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LA PERSONA IN PSICOLOGIA SOCIALE Vivien BURR

L’interesse principale della psicologia è essenzialmente quello di comprendere il


comportamento e l’esperienza umana.

INDIVIDUO E SOCIETA’ IN PSICOLOGIA SOCIALE.

LE RADICI DELL’UOMO MODERNO.


Le influenze storiche e filosofiche che hanno plasmato la psicologia hanno fatto sentire
la loro azione anche in psicologia sociale fin dal suo costruirsi come campo teorico di
ricerca. L’ideale delle società occidentali degli individui come esseri unici, ciascuno
dotato di abilità, talenti, caratteristiche e preferenze sue proprie. Riteniamo che queste
caratteristiche siano stabili e coerenti, consideriamo il nostro comportamento come
l’esito di una scelta e di una decisione razionali, vediamo il nostro comportamento come
il punto di approdo di un corso di azioni liberamente scelto. Questa visione dell’umanità
rappresenta peraltro un’acquisizione relativamente recente nella storia della civiltà
occidentale. I fili dal cui intreccio è sorto il soggetto contemporaneo possono essere
riportati a sviluppi occorsi nelle conoscenze, nel pensiero, nella religiosità e nella
tecnica negli ultimi secoli della nostra storia. Ne possiamo cogliere i primi sentori agli
albori del Rinascimento, nel XIV secolo. Il periodo rinascimentale fiorito nell’Europa
occidentale fino al XVII secolo favorì un allargamento dei limiti del sapere e della
conoscenza del mondo con schiere di scienziati e di esploratori. Mentre il Medioevo con
la sua fedeltà ai dogmi religiosi aveva sottolineato il valore dell’obbedienza pura ai
dettati dei leader religiosi, il Rinascimento, con il suo libero pensiero incoraggiò le
persone alla libera discussione e alla ricerca di opinioni e credenze personali. I
riformatori cinquecenteschi misero in discussione il potere politico del papato.
L’invenzione della stampa e la diffusione del libro promossero ulteriormente
l’individualismo. Ma una vera e propria esplosione dell’attività scientifica e del libero
pensiero si ebbe soltanto dopo il Rinascimento, con il cosiddetto Illuminismo, che
conobbe il suo massimo splendore nel XVIII secolo. L’Illuminismo fu un movimento
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intellettuale eminentemente europeo i cui fautori credevano nelle possibilità di
liberazione insite nella conoscenza razionale e scientifica e nel progresso mentre
criticavano l’assetto sociale esistente. Erano invece ostili alla religione e ai suoi antichi
dogmi rei di mantenere la mente umana sotto il giogo della superstizione, senza
l’alternativa dell’illuminazione scientifica. La verità non era più intesa come il distillato
dei proclami dei leader religiosi ma come l’approdo dello sforzo di pensiero e di
scoperta di esseri umani liberi. Era compito degli individui scoprire la verità con i propri
mezzi. Caratteristica del pensiero illuminista è l’idea che sia possibile scoprire i principi
che governano la natura attraverso un’applicazione ai suoi fenomeni dell’analisi
razionale e del metodo scientifico. Il mondo e le vicende umane come parte di esso
finirono per essere considerati alla stregua di una complessa macchina operante
secondo principi e leggi matematiche, non diversamente dagli orologi o dai motori. Si
giunse anche alla conclusione che il metodo scientifico avrebbe finito per individuare tali
leggi e le loro conseguenze. La metafora meccanicistica è alla base della psicologia,
oggi come ai primordi di questa disciplina. La scienza cognitiva attuale ha eletto il
computer a rappresentazione metaforica dei fenomeni psichici un pò come Freud aveva
utilizzato in passato per la psiche l’immagine del sistema idraulico e primi
comportamenti avevano visto nell’arco riflesso il principio fondamentale del
comportamento umano.
Nel Seicento, Cartesio ebbe un ruolo fondamentale nel dare forma al concetto
moderno di individuo. Ricorrendo all’epoché, il metodo del dubbio, costringendosi cioè a
mettere in discussione qualsiasi credenza e conoscenza pregressa per poter giungere a
fatti certi, Cartesio giunse ad elaborare una posizione teorica nota come “dualismo
cartesiano”. Secondo questa visione, ci sarebbero due ordini di realtà: i pensieri,
soggettivi e interni alla persona, e gli oggetti, le cose esterne alla persona e materiali
nella natura. Lo stesso corpo umano venne considerato parte costitutiva della realtà
materiale, esterna al Sè, mentre la persona fu ridotta a un fenomeno puramente
mentale e soggettivo. Il dualismo cartesiano stabilisce quindi una netta distinzione tra
mente e corpo e pone tutte le caratteristiche distintive della persona nell’ordine
mentale. Mediante questa separazione tra mondo oggettivo e mondo soggettivo, la
persona diventa un essere intrapsichico, che abita dentro di sè mentre riceve ed
elabora informazioni provenienti dall’ambiente, incluse le altre persone. Cartesio non
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riuscì ad elaborare una spiegazione soddisfacente della reciproca influenza di mente e
corpo; ma se ci pensiamo bene, la stessa psicologia odierna continua a lottare con
questo problema del rapporto mente/corpo.
Possiamo cominciare a capire come l’umanità sia giunta al concetto attuale di
persona come soggetto morale capace di pensiero libero e dotato di pensieri, credenze
e valori unici, e come individuo contenuto nel proprio spazio psicologico e separato
dalla realtà materiale e dagli altri individui.

LA PSICOLOGIA E L’INDIVIDUO.
Secondo l’individualismo il contesto sociale nel quale la persona vive, formato dalle
altre persone, può interferire o influire su di essa. Questa influenza del contesto sociale,
però, si esercita su un soggetto preesistente e in qualche modo indipendente. Scopo
dichiarato della psicologia, almeno nella sua tradizione sperimentale, è l’individuazione
delle caratteristiche degli individui nella loro forma pura, indipendente da variabili
estrinseche operanti fuori dal laboratorio, nella realtà esterna, materiale e sociale. la
psicologia sperimentale adottò la filosofia e i metodi delle scienze naturali e, seguendo
l’esempio dei primi ricercatori illuministi, si impegnò a scoprire le leggi e i meccanismi
soggiacenti agli eventi umani.
Ricerche condotte su culture diverse da quella occidentale dimostrarono però
ulteriormente come l’individualismo non fosse una caratteristica intrinseca della natura
umana ma un prodotto storico, tanto da mettere in dubbio la capacità di una psicologia
siffatta di comprendere popolazioni umane meno influenzate dalla filosofia e dalla storia
europea e nordamericana. Secondo Lalljee fuori dall’Occidente, ad esempio nella
società indiana o giapponese, per effetto di una maggiore interconnessione della vita
dei singoli, l’individuo è qualificato anzitutto dal suo ruolo e dalle sue relazioni sociali e
assai meno dalle sue caratteristiche psicologiche.

EMERGERE DELLA PSICOLOGIA SOCIALE.


L’espressione “psicologia sociale” prese realmente piede soltanto nel corso del
Novecento e la maggioranza degli studi oggi riconoscibili sotto questa etichetta furono
condotti a partire dagli anni Trenta del secolo scorso. Tuttavia, le tematiche
fondamentali della psicologia sociale risalgono alla seconda metà del XIX secolo. Allora,
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come oggi, le questioni alle quali i ricercatori del tempo cercavano di dare risposta
avevano a che fare con i problemi sociali pressanti scaturiti dalla rivoluzione industriale
occorsa in Europa. Gustave Le Bon (1895) spiegò il comportamento delle folle, in
particolare i disordini, proponendo l’esistenza di una mentalità primitiva della folla.
Richiamandosi al concetto medico contemporaneo di contagio, Le Bon ipotizzò che
l’emotività e l’anomia delle folle agitate potesse essere ricondotta ad una sorta di
contagio mentale. Il termine “anomia”, coniato dal fondatore della sociologia moderna
Emile Durkheim, si riferisce a una situazione di assenza o di contestazione delle norme
sociali. La psicologia delle folle risentiva anche dell’influenza della criminologia. In altri
termini, si pensava che l’individuo sotto l’influenza della folla si trovasse in una
condizione di ridotta responsabilità. Secondo la psicologia della folla l’individuo
diventerebbe, come ricorda Graumann: più primitivo ed infantile di quanto non sia da
solo e quindi meno intelligente e meno sensibile alla guida della ragione.
Il lavoro di Le Bon produsse grandi dibattiti sulla questione se si potesse o meno
attribuire alla folla o al gruppo una mente diversa dalla somma delle menti individuali
dei suoi membri, analizzabile e comprensibile di per sè. Al cuore del dibattito stavano
due differenti concezioni del rapporto fra individuale e sociale. Secondo ricercatori quali
Le Bon e Durkheim, pur interessati in ultima analisi a spiegare il comportamento di
singoli individui, il comportamento della folla poteva essere compreso soltanto
valutando il contesto sociale nel quale aveva luogo. Tale contesto sociale necessitava,
per essere spiegato, di propri concetti specifici (esempi dei quali potevano essere
l’anomia o la mentalità della folla) e non poteva essere ridotto all’esito complessivo
delle azioni dei singoli individui. La concezione alternativa sosteneva invece che i
fenomeni sociali (quali il comportamento delle folle) potessero essere studiati soltanto
attraverso l’indagine dei processi psichici individuali. Questi due diversi modi di
intendere la psicologia sociale presero strade teoriche e metodologiche opposte. La
psicologia sociale britannica e nordamericana seguì la concezione più individualistica.
La pubblicazione contemporanea, nel 1908, di due volumi di Psicologia sociale
simbolizza la distanza fra le due diverse concezioni di psicologia sociale di cui si è detto.
Gli autori dei due libri erano lo psicologo inglese William McDougall e il sociologo
statunitense Edward Ross. McDougall, seguace di Le Bon, poneva nel singolo individuo
l’oggetto specifico della psicologia sociale. Ross, d’altro canto, riteneva che il livello di
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analisi della psicologia sociale fosse quello dell’interazione sociale o collettiva. Man
mano che la psicologia e la sociologia andavano emergendo come discipline a se stanti
caratterizzate da temi e metodi differenti, gli psicologi sociali vicini all’una o all’altra
delle due discipline finirono analogamente per dividersi e per vivere esistenze
pressoché separate per quasi tutto il Novecento. Questo ci consente di parlare di
almeno due tipi, fondamentalmente differenti, di psicologia sociale: la psicologia
sociale ad orientamento psicologico e la psicologia sociale ad orientamento
sociologico.
La psicologia sociale di tipo psicologico si modellò sull’influenza potente della
psicologia che andava prendendo piede negli Stati Uniti, una psicologia individualistica,
empiristica e radicata nell’accademia. Di solito si attribuisce a Wilhelm Wundt il merito
di aver fondato la psicologia scientifica ottocentesca. Egli riteneva che la psicologia
potesse essere considerata solo fino ad un certo punto una branca delle scienze naturali
e che il laboratorio costituisse il luogo elettivo di studio solo di alcuni dei fenomeni della
psicologia ad esempio sensazioni somatiche ed emozioni, ma non i processi mentali
superiori del pensiero e della memoria. Come Le Bon e Durkheim, Wundt credeva che il
comportamento del singolo individuo non potesse essere compreso senza far
riferimento al contesto sociale. in ambiente statunitense solo l’attenzione ad uno studio
sperimentale dei fenomeni psichici venne fatta propria e sviluppata (metodo
introspettivo wundiano fondato sulla registrazione sistematica degli eventi mentali e
sensoriali privati). L’interesse wundtiano per il rapporto fra individuo e società non
venne però completamente dimenticato dagli scienziati sociali, ma venne ripreso nella
stessa America dal filosofo George Mead sul finire del secolo. Mead fu fortemente critico
nei confronti del comportamentismo di Watson, che piaceva alla cultura empirista e
positivista americana. Le controversie tra Mead e Watson segnano l’avvio della
separazione tra le psicologie sociali di orientamento psicologico e sociologico.
Watson fece sua la visione empirista radicale secondo cui la psicologia si sarebbe
dovuta occupare unicamente dell’osservazione oggettiva del comportamento. Nel 1913
egli pubblicò il manifesto del comportamentismo, nel quale perorava l’eliminazione
dalla psicologia di ogni riferimento alla mente e alla coscienza. Egli sosteneva che non
essendo possibile penetrare nell’esperienza e dunque nella coscienza delle altre
persone, non se ne poteva dare uno studio scientifico. Se Watson nei suoi studi
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sull’apprendimento utilizzò soprattutto animali, Skinner estese l’approccio
comportamentista all’apprendimento umano e lo slancio di queste ricerche sperimentali
diede al comportamentismo un posto teorico e metodologico di rilievo nella psicologia
novecentesca.

LA PSICOLOGIA SOCIALE AD ORIENTAMENTO PSICOLOGICO.


In America il comportamentismo guadagnò talmente tanto terreno in psicologia fino ad
identificarsi con essa nella prima parte del Novecento. Mente e cultura, oggetto di tanto
interesse da parte dei primi psicologi europei e di Mead, cessarono di essere oggetti
legittimi della ricerca psicologica. Oltre a ciò, il comportamentismo identificò
nell’esperimento la sola forma legittima di ricerca nella psicologia scientifica. La
psicologia sociale praticata dagli psicologi non potè non risentire di questa atmosfera
individualistica e comportamentistica. Anche la psicologia sociale di Allport lo dimostra.
Egli era interessato ad una spiegazione dei fenomeni collettivi, ma si differenziava da
ricercatori quali Wundt, Durkheim, Le Bon, Mead e McDougall perchè riteneva che i
fenomeni gruppali potessero essere spiegati in termini di psicologia individuale e che
non fosse affatto necessario coniare nuovi concetti quali mentalità di gruppo. Allport
contribuì così a quella che Farr ha chiamato “l’individualizzazione del sociale” in
psicologia sociale.
Gli psicologi della Gestalt si differenziavano radicalmente dai comportamentisti per
due ragioni di fondo:
1. rifiutavano la loro visione atomistica della persona sostenendo che in psicologia, i fenomeni
fossero costantemente diversi dalla somma delle loro componenti individuali. Non si può
pensare di capire adeguatamente la persona attraverso un’indagine di frammenti isolati di
comportamento proprio come non si può pensare di comprendere una situazione sociale
riducendola a un insieme di variabili distinte.
2. ritenevano che il comportamento di una persona fosse comprensibile unicamente mediante
una valutazione del suo mondo fenomenico, vale a dire indagandone la prospettiva
soggettiva invece di limitarsi ad una registrazione oggettiva.

Mentre veniva assorbita dalla psicologia sociale nordamericana, la psicologia della


Gestalt mutuava da essa l’attenzione all’individuo e alle applicazioni pratiche. Il
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primitivo interesse gestaltista per l’esperienza soggettiva riemerse sotto forma di studio
della cognizione sociale. queste sono le caratteristiche distintive della psicologia sociale
per tutto o quasi il Novecento. Le questioni oggetto di interesse degli psicologi sociali
erano spesso suggerite da eventi e problemi sociali di ampia portata quali l’obbedienza
cieca all’autorità, la non disponibilità ad aiutare le persone in pericolo o il pregiudizio
razziale. Tuttavia per il suo orientamento individualista e sperimentale, la psicologia
sociale ha affrontato queste ed altre questioni nei ristretti confini del laboratorio e nella
ristretta prospettiva del comportamentismo e del pensiero individuale. Le ricerche di
Milgram e Asch sull’obbedienza all’autorità e sul conformismo, lo studio di Latané e
Darley sull’apatia dello spettatore e gli esperimenti di Tajfel e colleghi sui gruppi minimi
(minimal group) sono altrettanti esempi di questa psicologia.

LA PSICOLOGIA SOCIALE AD ORIENTAMENTO SOCIOLOGICO.


George Mead ha contribuito in modo rilevante allo sviluppo dell’orientamento
sociologico in psicologia sociale (v. teoria dell’interazionismo simbolico). Come
Wundt prima di lui, anche Mead riteneva che le azioni umane potessero essere
comprese solo in relazione al linguaggio, alla società e alla cultura. La concezione
wundtiana della mente era però influenzata dal dualismo cartesiano che separava il
soggetto conoscente dall’oggetto conosciuto e il Sè dall’oggetto. Per Wundt era quindi
difficile spiegare la relazione fra individuale e sociale. Il contributo di Mead sta nel
superamento di questi dualismi e in una spiegazione fondamentalmente sociale
dell’individuo. Mead concepisce la mente e la coscienza e la relazione che intercorre fra
queste e la società sulla base dell’interdipendenza tra il Sè e l’oggetto. Lo sviluppo della
mente, della consapevolezza e del Sè richiede, secondo Mead, il contributo decisivo del
linguaggio e della interazione sociale. Il Sè, quindi, non preesiste alla società ma
emerge da essa. La psicologia sociale proposta da questo autore si differenzia
radicalmente dalla psicologia sociale ad orientamento psicologico, per cui l’esistenza
dell’individuo o del Sè non dipende da forze sociali che, al massimo, contribuiscono al
suo modellamento.
Mead riteneva che il comportamento individuale, a differenza di Watson, fosse
sempre connesso e coordinato a quello di altre persone dell’ambiente e che la condotta
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personale potesse essere davvero compresa soltanto confrontandola con quella di altri
e con la storia delle relazioni reciproche fra i soggetti interagenti. Considera la
consapevolezza e la mente (la capacità di riflette sulle azioni proprie ed altrui) come
frutto di interazioni sociali. Per Mead, l’individuo non esiste indipendentemente dalla
società, ma è al contrario reso possibile dall’interazione sociale fra le persone. La chiave
dello sviluppo mentale è anzi la prerogativa umana di saper utilizzare i simboli, e in
particolare il linguaggio, per rapresentare cose ed eventi. È il linguaggio, dice Mead, a
consentirci di interiorizzare l’interazione sociale, di rappresentarcela, di riflettere su di
essa, in altri termini di avere una mente.
L’esistenza di significati condivisi all’interno di una stessa cultura ha 3 implicazioni.
La prima è che il comportamento, contrariamente a quanto affermavano i
comportamentisti, non può essere inteso come l’esito di eventi oggettivi ma scaturisce
dal significato simbolico che questi eventi assumono per le persone. La seconda
implicazione è che i significati hanno una specificità culturale che ci impedisce di
presumere che il nostro modo di intendere un comportamento entro la nostra cultura
possa essere direttamente applicato a membri di altre culture o ad altre epoche
storiche. La terza implicazione è che per la loro natura condivisa, questi significati ci
permettono di valutare le intenzioni, le aspettative e le risposte di altri membri della
nostra cultura. Mead parla di capacità di “assumere il ruolo dell’altro”, ossia capire il
significato che le parole e gli eventi assumono nella mente di altre persone. Così
facendo finiamo per costruirci un concetto di noi stessi per come gli altri potrebbero
percepirci. È attraverso questo processo che diventiamo consapevoli di noi stessi e
consapevoli di essere un Sè. Mead definiva questo suo approccio con l’espressione
“comportamentismo sociale”, divenuto più tardi attraverso Blumer, uno dei suoi allievi
che ne riprese la teoria, “interazionismo simbolico”.
In tempi più recenti, a partire dalla seconda guerra mondiale, l’interesse
dell’interazionismo simbolico per il significato, l’interazione sociale e l’assunzione di
ruoli fu portato avanti in vario modo. Un altro ricercatore dell’Università di Chicago,
Erwing Goffman, analizò il role playing dal punto di vista dei copioni che regolano
l’interazione sociale. L’etnometodologia sviluppata da Harold Garfinkel si incentrò
sull’uso del linguaggio nell’interazione sociale, dimostrando l’importanza vitale che gli

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assunti condivisi sulla situazione di interazione hanno per la possibilità che le nostre
parole siano correttamente comprese e interpretate.
Howard Baker, pioniere dello sviluppo della teoria dell’etichettamento, cercò di
capire se la devianza andasse pensata come caratteristica individuale o non invece
come prodotto di interazioni e negoziazioni sociali.
La psicologia sociale che si rifà all’opera di Mead anticipa il cognitivismo
sottolineando l’importanza degli eventi mentali per capire il nostro comportamento,
vale a dire dei pensieri e delle idee che elaboriamo in risposta a un significato. La
psicologia influenzata dal contributo di Mead pone al centro del palcoscenico
l’interazione sociale e rifiuta di considerare il comportamento dell’individuo isolato,
spogliato del suo contesto sociale e storico. Pertanto, le indagini compiute nell’ambito
della psicologia sociale ad orientamento sociologico hanno utilizzato metodi diversi
dall’esperimento di laboratorio quali l’intervista e l’osservazione partecipante nel
tentativo di accedere ai significati salienti per intendere particolari aspetti del
comportamento o di condurre l’analisi dell’interazione nel contesto naturale in cui ha
luogo.

LA CRISI DELLA PSICOLOGIA SOCIALE E I SUOI SVILUPPI RECENTI.


Tra il finire degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, la psicologia sociale ad
orientamento psicologico ha sviluppato un corpus integrato di teorie e di ricerche in
ambiti che spaziano dalla formazione degli atteggiamenti al loro cambiamento, dai
processi di attribuzione allo stereotipo passando per le dinamiche di gruppo.
Ciononostante è andata diffondendosi fra gli addetti ai lavori la sensazione che la
disciplina fosse ad un punto morto. In Europa, l’egemonia della psicologia sociale
statunitense ha cominciato ad essere messa in discussione dall’opera di ricercatori quali
Henry Tajfel e Serge Moscovici, fautori di una psicologia sociale capace di riconoscere il
radicamento sociale dell’individuo.
Il paradigma dominante in psicologia sociale ha ricevuto quindi delle critiche che, sul
finire del Novecento, hanno condotto all’emergere nella disciplina di orientamenti teorici
e di ricerca che si discostano radicalmente dall’approccio individualistico e sperimentale
del passato. L’emergere della psicologia sociale critica, del costruttivismo sociale e della
psicologia discorsiva rappresenta un nuovo passo verso una concezione sociale della
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persona. Questi approcci teorici sono accompagnati dalla predilezione per forme di
indagine più qualitative, diverse dall’esperimento.

RIEPILOGO.
Il quadro tracciato nelle pagine precedenti individua nella psicologia sociale una triplice
dicotomia tra: orientamento psicologico o sociologico, enfasi sull’individuo o sul sociale,
e origine nordamericana o europea. La psicologia sociale europea ha contribuito
all’individualizzazione della psicologia sociale mediante l’impiego del metodo
sperimentale e attraverso l’enfasi sul soggetto con la psicologia della forma e
l’interazionismo simbolico. Recenti sviluppi quali la psicologia sociale critica e il
costruttivismo sociale, pur avendo indubbie radici nella filosofia europea, sono stati
arricchiti da contributi importanti di provenienza nordamenricana. La psicologia sociale
individualistica è stata marcatamente influenzata dagli sviluppi occorsi alla psicologia
generale nell’America del nord e la possibilità di una psicologia sociale ad orientamento
più dichiaratamente sociale si è concretizzata inizialmente sotto gli auspici della
sociologia.

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LE ORIGINI SOCIALI DEL COMPORTAMENTO.

L’approccio comportamentista ha dipinto la persona come passiva e irriflessiva: il suo


comportamento sarebbe il prodotto delle diverse situazioni sociali, senza l’intervento
del pensiero. La tradizione sperimentale, dal canto suo, ci ha consegnato un individuo
che può essere compreso indipendentemente dal contesto sociale nel quale opera.

LA SPECIFICITA’ SITUAZIONALE DEL COMPORTAMENTO.


La Burr vuole dimostrare che il comportamento delle persone è assai dipendente dal
contesto. L’espressione “specificità situazionale” viene spesso associata alle prime
visini della teoria dell’apprendimento sociale e si riferisce alla tesi per cui il nostro
comportamento dipenderebbe dalla situazione o dal contesto in cui ci troviamo, assai
più che da processi interni a monte.
Gli psicologi sociali si sono a lungo domandati quale fosse la relazione fra
atteggiamenti e comportamenti. Paradossalmente il termine “atteggiamento” fu usato
per la prima volta dagli scienziati sociali in riferimento agli atteggiamenti sociali. Per
William Thomas gli atteggiamenti sociali erano le componenti soggettive della cultura e
costituivano caratteristiche importanti delle comunità. Il termine “atteggiamento” ha
però assunto, oggi, un sapore più individualistico. Tendiamo a pensare ad esso come ad
un aspetto privato e interno alla persona, caratteristico del suo modo di pensare.
Nei lavori teorici sugli atteggiamenti, si è fortemente sottolineato il legame fra
atteggiamenti e comportamenti ritenendo che i secondi siano, almeno in parte,
determinati dai primi. Wicker però, basandosi su un’ampia rassegna delle ricerche
empiriche condotte sul legame fra atteggiamenti (misurati) e comportamenti (espliciti),
è giunto alla conclusione che questo nesso possa essere di fatto assai debole. Una delle
prime e più note ricerche su questo tema si deve a un sociologo La Piere (v. pag 33) il
risultato della sua ricerca dimostrava che vi era una discordanza tra atteggiamenti
espressi e condotta. Tali risultati sono stati spiegati in molti modi. Si è sostenuto che la
risposta di accoglienza degli albergatori potesse essere stata determinata:
1. dal fatto che la coppia cinese fosse ben vestita e parlasse fluentemente l’inglese;
2. dalla riluttanza a rinunciare a un guadagno che aveva sovrastato la forza del pregiudizio;
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3. dal timore di reazioni negative degli altri ospiti in caso di rifiuto;
4. da un conflitto interno con il loro ruolo di ospiti accoglienti.

Si tratta di osservazioni importanti che hanno spinto la ricerca attuale sugli


atteggiamenti a specificare sempre meglio, come hanno fatto ad esempio Fishbein e
Ajzen con la loro teoria dell’azione ragionata, le condizioni sulla cui base possiamo
legittimamente attenderci la presenza di un legame fra l’atteggiamento espresso e il
comportamento messo in atto. Secondo la Burr la spiegazione non consiste nel vedere
nell’ambito sociale un insieme di variabili di cui è possibile mostrare l’effetto sui
processi intrapsichici, quanto cercare di spiegare la condotta umana vedendo nel
contesto sociale il luogo in cui le nostre azioni si radicano e da cui traggono un
significato. Questo non vuol dire ignorare l’esistenza dei processi intrapsichici o
affermarne l’irrilevanza. Significa semplicemente incentrare un pò di più le nostre
indagini sul contesto sociale e la sua natura.
Ulteriori dubbi sulla capacità degli atteggiamenti di determinare il comportamento
emersero dalla TEORIA DELLA DISSONANZA COGNITIVA di FESTINGER che, con i
suoi collaboratori, condusse una serie di esperimenti diretti ad indurre i partecipanti a
mettere in atto comportamenti nei confronti dei quali essi nutrivano atteggiamenti
prevedibilmente negativi. (vedi p 34). Secondo tale teoria, se una persona è indotta a
comportarsi in modo contrario ai propri atteggiamenti, e se questa persona è indotta a
credere di essersi comportata in tal modo per libera scelta, essa proverà uno stato di
tensione spiacevole dovuta alla dissonanza tra il proprio comportamento e il proprio
atteggiamento. Per porre fine a tale stato di tensione spiacevole (l’esperienza della
dissonanza), la persona sarà portata a modificare il proprio atteggiamento e a pensare
che, forse, non era poi veramente così contraria alla posizione a favore della quale ha
parlato. Secondo le ipotesi derivate da tale teoria, i soggetti nella condizione di
un’INSUFFICIENTE GIUSTIFICAZIONE ESTERNA sperimentano una rilevante
dissonanza cognitiva, che li conduce a manifestare un cambiamento marcato in senso
positivo dell’atteggiamento (a negare la menzogna per giustificarla). I soggetti con una
sufficiente giustificazione esterna per la menzogna, non avrebbero sperimentato alcuna
dissonanza cognitiva, e quindi manifestano verso le prove un atteggiamento diverso da
quello negativo che esse meritavano. Queste ricerche consentono secondo la Burr di
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trarre due ulteriori conclusioni (oltre alla ricerca della coerenza); innanzitutto esse
pongono sotto una luce diversa la relazione tra atteggiamenti e comportamento perchè
ne dimostrano la natura reciproca, biunivoca. Inoltre esse chiariscono come la
condotta possa essere multideterminata.
Teorie come quella di Fishbein e Ajzen (1975) o di Festinger (1957) sono
fermamente convinte della natura psicologica prima che sociale dei fenomeni di
atteggiamento e pertanto finiscono per distogliere l’attenzione dal contesto sociale che
da senso al nostro comportamento. L’idea che gli atteggiamenti siano proprietà private
mentali che influenzano la condotta non sembra avere grande utilità per cercare di
capire il comportamento umano. Se partiamo invece dall’idea che la situazione sociale
formi il contesto del comportamento, la nostra condotta assume un aspetto razionale.
Ulteriori dati empirici, provenienti dalla ricerca sugli atteggiamenti e sul pregiudizio,
rinforzano l’idea che non sia possibile comprendere il comportamento personale in base
a ipotetiche strutture intrapsichiche (interne ad una mente individuale) ma che per farlo
occorra invece guardare all’esterno e al contesto sociale. Lo studio di Minard (1952 vedi
pp 35-36) suggerisce che le norme sociali operanti sopra e sotto terra erano più
importanti di fattori intrapsichici quali gli atteggiamenti nel determinare il
comportamento reciproco dei minatori. La Burr afferma che non è possibile capire
adeguatamente il comportamento sociale delle persone riferendosi a presunte
caratteristiche psicologiche stabili quali la personalità o gli atteggiamenti. La variabilità
della condotta individuale da una situazione all’altra non lo consente (v. minatori dello
studio di Minard). L’essere individuale è probabilmente meno stabile e coerente di
quanto la psicologia generale e sociale abbiano ritenuto. Benché però il nostro
comportamento si modifichi con il contesto sociale, questi cambiamenti non avvengono
a caso. La condotta personale diventa comprensibile se la si colloca entro i modelli di
assunti, di tradizioni e di modi di vita del gruppo sociale nel quale si inscrive. Per capire
veramente la persona dobbiamo collocarla nel suo contesto sociale, al di fuori del quale
il comportamento potrebbe essere frainteso.

RICHIESTE SITUAZIONALI.
Il fatto che le situazioni in cui le persone si ritrovano esercitino una notevole influenza
sulla loro condotta non è sfuggito agli psicologi. Curiosamente è proprio nel contesto di
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esperimenti di laboratorio che le caratteristiche di queste richieste sono state
particolarmente studiate. Lo studio delle richieste situazionali (vedi pp 37-38) ci
permette di avanzare due considerazioni importanti sulla persona. La prima è che,
nonostante il fatto che gli esperimenti in psicologia sociale siano progettati e descritti
come se i soggetti umani che vi prendono parte si limitassero a rispondere a condizioni-
stimolo definite dal ricercatore, in realtà questi soggetti agiscono come farebbero in
qualsiasi altra situazione sociale e cioè sforzandosi di capire e di partecipare in modo
significativo. La seconda considerazione è questa: bisogna pensare all’esperimento in
psicologia sociale come a una situazione sociale, per molti aspetti identica a qualsiasi
altra in cui una persona si può trovare. Il compito dela persona è di comportarsi
adeguatamente. Considerati in questa luce, gli esperimenti psicologici non possono mai
isolare chi vi prende parte dalla contaminazione di variabili sociali, in quanto
l’esperimento stesso è una situazione sociale. se per capire, quindi, la condotta di una
persona dobbiamo necessariamente richiamarci al contesto sociale, alla culture, alle
aspettative e all’interazione, forse dobbiamo considerare questo contesto primario. In
questo caso possiamo riconoscergli un ruolo molto più importante nel determinare le
caratteristiche che associano all’identità personale. Si sostiene quindi l’impossibilità di
capire il significato della persona se non si comprende il suo radicamento
sociale.
La tesi secondo cui i fattori sociali esercitano un impatto (talvolta drammatico) su
un soggetto che preesiste ad essi, è un assioma di un’area di ricerca centrale nella
psicologia sociale del passato, quella sull’influenza sociale. quest’area di ricerca copre
un ampio spettro di fenomeni associati che spaziano dal conformismo alla compiacenza,
passando per l’obbedienza.

L’INFLUENZA SOCIALE.
Norme sociali. Attorno alla metà del Novecento, buona parte della ricerca psicosociale
si concentrò sulla questione dell’influenza sociale. Molte ricerche sull’influenza sociale si
sono incentrate sugli effetti dell’appartenenza a un gruppo e della pressione dei pari sul
comportamento e sul giudizio dei singoli membri e in particolare sugli effetti che il
giudizio della maggioranza, specie se consistente, esercita sul giudizio di singole
persone.
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Uno dei primi esperimenti condotti sull’influenza sociale si deve a Muzafer Sherif
(1935) che ricorse all’effetto autocinetico per indagare quanto accade nel momento in
cui le persone valutano gli stimoli ambigui. L’effetto autocinetico è un movimento
apparente, un illusione ottica che si produce quando osserviamo un singolo puntino
luminoso in una stanza buia (vedi pp 40-41). I risultati furono che di fronte ad uno
stimolo ambiguo, il fatto di rivolgersi alle valutazioni di altri e di utilizzarle come
termine di paragone è una tendenza logica e forse anche necessaria. A distanza di
quasi 30 anni dal suo esperimento pilota, Hood e Sherif (1962), ricorrendo ancora una
volta all’effetto autocinetico, riscontrarono che il giudizio soggettivo era influenzato
dalle valutazioni di terzi anche quando esse venivano conosciute accidentalmente. Se
così era, non si poteva parlare, a giudizio degli autori, di un effetto conseguente a una
pressione sociale (o a un’influenza normativa). Per descrivere i cassi in cui
preferiamo la valutazione di terzi alla nostra si è utilizzata l’espressione di “influenza
informativa”. Non vi è nulla di patologico o di irragionevole in questo, semmai un
aspetto altamente adattivo. Se non fossimo capaci di affidarci alle conoscenze e
all’esperienza di altri nel prendere delle decisioni, potremmo contare unicamente su un
repertorio di informazioni personali necessariamente più limitato. I soggetti
sperimentali di Sherif non si limitavano ad usare la valutazione degli altri a casaccio. Le
loro valutazioni erano coordinate in modo tale da seguire un processo non dichiarata di
negoziazione di una norma di gruppo. La costruzione della norma di gruppo era un
progetto congiunto nel quale ciascuno giocava una parte e in cui tuttavia era
impossibile considerare separatamente la particolare parte giocata da ciascuno. È un
concetto che si riferisce al livello della collettività e non a quello dell’individuo (vedi Le
Bon). L’ideologia individualista mette in cattiva luce l’adesione alle norme sociali. Il
soggetto illuminista, razionale e libero pensante, non si limita ad accettare le forme di
pensiero e di comportamento dei pari ma si costruisce un’idea personale della realtà.
Bisogna però ricordare che le norme che regolano quando, come e cosa mangiare,
come vivere in casa o come spendere il tempo libero non sono pure e semplici abitudini
non pensate mutuate da altri, ma costituiscono i quadri di riferimento attorno ai quali
possiamo costruire reti di parentela e di amicizia. Quando ci troviamo in una situazione
nuova o quando non sappiamo proprio come comportarci, le norme sociali ci vengono in
aiuto.
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L’adesione alle norme per effetto della pressione dei pari. Le ricerche sul
conformismo. Negli esperimenti di Sherif era come se i partecipanti alla ricerca si
conformassero a uno standard invece di agire indipendentemente. Sorse allora
l’interesse di scoprire se l’influenza delle valutazioni di terzi modificasse davvero la
percezione personale o semplicemente determinasse compiacenza. Poiché gli stimoli da
Sherif erano deliberatamente ambigui si pensò che non costituissero una prova
sufficientemente rigorosa della propensione degli individui a conformarsi e ad aderire
alla prospettiva degli altri. Cosa sarebbe accaduto alle persone se si fossero trovate in
una situazione in cui fossero state certe delle loro percezioni e tuttavia si fossero
trovate in disaccordo con altri partecipanti? Avrebbero mantenuto un’indipendenza di
comportamento rifiutandosi di farsi smuovere dalle loro convinzioni? Avrebbero subito
l’influenza delle valutazioni degli altri, fino al punto di farle proprie?
La famosa serie di esperimenti condotti da Solomon Asch negli anni Cinquanta
puntava a rispondere a queste domande (vedi p 43). I risultati ottenuti sembravano
legittimare il sospetto che il prendere parte a una situazione di gruppo indebolisca le
capacità valutative e di ragionamento degli individui. I partecipanti davano
l’impressione di negare l’evidenza pur di conformarsi alle valutazioni della
maggioranza. Anche senza essere minimamente obbligati o incoraggiati a farlo, senza
che dal loro giudizio dipendessero conseguenze materiali o vi fossero particolari ragioni
per essere fedeli agli altri membri del gruppo che erano dei perfetti estranei. Alcuni di
questi soggetti affermavano di aver percepito le linee proprio come i collaboratori del
ricercatore, come se la loro percezione si fosse veramente alterata. Altri, pur non
concordando in realtà con le valutazioni offerte dalla maggioranza, si erano allineati ad
esse per timore di sentirsi diversi. Diversi studi condotti tra gli anni Settanta e Ottanta
mostrarono come i livelli riscontrati di conformismo, come prevedibile, variavano a
seconda del particolare disegno sperimentale progettato e a seconda delle culture d
appartenenza dei soggetti. In altre parole il conformismo sembrava derivare da
un’ampia gamma di fattori. Qualcuno ipotizzò che i livelli di conformismo riscontrati
dalle ricerche di Asch potessero essere un prodotto dello Zeitgeist nordamericano, dello
spirito dei tempi. Erano gli anni Cinquanta, l’epoca de maccartismo quando, di fronte
alla minaccia del comunismo era importante, da buoni americani, dimostrare la propria
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solidarietà con gli altri cittadini. Studi successivi condotti negli anni Settanta e Ottanta
riscontrarono però livelli inferiori di conformismo suggerendo il possibile ruolo di fattori
di cambiamento culturali quali l’enfasi sull’indipendenza di pensiero e la critica al
conformismo. Nei diversi paesi i livelli di conformismo variavano in relazione all’enfasi
specificatamente posta da ciascuna cultura sul conformismo o invece sull’indipendenza.
Al di là dei fattori culturali, potrebbero esservi ulteriori ragioni per ritenere che i
fenomeni di conformismo non siano così lineari come sembrano. Lo studio di Perrin e
Spencer (1981)prevedeva alcune modifiche del disegno sperimentale in base alle quali
lo sperimentatore, i collaboratori e i soggetti naif venivano selezionati in un campione
non studentesco che comprendeva nativi d’America, delinquenti in libertà vigilata e
funzionari addetti alla vigilanza (vedi p. 45). La conclusione di Perrin e Spencer fu che il
conformismo si verificava quando i partecipanti avvertivano di dover pagare un costo
personale eccessivo in caso di mancata adesione alle norme della maggioranza. Anche
se collaboratori e studenti provenivano da una stessa popolazione studentesca, lo
sperimentatore era un professore universitario e gli studenti erano stati coinvolti nella
ricerca all’interno di un corso universitario. La situazione quindi era assai complessa
sotto il profilo delle aspettative, dei doveri, dello status e delle asimmetrie di potere in
gioco.
Come ha dimostrato Asch, l’effetto del conformismo si riduce drasticamente
inserendo fra i collaboratori un alleato del soggetto naif capace di offrire sostegno
morale e la rassicurazione che, indipendentemente dall’esito, non si resterà soli a
sopportare le conseguenze.
È stato talora sottolineato come in tutti gli studi condotti sul conformismo, nela
maggior parte dei casi (mediamente il 63%) i partecipanti non si conformavano affatto.
Questo dato potrebbe essere considerato segno del fatto che, normalmente, è piuttosto
difficile spingere le persone a conformarsi a un’opinioe maggioritaria diversa dalla
propria e che è proprio la nostra radicata paura del’influenza sociale che ci rende
sensibili ad essa quando si presenta.
Moscovici ha criticato l’interesse della psicologia sociale per un individuo che
funziona solo a patto di comprendere il contesto storico e sociale che lo circonda. Il suo
contributo fondamentale allo studio dell’influenza sociale è costituito da una serie di
esperimenti che, rovesciando il paradigma classico, si chiedevano quale effetto potesse
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avere sulla visione della maggioranza l’opinione del singolo individuo. Egli ha
dimostrato che anche le valutazioni di una singola persona, se restavano stabili nel
tempo, potevano essere influenti fino al punto di convincere una maggioranza
inizialmente riluttante ad aderirvi. Ciò suggerisce che, quando soppesiamo la
legittimità delle credenze di qualcuno, lo facciamo in un contesto temporale che tiene
conto di quanto sostenuto da quella persona in precedenti occasioni. Questa ipotesi
ricorda la teoria dell’attribuzione di Kelley, basata sul principio della covariazione.
Come Kelley, anche Moscovici ci ricorda che nella vita reale non effettuiamo mai le
nostre valutazioni astrattamente, senza tener conto del contesto storico. Con la sua
opera egli dimostra che la capacità dei singoli individui di resistere alle pressioni sociali
al conformismo messe in atto dalla maggioranza.
Riassumendo è possibile che la dicotomia conformismo/indipendenza non tenga.
Inoltre, l’indipendenza da una certa serie di norme e valori spesso non è altro che
conformismo verso un’altra serie di norme e valori. In questo senso, la Burr dice che si
può affermare che il nostro comportamento si riferisce sempre a quello degli altri, in un
modo o nell’altro. Le scelte personali, che comportino l’adesione o viceversa il rigetto
delle opinioni e dei modi altrui, si riferiscono sempre ad esse, e da esse sono
influenzate. In qualunque modo agiamo, la nostra condotta si rapporta sempre e
necessariamente a dei significati sociali condivisi.

OBBEDIENZA.
Gli studi sperimentali sull’obbedienza condotti da Stanley Milgram a Yale nei primi anni
Sessanta sono tra i più noti della psicologia sociale. essi erano esplicitamente rivolti a
capire quali condizioni avessero potuto determinare, durante la seconda guerra
mondiale, lo sterminio sistematico degli ebrei. Milgram affermava che certi fatti della
storia e l’osservazione della vita quotidiana suggeriscono che per molte persone
l’obbedienza possa essere una tendenza comportamentale profondamente radicata, una
sorta di impulso prepotente che sovrasta i convincimenti etici, la pietà umana e la
moralità della condotta. Il paradigma sperimentale di Milgram è noto a tutti: i
partecipanti, ignari del vero scopo della ricerca, credevano di prendere parte ad un
esperimento diretto a studiare gli effetti della punizione sull’apprendimento (vedi pp
49-50). Nei fatti la percentuale di partecipanti disposti a somministrare scosse superiori
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a 450 volt fu sorprendentemente alta. Ad esempio, Milgram riscontrò che il 65% dei
partecipanti proseguiva fino alla fine nella somministrazione delle scosse e che nessun
partecipante abbandonava il compito prima dei 300 volt. Sembra evidente che la
predisposizione all’obbedienza non potesse essere considerata espressione di un
disturbo della personalità .
I risultati di Milgram potrebbero essere legati all’impatto di numerosi fattori. I
partecipanti alla ricerca erano volontari pagati, molto motivati con tutta probabilità a
svolgere il loro ruolo fino in fondo e correttamente. Stavano prendendo parte a una
ricerca condotta in un’unità prestigiosa da personale famoso e qualificato. In successive
ricerche, Milgram ha riscontrato che, riducendo lo status percepito del luogo in cui si
svolgeva l’esperimento e dello sperimentatore, si riduceva anche la tendenza ad
obbedire. I partecipanti credevano di essere li, nessuno escluso, su base volontaria e
senza alcuna coercizione. Il ricercatore li rassicurava sul fatto che le scosse sarebbero
state dolorose ma non pericolose e potrebbero n qualche modo essersi fatti l’idea che
nessuno si sarebbe fatto male.
Le ricerche di Milgram giungevano alla scioccante conclusione che persone comuni,
non soggette a coercizioni o minacce e presumibilmente non affette da disturbi della
personalità, erano capaci di provocare sofferenza ad un’altra persona per il semplice
fatto che qualcuno in posizione autorevole diceva loro di farlo. Questa conclusione
segnalava con forza fino a che punto la moralità e la responsabilità di un individuo
potesse essere rapidamente minata dall’influenza sociale. Secondo Milgram coloro che
vivono in una società gerarchicamente organizzata oscillano nella loro condotta fra due
differenti stati: autonomo ed esecutivo. Nel primo stato, le azioni sono volontarie e
soggette ai dettami della coscienza. Nel secondo, i comportamenti personali sono messi
in atto per conto di altri e la coscienza individuale cessa di essere attiva. In questo
stato, non ci sentiamo responsabili delle nostre azioni, ma di fronte alla persona in
posizione di autorità siamo attenti a fare il nostro dovere correttamente. Lo stato
esecutivo, e l’obbedienza che esso richiede, è vitale per il funzionamento delle società
organizzate. Per Milgram, i partecipanti alle sue ricerche si trovavano a fronteggiare un
dilemma che corrispondeva a un conflitto fra un modello autonomo e un modello
esecutivo di comportamento. I partecipanti dimostravano a volte livelli estremi di ansia

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e tensione prima di risolversi a disobbedire alla consegna del ricercatore a
testimonianza del conflitto che stavano vivendo.
Uno studio di Hofling e colleghi (1994) illustra con efficacia l’obbedienza in una
situazione diversa dal laboratorio. Si tratta di una ricerca, condotta in ospedale,
sull’obbedienza delle infermiere ai medici (vedi p 53). Anche in questo caso sembrano
confermate le conclusioni di Milgram, gli ospedali sono organizzati gerarchicamente e
questa loro caratteristica potrebbe spiegare la loro capacità di funzionare
efficientemente e di fornire cure adeguate per un ampio numero di pazienti. Se il
personale in posizione inferiore nella gerarchia non obbedisse fedelmente a quello in
posizioni superiori, il sistema collasserebbe. Il dilemma delle infermiere dello studio di
Hofling e la loro decisione finale di obbedire appaiono, in questa luce, ragionevoli.

DIFFUSIONE DELLA RESPONSABILITA’.


L’interesse per la riduzione del senso di responsabilità e di colpevolezza suggerito dagli
studi sull’obbedienza è maturato anche grazie agli studi sull’intervento dello
spettatore condotti da Latanè e Darley negli anni Sessanta. La questione cui questi
studi cercavano di rispondere era in che modo un contesto di gruppo possa diluire il
senso di responsabilità personale di un individuo (vedi p 54). Latanè e Darley, con i loro
collaboratori, condussero una serie di esperimenti in ci veniva inscenata una situazione
critica, i risultati mostrarono che le persone erano più propense a notare la situazione
critica e ad intervenire quando si trovavano da sole nella stanza piuttosto che quando
erano in compagnia di altre persone. La conclusione di Latanè e Darley era che, in
presenza di altri, le persone fatichino di più a notare una situazione di emergenza,
siano meno propense a categorizzarla come tale e siano meno pronte ad intervenire.
Inoltre, in situazioni di gruppo gli individui sperimentano una sorta di “diffusione della
responsabilità”. In conclusione, secondo Latané e Darley, l’inazione non deriva
dall’indifferenza ma dal modo in cui le persone definiscono la situazione e dalla diffusine
della responsabilità determinata dal trovarsi in gruppo.
Questa ricerca sembra confermare il timore che il contesto di gruppo ottunda la
sensibilità morale dell’individuo. in tal senso illustra bene l’ideologia della preesistenza
dell’individuo al sociale (e della diluizione che subisce per opera del sociale). Ma la
definizione della situazione non è una questione puramente individuale. Ciò che Latané
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e Darley non sembrano dire è che i partecipanti alla ricerca erano influenzati dal modo
in cui altri avevano precedentemente definito la situazione. La definizione della
situazione emergeva attraverso un processo di gruppo e non poteva essere considerata
come puro effetto delle definizioni di uno i più persone su un individuo. Questo
processo ricorda l’emergere delle norme di gruppo di cui si è parlato a proposito
dell’effetto autocinetico. Da questo punto di vista si può pensare ad una origine sociale
(più ancora che psicologica) della condotta nelle situazioni di “intervento degli
spettatori”.
Cherry (1995) prende le distanze dalle conclusioni tratte da questa ricerca classica
per un’ulteriore ragione e cioè che essa escluderebbe e ignorerebbe aspetti cruciali del
contesto sociale e culturale dell’assassinio di Kitty Genovese (vedi p 56). In quel tempo
(1964) la violenza sulle donne non richiamava certo grandi interventi, inoltre l’analisi di
Latanè e Darley non teneva conto della relazione sessuale e di genere con le relative
norme che la regolano come chiave di interpretazione del crimine. Il significato della
situazione di emergenza in sè e dell’intervento di uno spettatore che vi assiste sembra
quindi essere intriso di assunti, norme e valori sociali, fatto questo che pone
l’importante questione di come avvenga la loro trasmissione e la loro integrazione nella
psicologia di ciascuno. Il punto non è di rinnegare i risultati sperimentali di Lacané e
Darley ma di ricercarne un’interpretazione che riconosca la presenza nel contesto
dell’esperimento delle aspettative sociali rispetto al genere sessuale, all’età,
all’appartenenza etnica e alla classe sociale.

RIEPILOGO.
La psicologia sociale di orientamento psicologico ha tendenzialmente seguito nella
scelta dei metodi di indagine e nella formulazione delle ipotesi un’unica direzione, fra
due possibili alternative. La prima direzione implica un ritorno ad un individuo
autoreferenziato e a spiegazioni che restano a livello della psiche individuale. La
seconda direzione ha comportato l’adesione ad un paradigma essenzialmente
comportamentista e sperimentale in cui le variabili presenti nella situazione sociale
sono ritenute causa di effetti sulla condotta, con o senza la mediazione di eventi
cognitivi intervenienti quali i pensieri e le credenze. Entrambi questi approcci
presuppongono la preesistenza dell’individuo autoreferenziato e razionale. Tuttavia,
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bisogna tener presente che il comportamento di una persona è sempre situato n un
contesto sociale. Invece di guardare alla mente o alle caratteristiche oggettive delle
situazioni sociali per capire la persona e la condotta, in psicologia sociale possiamo
concepire la persona come un affioramento del terreno sociale in cui il paesaggio è
costituito da significati e definizioni sociali condivise attraverso processi di
negoziazione, da norme che regolano la condotta e da atteggiamenti sociali. In questa
prospettiva non c’è spazio per un individuo preesistente.

ASSUNZIONE DI RUOLO.

IL POTERE DEI RUOLI SOCIALI.


Molti soggetti di psicologia sociale si avvicinano al concetto di ruolo grazie alla
conoscenza dell’esperimento classico di Zimbardo della “prigione di Stanford” (1971
vedi pp62). Richiamandosi a ricerche precedentemente condotte sulla perdita di
individualità (deindividuazione), Zimbardo arrivò alla conclusione che l’uomo della
strada poteva facilmente essere indotto a mettere in atto comportamenti antisociali e di
abuso se veniva posto in situazioni in cui poteva sentirsi relativamente anonimo e
legittimato a questo genere di condotte. Secondo Zimbardo, la ricerca di Stanford
confermava quanto fragile fosse il senso di responsabilità e moralità dell’individuo. Il
comportamento individuale è in larga misura sotto il controllo di forze sociali, di
contingenze ambientali e fattori situazionali di controllo. Pur sottolineando la debolezza
e la suggestionabilità dell’individuo, non se ne mette in discussione le caratteristiche di
fondo, quali l’autoreferenzialità, la razionalità e la moralità. Il concetto di un individuo
preesistente, viene almeno in linea di principio conservato sia pure in opposizione
dialettica con il sociale. Personalmente la Burr ritiene che riducendo i ruoli sociali a un
insieme di contingenze ambientali si renda un cattivo servizio alla ricchezza del
concetto di ruolo come strumento di analisi.

I RUOLI COME NORME E COME ASPETTATIVE.


Il concetto di assunzione di ruolo (role taking) è ben radicato in psicologia sociale
ma è stato forse più usato dalla tradizione sociologica, soprattutto l’interazionismo
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simbolico inaugurato dall’opera di Gorge Mead all’inizio del Novecento, nell’accezione
che incorpora prescrizioni normative per la condotta e il comportamento. Ralph Linton
(antropologo) ha introdotto negli anni Trenta il concetto limitrofo di “aspettative di
ruolo”, ma il concetto originale di assunzione e di costruzione dei ruoli introdotto da
Mead era molto più complesso. Secondo Linton, in ogni società i membri occupano
posizioni di status in diversi ambiti dell’organizzazione sociale. Possono occupare
posizioni d status in funzione del sesso, dell’età, dell’occupazione, dell’appartenenza a
gruppi familiari e amicali o ad associazioni esclusive. Ciascuno di questi status descrive
la posizione del singolo membro nella società relativamente alle altre persone. Ciascuno
status, inoltre, porta con sé un insieme di prescrizioni che stabiliscono come la persona
dovrebbe comportarsi secondo il suo status, in altre parole ciascuno status comporta un
ruolo. I ruoli si riferiscono alle norme e alle aspettative connesse ad un particolare
status sociale. Naturalmente, i diversi status che ciascuno di noi occupa non hanno tutti
la stessa importanza in uno stesso momento e determinano una conseguente variabilità
ei comportamenti di ruolo che siamo chiamati ad assumere. Secondo Linton, mentre gli
status ci vengono attribuiti dalla società, i ruoli connessi a questi status devono essere
appresi.

IL ROLE PLAYING COME RAPPRESENTAZIONE.


Una delle questioni soggiacenti a questo dibattito sembra riguardare la natura
inautentica o fittizia del role playing. Zimbardo parla dell’incapacità dei suoi volontari
di “differenziare fra il ruolo giocato e se stessi”. La capacità della rappresentazione di
produrre un cambiamento personale fu riconosciuta per primo da George Kelley, uno
psicoterapeuta che aveva sviluppato una propria teoria della personalità nota come
teoria dei costrutti personali. Il metodo terapeutico ideato da Kelly è conosciuto
come metodo del “ruolo prefissato” (vedi p. 69). Al paziente viene chiesto di
trasportare questo ruolo nella propria vita di tutti i giorni per un certo periodo di tempo.
Il senso dell’esercizio per il cliente è la possibilità di vedersi in una nuova luce e di
sperimentare il proprio mondo sociale da una diversa prospettiva senza l’impegno ad
acquisire la nuova identità. Il punto chiave è che, proprio come nel diventare
ricercatore o guardia carceraria, il fatto di adottare modalità di espressione e di
comportamento inusuali (come accade sempre nell’assumere un ruolo sconosciuto)
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rappresenta spesso un primo passo verso il cambiamento. Ciascuno di noi “è ciò che
fa”, diventa ciò che il suo ruolo gli prescrive. Naturalmente ci sono occasioni in cui ci
sentiamo a disagio nel ruolo che ci è stato assegnato e possiamo anche prendere
iniziative per segnalare agli altri che il ruolo che ci vedono giocare non è il vero Sè (ciò
che Goffman ha chiamato “distanziamento dal ruolo”). Le persone non eseguono
passivamente e senza pensare i ruoli che si attribuiscono loro. La facilità con cui si
sentiranno di poter svolgere un certo ruolo dipenderà dal senso e dal concetto che
hanno di sé.
Una differenza importante ed essenziale tra la psicologia sociale di stampo
psicologico da una parte e la psicologia sociale di stampo sociologico e i più recenti
sviluppi teorici europei dall’altra è il rifiuto che quest’ultima fa di questo dualismo e lo
sviluppo di concezioni della persona che sanciscono l’inseparabilità dell’individuo e del
sociale. L’interazionismo simbolico è una di queste teorie e il modo n cui esso considera
il ruolo oltrepassa e approfondisce l’idea che i ruli consistano nelle aspettative connesse
agli status e alle posizioni sociali.

ASSUMERE IL RUOLO DI UN ALTRO.


L’interazionismo simbolico si oppone alla concezione psicologica classica del rapporto
fra individuo e società. La psicologia classica afferma la preesistenza dell’individuale al
sociale. L’interazionismo simbolico è una sfida radicale a questa visione giacché afferma
che “tanto la società quanto gli individui siano il prodotto di interazioni (e
comunicazioni) interpersonali determinate dall’impiego di simboli dotati di senso per gli
individui coinvolti”. Sia la mente (intesa come consapevolezza e come capacità di
riflettere sull’esperienza), sia il Sè sarebbero possibili soltanto grazie ai processi di
interazione sociale e linguistica che ne consentono l’emergere. Attraverso il processo
dinamico dell’interazione sociale, il bambino passa dalla conversazione gestuale alla
partecipazione al sistema condiviso di simboli e significati (al linguaggio) operante nella
società in cui vive. Il linguaggio è quindi una forma ascosta di interazione sociale, una
conversazione gestuale portata avanti in privato attraverso l’uso di simboli. A questo
punto, il bambino ha acquisito un’effettiva capacità di riflessione e di rappresentazione
della realtà e delle azioni proprie e altrui. Ha cioè acquisito una mente e un Sé.

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Secondo l’interazionismo simbolico, quindi, sono le relazioni sociali a fornire una
base allo sviluppo della persona. Tale sviluppo dipende anche dalla nostra capacità
innata di individuare e di assegnare un significato agli eventi, interpretandoli.
L’interazione sociale umana per essere significativa implica la capacità di prevedere con
l’immaginazione gli effetti delle nostre azioni sugli altri e di agire di conseguenza.
Questa capacità implica a sua volta la possibilità di rappresentare le azioni mediante
sistemi condivisi di significato.
La nostra capacità di immaginare il significato che le nostre azioni prevedibilmente
assumeranno agli occhi degli altri e di agire in base ad esso è stata definita da Mead
con l’espressione “assumere il ruolo dell’altro”. In questa prospettiva, gli esseri
umani acquisiscono, grazie all’uso di simboli dotati di senso, la capacità di calarsi nei
panni dell’altro e di vedersi reciprocamente (e di vedere la realtà) con i loro occhi. In
una situazione data, quindi, il ruolo che assumiamo sarà sempre in funzione di quelli
assunti dagli altri. Il termine ruolo descrive pertanto la situazione sociale di ciascuno in
relazione ad altri in un dato momento. Non si riferisce insomma a status e posizioni
sociali ascritte (anche se le comprende), ma alla parte giocata in una data situazione.
Questa accezione arricchisce il concetto di ruolo come status sociale sottolineando la
reciprocità dei ruoli. Così inteso il ruolo comporta la capacità di vedere se stessi con gli
occhi di altri. Assumere un ruolo non significa semplicemente conoscere le aspettative
di comportamento ad esso associate ma comporta anche la capacità di valutare come
esso si incastra con quello di altri nella situazione sociale attuale. Assumere il ruolo
dell’altro ci permette di avere un’interazione sociale significativa di qualsiasi tipo, dal
litigio alla partita di tennis. In tutti i casi l’interazione presuppone la capacità di
prevedere il significato che la nostra condotta assumerà per il nostro interlocutore.
L’interazionismo simbolico individua nella capacità di assumere un ruolo il nucleo
della personalità e propone un concetto di ruolo che implica sempre la presenza di
almeno due persone. Il ruolo di padre non ha senso se no in riferimento a quello di
bambino. Diventa un modello di comportamento soltanto in rapporto al modello di
comportamento di un bambino.
I ruoli che adottiamo e l’identità di questi sono pertanto fragili, dipendono dalla
disponibilità degli altri a rappresentare le parti loro assegnate. In qualche misura,
quindi, i ruoli e l’identità sono il frutto di un processo di negoziazione sociale. Il
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concetto di negoziazione porta con sé la possibilità di adottare nell’interazione ruoli in
parte flessibili. La tesi fondamentale dell’interazionismo simbolico è che le persone
“hanno la capacità di comprendere la struttura delle situazioni”. Se la struttura delle
situazioni non è chiara, se cioè non sappiamo bene come definirla e il nostro ruolo
confrontato a quello di altri ne risulta ambiguo, ci predisponiamo a creare una
struttura. Quindi, ogni situazione è un evento socialmente negoziato che non può
esistere unicamente a livello di psicologia dell’individuo. anche i ruoli non sono mai
semplicemente prescritti e successivamente giocati. L’interazionismo simbolico si
riferisce alla costruzione dei ruoli oltre che alla loro assunzione proprio per sottolineare
la fluidità e adattabilità dei ruoli giocati. Attraverso il concetto di assunzione del ruolo
l’interazione sociale viene posta al centro del modo di intendere la persona. È
l’interazione sociale, secondo l’interazionismo simbolico, a darci la mente e la
consapevolezza e la possibilità di acquisire il linguaggio e la capacità di comunicazione
reciproca. Questa prospettiva impone di rinunciare alla dicotomia individuale/sociale e
alla polarizzazione Sé/ruolo caratteristiche della psicologia sociale nella tradizione
psicologica. Il Sè cessa di essere una proprietà privata dell’individuo, collocata nelle
strutture cognitive, nel materiale genetico o nella struttura del carattere per diventare
una costruzione fragile e fuida negoziata attraverso l’interazione sociale. La dimensione
sociale diventa primaria rispetto a quella individuale nel senso che è la società (o se si
preferisce l’interazione sociale) a farci diventare persone. La nostra psicologia, da
preesistente che era, diventa contingente, legata alla situazione. La persona finisce per
coincidere con la sua manifestazione nell’ambito sociale: non vi è alcun Sé reale
annidato al di là del ruolo giocato.

L’ASSUNZIONE DEL RUOLO COME PRESENTAZIONE DI SE’.


Nel suo lavoro Goffman aveva dato alla struttura sociale un’attenzione stranamente
scarsa per un sociologo e aveva invece rivolto il proprio interesse all’interazione sociale
e in particolare al modo in cui le persone creano e gestiscono le impressioni che fanno
sugli altri, in altri termini, al modo in cui le persone si presentano.
L’autorappresentazione costituisce un aspetto onnipresente e cruciale della vita sociale.
In ogni incontro sociale, siamo impegnati ad affermare implicitamente di essere un
certo tipo di persona o di occupare quel particolare ruolo nella situazione data.
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L’impressione che faremo sul nostro interlocutore potrà essere, naturalmente, diversa
da quella che tentavamo di dargli. Quando la nostra presentazione cade in discredito in
corso d’opera, proviamo, sostiene Goffman, imbarazzo. Le persone che costituiscono il
nostro pubblico possono, con la lloro condotta, legittimare o viceversa screditare il
nostro sforzo di apparire una persona di un certo tipo e possono farlo, a parere di
Goffman, monitorando attentamente la coerenza o l’incoerenza fra ciò che “diamo” (le
cose che diciamo o facciamo per creare nell’interlocutore una certa impressione) e ciò
che “mandiamo fuori” (il linguaggio del corpo, il contegno generale, gli aspetti
comunicativi della nostra condotta che ci è più difficile controllare e manipolare). La
creazione e il mantenimento delle impressioni è quindi un processo bidirezionale.
Per Goffman, quindi, i ruoli che giochiamo e la presentazione che tentiamo di dare
di noi agli altri costituiscono l’impresa quotidiana forse maggiore della vita sociale. Per
la sua attenzione al processo di gestione delle impressioni nella vita quotidiana,
Goffman è stato considerato fautore della tesi per cui la vita sociale sarebbe poco più di
una simulazione complessa in cui le persone sono tutte tese a occultare con abilità le
loro motivazioni reali e la loro reale disposizione.
Il modello di Goffman (il Sè come prodotto di processi continui di negoziazione,
quindi legittimato o negato nel corso dell’interazione sociale) riconosce alla persona la
capacità di agire, in quanto implica l’esistenza di un soggetto riflessivo in grado di
affermare dei ruoli e di definire le situazioni in cui viene a trovarsi, di monitorare
continuamente la prestazione propria e altrui e di riflettere su di essa, di sforzarsi di
distinguere fra il proprio ruolo e quello degli altri, e di orchestrare la propria
autorappresentazione. Goffman distingue due accezioni della persona: il personaggio,
il Sé che viene forgiato attraverso le interazioni sociali e l’esecutore, che impara la
“parte”, si attende e spera qualcosa dalla sua prestazione e si rivolge con tatto alla
prestazione altrui. Poiché i soggetti coinvolti in un’interazione sono sempre fortemente
impegnati a mantenere inalterata la definizione della situazione che hanno negoziato e
che consente a tutti di giocare il loro ruolo; se il ruolo di uno di essi viene denegato la
situazione nel suo complesso entra in crisi. L’interazione può sgretolarsi fino ad
interrompersi se i partecipanti si sforzano di salvaguardare la definizione raggiunta
della situazione o se cercano di costruirne affannosamente una nuova. Tutti i

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partecipanti condividono l’imbarazzo (certamente la più sociale delle emozioni) perchè il
loro ruolo nella situazione è diventato senza eccezioni non più percorribile.
Ci sono altre emozioni che, come l’imbarazzo, si manifestano soltanto in presenza di
altre persone o che in qualche modo implicano questa presenza. L’umiliazione e la
vergogna sono emozioni sociali, esattamente come l’imbarazzo. Non solo ma la
possibilità di distinguere tra imbarazzo, umiliazione e vergogna dipende essenzialmente
dalla specifica natura del ruolo sociale che viene infranto in una data occasione.

RIEPILOGO.
Sia che si definiscano i ruoli come posizioni prescritte che generano delle aspettative o
come posizioni assunte nell’interazione con altri, se si utilizza questo concetto per
comprendere il comportamento sociale le origini di quest’ultimo non possono più essere
ricercate nell’ambito della psicologia del singolo individuo e vanno invece poste
nell’ambito del sociale. Il ruolo è un concetto che opera a livello collettivo e non a
quello individuale. L’identificazione del Sé con il ruolo è funzionale solo se si rinuncia a
dicotomie quali realtà/illusione, superficie/profondità, individuale/sociale.

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I GRUPPI E IL SE’ SOCIALE.

I gruppi possono essere formali (come club e associazioni) o informali (come le reti
amicali e di parentela o delle sub culture). In alcuni casi l’appartenenza al gruppo è
deliberata, in altri casi dipende dal possesso di certi attributi personali, in altri ancora
dalle nostre aspirazioni. Ma il fattore comune che unisce tutte queste forme di
appartenenza e di identità è il fatto che esse sono socialmente conferite e non
scaturiscono da qualità psichiche residenti dentro di noi ma da processi sociali operanti
tra noi e le altre persone.

IDENTITA’ E GRUPPI.
Lo studi dei gruppi agli albori della psicologia sociale ruotava intorno al timore che il
contesto del gruppo o della folla potesse minare a razionalità e la moralità essenziali
dell’individuo. questo timore alla base del concetto di “mentalità di gruppo”, aveva
anche informato sé gran parte degli studi sull’influenza sociale. La tesi secondo la
quale l’appartenenza alla folla rende anonimi e comporta una erdita di identità ha
continuato ad influenzare gli psicologi , ad esempio Zimbardo con il suo concetto di
deindividuazione.
L’enfasi sugli esiti negativi dell’appartenenza al gruppo può però portare a
fraintendimenti. La folla, lungi dal condurci necessariamente a una condizione di perdita
della nostra identità e di anonimato, potrebbe fornire a chi entra a farne parte un forte
senso di identità. Qualunque cosa possa essere accaduta, la solidarietà che si viene a
creare fra i membri della folla se è presente uno scopo o un obiettivo comune sembra
contribuire a un rafforzamento anziché a una riduzione di aspetti salienti della nostra
identità.

CONFLITTO INTERGRUPPO. Gran parte delle ricerche che hanno contribuito a


chiarire la questione dell’identità sociale sono provenute dallo studio del conflitto fra i
gruppi, condotto sperimentalmente e sul campo. Fra le ricerche più famose troviamo gli
studi condotti da Muzafer Sherif e colleghi negli anni Cinquanta alla Robbers Cave.
Secondo Sherif il comportamento violento espresso nei gruppi da taluni membri non si
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spiegava, come pretendeva la teoria di Le Bon, in base ad un presunto “istinto
gregario”, ma in base alla presenza di obiettivi incompatibili. Dove la realizzazione degli
scopi del gruppo di appartenenza (il c.d. ingroup) può avvenire unicamente a spese
degli scopi di un altro gruppo (il cd outgroup),dovremo attenderci il conflitto.
L’interesse di Sherif non andava unicamente allo studio del conflitto fra i gruppi ma
anche al modificarsi nel tempo dello status e del ruolo dei singoli ragazzi all’interno del
gruppo.
La ricerca puntava a creare artificialmente due gruppi distinti, ad alimentare la
competizione e il conflitto fra loro e a osservare eventuali modifiche intervenute nelle
loro relazioni a seguito dell’introduzione da parte dei ricercatori di strategie dirette a
ridurre il conflitto. In una prima fase dello studio, di «formazione dei gruppi», i
ragazzi erano assegnati a caso a uno dei due gruppi e venivano impegnati in attività
proprie e distinte. Ciascun gruppo aveva sviluppato rapidamente una struttura, una
subcultura e una serie di norme proprie. Nella seconda fase, di «competizione fra i
gruppi», i ricercatori introducevano una serie di situazioni competitive nelle quali i due
gruppi si confrontavano tra di loro. In questa fase emerse con chiarezza un pregiudizio
a favore dei membri del proprio gruppo e la natura delle relazioni fra i due gruppi
assunse connotati diversi e più ostili che comportavano ad esempio lo sviluppo di
stereotipi e di epiteti e in qualche caso il verificarsi di scontri fisici. Nella fase finale, di
«riduzione del conflitto», i ricercatori crearono ad arte delle situazioni critiche che
imponevano ad entrambi i gruppi di agire in modo cooperativo per assicurarsi delle
risorse di importanza vitale. Sherif notò che ad ogni successiva occasione cooperativa,
l’ostilità fra i gruppi e gli atteggiamenti negativi reciproci si riducevano, tanto che alla
fine della vacanza i ragazzi dei due gruppi avevano deciso di tornare in casa in pullman
mischiandosi fra loro.
Lo scopo dichiarato di questi studi consisteva in una valutazione del conflitto fra i
gruppi anche se non è chiaro fino a che punto la competitività sorta tra i ragazzi sia un
fenomeno generalizzabile ad altre culture. Peraltro, il dato generale secondo cui i gruppi
che si percepiscono in competizione fra loro tendono a favorire il proprio gruppo di
appartenenza, è stato confermato da ulteriori studi sperimentali e sul campo. Questi
studi conservano una notevole validità ecologica, in quanto le attività e le situazioni in
cui i partecipanti si vennero a trovare coincidevano sostanzialmente con quelle di un
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tipico campo estivo. La forza e la rapidità con cui le identità di gruppo si erano
consolidate conferma una volta di più la loro importanza nela vita quotidiana. Questi
ragazzi erano temporaneamente privati di tutti i loro legami sociali usuali e questo
spiega probabilmente l’entusiasmo con cui avevano aderito al compito di stabilire una
fonte sostitutiva di identità. Senza un punto di riferimento gruppale, potrebbe essere
difficile sapere chi siamo.

I GRUPPI MINIMI. Sherif riteneva che l’ostilità intergruppi derivasse dalla presenza
di un conflitto di interessi fra i gruppi. Questo modo di vedere le cose è stato messo in
discussione fra gli anni Settanta ed Ottanta, in particolare dalla teoria dell’identità
sociale di Henri Tajfel. La psicologia sociale di questo autore, di ispirazione europea più
che nordamericana, incoraggiò lo sviluppo di un orientamento meno individualistico
nella disciplina. Al centro degli interessi di Tajfel vi fu il gruppo inteso come luogo di
origine dell’identità sociale. Tra il finire degli anni Sessanta e il successivo decennio,
Tajfel si dedicò allo studio delle origini del conflitto intergruppo attraverso un
paradigma sperimentale conosciuto come gruppo minimo (minimal group).
Utilizzando questo paradigma, egli dimostrò che la semplice assegnazione ad un
gruppo, per quanto privo esso possa essere di caratteristiche identificabili e anche in
assenza di relazioni dirette con altri membri del gruppo, è di per sè sufficiente a
orientare il giudizio del singolo membro a favore di altri membri del gruppo e contro i
non appartenenti al gruppo (vedi p 90).

LA TEORIA DELL’IDENTITA’ SOCIALE. secondo Tajfel la ragione per cui siamo così
disposti ad assumere la posizione di membri di un gruppo, per quanto fragile possa
essere, e a favorire il gruppo di appartenenza rispetto al gruppo o ai gruppi esterni è
che l’appartenenza al gruppo è vitale per la nostra autostima. Nella misura in cui il
senso di sé e l’identità derivano dai gruppi di appartenenza, la possibilità di
massimizzare lo status, il prestigio e il successo dei gruppi con cui ci identifichiamo non
può che farci sentire bene con noi stessi. La teoria dell’identità sociale sottolinea la
presenza di tre processi fondamentali: la categorizzazione, l’identità e il confronto
sociale. Secondo Tajfel la categorizzazione è una capacità umana fondamentale, un
aspetto della natura umana. Siamo predisposti a ordinare e a strutturare in categorie
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le nostre percezioni della realtà (mondo sociale incluso). Benchè le categorie che
utilizziamo per strutturare il nostro mondo siano un’invenzione umana, esse non
variano da persona a persona o da generazione a generazione, ma vengono ereditate
attraverso la cultura di appartenenza. Le categorie sono pertanto sociali e comuni. Per
esserci utili, esse devono aiutarci a distinguere fra i membri della classe e i non
membri. Secondo Tajfel, quindi, saremmo predisposti ad accentuare nella percezione le
somiglianza fra i membri di una categoria e le differenze fra i membri d differenti
categorie, cos’ da rendere più nette le distinzioni fra membri di una classe e non
membri. Finiamo quindi per considerare noi stessi come più simili ai membri delle
categorie alle quali apparteniamo e differenti dai membri di altre categorie. Il processo
di accentuazione descritto spiega la nostra tendenza a valutare in modo stereotipo le
persone che identifichiamo come appartenenti a un particolare gruppo.
Una volta che ci collochiamo in certi gruppi o categorie come loro membri, la nostra
identità deriva da queste fonti. La nostra identità è quindi una combinazione delle
nostre numerose appartenenze di gruppo. Non tutte le appartenenze sono importanti
per noi in uno stesso momento e situazioni diverse tendono a richiamare aspetti
diversi della nostra identità perchè rendono rilevanti (o viceversa irrilevanti)
appartenenze gruppali diverse. Alcune identità di gruppo emergono soltanto
occasionalmente e transitoriamente, in altri casi l’identità è saliente in molte relazioni e
costituisce un aspetto importante di noi, pensiamo all’appartenenza di genere o alla
nazionalità, all’appartenenza a una categoria professionale o a un gruppo religioso. È
vitale per la nostra autostima che l’identità che siamo in grado di costruire per noi
stessi sia positiva e valorizzata. Siamo quindi propensi a pensare il meglio dei gruppi e
delle categorie alle quali sentiamo di appartenere. Naturalmente, non sempre è
possibile scegliere a quali gruppi appartenere – si pensi al sesso e alla razza – è può
essere doloroso prendere le distanze da categorie che sembrano minacciare o ridurre la
nostra autostima. Ma limitarsi a riconoscere che si è parte di certi particolari gruppi
non basta a garantire la stima di sé. L’alto valore che poniamo nell’appartenenza a
certe categorie ha senso soltanto se paragonato al valore minore che annettiamo ad
altri gruppi. È quindi il confronto sociale che effettuiamo fra le qualità del nostro
gruppo e quelle del (o dei) gruppi esterni a costituire la base della nostra autostima, e

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a determinare conseguentemente la tendenza a valorizzare il proprio gruppo e a
misconoscere le qualità dei gruppi di confronto e dei loro membri.

GRUPPI DI RIFERIMENTO. Anche la teoria dell’identità sociale, nonostante la


maggiore attenzione alla dimensione sociale, ha prestato attenzione soprattutto
all’influsso potenziale dei gruppi e delle categorie reali di appartenenza delle persone
sulla formazione dell’identità. L’identità della persona potrebbe però coincidere solo in
parte con queste appartenenze. Spesso le persone cercano di distanziarsi
dall’appartenenza a gruppi che costituiscono per loro unicamente delle fonti di identità
dannose. Altre volte si identificano con gruppi ai quali non aspirano o non potrebbero
neppure aspirare di appartenere. Hyman ha introdotto il concetto di gruppo di
riferimento ad indicare proprio questi gruppi. Questo concetto è stato fatto proprio
soprattutto dagli psicologi sociali di orientamento sociologico, e in particolare dagli
interazionisti simbolici. Una definizione possibile per questo concetto è «ogni gruppo,
formale, informale o simbolico del quale l’individuo è membro da punto di vista
psicologico funzionale».
Il concetto di gruppo si riferimento ci permette di cogliere qualche elemento delle
scelte di vita evidenziate nell’abbigliamento, nei gusti musicali e nell’arredamento. Si
potrebbe sostenere che i gruppi di riferimento (diversamente dai gruppi reali di
appartenenza) stiano assumendo un ruolo sempre più centrale nella costruzione
dell’identità, nelle società occidentali industrializzate almeno.
Il gruppo di riferimento, dice Shibutani, è «quel gruppo la cui presunta prospettiva
può essere utilizzata da un soggetto per inquadrare ed organizzare il suo campo
percettivo... è un pubblico, composto di personaggi reali o immaginari, ai quali vengono
attribuiti certi valori». Gli individui portano con sé gli assunti non scritti della loro
società e li mettono in pratica quotidianamente nelle interazioni con altri membri. In
questo senso ogni individuo è una copia su piccola scala della società alla quale
appartiene. Il gruppo di riferimento in quanto «quadro» che organizza la percezione
dell’individuo, può quindi essere costituito dalla società o dalla cultura di appartenenza
nel loro complesso. È costituito da tutti coloro dei quali assumiamo o condividiamo la
prospettiva nel parlare e nell’agire. Mead ha utilizzato il concetto di Altro Generalizzato
per indicare questa prospettiva comune che tanta parte gioca nello sviluppo del Sè.
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Mead condivide con numerosi altri autori l’idea di fondo secondo cui il Sè ha un’origine
sociale, ma se ne distanzia nella misura in cui ritiene che la persona sia determinata
dalle forze sociali circostanti.

LE ORIGINI SOCIALI DEL SE’.


L’ALTRO GENERALIZZATO. Mead vedeva nella capacità di assumere il ruolo dell’altro
il processo attraverso il quale riusciamo a costruire un concetto di noi. Sperimentiamo
noi stessi soltanto indirettamente. In altre parole possiamo osservarci soltanto
facendoci un’idea di come appariamo agli altri, mettendoci nei loro panni
nell’interazione sociale. inoltre, sostiene Mead, quando cresciamo diventiamo capaci di
guardare a noi stessi per come siamo visti dalla gente in generale, l’Altro
Generalizzato appunto. Assumere il ruolo dell’Altro Generalizzato significa non
soltanto vedere noi stessi con gli occhi degli altri ma anche riuscire a vedere le
interazioni fra altre persone da questa prospettiva generale e assumere la prospettiva
dell’Altro Generalizzato nel valutare le attività e le imprese nelle quali la nostra società
o la nostra cultura sono impegnate.
Come psicologi, abbiamo la tendenza a considerare soltanto quegli aspetti della
personalità che ci distinguono dagli altri, e a vedere la nostra personalità come
un’entità preesistente agli atteggiamenti e alle caratteristiche socialmente condivise,
tesi questa derivante dall’individualismo e dai dualismi al centro della nostra disciplina.
Nella prospettiva di Mead, gli assunti taciti che condividiamo con altri membri della
nostra società sono parte integrante della nostra personalità esattamente quanto le
nostre caratteristiche peculiari e distintive.
Nondieno Blumer, al quale dobbiamo il termine “interazionismo simbolico”, sostiene
che Mead, diversamente da molti sociologi, non concepiva la persona come il semplice
prodotto di forze sociali. La caratteristica distintiva della mente è per Mead la riflessività
implicita nell’assumere il ruolo dell’altro. Siamo in grado di prevedere il significato che il
nostro comportamento assumerà agli occhi di altri e di agire conseguentemente a
questa previsione. È questa capacità di scelta che fa si che l’essere umano non sia
socialmente o psicologicamente determinato. Per Mead, il Sè implica un alternanza
ciclica di riflessività (la persona riflette sulle proprie azioni reali o potenziali attraverso
gli occhi degli altri) e di scelta. Mead utilizzò i termini “Io” e “Me” a designare questi
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due aspetti del Sè. Nondimeno, come sottolinea Ashworth, anche la riflessività e la
scelta si radicano nel sociale in quanto le nostre deliberazioni e riflessioni (che
costituiscono la nostra mente) non sono altro che interazioni sociali interiorizzate,
dialoghi con altri rigiocati privatamente, l’eredità dell’emergere del nostro Sè mediante
l’interazione sociale e la capacità di assumere il ruolo dell’altro. Il Sé ha quindi, per
Mead, un’origine complessivamente sociale.

IL SE’ RISPECCHIATO. Charles Horton Cooley nel 1902 pubblico Human Nature and
the Social Order, in cui presentava idee successivamente riprese dall’interazionismo
simbolico. Una delle idee di fondo del libro era il concetto di «looking glass self» o Sè
rispecchiato. Qui, l’autore sosteneva che i pensieri e i comportamenti che siamo soliti
pensare provenire semplicemente dal Sè e ad esso appartenenti siano sempre,
implicitamente, pensati e attenuati in riferimento ad altre persone. Il Sè rispecchiato è
una metafora di come il concetto di sè sia derivato dale nostre relazioni con altre
persone. Secondo Cooley noi immaginiamo come dobbiamo apparire agli altri, ci
rappresentiamo poi come gli altri ci valutano e infine rispondiamo coerentemente.
Possiamo cogliere la somiglianza fra questa visione e quella di Mead relativa
all’assunzione del ruolo dell’altro benché Mead vada oltre l’idea del Sé rispecchiato con
la propria teoria del processo riflessivo (dell’Io) ce ci permette di assumere un certo
controllo su chi siamo e su che cosa facciamo.

PROFEZIE CHE SI AUTOAVVERANO. La capacità che le percezioni delle altre persone


hanno di modellare il nostro essere è stata riconosciuta sia dalla psicologia che dalla
sociologia. Tutta una gamma di termini è stata usata per descrivere e spiegare questo
fenomeno. Si è quindi parlato di aspettative, di stereotipi, di profezie che si
autoavverano e di etichettamento. Ci sono molte evidenze empiriche a sostegno della
tesi che le persone giungono ad acquisire le caratteristiche e le identità che sono state
attribuite da altre persone.
Il sociologo Robert Merton ha fondato la sua idea della profezia che si autoavvera
sul concetto di definizione della situazione sviluppato da Thomas. Richiamandosi alla
visione di Thomas per cui «se le persone definiscono le situaizoni reali, esse hanno
conseguenze reali», Merton la applica ad un caso specifico (vedi pp 101-102).
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Rosenthal e Jacobson si richiamarono al concetto di profezia che si autoavvera nel
loro famoso studio sugli effetti delle aspettative degli insegnanti sulle prestazioni
scolastiche degli allievi, successivamente pubblicato nel volume Pygmalion in the
Classroom (vedi p 102). In ogni classe, più migliorava il rendimento dei fuoriclasse, più
migliorava anche quello dei restanti bambini. Secondo Rosenthal e Jacobson si era in
presenza di n processo più sottile per cui la comunicazione delle aspettative degli
insegnanti avveniva attraverso il tono della voce, le espressioni facciali, il contatto e la
postura. I due ricercatori presero in considerazione la possibilità che i risultati potessero
essere dovuti al cosiddetto effetto Hawthorne, per cui i partecipanti ad uno studio
che si distinguono per l’attenzione o per qualche loro intervento possono migliorare la
loro prestazione per il semplice fatto che l’essere al centro dell’attenzione li fa sentire
su di morale.
Secondo Salmon ci sarebbero prove del fatto che il concetto di sé o l’identità del
bambino influisce sulla sua prestazione scolastica.
Quando il comportamento delle persone sembra contraddire le nostre aspettative
stereotipe, potrebbe determinarsi un peggioramento della nostra valutazione di loro
invece che un cambiamento dello stereotipo. Usando una ricerca di laboratorio, Snyder,
Tanke e Berscheid hanno dimostrato che gli stereotipi, anche quando il loro
fondamento reale è nullo o scarso, se vengono creduti possono modificare il modo in
cui ci comportiamo nei confronti delle persone. Nel comunicare le nostre aspettative
nell’interagire con esse, possiamo incoraggiarle ad adottare queste caratteristiche
attese.
L’etichettamento viene da questi autori inteso come forma diffusa di stereotipo a
livello sociale. lo stereotipo tende ad essere considerato un concetto psicologico. In altri
termini gli stereotipi vengono solitamente visti come fenomeni affini agli atteggiamenti
e alle opinioni, appannaggio delle menti individuali. Ma il concetto di etichetta ha altre
connotazioni, riferendosi ad attributi che le persone conferiscono alle cose.

ETICHETTAMENTO. L’etichettamento è la controparte sociale dello stereotipo ma,


come sottolinea Ashworth, il concetto di stereotipo non implica necessariamente che la
persona che ne è oggetto giunga ad adottare le caratteristiche invocate per lei o che ne
sia materialmente influenzato in qualche modo. Il concetto di etichettamento, invece,
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si riferisce esplicitamente alle conseguenze che l’etichetta comporta per la persona
etichettata.
Becker ha sviluppato la teoria dell’etichettamento basandosi sulle sue ricerche e sui
suoi scritti sulla devianza. Questa teoria è generalmente ricondotta al paradigma
teorico dell’interazionismo simbolico perchè riconosce l’importanza dell’interazione
sociale e della negoziazione sociale dei significati degli eventi. L’etichettamento è un
processo che implica un conflitto, una mediazione e una negoziazione. Ma
l’etichettamento è anche un processo imbevuto di relazioni di potere. Certe persone e
certi gruppi riescono più di altri a imporre le loro regole, grazie alla loro
«intraprendenza morale». Becker riconosceva l’influenza che il potere politico ed
economco esercitava nel decidere chi o cosa andasse definito deviante e per quali
motivi.
Secondo la Burr si potrebbe addebitare a Becker una visione eccessivamente
deterministica che ignora il ruolo giocato dall’individuo bersaglio dell’etichettamento
nell’accertare o nel respingere la sua identificazione come deviante. Se un individuo
viene etichettato, in qualche modo, come deviante, quell’identità tende a influire
prepotentemente in tutte le interazioni sociali nelle quali altre persone sono consapevoli
di questa etichetta ed esercitano pertanto una pressione sull’individuo etichettato
perché accetti quell’identità. Ci sono però dei modi per opporsi all’etichettamento. Le
etichette possono diventare parte dell’identità delle persone mediante un processo di
ridefinizione della loro condotta. Non appena ci sono state offerte, le etichette
diventano una sorta di filtro attraverso il quale vedere in una nuova luce il proprio
comportamento presente e passato.

RIEPILOGO.
Con la teoria dell’identità sociale, Tajfel suggerisce che le appartenenze gruppali
rappresentino per noi un’importante fonte di autostima. La sua teoria dimostra il ruolo
esteso che i gruppi sociali esercitano nel modellamento dell’identità personale.
Distinguendosi dalla maggioranza degli psicologi sociali, Tajfel sembra vedere nei
gruppi dei fattori non soltanto di influenza ma di costruzione dell’identità.
Le tesi per cui le nostre appartenenze ai gruppi e alle culture costituiscono una base
importante se non unica del senso di sé è stata ulteriormente sviluppata
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dall’interazionismo simbolico. Sia Cooley, sia Mead sostennero l’idea che il senso del sé
derivi dalla nostra capacità di vederci con gli occhi degli altri nelle interazioni
interpersonali. La teorizzazione di Mead, in particolare, riconosce alla persona la
capacità di riflettere sulle proprie percezioni e di contribuire allo sviluppo del concetto
del sé, e ci consente di essere qualcosa di più di semplici prodotti inconsapevoli delle
percezioni altrui.
Il concetto di etichettamento, costola dell’interazionismo simbolico nelle sue tesi
fondamentali, e il concetto di profezia che si autoavvera rendono entrambi conto come
le nostre identità ci siano conferite per via sociale e per questa stessa via vengono
negoziate e mantenute. La teoria dell’etichettamento, in particolare, chiarisce in che
modo le identità sociali possano diventare parte integrante del concetto di sé.

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RAPPRESENTAZIONI E LINGUAGGIO.

LE RAPPRESENTAZIONI SOCIALI.
Moscovici definisce le rappresentazioni sociali come assunti condivisi sulla natura
del mondo e dell’essere umano che consentirebbero ai membri di una data società di
comprendere la loro esperienza, di comunicare efficacemente fra loro e di coordinare le
loro attività. Le rappresentazioni sociali, o almeno alcune di esse, possono essere
condivise da intere società e culture. Naturalmente però, non tutti i membri di una data
società condividono precisamente le stesse credenze su tutto. Questo spiega la
presenza di subculture e di gruppi ognuno con proprie rappresentazioni sociali
caratteristiche rispetto ad alcuni oggetti. Moscovici si richiama al sociologo francese
Emile Durkheim. Il suo concetto di rappresentazioni sociali, in particolare, si
richiamerebbero al concetto di RAPPRESENTAZIONI COLLETTIVE sviluppato da
Durkheim (1898). Le rappresentazioni collettive sono i miti, le leggende e i sistemi di
credenze caratteristici di una data società, fenomeni sociali reali, come tali non
pienamenti comprensibili, a parere di Durkheim, a livello dell’individuo. come
Durkheim, anche Moscovici sentiva fortemente che lo studio di questi fenomeni
spettasse alla psicologia sociale e che la tendenza di questa disciplina a pensarsi come
una scienza positiva dell’individuo avesse condotto a un vicolo cieco. Moscovici voleva
mantenere l’attenzione di Durkheim per la natura condivisa e consensuale delle
rappresentazioni. Come i miti e i sistemi di credenze delle società tradizionali, le
rappresentazioni sociali costituiscono il senso comune, gli assunti indiscussi sul mondo.
Egli voleva però sottolineare come essi fossero continuamente modellati e rimodellati
dalle persone nel corso dell’interazione sociale. Le rappresentazioni sociali, anche se
possono preesistere al nostro ingresso in una data società, sono entità plastiche,
malleabili e soggette a essere riformulate nell’uso quotidiano che gli individui ne fanno
nelle transazioni reciproche. Al contempo, però, le rappresentazioni sociali modellano
potentemente la nostra percezione del mondo e il nostro pensiero su di esso. La nostra
percezione della realtà non si fonda cioè sulle proprietà oggettive di quella ma sulle
rappresentazioni sociali.
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Tutte le interazioni umane presuppongono queste rappresentazioni giacchè ogni
interazione deve fondarsi su significati condivisi o su una definizione comune della
situazione. È anche vero però che esse sono create dalle persone nell’interazione.
Peraltro, una volta create, le rappresentazioni sembrano godere di una vita autonoma,
fondendosi con altre, assorbendone di più antiche e dando origine a nuove forme. Per
le sue reminiscenze fenomenologiche e per la sua enfasi sulla centralità dell’interazione
sociale, la teoria delle rappresentazioni sociali ricorda l’interazionismo simbolico, il
pragmatismo nordamericano e la fenomenologia europea assai più che lo struttural-
funzionalismo di Durkeim. Effettivamente, Moscovici si richiama esplicitamente a Mead,
concordando con lui sul fatto che la nostra condotta segue il significato che gli eventi
hanno per noi e questo significato proviene almeno in parte dal linguaggio comune, dai
comuni valori e dalle esperienze che condividiamo con altri membri di una società o di
un gruppo.
Ritenendo che le rappresentazioni sociali esistono – e siano pertanto studiabili –
tanto a livello sociale quanto a livello individuale, Moscovici analizza in qualche dettaglio
i processi psicologici alla base della loro trasmissione e trasformazione. In tal senso la
teoria della rappresentazione sociale può essere considerata un tentativo autentico di
sanare il dissidio fra le tradizioni psicologica e sociologica della psicologia sociale. le
rappresentazioni sociali assolvono per Moscovici ad una importante funzione
psicologica, quella di rendere familiare ciò che non lo è ancora. È ciò viene fatto
attraverso l’ancoraggio, in cui riusciamo ad ancorare eventi inconsueti confrontandoli
con casi tipici di differenti classi di eventi presenti nella nostra esperienza. Questi
prototipi sono modelli o esempi tipici di una data classe di eventi e consistono in una
serie di caratteristiche salienti. Moscovici condivide quindi la visione di Tajfel secondo
cui la categorizzazione costituisce la caratteristica di fondo della psicologia umana. Un
secondo processo che Moscovici chiama di oggettivazione, conferisce alle
rappresentazioni quel caratteristico e rassicurante aspetto di solidità che riconosciamo
loro. Quando concetti e idee nuovi cominciano a penetrare in na data cultura, hanno
necessariamente un aspetto un pò astratto e indefinito. Perchè le persone ne parlino e
vi rispondano sensatamente, esse devono assumere maggior concretezza nella loro
mente. Secondo Moscovici, questo avverrebbe mediante una semplificazione della
complessità iniziale dell’idea che viene ridotta a poche immagini facilmente
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rammentabili. Non appena l’idea ha così assunto un aspetto più semplice e concreto ,
le persone hanno modo di comnciare a parlarne fra loro. A propria volta il diffondersi
dell’idea contribuisce ad accrescerne la realtà e la solidità. L’oggettivazione, secondo le
parole di Moscovici, è quindi: la materializzazione di un’astrazione... l’arte di
trasformare una rappresentazione nella realtà della rappresentazione, la parola per una
cosa nella cosa per la parola.
Se le rappresentazioni sociali vengono assimilate ad altri concetti della psicologia
sociale vengono assimilate ad altri concetti della psicologia sociale come gli
atteggiamenti, i valori o le credenze finiscono per essere individualizzati alla stessa
stregua e finiscono per lasciare nell’ombra la dimensione essenzialmente sociale della
teoria. Moscovici sottolineò acutamente come le rappresentazioni sociali non fossero
semplicemente delle idee nella testa della gente, ma avessero implicazioni pragmatiche
a seconda del modo in cui vengono recepite ed utilizzate dai membri n posizione di
potere e di autorità e per l’influenza potenziale che hanno sul nostro modo di vivere la
vita. in questo senso il concetto di rappresentazioni sociali ricorda quello di ideologia.
La teoria delle rappresentazioni sociali è divenuta oggetto di numerose critiche. La
Burr considera lo stesso concetto di rappresentazioni sciali troppo esteso e poco
chiaramente formulato. Esso non si presta a una verifica empirica, in altri termini non è
una teoria realmente falsificabile attraverso la ricerca. La teoria è stata anche criticata
per il fatto che la natura ipoteticamente consensuale delle rappresentazioni sociali non
terrebbe conto della diversità e delle conflittualità fra le rappresentazioni correnti in una
società. Essa sembra in pratica suggerire che le persone che condividono una data
cultura pensino necessariamente alo stesso modo, cosa assolutamente falsa. Queste
critiche, però, sembrano francamente fraintendere il pensiero di Moscovici che
certamente non negava la diversità e la considerava, anzi, come uno dei fattori che
rendono dinamiche e persino mutevoli le rappresentazioni sociali. Riconoscere la
diversità non significa negare la possibilità di n consenso o di una somiglianza fra le
persone a qualche livello.
I metodi di ricerca invocati da Moscovici per studiare la trasmissione delle
rappresentazioni sociali nelle culture sono quelli dell’osservazione naturalistica piuttosto
che della sperimentazione in laboratorio. Lo scopo di queste ricerche è di mostrare e di

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esaminare la realtà per come è percepita e compresa da chi vive in essa piuttosto che
andare in cerca di una realtà oggettiva.
La persona vista attraverso le lenti della teoria delle rappresentazioni sociali, può
essere pertanto compresa unicamente nel contesto della vita sociale. Le nostre
percezioni della realtà sono mediate da rappresentazioni sociali mutevoli e
continuamente rimodellate attraverso le interazioni sociali con gli altri. Siamo pertanto
attori coinvolti nella produzione e nella riproduzione del nostro ambiente sociale e non
prodotti passivi della società. Mediante i nostri processi cognitivi di ancoraggio e di
oggettivazione imprimiamo una spinta alle rappresentazioni sociali che emergono dalle
nostre interazioni sociali. La persona si vede qui riconoscere una natura sia sociale che
psicologica.

LA PSICOLOGIA DISCORSIVA.
La teoria delle rappresentazioni sociali si è incentrata sulle idee e sulle immagini
socialmente condivise grazie alle quali percepiremmo il mondo, e sull’interazione
interpersonale che ne sarebbe alla base. Essa ha anche prestato attenzione particolare
alla componente cognitiva delle rappresentazioni ritenendo che esse fossero create e
successivamente riformulate mediante processi che coinvolgono il pensiero, la memoria
e l’immaginazione. La psicologia del discorso condivide l’interesse per l’uso di un
insieme condiviso di modi di parlare e riconosce l’importanza dell’interazione per
assumere una posizione radicalmente anticognitiva.
La psicologia discorsiva è uno sviluppo recente, essenzialmente britannico, della
psicologia sociale. l’oggetto del suo interesse può essere paradossalmente riportato alla
psicologia del linguaggio. La psicolinguistica è stata dominata, negli anni Sessanta,
dall’opera di Noam Chomsky. Rispetto alla teorizzazione comportamentista, Chomsky
riteneva che le persone possedessero strutture cognitive che permettevano loro di
cogliere intuitivamente la grammatica. Potter e Wetherell sottolineano che l’analisi di
esempi reali tratti dalla pratica quotidiana del linguaggio, con le sue esitazioni, le sue
incoerenze, l’interazione di parole e frasi e il ricorso frequente a una grammatica non
convenzionale, non supporta la teoria di Chomsky. Il linguaggio per come viene usato
comunemente nei rapporti quotidiani, è qualcosa di molto diverso dal linguaggio inteso
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come sistema di regole astratte. Il linguaggio riveste nell’uso quotidiano non perlopiù
funzioni descrittive, ma riveste una funzione esecutiva (performativa): esegue e
accompagna degli atti. Sono proprio queste conseguenze pratiche il centro
dell’interesse degli psicologi del discorso. L’etnometodologia ha dato alla psicologia
discorsiva un quadro di riferimento per studiare queste interazioni discorsive.
L’etnometodologia è etimologicamente lo studio dei metodi usati dalle persone per
produrre e comprendere la loro esistenza sociale. Invece di cercare di astrarre le regole
che sembrano soggiacere alla vita sociale, gli etnometodologi sono prettamente
interessati a come le persone le mettono in pratica. Per gli etnometodologi, le persone
non sono dei meri esecutori passivi delle regole ma imprenditori sociali altamente
competenti in grado quindi di richiamarsi creativamente alle regole per proprie finalità
nel corso di interazioni sociali specifiche. In un’ottica simile, gli psicologi del discorso
sono interessati al modo in cui le persone costruiscono una spiegazione di sé e degli
eventi ai quali prendono parte e alla cura particolare con cui queste spiegazioni sono
escogitate per finalità particolari. Infine, la semiologia (lo studio del modo in cui i segni
e i simboli sono utilizzati nella comunicazione umana) ha contribuito a creare un
interesse per la natura contestuale del significato. Il significato di una frase non risiede
nelle parole di cui essa è composta. Per intendere questo significato abbiamo bisogno di
sapere qualcosa di chi l’ha pronunciata, di cloro a cui è diretta, del motivo per cui era
loro diretta e forse anche dei precedenti, almeno quelli immediati, di quella particolare
interazione. Non soltanto, ma il significato di una frase può risiedere in ciò che non
viene detto in pari misura rispetto a ciò che viene esplicitato. Per comprendere
un’interazione occorrerà quindi contestualizzarla e badare agli elementi mancanti oltre
a quelli in vista.
La psicologia del discorso è interessata allo studio delle prassi linguistiche
quotidiane, dei modi con cui impieghiamo le risorse a nostra disposizione per far si che
gli eventi prendano una piega desiderata. Se le cose che diciamo diventano degli atti
sociali governati dai requisiti momentanei imposti dall’interazione, non possono essere
la semplice espressione di stati psichici interni. Le differenze interculturali nel grado e
nella modalità di espressione della rabbia suggeriscono ulteriormente il fatto che
l’espressione linguistica non è mai il semplice prodotto di una condizione psichica
interna. Quindi, l’espressione della rabbia non è tanto uno sfogo emotivo quanto una
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modalità normativa e culturalmente regolata di gestione e di attuazione del sistema di
diritti e di obblighi, del codice morale vigente nella nostra società.
Analogo discorso vale per le funzioni cognitive quali la memoria. Gran parte del
lavoro della memoria che le persone compiono quando si chiede loro di fornire un
resoconto accurato di un evento consiste nel creare una «versione accettabile, concorde
o efficace sul piano comunicativo di quanto realmente accaduto».
Possiamo cominciare a vedere come la psicologia discorsiva si distingua
radicalmente dalla psicologia tradizionale nordamericana. Quest’ultima si è dedicata allo
studio delle condizioni interne della persona (cognizioni, emozioni, atteggiamenti,
credenze, motivazioni o altro), ritenendo che esse fossero la causa delle cose che
facciamo e diciamo. Nella misura in cui la psicologia tradizionale ha preso sul serio dati
qualitativi di provenienza linguistica (quali le trascrizioni di colloqui e interviste) li ha
generalmente considerati prova dell’esistenza di strutture e di stati interiori nella
persona (quali ricordi) e contemporaneamente via di accesso ad essi. La psicologia del
discorso non si limita a riformulare il ruolo del linguaggio in psicologia ma considera in
qualche modo irrilevanti gli oggetti consueti di quest’ultima, quali gli stati e le strutture
mentali. Inoltre, grazie al suo metodo elettivo di studio (l’analisi del discorso) si
dedica esplicitamente allo studio di esempi reali di utilizzo del linguaggio in un contesto,
puntando a identificare le forme argomentative e gli artifizi teorici utilizzati dai
partecipanti all’interazione.
Il linguaggio è senza dubbio un fenomeno intrinsecamente sociale consentendo ai
membri di una data società e cultura di interagire e comunicare fra loro. Il linguaggio,
secondo la psicologia discorsiva, sarebbe una risorsa socialmente disponibile. Nella
misura in cui condividiamo un certo stock di strumenti linguistici possiamo badare al
nostro compito di costruire delle argomentazioni coerenti con il nostro attuale scopo.
Questo stock comune di strumenti retorici e di rappresentazioni è stato denominato
«repertorio interpretativo»; in cui ci s riferisce a raggruppamenti di termini, descrizioni
e figure linguistiche complessivamente identificabili che ruotano spesso attorno a
metafore o ad immagini vivide... si tratta di risorse utilizzabili per fare delle valutazioni,
costruire la propria versione dei fatti ed eseguire certe particolari azioni.
I repertori interpretativi possono essere considerati come risorse sociali
condivise, come una cassetta degli attrezzi contenente strumenti e immagini
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linguistiche che ciascun membro di un dato gruppo sociale può utilizzare nel costruire
argomentazioni corrispondenti agli scopi del momento. Il loro uso può essere efficace
fin tanto che i membri del gruppo sociale concordino implicitamente di utilizzarli
rispettando le regole del gioco. Se tentiamo di usare un dato repertorio nella situazione
o nel contesto sbagliato le nostre argomentazioni risulteranno inefficaci.
Ci sono delle somiglianze tra la teoria delle rappresentazioni sociali e la psicologia
del discorso. Entrambe considerano l’interazione sociale come il luogo elettivo in cui le
persone costruiscono congiuntamente le risorse sociali, o come la moneta che consente
loro di entrare in rapporto reciproco, moneta che sarebbe costituita dalle
rappresentazioni sociali per la prima teoria e dai repertori interpretativi per la seconda.
Entrambe le teorie sono interessate alle produzioni linguistiche pratiche più ancora che
al linguaggio inteso come sistema stratto di regole e vedono nell’utilizzo di queste
risorse comuni una caratteristica distintiva della vita sociale. Ciascuna in base alla
rispettiva metodologia di ricerca, le due teorie condividono la predilezione per una
analisi qualitativa e naturalistica degli eventi sociali. Entrambe le teorie sono pertanto
forme sociali di psicologia. Esse si differenziano rispetto al ruolo e allo status che
attribuiscono ai processi cognitivi. Pur senza negare la possibile esistenza di processi
etichettabili come “pensiero” o come “memoria”, la psicologia del discorso non vede in
essi un prerequisito della produzione e dell’utilizzo dei repertori interpretativi. La
psicologia del discorso critica la teoria delle rappresentazioni sociali in quanto essa
sembra collocare questi processi nella testa delle persone, e a considerarli soggiacenti
all’interazione sociale che ne costituirebbe l’espressione.
La Burr afferma che tale critica distoglie l’attenzione da un tema importante e
difficile che la teoria delle rappresentazioni sociali cerca di affrontare e che la psicologia
del discorso ignora ampiamente: il tema della relazione fra il sociale e lo psicologico. La
psicologia del discorso non specifica la natura psicologica della persona utilizzatrice del
discorso, né la natura del rapporto fra quella psicologia e l’ambito sociale nel quale essa
si colloca.

IL COSTRUZIONISMO SOCIALE E LA PSICOLOGIA CRITICA.


La psicologia discorsiva sottolinea il lavoro costruttivo da noi compiuto nel creare una
spiegazione degli eventi ai quali prendiamo parte. Essa suggerisce anche che il lavoro
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interattivo e conversazionale compiuto dalle persone possa essere importante per
capire come le idee, le rappresentazioni e i repertori a disposizione di un dato gruppo o
di una data società possano diffondersi, essere adottati e fatti propri e in ultima analisi
modificati attraverso la prassi linguistica. Il corpus teorico recentemente denominato
costruzionismo sociale sottolinea invece le capacità costruttive del linguaggio come
sistema di segni ancor più delle capacità costruttive della singola persona. La psicologia
del discorso può essere considerata come una forma di costruzionismo sociale per la
sua enfasi sulla natura costruita della verità (delle sue versioni) e per la sua decisione
ferma di collocare nell’ambito sociale e interpersonale l’origine di queste costruzioni.
Il costruzionismo sociale condivide alcune radici storiche e teoriche con la psicologia
del discorso, in particolare, l’influenza dell’opera di de Saussure. Essa però trova il suo
quadro di riferimento filosofico essenzialmente nel pensiero filosofico francese
contemporaneo di Michael Foucault, con il suo approccio “decostruzionista”, e di
Jacques Derrida attento all’analisi del rapporto fra le categorie concettuali umane e il
mondo “reale”.
Per Focault, il mondo per come lo conosciamo e lo comprendiamo è qualcosa di
costruito e modellato in base ai discorsi (rappresentazioni ) correnti in una data società
in un dato momento storico. Il modo in cui i discorsi costruiscono la nostra esperienza
può essere esaminato decostruendo i testi in cui questi discorsi trovano espressione,
isolandoli e mostrando come essi operino per offrirci una particolare visione del mondo.
Jacques Derrida desiderava sottolineare come il linguaggio ci dia modo di curvare il
mondo in categorie quali sano/malato, vecchio/giovane, ma anche come queste
categorie mutino nel corso del tempo e al mutare delle situazioni sociali. I costruzionisti
sociali ritengono che non si possa in alcun modo fare affidamento sul fatto che le
categorie implicite nel linguaggio siano in qualche relazione con il mondo reale e che,
pertanto, non avrebbe probabilmente alcun senso cercare di distinguere fra la natura
reale del mondo e la nostra costruzione della realtà dal momento che non ci è mai
possibile uscire dal sistema linguistico in cui siamo e vedere il mondo allo stato puro.
Esso diffida profondamente della fiducia positivista nella possibilità di scoprire la vera
natura del mondo sociale mediante l’indagine scientifica. Tutto quel che potrebbe saltar
fuori da una siffatta indagine non sarebbe altro che una costruzione socialmente
prodotta della realtà sociale.
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Alcuni costruttivisti sociali vogliono conservare nelle loro considerazioni il riferimento
a una qualche realtà sottostante, tale approccio è noto come realismo critico. Gli
autori che si riconoscono in questa corrente temono la possibilità che il costruttivismo
sociale possa non riuscire a mettere in discussione certe costruzioni del mondo (ad
esempio che ci siano razze meno intelligenti di altre) e a difendere costruzioni
alternative (ad esempio che queste differenze di successo siano l’esito di disuguaglianze
reali di potere incorporate nella struttura sociale). il costruzionismo sociale potrebbe
condurre a una posizione in cui non saremmo più in grado di affermare con certezza
che esistano disuguaglianze reali fra le persone ma soltanto che questo sia uno dei
molti modi possibili di guardare la realtà. Vi sarebbe anche il rischio di non poter più
fare delle scelte etiche dal momento che non ci sarebbe modo di scegliere fra una
prospettiva e un’altra. I fautori del realismo critico preferiscono quindi conservare i
riferimento ad una base di condizioni materiali e sociali, ad esempio la povertà o le
disuguaglianze nelle opportunità formative e professionali e le relazioni di potere che ad
esse si accompagnano, per poter difendere un’azione politica.
Le implicazioni del costruzionismo sociale per la persona sono assai profonde. Una
visione costruzionistica sociale estremizzata vedrebbe nella persona poco più di un
prodotto inconsapevole di strutture e di processi linguistici ubiquitari ma in larga parte
invisibili, i discorsi. La nostra reale soggettività, quindi, la comprensione che abbiamo di
noi e dell’esperienza nostra e altrui, rappresenta un artefatto costruito socialmente. Il
concetto di sé si dimostra alla critica decostruzionista come un’illusione prodotta dal
nostro essere immersi in discorsi che sottolineano l’individuo e la personalità. Il
costruzionismo sociale rappresenta quindi una sfida radicale agli assunti e alle
conoscenze raccolte in ambito psicologico e psicologico sociale. in questa prospettiva,
lungi dallo scoprire la vera natura umana, la psicologia e la psicologia sociale avrebbero
attivamente preso parte alla costruzione sociale dell’individuo moderno contemporaneo
mediante la produzione su larga scala e la disseminazione di discorsi, di modi di
pensare e di rappresentare la natura umana.
I fautori della psicologia critica hanno cercato di dimostrare come la teoria e la
ricerca psicologiche abbiano finito per marginalizzare certi gruppi, per fraintendere e
distorcere l’esperienza di altri, per porre sotto silenzio o respingere la voce delle
persone che sono state soggette a ricerche in questo campo. I fautori della psicologia
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critica puntano a mostrare come la psicologia scientifica non sia mai stata, né mai potrà
essere libera da valori e come la prassi psicologica abbia inevitabilmente natura
politica. La ricerca critica e socio costruzionista mira ad analizzare i discorsi che ci
costruiscono oggi come esseri umani e a mettere a nudo le condizioni storiche e sociali
che li sostengono. Essa è interessata a permettere alle voci delle persone sottoposte ad
indagine di essere udite e adeguatamente interpretate e adotta comunemente metodi
qualitativi come l’intervista in profondità in setting naturalistici e incoraggia la
riflessione attiva o “riflessività” del ricercatore sul proprio ruolo nel processo di ricerca.

RIEPILOGO.
La teoria delle rappresentazioni sociali, la psicologia discorsiva e il costruzionismo
sociale costituiscono delle forme sociali di psicologia perchè invocano tutte, per
comprendere il mondo, un insieme di risorse socialmente prodotto e condiviso e, come
l’interazionismo simbolico, enfatizzano tutte l’importanza del linguaggio nella
produzione, nel mantenimento e nel cambiamento di questi significati. A sostegno delle
loro strategie di ricerca vi è sempre una posizione antipositivistica che orienta l’indagine
non verso una scoperta della realtà oggettiva ma verso il modo in cui le
rappresentazioni e le versioni del mondo sono costruite ed utilizzate e lo fanno
attraverso metodologie di indagine in setting naturalistici.
Le 3 prospettive teoriche si differenziano tra loro a seconda dell’attenzione
privilegiata che pongono sul microlivello individuale e dell’interazione interpersonale o
sul macrolivello della struttura sociale. Mentre la teoria delle rappresentazioni sociali e
la psicologia discorsiva sono interessate all’impiego che gli individui fanno del
linguaggio, il costruzionismo sociale è attento ai discorsi intesi come le strutture su
larga scala che trovano espressione nella costruzione dei testi linguistici e di altri
artefatti dotati di significati simbolici. Una differenza più radicale si pone invece rispetto
alo status sociale o psicologico delle rappresentazioni sociali, dei repertori interpretativi
dei discorsi. Benché sia la teoria delle rappresentazioni sociali sia il costruzionismo
sociale difendono l’idea che le persone sperimentino la realtà categorizzando gli eventi,
per gli psicologi del discorso e i costruzionisti sociali l’enfasi fortemente cognitiva della
teoria delle rappresentazioni sociali è inaccettabile. Essa finisce per collocare le
rappresentazioni nella mente delle persone e rischia cos’ di scivolare in quello stesso
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individualismo dal quale voleva distanziarsi. Tuttavia la teoria delle rappresentazioni
sociali tenta se non altro di porre la questione del rapporto fra lo psicologico e il sociale,
problema questo che la psicologia discorsiva e il costruzionismo sociale non hanno,
perlopiù, affrontato.
Una terza differenza fra le tre prospettive teoriche riguarda il grado di responsabilità
personale riconosciuto all’individuo. La teoria delle rappresentazioni sociali riconosce
chiaramente al singolo individuo un ruolo attivo nella trasmissione e nel cambiamento
delle rappresentazioni. Essa sembra riconoscerci la capacità di influire sul modo in cui le
persone e gli eventi sono categorizzati da altri mediante il modo in cui decidiamo di
usare le rappresentazioni sociali stesse. Gli psicologi discorsivi, pongono in risalto le
manovre retoriche mediante le quali le persone si sforzano di formulare delle
presentazioni credibili di se stesse. I costruzionisti sociali si differenziano tra loro per il
grado di responsabilità e libertà che riconoscono alle persone. Quelli fra loro che
occupano l’estremo del continuum vedono nella persona, l’esito, il prodotto finale delle
elaborazioni discorsive. In questa visione è molto difficile riconoscere la possibilità di n
contributo intenzionale della persona a un cambiamento o anche solo ad una riflessione
sulla posizione da essa occupata nei discorsi. Altri costruzionisti sociali preferiscono
vedere nella persona insieme l’artefice e il prodotto dei discorsi e le riconoscono la
capacità di riflettere e di accettare o rifiutare le posizioni.

LA PERSONA IN PSICOLOGIA SOCIALE.

IL MODELLO INTRAPSICHICO DELLA SOCIAL COGNITION.


Si potrebbe sostenere che la psicologia sociale ad orientamento psicologico abbia
assunto, in tempi recenti, un orientamento sempre più individualistico e intrapsichico.
In passato il suo interesse prevalente è stato spesso quello di identificare l’impatto che
la presenza di altre persone o la loro condotta esercitano sul funzionamento e sul
comportamento degli individui. È il caso degli esperimenti sulla facilitazione sociale
condotti da Triplett (1898). Le ricerche condotte su fenomeni quali l’obbedienza, il
conformismo, l’apatia dello spettatore, la presa di decisione in gruppo e l’attrazione
interpersonale sembrano rientrare in questo quadro di riferimento. Il sociale viene qui
concepito come un insieme di variabili legate alla presenza degli altri e alla loro
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condotta, capace di influenzare un individuo preesistente e confinato in se stesso. Altri
studi teorici e di ricerca, in particolare quelli attenti alle dinamiche intra e intergruppi
hanno talvolta superato i limiti di questa impostazione suggerendo che la collocazione
della persona nei gruppi sociali costituisca una fonte importante per l’identità e
l’autostima. Il ruolo sociale qui non è semplicemente quello di impattare su un individuo
preesistente ma, in qualche modo, di contribuire alla creazione dell’individuo stesso.
Gli sviluppi intervenuti nella psicologia sociale di orientamento psicologico sul finire del
Novecento si sono però tradotti in una posizione sempre più individualistica che può
essere a stento definita sociale. l’emergere del cognitivismo in psicologia e delle
scienze cognitive ha coinvolto anche la psicologia sociale. Teorie cognitivistiche sono
state svilouppate in due aree della cd social cognition: lo studio degli atteggiamenti e
quello dell’attribuzione che occupano ormai un posto centrale in psicologia sociale.
Gli atteggiamenti sono stati definiti come predisposizioni a rispondere in un certo
modo a un dato oggetto o ad una specifica classe di oggetti. La risposta all’oggetto può
coinvolgere il pensiero, l’emozione e il comportamento. Oggi l’atteggiamento viene
usato per indicare la nostra posizione valutativa generale nei confronti di un oggetto,
vale a dire la misura in cui lo consideriamo buono o cattivo o la misura in cui esso
sembra piacerci o dispiacerci. Gran parte degli studi attuali, teorici e di ricerca, si sono
incentrati sull’analisi del rapporto fra atteggiamenti e comportamenti, allo scopo di
chiarire se sia possibile prevedere il comportamento di una persona a partire da una
conoscenza dei suoi atteggiamenti. Fra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso ci
si è accorti che gli atteggiamenti generali (quali ad es la posizione politica o
l’atteggiamento verso le minoranze etniche) erano poco correlati all’espressione di
comportamenti specifici. Modelli teorici contemporanei, quali la teoria dell’azione
ragionata (Fishbein e Ajzen 1975) e la teoria del comportamento pianificato
(Ajzen 1991), suggeriscono la possibilità di prevedere il comportamento identificando a
dimensione o la forza di fattori quali l’atteggiamento verso l’attuazione di un
comportamento specifico e la percezione che abbiamo del modo in cui questo
comportamento verrebbe valutato da altri. L’intenzione di attuare un comportamento
muove dall’insieme di questi fattori ed essa sola consente di prevedere davvero a
condotta. Queste teorie tendono però a ridurre gli atteggiamenti a una combinazione
statisticamente ponderata di proprietà individuali di natura essenzialmente cognitiva.
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Analoghe considerazioni possono essere avanzate rispetto alla teoria
contemporanea dell’attribuzione causale. Essa si occupa delle valutazioni quotidiane che
ciascuno di noi compie rispetto alle cause degli eventi e dei comportamenti, propri e
altrui. La teoria dell’attribuzione causale è dominata da due paradigmi, quello di
Jones e Davis (1965) e quello di Keley (1967). Jones e Davis si sono richiamati al
precedente lavoro di Fritz Heider (1958), il quale sosteneva che le persone si
comportano come scienziati ingenui che si sforzano di comprendere gli eventi che li
circondano in termini di cause ed effetti. Jones e Davis hanno parlato di inferenze
corrispondenti. Secondo questa teoria, noi tenderemmo ad assumere che i
comportamenti e gli eventi possono essere spiegati in base alle corrispondenti
intenzioni e disposizioni delle persone. Siamo anche consapevoli, però, che il
comportamento possa essere l’esito di altri fattori quali le pressioni sociali e il desiderio
di fare bella figura di fronte agli altri. Secondo questa teoria, la possibilità di ricondurre
o meno un dato comportamento a dei fattori disposizionali dipende dall’elaborazione di
informazioni relative a tre aspetti:
1. la desiderabilità sociale o meno del comportamento;
2. il carattere usuale o inusuale del corso deliberato di azione o del comportamento;
3. la capacità che l’azione ha di influire sul soggetto percettore.
Con il principio della covariazione, Kelley sostenne che le persone considerano un
dato evento o comportamento come causa di un altro e li vedono variare insieme, se
cioè osservano l’esistenza di un rapporto che li lega. Per poter effettuare una
valutazione di questo genere dobbiamo avvalerci, secondo Kelley, di informazioni su 3
aspetti dell’evento o del comportamento osservato:
1. la coerenza, valutata guardando se la persona si comporta generalmente in quel modo in
quella data situazione;
2. la distintività, valutata guardando se la persona si comporta in genere in quel modo in
un’ampia gamma di situazioni diverse;
3. il consenso, valutato guardando se la maggioranza delle persone tende o meno a
rispondere in quel modo a quella situazione data.
La teoria prevede che la probabilità di effettuare un’attribuzione disposizionale, vale
a dire vedere nella disposizione o nella personalità dell’individuo la causa del suo
comportamento, sia massima quando la coerenza è alta e la distintività e il consenso
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sono scarsi. Entrambe le teorie dell’attribuzione considerate si appoggiano alla
sperimentazione in laboratorio, che manipola le dimensioni rilevanti di informazione e
osserva gli effetti di questa manipolazione delle variabili sull’attribuzione.
Augoustinos e Walzer sottolineano come attualmente la ricerca e la teorizzazione
nell’ambito della social cognition sembrano obbedire ad un orientamento individualistico
schiacciante dimentico che i contenuti del pensiero originano nella vita sociale, vale a
dire nell’interazione e nella comunicazione umane. I modelli di elaborazione
dell’informazione al centro della social cognition studiano i processi cognitivi a
prescindere dal contenuto e dal contesto. Pertanto, le caratteristiche sociali, collettive e
simboliche del pensiero umano vengono spesso ignorate e negate. La ricerca attuale
sulla social cognition è individualistica perché cerca all’interno della persona le cause
del comportamento.

MODELLI INTERPERSONALI E SOCIALI: AZIONE CONGIUNTA, NARRATIVA E


POSIZIONAMENTO.

Numerosi approcci più o meno recenti condividono l’interesse non soltanto a


sottolineare la componente sociale della psicologia sociale, ma anche a riformulare la
componente psicologica considerandola socialmente derivata dalla sua essenza. Come
si è visto, il Sè emerge dall’interazione con gli altri, dai ruoli sociali che giochiamo, dai
gruppi ai quali apparteniamo o aspiriamo di appartenere e dal linguaggio e dalla cultura
che condividiamo con gli altri. L’interazionismo simblico e le teorie del ruolo e
dell’etichettamento riconoscono tutte la grande importanza delle interazioni fra le
persone per lo sviluppo della soggettività.
Essere se stessi non significa semplicemente agire in modo prevedibile sulla base di
caratteristiche preesistenti di personalità. Il comportamento spesso è riconducibile a
caratteristiche specifiche delle situazioni in cui ci veniamo a trovare. Il comportamento
sociale non può essere adeguatamente inteso né come l’esito di intenzioni soggettive
né come l’impatto di fattori ambientali su un Sè preesistente. Le interazioni reciproche
comportano certamente un coordinamento del comportamento di ciascuno ma non
possono affatto essere intese, come esito prevedibile di fattori, disposizioni o intenzioni
preesistenti. L’essenza dell’interazione non può essere adeguatamente descritta come
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una sequenza di stimoli e risposte. Shotter si riferisce a questo fatto con l’espressione
di «azione congiunta» che sottolinea efficacemente l’idea che la nostra condotta
interattiva non sia in alcun modo funzione dei piani, delle intenzioni o delle disposizioni
degli individui che vi prendono parte. La nostra condotta scaturisce invece
dall’interazione, tanto che talvolta ci ritroviamo ad agire, o a dire e a pensare cose che
sorprendono noi per primi. L’azione congiunta è, quindi, un’attività spontanea,
irriflessiva, sconosciuta ma non inconoscibile.
Un modo per comprendere la direzione assunta dalle nostre interazioni e relazioni
con gli altri è di avvalersi del concetto di narrazione. Si è sostenuto che una
caratteristica fondamentale dell’essere umano sia la propensione ad inquadrare
l’esperienza dentro una struttura narrativa. Più semplicemente, ciascuno di noi inventa
delle storie su di sé, sugli altri e sugli eventi del mondo. Una storia ha una struttura
riconoscibile. Presenta un inizio, uno sviluppo e una fine e ha una sceneggiatura. Le
storie su di noi e sulle vicende che ci hanno portato a diventare le persone che siamo
non rappresentano affatto una questione puramente privata. Se la nostra storia ha un
personaggio centrale (noi), ha anche un cast di supporto composto da tutte le persone
della nostra vita, le cui azioni ci aiutano a rendere la storia credibile e vivibile. Le nostre
storie personali sono inestricabilmente connesse con i ruoli che giochiamo nelle storie
delle persone con cui siamo in relazione: familiari, amici, vicini di casa e così via.
Questo inestricabile coinvolgimento può, ovviamente, portare al conflitto. Certe dispute
nelle relazioni riguardano il bisogno d convalidare e legittimare le proprie storie facendo
sì che altri assumano i ruoli che sono stati loro assegnati. Questo modo di pensare
all’interdipendenza delle persone e delle loro storie ricorda da vicino per questo
aspetto, il cosiddetto approccio sistemico o ecologico. Questa visione del Sè come
prodotto di narrazioni negoziate con altri condivide alcuni assunti della teoria di ruolo.
L’unità di analisi non è l’individuo ma la relazione interpersonale.
Gergen, a partire da una prospettiva sociocostruzionista, ha utilizzato l’espressione
di «Sé relazionali» per sottolineare il proprio desiderio di porre in primo piano non
soltanto l’interazione interpersonale intesa come il luogo in cui costruiamo noi stessi e il
resto della nostra realtà, ma per mostrare come tutto ciò che siamo e che facciamo sia
saturo delle tracce di relazioni attuali e vicine ma anche distanti nel tempo e nello
spazio. Ogni singola interazione si appoggia e trae senso da una fitta storia di ulteriori
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interazioni, di rappresentazioni e di ricordi condivisi. Il significato della nostra condotta
può essere correttamente percepito soltanto se riconosciamo il fatto che le nostre
parole, i nostri pensieri e le nostre azioni portino costantemente traccia di significati che
sono scaturiti da altre interazioni e relazioni, passate e presenti che a loro volta
comportano un riferimento a tracce ancora più antiche e distanti.
Gli approcci teorici che sottolineano il fondamento interattivo e relazionale della
persona vedono in essa, in modo più meno esplicito, qualcosa di costruito (mediante la
partecipazione alla condotta di altri) e di costruente (nella misura in cui la condotta
personale di ciascuno è sempre parte integrante del processo costruttivo). Alcuni
fautori del costruzionismo sociale, come Gergen e Shotter, pongono al centro del loro
interesse le relazioni e le interazioni fra persone reali. Le interazioni, le conversazioni e
i dialoghi sono i luoghi elettivi in cui le persone acquistano consistenza. Altri
costruttivisti sociali sono più interessati allo studio delle capacità costruttive del
linguaggio e di altre forme simboliche (che chiamano discorsi). Le lor teorie
appartengono alla psicologia sociale in senso più stretto in quanto pongono la fonte
della capacità costruttive nel discorso più che nella persona. Il termine teorico venuto in
uso per indicare la relazione della persona rispetto al discorso è «posizionamento».
Questo termine è stato inizialmente utilizzato per indicare le posizioni dei soggetti nel
discorso e per descrivere il modo in cui «gli individui sono vincolati ai discorsi
disponibili dal momento che le posizioni nel discorso sono preesistenti all’individuo e il
suo senso di sé (la sua soggettività) e l’ambito delle esperienze possibili sono
circoscritti a questi discorsi disponibili». I discorsi ci indicano come persone di un certo
tipo e, nella misura in cui la nostra condotta e la nostra esperienza corrispondono a
quell’indicazione, si può dire che abbiamo assunto le posizioni soggettive rese
disponibili da quei discorsi. L’esempio di discorso a cui Gillies si richiama è quello della
«dipendenza» usato per rappresentare il comportamento e l’esperienza delle persone
che fumano. La tesi che molti costruzionisti vogliono sostenere rispetto a questo
posizionamento è che le identificazioni che ci sono consentite dalle posizioni del
discorso possono essere oppressive e lasciarci ben scarse possibilità di modificare la
situazione. Così, ad esempio, Gillies sostiene che il discorso che identifica i fumatori
come soggetti dipendenti sia disabilitante perché lascia loro limitate possibilità di
cambiamento e di controllo sulla loro esistenza.
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Tuttavia il concetto di posizionamento è stato anche utilizzato per riconoscere la
parte attiva che le persone giocano nell’interazione sociale per collocare se stesse entro
un particolare discorso. Questo uso del concetto di posizionamento riconosce la
capacità dei discorsi correnti in una data cultura di fornire un quadro di riferimento per
la nostra esperienza e di vincolare il nostro comportamento, ma lascia anche spazio alla
persona di impegnarsi attivamente in quei discorsi e di utilizzarli o meno nelle situazioni
sociali. Quando viene utilizzato in questa accezione, il concetto di posizionamento entra
di diritto nell’ambito di una psicologia sociale che opera in riferimento a principi
analoghi a quelli della teoria delle rappresentazioni sociali dove le rappresentazioni
sociali condivise si esprimono a livello delle singole persone ma ne sono al contempo
continuamente manipolate e modificate. Questi due approcci teorici si differenziano
però sotto altri profili, in particolare nel riconoscimento della natura cognitiva delle
rappresentazioni sociali da parte del secondo approccio e nell’enfasi sulla natura
interamente sociale dei discorsi da parte del primo. Ciononostante, entrambi gli
approcci cercano autonomamente di spiegare tanto il lato sociale quanto quello
psicologico dell’equazione.

LA RELAZIONE FRA L’INDIVIDUALE E IL SOCIALE.


La forma dominante di psicologia sociale, sommariamente descritta nel capitolo 1,
privilegia il fronte individuale della relazione individuo/società. La tesi, se non altro
implicita, è che l’individuo costituisca un’unità identificabile e coerente che preesiste
alla società. Quest’ultima viene concepita come un insieme di variabili che intervengono
nel funzionamento individuale e influiscono su di esso. In questa visione opera un
dualismo intrinseco per il quale l’individuo e la società, pur capaci di influenzarsi
reciprocamente, vengono intesi come fenomeni indipendenti. Le discipline della
psicologia e della sociologia sono pertanto considerate come settori a sé stanti,
deputate al compito di indagare rispettivamente l’oggetto individuo e l’oggetto società.
Un effetto di questa contrapposizione teorica è il sorgere di un interesse per la
questione dell’autonomia personale che ci spinge a impelagarci in un dibattito sul
determinismo e la libertà, a chiederci cioè fino a che punto la nostra volontà sia libera,
in che misura le nostre azioni sono scelte liberamente o sono invece l’esito di forze di
cui non siamo consapevoli. Per la psicologia umanistica di Maslow e di Rogers, gli
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individui sono fondamentalmente liberi di scegliere il cammino del loro futuro sviluppo
(se sono liberi da vincoli materiali e dai limiti imposti dalle convenzioni sociali). Per il
comportamentismo di Watson e Skinner, invece, ogni nostra condotta è
necessariamente determinata dalle situazioni di rinforzo presenti o meno nell’ambiente
(non necessariamente quello sociale). per la teoria psicodinamica di Freud o della Klein,
ancora, la psicologia della persona è determinata da relazioni e traumi precoci ai quali
non è possibile sfuggire. Per la psicologia sociale dominante il dibattito fra libertà e
determinismo si esprime infine nella domande se e in che misura il comportamento sia
l’esito di forze sociali, magari invisibili. Ci si comincia a preoccupare di quanto certi
possiamo essere della razionalità delle nostre azioni (della loro indipendenza dall’istinto
e dell’autonomia dei nostri pensieri. Le tematiche scaturite dalla ricerca sulla psicologia
sociale dei gruppi, sul comportamento delle folle, sull’obbedienza e sul conformismo si
riferiscono tutte, in qualche misura, al citato dibattito fra libertà e determinismo.
Benchè molti autori si siano sforzati di sostenere che la persona contribuisca alla
costruzione oltre ad essere costruita, i processi attraverso i quali questo processo
bidirezionale avrebbe luogo non sono stati chiariti. Il costruzionismo sociale corre quindi
il rischio di riprodurre l’identico dualismo tra individuo e società sul quale la psicologia
sociale dominante si è fondata, questa volta a vantaggio della polarità sociale della
dicotomia invece che di quella individuale.
Paradossalmente, è proprio il lavoro dei primi autori della tradizione
dell’interazionismo simbolico a fondare l’orientamento sociocostruzionista
contemporaneo in psicologia; non solo, ma a spiegare pienamente il rapporto tra
individuale e sociale senza incorrere nel dualismo di ci si diceva. Trent’anni or sono, i
sociologi Berger e Luckmann scrissero un lavoro intitolato La realtà come costruzione
sociale nel quale, richiamandosi al pensiero dell’interazionismo simbolico, sostenevano
che il mondo sociale, nonostante la sua apparenza di entità oggettiva e distinta, fosse
una costruzione dell’azione e dell’interazione umana. Tuttavia, non bisogna dimenticare
che gli esseri umani sono a loro volta esseri intrinsecamente sociali. Berger e Luckmann
vedevano nel rapporto fra individuo e società una relazione dialettica nella quale gli
esseri umani costruiscono e rinnovano di continuo il mondo sociale che poi retroagisce
sull’individuo. Esprimono la natura circolare di questo processo continuo in questi

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termini: «la società è un prodotto umano. La società è una realtà oggettiva. L’uomo è
un prodotto sociale» .
Secondo Berger e Luckmann, ci sono 3 aspetti di questo processo circolare che
spiegano perchè gli esseri umani costruiscono una realtà sociale e sono a loro volta
costruiti. Questi 3 aspetti o modalità sono l’esteriorizzazione, l’oggettivazione e
l’interiorizzazione. Il fondamento di questo processo è l’espressività umana, vale a
dire la capacità umana di produrre oggetti e simboli in grado di veicolare significati al di
là del contesto spazio-temporale immediato.
Quando la soggettività e l’esperienza umane divengono di dominio pubblico,
vengono esteriorizzate e diventano disponibili e accessibili ad altri, al di là della nostra
consapevolezza personale. Al contempo questa esteriorizzazione è resa possibile dalla
capacità di attribuire un significato ad oggetti e segni. Il pugnale è un oggetto, ma è
diventato anche l’oggettivazione di un atto aggressivo e in questo modo può continuare
a condurre una vita propria come segno utilizzabile da altri in diverse occasioni per
indicare atti aggressivi. Le oggettivazioni possono quindi distanziarsi dall’immediatezza,
dalle espressioni primarie della soggettività umana che le hanno originate. Segni, gesti
e parole sono altrettante forme di oggettivazioni, anche se no hanno la stessa natura
concreta, fisica dei pugnali, perchè veicolano significati espressivi, esteriorizzati che
possono essere in qualche modo colti. Il processo di interiorizzazione conclude il ciclo
dal momento che i significati sono trasmessi alle generazioni future attraverso
l’acquisizione del linguaggio e della socializzazione infantile. la socializzazione consiste
nel saper leggere il significato attribuito nella società in cui viviamo ad eventi
oggettivati, artefatti, parole e segni. Attraverso la socializzazione diventiamo capaci di
comprendere le parole e le azioni altrui e di prender parte a forme significative di
interazione con gli altri.

L’INTERPRETAZIONE DELLA PERSONA IN PSICOLOGIA SOCIALE.


La persona non può essere adeguatamente intesa a prescindere dal contesto sociale nel
quale si manifestano suoi comportamenti e le sue esperienze. Se insistiamo nel
considerare le persone come un’entità in sè conclusa e preesistente alla società, la
nostra comprensione ne verrà inevitabilmente distorta e resa parziale. Per alcuni
modelli il contesto sociale è costituito dal gruppo o dai gruppi di appartenenza (o di
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riferimento). Per altri modelli dalle relazioni interpersonali e dalle interazioni quotidiane
alle quali prendiamo parte. per altri ancora dalle più ampie rappresentazioni culturali e
dalle strutture linguistiche da cui derivano la nostra comunicazione e i nostri pensieri.
La maggioranza delle prospettive sociali ritengono che la persona sia impegnata in
vario modo in un processo dinamico che implica sempre la presenza di altri. Il senso di
sé, l’identità e il comportamento non sono fissi e predeterminati ma vengono invece
negoziati, costruiti e prodotti all’interno di contesti sociali. Secondo numerose
prospettive, dall’interazionismo simbolico alla teoria del ruolo, dalla teoria
dell’etichettamento al costruzionismo sociale, per quanto non vi sia alcuna essenza ad
inspirarne l’esperienza e il comportamento, la persona non è mai interamente
autodeterminata, libera di scegliere la propria identità. Ciascuno di noi si sforza di
definire chi è e come può comportarsi nel contesto delle aspettative sociali, dei ruoli,
delle narrazioni e dei discorsi in cui si trova coinvolto. Ciascuno di noi è pertanto un
essere capace di azione e riflessione costantemente all’opera per produrre se stesso,
con l’aiuto o senza di altri membri del suo mondo sociale.
Tutto ciò ci confronta con una nuova prospettiva in merito alla questione della
libertà personale, della scelta e delle possibilità di cambiamento. Se rifiutiamo l’idea
deterministica secondo la quale l’esperienza e il comportamento personale siano il
prodotto di strutture cognitive o essenziali interne o in alternativa di fattori sociali
interferenti, non possiamo neppure accettare l’idea di avere una libertà di scelta così
totale. Tuttavia, se abbandoniamo il determinismo ritenendolo un quadro di riferimento
inadatto a capire le persone e lo sostituiamo con qualche forma di costruzione
congiunta, possiamo cominciare a vedere che ciò che siamo e ciò che facciamo è in
mano nostra oltre che in quella di altri. Identità e comportamento sono progetti
indeterminati sulla cui direzioni possiamo esercitare qualche influenza.

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