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Benito Goya

AIUTO FRATERNO
La pratica della direzione spirituale
MANUALI

A. Brusco - S. Pintor, Sulle orme di Cristo Medico. Manuale di teologia pastorale sanitaria
F. Ruiz, Le vie dello Spirito. Sintesi di teologia spirituale
B. Goya, Psicologia e vita spirituale. Sinfonia a due mani
G. Frosini, La Trinità mistero primordiale
A. Montan, Il diritto nella vita e nella missione della Chiesa. 1. Introduzione.
Norme generali. Il popolo di Dio (Libri I e II del Codice)
V. Gatti, Liturgia e arte. I luoghi della celebrazione
M.M. Romanelli, Il fenomeno religioso. Manuale di sociologia della religione
E. Mazza, La celebrazione eucaristica. Genesi del rito e sviluppo dell'interpretazione
B. Goya, Luce e guida nel cammino. Manuale di direzione spirituale
C. Valenziano, Architetti di chiese
Pontificio Consiglio per la famiglia, Famiglia e questioni etiche. Volume 1
P. Gamberini, Questo Gesù (At 2,32). Pensare la singolarità di Gesù Cristo
C. Militello, La casa del popolo di Dio. Modelli ecclesiologici modelli architettonici
G. Padoin, «Molti altri segni fece Gesù» (Gv 20,30). Sintesi di teologia dei sacramenti
P.V. Pinto, Diritto amministrativo canonico. La Chiesa: mistero e istituzione
Pontificio Consiglio per la famiglia, Famiglia e questioni etiche. Volume 2
B. Goya, Aiuto fraterno. La pratica della direzione spirituale
BENITO GOYA

AIUTO FRATERNO
La pratica della direzione spirituale

EDIZIONI DEHONIANE BOLOGNA


® 2006 Centro editoriale dehoniano
via IMosadella, 6 - 40123 Bologna
EDB (marchio depositato)
ISBN 88-10-43012-3
Stampa: Grafiche Dehoniane, Bologna 2006
PRESENTAZIONE

La via è lunga, camminiamo insieme.


La via è difficile, aiutiamoci a vicenda.
La via è piena di gioia, condividiamola.
Le pagine che seguono sono state redatte dopo aver sperimentato, nelle
lezioni, nei seminari e nel contatto personale, l'urgente esigenza pratica di
accompagnare le nuove guide spirituali nella loro delicata missione. Si è così
avviata una riflessione pastorale che, attraverso metodi ed esercitazioni varie,
vuole illuminare e orientare i loro primi passi, aiutarle a perfezionare la super-
visione del loro ministero e stimolarne il miglioramento costante.
Questa iniziazione pratica è un complemento indispensabile della formazio-
ne teorica sui principi generali, esposti nel primo volume sugli elementi fonda-
mentali della direzione spirituale, e ne costituisce una derivazione. Il corso fon-
damentale si limita al suo scopo centrale di fornire gli orientamenti globali per
una maturazione integrale della persona diretta. L'avviamento effettivo, invece,
vuole offrire un sostegno speciale, più personalizzato: un primo approccio all'e-
sercizio reale dello stesso accompagnamento spirituale, proponendo materiali
utili per tale lavoro. Ogni metodo dovrà far crescere e stimolare il desiderio di
uno sviluppo umano e cristiano integrale.
I cristiani di oggi, in un ambiente secolarizzato e pluralista, avvertono un
intenso bisogno di luce e di orientamento e, quindi, si mettono alla ricerca di
autentiche guide spirituali per raggiungere la pienezza del battesimo. Le statisti-
che ce lo confermano; nel 1970 in Germania è stato condotto un sondaggio di
opinione: ai credenti si chiedeva «quale servizio si aspettavano dalla Chiesa». Le
risposte più significative si potevano raggruppare in due richieste, con le seguen-
ti proporzioni di frequenza: il 25% si aspettava che i sacerdoti curassero il culto
divino, mentre quasi il 50% desiderava che essi fossero disponibili per attendere
ai singoli, nelle loro necessità spirituali.
Di fronte a queste aspettative, così promettenti per un cristianesimo maturo,
non si può tuttavia sorvolare sulla grave scarsità di guide spirituali e, quindi, sul
bisogno urgente di preparare adeguatamente i nuovi accompagnatori.
Per ribadire tale urgenza spirituale si potrebbe aggiungere un argomento
quantitativo, certamente approssimativo, ma comunque efficace per facilitare la
comprensione del problema: supponendo che un 20% dei cattolici - quelli cioè
che vanno regolarmente a messa la domenica - abbia preso coscienza della
chiamata universale alla santità, sarebbero 200 milioni i cattolici che necessita-
no di accompagnamento spirituale per rispondere normalmente a tale chiama-
ta. Se poi consideriamo che un direttore spirituale può seguire adeguatamente,
e compatibilmente con i suoi impegni professionali ordinari, circa quattrocento
fedeli, stando molto larghi, si può affermare che mancherebbero mezzo milione
di guide spirituali, cifra superiore al numero complessivo di tutti i sacerdoti
attuali nella Chiesa.
La situazione, dunque, è preoccupante, tuttavia esiste una possibile soluzio-
ne: se si prendessero in considerazione le religiose, sia di diritto pontificio che
di diritto diocesano, le quali, insieme, sono molto più di un milione e mezzo, e
se a loro si aggiungesse il numero sempre maggiore di laici consacrati o, in ogni
caso, impegnati nella Chiesa, basterebbe che il 15% di costoro sentisse, oltre ai
propri doveri quotidiani, anche questa vocazione a rispondere progressivamen-
te alle urgenti esigenze reali della chiamata a una «misura alta della vita cri-
stiana ordinaria». 1

Oltre all'iniziazione alla direzione spirituale, si sta pure sviluppando, ai nostri


giorni, un'altra dimensione complementare che, in avvenire, può diventare
un'immensa forma di arricchimento: la supervisione spirituale. Questa offre agli
accompagnatori un rilevante contributo per favorire la loro crescita e la loro for-
mazione permanente, poiché consiste in una valutazione critica dell'esperienza
spirituale dei direttori, che è l'oggetto diretto del loro discernimento, e li incita a
crescere nell'esperienza di Dio e nella fedeltà alla propria vita di preghiera e alla
propria missione apostolica. Allo stesso tempo, è molto arricchente e adatta ad
agevolare la soluzione dei problemi e delle difficoltà del cammino e a far pro-
gredire, in comunione, verso la pienezza di padri e madri nello Spirito.
I primi dieci capitoli del presente volume, oltre all'illuminazione teorica,
vogliono offrire materiale pratico per la conoscenza individuale dei diretti,
tenendo conto anche delle loro differenze specifiche dovute al temperamento e
al carattere. Si aggiungono poi degli strumenti utili per la scoperta delle possibi-
li ferite emozionali e per la loro progressiva guarigione. Diventa così possibile
fornire indicazioni adeguate per un migliore orientamento nelle difficoltà della
preghiera iniziale e nelle purificazioni che avvicinano alla seconda conversione.
L'accompagnamento dei giovani, specialmente nel momento decisivo del loro
stato di vita, è un'altra delle preoccupazioni della presente riflessione, che si con-
cluderà presentando il senso della supervisione o della formazione continua del-
le guide spirituali.
Al termine di questa premessa mi rimane solo da esprimere l'auspicio che i
responsabili delle diocesi, degli istituti religiosi e dei laici impegnati riescano a
sensibilizzare a questo problema urgente le tante persone ormai quasi pronte
per esercitare questo ministero e sappiano promuovere, allo stesso tempo, ini-
ziative di ogni genere utili per la loro formazione sia iniziale che permanente,

1 GIOVANNI PAOLO II, lettera apostolica Novo millennio ineunte, 6 gennaio 2 0 0 1 . n. 3 1 , in Enchi-
ridion Vaticanum, X X . EDB. Bologna 2 0 0 4 . n. 6 4 .
affinché questi operatori della pastorale individuale, così preziosi per la comu-
nità, siano sempre più in grado di assolvere con competenza ed entusiasmo il
loro prezioso compito, nella Chiesa.
E, con la speranza che siano sempre più numerosi, ai tanti credenti impegnati
in tal senso dedico le parole della «preghiera dell'accoglienza»:
Signore, aiutami ad essere per tutti un amico,
che attende senza stancarsi,
che accoglie con bontà,
che dà con amore,
che ascolta senza fatica,
che ringrazia con gioia.
Un amico che si è certi di trovare quando se ne ha
bisogno.
Aiutami ad essere una presenza sicura,
a cui ci si può rivolgere quando si desidera,
ad offrire un'amicizia riposante,
ad irradiare una pace gioiosa,
la tua pace, o Signore.
Fa' che sia disponibile e accogliente
soprattutto verso i più deboli e indifesi.
Così, senza compiere opere straordinarie,
io potrò aiutare gli altri a sentirti più vicino,
Signore della tenerezza.
p. Benito Goya, ocd
15 ottobre 2005
festa di santa Teresa di Gesù
Capitolo primo
INIZIAZIONE
ALLA DIREZIONE SPIRITUALE

I tempi in cui la maggioranza dei credenti non sapeva ancora leggere e scri-
vere sono ormai ampiamente superati; i nostri battezzati, in genere, hanno una
buona cultura e una certa coscienza della propria dignità e della propria respon-
sabilità nella Chiesa e nel mondo. Spesso, essi sono attivamente impegnati nelle
vie dello Spirito e, superando una religiosità anonima, nutrita di formule e di riti
standardizzati, cercano un dialogo personale con Dio e un confronto aperto con
i fratelli, alla luce della Parola.
In tale contesto, considerata pure la complessità delle situazioni individuali
nelle quali vengono a trovarsi i credenti in una società pluriculturale, la propo-
sta cristiana, fatta a livello comunitario, ha sempre più bisogno di essere tradot-
ta e concretizzata sul piano personale. Così l'accompagnamento è da ritenersi,
contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, uno strumento fondamentale
per il futuro della fede, molto più di quanto sia stato in passato.
La direzione spirituale è stata, lungo la storia, uno dei mezzi più apprezzati
nella Chiesa per promuovere la crescita spirituale, e perciò, come reazione di
fronte ai cambiamenti culturali, negli ultimi anni si sono moltiplicate le scuole di
formazione: oggi, infatti, esistono più di sessanta «centri di addestramento» per
questo ministero.
A partire dagli anni '70 i laici, donne e uomini, hanno incominciato a eserci-
tare questo servizio in forma sempre più estesa, specialmente negli ambienti di
lingua inglese. Le donne hanno abbracciato con entusiasmo tale apostolato, che
si è così rinnovato e ha ricevuto nuova vitalità proprio grazie al contributo fem-
minile, tanto che ora gli apprendisti a guide spirituali sono per lo più donne. Que-
sto fatto procede parallelamente a un'altra realtà culturale: la maggioranza degli
«operatori nel campo psicologico» sono infatti donne e la loro presenza è asso-
lutamente maggioritaria fra gli studenti delle facoltà di psicologia. 1

Da pochi anni si è costituita un'associazione professionale, quella Interi ra-


zionale dei Direttori Spirituali, che è ormai diffusa in più di trenta paesi, la qua-
le ha elaborato un suo «codice etico» che ne regolarizza la responsabilità pub-
blica e giuridica e ne fa una professione legale.

1Cf. E. LIEBERT, Changing Life Patterns: Adult Development in Spiritual Direction, Paulist Press,
New York 2000,56-59.
Questa radicale trasformazione delle circostanze sta stimolando anche
profondi cambiamenti nello stile, nella preparazione e nella formazione perma-
nente delle guide spirituali non più legate a istituzioni religiose o sacerdotali.

1. I NUOVI CENTRI DI PREPARAZIONE


Queste situazioni e urgenze nuove hanno generato il bisogno di sviluppare
nuovi programmi di formazione. Allo stesso tempo, considerato il difficile discer-
nimento dell'idoneità umana e dell'esperienza spirituale, è sorto il problema del-
la scelta e della formazione iniziale delle nuove guide. Per rispondere a tali esi-
genze sono stati creati centri specifici di preparazione teorica e pratica d'inizia-
zione, improvvisando, programmando ed esigendo, ciascuno a modo suo, un suo
proprio curricolo di formazione.
Innanzitutto viene sottolineata la necessità di discernere la presenza di una
vera chiamata da parte di Dio. La scoperta della vocazione di guida spirituale
appare infatti come la questione decisiva: esiste veramente una chiamata speciale
da parte di Dio a esercitare questo ministero? Trattandosi di una missione delica-
ta, che ha lo scopo di far fiorire l'interiorità personale in un mondo dove la gen-
te sembra maggiormente interessata al perfezionamento dell'esteriorità propria
e di ciò che la circonda, si è cercato di mettere a fuoco dei criteri adeguati per
scoprire se i candidati sono veramente chiamati a intraprendere e a crescere in
questo nuovo servizio ecclesiale. 2

La chiamata al nuovo ministero è una vocazione che spesso si scopre indi-


rettamente, per mezzo di coloro che vanno spontaneamente per cercare consi-
glio. Il soggetto comincia allora a preoccuparsi e sente la necessità di prepararsi
effettivamente a prestare tale servizio.
I corsi di preparazione sono pertanto il luogo adeguato per riconoscere
meglio questa chiamata e verificare la presenza delle qualità e degli atteggia-
menti corrispondenti alla medesima, e che la confermano. Nel corso del pro-
gramma d'iniziazione non si risparmieranno, a questo scopo, tempo e sforzi,
riflettendo sugli impegni e sullo stile dell'azione attuata in passato e constatan-
do la retta intenzione e l'idoneità dei soggetti.
Nel percorso di formazione si è molto attenti a evitare due posizioni estreme.
L'una è quella di concepire la direzione spirituale in modo troppo professionale,
troppo scientifico, come se fosse una delle tante capacità e competenze umane
di aiuto al prossimo. L'accompagnamento è, invece, una vera arte. In tal senso,
nessuna abilitazione professionale può preparare in modo sufficiente una guida
spirituale, ma è indispensabile l'opera dello Spirito Santo che dà luce, guida e
fortezza nel cammino.
All'altro estremo si trova, invece, un concetto di direzione troppo spirituali-
sta, come se si trattasse di un'azione o responsabilità esclusiva dello Spirito San-
to. Questa idea porta a sottovalutare la necessità di una preparazione adeguata.

2 Cf. W . A . BARRY, «Transference, Resistance and The Drama of The Exercises», in The Way
42(2003)3.66-69.
poiché considera il contributo delle scienze umane come un «pericolo di natura-
lismo». E evidente che nulla può sostituire l'esperienza propria della guida, la
sua conoscenza della sacra Scrittura, della storia della spiritualità, dei principi
psicologici e dei criteri della comunicazione umana.
Nelle scuole, perciò, si pone particolare cura nel raggiungere, in via ordina-
ria, un delicato equilibrio tra natura e grazia, tra la base umana e l'azione sopran-
naturale. L'una non esclude l'altra. L'accompagnamento spirituale, infatti, nasce
da un uomo o da una donna che, illuminati integralmente dallo Spirito Santo,
vogliono conoscere e migliorare le vie che dirigono verso la pienezza della con-
templazione e della missione nella Chiesa. E l'esigenza della formazione dei
direttori spirituali. 3

Nella storia non sono mancati certamente grandi direttori spirituali che, sen-
za aver ricevuto una particolare preparazione per il loro ministero, tuttavia,
ancora oggi, sono oggetto di ammirazione per la Chiesa. Tra loro possiamo ricor-
dare santa Caterina da Siena, santa Teresa d'Avila e sant'Ignazio di Loyola. Ciò
non giustifica, però, una mancanza generale di formazione. Per via ordinaria,
infatti, non è possibile fare a meno di un addestramento specifico e del possesso
di mezzi adeguati per raggiungerlo.
Qualche autore ritiene che la situazione attuale della formazione dei diret-
tori spirituali sia così scarsa da poter essere paragonata a quella comune dei pre-
ti nel XVI secolo: prima che esistessero i seminari, essi venivano ordinati senza
una preparazione sistematica adeguata. L'«allenamento» per la direzione spiri-
tuale si troverebbe dunque ancora fermo a quattro secoli fa o, addirittura, in
molti ambienti sarebbe inesistente, almeno a livello di iniziazione pratica.
Tuttavia, in alcune aree geografiche, da circa vent'anni, hanno preso a fun-
zionare appositi centri che propongono corsi di formazione. Ogni centro si è
arrangiato nel miglior modo possibile e ha stabilito programmi più o meno com-
pleti a tale scopo. Qui è ormai tramontata l'antica immagine del padre spiritua-
le che, abitando isolato in spoglie dimore, conduceva un'esistenza santa e scrive-
va a lume di candela. 4

Dunque come deve essere il direttore spirituale del nuovo millennio? Come
deve prepararsi e quale sarà il suo compito?

2. LA FORMAZIONE DEI SACERDOTI E DEI CREDENTI PREPARATI


I sacerdoti, i laici impegnati e le persone consacrate possiedono già una for-
mazione teologica e spirituale sufficiente; ciò che manca, nel loro caso, è la cono-
scenza teorica e l'iniziazione pratica all'esercizio della direzione spirituale, cose
che è possibile acquisire nell'ambito di corsi di formazione, seminari, incontri
brevi nei fine settimana o prolungati nel periodo estivo.

3Cf. P. CULBERTON, Caring for God's People. Counseling and Christian Wholeness, Fortress Press,
Minneapolis 2000,250-255.
4Cf. S. WIRTH, «Reflection on Power Issues in the Training of Spiritual Directors», in Presence
3(1997)1,34-36.
È sufficiente, infatti, che essi familiarizzino con il contenuto teorico del cor-
so di direzione spirituale, considerato dal punto di vista biblico, storico e meto-
dologico, al quale va aggiunta pure la conoscenza dei meccanismi della relazio-
ne interpersonale tra direttore e diretto e dei criteri per esercitare l'arte del
discernimento.
Sarà pure indispensabile che essi seguano il consiglio della Congregazione
per il clero, che così esorta:
«Per contribuire al miglioramento della loro spiritualità è necessario che ... pratichi-
no essi stessi la direzione spirituale. Ponendo nelle mani di un saggio confratello la
formazione della loro anima, matureranno la coscienza, fin dai primi passi del mini-
stero, dell'importanza di non camminare da soli per le vie della vita spirituale e del-
l'impegno pastorale». 5

Questa prassi costituirà inoltre la migliore predisposizione per acquistare


l'arte dell'ascolto altrui: chi durante i lunghi anni di formazione ha avuto la cura
di usare l'introspezione per guardare dentro di sé, di ascoltare le voci profonde
del proprio essere e di analizzare i propri stati d'animo, avrà compiuto il miglio-
re allenamento per ascoltare e capire coloro che chiederanno il suo consiglio. 6

3. LA FORMAZIONE DEI PRINCIPIANTI IN GENERE


La sollecitudine più diffusa riguardo ai principianti nella guida spirituale è
come rispondere alla loro necessità di essere introdotti nel ministero, per capir-
ne le frontiere, gli scopi e i valori. Altra preoccupazione è quella dell'urgenza di
accompagnarli per constatare chiaramente se possiedono l'idoneità sufficiente
per entrare nel nuovo apostolato. Una supervisione fatta tra di loro costituisce
l'elemento più importante a questo riguardo. 7

Prima di ammetterli al corso, poi, conviene informarsi se altri credenti li con-


siderano persone idonee per questo nuovo compito e osservare il loro compor-
tamento cristiano più o meno fedele al vangelo e la presenza di disposizioni inte-
riori pertinenti. A tale scopo si utilizzano domande come le seguenti:
- C'è qualcuno che viene a parlare con te, cercando consiglio?
- Qual è la natura degli altri tuoi impegni cristiani?
- Ti senti bene come ascoltatore degli altri?
- Perché vuoi intraprendere questo cammino?
- Sei tollerante e aperto di fronte alla varietà delle vie del Signore nei con-
fronti dei suoi figli?

5 CONGREGAZIONE PER IL CLERO, Direttorio per il ministero e la vita dei presbiteri, 31 marzo 1994,
n. 54, in Enchiridion Vaticanum, XIV, EDB, Bologna 1997, n. 837.
6 Cf. B. GOYA, «La formazione delle nuove guide spirituali», in Mistagogia e accompagnamento
spirituale. Atti e relazioni della 44" Settimana di Spiritualità, Teresianum-Edizioni OCD, Roma 2003,
45ss.
7 Cf. P. GALLI, «The Emergence of a Director», in Presence 6 ( 2 0 0 0 ) 3 , 1 5 - 1 8 ; H. STONE, «Pastoral
Counseling and the Changing Times», in Journal of Pastoral Care 5 3 ( 1 9 9 9 ) , 2 3 - 2 9 . Cf. J. STAIRS, Liste-
ning for the Soul: Pastoral Care and Spiritual Direction, Fortress Press, Minneapolis 2 0 0 0 , 3 - 5 .
Dopo questo primo contatto positivo, gli aspiranti vengono ammessi al pro-
gramma. Persino in un ambiente liberale come quello americano, dove si evita
rigorosamente ogni controllo, i supervisori si sono sentiti costretti a porre certe
condizioni per l'ammissione come membri nel gruppo di preparazione delle gui-
de spirituali. Certamente non si fissano limiti di età, ma i principianti devono
sentire l'urgenza di un'esperienza spirituale e il bisogno di ricevere loro stessi la
direzione spirituale. Devono essere motivati, inoltre, dalla responsabilità e dal-
l'aspirazione a conoscere sempre di più il nuovo cammino, partecipando attiva-
mente a ritiri ed esercizi spirituali in un clima di silenzio e di contemplazione.

4. FORME DI ADDESTRAMENTO
La seconda parte del discernimento, indirizzato a persone che non sono
pronte per esercitare immediatamente la direzione spirituale, prevede dei corsi
con programmi da svolgere a tempo pieno nel corso dell'anno, o per due o tre
anni se limitati ai fine settimana e in estate, sotto il patrocinio della scuola dalla
quale sono organizzati.
Questo programma di «allenamento» incoraggia la crescita nel cammino
spirituale, insegna ad ascoltare i problemi e fa entrare in un processo di super-
visione della direzione spirituale iniziale che i soggetti hanno preso a impartire
agli altri. Essi possono contare sul sostegno di un direttore «sperimentato», da
loro scelto liberamente tra coloro che seguono lo stesso modello di accompa-
gnamento.
In questi programmi viene dedicato ampio spazio al raccoglimento e alla
condivisione della fede, per far capire che si sta percorrendo un itinerario tra-
scendente di crescita alla presenza e sotto l'azione di Dio. Questa condivisione
delle esperienze favorisce inoltre la fiducia reciproca e crea un clima di comu-
nione fraterna. Coloro che lo hanno seguito testimoniano con gioia che è stato il
periodo più arricchente della loro esistenza. 8

Di fronte al senso di smarrimento o di scoraggiamento che le nuove guide


possono avvertire, di fronte alle impegnative esigenze che si presentano, sarà
indispensabile incoraggiarle, facendo loro presente la grandezza di questo mini-
stero destinato a sviluppare sia la personalità umana, fino a raggiungere le sue
dimensioni più nobili, sia la personalità cristiana, accompagnandola alle vette più
elevate dell'unione divina. 9

Non esiste un metodo universale. L'incremento della richiesta da parte dei


fedeli nei confronti di questo ministero ha fatto sì che non si sia ancora riusci-
ti a unificare i criteri di selezione e di preparazione adottati nei vari centri -
almeno una sessantina - tuttora esistenti, cosicché perdura l'utilizzo di una
grande varietà di stili educativi, ciascuno caratterizzato da propri metodi e per-

8 Cf. N . VEST (ed.), Stili Listening: New Horizons in Spiritual Direction, Morehouse, Harrisburg
(PA) 2 0 0 0 ; J . K . RUFFINO, Spiritual Direction: Beyond the Beginnings, Paulist Press, Mahwah ( N J ) 2 0 0 0 .
9 Cf. T . H . G R E E N , The Friend of the Bridegroom: Spiritual Direction and the Encounter with
Christ, Ave Maria Press, Notre Dame ( I N ) 2 0 0 0 ; LIEBERT, Changing Life Patterns, 5 6 - 5 9 .
corsi di formazione teorica e di allenamento pratico. Ciò dipende, in gran par-
te, dalla formazione precedente e dai metodi psicologici utilizzati dai diversi
direttori.
In ogni modo, in tutte le scuole si riscontrano alcune costanti comuni. Due
condizioni sono sempre richieste: la pratica del carisma apostolico deve svolger-
si sotto la guida personale di un supervisore, che abbia un certo ascendente o
autorevolezza in materia di accompagnamento e che faccia una verifica regolare
e seria nel corso del periodo di addestramento.
Per quanto riguarda la durata del corso, poiché i candidati generalmente
sono persone occupate in una loro professione, bisogna adattare i programmi
alla loro reale disponibilità. Per tale motivo il percorso formativo può prolun-
garsi anche per due o tre anni. I più impegnati hanno bisogno di un quarto anno
per completare tutto il programma.

5. FORMAZIONE TEORICO-PRATICA
Il progetto formativo consta in genere di due parti: teorica l'una, pratica l'al-
tra. Questo piano educativo offre l'opportunità per la crescita spirituale, per la
comprensione stessa dell'accompagnamento e per l'acquisizione delle abilità
necessarie per esercitarlo.
L'impegno pratico viene incoraggiato e valutato attraverso una supervisione
individuale con cadenza mensile da parte di guide esperte; la parte teorica, inve-
ce, è distribuita e realizzata a tempo pieno o nei fine settimana. I punti forti di
questa pianificazione sono i seguenti.
- Due volte all'anno il gruppo (18-20 persone) si riunisce in una sessione di
due giorni per riflettere e dialogare sui problemi della formazione e sugli ele-
menti costitutivi di una vita spirituale integrale. Lo scambio di esperienze spiri-
tuali costituisce il fulcro dell'incontro. Si aggiungono attività complementari
come esercitazioni pratiche, in cui a volte si chiede il contributo di un direttore
spirituale «esperto», che illustri, inoltre, il modo pratico di svolgere le varie fasi
dell'incontro. 10

- A queste sessioni si aggiungono altre cinque giornate singole di studio, in


parte teoriche, in parte di iniziazione pratica. Per la teoria è previsto un tema
centrale che, con l'apporto di uno specialista, illumina la riflessione e favorisce
la meditazione personale e il dialogo di gruppo sulle questioni più scottanti
che riguardano la missione di guida spirituale. Esse sono: la persona come
immagine di Dio, la visione dell'uomo come pellegrino, il discernimento spiri-
tuale e altri problemi specifici della direzione. Per Viniziazione pratica, invece,
si utilizzano varie tecniche, a seconda delle scuole e delle abilità dei professo-
ri, usando il «role play» o gioco di ruolo, in cui due candidati simulano un
incontro di aiuto, davanti al gruppo che verifica la validità di tale incontro; è

1 0 Cf. W. CREED, «Supervision plus Reflection: A Way to form Spiritual Directors», in Presence
4(1998)1.37-42.
possibile anche un lavoro a tre: in questo caso il terzo soggetto diventa l'os-
servatore esterno. 11

- Successivamente ogni principiante registra un dialogo di aiuto con una


persona da lui diretta e lo ripropone per iscritto al supervisore o al gruppo di
allenamento. Egli sarà guidato, prima di tutto, da un supervisore personale, con
lo scopo di rivedere e potenziare il suo rapporto con Dio e con i credenti che a
lui ricorrono. I raduni di supervisione si compiono una volta al mese e sono
incentrati sul dialogo scritto. Questa supervisione individuale viene completata
dalla revisione tra uguali: i candidati stessi discutono sugli incontri registrati e sui
loro problemi e difficoltà. 12

- Nel corso di ogni incontro è previsto espressamente un tempo congruo di


silenzio e di preghiera condivisa, preparata da uno dei partecipanti. Ciascuno sce-
glie un gruppo di lavoro in base all'argomento che vuole affrontare. Ogni gior-
nata si conclude poi con il libero scambio delle esperienze. Nell'incontro conclu-
sivo del corso i candidati riferiscono sul risultato della loro esperienza mediante
un elaborato scritto.
Fino a quando si è principianti? Più che di tempo, è questione di preparazio-
ne: la persona rimane principiante finché viene giudicata capace di agire auto-
nomamente, senza bisogno di una costante supervisione individuale. Quando
sarà capace di discernere il movimento interiore che lo Spirito sta suscitando
negli aiutati e di scoprire i punti focali della sua azione, potrà essere considerata
ormai pronta per passare alla fase successiva.

6. LA FORMAZIONE PERMANENTE
Dal momento in cui il nuovo accompagnatore comincerà a operare libera-
mente, sentirà ancora, dato il complesso ministero che deve compiere, l'oppor-
tunità di una formazione continua e di una supervisione individuale permanen-
te. Nella misura in cui egli diventerà più sicuro nel suo ministero, potrà diminui-
re la frequenza e la funzione di entrambe.
Alla supervisione da parte di un direttore spirituale esperto potrà subentrare
la supervisione tra uguali, cioè tra altri direttori della regione, che avrà come fina-
lità il perfezionamento del metodo da usare nell'esercizio del proprio ministero e
l'illuminare le difficoltà che si trovano, specialmente nei casi difficili di transfert e
nelle notti oscure. Una rivista professionale e un convegno nazionale annuale di
una settimana saranno utili strumenti di aggiornamento sulle novità e sui mag-
giori problemi comuni da affrontare riguardo a questo particolare apostolato. 13

In ogni modo, il diventare direttore spirituale è un impegno costante: un


compito che si estende a tutto l'arco esistenziale. L'esperienza personale mette il

11Cf. M. HALPIN, Imagine That. Using Fantasv in Spiritual Direction, C. Brown Co., Little 1982,
82-86.
12Cf. E . KENNEDY - S.C. CHARLES, Oh Becoming a Counselor. A Basic Guide for Nonprofessio-
nal Counselors and Other Helpers, Crossroad, New York 2001,386-400.
13Cf. GOYA, «La formazione delle nuove guide», 4 - 4 6 .
soggetto davanti a un Dio senza fine, che lo incita a una crescita sempre più ele-
vata, nella conoscenza tanto della grandezza divina quanto della povertà della
propria realtà creaturale. Il suo incontro intimo con i diretti, che cercano arden-
temente una relazione più intima con Dio, stimolerà la sua preghiera, approfon-
dirà la sua riflessione, gli darà uno sguardo nuovo su ciò che stanno vivendo
coloro che a lui si rivolgono e lo spingerà ad approfondire di continuo un'av-
ventura che non ha il suo termine in questo mondo.
La supervisione, a sua volta, lo aiuterà a diventare sempre più competente e
confidente nella sua missione e a compiere il suo ministero alla presenza divina
e sotto l'azione dello Spirito Santo. Infatti, anche se l'orientamento spirituale
presuppone varie abilità naturali, queste non bastano a fare di lui un buon diret-
tore. Il segreto della sua riuscita si trova in una fede viva e in una speranza fer-
ma, capaci di mettere bene a fuoco questo aspetto centrale della supervisione.

CONCLUSIONE
Tentando una valutazione sintetica della situazione, mi pare di poter conclu-
dere che continua ancora nel nostro tempo l'evidente accelerazione che si è regi-
strata nell'esperienza di accompagnamento spirituale.
Non è possibile dunque accontentarsi di rispolverare semplicemente certe
pratiche tradizionali: troppe cose sono cambiate e vanno ripensate. Ci sono tan-
ti elementi nuovi e stimolanti, tanti progetti significativi, dunque tanto da fare,
affinché la chiamata alla santità trovi i sussidi necessari per essere presa sul serio
e attuata da una buona parte dei credenti.
Tracce per la personalizzazione

1. Avverti la responsabilità di quello che fai o basta la tua buona fede? Agisci con
scienza e discrezione? Possiedi una solida preparazione intellettuale?
2. Conosci adeguatamente:
- la presenza delle Tre Persone divine e il rapporto intimo da costruire con loro?
- il senso della Grazia santificante? Il processo graduale che il Signore segue nei
fratelli?
- la potenza e l'azione dello Spirito Santo nel cuore dei credenti?
3. Capisci adeguatamente le manifestazioni e le difficoltà tipiche di ogni tappa, i peri-
coli comuni da evitare e l'evoluzione lenta nel cammino della purificazione?
4. Intuisci la grandezza delle opere del Signore e la varietà delle sue vie? Comprendi
i bisogni del diretto?
5. Sai discernere qual è il progetto di Dio? Conosci i mezzi più adeguati per realizzar-
lo? A volte, ritieni necessario ricorrere all'aiuto di una persona specializzata?
6. Credi nella vocazione universale alla santità? Stimoli la fede nella vocazione alla
santità, vissuta nel quotidiano?
Appendice I
ESERCIZIO DI AUTO-CONOSCENZA: «IO SONO?»

- Fai un elenco di tutte le tue qualità.


- Fra queste, scegli le qualità che ti distinguono.
- Scegli: 1) le 5 che hai in maggior grado;
2) le 5 che preferiresti avere se potessi scegliere;
3) le 5 che più appaiono agli altri;
4) le 5 migliori qualità che hai come professionale;
5) le 5 migliori come membro di un gruppo-comunità;
6) le 5 migliori della tua vita di relazioni sociali libere.
Questa è la lista base delle qualità della persona umana, ti può servire come orienta-
mento e come dialogo:
adattabile, affettuoso, affidabile, allegro, ambizioso, ansioso, antipatico, apatico, aperto,
attento, attivo, autoritario, bisognoso d'appoggio, brontolone, calmo, caparbio, comprensivo,
comunicativo, coraggioso, creativo, curioso, depresso, diffidente, dinamico, diplomatico,
discreto, disperato, disponibile, energico, entusiasta, equilibrato, esigente, felice, fiducioso,
fiero, flessibile, fortunato, furibondo, impaziente, impulsivo, incoerente, indipendente, inge-
gnoso, inibito, innovativo, insicuro, intraprendente, irrequieto, irritabile, laborioso, leale,
loquace, meticoloso, non amato, nostalgico, oppresso, ostile, ottimista, paziente, perseveran-
te, pessimista, pigro, pratico, prepotente, protettivo, responsabile, riflessivo, riservato, risolu-
to, sensibile, sereno, sicuro, simpatico, soddisfatto, socievole, spensierato, spregiudicato,
superbo, taciturno, teso, timido, tranquillo, triste, ubbidiente, vuoto.
Alla fine dell'incontro si fa scrivere al guidato qual è la figura che è venuta fuori, con
le sue qualità dominanti e con quelle meno sviluppate.
Il lavoro può proseguire evidenziando anche quelle caratteristiche che si vorrebbero
sviluppare o attenuare, esaminando insieme che cosa sarebbe necessario per tradurre in
pratica il desiderio.
Questo esercizio può essere fatto sull'elenco di aggettivi, per ognuno dei quali si chie-
de al guidato di specificare in che misura riconosce ogni singolo aspetto in sé (nulla, poco,
abbastanza, molto).
Appendice II
IL PROFILO DELLA MIA PERSONALITÀ

Niente: 0 Poco: 3 Normale: 5 Abbastanza: 7 Molto: 9 Io Altri


1. Varietà di interessi
- Prescindo dai gusti immediati
2. Mi conosco
- Mi accetto
- Ho stima di me stesso
- Ho fede nelle mie qualità
- Accetto i miei limiti e difetti
3. Stabilità emozionale
- Ho autocontrollo
- Tollero la frustrazione
- Esprimo le mie convinzioni
- Ho capacità di decisione
4. Ho rapporti cordiali con gli altri?
- Ascolto gli altri
- Accetto gli altri
- Ho fede nella comunità
- Sono servizievole ___
- Sono autoritario
5. Giudizio oggettivo sul mondo
- Sono responsabile
- Ho autonomia di idee
- Ho capacità di lavoro
6. È chiaro il mio ideale?
- Ho contraddizioni con esso
- Ho progetti a lunga scadenza
- Ho un alto livello d'aspirazione ,
- Mi sento realizzato
Si può chiedere ad altri di dare la loro opinione; il loro voto si mette accanto a quel-
lo dell'Io e si fa il confronto. Si osserva in quali settori i voti sono più elevati e in quali più
bassi e se coincidono con quelli degli altri.
Capitolo secondo
LA GUIDA E L'INCONTRO DI AIUTO

La psicoterapia, dopo gli insegnamenti e indirizzi nuovi offerti specialmente


da Cari Rogers, ha concentrato la sua attenzione sulla persona stessa, anziché sul
problema, come avveniva precedentemente. L'obiettivo dell'intero ciclo di
1

sedute psicologiche non è più il superamento di un conflitto o del sintomo del


malessere, ma una maggior maturità, indipendenza e integrazione del soggetto.
Si tratta di creare un ambiente protetto, in cui la qualità della comunicazio-
ne che s'instaura tra direttore e diretto sia considerata più importante che le tec-
niche e i metodi usati. Si vuole costruire una situazione dove vi sia un clima di
fiducia, di accettazione, di non giudizio e di reciproco rispetto.
L'ascolto viene considerato come una «tecnica» essenziale, in cui un indi-
spensabile contributo è dato dalla relazione terapeutica centrata sulla persona.
Il direttore è totalmente a disposizione del diretto, con tutto se stesso, senza
interrompere, senza intervenire con commenti o con giudizi. Egli si offre all'al-
tro in un'attenzione esclusiva e con la testimonianza della propria esperienza.
L'inizio dell'incontro, il benvenuto nello studio del direttore, il primo quarto
d'ora di colloquio, diventano momenti molto decisivi, in cui due persone si scam-
biano svariati messaggi, molti più numerosi e importanti di quanto occhio e orec-
chio possano percepire. In fondo, entrambi si stanno chiedendo: «Possiamo lavo-
rare insieme?».
Bisogna allora centrare la nostra attenzione, prima di tutto, sulla personalità
dell'accompagnatore.

1. UNA GUIDA CHE CONOSCE SE STESSA


Il direttore spirituale, innanzitutto, deve aver compiuto un profondo lavoro
su di sé. Come la guida alpina, prima di poter guidare altri soggetti verso la cima
della montagna, deve aver percorso già molti sentieri, così da avere una certa
dimestichezza con le vie migliori e con gli ostacoli e le difficoltà che vi si trova-
no, a maggior ragione l'esplorazione del mondo interiore richiede lo stesso tipo

1 Cf. C. ROGERS, La terapia centrata sul cliente, Martinelli, Firenze 1971; C. ROGERS - G.M. KIN-
OET, Psicoterapia e relazioni umane, Boringhieri, Torino 1970.
di allenamento, in modo che la guida spirituale, nel tortuoso viaggio che il diret-
to compie verso la conoscenza di sé, sia, a sua volta, esperta nella propria auto-
conoscenza, il cui processo, iniziato già da tempo, ancora prosegue.
Il direttore, prima di tutto, è un individuo attento ai problemi umani, proprio
perché è stato ed è sensibile alla complessità della propria interiorità. Non è
necessario che abbia risolto tutti i suoi problemi, ma è fondamentale che conosca
bene le proprie aree di vulnerabilità, per non mescolare ruolo professionale e
questioni personali, per mettere queste ultime da parte durante la seduta e anche
per sapere quali casi, situazioni o problemi non conviene trattare, almeno per il
momento, poiché toccano ferite non ancora del tutto rimarginate. Generalmen-
te, chi ha sofferto nella propria carne può diventare un buon accompagnatore
perché sa sviluppare e manifestare sincera empatia nei confronti degli altri.
Questo percorso di crescita personale del consigliere non cessa in un deter-
minato momento dell'esercizio della professione. Ogni singolo caso, ogni nuova
situazione, diventa un'occasione per conoscersi meglio. Ed è proprio in questa
autentica disponibilità a mettersi in gioco, da entrambe le parti, che nasce il cli-
ma adatto al counselling, in cui quello che conta è l'incontro umano. 2

2. SINTESI DELLA RELAZIONE DI AIUTO: IL «GUARITORE FERITO»


La relazione di aiuto può essere rappresentata con varie immagini. H.J.M.
Nouwen, descrivendo il ministero nella società attuale, nel titolo di un suo libro
ha ripreso quella classica e affascinante del «guaritore ferito». 3

Altri autori preferiscono parlare del «peccatore amato da Dio», che ha fatto
esperienza forte di tale mistero e ha pure conosciuto la lotta dell'incontro con
Gesù, il Signore:
«Un direttore che disponesse soltanto di un'esperienza confortante della salvezza
avrebbe difficoltà a capire e aiutare chi fa l'esperienza di quei sottili movimenti del-
lo spirito che hanno luogo quando la relazione comincia a orientarsi verso un'identi-
ficazione più profonda con Gesù e la sua missione». 4

È necessario che le guide spirituali abbiano fatto esse stesse l'esperienza del-
le difficoltà e delle prove e che continuino ancora il combattimento ascetico che
presuppone lo sviluppo e l'approfondimento della loro relazione con il Signore.
In tal modo diventeranno tolleranti nei confronti di esperienze penose sia pro-
prie che altrui.
Consapevoli delle proprie ferite, non si meraviglieranno delle emozioni for-
ti, dei sentimenti profondi, delle esperienze misteriose che potranno ascoltare e
accoglieranno con serenità i vari momenti di solitudine, angoscia, paura, insicu-
rezza, separazione e lutto.

2 Cf. B. GOYA, Luce e guida nel cammino. Manuale di direzione spirituale, EDB, Bologna 2004,
21-123.
3 Cf. H . J . M . NOUWEN, Il guaritore ferito. Il ministero nella società contemporanea, Queriniana,
Brescia 1978.
4 W.A. BARRY - W.J. CONNOLLY, La pratica della direzione spirituale, O.R., Milano 1990.157-158.
Esse matureranno atteggiamenti di accoglienza, comprensione e comunione.
La loro conoscenza esperienziale diventerà motivo di speranza per gli altri e vi
coglieranno pure un'occasione per liberarsi dai propri legami distruttivi. Se non
avessero questa consapevolezza delle proprie ferite, potrebbero correre il rischio
di tentare di incoraggiare gli altri, mostrando loro le sofferenze del proprio pas-
sato, cosa che, a lungo andare, potrà far sentire agli altri che c'è poca speranza di
guarigione.

3. L'ACCOGLIENZA
È stato detto: «Studiate, ma quando siete davanti al cliente dimenticate tut-
to». La cosa più rilevante durante la seduta è quella di centrarsi su di lui e cerca-
re di comprenderlo empaticamente. In tal modo si crea un ambiente facilitante, in
cui può avvenire un incontro tra due mondi: quello del direttore, che prepara l'a-
nimo, e quella del diretto, che si pone in uno spirito di apertura nei suoi confron-
ti. A tale livello di comunicazione intervengono vari fattori come il linguaggio non
verbale: senza dire neppure una parola si può capire chiaramente il livello di
comunicazione che si stabilisce e in che misura l'altro lo accetta e vi aderisce. 5

Come divenire accoglienti? Le cose da fare a tale scopo possono essere mol-
teplici, per esempio: superare l'egocentrismo, abbattere i pregiudizi, mettere tra
parentesi le proprie abitudini ecc.
Due piste, fra tutte, pare siano da privilegiare in questo senso. Innanzitutto,
liberarsi dalla preoccupazione di dare-offrire qualcosa. Solo chi è disposto a rice-
vere, a guardare l'altro come portatore di un dono, diventerà veramente acco-
gliente. Allora si libererà da tante preoccupazioni nevrotiche e difensive e
diverrà capace di vera accoglienza e di scambio reciproco. Chi ha tutto, sa tutto,
ha in mano tutte le risposte ai problemi esistenziali... non potrà essere acco-
gliente: un recipiente pieno non può più ricevere; solo se è vuoto, può accoglie-
re ancora! È una dinamica profondamente umana. L'assistente non può ridursi
al dare, deve anche essere capace di ricevere; d'altronde il termine capacità ha
già in sé il significato di attitudine a ricevere. 6

4. L'ASCOLTO
C'è un immenso bisogno di ascolto, ma si sa che l'ascolto, a volte, non è faci-
le né breve e che per ascoltare si impiega forse più tempo che per parlare. In ogni
modo, per poter comunicare, occorre che qualcuno sia disposto ad ascoltare. E
qui che si entra nel merito di tale aspetto della relazione di aiuto: ascoltare è una
forma efficace di aiutare gli altri e certamente ben gradita. G. Colombero parla

5Cf. B. GIORDANI, II colloquio psicologico nella direzione spirituale, Rogate, Roma 1992; A .
GODIN,La relazione umana nel dialogo pastorale, Boria, Torino 1 9 6 4 .
6Cf. A . BRUSCO - S. MARINELLI, Iniziazione al dialogo e alla relazione di aiuto, Il Segno, Caria-
no (VE) 1994,40-44.
di «regalare ascolto» e sostiene che esso «commisura bene la disponibilità al ser-
vizio e il beneficio dell'incontro». 7

Ma, in particolare, cosa significa ascoltare? Ecco alcune considerazioni.


- L'ascolto non va confuso con il sentire, in cui basta una tenue attività di
coscienza. Per l'ascolto è necessaria un'attività interiore di decifrazione dei
contenuti e dei significati delle parole: esige un'intensa attività interiore.
- Per ascoltare è necessario far tacere se stessi, le proprie idee, il proprio
modo di ragionare e di vedere le cose. Bisogna pure sospendere ogni giu-
dizio sulla persona dell'interlocutore e su quanto egli comunica, evitando
di lasciarsi trascinare da pregiudizi e stereotipi. Qualche autore parla del
fenomeno del terzo orecchio (ascolto di se stessi) che deve rimanere chiu-
so. Esiste, infatti, il rischio concreto di perdere il filo del discorso altrui.
- Ascoltare significa, inoltre, riconoscere l'altro, cioè la legittimità e l'impor-
tanza di ciò che sperimenta e comunica. Non ascoltare - o ignorare - è
negare l'altro, comunicargli praticamente che non è importante.
- L'ascolto si realizza con tutta la persona, con tutte le facoltà e, inoltre, con
l'atteggiamento, la mimica del volto, la postura. Un filone della psicologia,
tra i più interessanti, sostiene che ogni atteggiamento è comunicazione:
qualcosa, quindi, si comunica sempre, anche quando si sta zitti. Questo
significa pure che si deve attendere prima di rispondere: alcuni secondi di
pausa permettono di chiarire la risposta.
- L'ascolto è particolarmente interessato alle emozioni e ai sentimenti comu-
nicati o anche solamente fatti intuire. Il sentimento, in qualche modo
espresso, è sempre un segno della relazione esistente tra chi parla e l'og-
getto del suo discorso; proprio per questo suo essere segno, il sentimento è
una fonte importantissima di informazioni per capire l'interlocutore e il
suo mondo interiore. Il fare attenzione alle emozioni dell'interlocutore
deve divenire, pian piano, uno stile di comunicazione e di rapporto. 8

L'ascolto è, quindi, attivo. Ciò significa che bisogna prestare attenzione a tutti
i segnali emessi da una persona, non solamente i suoni, ma abilitare anche la vista
per cogliere i segnali non verbali che provengono dagli atteggiamenti corporali,
dalla mimica facciale, dal movimento degli occhi, dallo sguardo, dalla stretta di
mano, dal contatto corporeo, dalla gestualità, dal tono di voce, dalla sua inflessio-
ne, dal suo ritmo e cadenza, dalla posizione, dalla vicinanza, dalla lontananza.
In realtà si dovrebbe parlare di attenzione attiva perché si tratta di dedicare
il più dettagliato e speciale interesse possibile all'altra persona, utilizzando tutti
i sensi. Scopo di questo ascolto attivo è prestare attenzione e cercare di com-
prendere i pensieri, i sentimenti e il comportamento dell'altro.

7 Cf. G . COLOMBERO, Dalle parole al dialogo. Aspetti psicologici della comunicazione interperso-
nale, San Paolo, Cinisello Balsamo ( M I ) 1 9 9 3 , 9 7 .
8 Cf. BRUSCO - MARINELLI, Iniziazione al dialogo, 4 4 - 4 5 .
In che modo lo facciamo? Ecco alcuni segnali rilevanti di questo linguaggio:
- qualità della voce: sommessa, forte, sicura, timida, robusta, debole ecc.;
- respiro: profondo, leggero, affrettato, rilassato ecc.;
- espressione del viso: rilassata, tesa, impaurita, felice, disgustata ecc.;
- se parla o se sta in silenzio;
- la storia che racconta;
- l'uso dello spazio e la distanza che si frappone fra i due interlocutori. 9

L'osservazione dell'atteggiamento posturale, con tutti i relativi movimenti e


modifiche di posizione del corpo dell'interlocutore, arricchisce il direttore di
molte informazioni e offre una chiave di comunicazione supplementare.
Il corpo, con tutta la sua vasta gamma di atteggiamenti, posture, sguardi,
gestualità, rimane sempre l'attore principale di questo linguaggio, come ha det-
to R.W. Emerson:
«Quando gli occhi dicono una cosa e la bocca un'altra, l'uomo avveduto si fida del lin-
guaggio dei primi».

5. IL VALORE DEL SILENZIO


Non solo la parola, ma anche l'assenza di parola può essere densa di signifi-
cati e di messaggi. I silenzi sono parte integrante di un rapporto basato soprat-
tutto sullo scambio verbale. Permettono di prendere fiato, di riposarsi un
momento, di ascoltarsi dentro e di fare il punto della situazione.
Ci sono diversi tipi di silenzio:
- c'è un silenzio di attesa, in cui entrambi aspettano che sia l'altro a dire qual-
cosa. Si può aspettare, o venirgli incontro, riprendere uno degli ultimi con-
cetti espressi per partire di lì e approfondire, fare una sintesi, oppure può
essere un messaggio non verbale di accoglienza e di accettazione, per non
far pesare la situazione all'interlocutore;
- c'è poi un silenzio di tensione, in cui l'ansia dell'uno invade anche l'altro ed
entrambi rimangono incapaci di proseguire. Per uscire da questo stallo, si
può chiedere delicatamente all'interlocutore come si sente al momento;
- c'è infine il silenzio di pienezza, in cui l'incontro avviene su un piano più
profondo, senza bisogno di parole. È un silenzio pieno di significati e di
contenuti, un silenzio prezioso da godere e da assaporare. 10

9 Ct. V. ALBISETTI, Guarire con la meditazione cristiana. Un modo nuovo di pregare, Paoline,
Milano 2005, 61-89; l'autore propone il training autogeno, «metodo di rilassamento» elaborato da
2

Schult: ambiente, abbigliamento, posizione, calma, esercizio della pesantezza, esercizi complementa-
ri: cuore, respiro, plesso solare, fronte.
10 Cf. B. GOYA, «Importanza psicologica dell'ascolto integrale», in Dio parla nel silenzio, Tere-
sianum, Roma 1989,93-123.
6. IL METODO NON DIRETTIVO
È quello «centrato sulla persona accompagnata» e non sulle conoscenze del-
l'accompagnatore o sul problema che si vuole risolvere. Alla persona si accede solo
a partire dalla persona, dalla sua esperienza, dai suoi atteggiamenti, motivazioni,
dinamismi... Questo metodo presenta un duplice aspetto: quello di non orientare il
soggetto verso una mèta intesa dal direttore, evitando quindi di portare l'individuo
a pensare, sentire o agire secondo uno schema tracciato da altri; e quello di testi-
moniare in modo concreto la fiducia del padre spirituale nelle risorse di energia e
di orientamento verso la realizzazione di sé, di cui ogni persona è dotata. 11

Nei metodi direttivi la guida svolge un ruolo appunto direttivo e autoritario;


nei metodi non direttivi essa si limita, invece, a fare da cassa di risonanza al diret-
to, lasciandogli la libertà di impostare e portare avanti il colloquio.
Il metodo direttivo è formulato in modo da proporre alla persona le struttu-
re psicologiche - sistemi ideologici, orientamenti affettivi, rapporti sociali, sensi-
bilità religiosa e morale - ritenute dall'accompagnatore valide o necessarie. Il
metodo non direttivo, invece, è una modalità di intervento in cui il direttore si
concentra sullo sviluppo della persona, aiutandola a prendere coscienza del pro-
prio mondo percettivo, a riflettere sui vari aspetti della situazione esposta, a
valutare il significato umano e morale del proprio comportamento e a prendere
decisioni assumendosene la responsabilità.
La relazione di aiuto più efficace è quella detta semi-strutturata, nella quale
cioè esiste un piano (schemi, questionari, dati ecc.) per favorire la comunicazio-
ne, ma la si utilizza unicamente come orientamento per l'aiuto o come punto di
partenza. Questo stile d'intervista facilita la riflessione previa e Vintrospezione in
modo più cosciente. E molto adatta a persone che hanno problemi a verbalizza-
re i propri sentimenti.
In ogni modo, bisogna dire che non esistono ricette prefabbricate, né due casi
uguali, poiché ogni soggetto è originale e irripetibile. La difficoltà maggiore si incon-
tra nel sapere come incitare la persona che consulta a prendere coscienza dei suoi
sentimenti, a conoscere i suoi problemi e i suoi limiti e ad assumerli, così da poter
intuire quali passaggi deve percorrere per migliorare nei suoi comportamenti.

7. RIFORMULAZIONE
In tale impegno diventa utile la riformulazione, che consiste in un metodo di
chiarimento nel quale si verbalizza con chiarezza ciò che il consulente è riuscito
a cogliere dalla comunicazione verbale e non verbale del cliente. Costituisce un
intervento costante per dare alla persona la sicurezza di essere ascoltata e com-
presa, per stimolarla a continuare nell'esplorazione di sé, per verificare pure se
il consulente percepisce correttamente ciò che l'individuo sta dicendo. 12

11 Cf. ROGERS - KINGET, Psicoterapia e relazioni umane. 2 0 0 - 2 0 9 ; C. SCURATI, Non direttività. La


Scuola, Brescia 1976.
12 Cf. R. ZAVALLONI, La terapia non-direttiva nell'educazione. Armando, Roma 1971.
«[La riformulazione] ha l'obiettivo di rimandare il messaggio al cliente; è come dirgli:
"Sono con te, ti ascolto, ti seguo, ti capisco". Come suggerisce la parola stessa, la rifor-
mulazione riflette il contenuto recepito, rimanda al cliente quanto lui stesso ha detto.
"Così, secondo te...", "Tu vuoi dire che...", "In altre parole...", "A tuo avviso, perciò...",
sono alcune delle formule classiche più utilizzate. Può essere effettuata utilizzando
esattamente le stesse parole dell'interlocutore, oppure attraverso una parafrasi, una
sintesi, o semplicemente un'eco di alcune parole significative, a testimonianza dell'in-
tensità con cui si sta seguendo il discorso». 13

E, questa, una tecnica che non va utilizzata meccanicamente, né in modo indi-


scriminato, ma che, attraverso una certa pratica, permette di consolidare il rap-
porto tra due persone. Una buona riformulazione non serve solo a frantumare la
sensazione di solitudine del cliente, ma soprattutto a permettergli di ripristinare
la capacità di riflessione razionale. Esprimendo a voce alta, condividendo pensie-
ri di solito coltivati nell'intimità del soliloquio, gli si offre la possibilità di verifi-
care se quanto sta comunicando corrisponde esattamente a quanto sta sentendo
e lo educa a una formulazione sempre più accurata del proprio sentire. Serve
anche al counselor per verificare la sua comprensione del cliente, permettendo-
gli, in caso contrario, di correggersi per cogliere meglio il mondo dell'altro.
Applicando questa tecnica alla direzione spirituale si possono ottenere
diversi vantaggi. Anzitutto si dimostra all'interlocutore che il padre spirituale
partecipa in modo continuo e intenso all'esperienza che gli viene esposta e che
si impegna non solo a pensare a lui, ma a pensare assieme a lui. Inoltre la rifor-
mulazione dà al guidato la certezza di essere compreso più a fondo. 14

La riformulazione può assumere varie forme: la reiterazione, la delucidazio-


ne e il riflesso del sentimento.
La reiterazione rappresenta la forma più elementare della riformulazione e
riguarda il contenuto evidente della comunicazione ricevuta. Essa è general-
mente breve, viene usata quando il racconto è chiaro e mira ad assicurare l'in-
terlocutore che il padre spirituale sta ascoltando con attenzione e comprende
senza difficoltà.
Può bastare un semplice cenno di assenso, qualche monosillabo o ripetere le
ultime parole di una frase. E la «risposta-eco», che si usa quando la persona sta
proponendo fatti oggettivi o descrive situazioni. Quando il racconto si fa più per-
sonale e ricco di circostanze, il padre spirituale riformulerà, riassumendoli bre-
vemente, i fatti salienti, usando termini incisivi e concreti. 15

In quest'ultimo caso, il direttore spirituale cerca di «tradurre» ciò che è sen-


tito come essenziale dall'interlocutore. Il breve dialogo che segue può illustrare
questo tipo di reiterazione, grazie alla quale il cliente si sente capito, accolto e più
libero.

13 Cf. M. RICHIELLE, «Feedback», in Nuovo Dizionario di Psicologia, Boria, Roma 2001, ad loc.
14 Cf. L. CASTRO, La direzione spirituale come parternità, Effatà, Cantalupa (TO) 2003,226-230.
15 Cf. D.F. MCFARLAND, «Feedback», in Psicologia. Dizionario Enciclopedico. Laterza, Bari 1998,
387-388.
P. Mi sento molto scoraggiato, non posso continuare così.
C. Lei si sente al limite della sopportazione, «non ne può più».
P. Non è solo questione di questo momento; non si tratta di un sentimento passeggero.
C. A suo parere, non si tratta di una situazione transitoria, ma di qualcosa di più
profondo.
La delucidazione, o chiarificazione, rinvia al cliente il senso di quanto ha det-
to, il nucleo del suo racconto, perché ne faccia l'oggetto di una riflessione più
ampia e possa trasmetterlo in modo più chiaro. Si tratta infatti di fare chiarezza.
Lo si può stimolare con domande come: «Mi sembra di comprendere che lei è
molto preoccupato per la sua situazione familiare».
Il riflesso del sentimento riguarda invece gli stati d'animo. La nozione di «sen-
timento» comprende non solo esperienze di natura emotiva o affettiva, ma si
estende a tutto quanto tende a rivelare l'angolo percettivo, personale, soggettivo,
dell'esperienza. Le intenzioni, le impressioni, le credenze e gli atteggiamenti rien-
trano nella nozione di sentimento.
Col riflesso del sentimento si mira a far emergere i dinamismi di fondo che
determinano e caratterizzano il comportamento. Spesso i sentimenti non vengo-
no verbalizzati, ma affiorano e si trasmettono per via non verbale. Chi ascolta
con attenzione e osserva con cura il soggetto che sta intervenendo, riuscirà a
cogliere lo stato d'animo di colui che soffre l'esperienza che sta raccontando.
Quando il padre spirituale sta identificando con certezza il tipo e il grado di
sentimento che il suo interlocutore sta provando, è bene che glielo rifletta subi-
to, esprimendosi con termini appropriati, chiari e facilmente comprensibili. Si
può guardare il seguente esempio:
Bambino: Tutti i miei compagni di scuola hanno una bicicletta.
Padre: Allora sei solo tu a non avere la bicicletta?
B. Sì, soltanto io.
P. Di' un po', non ti piace molto questa situazione, vero?
B. No. Non mi piace.
P. Lo capisco, sai, Gianni!
B. E se ne vanno a fare delle scorribande, dopo le lezioni, e si divertono... E
dopo raccontano tutto quello che hanno fatto e come si sono divertiti.
P. E ciò non è molto divertente per te.
B. No (pausa) e mi dicono: «Perché tuo padre non ti compera una bici?».
P. Ah, dicono così?
B. Sì.
P. Ehm (pausa).
B. Non potrei anch'io avere una bicicletta?

8. INTERVENTI INADEGUATI
• Imposizione, proibizione: sono espressioni che indicano autoritarismo e
mettono la persona in stato di soggezione e di dipendenza passiva.
• Esortazione: un'esortazione insistente, rafforzata da un atteggiamento
paternalistico, diventa pressione morale. Lascia poco spazio alla riflessio-
ne e assimilazione personale.
• Consiglio e persuasione: con essi si danno spiegazioni sulle probabili cause
e sul significato dei sintomi denunciati dalla persona, con l'intenzione di
attirarla alle proprie idee.
• Rassicurazione: tende a rincuorare le persone timorose o a volte insicure
cercando di minimizzare certi aspetti che l'individuo sente come gravi o
minacciosi.
• Proposta di soluzioni: offre saggi consigli, soluzioni sicure ai problemi.
Tutte queste forme non danno fiducia alla persona e rischiano di favorirne la
passività e la dipendenza.

9. IL PROBLEMA DEL «TRANSFERT» E DEL «CONTRO-TRANSFERT»


Nell'esercizio del dialogo spirituale non è raro avere a che fare con situa-
zioni di transfert nelle quali i due partecipanti sono più o meno coinvolti. Nel
processo della terapia psicanalitica ci sono momenti in cui i pazienti sono soliti
trasferire sull'analista i sentimenti che hanno provato un tempo nei confronti
dei propri genitori: in questo caso si ha l'identificazione dell'analista con un'im-
magine che appartiene alla prima infanzia. Tale identificazione tende ad esten-
dersi a tutte le forme di autorità che si incrociano nel cammino familiare o pro-
fessionale.
I desideri inconsci si attualizzano nell'ambito di una determinata relazione
analitica. I prototipi infantili sono vissuti con un forte senso di attualità: è il con-
tenuto del termine transfert o trasferimento, una forma di spostamento dei desi-
deri inconsci di affetto o di aggressività, di amore o di odio, verso la persona del-
la guida che occupa legittimamente i pensieri del soggetto.
Dal punto di vista della funzione nella cura il transfert diventa, nelle mani del-
l'analista, lo strumento terapeutico più efficace e svolge un ruolo di primo piano
nella dinamica del processo di guarigione. L'analista assume la figura che il suo
paziente gli attribuisce, non per soddisfare i suoi affetti frustrati, ma per aiutarlo
a elaborarli. Si tratta sempre di una reazione poco oggettiva, in quanto il pazien-
te non si relaziona con l'analista, ma con una persona che proietta in lui.
La teoria umanistica del colloquio invita, invece, lo psicologo a seguire nel
transfert lo stesso procedimento che utilizza di fronte alle altre reazioni: si tratta
del metodo della riformulazione che aiuta il paziente a prendere consapevolez-
za, a superare le ambiguità e a pervenire ad atteggiamenti più adulti e maturi.
Anche nell'accompagnamento spirituale, dato che lo scopo è lo sviluppo del-
la relazione tra le persone dirette e il loro Signore, si tenta di illuminare il cre-
dente affinché si apra al Signore superando gli ostacoli e le ferite che trova nel
suo cammino e che possono turbare la relazione divina. L'aiutato può fissarsi sul-
l'aiutante, anziché sul suo Signore; è quindi indispensabile superare la brama di
piacergli in tutto ciò che può assorbire la sua mente e il suo cuore, anziché il com-
pimento della volontà divina.
Ciò che interessa è che la guida prenda coscienza di queste interferenze e
aiuti il guidato a fare lo stesso. La relazione che deve essere privilegiata nell'in-
contro spirituale è quella con Dio; la guarigione affettiva e la realizzazione per-
sonale verranno come conseguenza dell'identificazione con il Trascendente.
Per questa chiarezza delle sue motivazioni il verificarsi delle reazioni di tran-
sfert può essere meno frequente nella direzione spirituale rispetto all'analisi psi-
canalitica, per il fatto che le persone dirette sono invitate a centrarsi, in primo
luogo, sulle loro relazioni con il Signore.
Perciò i direttori spirituali devono stare attenti a non rivestire la figura di
padre o di madre, che soddisfano i bisogni frustrati. Possono scoprire la presen-
za di reazioni di transfert proprio per il loro carattere di manifestazioni emotive
intense e inadeguate, perciò dovranno stare in guardia e non rispondere all'in-
tensità dell'amore o della collera che il diretto manifesta nei loro confronti. Essi
proseguiranno il dialogo con calma, senza fermarsi troppo su queste manifesta-
zioni e aiutando il guidato a far scemare collera e passione.
Tuttavia, poiché le guide spirituali sono anche esseri umani, non sono al
riparo dalle proprie manifestazioni di transfert delle ferite del passato, magari
non completamente guarite, in particolare per ciò che riguarda l'infanzia.
Anch'essi sono in cammino verso la liberazione o la guarigione piena e posso-
no ancora trovarsi di fronte a conflitti emozionali non risolti o a zone d'ombra
della propria personalità, bisognose di serenità e di pace. Tutto ciò costituisce
per loro un invito a sentirsi una guida che cammina e cresce progressivamente
assieme al guidato.
E il caso del contro-transfert che, originariamente, viene descritto come «l'in-
sieme delle reazioni inconsce dell'analista alla persona analizzata e, più partico-
larmente, al suo transfert». 16

Anche qui, come nel caso del transfert, i criteri di discernimento portano a
scoprire gli indizi della manifestazione di un contro-transfert nella reazione
sproporzionata, inopportuna e mortificante dell'accompagnatore. Questi deve
prestare attenzione alle reazioni affettive nuove che va sperimentando e deve
domandarsi se la crescita teologale è stata il centro dell'incontro. L'analisi dei
sogni, delle fantasticherie e delle distrazioni, verificatisi durante la meditazione,
può rivelare se qualche diretto ha toccato troppo nell'intimo il suo direttore.
Sarà conveniente che quest'ultimo si domandi: «Questi sentimenti o deside-
ri sono compatibili con il mio atteggiamento personale riguardo a Dio e riguar-
do alle persone da me dirette?». Considerato che non si tratta di una tentazione
a cui si possa sfuggire, ma di un dato di fatto, egli accoglierà in pace i propri sen-
timenti e si sforzerà di reagire in modo sufficientemente distaccato e oggettivo,
avendo cura di gestirli adeguatamente. Una supervisione seria e completa potrà
essere di grandissimo aiuto in casi simili per riflettere sulle motivazioni che sono
presenti in ogni momento e per maneggiarle con abilità professionale.

Cf. «Controtransfert», in J. LAPLANCHE - J.B. PONTALIS, Enciclopedia della psicanalisi, Laterza.


16

Roma 1987,100.
10. STRUMENTI
Si deve trovare un giusto equilibrio tra la comprensione e gli esercizi pratici
che si possono fare. Tra questi possiamo ricordarne alcuni.
• Attenzione al «qui e ora»
Educare all'ascolto interno è una tappa importante in un percorso di dire-
zione spirituale e in qualunque formazione alla crescita personale. L'attenzione,
di solito, è rivolta all'esterno e, per la coscienza non allenata, il mondo interiore
è solo un grande calderone, in cui si mescolano tra loro pensieri, sensazioni ed
emozioni, senza che sia possibile distinguerli l'uno dall'altro.
In alcuni momenti può essere importante fare l'esercizio del «qui e ora»:
invitare a chiudere gli occhi (facoltativo) e a fare qualche profondo respiro per
rilassarsi, poi guidare l'esplorazione suggerendo diversi punti sui quali focaliz-
zare, di volta in volta, l'attenzione. Iniziare dall'esterno (suoni, rumori, odori...),
per arrivare poi all'interno.
Corpo: il respiro, lo si osserva con spontaneità e lo si accompagna con gli
occhi della mente; le varie sensazioni del corpo, il suo contatto con gli
abiti e con l'aria; contatto con la temperatura corporale e con gli organi
interni. Attenzione globale a tutto l'organismo.
Stato d'animo: emozioni presenti; l'umore attuale e le sue connotazioni;
possibile peso di emozioni represse in qualche parte del corpo.
Mente: momenti di silenzio pieno e di concentrazione totale sul presen-
te; pensieri. A quali oggetti si riferiscono, passati o presenti? Comporta-
no tensione, ansia o delusione?
«Qui e ora»: sentire di esserci, con tutto se stessi e con tutti i sensi pron-
ti, orientati verso l'interno e verso l'esterno.
• Il dialogo con le sedie
Per aiutare nella conoscenza di sé e nella propria liberazione vengono pro-
posti diversi strumenti; uno di essi è costituito dal dialogo con qualche parte del
proprio essere.
Questa tecnica gestaltica mette la persona «faccia a faccia» con un interlocu-
tore immaginario: qualche esperienza che si vuole comprendere meglio; un sin-
tomo fisico di cui si suppone un'origine psicosomatica; un aspetto del proprio
carattere; uno dei propri ruoli; oppure anche un «nemico», con cui si intratten-
gono difficili rapporti professionali. L'obiettivo è quello di far dialogare tra loro
le diverse polarità del soggetto cercando di arrivare a una maggiore compren-
sione e integrazione.
Due sedie vengono disposte una di fronte all'altra; si invita il guidato a seder-
si su una di esse e ad immaginare di essere di fronte all'interlocutore prescelto.
Dopo qualche istante di raccoglimento per staccarsi dalla percezione ordinaria
della realtà, lo si invita a calarsi profondamente nel ruolo e a parlare con tutta
spontaneità, presentando le sue domande o osservazioni all'interlocutore. Deve
rivolgersi alla sedia vuota come se l'altro fosse lì fisicamente, dandogli quindi del
«tu» (o del «lei, se conviene) ed entrando quanto più possibile nella parte.
Quando il primo sfogo o il primo discorso si conclude, l'individuo si sposta
sull'altra sedia, si immedesima nella figura che aveva immaginato seduta lì e
risponde a tono a quanto è stato detto. Il dialogo continua per diverse riprese,
sino a quando si esaurisce spontaneamente.
Nel frattempo la guida registra con cura come si modificano, per ognuno dei
due personaggi, il tono della voce, la postura, la comunicazione non verbale.
Interviene soltanto, e con estrema delicatezza, nei momenti di stallo, per sugge-
rire di verificare se si vuole dire o rispondere ancora qualcosa.
A conclusione avvenuta, il soggetto viene invitato a spostarsi su una terza
sedia, perpendicolare alle due precedenti: questa è un'aggiunta introdotta dal-
la psicosintesi, che lavora molto con il dialogo tra quelle che chiama le «sub-
personalità».
Da questo terzo posto la persona contatta l'osservatore interno, quello che
può aver assistito in modo obiettivo e imparziale al dialogo, e commenta, come
se facesse una telecronaca, quanto è avvenuto: con quali modalità e su quali toni
è avvenuto lo scambio; se c'è stato incontro e dialogo; se qualcosa è cambiato
nelle posizioni dei due interlocutori. E il momento in cui il soggetto può diven-
tare consapevole di come alcune sue modalità di comunicazione possono indur-
re nell'altro reazioni corrispondenti, ma è anche un'occasione per far emergere
molte informazioni prima insospettate.
Se viene utilizzato per chiarire relazioni problematiche con persone reali,
questo lavoro permette di mettere in luce le proiezioni in atto, giacché, di fatto,
è sempre la stessa persona che è seduta sulla seconda sedia, e di ritirarle prima
di interagire con lei, riuscendo così a vederla per quello che essa è realmente.
Il dialogo con le sedie è una sorta di drammatizzazione, che può essere
ampliata fino a diventare uno psicodramma qualora sorgesse la necessità di fare
rivivere episodi del passato. Ogni azione simbolica di questo tipo, come anche il
semplice dialogo, ha un effetto suggestivo molto forte che ottiene quasi gli stessi
risultati di un evento reale. Diverse componenti del mondo interiore, che maga-
ri si ignorano oppure sono state ostacolate per anni, potranno aver bisogno di
vari dialoghi di questo tipo prima di ritrovare un linguaggio comune.
• Tecnica delle affermazioni
Parola e pensiero possono condizionare fortemente l'individuo. L'opinione
che uno ha di sé diventa, di fatto, il motore con il quale ci si muove nel mondo.
E se, alla base, c'è un pensiero autosvalutativo e limitante, il risultato sarà sem-
pre al di sotto delle reali possibilità del soggetto, qualsiasi cosa egli faccia per
migliorarle.
Potenti convinzioni negative, nate magari da frasi sentite più volte nell'in-
fanzia, si possono riassumere in pensieri del tipo: «Non sono capace di fare qual-
cosa di buono», «Non valgo niente», oppure: «Devo sempre essere gentile e
accondiscendente per poter essere amato e accettato». Parallelamente alla dire-
zione spirituale, che di per sé deve promuovere la stima di sé nei figli di Dio, può
essere proposta un'altra tecnica che si basa sulle teorie cognitiviste e che mira a
fare un'opera di ricondizionamento, utilizzando affermazioni volte a installare
nel subconscio, l'area in cui agisce la suggestione, un pensiero motore più utile ed
efficace.
Invertire la carica non è sufficiente: se si vogliono risultati, bisogna potenzia-
re la dose, «esagerare», interiorizzando messaggi altamente motivanti e qualifi-
canti, in alternativa ai precedenti: «Porto avanti con successo ogni mia iniziati-
va», «Sono un dono per me stesso e per gli altri», «Ricevo amore in abbondanza
ovunque io vada», «Sono amato e apprezzato per quello che sono». Natural-
mente non si tratta di rimedi standard, che vanno bene in tutte le circostanze, ma
ogni affermazione va costruita ad hoc per ogni persona, cercando insieme quel-
la giusta, quella che fa sobbalzare dicendo: «No, questo è troppo!» e che è l'af-
fermazione giusta.
La «posologia» prosegue prescrivendo un lavoro di 21 giorni, durante i qua-
li queste affermazioni vanno scritte 30 volte in tutto, ogni giorno, declinandole
nella prima, seconda e terza persona, in modo da dare voce a tutte le possibili
fonti dell'auto-immagine, opinioni su di sé espresse da altri, direttamente o rivol-
te a una terza persona: «Io, Pierino, sono amato e apprezzato», «Tu, Pierino, sei
amato e apprezzato», «Pierino è amato e apprezzato», ecc.
Per questo esercizio occorrono due fogli: su uno si scrivono le affermazioni,
sull'altro andranno invece annotati eventuali pensieri negativi relativi all'eserci-
zio o all'idea che si ha di sé, lasciando «spurgare». Il termine di 21 giorni è stato
individuato, sperimentalmente, come lasso di tempo ottimale durante il quale il
cervello apprende qualcosa e lo interiorizza stabilmente.
Esercizio pratico 1
VERIFICA LA TUA CAPACITÀ DI ASCOLTO

Metti tra parentesi la tua qualificazione:


quasi sempre = 2
di solito =4
qualche volta = 6
di rado =8
quasi mai =10
1)
Giudico le cose che secondo il diretto sono poco interessanti. ( )
2)
Critico lo stile e i gesti di chi mi parla. ( )
3)
Mi eccito troppo per quello che mi viene detto e che non approvo. ( )
4)
Fingo di prestare attenzione. ( )
5)
Mi lascio facilmente distrarre. ( )
6)
Il mio è un ascolto selettivo. ( )
7)
Mi lascio turbare facilmente di fronte a cose descritte
con una forte carica emotiva. ( )
8) Non sopporto le pause di silenzio. ( )
9) Faccio ricorso a frasi fatte, ripetitive. ( )
10) Non lascio spazio all'aiutato per esprimersi fino in fondo,
parlo sempre io. ( )
Punteggio totale: %

Esercizio pratico 2
VERIFICA DELL'EFFICACIA DELLA RELAZIONE DI AIUTO

L'accompagnato è stato effettivamente aiutato quando:


- è riuscito a comunicare i propri sentimenti e vissuti:
- è giunto a una comprensione più precisa dei suoi meccanismi interni;
- sa analizzare con maggiore realismo il proprio comportamento;
- rivolge un'attenzione più precisa ai propri bisogni, valori, motivazioni;
- riesce a valutare le proprie risorse e i propri limiti con maggior realismo;
- accetta la realtà esterna;
- gode di maggiore autonomia personale;
- si comporta in modo più autentico;
- si relaziona in modo adeguato;
- sa gestire in modo più creativo i conflitti;
- integra il proprio passato e sa programmare il proprio futuro senza particolari
preoccupazioni;
- riesce a godere delle gioie della vita;
- ha imparato ad affrontare i propri problemi e sofferenze senza dover sempre chie-
dere aiuto all'esterno.
Un'efficace relazione di aiuto dovrebbe portare a un'inutilità della medesima: non c'è
più bisogno di aiuto perché il diretto ha imparato le strategie e cresce in modo sereno. 17

Esercizio pratico 3
ASCOLTO COMPRENSIVO

È importante percepire i significati vissuti dall'altro. Concretamente ciò vuol dire:


- accettare di lasciar parlare (dunque saper tacere);
- stimolare, se necessario («Puoi dire qualcosa di più»);
- rilanciare abbandonando il livello della generalizzazione per quello della persona-
lizzazione, della testimonianza vissuta (dove, quando, come, chi?);
- amplificare (ridondanza, riformulazione) e collegare (avvicinamento dei diversi
elementi di discontinuità);
- essere sensibili ai sentimenti e alle emozioni riattivati in sé da questo ascolto;
- chiarire e ri-analizzare (a che punto sono con il mio interlocutore?).

Le condizioni dell'ascolto comprensivo sono dunque le seguenti:


1) La capacità di un direttore di relativizzare o di tener conto di tutti i significati
provenienti dalla propria persona, in modo da comprenderli pienamente, così
come l'intervistato li vive in riferimento al proprio sistema esistenziale.
2) La vigilanza sugli elementi parassitari costituiti dalle proiezioni, dalle induzioni,
dalle diverse ripercussioni, che variano in funzione del grado di formazione per-
sonale di chi conduce il colloquio.

17 Cf. A. BRUSCO, La relazione pastorale d'aiuto, Camilliane, Torino 1993,177.


Capitolo terzo
LE FUNZIONI DELL'INCONTRO DI AIUTO

Chi conosce se stesso conosce ogni cosa.


Il nevrotico è colui che
credendo di guidare il suo cavallo,
va dove vuole il cavallo.
E evidente l'importanza della conoscenza di noi stessi: ciò che conosciamo
possiamo dominarlo; ciò che ignoriamo ci domina dall'interno. Da ciò possiamo
estrapolare l'importanza del conoscersi per la riuscita di una vita umana e cri-
stiana sottomessa alla volontà del soggetto, che è lo scopo di una buona direzio-
ne spirituale.
Maestri spirituali di tutti i tempi e di tutte le scuole di spiritualità hanno sot-
tolineato l'importanza di risvegliare la capacità di conoscere integralmente se
stessi e di discernere adeguatamente ogni più piccolo moto della propria inte-
riorità. La conoscenza di sé è uno strumento di lavoro efficace, suggerito da tut-
ti i padri spirituali, per progredire nelle vie dello spirito e promuovere la coscien-
za della propria ricchezza interiore suscitando la lode e la glorificazione del
Signore. «Datemi un punto di appoggio e, con una leva, alzerò il mondo».
Nel focalizzare l'attenzione sul proprio mondo interiore, fissiamo la nostra
mente sull'opera di Dio in noi, sulla nostra dignità umana e cristiana, «sulle ope-
re grandi» che il Signore ha compiuto nella nostra esistenza. Si evita, in tal modo,
una preoccupazione ossessiva nell'analizzare le proprie opere, le proprie azioni,
orientando lo sguardo verso colui che è Creatore e Pienezza di tutto.
Una volta entrati nel proprio castello interiore e riconosciuti i messaggi, sia
consci che inconsci, che da esso provengono, si è in condizione di iniziare un
lavoro di liberazione e integrazione per sviluppare i doni e i talenti ricevuti da
Dio. In tal modo si entra in un momento fondamentale del processo di crescita
interiore, accompagnato poi dall'ascolto e dall'illuminazione della guida spiri-
tuale, si progredisce in un lavoro di conoscenza e di accettazione piena di se stes-
si e si esplorano gli atteggiamenti del diretto davanti a se stesso e agli altri.
Quando si conoscono e si gestiscono le proprie realtà positive e le proprie
fragilità, si è in grado di regolare il proprio mondo interiore. Nella misura in cui
si prende coscienza dei propri desideri e dei propri impulsi, si perfeziona nel
cammino della libertà interiore e dell'unificazione della vita.
La guida dovrà, innanzitutto, curare il progresso dell'aiutato nella sua cono-
scenza. Sarà possibile, in tempi successivi, condurlo a svelare e ad assumere la
parte di responsabilità che egli può avere nella sua situazione attuale per stimo-
larlo, poi, a elaborare un nuovo progetto di vita più concorde ai nuovi valori che
sta scoprendo e accompagnarlo nell'impegno assiduo del loro raggiungimento.

1. FACILITARE LAUTO-CONOSCENZA DEL DIRETTO


Una delle funzioni essenziali dell'accompagnatore iniziale è quella di facili-
tare nel diretto questo processo di integrale conoscenza interiore, sia nella sua
storia passata sia nella sua realtà attuale. La soddisfacente comprensione del
proprio passato è la radice e la fonte di un'autentica liberazione e, in tanti aspet-
ti, illumina il momento presente.
La fase iniziale dell'intervento incomincia con l'agevolare un movimento di
discesa e d'interiorizzazione dell'accompagnato che favorisca l'esplorazione del
suo mondo interiore. Egli deve conoscersi pienamente nella sua storia passata e
nella sua realtà attuale. La comprensione soddisfacente del passato è la radice e
la fonte della liberazione che illumina il momento presente. 1

Sostenere il diretto nello studio minuzioso di sé, attraverso l'auto-osserva-


zione, è, invece, il punto di partenza della funzione della guida. Lo scopo di que-
sta tappa è, infatti, quello di accompagnarlo nel prendere coscienza della sua
situazione, delle sue esperienze e dei problemi personali vissuti, in modo che
possa rispondere alle domande: «Chi sono io? Quali condizionamenti personali,
sociali, culturali hanno segnato i periodi precedenti della mia esistenza? Dove mi
trovo nel mio cammino verso Dio?».
L'intervento dell'accompagnatore, nella linea della più recente metodologia
offerta dalle scienze psicopedagogiche, invece di essere di rigida non direttività,
possiede una notevole incidenza sull'interlocutore, il quale viene stimolato alla
comprensione di sé e all'assunzione delle iniziative creatrici per lo sviluppo per-
sonale. 2

Il padre spirituale, per illuminare il credente a lui affidato nella riflessione


continua su se stesso, si lascia condurre avanti dalle situazioni, dalle aspirazioni
e dalle difficoltà che appaiono di volta in volta. Il giovane è in continuo diveni-
re; nuove esperienze determinano disposizioni e orientamenti nuovi nella sua
esistenza, la quale è una continua rivelazione dell'indole personale e delle possi-
bilità che gli vengono offerte dal di fuori. Per questa ragione, la comprensione
del guidato non è mai definita né perfetta e, perciò, l'osservazione del direttore
si prolunga durante tutta la sua missione. Nelle persone aiutate rimane sempre
una zona di mistero, che Dio solo conosce e che rivela più o meno nella misura
che le circostanze sollecitano. 3

1 Cf. L. Rico, Inconscio e personalità... Dopo Freud, Il Fuoco, Roma 1982,70-75.


2 Cf. B. GIORDANI, Psicoterapia umanistica. Da Rogers a Carkhuff, Cittadella, Assisi 1988,207-210.
3 Cf. J. ROWAN, Scoprite le vostre personalità. Il nostro mondo interno e te persone che lo abitano.
Astrolabio, Roma 1995,35-47.
La volontà del Signore, di consueto, non si manifesta tutta in una volta, ma
per gradi successivi e attraverso le diverse circostanze e problematiche dell'esi-
stenza. Perciò il padre spirituale non può prevedere, fin dall'inizio, tutto quello
che Dio chiederà al fedele durante l'intero corso della sua esistenza, ma può
individuare ciò che vuole da lui nel momento presente. 4

Quando, con questi e altri sussidi, gli accompagnati avranno acquistato la


capacità di esplorare liberamente se stessi, di dare nome ai loro sentimenti, pul-
sioni e reazioni, e di chiarire il contenuto e il significato delle loro esperienze, essi
saranno ormai pronti per lavorare sull'obiettivo successivo, che è quello di accet-
tare la responsabilità che hanno avuto, in tutto o in parte, negli eventi vissuti e
nei condizionamenti accumulati.

2. ACCOMPAGNAMENTO NELLA CONSAPEVOLEZZA


DELLA STORA PERSONALE
Ognuno ha una sua storia e questa storia è profondamente radicata nell'esi-
stenza personale. Questo passato illumina la guida sulla visione che egli ha delle
relazioni dei diretti con se stessi, con Dio e con il prossimo. Il rapporto avuto, ad
esempio, con i genitori e l'aver instaurato con loro una «fiducia di base»; sono
cose essenziali per una crescita graduale dell'accettazione di sé e dell'altro, per
credere nelle proprie capacità e possibilità e per metterle a frutto. 5

Per questo, la riconciliazione con se stessi e con gli eventi della propria storia
è molto importante per un approccio personale sereno, in cui sia possibile sco-
prire e realizzare i propri valori e la propria vocazione e missione nel mondo.
Nel momento in cui mancasse una conoscenza approfondita di sé, il sogget-
to facilmente sarebbe incline a cercare, in modo ossessivo, l'affetto degli altri e a
impostare i rapporti quasi esclusivamente come ricerca di amore egocentrico.
KWo stesso modo, le situazioni non accettate e, quindi, non integrate, come per
esempio sensi d'inferiorità, rabbie represse, incomprensione degli altri, tendono
a riportare l'individuo, e quasi a fissarlo, in quegli avvenimenti, ostacolando e
condizionando il procedere del suo cammino e della sua maturazione personale,
poiché imprigionato in quel vissuto. Il soggetto percepirà con sfiducia quanto gli
è accaduto e avvertirà, quindi, le proprie fragilità come bloccanti, divenendo
restio ad affidarsi alla guida spirituale.
In tale percorso si potrà anche presentare la percezione di sé come incapace
ma, nello stesso tempo, si potrà procedere in una visione realistica di sé, che com-
prende non solo i lati fragili, ma anche i punti di forza da valorizzare. La cono-
scenza e l'accettazione piena di se stessi inducono, invece, a prendere le distan-
ze da tali vissuti non rimuovendoli, ma prendendoli fra le mani e affrontandoli
direttamente.

4 Cf. G . G . MASSA, Conoscere se stessi. Guida all'autocomprensione, Paoline, Milano 1990,39-41.


5 Cf. B. GOYA, Psicologia e vita spirituale. Sinfonia a due mani, EDB, Bologna 2001,100-103.
Le cicatrici di ferite lontane e recenti, manifestate nel corso dell'accompa-
gnamento, condurranno alla riconciliazione con se stessi attraverso l'accettazio-
ne e l'integrazione del negativo. «Riconciliarsi» vuol dire allora pacificarsi con la
propria storia personale e dire di sì a ciò che è stato finora il corso della propria
vita, l'influenza dei genitori, il proprio carattere.
Le ferite che si portano dentro, i difetti di carattere, i fallimenti avvenuti o
percepiti come tali, lasciano le loro tracce e tendono a ripresentarsi nel momen-
to in cui si ripete un'esperienza simile. Invece, quando essi sono affrontati ade-
guatamente, possono diventare punto di partenza per un'esistenza sana e per
una migliore qualità dei rapporti interpersonali. 6

3. UN CAMMINO ESISTENZIALE UNICO


Conviene insistere ancora sull'itinerario unico di conoscenza personale che
percorre ciascun soggetto. Nell'approccio all'auto-conoscenza bisogna tener
conto che ogni persona è originale e irripetibile e si differenzia dalle altre per
temperamento, storia personale e familiare, formazione umana e religiosa; quin-
di, ogni caso verrà considerato in maniera individuale. Si suole dire: «C'è più dif-
ferenza tra le anime che tra i volti delle persone». Una direzione spirituale inte-
grale è cosciente che ogni persona è unica e che, quindi, si deve prestare atten-
zione particolare alla sua concretezza e totalità: al suo corpo e al suo spirito, rela-
tivamente sia alla sua storia passata che alla situazione attuale, nella sua condi-
zione di decaduto a causa del peccato ma, al contempo, reintegrato dalla grazia. 7

Giovanni della Croce ricorda al riguardo che, anche spiritualmente:


«Dio conduce ciascuna anima per una via diversa e difficilmente si trova uno spirito
che nel modo di procedere convenga solo a metà con il modo di procedere di un
altro» (F3,59).
La consapevolezza delle condizioni e delle inclinazioni dell'aiutato tende alla
verifica del grado dei suoi condizionamenti e della sua libertà, alla determinazio-
ne della storia di salvezza compiuta nel suo passato e, quindi, alla scoperta della
volontà divina su di lui nel momento presente. Il direttore va sorvegliando quan-
to accade nel diretto per scorgervi il disegno divino; lo assiste nella comprensio-
ne personale di questo progetto attraverso domande come: «In che cosa Dio vuo-
le che tu cresca? Come senti che devi conformarti adesso alla sua azione?».
La durata di questo periodo di conoscenza di sé varia molto, poiché dipende
dall'atteggiamento psichico e dalla libertà personale del principiante. Quando

6 Secondo J.J. ALLEN, La via interiore. La direzione spirituale nel cristianesimo orientale, Jaca
Book, Milano 1996,46-47, nella letteratura del cristianesimo orientale, «una volta che una simile luce
risplende nei più bui recessi della vita di un diretto, lo rende capace d'intraprendere la lotta che con-
duce a una più profonda comunione con Dio». «Il passo più critico nel processo di guarigione era
costituito dalla disponibilità del diretto di entrare liberamente nella via interiore».
7 Cf. M . GOLDSMITH - M . WHARTON, Conoscere me, conoscere te. Scoprire le proprie qualità e
migliorarle. San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 1995,199-201.
egli si trova nelle autentiche condizioni di apertura e di ricerca sincera della san-
tità personale, allora il lavoro diventa relativamente breve, facile e gratificante. 8

Se, invece, egli fosse ostacolato o frenato da un certo contegno difensivo incon-
scio, prodotto forse da un sentimento di bassa stima di sé, di insicurezza, di
incomprensione verso se stesso e, quindi, di paura per ciò che potrà apprendere
nel proprio intimo, allora il lavoro andrà avanti in maniera piuttosto lenta, indi-
retta, sofferente.
Affinché il guidato, in tali situazioni, possa proseguire nell'impegno di com-
prensione di sé e delle proprie tendenze e aspirazioni, sarà conveniente che la
guida lo motivi con insistenza a prendere coscienza della loro origine e delle loro
conseguenze nei suoi comportamenti attuali.
E impossibile combattere le tendenze negative e sviluppare quelle positive,
se non le si conosce a fondo nel loro essere, nella loro origine e nei loro effetti.
Non basta ignorarle e reprimerle sperando che ci lascino in pace: esse rimango-
no molto attive e inducono a reazioni ad esse corrispondenti. 9

Quando il principiante diventerà cosciente dei propri limiti e possibilità, del-


le proprie conquiste e sconfitte, sarà allora in grado di respingere per istinto ciò
che non si adatta alla sua condizione di creatura nuova, mentre cercherà con
spontaneità, quasi con gusto, ciò che corrisponde alle nuove esigenze che stanno
sorgendo nel suo intimo. 10

Perciò, l'aiutarlo nell'auto-conoscenza costituisce il primo e fondamentale


compito della guida che, in tal modo, si formerà un'idea precisa del suo disce-
polo e potrà assecondarlo nella guarigione interiore e nella maturazione suc-
cessiva. Come il medico non cura prima di aver diagnosticato con sicurezza
l'infermità, così il direttore non interviene in modo efficace se non conosce fino
in fondo le condizioni e le disposizioni del credente che sorregge verso la san-
tità. Con questa conoscenza, egli potrà fargli prendere coscienza della radice
della sua malattia, della sua vera causa, e incitarlo a guarirla in profondità.
A tale scopo sarà consigliabile che la guida spinga il discepolo ad analizzarsi
riguardo al suo stato attuale alla luce del suo passato che gli può rivelare l'indo-
le ereditata, le abitudini acquisite, la formazione umana e religiosa ricevuta.
Dovrà rivolgere l'attenzione a tutti i fattori, naturali e soprannaturali, che hanno
influito e che intervengono ancora e che delimitano l'evoluzione spirituale e la
perseveranza del credente.
Dovrà poi prestare un'attenzione speciale ai seguenti punti:
a) la storia personale e le inclinazioni acquisite;
b) la resistenza fisica e psichica, le inclinazioni psicosomatiche e istintive
radicate nella natura o nell'inconscio e che influiscono sul modo di agire,

8 Cf. R.J. MORAES, AS chaves do incosciente. Agir, Rio de Janeiro 1988,236-299.


9 Cf. ALLEN, La via interiore, 49-50, scrive: «Lo sguardo interiore è libero dai rigidi limiti dello
sguardo e della conoscenza esterni... A sua volta, ciò rende il soggetto capace di crescere nella cono-
scenza "vera" o ultima, che equivale alla più profonda conoscenza possibile di se stessi, della realtà
e di Dio stesso».
10 Cf. BARRY - CONNOLLY, Pratica della direzione spirituale, 86.
come per esempio i complessi, le passioni, le abitudini. Essi, anche se pos-
sono essere comuni a tutti, saranno stati vissuti da lui con modalità ecce-
zionali o particolari in rapporto all'ereditarietà e all'ambiente in cui si è
svolta l'infanzia;
c) la consapevolezza delle circostanze e degli avvenimenti sperimentati
durante il periodo scolastico e successivamente;
d) il grado di maturità, specialmente affettiva, nel controllo e nella stabilità
della sensibilità; il modo in cui si manifestano concretamente le inclina-
zioni e abitudini morali, buone o cattive, nel campo della sessualità e del
rapporto con gli altri, in modo particolare con l'altro sesso. Queste incli-
nazioni sono collegate con l'educazione e il vissuto personale, costitui-
scono una seconda natura e influiscono di continuo sull'attività di chi le
possiede e che non riesce a superarle; 11

e) la vita di orazione e le disposizioni interiori verso le pratiche spirituali; il


grado di formazione religiosa e di coscienza della propria dignità cristia-
na e della vita interiore in genere; il grado di fedeltà ai doveri del suo sta-
to e il livello di decisione e di entusiasmo nel seguire il Signore.
* * *

Nella pagina che segue presentiamo un breve schema che può essere utile ai
principianti in questo lavoro di conoscenza di sé e della propria storia.
È conveniente che il periodo di «addestramento» - da uno a sei anni - si svol-
ga senza fretta, poiché, anche se le esperienze di questo periodo possono essere
relative, le radici, essendo molto profonde, hanno un peso specifico sull'esisten-
za successiva. 12

1 1 Cf. G . ARTAUD, Conhocer-se a si mismo. Crisi de identidade do adulto, Paulinas, Sào Paulo
1982,23-44.
1 2 Cf. ROWAN, Scoprite le vostre personalità, 3 5 - 4 7 : «Scavare in profondità la nostra storia perso-
nale».
Analisi storiografica

I. IL PRIMO PERIODO DELLA VITA


Ricordi dell'infanzia (1-6 anni):
- Rapporto con il padre.
- Rapporto con la madre.
- Rapporto dei genitori tra di loro.
- Rapporto con fratelli e sorelle.
- Alcuni rapporti che produssero in me: paura, ansie, timori.
- Quali elementi, del periodo infantile, hanno inciso sul mio modo di essere?
Ricordi del periodo scolastico:
- Incontro con la società extrafamiliare, prime esperienze sociali.
- Come mi sentivo a scuola in rapporto ai maestri, ai compagni: accettato, stimato da
loro?
- Avevo tendenza alla gioia o alla tristezza, allo stare in gruppo o all'isolamento?
- Ricordo qualche esperienza negativa di questo periodo?
- C'è stata qualche altra esperienza, positiva o negativa, di lavoro o di vita, prima del-
l'opzione vocazionale?
Attenzione alla maturità affettiva: Si sentono amati?
Attenzione alla stima di sé: Si sentono apprezzati?

II. LA RISPOSTA VOCAZIONALE


Iprimi momenti della «vocazione»:
- Come hai scoperto la tua vocazione?
- Qual era la tua situazione religiosa?
- Quali sono stati i motivi della scelta?
- Qual è stata la tua prima reazione?
- Quali sono stati i fatti, i momenti più importanti di questo periodo?
Il postulantato:
- Quale ricordo ne conservi?
- Com'erano i tuoi rapporti con gli altri e con il formatore?
- Come ti sentivi nella vita spirituale?
Il noviziato:
- Quale impressione generale ne conservi?
- Quali sono i ricordi o le esperienze «positivi»?
- Quali le esperienze «negative»?
- Com'erano i tuoi rapporti con i formatori?
- Com'è andata la tua vita spirituale?
Lo iuniorato:
- Quale impressione generale ne conservi?
- In quali aspetti sei rimasto soddisfatto?
- Qual è stata la tua esperienza comunitaria?
- E quella lavorativa?
- Come hai realizzato l'unificazione della vita: preghiera - lavoro - studio?
- Come ti senti di fronte alla professione perpetua?
- Sei deciso a fare questo passo? Hai delle paure? 13

4. STIMOLARE LACCETTAZIONE DELLE PROPRIE RESPONSABILITÀ


Ciò suppone un passo in avanti riguardo all'auto-esplorazione. Dopo l'ini-
ziale conoscenza dei fatti, delle esperienze, del vissuto di sofferenza o di gioia,
arriva il momento di insistere, per quanto è possibile, sulla necessità di com-
prendere e di assumere oggettivamente la parte di responsabilità che corrispon-
de al guidato, tanto in rapporto agli eventi passati in se stessi, quanto in relazio-
ne al cambiamento che sente di dover operare in rapporto alle mete future da
raggiungere. Egli, come punto di partenza della sua liberazione, ha bisogno di
interiorizzare il suo contributo alla situazione problematica e le conseguenze che
per lui ne derivano.
In questa fase dell'interazione spirituale, mentre continua l'opera di consoli-
damento della fiducia e della stima vicendevole, il soggetto si prepara per un'a-
zione che confermi il suo cambiamento mentale e il raggiungimento della sua
libertà interiore. Le risposte di tipo empatico lo dirigono progressivamente ver-
so la personalizzazione della partecipazione che egli ha avuto nei suoi eventi e
verso la presa di coscienza del come egli si sente «qui e ora», sia a livello conscio
che inconscio. In tal modo, continua a crescere l'auto-comprensione a gradi sem-
pre più concreti e profondi.
Carkhuff sottolinea la trascendenza di questa responsabilizzazione con le
seguenti parole:
«Personalizzare è la dimensione critica di ogni cambiamento o progresso umano. È
un processo fondamentale perché sottolinea l'importanza d'interiorizzare la respon-
sabilità che le persone hanno rispetto alla soluzione dei loro problemi». 14

È riconoscere la capacità degli aiutati a prendere in mano la loro vita e orien-


tarla indipendentemente dal passato o dall'ambiente che hanno respirato. Si
tratta di un momento molto delicato. L'evidenziare le loro mancanze o i loro
errori può suscitare in essi la sensazione che il padre spirituale non li stimi più
come prima o che rimanga deluso del loro passato o, almeno, sorpreso di fronte
a questa dimensione nuova che inizia a emergere. Se la guida trovasse difficoltà
per cogliere la reazione interiore che sorge nell'aiutato in seguito al suo inter-
vento di personalizzazione, gli potrà chiedere come si sente in quel momento;
così condividerà con lui la reazione emotiva e gli porgerà il sostegno necessario
per superare le sue impressioni negative e i suoi malintesi.

13 Cf. GOYA, Luce e guida nel cammino, 1 2 9 - 1 3 2 .


u R.R. CARKUFF, L'arte di aiutare. 1: Manuale. Erickson,Trento 1989,110.
Anche se egli agisce in questo modo, rimane sempre il rischio che il guidato
tenda a rifugiarsi nei meccanismi di difesa e che continui ad addebitare al pas-
sato, alla famiglia, alla formazione, all'ambiente sociale o alle circostanze ester-
ne tutta la responsabilità o la colpa della situazione in cui si trova coinvolto. Si
tratta di un'autodifesa spontanea e spesso inconscia, che il padre spirituale, in
partenza, non deve recriminare. Egli avrà modo e tempo di promuovere nel gui-
dato la presa di coscienza di questo meccanismo e di incoraggiarlo ad affronta-
re in prima persona sia la responsabilità di quanto è avvenuto, sia lo sforzo
necessario per superare le difficoltà in cui egli si trova e dirigersi verso un atteg-
giamento nuovo. 15

La guida faciliterà questo processo facendo la formulazione dell'intervento


in seconda persona, impegnando così l'interlocutore a riflettere: «Tu ti senti fru-
strato perché ti è mancata l'iniziativa». L'interlocutore si vede forzato a scoprire
e ad accettare la situazione come propria, in prima persona: «/o...». 16

In tal modo, non potendo attribuirle principalmente alle circostanze esterne,


il guidato si trova di fronte alle proprie responsabilità, le assume, intuisce la pos-
sibilità di controllare la situazione e di risolvere il problema. La guida gli rivolge
le domande sul piano operativo della condotta, senza toccare le sue intenzioni o
le sue motivazioni.
In qualche soggetto questo voler attirare l'attenzione sulla responsabilità
nella genesi e nel perpetuarsi della situazione, può provocare resistenze e fughe.
Sarà quindi opportuno che il padre spirituale usi molta delicatezza e prudenza
per non urtare o per non offendere il guidato. Si suggerisce di sorreggerlo in que-
sta presa di coscienza seguendo alcune tappe, in cui l'accompagnatore procede
gradualmente nel proporre la responsabilità, lasciando sempre al guidato la pos-
sibilità di difendersi.
Il padre spirituale parte dalla visione che l'individuo ha della situazione e
accetta come valida l'interpretazione che egli propone delle cause che l'hanno
provocata. Lo incita poi ad esprimere il significato che quella situazione ha per
lui, ossia l'impatto che essa ha avuto e ha nel suo modo di comportarsi. Pur rico-
noscendo eventuali responsabilità di altre persone, si puntualizza, coinvolgendo-
lo direttamente, la reazione che egli ha di fronte alle situazioni, il significato che
egli vi annette.
Se il diretto ancora non accetta il significato della situazione suggerito dalla
guida, sarà opportuno che quest'ultima non insista nel riproporlo, ma accetti
come valida la spiegazione ricevuta prima del rifiuto. La guida avrà modo di
ritornare sull'argomento dopo aver preparato ulteriormente l'animo del sogget-
to. Solo quando questi avrà accettato e riconosciuto come vero il senso e l'effet-
to che gli eventi passati hanno avuto nella genesi e nell'evoluzione del suo modo
di reagire e di comportarsi, il padre spirituale potrà fare un passo in avanti. 17

15 Cf. CARKHUFF, L'arte di aiutare, 1,115. Si tratta di spostare l'attenzione dal significato esterno
a quello interno, personale dell'aiutato. Esempio: «Sono proprio adirata perché mio marito non capi-
sce come sia pesante il mio lavoro» e più personale: «Sono adirata perché il mio lavoro non viene
apprezzato» (BRUSCO - MARINELLI, Iniziazione al dialogo, 73).
1 6CARKHUFF, L'arte d'aiutare, 1,118: «ti senti... perché tu...».
17 Cf. A . G R U N , Come essere in armonia con se stessi, Queriniana, Brescia 1997,10-20.
5. ATTEGGIAMENTI DELLA GUIDA IN QUESTA STAGIONE
Le riflessioni precedenti non sono altro che strategie per una buona direzione
spirituale che considera come proprio compito specifico il facilitare l'incontro per-
sonale con Dio e l'esperienza del suo amore personale. Perciò la guida dovrà fare
attenzione a non deviare da questo compito centrale della crescita spirituale.
Allo scopo di favorire un simile atteggiamento, il direttore si preoccuperà
soprattutto di creare un clima di fiducia vicendevole e profonda, per far capire
al guidato l'ardente desiderio di Dio di far crescere in lui la mutua comunione
affinché dia «molto frutto». Se la guida ha sperimentato intimamente l'amore
personale di Dio operante nel corso della sua esistenza, la sua bontà e la sua
compassione, che lo hanno accettato sempre per quello che è, non gli sarà diffi-
cile assumere gli stessi sentimenti verso i suoi diretti. 18

Una simile convinzione, fondata sull'esperienza personale, predispone pure


la guida a un atteggiamento di ascolto aperto e desideroso di scoprire le vie che
il Signore dischiude davanti a ogni genere di persone. Cosciente delle tappe che
rimangono loro da percorrere per raggiungere le vette della santità, il padre spi-
rituale diventa comprensivo verso i limiti dei diretti e desideroso di imparare
anche dalla loro dinamica spirituale; egli nutre sempre la speranza cristiana,
sapendo che, sia in lui che nei suoi diretti, «la luce trapasserà sempre le tenebre».
Avendo superato le loro stesse paure, egli ha imparato ad amare coloro che
si aprono a lui con serena fiducia. Non tralascerà di porre costantemente doman-
de ai diretti per incitarli ad analizzare i propri atteggiamenti. Li stimolerà inces-
santemente a rivedere come va il loro impegno personale, che suppone un vero
sforzo per mettersi in atteggiamento paziente di ascolto della loro storia e del-
l'opera di Dio in loro.
Il diventare un direttore spirituale che ascolta sempre meglio è un lavoro che
dura tutta la vita. W.A. Barry insiste sulla necessità di essere coinvolti personal-
mente in detto processo:
«I direttori spirituali non hanno bisogno di aver raggiunto gli stadi avanzati della
mistica, ma dovrebbero aver fatto l'esperienza di essere dei peccatori amati da Dio.
Dovrebbero aver conosciuto anche la lotta dell'incontro con il Signore Gesù, come
Salvatore». 19

6. ALTRE STRATEGIE PER LA CONOSCENZA DI SÉ


• Le relazioni scritte
In questo arduo compito, gli autori presentano il tema dell'opportunità di
richiedere relazioni scritte sulla storia personale o su qualche vicenda particolar-
mente significativa. Non tutti sostengono la stessa opinione. In ogni modo, tali

18 Cf. GIORDANI, Psicoterapia umanistica, 173-178.


1 9 BARRY - CONNOLLY, Pratica della direzione spirituale, 147.
relazioni costituiscono, tante volte, un mezzo straordinario e molto utile per
conoscere le persone o le circostanze da illuminare. Alcuni, infatti, non sanno
spiegarsi convenientemente dinanzi al direttore e si lamentano di non ricordare
più nulla o provano una certa soggezione, specialmente quando si tratta di pro-
blemi delicati o di fatti soprannaturali che le parole riescono a esprimere solo
imperfettamente.
Questi soggetti, scrivendo con calma la propria storia personale nella tran-
quillità della loro stanza, prendono maggiormente coscienza dell'esperienza vis-
suta, si spiegano molto più ampiamente, si chiariscono assai meglio che a voce e
forniscono un resoconto più completo di quello orale.
In qualche caso, invece, è il direttore stesso che desidera una relazione scrit-
ta, per studiarla con tranquillità e più a lungo e per discernere la questione
dinanzi al Signore. Possiamo ricordare il caso del direttore spirituale di madre
Teresa di Calcutta che volle discernere con cura la sua nuova vocazione. Il suo
intuito psicologico, la sua sensibilità e il suo spirito di osservazione personale
verranno completati dall'ascolto e dalle ispirazioni dello Spirito Santo. In tal
caso, il memorandum diventa una straordinaria fonte di informazioni per lui, che
può formarsi un concetto provvisorio abbastanza preciso sulla reale situazione
del suo interlocutore e sulle sue vere possibilità future. Ciò gli permetterà di
intervenire opportunamente nell'approfondimento dell'esplorazione interiore
dei punti deboli e nella comprensione di ciò che potrà diventare un punto forte
della sua nuova personalità umana e spirituale. 20

• Diario e autobiografia
In questo processo, scrivere un diario personale può avere un'evidente uti-
lità. Perciò, quando tale invito viene accolto dal diretto, può produrre uno stru-
mento ottimo per completare la sua opera di auto-conoscenza. E un esercizio
che sviluppa la capacità di penetrare nel proprio mondo interiore e di esprime-
re i propri pensieri, emozioni ed esperienze con maggior precisione.
Negli scritti affiorano nuovi elementi; infatti molti pazienti si esprimono con
maggior franchezza quando mettono per iscritto, lontani dalla presenza del tera-
peuta, informazioni autobiografiche che possono sentire come rilevanti.
Tante volte essi sperimentano pure un senso di liberazione, poiché sono
indotti a relativizzare le sensazioni eccessive prodotte dagli eventi e dai dispia-
ceri e a scaricare, in questo modo, la propria ansia e tensione: è come sgonfiare
un pallone pieno d'aria e di passioni. Il diario, attraverso una lenta descrizione
dell'evoluzione dinamica dello stato del paziente, di ciò che esiste e si svolge in
lui, favorisce lo scaricarsi emotivo e il ristabilimento dell'equilibrio. Le situazio-
ni e le emozioni del momento, i fallimenti o le offese subite, hanno caricato, infat-
ti, l'emotività del soggetto e hanno generato in lui una situazione di malessere,
d'irritazione e di aggressività. Lo scrivere il diario e l'affidare alla carta queste
situazioni e questi stati d'animo diventano mezzi atti a ritrovare una certa sere-

20 Cf. H . H . HINTERHUBER, Strategia dello sviluppo interiore. Il coraggio di essere se stessi, Medi-
terranee, Roma 1988,85-102.
nità e ad affrontare in modo normale le situazioni problematiche. Inoltre, imme-
diatamente dopo l'incontro d'aiuto, lo scrivere permetterà di sviluppare il con-
tenuto della seduta alla luce delle nuove idee, sensazioni e chiarificazioni emer-
se in essa e che, a volte, riescono a illuminare pienamente la situazione. Allo 21

stesso tempo, la lettura del diario da parte del terapeuta risparmia tempo nelle
sedute. A volte, il principiante può mandarlo al consigliere qualche giorno prima
o, almeno, con tempo sufficiente, fornendogli in tal modo materiale nuovo per la
seduta successiva. Altre volte, il terapeuta può prendere visione rapidamente,
nella stessa sessione, delle nuove circostanze. Se il diario fosse troppo lungo, lo
potrà studiare in seguito e usarlo nelle sedute successive.
• Racconto dei sogni
Altro mezzo utile di conoscenza di sé è l'analisi dei sogni dei principianti.
Non certamente con il metodo dell'interpretazione generale dei sogni secondo i
criteri di Freud, che si fonda su una simbologia predefinita, fondata esclusiva-
mente sulla dimensione sessuale e che è ormai superato. 22

Oggi esistono diverse interpretazioni, più o meno ispirate alle teorie più rea-
listiche di Jung, e che considerano come principio fondamentale il partire dalla
realtà del soggetto stesso: i sogni sono sogni del soggetto. Sono dei messaggi che
la persona riceve riguardo alle proprie esperienze, insicurezze, paure, incertezze,
allo stato d'animo con cui affronta la situazione attuale. Diventano pure un'oc-
casione propizia per perfezionare l'introspezione, per sviluppare la propria
«ombra», cioè quelle qualità non debitamente sviluppate. 23

Questa interpretazione soggettiva della situazione interiore attuale induce il


credente a domandarsi: «Quale significato hanno questi sogni nella mia esisten-
za? Quale messaggio mi stanno trasmettendo? Quale parte di me è rimasta tra-
scurata e deve essere curata con attenzione?».
Non è indispensabile che la guida sia uno specialista nell'interpretazione dei
sogni, ma certamente potrà essere assai utile una conoscenza generale che aiu-
terà a trovare in essi diversi aspetti, come le situazioni interiori che il soggetto
sta vivendo, dei quali non ha una coscienza chiara e che possono costituire argo-
mento per l'incontro. Poiché i sogni riflettono la vita del sognatore, le sue fanta-
sie, i suoi desideri profondi, le sue dimensioni e i settori non curati, offrono spun-
ti preziosi di crescita integrale umana e spirituale.
Quando, con questi e altri sussidi, gli accompagnati avranno acquistato la
capacità di esplorare spontaneamente se stessi, di dare l'autentico nome ai loro
sentimenti, pulsioni e reazioni, e di chiarire il contenuto e il significato delle loro
esperienze, saranno ormai in grado di lavorare sull'obiettivo successivo che è
quello di accettare la responsabilità che hanno avuto, in tutto o in parte, negli
eventi vissuti e nei condizionamenti accumulati lungo la propria storia.

21 Cf. M . DANON, Counseling. Una nuova professione d'aiuto, R E D , Como 2 0 0 0 . 1 2 5 - 1 2 6 .


22 Cf. G. DELANEY, El mensaje de los suehos, Robinbook, Barcelona 1992,242-252.
23 Cf. ROWAN, Scoprite le vostre personalità, 8 1 - 8 3 : « I personaggi dei sogni. Serviamoci dei nostri
sogni».
Tracce per la personalizzazione

1. Della persona da te diretta conosci la famiglia e relativa situazione? Conosci il suo


rapporto con fratelli e sorelle? Conosci le prime esperienze della sua vita?
2. Scoprite insieme il suo grado di maturità, specialmente affettiva, le sue inclinazioni
e abitudini morali e il suo sviluppo spirituale?
3. Cerchi di trovare il significato dell'esistenza e della sofferenza del diretto? Lo aiuti a
coscientizzare le situazioni e i problemi personali? Lo inciti a prendere coscienza
dell'origine delle sue tendenze e delle loro conseguenze?
4. Lo spingi ad assumersi le sue responsabilità verso il passato e il futuro? Presenti il
cammino come rafforzamento progressivo della libertà?
5. Lo prepari alla nuova fase che confermi il suo cambiamento mentale? Lo impegni
sempre in prima persona? Insisti sul piano operativo della condotta?
6. Sviluppi gli atteggiamenti positivi che già possiede? Lo incoraggi a colmare le lacu-
ne? Susciti uno slancio capace di sollecitare nuove iniziative creatrici?
7. Gli fai scoprire le sue contraddizioni e incongruenze? Cerchi di animare la perse-
veranza del diretto con rinforzi adeguati? Lo aiuti ad affrontare l'avvenire con fidu-
cia nel Signore?
Esercizio pratico 1
LE TUE PAURE, LE TUE DIFESE

La disponibilità messa in gioco nel corso dei colloqui varia molto e dipende da nume-
rosi fattori: personalità, situazione, preoccupazione, interessi, paure... In effetti, uno dei
freni più rilevanti all'ascolto è la «paura della relazione». Le sue manifestazioni sono:
- paura di essere giudicato... e di perdere anche la stima dell'altro
- paura del conflitto (dell'aggressione, del rifiuto, della perdita d'amore)
- paura della valorizzazione (paura di perdere la sicurezza)
- paura di essere vulnerabile
- paura di mostrare i propri sentimenti reali
- paura di utilizzare il proprio potere
- paura di non essere compreso, riconosciuto
- paura di «mostrare un'immagine negativa di sé»
- paura di esprimersi di fronte a un uomo, a una donna
- paura anticipata di tutto ciò che può presentarsi
- paura di perdere il controllo e la gestione della relazione
- paura di essere deluso
- paura di deludere
- paura di ferire.
Queste paure sono tante in una relazione in cui ci si sente nella posizione di richie-
dente. Segna con una croce quelle che affiorano maggiormente in te.

Esercizio pratico 2
LA TUA IMMAGINE

Il concetto di te stesso
a) Sei soddisfatta/o, in questo momento, del tuo modo di essere e del tuo modo di
agire?
b) Che cosa ti piacerebbe cambiare o correggere?
c) Ti senti capace di ottenere ciò che desideri?
d) Come pensi che ti vedano gli altri? Quale opinione hanno di te?
e) Ti preoccupi molto di curare la tua immagine nel tuo operare?
7 tuoi ideali e le tue aspirazioni
a) Quali sono le mete che vorresti raggiungere nel prossimo anno?
b) Quali caratteristiche personali ti piacerebbe acquisire?
c) Quali sono i principali ostacoli o problemi che incontri nella tua realizzazione?
d) Che cosa ti aiuta di più per personalizzare la tua fede: lettura, attività...?
e) Qual è per te l'immagine ideale di un credente?
f) Il tuo stato di vita soddisfa le tue aspirazioni e il tuo desiderio di apostolato?
Esercizio pratico 3
PER L'INTERIORIZZAZIONE DEI VALORI

Per acquistare un valore, l'itinerario da seguire può essere il seguente:


1. Conoscerlo nei suoi vari aspetti: sociali, morali e religiosi.
2. Immaginare le sue conseguenze positive: vantaggi, benefici, soddisfazione.
3. Stimarlo, apprezzarlo come un vero «bene per me».
4. Decidermi: accettarlo e viverlo interamente.
5. Eseguirlo: viverlo realmente e progressivamente.
6. Rivederlo, controllarne il cammino con una revisione costante, aiutato dalla guida.
[Quando si vuole veramente acquistare un valore, anche da un organismo indebolito
scaturiscono energie insospettate].
Capitolo quarto
DIREZIONE SPIRITUALE DIFFERENZIATA

La direzione spirituale deve essere personalizzata, cioè adattata alle caratte-


ristiche particolari dei singoli soggetti. Ma, nel processo di avvicinamento a que-
sto ideale dell'individualizzazione diventa molto utile la conoscenza di alcuni
principi generali e di tratti comuni: in un modo o nell'altro ciò favorisce l'acco-
stamento personale e porta a rendersi conto degli elementi che condizionano la
singolarità delle persone e la loro incidenza nel comportamento del momento.
Tali condizionamenti sono, per esempio, le differenze temperamentali e di
carattere che, nel campo dell'accompagnamento spirituale e in riferimento al
raggiungimento della santità, vengono denominate agiotipiche.
L'essere umano costituisce una unità funzionale. Agisce, cioè, non come un
insieme di attività disperse, ma come un tutt'uno, come una totalità funzionale,
come unità psicosomatica orientata verso Dio. Corpo, anima e spirito, il natura-
le e il soprannaturale, configurano soltanto degli aspetti diversi e non sono realtà
separate.
Questa unità sostanziale dell'essere umano è il fondamento della correlazio-
ne fra temperamento e fisionomia spirituale, tra il biotipo e l'agiotipo. Attività
biologiche e attività psichiche, pertanto, debbono essere considerate elementi
non a sé stanti, ma aventi reciproca e continua interdipendenza. L'esistenza di
questo legame fra temperamento e fisionomia spirituale ha quindi il suo fonda-
mento, da una parte, nell'unità dell'essere umano e, dall'altra, nel principio teo-
logico che «la grazia rispetta e perfeziona la natura».
Dio, nel concedere la sua grazia, segue ordinariamente la traccia che egli stes-
so ha impresso in ognuna delle sue creature nel momento della loro costituzione,
tanto nel processo dello sviluppo umano come in quello della santificazione per-
sonale e delle funzioni soprannaturali da eseguire. Non si vede, infatti, per quale
motivo egli dovrebbe correggere incessantemente l'opera da lui stesso realizzata
saggiamente e con amore nella creazione della natura umana del singolo.
Per ottenere i suoi fini. Dio elegge come norma i soggetti con qualità tempe-
ramentali più adatte, fra le quali il primo posto è occupato dalla santificazione
personale. Sembra quindi logico che esista una corrispondenza reciproca fra le
caratteristiche temperamentali ricevute da Dio e il tipo di santità a cui sono
orientate, cioè fra psicotipo e agiotipo.
Nel caso in cui ci fosse un'identica grazia concessa da Dio a due soggetti con
un temperamento diverso, detta grazia sarebbe adattata a questa diversità psi-
cotipica e, allo stesso tempo, tale diversità si rispecchierebbe nella maniera di
comportarsi del soggetto redento. Certamente, questa correlazione non è asso-
luta e non mancano eccezioni a questa legge della corrispondenza tra tipologia
e fisionomia spirituale.
Orbene, se questa connessione esiste, le conseguenze per la direzione spiri-
tuale sono rilevanti. Bisognerà tenere conto del temperamento come piattafor-
ma dalla quale il credente si innalza verso la santità. Se ci sono diversi tipi di san-
tità conformi alla diversità degli psicotipi, una direzione appropriata agirà con-
ducendo ciascuno per la sua strada. Altrimenti, si rischierebbe di prefissarsi del-
le mete chimeriche scelte contro il reale.
Se non si tiene conto di questa direzione differenziata, si corre il rischio che
il direttore sia in grado di comprendere solo le persone che hanno una struttura
psichica conforme al suo tipo, mentre le altre resterebbero per lui una sorta di
«mistero», e non riuscirebbe a dare loro che generici consigli di rassegnazione o
di pazienza.
Ognuno realizza la perfezione in base alla propria complessità individuale,
fatta di spirito, certo, ma comunque sempre incarnata nella corporeità e nel tem-
peramento. Così ognuno coltiverà, consciamente o inconsciamente, la sua inti-
mità con Dio in conformità con le componenti del suo agiotipo, che saranno
favorevoli in certi aspetti, mentre in altri potranno costituire degli impedimenti.

1. DIREZIONE SPIRITUALE E TEMPERAMENTO.


I TEMPERAMENTI SECONDO SHELDON
Un primo approccio alla personalità individuale si può fare a partire dalla
comprensione del suo temperamento, il quale dà luogo a una combinazione di
caratteri fisici e funzionali che predispongono il soggetto a una certa reazione
psicofisiologica e a certe disposizioni affettive. La personalità viene così consi-
derata a partire dallo stato del suo corpo, dal predominio in esso della parte più
istintiva, da certe strutture ed elementi che lo caratterizzano.
Nella storia della medicina, il temperamento è stato studiato a partire da cri-
teri molti differenti. Nell'antichità predominavano le osservazioni di Ippocrate,
il padre della medicina (460-370 a.C.). La sua teoria dei quattro umori servì di
base alla creazione di quattro tipi fondamentali: i sanguigni, i flemmatici, i colle-
rici e i melanconici.
Ai nostri tempi, una delle classificazioni più sviluppate nella vita spirituale e
nell'accompagnamento personale è quella messa a punto dallo psicologo e medi-
co americano W.H. Sheldon, che all'Università di Harvard diresse un piano di
ricerca sulla costituzione fisica di 4000 studenti. Dopo una lunga serie di misura-
zioni presentò la sua sintesi, nella quale le varianti più marcate costituivano tre
tipi morfologici, tre tipi ideali che poi, con le loro varie combinazioni, diventa-
vano nove, allo stesso modo che nell'Enneagramma. 1

1 Cf. W.H. SHELDON, The varieties of temperament: a psychology for constitutional differences,
Harper, New York 1942.
I tre somatotipi, che confermavano la tesi della correlazione esistente fra fisi-
co e temperamento, si possono riassumere nel modo seguente:
• Endomorfo. Il soggetto di questo tipo è caratterizzato da un aspetto mor-
bido e rotondeggiante. Queste caratteristiche sono accompagnate da uno
scarso sviluppo delle ossa e dei muscoli. Al contrario, il suo apparato dige-
rente è estesamente sviluppato e ampliato.
• Mesomorfo. Questo tipo è, invece, di aspetto robusto, con ossa e muscoli
molto sviluppati. La sua costituzione corporale è forte, solida, resistente al
dolore e agli sforzi fisici. È il caso degli atleti e degli uomini di avventura.
• Ectomorfo. Un individuo prevalentemente ectomorfico è longilineo, fragi-
le, caratterizzato da torace piatto e corpo delicato. E generalmente sottile
e poco muscoloso. Egli ha la massa cerebrale molto evoluta e il sistema
nervoso più esteso.
A questi tre somatotipi corrispondono tre psicotipi, le cui componenti sono
le seguenti:
• Viscerotonici. Si caratterizzano per il rilassamento nel comportamento e
nei movimenti, per la lentezza delle reazioni, per l'amore verso la como-
dità fisica, per il cibo e per la digestione, per il piacere di mangiare in grup-
po. Assumono un atteggiamento di accoglienza verso gli altri, amabilità,
avidità di affetto e di approvazione. Sono tolleranti, hanno sonno profon-
do e diventano simpatici sotto l'influenza dell'alcool. Si orientano verso
l'infanzia e le relazioni familiari.
• Somatotonici. Hanno movimenti fermi e decisi, energia e amore per l'av-
ventura, piacere dell'esercizio fisico, desiderio di dominio e di potere, gusto
del rischio e del pericolo, aggressività e coraggio fisico, resistenza al dolo-
re, aggressività sotto l'influenza dell'alcool, claustrofobia, gusto per il
chiasso. Si orientano verso attività giovanili.
• Cerebrotonici. Manifestano un portamento rigido e movimenti controllati,
eccessiva reattività fisiologica e rapidità di reazioni, tendenza all'isola-
mento, all'introversione, e alla sociofobia, tensione mentale eccessiva,
ansietà e reazioni imprevedibili, ipersensibilità al dolore. Sonno leggero e
fatica cronica. Poca resistenza all'alcool. Preferiscono lavorare per gli
anziani. 2

2 Cf. M. BESSING - R . J . NOGOSEK - P . H . O ' L E A R Y , L'enneagramma. Un itinerario alla scoperta di


sé, Paoline, Milano 1993; R . R O H R - A. EBERT, Enneagramma. Alla ricerca di nove volti dell'anima,
Paoline, Milano 1993. Ennea-gramma: nove punti, è simile alla scala di Sheldon, solo che molto meno
scientifico. Proviene dalla scuola sufi medievale.
A. Roldàn ha dato una proiezione spirituale a questo sistema tipologico.
Secondo lui, ai tre tipi estremi corrispondevano tre forme concrete di realizzare
l'ideale della santità. Dalle forme temperamentali umane scaturivano certe incli-
nazioni e virtù naturali e predisposizione per certi difetti.
I tre componenti agiotipici - di santità - sono stati chiamati: agapetonia: con
inclinazione verso la bontà e la carità; prassotonia: con tendenza all'azione e al
movimento; deontotonia: con inclinazione al dovere. 3

• Agapetonici. La loro virtù caratteristica è l'amore contemplativo, la bontà,


la predisposizione alla carità fraterna e l'amabilità. Da esse derivano ama-
bilità e mansuetudine, comprensione e tolleranza, prudenza e naturalezza
nella virtù, pace e gioia spirituale, obbedienza di giudizio e di volontà e
forte sentimento di giustizia. I loro difetti inducono a mancanza di dina-
mismo apostolico, scarsa coscienza del dovere e della mortificazione, dif-
ficoltà di raccoglimento interiore, tendenza alla mormorazione, incostan-
za di volontà.
• Prassotonici. Le loro virtù predominanti sono lo zelo e il dinamismo apo-
stolico. Esse sono accompagnate da fortezza e resistenza, magnanimità,
decisione e costanza, austerità e mortificazione, inclinazione alla preghie-
ra vocale, tendenza a «fare» opere di carità e a far osservare la giustizia. I
loro difetti sono sulla linea della scarsa inclinazione all'amore contempla-
tivo e alla coscienza del dovere, indipendenza nell'agire e dissipazione nel-
l'azione, fretta nell'operare e brama di dominio, scarsa tolleranza e com-
prensione.
• Deontotonici. Le loro virtù caratteristiche sono la coscienza del dovere e il
senso di responsabilità. Da esse derivano fedeltà alle piccole cose, pudore,
modestia, ascetismo, silenzio e atteggiamento ritirato, orazione mentale,
obbedienza di esecuzione e di volontà, apprezzamento della giustizia. Han-
no tuttavia poca predisposizione all'amore contemplativo e scarso zelo e
poco dinamismo apostolico, ipersensibilità e durezza di giudizio, tristezza
spirituale e strettezza di cuore, incomprensione e mancanza di tolleranza,
egoismo e incostanza affettiva e volitiva.
II direttore, impegnato a far sviluppare la libertà interiore e l'intimità con
Dio dei credenti che si rivolgono a lui, dovrà tener conto di queste componenti
agiotipiche; lo farà, in se stesso, per purificare il proprio operato; negli altri, per
non acconsentire alle debolezze che, forse, attirerebbero la sua simpatia, ma che
lascerebbero fuori strada le anime dei diretti nell'orientamento verso Dio e ver-
so la propria perfezione. D'altro canto, bisogna che la guida rispetti la storicità
dei singoli diretti, nelle diverse sfumature della loro personalità.

3 Cf. A. ROLDÀN, Ascetica e psicologia, Paoline. Roma 1962.


Se non si rende conto del loro temperamento, egli corre il rischio di voler
condurre gli altri per la sua strada o di credere che è buono per loro quel che lo
è per lui stesso. Incorre, inoltre, nell'errore di concepire la vita spirituale come
qualcosa di aggiunto o, addirittura, di contrastante con la personalità. 4

1 ACCOMPAGNAMENTO E CARATTEROLOGIA
Il carattere è costituito dagli aspetti comportamentali più usuali di un sog-
getto: sentimenti, pensieri, intelligenza, fantasia, memoria, attenzione, volontà.
Si manifesta nel modo peculiare e costante del suo reagire di fronte alla realtà.
Permette di conoscere meglio le sue possibilità e attitudini per favorire il loro
pieno sviluppo e il loro sfruttamento professionale. Allo stesso tempo abilita
a una migliore comprensione degli altri e a relazioni interpersonali più grati-
ficanti.
Tra le diverse caratterologie meritano uno spazio più ampio quelle di Jung e
di Le Senne, data la loro diffusione al servizio dell'accompagnamento e della vita
spirituale.
2.1. Caratterologia di Jung: estroverso o introverso?
L'opera di Jung, Tipi psicologici, suppone uno sviluppo importante nelle
ricerche di caratterologia, fondata ormai su una psicologia dinamica. Alla sua
base si trovano due elementi opposti: «estroversione» e «introversione». A que-
sta duplice base si aggiungono due funzioni psicologiche: il «pensiero» e il «sen-
timento». Il pensiero racchiude il mondo del comprendere e del dare senso alle
cose. Il sentimento, invece, abbraccia tutto il mondo del piacevole-spiacevole. È
ciò che oggi si va designando con l'espressione intelligenza emotiva. 5

Egli aggiunge ancora due altre funzioni chiamate irrazionali: la sensazione e


l'intuizione. Queste ultime sono meno dipendenti dai dati esterni e colgono il
problema nel suo insieme, con maggiore capacità d'inventiva e di creatività. Tut-
te e quattro le funzioni sono presenti in ogni essere umano, ove però, in ciascu-
no, predomina una di esse, mentre la contraria è molto irrilevante.
Ogni individuo, in certi momenti o in certe circostanze, può essere estrover-
so o introverso: cioè, ciascuno è capace di operare in una di queste due modalità.
L'estroversione e l'introversione sono atteggiamenti complementari nei con-
fronti del mondo.
Lo stimolo essenziale di un estroverso proviene dal mondo esterno, fatto di
persone e di cose, le quali sono le realtà che lo caricano di energia, mentre lo sti-
molo essenziale di un introverso proviene dal di dentro, dal suo mondo interiore
pieno di pensieri e di riflessioni.

4 Per aiutare ciascuno a scoprire il proprio temperamento, può essere utile l'Esercizio pratico 1,
alla fine di questo capitolo.
5 C.G. JUNG, Tipi psicologici, in ID., Opere, VI, Torino, Boringhieri 1969; ID., L'uomo e i suoi sim-
boli, Longanesi, Milano 1983.
In altri termini, possiamo dire che l'estroverso si sente attratto e stimolato da
richiami e da situazioni esterne, mentre l'introverso può sentirsi da essi intimidi-
to e spinto verso l'interiorità. L'estroverso è stimolato dalle altre persone e da
un'ampia gamma di esperienze esterne, mentre l'introverso trae le proprie ener-
gie da risorse interiori e da esperienze e riflessioni intime.
Per mettere in evidenza i due tipi, possiamo usare un procedimento di asso-
ciazione di parole.
Estroversi Introversi
attivi riflessivi
gente solitudine
rumore silenzio
socievoli riservati
molti pochi
ampiezza profondità
Gli estroversi sono spesso affabili, loquaci e facili da conoscere; esprimono le
loro emozioni e danno il meglio di sé nei rapporti reciproci. Danno ampiezza alla
vita e sono espansivi.
Gli introversi, d'altro canto, sono spesso riservati e ci si mette più tempo a
conoscerli. Sanno nascondere le loro emozioni e hanno bisogno di spazio priva-
to. Danno profondità alla vita e stanno più appartati. Spesso essi percepiscono
gli estroversi come superficiali, mentre gli estroversi possono percepire gli intro-
versi come individualisti, chiusi in se stessi.
Nella tabella sottostante vediamo questi tipi in situazione di lavoro:

Tipi estroversi Tipi introversi


Amano la varietà e l'azione. Amano il silenzio per concentrarsi.
Rivolgono la propria attenzione sul mondo Dirigono l'attenzione principalmente
esterno, fatto di cose e di persone. al mondo interiore delle idee.
Hanno la tendenza ad essere più rapidi, Tendono ad essere attenti ai dettagli verso
sono impazienti verso i dettagli complicati. l'io e non amano le affermazioni assolute.
Sono spesso bravi ad accogliere altri. Possono avere difficoltà nel ricordare
nome e volti.
Spesso non amano lavori lunghi e lenti. Non sono contrari a svolgere a lungo lo
stesso lavoro.
Amano avere gente intorno. Lavorano volentieri da soli.
Si sentono sfiniti o annoiati se devono tra- Trovano spossante passare troppo tempo
scorrere troppo tempo da soli. con la gente, soprattutto con estranei.
Alle riunioni parlano con facilità e spesso. Nelle riunioni tendono a tirarsi indietro e
hanno difficoltà a entrare nella discussione.
Tendenzialmente non amano scrivere ed Spesso hanno buone capacità nello scrive-
evitano di farlo. re e preferiscono esporre così le loro idee.
Sono relativamente facili da conoscere. Occorre più tempo per conoscerli.
Considerano l'azione superiore al pensiero. Possono essere così profondi nel pensiero
da non riuscire ad agire.
Gli estroversi:
- tendono a parlare prima di pensare;
- non sanno cosa stanno per dire fino all'ultimo momento;
- conoscono un sacco di persone e le coinvolgono nelle loro attività;
- non dispiace loro conversare con la radio e il televisore accesi;
- sono facilmente avvicinabili da amici ed estranei;
- considerano le telefonate come una gradita interruzione;
- preferiscono produrre idee all'interno di un gruppo, piuttosto che da soli;
- hanno bisogno di conferme dagli amici su chi sono, cosa fanno e come appaiono.

Gli introversi:
- si esercitano prima di dire le cose e preferiscono che gli altri facciano lo stesso;
- amano la pace, la quiete di quando hanno del tempo per loro stessi;
- sono considerati dei buoni ascoltatori;
- sono considerati timidi o riservati, anche se non si sentono così;
- amano le occasioni speciali in cui stanno con uno o due amici intimi:
- desidererebbero poter esprimere alcune volte le loro idee con maggiore chiarezza;
- a loro piace esporre i pensieri o i sentimenti senza essere interrotti;
- hanno bisogno di appartarsi dopo aver trascorso un certo tempo in un gruppo. 6

• Spiritualità introversa ed estroversa


L'introverso cerca Dio dentro di sé, l'estroverso vede Dio all'opera nel mon-
do. Il primo cerca di analizzare la coscienza in profondità, nella quiete e nel silen-
zio; l'altro vede la fede e la devozione esprimersi in gesti pratici di compassione
e di donazione di sé. È importante ricordare che tutti possiamo agire come estro-
versi o come introversi, ma che preferiamo un tipo di personalità all'altro. 7

Sembra che la spiritualità tradizionale sia stata piuttosto una spiritualità


introversa, eppure molti campioni di spiritualità della storia non erano introver-
si, la qual cosa potrebbe essere indicativa delle difficoltà di costoro ad adattarsi
alla cultura spirituale dominante. Come minimo, potrebbero avere avuto l'im-
pressione che la spiritualità introversa fosse la norma e, perciò, la forma «giusta».
Potrebbe essere questa una delle ragioni per cui tra i credenti si trovavano più
ricercatori di una spiritualità introversa che estroversa.
• La spiritualità degli introversi
Agli introversi piace avere tempo e spazio per il silenzio. Apprezzano la
meditazione e la contemplazione in un mondo nel quale ciò risulta difficile agli
estroversi. Per gli introversi un ritiro eremitico è fonte di preghiera gratificante
e di ristoro spirituale. Ascoltare, guardare, adorare, nella quiete e in un'ampia
disponibilità di tempo, sono gli ingredienti essenziali della loro spiritualità.

6 Sei prevalentemente introverso o estroverso? Metti una croce davanti alle frasi e guarda in qua-
le orientamento ci sono più croci.
7 Cf. GOLDSMITH - WHARTON, Conoscere me, conoscere le, 45-68.
Raramente sono necessarie le parole e la preghiera può diventare altrettan-
to efficace se si è soli; anzi, la presenza di altre persone è spesso una distrazione
indesiderata. Qualcuno ha riassunto questa esperienza di preghiera davanti al
Crocifisso con le parole: «Io guardo lui e lui guarda me».
• La spiritualità degli estroversi
Gli estroversi, invece, si considerano spesso incapaci di pregare e si sentono
a disagio quando si parla della preghiera silenziosa. Sono molto contenti di poter
essere coinvolti in qualche forma di «azione evangelizzatrice» e vanno aiutati a
rendersi conto che il loro pensare e agire può trasformarsi benissimo in una for-
ma di preghiera. Nei ritiri e nei giorni di deserto possono sentirsi come degli
estranei e, per quanto riguarda la spiritualità, quasi di «seconda classe».
Può succedere che, nel corso delle pubbliche funzioni, gli estroversi che le
dirigono invitino il pubblico a osservare qualche istante di silenzio, intendendo
proprio qualche istante, cosa che, per l'introverso, non è quasi mai abbastanza.
Per contro, quando gli introversi invitano al silenzio, il periodo ad esso dedicato
appare interminabile agli estroversi, la cui mente è occupata a cercare di capire
quando finirà.
2.2. La caratterologia di Le Senne
Si manifesta come un metodo utile e semplice e perciò è stato usato abbon-
dantemente in campo spirituale. Trova la base dinamica nei suoi tre elementi
costitutivi: l'emotività, l'attività e la risonanza. 8

Primo criterio e componente fondamentale del carattere è l'emotività. Essa


consiste in una predisposizione generale e permanente a commuoversi e genera
la tendenza ad essere più o meno eccitati o impressionati. Include anche un alto
grado di suscettibilità o d'impressionabilità ed è propria di persone molto sensi-
bili. E. Mounier ha descritto l'emotività come la capacità «di prendere a cuore,
più degli altri, cose da niente». Predispone il soggetto a provare con intensità
9

variabile sensazioni, sentimenti ed emozioni.


L'attività è costituita da un'attitudine congenita del soggetto all'azione. Egli
possiede una carica energetica maggiore che lo induce più facilmente all'opera,
specialmente quando questa diventa ardua e difficile. Di fronte all'ostacolo,
invece di scoraggiarsi, sente un rinnovato vigore. Egli preferisce tutto ciò che
conduce al movimento, non si arrende di fronte alle difficoltà e si compiace del-
la lotta e del pericolo. In questa carica bisogna mettere anche la motivazione più
o meno forte verso il raggiungimento dell'obiettivo.
La risonanza si riferisce, invece, alla ripercussione e alla durata della reazio-
ne dell'individuo di fronte a fattori che eccitano la sua psiche. Dopo che sono

8 Cf. G.F. ZUANAZZI, Introduzione alta caratterologia, Secop, Verona 1969; K. ARDUIN, Qual è il
tuo carattere?, Gribaudi, Torino 1971; N. GALLI, La diagnosi caratterologica ad uso degli educatori,
Pas-Verlag, Ziirich 1964.
9 E. MOUNIER, Trattato de! carattere. San Paolo, Cinisello Balsamo ( M I ) 1990,298.
scomparsi dalla coscienza, gli elementi del contenuto psichico continuano ad
esercitare ancora la loro azione. Quando la reazione è rapida e caduca, si parla
di risonanza primaria. Quando la reazione è lenta e prolungata, si ha una riso-
nanza secondaria. Ne deriva la divisione fra tipi primari e tipi secondari. I primi
agiscono mossi dalle impressioni attuali, fugaci e transitorie, che s'impongono
alla coscienza. Nei tipi secondari, invece, le esperienze accumulate e persistenti
esercitano ancora il loro influsso sull'atteggiamento del soggetto e garantiscono
un suo orientamento uniforme nell'agire e una percezione precedente influisce
in misura considerevole sulle reazioni attuali.
L'emotività, l'attività e la risonanza non sono proprietà assolute, ma gradua-
li. Sono caratteristiche più o meno presenti nei soggetti. Combinando le tre ten-
denze fondamentali si ottengono otto tipi caratterologici.
2.2.1. Gli emotivi non-attivi (EnA)
Sono di natura sensibile; la loro eccessiva suscettibilità e intensità emoziona-
le non sono compensate da un'attività altrettanto forte. Perciò la loro tensione
interna, non scaricata, si accumula dentro, rendendoli ansiosi, turbati, impressio-
nabili e irritabili. Bisogna motivarli intensamente affinché si decidano ad agire.
La vecchia classificazione temperamentale aveva ricondotto tutti i soggetti EnA
a una sola categoria: i melanconici.
Vengono divisi in due gruppi: nervosi e sentimentali.
• Il nervoso (EnAP)
La sua risonanza alle percezioni è immediata. Egli è il soggetto delle prime
impressioni e dell'umore altalenante: oscilla tra la gioia e la tristezza. Perciò la
volubilità ne risulta una costante caratterologica. La presenza dell'emotività e
della primarietà favorisce lo sviluppo di spiccate attitudini artistiche e letterarie.
La spiritualità dell'EnAP. L'individuo emotivo non attivo primario ha come
caratteristica spirituale positiva la sua inclinazione verso l'ideale religioso. Sente
il bisogno di amare e di imitare qualcuno. Perciò conviene presentargli la fede
cristiana come un itinerario attraente che ha come modello da imitare lo stesso
Gesù e, come scopo, il corrispondere al suo amore. Dato il suo interesse per le
cose immediate, bisognerà aiutarlo a sviluppare gli ampi interessi del Regno e
l'urgenza dell'impegno di evangelizzazione.
Il direttore spirituale saprà adattarsi alla sua psicologia, mostrandosi acco-
gliente, cordiale, pronto a incoraggiare. Saprà illuminare, con spirito fraterno, i
problemi che gli espone e accompagnarlo con pazienza nel suo lungo cammino
spirituale. Facendo leva sulla sua emotività, costruirà una spiritualità fondata sul-
l'amore del Padre e sulla fiducia nella Madonna. Formato adeguatamente alla
preghiera liturgica, di gruppo, continuerà ad approfondire la sua vita interiore.
Per potenziare il suo impegno apostolico rinvigorirà la sua capacità di compren-
sione e di concretezza, le quali diventeranno spirito di servizio ai fratelli. Come
esempio di questo tipo di carattere si propone san Francesco d'Assisi, innamo-
rato di Gesù.
• Il sentimentale (EnAS)
Possiede il dinamismo dell'emotività e della secondarietà, dunque è incline
all'interiorità e alla riflessione. Ciò garantisce una difesa contro l'eccessiva
impressionabilità. Egli appare d'indole riservata, con tendenza alla speculazione,
all'inquietudine di fronte alla propria vocazione, al sentimento religioso e al
mondo. L'interiorità costituisce la sua forza.
La guida spirituale, perciò, dovrà far germogliare in lui il gusto dell'attività e
del dono di sé, convinto della sua ricchezza interiore. Se l'ideale spirituale viene
proposto in modo attraente, quale fonte di energia e di pienezza, se egli scopre
l'amore personale di Gesù, allora la stabilità e la fedeltà inonderanno la sua esi-
stenza e sorgerà anche in lui il desiderio di corrispondere a questo amore con il
servizio ai fratelli. 10

La direzione spirituale, approfittando del suo desiderio di essere aiutato,


dovrà avere il suo fondamento, in modo particolare, nella fiducia e nella com-
prensione. Il punto forte della sua interiorità verrà facilmente completato con
l'invito alla preghiera silenziosa e al rapporto di amicizia personale con Gesù,
dimenticando se stesso per concentrarsi in lui e nelle grandi urgenze del Regno.
Lo stimolerà a sfruttare le sue molte attitudini per arricchire gli altri con l'aiuto
personale, considerando tale ministero come un irradiamento della sua vita inte-
riore. L'esempio di san Giovanni M. Vianey, curato d'Ars, tutto centrato sull'a-
more del Signore e sullo zelo per diffondere la sua salvezza, illumina perfetta-
mente il dinamismo di questo carattere.
2.2.2. I non-emotivi attivi (nEA)
Rappresentano l'estremo opposto dei gruppi precedenti. In essi predomina
l'attività e la ripercussione dell'emozione sul loro psichismo è debole. Bastano,
perciò, pochi stimoli ad incitarli all'azione e ad impegnarli coerentemente nel
lavoro. La mancanza di emotività favorisce il loro giudizio oggettivo e la loro
tenacia e perseveranza.
• Il sanguigno (nEAP)
La sua attività è flessibile, evita gli ostacoli. Egli, in virtù della sua primarietà,
è aperto al presente, a volte reagisce violentemente, ma si riconcilia subito; non
tende, perciò, verso simpatie e antipatie di lunga durata; cerca gli onori e la sod-
disfazione personale. Predomina in lui non il sentimento, ma l'attività di un'in-
telligenza limpida. Ha un forte senso pratico e agisce secondo i valori che ven-
gono presentati dalla sua ragione.
La spiritualità delVnEAP. E il carattere più estroverso di tutti: essendo atti-
vo non sente il richiamo dell'interiorità, si rivolge al mondo esteriore per colma-
re il suo vuoto e trovare sfogo nella sua inclinazione ad agire. Si adatta facil-

10 Cf. L . M . ROSSETTI, Pratica di caratterologia. Educazione e direzione spirituale, Elledici, Leu-


mann (TO) 1966,101-104. Il libro offre interessanti applicazioni alla formazione alla vita religiosa e
3

alla direzione spirituale.


mente alle circostanze ed entra agevolmente in contatto con la realtà e con la
vita. Essendo di tipo primario si concentra sul momento presente, col pericolo di
perdersi in esso. Egli deve essere aiutato a partire dal dinamismo della sua intel-
ligenza e del suo ragionamento e non dalla minaccia o dal rimprovero.
Sente una certa curiosità naturale per il fatto religioso: vuole ragionare sulle
realtà soprannaturali. Deve essere stimolato su questa linea, incitandolo alla
riflessione e al ragionamento e mettendo direttamente davanti ai suoi occhi la
dottrina precisa del vangelo e la verità e la fedeltà di Cristo.
Nella direzione spirituale egli cerca chiarezza d'idee, semplici e concrete. Per-
ciò deve essere incitato a trovare il suo centro in Cristo, fonte di luce e di vita. Le
grandi verità insegnate dal Maestro saranno per lui uno stimolo alla coerenza. Il
punto forte della sua preghiera è la liturgia; egli verrà pure incoraggiato a inten-
sificare l'impegno apostolico. Il suo spirito sociale deve essere elevato a sentire la
comunità ecclesiale e ad impegnarsi nel suo ministero, ribadendo sulla presenza
e sul sostegno dello Spirito Santo che è la sua vera forza. Come esempio tipico di
questo carattere spicca la figura del grande apostolo san Bernardino da Siena.
• Il flemmatico (nEAS)
La sua principale caratteristica è l'attività coerente, energica, sistematica,
unita a una debole impressionabilità. Egli è intensamente concentrato sul lavo-
ro che lo assorbe quasi del tutto. Ha un'intelligenza pratica e metodica. La razio-
nalità predomina in lui, perciò si manifesta tollerante, indipendente nel suo giu-
dizio, puntuale, sincero, di larghe vedute.
La spiritualità dell'nEAS. Essendo attivo possiede una potente sorgente di dina-
mismo che lo fa applicare al lavoro con metodo, vigore ed efficacia. Essendo inoltre
di tipo secondario, si adopera con costanza fino al raggiungimento del suo obiettivo.
Partendo dal suo pensiero e dalla sua calma, è possibile impegnarlo in modo costan-
te nelle attività per il Regno. Egli saprà scoprire il disegno di Dio e l'insieme delle
verità evangeliche come un sistema dottrinale coerente e vitale al quale aderire.
La guida lo stimolerà a scoprire un ideale concreto, preciso ed elevato. Pre-
sentandogli i valori evangelici, come luce e come azione, gli faciliterà la scoperta
di direttive precise e sistematiche. Approfittando del suo gusto per la meditazio-
ne e la riflessione seria, lo orienterà progressivamente a crescere nella contem-
plazione personale della storia della salvezza e dell'opera trinitaria nel suo inti-
mo. Allo stesso tempo, lo asseconderà a sviluppare le sue qualità di organizzazio-
ne per un apostolato ben preparato ed efficace. Come modello di questo tipo si
può ricordare san Pietro Canisio, che si consacrò totalmente alla restaurazione
della Chiesa cattolica e fu chiamato «il secondo apostolo della Germania».
2.2.3. Gli emotivi attivi ( E A )
In questi soggetti l'emotività dirige e orienta le emozioni verso l'azione e l'at-
tività e li sospinge ad uscire da sé e a immergersi nel mondo professionale. Aven-
do le due tendenze in positivo, diventano equilibrati, estroversi e dediti al lavo-
ro, più sereni, più costruttivi. Predomina in loro una forte propensione per l'atti-
vità a detrimento della riflessione e dell'interiorità.
• Il collerico (EAP)
Poco riflessivo, nell'azione si lascia facilmente trasportare dall'entusiasmo e
da un senso di ottimismo che tutto pervade. È molto disponibile a eseguire ordi-
ni in vista di un fine assegnatogli e a cooperare in gruppo più che a competere. I
suoi tratti predominanti sono: impulsività, impazienza, intolleranza; conciliabi-
lità; amore per lo sport, per i piccoli, per gli animali; coraggio di fronte ai perico-
li; umore allegro, vivace, espansivo. Nella sua attività predomina l'aspetto con-
creto, tangibile, immediato dell'applicazione pratica.
La spiritualità dell'EAP. Il loro distintivo caratteristico è l'attività: cercano
occupazioni al di fuori di sé. Sono lavoratori servizievoli, generosi, cordiali ed
entusiasti. Dimenticano subito le offese. Il loro punto forte è l'amore; perciò il
loro ideale sarà un grande amore verso Dio e verso il prossimo. L'aiuto che si
aspettano dal direttore spirituale è per diventare coraggiosi nell'attività sopran-
naturale. Si aprono al dialogo con sincerità e facilità.
Può darsi però che non sentano bisogno del direttore spirituale o che non
vedano la sua importanza. Perciò hanno necessità di essere allenati all'interiorità
e al raccoglimento, affinché non siano travolti dall'attività. Essendo emotivi,
sono portati all'amore che deve apparire loro come una chiamata al servizio del
Signore e alla collaborazione efficace secondo il vangelo. La generosità sarà il
fulcro del loro apostolato. Ma dovranno scoprire che la missione cristiana ha
bisogno dell'esperienza dell'unione intima con Dio. Come esempio principale si
può ricordare la figura di san Pietro apostolo, pieno di amore e di donazione
generosa a Cristo.
• Il passionale (EAS)
La presenza dell'emotività, dell'attività e della secondarietà fa sì che tutti i
suoi tratti siano positivi e che il suo sia il temperamento più completo e ricco. Egli
è focalizzato verso un grande ideale che lo affascina e lo impegna totalmente. Per-
ciò risplendono in lui: perseveranza nel lavoro, decisione, larghezza di vedute,
indipendenza di giudizio, bontà verso i sottoposti, senso dell'economia, sentimen-
to religioso. Rivela un'intelligenza rapida e intuitiva, metodica e raziocinante, e
persegue l'attuazione dei suoi progetti con costanza, pazienza e precisione.
La spiritualità dell'EAS. Ha tutti gli elementi fondamentali in forma positiva;
è quindi il carattere meglio dotato. Se viene interiorizzato da lui il grande ideale
evangelico, svilupperà un vero senso di responsabilità cristiana. Dio verrà pre-
sentato come Persona viva, ardente. La sua predisposizione a sentire la grandez-
za di Dio verrà completata con il desiderio di una vera collaborazione con lui. 11

Dato che egli sente il bisogno di una guida, questa dovrà apparire come sti-
molo a un serio impegno di santità e di servizio al Regno. Le sue spiccate doti
per l'apostolato verranno orientate verso ministeri in gruppi nei quali si sentirà
a suo agio. Quando sarà a capo di qualche opera, dovrà essere invitato a rispet-

11 Cf. H. SIMONEAUX, La direction spirituelle suivant te caractère, Aubier, Paris 1959,59-65.


tare i collaboratori. Di questo tipo abbiamo l'esempio in san Paolo e in tanti
grandi santi come Agostino, Teresa di Gesù, Francesco Saverio, le cui orme sono
da seguire con generosità.
2.2.4. I non-emotivi non-attivi (nEnA)
La nE e la nA combinate assieme e, pertanto, condizionantesi a vicenda, dan-
no origine a caratteristiche piuttosto povere: scarso impegno operativo, disinte-
resse generale, apatia, facilità di adattamento, freddezza, pigrizia, tutte indicati-
ve di debolezza della tensione psicologica. In coloro che hanno queste caratteri-
stiche l'emotività e l'attività sono inferiori alla media e quindi cresce in essi la
passività. Mancano dello slancio spirituale e possiedono poco senso pratico e
sveltezza.
• L'amorfo (nEnAP)
Le tre proprietà fondamentali appaiono in negativo. Sotto questo profilo è il
tipo meno dotato a livello caratterologico. La sua vita interiore risulta povera,
senza consistenza, senza ideali, senza interessi, senza prospettive. Affettivamen-
te è calmo, tranquillo, oggettivo, incapace di impegnarsi a fondo, di gioire e di
soffrire.
La spiritualita dell'nEnAP. Possedendo uno scarso potenziale di sentimento
e di attività ha, per natura, la tendenza alla pigrizia e difficilmente vibra per gli
ideali elevati. Essendo di tipo primario, vive del momento presente. Si lascia tra-
scinare facilmente dall'ambiente e dall'opinione altrui. La sua formazione spiri-
tuale deve partire proprio da questo: dall'offrire a lui un ideale di vita e di atti-
vità adatto alle sue capacità.
La direzione spirituale dovrà promuovere il suo interesse per Gesù e per il
Regno, aiutandolo a superare il suo egocentrismo. A partire dalla preghiera litur-
gica e di gruppo egli deve essere indirizzato ad approfondire la sua vita interio-
re e la preghiera personale. Da qui potrà sgorgare il suo dinamismo apostolico,
il suo desiderio di prepararsi per le opere sociali. Il modello di questo carattere
è san Benedetto Labre.
• L'apatico (nEnAS)
Predomina in questo tipo la risonanza secondaria. Offre una certa costanza,
tenacia e fedeltà ai principi. I tratti fondamentali della sua coscienza sono: intol-
leranza, opinioni e idee fisse, indifferenza religiosa, calma, amore per la solitudi-
ne. Affettivamente è sereno, tranquillo e talvolta depresso.
La spiritualità dell'nEnAS. E un soggetto abitudinario; il suo valore predo-
minante è la tranquillità. L'educazione si orienterà a fargli scoprire motivi di spe-
ranza e di fiducia che possano sviluppare la sua attività e le sue abitudini reli-
giose.
La guida spirituale dovrà studiare il modo di favorire un ideale adatto che lo
solleciti a un impegno convinto e fatto per amore. Non sarà difficile mantenere
la sua prassi di preghiera e la sua facilità di seguire un metodo concreto. Sarà
necessario accompagnarlo nell'iniziazione al lavoro apostolico in modo che cre-
sca il suo spirito di iniziativa e di collaborazione all'estensione del Regno. Se egli
è guidato verso il bene, può pervenire a imitare santi di questo carattere come
san Giuseppe da Copertino.
* * *

Possiamo dunque concludere affermando che il carattere perfetto dovrebbe


avere come energia base l'emotività; come forza motrice l'attività; come arma-
tura la secondarietà. Il direttore spirituale sfrutterà la profonda sensibilità, l'ac-
coglienza e la fiducia dell 'emotivo. Saprà potenziare il dinamismo e l'audacia
equilibrata dell'attivo e dirigere il suo entusiasmo, la sua sicurezza di riuscita. Sti-
molerà la sua secondarietà con la capacità di meditazione, di solitudine, di rifles-
sione, di costanza e di perseveranza.

Tracce per la personalizzazione

1. Sei fedele allo Spirito Santo? E sei fedele pure alla persona concreta che hai davan-
ti? Avverti la sua unicità e la sua irripetibilità?
2. Conosci il suo temperamento, ereditato nel momento del concepimento? E il suo
carattere, con le sue caratteristiche psicologiche predominanti? Sviluppi gli atteg-
giamenti positivi che già possiede? Lo incoraggi a colmare le lacune?
3. Comprendi le sue circostanze storiche nelle quali risponde all'invito? Lo accetti nel
suo momento storico? Cerchi di favorire il suo adattamento alla dimensione storica?
4. Riesci a valutare oggettivamente le difficoltà e i problemi del diretto? Lo accetti con
i suoi pregi e i suoi limiti (specie di fede)?
5. Fai sentire l'invito piuttosto come perfezionamento della sua esistenza, come qual-
cosa che completa intimamente la sua personalità?
6. Tendi allo sviluppo integrale della sua personalità? Proponi la personalità di Gesù
come elemento di grande novità? Conduci alla scoperta di Gesù persona? Proponi
Gesù come illuminatore delle verità del diretto?
Esercizio pratico 1
QUESTIONARIO DI SHELDON PER IL TEMPERAMENTO

Valutazione: dal 7. Se è il grado massimo: 7. Se è intensissimo ed evidente: 6. Se è


intenso, ma non eccessivamente: 5. Se è il grado medio, ma al di sopra della media: 4.
Se è al di sotto della media: 3. Se è debole, in modo evidente: 2. Se è carente, cioè man-
ca del tutto: 1.
Rispondi senza fretta e obiettivamente.
1. Ti senti portato a giudicare con benignità, in modo spontaneo, le
azioni degli altri, cercando sempre le attenuanti al loro operare man-
chevole? Sei comprensivo e tollerante? ( )
2. Di fronte alle difficoltà cresce la tua fortezza d'animo? ( )
3. Hai tendenza alla tristezza spirituale? ( )
4. Sei ipersensibile specialmente di fronte al disprezzo e alla critica che
ferisce in modo particolare? ( )
5. Godi nel fare il bene, le opere di carità, anche se richiede sacrificio,
impegno? Sei servizievole nelle cose che esigono faticai ( )
6. Senti piacere nella preghiera affettiva (cioè con affetti soavi, prolun-
gati e intensi e con poche idee)? ( )
7. Ti senti, spontaneamente, inferiore agli altri nella virtù? ( )
8. Ti senti umile? ( )
9. Sei naturalmente austero nel mangiare e nel dormire? ( )
10. Hai una rigorosa coscienza del dovere? ( )
11. Hai fretta di finire le opere esterne, anche lasciandole incomplete,
per cominciarne immediatamente delle altre? ( )
12. Ti piace apparire davanti agli altri così come sei, cioè procedi nella
vita con naturalezza, senza preoccuparti di apparire migliore? ( )
13. Di fronte all'ordine del superiore, senti spontaneamente la tendenza
alla sottomissione del giudizio e della volontà? ( )
14. Senti l'ansia della salvezza delle anime che ti porta a un apostolato
di conquista, anche se suppone lotta, rischio, difficoltà? ( )
15. Hai un accentuato sentimento di pudore, di modestia corporate? .. ( )
16. Ti costa, soprattutto, l'obbedienza di giudizio (ti attacchi con fre-
quenza al tuo parere) e, allo stesso tempo, hai facilità per l'obbe-
dienza di esecuzione? ( )
17. Hai grandi aspirazioni che sei sicuro di poter realizzare? Miri a vasti
orizzonti nei progetti di apostolato, senza annegare nelle piccole
cose o nei fallimenti? ( )
18. Cerchi di risolvere situazioni difficili senza ricorrere a metodi vio-
lenti? Credi di avere mansuetudine e soavità nel tratto? ( )
19. Hai un comportamento pigro e goloso? Ti spaventa il sacrificio? .. ( )
20. Hai spirito d'indipendenza nell'agire? Credi necessario chiedere un
margine di libertà nell'azione e di fiducia nell'operare? ( )
21. Hai il cuore chiuso? Senti in te tendenza allo scrupolo? ( )
22. Ti piace il ritiro, il silenzio della solitudine, dove poter riflettere? .. ( )
23. Sei costante nella realizzazione dei tuoi propositi? ( )
24. Conservi facilmente la pace, la gioia di spirito nei contrattempi,
accettandoli con ottimismo? ( )
25. Hai una carità affettuosa, amabile verso il prossimo? Metti con pia-
cere a disposizione degli altri il tuo tempo, le tue cose, disinteressa-
tamente? ( )
26. Prendi decisioni rapide? Sei deciso? ( )
27. Sei modesto esternamente (atteggiamenti raccolti) e interiormente
(non vantandoti)? ( )
28. Dai rilievo alle piccole cose, senza distinguere tra obblighi di mag-
giore o minore valore? ( )
29. Senti l'ansia di dominare, di imporre la tua volontà, senza preoccu-
parti troppo dei mezzi? ( )
30. Tendi facilmente alla mormorazione, anche senza cattiveria e durez-
za (solo per commentare le cose degli altri)? ( )

1 2 3
6 5 4
7 8 9
12 11 10
13 14 15
18 17 16
19 20 21
24 23 22
25 26 27
30 29 28

Agapetonico Prassotonico Deontotonico

Risultato. Metti accanto al numero della domanda il rispettivo voto. Fai la somma.
Appartieni al gruppo che ottiene il voto più alto. Avrai pure delle caratteristiche del
secondo o del terzo, secondo la loro vicinanza quantitativa al primo. Vedi sopra l'applica-
zione di R O L D À N (pp. 54ss).
Esercizio pratico 2
TEST DI CARATTERE DI LE SENNE

Nei singoli numeri metti una sola croce, sopra la lettera a) o b) o su c).

Attività
Quando hai tempo a disposizione, lo impieghi con alacrità (per es. studi col-
laterali, azione sociale, lavori manuali o qualsiasi attività non imposta)?
O resti a lungo a far nulla, a sognare o semplicemente a distrarti (per es. con
letture amene, radio, tv ecc.)?
Dubbioso.
Esegui immediatamente e senza difficoltà ciò che hai deciso?
O devi compiere uno sforzo penoso per passare dall'idea all'atto, dalla deci-
sione all'esecuzione?
Dubbioso.
Sei stimolato dalle difficoltà ed eccitato dall'idea dello sforzo da compiere?
O ti scoraggi facilmente?
Dubbioso.
Preferisci agire o almeno fare progetti precisi che preparino realmente l'av-
venire?
O ti piace sognare pensando o al passato che non è più o all'avvenire che
potrebbe essere oppure fantasticare?
Dubbioso.
Fai quello che devi fare subito, senza che ti costi molto (per es. una lettera,
sistemare una faccenda)?
O sei incline a differire e rimandare?
Dubbioso.
Prendi decisioni immediate anche in casi difficili?
O sei indeciso ed esiti a lungo?
Dubbioso.
Sei facile a muoverti, sei irrequieto (per es. gesticoli, balzi vivacemente dalla
sedia, vai e vieni nella stanza al di fuori di qualsiasi viva emozione)?
O stai generalmente fermo quando nulla ti turba?
Dubbioso.
Non esiti mai a intraprendere un utile cambiamento, pur sapendo che ciò ti
costerà un grave sforzo?
O indietreggi davanti al lavoro da iniziare e preferisci accontentarti della
situazione presente?
Dubbioso.
9. a) Quando hai dato ordini per un lavoro, ti disinteressi della sua esecuzione,
pensando di esserti sbarazzato di una preoccupazione?
b) O sorvegli da vicino l'esecuzione del lavoro, assicurandoti che tutto sia fatto
bene nelle condizioni e nel momento voluti?
c) Dubbioso.
10. a) Ti piace di più fare che guardare, perché il semplice stare a guardare ti annoia
presto o ti spinge a passare all'azione?
b) O preferisci stare a guardare piuttosto che fare (ti piace, per es., guardare
spesso e a lungo un gioco a cui non prendi parte)?
c) Dubbioso.
Secondarietà
1. a) Nella tua azione ti lasci guidare dal pensiero di un avvenire lontano (per es.
risparmiare per la vecchiaia, accumulare materiali per un lavoro di ampio
respiro o dalle conseguenze future che i tuoi atti possono avere?
b) O ti interessano soprattutto i risultati immediati?
e) Dubbioso.
2. a) Prendi in esame tutto ciò che può accadere e ti ci prepari con cura (per es.
equipaggiamento completo e preciso, studio degli itinerari, valutazione pre-
ventiva dei possibili incidenti ecc.)?
b) O ti affidi alle ispirazioni del momento?
c) Dubbioso.
3. a) Hai rigidi principi ai quali cerchi di conformarti?
b) O preferisci adattarti alle circostanze senza irrigidirti?
c) Dubbioso.
4. a) Sei costante nei tuoi propositi? Porti sempre a compimento ciò che hai comin-
ciato?
b) O abbandoni spesso un compito prima che sia terminato, incominciando tut-
to senza finire nulla?
c) Dubbioso.
5. a) Sei molto costante nelle simpatie (per es. coltivi le tue amicizie d'infanzia, fre-
quenti regolarmente le stesse persone, le stesse compagnie)?
b) O cambi spesso amici, smettendo senza ragioni plausibili di visitare persone
che frequentavi?
c) Dubbioso.
6. a) Dopo un impulso di collera o dopo avere subito un affronto, ti riconcili imme-
diatamente con chi ti ha offeso?
b) O resti per molto tempo di malumore, persistendo nel rancore?
c) Dubbioso.
7. a) Hai abitudini fisse alle quali tieni molto? Ami il ripetersi regolare di certe
azioni?
b) O rifuggi da tutto ciò che è abituale e previsto in anticipo, essendo per te la
sorpresa l'elemento principale di piacere?
c) Dubbioso.

68
8. a) Ti piace l'ordine, la simmetria, la regolarità?
b) O l'ordine ti sembra monotono e hai bisogno di trovare ovunque un po' di
varietà?
c) Dubbioso.
9. a) Quando ti sei formato un'opinione vi aderisci con ostinazione?
b) O ti lasci facilmente convincere e conquistare dalla novità di un'idea?
c) Dubbioso.
10. a) Prevedi in anticipo come devi impiegare il tuo tempo e le tue forze? Ti piace
tracciare piani, stabilire orari, redigere programmi?
b) O ti impegni nell'azione senza una regola precisa e prestabilita?
c) Dubbioso.

Emotività
1. a) Prendi molto a cuore le piccole cose, pur sapendo che non hanno importan-
za? Sei talvolta sconvolto per cose da nulla?
b) O sei turbato soltanto da avvenimenti gravi?
c) Dubbioso.
2. a) Ti entusiasmi o ti indigni con facilità?
b) O accetti tranquillamente le cose così come sono?
c) Dubbioso.
3. a) Sei suscettibile? Sei facilmente e profondamente ferito da una critica alquan-
to pungente, da un'osservazione scortese e ironica?
b) O sopporti la critica senza esserne urtato?
c) Dubbioso.
4. a) Ti preoccupi facilmente per un avvenimento imprevisto? Sussulti quando sei
chiamato bruscamente? Impallidisci o arrossisci facilmente?
b) O ti turbi difficilmente?
c) Dubbioso.
5. a) Ti accalori mentre parli? Alzi la voce durante la conversazione? Provi il biso-
gno di usare termini violenti o parole molte espressive?
b) O parli senza fretta, in modo calmo, posato?
c) Dubbioso.
6. a) Sei agitato di fronte a un compito nuovo e alla prospettiva di un cambiamen-
to nella vita?
b) O affronti la situazione con calma?
e) Dubbioso.
7. a) Passi alternativamente dall'esaltazione all'abbattimento, dalla gioia alla tri-
stezza e viceversa, per un nonnulla e persino senza un motivo apparente?
b) O sei sempre dello stesso umore?
c) Dubbioso.
8. a) Sei spesso oppresso da dubbi o da preoccupazioni concernenti azioni prive
d'importanza? Conservi spesso nella mente un pensiero del tutto inutile, che
però ti dà fastidio?
b) O soltanto di rado conosci questo stato penoso di preoccupazione?
c) Dubbioso.
9. a) Ti accade talvolta di essere emozionato a tal segno che ciò che desideri diven-
ta per te completamente impossibile? (per es. la paura che t'impedisce di
muoverti, la timidezza che ti toglie totalmente la parola ecc.)?
b) O ciò ti è accaduto soltanto di rado? O non ti è accaduto mai?
e) Dubbioso.
10. a) Hai spesso l'impressione di essere infelice?
b) O sei generalmente contento della tua sorte? O, ancora, quando le cose non
procedono così come vorresti, pensi più a ciò che sarebbe necessario mutare
che non ai tuoi sentimenti personali?
c) Dubbioso.
Risultato: a) = 10 punti b) = 0 punti c) = 5 punti
Fai la somma dei punti nelle tre dimensioni: ad es.: 10 + 5 + 10 ecc.
Se la somma è superiore a 50 nelle tre sezioni, la persona è: emotiva; attiva; secondaria.
La somma può essere inferiore a 50 in uno o più settori.
Se la somma è di 50 o di meno, è nowEmotiva = nEmotiva; nAttiva; Primaria.
Per le caratteristiche e per i consigli alla guida spirituale, vedi sopra La caratterologia di
R O S S E T T I (pp. 60ss).
Capitolo quinto
SANAZIONE INTERIORE

Una volta compiuta la funzione fondamentale della conoscenza di sé, può


apparire evidente, nella storia personale di alcuni principianti, la presenza di
ferite, «buchi neri», immaturità affettive e condizionamenti, che possono osta-
colare l'assimilazione del messaggio evangelico di figliolanza, di amore, di mise-
ricordia e di abbandono totale. Con tali soggetti è necessario compiere un inten-
so lavoro di liberazione al fine di renderli capaci di aprirsi all'amore personale
di Dio e di identificarsi con i sentimenti di Cristo, sia nella dimensione vertica-
le, cioè verso Dio, sia in quella orizzontale, verso il prossimo.
È la dimensione della liberazione interiore da realizzare tanto a livello psico-
logico, attraverso metodi adeguati di conoscenza e di gestione matura di detti
settori del comportamento immaturo, quanto a livello soprannaturale, attraver-
so l'uso dei metodi evangelici di preghiera e intercessione, del mettersi davanti
al Sole divino per essere illuminati e rinnovati da Dio.
In questo capitolo, ai direttori spirituali che compiono i loro primi passi,
vogliamo offrire alcuni strumenti di conoscenza e di gestione di detti aspetti per-
sonali feriti, affinché possano collaborare nel miglior modo possibile al loro
superamento.

1. SALVARE L'ESSERE UMANO NELLA SUA TOTALITÀ


È necessario partire dalla considerazione del dinamismo vitale integrale in
atto nei principianti. L'accompagnamento attuale non può ridursi soltanto al
loro livello soprannaturale, come è accaduto in una parte considerevole della
direzione spirituale precedente, anche se agire solo a questo livello può offrire
forse più gratificazioni agli operatori dell'aiuto personale. La fede cristiana non
informa soltanto sul regno dei cieli, ma offre pure un'abilitazione a portare a ter-
mine la propria missione sulla terra, imitando la libertà di Gesù nell'obbedire al
Padre e nell'annunciare il suo messaggio di misericordia e di salvezza. 1

1 Cf. S.J. BÀEZ, «La sanación fisica y espiritual en la Biblia», en Revista de Espiritualidad
64(2005), 183-213.
Una buona parte dei Vangeli è costituita dalla presentazione dell'azione libe-
ratrice del Salvatore, attraverso la descrizione costante della sua opera che si va
completando mediante la guarigione e la redenzione interiore, individuale e
sociale e in tal modo, e in maniera sempre più autentica e verificabile, va soppri-
mendo le profonde radici del peccato e dell'inimicizia. E ciò avviene in una
maniera e in un grado così sublime, che con nessuna morale e nessuna psicote-
rapia si può stabilire un paragone.
Il proseguimento di questa azione liberatrice si manifesta oggi particolar-
mente urgente nei casi in cui la guida spirituale abbia scoperto la presenza di
ferite e di immaturità affettive in certe persone problematiche e sofferenti. Ciò
diventerà indispensabile, in modo del tutto particolare, quando si tratta di
accompagnare giovani con vocazioni peculiari nella Chiesa. Esiste, infatti, un
rapporto stretto fra guarigione interiore, crescita individuale e santificazione
personale. 2

La riflessione dell'esortazione di san Paolo ai tessalonicesi può diventare uti-


le in questo senso: «Tutto quello che è vostro, spirito, anima e corpo, si conservi
irreprensibile» (lTs 5,23-24). L'apostolo vede la persona in una visione tridi-
mensionale, ma le tre dimensioni funzionano come una totalità intimamente col-
legata: il corpo, oltre ad essere un insieme ben organizzato, con le sue peculiarità
e con le sue debolezze, è per di più abitato dallo Spirito Santo e destinato alla
risurrezione; Vanima conferisce al corpo energia e orientamento superiore e diri-
ge verso l'alto le proprie dimensioni psicologiche e sociali; lo spirito immortale,
che costituisce il centro della persona e della sua coscienza profonda, prende le
decisioni, la eleva alla sua dimensione trascendente e la predispone all'unione
trasformante con Dio.
Il Signore Gesù ha assunto questa natura integrale e l'ha avviata alla gua-
rigione nella sua totalità: spirito, cuore, mente, memoria, affetti, relazioni con
Dio e con il prossimo, atteggiamenti nei confronti di se stessi, della società e del
mondo.

2. LE DIVERSE MALATTIE
Un primo passo, certamente molto importante, verso il raggiungimento del-
la guarigione consiste certamente nell'identificazione delle diverse specie di
infermità che affliggono l'essere umano, così come delle loro origini o cause e dei
vari rimedi applicabili nei singoli casi. 3

Nella tradizione spirituale si usava un modo di parlare che faceva riferimen-


to alle conseguenze derivanti dal peccato. Tali ferite, secondo la concezione tra-
dizionale delle potenze principali, lasciavano la facoltà conoscitiva avvolta in

2 Cf. A. LIPPI, La preghiera per la guarigione e per la liberazione nella Chiesa, L E V , Città del Vati-
cano 2 0 0 3 , 2 5 .
3 Cf. I. BAUMGARTNER, Psicologia pastorale, Boria, Roma 1 9 9 3 , 7: «Non c'è dubbio che l'attuale
"condizione" dell'uomo è contrassegnata da un livello di disturbi di origine spirituale ormai quasi
intollerabile ... parte di queste sofferenze spirituali - conflitti familiari, solitudine senza sbocco, ango-
sce diffuse, vuoto interiore, disperazione - è sopportata in silenzio».
un'oscurità notturna, che rendeva difficile conoscere le verità essenziali dell'esi-
stenza umana e trascendente: tale oscurità era chiamata «ignoranza». La facoltà
volitiva, a sua volta nella sua tendenza verso il bene, subiva una deviazione e
rimaneva ferita da un disordine, chiamato «malizia». L'appetito irascibile, orien-
tato di per sé verso un bene arduo da conseguire, appariva vittima della «debo-
lezza», e l'appetito concupiscibile, che spinge verso un bene desiderabile, appa-
riva schiavo di un disordine chiamato «concupiscenza». San Giovanni della Cro-
ce e la sanazione interiore sono su questa linea. 4

Un altro modo di parlare, adoperato specialmente nel settore della pratica


della sanazione spirituale e illuminato da una visione integrale della persona e
della sua salvezza, presenta un diverso panorama della realtà.
• Malattia spirituale
Esiste innanzitutto una malattia, o disordine spirituale, che procede dal pec-
cato, dal rifiuto volontario dell'amore e dell'amicizia di Dio o del suo progetto
di salvezza. Essa genera uno stato di disagio e di paralisi interiore. Le sue mani-
festazioni più negative sono: l'odio di sé, l'incapacità di fidarsi, il complesso di
colpa, l'ansietà, la paura del futuro e i risentimenti soffocati. Esse diventano ter-
reno propizio a comportamenti peccaminosi, quali: aggressività, violenza crimi-
nale, lussuria, furto, menzogna, discussioni furibonde e anche situazioni di alco-
lismo, di dipendenza da droga e manie suicide. 5

Appare evidente che alcune di queste manifestazioni possono essere classifi-


cate anche fra le patologie psichiche. Il rimedio si trova nella conversione e nel-
l'uso frequente dei sacramenti, in modo particolare quello della riconciliazione,
che guariscono e fanno ricuperare la salute spirituale. 6

• Malattia psichica o emozionale


Trae origine dalla mancanza di affetto o di accettazione, dal giudizio negati-
vo, dal rifiuto o dall'insuccesso nei rapporti parentali e familiari. La psicoterapia
moderna lavora efficacemente per il superamento di queste lacune, portando le
persone ferite nel loro amore e nella loro stima a una gestione adulta del loro
mondo emotivo. Come rimedio spirituale viene adoperata, dopo un adeguato
discernimento, la preghiera per la guarigione di tali memorie. I sacramenti del-
l'eucaristia e della riconciliazione, amministrati in un clima di carità, di fede e di
fraternità, contribuiscono in maniera significativa alla salute psichica. Questi
rimedi, nei loro effetti, possono andare tante volte molto al di là del migliora-
mento psichiatrico.

4 Cf. D. CHOWNING, «E1 camino de la sanación en San Juan de la Cruz», in Revista de Espiritua-
lidad 59(2000), 253-333.
5 Cf. P. MADRE, LO scandalo del male, Ancora, Milano 1996,57-71.
6 Cf. LIPPI, La preghiera per la guarigione, 14; J.C. LARCHET, Thérapeutique des maladies spiri-
tuelles. Une introduction à la tradition ascétique de l'Église orthodoxe, Cerf, Paris 1997,313-728.
• Malattia psicosomatica
È un'indisposizione organica o fisica dovuta principalmente a stati di disagio
mentale ed emozionale e al fatto di sentirsi incatenati a un passato infelice.
Come rimedio naturale si propongono la medicina e l'azione psicoterapeutica,
che vanno migliorando e concretizzando considerevolmente i loro metodi e
interventi in questo settore. Come rimedio spirituale, invece, si propone l'inter-
cessione, fatta con fede e amore, e la preghiera per la guarigione dei ricordi,
come suo complemento. Senza dimenticare l'uso dei sacramenti come indicato
nel paragrafo precedente.

Radici emozionali di malattia psicosomatica:


Paura, ansietà, dubbi, senso di colpevolezza, risentimento, man-
canza di perdono.
Aggressività, irritabilità, negatività, (lamentarsi), incomunicabi-
lità, sentimento di rigetto.
Invidia, avvilimento, disperazione, rigetto, timore, rancore, senso di
inferiorità, insensibilità, odio, ira, incapacità di perdonare.
Incapacità di sfogarsi; repressione di angustie, lacrime, timori,
senso di colpa, rancori...
Pornografia, abusi sessuali.
Insicurezza, ansietà, mancanza di basi, incostanza.
Allergie, diabete causati da lavoro o situazioni spiacevoli.
Il dolore o la malattia nella zona del corpo segnalata dalle frecce si
possono riferire con frequenza a uno o più sentimenti elencati nel set-
tore corrispondente. 1

• Malattia fisica
Può essere causata da incidente, infezione, stress, dieta inadeguata e simili.
Oltre al rimedio naturale di tipo medico, si adopera anche il rimedio spirituale,
che consiste principalmente nella preghiera o nell'intercessione, individuale o di
gruppo, fatta sempre con fede e amore, e che contribuisce a una più rapida e
completa guarigione. Anche il sacramento dell'unzione degli infermi, che alle
origini era stato introdotto proprio per raggiungere questo stesso effetto, ha ricu-
perato oggi la sua attualità e la sua efficacia. 8

Alcune di queste malattie, o qualche loro sintomo, possono presentarsi come


conseguenza di un attacco demoniaco o dell'influenza di uno spirito maligno. In

7 M. LRAGUI,/EIMS sana hoy, E1 Carmen, Vitoria 1987,32.


8 Cf. M A D R E , Lo scandalo del male, 53-57.
tal caso e, dopo appropriato discernimento, è consigliabile pregare per la libera-
zione da tale oppressione demoniaca. Nei casi più gravi e rari di vera e propria
possessione da parte del demonio, la Chiesa, attraverso i suoi ministri eletti uffi-
cialmente, ricorre alla pratica dell'esorcismo solenne.
L'uso contemporaneo dei rimedi naturali (medicina, psichiatria, psicoterapia
ecc.) e soprannaturali (preghiera d'intercessione, sacramenti) non si esclude a
vicenda: essi infatti, fino a un certo punto, si integrano e si completano mutua-
mente a beneficio di una salvezza integrale. 9

In alcuni casi, la preghiera e la potenza dei sacramenti attivano le tendenze


naturali che il Creatore ha posto nell'essere umano ed eliminano gli ostacoli che
impedivano la guarigione dell'infermo. Gli impedimenti più frequenti sono i
seguenti: il peccato, l'odio, il rancore, il rifiuto, il senso di colpa, la mancanza di
personalità e altre fonti di tensione. Ciò spiega perché molte guarigioni fisiche o
psicologiche, senza essere propriamente miracolose, seguono un processo rapi-
do, e a volte perfino sorprendente, di ricupero della salute.
• Importanza del perdono
Perdonare è vincere il sentimento d'ira o di rancore verso chi ci ha danneg-
giato od offeso o verso chi ha commesso una colpa contro di noi. Nessuno è al
riparo dalle ferite provocate da frustrazioni, delusioni, preoccupazioni, pene d'a-
more, tradimenti ecc. Perciò tutti, in qualche momento, possono avere bisogno
di perdonare per ristabilire la pace e continuare a vivere insieme. 10

Per scoprire tutta l'importanza del perdono nei rapporti umani, basta rivolge-
re lo sguardo sul mondo e vedere gli effetti disastrosi della mancanza di perdono
e del risentimento: tante guerre, vendette, omicidi, tanto rimanere agganciati al
passato. «Perdona per liberare in te le forze dell'amore», scrive Martin Gray. E que-
sto l'effetto del perdono: perdonare è guarire. Sia nelle famiglie che nelle comu-
nità, l'amore «mobilita» il potere salvifico di Dio e la riconciliazione fa sì che que-
sta corrente salvifica penetri nelle persone: per questo motivo, tante volte al per-
dono segue la guarigione. Perciò l'invito ad avvicinarsi al Medico divino o a uno
dei suoi messaggeri, per esporre il proprio caso e per supplicare la grazia dell'as-
soluzione.
La riconciliazione sincera concede alle persone responsabili delle ferite, dei
traumi o dei problemi dell'esistenza la vera pace e affranca i loro cuori per ricu-
perare la libertà interiore. In questo senso affermava Henry Lacordaire: «Volete
essere felici un istante? Vendicatevi. Volete essere felici per sempre? Perdonate». u

9 Cf. D. LINN - M. LINN, Come guarire le ferite della vita, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI)
1992,110-119.
10 Cf. J. MONBOURQUETTE, L'arte di perdonare. Guida pratica per imparare a perdonare e guarire,
Paoline, Milano 1994,92-103.
11 Dal 1994 funziona, con grande successo, l'«Istituto Internazionale del Perdono», a Madison
(Wisconsin). La «terapia del perdono» induce non solo a perdonare, ma anche ad entrare nell'amo-
re e nella compassione dei figli di Dio. La «psicologia del perdono» rimane sempre aperta alla con-
templazione del mistero di Dio e del suo costante perdono.
3. L'AFFETTIVITÀ E LE SUE FERITE
Un settore che merita un'attenzione tutta particolare in questo impegno di
sanazione è quello dei rapporti con i propri genitori, che sono all'origine di ogni
altra relazione. Un'esperienza positiva nei primi anni di vita facilita la compren-
sione e la pratica del comandamento dell'amore. 12

Anche le malattie interiori riguardanti la sessualità devono essere ricondotte


alla storia affettiva del soggetto, soprattutto all'infanzia e, poi, alla pubertà. E da
lì che bisogna partire per comprendere, diagnosticare e instaurare un processo
progressivo di guarigione.
Esperienze negative compiute in questi settori predispongono all'autoeroti-
smo, all'omosessualità, al narcisismo e all'uso incontrollato dell'alcool. Ai nostri
giorni l'uso diffuso delle droghe pesanti induce, in modo compulsivo, a sfogarsi
in tali soddisfazioni immediate, poiché esiste un rapporto intimo tra queste
deviazioni. Bisogna prendere coscienza delle resistenze che si rivelano nei pro-
cessi scorretti, troppo facilmente giustificati, poiché, in fondo, risultano comodi.
Tutti questi disturbi guariscono completamente se, successivamente, si raggiunge
il dono di poter godere di una relazione veramente umana.
In ogni modo, bisogna tener conto del fatto che, anche se in un dato soggetto
è più appariscente uno dei mali, per esempio la possessione demoniaca, ciò non
esclude che tale persona possa essere anche vittima di malattie mentali più o meno
gravi e che questi mali si possano manifestare contemporaneamente come perdi-
ta totale del controllo umano e come presenza di segni dell'azione del maligno. 13

4. GUARIGIONE E LIBERAZIONE
Anche se non si ha uniformità nel modo di presentare questi argomenti, si
può dire che, come la guarigione fa riferimento alle malattie, così la liberazione
fa riferimento alle dipendenze o alle soggezioni da loro prodotte. La guarigione
opera all'interno della persona, la liberazione piuttosto all'esterno. La guarigio-
ne produce un cambiamento nel soggetto che viene guarito da un disordine che
provoca malessere e trasformato in creatura nuova; la liberazione toglie, piutto-
sto, qualcosa che dall'esterno opprime l'individuo. Essa non riguarda soltanto
ossessioni e possessioni demoniache, bensì si estende ad ogni genere di tentazio-
ni violente, inganni, divisioni e alle varie forme di superstizione, di magia e di
tante altre negatività.
Finalità ultima di un processo di guarigione interiore è la sanazione da quel-
la paura della morte che genera orrore verso la sofferenza, verso la croce di ogni
giorno e verso l'umiliazione e impedisce il dono di una perfetta esperienza di
figliolanza, condizione necessaria per aprirsi poi, in spirito di abbandono filiale,
a un'integrale donazione fraterna in atteggiamento di paternità e di maternità.

12 Cf. D . PIÉTRO, La dipendenza affettiva. Come riconoscerla e liberarsene, Paoline, Milano 2005,
9-18.
13 Si suol dire che i demoni più potenti sono quelli più astuti, che sanno nascondersi, non i pos-
sessi isterici, manifesti, chiassosi.
La persona è veramente adulta e libera quando è in grado di diventare padre o
madre per altri, cioè di assumere in pieno, sciolta da ogni condizionamento, la
responsabilità della vita, seguendo la via di Gesù che aveva detto: «Io sono venu-
to per portare Vita e per portarla in abbondanza» (Gv 10,10). Vita, libertà inte-
riore, equilibrio e sanità, gioia e pace del cuore, capacità di aprirsi all'altro e di
amare, di seminare pace e non divisione, sono qualità positive legate fra loro e
che si stimolano nello sviluppo reciproco. 14

• Bisogno di sanazione
In Gesù di Nazaret, il regno di Dio si è fatto presente sulla terra, continua ad
essere presente nella persona di Cristo Risorto e ci offre la guarigione, la libera-
zione, l'autentica comunione con i fratelli. Egli ha detto: «Mi ha mandato ad
annunciare ai poveri un lieto messaggio, a proclamare ai prigionieri la liberazio-
ne e a ciechi la vista, per mettere in libertà gli oppressi e predicare un anno di gra-
zia del Signore» (Le 4,18).
Le parole di Gesù riflettono la sapienza di Dio; le sue opere, il suo potere.
Ogni conversione, ogni guarigione o liberazione è una nuova conquista per
Gesù, rappresenta un nuovo passo in avanti del Regno e porta un nuovo annun-
cio della buona novella. Ogni guarigione, sia di spirito che di psiche o di corpo, è
una dimostrazione della potenza di Dio, che annuncia in modo persuasivo: «Il
regno di Dio è vicino». Guarire è evangelizzare ed evangelizzare è guarire. La
missione del credente è proclamare la Parola e pregare affinché il Signore con-
fermi, per mezzo di conversioni, guarigioni e altri segni del suo amore e della sua
potenza, la veridicità della venuta nella pienezza dei tempi. 15

• Rimedi naturali
Quando i sentimenti negativi sono particolarmente opprimenti, si tenta, a
volte, di seppellirli nell'inconscio per nasconderli alla stessa coscienza attiva, la
quale, altrimenti, non darebbe pace. In questo modo si va avanti nell'esistenza
senza conoscere i veri sentimenti profondi. Così l'inganno può entrare nell'agire
umano, ingarbugliando, o almeno complicando, la condotta ordinaria e le rela-
zioni interpersonali.
Bisogna invece servirsi dei rimedi naturali che esistono ormai per ogni malat-
tia. Si possono ricordare le tante nuove risorse che va mettendo in pratica l'at-
tuale psicoterapia, usando insieme metodi psicologici e pedagogici. 16

• Rimedi soprannaturali
La preghiera per la guarigione degli infermi è il rimedio più frequentemente
adoperato. Per pregare per tale guarigione è necessario, prima di tutto, un vero

14 Cf. L'ascolto che guarisce. Cittadella, Assisi 1989,103-110.


15 Cf. P. M A D R E , Beati i misericordiosi. Ancora, Milano 1996,37-46.
16 Cf. B . RANCOURT, L'ombra del passato. Come guarire dalle ferite dell'infanzia, San Paolo, Cini-
sello Balsamo (MI) 2002,139-162.
amore nei confronti di coloro che soffrono e, inoltre, è indispensabile una gran-
de fiducia nella potenza salvifica di Dio, piuttosto che contare sulle proprie virtù
o sulla propria fede. È il Signore che si serve, in certe occasioni, dei suoi stru-
menti per alleviare il dolore umano e per rallegrare il cuore del prossimo soffe-
rente. 17

Attraverso il dolore e la malattia bisogna giungere ad esaminare le zone più


nascoste dell'essere, quelle che realmente necessitano di guarigione. Queste
zone possono trovarsi nella mente, dominata dalla negatività, dal pessimismo, dal
sospetto e dal dubbio e impossibilitata a cogliere il messaggio che Dio vuole
inviare attraverso di essi. Possono trovarsi anche nel cuore, pieno di sentimenti
di angustia, di colpevolezza e di altre disposizioni negative. Possono trovarsi nel-
lo spirito, soffocato dal peccato, dal rancore, dall'odio, dalla vendetta, dalla man-
canza di perdono e dalla sfiducia. Sono queste zone non redente che necessita-
no dell'intervento immediato del Medico divino.
La preghiera per la guarigione dei ricordi e per la liberazione interiore è, in
questi casi, una manifestazione della compassione di Dio per i sofferenti e il pro-
lungamento della compassione che Gesù manifestava durante il suo cammino
prepasquale in mezzo ai suoi. E una vicinanza spirituale: l'orante presta il suo
cuore e la sua mente al Signore ed è disposto anche a offrire tutto se stesso.
Un metodo: «l'immersione nella luce»
Il «bagno di luce» è un servizio di fede. Consiste nel porsi alla presenza di
Cristo Risorto e nel lasciare che la sua luce rigeneratrice penetri certe zone del
nostro essere o certe tappe della nostra vita, dominate ancora dall'oscurità o dal-
la debolezza. Coloro che puntano il loro sguardo su Cristo, saranno illuminati e
liberati. Gesù, infatti, è «la luce vera del mondo». Egli ha detto: «Chi segue me,
non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (Gv 8,12).
Allora bisogna immergersi nella sua luce e sondare il proprio stato interiore,
conoscere i veri sentimenti, il difetto dominante, il perché della tiepidezza, del-
l'allergia o della paralisi spirituale.
Il «bagno di luce» è usato, principalmente, per scoprire la radice o la fonte di
un conflitto personale, di un complesso o di qualcosa che preoccupa seriamente
e che si desidera cambiare. È la fase preparatoria alla preghiera di guarigione
delle memorie.
Serve anche per diagnosticare l'origine di un dolore o di una malattia di tipo
psicosomatico. È il caso di un'ulcera o di una gastrite. Il «bagno di luce» rivelerà
che il nervosismo e la malattia si aggravano ogni volta che quella persona deve
affrontare una situazione nuova.
Una volta conosciute la malattia e la radice del problema, arriva il momento
della preghiera per la guarigione dei ricordi, che esige di addentrarsi nel mistero
della redenzione e presenta le zone dell'esistenza e gli aspetti della personalità

17 Cf. A. BISSI, Peccatori amati. Il cammino umano tra fragilità e valore, Paoline, Milano 2004.
140-145.
che non sono ancora redenti. Si tratta di esporli alla grazia sanatrice e liberatri-
ce del Signore.
Non si risolve nulla rifiutando se stessi per il modo di essere o giustificando
i propri sbagli. Bisogna presentarsi al Signore in tutta la propria realtà, come si
è, come si è visti da lui, e chiedergli di essere trasformati nel modo in cui egli
desidera. 18

La sua luce è capace di penetrare le parti più intime dell'essere umano, com-
preso il suo inconscio, dove si nutrono le radici dei problemi più preoccupanti.
Gesù si fa presente là dove c'è più bisogno. Si presentano allora al Medico divi-
no i conflitti emozionali e, se è possibile, la radice stessa di questi problemi, e si
prega per la guarigione delle memorie. Si chiede a Gesù di riempirle del suo spi-
rito e allo Spirito Santo di mostrare le sue doti divine di guarigione e di sollievo.
Sarà importante, a tale scopo, che la guida valorizzi il «carisma delle guari-
gioni» (ICor 12), che rivela sia la compassione di Dio verso l'uomo sofferente,
sia il valore redentore della malattia e della sofferenza accettate e incorporate al
sacrificio di Cristo.
Il fatto di identificare, alla presenza del Signore, una zona o un ricordo che
ha bisogno di guarigione, vuol dire esporsi alla luce e all'amore dello Spirito San-
to e iniziare un processo di guarigione interiore; e quanto più ci si apre alla luce,
tanto più rapida e profonda è la guarigione. È sentire: «Ora siete luce nel Signo-
re» (Ef 5,8-14).
Quando ci si mette in atteggiamento di fede, Gesù entra nel cuore fino ad
allora chiuso dalla paura o da amari ricordi. Egli si fa presente in questa umile
confessione e preghiera: è così possibile esporre, con fede viva nella provviden-
za di Dio, gli avvenimenti più oscuri dell'esistenza. L'esperienza profonda del-
l'amore e della misericordia di Dio e della salvezza del Figlio diventerà pace,
guarigione, speranza, vita nuova. 19

Dato che ogni ricordo doloroso tende a incidersi profondamente nella nostra
mente, nel cercare la guarigione delle memorie è molto utile visualizzare o
immaginare le persone che ne sono la causa. Se si ricostruiscono nella mente, con
la massima chiarezza possibile, gli avvenimenti e i momenti traumatici del pas-
sato, e si visualizza il Salvatore presente che accoglie con amore il nuovo figlio
di Dio, allora si compie la vera redenzione del soggetto.
Questo «visualizzare» o «vedere» Gesù presente, quando si prega per la gua-
rigione delle memorie, non è un semplice atto d'immaginazione. E un modo di
esercitare la propria fede. Gesù era ed è realmente presente in questa situazio-
ne, così come rimaneva presso il fuoco sulla riva del lago e, dialogando con Pie-
tro, compiva la guarigione della sua memoria.
In ogni caso, questa visualizzazione di Gesù verrà adeguata, nel modo più
conveniente possibile, alla persona concreta, alla sua età, alla sua situazione e ad
altre circostanze individuali.

Cf. S. PACOT, L'evangelizzazione del profondo, Queriniana, Brescia 2 0 0 2 , 1 4 3 - 1 4 6 ; L.J. G O N Z À -


18 2

LEZ. Pregare per guarire. Modalità semplici avallate dalla medicina, OCD, Roma 2 0 0 4 .
Perciò è tanto importante l'interiorizzazione della convinzione «Dio mi ama»: Is 43,1-5; 45,2-
19

6;49,1-6; Sof 3,14-18; Os 11,1-4; Sai 102-103; 105-107; 138; Gv 3,16; lGv 4,9-10; Gal 4,4-7; Ef 2,4: «ren-
dersi conto» di un amore personale del Padre per me.
Appendice I
INDIVIDUAZIONE DI PROBLEMI PERSONALI

La prima volta leggi tutti i numeri per farti un'idea generale.


Mentre leggi per la seconda volta, segna con una croce tutti i numeri che sono per te
un problema o fonte di preoccupazione.
Rileggi per la terza volta solo i numeri segnati con la croce e rinchiudi in un cerchio
le croci che ti preoccupano in maniera particolare.
Rileggi per la quarta volta solo i numeri col cerchio e metti un secondo cerchio su
quei numeri che ti preoccupano in modo particolarissimo.
1. Ho frequenti mal di testa, influenze o raffreddori.
2. Ho paura di fallire professionalmente, nel mio lavoro.
3. Partecipo poco alle attività comuni.
4. Sono nervoso; mi eccito con troppa facilità.
5. Sono timido.
6. Provo sentimenti di inferiorità.
7. Accuso mancanza di forza di volontà.
8. Ho dispiaceri o preoccupazioni per la mia famiglia.
9. Ho necessità di più tempo libero per la mia vita interiore.
10. Non ho sufficienti qualità per essere superiore o animatore.
11. Non ho un vero interesse per la crescita personale.
12. Penso di non essere simpatico agli altri.
13. Sento la mancanza di un consigliere nei momenti di difficoltà.
14. Temo che gli altri parlino male di me.
15. Facilmente mi sento ferito nei miei sentimenti.
16. Ho dei problemi per superare una cattiva abitudine.
17. Desidero avere un ambiente comunitario di maggiore serenità.
18. Sono troppo dipendente dagli altri.
19. Mi scoraggio facilmente nelle difficoltà.
20. Ho poca facilità ad esprimere o manifestare le mie idee.
21. Ho un aspetto fisico poco attraente.
22. Vorrei cambiare lavoro.
23. Ho scarsa vita sociale; mi sento solo.
24. Ho ricordi di un'infanzia infelice.
25. Vorrei avere una personalità più forte.
26. Ho dei dubbi su certe verità religiose.
27. Lavoro troppo.
28. Nella mia comunità non mi comprendono.
29. Ho troppe distrazioni nel mio lavoro.
30. Mi trattano come un bambino.
31. Sono preoccupato per possibili malattie o per la morte.
32. Sono preoccupato per una responsabilità (ufficio) personale.
33. Non accetto il mio livello di intelligenza.
34. Non ho fiducia negli altri.
35. Dimentico facilmente i miei propositi.
36. Ho paura per il mio futuro.
37. Si esige troppo da me.
38. Mi piacerebbe vivere una vita più regolata.
39. Desidero essere più degli altri.
40. Sono pigro.
41. La disciplina è troppo rigida.
42. Mi è difficile mantenere viva una conversazione.
43. Sento che nessuno mi capisce.
44. Non posso parlare con nessuno di certi problemi.
45. Sono poco sicuro nei miei rapporti con gli altri.
46. La mia coscienza è agitata da sensi di colpa.
47. Sento che nessuno mi apprezza.
48. Non ho buoni rapporti con una persona.
49. Discuto e mi eccito frequentemente.
50. Ho difficoltà a controllare i miei affetti.
51. Perdo spesso il controllo.
52. Ho divergenze di opinioni con altre persone.
53. Mi preoccupa il desiderio di essere più vicino a Dio.
54. Sono invidioso o geloso.
55. Ho poca memoria.
56. Sento antipatia verso una persona.
57. Ho dei dubbi su una possibile malattia.
58. Non so godere delle cose che altri fanno.
59. Sento bisogno di più amore e comprensione.
60. Vivo con la preoccupazione dell'impressione che produco negli altri.
61. Mi vedo obbligato a fare lavori che non accetto.
62. Ho molta difficoltà a parlare dei miei problemi.
63. Provo aridità nelle cose spirituali e ho un forte bisogno di affetto.
64. Ho frequenti crisi affettive.
65. Tendo ad agire basandomi solo sulle mie forze.
66. Ho urgente bisogno di successo comunitario.
67. Ho difficoltà nell'obbedienza.
68. Provo scoraggiamento, fatica dell'anima, abbassamento nelle aspirazioni.
69. Provo un senso di mancanza di serenità o di rilassamento nella mia vita.
70. Ho relazioni interpersonali insoddisfacenti.
71. Ho un eccessivo spirito di dominio.
72. Sono poco tollerante verso gli altri.
73. Provo inquietudine, tensione, irritabilità.
74. La qualità del mio lavoro diminuisce.
75. Manco di iniziativa e creatività.
76. Ho atteggiamenti polemici o aggressivi.
77. Tendo all'isolamento come fuga.
78. Mi manca l'equilibrio emozionale.
79. Non mi sento felice.
80. Sento in me il predominio di idee e sentimenti negativi.
81. Ho tendenza cronica alla tristezza, alla malinconia, alla depressione.
82. Ho un atteggiamento troppo egocentrico.
83. Tendo alla razionalizzazione.
84. Ricerco frequentemente delle compensazioni.
85. Mi accorgo di trasferire la mia aggressività sugli inferiori.
86. Mi rifugio abitualmente nelle fantasticherie.
87. Mi manca la capacità di decidere della mia vita.
88. Non ho assimilato il mio passato in:
89. Riguardo al mio futuro mi preoccupa:
90. Mi preoccupano queste altre cose:
- Qual è la soluzione adeguata o l'atteggiamento giusto specialmente nei problemi
segnalati con due cerchi?

- Qual è il mio atteggiamento? Consapevole e autentico o, invece, preconscio e pas-


sivo?
Appendice II
PREGHIERA PER LA GUARIGIONE INTERIORE20

Padre di bontà, Padre di amore, ti benedico, ti lodo e ti ringrazio perché, per amore,
ci hai dato Gesù. Grazie, Padre, perché, alla luce del tuo Spirito, comprendiamo che egli
è la luce, la verità, il buon Pastore, che è venuto perché noi abbiamo la vita e l'abbiamo
in abbondanza.
Oggi, Padre, mi voglio presentare davanti a te come tuo figlio. Tu mi conosci per
nome. Volgi i tuoi occhi di Padre amoroso sulla mia vita. Tu conosci il mio cuore e le feri-
te della mia vita. Tu conosci tutto quello che avrei voluto fare e che non ho fatto; quello
che ho compiuto io e il male che mi hanno fatto gli altri. Tu conosci i miei limiti, i miei
errori e il mio peccato. Conosci i traumi e i complessi della mia vita.
Oggi, Padre, ti chiedo, per l'amore verso il tuo Figlio Gesù Cristo, di effondere sopra
di me il tuo Santo Spirito, perché il calore del tuo amore salvifico penetri nel più intimo
del mio cuore. Tu che sani i cuori affranti e fasci le ferite, guarisci qui e ora la mia anima,
la mia mente, la mia memoria e tutto il mio spirito.
Entra in me, Signore Gesù, come entrasti in quella casa, dove stavano i tuoi discepo-
li pieni di paura. Tu apparisti in mezzo a loro e dicesti: «Pace a voi».
Entra nel mio cuore e donami la pace; riempimi d'amore. Noi sappiamo che l'amore
scaccia il timore. Passa nella mia vita e guarisci il mio cuore. Sappiamo, Signore Gesù, che
tu lo fai sempre, quando te lo chiediamo; e io te lo sto chiedendo con Maria, nostra Madre,
che era alle nozze di Cana quando non c'era più vino, e tu rispondesti al suo desiderio
cambiando l'acqua in vino. Cambia il mio cuore e dammi un cuore generoso, un cuore
amabile, pieno di bontà, un cuore nuovo.
Fa' spuntare in me i frutti della tua presenza. Donami i frutti del tuo Spirito che sono
amore, pace e gioia. Che scenda su di me lo spirito delle beatitudini, perché possa gusta-
re e cercare Dio ogni giorno, vivendo senza complessi e senza traumi insieme agli altri,
alla mia famiglia, ai miei fratelli.
Ti rendo grazie, o Padre, per quello che oggi stai compiendo nella mia vita. Ti ringra-
zio con tutto il cuore, perché mi guarisci, perché mi liberi, perché spezzi le mie catene e
mi doni la libertà.
Grazie, Signore Gesù, perché sono tempio del tuo Spirito e questo tempio non si può
distruggere, perché è la casa di Dio.Ti ringrazio, Spirito Santo, per la fede, per l'amore che
hai messo nel mio cuore. Come sei grande. Signore, Dio Trino e Uno! Che Tu sia bene-
detto e lodato, o Signore.
p. Emiliano Tardif

20 In vari libri è possibile trovare altre formule, anche più ampie e più dettagliate: cf. IRAGUI,
Guarite gli infermi, 1 8 5 - 1 9 1 .
Appendice III
GUARIGIONE DA UN RICORDO

1. Rilassatevi alla presenza di Gesù, che vede il passato e vuole guarirne gli effetti.
Chiedete a Gesù di vedere il passato come lo vede lui e di guarirlo come e quan-
do vuole lui.
2. Ringraziate Dio per le volte in cui siete stati amati, siete stati perdonati e avete
perdonato. 21

2 1 LINN-LINN, Come guarire le ferite della vita, 3 2 6 .


Capitolo sesto
GUARIGIONE
DELLE FERITE AFFETTIVE

La piena e perfetta maturità affettiva non esiste in questo mondo. Essa è un


cammino di progresso costante verso un traguardo di compimento e si caratte-
rizza come un continuo divenire che punta a raggiungere sempre nuove conqui-
ste personali ed espressioni sempre più aperte nei rapporti interpersonali.
Tale sviluppo affettivo non può essere rappresentato, perciò, con una linea
retta ascendente, anche se così lo immaginano spesso i giovani. Nel suo ritmo
possono riscontrarsi, infatti, dei rallentamenti, degli arresti, delle crisi e anche
delle regressioni a forme già superate.
Per procedere in questo cammino lento, l'individuo deve assimilare i suoi
valori ed esprimere, nelle singole fasi, gli stati d'animo che lo caratterizzano: ogni
lacuna, nelle singole tappe, rappresenta un vuoto che minaccia la stabilità dell'e-
quilibrio psichico.
Perciò, la formazione alla maturità affettiva esige una duplice condizione: il
rispetto e il giusto soddisfacimento del bisogno affettivo, proprio dei diversi
periodi esistenziali, e la spinta a un ininterrotto superamento dei singoli stadi per
evitare di fossilizzarsi in uno di essi. 1

In ogni modo, le normali difficoltà e sofferenze inerenti alla vita, se ben gesti-
te, contribuiscono alla strutturazione di una personalità ferma. Chi è vissuto
troppo protetto, sotto una campana di vetro, rischia di prendersi una polmonite
alla prima corrente d'aria che lo investe. Chi ha lottato e sofferto, invece, acqui-
sta una specie di arte di esistere che gli permette di trovare soddisfazione nei
rapporti affettivi e interpersonali, di riuscire bene nell'ambito professionale.

1. MATURAZIONE AFFETTIVA
Alla stabilità affettiva si perviene attraverso due grandi periodi di sviluppo
emozionale:
- fino alla pubertà, il soggetto vive in un amore che si spiega entro la sfera
egocentrica, in un atteggiamento captativo: ama soltanto perché si sente

1 Cf. C. MINA, Psicologia dell'amore, Messaggero, Padova 1996,88-98.


amato. Nel donare affetto, cerca, in modo narcisistico, se stesso. Egli si
aprirà progressivamente ad espressioni superiori nella misura in cui assi-
mila ed esercita il valore del periodo che va trascorrendo. Si muove nel-
l'ambito di un amore immaturo, basicamente egocentrico; sembra dire: «Io
ti amo perché ho bisogno di te»;
- dopo la pubertà, egli acquista progressivamente un atteggiamento allocen-
trico o sociocentrico: si apre all'altro, che inizialmente sarà uno del proprio
sesso; subentra, poi, l'attrattiva verso il prossimo. Scopre la gioia del dare,
del fare felici gli altri; l'adolescente diventa sempre più capace di percepi-
re oggettivamente i suoi coetanei e di amarli come sono, anche se non tro-
va sempre la giusta corrispondenza. Tale amore maturo diventa oblativo,
centrato sugli altri; egli sembra dire: «Ho bisogno di te per arricchirti, per-
ché ti amo»; ama anche se non trova una risposta costante, poiché diventa
sempre più disinteressato, come l'amore stesso di Dio verso di lui.
Questa maturità affettiva, questa capacità di dedizione gioiosa al prossimo in
una disposizione ispirata e guidata dall'amore, è segno evidente tanto della matu-
rità umana quanto di quella cristiana. In tal modo, l'affettività umana e la carità
cristiana sono chiamate a congiungersi nell'ideale di un amore pieno che si iden-
tifica sempre più perfettamente con l'immagine di Dio che «è amore» (lGv 4,8). 2

La presenza dell'amore altruistico è essenziale nel tempo della scelta di qua-


lunque stato di vita, matrimoniale o celibatario, e non va disgiunta per niente
dalla maturità psichica generale. Se un soggetto, nonostante la sua età cronolo-
gicamente adulta, continuasse ad essere affettivamente immaturo, cioè perma-
nesse in uno stato di carenza, di fame impellente di ricevere affetto e tenerezza,
facilmente si sentirebbe frustrato, poiché la sua sete non verrà mai sufficiente-
mente gratificata e questa insoddisfazione lo condurrà alla ricerca insaziabile di
compensazioni che, a loro volta, provocheranno stati di solitudine affettiva e di
ansietà. Questa situazione renderebbe difficile la fedeltà ai doveri del proprio
stato di vita che verrà sentito come causa di isolamento e di incomprensioni,
come un peso insopportabile. 3

Da ciò deriva dunque l'urgenza di insistere sull'educazione a un amore matu-


ro, che si esprima nella disposizione oblativa, cioè nella comprensione interio-
rizzata del motto: «E meglio dare che ricevere» e nella capacità di un dono disin-
teressato di sé, della «diffusione di sé», come accade in Dio stesso.
Tale capacità trova il suo complemento umano nella fiducia di essere accetta-
to da parte degli altri e, specialmente per il credente, nella salda sicurezza di esse-
re amato da Dio. Tale maturità affettiva deve essere distinta chiaramente dalla
semplice e parziale maturità sessuale fisiologica, cioè dal raggiungimento della
capacità di procreare. Questa, anche se preannuncia l'età adulta, non include

2 «Tu ci hai amati per primo, o Dio. Noi parliamo di te come se ci avessi amato per primo una vol-
ta sola. Invece, continuamente, di giorno in giorno per la vita intera, tu ci ami per primo. Quando al mat-
tino mi sveglio ed elevo a te il mio spirito, tu sei il primo, tu mi ami per primo...» (S. Kierkegaard).
3 Cf. A . BISSI, Il colore del grano. Crescere nella capacità di amare, Paoline, Milano 2002, 74-82.
4
automaticamente la maturità affettiva, che è costituita fondamentalmente dal-
l'oblatività e dall'equilibrio affettivo.

2. LA FERITA DEI «NON AMATI»: L'IMMATURITÀ AFFETTIVA


Il «non amato» è colui che, in periodi fondamentali dell'esistenza, quali l'in-
fanzia o l'adolescenza, ha avuto una deludente esperienza di amore. Tale espe-
rienza negativa va penetrando intimamente nella struttura stessa della sua per-
sonalità. 4

Egli è rimasto segnato da un forte vuoto affettivo che ora condiziona la sua
visione dell'esistenza, il suo atteggiamento generale verso di essa e i suoi rap-
porti affettivi. Forse, da bambino, ha sofferto le disastrose conseguenze di una
famiglia divisa: liti, freddezze, separazioni; o, forse, si è sentito apprezzato solo in
rapporto al suo successo esterno, dal momento che la stima dei genitori era con-
dizionata all'esito scolastico o sociale. Egli dunque è rimasto segnato dalla man-
canza di amore e di fiducia, che ha provato in varie sfumature e gradazioni.
Gli atteggiamenti acquisiti nella nostra infanzia hanno creato legami privile-
giati tra alcuni dei nostri neuroni. La «corrente» - se così si può dire - passa
meglio e più rapidamente attraverso determinate «piste» neuronali, una sorta di
percorso che aiuta a camminare meglio e facilita lo spostamento. La nostra sto-
ria personale ha privilegiato determinati circuiti neuronali, che si riattivano facil-
mente in un contesto attuale che presenti somiglianze con il contesto di origine. 5

L'affettivamente immaturo nonostante l'età adulta subisce l'influsso condi-


zionante di violente reazioni infantili o adolescenziali, manifesta comportamen-
ti in disarmonia con la sua età e patisce atteggiamenti di dipendenza esterna dal-
l'ambiente, dal gruppo o dalla famiglia.
Se tale soggetto adulto subisce la propria immaturità psicologica tollerando
residui di tipo infantile, evidenzierà reazioni quali: incapacità a rinunciare al pia-
cere immediato, senso di nostalgia con insoddisfazione generale, bisogno com-
pulsivo di ricevere amore, senso di abbandono con conseguente insicurezza, sfi-
ducia verso se stesso, complesso d'inferiorità, bisogno di protezione da parte di
altri più forti, improvvise e immotivate reazioni di rivolta e di ostilità, lotta per
superare la dipendenza dalla madre o dall'autorità, sintomi nevrotici di carattere
infantile, inquietudine, squilibri di fronte alle responsabilità che deve affrontare.
Se invece rivela atteggiamenti che esprimono residui adolescenziali, allora si
manifesteranno sintomi come: meccanismi d'identificazione passiva con altre
persone, specialmente maggiori o superiori, e ricerca ossessiva di sé attraverso
un amore egocentrico e interessato e violente reazioni di indipendenza.
Simili caratteristiche dell'immaturità interpersonale, cioè gli atteggiamenti
sorprendenti che tali individui assumeranno «pur di essere amati», saranno
riscontrabili nei vari sintomi d'immaturità che, involontariamente, essi manife-
steranno. Possiamo fare una rassegna di alcuni di essi.

4 Cf. P. SCHELLEBAUM, La ferita dei non amati. Il marchio della mancanza d'amore, RED, Como
1992,14.
5 SCHELLEBAUM, La ferita dei non amati, 195: «pensano che tutto il mondo li abbia abbandonati».
• Atteggiamento egocentrico: mancanza di oggettività
La personalità immatura ha una disposizione affettiva come se fosse l'unica
ad avere le esperienze prettamente umane della passione, della paura, della sof-
ferenza; importanti sono le sue cose, la sua casa, la sua chiesa e il suo paese, che
costituiscono un'unità che infonde sicurezza al suo agire; tutto il resto le risulta
estraneo e pericoloso per cui lo esclude dalla sua formula di sopravvivenza.
Ciò conduce alla mancanza di oggettività nella percezione e nell'accettazio-
ne della realtà, specialmente di quella umana e sociale, e al predominio del mon-
do affettivo condizionato dal passato: in tale situazione le relazioni sono vissute
sul piano emozionale e soggettivo, in modo predominante. 6

• Essere di peso e noia per gli altri


Allo stesso tempo, la persona immatura può essere di peso e di noia per gli
altri perché ostacola la loro libertà di azione. Le sue lamentele, le sue continue
critiche e il suo sarcasmo diventano il veleno delle relazioni sociali. Costituisco-
no un attacco diretto contro il principio: «Non avvelenate l'aria che gli altri devo-
no respirare».
La sua gelosia, in quanto reazione di paura di fronte alla possibilità di per-
dere una persona amica allorché questa si rivolge a un'altra, provoca il timore e
l'inquietudine di restare privo di un bene posseduto e quindi sfocia in reazioni di
sospetto, di ricerca di conferme, di dispetti, d'ira. La sua invidia negativa, in
quanto malvagio sentimento d'animo per cui sente tristezza del bene altrui,
come diminutivo del proprio valore personale, diventerà fonte d'irritazione e di
rapporti conflittuali.
• Ricerca dell'essere amati, del ricevere amore
Un altro tratto, che deve essere messo in risalto, è che le persone meno matu-
re cercano di essere amate assai più di quanto non abbiano desiderio di donare
il loro amore; quando amano, lo fanno a modo loro, aspettandosi sempre di esse-
re corrisposte in modo superiore dagli altri. Se l'amore interessato, possessivo,
soffocante, si trovasse nei genitori, sarà una forte fonte di sofferenze e di malin-
tesi e non porterà del bene né a loro né ai figli che lo subiscono. Questi vivran-
no condizionati dal narcisismo o dall'egocentrismo, che ha per oggetto il proprio
io, e tenderanno sempre a prendere e a strappare.
Costoro hanno un grande bisogno di essere amati, attirati come sono da un
forte amore di sé o da un narcisismo intenso. La loro energia affettiva ha per
oggetto l'io: vedono solo se stessi. Come conseguenza delle esperienze di man-
canza di affetto, di genitori rigidi, divisi o problematici, essi hanno una perma-
nente sete di affetto. Agiscono al contrario di ciò che raccomanda A. Manzoni:
«Volete avere molti in vostro aiuto? Cercate di non averne bisogno».

6 Cf. BISSI, Il colore del grano, 83-91.


• Troppa dipendenza nel giudicare e nell'agire
Eccessivamente abituati a scaricare la responsabilità sugli altri e a compor-
tarsi con una dipendenza tranquilla e un atteggiamento passivo, gli immaturi ten-
dono a rinunciare alla gestione del proprio avvenire. L'identificazione eccessiva
con altre persone nella ricerca di sé genera una pigrizia naturale che può arriva-
re fino all'ozio, all'indolenza, all'assenza di qualsiasi curiosità intellettuale, di
qualsiasi iniziativa efficace, di qualsiasi preoccupazione sociale.7

• Instabilità emotiva
Il soggetto immaturo, che di solito non è passato serenamente attraverso i
soliti stadi di sviluppo, manifesta un'evidente mancanza di stabilità: facilmente
perde la testa, fa un chiasso sproporzionato, non è in grado di organizzarsi emo-
tivamente e reagisce in maniera apparentemente paradossale, imprevedibile,
attuando un comportamento psichico infantile, dominato dai sentimenti, e rifu-
giandosi facilmente nei meccanismi di difesa inconsci e in scatti d'ira, di passio-
ne violenta o di cattivo umore.
Avrà, quindi, un'enorme difficoltà a prendere decisioni serene, ad adattarsi
alle circostanze nuove, ad esprimere le proprie opinioni e a comportarsi in modo
equilibrato.
• Squilibrio affettivo
Il soggetto immaturo, di fronte alla frustrazione e al malessere per l'impossi-
bilità di appagare un bisogno, non è capace di sopportare l'attesa e il ritardo è da
lui vissuto come la minaccia di una perdita definitiva; egli reagisce alle varie fru-
strazioni con rabbia, ira e collera, chiudendosi nell'autocommiserazione.
Di fronte alla paura, all'angoscia e alle preoccupazioni della vita, si sconvol-
ge completamente, in modo da perdere totalmente il dominio di sé.
• Inconsistenza
Proviene dal fatto che nell'immaturo il modo di affrontare i suoi bisogni-pro-
blemi non è in armonia con i valori umani e cristiani che ha assunto come suoi,
oppure perché i suoi atteggiamenti o il suo modo di comportarsi sono contrari ai
valori vocazionali o perché i suoi desideri non sono d'accordo con le sue moti-
vazioni esistenziali.
I bisogni sono egocentrici, mentre i valori vocazionali sono sociocentrici. Nel-
la maturità cristiana, la carità perfeziona questa dimensione sociale dell'essere
umano e lo induce ad essere con e per gli altri e a fare comunione con loro. Il
valore evangelico arricchisce tutto ciò, facendo scoprire nel povero, nell'amma-
lato, nel diseredato, il vero figlio di Dio o il Cristo sofferente.

7 Cf. PIETRO, La dipendenza affettiva, 35-48.


L'impulso istintivo della volontà di potenza si va elevando e trasformando
nello spirito di servizio e di riconciliazione, perché la vocazione porta a scoprire
la vita nuova che circola nell'intimo di tutti i credenti in Cristo e, quindi, l'unio-
ne speciale che esiste nel suo amore. Se i valori profondi occupano il «primo
posto» e la razionalità integra la zona della sensibilità, allora la personalità
diventa armonica e tutto l'agire si fa più gradevole, più piacevole, più accettabi-
le, e può così maturare nella stabilità emotiva, nella calma, nella pace, nella sere-
nità, nell'ampiezza di orizzonte.
Per il cristiano, la «zona profonda», il centro della sua anima, è costituita dal-
la sua vita trinitaria. Dio Padre diventa la sua fonte di accettazione, di sicurezza,
di fiducia e di speranza cristiana. La «certezza di essere amato» da un amore infi-
nito e onnipotente, e di sapere a chi si è affidato (2Tm 1,12), diviene la maggio-
re sicurezza della sua esistenza. 8

3. LA FERITA DEI NON STIMATI: L'IDENTITÀ DEBOLE


Perché tanti soggetti continuano a rimanere egocentrici? Perché si sono fer-
mati ad un certo grado di sviluppo o non lo hanno vissuto e continuano con vuo-
ti, lacune, carenze e bisogni smisurati? Perché sono schiavi dell'orgoglio, che pro-
voca una fame insaziabile di stima di sé? All'origine di questi interrogativi si tro-
vano esperienze molto varie. Ma, in fondo, gli individui che le hanno vissute pos-
sono essere definiti come immaturi, infantili o adolescenziali, poiché cercano di
soddisfare i bisogni propri dell'infanzia o dell'adolescenza che non hanno rice-
vuto un'adeguata gratificazione. 9

L'esperienza di tutti i giorni ci pone a contatto con fin troppa gente domina-
ta da un'immagine negativa di sé, turbata dalla paura di non riuscire poiché ha
poca fiducia interiore, poiché si vede soprattutto in negativo. Costoro si concen-
trano sull'osservazione prolungata dei propri limiti, difetti e deficienze fisiche,
intellettuali o morali; e, perfino quando vogliono lavorare «sulla propria cono-
scenza», si sentono spinti a focalizzare i lati oscuri del proprio passato. E un
atteggiamento parziale che deve essere urgentemente completato con la cono-
scenza piena degli aspetti positivi dell'esistenza. L'orgoglio, o amor proprio, è, in
fondo, una reazione alla mancanza di autostima: si può dire che reagiscono con
amor proprio, perché non hanno amor proprio, cioè non amano realmente se
stessi e, quindi, hanno bisogno di ricorrere a questi meccanismi di difesa per pro-
teggere la propria valutazione che sentono minacciata. Solo amandosi e vivendo
in armonia con se stessi possono pervenire alla felicità. 10

Nella vita spirituale, alle volte, la costruzione della stima di sé è stata identi-
ficata con l'amor proprio o con la superbia, in quanto falso amore di sé o rifiuto
inconscio dell'immagine propria; in realtà si tratta di dimensioni differenti, che

8 Cf. M. DUPUIS, La persona unificata. Meditiamo con Edith Stein, Paoline, Milano 2003,47-51.
9 Cf. G. JERVIS, La conquista dell'identità. Essere se stessi, essere diversi, Feltrinelli, Milano 1997,
25ss: «Identità precarie, minacciate e negate».
10 Cf. B. Rossi, Identità e differenza, La Scuola, Brescia 1994,20-48: «La costruzione dell'identità.
Un impegno travagliato e permanente».
in qualche modo, si escludono a vicenda: un realistico amore di sé, in quanto
creature a immagine di quel Dio che guardò la sua opera e vide che «era cosa
molto buona» (Gen 1,31), è la miglior cura per l'egoismo. La vera umiltà consi-
ste «nel camminare nella verità», cioè in un oggettivo concetto di sé. San Pietro
ricorda ai credenti: «Voi sapete che non a prezzo di cose corruttibili, come l'ar-
gento e l'oro, foste liberati... ma con il sangue prezioso di Cristo» (lPt 1,18). San
Giovanni della Croce scrive: «Vederle molto buone equivale a farle molto buone
nel Verbo, suo Figlio»-, e aggiunge: «abbellì le creature, le lasciò rivestite ... di bel-
lezza e dignità» (C 5,1.4). 11

Molti gravi problemi della psicologia evolutiva e, conseguentemente, della


crescita spirituale possono essere affrontati soltanto attraverso la coscienza di
un'identità positiva. Ogni soggetto ha bisogno di percepire il proprio valore, di
essere qualcuno, di sentirsi, cioè, capace di riuscire, di percepire utile quello che
fa; è la fiducia fondamentale nel proprio essere e costituisce uno dei pilastri indi-
spensabili della personalità sana; tali sentimenti e atteggiamenti compongono le
fondamenta sulle quali è possibile elevare una costruzione; sono la base, il soste-
gno di tutta la struttura, che così risulta solida e resistente.
Tale valorizzazione positiva del sé è una realtà da scoprire dentro di sé e non
acquisibile fuori. Di solito la si cerca lontano da sé, negli altri, nei ruoli, nei risul-
tati professionali.' Affermava Eleonora Roosevelt: «Nessuno può farvi sentire
2

inferiore senza il vostro consenso». Un senso realistico della propria dignità con-
ferisce sicurezza alla persona e dà senso alla sua esistenza, poiché la fiducia inte-
riore, in quanto certezza esistenziale del proprio «valore personale» e del valore
delle cose che si fanno, è un'esperienza così importante che alcuni psicologi
imperniano su di essa tutta la loro concezione della personalità, anche perché
essa è un dato di natura a disposizione di ogni soggetto, non un privilegio riser-
vato a pochi fortunati dell'universo. 13

Eppure è frequente l'atteggiamento opposto, denominato «complesso d'in-


feriorità». Esso può svilupparsi a partire da cause diverse: debolezza fisica, aspet-
to sgradevole, impotenza relazionale, inadeguatezza sociale, difficoltà di parola,
intelligenza ritardata, oppure un senso d'indegnità, di colpa o di peccato, anche
se non oggettivo. Col moltiplicarsi dei fallimenti, il «complesso» si fa sempre più
profondo e si trasforma in una ferita cronica alla stima di sé e in un forte senso
di fallimento in un determinato settore della vita, accompagnato da una sensa-
zione generale di insicurezza e di mancanza di speranza. 14

11 San LEONE M A G N O ricorda: «Riconosci, cristiano, la tua dignità e, reso partecipe della natura
divina, non voler tornare all'abiezione di un tempo con una condotta indegna. Ricordati chi è il tuo
Capo e di quale Corpo sei membro ... Sei diventato tempio dello Spirito Santo!» (PL 54,190-193).
12 S a n t ' A G O S T I N O scrive: «tu eri dentro di me e io ero fuori ... tu stavi con me e io non ero con
te» (Conf. 10,27).
13 Cf. A. MUCCHIELLI, Le motivazioni, Cittadella. Assisi 1 9 8 2 , 8 4 .
14 G.W. ALLPORT, Psicologia della personalità, L A S , Roma 1977,113-114: «Uno studio ha dimo-
2

strato che in un gruppo di studenti di un college, meno del 12 per cento ha detto di non sapere che
cosa sia soffrire il tormento di sentimenti d'inferiorità ... Non occorre dire che i sentimenti d'inferio-
rità non possono essere presi come indice di inferiorità reale».
3.1. Fonti dell'identità debole
Riguardo all'origine di questi problemi, le cause, sono molto varie. Alcuni
soggetti si sono fermati a un certo livello di sviluppo o non lo hanno vissuto affat-
to e si trascinano dietro vuoti, carenze, bisogni, lacune, blocchi. Altri, invece, han-
no subito diverse circostanze negative, come per esempio quella del rifiuto al
momento della nascita, poiché ad esempio i genitori non volevano figli o non ne
volevano altri o perché desideravano un maschio ed è venuta una femmina, e
viceversa.
In casi simili, vi sono state nei genitori delle reazioni curiose, come quella del
padre che desiderava un primogenito maschio e, ritrovatosi con una femmina, la
vestiva e la faceva lavorare da maschio, la chiamava con nome maschile. Finché,
al momento di iniziare la scuola, tutta la verità fu scoperta. Il soggetto, poi, veni-
va considerato un maschiaccio dalle femmine e una femminuccia dai ragazzi.
Ancora dopo lunghi anni di scuola, ella permaneva nella difficoltà ad identifi-
carsi con il proprio sesso.
Altre volte si tratta di esperienze di confronto negativo con i fratelli o con i
cugini. Quando un bambino si sente dire: «Sei un ciccione», «Sei un pigrone»,
«Non sei buono a nulla», «Sei cattivo» «Non sarai mai come i tuoi fratelli» e cose
simili, queste e altre frasi si incidono profondamente nella memoria e segnano
intensamente la personalità, generando un'impressione di rifiuto e una reazione
di tremore, che si manifesta specialmente in pubblico; tali sentimenti sono per-
cepiti come veri e causano gravi difficoltà ad accettarsi e ad essere se stessi.
Altre volte il soggetto è apprezzato solo in base al valore sociale: quando il
giudizio positivo o negativo dei genitori è legato per esempio al rendimento
scolastico, anche da adulto ogni sforzo sarà indebolito dal timore di essere rifiu-
tato e, «pur di essere onorato», il soggetto si adatta, si impegna o cade vittima
di rapporti immaturi e dipendenti. Tutto ciò accresce in lui l'insicurezza e il sen-
timento d'inferiorità, nonché la mancanza di autostima e, quindi, la ricerca di
approvazione sociale ad ogni costo, che compensi tale vuoto. Anche in questo
caso si tratta di una personalità che può essere definita immatura, infantile o
adolescenziale, cioè che cerca di compensare atteggiamenti o bisogni propri del-
l'infanzia o dell'adolescenza. 15

Invece Vimmagine positiva, cioè realistica, normale, oggettiva, vera, secondo ciò
che uno è, cioè un essere fatto di ricchezze e di limiti, si costruisce prima di tutto a
partire dai genitori e dagli educatori; nel corso dello sviluppo il bambino riceve da
loro, alle volte inconsciamente, la sensazione di essere desiderato e amato; il loro
linguaggio non verbale e i loro atteggiamenti emozionali e fisici lo rivelano. Egli
perciò va assimilando questa immagine che li riflette. Verso i vent'anni fiorisce pro-
gressivamente una personalità nuova, fondata sulla nuova identità, che deriva dal-
la considerazione favorevole di sé, che suscita un senso di apprezzamento e di
autostima derivante dall'accettazione oggettiva del proprio essere, e che genera
una fiducia fondamentale, che sarà costantemente rinnovata e confermata.

15 Cf. L. FIELD, Il manuale deli autostima. Positive Press, Verona 1999: un manuale molto prati-
co, pieno di esercizi utili per conoscersi e ricuperare la stima di se stessi.
Come si può osservare, questo processo di formazione degli atteggiamenti si
compie gradualmente sulla base delle esperienze attraverso le quali l'individuo
ha percorso le sue stagioni esistenziali. Il bambino legge l'immagine propria
negli occhi dei genitori. Egli, per poter crescere nell'accettazione di sé, ha biso-
gno che essi lo guardino con amore e apprezzamento. Le persone importanti
16

del suo contorno esistenziale avviano in lui un circolo che potrà essere «vizioso»
o «virtuoso».
Le tappe di questo processo della costruzione dell'immagine di sé si susse-
guono nel seguente ordine:
1) l'adulto esprime il proprio giudizio positivo o negativo su un tratto della
personalità del bambino;
2) il bambino accetta tale giudizio e comincia a percepire se stesso sotto tale
luce;
3) questa immagine di sé e la relativa convinzione lo inducono poi a com-
portarsi in modo coerente con essa;
4) questo modo di agire, a sua volta, conferma l'adulto nella sua convinzione
originaria, che viene riversata ulteriormente e in misura ancora maggiore
sul bambino, il quale sarà sempre più coinvolto nel concetto rispettiva-
mente positivo o negativo di sé.
Di conseguenza, ciascuno si guarda oggi così com'è stato guardato un tempo.
Uno sguardo parentale significativo lo ha plasmato ed egli ha accettato questa
prima versione della propria storia. Oggi però è necessario tornare a posare uno
sguardo obiettivo sulla qualità e sulla correttezza di questa valutazione origina-
ria, al fine di riconoscerne la vera fonte e iniziare a comportarsi in modo nuovo,
secondo la realtà attuale, che spingerà il soggetto a vivere da adulto, maturo e
libero, e gli permetterà d'iniziare una nuova stagione della sua storia.
Per l'intero periodo dell'infanzia si trova sottoposto a una valutazione di
quello che egli è. I genitori hanno posato un certo sguardo sul bambino, che ne
è rimasto condizionato, poiché sotto tale sguardo ha costruito la stima di sé e ha
cominciato a percepire il proprio valore e, da adulto, continua ancora a sentirsi
tale quale l'hanno considerato i suoi genitori.
Ma, indipendentemente dall'infanzia, pure neWetà adulta esistono non poche
situazioni ed esperienze quotidiane che possono essere percepite come frustran-
ti per un'immagine positiva di sé. C. Rogers, nella sua terapia centrata sul clien-
te, ha messo particolarmente in luce come un soggetto, sentendosi minacciato in
maniera prolungata nel suo valore e nel suo modo di giudicare, possa chiudersi
in se stesso e divenire incapace di reagire realisticamente. In tali casi, l'adulto
tende a concentrarsi sui propri limiti, difetti e deficienze fisiche, intellettuali o
morali, e, anche quando lavora «sulla propria conoscenza», lo fa per contempla-
re per lo più i lati oscuri della sua esistenza. Questa è la reazione istintiva nor-
17

male che si registra di fronte a una bassa stima di sé; pur di non subire altre delu-
sioni, si tende a fuggire dalla realtà o a cercare di rivelarsi ad essa con modi for-
ti, oppure si assume un atteggiamento protettivo di freddezza che, però, può
essere scambiato per apparente superbia.

16 Cf. Bissi, Il colore del grano, 28-46.


17 Cf. ROGERS. La terapia centrata sul cliente, 125-134.
Tali reazioni, solo quando superano determinati limiti, diventano un vero
problema psichico, altrimenti sono abbastanza controllabili e non impediscono
una convivenza normale. Esse possono emergere con forza durante l'adole-
18

scenza e, specialmente nelle ragazze particolarmente avvenenti o intelligenti,


diventano autentiche personificazioni dell'orgoglio, in quanto il soggetto
ammira solo se stesso e ha un impellente bisogno di essere amato e lodato. Tali
reazioni poi possono manifestarsi pure in qualunque individuo, specie se egli
sopravvaluta un singolo aspetto del suo agire, per esempio il successo profes-
sionale, per cui prova un impellente bisogno di continui successi e riconosci-
menti del suo valore.
Di fronte a questi e ad altri casi simili, la tecnica psicoterapeutica di Rogers
consiste, appunto, nell'indurre nel cliente il senso della vera comprensione e del-
l'accettazione incondizionata da parte dell'accompagnatore. In tal modo l'aiuta-
to diventa, in maniera progressiva, capace di rivedere le proprie strutture cono-
scitive e operative e di riadattarle alla realtà personale, sociale e professionale.
3.2. Possibili reazioni di fronte al sentimento d'inferiorità
a) Complesso d'inferiorità. È una reazione contraria dovuta alla medesima
causa; essa può svilupparsi in un profondo senso d'inefficienza dovuto a cause
diverse (debolezza fisica, aspetto sgradevole, inadeguatezza sociale) oppure in
un senso d'indegnità o in un complesso di colpa. Se continuano a moltiplicarsi i
fallimenti, il «complesso» si fa più profondo e si trasforma in una ferita cronica
nella stima di sé.
Ciò che capita in questi casi è che una parte della realtà del soggetto è presa
per il tutto. Per esempio, il rifiuto o il disprezzo per la propria scarsa memoria
diventa inadeguata considerazione per tutto il proprio essere. Ne segue un sen-
timento di vergogna e si tenta di nascondere o di coprire l'oggetto della propria
vergogna. Quando si trova in presenza degli altri, il soggetto non è libero, non si
sente sicuro e tende a identificarsi con figure idealizzate, per il timore di essere
disprezzato e respinto per la mancanza di memoria.
b) Troppa dipendenza nel giudizio e nell'agire. La vittima si adatta e si sotto-
mette passivamente, fa di tutto per piacere agli altri e teme costantemente di
essere dimenticata o abbandonata; scarica la responsabilità sugli altri e assume
un atteggiamento passivo di identificazione eccessiva con altre persone e di
rinuncia a qualsiasi iniziativa o impegno sociale pur di non fare brutta figura. 19

Sono atteggiamenti parziali che devono essere completati con la conoscenza


piena degli aspetti positivi della propria personalità. Un senso realistico della
dignità personale conferisce, a tale scopo, sicurezza all'individuo e lo orienta ver-
so una maturità integrale. 20

18 Cf. D . BROOKS - R . DALBY, La conquista dell'autostima, Mondadori, Milano 1998,45-55.


19 Cf. JERVIS, La conquista dell'identità, 8 0 - 9 9 : «Identità false».
20 Cf. E . GIUSTI, Autostima, psicologia della sicurezza in sé, Sovera, Roma 1 9 9 5 , 1 3 5 - 1 4 0 .
c) Cocciutaggine: rigidità, incapacità di dialogo. Altra reazione spontanea è la
testardaggine, anche di fronte all'evidenza. Il soggetto emette opinioni e giudizi
rigidi, privi delle adeguate sfumature; manca di un pensiero adulto, capace di
oggettività, reciprocità e relatività; non si lascia illuminare né da Dio, né dagli
uomini. Ma, prima o poi, il Signore fa cadere i suoi idoli e maschere, affinché pos-
sa superare i suoi problemi e pervenire alla certezza profonda che sgorga da lui
e dalla sua Parola. Il soggetto deve rendersi conto della propria cecità e lasciar-
si guidare per le intricate strade della pienezza, lungo le quali è pericoloso voler
fare tutto da soli.
Alcuni di questi atteggiamenti immaturi, caratterizzati da un dogmatismo
intransigente e da giudizi inappellabili, si riscontrano, a volte, nelle persone abi-
tuate al comando.
d) Illusione di onnipotenza. Si manifesta, nel nostro contesto, attraverso
un'autosufficienza più apparente che reale, in uno spirito di indipendenza che
non lascia spazio alla guida dei formatori.
Tutto ciò induce a un'incapacità di dialogo, di ascolto dell'altro, con l'unico
desiderio di difendere o di imporre le proprie idee.
3.3. Influsso nei rapporti interpersonali
Chi ha di sé un'immagine negativa tende a vedere tutta la realtà sotto tale
luce. Il concetto di sé, il rapporto di apertura e di accettazione propria, diventa-
no un filtro attraverso il quale la persona percepisce tutto ciò che sperimenta e
che si riflette poi nelle relazioni interpersonali, nel modo seguente:
- si è capaci di fidarsi degli altri, nella misura in cui si prova verso se stessi
un sentimento di fiducia;
- si è capaci di apprezzare gli altri, se si prova un sentimento di stima verso
se stessi;
- si possono considerare importanti gli altri, se si è scoperta la propria
dignità;
- si possono considerare buoni gli altri, nella misura in cui si percepisce che
Dio ha diffuso la bontà nel cuore di ciascuno;
- per avere sane relazioni con gli altri bisogna assolutamente avere un rap-
porto aperto con se stessi. Se, invece, uno dubita del proprio valore perso-
nale, allora molto facilmente si sentirà rifiutato, disprezzato, trascurato,
non valutato nella maniera giusta e proverà difficoltà nel rallegrarsi del
bene altrui e nel promuovere la propria crescita spirituale. 21

Come si vede, l'immagine di sé è generatrice di atteggiamenti e di comporta-


menti che condizionano il soggetto; per esempio, chi si conosce come pigro non
si meraviglierà di comportarsi con indolenza. Ciò fa sì che sottolineare gli aspet-
ti negativi per correggerli possa rivelarsi rischioso e controproducente, soprat-

21 Cf. L . M . RULLA - F. IMODA - J. RIDICK, Antropologia della vocazione cristiana. II. Conferme
esistenziali, EDB, Bologna 1986,233-300.
tutto se ripetuto spesso. Dire a un bambino: «Sei un bugiardo» o «Sei malde-
stro», potrà creare in lui un'immagine che lo indurrà a dire bugie o a non acqui-
sire date competenze. Ma anche nell'adulto, specialmente nei momenti critici,
l'accentuazione del negativo provocherà insicurezze e confusione interiore,
generando un effetto vertigine.
Al contrario, accorgersi di essere percepiti in positivo, specialmente se ciò è
sentito come reale, aumenta la fiducia in se stessi, potenzia la conquista della
propria solidità, diventa una condizione indispensabile per accettare il prossimo
e avere fiducia nel Signore. L'incontro oggettivo con la propria personalità, con
le sue luci e ombre, costituisce quindi una condizione previa per tramutare
vanità e orgoglio in un senso di dignità interiore, l'autoaffermazione individuale
in affermazione spirituale, gli impulsi aggressivi in uno strumento per affrontare
i nemici interiori e per estendere poi, in cerchi successivi e sempre più ampi, l'a-
more e la compassione verso la famiglia e verso la Chiesa.

4. LA FERITA DELLE «PERSONE CONDIZIONATE»


Si chiama condizionamento psicologico l'associazione inconscia dell'emozio-
ne a nuovi oggetti e situazioni: è l'apprendimento di risposte condizionate. Illu-
striamolo con un breve esempio:
«Un esperimento famoso, in cui un bambino apprese ad aver paura di un topo bian-
co. può servire come prototipo del condizionamento emotivo. Il bambino Alberto,
quando gli venne mostrato un topo bianco, cercò di afferrarlo senza mostrare segni di
paura. Ma improvvisamente, mentre osservava con curiosità il topolino, venne spa-
ventato da un forte rumore; da quel momento cominciò ad aver paura del topo. Que-
sto, originariamente neutro, era diventato uno stimolo condizionato della paura.
Alberto a questo punto mostrava di avere paura anche del colletto di pelliccia della
mamma e di altri oggetti soffici e pelosi; mentre non aveva alcun timore di palle di
gomma o di cubetti, che non avevano nessuna somiglianza col topo». 22

Altri esempi tratti dalla vita quotidiana possono essere i seguenti: una per-
sona appena conosciuta ci risulta antipatica poiché ci ricorda inconsciamente
un'altra non gradita. Oppure il maestro, per esercitare il novizio nell'umiltà,
durante l'anno lo rimprovera davanti a tutti con frasi come: «Crederai di aver
scritto la migliore poesia del mondo!», ecc., poi, quand'anche agli esami l'inte-
ressato si presentasse coi voti più alti, è incapace di scrivere una sola riga della
tesi di laurea, poiché è rimasto libero nello studio, ma è stato condizionato e
bloccato nello scrivere. Infine, una ragazza, recitando in chiesa una poesia alla
Madonna, si commuove, si mette a piangere e non può continuare: da quel
momento non riesce più a recitare in pubblico.
Molte paure, per esempio del buio, dei cani, dei topi ecc., sono semplicemen-
te reazioni provocate dal condizionamento. Le fobie - paure nelle loro forme
patologiche che perdurano con intensità sproporzionata rispetto all'oggetto

22 E.R. HILGARD. Psicologia. Corso introduttivo, Barbera, Firenze 1979,386.


(serpenti, malattie, morte) - hanno questa stessa spiegazione. Tipiche sono la
paura dei luoghi chiusi (claustrofobia), dei luoghi alti, del buio, della gente (ago-
rafobia), che intralciano le normali attività quotidiane. 11 soggetto può essere
consapevole dell'irrazionalità dei suoi impulsi, ma continua a provare veri attac-
chi acuti di angoscia o di panico. Confessava un paziente: «Lo so, è ridicolo, ma
è più forte di me!».
Per poter superare tutte queste situazioni, il primo passo consiste nel rag-
giungere la conoscenza della vera origine del condizionamento, per scoprirne poi
l'irragionevolezza e abituarsi, in maniera progressiva, a comportarsi serenamen-
te; si tratta di guardare in faccia le paure per assumere, di fronte ad esse, atteg-
giamenti più coerenti.

5. GUARIGIONE DELLE FERITE


Questo complesso di situazioni e di ferite, anche se non arriva al grado di
malattia psicologica propriamente detta, costituisce un ostacolo per la crescita
spirituale poiché suppone una difficoltà costante a confidare nel Signore, a cre-
dere nel suo amore personale convincersi che egli ha fatto «cose grandi» in cia-
scuno di noi.
Diversi impedimenti disturbano la sana gestione delle emozioni e la loro utiliz-
zazione come strumento di guarigione. Prima di tutto, la nostra società valorizza in
modo quasi esclusivo la ragione a detrimento dell'emozione. L'autentica padro-
nanza affettiva appare inaccessibile. Il controllo emozionale si percepisce come
censura, repressione o rimozione. La padronanza dei sentimenti si basa, invece, su
una competenza affettiva che consente al soggetto di incanalare, orientare, modu-
lare ed esprimere le proprie emozioni in modo appropriato alle situazioni.
Ciò non è facile poiché si tende a rimanere ancorati a stadi evolutivi corri-
spondenti all'infanzia. Ma, dato che l'immagine negativa di sé o tale condizio-
23

namento, è una realtà appresa, sarà possibile anche dimenticarla e liberarsi da


tutto ciò che si rivela nocivo al proprio sviluppo. La volontà e la libertà umana
possiedono la capacità di trascendere questi condizionamenti limitativi. È quin-
di possibile cambiare il corso della propria storia, invece di ripetere sempre gli
stessi errori muovendosi sugli stessi scenari dolorosi.
Ciascuno è pienamente responsabile delle proprie emozioni e può uscire dal-
l'illusione per aderire alla verità. Per tale motivo, dire a un altro: «Tu mi fai sof-
frire» costituisce una volgare menzogna e non è vero che un bambino fa soffrire
la madre o manda fuori di sé il padre, così come non è vero che un uomo diven-
ta violento a causa della moglie che ha avuto la disgrazia di dire una parola di
troppo. Ciascuno, infatti, è responsabile dell'atteggiamento che assume.
Se uno riesce a diventare pienamente padrone delle proprie emozioni, ciò gli
consente di eliminare il risentimento inutile contro coloro a cui attribuisce le sue
sofferenze; di abbandonare la sua posizione di vittima, che vive nell'attesa che gli

23 Cf. RANCOURT, L'ombra del passato, 1 4 7 .


altri lo sollevino dalle sue sventure; di liberarsi da un falso senso di colpa asso-
ciato alle sofferenze emozionali degli altri; di abbandonare la sua posizione di
salvatore per accedere a una maturità affettiva e relazionale che gli consenta di
essere veramente di aiuto agli altri.
Il corpo conserva preziosamente nella memoria le cariche emozionali che ha
potuto sperimentare all'epoca del conflitto. Già prima della nascita, la madre,
con le sue sensazioni, le sue sofferenze, i suoi pensieri, i suoi timori, va impre-
gnando l'essere che cresce nel suo grembo. Il bambino, anche se è ancora nella
«notte uterina», assapora, sente e risente dell'atmosfera emozionale che lo cir-
conda.
È possibile rimediare e guarire le ferite dell'infanzia, che ci inducono a non
fare ciò che vorremmo e a fare quello che non vorremmo. Una certa insoddisfa-
zione costante nell'esistenza, il conflitto continuo con i genitori, la persistenza
dei sensi di vergogna o di colpa, la ripetizione di situazioni conflittuali nelle rela-
zioni interpersonali, sono tutti segni della presenza nell'anima di queste ferite
che possono essere guarite.
5.1. Guarire e integrare il livello affettivo
Cosa si può fare per liberarsi dall'influsso negativo di questo mondo affetti-
vo immaturo e ferito e per utilizzarlo come dinamismo positivo per il proprio
perfezionamento? Nel presente paragrafo proponiamo qualche tecnica utile a
orientare in tal senso le ricchezze personali e l'eccezionale spinta verso la cre-
scita che suppone il mondo affettivo sano.
Se non siamo consapevoli dei nostri sentimenti, questi possono interferire
notevolmente nella relazione, impedendoci un ascolto vero. Un tempo si era
troppo impegnati, nell'ascesi, a tenersi lontani da pensieri e sentimenti negati-
vi come la collera e l'ira, che perciò bisognava eliminare dalla coscienza e
reprimere.
Ammessa la possibilità di un apprendimento, di un controllo e di una matu-
razione della dimensione emotiva, s'intuisce subito la rilevanza dell'autoconsa-
pevolezza delle proprie reazioni e della loro canalizzazione al servizio del pro-
prio ideale. Questa integrazione affettiva è un elemento essenziale per la matu-
razione personale, per la serenità e l'equilibrio emozionale e per la perfezione
spirituale: libera, infatti, un'ingente energia umana e la dirige in funzione della
realizzazione del progetto spirituale.
Tale integrazione si compie mediante l'orientamento graduale dei sentimen-
ti, delle passioni e delle emozioni verso il proprio ideale, rinviando le gratifica-
zioni immediate, superando atteggiamenti unilaterali, incoerenti o contradditto-
ri (per esempio l'essere molto gentili fuori e insopportabili a casa propria). Que-
sto processo d'integrazione consta di due fasi: la prima tende ad annullare l'in-
flusso delle emozioni negative, la seconda a potenziare un modo di sentire, di
pensare e di agire positivo. 24

24 Cf. M . ZUNDEL, El Evangelio interior, Sai Terrae, Santander 2 0 0 2 , 5 6 - 6 0 .


5.2. Neutralizzare le emozioni negative
Questo primo passo consiste in un lavoro di superamento delle esperienze
emotive dolorose o sconvenienti, mediante la purificazione della mente e del
cuore da immagini, desideri e sentimenti non autentici che stanno alla base del-
la negatività e che frenano la crescita.
Come aiutare allora chi ha un'immagine negativa o è ferito e desidera per-
correre il cammino della liberazione? Non basta il suo pio desiderio di cambia-
re; è indispensabile che egli cerchi di capire il proprio vissuto e lo accetti così
com'è: la sincerità con se stessi mette sulla strada della guarigione. 25

Bisogna, innanzitutto, saper riconoscere quali ferite continuano ancora a


contaminare il presente. Non basta biasimare se stessi o i propri genitori. È indi-
spensabile saper gestire il momento presente in maniera libera, trasformando il
passato in un alleato che concorre a realizzare in pienezza la situazione attuale.
Riguardo al passato, si deve prendere coscienza del fatto che esistono espe-
rienze represse nell'inconscio: certi ricordi, sentimenti di odio, di vendetta o di
ribellione, sentimenti di inferiorità, di timore, di colpa, e di conseguente man-
canza di accettazione propria, della famiglia o delle circostanze, che non sono in
sintonia con i valori che il soggetto vuole vivere; sarà quindi indispensabile eli-
minare il loro influsso distruttivo sugli atteggiamenti attuali, anche se inconsci,
poiché lo condizionano e lo fanno reagire negativamente.
Lo sforzo è diretto a far uscire dal campo della «memoria affettiva» incon-
scia del soggetto le inibizioni accumulate forse già dall'infanzia, mediante tecni-
che varie di rilassamento che, tramite la libera associazione delle immagini o l'a-
nalisi dei sogni (meglio ancora se attraverso la diagnostica psicologica o i test
proiettivi), inducono la persona a scoprire le cause di questa situazione sfavore-
vole e a riconciliarsi con esse. Con i credenti si ricorre pure alla preghiera di gua-
rigione di ricordi e agli effetti liberatori di una vita spirituale sana.
Riguardo al presente, siccome l'ideale di un perfetto controllo emotivo è
raramente raggiungibile, sarà indispensabile, prima di tutto, che ciascuno cono-
sca le proprie lacune, blocchi, punti deboli, per mantenersi in guardia e per poter
reagire subito utilizzando i mezzi che gli risultano più efficaci (come la musica,
lo sport, il dialogo, la preghiera), per deviare l'attenzione da ciò che la eccita e
dirigerla su qualcos'altro. In tal modo si riacquista l'iniziativa e si domina il mon-
do emotivo prima che esso prenda il sopravvento.
Sarà inoltre necessario evitare di alimentare le emozioni contagiose come la
paura, l'aggressività o l'ansia. È dimostrato, infatti, che le emozioni negative pos-
siedono un'energia potente che contagia l'ambiente circostante. Se, per esempio,
ogni mattina sui media si cercano, con sensibilità morbosa, notizie deprimenti
(furti, morti, guerre, suicidi, sequestri, violenze sulle persone), si formeranno
allora dei circoli viziosi che rafforzano la paura.
Il metodo più comune è quello di rivolgere l'attenzione su canali utili, verso
mete migliori, senza rimanere vittime del loro influsso. Giova pure la scoperta

2 5 Cf. A . SEGANTI, «La memoria affettiva come base di rilettura della metapsicologia freudiana»,

in G . HAUTMANN - A . VERGINE, Gli affetti nella psicoanalisi, Boria, Roma 1 9 9 1 , 8 9 - 9 3 .


della loro irragionevolezza, come faceva quel discepolo che non riusciva a dor-
mire, preoccupato per il domani, e si ricordò le parole del suo maestro: «Il doma-
ni non è reale. L'unica cosa reale è il presente». Così si fermò sul presente e ben
presto si addormentò.
Si dimostra pure molto efficace l'impegnarsi nella scoperta di ciò che è posi-
tivo nel proprio essere, poiché «le emozioni sono una cosa molto soggettiva: sem-
bra che si sciolgano come nebbia sotto un sole caldo». 26

Quando invece tali emozioni sono inevitabili, bisogna conoscersi, avvertire


le loro cause, gli influssi soggettivi dei fattori fisiologici: ognuno ha i suoi alti e
bassi emotivi, i suoi cicli vitali. E stato dimostrato che le ghiandole endocrine,
specie la tiroide, la pituitaria e il fegato, sono fattori importanti di queste alte-
razioni cicliche. Il clima e i cambiamenti di tempo possono pure incidere sugli
stati d'animo e produrre malessere ed emicranie, specialmente nei soggetti reu-
matici e in malati che hanno subito interventi chirurgici. Con l'accettazione
serena di questi fenomeni si può lasciar passare la tempesta, ricordando il «can-
ta che ti passa» dei soldati in guerra, ed evitare sbagli, discordie o difficoltà
relazionali. 27

Altro consiglio tradizionale è di non prendere decisioni irreversibili in tali


circostanze: quando lo stato d'animo è perturbato, non è facile perseverare nel
cammino intrapreso, perciò conviene seguire il principio ignaziano «In tempo di
turbamento, non operate alcun cambiamento, anzi perseverate nelle risoluzioni
prese».
Per ultimo, la comunicazione liberatoria, attuata dialogando con qualcuno o
con il Signore o scrivendo in un diario ciò che sta succedendo, spoglia gli eventi
di buona parte della loro misteriosità o della loro apparente gravità e riporta il
soggetto alla sua oggettività.
5.3. Coltivare pensieri positivi
Per un equilibrio interiore durevole, ciò che conta è che le emozioni e i pen-
sieri fruttuosi predominino su quelli negativi. È evidente che in certe circostan-
ze, per esempio prima di Natale, a Pasqua o in tempo di esami, tutto sembra con-
giurare contro la ragione e contro la serenità e, allora, anche gli individui più
maturi possono perdere il loro controllo. Ma chi nutre abitualmente sentimenti
o atteggiamenti «positivi» fallirà con minor frequenza rispetto a colui che non
compie alcuno sforzo per dominare la propria sensibilità.
Pertanto, migliorare il livello dei sentimenti e dei pensieri e padroneggiare
l'immaginazione possono promuovere il cambiamento delle idee e quindi l'at-
teggiamento personale, poiché una visione efficiente di sé e degli avvenimenti
provoca sentimenti corrispondenti ed emozioni positive. Siccome la qualità del-

26 N. IRALA, Il controllo del cervello e delle emozioni, Paoline, Milano 1997,186: «si sgonfia il pal-
lone, aprire presto».
2 7 IRALA, Il controllo del cervello, 186; J.E. ROYCE, Personalità e salute mentale, SEI, Torino 1964,
128-129; V. D E L M A Z Z A , I sentieri della gioia, Elledici.Torino 1977; W.T. KÌJSTENMACHER, Simplify your
life. Semplifica la tua vita in sette piccoli passi. San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2004,118-121.
l'affettività e dell'emotività dipende in larga misura dalla visione che ognuno ha
dell'esistenza, conviene andare alla radice del problema e cambiare gli stati d'a-
nimo e le idee negative che ne stanno alla base, specialmente quelle troppo
anguste o quelle che spingono ad aspettative troppo elevate su se stessi. 28

Questa induzione di pensieri positivi viene completata dalle diverse tecniche


di autosuggestione diretta che, prima di tutto, permettono di rappresentare, con
la maggior chiarezza possibile, l'atteggiamento che si vuole acquisire e, poi, indu-
cono ad agire «come se» si possedesse il sentimento o l'abitudine desiderata. Può
servire di esempio la figura del presidente dell'Ecuador Gabriele Garcia More-
no che, per superare una sua paura infantile, trascorse notti intere all'aperto e
sotto rocce pericolanti, divenendo così estremamente coraggioso e forte di fron-
te ai pericoli e ai nemici politici.
Se non si dominano gli stati affettivi, infatti, essi prenderanno il sopravvento,
perciò è davvero decisivo abituarsi ad esprimere sentimenti e passioni in forme
costruttive, con un chiaro predominio delle emozioni positive su quelle negative,
sia a livello individuale che sociale. Bisogna che tali sentimenti ed emozioni, con
tutto ciò che in essi vi è di bello e di elevato, escano dall'«inconscio spirituale»
per impadronirsi della loro energia. In questo modo costituiranno per il sogget-
to un «socio potente» e promuoveranno il dinamismo di crescita e la fedeltà al
proprio ideale.
Per tale scopo è necessario uno sforzo per non dipendere eccessivamente dal-
le circostanze del momento presente e per condurre un'esistenza attiva e auto-
noma, pervasa dalla convinzione che sia possibile avere un atteggiamento pieno
di sentimenti costruttivi, quali l'ottimismo, l'affetto sincero, la speranza. 29

Indipendentemente dal dolore provocato dalle situazioni avverse, si può


mantenere un'intima disposizione di pace e di serenità, come san Paolo in pri-
gione, da dove scriveva: «Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi» (Col
1,24). Sono due livelli sovrapposti che possono coesistere: quello comandato dal-
la propria volontà o dalla grazia divina e quello soggetto agli avvenimenti. Si può
ricordare l'esempio straordinario dei martiri che cantavano con gioia la loro fede
in mezzo ai tormenti. 30

In secondo luogo, siccome gli stati d'animo sono «circolari», cioè l'esercizio
di uno di essi ingenera un'abitudine più forte o un cerchio più ampio nella stes-
sa direzione, è essenziale il favorire i «circoli virtuosi», approfittando di ogni
occasione propizia per esprimere emozioni proficue in maniera cosciente e libe-

28 Cf. L . ARRIETA, Convivir con la afectividad, E S E T , Vitoria 1 9 9 3 , 5 3 - 6 0 ; R. TOCQUET, Sviluppa-


te la vostra volontà, la vostra memoria, la vostra attenzione, Paoline, Roma 1 9 7 6 , 1 7 3 ; allo stesso modo
degli attori che riescono a sentire veramente e a identificarsi con la loro parte, se la recitano abba-
stanza spesso.
29 Cf. N . V . PEALE, Come vivere in positivo, Bompiani, Milano 1998,271-289; D . GOLEMAN, Intel-
ligenza emotiva, Rizzoli, Milano 1998,113-123.
3 0IRALA scrive: «Non appena dubitiamo delle nostre forze, o ci crediamo ammalati, diventiamo
effettivamente più deboli o ci ammaliamo davvero ... La gioia ha sempre virtù terapeutiche, mentre
l'avvilimento non fa che accrescere il male. È l'allegria, piscina di salute; bagniamoci in essa ogni gior-
no» (Il controllo del cervello, 125). «I sei medici più valenti sono: sole, acqua, aria, esercizio, regime,
buon umore; li hai sempre a tua disposizione, ti curano e ti guariscono, senza chiederti un soldo!» (ivi,
126).
ra. Se si mostra un affetto sincero nei rapporti interpersonali, se si accettano con
serenità i piccoli dispiaceri di ogni giorno, cogliendone la bellezza o il valore, e,
soprattutto, se il bisogno di amare e di essere amati viene orientato verso un
atteggiamento interiore aperto e fiducioso, allora si è in grado di diffondere luce
e calore umano, di condizionare costruttivamente il proprio comportamento, di
far aumentare la stima per la propria personalità e il tono positivo dei sentimenti
e delle relazioni sociali. Gli effetti di questi cambiamenti sono così descritti da
A.H. Maslow:
«Una parte molto importante dello studio della psicoterapia consiste nell'esame dei
miracoli che quotidianamente vengono prodotti dai buoni matrimoni, dalle buone
amicizie, dai buoni genitori, dai buoni posti di lavoro, dai buoni maestri ... ogni esse-
re umano è un buon terapista ... ogni volta che uno è cortese, decoroso, psicologica-
mente democratico, affettuoso, caldo e aiuta gli altri, costituisce una forza psicotera-
peutica. per quanto piccola questa possa essere». 31

L'ascetica della prima metà dell'800, per incitare a superare le debolezze e


a progredire nel cammino spirituale, insisteva piuttosto sul superamento degli
aspetti negativi, sulla malizia del peccato, sul senso di colpa, sul bisogno del
«rinnega te stesso», sulla mortificazione degli appetiti disordinati. Esisteva una
dichiarata sfiducia verso le realtà naturali come la sessualità, l'affettività o la
realizzazione personale, come se fossero solo degli impedimenti per la vita spi-
rituale. 32

Diventa, invece, molto più positivo ed efficace il mettere l'accento sul setto-
re positivo, sul «sii te stesso» attraverso lo sviluppo armonico dei «doni» e dei
«talenti» ricevuti. Ciò include, tante volte, una rinuncia più radicale e, in ogni
modo, significa affermare la dignità e l'amabilità di ogni persona umana, la qua-
le, forse, non è responsabile delle proprie debolezze, ma certamente lo è dell'at-
teggiamento con cui si pone di fronte ad esse. Ciascuno, perciò, è chiamato ad
assumere la realtà affettiva come un autentico dono e ad integrarla nell'amore
teologale.
Si può affermare, in sintesi, che il mondo della ragione e il mondo dell'emo-
tività, lungi dal contrapporsi, sono chiamati a convergere nell'armonia dell'esse-
re umano integrale. Il credente, poi, è interpellato a compiere una realizzazione
piena di sé attraverso la comunione incessante con il suo Redentore. Per rag-
giungere tale equilibrio globale, egli deve percorrere, alle volte, un processo tera-
peutico che offra un'esperienza liberatrice di guarigione. 33

3 1A . H . MASLOW, Motivazione e personalità. Armando, Roma 1 9 7 3 , 3 9 5 - 3 9 6 ; M . SELIGMAN, Impa-


rare l'ottimismo. Come cambiare la vita cambiando il pensiero, Giunti, Firenze 1 9 9 6 , 3 0 9 - 3 2 2 .
32 Cf. B. GIORDANI, Vita affettiva della religiosa, Antonianum, Roma 1 9 9 1 , 2 2 7 - 2 3 3 : espone i peri-
coli di un «atteggiamento di rifiuto» e di una «repressione della natura». Cf. Afectividad y vida reli-
giosa. San Pablo. Bogotà 1 9 9 3 , 7 8 - 8 3 .
33 Cf. G.G. JAMOLSKY, E! poder curativo del amor, Aguilar, México 2002,235-236.
5.4. Un metodo
L'osservazione del tipo di emozione attuale diventa una porta aperta per
risalire alle esperienze del passato. Il mondo emotivo diventa un ponte, una via
di passaggio, un momento critico da afferrare, che fa della ripetizione del passa-
to un istante di guarigione.
Si possono proporre tre domande per determinare se il passato continua a
contaminare il presente:
- La reazione emotiva è esagerata in rapporto alla situazione presente?
- Essa è al servizio dei miei bisogni?
- Ha tendenza a riprodursi nelle medesime situazioni?
La sproporzione, l'inadeguatezza e la ripetizione rivelano, quindi, la presen-
za dinamica del passato. È necessario, perciò, aprire una porta di accesso all'in-
conscio affettivo. Il seguente esercizio diventa molto efficace allo scopo. 34

Il primo passo consiste nel prendere coscienza delle proprie tensioni e rea-
zioni, sentimenti e ragionamenti che pervadono l'organismo e i rapporti.
In un secondo momento si cerca di capire quali sono i bisogni frustrati e qual
è il loro significato.
In un terzo momento si scopre come questo bisogno sia rimasto insoddisfat-
to nell'infanzia e quali siano stati gli atteggiamenti e i comportamenti adottati
allora.
In un quarto passo si procura di indovinare il modo adulto di gestire tali
bisogni. Con l'aiuto del dialogo, si risale al presente per trovare un atteggia-
mento cosciente, sviluppato e maturo, da assumere adesso, magari con l'aiuto di
un partner.
Gli altri, prima, hanno svolto un ruolo rilevante nell'emergenza delle emo-
zioni; adesso, l'adulto rimane il solo responsabile del suo modo di gestire le emo-
zioni, di controllare la sua reazione. Questo lo spinge a prendere maggiormente
sul serio la gestione del proprio mondo emotivo e a vivere il presente in pienez-
za, senza ripetere in maniera meccanica e indefinita la storia dolorosa dell'in-
fanzia. La riconciliazione con se stessi e il raggiungimento della pace interiore
per vivere in armonia con il proprio ideale costituiscono perciò un elemento
importante dell'accompagnamento spirituale e del suo confronto con i valori
evangelici. 35

Un altro modo per scaricare le emozioni consiste nel metterle per iscritto. Se,
per esempio, esiste un forte risentimento, sia esso giustificato o no, contro qual-
cuno, il terapeuta inciterà il soggetto a scrivere una lettera a quella persona dan-
do libera espressione a tutto il suo risentimento, la sua indignazione, affermando

34 Cf. HINTERHUBER, Strategia dello sviluppo interiore, 117-129.


35 Cf. RANCOURT, L'ombra del passato, 153-157 e 165.
i suoi diritti, senza ritegni. Naturalmente la lettera non va poi spedita; egli la con-
segna al terapeuta o la distrugge all'istante.
Questa tecnica è più utile di quanto possa sembrare, poiché procura una sod-
disfazione simbolica. L'inconscio si sente appagato e acquietato con tale atto di
rivalsa mediante l'espressione scritta.
Anche la scarica muscolare funge da liberazione: mediante un'energica atti-
vità muscolare come il dar pugni a un sacco di cuoio appeso, lo spaccar legna, lo
strappare carte, è possibile ottenere una soddisfazione simbolica. Ciò può avve-
nire con un certo distacco, cioè senza partecipazione completa, osservando e diri-
gendo l'azione, e anche con una certa dose di umorismo. In questo modo (come
quasi sempre avviene in pratica) si associano tecniche varie.
Appendice I
RIFLESSIONE SULL'IMMAGINE DI SÉ

Quali sono le tue convinzioni su te stesso?


Osserva l'elenco sottostante. Inserisci le parole «Io sono» davanti a ciascuna defini-
zione e segna il punteggio come segue:

0 = quasi mai 1 = a volte 2 = spesso 3 = quasi sempre

tollerante loquace interessante


depresso buono a nulla amabile
avventuriero gentile timido
prepotente negativo pigro
cinico affidabile imperturbabile
intelligente incoraggiante divertente
irritabile meritevole allegro
impacciato orgoglioso ipercritico
libero sollecito prevedibile
stupido consapevole sciocco
sensibile indeciso felice
protettivo passivo ottimista
dispotico meschino esigente
capace flessibile instabile
timoroso debole fiducioso
noioso assennato controllato
intuitivo imbarazzato riflessivo
colpevole spontaneo rigido

1. Osserva le voci contrassegnate con 3 punti. Cosa pensi di essere «quasi sempre»?
Io sono quasi sempre:

2. Considera le voci contrassegnate con 0 punti. Che cosa pensi di essere «quasi mai»?
Quasi mai io sono:
Appendice II
SEI AFFETTIVAMENTE MATURO?

Vi sono persone che, nonostante abbiano raggiunto l'età matura, agiscono ancora in
modo assolutamente infantile e indisciplinato. Vuoi sapere se tu agisci realmente come un
adulto? Rispondi con coscienza alle seguenti domande.
SÌ NO
1. In generale, sei capace di continuare a sorridere quando le cose ti
vanno male?
2. Dici cose di cui poi ti penti?
3. Sei capace di prendere decisioni importanti senza eccessiva
apprensione, indecisione, o senza dover dipendere dal parere
altrui?
4. Ti accade spesso di sentirti di malumore con la gente, e provi con-
tinui risentimenti?
5. Pensi che la vita ti abbia offerto delle giuste opportunità per avan-
zare?
6. Ti è difficile vedere le cose dal punto di vista della persona con la
quale stai discutendo?
7. Ti organizzi in modo che il lavoro sia completo lavoro e il riposo
completo riposo?
8. Vivi spendendo di più di quello che guadagni?
9. Se non è in tuo potere mutare il corso degli avvenimenti, soppor-
ti bene il dispiacere che provi nel vedere frustrati i tuoi più vivi
desideri?
10. Cerchi plausi per le tue qualità o per le tue azioni?
11. Affronti coraggiosamente i problemi che devi risolvere, o cerchi il
modo di evitarli?
12. Provi gelosia per i successi altrui?
13. Sopporti bene gli scherzi?
14. Hai pensato seriamente, qualche volta, a infliggere un castigo fisi-
co a un'altra persona?
15. Quando hai divergenze con un'altra persona, sai generalmente
accomodare le cose in modo da giungere a un accordo che ti sod-
disfi senza offendere i sentimenti dell'altro?
16. Hai tendenza a incolpare gli altri di quanto ti riesce male?
17. Trai insegnamenti positivi dai tuoi errori o sconfitte o cerchi di
trovare delle scuse di fronte a te stesso?
18. Ti è difficile accettare critiche?
19. Nei momenti di maggior difficoltà, sei capace di pensare fredda-
mente?
20. In certe occasioni, agisci senza tenere in considerazione i senti-
menti altrui?
21. Vai d'accordo con i tuoi genitori, parenti e amici?
22. Soffri, di tanto in tanto, di violente esplosioni emotive?
23. Sei capace di dire no, quando una risposta affermativa ti procure-
rebbe una soddisfazione immediata, ma, a lungo andare, sarebbe
dannosa per i tuoi veri interessi?
24. Ti offendi facilmente per scortesie o particolari sgradevoli che tu
ritieni tali?
Somma le risposte buone: SÌ nei dispari (1,3,5...) + NO nei pari:
per esempio: SI = 7 + NO = 8 Totale = 15 = notevole

18-24 = Molto alta 14-17 = Notevole 0-5 = Minima


11-13 = Media 6-10 = Bassa
Appendice III
LIBERARSI DAL PASSATO

1. Centrarsi per ben armonizzare la reazione emozionale:


Che cosa avviene in me in questo momento?
Nel mio corpo Nel mio cuore Nella mia mente
(sensazioni) (emozioni) (discorso interiore)

2. Scoprire il bisogno frustrato:


Quale dei miei bisogni è attualmente frustrato? Per es. essere stimato.
3. Costruire un ponte tra il presente e il passato:
Come veniva soddisfatto o insoddisfatto questo bisogno nella mia infanzia?
4. Trovare gli atteggiamenti e i comportamenti adottati nell'infanzia:
Qual era il mio modo di reagire in una situazione di frustrazione?
5. Uscire dal passato stereotipato reagendo in un modo soddisfacente e adulto:
Che cosa posso fare adesso da adulto maturo e in modo più soddisfacente?
Partiamo (1) dall'emergenza di un'emozione per lasciarci portare da essa fino a (2) la
scoperta del bisogno frustrato nel contesto attuale (3), (4) poi nell'infanzia, e (5) risalia-
mo, finalmente, nel presente, per trovare un modo di agire più soddisfacente e adeguato
all'età. 36

L'esercizio, «prendere in mano l'esistenza», sembra, a priori, un processo razionale.


Tuttavia, esso concerne il nostro essere nella sua totalità: l'esistenza è ad un tempo cor-
porale, emozionale e spirituale.

36 Cf. RANCOURT, L'ombra del passato, 140-141.


Capitolo settimo
ACCOMPAGNAMENTO
NELLA CRESCITA INIZIALE

L'accompagnamento spirituale ha come obiettivo l'elevazione del credente


dall'immaturità di una fede ancora troppo soggetta alle illusioni, all'età adulta e
alla maturità della pienezza spirituale di Cristo.
Il fedele deve crescere nella conoscenza della verità e nella coerenza della
sua risposta alle esigenze dell'amore al Signore e al prossimo. Una volta che egli
avrà raggiunto una mentalità evangelica e sarà entrato pienamente nelle vie del
Signore, dovrà diventare sempre più consapevole di ciò che Dio sta compiendo
nella sua esistenza e tentare di corrispondere ogni giorno più integralmente al
suo amore, contemplato e sperimentato sempre più profondamente. Dovrà sco-
prire il disegno di Dio su di lui e aprirsi ad esso, propendendo verso una sotto-
missione sempre più completa.
Scopo di una relazione umana semplice, in tutte le sue espressioni, è condur-
re l'individuo, sostenendolo nel suo diventare autonomo nella gestione del pro-
prio avvenire, a farsi più forte nell'affrontare i momenti difficili dell'esistenza e
ad orientare meglio il processo della crescita umana. Quando tale obiettivo sarà
raggiunto, la relazione di aiuto iniziale potrà considerarsi conclusa.
Lo scopo della relazione di aiuto spirituale è, invece, centrato, oltre che su que-
sto impegno umano e, in modo prioritario, sulla crescita spirituale del credente,
anche sull'illuminazione della sua mente alla luce della Parola e sulla coerenza del
suo comportamento con la nuova realtà soprannaturale, adoperando i mezzi reli-
giosi adeguati, come i sacramenti, la preghiera, l'esercizio della presenza di Dio.
Indichiamo, nel seguito, un processo di questo accompagnamento dei principianti.

1. INIZIARE A UN AGIRE NUOVO


Una volta che l'aiutato avrà lavorato sufficientemente alla conoscenza della
propria storia, con tutte le sue problematiche, l'aiutante dovrà compiere un pas-
so successivo: quello di accompagnarlo ad essere coerente e perseverante secon-
do le nuove decisioni che ha già preso. Il credente, a sua volta, dovrà progredire
nel cambiamento del suo modo di essere e di agire, ancora forse «carnale» o
poco redento, per esempio, poiché vittima di carenze affettive o di bassa autosti-
ma, al fine di migliorare in un atteggiamento autonomo e positivo nel campo del-
l'affettività umana e spirituale.
Quando il guidato avrà ormai individuato la portata reale della situazione
personale e della propria responsabilità nei confronti di essa, scaturirà in lui con
forza il desiderio di liberarsi dal possibile influsso negativo precedente, per ini-
ziare un cammino nuovo e poter progredire nel suo rinnovato modo di compor-
tarsi.
Egli s'impegnerà allora, con ferma risoluzione, nell'identificazione e nella
personalizzazione della nuova meta verso la quale sente di dovere e di poter
camminare. Un progetto di futuro, deliberatamente scelto, orienterà e dinamiz-
zerà il suo presente, generando una trasformazione progressiva di abitudini, di
comportamenti e di impegni. Dirigerà le sue energie e la sua scelta di valori e li
incanalerà verso la realizzazione del progetto scelto. Se egli non riesce a proiet-
tare nulla davanti a sé - un ideale, il desiderio di santità ecc. -, allora le forze
negative accumulate nel passato, consce e inconsce, avranno il sopravvento sul
suo presente. Più s'impegnerà nell'ascolto della propria realtà, più egli avrà la
possibilità di scoprire la soluzione migliore per lui in quella determinata circo-
stanza.
Fra le scelte che egli può compiere, si possono distinguere le opzioni fonda-
mentali e le opzioni parziali. opzione fondamentale, per esempio quella della
sequela di Cristo come modello di vita, determina l'obiettivo centrale che foca-
lizzerà e guiderà i suoi comportamenti e atteggiamenti. Le opzioni parziali gra-
vitano, invece, intorno all'opzione fondamentale e concorrono, in modo progres-
sivo, alla sua realizzazione. Esse rappresentano aspetti molto concreti da consi-
derare e da realizzare, volta per volta, per raggiungere l'obiettivo essenziale desi-
derato.

2. DEFINIRE LE OPZIONI E GLI OBIETTIVI


Questa fase della programmazione, perciò, si articola attorno ad alcuni
momenti prioritari: definire gli obiettivi, programmare i comportamenti da assu-
mere, rinforzare, sostenere e verificare.
Gli obiettivi sono mete che il soggetto si prefigge. Devono essere, anzitutto,
significativi per lui, altrimenti, anche se oggettivamente risultassero importanti,
non avrebbero la capacità di mobilitare le sue risorse. In tal senso, conviene che
l'immagine che adopera nei rapporti con Dio non sia una realtà troppo astratta,
lontana, cosmica, bensì concreta, per esempio la persona Gesù di Nazaret, capa-
ce di concentrare nel suo amore tangibile tutte le energie della personalità. In
secondo luogo, gli obiettivi devono essere pure realistici; ciò significa che vanno
commisurati secondo le possibilità effettive dell'individuo; in tal modo, si evita-
no le frustrazioni provenienti dalle illusioni e dagli ideali troppo elevati che
diventano vani e conducono alla delusione. In terzo luogo, devono presentare la
caratteristica della verificabilità: devono, cioè, permettere la loro revisione con
un certo margine di obiettività e di concretezza.
Per giungere alla definizione di tali obiettivi pedagogici concreti, Carkhuff
ricorre all'utilizzo delle sei variabili situazionali che sono: chi, quale, dove, come,
quando, perché.
Per un lavoro formativo efficace, l'autore invita a precisarle in termini con-
soni e ben definiti, ponendo le domande contenenti le variabili tradizionali:
1. Chi sarà colui che metterà alla prova la tua carità fraterna? (i genitori, i
figli, i colleghi...)
2. Quale settore di capacità desideri veramente verificare? (abilità di stu-
dio, cura della casa, impegno perseverante...)
3. Dove puoi dimostrare meglio la tua abilità? (a casa, a scuola, sul lavoro,
nello sport...)
4. Come pensi di dimostrare meglio la tua capacità? (ottenendo voti
migliori, risparmiando denaro, realizzando più vendite, diminuendo le
assenze...)
5. Quando pensi di poter dare i frutti di questa prova? (tra una settimana,
un mese, un anno...)
6. Perché desideri metterti alla prova? (per sentirti meglio, per assicurarti
il riconoscimento di qualcuno, per guadagnarti qualche compenso mate-
riale...)
Nel definire l'obiettivo, il traguardo, l'aiutante deve tener conto, ed even-
tualmente favorire, la concretizzazione delle capacità dell'aiutato e dei possibili
influssi disturbanti la sua realizzazione. 1

3. PROGRAMMARE I PASSI DA COMPIERE


Per la realizzazione efficace degli obiettivi è utile la precisazione dei vari
passi da seguire in modo progressivo. Se, per esempio, l'obiettivo fosse «assu-
mere un atteggiamento caritatevole nei confronti dei fratelli», un primo passo
sarebbe il pregare per loro e, successivamente, quello di prestare attenzione alla
loro problematica esistenziale e di comprendere le loro difficoltà, le loro debo-
lezze ecc.
Sarà pure essenziale il fissare delle scadenze precise e, in particolare, il
momento dell'inizio e quello della conclusione dell'esercizio. Questo rispetto dei
tempi prefissati permette di evitare che i programmi possano fallire, in tutto o in
parte, per mancanza di progettazione.
Questa volontà di raggiungere gli obiettivi, da sola, non basta. E ormai chia-
ro che essa deve essere associata al prendere in debita considerazione, senza sot-
tovalutarli, gli influssi del passato e la loro forza di inerzia. I circuiti neuronali
hanno costituito, nel corso degli anni, abitudini, atteggiamenti e reazioni che si
manifestano sempre allo stesso modo e nella stessa direzione. Non basta, quindi,
una semplice decisione.
A questo punto, all'aiutante spetta un compito veramente rilevante: sostene-
re l'aiutato con interventi costanti che ne rinforzino l'impegno assunto e lo man-
tengano sveglio e operante, ricordando sempre che le motivazioni e i desideri del
principiante, col passare del tempo, perdono la loro forza trainante, inducendo in

1 Cf. CARKHUFF, L'arte di aiutare, 1,131.


tal modo il soggetto a scoraggiarsi, a sentire il proprio impegno come pesante e
il raggiungimento del suo obiettivo come qualcosa di lontanissimo e che, quindi,
esercita un'attrattiva ogni giorno più scarsa.
Ecco allora che la sapienza dell'aiutante lo orienterà a individuare i rinforzi
opportuni. Questi non sono uguali per tutti, perciò vanno personalizzati. I rinfor-
zi possono essere positivi (ricompense) o negativi (castighi, rinunce). Nella rela-
zione di aiuto i rinforzi negativi (punizioni) generalmente non funzionano: insi-
nuano sfiducia verso se stessi e aggressività verso gli altri. Per tale motivo, dovrà
essere lo stesso aiutato a premiarsi o punirsi, in modo speciale con la privazione
del premio.
L'aiutante si limiterà a osservare la correttezza del metodo e delle decisioni
prese. Il suo compito, in questa fase, è piuttosto quello di incoraggiarlo e di soste-
nerlo con discrezione e sicurezza. Dovrà evitare uno dei rischi che maggiormen-
te si verificano in questi casi e che consistono nel sostituirsi all'aiutato nel pren-
dere le decisioni e scegliere i rinforzi. A volte sono gli stessi principianti, incerti
e insicuri, a richiedere con insistenza questa cooperazione. L'accompagnatore,
rimanendo tutto concentrato sul programma prestabilito da seguire e sull'ordi-
ne di successione delle varie fasi, eviterà con sicurezza di cadere in questa trap-
pola, che impedisce la maturazione individuale. 2

4. VERIFICARE
Una volta che si è proceduto sufficientemente nel lavoro di crescita perso-
nale, arriva il momento della verifica. Essa è costituita da due fasi fondamentali:
la prima consiste nel comprendere se, e in quale misura, il programma d'azione
stabilito è stato effettivamente realizzato e, in caso negativo, nel constatare le
cause responsabili di tale insuccesso; la seconda fase è finalizzata a riscontrare se
il processo compiuto ha prodotto un miglioramento rilevante nel modo di esse-
re e di agire dell'interlocutore. 3

Questo processo appena illustrato può apparire, a un primo sguardo, troppo


arido, quasi meccanico e oltre misura dettagliato. Ma si tratta di un metodo adot-
tato ormai comunemente dalle pedagogie più moderne. In ogni modo, spetterà
all'aiutante adattarlo alle esigenze e circostanze personali. Ciò che ci interessa
qui è rimarcare il fatto che l'accompagnatore è chiamato, in questa fase, ad esse-
re più attivo, mettendo a frutto le sue abilità di precisione e di concretezza, attra-
verso domande, messe a punto, chiarificazioni, comunicazione di nuove infor-
mazioni.
L'interlocutore, da parte sua, ha bisogno di essere compreso e rispettato nel-
le sue scelte e appoggiato e incoraggiato nel suo ritmo e nel suo impegno, spe-
cialmente nei momenti di stanchezza e demotivazione.

2 Cf. CARKHUFF, L'arte di aiutare, 1,139.


3 Cf. P. SANDERS, Counseting consapevole. Manuale introduttivo. La Meridiana, Molfetta (BA)
2003,137-141.
5. LE FUNZIONI DELLA DIREZIONE PER/VANENTE
Nell'accompagnamento spirituale abbiamo riconosciuto due grandi periodi:
quello della direzione spirituale iniziale, costituita dai primi incontri nei quali il
discepolo inizia il suo cammino di conoscenza e di guarigione, e la direzione di
perseveranza e di crescita, che si svolge lungo tutto l'itinerario di salita verso la
montagna della santità. 4

Il direttore, in sintonia con quanto si è affermato nella riflessione sulla com-


prensione empatica, presterà un'attenzione totale alla personalità del discepolo
nelle sue dimensioni fisiche, affettive e intellettuali e nei suoi messaggi verbali e
non verbali. Egli si porrà domande come: «Qual è la mia funzione per incitarlo
a uno sviluppo integrale della sua personalità? A che cosa deve tendere l'incon-
tro d'aiuto lungo le stagioni dell'esistenza?».
Nell'adempimento integrale della sua missione, egli tenderà a stimolare il
discepolo affinché in lui maturi integralmente la personalità umana e cristiana.
Conviene, però, che distingua in essa alcune delle aree alle quali conviene pre-
stare una speciale attenzione.
L'accompagnatore, di forma attiva, cerca in tutti i modi di riuscire a motiva-
re il nuovo ideale di vita e di promuovere l'impegno pratico. Carkhuff considera
tale intervento come lo scopo stesso di ogni incontro di crescita e afferma che,
tante volte, si perde tutto lo sforzo e tutto il lungo lavorio psicologico poiché non
si assicura questa continuità. Essa è completamente indispensabile in uno stile di
accompagnamento che non si accontenta dell'azione terapeutica, ma si orienta
decisamente allo sviluppo integrale della personalità. Questo aspetto, per il suo
«programma di sviluppo umano integrale», diventa dunque centrale:
«Iniziare è la fase culminante del processo di aiuto. Iniziare sottolinea l'importanza di
facilitare gli sforzi che gli helpee [gli aiutati] compiono per agire in modo da riuscire
a raggiungere i loro obiettivi, ovvero darsi da fare per modificare o migliorare le loro
capacità di funzionamento. Questa loro azione si basa sulla comprensione persona-
lizzata che essi hanno dei loro obiettivi ed è facilitata dall'iniziativa dell'helper».
5

L'autore insiste sulla necessità di infondere la convinzione: «Io posso», cioè


di motivare intensamente. A tale scopo raccomanda di partire dai punti forti o
più chiari e caratteristici del soggetto, poiché allora il successo sarà più facile.
Invita poi ad accompagnare il discepolo verso il raggiungimento progressivo del
suo traguardo, applicando i mezzi adeguati, incoraggiandolo ad acquistare i nuo-
vi automatismi attraverso la ripetizione degli atti. A questo punto la guida sti-
mola con tutti i mezzi la crescita del suo aiutato:
«Come aiutanti dobbiamo "allearci" con ciò che nelle persone è sano e dissociarci da
ciò che non lo è. Noi comunichiamo il nostro rispetto per loro come persone, ma non
per l'eventuale loro comportamento inadeguato». 6

4 Cf. DANON, Counseling, 1 0 1 - 1 0 2 .


5 CARKHUFF, L'arte di aiutare, 1 , 1 3 1 .
6 CARKHUFF, L'arte di aiutare, 1 , 1 3 9 .
Bisogna osservare tuttavia che, instaurato ormai un valido rapporto comuni-
cativo a livello dell'accettazione incondizionata del guidato, la considerazione
positiva del suo agire diventa condizionata: «Ti accetto solo se ti impegni al mas-
simo livello che ti è possibile». Il messaggio centrale di questa fase riguarda,
quindi, la non-accettazione degli atteggiamenti dell'individuo, qualora non sia
disposto ad impegnarsi al massimo grado delle sue possibilità.
In questa fase ultima e più lunga dell'aiuto, l'accompagnatore prende ormai
l'iniziativa: fa scoprire al discepolo le sue contraddizioni e le sue incongruenze e
gli fa scegliere le alternative più valide per il raggiungimento dello scopo. Si trat-
ta di stimolarlo a realizzare tutto ciò di cui è capace per essere pienamente se
stesso. Scrive ancora Carkhuff:
«Possiamo utilizzare noi stessi come delle potenti sorgenti di rinforzo, comportando-
ci in modo da porre delle condizioni..., enfatizzando le implicazioni che il comporta-
mento dell'aiutato ha per il nostro comportamento di aiutante». 7

Per individuare i rinforzi, ossia eventi o cose dotati della proprietà d'incenti-
vare il discepolo a realizzare i passi necessari, dopo aver osservato che essi sono
spesso troppo distanti o freddi, si richiede che siano ritenuti da loro come vera-
mente importanti e che siano positivi, come le ricompense o cose a cui tengono
molto o altri stimoli autentici. 8

6. DIREZIONE SPIRITUALE PERMANENTE


Esiste il preoccupante problema della coerenza, della fedeltà, della perseve-
ranza. E stato detto che «l'unica cosa costante della vita è l'incostanza». Le moti-
vazioni e l'esperienza del fervore iniziale, anche se ottime, con il passare del tem-
po perdono la loro chiarezza e la loro energia propulsiva. Si presentano momen-
ti di difficoltà, sensazioni di pesantezza e di aridità dolorosa e il guidato inco-
mincia a scoraggiarsi e a sentire che la sua meta appare sempre più lontana.
L'accompagnatore, in questa fase, svolge ancora una funzione imprescindibile,
forse la più importante, che è quella di sostenere l'aiutato con interventi che ne
rinforzino il desiderio d'identificazione con Cristo e di conquista della santità.Tale
appoggio e incitamento costante diventa indispensabile affinché il guidato possa
mantenere vive e dinamiche le sue motivazioni. Perciò la guida lo incoraggia a tro-
vare strategie e rinforzi adeguati e ad alimentarsi con incentivi e sostegni conve-
nienti, affinché il suo impegno di crescita non venga mai meno. Il guidato, stimo-
lato con tale incitamento esterno, potrà rimanere fedele al cammino intrapreso e
mantenere l'attenzione e la tensione rivolte costantemente verso il suo ideale. 9

7 CARKHUFF, L'arte di aiutare, 1 , 1 3 9 .


8 CARKHUFF, L'arte di aiutare, I, 1 3 8 : «Può decidere che uscirà con i suoi amici venerdì sera e
sabato sera, dopo che avrà completato con successo ogni passo del suo programma».
9 B . GIORDANI, Psicoterapia umanistica. Da Rogers a Carkhuff, Cittadella, Assisi 2 0 0 3 . 1 rinfor-
zi possono essere positivi come ricompense o negativi come castighi; «è importante che questi prov-
vedimenti siano intonati alla sensibilità e al mondo percettivo del cliente... Così, se per un cliente il
Una delle motivazioni più efficaci, per assicurare la perseveranza durante il
periodo della guida spirituale permanente, è costituita dall'elaborazione di un
progetto di vita personale, concreto e sottoposto alla supervisione del consiglie-
re. Tale schema viene elaborato con cura dall'aiutato, che lo adatta, ogni volta,
alle sue condizioni e alle sue esigenze concrete. 10

Egli redige ciò che sente che è il progetto di Dio su di lui, secondo i richiami
che ha ascoltato durante gli esercizi spirituali, in un ritiro speciale o in un
momento particolare di grazia. Si impegna poi a compiere ogni sforzo per met-
terlo in pratica e per avanzare sulla strada indicata, con particolare attenzione
alle ispirazioni dello Spirito Santo sul suo itinerario spirituale e sui suoi impegni
sociali e pastorali. La perseveranza nell'orazione e nella pratica alla presenza del
Signore, col quale mantiene e nutre un costante dialogo, sarà oggetto di una con-
siderazione privilegiata per progredire speditamente verso l'unione divina. A ciò
si aggiungerà naturalmente lo sforzo generoso per progredire verso la coerenza
e l'unificazione del proprio agire e verso un impegno ecclesiale adeguato alla
situazione reale.
I vantaggi di tale progetto sono evidenti. Innanzitutto, si tratta di un proget-
to personale del diretto e riflette il momento esistenziale che egli sta attraver-
sando e la risposta che corrisponde ad esso. Inoltre è uno degli strumenti più effi-
caci per garantire la verifica costante dell'andamento personale e la sempre dif-
ficile perseveranza.
* * *

Presentiamo adesso un esempio concreto o uno schema che può servire da


modello. Anche se è risaputo che i progetti variano e si modificano in base alla
personalità dei soggetti e a seconda della loro evoluzione spirituale, questo è un
modello generale per un possibile progetto personale.

premio può consistere nel vedere un programma in TV, il castigo consisterà nel vietarsi di vederlo»
(ivi, 204).
10 Cf. J . M . ILARDUIA, Il progetto personale. Ricerca di autenticità, EDB, Bologna 2003 [ 2004],
3

20-22.
PROGETTO DI DIO SU DI ME

PROGETTO GENERALE: «Questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione»


(lTs 4,3).
«Come ministri di Cristo e amministratori dei miste-
ri di Dio» (ICor 4,1).
PROGETTO PARTICOLARE: Dio vuole da me, quest'anno, la crescita riguardo a
lui, al prossimo e agli impegni-missione:
1. Situazione spirituale attuale
riguardo a Dio: il rapporto con lui non è così vivo e personale
come vorrei.
riguardo al prossimo: sono poco sensibile alle diverse esigenze della
carità fraterna.
riguardo agli impegni: non li adempio nel nome e nella fiducia nel Risor-
to e nel suo Spirito.
2. Obiettivi concreti per quest'anno
riguardo a Dio: cercare l'esperienza del suo amore gratuito per me;
abbandonarmi e confidare nella Provvidenza
divina;
vivere l'eucaristia: Dio mi ama e si fa cibo per me;
combattere il «difetto predominante»,
riguardo al prossimo: sensibilizzarmi all'accoglienza e alla tolleranza
delle differenze;
essere strumento di pace e di positività nei rap-
porti.
riguardo agli impegni: iniziare la giornata invocando la presenza e la for-
za del Signore;
ciò che avete fatto ai «miei fratelli... l'avete fatto a
me» (Mt 25,40).
3. Strategie, mezzi
riguardo a Dio: l'eucaristia, la preghiera, l'ascolto della Parola,
l'aiuto spirituale.
riguardo al prossimo: attenzione all'ascolto, all'accoglienza, al rispetto,
al dialogo fraterno.
riguardo agli impegni: responsabilità; testimonianza serena; paternità-
maternità spirituale.
4. Valutazione
ogni giorno: gli aspetti particolari deficitari,
nel ritiro mensile: il progetto integrale.
7. QUANDO CHIEDERE UN AIUTO SPECIALE ALLO PSICOLOGO
Una relazione di aiuto spirituale efficace non sempre risolve tutti i problemi
di crescita e di adattamento sociale; alcuni di questi trovano soluzione con rela-
tiva facilità; altri invece richiedono l'intervento degli specialisti. Il consiglio rivol-
to all'interlocutore di consultare anche qualche professionista specializzato può
rivelarsi la soluzione migliore in tutte quelle situazioni in cui l'aiutante capisca
che difficilmente potrà superare il conflitto e offrire un sostegno significativo. È
chiaro che un tale invito non può avvenire in un primo colloquio: se l'aiutato ha
deciso di rivelare le sue sofferenze e le sue croci a un accompagnatore spiritua-
le, ciò significa che si aspetta da lui un'assistenza particolare, che non necessa-
riamente deve risolvere il problema.
E un segno di competenza da parte dell'aiutante saper individuare il livello
della propria risposta d'intervento, offrirlo concretamente e, successivamente e
solo in caso di necessità, invitare l'aiutato a ricorrere a un professionista. Tale
suggerimento di rivolgersi ad altri maggiormente specializzati deve essere fatto
con molto tatto, in modo da evitare che sia preso dall'individuo come un rifiuto
o come una forma diplomatica di allontanamento.

8. AIUTO NEI CASI DI COINVOLGIMENTO AFFETTIVO


Nel ministero di guida personale bisogna far fronte a parecchi casi di coin-
volgimento affettivo e di innamoramento nei confronti di persone ormai impe-
gnate nel matrimonio o nell'amore celibe, le quali vengono a chiedere luce e
consigli.
Non è neppure rarissimo trovarsi di fronte a soggetti che da anni soffrono
per problemi e conflitti affettivi, con tutti i relativi scrupoli di coscienza e sensi
di colpa del caso, i quali non hanno avuto il coraggio di parlare o forse non han-
no trovato ministri degni di fiducia con cui condividere la situazione. 11

Ancora, ci sono casi particolari nei quali determinati soggetti, con la scusa di
una piena realizzazione affettiva, giustificano i loro rapporti emozionali non leci-
ti, presentandoli come un bisogno naturale indispensabile per il loro equilibrio,
per la loro serenità, per il loro completamento. È questo un atteggiamento abba-
stanza vicino a ciò che veniva, e che viene ancora chiamato in certi ambienti,
«terza via». Questa espressione ha vari significati più o meno ampi, ma sostiene,
in genere, che si possono utilizzare tutte le manifestazione affettive, con l'unica
eccezione dell'atto matrimoniale propriamente detto.
D'altra parte, si possono verificare pure cambiamenti di atteggiamento mol-
to sorprendenti in persone che fino a poco prima, avevano predicato fortemen-
te contro tali abusi, e che, quando poi si ritrovano coinvolte in situazioni simili,
ricorrono ai meccanismi di difesa, specialmente aWautogiustificazione, per con-

1 1 FACOLTÀ TEOLOGICA DELL'EMILIA-ROMAGNA, Accompagnamento spirituale, affettività e sessua-


lità, Bologna 2004,77-79.
tinuare apparentemente senza scrupoli. In altri casi di manipolazione affettiva, si
cerca semplicemente di vivere un'esperienza nuova, senza alcun desiderio di
coinvolgimento definitivo serio, almeno da una delle parti.
La problematica è molto differente a seconda che coinvolga soggetti, i quali
hanno entrambi una sicura vocazione matrimoniale o celibataria o, al contrario,
quando uno dei due non dà segni di vocazione o quando tutti e due si trovano in
una situazione di vocazione fragile e piena di ferite, di dubbi, di crisi e di infe-
deltà.
Il modo di intervenire, a partire da questa molteplice casistica, sarà al tempo
stesso differenziato e unico, e dipenderà non poco dal grado di sicurezza voca-
zionale e dal coinvolgimento affettivo di ciascuno.
Di fronte a tali situazioni, si adottano due soluzioni estreme. La prima consi-
ste nel rifuggire subito dall'occasione, non vedendosi più; ma la fuga dal rappor-
to illecito, con scuse più o meno plausibili, non conduce al vero superamento del
conflitto né spinge a maturare nel proprio cammino approfittando della crisi,
considerata come un'opportunità di crescita. L'altra soluzione consiglia di
affrontare la crisi affettivo-sessuale direttamente, senza fuggirla o aggirarla, ma
prendendola di petto. In questo caso, la guida ha un compito importante e deve
esigere chiarezza e coerenza dai due interlocutori.
Un altro caso, anche se non comunissimo, che può verificarsi durante la for-
mazione iniziale, diventando poi più difficile da scoprire, è costituito dai rappor-
ti di tipo omosessuale. Coloro che sono vittime inconsce, patiscono un forte tur-
bamento poiché, senza averlo preventivato, si trovano coinvolti in rapporti che
sono andati troppo oltre e diventano per loro fonte di confusione e angoscia. In
questo caso l'unica via di uscita è andarsene, poiché non capiscono più niente e
non vogliono fare del male alla controparte, che è la principale responsabile.
È questo il momento in cui l'accompagnatore, se non è stato informato pri-
ma, con domande opportune e chiare tenterà di far venire fuori la verità sui
motivi e sui responsabili per far capire alla vittima di essere stata manipolata.
Quest'ultima si convincerà dell'inganno che ha subito e potrà riprendere il pro-
prio cammino, liberandosi da una simile trappola. In tal modo la sofferenza potrà
trasformarsi in opportunità di maturazione e di rinnovato impegno nella chia-
rezza vocazionale. 12

La vera soluzione sta dunque nel chiamare le cose con il loro nome e nel
chiarire la coerenza fra gli episodi in corso e i propri ideali. Il criterio di discer-
nimento è ben chiaro: se le esperienze hanno un orientamento cristocentrico
sono autentiche; se, invece, manifestano una chiara ricerca egocentrica e, quindi,
hanno conseguenze negative per il proprio avvenire, sono pericolose deviazioni
dalla propria vocazione e missione.

12 Cf. M.G. COSTA (ed.), Omosessualità e Vita Consacrata e Presbiterale (Quaderno Edi.S.L. 8),
Genova 1998; L'Educatore di Formazione Permanente accanto alla persona omosessuale in VC o pre-
sbiterale (Quaderno Edi.S.L. 31), Genova 2001.
Tracce per l'interiorizzazione

1. Prepari colui che aiuti a una fase nuova che confermi il suo cambiamento mentale?
Lo impegni sempre in prima persona? Insisti sul piano operativo della condotta?
2. Lo spingi verso la personalizzazione della meta? Promuovi l'impegno pratico? Faci-
liti gli sforzi per raggiungere gli obiettivi e per modificare o migliorare le capacità di
azione?
3. Lo spingi a partire dai suoi punti forti e più chiari? Baratti il tuo aiuto con il suo impe-
gno? Usi te stesso come rinforzo?
4. Fai scegliere a lui le alternative più valide per raggiungere il suo scopo? Gli fai pre-
cisare i comportamenti concreti che costituiscono gli obiettivi?
5. Gli mostri la sequenza dei passi necessari per raggiungere gli obiettivi? Quantifichi
un tempo preciso per ogni passo?
6. Fai seguire un rinforzo adatto dopo l'esecuzione di ogni passo? Rivedi, provi e cor-
reggi l'azione intrapresa, a mano a mano?
7. Cerchi di animare la perseveranza del diretto con rinforzi adeguati? Sei attento a
scoprire segni d'incoraggiamento? Alimenti l'impegno costante di crescita con sti-
moli e sostegni convenienti?
Esercizio pratico 1
L'INFLUSSO DEL PASSATO

Le relazioni avute nell'infanzia e nell'adolescenza dal giovane religioso/religiosa/semi-


narista con i genitori rivelano, in una percentuale molto alta (90%), la presenza di attra-
zioni-repulsioni inconsce e represse. Si noti che, nonostante siano inconsce, tuttavia esse
influenzano il grado di maturità umana e vocazionale raggiunto da ciascuno di questi gio-
vani all'inizio della formazione iniziale (verso i 19-20 anni).
Nelle relazioni con le autorità e con i compagni, il giovane rivive inconsciamente i
rapporti avuti con i propri genitori durante l'infanzia o l'adolescenza, cioè, pur essendo
adulto, sente e agisce condizionato dalle esperienze passate.
La parte affettiva del candidato, la sua situazione personale, può influenzare notevol-
mente il modo di vedere gli ideali e i valori vocazionali. Quanto più grande è l'influsso del-
l'inconscio, tanto più egli sente i valori vocazionali come opposti alle sue necessità, ai suoi
desideri, alle sue aspirazioni profonde, e in tal modo realizza la sua vocazione con una for-
te resistenza all'assimilazione dei valori evangelici e con una minore capacità di realizzarli
con gioia.
Le esperienze del passato e le emozioni giocano, quindi, un ruolo importante nel ren-
dere selettive la memoria e l'immaginazione, e questa selettività limita e condiziona sia il
nostro conoscere che il nostro decidere e agire circa le informazioni, i valori, le persone,
gli eventi ecc. che si riferiscono alla vita cristiana e al rapporto con Dio. Le nostre rela-
zioni con determinate persone possono diventare rigide e più o meno inflessibili o ste-
reotipate, nel senso di simpatie o di antipatie; e questo in un modo più o meno esagerato
e uni-dimensionale.
- Quali delle mie esperienze passate hanno potuto influire negativamente sulle mie
decisioni?
- Come hanno condizionato, tali esperienze, le mie decisioni e opzioni di studio, i
miei rapporti e spostamenti?
Esercizio pratico 2
SEI SICURO DI TE?

Leggi attentamente le seguenti 32 frasi. Scrivi il numero corrispondente al grado di


frequenza con cui ti occupi di quel particolare problema. Rispondi spontaneamente e, nel
far questo, lasciati guidare il più possibile dai tuoi sentimenti.
Mi riguarda: mai = 0 raramente = 1 talvolta = 2 spesso = 3 molto spesso = 4
1. Desidero che il mio prossimo mi faccia più coraggio. ( )
2. Sento che sul lavoro si pretende troppo da me. ( )
3. Quando penso al mio avvenire, ho una sensazione negativa. ( )
4. Molta gente mi trova poco simpatico. ( )
5. Ho meno energia e iniziativa di tanti altri. ( )
6. Mi chiedo se tutti i miei pensieri siano normali. ( )
7. Ho paura di fare una figura ridicola. ( )
8. Gli altri hanno un aspetto migliore del mio. ( )
9. Ho paura di fare un discorso di fronte a persone sconosciute. ( )
10. Molte delle cose che intraprendo vanno storte. ( )
11. Mi piacerebbe sapere come ci si può intrattenere bene con gli altri. ( )
12. Vorrei avere più fiducia in me stesso. ( )
13. Medito su come posso essere più apprezzato dagli altri. ( )
14. Sono troppo modesto. ( )
15. Sono vanitoso. ( )
16. Non sono apprezzato come merito dalla maggioranza della gente. ( )
17. Mi manca qualcuno con cui parlare di cose personali. ( )
18. Ci si aspetta troppo da me. ( )
19. Ci si interessa troppo poco di quello che faccio. ( )
20. Mi sento facilmente imbarazzato. ( )
21. Ho la sensazione che la maggior parte della gente non mi comprenda. ( )
22. Non mi sento sicuro nel mio ambiente. ( )
23. Mi creo spesso delle preoccupazioni infondate. ( )
24. Mi sento a disagio quando entro in una stanza dove si trovano
molte persone. ( )
25. Ho la sensazione che si parli alle mie spalle. ( )
26. Non mi sento proprio bene nella mia pelle. ( )
27. Credo che agli altri tutto riesca più facile che a me. ( )
28. Ho il timore che mi possa capitare qualcosa di spiacevole. ( )
29. Medito su come gli altri si comportano di fronte a me. ( )
30. Vorrei rallegrarmi di più dei contatti con gli altri. ( )
31. Nei dibattiti dico qualcosa solo quando sono convinto della sua
esattezza. ( )
32. Mi chiedo se sarò capace di corrispondere alle aspettative della
società. ( )
Fai la somma dei numeri tra parentesi:
RISULTATI
14-16 anni 17-21 anni 22-30 anni oltre i 30 anni Grado di sicurezza
punti punti punti punti
0-8 0-20 0-12 0-15 Molto forte
9-17 21-36 13-25 16-29 Forte
18-33 37-44 26-40 30-46 Medio con tendenza al forte
34-54 45-69 41-59 47-66 Medio con tendenza al debole
55-128 70-128 60-128 67-128 Piuttosto debole
Capitolo ottavo
ACCOMPAGNARE GLI INIZI
DELLA VITA DI PREGHIERA

La vita di preghiera costituisce, senza dubbio, una parte molto rilevante del-
la crescita spirituale; proprio per questa sua trascendenza e centralità, merita di
essere trattata in un capitolo a sé. Esiste, infatti, una stretta correlazione tra lo
sviluppo nella vita di orazione e la maturazione spirituale integrale, che l'ac-
compagnatore non può trascurare. Perciò l'ascesa al monte di Dio suppone sem-
pre una sfida seria per i credenti e un accurato impegno per le guide spirituali
per promuovere il progresso continuo nell'esperienza del divino.
Contemplando il modo di agire del Salvatore, che frequentemente si ritirava
da solo, a pregare, i cristiani hanno appreso la sua esortazione e l'esempio della
sua preghiera. Adottano pure la norma, da lui consegnata ai suoi discepoli, di
pregare in segreto, rifuggendo ogni ostentazione. Egli giustifica così la preghiera
personale autentica:
«Tu, invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre
tuo nel segreto, e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà» (Mt 6,6).'
La tradizione spirituale ha dato grande rilievo alla meditazione dei misteri di
Dio e del Redentore e alla preghiera intima come strade veloci verso la con-
templazione e il nutrimento privilegiato del rapporto di amicizia con il Signore. 2

1. AL CENTRO DELLA VITA SPIRITUALE


La preghiera interiore, così come scaturisce dalle esigenze della grazia che
rende possibile la comunione vivificatrice con Gesù e con la Trinità, spinge a uni-
ficare l'intera personalità dell'orante con tutte le sue risorse, per compiere un'ef-
fettiva donazione al Signore e raggiungere l'intimità divina piena. Essa, pertan-
to, ha il suo centro nell'attuazione della carità amichevole e filiale, principio ani-
matore di ogni altra attività. Intorno a questo polo si dispongono dunque le altre

' Cf. A . GASPARINO, Tutto quello che chiederete con fede nella preghiera lo otterrete, Elledici, Leu-
mann (TO) 2 0 0 3 , 1 0 9 - 1 2 0 .
2Cf. L. ROONEY - R . FARICY, Signore Gesù, insegnaci a pregare. Il Segno, Udine 2 0 0 0 , 2 3 - 4 6 .
molteplici opere, le quali preparano o integrano o dilatano il dinamismo dell'a-
more, tenendo conto della concreta condizione, anche psicologica e vocazionale,
delle singole persone.
Deve esistere però una collaborazione responsabile, centrata innanzitutto
sulla conoscenza soprannaturale. Normalmente una comprensione proporziona-
ta precede la reazione affettiva, così come è richiesto dalla struttura psicologica
umana, che ci mostra una volontà non determinata dall'istinto cieco, ma illumi-
nata dalla conoscenza, che le svela ciò che costituisce il bene e il valore delle cose
che la spingono ad agire. Di qui l'importanza - ma anche il limite - dell'attività
intellettiva nella preghiera: l'apprendimento deve sollecitare, sorreggere, servire
l'amore. Data la soprannaturalità della carità tra l'anima e Dio, la contemplazio-
ne verterà soprattutto sui misteri divini: sarà, cioè, comprensione di fede, appli-
cazione impegnativa dell'intelletto, nello scoprire gli immensi orizzonti delle
verità rivelateci da Dio e specialmente «l'amore di Cristo che sorpassa ogni
conoscenza» (Ef 3,19).
Tale conoscenza la si attinge con la lettura meditata, con un'organica rifles-
sione mentale, con la recita lenta e devota di una preghiera vocale o con uno
sguardo raccolto e prolungato. Possono pure verificarsi motivi o circostanze per-
manenti o occasionali che disturbano e, a volte, sembrano quasi impedire com-
pletamente l'attività riflessiva. 3

Per un altro verso, l'apprendimento della fede accompagna e acquista vita-


lità nella pratica dell'amore: non solo perché la carità stimola a possedere in
modo più intimo il mistero e a fissare meglio nella propria mente il volto di Dio,
ma anche perché, essendo una forza unitiva e immergendo l'anima negli abissi
dell'amore increato, genera, per ciò stesso, nell'intelletto un'assimilazione più
profonda e vitale.
Allo stesso modo, anche i rapporti tra preghiera e ascesi virtuosa possono
essere giudicati interdipendenti: da una parte, infatti, la preghiera esige la purez-
za della mente e del cuore, il dominio sulle passioni e sulle attrattive del settore
sensibile, il silenzio e la solitudine, l'impegno costante e l'umiltà; dall'altra, l'in-
tensità crescente dell'amore divino rende l'anima più generosa nel sacrificio e
nel dono di sé, più sottomessa alla volontà di Dio, più desiderosa della sua glo-
ria, più sensibile al richiamo della coscienza, più incline al servizio del prossimo.
In tal modo preghiera e vita virtuosa si compenetrano intimamente: l'orazione,
per offrire garanzia di solidità e di progresso, deve generare e alimentare un
comportamento veramente integro. 4

Da queste premesse si comprende non solo come la preghiera possa e debba


crescere, ma anche quali sue modalità ne rivelino il progresso.
Abbiamo già detto che tutta la ricchezza di grazia e di virtù deposta da Dio
nell'anima, come tesoro vitale, tende a salire alla coscienza quale esigenza di gra-
titudine e di risposta, di donazione e di trepido timore, di ammirazione e di con-
templazione della bontà divina. Sono tutti sentimenti che si sommano nella pre-

3 Cf. P.P. PHILIPPE, La vita di preghiera, LEV, Città del Vaticano 1997,35-39.
4 Cf. V. JORDY, L'arte della preghiera, Messaggero, Padova 2005,155-165.
ghiera, la quale cresce sostanzialmente in quanto, per mezzo suo, l'anima si atti-
va nell'amore, più frequentemente e con maggiore intensità, sia come ricordo e
richiamo forte del Signore e della sua presenza, sia come motivo sempre più
dominante nelle proprie azioni.
L'orazione tende così a divenire più continua, più semplice, più affettiva, più
pura e disinteressata, più bisognosa d'intimità, meno sensibile ed esteriore, più
profonda; sicché Dio, gradualmente, va affermandosi come il valore assoluto che
penetra l'intera realtà dell'anima.

2. FORME VARIE DI PREGHIERA


Viniziazione alla preghiera parte dalla comprensione delle varie forme che
essa assume nella vita della Chiesa. L'orazione personale si esprime in due for-
me principali: quella vocale e quella mentale.
L'orazione vocale è quella che per esprimersi si serve generalmente di una
formula prestabilita e si manifesta in parole pronunciate in modo sensibile. A
volte, questa preghiera vocale si congiunge naturalmente con quella mentale,
aggiungendo all'espressione sensibile anche la contemplazione divina. Evidente-
mente il credente deve essere cosciente di ciò che dice, almeno in modo genera-
le e, più ancora, deve rendersi conto che sta parlando con Dio. La più bella di 5

tutte le orazioni vocali è il Padre nostro, poiché scaturita dalla tenerezza del cuo-
re filiale di Gesù. Per santa Teresa essa consiste in un «rapporto amichevole con
il Signore», in quanto ci si sa amati da lui (V 8,5). È il mezzo idoneo per pro-
muovere l'intimità e la comunione con Dio.
L'orazione mentale, invece, è quella che si fa spontaneamente, non rinchiu-
dendosi, cioè, in formule prestabilite. È, quindi, più personale ed esprime meglio
le caratteristiche individuali originali. 6

3. PSICOLOGIA DELLA PREGHIERA: A PERSONA ORANTE


La preghiera cristiana non è solo un fatto soprannaturale: in quanto dialogo
divino impegna l'intera personalità umana. Tutte le facoltà intervengono: l'intel-
letto, la memoria, la fantasia, la volontà, il sentimento. Lo stesso corpo vi parte-
cipa attivamente. Perciò essa ha delle esigenze concrete che richiedono atten-
zione alle sue condizioni, ai suoi metodi, alle sue manifestazioni.
• Condizioni esterne della preghiera
Particolari condizioni esterne di tempo e di luogo, come pure l'adeguamento
del corpo al colloquio che si sta compiendo, facilitano il suo esercizio. In ogni

5 Cf. G. VENTURI, Celebrare il Padre nostro. Meditazione e preghiera, EDB, Bologna 1999,120-125.
6 Cf. C.P. MICHAEL - M.C. NORRISEY, Oración y temperamento. Diversas formas de orar para los
diferentes tipos de personalidad, Mensajero, Bilbao 1998,145-155.
modo, conviene approfittare dei momenti particolari come l'uscita di casa, l'ini-
zio del lavoro, il cambio di occupazione, l'attesa del tram, affinché diventino
occasioni di preghiera personale.
• Il tempo della preghiera
Anche se siamo sempre alla presenza di Dio, «in lui viviamo infatti, ci muo-
viamo ed esistiamo» (At 17,28), dobbiamo impegnarci a mantenere continua-
mente questa coscienza. La preghiera richiede poi dei momenti e dei periodi nei
quali intensificare il suo esercizio, tentando una concentrazione maggiore delle
facoltà. L'esercizio della preghiera è un'arte difficile ed eminentemente pratica.
Perciò, oggi più che mai, è indispensabile l'educazione all'uso adeguato del tem-
po ad essa dedicato. 7

Quanto tempo bisogna dedicare all'orazione mentale? Sant'Alfonso garanti-


sce la vita eterna a chi ne fa un quarto d'ora ogni giorno. Ma, normalmente, si
richiede almeno mezz'ora per un'impostazione seria della vita spirituale. Due
mezze ore quotidiane, fedelmente vissute, garantiscono una crescita interiore
intensa. L'ideale sarebbe poter ampliare, in modo progressivo, questi limiti, sen-
tendo l'esigenza di un tempo più prolungato che genera effetti particolari di con-
centrazione profonda e di comunione intima.
Per assicurare la perseveranza nella preghiera personale è necessario stabili-
re dei tempi più opportuni per compierla nel corso delle attività quotidiane,
anche se ci si deve sottomettere ad essi con larghezza di spirito, tenendo conto
delle circostanze particolari di lavoro, di vita familiare, di stanchezza, di clima più
idoneo per ciascuno.
Ognuno perciò deve chiedersi: «Qual è per me il momento migliore per fare
l'orazione mentale: il primo mattino, il primo pomeriggio o la sera non troppo
avanzata?». Conviene stabilire ritmi ordinari di preghiera: feriale, domenicale,
settimanale, mensile, e organizzare in modo speciale i cicli delle feste e dei tem-
pi forti: Avvento, Quaresima, Pasqua.
• Il luogo della preghiera
Dove pregare e, soprattutto, dove meditare, se lo spazio è pieno di cose da
vedere e da sentire ed è saturo di rumore? Il colloquio con Dio ha bisogno di
silenzio e di pace. Bisogna cercare con interesse e impegno i luoghi più adegua-
ti per creare tale clima di raccoglimento e di serenità. 8

Oltre al luogo privilegiato della chiesa, con la presenza reale di Gesù eucari-
stia, che esercita un influsso particolare sui suoi amici, conviene individuare altri
luoghi in cui il credente possa raccogliersi meglio: un angolo della casa o della
camera, arredato in armonia con la propria fede vissuta, con l'immagine del Cro-
cifisso o qualche simbolo sacro e con la parola di Dio. Infine, il luogo aperto, la

7Cf. G . MERLOTTI, I silenzi di Dio, E D B , Bologna 2 0 0 5 , 1 7 0 - 1 7 8 .


8Cf. A . GENTILI - A . SCHNOLLER, Dio nel silenzio, Ancora, Milano 1999,275-280; I. G Ó M E Z A C E -
BO (ed.), Del cosmos a Dios. Orar con los elementos, Desclée de Brouwer, Bilbao 1999,145-155.
grande natura con la presenza del Creatore: la montagna, il mare, i boschi, che
sono stati luoghi di solitudine scelti da tanti monaci e santi.
L'attivismo moderno non rende facile l'accesso alla propria interiorità, per-
ciò, per contrastare tale predominio dell'esteriorità, è indispensabile che ciascu-
no trovi i luoghi opportuni per crearsi un clima interiore.
• Il corpo nella preghiera
La persona non solo ha un corpo, ma è anche corpo. Partecipa alla preghie-
ra con tutta la propria realtà: anima e corpo. Il livello corporale ha un suo ruolo
considerevole e vi prende parte in vari modi: con gesti, riti, parole, canto. 9

L'atteggiamento orante del corpo agevola l'anima nella sua concentrazione


e favorisce un clima di riverenza sacra e un portamento di adorazione. Santa
Teresa consiglia di assumere quella posizione che consente di pregare nel modo
migliore, più facile. Una posizione scomoda o un clima troppo rigido possono
essere un'ottima opportunità per mortificarsi, ma non per raccogliersi in un
incontro sereno con Dio. Il corpo deve essere educato affinché possa favorire un
atteggiamento devoto e riposante: in ginocchio, in piedi, seduti, camminando o
perfino coricati, a seconda del momento che uno sta trascorrendo. È utile anche
regolare la respirazione, collocando la testa, le mani, gli occhi nella posizione più
rilassante. 10

• Difficoltà e crisi
I momenti di difficoltà e di crisi si presentano, non poche volte, lungo il ciclo
della meditazione: è necessario, quindi, aspettarseli come una componente nor-
male della crescita spirituale. Non esiste un cammino cristiano che non debba
attraversare notti oscure e deserti aridi. Da un periodo iniziale, in cui si è anco-
ra troppo preoccupati dell'«io» religioso, il credente deve passare a una progres-
siva diminuzione del suo protagonismo e cedere il posto a un aumento della pre-
senza e del primato di Dio.
Sia la crescita che le crisi generano una situazione di disorientamento nel
cammino di preghiera, cosicché il fedele non sa più verso quale parte procedere.
L'intervento opportuno del direttore lo illuminerà in modo che egli si aprirà alla
fiducia nel Padre il quale, anche se invisibile, lo conduce verso la pienezza.
Lasciarsi guidare dal Signore, nel nuovo modo di trattare con lui, deve essere la
sua speranzosa risposta. Egli vuole alimentare l'anima e guidarla sulla sua stra-
da. Sarà sempre necessario mantenere la perseveranza, nel silenzio e nella fidu-
cia, e conservare aperto l'orizzonte della fede, oltre ogni apparenza umana. 11

9 Cf. B. RÉBOLLE, Orar eri cuerpo y alma. Renacerpor el agua y el espiritu, Narcea, Madrid 1999,
65-75.
10 Cf. T. RYAN (ed ), Reclaiming the Body in Cristhian Spirituality, Paulist Press, Mahwah (NJ)
2 0 0 4 , 1 6 0 - 1 6 5 . V. ALBISETTI, Guarire con la meditazione cristiana. Un modo nuovo di pregare. Paoli-
ne, Milano 2 0 0 5 , 6 1 - 8 9 , propone il metodo di rilassamento training autogeno elaborato da Schultz.
2

11 Cf. A.B. ULANOV, Primary Speech. A Psychology of Prayer, SCM Press, London 1 9 8 5 , 4 5 - 5 0 .
Sarà impegno particolare della guida vigilare affinché i principianti non si
scoraggino di fronte a queste inevitabili difficoltà e ricordare loro costantemen-
te che un bene così prezioso esige attenzione, costanza, impegno, ascesi crescen-
te. La fedeltà del credente uscirà riconfortata da tali prove.
Le difficoltà ambientali occupano oggi un posto decisivo, poiché si è molti-
plicato enormemente il numero di cose da fare e rimane sempre meno spazio per
l'essere figli di Dio. La società dei sensi e della comunicazione sensibile, la mobi-
lità dell'immaginazione, non favoriscono il silenzio, il raccoglimento e la fecaliz-
zazione della mente in Dio, anzi, assecondano le distrazioni che affaticano e ina-
ridiscono il cuore. In una società dominata dall'immagine rumorosa sarà indi-
spensabile educare all'ascolto.
D'altra parte, l'orazione, come dialogo amichevole, avrà bisogno di trovare
tempi adatti affinché possano intervenire entrambi gli interlocutori. Senza il
silenzio o le pause tra le parole dell'uno e dell'altro, non si arriverà a percepire
la parola di Dio. Se il fedele si lascia portare dalle divagazioni e dalle distrazio-
ni, non potrà possedere la vigilanza indispensabile per mantenere il contatto dia-
logico con la Parola e con il Signore stesso. 12

Sono certamente normali lunghi tempi di aridità o di deserto. Sono i cosid-


detti periodi della fedeltà ascetica, attraverso i quali si giunge a superare l'inca-
pacità di riflettere e si impara a fare buon uso della fantasia. L'anima sentirà di
trovarsi in un campo arido dove non prova alcuna sensazione; si sentirà affatica-
ta, incapace di portare a termine una riflessione serena, insensibile alla presenza
divina, con la sensazione di compiere un monologo senza risonanza. Gli argo-
menti di meditazione non le diranno nulla, non le suggeriranno alcuna immagi-
ne suggestiva, non susciteranno per niente il suo interesse. Nessun sentimento
religioso la invoglierà e la muoverà verso l'alto. L'irritazione, la noia, lo scorag-
giamento la inonderanno e sorgeranno spontanee domande come: «Vale la pena
di perdere il tempo in questo modo?».
Il credente allora si domanderà con sgomento se tutto ciò può chiamarsi ora-
zione, se non sperimenta altro che un lungo cammino di purificazione e di vuo-
to profondo. Ma la guida lo aiuterà a porre ordine nelle attività esteriori, a uni-
ficare la personalità interiore, a purificare i suoi atteggiamenti e lo indurrà a
comportamenti più coerenti con la propria scelta, spingendolo in avanti verso la
santità. Avrà bisogno, certamente, della «decisa determinazione» teresiana per
non fermarsi fino alla fine, per giungere là dove si trovano e «si acquistano tan-
ti tesori» (C 21,1).
Ma l'orazione, superate positivamente queste difficoltà, diventerà sempre
più facile, semplice, continua. La presenza e l'importanza del pensiero discorsivo
tenderanno a diminuire progressivamente, e quindi anche gli esercizi, che nell'o-
razione formano il metodo, diventeranno sempre meno necessari.

12 Cf. D. DE PABLO MAROTO, Teresa en oración. IUstoria-Experiencia-Dottrina, Espiritualidad,


Madrid, 2 0 0 4 , 3 9 0 - 4 0 2 ; M. BISSI, Formazione all'interiorità e alla consapevolezza. Itinerario ed eserci-
zi pratici, AdP, Roma 2 0 0 0 .
• Il metodo
L'orazione mentale, attività e iniziativa umana, si serve opportunamente di
una tecnica metodologica appropriata. Un metodo è un sostegno indispensabile
alla preghiera mentale. Maestri di vita interiore, di ogni scuola o movimento spi-
rituale, hanno proposto un gran numero di metodi, che esprimono diverse preoc-
cupazioni e prospettive spirituali. È necessario che ognuno scelga e segua il
metodo più adatto alla sua sensibilità e al suo genio. In questa scelta è richiesto
normalmente il consiglio di un direttore spirituale, il quale deve poi verificare la
fedeltà e la libertà nel suo uso e indicare il tempo del suo superamento. 13

Questa iniziazione dei credenti alla preghiera diventa uno dei compiti più
delicati, impegnativi e difficili dell' accompagnamento spirituale. Il direttore
osserverà se essa è confacente alla struttura psicologica dell'orante, alla sua
capacità intellettiva e alla sua affettività. Dovrà salvare pure, osservando l'effi-
cacia, la sua flessibilità in modo da adattarsi allo sviluppo della vita cristiana e
del rapporto con il Signore.
L'uso del metodo diminuisce nella misura in cui l'orazione va semplificando-
si, fino al punto in cui lo sguardo silenzioso comincia ad essere l'atteggiamento
di fondo e un bisogno impellente dell'orante. Una volta compiuta la sua missio-
ne, il metodo deve lasciare posto a una forma di preghiera che tende ad espri-
mersi attraverso un semplice sguardo carico di amore. È il momento nel quale
l'orazione mentale viene progressivamente superata, poiché Dio stesso diventa
guida e forza trascinatrice dello spirito umano. 14

Questa evoluzione della preghiera segue, normalmente, un processo lento,


impercettibile. Il credente stesso non è consapevole del momento in cui deve
cessare la preghiera discorsiva e subentrare l'affettiva. Non esiste un taglio net-
to. A poco a poco, nella meditazione affettiva della parola di Dio, si presente-
ranno le pause che provengono dall'intendimento e dalla volontà.
Santa Teresa raccomanda di servirsi dell'aiuto vicendevole dei fratelli che
percorrono le vie del Signore: l'incontro con amici spirituali, che pregano abi-
tualmente in situazioni simili, manifesta in quale modo essi superano le loro dif-
ficoltà e la loro testimonianza di fedeltà diventa perciò un forte stimolo alla per-
severanza. La partecipazione ai gruppi di preghiera ha questo stesso scopo e inci-
ta a continuare il cammino nuovo con un impegno crescente.
Ciascuna delle stagioni nel cammino dell'orazione presuppone tempo, mezzi
e disposizioni interne. Dio chiama tutti a condividere la sua vita, ma normal-
mente questa si sviluppa solo in coloro che sono disposti ad accoglierla e a col-
laborare attivamente con essa. La disposizione corporale dell'orante (seduto, in
ginocchio, prostrato ecc.) indica normalmente il tipo di preghiera che egli realiz-
za e la tappa nella quale si trova.
Compito dell'accompagnatore è quello di stimolare i giovani a fare della loro
esistenza un cammino crescente di orazione sapendo che questa trasformerà, in
modo graduale, il loro comportamento. Il commentario di santa Teresa al Padre
nostro può essere di grande aiuto in un simile impegno.

13 Cf. G. BRONDINO - M . MARASCA, Psicologia e preghiera, Esperienza, Fossano 2004,26-30.


14 Cf. E. ANCILLI, «Utilità di un metodo», in L'orazione mentale,Teresianum, Roma 1965,13-173.
È facile elaborare una scala teorica di gradi della preghiera: discorsiva, affet-
tiva, silenziosa, di unione. Nella realtà le cose non avvengono con la stessa niti-
dezza. È difficile controllare lo stadio di preghiera in cui si trova il discepolo e
non è neanche tanto importante saperlo con esattezza.
Il normale processo dell'orante comprende, in primo luogo, un'analisi che
soppesa i diversi elementi che costituiscono l'oggetto contemplato; in seguito si
passa a uno sguardo d'insieme che coglie, con una visione semplice e gioiosa, la
bellezza dell'oggetto nella sua totalità.

4. IL DIFFICILE PASSAGGIO ALLA GRATUITÀ


Il vero momento critico è quello dell'ingresso nella pura fede o nella con-
templazione. Dopo un lungo cammino ascetico, dove il credente si è gradual-
mente purificato, egli entra in questo stato d'illuminazione piuttosto interna,
secondo le parole di san Giovanni: «La sua unzione vi insegna ogni cosa» (lGv
2,27) in virtù dell'azione dello Spirito Santo in lui.
Fino a quel momento la luce interiore gli veniva, fondamentalmente, dalla
riflessione sulle verità che, in un modo o nell'altro, filtravano attraverso i sensi.
Era l'esercizio della meditazione, con cui si alimentava lo spirito. 15

Arriva, però, un momento nel quale l'orante comunica confidenze di que-


sto genere: «Non so più pregare»; «La preghiera mi è diventata impossibile».
Vive perciò una nuova situazione in cui la preghiera, da principio facile e gioio-
sa, tutto ad un tratto diviene arida e laboriosa. Molto spesso è un periodo nel
quale lo Spirito Santo lo invita a passare da una preghiera piuttosto esteriore
e immaginativa a una più interiore. Si tratta qui di un passaggio cruciale, che
non è sempre evidente e in cui l'assistenza di un accompagnatore diventa mol-
to preziosa. 16

Questo passaggio dalle realtà esterne verso l'interiorità è una tappa decisiva
del cammino della preghiera. Normalmente avviene dopo lunghi anni di perse-
veranza. L'intelligenza, l'immaginazione, i sentimenti d'un tratto sembrano ina-
ridire e l'orante ha la sgradevole impressione di andare a sbattere contro un
muro invalicabile. Può anche sentire che tutto ciò avviene perché qualcosa nel
suo agire non è in regola. Ma è Dio stesso ora che diventa protagonista, affretta
il passo, affinché egli possa crescere più speditamente. 17

Giunto a questo punto, l'esercizio della meditazione perde il suo scopo e


lascia spazio a un'alimentazione diretta dello spirito nella luce indefinita della
fede e del suo oggetto principale, sino ad arrivare a un intendimento diretto di
Dio stesso nella fede. La parola divina viene comunicata in modo infuso. Scrive
san Giovanni della Croce:

15Cf. A. BLOOM, Scuola di preghiera, Piemme, Casale Monferrato (AL) 1 9 9 8 , 6 7 - 7 4 .


16 Cf. T. G R E E N , Cuando el pozo se seca. La oración mas alla de los comienzos, Sai Terrae. San-
tander 1 9 9 9 , 1 2 5 - 1 3 0 .
17 Cf. SCUOLA DI PREGHIERA O R E B , Il gioco più bello: Imparare a pregare, Paoline, Milano 1 9 9 4 ,
86-99.
«Quando l'anima dal discorso passa allo stato dei proficienti, ormai è Dio che agisce
in lei: per tale ragione le lega le potenze interiori, non lasciandole appoggio alcuno
all'intelletto, né gusto nella volontà, né ragionamento nella memoria». 18

Può essere descritto come il passaggio dal regime pedagogico della legge al
regime della pura fede e della grazia del Nuovo Testamento che sta già spuntan-
do. E urgente, però, in questo periodo, che l'accompagnamento illumini e rassi-
curi il fedele. Questi, quando entra nella nuova fase, solitamente non ne è con-
sapevole; percepisce soltanto il periodo di intensa oscurità che lo sommerge. La
guida, preparata su queste realtà, sarà capace di comprenderlo e di sostenerlo
nel suo percorso. Tuttavia, gli errori sono facili e probabilmente fatali in questa
tappa critica. Si possono ricordare le parole dure di san Giovanni della Croce:
«Per questo, molti direttori spirituali arrecano grave danno a numerose anime poiché,
non conoscendo le vie e le proprietà dello spirito, spesso fanno perdere loro l'unzio-
ne dei divini unguenti per mezzo dei quali lo Spirito Santo le dispone a sé. Insegnano
loro altri modi volgari letti qua e là, adatti solo ai principianti». 19

Perciò il direttore, preparato adeguatamente, inciterà questo spirituale a libe-


rarsi dall'attaccamento all'attività ascetica sua propria, per entrare nell'attività
mistica passiva e crescere nella comunione con Dio. È normale che il discepolo
conservi un certo attaccamento ai risultati ottenuti con i propri sforzi e s'impe-
gni nel continuare in tale adesione con tutto il suo essere. Il significato di un tale
processo è precisamente quello di liberarlo da un simile attaccamento, dalla
«fiducia nelle proprie opere», per passare alla fiducia filiale in Dio e aprirsi alla
sua voce, alla sua Parola e al compimento della sua volontà, in modo tale che Dio
abiti «in lui come nella propria casa, comandando e dirigendo tutto». 20

La funzione della guida in questa situazione, non consiste nel descrivere la


natura teologica del mondo soprannaturale in cui il discepolo sta entrando, ben-
sì nel sostenerlo affinché possa superare la tentazione di ritirarsi dalle attività
normali e rifugiarsi in un mondo interiore isolato. In realtà, egli è chiamato a cre-
scere alla presenza di Dio in mezzo all'ambiente sociale, spesso ostile:, in cui si
svolge la sua esistenza.
Il direttore deve discernere, prima di tutto, se il discepolo è già entrato in
questo processo di transizione. Poi lo illuminerà offrendo una formazione pro-
gressiva e le risposte opportune alle sue domande, ai suoi lamenti e alle sue
osservazioni. In ogni modo, sarà bene procedere con calma affinché il tempo
contribuisca alla certezza della diagnosi, che deriverà dalla valutazione del cam-
mino percorso e dai sintomi che sta manifestando al momento presente.
La guida deve accompagnare il diretto nel suo progressivo superamento del-
la meditazione iniziale e nella successiva apertura al mondo della grazia, non
appena i suoi effetti inizieranno a manifestarsi. Se ritardasse l'inizio della nuova

18 San GIOVANNI DELLA CROCE, Notte oscura, 9,7; cf. ID., 2 Salita al Monte Carmelo, 12,3,14,12;
ID., Fiamma viva d'amore, 3,32.
19 San GIOVANNI DELLA CROCE, Fiamma viva d'amore, 3,31.
20 San GIOVANNI DELLA CROCE, Fiamma viva d'amore, 4,14,3.
stagione, potrebbe frenarlo, scoraggiarlo e, forse, disorientarlo. Se, invece, voles-
se anticipare il momento dell'inizio, sarebbe ancora più grave, poiché potrebbe
toglierlo dalla meditazione attiva e, quindi, dall'orazione stessa e dal cammino di
crescita spirituale. 21

L'accompagnatore dovrà operare il discernimento, considerando il quadro


complessivo della risposta iniziale per pervenire a una visione oggettiva della
situazione. Egli osserverà i diversi sintomi, oltre che la preghiera esplicita, per
scoprire se si tratta di semplici finzioni o di falsificazioni inconsce delle quali
diffidare.
Per esempio, di fronte all'incapacità del guidato di discorrere, bisogna capire
se manifesta, per esempio, una situazione generale di stress che si estende ad
ogni attività umana. In questo caso, sarebbe solo segno di stanchezza nervosa,
accompagnata dall'incapacità di fissare l'attenzione su un argomento qualunque,
e non dell'arrivo del momento di transizione.
Quando, invece, l'incapacità a discorrere proviene ormai dalla chiamata ad
entrare nella contemplazione, essa appare collegata a una lucida capacità gene-
rale di discorrere e la preghiera diventa fonte di una vera distensione personale,
di un effettivo riposo delle potenze che possono agire senza sforzarsi; il sogget-
to esce dalla meditazione con un vigore rinnovato e con un naturale desiderio di
esercitare le stesse potenze sui loro oggetti propri.
L'orante, che entra veramente in questo stato, tiene presente il seguente qua-
dro o immagine complessiva:
«Perché la dottrina esposta non rimanga oscura, è necessario far intendere allo spiri-
tuale qual è il tempo e il momento in cui l'anima debba lasciare l'atto della medita-
zione discorsiva usando immagini, forme e figure, perché non l'abbandoni né prima
né dopo che lo richieda lo Spirito» (25 13,1).
Non si può dunque abbandonare senza discernimento l'esercizio della medi-
tazione, se non è ancora giunto il momento. Tale osservazione vale ai nostri tem-
pi come valeva al tempo di santa Teresa d'Avila:
«Se il Signore non ha ancora cominciato a sospenderci, cioè a sospendere le opera-
zioni discorsive, non so se si potrà così fermare il pensiero da non averne più danno
che vantaggio. Su questo argomento hanno molto discusso alcune persone spirituali,
ma io, confesso la mia poca umiltà, non ho mai trovato nelle loro ragioni tanta forza
da farmi arrendere a quello che dicevano» (M 4,3,4).
Il vuoto della coscienza, in quanto tale, non è uno stato di orazione, bensì uno
stato psicologico che può aiutare a trovare il raccoglimento profondo, ma che
non costituisce ancora un modo di unione con Dio.

21 Cf. J.M. SÉGANEL, Pregare con Gesù il Padre, LEV, Città del Vaticano 1 9 9 9 , 1 8 8 - 1 9 5 .
5. L'ANALISI DEI SEGNI NELLA «SALITA AL MONTE CARMELO»
I sintomi del passaggio alla contemplazione ormai incipiente e dell'esauri-
mento dell'attività discorsiva sono rappresentati, prima di tutto, da un sentimen-
to di sazietà e di ripugnanza verso l'esercizio discorsivo.
Tale è il primo segno, per il quale l'anima
«si accorge di non poter più meditare e discorrere con l'immaginazione, né provare
gusto in questo esercizio come per il passato; anzi, ora ella trova aridità in ciò su cui
aveva l'abitudine di fissare il senso e da cui era solita ricavare gusto» (25 13,2).
II primo segno accentua il senso di sazietà o di incapacità nei confronti del-
l'attività discorsiva e meditativa, ma soltanto nel campo della meditazione.
Rimane il gusto intimo della preghiera in genere, nonostante i ripetuti fallimen-
ti. Con piacere va a pregare; si sente attratta dall'orazione; ma ogni volta le sem-
bra di non riuscire e si annoia, senza tuttavia perdere il desiderio della preghie-
ra. Ciò che le può produrre disgusto è il persuadersi che la sua preghiera dovreb-
be avere avuto un altro contenuto (2S 14,1-2).
«// secondo si ha quando l'anima si accorge di non aver alcun desiderio di applicare
l'immaginazione e il senso a nessun altro oggetto particolare esteriore e interiore»
(25 13,3).
Decisivo, e finalmente positivo, risulta il terzo segno presentato come il «più
certo» e che può essere considerato come il punto centrale per quanto riguarda
il problema della contemplazione cristiana:
«Il terzo, e più certo, è se l'anima trova soddisfazione a starsene sola con attenzione
amorosa a Dio, senza considerazione particolare, e in pace interiore, quiete e riposo,
senza atto né esercizio delle sue potenze, per lo meno quello discorsivo che consiste
nel passare da una cosa all'altra... Gode invece di rimanere nell'attenzione e cono-
scenza generale e amorosa... facendo a meno di ogni conoscenza particolare e rinun-
ciando a comprendere l'oggetto» (25 13,4).
Questo terzo segno, pur dando ai primi due il loro significato profondo, non
appare sempre con chiarezza alla coscienza; ecco perché i primi due avvertono
della possibilità del terzo e restano utili per il discernimento. La preoccupazione
interiore per il fatto di non pregare e il desiderio e lo sforzo insistente per farlo,
costi quel che costi, vanno uniti al timore di essere caduti nella tiepidezza e di
non essere graditi a Dio.
Esiste una vera continuità fra meditazione e contemplazione. Entrambe, infat-
ti, si riferiscono all'unico disegno di Dio. San Giovanni della Croce afferma espli-
citamente che gli elementi essenziali della meditazione passano nella contempla-
zione; secondo lui, la prima ragione per cui l'anima abbandona la meditazione è
«che all'anima è stato concesso tutto il bene spirituale che ella doveva trovare nelle
cose di Dio mediante la meditazione discorsiva» (2S 14,1);
«la seconda ragione è che l'anima, in questo momento, possiede lo spirito della medi-
tazione come sostanza e come habitus» (2S 14,2).
Quando invece consideriamo non la sostanza spirituale, ma lo stato di
coscienza durante il passaggio dalla meditazione alla contemplazione, vediamo
che esso può rivestire due modalità diverse: o un cambiamento repentino e tota-
le o un alternarsi di tempi di contemplazione e di meditazione:
«Riguardo a quanto è stato detto può sorgere il dubbio se i proficienti, cioè coloro che
incominciano ad essere favoriti da Dio di questa notizia soprannaturale di contem-
plazione, una volta che abbiano incominciato ad averla, non debbano valersi più del-
la via della meditazione, del discorso e delle immagini naturali. La risposta è che, in
generale, non è mio intento proibire a coloro che cominciano ad avere questa notizia
amorosa, di servirsi ancora della meditazione, sia perché, essendo ancora al principio,
l'abito di essa non è così perfetto da poter passare all'atto in qualsiasi momento essi
lo vogliano, né d'altra parte essi sono così lontani dalla meditazione da non poter
meditare e discorrere naturalmente come in passato per mezzo di figure e su verità
già note, trovandovi qualcosa di nuovo» (2S 15,1).
In questo momento del cammino spirituale, infatti, la contemplazione abi-
tuale non è data a molti in modo costante; si tratta piuttosto, come dice il santo,
di «bocconi di contemplazione» (2NO 1,1).
Nella prassi, per trovare il comportamento giusto, che implica di non lascia-
re la meditazione prima del tempo e di non indugiarvi quando il tempo è passa-
to, né di tornare indietro, è meglio lasciare l'anima nella massima libertà nell'e-
sercizio dell'orazione: dopo qualche settimana si potrà giudicare con maggior
chiarezza se essa trovi Dio o se, al contrario, perda tempo, volendo incontrare
Dio troppo presto mediante la contemplazione. Fuori dell'orazione, però, biso-
gnerà insistere sull'autenticità della vita cristiana nell'adempimento del proprio
dovere di stato, senza dimenticare che l'esercizio dell'orazione contemplativa si
accompagna normalmente all'entrata in un modo mistico di vivere, il quale si
manifesta attraverso un comportamento abituale più spirituale. 22

ó. EFFETTI DELLA NUOVA TAPPA


Una delle conseguenze di questa nuova tappa è la comprensione del senso
dell'azione divina nella propria vita e la forma del suo intervento nelle proprie
attività. L'incapacità di capire - conseguenza anch'essa dell'intervento di Dio -
può apparire orientata a ostacolare queste sue operazioni. L'agire divino, a volte,
appare incomprensibile e sconcerta il credente, almeno in un primo momento.
La guida, esperta nelle vie del Signore, deve illuminarlo e fargli capire che
Dio scrive diritto sulle righe storte del cammino umano e sa trarre il massimo
bene anche dalle sofferenze, dalle debolezze o dagli errori che costellano l'itine-
rario. Perciò l'accompagnato dovrebbe imparare concretamente che cosa signi-

22 Cf. santa TERESA D'AVILA, Castello interiore, VI, 7,11.


ficano l'ascolto e la collaborazione con la grazia divina, sapendo che le vie del
Signore non sono le sue vie né i ritmi di Dio sono i suoi ritmi. La luce evangeli-
ca deve penetrare sempre più in lui infondendo una mentalità evangelica nel suo
modo di pensare e un modo di agire coerente in mezzo alle tenebre. 23

Questa trasformazione spirituale, dopo un periodo più o meno lungo di


fedeltà abituale alla meditazione semplice, costituisce una buona garanzia di
aver iniziato il cammino contemplativo. In ogni modo, ancora si è lontani dal-
l'unione piena, perciò il direttore non può esigere una maturità perfetta nel suo
agire. 24

Le passioni o la vanità spirituale non sono ancora necessariamente sopite. La


natura umana resiste nel difendere i suoi diritti e cerca compensazioni alle umi-
liazioni che ha dovuto subire. Il direttore incoraggia il guidato a crescere, supe-
rando la divisione interiore, adeguando le sue capacità attuali al nuovo periodo
e corrispondendo alle grazie che sta ricevendo. 25

Il fedele dovrà essere accompagnato nell'accettare le privazioni che prova,


nel sopportare con fortezza il deserto che deve attraversare. Egli deve capire che
tale aridità non proviene dalla tiepidezza, ma dalla distanza insormontabile che
separa la creatura dal Creatore. Il suo compito è di perseverare, sicuro che
«Colui che ha iniziato l'opera, la porterà a compimento fino al giorno finale».
La lettura di qualche brano scelto riguardante lo stato in cui si trova e attin-
to dagli autori spirituali, specialmente da san Giovanni della Croce, potrà ulte-
riormente illuminare e tranquillizzare l'orante, e sarà utile per dissiparne le
angosce e incitarlo a continuare fedelmente nella ricerca del Signore. Il diretto-
re farà il suo discernimento osservando i frutti di preghiera e di impegno cristia-
no che fioriscono nel credente. Continuerà il suo accompagnamento con assi-
duità sapendo che il discepolo è ancora oggetto di redenzione e di liberazione e
che la sua fragilità non è superata, ma è ancora a rischio di errori e di passi falsi.
Il demonio gira intorno a lui cercando di divorarlo e di allontanarlo dal suo cam-
mino, poiché sa che la sua vittoria è tanto più grande, quanto più lo spirituale è
progredito nelle vie del Signore e si allontana dal proprio fervore.

23 San GIOVANNI DELLA CROCE, 2 Notte oscura, 8 , 1 - 4 , 4 3 .


24 San GIOVANNI DELLA CROCE, 1 Notte oscura, 8 , 4 .
25 Cf. P. PEYRON - P. ANGHEBEN, Cammini di armonia, Effatà, Cantalupa ( T O ) 1997,188-195.
Tracce per la personalizzazione

1. Come guida, hai una chiara coscienza del valore del rapporto di amicizia con il
Signore nel cammino di maturazione cristiana e nella comunione vivificatrice con la
Trinità? È da ciò che parte tutto il dinamismo apostolico del credente?
2. I diretti possiedono una sufficiente formazione intellettuale? Conoscono i misteri
divini, l'importanza della Parola e dei sacramenti, la compenetrazione intima tra
l'essere e il fare?
3. Coltivano le condizioni esterne di tempo e di luogo che facilitano la meditazione in
un clima di silenzio e di pace? Hanno cura di praticare la presenza di Dio e il con-
tatto costante con lui?
4. Sentono l'esigenza di un tempo più prolungato che genera speciali effetti di con-
centrazione profonda e di comunione intima? Dedicano sufficiente tempo all'ora-
zione mentale?
5. Hanno trovato il loro luogo propizio: davanti all'eucaristia, in uno spazio scelto, nel-
l'armonia del cosmo? Hanno scoperto il migliore atteggiamento orante del corpo per
raccogliersi in un incontro sereno con Dio?
6. Hanno trovato il metodo di meditazione più adatto alla loro struttura psicologica e
alla loro affettività? Cercano amici spirituali con i quali condividere le loro prove e i
loro ostacoli alla perseveranza?
7. Nelle difficoltà e nelle crisi sanno comportarsi con serenità accettandole come par-
te del cammino? Si lasciano, con fedeltà costante, guidare da Dio verso la pienez-
za dei figli?
8. Nell'arduo passaggio alla gratuità della fede, dalla meditazione alla contemplazio-
ne, come si lasciano illuminare dal direttore con l'applicazione dei segni e dei crite-
ri che contraddistinguono tale fase? Si fanno sorreggere nel discernimento dei frut-
ti della nuova stagione?
Esercizio pratico 7
SCALA DI PERFEZIONE

È utile conoscere il grado del proprio impulso verso la perfezione, verso il raggiungi-
mento della santità con i soli sforzi individuali.
Il seguente questionario elenca vari atteggiamenti e convinzioni.
Le risposte, una sola davanti a ciascun numero, devono avere un punteggio che va da:
+ 2 = molto d'accordo + 1 = abbastanza d'accordo 0 = indifferente
- 1 = dissento parzialmente - 2 = dissento totalmente

1. Se non mi propongo le più alte mete, finirò per essere una persona
di seconda classe. (
2. La gente probabilmente mi stimerà di meno se commetto qualche errore. (
3. Se non si fa una cosa veramente bene, non vale neppure la pena iniziarla. (
4. Se commetto un errore, dovrei preoccuparmi. (
5. Se metto tutto il mio impegno, dovrei primeggiare in tutto quello che
intendo compiere. (
6. È vergognoso per me mostrare la mia debolezza o adottare una
condotta stupida. (
7. Non dovrei ripetere lo stesso errore diverse volte. (
8. Un risultato mediocre, per me, può essere insoddisfacente. (
9. Il non avere successo in qualcosa di importante significa che sono
parzialmente inutile. (
10. Il rimproverarmi di non essere all'altezza delle mie attese mi servirà
per agire meglio in futuro. (
Fare la somma dei voti. Se vanno da 0 a +20, indicano un crescente grado di perfe-
zione: tra +5 e +10 = notevole; + di 10 = molto alto; tra + 5 e -5 = normale; tra -5 e -10 =
scarso; meno di 10 = scarsissimo.
Circa la metà di chi si sottopone a questa indagine ottiene un voto che va da +2 a +16.
Esercizio pratico 2
INVOCAZIONE DELLO SPIRITO SANTO

I due inni liturgici del giorno di Pentecoste ci presentano l'azione dello Spirito Santo
nella nostra vita di preghiera.
Egli, «Fiamma viva d'amore»:
- visita le nostre menti,
- illumina i nostri sensi e inonda di luce il più profondo del cuore,
- ci fa conoscere il grande Mistero di Dio Padre e del Figlio, uniti in un solo Amore,
- riempie di grazia divina i cuori che ha creato,
- infonde amore nei cuori,
- dona la pace,
- rinvigorisce le nostre infermità con la sua potenza,
- allontana da noi il male,
- lava ciò che è sporco,
- irriga ciò che è arido,
- risana ciò che è ferito,
- piega ciò che è rigido,
- riscalda ciò che è gelido,
- raddrizza ciò che è sviato,
- dona virtù e premio,
- dona morte santa,
- dona gioia eterna,
- dona i suoi santi doni.
«Lo Spirito e la sposa dicono: "Vieni!". E chi ascolta ripeta: "Vieni!". Chi ha sete ven-
ga; chi vuole attinga gratuitamente l'acqua della vita» (Ap 22,17).
Capitolo nono
ILLUMINARE I GIOVANI

« Tutto quello che è vostro,


spirito, anima e corpo,
si conservi irreprensibile
per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo».
(lTs 5,23)
Ci sembra opportuno rivolgere ora lo sguardo ai pregi e ai limiti dei giovani
di oggi e alle circostanze sociali nelle quali trascorrono la loro esistenza, per
poter portare a termine con maggiore efficacia il compito di orientare e di for-
mare le future generazioni.
L'età giovanile è stata descritta come «collegamento di due mondi stabili:
l'infanzia e l'età adulta» (Babin); ma la gioventù è ormai più vicina alla forma di
vita degli adulti, nella quale si prepara a inserirsi attivamente o è già parzial-
mente inserita, anche se tende a prolungarsi, rimanendo più a lungo in famiglia.
Comunque tale età non partecipa ancora pienamente della stabilità e autonomia
del periodo adulto e perciò è spesso un'epoca inquieta e burrascosa, durante la
quale abbondano le crisi morali e religiose e non mancano le conversioni e le
prese di posizione spesso definitive. 1

1. LA CRESCITA ATTRAVERSO I CICLI VITALI


L'evoluzione integrale della personalità non è qualcosa che si va compiendo
secondo un ritmo costante e un progresso lineare, ma un processo che si realiz-
za attraverso stadi ben determinati. Lungo tutto l'arco dell'esistenza si danno dei
cicli vitali o tappe che contribuiscono al compimento del ciclo vitale globale. 2

Le singole stagioni hanno le loro attribuzioni specifiche.

1 Cf. M. GRILLI (ed.), Educarsi per educare. La formazione in un mondo che cambia. Paoline,
Milano 2002,67-78.
2 Cf. B. GOYA, Psicologia e vita spirituale. Sinfonia a due mani, E D B , Bologna 2001,57-62.
«L'individuo cerca e trova ad ogni ciclo vitale un compito diverso da svolgere, un
modo specifico di essere, di servire e di amare». 3

Questo itinerario umano e spirituale spesso è stato paragonato a una fatico-


sa «salita sul monte». La tensione dinamica dell'esistenza fa sì che ogni fase del-
l'ascesa sia nuova e mai accaduta prima, cosicché la sua impronta rimane per
sempre.
La guida spirituale tiene conto di queste circostanze concrete e degli impe-
gni personali derivanti dallo stato di vita, scelti dal diretto per collaborare con
l'azione divina, la quale continua la sua opera lungo l'intera esistenza. Ogni sta-
gione possiede il suo significato specifico e propone al credente un compito
diverso da portare a termine; essa presenta pure le sue caratteristiche difficoltà.
D'altra parte, la fragilità umana e gli insuccessi professionali sollecitano il fede-
le a cercare un accompagnatore che possa illuminarlo, appoggiarlo e incitarlo a
proseguire con coraggio il cammino intrapreso.
La divisione di questo ciclo vitale completo può avere tante modalità diverse;
perciò si suole affermare che «la vita è troppo complessa per essere incasellata».
Riguardo all'accompagnamento permanente, e quindi in riferimento all'età adul-
ta, si può seguire, a tale scopo, una classificazione tripartita: il giovane adulto, l'a-
dulto maturo e l'adulto anziano. Queste tappe coincidono fondamentalmente con
i tempi forti della crescita spirituale che, ovviamente, devono essere assunti in
modo molto elastico per rispondere in maniera appropriata alle esigenze originali
e uniche del progresso umano e spirituale del singolo soggetto.
Per quanto riguarda la nostra riflessione, in modo particolare, ci interessano
due periodi esistenziali: il giovane, fino al suo inserimento definitivo nella
società, e il giovane adulto, nei primi anni della sua partecipazione attiva al mon-
do degli adulti e del suo progredire verso la crisi della mezza età e della secon-
da conversione. Sono due tappe realmente differenti e con un contenuto loro
proprio e decisivo per condurre la personalità alla sua maturità stabile.

2. IL GIOVANE DA ACCOMPAGNARE
2.1. La sua situazione sociologica
La realtà ambientale dei giovani di oggi, in occidente e nelle grandi città del
mondo, determina conseguenze sul loro comportamento religioso. Essi crescono
all'interno di una società urbana-postindustriale e in un clima familiare molto
fragile. La disponibilità economica accresce la loro possibilità di soddisfazione
immediata dei bisogni transitori, del «ciò che mi va», del «tutto e subito», e oppo-
ne resistenza alla progettazione e alle scelte decisive. 4

3 GIOVANNI PAOLO li, esortazione apostolica postsinodale Vita consecrata, 2 5 marzo 1 9 9 6 , n. 7 0


(in Enchiridion Vaticanum, XV, EDB, Bologna 1999, n. 647).
4 CT. G . TONOLO, Adolescenza e identità. Il Mulino, Bologna 1 9 9 9 , 8 7 - 9 7 ; M. POLLO, Animazione
culturale. Teoria e metodo, L A S , Roma 2 0 0 2 , 1 4 5 - 1 5 5 .
La secolarizzazione e l'umanesimo profano li inducono a stimare poco il fatto
religioso e a sviluppare una coscienza morale autonoma, indipendente dallo stes-
so Creatore. Tale umanesimo profano li sollecita al godimento istintuale dei nuo-
vi «miti-valori» della società consumistica, senza nessuna restrizione morale, e
all'assolutizzazione degli ideali di libertà, autonomia e indipendenza, valori in un
certo modo autentici, ma che agiscono in maniera tale da renderli vittime dell'an-
ticultura imperante, cioè della degradazione dell'umano integrale. Essi respirano
poi una cultura ignara di ogni esigenza morale e di ogni norma trascendente. 5

Questa situazione fa sì che facilmente si ritrovino in una condizione di con-


flitto con la propria coscienza, con i genitori, con ogni genere di autorità. In un
ambiente che li sollecita alla libertà assoluta, al possesso e al godimento senza
limiti, essi possono sperimentare il «vuoto esistenziale», poiché la soddisfazione
immediata, l'indipendenza totale dal Creatore e la ricerca ossessiva dell'io non
possono riempire il loro cuore, creato per aspirare all'infinito.
2.2. La situazione psicologica dei giovani
L'ingresso nell'età giovanile, verso i 18-19 anni, e il raggiungimento del diplo-
ma di maturità segnano l'inizio della ricerca di una definitiva stabilizzazione e di
un equilibrio dinamico. Anche se ci sono casi nei quali questa età coincide con
l'inserimento nel mondo del lavoro e, quindi, con una partecipazione sociale sta-
bile, nelle società postindustriali, in genere, la giovinezza tende a prolungarsi sem-
pre più, come conseguenza delle crescenti richieste di preparazione e di adde-
stramento professionale, nonché della difficoltà di trovare un lavoro adeguato. 6

Queste esigenze economico-sociali-culturali e la resistenza alle opzioni defi-


nitive richiedono la posticipazione del matrimonio e inducono a prolungare que-
sta tappa vitale, in media, fino verso i trent'anni o più. La casa paterna si tra-
sforma in una comoda pensione. Si parla di una nuova sindrome, quella del:
«Papà, mi dai un po' di soldi?», sempre insufficienti per soddisfare l'avidità di
consumo e le spese superflue.
Le caratteristiche psicologiche fondamentali di questa fase, più vicine ai
nostri obiettivi, sembrano le seguenti.
- Si sviluppano i processi di selezione e di interiorizzazione dei valori che aiu-
tano i giovani nella formazione di un organico progetto di sé, che permette loro
di godere della forte sensazione di avere il controllo della propria intelligenza e
del proprio futuro. Essi, affascinati dalle esperienze di una vita autonoma, accele-
rano e intensificano il processo di costruzione del loro «io», seguendo, secondo
Allport, tre direttive di marcia: espansione degli interessi, oggettivazione delle
nozioni e integrazione delle emozioni in una coscienza unificata. Il valore assolu-
to gerarchizza, in una visione panoramica, le varie esigenze, i vari valori relativi,

5 Cf. ISTITUTO DI TEOLOGIA PASTORALE, Pastorale giovanile. Sfide, prospettive ed esperienze, Elle-
dici, Leumann (TO) 2003,33-46.
6 Cf. C O S P E S (ed.). L'età incompiuta. Ricerca sulla formazione dell'identità negli adolescenti ita-
liani, Elledici, Leumann ( T O ) 1 9 9 5 , 5 6 - 6 7 ; G. MILANESI, «Giovani», in ISTITUTO DI TEOLOGIA PASTO-
RALE, Dizionario di Pastorale giovanile, Elledici, Leumann ( T O ) 1 9 8 9 , 3 8 4 - 4 1 0 .
come pure il concetto di sé. Naturalmente questo processo è molto differente da
soggetto a soggetto, a seconda che le parziali interiorizzazioni avvengano in un
settore o in un altro e in rapporto all'individualità originale di ciascuno. 7

- Tutto ciò si compie attraverso la ricerca di significato, la ricerca del senso


delle cose e della vita e la ricerca di un valore assoluto come centro del sistema
di valutazione dei sentimenti, dei desideri e dei valori, e come elemento unifi-
cante di tutto l'essere e dell'intero agire. Poiché, come afferma E. Fromm, il pro-
blema non è di definire se l'individuo è religioso o no, ma a quale religione
appartiene: c'è in ogni caso una ricerca del senso dell'esistenza. 8

- L'esigenza di rapporti interpersonali autentici, il bisogno di appartenere a


un gruppo, che a volte sostituisce la famiglia stessa, il dialogare, il comunicare,
sono sentiti dai giovani come urgenze dominanti. Essi sentono la necessità di una
relazione interpersonale gratificante come incontro di persone nel rispetto e nel-
l'accettazione vicendevole: vivono il processo della socializzazione, dell'inseri-
mento pieno di sé nella società, del chiarimento del proprio status o ruolo pro-
fessionale in essa, conservando al tempo stesso la propria identità. Essi provano,
da una parte, il rifiuto della massificazione e, dall'altra, la riscoperta di valori
umani autentici nei piccoli gruppi di amici o di classe, che diventano di grande
aiuto per la scoperta della propria identità ed esercitano un notevole influsso
nella formazione del loro atteggiamento religioso.
2.3. La situazione religiosa dei giovani
I giovani sentono la religione, innanzitutto, come un problema di vita. La
fede è valorizzata in rapporto alla capacità di rispondere alle loro profonde aspi-
razioni: psicologiche, sociali ed esistenziali. Essi sono inclini a considerarla una
risposta o una soluzione ai loro problemi più urgenti. Con spirito critico rifiuta-
no tutto ciò che suona come imposizione, il «si è sempre fatto così», per verifi-
care di persona, più che sottomettendosi all'autorità sociale, la validità e fonda-
tezza delle verità e delle risposte religiose ai loro problemi. Prima veniva loro
suggerito di affidarsi alle sante tradizioni, ora i giovani dicono: «Lasciateci fare a
modo nostro»; «Lasciateci rispondere secondo i nostri interessi». Tutto ciò può
esprimersi con le ben note obiezioni religiose che i giovani fanno: siccome sono
cariche di emotività, è necessario prestare attenzione più al significato che esse
hanno per i soggetti, che alla forma con cui le esprimono. 9

I giovani, per prima cosa, vogliono che la religione soddisfi la loro richiesta
sociale, mediante una fede vissuta in comunione di credo e di comportamenti. Il
loro spirito critico, le loro obiezioni religiose, la loro diffidenza sistematica verso
le istituzioni tradizionali e le forme associative troppo ufficiali, li possono dirige-

7 Cf. A . APPADURAI, Modernità in polvere. Meltemi, Roma 2000, 89-95.


8 Cf. E . FROMM, Avere o essere. Mondadori, Milano 1988,129-134.
9 Cf. M . MIDALI, L'esperienza religiosa dei giovani. 3: Proposte per la progettazione pastorale,
Elledici, Leumann (TO) 1997,63-72.
re verso una piacevole scoperta della «Chiesa domestica», fondata e guidata dal-
l'amore, la quale si converte in una manifestazione del loro desiderio inconscio di
luce e dà loro un'opportunità di crescere attraverso di essa in comunione e in
impegno cristiano. Vogliono svelare il contenuto pratico-utilitaristico di tali valo-
ri come luogo di accoglienza e di protezione della comunità credente, di cono-
scenza reciproca e di maturazione nella propria fede; al posto della massificazio-
ne tipica delle grandi città, cercano spazi amichevoli e di autentica fratellanza.
D'altra parte, bisogna constatare i possibili limiti e gli allarmanti effetti della
secolarizzazione; essa induce all'abbandono generalizzato della pratica religiosa,
al fenomeno della scristianizzazione che interessa tutta la società e che fa perce-
pire la religione come qualcosa di irrilevante e le difficoltà morali - create dalla
corsa alle compensazioni edonistiche e alle evasioni fuori dei dettami della
coscienza - come tensioni da superare poiché proprie dei tempi passati. 10

L'umanesimo profano, il pluralismo culturale predominante, la molteplicità


di strade per raggiungere il successo che si aprono davanti ai giovani e, in modo
particolare, la varietà delle religioni presenti nel tessuto sociale, sono tutte situa-
zioni che li interrogano seriamente sulla presa di coscienza di fronte all'atteg-
giamento personale verso il fatto religioso, spogliato della sua rilevanza e dei
suoi privilegi sociali. 11

Nel venire loro incontro, bisogna partire dai valori che essi ormai stimano,
amano, cercano. La maturità umana e cristiana è condizionata, nel periodo evo-
lutivo, dalla situazione esistenziale e dalle possibilità a loro disposizione. Il com-
pito dell'accompagnatore allora sarà quello di illuminarli e di stimolarli a una
progressiva ascesi e ad una crescita sempre più piena. 12

3. LO SVILUPPO PURIFICATORE DEL GIOVANE ADULTO


Detto questo, ci occupiamo ora del giovane adulto. Egli vive il periodo delle
grandi decisioni esistenziali e vocazionali come il matrimonio, il sacerdozio o la
vita consacrata, decisioni che si tende a rimandare sempre di più per vari moti-
vi. Le energie e gli interessi del giovane si dirigono, con fiducia e determinazio-
ne, verso la trascendenza di sé mediante la realizzazione di un progetto che
include l'assunzione della professione e dello stato di vita e le sue responsabilità
riguardo ad essi. Tutto ciò incide radicalmente sui rapporti individuali: il giovane
è praticamente costretto a essere meno egocentrico attraverso la creazione di
nuovi vincoli affettivi, familiari e professionali. Pieno di energie, svolge con entu-
siasmo e con risolutezza i propri compiti di creatività e responsabilità sociale nel
suo campo di azione. 13

Cf. H. CARRIER, Psico-sociologia dell'appartenenza religiosa, Elledici, Leumann (TO) 1 9 8 8 ,


10

184.
Cf. M . POLLO, L'esperienza religiosa dei giovani. 2/2:1 dati: Giovani, Elledici, Leumann (TO)
11

1997,78-90.
Cf. J.M. GARCÌA (ed.), Accompagnare i giovani nello Spirito, LAS, Roma 1998,110-120.
12

Cf. G . ABRAHAM, Le età della vita. Saper vivere al meglio ogni stagione dell'esistenza, Monda-
13

dori, Milano 1 9 9 5 , 9 5 - 1 0 0 .
Tuttavia egli riscontra spesso un divario tra i suoi ideali giovanili e quelli con-
creti del campo comunitario o professionale in cui si trova inserito e, quindi, ha
la sensazione di non essere stato preparato ad affrontare la realtà del mondo. Tro-
va pure numerosi ostacoli al suo desiderio di rinnovare metodi e strumenti pro-
fessionali e pastorali; la collaborazione con i colleghi può rivelarsi piena di diffi-
coltà e prevenzioni. Il giovane, evitando ogni tentazione di isolarsi e di aggrap-
parsi a relazioni stereotipate e formali che mancano di autentica spontaneità e
profondità, cercherà di lasciarsi vivificare dalle esigenze della comunità e dell'a-
more. 14

Questo impegno solidale potrà provocare in lui le prime tensioni e delusioni


e il rimpianto per periodi precedenti più spensierati. E se a ciò si aggiunge - cosa
normale e propria di questa fase - l'aridità del deserto nella preghiera e l'oscu-
rità nella fede, la sua integrazione dell'attività interiore ed esteriore si converte
in un lavorio problematico.
Il giovane percorre, in tal modo, un processo di purificazione e di liberazio-
ne dell'io, che gli fa fare un passo in avanti verso la pienezza spirituale; ma egli
rischia di cadere nell'attivismo e nella dispersione, trascinato dalle sue numero-
se responsabilità: vita interiore, servizio generoso alla comunità e urgenze apo-
stoliche. In alcuni ambienti di benessere e di ansiosa ricerca della felicità terre-
na, potrà provare con dolore il senso della «stoltezza della fede» (ICor 1,21) che
gli rivelerà sempre più l'itinerario cristiano come sequela di un «Cristo crocifis-
so» (Gal 2,20). 15

L'accompagnatore avrà il delicato compito di illuminarlo e di sostenerlo in


questo complicato viaggio. Tenterà di far sì che mente e cuore del giovane si
compenetrino della luce dei valori evangelici e che le sue delusioni si trasformi-
no in spinte verso l'assiduità e la fortezza nella via intrapresa. Egli compirà un
16

servizio di personalizzazione incitandolo a far fronte con decisione alla propria


problematica. In modo speciale, non dovrà sottovalutare le difficoltà giovanili
nei rapporti interpersonali, i quali evidenziano come il suo centro di interesse
rimanga ancora il suo «io».
Un'altra funzione specifica del direttore spirituale consisterà poi nell'incitar-
lo a perfezionarsi costantemente attraverso una riflessione evangelica più con-
creta sulla sua convivenza e sui suoi impegni professionali. Lo stimolerà a puri-
ficare le sue motivazioni, troppo spesso fondate, in modo predominante, sulle sue
forze e sui suoi progetti e «santi propositi». Lo farà progredire, sia pure fatico-
samente, nell'integrazione dei vari livelli della personalità e nella tensione verso
atteggiamenti e comportamenti sempre più impegnati e cristocentrici, nella
fedeltà al suo specifico «progetto di vita».

14 Cf. E.H. ERIKSON, Gioventù e crisi di identità. Armando, Roma 1987,157-164.


15 Cf. R. TONELLI, Per una pastorale giovanile al servizio della vita e della speranza. Educazione
alla fede e animazione. Elledici, Leumann (TO) 2002, 89-98.
16 Cf. J. GARRIDO, Proceso humano y grada de Dios, Sai Terrae, Santander 1996, 486-507; A.
LOUF, Mi vida en tus manos. El itinerario de la grada, Narcea, Madrid 2004,180-185.
4. LA CRISI DI PASSAGGIO DELLA MEZZA ETÀ
Una quindicina di anni vissuti in queste situazioni conflittuali può essere suf-
ficiente per suscitare nel credente la «perdita di ogni slancio» e un comporta-
mento abitudinario, in cui le illusioni giovanili sono già spente e la crisi di reali-
smo o di affermazione di sé lo porta verso il disinganno e l'amarezza. Scoprirà
allora le difficoltà di portare a termine il proprio «progetto personale».
Ciò potrà costituire l'inizio della crisi del senso della vita, denominata pure
«crisi della media età» o «crisi della maturità», poiché si presenta, anche se in
modo molto elastico, verso i quarant'anni, quando ormai si riscontra una certa
stanchezza provocata dall'impatto con la dura realtà del lavoro o della convi-
venza. 17

«Nel mezzo del cammin di nostra vita,


mi ritrovai per una selva oscura,
che la diritta via era smarrita».
Così Dante all'inizio della Divina Commedia. Lo slancio della giovinezza
permette infatti di sopportare a lungo uno sforzo superiore al normale, ma, col
passare degli anni, le energie giovanili svaniscono e subentra la crisi. Il lavoro
diventa un giogo pesante che genera stanchezza e delusione e provoca un diso-
rientamento generale di mente e di cuore. L'intera esistenza sembra sprecata e
18

sempre più demotivata, nonostante i suoi successi; la sensazione di routine, d'ir-


requietezza e di angoscia esistenziale cresce considerevolmente.
Le alterazioni organiche e psicologiche possono aggiungere ulteriori compli-
cazioni a tale periodo difficile. 1 temperamenti più ambiziosi rischiano di cede-
19

re all'attivismo, a tal punto che la loro idolatria del lavoro diventa il centro esclu-
sivo del loro agire e paralizza la loro vita interiore. 20

Questo periodo di transizione ha fondamentalmente una dimensione religio-


sa, in senso largo: è l'epoca dei grandi interrogativi, dell'assestamento globale e
della ricapitolazione definitiva dell'esistenza secondo verità. L'accettazione, pro-
gressiva o definitiva, della morte sarà uno dei compiti urgenti per tutti, credenti
e non credenti, per il raggiungimento della serenità adulta.
L'azione del direttore spirituale, attraverso questi processi, mira a trasforma-
re in Cristo l'esistenza del discepolo e a potenziare la fedeltà a lui. Egli ha dun-
que il difficile compito di promuovere la perseveranza nell'arduo viaggio spiri-
tuale, poiché la piena maturità umana e spirituale del cristiano è sempre in
perenne divenire.

17Cf. M. RUTTER - M. RUTTER, L'arco della vita. Continuità, discontinuità e crisi nello sviluppo.
Giunti, Firenze 1995,290ss.
18«Ecco: ho studiato a fondo, ahimé, Filosofia, Diritto e Medicina; anche, purtroppo, la Teolo-
gia! Ho faticato e sudato. E mi trovo qui, povero pazzo, che ne so oggi, quanto ne sapevo ieri» (J.W.
GOETHE, Faust, parte I, scena iniziale).
19 Cf. G . SHEEHY, Passaggi. Come prevenire le crisi dell'età adulta, B U R . Milano 1 9 9 4 . 2 3 3 - 2 5 0 .
20 Cf. S.D. SAMMON, Life after Youth: Making Sense of One Man 's Journey through the Transition
at Mid-life, Alba House, New York 1997, 57-79.
Il fedele, a sua volta, attraverso i dubbi di fede, la sua mancanza di speranza
e le sue difficoltà nella carità, deve capire che è arrivato il momento della sco-
perta dei nuovi valori fondamentali e delle motivazioni evangeliche, che gli con-
feriranno una rinnovata gioia nella presenza del Signore Risorto e lo riconfer-
meranno nella speranza teologale.
È il passaggio, lento ma imprescindibile, dal progetto individuale all'accetta-
zione piena del progetto divino o dalla fede immatura alla maturità evangelica.
Attraverso le crisi e gli ostacoli egli si accorgerà di quell'«abbiamo faticato tutta
la notte e non abbiamo preso nulla», ma la guida lo inviterà a scoprire nuovi
ideali che lo inducano a «gettare le reti» sulla sua parola (cf. Le 5,5).
In campo spirituale questo passaggio è una condizione indispensabile affin-
ché possa continuare la maturazione spirituale. Esso viene denominato «secon-
da conversione», poiché suppone il transito dalla fiducia nelle proprie forze e nei
propri progetti alla speranza nel Signore e nel suo disegno di santità, cioè l'in-
gresso nella vita teologale. D'ora in poi, egli continuerà a crescere nella fede e
21

nella fiducia circa l'esito certo del suo impegno e nella sicurezza che «Dio è fede-
le e non permetterà» che sia tentato oltre le sue forze, ma che con la tentazione
gli «darà anche la via d'uscita e la forza per sopportarla» (cf. ICor 10,13). 22

La funzione dell'accompagnatore è quella di orientare nella difficile purifi-


cazione e di sostenere nel tragitto verso la fiducia piena nella buona novella. Si
parla pure del passaggio dall'Antico al Nuovo Testamento, nel senso che non è
più la fedeltà alla legge che giustifica, e nemmeno la sicurezza nei propri meriti,
ma la speranza e l'abbandono nel Dio Salvatore. Altri parlano del passaggio da
un certo pelagianesimo, che consiste in un'eccessiva certezza e in una falsa fidu-
cia nelle proprie opere e nei propri esercizi di pietà, alla gratuità dell'opera sal-
vifica divina. Tale sentimento di autosufficienza è frequente nel fervore iniziale,
ma deve purificarsi e trasformarsi in povertà spirituale con il sostegno di un
opportuno orientamento personale. 23

E necessario andare oltre la propria giustizia ed entrare pienamente nel


Regno, accettare in verità il proprio Dio come Signore e guida del futuro, nella
coscienza che «Egli deve crescere e io invece diminuire» (Gv 3,30). Il credente
s'impegna, in virtù della forza dall'alto e della libertà di cuore, nella realizzazio-
ne del «disegno di Dio» su di lui. Non pone più la fiducia nelle proprie opere,
bensì nella luce e nella potenza dello Spirito Santo che opera in lui.
Il direttore lo deve indirizzare ormai verso Vunità della vita spirituale e del-
l'attività professionale o apostolica. Generalmente questa trasformazione avvie-
ne in modo graduale. Egli, con interventi appropriati e un tatto squisito, illumi-
nerà il suo processo con le parole evangeliche adeguate, in modo da indurlo a
guardare le cose alla luce della fede, a lasciare spazio pieno a Dio nell'intimità
del cuore e ad amare il prossimo con tutto se stesso.

21 Altri parlano del «passaggio al Nuovo Testamento», alla fiducia piena nella salvezza di Cristo
e non nella propria fedeltà e nei propri meriti.
22 Cf. santa TERESA D'AVILA, Vita, cc. 8-9, dove descrive in modo bellissimo questa crisi di tran-
sizione, quando aveva 38-40 anni e aveva avuto parecchi fallimenti: «ormai mettevo tutta la fiducia
in Dio»; A . GROMOLARD, La segunda conversión. De la depresión religiosa a la libertad espiritual, Sai
Terrae. Santander 1999.
23 Cf. A . G R U N , 40 anni: età di crisi o tempo di grazia?, Messaggero, Padova 1996,13-23.
Chi non risolverà positivamente questa crisi, chi resiste alla seconda conver-
sione e chi non ha saputo compiere adeguatamente questo passaggio verso la
pienezza in Dio, non raggiungerà la maturità cristiana. Si tratta, quindi, di uno
dei punti chiave, di uno dei presupposti essenziali per raggiungere la santità cri-
stiana.

5. CRISI DI CRESCITA NELLA VITA APOSTOLICA


Anche nella missione apostolica, condotta con autentico spirito evangelico,
si deve percorrere un processo di purificazione e di elevazione analogo a quello
della crescita e della trasformazione interiore.
L'energia giovanile, fortemente inclinata per se stessa verso la propria rea-
lizzazione nell'attività esteriore, è sostenuta dal suo dinamismo instancabile. Ma
spesso l'apostolo si lascia prendere da un certo attaccamento al proprio io e alla
propria attività e al successo delle proprie azioni, provando una certa gratifica-
zione per la propria realizzazione e per il bene che ricevono le persone da lui
accompagnate. Invece di essere padrone della propria attività, egli diventa schia-
vo, e perfino vittima, del proprio agire. 24

Egli sopporta lunghe fatiche a favore dell'evangelizzazione del mondo, pre-


dica con assiduità, percorre lunghe distanze alla ricerca delle anime, insegna, visi-
ta i malati ad ogni ora, subisce persecuzioni, pericoli, oltraggi, false testimonian-
ze, invidie, contraddizioni di ogni tipo. Patisce tante e tante croci, anche grandi,
e numerose prove e afflizioni del corpo e dello spirito. Fanno parte di questo
quadro purificatore le fatiche di una vita missionaria con i suoi sudori e le sue
sofferenze. Ad esse possono aggiungersi le difficoltà e le crisi nella vita affettiva
e nell'obbedienza verso i superiori.
Tutto ciò indica che è arrivato, anche in campo apostolico, il momento di pas-
sare al Nuovo Testamento, di purificare le proprie motivazioni egocentriche e di
agire come «strumenti», come «inviati» del Signore risorto, e con la fiducia nel-
la potenza dello Spirito Santo, e come «cooperatori», come «mediatori», dell'o-
pera della redenzione (ICor 3).
L'aridità nell'apostolato, la mancanza di entusiasmo, la tentazione di sentirsi
inutili, le difficoltà provenienti dall'ambiente e dall'incomprensione umana,
sono, in fondo, una preparazione alla scoperta di un nuovo e più potente dina-
mismo che proviene dal vangelo. 25

Queste e altre sofferenze e prove hanno, infatti, la funzione di «diminuire


l'io» e di far apparire all'apostolo la grandezza di Dio e la ricchezza del suo
regno in una luce nuova, come un'irradiazione della potenza evangelica. Egli
sentirà allora la propria croce come una partecipazione personale all'opera
redentrice di Cristo e come una chiamata a contemplare la sua missione come

24Cf. G . O'COLLINS, El segundo viaje. Despertar espiritual y crisis en la edad madura, Desclée de
Brouwer, Bilbao 2005,60-65.
C . NANNI - P. D E L CORE, «La formazione dell'operatore pastorale», in ISTITUTO DI TEOLOGIA
2 5

PASTORALE, Pastorale giovanile, 355-364.


collaborazione redentrice, in quanto «apostolo», cioè come inviato dal Risorto a
continuare la sua missione nel mondo. 26

Una tale situazione esistenziale richiede certamente la presenza del diretto-


re spirituale che suggerisce fraternamente che è giunto il momento di celebrare
l'«anno sabbatico», un tempo prolungato di riposo e di riflessione sulla storia di
salvezza che Dio sta compiendo nell'esistenza dell'apostolo chiamato a entrare
pienamente nel Regno, nella vita evangelica, dove il suo apostolato diventerà
veramente efficace e pasquale.
Tracce per la personalizzazione

1. Hai un'idea chiara della crescita umana attraverso i cicli vitali? Conosci bene il
«compito diverso» da svolgere, di servire e amare in ogni stagione?
2. In quale realtà sociale crescono i giovani nel tuo ambiente culturale? Qual è l'in-
flusso della disponibilità economica sui loro atteggiamenti?
3. Il loro clima familiare è di unione e di comprensione o, piuttosto, di fragilità e di
incoerenza? Hanno fatto l'esperienza di un autentico amore paterno?
4. Hanno raggiunto ormai la sicurezza e l'equilibrio psicologico proprio della fine del-
l'adolescenza o rimangono ancora incerti, senza ideali nella vita? I loro rapporti
interpersonali sono aperti e gratificanti?
5. Qual è il loro atteggiamento e la loro formazione riguardo alla fede? La sentono
come un'autentica risposta alle loro esigenze e alle loro difficoltà? Soffrono gli effet-
ti negativi della secolarizzazione?
6. I giovani adulti sono opportunamente sostenuti nel prendere coscienza delle deci-
sioni vocazionali e professionali che devono compiere? Sono illuminati sul signifi-
cato purificatore e liberatore del periodo che stanno vivendo?
7. Nella loro crisi del senso dell'esistenza, nella loro stanchezza e delusione, sono
confortati e accompagnati nel dare risposta ai grandi interrogativi di questa fase?
Vengono proposti loro, in modo idoneo, i nuovi valori fondamentali che devono
orientarne l'avvenire?

26 Cf. M . DUPUIS, La persona unificata. Meditiamo con Edith Stein, Paoline, Milano 2 0 0 3 , 8 7 - 9 1 :
«Vita interiore e azioni esteriori».
Esercizio pratico
TEST DI MATURITÀ PSICOLOGICA
(PER GIOVANI)

Leggere con calma le singole sezioni. Mettere una croce entro le parentesi, in corri-
spondenza di quell'affermazione che sembra più adeguata per sé. 27

Il test va consegnato piegato


lungo questa linea

- Rimango inquieto dentro, con forte malumore, anche ;
se all'esterno mi domino ( ) ] l-(5)
- Mi dispero e manifesto all'esterno il malumore con
grida, aggressività, parole dure, gesti inconsulti ecc. ( ) ^ 1.(0)
- Anche se mi dispiace, riesco a riflettere sull'inutilità j
della disperazione, sul «sarà per un'altra volta»; cioè
mi tranquillizzo con facilità; ci sono riuscito con l'e-
sercizio ( ) : 1.(10)
- La ribellione è propria della gioventù ( ) ; 2.(0)
- E proprio della gioventù imparare gli aspetti positi-
vi dal passato (anche se ciò costa) ( ) ! 2.(0)
- È proprio della gioventù il dinamismo ( ) ! 2.(10)
- Sono poco costante nelle mie decisioni. Un giorno,
due, tre... poi cambio progetto o abbandono i miei
propositi ( ) !_ 3.(0)
- Non direi «uno, due, tre giorni», ma mi stanco dopo
un certo tempo (per es. un mese). Sono un po' inco-
stante ( ) | 3.(5)
- Sinceramente, forse per testardaggine od ostinazio- j
ne, quando ho un piano poche volte lo abbandono... ( ) j 3.(10)
Di fronte all'autorità, qualunque essa sia (a casa, a j
scuola, sul lavoro...), il mio atteggiamento abituale è: j
- di sospetto, di diffidenza o di franca ostilità ( ) j 11 .(0)
- di rispetto, di fiducia, conservando la mia dignità ( ) ; 11.(10)
- piuttosto di indifferenza, applicando il detto: «Dal
superiore, più lontano si è, meglio è» ( ) \ 11 .(5)
- Francamente, per me, tutta la gente è buona, ma non
la si conosce mai abbastanza ( ) ! 12.(0)

2 7 Cf. J. IBÀNEZ G I L , Pastoral juvenil diferenciat. Tipologia y pastoral, Guadalupe, Buenos Aires
1971,201-218.
- Al contrario, per me, anche se qualche persona è
buona, bisogna essere realisti: la maggioranza gode ;
nell'infastidire il prossimo ( ) ; 12.(0)
- Credo che nella vita si incontrino persone di tutti i
tipi ( ) j 12.(10)
- Non sono santo né eroe, ma le cose che voglio fare le
faccio, anche se mi costano ( ) j 13.(10)
- Sono un po' restio allo sforzo, a ciò che costa (anche
se penso che ciò non sia giusto) ( ) j 13.(5)
- Un po'? Lo sono tanto. Ciò che costa non è fatto per
me ( ) | 13.(0)
In relazione ai miei rapporti con gli altri: ;
- sono molto esigente nel fare amicizie. È questione di ;
temperamento o di genio, ma le persone devono ;
possedere varie qualità perché mi vadano bene ( ) i 21.(5)
- detesto avere amicizie. Sono poco socievole. Ciascu-
no è come è ( ) | 21.(0)
- credo che sia una necessità l'avere amicizie, e con
maggiore o minore facilità riesco ad adattarmi ad
esse ( ) j 21.(10)
- Sinceramente, credo di avere un po' di senso comu-
ne. La gente si fida dei miei apprezzamenti ( ) j 22.(10)
- Sinceramente credo di possedere molto senso comu-
ne: purtroppo «è il meno comune dei sensi» ( ) j 22.(5)
- In verità, tante volte mi dicono che mi manca il sen-
so comune. Non so se esagerano, ma me lo dicono... ( ) i 22.(0)
- Questa è la mia frase preferita: «Ho sufficiente per-
sonalità per prescindere dai consigli altrui». Per for-
tuna, ormai non ne ho bisogno ( ) ! 23.(0)
- Ho sufficiente personalità per capire che la cosa
migliore è seguire i consigli degli altri. Li seguo sempre,
poiché «nessuno è buon giudice nella propria causa» .. ( ) j 23.(0)
- Ho sufficiente personalità per seguire i consigli j
altrui, se vedo che sono buoni. Altrimenti li ringrazio
e non li seguo, ma decido da me ( ) j 23.(10)
- Rispetto le persone di sesso diverso dal mio: devo
riconoscere che «mi piacciono tutti» e che mi inna-
moro frequentemente ( ) ; 31.(0)
- Anch'io sono passato per questa fase di innamora-
mento continuo, ma adesso mi piace piuttosto imma-
ginarmi e centrare il mio affetto in lui (in lei), per
tutta la vita ( ) j 31.(0)
Potrei sottoscrivere la seguente frase: ;
- «Le nuove generazioni sono quelle che hanno in j
mano la soluzione dell'avvenire» ( ) j 32.(0)
«Sia le nuove generazioni che le antiche hanno in
mano l'avvenire. Credo che non si debba escludere j
nessuno» ( ) j 32.(10)
Mi entusiasmano le cose, i compiti, gli ideali che esi-
gono grandi sacrifici. Mi ci butto ciecamente ( ) j 33.(10)
Sono allergico ai grandi ideali. Bisogna vivere la gio-
ventù... e da me gli altri non debbono esigere grandi
sacrifici ( ) j 33.(0)
Forse mi trovo indeciso tra un atteggiamento e l'ai- j
tro. Sono disposto a darmi, ma senza esagerazioni.
Bisogna saper gestire la vita ( ) j 33.(5)
Ho un carattere difficile e gli altri devono subire la
mia ipersensibilità e la mia forte volubilità ( ) j 41.(0)
Qualche volta gli altri devono sopportare i miei cam-
biamenti di umore ( ) | 41.(5)
Mi domino affinché gli altri non avvertano i miei
momenti di cattivo umore o di depressione ( ) j 41.(10)
Ho un carattere abbastanza deciso. Tante volte mi
lascio prendere dai «prò» e dai «contro» e mi costa
arrivare alle conclusioni ( ) ! 42.(0)
Non sono indeciso. Decido con una certa rapidità,
anche se ponderando le situazioni ( ) ; 42.(10)
Prendo le decisioni senza pensarci due volte ( ) ! 42.(5)
Mi aiuta molto il vedere che gli altri vivono il mio stes- j
so ideale. Senza questo esempio, non sarei costante.... ( ) j 43.(5)
Senza l'esempio altrui, i miei ideali si sfumano ( ) j 43.(0)
Mi aiuta molto l'esempio altrui, ma se ho un'idea o j
un ideale, anche se altri falliscono, io mi sento stimo-
lato ad attuarli secondo le circostanze ( ) i 43.(10)
Ho molta immaginazione, perciò sono spesso geloso
nelle amicizie e questo mi fa soffrire, perché mi sem-
bra di venir lasciato da parte ( ) j 51.(0)
In qualunque altra persona vedo un competitore
(intellettuale, amoroso, sociale) e mi metto sulla
difensiva ( ) j 51.(5)
Non ho provato mai gelosia e non mi sono sentito
minacciato per la presenza degli altri ( ) ; 51.(10)
Nel progettare «qualcosa» non vedo ostacoli ( ) j 52.(0)
Tutto mi sembra un «ostacolo», una montagna da
scalare ( ) | 52.(0)
Verifico se ci sono delle difficoltà in ciò che voglio
intraprendere e cerco il modo per superarle ( ) j 52.(10)
Sono un idealista. Mi affascinano quei movimenti e
gruppi che esigono impegni totali e definitivi ( ) : 53.(10)
Sono un amante della libertà piena: che non mi par-
lino di impegni «per sempre»! ( ) i 53.(0)
- Nei rapporti con gli altri, tendo a dominare: mi piace ;
comandare, attirare l'attenzione e, se non la ottengo, j
mi sento frustrato ( ) j 61.(0)
- Nei rapporti con gli altri mantengo una «sana indi- j
pendenza»: che mi lascino in pace e io lascio in pace j
loro ( ) ; 61.(5)
- Ci tengo che gli altri si sentano a proprio agio; non
mi piace attirare l'attenzione né apparire troppo ( ) : 61.(10)
- Qualche volta sbaglio, parlando quando dovrei tace-
re e tacendo quando dovrei parlare ( ) ! 62.(5)
- Spesso sbaglio, parlando quando dovrei tacere e
tacendo quando dovrei parlare ( ) j 62.(0)
- Sto attento a capire se ciò che ho da dire piacerà o
no agli altri ( ) j 62.(10)
- Non so decidermi senza che un altro «mi spinga» ( ) j 63.(0)
- Basta che «un altro mi spinga» e io faccio il contrario ( ) j 63.(0)
- Non ho bisogno né mi preoccupo delle «spinte»: io
decido da solo ( ) | 63.(10)
- Con frequenza provo senso di colpa e rimorso anche
per cose da poco ( ) ! 71 .(0)
- Non mi succede mai di provare sensi di colpa; se mi
pento è in base alla portata di ciò che ho fatto ( ) j 71.(10)
- Credo di essere di manica molto larga, perché quasi
mai mi pento di qualcosa ( ) \ 71.(0)
- Mi pare che spesso siamo troppo duri e taglienti nel
giudicare gli altri, non teniamo conto delle attenuan-
ti nel distribuire rimproveri o sanzioni ( ) ! 72.(10)
- Al contrario, credo che siamo troppo indulgenti: le
regole vanno applicate: chi deve pagare, paghi ( ) ! 72.(0)
- Mi disturba molto dover affrontare le circostanze
spiacevoli legate alle mie decisioni, preferisco fuggi-
re il rischio ( ) ; 73.(0)
- Mi piace rischiare se un'impresa è partita da me,
anche se sembrerò testardo ( ) j 73.(10)
- Godo nel criticare. È il mio hobby ( ) | 81.(0)
- Mi disturba criticare ed essere criticato ( ) | 81.(10)
- Non amo criticare, ma quando lo fanno gli altri ten-
do l'orecchio «per istruirmi» ( ) : 81.(5)
- Così come stanno le cose, credo che il mondo cam-
mini verso il caos ( ) j 82.(0)
- Ho sempre pensato il contrario: è adesso che si apre
una speranza indiscutibile ( ) j 82.(0)
- Io opinerei che... a seconda... dipende da ciò che |
faremo: o il caos o un grande avvenire ( ) ; 82.(10)
Al presente mi vedo fotografato in questa frase: j
- «Devo decidere. Tremo. Per piacere, dimmi ciò che
devo fare» ( ) j 83.(0)
- «Devo decidere. Consigliami. Dopo vedrò cosa fare» ( ) j 83.(10)
- «Devo decidere. Per favore, non ho bisogno di opi-
nioni, né di consigli, lasciami fare» ( ) 1 83.(0)
- Mi sento a disagio o turbato davanti a una persona
seducente di sesso opposto ( ) ; 91.(5)
- In questo caso il cuore batte forte e non so più dove
mi trovo ( ) i 91.(0)
- Mi piace e mi attrae, ma la tratto con naturalità sen-
za sforzo ( ) i 91.(10)
- Siccome ho un temperamento abbastanza impulsivo,
molte volte, faccio, scrivo, dico cose senza pensare
alle conseguenze ( ) j 92.(0)
- Questo mi è successo qualche volta. Non con fre-
quenza ( ) | 92.(5)
- A me mai. Forse sono troppo previdente e sponta- j
neo ( ) | 92.(10)
- Quando dico «voglio fare questo o quest'altro» lo j
faccio, succeda quel che deve succedere ( ) j 93.(10)
- Quando dico «voglio fare questo e quest'altro», for- j
se non farò né l'uno né l'altro ( ) ' 93.(0)

Valutazione del test di maturità psicologica


1 2 3 1) Scrivere, entro ogni parentesi, il voto che corrisponde alla
croce posta in ciascun numero (0,5,10) che si vede quando
11 12 13 si stende del tutto il foglio del test (durante la compilazio-
ne, il foglio deve essere piegato lungo la linea tratteggiata).
21 22 23
31 32 33 2) Scrivere, sotto il numero di ciascun riquadro dello sche-
ma sottostante, il voto della risposta alle singole doman-
41 42 43 de (0, 5,10).
51 52 53
3) Scrivere la somma di ogni colonna sotto l'abbreviazione
61 62 63 (Af., Voi., Int.). Il risultato costituisce la percentuale della
71 72 73 maturità affettiva, volitiva o intellettiva.
81 82 83
91 92 93
Af. Voi. Int.
Descrizione della maturità personale secondo il concilio Vaticano II: 28

Maturità affettiva:
«fermezza d'animo».
Maturità volitiva:
«saper prendere decisioni ponderate».
Maturità intellettiva:
«retto modo di giudicare uomini ed eventi».

2 8 CONCILIO VATICANO II, decreto Optatam totius, 2 8 ottobre 1965, n. 11 (in Enchiriclion Vatica-
num, I, EDB. Bologna 2002,
L 8 n. 7 9 5 ) .
Capitolo decimo
L'ACCOMPAGNAMENTO
NELLA SCELTA DELLO STATO DI VITA

L'accompagnamento fraterno, affinché i giovani credenti possano scoprire il


progetto divino sul loro destino e si sentano centrati nella loro esistenza, è un
compito di rilevanza fondamentale, poiché condiziona tutto l'avvenire dell'indi-
viduo sia sul piano naturale che su quello soprannaturale. Se essi si trovano
inquadrati nelle condizioni idonee, il rendimento nel loro agire personale e pro-
fessionale sarà pieno e gratificante. La consapevolezza, infatti, di essere al pro-
prio posto, e di avanzare per il cammino giusto di realizzazione dell'identità e
della missione individuale, conferirà loro una forte sicurezza e una spinta inar-
restabile verso un comportamento sempre più generoso e creativo.
Il discernimento affronta, perciò, uno dei periodi più delicati della vocazione
e della missione dei credenti. Quanto si è affermato della guida spirituale, delle
sue qualità e dei suoi atteggiamenti, tutto ciò che costituisce le sue disposizioni
positive per un efficace discernimento cristiano, è ora orientato e trova la sua
applicazione concreta nel raffinato e trascendente momento di accompagnare
nel chiarimento della risposta vocazionale e professionale. 1

I giovani devono essere incoraggiati nella crescita umana, cristiana e voca-


zionale, affinché la loro esistenza sia costruita su roccia ferma e possano svilup-
pare pienamente i loro doni e talenti nel servizio generoso del Regno. La respon-
sabilità principale dell'impegno rimane sempre la loro, ma il direttore esercita un
grande influsso tanto nel favorire un discernimento chiaro del loro essere e del
loro agire, quanto nel promuovere poi una loro donazione magnanima e incrol-
labile ai fratelli. 2

Grazie alle più recenti acquisizioni della psicologia dinamica, nell'ultimo


trentennio si è verificato un ampio sviluppo nella psicodiagnostica, che è passa-
ta dall'entusiasmo per i test sulle attitudini e gli interessi professionali a quelli
che concentrano più intensamente l'attenzione sulle motivazioni e sul grado di
libertà interiore dei giovani nell'affrontare l'avvenire. 3

1 Cf. M . SPREAFICO, «La dimensione vocazionale nella vita del cristiano», in ISTITUTO DI TEOLO-
GIA PASTORALE, Pastorale giovanile, 2 8 7 - 3 0 0 .
2 Cf. Nuove vocazioni per la nuova Europa, LEV, Città del Vaticano 1998, n. 13; L'accompagna-
mento alla vita religiosa, Rogate. Roma 1992.
3 A partire dagli studi psicologici, come l'interessante bilancio di A . GODIN sulla psicologia del-
la vocazione, oggi si è in grado di fare un discernimento molto più specifico sulla vocazione («Psy-
chologie de la vocation: un bilan», in Le Suppl. 113(1975], 151-236).
La guida spirituale deve sempre ascoltare i giovani, conoscerli nelle loro
vicende e incitarli a maturare integralmente le loro potenzialità. Queste circo-
stanze si presentano con speciale vivacità e urgenza nel momento della scelta di
una vocazione specifica. Allora la sua opera diventa veramente illuminante e di
conforto, poiché i credenti si trovano a dover discernere sull'autenticità della
loro esistenza cristiana, sulla nuova chiamata e sulle capacità e forze per una
risposta apostolica tanto impegnativa.

1. VOCAZIONE COMUNE E VOCAZIONI SPECIFICHE


In questa ultima parte delle riflessioni sulla direzione spirituale iniziale, si
vuole affrontare il tema del discernimento spirituale, cioè dell'aiuto che essa può
offrire tanto nella scelta come nella maturazione vocazionale. 4

1.1. La vita come vocazione


Normalmente, in campo cristiano, la parola vocazione fa riferimento al solo
stato di vita sacerdotale o religiosa. Oggi, tuttavia, il suo significato non è ristret-
to a queste chiamate speciali, ma viene attribuito ad ogni genere di vita: ciascun
credente è oggetto dell'amore personale di Dio che lo sollecita alla santità, sfrut-
tando i doni ricevuti nella creazione e nel battesimo.
L'impostazione dell'esistenza umana sotto il segno della vocazione o dell'ap-
pello da parte del Creatore fa sì che la sua dimensione si allarghi a ogni esisten-
za umana, che viene contemplata sotto il segno della vocazione. In principio si dà
un amore creativo che «chiama all'esistenza le cose che ancora non esistono»
(Rm 4,17). L'essere umano non solamente ha una vocazione, ma è essenzial-
mente vocazione. Essa rappresenta un elemento costitutivo della sua esistenza.
Egli è chiamato ad essere e a maturare il dono della vita ed è, quindi, invitato a
uscire da sé per realizzare l'incontro con l'altro e partecipare attivamente alla
creazione di un mondo nuovo. 5

Entro questo contesto generale della vocazione umana sgorga la vocazione


cristiana come risposta particolare all'iniziativa divina di convocare ciascuno ad
essere pienamente figlio di Dio e a crescere costantemente fino alla «piena
maturità di Cristo». L'esistenza cristiana del credente partecipa di tale allarga-
mento di significato e viene spesso presentata come nuova chiamata. Si tratta di
una grazia dell'amore gratuito del Signore, frutto del progetto divino:
«L'identità cristiana non la si inventa, non la si sceglie, ma la si accetta, la si riceve
come un dono». 6

4 Cf. L'accompagnamento alta vita religiosa; Rogate, Roma 1992; Giovani oggi: dalla proposta
alla scelta vocazionale. Rogate, Roma 1985.
5 Cf. A. FAVALE (ed.), Vocazione comune e vocazioni specifiche. Aspetti biblici, teologici e psico-
pedagogico-pastorali, L A S , Roma, 1 9 8 1 , 2 1 - 5 6 ; CEI, Le vocazioni al ministero ordinato e alla vita con-
sacrata nella comunità cristiana, Roma 1 9 9 9 , 2 3 - 2 9 .
6 J. LORIMIER, Progetto di vita nell'adolescente, Elledici, Leumann ( T O ) 1 9 6 8 , 2 6 .
Tanti sono oggi i modi di realizzare questa vocazione e di corrispondere all'a-
more personale del Signore. Egli può essere glorificato nella famiglia, nel mon-
do del lavoro, nello studio, nell'esercizio delle opere di misericordia. Sorgono
così le vocazioni particolari, in armonia con quella comune a tutti gli esseri uma-
ni, chiamati da Dio alla partecipazione della sua gloria. Sono la risposta libera
della creatura all'invito divino, una risposta sempre nuova e rinnovata lungo la
propria esistenza.
In questa dinamica della chiamata-risposta appaiono coerentemente sia la
vocazione universale alla comunione con Dio nella fede, sia le vocazioni specifi-
che di realizzazione cristiana nei diversi stati di vita.
Compare, prima di tutto, la vocazione cristiana al dialogo con il Signore. Si
legge nella Gaudium et spes:
«La ragione più alta della dignità dell'uomo consiste nella sua vocazione alla comu-
nione con Dio. Fin dal suo nascere l'uomo è invitato al dialogo con Dio». 7

Il Creatore che lo aveva chiamato all'esistenza lo sollecita adesso alla comu-


nione con lui in Cristo. La creatura realizza pienamente se stessa rispondendo,
giorno per giorno, ai diversi appelli fatti dallo Spirito Santo sia direttamente che
attraverso le sue mediazioni. 8

Come afferma ancora il concilio Vaticano II, ciascuno dei fedeli è


«condotto nello Spirito Santo a sviluppare la propria specifica vocazione secondo il
vangelo, a praticare una carità sincera e operativa, ad esercitare quella libertà con cui
Cristo ci ha liberati». 9

Questo orientamento dall'alto raramente viene percepito dal giovane in for-


ma distinta, ma solo attraverso i segni interiori come pensieri costanti, attrattive
interiori forti e incancellabili, che vanno interpretati dalla coscienza personale
con l'illuminazione del padre spirituale, il quale deve sentirsi sempre al servizio
delle varie vocazioni, con una mentalità ministeriale, e deve tentare di condurle
verso la chiarezza nelle decisioni che stanno maturando, grazie alla luce dello
Spirito Santo e all'approfondimento interiore. 10

1.2. Vocazioni cristiane specifiche


Nell'ambito della Chiesa fioriscono varie vocazioni specifiche, in armonia
con quella comune a tutti i credenti. Esse non devono apparire come qualcosa di
sovrapposto o di esterno alle due dimensioni precedenti, quella umana e quella
cristiana, bensì come la loro attuazione e pienezza.

7 CONCILIO VATICANO I I , costituzione pastorale Gaudium et spes, 7 dicembre 1 9 6 5 , n. 1 9 (in


Enchiridion Vaticanum, I, n. 1 3 7 3 ) .
8 Cf. S. D E PIERI, «Orientamento vocazionale», in Dizionario di Pastorale vocazionale, Rogate,
Roma 2002,778-784.
9 CONCILIO VATICANO I I , decreto Presbyterorum ordinis, 7 dicembre 1 9 6 5 , n. 6 (in Enchiridion
Vaticanum, I, n. 1 2 5 8 ) .
10 Cf. P. FRAGNELLI, Il deserto fiorirà. Rogate, Roma 2005, parte I I I : «Per chi sono».
La vocazione sacerdotale o religiosa diventa contemporaneamente un appel-
lo a vivere la chiamata comune alla santità e un appello speciale ad assumere
una nuova forma di consacrazione, caratterizzata fondamentalmente dai consigli
evangelici e da una missione ecclesiale. Le situazioni personali variano e si mol-
tiplicano all'infinito, ma gli stati giuridici della Chiesa si riducono propriamente
a tre: lo stato laicale, lo stato clericale e lo stato di vita consacrata. Tra questi tre
stati ogni fedele fa la sua scelta.
La missione dell'accompagnamento consiste nello sviluppare armonicamen-
te queste chiamate unitarie e crescenti lungo l'esistenza del ragazzo e del giova-
ne, affinché egli sia disponibile all'ascolto e capace di scorgere il progetto con-
creto di Dio sul suo avvenire e abilitato per rispondere ad esso compiendo la sua
missione nel mondo. La consapevolezza che la scelta non inizia con l'opzione
generosa del fedele, ma che parte da un dono gratuito del Signore, immerge l'o-
pera della guida in un clima di mistero e di docilità interiore allo Spirito.

2. ORIGINI E SVILUPPO DELLA VOCAZIONE


La dinamica trasformatrice del dono vocazionale ha una lunga storia: essa si
compie attraverso l'intera esistenza, durante la quale il credente risponde gior-
no dopo giorno a un progetto che si rivela progressivamente e che induce a per-
fezionarsi in sintonia con esso.
Secondo i principi dell'interazione tra natura umana e grazia divina, la voca-
zione s'inserisce nel processo dinamico dello sviluppo integrale della personalità
del soggetto e ne accompagna l'evoluzione: a un certo punto penetra nella sua
storia, nasce, cresce e perviene alla sua maturazione. 11

In tal modo, sulle basi umane della personalità e sulla dinamicità del battesi-
mo e della cresima, si sviluppa la risposta personale. Essa appare in una pro-
spettiva dinamica, come una realtà che si va gradualmente chiarendo e perfezio-
nando in sintonia con la propria identità. Si può narrare la sua storia, il suo
nascere, il suo crescere, le sue crisi e il suo adempimento.
Questo viaggio verso tale meta non è mai concluso né raggiunto quietamen-
te. Si riscontrano progressi graduali e costanti. Nella misura in cui il soggetto si
avvicina alla meta finale, raggiunge un'effettiva integrazione della propria per-
sonalità e degli scopi esistenziali e professionali.
Il momento della nascita della vocazione è qualcosa di assolutamente unico,
come la persona stessa. Una sua prima idea può scaturire, piuttosto presto, nel
contesto di un ambiente familiare o scolastico imbevuto di interessi e di valori
umani e religiosi.
In ogni vocazione vi è un processo evolutivo: all'inizio si tratta, in genere, di
qualche cosa di vago; ma poi, poco a poco, si va sempre più chiarendo e fortifi-
cando, anche se non mancano crisi e difficoltà, che lasciano la sensazione che tut-
to possa crollare. Superate le difficoltà iniziali, la vocazione si riprende e si fa più
sicura e più stabile.

11 Cf. La proposta vocazionale alla vita religiosa. Rogate, Roma 1990; La preparazione a! novi-
ziato, Rogate, Roma 1990.
Spesso, comunque, non manca di fragilità e porta con sé le ferite e le abitu-
dini negative del passato. Non mancano turbamenti e incertezze sul fatto di con-
tinuare lungo la via intrapresa e le altre forme di vita appaiono allora molto più
attraenti e meno difficoltose: è necessario dunque arrivare - attraverso un perio-
do transitorio di adattamento che può produrre momenti di disorientamento,
paura, scoraggiamento e crisi - alla povertà spirituale e alla fiducia totale nella
Provvidenza.
Superando tali difficoltà, si raggiunge infine uno stato psichico di profonda
serenità e di dinamismo di crescita. Di qui il grande valore intrinseco allorché si
indovina la scelta dello stato di vita o della professione.

3. SCELTA VOCAZIONALE
I candidati, illuminati dai modelli e dalla conoscenza delle forme di consa-
crazione che più si avvicinano al loro ideale, compiono il passo decisivo dell'ac-
cettazione della loro vocazione. E ovvio che, per una risposta così impegnativa e
libera, si esige un certo grado di maturità psico-affettiva. La scelta di un proget-
to segna il coronamento di un processo di ricerca, il quale comporta pure l'e-
sclusione di altre possibilità di orientamento e promuove la piena maturità del
soggetto. D'altra parte, essa rappresenta pure un momento delicato, specialmen-
te nell'attuale situazione sociale. In ogni modo, l'ideale deve presentarsi come
una meta raggiungibile, sempre, con l'aiuto della grazia vocazionale. 12

Queste decisioni, che riguardano l'intera esistenza, non si possono conside-


rare come fatti isolati e circostanziati nel tempo, ma rappresentano l'epilogo di
uno svolgimento dinamico, che si sviluppa gradualmente lungo un percorso pun-
teggiato di riuscite e di fallimenti, cadenzato da ritmi sciolti e veloci e da arresti
e regressioni dolorose, ed è caratterizzato tanto da una volontà chiara e costrut-
tiva come da impulsi inconsci e distruttivi. La decisione segna l'orientamento che
un individuo sceglie di darsi dopo aver superato le perplessità di fronte ad altre
prospettive e di aver accettato le rinunce che ogni scelta comporta.
Da un punto di vista psicologico è necessario tener presente una delle leggi
fondamentali dello sviluppo: quella della canalizzazione. Tale legge specifica una
modalità che caratterizza il processo di sviluppo psichico: la vasta gamma di pos-
sibilità di scelta, che si presenta nella fanciullezza e nell'adolescenza, va concen-
trandosi gradatamente fino a sintetizzarsi in una scelta fondamentale unica.
3.1. La difficoltà della scelta oggi
Ogni genere di opzione, in quanto presuppone l'esclusione e la rinuncia di
tante altre possibilità e potenzialità personali, comporta la sua base di perples-
sità e di difficoltà.

12Cf. S. D E PIERI, Orientamento educativo e accompagnamento vocazionale, Elledici, Leumann


(TO) 2000,44-51.
Una di esse proviene dall'immensa varietà di opportunità offerte oggi dal-
l'ambiente sociale che ostacola la scelta definitiva di un valore centrale e assolu-
to, capace di focalizzare su di esso tutto il proprio avvenire. Queste condizioni
culturali, l'allungamento della scuola e la difficoltà di trovare una conveniente
sistemazione professionale, ritardano non poco il processo di maturazione psi-
chica, incidono sull'eventuale decisione vocazionale e rendono arduo l'orienta-
mento definitivo del proprio avvenire. 13

3.2. Varie forme di decisione


La decisione non avviene in un momento isolato da tutto il contesto esisten-
ziale: essa è frutto di una lenta maturazione psicologica. È l'ultimo atto di un
processo dinamico, le cui radici affondano nell'intera storia del soggetto e del
suo cammino lineare o tortuoso di sviluppo. La configurazione reale che il pro-
cesso decisionale assume, varia da persona a persona. Secondo H.Thomae si pos-
sono distinguere, a questo riguardo, quattro forme principali di decisione. Le
esponiamo brevemente per il loro interesse vitale e vocazionale.
• Decisione crescente
E la più frequente ed è frutto di una chiarificazione progressiva e continua-
ta. Essa si sviluppa mediante una maturazione interiore degli ideali e attraverso
l'accumularsi di esperienze più generali sull'esistenza. Le decisioni, che possono
protrarsi per anni come quelle professionali o vocazionali, hanno un carattere
progrediente: si approfondisce, innanzitutto, la conoscenza delle situazioni fino a
raggiungere una certa maturità di giudizio e una sicurezza nelle proprie idee.
Allora il chiamato vede con sufficiente evidenza qual è il piano di futuro che
esprime meglio la sua personalità e il modo e il luogo adatti per poterlo realiz-
zare pienamente. Ha bisogno, da una parte, di fede nelle sue potenzialità interiori
di crescita, ma, contemporaneamente, dovrà concedersi il tempo necessario per
svilupparle e dirigerle verso l'azione.
• Decisione calcolata, ponderata o razionale
E propria di quei soggetti per i quali l'indecisione viene dall'insicurezza e
dall'incertezza riguardo alla scelta delle migliori possibilità per realizzare il pro-
getto. Il soggetto conosce ormai «verso dove andare»; ha già un ideale che vuo-
le realizzare e sta cercando di scegliere, tra le diverse possibilità, quella che
meglio lo aiuterà a realizzare, in maniera completa e soddisfacente, il suo pro-
getto di vita. Può servire di esempio il caso del giovane che ha chiara l'idea di
voler vivere una piena donazione al servizio dell'amore universale. Non sa però
ancora quale direzione prendere: la realizzerà nel sacerdozio, nel matrimonio o
nell'opera missionaria?

13 Cf. J. SASTRE GARCIA, El acompanamiento espiritual, San Pablo, Madrid 1993,127-154.


In questo tipo di decisione ci troviamo di fronte a una condotta pianificata e
razionalmente diretta: il soggetto realizza il suo ideale selezionando i mezzi
migliori; misura e osserva con cura le circostanze. Per decisioni del genere diven-
ta utile scrivere, sul lato sinistro di un foglio, tutti i motivi a favore di una delle
alternative, e, sul lato destro, quelli contro; ripetendo la procedura per ambedue
le alternative, il predominio di una di esse diventa più chiaro e percepibile.
• Decisione ardita, intuitiva o improvvisa
In questo caso, la decisione non è presa dopo aver chiarito il valore dei diver-
si fattori, ma buttandosi in una delle possibilità, spinti forse da un'intuizione che
fa sentire come la risposta che attira in quel momento, sia il mezzo migliore per
realizzare il progetto di vita. Il soggetto, dunque, non ci pensa due volte. Questa
reazione emozionale, questa precipitazione intuitiva, non costituiscono un atteg-
giamento valido per scelte definitive.
Non si può ignorare l'esistenza di qualche caso di conversione che assomiglia
a una decisione del genere, ma si tratta di un'illuminazione soprannaturale piut-
tosto che di un impulso soggettivo. Tale decisione, in seguito, può far sorgere
numerosi problemi e dubbi, nonché un'altra decisione intuitiva, ma opposta, di
abbandonare lo stato abbracciato.
• Decisione ritardata
E propria di individui incerti, insicuri o, forse, poco generosi; essi rivelano
una mancanza di impegno per un'opzione che si presenta come gravosa; conti-
nuano a differire il momento della scelta, con la scusa di voler magari ottenere
ancora questa o quell'informazione. L'incertezza viene loro dalla paura di impe-
gnarsi, perciò ritardano la decisione e prolungano il tempo conveniente per fare
il passo definitivo. Essi finiscono facilmente in uno stato di conflitto stazionario
o di disorientamento paralizzante. 14

A volte capita che, dopo aver procrastinato la decisione per tanto tempo, si
ritrovino nella necessità di prendere una decisione rapida, senza scampo, quan-
do non c'è più rimedio, quando quasi tutte le alternative di scelta sono scompar-
se, quando ormai non si può fare altro, quasi per forza. È questa la peggiore solu-
zione di una decisione ritardata. La mancanza di «volontà» pronta e decisa fa
perdere, in tal modo, tante buone occasioni. D'altra parte, è una pretesa illusoria
e assurda aspettarsi che gli avvenimenti si presentino quali noi li desideriamo e
nel momento in cui ci torna comodo.
* * *

Al momento di fare una scelta definitiva, la decisione viene presa in base a


uno di questi quattro atteggiamenti, strettamente collegati al tipo di personalità
e al grado di maturazione della motivazione. Gli ultimi due sono i più pericolosi

14 Cf. H . T H O M A E , Dinamica della decisione umana. Libreria Ateneo Salesiano, Roma 1964,193-197.
e inadeguati per le scelte a lunga scadenza; la decisione crescente e quella calco-
lata sono invece da consigliare e da promuovere.
Conoscere queste diverse modalità di decisione è molto utile per aiutare cia-
scun giovane a compiere la sua scelta secondo il ritmo di maturazione della sua
motivazione. In genere, si può affermare che un soggetto è maturo per prendere
una decisione quando ha ormai un «piano di vita» sufficientemente delineato e
quando conosce adeguatamente le circostanze fondamentali nelle quali dovrà
portarlo a compimento.

4. SECONDO IL PROGETTO DI DIO


L'accompagnatore spirituale, rivolgendo lo sguardo ai pregi e ai limiti dei
giovani di oggi, e alle circostanze sociali e ai luoghi dove trascorrono la loro esi-
stenza, potrà compiere lucidamente il suo compito di orientarli, di accompa-
gnarli nella loro scelta dello stato di vita e di formarli secondo la loro vocazio-
ne. Le situazioni concrete saranno le realtà che interrogano sulla presa di
15

coscienza di un atteggiamento personale davanti al fatto religioso, spogliato, nel-


l'ambiente attuale, dalla sua rilevanza e dai suoi privilegi sociali.
Il discernimento vocazionale assume come prima funzione quella di illumi-
nare il giovane nel riconoscere il fatto certo di una chiamata speciale, come
appare nel cammino degli apostoli: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto
voi» (Gv 15,16). L'iniziativa divina è il fondamento su cui poggia l'intero edificio
della vocazione e il primo dato da personalizzare da parte del candidato, nel con-
testo di una fede vissuta. 16

La vocazione, da parte di Dio, si evidenzia come una mozione dello Spirito


Santo e come una voce interiore che sollecita il fedele verso nuove avventure
nella sequela di Cristo e che lo abilita con le grazie particolari del suo stato. Il
motivo più significativo per operare una tale scelta, da parte del credente, consi-
ste nell'essere stato chiamato a realizzare integralmente tale forma di elezione.
Essa si ispira pure al desiderio di corrispondere a un amore immenso rivelato in
Cristo Gesù e degno di una risposta altrettanto radicale e gratuita. Il disegno
divino di venire incontro alle molteplici necessità dei fedeli contribuisce alla
diversità delle vocazioni e fa sì che «a ciascuno è data una manifestazione parti-
colare dello Spirito per l'utilità comune» (ICor 12,7).
Uaccompagnatore personale compie, a nome della Chiesa, un'opera di
discernimento teologico e conferma il candidato circa la certezza morale della
presenza dei segni chiari di questo intervento divino: l'intervento del consigliere
diventa per lui fonte di sicurezza e di entusiasmo nel suo nuovo, e a volte diffi-
coltoso, viaggio. 17

15 Cf. GIOVANNI PAOLO I I , esortazione apostolica postsinodale Pastores dabo vobis, 25 marzo
1992. n. 36 (in Enchiridion Vaticanum, X I I I , EDB, Bologna 1996, n. 1329ss); D E PIERI, Orientamento
2

educativo e accompagnamento vocazionale, 20-28.


16 Cf. H . HERBRETEAU, Come accompagnare i giovani verso l'esperienza spirituale, Elledici, Leu-
mann (TO) 2001,92-96; La donna religiosa in una Chiesa-Comunione, Rogate, Roma 1990.
17 Cf. PONTIFICIA O P E R A DELLE VOCAZIONI ECCLESIASTICHE, Nuove vocazioni per una nuova Euro-
I segni dell'appello divino, essendo rara la rivelazione diretta della volontà
del Signore, si colgono nel contesto di un'intensa vita spirituale, nutrita di ora-
zione, di spirito di servizio, di ansia di identificarsi pienamente con Cristo e di far
conoscere la sua liberazione. Questi segni costituiscono il requisito di base, ma
da soli non bastano: devono essere completati dagli altri criteri di discernimento
vocazionale.

5. ACCOMPAGNATORE E ORIENTAMENTO VOCAZIONALE


La scelta dello stato di vita, per la sua stessa trascendenza, richiede una matu-
ra riflessione. Una decisione affrettata, suggerita dal capriccio, dalla passione,
dalla ricerca di interessi egocentrici, espone al rischio di una deviazione dal pro-
prio destino esistenziale.
Non esiste, però, un profilo psicologico, con tratti ben definiti, per l'identifi-
cazione di una chiamata autentica, né si può diagnosticare con certezza il suo
successo o insuccesso. Alcuni segni o criteri possono, però, confermarne la pre-
senza. 18

Il direttore compie il suo lavoro avendo davanti a sé la realtà esistenziale del


giovane e incitandolo a purificarsi e a liberarsi da limiti e deficienze, affinché
maturi nei suoi aspetti positivi. La ricerca di significato, di rapporti interperso-
19

nali autentici, di un centro definitivo di autonomia e di azione, sarà facilmente


perfezionata dalla presentazione di Cristo come «via, verità e vita». I limiti, l'a-
bitudine alla «cultura dell'immediato» e la conseguente resistenza ad ogni opzio-
ne definitiva, la mancanza di formazione religiosa e di una coscienza cristiana
autentica, verranno opportunamente illuminati e corretti con uno sforzo pazien-
te e progressivo. Nelle controindicazioni che appaiono come particolarmente
preoccupanti, la guida saprà chiedere l'assistenza degli specialisti.
Questa scelta dello stato di vita, così decisiva per la riuscita di un soggetto,
dovrà necessariamente diventare un atto personale; sarà il soggetto stesso a
prendere la decisione come propria, con libertà e responsabilità. La guida si limi-
terà a consigliare e a illuminare, e mai sostituirà l'atto personale e inalienabile
del candidato, concentrandosi sulle sue principali incombenze, quali l'animazio-
ne, il discernimento della vocazione e lo stimolo alla sua maturazione. 20

pa, 8 dicembre 1997, n. 11; A. SATURNO, «Bibliografia ragionata su: la vocazione religiosa nella pasto-
rale vocazionale unitaria», in Vocazioni 6/4(1989), 51-53.
18 Cf. R.M. GAY, Vocazione e discernimento degli spiriti, Paoline, 1963, 23-30; R. HOSTIE, Le
discernement des vocations, Desclée de Brouwer, Paris 1964.
19 Cf. IVMA, «Boletin Bibliogràfico vocacional», in Seminarios 38(1992), 97-143; N. DAL MOLIN,
«Quale proposta e accompagnamento vocazionale delle giovani oggi. Per una pastorale vocaziona-
le», in La donna religiosa in una Chiesa-Comunione, Rogate, Roma 1990,145-160.
20 Cf. H. CARRIER, Psico-sociologia dell'appartenenza religiosa, Elledici, Leumann (TO) 1988,
194-197: «11 fenomeno della scristianizzazione che interessa tutto l'ambiente fa sentire la religione
come irrilevante».
5.1. Animazione vocazionale
Nello sforzo generale di orientamento umano e cristiano, la guida favorisce
il sorgere e il consolidarsi delle vocazioni umane, cristiane e religiose. Lo svilup-
po del loro cammino di fede, del desiderio di una vita piena in Cristo, della sete
di salvezza e di fratellanza universale, genera un clima idoneo per una risposta
generosa e decisa. Questa forma di elezione deve risplendere in tutta la sua bel-
lezza e in tutta la sua capacità di condurre felicemente gli eletti fino alla loro pie-
nezza in Cristo.
In tanti test di orientamento, applicati anche nelle scuole cattoliche e che
contengono centinaia di scelte professionali, non appare mai l'opzione vocazio-
nale della sequela di Cristo. Perciò diventa dovere urgente dell'accompagnatore
riempire tale lacuna e presentare ai giovani, seriamente impegnati nella crescita
della fede, la grandezza della consacrazione al servizio del Signore. Egli coglie,
allo scopo, i momenti di grazia e di ascolto ai quali loro stanno partecipando,
come le convivenze e i ritiri spirituali.
5.2. Discernimento della vocazione
Il direttore, se si tratta di giovani che egli dirige, conosce ormai le loro moti-
vazioni, le loro disposizioni intime e le loro attitudini ed è, quindi, in condizioni
di verificare, insieme con loro, la presenza delle qualità iniziali necessarie e l'as-
senza di controindicazioni. Questa verifica vocazionale è progressiva e graduale
come l'esistenza stessa e si compie secondo i criteri che reggono il discernimen-
to, il miglioramento e la crescita. Siccome i segni non sono statici né immutabili,
all'inizio saranno sufficienti gli indizi minimi di sicurezza che poi, nelle fasi suc-
cessive, diventeranno più rassicuranti ed evidenti. 21

Una risoluzione così rilevante deve essere presa dal candidato chiedendo
sempre al padre spirituale luce e conferma. La decisione finale suppone, a que-
sto punto, la certezza morale della chiamata e della capacità di risposta, da par-
te sia dei responsabili che del candidato. Se il direttore fosse certo del caso con-
trario, anche se il candidato è stato già approvato dai superiori, egli si adopererà
con tutta la sua autorità per indurlo ad abbandonarla. Dovrà pure dissipare
eventuali dubbi e incertezze non fondati su motivi oggettivi e assecondarlo a
incontrare motivi di speranza cristiana per affrontare l'avvenire con fiducia nel
Signore, nella sua presenza continua e nella sua assistenza permanente.
5.3. Formazione della vocazione
La terza funzione dell'accompagnatore comincia con la promozione dello
sviluppo integrale della personalità del candidato come fondamento umano soli-
do della grazia della vocazione. Essa si inserisce nella persona umana e segue i
suoi ritmi di crescita. All'inizio appare in condizione germinale, come un seme
che, attraverso la sua morte lenta sotto terra, germoglia progressivamente. L'at-

21 Cf. S. RIVA, La direzione spirituale nell'età dello sviluppo, Queriniana, Brescia 1967, 55-60.
trattiva iniziale deve evolversi e trasformarsi in una scelta cosciente; a tale sco-
po, però, ha bisogno di un terreno adeguato, della luce e del calore fraterno. 22

L'accompagnatore coltiva, in modo opportuno, tali germi cristiani gettati dal


Signore nel profondo del cuore del candidato, lo accoglie con benevolenza, pren-
de sul serio le sue aspirazioni e i suoi ideali e lo sollecita alla meditazione e alla
ricerca spirituale. Egli arricchisce le informazioni che già possiede, presentando-
gli il maggior numero possibile di motivazioni valide, sia riguardo al fascino e alla
fecondità personale del nuovo viaggio, sia riguardo alla sua efficacia apostolica.
Il suo sostegno spirituale si orienta, innanzitutto, verso la maturazione glo-
bale del candidato nella sua personalità umana, cristiana e vocazionale. Nella
misura in cui egli progredisce, gli propone le finalità e le caratteristiche delle
diverse forme di consacrazione. Ai giorni nostri, poi, è necessario prestare spe-
ciale attenzione al livello di formazione cristiana che egli possiede: a causa di cir-
costanze difficili, di secolarizzazione o di persecuzione, essa può essere rimasta a
un livello molto carente e superficiale. 23

6. CRITERI COMUNI DI DISCERNIMENTO DELLA SCELTA


L'accompagnatore dovrà favorire, inoltre, una scelta prudente che tenga con-
to delle capacità e dei talenti personali, dei fattori psicologici e spirituali, del
disegno di Dio e della ricerca della sua volontà.
6.1. Fattori spirituali
Nella elezione dello stato di vita il giovane cerca, in primo luogo, il progetto
del Signore e, attraverso il suo compimento, la glorificazione del suo nome. Scri-
veva sant'Ignazio di Loyola:
«In ogni buona elezione, quanto è da parte nostra, l'occhio dell'intenzione deve esse-
re semplice, avendo di mira solamente il perché sono creato, cioè per la lode di Dio,
Signore nostro, e per la salute dell'anima mia. Così, qualunque cosa io elegga, sarà
ordinata al fine per cui sono creato, non subordinando il fine ai mezzi» (ES 169).
Ogni credente sarà, a tale scopo, animato dal desiderio di abbracciare il pia-
no divino su di lui e di impetrare dal Signore la luce per discernere ciò che è più
conforme alla sua volontà. Per fare questa opzione, è indispensabile adottare una
mentalità di fede, poiché si deve discernere una vocazione divina:
«La vocazione a qualsiasi stato si può in qualche modo chiamare divina, in quanto il
Signore è l'autore principale di tutti gli stati e di tutte le disposizioni e inclinazioni sia
naturali che soprannaturali». 24

22 Cf. A . MARTINELLI, Giovani e direzione spirituale, Elledici, Leumann ( T O ) 1 9 8 9 , 9 3 - 9 9 .


23 Cf. Formazione al discernimento nella vita religiosa. Rogate, Roma 1988,254-255.
24 Costituzione apostolica Sedes Sapientiae, in Acta Apostolicae Sedis 1956,357.
Quando il soggetto, cosciente di essere oggetto di predilezione, si adegua a
tale disegno divino, immettendosi nell'alveo della volontà di Dio, è sicuro di rice-
vere supporto in doni e talenti proporzionati per svilupparlo, poiché il Signore
accompagna i suoi eletti con grazie adeguate alla realizzazione della loro voca-
zione e della loro missione nel mondo.
6.2. Fattori psicologici
Per una scelta razionale dello stato di vita è indispensabile tener conto anche
del temperamento e del carattere del giovane, come pure delle sue capacità, del-
le sue inclinazioni e delle sue possibilità soggettive. Secondo i principi tradizio-
nali, «la grazia perfeziona la natura» o, anche, «Dio non si contraddice nelle sue
attuazioni», perciò non esiste disarmonia tra la prima chiamata di Dio all'esi-
stenza e la nuova chiamata a una sua forma concreta per portarla a compimen-
to.
Se il candidato fa l'opzione in armonia con essa, progredisce nella serenità e
nella pace interiore. Se, invece, devia dalla sua strada, allora ne consegue un tur-
bamento interiore e, prima o poi, esplodono conflitti che sfociano nell'insoddi-
sfazione, nel senso di smarrimento, nella depressione e, nei casi più gravi, gene-
rano disturbi psichici e, quindi, ostacolano il soggetto nel suo adattamento alle
esigenze della vocazione e della missione.
Perciò la scelta deve essere accompagnata da una prudente valutazione che
tenga conto sia dei doni e dei talenti naturali ricevuti che della loro adeguata
disposizione verso la nuova forma di esistenza, poiché conferiscono un'indica-
zione sul nuovo modo di essere e di agire da abbracciare. La propensione della
volontà e la presenza delle qualità necessarie sono i due fattori determinanti di
ogni chiamata. 25

Tale indagine, sui doni ricevuti e sulle disposizioni e tendenze naturali pre-
senti, va fatta con accuratezza e spirito soprannaturale, non per cercare la via più
comoda o più redditizia, ma per adeguarsi ulteriormente al piano divino nei
riguardi del soggetto e per impiegare più efficacemente le sue energie e i suoi
talenti nel compimento della missione personale.
Questa valutazione psicologica della personalità dei candidati al sacerdozio
e alla vita consacrata appare complessa e problematica a motivo della carenza di
parametri obiettivi e generalizzati di riferimento, soprattutto per ciò che concer-
ne il giudizio sulla maturità personale e sul rapporto di congruenza tra persona-
lità, impegni da assumere e quadro di valori da integrare. Non esiste, infatti, un
profilo psicologico di una vocazione autentica, con tratti ben definiti, né se ne
può diagnosticare con certezza il successo o l'insuccesso. Certi segni o criteri pos-
sono confermarne la presenza. 26

25 Cf. A. CENCINI, Vocazioni. Dalla nostalgia alla profezia, EDB, Bologna 1989,175-305; O. CAN-
TONI, E brillerà la tua luce! Strumento di lavoro per i giovani che chiedono la direzione spirituale.
Ancora, Milano 1990.
26 Cf. L. CIAN, «Discernimento vocazionale e apporto delle scienze umane», in Direzione spiri-
tuale e orientamento vocazionale, Paoline, Milano 1992,171-206.
Il motivo iniziale della vocazione si presenterà ancora molto imperfetto e,
nonostante questo, potrà essere autentico. Nei primi momenti vi si mescolano
molto spesso motivazioni estranee e naturali, non troppo limpide. La stessa
immaturità del soggetto non permette ancora risposte adeguate. Non possono,
quindi, essere esclusi per tali cause, ma è imprescindibile discernere la condotta
imperfetta di colui che è in cammino di maturazione e l'atteggiamento di colui
che, invece, è vittima di un vero impedimento vocazionale.

7. DISCERNIMENTO DELLA VOCAZIONE SACERDOTALE-RELIGIOSA


Le qualità indispensabili del candidato per una sua soddisfacente elezione sono
fondamentalmente la retta intenzione e Vidoneità, naturalmente con l'assenza di
controindicazioni. Nel decreto conciliare sulla formazione sacerdotale si legge:
«I candidati [...] aspirino a così grande ministero con retta intenzione e piena libertà,
dopo averne riconosciuta e provata l'idoneità». 27

Queste disposizioni non escludono una possibile titubanza iniziale di fronte


al sentimento, che deve essere però controllabile, come nel caso del profeta
Geremia. L'attrattiva per la vita sacerdotale o religiosa può essere un primo
segno dell'inizio di una vera vocazione.
7.1. Retta intenzione
Il criterio positivo di fondo per il discernimento psicologico dell'autenticità
della chiamata è costituito dai seguenti tre fattori: retta intenzione, libertà e ido-
neità. Saranno quindi funzioni principali dell'accompagnatore il facilitare la
comprensione del grado di libertà del candidato al momento della sua scelta, così
come la direzione delle sue motivazioni.
7.1.1. La motivazione valida
La guida spirituale cerca di determinare, nel modo più preciso possibile, ciò
che veramente ì candidati cercano, la loro motivazione autentica: essa equivale
essenzialmente alla «retta intenzione», che è stata descritta tradizionalmente
come il desiderio di una dedizione piena alla gloria di Dio o come «la volontà
chiara e decisa di consacrarsi interamente al servizio del Signore» (Paolo VI).
Vale pure anche la seguente descrizione:
«11 motivo vero e profondo del sacro celibato è [...] la scelta di una relazione perso-
nale più intima e completa con il mistero di Cristo e della Chiesa a vantaggio dell'in-
tera umanità». 28

CONCILIO VATICANO II, Optatam totius, n. 2 (in Enchiridion Vaticanum, I, n. 7 7 6 ) .


2 7

PAOLO V I , lettera enciclica Sacerdotalis caelibatus, 2 4 giugno 1 9 6 7 , n. 5 4 (in Enchiridion


2 8 Vati-
canum, I I , EDB, Bologna 1 9 9 2 , n. 1 4 6 8 ) .
Sono legittime tante altre formule come: «Ho sperimentato l'amore del
Signore e gli voglio corrispondere»; «Il Signore ha amato me ed è morto per me,
io voglio riamarlo e dare la vita per lui». Si tratta di motivazioni consapevoli,
radicate nella piena libertà della coscienza, alle quali si perviene seguendo il pro-
cesso normale di crescita nelle informazioni e nei chiarimenti delle esigenze a cui
si va incontro. Essendo le motivazioni delle realtà molto complesse e multiformi,
all'inizio raramente saranno puramente soprannaturali, ma abbinate ad altre
tendenze o desideri naturali, più o meno inconsci. Basta però che, con il tempo,
si manifestino chiaramente come dominanti e determinanti. 29

Esistono diversi segni per rendersi conto se il candidato è mosso da valori di


questo genere. Per esempio, se egli vive abitualmente una rassicurante pace e
serenità interiore, nonostante dubbi o perplessità; se possiede la capacità di
gustare le gioie spirituali che provengono dall'armonia e dall'integrazione delle
sue funzioni psichiche nella risposta; se è anche capace di superare i dubbi, le
perplessità e le frustrazioni normali in ogni genere di impegno e di diventare
sempre più aperto e sensibile ai bisogni dei confratelli in una graduale disposi-
zione socio-centrica. La tristezza duratura e la tendenza all'isolamento sono, al
contrario, dei segni negativi riguardo alla vocazione. 30

7.1.2. Motivazioni insufficienti e inconsce


Le motivazioni insufficienti sono, invece, un elemento distintivo delle voca-
zioni immature, le quali non hanno raggiunto ancora né un'ampia libertà inte-
riore né la retta intenzione dominante. Queste motivazioni, a volte, sono parzia-
li, per esempio nel caso di un vivo desiderio di dedicarsi alle opere sociali o all'a-
postolato, cose che fanno anche i laici. Altre volte, si caratterizzano per la dire-
zione egocentrica dei loro desideri e per la ricerca di vantaggi individuali, non
solo di tipo materiale come la ricerca di benessere fisico o economico, ma anche
di tipo culturale, come la promozione a classe sociale, o formazione, o livello
intellettuale superiori a quelli della propria famiglia. 31

Le motivazioni inconsce costituiscono, invece, un terreno più oscuro e insi-


curo, dominato generalmente da uno spiccato orientamento egocentrico. Esse
assumono principalmente due forme: l'una è la gratificazione vicaria, che si
riscontra quando i candidati presentano dei motivi validi in apparenza, che però,
in fondo, sostituiscono motivi inconsci inaccettabili (per esempio, dicono di esse-
re venuti per servire il prossimo, ma, in realtà, cercano per sé riconoscimento o
ammirazione; affermano che «bisogna essere in buoni rapporti con tutti», ma, in
fondo, cercano la soddisfazione del loro bisogno di dipendenza); l'altra forma è
denominata fuga difensiva: di fronte a difficoltà o responsabilità nel mondo per
loro insopportabili, il soggetto cerca sicurezza nell'obbedienza passiva; o, per

29 Cf. Giovani oggi: dalla proposta alla scelta vocazionale. Rogate, Roma 1985,45-50.
30 Cf. La proposta vocazionale alla vita religiosa. Rogate, Roma 1990,124-128; La preparazione
al noviziato. Rogate, Roma 1990,203-214.
31 Cf. DAL MOLIN, «Quale proposta»; A. BISSONI, «Motivazione alla vita religiosa», in Vit. Cons.
21(1985), 315-325.
esempio, di fronte alla paura del sesso, del matrimonio o della solitudine negati-
va, si rifugia nel celibato o nella vita comunitaria. 32

Conviene ricordare pure qualche tipo di motivazione, di per se stessa buona,


poiché possiede un carattere religioso, ma non proporzionata alla scelta della vita
consacrata, poiché non corrisponde al fine per il quale è invocata. Essa risulta ina-
deguata per abbracciare un certo stato di vita, ad esempio l'opzione vocazionale
fatta per l'espiazione dei propri peccati o per la conversione di una persona cara;
una volta raggiunto lo scopo, non c'è più motivo per continuare in quella opzione.
In questi casi, gli interessati confessano di essere totalmente sicuri della pro-
pria vocazione, nonostante le difficoltà che i superiori e i formatori scoprono in
loro; queste difficoltà - sostengono essi - provengono da cause esterne, per
esempio dalla mancanza di un'autentica vita fraterna, dalla difficoltà di osser-
vanza regolare, di mortificazione, di spirito di penitenza. In alcune circostanze, si
manifesta in loro l'ansia per un ascetismo troppo ostentatamente austero e mol-
to intransigente verso gli altri. Da parte loro la vita religiosa viene intrapresa
come una forma di evasione o come una via di uscita di fronte a situazioni nelle
quali erano rimasti insoddisfatti. Tale atteggiamento, più che ricerca del Signore,
sembra una fuga dal mondo. Ma quando si fugge, si sa da dove si viene, ma non
dove ci si dirige. Chi adotta questa soluzione sembra confessare: «Ho fatto diver-
se esperienze, ho provato diverse professioni e, in tutte, sono rimasto sempre
insoddisfatto, perciò mi faccio religioso».
7.1.3. Il compito del direttore
Il discernimento che deve effettuare la guida, in questi casi tanto ambigui,
non è certamente facile, anche perché i soggetti si mostrano molto sicuri di sé e
non permettono che si dubiti della loro autenticità. Se essi hanno un'urgenza
inconscia di coprire le loro carenze affettive o la loro ricerca di compensazioni
con delle ragioni mascherate, frutto di qualche meccanismo di difesa come la
razionalizzazione che si svelerà in una certa opposizione a rivedere le loro moti-
vazioni, allora diventerà arduo rompere tale difesa che li protegge contro un
nuovo fallimento personale. 33

Il criterio più adatto sarà l'esame dell'origine indiretta della nascita della
loro vocazione: essa è sbocciata, quasi sempre, dalla fuga difensiva e dall'evasio-
ne da situazioni insoddisfacenti. L'animatore vocazionale, se i diretti non si
lasciano aiutare, dovrà decidere con fermezza ed escluderli da questo cammino.
Se, invece, egli si trova di fronte a motivazioni semplicemente insufficienti o
inconsce, che provengono dalla mancanza di un'età sufficiente o da inadeguate
informazioni, allora non vedrà in esse controindicazioni per la scelta vocaziona-
le: se esse sono insufficienti, potranno divenire sufficienti e consapevoli con una
formazione paziente. L'accompagnatore orienterà e informerà opportunamente
il diretto in modo che diminuisca progressivamente l'area delle motivazioni
inconsce e insufficienti e si sviluppino opportunamente le motivazioni valide
riguardo alla sua consacrazione.

32 Cf. J. ALDAY, Aspectos Psicológicos de la vocación, Vitoria 1995,43-51.


33 Cf. D E PIERI, «Orientamento vocazionale», 778-784.
7.2. Idoneità umana
La presenza di una motivazione valida non è ancora sufficiente per un giu-
dizio definitivo sull'esistenza della chiamata: sia la vita consacrata che il mini-
stero sacerdotale, come certi altri stati di vita, richiedono doti e disposizioni spe-
ciali, adeguate al loro progetto e che il consigliere dovrà verificare. E questa, pre-
cisamente, Vidoneità personale che viene descritta come il complesso di qualità e
attitudini che abilitano il candidato ad abbracciare una determinata vocazione.
Siccome, quando Dio chiama a un determinato genere di consacrazione,
dona anche i mezzi necessari per attuarla, la presenza delle qualità corrispon-
denti conferma la possibilità di una vera iniziativa divina. La mancanza delle atti-
tudini indica, invece, l'illusorietà dei desideri dell'aspirante.
Le principali attitudini richieste, che in fondo equivalgono alla maturità uma-
na integrale, sono le seguenti.
• Maturità psicofisica
Presuppone una salute corporale sufficiente e l'integrità psicologica. Richie-
de le capacità intellettuali necessarie per compiere gli studi indispensabili per il
proprio stato di vita. Suppone pure il possesso di quelle doti che permettono l'a-
scolto di Dio e del suo progetto e la lettura e l'accettazione della propria storia
personale, di una considerazione positiva di se stessi e di una buona capacità di
superamento dei conflitti e delle tensioni tipici dell'esistenza.
• Maturità affettiva
Si manifesta nella capacità di controllo degli impulsi e delle emozioni e pro-
duce una certa stabilità o un equilibrio affettivo ed emotivo. Esige pure l'inte-
grazione della sessualità nell'amore, affinché essa sia considerata e accettata
come una qualità positiva della personalità e canalizzata verso la comunione,
diventando così una potenzialità costruttiva al servizio dell'amore fraterno. 34

• Maturità sociale
La crescita di questa dimensione si rivela nella capacità di vivere in comu-
nione e di compiere una concreta armonizzazione tra le esigenze affettive per-
sonali e quelle intersoggettive. Essa si esprime poi nell'ascolto del prossimo e
delle sue esigenze uniche e in un amore oblativo, aperto fino a diventare dono
totale per gli altri. Lo sviluppo delle virtù sociali (sincerità, affabilità, solidarietà,
riconoscenza...), creerà persone con un'indole adatta per un'effettiva collabora-
zione nella dinamica dei gruppi di riflessione e di azione.

34 Cf. L. GHIZZONI, «Scienze dell'educazione e direzione spirituale per la maturazione vocazio-


nale», in Direzione spirituale e orientamento vocazionale, 85-108.
• Maturità morale
Si rivela nella possibilità di integrare i valori naturali con quelli evangelici e
di prendere decisioni ponderate in base ai propri ideali. La comprensione ogget-
tiva della realtà permette di accoglierla nel suo giusto valore e di agire con
coraggio e con coerenza, senza cadere vittime dei sentimenti individuali del
momento.
7.3. Idoneità cristiana
Costituisce una delle preoccupazioni più attuali, poiché tanti giovani vengo-
no da lunghi periodi di abbandono delle pratiche religiose e, normalmente, par-
lano «del giorno della mia conversione». È perciò urgente osservare attenta-
mente il grado della loro effettiva conversione e maturità cristiana. Queste devo-
no essere proporzionate all'attitudine di giudicare persone e avvenimenti alla
luce della parola di Dio e in grado di condurre a un'accelerazione del ritmo del-
la preghiera e della pratica sacramentale e ad un approfondimento dell'espe-
rienza cristiana, che induce ad aprirsi gioiosamente agli impegni apostolici. 35

7.4. Idoneità specifica per la vita sacerdotale e consacrata


Per coloro che aspirano al sacerdozio o alla vita consacrata è imprescindibi-
le tenere conto, fin dall'inizio, dei requisiti di idoneità appropriata per svolgere
le funzioni ministeriali essenziali e i compiti legati al particolare carisma dell'i-
stituto che il candidato ha scelto. 36

7.5. Sufficiente libertà


Qualche decennio fa, quando si parlava della libertà di scelta, si rivolgeva
l'attenzione piuttosto verso la libertà esteriore, cioè da pressioni familiari, socia-
li, ambientali. Adesso preoccupa di più la mancanza di libertà interiore, causata
da bisogni, desideri e aspettative in contraddizione con la vocazione.
In fondo, tale carenza proviene da motivazioni insufficienti e inadeguate, che
inconsciamente restringono le possibilità del candidato di impegnarsi autentica-
mente nella realizzazione dei valori vocazionali. Esse assumono generalmente
un orientamento egocentrico: ricerca di affetto, di sicurezza, di serenità, di rea-
lizzazione personale e sociale, di una libertà immaginaria, di dominio sugli altri.
Appaiono quando le motivazioni valide e la loro carica affettiva si attenuano:
allora diventano dominanti e riducono la libertà spirituale e, quindi, l'efficacia
personale, comunitaria e apostolica.
Gli atteggiamenti non liberi si scoprono osservando i meccanismi di difesa,
inconsci, che evidenziano il bisogno soggettivo di mascherare la debolezza o l'in-

35 Cf. MARTINELLI, Giovani e direzione spirituale; RIVA, La direzione spirituale nell'età dello svi-
luppo', A . MERCATALI, «La guida spirituale nelle principali tappe della vita religiosa», in La guida spi-
rituale nella vita religiosa. Rogate, Roma 1986,145-153.
36 Cf. Nuovi giovani, nuove vocazioni, nuova formazione. Rogate, Roma 1994, 247-249.
coerenza intima con autogiustificazioni, proiezioni, transfert, per far salva in tal
modo la stima di sé e della propria dignità di fronte agli altri. Questi fatti rendo-
no evidente l'assenza di coerenza dell'individuo, che non agisce secondo il suo
essere, ma secondo la necessità di avere affetto, stima, fiducia, accettazione, com-
prensione.
Il bisogno inconfessabile di affetto, la mancanza di controllo degli impulsi
sessuali, i sentimenti di inferiorità o di fallimento, hanno bisogno di soddisfazio-
ne e, allo stesso tempo, siccome costituiscono delle infedeltà al proprio ideale, il
candidato si difende trovando giustificazioni apparentemente ineccepibili.
I sintomi di tale mancanza di libertà possono essere i seguenti: ripiegamento
su se stesso e rigidità nelle prese di posizione; poca sensibilità verso la situazio-
ne del prossimo e del mondo; difficoltà ad assumere nuovi impegni e ad affron-
tare il futuro, nonché uno stato di insoddisfazione o di aggressività per la man-
canza di gratificazione delle aspirazioni profonde.
7.6. Controindicazioni alla scelta di vita
In questo settore la funzione della psicologia si rivela essenziale e la sua
capacità di previsione riguardo all'insuccesso della vocazione è molto alta.
Non sempre la terminologia su questo argomento è chiara per mancanza di
criteri uniformi per la classificazione delle anomalie. Possiamo però distinguere,
prima di tutto, le controindicazioni assolute e quelle relative.
• Controindicazioni assolute
Si riferiscono a lacune psichiche gravi non compatibili con la vita consacrata.
Sono i casi più facili per il discernimento, anche se in età giovanile alcune di esse
non si manifestano ancora in tutta la loro gravità. La non idoneità, tuttavia, emer-
ge con sufficiente chiarezza e, quindi, il discernimento è totalmente negativo. Si
possono enumerare come esempi tipici i diversi casi di psicosi e di schizofrenia.
• Controindicazioni relative
Entro questa definizione si includono diverse forme di anomalie di carattere
e di disturbi psichici non gravi, percepiti come tali dal soggetto e che non ne alte-
rano gravemente né la personalità né il comportamento. Vengono denominate
relative in quanto bisogna stabilire, nei singoli casi, l'intensità e l'incidenza del
fenomeno sul carisma verso il quale ci si sente chiamati.
Le loro caratteristiche più comuni sono: la mancanza di controllo di sé o di
adattamento della propria esistenza alla realtà sociale. Il soggetto, inoltre, è pri-
gioniero di conflitti interiori, per esempio tra bisogno di affetto e solidarietà. Il
nevrotico tenta di risolverli attraverso i meccanismi di difesa e non mediante la
risposta autentica matura e cade facilmente vittima di un'angoscia indetermi-
nata. Le forme più comuni di nevrosi sono la nevrastenia, la psicoastenia e l'i-
steria.
Negli ambienti dove esistono scuole in cui cooperano attivamente gli psico-
logi professionali che compiono un lavoro preventivo di orientamento e di sele-
zione, molto raramente questi casi, o almeno i più gravi, si avvicinano alle porte
dei seminari e delle case di formazione. 37

• Situazioni problematiche
Le maggiori preoccupazioni, dunque, sorgono di fronte alle cosiddette situa-
zioni psicologiche problematiche per la crescita vocazionale. Sono, queste, forme
più o meno gravi non di patologia, ma di immaturità, che incidono appunto
intensamente sulla maturazione religiosa e vocazionale.
Le situazioni problematiche più salienti, negli aspiranti al sacerdozio o alla
vita religiosa, sono le seguenti.
- La ferita dei non stimati. Essa genera facilmente complessi di inferiorità e
mancanza di autostima con conseguente insicurezza e instabilità. E frequente
spesso nei giovani che hanno vissuto periodi di confronto negativo con i fra-
telli o con i vicini, e che sono animati adesso da un'intensa fame di apparire,
di fare bella figura e di ostentare le proprie qualità e conoscenze. Ciò rivela
un 'identità interiore debole con un'inadeguata percezione di sé e con una per-
sonalità fragile. La loro esistenza è costruita sulla sabbia dell'affermazione del
proprio io e del successo esteriore, e suscita complessi di inferiorità o di supe-
riorità, come pure violentissime gelosie.
- La ferita dei non amati. Essa provoca, invece, l'immaturità affettiva. Come han-
no scritto i religiosi francesi nell'instrumentum laboris sulle vocazioni in Euro-
pa, i giovani che si presentano, in generale, sembrano seri, ma hanno problemi
psicologici e affettivi molto profondi. Rivelano una «instabilità psicoaffettiva,
da facile scoraggiamento», perciò «hanno bisogno di aiuto e di accompagna-
mento spirituale». Ciò provoca anche un'immaturità affettiva sociale, special-
38

mente nei candidati che «provengono da famiglie disgregate, con conseguente


immaturità emozionale». Hanno poi «notevoli difficoltà ad accettare gli altri
39

come sono» e possiedono «un eccessivo attaccamento ai gruppi di provenienza»


e «un'incapacità di collaborare con i fratelli per il forte "egocentrismo". 40

• La mancanza di maturità valoriale


Alle annotazioni precedenti si può aggiungere il problema di una scarsa inte-
riorizzazione dei valori. Come si legge nel documento appena citato: «Appare in
loro la diffusa insufficiente preparazione spirituale e culturale, causata sovente

37 Cf. CANTONI, E brillerà la tua luce!', G . CARDAROPOLI, Vocazione e pastorale vocazionale, Anto-
nianum, Roma 1983; IVMA, «Boletrn Bibliogràfico vocacional», 97-143; GAY, Vocazione e discerni-
mento degli spiriti; HOSTIE, Le discernement des vocations.
38 La pastorale delle vocazioni nelle Chiese particolari d'Europa. Documento di lavoro del con-
gresso, n. 25, in L'Osservatore Romano (30 ottobre 1996). Cf. P. SCHELLENBAUM, La ferita dei non ama-
ti. Il marchio della mancanza d'amore, RED, Como 1992,13-42.
39 La pastorale delle vocazioni, n. 22.
40 La pastorale delle vocazioni, n. 27.
da una carenza di elementi basilari della vita cristiana e soprattutto dalla man-
canza di una visione globale della fede». 41

Accanto a personalità saldamente poggiate su valori assimilati e su un'evo-


luzione religiosa molto soddisfacente, ci sono infatti casi, non infrequenti, di
carenza di valori di fondo e di predominio del proprio punto di vista, con un cul-
to eccessivo del proprio io. Si tratta di personalità non integrate ancora che, dif-
ficilmente, senza un'adeguata sanazione, potranno portare a maturazione un
dinamismo creativo e responsabile.
«La cura delle vocazioni al sacerdozio saprà esprimersi anche in una ferma e persua-
siva proposta di direzione spirituale. È necessario riscoprire la grande tradizione del-
l'accompagnamento spirituale personale, che ha sempre portato tanti e preziosi frut-
ti nella vita della Chiesa [...]. 1 ragazzi, gli adolescenti e i giovani siano invitati a sco-
prire e ad apprezzare il dono della direzione spirituale, a ricercarlo e a sperimentar-
lo, a chiederlo con fiduciosa insistenza ai loro educatori nella fede. I sacerdoti, per
parte loro, siano i primi a dedicare tempo ed energie a quest'opera di educazione e di
aiuto spirituale personale: non si pentiranno mai di aver trascurato o messo in secon-
do piano tante altre cose, pure belle e utili, se questo era inevitabile per mantenere
fede al loro ministero di collaboratori dello Spirito nell'illuminazione e nella guida
dei chiamati». 42

«Dio Padre, nel dono continuo di Cristo e dello Spirito, è il formatore per eccellenza
di chi si consacra a lui. Ma in quest'opera egli si serve della mediazione umana, ponen-
do a fianco di colui che egli chiama alcuni fratelli e sorelle maggiori [...] persone esper-
te nel cammino della ricerca di Dio, per essere in grado di accompagnare anche altri in
questo itinerario [...] Ai lumi della sapienza spirituale uniranno quelli offerti dagli stru-
menti umani, che possano essere d'aiuto sia nel discernimento vocazionale, sia nella
formazione dell'uomo nuovo, perché divenga autenticamente libero». 43

41 La pastorale delle vocazioni, n. 24.


4 2GIOVANNI PAOLO I I , Pastores dabo vobis, n. 4 0 (in Enchiridion Vaticanum, X I I I , n. 1 3 5 2 ) .
4 3GIOVANNI PAOLO I I , Vita consecrata, n. 66 (in Enchiridion Vaticanum, XV, n. 638 [corsivo
nostro].
Tracce per la personalizzazione

1. Aiuti colui che guidi a scoprire una chiamata speciale? Favorisci la certezza in lui
della presenza di segni chiari di tale chiamata? Lo prepari alle difficoltà di questo
nuovo viaggio?
2. Sei attento a che la motivazione sia dominante e determinante? Presti attenzione
alle motivazioni insufficienti per cause varie?
3. Hai una particolare cura nel discernimento delle motivazioni inconsce quali la «gra-
tificazione vicaria» o la «fuga difensiva»? E di quelle «mascherate? Lo escludi con
fermezza dal cammino se non si lascia aiutare?
4. Incoraggi il sorgere e il consolidarsi della vocazione? Favorisci lo sviluppo del cam-
mino di fede e del desiderio di una vita piena in Cristo?
5. Presenti la grandezza della consacrazione al servizio del Signore? Consigli
momenti di ascolto e di grazia come ritiri ed esercizi spirituali?
6. Verifichi con lui la presenza di disposizioni necessarie e l'assenza di impedimenti?
Esamini la vocazione secondo progressività e gradualità?
7. Lo aiuti ad affrontare l'avvenire con fiducia nel Signore? Lo inviti alla meditazione e
alla ricerca spirituale? Gli presenti il maggior numero possibile di motivazioni vali-
de? Gli presenti il nuovo cammino come fonte di fascino, di fecondità personale e
di efficacia apostolica?
Appendice
REATTIVO DELLE FRASI DA COMPLETARE DI SACKS

In questa scheda sono riportate sessanta frasi incomplete. Leggerle una alla volta e
completarle scrivendovi accanto la prima idea che si presenta alla mente. Lavorare più in
fretta possibile. Se non si riesce a completare una frase, fare un segno accanto al numero
corrispondente e ritornarvi sopra più tardi.
1. Ho l'impressione che mio padre raramente
2. Quando ogni cosa è contro di me
3. Ho sempre voluto
4. Se io avessi autorità
5. L'avvenire mi appare
6. I miei superiori
7. So che ciò è sciocco, tuttavia ho paura di
8. Ho l'impressione che un amico sincero
9. Quando ero bambino
10. La mia idea di donna perfetta
11. Quando io vedo un uomo e una donna assieme
12. Paragonata alla maggior parte delle famiglie, la mia
13. Durante il lavoro, mi trovo meglio con
14. Mia madre
15. Farei qualunque cosa per dimenticare quella volta che io
16. Se mio padre solamente volesse
17. Credo di avere la capacità di
18. Potrei essere perfettamente felice se
19. Se delle persone lavorano per me
20. Aspetto con ansia
21. A scuola i miei insegnanti
22. La maggior parte dei miei amici ignora che ho paura di...
23. Non mi piacciono le persone che
24. Qualche anno fa, io
25. Penso che la maggior parte delle ragazze
26. La mia impressione sulla vita coniugale è
27. La mia famiglia mi tratta come
28. Le persone con le quali lavoro
29. Mia madre ed io
30. Il mio più grande errore è stato
31. Vorrei che mio padre
32. La mia più grande debolezza è
33. La segreta ambizione della mia vita è
34. Le persone che lavorano per me
35. Verrà un giorno in cui io
36. Quando vedo arrivare il mio superiore
37. Vorrei perdere la paura di
38. Le persone che preferisco
39. Se fossi ancora giovane
40. Credo che la maggior parte delle donne
41. Se avessi dei rapporti sessuali
42. La maggior parte delle famiglie che conosco
43. Mi piace lavorare con le persone che
44. Penso che la maggior parte delle madri
45. Quando ero più giovane, mi sentivo colpevole di
46. Ho l'impressione che mio padre sia
47. Quando la fortuna si volge contro di me
48. Ciò che soprattutto voglio dalla vita è
49. Nel dare ordini agli altri, io
50. Quando sarò più anziano
51. Le persone che considero miei superiori
52. I miei timori talvolta mi obbligano a
53. Quando non sono presente, i miei amici
54. Il mio più vivo ricordo d'infanzia
55. Ciò che mi piace di meno nelle donne
56. La mia vita sessuale
57. Quando ero bambino, la mia famiglia
58. Le persone che lavorano con me di solito
59. Amo mia madre, ma
60. La peggior cosa che io abbia mai fatto
Risultato: Le frasi si dividono schematicamente in 4 settori e in 15 atteggiamenti, ai
quali corrispondono 4 items o frasi:
Settore Gruppi di atteggiamenti Items
A) Famiglia 1. Padre 1-6; 31-46
14. Madre 14-29; 44-59
12. Unità familiare 12-27; 42-57
B) Sesso 10. Donne 10-25:40-55
11. Rapporti eterosessuali 41-26; 41-56
C) Relazioni 4. Autorità 4-19:34-49
Interpersonali 6. Superiori 6-21; 36-51
8. Amici 8-13; 38-53
13. Colleghi 13-18:43-58
D) Concetto di sé 2. Risorse personali 2-17; 32-47
3. Ideali di vita 3-18; 33-48
5. Futuro 5-20; 35-50
7. Timori 7-22;37-52
9. Passato 9-24; 39-54
15. Colpe 15-30; 45-60

Per ognuno dei 15 gruppi di atteggiamenti analizzati e sotto riportati, indicare l'im-
pressione generale sul contenuto significativo delle risposte date dal soggetto e sul grado
del suo eventuale conflitto secondo la seguente classificazione:
2: molto disturbato, tale da richiedere aiuto terapeutico per problemi emotivi in que-
sta area;
1: modicamente disturbato, per problemi emotivi che il soggetto può padroneggiare
senza aiuto terapeutico;
0: nessun disturbo significativo in quest'area: soggetto equilibrato, normale;
x: non classificabile, manca una sufficiente evidenza della situazione.
1. Atteggiamento verso il padre: ( )
2. Atteggiamento verso le proprie risorse: ( )
3. Ideali di vita: ( )
4. Atteggiamento verso gli inferiori: ( )
5. Atteggiamento verso il futuro: ( )
6. Atteggiamento verso i superiori: ( )
7. Paure: ( )
8. Atteggiamento verso gli amici: ( )
9. Atteggiamento verso il passato: ( )
10. Atteggiamento verso le donne: ( )
11. Atteggiamento verso le relazioni eterosessuali: ( )
12. Atteggiamento verso la famiglia: ( )
13. Atteggiamento verso i colleghi di lavoro o di studio: ( )
14. Atteggiamento verso la madre: ( )
15. Sensi di colpa: ( )
Osservazioni:

Tutto questo lavoro offre materiale di prima mano per un successivo colloquio pasto-
rale approfondito.
Capitolo undicesimo
LA SUPERVISIONE
NELLA DIREZIONE SPIRITUALE

Il concetto di supervisione è relativamente nuovo nel campo della direzione


spirituale. Questa pratica infatti si diffonderà nella misura in cui la formazione
dei direttori assumerà, in modo generalizzato, l'indirizzo di formazione continua.
Anche se tale supervisione era stata adoperata da qualcuno a livello personale,
nel corso della storia essa non ha dato luogo a una riflessione profonda, né si è
sviluppata sistematicamente tra i direttori spirituali.
Il termine «supervisione» viene usato in diversi ambiti e per vari scopi.
Nel campo del lavoro, per esempio, supervisionare significa ispezionare e
controllare.
Nel campo della psicoterapia, circa trent'anni fa sono apparsi i primi studi
sull'argomento. In parecchi settori non era possibile ottenere il titolo di psicote-
rapeuta professionale senza sottomettersi a una lunga pratica di revisione, di 8 o
10 anni, sotto la guida di un supervisore maturo.
Ormai, nelle aree di lingua inglese, la supervisione costituisce un termine e
una realtà molto diffusi. Tuttavia questa denominazione non è molto gradita,
poiché mantiene risonanze troppo legate alla sua origine manageriale ed econo-
mica; sa troppo di controllo e coercizione del lavoratore e, quindi, fa insorgere
una certa mancanza di fiducia nel suo rendimento.
La supervisione comunque ha invaso, in modo progressivo, diversi campi del
lavoro pastorale perché beneficia dello sviluppo della conoscenza della teoria e
della pratica dei suoi metodi, ormai generalizzati, nei settori della psicologia e
del servizio sociale.
Agli inizi, l'osservazione e la revisione si centravano soprattutto sui proble-
mi o sui soggetti problematici che si stavano accompagnando, piuttosto che sul-
la persona stessa del direttore spirituale. Negli ultimi vent'anni, però, la supervi-
sione si è rivolta, innanzitutto, alla persona dell'accompagnatore e ai metodi di
cui fa uso. In tal modo, la sua funzione principale è diventata quella di orientare
i consulenti o i terapeuti verso una maggiore conoscenza di sé e dei propri atteg-
giamenti nell'orientamento personale e nel loro intervento terapeutico.
Vari sono i modelli d'intervento per la supervisione pastorale. Due sono i
principali: uno è personale, la supervisione individuale; l'altro è di gruppo, cioè
la supervisione compiuta sia tra uguali sia sotto la guida di un esperto. 1

1Cf. E. LIEBERT, Changing Life Patterns:Adult Development in Spiritual Direction, Paulist Press,
New York 2000,56-59.
1. SUPERVISIONE PERSONALE
Consiste in una revisione alla quale si sottomette il direttore spirituale per
migliorare il proprio atteggiamento e il proprio ministero, con il contributo di un
collega esperto, al fine di diventare sempre più idoneo nel promuovere l'intima
relazione con Dio e con il prossimo. Il punto centrale è Vesperienza del direttore
stesso nel suo ministero, non quella dei suoi diretti. Essa lo stimola ad affinare le
proprie capacità di accoglienza, di ascolto, di dialogo, di comprensione. Quindi
l'anelito che lo deve animare è quello di diventare una guida sempre più com-
petente. 2

Quando l'accompagnatore, finita la formazione iniziale al suo ministero,


comincerà ad esercitarlo in modo autonomo, sentirà ancora il bisogno di una for-
mazione continua e di un'illuminazione permanente. Nella misura in cui egli
diventerà più sicuro nella sua attività, si accorgerà che può diminuire la fre-
quenza e la funzione di entrambe. Ma rimarrà in lui la volontà di percorrere un
costante processo di miglioramento, che ha come obiettivo il perfezionare la sua
esperienza di Dio e, di conseguenza, quella dei suoi accompagnati. Egli dunque
si perfezionerà nelle competenze e nell'efficacia del suo servizio. 3

Certamente ci vorrà del tempo affinché la supervisione diventi qualcosa di


abituale e non una pratica sorprendente. Ciò accadrà una volta che i nuovi
accompagnatori, formati in questo spirito di dialogo, di comunicazione e di rin-
novamento costante, si faranno abbastanza numerosi. E un cammino analogo a
quello che ha percorso la formazione permanente generale: con il passare del
tempo apparirà come un tirocinio naturale e indispensabile.
Ci sono ormai diverse associazioni di counselor psicologi professionisti che
obbligano i loro soci a sottoporsi periodicamente alla supervisione, secondo
quanto è stabilito dal loro codice etico. I membri finiscono per stabilire un rap-
porto frequente di confronto reciproco. Il modo più comune di praticarlo è quel-
lo di cercare un supervisore qualificato, con alcuni anni di esperienza nell'eser-
cizio della professione. Questo supervisore dovrebbe essere capace di mettere in
discussione lo stile di relazione e il metodo adoperato dai colleghi.
Un altro modo di compiere la supervisione prevede che due counselor s'im-
pegnino a supervisionarsi a vicenda; uno di loro assume il ruolo del superviso-
re, mentre l'altro si sottopone a supervisione e, successivamente, si scambiano i
ruoli. 4

In sintesi, per quanto esperti o qualificati possano essere i direttori, si richie-


de loro di proseguire costantemente nel perfezionamento della loro vocazione e
della loro missione. Specialmente all'inizio del cammino di assistenza spirituale,
saperne di più su se stessi e comprendersi meglio è il primo passo di tale pro-
gresso. Questa relazione tra il supervisore e il direttore spirituale appare come

2 Cf. P. SANDERS, Counselling consapevole. La Meridiana, Molfetta (BA) 2 0 0 3 , 1 6 9 - 1 7 7 .


3 Cf. M. CONROY, «The Ministry of Supervision: Cali, Competency, Commitment», in Presence
1(1995)3,12-24.
4 Cf. W.J. MUELLER - B.L. KELL, Coping with Conflict: Supervising Counselors and Psychothera-
pists, Appleton-Century-Crofts, New York 1 9 7 2 ; C . D . STOLTENBERG - U . DELWORTH, Supervising
Counselors and Therapists. A Developmenlal Approach, Jossey-Bars, San Francisco 1987.
uno dei mezzi più efficienti per promuovere la crescita integrale della guida, 5

poiché, prima di tutto, fa sì che il direttore desideroso di vivere la supervisione si


senta stimolato a esplorare i movimenti interiori, a riflettere sui problemi perso-
nali, a considerare le differenze morali, teologali, spirituali e culturali tra sé e il
diretto, e a esaminare i propri atteggiamenti.

2. IL CONTENUTO DELLA SUPERVISIONE


Conviene aggiungere una parola per precisare anche il contenuto della
supervisione. Se l'esercizio dell'accompagnamento venisse preso nel senso
ristretto di dare un consiglio in un momento delicato, la supervisione consiste-
rebbe unicamente nell'analisi del modo di dare quel consiglio. Se, invece, la dire-
zione spirituale consiste nel porgere un sostegno prolungato al credente che vuo-
le dare un senso ogni volta più integrale alla propria esperienza, particolarmen-
te riguardo a ciò che attiene alla sua relazione con Dio, allora la supervisione
verrà considerata un tentativo di perfezionare questa stessa esperienza. Esiste,
infatti, una stretta correlazione tra la comprensione del senso della direzione spi-
rituale e il modo di compiere la supervisione.
Nella supervisione, l'elemento centrale - quello che, tra tutti, richiede più
attenzione e cura - è la capacità di accompagnare i propri diretti a rendere con-
to in maniera concreta della loro esperienza di Dio. Il saper rendere conto della
propria esperienza di Dio da parte del direttore è essenziale affinché egli possa
sollecitarla poi nei diretti; perciò viene incoraggiato e fortificato dal supervisore
nelle diverse attività che egli compie. Il desiderio di centrarsi su Dio crea lo spa-
zio appropriato per la partecipazione all'incontro nell'Amore e nella Verità.
L'atmosfera di mistero, mantenuta lungo tutta la supervisione, favorisce una
buona verifica dei rapporti con Dio e con le persone.
Inoltre, la supervisione aiuta a prendere coscienza delle reazioni forti e spro-
porzionate dell'accompagnatore, dei suoi conflitti emozionali non risolti, delle
sue zone di resistenza. L'aumento dell'autocoscienza dei direttori porta all'e-
splorazione del loro inconscio e a una coscienza più approfondita dei loro atteg-
giamenti e delle loro reazioni. In tal modo la conoscenza di sé si va liberando e
consolidando gradualmente. 6

3. LA SUPERVISIONE È UN MINISTERO
La supervisione della direzione spirituale deve essere considerata «un mini-
stero» per diverse ragioni.
Prima di tutto poiché essa, allo stesso modo che altri ministeri simili, nasce
dalla fede della comunità, sboccia dall'abbondanza dell'ascolto della Parola e

5 Cf. M. CONROY, Looking into the Well: Supervision of Spiritual Directors, Loyola Press, Chi-
cago 1997.
6 Cf. W.J. CONNOLLY, «Spiritual Direction: An Encounter with God», in Human Development
1(1980)4,43-44.
nutre e spande la fraternità. Radicata nella presenza stessa di Dio e fortificata
dal dono dello Spirito Santo, rinvigorisce l'atteggiamento evangelico del diretto-
re e le sue abilità di discernimento e lo rende idoneo ad essere un messaggero
dell'amore gratuito di Dio e un centro vibrante per la diffusione della fede nei
direttori spirituali e nei loro assistiti. 7

In secondo luogo, il supervisore compie una missione nella quale, per stimo-
lare le guide spirituali a crescere nella coscienza di sé, nella libertà interiore e nel-
l'abilità di incitare gli altri a entrare più pienamente nella ricca e viva esperienza
dell'amore personale di Dio, si sforza di assisterli affinché conoscano sempre più
profondamente il loro mondo inconscio, le loro aree di resistenza, di vulnerabilità
e di debolezza. Il supervisore li agevola anche a capire e a muoversi nella coscien-
za della presenza e dell'attrazione di Dio, che agisce durante le sessioni di soste-
gno, e a lasciarsi illuminare e trascinare da lui in una risposta vibrante.
Ciò che preoccupa veramente i maestri di supervisione, soprattutto nella for-
mazione iniziale, è il trovare speciali vie o metodi propri, capaci di assicurare la
crescita costante delle nuove guide, che maturano nella loro esperienza di Dio e
nella loro interazione umana.
E un itinerario di supervisione che sgorga dall'esperienza stessa e dalla
preoccupazione di preparare autentici padri spirituali. Essi devono focalizzare
l'interesse nell'opera che stanno compiendo in modo che ciascuno percepisca
chiaramente che, nel momento dell'accompagnamento, deve concentrarsi esclu-
sivamente sull'opera di salvezza che si sta compiendo. Senza aver bisogno di
ricorrere a riti particolari di adeguazione dell'ambiente, si è attenti ad aprirsi al
Maestro interiore e alle mozioni che lo Spirito Santo va suscitando. 8

Questo processo di ascolto assume progressivamente le seguenti caratteristi-


che: quiete crescente del corpo, della mente e delle facoltà; coscienza centrata,
aperta all'attesa, a un'attiva comprensione dell'altro, alla sua comunicazione non
verbale e alla sua volontà decisa di cambiare attraverso la relazione. Con il pas-
sare del tempo, gli effetti sulla guida stessa saranno: un'accresciuta conoscenza
di sé e amore, gioia, pace e libertà, che gli permetteranno di muoversi più piena-
mente entro il processo suscitato dai frutti dello Spirito Santo.
Questo atteggiamento induce pure ad affinare sempre più il campo del
discernimento: l'abitudine dell'ascolto dello Spirito Santo va generando nel
padre spirituale una sensibilità speciale per scoprire l'opera della grazia di Dio
sia in se stesso che nei diretti. Egli va acquistando una facilità crescente di intui-
re le vie dello Spirito Santo, il quale gli fa sentire quanto egli è amato e posse-
duto da Dio. Riconosce, inoltre, ciò che sta capitando nel suo intimo e le reazio-
ni interiori che in lui si verificano durante la sessione. 9

Ciò si estende pure sul diretto e sul suo modo di rispondere alle chiamate
interiori. Egli deve approfondire tali conoscenze con lo studio della vita dei san-

7Cf. W . A . BARRY - W.J. CONNOLLY, Pratica delta direzione spirituale, O . R . . Milano 1 9 9 0 , 1 6 0 .


8 Cf. CONROY, «The Ministry of Supervision», 12-24; H. STONE, «Pastoral Counseling and the
Changing Times», in Journal of Pastoral Care 53(1999), 23-29.
9 Cf. J. STAIRS, Listening for the Soul: Pastoral Care and Spiritual Direction, Fortress Press, Min-
neapolis 2000,3-5.
ti e dei grandi maestri spirituali, come pure della loro esperienza, che lo arric-
chisce e lo aiuta a concentrarsi progressivamente nell'opera che Dio sta com-
piendo nei credenti. Un direttore con scarsa cultura teologica e poca esperienza
pastorale avrà difficoltà a concentrarsi sull'azione di Dio e dovrà chiedere luce
e aiuto ai più esperti per illuminare gli altri e farli avanzare nella verità. - 1 0

4. OBIETTIVO DELLA SUPERVISIONE


In questo spirito, il problema della specificazione dell'obiettivo è altrettanto
importante nella supervisione di quanto lo era per la direzione spirituale, per le
stesse ragioni. Un tempo la direzione spirituale si concentrava, in primo luogo,
sulle «pratiche spirituali» del diretto e, successivamente, sulla sua esistenza uma-
na e cristiana e sul suo impegno sociale.
Oggi, invece, si punta al progresso dell'esperienza divina nel diretto e al
suo sviluppo umano e cristiano integrale per quanto riguarda sia la vocazione
personale che la missione ecclesiale. Se l'oggetto essenziale della direzione spi-
rituale è costituito da questo progresso nell'esperienza del Signore sulla per-
sona diretta, come conseguenza ne deriva la necessità che i direttori stessi
abbiano cura di coltivare in sé tale consapevolezza, e ciò costituirà pure il
campo privilegiato della supervisione. Sarà indispensabile, inoltre, osservare
anche come funzionano i rapporti tra direttore e diretti durante l'incontro di
aiuto personale. 11

Come si può osservare, esistono due modi diversi di immaginare ed esercita-


re la direzione spirituale: quello del semplice funzionario, che amministra la vita
dello spirito, considerata come una maggiore fedeltà alle leggi e un'osservanza
sempre più precisa delle norme. Ma chi assume questo stile rischia di essere una
«guida cieca» (Mt 23,16), incapace di «guidare un altro cieco» (Le 6,39) e di illu-
minarlo e guidarlo nella sua crescita individuale. Se, invece, i sacerdoti e le guide
spirituali - ed è questo il secondo modo - possederanno una visione integrale del-
la loro vocazione e della loro missione, ispirata da un'esperienza viva della pre-
senza del Risorto ed edificata su un'identificazione piena con l'esistenza e la mis-
sione del buon Pastore, allora sentiranno la necessità del sostegno del supervi-
sore per maturare costantemente nella vita teologale, in modo sempre più coin-
volgente e unificativo. Se tutti i credenti hanno ormai sentito parlare e cercano
di rispondere alla «chiamata universale alla santità» come rivolta a ciascuno di
loro, tanto più le guide spirituali sperimenteranno il bisogno di credere in tale
chiamata e di progredire, per primi, verso il suo raggiungimento.
Se i direttori spirituali volessero concentrarsi esclusivamente sul primo
orientamento, allora eviterebbero accuratamente la supervisione del loro mini-

10 Cf. MUELLER - KELL, Coping with Conflict, per un approccio di carattere operativo, profondo
e completo della supervisione sul piano dell'aiuto e della psicoterapia.
11 La resistenza del direttore nei confronti di questo resoconto concreto dell'esperienza può
essere molto forte e passare inosservata. Cf. V. WILLIAM - J. CONNOLLY, «Spiritual Direction: An
Encounter with God», in Human Development 1(1980)4,43-44.
stero di fedeltà alle leggi per dedicare tutto il tempo dell'incontro a considerare
la reale fedeltà ai propositi presi e a risolvere le situazioni più problematiche.
Perciò, se la supervisione viene da loro richiesta, si limiterà unicamente a questa
concezione del compito che il direttore ha di se stesso e al perfezionamento del-
le modalità di effettuarlo, non solo con i suoi atteggiamenti e insegnamenti, ma,
specialmente, con la sua testimonianza di coerenza.
Per ogni direttore spirituale, dunque, la prima cosa da fare sarà quella di ave-
re chiaro su quali dimensioni vuole agire: da semplice «funzionario di Dio»,
custode ed esecutore delle leggi, oppure come promotore dei diretti nell'eserci-
zio dell'esperienza divina. 12

Nel caso in cui i direttori si trovassero, di fatto, completamente immersi in


problemi urgenti o fossero preoccupati esclusivamente di verificare l'adeguatez-
za delle loro risposte, allora l'obiettivo immediato sarebbe solo la conferma del-
l'autenticità e giustezza del loro modo di agire. In un secondo momento si potrà
passare, comunque, a una visione più completa dell'intervento di aiuto, il quale
richiede il coinvolgimento di tutta la personalità del direttore, per perfezionare
il principale strumento a sua disposizione: la sua esperienza di Dio. In questi casi
il supervisore dovrà lasciare libero sfogo al suo bisogno di sentirsi coinvolto sem-
pre più pienamente e con tutto se stesso nel ministero. Se egli invece desideras-
se soltanto l'analisi del livello funzionale della revisione delle sue tecniche psi-
cologiche o bibliche, la supervisione non raggiungerebbe il suo scopo integrale.
Deve, quindi, essere per lui ben chiaro un concetto di accompagnamento inte-
grale che coinvolge non solo la missione, ma anche la personalità e lo sviluppo
spirituale della guida.

5. CRESCITA NELLA FIDUCIA


Come si può osservare, ci troviamo di fronte a un ministero assai delicato e
profondo, che tocca le radici stesse della personalità umana e cristiana e per il
quale diventa assolutamente necessario creare un clima di fiducia e di stima
vicendevole. Senza di esse non sorgerà il clima di libertà e spontaneità indispen-
sabili per concentrarsi con facilità nei rispettivi compiti e i direttori finiranno per
limitarsi a soddisfare le attese del supervisore o a concludere quanto prima un
incontro poco gratificante e pieno di nervosismo.
Se, invece, esiste un vero clima di fiducia reciproca, allora la verifica dell'e-
sperienza spirituale e di tutta l'azione pastorale potrà svolgersi con spontaneità
e integrità; i direttori, trovandosi aperti e disponibili a questa supervisione pie-
na, faciliteranno il lavoro del supervisore, che diventerà relativamente semplice
e veloce. Se, al contrario, essi manifestassero una certa resistenza a mettersi in
revisione, ne nascerebbe allora un clima di apprensione e l'incontro diventereb-
be più complicato e nervoso. Siccome si tende per lo più a sottolineare il negati-
vo e l'espressione della personalità non è mai assoluta, può sorgere spontanea-

12 Cf. GREEN, The Friend of the Bridegroom, 50ss.


mente il timore che si possano evidenziare solamente i limiti e le carenze perso-
nali. Se si trattasse poi di un supervisore di allievi che incominciano il loro cam-
mino di formazione iniziale e che dipendono da lui per la loro promozione o per
essere dichiarati adatti, allora la tensione potrebbe diventare ancora maggiore.
La relazione instaurata con il supervisore deve diventare il mezzo efficace
affinché, pure lui, perseveri con costanza nel suo compito, senza cadere nelle
trappole di un lavoro eccessivo o della stanchezza del ministero. Non è una mis-
sione facile, ma ne vale la pena, poiché è in gioco la santità del direttore spiri-
tuale e delle persone che egli stimola a crescere nel cammino evangelico. Quan-
to più si svilupperà la fiducia e la serenità negli incontri di supervisione, tanto più
facili e abbondanti saranno i frutti.

6. CRESCITA DELLA RELAZIONE


Bisogna tener conto anche che lo stabilirsi di questa profonda relazione di
fiducia non è un fatto definitivo, realizzato una volta per sempre. E un rapporto
vivo e, perciò, si evolve in funzione dei livelli di apertura o di chiusura a cui man
mano si perviene. Una cosa è certa: per essere veramente benefica, questa rela-
zione deve essere autentica e vitale.
I rapporti interpersonali, essendo realmente dinamici, si evolvono e diventa-
no sempre più ampi, più ricchi, più vivificanti. Ma possono anche indebolirsi,
diventare opachi, attenuarsi, offuscarsi e perdere ogni ragion d'essere. Queste
modificazioni derivano talvolta da una riflessione cosciente o da scelte delibera-
te; spesso sopraggiungono, invece, senza che si abbia coscienza dei fattori respon-
sabili dei cambiamenti avvenuti. 13

I direttori spirituali sono impegnati a dedicare molta riflessione e molte ener-


gie alla promozione di uno sviluppo serio della relazione con le persone dirette.
Ogni relazione di supervisione dovrà essere diversa, poiché ogni persona è uni-
ca e, quindi, anche il modo in cui interagiscono due persone è anch'esso unico.
In una situazione di effettiva fiducia il supervisore potrà comportarsi in
maniera molto riservata, non essendoci alcuna necessità di fornire ripetute sol-
lecitazioni a un direttore che ha messo in chiaro la propria esperienza e la con-
divide con facilità; egli potrà, piuttosto, dedicare più tempo ad aiutarlo nella
comprensione del senso del suo vissuto.
Con una persona diversa, il supervisore dovrà, invece, lavorare in un altro
modo, moltiplicando gli interventi riguardo ai gesti del supervisionato, alle sue
parole, ai suoi sentimenti, poiché avrà capito che egli è poco consapevole di cer-
ti livelli inconsci della propria esperienza. Potrà anche darsi che alcuni supervi-
sori (i più intuitivi, per esempio) siano più idonei a operare la supervisione con
determinate categorie di direttori (i più razionali, per esempio) a causa delle rea-
zioni di complementarità che entrano in gioco.
Quando il clima di fiducia si diffonde nel gruppo, Valleanza di lavoro della
supervisione rimane fondata sulle sue premesse che sono l'obiettivo stesso della

13 Cf. C. FELTHAM - W . DRYDEN, Developing Counsellor Supervision, S A G E , London 1994,85-88.


supervisione: promuovere il progresso costante di un direttore spirituale. Le due
parti devono accordarsi su questo punto: la crescita, in quanto direttore, costi-
tuisce lo scopo proposto, anche se questo progresso, come la conoscenza intima
della personalità, può rivelarsi difficile. Occorre sia chiaro che, chi cerca una
supervisione, desidera rendersi conto se è idoneo a questo servizio pastorale e
vuole progredire come direttore. Se il supervisore vedrà chiara questa volontà
del richiedente, sarà più fiducioso nella relazione e la interpreterà in maniera più
incoraggiante. 14

A sua volta, chi riceve la supervisione deve essere sicuro di poter contare
su\Yalleanza di lavoro con il supervisore, che lo obbliga a mantenere il segreto
professionale su quanto si manifesta durante gli incontri, in modo da elimina-
re la paura che riveli le problematiche più intime, come le esperienze e le rispo-
ste che lo preoccupano di più. Quando una solida alleanza di lavoro si è stabi-
lita, sia tra un direttore e un supervisore, sia tra direttori che si riuniscono per
una vicendevole supervisione, è probabile che. chi ha sollecitato la supervisio-
ne, si senta anche disposto a presentare in pubblico le sue esperienze più diffi-
cili e conflittuali.

7. RESISTENZE ALLA SUPERVISIONE


Nella relazione di supervisione la resistenza all'alleanza di lavoro emerge in
maniera analoga a ciò che accade nella direzione spirituale; la resistenza tende
anche qui a focalizzarsi sulla persona del supervisore. Possono intervenire delle
reazioni di transfert, ma la resistenza può anche far leva su alcune modalità con-
crete della struttura stessa di un certo tipo di supervisione. Se, per esempio, il
supervisore ha un compito di valutazione in merito a un corso iniziale di prepa-
razione o in merito a una qualifica o, ancora, a un certificato di formazione che
potrà ottenere, nel caso in cui si trovi ad esercitare un potere di questo genere,
egli dovrà, con cura ancora maggiore, sforzarsi di stabilire un'alleanza di lavoro.
L'alleanza, infatti, poggia su una condizione essenziale: che, cioè, il soggetto
accompagnato non voglia ottenere, ad ogni costo, una qualificazione o un certi-
ficato, se non è in grado di far fronte al suo compito di accompagnatore.
La resistenza alla supervisione può essere scoperta con domande come le
seguenti: «Come ti senti dinanzi alla prospettiva di guardare te stesso o le tue
motivazioni, i tuoi timori, la tua sessualità ecc.? Qual è la tua reazione? Hai fidu-
cia o piuttosto nutri dei timori nei confronti di un autosviluppo del genere, che
manifesti in frasi come: "Lasciamo stare, tutto questo ragionare non fa bene"?».
La resistenza dei direttori, nei confronti di questo resoconto concreto del
loro vissuto, può essere molto forte, e tuttavia passare inosservata. È difficile15

per loro liberarsi dall'idea che la conoscenza intima di sé non sia rischiosa: non

14 Cf. J. HEWSON, «Training Supervision to Contract in Supervision», in Training Counselling


Supervisors. Strategies, Methods and Techniques, SAGE, London 1999,67-91.
15 Cf. WILLIAM - CONNOLLY, «Spiritual Direction», 4 3 - 4 4 .
si sa mai quello che si può scoprire. C'è anche il pericolo di rinnovare diverse
ferite. Perciò è necessario rintracciare l'ambiente adeguato e le condizioni ido-
nee che inducano a sentirsi sufficientemente sicuri così da poter rivelare senti-
menti tenuti celati con cura in precedenza. Queste condizioni sono simili a quel-
le ormai comuni in un ambiente di empatia, di comprensione non giudicante e di
genuinità o congruenza.
La vita spirituale del partecipante e la qualità della sua preghiera possono
costituire un terreno difficile nel corso di questo genere di programma e i pro-
blemi personali possono assorbire il tempo necessario per acquisire i requisiti
personali indispensabili. Se manca questa coscienza personale della presenza e
dell'azione di Dio nella propria esistenza, il partecipante potrebbe trovare la
supervisione come confusa o, peggio ancora, perturbatrice. Perciò, ha bisogno di
essere incoraggiato a ricevere l'aiuto da uno specialista con mentalità simile a
quella di un supervisore.
Ma, per assumere questi atteggiamenti di apertura e di progresso, i direttori
dovranno essere disponibili a correre questi rischi e a rivelare la propria espe-
rienza il più onestamente possibile. E ovvio che, coloro che si comporteranno in
questo modo, svilupperanno la loro fiducia nel supervisore, in loro stessi e nello
Spirito che dà la vita.
Questo genere di supervisione richiede, infatti, la fiducia tra le due parti. I
supervisori devono aver fiducia nella capacità e nel desiderio di coloro che chie-
dono il loro aiuto per diventare dei mediatori più illuminati, più competenti e più
sicuri nei confronti delle persone che aiutano nella relazione con Dio. Se essi non
sviluppano questa fiducia, se non nutrono più fiducia che diffidenza potrà acca-
dere che, nel corso delle prime tappe della supervisione, manifestino la loro dif-
fidenza almeno nell'atteggiamento, se non nel comportamento, interrogando le
guide che hanno chiesto aiuto in maniera aggressiva o sottolineando i loro erro-
ri con freddezza.
Ciò, naturalmente, sarà avvertito come atteggiamento di non-condivisione, di
opposizione e di giudizio, e, anche se questi sentimenti non si manifesteranno
palesemente o non saranno chiaramente riconosciuti dai due interlocutori, cree-
ranno un'atmosfera tesa che danneggerà il clima dell'incontro e la successiva cre-
scita. In un ambiente di questo genere, ci saranno persone che si sentiranno sem-
pre meno sicure di sé, avranno timore della supervisione e dubiteranno, succes-
sivamente, di poter esercitare la direzione spirituale. Si potrà pervenire allo sgo-
mento, alla resistenza, al desiderio di fuga.
Al contrario, le personalità attive reagiranno in maniera aggressiva, adottan-
do un atteggiamento di attacco nei confronti del supervisore. In un caso come
nell'altro, la crescita nella funzione di direttore non si realizzerà che a prezzo di
molte difficoltà e la supervisione non avrà adempiuto il suo compito di collabo-
razione fraterna.
La resistenza alla supervisione, come la resistenza alla direzione spirituale,
non è soltanto un fatto probabile, ma è il dato certo che fornisce la prova dell'u-
tilità della supervisione stessa. L'alleanza di lavoro dà al supervisore la possibi-
lità di accogliere la resistenza e, a chi viene aiutato, offre la possibilità di con-
frontarsi con essa.
8. ATTEGGIAMENTO POSITIVO DEL SUPERVISORE
Il supervisore deve, quindi, agire con un atteggiamento positivo nella sua pre-
ghiera e nel suo lavoro di direzione spirituale. Tale atteggiamento costituirà un
sostegno preziosissimo per il suo compito di supervisione. Egli scoprirà che l'at-
teggiamento di apertura e di meraviglia di fronte alla sublimità della creazione
divina e, specialmente, di fronte alla dignità e grandezza della persona umana,
facilita il suo rapporto interpersonale. Questo atteggiamento favorevole supera
la paura del diretto di trovarsi di fronte a un giudice o a un inquisitore, propizia
un'atmosfera di dialogo e predispone all'ascolto pieno e all'osservazione serena
delle emozioni e dei sentimenti dei direttori e del loro desiderio di imparare e di
crescere.
L'atteggiamento costruttivo e non giudicante non ha bisogno di adoperarsi in
difesa dei propri punti di vista, ma si offre, semplicemente, di accompagnare la
progressione dei direttori nella loro missione unica. Allora i supervisori reagi-
scono non in base ai loro principi o ai loro schemi particolari predefiniti, ma
lasciandosi guidare dai sentimenti e dalle emozioni manifestati dai direttori nel
momento dell'incontro. Il loro atteggiamento non sarà di giudizio o di condan-
na, ma di apertura, per facilitare l'emergere di tutti i problemi e i conflitti.
Il supervisore che ascolta con un tale atteggiamento sarà portato semplice-
mente a riflettere i sentimenti dei direttori, in modo oggettivo; egli risponderà in
questo modo: «Ho l'impressione che tu sia teso quando presenti i sentimenti ero-
tici dei tuoi diretti». Egli eviterà ogni giudizio e opinione negativa su di lui; per
esempio, non dovrà dire mai: «Ma tu hai l'ossessione del sesso!». Egli non si sen-
te né un giudice, né un ricercatore specializzato, ma un servitore che ascolta e che
risponde, con l'unico scopo di stimolare e di suscitare una tensione particolare ad
agire oggettivamente, libero dalle reazioni e dai giudizi che volessero sorgere nel
suo mondo soggettivo.
Lo scopo principale della supervisione consiste, quindi, nell'incitare la guida
spirituale, la quale si affida ad essa con lo scopo di imparare ad essere un diret-
tore più efficace, a superare le reazioni, gli atteggiamenti, i modi di porsi di fron-
te al diretto che possono diminuirne la libertà ed accrescere il pericolo di non sti-
molarne sufficientemente la crescita.
In sintonia con il concetto integrale della direzione spirituale, l'accento va
dunque posto suIVesperienza personale di cui il direttore rende conto. Allora egli
imparerà tante cose su se stesso, come sulle persone che dirige, e migliorerà il
modo di esercitare la sua missione.
L'esperienza della persona diretta sarà inevitabilmente presente nell'ora del-
la supervisione; questa esperienza, però, sarà studiata e analizzata in termini di
significato per la persona stessa; ma il centro principale d'interesse sarà il modo
di ascoltare e di rispondere del direttore.
Un interrogativo ritornerà di frequente in ogni buona supervisione: «Per-
ché?». «Perché ho risposto in quel modo?». Il direttore lo può chiedere a se stes-
so così come lo può porre al supervisore. Se si tratta di una risposta che lo turba,
come per esempio: «Perché lo interroghi sulle relazioni con la sua famiglia?», il
supervisore potrà intervenire affermando che non ha capito bene quale vincolo
ci sia tra queste relazioni e la vita di preghiera del soggetto in questione.
In ogni modo, è necessario evitare che questi «perché» possano trasformarsi
in vane speculazioni riguardo alle motivazioni. Devono, invece, condurre a uno
sguardo più attento dell'accompagnatore sul proprio modo di agire nell'incontro
stesso, su ciò che si ricorda: «Che cosa ha attraversato la mia mente?»; «Cosa ho
provato?»; «Che cosa mi è accaduto prima che dicessi questo?».
Come gli interrogativi in vista del discernimento durante l'incontro induco-
no a considerare più da vicino la propria esperienza di preghiera e di ascolto del-
lo Spirito e tendono a una presa di coscienza più precisa delle proprie reazioni,
così nella supervisione gli interrogativi incitano il direttore a una più grande con-
sapevolezza di ciò che accade nei suoi rapporti. 16

Questi interrogativi permettono spesso al direttore di rendersi conto che egli


procede con saggezza e orienta correttamente i rapporti tra il suo diretto e il
Signore. Nel caso accennato sopra, per esempio, il direttore potrà giungere a
capire con certezza come sia fondata la sua intuizione riguardo all'importanza
che per il suo diretto riveste la vita familiare nel suo rapporto con Dio. La rispo-
sta alla domanda potrebbe aver rivelato il carattere difficile e chiuso dell'esi-
stenza del diretto e quanto questo incida sulla sua preghiera.
Gli interrogativi del supervisore possono dunque aiutare immensamente gli
accompagnatori a consolidare la propria sicurezza e le proprie intuizioni positive,
poiché una buona supervisione consiste non soltanto nel rimettersi in causa, ma
anche nell'apportare forza e sostegno. I direttori, che sono illuminati nel riflettere
sul loro lavoro, scoprono che questo genere di riflessione rivela sia le loro capacità
che le loro debolezze, sia la loro fede viva che le loro incertezze e zone oscure.
La supervisione spinge ancora i direttori a rendersi più attenti alle loro rea-
zioni personali quando ascoltano le persone dirette. Simili reazioni possono esse-
re rivelatrici della loro fede o della loro indifferenza, cioè delle aree in cui si fida-
no della grazia e della potenza di Dio e di quelle in cui non hanno fiducia in lui
o sono, nei suoi confronti, titubanti. La paura che Dio non possa guarire, per
esempio, la loro collera, o che addirittura non la sopporti, li renderà poco capa-
ci di lasciare che un altro si dibatta con la propria collera nei confronti di Dio.

9. LA SUPERVISIONE DI GRUPPO
Oltre alla supervisione individuale, va diffondendosi la supervisione fatta in
gruppo, che si è rivelata molto illuminante ed efficace nei vari settori dell'aiuto
pastorale.
I principi sopra indicati per la supervisione individuale sono ovviamente vali-
di anche in una supervisione di gruppo. Certo, tra persone diverse non è sempre
facile suscitare quel clima di fiducia necessario in un'adeguata alleanza di lavo-
ro, ma ciò è tuttavia possibile. Le sessioni di condivisione della fede o quelle del-
le dinamiche di gruppo sotto una guida esperta possono suscitarlo in modo suf-

16 Cf. B. LAWTON, «"A Very Esposing Affair": Explorations in Counsellors' Supervisory Rela-
tionship», in Taking Supervision Forward. Enquiries and Trends in Counsetling and Psychotherapy,
SAGE, London 2000,25-41.
ficiente. Uno dei segni più evidenti dello stabilirsi di questa atmosfera consiste
nell'accordo che si verifica tra i partecipanti di condividere le esperienze più dif-
ficili e più penose.
Il vantaggio che il gruppo presenta è tanto più evidente quanto più il livello
di apertura è elevato. Nel suo lavoro è più difficile che sfuggano i veri problemi;
c'è sempre, infatti, qualcuno che percepisce le esitazioni, gli stati d'imbarazzo o i
lapsus che li tradiscono o che avverte che l'attenzione si è spostata dal direttore
al diretto. 17

Per esempio, nel resoconto di un incontro di direzione con un uomo sposato


può apparire che la sua preghiera sia piuttosto arida: il Signore gli sembra ormai
molto lontano, contrariamente a ciò che gli accadeva nei mesi precedenti. Ad un
certo punto il direttore proponente suggerisce al gruppo: «Deve aver avuto del-
le difficoltà sul piano coniugale, ma, poiché ha sorvolato rapidamente su ciò, ho
pensato che non valeva la pena di approfondire». Finita la presentazione del
caso, i partecipanti al gruppo incominciano a chiedersi quale sia la vera causa
dell'aridità nella preghiera di quest'uomo. Interrogano il direttore riguardo alla
forma nella quale essa si svolgeva prima dell'ultimo incontro e formulano delle
ipotesi circa la possibilità che esistano delle resistenze nascoste. Con simili inter-
venti si vanno chiarendo i casi e gli atteggiamenti del direttore.
D'altra parte, si tratta di porre l'accento più sul comportamento del direttore
che su quello dei diretti, poiché è il direttore che deve essere aiutato a divenire
più esperto. Ordinariamente i diretti accettano volentieri l'assistenza della super-
visione se ne hanno chiaro lo scopo e se sono rassicurati circa le precauzioni pre-
se per tutelare il segreto. Il direttore che, per il suo obbligo di discrezione, non si
sentisse di presentare a un gruppo il caso di un soggetto da lui diretto, può e deve
evitare questa presentazione e cercare una supervisione individuale, almeno fin-
ché sussiste il suo dubbio.
La supervisione di gruppo pone con particolare acutezza il problema della
discrezione o del segreto. La questione, naturalmente, si presenta ogni volta che
un direttore chiede la supervisione di situazioni problematiche. È indispensabile
il prendere precauzioni idonee per salvaguardare l'anonimato. Su questo piano
sono da incoraggiare le presentazioni fittizie, come abbiamo fatto nel presente
capitolo. I partecipanti sono comunque tenuti alla stessa discrezione richiesta a
un supervisore individuale.

10. SUPERVISIONE TRA UGUALI


Alla supervisione compiuta con la presenza degli esperti, subentra, a volte, la
supervisione tra uguali, effettuata cioè senza un supervisore esterno. Essi stessi
focalizzano la loro attenzione nel migliorare il loro stile di operare, il loro modo
di usare i metodi, di esercitare il proprio ministero e di illuminare le difficoltà
che trovano, specialmente nei casi complessi e incerti, come nelle notti oscure.

17 Cf. W. LAMMERS, «Training in group and team supervision», in Training Counselling Supervi-
sors, 106-129.
Prima di tutto, possono mantenersi aggiornati attraverso la rivista profes-
sionale e il convegno nazionale annuale di una settimana che li informa sulle
novità del loro apostolato e chiarisce i maggiori problemi comuni che devono
affrontare. 18

In ogni caso, il diventare un direttore spirituale maturo è un impegno costan-


te, un compito che si estende lungo tutto l'arco dell'esistenza. La sua esperienza
personale lo mette davanti a un Dio sempre più grande e misterioso, che lo inci-
ta a una crescita costante, tanto nella conoscenza della grandezza divina quanto
nella coscienza della propria povertà creaturale. Il suo incontro con diretti che
cercano ardentemente una relazione più intima con Dio stimolerà la sua pre-
ghiera, approfondirà la sua riflessione, gli fornirà uno sguardo nuovo su ciò che
stanno vivendo e lo spingerà ad approfondire ancora un'avventura che non ha il
suo termine in questo pellegrinaggio terreno.
La supervisione lo inciterà ad essere sempre più competente e confidente
nella sua missione e a compiere il suo ministero alla presenza di Dio e sotto l'a-
zione dello Spirito Santo. Infatti, anche se l'orientamento spirituale presuppo-
19

ne diverse abilità naturali, queste non bastano per fare di lui un direttore com-
petente. Il segreto della sua riuscita si trova nella sua fede viva e nella sua spe-
ranza ferma, capaci di mettere bene a fuoco questo aspetto centrale della super-
visione. 20

11. SUPERVISIONE REGOLARE DI UN INCONTRO E DI UN CASO


La supervisione confidenziale dei rapporti verbali o di interviste registrate è
diventata un modo molto comune di allenamento. La sessione inizia quando uno
dei partecipanti presenta un dettagliato rapporto su ciò che si verifica in una sua
normale sessione di direzione spirituale.
Subito dopo l'incontro di direzione, il direttore riflette su ciò che è accaduto
e ne traccia una breve nota scritta. La supervisione riprende uno dei momenti
dell'incontro e cerca di ricostruire il dialogo. Il direttore dà al supervisore o ai
supervisori copia del resoconto prima dell'incontro e questo diventa l'oggetto
principale della riunione stessa, a meno che ci siano altri problemi che sembra-
no al momento più urgenti. Partire dal dialogo ricostituito rappresenta uno dei
mezzi migliori per cogliere la maniera di procedere del direttore nel corso del
suo ministero d'aiuto.
I partecipanti, osservando ciò che accade nell'incontro, sono costretti a riflet-
tere sui particolari del loro lavoro e si rendono conto dei punti forti e deboli del
loro servizio in quanto accompagnatori spirituali. Una supervisione pratica, più
che offrire strumenti e tecniche nuovi, facilita la scoperta delle proprie caratteri-

18 Rivista Presence, edita da Spiritual Directors International. P.O. BOX 3584. Bellevue, WA
98009.
19 Cf. W. CREED, «Supervision plus Reflection: A Way to form Spiritual Directors», in Presence
4(1998)1,37-42.
20 Cf. FELTHAM - DRYDEN, Developing Counseltor Supervision, 1 4 - 1 8 .
stiche e abilità, avendo come scopo centrale lo sviluppo della personalità del
direttore. Questa pratica favorisce pure il consolidamento di uno stile mentale di
discernimento costante, di un atteggiamento critico positivo e di un sano scetti-
cismo circa il proprio compito che permette a Dio di essere creativo e protago-
nista nella vita dei guidati.
Questa analisi si rivela particolarmente utile a far emergere il tipo di reazio-
ne affettiva del direttore nei confronti della persona che dirige.
Un altro vantaggio è quello di permettere a ognuno dei colleghi presenti di
allargare le proprie conoscenze, in una visione globale dell'accompagnamento
spirituale. In tale ottica allargata, i partecipanti possono cogliere meglio come le
teorie riguardo alla crescita spirituale e i principi della teologia speculativa si
possano applicare ai casi concreti. Sessioni di questo tipo, condotte adeguata-
mente, possono portare a una fruttuosa interazione tra teologia speculativa e
teologia pratica.
Un'altra forma di supervisione di gruppo, più ampia e complessa, e che pure
si è rivelata molto utile per la supervisione, è quella chiamata sessione del caso.
In questa seduta un direttore presenta non il modo di portare a termine un
incontro singolo, bensì la panoramica generale di un caso di direzione spirituale,
visto e compiuto attraverso una serie di incontri. Progressivamente si è messa a
fuoco l'importanza che nella supervisione ha questo resoconto, redatto per iscrit-
to, di un evolversi progressivo dell'accompagnamento spirituale: il direttore fa la
relazione d'insieme del suo modo di agire ed espone lo sviluppo del caso e i fat-
tori che hanno condotto il soggetto diretto fino all'attuale situazione; lo sguardo
d'insieme dà al direttore la possibilità di presentare la propria concezione del-
l'accompagnamento in maniera che il gruppo dei colleghi possa illuminarlo a far-
ne una valutazione costruttiva. 21

Ma c'è di più. Questo dialogo incita il direttore a porsi di fronte ai suoi pro-
pri angeli o diavoli, alla sua esperienza personale, sia di direzione che di reso-
conto di direzione, con uno spirito di servizio. Egli potrà progredire nel sapere
teorico e pratico di esperto accompagnatore e crescere nella conoscenza di se
stesso in quanto direttore spirituale.
La supervisione genera in lui un aumento dell'autocoscienza come direttore.
L'esplorazione del proprio inconscio lo cambia in ministro più efficace nella sua
missione. La sua apertura alla verità su di sé genera in lui una liberazione e, suc-
cessivamente, ciò si ripercuote anche sui suoi diretti, che, a loro volta, sono più
liberi di rendersi conto delle loro proiezioni.
In tal modo la guida va affinando le proprie capacità di accoglienza, di ascol-
to, di dialogo, di comprensione. Esplora i meccanismi dei suoi movimenti inte-
riori e riflette sulle differenze morali e culturali tra sé e il diretto. L'analisi delle
zone erronee, nella sua relazione con Dio e con la persona diretta, stimola la gui-
da stessa a crescere nella consapevolezza dell'impatto che le sue mancanze di
libertà e le sue aree di resistenza hanno nei suoi rapporti pastorali.

21M . L . FRIEDLANDER - S. SIEGEL - K. BRENOCK, «Parallel Processes in counseling and supervi-


sion: a case study», in Journal of Counseling Psychology 36(1989), 149-157.

192
Lo scopo della relazione, in tutte le sue espressioni, è di portare la persona
incontrata a diventare autonoma nella gestione della propria esistenza, più for-
te nell'affrontare i momenti difficili e meglio orientata nel processo di crescita
umana e spirituale. Quando tale obiettivo è raggiunto, la relazione di aiuto ini-
ziale può considerarsi terminata.

Tracce per la personalizzazione

1. Hai sufficiente accettazione e stima di te stesso? Hai un'adeguata visione positiva


dei tuoi talenti e delle tue qualità? Hai fiducia in te stesso?
2. Sei alla ricerca di affetto e stima? Ti accorgi di avere dei secondi fini dietro l'aiuto a
un determinato diretto? Ti senti capace di avere un amore disinteressato per lui?
3. Sei ancora alla ricerca di un approfondimento della tua esperienza dello Spirito e
della preghiera? Sei un «uomo di Dio» per questo diretto?
4. Sei predisposto al discernimento degli eventi e delle attività alla luce della fede? Hai
dubbi sulla tua interpretazione della situazione?
5. Ti fai aiutare dal tuo direttore o da altri direttori nel chiarimento di situazioni difficili
o casi complicati? Hai cura di non camminare da solo in questo ministero così deli-
cato?
6. Stai aiutando il diretto a crescere nell'esperienza di Dio? Lo avverti che Dio cerca
una relazione sempre più amichevole? Gli stai ricordando i mezzi adeguati per rag-
giungerla? Dai serenità e speranza?
7. Hai acquistato sapienza cristiana con l'attento e prolungato ascolto della Parola?
Sei animato dal desiderio di fedeltà e di sintonia con l'azione divina? Compi la tua
missione in spirito di amore e di servizio ai fratelli?
Appendice I
GUIDA PER ANALIZZARE L'INTERVISTA DELL'ORIENTANTE

1. Quali atteggiamenti ha mantenuto, specialmente riguardo all'accoglienza, all'ac-


cettazione incondizionata, alla coerenza e all'empatia?
2. Quali risposte, sia verbali che non verbali, ha dato? Si osserverà se ha utilizzato
correttamente la «risposta riflesso» come filo conduttore dell'intervista.
3. C'è convergenza tra gli interventi dell'orientante e quelli dell'orientato? Analiz-
zare in quale misura l'orientante ha facilitato il processo con le sue risposte.

Appendice II
PER CHI CONDUCE IL COLLOQUIO

Tre domande stanno alla base del tentativo di coerenza di chi conduce il colloquio:
- Come mi pongo sul piano del contenuto? Posso riformularlo con chiarezza? Di che
cosa mi parla? Di chi?
- Come mi pongo sul piano del qui e orai Sono consapevole di ciò che sento? Ci sono
elementi disturbanti esterni?
- Come mi pongo nella relazione con l'altro? Quali sentimenti provo per lui? Mi irri-
ta? Voglio rassicurarlo o proteggermi? Mi minaccia?
CONCLUSIONE

Questo libro è nato per stimolare i giovani padri e madri nello Spirito ad
assumersi, con la migliore competenza possibile, le loro responsabilità sulla
delicata soglia dell'incontro tra due misteri: Dio e l'uomo.
L'intento è quello di mettere a disposizione di tutti molto del materiale e
dei mezzi in nostro possesso, per facilitare l'avvio del ministero dell'accom-
pagnamento spirituale. Siamo coscienti che, con il veloce perfezionarsi delle
psicologie e pedagogie attuali, questi strumenti e altri più concreti si diffon-
deranno molto di più e saranno più facilmente reperibili da parte delle futu-
re guide. Ma la loro presentazione costituirà il compito dei prossimi lavori
che dovranno «rivedere e completare» ampiamente quanto qui abbiamo
esposto, partendo specialmente dall'esperienza e dal materiale raccolto lun-
go il cammino.
Nel frattempo abbiamo voluto offrire alle nuove guide il lavoro da noi
compiuto, mettendo a loro disposizione senza perdite di tempo le strategie di
aiuto spirituale da noi elaborate. Esse tuttavia non costituiscono un punto di
arrivo, ma vogliono essere un incentivo all'ulteriore ricerca, poiché appariran-
no sempre insufficienti gli strumenti utili ad orientare e approfondire la pro-
pria esperienza e quella altrui.
Non è facile ordinare tale materiale in modo adeguato e completo. Tutta-
via, partendo dal fatto che l'accompagnatore non deve risolvere da sé tutti i
problemi psicologici più complessi e profondi, ma anzi deve cercare l'assisten-
za degli specialisti per casi particolari, in queste pagine gli si forniscono stru-
menti che può adoperare in modo assai efficace, anche senza una specializza-
zione psicologica particolare.
In ogni modo, il suo compito continuerà sempre ad essere difficile e, al tem-
po stesso, pieno di meraviglie: alcuni diretti progrediranno secondo le attese,
fornendogli un carico leggero, spedito, pieno di sorprese gradevoli derivanti
dal loro miglioramento e dalla loro apertura fiduciosa all'opera del Signore;
altri, invece, lo costringeranno a interrogarsi costantemente sul perché di cer-
te resistenze, deficienze nell'avanzamento, ricadute nelle stesse difficoltà
nonostante i considerevoli passi in avanti già compiuti. È il caso delle persone
ferite, che non si aprono mai pienamente all'opera divina e che non finiscono
mai di assumere le loro responsabilità né di guarire i loro complessi, che sono
la vera fonte delle costanti cadute e dei periodi di scarsa generosità verso il
Signore o di decisioni troppo centrate sul proprio io, forse perché ispirate dai
propri bisogni e desideri individuali.
Oggi la direzione spirituale ritorna ad essere un'opera maschile e femmini-
le, come alle origini, quando numerosi eremiti, sacerdoti e laici, padri e madri
spirituali, abbas e ammas, si offrivano di essere guide di persone che ricorre-
vano a loro per ricevere luce e stimoli dalla loro esperienza spirituale e uma-
na, allo scopo di accelerare il ritmo della propria crescita cristiana e di rag-
giungere la mèta più speditamente.
Lungo i secoli e per circostanze molto varie, essa era diventata una missio-
ne quasi esclusivamente sacerdotale, ricevuta nel giorno dell'ordinazione. La
connessione tra il sacramento della riconciliazione e la direzione spirituale era
infatti quasi totale.
Ma, dopo che il concilio Vaticano II ha esortato ad accogliere con gratitu-
dine e riconoscenza quelle grazie speciali che lo Spirito Santo dispensa tra i
fedeli e con le quali li rende «capaci e pronti ad assumersi responsabilità e uffi-
ci utili al rinnovamento e al maggior sviluppo della Chiesa, secondo le parole:
"A ciascuno la manifestazione dello Spirito è data per l'utilità comune" (ICor
12,17)»,' numerosi religiosi non sacerdoti e laici impegnati hanno sentito l'im-
pulso dello Spirito a compiere questa missione.
Alle donne consacrate è stato rivolto poi un ulteriore appello a trarre «una
sempre maggiore consapevolezza del proprio ruolo e un'accresciuta dedizione
alla causa del regno di Dio. Ciò potrà tradursi in molteplici opere, quali l'im-
pegno per l'evangelizzazione, l'attività educativa, la partecipazione nella for-
mazione dei futuri sacerdoti e delle persone consacrate, l'animazione della
comunità cristiana, l'accompagnamento spirituale». 2

A questa riscoperta del proprio carisma ecclesiale si sono aggiunti due fatto-
ri importanti: da un lato il moltiplicarsi, tra i credenti, in particolare tra gruppi,
associazioni e movimenti del laicato, di una maggiore richiesta d'aiuto, e, dall'al-
tro, la drastica diminuzione numerica del clero disponibile, in tanti luoghi.
In tale situazione si sente l'urgenza di incitare le nuove guide a scoprire iti-
nerari formativi autentici, a maturare l'arte del discernimento, a ricevere
un'autentica iniziazione, sensibile anche alla dimensione psicologica, affinché
il loro ministero sia competente e fecondo e la loro opera pastorale gratifican-
te. Il loro è un carisma, ma, allo stesso tempo, un compito sempre da imparare
e da arricchire.
I giovani cercano sempre più di essere accompagnati da fratelli o sorelle
maggiori nella fede, che li affiancano nel cammino e che favoriscono un per-
corso personalizzato verso la costruzione di un'identità sicura e di un ideale
elevato, capace di concentrare intensamente tutte le loro energie nel suo rag-
giungimento.
Lo sviluppo della supervisione dei direttori è chiamato ad assumere una
funzione importante nella trasformazione della direzione spirituale in un'ope-
ra ecclesiale, accompagnata, in comunione, da altri membri della Chiesa, muni-

1 CONCILIO VATICANO I I , Lumen gentium, n. 1 2 (in Enchiridion Vaticanum, I, n. 3 1 7 ) .


2 GIOVANNI PAOLO I I , Vita consecrata, n. 5 8 (in Enchiridion Vaticanum, X V , n. 6 0 5 ) .
ti ormai di abbondante esperienza e sapienza cristiana e capaci di far progre-
dire i direttori, senza posa, nella vita spirituale, nell'esercizio della professione
e nel miglior uso delle tecniche e dei mezzi pastorali.
E una risposta adeguata ai tempi attuali. La fedeltà cristiana, in un mondo
secolarizzato e in veloce mutamento, richiede persone esperte e costantemen-
te disponibili a compiere l'orientamento spirituale, a risolvere i problemi pre-
senti e ad assicurare la perseveranza cristiana in un ambiente avverso. I padri
nello Spirito, che hanno promosso lungo i secoli il desiderio della santità,
saranno ancora oggi quei credenti convinti di essere chiamati alla perfezione
cristiana e che diventeranno, a loro volta, i principali mediatori nella realizza-
zione effettiva della «vocazione universale alla santità».
C'è da augurarsi che l'invito, rivolto alle guide, a farsi accompagnare, ven-
ga accolto e pianificato in modo adeguato, sia a livello individuale da un diret-
tore o supervisore esperto, sia a livello di gruppo di uguali che si stimolano a
vicenda ad un miglioramento continuo, e sia a livello superiore, da uno o vari
supervisori, che con la loro sapienza e maturità sollecitano la crescita ininter-
rotta nell'esperienza divina e in un accompagnamento reciproco sempre più
lucido e proficuo. Viene di nuovo alla mente, a questo riguardo, la speranzosa
immagine biblica del fratello che, accompagnato dal fratello, diventa una for-
tezza regale, un baluardo inespugnabile.
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INDICE

PRESENTAZIONE pag. 5
Capitolo primo
INIZIAZIONE ALLA DIREZIONE SPIRITUALE » 9
1. I nuovi centri di preparazione » 10
2. La formazione dei sacerdoti e dei credenti preparati » 11
3. La formazione dei principianti in genere » 12
4. Forme di addestramento » 13
5. Formazione teorico-pratica » 14
6. La formazione permanente » 15
Conclusione » 16
TRACCE PER LA PERSONALIZZAZIONE » 16

Capitolo secondo
LA GUIDA E L'INCONTRO DI AIUTO » 19
1. Una guida che conosce se stessa » 19
2. Sintesi della relazione di aiuto: il «guaritore ferito» » 20
3. L'accoglienza » 21
4. L'ascolto » 21
5. Il valore del silenzio » 23
6. Il metodo non direttivo » 24
7. Riformulazione » 24
8. Interventi inadeguati » 26
9. Il problema del «transfert» e del «contro-transfert» »» 27
10. Strumenti » 29
Capitolo terzo
LE FUNZIONI DELL'INCONTRO DI AIUTO » 35
1. Facilitare l'auto-conoscenza del diretto » 36
2. Accompagnamento nella consapevolezza della storia personale » 37
205
3. Un cammino esistenziale unico » 38
4. Stimolare l'accettazione delle proprie responsabilità » 42
5. Atteggiamenti della guida in questa stagione » 44
6. Altre strategie per la conoscenza di sé » 44
TRACCE PER LA PERSONALIZZAZIONE » 47

Capitolo quarto
DIREZIONE SPIRITUALE DIFFERENZIATA » 51
1. Direzione spirituale e temperamento. I temperamenti secondo
Sheldon » 52
2. Accompagnamento e caratterologia » 55
2.1. Caratterologia di Jung: estroverso o introverso? » 55
2.2. La caratterologia di Le Senne » 58
2.2.1. Gli emotivi non-attivi (EnA) » 59
2.2.2. I non-emotivi attivi (nEA) » 60
2.2.3. Gli emotivi attivi (EA) » 61
2.2.4. I non-emotivi non-attivi (nEnA) » 63
TRACCE PER LA PERSONALIZZAZIONE » 64

Capitolo quinto
SANAZIONE INTERIORE » 71
1. Salvare l'essere umano nella sua totalità » 71
2. Le diverse malattie » 72
3. L'affettività e le sue ferite » 76
4. Guarigione e liberazione » 76
Capitolo sesto
GUARIGIONE DELLE FERITE AFFETTIVE » 85
1. Maturazione affettiva » 85
2. La ferita dei «non amati»: l'immaturità affettiva » 87
3. La ferita dei non stimati: l'identità debole » 90
3.1. Fonti dell'identità debole » 92
3.2. Possibili reazioni di fronte al sentimento d'inferiorità » 94
3.3. Influsso nei rapporti interpersonali » 95
4. La ferita delle «persone condizionate» » 96
5. Guarigione delle ferite » 97
5.1. Guarire e integrare il livello affettivo » 98
5.2. Neutralizzare le emozioni negative » 99
5.3. Coltivare pensieri positivi » 100
5.4. Un metodo » 103
Capitolo settimo
ACCOMPAGNAMENTO NELLA CRESCITA INIZIALE » 109
1. Iniziare a un agire nuovo » 109
2. Definire le opzioni e gli obiettivi » 110
3. Programmare i passi da compiere » 111
4. Verificare » 112
5. Le funzioni della direzione permanente » 113
6. Direzione spirituale permanente » 114
7. Quando chiedere un aiuto speciale allo psicologo » 117
8. Aiuto nei casi di coinvolgimento affettivo » 117
TRACCE PER L'INTERIORIZZAZIONE » 119

Capitolo ottavo
ACCOMPAGNARE GLI INIZI DELLA VITA DI PREGHIERA » 123
1. Al centro della vita spirituale » 123
2. Forme varie di preghiera » 125
3. Psicologia della preghiera: la persona orante » 125
4. Il difficile passaggio alla gratuità » 130
5. L'analisi dei segni nella «Salita al Monte Carmelo» » 133
6. Effetti della nuova tappa » 134
TRACCE PER LA PERSONALIZZAZIONE » 136

Capitolo nono
ILLUMINARE I GIOVANI » 139
1. La crescita attraverso i cicli vitali » 139
2. Il giovane da accompagnare » 140
2.1. La sua situazione sociologica » 140
2.2. La situazione psicologica dei giovani » 141
2.3. La situazione religiosa dei giovani » 142
3. Lo sviluppo purificatore del giovane adulto » 143
4. La crisi di passaggio della mezza età » 145
5. Crisi di crescita nella vita apostolica » 147
TRACCE PER LA PERSONALIZZAZIONE » 148

Capitolo decimo
L'ACCOMPAGNAMENTO NELLA SCELTA
DELLO STATO DI VITA » 155
1. Vocazione comune e vocazioni specifiche » 156
1.1. La vita come vocazione » 156
1.2. Vocazioni cristiane specifiche » 157
2. Origini e sviluppo della vocazione » 158
3. Scelta vocazionale » 159
3.1. La difficoltà della scelta oggi » 159
3.2. Varie forme di decisione » 160
4. Secondo il progetto di Dio » 162
5. Accompagnatore e orientamento vocazionale » 163
5.1. Animazione vocazionale » 164
5.2. Discernimento della vocazione » 164
5.3. Formazione della vocazione » 164
6. Criteri comuni di discernimento della scelta » 165
6.1. Fattori spirituali » 165
6.2. Fattori psicologici » 166
7. Discernimento della vocazione sacerdotale-religiosa » » 167
7.1. Retta intenzione » 167
7.1.1. La motivazione valida » 167
7.1.2. Motivazioni insufficienti e inconsce » 168
7.1.3. Il compito del direttore » 169
7.2. Idoneità umana » 170
7.3. Idoneità cristiana » 171
7.4. Idoneità specifica per la vita sacerdotale e consacrata » 171
7.5. Sufficiente libertà » 171
7.6. Controindicazioni alla scelta di vita » 172
TRACCE PER LA PERSONALIZZAZIONE » 175

Capitolo undicesimo
LA SUPERVISIONE NELLA DIREZIONE SPIRITUALE » 179
1. Supervisione personale » 180
2. Il contenuto della supervisione » 181
3. La supervisione è un ministero » 181
4. Obiettivo della supervisione » 183
5. Crescita nella fiducia » 184
6. Crescita della relazione » 185
7. Resistenze alla supervisione » 186
8. Atteggiamento positivo del supervisore » 188
9. La supervisione di gruppo » 189
10. Supervisione tra uguali » 190
11. Supervisione regolare di un incontro e di un caso » 191
TRACCE PER LA PERSONALIZZAZIONE » 193

CONCLUSIONE » 195
BIBLIOGRAFIA GENERALE » 199

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