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De Vitoria - De Iure Belli

De Vitoria - De Iure Belli

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De Iure Belli
De Iure Belli

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o 2005, GIW.

Laterza & FigiJ,
~ r la Traduz.Il>ne, l'Jmroduz.ione
~ I ~ N o [ ~ di Carlo Galli
Prima Mizione 2005
Francisco de Vitoria
De iure belli
Traduzione., Introdw..ione e i\ot.e
di Carlo Galli
Con testo latiJw aIronie
• Editori !AtervJ
Proprietà ieueraria riservata
Gius. Laterza & Figli Spa,
Roma·Bari
Finito di stampare
nel febbraio 200:5
PoJigrafico Dehoniano .
Stabilimento di Bari
~ r conto delJa
Gius. Laterza & Figli Spa
CL ZO-7S00-S
ISBN 88-4Z0-7S00-0
Introduzione
di Carlo Galli
La Re/eelio' de iure belli che il domenicano Francisco
de Vitoria (1483?-1546) tiene il 19 giugno 1539 a Sala-
manca, dove ha cattedra di Prima Theologia dal 1526, è
la diretta prosecuzione della Releelio de Indii', pronun-
ciata intorno alIo gennaio dello stesso anno, e risulta es·
sere la penultima, in ordine cronologico, delle tredici
Releeliones che conosciamo (sulle quindici complessi-
ve), che hanno luogo dal Natale 1528 (De poleslale ci-
vilt) allO luglio 1540 (De magia)'.
l La Releclio è una lezione solenne, ovvero conferenza o disserta-
zione originale, tenuta davanti all'intero corpo docente, diversa quin-
di dalla Leclurll, che è invece l'ordinario commento di un testo auto-
riale davanti agli studenti,
2 F. de Vitoria, Releclio de lndis. La questione degli Indio!, a cura
di A. Lamacchia, Bari, Levante Editori, 1996. La strena dipendenza
del De iure belli dal De Indis è evidente anche per il fatto che in alcu-
ni codici e in akune edirioni questa Re/l'Clio è indicata come De In-
dis, sivt! de iure belli Hispanorum in barbaros, re/l'dio posterior.
J Sul contenuto delle Re/ediones, e sulla loro cronologia, dr. A.
Lamacchia, Frandsco de Vilona e l'innovazione moderna del 'Didllo
delle genli'; Introduzione a Vitoria, Re/ectio de Indis. La questione de-
gli Indios, cit., pp. IX-XCIV: XXIX, nonché U. Horst, Lehen und Werke
Frana"sco de Vi/odas, in F. de Vitoria, Vorlesungen. Vo/leerrecht, Poli-
v
Le due Relecliones, De Indis e De iure belli (d'ora in
poi DIB), segnano un importante momento di elabora-
zione, da pane di Viroria, di un sapere teorico-pratico
- cioè morale, giuridico e politico, iscriuo all'interno di
un orizzonte teologico- che intende collocarsi all'altezza
delle sfide politiche del tempo: cioè delle grandi questio-
ni con cui si apre l'età moderna, che vede mettere in di-
scussione la tradizionale equivalenza -logica e categoria-
le, se non politica ed effettuale - fra Europa, cristianesi-
mo, civiltà, umanità. Dal XVI secolo in poi, infatti, la res-
publiCll christiana è sempre più chiaramente solo una par-
te del mondo (è questo il primo effetto della scoperta del-
l'America); di fatto, né il papa né l'imperatore sono più i
vertici della legittimità politica e spirituale (com'è mo-
strato dal formarsi degli Stati); il cristianesimo divide in-
vece di unire (che è quanto emerge dalla Riforma). Que-
sta situazione può essere affrontata - nello sforzo di ci-
condurvela - attraverso le categorie intellettuali e politi-
che elaborate all'interno della respubIiCIJ chnsliana; op-
pure può essere ricompresa attraverso l'immaginazione
di nuove vie, grazie alle quali si possa costruire e legitti-
mare un nuovo ordine politico interno e internazionale:
si trana, nell'ambito teorico, dd eazianalismo moderno,
e, nell'ambito storico, dell'ordine degli Stati e dello ius
publicum europaeum, che nasce con le paci di Westtalia
(1648-1649) e che muore nella prima metà del XX seco-
lo. L'opera di Vitoria è un lertium genus: è cioè un esem-
pio di una innovazione non statualistico-razionalistica, a
cui l'autore giunge disponendo in modi originali i mate·
riali intellettuali offerti dalla tradizione antica e cristiana.
Vitoria deve confrontarsi in primo luogo col nomina-
lismo, di cui, insieme aU'erasmismo umanistico e ireni-
tl"le. Kirche, a cura di U. Horst, H.-G. Justenhoven, J. Stuben, Stutt-
gan-Berlin-Koln, Kohlhammer, 1997,2 voU., I, pp. l}-99.
VI
stico, ha fatto esperienza aParigi, ai tempi dei suoi studi
e del primo insegnamento come bace1liere alla Sorbona
(1510-1523); se dall'erasmismo, combattuto dai france-
scani spagnoli, egli si libera ufficialmente nel 1527,elen-
candone gli errori teologici nella]unla di Valladolid (pus
essendo stato il destinatario, l'anno prima, di una lettera
dello stesso Erasmo che a lui si raccomandava, e pur
avendone assimilato l'universalismo)4, rispetto al nOm1-
nalismo volontaristico (di cui c'è forse traccia in forma di
qualche influsso scotistico) la sua posizione consiste in
una diretta ripresa del testo di Tommaso: sotto la dire·
zione del suo maestro Pietro Crockaert (Petrus de Brus-
sellis) egli cura, nel 1512, l'edizione a stampa della Se-
eunda Seeundae. Per tutta la vita Vitoria interpreta e svi-
luppa, commentandolo direttamente all'Università
(benché gli statuti di Salamanca prevedano ancora la let-
tura delle Senlenliae di Pietro Lombardo)', i.l razionali-
smo strutturale e metodologico di Tommaso, divenendo
così il caposcuola autorevolissimo - già in vita è definito
Sacrae Theologiae reslauralor- del ramo domenicano di
quel variegawrinascimento intellettualespagnolo, la co-
siddetta Seconda Scolastica, che (solo per fare qualche
nome) attraverso Domingo de SolO, Melchiorre Cano,
Bartolomeo da Medina, Bartolomeo Carranza, Juan de
• Su Erasmo e Vitoria, dr. L. Legaz y Lacambra, Horizontes Jd
penSIJmiento ;uridiro. Barcdona, Bosch, 1947, pp. 19'-198. Notizie
sulla lettera di Erasmo theatogo cuiti4m hispanico sorboniro si trovano
in T. Urdanoz, lntrtXiua:ion biogrtifica a Obras de Francisco de Viton"a.
Releceiones lea/Qgicas, Madrid, Biblioteca de Autores Cristianos,
1960, pp. 14 e }o-},.
, Sul commemo di Viloria alla Summa, distimo per anni accade-
mici (dal 1'26 al 1540) e per cfr. Urdanoz. Introducd6n
biograficd, CiI., pp. 76·78; cfr. F. de Viloria, Commentarios Il la Secun-
da Secundae de Santo Tomds, a cura di V. Bdtran de Hereilia, Sala-
manca, Biblioteca de Te61ogos Espailoles, 1932-1952,6 vaU.
VD
Mariana, Luis de Molina culmina, il secolo successivo,
con Francisco Suarez. Animata dai domenicani e dai ge-
suiti, la Scolastica spagnola è non solo la risposta cattoli-
ca alla Riforma, in termini di oggettività opposta alla sog-
gettività, di razionalismo opposto al voiomarismo, ma è
anche il veicoio di una modemizzazione e di una cazio-
nalizzazione dei pensiero europeo che, passando attra-
verso la ripresa non solo di Tommaso, ma anche di Ari-
stotele e del diritto naturale antico, stoico e ciceroniano,
ha potenti effetti anche in ambito protestante, in Melan-
tone, Althusio, Grozio, Leibniz, Wolff6.
1. La l questione americana' - ossia )'esigenza di dare una
forma al rappono fra Vecchio Continente e resto del
mondo - viene affrontata, a ridosso del descubrimienlo,
ancora all'interno di categorie largamente improntate al-
l'uruversaUsmo medievale: lo dimostra la bolla Intercoe-
tera divinae (1493) con cui papa Alessandro VI Borgia
- in analogia con quanto ha fatto iccolò Vnel 1454, con
la bolla Romanur Ponti/ex che concede al Ponogallo tut-
ti i regni dell' Africa - assegna le zone d'influenza mon-
diali spartendole, con la raya, fra pagna e Ponogallo
(modifichealla linea-spostata di 370leghe a ovest-ven'
gana pattuite fra le due potenze l'anno seguente, col trat-
toro di TordesiUas). TI presupposto è ancora la leoria me-
dievale che vede il papa dominur orbir (e l'orbir coinci-
dente in linea di principio con lo rerpublica chrirtiana),
legittimato quindi a donare a un re cristiano sia il domi-
nio di tecre e uomini privi di signoria sia il compito di
proteggere l'opera ecciesiastica di evangelizzazione.
(o M. Villcy, La !ormtuiQ"e del pensiero giundico moderno (1975).
Milano,)aca Book, 1991, pp. 295-J06; cfr. anche C. Schmin, Il nomo!
dell4 terro nel dinuo int"nazionale dello «jU$ publicum europoeumll
(1950), MiI.no, Adelph;, 1991, p. 128.
Vli
1.1. Questo titolo di possesso dell'America da parte del-
la Spagna è negato da Vitoria non solo in De Indir (2, 4
e 5) ma, già dal 1532, dalla prima Relectio de potertatae
Eccleriae (V, 2), in coerente applicazione di quanto egli
ha sostenulOfino dalla Retectio de poterlate civi/i (6 e 9);
qui, sulla base di una ripresa diretta di Aristotele (se-
gnalamente della tesi dell'uomo animale politico) e di
Tommaso (la teoria della lex naturalirl, Vitoria sancisce
la naturale perfezione delle comunità umane, ossia il
fatto che il potere politico (potertar temporalir, e quin-
di più che la sola iurirdiclio), in quanto funzione neces·
saria all'esistenza delle varie comunità di popoli in cui
si articola l'umanità, è VOIUIO da Dio (ivi, 8) ed è del rut-
lO secondo la legge di natura, il che rende erroneo pen-
sare che la sua legittirnazione risieda nell' autorità del
pontefice o nell'adesione di re e popoli alla religione cri-
stiana, o nell'assenza di peccato. Anzi, nella prima Re-
tectio de potertate Eccleriae (IV), VilOria sostiene che an-
che la potertar rpin'tuotir (la religione, distinta dal pote-
re politico) è in sé naturale, e che quindi si trova anche
presso gli infedeli e nell'Antico Testamento, benché
Cristo istituisca ex novo quella perfetta, ossia quella
meglio disrinta dal potere temporale, cioè il cristianesi-
mo. L'indipendenza reciproca delle due poterlater si-
gnifica insomma che per Vitoria il papa non è dominus
orbir, e che quindi non può legittimare il dominio poli-
tico di un principe su terre vecchie e nuove.
Queste tesi - peraltro non nuove: sono infatti tomi-
stiche, 'ma sono già presenti. in forme diverse, anche in
Bernardo di Chiaravalle' - implicano che la ierocrazia
gregoriana (e bonifaciana) venga criticata; e infatti in
DIB e in De lndir Vitoria polemizza contro i decretalisti
7 Bernardo di ChiaravaUe, De Eugen'-um,lI, VI,
9·11, mPL 182, coli. 747·748.
IX
e i canonisti, o li utilizza in modo parziale: è il caso di
Nicola de' Tedeschi (il Panormitano), di una gloria dei
domenicani come il teologo Silvestro Mozzolino da
Prierio, o di teologi trecemeschi come Agostino da An-
cona, autore di una Summa de ecc/esiashca potestate che
Vitoria cita nella Re/ecJio de Indir (2, 4). Naturalmente,
Vitoria critica anche i giuristi imperiali (Accursio e Bar-
tolo, fra gli altri) che sostenevano da altro punto di vi-
sta l'imperfezione politica delle società, bisognose di es-
sere legittimate dall'imperatore, signore dd mondo (De
lndir 2, 2). Ciò significa che Vitoria vede ormai matura
la vicenda politica degli Stati europei, delle grandi mo-
narchie come delle repubbliche, anche se, ovviamente,
non aderisce a nessuna delle due concorrenti strutture
categoriali moderne -la sovramtà assoluta dd principe,
e il contratto legittimante e fondante dd popolo.
on a caso, quindi, il partito curialista spinge Sisto V
(1585-1590) a mettere all'Indice le Relectioner; e non a
caso nd 1608, durante la polemica fra Paolo V e Gia-
como I d'lnghilterra, il giurista di curia Francisco de la
Pena pone in dubbio l'autenticità vitoriana (e quindi
l'autorevolezza) delle Relectioner, proprio perché anti-
papali". E non a caso la tesi che il papa non è dominur
orbis - che fa venire meno un importante concetto uti-
lizzato dal re di Spagna, insieme al diritto di scoperta,
per legittimare il proprio dominio in America - vale a
Vitoria anche la temporanea ostilità di Carlo V, testi-
moniara dalla lettera dellO novembre 1539 al priore del
• L. Perena, li testo de/ill «Re/ectio de Indis». Introdu1.ione storico-
/i/ologicil, in Vitoria, Re/eclio de [ndis. lA questione degli Indios, cit.,
pp. XCV·CX1X: XCV; Id., Estudio preliminar. LA tesis deltz poI. dimimica,
in Francisco de Vitoria, Re/ectio de iure bellI; o Pa1. dinamica. Escueltz
Espanoltz de IIJ Pa1.. Primera generaci6n, a cura di L. Perena, V. AbriJ,
C. Badero, A. Garda, F. Mascda, Madrid, Conseto Superior de Lnve·
stigaciones Cientificas, 19812, pp. 29-94: 81.
x
Convento di Santo Stefano, in cui si vieta ai teologi di
Salamanca di trattare ulteriormente questioni politiche
americane. Lettera rivelatrice di quanto le tesi di Vito-
ria - benché esposte con grande prudenza - siano re-
putate potenzialmente pericolose, dato che per il resto
Carlo V ha grande stima del domenicano, tanto che il
31 gennaio del medesimo anno 1539 (oltre che in altre
occasiom) gli ha ufficialmente sottoposto alcune que-
stiom rdative all' amministrazione dd battesimo agli In-
dios, su cui si dividono i francescani, i domenicani, gli
agostiniani, e sulla questione della loro schiavitù; e che,
ancora nel 1545, a Vitoria viene propostO di partecipa-
re al Concilio di Trento come teologo imperiale (ma de-
ve rinunciare per motivi di salute)9.
Estraneo ai partiti fìJopapali e fùoimperiali, Vitoria
non è certo uno spirito laico: infatti, anche il Concilio di
Costanza (1414-1418) ha negato lapotertar direcla inlem-
pora/ibur del papa; e, d'altra patte, benché nella Re/ecJio
de potertate Papae et Conci/ii (534) avanzi una conce-
zione non assolutistica né autocratica del papa (ai limiti
del conciliarismo, almeno per quanto riguarda l'assenso
- dichiarato non indispensabile - del pontefice alla con-
vocazione dd Concilio), egli è un esplicito fautore della
potestas indirecta: il papa «non è un sovrano temporale,
ma ha nondimeno potestà sulle cose temporali in ordine
alle spirituali», nel senso che «può ordinare le cose tem-
porali com'è opportuno per quelle spirituali» (De lndir
3,9). TI che lascia ampio spazio all'azione dd pontefice:
in particolare, gli consente appunto di affidare Dd un so-
vrano cristiano la protezione dello sforzo della Chiesa di
evangelizzare i pagani, e anche di escludere ogni altra po-
tenza se il papa pensa che una presenza pluriIna di Stati
';l Urdinoz, Introducci6n biografica. ch.. pp. 41-45 e 53-57.
Xl
cristiani sia di danno alla propagazione della fede. Così il
dominio spagnolo in America pare a Vitoria riconduci·
bile, benché indirerramenre e solo in parre, alla donazio-
ne papale, interpretata in senso non ierocratico.
Ma i modi per legirtimare il possesso spagnolo del-
l'America sono soprarrurro alrri. Benché infarti Vitoria
sostenga nel De Indis (1 e 2) cb,e né il titolo della scoper-
ta, né l'estraneità alla fede o il suo rifiuto. né la condizio-
ne di peccato, né la scarsità di raziocinio degli Indios giu-
stificano il dominio spagnolo, o tolgono agli Indios la
qualifica di legittimi signori e padroni de11oro territorio,
capaci di potestos e di dominium come ius utendi re (la
proprietà), nondimeno egli afferma (ivi, 3) che il re di
Spagna si può richiamare ad alcuni giusti titoli per soste-
nere la legittimità del suo dominio americano. A parte
una eventuale lorolibera scelra di essere governati dal Re
Carrolico o di allearsi a questo (ivi, 3, 15-16), segli Indios
privano gli Spagnoli del diritto naturale di transitare per
le loro terre (ivi, 3, 1) e di commerciare equamente con
loro (un diritto che nasce dalla universale disponibilità
dei beni comuni, e dalla cognotio degli uomini tra di 10-
fO, espressa da Vitoria - in De lndis 3, 2 - attraverso la
negazione del derro plaurino nell'Asinona «bomo homi-
ni lupus» che sarà poi ripreso da Hobbes nella Dedico del
Dccive), e se ostacolano la Chiesa cattolica nel suo dirit-
to di predicare (ma non di forzare alla conversione), o se
perseguitano i convertiti; se insomma vulnerano il dirit-
to naturale e il dirirro delle genti - o il dirirro della Chie-
53, di origine divina. alla evangelizzazione, che non è in
contraddizione con la uguaglianza di dirirro naturale fra
i popoli, daco che ovviamente questa non implica, per Vi-
toria, l'uguaglianza delle religioni -, allora gli Indios
commettono ingiustizia, e sono passibili di punizione,
ossia possono essere oggetto di guerra giusta, fmo alla
XJl
occupazione dd territorio e alla sottomissione al re di
Spagna (ivi, 3,5-7), fatra salva la moderazione dei vinci-
tori e il bene dei vinti.
Ma tutte queste clausole, eventualità e fattispecie, del-
la guerra giustacontrogli Indios-motivatada Vitoria sul-
la base del diritro naturale e delle genti - valgono per lo-
ro (con l'eccezione della religione) in modi e misure non
diverse che se si trattasse di c r i s ù a n i ~ una concessione a
differenze culturali sta forse nel fatto che fra le cause di
guerra giusta c'è in Vitoria anche la «ingerenza umanita-
ria» contro la tirannia dei loro governanti che consento-
nol'uccisione degli innocenti, cioè i sacrifici umani e}'an-
tropofagia; in ogni caso, però, non è legittima l'occupa-
zione permanente del territorio dei vinti (Dc Ind.s 3,
14)10. Cerro, sia pure in via subordinara (ivi, 3, 17), Vito-
eia avanza l'ipotesi che gli Indios, data la loro primitiva.
rozzezza, siano quasi (ma non dci tutto) incapaci di auto-
governo, così che il dominio spagnolo può essere legitti-
mato anche dal precetro della carità, ossia dell'aiuto del
più forre verso il più debole (e quindi dall'utilità degli In-
dios stessi). La teoria giusnaturalistica aristotelico-catto-
lica e l'universalismo che ne consegue prevedono sì l'u-
guaglianza dei popoli, ma anèhe la differenza di gradi di
civiltà (oltre che l'esclusività della vera religione); né Vi-
toria si fa un problema dell'ovvia asimmetria pratica fra
Europei, che di quell'universalismo sono i soggetti attivi,
e Amerindi, che ne sono oggetto! l,
IO Si veda anche il frammento finale, scoperto nel 1929, della Re-
lec/io de temperan/ia (1537) -la cui Quinta Cone/urio è rivolta contro
antropofagia e sacrifici umani -; trad. it. in Vitoria, Re/mio de Indù.
La questione degli Indior, cil. pp. 98-116.
11 T. Todorov, La conquirta dell'America. 1/ problema dell'«altro»
[1982], Torino, Einaudi, 1992, p. 182, sostiene che Vitoria fornisce la
prima giustificazione moderna del colonialismo; sono critici anche L.
Ferra;oU, La conquista delle Amenche e la dellrina de/la rovranità degli
XlII
1.2. Benché Vitoria non entri apertamente nelia valuta·
zione se nel caso americano ricorrano veramente le sin·
gole fattispecie che legittimano la guerta giusta - dato
che è primariamente interessato a defInire criteri gene-
rali -, la sua posizione è che il dominio spagnolo in
America è legittimo, anche se non per i titoli che comu-
nemente si avanzano, mentre sono probabilmente ille-
gittime molte delle fotme di quel dominio. La sua posi-
zione si inserisce quindi all'interno dell'ostilità dei do-
menicani verso le concrete configurazioni, di fatto
schiavistiche, della presenza spagnola nelle Indie; un'o-
stilità che si manifesta anche nel catdinale Caetani, ge-
nerale dell'Ordine, il quale, commentando la Seronda
Serondae, ticonosce agli Indios di essete legittimi poso
sessori delle loro terre
l2
; e che a Salamanca si nutre dei
resoconti dei missionari, e anche della cronaca più re-
cente, come si rende evidente nella lettera di Vitoria del
1534 all'amico domenicano Miguel Arcos, in cui egli
stigmatizza, sia pure con prudenza verbale, la sangui-
nosa conquista del Perù, avvenuta l'anno prima, con lo
sterminio della nobiltà inca e con la messa a morte, no·
nostante una conversione forzata e il pagamento di un
enorme riscatto in oro, del re AtahualpalJ.
Sta/i, in 500 anni di solitudine. La conquista dell'AmeriCIJ e il diritto in·
/er1tt14ionale, Verona, Bertani, 1994, pp. 439478: 444; Id., La sovranità
dci mondo moderno. Nasà/aecrisidelloS/atonazionale, Roma-Bari, La-
terza 1997, p. 16; H. MechouJan, Vi/oria, père du droi/ in/erna/ional?,
in A. Truyol Serra, H. Mechoulan, P. Haggenmacher, A. Ortiz·Arcede
la Fucnte, P. Marino, J. Verhoeven, Adualité de la penséejuridique de
Franàsco de Vitona, Bruxelles, Bruylant, 1988. pp. 15-17; G. Tosi, La
Icona della guerra giusta in Francisco de Vi/ona, in M. &attola (a cura
dO. Figure della guerra. LA nflessionesu pace, conflitto egiustizia tra Me-
dioevo e prima età moderna, Milano, Franco Angeli, 2003. pp. 63-87:
82·84.
12 Lamacchia, Francisco de Vitoria e l'innovazione moderna, cit.,
p. L1X.
I) RA. lannarone, La maturazione delle idee coloniali in Francisco
XIV
Nelle )unlas di Burgos del 1512 i teologi dichiarano
che gli indigeni americani sono uomini naturalmente li-
beri, e pertanto soggetti al dominio politico, non dispo·
tico, del te di Spagna. In quella citcostanza sono elabo-
rati i testi dotttinali di un giurista e consigliete del te co-
meJuan de Palacios Rubios, e di un teologo di Salaman-
ca come Matias de Raz, autori rispettivamente del De in-
sulis oceani e del De dominio regum Hispaniae super In·
doso La logica di queste opere è ancora interna all'impo-
stazione ierocratica della bolla Inter coe/era (e governa
anche la bollaSublimis Deuscon la quale nel 1537 Paolo
III riconosce agli Indios la piena umanità - in virtù del-
l'unità del genere umano -, e la possibilità che questi, in
quanto esseri dotati di ragione e di anima spirituale, ab-
biano la salvezza eterna se evangelizzati)14. Così, con lo
strumento teologico-giuridico del requerimiento - ela-
borato a partire da quanto teorizzato a Burgos -, agli In-
dios viene imposto di riconoscere la signoria del ponte-
fice, e conseguentemente del re di Spagna, e di accettare
la predicazione e la conversione. Ancora su queste basi,
nel 1513 vengono tedatte da Fetdinando il Cattolico le
Leyes de Indias che introducono il sistema dell' enco-
mienda, la quale prevede pet gli Indios non la schiavitù
pura e semplice ma certo la cessione del lavoro in cam-
bio della protezione e della istruzione religiosa dell' en·
comiendero spagnolo. Applicate con fetoce avidità dai
coloni, queste leggi ebbero effetti devastanti sulle popo·
de Vitoria, in ..Angclicum», 1970, pp. 3-43; Lamacchia, Francisco de
Vitona e l'innovazione moderna, cit., p. L; la lettera si legge in Vitoria,
Relcc/io de [ndiI. lA questione degli Indios, cit., pp. 137·139.
\4 L.N. McAlister, Dalla scoperta alla conquista. Spagna e Porto-
gallo nel Nuovo Mondo 1492-1700 (1985), Bologna, li Mulino, 1986,
p. 126; Urdanoz, lntroduccion biogrdfica, cit., pp. 51·52.
xv
lazioni assoggettate, e risultarono nel medio periodo
controproducenti per la sressa Corona di Spagna, alla
quale le rerre appartenevano. Invano - dal punto di vista
pratico del miglioramento delle tragiche condizioni di
vita degli Indios -tentò di porre rimedio a queste prati-
che Carlo V, nel 1543, con le Leyes nuevas
1
'.
Vitoria - benché, lo si ripete, sia più attento al rigo-
re dell'argomentazione che non agli effetti pratici del
proprio discorso - si situa quindi in una posizione di·
versa da quella ufficiale, sia dalle sue versioni più equi-
librate sia da quella dell'umanista e cronista regio Juan
Ginés de SepUlveda, che nel Demacrales aller, sive de iu-
sii belli causis (1547; ma il testo circola manoscritto ne-
gli anni precedenti), tearizza, restando in un contesto
aristotelico, la subumanità degli Indios (homunculz), la
loro natura servile e la liceità della guerra di conquista
Contro di loro, per evangelizzarli ma anche per schia-
vizzarli. Piuttosto, la posizione di Vitoria ispira. pur non
coincidendovi del tutto, quella di Bartolomé de Las Ca-
sas (che con Sepulveda avrà a Valladolid una celebre
controversia nel1550-155J): questi, nella sua postuma
Historia de las Indias, propugna tesi ancora più mode-
rate, che prevedono una penetrazione pacifica degli
Spagnoli nel Nuovo Mondo, la costruzione di fattezze
solo in zone pericolose, e l'attribuzione agli Indios del-
la qualifica di sudditi liberi di Sua Maestà Cattolica.
Tanto Vitoria quanto Las Casas, ciascuno a modo suo,
potrebbero essere definiti alleati di fatto del re di Spa-
gna (benché divergano dalle resi ufficiali della Corona
sul possesso delle Indie), almeno in quanro convergono
con il suo tentativo di mettere riparo a quelle pratiche
l' SuUa situazione degli Amerindi cfr. O.E. Stannard, Olocausto
ameneano. La conquista del Nuovo Mondo (1992), Torino, Bollati Bo·
ringhieri,2001.
XVI
dei coloni che si risolvono nel genocidio e nella deva-
srazione del Nuovo Mondo, e che quindi lo privano di
parte dci suo valore economico
16
.
2_ e il papa non è dominus orbis, e se non lo è neppure
l'imperarore, ciò implica che la legittimirà del parere ri-
siede presso i popoli, e quindi, in Europa, negli Srari. Ma
pur riconoscendo questo processo, Vitoria non lo inter-
preta in senso pienamente moderno. Èinfatti estraneo-
e non solo per ovvi motivi cronologici - all'idea raziona-
listica, che si formalizzerà con Hobbes cenr'anni dopo la
sua morte, che lo Stato (in Vitoria, civi/as o respub/ica;
mentrestatus, ncl significato com-
pare una volra sola, in DIB IV, TI, 9) sia un astifieio co-
struito da uomini uguali tra loro per farne l'unica fonte
di autorità e di ordine politico sovrano in un contesto di
disordine naturale; ed è estraneo - anche in questo caso,
non solo per motivi accidentali (il nome di Machiavelli
non ricorre) - anche rispetto all' altra modalità di legitti-
mazione dello Staro moderno, cioè all 'idea machiavellia-
na, e in seguito della Ragion di Stato, che la politica sia
essenzialmente volontà di parere, e che il fine dello Sta-
to non sia il bene comune, ma l'ampliamento: un'idea a
cui la Seconda Scolastica oppone la dottrina politica del
principe cristiano!7.
Gli Stati sono riconosciuti come una realtà nuova so·
l' Urdlinoz,lntroducaon biografiCa, cit., pp. '7·60; cfr. anche G.
Guozzi, Introduzione ald., La scoperta dei selvaggi. An/ropowgia e c0-
lonialismo d4 Colombo a Didero/, Milano, Principato, 1971, pp. 1-19,
parto pp. )·6; testi di $epUlveda ivi, pp. 29·34, e di Las Casas ivi, pp.
72-77. Sull'aristotelismo come quadro complessivo delle prime inter-
pretazioni degli Amerindi, cfr. S. Landucci, Jfi"/mofi t i selvaggi 1580·
1780, Bari, Laterza, 1972, ca".ll, pp. 93 sgg.
17 Q. Skinner, Le origini del pensiero poli/ico moderno (978),
voI. II, L:età della RJjorma, Bologna, UMulino 1989, cap. V, parto pp.
199·268.
xvn
lo in quanto rendono impraticabili i sogni neomedievali
di Carlo V: il pensiero politico tli Vitoria Don è una rivo-
luzione ma una razionalizzazione della tradizione, so-
prattutto del tomismo e del diritto romano. Dal primo,
che asua volta si rifà aPaolo, Vitoria trae la convinzione
che il potere politico - e in particolare il potere di puni.
re con la morre - esiste, in quanto funzione, iure divino
(De poleslale civili 6), e che quintli, a patte la differenza
del soggetto legislatore (Dio e gli uomini), vi è analogia
funzionale fra legge tlivina e legge umana (ivi, 16-17), co-
sì che anche quest'ultima obbliga in coscienza (DIB II, 1
e IV, 1,.5). La spinta all'oggettività che deriva a Vitoria dal
tomismo non giunge certo a fargli sostenere che la strut·
tura razionale del mondo - il tlisitto naturale (lex nalu·
ralis), a cui è dovuta anche l'esistenza del potere politico
che pone la lex humana - sia autoooma da Dio e dalla lex
aeterno, ossia che sussisterebbe «ersi Deus non daretur»
come, oltre che in Grazio, si può leggere, implicitamen-
te, anche io Gabriel V:izquez, in Molina, in Roberto Bel-
lannino
l8
; e tuuaviaè assente, in tui,l'interpretazione so-
lo punitiva del detto paolina «Ilon est potestas nisi a
Dea», che è invece propria di Lurero.
Se )a poter/ar, cioè il potere in quanto funzione in-
trinsecamente necessaria alle società, viene da Dio e al
contempo dal diritto naturale, per Vitoria l'auclorilas,
cioè il potere di comando legittimo e reale, viene inve-
ce dal popolo che attua una transiatio auctoritatis verso
il principe - è questo un elemento romanistico, in quan·
to implica un evidente rinvio alla Lex regia de imperio-,
così che egli può sostenere «creat respublica regem»
(De poleslale civili 8)_ Questa Iransialio non è certo un
contratto individualistico, un moderno pactum unionis;
semmai è più consono al pensiero di Vitoria il tradizio-
III Villey, ÙJ formavone, cit., p. 299.
xvm
nale pactum subiectionis fra le comunità e il sovrano, che
sarà previsto io seguito anche da Molina (De iUSlilia el
iure, 1593-1600)'9; in ogni caso, per Vitoria (DIB II, 3)
la Iransialio è nella quasi totalità dei casi irrevocabile, al.
meno quando si tratra di governi legittimi, cioè che agi-
scono in vista del bene comune e attraverso le leggi - al.
le quali anche i re, che pure le fanno, devono obbe.
tlienza (De poleslale civili 21 e DIB IV, I, 8): non c'è io
Vitoria il rex IegibuJ SOlulus. Su queste basi, l'assetto tli
politica interna previsto da Viroria è organico e gerar-
chico: come si vedrà (ullra, S5.1), Don c'è io lui intlivi.
dualismo politico ugualitario - benché ciascun uomo
sia imago Dei -, dato che soggetti della politica sono i
popoli-nazione (le genles) e le comunità politiche (re-
spublicae) COD i loro principes, ma c'è anzi una conce.
ziooe tliseguale della società e dell'accesso alla capacità
politica e alle relative responsabilità (DIB IV, I, 7). l:u.
guale dignità dell'uomo, cetto presente, noo è declina.
ta nei tertnini tli uguali diritti civili e politici dell'uomo
, . , . ,
ne In un auteDUca prospettiva cosmopolitica20.
19 SuJ comra.tto in Vìtoria si vedano V"tlley, LAformozjone, ci[., p.
302 e G. OestreJ.ch, Stona dei dinl/i limoni e de/le libntlÌ fondamen-
tali (1951), Roma-Bari, Lalerza, 2001, p. 35.
20 L'opinione che si possa parlare di dirini umani in Vi[oria è in-
vece in E. Frandsco de Vitono nell'interpretazione di
Cari Schml/l, m S. Blolo (a cu.ra di), L'universalitlÌ dei dirilli umani e
ti penIiero aùtlono del '500. Torino, & Sellier, 1995. pp.
139-147: 146; cfr. anche A. Lamacchia, Francisco de Vitoria: j din·lli
de lndis, ivi, pp. 105-137; L. Baccelli, 11 portico-
/a.n.s"!l:! de: Carocci, 2000, pp. 37 sgg., vede in Vitoria i
.. a legittimare la conquista. Che in Vitoria
l dlflm mdlvlduali non siano centrali è lesi di I. Trujillo Pé:rc:z Fran-
asco de Vitoria. TI alltJ comunicazione e i confini delltJ
Torino. 1999, pp. 195 sgg. Si può sosrenere, di-
stinguendo con Mamam fr.. soggetto moderno e persona che Viloria
dei diritti delle e deUn persona, più che'di quelli lai-
CI dell uomo: cfr. V. Ferrone, ChIesa cal/ollea e modernitlÌ. Lo scoperta
dei dell'uomo dopo /'esperienZJJ dei lotalitansmi, in F. Bolgiani,
XIX
Dal punto di vista storico-politico, poi, Vitoria vede la
politica europea dominata dal conflitto fra due Stati cri-
stiani, in rapporto ambiguo con l'Impero turco. AssIste
cioè alle controversie territoriali fra Spagna e Francia ri-
guardo al possesso della Borgogna, di di Nal'Oli
(ve ne è più di una traccia in DIB); ai tentatiVI francesI di
impedire l'egemonia spagnola in Europa, attraverso due
alleanze (nd 1528 e nd 1536) tra Francesco I di Francia
e Solirnano il Magnifico; agli sforzi di Carlo Vdi chiama-
re a raccolta l'Europa cristiana contro la minaccia turca
(1a pace di Cambrai nd 1529 e la Conferenza di Bologna
nd 1530, l'anno in cui a Roma Gemente VII incorona
Carlo V imperalore dd Sacro Romano Impero); nonché
alle sconfitte militari che posero fine allenlativo spagno-
lo di ricacciare l'Impero lurco fuori dallo spazio politico
europeo; non vede. invece, il divampare in Francia delle
guerre civili di religione, la cesura da cui ha origine, poli-
ticamente,la piena modernità". Davanti a questi scena-
ri europei la posizione di Viloria - quale appare anche in
due lettere dd 1536al coneslabiledi Castigliazz-è di nel-
lo rifiuto sia della politica di polenza sia delle vessazioni
alle popolazioni: egli propone un equilibrio pacifico fra
le potenze crisùane europee, in chiave anriturca, fonda-
lO sul principio che le controversie devono essere decise
in buona fede e con volontà di pace.
3. Aperto avversario della Rifonna. Vitoria contribuisce
indirettamente, attraverso la partecipazione di alcuni
V. Ferrone, F. Margion8 Broglio (8 cura di), Chiesa CilIlOIiCil e moder-
nil•. Atti del Conwgno de/kl Fondavone Michek Pellegrino, Bologna,
li Mulino, 2004, pp. 17-147,65 e SO.
11 Un inquadramento storico in matura il
di Vitoria è in Perefia, Es/udio preliminar. LA /em de la /Xlz dinamIca,
ciI., pp. 29-52. .
:u Le due lettere, dd novembre e del dicembre, si leggono in V,-
toria, Relec/io de iure belli, a cura di L. Pereòa, cit., pp. 289·296.
xx
suoi discepoli come teologi imperiali - Domingo de Sa-
lazar e Domingo de Soto -, alIa chiarificazione dogma-
tica e organizzativa operata dal Concilio di Trento. Di
fatto contro Lutero è rivolta tutta la secunda quaestio
principali< ddIa seconda Releclio de poleslale Ecclesiae,
sul significato dd sacerdozio gerarchico; e antiIulerana
è la stessa lesi politica di fondo di Vilorio, che cioè il po-
lere politico è legittimato solo dalla legge divina, natu-
rale e razionale, e la sua fonna autoritativa solo dalla
Iranslalio dd popolo (benché Vitoria, evidentemente,
preferisca che il principe sia buon cristiano).
Tale lesi infatti è rivolta (De Indis 1,2) oltre che con-
tro alcune posizioni ufficiali delle gerarchie cattoliche
- sia quelle ierocratiche, benché non esplicitamente ci-
lale, sia quelle legale alle dispute sulla povertà di Cristo
(il vescovo di Armagh - Armachanus -, criticala da Vi-
loria già ndIa Re/eclio de poleslale civili) -, anche con-
tro i Poveri di Lione e i Valdesi, e contro Wycliffe,la cui
tesi «Q}ul1us est dominus civilis, dUffi est in peccato mor-
tali» è stata già condannala dal Concilio di Costanza;
ma, negli anni in cui scrive Vitoria. vale anche come
confutazione di quelle posizioni protestanti per le qua-
li è legittimo solo il porere di chi è in stato di grazia. In
verità, l'ambito protestante conosce al riguardo teorie
molteplici, e anche contraddittorie; in generale, muo-
vendo dallo dottrina dei due regni dello stesso Lutero
(Sul/'aulontà sewlare, 1523) - secondo la quale il pote-
re politi<!o è da accettare come uno dei modi, quello
coercitivo e quello punitivo, con cui Dio governa gli uo-
mini, l'altro essendo quello spirituale e interiore della
grazia e della libertà -, si teorizza a volte, già con Me-
lantone, la reciproca autonomia istituzionale delle due
sfere, spirituale e temporale, ma di fatlo, poiché in linea
di principio entrambe vengono fatte derivare da Dio, si
XXI
rende forremenre dipendenre il porere politico da quel.
lo religioso, com'è il caso di Zwingli, e come accade nel·
la Ginevra di Calvino2.'.
Comunque sia, si può dire che come tra le cause di
guerra giusta non c'è, per Vitoria, la differenza di reli-
gione, così questa non sta neppure tra le giustificazioni
del diritto di resistenza (ammesso, in ambito tomistico),
Non è un'autonomia della politica in senso moderno·
razionalistico, ma certamente è una via per la sua laiciz-
zazione (nell'ottica di una sua intrinseca limitazione),
ben lontana dalla costruzione luterana dell'interiorità
come riserva critica verso il potere.
4. Per passare - una volta delineato il quadro più ge-
nerale in cui si colloca - a esaminare il De iure belli, pri-
ma di tutto si deve considerare che questa Releclio si
presenta come un ampliamento e una chiarificazio·
ne non solo di quanto già trattato nella Lectura del
1534 sulla guerra a commenro della Secunda Secun-
dae", ma soprattutto nella Re/eclio de Indis. Infarti,
poiché il possesso spagnolo dell' America è legirrimabi.
le come esito di una guerra giusta, su di questa Viroria
2j Sul pensiero politico riformato, e suDa sua complessità, utili
punlualizzazioni in A.E. Baldini, 1/ pensiero politico. idee Teorie Dot-
In"ne, Torino, Utet, 1999, voI. n, pp. 55·98.
24 Cfr. F. de Vitoria, Quaerlio de bello (commentario del 1534 al-
la Quaes/io XL della Secunda SecunMe), in Vitoria, Re/cclio de iure
belli, a cura di L. Pereii.a, cit.• pp. 209-261 (ivi, pp. 263-285, si legge
anche la Quaestio de seditione, Lectura del 1536); cfr. anche Vitoria,
Comenlarios a iB SecunM Secundae, cic, tomo I, 1932, pp. 190-201
(commento alla Quaestio X, aa. 8, 9, lO), [rado il. in Vitoria, Re/caio
de lndis. lA questione degli Indio!, ci!., pp. 115-134. DlB rielabora
questo materiale, ampliandolo e sislematizzancloio, ~ z a apportarvi
sostanziali variazioni.
XXll
intende fornire un discorso più ragionato e meno bra·
chilogico.
4.1. Le tesi fondamentali che Vitoria espone nel De iure
belli riguardano la liceità, la titolarità, la causa, i fmi e i
modi della guerra. E le sue posizioni sono, in sintesi, che
la guerra è lecira ai cristiani (1); che il suo principale pro·
tagonista è la comunità politica O il suo principe (II); che
essa è lecita solo per una giusta causa, cioè se la guerra è
la risposta a un torto subìto (III, 4) e mai per amplia.
mento di potenza O per gloria del principe (III, 2 e3); che
il principe - per dirirto naturale (sulla base del principio
romanistico «vim vi repellere licet»; I. 1) e per autorità
dell'intera umanità (IV, n, 5) -la conduce sia in forma
immediatamente difensiva sia in forma anche offensiva,
come sanzione della lesione del dirirto naturale e delle
genti 0,2); che il fine della guerra giusta è quindi la dife·
sa e la conservazione della comunità politica e del suo be-
ne comune, il recupero delle cose ingiustamente sottrat-
te dai nemici, la punizione di questi in quanto il vincito-
re è giudice del vinto (IV, I, 2 e 5), e il ristabilimento del-
la pace e della giustizia (passim, ma con chiarezza sinte-
tica in IV, n, 5); i modi e i limiti della guerra- cioè la mi-
nuziosa casistica di liceI e non liceI non solo nello ius ad
bellum(IV, I) ma soprarturto nelloius in bello (IV, II), per
quanto riguarda le uccisioni di colpevoli e innocenti du-
rante e dopo la guerra, gli espropri e le riparazioni di
guerra e i tributi, i cambi di regime, la presa come pri-
gionieri o ostaggi di donne e bambini,la distinzione fra
combattenti e civili innocenti (contadini o chierici e let·
teratD, l'obiezione di coscienza, i 'danni collaterali' -sca-
turiscono da queste finalità.
Secondo Vitoria la guerra - scandalo inevitabile fra i
cristiani (DIB IV, II, 5), mentre contro i pagani è una ne·
xxrn
cessità imposta dalla loro aggtessività (IV, II, 3 e 5) -è un
tapporto fra entità politiche, non fra teligioni: la guetra
giusta non è guerra santa, né una guerra ideologica. E.
nonostante le sue durezze, non è neppure rivolta ad an-
nientare la società nemica, a sterminare popoli (ultra, S
5.2), o all'incremento di potenza dei vincitori. Insomma,
anche se la guerra va considerata come intrinseca - ra-
tione peccati - alla condizione dell'umanità, né il suo ini·
zio né la sua prosecuzione né la sua conclusione sono da
affidarsi a ciechi riflessi naturali, agli automatismi dd
gioca di potenza, alla mera valutazione utilitaristic3. o al-
la nuda tragicità dell'eccezione; anche la guerra deve col-
locarsi all'interno della civiltà evolutasi attraverso la re-
ligione, /'idea di giustizia, la morale razionale, il diritto
delle genti e la politica rivolta al bene comune dd singo-
)0 tatoe dell'umanirà intera-cioè una politica chevuo·
le la pace, anche se a volte attraverso la guerra giusta.
lus adbe/lume ius in bello sono dedotti, in Vitoria, da
un combinarsi, che si vuole non contraddittorio, tra fe-
de e ragione, tra Scrittura e Aristotde, tra Padri e Dotto·
ri della Chiesa, tra il Digesto e il Decretum Craliani, tra
giuristi, canonisti, decretalisti e teologi; Vitoria utilizza la
tradizione con libertà, e fa dire ai testi a volte più e a vol-
te meno eli quanto essi intendano2', all'interno di una
strategia argomentativa che tende a recuperare quanto è
possibile della tradizione, a sistematizzarla e ad armo·
nizzarla in una sorta eli razionalismo critico cattolico
aperto alle esigenze nuove; ma quando c'è insanabile di·
scordia fra Scrittura e ragione Vitoria non esita ad ab·
bracciare la prima riconoscendovi l'imperscrutabile co·
mando di Dio, sulla base del principio volontaristico «sit
v Perena, lJ les/o, cit., p. CXVIJ.
XXlV
pro ratione voluntas», in cui si riconoscono giovanili in·
fluenze scotistiche (cfr. De potestale civili 16)26.
La posizione di Vitoria nella storia della dottrina dd-
la guerra giusta
27
si basa su fonti classiche e canoniche:
soprattutto Agostino, nd cui Contra Faustum viene ac·
certata la compatibilità fra guerra e fede cristiana, con·
tro le posizioni terrullianee di pacifismo integrale; il De-
cretum Cratiani (II, 23), in cui si raccolgono fonti ro-
mane e patristiche, nonché canonistiche, sull'argomen-
t02
8
; e Tommaso, che nella Secunda Secundae (q. 40, 1-
4) sistemarizza la materia, facendo della guerra un pec-
cato contro la carità, e ponendo fra le cause della guer-
ra giusta appunto una culpa da punire, con retta mten·
zione (inoltre, Tommaso tratta in quella sede anche que-
stioni canonistiche come la liceità della guerra per i
chierici, e dd combattimento di domenica). La produ-
zione dei canonisti e dei legisti sulla guerra giusta (Rai-
mondo di Peiiafort, Bartolo di Sassoferrato, Giovanni
da Legnano), abbondante e articolata ma non innovati-
va, è poi nota a Vitoria attraverso la Summa di Silvestro
Mozzolino da Prierio. La formulazione standard della
guerra giusta - ad esempio, quella data dal canonista e
generale dei domenicani Raimondo di Peiiafort nella
sua Summa (1240) - teorizza il divieto di guerra per gli
26 Cfr. DIB (V, U, l, sull'uccisione degli adolescenti da parte dei
vincitori; ma cfr. anche ivi, m, 4.
27 R Régout, LA doct,,,,e de la guerre juste de S. AugUJ/in à nOI
flJurr, Paris; Pedone, 1934; EH. Russdl, The JUII War in Ihe Midd/e
Ages, Cambridge, Cambridge University Press, 197'; G. Minois, LA
Chiesa e la guerra. Da/la B,bbia al/'èrd atomica (1994), Bari, Dedalo,
2003, pp. 221-227; nello specifico su DIB si vedano Urdanoz, In/n;.
ducci6n a la Re/ecdon segunth, in Obras, cito pp. 727-810, H.-G. }u-
slenhoven, F,anaJco de Vi/oria ZU K r t ~ f I und Fn'eden Koln Bachem
6 " ,
1991, e Tosi, LA teoniJ Jtl14 guerra giusliJ, cit.
28 ln Corpus ium uznonici, I, Lipsia, Tauchnitz., 1879, collo 889-
%5.
xxv
ecclesiastici, la giusta causa (ossia lo stato di necessità),
la esclusiva fmalità del recupero dei beni o della difesa
della patria, l'obiettivo genetale della pace, la retta in-
tenzione e l'assenza di odio e di vendetta, e l'obbligo
che la guerra sia condotta SOttO l'autorità della Chiesa
per quanto riguarda le questioni di fede, e altrimenti
sotto l'autorità dci principe29. Portatore di posizioni in
certi punti simili a quelle di Vitoria è anche Alonso To-
stado, teologo conciliarista e canonista spagnolo del XV
secolo, professore a Salamanca, per il quale il «bellum
iustum» è «iustitiae executio», e durante la guerra giu-
sta - per ottenere riparazione di torti e restituzione di
cose asportate - si può fare contro il nemico ogni cosa
tranne che mancare alla verità
JO
(ma questo consequen·
zia1ismo è appunto soggetto a limitazioni, in Vitoria).
Tuttavia, Vitoria innova rispetto alla tradizione per·
ché sposta l'asse della trattazione della guerra giusta
dal livello morale della culpa - presente, con toni par-
ticolarmente aspri, in Bernardo di Chiaravalle che ve-
de nella guerra giusta la punizione dei malvagi, un
«malicidio» (De Laude novae mililiae, 4), mentre il De-
crelum Craliani articola la guerra nella direzione della
definizione giuridica di specifici nemici, interni ed
esterni, della società cristiana}1 - a un livello giuridico.
Ciò è evidente da varie motivazioni: Vitoria prevede
come causa di guerra giusta la iniuria accepta dal nemi·
co, e non il peccato; non discute la guerra a partire dal-
29 Minois, La Chiesa e 14 guerra, cit., p. 223; Urdanoz, Introduc-
d6n al4 Relecd6n segundd, in Obras, cil., p. 7'7.
)0 E. Nys, IntroducJion a Francisco de Viloria, De Indis et de iure
belli RelecJiones, Washington, Camegic lnsutulion, 1917, pp. 9-53: 17.
)1 Minois, LA Chiesa e la guerra, cit., p. 186 (su Bernardo); cfr. an-
che A. Melloni, I «nemim di Gravano, in G. Ruggieri (a cura di), I
nemici de/kJ crisJianità, Bologna, TI Mulino, 1997, pp. 105·122.
XXVI
la carità, non tratta direttamente della retta intenzione
e sottrae la guerra alla giurisdizione della Chiesa.
guerra è giusta sulla base di considerazioni razionali del
tutto immanenti alla struttura oggettiva - naturale e
storica - della condizione umana.
Inoltre, egli è innovativo soprattutto perché modifi-
ca il contesto di diritto internazionale all'interno del
quale si dà la guerra giusta. Watti (De Indi! 3, I), Vito-
na le gente! (e non gli homines, come pure suo-
nava il testo di Caio -lnslituliones I, 2, l - che egli ci-
ta) come soggetti dello ius genlium (anzi, dello «ius in-
ter gentes»),2 su un piano di parità (alla quale non è for-
se una perdurante suggestione erasmiana) ga.
ranura dall'unità ddl'umanità, creata e redenta un
unico Dio (tuttavia, lo si ripete, l'uguaglianza fra i po_
poli non è uguaglianza fra le religioni - infatti, anche se
VIeta la guerra santa, Vitoria affenna il diritto dei cri-
stiani alla missionaria -. e non è nep-
pure uguaglianza dt livello fra le civiltà). Soprattutto, in
precedenza (De poleslale ciVili 21) Vitoria ba fatto dello
iUI gentium un complesso di norme positive derivante
«ex paeto et condicto inter homines» dalla noturalir ra-
lio, ossia dal diritto naturale razionale - che in DJB IV
II, 7 e 9 è menzionato anche come «ius divinum aut (et)
naturale». Quindi. ancora una volta, non c'è un dominus
o imperatore che sia; c'è, invece. uno iUI gen.
/rum che m De Indi! (J, 3) è defmito come originantesi
dal «consensus maioris partis totius orbis», e che in DIB
(IV, I, 5) si "presenta come «auctoritas totius orbis»H.
)2 J.M. Stona del pensiero giuridico ocadenta/e (1992), Bo-
logna, Mulmo, 1996, p. sostiene che questo lennine può esse-
come la dcsçnZJone deUe relazioni di fatto esislenti fra
l popoli, e non come sinonimo di un ordinamento normativa
)) AJ. riguardo cfr. V. Carro, La «communitas orbis» y kJs del
derecho mlernaaonal, Palcncia, Merino, 1%2.
XXVII
Nonostante questa teoria dd patto che coinvolge
l'intera umanità, in DIB il nesso fra ragione e consuetu-
dine non è paritetico come sarà in Grazio, e pende più
dalla parte della ragione naturale". Eppure, in questo
testo Vitoria sembra modificare leggermente la posizio-
ne di Tommaso - il quale, per reagire alla positivizza-
ziODe consuetudinaria dello ius gentium propugnata da
giuristi e canonisti, ha istituito &a ius genlium e diritto
naturale un rappotto per cui il primo, pur distinto in li-
nea di principio da quello, viene di fatto a sovrapporvi-
si del tutto quanto a funzione fonclativa rispetto agli isti-
tuti giuridici positivi (Summa the%gica I, q. 79, a. 12)-;
infatti per Vitoria lo ius gentium è un diritto positivo vi-
cino al diritto naturale, e da questo originato, che i po-
poli daborano avendo questo come fondamento e svi-
luppandone la razionalità lungo il corso storico della ci-
viltà (DIB IV, I, 5 e IV, II, 3). Così, il diritto delle genti
non è solo prodotto della consuetudine (cioè non è so-
lo «ius inter gentes»), ma non è neppure del tutto iden-
tico al diritto naturale: è «quasi necessario alla conser·
vazione» di questo". In ogni caso, il termine-chiave rite
(<<SeCondo le consuetudini») compare in DIB una volta
sola, e anche consuetudo vi è menzionata poche volte (in
)4 ulla questione di quanto le tarde RtkctiontI anenuino il (re-
lativo) positivismo o convenzionalismo dei Commm/ari a Tommaso
del 1'27 e del U35. C: sulla divergenza interpretativa fra il d.isconti·
nuista Urdinoz (Introduro6rt a fH I"Jù, in Obral, cit., pp. "1-565)
e il continuista L. Perttia (El conctplo del tkrecho del genleI in Fran.
cilCO de Vilona, in «Revista Espanola de Derecho intemacionabt,
1952, pp. 603·628), cfr. Lamaechia, Francisco de Vilorùl e l'innova-
vone modnna, cit., pp. LXXXHJCXXVllI; cfr. anche Skinner, Le ongini,
cit., voI. [l, pp. 217·227, nonché Trujillo Pé.rez, Frt1ffcUCO tk Viloria,
cit., pp. 159 sgg.
"Vitoria, u,menlariol,cit. voI. li, p. 16 (Quaesllo LVll, a. 3 ad4).
xxvm
II, 2 essa integra il diritto naturale che colloca lo ius ad
bellum nelle comunità politiche perfette, estendendolo
in certi casi anche ad alcune imperfette; in IV, II, 8 si
parla di urus, ma insieme a ius); la forza normativa del
diritto delle genti deriva, più che dalla consuetudine,
dal fatto che questo prodotto umano incorpora in sé
j'aequitas (o iustitia) che è l'essenza dd diritto natura-
le'6. Insomma, Vitoria fa un uso critico e razionale dd
diritto naturale, come fondamento oggertivo e guida
dello iUI gentium storicamente evolutosi. Che ci sia o no
continuità fra Tommaso e Vitoria, sul rappono fra
naturale e diritto delle genti", pare chiaro in
ogm caso che il materiale tomistico (e quello della tra-
dizione giuridica e canonistica) è qui ri·oriemato verso
una direzione giuridica.
Insomma, Vitoria fa delle genles i protagonisti for-
malmente paritari delle relazioni internazionali - sono i
popoli-nazione ad avere diritti e doveri in relazione a
q.uei beni naturali che sono la tranquillità e la pace, os-
Sia il bene comune dell'intera umanità (IV, I 4) -' è
quindi all'interno dei popoli-nazione che, alla
S?Cietà, cresce naturalmente il potere politico; sono es-
SI a daborare, sul fondamento della ragione naturale il
diritto delle genti; sono i popoli-nazione, in reciprdca
comunicazione fra loro e come parti di un'unica uma.
nità (la t<oria della cognatio), a costituire l'auclorilas di
questo mondo. Lo ius gentium è anche la fome di legit-
)6 Ivi, p. 14 (Quaeslio LVII, a. 3 ad2).
" Vili ' -/o . .
ey, LM ormazlone, CII., pp. 307·.315 sostiene decisamente la
distanza Vitoria da Tommaso. L'innovazione di Vitoria rispetto a
Tommaso e anche da A_ Truyol-Serra, De la notion Iradi/io-
ne/k du droll tkl genI lÌ '" notion moderne du droll inlern41ional pu-
bile, in td..c: Supplement», 1987, pp. 73.91.
XXIX
timazione dell'azione dei principi, che trova conferma
nel diritto naturale (diverso, quindi, e ancora più fon-
dativo): i principi con la guerra giusta (e solo dopo che
siano state esaurite le opzioni non violente: DIB IV, I, 6)
pongono infatti rimedio alle ferite che i malvagi arreca-
no alla giustizia, cioè al diritto narurale dei popoli di vi-
vere in pace, cercando di distinguere sempre fra mno-
centi e colpevoli, fra civili e combattenti (DIB, IV, Il, I).
4.2. ì;: questa costruzione razionale, universalistica e
pluralistica al contempo, oggettiva e tendenzialmente
egualitaria, a fare di Vitoria - secondo una vulgata che
risale a Grozio - il padre del moderno diritto interna-
zionale, e a determinarne la fortuna, anche e soprattut-
to nel XX secolo. A patte la fama e la rilevanza in età
moderna - non solo in Spagna, ma in Europa: benché
coinvolto nelle critiche della cultura francese (sia gian-
senista sia gallicana) alla Seconda Scolastica, è citato, tra
gli altri, da Bacone e da Grozio, da Selden (che ne.com-
batte la tesi della libertà di commercIo) e da Connng -,
dalla metà dell'Ottocento viene recuperato, dapprima
in ambito anglosassone, come iniziatore del diritto in-
ternazionale moderno e propugnatore della libertà dei
mari; dalla fine dell'Ottocento Vitoria gioca poi un ruo-
)0 sempre crescente nella reazione giuridica universali-
stica concro il nazionalismo: grazie a un belga come Er-
nest Nys, a un americano come James Brown Scott, a
uno spagnolo come Camilo Barda Trelles, a un tedesco
come Paul Hadrossek, Vitoria diviene, per la cultura
europea dei primi decenni del XX secolo, un grande
giurista internazionalista moderno, nonché un impor-
tante teorico del diritto coloniale, e uno dei padri della
Società delle Nazioni; inoltre, soprattutto dopo la fine
della seconda guerra mondiale, egli entra nel novero de-
gli autori coinvolti nella rinascita del diritto naturale,
xxx
propugnata dalla giurisprudenza di orientamento cat-
tolico (tra gli altri, Rommen e Giacon). In modo parti-
colare,la cultura spagnola della metà del XXsecolo, lai-
ca e cattolica, vede nella Seconda Scolastica, e in Vito-
ria, un importante e originale contributo della Spagna
all'identità europea: il IV centenario della sua mnrte,
nel 1946, è per le autorità spagnole l'occasione per rom-
pere, promuovendo anche istituzionalmente la Vitonil-
RenazJsance, l'isolamento internazionale in cui la scon-
fitta delle potenze dell'Asse ha lasciato la Spagna". In-
fme, è a studiosi spagnoli, laici e religiosi, come Vicen-
te Beltran de Heredra, Luis Alonso Getino, Teomo
Urdanoz e Luciano Pereiia, che si devono le edizioni
critiche delle opere di Vitoria, Commentari e Releclio-
nes (dr. ullra, ala alleslo).
Così, ancora nel 1975 in un testo di riferimento co-
me lAformazione del pensiero giuridico moderno di Mi-
chel Vtlley, si legge: «siamo debitori a Vitoria delle coor-
dinate del diritto internazionale: è lui che ha stabilito i
JI Fra i testi-chiave che hanno costruito la fortuna contempora-
nea di Vitoria si vedano almeno: E. Nys, u droit in/ema/ioMI.us
prùuipes, les /héodes, les fai/s, Bruxdles, Weissenbruch, 19122, 3
voU., pp. 59-60, 234·240 del I vol.; A. Vanderpol, Lo doctrine SCOM-
du Droi/ fk Paris, Pedone, 1919 (con la trad. francese
delle due giuridiche e di moho materiale Storico); C.
Barda TrelIes, Francisco de Vi/oniz l'&ale du Droi/ in/er-
na/ional,. Paris, Hachette, 928; ) .B. Conap/ion 01
In/erna/tona/ Law. Franasco VI/Orni and hls Low of Na/ions,
Oxford-London, Clarendon.MuHord, 1934 (con (rado ingJese delle
due Reiediones giuridiche, del De po/es/a/edvili e di parte del De pc-
Eccknlze prio,); C. Giacon, La Seconda Sco4lS/ica. Igrandi com.
menta/on° di San Tomma1O: il Gae/ano il Fe"arese il Vi/ona Milano
Bocca, 1944; H. Romme:n, Lo Stato n;1 pensiero c;"olioo (1935), Mi:
lano, Giuffrè, 1959; P. HlIdrossek, Leben und Wt7ke Frandscus de
Vi/Dna, in De Indis recente' inven/is e/ de iurebe//i Hispanorum in ba,.
baros, a cura di W. Schii{zel, Tlibingen, Mohr, 1952, pp. XI-XXX; G.
van Hecke (a cura di), /alo,ma/ion du droi/ des gens mo-
Louvain, Peelers, 1988.
XXXI
principi per cui gli Stati devono rispettare reciproca-
mente le loro sovranità, non ingerirsi negli affari inter-
ni degli altri Stati, ammettere la libera circolazione da
un territorio all'altro di persone e di merci, e la libertà
di predicazionej riconoscere la libertà dei mari e dei fiu-
mi e i diritti degli ambasciatori; proteg-
I. cIvili m caso d! guerra. Equesto senza parlare dei
diritti delle popolazioni indiane dell' America [...). So-
no princìpi, questi, che vediamo al giorno d'oggi ri-
badltl dalle Nazioni Unite [...). Vitoria applica a questo
nuovo ramo del diritto la regola poeta suni servanda, il
che consente di introdurre come nuova fonte di diritto
i trattati internazionaIDY9.
4.3. Una forte contrapposizione aqueste interpretazioni
attualizzanti (cerro, non direttamente a Villey) viene da
Cari Scbrnitt, il quale nel 1950, e quindi a ridosso delle ce-
lebrazioni del 1946 per il quattrocentesimo anniversario
della motte, dedica a Vitoria un denso capitolo del Nomos
della lemi'O. Per Schmitt rettificare la comprensione vul-
gata di Vitoria, e opporsi alla sua trasformazione in un
«mito politico», è decisivo: infatti, la pretesa che esista un
mo rosso che unisce il cattolicesimo alle potenze liberali
e socialiste implica che la ricostruzione schmittiana della
politica internazionale moderna in termini di nomos di
spaziale, di differenza tra Europa
lizzata e resto del mondo, cioè di iuspublicumeuropaeum,
SIa ptlva d! fondamento (owero sia solo ideologico-pro-
pagandlstica); oppure implica che il mondo delle sovra-
nità statali sia deI tutto tramontato, e sostituito da istitu-
zioni e apparati categoriali universalistici, già presenti
nella tradizione moderna, ma alternativi alla principale
)9 Villey, LA/ormozione, cit., p. 309.
40 Schmitt,1/ nomos, cit., pane 11, cap. 2, pp. 104-140.
XXXII
vicenda storica di questa. Per Schmitt, invece,l'universa-
lismo è una malattia - individualistica e liberale, e poi so-
cialista - interna allo Stato, che lo mina e lo distrugge, e
non certo un'alternativa politica praticabile: la politica è
per lui la concretezza particolare (e polemica), e non la
giuridificazione universale. delle relazioni interumane.
La posta in gioco, per il cattolico (sui generis) Schmitt, è
ben più che la precisione storiografica, che la restaura-
zione dell'immagine di un autore su cui sono state passa-
te successive mani di vernice che hanno reso irriconosci-
bile la pittura originaria: è sottrarre il cattolico Vitoria al-
la genealogia dell'universalismo liberale e socialista.
La prima mossa di Schmitt consiste dunque nel cri-
ticare quanto in Vitoria vi è di freddo e obiettivo: per
Schmitt, Vitoria è troppo neutralizzante, e la sua consi-
derazione paritetica di Indios e Spagnoli lo rende ester-
no alla politica del suo tempo; insomma, Vitoria, in
quanto propugna un universalismo egualitario, non ra-
giona nei termini politici concreti di amico-nemico. Al
contrario, Schmitt valorizza in Vitoria gli elementi di di-
suguaglianza che egli conserva nel proprio pensiero: in
primo luogo, l'idea di 'missione' evangelizzatrice volu-
ta dal papa, che legittimerebbe l'impresa spagnola in
America (poiché questo aspetto del pensiero di Vitoria
si fonda sulla poleslas indirecla del pontefice, che alme-
no dalla metà degli anni Venti è criticata da Schrnitt, è
chiaro che questi pur di contrapporsi alla vulgata è di-
sposto anche a contraddirsi). Ma più in generale la con-
cretezza di Vitoria consiste per Schmitt nel fatto che egli
è «un monaco spagnolo» ancora legato alla spazialità
politica concreta della respubl,,:a chrisliana, dalla quale
deriva una netta contrapposizione all'Islam, una teoria
ben determinata della guerra giusta, e un universalismo
specificamente cattolico.
XXXlll
· Per Vitoria, sostiene Scbmitt, il libero commercio
in nel peregrinandi, mentre
d}vema tutt altra cosa LO mano 31 prmestanti come Gra-
ZIO o ai capitalisti inglesi e americani dell'Ottocento che
argomentano a favore del libero commercio contro il
mercantilismo degli Stati europei, che Vitoria neppure
Inoltre, per Vitoria la guerra giusta è anche
offensiva, mentre quella moderna è solo difensiva: infat-
ti, le logi.che 'ginevrine' - per Schmitt, di origine Imera-
na.- d1Sltnguono fra aggressore e aggredito, facendo del
pnmo un criminale in senso penale, passibile non solo di
p.unizione ma anche di discriminazione morale e ideolo-
e. t:asformando quindi la guerra giusta in un'azione
Al contrario, il nemico, per Vitoria, non è un
ma, pur essendo colpevole
di una specifica mfrazlOne allo ius gentium conselVa di-
gnità e diritti; è un nemico concreto, e non nemico as-
soluto. In per Schmitt, Vitoria non può essere
decontestualizzato dalla respublica chrisliana, alla quale
dopo tutto conttnua ad appartenere idealmente ed esi-
stenzialmente: la sua fortuna è in realtà il frullo di estra-
polazioni, da partedi anticristiani edi antispagnoli, di te-
SI nate.LO intracristiano e intraspagnolo.
Qwndl, Schmm giunge a riconoscere che Vitoria
pur della guerra ex fusta causa, ha nd
tanta 'concretezza' da giungere in realtà a una
non discriminatoria dello iustus hortis. Certo uno
lustus borlis medievale, tipico di una guerra intracrisria.
na" diverso quindi dallo iuslus hOSlis della piena moder-
nIta che riconosce solo la guerra fra Stati eu-
ropeI. In ogm caso, l'internazionalismo protestante li_
berale esocialista - di Norimberga e dell'Onu _ è per
Schmnt In forte e drammatica discontinuità rispetto non
solo allo iur pub/icum europaeum pienamente moder-
XXXiV
no, ma anche rispetto all'internazionalismo cattolico e
:oncreto di Vitoria, in fondo premodemo. Insomma,
Schmitt, pur distinguendo fra la concretezza medievale
di Vitoria e la propria concretezza moderna, tende asot-
tolineare che entrambe le 'concretezze', benché diverse
fra loro, si situano agli antipodi dell'universalismo astrat-
l ,ma in realtà discriminatorio, che sotto le vesti giuri·
dico-morali del diritto internazionale a dominanza indi-
vidualistica persegue fmi politici di distruzione dei vin-
ti/colpevoli. Un pensiero 'situato' quello di Schmitt, il
quale, dopo le due sconfitte della Germania nel XX se-
C lo, e dopo che in entrambe le circostanze è stata
valere contro la dirigenza politica tedesca un'istanza gIU-
ridica penale, tenta di ddegittimare i vincitori e di rilan-
ciare la propria teoria della politica come organizzazio-
ne di 'grandi spazi' e non come universalismo (Schmitt
non riconosce mai la qualità di Grossraum allesfere di in·
fluenza bipolare generate dalla seconda guerra mondia-
1e'1). Schmitt cerca quindi non tanto di annettersi il pen-
siero di Vitoria, ma, definendo quest'ultimo a sua volta
'situato', di sottrarlo aquelli che per Schmitt sono i mor-
lali nemici della Germania, dell'Europa, dello Stato.
L'interpretazione di Vitoria diviene così per Schmitt
uno dei baricentri di una guerra intellettuale intorno al-
l'essenza della politica moderna.
5. Scontata la 'parzialità' di Schmitt - anche se qui at-
teggiata come obiettività storiografica -, è bene lasciar·
si provocare, con la dovuta attenzione, dalle sue tesi.
<41 C. Schmin, L'unità del mondo eal/ri .saggi (1951-1962), Roma,
Pellicani, 200}}j Id., La ron/rappo.sitione pl4nelaria tra Oriente e Oc-
adente e 14 .sua .s/ruttura .s/orica (1955), in E.)Ungcr, C. Schmin, II no-
do di Gordio. Diarogo.su Oriente e Oca·dente ne/iJJ .s/on"a del monda,
Bologna, UMulino, 2004', pp. lJ t-t63.
XXXV
AI di là dei giudizi di valore, sembra difficile che, al.
meno dal punto di vista della storia del pensiero politi.
co, la modernità possa essere fatta coincidere con lo svi-
luppo lineare di un diritto naturale orientato sui diritti
umani, che da Vitoria passando per Grozioe Kant giun.
ge alla Cana dell'Onu. Questo disegno - per accatti.
vante che possa essere - manca di consistenza storica-
in età moderna il diritto naturale - che in ogni caso
nasce solo in ambito ecclesiastico. e che anzi si nutre so-
prattutto di fonti antiche, e poi umanistiche, e quindi
riformate, e mfine razionalisriche e illuministiche _ vie-
ne catturato dalle logiche della statualità, e solo all'in.
temo dello Stato, sia pure in forte tensione rispetto a es-
so, si ripresenta come fondamento dei diritti umani in-
dividuali. Insomma, il potere politico moderno si razio-
nalizza molto più perché passa attraverso la mediazione
dello Stato e della sua potenza che non perché si confor.
mi immediatamente al diritto naturale; all'interno dello
Stato, sarà l'individuo - che si concepisce come porta-
tore di diritti - a farsi valere perché lo Stato si raziona-
lizzi ulteriormente, trasformandosi in Stato di diritto. E
non solo il diritto interno, ma anche quello internazio-
nale, in età moderna, è molto più statualistico cbe giu-
snaturalistico - è diritto di Stati, cioè iUI publicum eu-
ropaeum -; benché il diritto naturale sia frequentemen.
te invocato come origine di ogni giuridicità, in Gentili
in Grozio e in Vattel, è infatti ovvia la progressiva
tualizzazione delle relazioni internazionali e della guer-
ra, che sarà non a caso il problema di Kant"'. AII'affer-
..2 Sulla moderna inflessione sratalistica dci diritto narurale si veda
R. Tuck, War(md Peace. Politica/ Thought and the lnternationaJ Order
/rom Grotius to Ka'!t, Oxford Unjversity Press, Oxford 1999; sul nes-
so fra potenza e chiave di della storia d'Eu-
cfr. B. De e /'Eut'OfJ4 moderna, Bologna, Il
Mulino, 2004; sul nesso mdlVlduo-Statodr. R. Schnur, Individualismo
XXXVI
nlllrsi dei diritti umani come fondamento tanto del di·
ntto interno quanto del dirino internazionale - che è il
tipico portato della rivoluzione francese, ma che assu-
me senso politico solo dalla metà del XX secolo - han-
no contribuito sia l'daborazione giusnaturalistica cat·
l \ica, che ha origini prestatuali e non individualistiche,
quanto quella laica, di fatto nata dentro la moderna VI'
cenda dello Stato; ma entrambe le distinte tradizioni
si sono potute contrapporre alla po:
litica statocentrica in nome dei diritti umani - divenun
un'idea universalistica - solo al prezzo di una forte tr3-
formazione del rispettivo materiale intellettuale tradi·
zionale, ossia tanto del paradigma poLitico moderno
quanto del giusnaturalismo cllttolico.
In quest'ottica, si tratta di esaminare più davicino il
pensiero di Vitorill, per discernervi quello che Luis Le-
gaz y Lacambra nel 1947 definiva «lo medievale y lo
modemo»4J, e soprattutto per coglierne logiche, strut·
Lure, e implicazioni.
5.1. È, quella di Vitoria, una teologia morale-giuridica,
razionalmente mediata e atteggiata. on c'è in lui il SI'·
/ele Ibeologi! di Gentili (anche se questo era rivolto con-
tro un presunto comandamento dell'amore verso i Tur·
chi che in Vitoria sicuramente è assente)44 da cui ha ori-
, .
gioe la moderna politica internazionale. C'è, lOvece, se
non un si/eie iurisconsu/ii! certamente l'affermazione
eassolutismo (1963) Milano, Giuffrè, 1979, nonché: R Kosdleck, Cri-
tica iJJuminista ecris;' de/la società borgheu(1959), Bologna, li Mulino,
1972.
..} Legaz y Lacambra, Horilontes cit., pp. 19'·211; so-
stiene che Vitoria non è mooemamente statualista, ma è un fLIosofo
morale scolastico, e che proprio per questo è adano ai tempi in cui la
modernità roUassa.
44 A. Gentili, De iurt belli libri tres (I612), libro l, cap. J2, in C.
Calli (a cura di), Roma·Bari, Laterza, 2QO...t, p. 60.
XXXVII
(De Indis, Introd. 8) dell'esigenza cbe, nella fase storica
in cui il diritto internazionale (ius genlium) deve aprir-
si al Nuovo Mondo - il cbe lo rende un diritto ancora
in fien° -, i teologi intervengano inelicando i principi
morali su cui il dirino internazionale deve basarsi. Que-
S(Q è precisamente quanto fa Vitoria in DIB, che non è
solo una teoria giurielica dello ius belli (sia come ius ad
bellum sia come ius in bello), ma è ancbe una teoria mo-
rale della guerra - «in moralibus» defInisce Vitoria il
proprio ambito eli riflessione (DIB l, 2; TV, I, 6) -, fon-
data. implicitamente ma saldamente, sull'idea di giusti-
zia
4
', ossia sull'oggettività dd bonum totiuIorbis. sul-
l'ordinato vivere e prosperare delle genti (DIB I, 2), cbe
è un fine e un dovere proprio perché è al contempo un
diritto (anche se il termine in quanto tale è assente), o
almeno una possibilità reale di felicità terrena, scritta
nell'essenza dell'umanità. Di fatto, le tesi eli fondo di
DIB sono mutilare se non vengono comprese a partire
dall'idea che esiste la giustizia. cioè un ordine morale e
razionale del mondo - del quale Dio è in ultima istanza
l'autore -, che l'umanità conosce come diritto naturale
oggettivo e al quale collabora sviluppandol0 storica-
mente come dirino delle genti, mai elivesgente dal elirit-
to naturale: è a questa giustizia ben fondata cbe riman-
da lo ius belli. Se la politica interna - cbe pone il clisitto
positivo, e lo amminisrra - può e deve conformare le
proprie costruzioni alla giustizia, anche ]a politica in·
ternazionale, e anche la guerra, può e deve atteggiarsi in
modo razionale e morale. La diretta autonomia della
.., Al riguardo si veda D. Deckers, GerechligJuù und Rechi. Eine
bistonrch-kntuche Untersucbung der Gerecbtigkeitslehre de, Franci-
sco de Vùor,a (1483-J.546), Frciburg (Schwciz), Univcrsitatsverlag,
t991.
XXXVUI
I litica e della guerra dalla religione è assicurata; ma ciò
non implica per nulla una loro autonomia dalla morale
ttlzionale, ovvero non implica che il diritto possa essere
1I11permeabile alla giustizia e al elirino naturale: l'esi-
M-nza eli Vitoria è cbe la razionalità della vita pratica
non sia solo fonnale, e ciò lo fa appunto argomentare in
I rmini eli 'giustizia' che escludono il positivismo nel-
l'ambito interno e il convenzionalismo (sia antico-ro-
mano sia moderno) nell'ambito internazionale.
Così, questa presenza della giustizia nella politica
o n è in Vitoria un'eccezione, l'irrompere nello spazio
litico chiuso dello Stato moderno di un Valore che,
n i casi estremi del «diritto ingiusto»"6, fa saltare l'au-
tosufficienza del djritto positivo: anzi, è una fondazione
che è anche normalità e norma, è un'essenza irrinuncia-
bile sia della politica sia del eliritto. E come non si trat-
ta di irruzione straordinaria, così non è neppure una so-
vrapposizione di ambiti fra morale e politica: si tratta
piuttosto, in Vitoria, di una distinzione che non è estra·
neità, ma che anzi presuppone una continuità fondati-
va. Questa continuità è insomma consentita da un ordi-
ne dell'essere -la giustizia, appunto - che non conosce
cesure assolute e catastroficbe fra i diversi ambiti della
pratica (morale, diritto, politica, guerra): né il nicbili·
mo originasio del Moderno, o in ogni caso la perenne
esposizione della sua ragione alle logicbe della potenza,
né le graneli contrapposizioni che organizzano la politi-
ca moderna - il dualismo fra diritto privato e diritto
pubblico, fra diritto interno e diritto internazionale, fra
soggetto e Stato - sono presenti in Vitaria con la carica
46 H. Ho&nann, Introduzione alla filosofia del d,ritto e de/la poli-
tica (2000), Roma·Bari, Laterza, 2000, pp. 123·128 (con riferimento
alle lesi di G. Radbruch),
XXXIJ(
al tempo stesso costruttiva e distruttiva che manifesta.
no nd versante razionalistico della modernità: più che
in termini di fronti conllinuali, egli argomenta in termi.
ni di ambiti, fra l'uno e l'altro dei quali c'è comunica.
zione e analogia.
E infatti fin dall'inizio DIB si fonda sull'analogia fra
il privato e il pubblico (Il, 1-2; ma si veda anche il ri-
corso all'analogia fra diritto matrimoniale e diritto di
guerra in IV, I, 8), nonché fra l'interno e l'esterno (I, 2;
m,4 e 5; IV, I, 2, 5 e 7; IV, il, 5). Una trasposizione, che
genera una sistematica «analogia domestica», che è re.
sa possibile dall'esistenza di un terreno comune, ap-
punto dalla giustizia. Il che implica che Vitoria sia estra.
neo tanto alla distinzione moderna fra nemico e crimi.
nale quanto anche alla discriminazione tardo-moderna
dd nemico/colpevole come criminale collocato fuori
dell'umanità (il che non vale, per lui, neppure per i Tur.
chi): il nemico/colpevole vinto è passibile di punizione
proprio in quanto condivide col vincitore un terreno
comune, che è la comunità pan-umana della giustizia.
Questa, certo, è Stata da lui vulnerata, ma potrà anche
essere reintegrata, attraverso la punizione del torto.
Per quanto riguarda il rapporto tato/individuo, poi,
è da notare che Vitoria non seme in modo drammatico la
loro contrapposizione; anche in questo caso, c'è eviden-
temente una distinzione, che non genera però confljtti
assoluti. La disposizione razionale e secondo giustizia
dell'ordine politico interno elimina le occasioni di con.
flitto; tranne che nel caso in cui il singolosia del tutto cer-
to che la guerra è ingiusta (un caso quasi solo teorico, in
realtà), l'ubbidienza in buona fede alle autorità legittime
assolve in coscienza il soldato di basso rango, nei casi
- questi sì frequenti e realistici - di incertezza sul sussi-
stere di una giusta causa di guerra (DIB IV, I, 7-8). C'è
XL
dunque in Vitoria un rifiuto pratico - non però teori·
0-47 _ dell'obiezione di coscienza, un rifiuto che non na-
da vessatoriostatalismo assolutistico, da cedimenti di
Vitoria alla Ragion di Stato o al probabilismo gesuitico,
ma anzi dall'idea che la politica è un ordine autonomo in
4uanto incorpora in sé, fm dalla propria origine e in ogni
ua articolazione, la giustizia; e che solo per questo mo-
Uva è legittimata. Questo atteggiamento deriva dunque,
lo si ripete, da una con iderazione dell'individuo che
non ne fa - insieme allo Stato e in concorrenza con esso
il centro assoluto della politica: non a caso, la libertà dei
ingoli (non invece quella delle gentes) non è per Vitoria
un diritto naturale, ma un bene accidentale (DIBIV, il,
n In generale, non è attraverso il singolo (né, dd resto,
come si è detto, attraverso lo Stato) che si legittima la po-
litica, per Vitoria, ma attraverso la complessiva articola-
zione, priva di cesure e di contraddizioni dd·
l'ordine politico; così, se normalmente non.sono l
li cittadini a essere chiamati a capire se SUSSistono le glU·
Me cause di guerra, devono esserlo i governanti, COD la
massima severità e con la più gsande attenzione (DIB IV,
1,6·7). E proprio perché sono essi a dover esercitare la
responsabilità, non è opportuno che i sudditi abbracci-
no la morale della convinzione. Insomma, neI caSI nor-
mali è prescritta l'obbedienza dd singolo; e solo in casi
eccezionali in cui il comando politico è palesementecon·
trario alla Jegge di natura, cioè alla morale e alla giustizia,
è lecita la disobbedienza; e chi decide l'eccezione è il sog·
getto singolo, certo: ma dello scarso valore .reale
che Vitoria dà a questa riserva interiore è test1mOOlanZa
il fatto che l'esempio di comando ingiusto addotto in
'17 Minois, lA Chinll e III gUerTlI, cit., p. 282.
XLI
DIB IV, I, 7 è la guerra sanra islamica, e la messa a morte
di Gesù.
È quindi l'arreggiarsi razionale del carrolicesimo
- cioè l'affermazione di una conrinuirà deIJ'ordine del-
l'essere e deIJ'assenza di drammatiche cesure tra gli am-
biti dell'esperienza- afar sì che in Vitoria non ci siano né
la moderna politica assoluta né il suo interno deuterago-
nista, il soggerro libero e uguale; che la politica non ab-
bia a che fare con la costruzione delJa forma di un irresi-
stibile potere sovrano ma con la sostanzialirà di un bene
comune gerarchicamente atteggiato e fondato. in ultima
istanza, sul diritto naturale; e che quindi, conseguente-
mente, il potere e la guerra non si legittimino se non at-
traverso la teoria del bene comune, di ciascuno Stato e
deIJ'umanità intera (DIB IV, I, 5), e in quesro trovino il
loro fine e illaro limite intrinseco. 'Bene comune' è in-
fatti il nome politico deIJ'ordine dell'essere (come 'giu-
stizia' è il suo nome categoriale). Da tutta la discussione
in DIB IV appare chiaro che il bene comune non giusti-
fica qualsivoglia prassi bellica; anzi, in De poleslale dviii
13 - oltre che in DIB IV, I, lOe IV, II, l - Viroria afferma
che la guerra, anche giusta, non può produrre un male
maggiore di queIJo a cui pone rimedio.
Lo spazio politico di Viroria è quindi in realtà una
sorta di respublica chrisliana liberata da molte angustie
e da molti dogmatismi (soprattutto, non ierocratica), e
dilatata a inglobare anche le genles non cristiane, a cui
egli estende lo nozione di iuslilia e di bonum commune.
Equesta attitudine cattolica a tematizzare la continuità
razionale deIJ'ordine deIJ'essere ciò che consente a Vi-
roria di essere universalistico eppure capace di operare
differenze, rigoroso eppure non consequenzialista all'e·
stremo, e in grado di temperare la giustizia con la pru·
denza: infatti, la giustizia è un bene che va salvaguarda-
XLll
lO (anche con la punizione di chi la viola) ma che nes-
sun peccato può dawero distruggere, perché è dopo
lurro Dio a esserne l'autore. TI che esclude l'ammissibi-
lità, e ancbe la sensatezza, di una posizione del tipo «fiat
lustitia pereat mundus»; giustizia e mondo si coappar·
tengono: insieme, sono appunto l'ordine (giusto) del-
l'essere. é il formalismo né il nichilismo hanno spazio
nel pensiero di Vitoria. Che ha il proprio limite, sem-
mai, nd risultare di fano, una volta che si siano svilup·
pate le dinamiche politiche delJa piena modernità, mol-
to più un dover essere morale che una teoria politica ef-
ficace o una teoria giuridica effettuale. E un dover esse-
re, per di più, meno radicale di quanto sarebbe neces-
sario.
5.2. Come appunto si vede da un'analisi che cerchi di
comprendere le modalità d'azione della nozione di giu-
stizia sull'impianto teorico della guerra giusta.
5.2.1. Si è già detto che la guerra è in Vitoria un fatto
giuridico (è uno ius); è infatti valutata in relazione a un
dirino naturale che è in sé razionale e astorico ma che è
anche storico nella sua realtà evolutiva di ius gentium;
un dirirro che quindi non è solo formale e convenzio-
nale ma anche una realtà concreta. Ciò significa cbe la
guerra giusta non si qualifica solo a partire dalla giusta
causa -l'iniuria accepta -, in senso universalistico, ma
che esiste un asperro 'siruato' del pensiero politico di
Vitoria, che lo orienta. Questo aspetto consiste nella
percezione di due differenze, che modificano il suo uni·
versalismo, senza annullarlo: la differenza tra civiltà e
harbarie (ossia fra Europa e America) e quelJa tra cri-
stiani e infedeli (ossia il conflitto fra Europa e Islam). La
prima - già esaminata - è meno importante della se·
XLIIl
conda, quanto alle sue conseguenze sulla teoria della
guerra giusta (altro discorso vale per la pratica: è infat-
ti evidente che l'universalismo è asimmetrico, e che di
fatto se ne possono giovare solo gli Spagnoli). Ma se, in
ogni caso, con gli Indios è almeno possibile la pace, in-
vece, coi Turchi c'è, secondo Vitoria (DIB IV, n, 3),
«guerra perpetua» (nozione che precede quindi il più il-
lustre concetto antitetico di .:pace perpetull»L cioè una
guerra che nasce dall'esperienza storica della continua
aggressione islamica contro gli Stati cristiani (e dunque
non dalla natura, né dalla religione); una guerra assolu-
ta, senza tregua e senza quartiere. Ciò implica differen-
ze di trattamento del nemico vinto (ivi, IV, n, 5): se nel
caso della guerra fra Stati cristiani il vincitore, a guerra
fmita, può uccidere tutti i colpevoli, ciò di fatto signifi-
ca giustiziare coloro che harmo responsabilità della
guerra ingiusta; od caso dei Turchi, invece, si possono
uccidere «tutti quelli cbe possono portare le armi, pur-
ché si siano macchiati di colpa» (il che significa tutti i
militari, anche catturati prigionieri). La colpa da puni-
re fra i cristiani sta presso i capi (ivi, Conclusioni: «nd-
la maggior parte dei casi, fra i Cristiani tutta la respon-
sabilità è dei principi»); fra i pagani sta invece anche nei
singoli combattenti. Analoghe differenze si registrano
poi sulla riduzione in schiavitù dei prigionieri, consen-
tita all'esterno, verso i Turchi, ma non all'interno, verso
i cristiani (ivi, IV, n, 3). Eppure, Vitoria (D/B, Conclu-
riom) nega che la guerra giusta - anche quella perpetua
o assoluta - sia rivolta contro i popoli/nazione, contro
le genter e le rerpublicae (che sia una guerra totale con-
tro le società, diremmo oggi), e meno che mai contro la
sostanza biologica del nemico: la guerra di sterminio
(l'uccisione dei non colpevoli) è vietata sia fra i cristia-
ni (IV, n, 5) sia contro i Turchi (IV, n, l e 5) - con pie-
XLIV
na certezza per quanto riguarda il divieto dell'uccisione
di donne e bambini, e alla fme, benché con un ragiona-
mento faticoso e tortuoso e con concessioni a un'inter-
pretazione volontaristica di Dl 20, 13, poi corretta, an-
che per quanro riguarda l'uccisione degli adolescenti.
Insomma, la differenza fra guerra intracristiana e guer-
ra contro i Turchi, indubbiamente sussiste: evidente-
mente è un retaggio dd passato di inimicizia costante
fra Impero oltornano (inteso come potenza politica, più
che come religione islamica) e Stati europei; un reraggio
che Vitoria condivide con la stragrande maggioranza
degli intellettuali europei suoi contemporanei.
La concretezza di Viroria, ossia la caratteristica spe-
cificamente cristiano·cattolica del suo universalismo,
colloca la sua teoria della guerra giusta in una zona me-
dia fra paciftsmo e sterminio cbe - a parre il caso dell'I-
slam - non conosce "estraneità radicale fra popoli eu-
ropei ed extraeuropei che è propria dello iur publicum
europaeum. E che non conosce neppure la criminaliz-
zazione discriminatoria del nemico propria della tarda
modernità.
Da alcuni punti di vista Schmitt ha quindi ragione
nel segnalare che l'universalismo di Vitoria non coinei·
de con quello moderno; ma non ha ragione nelle con-
seguenze che trae da queste caratteristiche dd pensiero
di Vitoria, che non rendono il domenicano un monaco
medievale, ma semmai una figura di pensatore che
estende alle novità del dercubrimienlo un paradigma
tradizionale - quello deUa giustizia, cioè dell'ordine ra-
zionale dell'essere, di radice divina e poi di elaborazio-
ne umana -, modificandolo e trasformandolo in un mo·
dello di regoIazione delle relazioni internazionali su-
scettibile di importanti sviluppi futuri.
XLV
5.2.2. Ma quel modello è anche ricco di problemi, che
non stanno tanto in ciò che vi è ancora di medievale in
Vitoria (come ammettono anche i suoi estimatori mo-
dernizzanti), né in ciò che in lui vi è di moderno (come
invece sostiene Schmitt). I problemi stanno proprio nel-
l'impianto oggettivo della giustizia.
e risultano, come diretta conseguenza, alcuni trat-
ti peculiari e problematici nella dottrina della guerra
giusta. il primo dei quali (DIB IV, I, 2 e 5; IV, II, 5) è che
- in linea con la dottrina tradizionale - il vincitore/giu-
sto si trova ad essere il giudice del vinto/ingiusto, e ad
avere il diritto/dovere di punirlo (non è contemplata,
perché ininfluente sotto il profilo teorico, l'ipotesi che,
nella pratica, il vincitore sia il responsabile di una guer-
ra ingiusta: il giudizio di condanna resterehbe in ogni
caso invariato). Che il principe che conduce una guerra
giusta sia iudex in causa propria ha effetti di grande du-
rezza sulla conduzione della guerra e sulla gestione del-
la pace, ma non produce, in Vitoria, ('effetto devastan-
te di uno stato di natura a tal punto anarchico che se ne
debba a tutti i costi uscire: a differenza di quanto è pre-
visto da Hobbes, per Vitoria è indiscutibile che esista
realmente la trama ordinata della giustizia a sostenere
l'umanità, e a garantire l'univocità, la non contradditto-
rietà e la non distruttività, del concetto di guerra giusta.
La giustizia è oggettiva, non soggettiva; e ciò significa
che essa esiste univocamente anche se i principi errano
nell'attribuirsela ciascuno per sé.
La distanza fra Vitoria e la modernità piena è tutta
qui: nel fatto che il domenicano non può far discende-
re dal cumulo di errori soggettivi dei principi l'assun-
to, su cui si fonda la politica moderna, che la giustizia
naturale è assente - o poco o per nulla rilevante - dal·
l'orizzonte delle relazioni interstataJi. e che va sostitui-
XLVI
la dal combinarsi storico e artificiale di ragione e po-
tenza, dallo ius publicum europaeum. Vitoria sa bene
che spesso la guerra fra cristiani è condotta, in buona
fede, come bellum utrimque iustum (DIB IV, II, 9) sia
per quanto riguarda i sudditi (che hanno l'obbligo di
obbedienza in re dubia) sia perfUlO per quanto riguar-
da i principi (per una invincibile ignoranza, che tutto
scusa, o per un esame erroneo, benché accurato, delle
cause di guerra). on ci sono, però, in Vitoria, le con-
seguenze convenzionalistiche - che lasciano la questio·
ne della colpa alla coscienza personale dei principi, e
che giustificano la guerra a partire non dalla giusta
causa ma dallo iuslus hOSlis, cioè ne fanno una faccen-
da di Stati, un bellum utrimque iustum all'interno del-
lo ius publicum europaeu,,"8 - che la modernità matu-
ra ha tratto tanto dalla crescente difficoltà a definire la
iusto couso, quanto dalla catastrofica violenza implicita
nella pretesa che la guerra sia giusta (cioè un'esecuzio-
ne di una sentenza) da entrambe le parti. Per Vitoria,
in una guerra deve essere sempre distinguibile, in linea
di principio, chi ha ragione da cbi ha torto, in modo
univoco e cerro: e quindi non può esistere, in quanto
sarebbe assurda, una guerra giusta da entrambe le par-
ti (DIB III, 2 e IV, I, 6 e 9), e dunque gli hostes non
possono essere, modernamente. oequoliter iusti. E non
c'è nemmeno il probabilismo gesuitico col suo sostan-
ziale filoassolutismo: Vitoria sa bene che giustificare la
guerra attraverso la mera probabilità che il principe
che la dichiara abbia ragione - e non attraverso la cer-
tezza morale e razionale della iusto causo - sarebbe
fonte di guerra senza fine (DIB IV, I, 6) perché, a dif-
ferenza della verità e della giustizia, la ammissibilità del
48 E. de Vattel, udroi/ des Genr (1758), libro m, cap. 12, in Gal.
li (a cura di), Guerra, dt., pp. 96-98.
XLVII
5.2.2. Ma quel modello è anche ricco di problemi, che
non stanno tanto in ciò che vi è ancora di medievale in
Vitoria (come ammetrono anche i suoi estimatori mo·
dernizzanti), né in ciò che in lui vi è di moderno (come
invece sostiene Schmitt). I problemi stanno proprio nel-
l'impianto oggettivo della giustizia.
Ne risultano. come diretta conseguenza, alcuni trat-
ti peculiari e problematici nella dottrina della guerra
giusta. TI primo dei quali (DIB IV, I, 2 e5; IV, II, 5) è che
- in linea con la dottrina tradizionale - il vincitore/giu-
sto si trova ad essere il giudice del vinto/ingiusto, e ad
avere il diritto/dovere di punirlo (non è contemplata,
percbé ininfluente sotto il profilo teorico, l'ipotesi che,
nella pratica, il vincitore sia il responsabile di una guer-
ra ingiusta: il giudizio di condanna resterebbe in ogni
caso invariato). Che il principe cbe conduce una guerra
giusta sia iudex in causa propria ha effetti di grande du-
rezza sulla conduzione della guerra e sulla gestione del-
la pace, ma non produce, in Vitoria, l'effetto devastan-
te di uno stato di natura a tal punto anarchico che se ne
debba a tutti i costi uscire: a differenza di quanto è pre-
visto da Hobbes, per Vitoria è indiscutibile che esista
realmente la trama ordinata della giustizia a sostenere
l'umanità, e agarantire l'univocirà, la non
rietà e la non distruttività, del concetto di guerra giusta.
La giustizia è oggettiva, non soggettiva; e ciò significa
che essa esiste univocamenre anche se i principi errano
nell'attribuirsela ciascuno per sé.
La distanza fra Vitoria e la modernità piena è tutta
qui: nel fatto che il domenicano non può far discende-
re dal cumulo di errori soggertivi dei principi l'assun-
to, su cui si fonda la politica moderna, che la giustizia
naturale è assente - o poco o per nulla riJevante - dal-
l'orizzonte delle relazioni interstatali, e che va sostitui-
XLVI
ta dal combinarsi storico e artificiale di ragione e po-
tenza, dallo ius publicum europaeum. Vitoria sa bene
che spesso la guerra fra cristiani è condotta, in buona
fede, come bellum utrimque iustum (DIB IV, II, 9) sia
per quanto riguarda i sudditi (che hanno l'obbligo di
obbedienza in re dubia) sia perfmo per quanto riguar-
da i principi (per una invincibiJe ignoranza, che tutto
scusa, o per un esame erroneo, benché accurato, delle
cause di guerra). Non ci sono, però, in Vitoria, le con-
seguenze convenzionalistiche - che lasciano la questio-
ne della colpa alla coscienza personale dei principi, e
che giustificano la guerra a partire non dalla giusta
causa ma dallo iustus hoslis, cioè ne fanno una faccen-
da di Stati, un bellum utrimque iustum all'interno del-
lo ius publicum europaeunt'8 - che la modernirà matu-
ra ha tratto tanto dalla crescente difficoltà a definire la
iusta causa, quanto dalla catastrofica violenza implicita
nella pretesa che la guerra sia giusta (cioè un'esecuzio-
ne di una sentenza) da entrambe le pasti. Per Vitoria,
in una guerra deve essere sempre distinguibile, in linea
di principio, chi ha ragione da chi ha totto, in modo
univoco e certo: e quindi non può esistere, in quanto
sarebbe assurda, una guerra giusta da entrambe le par-
ti (DIB III, 2 e IV, I, 6 e 9), e dunque gli hostes non
possono essere, modernamente, aequa/iter iusti. E non
c'è nemmeno il probabilismo gesuitico col suo sostan-
ziale filoassolutismo: Vitoria sa bene che giustificare la
guerra attraverso la mera probabilità che il principe
che la dichiara abbia ragione - e non attraverso la cer-
tezza morale e razionale della iusta causa - sarebbe
fonte di guerra senza fme (DIB IV, I, 6) perché, a dif-
ferenza della verità e della giustizia, la ammissibilità del
.8 E. de Vand, Ledroil deI GenI (1758), libro DI, cap. 12, in Gal·
li (a cura di), Guerra, cit., pp. 96-98.
XLVll
diritto può stare da entrambe le parti: e infarti in caso
di incertezza sostiene che la guerra sia illecita (DIB IV,
I, 8). Solo la certezza della giusta causa, e quindi del
torto altrui, è fonte di legittimità della guerra.
Insomma, la consapevolezza deUa problematicità
pratica della definizione corretta di guerra giusta (DIB
IV, I, 9) agisce in lui solo in via prudenziale e non di prin-
cipio, cioè come riconoscimento di una umana debolez-
za che deve indurre a comportamenti moderati, e non
come una caratteristica strutturale e oggettiva della ma·
dema politica statualizzata: la guerra giusta da entrambe
le parti (per ignoranza e buona fede) sarà anche fre-
quente di fatto (DIB IV, II, 9), ma, per Vitoria, non esce
dal suo s/alus di impossibilità logica e morale. La guerra
deve poter essere sempre giudicata moralmente, e il bel-
lum ius/um essere distinguihile dal bellum inius/um.
Questo primo tratto problematico della dottrina
della guerra giusta, originato dall'oggettività della giu-
stizia, ne determina uo altro: il vincitore/giusto è pane
in causa e al tempo stesso deve essere sopra le parti, e
comportarsi Don come un accusatore ma come «un giu·
dice che siede fra le due comunità politiche, quella che
subì l'offesa e l'altra, che la fece» (DIB, Conclusiom).
L'impianto argomentativo di Vitoria, fondato sulla og·
gettività della giustizia, compona insomma l'assenza di
una istituzione terza e super partes - che per Vitoria po.
teva essere solo il papato e quindi sarebbe suonata co·
me ierocratica -, e implica che al singolo principe si
chieda di essere coinvolto nel conflitto e al tenlpo stes-
so di astrarsene, in una posizione superiore. Come si è
visto, un principe che per il proprio Stato combatte una
guerra giusta è autorizzato non solo dalla propria sin-
golarità ma anche dall'intera umanità (DIB IV, I, 5): rap-
XLVlll
I resenta tanto la propria volontà di esistenza politica
quanto il mondo intero.
Questo immediato cortocircuito fra particolare e
universale si attua in Vitoria perché la giustizia è po.
la da una parte come universale presenza fondativa
del mondo della pratica, come bonum IOlius orbis, ma
dall'altra è interpretata, al contempo, come il prodot-
to dell'azione politica concreta dei singoli principi,
che combattono la guerra giusta per difendere il par-
ticolare bonum del loro Stato. Per Vitoria non c'è
quindi comraddizione fra la universalità razionale del-
la pace e il fatto che essa sia resa efferruale dall' auto-
comprensione utilitaristica del proprio bonum da par-
te di ciascuno Stato. Il conflitto politico moderno - ge-
nerato dalle logiche della sovranità, capaci di attrarre
l'universalità della ragione nel proprio campo gravita-
zionale e di sconvolgere l'ordine del mondo, striando-
lo con confmi che sono anche barriere alla comunica-
zione razionale e alla uguaglianza morale degli uomi-
ni - gli pare quindi poter essere risolto e superato gra-
zie alla sua visione della 4<pace dinamica»"9, ossia gra-
zie all'assunto, cristiano e umanistico, che la giustizia
può sì essere sempre offesa e ferita, ma la sua trama
ordinativa non può mai essere del tutto lacerata: il che
lo pona a ipotizzare una pace che consiste in un con·
dnuo agire riparatorio (in un susseguirsi di guerre giu·
ste) ad opera dei singoli principi. Mentre la pace per
Kam ha caratteristiche radicali di necessità razionale
che implicano, anche quando si configura provviso-
riamente come federazione di Stati, che la ragione del·
49 Pereii.a, Estudio p"/iminor. Lo lesis de ~ po1. dimimiC/l, cit., p.
64; analoghe considerazioni in M. Scauola, G U ~ Q giusta eordinedel·
/o giuslizio nello dal/n·na di Domingo de Sala, in $cartola, Figure de/i4
guerra, cit., pp. 89·110.
XLIX
lo Stato debba spogliarsi delle proprie logiche parti-
colaristiche, la pace di Vitoria, invece, riposa sull'as-
sunto della giustizia come fondazione oggettiva della
politica, e sull'assenza, quindi,. della di
principio fra particolare e unIversale, fra e
pace. Si dirà che Vitoria non ha ancora. pIena espe-
rienza dei tratti nichilistici dd mondo poliuco moder-
no; e ciò è vero; ma è anche vero che in ogni
l'impianto complessivamente oggettivo e
dd suo pensiero è, necessariamente, meno ?e1
razionalismo moderno, tanto nella costruzione artlfi·
ciale dello Stato particolare (Hobbes) quanto nell'da-
borazione dd dovere della pace universale (Kant).
6. Vitoria non è un autore 'premodemo', cioè parzial-
mente arretrato rispetto agli standard dd razionalismo
laico (che peraltro giunge a maturità un secolo dopo la
sua morte); piuttosto, le sue posizioni sono un esempio
di modernizzazione dd pensiero politico cattolico, e
sooo sviluppate, e SvUuppabili, secondo direttrici pa-
rallde - e quindi non coincidenti - rispetto alle vicende
della modernità 'laica', che ruota intorno allo Stato e al
soggetto. Quella di Vitoria è una modernità a sc.arso tas-
so di secolarizzazione: il trascendente non 51 e ancora
mutato in trascendentale. né il teismo in deismo, e Dio,
più che garanzia, è ancora il fondamento dell' ordine
dell'essere e della sua razionalità oggettiva. Dal punto
di vista spaziale, poi, il uovo Mondo non è, per lui, oc·
casione di una rivoluzione concettuale e politica - mo-
dernamente centrata sulla differenza e sull'equilibrio
fra spazio europeo, spazio libero extraeuropeo, e mare
libero - ma viene inseri(Q in una sorta di estensione oriz-
zontale della rerpublica christiana.
Vitoria è insomma l'artefice di una delle linee di pen-
L
siero cattolico cbe, attraverso percorsi più o meno tor-
tuosi (una tappa ne è Rosmini nd XIX secolo, e un'al-
tra ne è Maritain nel XXj ma ovviamente si possono
moltiplicare e diversificare gli esempi e i tragitti), giun-
gono a liberare l'universalismo cattolico e la sua teoria
della dignità umana dalle ipoteche gerarchico-ecclesia-
stiche del 'regime di cristianità', e si conciliano con la
teoria dei diritti umani, pur senza condividerne l'indi-
vidualismo e illaicismo, com'è appunto avvenuto con il
oncilio Vaticano II. È proprio la mancata coincidenza
del pensiero di Vitoria con la vicenda del razionalismo
moderno ad averne permesso la ripresa e la rielabora-
zione in polemica con lo iUI publicum europaeum, sia
nella fase (la seconda metà dd XIX secolo) dd recupe-
ro IJberale"', sIa quando (nella seconda metà dd XX se-
colo) la vaIorizzazione di Vitoria è stata uno dei contri-
buti della cultura cattolica all'umanesimo giuridico po-
st-totalitaflO e al nuovo diritto internazionale _ quello
delle dichiarazioni dei diritti e dell'Onu.
Ciò è per alcuni versi una forzatura: il domenicano
spagnolo vuole 'modernizzare'la dottrina morale catto-
lica applicandola alle rdazioni internazionali e spostan-
done il baricentro dal rapporto pontefice/imperatore e
da qudlo pontefice/Stati al rapporto giustizia (mora-
le)/Stati, ma è estraneo al problema dd rapporto dialet-
tico fra la volontà di potenza dello Stato (il fulcro dd mo-
do moderno di intendere il diritto internazionale) e i di-
ritti universali dei singoli (che a loro volta costituiscono
il centro della modalità contemporanea). Tuttavia, il suo
pensiero internazionalistico, nd quale la dignità dell'uo-
mo è ben presente, non è incompatibile con la successi-
'0).8. Scott, in TbeSJN11ti1b uJ1taplion, cit., dedica un capitolo a
Tbl' /ibni1/mn o/Viloria (cap. XIII, pp. 275-280).
LI
va teoria dei diritti umani. Anzi, è stato riscopeno pro-
prio perché suppona una reale esigenza di pace, dopo
che Ja modernirà ha rrasfonnato la guerra fra gli Stati in
una guerra contro le società e contro l'umanità, e ha con-
dotto lo ius pub/icum europaeum in un vicolo cieco.
Se ciò è vero per il pensiero internazionalistico di Vi·
toria, per quanto riguarda specificamente la teoria della
guerra giusta, che pure strutturalmente ne dipende, vi s0-
no da fare considerazioni parzialmente diverse. eI con-
resto rardo-moderno del XX secolo, dominato dalla
guerra fredda, e nell'affacciarsi, all'inizio del XXI seco·
lo, di una realtà per molti versi post.moderna, quale quel.
la globale, che segue la fIne del comunismo, la tematica
della guerra giusta ha fatto una decisa ricomparsa: ora co-
me guerra di resistenza e di liberazione, ora (più spesso)
come tentarivo laico (dal punto di vista della salvaguar.
dia dei diritti umani, interpretati in senso soggettivo ede-
mocratico) e carrolico (all'interno del comandamento
dell'amore per il prossimo, e come specificazione del
quinto comandamento) di giudicare la minaccia della
guerra nucleare, di delineare le condizioni che rendono
moralmente legittimo ricorrere alla guerra e di determi-
nare (e limitare) che cosa sia lecito nello svolgimento di
questa; guerra giusta, infme, è anche quella, più propria-
mente defmibile 'legale', che si svolge su mandato del·
l'Onu, quando ne occorrono le condizioni (autodifesa di
uno Stato aggredito, o intervento umanitario). In gene-
rale, la ripresa della tematica della guerra giusta sta a in-
dicare che non è più legirtimatala guerra come diritto di
sovranità, come naturale espressione sulla scena interna-
zionale della potenza politica degli rati; e che la guerra
- in età nucleare - è di farro quasi del rutto illegittima, e
in ogni caso deve essere considerata un'eccezione, e ve-
Lll
nire rigorosamente limitata quanto allo ius ad be//um, e
severamente regolamentata quanto allo ius in betlo'l.
i tratta però di teorie che sono state anche COntesta-
e combarrute, dentro e fuori la Chiesa; in primo luogo,
In nome del principio che nella dotrrina della guerra giu-
sta sopravvive l'idea di una Chiesa ancora 'costantiniana'
e 'tridentina' che, senza essere più potere politico diret.
to, conserva un rapporto privilegiato con i poteri politi-
CI, da Cli non prende a sufficienza le distanze, e in base
alla considerazione che per ottenere la pace vale più la
promozione della giustizia che non l'elaborazione di una
leoria della guerra giusta; in secondo luogo perché le dot-
lrine?ella guerra giusta sono di farro impraticabili, per la
caslsuca quasI barocca acui danno origine, e per le con-
traddizioni in cui incorrono (non è facile dettare nonne
morali su chi si può uccidere nelle attuali forme di com-
battimento, o su quanto si può torrurare)'2. Esi tratta di
teorie per certi versi lontane da quella di Vitoria, quanto
a presupposti storici, teorici e politici: si pensi solo al fato
to che oggi esistono istituzioni internazionali che in linea
teorica sollevano gli arrori politici dall'obbligo di essere
giudici in causa propria. Ma, anche se la storia le ha rese
più smaliziate, alle teorie della guerra giusta sono imma-
nenti due rischi, interni anche al pensiero di Vitoria.
,. M. Wa..lttr, CUet'Tr Un dISCOrso mO"lk con
(19n). Napoli, Liguori, 1990; sulla piena
rongnllta .Virana alla della Chiesa sulla guerra
gIUsta, di Pio xn sulla guern. atomica, dr. Urdanoz ln,rodua:i6" Il
/o in OhriU, cit., pp. 727·810: nO-757; si veda ano
della Chiesa Ca//olica, Città del Vaticano, Libreria
Edunce J ai punti 2302·2317; sulle problematiche in.
lerne alla cattohca della guerra giusta dr. Minois. La Chiesa e
ltJ guerra, CIl., pp..:S37-591.
'2 Un eso:nPio queste contnlddizioni è dato da M. 19natieff,
The.'essn EVIl Pollttcal E/hiCI In 1m Age 0/ Edinburgh Uni.
verslry Press, 2004.
Llli
li primo dei quali è di restare al di qua di una efficace
comprensione della guerra: infatti, per quanto sia coe-
rente. generOSOe per certi versi lungimirante il
vitoriano di teorizzare la guerra giusta, e per quanto sia
anche 'concreto' cioè inserito nelle logicbe politicbe del
suo tempo, la di un
sulla guerra subordrna fatalmente a se l eSigenza (pIU
le ai fmi della pace) di comprendere le cause strutturali
della guerra, i suoi rapporti - in tutta la del
loro articolarsi - con le condizioni sociali e con I SlstemJ
politici ed economici. E assume, connota-
zione astratta, solo morale, cbe rende difficile fame le ba-
si per un ordine giuridico concreto efficace. .
Un altro limite, opposto, delle teone della guerra gIU-
sta consiste invece proprio Dd fatto che possono essere,
appunto come pensiero morale, fin attive politi-
camente; che cioè possono mtrodurre nell
nazionale forti elementi di instabilità, propno a pamre
dall'idea che esista una giustizia oggettiva, oggi odIa for-
ma dei diritti umani da rispettare, le cui violazioni vanno
automaticamente perseguite. Una simile idea, infatti,
consente a rigore una guerra non solo difensiva, ma ano
che offensiva, come guerra umanitaria o anche come
guerra preventiva (bencbé quest'ultima fattispecie non
sia presente in Vitoria, il quale non che vengano
puniti i torti prima cbe vengano DIB IV, II, I).
Si dirà cbe oggi la difesa della glUstlzta e affidata, almeno
in teoria non ai singoli Stati ma ad un'istituzione supe,
partes l'Onu, il cui obiettivo è garantire sia i
umani sia le sovranità statuali; ma sono le stesse lOgIche
della guerra giusta a non escludere il rischio cbe una po-
tenza preponderante si senta legittimata a punire le offe-
se alla giustizia ovunque nel mondo si V,ltO-
ria teorizza, è vero, l'impossibilità che esLSta un dommus
uv
orbis; nelle sue pagine risuona l'invito alla moderazione,
unito alla preoccupazione che tutte le potenze bdlige·
ranti reputino in buona fede di essere nel giusto; ma que-
sti segnali di acutezza intellettuale e di spirito pruden-
ziale non bastanoa far sì cbela sua teoria della guerra giu-
sta, come in fondo ogni altra, non rischi di trasformare la
«pace dinamica» in una «polizia perpetua»".
Così, l'assunto centrale della teoria della guerra giu-
sta - di Vitoria, ma anche di quelle più vicine a noi nel
tempo-, owero che sia possibile ancbe se non facile giu-
stificare il male (la guerra), nonnarlo e limitarlo, a fm di
bene, cioè di pace, corre il rischio di non risultare quello
che vuole essere, cioè un discorso critico sulla guerra, e
di rovesciarsi invece nell'opposto. ossia di essere attrat·
ta nella logica della potenza politica e di rivelarsi infine
un discorso della guerra, un'ennesima giustificazione
dell'antica schiavitù del conflitto annato, una funzione
di autoleginimazione interna - per di più. inconsapevol-
mente - al nicbilismo occidentale, ormai planetario.
Quindi, anche per chi è insoddisfatto delle tautolo·
gie del 'realismo' politico, e per cbi all'opposto vede
l'interpretazione giuridico-universalistica delle rdazio·
ni internazionali sempre più largamente smentita daJ
corso dei fatti, la dottrina della guerra giusta non può
essere che un complemento - e non un momento cen-
trale - nello sforzo di pensare la guerra: cioè può espri-
mere la tensione a condannare la guerra, a lirnitarne gli
orrori, ma è anche. aJ tempo stesso, una dimostrazione
di quanto profondamente le istanze giuridicbe e mora-
li di pace siano, loro malgrado, esse stesse esposte alla
" D, Zolo, l rignori ddla paa. Una cn/iC/J glabalirmo giun"Ji·
co, Roma, Carocci, 1998; Id., Chi Gue"a, dinì/o ardi·
ne globale, Torino, Einaudi, 2000.
LV
guerra, polemiche e polemogene. L'idea - largamente
condivisibile - che sia moralmente doveroso razionaliz-
zare e pacificare la politica internazionale, e accedere a
forme di cooperazione fra le nazioni, non può coinci-
dere, oggi, con la teoria della guerra giusta; semmai, il
compito che ci attende è considerare la giustizia, più
che come metro oggettivo della guerra giusta, come
processo di emancipazione reale dell'umanità dalle in-
giustizie che costituiscono la trama ddJe rdazioni inter-
nazionali: un processo che si fonda sulla comprensione
della storia e dci contesti concreti più che sull'a prion°
della giustizia; un processo, infIDe, al quale può a volte
non essere estranea la violenza, legittimata, però, più
che da astratte istanze morali, da puntuali esigenze con-
tingenti.
Eppure, Vitoria parla anche a noi, il che lo rende un
classico. E non solo per il suo ruolo intellettualmente
cruciale agli inizi della modernità e per la forza dd suo ri-
torno nd momento dd declino di questa, ma anche per
il suo senso ddJa realtà, che gli consente di spalancare
una finestra, che ci riguarda da vicino, su guerre di po-
poli accecati, su principi ingannati dalle proprie ideolo-
gie, e su cattivi consiglieri che non voglioDo o nOD sanno
capire le ragioni dd giusto e dd tono. Inoltre, la serietà
delle sue teorizzazioni - soprattutto. che non esiste un
dominus orbis. e che le genti non possono avere altra tu·
tela che se stesse - è quanto meno di monito a chi. oggi,
si investe del compito di esercitare la guerra giusta, per-
chéin ogni caso valuti il peso e lacogenza delle dure con-
dizioni (di rigore morale, di buona fede, di coerenza, di
moderazione) che questa impone ai vinti ma anche ai
vincitori, agli 'ingiusti' ma anche ai 'giusti'.
ota al testo
otizie sulla vicenda testuale di DIB sono in L. Pereiia
prelimil1ar La tesis de la paz dil1amica, in F.
Vltor:a, Relectio de iure belli, o Paz dil1amica. Escuela
Es[!al1ola de la Paz. Primera gel1eraciol1, a cura di L. Pe-
rena, V. Abril, C. Baaero, A. Garda, F. Maseda, Ma-
drid, Conselo Supenor de Investigaciones Cientifìcas
1981', pp. 29-94: 81-94. '
Le Relectiones sono circolate manoscritte fino alla
prima 1a.tina, a cura di]. Boyer, Lione, 1557; a
questa e seguJta, m fone concorrenza l'edizione a cura
di A. Muiioz, Salamanca 1565. '
. Dopo alcune edizioni dd xvne dd xvmsecolo, non
nel XXsecolo la prima edizione critica-a lun.
go utilizzata, soprattuno in ambiro anglofnno - delle due
Re!ecltOl1es, Dell1dis e DIB, appare nd 1917 nei Classics
olIl1tematiol1al Law (Washington, Camegie Institution
917), con Introductiol1 di E. ys (pp. 9-53l; il testo
c procurato da H. F. Wright (DIB si leggealle pp. 268-297)
e la traduzione inglese da].P Bate (pp. 163-187)1. '
. I Altre infIUttlci induzioni ingJesi sono d.iJ.B. Scott, TiN
Spamrh eonupllOn ollnl"'lal,onal uw. Francisco V,/onQ tlndhir
LVII
Discussa e poco utilizzata è invece l'edizione critica
complessiva di L.G.A. Getino, Relecaimes leologicos
del maeSiro fra, Francisco de Viloria, Madrid, Asocia-
cion Francisco de Viroria 1933-1935,3 voli.
DIB - in un testo critico nuovamente stabilito, con
traduzione spagnola - si legge poi alle pp. 811-858 di
Obras de Francisco de Viloria. Relecciones teologicos, a
cura di T. Urdanoz, Madrid, Biblioteca de Aurores Cri-
srianos, 1960.
Buona anche l'edizione di Leçons sur les Indiens el
sur le droil de guerre, a cura di M. Barbier, Genève, Li-
brairie Droz, 1966.
Infme, DIB ha trovato la sua fonna per ora definiti-
va in F. de Viroria, Releclio de iure belli, o Pax dinamico.
Escuela Espanola de la Pax. Primera generacion, a cura
cU L. Perciia, V. Abril, C Baciero, A. Garcia, F. Mase-
da, Madrid, Consejo Superior de Investigaciones Cien-
tificas, 1981' (prima ed. 1967); è una ecUzione critica
nuova, con apparato di note e traduzione spagnola, che
tiene conto tanto dei due cOcUci (di Palencia e di Valen-
cia) che tramandano DIB quanro delle due ecUzioni a
stampa cinquecentesche.
DalI'edizionePereiia 1%7-1981,coo la correzione di
alcune sviste o lezioni dubbie, è tratto infine il testo lati-
no (a cui si affianca la traduziooe tedesca) di De Indi< e
cU DIB (quest'u1timosi legge alle pp. 542-605 del vol.lI),
raccolto in Francisco de Vitoria, Vorlerungen. V6lker-
rechi, Poli/ik, Kirche, a cura di U. Horst, H.-G.]usteo-
hoven, J. tiiben, Stuttgart-Berlin-K6ln, Kohlhammer,
uwo/NQtions, Oxford-London, Clarendon.Mulford, 1934, e j Poli·
tical W,ittngs, a cura di A. Pagden e J. Lawrance, Cambridge.New
York, Cambridge UniversilY Press, 1991 (trad. di sette delle tredici
Rd«aonn).
Lvm
1997,2 voli., con un saggio introduttivo di U. Horst Le-
ben und Werke Francisco de Vilorias, pp. 13-99 (le
RelecllOnes sono tralte dall'edizione Urdanoz 1960).
,. S, traduce da questa edizione, seguendone le lezioni,
I tnterpunZJone e sempre gli'a capo', e correggen-
do alcune.mende. tipografiche; le parentesi acute e gli al-
tn segm diaCfltlCI- presenti nel testo latino ma non nel-
la traduzione, sulJ'esempio dell'edizione ;edesca _ se-
gnalano le presumibili integrazioni (autorizzate dal Mae-
.di di Vitoria, o le divergenze tra i testi ori-
ginali, o le mtegrazioni dei curatori.
Per le note si è fatto riferimento alle edizioni Pereiia
1981 e Horst-]ustenhoven-Stiiben 1997, semplificando
moltissimo, e integrando qualche dato mancante.
La sigla PL seguita da un numero indica i volumi del-
la Palrologia Lalina curata daJ.-P Migne; si aggiunge la
menzIOne delle colonne a cui si riferisce il brano citato.
CG.
De iure belli
Praeludiurn
Quia possessio et occupatio provinciarum illarum bar-
bararum. quos Indos vacant, videntur tandem maxime
iure belli posse defendi, ideo postquam in prima relec·
tione disputavi late de tirulis, quos Hispani possunt
praetendere ad alias provincias, sive iustis, s i ~ e iniusus,
visum est de iuce belli brevem utique disputatlonem ha-
bere, ut superior relectio absolutior videatur. Sed quia
temporis angustia compressi non poterirnus hic tracta-
re amnia, quae in hac materia dispurari possent, ideo
non licuit extendere calamum pro amplitudine et di·
gnitate materiae, ideoque salurn dicemus, quanturn
temporis brevitas patieeur. !taque salurn norabo propo-
siriones in hac materia cum brevissimis probationibus
abstinens me a multis dubiis, quae hac disputatione
conferei possent.
Tractabo autem quatuor quaestiones:
Prima an omnino Christianis siI /icitum be/la gerere.
Secunda, apud quem sii iusta Due/ori/as oul gerendi aut
indicendi bel/um.
2
Premes a
Poiché il possesso e l'occupazione delle terre dei barbari
chiamatiIndiani sembrano dopo tutto poter essere legit.
tlmatl pnmanamente sulla base del diritto di guerra, mi è
parsoopponuno- dopo che nella prima dissenazione ho
discusso ampiamente i titoli, giusti e ingiusti, in base ai
quali gli Spagnoli possono pretendere quelle terre _ trat.
lare brevemente il dirino cfj guerra, per dare maggiore
completezza alla precedente dissertazione. Ma poiché
per ristrettezza di tempo non potremo in questa sede par.
lare di tutto ciò di cui su questo argomento si può trana.
re, non ci è stato possibile estendere il lavoro quanto sa.
rebbe stato richiesto dall'ampiezza e dall'imponanza del-
l'argomento e della materia; perciò parleremo solo quan-
lO lo consentirà la !imitatezza del tempo'. E così mi !imi.
terò soltanto ad annotare le mie tesi su questa materia
con dimostrazioni brevissime, e mi asterrò da molti d u b ~
bi che potrebbero essere avanzati in questa discussione.
Tratterò, in ogni caso, quattro questioni:
La prima, se in generalesia leci/oai Cristlamfare lo guerra.
La seconda, chi abbia l'auton"tà di condu"e o di di-
chiarare la gue"o.
J
Tenia, quae possint el debeant esse C/Jusae iuSli bel/i.
Quarta, quid et quantum liceol aristionis contra suos
hosles.
Hae eront quaestiones principales.
La terza, quali possano e debbano essere le C/Juse di una
guerra giusta.
La quarta, che cosa ai Cristiani sia ledto fare, e in qua·
le misura, contro i nemici.
Saranno queste le questioni principali.
QuaesLio prim..
An omnino Christianis
sit licitum bella gerere
l. <Exponirur sensus huius quaestionis.>
2. LiceI Christianis militare el bella gerere.
I. Qu:mrum ad primam posset videri, quod omnino
bella smt mterdicta Christianis. Prohibitum enim vide-
tur elSse defendere, iuxta illud: Non vos defendentes, ca-
TlSstmt, sed date /ocum irae (Rom 12,19). Et Dominus in
Si quis te percusserit in Ul10m proe-
be dII el a/teram. Et in eodem capite: Ego aulem dico va-
non resistere ma/o. Et: Omnes, qui occeperint g/o-
dtum, gladio penbunl.
Ad hoc satis videtur responderi, quod omnia hacc
sunt in consillo, non autero in praecepto. Satis enim ma-
est, si bella omnia, quae aChristianis
SUSClplUntur, Contra consilium Christi redemptoris.
In COntraCium tamen est sententia omnium docto.
rum et usus in universali ecclesia receptus. Omnes enim
demonsrrant in muJtis casibus esse licita bella.
6
Prima quesLione
e in generale ia lecito
ai Cristiani fare la guerra
l. Si espone il senso della questione.
2. Ai Cristiani è lecito l'esercizio delle armi, e fare la guerra.
I. Per quanto riguarda la prima questione, potrebbe
sembrare che le guerre siano del tutto interdelle ai Cri-
stiani. Infatti, ad essi sembra sia proibito difendersi, se-
condo il dellO di Paolo (Rom 12,19): «non vendicatevi,
carissimi, ma lasciate che agisca la collera divina». E il
Signore nel Vangelo dice: «se qualcuno ti percuote nel-
la guancia destra, porgigli anche )' altra», e nello stesso
capitolo: «io vi dico: non resistete al male» (Mt5, 39); e
inoltre: «tutti quelli che ptendetarmo la spada periran-
no di spada» (MI 26, 52).
Sembra sufficiente rispondere che lUtti questi non so-
no comandamenti ma esortazioni. È infatti già abbastan-
za disdicevole che tulle le guerre intraprese dai Cristiani
siano contrarie alle esonazioni di Cristo redentore.
Comunque sia,l'opinione di tutti i dottori è contra·
ria, e così anche la consuetudine delia Chiesa universale.
Tutti infatti dimostrano in molteplici circostanze che la
guerra è lecita.
7
. Pro explicatione notandum, quod licet
ltlter conveniae de hac re. Lurnerus ta-
nihil rcliquit incontaminatum, negar Chrisria-
ms e.nam Turcas licere arma sumere, innixus
loclS supra positis, tum etiam, quia di-
Cit. ,SI Invadan! ilio est va/untas
,CUI rerzs/ere non In qua [amen re non ira po_
[un Gem:ams hominibus ad arma paratis si-
cut In. allis dogmatlbus. Et quidem Tertullianus non
adeo Vldeturabhorrere hanc sententiam. Nam in libro
f?e corona ,!UllllS dlsputat, ao in [mum Christianis mili-
tla convenJat. Et tandem profecto in iIIa opinione vide-
tur ut militare interdictum pu-
tet, CUI, rnqult, nec llllgare qurdem liceat.
2. Sed relictis extraneis opinionibus respondetur ad
per urucam conclusionem taJem: LiceI
Chmtloms militare et bello gerere.
. Probatur haec conclusio ex Augustino in multis 10-
CIS. Nam et Contro Foustum et Libro LXXXIII quoestio-
num et De verbis Domini et 22 Contra Manichaeos et in
sermone De puero centurionis et in epistola Ad Bom/a-
ctum hanc conclusionem diserte adstruiL
Et probatur, ut probat Augustinus, ex verbis Ioannis
b.ar
ustae
: nemin; iniuriamfeceri.
tlS. Ergo st, IJlqwt Augustlnus, Christiana disciplina om-
ntnO bello eulporet, hoc potius comilium solutis petentl'
bus evangellO daretur, ut abicerent arma seque mllitiae
Dictum est autem cis: 'Neminem
concutlatls) contenti estote stipcndiis vestris!',
8
Per chiarire la questione si deve notare che, mentre
fra i cattolici c'è consenso al riguardo. nondimeno Lu·
tero _ che corrompe tutto - nega che ai Cristiani sia le·
cito prendere le armi, anche contro i Turchi; egli si fon-
da sui passi della Scrittura sopra citati e inolrre dice: «se
i Turchi fanno guerra alla cristianità è questa la volontà
di Dio, a cui non si può resistere»I , Ma su questo pun·
lO non è stato in grado di farsi obbedire, come invece gli
è riuscito per le altre sue opinioni, dai tedeschi, uomini
pronti alle armi. Anche Tertulliano sembra non ripu-
diare questa opinione, dato che nel suo libro De corono
militis si chiede se il servizio militase si adatti in gene-
rale ai cristiani'. E in definitiva sembra persistere nella
tesi che esso sia vietato al cristiano, al quale, dice, «Ilon
è lecito neppure portare qualcuno in giudizio».
2. Ma, lasciate da parte le opinioni altrui, la mia rispo-
sta alla questione sta in questa sola conclusione: ai Cri·
stiani è ledto prestare servizio militare, e fare la gue"a,
Questa conclusione è dimostrata da Agostino, in
molti passi. Infatti, egli ne offre una brillante dimostra-
zione in Contra Faustum, nel Liber LXXXIII quaestio-
num, in De verbis Domini, e ancora in Contra Mani·
chaeos (libro 22), nel sermone De puero centurionis e
nella lettera a Bonifacio'.
E questa conclusione è dimostrata, come appunto fa
Agostino, a partire dalle parole di Giovanni Battista ai
soldati: «non fate violenza ad alcuno, non fate ingiusti-
zie ad alcuno» (Le 3, 14). Quindi, dice Agostino, «se la
dottrina cristiana condannasse completamente le guer·
re, il Vangelo darebbe, a coloro che lo richiedono per la
propria salvezza, il consiglio di abbandonare le armi e
di sottrarsi del tutto alla vita militare. Al contrario, si di·
ce loro 'non fate violenza ad alcuno, e accontentatevi
delle vostre paghe'»4.
9
Secundo probatur ratione sancti Thomae II-II, q. 40,
a. 1: Licet uti armis et stringere gladium adversus male-
factores et seditiosos cives et interiores, secundum illud:
Non sine causa gladium portato Minister enim Dei est
vindex in iram el: qui male agito Ergo etiam licet uti gla·
dio et armis adversus hostes exteriores. Unde principi-
bus dictum est in psalmo (82, 4): Eripite pallperem el
egenum de manu peccatoris liberale.
Tertioin legenaturae hoclicuit, ut patet deAbraham,
qui pugnavit contra quatuor reges (Cen 14, l-17).ltem
in lege scripta, ut patet de David et de Machabaeis. Sed
lex evangelica nihil imerdicit, quod iure naturali licitum
sit, ut sanctus Thomas eleganter tradit l-II, q. 107, a.ulL
Unde etiam dicitur lex liberlali< (lac l, 25 et 2, 12). Ergo
quod licebat in lege naturae et scripta, non minus licet in
lege evangelica. Et quia de bello defensivo revocati in
dubium non potest, quia vim vi repellere licet (ff. De ill-
sti/ia et iure, l. Ut vim).
Quarto etiam probatur de bello offensivo, id est in
qua non solum offenduntur, sed ubi petitur vindicta
pro iniuria accepta. Probarur auctontate Augustini Li-
bro LX.XX111 quaeSlionllm et habetur capite Dominlls
(23, q. 2): Iusta bella solent definir;, quae IIlcisCl/ntllr
iniurias, si genI vei civitas p/ec/endo est, quae ve! vindi-
care neglexit, qllod a suis improbe factllm est, vel redde-
re. quod per iniuriam ablatum est.
IO
In secondo luogo, quella conclusione è
secondo l'asgomento di san Tommaso (Ila lIae, 2<.L' I): e
lecito impugnare la spada e usare le arrm contro I delin-
quenti e i cittadini sediziosi all'interno, sullabase del det-
lodi Paolo (Rom 13,4) «l'autorità pubblica non per nul:
la potta la spada: essendo minima di Dio punisce chi
opera il male». Quindi è lecito della spada
e delle armi contro i nemici esternI. PerelO e stato detto
ai principi nei Salmi (82, 4) «salvate il povero e il mendi-
co e sottraerdi alle mani degli iniqui»,
,In terzo luogo, la guerra fu lecita nella legge di natu-
ra come dimostra Abramo che combatté contro qual-
re (Cen 14, 1-17); e anche nella legge delle Scrittu-
re come dimostrano Davide e i Maccabei. Ma la legge
dd Vangelo non vieta nulla che sia ammesso dalla legge
naturale, come spiega con eleganza llae,
cvn ultimo articolo); è per questo che e deftruta «leg-
ge deÌJa libertà» (lac 1,25 e 2, 12). Quindi che era
lecito nella legge naturale e nella legge sc:ltta leCito an:
che nella legge evangelica. E, inoltre, e lecito
non si può dubitare della guerra dato che «e
lecito respingere la violenza con la vIOlenza» (D,g. I, l,
3: De iustitia et iure, legge Ut vim).
In quarto luogo, ciò si può dimostrare vero anche a
proposito della guerra offensiva, cioè di quella guerra
nella quale non soltanto si subisce offesa, ma SI perse-
gue anche la punizione ,di in prece.denza n,ce-
vuta. Lo dimostra I autonta dI Agostmo (L,ber
LXXXIII qllaestionum), e il canone Dominlls: «si è
ti defmire 'giuste'le guerre che vendican? IngtUStlZle,
come quando si deve una a po-
polo o a una città che abbIano omesso di pe,:,egulfe un
atto ingiusto dei propri concittadini o dI restitUIre qual-
cosa ingiustamente sottratto»'.
Il
Quinto probatur etiam de bello offensivo, quia bel.
lum etiam defensivum geri commode non potest, nisi
etiam vindieerur in bostes, qui iniuriam iam feceront
aut conati sunt facere. Fierent enlm hostes audaciores
ad iterum invadendum, nisi timore poe.nae dererreren.
tue ab iniuria.
Sexto probarur, quia finis belli est pax et securitas rei
publicae et <Augustinus inquit De verbi, Domini et Ad
Bomfocium. Sed non potest esse securitas in re publi.
ca,> nisi hostes coerceantur ab iniuria metu belli. Esser
enim amnino iniqua condicio belli, si hostibus inva-
dentibus iniuste rem publicam solum liceret rei publi.
cae avertere hostes nec posser ulterius persequi.
Septimo probatur ex fIne et bono totius orbis. Pror.
sus enim orbis consistere in felici sratu non posser, im-
m ~ esser rerum omnium pessima condicio, si lycanni
qUldem et latrones et raprores possent impune iniurias
facere et opprimere bonos et innocentes nec licerer vi.
cissim innocentibus animadvenere nocenres.
Ultimo probatuc, quia. ut saepe dicrum est, in mora-
libus potissimum argurnentum est exemplurn sancto-
:um et bonorurn. Sed fuerunt multi taJes, qui non salurn
In. bello defensivo tutati sum patriam resque suas, sed
etIam bello offensivo prosecuti sum iniurias ab hostibus
acceptas vel et.iam anematas, ut pater de Ionalha et Si-
12
In quinto luogo, che anche la guerra offensiva sia le·
cita è dimostrato dal fano che neppure la guerra difen·
siva può essere condotta convenientemente se al con-
tempo non si puniscono i nemici che hanno arrecato of-
fesa, o che l'hanno tentata. Se infani non fossero distol·
ti dal recare nuovamente offesa dal timore di una puni-
zione, i nemici diventerebbero sempre più baldanzosi e
propensi ad un nuovo attacco.
lo sesto luogo, lo dimostra il fano che il fme della
guerra sono la pace e la sicurezza della comunità politi-
ca, come afferma Agostino (De verbis Domini; Epistula
ad Bomfadu",r). Ma non ci può essere sicurezza in una
comunità politica se i nemici non sono costretti, dalla
paura della guerra, a non recare offesa. Sarebbe infatti
una condizione di guerra del turto iniqua per una co-
munità politica ingiustamente invasa dai nemici, se le
fosse lecito soltanto respingerli e non potesse prosegui·
re ulteriormente le ostilità.
La settima dimostrazione deriva dalla fInalità, e dal
bene di tutto il mondo. lnfani, il mondo non potrebbe
avere alcuna condizione di felicità - e anzi ogni cosa si
troverebbe in gravissima condizione - se proprio i ti-
ranni, i briganti, i saccheggiatori, potessero impune-
mente arrecare le proprie offese e opprimere i buoni e
gli innocenti, e non fosse lecito a questi prendere a loro
volta misure contro quelli.
Infine, l'ultima dimostrazione deriva dal fatto che
- come spesso si è detto - in ambito morale una prova
importantissima è data dall'autorità e dagli esempi di
uomini santi e buoni. Ma appunro molti di questi non
solo hanno difeso la propria patria e i propri beni con
una guerra difensiva, ma hanno anche perseguito con
una guerra offensiva i torti ricevuti o tentati dai nemici,
come appare chiaro da Gionata e Simone (l Moch 9, 38)
13
mone l Mac 9, qui vindicaverunt mortem Ioannis fra-
tris sui comra filios Iambri. Et in ecclesia Christiana pa-
tet de Constantino Magno et Theodosio Maiore et allis
c1arissimis et christianissimis imperatoribus
J
qui multa
bella utriusque generis gesserunt
J
cum haberem a con-
siliis doctissimos et sanctissimos episcopos. Ergo non
est dubitandum de conclusione.
che vendicarono la morte di Giovanni loro fratello con-
tro i figli di Jambri. La Chiesa cristiana lo dimostra con
Costantino il Grande, con Teodosio I, e con altri famo-
sissimi e cristianissimi imperatori, che condussero mol-
le guerre di entrambi i tipi, avendo nei propri consigli
vescovi santissimi e dottissimi. Quindi non si può dubi·
tare di questa conclusione.
Quaest..io sccunda
Apud quern sit iusta auctoritas
ineliceneli ve] gereneli bellurn
l. BelIum defensivum quilibet polest suscipere, etiam ho.
mo privatus.
2. Quadiber res publica haber auctoritatem indicendi et in-
ferendi bellum.
J. Eandem auctoritatem habent quantum ad hoc principes
sicm res publica.
l. Pro qua sit prima propositio: Bellum defensivum qui-
/jbel polest susa"pere, etiam homo pn·vatus.
Haec patet. aro vim vi repellere licet (ff. ubi supra).
Unde hoc beI1um quilibet potest gerere sine aUCloritate
cuiuscumque alterius, non solurn pro defensione pro-
priae personae, sed etiam bonorurn suorurn.
. Sed circa istam conclusionem dubitatur primo, an
lflvasus a latrone aut inimico possit repercutere invaso-
rem, si posset fugiendo evadere.
Et archiepiscopus quidem respondet, quod non,
quia iam non est defensio cum moderamine incul-
patae tutelae. Quilibet enim tenetur se defendere
,
quantum potuerit, cum minimo detrimento invasoris.
16
Seconda questione
Chi abbia l'autorità eli fare
o eli elichiarare la guerra
1. Chiunque può intraprendere una guerra difensiva, anche
un privato.
2. Ogni comunità politica ha l'aucorirà di dichiarare e di
condurre la guerra.
J. I principi hanno a questo riguardo la medesima autorità
che ha una comunità politica.
l. Su tale questione la prima tesi è la seguente: chiunque
può intraprendere una guerra dIfensiva, anche un privato.
Ciò è evidente: infatti, «è lecito respingere la violen-
za con la violenza» (Vig. I, 1,3). Pertanto, chiunque può
condurre una guerra siffalla, senza avere bisogno del-
l'autorizzazione di chicchessia, per difendere non solo
la propria persona, ma anche i propri beni.
A proposito di questa conclusione nasce tuttavia un
primo dubbio, se cioè colui che è aggredito da un bri-
gante o da un nemico possa colpire l'aggressore anche
se potrebbe invece salvarsi con la fuga.
I.: Arcivescovo' lo nega, e afferma che questo com-
portamento difensivo non rientra nei limiti della legitti-
ma difesa. Ciascuno infatti è tenuto a difendersi recano
do per quantn è possibile il minor danno all'aggressore.
17
Si ergo. resistendo oportet aut occidere aut graviter vuJ-
mvasorem, potest autem se liberare fugiendo, er-
go VIdetur, quod teneatur. Sed Panormitanus, c. O/im,
De res/ilulione rpo/iatorum, distingui t: Si enim invasus
magnum dedecus subiret fugiendo, non tenetur fugere,
sed potest repercutiendo iniuriam repellere. Si enim
non faceret iacturam famae aut honoris, ut monachus
ve1 ruscicus invasus a nobili et foni viro, tenetur fugere.
Banolus autem in lege prima ff., De poenis, et in le-
ge Furem, De sicariis, indistincte tenet, quod licet se de-
fendere nec tenetur fugere, quia fuga est iniuria (llem
apud Labeonem ff., De iniu'lis). Si autem pro rerum de-
fensione lidtum est armis resistere, ut patet in dicto ca-
pite O/im et in capite Di/eclo. De senlenlia excommuni-
calionis, lib. 6, multo magis pro iniuria corporali,
quae multo ffialOr est quam rerum iactura (L In servo-
rum, De poenis). Haec profecto potest probabiliter sa-
cis sustentari, maxirne cum iura avilla hoc concedant
ut patet in dicta lege Furem. Auctoritate autem legis
ma peccat, quia leges dam ius in foro conscienciae. Un-
de si iure naturali non liceret occidere pro defensione
rerum, videtur, quod iure civili faetum sit licitum. Et
hoc revera viderur licere seduso scandalo non salurn
laico, sed eciam clerico et religioso viro. .
2. Secunda propositio: Quaelibet res publiea babet aue-
tO'l/atem indieendi et inferendi bellum.
18
Se quindi per resistergli deve ucciderlo o ferirlo grave-
mente, mentre potrebbe aver scampo nella fuga, questa
opzione pare obbligatoria. Ma il Panormitano" (cap.
Olim, De restitutione spoliatorum) distingue: se l'aggre-
dito subisse un grande disonore col fuggire, allora non
vi è obbligato, e può respingere l'offesa restituendo il
colpo. Se invece l'aggredito non la fuga il
proprio nome o il propno onore - com e il caso di un
monaco o di un contadino assalito da un uomo nobile e
forte - allora è tenuto a fuggire.
Barrolo (commento alla prima legge De poenis; alla
legge Furem, De sieariis) affenna però che in ogni caso
è lecito difendersi, e che non si è obbligari a fuggire, POI-
ché la fuga è essa stessa un ingiusto danno (ltem apud
lAbeonem, De iniuriisp. Ma se è lecito resistere con le
armi ad un'aggressione contro i propri beni, com'è evi-
dente (cap. Olim già citato; e anche cap. Dileeto, De sen-
tentia excommunicationis, VI)\ molto di più sarà lecito
resistere al fine di difendere se stessi da un danno per-
sonale, che è più grave di un danno alle cose (Dig. 48,
19, lO: legge In servorum, De poenis). Questa opinione
può essere osservata con sufficiente sicurezza come am-
missibile, sopratturto quando le leggi civili pennettono
simili comportamenti (com'è evidente dalla citata legge
Furem). Infatti, chi agisce secondo l'autorità della legge
non pecca, poiché le leggi danno giustificazione nel fo-
ro della coscienza. Di conseguenza si mostra che, anche
se la legge di natura non consentisse di uccidere per di-
fendere la proprietà. questa uccisione sarebbe resa leCI-
ta dalle leggi civili. E senz'altro è permessa non soltan-
to ai laici ma - se non ne deriva scandalo - anche al chJe-
rici e agii uomini di religione.
2. Seconda tesi: ogni comunità politica ha l'autorità di di-
chiarare e di condu"e la guerra.
19
Pro probatione est notandum, quod diffetentia est
quantum ad hoc inter horninem privatum et rem publi·
camo Quia privata persona habet quidem ius defenden·
di se et sua, ur dictum est. sed non habet ius vindicandi
iniurias, immo nec repetundi ex intervallo temporis res
ablatas. Sed defensio oportet, ut fiat in praesenti, quod
iurisconsulti dicunt in continenti. Unde transacta ne·
cessitate defensionis cessar causa belli. Credo (amen,
quod per iniuriam percussus posset statim repercurere,
etiam si invasor non deberet ultra progredi. Sed ad vi-
tandam ignom.iniam passero verbi gratia qui colaphum
accepit, gladio statim repercurere. non ad sumendam
vindictam, sed, ur dictum est, ad vitandam infamiam et
ignominiam.
Sed res publica habet auctoritatem non solurn de-
fendendi se, sed etiam vindicandi se et suos. Et proba-
tur, guia, ur Aristoteles tradir 3 Politicorum, res publica
debet esse sibi sufficiens. Sed non posset sufficienter
servare bonum publicum. si non posset vindicare iniu·
riam et animadvertere in hostes. Fierent enim ipse
promptiores et audaciores ad inferendum maluro, si
possent boe impune facere. Et ideo necessarium est ad
commodarn rerum moralium administrationem, ut
haec concedatur auetoritas rei publicae.
3. Tertia propositio: Eandem auctoritatem habent quan·
tum ad hoc principes sicul res publica.
Haec est expresse Augustini (Contra Fauslum): Ordo,
inquit, naturaliJ paci accommodatus hoc poscit, ut susci·
piendi belli auctoritas atque consiliumapud principes rito
20
Per dimostrare ciò è da notare che su questo punto c'è
differenza fra la persona privata e la comunità politica. In-
fatti il privato ha certo il diritto di difendere se stesso e i
propri beni, come si è detto; ma non ha il diritto di v e n d i ~
care le offese e neppure di reclamare, dopo che è trascor·
so un certo lasso di tempo, le cose rubate. Ènecessario che
la difesa venga fatta contro un pericolo in atto - ossia, co-
me dicono i giuristi, in continenti'. Pertanto, una volta
passata la necessità della difesa, cessa anche, per un priva·
to, la causa di guerra. Credo però che colui che è stato in·
giustamente offeso possa restituire il colpo, sul momento,
anche se l'aggressore non dovesse proseguire il suo attac-
co. Inoltre, per evitare la vergogna e il disonore, colui che,
ad esempio, ha ricevuto uno schiaffo può rispondere sul
momento con la spada, non per vendicarsi ma - come si è
appunto detto - per evitare infamia e disonore.
Ma la comunità politica ha l'autorità non solo di di-
fendersi, sì anche di vendicare sé e i propri cittadini. E
ciò è dimostrato dal fatto che, come dice Aristotde (Po-
litica li), la comunità politica deve essere autosufficien·
te. Ma non potrebbe adeguatamentesalvaguardare il be-
ne pubblico se non potesse punire le offese e prendere
misure contro i nemici. I quali diventerebbero ancora
più pronti al male e più audaci alle offese, se potessero
agire impunemente. È quindi necessario, per un ade·
guatogoverno delle faccende morali, che questa autorità
sia concessa alla comunità politica.
3. Terza tesi: I principi hanno a questo riguardo la mede-
sima autorità che ha una comunità politica
Questo è espressamente il parere di Agostino (Con·
tra Faustum XXII, 75): egli afferma che <d'ordine natu-
rale, destinato a produrre la pace fra gli uomini, richie-
de che l'autorità di fare la guerra, e la capacità di giudi·
care al riguardo, stiano od principe».
21
Et catione probatur, quia princeps non est nisi ex
electione rei publicae. Ergo gerit vicem et auctoritatem
illius. Immo iam ubi sunt legitimi principes, tota aucto-
ritas residet circa ilIos, nec sine illis aliquid aut bello aut
pace geri potest.
<Sed tota difficultas est, quid sit res publica et
qui-s- proprie dicatur princeps.> Ad hoc breviter re-
spondetur, quod res publica proprie vocatur perfecta
communitas. Sed hoc ipsum est dublUm, quae sU per-
fecta communitas.
Pro quo notandum, quod perfectum est, cui nihi!
deest, et imperfectum, cui aliquid deest; quod totum est
pecfectum quid. Est ergo perfecta aut res
publica, quae est per se unuro totum, m qua est al-
terius rei publicae pars, sed quae habet propnas leges,
proprium concilium et proprios magistratus, quale est
regnum Castellae und Aragoniae et alli similes.
ec enim obstat, quin sint plures principatus et res
publicae perfecrae sub uno principe. Talis res pu-
blica aut princeps illius habet banc auctorltatem. Sed
hoc ex ipso dubitari merito potest, an si plures huius-
modi res publicae habeant unum communem doml-
nuro aut principem, an possint inferre bellum per se Sl-
ne auctoritate principis superioris.
Ad quod respondetur, quod sine dubio possunt, ut
reges, qui sunt subiecti imperato,ri,
belligerare non exspectata
rioris, quia, ut dictum est, res publica debet slbl esse
sufficiens nec tamen sufficeret sibi sioe ista libertate et
facultate.
22
. Eciòè anche dimostrato dalla ragione, poiché un prin-
CIpe rrae la propria origine solo da una scelta della comu-
nità politica. E quindi fa le veci di quella, e agisce in nome
della sua autorità. Anzi, dove già ci sono principi legitti-
mi, l'autorità si trova interamente presso di loro, né senza
di loro si può condurre alcun affare di guerra o di pace.
Ma tutta la difficoltà sta nella questione: che cosa sia
'comunità politica', e chi ne possa essere detto propria-
mente 'principe'. A ciò in breve si risponde che la co-
munità politica è propriamente defmita comunità per-
fetta. Ma proprio questo è l'oggetto del dubbio, cioè
quale sia la comunità perfetta.
A tal fine si noti che perfetto è ciò a cui nulla manca
e imperfetto ciò a cui manca qualcosa; poiché una
lità è qualcosa di perfetto. Quindi è una comunità politi-
ca, o una comunità perfetta, quella che è in sestessa un'u-
nità e una totalità, ossia che non ha in sé alcuna parte di
un'altra comunità politica ma ha invece proprie leggi, un
proprio consiglio e proprie magistrature, come ad esem-
pio i regni di Castiglia e Aragona, e altri simili.
E nulla asta a che esistano parecchi principati e co-
munità politiche perfette SOtto un unico principe. Tali
comunità politiche, o i loro principi, hanno l'autorità di
dichiarare la guerra. Ma a tale riguardo si può giusta-
mente avere i! dubbio se parecchie comunità politiche
slffatte, che hanno un signore o un principe comune
abbiano in se stesse il diritto di fare la guerra senza
torizzazione del principe superiore.
E che certamente la possono fare, proprio
c?me I re, che sono soggetti all'Imperatore, possono far-
SI guerra tra loro, senza attendere l'autorizzazione del-
l'Lmperatore. Poiché, come si è già detto, una comunità
politica deve essere sufficiente a se stessa, e, priva di ta-
le libertà e facoltà, non lo sarebbe.
23
Ex quibus sequitut, quod alli teguli seu
qui non praesunt rei publicae, non possunt bellum m-
ferre aut gerere, quernadmodum dux A1banus aut co-
mes Beneventanus. Sunt enim panes regro Castellae et
per consequens non babent perfectas res sed
truncatas. Sed est notandum, quod curo haec smt ma-
8
03
ex parre aut iure aut
potest dare facultatem belli gerendl. Unde SI quae CtV!-
ras aut princeps ohtinuit antiqua consuetudme 1US.
rendi per se be1lum, non est ei neganda haec auctorttas,
etiam si alias non esser res publica perfecta.
Item etiam necessitas hanc licentiam et auetoritatem
concedere posset. Si enim in eodem regno una civitas
aliam oppugoatet ve! aliquis ex ducibus <alium. du-
cem> et rex negligeret aut non auderer vrndlcare
rias illatas, posset civitas aut dux, qui passus es.t tmu-
riam non salurn se defendere, sed eriaro bellum mferre
et in hostes et malefactores et eriam
cidere nisi defendere commode se posset. Non enJm
hostes' abstinerent se ab iniuria, si illi. qui passi sunt
iniuriam contenti essent solum defendendo se. Qua ra-
ciane eriaro privato homini, quod possit vin:
dicare inimicuro, si aliter non patet ei via se defendendl
ab iniuria.
Haec sinr satis de bac quaestione.
24
Da ciò consegue che gli altri principi di rango mino-
re, ossia i principi che non sono a capo di una comunità
politica, non possono dichiarare e condurre la guerra,
proprio come il duca d'Alba o il conte di Benevento. In-
fatti, sono parte de! regno di Castiglia e di conseguenza
sono a capo di comunità politiche non perferre ma mao.
che. Ma si noti che, poiché questa materia è in gran par-
te regolata o dal dirino delle genti o da un diritto uma-
no, la consuetudine può dare loro la facoltà di fare la
guerra. E quindi, se una qualche città oppure un pelo.
cipe hanno ottenuto per antica consuetudine il diritto
di condurre autonomamente la guerra. non deve essere
loro negata questa facoltà, anche se da altri punti di vi.
sta non costituiscono una comunità politica perfetta.
Inoltre, anche lo stato di necessità potrebbe conce-
dere questo permesso e questa facoltà. Se infatti all'in-
terno dd medesimo regno una città ne assalisse un'altra,
o uno dei duchi assalisse un altro duca, e il re trascuras-
se di punire le aggressioni, o non osasse farlo, la città o il
duca che hanno patito l'offesa potrebbero non solo di-
fendersi ma anche fare guerra e prendere misure cont.ro
i nemici e gli ingiusti offensori, e anche ucciderli, se non
fossero praticabili altre vie per difendersi. Infatti i nemi.
ci non desisterebbero dall'aggressione se coloro che ne
sono vittime si limitassero a difendersi. Per lo stesso mo-
tivo è lecito anche ad un privato punire il nemico, se non
ha un'altra via per difendersi da un'offesa.
E ciò basti, su questa questione.
25
Quaestio tertia
Quae po sit esse ratio
et causa belli
l. Causa iusti belli non est diversitas religionis.
2. 00 est iusta causa belli amplificatio imperli.
3. Non est iusr.a causa belli gloria propria aut aliud com-
modum principis.
4. Una sola est causa iusti belli, scilicet iniuria accepta.
5. on quae1ibet et quanr.avis iniuria sufficit ad inferendum
bellum.
Quae quaestio magis conducit ad hanc disputationem
barbarorum.
1. Pro qua sit prima propositio: Causo iusti belli non est
diverritar religionis.
Haec probata est prol.ixe in proxima relectione, ubi
impugnamus quartum titulum, qui praetendi posset ad
possessionern barbarorum, quia scilicet nolunt recipere
fidem Christianam. Et est sententia sancti Thomae II-
II, q. 66, a. 8 et sententia communis doctorum, et nescio
aliquem, qui conrrarium sentiat.
26
Ter7..a quesùone
Quali possano essere la ragione
e la causa eli una guerra
1. La differenza di religione non è causa di guerra giusta.
2. L'ingrandimento del dominio politico non è giusta causa
di guerra.
3. La gloria personale dd principe, o un altro suo vantag-
gio, non è giusta causa di guerra.
4. Una soltanto è la causa di una guerra giusta, cioè aver ri-
cevuto un'offesa.
5. Non un'offesa qualsiasi, né di qualsivoglia entità, è suffi-
ciente a dare inizio a una guerra.
Tale questione tocca più da vicino la presente con-
troversia sui barbari.
1. A questo proposito, la prima tesi è questa: /o diffe-
ren1.ll di religione non è causa di gue"a giusta.
Ciò è stato distesamente dimostrato nella preceden-
le dissertazione (De Indz:r), dove impugniamo il quarto
titolo ID base al quale si potrebbe pretendere la conqui-
sta dei barbari, che cioè non vogliono accogliere la fede
cristiana. E questa è anche l'opinione di san Tommaso
(Ilo Iloe, LXVI, 8), nonché opinione diffusa dei dotto-
ri; e non conosco chi pensi in modo contrario.
27
2. Secunda propositio: Non est iusta causa belli amplifi.
calia imperii. . .'
Et haec ex se notior est, quam ur probatlone mdl-
geat, quia alias esser acque. lusta causa b:lli
pane, et sic essent omnes Ex
qua iteruro sequitur. quod non licer illos, et
implicar eontradictionem, quod esser IUstum bellum et
non liceret occidere illos.
3. Tertia propositio: ec etiam est iusta. causa belli gi<>-
ria propria aut aliud commodum prmaplS.
Haec etiam patet. Nam princeps debet et bellum et
pacern ordinare ad commune rei publicae nec
publicos redditus propna glorIa aut commodo erogare
et multo minus cives suos penculis exponere. Hoc erum
interest imcr regem legitimum et ryrannum. aro ty-
rannus ordinar regimen ad proprium et (000-
modum, rex autem legitimus ad bonum publicum, ut
tradit Aristoteles 4 Politicorum, c. lO.
Itern habet auclOritatem a re publica. Ergo debet uti
illa auetoritate in bonum rei publicae.
Itern leges debent esse nullo privato commodo, sed
pro communi uwitate ur
d. 4, c. Erit autem lex (ex ISldoro). Ergo ellam lex bell,
debet esse communi utilitate, et non propria pnnclpls.
!tem in hoc differunt liberi a servis, quia domini
utuntur servis ad propriam utilitatem et non ad
utilitatem servorum. Liberi autem sunt propter se
solos, non propter alios. Unde quod principes abu·
28
2. Seconda tesi: J.;ingrandimento del dominio politù:o
non è giusta causa di guerra
Ciò è di per sé troppo noto perché ci sia bisogno di
dimostrarlo; in caso contrario, infatti, entrambi i
tendenti avrebbero ugualmente una giusta causa di
guerra, e così sarebbero tutti innocenti. Che cosa stu-
pefacente! E ne consegue poi che non sarebbe lecito uc-
cidere il nemico, il che implica contraddizione perché si
tratterebbe di una guerra giusta e al contempo non sa-
rebbe lecito uccidere i nemici.
3. Terza tesi: non è giusta causa di guerra neppure la gi<>-
ria personale del pn'ncipe, o un altro suo vantaggio.
Anche ciò è evidente: infatti il principe deve indiriz-
zare la guerra e la pace al bene comune della comunità
politica, e non può spendere le pubbliche entrate, e tan-
to meno esporre al pericolo i propri cilladini, per la pro-
pria gloria e il proprio vantaggio. Infarti, questa è la dif-
ferenza che intercorre fra un re legittimo e un tiranno:
questi orienta il governo al proprio guadagno e vantag-
gio, mentre quello lo rivolge al pubblico bene, come di·
ce Aristotele (Politica IV, lO).
Inoltre, il principe trae la propria autorità dalla co-
munità politica, e quindi deve servirsene per il bene di
questa.
Allo stesso modo, le leggi debbono essere infonnate
«non al vantaggio di alcun privato ma alla utilità comu-
ne dei cilladini» (Isidoro, Etymologiae' , in Decretum
Cratiani II, 4, 2: Erit autem lex). Quindi anche la legge
della guerra deve essere rivolta all'utile comune, e non
a quello del principe.
Inoltre. gli uomini liberi sono diversi dagli schiavi
perché i padroni si servono degli schiavi per l'utilità pro-
pria e non per la loro; mentre invece gli uomini liberi non
esistono per altri, ma per sé. Di conseguenza, che i prin-
29
tamur civibus cogendo eos militare et pecuniam in
lo conferre non pro publico bono, sed pro privato
commodo, est cives servos facere.
4. Quarta propositio: Una solo C/Jusa iusli belli esi, scili-
cet iniuria accepta.
Haec probatur primo ex auctoritate Augustini (li-
bro LXXX1Il quaeslionum) dicenris hoc manifeste. Et
est determinatio sancri Thomae II-II, q. 40, a. 1 et om-
nium doctorum.
Et ratione probatur, quod bellum offensivum est ad
vindicandam iniuriam, ut dicrurn est. Se<! vindicra esse
non potest, ubi non praecessit iniuria. Ergo.
Item non maiorem auetoritatem habet princeps su·
per extraneos quam supe:r suos. Sed in suos non
gladium stringere, nisi faciant iniuriam - ergo neque In
exrraneos.
Et confirmatur, ut supra dicrurn est, ex Paulo (Rom
13,4) de principe: Non sine C/Jusa glodium porlal. Mim·
s/er enim Dei est vindex in iram ei qui male agito Ex qua
constat, quod adversus eos, qui nobis non nocent, non
licet ita gladio uti super eos, cum occidere innocentes
prohibirum sit iure naturali. Omitto autem, si fort
Deus aliud praeciperet; ipse enim est dominus vitae el
mortis er posset pro suo libito aliter disponere.
5. Quinta propositio: Non quaelibel el quanlavis iniurlO
sufficit ad inferendum bellum.
Haec probatur, quia nec etiam in saeculares et
naturales et populares licet pro quacumque culpa
poenas atroces inferre, ut mortem aut
confiscationem bonomm. Cum ergo quae m bello geo
30
cipi abusino dei cittadini, costringendoli a prestare il ser-
militare e a con denaro alla guerra, non
per il bene pubblico ma per il loro vantaggio privato si-
gni1ìca che trasformano i cittadini in schiavi. '
4. tesi: una soltanto è la ClJusa di una gue"a giu+
slal ct.?e..aver ncevuto un'offesa.
. CIO e provato in primo luogo dall'autorità di Ago-
stino (Liber 1.J!-XX11I quaeslionum)2, che lo dice espres-
samente. Ed e .Ia poSIZIone di san Tommaso (I/o lIae,
XL, 1) e dI tUtti I dottori.
E anche la ragione lo dimostra, perché la guerra of-
fenSIva, come SI è detto, è rivolta a vendicare le offese
Ma non può esser . d . . .
CI ven etta se pnrna non CI sono
le colpa e offesa. Pertanto, la tesi è dimostrata.
ln?ltre, principe non ha sugli stranieri un'autorità
maggIOre di quella che ha sui propri sudditi. Ma contro
t
Uesu
impugnare la spada, se non arrecano
esa. neppure lo può COntro gli stranieri.
E CtO confermato da quanto in precedenza si è ri-
portato di Paolo sul potere del principe (Rom 13, 4):
.non per nulla porta la spada. Essendo ministro di Dio,
pUnIsce ch, opera il male». Da ciò risulta che non è le-
CU? le COntro chi non ci arreca danno,
I>OIche UCCIdere mnocenti è proibito dalla legge na-
lurale: TralaSCIO l'POlesi che Dio eventualmente co-
mand, m modo speciale qualcosa d'altro; Egli è infatti
sIgnore della vita e della morte, e potrebbe a Suo arbi-
lno disporre altrimenti.
5. tesi:non un'offesa qualsiasi, nédi qualsivoglùJ
su,/ficzente a dare inizio a una guerra.
CIO e dunostrato dal fatto che anche COntro i civili i
connazionali e i di condizione popolare,
possono essere applicate per quaJsiasi colpa pene dure
come la marre, "esilio e la confisca dei beni. E poiché
31
runtur omnia sint gravia et atrocia, ut caedes,> incen-
dia etc., <non licet pro levibus iniuriis bel-
,
lo pe.rsequi auctores iniuriarum,> quia iuxto mensurom
delieli debel esse plagarum modus (DI 25, 2). sed se-
cundum gravitatem delietorum. Ergo non pro qua-
cumque culpa ve! iniutia licer inferti bellum.
Et haec satis de ista quaestione_
luttO. ciò che si guerra è grave e duro _ stragi, in-
cendi, ..stazlont -) non è lecito perseguire COn la
guerra :"1 e responsabile di offese lievi, dato che «la
modalita delle punizioni deve essere giustamente com-
misurata al (DI 25,2). ma lo si deve punire se-
condo la gravita della sua colpa. Quindi, non è lecito fa-
re la per punire ogni tipo di colpa o di offesa_
E CIO e sufficiente per questa questione.
Quaestio quarta
I pan;
Quid et liceat
in bello IUstO
. f e necessaria sunt ad
l bello iusto licet aroma acere, qua . bI··
1. n . d defensionem bom pu ICI.
bonum publicum et a rrutaS vd pre·
In
bello iusto etiam licet recuperare res pe
2.
tium illarum. .' im nsam belli et om-
Licer occupare ex pe
3. nia damna ab hostibus tnlUste illata.
. . beIl' . uae sunt necessaria ad
4 Potest princeps IUSU I o.roma, q h ·b
. d et securllatem ex oso uso .
haben b hostibus acceptam et pUnire
5. Licet vtndicare
illos pro i Imuros. d bellum iustum sufficiat.
6 Primum dublUffi, utruffi a
. . utet se habere iustam causam.
quod prmceps t an subditi teneantur examinarc
7. Secundum es , ilitare nulla diligentia super hacr
causam vel an possmt m
adhibita. Q ·d f . nduro --t cum iusta cau
- d b' t· U1 aCle ....." ,
8. Terubellum
d
ub.lu:
t
est cum ex utraque parte sunt f"J,
sa I Ula .....". bbi1;>
tiones apparen.tes et pro a esse bellum iustum ex
9. Quartum dublum est, an pos
utraque parte.. ui ex ignorantia secutUS t
10. Quintum dublUm,. utrum q . . . de iniustitia bel
bellum iniustum, SI postea consment et
34
Quarta questione
I parte
Che cosa sia lecito in una guerra giusta,
e in quale mi ura
1. In una guerra giusta è lecito fare tuttO ciò che è necessa-
rio per il pubblico bene e la sua difesa.
2. In una guerra giusta è lecito inoltre recuperare tutte le co-
se sottratte, o il loro controvalore.
3. lo una guerra giusta è lecito rivalersi, sui beni dei nemi-
ci, delle spese di guerra e di tutti i danni ingiustamente
arrecati dai nemici.
4. li principe che conduce una guerra giusta può fare tutto ciò
che è necessario per ottenere pace e sicurezza dai nemici.
S. È lecito punire il torto ricevuto dai nemici, e punirli per
offese di questo tipo.
6. Primo dubbio: se a rendere giusta la guerra sia sufficien-
te che il principe creda di avere una giusta causa.
7. Il secondo dubbio è se i sudditi siano tenuti a esaminare
la causa della guerra, o se possano prendere le armi sen-
za farsene un problema.
8. II ter.lO dubbio è su che cosa si debba fare quando la giu-
stizia della causa della guerra è dubbia, cioè quando da en-
trambe le parti ci sono ragioni verosimili e ammissibili.
9. li quano dubbio è se possa esistere una guerra giusta da
entrambe le pani.
IO. il quinto dubbio è se chi - si tratti dd principe o dd sud·
dito - per sua ignoranza ha partecipato ad una guerra
35
I
li, utrum teneatur restituere - sive loquamur de principe,
sive de subdi[Q.
l. Pro qua sit prima propositio: In bello iusto licet om-
niafacere, quae necessaria sunt ad bonum publicum et ad
de/ensionem boni publici.
Haec nota est, cum ilIe sit fmis belli defendere et
conservare rero publicam. Item haec licent hominibus
privatis, ut probatum est - ergo multo magis publico et
principi.
2. Secunda propositio: In bello iusto etiam licet recupe-
rare res perditas vel pretium illarum ad unguem.
Haec enim nocior est, quam ur indigeat probacione.
Ad hoc enim ve! infertur ve! suscipitur bellum.
3. Tertia propositio: Licet occupare ex bonis hostzbur im-
penram belli et omnia damna ab hortibur iniurte illata.
Haec patet, quia ad omnia haec tenentur hosres, qui
iniuriam fecerunt. Ergo principes possunt omnia illa ac·
cipere et bello exigere.
ltem si quis esser legitimus iudex utriusque partis ge
rentis bellum, potesr condemnare iniustos aggressore.
et a-u-crores belli, non salurn ad restituendas res abla
tas, sed etiam ad resarciendum impensam belli et omnill
damna. Sed princeps, qui getit iustum beUum, habet _
in casu belli tanquam iudex, ut statim dicemus.
etiam ilIe potest omnia illa ab hostibus exigere.
Item, ut dicebamus, licet homini privato, cum onn
potest alia via, occupare Offine debitum a debitore - Cf
go etiam principi.
36
giusta si accorge in segujto delJa sua ingiustizia sia tenu-
to a restitujee ciò che ha preso.
1. La prima tesi al riguardo è: in una guerra giusta è le.
cito fare tutto ciò che è necessano al pubblico bene e alla
sua d/fera.
È una tesi già nota, dato che il fine della guerra è di-
fendere e conservare la comunità politica. E ciò è pari-
menti lecito ai privati, come si è dimostrato. Equindi a
maggior ragione è lecito a una persona pubblica e al
prmclpe.
2. Seconda tesi: in una guerra giusta è leàto inoltre recu-
perare tutte le cose sottratte
l
oil loro controvalore preàso.
Anche questa è troppo nota per aver bisogno di di.
mostrazione. È infatti questo il motivo per cui viene in-
trapresa o iniziata una guerra.
3. Terza tesi: in una guerra giusta è lea'to sui be.
ni dei nemia: delle spese di guerra e di tutti i danni il:.
giustamente arrecati dai nemici.
E ciò è chiaro, perché i nemici che hanno commes-
so ingiustizia sono tenuti a tutto questo. Quindi i prin-
cipi possono prendersi tutte queste cose, ed esigerle con
la guerra.
Inoltre, se ci fosse un giudice legittimo sopra entram-
be le parti belligeranti potrebbe condannare gli ingiusti
aggressori, responsabili della guerra, non solo a restitui.
re le cose sottratte ma anche a rifondere le spese di guer-
ra e tutti i danni. Ma il principe che conduce una guerra
giusta ha come giudice se stesso, per le cose che riguar.
dano quella guerra, come si è appena detto. E quindi può
anch'egli esigere dai nemici tutte le riparazioni.
Eancora, come dicevamo, è lecito aun privato, quan-
do non può fare altrimenti. impossessarsi di tutto ciò che
il debitore gli deve. E quindi è lecito anche al principe.
37
4. Quana propositio: Potest enim princeps iusti beLli om·
niol quae sunI necessaria ad habendam pocem et securi-
la/cm ex hostibus, pula diruere orcem et a/ia amnio, quae
ad hoc exspeclant.
Probatur, quia, ut supta diximus, finis belli est pax.
Ergo gerenti bellum licenr aronia, quae necessaria sunt
ad securitatem et pacern.
Item tranquillitas et pax computanrur imer bona hu-
mana. Unde nec summa etiam bona fadunt statum feli·
cem sioe securitate. Ergo hostibus rurbantibus tran-
quillitatern rei publicae llcer vindictam sumere ab illis
<per media convenientia. Ttem contra hostes intraneos,
hoc est contra malos cives, licer haec omnia facere - er-
go etiam contra hostes extraneos. Antecedens pareto Si
quis enim in re pubLica fecit iniuriam civi, magistratus
non salurn cagir auclacero iniuriae satisfacere iaeso, sed
etiam si rimetur ab ilio, cogitue dare fideiussores aut re·
cedere a civitate, ita ut vicetur periculurn ab ilio.
Ex quibus patet, quod parta victoria et recuperatis
rebus licet ab hostibus exigere obsides, naves, arma et
alia, quae sine fraude et dolo necessaria sunt ad reti·
nendum bostes in officio et vitandum ab illis pericu·
lum.>
5. Quinta propositio: Nec tantum hoc licet in bello iusto,
sed babita vieloria el recuperatis rebus et pace eliam el se·
curitate habita licet vindicare iniuriam ab hostibus accep·
tam et punire illos pro huiusmodi iniuriis.
Pto cwus ptobatione notandum, quod ptinceps non
tantum habet auctoritatem in suos, sed etiam in extra·
neos ad coercendum illos, ut abstineant se ab iniuriis, et
38
4. Quana tesi: il principe che conduce una guerra giusta
puòfare tutto ciò che è necessario per ottenere pace e sicu-
r/!Wl dai nemici, ad esempio distruggere una fortev.a efa·
re tutte le altre cose che banno ottinenlJl con questofine.
Lo dimostra il fatto che, come si è detto, il fine della
guerta è la pace. E quindi a chi f.la guerta sono lecite tU[-
te le cose che sono necessarie alla sicurezza e alla pace.
Inoltre, la tranquillità e la pace sono annoverate fta i
beni dell'uomo; quindi, neppure i beni più alti rendono
una situazione felice, se non c'è la sicurezza. Perciò è le·
cito punirei con mezzi appropriati, i nemici che disturba-
no la tranquillità della comunità politica. Parimenti, è le-
cito fare tutto ciò contro i nemici interni, ossia contro i
cattivi cittadini: quindi, anche contro i nemici esterni. Il
presupposto è evidente: se qualcuno in una comunità po-
litica fa ingiustizia a un cittadino. il magistrato non solo
obbliga l'autore dell'offesa a tendere soddisfazione alla
pane lesa; ma, se vi è motivo di non fidarsene,lo costrin·
ge anche a presentare un mallevadore, o ad allontanarsi
dalla città, pet eliminare il pericolo che da lui deriva.
Da ciò risulta evidente che, una volta raggiunta la
vittoria e recuperati i beni, è lecito esigere dal nemico
ostaggi, navi, armi, e le altre cose che sono necessarie
- in buona fede e senza animo fraudolento - a far sì che
i nemici osservino i propri doveri, e ad evitare che sia·
no ancora pericolosi.
5. Quinta tesi; non solo in una guerra giusto sono lecite
tutte queste cose, ma - una volta ottenuto lo vittorio, re·
cuperati i beni, stabilita /o pace eanche /o sicur/!Wl - è le-
cito punire il lorto ricevuto dai n e m i c t ~ e punirii per offe-
se di questo tipo.
Per dimostrare ciò si deve notare che il principe ha
autorità non soltanto sui propri sudditi, ma anche sugli
stranieri, per costringerli ad astenersi dalle offese; e ciò
39
hoc iure gentium er orbis totius aucroritate. !mmo vi-
derur, quod etiam iure naturali, quia videtur, quod ali-
ter orbis stare non posset, nisi esset penes aliquos vis et
auctoritas deterrendi improbos, ne bonis noceant. Ea
aUlem, quae necessaria sunt ad gubemationem et con-
servationem orbis, sunt de iure narurali. ec alia ratio-
ne probari potest, quod res publica iure naturali habeat
auetoritatem afficiendi supplicio et poenis cives suos,
qui sunt rei publicae perniciosi. Quodsi res publica hoc
potest in suos, haud dubium, quin hoc possit orbis
in quoscumque perniciosos homines, et hoc non nisi
per principes. Ergo sine dubio principes possunt puni·
re hostes, qui iniuriam fecernot rei publicae; et omnino
postquam bellum rite et iuste susceptum est, hostes ob-
nom sunt principi tanquam iudici proprio. <Et confLr-
matur haec. Quia revera nec pax nec tranquillitas, quae
est fmis belli, aliter haberi potest, nisi hostes malis et
damnis afficiantur, quibus deterreantur, ne iterum ali-
quid tale comminane>
Et etiam probatur et confinnatur auctocitate bono-
rum, ut supra dictum est de Machabaeis, qui gesserunt
bella non solum ad recuperandas res amissas, sed eriam
ad vindicandas iniurias. Et idem fecerunt christianissi-
. . .
mi prmclpes.
Et primum non tol1itur ignominia et dedecus rei
publicae profligatis tantum hosdbus, sed etiam se-
curitate poenae afflictis et castigatis. Princeps autem
40
avviene secondo il dirino delle genti, e con l'au(Qrizza-
zione di tutto il mondo. Quindi sembra che ciò valga
anche secondo il diritto naturale, poiché pare che il
mondo non potrebbe sussistere altrimenti, se qualcuno
non detenesse la forza e l'autorità di minacciare i mal-
vagi affinché non nuocciano ai buoni. Del resto, ciò che
è necessario al governo e alla conservazione del mondo
rientra nel diritto naturale. È questo l'unico modo at-
traverso il quale si può dimostrare che una comunità
politica ha, in virtù del diritto naturale, l'autorità di
menere a morte e punire i propri cittadini che le arre-
cano danno. E se una comunità politica può fare ciò
conuo i propri cittadini, non v'è dubbio che il mondo
possa farlo contro tutti gli uomini pericolosi; e ciò non
è possibile se non attraverso i principi. Quindi certa-
mente i principi possono punire i nemici che hanno re-
cato offesa alla comunità politica; e soprattutto dopo
che una guerra giusta è stata intrapresa secondo gli usi
e secondo giustizia, i nemici si trovano assoggettati al
principe giusto come al proprio giudice. E ciò è dimo·
strato dal fatto che, in verità, né la pace né la tranquil-
lità - i fini della guerra - possono essere ottenuti a1ui·
menti che col colpire con punizioni dure e dolorose i
nemici, che ne siano spaventati e ne vengano distolti dal
commettere nuovamente tali delitti.
E ciò è dimostrato e confermato anche dall' autorità
dei buoni, come si è già detto a proposito dei Maccabei,
che hanno fatto guerre non solo per recuperare le cose
che avevano perduro ma anche per punire le offese ri-
cevute. E la stessa cosa hanno fatto anche principi cri-
stianissimi.
Inoltre, non si cancellano la vergognae il disonore del-
la comunità politica solo con lo sconfiggere i nemici, che
devono anche essere puniti e castigati da una sanzione
41
non solum res alias, sed honorem et auetorit3tem rei
publicae defendere haberur.
6. Sed ex omnibus supra dictis oriunrur multa dubia.
Primum est circa iustitiam belli, utrum vide/icet ad bel-
lum iustum su/fidat, quod princeps putet se habere iu-
stam causam.
Ad hoc sit prima propositio: on satis est hoc sem-
per.
Probatur primo, quia in aliis minoribus causis ve1
negotiis non sufficit principibus ve1 privatis, quod cre-
dant se iuste agere, ut notum est. Possunt enim vincibi-
titer errare et affectate. Et ad acrum bonum non sufficit
sententia cuiuscumque, sed requiritur sententia sapien-
tis, ut patet 2 Ethicorum.
Item sequitur alias, quod essent bella iusta ex utra-
que parte. Communiter enim non contingit, quod prin·
cipes gerant bellum mala fide, sed unusquisque putat se
habere iustitiam in alium. Et sic omnes bcllantes essent
innocentes, et per consequens neutri exercirui liceret
occidere alium ex altero exercitu. Et etiam alias Turcae
et Saraceni gererent iusta bella adversus Christianos.
Putant enim obsequium praestare Dea.
Secunda propositio: Oportet ad iustum beltum ma
gna diligenlia eXilminare causas belli el audire raliones
adversan'orum, si ve/int ex aequo el bono disceplare.
Omnia enim sapientem, ut ai! comicus, verbis
prius experiri aportet quam armis. Et oportet consu-
lere probos et sapientes viros et qui cum libertate Cl
sine ira aut odio loquantur. Haec propositio mani
festa est. <Nam curo in rebus moralibus difficile si.
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certa. E il principe non deve difendere solo le altre cose,
ma anche l'onore e il prestigio della comunità politica.
6. Ma da tutto ciò che è stato detto nascono molti dub-
bi. Il primo riguarda la giustizia della guerra, se cioè a
rendere giusta la gue"a sia su/fidente che il prindpe cre-
da di avere una giusla causa.
Aquesto dubbio, rispondo con questa lesi: non sem-
pre dò è su//idente.
E lo dirnosrra, in primo luogo, il fatto che in altre cau-
se minori non è sufficiente- com'è noto - né ai principi
né ai privati credere di essere dalla parte dd giusto: pos-
sono infatti errare, per loro colpa e acausa delle loro pas-
sioni. E per giudicare buona un'azione non basta il pa-
reredi uno qualsiasi, ma si deve ricorrere all'opinione del
sapiente, come sta scritto (Aristotde, Etica II, 6).
Inoltre, in caso contrario ne conseguirebbe che ci sa-
rebbero guerre giuste da enttambe le parti. Infatti, di so-
lito non càpita che i principi facciano guerra in malafe-
de, ma anzi ciascuno crede di essere nel giusto rispetto
all' altro. E così rurti i belligeranti sarebbero senza colpa,
e di conseguenza a nessuno dei due eserciti sarebbe leci·
to uccidere qualcuno dell'altro esercito. E così anche le
guerre dei Turchi e dei Saraceni contro i Cristiani sareb-
bero giuste: infarti credono di obbedire a Dio.
Seconda tesi: perché una guerra sia giusta è necessa-
no molla attenzione neil'esaminare le cause della guerra,
eascoltare le ragioni degli avversari, se questi vogliono di-
scutere della giustizia e delw bontà delle cause di guerra.
[j commediografo dice infatti: «è bene che il sapiente
faccia ogni tentativo con le parole, prima di passare alle
nrmi»'. Ed è bene chiedere il consiglio cli uomini onesti e
sapienti, che parlino in libertà, e senza ira né odio. Questa
lesi è evidente. Infarti, dato che nelle questioni morali è
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verum et iustum attingere, si negligenter ista tracten·
tur, facile errabitur, nec talis error excusahit auctores -
maxime in re tanta et uhi agitur de periculo et calami-
tate multorum, qui tandem sunt proximi et quos diIi-
gere tenemur sicut nos ipsos.>
7. Secundum duhium est, on subditi teneontur exomi·
nore causam vei an possint militare nulla diligentia super
hoc adhibita, quemadmodum liclores exequi possunl sen-
tentiam iudicis sine olia examinatione.
De hac quaestione sit prima propositio: Si subdilo
constat de iniustitia non licet ei militare etiam de
praeceplo principis.
Patet, quia non licet interficere innocentem in nullo
casu quacumque auctoritate. Sed hostes sunt innocen-
tes in casu. Ergo non !icet interficere illos.
ltem principes peccant inferendo bellum in ilio casll.
Sed non salurn, qui male agunt, sed qui consentiunt, di-
gni suni morle (Ram 1,32). Ergo milites etiam mala fi-
de pugnantes non excusantur. Item non !icet interfice·
re cives proprios mandato principis - ergo nec extra·
neos.
Ex quo sequitur corollarium, quod etiom si subditi
habeanl conscienliam de iniusla causa belli, non licei il-
lis sequi bellum - sive errent, sive non.
Patet, quia omne, quod non est ex /tde, peccatum est
(Rom 14,23).
Secunda propositio: Senatores et duces, breviter om·
nes, qui admittuntur ad consilium publicum vel principis,
debent et tenentur examinare causam iusti belli.
Patet haec, quia quicumque potest impedire pericll
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difficile attingere il vero e il giusto, se queste discussioni
vengono condotte con negligenza sarà facile cadere in er-
rore; e gli autori non potranno esserne scusati - soprat-
tutto data l'imponanza ddJ'argornento, che implica peri-
colo e calamità per molti uomini, che infine sono il nostro
prossimo, e che dobbiamo amare come noi stessi.
7. Il secondo dubbio èse i sudditi siano tenuti a esamina-
re la causa della gue"a, o se possano prendere le armi sen-
zafarsene un problema, come i littori possono dare esecu·
zione alle sentenze del giudice sen1.ll più esaminarle.
lntorno a questo dubbio la prima tesi è questa: se il
suddito è certo che la guerra è ingiusta non gli è lecito
prendere le armI; nemmeno se il principe glielo comanda.
E ciò deriva con chiarezza dal fatto che non è lecito
uccidere un innocente, qualunque sia l'autorità che lo
ordina. Ma in questo caso i nemici sono innocenti. E
dunque non è lecito ucciderli.
Inoltre! i principi! in quel caso, peccano se dichiara·
no guerra. Ma «non solo quelli che fanno il male! sì an-
che quelli che vi consentono, sono degni di morte»
(Rom 1,32). Quindi, anche i soldati che combattono in
mala fede non sono innocenti. Parimenti, non è lecito
uccidere i propri cittadini per semplice ordine del prin-
cipe; e quindi neppure gli estranei.
Ne segue come corollario che anche i quan·
do hanno certezza che la guerra è non possono
prendervi parte, che si sbaglino o no.
E ciò è chiaro perché «ciò che non procede dalla fe-
de è peccato» (Ram 14, 23).
Seconda tesi: i senatori e i comandantt: e in breve tut-
li colora che sano ammessi al consiglia pubblico a al con-
siglio del principe, sono strettamente tenuti a esaminare
la causa di una gue"a giusta.
E ciò è chiaro, dato che chiunque possa impedire il
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lum et damnum proximorum, tenetur. maxime ubi de
causa mortis agitur et maiorum malorum. quale est in
bello. Sed tales possunt consilio suo et auctoritate cau-
sas belli examinantes avertere bellum, si forte iniustum
est. Ergo tenentur ad hoc.
Item si negligenti a istorum bellum iniustum gerere-
tur, isti viderentur consentire. lmputarur enim alicui,
quod potest et debet impedire, si non impediat.
!tem, quia solus rex non sufficit ad examinandas
causas iusti belli et potest errare magna cum pernici e
multorum. Ergo non ex sola sententia regis, immo nec
ex sententia paucorum, sed multorum sapientium de-
bet geri bellum.
Sit tenia propositio: Alii minores, qui non admittun-
tur nec audiuntur apud regem neque a consi/io publico,
non tenentur examinare causas belh sed possunt creden-
tes maioribus licite militare.
Probatur primo. quia nec fieri potest nec expediret
reddere rauonem negotiorum arduorum et publicorum
omnibus de plebe.
Item, qui a homines inferioris condicionis et ordinis,
etiam si intelligerent iniustitiam belli, non possunt
prohibere et sententia eorum non audiretur. Ergo fru-
stra examinarent causas belli. Non est dubiuffi.
<Item. quia eiusmodi hominibus. nisi contrarium
constiterit, sufficiens argumentum debet esse pro iusu-
Ua belli, guod publico consilio et auctoritate geratur.
Ergo non est opus illis ulteriore examinatione.>
Quarta propositio: Nihilominus possent esse talia ar-
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pericolo e il danno del prossimo, è obbligato a farlo, so-
prattutto quando si tratta di morte e dei più grandi ma-
li, come appunto càpita in guerra. Ma costoro, con illo-
ro consiglio e la loro autorità, esaminando le cause del-
la guerra possono evitarla, nel caso sia ingiusta; e quin-
di sono tenuti a questo esame.
Inoltre, se per negligenza di costoro si combattesse
una guerra ingiusta, sembrerebbero aver dato il loro
consenso. Chi può e deve impedire una certa cosa, in-
fatri, ne è responsabile, se non l'impedisce.
Ancora, non basta che il re da solo esamini le cause
di una guerra giusta; può infatti sbagliarsi, con grande
danno per molti. Quindi, la guerra deve essere decisa
sulla base del parere non del solo re, né di pochi, ma di
molti uomini sapienti.
Terza tesi: la popolazione di rango inferiore, che non
è né ammessa néascoltata presso il re o presso il consiglio
pubblico, non è tenuta ad esaminare le cause della guer-
ra, ma le è lecito prendere le armi sulla base della fiducia
nelle autorità superiori.
Lo si dimostra in primo luogo col fatto che non è pos-
sibile né sarebbe opportuno rendere ragione a tutti i po-
polani di faccende difficili che riguardano la politica.
Parimenti, uomini di condizione e ceto inferiore, an-
che se comprendessero l'ingiustizia ddla guerra, non
potrebbero impedirla, e il loro parere non sarebbe
ascoltato. Quindi esaminerebbero invano le cause della
guerra. Su ciò non v'è dubbio.
Inoltre, a uomini di tal sorta. se non hanno notizie
certe in senso contrario, deve bastare come argomento
a favore della giustizia della guerra il fatto che essa è de-
cisa per autorità di un pubblico consiglio. E quindi non
hanno bisogno di operare ulteriori esami.
Quarta tesi: nondimeno, à possono essere tali dimo-
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gumenta et indidtJ de iniustitia bel/i, quodignorantia non
excusaret etiam huiusmodi aves et subditos militantes.
Patet, quia posset esse ista ignorantia affectata et
pravo studio adversus hostes concepra.
Item alias infiddes excusarenlur in belJum sequen·
res principes suos, et Christianis non ticeret illos reper·
curere, quia cenum est, quod credunr se habere iusram
causam belli.
Irem, quod alias excusarentur milites, qui crucifixe·
runt Christum ex ignorantia sequenres edictum Pilati.
Iran excusaretur populus ludaeorum, qui persuasus
a maioribus ciamabal: Tolle, tolle, crucifige eum (Io 19,
15)! Quae omnia non SunI concedenda. Ergo.
8. Tercium dubium esI: Quid faàendum est, cum iusta
causa belli dubia est, hoc est, cum ex utraque parte sunt
rationes apparentes et probabiles?
Ad quod sit prima proposicio: Quoad ipsos principes
videtur, quod si quis illorum est in legitima possessione,
quod manente dubio non possit alter bello repetere.
Exempli gratia, si rex Francorum est in legitima pos·
sessione Burgundiae, etiam si est dubium, an habeat ius
ad illam, non videtur, quod imperaror noster possit ar·
mis repetere neque e contra rex Francorum.
Haec probarur, quia in dubiis mdior est condicio
possidentis. Ergo non liceI expoliare possessorem illum
pro re dubia.
Irem si res ageretur coram iudice legitimo, num-
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strazioni eindizi che lo guerra è ingiusta, che lo loro igno-
ran1,l1 non può essere scusata neppure nei cittadini di ce-
to basso e nei sudditi chiamati alle armi.
E ciò è chiatO dal falla che lale ignoranza polrebbe
essere artificiosa. e coltivata con volontà malvagia nei
confronti dei nemici.
Inoltre, in caso contrario gli infedeli sarebbetOscusa-
ti ndseguire i loro principi nelle guerre, e ai Cristiani non
sarebbe lecilo colpirli a lotO volta, poiché è certo che
quclli credono di avere una giusta causa di guerra.
Allo stesso modo, in caso contrario sarebbero giu-
stificati i soldati che crocifissero Gesù per ignoranza.
obbedendo all'eelillo di Pilalo.
E sarebbegiustificalaanche il popoloebraico, che per-
suaso dai suoi maggiorenti gridava: «prendilo, prendilo,
crocifiggilo!» (Iov 19, 15). Ma tUlle quesle conseguenze
non sono ammissibili. Quindi, la tesi è dimostrata.
8. li terzo dubbio è: che cosa si deve fare quando la giu-
stizia della causa di guerra è dubbia, cioè quando da en-
trambe le parti ci sono ragioni verosimili e ammissibili?
Su ciò questa è la prima tesi: per quanto riguardo i
prinai"; sembra che se qualcuno di loro esercita un legit-
timo possesso, un altro non possa reclamarlo con la guer-
ra, fin tanto che permangono dubbi.
Ad esempio, se il re eli Francia è legiltimamenle in
possesso deUa Borgogna, benché sia dubbio se ne abbia
il clirillO, non sembra che il noslro Imperatore la possa
reclamare con le armi; né, in caso contrario, lo potreb-
be il re di Francia.
Quesla lesi è dimoslrala dal falla che nei casi dubbi
è favorila la siluazione di chi è già in possesso dd bene.
E quineli non è lecilo privarlo di ciò che possiede, sulla
base di un dubbio.
Allo stesso modo. se il caso venisse trattato davanti aun
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quam in re dubia spoliaret possessorem. Ergo dato,
quod ille princeps, qui praerendit ius, sit iudex in illa
causa, non potest spaliare lidre possessorem dubia ma·
nente.
!tem in rebus et causis privarofum numquam in cau-
sa dubia licet spoliare possessorem <1egitimum> - ergo
nec in causis principum. Leges enim sunt principum. Si
ergo secundum leges humanas non licet spoliare pos-
sessarem, ergo merito patest obici principibus: <Potere
/egem. quam ipse tuleris! Quod enim quisque iuris in
alios s/aluil, ipse eodem iUTe uti debet.>
ltem alias esser bellum iustuffi ex utraque parte
<etc., et bellum numquam componi posset. Si enim in
causa dubia licet uni armis repetere, ergo alteri defen-
dere. Et postquam unus recuperasset, posset iterum
alius reposcere, et sic numquam esser fmis bcllorum
cum pemicie et calamitate populorum.>
Secunda propositio: Si civitas vel provincia, de qua
dubitaluT, non hahet legilimum possessorem, ut si deser·
ta essei morte legitimi domim: et dubitalur, an haerer SI/
rex Hispaniae aut rex Galiorum, nec potest certum
<iure> videtw; quod si unus velit componere et divider<'
et compensare pro parte, quod alter tenetur recipere con·
dicionem, etiam si vi sit potentior et possit <armis> lo·
tum occupare, nec haberet iustam causam belli.
50
giuclice legittimo, questi, in una faccenda dubbia non
esproprierebbe il possessore. E quincli ammettendo'che il
principecherivendica il proprio cliritt;sia anchegiuclice in
quella causa, egli non può legittimamente espropriare il
possessore, fin tanto che permane un dubbio.
, faccende e neUe cause fra privati non
e mal lecltn, In una causa dubbia, espropriare illegit-
possessore. E dunque non si può neppure nei ca.
SI dei principi, poiché le leggi sono fatte dai principi.
Se. qumdJ se.cnndo le leggi umane non è lecito espro-
pnare ch, gta del allora si può ben op-
porre al prtnCtpt il detto: «e ben chiara la legge che tu
hat emanato!». Infatti, «il principio giuridico
che aascuno ha stabilito per gli altri deve valere anche
per lui stesSO»2.
Parimenti, se così non fosse la guerra sarebbe giusta
da entrambe le pani, e non potrebbe mai trovare una
soluzione. Infatti, se in una causa dubbia fosse lecito a
uno prendere le armi, lo sarebbe anche all'altro difen-
dersi. E dopo che l'uno fosse venuto in possesso cii ciò
che rivendicava, l'altro potrebbe nuovamente reclamar.
lo per sé, e così le guerre non avrebbero mai fine con
danno e calamità per i popoli. '
Seconda tesi: se la città o la provincia sulla quale c'è
un dubbIO non ha un possessore legittimo - come ad
esempio per la morte del signore legitti-
mo - e e se lo successione spetti al re di Spagna
o al re d, Franaa, e non lo sipuò sapere con certezzo, sem-
bra conforme al diritto che, se uno dei due contendenti o[
Ire una compOSIZIOne con una spartizione e una equa com-
pensazione, l'altro sia obbligato ad accettare queste con.
dizioni, anche se è più potente perforzfl militare e può oc-
le armi tutto il territorio; e che non abbia quin.
dI una giusta causa di guerra.
51
Probatur, quia alius non facit illi iniuriam m pari
causa pelendo aequalem panem.
Item in privatis in re dubia non liceret totum occu-
. ...
pare - ergo neque 111 caUSlS pnnclpum.
Item esset bellum iustum ex utraque parte. Item iu·
stus iudex non totum alleri tribueret, sed dividere!. Er-
go etc.
Tertia propositio: Qui dubitat de iure suo, etiam si pa-
cilice possideat, tenetur examinare causam diligenter et
pactfice audire rationes alterius partis, siforte possit cer·
tum scire pro se ve! pro alio.
Hacc probatur, quia alias non bona fide possideret,
qui dubitans negligeret sci re veritatem.
ltem in causa matrimoniali. si quis etiam legitimus
possessor incipit dubitare, utrum haec uxor sit sua nee·
ne, certum est, quod tenetur rero examinare - ergo ea·
dem ratione in allis causis.
Item principes sunt iudices in propriis causis, quia
noo habent superiores. Sed cenum est, quod si quis
cootra legitimum possessorem opponat aliquid, iudex
tenetur examinare illudo Ergo etiam principes in re du·
bia tenentur causam suam examinare.
Quarta propositio: Examinoto causa, quontumdiu ra·
tionobiliter perseverai dubium, legitimus possessor non
tenetur cedere possessione, sed potest /icite retinere.
52
Lo dimostra il fano che il primo non reca offesa al-
l'altro, chiedendo una pane uguale di un bene, in una
causa in cui entrambi hanno uguali diritti.
Parimenti. ndle cause &a privati non è lecito pren-
dersi l'intero bene, quando c'è un dubbio. E quindi noo
lo è neppure nelle cause fra principi.
Inoltre, in caso contrario la guerra sarebbe giusta da
entrambe le pani. E, ancora, un giudice giusto non at-
tribuirebbe per intero il bene conteso all'una o all'altra
parte, ma lo dividerebbe. Quindi la tesi è dimostrata.
Terza tesi: colui che dubita del propno diritto - anche
se non esercita il dominio in seguito ad una gue"a - è te-
nuto ad esaminare diligentemente la questione, e a ascol·
tare pacificamente le ragioni dell'altra parle, per vedere se
mai possa raggiungere una certezza, a favore proprio o
dell'allro.
Lo dimostra il fatto che, in caso contrario, colui il
quale pur dubitando trascurasse di conoscere la verità
non eserciterebbe il proprio dominio in buona fede.
Allo stesso modo, in una causa matrimoniale se qual-
cuno, pur essendo legittimo titolare di un diritto. inizia
ad avere dubbi se una cena donna è sua moglie o 00, è
certamente tenuto ad esaminare la cosa. E quindi. per
la stessa ragione, si è tenuti anche in altre cause.
Inoltre, i principi sono giudici nelle proprie cause,
poiché non hanno autorità superiori. Ma è certo che, se
qualcuno eccepisce alcunché contro chi è titolare di un
possesso legittimo, il giudice è obbligato a esaminarlo.
Perciò anche i principi in un caso dubbio sono tenuti ad
esaminare la propria causa.
Quarta tesi: una volta che la questione sia stata esa-
minala, fino a quando permane un ragionevole dubbio il
possessore legittimo non è obbligato a cedere ciò che pos-
siede, ma può legittimamente conservarlo.
53
Patet primo, quia iudex non tenet{ur}spoliare. Ergo
nec ipse tenetur cedere - nec in toto nec in parte.
ltem in causa matrimoniali in re dubia non tenetur,
ur habetur in c. De sententia excommum"·
cationis, et in c. Dominus, De secundis nupliis, - ergo
nec in allis causis. Et Adrianus expresse (in Quodlibelis,
q. 2) tenet, quod dubitans licile pOIeSI rellnere rem pos-
sessam.
Haec quoad principes in re dubia.
Sed quoad subditos in dubio belli iusti Adrianus
quidem (Quodlibelis, q. 2, ad primum argumenrum
principale) dicit, quod subditus dubitans de iustiria bel-
li <, id est, utruro causa, quae a1legaruf, sit sufficiens, ve!
simpliciter, an subsit causa sufficiens ad indicenduro
bel1um>, non potest licite ad imperium superioris roili·
tare. Quod probat, quia runc subditus non operatur ex
fìde.ltem, quia exponit se periculo peccandi mortaliter.
Idem videtur tenere Silvester (v. bellum I, S 9).
Sed sit quinta proposmo: Primo non est dubium
J
quin in bello delemivo liceal subditis in re dubia milita-
re et sequi principem suum in bello, immo quod tenean-
lur sequi; sed eliam de bello offensivo.
Probatur primo, quia princeps nec palese semper
nec debet reddere rationes subditis. Et si subditi non
possent militare, nisi postquam scirem iustam causam
belli, res publica periclitaretur vehementer <et patere·
tuc iniurias hostium>.
54
La tesi è chiara, in primo luogo perché il giudice non
è tenuto all'esproprio. E quindi neppure il possessore è
tenuto a cedere il possesso, né dci tutto né in parte.
Ancbe in una causa di matrimonio, in caso di dubbio
non si è tenuti arinunciare al proprio dirittO (come si vede
nel cap. Inquisitiom: De sententia excommunicationis e nel
cap. Dominus, Desecundis nupliis). E quindi non si è tenu-
ti neppure in cause d'altro tipo. E Adriano (Quodlibela 2)
sostiene espressamente cbe colui cbe ha un dubbio «può
lecitamente trattenere presso di sé la cosa posseduta»'.
E questo è tuttO, per quanto riguarda i principi, in
caso di dubbio.
Ma per quanto riguarda i sudditi in caso di dubbio sul-
la guerra giusta proprio Adriano (Quodlibela 2, primo ar-
gomentoprincipale) afferma cbe il suddito cbe dubita dci-
la giustizia dellaguerra - cbe è incerto, cioè, se la causa cbe
viene addotta sia sufficiente, owero sesemplicementesus-
sista una causa sufficiente a dichiarare la guerra - non può
lecitamente prenderele armi al comando delle autorità su-
periori. E lo dimostra sostenendo cbe allora il suddito non
agirebbe in buona fede; e ancbe cbe in tal modo si espor-
rebbe al pericolo di commettere peccato mortale. Della
stessa opinione sembra Silvestro (voce bellum, l, § 9)4.
Ma questa è la quinta tesi: in primo luogo, non c'è
dubbio che in una guerra difensiva sia lecilo ai sudditi in
caso di dubbio prendere le armi e seguire il loro prinàpe
in gue"a, e che anzi Sil1110 tenuti a seguirlo; ma ciò vale
anche in una guerra offensiva.
La si dimostra in primo luogo col fatto che il princi-
pe non può né deve sempre rendere ragione ai sudditi.
Ese i sudditi non potessero fare la guerra se non dopo
avere conosciuto la giusta causa della guerra, la comu-
nità politica sarebbe in grave pericolo, e soffrirebbe le
offese dei nemici.
55
!tem in dubiis tutiOt pars sequenda est. Sed si sub-
diti in casu clubii non sequerenrur principem suuro, ex·
ponunt se periculo prodendi hostibus rem publicam,
quod multo peius est quam pugnare contra hostes cum
dubio. Ergo debent potius pugnare.
Item manifeste paret, quod lictar tenetur exequi sen·
tentiam iudicis, etiam si dubitet, an sit iusta. Contra·
rium est enim valde periculosum.
Item aperte videtur hoc dicere Augustinus (Contra
Maniehaeos): Iustus si/orte etiam sub rege sacrilego mi-
litet, reete potest eo iubente belÙJre, si quod ei iubetur vel
non esse contra Dei praeceptum <certum est vel utrum
SII, eertumnon esI> (23, q. 1, c. Quideulpatur). Ecce Au-
gustinus expresse definivit, quod si non est certum, id
est si dubium est, an sit conera Dei praeceptum, quod
subdito licitum est bellare. ec Adrianus -se expeilire
potest ab illa Augustini auetoritate, quarnvis in omnem
partem vertat. Sìne dubio enim conclusio nostra est de-
terminatio Augustini-.
Nec valet dicere, quod talis debet tollere dubium et
formare sibi conceptum et conscientiam, quod bellum
sit iustum. Nam stat, quod moraliter loquendo non pos-
sit sicut in allis dubiis.
Adrianus autem videtur errasse in hoc, quod pu-
tavit: Si dubito, an hoc bellum sit iustum princi-
pi ve1 utruro sit causa iusta huius belli, quod sta-
tiro consequirur: Dubito, urrum liceat mihi ire ad hoc
bellum necne. Fateor en101, quod nullo modo liceI
56
Inoltre, nel dubbio si deve seguire l'alternativa più
certa. Ma se i sudditi in caso di dubbio non seguissero il
loro principe, si esporrebbero al rischio di consegnare al
nemico la propria comunità politica, il che è molto peg-
gio che combattere contro i nemici restando in dubbio.
Quindi, i sudditi devono, piuttosto, combattere.
Allo stesso modo, è del tutto evidente che illittore è
tenuto a dare esecuzione alla sentenza del giudice, an-
che se è in dubbio se sia giusta. L'agire comrario, infat-
ti, è molto pericoloso.
Inoltre, la stessa cosa sembra dire chiaramente Ago-
stino (Contra Maniehaeos): «se per caso il giusto porta le
armi agli ordini di un re sacrilego, può a buon diritto fa-
re la guerra al comando di quello, tanto che quello che gli
viene comandato non vada con sicurezza contro i co·
mandamenti di Dio quanto che ve ne sia il dubbio»' (ve-
di anche Decretum Cratiani II 23, 1,4, cap. Quid eulpa-
tur). Ecco quindi che Agostino ha apertamente dichia-
rato che- se l'ordine del re non va senz'altro contro i co-
mandamenti di Dio, ma la cosa è soltanto dubbia - è le-
cito al suddito fare laguerra. E Adriano non può sottrarsi
a questa autorevole affermazione di Agostino, anche se
la rigira da tutte le parti. Senza dubbio la nostra conclu-
sione coincide con la posizione di Agostino.
E non vale affermare che il suddito deve togliersi il
dubbio, e formarsi un'opinione euna certezza sulla giu-
stizia della guerra. Èchiaro, infatti, che dal punto di vi-
sta morale ciò non è possibile, come in altri casi dubbi.
Adriano sembra essersi sbagliato, in questa circostan-
za, perché ha creduto che se ho dubbi se questa guerra sia
giusta per il mio principe. o se sia giusta la causa di que-
sta guerra, ne consegue immediatamente che ho dubbi
sullaliceità, o meno, che io partecipi aquesta guerra: pro-
57
facere contra dubium conscientiae. Et si dubito, utrum
liceat mihi facere hoc necne, pecco, si faciam. ed non
sequitur: Dubito, an sit iusta causa bdli. Ergo dubito,
an liceat mihi -bellare- vel militare in hoc bello. Im·
mo oppositum sequitur. Si enim dubito, an be11um sit
iustum, sequitur, quod ucet mihi ad imperium princi·
pis mei militare, sicut non sequitur: Lietor dubitat, an
sententia iudicis sit iusta. Ergo dubitat, an uceat ci cxe·
qui sententiam. Nibil omnino valet conscientia, immo
scit, quod -tenerur exequi. Et idem est de hoc dubio:
Ego dubito, an haec sit uxor mea. Ergo teneor ei red·
dere debitum.-
9. Quartum dubium est, an possit esse be/lum iustum ex
utraque parte.
Pro quo sit prima propositio: Su/usa ignorantia ma·
nifestum e s t ~ quod non potest contingere.
Quia si constat de iure et iustitia utriusque panis,
non ucet in contrarium bdlare, nec offendendo nec de·
fendendo.
Secunda propositio: Posila ignoranlia probabilifacli
aut iuris potest esse ex ea parte, qua est vera iustitia, bel·
lum iustum per se; ex altera autem parte bellum iustum,
id esi excusalum a peccalo bona fide.
Quia ignorantia invincibilis excusat a toto. Item ex
parte subditorum saepe potest contingere. Dato enim,
quod princeps, qui gerit bellum iniustUffi, sciret iniusti·
tiam belli, tamen, ut dictum est, subditi possunt bona
fide sequi principem suum. Et sic ex urraque parte sub·
diti licite pugnant, ut notum est.
58
dama infatti che in nessun modo è lecito agire contro un
dubbio di coscienza; e che se sono in dubbio se mi sia le-
cito fare una tal cosa, o no, pecco se la faccio. Ma dal fat-
to che io sia in dubbio se esista una giusta causa per una
guerra non consegue che io debba essere in dubbio se mi
sia lecito fare la guerra o prendere le anni in questa guer·
ra. Anzi, ne consegue l'opposto. Se infatti sooo in dubbio
se la guerra sia giusta, ne consegue che mi è lecito pren·
dere le armi su ordine del mio principe. Allo stesso modo
dal dubbio dellittore se la sentenza del giudice sia giusta
non consegue il dubbio se gli sia lecito eseguirla. La co-
scienza non gioca qui alcun ruolo; anzi, illittore sa che è
tenutoa dare esecuzionealla sentenza. E lostesso vale per
questo dubbio: «sono in dubbio se questa donna sia mia
moglie; quindi sono tenuto a darle ciò che le è dovuto».
9. li quartn dubbio è se una guerra possa essere giusla do
enlrambe le parli.
La prima tesi al riguardo è: a parte i casi di ignoran·
lO, è evidente che non può accadere.
Infatti, se vi è certezza del buon diritto" della giu-
stizia di entrambe le parti, non è lecito far la guerra al-
l'avversario, né d'attacco né di difesa.
Seconda tesi: dola una ammiSSIbile ignoranZil dei fal-
ti o del dirillo, la gue"a può essere giusla in sé, per la par-
te presso cui sia la vera giuslizia; ma anche dall'altra par-
te può esserci una gue"a giusta, cioè una gue"a che la
buona fede non rende un peccalo.
Infatti un'insuperabile ignoranza assolve completa.
mente. Inoltre, ciò può accadere spesso ai sudditi. Po·
sto infatti che il principe che conduce una guerra in-
giusta sia consapevole dell'ingiustizia della guerra, tut·
tavia, come si è detto, i sudditi possono seguire in buo·
na rede il loro principe. E così da entrambe le parti i
sudditi combatterebbero legittimamente, come è noto.
59
IO. Ex hoc sequitur quintum dubium, ulrum qui ex
ignoran/io secutus est belium iniustum, si pos/ea consti·
teri/ ei de iniustitia bel/i, utrum tenca!ur restituere - si·
ve Ioquamur de principe, sive de subdito.
Pro qua sit prima propositio: Siquidem habebal pro-
babilitatem de iustitia belli, lenelur adveniente <notilio
de> iniustiJia res/i/uere ablata, quae nondum consum·
psit, id est, quanlum faclus est locupletior; non autem,
quoe iom conrumpsli.
Quia regula iuris est, quod qui non esI in culpa, non
debel esse in danno, sicut qui bona fide fui! in convivio
lautissimo furis) uhi scilicet res furtivae consumptae
sunt, non tenetur restituere, nisi forte quantum domi
consumpsisser et in prandio suo communi. Si autem du·
bitavit de iustitia belli secutusque est aucwcitatem
cipis, Silvester (in v. bellum I, S 9) dicit, quod tenetur
de omnibus, quia mala fide pugnavit.
Sed sit secunda propositio: Nec isle lenelur de con·
sumptis sicut nec olius.
Quia, ut dictum est, Iicite etiam et bona fide pugna·
vito Sed esset verum, quod Silvester dieit, si revera du-
bitasser, an liceret ire ad bellum, quia iam facit contra
conscientiam. ed est notandum, quod stat, quod beI-
lum sit iusrum per se et illicitum et iniustum per acci-
denso Stat quidem, quod quis habeat ius ad recuperan-
duro civitatem ve! provinciam et tamen ratione
li fiat prorsus illicitum. Cum enim. ut supra diximus,
60
IO. Da ciò consegue il quinto dubbio: se coilli - che si
tralli del principe o del suddilo - il quale per sua igno-
ranza ha partecipato a una guerra giusta, accortosi in se-
guito dell'ingiustaia di questa, sia tenuto a restituire ciò
che ha preso.
Qui la prima tesi è questa: se aveva ammissibili ra-
gioni per alla giuSlizio guerra, non
ha certeua della sua ingiustiz.ia è tenuto a restituire le r0-
se che ha preso e che non ha ancora distrullo, ovvero le
cose che lo hanno reso più neco; ma non è tenuto a n/on-
dere ciò che ha dislrullo.
Infatti è regola di diritto che «chi non ha colpa non
deve subire pena»; come colui che in buona fede ha par·
tecipato a un ricchissimo banchetto offerto da un ladro,
nd quale sono state consumate vivande rubate, non è te-
nuto alla restituzione se non eventualmente nella misura
di ciò che avrebbe consumato in casa propria, in un pa-
sto ordinario. Ma se invece già aveva dubbi sulla giusti-
zia della guerra, e vi ha partecipato per ordine del prin-
cipe, Silvestro (voce bellum, l 59) afferma che è tenuto
a rendere tuno, perché ha combattuto in mala fede.
Ma la mia seconda tesi è che neppure costui è tenuto
a restituire ciò che ha consumato, come non lo è l'altro.
Infatti, come si è derto, ha combattuto lecitamente e
in buona fede. Ciò che affenna Silvestro sarebbe vero se
questi avesse realmente dubitato sulla Iiceità della pro·
pria partecipazione alla guerra, perché in tal caso egli
avrebbe agito contro i dettami della propria coscienza.
Ma si deve notare che può essere che una guerra sia
giusta in sé e al contempo illecita e ingiusta secondo le
circostanze accidentali. Può essere, insomma, che qual-
cuno abbia diritto a riprendersi una città o una provin-
cia, e che tuttavia la cosa sia senz'altro illecita, per lo
scandalo che comporta. Infatti, poiché, come abbiamo
61
bella geri debeant pro bono communi, si ad recuperan-
dum unam dvitatem necesse est, ut sequantur maiora
mala in re publica - U[ vastatio multarum civitatum etc..
irritatio principum. occasiones novorum bellorum _,
non est dubium, quin reneatur talis princeps cedere iu-
re suo et abstinere se a bello. ClarissUnum est <, quod
si rex Gallorum, verbi gratia, haberet ius ad recuperan-
dum Mediolanum, ex bello autem et regnum Galliae et
ipsa provincia Mediolanensis paterentur inroleranda
mala et calamir3tes graves. non licer ci recuperare, quia
bellum ipsum aut fieri debet ve! propter bonum Galliae
aut Mecliolani. Quando ergo e contrario utriusque ma-
gna mala ex bello futura sunt, non potest bellum iustum
esse>.
detto, le guerre devono essere fatte per il bene comune,
se per riprendere una città la comunità politica va ne-
cessariamente incontco a mali più grandi - devastazio-
ne di molte città, ecc.. provocazione dei principi, occa-
sione di nuove guerre -, non c'è dubbio che quel prin-
cipe è tenuto a rinunciare al proprio diritto, e aastenersi
dalla guerra. È chiarissimo che se, ad esempio, il re di
Francia avesse diritto di riprendersi Milano, ma se dal-
Ia guerra il regno di Francia e la stessa provincia di Mi-
lano soffrissero mali intollerabili e gravi calamità, non
sarebbe lecito riprendere la città, perché questa guerra
deve essere fatta per il bene della Francia o di Milano.
Epenanto quando, al contrario, dalla guerra derivino a
entrambe grandj mali, la guerra non può essere giusta.
Quacstio quartn
\I pars
Quantum liceat
in bello iusto
1. Primum dubium et bonum profecto, an liceat in bello in-
terficere innocentes.
2. Secundum dubium est, an liceat saltem spoliare in bello
IUsto Innocenles.
J. Teroum dubium est, dato quod non liceat interficere
pueros et innocentes, an saltem liceat ducere illos in cap-
tivitatem.
4. Quartum dubium est, utrum saltem obsides, qui vel tem-
pore indutiarum vel peracto bello ab hostibus recipiuntur,
inter/ici possint, si hostes fidem fregerint.
5. Quintum dubium est, an saltem in bello liceat inter/ice-
re omnes nocentes.
6. Sextum dubium est, an liceat ùlter/icere captivos, suppo-
sito etiam, quodfuerunt nocenles.
7. Sequitur septimum dubium, utrum omnia capla in bello
/tant capientium et occupanlium.
8. Octavum dubium est, utrum liceat imponere victis hosti-
bus tributa.
9. Nonum dubium est, an liceat deponere principes hostium
et novos constiluere vel sibi retinere pn·ncipatum.
64
Quarta queslione
Il parte
Quale sia la misura del lecito
in una guerra giusta
1. TI primo dubbio, e più importante, è se in guerra sia leci-
to uccidere gli innocenti.
2. TI secondo dubbio è se, in una guerra giusta, almeno sia
lecito espropriare gli innocenti.
J. TI terzo dubbio è, dato che non è lecito uccidere i fan-
ciulli e gli innocenti, se almeno sia lecito trarli in prigio-
ma.
4. TI quarto dubbio è se almeno gli ostaggi che il nemico ha
inviato, durante una tregua o a guerra terminata, possa-
no essere uccisi, nel caso che i nemici non mamengano la
parola data.
5. TI quinto dubbio è se almeno sia leciro in guerra uccide-
re tutti i colpevoli.
6. TI sesco dubbio è se sia lecito uccidere i prigionieri, nel-
l'ipotesi che siano stati colpevoli.
7. TI settimo dubbio, poi, è se tutte le cose prese in guerra di-
vengano proprietà di colorole hanno prese e le detengono.
8. L'ottavo dubbio è se sia lecico imporre tributi ai nemici
VLntl.
9. li nono dubbio è se sia lecito deporre i principi dei ne-
mici, e costituirne di nuovi, o annettersi il principato.
65
Circa aliam etiam quaestionem sunt multa dubia, vi-
delicet quaestio erat, quantum liceat in bello iusto.
1. Primum dubium et bonurn profecto, an liceat in bel-
lo inter/icere innocentes.
Potest probari, quod sir-. Primo, quia filii Israel in-
terfecerunt infantes, ut patet Ios 6, 20-21, in Iericho et
postea Saul interfecit in Arnalec pueros - utrumque ex
auctoritate et mandato Domini, ur habetur 1 Sam 15,8.
Quaecumque autem scripta sunt, ad nostram doctrinam
scripta sunto Ergo etiam nunc, si beUum sit iustum, lice-
bit interficere innocentes.
Sed de hoc dubio sit prima propositio: Numquam li-
cet per se et ex intentione interficere innocentem.
Probatur primo Ex 23,7, ubi dicitur: lnsontem et iu-
stum non occides.'
Secundo probatur: Fundamentum iusti belli est
iniuria, ut supra dictum est. Sed innocens nihil malum
fecir. Ergo <non licet bello uti contra illum>.
Tertio probatur sic: Non licet in re publica pro de-
lictis malorum punire innocentes. Ergo etiam nec pro
iniuria malorum non licet interficere innocentes apud
hostes.
Quarto, quia alias esset iam bellum iustum ex utra·
que parte <seclusa ignorantia>. Patet, quia etiam inno-
centibus liceret se defendere. Et confirmatu! totum
hoc, quia Dt 20, 13-14 mandatur filiis Israel, ut cum vi
ceperint civitatem, alios quidem interficiant, parcant
autem mulieribus et parvulis.
Ex quo sequitur, quod etiam in bello contra Turcas
non licet interficere infantes. Patet, quia sunt innocen-
66
Anche circa l'altra questione vi sono molti dubbi; la
questione era quale sia la misura del lecito in una guerra
giusta.
1. TI primo dubbio, e più importante, è se in guerra sia
lecito uccidere gli innocenti.
Si può dimostrare di sì. In primo luogo perché i figli
d'Israele uccisero i bambini a Gerico (los 6, 20-21), e poi
anche Saul uccise i fanciulli in Amalec, in entrambi i ca-
si per autorità e comando di Dio (l Sam 15,8). Ma «tut-
to quello che è stato scritto, è stato scritto per nostro amo
maestramento» (Rom 15, 4); quindi anche ora, se una
guerra è giusta, è lecito uccidere innocenti.
Ma su questo dubbio la prima tesi è questa: nOI1 è
mai lecito uccidere /Jinnocente in quanto tale, e intenzio-
nalmente. Lo dimostra dapprima l'Esodo (23, 7): «tu
non ucciderai l'innocente e il giusto».
In secondo luogo, la si dimostra col fatto che, come
si è detto prima, il fondamento di una guerra giusta è
l'offesa. Ma l'innocente non ha commesso alcun male.
Quindi non è lecito fargli guerra.
In terzo luogo, la si dimostra perché in una comunità
politica non è lecito punire gli innocenti per i delitti dei
malvagi. Quindi neppure fra i nemici è lecito uccidere
gli innocenti, neppure per i torti compiuti dai malvagi.
In quarto luogo, perché in caso contrario la guerra
risulterebbe giusta da entrambe le parti, in una circo-
stanza diversa dall'ipotesi dell'ignoranza. È infatti evi-
dente che anche agli innocenti sarebbe lecito difender-
si. E tutto ciò trova conferma, perché è stato comanda·
to ai figli d'Israele (Dt 20,13-14) di uccidere pure i ne-
mici, quando prendevano con la forza una città, ma di
risparmiare le donne e i bambini.
Ne consegue che neppure nella guerra contro i Tur-
chi è lecito uccidere i fanciulli. È chiaro, infatti, che so-
67
teso Immo nec feminas. Patet, qula, quamum ad be1lum
spectat, praesumuntur innocentes, oisi forte constet de
aliqua femina, quod fuerit in culpa.
<Item idem videtur iUcllcium de innoxiis agricolis
apud Christianos, immo de alia gente togata et pacifica,
quia omnes praesumuntur innocentes, nlsi contrarium
constaret.>
Secundo sequitur, quod non licet imerficere pere-
grinos neque hospites, qui sunt apud hostes, quia pIae-
sumuntur rnnocentes.
Tertio sequltur idem de clericis et religiosis, nisi con·
stet de contrario vel inventi fuerint actualiter pugnantes
in bello. Non dubito de hoc.
Secunda propositio: Per accidens autem etiam sàen-
ter aliquando licet interficere innocentes, puta cum OppU-
gnatur arx aut dvitas iuste, in qua tamen constat esse
multos innocentes, nee possunt maehinae solvi vel alia te-
ia vel ignis aedi/iciis quin etiam opprimantur in-
nocentes sicut nocentes.
Probatur, quia alias non posset geri be1lum contra
ipsos nocentes et frustraretur iustitia be1lantium <, si·
cut, e contrario, si oppidum oppugnarur iniuste et iuste
defenditur, licet mittere machinas et alia tela in obses-
sores et in castra hostium, dato quod inter illos sint ali-
qui pueri aut innoxll>.
Sed esI considerandum, quod paulo ante dictum est,
quod oportet cavere, ne ex ipso bdIo sequantur maiora
68
no innocenti. E anzi neppure è lecito uccidere le don-
ne. È chiaro, infatti, che per quanto riguarda la guerra
è da presumersi siano innocenti, tranne che non vi sia la
certezza che qualche donna sia colpevole.
Parimenti, il medesimo sembra il criterio per giudi-
care, nelle guerre fra i cristiani, dei contadini inermi, e
anche di altri, come i pacifici letterati, poiché sono tut-
ti da presumere innocenti, se non c'è la certezza del con-
trario.
Ne consegue, in secondo luogo, che non è lecito uc·
cidere i viaggiatori stranieri e gli ospiti che si trovano fra
i nemici, poiché si presume siano innocenti.
In terzo luogo ne consegue la medesima cosa per gli
uomini di Chiesa e i religiosi, se non si ha la certezza del
contrario, o se non sono stati sorpresi sul fatto a com-
battere in guerra. Su ciò non c'è dubbio.
Seconda tesi: tuttavia incidentalmente, anche se con·
sapevolmente, è lecito in certi casi uccidere ad
esempio quando, nel corso di una guerra giusta, si assedia
una fortezza o una città nella quale pure si sa che ci sono
molti innocentI: e non si possono sparare i cannom: né si
possono lanciare altri proiettili o appiccare il fuoco agli
senza che si travolgano anche degli in-
sieme ai colpevoli.
Ciò è dimostrato dal fatto che in caso contrario non
si potrebbe far guerra contro gli stessi colpevoli, e sa-
rebbe frustrala la giusta causa di chi fa la guerra; allo
stesso modo, nel caso contrario, se una città è ingiusta-
mente aggredita e giustamente si difende, è lecito rivol·
gere i cannoni e gli altri proiettili contro gli assedianti e
contro gli accampamenti dei nemici, anche se in essi si
trovano alcuni fanciulli o degli inermi.
Ma bisogna considerare ciò che è stato detto poc'an·
zi, cioè che si deve evitare che dalla guerra derivino mali
69
mala quam vitenrur per ipsum bdlum. Si enim ad vic-
toriam parum confert expugnare arcem aut oppidum,
ubi est praesidium hostium et sunt multi innocentes,
non videtur, quod liceat ad expugnandum paucos no-
centes occidere mu1tos innocentes subiciendo ignem
vd rnachinas. quibus opprimantur innocentes cum 00-
centibus. Et tandem numquam videtur licitum oppri-
mere innocentes etiam per accidens et praeter inrentio-
nem, nisi quando <ad> bellum iustum expedit et geri
alitet non potest, iuxta illud Mt 13,29-30: Sinite crerce-
re ziuznio, ne eradicetis simul et tritù:um.'
Sed cuca haec potest dubitari, an liceat interficere in-
nocentes, (J quibus tamen futurum imminel perictllum, ut
puta fùii Saracenorum sunt innocentes, sed timendum
merito est, ne facti adulti pugnent contra Christianos.
Et praeterea etiam cagati puberes apud hostes etiam
praesumuntur innocentes, sed isd postea accipient ar·
ma et pugnarent contra Christianos. Quaerituf, an liceal
taler interficere.
Et videtur, quod sic, quia per accidens etiam licet in-
terficere alios innocentes. Item Dt 20,13-14 praecipitur
fùiis Israel, ut cum expugnaverint aliquam civitatem, in·
terociant omnes puberes. on autem est praesumen·
dum, quod omnes sunt nocentes. Ergo.
Respondetur tamen ad hoc: Licet fortasse posset
defendi, quod in tali casu licet eos interficere, ta-
men credo, quod nullo modo licet, quia non sunt
facienda mala, ut vitentur etiam alia mala maiora.
Et intolerabile est plOfecto, quod occidatur aliquis
pro peccato futuro. Et primum sunt multa alia re·
media ad cavendum in futurum ab illis, ut captivi-
70
superiori a quelli a cui la guerra pone rimedio. Infatti, se
ai fini della vittoria poco impona espugnare una fortez-
za o una città fortificata in cui si trova un presidio di ne·
mici insieme a molti innocenti, allora non sembra lecito
per sconfiggere pochi colpevoli uccidere molti innocen-
ti, appiccando il fuoco o sparando i cannoni, che posso-
no colpire innocenti e colpevoli. Insomma, non pare mai
lecito uccidere innocenti, neppure incidentalmente e
ininrenzionalmente, se non quandogiova alJaguerra giu-
sta, e quando questa non può essere condotta in altro
modo, secondo il detto (Mt 13,29-30) «1asciate crescere
la zizzania, per non sradicarla insieme al grano».
Ma a questo proposito ci si può interrogare se sia Le-
cito uccidere quegLi innocenti dai quali tuttavia deriverà
unluturo pericolo; come, ad esempio, i figli dei Sarace·
ni sono innocenti, ma ci sono buoni motivi per temere
che, divenuti adulti, combattano contro i Cristiani.
Inoltre, anche i giovinetti adolescenti che stanno fra i
nemici sono presunti innocenti, ma questi poi prende-
ranno le armi e potrebbero combattere contro i Cristia-
ni. Si chiede re ria lecito uccidere cortoro.
Patrebbe di sì, poiché in via accidentale è lecito an-
che uccidere degli innocenti. Così (Dt 20, 13-14) viene
comandalO ai figli d'Israde che, quando espugnano una
città, uccidano lUtti gli adolescenti. Ma non si può pre-
sumere che questi siano rutti colpevoli. Quindi sembra
lecito.
Ma aciò si deve tuttavia rispondere così: anche se for·
se si può sostenere che in qud caso è lecito ucciderli, cre-
do nondimeno che non sia in alcun modo lecito, poiché
non si deve fare il male per evirare altti mali maggiori. Ed
è proprio intollerabile che qualcuno venga ucciso per un
peccato futuro. E in primo luogo vi sana molti altri ri-
medi per guardarsi, per il futuro, da qudli, come la pri-
71
tas. exilium etc. Item non licet hoc in propriis civibus:
occidere aliquem pro peccato futuro. Ergo non licet in
extraneos. Non dubito de hoc. Vnde sequitur, quod si·
ve iam parta victoria, sive cum actu bellum geritur et
constat de innocentia alicuius et milites possunt eUffi
liberare. tenentur.
Ad argurnentum autem in conuarium respondetur,
quod illud facrum fuit ex speciali mandaro Dei, qui indi·
gnatus contra populos illos voluit perdere omnino. sicut
misit ignem in Sodomam et Gomorrham, qui devoravit
tam nocentes quam innocentes. Ipse enim erat dominus
omnlum, nec istam legem voluit esse in communi.
Et ad illud Deuteronomii (20, 13·14) posset eodem
modo responderi. Sed quia illic dara est lex belli com·
munls in Offine tempus futurum. potius videtur, quod il·
lud Domlnus dixit, quia revera omnes puberes -repu·
tantur- in civitate inimica nocentes et non possunt di·
stingui innocentes a nocentibus. Et ideo omnes possunt
occidi.
2. Secundum bonum dubium est, an liceat saltem spo·
bare in bello iusto innocentes.
Ad quod sit prima propositio: Certum est, quod licet
spollare illos bonis et rebus, quibus hostes usuri sunt ad·
versum nos <.ut armis, navibus, machinis>.
Patet, quia alias victoriam consequi non possemus.
!mmo etiam licet accipere pecunias innocentium et
comburere et corrumpere frumenta et occidere equos,
et ita opus est ad debilitandas hostium vires. Non est
dubium de hoc.
72
gionia. l'esilio, ecc.; e inoltre come non è lecito uccidere
i propri cittadini per un peccato futuro così non lo è nep-
pure nei riguardi degli stranieri. Su ciò non ho dubbi. Ne
consegue che se - una volta ottenuta la vittoria. oppure
quando ancora la guerra è effettivamente ln corso - si ha
la certezza dell'innocenza di qualcuno. e i soldati posso·
no liberarlo, vi sono tenuti.
All'argomentazione contraria si risponde che quella
misura era stata presa dietro comando speciale di Dio,
che indignato contro quei popoli li volle far scomparire
del tutto, allo stesso modo in cui inviò contro Sodoma
e Gomorra il fuoco, che consumò tanto i colpevoli
quanto gli innocenti. Egli era infatti il Signore di rutti gli
uomini, ma non volle certo che questa legge divenisse
una regola generale.
E a quel brano del Deuteronomio (20, 13·14) si po·
trebbe rispondere allo stesso modo. Ma poiché lì si è vo·
Iuta stabilire una legge generale di guerra, che deve va·
lere per ogni tempo futuro, sembra piuttosro che il Si·
gnore abbia fatto quell'affermazione perché davvero
tutti gli adolescenti in una città nemica vengono ritenu-
ti colpevoli, e non si possono distinguere i colpevoli da·
gli innocenti. E quindi possono essere tutti uccisi.
2. Usecondo importante dubbio è se, in una guerra giu-
sta, almeno sia tedto espropriare gli innocenti.
A questo riguardo, la prima tesi è: certamente è Le·
cito espropriarli di quei beni e di quelle cose di cui i ne·
mici si serviranno contro di n o ~ come a r m l ~ navi. can-
nOni.
È chiaro infatti che altrimenti non potremmo conse-
guire la vittoria. Anzi, è anche lecito prendere denaro
dagli innocemi, bruciare e distruggere i raccolti, ucci-
dere i cavalli: così è necessario, per indebolire le forze
del nemico. Su ciò non c'è dubbio.
73
Ex quo sequitur corollarium, quod si bellum sit per-
petuum, [icet indifferente, spoliare omnes, 10m innocen·
les quam nocentes, quia ex opibus suorum hostes o/uni
bellum iniustum et e contrario dehilitantur vires eorum,
si aver eorum spoliantur.
Secunda propositio: Si bellum satis commode geripo-
test non spoliando agricolas aut alios innocentes, non vi·
detu" quod liceat eos spoliare.
Hoe tenet Silvester (in v. bellum 1,5 IO), quia bel-
lum fundarur in iniuria. Ergo non licet iuce belli inter-
fiecce innocenres neque spaliare, si aliunde polest com-
pensare iniuria. lmmo addit Silvester, quod eriam si fue-
rir iusta causa spoliandi innocentes, quod transac[Q bel-
lo tenetur vietor restituere illis quicquid superest.
Sed hoe non puto esse necessarium, quia, ut infra di-
ceme, si iuce belli faetum <sit>. omnia cedunt in favo-
ccm gerentium iustum bellum. Unde si I.icite sunt cap-
t3, puto, quod non teneantur ad restirutionem. Dictum
tamen domini Silvestri pium est et non improbabile.
Spoliare autem peregrinos et hospites <, qui sunt
apud hastes>, oisi constet de culpa illorum, nullo mo-
do licet, quia illi non sunt de numero hosrium, sed po-
tius reputantur innocentes.
Tenia propositio: Si hostes nolunt restituere res iniu-
ria ablatas et non possit, qui laesus est, aliunde commode
recuperare, potest undecumque satisfactionem capere
- sive a nocentibus, sive ab innocentibus.
74
Ne consegue come corollario che se vi è una guerra
perpetUIJ è lecito espropriare tutti senza distinzione, sia gli
innocenti sia i colpevou; poiché i nemio' con le ricchezze
dei loro cittadini alimentano la guerra ingiusta, e, al con-
trario, se i loro o'lladini vengono espropriati, le loro for-
ze vengono indebolite.
Seconda tesi: se la guerra può eHere condoIla abba-
stanza efficacemente senza espropnare i contadini o altn'
innocenti, sembra che non SIa lecito espropnarli.
È questa la posizione di Silvesrro (v. bellum, I 5 IO),
poiché la guerra ha come origine un rorto. Quindi a
norma dd dirino di guerra non è lecito né uccidere né
espropriare innocenti, se il torto subìto può essere ripa-
rato in altro modo. Anzi, Silvestro aggiunge che, anche
se ci fosse stata una giusta causa per espropriare gli in-
nocenti. una volta che la guerra sia finita il vincitore è
tenuto a restituire loro tuno ciò che è rimasto.
Ma questo non lo credo necessario, perché, come si
dirà oltre, se l'esproprio è fano secondo il dirino di
guerra tutto va a favore di coloro che combattono la
guerra giusta. Pertanto, se questi beni sono stati presi
lecitamente, credo che i vincitori non siano tenuti a re-
sutuirli. Tuttavia, la tesi di Silvestro è ricca di pietà cri-
stiana, e non inammissibile.
Ma non è in alcun modo lecito spogliare i viaggiato-
ri stranieri e gli ospiti che si trovano fra i nemici, se non
si è certi della loro colpa, poiché quelli non sono da an-
noverarsi fra i nemici, e sono piuttosto ritenuti inno-
centi.
Terza tesi: se i nemici non vogliono restituire i beni in-
giustamente sollratll; echi ha subìto il torto non li potes-
se recuperare in altro modo con /aaHlà, questi può pren-
dersi soddisfazione da un'altra parte, sia dai colpevoli sia
dagli innocenti.
75
Ut si latrones Galli fecerinr praedas in agrum ili-
spanorum et rex Francorum nalit cogere illos ad resti·
tutionem, cum possit, possunt Hispani auctocitate sui
principis spaliare mercatores Gallos aut agricolas quan·
turncumque innocences. QUi3 licet forre a principio res
publica aur princeps Gallorum non fuerit in culpa, iam
est in culpa, quia neglegit vendicare, ur ait Augustinus.
quod improbe a suis factum est, et princeps laesus patest
ex amni parte satisfactionem accipere. Unde litterae
marcharum aut represaliaruffi, quae a principibus in
huiusmodi casibus conceduntur, non sunt amnino iniu-
stae, quia per negligentiam et iniuriam alterius principis
concedit laeso suus princeps, ur possit recuperare bona
sua etiam ab innocentibus. Sunt autem periculosae et
praebenr occasionem rapinarum.
3. Tertium dubium: DOlO, quod non liceol inlerficere
pueros et innocentes, on sal/cm liceal ducere il/aJ in cap-
tivitatem.
Ad hoc sit prima propositio: Eodem modo licei du-
cere il/os in captivi/atem, sicu! licet spaliare il/os, quia li·
ber/as et captivitas inter bona fortunae reputan/Uf.
Unde quando bellum est talis condicionis, quod li-
cet spaliare indifferenter omnes hostes et occupare om-
nia bona illorum. etiaro !icer ducere in captivitatemOffi-
Des hostes, sive nocentes, sive innocentes. Et cum bel·
lum adversus paganos sit huiusmodi, quia est perpe·
tuum et numquam satisfacere possunt pro iniuriis et
damnis illatis, ideo non est dubitandum, quin liceat et
pueros et feminas Saracenorum ducere in captivitatem.
Sed quia iute gentium viderur reeeptum, ur Christiani
inter Christianos non Rant servi, in bello quidem inrer
76
Se ad esempio dei briganti francesi saccheggiassero
i campi spagnoli e il re di Francia, pur avendone il po-
tere, non li volesse costringere alla restituzione, gli Spa-
gnoli con l'autorizzazione del loro principe possono
espropriare i mercanti o i contadini francesi, benché
nocenti. Perché, benché forse all'inizio la comunità po-
litica di Francia o il principe dei Francesi non fossero
colpevoli, ormai lo sono, dato che, come dice Agostino,
«omettono di punire i propri cittadini per ciò che
no fatto di male"" e il principe che ha subito il torto
può prendersi soddisfazione da qualsiasi parte. Pertan-
to, le lettere di corsa o di rappresaglia che in siffatle cir-
costanze vengono concesse dai principi non sono com·
pletameme ingiuste, perché, a causa della negligenza e
dell'ingiustizia di un altro principe, a chi ha subìto il toro
to il suo principe concede di poter recuperare i suoi
ni anche dagli innocenti. Ma sono pericolose, e danno
occasione a rapine.
3. Terzo dubbio: dolo che non èlecilo UCCIdere ifonciul-
li e gli se almeno sia lecito trarli in prigionia.
Su ciò, questa è la prima tesi: èlecito trarli in prigionia,
01medesimo modoin cui èlecilo espropriarli, poichéliberlà
e prigionia sono da annoverarsi/ra i beni acaaentali.
Pertamo, quando la guerra è di tipo tale che è lecito
espropriare senza distinzione tutti i nemici e
sarsi di tutti i loro beni, è lecito anche trarre in prigio-
nia tutti i nemici, colpevoli o innocenti che siano. E da-
to che la guerra contro i pagani è appunto di tal fatta
- poiché è perpetua, e i nemici non possono mai
re soddisfazione delle offese e dei danni procurati -, è
quindi fuori di dubbio che sia leciro trarre in prigionia
anche i fanciulli e le donne dei Saraceni. Ma poiché
sembra che sia entrato nel diritto delle genti il principio
che i Cristiani non riducono in servitù altri Cristiani,
77
Christianos licet, si ita opus est ad fmem belli <captivos
ducere etiam innocemes, ur pueros et feminas, non qui·
clero in servitutem, sed ur pro illorum redemptione pe·
cunias recipiamus, licitum esser. Quod tamen exten-
dendum non est ultra quam belli necessitas postulet;
consuetudo legitirne belligerantium obtinuit>.
4. Quartum dubium est, utrum saltem obsides, qui vel
tempore indutiarum vel peracto bello ab hostibus rea-
piuntur, interfici possint, si hostes fidem [regerint.
Respondetur per unicam conclusionem, quod si ab-
sides alias sini de numero pula nocentium, qui tulerunl
contra arma, interfiei <iuTe> possunt in hoc casu. Si au-
tem sini innocentes, ex supro dictis constai, quOti inter/i-
ci non possunt. Non est dubitandum de hoc.
5. Quintum dubium est, an saltem in bello iusto liceat
interfieeTe omnes nocenles.
Pro responsione notandum, quod bellum geritur
primo ad defendendum nos et nostra, secundo ad recu-
perandum res ablatas, tenio ad vindicandum iniuriam
acceptam, quarto ad pacem et securitatem paranclam.
His suppositis sit prima propositio: In ipso actua"
conflictu proelii vel in impugnatione vel de[ensione civi-
tatis licet indifferenter inter/ieeTe omnes, qui contra pu-
gnon!, et, brevi/eT, quamdiu res est in periculo.
Hoc patet, quia aliter bellum bene gerere non pos-
sent be1lantes nisi tollendo ornnes in contrarium bel-
lantes.
Sed totum dubium est, an habita iam scilicet victo-
78
sembra lecito in una guerra fra Cristiani - se è necessa-
rio ai fini della guerra - prendere prigionieri anche gli
innocenti. come i fanciulli e le donne; e non per farne
degli schiavi, ma perché possiamo acquisire denaro dal
loro riscano. E questa pratica, tuttavia, non deve essere
estesa al di là di ciò che è richiesto dalla necessità della
guerra; lo ha sancito la consuetudine dei legittimi belli-
geranti.
4. TI quarto dubbio è se almeno gli ostaggi che il nemico
ha invia/o, durante una tregua o a guerra terminata, pos-
sano essere u c d s ~ nel caso che j nemid non mantengano
la parola data.
Si risponde con una sola conclusione, che se gli
ostaggi provengono da un gruppo di colpevoli che, ad
esempio, in passato hanno imbracciato le armi: in tal ca-
so possono a buon diritto essere ucdri. Ma se sono inntr
c e n t ~ da quanto si è detto poc'anzi emerge che non pos-
sono essere ucasi. Su ciò non vi è dubbio.
5. TI quinto dubbio è se a/meno, nella guerra giusta, sia
lecito uccidere tutti i colpevoli.
Per rispondere si deve notare che la guerra viene fat-
(a in primo luogo per difendere noi e le nostre cose, in
secondo luogo per recuperare le cose sottratte, in terzo
luogo per punire l'offesa ricevuta, in quarto luogo per
procurare pace e sicurezza.
Sulla base di questi presupposti, la prima tesi è che
durante l'impeto del combattimento di una battaglia, o
durante un assalto oppure una dIfesa di una città, è lecito
uccidere indistintamente tutti i nemici combattentz: e, in
breve, che è lecito finché lo situazione è in pericolo.
Ciò è chiaro, perché i combattenti non potrebbero
condurre bene la guerra in altro modo, se non toglien-
do di mezzo tutti queUi che combattono contro di loro.
Ma il cuore del dubbio è se, ottenuta ormai la vitto-
79
ria, utrum liceat interficere omnes hostes, qui arma tu-
temnt, ubi iam nullum est periculum ab hostibus. Et vi-
detur, quod sic. Naro, ut supra dictum est, inter prae-
cepta, quae Dominus dedit Dt 20, unum est, quod est
notandum, quod expugnata civitate hostium interfice-
rentur omnes habitatores illius. Haec sunt verba illius
100: Quando aeeesseris ad pugnandam dvitatem, offeres
ei primum pacem. Si autem reeeperit et aperuit tibi por·
tas, cunetus populus, qui in ea est, salvabitur et seroiet ti·
bi sub tributo. Sin autem noluent et roepent rontra te
be//um, oppugnabis rontra il/am. Cumque tradiderit Do-
minus Deu! tuus il/am in manu tua, percuties omne, quod
in ea est generis masculini, in ore gladii absque mulieri·
bus et infantibus.
Sed sit secunda propositio: Habita vietoria et rebus
iam extra periculum positis licet inter/ieere nocentes.
Prohatur, quia non solum ordinatur ad recuperan-
das res perditas, sed etiam ad vindicandum iniuriam.
Ergo -pro iniuria praeterita- licet interficere auetores
mlUnae.
Item hoc licet in proprios cives malefacrores - ergo
etiam in extraneos, quia, ut supra dictum est, belli prin-
cipes iure belli auetoritatem habent in hostes sicut legi-
timi principes et iudices.
Item, quia licet in praesentia non esset periculuro, ta-
men in futururo securitas non haberetur.
Tertia propositio: Solum ad vindicandam iniuriam
non semper licet inter/ieere omnes noeentes.
Probatur, quia etiam inter cives non liceret, si etiam
esset delictum totius civitatis, interficere omnes
delinquentes, nec in communi rebellione liceret
80
ria, ~ i a lecito uccidere tutti i nemici che hanno preso le
armi, anche se dai nemici non proviene più alcun peri-
colo. E sembra di sì. Infatti, come si è detto sopra, fra i
comandi che il Signore ha dato (Dt 20,10-(4) ce n'è uno
che d ~ ~ essere notato, e cioè che, una volta espugnata
~ n a citta neImca, se ne devono uccidere tutti gli abitan-
ti. Queste sono le parole di quel passo: «Quando ti av-
vicinerai a una cirtà per assalisla, proponile prima la pa-
ce. Se l'accetta e ti apre le porte, tutto il popolo che la
abita sia salvo, e ti sia tributario e soggetto. Ma se rifiu-
ta la pace, e intraprende COntro di te una guerra, com-
battila. E quando il Signore tuo Dio te la darà nelle ma-
ni passa a fù di spada cutti i maschi che sono in essa, ma
non le donne e i bambini».
Equesta è la seconda tesi: raggiunta la vittoria e mes-
sa al sicuro la situazione, è ledto ucddere tutti i colpevoli.
Lo dimostra il fatto che la guerra ha come proprio fi-
ne non solo recuperare le cose sottratte ma anche puni-
re un'offesa. Quindi a causa dell'offesa passata è lecito
ucciderne i responsabili.
Inoltre, è lecito agire così contro i propri concittadi.
ni che hanno compiuto delitti; quindi, è lecito anche
contro gli estranei, poiché - come si è detto in prece-
denza - i principi che fanno guerra hanno, per diritto di
guerra, autorità sui nemici, come se ne fossero i princi-
pi legittimi e i giudici.
Iofme, è lecito perché, nonostante sul momento non
vi sia pericolo, nondimeno in futuro non si avrebbe si-
curezza.
Terza tesi: se Il fine è solo que//o di punire le offese,
non sempre è ledto uccidere tutti i colpevoli.
Lo dimostra il fatto che anche fra i cittadini, se fos-
se commesso un delitto da parte di un'intera città non
sarebbe lecito uccidere tutti coloro che se ne sono ~ a c -
81
perdere totum populum. Vnde et cum simili facto
Theodosius ab Ambrosio -.- ab eccles.a est proh.bltus.
Esset enim hoc contra publicum bonum, quod tamen
est finis belli et pacis. Ergo etiam non licet occidere om-
nes nocentes ex hostibus.
Oportet ergo habere rationem iniuriae ab hostibus
acceptae et damni ilIati et aliorum delictorum et ex. hac
consideratione procedere ad vindictam amni 3trootate
et inhumanitate seclusa. In hoc enim proposito Cicero
De ojfidis air, quod est in
quantum aequi/ar et humanitos potlon/uf. Et
Maiores, inquit, nostri religiosissimi mortaies nthtl VlctlS
eripiebant praeter iniuriae licentiam.
Quarta propositio: Aliquando licei el expedil inler/i-
cere omnes nocentes.
Probatur, quia etiam bellum gcrirur ad
pacem. Sed aliquando obtineri securitas non potest, s.
non opprimancur omnes hosres. Et hoc.max1ID.e
contra infideles, a quibus numquam ullis condiclornbus
pax spectari potest. Et ideo unicum remedium est om-
nes tollere, qui contra arma ferre possunt. dummodo
iam fuerint in culpa. Et ita intelligendum est praecep-
tum ilIud DI 20, 13.
Alias autero in bello contra Christianos non puto,
quod hoe sit licitum. Cum enim neeesse sit, veniant
scandala et bella inter principes (MI 18, 7), s. semper
vietar interfieeret adversarios orones, esset magna per·
nicies generis humani <et Christianae religionis et orbis
cito in solitudinem redigerelUr nec bella pro bono pu-
82
chiati, e che neppure nel caso di una ribellione di mas-
sa è distrugge.re un intero popolo. Equindi per un
fatto simile TeodoslO fu allontanato, da Ambrogio, dal-
la Chiesa. S. tratterebbe infatri di un comportamento
comrario al pubblico bene, che è invece il ftne della
guerra e della pace. Quindi, neppure fra i nemici è leci-
to uccidere tutti i colpevoli.
Pertanto si deve valutare la misura dell'offesa rice-
vuta dai nemici, del danno arrecato e degli altri delitti
e da q.uesta vaJutazione si deve procedere alla
ne, eVitandosi ogni atrocità e ogni disumanità. E infatti
a questo proposito Cicerone afferma, in De officiis (II,
5), ehe «SI devono prendere misure eontro i colpevoli,
per quanto lo consentano la giustizia e l'umanità». E
Sallustio dice: «1 nostri antenati, uomini piissimi, non
sottraevano ai vinti nulla se non la libertà di recare of.
fesa»2.
tesi: in alcuni CIlsi è anche lecito
l
e opportuno,
ucadere lulli i colpevoli.
10.dimostra il fatto che la guerra è fatta perché ne
scarunsca la pace. Ma in certi casi la sicurezza non può
essere ottenuta se non attraverso l'eliminazione di rutti
i nemici. Quesro sembra essere soprarrutto il caso della
guerra contro gli infedeli, dai quali non ci si può mai
aspettare una pace, a nessuna condizione. E penanto
l'unico rimedio è eliminare tutti quelli che possono por-
tare le anrn, purché si siano macchiati di colpa. È così
che deve essere interpretato il precetto di DI 20, 13.
Ma nd caso di una guerra fra Cristiani non credo che
ciò sia lecito. Poiché è infatti inevitabile che si produ-
cano scandali e guerre fra i principi (MI 18, 7), se il vin-
citore uccidesse sempre tutti gli avversari ciò sarebbe
m?lt.o dannoso per il genere umano e per la rdigione
Cristiana, e presto tutto il mondo sarebbe ridotto a un
83
blico, sed in publicam calamitatem perdite geteten-
tur>. Oportet ergo, ut pro mensura delicti sit plagarum
modus <nec ultra progrediacur vinclicta>.
In quo etiarn habenda est consideratio, quod, ut
pra dictum est, subditi non tenentur oec debent
nare causas belli, sed possunt sequi principem suum '?
bellum, contenti auctorirate principis et publici
ili. Unde pro maiore parte, licet ex altera parte Sll beI-
lum iniustUffi, tamen milires, qui veniunr ad belIum et
pugnant aut defendunt civit3tes, ex utraque pane
mnocentes. Unde cum iam vieti sunt et non est pencu-
lum ab iIlis, credo, quod non licet ilIos interficere, nee
unum quidem ex illis, si praesumitur, quod bona fide
venerunt in proelium.
6. Sextum dubium est, an liceat interficere captivos sup-
posi/o eliam, quod/uerint nocenles.
Responderur, quod per se loquendo nihil obstat,
quin dediti aut captivi in bello iusto, si fuerinr
internci possinr - servata [amen aequitate. Sed qwa m
bello multa iuce gentium constituta sunt, viderur recep-
rum consuetudine, ur captivi habita victoria et peri culo
transeunte non inrerociantur, nisi forte sioe profugae.
Et servandum est istud ius gentium eo modo, quo inter
bonus viros servatum est. De deditis autem non lego
oec audio talem consuerudinem. <lmmo in deditioni·
bus arcium civitarum solent, qui se dederunt, cavere si-
bi condicionibus, ur salva sint capita et salvi mittantur,
84
deserto; e le guerre risulterebbero non condotte per il
pubblico bene ma, rovinosamente, per la pubblica ca-
lamità. Occorre dunque che <d'entità delJe pene sia
commisurata alla colpa» (Dt 25, 2), e che la vendetta
non si spinga oltre.
A questo riguardo si deve inoltre considerare che
- come si è detto prima - i sudditi non hanno né il do-
vere né il diritto di giudicare le cause delJa guerra, ma
possono seguire iliaco principe alla guerra, acconten-
tandosi delJ'autorità sua e del consiglio pubblico. Quin-
di, anche se la guerra di una delJe due parti è ingiusta,
nondimeno i soldati che vengono alla guerra e combat-
tono, o che difendono le città, sono per la maggioranza
innocenti dall'una e dall'altra parte. E quindi, quando
sono vinti e non sono più fonte di pericolo, credo che
non possano essere uccisi, neppure uno solo, se si pre-
sume che siano scesi in battaglia in buona fede.
6. Sesto dubbio: se sia lecito uccidere i prigionieri, nell'i-
potesi che siano stati colpevoli
Si risponde che, a rigore, nulla osta a che coloro che
si sono arresi o sono stati fatti prigionieri in una guerra
giusta, vengano uccisi, purché siano stati colpevoli, e
fatta salva la giustizia. Ma poiché in guerra molte rego-
le sono istituite per diritto delle genti, sembra ormai ac-
colto come consuetudine che i prigionieri, una volta che
sia stata conseguita la vittoria e sia passato il pericolo,
non vengano uccisi, tranne che non siano dei rinnegati.
E questa regola del clisitto delle genti deve essere ri-
spettata, come tradizione consolidata fra persone civili.
Ma per coloro che si sono arresi non leggo né sento che
sia in uso una tale consuetudine. Anzi, nelle rese delle
fottezze delJe città coloro che si arrendono sono soliti
tutelarsi ponendo condizioni, cioè che sia loro rispar-
miata la vita e vengano lasciati andare salvi, evidente-
85
scilicet veriti, ne si simpliciter et nullis condicionibus
dedantur, interficiantut. Et hoc a1iquoties factum legi.
muso Unde non videtur iniquum, ut si oppidum nihil ca·
vendo dedatur, mandato principis aut iudicis a1iqui, qui
fuerunt nocentiores, occidantur.>
7. Sequitut septimum dubium, ulrum omnia capla in
bello/ianl capienlium eloccupanlium.
Ad hoc sit prima propositio: Non esi dubilandum,
quin amnia capta in bello iusta usque ad sulficientem sa·
tisfactionem rerum ablatarum per iniuriam et etiam im-
pensarum belli/ianl occupanlium.
Nec indiget probatione ista conclusio, quia ilIe est fi·
nis belli. Sed seclusa consideratione restitutionis stando
in solo iure belli distinguendum est-o Nam- capta in
bello aut sunt mobilia, ut pecuniae, vestes, aurum, aut
immobilia, ut agri, oppida, arces etc.
Quo supposito sit secunda propositio: Mobilia qui·
dem iure gentium omnia fiunt occupantium. eliam si ex-
cedant compensationem damnorum.
Hoc patet ex lege Si quid bello et lege Hosles ff., De
captivis, et capitulo lus gentium, d.l, et expressius Inst.•
De rerum divisione, S /Iem ea, quae ab hoslibus, ubi di·
citur, quod iure gentium quae ab hostibus capiuntur,
statim nostra fium, adeo ut etiam liberi homines in no-
stram servitutem deducantur. Et Ambrosius l. De pa-
triarchis dicit, cum Abraham occidit qumtuor reges
(Cen 14), praedam quidem fuisse Abrahae victoris,
quamquam recusaverit accipere. Et habetur 24, q. 5, C.
Dical.
86
mente temendo, se si arrendono semplicemente e senza
conclizioni, di venire uccisi. E leggiamo che qualche vol-
ta ciò è avvenuto. Pertanto non sembra ingiusto che, se
una città fortificata si arrende senza condizioni, alcuni,
che siano stati più colpevoli, vengano uccisi per ordine
del principe o di un giudice.
7. Settimo dubbio: se lulle le cose prese in guerra diveno
gano proprielà di coloro che le prendono e le delengono.
Su ciò questa è la prima tesi: non vi è dubbio che lui·
to quanto viene preso in una gue"a giusta. fino al pieno
ammontare del valore delle cose sottratte ingiustamente.
e anche delle spese di guerra, divenga proprielà di chi le
detiene.
Questa conclusione non ha bisogno di dimostrazio-
ne, poiché è questo il fine della guerra. Tuttavia, una
volta esdusa la restituzione, restando strettamente al di-
ritto di guerra si deve distinguere. Infatti le prede di
guerra sono o beni mobili (come il denaro, i vestiti, l'o·
ro) o beni immobili (campi, città fortificate, fortezze).
Ciò premesso, questa è la seconda tesi: secondo il di·
rillo delle genli lulli i beni mobili divengono propnelà
degli occupanli, anche se eccedono l'ammonlare dei dan·
ni di guerra.
Ciò è evidente dalla legge Si quid bello e dalla legge
Hosles, de caplivis' e dal capitolo lus Cenlium, prima
distinzione', e più espressamente dalle /nsliluliones (De
rerum divisione, S/Iem ea quae ab hoslibus)', dove si di·
ce che secondo il diritto delle genti ciò che prendiamo
al nemico diviene subiw nostro, tanto che perfmo gli
uomini liberi diventano nostri schiavi. E Ambrogio in
De Palriarchi!" dice, quando Abramo uccise quattro re
(Cen 14), che il bottino era di Abramo in quanto vinci·
tore, benché egli abbia rifiutato di prenderlo (anche in
Decrelum Craliani 1123, 5, 25: capitolo Dical).
87
E[ confirma[ur auc[ori[a[e Domini Dt 2D, 14, ubi de
civitate expugnanda dieit: Omnem praedam exercitui di-
vides et comedes de spoliis hoslium luorum.' Hanc sen-
tentiam tener Adrianus in quaestionibus De restitutione
(q. speciali De bel/o) e[ Silves[er (in v. bel/um, S l e' 9),
uhi dicit, quod qui iuste pugnavit, non tenetur restitue-
re praedam. Er haberur 24, q. 2, c. <Si de rebus. Ex quo
infert, quod capta in bello iusto non compensantur eum
debilo principali, ullenel eliam archidiaconus 23, q. 2>,
c. Dominus nosler. l,a [ene[ Bartolw in dicta lege Si quid
in bello. Et hoc intelligetur, etiam si hostis sit paratus sa-
tisfacere de damno et iniuria. Quod tamen limitat Sil-
vester, et bene, quousque domini aequitati sit sufficien-
(er satisfactum de damno et iniuriis. 00 enim est in·
telligendum, quod si Galli destruerent unum pagum aut
ignobile oppidum Hispanorum, quod licet Hispanis,
etiam si possint, praedari [o[am Galliam, sed pro modo
et quantitate iniuriae.
Sed ex hac de[erminatione sequirur dubium, an li-
ceal permittere mi/itibus dvitatcm in praedam.
Responderur et si, [ertia propositio: Hoc de per se non
esI il/icilum, si necessariumesi adbel/umgerendumvel ad
delerrendos hosles vel adaccendendummililum animoso
Ira dici[ Silvester (S lO). Sicut etiam lice[ incendere
civitatem ex rationabili causa. Sed quia ex huiusmodi
permissionibus sequuntur multa saeva et crudelia mala
praeter omnem humanitatem. quae a barbaris in militi·
bus committuntur - innocentium caedes et cruciatus,
virginum raptus, matronarum srupra, templorum spo-
88
Lo conferma anche l'autorità dd Signore (DI 2D,
14), là dove Egli dice, sulle città da espugnare: «distri-
buisci la preda fra il tuo esercito, e cibati dd bottino dei
tuoi nemici». Ques[O è il parere di Adriano nelle que-
stioni De reslilulione (questione speciale De bel/o)7 e di
Silves[ro (voce bel/um SS l e 9), là dove dice che chi ha
combattuto una guerra giusta non è tenmo a restituire
il bottino. Anche il Decrelum Craliani (ll 23, 7, 2: Si de
rebus) sostiene che <<le prede di una guerra giusta non
rientrano nd computo principale delle riparazioni di
guerra», com'è anche opinione dell'Arcidiacono (23,2,
2: Dominus nosler)·. Èquesta anche la posizione di Bar-
tolo, nd commento alla citata legge Si quid in bello'. E
ciò deve intendersi anche se il nemico è disposto a ri-
parare i danni e le offese. Tuttavia Silvestro pone, ara·
gione, un limite, che cioè il signore offeso non vada ol-
tre un'equa soddisfazione, sufficiente a ripagarlo dd
danno e delle offese. on è infatti da intendersi che,
nell'ipotesi che i Francesi disttuggano un solo borgo o
una miserabile città fortifica'a in Spagna, sia lecito agli
Spagnoli, anche se lo potessero, saccheggiare tutta la
Francia; ma deve esserci proporzione rispeno alla mi-
sura e all'entità dell'offesa.
Da questa precisazione deriva un dubbio, se sia lea··
lo abbandonare una cillà al saccheggio dei soldoIi.
Si risponde con questa terza tesi: dò di per sé non è
illecito, se è necessario a condurre la gue"a o a spaventa-
re i nemici o ad infiammare gli animi dei soldati.
Così sostiene Silvestro (S ID). E allo stesso modo è
lecito incendiare la città, se ve ne è un motivo ragione-
vole. Ma poiché da simili concessioni derivano - com-
messi da soldati simili a barbari - molti mali atroci e cru-
deli al di là di ogni umanità, come stragi e torture di in·
nocenti, ratti di vergini, stupri di donne, spoliazione di
89
lia -, ideo sine dubio sine magna necessitate et causa
maxime civiratem Christianarn perdere iniquum est.
Sed si ita necessitas poscit, non est illicitum, etiam si
credibile sir, quod milites aliqua huiusmodi debent per-
petrare, quae tamen duces prohibere tenentur.
Quarta conclusio: His omnibus non obstantibus non
licet militibus sine auctontate pnndpis aut duds praedas
agere aut incendia lacere, quia ipsi non sunt iudices, sed
executores, et alias tenentur ad satisfactionem et restitu-
tionem.
Sed de bonis et rebus immobilibus est maior diffi-
cultas. Sed sit quinta propositio: Non est dubium, quin
liceat occupare et tenere ogrum et arces et quantum ne-
cessorium est ad compensationem damnorum. <Puta si
hostes diruerint arcem nostram incenderunt civitatem , ,
siJvas aut vineas aut oliveta, licebit occupare vicissim
agrum hostium aut arcem aut oppiclum et tenere. Si
enim licet capere compensacionem ab hostibus pro re-
bus ablatis,> certum est, quod iure divino aut naturali
non plus licet hanc dispensationem accipere ex rebus
mobilibus quam immobilibus.
Sexta conclusio: Etiam ad paranJam securitatem et
vitandum periculum ab hostibus licet occupare aut tene-
re arcem aliquam aut dvitatem bostium necessariam ad
de/ensionem nostram <aut ad tol/endam hostibus occa-
sionem, unde possint nocere>.
eptima conclusio: Etiom pro iniuria i/iota et nomi·
ne poenae, id est in vindictam, licet pro qualitate iniurioe
acceptoe multare bostes parte agri aut etiam bac ratione
occupare arcem aliquando aut oppidum.
90
Chiese, senza dubbio è ingiusto distruggere una città,
soprattutto cristiana, senza una grave causa che lo ren-
da necessario. Ma se lo richiede la necessità non è ille-
cito, anche se è probabile che i soldati commetteranno
alcuni atti di quel tipo, che i comandanti, però, sono ob-
bligati a proibire.
Quana conclusione: nonostante tutto dò, non è led-
to ai soldati saccheggiare o incendiare senza
ne del principe o del comandante; in/atti essi non sono
giudici ma esecutori. In caso contrano sono tenuti a/la n'-
parazione e alla restituzione.
Ma per i beni e le cose immobili la difficoltà è mag-
giore. Tuttavia, al riguardo la quinta tesi è: non vi è dub-
hio che è lecito impadronirsi durevolmente di terre e/or-
tezze, e di quanto è necessario a compensare i danni. Ad
esempio, se i nemici hanno distrutto una nostra fortez-
za, hanno incendiato una città, boschi, vigne, oliveti,
sarà lecito impadronirci, a nostra volta, di un territorio
dei nemici, o di una fortezza, o di una città fortificata, e
teneru. Se infauj è lecito prendersi una riparazione
compensatoria dai nemici per le cose che ci hanno por-
tato via, ecerto che secondo il diritto divino o naturale
questa riparazione non deve awenire in misura mag-
giore dai beni mobili che da quelli immobili.
Sesta conclusione: per garantire la sicurezza e per evi·
tare pericoli dai nemici è ledto impadronirsi durevolmen-
te di qualche/ort= o àttà dei nemici, necessarie alla no-
stra d,fesa o a togliere ai nemici occasioni per nuocere.
Settima conclusione: ugualmente - per le offese a"e-
cote, e a titolo di pena, ossia di castigo - è lecito sanzio-
nare i secondo la qualità del torto che ci banno
fatto, privandoli di una parte del loro temiorio, o, per la
medesima ragione, in certe circostanze anche impadro-
nirsi di una /ort= o di una àttà fortificata.
91
Sed hoc debet fieri cum moderamine, et non quan-
rum arma possunt. Et si necessitas et ratio belli postu-
let, ur maior pars agri hostium occuperur aut quod plu-
res civir3res capiantur. oponet, ur compositis rebus et
peraero bello restiruantur tantum retinendo. quanrum
sit iustum pro impensatione damnorum et impensarum
ct pro vindieta iniuriae - servat3 3Ulem bumanit3re et
aequitatc, quia poena debet esse proportionara cwpae.
Et iotolerabile esset, quod si Galli agerent praedam in
pecora Hispanorum ve! incenderent pagurn unum,
quod licear occupare torum regnum Francorum.
Quod autem hoc titulo liceat occupare aut partem
agri aut aliquam civir3rem hostium, parer ex ilio Deute-
ronomii, uhi datur licentia in bello occupandi civitarem,
quae pacem recipere noluerit (Dt 20,10-12).
Item. quia malefactores nostros licer punire hoc mo-
do, puta privando illos aut aree aut domo pro rei quali-
tate - ergo etiam extraneos.
ltem superi or princeps et iudex legitimus posscr
commode multare auctorem iniuriae toUendo civitatem
aut arcem ab 00. Ergo etiam princeps, qui laesus est,
hoc poterit, quia iure belli factus est tanquam iudex.
Ttem, quia imperium Romanum hoc modo et titulo
auctum et amplificatum est, occupando scilieet iure bel·
Li civitates et provincias hostium, a quibus iniuriam ac-
ceperant. Et tamen imperium Romanorum tanquam iu-
stum er legitimum defenditur ab Augustino, Hierony-
92
Ma ciò deve avvenire con moderazione, e non sulla
base di quanto è consentito dalla potenza militare. E se
le necessità e le ragioni della guerra richiedono che sia
presa una parte maggiore del territorio dei nemici, o un
maggior numero di città, è necessario, una volta che la si-
tuazione si sia calmata e la guerra sia finita, che vengano
restituite, e che venga trattenuto soltanto ciò che è giu-
sto al fine di riparare i danni e le spese, e di punire l'offe-
sa - in ogni caso sulla base di principi di umanità e di giu-
stizia, poiché la pena deve essere proporzionata alla col·
pa. E sarebbe intollerabile, se i Francesi predassero ar-
menti spagnoli o se incendiassero un solo villaggio, che
fosse lecito impadronirsi di tutto il regno di Francia.
Ma che a questo titolo sia lecito impadronirsi o di
una parte di territorio o di una qualche città dei nemici
è chiaro da quel luogo del Deuteronomio in cui si dà il
permesso, durante una guerra, di impadronirsi di una
cirtà che non ha voluto accertare le offerte di pace (Dt
20, 10-12).
Allo stesso modo, è lecito punire così chi agisce ma-
le all'interno di una comunità politica, ad esempio pri-
vandalo di una fortezza o della casa, secondo la qualità
personale del reo. E quindi è lecito punire anche chi sta
all'esterno.
Inoltre, un principedi rango superioree un giudice le-
gittimo potrebbero tranquillamente sanzionare il re-
sponsabile di un'offesa, privandolo di una cirtà o di una
fortezza. Pertanto, anche il principe offeso lo potrà, poi-
ché per diritto di guerra egli è diventaro come un giudice.
Infine, l'Impero romano fu aumentato e ingrandito
in questo modo e a questo titolo, cioè con l'occupazio-
ne per diritto di guerra delle cirtà e delle province dei
nemici dai quali Roma era stata offesa. E tuttavia l'Im-
pero romano è difeso, come giusto e legittimo, da Ago-
93
mo, Ambrosia et sancto Thoma et ab aliis sanctis doc-
roribus.
Immo posset videri approbatum a Domino ae re-
demptore nostto Iesu Cbristo in ilio loeo: Reddile ergo,
quae sunt Coesaris, Coesari erc., et -a- Paulo, qui Cae-
sarem appellavit (Acl 25, IO-Il). Admonet nos potesta-
tibus sublimioribus subditos esse et principi bus subdi-
tos esse et tributa persolvere illis (Rom 13, 1,7). Qui
omnes eo tempore habebant aucroritatem ab imperio
Romano.
8. Octavum dubium esr, utrum liceat imponere vict/I ho-
slibus Iribula.
Respondetur, quod sine dubio liceI, non solum ad
compensandum damna, sed etiam -ratione- poenae et
in vindictam. Haec satis patet ex supradictis et ex ilio
Deuteronomii (20,10-11) <,ubi dicit, quod postquam
ex iusta causa accesserint ad expugnandum civitatem, si
eos et aperuerinr portas, cunctus popuIus,
qUi m ea est, salvabitur et serviet illis sub tributo. Et hoc
ius et usus belli obtinuit.> Non est dubium.
9. onum dubium est, an liceal deponere principes ho-
stium et novos constituere vel sibi retinere prinàpatum.
Ad hoc sit prima propositio: Hoc non passim et ex
quacumque causa belli iUSIi licei facere.
Haec patet ex dictis. Nam poena non debet exce-
dere quantitarem iniuriae, immo poenae sunt restrin-
gendae et favores ampliandi. Quae non solurn est re-
gula iuris humani, sed etiam naturalis et divini. Ergo
dato, quod iniuria iliata ab hostibus sit sufficiens cau-
sa belli, non semper erit sufficiens ad exterminationem
status hostiJis et ad depositionem legitimorum et natti-
94
stino, Girolamo, Ambrogio e san Tommaso, e da altri
santi dottori.
Anzi, può sembrare che lo stesso nostro Signore e
Redentore, Gesù Crislo, lo approvi, là dove dice: «re-
stituite dunque a Cesare ciò che è di Cesare» (M122, 21;
Le 20,25), ecc.; e Paolo, che si è appellato a Cesare (Acl
25, 10-11; Rom 13, l e 7), ci ammonisce di essere sono-
messi ai poreri supremi, e ai principi, e di pagare loro i
tributi. Tutti questi poteri, a quei tempi, traevano la lo-
ro validità dall'autorità dell'Impero romano.
8. L'ottavo dubbio è: se sia lecito imporre tnbuti ai ne-
mici vinti.
Si risponde che senza dubbio è lecito, non solo a ri-
parazione dei danni, ma anche a titolo di pena, e per pu-
nizione. È chiaro abbastanza da ciò che si è detto in pre-
cedenza, e da quel passo del Deuleronomio (20, 10-11)
che dice che, quando gli Ebrei si avviano verso una città
a espugnarla per giusta causa, se vengono accolti e se si
aprono loro le porte tutto il popolo della città verrà ri-
spanniato, e sarà servo degli Ebrei come tributario. E
ciò è divenuto dirino di guerra, e consuetudine. Su que-
sto non vi è dubbio.
9. il nono dubbio è se sia lecito depo"e i principi dei ne-
mia: e costituirne di o annettersi il pn·ndpato.
Su ciò la prima tesi è che non è lecito farlo comune-
mente, né per qualsivoglia causa di gue"a giusta.
Ciò risulta evidente da quanto si è detto. Infatti la
pena non deve eccedere la grandezza dell'offesa; e anzi
le pene vanno diminuite, e le clausole di favore vanno
ampliate. E questa è una regola non solo del diritto
umano ma anche del diritto naturale e divino. Quindi,
posto che l'offesa arrecata dai nemici sia causa suffi-
ciente di guerra, non sempre sarà sufficiente perché
venga annientato lo Stato nemico e perché vengano de-
95
ralium principum. Hoc enim esset prorsus saevum et
inhumanum.
Secunda conciusio: Non est negandum, quin ali-
quando contingant legitimae causae vel ad mUlandum
principatum vel ad mutandos principes, et hoc multitudi-
ne et atrocitate damnorum et iniuriarum, vel maxime
quando aliter securitas el pax abhostibus obtineri non po-
test et immineret grande pen·culum rei publicae, nisi hoc
fieret.
Hoc patct. Si cnim licet occupare civitatem ex cau-
sa, ut dictum est, ergo occupare civitatem et tollere
principem. <Et eadem est ratio de provincia et princi-
pe provinciae, si causa maior contingat.>
Sed notandum circa septimum et octavum dubium,
quod aliquando, immo et frequenter non salurn princi-
pes ipsi, sed etiam subditi, qui revera non habent cau-
sam iustam, tamen bona fide gerunt bellum, ita, in-
quam, bona fide, quod excusantur ab amni culpa, puta
cum facta mediocri examinatione ex sententia et consi·
Lo sapientium geratur bellum. Et cum nemo debeat si-
ne culpa punici, in tali casu, quarnvis liceat victori
perare res ablatas et forte impensam belli, tamen sicut
non Lcet parta victoria quemcumque interficere, ita nec
iniustam satisfactionem accipere nec exigere in rebus
temporalibus, quia ornnia talia fieri non possunt nisi no-
mine poenae, quae in innocentes cadere non debet, ut
rnanifestum est.
96
posti i principi legittimi e naturali. Questo sarebbe in-
fatti del tutto crudele e disumano.
Seconda conclusione: non si può negare che in alcu-
ne circostanz.e si diano cause legittime per un cambio di
regime politico, o per una sostituzione dei e ciò
a causa della quantità e dell'atrocità dei danni e delle oJ
fese arrecate, o soprattutto quando non vi è altro modo
per ottenere dai nemici sicurezza e pace, e quando la co-
munità politica andrebbe incontro a un grande e immi-
nente pericolo se ciò non avvenisse.
Ciò è chiaro. Se infatti è lecito impadronirsi di una città
per una causa, come si è detto, èlecito anche impadronir-
si di una città e eliminare il principe. E per la stessa ragio-
ne è lecito farlo per una provincia, e per il principe della
provincia, se si presenta una causa di maggiore rilievo.
Ma intorno ai dubbi settimo e ottavo si deve notare
che talvolta, e anzi spesso, non soltanto gli stessi princi-
pi - ma anche i sudditi - che in verità non hanno una giu-
sta causa, tuttavia fanno la guerra in buona fede; con una
buona fede tale, dico, da essere esenti da ogni colpa, co-
me ad esempio quando la guerra viene fatta dopo un di-
screto esame delle circostanze, dopo aver sentito il pare-
re e il consiglio dei saggi. E poiché nessuno deve essere
punito senza avere commesso una colpa, in tal caso- seb-
bene sia lecito al vincitore riprendersi le cose sottratte e,
eventualmente, farsi rifondere le spese di guerra - come
non è lecito una volta ottenuta la vittoria uccidere qual-
sivoglia persona, così non lo è neppure pretendere e esi-
gere un'ingiusta riparazione in beni materiali; tali cose,
infatti, possono essere fatte solo a titolo di punizione, e
questa non deve colpire chi è innocente, com'è evidente.
97
Conclusiones
Ex his omnibus possunt componi pauci canones et re-
gulae belligerandi.
Primus est: Supposito, quodprincipes habent auctonla-
temgerendi bellum, primumomniumdebent non quaerere
occasiones et C/lusas bell,: seti. si/ien' polest, cum omnihus
cupumt pacemhabere, ut Paulus praecepit Rom 12, 18.
Debet autem recagitare. quod alli sunt proximi,
quos tenemur diiigere sicut nos ipsos, et quod habemus
nos omnes unum communem Dorninurn, ante cuius tri-
bunal debemus reddere rationem omnes nos de actibus
nostris. Est enim ultimae immanitatis eausas quaerere et
gaudere, quod sint ad interficiendum et persequendum
homines, quos Deus creavi t et pro quihus Christus mor-
tuus est. Sed coactum et inviturn venire oportet ad ne-
cessitatem beIJi.
Secundus canon: Con/lato iam ex iustis causis bello
aporlel illud gerere non ad perniciem g e n / i s ~ contra quam
98
Conclusioni
Da rutto ciò possono venire derivate alcune poche nor·
me, o regole di guerra.
La prima è: dato che i principi hanno l'autorità di
fare la gue"o, in primo luogo non devono cercare occa·
sioni e cause di gue"o, ma «se è possibile. desiderino
stare in pace con tutti», come insegna Paolo (Rom 12,
18).
Si deve inoltre considerare che gli altri sono il pros·
simo, che siamo tenuti ad «amare come noi stessi». e
che tutti abbiamo un solo comune Signore davanti al
cui tribunale siamo tutti obbligati a rendere ragione dd-
le nostre azioni. Èinfatti manifestazione di estrema bas-
barie cercare motivi - e goderne - per uccidere e per·
seguitare gli uomini, che Dio ha creato e per i quali Cri-
sto è morto. Al contrario, è necessario che un principe
giunga alla guerra messo alle strette e suo malgrado, co-
me a una necessità.
Seconda norma: quando ormai è scoppiata una guer-
ra per giuste cause, è necessario condurla con la finalità
non tanto di danneggiare il popolo contro cui si deve com-
99
be/londum est, sed od consecutionem iun"s sui et defen-
sionem patrioe, ut ex ilio bello pax a/iquando et securitas
consequatur.
Tenius canon: Parta vietOrta et completo bello opor-
tet moderate et modestia Christiana victoria uti. Et opor·
tet vietorem existimare se iudicem sedere inter duas res
pub/icas: alteram, quae loesa est, alteram, quae iniuriam
fecit, ut l10n tanquam accusator sententiamferat, sed tan-
quam iudex satis/acial quidem faesae, seti, quanlum/ieri
poterit, sine calamitate rei publicoe nocentis, et maxime
l
quza ut in plurimum, praecipue inter Christianos, toto
culpa est penes principes. Nam subditi bona fide pro prin-
cipibus pugnant. <Et est periniquum, quod poeta ah:
Ut quicquid delirant reges, plectantur Achivi>
Et sic tota haec disputatio, quam de Indis suscepi-
mus disputandam, finita est ad laudem Dei et proximo-
rum utilitatem.
Explicit relectio secunda de Indis reverendi admo-
duro patris fratris Francisci de Vitoria magistri eruditis-
simi, quam habuit Salamanucae anno Domini 1539, 19
die Iunii, ad laudem omnipotenris Dei et beatissimae
virginis Mariae matris eius et ad eruclitionem proximo-
rum nostrorUffi.
Fr. Ioannes de Heredia
100
ballere ma di conseguire il proprio dirillo e di difendere
lo. propria patria, così che da quella guerra st' ottengano
una buona volta pace e sicureUJl.
Terza norma: ottenuta lo vittorta e portata a termine
la guerra, è necessario approfittare dello vittoria con ma·
derazione e con cristiana modestia. Ed è necessario che il
vincitore concepisca se stesso come un giudice che siede
fra le due comunità polItiche -l'una, che subll'offesa e
l'altra, che la fece -) non perché giunga a emanare una
sentenza come accusatore sl perché come giudice dia, cer-
to, soddisfazione alla parte lesa ma, per quanto sarà pos-
sihile, col minimo di danno della comunità politica col-
pevole, soprallullo dato che nelw maggior parte dei casi
fra i Cristiani tulla Wresponsabilità èdei principi. In/at-
ti i sudditi comballono in buona fede per i principi. È
quindi molto ingiusto ciò che dice il poeta,
«che di ogni follia dei re subiscano le conseguenze
gli Achei»'.
E così è conclusa tutta questa trattazione sugli In-
diani, che abbiamo intrapreso per discuterla, in lode di
Dio e per utilità del prossimo.
Termina la seconda dissertazione sugli Indiani del
molto reverendo Padre fr. Francisco de Vitoria, Mae-
stro dottissimo, che egli tenne in Salamanca l'anno del
Signore 1539, il 19 giugno, in lode di Dio onnipotente
e della beatissima Vergine Maria, Sua Madre, e ad am-
maestramento del nostro prossimo.
fr. Giovanni di Heredia
101
Note
Premessa
J La Re/ectio durava circa due ore.
Prima questione
I M. Lmero, Resolufiones disputationu11l de indulgentiarum virlu-
le (1518), Weimarer Ausgabe. 1883, voI. l, p. 535.
2 Terrulliano, De corona, cap. Il (PL 2, coli. 91-92).
J I lesti di Agostino sono, rispettivamente: Contra Faustu," Mani-
chaeum, libro XXll. cap. 75 (PL 42, col. 448); De diversiI quaestioni-
bus LXXXIII, quaest. 31 (PL 40, coli. 20-21); De ve,bis Domini (oggi
noto come Senno 82), cap. 19 (PL 39, colI. 1904-1905); Contra Fau-
sIu11I Moltich. XXII, cap. 74 (PL 42, col. 447); Ad Marce//inum (Epi·
st. 138), cap. 2 (PL 33, coU. 531·5J2); Epistola ad &ni/acium (Epist.
IB9; PL33, col. B55).
~ AdMarcellinum, di., coLI. 531·5J2.
, Agostino, Quaestiones in Heptoteucum, libro VI, lO (PL 34, colI.
780-781); Deeretum Cro/iorri, 23, 2, 2.
(, Epist. ad Sonl/aàunI, cit., col. 856.
Seconda questione
I Antoninus Florentinus, Summa Sacrae Theologiae, II. 7, 8, Sl"
2 icolaus de Tudcschis, Ccmmentaria Pn"mae Partis in Secundum
Decreta/iumubrum, 17 (commento a Decreta/esGregoriiIX, n,l3, J2).
} Banolo di Sassoferrato, In secundam Digesti Novi partem, com-
menti a Dig. 48, 19, l; a Dig. 48.8,9; a Dig. 47. IO, 15.
IOJ
4 D«re/. Gregorii IX, Il, 13, 12; Uht'r JeX/Ul V, Il,6.
, Sul posto, sul momento.
Terza questione
l lsidoro, Etymologiarum llve On'gznum libn' XX, Il, IO e V,21
(PL 82 col. IJ1 e col. 20J).
2 Agostino, zn cit., col. 781.
Quarta questione. [ parte
l Terttlzio, Eunuchus, TV, scena VU, v. 789.
2 La prima dtaz. è da Dis/icha Ca/onis: brtws 49; la se-
conda è da Dtg. 2, 2 (rubrica).
I Le prime citu. sono da lJ«re/aks Gregom IX, V, 39, 44 c: IV, 21,
2; la seconda è da Adriano V1, Juodmm
(1522).2.
• Silvestro Prierio, Summa summarum (1518) l, ad IJQ«m.
, Agostino, Con/ra Faus/um Maltich. cil., col. 448.
Quarta questione. 11 parte
l Agostino, In cit., coU. 720-721.
2 Sallustio. Coniura/io 12,3-4.
J Dig., 49, 15,28 e Dtg. 49,1.5,24.
4 Dea. Gral I, 1,9.
'Ins/l/u/tones2, I, 17.
6 Ambrogio, De Abraham. I, 3 (PL 14, col. 427).
7 Adriano VI, Quot!S/iones in IVSen/en/i4rum DesacramentoP«-
ttI/en/i4e: de
8 Guido da Baisio, Rosan"um, Ieu in Decre/Qrum vo/umen u,m-
men/an"a (1508), in commento a Dea: Gra/. il 23. 7,2.
.. 83nolo di Sassoferrato, In secundam Diges/i Novi parlem, dl.,
commento a Dlg. 49, 15,28.
Conclusioni
I Orazio, Epir/ukte, I, 2, 14.
Indici
Indice dei nomi'
Abril, v., Xn, LVII-LVUI.
Accursio, x.
Adriano VI,55,57,89, 104.
Agostino da Ancona, x.
Agostino d'lppona, xxv, 9, 11,
13,21,31,57,77,93,95,103-
104.
Alessandro VI, VIII.
Allhusio,J., VIII.
Ambrogio, 83, 87,95. 104.
Antoninus Florentinus, 17. 103.
Arcos, M., XIV.
Aristotele, VIII-IX, XXIV, 21, 29, 43.
Armachanus, XXI.
Atahualpa, XIV.
Baccelli, L.. Xlxn.
Baciere, c., xn. LVII-LVIII.
Bacone, E, xxx.
Balclini, A.E., XXUn.
Barbier, M., LVIJl.
Barda Trelles, c., xxx, XXXln.
Banolo di Sassoferrato, x, XXV,
19,89,103-104.
Bartolomeo de Medina, VIl.
Bate.].P., LVII.
Be.Uannino, R., XVIII.
Beltrlin de Heredfa, v., VTIn, XXXI.
Bernardo di Chiarovalle, IX e n,
XXVI co.
Berti, E" XlXn.
Biolo, S., xlxn.
Bolgiani, E, XIxn.
Bonifacio l, 9.
Boyer,J.. LVII.
Caetani, T. de Via, XIV.
Calvino, G., XXII.
Cano, M., VII.
Carlo V d'Asburgo, X-XI, XVI,
XVIII, xx.
Carranza, B., VII.
Carro, v.. XXVlln.
Cicerone, 83.
Clemente VII, xx.
* Non sono indicizzati Francisco de Vitoria, per la frequenza con
cui ricorre nel lesto, né i personaggi biblici. Le pagine qui indicate si
riferiscono al testo della lraduzione italiana.
107
Conring, 1-1., xxx.
Costantino I il Grande, 15.
Crockaen, P. (Perrus de Brussd-
lis), VU.
Deckers, D., XXXVllln.
Dt: Giovanni, B., XXXVln.
Erasmo da Ronerdam, Vil e n.
Ferdinando II il Cauoliro, xv.
Ferrajoli, L., XIlIn, Xl\'n.
Ferrone, V., XI.xn, xxn.
Francesco l di Valois, xx.
Gaio,xxvu.
Galli, C, xxxvnn, XLvnn.
Garcia, A., XO, LVII-LVW.
Genrili, A., xxxvr, XXX\11 e n.
Getino, L.G.A, XXXl, LVIll.
Giacomo l, x.
Giacon, C, XXXJ e n.
Giovanni da Legnano, xxv.
Giovanni di Heredia, tOI.
Girolamo, 95.
Gliozzi, G., XVlln.
Grozio, V., VIII, XViU, XXV"" xxx,
XXXIV, XXXVi.
Guido da Baisio, 89, 10..t,
Had.rossek, P., XXX, XXXln.
Ila8Renmacher, P., XIVTl.
Hecke, G. van, XXXln ..
Hobbes, Th., XII, XVII, XLVI, L.
Hofmann, i I.. , XXXlXn.
Ilol'Sl, V .. , vn, VIn, LVIll-UX.
lannaronc, RA, XlVn ..
Ignatieff, M., 1.I11n.
lsidoro di Siviglja, 29, 104.
jUnger, E., xxxvn.
Juslenhoven, H.-G., VIn, XXVn,
LVllI·L1X.
Kant, L, XXXVI, XLIX-L.
KeUy,j .. M.. XXVlIn.
KoseUeck, R., XXXVIln ..
Lamacchia, A, Vn, xvn, XVo,
XIXn, XXVlIln.
Landucci, S., xvlin..
Las Casas, B. de, XVI, XVlln.
Lawrance,j., L\1I1n..
Legazy LacambOl, L., VHn, XXXVII
en.
Le:ibniz, G.W.. , \111..
Lmero, M., XVIII, XXI, 9, 103.
Machia\'e11i, N., )(\11.
Margiorta Broglio, E, xxo..
Mariana,].. de, \'11-\'111 ..
Marino, P.. , Xl\·n.
Maritain,j., XIxn, u ..
Maseda, E, Xn, l,VII-LVIII.
McA1isrer, L..N., XVn.
Mechoulan, H., XlVn.
Mdamone, F. ,\<111, XXl.
Melloni, A., XX\'In.
Migne,J.· P.. ux.
Minois, G .. , XXVo, XXVln, XLln,
L1un.
Molina, L. de, VIII, )(\'IIJ.)(JX..
Mozzolino da Prierio, S., x, XX",
55.61.75.89.104.
Muiloz, A., LVII.
Niccolò V, VIII.
Nicola de' Tedeschi ( icolaus de
Tudeschisl, x, 19, lOJ.
Nys, E., XXVIn, xxx, xxxm.
Oeslreich, G., XlXn ..
Orazio,l04.
Ortiz-Arce de la Fueme, A,xlvn.
Pagden, A., LVllln..
Palacios Rubios,j .. de, xv.
Paolo DI, xv.
Paolo V,x.
Paolo di Tarso, XVIII, 7,11,31,95.
99.
Pena, Ede la, x.
Pereiia, L., xn, xxn. XXlln, :C(Jvn,
xxvutn, XXXI, xuxn, LVII-UX..
Petrus de Brussellis, vedi Croe-
kaen. P.
Pietro Lombardo, \'11.
Pilato, 49.
Pio XII, L1Dn.
Radbruch. G.• XXXIXn.
Raimondo di Peiiafon, xxv.
Raz, M.. de, xv.
~ I , R, xx"n..
Rommen, H.. XXXI e n.
Rosmini, A., u.
Ruggieri, G., XX\1n.
Russd, EH., XX\'n.
alazar, O. de,lOO.
Sallustio, 104.
Scauota, M., X1\'n, xuxn.
Sch.ud. W. XXXUl.
Schmitt, C, VIUn, XXXllen.Xxxm·
XXXIV, xxx\'e n, XLV·XL\'I.
Schnur, R., XXX\'lln.
Scou,j .. B., XXX, XXXln, Lin. Lvnn.
Selden.J.• xxx.
Sepwvttia, J. Ginés de, X\1. xvlJn.
Silvesrro Prierio, vedi Mozzolino
da Prierio, S.
Sisto V,x_
Skinner, Q.. , XVlln, XXVlIln.
Solimano il Magnifico. xx..
Sota, D.. de, VIl, XXJ.
Stannard, D.E.. , XVI.
Sluben,j., VIn, LVIIl-LIX..
Suarez, E. VIIl.
Teodosio 1,15,83.
Terenzio, 104.
Tertulliano,9,IOJ.
Todorov. T.. , xlUn.
Tommaso d'Aquino, VIJ-IX, XXV,
XXVlIJ e n, XXiX e n, Il,27,31,
95.
Tosi, G.. XIvn, XXvn..
Tostado, A.. , XX\'I.
TrujiUo Pérez. I.. , XlXn, XX\'1IIn.
Tru)'01 Serra. A, XI\'o, XXlXn.
Tuck, R., XXX\1n..
Vrdanoz. T., \<11n, XIn, X\-n, XVlIn,
XXVn. XX\1n, XX\'Inn, XXXI, Ulln,
L\111-L1X..
Vanderpol, A, XXXln ..
Vanel, E. de, XXXVI, XLVIIn.
Vazque.z, G., XVW.
Verhoe...co,)., XI"o..
Villey, M., VIUn, XVlJJn, XIXn,
XXIXn. XXXI, XXXJJ e n..
Walzer, M., L1l1n.
Wolff, Ch., VlII.
WriWtt, I-I.E. LVII.
Wycliff.J .• XXI.
Zolo, D., L1Vn.
Zwingli, 11.., XXII ..
108
Indice del volume
Ln1rociuzionc di Carlo Galli,
ola al testo
DE IUHE llELU
v
LVII
Premessa 3
Prima questione
Se in generale sia lecito ai Crisliani fare la guerra 7
Seconda questione
Chi abbia l'autorità di fare o di dichiarare la guerra 17
Terza questione
QuaJi possano essere hl ragione e la causa
di una guerra :n
Quarta questione. I parte
Che cosa sia lecito in llna hl'lJcrra giusta,
e in quale misura 35
111
Quarta questione. nparte
Quale sia la misura dcI Iccito
in una guerra giusta
Conclusionj
Nole
Indice dci nomj
65
99
103
107

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