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STUDI SUL BOCCACCIO

FONDATI E GIÀ DIRETTI DA VITTORE BRANCA

DIREZIONE: GINETTA AUZZAS, CARLO DELCORNO, MANLIO PASTORE STOCCHI

Volume quarantatreesimo

Editi sotto gli auspici dell’Ente Nazionale Giovanni Boccaccio

LE LETTERE - FIRENZE 2015

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LA LETTERA DI BOCCACCIO A MARTINO DA SIGNA:

ALCUNE PROPOSTE INTERPRETATIVE*

1. Il giudizio di Boccaccio sul Bucolicum carmen di Petrarca

La lettera che nel 1374 Giovanni Boccaccio indirizzò a Martino

da Signa, frate dell’ordine degli Eremitani di sant’Agostino e profes-

sore di Sacra Pagina, è probabilmente la più citata tra le epistole del Certaldese. Generalmente considerata la “lettera prefatoria” al Buc- colicum carmen, è nota soprattutto per la parte iniziale, in cui è trac- ciata per sommi capi una storia del genere bucolico:

Theocritus syragusanus poeta, ut ab antiquis accepimus, primus fuit qui greco car- mine buccolicum excogitavit stilum, verum nil sensit preter quod cortex ipse verbo- rum demonstrat. Post hunc latine scripsit Virgilius, sed sub cortice nonnullos abscon- dit sensus, esto non semper voluerit sub nominibus colloquentium aliquid sentire- mus. Post hunc autem scripserunt et alii, sed ignobiles, de quibus nil curandum est, excepto inclito preceptore meo Francisco Petrarca, qui stilum preter solitum pau- lulum sublimavit et secundum eglogarum suarum materias continue collocutorum nomina aliquid significantia posuit (§ 1)

1

.

Appare ormai consolidata un’interpretazione complessiva di que- sto brano che sottolinea una ferma critica di Boccaccio nei confron-

ti delle bucoliche petrarchesche. Utili per comprendere questa tesi so-

no

le parole di Antonia Tissoni Benvenuti, che istituisce un rapporto

di

causa-effetto tra l’allegoria delle egloghe e l’innalzamento dello

stile bucolico operato da Petrarca: «Già nella Firenze contemporanea

* Ringrazio Marco Petoletti con il quale mi sono confrontato a lungo sui testi boc- cacciani. 1 G. BOCCACCIO, Epistole e lettere, a cura di G. Auzzas, con un contributo di A. Campana, in Tutte le opere di Giovanni Boccaccio, a cura di V. Branca, vol. V/1, Milano, Mondadori, 1992, p. 712. Tutte le citazioni dalle epistole di Boccaccio saranno riprese da questa edizione; i corsivi sono miei.

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si erano levate voci che accusavano il Petrarca di avere travisato la pe-

culiarità dello stile bucolico, elevandolo troppo a causa della continua presenza dell’allegoria: accusa condivisa dallo stesso Boccaccio che, nello specifico campo della poetica bucolica se non del tutto nella prassi, si distacca dal venerato maestro preferendogli Virgilio» 2 . Più

di recente questa posizione è ribadita nella sostanza da Luciano Gar- gan in un recente articolo dedicato alla corrispondenza bucolica tra Dante e Giovanni del Virgilio: «quando, nel 1372, scrivendo all’ago- stiniano Martino da Signa, tracciò una breve storia del genere pasto- rale, omise sì, apparentemente di proposito, il nome di Dante, ma del suo maestro Petrarca si permise di dire che nel suo Bucolicum carmen aveva fatto uso eccessivo dell’allegoria nei riferimenti a per-

sonaggi ed eventi contemporanei (“secundum eglogarum suarum materias continue collocutorum nomina aliquid significantia po- suit”) e, nei confronti dell’humilitas stilistica riconosciuta da Servio come elemento costitutivo della poesia bucolica, aveva sollevato lo stile alquanto oltre l’usato (“stilum preter solitum paululum subli- mavit”)» 3 . Significativamente il medesimo aggettivo «eccessivo», in relazione all’impiego dell’allegoria nel Bucolicum carmen petrarche- sco, ricorre nelle parole di Simona Lorenzini in un importante vo- lume che ha il merito di mettere a fuoco la tradizione bucolica tre- centesca: «[…] Boccaccio non mancò di rilevare, nella lettera a Mar- tino da Signa, discrasie e divergenze tra la bucolica petrarchesca e la lezione virgiliana […] nei termini di uno stile impropriamente alto

e di un eccessivo ricorso allo strumento allegorico» 4 . Secondo la studiosa Boccaccio «rimproverava a Petrarca di nascondere conti-

2 A. TISSONI BENVENUTI, Schede per una storia della poesia pastorale nel secolo XV:

la scuola guariniana a Ferrara, in In ricordo di Cesare Angelini. Studi di letteratura e filolo- gia, a cura di F. Alessio e A. Stella, Milano, Il Saggiatore, 1979, pp. 96-145, alla p. 97.

3 L. GARGAN, Dante e Giovanni del Virgilio: le «egloghe» (2010), in Dante, la sua bi- blioteca e lo Studio di Bologna, Roma-Padova, Antenore, 2014, pp. 112-141: 133-134. La datazione della lettera, a lungo incerta tra il 1372 e il 1374, è stata ora ricondotta persua- sivamente al 1374 da M. PETOLETTI, Epistole, in Boccaccio autore e copista, Firenze, Biblio- teca Medicea Laurenziana, 11 ottobre 2013-11 gennaio 2014, a cura di T. De Robertis, C.M. Monti, M. Petoletti, G. Tanturli, S. Zamponi, Firenze, Mandragora, 2013, p. 240.

4 S. LORENZINI, La corrispondenza bucolica tra Giovanni Boccaccio e Checco di Me- letto Rossi. L’egloga di Giovanni del Virgilio ad Albertino Mussato, Firenze, Olschki, 2011, p. 22. Cfr. la recensione al volume di M. PETOLETTI in «Studi sul Boccaccio», XLI, 2012, pp. 391-397.

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nuamente significati sotto i nomi degli interlocutori delle sue eglo- ghe» 5 . Boccaccio non muove, secondo me, particolari critiche o rimpro- veri nei confronti del suo inclitus preceptor, ma individua acutamen- te due caratteristiche basilari delle egloghe petrarchesche: la sistema- ticità nell’attribuire ai nomi dei collocutores precisi significati e l’ave- re elevato lo stile pastorale un poco oltre la consuetudine. I collocutores delle egloghe di Petrarca alludono infatti a perso- naggi storici identificabili. Proporrei la traduzione dell’avverbio con- tinue con «sistematicamente», oppure «costantemente». Da notare che Boccaccio non si riferisce in senso lato all’allegoria delle egloghe, ma a un aspetto specifico, circoscritto e definito: l’interpretazione dei nomina collocutorum. È necessario precisare che la lettera di Boccac- cio a Martino da Signa, spesso definita come una prefazione al Buc- colicum carmen, è tecnicamente una lettera “privata” ed è stata origi- nariamente concepita come una responsiva 6 . Essa risponde infatti a una precisa richiesta del frate agostiniano, che lo aveva interpellato chiedendogli due chiarimenti a proposito delle sedici egloghe: il signi- ficato dei tituli e la spiegazione dei nomina dei collocutores. Il Certaldese esaudisce la richiesta e illustra a frate Martino che, in merito ai nomi delle maschere loquentes (non per quanto concer- ne il sistema allegorico in senso lato), ha scelto di seguire non l’esem- pio di Petrarca, ma quello di Virgilio, che non fu sistematico nel con- ferire loro significato, ossia nell’identificare con personaggi reali o precise figure tutti i nomina colloquentium: «Ex his ego Virgilium se- cutus sum, quapropter non curavi in omnibus colloquentium nomini- bus sensum abscondere» (§ 2). A mio giudizio deve essere un poco cor- retta la tesi di Gianvito Resta che, in relazione a questo passo, ha af- fermato come Boccaccio esprima «una posizione di dissenso […] che denunzia le distanze assunte dal modello del venerato maestro, appunto, per una precisa scelta retorica, ad una più stretta ripresa di

5 S. LORENZINI, La corrispondenza bucolica…, cit., p. 31.

6 Come ha spiegato Giuseppe Billanovich, la lettera è trasmessa in due redazioni con lievi differenze: la prima porta la data 5 maggio; la seconda, che reca invece la data 10 ot- tobre, è stata accorciata nella parte finale (omettendo l’accenno a dissidi tra frati) e ridot- ta effettivamente a epistola explanatoria, ovvero accessus del Buccolicum carmen: G. BIL- LANOVICH-F. Č ÀDA, Testi bucolici nella biblioteca di Boccaccio, in «Italia medioevale e umanistica», IV, 1961, pp. 201-221: 212-213.

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quello virgiliano: ex his ego Virgilium secutus sum» 7 . Credo che me- riti di essere considerata la proposizione dichiarativo-causale succes- siva, che specifica e circoscrive la ragione di questa presa di posizio-

ne programmatica del Certaldese: «…quapropter non curavi in om-

nibus colloquentium nominibus sensum abscondere». L’adesione al-

lo schema virgiliano e la distanza assunta rispetto alla bucolica petrar-

chesca è relativa ai nomina colloquentium: Boccaccio afferma infatti

di non avere attribuito, a differenza di Petrarca, un senso preciso ai

nomi di tutti i collocutores delle sue bucoliche, seguendo, per questo aspetto, Virgilio 8 . Come affermò Guido Martellotti «è questo forse l’unico punto in cui Boccaccio, anche tardi, quando riunì e rielaborò il suo Buccolicum carmen, osò discostarsi dall’esempio del maestro» 9 . Non si stupisca quindi frate Martino, che aveva chiesto a Boccaccio il senso dei tituli e dei nomina dei collocutores, se nelle egloghe del Buccolicum carmen molti nomi dei colloquentes non abbiano celato al- cun significato: «…et ob id, cum desideres tam titulorum quam etiam nominum colloquentium in eglogis meis sensum, nolo mireris, magi- ster optime, si absque significato nonnulla colloquentium nomina com- peries: de titulis non sic, omnes enim accurate apposui» (§ 2). E così,

illustrando una a una le egloghe, sia per i titoli (per i quali dice di es- sere stato invece accurato e sistematico), sia per i nomi dei collocuto- res, Boccaccio dichiara talvolta: «Nominibus autem collocutorum nullum significatum volui, eo quod minime videretur oportunum» (§ 6); «Collocutores duo sunt, Amintas et Melibeus, pro quibus nil penitus sentio» (§ 12); «Archas autem pro quocunque homine exte-

ro potest accipi, et ideo nullam nomini significationem propriam vo-

lui» (§ 18). Per un collocutor della quattordicesima egloga il Certalde-

se ammette addirittura di non ricordarsi il significato del nome, e

7 G. RESTA, Codice bucolico boccacciano, in I classici nel Medioevo e nell’Umanesimo.

Miscellanea filologica, Genova, Istituto di Filologia Classica e Medievale, 1975, pp. 59-90:

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8 Da notare tuttavia la cautela di Resta, che reca una precisazione nella nota a piè di pagina: «Però nella stessa bucolica boccacciana il ricordo esplicito del precedente petrar- chesco ritorna più volte […] spesso accanto a quello virgiliano, quasi a marcare una vici- nanza che è anche continuità di tradizione e di valori» (RESTA, Codice bucolico…, cit., p. 65, n. 10).

9 G. MARTELLOTTI, La riscoperta dello stile bucolico. Da Dante al Boccaccio (1966), in ID., Dante e Boccaccio e altri scrittori dall’Umanesimo al Romanticismo, con una premes- sa di U. BOSCO, Firenze, Olschki, 1983, pp. 91-106: 96.

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chiede che sia perdonata la sua debole memoria di vecchio: «Terapon huius significatum non pono, quia non memini, nisi iterum revisam librum ex quo de ceteris sumpsi, et ideo ignoscas: scis hominum me- moriam labilem esse, et potissime senum» (§ 28) 10 . Delle prime due egloghe, Galla e Pampinea, giudicate di nessun valore ed espressione della sua giovanile lascivia, esorta addirittura il destinatario a non curarsi né dei nomi dei collocutores, né dei loro titoli: «De primis dua- bus eglogis seu earum titulis vel collocutoribus nolo cures: nullius enim momenti sunt, et fere iuveniles lascivias meas in cortice pan- dunt» (§ 4). Ritenere quindi che Boccaccio contesti a Petrarca poeta bucoli- co «l’uso eccessivo dell’allegoria nei riferimenti a personaggi ed even- ti contemporanei» sembra interpretazione lontana dalle reali intenzio- ni della lettera a Martino da Signa, scritta essenzialmente per spiega- re il nome dei collocutores (peraltro nel dettato dell’epistola non si tro- va cenno alcuno ad «eventi contemporanei») 11 . Per Boccaccio la poesia è intrinsecamente e per sua natura alle- gorica, in special modo quando raggiunge i vertici più alti: essa cela, riposti sotto la corteccia delle finzioni, significati ulteriori e altri. Pro- prio in questo consiste il dovere del poeta dichiarato nelle Esposizio- ni sopra la Comedia: «Appresso, è l’uficio del poeta, sì come per le co- se sopradette assai chiaro si può comprendere, questo nascondere la verità sotto favoloso e ornato parlare: il che avere sempre fatto i va- lorosi poeti si troverrà da chi con diligenza ne cercherrà» (Esp. I, esp. litt., 78) 12 . È emblematico che Boccaccio utilizzi il termine “allegoria” in un significativo luogo del Trattatello proprio in riferimento alle pa- role di Cristo nel Vangelo e in cui la stessa poesia è identificata con la teologia:

10 La stessa “amnesia” si riscontra nell’autografo del Buccolicum carmen, ms. Ricc. 1232, dove, al f. 69r, a chiosa del nome Terapon nell’egloga XIV, Boccaccio annota sul margine destro «Terapon grece», senza completare l’esegesi con il significato latino, co- me invece fa sistematicamente con i nomi grecizzanti nelle altre egloghe, soprattutto la XV, Phylostropos.

11 L. GARGAN, Dante e Giovanni del Virgilio…, cit., p. 134.

12 G. BOCCACCIO, Esposizioni sopra la Comedia di Dante, a cura di G. Padoan, in Tutte le opere di Giovanni Boccaccio, vol. VI, Milano, Mondadori, 1965, p. 36.

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Dico che la teologia e la poesia quasi una cosa si possono dire, dove uno medesimo

sia il suggetto; anzi dico più: che la teologia niuna altra cosa è che una poesia di Dio.

E che altra cosa è la poetica finzione della Scrittura dire che Cristo essere ora leone

e ora agnello e ora vermine, e quando drago e quando pietra, e in altre maniere mol- te, le quali volere tutte raccontare sarebbe lunghissimo? Che altro suonano le paro-

le del Salvatore nello evangelio, se non un sermone da’ sensi alieno? Il quale parlare

noi con più usato vocabolo chiamiamo «allegoria». Dunque bene appare, non sola- mente la poesì essere teologia, ma ancora la teologia essere poesia [Trattatello, §§ 154- 155] 13 .

Nella prospettiva del Certaldese la ricchezza di significati allego- rici sotto il velo delle fabulae costituisce un valore aggiunto all’opera poetica, non motivo di critica o biasimo. Nel cap. XII (Damnanda non est obscuritas poetarum) del XIV libro della Genealogia l’autore difen- de addirittura con appassionata eloquenza l’obscuritas delle opere poetiche e ammonisce i poeti stessi a non sviscerare troppo facilmen- te le verità avvolte nel pallio delle finzioni, badando invece con tutto lo zelo possibile a tenerle ben coperte, a nasconderle alla vista, per- ché non finiscano svilite per eccessiva familiarità, e perché siano sot- tratte agli occhi di coloro che hanno le menti intorpidite. Il concetto era già stato espresso nella prima redazione del Trattatello:

Manifesta cosa è che ogni cosa, che con fatica s’acquista, avere alquanto più di dol- cezza che quella che vien senza affanno. La verità piana, perciò ch’è tosto compresa con piccole forze, diletta e passa nella memoria. Adunque, acciò che con fatica ac- quistata fosse più grata, e perciò meglio si conservasse, li poeti sotto cose molto ad essa contrarie apparenti, la nascosero; e perciò favole fecero, più che altra coperta, perché la bellezza di quelle attraesse coloro, li quali né le dimostrazioni filosofiche, né le persuasioni avevano potuto a sé tirare. Che dunque direm de’ poeti? […] fu- rono nelle loro operazioni di profondissimo sentimento, quanto è nel frutto nasco- so, e d’eccellentissima e d’ornata eloquenzia nelle cortecce e nelle fronti apparenti [Trattatello, §§ 152-153].

Analogamente a quanto esposto nel Trattatello o nelle tarde Espo- sizioni, nascondere le verità sotto il velo delle finzioni costituisce il do-

13 G. BOCCACCIO, Trattatello in laude di Dante, a cura di P.G. Ricci, in Tutte le ope- re di Giovanni Boccaccio, vol. III, Milano, Mondadori, 1974, p. 475. Da questa edizione sono tratte le successive citazioni con la relativa indicazione del paragrafo (si rimanda sem- pre alla prima redazione dell’opera).

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vere stesso del poeta, che non deve quindi essere motivo di biasimo, ma di approvazione. Per quanto possano apparire oscuri, i poeti so- no sempre comprensibili per un intelletto integro e sano:

Verum non ob id, ut isti volunt, iure damnanda, cum inter alia poete officia sit non eviscerare fictionibus palliata, quin imo, si in propatulo posita sint memoratu et ve- neratione digna, ne vilescant familiaritate nimia, quanta possunt industria tegere et ab oculis torpentium auferre. Et si, quod ad eos spectat, fecere solertes, non execran- di, sed commendandi potius poete venient. Et ideo, ut iam dictum est, fateor illos non nunquam obscuros esse, sed extricabiles semper, si sanus ad eos accesserit intellec- tus [Gen. XIV 12, 8-9] 14 .

I poeti non hanno celato le verità per invidia, e nemmeno voglio- no negare ai lettori i significati allegorici solo per fare sfoggio del lo- ro artifizio, ma per custodirle meglio e non svilirle. Avvalendosi del- l’auctoritas di sant’Agostino, Boccaccio giustifica i poeti in virtù del- l’obscuritas propria della Sacra Scrittura, ovvero dell’opera stessa del- lo Spirito Santo:

Nec sit quis existimet a poetis veritates fictionibus invidia conditas, aut ut velint om- nino absconditorum sensum negare lectoribus, aut ut artificiosiores appareant, sed ut, que apposita viluissent, labore ingeniorum quesita et diversimode intellecta com- perta tandem faciant cariora. Quod longe magis Sanctum fecisse Spiritum unusqui- sque, cui sana mens est, debet pro certissimo arbitrari. Quod per Augustinum in li- bro Celestis Ierusalem XI firmari videtur, dum dicit: «Divini sermonis obscuritas etiam ad hoc est utilis, quod plures sententias veritatis parit et in lucem notitie pro- ducit, dum alius eum sic, alius sic intelligit» etc. [Gen. XIV 12, 9-10].

Come ha insegnato Petrarca nelle Invective contra medicum, le verità conquistate con più fatica e con maggiore esercizio e sforzo in- terpretativo finiscono per essere le più care e più facilmente si conser- vano nella memoria:

In quibus summopere a poetis servatur stili maiestas, et eiusdem dignitas retinetur, ut ait Contra medicum in libro Invectivarum III Franciscus Petrarca. Nec, ut ipsi ar- bitrari videntur, carpere nequentibus invidetur “sed, dulci labore preposito, delec-

14 G. BOCCACCIO, Genealogie deorum gentilium, a cura di V. Zaccaria, in Tutte le ope- re di Giovanni Boccaccio, cit., vol. VII/2, Milano, Mondadori, 1998, p. 1432. Da questa edi- zione si trae il testo nelle citazioni seguenti.

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tationi simul memorieque consulitur; cariora sunt enim, que cum difficultate quesi- vimus, accuratiusque servantur” [Inv. III 179] ut idem, ubi supra, Franciscus testa- tur 15 [Gen. XIV 12, 15].

In virtù della vigorosa apologia delle fabulae poetarum e della lo- ro intrinseca e necessaria obscuritas condotta negli ultimi libri della Ge- nealogia, debitrice in più punti della lezione petrarchesca, non è pos- sibile leggere nelle parole della lettera a Martino da Signa una conte- stazione di eccesso nell’uso dello strumento allegorico da parte di Pe- trarca nelle sue dodici egloghe. Da notare inoltre che al cap. 22 (Poe- tici nominis hostes orat autor ut se in melius vertant consilium) dello stesso libro XIV della Genealogia il Certaldese esalta le finzioni alle- goriche dei poeti cristiani, scegliendo significativamente proprio il Bu- colicum carmen di Petrarca abbinato alla Commedia di Dante. Queste due opere dei suoi auctores “moderni” sono addotti da Boccaccio co- me esempi sommi di poesia, capaci di serbare, nascosti sotto il velo del- le favole, significati in linea con la fede e la dottrina cristiana:

Plures enim ex nostris poete fuere et adhuc sunt, qui sub tegminibus fictionum suarum christiane religionis devotos sacrosque sensus commendavere. Et, ut ex mul- tis aliquid ostensum sit, noster Dantes, dato materno sermone, sed artificioso, scriberet, in libro, quem ipse Comediam noncupavit, defunctorum triplicem status iuxta sacre theologie doctrinam designavit egregie. Et illustris atque novissimus poe- ta Franciscus Petrarca in suis Buccolicis sub velamine pastoralis eloquii veri Dei et in- clite Trinitatis laudes irasque eius in calcantes ignavia Petri naviculam mira descrip- tione notavit. Stant volumina et intelligere volentibus sensus apparent. Hos ultra vi- gent Prudentii atque Sedulii carmina, sacram sub tegumento expromentia veritatem. Et Arator, non solum christianus homo, sed romane Ecclesie sacerdos et cardo, he- roico carmine Apostolorum gesta more cantando poetico designavit. Iuvencus insu- per, hyspanus homo, sed eque christianus, sub velamento hominis, bovis, aquile et leonis Christi, fili Dei vivi Redemptoris nostri, actus omnes etiam fingendo compo- suit [Gen. XIV 22, 8-9].

Dante e Petrarca sono i poeti del suo tempo continuatori della poesia cristiana tardoantica rappresentata da Prudenzio e Sedulio, Aratore e Giovenco. Analogamente le egloghe petrarchesche, in virtù

15 Il rimando alle Invettive petrarchesche è dato secondo la recente edizione F. PE- TRARCA, Invective contra medicum. Invectiva contra quendam magni status hominem sed nullius scientie aut virtutis, a cura di F. BAUSI, Firenze, Le Lettere, 2005.

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dei loro sensi e degli insegnamenti celati sub cortice, sono addotte co- me esempio principe di poesia cristiana nelle Esposizioni sopra la Co- media:

Ma i poeti cristiani, de’ quali sono stati assai, non ascosero sotto il loro fabuloso par- lare alcuna cosa non vera, e massimamente dove fingessero cose spettanti alla divi- nità e alla fede cristiana: la qual cosa assai bene si può cognoscere per la Buccolica del mio eccellente maestro, messer Francesco Petrarca, la quale chi prenderà e aprirrà, non con invidia, ma con caritevole discrezione, troverrà sotto alle dure cortecce sa- lutevoli e dolcissimi ammaestramenti; e similmente nella presente opera [la Comme- dia], sì come io spero che nel processo aparirà [Esp. I, esp. litt., 77].

La Commedia dantesca e il Bucolicum carmen petrarchesco rea- lizzano secondo Boccaccio «un medesimo tipo di allegoria poetica in nulla dissimile da certe allegorie bibliche» 16 . Non stupisce infatti che i due autori novissimi siano stati annoverati tra le massime espressio- ni della poesia anche in un altro luogo strategico della Genealogia, il celebre cap. 10 (Stultum credere poetas nil sensisse sub cortice fabula- rum) dello stesso quattordicesimo libro. Boccaccio ritiene il Bucoli- cum carmen la massima prova poetica del suo preceptor, celebrato co- me poeta e modello di vita cristiana. Il Certaldese allude all’opera fa- cendo menzione del nome di quattro personaggi delle bucoliche pe- trarchesche: Gallo e Tirreno, i collocutores della IV egloga, Dedalus, incentrata sul tema della poesia, nonché Panfilo e Mizione, i pastori colloquentes della VI, Pastorum pathos, maschere rispettivamente del- l’apostolo Pietro e di papa Clemente VI. Questo è il passo della Ge- nealogia:

Quis insuper adeo insanus erit, ut putet preclarissimum virum atque christianissi- mum Franciscum Petrarcham, cuius vitam et mores omni sanctitate laudabiles vidi- mus ipsi, atque, prestante Deo, diu videbimus, et quo neminem magis redimentem non dicam tempus tantum, sed quoscunque temporis labentis athomos noscimus, ex- pendisse tot vigilias, tot sacras meditationes, tot horas, dies et annos, quot iure pos- simus existimare inpensos, si Buccolici sui carminis gravitatem, si ornatum, si verbo-

16 Riprendo l’efficace espressione da C. MÉSONIAT, Poetica theologia. La “Lucula noc- tis” di Giovanni Dominici e le dispute letterarie tra ’300 e ’400, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1984, p. 91. Il volume dedica ampia trattazione alle opere di Boccaccio, so- prattutto nel capitolo Il “poeta teologo” e il poeta cristiano negli scritti di Boccaccio, alle pp.

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rum exquisitum decus pensemus, ut Gallum fingeret Tyrheno calamos exposcentem, aut iurgantes invicem Panphylum et Mitionem et alios delirantes eque pastores? Nemo edepol sui satis compos assentiet; et longe minus qui viderunt que scripserit soluto stilo in libro Solitarie vite et in eo, quem titulavit De remediis ad utranque for- tunam, ut alios plures omictam [Gen. XIV 10, 4].

È interessante osservare che in questa rassegna dei massimi esem- pi di poesia, ricca di verità e sensi profondi occultati sotto il velame favoloso delle fictiones, dopo aver citato le tre opere virgiliane, la Commedia di Dante e il Bucolicum carmen di Petrarca, il Certaldese adduca con una certa timidezza la propria raccolta bucolica: «Possem preterea et meum Buccolicum carmen inducere, cuius sensus ego sum conscius, sed omictendum censui, quia nec adhuc tanti sum ut inter prestantes viros misceri debeam, et quia propria sunt alienis linquen- da sermonibus» (Gen. XIV 10, 6). La seconda peculiarità del Petrarca bucolico è l’aver elevato lo stile pastorale «un pochino» (paululum) sopra la consuetudine (pre- ter solitum) 17 . Non si tratta di una critica, men che meno di una boc- ciatura, bensì di una semplice constatazione dell’innalzamento dello stilus pastorale, alla luce di quanto lo stesso poeta aretino aveva scrit- to nella Sen. II 1. Questa lettera, indirizzata da Venezia il 13 marzo 1363 proprio a Boccaccio, fu elaborata per rispondere alle critiche mosse all’Africa, nello specifico ai versi con il lamento di Magone mo- rente, ma anche, nella parte finale, al Bucolicum carmen 18 . Petrarca stesso, che rivendicava ai detrattori di non essere ignaro dello sche- ma dei tria genera dicendi della retorica, riconosceva di aver elevato lo stile bucolico più dell’humilitas richiesta dalla poesia pastorale, ma dichiarava di sopportare senza difficoltà questa accusa, che addi- rittura costituiva per lui motivo di orgoglio:

Altior in Bucolicis, ut aiunt, stilus est meus quam pastorii carminis poscat humilitas.

17 Risulta imprecisa la traduzione dell’avverbio con «alquanto», come si legge nel- l’edizione di G. BOCCACCIO, Epistole, ed. G. Auzzas, cit., p. 713. Cfr. L. GARGAN, Dante e Giovanni del Virgilio…, cit., p. 134: «aveva sollevato lo stile alquanto oltre l’usato».

18 Boccaccio accenna alle polemiche sull’Africa e a questa Senile nell’epistola a Pie- tro Piccolo di Monteforte: «Sic credo non noveris quid aliqui concives mei suique, non parvi momenti homines, in orationem illam Magonis morientis, preter velle suum vagam, iniecerint: adversus quos ad me scripta grandis et querula et confutationum in morsores plena extat epistola» (Epist. XX 37).

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Omni utinam alio crimine careant que scripsi omnia et que scribam! Huius reum fie- ri me facile patiar, non ignarus tamen tres poetis atque oratoribus stilos esse nec cul- pa vacare si unius in locum alius transferatur […] Et quid plura? Stilum ergo ultro absolvam cuius unicum vitium altitudo est et, si oporteat, huic non invitus infamie succumbam» [Sen. II 1, 186-188, 193] 19 .

Significativo notare che la Sen. II 1 è abbinata al Bucolicum car- men petrarchesco in un libro registrato nell’inventario della parva li- braria di Santo Spirito al banco V:

Item in eodem banco V liber III, bucculicorum carmen domini Francisci Petrarche,

conpletus, copertus corio rubeo obscuro, et in eodem tractatus in modum epistole contra ignaros, cuius principium est Monice, tranquillo solus etc., finis vero in penul-

tima carta ubi attigit altius [Sen. II 1, 192] etc.

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.

L’indicazione «tractatus in modum epistole contra ignaros» si comprende in virtù del titolo dei testimoni delle redazioni precano- niche della Senile, vale a dire gli stadi β e γ: «Ad Iohannem Boccacium de Certaldo, contra ignaros atque invidos reprehensores obiectorum stilo criminum purgatio» 21 . Questo volume risale con certezza pres- soché assoluta a Boccaccio, che è stato l’artefice di questo abbinamen- to, in cui la lettera Senile costituisce una sorta di paratesto, o meglio una vigorosa apologia dello stesso Petrarca all’Africa e alle proprie egloghe 22 . Nella lettera a Martino da Signa Boccaccio riferisce dun- que, semplicemente, quanto lo stesso Petrarca aveva dichiarato, o addirittura rivendicato, in merito allo stilus delle sue bucoliche: anzi, mediante l’avverbio diminutivo paululum (lemma assai caro al Certal- dese), cerca persino di minimizzare e ridimensionare la portata di questo innalzamento stilistico, un’infrazione rispetto alla norma che Boccaccio sapeva essere stata oggetto di contestazione presso alcuni lettori del Bucolicum carmen petrarchesco 23 .

19 F. PETRARCA, Res seniles. Libri I-IV, a cura di S. Rizzo, con la collaborazione di M. Berté, Firenze, Le Lettere, 2006, p. 138.

20 A. MAZZA, L’inventario della «parva libraria» di Santo Spirito e la biblioteca del Boc- caccio, in «Italia medioevale e umanistica», IX, 1966, pp. 1-74: 39.

21 PETRARCA, Res seniles, ed. Rizzo, cit., p. 106.

22 G. BILLANOVICH - F. Č ÀDA, Testi bucolici…, cit., p. 217.

23 Questa opinione diffusa dello scarto stilistico operato da Petrarca è documenta- ta in una interessante postilla che si legge nel ms. Bruxelles, Bibl. Royale, 9476-9478, f. 168v: «Petrarca nullum opus metricum ita perfecit in totum sicut bucolicam suam, de qua

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Il giudizio negativo in merito allo stile delle bucoliche petrarche- sche si trova invece formalizzato, circa trent’anni dopo la morte del Certaldese, nelle parole di Niccolò Niccoli interlocutore dei Dialogi ad Petrum Paulum Histrum di Leonardo Bruni: «Scripsit praeterea Bucolicon carmen Franciscus, scripsit etiam Invectivas, ut non solum poeta, sed etiam orator haberetur. Verum sic scripsit, ut neque in bu- colicis quicquam esset quod aliquid pastorale et silvestre redoleret, neque quicquam in orationibus quod non artem rhetoricam magno- pere desideraret» 24 . Secondo il Niccoli personaggio del dialogo di Leonardo Bruni, le egloghe petrarchesche difettano del profumo pa- storale e silvestre proprio delle bucoliche virgiliane. Considerando il contesto in cui è espresso questo giudizio (che coinvolge anche l’A- frica, definita orazianamente un ridiculus mus), la critica non si foca- lizza sul mancato rispetto della tradizione retorica sul genus humile, schematizzata nella Rota Vergilii, o sull’allegoria delle egloghe. Attra- verso l’efficace espressione fatta pronunciare al Niccoli, Bruni conte- sta complessivamente la latinitas di Petrarca: essa si presenta lontana dagli esempi classici ed è giudicata ancora inesorabilmente corrotta per la debolezza intrinseca nell’imitatio del modello antico.

2. I modelli del Buccolicum carmen di Boccaccio: Virgilio e Petrarca

Nella lettera al frate agostiniano del 1374 Boccaccio dichiara programmaticamente i suoi riferimenti di poesia bucolica: Virgilio e Petrarca e, per l’aspetto specifico e circoscritto dei nomina collocuto- rum, il poeta antico piuttosto che quello moderno. Questa dichiarazione programmatica trova piena corrisponden- za con quanto si legge nell’egloga Saphos, la XII del Buccolicum car-

hic facit mentionem et sicut ait magister Donatus de Casentino, qui dictum opus commen-

tatus

est, non fuit unquam aliquis poeta grecus sive latinus, de quo non faceret mentio-

nem

in dicto opere et exprimeret eius poematis naturam. Et si aliquo erravit in dicto ope-

re, erravit, si error est, quod nimis alte et polite dicunt intelligentes ipsum in carmine buc- colico, idest pastorali, fuisse locutum» (la nota è trascritta da G. FRASSO, Postille alla Fam.

XXI 15 nel manoscritto Bruxelles, Bibliothèque Royale, 9476-9478, in Motivi e forme del-

le Familiari di Francesco Petrarca, Gargnano del Garda, 2-5 ottobre 2002, a cura di C. Ber- ra, Milano, Cisalpino, 2003, pp. 477-494).

24 L. BRUNI, Dialogi ad Petrum Paulum Histrum, a cura di S.U. Baldassarri, Firen- ze, Olschki, 1994, p. 257.

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men. Il balbuziente Aristeo, maschera dello stesso Boccaccio, raccon- ta di aver assistito, nascosto in silenzio tra i pruni, all’incontro tra Sil- vano e il Minciade. Il Certaldese ambienta la scena nel luogo in cui la Sorga scorre verso Valchiusa, scegliendo significativamente il pae- saggio della iocundissima solitudo petrarchesca, sede eletta per la poe- sia 25 . Il porcaio Aristeo racconta di avere ascoltato i due poeti men- tre, seduti sotto un’antica elce, nella frescura dell’ombra, intonavano

il loro canto in poetica tenzone:

Minciadem Silvanus heri, qua Sorgia saxo erumpit Vallis currens per devia Clause, convenit, placidaque simul sedere sub umbra

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ylicis antique. Quos postquam fronde virenti umbrasse esculea frontes et carmine vidi certantes ambo ferrent super ethera cantu‹m›, accessi et tacitus mediis vepretibus altis delitui, porcis Gethe siliquisque relictis.

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Laudibus hi Saphon, resonantibus undique saxis vocibus et calamis pariter, super astra ferebant [Bucc. carm. XII 67-76] 26 .

Attraverso questa dilettevole scenetta campestre Boccaccio di- chiara allegoricamente i propri poeti di riferimento per quanto con- cerne la poesia pastorale, Silvano (alias Petrarca) e il Minciade, vale

a dire Virgilio 27 . Allo stesso modo, pochi versi dopo, Aristeo si rivol-

25 Cfr. F. RICO, La Valchiusa di Boccaccio, in Ritratti allo specchio (Boccaccio, Petrar- ca), Roma-Padova, Editrice Antenore, 2012, pp. 73-83.

26 G. BOCCACCIO, Buccolicum carmen, a cura di G. Bernardi Perini in Tutte le opere di Giovanni Boccaccio, cit., vol. V/2, Milano, Mondadori, 1994, p. 836. Riprendo da que- sta edizione tutte le seguenti citazioni del Buccolicum carmen.

27 L’intertestualità letteraria di questi versi è omaggio evidente a Petrarca. Nella descri- zione del locus amoenus Boccaccio recepisce una serie di spunti derivati dal Canzoniere, in particolare, come ha segnalato Bernardi Perini, la canzone R.v.f. 135, 91-94: «Chi spiasse canzone / quel ch’i’ fo, tu poi dir: “Sotto un gran sasso, / in una chiusa valle, ond’esce Sor- ga, / si sta”» (cfr. anche R.v.f. 305, 9: «Mira ’l gran sasso, donde Sorga nasce»). L’immagine dell’antica elce risale all’Epodo, II 23 di Orazio Beatus ille qui procul negotiis: «libet iacere modo sub antiqua ilice» (a sua volta ripreso da Petrarca, R.v.f. 192, 10: «sotto quel’elce an- tiqua et negra»). Una variatio del medesimo motivo si riscontra in un passo dell’egloga VIII, Iurgium, in cui Boccaccio allude proprio a Petrarca, il grande Silvano che comporrà in pa- ce soave, all’ombra dell’antica elce, i furori di Bile e della stolta Dione, l’ira e la lussuria:

«[…] et ingens / Silvanus placida componet pace furentes, / ylice sub prisca, Bilem stolidam- que Dionem» (Bucc. carm. VIII 147-49). L’immagine della fronda del leccio è invece sugge- rita probabilmente da Ovidio, Met. I 449: «aesculeae capiebat frondis honorem».

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ge alla melodiosa Caliopes, ricordando la tenzone tra i due massimi poeti latini, l’antico e il moderno:

95 Imo equidem memini: grandis sic ante canebat Minciades grandisque simul Silvanus in antro. Tu silvas resonare doces, tu maxima Saphu voce refers concepta sacri tibi pectoris hausta. Sed dic quas teneat sedes pulcherrima Saphos [Bucc. carm. XII 95-99] 28 .

Da notare come Boccaccio utilizzi il medesimo attributo gran- dis tanto per Virgilio quanto per Petrarca, a designare il medesimo ordine di grandezza dei due sommi poeti. Allo stesso modo, verso la fine dell’egloga, nelle parole di Caliopes, la «musa del bel suono», vengono intessute alte lodi di Silvano; egli è il più grande tra i cul- tori di Saffo dopo la morte di Virgilio, a lui più caro persino del mi- sterioso «pastore di Ofelte», il poeta che cantò la strage del gregge aonio:

195 Solus inaccessum potuit conscendere culmen nuper Silvanus, nobis nec carior alter Minciadis post fata fuit; non pastor Opheltis, aonii pecoris stragem qui carmine pinxit [Bucc. carm. XII 195-98] 29 .

Solo Silvano-Petrarca, il poeta più caro a Calliope dopo la mor- te di Virgilio il Minciade, è potuto ascendere all’inaccessibile cima di Saffo, ovvero la poesia latina, meta che non raggiunse nemmeno l’an- tico poeta Stazio, che Jonathan Usher ha giustamente identificato nel

28 BOCCACCIO, Buccolicum carmen, ed. Bernardi Perini, cit., p. 838 e nota 1036: ot- tima l’interpretazione di questi versi data da Bernardi Perini, che individua in Dio il sa- crum pectus del v. 98, ovvero la fonte divina dell’ispirazione e la voce dei poeti. L’idea pre- suppone l’immagine del Catone lucaneo ispirato dal dio, sul quale è notoriamente costrui- to il Catone dantesco nel I canto del Purgatorio. Questo il luogo della Pharsalia: «“Tua pec- tora sacra / voce reple; durae saltem virtutis amator / quaere quid est virtus et posce exemplar honesti”. / Ille deo plenus tacita quem mente gerebat / effudit dignas adytis e pec- tore voces…» (LUCAN. IX 561-565).

29 BOCCACCIO, Buccolicum carmen, ed. Bernardi Perini, cit., p. 844. Il segmento «qui carmine pinxit» ricorda la coppia di esametri rimati di uno dei tre cartigli presenti sul foglio di guardia, miniato da Simone Martini, del Virgilio Ambrosiano di Petrarca:

«Mantua Virgilium qui talia carmine finxit, / Sena tulit Symonem digito qui talia pinxit» (F. PETRARCA, Le postille al Virgilio Ambrosiano, a cura di M. Baglio, A. Nebuloni Testa, M. Petoletti, presentazione di G. Velli, Roma-Padova, Antenore, 2006, vol. I, p. 193).

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«pastor Opheltis», perché nella Tebaide è cantata la tragica vicenda di Ofelte, il fanciullo figlio di Licurgo ed Euridice che, allevato dalla schiava Ipsipile, fu abbandonato a terra e ucciso da un serpente 30 . L’allusione a Stazio è altamente significativa e si rivela strutturale. Il Certaldese ha scelto quale termine di confronto il poeta che aveva programmaticamente dichiarato di seguire e adorare le vestigia virgi- liane nei celebri esametri in conclusione della Tebaide: «vive, precor:

nec tu divinam Aeneida tempta / sed longe sequere et vestigia sem- per adora» (Theb. XII 815-816). La stessa immagine di Petrarca capace di ascendere alla cima del- la poesia è impiegata da Boccaccio nell’epistola a Iacopo Pizzinga, lo- goteta del Regno di Sicilia, del 1371; Petrarca è descritto come colui che riuscì a salire la cima del Parnaso mostrando quello che era cre- duto possibile ormai da pochi, ossia essere la sua vetta accessibile, co- sì da incitare gli altri a intraprendere l’impresa: «in extremos usque vertices Parnasi conscendit» (Epist. XIX 28); «et spem fere deperdi- tam in generosos suscitavit animos ostenditque quod minime crede- batur a pluribus, pervium scilicet esse Parnasum et eius accessibile cul- men; nec dubito quin multos animaverit ad ascensum» (Epist. XIX 29) 31 . Boccaccio indica implicitamente in Virgilio e in Petrarca i pro- pri riferimenti poetici anche nella bella lettera a Mainardo Cavalcan- ti del 1372, in cui si lamenta della propria salute malferma che gli ren- deva onerose le lettere, una condizione tanto grave che fece ammu- tolire persino le Muse: «Et quod michi precipuum solamen erat, su- blatum est: Muse, quarum celesti cantu oblectabar aliquando tangen- ti Marone et Petrarca nostro aliisque nonnullis sacro plectro castaliam liram, obmutuere, et silet camerula quam consueram sentire sono- ram» (Epist. XXI 7) 32 . Il Certaldese dichiara in più occasioni come la propria vena poe- tica attinga abbondantemente, anzi tragga la propria linfa vitale da quella petrarchesca. Esemplare un passo della XIII egloga, Laurea,

30 J. USHER, «Sesto fra cotanto senno» and appetentia primi loci: Boccaccio, Petrarch and Dante’s poetic Hierarchy, in «Studi sul Boccaccio», XXXV, 2007, pp. 187-189.

31 Per questo aspetto notevole il contributo di J. USHER, Boccaccio e Petrarca: com- pagni di viaggio nell’iter ad Parnasum, in Autori e lettori di Boccaccio. Atti del Convegno internazionale di Certaldo (20-22 settembre 2001), a cura di M. Picone, Firenze, Franco Cesati, 2002, pp. 255-276: 265-270.

32 Ringrazio Francesco Marzano per la segnalazione di questo passo.

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del Buccolicum carmen, in cui, attraverso la tenzone tra Dafni, masche- ra di ogni poeta che aspira all’incoronazione con l’alloro, Stilbone, nelle vesti di un mercante genovese, e Criti nel ruolo di giudice della contesa, Boccaccio mette in scena il contrasto tra le attività lucrose dei mercanti e una vita dedita agli studi letterari:

95 Menalus et nobis lunata fronte iuvencos bis totidem – his fontes Silvanus monstrat et herbas – Parnasusque biceps Musis cantantibus auget lanigeras agnas et grandia premia servat [Bucc. carm. XIII 95-98] 33 .

Alle numerose pecore delle greggi di Stilbone il pastore Dafni contrappone i giovenchi dalle corna a forma di luna che gli riserva il Menalo, monte dell’Arcadia, così come le agnelle dalla folta lana che dispensa il Parnaso dall’alto del suo doppio giogo. È Silvano ad ab- beverare e mostrare i pascoli ai torelli a cui incominciano a spuntare le corna: sotto il velo della finzione pastorale è indicato chiaramente in Petrarca colui che dà linfa e nutrimento alla poesia di Boccaccio, rappresentata allegoricamente dai giovenchi e dalle agnelle. Il concet- to è ribadito in termini affini nell’ultima egloga, Aggelos, in cui il col- locutor Angelo, ovvero l’egloga stessa in funzione di nunzio delle al- tre quindici bucoliche, si rivolge ad Appennino, maschera per Dona- to Albanzani, il dedicatario del Buccolicum carmen. Angelo è fiducio- so che Appennino saprà facilmente ingrassare le magre caprette invia- tegli dal pastore Cerrezio, dietro al quale Boccaccio allude a se stes- so quale autore delle egloghe. Angelo suggerisce inoltre che, alla bi- sogna, Appennino si rivolga ai consigli, alle erbe e alle acque di Sil- vano. Sotto il velame pastorale Boccaccio spiega come le proprie egloghe potranno proficuamente giovarsi dei consigli di Petrarca:

«Tu pingues facili facies, ceptoque favebit / consiliis herbisque suis Silvanus et undis» (Bucc. carm. XVI 61-62). Il Boccaccio maturo che negli anni Sessanta elabora le ultime egloghe del Buccolicum carmen, all’incirca negli stessi tempi in cui la- vora alla Genealogia, tende addirittura a considerare Petrarca “sub specie Vergilii”. Il poeta aretino è il Virgilio dei suoi tempi, non solo

33 In questo caso ho preferito, ritoccando leggermente l’interpunzione, isolare co- me inciso il segmento riferito a Silvano del v. 96.

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per le qualità poetiche, ma anche, e soprattutto, per la probità mora- le e la castità. Quale omaggio al maestro, Boccaccio non esitò addirit- tura a chiamarlo «un secondo Parthenias», l’appellativo di Virgilio con cui significativamente Petrarca intitolò la sua prima egloga:

«…pius, mitis, atque devotus, et adeo verecundus, ut iudicetur parthe- nias alter» (Gen. XIV 19, 15). Per questo aspetto trovo del tutto con- divisibili e illuminanti le parole di Resta, vale a dire che Boccaccio in- tenda davvero «marcare una vicinanza» tra Virgilio e Petrarca, «che è anche continuità di tradizione e di valori» 34 . L’immagine di Petrarca quale Virgilio redivivo, o meglio “reincarnazione” di Virgilio, è presen- te già nel De vita et moribus Francisci Petracchi de Florentia, opera scrit- ta dal Certaldese a più riprese fin dagli anni Quaranta del Trecento, in cui è accennato alla teoria pitagorica della metempsicosi:

Que quidem talem tantumque perhibent, nisi fallor, quod, si opinio phylosophi sa- miensis veris posset rationibus sustineri, animas hominum scilicet reverti ad alia cor- pora, iterato in hoc Virgilium omni imbutum dogmate rediisse, non dubito dicerent qui cognoscunt [De vita et moribus, 8] 35 .

Come avverrà per la successiva generazione umanistica, Boccac- cio guarda decisamente a Petrarca come modello principe di poesia pastorale. L’exemplar petrarchesco agisce persino a livello codicologi- co: il piccolo formato del codice e la mise en page dell’autografo boc- cacciano, l’attuale ms. Firenze, Biblioteca Riccardiana, 1232, ricorda moltissimo quella dell’autografo del Bucolicum carmen petrarchesco, il ms. Vat. lat. 3358. Come ha acutamente suggerito Teresa De Rober- tis il Certaldese allestì il suo codice, pensato forse originariamente co- me elegante plaquette a Donato Albanzani, «avendo negli occhi l’au- tografo petrarchesco» 36 . Boccaccio ebbe infatti modo di consultare e copiare il Bucolicum carmen vergato dallo stesso Petrarca durante il soggiorno a Milano presso l’amico nel 1359. È inoltre chiaramente ba-

34 G. RESTA, Codice bucolico…, cit., p. 65.

35 G. BOCCACCIO, Vite di Petrarca, Pier Damiani e Livio, a cura di R. Fabbri, in Tut- te le opere di Giovanni Boccaccio, cit., V/1, Milano, Mondadori, 1992, p. 900. Il testo si può leggere anche nella più recente edizione G. BOCCACCIO, Vita di Petrarca, a cura di G.

Villani, Roma, Salerno Editrice, 2004, p. 76.

36 T. DE ROBERTIS, L’autografo del Buccolicum carmen (Firenze, Biblioteca Riccardia- na, 1232), in Boccaccio autore e copista, cit., p. 210.

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sata sull’esempio di Petrarca l’articolazione delle singole rubriche al- le singole egloghe, con il titolo e il nome dei collocutores:

PETRARCA, Bucolicum carmen, ecl. I

Egloge prime titulus Parthenias. Collocutores Silvius et Monicus

BOCCACCIO, Buccolicum carmen, ecl. I

[…] quarum prime titulus Galla est, collocutores autem Damon et Tindarus

Sarà infatti l’egloga petrarchesca, strutturata quale dialogo tra col- locutores, sistematicamente allusivi di personaggi storici o figure de- finite, a conseguire vasto successo presso le prime generazioni uma- nistiche che, per lo meno fino a metà del Quattrocento, la adotteran- no come riferimento, soprattutto per l’aspetto stilistico e formale. Il Bucolicum carmen petrarchesco finì così per oscurare le prove buco- liche degli altri trecentisti, tra cui Dante e lo stesso Boccaccio. Esem- plare la posizione di Coluccio Salutati che provò, pentendosi invero successivamente, a scrivere egloghe aderendo con ogni evidenza al modello petrarchesco, ossia in forma di dialogo tra personaggi collo- quentes: lo dimostra una lettera interessantissima che inviò a Boccac- cio il 21 gennaio 1372, in cui gli chiedeva un giudizio sulla prima eglo- ga del suo bucolicum carmen, spiegandogli il significato dei tre collo- cutores, vale a dire Pyrgis, Caristes e Silvida 37 . Il cancelliere fiorentino non esitò addirittura ad anteporre la poesia bucolica petrarchesca a quella virgiliana. Appare con chiarezza nella bella lettera a France- scuolo da Brossano scritta il 24 dicembre 1375, pochi giorni dopo la morte di Boccaccio. Riferendo al genero di Petrarca la dipartita del Certaldese, Coluccio passò in rassegna le opere più significative di quest’ultimo (soltanto le cinque maggiori latine), giudicando il Buc- colicum carmen degno e persino superiore alle prove degli antichi, in- feriore soltanto a quello di Petrarca: «Quis amodo pascua cantabit at- que pecudes, que sexdecim eclogis adeo eleganter celebravit, ut faci- le possumus eas, non audeo dicere Bucolicis nostri Francisci, sed vete- rum equare laboribus aut preferre?» 38 . Per quel poco che si conosce

37 C. SALUTATI, Epistolario, a cura di F. Novati, Roma, Tipografia del Senato, 1891, pp. 156-157. L’inizio di questa egloga salutatiana, unico frammento rimasto del suo buco- licum carmen, si legge al f. 38r del ms. Madrid, Bibl. Nacional, 3969. Si può consultare la trascrizione in N. MANN, Il Bucolicum carmen e la sua eredità, in «Quaderni petrarche- schi», IX-X, 1992-93, pp. 513-535: 534-535.

38 COLUCCIO SALUTATI, Epistolario, cit., vol. I, p. 226.

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della produzione bucolica in Italia di fine Trecento o inizio Quattro- cento, essa si sviluppò su modello petrarchesco, come si evince dalle egloghe del sulmonese Giovanni Quatrario 39 , oppure dal bucolicum carmen dell’aretino Giovanni de’ Bonis 40 , o dall’unica egloga della poetessa veronese Angela Nogarola a noi pervenuta. Essa è stata ela-

borata con pesanti riprese, formali e strutturali, sulla Laurea occidens

di Petrarca 41 . L’ossequio al modello petrarchesco per il trattamento

dei collocutores e il significato dei loro nomi è dichiarato con estre- ma chiarezza dall’umanista Giovanni Antonio da Faenza, autore di un’egloga databile dopo il 1439 trascritta nel ms. Kynžvart, Státní Zámecká Knihovna, 2 D 4, ff. 88v-89r. Nella breve lettera introdut- tiva questo semisconosciuto poeta illustra la propria egloga facendo riferimento alla boccacciana lettera a Martino da Signa: «Verum, ut Boccaccius refert sua quadam eleganti epistola, non singuli interlo- cutores aeglogarum sub aliqua significantia reponuntur. Volui ta- men ego Franciscum Petrarcam, poetam elegantissimum, imitari, apud quem nichil dabitur eiusmodi dicendi genere absque persona- li significantia» 42 . La divulgazione del Bucolicum carmen di Petrarca fu ampia e ca- pillare, e precocissima fu la sua fortuna. È lo stesso Boccaccio ad at-

testarlo in un passo della Genealogia in cui presenta la figura e l’ope-

ra di Petrarca: «…stat Bucolicum carmen, iam ubique sua celebritate

cognitum» (Gen. XV 6, 11). Noto e copiato in Italia e oltralpe, ebbe diffusione impressionante rispetto a quella esile e geograficamente cir- coscritta delle due egloghe dantesche o a quelle boccacciane. La rina- scita del genere bucolico in Francia alla fine del XIV secolo avvenne

39 Cfr. L. CICCONE, Il carmen funereum per Petrarca di Giovanni Quatrario, in «Stu- di petrarcheschi», n.s., XVIII, 2005, pp. 75-112; EAD. Petrarca personaggio in un’egloga

di Giovanni Quatrario, in «Studi petrarcheschi», n.s., XXVII, 2014, in c.d.s.

40 E. CARRARA, Giovanni L. de Bonis d’Arezzo e le sue opere inedite, in «Archivio Sto- rico Lombardo», s. III, X, 1898, pp. 274-280. L’egloga Parnasus, scritta dal de Bonis a commemorazione di Petrarca, è pubblicata da M.A. VINCHIESI, L’ecloga Parnasus di Gio-

vanni de Bonis in morte di Petrarca, in «Quaderni petrarcheschi», IX-X, 1992-1993, pp.

315-331.

41 A. PIACENTINI, Un’egloga viscontea di Angela Nogarola, in «Studi umanistici pi-

ceni», XXXIII, 2013, pp. 113-129; ID., L’egloga di Angela Nogarola a Francesco Barbava-

ra, in «Aevum», LXXXVIII, 2014, pp. 503-531.

42 G. BILLANOVICH- F. ČÀDA, Testi bucolici, cit., pp. 205-206.

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sotto il segno del nome tutelare di Petrarca 43 . La tradizione mano- scritta del Bucolicum carmen supera il centinaio di testimoni, contro gli otto codici latori delle bucoliche dantesche (tre soli completi del- la corrispondenza con Giovanni del Virgilio) 44 , riconducibili grosso modo all’area fiorentina o a quella bolognese, oppure rispetto alla dozzina di mss. delle sedici egloghe di Boccaccio, queste ultime con tradizione quasi esclusivamente toscana 45 .Il Bucolicum carmen di Pe- trarca fu letto nelle scuole e fatto oggetto di intenso lavoro esegetico a fine Trecento: al noto commento di Benvenuto da Imola, si deve ag- giungere almeno quello di un cultore di testi rari di interesse dantesco come Francesco Piendibeni da Montepulciano, noto per avere salva- to alcune epistole di Dante e conoscitore delle egloghe dello stesso Ali- ghieri 46 . Il ricco commento del Piendibeni è conservato nel ms. auto- grafo Vat. lat. 1729. Per la fortuna del Bucolicum carmen di Petrarca si deve aggiungere almeno l’abbozzo di commento apposto dal notaio fiorentino Domenico Silvestri alla sua trascrizione dell’opera conser- vata nel ms. Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Plut. 90 inf. 12 47 , e le interessanti glosse apposte da Francesco da Fiano nel ms. Ve- nezia, Biblioteca Nazionale Marciana, lat. XII 18 (4161) 48 . Nell’ultimo

43 G. OUY, Gerson, émule de Pétrarque. Le «Pastorium carmen» poème de jeunesse de Gerson, et la renaissance de l’églogue en France à la fin du XIV e siècle, in «Romania», LXXXVIII, 1967, pp. 225-231; D. CECCHETTI, Un’egloga inedita di Nicolas de Clamanges, in Miscellanea di studi e ricerche sul Quattrocento francese, a cura di F. Simone, Torino, Giappichelli, 1967, pp. 27-47; J. BLANCHARD, Quelques églogues latines à la fin du moyen âge: Pétrarque et ses émules français, in «Bibliothèque d’Humanisme et Renaissance», XLIV, 1982, pp. 331-340.

44 Fondamentale il contributo di G. ALBANESE, Tradizione e ricezione del Dante bu- colico nell’Umanesimo: nuove acquisizioni sui manoscritti della corrispondenza poetica con Giovanni del Virgilio, in «Nuova rivista della letteratura italiana», XIII, 2010, pp. 237-326.

45 A. PIACENTINI, Buccolicum carmen, in Boccaccio autore e copista, cit., pp. 203-208.

46 La presenza di echi dalla corrispondenza pastorale tra Dante e Giovanni del Vir- gilio nei carmi del Piendibeni è stata studiata da V. DE ANGELIS, Magna questio preposita coram Dante et domino Francisco Petrarca et Virgiliano, in «Studi petrarcheschi», n.s., I, 1984, pp. 102-209: 185-191.

47 In generale sul Silvestri cfr. A. PIACENTINI, Domenico Silvestri lettore del Bucco- licum carmen di Giovanni Boccaccio, in «Studi sul Boccaccio», XLI, 2013, pp. 295-316; ID.-I. CECCHERINI, Autografi dei letterati italiani. Le origini e il Trecento. I, a cura di G. Brunetti, M. Fiorilla, M. Petoletti, Roma, Salerno Editrice, 2013, pp. 289-299.

48 G. BILLANOVICH, Giovanni del Virgilio, Pietro da Moglio e Francesco da Fiano, in «Italia medioevale e umanistica», VI, 1963, pp. 203-234: 207-208 e 220-223. Ringrazio Agnese Bellieni per le informazioni sul da Fiano.

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scorcio del XIV secolo furono inoltre elaborati i cosiddetti epitoma- ta al Bucolicum carmen, un utile strumento esegetico in cui sono illu- strati i titoli, identificati i collocutores e spiegati sinteticamente i rife- rimenti interni a ciascuna egloga petrarchesca; trascritti in numerosi manoscritti adespoti ed anepigrafi, sono invece attribuiti nel solo ms. Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Plut. 52 33, ff. 32r-33r a Donato Albanzani, amico caro sia di Boccaccio che di Petrarca, e de- dicatario del Buccolicum carmen del Certaldese 49 . La tesi quindi che «il modello di egloga adottato da Petrarca, con l’uso insistito dell’allegoria, venne presto abbandonato e nel corso del secolo XV i nuovi poeti bucolici latini preferirono far ricor- so agli esempi antichi» 50 , sembra un po’ troppo perentoria: non sa- prei dire quando i poeti quattrocenteschi si siano effettivamente af- francati dal modello bucolico di Petrarca per tornare a quello virgi- liano, sempre che sia davvero così radicale la contrapposizione tra «egloga petrarchesca» ed «egloga antica e virgiliana». Boccaccio cer- to le distingue, ma essenzialmente per l’aspetto della significatio dei nomina collocutorum: mi sembra che egli veda infatti complessiva- mente Petrarca come il nuovo Virgilio e lo collochi quale unico con- tinuatore della poesia del Mantovano. La sproporzione nella fortu- na delle bucoliche petrarchesche rispetto a quelle boccacciane sug- gerisce anche di sottoporre a verifica, sostanziando con esempi, la te- si di Lao Paoletti che il Buccolicum carmen boccacciano «servì da mo- dello alla successiva produzione pastorale umanistica assai più del Bucolicum petrarchesco» 51 ; questa posizione è stata ribadita più di recente anche da Simona Lorenzini: «Boccaccio proponeva un mo- dello bucolico maggiormente aderente al gusto della nuova genera-

49 La fortuna del Bucolicum carmen di Petrarca è stata indagata da Nicholas Mann in parecchi contributi, in particolare: N. MANN, The Making of Petrarch’s “Bucolicum car- men”: a Contribution to the History of the Text, in «Italia medioevale e umanistica», XX, 1977, pp. 127-182; ID., Il Bucolicum carmen e la sua eredità, cit., dove alle pp. 531-534 è fornito un elenco dei mss. con il Bucolicum carmen petrarchesco e i relativi commenti. Un nuovo, ricco profilo biografico e culturale dell’Albanzani con la rassegna delle opere è of- ferto da C.M. MONTI, Il “ravennate” Donato Albanzani amico di Boccaccio e Petrarca, in Dante e la sua eredità a Ravenna nel Trecento, a cura di M. Petoletti, Ravenna, Longo Edi- tore, 2015, pp. 115-160.

50 L. GARGAN, Dante e Giovanni del Virgilio…, cit., pp. 134-135.

51 L. PAOLETTI, Virgilio e Boccaccio, in Présence de Virgile. Actes du Colloque des 9, 11 et 12 Décembre 1976 (Paris-Tours), Paris, Les Belles Lettres, 1978, pp. 249-263: 258.

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zione umanistica» 52 . Purtroppo la produzione bucolica quattrocen- tesca, soprattutto della prima metà del secolo, è terreno ancora qua- si interamente da dissodare: mancando edizioni critiche, con ade- guato commento e indagine intertestuale, è estremamente difficile sta- bilire quali siano i modelli prevalenti. Come è mostrato nella recente edizione critica condotta da Andrea Severi, le dieci egloghe dell’Ado- lescentia di Battista Spagnoli, il Mantovano, pubblicate in editio prin- ceps nel 1498 e destinate a trovare enorme fortuna europea nel Cin- quecento, mostrano ancora decisamente forte la persistenza del mo- dello petrarchesco, sia nella struttura come dialogo tra collocutores, sia per l’aspetto formale 53 .

3. Dante, Boccaccio e i poeti bucolici «ignobiles»: una proposta

Quando nella lettera a Martino da Signa Boccaccio fa un rapido excursus sul genere bucolico, dalle origini greche con Teocrito, alla continuazione nel mondo latino antico con Virgilio, fino ai suoi tem- pi con Petrarca (segnalando una parentesi di ignobiles non degni di menzione), si distacca dall’analoga ricostruzione, condotta sotto il velame della finzione pastorale, che propose Giovanni del Virgilio nella sua egloga al Mussato, opera che il Certaldese trascrisse nel ce- lebre Zibaldone Laurenziano, Plut. 29 8, ff. 46v-50r. Riporto questa piccola porzione di versi:

Ludunt namque dee, quas fistula monte Pachino per silvas, Amarilli, tuas benacia duxit, fistula non posthac nostris inflata poetis, donec ea mecum certaret Tytirus olim

10 lydius, Adriaco qui nunc in litore dormit, qua pine‹t›a sacras pretexunt saltibus umbras, quave Aries dulces exundat in equore limphas 54 .

52 S. LORENZINI, La corrispondenza bucolica…, cit., p. 21.

53 BATTISTA SPAGNOLI MANTOVANO, Adolescentia, studio, edizione e traduzione a cu- ra di A. Severi, Bologna, Bononia University Press, 2010.

54 Ho presentato questi versi, accompagnati dalle relative glosse, in A. PIACENTINI, «Hic claudor Dantes». Per il testo e la fortuna degli epitaffi di Dante, in Dante e la sua ere- dità…, cit., p. 44, con bibliografia e discussione delle precedenti edizioni.

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Il magister artium e poeta bolognese traccia la storia del genere bucolico: dalla terra dove svetta il monte Pachino, vale a dire la Si- cilia di Teocrito, la zampogna virgiliana è giunta fino alle selve di Amarillide, allusione a Roma. Lo zufolo pastorale fu in seguito ab- bandonato per lungo tempo, finché una buona volta il Titiro etru- sco, le cui ossa riposano sul lido di Ravenna (chiaramente la masche- ra poetica di Dante), non intraprese la tenzone con lo stesso autore dell’egloga, Giovanni del Virgilio. Per il maestro di Bologna è stato quindi Dante con le sue due egloghe il moderno restauratore di un genere antico, il buccolicum carmen, dopo il lungo silenzio seguito al- le Bucoliche di Virgilio 55 . Fu questo episodio, come ha detto felice- mente Martellotti, «un’impresa schiettamente umanistica» 56 . Boccaccio invece, rispondendo a Martino da Signa, ripercorre la storia del genere con una sostanziale modifica o correzione di pro- spettiva rispetto a Giovanni del Virgilio 57 . Fa sì i nomi degli antichi, Teocrito sul fronte greco e Virgilio su quello latino; omette però re- cisamente Dante, sostituito da Petrarca, da intendere invero non tan- to come «restauratore» del genere bucolico, bensì come l’unico de- gno continuatore dopo gli antichi. È la medesima posizione espressa molti anni prima, attorno al 1347, nella Vita petrarchesca, scritta quando conosceva Petrarca solo per fama e in virtù della lettura di un manipolo di opere, tra le quali l’egloga Argus composta in morte di re Roberto d’Angiò:

Demum eglogam quandam composuit cui nomen est Argus, in qua morte predicti re-

gis amici sui deflet, illum Argum et se Silvium nominando, tangendo eciam veras re- gis laudes sub figmento, ostendendo non solum Virgilium in Bucolicis ymitasse, sed potius cum eodem stilum syragusani Theocriti assumpsisse [De vita et moribus,

29] 58 .

55 Dante è celebrato come colui che ha fatto rinascere il genere bucolico nell’eglo- ga di Giovanni del Virgilio in risposta all’Alighieri (vv. 18-21). Il rapporto tra le due eglo- ghe delvirgiliane, quella a Dante e quella al Mussato, è segnalato da ultimo da Gabriella Albanese nel suo commento alle egloghe in D. ALIGHIERI, Opere, edizione diretta da M. Santagata, II, cit., pp. 1733 e 1735.

56 G. MARTELLOTTI, Dalla tenzone al carme bucolico (1964), in Dante e Boccaccio…, cit., pp. 71-89.

57 Cfr. G. RESTA, Codice bucolico…, cit., p. 63 n. 7.

58 G. BOCCACCIO, Vite di Petrarca…, ed. Fabbri, cit., p. 910; G. BOCCACCIO, Vita di Petrarca, ed. Villani, cit., pp. 88. Per questo segmento del testo e la sua datazione al 1347 si veda F. RICO, Tra il De vita e il Notamentum, in Ritratti allo specchio, cit., pp. 133-145: 139.

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È facile inoltre notare come le glosse trascritte da Boccaccio ai versi di Giovanni del Virgilio relativamente al genere bucolico siano rispecchiate nell’esordio della lettera: che questo corredo di note sia ereditato, in misura ancora da stabilire, dalla tradizione, ovvero dal- l’antigrafo utilizzato dal Certaldese, non muta il senso del discorso. Trascrivo le tre più interessanti attinenti al nostro discorso:

6 Monte Pachino] m.s. Monte Pachino. Teocritus Syragusanus poeta primus sermo-

ne greco descripsit buccolicum carmen, quem Virgilius imitatus est, sed latine.

8 inflata poetis] int. eo quod nullus latinus poeta post Virgilium buccolico carmine usus est.

9 Tytirus] int. i. Dantes. Sibi bis buccolico rescripsit carmine.

Nella lettera a Martino da Signa però la prospettiva è sensibil- mente differente: il focus del ragionamento boccacciano è sui model-

li bucolici, non tanto una storia di un genere letterario. Il Certaldese

è certamente consapevole che prima di Petrarca altri autori hanno

scritto carmi bucolici, ma solo l’inclito precettore è degno di essere accostato all’antico Virgilio. L’Alighieri risulta inevitabilmente esclu- so dai modelli di poesia pastorale, annoverato tra gli autori bucolici nemmeno degni di essere citati. In tempi recenti si è ragionevolmen- te ipotizzato di attribuire all’espressione ignobiles un significato me- no tranchant, lontano dal corrispondente italiano «ignobili» e senza connotazione dispregiativa, proponendo «meno nobili» ovvero «mi- nori», oppure «sconosciuti»; quest’ultima accezione è attestata nei les- sicografi mediolatini, quali ad esempio Uguccione da Pisa nelle Deri- vationes: «Nobilis componitur ignobilis -e, quasi non nobilis, qui fe- re non cognoscitur, cuius nomen et genus ignoratur» 59 . Boccaccio im-

piega l’aggettivo secondo questa accezione: cfr. «…cupiens se nobi- liorem ex tam incestuose concepta matre natum, quam ex ignobili pa- tre, sacrata lege suscepta» (De mulieribus claris, XC 1) 60 . Questa in- terpretazione di alii…ignobiles, come «altri autori meno famosi», non può in alcun modo calzare per il celeberrimo Alighieri che Boc-

59 UGUCCIONE DA PISA, Derivationes, edizione princeps a cura di E. Cecchini et alii, Firenze, Sismel-Edizioni del Galluzzo, 2004, vol. II p. 845. Molto importante la precisa- zione sul significato di ignobilis fornita in E. BARTOLI - P. STOPPACCI, Corrispondenze edi- te e inedite, in «Studi medievali», s. III, LV, 2014/1, p. 256.

60 G. BOCCACCIO, De mulieribus claris, a cura di V. Zaccaria, in Tutte le opere di Gio- vanni Boccaccio, pp. 358-359. Zaccaria ha tradotto: «…figlia di padre non nobile».

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caccio in più luoghi, come ad esempio nella Genealogia, dice essere conosciuto in quasi tutto il mondo: «et, cum fere iam toto notus sit or- bi…» (Gen. XV 6, 5). Credo che, pur sfumando il significato di igno- biles rispetto all’italiano «ignobili» connotato dall’idea di disprezzo, si debba comunque tenere in conto la precisazione appena seguente, costituita dalla relativa «de quibus nil curandum est»: essa, come co- glie Edoardo Fumagalli, ricorda da vicino il dantesco «Non ragionia- mo di lor…» 61 . Mi sembra chiara la negatività sostanziale del giudi- zio e la dura presa di posizione di Boccaccio, che liquida in modo bru- sco tutta la produzione pastorale tra Virgilio e Petrarca, egloghe di Dante comprese 62 . Come si spiega questo passo dell’epistola con il caldo elogio nel Trattatello, in cui è detto che «compose il detto Dan- te egloghe assai belle» (§ 198, I red.)? Possibile un radicale cambia- mento di giudizio nel giro di poco più di dieci anni, dai tempi di ela- borazione del Trattatello, che nelle redazioni compendiate è databile nei primi anni Sessanta, al maggio 1374? Credo che si debba considerare la netta differenza di prospetti- va tra le due opere: nel Trattatello il Certaldese esprime un giudizio estetico, nella lettera a Martino da Signa riflette sui propri modelli al- l’interno del genus buccolicum. A mio parere il rifiuto di un’opera co- me modello non implica necessariamente un giudizio negativo sulla sua qualità estetica. Propongo con cautela l’ipotesi che forse il bersaglio principale dello strale di Boccaccio nell’epistola all’agostiniano non sia Dante poeta pastorale (per quanto rifiutato come modello e di fatto assor- bito nel giudizio complessivo), bensì la medioevale e vulgatissima Ecloga Theoduli, una bucolica assai lontana dal canone classico, so- prattutto virgiliano, sia per l’aspetto formale, che per quello contenu- tistico. Datata al X secolo, è stata scritta in esametri leonini ed è strut- turata in forma di conflictatio o, precisamente, come dialogo amebeo

61 E. FUMAGALLI, Boccaccio e Dante, in Boccaccio autore e copista, cit., p. 28: «… tra gli alii, sed ignobiles di cui, come degli ignavi del terzo dell’Inferno, sarebbe disdicevole ragionare, è senza dubbio compreso anche Dante».

62 Boccaccio esclude anche la raccolta bucolica antica di Calpurnio Siculo (e Neme- siano), che doveva certamente conoscere: segnalo soltanto L. CASTAGNA, I bucolici latini minori. Una ricerca di critica testuale, Firenze, Olschki, 1976, ad indicem; M. PETOLETTI, Il Boccaccio e la tradizione dei testi latini, in Boccaccio letterato. Atti del Convegno Inter- nazionale Firenze-Certaldo, 10-12 ottobre 2013, Firenze, Accademia della Crusca - Ente Nazionale Giovanni Boccaccio, 2015, pp. 105-121.

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tra Pseustis, la Menzogna, e Alithia, la Verità, con Fronesis, la Sapien- za, quale arbitro e giudice: questo certame pastorale medioevale, che mette a confronto mitologia pagana e storia sacra, entrò nel canone scolastico riscontrando larga fortuna 63 . L’ipotesi trae fondamento dal principio di analogia con altri luoghi della produzione boccacciana in cui l’anziano Certaldese tende a rifiutare in modo netto, senza talvol-

ta lesinare asperità, gli autori mediolatini e le letture scolastiche. Lo

si nota in un passo dell’epistola al Pizzinga del 1371, in cui argomen-

ta come, dopo l’antichità, lo spirito poetico italico sia rimasto sopito

per secoli, tremante e moribondo, fino all’avvento di Dante, autore della Commedia, seguito poi dal preceptor Petrarca. Tra gli esempi di autori attivi in quel lungo lasso di tempo in cui le Muse sono rimaste inerti e semisopite, Boccaccio fa i nomi di Catone (ovvero il poeta dei Disticha Catonis), Prospero d’Aquitania, l’autore degli epigrammata, il titolo della commedia elegiaca Pamphilus e Arrigo da Settimello, il presbyter fiorentino che scrisse la celebre e fortunata Elegia 64 . Il Cer- taldese, indossando l’abito del “classicista”, è convinto che nessuno degli opuscula composti da tali autori abbia il dolce sapore d’antico:

Fuit enim illi continue spiritus aliqualis. Tremulus tamen et semivivus potius quam virtute aliqua validus, ut in Catone, Prospero, Pamphilo et Arrighetto florentino pre- sbitero, terminus quorum sunt opuscula parva nec ullam antiquitatis dulcedinem sa- pientia [Epist. XIX 24].

Poiché egli rifiuta con decisione le letture poetiche tradizionali e vulgate che furono probabilmente anche quelle del suo personale ti-

rocinio letterario, mi sembra verosimile che tra gli opuscoli scolasti-

ci lontani dagli esempi classici si possa annoverare anche l’Ecloga

Theoduli. Lo stesso atteggiamento si riscontra nell’egloga XII del Buccolicum carmen, proprio nel passo con la descrizione della scenet-

63 Da ultimo, per un inquadramento generale sull’opera F. MOSETTI CASARETTO, Il caso controverso dell’«Ecloga Theoduli», in «Studi medievali», s. III, LIV, 2013/1, pp. 329- 364 (con ampia discussione sulla bibliografia).

64 Sui cosiddetti auctores minores e la tradizione scolastica cfr. almeno R. AVESANI, Quattro miscellanee medioevali e umanistiche. Contributo alla tradizione del Geta, degli auctores octo, dei libri minores e di altra letteratura scolastica medioevale, Roma, Edizio- ni di Storia e Letteratura, 1967, in particolare l’Appendice I, Manoscritti del Geta, pp. 83-

88; S. RIZZO, Ricerche sul latino umanistico, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2002, pp. 141-143.

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ta presso la Sorga preso precedentemente in considerazione. Dopo

aver ascoltato all’ombra di una quercia il Minciade e Silvano in poe- tica tenzone, il porcaro Aristeo, ben nascosto tra i cespugli, si decide

di lasciare i porci e le carrube a Geta:

70 Quos postquam fronde virenti umbrasse esculea frontes et carmine vidi certantes ambo ferrent super ethera cantu‹m› accessi et tacitus mediis vepretibus altis delitui, porcis Gethe siliquisque relictis [Bucc. carm. XII 70-74].

Giorgio Bernardi Perini ha segnalato giustamente l’occorrenza «prosodicamente abusiva» del nome Geta con la prima vocale lunga

(class. Ge@ta): il servo delle commedie di Terenzio 65 .È tuttavia probabi-

le che in questo verso l’allusione non sia al personaggio della comme-

dia antica, bensì alla diffusissima commedia elegiaca mediolatina nota come Geta e attribuita a Vitale di Blois, nei cui distici peraltro il nome

del protagonista è misurato con la prima sillaba lunga, Ge@ta, proprio co- me in Boccaccio 66 . Il Certaldese conosceva benissimo questo testo, che

si era copiato nel ms. autografo conosciuto come “Miscellanea Lauren-

ziana”, ovvero il codice Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Plut.

33 31, ff. 67va-69rb 67 . I grandi modelli della letteratura latina, antichi

e contemporanei, rappresentati rispettivamente da Virgilio e da Petrar-

ca, lo sollecitano a rigettare autori e opere latine come il Geta di Vita-

le di Blois, espressione di un canone letterario percepito come ormai su-

perato. Un ulteriore, piccolo, indizio per corroborare l’ipotesi dell’Eclo- ga Theoduli è che il suo autore può davvero essere considerato ignobi- lis, secondo il significato tipicamente medievale di «non nobile», «po-

co conosciuto», «oscuro»: infatti se conosciutissima è l’opera, non lo è

affatto l’auctor che l’ha scritta, che si cela nello sfuggente Theodulus (o Theodorus) 68 . Si noti che Boccaccio con l’epiteto ignobiles si sta riferen-

65 G. BOCCACCIO, Buccolicum carmen, ed. Bernardi Perini, cit., p. 1035.

66 L’adozione della grafia Getha forse non è casuale: la h è talvolta considerata con- sonantica e consente di avvalersi della regula duorum consonantium che comporta l’allun- gamento della vocale precedente.

67 M. PETOLETTI, Nell’officina di Boccaccio: gli autori classici e medievali di una lun- ga iniziazione letteraria, in Boccaccio autore e copista, cit., p. 306.

68 Cfr. F. MOSETTI CASARETTO, È Teodulo il poeta dell’‘Ecloga Theoduli’?, in «Mit-

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do non ai bucolica carmina in sé e come genere, bensì agli scriptores de- gli stessi: «…scripserunt et alii, sed ignobiles». Gargan ha colto perfettamente nel segno parlando di “omissio- ne” 69 : ma perché omettere di proposito il nome dell’Alighieri come autore di egloghe? Credo che si possa proporre una spiegazione, con- siderando la natura della lettera di Boccaccio a Martino da Signa: es-

sa è una risposta a una precisa domanda sul significato dei tituli e dei

nomina collocutorum del Buccolicum carmen. Il Certaldese oltretutto confessa, in buona sostanza, di non essere stato esaustivo per l’ufficio richiesto, confidando che quanto scritto rapidissimamente (…quam brevissime scripsi) possa bastare e appellandosi fiducioso all’ingegno pronto del proprio interlocutore: «Et hec pro nunc dicta sufficiant, quem quam brevissime scripsi de ingenio tuo confidens» (§ 33). Que-

sta dichiarata rapidità di stesura spiega secondo me perché Boccaccio,

in più occasioni, non sia entrato nel dettaglio delle questioni, come

quando liquida perentoriamente le sue prime due egloghe, o afferma

di

avere dimenticato il significato di Terapon, o, addirittura, al momen-

to

di trattare la produzione bucolica post virgiliana anteriore a Petrar-

ca, si mostri particolarmente sbrigativo. Lo stesso, ben noto, excursus con la storia del genere bucolico non è tanto una lezione di storia let-

teraria impartita da Boccaccio a frate Martino, bensì una premessa ne- cessaria e funzionale a illustrare e motivare adeguatamente, alla luce dei modelli, la propria scelta di non avere sempre attribuito significa- tio ai collocutores del proprio Buccolicum carmen. Da questo punto di vista le due egloghe dantesche risultano “eccentriche”, diremmo “fuo-

ri

tema”: non presentano tituli e i dialoghi sono inseriti in una corni-

ce

narrativa, non sono cioè strutturate come dialogo tra due o più col-

locutores. Affrontare il tema delle egloghe di Dante avrebbe imposto

di

illustrare la loro differenza strutturale rispetto a quelle di Petrarca,

la

loro configurazione anomala rispetto a quello che era, già negli an-

ni

Settanta del Trecento, il bucolicum carmen di riferimento. E oltre-

tutto le egloghe dantesche non si configurano nemmeno come silloge organica, come bucolicum carmen in senso stretto, essendo state elabo- rate all’interno di una corrispondenza con Giovanni del Virgilio. È questo un aspetto che Boccaccio mette in rilievo nel Trattatello, spie-

69 L. GARGAN, Dante e Giovanni del Virgilio…, cit., p. 134.

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gando come le egloghe dantesche fossero carmi di risposta: «Oltre a questi compose il detto Dante due egloge assai belle, le quali furono intitolate e mandate da lui, per risposta di certi versi mandatigli, a Gio- vanni del Virgilio, del quale sopra altra volta è fatta menzione» (§ 198). Il modello dell’egloga dantesca, indipendentemente dal valore intrin- seco dell’opera e dalla sua qualità estetica, non appare pertinente al di- scorso di Boccaccio nella lettera all’agostiniano professore di Sacra Pa- gina in cui sono spiegati titoli e nomi dei collocutores. Il Certaldese aveva stabilito una gerarchia nella produzione bu- colica, distinguendo i “maggiori” Virgilio e Petrarca, dai “minori”: se stesso, Dante, Giovanni del Virgilio e Checco di Meletto Rossi. Fu in- fatti Boccaccio ad allestire una collezione di poeti bucolici minori, ri- salente al seguente volume inventariato nella parva libraria di Santo Spirito: «Item in eodem libro banco V liber 6, bocolicorum domini Iohannis Bocaccii, conpletus, copertus corio rubeo, cuius principium est Tindare, non satius, finis vero in penultima carta Lilibeis vallibus hedos et cetera». Questo esemplare, ormai smarrito, si apriva con il Buccolicum carmen di Boccaccio e si chiudeva con un egloga di Chec- co di Meletto Rossi, dove al v. 25 si leggono proprio le parole con cui terminava la penultima carta del volume descritto nell’inventario. Come ha felicemente ipotizzato Giuseppe Billanovich, da questa per- duta antologia bucolica sono derivati il sopraccitato ms. di Kynžvart e il codice Firenze, Bibl. Medicea Laurenziana, Plut. 39 26 70 . Essa do- veva contenere, dopo il Buccolicum carmen boccacciano (in una reda- zione intermedia rispetto al testo nell’autografo Ricc. 1232), «la pro- cessione finale della bucolica minore moderna, scandita a ritmo di coppia» 71 , ovvero i testi che compaiono nei due apografi nella seguen- te sequenza: le due egloghe di Dante, l’egloga di risposta a Dante di Giovanni del Virgilio (non l’epistola metrica di invio, che tecnicamen- te non è un’egloga) e l’egloga dello stesso maestro bolognese al Mus- sato, per concludersi con i due componimenti in stile pastorale di Checco di Meletto indirizzati al Boccaccio. Il Certaldese aveva sciol- to le corrispondenze bucoliche, accorpando due a due le egloghe di

70 Per questo importante codice T. DE ROBERTIS, Il Parnaso bucolico disegnato da Boccaccio. Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, 39.26, in Boccaccio autore e copista, cit, pp. 211-213.

71 G. BILLANOVICH, Testi bucolici…, cit., pp. 202-221: 216.

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ciascun autore, e ricostruendo così una sequenza di piccoli bucolica carmina 72 . Il rifiuto del modello bucolico dantesco era avvenuto già parec- chi anni prima della stesura della lettera a Martino da Signa, fin dai primi anni Cinquanta del Trecento: lo stesso Boccaccio aveva riscrit- to la sua egloga Faunus, passando dal modello dell’egloga narrativa con i dialoghi introdotti da verba dicendi come ait, inquit, dixit, chia- ramente ispirata da Dante, a quella dialogata tra due o più collocuto- res, con i nomi posti fuori metro, e modellata dapprima su Argus, poi sulle altre egloghe di Petrarca. Perfetta dunque appare la constatazio- ne di Martellotti, che coglieva l’adesione di Boccaccio al classicismo petrarchesco: «Ancora una volta, nella gara con l’antico, Petrarca impone il suo esempio» 73 .

ANGELO PIACENTINI

72 M. PETOLETTI, Boccaccio editore delle egloghe e delle epistole di Dante, in Boccac- cio editore e interprete di Dante, Atti del Convegno internazionale di Roma, 28-30 otto- bre 2013, a cura di L. Azzetta e A. Mazzucchi, Roma, Salerno Editrice, 2014, pp. 159-183, soprattutto le pp. 170-172.

73 Fondamentale a questo proposito il contributo di G. MARTELLOTTI, Dalla tenzo- ne al carme bucolico (1964), cit., pp. 71-89. La citazione è alla p. 88. Si veda anche J.L.

SMARR, Boccaccio pastorale tra Dante e Petrarca, in Autori e lettori di Boccaccio, cit., pp. 237-

254.

ABSTRACTS *

M. CURSI, Boccaccio lettore di Omero: le postille autografe all’Odissea

Nel saggio si annuncia l’identificazione di 21 postille, sette manicule e un segno di graffa attribuibili alla mano di Giovanni Boccaccio, poste in margine al ms. Gr. IX. 29 della Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia; il codice, autografo di Leonzio Pilato conte- nente la sua traduzione interlineare dell’Odissea, fu trascritto in un periodo compreso tra il 1360 e il 1362. Il testimone marciano presenta anche tredici postille petrarchesche, cin- que delle quali segnalate qualche anno fa da Filippomaria Pontani, e una nutrita serie di indicazioni paragrafematiche, ugualmente di mano del Petrarca. La scoperta getta nuova luce sull’eccezionale operazione grafica e testuale, fortemente voluta da Francesco Petrarca ma concretamente promossa da Giovanni Boccaccio, che si concluse con il re- cupero all’Occidente latino del testo dei due grandi poemi omerici.

The article announces the discovery of 21 glosses, seven manicules and one ‘notabene’ sign attributable to Giovanni Boccaccio, in the margins of Venice, Biblioteca Nazionale Marciana, ms. Gr. IX. 29; the manuscript, transcribed by Leontius Pilatus, contains his translation of the Odyssey, executed between 1360 and 1362. In the manuscript there are also thirteen glosses by Petrarch, five of them pointed out some years ago by Filippomaria Pontani, and a large number of paragraph marks, equally attributable to Petrarch. The dis- covery sheds new light on this important copying and textual project that was strongly supported by Petrarch but actually promoted by Giovanni Boccaccio, which resulted in the recovery of the text of the two great Homeric poems.

GIOIA FILOCAMO - DANIELA DELCORNO BRANCA, Quattro sonetti di Boccaccio nel reperto- rio di un confortatore bolognese

Il ms 157 della Biblioteca Universitaria di Bologna (= Bu 157, del sec. XV) è testimone, mai segnalato in alcuna edizione critica, di quattro sonetti di Boccaccio. Appartiene ad una serie di codici connessi alla pratica del conforto dei condannati a morte a Bologna da par- te della Confraternita di S. Maria della Morte. Nell’attività rientrava anche l’utilizzo di un corpus di 211 componimenti, 106 dei quali nel solo Bu 157, oltre la metà inediti. La sillo- ge ha una spiccata fisionomia emiliano-bolognese: accanto ad autori toscani (oltre a Boccaccio, il Saviozzo, Niccolò Cicerchia e altri) si notano i locali Gregorio Roverbella, Matteo Griffoni, Ser Suavis. La presenza dei quattro testi boccacciani – di argomento morale e religioso – è anche pre-

* Un sentito ringraziamento va a Laura Lepschy Momigliano per la sua collabora-

zione.

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ziosa dal punto di vista testuale, in quanto conferma l’importanza dei testimoni extrava- ganti nei confronti della Raccolta Bartoliniana, rispetto alla quale costituisce per due so- netti l’unica altra attestazione nota. La validità della lezione sostanzialmente corretta di Bu 157 consente di evitare emendamenti finora proposti nelle edizioni critiche delle Rime di Boccaccio.

MS 157 of the Biblioteca Universitaria di Bologna (= Bu 157, fifteenth century) contains four sonnets by Boccaccio, but has never been mentioned in any critical edition. It belongs to a series of manuscripts related to the task of comforting those condemned to death in Bologna, under the auspices of the local Confraternita di S. Maria della Morte. For this purpose the confraternity used a corpus of 211 texts, 106 of which are in Bu 157, more than half of them not published. Bu 157 is clearly connected to Emilia Romagna and par- ticularly to Bologna: in addition to authors from Tuscany (Boccaccio, il Saviozzo, Niccolò Cicerchia, etc.) there are also some local names, like Gregorio Roverbella, Matteo Griffoni, Ser Suavis. The four moral and religious sonnets by Boccaccio contained in Bu 157 are also impor- tant from a textual point of view: they confirm the importance of distant witnesses relat- ed to the Bartoliniano codex, the only other known source for two sonnets. The substan- tially correct readings of Bu 157 permit editors to avoid the emendations so far proposed in critical editions of Boccaccio’s Rime.

MARIA PIA ELLERO, Alatiel o del tempo reversibile. Teologia e mondanità in Decameron II 7

La conclusione di Decameron, II 7, dove Alatiel riacquista la verginità e cancella il proprio passato, richiama una quaestio de potentia diffusa nella prima metà del XIV secolo: può Dio restituire la verginità perduta e disfare il passato, senza pregiudicare l’infallibilità del piano divino sulla creazione? La novella, con la sua premessa teologica, nella quale è in questione l’infallibilità del pro- getto divino, riserva a questi temi un trattamento parodico, tanto più esilarante quanto più il lettore sa riconoscere i termini del dibattito teologico. In Decameron, II 7, inoltre, la reversibilità del tempo è sia un motivo tematico implicito sia una costante formale. In questa storia di viaggi e tradimenti, anche il tempo narrativo appare reversibile, come l’esperienza della protagonista. Non solo perché Alatiel ristabi- lisce la verginità perduta, ma anche perché le sue avventure ripetono uno stesso schema diegetico, come in una mise en abyme del paradosso di Dio e della vergine.

The paper outlines the interdiscursive connections between Decameron, II 7 and one of the most debated quaestiones de potentia Dei, and it evidences the parodic dimension of Boccaccio’s discourse. In Boccaccio’s story, which is supposed to demonstrate the infallibility of divine action, Alatiel ‘re-establishes’ her lost virginity with a false account of her past adventures. In the first half of the fourteenth century, the topic of infallibility was implied in the considera- tion of God’s potence and related to the quaestio as to whether God can undo the past and restore virginity. Boccaccio borrowed from the quaestio de corrupta the motifs of lost and restored chasti- ty and of an erased past event. In his tale, parody does not issue from a reversal of the source but from abasement of the original theme. The power to annul a past event does not pertain to God, but is instead a human attribute which is effective among other men.

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GIUSEPPE CHIECCHI, Elegia di Madonna Fiammetta: in margine alla mitologia del perso- naggio

L’impiego pervasivo della mitologia smentisce clamorosamente quanto promesso da

Fiammetta alle donne destinatarie della Elegia. L’indagine affronta le cause e gli effetti del- la palese contraddizione, che già di per sé svela il dissesto identitario della protagonista e la sua patologia retorica e letteraria. Fiammetta percorre le strade del mito con atteggia- mento agonistico mai sazio, costruendo una ragnatela di inganni e di auto-inganni, nella

quale essa stessa si invesca e che causa quella aegritudo persistente e quella irrisolvibile in-

competenza esistenziale, che costituiscono gli aspetti salienti della modernità del perso- naggio.

The pervasive use of mythology clamorously disavows all that promised by Fiammetta to

the women to whom the Elegia was addressed. The research faces the causes and the ef- fects of the evident contradiction, which itself reveals the selfidentity disturbance of the character and his rhetoric and literary pathology. Fiammetta goes through the route of the

myth with an insatiable agonistic attitude, building up a web filled with deceptions and

self-deceptions, in which she herself is caught and which causes that persisting aegritudo and that unresolvable existential incompetence, which constitute the salient aspects of the character’s modernity.

MARIA GOZZI, Briseide – Briseida - Criseida. Nota su un passo del Filostrato

Il breve testo in una prima parte suggerisce di sostituire al rapporto Filostrato I 26 - Purg.

XXX 31 il parallelo con un passo di Ovidio (Ars amatoria III 187-192). Ipotizza poi, con

grande cautela, che sempre su base ovidiana possano essere avvenuti i passaggi di nome

da Briseide (tradizione classica) a Briseida (Roman de Troie) per approdare alla forma, pe-

raltro non unica, di Criseida nel Boccaccio.

The short text proposes in its first part the substitution of the link Filostrato I 26 - Purg.

XXX 31 with Ovid’s Ars amatoria III 187-192. In its second part it cautiously tries to show

through another ovidian passage the possibilities of changing the names Briseide (classi- cal tradition) – Briseida (Roman de Troie) - Criseida.

MICHAEL D. REEVE, Cicero’s Verrines and the textual tradition of Boccaccio’s De casibus virorum illustrium

Boccaccio conosceva le Verrine di Cicerone? Disamina delle prove finora addotte, con os- servazioni sullo stemma del De casibus virorum illustrium.

Did Boccaccio know Cicero’s Verrines? An examination of the evidence hitherto ad- duced, with observations on the stemma of De casibus virorum illustrium.

ANGELO PIACENTINI, La lettera di Boccaccio a Martino da Signa: alcune proposte interpre- tative

L’articolo si concentra sulla lettera che nel 1374 Boccaccio scrisse a Martino da Signa,

frate agostiniano e maestro di Sacra Pagina, che lo aveva interpellato sul significato dei

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tituli e dei nomi dei collocutores delle sedici egloghe del Buccolicum carmen, analizzando principalmente la prima sezione, nella quale l’autore illustra la storia del genere bucolico, da Teocrito in greco, a Virgilio nel mondo latino, fino al suo contemporaneo Petrarca. Esamina quindi il giudizio di Boccaccio sulla produzione bucolica petrarchesca, illustrando come Virgilio e Petrarca siano stati i modelli di riferimento nella composizione del Buccolicum carmen. Infine è proposta l’ipotesi relativa agli autori di poesia pastorale che Boccaccio definisce “ignobiles”: è analizzato il significato dell’attributo e ipotizzato che Boccaccio alluda principalmente alla cosiddetta Ecloga Theoduli, opera che ebbe vasta diffusione nel Medioevo.

The paper focuses on the letter that in 1374 Boccaccio addressed to Martino da Signa, theologist and austin friar, who had asked him the meanings of the titles and the names of the principal characters (collocutores) of the sixteen eclogues of his Buccolicum carmen, and mainly analyzes the starting chapter, in which the author explains the history of bucolic poetry, from Theocritus in Greek, to Vergil in the Latin world, up to his contemporary Petrarch. Afterwards, the article examines Boccaccio’s judgement on Petrarchan bucolics, showing that Vergil and Petrarch were his most eminent models for the composition of the Buccolicum carmen. Moreover, the paper submits the hypothesis about the bucolic authors that Boccaccio defines as “ignobiles”, investigating the meaning of this adjective and supposing that Boccaccio’s alludes mostly to the so-called eclogue of Theodulus, a work that achieved very wide diffusion in the Middle Ages.

ANTONIO MONTEFUSCO, Dall’Università di Parigi a Frate Alberto. Immaginario antimen- dicante ed ecclesiologia vernacolare in Giovanni Boccaccio

L’articolo esamina la presenza dei frati mendicanti nella scrittura di Boccaccio, e in par- ticolare nel Decameron. Per spiegare questa presenza importante, l’autore fornisce alcu- ni elementi di contesto, analizzando il ruolo dei frati nella Napoli angioina e nella Firenze della seconda metà del Trecento. Il punto di vista di Boccaccio risulta in rapporto con quello della élite fiorentina, sensibile ad alcuni elementi della predicazione “spirituale” dei fraticelli, che però l’autore del Decameron miscela con la tradizione letteraria antimendi- cante, che dalla Francia si è trasmessa in Italia. Viene poi analizzato il trattamento della materia nel Decameron, dove questo tema diventa l’occasione per riflettere sulla Chiesa e sulle questioni del linguaggio. In Appendice si pubblica l’edizione critica del testo satiri- co Vehementi nimium commotus dolore, prodotto in ambiente federiciano nel ’200 e tra- scritto e rielaborato da Boccaccio nello Zibaldone Laurenziano.

The paper examines the presence of the Mendicant Friars in the works of Giovanni Boccaccio, especially the Decameron. The author provides some elements of the different socio-historical contexts known by Boccaccio (Naples and Florence) in order to explain such a consistent presence. Boccaccio shares his point of view about the historical role of the Friars with the Florentine élite of his time, which was sensitive to the predication by the Fraticelli, but he mixed this point of view with the issues of the antimendicant imagery, born in France and implanted in Italy. Consequently, the treatment of the topics is ana- lyzed in the Decameron, where it becomes the occasion to reflect about the Church and the language. In the Appendix, the author provides the critical edition of the satirical text Vehementi nimium commotus dolore, produced at the court of Frederick II in 1241-1243 and transcribed and rewritten by Boccaccio in the Zibaldone Laurenziano.

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MONICA BERTÈ – MARCO CURSI, Novità su Giovanni Boccaccio: un numero monografico di «Italia medioevale e umanistica»

Gli autori ripercorrono e discutono i contributi del numero monografico di «Italia me-

dioevale e umanistica», LIV, 2013, pubblicato in occasione del settimo Centenario della

nascita di Giovanni Boccaccio e a lui interamente dedicato, grazie alla felice iniziativa del-

la scuola di Giuseppe Billanovich, che pure in questo stesso anno avrebbe festeggiato il

primo centenario della sua nascita. Prendendo le mosse dai saggi raccolti in IMU, ne svi- luppano alcune linee di ricerca con simile approccio metodologico: analizzano le ricadu-

te

della situazione economico-patrimoniale del Certaldese sulla sua attività letteraria (sul-

la

scorta del dossier fiscale ricavato dal lavoro in fieri sul suo Codice diplomatico); rifletto-

no sulla sua lettura dei classici (in particolare Terenzio e Plinio), sulla sua attività di po-

stillatore (che testimonia un’attenzione per gli aspetti grafico-linguistici del latino tutt’al-

tro che trascurabile), sulla sua biblioteca (di cui conosciamo in buona parte mole e con-

tenuto) e sul suo ruolo nella rimessa in circolazione del greco e nella traduzione dei poe-

mi omerici affidata a Leonzio Pilato; ridefiniscono, da ultimo, alcuni aspetti dei suoi

complessi rapporti con Paolino Veneto, Zanobi da Strada e Francesco Petrarca.

The authors describe and discuss the papers in the journal «Italia medioevale e umanis- tica», LIV, 2013, a volume published on the occasion of the 7th Centenary of Boccaccio’s birth and entirely devoted to him, thanks to the successful initiative of the school of Giuseppe Billanovich, of whom the first centenary of birth fell on the same year 2013. Moving from IMU’s papers the authors develop some lines of research with similar methodological approach: they analyze the impact of the financial situation of Boccaccio

on

his literary activity in the wake of the fiscal dossier extracted from the work in progress

on

his Codice diplomatico; they reflect on his reading of the classics (especially Terence and

Pliny), on his marginal notes (which indicate a great attention to the graphic-linguistic as- pects of Latin), on his library (which we know for the most part) and on his role in the circulation of Greek and in promoting the translation of the Homeric poems by Leontius Pilatus; they clarify, finally, some aspects of his complex relationships with Paolino Veneto, Zanobi da Strada and Petrarch.

GIANCARLO ALFANO, Racconto, brigata, cornice. La testualità della novella alla luce dei trat- tati cinquecenteschi sul genere.

Il saggio prende in esame i tre interventi teorici cinquecenteschi dedicati al genere della

novella: il Discorso fatto sopra il Decameron di Francesco Sansovino, la sezione conclusi- va del Dialogo de’ giuochi di Girolamo Bargagli e la Lezione sopra il comporre delle novel- le di Francesco Bonciani. L’analisi identifica le principali linee concettuali seguite dai tre autori, avanzando un’interpretazione sintetica complessiva che mostra come alla fine del Cinquecento i teorici tendessero a separare nettamente la dimensione conversativa della

brigata dal corpo testuale della novella. Il modello letterario boccacciano viene ridotto o

a semplice abitudine antropologica effettivamente praticata nella realtà (le “veglie” di

Siena), a puro schema diegetico (la favola) o a mera composizione editoriale (l’antologia

di «diversi auttori»). Distinguendo nettamente tra poetica aristotetica, precettistica reto-

rica e riflessione etica, la trattatistica di fine secolo sulla novella tradisce l’originario ap- porto di Boccaccio, mostrandosi incapace di proporre un modello teorico della comunità in conversazione.

The essay examines the only three contributions on the novella extant from Renaissance

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literary theory: Sansovino’s Discorso fatto sopra il Decameron, the last section of Girolamo Bargagli’s Dialogo de’ giuochi, and Bonciani’s Lezione sopra il comporre delle novelle. The analysis fully describes the main conceptual lines followed by these authors, proposing a general interpretation of their theoretical effort. At the end of the XVIth Century, theo- rists show a strong tendency to sever conversation from narration, whose unity is, on the contrary, typical of Boccaccio’s Decameron. Boccaccio’s narrative model is reduced either to a real anthropological activity (such as going to “veglie” in Siena: Bargagli), or to a sheer diegetic scheme (the fabula: Bonciani), or to the mere typographical entity (the antholo- gy of «diversi auttori»: Sansovino). In the end, their effort fails to create a general theory of the community in discourse, able to bound together Aristotle’s poetics, rhetoric tradi- tion and reflection on ethics and behaviour.

SUSANNA VILLARI, L’intertesto lirico nelle raccolte novellistiche dell’età della controriforma

L’indagine è incentrata sugli inserti lirici delle raccolte novellistiche dell’età della Controriforma, dei quali vengono esaminate le forme e le funzioni, non soltanto in rap- porto al modello decameroniano, ma anche in relazione agli ideali poetici e letterari di cui i singoli autori si fanno promotori in un virtuale dialogo con il loro pubblico.

This research is focused on the lyric sections of the collections of novellas from the age of the Counter-Reformation. Forms and functions are analysed not only in connection with the Decameronian model, but also in relation to poetic and literary ideals promoted by the individual authors in a virtual dialogue with their audience.

GUYDA ARMSTRONG, A bibliography of Boccaccio’s works in English translation, Part II: The Decameron

ll saggio offre la seconda parte della bibliografia delle opere di Giovanni Boccaccio tra- dotte in inglese dal XV secolo ad oggi. La bibliografia presenta le edizioni inglesi del ca- polavoro del certaldese dal XVII al XXI secolo.

This essay offers the second part of the bibliography of Boccaccio’s works in English trans- lation from the fifteenth century to the present day, containing all English-language print- ed editions of the Decameron produced between the seventeenth and twenty-first cen- turies.

INDICE

GINETTA AUZZAS, Ricordo di Vittorio Zaccaria

 

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MARCO CURSI, Boccaccio lettore di Omero: le postille

 

autografe all’Odissea

 

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GIOIA FILOCAMO - DANIELA DELCORNO BRANCA, Quattro

 

sonetti di Boccaccio nel repertorio di un confortatore

 

bolognese

 

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MARIA PIA ELLERO, Alatiel o del tempo reversibile.

 

Teologia e mondanità in Decameron II 7

 

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GIUSEPPE CHIECCHI, Elegia di madonna Fiammetta: in

 

margine alla mitologia del personaggio

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MARIA GOZZI, Briseide - Briseida - Criseida. Nota su un

 

passo del Filostrato

 

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MICHAEL D. REEVE, Cicero’s Verrines and the Textual Tradition of Boccaccio’s De casibus virorum illustrium

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ANGELO PIACENTINI, La lettera di Boccaccio a Martino da Signa: alcune proposte interpretative

 

147

ANTONIO MONTEFUSCO, Dall’università di Parigi a Frate Alberto. Immaginario antimendicante ed ecclesiologia vernacolare in Giovanni Boccaccio

 

177

MONICA BERTÉ - MARCO CURSI, Novità su Giovanni Boccaccio:

un numero monografico di «Italia medioevale e

 

umanistica»

 

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GIANCARLO ALFANO, Racconto, brigata, cornice. La testualità della novella alla luce dei trattati cinquecenteschi sul .

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genere

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indice

SUSANNA VILLARI, L’intertesto lirico nelle raccolte

novellistiche dell’età della Controriforma

 

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GUYDA ARMSTRONG, A Bibliography of Boccaccio’s Works in English Translation part II: The Decameron

 

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RECENSIONI

 

Dentro l’officina di Giovanni Boccaccio: studi sugli autografi in vol- gare e su Boccaccio dantista, a cura di S. Bertelli e D. Cappi

 

(M.

Signorini, M. Zaccarello); Giovanni Boccaccio: tradizio-

ne, interpretazione e fortuna. In ricordo di Vittore Branca. a

cura di A. Ferracin e M. Venier (G. Zollino); Boccaccio edi- tore e interprete di Dante, a cura di L. Azzetta e A.

Mazzucchi (L.C. Rossi), Verso il centenario del Boccaccio. Presenze classiche e tradizione biblica, a cura di M. Ballarini e G. Frasso con la collaborazione di S. Baragetti (V. Rovere); Boccaccio autore e lettore, a cura di P. Canettieri e A. Punzi

(R.

Viel); KATHERINE A. BROWN, Boccaccio’s Fabliaux:

Medieval Short Stories and the Function of Reversal (K P Clarke); MARTIN EISNER, Boccaccio and the Invention of Italian Literature. Dante, Petrarch, Cavalcanti, and the Authority of the Vernacular (R. Modonutti)

 

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ABSTRACTS

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NOTIZIARIO

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INDICE DEI NOMI

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INDICE DEI MANOSCRITTI

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