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Mario Di Febo

La persona bionica
Scienza e Metafisica
XXXIV Convegno sul tema
Natura umana e trans-umanesimo
Monastero Suore Domenicane
Fognano (RA) 23 – 25 settembre 2018

Lo scopo di questa mia breve nota è quello di avviare una riflessione


sul concetto di persona nell'orizzonte del cosiddetto transumanesimo.

Innesti e sostituzioni di organi, applicazioni di protesi altamente sofisticate, installazione di dispositivi elettronici che

interagiscono con il sistema nervoso: sono tecnologie uscite già da tempo dai centri di ricerca, sono disponibili oggi in

molti ospedali ben attrezzati, e vengono sempre più utilizzate.

Gli interventi sempre più invasivi ed estensivi operati con l'ausilio di queste nuove biotecnologie sull'essere umano con

conseguenze ed esiti per molti aspetti ancora ignoti, ci sollecitano a interrogarci su ciò che noi consideriamo persona.

Le prospettive di medio termine ci fanno intravedere un uomo il cui corpo, e ahimè anche il suo cervello, potrà essere

ridotto al ruolo di un supporto sul quale innestare dispositivi artificiali più resistenti, più performanti o addirittura dotati di

funzioni extrasensoriali che esulano dal normale ambito delle capacità umane; un uomo in cui ci sarà una integrazione

spinta tra elementi naturali e componenti artificiali.

Ma un essere umano così trasformato quanto è ancora umano? O ancora, qual è il limite di trasformazioni oltre il quale si

perde la natura umana?

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Se poi ci riferiamo anche alle tecniche di manipolazione del DNA diviene improcrastinabile riproporsi la classica questione

antropologica: chi è l’uomo? di che cosa ha bisogno? Qual è il suo valore e quali sono i suoi diritti?

E' un'istanza a cui la scienza si sforza di rispondere con una sua specifica comprensione dell’umano. Ma quanto più questo

tentativo insiste tanto più la conoscenza dell’uomo sfugge dalle caselle del sapere scientifico, lasciando dietro di sé

interrogativi e tensioni. Il risultato è che non si trova nient'altro che un grande vuoto quando si cerchi una considerazione

integrale dell’uomo.

In effetti, pur rappresentando un essere materiale, una persona non coincide mai con la materia da cui è costituita.

Sebbene non possa esistere senza, essa non è mai identica al suo corpo. Ciò che la distingue ontologicamente è proprio la

capacità di pensare e concepire autonomamente se stessa e il proprio corpo.

Ma a fronte di interventi radicali come quelli prima accennati è lecito chiedersi: che rapporto c'è tra una persona e il suo

corpo?

E' per questo che la questione antropologica, collegata strettamente alla definizione di persona richiede l'intervento di più

saperi tra i quali la riflessione filosofica è certamente chiamata a svolgere un ruolo non marginale.

Dalla classica definizione di Boezio, naturae rationalis individua substantia, lungo la storia della filosofia troviamo almeno

tre significati di persona riferiti all'uomo:

 la persona umana come soggetto ontologico (Tommaso d'Aquino);

 la persona come soggetto psichico (John Locke);

 la persona come agente morale (Immanuel Kant).

Per avere un'idea di quanto interventi tutto sommato apparentemente neutri possano influire su un essere umano basti

pensare che persino nell'atto del concepimento, “l’ambiente” in cui tale evento ha luogo può incidere sulla futura natura

del concepito, quasi che la psicologia del futuro bambino conservi memoria di quella primitiva esperienza:

“il concepimento, come ogni momento importante, si riflette in tutte le fasi successive della vita, secondo la logica

della continuità e della progressione. Quello che fino ad ora si può notare è che i segnali di disagio psicologico dei

soggetti concepiti artificialmente, anche se in superficie, sono presenti e rilevabili fin dall’infanzia, mentre le

difficoltà più profonde e complesse emergono, come è stato riscontrato, con maggiore vigore durante

l’adolescenza: fase in cui il giovane, alla ricerca della sua identità, tenta di ricostruire la sua storia e di dare un

senso alla propria esistenza”1.

E allora, un uomo nel cui cervello è stato impiantato un chip con un software in grado di governare alcune sue funzioni, è

una persona?

Il tema come si vede è estremamente complesso; un modo per iniziare una riflessione può essere quello di utilizzare come

base di conoscenza quanto è già stato proposto dagli autori che si sono occupati di bioetica, quando divenne acuto il

dibattito intorno all'inizio della vita e alla sua fase terminale in conseguenza di vari interventi legislativi sull'aborto e

sull'eutanasia.

Tra gli autori più rappresentativi del dibattito contemporaneo, mi sembra di poter collocare H.T.Engelhardt e P.Singer che

1
Gino Soldera, presidente dell’Associazione italiana di psicologia ed educazione prenatale

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più di altri hanno ripreso e riconsiderato il concetto di persona e quello di essere umano.

H.T. Engelhardt2 si richiama a due principi, il principio di autonomia e il principio di beneficenza.Il principio di autonomia

esprime l’idea che solo il consenso di coloro che sono coinvolti può essere fonte di valori morali, e può essere così

sintetizzato: “Non fare agli altri ciò che essi non vorrebbero fosse fatto loro e fai loro ciò che ti sei impegnato

contrattualmente a fare“. Si tratta, come evidente, di una raccomandazione di non ingerenza che vuole limitare la

dimensione individualistica dallo sconfinare nel campo altrui.Come dire: soltanto chi partecipa attivamente alla discussione

attorno ai valori e ai diritti, ha titolo di essere tutelato, ma chi per varie ragioni in tale discussione non è in grado di

entrarvi può essere tutelato solo per decisione del più forte.

Il principio di beneficenza può essere formulato semplicemente così: fai agli altri il loro bene.Ma attenzione, tale

definizione non tiene conto di un aspetto: il bene da farsi, è ciò che il soggetto beneficente ritiene tale! Insomma ad

alcuno può essere imposto un bene che egli non voglia. Pertanto il bene personale è stabilito dal soggetto; non esiste un

bene vero, condivisibile da tutti. Così, utilizzando un paradosso, se mio desiderio è drogarmi, se questa azione non

procura danno ad alcuno, io non solo posso farlo, ma è altresì moralmente neutra l’azione di chi mi procura la dose.

Se la morale, secondo Engelhardt, si fonda sul consenso dei partecipanti “al dibattito”, essa appare subito come qualcosa

di relativo e provvisorio, frutto del prevalere degli interessi dei più forti. Pertanto, dice Engelhardt, non tutti gli esseri

umani sono persone e quindi il loro destino è lasciato alle autonome decisioni dei soggetti liberi e consapevoli.Per

Enghelhardt, perché ci sia la persona umana ci deve essere vita mentale di livello superiore, mentre non basta che ci sia

una qualunque vita mentale:”non è plausibile sostenere che i feti siano persone in senso stretto. In effetti, non ci sono

prove nemmeno per sostenere che persino gli infanti siano persone in tal senso. Qualunque tipo di vita mentale possa

esistere per i feti e gli infanti, essa è comunque minima, cosicché lo status morale dei mammiferi adulti è superiore a

quello dei feti o degli infanti umani“.Si consideri il caso di una gravidanza voluta, essa rende il feto un bene prezioso per la

madre che lo porta in grembo. Ma può accadere anche l’opposto. A causa delle circostanze del concepimento, delle

probabili circostanze della nascita, o della presenza di malformazioni, al feto può essere attribuito un valore fortemente

negativo. Esso non ha alcun valore proprio; il valore gli è conferito dalla madre; è “una cosa vivente”, di cui disporre a

piacimento.In questo caso il principio di autonomia annienta ogni altro valore, così come la vita biologica non conta nulla

di fronte alla volontà della persona autonoma, che diviene fonte assoluta di valore.

P.Singer3 propone una visione della vita umana fortemente improntata su criteri individualistici non individuando alcuna

differenza sostanziale fra uomini e animali; l’unica differenza essendo rappresentata dal grado di autocoscienza e

razionalità. Ma tale differenza non è lo spartiacque fra uomo e animale, quanto fra persone umane e animali dotati di

coscienza e razionalità, tra pre-persone quali bambini, neonati, cerebrolesi, e non umani superiori. Gli animali superiori, le

persone non umane, sarebbero lo scimpanzé, il delfino, la balena, e il maiale. E così Singer può affermare che: “Alcuni

esseri appartenenti a specie diverse dalla nostra sono persone: alcuni non lo sono (…) abbiamo ragioni molto forti per

dare più valore alla vita delle persone cha a quella delle non persone. E così sembra che sia più grave uccidere, per così

2
H.T. Engelhardt, The foundations of bioethics, New York, Oxford University Press, 1986
3
P.Singer (Etica pratica, Napoli,1989)

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dire, uno scimpanzé, piuttosto che un essere umano gravemente menomato che non è persona“.Il valore della persona,

come più volte affermato, dipende da qualità possedute o meno; sono gli interessi in gioco a determinare il valore che i

soggetti interpellati attribuiscono alle cose, e quei ” valori” sono decisi da chi dispone di più forza, di più risorse, più

“intelligenza”, più conoscenze. Per cui secondo tale logica è possibile immaginare una gerarchia di valore fra le persone

umane in base al principio della forza di imporsi sugli altri.

Con riferimento alle tesi degli autori citati emergono due importanti considerazioni:

 il riconoscimento di valenze pragmatico-operative alla scienza medica nella concreta determinazione di un criterio

discriminante dei confini di liceità nell'intervento sulla vita umana;

 l'ambiguità semantica dell'espressione "persona" che resiste come luogo rappresentativo dei diversi problemi

bioetici.

Il quadro concettuale in cui articolare la nostra riflessione può essere delineato schematicamente formulando la definizione

di quattro negazioni e di quattro affermazioni correlate.

Quattro negazioni:

 di Dio,

 di ogni metafisica,

 di ogni possibile verità,

 dell’esistenza di una natura umana inscritta da sempre in ciascuno di noi.

Quattro conseguenti affermazioni:

 dell’uomo come potenza: l’uomo è la fonte di ogni valore, dispone del mondo e lo modifica a proprio

piacimento;

 della riducibilità dell’esperienza umana a dati sociologici, biologici, culturali: ogni esperienza umana è

riducibile a dati oggettivi, attraverso un processo negatore di ogni mistero. Per tale via, con il tempo ed il

progresso delle scienze, l’uomo diventato “trasparente a se stesso”, può progettare ogni aspetto della propria vita

materiale ed emotiva;

 del relativismo assoluto: solo la storia produce valori, non esiste nulla di dato, di duraturo, tutto è transitorio e

frutto di scelte culturali date dall’opportunità del momento;

 dell’uomo che è ciò che diventa, ovverosia privo di una natura data. L'uomo è privo di ogni dimensione di

“potenzialità”, scompare il dover essere, tutto può diventare lecito, secondo una logica che privilegia l’assoluta

autonomia e la forza.

Da quanto sopra detto emerge una sensibilità empirista che le dottrine di stampo metafisico guardano con sospetto poiché

nascondono una svalutazione di quell'essere umano privo delle caratteristiche ritenute essenziali. Il problema di fondo

consiste, infatti, nelle possibili discriminazioni relative allo sviluppo psichico o fisiologico dell'essere umano. Il negare o

concedere di volta in volta la qualificazione ontologica di "persona", la quale dipende da criteri non certi e, al limite, del

tutto arbitrari, significa in realtà negare o riconoscere una ragione di tutela da parte della comunità ad un essere non

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dotato delle caratteristiche utili alla comunità stessa.

Tutto ciò detto, come riflettere oggi sul concetto di persona?

Il procedimento che intendo seguire non vuole essere di natura deduttiva, perché limitandosi a riconoscere nella realtà le

caratteristiche che formano la definizione boeziana, si giunge necessariamente a ritenere la persona come la somma delle

caratteristiche valutabili empiricamente. Invece, seguendo percorsi di riflessione differenti si potrebbe rappresentare nel

termine "persona" sia il soggetto che il proprio oggetto, e quindi un "qualcosa" che manifesta e nel contempo sottrae allo

sguardo la propria natura, si potrebbe comprendere il motivo che impedisce, ma nel contempo sollecita, una definizione

univoca e più rispondente alle necessità di accordo tra le diverse concezioni bioetiche.

Il primo passo da fare è quello di isolare il termine natura, presente nella definizione di Boezio, e chiedersi : il concetto di

natura umana tollera o meno che l’uomo sia costruibile e dunque manipolabile entro confini volta a volta determinati? Tale

questione ne introduce un’altra che non sempre emerge in maniera diretta ma che influisce sull’intero dibattito: è

possibile cambiare la natura umana? Essa di per sé solleva una questione di possibilità ontologica, non di liceità morale, di

tale complessità per il cui schiarimento sembra impossibile non ricorrere alla riflessione sull’uomo e al concetto di natura

umana.

Limitandoci, nell'ambito di queste note, a tale aspetto della persona, non si può non riferirsi ai contributi di due importanti

autori contemporanei: Jürgen Habermas4 e di Francis Fukuyama5

Habermas affronta, tra gli altri, il tema della modificazione del genoma che apre scenari nuovi di una rilevanza morale

che “oltrepassa ampiamente la sostanza delle tradizionali questioni politiche”. Egli si domanda se la manipolazione

genetica non tocchi la stessa identità di genere, e non intacchi la distinzione fra ciò che è spontaneamente cresciuto e ciò

che è prodotto tecnicamente. Da tale questione emergono altre fondamentali domande, ossia:

1) se l'insieme di questi processi non cambi la nostra comprensione etica del genere;

2) se la conoscenza ex post della programmazione genetica del proprio patrimonio ereditario effettuata da altri non riduca

gli spazi creativi della propria autonomia individuale negando al soggetto di considerarsi l’autore indiviso della propria vita,

e comprometta le relazioni idealmente simmetriche fra persone e libere e uguali.

Secondo l’autore l’ingegneria genetica potrebbe “modificare la nostra autocomprensione di ‘esseri di genere’, nel senso

che essa potrebbe intaccare, assieme alle moderne concezioni del diritto e della morale, anche i non aggirabili fondamenti

normativi dell’integrazione sociale” (p. 29).

Conseguentemente egli fa appello all’indisponibilità dei fondamenti biologici della nostra identità personale.

La critica del liberalismo eugenetico da parte di Habermas non si indirizza alla valenza terapeutica delle biotecnologie, ma

a quella programmatoria e decisoria di interventi ‘migliorativi’ in quanto l’intervento migliorativo rischia di alterare

quell’uguaglianza casuale della nascita cui tutti i cittadini devono l’inizio del loro esclusivo destino di socializzazione.

Mantenendo giuridicamente indisponibile la casualità della nascita, i cittadini si garantiscono uguaglianza di accesso alla

comunità ideale dei soggetti morali e alla comunità reale dei cittadini.

4
Jürgen Habermas, Il futuro della natura umana, Einaudi, 2002
5
Francis Fukuyama, L’uomo al di là dell’uomo Rizzoli, Milano 2003

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Egli chiede: “possiamo considerare l’autotrasformazione genetica della specie come un mezzo per accrescere l’autonomia

individuale, oppure questa strada metterà a repentaglio l’autocomprensione normativa di persone che conducono la loro

vita portandosi mutuo ed ugual rispetto?” (p. 31).

In Habermas assume speciale rilievo un’etica del genere che assume come primari i temi dell’uguaglianza e della

reciprocità.

La preservazione del genoma umano adombrata nelle posizioni suddette può essere considerata come un’istanza

normativa di rispetto dell’essenza umana: essa introduce un dubbio fondato sulla possibilità di rispettare la dignità umana

se accettiamo di manipolare le sue basi genetiche e biologiche.

Fukuyama intende ristabilire il concetto di natura umana, perno della sua prospettiva sulle biotecnologie, seguendo il

modello aristotelico di dissertazione in merito alle questioni di natura e di politica. Egli non rifiuta i concetti di natura

umana e di diritto naturale:

“La natura umana esiste, è un concetto pregnante e ci ha fornito un elemento di continuità nella nostra evoluzione

come specie. Insieme alla religione, rappresenta ciò che definisce i nostri valori fondanti. La natura umana

attribuisce la forma e stabilisce i confini dei tipi possibili di regime politico, quindi una tecnologia abbastanza

potente da rimodellare ciò che siamo può dar luogo a conseguenze perniciose per la democrazia liberale e per la

stessa natura della politica” (op. cit. p. 14)

Fukuyama allude inoltre al “pregiudizio contemporaneo contro il concetto di natura umana” e alla possibilità che le

biotecnologie ce la facciano perdere:

“Ma in che cosa consiste questa essenza umana che potremmo rischiare di perdere? Per un fedele potrebbe essere

un dono divino, la scintilla con cui nascono tutti gli esseri umani. Da un punto di vista laico, invece, si potrebbe

trattare di qualcosa che appartiene alla natura, cioè le sue caratteristiche tipiche condivise da tutti gli esseri umani

in quanto tali. In fin dei conti questa è la posta in gioco nella rivoluzione biotecnologica” (p. 140)

e con essa la stessa base del senso morale umano.

Fukuyama così esprime la sua elaborazione filosofica dell’idea di natura umana:

“La definizione di natura umana cui farò riferimento in queste pagine è la seguente: la natura è la somma delle

caratteristiche e dei comportamenti tipici della specie umana, originati da fattori genetici piuttosto che ambientali” (p.

177s).

In questo approccio orientato al gene e che con la tipicità chiama in causa la statistica, l’idea di natura umana pare

ricondursi ad una sommatoria di fattori certo notevoli ma che nella loro molteplicità e dispersione non sembrano in grado

di designare l’essenza/natura, richiamando invece sue manifestazioni operative di vario genere.

Impiegando la concettualità aristotelica, la determinazione di Fukuyama sembra includere tanto proprietà essenziali come

il linguaggio, la razionalità, il senso morale, quanto proprietà accidentali come la statura, il peso, il colore della pelle, la

maggiore o minore loquacità.

Un’elaborazione più approfondita dell’idea di natura (umana) dovrebbe tuttavia rifarsi alle prospettive di Aristotele e di

Tommaso, riprese dalle rispettive tradizioni, almeno secondo due direttrici:

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 l’assunto secondo cui la natura è un invariante che stabilisce i caratteri essenziali del genere umano, include un

elevato grado di universalità e difende un carattere cui come uomini siamo legati, ossia che tutti partecipiamo a

qualcosa di comune, di invariante, di metaculturale;

 l’idea di natura (e di vita) come principio immanente di autocostruzione e di automovimento.

La seconda accezione sembra applicarsi validamente alle attuali scoperte genetiche dove il genoma appare come un

codice interno di autocostruzione e di ‘programmazione’ dell’individuo, qualcosa che concerne il lato della ‘forma’ e che

potrebbe favorire il superamento del paradigma deterministico. E' un fatto che la struttura genetica dell’uomo rappresenta

non una forma che ci determina in un solo modo, ma una forma che schiude un campo di possibilità e che verrà orientato

e ulteriormente determinato dalla libera attività del soggetto. Non dunque un soggetto ricondotto al determinismo

genetico di chi sostiene che noi siamo i nostri geni, gradino estremo di un processo riduzionistico che dapprima riduce

l’uomo a corpo, e successivamente il corpo al genoma.

Vi è però da osservare che un concetto di natura umana non-ontologico e non-universalistico ma di tipo esclusivamente

storico e culturale è esposto al serio svantaggio di non essere universalizzabile, di poter lasciare nelle mani dell'autorità

stabilire chi appartiene alla natura umana e chi no. Nella presupposta riduzione storico-culturale dell’idea di natura umana

si individua un limite maggiore del “Manifesto di bioetica laica” pubblicato nel 1996:

“Al contrario di coloro che divinizzano la natura, dichiarandola qualcosa di sacro e di intoccabile, i laici sanno che il

confine fra quel che è naturale e quel che non lo è dipende dai valori e dalle decisioni degli uomini. Nulla è più

culturale dell’idea di natura… i criteri per determinare ciò che è lecito e ciò che non lo è non possono in alcun modo

derivare da una pretesa distinzione tra ciò che è naturale e ciò che naturale non sarebbe”

(Il sole-24 ore, giugno 1996, p. 27)

In questa dichiarazione, a parte l’uso equivoco del termine ‘natura’, non ci si cura di definire se sia quella fisica o qualcosa

che assomiglia all’essenza; inoltre al concetto di natura si sottrae ogni oggettività e normatività, sostenendo che essa sia

totalmente culturale, dipendente soltanto dalle scelte e dai valori degli uomini. Il problema del rapporto fra natura e

cultura è dunque segato alla radice. Poiché la natura umana è in ipotesi un costrutto culturale e storico, non esisterà nulla

di naturale e nulla di innaturale, ma tutto sarà convenzionale e storico: siamo chiaramente dinanzi ad una forma esplicita

di “nichilismo delle essenze”.

E' facile osservare inoltre che nella posizione citata sono contenute le premesse per abolire la differenza fra malattia,

salute e terapia.

Siamo così giunti alla questione filosofica decisiva: se sia possibile cambiare la natura umana.

Osserviamo, incidentalmente, che la modernità può essere letta in vari suoi aspetti come un tentativo di cambiare o

andare contro inclinazioni fondamentali della natura umana: nel comunismo mediante l’abolizione della proprietà privata e

nel tentativo di far prevalere la solidarietà di classe contro quella del gruppo familiare, nelle biotecnologie con l’intento di

pervenire all’oltreuomo trasformando la natura umana.

L’interrogativo sulla trasformabilità dell’uomo, ammette una risposta convincente solo se si è previamente determinata la

natura umana in modo adeguato tramite una determinazione essenziale capace di ospitare una grande varietà di

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comportamenti.

Una volta afferrata l’idea di essenza, si percepisce che le essenze sono immutabili, ‘eterne’, non soggette alla presa della

volontà di potenza e di trasformazione. Se l’uomo è un essere dotato di logos (ragione e linguaggio), se è un animale

razionale, intuiamo agevolmente che sino a quando ci sarà l’uomo, egli avrà queste qualità essenziali; e che è del tutto

impossibile trasformare l’uomo togliendogli tanto la ragione quanto il linguaggio. Che le essenze siano eterne e immutabili

significa esattamente questa impossibilità, la quale rilancia però la domanda su che cosa nel soggetto umano è aperto alla

trasformazione biotecnologia.

All’indagine si aprono tre cammini.

 Possiamo mutare un gran numero di elementi ‘accidentali’, ossia elementi che fanno parte dell’uomo, ma non ne

stabiliscono l’essenza.

 Un’altra importante linea di argomentazione concerne il livello morale, dove l’intervento delle biotecnologie

sull’uomo può generare una diversa sensibilità morale, non nel senso di mutare oggettivamente la linea che

divide bene e male, ma di cambiarne la percezione che ne abbiamo, variando la nostra attenzione etica.

 Con modificazioni del genoma è possibile influire sulle relazioni umane e quelle sociali, modificando le differenze

fra individui e cambiando la percezione che il soggetto ha di se stesso come singolo e nel rapporto con gli altri.

Pur senza assumere che i soli mutamenti del soggetto siano dovuti alla linea genetica, nelle trasformazioni genetiche vi

saranno geni la cui manipolazione condurrà a trasformazioni accidentali lievi dell’uomo; e altri geni la cui manipolazione

produrrà trasformazioni accidentali profonde dell’uomo: pensiamo ipoteticamente a manipolazioni che incidano sulla forza

della mente e le abilità cognitive, oppure sull’inclinazione sessuale. La plausibilità tecnica di queste prospettive rilancia il

tema della loro liceità.

Se dunque non possiamo cambiare l’essenza umana, diventa proprio allora acutissima la domanda sull’entità

dell’intervento manipolativo ‘accidentale’ che è lecito praticare. Ed è su questi aspetti che ferve la battaglia bioetica, nel

confronto fra posizioni libertarie permissive, posizioni che pongono limiti ricorrendo alla leva di un’etica della

responsabilità anche collettiva, posizioni ispirate da una morale utilitaristica in cui il fine giustifica i mezzi, posizioni

ontologiche che individuano nuclei indisponibili i quali non possano essere assoggettati al criterio dell’utile e della

convenienza terapeutica per altri.

Uno dei maggiori rischi dell’eugenetica liberale è la richiesta di allentare i controlli in favore dell’autonomia individuale, che

spesso conduce al piano inclinato del ‘fai da te’, in cui potrebbe affermarsi l’idea che ogni trasformazione accidentale è

lecita perché non muta la natura umana. Affermare ‘io sono mio e faccio di me quello che voglio’ è un’espressione

antisociale che le biotecnologie potrebbero rendere frequente.

Al di là dell’impossibilità di cambiare l’essenza umana rimane la possibilità di migliorare l’uomo, ossia certe sue qualità

tanto fisiche quanto culturali e spirituali. Si aprono qui due strade che sommariamente chiamerei del miglioramento

culturale e del miglioramento genetico ed eugenetico: la prima guarda verso l’umanesimo e si impernia sull’educazione e

la coltivazione dell’uomo, ed è strada da sempre percorsa con esiti alterni ed oscillanti. La seconda è la disponibilità non

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manipolante del genoma a fini terapeutici e sua indisponibilità per operazioni di selezione eugenetica.

L’analisi sin qui svolta ha chiamato in causa il concetto di natura umana, lasciando però nello sfondo quello di persona e la

domanda sull’unità dell’uomo, messa in crisi dalle recenti trattazioni antropologiche e morali sulle biotecnologie che danno

per scontata la completa separabilità fra corpo e anima. Questa separabilità induce a trascurare l’indagine concernente i

riflessi della manipolazione corporea sulla vita della psiche. In proposito una visione antropologica semplificata diventa un

via libera etico ad intervenire sull’uomo, ponendosi come un’autorizzazione al dominio delle biotecnologie sulla dimensione

corporea.

Dopo l’avvento del cristianesimo incontriamo in Boezio la prima decisiva determinazione della persona: rationalis naturae

individua substantia. Aristotele definisce l’uomo mediante il riferimento alla sua natura/essenza, Boezio la persona nella

sua sostanzialità spirituale, ossia nella sua identità metafisica inoltrepassabile, come qualcosa di originale e di irriducibile

al cosmo. Tuttavia le due determinazioni si collegano nel senso che la prima incammina verso la seconda, poiché è proprio

della natura umana individuata in un singolo l’essere persona. Ogni essere che è dotato di natura umana e appartiene per

la sua dotazione genetica al genere umano è per ciò stesso persona.

Nonostante le rielaborazioni, gli opportuni approfondimenti e le critiche più o meno pertinenti cui è stata sottoposta, la

determinazione boeziana si pone come un punto di svolta nella storia universale della filosofia e come un riferimento

imprescindibile: con essa il grandioso tema della persona, introdotto per sempre nella cultura, continuerà a dare i suoi

frutti e a compiere il suo percorso nella storia universale. Un cammino che è ancora al suo inizio, se si pone mente alle

aree di civiltà ancora alquanto ristrette in cui è riconosciuto il ‘principio-persona’. Numerosi spazi geoculturali solo

recentemente cominciano ad incontrarlo, sì che esso celebrerà la sua fecondità quando sarà riconosciuto universalmente,

oltre il mondo storico in cui prese forma. Se vogliamo evitare espressioni vuote, parlare di dignità della persona significa

che l’uomo ha valore, che non si riduce a cosa. Le posizioni personaliste affermano appunto che nell’uomo vi è qualcosa di

irriducibile alla natura cosmica: l’uomo non è un oggetto del mondo, ma un ente dotato di autocomprensione ed

esperienza di sé come eventi spirituali. Il personalismo si colloca agli antipodi del recente radicalismo antropologico, che

prima mette da parte l’idea di persona e poi quella di natura/essenza umana, per approdare all’uomo come prodotto del

caso.

Una volta acquisito che la dignità di fine dell’individuo umano è salvaguardata se questo è persona, ossia una totalità

concreta, un tutto che non è subordinato alla specie, e non vale perciò solo come un transitorio punto di addensamento

dei rapporti sociali, rimane aperta la domanda sulla ‘incisività antropologica’ delle biotecnologie dal punto di vista della

retroazione sullo ‘psichico’ dell’intervento sul corporeo. Difficile questione, che non sembra poter ricevere risposta

adeguata se non si prende in conto un’antropologia unitaria, in cui cioè l’uomo esiste come essere unitario, come un tutto,

corpore et anima unus. Molto dubbio appare l’assunto secondo cui sarebbe possibile intervenire quasi illimitatamente sulla

corporeità umana quasi che essa non facesse parte della persona e il corpo fosse un indifferente, qualcosa che può venire

affidato senza problemi alla tecnica, e la cui manipolazione risulterebbe senza effetti sulla persona. Se questa è tale

nell’unità dell’anima e del corpo, la considerazione antropologica dovrà prendere le distanze dal dualismo cartesiano fra

res extensa e res cogitans che spesso è il presupposto del modello di uomo che le biotecnologie presuppongono.

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