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Associazione Idrotecnica Italiana – Sezione Calabria

Giornata di studio: Evoluzione delle tecnologie per lo scarico a mare a servizio degli impianti di depurazione
Limbadi (VV), 15 luglio 2003
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Progetto delle condotte di scarico a mare


Prof. Paolo Veltri (*), Ing. Francesco Aristodemo (*)

(*) Dipartimento di Difesa del Suolo – Università degli Studi della Calabria – 87030 Arcavacata di Rende (CS)
veltrip@dds.unical.it; aristodemo@dds.unical.it - tel. 0984/496548-496553

Sommario

Nella presente memoria, si illustrano i numerosi aspetti da considerare per una corretta e completa
progettazione degli scarichi a mare delle acque. Nella prima parte, si illustrano gli aspetti
tecnologici delle condotte di scarico, relativi ai materiali per le tubazioni, ai sistemi costruttivi e
alle tecniche di varo e posa in opera. Nella seconda parte, si illustrano gli aspetti ambientali,
relativi ai processi di diluizione a mare dei liquami provenienti dagli impianti di depurazione, con
riferimento alle normative vigenti. Nella terza parte, si illustrano gli aspetti fluidodinamici,
riguardanti lo studio del campo di moto nell’intorno di una condotta, gli aspetti idrodinamici,
relativi all’interazione dinamica fra la condotta e le forze generate dal moto ondoso e dalle
correnti, e gli aspetti strutturali, riguardanti il dimensionamento e la scelta degli elementi resistenti
di una condotta di scarico. Infine, sono mostrati i procedimenti relativi a due applicazioni di tipo
progettuale: la prima, riguarda l’analisi di una condotta di scarico a mare posata sul fondo
appesantita da materassi discontinui, la seconda, relativa al calcolo della diluizione complessiva
del refluo che fuoriesce dal diffusore di uno scarico a mare.
Progetto delle condotte di scarico a mare
Prof. Paolo Veltri, Ing. Francesco Aristodemo
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1. Introduzione

Le condotte di scarico a mare delle acque reflue provenienti dagli impianti di depurazione
rappresentano una particolare categoria delle condotte sottomarine, caratterizzata da specifiche
condizioni ambientali e meccaniche.
In generale, le condotte sottomarine, o più genericamente subacquee, sono una tipologia di
costruzioni adibita ad un’ampia serie di usi e servizi, avvalendosi di molteplici tecniche. Il campo
delle condotte sottomarine raccoglie svariati settori della progettazione ingegneristica, visto che
esse possono essere utilizzate come oleodotti e gasdotti, come prese e restituzioni delle acque di
raffreddamento di centrali termiche e di industrie, come convoglio per idrocarburi e gas naturali da
giacimenti offshore ai terminali costieri, come alimentazione idropotabile delle isole, come scarico
a mare, a una certa distanza dalle coste, delle acque reflue provenienti dagli impianti di depurazione
o dalle fognature, come protezione dei cavi per l’elettricità e per il telefono, ecc. A questo tipo di
infrastrutture, sia pur differenziandosi per le notevoli dimensioni, appartengono le gallerie
sottomarine, adibite al passaggio dei mezzi di trasporto quali treni e tutta la gamma del parco
veicolare, come il tunnel della Manica oppure alcune soluzioni ipotizzate per l’attraversamento
dello stretto di Messina.
Questo specifico settore è, tuttora, in via di forte sviluppo per la moltitudine di problematiche
che governano lo studio e la realizzazione di queste strutture. Il numero e le dimensioni di opere è
cresciuto in modo esponenziale in questi ultimi decenni: basti pensare al fatto che si è passati dai
piccoli sifoni per l’attraversamento dei canali, di fiumi, di modesti lembi di mare, ai grandi
acquedotti per l’approvvigionamento idrico delle isole, alle condotte di scarico di acque reflue per
grossi centri rivieraschi, ai grandi oleodotti e gasdotti del nord Europa [1].

Fig. 1. Planimetria dell’acquedotto sottomarino dell’isola d’Elba

Nella progettazione delle condotte sottomarine ci si trova spesso in condizioni sfavorevoli, vista
la presenza dell’ambiente marino e, quindi, la difficoltà di operare in situazioni in cui la posa in
opera delle diverse tubazioni, l’eventuale eccessiva profondità dei fondali marini e, ancora, l’azione,
più o meno intensa, del moto ondoso e delle correnti marine e di altri specifici parametri propri
dell’ambiente marino in cui si deve operare, richiedono l’ausilio di imponenti mezzi di trasporto
e di varo. Assecondando la crescente domanda di impianti, notevole è stato lo sviluppo delle
particolari tecnologie d’indagine, di progetto, di costruzione e di controllo dei mezzi d’opera ideati
e apprestati. Per progettare questa tipologia di condotte, bisogna considerare, assieme agli aspetti
ingegneristici prima citati, anche condizioni economiche, poiché questi manufatti si sviluppano

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spesso per chilometri, specialmente nei casi in cui collegano isole con la terraferma, allo scopo di
addurre acqua. La complessa modellazione di tutti i fenomeni fisici che interessano il campo delle
condotte sottomarine ha attratto, da diverso tempo, l’interesse di molti ricercatori in tutto il mondo,
considerando che la loro costruzione è stata segnata, in tempi recenti, anche da insuccessi dovuti a
rotture, in corrispondenza della zona dei frangenti e in corrispondenza delle giunzioni dei tubi, e a
malfunzionamenti dell’intero impianto. I risultati della ricerca, resi possibili dall’affinamento delle
tecniche sperimentali, dallo sviluppo dei mezzi di calcolo e delle tecniche di simulazione, e
dall’ampliarsi delle tecnologie riguardanti l’uso di nuovi materiali e di nuovi sistemi costruttivi,
hanno ampliato notevolmente le possibilità di descrivere in maniera più realistica i fenomeni che
coinvolgono la progettazione di questi manufatti. Nelle campo delle condotte sottomarine, specifici
progetti, quali il SVS (Submarine Vortex Shedding) della Comunità europea [2] o il programma
PFMP (Pipeline Field Measurement Program) della Exxon [3], sono stati specificatamente orientati
a fornire risultati da utilizzare nella progettazione di queste infrastrutture.

2. Considerazioni generali sulle condotte di scarico

Nello specifico, si porrà nel seguito l’attenzione sulle condotte sottomarine al servizio di
scarichi a mare di acque reflue, cioè di quei liquami provenienti dalle reti fognarie che subiscono a
monte, prima di essere convogliate in queste condotte, un complesso trattamento di quasi totale
abbattimento del carico organico nell’impianto di depurazione. Queste condotte rappresentano,
soprattutto oggi, una valida alternativa al semplice scarico dei liquami nei pressi della linea di riva
del mare. Ciò ha messo in luce una serie di problematiche legate all’inquinamento dell’ambiente
marino e allo sversamento incontrollato dei reflui a mare senza trattamento preliminare da parte
delle industrie e dei sistemi fognari urbani.

Fig. 2. Planimetria dello scarico a mare dei liquami urbani di Trieste

Queste opere hanno il compito di sversare in zone di mare, a debita profondità e lontananza
dalla costa e al di là della zona dei frangenti, le acque che provengono prevalentemente dagli
scarichi domestici e industriali, al fine di evitare che i materiali scaricati si ritrovino accumulati
sulle spiagge vicine o possano inquinare i tratti di mare balneabili o adibiti alla pesca. Dal momento
in cui il liquame entra a contatto con l’ambiente marino circostante, si esplica il cosiddetto potere
autodepurante del mare, il quale consente di ridurre notevolmente la concentrazione batterica
presente nel refluo sversato, tenendo presente, inoltre, gli standard di qualità prescritti dalla legge,
con riferimento alla specifica loro utilizzazione. Il tratto terminale della condotta, dove il liquame
deve fuoriuscire ed entrare in contatto con l’acqua marina, è solitamente di diametro inferiore a
quello del tratto precedente. In questo tronco, detto diffusore, la portata effluisce attraversi diversi

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fori praticati sulle pareti della tubazione con prefissati passi e diametri, al fine di favorire il processo
di diffusione del refluo in mare [1].
Prima che il liquame sia convogliato all’interno della condotta sottomarina, esso, uscito
dall’impianto di depurazione, arriva normalmente a una vasca di accumulo e carico, per assicurare
una velocità costante nella tubazione. E’ buona norma affiancare a questa struttura una vasca per la
clorazione da poter usare in occasione di possibili inquinamenti. Per velocità del refluo superiori ai
2 m/s, è consigliato installare anche un dissabbiatore per la separazione del liquame da materiale
come la sabbia, allo scopo di evitare gli effetti dell’abrasione sulle pareti interne. Inoltre, in caso di
piogge eccezionali, è utile costruire degli appositi sfioratori laterali di emergenza per scaricare a
mare le portate eccedenti la massima capacità delle vasche e della condotta. Questi manufatti, al
pari degli acquedotti e delle fognature, operano spesso a gravità, e, quindi richiedono un sufficiente
carico piezometrico convogliato. Nelle zone costiere, per garantire il carico necessario, si
interpongono impianti di sollevamento con pompe aspiranti o sommerse, che consentono al refluo
di possedere il carico necessario a garantire il deflusso fino alla parte terminale della condotta di
scarico a mare [4].

Fig. 3. Planimetria, profilo longitudinale e sezioni tipo dello scarico a mare di S. Giovanni a Teduccio (NA)

Sviluppandosi in prossimità delle coste, hanno rilevanza, nella progettazione degli scarichi,
le azioni idrodinamiche che il moto ondoso e le correnti marine provocano alle basse profondità. In
queste aree di mare, esiste una variabilità delle condizioni ambientali che incide sulla complessità
dei fenomeni di interazione fra il moto della massa fluida che investe la condotta ed essa stessa.
Occorre inoltre differenziare le situazioni da considerare nella fase di progettazione strutturale
dell’opera: varo ed esercizio. La fase di varo è caratterizzata da situazioni geometricamente non
lineari, durante la quale le condotta può subire deformazioni o alterazioni della sua struttura tali da
comprometterne l’uso nella fase di esercizio, in cui, invece, si considerano prevalentemente le
azioni sollecitanti del moto ondoso e delle correnti.
Numerosi sono gli aspetti da considerare per una corretta e completa progettazione degli
scarichi a mare di acque reflue:
• Tecnologici, relativi ai materiali, ai sistemi costruttivi e alle tecniche di varo e di posa in
opera;
• Topografici, relativi alla disposizione plano-altimetrica della condotta;
• Idraulici, riguardanti la portata nera da convogliare entro la condotta e il dimensionamento
del diffusore;

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• Ambientali, relativi ai processi di diluizione a mare dei liquami provenienti dall’impianto di


depurazione;
• Meteomarini, riguardanti l’individuazione del clima ondoso;
• Fluidodinamici, sullo studio del campo di moto che s’instaura nell’intorno della condotta;
• Idrodinamici, relativi all’interazione dinamica tra fluido e condotta;
• Strutturali, riguardanti il dimensionamento e la scelta degli elementi resistenti della
tubazione.
Alcuni di essi saranno in seguito trattati in maniera più approfondita. La parte relativa agli
aspetti meteomarini è stata svolta nella precedente relazione del prof. Tomasicchio.

Fig. 4. Particolare di una condotta sottomarina a campate libere

3. Materiali

Molti dei materiali impiegati nella costruzione delle condotte di scarico risultano essere gli
stessi di quelli utilizzati per gli acquedotti e le fognature. Va considerato che i materiali per le
condotte di scarico devono resistere sia all’aggressività interno del refluo, come nel caso delle
fognature, sia all’aggressività esterna dell’ambiente marino, i cui organismi marini tendono, col
tempo, ad intaccare la durabilità dell’involucro della condotta stessa. A grandi linee, si possono
definire condotte di scarico di piccolo diametro (small sealines) quelle comprese fra un range
minimo di 200 mm e uno massimo di 1000 mm e che scaricano a una profondità minore di 20-25
m, e condotte di scarico di grande diametro (large diameter sealines) quelle che arrivano a
raggiungere i 2200 mm circa [5].
Per le condotte sottomarine di scarico a mare di acque reflue, i materiali comunemente
adottati oggi sono di tipo rigido quali l’acciaio, la ghisa sferoidale o il calcestruzzo armato, e di tipo
flessibile quali il PEAD (polietilene ad alta densità), il PRFV (resine poliestere rinforzate con fibre
di vetro) o, materiali appositamente studiati per tubi flessibili, di produzione danese (NKT),
progettati con la stessa tecnica dei cavi elettrici. Per questo ultimo particolare tipo di condotte, la
resistenza trasversale viene conferita da una guaina di polietilene mediante una serie di fasciature
elicoidali di nastri d’acciaio [6] (Fig. 5).

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Fig. 5. Tubo di tipo NKT

L’acciaio risulta un materiale ampiamente utilizzato per tutti i differenti usi delle condotte
sottomarine. Le sue elevate caratteristiche meccaniche offrono grosse possibilità di adattamento
delle condotte alle più differenti condizioni ambientali del mare. La produzione dei tubi in acciaio si
divide in due direttrici principali: tubi senza saldatura e tubi saldati. I problemi relativi alla
corrosione delle pareti esterne dei tubi sono stati risolti con i rivestimenti e la protezione catodica,
così come sono in via di sviluppo nuove tecniche per difendere le pareti interne delle tubazioni in
acciaio dall’aggressività delle acque reflue di scarico con l’utilizzo di resine epossidiche. Esistono
tuttavia problemi legati alle tubazioni di piccolo diametro, che non consentono l’accessibilità
interna per il ripristino della continuità delle protezioni in corrispondenza delle giunzioni. Le
condotte sottomarine in acciaio vengono collegate generalmente fra loro con giunzione rapida a
bicchiere avente l’anello di guarnizione elastico. Esse vengono anche prodotte con protezione
interna per il trasporto delle acque reflue. Questa tipologia di giunzione consente sensibili
deviazioni dell’asse longitudinale. Esistono anche casi in cui le condotte vengono saldate, o con
saldatura di testa, o con saldatura a bicchiere cilindrico oppure con saldatura a bicchiere sferico con
camera d’aria.
Le tubazioni in ghisa sono state molto utilizzate in passato per la costruzione degli scarichi a
mare. Col tempo, ci si è accorti delle qualità mediocri del materiale. I punti deboli della ghisa si
sono riscontrati nella sua bassa resistenza meccanica e nella fragilità. Oggi, si adottano tubi in ghisa
sferoidale che presentano ottime caratteristiche meccaniche fornite dalla combinazione di due
fattori: elevata resistenza e durabilità, e un sistema di giunzione dei tubi che ne permette
l’installazione in qualunque condizione di tempo e ambiente vista, inoltre, la loro assenza di
rigidità. Le giunzioni usate per i tubi in ghisa sferoidale sono prevalentemente a bicchiere con la
guarnizione anulare di tenuta in elastomero. Esse implicano la necessità di posare e unire i tubi in
situ. In queste situazioni, si adottano particolari dispostivi antisfilamento nei giunti con
l’applicazioni ai lati della condotta di una coppia di cavi di acciaio, che, con l’ausilio di collari in
ghisa sferoidale, trasmettono il tiro in corrispondenza dei singoli bicchieri. Nel caso delle condotte
subacquee, i tubi di ghisa sferoidale sono protetti all’interno con intonaco cementizio e possono
essere appesantiti con un rivestimento esterno di calcestruzzo.
Il calcestruzzo armato, oggi poco diffuso nel campo delle condotte di scarico, è
principalmente adottato come rivestimento, appesantimento e protezione dagli agenti esterni per gli
altri tipi di materiali. Per queste tubazioni, si impiega il montaggio assistito da palombari fra singoli
tubi, inserendo fra essi speciali giunti mobili [6].
Crescente impiego nella costruzione di scarichi a mare ha subito il PEAD (polietilene ad alta
densità) (Fig. 6). Esso è un materiale termoplastico ottenuto per polimerizzazione diretta dell’etilene
secondo un procedimento ad alta pressione. Il PEAD presenta un comportamento viscoelastico,
cioè, se sottoposto a sollecitazioni costanti, subisce deformazioni che crescono col tempo

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(fenomeno chiamato creep). Il decadimento delle caratteristiche meccaniche dipende


proporzionalmente dalla temperatura. Sono svariate, tuttavia, le caratteristiche del materiale che lo
rendono molto adottato nel campo delle condotte sottomarine. Il PEAD si presenta liscio, non
soggetto a facili incrostazioni da parte dell’ambiente marino, è facilmente saldabile, resiste
ottimamente al passaggio dei fluidi, è particolarmente flessibile ed è leggero rispetto agli altri
materiali, facilitando così il trasporto a terra e in mare [7]. Esso viene prodotto in lunghe pezzature
fino alla possibilità, limitatamente ai piccoli diametri, della estrusione continua per formare e
trasportare tratte sbobinate di notevole lunghezza. Inoltre, esiste, in questi casi, la possibilità di
produrre un unico tubo continuo in testa al cantiere di varo. I tubi in PEAD sono normalmente
prodotti per estrusione a caldo e stabilizzati con particolari sostanze che lo proteggono
dall’invecchiamento. I sistemi più diffusi di giunzioni tra due tubi contigui e tra tubo e raccordo
sono la termosaldatura testa a testa, la saldatura a manicotto termico e la giunzione per flangiatura
[6].

Fig. 6. Tubi in PEad

Le tubazioni in PRFV (resine poliestere rinforzato con fibre di vetro) sono prodotte
mediante formatura per avvolgimento continuo di fili di vetro paralleli impregnati di resine insature.
La possibilità di produrre tubazioni con differenti orientamenti delle fibre di vetro è importante al
fine di ottimizzare le caratteristiche di resistenza del tubo prodotto in relazione ai requisiti
meccanici di riferimento. Dal punto di vista morfologico, le condotte in PRFV sono realizzate con
tre stratificazioni aventi diverse caratteristiche chimico-fisiche in relazione alle funzioni loro
attribuite: lo strato interno assicura un’elevata resistenza alla fessurazione, all’abrasione e alla
corrosione; lo strato centrale è lo strato meccanico resistente, strutturato con fili di vetro impregnati
con resine di elevate proprietà meccaniche; lo strato esterno ha la funzione di ricoprimento e
protezione dall’aggressività dell’ambiente circostante. Le giunzioni adottate per il PRFV sono il
giunto a bicchiere con anello elastomerico di tenuta avente un dispositivo antisfilamento, e il giunto
a manicotto [8].

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4. Sistemi realizzativi

Le condotte sottomarine per gli scarichi a mare di acque reflue possono essere realizzate in
trincea (interrate), come una comune condotta acquedottistica, posate a terra, cioè sul fondale
marino, oppure poggiate su selle, al fine di adeguarsi nel miglior modo possibile alla particolare, e
spesso irregolare, batimetria del fondale (Fig. 7). Solitamente, dal punto di vista costruttivo, il
primo tratto della tubazione è interrato perché la cosiddetta surf-zone (la zona che va dalla linea di
riva ai frangenti) presenta delle caratteristiche legate al frangimento dell’onda marina, che causa la
dissipazione di energia con i susseguenti fenomeni di agitazione turbolenta per tutta la profondità
del mare, dando luogo al sollevamento e al trasporto dei sedimenti del fondale, e a rilevanti azioni
di sollecitazione dinamica. La condotta deve essere così opportunamente interrata ben al di sotto del
fondo del mare, in modo che i sedimenti di questa zona non presentino una soglia di stabilità
superiore alla massima velocità delle particelle fluide sul fondo per non mettere a nudo la condotta e
esporla direttamente all’azione di onde e correnti [9].

Fig. 7. Profilo longitudinale e modalità dei sistemi realizzativi di una condotta sottomarina

E’ oramai riconosciuto che gli scarichi a mare devono essere posati sul fondale e, quindi, a
diretto contatto con l’ambiente marino soltanto a debita distanza dalla zona dove avviene il
frangimento dell’onda, per motivi di sicurezza dovuti all’eventuale rottura delle condotte. Collegata
a questa problematica, esiste la difficoltà del progettista di trovarsi in condizioni in cui lo studio del
regime di questa fascia di mare è estremamente complesso per i fenomeni, prima detti, di agitazione
turbolenza che possono condurre a stime poco realistiche delle grandezze utili per la progettazione,
soprattutto del rilievo reale delle velocità lungo il profilo verticale del mare.
Superata la surf-zone, il proseguimento della condotta può avvenire ancora in trincea, ma ciò
risulta sconveniente dal punto di vista economico, considerando i costi che si hanno per le
operazione di scavo e di successivo rinterro del materiale del fondale marino. Più frequentemente,
la condotta viene direttamente poggiata sul fondo, opportunamente appesantita e protetta, o risulta
prossima a esso, su opportune selle, solitamente in calcestruzzo, disposte in modo discreto lungo la
condotta [1].

5. Sistemi di appesantimento e di protezione

Estrema importanza per l’evoluzione delle tecnologie delle condotte sottomarine assume la
protezione di esse sul fondo del mare. La difesa delle tubazioni subacquee si è via via sviluppata per

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un campo molto più vasto di azioni naturali e antropiche che sono risultate incidere sull’integrità
delle condotte costringendo a frequenti interventi manutentori e riparatori. Fra le azioni naturali, si
ricordano il moto ondoso e le correnti marine alle basse profondità, gli attacchi della microfauna
marina e le pressioni alle alte profondità. Riguardo le azioni di tipo antropico sulle condotte di
scarico, vi sono le ancore, le reti a strascico e la pesca con uso di esplosivi [6].
Nel campo delle condotte sottomarine, sono stati adottati diversi tipi di protezione in
aggiunta a quelli eventualmente predisposti sui tubi prima della fase di varo. Queste strutture
protettive vengono applicate sia su condotte posate sul fondo o prossime ad esso, sia anche per
condotte completamente interrate. Si ritiene, tuttora, che la migliore soluzione di protezione sia
fornita dalla posa completamente interrata con adeguato ricoprimento dei tubi, che, se integralmente
e sistematicamente attuabile lungo tutto il percorso, può far risparmiare altri provvedimenti
d’emergenza nella vita della struttura. Questa procedura richiede, tuttavia, oneri economici più
gravosi rispetto alla posa sul fondo senza ricoprimento.
La posa delle condotte interrate, dipendente dal tipo di terreno del fondale, si esegue con due
differenti procedimenti: scavo preliminare di una trincea lungo tutta la prevista sede della tubazione
e successivo riempimento fino, possibilmente, al ripristino del profilo originario del fondale marino;
oppure, affossamento della condotta dopo averla depositata sul fondo per mezzo di apposite mezzi
meccanici che ricevono energia dal mezzo navale in superficie. Le tubazioni di tipo flessibile sono
di solito sollevate e lasciate poi ricadere entro la fossa scavata. Per le condotte di tipo rigido, lo
scavo avviene in genere lateralmente alla condotta provocano la rimozione del materiale sottostante
e l’eventuale disgregazione. Nella progettazione, si usa ricoprire la condotta secondo le modalità
descritte in figura 8. Ad un preliminare scavo e all’adagiamento sul fondo della condotta,
eventualmente zavorrata con una corona esterna di calcestruzzo, si protegge essa ai lati con uno
strato di materiale usato per lo scavo in situ, con strato superiore impermeabilizzante in tout venant,
ricoperto, talvolta, con una serie di massi di pietrame aventi diversa pezzatura [9].

Fig. 8. Esempi di ricoprimento di condotte posate in trincea


Per la difesa dalle ancore e dalle reti dei pescherecci, sono spesso adottate barriere costituite da cavi
di acciaio tesati ai lati della sede della condotta a una certa distanza da questa e mantenuti a
conveniente altezza dal fondo per mezzo di massi d’ancoraggio e boe.
Per condotte che si trovano nella fase di esercizio posate sul fondo, tra le possibili tecniche
di appesantimento e protezione, si adottano rivestimento esterni in calcestruzzo, sacchi di

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conglomerato plastico o di sabbia, materassi di tipo prefabbricato o l’ancoraggio al fondo. Molti


progettisti hanno adottato di elementi flessibili (materassi) di tipo prefabbricato, da posare sulla
tubazione varata. I materassi risultano adattabili alle situazioni geomorfologiche rinvenute in sito,
senza richiedere sostanziali e onerose modifiche o interventi di bonifica dei fondali [10] (Fig. 9).

Fig. 9. Tipologia di materassi di appesantimento

Tali elementi flessibili permettono l’appesantimento e la stabilità della tubazione,


opponendosi efficacemente anche ai fenomeni di subsidenza, cedimento differenziale ed erosione
del materiale sul fondo e assicurando un’ottima protezione dagli urti accidentali, dalle ancore e
dalle reti a strascico. Esistono in natura materassi di forma parallelepipeda costituiti da uno o più
strati resi solidali fra loro, ciascuno dei quali è avvolto da un telo di geotessile contenente un
riempimento di pietrame di pezzatura prestabilita, completamente consolidato ed annegato con
mastice bituminoso. La posa in opera dei materassi avviene solitamente per mezzo di un telaio
metallico rigido presente sul mezzo navale e a cui il materasso viene appeso con funi legate alle
asole di appiglio [11] (Fig. 10).

Fig. 10. Posa in opera dei materassi

In alternativa all’appesantimento con materassi, si ricorre all’ancoraggio al fondo della


condotta con l’obiettivo di bloccarla per contrastare movimenti laterali o longitudinali. In questo
caso, vengono infissi due pali sul fondo marino, posti ai lati della tubazione e, successivamente,
viene applicata una morsa ai due supporti che li collega stabilmente. Per fondali rocciosi, la
condotta può essere bloccata con staffe fissate direttamente alla roccia o annegate in getti di
calcestruzzo.
Nel caso di condotte prossime al fondo, vengono usualmente adottati, per l’appesantimento,
anelli di calcestruzzo semplice o debolmente armato, o di ghisa, di forma parallelepipeda o
cilindrica, le cui sezioni trasversali e longitudinali sono illustrate in figura 11.

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Fig. 11. Collari in calcestruzzo per l’appesantimento delle condotte

L’inserimento dei collari di calcestruzzo sulla condotta avviene, come si osserva in figura
12, prima della fase di varo e aiutano la condotta stessa nella fase di affondamento verso il fondo
del mare. La metà inferiore e superiore dell’anello vengono collegate fra di loro mediante staffe
metalliche o bulloni.

Fig. 12. Particolare di una condotta in PEad appesantita da collari in cls in fase di varo

6. Tecniche di varo e posa in opera

Fig. 13. Vista generale di una condotta sottomarina prima della posa (Porto di Antalya, Turchia)
La scelta dei sistemi di varo e di posa in opera degli scarichi a mare è fortemente dipendente
dalle situazioni locali, dal materiale della condotta e dalle giunzioni, dalle profondità da
raggiungere, dalle modalità con le quali è prevista la collocazione della tubazione sul fondo e dalla
sua protezione. Esistono diverse metodologie di posa in opera: dal varo di una tubazione continua o
di colonne in successione al montaggio sott’acqua tubo per tubo (Fig. 13).

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I tubi classificati come flessibili, per esempio il PEad e il PRFV, perlopiù di modesti
diametri, vengono posati srotolandoli sul fondo marino con le tecniche adottate per i cavi
sottomarini per l’elettricità o il gas (Fig. 14).

Fig. 14. Fase di varo di una condotta flessibile di piccolo diametro

La posa in opera delle tubazioni flessibili di piccolo diametro avviene da terra oppure
attraverso l’adozione di tamburi galleggianti (Fig. 15) o di imponenti mezzi navali quali i pontoni di
varo (Figg. 16 e 17), che si spostano lungo il percorso prestabilito guidati da sistemi di controllo
della rotta. La condotta s’immerge con ampia libertà di inclinazione del suo asse longitudinale e può
essere, a seconda delle situazioni, frenata, appesantita o alleggerita con galleggianti provvisori (Fig.
18). Il mezzo navale può essere semovente o può spostarsi in tonneggio su ancore [6].

Fig. 15. Varo di una condotta da tamburo galleggiante

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Fig. 16. Pontone di varo per condotte flessibili

Fig. 17. Posa in opera di una condotta rigida da pontone di varo

CONCRETE BLOCKS
BUOYANCY
AIRFILLED PIPELINE AIR VALVE
PULL FORCE=F
SEA WATER LEVEL

R2 EQUILIBRIUM PRESSURE
AIR PRESS DRAW DOWN
EQUILIBRIUM INTERFACE LEVEL
DEPTH = d

WATER VALVE R1
NET WEIGHT
WATERFILLED PIPELINE
L
SEABED

Fig. 18. Configurazione di una condotta flessibile in varo da pontone

I sistemi di varo delle condotte sottomarine rigide (acciaio, ghisa, ecc.) e di quelle flessibili
di grande diametro si classificano in quattro grosse tipologie: assemblaggio della condotta a terra e
varo mediante azione di tiro sul fondo esercitata da argani generalmente posti su mezzi navali (Fig.
19); assemblaggio della condotta su mezzo galleggiante e varo della condotta in continuo dal mezzo
stesso munito di rampa di varo (fig. 20); assemblaggio della condotta in tronchi successivi, traino in
condizioni di galleggiamento della condotta stessa, collegamento del tronco generico a quello già
varati, affondamento del tronco; varo da pontone [6].

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Fig. 19. Srotolamento da terra di una tubazione a Cayeli (Turchia) con la tecnica di tiro sul fondo

Fig. 20. Schema di varo con tiro da colonna galleggiante

Tutte le tecniche sono notevolmente condizionate dal peso degli elementi di tubazione
utilizzati. Nel primo caso, l’azione di tiro è correlata al peso della condotta da far scorrere, negli
altri casi il peso della tubazione e la sua rigidezza determinano lo stato di sollecitazione da
prevedersi nella condotta in fase di varo. Per tutti i casi elencati, in rapporto alle caratteristiche
specifiche delle tubazioni da utilizzare, si possono prevedere dispositivi atti a favorire il
galleggiamento o l’affondamento nel transitorio. La presenza di tubazioni pesanti, come quelle in
acciaio, prevede generalmente il varo di tubazioni vuote al fine di ridurre drasticamente la
resistenza ad attrito della condotta, affrontando, tuttavia, il conseguente pericolo dell’instabilità in
presenza di pressioni esterne non equilibrate da quelle interne [8].
Per i casi di tiro da mezzo galleggiante e varo da pontone, lo stato di sollecitazione longitudinale del
tubo in fase di posa a mare è connesso al peso della condotta per unità di lunghezza e alla sua
deformabilità. Le sollecitazioni crescono all’aumentare del peso dei tubi e della profondità di posa,
mentre diminuiscono all’aumentare del momento d’inerzia.
Per le condotte a sezione circolare, la non linearità del comportamento strutturale deriva
essenzialmente dalla tendenza della generica sezione ad ovalizzarsi sotto carico per effetto della
curvatura flessionale della linea d’asse. Tale curvatura induce le risultanti delle tensioni di trazione
e di compressione ad assumere un angolo diverso da zero tra le rispettive direzioni e a dare origine,
di conseguenza, a pressioni di ovalizzazione che possono provocare grosse deformazioni nel caso di
pareti di modesto spessore. Al tempo stesso, l’ovalizzazione indotta provoca una riduzione
dell’inerzia flessionale della sezione. Quest’ultima influenza la configurazione della linea d’asse e
la relativa curvatura.

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Nelle fasi di varo delle condotte sottomarine, dove la configurazione della linea d’asse è
determinata dalla geometria del fondale e dalle condizioni di vincolo delle sezioni man mano
vincolate alla rampa di varo, si può presentare il problema della notevole curvatura con
sollecitazioni assai superiori a quelle d’esercizio e facilmente eccedenti i limiti elastici del
materiale. Altrettanto importante risulta il problema della stabilità dell’equilibrio, in quanto è
evidente che la progressiva diminuzione della rigidezza della struttura può dare origine a fenomeni
di instabilità progressiva con l’insorgere e il propagarsi di imbozzamenti locali fino al vero e
proprio collasso della sezione nel proprio piano [12]. A prevenzione di questi rischi, si ricorre a un
dimensionamento adeguato della spessore della condotta, al controllo del peso in immersione,
all’applicazione di anelli antideformazione e al dosaggio di una tensione di frenatura. Esistono,
oggi, anche sistemi per la correzione della deformata della tubazione costituiti da una sorta di rampa
a profilo variabile che sporge dall’estremità del pontone e che accompagna la condotta per un certo
tratto, costringendola ad una prefissata curvatura [6].

7. Aspetti topografici

Fig. 21. Allineamento di una condotta prima dell’affondamento

Gli aspetti topografici relativi alla progettazione di una condotta di scarico si riferiscono alla
disposizione altimetrica e planimetrica di questa, cioè alla caratterizzazione della migliore scelta
possibile del tracciato, e allo studio dei fondali marini con indagini di tipo geologico e
geomeccanico dei terreni, considerando che, per la stabilità delle condotte posate sul fondo, è
fondamentale una stretta interazione tra terreno e tubo. Nella precedente relazione, sono stati già
trattate le varie metodologie per i rilievi batimetrici, geologici e geognostici del fondale marino, al
fine di poter posare una condotta sottomarina nelle migliori condizioni.
Occorre dire che, a differenza degli impianti acquedottistici e fognari nei quali sono
prefissati in partenza i punti di inizio e di arrivo nello sviluppo del tracciato, le condotte sottomarine
hanno un certo margine di scelta nell’ubicazione e nella definizione del tracciato. Il tratto iniziale
della condotta è preferibilmente posizionato nei pressi dell’impianto di depurazione, per far in modo
che il loro tratto di collegamento non sia eccessivamente lungo. Nelle progettazioni di queste
strutture, vista la loro lunghezza e il loro conseguente costo, si è stati spesso portati a scegliere
come punti di partenza quei tratti di costa aggettanti sul mare, quali punte e promontori, al fine di
risparmiare diversi metri di tubazione e raggiungere con più rapidità i fondali profondi, dove la
condotta alloggia lontana dalle zone vicino la linea di riva, sedi, spesso, di rotture per le frequenti
azioni sollecitanti del moto ondoso, come prima descritto. La prima parte della condotta,
generalmente posata in trincea, risulta talvolta sottoposta a notevoli pendenze, nel caso di aree di
spiagge emerse con una configurazione di tipo a berma.

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La batimetria è legata all’evoluzione del flutto dal largo verso sottocosta, ricostruibile
attraverso l’analisi diretta o indiretta delle osservazioni ricadenti nel settore di traversia del paraggio
preso in considerazione. La ricerca della direzione lungo cui disporre la condotta è legata alla
direzione di provenienza del moto ondoso avente contenuto energetico più elevato fra tutti quelli
che interessato il paraggio. Nel caso di fondali marini tendenzialmente acclivi e con caratteristiche
del moto ondoso di non contenuto periodo significativo, si verifica, per una direzione equivalente di
propagazione del moto ondoso con discreta inclinazione del fronte d’onda al largo rispetto alla linea
di riva, una deformazione e una rotazione del raggio d’onda man mano che ci si avvicina ai fondali
bassi, per effetto, soprattutto, del fenomeno della rifrazione. Ne consegue che una mareggiata
proveniente da una direzione da largo può subire variazioni di direzione tali da investire una
condotta disposta planimetricamente secondo la direzione originaria non più parallelamente all’asse
della condotta stessa. Da qui, dovrebbe scaturire la non sempre adottata pratica di dare alla condotta
una disposizione planimetrica variabile con la profondità del mare, secondo l’evolversi dei raggi
d’onda. In questo modo, se il tracciato della tubazione asseconda il raggio d’onda equivalente del
paraggio, gli effetti del moto ondoso su di essa risultano minimizzati [13].

8. Normative di riferimento

Le regolamentazioni che riguardano la corretta progettazione delle condotte di scarico a


mare fanno riferimento a delle normative che contengono, nelle loro direttive, i requisiti relativi agli
standard sulla qualità dei liquami che fuoriescono dalle bocche del diffusore, alle autorizzazioni per
la realizzazione del progetto e alle lunghezze minime dello scarico e alla tutela delle acque marine.
A partire dagli anni ’60, diverse autorità statali hanno cominciato ad introdurre standard di qualità
per le acque costiere, in particolare per quelle destinate alla balneazione e alla miticoltura.
In Italia, risulta tuttora in vigore il D.P.R. n. 470 dell’8/6/1982 [14], risultato di una direttiva
C.E.E. n. 76/160 dell’8/12/1975, che fa riferimento ai requisiti minimi che devono avere le acque
marine di balneazione, al fine di limitare l’inquinamento nelle zone costiere, laddove il liquame
presente negli scarichi a mare entra in contatto diretto con il mare, definito come un corpo idrico
ricettore. All’interno del presente decreto, viene adottata, così come prescrivono la quasi totalità
delle normative europee sulla balneabilità, la concentrazione colimetrica come parametro standard
di riferimento, dalla cui conformità risultano verificati tutti gli altri indici di qualità delle acque
(coliformi totali, streptococchi fecali, salmonelle, pH, colorazione, trasparenza, oli minerali,
sostanze tensioattive, fenoli e ossigeno disciolto). Dalla normativa, lo standard di concentrazione
colimetrica deve essere inferiore a 100 colifecali (coliformi fecali) in 100 ml di acqua, al bordo
dell’area che si vuole salvaguardare. La verifica risulta essenziale ai fini dei processi di diluizione a
mare del refluo dalle bocche del diffusore, come si vedrà successivamente in un’applicazione
progettuale.
Riguardo alla progettazione delle condotte di scarico in Calabria, è in vigore una normativa
regionale n. 10 del 3/10/1997 [15] in materia di valorizzazione e razionale utilizzazione delle risorse
idriche e di tutela delle acque di inquinamento. L’articolo 23 della normativa si riferisce agli
scarichi delle pubbliche fognature nelle acque di transizione e nel mare. In esso, si definisce che:
• l’autorizzazione ad effettuare, nello specifico, gli scarichi nel mare, è rilasciata dalla
Provincia;
• la lunghezza minima della condotta di scarico a mare non può essere inferiore a 300 metri
dalla battigia e la profondità raggiunta non deve essere inferiore a 30 metri;
• il posizionamento, il dimensionamento e la verifica dell'efficienza funzionale della condotta
di scarico, dotata di adeguato sistema di diffusione finale, dovranno essere effettuate sulla
base di appositi studi oceanografici e meteomarini;

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• per gli scarichi fognari trattati in impianti di depurazione a servizio di oltre 50 abitanti
complessivi, al fine di essere autorizzati a convogliare a mare, devono essere trattati in
impianti che assicurino almeno le fasi di grigliatura, disoleatura e trattamento primario dei
liquami (sedimentazione primaria), nonché, per emergenza, la presenza di una vasca di
contatto per i trattamenti di disinfezione. In essi, è obbligatoria la previsione di una condotta
di allontanamento che raggiunga una profondità di 10 metri o abbia una lunghezza minima
di 100 metri dalla linea di battigia e comunque tale da non compromettere gli usi a cui è
destinato il tratto di mare, con particolare riguardo alla balneazione, alla mitilicoltura e alla
pesca.
Da ultimo, il recente Decreto Legislativo n. 152 dell’11/5/1999 [16], riguardante le disposizioni
sulla tutela delle acque dall'inquinamento e recepimento della direttiva C.E.E. n. 91/271
concernente il trattamento delle acque reflue urbane e della direttiva C.E.E. n. 91/676 relativa alla
protezione delle acque dall'inquinamento provocato dai nitrati provenienti da fonti agricole,
definisce, fra le sue linee programmatiche, la disciplina generale per la tutela delle acque marine.
Nell’allegato I del Decreto riguardante il monitoraggio e la classificazione delle acque in funzione
degli obiettivi di qualità ambientale, la classificazione della qualità delle acque marine costiere
viene eseguita con determinazioni sulla matrice acqua. Ad integrazione delle analisi sulle acque,
vanno effettuate analisi e saggi biologici sui sedimenti e sul biota. Per i primi, i parametri
fondamentali da analizzare sono la granulometria, il carbonio organico, gli idrocarburi policiclici
aromatici, i composti organoclorurati, i metalli pesanti bioaccumulabili e i composti organostannici.
Per il biota, invece, le analisi vanno fatte su inquinanti quali i metalli pesanti bioaccumulabili, gli
idrocarburi policiclici aromatici e i composti organoclorurati (PCB e pesticidi). I parametri di base
da analizzare nelle acque, definiti come macrodescrittori, sono l’ossigeno disciolto, la clorofilla “a”,
l’azoto nitrico, l’azoto nitroso e l’azoto ammoniacale. La redazione di un piano di campionamento
delle acque ha la finalità di individuare, in un tratto definito di costa, le zone sottoposte a fonti di
inquinamento dello stato del mare, per redigere un successivo piano di risanamento e di tutela. Ai
fini del campionamento, vengono identificate tre diverse tipologie di fondale, per ciascuna delle
quali viene stabilito il posizionamento, ortogonale alla linea di riva, di tre stazioni di prelievo per
transetto costiero. Per fondale alto, che presenta una batimetria maggiore di 50 m a 3000 m dalla
costa, si posizionano dalla riva le stazioni di prelievo a 100 m, a 3000 m e in posizioni intermedie.
Per fondale medio, che presenta una batimetria maggiore di 5 m a 200 m dalla costa e una
batimetria minore di 50 m a 3000 m dalla costa, le sezioni di prelievo sono a 200 m, a 1000 m e a
3000 m dalla costa. Per fondale basso, che presenta una batimetria minore di 5 m a 200 m dalla
costa, le sezioni di prelievo sono a 500 m, a 1000 m e a 3000 m. Per ciò che concerne i
campionamenti, è prevista una frequenza di prelievo stagionale per l’acqua, una annuale per i
sedimenti ed una semestrale per il biota. Lo stato delle acque marine costiere è definito dal risultato
peggiore ottenuto nella attribuzione dello stato ecologico e dello stato chimico, tenendo conto di
ogni elemento utile a definire il grado di allontanamento dalla naturalità delle acque costiere. A tal
riguardo, al fine della classificazione, lo stato ecologico e chimico delle acque marine costiere viene
valutato applicando l'indice trofico, che risulta essere pari a:
Log 10 (Cha ⋅ D%O ⋅ N '⋅P ) + 1,5
Indice di trofia =
1,2
dove Cha (clorofilla “a”), D%O (ossigeno disciolto come % assoluta della saturazione), N’ = N –
[NO3+NO2+NH3], e P (fosforo totale).
Indice di trofia Stato del mare
2 – 4 ELEVATO
4 – 5 BUONO
5 – 6 MEDIOCRE
6 – 8 SCADENTE

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9. Aspetti ambientali

Fig. 22. Particolare dell’ugello di un diffusore nella fase di esercizio

Il corretto impiego delle condotte sottomarine di scarico a mare, nell’ambito della serie di
problematiche che sono legate alla sua progettazione e realizzazione, deve soddisfare dei requisiti
ambientali attinenti i limiti sulla qualità delle acque di scarico prima del loro sversamento a mare e
gli standard, fissati dalle normative vigenti succitate e relativi all’ambiente marino ricettore.
Affinché si possa garantire all’ambiente marino un’ottimale interazione con il liquame sversato,
esso deve essere un trattamento almeno primario a monte nell’impianto di depurazione, a sua volta
preceduto o almeno dalle operazioni di pretrattamento delle acque nere quali la grigliatura, la
disoleatura e la dissabbiatura, al fine di avviare nella condotta sottomarina liquami che abbiano
requisiti di concentrazione organica tali che il successivo processo di depurazione, che avviene
quando il refluo viene a contatto con l’ambiente marino, possa essere facilitato e, allo stesso tempo,
contenuto negli standard ambientali stabiliti. Gli altri fattori che determinano una rapida ed efficace
azione di depurazione sono la qualità dello stesso corpo idrico ricettore (mare), la quantità del
liquame fognario presente in condotta e il regime delle correnti marine, che risulta dipendere dal
gradiente di densità dell’acqua salata, dalle maree, dall’azione del vento e dall’interazione con il
moto ondoso. Il mare ha, pertanto, il compito, non solo di diluizione del refluo, cioè di favorire la
presenza dell’acqua salata nei confronti all’effluente fognario, ma anche di trasporto e dispersione
della miscela liquame-acqua di mare nel più vasto ambiente ricettore. Occorre invece evitare di
progettare uno scarico a mare in aree a debole ricambio idrico oppure soggette a eutrofizzazione [9].

Fig. 23. Schema planimetrico di una condotta sottomarina con un diffusore

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Il processo di diluizione a mare ha inizio quando il refluo viene sversato dal tratto finale
della condotta sottomarina di scarico e cioè dal diffusore, tratto finale dello scarico a mare di acque
reflue e avente diametro minore a tutto il resto del manufatto. La sua posizione deve risultare
visibile in corrispondenza della superficie del mare a mezzo di boe illuminate segnalatrici, per fare
in modo che questa parte di condotta di scarico non sia soggetta a qualsiasi tipologia di urto
accidentale (reti, ancore, ecc.). Il liquame, che entra a contatto con l’ambiente marino circostante la
condotta, fuoriesce da una serie di fori di piccolo diametro ad interasse più o meno costante presenti
sul contorno del diffusore (Figg. 23, 24 e 25).

Fig. 24. Diffusore: profilo, particolari e pianta

Fig. 25. Tratto di un diffusore prima della posa in opera

Per contrastare la variabilità della portata in arrivo dall’effluente fognario, il diffusore può
essere progettato con un unico tronco, o con particolari forme (a L, a T, a Y o come quelle
osservabili in pianta nella figura 26) al fine di assecondare il regime delle correnti marine e
ottimizzare il meccanismo di dispersione iniziale del refluo nel miglior modo possibile.

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Fig. 26. Tipologie di diffusori (pianta)

Fig. 27. Tipi di diffusori (profili e particolari)

Dal punto di vista altimetrico, i diffusori possono risultare posizionati a campate libere,
come nell’esempio 1 della figura 27, in una trincea poco profonda (esempio 2 della figura 27)
oppure completamente interrate con lunghe bocche di diffusione che trasportano il refluo a contatto
con l’ambiente marino (esempi 3 e 4 della figura 27).

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I diffusori posati sul fondo o a campata libera possono essere protetti, lungo il loro sviluppo
longitudinale, sia da blocchi di conglomerato cementizio che da massi guardiani, sempre in
calcestruzzo, che vengono posti in maniera discreta ai suoi lati (fig. 28).

Fig. 28. Tipologia di protezione del diffusore

Il refluo che fuoriesce dalle bocche dei diffusori forma, nel loro intorno, un campo di
liquame avente la struttura di un pennacchio, detto piuma, che risulta essere tanto più allargato
quanto maggiore è la differenza di gradiente di densità fra il refluo e l’acqua di mare rispetto alla
quantità di moto del getto stesso. Le tipologie di fuoriuscita del liquame si distinguono in piume, ad
asse verticale e in cui si ha la risalita del liquame per effetto del galleggiamento dovuto alla minore
densità del refluo, e in getti, ad asse orizzontale e in cui prevale l’effetto dovuto alla quantità di
moto. A loro volta, i getti si dividono in getti piani turbolenti, getti circolari turbolenti, getti
composti in cui refluo e corrente hanno medesima direzione, getti interagenti con un campo di moto
uniforme trasversale all’asse longitudinale della condotta di scarico e getti di densità, aventi le
caratteristiche sia delle piume che dei getti stessi [17]. E’ buona prassi che la direzione dei getti del
refluo dagli ugelli sia pressoché orizzontale o sub-orizzontale verso il basso, al fine di favorire
l’allungamento della piuma formatasi in fase di diluizione. Più rari sono i casi con diffusori aventi
ugelli che sversano i liquami verticalmente [9]. In figura 29, sono schematizzati alcuni tipologie di
getti esistenti.
Per quantificare il valore della diluizione complessiva del refluo sversato, si analizzano i
diversi processi separatamente, optando per i cosiddetti modelli di zona [9], mediante i quali la
diluizione si suddivide in processi distinti: trasporto, dispersione e decadimento batterico del refluo.
La diluizione complessiva, indicata con Sc, pari al rapporto fra la concentrazione C0 del refluo nel
punto del rilascio e la concentrazione Cf da conseguire al bordo dell’area di rispetto, è data,
considerando i modelli di zona, dal prodotto:
Sc = SiSsSb
in cui si individuano le tre fasi distinte del processo: Si (diluizione iniziale), Ss (diluizione
susseguente) e Sb (diluizione per scomparsa batterica).

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Fig. 29. Tipi di getto del liquame dagli ugelli del diffusore

La diluizione iniziale è la prima fase di diluizione del liquame e si ha durante la fuoriuscita


della portata dagli ugelli del diffusore, durante il percorso di risalita della piuma dal fondo fino alla
superficie del mare. La diluizione iniziale Si dipende da parametri geometrici e fisici della miscela
refluo-acqua di mare:
Si = Si (Y/D, F’)
dove:
Y è la profondità della bocca del getto al di sotto del mare;
D è il diametro dell’ugello del diffusore;
V
F’ (n.ro di Froude densimetrico) = ;
g' D
V è la velocità di fuoriuscita del liquame;
ρ − ρ0
g’ (accelerazione di gravità per difetto di densità relativa) = g s ;
ρs
ρs è la densità dell’acqua salata;
ρ0 è la densità del refluo.
Il calcolo di Si può essere effettuato attraverso la formula di Cederwall (1975), come si
vedrà in una successiva applicazione progettuale, o l’abaco di Abraham (1963) (fig. 30), in cui noti
i valori di Y/D e F’, si ottiene per interpolazione il valore della diluizione iniziale.

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Fig. 30. Abaco di Abraham per la determinazione della diluizione iniziale Si

La diluizione susseguente è la seconda fase del processo di diluizione e avviene in superficie


all’istante di formazione della piuma. La diluizione susseguente dipende dai processi turbolenti
causati dalla differenza del gradiente di concentrazione tra il contorno della conformazione del
campo del liquame e l’ambiente marino, dall’estensione del campo di liquame e da processi di tipo
advettivo. La fase è caratteristica dei fenomeni di dispersione di campo lontano dalla condotta. Il
legame funzionale relativo alla diluizione susseguente è dato da:
Ss = Ss (β, x/b)
dove:
β (angolo di apertura del pennacchio di liquame) = 12ε/(Ub);
ε è il coefficiente di diffusività turbolenta o di dispersione orizzontale;
U è la velocità della corrente marina;
b è la lunghezza del diffusore;
x è la distanza orizzontale della linea di riva al punto di emissione del liquame.
Il calcolo di Ss avviene attraverso l’equazione di bilancio di massa relativa al modello di
Brooks (1959), come si vedrà in una successiva applicazione progettuale, semplificata da un
apposito abaco (fig. 31), in cui la diluizione susseguente è determinata, noti i valori di b, U e x.

\
Fig. 31. Abaco per la determinazione della diluizione susseguente Ss

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La diluizione per scomparsa batterica è la fase ultima, che non si ritiene essere una vera e
propria diluizione, bensì una riduzione di carica batterica del liquame sversato operata
dell’ambiente marino. Questa fase segue le cinetiche tipiche dei soluti reattivi ed è legata a fattori
fisici quali temperatura e salinità dell’ambiente marino, fattori chimici come l’azione dei metalli
pesanti sui microrganismi presenti nel liquame, e da fattori biologici quali l’azione di crostacei e
protozoi che si nutrono dei batteri e quella di alcune alghe che rilasciano sostanze nocive per la vita
degli stessi microrganismi. La diluizione per scomparsa batterica risulta dipendere da:
Sb = Sb (T90, t)
dove:
T90 è il tempo richiesto affinché muoiano il 90 % dei coliformi fecali presenti nel refluo ed è la
grandezza fondamentale per la corretta stima di questo tipo di diluizione;
t (tempo di deriva della corrente) = L/U;
L è la lunghezza totale dello scarico a mare;
U è la velocità della corrente marina.
Il calcolo di Sb avviene attraverso un’equazione di decadimento batterico del 1° ordine
(legge di Chick), come si vedrà in una successiva applicazione progettuale, oppure utilizzando un
apposito abaco semplificato (fig. 32), in cui sono noti, al fine di determinare Sb, i valori relativi a
T90, U e x.

Fig. 32. Abaco per la determinazione della scomparsa batterica Sb

10. Aspetti idraulici

Gli aspetti idraulici in una condotta sottomarina per scarico di acque reflue in mare si
riferiscono al dimensionamento del diffusore. Questo tratto di scarico a mare deve essere progettato
considerando che deve funzionare con dei valori simili di portata in uscita dagli ugelli, con velocità
di efflusso tale da impedire che il cuneo salino possa introdursi nella condotta e otturare gli ugelli,
con valori di velocità lungo il diffusore non troppo bassi per non avere depositi di materiale e
nemmeno troppo alti per non avere valori di carico piezometrico eccessivi. Nel progetto e nella
verifica, è buona prassi attenersi ai seguenti accorgimenti:
- F’ (numero di Froude densimetrico) > 1, per evitare l’intrusione del cuneo salino per non avere
incrostazioni e otturazioni della portata effluente dagli ugelli;
- Diametro ugelli > 6 cm, per evitare intasamenti degli ugelli;

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1 Areaugelli 2
- < < , per garantire il funzionamento a bocca piena dei diversi ugelli.
3 Area diffusore 3
L’aspetto idraulico comporta una certa complessità nella sua risoluzione e presenta la
finalità progettuale di conservare una portata che fuoriesce dalle bocche del diffusore distribuite in
maniera pressoché uguale fra le stesse, evitando la difficoltosa operazione di variare i diversi
diametri degli ugelli. Conoscendo la massima portata effluente e le caratteristiche geometriche
(diametro della condotta, degli ugelli e del diffusore; lunghezza della condotta e del diffusore;
numero di ugelli del diffusore; interasse fra gli ugelli), l’obiettivo è di determinare il carico
necessario su ciascun ugello del diffusore, al fine di avere l’efflusso totale da tutti gli ugelli della
portata in arrivo dalla tubazione [1].
La procedura cui si fa riferimento [9] considera la portata i-esima Qi effluente dal singolo
ugello avente un battente Yi, in funzione della contrazione della vena fluida in rapporto alla
geometria dell’ugello. Essa è data dalla relazione:
Qi = Ai C di 2 gH i
dove:
Ai è l’area della sezione dell’ugello;
Hi è il carico totale riferito alla quota fittizia ((ρs-ρ0)/ρ0)·Yi;
Cdi è un coefficiente di efflusso per luce a spigolo vivo, dipendente dal rapporto fra il carico
cinetico sul diffusore a monte della bocca e il carico totale sulla bocca stessa.
Lo schema per la verifica idraulica del diffusore è mostrato in figura 33.

Fig. 33. Schema per il calcolo idraulico del diffusore

Il metodo di calcolo analizzato propone di suddividere la portata per il numero totale di bocche
e di risalire al carico necessario per far sì che fuoriesca tutta la portata Q partendo dall’ultima bocca
di valle, dove è assegnato il valore di Q e un valore di primo tentativo di Cdi. Risalendo da valle a
monte, si valuta, in prima approssimazione, dalla formula per il calcolo della i-esima portata Qi, il
carico necessario sull’ultima bocca perché effluisca la portata Qi = Q/n, dove n è il numero totale di
bocche. Si valutano, poi, le perdite di carico J·∆s dei tratti posti a monte, attraversati da Q sempre
maggiori, fino ad arrivare alla bocca di monte. Poiché è aleatoria la scelta del coefficiente Cdi, la
continuità delle portate fra ogni ugello e diffusore non è soddisfatta (ΣiQi ≠ 0) ed è necessario iterare
il procedimento con un nuovo valore di tentativo di Cdi finché la continuità al nodo è verificata. La
soluzione finale del procedimento consta di valori di portata Qi leggermente differenti fra di loro,
ma tanto più vicini quanto più la procedura iterativa è stata affinata.

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11. Aspetti fluidodinamici

L’aspetto fluidodinamico per un cilindro circolare di piccole dimensioni come una condotta
sottomarina, soggetto all’azione diretta del moto ondoso e delle correnti, risulta di fondamentale
importanza per la definizione del campo di moto attorno a essa. La descrizione accurata dei
fenomeni fisici permette la corretta valutazione delle forze idrodinamiche a cui è soggetta una
condotta. Un flusso d’onda che incontra un ostacolo cilindrico subisce un’alterazione della propria
traiettoria, per cui i filetti fluidi che impattano con l’ostacolo subiscono una deviazione angolare che
permette a essi di aggirare l’ostacolo. Quando il flusso è caratterizzato da valori di velocità non
trascurabili, i filetti fluidi sul contorno della tubazione si distaccano e danno inizio alla formazione,
più o meno intensa, di zone vorticose a tergo della condotta [1]. E’ importante comprendere il
comportamento fisico della formazione dei vortici al fine di arrivare alla determinazione delle forze
idrodinamiche che agiscono su una qualsiasi tipologia di condotta sottomarina per le zone di mare
in cui si risentono degli effetti dell’agitazione ondosa sul fondo del mare o in zone prossime ad
esso. Per la categoria delle acque profonde, il campo di moto attorno ad una condotta sottomarina è
caratterizzato dalle sollecitazioni derivate dall’effetto delle alte pressioni, visto che le caratteristiche
cinematiche presenti in superficie non si risentono sul fondo.
Le problematiche per le condotte posate in trincea sono diverse da quelle direttamente a
contatto con l’ambiente marino, riguardando principalmente la stabilità del materiale di
ricoprimento nelle condizioni più gravose. I criteri di riferimento esprimono la velocità limite per il
movimento dei sedimenti costituenti il ricoprimento in funzione della granulometria e delle
specifiche caratteristiche del moto ondoso. Questi criteri sono simili a quelli adottati per il trasporto
solido nei fiumi, essendo riferiti alla determinazione sul fondo della soglia di innesco del
movimento dei sedimenti in funzione dello sforzo tangenziale limite, della massima velocità
orizzontale e del coefficiente d’attrito [9].
Ritornando agli aspetti fluidodinamici che concernono le condotte prossime o posate sul
fondo e, quindi, a contatto con il mare, in figura 34 si può osservare un quadro esemplificativo della
descrizione del meccanismo di generazione delle forze d’onda su un corpo cilindrico circolare. La
causa dominante della generazione delle forze d’onda è specificata come una funzione del
parametro di diffrazione, D/L e del numero di Keulegan-Carpenter, K [18].

Fig. 34. Classificazione dei regimi delle forze d’onda

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Il parametro di diffrazione D/L è conosciuto come un’importante variabile adimensionale


riguardante l’intensità dello spargimento dell’onda. Esso è funzione della lunghezza d’onda L e del
diametro della condotta D. Il parametro K è invece conosciuto come un importante parametro che è
correlato da vicino con la formazione e lo sviluppo dei fenomeni vorticosi di tipo turbolento dietro
un cilindro [19]. Esso è pari a:
UT
K=
D
in cui U rappresenta la velocità orizzontale riferita al campo di moto indisturbato e T il periodo
dell’onda.
In accordo con la figura 30, si osserva che, per valori di D/L>0,2 e per K<6, prevale l’effetto
della diffrazione e l’ipotesi di moto a potenziale, valido nel caso di strutture tozze (large bodies),
quali, ad esempio, le barriere frangiflutti. Il disturbo generato dalle onde si propaga così in una
regione molto ampia, distante dalla struttura. Un interessante resoconto su condotte di largo
diametro si può trovare in Chakrabarti [20] ovvero in Boccotti [21], relativamente alle attività
sperimentali condotte a mare aperto negli ultimi anni presso l’Università di Reggio Calabria.
Per D/L<0,2 e per K>6, risulta preponderante l’effetto della separazione del flusso per
effetto dell’onda incidente, con la risultante formazione di scie vorticose. Queste condizioni sono
valide per strutture snelle (small bodies), come le condotte sottomarine. E’ stato osservato che il
criterio descritto è valido principalmente per un corpo arrotondato, specialmente per un corpo
cilindrico circolare. Per un corpo angolare come un cilindro rettangolare o una piastra, ha luogo la
separazione del flusso e l’effetto risultante non può essere trascurato. Attualmente, il valore D/L =
0,2 è usato come stima di massima del confine critico che divide i 2 regimi, corpi snelli e tozzi,
sugli aspetti fluidodinamici [19]. Gli schemi relativi alla successiva caratterizzazione delle forze
idrodinamiche agenti su un corpo seguono, come si vedrà più avanti, approcci differenti, le cui
soluzioni sono adottabili specificatamente in un campo o nell’altro.
Con riferimento alla situazione di struttura snella, occorre descrivere, a grandi linee, il caso
fluidodinamico più semplice, che riguarda l’interazione fra cilindro e flusso indotto da una corrente
stazionaria quale può essere quella marina. Le quantità adimensionali che descrivono questo
fenomeno dipendono dall’entità del numero di Reynolds, Re. La nascita e lo sviluppo dei vortici
dietro la condotta e le tipologie di moto che s’instaurano sullo strato limite che avvolge la condotta
stessa hanno inizio dal punto in cui si ha l’impatto fra la massa fluida e il corpo stesso [22].
L’effetto della separazione del flusso è osservabile in figura 35 per diversi intervalli del numero di
Reynolds.
Il fenomeno di spargimento dei vortici (vortex shedding), comune per tutti i regimi di flusso,
sorge all’incirca per Re>40. Per questi valori, lo strato limite che viene a generarsi sulla superficie
del cilindro tende a separarsi da essa per il differente gradiente di pressione dovuto alla differente
geometria del campo di moto attorno al cilindro. Il risultato è che si forma sul cilindro uno strato di
trascinamento (shear layer) che prosegue dietro esso, in cui è contenuta una significativa quantità di
vorticità, espressa come differenza fra la variazione lungo l’asse del moto della velocità verticale e
la variazione lungo la profondità della velocità orizzontale. La vorticità è alimentata entro lo strato
di strascinamento e dà luogo, dal punto di vista macroscopico, a due primi vortici, uno in senso
orario, l’altro antiorario, che si staccano ad un certo punto dalla superficie del cilindro e formano
una regione cosiddetta di scia (fig. 36). Successivamente, in dipendenza della complessità del moto,
altri vortici si formeranno secondo fenomeni più o meno complessi [22]. Al fine di caratterizzare il
fenomeno dei vortici, che presentano un comportamento ciclico in cui vi è una diversa
configurazione del campo di moto per ogni istante del periodo d’onda, esiste un parametro
adimensionale chiamato numero di Strouhal, St, che rappresenta la frequenza di spargimento dei
vortici in forma normalizzata. Questo parametro fornisce la percentuale di vortici che si formano in
ciclo d’onda.

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Fig. 35. Regimi del flusso generato da una corrente stazionaria attorno ad un cilindro circolare liscio al variare di Re

Fig. 36. Formazione dello strato di trascinamento e dei vortici

Nella situazione più realistica per una condotta sottomarina, cioè posata sul fondale marino
o a esso prossima, la configurazione fluidodinamica risente della dissimmetria dello sviluppo dei

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vortici dovuta alla presenza del fondo nella zona inferiore, che rende il campo di moto differente
rispetto al caso generale simmetrico di condotta isolata. I cambiamenti che accadono a un flusso
stazionario che investe una condotta prossima o posata al fondo sono diversi: lo spargimento dei
vortici è soppresso per valori della condotta inferiori a e/D (distanza relativa dal fondo) = 0,3, in cui
e risulta la distanza fra la generatrice inferiore del cilindro e il fondo; il punto di stagnazione si trova
generalmente al di sotto dell’asse trasversale del cilindro; la distribuzione delle pressioni è più
grande per la zona superiore del cilindro che per quella prossima o posata al fondo [22]
Per condotta sul fondo, esiste un’altra problematica che è quella legata all’escavazione del
fondale marino, se erodibile, per effetto dell’azione dinamica del flusso. Si possono generare tratti
non desiderati di condotta a campate libere, in cui si ha la penetrazione del flusso. L’effetto
risultante è il cambiamento della configurazione fluidodinamica considerata. L’azione dei vortici
nati per effetto del flusso fa in modo da movimentare i sedimenti presenti sul fondo, avanti e dietro
la condotta (fig. 37). Il flusso che penetra fra condotta e fondo erode quest’ultimo più fortemente
rispetto al flusso che passa sopra la condotta, sia per il maggiore livello di turbolenza, sia per la
maggiore velocità dei vortici, in particolare se il fondale risulta avere una certa pendenza [23].

Fig. 37. Schemi relativi all’inizio del processo di scavo (a destra) e in condizioni a regime (a sinistra)

Il flusso attorno a un cilindro dovuto ad un moto oscillatorio, derivante dalla propagazione


di un’onda di tipo regolare sinusoidale, dipende principalmente da un altro parametro
adimensionale già definito: il numero di Keulegan-Carpenter, K. Esso è funzione del periodo Tw del
flusso oscillatorio e del picco Um della velocità oscillante, essendo la velocità U[t] riferita a un
campo di moto indisturbato definita come:
U[t] = Umsen[ω⋅t]
in cui ω (frequenza angolare del moto) = 2π/Tw, Um = aω, a (ampiezza dell’onda) = H/2 (per onda
sinusoidale) (fig. 38).

Fig. 38. Andamento temporale qualitativo della velocità orizzontale U

In figura 39, si osserva la dipendenza dello sviluppo dei vortici in funzione del numero di
Keulegan-Carpenter, K. In generale, si può dire che per K<6 la vena fluida circonda la condotta,
con una configurazione simile davanti e dietro, in cui si ha un campo di valori dominato dalle basse
velocità e dalla quasi assenza di fenomeni vorticosi. Per 6<K<10 iniziano a nascere i primi vortici

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per effetto del distacco della vena del moto fluido dalla condotta e iniziano ad assumere importanza
le forze idrodinamiche verticali. Per 10<K<20 i vortici assumono dimensioni rilevanti anche ad una
certa distanza dalla condotta e le forze idrodinamiche inerziali hanno maggiore rilevanza rispetto a
quelle legate alla resistenza offerta della condotta al moto del fluido. Per K>20 diversi vortici danno
vita a correnti di ritorno con movimento fluido diretto verso la condotta e si osserva una maggiore
importanza delle forze idrodinamiche di resistenza al moto [2]. Quest’ultimo campo di K risulta la
condizione più vicina per la caratterizzazione reale attorno a una condotta sottomarina del campo di
moto, dominato da alti valori di K e da regimi di moto assolutamente turbolenti e in cui risulta più
complessa la descrizione di tutti i fenomeni fisici che avvengono.

Fig. 39. Schema dell’evoluzione dei vortici per diversi campi del numero di Keulegan-Carpenter, K

La separazione del flusso dal cilindro non accade per valori di K inferiori a circa 1,1. Nella
situazione più realistica per una condotta sottomarina (K>6), la condotta è soggetta a un regime
dipendente dall’entità dello spargimento dei vortici che avviene durante il corso di ciascun mezzo
ciclo oscillatorio d’onda. Nel regime di spargimento dei vortici, esiste, per ogni range del numero di
Keulegan-Carpenter, un corrispondente modello di flusso in cui compaiono, all’aumentare di K, un
numero crescente di coppie di vortici aventi direzioni rotazionali opposte [22].
Rispetto al caso di corrente stazionaria, la frequenza di spargimento dei vortici risulta
dipendere dai repentini capovolgimenti del flusso e condiziona fortemente l’entità della forza
idrodinamica verticale che agisce sulla condotta. Di questa forza si parlerà più approfonditamente
negli aspetti idrodinamici. Occorre sottolineare che, quando avviene lo spargimento dei vortici
dietro il cilindro e quando successivamente il percorso del flusso ritorna verso la condotta, durante
un mezzo ciclo d’onda, si ha una corrispondenza con i valori massimi della forza idrodinamica
verticale nella sua evoluzione temporale.
Così come per una corrente di tipo stazionario, l’effetto del fondale porta a modificare il
campo di moto nell’intorno del cilindro, influenzando, ad esempio, l’andamento temporale della
forza idrodinamica verticale. In figura 40, sono state fotografate in istanti diversi di un particolare
ciclo d’onda le particolari configurazioni del campo di moto nella zona d’ombra della condotta [24].
I regimi di flusso, in questo caso, sono fortemente influenzati dalla distanza relativa dal fondo della
condotta, e/D, e dal numero di Keulegan-Carpenter, K. Occorre osservare, in merito a questo caso,
che, per alti valori di K, lo spargimento dei vortici è soppresso per valori di e/D<0,25, mentre, per
bassi valori, esso avviene per valori di e/D<0,1. Infine, la frequenza di oscillazione dei vortici,
descritta adimensionalmente dal numero di Strouhal, è definita, in questo caso, come una frequenza
media basata sul numero dei picchi di breve durata della forza idrodinamica verticale durante un
certo periodo. Anche questa frequenza è legata allo spargimento dei vortici a seconda della distanza
relativa dal fondo della condotta.

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Fig. 40. Vortici che si generano dietro una condotta prossima al fondale marino, per effetto del moto ondoso

Oltre ai diversi lavori sperimentali basati sulla caratterizzazione del campo di moto attorno a
un cilindro, negli ultimi anni si sono sviluppati una serie di trattamenti matematici e numerici per
risolvere questa problematica fluidodinamica. I principali approcci sviluppati per la modellazione
sono sostanzialmente tre: metodi derivati dalla soluzione diretta delle equazioni di Navier-Stokes,
metodi del vortice discreto (discrete vortex methods) e metodi che coinvolgono l’analisi di stabilità
idrodinamica. Le soluzioni numeriche per un flusso stazionario o oscillante, bidimensionale o
tridimensionale, che investe un cilindro, sono relative sia al regime laminare sia a quello turbolento.
Le equazioni base utilizzate per l’integrazione numerica delle equazioni di Navier-Stokes,
derivate da esse, sono state espresse in funzione della stream function (linea di corrente) ψ e della
funzione di vorticità ω, attraverso equazioni conosciute come equazione di trasporto della vorticità
ed equazione di Poisson. Esse sono valide per bassi valori del numero di Reynolds e, quindi, per
situazioni poco realistiche per descrivere un campo di moto attorno a una condotta sottomarina. Per
alti valori di Reynolds, in cui si fa più sentire l’effetto dello spargimento dei vortici a tergo del
cilindro, si aggiunge alle precedenti equazioni di vorticità e di Poisson, per la stabilità della
risoluzione numerica, un’equazione relativa alla viscosità turbolenta, νT. Questo approccio relativo
alla soluzione delle equazioni di Navier-Stokes fornisce buoni risultati, comparabili con le
sperimentazioni, solo per bassi valori di Re e K e, quindi, quando sono minori gli effetti delle
turbolenze [22].
Una valida alternativa all’integrazione delle equazioni di Navier-Stokes, per un più ampio
range di numeri di Re e K, è fornita dal discrete vortex method. Il metodo utilizza equazioni
modificate di Navier-Stokes, risolte a partire dalla diffusione convettiva dei vortici discreti generati
sul contorno del cilindro, che a loro volta si staccano e si dirigono in maniera casuale a tergo della
condotta, ognuno di essi caratterizzato da una certa energia e direzione di rotazione. Questa
tipologia di diffusione è meglio conosciuta come trasporto di vorticità, che risulta in analogia con la
diffusione convettiva di quantità come la massa o il calore.
Un altro trattamento numerico del flusso attorno a un cilindro, definito come approccio di
stabilità idrodinamica, tratta la formazione dello spargimento dei vortici dietro un cilindro come
un’instabilità del flusso di scia provocato dall’interazione con il cilindro stesso. L’instabilità emerge

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dalla presenza della scia dietro il cilindro in cui sono presenti due strati di trascinamento. Tale
analisi è effettuata per predire la frequenza e l’ampiezza dello spargimento dei vortici che, in base a
una prefissata distribuzione di velocità dietro la condotta, permette il computo delle forze
idrodinamiche che agiscono su un cilindro [22].
Per finalità più propriamente progettuali, è stato recentemente implementato dal Danish
Hydraulic Institute (www.dhi.dk) il pacchetto integrato di software “Dynamic Seapipe System”, che
include una serie di strumenti numerici da utilizzare in diverse fasi del progetto di una condotta
sottomarina. Il software NS3 (fig. 41) è capace, fra l’altro, di simulare il campo di moto attorno a
una condotta sottomarina indotto da onde e correnti. La risoluzione numerica del flusso è basata su
una discretizzazione utilizzando un approccio ai volumi finiti su griglie adattate alle condizioni al
contorno. Per ciascun passo temporale, vengono calcolate le forze idrodinamiche sulla condotta,
l’accelerazione e, per conseguenza, la velocità e la posizione del corpo.

Fig. 41. Simulazione con il software NS3 del flusso attorno ad una condotta

Il software GSPAN opera un’analisi statica, di fatica e dei massimi carichi per una condotta a
campate libere, attraverso una modellazione agli elementi finiti valida per un comportamento
strutturale non lineare (fig. 42).

Fig. 42. Schema di una condotta a campate libere

Il software PIPELAY è un programma di dinamica strutturale non lineare tridimensionale per la


simulazione delle diverse operazioni di varo e posa in opera (fig. 43) al fine di calcolare
spostamenti, momento di curvatura, sollecitazioni e tensioni nella condotta.

Fig. 43. Operazioni di varo di una condotta

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DYNASPAN è un modello alle differenze finite per il calcolo della configurazione statica delle
condotte a campate libere e dei parametri dinamici richiesti per la valutazione a fatica delle campate
libere per un fondale che si presenta irregolare. I risultati di output forniscono la configurazione
statica, le forze sulle sezioni più sollecitate, le sollecitazioni assiali, le frequenze naturali e le forme
dei modi di vibrazione (fig. 44).

Fig. 44. Condotta a campate libere soggetta a vibrazioni

PIPESIN è un software per la modellazione numerica del fenomeno d’interazione fondale-condotta


o per condotte interamente in trincea. Il software calcola i valori di velocità al fondo per effetto di
onde e correnti, lo sviluppo dello scavo che può sorgere nell’intorno di una condotta, il trasporto di
sedimenti nei pressi della condotta, le reazioni del suolo e le possibili liquefazioni (fig. 45).

Fig. 45. Condotta posata sul fondo

DSAP è un software che sviluppa un’analisi tridimensionale di stabilità dinamica per il


comportamento della condotta sul fondo sotto l’azione di onde e correnti, attraverso l’adozione di
modelli di forze idrodinamiche (fig. 46).

Fig. 46. Diagramma degli spostamenti della condotta

COATING è valido per la stabilità sul fondo della condotta e la determinazione del peso sommerso
della condotta e del suo rivestimento esterno. I risultati del programma forniscono lo spessore
minimo della condotta e del rivestimento e il fattore di sicurezza nei riguardi dei movimenti della
condotta nella verifica di stabilità (fig. 47).

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Fig. 47. Distribuzione di velocità su una condotta rivestita

Inoltre, è stato sviluppato, nell’ambito delle serie dei software fluidodinamici, il modello
idrodinamico DHIWID, per il calcolo delle forze indotte da una vasta gamma di tipologie di onde
sulle strutture fisse offshore, di cui fanno parte anche le condotte sottomarine. I risultati del modello
forniscono la storia temporale dell’elevazione d’onda, le caratteristiche cinematiche dell’onda, le
forze su elementi strutturali individuali e quelle sulle singolarità (nodi, giunzioni, ecc.) (fig. 48).

Fig. 48. Andamento temporale delle forze d’onda orizzontali e verticali sulla condotta

12. Aspetti idrodinamici

Una delle principali fasi per la corretta progettazione di una condotta sottomarina riguarda
l’analisi delle forze che sollecitano la struttura, premessa per una successiva analisi del
comportamento strutturale della stessa. Per quel che concerne la valutazione delle forze
idrodinamiche che sono esercitate dal moto ondoso e, in minore entità, dalle correnti marine, sono
stati studiati diversi modelli, che fanno riferimento allo schema fluidodinamico relativo a un corpo
cilindrico immerso in un fluido in movimento, esercitante su di esso un’azione meccanica [1].
Partendo dall’analisi delle forze che agiscono sulla condotta in corrente stazionaria, il flusso
che avvolge la condotta esercita una forza idrodinamica orizzontale, definita di trascinamento o più
comunemente di drag, che si origina per i diversi valori di pressione sul contorno del cilindro e per
effetto degli sforzi tangenziali, conseguenti alla deviazione dei filetti fluidi intorno alla condotta
(fig. 49). La componente della forza di drag per unità di lunghezza del cilindro, dovuta alla
particolare distribuzione delle pressioni sul contorno, definita come drag di forma, FDp, è pari a:

FDp = ∫ p cos(φ)r0 dφ
0

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in cui p è la pressione, φ è l’angolo del centro del cilindro e r0 è il raggio del cilindro [22].
La pressione p è ricavata dall’equazione di Navier-Stokes nel caso di flusso libero
monodimensionale:
∂U ∂U 1 ∂p
+U =−
∂t ∂x ρ ∂x
in cui U è la velocità di campo di moto indisturbato, ρ è la densità dell’acqua salata e x rappresenta
la direzione lungo cui il flusso si muove [1].

Fig. 49. Schema di definizione di un cilindro investito da un flusso

La componente della forza di drag per unità di lunghezza del cilindro dovuta all’attrito, FDf,
definita come drag d’attrito, risulta:

FDf = ∫ τ 0 sen (φ)r0 dφ
0

in cui τ0 rappresenta lo sforzo tangenziale di trascinamento sulla superficie del cilindro.


Pertanto, la forza risultante di drag, FD, risulta la somma delle due precedenti forze:
FD = FDp + FDf
Tuttavia, la componente del drag legata all’attrito, FDf, per valori di Re>104 e, quindi, nella
maggioranza dei casi riguardanti le condotte sottomarine, risulta solo il 2-3 % della forza totale di
drag. Essa può essere quindi trascurata dal calcolo generale delle forze idrodinamiche [22].

Fig. 50. Sviluppo temporale della distribuzione di pressione e delle componenti di forza

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Per Re<40, in cui non è ancora sorta la separazione del flusso, esiste solo la forza di drag sul
cilindro. Nel regime di spargimento dei vortici (Re>40), la pressione attorno al cilindro subisce un
periodico cambiamento al progredire dei vortici, con il risultato di una conseguente variazione della
forza che agisce sul cilindro. La figura 50 mostra come, per un dato valore del numero di Reynolds,
vi sia una particolare distribuzione delle pressioni e delle forze risultanti.
L’equazione relativa alla determinazione della forza idrodinamica di drag può essere scritta
nella seguente forma adimensionale:
FD 2π ⎡⎛ p ⎞ ⎛ τ0 ⎞ ⎤
2 ρDU
1 2
= ∫0 ⎣⎜⎝ ρU 2 ⎟⎠
⎢⎜ ⎟ cos(φ ) + ⎜ ⎟
⎜ ρU 2 ⎟
⎝ ⎠
sen (φ ) ⎥ dφ

Il membro destro dell’equazione, i cui termini sono funzione del numero di Reynolds, viene posto
pari a CD, definito come coefficiente idrodinamico di drag, per cui l’espressione della forza
idrodinamica di drag per unità di lunghezza per cilindro soggetto a una corrente stazionaria, è pari
a:
1
FD = ρDC DU 2
2
I coefficienti idrodinamici, come quello di drag o altri che saranno trattati più avanti, possono essere
definiti come parametri adimensionali rappresentativi del particolare campo di moto che si viene a
instaurare nell’intorno della condotta. Essi dipendono dalle condizioni di moto del fluido (laminare
o turbolento), dal tipo di flusso (stazionario, oscillante o irregolare), dallo sviluppo dei vortici, dalla
scabrezza esterna della condotta, dalla possibile interazione con il fondale marino, dalla variabilità
della direzione del moto fluido nei confronti della condotta, ecc. [1]. Solitamente, i valori dei
coefficienti idrodinamici, a seconda delle diverse situazioni del campo di moto, possono essere
ricavati da abachi sperimentali che mettono in relazione questi parametri a partire dalla conoscenza
di grandezze note.
Nel caso di cilindro orizzontale investito da corrente stazionaria esiste, oltre alla componente
di drag, una forza idrodinamica verticale, definita di sollevamento o, più propriamente, di lift. Essa
nasce per l’effetto del comportamento asimmetrico dei vortici generatisi a valle della condotta. Per
cilindro isolato, la forza idrodinamica di lift tende ad agire dal basso verso l’alto, lungo la
profondità del mare. L’espressione del lift, FL, per unità di lunghezza della tubazione, è definita,
similmente a quella riferita al drag, come:
1
FL = ρDC LU 2
2
in cui CL rappresenta il coefficiente idrodinamico di lift, che dipende dal numero di Reynolds, nel
caso di cilindro isolato liscio.
La situazione più realistica per una condotta sottomarina nella fase di esercizio è quella di
presentare delle macroscabrezze sul contorno esterno. Questa condizione fa sì che risulti modificato
il campo di moto attorno alla condotta, con conseguente variazione delle forze idrodinamiche
orizzontali e verticali. La variazione delle forze è espressa dalla differente determinazione dei
coefficienti idrodinamici che, per cilindro isolato, dipendono dal numero di Reynolds, Re, e dalla
scabrezza relativa della tubazione, ε/D, dove ε, scabrezza assoluta, rappresenta la misura dello
spessore medio delle asperità sulla superficie esterna del cilindro.
Nelle condizioni più vicine ai casi reali di progettazione delle condotte sottomarine, cioè per
cilindro posato sul fondo o prossimo a esso, la differente configurazione fluidodinamica porta a
influenzare le forze idrodinamiche agenti sul cilindro, come si può osservare dalla differente
distribuzione della pressione al variare della distanza relativa dal fondo, e/D, e dall’asimmetria della
pressione via via che la condotta si avvicina al fondo (fig. 51).

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Fig. 51. Distribuzione delle pressioni intorno a un cilindro al variare della distanza relativa dal fondo, e/D

Per flusso stazionario, si ha che il coefficiente di drag diminuisce al diminuire della distanza relativa
dal fondo. Rispetto al caso di cilindro isolato, Zdravkovich [22] osserva che questo comportamento
del coefficiente di drag è connesso allo spessore dello strato limite presente sul fondale marino, che
condiziona l’andamento temporale della velocità, non più costante e derivato dal flusso potenziale,
ma variabile per distanze della condotta molto vicine al fondo. L’asimmetria della distribuzione
della pressione attorno alla condotta è la causa preponderante dell’aumento della forza di lift agente
verso l’alto. Il coefficiente di lift risulta così crescere enormemente al diminuire della distanza
relativa dal fondo. Questo coefficiente, così come quello di drag, dipende, in questo caso, dal
numero di Reynolds, Re, dall’eventuale scabrezza relativa della condotta, ε/D, e dalla distanza
relativa dal fondo, e/D.
Le forze idrodinamiche che agiscono su una condotta sottomarina dovute a onde regolari
presentano delle caratteristiche differenti rispetto alla situazione di corrente stazionaria. La
dipendenza dal tempo della velocità oscillante U[t] = Umsen[ω·t] porta conseguentemente alla
dipendenza temporale di tutte le forze idrodinamiche, che continuano inoltre a dipendere dalle
grandezze caratterizzanti il campo di moto, come osservato in precedenza.
La forza idrodinamica di drag per unità di lunghezza assumerà, per flusso oscillatorio
sinusoidale, la seguente forma generale:
1
FD [t ] = ρDC DU [t ]U [t ]
2
in cui il termine legato alla velocità orizzontale è espresso non più come U2, ma come U|U|, in
modo che la forza di drag abbia la stessa direzione della velocità, con valori sia positivi sia negativi
(fig. 52).

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Fig. 52. Andamento temporale qualitativo della forza idrodinamica di drag

Nel caso di flusso oscillatorio, esistono due contributi addizionali al drag nella
determinazione della forza idrodinamica orizzontale risultante [22]. Essi sono la forza di massa
idrodinamica e la forza di Froude-Krylov. L’espressione completa della forza idrodinamica
orizzontale per unità di lunghezza, FH[t], è la seguente:
1 dU [t ] dU [t ]
FH [t ] = ρDC DU [t ]U [t ] + m' + ρA
2 dt dt
dove il termine m’dU[t]/dt rappresenta la forza di massa idrodinamica e ρAdU[t]/dt la forza di
Froude-Krylov. Nell’espressione generale, m’ è la massa idrodinamica, dU[t]/d[t] = a[t]
(accelerazione) e A (area del cilindro) = πD2/4.
La forza di massa idrodinamica esprime, convenzionalmente, la forza che nasce per effetto
dell’accelerazione della massa fluida che investe la condotta. La massa idrodinamica m’ viene
definita come la massa del fluido attorno a un corpo, che risulta accelerata con il movimento del
corpo dovuto all’azione della pressione. Trascurando gli effetti legati agli sforzi di attrito, m’ viene
determinata usando la teoria del flusso potenziale. Tradizionalmente, la massa idrodinamica può
essere espressa come:
m’ = ρCmA
in cui Cm è chiamato coefficiente di massa idrodinamica.
Nel caso reale in cui un corpo è tenuto fermo e l’acqua si muove con una certa
accelerazione, oltre alla forza d’inerzia che nasce dall’accelerazione dell’acqua nei dintorni del
corpo, esiste un’altra azione sollecitante. Questo effetto è dovuto al moto accelerato del fluido in
una regione esterna al fluido, che genererà, a sua volta, un gradiente di pressione in accordo con la
già citata equazione di Navier-Stokes. Il gradiente di pressione produrrà una forza addizionale sul
cilindro, definita come forza di Froude-Krylov. Alternativamente, la forza di Froude-Krylov viene
definita come la forza agente su una massa d’acqua equivalente per volume e forma a un cilindro.
Tale massa d’acqua è stata definita come cilindro ideale d’acqua [21] e ha importanza nell’analisi di
cilindri di grandi dimensioni. In acqua ferma, questa forza non esiste poiché non si ha nessun
gradiente di pressione.
Compattando i termini relativi alla forza d’inerzia e quella di Froude-Krylov, si può
riscrivere l’equazione generale della forza idrodinamica orizzontale risultante:
1 dU [t ]
FH [t ] = ρDC DU [t ]U [t ] + ρ (C m + 1)A
2 dt
in cui si può definire un nuovo coefficiente, CM, pari a Cm+1, chiamato coefficiente d’inerzia. Allo
stesso modo, il secondo termine dell’equazione precedente si definisce FI[t], forza d’inerzia.
Si può così scrivere l’espressione più nota in letteratura della forza idrodinamica risultante
su un cilindro, detta equazione di Morison, nata da alcune sperimentazioni fatte nel 1950 su forze

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d’onda agenti su pile verticali [2]. La forza idrodinamica orizzontale risultante, FH[t], è espressa
come sovrapposizione lineare della forza di drag, FD[t], e della forza d’inerzia, FI[t]:
1 dU [t ]
FH [t ] = ρDC DU [t ]U [t ] + ρC M A = FD [t ] + FI [t ]
2 dt
In figura 53, si osserva, per flusso oscillatorio, l’andamento temporale della forza di drag, FD[t],
della forza d’inerzia, FI[t], e della forza orizzontale risultante, FH[t]. Le forze idrodinamiche di drag
e d’inerzia sono sfasate fra loro di 90°, essendo proporzionali rispettivamente alle funzioni seno e
coseno, poiché U[t] = Umsen[ωt] e dU[t]/dt = a[t] = ωUmcos[ωt]. La forza orizzontale risultante
presenta valori di picco più elevati del drag e leggermente sfasati all’indietro. Come
precedentemente esposto nel paragrafo riferito agli aspetti idrodinamici, nella regione dominata
dalle forze di drag (K>20) e da regimi di moto completamente turbolenti, queste forze sono sempre
maggiori di quelle legate all’inerzia, come avviene nella maggioranza dei casi delle condotte
sottomarine (alti valori del numero di Keulegan-Carpenter, K, e del numero di Reynolds, Re).

Fig. 53. Andamento temporale qualitativo della forza di drag FD[t] (linea continua sottile), d’inerzia FI[t] (linea
punteggiata) e orizzontale risultante FH[t] (linea continua spessa)

La modellazione delle forze idrodinamiche secondo lo schema proposto da Morison è applicabile


sostanzialmente ai corpi snelli quali le condotte sottomarine, con le seguenti condizioni:
D/L<0,05 e H/D>0,30
dove L è la lunghezza d’onda e H è l’altezza d’onda [2].
Anche per il caso di condotta soggetta a un moto fluido oscillante derivato da onde in
superficie regolari, i coefficienti idrodinamici di drag e d’inerzia dipendono dal numero di
Keulegan-Carpenter e dal numero di Reynolds. Nel caso specifico delle condotte sottomarine, esse
dipendono solitamente anche dalla scabrezza relativa, ε/D, e dalla distanza relativa dal fondo della
condotta, e/D. I coefficienti idrodinamici orizzontali sono stati ricavati in alcune esperienze per
flusso oscillatorio attraverso la differenza ai minimi quadrati fra la forze calcolate con l’equazione
di Morison e le forze misurate sperimentalmente [22]. Altri ricercatori hanno determinato CD e CM
attraverso l’analisi di Fourier [18]. Le espressioni finali per il calcolo, rispettivamente, del
coefficiente di drag e d’inerzia con il metodo dei minimi quadrati, sono:
8 1 2π
2 ∫0
CD = Fm cos[ωt ] cos[ωt ] d [ωt ]
3π ρDU m
2K 1 2π

π ρDU m2 ∫0
CM = − 3 Fm sen[ωt ]d [ωt ]

in cui Fm rappresenta il valore della forza misurato sperimentalmente.

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La forza idrodinamica verticale di lift assume notevole importanza nel caso di flusso
oscillatorio, essendo fortemente influenzata dallo sviluppo delle azioni vorticose dietro la tubazione.
Similmente all’espressione della forza idrodinamica orizzontale, la forza di lift è espressa come:
1
FL [t ] = ρDC LU [t ] 2
2
Questa equazione risulta valida nel caso di cilindro isolato soggetto a un flusso oscillatorio, in cui il
verso della forza di lift è diretto verso l’alto lungo la profondità. L’espressione ha validità anche per
cilindro posato sul fondo (e/D = 0). In figura 54, si osserva un andamento qualitativo nel tempo
della forza idrodinamica di lift diretta verso l’alto.

Fig. 54. Andamento temporale qualitativo della forza di lift diretta verso l’alto

Questa forza si genera per K>6, cioè quando il flusso si separa dalla condotta e si è nel regime di
spargimento dei vortici. La forza di lift oscilla con una frequenza fondamentale differente dalla
frequenza di oscillazione del flusso. Per un periodo completo di oscillazione della velocità
oscillatoria, possono sorgere più oscillazioni nell’andamento temporale del lift. La dipendenza del
lift dai vortici fa sì che la sua frequenza di oscillazione risulti pari alla frequenza di spargimento dei
vortici.
Differente è la situazione della forza di lift quando la condotta si trova prossima al fondo
(e/D<0,5), come nel caso di condotte sottomarine a campate libere. In questo caso, esistono due
differenti forze idrodinamiche di lift, una diretta verso l’alto e un’altra diretta verso il basso. La
prima, definita come forza di lift verso l’alto, FLA, si genera al passaggio della cresta o del cavo del
profilo superficiale d’onda. La seconda, definita come forza di lift verso il basso, FLT, risulta sfasata
di 90° rispetto alla prima e si genera in corrispondenza dello zero-crossing del profilo superficiale
d’onda [25]. Nella configurazione del campo di moto attorno alla condotta, i picchi positivi del lift
sono associati al movimento dei vortici formatisi dietro il cilindro durante i capovolgimenti di
direzione della massa fluida, mentre quelli negativi con la penetrazione del flusso fra la condotta e il
fondo. L’espressione della forza idrodinamica di lift verso l’alto, FLA, risulta:
1
FLA [t ] = ρDC LAU [t ] 2
2
dove CLA rappresenta il coefficiente idrodinamico di lift verso l’alto.
L’espressione della forza idrodinamica di lift verso il basso, FLT, è pari a:
1
FLT [t ] = − ρDC LT U S [t ] 2
2
dove CLT rappresenta il coefficiente idrodinamico di lift verso il basso e US[t] la velocità sfasata di
un angolo di fase φ = 90°. Questa velocità è pari a:
U S [t ] = U m sen[ωt + π / 2]

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Nel caso di condotta prossima al fondo (e/D→0), questo sfasamento comporta quindi che la forza
idrodinamica di lift risultante sia data dalla composizione di tutte e due le aliquote delle forze di lift,
così come avviene per la forza idrodinamica orizzontale [1]. Pertanto, FL[t] = FLA[t]+FLT[t]. La
figura 55 mostra un andamento possibile della forza idrodinamica risultante di lift.

Fig. 55. Andamento temporale qualitativo della forza risultante di lift, per condotta prossima al fondo (e/D→0)

In letteratura, esistono molti abachi per ricavare i diversi coefficienti idrodinamici da inserire nelle
equazioni generali delle forze idrodinamiche. Per le applicazioni progettuali relative alle condotte
sottomarine, molti di essi non risultano applicabili perché presentano campi di validità molto
ristretti, a esempio per grandezze fondamentali come Reynolds e Keulegan-Carpenter. La precisa
determinazione dei coefficienti idrodinamici risulta di fondamentale importanza per conoscere
l’entità delle forze idrodinamiche. Capita spesso che, in mancanza di riferimenti, si pongano
erroneamente questi coefficienti pari a 1. Gli abachi proposti da Sarpkaya nel 1977 [18], validi per
condotta liscia esternamente prossima al fondo, sono quelli più accettabili nella determinazione dei
coefficienti idrodinamici da inserire in seguito nelle equazioni alla Morison (figg. 56 e 57). Le
sperimentazioni di Sarpkaya, volte alla determinazione di questi abachi, sono state effettuate in
laboratorio, utilizzando un tunnel a fluido oscillante [25]. I coefficienti idrodinamici sono ricavabili
in funzione del numero di Reynolds, con 0,1·105<Re<15·105, della distanza relativa dal fondo, e/D,
rappresentata da una famiglia di curve nell’abaco, ciascuna con un diverso valore. Le uniche
limitazioni in questi abachi riguardano sia la dipendenza da uno specifico valore del numero di
Keulegan-Carpenter, K, sia la condizione di condotta liscia, situazione poco realistica nella fase di
esercizio di una condotta sottomarina. Per valori di Re/K maggiori di 104, i valori dei coefficienti
idrodinamici di drag e di inerzia risultano indipendenti da Re e si possono assumere pari,
rispettivamente, a: CM = 1,85 e CD = 0,62 [21].
L’equazione di Morison rappresenta, ancora oggi, l’espressione più adottata nelle
applicazioni progettuali. Essa presenta tuttavia delle limitazioni nello studio più approfondito del
campo di moto attorno a una condotta sottomarina. La velocità orizzontale U è riferita al campo di
moto indisturbato, in cui non si risente dell’interazione con la condotta e della conseguente
generazione dei vortici dietro a essa. I coefficienti idrodinamici non sono riferiti ai diversi istanti
della storia temporale della velocità orizzontale, ma sono tarati sperimentalmente per il solo valore
massimo, Um. Le forze idrodinamiche non tengono conto della presenza dell’azione dei vortici e
sono calcolate trascurando la deformabilità della struttura, ignorando la sua risposta dinamica. La
condotta sottomarina viene solitamente considerata, nelle sperimentazioni, infinitamente rigida (EI
= ∞) [1].

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Fig. 56. Abachi sperimentali di Sarpkaya per la determinazione di CD e CM (K = 40 e 100), nel caso di cilindro liscio
esternamente (ε/D = 0)

Fig. 57. Abachi sperimentali di Sarpkaya per la determinazione di CLA e CLT (K = 40 e 100), nel caso di cilindro liscio
esternamente (ε/D = 0)

Le espressioni di forze idrodinamiche finora adottate fanno riferimento al caso più


sfavorevole, cioè quello di attacco ondoso ortogonale allo sviluppo longitudinale della condotta
cilindrica. In realtà, questa condizione risulta assai rara, poiché la direzione di propagazione
dell’onda presenta sempre un angolo d’incidenza α ≠ 0, essendo α l’angolo formato tra il fronte
d’onda incidente e l’asse longitudinale della tubazione. Da un primo approccio [26] si può ritenere
che le forze idrodinamiche che sollecitano la condotta sono espresse in termini della sola
componente normale alla stessa, trascurando la componente assiale. In base a ciò, i coefficienti
idrodinamici non dipendono dall’angolo di incidenza e le forze idrodinamiche risultano tutte essere
moltiplicate per una fattore pari al cosα. Un secondo criterio di calcolo delle azioni idrodinamiche
indotte da onde oblique porta a determinare le forze considerando nelle espressioni le componenti

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normali di velocità e accelerazione e ricavando i valori dei coefficienti idrodinamici dai valori di Re
e K, essendo questi parametri funzione della componente ortogonale della velocità orizzontale
(Ucosα) [26].
Merita sicuramente un accenno lo studio riguardante le forze idrodinamiche che agiscono su
un cilindro dovute a onde irregolari. Questo campo di ricerca è stato meno indagato rispetto a quello
relativo al flusso stazionario od oscillante, a causa della complessità del campo di moto indotto da
onde che risultano non lineari e asimmetriche. I coefficienti idrodinamici di drag e d’inerzia
presentano andamenti in funzione del numero di Keulegan-Carpenter meno accentuati rispetto a
quelli riferiti al flusso oscillatorio regolare. I coefficienti idrodinamici di lift non presentano, nel
complesso, grosse variazioni rispetto ai casi precedentemente esaminati. Questi coefficienti sono
stati determinati attraverso un adattamento con il metodo dei minimi quadrati di misure di serie
temporali di forze idrodinamiche durante tutto il tempo di ciascuna singola sperimentazione. I
numeri di Reynolds e Keulegan-Carpenter sono funzione, in questo caso, della deviazione standard
del valore della velocità orizzontale. Ulteriori studi sono stati svolti negli ultimi anni riguardo
l’analisi spettrale delle componenti di forza e lo studio delle forze idrodinamiche su cilindri per
effetto di onde irregolari direzionali [22].
Dopo gli studi negli anni ’50 condotti da Morison, sono stati via via sviluppate nuove
modellazioni più accurate per il calcolo delle forze idrodinamiche agenti su cilindri di piccolo
diametro. Keulegan e Carpenter [2] hanno espresso le forze idrodinamiche in termini di serie di
Fourier, assumendo le forze come funzioni armoniche dispari. Dagli anni ’70, vi sono stati dei
miglioramenti dell’equazione di Morison che hanno portato all’aggiunta di termini correttivi che
meglio si adattano ai risultati sperimentali. In questo senso, Sarpkaya [22] ha introdotto
nell’equazione di Morison quattro termini aggiuntivi, validi per numeri di Keulegan-Carpenter alti.
Chaplin e Subbiah [27] hanno osservato delle differenze fra l’equazione di Morison e i loro
esperimenti riguardo lo sfasamento all’indietro dei picchi di forze idrodinamiche, a testimonianza
dell’influenza dei vortici dietro la tubazione. Sempre dagli anni ’70, molti ricercatori hanno studiato
l’interazione onde-correnti nei riguardi della modellazione idrodinamica delle condotte sottomarine
[22]. Fyfe et al. e Jacobsen et al. [2] hanno proposto dei modelli basati sull’analisi dei segnali, che
esprimono le forze idrodinamiche mediante una decomposizione alla Fourier con coefficienti e fasi
ricavati da sperimentazioni a partire dalla decomposizione del segnale di velocità.
Un miglioramento dell’espressione di Morison per il calcolo delle forze idrodinamiche è
stato approntato recentemente attraverso i modelli Wake I [3] e il successivo Wake II [28], nati da
una campagna di ricerca della Exxon Production riguardo gli oleodotti sottomarini. Il modello
Wake ha messo in conto, nelle espressioni delle forze idrodinamiche, la nascita e lo sviluppo dei
vortici generatisi a valle della condotta, per effetto di onde regolari, irregolari e correnti. Il modello
è stato tarato nell’ipotesi di cilindro isolato. La presenza fisica del fondo, nel caso di una condotta
sottomarina, viene simulata adottando un diametro doppio di quello reale. I miglioramenti rispetto
allo schema classico di Morison riguardano diversi punti fondamentali. In primo, la descrizione del
flusso di scia, che si genera dal distacco dei filetti fluidi dal cilindro con il conseguente fenomeno di
generazione dei vortici, è fornita attraverso la cosiddetta velocità di scia, W[t]. Questa velocità è
derivata da una particolare risoluzione dell’equazione di Navier-Stokes [28] e dipende, oltre che dal
picco della componente oscillatoria della velocità di campo di moto indisturbato, Um, anche da una
serie di parametri empirici, ognuno dei quali con un significato fisico legato alla correzione del
flusso di scia. La particolare distribuzione della velocità di scia, W[t], è schematizzata in figura 58,
in cui, subito a valle della condotta risulta un’aliquota della velocità U e in una zona più distante
presenta una variazione trasversale di forma a campana.

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Fig. 58. Distribuzione della velocità di scia a valle della condotta

Le forze idrodinamiche del modello Wake sono dipendenti da una velocità effettiva, Ue[t], somma
dei contributi della velocità di campo di moto indisturbato, U[t], e della velocità di scia, W[t]. Le
espressioni generali delle forze idrodinamiche orizzontali e verticale fornite dal modello Wake
sono:
1
FD [t ] = ρDC D [t ]U e [t ]U e [t ] forza idrodinamica di drag
2
1
FL [t ] = ρDC L [t ]U e [t ] 2 forza idrodinamica di lift
2
πD 2 ⎛ dU [t ] dW [t ] ⎞
FI [t ] = ρ ⎜ CM − C AW ⎟ forza idrodinamica d’inerzia
4 ⎝ dt dt ⎠
in cui si osserva che i coefficienti di drag e di lift dipendono, a differenza dello schema classico di
Morison, dal tempo. Il coefficiente CM risulta anche in questo caso costante e nell’espressione per il
calcolo della forza d’inerzia è presente un altro coefficiente, CAW, detto di massa aggiunta, associato
al passaggio del flusso di scia sulla condotta. Generalmente, questi coefficienti risultano essere
maggiori di quelli previsti adottando, a esempio, gli abachi di Sarpkaya. In figura 59, si osserva,
come rappresentazione esemplificativa, un andamento temporale qualitativo del coefficiente
idrodinamico di lift, CL[t]:

Fig. 59. Andamento temporale qualitativo del coefficiente idrodinamico di lift secondo il modello Wake

Le forze idrodinamiche derivate dal modello Wake mostrano un’ampia differenza di fase con la
velocità di campo di moto indisturbato. Esse risultano dipendere dalla velocità oscillatoria del
semiciclo corrente e da quella del semiciclo precedente, dove per velocità di semiciclo si definisce

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quella fra due valori di nullo (zerocrossing). In Morison, le forze erano correlate solo alla velocità di
semiciclo corrente. Anche le stime delle forze idrodinamiche che si ottengono dai calcoli con
l’utilizzo del modello Wake risultano generalmente più elevate di quelle riferite allo schema di
Morison. Le forze idrodinamiche di lift calcolate con il modello Wake assumono valori perfino
doppi rispetto a Morison per particolari onde di progetto e profondità. Un raffronto qualitativo fra i
due modelli è rappresentato in figura 60, in cui si osservano gli andamenti temporali delle forze
idrodinamiche orizzontali risultanti. Lo sfasamento all’indietro dei picchi di forza calcolati secondo
Wake è da ascrivere alla messa in conto nell’espressione di calcolo degli effetti dovuti ai vortici.

Fig. 60. Raffronto qualitativo della forza orizzontale secondo Morison (in grigio) e secondo Wake (in nero)

Occorre dire però che anche il modello Wake, così come quello di Morison, è orientato a una
descrizione del fenomeno d’interazione fluido-condotta di tipo statico. Ciò risulta una limitazione,
dal momento che l’accurata descrizione del fenomeno deve tenere conto della deformabilità della
condotta.
Ai fini delle verifiche di stabilità delle condotte sottomarine, oltre alle forze idrodinamiche
orizzontali e verticali, variabili nel tempo e instabilizzanti per l’integrità del manufatto, vanno
aggiunte le forze statiche riferite alla massa del corpo cilindrico e degli eventuali rivestimenti e
protezioni (forza peso, FP), all’eventuale contatto con il fondo marino (forza di attrito, FF) e, infine,
essendo la condotta un corpo immerso in un fluido, alla cosiddetta spinta di Archimede (forza di
galleggiamento, FG). Lo schema proposto in figura 61, in cui x è la direzione di propagazione del
moto e z è l’ascissa lungo la profondità del mare, riassume tutte le forze, idrodinamiche e statiche,
che agiscono su una condotta sottomarina.

FL

U
z
FG
FD
FI x
FP

FF

Fig. 61. Schema di definizione delle forze idrodinamiche e statiche che agiscono sulla condotta
13. Aspetti strutturali

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L’analisi strutturale di una condotta di scarico rappresenta un punto nevralgico della


progettazione di una condotta di scarico a mare. A partire dalla fase preliminare del varo, le
condotte sottomarine sono soggette a sollecitazioni elevate nelle operazioni di posa in opera, che
possono condizionare la loro resistenza nella fase di esercizio. In questa fase, la condotta, nel
momento in cui è sottoposta alle mareggiate più forti, subisce la complessa interazione con delle
forzanti di tipo idrodinamico. Il calcolo delle caratteristiche di sollecitazione e delle componenti di
tensione all’interno della struttura permette di individuare i punti più sollecitati, spesso collocati
nelle sezioni singolari interessate da giunzioni, appesantimenti o altri dispositivi. La progettazione
strutturale ha la finalità di dimensionare gli elementi di ancoraggio al fondo, definire lo spessore e il
diametro ottimale, verificare le giunzioni e controllare i limiti di deformazione. La condotta
sottomarina esposta all’ambiente marino può analizzarsi secondo lo schema di condotta posata sul
fondo, con l’aggiunta di particolari collari di attracco al terreno o di materassi di appesantimento,
oppure di struttura vincolata su un numero discreto di appoggi, simulanti i blocchi di ancoraggio
che, a prefissate distanze, avvolgono la tubazione. Lo schema statico di riferimento per una
condotta posata sul fondo può essere quello riferito a uno modello strutturale alla Winkler, in cui
bisogna analizzare anche l’interazione fisica fra condotta e fondale. Per una condotta prossima al
fondo, vincolata a esempio su selle, lo schema statico di riferimento può essere quello di trave
continua su più appoggi. L’analisi strutturale consente di ricavare ulteriori indicazioni progettuali
riguardanti, a esempio, la lunghezza del passo degli appoggi.
La modellazione degli effetti meccanici sulle condotte sottomarine soggette al moto ondoso
non riproduce ancora in maniera molto efficace i fenomeni dinamici legati all’interazione tra il
comportamento dinamico della condotta e il moto del fluido. Dovrebbe, quindi, essere
preliminarmente rimossa l’ipotesi di indeformabilità della condotta, che sta alla base dei modelli di
forze idrodinamiche presentati, nei quali essa è vista come un elemento che presenta solo modi di
traslazione rigida. Le forze d’inerzia non sono quindi legate alle accelerazioni che, punto per punto,
subisce la condotta per effetto della sua rigidezza e della sua massa, mentre le forze di resistenza al
moto del fluido (di drag) non tengono conto della reale distribuzione delle velocità sul contorno
della condotta. Del resto, la taratura dei modelli, attraverso la deduzione sperimentale dei
coefficienti idrodinamici delle pressioni e delle velocità, è stata effettuata usando condotte di
lunghezza limitata e vincolate rigidamente ai lati, quindi in situazione di tubo sostanzialmente fisso.
L’analisi dinamica della condotta diventa quindi significativa se si mettono in conto le effettive
forze d’inerzia, legate alle accelerazioni locali, e se si conoscono nel caso di condotta deformabile
sia le forze resistenti che si sviluppano in direzione del moto e sia quelle trasversali attivate
dall’emissione dei vortici [1].
Risulta utile studiare l’analisi delle frequenze naturali di vibrazione della condotta, da
confrontare con la frequenza di spargimento dei vortici, valutata dall’andamento temporale della
forza di lift. Quando le frequenze legate alle oscillazioni libere della condotta, evidentemente quelle
più basse associate ai primi modi di vibrare, e la frequenza di spargimento dei vortici sono vicine
fra loro, si verifica un fenomeno di risonanza che tende a esaltare le oscillazioni trasversali della
condotta lungo il piano orizzontale o verticale. In questa situazione, il fenomeno dell’emissione dei
vortici è controllato dalle oscillazioni della condotta e diventa esso stesso una causa forzante di
vibrazioni, con carattere autoeccitato. La scabrezza della condotta produce una regolarizzazione
della frequenza di spargimento dei vortici e, quindi, concorre a favorire il verificarsi di questa
condizione limite. Per scopi progettuali, il controllo della sicurezza rispetto all’instaurarsi di questo
fenomeno può essere fatto controllando che i rapporti fra le frequenze siano sufficientemente
lontani dall’unità. In figura 62, è mostrato uno dei primi modi naturali di vibrazione di una condotta
avente una campata di 7 metri.

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Fig. 62. Modo naturale di vibrazione di una condotta (luce da 7 m)

Bisogna infine ricordare che un ottimo approfondimento riguardo le vibrazioni delle


condotte è presente negli ultimi quattro capitoli del libro di idrodinamica sulle strutture cilindriche
di Sumer e Freds∅e [22]. Nel volume, vengono esaminati i casi riguardanti le vibrazioni indotte da
un flusso stazionario o dal moto ondoso su un cilindro isolato, le vibrazioni delle condotte
sottomarine e i modelli matematici esistenti per le vibrazioni indotte da un flusso.

14. Applicazioni

14.1 Analisi di una condotta di scarico a mare posata sul fondo, appesantita da
materassi discontinui

materasso

condotta sottomarina

s1
L1
L1 + L2 s
D b
L2

Fig. 63. Vista assonometrica della condotta sottomarina appesantita da materassi

Una condotta sottomarina in PEad (peso specifico, γp = 9500 N/m3) che si trova alla profondità
h = 6 m, presenta un diametro esterno D = 0,30 m e uno spessore s = 0,0077 m. Essa è posata
direttamente su un fondale marino sabbioso e viene appesantita lungo il suo percorso da una serie di
materassi discontinui, aventi le seguenti caratteristiche:
• µ1 (coefficiente di attrito PEad/sabbia satura) = tg 20° = 0,36

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• µ2 (coefficiente di attrito materasso/sabbia satura) = tg 35° = 0,7


• λ (coefficiente di sicurezza allo scorrimento laterale) = 1,5
• b (larghezza del materasso) = 4 m
• L2 (lunghezza del materasso) = 2,35 m
• s1 (spessore del materasso) = 0,2 m
• γm (peso specifico del materasso) = 13000 N/m3
Si assuma un’onda di progetto caratterizzata da:
• H (altezza dell’onda di progetto) = 4,5 m
• T (periodo dell’onda di progetto) = 8 s
L’acqua di mare presenta le seguenti caratteristiche:
• ν (viscosità cinematica dell’acqua salata) = 1,05·10-6 m2/s
• ρ (densità dell’acqua salata) = 1030 kg/m3
• γ (peso specifico dell’acqua salata) = 10100 N/m3
Il refluo che scorre dentro la condotta ha un peso specifico γa = 10000 N/m3.
Calcolare, nella condizione limite di sicurezza rispetto allo scorrimento, il valore della lunghezza L1
del tratto libero della tubazione e il massimo rapporto adottabile fra la lunghezza L1 e la lunghezza
L2 del materasso.

cresta
profilo dell'onda
a η
L.M.M.
H
a

cavo

L1+L2
z
L1 L2
x

fondale marino

Fig. 64. Profilo longitudinale della condotta sottomarina appesantita da materassi

PROCEDIMENTO
Si calcola preliminarmente il valore della lunghezza d’onda, L, utilizzando la relazione di
Fenton e McKee (1990):
L=
gT 2

{ [
tanh 2π h / g / T
3/ 2 2/3
] }
= 54,7 m
Occorre ora determinare, al fine del calcolo delle forze idrodinamiche che sollecitano la condotta, il
valore della velocità orizzontale, U[t], nell’intorno della condotta sottomarina analizzata, riferita al
campo di moto indisturbato. Si fa riferimento alla teoria di Stokes al 1° ordine, trovando un legame
funzionale diretto, nel dominio del tempo, fra l’elevazione dell’onda η[t] e il valore della velocità
orizzontale. Si considera la seguente espressione analitica per la determinazione, nel caso in esame,
della velocità orizzontale lungo tutta la profondità del mare:

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⎡ 2π ⋅ z ⎤
2π cosh ⎢ ⎥
U[ t ] = ⎣ L ⎦ ⋅ η[ t ]
⎡ 2π ⋅ h ⎤
Tsenh ⎢ ⎥
⎣ L ⎦
dove:
η[t] (profilo dell’onda, considerato sinusoidale regolare) = asen[ωt];
a (ampiezza dell’onda) = H/2 = 2,25 m;
ω (frequenza angolare) = 2π/T = 0,785 s-1;
z (quota generica a partire dal fondo fino all’asse trasversale della tubazione) = 0,15 m.
Sviluppando la precedente equazione, il valore della velocità orizzontale, U[t], dipendente dal
tempo, sarà:
⎡ 2π ⋅ z ⎤
2π cosh ⎢ ⎥
U[ t ] = ⎣ L ⎦ asen[ωt ] = U sen[ωt ]
m
⎡ 2π ⋅ h ⎤
Tsenh ⎢ ⎥
⎣ L ⎦
essendo Um (valore massimo della componente oscillatoria della velocità U[t]) = 2,37 m/s, riferito
alla suddetta quota z = 0,15 m.
Si calcolano ora i valori massimi delle forze idrodinamiche per unità di lunghezza che agiscono
sulla condotta sottomarina considerata, secondo lo schema classico di Morison.
Le espressioni delle forze idrodinamiche sono le seguenti:
• Forza idrodinamica di drag:
1 1
FD [t ] = ρDC DU [t ]U [t ] = ρDC DU m sen[ωt ]U msen[ωt ]
2 2
• Massimo valore della forza idrodinamica di drag (per sen[ω·t] = 1, in corrispondenza della
cresta dell’onda):
1
FD max = ρDC DU m
2

2
• Forza idrodinamica d’inerzia:
1 dU [t ] 1 1
= ρπD 2 C M (U m sen[ωt ]) = ρπD 2 C M ωU m cos[ωt ]
d
FI [t ] = ρπD 2 C M
4 dt 4 dt 4
• Massimo valore della forza idrodinamica d’inerzia (per cos[ω·t] = 1, per η = 0):
1
FIm ax = ρπD 2 C M ωU m
4
• Forza idrodinamica di lift, agente dal basso verso l’alto (unica forza di lift presente, poiché
la condotta è posata sul fondo):
1 1
FLA [t ] = ρDC LAU [t ] 2 = ρDC LAU m sen[ωt ] 2
2

2 2
• Massimo valore della forza idrodinamica di lift (per sen[ω·t] = 1):
1
FLA max = ρDC LAU m
2

2
Nell’ipotesi di cilindro liscio esternamente prossimo al fondo, si ricavano i coefficienti idrodinamici
di drag, inerzia e lift, che risultano essere funzione di:
CD, CM, CLA = CD, CM, CLA (Re, K, e/D)
dove:
Re (numero di Reynolds), riferito al valore di picco della velocità orizzontale, Um, è pari a:

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UmD
Re = = 6,77·105
ν
K (numero di Keulegan-Carpenter), riferito al valore di picco della velocità orizzontale, Um, e al
periodo dell’onda di progetto, T, è pari a:
U T
K = m = 63,21
D
e/D (distanza relativa della condotta dal fondo) = 0, con e, definito come distanza fra la generatrice
inferiore del tubo e il fondo.
Pertanto, dagli abachi sperimentali di Sarpkaya presenti nelle figure 56 e 57, dal valore di e/D e
interpolando i valori di Re e K, si ottengono i seguenti coefficienti idrodinamici:
CD (coefficiente idrodinamico di drag) = 0,95
CM (coefficiente idrodinamico d’inerzia) = 1,97
CLA (coefficiente idrodinamico di lift verso l’alto) = 0,95
Ai fini dell’analisi statica della condotta di scarico, è necessario conoscere la forza idrodinamica
orizzontale risultante FH[t] = FD[t]+FI[t]. Il valore massimo della forza idrodinamica orizzontale
FHmax è ottenibile dalla sovrapposizione degli andamenti temporali delle componenti delle forze di
drag e d’inerzia, come risulta visibile in figura 65.
Nell’analisi statica della condotta, si fa riferimento a due condizioni di carico: la prima che mette in
conto, in un dato istante temporale, la forza idrodinamica massima orizzontale, FHmax, e la
corrispondente forza idrodinamica di lift, FLA, diretta verso dal basso verso l’alto; la seconda che
mette in conto, per un istante temporale successivo, la forza idrodinamica massima di lift, FLmax, e la
corrispondente forza idrodinamica orizzontale, FH (fig. 65).

Fig. 65. Andamento temporale delle forza idrodinamica orizzontale e di lift verso l’alto

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Per la prima condizione di carico (FHmax-FL), si ottiene:


FHmax = 846 N/m; FL = 803 N/m
Per la seconda condizione di carico (FLmax-FH), si ottiene:
FLmax = 824 N/m; FH = 824 N/m
Alle azioni idrodinamiche sopra calcolate, vanno aggiunte per l’analisi della stabilità della
tubazione, le seguenti forze per unità di lunghezza, indipendenti dal tempo e agenti lungo la
profondità:
• Forza peso della condotta:
FP = γ p A1 + γ a A2 = 776 N/m
dove:
A1 (area della tubazione, considerata come un anello cilindrico) = π·D·s;
A2 (area del cilindro interno dove passa il refluo) = π·D2/4.
• Forza peso del materasso:
γ bs
FM = m 1 = 5200 N/m
2
Da questa espressione, si considera che il materasso insista sulla condotta solo per metà del suo
sviluppo in larghezza (b/2), nel computo dell’analisi globale delle forze in gioco.
• Forza di galleggiamento:
FG = γA 2 = 714 N/m
Si definisce ora la forza verticale per unità di lunghezza, FV1, diretta verso il basso e relativa al
tratto libero L1 fra i materassi:
FV1 = -FLA+Fp-FG
Inoltre, si definisce la forza verticale per unità di lunghezza, FV2, diretta verso il basso e relativa al
tratto appesantita della condotta L2:
FV2 = FM-FLA+Fp-FG
La risultante delle forze verticali è diretta verso il basso ed è espressa come:
FV2L2+FV1L1
Allo stesso modo, la risultante delle forze orizzontali (drag+inerzia) è espressa come:
FH(L1+L2)
Con riferimento ad un generico campo d’influenza della condotta (L1+L2), si determina L1 dalla
condizione di sicurezza limite rispetto allo scorrimento laterale, eguagliando le forze orizzontali
instabilizzanti e le forze d’attrito resistenti. La condizione è posta nella forma:
λFH(L1+L2) = µ2FV2L2+µ1FV1L1
dalla cui espressione si ottiene il valore ottimale dell’interasse L1 fra i materassi:
µ F − λFH
L1 = 2 V 2 L2
λFH − µ1 FV 1
Per la prima combinazione di carico (FHmax – FV), si ha che:
µ F − λFH max
L1 = 2 V 2 L2 = 2,83 m
λFH max − µ1 FV 1
Per la seconda combinazione di carico (FH – FVmax), si ha che:
µ F − λFH
L1 = 2 V 2 max L2 = 2,91 m
λFH − µ1 FV 1 max
essendo FV1max = -FLAmax+Fp-FG e FV2max = FM-FLAmax+FP-FG.
Tra le due combinazioni di carico, si prende, a vantaggio di sicurezza, il valore del tratto libero più
basso: L1 = 2,83 m.

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Inoltre, si trova che il massimo rapporto adottabile fra la lunghezza L1 e la lunghezza L2 del
materasso è pari a:
L1/L2 = 1,2.

14.2 Calcolo della diluizione complessiva del refluo che fuoriesce dal
diffusore di uno scarico a mare

Uno scarico a mare di acque reflue avente diametro Dc = 0,60 m e lunghezza Lc = 1550 m,
presenta nella fase terminale del suo sviluppo un diffusore, le cui caratteristiche sono:
• D (diametro degli ugelli) = 0,15 m;
• A/Ac (rapporto fra l’area degli ugelli e l’area della condotta) = 0,6.
La concentrazione di coliformi fecali C0, proveniente da un impianto di depurazione prossimo alla
condotta, è pari a 108.
Si assumano, per il dimensionamento della portata del liquame in condotta, Q, i seguenti valori:
• ψ (coefficiente di restituzione in fogna) = 0,8;
• d (dotazione idrica) = 200 l/ab/giorno;
• P (popolazione servita) = 50000 abitanti;
• β (tempo di funzionamento della fogna nera) = 24 h
Si assuma inoltre T90 (tempo affinché muoiano il 90 % dei coliformi fecali) = 2,5 h.
La pendenza longitudinale media del fondale marino dove è posta la condotta è pari a P = 0,02. La
velocità della corrente marina, supposta costante e incidente ortogonalmente all’asse longitudinale
del diffusore, è U = 0,07 m/s.
La densità del liquame in condotta è ρ0 = 1000 kg/m3 e quella dell’acqua di mare ρs = 1030 kg/m3.

Fig. 66. Schema di definizione del processo di diluzione secondo i modelli di zona

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Stimare il valore delle diluizione complessiva a mare del refluo presente in condotta
attraverso il cosiddetti modelli di zona, tenendo presente i riferimenti normativi sui valori minimi da
ottenere.

PROCEDIMENTO
Ai fini del calcolo della diluizione complessiva, chiamata Sc, si descrive il complesso dei
fenomeni di diluizione a mare attraverso i modelli di zona, mediante i quali si scompongono in
processi distinti le singole fasi di trasporto, dispersione e decadimento batterico.
Tale modello consente di scrivere:
Sc = SiSsSb
dove:
Si è la diluizione di prima fase;
Ss è la diluizione di seconda fase, o susseguente;
Sb è la diluizione per scomparsa batterica.
Con riferimento al D.P.R. n. 470 dell’8/6/1982, relativi ai limiti di balneabilità delle acque costiere,
si stabilisce che la concentrazione di coliformi fecali in mare sia dell’ordine di 102 in 100 ml di
acqua di mare. Perciò, considerando che la concentrazione iniziale dei coliformi fecali, proveniente
dall’impianto di depurazione, è di 108, è necessaria una diluizione complessiva Sc pari almeno a
106.
Il primo passo per il calcolo della diluizione complessiva a mare è quello di determinare il valore
della portata nera massima di progetto proveniente dall’impianto di depurazione ed affluente nello
scarico a mare, attraverso la nota relazione:
ΨdP
Q = 2,25 = 208,3 l/s ≈ 0,2 m3/s
3600β
essendo 2,25 un coefficiente di massimo consumo, costituito dal prodotto di due fattore uguali a
1,5, uno riferito al massimo stagionale, l’altro al massimo giornaliero.
La velocità Vc del liquame in condotta sarà:
Q
Vc = = 0,71 m/s
Ac
dove :
Ac (area della condotta circolare) =πDc2/4.

Per calcolare il valore di diluizione iniziale Si = Si (Y/D, F’), si trova preliminarmente il numero n
di bocche del diffusore dove fuoriesce il liquame:
A 4Q
n= = 9,7 ≈ 10
A c πD 2 Vc
Ricavato n, si calcola la velocità V di uscita del getto di liquame dal diffusore come:
4Q
V= = 1,13 m/s
nπD 2
Si trova ora l’accelerazione di gravità per difetto di densità relativa:
ρ − ρ0
g’ = g s = 0,29 m/s2
ρs
Quindi, il cosiddetto numero di Froude densimetrico F’, come:
V
F’ = = 5,39
g' D
Si calcola la profondità Y della sezione terminale dello scarico a mare:

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Y = PLc = 31 m
A vantaggio di sicurezza per i successivi calcoli, si assume come profondità della sezione terminale:
Y0 = 0,75Y = 23,25 m
Poiché Y0/D>0,5·F’, si determina la diluizione iniziale attraverso la formula di Cederwall (1975):
5
⎛ Y 1 ⎞3
Si = 0,54F' ⎜ 0,38 0 + 0,66 ⎟ = 172,77
⎝ D F' ⎠

Si passa ora a calcolare la diluizione susseguente Ss = Ss (β, L/b), determinando, per prima,
l’interasse ∆s fra gli ugelli:
∆s = Y0/3 = 7,75 m
Quindi, la lunghezza del diffusore b, come:
b = n∆s = 77,5 m
Al fine di calcolare Ss, si determina ε, coefficiente di diffusività turbolenta o di dispersione
orizzontale:
ε = 0,01(b/10)4/3 = 0,153
e l’angolo di apertura del pennacchio di liquame β, che fuoriesce dagli ugelli del diffusore:
β = 12ε/(Ub) = 0,339 rad = 19,4°
Si calcola il parametro z, da cui dipende la diluizione susseguente, come funzione di β, L e b:
0,5
⎡ ⎤
⎢ ⎥
⎢ 1,5 ⎥
z=⎢ ⎥ = 0,095
⎛ 3

⎢ ⎜ ⎛1 + 2 β L ⎞ − 1⎟ ⎥
⎢ ⎜ ⎜⎝ 3 b ⎟⎠ ⎟⎥
⎣⎝ ⎠⎦
La diluizione susseguente Ss sarà determinata attraverso una funzione polinomiale in z,
rappresentante l’equazione del modello di Brooks (1959):
[ ( 2
Ss = ze − z 1 + 0,667 z 2 + 0,267 z 4 + 0,076z 6 )]
−1
= 10,41

L’ultima fase di diluizione, la scomparsa batterica Sb, dipende dal T90 e dal tempo di deriva della
corrente marina, t. Quest’ultimo sarà pari a:
t = Lc/U = 22142,9 s = 6,15 h
La scomparsa batterica sarà data da un’equazione di decadimento batterico (Legge di Chick):
t

S b = 10 T90
= 288,61

Pertanto, la diluzione complessiva, Sc, prodotto dei tre distinti processi di diluizioni sopra calcolati,
sarà:
Sc = 5,19·105
Poiché il valore di Sc trovato è minore di 106, non si raggiunge il valore minimo richiesto per un
adeguato funzionamento dello scarico a mare. Per ovviare ciò, è possibile cambiare, per esempio, il
diametro degli ugelli, anche se una sua modifica porta a far variare molto fortemente la geometria
del diffusore e i valori delle diverse diluizioni. Sicuramente meglio è la possibilità di aumentare, in
questo caso, la lunghezza della condotta. Infatti per Lc>1700 m, si ha che la diluizione Sc>106,
rispettando così i valori minimi di concentrazione prescritti in normativa. In alternativa, si può
intervenire sul diffusore ricorrendo a doppie bocche d’uscita del liquame, disposte ortogonalmente
sui suoi due lati.

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