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Massoneria e templarismo

Conferenza,
Teatro Arciliuto
Roma - 2011

La Massoneria è un fatto storico.


Questa sembra un’affermazione ordinaria, ma non lo è se affrontiamo alcuni aspetti metodologici.
Innanzitutto, dopo un’attenta lettura degli studi di storia massonica i più critici lettori osservano che in questi
scritti non si trova una risposta al perché nasce la massoneria.
Un corretto studio storico deve affrontare le cause degli eventi storici, ricercarle, analizzarle e metterle in
discussione davanti alla platea degli interessati al fenomeno in esame. La finalità non è solo quella di
sviscerare il fenomeno ma di metterlo in relazione con fenomeni simili e discuterne somiglianza e differenze.
Tale discussione, a questo punto, si discosta dalla razionale e fredda analisi dei fatti e si sposta verso la loro
“comprensione”, nel senso della ricerca delle ragioni storiche, allo scopo d’incidere di avvicinare il presente
al passato.
Nella storia della Massoneria sono state cercate molte vie capaci di portare alle radici del suo manifestarsi.
La più tradizionale è quella che colloca l'origine dell'organizzazione della Massoneria nei residui
organizzativi delle gilde dei costruttori delle opere architettoniche medioevali. Ma ci sono ipotesi che si
spingono ancora più avanti nel campo della congettura e una delle più suggestive è quella che farebbe risalire
l’organizzazione massonica del ‘700 all’apparente dissoluzione dell’Ordine Templare e alla sua “occulta”
migrazione attraverso i secoli fino alla sua resurrezione in forma di Massoneria. Tale tesi fu avanzata da
Andrew Michael Ramsay1.
È veramente difficile discutere una tesi che non spiega in nessun modo come del monaci-guerrieri si siano
riciclati in costruttori di edifici, quando questi erano già presenti sotto l’aspetto delle gilde o corporazioni
muratorie. Mancando qualunque documento storico di questo passaggio da un ruolo ad uno completamente
diverso è, come detto, impossibile fare qualunque ricostruzione storica. Quindi non voglio né potrei discutere
questa ipotesi, perché è solo un’ipotesi romanzesca priva di alcuna certezza storica e quindi la sua
accettazione o ripulsa dipende unicamente dal personale senso dei desiderata o dei recusata. Prescindendo
da queste suggestive quanto storicamente improponibili commistioni tra i due fenomeni, quello di un ordine
di guerrieri-monaci e quello delle gilde muratorie, sembra interessante valutare diversità e affinità non tanto
nei fenomeni in sé quanto nei processi che li hanno avviati e in quelli che li hanno portati a certe conclusioni.

Il Templarismo
Entriamo nella storia. Nel XII secolo si avvia il processo di costituzione di una serie di ordini monastico-
cavallereschi che fanno confluire due importantissimi fenomeni culturali sorti nei secoli precedenti e che fino
a questo momento erano ben separati e quasi antitetici: la cavalleria da una parte e il monachesimo dall’altra.
L’incredibile frattura che la prima crociata crea nella storia del mondo civile europeo nonché mediorientale e
nel mondo religioso cristiano e islamico, fa sì che certi aspetti del monachesimo e della cavalleria si fondano
in un’incredibile simbiosi. Lo sconvolgimento culturale della crociata porta alcuni personaggi a prefigurare
degli scopi inediti tanto alla cavalleria quanto al monachesimo. Con la conquista di Gerusalemme e di vasti
territori palestinesi, si pensava che la difesa dei territori, dei pellegrini e dei simboli sacri in Terra Santa
dovesse essere svolta da persone di assoluta integrità religiosa e con la determinazione e perizia dei guerrieri
professionisti. Ecco dunque che le due figure si devono fondere nel personaggio del monaco-cavaliere. In

1
- Andrew Michael Ramsay (1686 – 1743), di nascita scozzese visse gran parte della sua vita in Francia. Convertito al cattolicesimo
nel 1723 divenne cavaliere dell'ordine di S. Lazzaro in Gerusalemme, un ordine crociato francese dedito alla protezione dei pellegrini
in Palestina. Nel 1729 fu Fellow della Royal Society e nell'anno successivo, membro della Spalding Gentlemen's Society in
Lincolnshire, club in corrispondenza con la Society of Antiquaries di Londra, di cui erano eminenti membri Isaac Newton, John Gay
e Alexander Pope. Nello stesso anno ottenne il Honorary Degree of Doctor of Civil Law alla Oxford University. Ramsay era membro
della Massoneria francese alla quale era stato iniziato nel 1725-26. L'essere un Massone lo facilitò a diventare membro del
Gentleman's Club of Spalding, di cui era importante aderente anche John Theophilus Desaguliers. Ramsay scrisse nel 1737 il suo
Discourse pronounced at the reception of Freemasons by Monsieur de Ramsay, Grand Orator of the Order , nel quale creava la
connessione tra Massoneria e Ordine di San Giovanni e non come molti credono dell’Ordine del Tempio..
esso confluiscono la sacralità dell’uomo votato alla religione e l’eroicità del guerriero votato alla morte per la
difesa della cristianità, morte propria o preferibilmente di chi minaccia la cristianità avendo un’altra
religione. Questa è la figura necessaria del Templare e di altri ordini similari.
Questa delle crociate è un’epoca di profonda spiritualità, la religione cristiana è il collante culturale di
popolazioni affatto diverse per lingua, cultura, istituzioni e tradizioni. È anche l’epoca di conflitti costanti tra
nobili e aspiranti nobili, tutti tesi a conquistarsi un proprio spazio al sole.
Consideriamo, in pochi tratti, l’Europa dell’epoca.
Con la fine dell’Impero Romano per alcuni secoli ci furono popolazioni molto diverse che si spostavano da
un punto all’altro dell’Europa sotto la spinta di altre popolazioni extraeuropee che premevano dal nord e
dall’est Europa. Tutte si aggiravano in un mondo in disfacimento; dell’antico Impero Romano rimanevano
solo la lingua latina e i ricordi delle istituzioni che avevano unificato immensi territori e le loro popolazioni.
Questi popoli, certamente primitivi in rapporto alla civiltà romana, erano ombre nel tramonto. Non erano
popoli nomadi, spinti alla razzia, ma genti desiderose di nuove terre in cui insediarsi, anche conquistando con
la forza tali terre. Essi però non conquistavano terre disabitate ma al contrario territori e città di antica
tradizione imperiale, che di questa tradizione ne vivevano la luce. Le nuove popolazioni quindi ricevevano
inconsapevolmente i riflessi di una grandiosa civiltà e in questa sempre inconsapevolmente si integravano.
Nell’Alto e Medio Medioevo, lentamente, dal II al X secolo, la religione cristiana si era estesa in modo
impressionante. La cristianizzazione di tutte queste popolazioni pagane avvenne quasi spontaneamente in
quest’ansia di assestamento culturale e civile. Però, furono anche momenti in cui vigeva la legge del più
forte, con la conseguenza che si creavano piccole e grandi nobiltà, tutte alla ricerca di una legittimazione che
veniva riposta nella Chiesa Cristiana. Si istituzionalizzarono e consolidarono le gerarchie nobiliari e con esse
i diritti ereditari. I potenti hanno bisogno di armati a tempo pieno, e così si venne formando una classe
sociale tutta speciale, quella dei cavalieri. Tra questi, al soldo dei potenti, ci furono, in parte non indifferente,
tutti coloro che seppur di famiglia nobiliare non avevano diritti ereditari, i cosiddetti “cadetti”, cioè i figli
minori ai quali non si danno né terre né rendite ,per non frantumare i possedimenti familiari.
Nacque la figura del noto cavaliere "errante" o chiamato con più realismo il “senza terra”. Questi erano
personaggi che vagano alla ricerca di un proprio destino, destino che stava sulla punta della loro lancia e
della loro spada. Dai combattimenti che intraprendevano in scontri formalizzati, come i tornei e quelli meno
formali come le razzie e le scorribande, questi cavalieri cercavano di accumulare un capitale che gli
consentisse di ottenere terre, villaggi e villani. Si tenga presente che l’armamento medio (armatura, armi,
cavallo e accessori) al valore d’oggi rappresentava, allora, un capitale che andava dai cinquantamila fino a un
milione di euro. Un povero cavaliere male armato (per intenderci, un Brancaleone) che fosse riuscito a
sconfiggere un ricco cavaliere poteva vantare il diritto di conquista su un capitale di armamento veramente
ingente e infatti era normale scendere poi a patti concedendo al misero cavaliere una più o meno congrua
prebenda al posto dell'intero e prezioso armamentario. Una vittoria o una sconfitta potevano dunque
significare o la sistemazione definitiva o la povertà assoluta.
La crociata in Terra Santa diventa quindi per una schiera innumerevole di cavalieri l’occasione di un riscatto
da una vita di stenti e di frustrazioni. Molti piccoli nobili vedono nei territori della Palestina i luoghi ove
fondare un proprio regno, come alcuni riuscirono in effetti a fare. Inoltre, per i potentati europei la crociata
rappresentava tra i tanti vantaggi la possibilità di dirottare verso un obiettivo lontano e idealizzato schiere di
armigeri pericolosi e difficili da controllare. Non è questa la sede per trattare, per un verso, gli aspetti socio-
economici della conquista di zone strategiche per le vie del commercio tra Europa e altre regioni, per un altro
verso le pulsioni religiose che animavano una società immersa in un assolutismo teologico e neppure il
bisogno di certi regnanti europei di rinfocolare il prestigio del proprio casato con la giustificazione della
riconquista della Terra Santa.
Tornando ai cavalieri, è importante decifrare il concetto di "innumerevoli cavalieri": in realtà alcune stime
assommano la popolazione europea nell'XI, XII e XIII secolo a poco più di 20 milioni di persone. I nobili,
più o meno ricchi, erano poche migliaia, in tutta Europa, forse non arrivavano a 10.000. I cavalieri che
ruotano attorno a queste famiglie nobiliari si pensa che fossero nel rapporto medio di 40-50 vassalli a cavallo
per 1 nobile. Questi erano i cavalieri impiegati presso il nobile o a tempo pieno o con l'obbligo di sostenerlo
in caso di guerra. A costoro si devono aggiungere una media di 3-5 figli cadetti senza diritti ereditari. Anche
sovrastimando il rapporto cavalieri/nobile di 100 a 1, la totalità di armigeri professionisti armati a cavallo in
tutta Europa forse non superava di molto i 100.000. Per i nostri criteri di giudizio numerico 100.000 armati è,
in assoluto, un numero rilevante ma non critico, però rapportandoli all'epoca, è un numero decisamente
consistente. In pratica il rapporto cavalieri-popolazione è di 1 a 20.000, rapporto assolutamente spropositato
per l'epoca, specialmente valutando la capacità offensiva di un cavaliere rispetto alla capacità difensiva di un
popolano. È come far affrontare a un contadino armato di zappa un carrarmato.
Una parte cospicua di questi cavalieri furono inviati in Palestina al seguito delle spedizioni crociate.
Scremando le stime vanagloriose dei cronachisti dell'epoca, forse l'insieme dei cavalieri non assommava
complessivamente a un terzo dell'insieme dei cavalieri europei, che dovevano comunque rimanere a difesa
dei propri territori. A far parte di questo terzo sicuramente ci furono molti nobili cadetti che, non avendo
scelto la carriera ecclesiastica, cercano in Terra Santa di farsi una qualche forma di posizione. Questi
cavalieri non avevano nessuna delle qualità che in seguito furono esaltate dai romanzi e dalla poetica
cavalleresca. Analfabeti la cui ferocia e spietatezza era pari al loro fanatismo religioso. Infatti, non si deve
sottovalutare, all’epoca, la sincera quanto efferata religiosità sentita da tutti, nobili e popolani.
Tornando ai monaci-guerrieri, non conosciamo con certezza storica i modelli di selezione e di addestramento
di questi, ma dai risultati erano modelli sicuramente di elevata efficienza. C’è anche da supporre che per
l’arruolamento non si chiedessero patenti di nobiltà e forse era sufficiente un minimo di armamento, cavallo
compreso. IL cavallo distingueva il cavaliere, da cui il suo nome e osservando certe immagini dell’epoca
questi guerrieri-monaci montavano in due lo stesso cavallo, viene da chiedersi se ciò era da considerare una
tattica bellica o dipendesse da una carenza di cavalli.
Dalla prima crociata in poi, questi particolari ordini cavallereschi diventarono potenti sia dal punto di vista
militare quanto da quello economico. Infatti, lasciti, regalie, razzie e commerci andarono a costituire degli
ingenti capitali che furono da loro gestiti con rara perizia. Tra i vari ordini monastico-cavallereschi i
Templari nel giro di due secoli diventarono l’ordine più potente e influente d’Europa. Le alte gerarchie
dell’Ordine del Tempio sono costituite da personaggi che riuscivano a fondere l’abilità guerresca con quella
finanziaria e commerciale, esprimendo una notevole capacità manageriale. Costituirono la flotta più
importante del Mediterraneo, crearono Priorati in quasi tutta l’Europa, centri economici che furono veri e
propri feudi indipendenti dai regni entro i quali territorialmente erano insediati. Crearono inediti strumenti e
meccanismi finanziari che saranno la base del sistema economico mercantile del tardo Medioevo e del
Rinascimento.
Al culmine della sua potenza l’Ordine viene distrutto e annichilito nel giro di pochissimi anni. Conosciamo
abbastanza bene gli eventi, i fatti, i personaggi collegati alla distruzione dell’Ordine Templare, anche se non
poca parte dei documenti sono stati distrutti e ciò che rimane non può essere ritenuto che di parte. Non tutti i
regni europei si accanirono come i francesi sui Templari, ma tutti contribuirono alla sua fine, con la
benedizione della Chiesa romana.
Con disinvoltura si sono fatte le più ardite supposizioni sulla fine dei Templari, sul loro fantasmatico e
fantasmagorico tesoro, sulle loro migrazioni fuggitive, fino a ipotizzare, senza alcuna prova documentale e
solo con metodo appunto ipotetico, il loro occulto perpetuarsi, fino al loro costituirsi nella Massoneria del
‘700 inglese.
In realtà la gran massa dei Templari trovarono due soluzioni allo scioglimento del loro Ordine: o l’entrata in
altri ordini monastici dediti alla preghiera e al lavoro o l’essere assoldati da importanti casate nobiliari e
regnanti, poiché le loro capacità belliche erano ben apprezzate da tali casate; tipici furono i casi della Spagna
e del Portogallo che inserirono nei loro eserciti i Templari ivi residenti e, sembra, in Scozia al soldo di nobili
locali che erano in continuo scontro con altri nobili e contro gli inglesi. Non è quindi da escludere che questa
possibilità sia stata adottata da singoli o da piccoli manipoli di Templari. Che questa fosse la soluzione
migliore lo attesta il fatto che solo la Francia si diede da fare per sterminare i Templari, cosa che non
avvenne in tutti gli altri paesi Italia compresa. In conclusione, l’Ordine Templare svanisce dalla storia e i
singoli Templari vagano come fantasmi senza poter far garrire in battaglia le antiche loro insegne e simboli..
Ai nostri occhi moderni i Templari ci sembrano persone straordinarie perché capaci di coniugare la
spiritualità monacale con la belligeranza cavalleresca e con l’arditezza mercantile. Su quest’ultimo aspetto
non si può negare una vera e unanime ammirazione. Invece, sugli altri valori ai quali i cavalieri templari
dovevano sottostare è opportuno notare che l’Ordine chiedeva ai propri affiliati qualcosa che non ha nulla di
straordinario per l’epoca.
Tre sono i doveri cui il Templare deve sottostare con estremo rigore: la castità, l’obbedienza e la povertà.
La castità è una richiesta che, come in tutti gli ordini monastici costituiti da gruppi di persone dello stesso
sesso, tutela dal pericolo d’espressione della sessualità all’interno delle stesse strutture monacali. La richiesta
della castità, quindi, è principalmente riferita alle pratiche omosessuali, richiesta rafforzata dal richiamo
perentorio a non far entrare bambini e bambine tra le mura templari e a non manifestare espressioni affettive
verso le donne. In definitiva, il concetto di castità deve essere ricondotto all’interno dei confini culturali e
sociali dell’epoca, diversi dai nostri.
Inoltre, in quell’epoca, vasta è la documentazione in merito: non pochi predicatori, anche eminenti,
ritenevano che il rispetto umano fosse dovuto solo ai cristiani. Quando vengono esaltate le qualità di aiuto ai
deboli e ai perseguitati, alle donne, infanti e poveri, questo aiuto era chiaramente riferito ai soli cristiani,
mentre gli “infedeli” non meritano alcuna salvaguardia, uomini, donne o bambini che fossero; anzi, alcuni
eminenti ecclesiastici e prima qualche Padre della Chiesa già da qualche secolo dichiaravano che la violenza
e la morte comminate a un infedele anche innocente e probo è cosa opportuna perché lo mette nelle migliori
condizioni di essere giudicato benevolmente nel futuro Giudizio Universale. Ucciderlo dunque è fargli un
grande favore.
In merito all’obbedienza dobbiamo annotare che era un’epoca in cui l’obbedienza non era un valore ma una
condizione costante e, diremmo, obbligata per tutti, nel senso che non c’era nessuno, dal servo della gleba al
principe, che non dovesse obbedienza a qualcun altro che gli sta sopra, data la struttura fortemente
gerarchizzata della società e delle istituzioni. Nell’Alto e Basso Medioevo l’obbedienza faceva parte del
vivere quotidiano per ogni essere umano, cristiano, o mussulmano che fosse. L’obbedienza, in una società o
gruppo, era il collante che impediva il frantumarsi sociale.
La Povertà, invece, era un valore e un sacrificio rilevante. Infatti, quei guerrieri che si facevano Templari
dovevano rinunciare alla ricerca della ricchezza personale, dovevano cioè rinunciare a combattere per
ottenere un individualistico potere politico e/o economico, che era poi stata la spinta, forse prioritaria o
unica, che li aveva indotti a migrare in Terra Santa.
Nel XII e XIII secolo e in una certa misura anche nei secoli successivi, c’erano due concezioni antitetiche del
cristianesimo: da una parte, la concezione della Chiesa come potere temporale strutturato e organizzato in
espressioni concrete e magnificenti della supremazia spirituale cristiana e, dall’altra parte, una vasta e forte
richiesta popolare di un ritorno a un cristianesimo delle origini, umile e misero, privo di espressioni materiali
del potere spirituale. Lo scontro tra le due concezioni, molto spesso violento e cruento, si protrarrà per secoli.
Lo stesso ordine francescano fortemente legato alla seconda concezione di cristianesimo, visse un travagliato
e conflittuale periodo dopo la morte del fondatore che si risolse nella scelta (salomonica?) della povertà del
singolo nella ricchezza dell'ordine, nel senso che all’interno di un ordine monastico nessun singolo monaco è
padrone di beni ma l’ordine in quanto tale può possedere tutto ciò che riesce ad accumulare. L’Ordine
Templare anticipò questa logica, per cui l’affiliato a un ordine ricco è individualmente povero in concreto,
ma ricco in sostanza, umile singolarmente ma potente collettivamente. La ricchezza di un ordine si traduce,
ovviamente, in potere e dunque un Templare è individualmente privo di potere e deve obbedire ciecamente ai
suoi superiori, ma davanti a chiunque altro, anche un nobile, ha, in quanto appartenente all’Ordine dei
Templari, un potere straordinario e non deve obbedienza ad alcuno (tolto il Papa) proprio perché è vicario di
un potere istituzionale enorme. La scelta da parte del singolo Templare dell’obbedienza e della povertà è
dunque funzionale a far forte e potente l’Ordine, sciogliendo questo dal vincolo d’obbedienza nei confronti
di qualunque potentato terreno.
Lo stesso Statuto dell'Ordine del Tempio, stilato da Bernardo di Chiaravalle, che era uno dei più tetragoni
difensori dei valori cristiani originali, si riferisce esclusivamente ai doveri e compiti del singolo cavaliere,
lasciando implicitamente l'istituzione nel suo complesso libera da vincoli specifici.
Una delle ragioni della forza dell’Ordine Templare certamente fu la coesione assoluta dei singoli cavalieri
attorno alla bandiera dell’Ordine. Per questi cavalieri “senza terra” e “senza nome” si veniva a definire la
vera “Impresa”: la partecipazione corale a un’azione sovranazionale e sovraterrena. Il singolo cavaliere non
partecipava più a una personale ricerca di guadagni, di fama e onori, di un suo personale e molto concreto
“Graal”. Invece, ognuno di essi trovava nell’impresa corale un obiettivo trascendente le proprie aspirazioni,
trovava un ideale superiore che dava senso al proprio voler agire. Infatti, il cavaliere per propria scelta di vita
era attore nel dramma del proprio destino e non soggetto passivo in balia degli eventi. Il singolo Templare
scorgeva la sua definizione di vita nell’appartenenza all’Ordine Templare. La sua povertà e il senso
d’appartenenza espresso con l’obbedienza lo fava “ricco” nello spirito, perché difensore di valori cristiani,
fino all’immolazione per essi, e “potente” nello spirito perché espressione cellulare di un organismo saldo e
certo. Incidentalmente si potrebbe accomunare, per certi aspetti, il cavaliere templare ai samurai che nel
Giappone tra il XIII e XVI secolo conducevano una vita dedita alla guerra, in totale obbedienza al proprio
“daymo”, signore di famiglia nobile, fondendo la pratica costante delle armi con la ricerca della perfezione,
capace di immolarsi per i valori del proprio casato con spietata abnegazione, sprezzante della morte, pronto a
uno stressante allenamento alle armi anche di 24 ore consecutive, ma capace pure, di rimane in profonda e
immobile meditazione spirituale per lo stesso tempo. La spiritualità di un samurai non doveva essere seconda
a quella di un Templare. Però la cultura dei samurai non è comparabile a quella dei Templari, questi ultimi
non brillavano per capacità spirituali e culturali. La loro non era una religiosità sofisticata come quella zen
dei samurai, essi non si dedicavano alla poesia e all’arte, non vestivano abiti ricercati. Ciò che accomunava
samurai e templari era la dedizione assoluta dei primi al casato, dei secondi all’Ordine. Per ambedue la morte
non era considerata come un atto finale, anche se coronamento di un percorso di perfezionamento, ma
piuttosto come un obiettivo ambito di ricongiungimento a una dimensione sovraumana e sovrannaturale dalla
quale si sentivano separati. Il coraggio del Templare intrepido quanto spietato, e così temuto dai mussulmani,
al punto che questi non chiedevano riscatti per i Templari catturati ma li uccidevano spietatamente. Tale
coraggio è l’affermazione di una concezione della vita come ciclo di passaggio. I cavalieri Templari
sentivano di vivere in un mondo terreno ma chiusi in una struttura istituzionale ascetica (che non vuol dire
povera e umile) e quando uscivano dalle mura dei priorati lo facevano per affrontare le ombre del male e
gestire le luci del bene, dal loro punto di vista.

Massoneria e templarismo
L’interesse vivace che tanti Massoni hanno per la storia e le vicende dell’Ordine Templare avrebbe senso e
utilità se inteso come strumento allegorico per meglio comprendere i propri vissuti massonici, sia individuali
che istituzionali.
La spiritualità presente in un ordine di guerrieri-monaci la deve interpretare, in una visione massonica, come
incentivo a sviluppare la superiore spiritualità collettiva, della propria loggia, della propria Obbedienza, della
stessa Massoneria universale e come conseguenza, non causa, della personale spiritualità. L’elevazione
spirituale della collettività massonica consente l’elevazione di ogni suo singolo membro. È questo valore
sinergico delle energie spirituali dei singoli Templari, che esprimerebbe allegoricamente la spiritualità
massonica.
La Massoneria trova nelle allegorie, nelle metafore e nel simbolismo dei costruttori di cattedrali un modo per
comprendere concetti altrimenti impossibili da afferrare. Ugualmente, ciò che si riferisce all’epopea templare
e cavalleresca la si deve intendere come allegoria del vissuto massonico, sia spirituale che pratico. Così come
il Templare non è tale senza l’investitura del proprio Ordine, allo stesso modo il Massone da solo è nulla; se
privo dell’investitura che gli viene data dalla sua appartenenza a una loggia, sarebbe un “senza terra”. Questa
investitura chiamata iniziazione (e che ha valori e sensi ben diversi e ben superiori a quelli di una semplice
investitura a un ordine cavalleresco), avviene solo nella Loggia ed è solo la Loggia che fa di un semplice
Apprendista un Massone.
Il Templare possiede un ideale che si sviluppa sul piano operativo e su quello spirituale, così come è per il
Massone. Infatti, il Massone è la cellula di un organismo che, seppur nazionale, è parte integrante di un
organismo sovranazionale e sovraculturale. Il Massone dall’interno della sua Loggia, nella quale si addestra
e affina i propri valori etici e morali, esce nel mondo profano per agire, guidato da questi valori, alla pari di
un Templare che dopo aver affinato le proprie capacità di combattimento e i propri valori religiosi esce dal
Priorato per difendere le carovane di pellegrini e per trasmettere i suoi valori religiosi con l’esempio e la
rettitudine del suo agire; ricordando sempre che la rettitudine è dovuta solo ai cristiani e che lo sterminio di
un villaggio mussulmano è cosa buona e caritatevole.
Così come si affronta la storia del templarismo e della cavalleria col senso critico dei liberi pensatori
ugualmente si deve affrontare con lo stesso senso critico la storia della Massoneria, facendo tesoro dei
segnali deboli che la storia umana trasmette. Però, la Massoneria è qualcosa di molto differente dal
templarismo e dalla cavalleria medievale, come poi si vedrà.
È certamente interessante lo studio e l’analisi del fenomeno templare, perché esso dà segnali concreti sul suo
percorso di vita e sulla sua estinzione, segnali utili per osservare la storia dell’istituzione e per cogliere quei
possibili segnali deboli di un’eventuale crisi.
Ciò che in questa sede interessa, è valutare la ragioni dell’incapacità dei Templari a opporsi alla loro
distruzione e persecuzione, non facendo una disamina accurata di queste ragioni ma ponendo solo alcune
questioni da lasciare a ulteriori successivi approfondimenti.
La caduta di Gerusalemme, o meglio il ritorno di Gerusalemme sotto il tradizionale controllo islamico (che
non avevano mai impedito a cristiani ed ebrei di professare la propria fede e di visitare i propri luoghi sacri, a
differenza dei cristiani che incendiarono e rasero al suolo moschee e sinagoghe con tutti i fedeli dentro), creò
una situazione disperata per gli ordini monastico-guerrieri. Questi dovettero fuggire dalla Palestina e in tal
modo si venne a vanificare l'obiettivo primario del loro sorgere e conservarsi. I Templari non ebbero più
quello che in termini moderni possiamo definire il loro "core business", il loro centro focale d'impresa.
Questo centro focale fu tale sia dal punto di vista pratico, ma in particolar modo dal punto di vista ideale
finché i Templari mantennero il potere in Palestina. Con la fuga dei Templari dalla Palestina caddero le
motivazioni strutturali e sovrastrutturali che giustificavano praticamente e idealmente la stessa esistenza
dell'Ordine. Anche in epoca moderna se una grande impresa, una multinazionale, come fu a tutti gli effetti
l'Ordine Templare, devia o rinuncia al suo "core business" essa entra in profonda crisi strutturale e culturale e
l'esperienza conferma che in breve-medio termine essa si dissolve o è inglobata da un’altra.
Il templarismo vide un celere e vigoroso inizio, un lungo periodo di magnificenza, un lento periodo di crisi e
un subitaneo crollo. Non sono certamente le furie distruttive di un re che possono giustificare la fine
dell’epopea templare. Ci deve essere qualcosa di più, infatti, non si spiega la quasi assoluta mancanza di
reazione da parte di guerrieri ben addestrati e privi di scrupoli a un attacco da tempo preavvisato e che si
svolse nell’arco di pochissimi anni, anche se con modalità diverse nei vari paesi. Questa criticità non poteva
che essere insita nella struttura istituzionale e nella sovrastruttura culturale templare del XIV secolo.
L’ipotesi più attendibile è che un re può distruggere l’Ordine Templare perché quest’ultimo non è in grado di
sopportare attacchi dall’esterno. La domanda quindi è: che cosa rende instabile l’istituzione e rende critica la
sua capacità di reazione alla persecuzione che viene proprio da quel mondo cristiano che avrebbe dovuto
difendere?
La storia del templarismo non è storia di vivere pacifico. Fin dall’inizio l’Ordine si destreggiò tra gelosie e
invidie di altri Ordini e di stati cristiani europei e palestinesi. Si può dire che per due secoli i Templari
combatterono sia sul fronte islamico sia su quello cristiano, con modi diversi ma sempre o quasi efficaci. Il
crescente potere economico templare disturbava moltissimi interessi; per esempio la flotta templare
trasportava pellegrini e mercanzie a prezzi “politici”, molto inferiori a quelli praticati dai genovesi e dai
pisani, rendendoli furiosi per la caduta dei loro guadagni.
Si può dire che il templarismo implose per gigantismo e, ancor più, per eccesso di estraniazione dai suoi
obiettivi ideali originali, a seguito della cacciata dalla Palestina. Non più dediti alla guerra contro gli infedeli,
riversarono tutte le loro energie e capacità nello sviluppare un impero economico spropositato per quei
tempi. Finanziarono le imprese economiche e belliche di tutti i regnanti europei; non a caso Filippo il Bello,
re di Francia che era il più esposto finanziariamente con i Templari, sarà lui a decretarne lo sterminio. La
caduta di S. Giovanni d’Acri determinando la fine degli ordini monastico-guerrieri in Palestina, spinse i
Templari sulle rive nordiche del Mediterraneo, facendo diventare l’Ordine Templare una struttura
sovrastatale proprio nel momento in cui si andavano definendo e consolidando in Europa gli stati nazionali.
Fin tanto che il “core business” templare si collocava in Palestina, la sua struttura sopranazionale era
tollerata avendo un riferimento preciso e pericoloso non più di tanto per i regni europei, ma quando il “ core
business” si dissolse la sopranazionalità templare diventò una fattore di squilibrio per tutti gli stati europei.
Il templarismo tra il XII e il XIII secolo, come braccio armato della Chiesa Cattolica si muoveva in una
visione culturale di universalità cristiana, che in una certa misura si era provato a concretizzare col Sacro
Romano Impero. Però, nel XIV secolo questa concezione universaleggiante, decadde con il sorgere delle
spinte nazionalistiche. L’affermazione delle identità nazionali, che tolleravano con difficoltà lo stesso
primato della Chiesa di Roma sulla cristianità europea, era la pratica negazione delle aspirazioni e delle
visioni universaleggianti di uno stato europeo unito. I Templari erano uomini molto pratici e per nulla dediti
alla speculazione filosofica e teologica; per questo non seppero elaborare una propria visione originale
dell’universalità cristiana, loro seguivano pedissequamente quella del Papa. Su questo aspetto esplose lo
scontro dei Templari, ordine universaleggiante perché sovrastatale, sopranazionale e sovraculturale, con le
identità nazionali, culturali e linguistiche che nel frattempo si stavano affermando. Lo scioglimento forzoso
dell’istituzione templare effettuata con ferocia dai francesi, e più blandamente e senza eccessi da spagnoli,
portoghesi, inglesi e italiani, fu il tentativo dei vari stati di ridurre il templarismo da fenomeno
sopranazionale a realtà locale. L’atteggiamento moderato di quasi tutti i regnanti mascherava la volontà di
attirare sotto il proprio controllo un’istituzione di cui si riconoscevano i meriti sia bellici che manageriali,
oltre che le cospicue casse. Così, in Portogallo e Spagna folti gruppi di Templari confluirono in ordini
religiosi o cavallereschi sotto il controllo delle case regnati; in Inghilterra e Scozia i Templari si riciclarono
come mercenari; in Irlanda e Galles come marineria commerciale; in Italia si dissolsero all’interno di ordini
monastici e così in altri paesi. In generale tutti i loro beni passarono, per assegnazione papale, nelle casse
dell’Ordine di San Giovanni (oggi Ordine di Malta). Gli stati tolleranti, con intelligenza, non vollero
perdere né il patrimonio economico né quello umano del templarismo, tentando di “nazionalizzare” la
struttura sopranazionale dei Templari. Solo in Francia tutto viene accaparrato dalla casa regnante.
Prima di tutto ciò, molti segnali di questo mutare di situazione si stavano manifestando e nel tempo non
potevano non arrivare ai Templari, eppure loro non seppero coglierli o interpretarli. Pur essendo strateghi di
guerra e di finanza non seppero prevenire questo sommovimento culturale, politico e istituzionale che
coinvolgeva tutta l’Europa. La loro concezione di Ordine chiuso e arroccato nel proprio ideale gli impediva
di modificarsi. Si erano sclerotizzati dal punto di vista culturale, poiché la loro cultura interna era fin
dall’origine rigida e sclerotica, non ammettendo cambiamenti interni. Questa incapacità di adeguamento al
cambiamento culturale fu per loro fatale. La stessa spiritualità templare era fuori dai tempi, lo stesso
interesse per la sacralità dei luoghi santi era scemato. Ignorando i cambiamenti culturali che avvenivano in
Europa, l’Ordine templare implose.
Essi non reagirono alla persecuzione non perché fossero privi di mezzi, essi non reagirono perché non
seppero affrontare qualcosa che non conoscevano e non concepivano. I mezzi in loro possesso, economici,
finanziari e bellici erano cospicui eppure non vennnero messi in campo perché il loro uso era finalizzato
all’accrescimento del potere dell’Ordine e non per la difesa dello stesso.
Nel XIV secolo le strutture gerarchiche dei Templari, ai livelli più alti, passarono dalla figura del capitano
d’impresa bellica alla figura del manager d’impresa economica. Si era spenta nell’incendio di S. Giovanni
d’Acri la luce ardente che aveva vivificato l’impresa della conquista e conservazione dei simboli più sacri
della cristianità e l’impresa non secondaria della distruzione del mondo islamico. I Templari avevano
certamente una visione strategica del proprio operare pratico, dell’impresa nei suoi aspetti concreti e in
questo essi precorsero la filosofia operativa e la visione astorica dei gesuiti operanti nell’estremo oriente del
XVI e XVII secolo. Essi, come i gesuiti poi, ebbero sempre una visione della storia fondata sul pragmatismo
più spinto, in una concezione assolutamente innovativa per la propria epoca. Infatti, pur massacrando i
mussulmani erano disposti a relazionare con essi in una visione tattica di scambio economico e culturale che
tuttavia si muoveva all’interno della missione strategica dello sterminio della cultura e della società islamica
in quanto di fede avversa.
Il Templarismo si è dissolto perché, per sua definizione, chiuso in se stesso.

Le differenze tra lo spirito templare e quello massonico sono profonde.


Il templarismo fu un’istituzione spietatamente guerriera, mentre la Massoneria rifugge da qualunque forma
di conflitto sia individuale sia collettivo. L’Ordine Templare era un’istituzione chiusa e settaria, non
ammettendo al suo interno altro che cristiani con una buona dose di fanatismo e intolleranza religiosa; i
Massoni, al contrario, hanno una concezione universale della collettività massonica che nega chiusure e
settarismi religiosi, razziali e culturali. Il templarismo fu un fenomeno sociale profondamente inserito nella
concretezza del mondo profano, del quale usava tutti i mezzi senza scrupoli; la Massoneria invece è
un’associazione umana che si pone fuori dai vincoli corporei della storia, che del mondo profano discrimina
con severità e oculatezza le luci dalle ombre, che da questo mondo si tiene separata ma a questo si rivolge
con l’amore che solo un’etica pura può dare. A questo mondo profano e storicamente determinato la
Massoneria si rivolge per svilupparne le luci e per portare luci nelle sue ombre senza forzature e imposizioni,
neppure sotterranee.
Tuttavia, il rischio della Massoneria è quello di fare la stessa fine, isolandosi dalla realtà storica e riducendo a
pura formula l'impegno a portare la sua luce nel mondo non massonico. C'è il rischio di ridursi a giocare con
vecchi giocattoli, con una concezione dell’agire e dell’operare tutta interna alla loggia e al massimo
all’Obbedienza. Per il Massone, invece, ci dovrebbe essere il costante imperativo storico e ideale di
considerare, valutare e mettere alla prova sé stesso come uomo della propria epoca e che su questa epoca può
influire, con etica cristallina e spiritualità adamantina, senza che questo voglia significare l’intromissione
implicita o esplicita nelle questioni profane, del vissuto politico, affaristico e religioso delle società ove
opera.
Tutto il resto, quelle che si possono definire come allegorie: il templarismo, la cavalleria, l’alchimia,
l’astrologia e altro, rischia di far confluire la Massoneria in una visione pseudospiritualistica, neopagana e
vagamente infantilistica alla New Age. Quando tanti giovani e qualche anziano vanno a immergersi in una
logica di magia, di stregoneria, di esaltazione superficiale e ignorante di filosofie e religioni estranee alla
cultura massonica, tutti questi, se da un lato esprimono un sincero bisogno di spiritualità, dall'altro esprimono
anche lo sbandamento dell’individuo, privo di solide basi culturali, spirituali e, cosa più importante,
dichiarano la disperazione della propria solitudine spirituale ed etica. In tutte le variopinte forme di New Age
manca la vera spiritualità, perché non c'è un'etica fondata e fondante, non c'è una Tradizione secolare di
ricerca della Verità come valore principe. L'astrologia, l'alchimia, il templarismo e la cavalleria devono
essere riconosciuti e considerati null’altro che modelli allegorici che possono aiutare a meglio chiarire
concetti e pensieri che sono a fondamento della Massoneria e della sua spiritualità. La comprensione di
concetti che sono troppo complessi ed elevati per essere compresi con i linguaggi della natura e delle
scienze, quali i linguaggi dello storico, del filosofo, del fenomenologo delle religioni, dell'antropologo, del
sociologo, dello studioso delle istituzioni politiche ed economiche, possono passare attraverso metafore e
allegorie, ma se non c'è il riconoscimento delle allegorie come figure retoriche, si rischia di svalutare
l'enorme potenziale conoscitivo del linguaggio simbolico. Infatti, l'allegoria e la metafora sono, appunto, solo
delle figure retoriche e a differenza del simbolo, che è l'unità semantica di un linguaggio che possiede
strutture e codificazioni ben definite; esse non costruiscono da sole un linguaggio allegorico o metaforico e
infatti non esistono “linguaggi” metaforici o allegorici, ma solo allegorie e metafore. La simbologia è
tutt'altra cosa rispetto all'allegoria e alla metafora. Plotino per far comprendere il difficile e complesso
concetto di "emanazione", insito nell'Uno, usa la metafora della luce che si irradia senza perdere sostanza di
sé e in sé. Questo non vuol dire assolutamente che Plotino creda che la luce e l'Uno si identifichino, che
l'Uno è luce, che nell’ammirare la luce si stia ammirando l'Uno o che adorando la luce si adora l’Uno.
In termini più moderni si può dire che templarismo e cavalleria sono la mappa concettuale che consente di
percorrere con una certa sicurezza e coerenza il territorio del pensiero massonico. Assimilare il templarismo
alla Massoneria e viceversa, vuol dire confondere la mappa col territorio. La mappa non è il territorio, così
come la Massoneria non è templarismo, questo deve essere assolutamente chiaro
Quando un architetto di cattedrale dava una particolare conformazione a una struttura costruttiva, scegliendo
quindi la disposizione delle navate, l'ogiva di una volta o la sequenza di un colonnato, il numero, l'altezza e
la forma delle colonne, seguiva certamente un pensiero e una costruzione concettuale connessa a un codice
simbolico, ma ciò che è più importante, è che lo faceva rispettando le leggi della statica e della dinamica dei
materiali. Non si sognava di mettere in crisi la stabilità della costruzione per esaltare il solo linguaggio
simbolico. La sua “maestria” era quella di integrare questo linguaggio con la materialità senza violarla. Gli
antichi egizi quando incominciarono a costruire le piramidi seguirono principalmente una visione simbolica
con un certo disinteresse e ignoranza per la realtà concreta: la conseguenza fu il crollo di non poche piramidi,
e di qualcuna ancora oggi ne possiamo vedere i tristi resti; solo quando incominciarono a coniugare
simbolismo con sensibilismo (spiritualità con razionalità) allora fecero ciò che ancora oggi vediamo ancora
ben in piedi.
Tuttavia la ricerca della verità non può procedere con i soli strumenti concettuali della ragione; ci sono
conoscenze che possono essere avvicinate solo con le congetture, le allegorie, le metafore e i sistemi
simbolici. Queste sono conoscenze per approssimazione infinita, sono, riprendendo l’immagine di Cusano,
ricerca di perfezione simile a quella di un poligono che aumentando all’infinito i suoi lati cerca di adeguarsi
alla circonferenza perfetta del cerchio.
Si è costretti a osservare che in certe istituzioni massoniche si va affermando una concezione ritualistico-
formale degli ideali massonici e che l’aprirsi al mondo profano si riduce alle sole forme benefiche. Questa
beneficenza è cosa certamente giusta, che però non fa distinguere la “beneficenza massonica” da una
qualunque altra forma di beneficenza; in altri termini, la Massoneria deve essere qualcosa di più e di diverso.
non limitandosi a essere un’alacre dispensatrice monetaria di beneficenza.
Anche per questo è necessario avviare un processo di approfondimento e ridefinizione della stessa
concezione di beneficenza in senso massonico.
La Massoneria si caratterizzava per un processo di lento e costante sviluppo attirando uomini giovani e
entusiasti, oggi sta avvenendo il contrario. A questo si deve fare attenzione. La Massoneria nel mondo e
specialmente in quello occidentale rischia un processo di sclerotizzazione su formule desuete. Non si può
confondere la Tradizione di un non ben precisato esoterismo con la Tradizione Massonica. Questa non è una
realtà statica, la storia della Massoneria dimostra che c’è stato e c’è ancora un suo processo di adeguamento
ai cambiamenti storici. Gli ideali massonici possono sembrare agli occhi esterni, e talora a occhi meno attenti
di qualche massone, come inalterati da secoli. Questa è solo l’apparenza. I concetti possono essere espressi
da una parola che rimane uguale eppure possono cambiare al loro interno significato e senso, proprio perché
sono i segni di un sistema simbolico, e i sistemi simbolici cambiano di significato con il mutare della cultura.
La Massoneria non è rappresentazione finita e neppure l’unico centro della spiritualità o della ricerca di
spiritualità. La Massoneria è rappresentazione relativa del movimento storico e della collocazione culturale
del bisogno spirituale dei pensieri liberi e onesti. A fronte dell’illusoria infinitezza del pensiero religioso
universaleggiante e partigiano, la Massoneria pone una rivoluzione copernicana dei pensieri tesi al sacro,
tutti conformi in misura uguale alla ricerca dell’unità e dell’appagamento spirituale. Le religioni codificate
hanno un’universalità “centrifuga”, nel senso che, per un verso, le proprie verità devono essere espresse al
mondo e compenetrarlo, perché uniche e universali, e nell’altro verso perché la propria verità ingloba e
compenetra le altre verità parziali in se stessa. Esse sono centrifughe perché cercano la verità come ente
esterno all’uomo e perché la vogliono portare dal proprio interno all’esterno, agli infedeli.
La Massoneria ha anch’essa una concezione universaleggiante ma è “centripeta”, nel senso che tutte le verità
parziali possono confluire nel percorso unitario di ricerca dell’unica verità restia a farsi riconoscere
dall’umano. Essa è centripeta perché cerca la verità che è nell’uomo e raccoglie dall’esterno le “luci” del
mondo profano per fonderle con le “luci” del mondo iniziatico.
C’è un concetto complesso e abbastanza difficile che è opportuno definire. È quello della simbologia
massonica. Per capire gli intimi e difficili significati del sistema simbolico si deve usare una metafora. Il
linguaggio simbolico massonico è come un’antica quercia, di essa se ne vede l’aspetto esteriore, il tronco
imponente, gli innumerevoli rami e la sterminata quantità di foglie sempre verdi; però non si vedono le sue
profonde radici né la linfa vitale che scorre al suo interno e ancor meno si vede il fusto sottostante alla spessa
corteccia. La ricerca massonica è quella di scoprire l’invisibile di quella quercia. Radici, linfa e fusto
esistono da sempre in quella quercia, ma non sono sempre gli stessi, cambiano accrescendosi e
modificandosi con l’età della pianta. È pur vero che queste strutture invisibili non aiutano a comprendere ciò
che è più importante, il fatto che quell’antica quercia è la rappresentazione concreta del principio universale
dell’Energia Vitale della Natura. La ricerca massonica della verità deve portare a comprendere che quel fusto
ha la perenne funzione di sorreggere tutti gli elementi costitutivi della pianta, che le radici hanno la perenne
funzione di apportare nutrimento a ogni elemento della pianta, che quella linfa ha la perenne funzione di
apportare energia vitale a tutta la pianta. Quindi, ciò che cambia ha un senso e un significato che sono
perenni. È il senso che è perenne e non il mezzo. È nella mutevolezza che si scopre l’unicità.
Così la Massoneria per sopravvivere a se stessa e ai cambiamenti della storia deve affrontare il senso del suo
esistere. Così come tronco, rami e foglie sono sempre tali pur nello scorrere del tempo, i rituali, i simboli e la
struttura massonici rimangono tali, e tuttavia, come mutano le radici, la linfa e il fusto così mutano le
significazioni dei rituali, dei simboli, della struttura pur mantenendo perenni il loro valore ideale ed etico.
Sono dunque i valori ideali ed etici massonici la profonda ed esoterica Verità della Massoneria e sono questi i
veri fondamenti su cui si deve “lavorare”.
Se la Massoneria si perde nel labirinto delle allegorie, confondendo queste con la realtà non si troverà mai
l’uscita alla luce.
Come già detto, allegorie e metafore sono utili strumenti e nulla di più. È allora necessario che il pensiero
della Massoneria vada alla ricerca delle proprie origini non dentro le allegorie ma dentro allo stesso pensiero
storico, filosofico, culturale e umano sul quale i Fratelli Fondatori hanno edificato la Massoneria stessa,
analizzando con la cautela e la severità di giudizio i fatti, valutando i documenti che si possiedono e
definendone le certezze storiche, ovvero distinguendo i desideri dai voleri.
In conclusione, il Templarismo, che nell’ottica massonica è un’allegoria, non può essere elemento
significante e fondante la Massoneria, perché sono altrove i suoi significati e fondazioni.