esse, infatti, stabilivano che i tribuni della plebe erano
sacrosancti: sacri e inviolabili. Con la secessione del 494, sorse nella plebe un forte senso di appartenenza e
un legame sacrosanto con il tribuno della plebe: egli, anche a costo della sua stessa vita, avrebbe tutelato
gli interessi della plebe; d’altra parte la plebe avrebbe tutelato il tribuno, anche a discapito dello stato. Più
concretamente, con questo giuramento sacro, il tribuno prometteva di non allontanarsi da Roma, per non
più di 24 ore, e di avere la sua casa sempre aperta; la plebe prometteva invece di bloccare, se necessario,
anche con la forza, il funzionamento delle altre magistrature. (Anche il console, “capo” della Repubblica
Romana avrebbe potuto incontrare la resistenza dei tribuni).
Quello dei tribuni non è un potere costituzionale, che non sarà mai riconosciuto come una magistratura, ma
è sicuramente rivoluzionario, in quanto il suo funzionamento sarà garantito solo dalla forza dei plebei. È
una prepotenza di questa nuova classe, che rimarrà tale per diverso tempo, fino al 471.

Pochi decenni dopo però, proprio nel 471, la plebe sente la necessità di dare un assetto meglio definito alla
propria organizzazione e , in occasione di una seconda secessione, stabilisce che le loro deliberazioni
debbano essere assunte in quanto esprimenti la maggioranza dell’organo; una maggioranza calcolata non
per capi, ma per tribù di appartenenza. Si assiste così ad un’omologazione dei concilia plebis con i comitia
tributi, con una grande differenza: i concilia della plebe erano organi che raccoglievano solo plebei e le loro
deliberazioni vincolano solo plebei. Il “vincolo” di queste deliberazioni non era però un vincolo giuridico, di
un potere costituzionale; in quanto come già detto non era una magistratura.

I concilia plebis, infatti, conserveranno a lungo la loro matrice eversiva e rivoluzionaria; almeno fino alla fine
dell’età Repubblicana.

Dal 449 a.C. , anno successivo alla caduta del decemvirato legislativo, commissione di 10 uomini, autrice
delle 12 tavole, avvenuta in seguito all’ennesima secessione, plebei e patrizi arrivano a un compromesso: si
giunge al riconoscimento del potere costituzionale dei tribuni della plebe, dei concilia plebis e della figura
dell’edile, un para magistrato assistente del tribuno della plebe.

Le deliberazioni prese dal concilio delle plebe prendono il nome di plebiscita, plebiscitum, composto da
plebs ("plebe, popolo") e scitum (participio di sciscere, "stabilire"). Al pari degli altri organi, anche i concilia
plebis emanavano leges publicae: riguardavano l’intera popolazione. I plebiscita, infatti potevano avere
funzione elettiva, in quanto eleggevano i tribuni della plebe, e al contempo, para legale.

Queste deliberazioni avrebbero potuto vincolare l’intera popolazione, ma difficilmente un magistrato le


avrebbe osservate; non rispettandole infatti, non avrebbe comunque infranto nessuna legge o la morale
del mos maiorum.

I concilia plebis raccoglievano l’aristocrazia plebea; arricchitisi con l’agricoltura o il commercio, e la


popolazione meno ricca. Gli interessi erano dunque differenti, e per quanto i plebei tentassero di imporre le
proprie deliberazioni come leggi, difficilmente queste venivano riconosciute come tali, salvo alcuni
provvedimenti di compromesso. Fra i più importanti ricordiamo le leges Valeriae Horatie, le leges Pubiliae
Philonis e la lex Hortensia.

LEGES VALERIAE HORATIE: compendio normativo di tre provvedimenti legislativi particolarmente favorevoli
alla plebe, attribuiti secondo la tradizione ai due consoli Lucio Valerio Potito e Marco Orazio Barbato, fatti
approvare presumibilmente nel 449 a.C. (o nel 509 a.C.). Tali leggi sono conosciute come: la lex Valeria
Publicola de provocatione del 509, Lex Valeria Oratia de provocatione del 449, la Lex Valeria Corbi del 300.
Con queste leggi si riconosceva la valenza costituzionale dei concilia plebis e dei tribuni. Ciononostante, la
parte patrizia del popolo rimaneva svincolata dai plebiscita e dalle prescrizioni del tribuno della plebe. Con
queste leggi si assiste inoltre a un fenomeno di duplicazione storica: negli anni seguenti si ascrivono due
provvedimenti normativi, che come le leges valeriae, riconoscono il valore valore vincolante dei plebiscita.
Queste leggi sono le leges Pubiliae Philonis e la lex Hortensia.

Questo fenomeno è detto di “duplicazione storica” in quanto in questi tre momenti della storia romana, nel
449, nel 339 e nel 287, sarebbero intervenute delle leggi dal medesimo contenuto. Questo è stato possibile,
in quanto nella storia delle lotte fra patrizi e plebei, ci sono stati diversi momenti in cui i patrizi hanno avuto
la meglio (è questo il periodo della serrata del patriziato).
Vi è però una seconda teoria: la lex Valeria Horatia si è forse limitata alla costituzionalizzazione, ovvero al
riconoscimento della prepotenza dei tribuni e dei concilia, rendendola meno eversiva. Questa legge
avrebbe però vincolato solo la plebe. Nel 339, il processo di omologazione del plebiscito alla legge tributa
avrebbe portato a un avvicinamento tra le due categorie. La Lex Pubilia Philonis si sarebbe accompagnata
con altre due legge: lex Publilia Philonis de patrum auctoritate e la Lex Pubilia Philonis de censore plebei.

(La patrum auctoritas era quella prerogativa che spetta solo al senato di ratificare le deliberazioni popolari,
compiuta dapprima all’esito della deliberazione a dal 339, al momento della rogatio.)

Secondo parte della storiografia, il plebiscito sarebbe stato equiparato ad una rogatio magistratuale, e che,
in quanto tale, avrebbe necessitato di una ratifica del senato.

Secondo altra storiografia, l’unione tra l’auctoritas patrum e i concilia plebis, permette di affermare che a
tutti gli effetti, i plebisciti potessero essere paragonati a delle leggi.

In realtà, solo dopo la Lex Hortensia, nel III sec. a.C. , i plebiscita avrebbero avuto valore vincolanti per
l’intera popolazione.

SERRATA DEL PATRIZIATO: fenomeno avvenuto in seguito alle Leges Valeriae Horatie. Queste oltre a
promulgare le leggi delle 12 tavole, avrebbero approvato le due tavole inique aggiunte al corpus iniziale di
10 tavole, trasformatosi poi in quello di 12.

Il primo anno di decemvirato legislativo, il collegio era costituito solo da patrizi. L’anno successivo, il
collegio, accolse anche alcuni plebei. In questo secondo corpo, composto da una nobilitas patrizio plebea,
rappresentato dunque dagli esponenti di entrambe le parti, furono molte le gelosie interne. Si sentì perciò
l’esigenza di dividere il corpus, poiché il divario fra le due classi era insormontabile. La giuridicità di questa
discriminazione emergeva ogni volta in cui si verificavano le attività pubbliche. Queste dovevano essere
precedute dalla consultazione degli Dei. Ricordando che i patrizi erano considerati i depositari della
tradizione cultuale romana e che questi reclamassero discendenze divine, non stupisce che fossero loro gli
unici a consultare gli auspici. In queste tavole inique, si vietava il matrimonio tra patrizi e plebei. Questa
legge inumana fu giustificata formalmente dall’esclusività degli auspici, che erano appannaggio solo dei
patrizi. Questo divieto, che ebbe breve durata, ebbe però ripercussioni sociali, che si perpetuarono anche il
secolo successivo.

È in questi anni che si assiste alla serrata del patriziato: costruzione di un organismo selettivo ed elitario,
che distinguesse patrizi e plebei.

22/09

ROMANO 22 SETTEMBRE

Le istituzioni repubblicane, comprese quelle eversive (come quella plebea) sorgono solo nell’età
repubblicana; le loro premesse però possono essere individuate già in età monarchica. L’imperium del
monarca etrusco ha anticipato e, al contempo, legittimato il potere dei magistrati maggiori della Repubblica
romana. I comitia centuriata hanno favorito lo sviluppo di una nuova fazione sociale, la plebe, e hanno
gettato le basi per la nascita di quel contrasto che impegnerà la società romana tra il V e il IV secolo. In
questo contesto infatti, si formeranno i concilia plebis, i tribuni della plebe e la figura dell’edile.

In particolare, queste ultime magistrature non vengono classificate come “magistrature repubblicane” a
pieno titolo; vengono infatti definite come “eversive”: in quanto rivoluzionarie e garantite dall’uso della
forza.
L’assetto istituzionale repubblicano, comprendente magistrature ordinarie e straordinarie, è in realtà un
quadro maturo, ben definito solo a partire dal 367 a.C. data epocale, poiché è l’anno in cui vengono
proposte le Leges Liciniae Sextiae, note nella storiografia anche come “compromesso patrizio plebeo”. Non
solo delle vere e proprie leggi, ma sono fondamentali per la risoluzioni della questione patrizio- plebea.

Negli anni compresi fra il 509 a.C., anno ufficiale dell’inizio dell’età repubblicana e il 367 a.C., le istituzioni
saranno soggette a vari cambiamenti che le porteranno ad assumere il già citato apparato. La storiografia
ufficiale non ha dubbi nell’ individuare un cambiamento epocale fra monarchia e repubblica già nel 509
a.C., anno, secondo la tradizione, corrispondente alla cacciata dei Tarquini dalla città, rifugiatisi presso
alleati etruschi. Quest’episodio scatenò una vera e propria rivoluzione, non solo politica ma anche culturale:
si svilupperà una vera e propria avversione verso le figure istituzionali che avevano un potere assoluto ed
illimitato, e allo stesso tempo, gettò le basi per la futura nemesi fra patrizi e plebei. In particolare questi
ultimi, infatti, reclamavano una maggiore attenzione nei confronti delle proprie istanze e in virtù di ciò
minacciò, da questo momento, la stessa salvezza dello Stato.

A seguito della cacciata dei Tarquini dalla città, i romani guarderanno con odium la figura del re, al punto da
renderla un vero e proprio topos nella coscienza romana. Ciò era espresso dall’adfectatio regni: aspirazione
alla tirannide, un crimine politico, di cui non rado venivano accusati i personaggi politici in età repubblicana.
Si pensi a Cesare, fra gli esempi più celebri degli accusati da questo crimine, e al pericolo da lui
rappresentato nell’ideologia comune. Nel nuovo assetto istituzionale, sviluppato immediatamente dopo la
morte di Cesare, non vi sarà alcuna traccia della monarchia. Agusto manterrà in vita le istituzioni
repubblicane, e giustifica i suoi poteri straordinari poiché necessari alla restaurazione della Repubblica.

MAGISTRATURE REPUBBLICANE

È difficile stabilire come queste istituzioni si siano sviluppate dalla figura del rex. Si pensa (ipotesi poco
probabile) che quest’ultimo sia stato d’improvviso sostituito già da due magistrati, i consoli, che recano
buona parte delle insegne regie, spartite fra loro. (es: i 24 littori che accompagnavano il sovrano etrusco,
vengono divisi tra i due consoli). La collegialità dei due consoli era il baluardo dell’attività repubblicana:
entrambi avrebbero potuto controllare il potere dell’altro, evitando così che nessuno prendesse il pieno
potere. Non vi è una collegialità piena, in quanto l’uno poteva operare senza il consenso dell’altro, ciascuno
raccoglieva l’imperium nella sua totalità, e proprio per questo, se necessario, poteva bloccare le decisioni
dell’altro. Un’ipotesi molto accreditata è che la figura dei due consoli si siano sviluppati già a partire
dall’età monarchica, sulla scorta dei praetores, ovvero i condottieri a capo dell’esercito. Non a caso, infatti,
per diverso tempo l’altro nome dei consoli era quello di “pretores”.

Di fatto la simbolica cacciata del re si è poi tradotta nell’attribuzione dei suoi poteri politici nei due pretores,
che da quel momento darebbero diventati colleghi. A prova di ciò, vi è il fatto che quando fosse stato
impossibile nominare i due consoli, e si fosse configurata necessità di consegnare il governo nelle mani di
una singola persona dal potere assoluto (summum imperium e summa potestas), ovvero il dictator; costui
era soprannominato “magister populi” e conservava, non a caso, conserva le insegne del rex etrusco (24
littori). I suoi poteri, limitati a 6 mesi, erano molto simili a quelli dei consoli: l’unica differenza risiedeva
nella collegialità, ovvero la mancanza di un pari che potesse limitare i suoi poteri. (il magiter equitum era a
lui subordinato).

Una seconda ipotesi, molto più accreditata è che quest’assetto si sia formato lentamente in seguito a
un’equiparazione del magister equitum e del dictator. Nella fase di transizione tra monarchia e Repubblica,
il magister populi, comandante della fanteria avrebbe preso il posto del rex, in quanto dictator.
Lentamente, gli si sarebbe affiancato il magister equitum, divenendo suo collega e suo pari, negli anni
ordinari. Questa seconda ipotesi potrebbe, inoltre, trovare risposta alla questione della cronologia: Vi è
un’asimmetria nella cronologia alta: in cui alcuni anni tra il 509 a.C. e il 390 a.C. Roma risultata essere stata
governata da dictator in carica un anno, una magistratura, che si stava ancora identificando per distinguersi
da quella del console.

Ciò non giustifica però la duplicazione delle legiones, (che sembra giustificare il doppio comando di due
Magistri di pari potere) in quanto questo è un fenomeno molto più tardo, ascrivibile solo alla seconda metà
del V secolo. Non si esclude l’ipotesi che proprio nel V secolo, alla duplicazione delle legiones, i due magistri
siano stati di fatto riconosciuti come pari. Fino ad allora, i due magistri molto probabilmente non erano in
posizione paritetica, ma uno era subordinato all’altro.

Questo quadro sarà ben definito solo dal 367 a.C.

LE RIVOLUZIONI PLEBEE

Tra il 509 e il 307, si assisterà a diverse rivoluzioni plebee, ascrivibili a due fasi distinte.

1. 509-450 a.C.
2. 449-307 a.C.

1) PRIMA FASE: Nel 509 a.C. i primi consoli, secondo la tradizione, sarebbero stati i promotori della
rivoluzione, Bruto e Collatino, marito di Lucrezia. Quest’ultimo, a causa della sua flebile fede
repubblicana, si dimetterà presto e verrà sostituito da Valerio Publicola.
Nel 494 a.C. avvenne la prima Secessione sul mons sacer (monte Sacro). Le lotte fra patrizi e plebei
si inasprirono nel ventennio successivo, (471) in seguito all’istituzione dei tribuni della plebe e dei
concilia plebis. I concilia plebis avevano lo stesso assetto interno dei comizi: avvantaggiavano la
plebe più facoltosa. Queste famiglie, in particolare, cercheranno compromessi con i patrizi, e
spesso si scontreranno con loro; in particolare sull’accesso alle magistrature, che a quel tempo era
permesso solo ai patrizi (esclusività giustificata dagli auspicia, dai riti ancestrali e sacri, ovvero dal
patrimonio cultuale da loro detenuto. Sacra, mores e foedera erano sempre patrimonio patrizio).
Gli interessi dei plebei erano regolamentati dai mores, la cui interpretazione era quindi esclusiva di
patrizi e pontifices, sacerdoti, sempre di origine patrizia. Quello dei mores era un diritto
immanente, tacito, basato su rapporti di forza e di riconoscimento di supremazia.
i Plebei erano insofferenti di questa clandestinità del diritto. Pretendevano un corpo legislativo
chiaro, che evidenziasse bene ciò che era giusto e sbagliato, di conseguenza pretendevano di
rendere chiaro il bagaglio cultuale detenuto dai patrizi. Ciò sfavoriva i plebei, che in virtù di ciò
chiedevano una certezza del diritto, e pubblicità delle norme. Queste regole non potevano essere
certamente modificate; erano regole laiche, dedotte da un sentire comune e da ciò che si riteneva
conforme alla natura dell’uomo e al volere degli Dei. Nelle 12 tavole, inoltre, si affermava che i
principi supremi non sarebbero stati modificabili, nemmeno se in contrasto con nuove leggi.
La pretesa dei plebei era quella di sottrarre alla sapienza dei soli patrizi il bagaglio cultuale e di
renderlo pubblico, per poterci ragionare sopra. Fino alla seconda metà della Repubblica romana,
l’interpretazione delle norma sembra però esclusiva dei pontefici.

LE LEGGI DELLE DODICI TAVOLE


12 TAVOLE: corpo legislativo fondamentale.
Esse furono considerate dai Romani come fonte di tutto il diritto pubblico e privato (fons omnis
publici privatique iuris).

 Non è una carta costituzionale; è un codice che raccoglie disposizioni di varia natura; dal
diritto pubblico, sul funzionamento di alcuni fonti di norme; a quello privato.
 È un’istanza politica: permette di sapere in cosa si sostanzia il bagaglio cultuale dei patrizi
 Non è quindi un corpo di leggi nuove; si codificano leggi risalenti addirittura all’età
monarchica (es: nell’ambito delle leggi di famiglia, nella regolamentazioni dei costumi, vi è
un corpus fatto risalire in parte ai mores ed in parte alle leggi Romolo).

Nel 462 a.C. Gaio Terentilio Arsa, tribuno delle plebe, si fece promotore dell’istanza di estendere questi culti
alla plebe, ma i patrizi si rifiutano di divulgare il loro patrimonio; è nell’oscurità di questo che si cela il loro
arbitrio.

Nel 454 a.C. l’istanza della plebe viene accolta.

Si decide di mandare una delegazione, (secondo il giurista Pomponio, giurista di età adrianea-antoniniana,
in Grecia ed Atene; secondo Livio e Dionigi, in Magna Grecia) : la traccia dell’ispirazione greca delle fonti
delle 12 tavole sembra essersi costruita nell’ultima fase della Repubblica, nel circolo degli Scipioni. Di fatto,
non vi sono omologhi normativi tra le 12 tavole e codici greci. Nell’ultima repubblica, giuristi e letterati
romani gareggiavano fra loro per individuare corrispondenze fra le tavole e l’esperienza soloniana. Vi erano
sicuramente somiglianze (moderazioni dei costumi ai funerali, le leggi che regolamentano il lusso),
giustificate, però, dal simile contesto economico e sociale. È necessario evidenziare, che nello stesso
travaso di norme, queste sono soggette a contaminazioni, distorsioni, che rendono irriconoscibile la loro
provenienza; e che talvolta i popoli si siano influenzati a vicenda. Non è quindi attendibile l’ipotesi di una
recezione nelle dodici tavole delle norme soloniche; in quanto, quando questa delegazione si sarebbe
diretta ad Atene, queste leggi non erano più applicate. Ai tempi della delegazione, Pericle aveva già
apportato ampie riforme, anche costituzionali nel diritto privato ateniese.

Talora, vi sono delle somiglianze, ingiustificatamente esaltate dagli intellettuali romani, fino a renderle
ridicole:

La sponsio costituisce una forma di giuramento compromissorio valente nella società romana sia in ambito
giuridico che religioso. Lo sponsor era colui che si impegnava a fare\dare qualcosa in garanzia di un terzo.
Secondo Gaio, giurista di età antonina, il termine “sponsio” sarebbe derivato da una vox greca, la stessa da
cui si è formato il verbo latino spondeo. Di qui ci si è operati per diversi secoli a cercare l’omologo
normativo greco della sponsio latina. In greco esiste il verbo σπένδω, spéndō, "fare libagioni". Di qui si è
cercato il legame tra il diritto sacro della sponsio e quello giuridico, inteso come impegno morale prima che
giuridico. La pochezza di questa riflessione è emersa sul finire dell’Ottocento, quando a Gortina, una città
cretese, è emerso un codice in dorico, dialetto greco diverso da quello attico, parlato ad Atene, città di
Solone. Questo codice normativo, di poco precedente alle 12 tavole, presenta diverse analogie con le 12
tavole. In questo codice compare il verbo einspendo, che in dorico significa promettere, esattamente come
nel latino spondeo. Ciò non significa che le dodice tavole siano nate sull’esempio di quelle di Gortina, ma
più probabilmente che vi fosse un archetipo comune, forse risalente ad un legislatore magno greco, Zaleuco
di Locri Epizefiri.

Le 12 tavole raccolgono soprattutto disposizioni già esistenti, già in uso; d’altronde l’obiettivo dei plebei
non era quello di rinnovare il diritto romano, ma di codificarlo.

Il testo normativo a noi pervenuto non è quello originario, poiché è andato distrutto nell’incendio ad opera
dei Galli, nel 390 a.C. Ciò non esclude che, copie originarie del testo siano state conservate. Nella
palingenesi delle 12 tavole, per quanto la lingua utilizzata fosse arcaica, non era spesso compresa dagli
intellettuali stessi. ( Aulo Gellio, erudito del II d.C., ricorda una discussione avvenuta sul Palatino, circa
l’ingiustificata celebrazione del corpo: questo recava talora leggi troppo aspre, talora troppo blande. Ciò
dipendeva da una mancata contestualizzazione dell’ambito storico e culturale in cui si inseriva il corpus, che
doveva essere invece interpretato alle luci della sensibilità giuridica ed etica della loro contemporaneità.).

La lingua delle 12 tavole è antica, ma non antichissima. Ciò emerge da diversi punti:

 L’uso del latino classico, al posto di quello arcaico (Erit al posto di esent, la terminazione in -um)
 Il fenomeno del rotacismo, attestato a livello grafico solo dopo Appio Claudio Cieco.

È un latino moderno, rivisitato, scritto in modo tale da favorire la memorizzazione da parte dei cittadini. Ai
tempi di Cicerone era un carmen necessarium, che veniva imparato a memoria nelle scuole. La struttura
linguistica delle leggi è moderna, alla base della tecnica legislativa\normativa attuale. Le norme sono
concise espresse da una protasi (ipotesi) e da un’apodosi (sanzione).

In esse si parla di giurisdizione, diritto di famiglia, della successione, diritto criminale e la disciplina delle
fonti.

Si pater ter filium venum duit, filius a patre liber esto [lett. “Se il padre vende tre volte il figlio, il figlio sarà
libero dal padre”]

È una regola contenuta nelle XII tavole [vedi lex XII tabulàrum] secondo la quale il filius che fosse stato
venduto per tre volte dal pater familias si liberava definitivamente dalla potestà paterna. Questa
prescrizione (4.2) si dice sia stata fondata da Romolo. In realtà è una norma che si fonda sui mores. Dionigi
conferma che Romolo avrebbe disciplinato il potere della potestas paterna in modo ancora più aspro di
quello che un dominus applicava su uno schiavo, che non sarebbe mai tornato nel dominio del venditore.
Nel caso della patria potestas, se il figlio fosse stato venduto ad un terzo, ove liberato da quest’ultimo, il
padre avrebbe recuperato la potestas sul figlio.

Questa norma, immagine di un’economia rozza, atroce, cela però un bagaglio sapienziale complesso, sulla
quale i pontefici hanno a lungo ragionato. Secondo loro, in questa norma è contenuto il principio
dell’inestinguibilità della patria potestas; il pater non cede la patria potestas all’atto della vendita. Per
l’adozione era infatti necessario estinguere la patria potestas attraverso la triplice vendita, l’emancipatio;
affinché il magistrato possa assegnare il figlio al pater fittizio, sulla base della vindicatio della pater potestas
da parte del figlio e l’inerzia del cedente.

Questa era probabilmente una norma sanzionatoria, per impedire lo sfruttamento del figlio e una
condizione para servile di quest’ultimo, (para: non poteva mai essere ridotto a schiavo, nemmeno se con
debiti.) che doveva restare libero.

È un diritto complesso: la patria potestas viene messa in sospensione; il diritto esiste astrattamente, non
può essere applicato se sopra il figlio c’è un terzo che applica un potere incompatibile con la patria
potestas. È un diritto destinato a risorgere, nel momento della liberazione del figlio. Quando il padre abusa
del suo potere, viene sanzionato e il figlio perde la potestà del padre, e di conseguenza il patrimonio della
famiglia.

Nelle leggi Licinie Sextie, si stabilisce che l’ager publicus debba essere spartito in lotti di 500 iugeri ogni
famiglia Nel 307 a.C. Licinio Stolone, tra i promotori delle leggi Licinie, pensa di far assegnare 500 iugeri a lui
e altri 500 al figlio. Per permettere ciò, il figlio doveva essere autonomo ed essere pater familias. Licinio
reinterpreta la legge, ribaltandone le finalità. Decide allora di alienarlo tre volte, per liberarlo dalla sua
potestà. Fu soggetto ad una sanzione.
Licinio non fu l’unico. Per molti romani era solito ribaltare concetti alla base delle norme delle 12 tavole,
lavorando sul sistema di pensiero che si cela dietro di queste.

La tabula 4.2 chiarisce anche un altro elemento: i legami di potestà sono inestinguibili, salvo la deroga di
sanzione, solo per il figlio maschio; interpretando restrittivamente la norma. Nel caso di figlie femmine e
nipoti era sufficiente una sola vendita. La conseguenza ricavabile è che solo il figlio si sarebbe potuto
liberare, mentre figlie e nipoti no. Si è arrivati invece alla conclusione opposta: figlia e nipoti possono
liberarsi per effetto di una sola vendita. Economicamente, la figlia subentra ai diritti successori come figlia,
ma questa tendenzialmente è destinata a rompere i legami potestativi per effetto del matrimonio,
avvenuto solitamente in giovane età. Mediante la dote i suoi diritti successori sono in un certo senso
anticipati. Nel caso dei nipoti il legame è meno forte; alla morte del nonno passano sotto la potestà del
padre.

I pontefici sono arrivati alla conclusione che quando una norma era al maschile, in linea di massima,
avrebbe riguardato anche la figlia.

È dunque chiaro che dietro ogni norma, ci fosse un’evidente complessità di pensiero.

Nel 454 a.C., dunque, Gaio Terentilio Arsa propone la spedizione di una delegazione, che non dà però i frutti
sperati. Nel 452 a.C. si decide allora di istituire una commissione, composta probabilmente solo di patrizi.
Questa commissione di decemviri è una magistratura eccezionale, che reggono l’intera Repubblica negli
anni 452-450 a.C. Non vi erano altre magistrature, in quanto i plebei impediscono la convocazione dei
comizi per l’elezione dei magistrati supremi. In loro sostituzione subentra questo corpo di dieci uomini, che
come nel caso del dictator, non soffrono intercessioni, sono esenti dal tribuno della plebe, e non soffrono
l’interposizione della provocatio. Questa nuova magistratura opera bene e con il consenso di tutti, redige le
12 tavole. L’esperienza piacque e si decise di reiterare l’esperienza nel 450. Nel collegio di quest’anno, vi
furono anche plebei, sempre sotto la presidenza di Appio Claudio, un perfido patrizio, che abusa del suo
potere. Per effetto di un’ennesima secessione il decemvirato viene bloccato e le leggi non vengono più
promulgate. Alle 10 del primo collegio ne vengono aggiunte altre 2, definite “iniquissime”: erano, infatti,
leggi non favorevoli alla plebe. (che nel collegio era rappresentata dalla nobilitas plebea, preoccupata solo
di spartire con i patrizi i loro centri di potere). Le norme, comprese quelle iniquissime, vengono approvate
nel 449 a.C. da Marco Orazio Barbato e Lucio Valerio Potito. Questi, vengono incontro ai plebei con tre
leggi: non possono essere istituite magistrature esenti alla provocatio ad populum e due leggi che
riguardano la plebe, la Lex Valeria Horatia de tribunicia potestate e la Lex Valeria Horatia de plebiscitis. Con
la prima si riconosce la rilevanza costituzionale della magistratura plebea. Con la seconda, la rilevanza
costituzionale dei plebisciti.

(ricordare bene evoluzione passaggio lex valeria horatia, pubilia philonis, hortensia, de plebiscitis)

DIVIETO DI CONNUBIO TRA PATRIZI E PLEBEI

Chiarisce l’idea di patrizi e plebei, intesi come due corpi separati. La nozione alla base di questo divieto
sembra essere religiosa: una volta codificato il bagaglio sapienziale delle gentes, si riconosce che queste
sono totalmente diverse dalla pletora, dalla plebs, privi di tradizioni e una propria cultura. Questa gelosia
nei confronti del proprio bagaglio sapienziale, viene confermata dall’idea che i culti religiosi sono
appannaggio esclusivo dei patrizi, ragion per cui non avrebbero dovuto mischiare il loro sangue con i plebei.
Sarebbe stato difficile stabilire se i loro figli fossero plebei o gentili, e se un patrizio fosse ancora gradito agli
dei per il sangue misto.

Quello del 449 è un divieto pretestuoso: impedisce ai plebei di accedere al patrimonio religioso, sapienziale
dei patrizi. Questa circostanza sopravvivrà almeno fino al 367 a.C.. Nonostante la Lex Canuleia (plebiscito)
del 445 a.C. abroghi il divieto di connubium patrizi- plebei; i patrizi si ancorano nel loro patrizi, cercando di
preservare la loro identità. Questo fenomeno è noto come “serrata del patriziato”, e sarà applicato da tutti i
patrizi. Nel 449 l’equiparazione fra lex e plebiscito era valida solo per i plebei; non potevano coinvolgere
anche i patrizi; ciò porto ad uno scontro sul piano politico: la plebe si rifiuterà di partecipare alla vita
politica dei patrizi, e questi si rifiuteranno di condividere la loro “sapienza” con la plebe.

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