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Giorgio Vedovati

III anno classe di Scienze Umane, IUSS Pavia

Lopposizione cristiana allImpero. Il rigorismo di Tertulliano


Alioquin quid erit Dei, si omnia Caesaris? De idolatria 15, 4

Introduzione Questo lavoro vuole soffermarsi su un aspetto particolare delle dinamiche che lImpero romano, nella sua fase gi calante e a partire dalla fine del II secolo d.C., avvi in tutti i suoi territori nel momento in cui il Cristianesimo prese sempre pi consapevolezza dottrinaria e consistenza istituzionale. Di questo snodo fondamentale, non solo teologico ma soprattutto culturale, sociale e politico, ho scelto la figura forse pi emblematica, quella di Quinto Settimio Fiorente Tertulliano, il grande apologeta cartaginese vissuto tra la met del II e gli inizi del III secolo d.C. Per quanto la sua posizione rigoristica fu molto individuale, e tale rest nel corso dei secoli, Tertulliano contribu in modo fondamentale a suscitare unaccesa discussione intorno alle problematiche quotidiane dei cristiani, cogliendo con grande acutezza i conflitti irrisolvibili che si presentavano nel campo civile a qualsiasi fedele. In unanalisi che sar necessariamente parziale, ma che spero avr il pregio di unattenzione costante direttamente agli scritti di Tertulliano, prender come punto di partenza due tra i suoi trattati pi significativi, il De corona e il De idolatria, cercando di svolgerne le riflessioni relative al rapporto con lImpero e lautorit politica, terminante in un rigorismo che squalifica totalmente il potere mondano al confronto con lunica vera autorit, quella divina.

Un contesto di persecuzioni e divisioni Fino alleditto di Milano del 313 d.C. il Cristianesimo dovette subire una serie di persecuzioni da parte di alcuni imperatori romani, ma esse non furono sistematiche n nascevano da un preciso programma politico di sterminio. Nellet di Tertulliano, a cavallo tra II e III secolo, unattivit persecutoria fu propugnata sotto Settimio Severo (193-211)1 e, poco dopo, sotto Massimino il Trace (235-238). Nei decenni successivi, quando la Chiesa apparve costituirsi progressivamente in una struttura ramificata e solida e conquistare simpatie anche presso alcuni rappresentanti delle famiglie aristocratiche, ci furono la grande ma circoscritta persecuzione di Decio, intrapresa nel 250 ma terminata lanno seguente per la morte dellimperatore, e quella di Valeriano dal finire del 257 al 260, che dispose inoltre la confisca dei beni dei cristiani.
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Fu in conseguenza del suo editto del 202 contro il proselitismo cristiano che morirono Perpetua e Felicita, il martirio delle quali raccontato nella celebre Passio, uno dei punti di partenza della letteratura cristiana latina.

Le persecuzioni si rivelarono tuttavia inefficaci, tanto che possiamo paradossalmente affermare che contribuirono anzi a dare vigore al Cristianesimo2, che prese loccasione per intensificare ulteriormente la riflessione interna attorno ai nodi teologici e soprattutto praticomorali. Risult infatti sempre pi chiaro lo scarto tra la vita civile, sottomessa al potere dello Stato e dellesercito (oltre che delle varie manifestazioni del peccato), e gli insegnamenti cristiani, che portavano per la prima volta con tale intensit in primo piano il problema morale di ogni azione. Tuttavia il mondo cristiano, durante i primi secoli, non fu una realt omogenea ed unitaria, come testimoniano lenorme numero di sette e di comunit e gli accesi dibattiti dottrinali a cui esse diedero vita. Un primo punto di divisione fu, per esempio, quello dei lapsi, connesso alle persecuzioni, attorno al quale si manifestarono gi una corrente pi conciliante, disposta a riammettere nella Chiesa quanti scivolarono nel paganesimo per aver salva la vita, e una corrente pi rigorista, propugnatrice di una fedelt assoluta al proprio Credo fino al martirio. Non qui il luogo per ricordare le decine di correnti eretiche sorte in questi decenni allinterno del Cristianesimo, ma basti tener presente che non esisteva ancora un pensiero ufficiale della Chiesa n si era gi affermata a sufficienza la preminenza di Roma per potersi fare portavoce di una dottrina unitaria in tutti i piani di riflessione che proprio in quegli anni venivano discussi vivacemente.

La posizione di Tertulliano Ai dibattiti dottrinari e morali allinterno del Cristianesimo Tertulliano partecip con grande vigore polemico, sviluppando nei suoi numerosi scritti una forza teorica fondata sia sulle Sacre Scritture sia su unesperienza in prima persona di una vita interamente cristiana, confinante con gli eccessi ascetici delleresia montanista. Per il nostro autore essere cristiani significava innanzitutto testimoniare una verit, operare una scelta che impegnava tutta la nostra esistenza, senza lasciarsi intimorire dal fatto che questa testimonianza poteva entrare in aperto conflitto con le autorit costituite del tempo. Il rigorismo di Tertulliano, daltra parte, si era manifestato fin da subito: convertitosi al Cristianesimo verso il 197, sent a tal punto lesigenza morale da abbandonare la Chiesa, disgustato dallinvidia e dalle meschinit del clero romano, per rivolgersi alleresia montanista e, successivamente, da dare vita a una sequela di eretici di ancora maggiore estremismo (i tertullianisti). Accanto ad una serie di violenti attacchi a varie eresie, Tertulliano colpisce anche direttamente il potere politico dellImpero romano, al fine di evidenziare costantemente come esso debba essere considerato dai cristiani secondario e sottoposto allautorit di Dio. Spicca su questa linea lAd Scapulam, una virulenta lettera scritta verso il 212-213 (nel pieno della fase montanista) a Scapula, governatore dAfrica che conduceva in quel momento una campagna
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Proprio Tertulliano, per dimostrare come dalle testimonianze di fede dei martiri molti pagani furono indotti alla conversione, nellApologeticum afferma: semen est sanguis Christianorum (50, 13).

persecutoria contro i cristiani della sua giurisdizione: facendosi portavoce di un potere maggiore che quello imperiale, lautore gli si rivolge minacciando orrendi castighi divini. Tra le questioni pi dibattute nelle prime comunit cristiane cerano i rapporti con la societ civile e Tertulliano, che dedic molta attenzione a questo ambito, consider letica e la fede cristiane inconciliabili con la partecipazione a istituti e consuetudini legate al paganesimo, sancendo quindi lo scarto inevitabile tra il Cristianesimo e lImpero3. Emblematica la condanna risoluta di tutti i giochi circensi contenuta nel De spectaculis (197), sia dal punto di vista storico sia da quello morale4, che diventa ancor pi significativa se si considera lenorme successo che i giochi avevano presso il pubblico, senza che venissero mai sollevate obiezioni o riserve.

Il De corona
Sed tui ordines et tui magistratus et ipsum curiae nomen ecclesia est Christi: illius es, conscriptus in libris vitae. Illic purpurae tuae sanguis Domini, et clavus latus in cruce ipsius; illic secures, ad caudicem iam arboris positae; illic virgae ex radice Iesse. (De corona 13, 1-2)5

Tertulliano nel 2116, partendo dalla condanna di un soldato cristiano che rifiut di presentarsi ai nuovi imperatori Caracalla e Geta con il capo cinto della tradizionale corona dalloro, scrisse il De corona, uno dei trattati pi interessanti dellautore per la sua attenzione alle problematiche comuni della vita sociale dei cristiani dei primi secoli. Ben consapevole che linsegnamento cristiano rivoluziona tutte le prospettive sullesistenza umana, e quindi anche sulla politica e sulla cultura, Tertulliano in questopera passa in rassegna un nutrito elenco di situazioni del vivere quotidiano privato e pubblico presentate come incompatibili con gli impegni battesimali e con i moniti etico-spirituali del Vangelo, fino ad
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Bisogner aspettare let di Costantino per notare lavvio di uno sforzo reale di conciliazione e si noti che ci diventa possibile soltanto una volta che lImpero si fa progressivamente cristiano, fino alla riforma fondamentale di Teodosio. Possiamo quindi dire che i cristiani entrano veramente a far parte dellImpero solamente dopo che esso si spogliato di ogni sua veste pagana, che aveva reso fino ad allora incompatibili alcuni ambiti della vita civile e sociale con i principi della nuova fede.
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Ricavando notizie antiquarie da Svetonio, Tertulliano conclude che gli spettacoli sono delle forme di idolatria sia per la loro origine che per la loro storia e i loro nomi. Inoltre, eccitando la passionalit degli spettatori, essi allontanano il cristiano dal comportamento retto e lo istigano al male.
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Ma le tue centurie, i tuoi magistrati e il nome stesso della curia la Chiesa di Cristo: tu appartieni ad essa, sei stato arruolato nei libri della vita. L le tue porpore sono il sangue di Cristo e il tuo laticlavio nella sua croce; l le scuri, collocate ancora presso il ceppo dellalbero; l le verghe dalla radice di Iesse.
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La datazione del De corona, come anche del De idolatria e di quasi tutte le opere di Tertulliano, ed stata a lungo dibattuta. Riguardo alla nostra opera, una svolta nella discussione fu posta oltre un secolo e mezzo fa dal Keye (The Ecclesiastical History of the Second and Third Centuries, Illustrated from the Writings of Tertullian, 1845), che si oppose alla tesi di Gibbon e sostenne lanteriorit rispetto allo Scorpiace. Le ipotesi pi recenti sono tuttavia piuttosto concordi nel collocarne la stesura attorno al 211 d.C.

arrivare a trattare del problema del servizio militare, vero nucleo del trattato. In linea con il rigorismo caratteristico dellautore, non una sola occasione civile, in cui costume indossare la corona, appare compatibile con la professione di fede cristiana, dal momento che tutte quante mostrano una natura sostanzialmente idolatrica. La Chiesa antica, seguendo anche il Vangelo che non condanna mai formalmente il mestiere delle armi, non aveva mai stabilito in riguardo una disciplina universale e ci lasciava ovviamente spazio ad accesi dibattiti dottrinari. Il punto di partenza di Tertulliano fondamentalmente morale, in quanto molti degli obblighi militari per un cristiano sono peccati7 e gli impegni connessi con la disciplina militare si configurano per tanto come incompatibili con quelli assunti verso Dio. La condizione di credente, infatti, non ammette casi di necessit: peccare non mai n lecito n scusabile8. In particolare Tertulliano si sofferma ad evidenziare come lunico vero giuramento dei cristiani sia quello battesimale, incompatibile con quello della milizia, cos come lobbligo che il soldato tenuto ad assumersi nei confronti dellimperatore incompatibile con quello che egli nel battesimo si assunto con Cristo. Non c quindi una condanna del mondo militare in s, ma questo viene interdetto al cristiano nel momento in cui nel giuramento e nella violenza propri del soldato coglie il rinnegamento di quella fede che confessa il Cristo unico Signore di tutto e di tutti. Ci a cui Tertulliano vuole richiamare tutto il mondo cristiano la coerenza con i principi professati, in ogni momento della vita9, evitando tutte le occasioni mondane che inducono al peccato e senza mai rinnegare quel Credo che spinse il soldato del De corona al martirio10. Risulta per tanto evidente lo scarto che viene esatto da parte del cristiano dal consueto modus vivendi dei cittadini dellImpero romano, uno scarto che implica pi una noncuranza che unavversione verso lautorit terrena costituita. Come icasticamente espresso nel passo sopra citato allinizio di questo capitolo, anche il cristiano dovr quindi svolgere una sua militia, ma essa sar completamente indipendente da quella imperiale e risponder a rituali, manifestazioni e fini ben diversi11. Cos, con un eroismo caratteristico del martire, spicca lesempio del soldato anonimo, che si riconosce e soprattutto che non esita a proclamarsi quale Dei miles, preferendo morire piuttosto che rinnegare il suo unico Signore:

Quanta alibi inlicita circumspici possunt castrensium munium, transgressioni interpretanda! (11, 4).

Non admittit status fidei necessitates. Nulla est necessitas delinquenti, quibus una est necessitas non delinquendi. (11, 6) 9 Nusquam christianus aliud est, unum evangelium et idem (11, 5: In nessun luogo il cristiano cessa di essere tale, il Vangelo uno solo e sempre lo stesso).
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idcirco aut officia fugienda sunt ne delictis indicamus, aut martyria toleranda sunt ut officia rumpamus (11, 7).

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Sed tu, peregrinus mundi huius et civis cititatis supernae Hierusalem - Noster inquit municipatus in caelis -, habes tuos census, tuos fastos, nihil tibi cum gaudiis saeculi, immo contrarium debes. (13, 4)

Quidam ille magis Dei miles, ceteris constantior fratribus qui se duobus dominis servire posse praesumpserant, solus libero capite, coronamento in manu otioso, vulgato iam et ista disciplina christiano, relucebat. (De corona 1, 1)12

Ritorna cos martellante, come poi in molte delle Passiones dei martiri cristiani, il motivo gi paolino del christianus sum13, che da solo basta a comunicare lorizzonte diverso e per molti tratti inconciliabile del Cristianesimo rispetto alle logiche, alle tradizioni e alle forme stesse del potere proprie della romanit, rispetto alle quali il cristiano deve lottare per mantenere un sufficiente margine di autonomia e poter professare la propria fede. Questa lesortazione finale di Tertulliano nel De corona, dove la corona rituale di foglie intrecciate appare totalmente svilita in confronto della promessa evangelica della vita eterna:
Esto et tu fidelis ad mortem, decerta et tu bonum agonem, cuius coronam et apostolus repositam sibi merito confidit. (De corona 15, 1)14

Il De idolatria
Licet convivere cum etnici, commori non licet. Convivamus cum omnibus, conlaetemur ex comunione naturae, non superstitionis; pares anima sumus, non disciplina, compossessores mundi, non erroris. (De idolatria 14, 5)15

Tertulliano, forse nel 211, scrive il De idolatria, un trattato in cui ravvisa gli estremi del peccato di idolatria in tutti gli ambiti della vita civile e, per tanto, vieta al cristiano limpegno in ogni ufficio pubblico e praticamente in ogni altra professione tradizionale, compresa quella di insegnante16. Non era questa una posizione certamente nuova allinterno del primo Cristianesimo, dato che gi lApocalisse di Giovanni metteva in guardia dalla dimensione idolatrica propria della societ romana, ma nella riflessione tertullianea colpisce il rigorismo con
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Un tale, allora soldato pi propriamente di Dio, pi risoluto degli altri fratelli che avevano presunto di poter servire a due padroni, lui solo a capo scoperto, con in mano linutile corona, divulgato il suo essere cristiano ormai anche da questa condotta, risplendeva.
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Negavit ille sibi cum ceteris licere. Causas expostulatus, christianus sum respondit. O militem gloriosum in Deo! (1,

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Sii anche tu fedele fino alla morte, combatti anche tu la buona battaglia, la cui corona anche lApostolo confida con ragione che gli sar riservata.
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Si pu vivere assieme ai pagani, ma non lecito seguire con essi la strada della morte. Stiamo con tutti, rallegriamoci a partire dalla comunanza della nostra natura, non della loro superstizione; siamo pari a loro quanto allanima, non quanto a dottrina; siamo possessori nello stesso tempo del mondo, non dell'errore.
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Cfr. cap. 10. Tuttavia Tertulliano non condanna in blocco tutta le cultura pagana: [] Quomodo repudiamus saecularia studia, sine quibus divina non possunt? Videamus igitur necessitatem litteratoriae eruditionis, respiciamus ex parte eam admitti non posse, ex parte vitari. Fideles magis discere quam docere litteras capit; diversa est enim ratio discendi et docendi (10, 4-5).

cui, partendo semplicemente dalla fedelt al solo vero Credo, viene smontato e condannato ogni luogo comune della quotidianit pagana dellepoca. Dopo aver trattato nei primi capitoli dellopera dellidolatria in senso stretto, concernente la fabbricazione vera e propria di idoli materiali, lanalisi e la condanna del moralista cartaginese si allargano in ogni direzione, soffermandosi specialmente negli ambiti sociali, dove con pi difficolt i fedeli cristiani riuscivano a salvaguardare la propria integrit e a dare testimonianze piene della propria fede. Uno dei primi problemi affrontati quindi quello della partecipazione alle feste pagane17, trattato piuttosto diffusamente nel capitolo XIII, notando con acutezza la forza conformistica con cui anche i cristiani sono spinti a partecipare ad esse18. Tertulliano non ammette alcun compromesso che sminuisca o intacchi la pur minima parte del Credo cristiano, mostrando con risolutezza la contraddittoriet del partecipare pur senza accoglierne la sacralit ai riti pagani:
Da formam in quam velis agi tecum. Cur enim et lateas, cum ignorantia alterius tuam conscientiam contamines? Si non ignoraris, quod sis Christianus, temptaris et contra conscientiam alterius agis tamquam non Christianus enimvero et dissimulaberis : temptatus addictus es. Certe sive hac sive illac, reus es confusionis in domino. (De idolatria 13, 6)19

Tertulliano insiste nella sua critica ai cristiani che nascondono la propria fede, senza rendersi conto che cos facendo la rinnegano: al contrario, ed questo il pi grande messaggio che affiora dallinsieme degli scritti tertullianei, il cristiano deve trarre ogni motivo del suo agire unicamente dalla fede, ponendola realmente al di sopra di tutto. Passa cos in secondo piano sia il disprezzo dellopinione comune sia la paura dellaccusa, della condanna e del martirio: lunica cosa che conta dare la propria testimonianza fino in fondo, senza rinnegare lunico verso potere al di sopra delluomo20.

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In proposito agli spettacoli ludici tanto diffusi nel mondo romano Tertulliano, come lui stesso qui ricorda, aveva gi scritto nel 197 il De spectaculis.
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Hoc loco retractari oportet de festis diebus et aliis extraordinariis sollemnitatibus, quas interdum lasciviae interdum timiditati nostrae subscribimus adversus fidem disciplinamque communem (13, 1).
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Dimmi il modo in cui vuoi che ti consideri. Perch infatti ti nascondi, contaminando la tua coscienza a causa dellignoranza altrui? Se non passi inosservato, perch sei cristiano, vieni messo alla prova e ti comporti in modo contrario alla consapevolezza altrui al pari di un non cristiano infatti certamente sarai anche trascurato , messo alla prova, vieni condannato. Certo sia in un caso che nellaltro sei colpevole desserti imbarazzato a causa del Signore.
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Immo dum sumus, blasphemetur in observatione, non in exorbitatione disciplinae, dum probamur, non dum reprobamur. O blasphemiam martyrii affinem, quae tunc me testatur Christianum, cum propterea me detestatur! Bendictio est nominis maledictio custoditae disciplinae. Si hominibus, inquit, velim placere, servus Christi non essem (14, 2-3).

Al capitolo XV Tertulliano arriva ad affrontare direttamente lannoso dibattito attorno ai doveri dei cristiani verso lImpero a partire dalle parole di Ges Reddenda sunt Caesari quae sunt Caesaris21:
Igitur quod attineat ad honores regum vel imperato rum satis praescriptum habemus in omni obsequio esse nos oportere, secundum apostoli praeceptum subditos magistrati bus et principi bus et potestatibus, sed intra limites disciplinae, quousque ab idolatria separamur. (De idolatria 15, 8)22

Rievocando gli esempi biblici dei tre fratelli che si rifiutarono di adorare limmagine di Nabucodonosor23 e di Daniele che non spinse la sua soggezione a Dario al punto di negare il proprio Credo24, emerge fortemente lopposizione nei confronti del potere richiesta al cristiano nei casi in cui esso si riveli in contrasto con la fede. Bisogna allontanarsi dai templi delle false divinit, evitare ogni elemento idolatrico e tenersi lontani dai luoghi e dagli eventi fonti di corruzione e vergogna per il cristiano25. Tuttavia Tertulliano, pur nel suo rigorismo, consapevole dellimpossibilit di estromettere i cristiani da ogni relazione sociale e civica con i pagani e consente la partecipazione a certe riunioni e cerimonie pubbliche e private, come lassunzione della toga virile, i riti nuziali e limposizione del nome ai bambini. In queste situazioni non individua il pericolo di cadere nel peccato di idolatria, in quanto bisogna considerare il motivo che spinge a partecipare a tali riti e non v in essi qualcosa di per s condannabile. Anche leventuale svolgersi di sacrifici non pone impedimento, in quanto il cristiano non prende parte al rito per il suo valore sacro e non vi partecipa certo per il sacrificio compiuto nei confronti di falsi dei: poich lidolatria ha riempito il mondo di tanti mali, inevitabile prendere parte ad alcuni di questi riti, impegnandosi per a mostrare ossequio agli uomini piuttosto che agli idoli26. Al capitolo XVII Tertulliano manifesta dello scetticismo riguardo alla possibilit per un cristiano che ricopre cariche o funzioni pubbliche di restare incontaminato dalla forza pervasiva dellidolatria, delineando comunque un modello ideale, per quanto poco realizzabile:

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Cfr. Mtth. 22, 16-21; Marc. 12, 14-17; Luc. 20, 21-25.

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Quindi per quanto riguarda gli onori da attribuire a re o imperatori c stato prescritto a sufficienza che dobbiamo rispettare ogni riguardo, restando sottoposti secondo il precetto dellApostolo ai magistrati, ai personaggi eminenti e ai detentori del potere, ma allinterno dei confini della disciplina, fino al punto in cui restiamo separati dallidolatria.
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Cfr. Dan. 3, 12-14. Cfr. Dan. 6, 5-7.

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Tu lumen es mundi et arbor virens semper. Si templis renuntiasti, ne feceris templum ianuam tuam. Minus dixi: si lupanari bus renuntiasti, ne indueris domui tuae faciem novi lupanaris (15, 11).
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Utinam quantum sibi quidem nec videre possemus quae facere nobis nefas est. Sed quoniam ita malus circumdedit saeculum idololatria, licebit adesse in quibusdam, quae nos homini non idolo officiosos habent (16, 4).

Hinc proxime disputatio oborta est, an servus Dei alicuius dignitatis aut potestatis administrationem capiat, si ab omni specie idololatriae intactum se aut gratia aliqua aut astutia etiam praestare possit, secundum quod et Ioseph et Daniel mundi ab idololatria et dignitatem et potestatem administraverunt in ornamento et purpura praefecturae totius Aegypti sive Babyloniae. Cedamus itaque succedere alicui posse, ut in quoquo honore in solo honoris nomine incedat neque sacrificet neque sacrificiis auctoritatem suam accommodet, non ostia locet, non curas templorum deleget, non vectigalia eorum procuret, non spectacula edat de suo aut de publico aut edendis praesit, nihil sollemne pronuntiet vel edicat, ne iuret quidem; iam vero quae sunt potestatis, neque iudicet de capite alicuius vel pudore feras enim de pecunia neque damnet neque praedamnet, neminem vinciat, neminem recludat aut torqueat, si haec credibile est fieri posse. (De idolatria 17, 2-3)27

Ancora una volta il metro di giudizio spostato nellinteriorit, nella disposizione morale, cos che persino ogni funzionario della macchina imperiale dove sempre dimostrare la massima libert di fronte alle incombenze del potere, in quanto solo a Dio deve rendere conto del proprio comportamento28. I ruoli di potere, anzi, sono esposti a maggiori rischi, perch in essi pi facile venire sedotti dal falso splendore dei beni terreni, in primo luogo della superbia, che spinge luomo a dimenticarsi di Dio e a sostituirsi ad Esso. Tertulliano recupera cos alcuni motivi diffusi di critica alla dignit e alla potenza mondana, presentate come lontane da Dio e a Lui nemiche, a nome delle quali vengono perpetrati i pi grandi mali di questo mondo, a cui inevitabilmente corrisponder una pena infernale29. Concludiamo la nostra disamina del De idolatria con il fondamentale cap. XIX, dove Tertulliano riaffronta il tema del servizio militare dibattuto gi nel De corona e amplifica il proprio rigorismo, non ammettendo, sostanzialmente, alcuna eccezione al suo divieto. Non importa che Mos, Aronne e Giovanni furono figure per certi aspetti guerriere e nemmeno che Ges, guidando il popolo, lo fece talvolta quasi combattere: la condanna della violenza un punto fermo. A Tertulliano non interessa fornire un elenco dettagliato di situazioni n considerare i casi estremi in cui risulti necessario difendersi da nemici portatori di guerra o violenza: il suo obiettivo polemico sono i cristiani che militano nelle fila dellImpero senza porsi
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Di qui sorge la questione se un servo di Dio prenda lamministrazione di una qualche carica o potere, se possa garantirsi intatto da ogni specie di idolatria o per una qualche grazia o per astuzia, secondo quanto anche Giuseppe e Daniele amministrarono sia cariche che poteri lontani dallidolatria del mondo negli ornamenti e nella porpora della prefettura di tutto lEgitto e di Babilonia. Ammettiamo quindi che a qualcuno possa succedere che, qualsiasi carica rivesta, agisca soltanto a nome della carica, non sacrifichi n accomodi la propria autorit ai sacrifici, non appalti le vittime, non si occupi delle cure dei templi, non procuri i loro sostentamenti, non indica spettacoli a sua o pubblica spesa o sia presente a quelli che devono essere indetti, non pronunci o bandisca niente di solenne e nemmeno giuri; e certo inoltre, cose che sono in suo potere, non giudichi nessuno riguardo a condanne a morte n a pene infamanti tollera infatti i casi di pene in denaro , non condanni a ragione n a torto, non imprigioni nessuno, non recluda o torturi nessuno, se mai credibile che ci possa accadere.
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[] tu vero <condicione servi> nullius, in quantum solius Christi, qui te etiam capti vitate saeculi liberavit; ex forma dominica agere debebis (18, 5).
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Vel hoc te commonefaciat omnes huius saeculi potestates et dignitates non solum alienas, verum et inimicas Dei esse, quod per illas adversus Dei servos supplicia consulta sunt, per illas et poenae ad impios paratae ignorantur (18, 8).

alcun problema di natura morale n di coerenza con i principi della propria fede, ed soprattutto ad essi che rivolge le proprie riflessioni ed esortazioni:
At nunc de isto quaeritur, an fidelis ad militiam converti possit et an militia ad fidem admitti, etiam caligata vel inferior quaeque, cui non sit necessitas immolationum vel capitalium iudiciorum. Non convenit sacramento divino et humano, signo Christi et signo diaboli, castris lucis et castris tenebrarum; non potes una anima duobus deberi, Deo et Caesari. [] Quomodo autem bellabit, immo quomodo etiam in pace militabit sine gladio, quem dominus abstulit? Nam etsi adierant milites ad Iohannem et formam observationis acceperant, si etiam centurio crediderat, omnem postea militem Dominus in Petro exarmando discinxit. Nullus habitus licitus est apud nos inlicito actui adscriptus. (De idolatria, 19 1-3)30

Dopo Tertulliano: laffermarsi di posizioni pi concilianti Come gi rilevato, la posizione di Tertulliano fin per restare piuttosto marginale allinterno della Chiesa cristiana, anche a causa della non piena ortodossia del cartaginese. Ladesione al montanismo, infatti, e la difficolt linguistica delle sue opere determinarono tra IV e VI secolo la sua eclisse; ignorato a partire dal VI secolo, Tertulliano fu riscoperto solo in et umanistica. Certe riflessioni, tuttavia, ebbero uneco soprattutto in certe correnti rigoriste e trovarono piena realizzazione in una serie di martiri tra III e IV, che preferirono morire piuttosto che piegarsi alle ingiunzioni delle autorit politiche imperiali. Uno degli esempi pi famosi quello di Massimiliano, condannato a morte a Teveste nel 295 perch, in quanto cristiano, rifiut di prestare il servizio militare, ravvisando una totale incompatibilit tra il militare per Dio e quello per Cesare. Gli Acta Maximiliani ci forniscono un resoconto dellinterrogatorio e della condanna del giovane, da cui emerge la grande vicinanza di pensiero con le considerazioni tertullianee31. Non gli cost la vita, ma anche San Martino di Tour tra il 356 e il 360 sostenne con simile fermezza il proprio rifiuto del servizio militare, fino ad allora intrapreso, per dedicarsi
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Ma ora si chiede questo, se un fedele possa dedicarsi alla milizia e se la milizia possa essere ammessa alla fede, pur addolcita o ridotta, per la quale non ci fosse la necessit dei sacrifici o delle condanne capitali. Non si accordano i sacramenti divini e umani, linsegna di Cristo e linsegna del diavolo, laccampamento della luce e laccampamento delle tenebre; una sola anima non pu render conto a due, a Dio e a Cesare. [] In che modo combatter, anzi in che modo anche in tempo di pace svolger il servizio militare senza la spada che il Signore gli port via? Infatti anche se dei soldati si erano recati da Giovanni e avevano ricevuto una forma di credenza, se anche il centurione aveva creduto, in seguito il Signore, disarmando Pietro, spogli ogni soldato. Non ci lecito nessun comportamento che sia finalizzato ad unazione illecita.
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Cfr. Acta Maximiliani 1, 2-3. In particolare: Non posso prestare servizio militare; non posso fare del male: sono cristiano [] Non servo. Tagliami pure la testa, io non milito per lesercito di questo mondo, ma per quello del mio Dio. [] Non accetto il segno di riconoscimento di questo mondo; e se me lo apporrai, lo spezzer, perch non ha alcun valore. Io sono cristiano, non mi lecito tenere al collo una piastrina di piombo dopo aver ricevuto il sigillo di salvezza del mio Signore Ges Cristo figlio del Dio vivo, che tu non conosci, che ha sofferto per la nostra salvezza, che Dio ha consegnato per in nostri peccati. A lui noi tutti cristiani serviamo, lui seguiamo, come principe della vita e autore della salvezza. [] La mia milizia presso il Signore.

unicamente alla causa della fede, seguendo alla lettera quanto gi sostenuto da Tertulliano32. Tuttavia questi grandi esempi furono pi ammirati che imitati, mentre si cerc soprattutto di trovare il modo per conciliare gli impegni richiesti dalla societ politica e i principi cristiani. Personaggio scomodo e aspro, Tertulliano ebbe pertanto una fortuna controversa allinterno del mondo cristiano. Ce lo conferma Gerolamo, che, dopo averne tracciato un lusinghiero ritratto nel De viris illustribus, in unopera successiva giunse addirittura a negare che fosse mai appartenuto alla Chiesa cristiana33. Ad esemplificazione del prevalere di posizioni pi moderate e attente al delicato problema dellintegrazione reale tra Cristianesimo e Impero significativo, per restare allinterno del dibattito attorno al servizio militare e alla guerra, il seguente brano di SantAgostino (risalente al 417 d.C. circa), che si allontana dalle tesi tertullianee proprio a causa della diversa attenzione rivolta dal vescovo dIppona alle funzioni pubbliche:
Pacem habere debet voluntas, bellum necessitas, ut liberet Deus a necessitate et conservet in pace. Non enim pax quaeritur ut bellum excitetur, sed bellum geritur ut pax acquiratur. Esto ergo etiam bellando pacificus, ut eos quos expugnas, ad pacis utilitatem vincendo perducas (Epistulae 189, 6)34

Il successo di queste tesi legato anche al costituirsi di unautorit ecclesiastica, che, dopo aver faticato ad affermarsi e a far riconoscere il primato di Roma, cre essa stessa delle gerarchie e si costitu in una forma di potere. Risult cos riconosciuta quasi universalmente non solo la necessit di avere delle autorit umane da rispettare, ma anche la positivit di esse, a partire da passi delle Scritture come il famosissimo capitolo XIII della Lettera ai Romani di San Paolo:
Omnis anima potestatibus sublimioribus subdida sit. Non est enim potestas nisi a Deo; quae autem sunt, a Deo ordinatae sunt. Itaque qui resistit potestati Dei ordinazioni resistit; qui autem resistunt ipsi, sibi damnationem acquirent. Nam principes non sunt timori bono operi sed malo. Vis autem non timere potestatem? Bonum fac, et habebis laudem ex illa; Dei enim ministra est tibi in bonum. Si autem malum feceris, time; non enim sine causa gladium portat; Dei enim ministra est, vindex in iram ei qui malum agit. (Epistula ad Romanos 13, 1-4)35
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Cfr. Sulpicio Severo, Vita di San Martino 4, 3: disse a Cesare: Finora ho militato per te, permettimi ora di militare per Dio. Riceva il donativo chi intende combattere per te; io sono soldato di Cristo: combattere non mi lecito.
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[] et de Tertulliano quidem nihil amplius dico, quam ecclesiae nomine non fuisse (Adversus Helvidium, 17).

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La pace devessere nella volont e la guerra solo una necessit, affinch Dio ci liberi dalla necessit e ci conservi nella pace. Non si cerca, infatti, la pace per provocare la guerra, ma si fa guerra per ottenere la pace. Anche facendo la guerra sii dunque operatore di pace, in modo tale che, vincendo, tu possa condurre al bene della pace coloro che sconfiggi.
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Ciascuno sia sottomesso alle autorit preposte, perch non si d autorit che non sia istituita da Dio e quelle che esistono sono da lui stabilite. Perci chi si oppone allautorit, si oppone allordine stabilito da Dio e coloro che si oppongono attireranno su di s la condanna. I governanti infatti non incutono timore quando si fa il bene, ma quando si fa il male. Vuoi non temere lautorit? Agisci bene e avrai elogi da essa; perch lautorit al servizio di Dio per il tuo bene. Ma se agisci male, allora abbi timore: non per nulla essa porta la spada; essa ministro di Dio, vindice della sua ira nei confronti di chi fa il male.

Se per le riflessioni di Tertulliano abbiamo parlato di opposizione allImpero, da questa fase in poi ci non fu pi valido, anche perch lImpero romano era diventato cristiano, aveva rigettato quasi tutte le sue tradizioni pagane e aveva avviato una collaborazione con lautorit ecclesiastica. La posizione di Tertulliano e dei rigoristi quindi fu sconfitta, ma contribu in maniera fondamentale a diffondere un Cristianesimo rigoroso e coerente, fornendo esempi di comportamento e soprattutto portando al centro della propria attenzione le questioni morali, da tenere presenti in ogni circostanza, anche nellesercizio del potere. Non c mai stata, neppure da parte di Tertulliano, unavversione al potere in s, ma esso stato considerato come un campo sottoposto in ogni caso a Dio, in cui mantenersi fedeli ai sacri principi. Nei suoi numerosi scritti Tertulliano attaccava di volta in volta le situazioni, i rituali e i comportamenti che scadevano nellidolatria o nella blasfemia: pi che unaccusa al paganesimo, quella tertullianea una strenua difesa del Cristianesimo, che, finendo necessariamente per scontrarsi con le abitudini romane frutto di secoli di un politeismo tanto diverso dal Credo di Cristo, era al suo tempo fatto oggetto di attacchi, critiche e persecuzioni.

Bibliografia Dodds, E. R., Pagani e cristiani in unepoca dangoscia, Firenze 1988 Mazzoni, G., Quinto S. F. Tertulliano, I trattati : de spectaculis, de idolatria, de poenitentia, Siena 1934 Minn, H. R., Tertullian and War, Ev. Quarterly 13 (1941), pp. 202-213 Momigliano, A. (a cura di), Il conflitto tra paganesimo e cristianesimo nel tardo impero, Torino 1968 Sordi, M., I cristiani e limpero romano, Milano 1990 Tertulliano, De corona, Milano 1992 Tertulliano, De idolatria, Leiden/New York 1987