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ISBN 978-88-98862-16-0

Finito di stampare nel mese di dicembre 2014 presso Rebel srl Immagine di copertina: Yume srl (dipinto presente nell’abbazia di Esfigmenou, Monte Athos)

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Sotirios Fotios Drokalos

CRISTIANESIMO

SANGUINARIO

La devastazione del mondo greco-romano

Sotirios Fotios Drokalos CRISTIANESIMO SANGUINARIO La devastazione del mondo greco-romano

Cristianesimo sanguinario

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INTRODUZIONE

Secondo il racconto delle chiese cristiane, il cristia- nesimo sarebbe cresciuto con un ritmo clamoroso durante i primi tre secoli della sua esistenza, conquistando pacifi- camente le anime e i cuori della popolazione dell’Impero romano, sino al punto di costringere infine lo stesso potere imperiale, a lungo ostile verso la diffusione della nuova re- ligione, ad aderirne ai tempi dell’imperatore Costantino e costituirla religione ufficiale dell’Impero. La ricerca storica rigetta questa versione. In realtà per tutto il I secolo d.e.v. 1 esistono pochissime tracce della religione cristiana, e nel secondo la sua presenza è asso- lutamente marginale. Il movimento cristiano comincia ad avere un certo peso solo a partire dal III secolo d.e.v., però ancora all’inizio del IV con l’ascesa dell’imperatore Costan- tino al trono, rimane sempre fortemente minoritario. Gli storici concordano sul fatto che il numero dei cristiani com- plessivamente presenti nell’Impero alla soglia del regno di Costantino deve essere ritenuto pari a circa il 5% della po- polazione totale. 2 È solo dopo e grazie a Costantino e ai suoi successori che il cristianesimo viene finalmente diffuso. La vera prospettiva storica è quindi inversa rispetto a quella

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sostenuta dalle chiese. Il cristianesimo non divenne reli- gione dominante nonostante avesse contro di sé un potere

imperiale ostile, ma al contrario esso fu addirittura imposto

e affermato grazie ad un impero favorevole, da un certo mo-

mento storico in avanti. In seguito presento una breve storia sintetica di que- sto processo di cristianizzazione forzata e violenta dell’Im- pero romano, compiuta tra il IV e il VI secolo da parte di un regime politico e religioso estremamente intransigente, intollerante e dispotico, di cui anche fra gli specialisti si parla molto raramente, malgrado si tratti di una verità sto- rica inequivocabile. Da una parte l’influenza e la potenza delle chiese, dall’altra la paura di provocare e scontentare le masse dei fedeli, molte volte scoraggiano la divulgazione di questi dati storici verso il grande pubblico. Non condivido esitazioni simili. Sebbene le informa- zioni contenute in questo testo possano sicuramente per- fino scioccare persone che non abbiano attinenza con gli

eventi di quel periodo storico, voglio credere che i fedeli che aborriscono i comportamenti oppressivi e violenti, saranno fra i primi a condannare le azioni e gli atteggiamenti delle chiese e di personaggi importanti per la religione cristiana raccontati nelle pagine seguenti, e dunque fra i primi a ri- conoscere l’utilità di questa ricerca. La verità fa paura ed

è antipatica solo a chi sceglie di vivere nella menzogna e

nell’ipocrisia. Chi nella sua fede riconosce invece sincera- mente un invito all’onestà e al rispetto sono sicuro che sarà

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felice di venire in contatto con questo diverso punto di vista. La verità non è un’offesa. Al contrario è un’offesa verso in- numerevoli persone e intere nazioni e civiltà, lasciare le loro

storie tragiche sepolte sotto la falsità e il silenzio comodi e colpevoli, ed è irresponsabile e abusivo verso le generazioni future continuare a riprodurre rappresentazioni errate del percorso storico. Ho scritto questo libro non per offendere delle persone ma per onorare i nostri antenati europei e mediterranei scomparsi come vittime dell’odio ideologico e dell’oscurantismo, e per combattere contro la possibilità di ripetizioni di fenomeni simili. Il testo seguente deriva dalle mie letture relative a quel periodo storico affascinante ma tragico, che includono libri di autori pagani come Ammiano Marcellino, Porfirio

e Zosimo, di padri della chiesa cristiana come Eusebio di

Cesarea e Sant’Agostino, i codici giuridici romani, le scrit- ture sacre cristiane, nonché fondamentali opere moderne e contemporanee come quelle di Edward Gibbon, Robin Lane Fox, Eric D. Dodds, G.W.Foote - J.M.Wheeler, Paul Veyne ecc. Un riferimento e riconoscimento molto particolare devo alle opere monumentali e coraggiose di Karlheinz Deschner

e del mio caro amico Vlassis G. Rassias, su cui si basa lar- gamente questo libro.

S.F.D. Bologna, Italia

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PERSECUZIONI CONTRO I CRISTIANI?

Già dal 1684 con la dissertazione del teologo Henry Dodwell “De Paucitate Martyrum”, e ancora di più dopo le

ricerche storiche successive, è noto che il numero dei cristia- ni giustiziati nel corso delle cosiddette persecuzioni dell’Im- pero romano, è molto ridotto. Gli studiosi parlano di meno

di 3000 morti o perfino di meno di 1500 3 nel corso di quasi

tre secoli, mentre indicativo è quanto scritto dallo stesso celebre vescovo cristiano Eusebio di Cesarea che nel suo “Martiri di Palestina” parla di soltanto 86 morti durante

tutta la cosiddetta “grande persecuzione”, durata 10 anni 4 . Anche stime più ampie, come quella del professore e prete anglicano W.H.C. Frend, il quale sostiene che nel corso del-

la

cosiddetta “grande persecuzione” ordinata dall’imperato-

re

Diocleziano, i cristiani uccisi non superarono i 3500, ri-

mangono su livelli molto bassi, in particolare se paragonati

ai massacri religiosi che incontriamo in epoche successive

nel nome dello stesso cristianesimo e del musulmanesimo. Nonostante la scienza storica ritenga da tempo che i

cristiani giustiziati dall’Impero sian stati un esiguo numero

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secolo. Oggi, quando ormai nessuno oserebbe parlare sul

serio di grandi numeri di martiri, rimane pur sempre l’idea,

in genere anche fra gli atei e i laici, che il cristianesimo sia

stato un movimento inizialmente pacifico composto da per-

sone buone e spirituali che poi, dopo la sua ascesa al potere e particolarmente nel pieno medioevo, diventò intollerante e oppressivo. Questa immagine non corrisponde alla real- tà. Il cristianesimo appare invece fin dall’inizio come una teoria e pratica in gran parte intollerante e aggressiva, che rinnegava in modo assoluto l’intera civiltà allora vigente e aspirava alla sua distruzione, ospitando fra le sue linee dei gruppi violenti. Lo Stato imperiale in alcune occasioni cercò

di contrastarlo prendendo atto che la prassi del cristianesi-

mo era spesso incompatibile con l’ordine pubblico e la pace sociale ma malgrado ciò, come abbiamo visto, la violenza utilizzata fu minima; essa seguiva le procedure, cercava i colpevoli e incitatori di atti contrari alla legge e giustizia- va il meno possibile, solo in casi di cristiani che violavano effettivamente la legge e diventavano pericolosi, e non per delle ragioni meramente religiose come vorrebbe la propa- ganda cristiana. Se dunque un’accusa storica può essere fondatamente rivolta alle classi dirigenti dell’Impero di quella epoca, essa è piuttosto che loro - tranne alcuni filosofi e politici - non riusci- rono a intravedere chiaramente i pericoli che il fondamentali- smo cristiano era destinato a rappresentare per le culture e le religioni dell’Impero una volta conquistato il potere imperiale,

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affinché lo affrontassero con maggiore efficienza. D’altra parte è vero che gli uomini di quel tempo non avevano l’esperienza che abbiamo noi e di conseguenza non potevano sapere quanto distruttivo può diventare il fanatismo religioso e ideologico. Infatti, nel mondo antico una stessa persona pote- va partecipare a diversi culti e in parallelo seguire delle scuole filosofiche e delle attività artistiche. Una cosa del genere per la cosmopolita età imperiale era perfettamente normale, perché le religioni pagane non erano sistemi dog- matici di convinzioni rigide, avversarie della razionalità

e delle tendenze naturali. Erano manifestazioni sociali e

celebrazioni della vita, non fedi da imporre. Sostenere che

un dio era il dio “vero” mentre quelli degli altri erano falsi

o diabolici era per l’umanità precristiana pagana non solo

un’affermazione inaccettabile, ma molto di più: un’affer- mazione del genere non avrebbe avuto alcun senso, sareb- be stata qualcosa di incomprensibile. Non ci si scandaliz- zava perfino di fronte alle frequenti fusioni di dèi, il così detto “sincretismo”, con cui divinità con caratteristiche si- mili ma di diverse nazioni venivano combinate e si creava- no nuovi dèi e culti, anche se quelli iniziali continuavano ad esistere ed essere rispettati e adorati. Deve essere dunque chiaro che il fanatismo e dog- matismo religioso per quel mondo, con l’eccezione delle correnti della tradizione ebraica più conservatrici, era in genere qualcosa di estraneo e inimmaginabile. Né il cri- stianesimo né un’altra religione potevano trovarsi sotto

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accusa e persecuzione se restavano solo religione. Nessuno avrebbe ragione di diventare ostile contro un cul- to e un sistema di convinzioni tra i migliaia che esisteva- no allora, interferendo a volte anche in concorrenza, ma senza nessuna ostilità tra di loro, dentro l’ambito di una struttura statale e organizzazione politica e giuridica for- midabile come quella dell’Impero romano. Quindi non possiamo parlare di persecuzioni religio- se effettuate da parte del potere imperiale contro i cristia- ni, ma della naturale autodifesa attuata con l’applicazione delle leggi, da parte dello Stato e della società contro atti illegali, sacrilegi, danni a templi, a luoghi sacri ed edifici e infine violenze contro persone, compiuti da un insieme di gruppi violenti di seguaci di una confusa nuova religione chiamata cristianesimo, la quale dichiarava di aver l’inedi- ta e spaventosa intenzione di dominare su tutte le nazioni, eliminando le altre religioni e credenze. Obiettivo che pas- sava immancabilmente dalla conquista del potere politico dell’Impero e soprattutto dalla distruzione della sua cultu- ra principale e diffusa fra tutte le nazioni, quella greca.

dalla distruzione della sua cultu- ra principale e diffusa fra tutte le nazioni, quella greca. Statua

Statua della dea Artemide

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COSTANTINO, IL PRIMO IMPERATORE CRISTIANO

Guerre civili, il cristianesimo diventa religione statale

Flavio Valerio Aurelio Costantino è nato probabil- mente a Naisso, 200 chilometri a sud della odierna Belgra- do, tra il 272 e il 274 d.e.v. da Costanzo Cloro ed Elena. Fu proclamato imperatore il 306 a York in Inghilterra e regnò fino alla sua morte nel 337. Suo padre, originario dell’Illiria, aveva cominciato la sua carriera come guardia del corpo dell’imperatore e fece carriera fino ad arrivare al punto di diventare prefetto del pretorio e infine addirittu- ra imperatore, mentre Elena era una sua concubina. Elena ebbe un ruolo molto importante nella vita di suo figlio, in particolare per il suo atteggiamento verso il cristianesimo e le altre religioni, perciò la chiesa ortodossa celebra i due come coppia di santi. Costantino era un grande guerriero e generale e vin- se molte battaglie per l’Impero, guadagnando fama e rispet- to. Tra il 306 e il 310 egli annientò i brutteri, distrusse i

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loro villaggi e gettò i prigionieri “in massa in pasto alle fiere nelle arene” 5 . Per Costantino si trattava di un’abitudine:

a lui infatti piaceva offrire sovrani, re e guerrieri nemici sconfitti alle bestie durante gli spettacoli tenuti ogni estate al circo di Treviri, vicino alla sua sede. In altre due occa- sioni, nel 311 e nel 313, dopo aver vinto rispettivamente le guerre contro franchi e alemanni, “fece dilaniare da orsi famelici i corpi dei loro re” 6 . Queste sue azioni, che sembra- vano eccessivamente crudeli anche ai suoi contemporanei, non gli tolsero il sostegno e l’approvazione del padre della chiesa Lattanzio, secondo cui la mano di Dio proteggeva il sovrano, e neanche del vescovo Eusebio di Cesarea che in Costantino vedeva un uomo “buono, clemente, disponibile verso il prossimo” 7 . Sicuramente Costantino non fu il pri- mo o l’unico imperatore con interessi di questo tipo, però fu il primo imperatore cristiano, molto amato dalla chiesa. Quest’ultima continua per secoli a raccontare falsamente che le arene erano usate come luoghi di sterminio dei cri- stiani, omettendo dati come quelli appena menzionati. Nel 310 Costantino conquistò la Spagna, togliendola dal governo di Roma, dove al tempo era situato Massenzio, ritenuto un usurpatore, e si alleò con l’imperatore Licinio at- tendendo la morte dell’imperatore Gallerio per lanciare la sua offensiva. Nel frattempo fece arrestare e giustiziare il suo suocero Massimiano a Marsiglia, e fece distruggere le statue che lo rappresentavano. La conquista della Spagna diede a Costantino l’opportunità di ostacolare il rifornimento della

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capitale con cereali, per affamare la popolazione, tattica che presto cominciò a dare frutti provocando carenza di alimenti a Roma, condizione che permise alla propaganda di Costan- tino di diffamare Massenzio come “tiranno” che comportò la miseria del suo popolo, malgrado in realtà i mali del popolo romano fossero causati non da Massenzio ma dall’embargo intenzionale dello stesso Costantino, che mirava alla conqui- sta del potere, non essendo disposto a rispettare il sistema della tetrarchia istituito precedentemente dall’imperatore Diocleziano. Costantino voleva tutto il potere per sé. In questa sua operazione godeva del sostegno della chiesa cristiana, sebbene Massenzio avesse già firmato e applica- to l’editto detto “di tolleranza”, promulgato dall’imperatore Galerio dalla sua sede a Serdica, il 30 aprile 311, con cui ve- niva data piena libertà d’azione ai cristiani e riconoscimen- to ufficiale da parte dello stato della loro religione, sotto l’unica condizione che smettessero di aggredire le istituzio- ni. In realtà Massenzio aveva, oltre a questo, restituito alla chiesa tutto il suo patrimonio aggiungendone campi nuovi, al punto da essere chiamato “liberatore della chiesa” dallo stesso vescovo Optato, quindi in ogni caso “non è ammis- sibile presentare Massenzio come un persecutore” 8 . L’ipo- crisia e l’inversione dei fatti da parte della Chiesa è quindi impressionante visto che Massenzio venne rappresentato nelle successive fonti ecclesiastiche come un mostruoso per- secutore dei cristiani e Costantino come il loro liberatore. Infine il 28 ottobre del 312 l’esercito di Costantino,

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che aveva invaso l’Italia nella primavera di quell’anno, e aveva battuto le legioni italiche in due occasioni presso To- rino e Verona, conquistò la stessa Roma battendo le ultime forze di Massenzio nella famosa battaglia di Ponte Milvio. Costantino sostenne di aver visto la sera precedente il se- gno della croce nel cielo con sotto di esso la frase “Con que-

sto vinci” in greco (“Εν τούτω νίκα”), e così, dopo aver assi- stito durante il suo sogno anche ad un’apparizione di Gesù Cristo che gli diede dei consigli, come racconta Eusebio di Cesarea, decise di usare la croce contro i nemici mettendola sugli scudi dei suoi soldati. Abbiamo quindi in questo caso il primo grande utilizzo propagandistico della religione cri- stiana e dei suoi simboli per scopi militari, una pratica che verrà ripetuta infinite volte fino ad oggi. Entrato a Roma dopo la vittoria Costantino rifiutò di offrire il tradizionale sacrificio a Giove Capitolino perché

le sue bandiere erano già cristiane, ma quest’ultimo fatto

non gli impedì invece di ordinare che la testa di Massenzio venisse lapidata, riempita di escrementi e trasportata in tutto l’Impero, oltre a sterminare tutti i suoi famigliari. Eusebio intanto diffamerà nel peggior modo Massenzio parafrasando la verità sino a farlo apparire come omicida

di donne incinte e feti, e sosterrà che Costantino conquistò

Roma spinto da compassione per i suoi abitanti, mentre in realtà fu la tattica cosciente di Costantino nell’ambito di una guerra di potere voluta e causata da lui a provocare fame e malessere a Roma.

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Il 30 aprile del 313 vicino ad Adrianopoli in Tracia, l’imperatore Licinio che governava l’Illirico e la Pannonia e a quanto risulta sembrava piuttosto ateo ma collaborava con la chiesa cristiana, sconfigge nella battaglia di Tziral- lum l’imperatore d’Oriente Massimino Daia che aveva in precedenza occupato Eraclea e Bisanzio. Daia, che dopo gli appelli delle città di Tiro, Antiochia e Nicomedia aveva cer- cato di affrontare le continue provocazioni, i sacrilegi e le violenze effettuati da gruppi di cristiani fanatici contro i templi e la popolazione pagana, e per questo era considera- to anche lui un “persecutore” dalla chiesa, si suicidò pochi mesi dopo. In seguito vennero distrutte le statue che lo rap- presentavano e le epigrafe in suo onore. Licinio, che doveva moltissimo alla chiesa e alle sue ricchezze, ricambiò il favo- re con una terribile strage contro l’ambiente pagano di Daia fra i festeggiamenti sfrenati dei suoi collaboratori cristiani. Vittime della strage non furono solo quelli che avevano “ap- passionatamente combattuto” contro il cristianesimo, della cui morte parla con felicità il vescovo Eusebio di Cesarea 9 , ma anche la moglie e i bambini di Massimino Daia, e alcuni suoi parenti lontani. Dopodiché i padri della chiesa Eusebio e Lattanzio ci informano pieni di gioia che i nemici di Dio furono tutti eliminati. È dunque in quest’anno, il 313, che i vincitori Costanti- no e Licinio, unici imperatori rimasti, ribadiranno da Milano quanto imposto dall’editto di Galerio del 311. Dichiarazione che viene ancora spesso chiamata erroneamente con il famoso

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nome di “editto di Milano”, mentre non fece altro che confer- mare una legge già esistente. I teorici cristiani, già da tempo non si esprimevano più contro il potere visto che esso diven- tava sempre più favorevole alla loro religione e intravedendo la possibilità di occupare il potere imperiale, cominciarono a dichiarare con voce sempre più alta il loro scopo ultimo, che consisteva nel desiderio di eliminare tutte le altre religioni e culti, di sovrapporsi a tutto e tutti. Il vescovo Ereneo dichiara- va che i cristiani erano superiori alle leggi e quindi non aveva- no l’obbligo di rispettarle, e nello stesso tempo sant’Antonio di Egitto, il creatore del monachesimo, predicava la distruzione del mondo “idolatra” per via del fuoco 10 . Costantino intanto tolse ogni obbligo finanziario che il clero aveva verso le città, e giustificò questa sua deci- sione sostenendo che comunque il patrimonio della chiesa fosse destinato ai poveri. Nell’anno successivo fu compiuta la costruzione della prima basilica cristiana a Roma e si concluse il sinodo di Arles, che allora era la capitale del- la Gallia. Dal momento che il cristianesimo era ormai la religione-ideologia del potere imperiale, il sinodo abrogò l’impedimento imposto fino ad allora ai cristiani verso la leva militare e in genere disconobbe l’ostilità contro Roma e l’Impero, accusando come responsabile il dogma donatista, già considerato un’eresia dall’ortodossia cristiana e perse- guitato anche dallo Stato. Si tratta di una svolta epocale dell’atteggiamento e della linea ufficiale cristiana dato che il cristianesimo inizialmente non aveva alcun rispetto per

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il concetto di patria. “Patria sulla terra non abbiamo ” scriveva Clemente di Alessandria, vissuto tra il 150 e il 215. La patria con la sua cultura, il suo percorso storico, i legami tra i membri della società, le istituzioni politiche, era in genere odiosa ai protocristiani perchè connessa agli dèi patrii pagani. Il concetto di “patria” e “nazione” come appartenenza ad un’entità politico-istituzionale è tornato solo verso la fine del secolo XVIII con la grande rivoluzio- ne francese. Dalla caduta del mondo antico fino ad allo- ra c’erano state etnie di fatto e popolazioni caratterizzate dalla loro appartenenza ad un credo, non “patrie” e “nazio- ni” nel senso di entità politiche. L’atteggiamento della chiesa verso il potere imperia- le conobbe un cambiamento radicale da quando esso diven- ne favorevole al cristianesimo. E così mentre prima il mo- vimento cristiano odiava profondamente Roma e sosteneva che essa dovesse morire insieme a tutta la civiltà pagana, assunse ora un ruolo da difensore provvidenziale dell’Impe- ro, che ormai veniva definito come “sacro” e “amato da Dio”. Da questo momento i preti cristiani cominciano a portare le loro croci di fronte agli eserciti ed a seguirli “santificandoli” nel nome del “Signore”, abbandonando le loro precedenti prediche pacifiste e le condanne della guerra. Tornando al sinodo di Arles, troviamo all’undicesimo canone la scomunica di ogni cristiana che avesse sposato un pagano, mentre il sinodo di Ancira, nello stesso anno, identificava parti del culto della dea Artemide (Diana) con

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quello del diavolo cristiano e della “magia”, dando inizio alla paura per le “streghe” che nei secoli successivi, come noto, causò delle vere e proprie persecuzioni con moltissime donne uccise con l’accusa di stregoneria. E mentre la caccia alla “magia” era ufficialmente iniziata, un solo anno dopo Ancira, nel 315, Elena e Costantino organizzarono secondo alcuni racconti una gara di prestidigitazione tra l’esorcista cristiano Silvestro e dodici rabbini ebrei. Silvestro fu più convincente e così l’imperatrice accettò in pieno la validità della nuova religione, diventandone seguace sfegatata. Co- stantino da parte sua istituì allora la pena di morte per il cristiano che si fosse convertito all’ebraismo e anche per chi avesse incitato qualcuno verso una tale scelta. Per quanto riguarda invece i rabbini, a sentire Giorgio Monaco caddero in ginocchio e pregarono di essere battezzati 11 , anche loro completamente convinti dopo la quanto pare miracolosa - addirittura - prestazione taumaturgica di Silvestro. Questa narrazione, di pari passo con molte altre, in- dipendentemente dal fatto che corrisponda veramente ad un evento storico oppure no, dimostra la grande contraddi- zione cristiana tra l’orrore per la “magia” e la contempora- nea ricerca costante di “miracoli”. La principale argomen- tazione a favore dell’esistenza del Dio cristiano da parte dei fedeli e della stessa chiesa era sempre di natura taumatur- gica, com’è normale per un sistema di idee che si basa non su deduzioni logiche e osservazione della realtà (leggi natu- rali), ma su mere presupposizioni e racconti di pochissime

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persone, peraltro fin dall’inizio orientate al soprannaturale. Ciononostante essi mostrano una grande paura per la stes-

sa

taumaturgia quando questa non si dimostri “divina” ben-

“magica”, vale a dire “demonica”. Questa contraddizione

indica a mio avviso anche un tentativo dei preti cristiani di usurpare il monopolio dell’intimidazione delle masse ignare, cosicché loro stessi potessero presentarsi come i di- fensori contro le presunte “forze del male”, e che ebbe una conseguenza ancora più pesante. Mentre fino ad allora a denunciare le frodi dei vari ciarlatani che ingannavano gli

ignoranti e i superstiziosi erano i filosofi, con il cristianesi- mo la denuncia della “magia” cominciò a farsi non nel nome del razionalismo ma in quello di un’altra superstizione, che condannava ancora più duramente proprio il razionalismo,

la filosofia, la matematica, perfino la medicina. Mentre per

un filosofo greco la superstizione era frutto dell’ignoranza e della paura di cui si approfittavano furbi e dominatori, per il cristiano la “magia” era invece reale e “diabolica” e doveva essere ferocemente combattuta nel nome di Dio e con il suo

aiuto, che solo la religione cristiana e i suoi sacerdoti pote- vano offrire. Così il cristianesimo mantenne viva la super- stizione presentandosi contemporaneamente come il vero nemico, eliminando la razionalità e la filosofia. Nell’ambito

di questo atteggiamento cristiano contro la “superstizione”

vennero condannate e diffamate anche le pratiche dei culti pagani. I teorici cristiani, nemici giurati della filosofia e della razionalità che erano invece adorate dai pagani, accusavano

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ora di follia proprio questi ultimi. Porfirio, di cui parleremo in seguito, aveva risposto sottolineando che allo stesso modo in cui gli analfabeti guar- dano alle lettere vedendovi solo disegni incomprensibili, così

i cristiani guardano alle statue. Egli, rispondendo alle accuse

di

idolatria, scriverà inoltre che “anche se uno dei Greci aves-

se

la mente così vuota, da credere che gli dei abitino dentro le

statue, avrebbe un’idea più pura di colui che crede che il di- vino sia entrato nel ventre della vergine Maria, sia diventato embrione, e dopo la nascita sia stato avvolto in fasce, pieno del sangue della placenta e della bile e di sostanze ancora più disgustose di queste” 12 . La realtà è poi che furono e sono tuttora gli stessi cristiani a praticare veramente l’idolatria, visto che spesso adorano presunte statue e dipinti piangenti e sanguinanti come “taumaturghi”. Torniamo al nostro racconto storico per vedere nel 316 il sempre più convinto cristiano imperatore Costantino dichiarare guerra allo sposo di sua sorella, Licinio, aspi- rando ad occupare tutto il potere imperiale da solo. Lici- nio, che pochissimi anni prima era adorato dalla chiesa per aver collaborato con essa nel corso della sua guerra contro Massimino Daia, diventa ora l’odiato nemico, addirittura il nemico per antonomasia. In questo clima Eusebio cancella molte parti della sua “Storia Ecclesiastica” che facevano ri- ferimenti elogiativi a Licinio. I due imperatori si scontraro- no infine l’8 ottobre a Cibalae in Pannonia, dove le forze di Costantino ottennero una vittoria su quelle di Licinio; poi

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i due eserciti si scontrarono in una sanguinosa battaglia a Mardia che a lungo ebbe un esito incerto per concludersi poi con un’altra vittoria, seppur di misura, delle forze costanti- niane, finchè all’inizio del marzo 317 venne firmata la pace con cui Licinio cedeva l’illirico a Costantino. Intanto, benché occupato nello scontro con Licinio per il potere imperiale, Costantino non dimentica la sua lotta già cominciata contro le tradizioni etniche, e un anno dopo vieta gli oracoli e gli auspici anche privati, pena la morte. La legge incontrò la reazione di moltissime perso- nalità importanti e dell’intero Senato di Roma, e così non venne applicata in Occidente. L’imperatore allora rispose emanando due nuovi editti l’anno successivo, il 15 maggio 319 13 , indirizzati “ad populum urbis Romae”, dove ribadiva

il divieto (a pena di morte) per gli auspici privati, ai quali

veniva vietato perfino di stringere semplici amicizie, e per-

metteva solo celebrazioni in pubblico. Per l’auspice che fos-

se entrato in una casa privata la pena prevista era la morte

sul rogo e per i proprietari della casa l’esilio e il sequestro del proprio patrimonio. Mentre Costantino colpiva religioni millenarie e tra- dizioni etniche, d’altra parte favoriva decisamente la nuova religione, quella cristiana. Il 21 ottobre dello stesso anno

egli liberò il clero cristiano dall’obbligo della leva militare,

e come se ciò non bastasse, anche da ogni obbligo finan-

ziario verso lo Stato 14 . Molte persone ricche chiesero allora

di diventare preti cristiani per sfuggire al pagamento delle

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imposte, mentre l’imperatore con un altro editto trasfor-

mava tutti i contadini nullatenenti dell’Impero in vassalli,

in “schiavi della terra”, come descriverà poi una legge del

393 15 . La posizione dei “coloni” era ereditaria, cioè erano obbligati a seguire la professione dei loro padri 16 , e inoltre erano loro imposte restrizioni perfino per quanto riguarda- va il diritto di sposarsi, mentre il loro signore aveva la fa-

coltà di incatenarli nel caso cercassero di sfuggire 17 . Guai a dire che il cristianesimo fu un movimento di liberazione e

di abolizione della schiavitù, come spesso cercano di fare i

suoi apologeti moderni, credenti e non. Al contrario esso fu decisivo per il prolungamento di questo istituto nel tempo e la sua intensificazione, a differenza della netta tendenza che esisteva allora nel mondo pagano verso l’abolizione o perlomeno la limitazione della schiavitù. San Paolo solle- citava gli schiavi ad obbedire sempre al loro signore per- ché questo sarebbe il volere di Dio per cui tutti sarebbero comunque uguali. Lo studio della storia e del diritto non lascia dubbi in quanto “riguardo al cristianesimo, non esi-

ste traccia di una legislazione volta ad abolire la schiavitù, sia pure attraverso fasi graduali, dopo la conversione di Costantino e la rapida incorporazione della chiesa nella struttura del potere imperiale. Al contrario, si deve pro- prio al più cristiano di tutti gli imperatori, Giustiniano,

la codificazione del diritto romano nel VI secolo; essa non

soltanto comprendeva la collezione più completa di leggi sulla schiavitù che sia mai stata raccolta, ma forniva per

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giunta all’Europa cristiana una base legale bella e pronta per la schiavitù che fu introdotta nel Nuovo Mondo mille anni più tardi” 18 . Dunque con tutti questi editti e con la linea genera- le della politica religiosa di Costantino divenne chiaro in

tutto l’Oriente che il favore dell’imperatore era riservato

a chi avesse seguito attentamente le istruzioni e il volere

dei vescovi cristiani di ogni luogo; cosa che spesso signifi- cava innanzitutto la distruzione dei templi pagani prima di ogni domanda verso il governo imperiale. Nel 320 Co- stantino determinò che la chiesa potesse ereditare i patri- moni dei singoli 19 , che la liberazione degli schiavi potesse avvenire ed essere valida solo di fronte ai vescovi e dentro le chiese, mentre veniva stabilito che gli ufficiali statali fossero tenuti a rispettare qualsiasi decisione vescovile e che i vescovi fossero autorizzati ad usare illimitatamente i cavalli delle poste statali. Inoltre i vescovi venivano libe- rati dall’obbligo di inginocchiarsi di fronte all’imperatore,

loro soli fra tutti i suoi sudditi 20 . Si tratta sostanzialmente dell’inaugurazione di uno stato teocratico e della fine delle istituzioni repubblicane romane, fatto avvenuto come con- clusione di una mutazione portata avanti per circa un se- colo. La conclusione in altre parole di un’intera tradizione

e logica politica espressa nelle istituzioni greche e romane, e l’inaugurazione di una struttura tipicamente orientale

e dispotica, completamente contraria a tutte le tradizioni politiche dell’area greco-romana.

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Un vero e proprio colpo di stato ai vertici dell’Impero, che demolì le due colonne teoriche di questa gloriosa struttu-

ra, cioè il pensiero giuridico romano e il pensiero filosofico greco, sostituendole con la fede cristiana. Con un altro editto l’imperatore cristiano ordinò ai governatori locali di onorare le celebrazioni cristiane e for- nire ogni tipo d’aiuto al clero, contemporaneamente prov- vide alla costruzione di molte chiese 21 , e prima della fine

di quell’anno, il 17 dicembre, emanò un editto con cui ve-

nivano vietati i sacrifici. Tre anni dopo, nel 323, quest’ul- timo divieto si inasprirà accompagnato da minacce di pene pesanti per i sacrifici rivolti a Roma 22 . Ancora un dato di importanza semiologica colossale, che rappresenta la fine dell’impero romano vero e la sovrapposizione di un regime cristiano. Il 323 e il 324 sono anni di guerra per Costan- tino, che guadagnò prima una vittoria sui goti, in seguito alla quale ordinò che i prigionieri venissero bruciati vivi,

e

poi sconfisse definitivamente Licinio ad Andrianopoli e

a

Crisopoli sulla costa asiatica del Bosforo, rispettivamen-

te

il 3 luglio e il 18 settembre 324. Dopo questa vittoria,

che lo lasciò unico sovrano dell’Impero, Costantino elimi- nò i seguaci di Licinio e uccise, dopo averli torturati, i sa- cerdoti di Apollo Didimeo vicino a Mileto poichè avevano espresso preferenza per il suo avversario, e perché si di- ceva avessero auspicato pochi decenni prima, ai tempi di Diocleziano, che il cristianesimo dovesse essere neutraliz- zato, altrimenti avrebbe distrutto la civiltà 23 .

26

Sotirios Fotios Drokalos

Inizio della grande oppressione dei pagani

La vittoria definitiva di Costantino diede l’opportu- nità agli elementi più aggressivi delle comunità cristiane di attaccare e distruggere i luoghi sacri pagani con maggiore libertà d’azione, pratica intensificata e allargata negli anni successivi in particolare alle regioni africane e asiatiche, dove essi erano più numerosi. Cominciarono allora a veni- re alla luce moltissime chiese cristiane di lusso, sul monte Athos vennero distrutti tutti i templi greci 24 cosicchè, da centro del culto della dea Artemide, divenne il “monte sacro” dell’ortodossia, inaccessibile per le donne. Oltre a questo Costantino cominciò a perseguire anche gli “eretici” cristia- ni, come da lui promesso, primi fra tutti i donatisti. L’anno successivo è ricordato per il Concilio di Nicea, cominciato il 20 maggio 325 e detto “primo concilio ecumenico” della cri- stianità, convocato e presieduto da Costantino sebbene non fosse ancora cristiano in quanto non battezzato, affinché venisse formulata una precisa dottrina cristiana ufficiale. Al concilio furono convocati tutti i vescovi cristiani, ma dei 1800 invitati si presentarono soltanto in 300. Il concilio de- cise di stabilire il credo niceno proposto da Eusebio come dichiarazione di fede, affermò la verginità della madre di Gesù al momento della sua nascita e soprattutto dichiarò eretica la dottrina ariana che sosteneva la natura non di- vina di Gesù. Il concilio di Nicea sostanzialmente fabbricò

Cristianesimo sanguinario

27

la dottrina cristiana “corretta” che divenne quella ufficiale, ma le sue decisioni non ebbero un peso così grande nei de- cenni immediati vista anche la ridotta partecipazione ad esso. Comunque per il secolo successivo l’attenzione del po-

tere cristiano sarà rivolta soprattutto verso il suo obiettivo principale, ossia la conquista del mondo pagano, mentre

gli scontri fra fazioni cristiane contrarie, anche se presenti

e ferocissimi, saranno secondari. All’inizio del 325, per la precisione il 4 gennaio, come governatore di Roma fu no- minato dall’imperatore un cristiano di nome Acilio Severo. Oltre a questo Costantino offese ancora una volta i costu-

mi romani rifiutando di partecipare ai sacrifici in onore del

Giove Capitolino e vietando l’uso di fuoco e incenso sugli altari. Queste azioni dell’imperatore furono ritenute empie dall’aristocrazia e dal popolo di Roma e ne causarono l’ira, siccome furono giustamente interpretate come comporta- menti mancanti di rispetto per la città imperiale, la sua storia e la sua cultura. Quindi Costantino lascerà Roma in fretta e da allora comincerà a progettare la costruzione di una nuova capitale dell’Impero, una “Nova Roma” cristia- na, concependo un piano politico obiettivamente geniale. L’imperatore cristiano aveva ragione a preoccuparsi visto che perfino le sue legioni continuavano prevalente- mente ad onorare gli dèi pagani 25 , e a maggior ragione poi-

ché già nel 326 Roma tornò ad essere governata di nuovo

da un pagano, Anicio Giuliano. Non si trattava di un’ecce-

zione o di un ostacolo facile da superare ma l’espressione

28

Sotirios Fotios Drokalos

di una realtà sociale e culturale profondamente radicata. Infatti per molti anni ancora, fino alla definitiva estirpazio- ne violenta della tradizione romana che vedremo, le cari- che pubbliche di Roma furono sempre occupate da pagani, ugualmente a quanto accadeva presso le regioni elleniche o aventi una classe dirigente ellenica, dell’Impero, nonché in quelle galliche, italiche, britanniche, nonostante il verti- ce imperiale diventasse sempre più cristiano e sempre più ostile al paganesimo. Costantino continuò a cercare di sot- tomettere Roma ai suoi piani, rafforzarne la deriva cristia- na e offenderne il popolo e la nobiltà, dando il permesso ai cristiani di distruggere il tempio di Apollo Sole e di costru- ire al suo posto la chiesa di san Pietro, e tenendo nel 330 proprio a Roma i funerali di sua madre Elena 26 ; la Città Eterna non si lasciò né intimidire né impressionare, e lottò fieramente per la sua cultura e dignità di città governatrice del mondo. Nel 330 venne eletto console di Roma il devoto pagano Aurelio Valerio Tulliano Simmaco. Era chiaro che il baricentro di un impero cristiano come quello voluto da Co- stantino, di un “principatum totius orbis adfectans” secon- do Eutropio 27 , ossia di una “monarchia universale”, doveva spostarsi decisamente lontano da Roma e dal suo secolare establishment pagano e repubblicano, verso l’Oriente.

Cristianesimo sanguinario

29

Crimini famigliari di Costantino, presunto ritrova- mento della croce di Gesù da parte di Elena e la distruzione dei templi

Nel frattempo nel 326, spinto da sua madre Elena, Costantino fece uccidere sua moglie Fausta con l’accusa di adulterio perpetrato con il figlio della sua prima moglie Mi- nerva, facendola bollire viva dentro dell’acqua bollente. Suo figlio Crispo, ritenuto cospiratore contro l’imperatore, era anche egli rimasto già ucciso insieme a molti suoi amici, av- velenati per ordine di suo padre 28 . La serie dei crimini fami- gliari di Costantino, che presso la chiesa ortodossa mantie- ne ancora oggi il titolo di isapostolos, cioè “uguale agli apo- stoli”, si chiude con l’omicidio alquanto atroce di suo nipote Liciniano, che come figlio di Licinio era secondo Costantino e sua madre pericoloso per il trono; la sua uccisione avven- ne nel 326, quando il ragazzo aveva 11 anni: fu flagella- to fino alla morte. Bisogna aggiungere che il grandissimo patrimonio di Fausta, ereditato da suo padre Massimiano, passò nelle mani della chiesa: si trattava del Laterano, la storica sede della chiesa cattolica. Nello stesso anno Elena insieme ai suoi padri spiri- tuali partì per la Palestina dove proclamò di aver trovato la croce su cui sarebbe morto Gesù Cristo. Quest’afferma- zione, benché priva di ogni fondamento storico, visto che le croci venivano tutte bruciate subito dopo la morte del

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Sotirios Fotios Drokalos

condannato, e nonostante nessuno storico la consideri at- tendibile, continua ancora oggi ad essere raccontata come realtà dalle chiese cristiane, come moltissime altre vicende che non hanno nessuna storicità. Costantino intanto ordinò la distruzione di tutti gli idoli e il sequestro dei beni dei templi. In questa occasione il santuario del dio Asclepio a Ege di Cilicia venne raso al suolo e i materiali furono usati per la fondazione di chie- se cristiane. Ad Antiochia il governatore cristiano, appena nominato, sciolse nella fornace la statua di Poseidone per costruire col suo materiale una colonna in onore dell’impe- ratore. In seguito distrusse moltissimi monumenti “idola- tri”, fondando al loro posto delle chiese cristiane. Il cronista cristiano Malamas fa riferimento al Fillipio e ad un tem- pio del dio Ermes. Questa pratica di fondazione di chiese su templi distrutti si diffonderà nei secoli successivi. Qua- si tutte le chiese protobizantine furono costruite sul posto con pietre di templi greci distrutti, e a volte intorno alla chiesa si trovano ancora oggi sparsi i marmi antichi 29 . Sotto l’influenza del puritanesimo di sua madre Elena, che pure nella sua giovinezza faceva come detto la concubina, Co- stantino diventò anche un duro persecutore della presunta “immoralità”. Il primo aprile 326 venne istituita la pena di morte tanto del “rapitore” quanto della “vittima” e dei par- tecipanti al sequestro, attraverso il metodo atroce dell’ef- fusione di piombo liquido dentro la bocca, ugualmente a quanto si stabilì per il semplice adulterio e la relazione tra

Cristianesimo sanguinario

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donna libera e schiavo: la donna doveva finire decapitata e l’uomo bruciato vivo. Non sorprende dunque la partico-

lare ferocia con cui Costantino affrontò il culto di Afrodite e di Apollo, che perseguitò con grandissima intensità. Il tempio di Afrodite situato sulla presunta tomba di Gesù venne distrutto, insieme ad altri templi di dèi pagani in tutto l’Oriente. Eusebio stesso menziona Afaca e Baalbek

in Libano, Golgo, Mambri, Fenice, Siria, Antiochia, e sia-

mo forse giustificati a pensare a cose ancora peggiori dal momento che a raccontare tutto questo disastro è un cro- nista imperiale e vescovo cristiano. Nello stesso tempo in tutto il territorio imperiale moltissimi templi e edifici di ogni tipo vennero per ordine di Costantino saccheggiati e spogliati dei loro tesori, cosicché Costantinopoli potesse adornarsi con le ricchezze e le raffi-

natezze richieste dal suo ruolo di capitale. In quell’occasio- ne furono rubate da Delfi moltissime oblazioni e statue, fra

le quali la statua dello stesso Apollo Pizio e il leggendario

tripode della Pizia. Ugualmente accade con l’oracolo di Zeus

di Dodona in Epiro, dove la statua fu strappata al tempio 30 .

Altri tesori trasportati come trofei nella capitale cristiana

di Costantino furono le statue delle Muse di Elicone, la sta-

tua della dea Cibele di Cizico, che secondo la leggenda si trovava là sin dai tempi degli argonauti, un’altra statua

di Apollo questa volta da Ilion, il Palladio dal tempio della

dea Vesta di Roma: neanche la capitale storica dell’Impero

fu risparmiata. “Si parla di un totale di 427 statue greche

32

Sotirios Fotios Drokalos

di Dèi ed Eroi, raccolti nella chiesa primaria della Santa

Sofia, che poi verranno naturalmente eliminate dal grande “combattente degli idoli” slavo Jutprada (ellenizzato come “Giustiniano”)” 31 scrive Rassias.

Fondazione di Costantinopoli

La nuova capitale dell’Impero che Costantino voleva,

la capitale cristiana, venne inaugurata nel maggio del 330.

Questa Nova Roma infatti avrebbe avuto un ruolo storico nella trasformazione dall’impero romano all’impero cri- stiano. Costantino fondò la nuova capitale sullo stretto del Bosforo, posto di massima importanza strategica. La città, alla quale fu dato il nome di Nova Roma e di Costantinopo-

li, venne fondata nel posto dove era situata da secoli la città greca Bisanzio, da cui com’è ovvio gli storici dell’era moder- na hanno mutuato il nome “impero bizantino” che non era mai stato usato ai tempi in cui l’impero romano d’Oriente si trovava in vita. La città, che era una colonia di Megara, venne dunque ricostruita e abitata da popolazioni mobilita-

te dall’imperatore facendo sì che gli autoctoni diventassero

minoritari. Lo stesso accade a livello religioso: Costantino- poli era una capitale cristiana, dove i templi pagani si tro- varono sin dall’inizio in inferiorità numerica di fronte alle chiese cristiane. È opportuno precisare che in questo caso le molte opere rubate non avevano solo lo scopo di dare lustro alla

Cristianesimo sanguinario

33

nuova capitale, allo stesso modo in cui i romani rubavano te-

sori greci per abbellire le proprie abitazioni e città nei primi tempi dopo la conquista della Grecia, ma furono usate come vero e proprio bottino preso ad una civiltà nemica. Eusebio nella sua “Vita di Costantino” scrive che le opere furono trasportate a Costantinopoli affinché i cristiani potessero deriderle. Ecco un testo indicativo del carattere di questo padre della chiesa, che pure era di discendenza greca, e del- le gesta dell’imperatore Costantino: “Nel portare a termi- ne tali opere, l’imperatore agiva per la gloria della potenza del Salvatore. Da una parte continuava così a onorare Dio, dall’altra si adoperava in tutti i modi per smascherare l’er- rore e la superstizione dei pagani. Pertanto, come è giusto,

in

ogni città fece spogliare i vestiboli dei templi di costoro,

le

cui porte venivano abbattute per ordine dell’imperatore,

in

alcuni, una volta rimosse le tegole, la copertura del tetto

finiva per deteriorarsi e in altri ancora i magnifici bronzi,

di

cui a torto gli antichi per lungo tempo erano andati fie-

ri,

erano esposti bene in vista in tutte le piazze della città

imperiale e giacevano così abbandonati allo sguardo indi-

screto dei curiosi: qui il Pizio, altrove lo Sminteo, nell’ippo- dromo stesso i tripodi di Delfi e nel palazzo reale le Muse dell’Elicona. Tutta la città che prende il nome dall’impera- tore si riempiva completamente delle preziose opere d’arte

in bronzo che erano state dedicate agli dèi in ogni provin-

cia, e alle quali i pagani, nel loro insano errore, per lungo tempo avevano vanamente tributato, nel nome degli dèi,

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Sotirios Fotios Drokalos

numerosissime ecatombi, olocausti e sacrifici e, ora, sep- pure tardi, imparavano a ragionare assennatamente gra-

zie all’imperatore, che trattava questi oggetti alla stregua

di trastulli per il riso e il divertimento degli spettatori” 32 .

Il saccheggio aveva avuto luogo in tutto l’Oriente. Costan- tinopoli, messa a capo di un impero caratterizzato da un modello culturale completamente diverso da quello che lei stessa voleva incarnare e promuovere, agì dall’inizio alla fine come oppressore e non difensore delle nazioni che si trovavano dentro i suoi confini di sovranità. Per quanto riguarda l’Occidente in quelli anni il po-

tere e la diffusione del cristianesimo e l’autorità di Costan- tinopoli erano piuttosto deboli, e così non c’era spazio per comportamenti del genere, ma fu comunque incendiato e saccheggiato il tempio del Dio celtico - romano Beleno Apol-

lo a Bayeux, e i suoi sacerdoti furono picchiati a sangue.

Distruzioni di templi, divieti di libri, Porfirio

Dal 330, anno di morte dell’imperatrice Elena e fino alla sua morte avvenuta nel 337, Costantino saccheggiò

ancora più intensamente i templi, in particolare laddove

la presenza pagana non era tanto potente, non solo per

rubarne i tesori come aveva fatto fino ad allora, ma anche

con l’intenzione di distruggerli. Pratica che fa coppia con

la pressione verso i popoli orientali affinché accettassero

il cristianesimo. “I templi dei culti che vengano giudicati

Cristianesimo sanguinario

35

arbitrariamente “volgari”, sempre secondo l’opinione dei complessati vescovi cristiani che si auto-conclamano accu- satori di religioni esistite per migliaia di anni prima che il loro “dio” “scendesse” sulla terra, vengono inizialmente “purificati” con fuoco e poi finiscono rasi al suolo per esse- re infine sostituiti da una chiesa che “sigilla” il luogo” 33 . Il terrorismo cristiano da Costantino in poi fu non solo tolle- rato ma anche protetto dalle forze dell’ordine imperiali, che molte volte collaboravano con i gruppi violenti di fanatici cristiani, e deve essere stato particolarmente feroce se pen- siamo al fatto che Eusebio di Cesarea ammette, ad esempio, che gli abitanti di Fenice, (nei pressi dell’attuale Finiq, in Albania), pur di salvare le loro vite distrussero moltissime statue da soli. Costantino inoltre diede ordine affinché tut- te le casse dei templi venissero aperte e i loro tesori dati alla chiesa cristiana; i metalli preziosi furono trasportati alle zecche e diventarono poi monete che a partire dal 333 furono versate nelle casse della chiesa. Nel 331 si cominciarono a vietare i libri poichè il cri- stianesimo, ormai statale e politicamente dominante, non aveva più bisogno di dare risposte a ragionamenti contrari. Questa tattica, che si evolverà in distruzione indiscrimina- ta delle opere “idolatre”, provocò un’enorme catastrofe, con una marea di libri filosofici e scientifici persi per sempre. Il corpus di testi a cui facciamo riferimento quando parliamo della filosofia greca non rappresenta che una piccolissima percentuale dei volumi esistenti prima della distruzione del

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Sotirios Fotios Drokalos

mondo culturale greco ai tempi dell’avvento del cristianesimo. Per fare solo una citazione, dei 300 libri scritti da Epicuro ri- mangono solo tre lettere e due raccolte di aforismi, non è so- pravvissuto neanche uno dalle decine di libri scritti dallo stoi- co Posidonio, mentre, anche nel campo meno pericoloso per i dogmi monoteisti, quello della letteratura e del teatro, delle 82 opere di Eschilo ne abbiamo solo 7, delle 123 di Sofocle ancora 7 e dalle 92 di Euripide 18. La percentuale di testi greci salvati probabilmente non supera l’uno per cento di quelli esistenti prima dell’avvento del cristianesimo, e lo stesso vale per le opere artistiche come statue, sculture, dipinti. Fra i libri che componevano la lista di questo primo Index Librorum Proihibitorum cristiano c’era in posizione saliente il famigerato “Contro i Cristiani” di Porfirio, che in 15 tomi aveva criticato duramente l’intero edificio cristiano dal punto di vista filosofico e razionale. È opportuno parlare maggiormente di questa importantissima opera del grande filosofo neoplatonico di discendenza semita nato a Tiro nel 233 e morto a Roma nel 305, che fu discepolo dell’altrettan- to grande Plotino. Il suo “Contro i Cristiani” che “allontanò molti alla dottrina di Dio” come scrisse il vescovo di Gabala Severiano 34 , venne vietato già nel 331. Ma malgrado questo, e nonostante furono in molti i teorici cristiani che cercarono di abbatterlo con loro opere, la sua influenza rimaneva sempre grande, cosicchè nel 448 gli imperatori Teodosio II e Valenti- niano ordinarono il suo totale annientamento, imponendo la distruzione anche delle opere contestative scritte da cristiani

Cristianesimo sanguinario

37

che contenevano suoi frammenti. Un’ammissione quindi del-

la

sconfitta teorica e dell’impossibilità per i teorici cristiani

di

rispondere efficacemente agli argomenti esposti nei libri,

nonché una conferma della grandezza filosofica ed epistemo- logica dell’opera. “Ordiniamo che tutti quanti gli scritti di Porfirio, che egli scrisse spinto dalla sua follia contro il sa- cro culto dei cristiani, presso chiunque vengano trovati, sia- no gettati nel fuoco. Infatti tutti gli scritti che spingono Dio all’ira e offendono le anime dei fedeli, non giungano alle orec- chie; così facendo vogliamo venire in aiuto degli uomini” 35 .

Infatti, la raccolta di frammenti che ora abbiamo nelle nostre mani dal “Contro i Cristiani”, che rimase dimenticato fino al XX secolo, è abbastanza ricca per farci rimpiangere la scomparsa del testo completo. Presento in seguito alcuni di

questi frammenti, utili non solo per il loro contenuto, valido per quanto ancora ci sarà il cristianesimo, ma anche perché

in essi si vede che la critica razionalista e materialista alla

forma di religiosità rappresentata dal cristianesimo non è un prodotto dell’ateismo moderno, ma propria del pensiero greco-pagano già di quindici secoli prima:

“Se Cristo si dichiara via di salvezza, di grazia e di

verità e alle anime che credono in lui si presenta come l’unico tramite per il ritorno a Dio, come si comportarono gli uomini

di tutti i secoli prima di Cristo?(

Che cosa avvenne di tante

innumerevoli anime che non ebbero assolutamente alcuna colpa, dal momento che colui al quale si poteva credere, non aveva ancora concesso agli uomini la sua venuta?” 36 . “Cristo

)

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Sotirios Fotios Drokalos

minaccia coloro che non credono in lui di pene eterne mentre altrove dice: “con la stessa misura con cui misurerete, sarete misurati”, e ciò è abbastanza ridicolo e contraddittorio; in- fatti se restituirà la pena secondo misura, e ogni misura è esattamente determinata dal limite del tempo, che senso ha la minaccia di una pena eterna?” 37 . “Eppure se qualcuno vo- lesse rifletterci sopra, troverebbe questa storia della resur- rezione una sciocchezza completa: infatti spesso è capitato che molti morirono in mare e i loro corpi furono mangiati dai pesci, altri furono divorati dalle belve e dagli uccelli; com’è dunque possibile che i loro corpi tornino indietro? Suvvia dunque, esaminiamo minuziosamente quanto detto:

per esempio una persona ha fatto un naufragio, e successi- vamente le triglie hanno mangiato il corpo; poi alcune per- sone le hanno pescate e mangiate; successivamente queste persone vennero divorate dai cani; corvi e avvoltoi si cibaro- no dei cani morti e dei loro resti. Come dunque sarà riunito il corpo del naufrago smembrato in così tanti animali? E ancora un altro corpo distrutto dal fuoco e un altro ancora finito in pasto ai vermi, come possono ritornare alla sostan- za che avevano all’inizio? Ma mi dirai che questo è possibile a Dio; ma questo non è vero. Infatti Dio non può fare tutto:

per esempio non può fare che Omero non sia stato un poeta, né che Ilio non sia stata conquistata; né sicuramente che due per due che in aritmetica fa quattro, dia come risultato cinque, anche se lui lo volesse” 38 .

Cristianesimo sanguinario

Morte di Costantino

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Il 332 è l’anno in cui Costantino sconfisse definiti- vamente i visigoti. Centomila uomini, donne e bambini vennero massacrati e i sopravvissuti furono costretti a con- vertirsi al cristianesimo. Nello stesso tempo operò un’altra personalità cristiana, il vescovo di Lampsaco Partenio, che perseguitò sistematicamente la religione greca; vietò i sa- crifici e le feste e usando l’esercito imperiale tolse ai templi gli ornamenti, le statue e le dediche, come scrive lo stesso Sozomeno nella sua “Storia Ecclesiastica” 39 . In seguito con l’approvazione dell’imperatore, demolì tutti i templi della città e costruì al loro posto delle chiese. Nel 335 venne inaugurata la chiesa della cosiddetta “tomba sacra”, la basilica del Santo Sepolcro che fu costrui- ta sopra al tempio demolito della dea Afrodite, distrutto da Costantino nel 326, e così tutti i templi della Palestina e dell’Asia Minore vennero derubati cosicché essa potesse essere abbellita. Si costruiscono chiese dove prima si tro- vavano dei templi pagani e sinagoghe ebraiche, mentre fi- niscono crocifissi o decapitati alcuni presunti “maghi”, che secondo le accuse rivolte loro sarebbero i responsabili per il povero raccolto di cereali di quell’anno, avendo loro “anno- dato i venti con degli scongiuri” 40 . Fra di loro c’è il filosofo neoplatonico Sopatro di Apamia, studente di Giamblico, il quale aveva cercato di far abbandonare il cristianesimo a

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Sotirios Fotios Drokalos

Costantino e perciò era odiato dai cristiani della corte. Nel 337, nei giorni della Pasqua, Costantino si am- malò e giacchè la medicina “idolatra” era condannata dalla dottrina cristiana, questo imperatore grande e santo per la chiesa, cercò di guarirsi usando le ossa di san Luciano; que- sta pratica medica cristiana però risultò fallimentare così egli si rifugiò alla speranza di una vita posteriore alla mor- te e finalmente si battezzò, credendo ovviamente che così avrebbe avuto più possibilità di essere perdonato per i suoi crimini e venire accettato nel regno dei cieli vicino al suo Dio. Una tale aspettativa da parte sua era a mio avviso più che legittima: chi può scommettere che senza Costantino il Dio cristiano sarebbe ugualmente diventato il Dio più po- polare sulla terra per tanti secoli? In ogni caso la chiesa or- todossa provvide a onorare Costantino attribuendogli come già detto il massimo titolo possibile, quello di isapostolos, ossia uguale agli apostoli. Un episodio riferito da Zosimo, utile a prescindere dalla sua esattezza storica, poiché ci aiuta a comprendere la differenza fra le due concezioni religiose, pagana e cristia- na, racconta che Costantino chiese perdono anche a sacerdo- ti pagani, ottenendo la risposta che nel paganesimo crimini tanto disumani come i suoi non potevano essere perdonati in nessun modo. Le sue azioni lo caratterizzano in modo asso- luto a prescindere da sentimenti, voglie e speranze. Fu un vero peccato per l’Impero, il Mediterraneo e tutta l’umanità che l’indiscusso genio politico e militare

Cristianesimo sanguinario

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dell’imperatore Costantino si investisse di un pensiero e un atteggiamento così dispotici e crudeli.

un pensiero e un atteggiamento così dispotici e crudeli. Icona ortodossa bulgara rappresentante Costantino il Grande

Icona ortodossa bulgara rappresentante Costantino il Grande e Sant’Elena

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Sotirios Fotios Drokalos

I SUCCESSORI DI COSTANTINO

Strage famigliare di Costanzo; persecuzioni di omosessuali e “grecizzanti”; Firmico Materno

A Costantino succedettero i tre figli che aveva ri-

sparmiato, ossia Costanzo II, Costantino II e Costante, fra i quali venne diviso il potere imperiale. Costantino aveva provveduto a dar loro un’educazione cristiana cosicché di- ventassero dei cristiani convinti e pare che fosse riuscito ottimamente, tenuto conto che il comportamento degli eredi al trono indusse Eusebio di Cesarea a vedere in loro “una sorta di prefigurazione terrena della Trinità” 41 .

A parte l’educazione cristiana il grande imperatore

offrì, com’era naturale anche il suo esempio ai figli rispar- miati, cosa che si vede chiaramente dalla condotta di Co- stanzo subito dopo la morte del padre: nell’agosto del 337 fece uccidere tutti i maschi importanti della casa imperiale, come Dalmazio, suo nipote, Giulio Costanzo, padre del fu- turo imperatore Giuliano che fu odiato profondamente da Elena, e anche sei suoi cugini e molti personaggi della corte fra cui perfino il potentissimo prefetto del pretorio Ablabio.

Cristianesimo sanguinario

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Da questa strage del vertice dell’Impero ordinata dal devo- to cristiano Costanzo, alla quale il vescovo Eusebio riconob- be le “più nobili motivazioni” 42 , furono risparmiati solo il piccolo Giuliano di cinque anni e il suo fratellastro Gallo di dodici anni, gravemente ammalato. Costanzo II, che non era solo crudele ma anche me- galomane e probabilmente folle, visto che pensava di essere stato eletto dall’“Onnipotente” e si autodefiniva “signore di tutta la terra” 43 , soffriva di disturbi probabilmente causa- ti dalla castità di cui andava fiero, nel 339 vietò i matri- moni tra cristiani ed ebrei. Suo fratello Costante, che era invece omosessuale 44 , istituì nel 341 la pena di morte per gli omosessuali e nello stesso anno dichiarò la caccia anche

ai “grecizzanti” 45 , cioè tutti quegli individui aventi affinità con la cultura greca, ossia tutte le persone educate e colte dell’Impero. In quegli anni opera anche il notevolissimo pa- dre della chiesa Firmico Materno, che consigliava l’impera- tore così: “spazza via, cristianissimo imperatore, i tesori dei templi. Che il fuoco consumi le effigi degli Dèi impresse sul- le monete!”, e in genere invitava i sovrani a “punire e a con- dannare con rigore”, a perseguitare “in ogni modo i misfatti dell’idolatria”, per poter sperare nel premio divino. “Cristo ha frantumato le statue del demonio”, e questo è “ridotto in fiamme e polvere”. “È vicino il momento in cui il demonio si schianterà al suolo prostrato dalle nostre leggi; il momento in cui cesserà il funesto contagio dell’idolatria, annientata

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Sotirios Fotios Drokalos

gioia, esultate fiduciosi per la sconfitta del paganesimo ( ) al comando di Cristo avete trionfato”. Firmico, che si con- vertì definitivamente al cristianesimo dacché le intenzioni dei successori di Costantino diventarono chiare, sosteneva inoltre che “per quanto in alcune regioni gli agonizzanti seguaci dell’idolatria lanciassero ancora qualche sussulto,

in tutte le terre cristiane il loro totale annientamento era

ormai prossimo” 46 . Nonostante la frenesia del padre della chiesa Firmico la verità riguardo alla diffusione cristiana e alla presenza delle religioni pagane era ben lontana da quanto lui sosteneva. Il cristianesimo restava infatti per-

lopiù ridotto alle regioni africane e orientali dell’Impero - e anche là le classi superiori di solito erano di origine o cul- tura greca -, mentre in Grecia, Italia, Gallia, in genere le regioni occidentali, il paganesimo non solo rimaneva domi- nante ma in molti luoghi, Grecia prima di tutti, rifioriva. Questo dato spiega anche le grida dello stesso Firmico ver- so l’imperatore affinché lui privasse i templi dei loro beni. “Le statue degli idoli verranno fuse nel fuoco delle zecche o tra le fiamme delle miniere, gli arredi sacri diventeranno

di nostra proprietà e noi li trasformeremo in funzione delle

nostre esigenze. In seguito alla distruzione dei templi, in virtù della forza divina, voi raggiungerete il bene supre- mo” 47 . Firmico oltre ad essere un predicatore del furto e del- la distruzione rappresenta quindi anche il primo 48 teorico cristiano che dopo la conferma del successo del colpo di sta- to di Costantino, parla apertamente di distruzione totale di

Cristianesimo sanguinario

45

ogni altra religione, culto, credenza e di eliminazione fisica dei non cristiani. In lui vediamo ormai esplicito un modo

di pensare che determinò il comportamento consueto delle

chiese e monarchie cristiane per molti secoli, finché l’avven- to dello stato repubblicano e laico moderno non le costrinse ad abbandonare le loro pratiche oppressive e violente.

Persecuzioni di pagani, ebrei e “maghi”; privilegi del clero cristiano

Le didascalie piene di odio e di avidità di Firmico Materno, dedicate agli imperatori Costanzo II e Costante, ebbero a quanto pare grande successo tra i gruppi violenti

cristiani. Infatti, sempre più “fanatici cristiani si diede-

ro a violare i templi pagani. A Eliopoli, il diacono Cirillo

divenne famoso per questo. Ad Aretusa, in Siria, il sacer- dote Marco fece distruggere un santuario incorrendo poi nella vendetta dell’imperatore pagano Giuliano. La comu- nità cristiana di Cesarea in Cappadocia rase al suolo il tempio di Zeus, divinità protettrice della città, e quello di Apollo. Ad Alessandria, durante il patriarcato dell’ariano Georgios, un cospicuo numero di santuari pagani venne abbattuto. In breve, l’attacco mosso ai templi pagani fu il frutto di “un’ondata di fanatismo religioso che non di rado indusse i cristiani a impugnare le armi gli uni contro gli

altri”. 49 In quelli anni venne altresì intensificata la pra- tica della liquefazione di statue, sculture e colonne nelle

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Sotirios Fotios Drokalos

fornaci, che venivano situate proprio vicino ai templi, per produrre direttamente della calce. 50

Costanzo, con una legge emanata nel 339, prevedeva la condanna a morte per chi avesse in qualche modo osta- colato la conversione di un ebreo al cristianesimo, mentre per il cristiano che si fosse convertito all’ebraismo veniva invece prevista la confisca del patrimonio. Inoltre fu vietato agli ebrei, i quali nel testo della legge venivano chiamati “setta perniciosa” e la loro comunità “infamante” 51 , di pos- sedere schiavi, e nel caso avessero acquistato uno schiavo cristiano dovevano essere puniti con il sequestro dei beni. Dal punto di vista economico questa legge stava a significare che gli ebrei furono da allora costretti ad abbandonare ogni attività economica produttiva e darsi per forza alle attività finanziarie e commerciali. Nei secoli successivi questa ten- denza venne rafforzata sempre più dall’intolleranza e l’ipo-

crisia della chiesa cristiana, la quale, come è noto, vietava ai cristiani di fare i banchieri e dunque tali necessità venivano soddisfatte dagli ebrei, che poi finivano sotto accusa come se queste attività fossero immorali e frodatorie invece che necessarie e rivolte a bisogni oggettivi. A partire dal 346 Co- stanzo e Costante ribadiscono il divieto di frequentazione dei templi in maniera sempre più assoluta e generalizzata, men- tre viene ormai stabilita la pena di morte per decapitazione e

il

sequestro del patrimonio per chi avesse svolto dei sacrifici

o

adorato delle statue. L’editto specificava che le stesse pene

Cristianesimo sanguinario

47

sarebbero state inflitte ai prefetti delle regioni nel caso aves- sero omesso di applicare attivamente la norma.

Nel 354 venne definita come data di nascita di Gesù il 25 dicembre 52 . La chiesa con questa mossa cercò ovviamente di declassare le tantissime feste pagane collegate a quella data a causa del solstizio d’inverno e un anno dopo Costan- zo istituì l’assoluta immunità dei vescovi cristiani di fronte ai tribunali cosicché gli “spiriti fanatici” fossero privati della competenza di “accusarli ingiustamente” 53 , umiliando anco- ra di più il diritto romano. Ma non si limitò a questa immu- nità, che fece imbaldanzire ulteriormente il clero cristiano, soprattutto visto che nello stesso momento c’era in atto una persecuzione contro i pagani e gli ebrei, ma li assolse inoltre da ogni imposizione fiscale e prestazione di qualsiasi tipo di servizio verso lo Stato. Non solo loro ma anche i loro figli, i loro servi e i figli di questi ultimi ne furono assolti.

In quel tempo vennero scritti anche i “Canoni Apostoli- ci” con i quali la chiesa predicava l’astinenza dallo studio di qualsiasi libro pagano, perfino di quelli giuridici, al posto dei quali doveva essere letta la “legge di Dio”: “Stare lontano da ogni libro pagano e diabolico” recita questo canone apostoli- co 54 . Lo Stato, che ormai con la chiesa formava sostanzial- mente un unico ente inseparabile, facilitò l’osservazione dell’ultimo canone apostolico da parte della popolazione chiudendo le biblioteche e vietando la loro attività nella maggior parte delle città. Nel 356 Costanzo e Costante

48

Sotirios Fotios Drokalos

promulgarono un comune editto che ordinava che venis- se allontanato dall’assemblea del Senato di Roma l’altare

della dea Victoria, nonché la chiusura dei templi pagani e

il

sequestro dei loro patrimoni, insieme alla decapitazione

di

tutti quelli che praticavano o semplicemente tolleravano

i

culti pagani 55 . È facile immaginare che effetto avessero editti del genere in un mondo dove operavano sempre più

gruppi di violenti bandisti cristiani che terrorizzavano, ru- bavano, uccidevano, non solo senza venire contrastati e pu- niti dalle forze dell’ordine statale, ma essendo addirittura protetti e sostenuti da queste ultime. Nel maggio dell’anno seguente Costanzo visitò Roma e, rimasto meravigliato dal-

la bellezza del tempio del Giove Capitolino, di quello della

Fortuna e del Pantheon, ma anche per il fatto che l’aristo- crazia romana rimaneva pur sempre pagana, si mostrò tol- lerante verso il paganesimo romano e finanziò perfino al-

cuni templi. Ma vietò, a pena di morte, l’arte divinatoria 56 e la consultazione di indovini, oracoli o maghi. Di fronte al “dio vero” tutti dovevano “stare zitti per sempre”, e così il tempio di Apollo di Roma e il suo oracolo vennero chiusi. In questa circostanza Costanzo inoltre introdusse nell’Impero una tortura di provenienza persiana, uno strumento metal- lico che strapazzava i reni, per punire chi avesse occultato

i colpevoli 57 . “Chi consultava un indovino per aver udito lo

squittìo di un topolino o per aver incontrato uno scoiattolo

o per interpretare qualsiasi segno premonitore veniva con- dotto in tribunale e condannato a morte” scrive Ammiano

Cristianesimo sanguinario

49

Marcellino e Deschner aggiunge: “Astrologi e interpreti dei

sogni potevano essere legittimamente torturati per estorcer loro una confessione. Anche recarsi nottetempo nei luoghi

di sepoltura costava un’accusa di magia nera. Per aver in-

dossato un amuleto si rischiava la decapitazione. Persino sogni sospetti potevano condurre a processi per alto tradi-

mento” 58 . Nel 359 l’imperatore Costanzo, “limitato intellet- tualmente”, (come lo definisce Ammiano Marcellino), pre-

so

da una paura frenetica per la magia, mentre era “sordo

di

fronte ad altri casi anche troppo gravi”, affidò l’istrutto-

ria a Paolo “Tartareus” o “Catena”, un sanguinario trainer cristiano di gladiatori, che si evolse in inquisitore incon-

trollato e crudele dell’“idolatria”. Tutto successe a Scitopo-

li, dove cominciò a funzionare un regime crudele di terrore

che ai tempi dell’imperatore Teodosio assumerà la forma

di vero e proprio campo di concentramento e sterminio dei

pagani. Da tutte le parti dell’Impero nobili e non venivano trascinati in catene e molti morivano per il malessere e per l’incarcerazione prima che le torture incominciassero. Scitopoli, l’attuale Beth Shean della Giordania occidenta-

le,

fu scelta per la sua posizione isolata e perché era situa-

ta

tra Antiochia e Alessandria, due metropoli con molti

greci e grecisti. “Paolo, secondo gli ordini ricevuti, si mise

in viaggio pieno di funesto furore ed ansante per la fretta.

Dato libero sfogo alla calunnia, molti venivano condotti

al suo tribunale da quasi tutto il mondo, sia nobili che

cittadini d’oscura condizione, dei quali alcuni erano stati

50

Sotirios Fotios Drokalos

oppressi dal peso delle catene, altri sfiniti dalla detenzio- ne in carcere. Fu scelta come teatro degli orrendi supplizi

la città di Scitopoli in Palestina” 59 .

Venne a crearsi un’atmosfera di estremo terrore e mol- tissimi nobili greci vennero torturati. Ammiano Marcellino

menziona alcuni nomi indicativi del fatto che ad essere colpita

fu

prevalentemente la nobiltà istruita, malgrado si trattasse

di

persone di grande influenza politica. Il regime cristiano col-

piva appunto le classi superiori, i politici e i filosofi che com- ponevano l’aristocrazia greca e di cultura greca. “Fra i primi fu condotto in tribunale Simplicio, figlio di Filippo, che era stato prefetto e console. (…) Fu sottoposto a tortura (…) e fu condannato all’esilio. Quindi Parnasio, già prefetto dell’Egitto (…) si trovò in tale pericolo da essere condannato a morte; ma pure lui fu mandato in esilio. (…) Successivamente Andronico,

noto per gli studi liberali e per i suoi celebri carmi, fu condotto

in tribunale. (…) Pure Demetrio, che aveva il soprannome di

Citra, filosofo ormai avanti negli anni, ma vigoroso fisicamen-

te e spiritualmente, fu accusato d’aver sacrificato alcune volte

a Besa e non poté negare (…). Almeno costoro e pochi altri

furono salvati dall’estremo pericolo (…). Ma, poiché le accuse

si

estendevano senza fine come le spire di un serpente, alcu-

ni

perivano con le carni dilaniate, altri furono condannati ad

ulteriori pene dopo aver avuti confiscati i beni. (…) Perché, se qualcuno portava al collo un amuleto contro la quartana o qualche altra malattia, o se da malevoli testimoni veniva

Cristianesimo sanguinario

51

accusato d’essere passato di sera attraverso un cimitero, ve- niva condannato a morte perché dedito alla stregoneria, alla raccolta degli orrori delle tombe e delle vane fantasticherie ispirate dalle anime che vagano in quelli luoghi” 60 .

dalle anime che vagano in quelli luoghi” 6 0 . Luigi Rossini, Il Monte Capitolino e

Luigi Rossini, Il Monte Capitolino e parte del Foro Romano coll’incendio nel Tempio di Giove Capitolino, 1827. Collezione privata.

52

Sotirios Fotios Drokalos

GIULIANO, IL GRANDE DIFENSORE DELLA CIVILTÀ GRECO-ROMANA

Flavio Claudio Giuliano (Flavius Claudius Julia- nus), nato a Costantinopoli nel 331, fu insieme a suo fra- tello Gallo, nato nel 324, l’unico membro maschio della fa- miglia imperiale risparmiato dalla terribile strage ordinata da Costanzo II subito dopo la morte di Costantino nel 337. I due fratelli furono prima tenuti sotto stretta sorveglian- za nella lussuosa villa della loro madre a Nicomedia e poi trasferiti in una fortezza isolata a Marcello, in Anatolia, dove erano circondati esclusivamente da schiavi e spie di Costanzo, “senza che nessuno potesse avvicinarci, senza poter studiare, parlare liberamente, chiusi in una prigione dorata”, come scriverà poi Giuliano. L’educazione del prin- cipe Giuliano fu affidata al vescovo Eusebio di Cesarea, al quale era dato l’ordine di non parlare mai al suo discepolo della scomparsa della sua famiglia, mentre a Gallo - che fu cresciuto con una profonda istruzione cristiana e divenne in seguito un fanatico e persecutore di migliaia di pagani ed ebrei quando governò Antiochia -, fu detto da un emissa- rio imperiale che Costanzo non ne era responsabile, essendo

Cristianesimo sanguinario

53

avvenuta a opera di soldati ubriachi. Ma Giuliano era stato testimone diretto del massacro dei suoi famigliari, e così il bambino molto spesso piangeva e si svegliava nel mezzo della notte in preda agli incubi. Eusebio era tenuto ad offrire al piccolo principe un’educazione rigorosamente cristiana, continuata a Mar- cello dove Giuliano visse dal 344 al 350 e dove la sua guida spirituale fu Giorgio di Cappadocia, un vescovo ariano. In seguito Costanzo permise a Giuliano di tornare a Costanti- nopoli. Alla fine di quel anno, il 351, a Giuliano fu ordina- to dall’imperatore suo zio di andare di nuovo a Nicomedia per completare la sua istruzione. Ma il ventenne Giuliano

sfruttò l’occasione per fare un lungo viaggio e visitare alcu-

ne delle più importanti metropoli dell’Impero come Perga-

mo, Efeso e Atene. In questo viaggio incontrò il fascino della filosofia greca e della tradizione religiosa pagana e divenne lui stesso filosofo - platonico - e pagano, senza naturalmen- te dichiararlo apertamente. Nel 355 Costanzo nominò Giuliano Cesare e lo mise a capo delle legioni in Gallia che soffrivano delle in- cursioni barbariche e dove, fra il 356 e il 359, nelle quat- tro “campagne galliche” riportò grandi vittorie ai danni

di Alemanni e Franchi, fra cui una vittoria decisiva a

Strasburgo nel 357. Nel febbraio del 360 a Parigi (allora Lutetia Parisiorum) le legioni occidentali proclamano il loro adorato capo Augusto. L’anno successivo Costanzo

54

Sotirios Fotios Drokalos

morì e Giuliano, visto che l’imperatore defunto non aveva lasciato eredi e che il fratello Gallo era morto già dal 354, diventò l’unico imperatore in vita. L’11 dicembre 361 en- tra a Costantinopoli e, istituendo la libertà di culto come gli aveva consigliato il filosofo Sallustio, ordina che siano restituiti ai templi le loro parti, statue e sculture rubate dai suoi predecessori e dai cristiani allo scopo di vestire chiese ma anche luoghi privati e pubblici, e inoltre ordina che vengano riabilitati i templi e gli altari e ristabiliti i

culti degli dèi 61 . In parallelo vengono finalmente cacciati, arrestati e puniti i bandisti cristiani che danneggiavano templi e altri luoghi sacri e terrorizzavano la popolazio- ne, mentre vengono demolite le chiese costruite sopra i templi. Il diritto romano torna in vita, insieme alla fi- losofia e al paganesimo, l’Impero ritrova se stesso nel- la romanità e la grecità, che per Giuliano si identificano tra loro: “Apollo con le colonie greche incivilì la maggior parte del mondo e ne facilitò la sottomissione ai romani.

i romani sono di stirpe ellenica perché “l’Italia

Infatti (

fu popolata dai greci”, scrive l’imperatore 62 . Voglio sottolineare che questa equivalenza tra roma- nità e grecità era valida anche per i cristiani fino al regno di Costantino. Da allora loro gradualmente usurperanno la ro- manitas, visto che essa indicava il potere politico, giuridico e militare e useranno la grecità come equivalente del male, del diabolico, dell’idolatrico, del mondo malvagio che deve essere distrutto e perseguitato, messo in ginocchio di fronte

)

Cristianesimo sanguinario

55

al loro dio. Questo accade perché la grecità indicava la cul- tura, e la civiltà dell’Impero; il termine “greco” nell’ambito dell’Impero romano era sinonimo del termine “colto”, “ci- vilizzato” e si diceva “ellenizzare” per “civilizzare”. Con il cristianesimo la grecità da titolo nobiliare si trasformerà in vituperio e blasfemia, e la parola “greco” per secoli sarà il termine primario per definire l’anticristiano e il satanico da eliminare. Il vertice della gerarchia cristiana non gradì i cam- biamenti promossi da Giuliano, abituato com’era già da de- cenni a sopprimere e perseguitare le altre religioni e tra- dizioni e a far parte del potere imperiale, se non proprio a controllarlo secondo il suo volere. Così sant’Atanasio prete- se dai cristiani di disertare l’esercito romano minacciando con scomunica chi avesse seguito l’“idolatra” Giuliano. Ma l’aria era cambiata: a Calcidone rispondendo ai ricorsi del- la popolazione venne istituito un tribunale speciale a cui vennero affidati i casi degli ufficiali del regime cristiano che avevano provveduto a compiere sacrilegi nei templi, furti, calunnie e ogni tipo di maltrattamenti contro persone. Molti finirono condannati a morte e così vennero puniti per i loro crimini. Il più noto fu l’allora governatore militare d’Egitto Artemio, che aveva sostenuto dei saccheggi da parte dei cri- stiani reprimendo con le sue truppe la reazione della popo- lazione. L’agiografia cristiana lo presentò poi come “marti- re” ed è tuttora celebrato come santo dalla chiesa ortodossa e cattolica. A Eliopoli del Libano venne allo stesso tempo

56

Sotirios Fotios Drokalos

giustiziato il diacono Cirillo che aveva derubato templi e di- strutto statue, mentre il vescovo di Aretusa Marco, malgra- do avesse distrutto un tempio, rifiutò di restituire i danni come gli fu suggerito, ma finì soltanto linciato dalla folla e non giustiziato 63 . Questo gentile e colto imperatore, le cui qualità non possono essere paragonate ai suoi predecessori e successori

cristiani, aveva liberato le nazioni dalla paura, dal terrori- smo e dall’oppressione imposta dal potere imperiale e dalla chiesa cristiana dai tempi di Costantino - che Giuliano chia- mava insultatore degli dèi e degli antenati -. Altro esempio

di questa liberazione, accompagnata da un’esplosione di ira,

è quanto accadde ad Alessandria verso la fine del 361, dove il patriarca Giorgio di Cappadocia, già ricordato come maestro

di Giuliano, che da anni guidava saccheggi, distruzioni di

templi e aggressioni di ogni tipo contro i pagani, venne ucci-

so

dalla popolazione che una volta “giunta improvvisamente

la

lieta notizia della morte di Artemio (…) fuor di sé dalla

gioia inattesa, con orribili grida si volse contro Giorgio ed impadronitasi di lui, lo calpestò e lo maltrattò in vario modo,

finché lo uccise tirandolo per i piedi in direzioni opposte” 64 . Il 17 giugno 362 Giuliano promulgò un editto con cui affermava che non era ammissibile che dei cristiani facessero i maestri di filosofia, a causa del quale è stato accusato di vietare ai cristiani di studiare la filosofia gre- ca. In realtà da filosofo e pagano non avrebbe mai potu-

to impedire a chiunque avesse voglia di studiare di farlo,

Cristianesimo sanguinario

57

nè avrebbe occultato il sapere, vietato la ricerca e la ri- flessione come invece fece sempre la chiesa cristiana. Al

contrario egli stesso fondò a Costantinopoli una biblioteca di 120 mila libri e scrisse: “Non impedisco l’accesso alle scuole ai giovani che vogliono frequentarle. Ovviamente non sarebbe né normale né logico chiudere la strada buona

a ragazzi che non sappiano ancora quale strada seguire.

Dobbiamo illuminare le persone che sragionano, non pu- nirle” 65 . La falsa accusa si basava sul divieto che impose Giuliano agli insegnanti e filologi cristiani di insegnare la filosofia greca, dichiarando che era assolutamente immo-

rale ed ipocrita la loro attività professionale visto che loro insegnavano “per pochi soldi” cose completamente contra- rie a quelle a cui veramente credevano, mentre sarebbe stato preferibile che andassero nelle chiese a “interpretare Matteo e Luca” 66 . In ogni caso l’accusa è infondata perché

il divieto non rimase in vita che per pochi mesi dopodiché

Giuliano, seguendo ancora i consigli del filosofo e nobile

Sallustio, lo abrogò. Infine la critica è piuttosto ridicola in quanto dopo Giuliano verrà vietato lo studio della filosofia per tutti, cristiani e non, da parte dei vari imperatori che

il cristianesimo ritiene invece “santi”, “grandi” ecc.

Nel 363 Giuliano visitò il santuario di Apollo a Dafne di Antiochia, dove poté ammirare la statua dorata del dio Apollo e ordinò, su richiesta dello ierofante che le ossa di san Babila seppellite in quel luogo sacro dai cristiani in un atto profanatore, fossero allontanate. Babila era un precedente

58

Sotirios Fotios Drokalos

vescovo di Antiochia presunto martire dei tempi di Decio, mentre in realtà fu ucciso dall’imperatore cristiano Filippo l’Arabo dopo avergli negato la comunione a causa dell’ucci- sione di Gordiano. I cristiani risposero bruciando il tempio nella notte del 22 ottobre 362, e poi cercarono anche di spe- culare; Giovanni il monaco, agiografo di Artemio, racconta la risibile versione secondo cui l’incendio fu opera di Dio, che avrebbe mandato un fuoco celeste. È opportuno sottolineare che l’azione di Giuliano non rappresenta per niente un sacrilegio consistendo al contra- rio nell’eliminazione di un sacrilegio. Per il culto di Apollo è assolutamente inammissibile che reliquie siano seppellite vicino ai suoi luoghi sacri. Dunque in questo caso l’impe- ratore non fece altro che ripulire il terreno da una profa- nazione terribile. Giuliano difendendo il diritto di tutti gli abitanti dell’impero di praticare la propria religione diceva che i cristiani “se proprio vogliono adornare le loro chiese, sono liberi di farlo, ma non ricorrendo al materiale rubato da altri luoghi di culto” 67 . Infine il 26 giugno 363, all’età di 32 anni, l’imperatore Flavio Claudio Giuliano venne ucciso nel corso di una cam- pagna militare contro i persiani lanciata nel marzo di quel anno. Libanio era certo che ad ucciderlo furono i cristiani. Fatto sta che Giuliano non cadde per mano persiana visto che al momento le truppe persiane si trovavano molto lontano, e che nessuno si presentò di fronte al re Sapor per incassare il premio che il sovrano persiano aveva promesso a chi avesse

Cristianesimo sanguinario

59

ucciso il suo grande avversario. Inoltre la stessa chiesa con- sidera uno suo santo, Mercurio, l’uccisore di Giuliano, e molti autori cristiani applaudono la versione dell’omicida traditore cristiano fra le loro esultanze. Teodoreto scrive: “Sia che a vibrare il colpo sia stato un uomo o un angelo, non v’è dubbio che questi ha agito per volere del Signore” 68 ; Sozomenò, più realista in questo caso, non considera la possibilità dell’an- gelo o del Signore stesso ma elogia apertamente l’assassi- no cristiano che “per amore di Dio e della religione compie un gesto tanto valoroso” 69 , accompagnato da san Efrem che predica “Gloria a colui che lo ha annientato gettando nella disperazione i figli dell’eresia” 70 . Tanta era la gioia dei teorici cristiani per la scom- parsa dell’imperatore filosofo che perfino lo scontroso san Sabba della Siria sorride, scrisse Teodoreto. A sentire loro Giuliano era un “caprone puzzolente”, un “cane maledetto”, uno “strumento del diavolo”. Leggende terribili presero a circolare nel corso dei secoli su di lui: che era un mostro che nel corso di riti magici strappava il cuore ai bambini o che il fiume Oronte fosse pieno di corpi di fanciulli da lui sacri- ficati agli dèi. Non solo leggende popolane, anche il maestro della chiesa Teodoreto scrisse che “nel palazzo imperiale di Antiochia, si diceva fossero state rinvenute numerose casse piene di teste e pozzi colmi di cadaveri” e poi mentì ancora più grossolanamente scrivendo che “simili cose sono frutto degli insegnamenti degli dèi abominevoli”. San Efrem poi delirava nelle sue “poesie” grottesche così: “Mi avvicino,

60

Sotirios Fotios Drokalos

fratelli, al corpo dell’impuro. Lo guardo e non posso fare a

meno di schernire la sua fede ” pagana 71 , “Alla sua visita

esultano le fiere, i lupi accorrono al suo seguito

gli sciacalli emettono ululati di gioia”, “Allora lo sterco co- minciò a fermentare e da esso uscirono serpenti di ogni mi-

sura e vermi di ogni genere

cattiverie e calunnie rivolta a colui che per secoli sarà chia- mato “Apostata” e in realtà fu obiettivamente l’unica anima gentile e colta che si trovò al vertice dell’Impero da Costan- tino in poi, è un comportamento normale per chi pensava che “esistono due sole realtà: la chiesa e i suoi nemici” come scrisse ancora san Efrem. Per la parte opposta le cose erano completamente diverse. Il retore Libanio in contrasto con i trionfalismi cristiani scriverà giustamente che “prima di lui c’era solo la notte, e c’è ancora solo la notte dopo di lui” 72 riferendosi alla scomparsa di Giuliano, e alcuni in- tellettuali metteranno la sua morte come inizio della loro cronologia. Quale era dunque la vera immagine di questo imperatore filosofo pagano? Difficilmente si potrebbe fare una descrizione del personaggio di Giuliano più esatta e comprensiva da quella di Deschner: “Giuliano aveva rice- vuto un’educazione filosofica, disponeva di innegabili doti letterarie e aveva un carattere sensibile e profondo. Egli non fu soltanto “il primo imperatore veramente colto dopo più di un secolo”, ma si conquistò anche “un posto di rilie- vo tra gli autori in lingua greca dell’epoca” (Stein). Ave- va infatti alle spalle un bagaglio di esperienze culturali

Ma tutte queste bruttezze,

, persino

”.

Cristianesimo sanguinario

61

veramente significativo. Profondamente conscio di quali

fossero suoi doveri, l’imperatore evitava ogni forma di lus- so, si comportava con morigeratezza, non si circondava né

di concubine né di giovanetti, non beveva, ed era solito

far cominciare la sua giornata dopo mezzanotte. Egli si adoperò per razionalizzare il funzionamento dell’apparato burocratico, affidando agli intellettuali posti di responsa-

bilità. Cercò di ripulire la corte dagli eunuchi, gli adulato-

ri, i parassiti, i delatori e le spie che in essa pullulavano.

Di simili personaggi ne furono allontanati a migliaia. Ri- dusse considerevolmente la servitù, diminuì di circa un

quinto l’imposizione fiscale in tutti i territori dell’Impero, perseguì con rigore gli esattori corrotti, risanò il sistema postale. Eliminò dalle insegne militari il labaro, lo sten- dardo imperiale con il monogramma di Cristo, e dette nuo-

vo impulso agli antichi culti e all’educazione classica” 73 . Giuliano non fu per niente intollerante e non fece nes-

sun tipo di persecuzione contro religioni o culti. Al contrario istituì la libertà di culto, restituì quanto era stato rubato

da templi, fece tornare dall’esilio persone condannate per

le loro credenze. Come scrisse Gibbon in realtà l’unica cosa

spiacevole che impose ai cristiani fu che gli tolse la facol-

tà di torturare i loro concittadini, essendo manifestamente

contrario ad ogni tipo di imposizione violenta sulle perso- ne. Giuliano in una lettera agli abitanti di Bostra scrive:

“Per persuadere e istruire gli uomini occorre usare la ragio- ne, non la violenza, gli oltraggi o le pene corporali. Non mi

62

Sotirios Fotios Drokalos

stancherò mai di ripeterlo: chi è animato da autentico zelo

per la vera religione, non ricorrerà a nessun tipo di violenza contro i Galilei. Più che odio bisogna provare compassione verso di loro che hanno la sfortuna di sbagliare a proposito

di questioni così importanti” 74 .

Mentre quelli prima di lui e quelli dopo di lui affron- tavano ogni questione con la forza del potere, lui scrisse dei

libri. Il suo “Contro i galilei” è una delle due opere anticristia- ne di filosofi pagani che ci sono giunte in buone condizioni, insieme a quella di Celso (mentre tantissime altre sono state eliminate dai roghi cristiani o quasi, come la già menzionata

di Porfirio). Poteva emanare degli editti, vietare la pratica

del culto cristiano, condannare all’esilio e alla morte, ruba-

re e distruggere chiese per costruire dei templi, agire vale a

dire con lo stesso modo degli imperatori cristiani suoi prede- cessori; lui invece, da pagano e filosofo cercò di contrastare l’influenza cristiana con la parola e gli argomenti. Ci sono ancora molti esempi della gentilezza e dell’umanità dell’im- peratore Giuliano estranei ai suoi predecessori e successo- ri cristiani e dei loro collaboratori spirituali. Nel luglio del 362 Giuliano, che naturalmente era alquanto polemico con l’ebraismo nei suoi testi, diede agli ebrei l’autorizzazione a riedificare il tempio di Gerusalemme e inoltre promise che avrebbe provveduto a restituire loro la patria (!) 75 . Gli ebrei,

entusiasti con l’imperatore pagano, cominciarono a rico- struire il tempio ma nel maggio del 363 un incendio causò danni gravissimi. I cristiani salutarono questo evento come

Cristianesimo sanguinario

63

“miracoloso”, come al solito. Lo stesso accadde con l’uccisio-

ne di Giuliano che avvenne un paio di mesi dopo, dopodiché

con il ritorno del potere in mani cristiane, gli ebrei saranno

di nuovo sotto continua persecuzione fino ai giorni nostri.

Qui Giuliano dimostra invece che lui sapeva, come ogni persona veramente buona e sana, distinguere fra le idee e battaglie ideologiche e tra persone in carne e ossa e i loro bisogni. Nello stesso tempo le città di Atene, Gaza, Emesa, Ierapoli, Aretusa, Apamia, Seleucia e molte altre, salutano l’imperatore come “restitutor liberatis” e in tantissime epi- grafe viene chiamato “restitutor templorum76 ; ma anche i cristiani donatisti lo chiamavano “baluardo della giustizia” (!) perché aveva fatto tornare dall’esilio molti loro adepti, perseguitati dal regime cristiano ortodosso. Le classi subal- terne ritrovavano la struttura imperiale romana e i suoi benefici dopo tanti anni di regime protofeudale cristiano, cosicché Libanio dopo la scomparsa del sovrano scriverà:

“Poveri contadini, tornerete ad essere vittime del fisco!”. E forse non potrebbe essere testimonianza più onorifica per Giuliano di quella del padre della chiesa, oltre che uno dei tre “gerarchi” Gregorio Nanziazeno, che scrisse scontento che “gli ronzavano le orecchie” dagli elogi che da tutte le parti si rivolgevano a questo imperatore “idolatra” 77 . No- nostante Valentiniano, poi diventato imperatore, abbia ne- gato con disprezzo di onorare gli dèi, Giuliano lo tenne con un’altissima carica nell’esercito stimando la sua sincerità e il suo coraggio 78 . Questo fa capire molto sulla tolleranza

64

Sotirios Fotios Drokalos

di Giuliano verso le persone, ma l’evento che lo eleva ad

“esempio unico nella storia di popoli e re” 79 è quello relativo

alla sua visita ad Antiochia. Antiochia, una città già allora fortemente cristianizzata, abituata ad uno stile di vita de-

pravato, sibaritico, avido, non gradì la semplicità e il rigore razionalista e sereno dell’imperatore. Gli antiochei presero

ad insultarlo e deriderlo, e lui, che poteva annientarli dalla

faccia della terra con un semplice cenno, abbandonò la città

e scrisse un vero capolavoro letterario, il “Misopogon” (ne- mico della barba), in cui con umorismo malinconico, ironia

e autosarcasmo rispose agli insulti dei suoi insolenti suddi- ti dando una vera prova di educazione. Gli antiochei in se- guito chiesero perdono e lo invitarono a tornare in città ma lui rifiutò. Il primo a rivalutare Giuliano in era moderna

fu un cristiano, lo storico Lowenklav, che nel 1576 scrisse:

“Lasciamo da parte la religione, e vediamo che uomo fosse Giuliano. C’erano in Giuliano, non adombrati ma evidenti, moltissimi segni di insigni virtù; se non le avesse oscurate

l’errore nel culto del vero Dio, sarebbe stato lecito vedere

in lui certamente l’immagine ideale del principe buono, e

pur giovanissimo

a Giuliano, non vorrebbe esaltare quell’uomo illustre per

Tuttavia,

si trovano scrittori così alieni da ogni spirito di umanità, da non esitare a sminuire le sue virtù col solo pretesto dell’apostasia, e da dichiararlo principe poco fausto, anzi rovinoso per lo stato” 80 .

tante e sì mirabili virtù di anima e di corpo?

Chi dunque, chiedo, se pur ostilissimo

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Un altro cristiano, il teologo protestante Gottfried Arnold continuò su questa strada nel 1699, e infine, con l’Illuminismo, Giuliano conosce quattordici secoli dopo il riconoscimento che meritava. Voltaire scrisse: “Questo personaggio, dipinto in modo così detestabile, è stato l’uo- mo più illustre o tra i più illustri del passato” mentre un altro colosso della civiltà europea, l’“olimpio” Goethe, si dichiarava “orgoglioso di comprendere e condividere l’odio nutrito da Giuliano nei riguardi del cristianesimo”. Mon- taigne e Chateaubriand lo annoverarono tra i più grandi della storia, Shaftesbury e Fielding mostrarono stima per lui, Montesquieu lo considerava un grande uomo di stato, autori come Schiller, Ibsen, Kazantzakis, Gore Vidal com- posero drammi, tragedie e romanzi dedicati a lui, Edward Gibbon dichiarò che Giuliano fu veramente degno del suo posto di governatore del mondo, e Rubin, Browning e Stein rispettivamente scrissero: “Sebbene sia stato un grande scrittore e un generale ancora più grande, egli fu soprattut- to una personalità eccezionale”, “il suo carattere possedeva una nobiltà innata che come un faro eclissava i molti oppor- tunisti che lo circondavano”, “il regno di Giuliano fu uno dei migliori che l’impero romano abbia mai conosciuto” 81 . Visto che non si possono esprimere le proprie idee nel modo che usarono i santi e padri della chiesa cristiana nel passato e violentare la verità storica giacché i tempi sono per for- tuna cambiati, ultimamente si polemizza contro Giuliano usando una menzogna piacevole e comoda anche per vari

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“moderati”, “oggettivi”, “seri” ecc: si dice che il tentativo di Giuliano sia stato irrealistico e romantico. Questa moderna apologetica cristiana occulta il fatto che all’epoca di Giu- liano la religione maggioritaria presso i popoli dell’Impe- ro continuava a non essere il cristianesimo ma le religioni etniche tradizionali; in particolare in Grecia e nella stessa Roma, cioè al centro spirituale e politico dell’impero, il cri- stianesimo praticamente non esisteva affatto e non poteva trovare nessuna accoglienza significativa. Ci sono voluti ancora decenni di oppressione e di stragi crudeli oltre ogni immaginazione della chiesa e degli imperatori cristiani suc- cessori di Giuliano affinché le nazioni cardine dell’Impero si sottomettessero e non “accettassero”, l’ideologia del regi- me. Con l’imperatore morto la questione era chi gli sarebbe succeduto. La carica fu proposta al filosofo neoplatonico e nobile gallo Sallustio, prefetto del pretorio e consigliere di Giuliano, che è anche scrittore dell’importantissimo tratta- to “Degli dèi e del mondo”, un’opera indispensabile insieme ai libri di Celso, Porfirio, Anneo Cornuto e addirittura Giu- liano per chi vuole conoscere la teologia greca e in generale politeista e le sue differenze coi tre grandi monoteismi 82 . Egli però rifiutò. Vorrei commentare la scelta dal nobile gallo, che si- curamente indica un uomo di grande personalità. Ma indi- ca altresì un moralista che agì con la sua coscienza come unico riferimento e non come cosciente soggetto storico. La scelta di Sallustio esaltò il suo Io morale ma abbandonò il

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potere nelle mani cristiane con le conseguenze disastrose che vedremo in seguito. Certo non dobbiamo essere eccessi-

vamente severi, perché sia Sallustio che lo stesso Giuliano, non possono essere accusati più di tanto per la loro scel-

ta di non dichiarare guerra ad oltranza al regime cristiano,

poiché anche se avevano l’esperienza storica di mezzo secolo

di dominio oppressivo e terroristico, e come filosofi capivano

perfettamente la natura del cristianesimo a livello teorico, era piuttosto naturale per loro non poter immaginare quanto

distruttivo sarebbe stato l’atteggiamento del potere cristiano

in seguito, cosa che per noi invece è un dato storico. Anche se

in particolare per Sallustio questa ignoranza relativa avreb-

be dovuto essere molto ridotta nel momento in cui si trovò di

fronte al corpo senza vita di Giuliano.

in cui si trovò di fronte al corpo senza vita di Giuliano. Dibattito immaginario tra Averroè

Dibattito immaginario tra Averroè e Porfirio, XIV secolo

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RESTAURAZIONE E IMPOSIZIONE DEFINITIVA DEL REGIME CRISTIANO

Stragi, distruzioni, persecuzioni

All’indomani della tragica morte di Giuliano e dell’esaltazione dei teorici cristiani, le rianimate folle fana- tiche, ormai completamente incontrollate e incontrollabili, ripresero a distruggere i templi e le statue e a costruire chiese cristiane con i loro materiali, ancora più convinte e aggressive di prima; le aggressioni non si limitavano a col- pire gli edifici e le opere ma aggredivano anche le persone in modo sempre più disinvolto e frequente poiché avevano di nuovo il sostegno e la protezione delle forze dell’ordine imperiale. I pagani e in particolare quelli fra di loro che erano più in vista, più colti, più nobili, più ricchi, sempre più spesso finivano rinchiusi in galera o addirittura uccisi e privati del loro patrimonio. Tutto ciò accadeva nonostante l’imperatore fosse una persona piuttosto tollerante e avesse inizialmente l’inten- zione di governare senza troppe tensioni, specialmente per quanto riguardava l’ambito religioso. Ma per i duri teocrati cristiani questa era la grande occasione di imporre il loro

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anelastico dogma sulle nazioni, l’ora di annichilire il paga- nesimo, il pensiero greco e le varie culture: l’ora dell’attacco frontale. Esercitarono quindi pressioni intense su Giovia- no esigendo che agisse con maggior aggressività contro i pagani per provare la sua fede cristiana. Gioviano, che a causa del suo approccio più tollerante aveva seguito con at- tenzione e atteggiamento favorevole i discorsi del filosofo Temistio, che sosteneva che la conoscenza del divino non può essere rigida e unica, causando l’ira dei cristiani della corte, alla fine soccomberà alle pressioni della chiesa. Sarà questo cristiano tollerante a chiudere molti templi pagani e a vietare i sacrifici festosi formali; ma soprattutto fu lui a ordinare l’incendio della restaurata biblioteca di Antiochia cosicché andasse perduta “la saggezza che ispirarono i de- moni nelle menti dei pagani” 83 . In seguito Valentiniano I e Valente, due fratelli di discendenza umile provenienti dalla Pannonia, imperato- ri rispettivamente d’Occidente e d’Oriente a partire dal 364, emanarono tre editti, il 4 febbraio, il 9 settembre e il 23 dicembre 364 con cui i patrimoni dei templi pagani che erano stati restituiti dall’amministrazione di Giuliano venivano di nuovo sequestrati, e inoltre veniva ripristi- nato il divieto di ogni tipo di rito pagano. Si era sostan- zialmente tornati all’era precedente il regno di Giuliano, con ulteriori convinzioni e certezze da parte cristiana, che si traducevano in maggiore aggressività e dissolutezza. Sei anni più tardi, nel 370, alle violenze e gli assalti dei

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gruppi di monaci e altri fanatici venne ad aggiungersi una grande persecuzione contro matematici, astrologi e adep- ti pagani in tutto l’Impero d’Oriente, lanciata dalla stessa corte di Costantinopoli 84 , che causò migliaia di morti, men- tre moltissimi templi, statue, sculture e dipinti finirono a pezzi o formarono ammassi di oggetti “idolatri” e “diabolici” da eliminare con il fuoco. Innumerevoli libri di filosofia, di astronomia, di matematica, di poesia, vennero bruciati nel- le piazze, considerati libri di “magia”, mentre importanti personalità come l’ex governatore d’Antiochia Fidustio e i sacerdoti Ilario e Patrizio e soprattutto il filosofo neoplato- nico Massimo, che fu il mentore dell’imperatore Giuliano, vennero uccisi dopo essere stati torturati. Qui ci sarebbe bisogno di una precisazione: per l’epo- ca della quale stiamo parlando il termine “magia” indica- va per i cristiani la filosofia stessa e le scienze, incluse la matematica e la medicina. Non fu cioè per uno sbaglio di alcuni fanatici ignoranti che vennero distrutte tutte quelle opere, in questo caso e in tantissimi altri simili scambiati per libri di magia, ma vennero invece distrutte esattamente per quello che difatti erano, frutti del pensiero, della razio- nalità e dell’immaginazione umana, elementi inaccettabili e demonici per la chiesa cristiana. Per percepire meglio il clima oscuro di quei gior- ni è molto utile il riferimento dello stesso san Giovanni Crisostomo, il quale racconta una sua esperienza perso- nale risalente a quando aveva soltanto 16 anni. Egli ed

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un suo amico si trovavano un giorno vicino ad un fiume e là scoprirono la presenza di un libro: “Lo abbiamo aperto e ci abbiamo visto dentro dei simboli magici. Nello stesso momento ci è arrivato vicino un soldato. Il mio amico ha

nascosto il libro sotto il suo abito e ci siamo allontanati ag- ghiacciati dalla paura. Perché chi avrebbe creduto che noi avevamo solo trovato il libro presso il fiume e lo avevamo levato, quando tutti venivano arrestati, perfino coloro che

Dio alla fine ci ha permesso di

togliercelo di dosso e di salvarci dal pericolo tremendo di essere arrestati” 85 . È evidente che i “simboli magici” a cui si riferisce Giovanni Crisostomo erano in realtà probabil- mente dei simboli geometrici. Come detto per i cristiani dei primi secoli, ma in realtà anche per quelli dei secoli più vi- cini a noi e in alcuni casi anche del nostro, la stessa filosofia e scienza erano “magia”; il “filosofo” ed il “matematico” si identificarono a livello teologico e popolare, ma anche pur- troppo giuridico, coi cosiddetti “stregoni”. Per quanto riguarda Giovanni Crisostomo, ovvia- mente da tutto il terrore, gli arresti e le condanne di in- nocenti che vide intorno a lui nella sua giovinezza, di cui lui stesso racconta, non provò disprezzo per queste prati- che ma a quanto pare piuttosto ammirazione, dal momento che, come vedremo, crescendo diventò uno dei più terribili persecutori di greci e grecisti. Certamente non a caso egli è anche oggi considerato così importante, - non solo santo per i cattolici, ma anche uno dei tre “gerarchi” per l’ortodossia,

sembravano innocenti? (

)

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la parte cioè del cristianesimo che occupò e continua ad oc-

cupare il nucleo storico del mondo greco. Nel corso di questa persecuzione, che ebbe inizio nel 370, si concluse anche l’operazione di diffamazione di Giu-

liano e dei suoi collaboratori, iniziata subito dopo l’ascesa

di Valentiniano e Valente sul trono, tramite apposite com-

missioni create ad hoc. Ai collaboratori di Giuliano era- no state rivolte accuse secondo cui essi, con l’uso di varie malie, avrebbero determinato una loro malattia. Nel 370- 371, nell’ambito dell’orrenda persecuzione dei greci 86 , tut-

ti i rimanenti ufficiali di Giuliano furono licenziati, come

ad esempio Sallustio, oppure vennero rinchiusi in carcere

o infine uccisi dopo essere stati sottoposti a torture, sempre con l’accusa di “magia”. Alcuni di quei “maghi” erano il me- dico Oribasio, il filosofo Simonide, il vescovo cristiano ma filogreco e criptopagano Pegasio e il già ricordato filosofo Massimo 87 . La persecuzione e il terrorismo del regime cristiano contro i greci vennero intensificati dopo la nomina al posto

di proconsole dell’Asia di Valente di Festo, un personaggio

sanguinario a cui fu data libertà d’azione assoluta. “Dovun-

que si levarono i pianti e i lamenti di tutti, perché le prigio-

ni erano piene di persone rinchiuse senza motivo, e quelli

trascinati per le strade erano in maggior numero rispetto a quelli rimasti nelle città. I delatori potevano andarsene senza nessun pericolo, in quanto obbligati solo ad accusa- re; di quelli sottoposti a giudizio, invece, alcuni venivano

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condannati a morte, senza prove legali, altri perdevano i

loro beni, lasciando i figli, le mogli e tutti i parenti nella più completa miseria. Lo scopo infatti era raccogliere, con empietà di vario genere, molto denaro per lo Stato. Pertan- to, tra i filosofi conosciuti fu ucciso per primo Massimo, e

e ancora Simonide, il lidio

Patrizio e Andronico di Caria. Tutti questi erano uomini

di elevata cultura (

che i delatori con il loro seguito irrompevano impunemente nelle case di chi capitava, portavano via quelli che incontra- vano e li consegnavano a coloro che avevano l’ordine di ucci- dere tutti anche senza processo. A dirigere questi delitti era Festo, uomo pronto a ogni sorta di crudeltà, che l’impera- tore aveva mandato come proconsole in Asia, per eliminare

tutti gli uomini di lettere. Il piano si realizzò. Festo, infatti,

L’intera situazione era così confusa

dopo di lui Ilario di Frigia (

);

).

si mise in cerca di tutti: ne scovò alcuni e li uccise senza

processo; altri invece li costrinse a un volontario esilio oltre

frontiera” 88 . Nel frattempo le persecuzioni avevano comin- ciato a prendere piede anche in Occidente già a partire dal 370. Valentiniano, sotto l’influenza del prefetto Massimi- no provvide all’eliminazione o la neutralizzazione, trami-

te l’incarcerazione o l’esilio, di centinaia di nobili romani

“idolatri”, usando torture d’ogni tipo per strappare loro delle “confessioni”. Un brano abbastanza rivelatore del loro atteggiamento, dello storico greco-romano Ammiano Mar- cellino contemporaneo agli eventi, ci informa che entrambi questi provinciali di cultura nulla “odiavano gli eleganti, i

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colti, i ricchi e i nobili” 89 . Quest’ultima informazione, insie- me al soprastante intenso testo di Zosimo, conferma inoltre quanto sostenuto da me in precedenza, ossia che il nuovo regime cristiano attaccò con enorme ferocia le aristocrazie tradizionali dell’Impero, che a parte la ricchezza erano carat- terizzate dalla cultura greca. È comprensibile dunque il fatto che in quel tempo moltissime biblioteche vennero bruciate dai loro stessi proprietari, che così facendo speravano di sal- vare la loro vita e il loro patrimonio dalla chiesa e dal potere imperiale. In questi anni di grandi persecuzioni contro i pagani opera anche il siriano San Martino 90 , un ex eremita che poi diventò vescovo e infine santo grazie ai presunti suoi poteri “telepatici” ed “esorcistici”. Martino era evidente- mente psicotico, siccome pensava di essere in contatto di- retto con gli apostoli Pietro e Paolo, la Madonna e una serie di “sante” 91 , e naturalmente pensava di combattere, sempre in senso fisico, contro il diavolo. Ma purtroppo il santo non si trovava nella Grecia pagana, dove c’erano dei sanatori speciali per le persone affette da disturbi neuro- logici, come nel mondo contemporaneo occidentale. Così la sua malattia lo perseguitò per tutta la vita e ancora peggio, lo fece diventare un feroce persecutore degli “idoli” e di intere popolazioni e culture. Egli costrinse migliaia di galli a convertirsi al cristianesimo facendone massacrare altrettanti che si rifiutavano di abbandonare la loro reli- gione patria, mentre in tutta la Gallia furono distrutti i

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templi pagani dai battaglioni d’assalto guidati dallo stesso Martino, la cui attività in Gallia, consacrata e così pre- ziosa per la chiesa durò cinque anni, concludendosi con grande successo nel 375.

Teodosio I, Ambrogio e gli ultimi tentativi dell’aristocrazia pagana di Roma

Dopo la disastrosa sconfitta di Valente e la sua morte per mano dei goti nella nota battaglia di Adrianopoli nel 378, che comportò la prima penetrazione barbarica nell’area bal- canica dell’Impero e la situazione drammatica che vi si venne a creare, il nuovo imperatore Graziano, ammettendo la sua inefficienza, chiamò un generale spagnolo di nome Flavio Te- odosio ad aiutarlo con il governo e affrontare la crisi. Un anno e mezzo dopo, il 27 febbraio 380, da Costan- tinopoli, dove fu situata la sua sede, l’ormai imperatore Te- odosio I, un fanatico cristiano che per tutto il suo regno pro- mosse con decisione gli interessi della Chiesa, dichiarò che unica religione ufficiale dello Stato dovesse da quel momen- to in avanti essere il cristianesimo. E non solo: il cristiane- simo con questa legge non diventò esclusivamente l’unica religione ufficiale, ma anche l’unica religione accettabile, nella sua forma specifica che onora la “Santa Trinità”, ossia il dogma da cui provengono il cattolicesimo e l’ortodossia. Chi non credeva alla “Santa Trinità” era ormai “ignoran- te, cieco, stolto”, e quindi ogni altra religione venne da

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allora in poi considerata illegale 92 . Teodosio inoltre diede al vescovo di Milano Ambrogio il permesso di distruggere tutti i templi “idolatri” e usare le loro rovine come mate- ria prima per la costruzione di chiese cristiane.

È utile precisare che Teodosio odiava il teatro perché

riteneva fosse roccaforte dell’“idolatria”, e dunque negò tut-

ti i diritti civili e politici agli attori, uguagliando sotto il pro- filo morale la loro professione a quella dei galeotti e delle prostitute. Questo atteggiamento verso gli attori e il teatro, che rimarrà inalterato nei secoli successivi tanto in Oriente quanto in Occidente per tutto il medioevo, non proveniva da un capriccio di Teodosio ma esprimeva la tesi ufficiale della chiesa cristiana e di diversi suoi padri e maestri, primo fra tutti Giovanni Crisostomo, come vedremo in seguito. Il dominio cristiano ai vertici del potere imperiale e la conseguente sfrenatezza delle folle fanatiche cristiane e dei loro capi non può occultare però una realtà ben diversa da quella che la propaganda della chiesa vuole presenta- re. La frequenza con cui venivano emanati editti perlome- no simili se non identici che imponevano il cristianesimo come unica religione dell’Impero e perseguitavano i culti pagani, dimostra che essi non riuscivano ad essere rispet- tati dai popoli dell’Impero, ma anche che gli stessi ufficiali non erano, in linea generale, particolarmente scrupolosi nel farli rispettare.

A questo punto bisogna aggiungere che il predomi-

nio del cristianesimo, come risulta anche da quest’ultimo

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ragionamento, pochissimo o niente ha in comune con una sorta di rivoluzione sociale come alcuni hanno pensato ne- gli ultimi tempi, marxisti in primis, arrivando al punto di considerare i cristiani come i primi rivoluzionari sociali

della storia, come se la storia di Atene o di Roma non fosse piena di lotte sociali e come se la democrazia, il diritto,

le istituzioni dell’Illuminismo non fossero prodotti della

civiltà che esse rappresentano. A mio avviso, invece di “ri- voluzione”, si tratterebbe di un colpo di stato commesso da una nuova aristocrazia periferica e militare di origine barbara, avversaria della classica aristocrazia senatoriale

e istituzionale di cultura greco-romana. Gli unici popoli che

hanno invero accettato liberamente il cristianesimo furono tribù barbare, ad esempio i visigoti e in genere i goti, che

erano privi di culture evolute e profonde e accettarono quin-

di di convertirsi in cambio di terre imperiali. Questi popoli

primitivi furono parecchie volte usati dalla chiesa e dagli im- peratori cristiani come pionieri delle orde che venivano man- date contro le nazioni di grande cultura e tradizione presso cui il cristianesimo non ebbe nessuna, o pochissima, diffusio- ne naturale e libera. Infatti le dottrine cristiane nella parte più avanzata dell’Impero, presso i greci e i romani, “non tro- varono la stessa simpatia come presso i popoli dell’Est. E non credo che avrebbe vinto [il cristianesimo] così presto, dentro

il mondo romano, contro la religione antica usando la via del-

la benignità, se non fossero venute in suo aiuto le spade di barbari neoconvertiti e imperatori fanatici’’ 93 , scrive già nel

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Sotirios Fotios Drokalos

1830 giustamente J.P. Fallmerayer. Infatti, poco tempo dopo vedremo il regime cristiano mandare le orde gote contro la Grecia e Roma. La legge del 2 maggio 381 94 , “contro gli apostati”,

che determinava la perdita di ogni diritto politico da parte

di

coloro che abbandonavano il cristianesimo per torna-

re

al paganesimo, dimostra che, diversamente da quanto

la

propaganda cristiana sostiene, non è mai esistita una

presunta ondata unilaterale di conversioni verso il cristia- nesimo. Benché il potere politico, dopo il colpo di stato di Costantino, e definitivamente dopo l’omicidio di Giuliano nel 363, fosse passato in modo sempre più totalitario nelle mani dei cristiani, non solo non permise al cristianesimo una diffusione trionfale ma addirittura moltissime per- sone che furono inizialmente illuse gli girarono le spalle per tornare alle religioni politeiste. Il bisogno di emanare un editto imperiale con questo scopo fa inoltre capire che questa tendenza all’abbandono del cristianesimo, che mal- grado le persecuzioni contro i pagani rimaneva comunque minoritario, non aveva una dimensione locale o seconda- ria ma era estesa su tutto il territorio. In seguito, il 21 di- cembre 381, venne emanato ancora un editto che vietava ogni sacrificio o visita ai templi con lo scopo di chiedere “consigli su argomenti incerti”, vale a dire visitare l’ora- colo; perché “noi con la Nostra giusta istituzione determi- nammo che il Dio deve essere onorato con preghiere pure e non con canzoni abominabili” 95 .

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In parallelo nell’isola di Cipro, il vescovo Epifanio, nemico sfegatato del culto di Afrodite, vieta i misteri del- la dea e fa convertire violentemente gli abitanti dell’isola al cristianesimo. Come suo collaboratore c’è un uomo che verrà proclamato santo, Ticone, il quale partecipò con gran- de entusiasmo e gran convinzione alle stragi contro i greci, agli incendi dei templi e dei libri, alla distruzione delle sta- tue. Ticone, ci informa il suo biografo, “fece vergognare la falsità idolatra”. L’imperatore Teodosio intanto darà una mano al vescovo Epifanio in questo suo duro lavoro santo:

per suo ordine “chi non obbedisce a padre Epifanio se ne esca dall’isola” 96 . Negli stessi anni in Occidente l’imperatore Flavio Graziano, un giovane disinteressato alla politica ma appas- sionato di corsa, equitazione e soprattutto caccia, abrogò il diritto dei templi pagani di ereditare nuove proprietà, sequestrò tutto il loro patrimonio mobile e immobile già esistente e abrogò la fiscalizzazione delle loro proprietà terriere, sostanzialmente condannandoli al disfacimento economico e alla morte. Graziano al tempo della sua ascesa al trono come figlio di Valentiniano I aveva solo 16 anni e quindi per tutto il suo regno si trovò sotto l’influenza del vescovo di Milano Ambrogio e del vescovo di Roma Damaso, che in realtà governavano. Esempio significativo di questa influenza è quanto avvenuto nel 378, quando Graziano promulgò un editto con cui veniva garantita la tolleranza nei confronti di tutte le diverse fedi cristiane, tranne che

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per le sette estremiste, abrogato il 3 agosto 379 dopo un intervento del vescovo Ambrogio 97 . Gravissime furono le azioni di Graziano anche a li- vello simbolico, primo fra tutti il suo rifiuto del titolo tradi- zionale del Pontifex Maximus perché considerato idolatra. Questa azione, particolarmente offensiva non solo per la religione romana ma anche per la tradizione repubblica- na e la storia romana, fu seguita dall’appropriazione del titolo, spogliato naturalmente dal suo vero significato, dal vescovo di Roma Damaso 98 che così divenne il primo Pon- tifex cristiano e diede inizio a questa usanza dei papi. Egli impose inoltre lo spegnimento dell’eterno sacro fuoco della dea Vesta e cacciò le sue sacerdotesse, sequestrando il loro enorme patrimonio che regalò alla chiesa. Infine nel 383 tolse nuovamente, dopo la restituzione temporanea a cui aveva provveduto Giuliano, l’altare della Victoria dall’aula del Senato. La campagna antipagana di Graziano include- va anche vandalismi di ogni tipo e distruzioni di luoghi sa- cri, sempre sotto il comando e per il compiacimento dei due suddetti vescovi. Gli ufficiali e aristocratici pagani, in nome della gran- de maggioranza del Senato e del popolo romano, avendo al comando Vettio Agorio Pretestato e Quinto Aurelio Simma- co, chiesero udienza all’imperatore, che venne rigettata insie- me ad ogni altra discussione. Alla fine la delegazione pagana venne accettata un anno dopo, nell’estate del 384, quando sul trono d’Occidente si trovava il giovanissimo Valentiniano II

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che aveva allora solo tredici anni, dopo che Graziano era stato ucciso durante un golpe guidato dallo spagnolo Magno Massi- mo, che a sua volta fu sconfitto dall’imperatore d’Oriente Te- odosio. Dunque Pretestato e Simmaco, delegati del Senato stesso chiesero a Valentiniano II che l’altare della Victoria, rappresentante la Roma secolare e pagana dai tempi della Repubblica a quelli di Augusto e di Marco Aurelio, venisse rialzato e i danni economici inflitti ai templi pagani restitu- iti. Dalla “Relatio de ara Victoriae”, la relazione di Simma- co per l’imperatore, leggiamo: “Nel nome degli Dèi Patrii, nel nome degli Dèi autoctoni, supplichiamo la pace. Si deve rispettare quello che le altre persone credono. Tutti guar- diamo alle stesse stelle e tutti siamo coperti dallo stesso domo celeste, siamo circoscritti dallo stesso universo. Che importanza ha un culto particolare, tramite il quale ciascun uomo cerca la verità? La strada che guida ad un mistero così grande non può essere uguale per noi tutti. Ma forse queste sono argomentazioni vane. Al punto dove ormai stiamo non c’è spazio per argomenti ma solo per implorazioni” 99 . Ma neanche queste belle parole toccanti riusciranno a convincere il potere cristiano che governava tramite l’impe- ratore adolescente ad ammorbidire il suo atteggiamento af- finchè mostrasse rispetto verso le altre tradizioni religiose. Il vescovo Ambrogio minacciò il piccolo Valentiniano di scomu- nica nel caso avesse accolto le richieste dei pagani e lui, nella veste dell’imperatore di Roma, invece di sopprimere il disin- volto teocrate gli obbedì. Decisione che dimostra oltre ogni

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dubbio che ormai i vescovi cristiani avevano un’influenza decisamente più forte dell’illustre Senato di Roma. La stes- sa Relatio di Simmaco aveva già sottolineato apertamente la questione riferendosi al culto pagano come tradizione che andava rispettata se non per riguardo alle religioni in gene- re, almeno perché si trattava di una tradizione della stessa Roma: “Perché se ogni spiegazione razionale del divino è av- volta nel mistero, su quale elemento si può più correttamente fondare la conoscenza della divinità, se non sui ricordi e sulle testimonianze dei benefici da essa elargiti? E se è vero che l’antichità conferisce prestigio alle religioni, allora dobbiamo conservare una fede praticata per tanti secoli e non disco- starci dall’esempio dei nostri antenati, ai quali giovò avere seguito quello dei loro. Immaginiamo ora che Roma sia qui presente e che si rivolga a voi con queste parole: “Ottimi im- peratori, padri della patria, rispettate questa mia vecchiaia alla quale sono pervenuta grazie all’osservanza dei riti. Con- sentitemi di celebrare le cerimonie ancestrali, perché non ho ragione di pentirmene. Questi culti hanno ridotto il mondo sotto il mio dominio, questi riti hanno ricacciato Annibale dalle mura, i Senoni dal Campidoglio. Per questo dunque sono stata salvata: per subire rimproveri nell’età senile?” 100 . In seguito a questa decisione Simmaco si dimise, ab- bandonò la vita politica e si ritirò nelle sue terre in Campa- nia mentre Pretestato morì di malinconia in quello stesso anno. Questo era l’ultimo tentativo giuridico e politico dei romani di salvaguardare la tradizione religiosa e politica

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ancestrale, ma ormai divenne chiaro che l’impero era pas- sato sotto il controllo dell’intolleranza e intransigenza più assolute, e lo stesso diritto romano insieme alle istituzioni veniva declassato a strumento di un potere dispotico di tipo orientale. Nondimeno la città eterna offrirà un ultimo lam- po politeista e repubblicano pochi anni dopo, prima di cade- re definitivamente sotto le millenarie tenebre teocratiche. In Oriente le grandi persecuzioni contro i pagani continuano con la nomina del fanatico cristiano spagnolo Materno Cinegio, quale proconsole d’Oriente, da parte di Teodosio. Cinegio subito dopo la sua nomina cominciò a far demolire templi ellenici nelle regioni del suo dominio o a

trasformarli in postriboli e porcili. Fu distruttivo anche nei confronti delle biblioteche e dei “blasfemi” libri greci, che essendo libri di filosofia, matematica, astronomia, storia, teatro erano per lui, nonché per la Chiesa, inaccettabili e da eliminare. Egli, incitato da sua moglie Acanzia, che era anch’essa una fanatica cristiana che nutriva un odio sfre- nato per le intellettuali del suo sesso, perseguitò con grande accanimento particolarmente le intellettuali di sesso fem- minile distruggendo le loro opere. Abitudine generalizzata

e diacronica quest’ultima, non vizio personale di Materno

Cinegio e Acanzia, che rispecchia le concezioni cristiane stesse a proposito della femminilità, che portarono fra al-

tro ad una eliminazione totale delle opere greche scritte da donne. Come scrive Rassias: “il vescovo cristiano Agostino

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l’atto sessuale è come tale tanto “satanico” che sostanzial- mente tutte le coppie si dedicano alla prostituzione, tutti i letti matrimoniali sono bordelli e tutti i suoceri galeotti 101 , mentre Clemente dichiarerà, già nel secondo secolo, che la donna dovrebbe morire dalla vergogna per il solo fatto che è nata donna 102 . Tommaso, arriva al punto di vietare ai cristiani sposati ogni rapporto con le loro mogli e dichia- ra di essere venuto per “cancellare le opere della donna” 103 . (…) Avendo in mente tutto ciò, compreso il suggerimento di Paolo 104 non sembra affatto strana la distruzione totale di quella parte della letteratura antica greca scritta da donne:

Aspasia fu un famoso medico e studiosa probabilmente del I secolo. La sua notevole opera – nota a noi da altre fonti – sulla ginecologia venne distrutta, come vennero distrutte anche le opere di centinaia di donne del mondo “idolatra”, come ad esempio quella dell’innografica e poetessa Telesi- la di Argo, della poetessa lirica Corinna di Tanagra, della poetessa Aneta di Tegea - che Antipatro chiamò “Omero femminile”, (…) dell’allieva di Pitagora, la filosofa Arignote (…), della brillante filosofa, matematica e astronoma - ma anche martire - Ipazia. Come vennero date al fuoco - e inol- tre non dalla sporca plebe ma dalla chiesa ufficiale stessa - le poesie di Saffo” 105 . Poi il proconsole spagnolo tra il 385 e il 388, anno in cui morì, lavorando in collaborazione col vescovo Marcello, demolì il celebre tempio di Edessa, quelli dell’isola Imbro (templi di Zeus, Ermes, Dioniso, Artemide, Apollo, Nemesi,

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Asclepio, Persefone ecc), quelli di Palmira, il grande tempio

di Zeus ad Apamia, che all’epoca era la seconda più grande

città siriana dopo Antiochia e centro della scuola filosofica neoplatonica di Giamblico, e probabilmente fu responsabile della distruzione definitiva dell’oracolo di Apollo Didimeo che era stato restaurato da Giuliano. Il tutto accompagnato da continue violenze contro le popolazioni di quei luoghi in un clima di terrorismo 106 .

Nel 388-89 bande di monaci portatori di clave, pietre

e ferri, che quando non agivano da sole accompagnavano

le azioni delle folle guidate da vescovi e preti, delle armate

bizantine e dei condottieri barbari cristiani, colpirono con grande ferocia la Siria e la Mesopotamia, mentre folle gui- date da vescovi causavano grandi distruzioni non solo ai templi pagani ma anche alle sinagoghe ebraiche e alle chie-

se cristiane “eretiche” (in questa occasione quelle dei cosid-

detti “valentiniani”). Teodosio allora ordinò che le sinago- ghe e le chiese venissero ricostruite a spese dei distruttori - ordine mai dato invece dal potere imperiale per i templi pagani, tranne che ovviamente nel periodo di Giuliano - e ciò causò la reazione rabbiosa del vescovo Ambrogio che in- vece considerava giuste le azioni dei suoi colleghi orientali sostenendo che gli incendi erano necessari per la “purifi- cazione di questi luoghi di demenza ed empietà”. D’altra parte gli ebrei erano per il vescovo di Milano e maestro della chiesa meritevoli di morte e dovevano essere cacciati ovunque col “flagello di Cristo”, quindi non vi era niente

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Sotirios Fotios Drokalos

di male nel perseguirli e distruggere le loro sinagoghe 107 .

Quindi Ambrogio minacciò Teodosio di non celebrare mai più messa per lui. L’imperatore si offese e questo malcon- tento nelle relazioni personali tra questi due esponenti al

vertice del regime offrì un piccolo sollievo all’aristocrazia senatoriale romana che rimaneva fortemente pagana; Te- odosio malgrado essa fosse il grande avversario della chie- sa cristiana legata alla nuova aristocrazia imperiale, la affrontò per un paio d’anni con un po’ più di tolleranza giacché essa era anche il grande avversario del vescovo

di Milano. Tolleranza che deve comunque essere intesa in

senso estremamente stretto, visto che la cristianizzazione forzata delle istituzioni continuava ininterrottamente: il 7 agosto 389 con un editto imperiale vennero aboliti tutti i giorni festivi delle religioni pagane 108 che da lì in avanti sarebbero stati considerati dei giorni lavorativi comuni, e venne vietata ogni cronologia diversa da quella cristiana. Infine a Teodosio venne imposta da Ambrogio una pubblica penitenza affinché venisse riaccettato alla comunità cristia- na, cosa che l’imperatore fece nel Natale del 390 accettando come i suoi predecessori la sua sottomissione e la commi- stione della chiesa con il potere imperiale. Ambrogio ave- va imposto la formale penitenza pubblica all’imperatore a causa della strage di Salonicco commessa da Teodosio e dal suo esercito allo scopo di sopprimere una rivolta della popo- lazione 109 . In realtà però quella strage, compiuta nell’ippo- dromo della città con quindicimila morti, fu obiettivamente

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molto utile e non poteva che essere gradita alla chiesa, dal momento che aveva eliminato una rivolta di greci pagani contro l’amministrazione del regime cristiano.

Distruzioni e stragi ad Alessandria; Libanio e le bande di monaci

Ad Alessandria nel frattempo dal 388 era cominciata una grande persecuzione dei pagani guidata dal patriarca Teofilo a cui naturalmente l’imperatore Teodosio diede pie- no appoggio e il permesso di demolire i templi della città. Il risultato fu infatti la demolizione di tutti i templi greci, compreso quello di Zeus, o la loro trasformazione in chiese cristiane, come nel caso di quello di Dioniso. Il sacerdote del tempio di Zeus, il colto Elladio, riuscì a sfuggire soltanto uccidendo i suoi aggressori e viaggiò fino a Costantinopoli, dove parlò all’imperatore della violenza subita e in gene- re dell’aggressione subita dai pagani, senza riuscire a con- vincerlo 110 . Intanto ad Alessandria i cristiani eliminavano i preti pagani attraverso lapidazioni e contemporaneamente ridicolizzavano e umiliavano in diversi modi le religioni pa- gane, i loro simboli e oggetti sacri, che venivano ad esempio trasportati con asini in giro per la città. Infine i pagani si ribellarono contro il terrorismo e i sacrilegi, ma l’esercito bizantino al fianco delle bande vio- lente cristiane li soppresse, costringendoli a fuggire nel Serapeo, che era il più grande tempio ancora funzionante

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Sotirios Fotios Drokalos

nell’Impero, destinato ad essere distrutto a breve. “Sfrut- tando il suo potere Teofilo offendeva in ogni modo i misteri

dei greci e da una parte purificò il Mitreo dall’altra distrus-

se

il Serapeo (

)

e tutto quello che c’era dentro il Serapeo

lo

ridicolizzò portandolo nel mezzo dell’agorà (

)

i templi

venivano distrutti mentre le statue degli dèi si facevano en- trare nelle fornaci”, scrive il cristiano Socrate lo “Scolasti- co” nella sua “Storia Ecclesiastica” 111 . Come dice Silvia Ron-

chey “Teofilo, secondo il cristiano Socrate lo Scolastico, ave-

va fatto “tutto quello che poteva per recare offesa ai misteri

degli ellèni” ed esposto al pubblico sguardo i preziosi oggetti

di culto che aveva fatto razziare, perché la loro fastosa bel-

lezza e la loro misteriosa forza d’incanto fossero svilite e

derise dalla folla dei passanti” 112 . Il monaco Senuzio, che da anni terrorizzava la popolazione greca e pagana dell’Africa del Nord derubando case e uccidendo moltissime persone, questa volta guida, sotto ordine del suo capo patriarca Teo- filo e con il consenso delle forze imperiali, bande di monaci cristiani contro il Serapeo, dentro cui erano fuggiti gli in- sorti greci con a capo il filosofo Olimpio. Scopo di questi ul- timi non era proteggere soltanto il tempio come luogo sacro e religioso, ma proteggere anche le migliaia di libri che esso ospitava. Dopo che i difensori furono usciti dall’edificio in seguito ad una negoziazione in cui intervenne l’imperatore Teodosio, che volendo evitare l’ennesima strage massiccia

di pagani ordinò ai cristiani di astenersi dall’uccidere delle

persone, questi lanciarono il loro attacco distruttivo contro

Cristianesimo sanguinario

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il grande tempio egiziano. Il più grandioso edificio dell’inte-

ro impero dopo il Campidoglio di Roma secondo Ammiano Marcellino, venne allora bruciato e distrutto. Lo stesso suc- cesse con la sua biblioteca e le già menzionate migliaia di libri greci che si trovavano là, ma anche con la grandissima statua criselefantina del dio Serapide, costruita dal famoso scultore ateniese del IV secolo a.e.v. Briasside (Βρυάξις) che

finì in pezzi. Infatti i cristiani, secondo il racconto dello sto- rico ecclesiastico Teodoreto di Ciro “fecero la statua a picco-

li pezzi, ne diedero una parte alle fiamme e ne trascinarono

la testa per tutta la città sotto gli occhi dei suoi adoratori e deridendo la debolezza di quell’essere che era stato adorato. Così dappertutto, facendo loro guerra per terra e per mare, venivano abbattuti i templi degli idoli” 113 .

Libanio, preso dalla disperazione, aveva già un paio d’anni prima scritto una lettera allo stesso imperatore Teodosio supplicandolo di fermare l’attività criminale dei bandisti cristiani, descrivendo le loro violenze: “Attaccano i templi con legni, pietre e ferri e anche senza di essi, usando i loro piedi e le loro mani. Dopodiché tutto viene saccheg-

giato, i soffitti vengono demoliti, i palazzi rasi al suolo, gli altari rovesciati, mentre gli adoratori devono scegliere tra

il

rimanere definitivamente silenziosi o morire. E quando

il

male accade una volta, viene seguito da un secondo e un

terzo assalto e ogni loro trofeo illecito viene seguito da altri ancora. Operazioni del genere vengono fatte perfino dentro le città, anche se ne subisce di più la campagna”. E Libanio

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Sotirios Fotios Drokalos

continua: “Si lanciano verso i campi come un torrente per

e dicono che stanno combattendo

i templi ma questa guerra è per il profitto del saccheggio fatto contro la proprietà dei templi. E rubano anche gli ani- mali dei poveri dalle scuderie. E non gli basta tutto questo, ma usurpano la terra delle vittime con il pretesto che essa sia “idolatra” e così in tanti hanno perso con quest’accusa la loro proprietà paterna. E commettono tutti questi crimini briganteschi mentre fanno il digiuno, come loro stessi dico- no, per servire Dio. E quando trovano un campo difficile da ottenere, cominciano a dire che in esso si fanno dei presunti sacrifici e altri mali, e subito vengono inviati contro i suoi proprietari dei “rieducatori”, perché è così che questi ladri chiamano se stessi” 114 . Ma Teodosio era favorevole a quanto fatto dai suoi correligionari, così nel 391, con un editto emanato il 24 feb- braio, riaffermò nuovamente il divieto per i sacrifici e per la celebrazione di riti nei templi, questa volta inasprendo il veto visto che ormai finirono per essere considerati illegali anche la semplice visita e l’avvicinamento ad essi: “Nessu- no si avvicinerà a templi, nessuno li attraverserà e nessuno onorerà più immagini fatte da mano umana” 115 . In tutti quegli anni, in particolare nell’Africa del Nord, operavano anche i cosiddetti “circumcellioni” (cir- cumcelliones) o “soldati di Cristo” come si facevano chiama- re. Si trattava di bande di monaci che terrorizzavano la po- polazione commettendo distruzioni, saccheggi e omicidi con

distruggere i santuari (

)

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particolare crudeltà e organizzazione. Le loro azioni furo- no molte volte guidate da vescovi o da ufficiali dell’Impero, come per molti altri gruppi violenti cristiani. Ad un certo punto si legarono alla setta donatista, odiata dal cristia- nesimo ortodosso, ma le loro azioni continuarono ad esse- re sempre perfettamente tollerate e in sostanza sostenute dalle forze dell’ordine bizantine, tranne in alcuni casi in cui questi estremisti colpirono addirittura chiese trinitariste. Essi usavano clave perché Gesù secondo il vangelo di Gio- vanni aveva detto a Pietro di lasciare la spada per terra nel giardino di Getsemani, quindi usare la spada sarebbe stato un peccato; invece uccidere e rubare usando la clava secon- do loro no, al contrario si trattava di un atto santo, e così questi devoti monaci accompagnavano ogni loro assalto a case o a passeggeri con l’urlo “Lodate Dio!” (Laudate Deum). In seguito Teodosio, il 16 giugno 391, emanò un altro editto che vietava ogni interferenza con i templi pagani 116 .

Il movimento pagano di Flaviano

Nel 390 a Roma viene abolita, da parte del regime cristiano, l’antichissima carica dell’augure che esisteva da molti secoli, mentre già da quattro anni, dopo l’editto del 16 giugno 386, è in carica il divieto della semplice manu- tenzione dei templi anche da parte di cristiani che stima- vano almeno il loro valore artistico, e ogni celebrazione folkloristica delle grandi feste romane una volta legate

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alla repubblica 117 . Ma nel 392 l’imperatore Valentiniano

II viene ucciso e i romani hanno l’occasione di ribellarsi.

Un ex cristiano che aveva rinnegato il suo battesimo e fatto ritorno alla religione romana patria, Flavio Eugenio, vie- ne proclamato imperatore a Lugduno il 22 agosto 392. In Italia, dove arriverà nella primavera dell’anno seguente, lo aspetta un aristocratico pagano, il generale Virio Nicoma- co Flaviano, che nel frattempo restituisce la statua della Vittoria al Senato e soprattutto la legalità del culto degli dei ma anche la sua predominanza come religione ufficiale dello Stato, godendo del sostegno della stragrande maggio- ranza dei senatori e del popolo. Il 27 marzo 394 i romani, avendo prima provveduto a praticare, come da tradizione, l’amburbium, vale a dire la santificazione, celebrano nuo- vamente per le strade della città la festa della dea Cibele e continuano con quella della Venus Verticordia il primo

aprile. Tra il 28 aprile e il 3 maggio festeggiano poi la “flo- ralia” in onore della dea Flora. Il movimento pagano di cui Flaviano fu l’anima

si rafforzava sempre di più, e sembrò che la parentesi cri-

stiana stesse per chiudersi per la storia di Roma, tanto che moltissime persone che prima avevano aderito al cristiane- simo a causa del suo dominio politico ora tornarono massic- ciamente alla religione nazionale. Il paganesimo per lungo oppresso, perseguitato, sepolto, tornava ora a fiorire e ad esprimere la sua forza e le sue radici profondissime. Flavia- no parlava alla nazione della sicura vittoria della romanità

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contro la religione conquistatrice e prometteva il completo risorgimento del paganesimo subito dopo l’annientamento del barbaro imperatore cristiano d’Oriente. Il programma

di

Flaviano comprendeva la demolizione di tutte le chie-

se

cristiane che erano state edificate usando materiali dei

templi distrutti e la restituzione dei patrimoni dei templi derubati dal regime cristiano, nonché l’imposizione della leva militare obbligatoria anche per i preti cristiani. Il vescovo di Milano Ambrogio, terrorizzato nel veni-

re a sapere delle evoluzioni intervenute a Roma, abbandona

allora i suoi fedeli, troppo vile per affrontare la nuova real-

tà così diversa rispetto a quando, collaborando con il potere

statale, compiva persecuzioni contro i pagani, e da fuggiasco si rivolge a Teodosio. Infine l’Occidente liberato e di nuovo

pagano si scontra con l’Oriente cristiano - o detto in altri ter- mini Roma con la Nova Roma, Costantinopoli, il 5 settembre 394 nella battaglia del fiume Frigido, sul confine odierno tra l’Italia e la Slovenia. Teodosio riuscì a comprare i mercenari franchi e germanici dell’esercito occidentale, lasciandolo in una grave inferiorità numerica. Quindi dopo due giorni di resistenza disperata l’esercito romano pagano di Flaviano

ed Eugenio venne sconfitto e massacrato, malgrado i roma-

ni avessero posto su un vicino colle due grandissime statue

d’oro, una di Zeus (Juppiter) e una di Ercole (Hercules). L’im- peratore Eugenio fu arrestato, brutalizzato e infine decapi- tato, e la sua testa venne portata in tutta l’Italia per fare

da insegnamento. Flaviano, detto “ultimo dei romani” 118 si

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suicidò per non cadere vivo nelle mani dei nemici. Questa fu l’ultima battaglia su scala globale dell’Eu- ropa pagana contro il regime tirannico cristiano. Ci vorran- no molti secoli prima che una nuova forza anticristiana, a mio avviso in gran parte ispirata direttamente al mondo greco-romano, appaia di nuovo in Europa con la Rivolu- zione francese e Napoleone Bonaparte, e combatta per la liberazione delle nazioni europee, ottenendo questa volta risultati migliori anche se non ideali. I pagani romani, che dopo la battaglia di Frigido do- vettero accontentarsi di praticare soltanto privatamente il loro culto, saranno ulteriormente e decisamente colpiti quindici anni dopo dai cristiani goti di Alarico, come vedre- mo più avanti.

Gli ultimi anni di Teodosio I e l’abolizione dei giochi olimpici

In Oriente con l’editto dell’8 novembre 392 promul- gato dall’imperatore Teodosio I 119 fu vietata di nuovo ogni manifestazione religiosa della “gentilitia superstitio”, come venne chiamata la religione pagana nel testo della legge, dai sacrifici di animali ai sacrifici non sanguinari, dalla semplice deposizione di corone d’alloro sulle statue degli dèi famigliari all’uso dell’olibano 120 . La pena per la pratica di ciascuno di questi riti era il sequestro della casa o del campo di chi fosse stato giudicato colpevole. Venne inoltre

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sin dalla prima frase sottolineato che il divieto e le pene sa- rebbero valide in uguale misura indipendentemente dalla posizione sociale, economica, giuridica e dalla discendenza dei trasgressori di questa legge oppressiva. Ma come se non bastasse l’editto del 392, l’offensiva del regime di Costan- tinopoli contro la civiltà greca divenne ancora più violenta ed estrema quando nel 393 Teodosio vietò gli stessi giochi olimpici, insieme a quelli pitici e a tutti gli altri. I giochi olimpici, che scomparirono nella loro forma vera e originale con questo editto, rappresentavano non solo un evento sportivo e religioso di importanza fondamentale, ma anche lo stesso simbolo della coscienza comune greca. Fu la prima olimpiade del 776 a.e.v. a segnalare la partenza della cronologia panellenica e i giorni dei giochi erano gior- ni di tregua nel caso in cui gli stati greci si fossero trovati in guerra fra di loro. Essi stavano quindi a simboleggiare l’ap- partenenza di tutti i greci ad una nazione e ad una cultura comuni. Per le suddette ragioni questo provvedimento della teocrazia bizantina colpì i greci più di tutti i precedenti e causò un grandissimo dolore alla nazione, che probabilmen- te reagì rifiutandosi di rispettarlo. “C’era la sensazione che insieme ai giochi olimpici morisse contemporaneamente l’entità stessa della nazione. E quale popolo, come quello greco, non avrebbe resistito al suo sterminio politico e non avrebbe custodito nel suo cuore le memorie di un passato così glorioso? Questo editto dell’imperatore Teodosio lo ap- plicarono i goti con incendi nella stessa Olimpia” 121 .

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Ma l’intransigenza e l’odio dell’imperatore e della chiesa cristiani non erano ancora soddisfatti, e un evento altrettanto terribile stava per accadere. Poco tempo dopo il glorioso grande tempio di Zeus a Olimpia venne completa- mente distrutto insieme alla leggendaria statua del padre

degli dèi e degli uomini, una delle sette meraviglie del mon- do, fabbricata dal grande scultore ateniese Fidia intorno al

In questo ultimo crimine contro la civiltà possia-

mo individuare un evento il cui racconto penso che possa ri-

assumere la storia del pedominio cristiano e della distruzio-

ne dei culti pagani. Si tratta della demolizione del grande

altare di Zeus e l’estirpazione del suo albero sacro. L’altare

di Zeus a Olimpia era stato fatto nel corso dei secoli dai

sacerdoti di Zeus Olimpio e aveva in quegli anni un’altezza

di sei metri e mezzo. Essi prendevano periodicamente la

cenere proveniente della fiamme sacra e servendosi dell’ac- qua del fiume Alfeo creavano l’argilla che poi aggiungevano piamente all’altare facendolo diventare sempre più grosso e alto, come in un rito secolare di delicatezza e creazione che rappresenta benissimo l’approccio di questa religione al mondo naturale. Fu distrutto in pochi minuti da ululanti monaci cristiani, i quali non si accontentarono ma prose- guirono con l’estirpazione dell’albero sacro del grande dio, che esisteva in quel posto da molti secoli essendo cresciuto insieme all’altare.

430 a.e.v

Cristianesimo sanguinario

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Alarico, Arcadio e la distruzione della Grecia

Le disgrazie e il declino fatale della culla stessa del- la civiltà greca non smisero più. Nel 395 Alarico, guidando un esercito di goti marciò su Costantinopoli alla ricerca di ricchezze e gloria, nonostante fossero state loro regalate, nel 382, delle terre in Tracia e avessero il titolo di allea- ti dell’imperatore Teodosio I, perché avevano accettato di convertirsi al cristianesimo. Forse fu addirittura la scom- parsa di Teodosio con la contemporanea ascesa al trono del primogenito di Teodosio, Arcadio, una persona debole e senza carattere anche secondo gli autori cristiani 122 , che fece aspirare ad Alarico e ai suoi goti qualcosa di più di quanto già ottenuto. Per evitare il pericolo per la capitale Rufino, l’eunuco prefetto del pretorio e consigliere del nuo- vo imperatore, avvertì Alarico delle grandissime ricchezze degli “idolatri” templi greci, proponendogli di marciare in- vece verso la Grecia. Alarico, convinto, invase prima la Macedonia, cau- sando enormi disastri ad uno dei più sacri luoghi greci, il Dìon, e poi si mosse agguerrito verso sud. Ad aspettare il suo barbarico esercito, che era seguito da moltissimi mo- naci ariani, c’era un’armata bizantina sotto la guida del generale Geronzio. Ma Geronzio, amico intimo di Rufino e cristiano, non opporrà alcuna resistenza e permetterà in- vece ad Alarico di oltrepassare liberamente quel posto che

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Sotirios Fotios Drokalos

da secoli era la roccaforte naturale della Grecia del sud, le

Termopili 123 . I goti entrarono così nella Beozia e all’Attica e distrussero ogni città e villaggio che incontrarono sulla loro strada, uccidendo i maschi, schiavizzando donne e bambini,

e demolendo con odio furente i templi e le statue, guidati da migliaia di deliranti monaci cristiani in questa loro opera

infame. È allora che il santuario di Delfi venne distrutto e

fu ucciso l’ultimo ierofante di Eleusi, Ilario. Gli ignari goti

entrarono nell’abato del tempio di Persefone, e conclusero

la loro blasfemia distruggendolo e uccidendone tutti i sacer-

doti. L’unica città che riuscì a respingere l’attacco dei goti cristiani fu Atene, grazie ad una sua recente fortificazione. Nel corso di questa avanzata il generale dell’Occi- dente Stilicone, di origine vandala, benché anche lui cri- stiano, si mosse per affrontare l’invasione di Alarico agendo con la dignità e il patriottismo elementari per un generale dell’impero. Ma la corte di Costantinopoli, a cui mancavano anche queste virtù, gli diede ordine di astenersi. In seguito Alarico entrò nel Peloponneso alle cui porte, cioè all’istmo

di Corinto, il proconsole Antioco fece ritirare le sue truppe

senza resistere, seguendo l’ordine segreto della cancelleria

di

Costantinopoli 124 . In parallelo un secondo ordine impedì

di

nuovo a Stilicone di intervenire e schiacciare gli invasori

e in più “il Senato orientale dichiarò nemico pubblico que-

sto liberatore troppo zelante” 125 . L’esito di questa scandalosa collaborazione mul- tilaterale tra il condottiero goto e il regime cristiano di

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Costantinopoli contro gli “idolatri” greci, fu la distruzio- ne totale o il saccheggio di una serie di città greche come Megara, Corinto, Argo, che avevano dai tempi di Giuliano visto fiorire di nuovo la filosofia, con la fondazione e l’at- tività di molte scuole filosofiche, insieme all’adorazione di Afrodite, Apollo e Atena, continuata malgrado le persecu- zioni e i divieti 126 . Vittime delle orde gote e dei monaci cri- stiani furono anche Nemea e il suo glorioso tempio dorico di Zeus, Megalopoli, Tegea, e infine Sparta, Messina, Ili e molte altre città ancora, oltre a innumerevoli biblioteche, templi, statue e opere artistiche. Dopo questo disastro Stilicone infine disconobbe gli ordini di Costantinopoli che erano di nuovo contrari a un suo intervento e sbarcò con le legioni dell’Occidente nel Pe- loponneso, incastrando facilmente Alarico e il suo esercito, che intanto aveva già cominciato ad affrontare la resistenza spontanea della popolazione greca. Questi dovette ritirarsi precipitosamente per salvare le sue truppe dall’annienta- mento, fatto che dimostra ancora più chiaramente la respon- sabilità di Costantinopoli per quanto accaduto. C’è un fatto stupefacente a dimostrare in modo ancora più inequivoca- bile questa conclusione: dopo gli eventi tragici accaduti in Grecia il regime bizantino proclamò il massacratore e deva- statore Alarico governatore dell’Illirico. Lo scopo dei sovrani d’Oriente era duplice in quanto da lì in poi “deviarono i suoi assalti verso l’Italia, loro rivale” 127 . Esattamente la stessa re- sponsabilità pesa sul regime cristiano - in questo caso anche

100

Sotirios Fotios Drokalos

occidentale - per il saccheggio di Roma avvenuto nel 410 di

nuovo da parte di Alarico, del quale ci occuperemo più avanti. L’ostilità di Arcadio, o meglio dei suoi consiglieri eu- nuchi e della Chiesa, che in sostanza governavano usan- dolo come burattino, non si limitò a quanto già raccontato in relazione all’invasione gota ma venne integrata da tre leggi, quelle del 22 luglio 395, del 7 agosto 395 e del 7 di- cembre 396, le quali ribadirono tutti i divieti e le pene im- poste ai pagani. I sacerdoti pagani si spogliarono di tutti i privilegi sopravvissuti fino a quel momento, i riti paga- ni vennero considerati contrari alle leggi imperiali, men- tre venne vietato ai cristiani di presentarsi perfino come ospiti a cerimonie pagane, e gli dèi greci vennero chiama-

ti “demoni” nel senso alterato della parola, che riflette la

concezione cristiana secondo la posizione dei santi Basilio

e Atanasio. Questa caratterizzazione, ribadita anche da

sant’Agostino nella sua “Città di Dio” (“spiriti maligni”), fa capire molto di più di quanto forse si percepisce a prima vista, poichè ci informa che la posizione teologica cristiana sulle religioni pagane e gli dèi non parla della loro inesi- stenza ma li considera forze diaboliche esistenti. Vale a dire che i greci e gli altri politeisti, praticamente tutte le nazioni e i popoli del pianeta terra, non erano semplice- mente degli ignoranti o illusi che adoravano degli dèi ine- sistenti, bensì adoratori di forze diaboliche. Tutta le civiltà umane precristiane, quella greca, quella egiziana, quella indiana, cinese, incas, sono dunque, secondo le dottrine di

Cristianesimo sanguinario

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questi personaggi inqualificabili, opera di forze diaboliche, legittimando dunque non solo qualsiasi atrocità contro di esse ma auspicando addirittura la loro estinzione. Nel 397 la persecuzione e il genocidio contro i greci faranno un salto di qualità, per quanto questo possa sem- brare impossibile viste le violenze già raccontate: questa volta viene ordinata semplicemente la distruzione totale di tutti i templi greci (“radete al suolo”). L’ordine, che verrà eseguito il 13 luglio 399, recita: “se continuano ad esistere in campagna dei templi eretti, che siano rasi al suolo senza rumori e agitazioni. Perché solo quando essi saranno de- moliti e scomparsi dalla faccia della terra, sarà distrutta la base materiale su cui si fonda la superstizione dei pa- gani” 128 . Tra i templi distrutti in seguito a questo ordine ci furono quelli di Estia ad Efeso, di Artemide a Neapolis di Traccia, di Zeus in Acarnania, i pochi che erano rimasti a Delfi, quelli di Nemesi e Temide in Attica. Un anno dopo il vescovo Nikitas demolì l’oracolo di Dioniso a Bessa e battezzò nell’arco di tre giorni tutti gli abi- tanti del luogo come egli stesso scrisse, fiero. Sono ovvi la violenza ed il terrorismo usati contro questi poveri greci af- finché “accettassero” il cristianesimo, e si tratta naturalmen- te di una pratica ripetuta innumerevoli volte. Ovunque la propaganda cristiana parli di “santi” che trasmisero il verbo dobbiamo riconoscere tra loro proselitisti violenti e fanatici che compiendo stragi, violenze, torture, distruzioni, coadiu- vati dall’esercito imperiale e da folle di fedeli, imposero alla

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Sotirios Fotios Drokalos

popolazione rimasta viva la conversione forzata al cristia- nesimo. Questa è la realtà, che peraltro si intravede nelle grottesche favole propagandistiche cristiane stesse, le quali

molto spesso parlano di angeli del signore o di fuochi venuti

dal cielo che uccidevano i cattivi idolatri e distruggevano i

templi demoniaci.

Nel 400 finì raso al suolo l’antichissimo oracolo greco

di Gargano negli Appennini, e al suo posto venne costruita

una chiesa cristiana. Nel giugno del 401 in Africa del Nord

la

folla cristiana di Cartagine profanò una grande statua

di

Ercole, azione esaltata nella sua predica da sant’Agosti-

no,

mentre nella stessa città di Cartagine in quell’anno il

XV

Santo Sinodo cristiano previde la scomunica, anche post

mortem, di ogni cristiano che avesse creato relazioni di pa- rentela o avesse omesso di diseredare eventuali suoi paren-

ti pagani. Il sinodo inoltre afferma che “ci sono anche altre richieste verso i devotissimi imperatori, come la necessità

di ordinare la distruzione totale, da un angolo dell’Africa

all’altro, di tutti gli idoli che vi rimangono, perché in alcune aree costiere e alcune zone della campagna fiorisce la me- schinità di questa menzogna, e anche la distruzione tanto delle statue quanto dei templi ignoti che sono stati rialzati tanto in aree rurali quanto isolate. E deve essere inoltre chiesto, dovunque vengono celebrate, a causa della menzo- gna pagana, varie feste religiose non ammesse dalla legge e dove i cristiani vengano sollecitati a parteciparvi, che sia- no inflitte pene severe, siccome loro insistono a festeggiare

Cristianesimo sanguinario

103

negli stessi giorni nei quali noi onoriamo i nostri benedetti martiri, perfino vicino alle nostre stesse chiese” 129 . Nello stesso anno viene duramente colpita anche una città che fino ad allora manteneva il suo carattere pagano e greco, Gaza, che poteva essere fiera dei suoi otto templi dedicati al Sole, ad Apollo, Afrodite, Persefone, Ecate, agli Eroi, alla Fortuna e a Zeus, e delle sue scuole di retorica, che rimarranno funzionanti fino al VI secolo. I pochi cri- stiani della città, sotto la guida del monaco Porfirio, che poi venne proclamato santo dalla chiesa, sostenuti dall’esercito bizantino e seguendo gli ordini dello stesso Arcadio - che dal 400 è sotto la guida non solo della chiesa e degli eunuchi cristiani ma anche di sua moglie, la fanatica Ellia Eudossia - lanciarono un attacco feroce. Incendiarono i sette templi, e il più famoso e più grande, quello di Zeus, non solo finì comple- tamente distrutto, ma i cristiani costruirono una loro chiesa coi suoi marmi, in particolare quei del suo abato che vennero usati come piastrelle per la piazza cosicché “uomini e animali lo pestassero sotto i piedi” 130 . Intanto il devoto popolo avreb- be evitato per anni di camminare su quelle piastrelle, scrive Marco Diacono, lo stesso biografo di Porfirio. Vale la pena ri- portare qui un brano dalla biografia di san Porfirio, vescovo di Gaza, scritta da Marco Diacono, che presenta implicitamente non solo il modus operandi barbarico dei proselitisti cristiani, santi per la chiesa, ma anche il fatto che questo proselitismo veniva effettuato contro la volontà della grande maggioranza e in molti casi della totalità delle popolazioni sottoposte ad

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Sotirios Fotios Drokalos

esso: “C’era una colonna di marmo, che dicevano fosse di Afro-

dite ed era posizionata sull’altare di pietra e su questa colonna era scolpita una donna nuda con tutte le sue bruttezze. Tutti gli abitanti della città offrivano là degli onori, ma soprattutto

le

donne, accendendo lumi e navicelle, perché dicevano che

lei

visitava durante il sonno quelle che desideravano sposarsi,

ma erano tutte menzogne che dicevano illudendosi l’una l’al-

Quando dunque arrivammo nella città e ci avvicinammo

al posto dove si trovava l’idolo di Afrodite, i cristiani alzarono

il santo legno di Cristo, cioè la croce. E ci vide il demone che abitava dentro la colonna e non potendo sopportare la vista del formidabile segno, saltando fuori dal marmo lo fece a pezzi. E dei due idolatri, che per coincidenza si trovavano vicino all’al- tare, ad uno fracassò la testa e all’altro spezzò la mano dalla spalla perché stavano lì a deridere il popolo santo” 131 . Brano

tra

scioccante anche per la grottesca abitudine dei propagandisti cristiani di presentare azioni criminali e disumane come atti

di dèi e demoni.

In parallelo con tutto ciò moltissime case vengono saccheggiate, molte statue distrutte, innumerevoli libri rac- colti in grandi ammassi e poi bruciati, ed infine tante perso- ne vengono uccise. Nel 404 la grande sinagoga di Alessan- dria viene trasformata in una chiesa dedicata a san Giorgio

e inoltre gli ebrei perdono il diritto di esercitare una serie

di professioni, a partire naturalmente da quelle politiche,

giuridiche e militari.

Cristianesimo sanguinario

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Giovanni Crisostomo, Onorio e la caduta di Roma a causa dei goti

In quegli anni opera anche il patriarca di Costantino- poli Giovanni Crisostomo, un importantissimo personaggio della religione cristiana che abbiamo già incontrato più vol- te. Egli nel giugno del 404 viene destituito ed esiliato dal pa- triarca Teofilo dopo scontri feroci, anche sanguinosi, ai quali i suoi seguaci risposero bruciando la cattedrale, il Senato e anche altri palazzi, mentre lui da allora in poi visse a Cu- cuso, nell’Armenia orientale. La sua grandissima influenza e impetuosità si vedono dal fatto che nonostante si trovas- se in esilio poté mobilitare delle bande di monaci cristiani dell’area contro la Palestina e la Siria affinché vi devastasse-

ro gli “idoli”, cioè le statue e i templi. Teodoreto di Ciro scrive nella sua “Storia Ecclesiastica”: “Quando Giovanni venne a sapere che la Fenice insisteva ancora in rituali in favore dei

demoni, raccolse monaci infiammati da gelo divino e (

mandò contro i templi; i soldi per pagare i demolitori e i con