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2 - CRITICA DELLA RAGION PURA

2.1 IL PROBLEMA
La "cdrp" costituisce la prima fase di realizzazione del progetto kantiano. Il termine “critica” deriva dal
verbo greco krino, “separare”, “decidere in un giudizio”. Kant lo assume nel senso di rifiuto del
dogmatismo ed esame dei limiti e delle possibilità del conoscere umano: “il tempo nostro è proprio il
tempo della critica, cui tutto deve sottostare”. Il problema che Kant affronta è quello di esaminare la
possibilità per la ragione di elaborare una conoscenza che possieda non solo i requisiti della scientificità,
che sia cioè universale e necessaria, ma che sia anche oggettiva, capace cioè di esprimere una
conoscenza effettiva della realtà naturale.
Alla luce di questa premessa è ora possibile definire il significato dell'espressione "Critica della
ragione pura":
a) critica: è quella attività attraverso cui la ragione diviene consapevole di se stessa e dei suoi propri
limiti;
b) ragion pura: sta ad indicare la facoltà generale di conoscere indipendentemente dall'esperienza,
quindi a priori.
Pertanto si tratta di verificare se vi può essere una conoscenza della realtà fondata sulla ragione e che
faccia a meno dell'esperienza.

2.2 - PREMESSA STORICA


Prima di procedere ad esaminare l'impostazione della critica, è necessario cercare di spiegare i motivi
che spinsero Kant a porsi il problema della conoscenza. La situazione della cultura ai tempi di Kant era
caratterizzata dalla presenza di due differenti forme di sapere che andavano sempre più differenziandosi:
a) la metafisica: che vantava una storia di duemila anni ed aveva rappresentato per gran parte della
cultura passata ed almeno fino al XVI sec., l'espressione più alta del sapere. La metafisica avanzava una
pretesa di superiorità su ogni altra forma di sapere fondandola sulla seguente premessa: la ragione umana
è in grado di conoscere, al di lá di quella che è l'ingannevole barriera della esperienza sensibile che ci
separa dalla realtà in se, l'essenza stessa delle cose.
Tuttavia sia l'empirismo che l'illuminismo avevano, durante il '700, sottoposto ad una pesante critica
questa pretesa della metafisica ed erano giunti alle seguenti conclusioni:
1) durante 2200 anni della sua storia la metafisica non aveva dimostrato alcun sostanziale progresso
nella soluzione dei suoi problemi. Anzi essa si trovava in una situazione di stallo dovuta al fatto che
costantemente venivano eternamente dibattuti sempre gli stessi problemi.
2) Tale mancanza di progresso dipendeva anche dal fatto che la metafisica era intrinsecamente
contraddittoria, dal momento che i diversi filosofi davano soluzioni opposte agli stessi problemi, senza
che si riuscisse a stabilire quale fosse la risposta giusta. Questo determina la situazione di conflittualità
permanente tra sistemi e teorie diverse, essendo inoltre impossibile discriminare tra teorie vere e false,
entro la metafisica prevale una situazione di anarchia.
Kant illustrerà l’inadeguatezza e l’insuccesso della metafisica con espressioni molto forti: “la regina di
tutte le scienze”, è sempre stata un “teatro di lotte senza fine”, essa offre allo sguardo un panorama di
“edifici in rovina”.
b) la scienza: dal XVII sec., periodo della sua nascita, fino ai tempi di Kant, la scienza naturale aveva, al
contrario della metafisica, compiuto progressi enormi in tutti i campi. Con l'opera di Newton essa aveva
inoltre dimostrato di poter elaborare una conoscenza della natura che rispondesse ai requisiti di
universalità e necessita richiesti ad un sapere che pretenda di essere vero.
Pertanto agli occhi di Kant e dei suoi contemporanei la metafisica appariva in crisi rispetto alla scienza,
che andava occupando quella posizione privilegiata nel sapere che un tempo aveva avuto la metafisica.

2.3 LA CRITICA DELLO SCETTICISMO HUMIANO ALLE PRETESE DELLA METAFISICA


Il termine "scetticismo" deriva dal sostantivo greco "skèpsis" che significa = "dubbio". Tale termine
viene tradizionalmente usato in filosofia per indicare la posizione di coloro che sostengono
l’impossibilita di giungere alla conoscenza del vero.
Secondo lo scetticismo il compito della filosofia non è quindi quello di conoscere il vero, ma quello di
criticare qualsiasi forma di sapere che pretenda di conoscere il vero. Il più importante esponente dello
scetticismo nella filosofia moderna fu il filosofo scozzese David Hume (1711-1776), il cui pensiero
rappresentò il punto di riferimento costante di Kant. La filosofia di Hume sviluppa fino alle sue estreme
conseguenze la critica che l'empirismo esercita sulla metafisica. L'esito finale della filosofia di Hume si
può riassumere nel raggiungimento di una duplice forma di scetticismo:

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2.3.1 - Scetticismo metafisico

Si fonda sulla critica della nozione di "sostanza" e sulla negazione della "credenza nel mondo
esterno".
L'argomento principale dello "scetticismo empirista" di Hume consiste nell'affermare l’intrascendibilità
per la ragione umana delle impressioni sensibili.
1) sostanza - realtà esterna - metafisica: la nozione di sostanza della metafisica moderna è quella
elaborata da Cartesio. Con essa si intende la res extensa, l'oggetto esterno o ente che possiede una esi-
stenza autonoma dal soggetto ed è caratterizzato dal possesso di una proprietà fondamentale o essenza
che ne determina l’identità. L'insieme delle sostanze cosi concepite costituisce il mondo esterno. La
metafisica riconosceva alla ragione umana il potere di conoscere l'essenza della cosa esterna o sostanza
grazie al principio di intuizione intellettuale. La ragione era cioè capace di derivare dalla immagine
sensibile della sostanza esterna (l'idea), l'essenza o proprietà che caratterizzava la sostanza.

SOSTANZA -> IDEA -> INTUIZIONE INTELLETTUALE -> ESSENZA


| | | |
REALTÀ' SENSI INTELLETTO CONOSCENZA
ESTERNA

La sostanza, costituita dall'oggetto esterno più la sua essenza, produce nei sensi l'idea o impressione
sensibile, che costituisce la copia esatta della sostanza. l'intelletto estrae dalla immagine della sostanza
l'essenza che la caratterizza. La conoscenza delle essenze che cosi si ottiene costituisce il sapere. Grazie
al principio di intuizione intellettuale era possibile, per il soggetto umano, scavalcare le impressioni per
cogliere direttamente l'essenza degli oggetti esterni.
2) La critica di Hume parte da una premessa fondamentale: "l'intera conoscenza umana si riduce alle
impressioni sensibili". Gli uomini, argomenta Hume, hanno la credenza nella esistenza esterna delle
cose, tuttavia tale credenza è del tutto ingiustificata ed indimostrabile, essa costituisce un atto di fede.
Infatti tutto ciò che gli uomini conoscono sono le immagini degli oggetti che i sensi rivelano, ma non c'è
alcuna conoscenza diretta degli oggetti stessi. Pertanto l'unica realtà di cui il soggetto umano può essere
certo è quella costituita dalle percezioni o immagini sensibili che Hume chiama impressioni.
L'argomentazione di Hume ha due conseguenze fondamentali :
1) è impossibile dimostrare l'esistenza della realtà esterna: poiché l'uomo non ha conoscenza alcuna di
tale realtà, infatti tutto ciò che può conoscere sono delle semplici immagini;
2) anche se si ammettesse, come fanno normalmente gli uomini, l'esistenza della realtà esterna (cioè della
res extensa), non sarebbe in alcun modo possibile dimostrare che le impressioni (percezioni o immagini
sensibili) corrispondono agli oggetti esterni.
Quest'ultima conseguenza appare evidente se si tiene presente che non sarebbe possibile confrontare
direttamente le immagini sensoriali degli oggetti con gli oggetti stessi, poiché l'unica conoscenza che si
ha degli oggetti è data dalle sole immagini sensoriali.
Se si vuole stabilire la esattezza del ritratto di una persona è necessario confrontare il ritratto con la
persona che viene in esso ritratta, se ritratto e originale corrispondono si può dire che il quadro è riuscito.
Allo stesso modo se si volesse stabilire la verità della conoscenza, occorrerebbe confrontare le immagini
degli oggetti con gli oggetti per verificare che corrispondano, ma è proprio questo confronto a non essere
possibile; sarebbe come il caso di un ritratto qualora non si potesse rintracciare la persona ritratta,
sarebbe impossibile affermare che esso è somigliante.
La conclusione a cui giunge Hume analizzando tale problema è quindi che non può esservi "conoscenza
oggettiva", ovvero, che non può darsi conoscenza alcuna della realtà esterna, come pretende la
metafisica, ma solo conoscenza delle nostre "impressioni sensibili", anzi, a rigor di termini, non è
nemmeno possibile dimostrare che la realtà esterna esista.

2.3.2 - Scetticismo scientifico

Si fonda sulla critica delle nozioni di "causalità" e di "induzione". Infatti: a) la relazione di causa-
effetto non è necessaria, b) l'induzione non giustifica le proposizioni universali.
1) critica del concetto di causalità: l'idea che esista una connessione necessaria tra due fatti per cui il
verificarsi dell'uno determina inevitabilmente il verificarsi dell'altro non è in alcun modo dimostrabile.
Tutto ciò che è possibile sostenere è che la percezione di un certo fatto "a" è accompagnata dal

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successivo presentarsi della percezione di un certo fatto "b". Ma da questa premessa non si può
concludere che, in ogni caso e necessariamente, al fatto "a" segua, come vorrebbe l'idea di una causalità
necessaria, il fatto "b". Da un punto di vista logico è infatti possibile pensare che al fatto "a" non segua
il fatto "b", infatti è logicamente impossibile che esista solo ciò che è contraddittorio (per esempio è
impossibile che esista un cerchio quadrato o un numero pari che sia dispari), è possibile invece
immaginare che lanciando una palla "a" (causa) contro una palla "b", la palla "b" una volta colpita
rimanga ferma (effetto) anziché muoversi. Per quanto questo possa apparire strano non è certo
contraddittorio, perciò è logicamente possibile che in futuro possa avvenire il contrario, quindi la
relazione causale che noi constatiamo non è necessaria (è infatti necessario ciò di cui non è nemmeno
pensabile il contrario).
Le cose non cambiano molto, secondo Hume, se si cerca di giustificare il "principio di causalità" da un
punto di vista empirico. Per dimostrare empiricamente che una relazione di causa-effetto tra due fatti è
necessaria occorrerebbe infatti dimostrare che tutte le volte che si presenta quella causa, segue sempre
quell'effetto. Tuttavia per poter verificare tale circostanza sarebbe necessario compiere un numero infinito
di osservazioni empiriche, il che è impossibile.
La conclusione cui giunge Hume è quindi che non vi può essere conoscenza necessaria e a priori dei
fenomeni empirici. L’idea di causalità viene ricavata dalla ripetuta esperienza della connessione tra due
eventi contigui nello spazio e nel tempo, il primo lo chiamiamo antecedente e lo consideriamo come
cause del secondo, suo effetto o conseguente. È solo l’abitudine che ci porta a ritenere il fenomeno
antecedente causa necessaria del conseguente, in realtà noi trasformiamo illecitamente un semplice post
hoc (il conseguente “viene dopo” l’antecedente), in un propter hoc (l’antecedente è “causa” del
conseguente). In effetti, secondo hume, né da un punto di vista logico o a priori, né da un punto di vista
empirico o a posteriori, è possibile dimostrare razionalmente la necessità di questa connessione, ovvero
che ogni volta che si presenterà il fenomeno “a”, dovrà necessariamente presentarsi il fenomeno “b”.
2) critica del concetto di induzione: secondo Hume anche il procedimento induttivo, definito in logica
come quella forma di ragionamento che dall’esame di casi particolari giunge a conclusioni generali, non
costituisce uno strumento valido per pervenire ad una conoscenza universale. Infatti per dimostrare una
legge universale, che cioè sia valida in ogni luogo ed in ogni tempo e per un numero infinito di
fenomeni, non può servire l'induzione. Essa è basata sulla osservazione empirica dei fenomeni, ma dal
momento che i fenomeni cui si riferisce una conoscenza universale sono per definizione infiniti la loro
osservazione risulta impossibile.
Riassumendo le conclusione cui lo "scetticismo empirista" di Hume approda possiamo dire:
1) la conoscenza non è oggettiva: essa infatti non si riferisce agli oggetti esterni, ma solo alle
"impressioni sensoriali";
2) la conoscenza non è necessaria: infatti non è possibile dimostrare né empiricamente, né
logicamente la validità del "principio di causalità";
3) la conoscenza non è universale: infatti una proposizione universale non è empiricamente verificabile.

2.4 MODELLO RAZIONALISTA E MODELLO EMPIRISTA DELLA CONOSCENZA

Pur non essendo d'accordo con Hume, Kant considerò le obiezioni di Hume come valide e di notevole
rilievo. Furono proprio tali critiche a risvegliarlo dai “sogni della metafisica”. Si imponeva dunque la
necessità di risolvere in modo efficace i gravi problemi sollevati da Hume, viceversa non si sarebbe
potuta evitare la conclusione scettica humiana.
La strategia che Kant adotta in risposta all'attacco condotto da Hume è duplice:
1) scienze naturali: per quanto concerne le matematiche (aritmetica e geometria) e la fisica, Kant rifiuta
lo scetticismo scientifico di Hume. Secondo Kant infatti queste discipline mostrano di fatto, con i loro
successi ed il loro progresso inarrestabile, il loro carattere di conoscenze universali e necessarie. Pertanto
riguardo a queste non sussiste il problema di dimostrare "se siano possibili in quanto scienze", dal
momento che di fatto esse sono scienze. Tuttavia rimane aperto il problema in linea di diritto, ovvero
occorre stabilire "in che modo matematica e fisica riescano a realizzare un sapere universale e
necessario".
2) metafisica: riguardo alla metafisica Kant concorda invece con lo scetticismo metafisico di Hume, egli
infatti parte dalla constatazione dell'insuccesso di fatto della metafisica. Rispetto alla metafisica
occorrerà quindi stabilire: se sia possibile la metafisica come scienza.
Il problema è anche formulabile in questo modo: "se la metafisica non è una scienza, questo dipende dal
fatto che finora i filosofi hanno seguito un metodo sbagliato nelle loro indagini metafisiche, oppure
dipende dal fatto che la metafisica non può in nessun caso dar luogo ad un sapere universale e

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necessario ?" Prima di poter rispondere al problema riguardante la scientificità della matematica, della
fisica e della metafisica, Kant deve stabilire a quali condizioni un dato sapere deve essere conforme per
poter essere definito scientifico. E' necessario quindi definire quali siano i requisiti propri di una
conoscenza scientifica. Solo dopo questo esame sarà possibile stabilire se la metafisica sia possibile
come scienza e come le scienze esatte (aritmetica e geometria) e le scienze della natura (fisica) possano
essere “scientifiche”. Kant si propone di individuare queste caratteristiche attraverso l'esame delle
concezioni empirista e razionalista del sapere.

2.4.1 IL GIUDIZIO

Prima di procedere in tale indagine Kant ritiene necessario chiarire quale sia la natura della conoscenza
oggettiva e scientifica. La conoscenza è costituita, da un punto di vista logico da una serie di giudizi che
pretendono di affermare con verità qualcosa intorno alla realtà. Nell’introduzione alla Critica Kant
conduce quindi un’indagine sul giudizio. La conoscenza risulta dalla relazione tra i tre piani del lin-
guaggio, del pensiero e della realtà.
a) linguaggio: il linguaggio è il piano in cui si esprime il pensiero e costituisce lo strumento principale
della conoscenza umana. Il giudizio costituisce l'elemento principale del linguaggio nel suo uso
conoscitivo. Nella sua forma più elementare il giudizio risulta costituito dalla connessione tra un
soggetto, ed un predicato, operata grazie alla mediazione della copula. Nel giudizio si ha quindi
l’attribuzione di un soggetto ad un predicato:
FORMA ELEMENTARE DEL GIUDIZIO
"X è P"
dove "X" sta per un qualsiasi soggetto (per es. la mela), "P" sta per un qualsiasi predicato (per es.
"rossa"), la copula rappresentata dal verbo "essere" sta invece per una "funzione".
E' evidente che senza la mediazione della copula il giudizio, e quindi la conoscenza, sarebbe
impossibile, sua funzione è infatti quella di attribuire al soggetto il predicato (es. "la mela è rossa).
2) pensiero: si è detto come il linguaggio sia espressione del piano del pensiero. Pertanto al soggetto ed
al predicato corrispondono sul piano del pensiero dei concetti ( es. il concetto di mela e di rosso).
3) realtà: a sua volta il pensiero appare in relazione alla realtà. Infatti il soggetto si riferisce attraverso un
concetto ad un oggetto (es. l'oggetto indicato dal nome "mela"), il predicato invece si riferisce ad una
proprietà (es. quella indicata dal nome "rosso").

LINGUAGGIO = SOGGETTO - COPULA - PREDICATO


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PENSIERO = CONCETTO FUNZIONE CONCETTO
| | |
REALTÀ' = OGGETTO INERENZA PROPRIET À'

Si può allora definire il giudizio come la connessione del concetto di un oggetto espressa dal soggetto
con il concetto di una proprietà che è invece espressa dal predicato, connessione resa possibile dalla
copula che esprime la inerenza sul piano della realtà della proprietà all'oggetto.
La conoscenza sarà "vera" quando vi sarà corrispondenza tra i tre piani considerati, cioè quando l'oggetto
indicato dal nome "mela" goda effettivamente della proprietà indicata dal nome "rosso".
2.4.2 MODELLO EMPIRISTA DELLA CONOSCENZA

L'empirismo è quella teoria che fa derivare la totalità della conoscenza dalla esperienza sensibile, negando
che esistano conoscenze a priori.
Il tipo di giudizio che secondo Kant caratterizza la concezione empirista della conoscenza è il "giudizio
sintetico a posteriori":
empirismo = giudizio sintetico a posteriori, o estensivo, viene definito da Kant come quel giudizio in cui il
concetto espresso dall'oggetto (la proprietà), aggiunge qualcosa al concetto del soggetto, è quindi estensivo di
esso. In questo caso infatti il concetto del predicato non è contenuto o implicato nel concetto del soggetto,
cioè la connessione tra i due è pensata senza identità. Questo giudizio sarà quindi:
a) sintetico: perché in esso si realizza una "sintesi o somma" tra soggetto e predicato, ovvero il concetto del
soggetto viene sommato a quello del predicato. La principale conseguenza è che si viene cosi ad ottenere un
incremento della conoscenza empirica. La conoscenza, costituita dal concetto del soggetto, cresce in quanto
viene aggiunta una nuova proprietà ad essa;
b) a posteriori: è tale perché deriva dall'esperienza e anche perché si può stabilire la verità di tale giudizio,
solo dopo aver osservato se l'oggetto cui il giudizio si riferisce possiede realmente la proprietà che nel

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giudizio il predicato gli conferisce. Si assuma come esempio il giudizio “Marte ha un’orbita ellittica” esso
risulta "sintetico" perché il concetto di “orbita ellittica” non è contenuto nel concetto di “Marte”, infatti
l’orbita di marte potrebbe anche essere circolare, come per millenni si è creduto. Quindi in questo caso il
giudizio è la somma o sintesi tra il concetto di “Marte” e quello di “orbita ellittica”. Il risultato di tale somma
quindi costituisce un incremento delle nostre conoscenze sui pianeti, tale concetto risulta ampliato in seguito
al giudizio.
Inoltre il giudizio "Marte ha un’orbita ellittica” è anche "a posteriori" perché non è possibile sapere "a
priori " che come sia l’orbita di Marte, lo si può stabilire solo dopo (a posteriori) averne verificato con l'os-
servazione il movimento.

VALUTAZIONE KANTIANA DELL'EMPIRISMO

L'analisi kantiana del "giudizio sintetico a posteriori", che costituisce, secondo Kant, il modello del giudizio
scientifico per l’empirismo, viene conclusa con una valutazione degli aspetti positivi e negativi che tale
concezione possiede.
L'aspetto positivo è dato dal fatto che il "giudizio sintetico a posteriori" permette di giustificare il carattere
"sintetico" della conoscenza, spiega cioè come sia possibile incrementare la nostra conoscenza empirica. Esso
spiega quindi il carattere oggettivo della nostra conoscenza.
L'aspetto negativo, già posto in evidenza da Hume, è dato dalla impossibilita di giustificare il carattere
"universale" e "necessario" che la conoscenza scientifica deve possedere. Infatti in questo giudizio la
conoscenza deriva dall'esperienza, ma si è già visto, parlando della critica humiana all'induzione ed alla
causalità, come non sia possibile giustificare l'universalitá e la necessitá della conoscenza a partire
dall'esperienza. In questo modo l’empirismo demoliva la pretesa del razionalismo metafisico di poter
giungere ad una conoscenza assoluta della realtà in se stessa e riconduceva il sapere all’abitudine ed alla
credenza, fattori irrazionali. Ritornando all'esempio del giudizio "Marte ha un’orbita ellittica", l'empirismo è
in grado di giustificarne la veritá perché si ha a che fare con un solo pianeta, ma se il giudizio fosse espresso
nella sua forma universale: "tutti i pianeti hanno un’orbita ellittica”, non sarebbe possibile verificarne la veritá
attraverso l’esperienza perchè sarebbero necessarie un numero infinito di osservazioni empiriche.

2.4.3 MODELLO RAZIONALISTA DELLA CONOSCENZA

Il razionalismo è caratterizzato secondo Kant dal "giudizio analitico a priori". La metafisica razionalista di
tradizione leibniziano-wolffiana era fondata sulla premessa della possibilità, per la ragione, di conoscere a
priori l’essenza della realtà, la realtà stessa si conforma ai principi razionali ed è pertanto determinabile a
priori, indipendentemente dall’esperienza.
Razionalismo = giudizio analitico a priori, viene da Kant definito come quel giudizio in cui il concetto
espresso dal predicato è già implicito o contenuto nel concetto espresso dal soggetto. In altri termini “la
connessione del predicato col soggetto è pensata per identità”.
Tale giudizio è quindi:
a) analitico = poiché l'attribuzione al soggetto di una certa proprietà deriva da una analisi del concetto del
soggetto in cui quella proprietà è già contenuta.
Sia dato il giudizio "ogni quadrato ha quattro lati", tale giudizio sarà analitico in quanto la proprietà di "avere
quattro lati" è già contenuto nel concetto di "quadrato" espresso dal soggetto. Se infatti si opera l'analisi del
concetto di "quadrato", si otterrà l'elenco delle proprietà la cui somma forma il concetto di "quadrato", tra
queste proprietà ( "l'essere una figura geometrica", "l'avere i lati perpendicolari tra loro", ecc.) si troverà
anche quella di "essere quadrilatero". Kant chiama questo giudizio anche esplicativo in quanto, per suo
tramite, viene compiuta una spiegazione delle proprietà che caratterizzano il concetto del soggetto. È evidente
che tale tipo di analisi non produce nuove conoscenze oggettive.
b) A priori = questo giudizio sarà anche a priori perché non deriva dall'esperienza, infatti per determinare la
sua verità non è necessaria alcuna verifica empirica. Tale giudizio risulta vero necessariamente in quanto
risulta impossibile pensare il suo contrario poiché si incorrerebbe in una contraddizione. Tornando
all'esempio del giudizio "tutti i quadrati hanno quattro lati", definire a priori tale giudizio significa, secondo
Kant, che non è necessario osservare i quadrati che esistono realmente per sapere che essi hanno quattro lati,
essendo impossibile pensare il contrario – cioè pensare un quadrato con un numero di lati diverso da quattro –
il giudizio risulterà necessariamente vero. Quindi la certezza della verità di questo giudizio viene acquisita
indipendentemente dall'esperienza. Secondo la tradizione metafisica la conoscenza è interamente analitica.

2.4.4 - VALUTAZIONE KANTIANA DEL RAZIONALISMO

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Anche la valutazione che Kant fornisce dei giudizi "analitici a priori", da cui è formata secondo i razionalisti
la conoscenza scientifica, è duplice:
a) l'aspetto positivo è costituito, in questa forma di giudizio, dal fatto che non dipendendo la sua verità
dall'esperienza, i giudizi analitici a priori saranno universali e necessari;
b) l'aspetto negativo risiede invece nel loro carattere analitico, infatti in tali giudizi non si ha alcun
incremento delle nostre conoscenze empiriche, perché non fanno altro che attribuire al soggetto una proprietà
che si sapeva essere già da esso posseduta.

CONCLUSIONE

Dal razionalismo metafisico Kant deriverà la tesi secondo cui i requisiti della vera conoscenza sono da
ricercare nella necessità ed universalità e che queste possono essere raggiunte solo se il sapere non è
interamente derivabile dall’esperienza. Dall’empirismo Kant deriverà la necessità di fondare la conoscenza
sull’esperienza per spiegarne il carattere sintetico, la ragione da sola non può asserire alcunché sul mondo,
pertanto la conoscenza può dirci qualcosa sulla realtà solo se è, almeno parzialmente, derivabile
dall’esperienza.
Giudizio Sintetico A Posteriori: estende la conoscenza ma non ne garantisce la universalità e necessita;
Giudizio Analitico A Priori = garantisce universalità e necessita della conoscenza, ma non la incrementa;
Sia l'empirismo che il razionalismo sono, per motivi opposti, insoddisfacenti. La conoscenza non può
coincidere interamente ne con l'uno, ne con l'altro. L'unica possibilità che secondo Kant rimane a questo
punto è quella di verificare se sia possibile che esista un giudizio che combini gli aspetti positivi del
razionalismo e dell'empirismo, senza possederne anche i limiti. Questo giudizio dovrebbe giustificare sia la
capacita del sapere di ampliare ed estendere la conoscenza della realtà empirica, sia universalità e necessita di
questa conoscenza. In pratica occorre verificare se esista un giudizio che combini il carattere sintetico con
quello a priori, ovvero il problema è: "esistono i giudizi sintetici a priori ?"
Tutto il problema della conoscenza che si è fin qui esaminato si riduce secondo Kant alla domanda intorno
alla esistenza del giudizio sintetico a priori: “il vero e proprio problema della ragion pura è contenuto nella
domanda: come sono possibili i giudizi sintetici a priori?” Solo dopo aver chiarito la possibilità e validità di
questo tipo di giudizi si potrà confutare lo scetticismo di Hume dimostrando che è possibile una conoscenza
scientifica.

2.4.5 - GIUDIZIO SINTETICO A PRIORI

Il modello della conoscenza è quindi dato dal "giudizio sintetico a priori", tale giudizio dovrà essere tale da
possedere le seguenti proprietà:
universalità: le conoscenze espresse da tale giudizio dovranno essere valide in ogni luogo eogni tempo;
necessita: inoltre tale giudizio dovrà essere valido allo stesso modo per qualsiasi soggetto;
sinteticità: la conoscenza espressa da tale giudizio dovrà ampliare il nostro sapere empirico;
Ponendo il problema della possibilità del giudizio sintetico a priori, Kant opera una innovazione
rivoluzionaria nella filosofia. Nella filosofia tradizionale si era infatti sviluppato, a partire dal '600, un
dibattito tra empirismo e razionalismo che non aveva condotto, secondo Kant, ad alcuna conclusione positiva,
avendo entrambe queste tendenze mostrato di possedere limiti insuperabili.
RAZIONALISMO -> IDEE INNATE -> CONOSCENZA
EMPIRISMO -> ESPERIENZA -> CONOSCENZA
Ammettere la possibilità di giudizi sintetici a priori significava cercare una diversa "teoria della conoscenza"
che pur riconoscendo la necessita di porre alla base della conoscenza alcuni principi innati o a priori, non
commettesse l'errore di considerarli trascendenti, come faceva il razionalismo. Tali principi dovrebbero
essere:
- a priori: non derivanti dall'esperienza ma innati, cioè facenti parte della struttura mentale dell’umanità,
questo infatti spiegherebbe la loro universalità e necessita;
- sintetici: questi principi dovrebbero inoltre essere applicati solo all'esperienza sensibile e non, come voleva
il razionalismo metafisico, alla realtà in se che trascende l'esperienza. Applicandosi solo all'esperienza
sensibile questi principi permetterebbero di ampliare la nostra conoscenza di questa, sarebbero cioè sintetici.
La possibilità della scienza dipende dalla esistenza dei "giudizi sintetici a priori" che conferiscono ad essa i
suoi requisiti di "universalità", "necessita" e "sinteticità", tali giudizi sono a loro volta possibili se esistono dei
"principi sintetici a priori" da cui derivarli. Tali principi sono da Kant definiti "trascendentali". Kant così
definisce questo concetto: “Chiamo trascendentale ogni conoscenza che si occupa non di oggetti, ma del
nostro modo di conoscenza degli oggetti in quanto questa deve essere possibile a priori”. Trascendentale
indica quindi:

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a) l’elemento a priori su cui si fonda la conoscenza oggettiva. Non si tratta però delle “verità innate” di cui
parlava la metafisica, tali principi non derivano dall’esperienza ma sono a priori nel soggetto, tuttavia non
trascendono l'esperienza in quanto hanno senso solo se applicati ad essa. Viceversa con le “idee innate” si
pretendeva di conoscere la realtà delle sostanze in se stessa, al di là dell’esperienza.
b) Il concetto di trascendentale si distingue quindi da quello di trascendente che indica ciò che trascende
l'esperienza, ma anche da quello di empirico che indica ciò che deriva dall'esperienza e non può quindi
essere universale e necessario.
c) Con esso si indica non la conoscenza delle cose ma il modo in cui noi le conosciamo, non esiste prima
l’oggetto di cui noi poi facciamo conoscenza, ma gli oggetti sono costruiti applicando ai dati sensibili strutture
a priori che li organizzano, tali strutture consentono di ordinare il materiale sensibile e di costruire
l’esperienza. Esse rappresentano quindi delle funzioni a priori ma vuote se non applicate all’esperienza. In
questo senso sono né empiriche, né trascendenti, ma trascendentali. È quindi l’esperienza ad adeguarsi,
almeno in parte, alle forme e categorie a priori dell’intelletto e non l’intelletto ad essa. È per questo che è
possibie una conoscenza a priori della realtà empirica, perché essa è il risultato di una costruzione
trascendentale ad opera del soggetto.

GIUDIZI PRINCIPI > SPAZIO-TEMPO


CONOSCENZA SCIENTIFICA -> SINTETICI -> SINTETICI =
| | PRIORI A PRIORI > CATEGORIE
UNIVERSALE SINTETICA
NECESSARIA

Tali strutture sono le forme a priori dello spazio e del tempo e le categorie dell'intelletto, grazie a tale
soluzione Kant potrà risolvere il problema della "critica della ragion pura".

2.5. STRUTTURA DELL'OPERA

Kant cominció a lavorare alla critica della ragion pura a partire dal 1771, allora aveva intenzione di
intitolare l'opera "I limiti della sensibilitá e della ragione". La prima edizione dell'opera fu edita nel 1781,
nel 1787 compariva la seconda edizione che per molti aspetti differisce dalla prima. La struttura dell'opera
risulta dalla applicazione del "principio critico" alle tre facoltá in cui si articola la "conoscenza razionale".
Si tratta in altri termini di stabilire se le facoltá che nel loro insieme costituiscono la ragione (sensibilitá, in-
telletto e ragione), sono in grado di elaborare conoscenze a priori della realtá empirica, cioè conoscenze
pure. Kant chiama tale tipo di indagine "analisi trascendentale delle facoltá conoscitive", poichè essa mira a
stabilire se esistono principi trascendentali, cioè principi che, pur non derivando dall'esperienza (a priori e
quindi universali e necessari), parlino della realtá empirica (sintetici). Si puó ora comprendere perchè Kant
chiami l'oggetto della critica "ragion pura", si tratta infatti di verificare le possibilitá della ragione di
elaborare una conoscenza a priori degli oggetti.
SCHEMA DELL'ANALISI TRASCENDENTALE DELLE FACOLTA'

1 SENSIBILITA' INTELLETTO RAGIONE


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2 MATEMATICHE FISICA METAFISICA
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3 ESTETICA LOGICA DIALETTICA
TRASCENDENTALE TRASCENDENTALE TRASCENDENTALE
| | |
4 FORME A PRIORI CATEGORIE IDEE
SENSIBILITA' INTELLETTO RAGIONE
| | |
SPAZIO - TEMPO QUALITA' DIO
5 + QUANTITA' MONDO
DATI SENSIBILI RELAZIONE IO
MODALITA'

spiegazione schema:
livello 1: facoltá conoscitive esaminate;

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livello 2: scienze che derivano da tali facoltá;
livello 3: parti della critica che esaminano tali scienze;
livello4: principi trascendentali su cui si fondano le scienze corrispondenti;
livello 5: elenco dettagliato dei principi trascendentali o puri;

Tenendo presente lo schema precedente si puó ora definire l'impianto generale dell'opera:

CRITICA DELLA RAGIONE PURA

DOTTRINA DEGLI ELEMENTI DOTTRINA DEL METODO


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ESTETICA LOGICA
TRASCENDENTALE TRASCENDENTALE
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ANALITICA DIALETTICA

definizioni:
"dottrina degli elementi": individuazione degli elementi formali della conoscenza
(principi a priori);
"dottrina del metodo": esame dell'uso di tali elementi nella loro applicazione
all'esperienza;
"critica della ragione pura": esame critico generale della possibilitá, della validitá e dei
limiti che la ragione umana possiede in virtú dei suoi elementi puri a priori.