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IL PENSIERO DEMOCRATICO

100 autori, da Erodoto al PD


a cura di Simone Verde prefazione di Salvatore Veca

DIPARTIMENTO FORMAZIONE - PARTITO DEMOCRATICO

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IL PENSIERO DEMOCRATICO
100 testi, da Erodoto al Pd
Simone Verde Prefazione di Salvatore Veca
A cura di

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INDICE
Prefazione Introduzione 9 13 21 23 24 25 27 30 31 33 34 35 38 38 41 44 44 46 49 52 53 55 57 60 63 64 66 69 72 77 80 81 83 86 89 92 93 96 100 100 103
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NASCITA E RINASCITA DELLA DEMOCRAZIA


La democrazia antica Erodoto: lelogio di Atene Euripide: un popolo sovrano Tucidide: lepitaffio di Pericle I modelli costituzionali antichi Platone: la filosofia della politica Aristotele: la politia Polibio: la costituzione di Sparta Cicerone: il repubblicanesimo romano La rinascita Giovanni da Salisbury: la legittimit del tirannicidio Guglielmo di Ockham: il potere del popolo Il repubblicanesimo medievale Marsilio da Padova: la repubblica, per la pace Niccol Machiavelli: il paradigma romano del governo misto James Harrington: la fortuna del modello repubblicano La libert dallo Stato assoluto John Locke: i diritti degli individui e i limiti del potere Montesquieu: la separazione dei poteri e la rappresentanza politica Jean-Jacques Rousseau: la sovranit appartiene al popolo DAlembert e Diderot: la diffusione della democrazia Dalla libert alla democrazia Thomas Jefferson: la Dichiarazione dindipendenza Il federalismo repubblicano 1789: la rivoluzione liberale 1793: la rinascita della democrazia

LA LUNGA BATTAGLIA PER LUGUAGLIANZA


Associazionismo e questione sociale Henri de Saint Simon: lilluminismo socialista Il Cartismo e le prime organizzazioni sindacali Louis Blanc: lassociazionismo Pierre-Joseph Proudhon: la democrazia operaia Emmanuel Von Ketteler: lassociazionismo cristiano Ferdinand Lassalle: la democrazia e le sirene del socialismo Karl Marx: le velleit del riformismo I democratici nellItalia liberale Giuseppe Mazzini: organizzare la lotta democratica Andrea Costa: i diritti dei lavoratori

Carlo Maria Curci: lalleanza di cristianesimo e socialismo Gaetano Salvemini: la questione meridionale Anna Maria Mozzoni: i diritti delle donne

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ALLE ORIGINI DEL PENSIERO DEMOCRATICO CONTEMPORANEO


I precursori del liberalismo democratico Alexis de Tocqueville lassociazionismo nella societ democratica John Stuart Mill: lautonomia della persona Harriet Taylor: la lotta delle donne per luguaglianza politica Il cristianesimo sociale Leone XIII: la Chiesa di fronte alla questione operaia Luigi Sturzo: la lotta sociale dei cristiani democratici Romolo Murri: alle radici della democrazia cristiana Democrazia e socialismo Eduard Bernstein: la socialdemocrazia Jean Jaurs: socialismo e pace tra i popoli Antonio Gramsci: il biennio rosso Bruno Buozi: il fascismo e i lavoratori

IL FALLIMENTO DELLA DEMOCRAZIA LIBERALE


Le prime diagnosi Gaetano Mosca: la nuova era della politica di massa Max Weber: labbraccio mortale tra stato e industria Lalba di una nuova era John Dewey: un liberalismo sociale Carlo Rosselli: il socialismo liberale Emmanuel Mounier: socialismo, liberalismo, personalismo Antonio Gramsci: la missione dellItalia

APOGEO E CRISI DELLA DEMOCRAZIA CONTEMPORANEA


I presupposti della ricostruzione democratica Hannah Arendt: le origini del totalitarismo e la crisi della democrazia Hans Kelsen: i fondamenti della democrazia LItalia repubblicana Alcide De Gasperi: il patto democratico La Costituzione: i principi dellItalia repubblicana Umberto Terracini: la nascita della Repubblica Teresa Mattei: la Repubblica delle donne Giorgio La Pira: la Costituzione e luguaglianza Lelio Basso: il popolo sovrano Piero Calamandrei: larticolo 3 Lo stato sociale John Maynard Keynes: la crisi del 29 e la fine del laissez-faire Franklin Delano Roosvelt: il nuovo patto dei democratici William Henry Beveridge: welfare e sviluppo Il Patto di Roma e lunit sindacale italiana Il programma di Bad Godesberg
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Olaf Palme: le nuove frontiere della questione sociale LEuropa oltre la guerra fredda Rossi e Spinelli: Democrazia e federalismo. LEuropa di domani John Fitzgerald Kennedy: la nuova frontiera Willy Brandt: spendere per i poveri, non per le armi Enrico Berlinguer: il compromesso storico Aldo Moro: convergenze democratiche Mikhail Gorbaciov: la casa comune europea I cattolici democratici nel XXI secolo Jacques Maritain: il cristianesimo e la democrazia Il Concilio vaticano II: la Chiesa nel mondo contemporaneo scar Romero: la Chiesa degli oppressi La democrazia tra decolonizzazioni e neoimperialismi Mohandas Gandhi: la forza della nonviolenza Vclav Havel: la verit, contro il dominio delle coscienze Nelson Mandela: la liberazione degli oppressi e degli oppressori Salvador Allende. Lappello al Cile che non muore Dalai Lama: solidariet e pace Il miraggio di una democrazia compiuta Herbert Marcuse: la liberazione materiale delluomo Charles Wright Mills: i presupposti della democrazia partecipativa Michel Foucault: la filosofia dei marginali Simone de Beauvoir: la fraternit democratica tra uomo e donna Il sessantotto italiano e la richiesta di maggiore partecipazione I diritti civili dei gay: la tutela delle minoranze come garanzia per tutti Martin Luther King: il movimento dei neri negli USA Il ritorno del paradigma liberale John Rawls: la giustizia come libert Ralf Dahrendorf: per un nuovo liberalismo Norberto Bobbio: socialismo e liberalismo in Italia Jrgen Habermas: liberalismo e democrazia partecipativa La competizione globale Ralf Dahrendorf: la societ aperta Anthony Giddens: la competizione globale per la democrazia Joseph Stiglitz: il potere delle regole Globalizzazione e crisi della democrazia contemporanea Joseph Stiglitz: globalizzazione e istituzioni finanziarie Jean-Paul Fitoussi: globalizzazione, mercato e democrazia Al Gore: globalizzazione, giustizia sociale e crisi ambientale Zygmunt Bauman: glocalizzazione, nuovi poveri e antiche ingiustizie Alain Touraine: globalizzazione e diritti civili Luigi Ferrajoli: globalizzazione e immigrazione Jrgen Habermas: la globalizzazione e commercializzazione delletica Ulrich Beck: lEuropa per governare la globalizzazione La nascita del Partito democratico

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Prefazione
Arduo disegnare un percorso nel pensiero democratico. In oltre due millenni e mezzo di cultura politica occidentale, il termine democrazia stato assunto secondo le concezioni pi diverse e piegato alle esigenze pi disparate. stato oggetto di biasimo e di elogio. Il compito di rintracciare un filo dArianna nel labirinto sicuramente difficile, quasi impossibile, e forse per questo raramente tentato. Sembra che ci troviamo invischiati in un sorta di paradosso: la democrazia, concetto e parola feticcio, pare non avere una tradizione univoca, un corpus definito. Non c qualcosa come un Manifesto del suo pensiero e della sua prassi. Poche e lacunose sono le varie storie della democrazia in commercio, inesistenti o in ogni caso molto rare le antologie. Situazione paradossale, certo, ma forse la contropartita del suo maggiore pregio: luniversalit. Poich, se la democrazia sottoposta a una tale estensione e tensione concettuale, lo si deve proprio alla sua capacit di riassumere alcuni elementi e alcune aspirazioni umane insopprimibili. Quali siano queste costanti essenziali, lo si evince chiaramente nellaffresco composto da questa antologia e lo si pu leggere in filigrana in tutti i testi da essa racchiusi: laspirazione di tutte le donne e di tutti gli uomini al riconoscimento e alla tutela di una pari dignit. Principio ispiratore del celebre epitaffio di Pericle, come della Dichiarazione dei diritti delluomo e del cittadino del 1793, fino alle Costituzioni da cui ha preso inizio la stagione democratica nel secondo dopoguerra. Pari dignit, che significa uguaglianza davanti alla legge, rispetto e tutela dei diritti fondamentali della persona e il contributo della comunit civile alla sua realizzazione. Pari dignit che, malgrado i regimi autoritari o le dittature, principio e aspirazione destinata ciclicamente a ritornare, rivolgendo domande esigenti alla politica, alle istituzioni e alle scelte pubbliche. Come dimostra la vita quotidiana di tutti noi, non si tratta di una sfida da poco. Si tratta, al contrario, di unutopia, ma non di quelle condannate a rimanere letteratura. Si tratta di unutopia utile, di unutopia realistica, una di quelle che servono per farci da pungolo,
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indicando la prospettiva cui tendono le nostre azioni e i nostri sforzi. quella che Kant definirebbe unidea regolativa. Il nucleo delletica democratica, possiamo dire cos, unidea di valore delleguaglianza delle persone in quanto partner di pari dignit della polis. E il fine principale cui mira unetica democratica che, in quanto cittadino o cittadina, ciascuna persona abbia diritto a eguale considerazione, a uguale rispetto e a eguale libert. Come si sarebbe detto nellantica Grecia, conseguenza politica di tutto ci lisotimia, luguale considerazione riservata ai cittadini, in quanto inclusi entro una qualche comunit politica. Tutto il resto deve essere coerente, o deve essere reso coerente, con questo principio: i modi dellacquisizione del potere di governo e i modi di esercizio di tale potere di governo. Compresa lacquisizione da parte di alcuni del potere di governare altri, la logica del consenso e dellautorizzazione o del mandato temporaneo a governare, con il corollario della competizione fra persone e gruppi che mirano a ottenere il consenso. Come si usa dire, in democrazia le lite di governo si propongono, e non si impongono. In linea di principio tutti, o quasi tutti, saranno daccordo: gli esseri umani hanno pari dignit e lisotimia deve essere la caratteristica della comunit politica. Difficile, per, passare alla realizzazione di questo principio. A opporsi, gli interessi, i poteri sociali ma anche le tentazioni egemoniche coltivate dentro di s da ciascuno di noi. Tutta la storia dellEuropa moderna stata scandita dal tentativo di dare sostanza politica ai principi delluguale rispetto e delluguale dignit di cittadinanza. Si tratta di principi che tutelano le libert, che regolano la distribuzione equa delle risorse, che generano uguaglianza delle opportunit in societ intollerabilmente disuguali, che rendono accessibili le conoscenze per tutti, che prendono sul serio i diritti delle generazioni future. In parte, questa lunga battaglia riuscita, in parte fallita. Ma se i democratici e le democratiche che vivono nel mondo contemporaneo vogliono essere coerenti con questa storia, devono mantenere fino in fondo la promessa che la democrazia porta con s. Garantendo pari dignit a qualsiasi fede religiosa, a qualsiasi concezione etica o culturale, a qualsiasi orientamento sessuale, a qualsiasi tipo di lavoro, insomma garantendo un futuro per qualsiasi progetto di vita, individuale e
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collettivo, dei cittadini e delle cittadine, entro il contesto della comunit democratica. Come questo libro dimostra, per, il progetto democratico della modernit stato pensato per lungo tempo e fino allaltro ieri nel quadro della dimensione nazionale. Soltanto nella seconda met del secolo scorso si prospettarono, in circostanze differenti e ricorrenti, la richiesta e la ricerca di un orizzonte internazionale. Prospettiva che, con lavvento della globalizzazione, diventata ormai irrinunciabile. Garantire pari dignit a chiunque e ovunque, questa la sfida e la grande posta in gioco. Non soltanto per filantropia o per coerenza etica. Ma anche per convenienza pragmatica. I processi in atto, daltronde, lo dimostrano chiaramente: impensabile la democrazia in un solo paese. Non pu esserci democrazia e ricchezza qui e tirannia e ingiustizia sociale altrove, perch questo implica, come sappiamo, conflitti, migrazioni, delocalizzazioni, speculazione o inquinamento globale. Ancora una volta, se la democrazia un modello politico esigente, perch essa prende le mosse da unidea tanto semplice quanto universale: siamo tutti sulla stessa barca. Condividiamo lo stesso mondo. La speranza democratica oggi pi che mai strettamente e letteralmente connessa allorizzonte della humanitas. Salvatore Veca

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Introduzione
Gli ultimi tre decenni hanno conosciuto lespansione della democrazia su scala mondiale: dal 1973 a oggi, i sistemi definiti democratici sono passati da 27 a 61, in un fenomeno che sembra destinato a continuare. Dalla caduta del muro di Berlino, la scomparsa dei regimi socialisti ha portato allestinzione di qualsiasi alternativa che pretendeva di fondarsi sullinvestitura popolare. Le possibilit sembrano ridotte a due: democrazia o dittatura. Ma chi vuole governare contro linteresse del popolo? E cos, a parlare di democrazia sono uomini tanto diversi come Putin, Bush, Mandela, Obama e Tony Blair, testimoniando un progressivo svuotamento di senso e la trasformazione di un ideale, di una visione complessa della civilt in vuote prassi elettorali e in stereotipi modelli istituzionali. Bastano libere elezioni per parlare di democrazia? La sfasatura tra retorica e realt chiarisce subito una cosa: come dimostra la sua storia, la democrazia qualcosa di pi.

Il rapido sviluppo della societ e delleconomia francese di met Settecento aveva portato allascesa di nuovi ceti che, con orgoglio razionalista e voglia di maggiore protagonismo, trovarono nellideale classico una sintesi perfetta. Nelle arti, la parabola discendente del regno di Luigi XV fu segnata dalla moda alla greca. Una moda che, contemporaneamente ad architettura, pittura e scultura invest anche il pensiero politico sancendo il ritorno di una parola antica, caduta da tempo in disuso: democrazia. Democrazia che nella Francia di fine secolo significava potere al Terzo stato, al popolo, agli artigiani e ai nuovi ricchi privi di statuto nella societ aristocratica, riuniti nellultima delle tre categorie della Francia feudale. Nel giro di qualche anno, tra il 1750 e la rivoluzione, cos, un termine apparso sporadicamente nella letteratura europea cominci a monopolizzare il dibattito e a invadere la scena pubblica, permettendo al mondo che andava nascendo di trovare unillustre giustificazione teorica a un pressante desiderio di
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autodeterminazione. Loccasione opportuna non si sarebbe fatta attendere e, alla fine del secolo, di fronte alla decomposizione dellaristocrazia, borghesi e ceti popolari stanchi di vessazioni e privilegi, scatenarono loffensiva contro il potere monarchico. A servire da modello erano le colonie britanniche dellAmerica del Nord che conquistata nel 1786 lindipendenza dalla Gran Bretagna, si erano riunite in una federazione di stati governati sulla base di costituzioni scritte. Solo tre anni dopo, lesempio americano venne seguito in Francia dai protagonisti dell89: gli Stati generali diventarono Assemblea nazionale costituente e il 14 luglio venne assaltata la Bastiglia. Parigi venne messa a ferro e fuoco e il 26 agosto la Dichiarazione dei diritti delluomo gettava le fondamenta di una riforma della monarchia con notevoli riferimenti al costituzionalismo britannico e con maggiore moderazione rispetto alla rivoluzione Americana. La Dichiarazione dell89, liberale e non ancora democratica, avrebbe strappato alcune libert al potere assoluto del re. Il compromesso sarebbe durato poco e nel corso del 1792 il malcontento delle classi pi umili, esasperate dalle difficolt economiche, avrebbe portato a una nuova rivolta. Il 10 agosto del 1792 il popolo depose la monarchia, spianando la strada ai giacobini e al loro leader indiscusso: Maximilien de Robespierre. Il 24 giugno del 1793, la Convenzione democratica approv la nuova Costituzione preceduta da una nuova Dichiarazione in cui il principio di uguaglianza veniva prima dei diritti di libert, di sicurezza e di propriet, voltando pagina con il secolo precedente preoccupato di affermare lautonomia borghese di fronte allo Stato assoluto. Era rinata la democrazia. Ora che lancien rgime non cera pi, avevano argomentato i rivoluzionari, far precedere la libert alluguaglianza significava lasciare gli esseri umani in balia della fortuna e del destino. Liberi, ma privi di tutele, quindi schiavi del bisogno o delle prerogative del pi forte. Laddove sancire la libert nelluguaglianza, significava viceversa ancorarla alla democrazia, allo sforzo comune di emancipazione dallarbitrio e dalla natura, riconoscendo pari dignit per tutti in una battaglia dal valore collettivo. Il dettato costituzionale del 1793, cos, garant luguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, il diritto alla sussistenza e la libert di
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azione e di espressione nei limiti imposti da quella altrui. Un progetto complesso quanto gli esseri umani, illuministicamente composti di sensibilit e intelletto: liberazione materiale, perci, ma anche spirituale. Cittadinanza piena grazie alla sollevazione collettiva dalla biologia e alla crescita razionale permessa dallistruzione. A conferma della sua natura democratica, la Dichiarazione sanciva il riconoscimento della propriet privata e dei frutti del lavoro, difesi e tutelati dallo stato quale contributo alla crescita e garanzie invalicabili allautonomia degli individui. Nel nuovo ordine di priorit: galit, libert, fraternit. Malgrado le velleit della Restaurazione, la rivoluzione era largamente riuscita nel suo intento: nellEuropa di inizio Ottocento lancien rgime non cera pi. Ad accelerare le cose, la rapida diffusione della manifattura e dellindustria e il progresso del sapere scientifico che non rendevano pi credibile la derivazione divina della legittimit monarchica. Se la rivoluzione aveva permesso la rinascita dellideale democratico, per, anche la parte pi dinamica dello schieramento conservatore, quella legata alla nuova borghesia imprenditoriale, si mosse alla ricerca di una identit politica al passo con i tempi. Assumendo lirreversibilit del cambiamento e rifacendosi alle lotte storiche per lo Stato di diritto cerc una sintesi tra moderatismo e idee illuministe, unideologia capace di difendere la libert di iniziativa in coerenza con la nuova etica borghese. Nel giro di un decennio, tra il 1810 e il 1820, sarebbero apparsi due termini di lungo corso: liberale e liberalismo. Il riferimento rimaneva comunque alla libert. Libert che, in assenza dello stato assoluto diventava libert diniziativa e di competizione priva di regole, contraria alluguaglianza e destinata a favorire i pi forti. Una libert senza garanzie che manteneva i privilegi e, in nome delletica meritocratica borghese, giustificava le ingiustizie della natura e della societ. A interpretare con particolare abilit il processo in atto, ci avrebbe pensato Benjamin Constant, intellettuale e uomo politico, mosca bianca della restaurazione che nel 1819 si produsse in una dissertazione poi stampata in un piccolo opuscolo, dal titolo La libert degli antichi paragonata a quella dei moderni, dove accusava i rivoluzionari di aver praticato stravaganti quanto pericolosi esperimenti di autogoverno del popolo, servendosi impropriamente della libert
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tirannica degli antichi, ben distinta da quella dei moderni poich priva di garanzie costituzionali a difesa dellindividuo. Pi che con i classici greci, in realt Constant se la prendeva con Malby e con Rousseau. Ma quel che contava, nella breve ma intensa dissertazione, la democrazia non cera pi. A prendere il suo posto cera la libert. Dietro la dissertazione di Constant si nascondeva una preoccupazione molto concreta, assumere il capitale della prima rivoluzione, quella dell89, in una nuova ideologia capace di dare un futuro allo status quo contro prospettive utopistiche e proto-comuniste. Aveva ragione Constant, quelle erano aberrazioni, ingenue illusioni destinate a trasformarsi in tragedia. Ma il passo compiuto dalla sua dissertazione era molto pi lungo: sostituita la democrazia con la libert, i progressi della rivoluzione erano ridotti a una moderna teoria dello Stato di diritto. Nessun riferimento a una comunit garante di uguaglianza, cio, ma soltanto assicurazioni alliniziativa individuale. Loperazione era abilissima, tesa a riassorbire la parte pi moderata delleredit rivoluzionaria allinterno dello schieramento liberale. Non cera una democrazia dei moderni e degli antichi, cera soltanto un lungo progresso liberale della politica moderna punteggiato da alcune parentesi rivoluzionarie che, rifacendosi erroneamente alla democrazia classica, si erano rivelate ingenue quanto pericolose deviazioni. Nella sua appropriazione dellideale rivoluzionario, Constant anticipava gli eventi. Dopo i moti costituzionali e indipendentisti del 1820-21 e del 1830-31, il fiume carsico della rivoluzione sarebbe tornato a erompere nel 1848, volgendo inaspettatamente a favore dei conservatori. Il 23 aprile, lelezione a suffragio universale della nuova Costituente avrebbe consegnato la vittoria alla destra e prodotto una Costituzione reazionaria, riferita esplicitamente a Dio che, definendo la nuova repubblica democratica, osava quanto neanche i giacobini del 93 avevano osato, pur di sottrarre terreno ai democratici e ai socialisti. Di fronte alla vittoria elettorale i conservatori avevano compiuto un ulteriore passo: visto che il suffragio universale e i diritti politici non mettevano a repentaglio lordine costituito, sposarono gli istituti formali del modello democratico dando vita alla democrazia liberale. Alexis de Tocqueville
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che nella Democrazia in America del 1831 aveva parlato di dispotismo democratico, intervenendo il 12 settembre del 1848 allAssemblea costituente, afferm: La democrazia e il socialismo sono congiunti solo da una parola, luguaglianza; ma si noti una differenza: la democrazia vuole luguaglianza nella libert, il socialismo vuole luguaglianza nel disagio e nella servit. Una volta che lanima pi rivoluzionaria della democrazia, lanima giacobina, si apprestava a diventare socialista, una volta che libere elezioni portavano alla vittoria dei moderati, il liberalismo correggeva il tiro e si appropriava della democrazia. Lavvicinamento tra democrazia e liberismo a met Ottocento non era di per s negativo. Anzi, i suoi contributi avrebbero costituito un patrimonio di inestimabile valore per larricchimento della libert democratica. Negativa, per, loperazione politica e ideologica che avrebbe sancito la nascita di una democrazia ormai priva di seduzione riformista. Tanto pi che, davanti allurgenza della questione sociale, la maggior parte dei democratici radicalizz le proprie posizioni e integr le file socialiste. E i conservatori, a quel punto, assunta la democrazia a propria bandiera, riuscirono a farla coincidere con le democrazie liberali da loro prodotte in quasi tutti i paesi europei. a questo scivolamento semantico, a questo passaggio gi annunciato a met del secolo, che si deve il senso attuale dei termini democratico e democrazia. La loro ambiguit, la loro apparente vacuit politica, a detrimento della loro pregnanza storica. Democrazia nominata a qualsiasi latitudine, anche l dove regna la peggiore tirannia, poich nella sua accezione conservatrice, priva di chiare e specifiche garanzie sociali e culturali, oggi simbolo di un arricchimento facile e senza regole attribuito a torto al solo diritto di intraprendere. Popolare e richiestissima, poich limmagine pi brillante del successo economico occidentale che crea lillusione di una libert capace di far arricchire tutti, senza dover ricorrere alla fastidiosa redistribuzione dovuta al principio di uguaglianza. Ma che libert ci pu essere, se non libert uguale per tutti? Divenuta una bandiera delle forze moderate e liberali, cos, la democrazia era condannata a essere accantonata dal pensiero socialista. Difendendo la propriet privata dei mezzi di produzione, denunciava
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Marx, lo stato democratico non avrebbe potuto fare astrazione dai rapporti di potere che avrebbe dovuto regolare. La dipendenza dal capitale, continuava, diventava evidente ogni volta che leconomia era in crisi, rivelando le forze reali che tengono in vita lapparato statale, obbligato per la sua stessa sopravvivenza a favorire imprenditori e industriali. Questo stretto rapporto tra poteri economici e autorit pubblica, agli occhi dei socialisti, era stato dimostrato dallesito del voto francese del 1848 dove il popolo, chiamato a esprimersi con il suffragio universale, sottoposto al giogo degli interessi dominanti, aveva plebiscitato moderati e conservatori. Se si voleva una vera democrazia si doveva passare per una dittatura proletaria che abolisse le classi, permettendo poi ai cittadini di esprimersi liberamente. La critica di Marx era acuta, ma si fondava sullipotesi di poter sconfiggere le forze oscure che abitano gli esseri umani: il socialismo scientifico e il suo materialismo, cos, dimostravano di partecipare della cultura industriale e del suo illusorio positivismo. Sostenendo che la redistribuzione della ricchezza e la fine del giogo classista sarebbero bastate a liberare i cittadini, riducevano la complessit della natura umana, sottovalutando i principi illuministi della democrazia. Nelle radici culturali del pensiero democratico, infatti, la liberazione dal bisogno costituiva soltanto un aspetto. La liberazione culturale e spirituale un altro, poich ingiustizia e avidit non hanno soltanto origine sociale ma anche fondamento esistenziale in uninsopprimibile paura del limite e della morte. Ben presto, per, gli sviluppi imprevedibili di una societ in piena trasformazione avrebbero obbligato intellettuali e uomini politici che da posizioni diverse si battevano per il progresso civile, a sottoporre le proprie idee a una seria revisione. Gli avvenimenti recenti, daltronde erano spesso paradossali: bonapartismi consacrati dal suffragio universale, societ sempre pi ricche in preda a conflitti violentissimi, un inurbamento delle masse che faceva riapparire superstizioni che si credevano spazzate via. La fede nellassoluto ne venne scossa e, introdotta leventualit empirica dellerrore, si riconobbe nella democrazia, nel dialogo e nel confronto, lunico presupposto per il progresso della conoscenza e della comunit.
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Fu il lento avvicinamento delle tre maggiori culture riformiste dellOttocento, perci, a porre i presupposti per la rinascita del fronte democratico. Socialisti democratici preoccupati dalle derive collettiviste del mondo rivoluzionario, liberali democratici che cominciarono a chiedere sostanza sociale alla libert, cristiani democratici desiderosi di far valere il proprio umanesimo. Il lento avvicinamento tra queste culture era tenuto assieme dalla rete trasversale di associazioni e gruppi politici attivi nelle battaglie per i diritti dei lavoratori. A essere decisiva, per, sarebbe stata la comune resistenza ai regimi totalitari, saliti al potere approfittando della frustrazione delle masse e del cinismo di buona parte delle classi dirigenti liberali. La guerra avrebbe lasciato dietro di s unindicibile distruzione materiale e morale. Ma avrebbe trovato donne e uomini pronti a raccoglierne i terribili insegnamenti: quello che non si era riuscito a ottenere in un secolo, cos, trov compimento in qualche anno. Nelle nuove costituzioni che riportavano in vita i paesi europei, fu universalizzata la cittadinanza, fu riconosciuta per la prima volta pari dignit a uomini e donne, fu stabilita luguaglianza giuridica e sociale e furono disposte regole alla libert economica in nome di una pi equa ripartizione delle ricchezze. Il riferimento al principio duguaglianza sancito dalla rivoluzione francese era pi esplicito che mai. A onta di chi aveva sostenuto che la democrazia era una creatura liberale, eminenti conservatori sostenevano ora il contrario: ripudiando il concetto di libert come privilegio o monopolio tradizionale di pochi, il liberismo era diventato democrazia. Coerente su questi principi, la democrazia del dopoguerra sarebbe fiorita fino agli anni Settanta in uno sviluppo progressivo accompagnato dalla rivendicazione di nuovi diritti. Lanalisi era giusta: il benessere materiale e la diffusione della cultura, non significavano la fine della storia o una statica pace sociale ma diventavano il presupposto di nuovi percorsi, schiudendo ai cittadini lindefinito processo dellemancipazione individuale. Questa fase ascendente di una democrazia non pi formale, tuttavia, sarebbe durata poco. A partire dagli anni Settanta lo stato sociale sarebbe stato progressivamente smantellato e si sarebbero dispersi quegli istituti che avevano permesso la democratizzazione della
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conoscenza. Il campo della politica, avrebbe visto riapparire il paradigma liberale, mentre lassenza di regole avrebbe provocato le numerose crisi dellattuale globalizzazione, riportando criticit che non si vedevano da prima della guerra. Riprendendo dal principio, allora, cos la democrazia? Guardando alle sue origini e alla sua vicenda storica, un progetto di emancipazione materiale e culturale reso possibile dagli sforzi di una comunit volta a garantire diritti e libert uguali per tutti. Niente a che vedere con la libert astratta di istituzioni esportate dallOccidente insieme alle sue merci. Poich libert totale per i lupi significa morte per gli agnelli. Come affermato con la nascita del Pd, compito dei democratici, perci, di riportare al centro del dibattito pubblico e dellattualit politica il valore culturalmente rivoluzionario della democrazia, lo stesso che ha attraversato, tra alterne vicende, gli ultimi due secoli. Contrastando lopinione diffusa che vuole le democrazie occidentali figlie esclusive della cultura liberale, quando la loro storia il frutto di battaglie di milioni di cittadini, uomini e donne, lavoratrici e lavoratori, che hanno sacrificato le loro esistenze in nome della democrazia.

Questo libro non sarebbe stato possibile senza laiuto di alcune persone che desidero ringraziare. Innanzitutto, Annamaria Parente e Giorgio Tonini che hanno creduto sin dallinizio in questo progetto. Poi, Carla Marchionna e Francesco Persili, che mi hanno aiutato nella correzione delle bozze. Infinita riconoscenza va a Salvatore Veca che, con pazienza e generosit, mi ha permesso di colmare lacune e prevenire errori. Un ringraziamento del tutto particolare, infine, a Yuri Bugli che ha accompagnato questo lavoro, in una vera e propria corsa contro il tempo. Simone Verde

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NASCITA E RINASCITA DELLA DEMOCRAZIA


Ben presto, la democrazia degli antichi costitu il terreno di dibattito su cui misurare la libert dei moderni. Dapprima, si guard alle virt repubblicane di Roma. Poi, alla fisionomia democratica dellAtene di Pericle. Altri, si riferirono allegualitarismo comunista della costituzione spartana. Il confronto e, a volte, lo scontro ideologico tra fautori e detrattori dei vari partiti sarebbe durato a lungo, confermando la centralit della tradizione antica nel pensiero politico occidentale. Di quelle tradizioni, ovviamente, ciascuno avrebbe costruito limmagine che pi gli conveniva: del primo si dimentic il populismo, del secondo loppressione e del terzo le enormi sproporzioni di censo. Ma poco importa, quei riferimenti storici servirono a legittimare le ritrovate aspirazioni di libert. I primi principi di autonomia politica fecero una timida apparizione nellXI secolo, grazie a una crescita economica e culturale che, tra drammatiche cesure, avrebbe portato alla nascita dellEuropa moderna. Protagonisti di questo progresso, i centri urbani, assai presto alla testa di tessuti produttivi e commerciali che, cercando legittimit storica, cominciarono a qualificare la propria libert come repubblicana. Dichiarando indipendenza nel perseguire la conformit delle leggi ai principi della fede, rivendicarono un limite allesercizio del potere, dando il via alle future battaglie contro lassolutismo. Nellumanesimo fiorentino, dove si stabil lautonomia del nuovo sapere nel giudicare del vero e del giusto e dove la legge di Dio cominci a essere dedotta dalle scoperte della filosofia e della scienza. E, un passo in pi l, nel pensiero di Locke dove il disegno divino dedotto dalla natura non sarebbe stato pi necessariamente cristiano. Nella crescita che in qualche secolo port allorganizzazione di attivit produttive sempre pi complesse sotto laccentramento delle monarchie assolute, la battaglia per lemancipazione si present innanzitutto come quella per la limitazione del potere, ovvero per lo Stato di diritto. Riapparso sporadicamente grazie alle prime traduzioni di Aristotele, infatti, il termine democrazia avrebbe indicato fino al XVIII secolo un principio a tutela e a riconoscimento giuridico delle autonomie civili cresciute durante il medioevo allombra del potere astratto della Chiesa e dellImpero. In un primo tempo ci sar ben poco spazio per la formulazione positiva ed empirica di modelli politici alternativi: per secoli, quella dei democratici sar la battaglia pi alta, ma per lo pi negativa. Per la libert, poich costretta dalloppressione.
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Nella seconda met del Settecento, per, le cose cominciarono a cambiare. Lo sviluppo della manifattura provoc la diffusione di nuovi soggetti sociali che, basandosi sulle proprie capacit razionali e produttive, non si accontentarono pi dellautonomia concessa dal potere e, rifiutando la pesante pressione fiscale delle monarchie, cominciarono a teorizzare le prime alternative positive allancien rgime. Fu cos che, nellambito della Rivoluzione francese, i sistemi politici antichi, liberamente interpretati e felicemente associati al razionalismo civico dellideale classico, fecero la loro definitiva apparizione nel dibattito politico, ispirando nuovi sistemi istituzionali ed esperimenti di partecipazione diretta. Il lavorio intellettuale su concetti politici classici, a quel punto, permise la nascita di categorie politiche autenticamente moderne. Da una parte le culture democratiche, eredi ideali di Atene, e sostenitrici della centralit di una comunit basata sulluguaglianza a garanzia della libert del singolo, dallaltra i liberali, eredi pedissequi dello Stato di diritto come arbitro formale tra interessi e soggetti privati, tratto lontanamente dalla Roma repubblicana. Quanto a Sparta, sarebbe diventata presto il miraggio dei regimi totalitari.

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La democrazia antica
Il processo di emancipazione del popolo ateniese cominci tra lVIII e il VII secolo in un clima di tensioni tra contadini e una sempre pi ricca aristocrazia fondiaria che port ben presto alla rottura dellequilibrio arcaico. Molte delle citt-stato della Grecia ne sarebbero uscite ricorrendo alla tirannide, governo dispotico e assoluto di uno solo (spesso di origine aristocratica) che, elargendo concessioni al popolo, avrebbe lasciato intatta la struttura del potere. Ad Atene, invece, luscita dal conflitto sarebbe stata affidata a una politica di riforme finalizzate a creare un nuovo patto sociale, rinsaldando il senso di appartenenza alla polis e ispirate allisonomia, alluguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. In entrambi i casi, il fallimento di regimi aristocratici fondati sulla legittimazione religiosa, la loro incapacit a mantenere un equilibrio di pace e ricchezza, avrebbe permesso il passaggio dal diritto divino alla legge della citt. Primo protagonista delle riforme ateniesi fu Solone, arconte e autore della prima opera di ridistribuzione dei poteri e delle ricchezze, ovvero della prima costituzione. Dopo la parentesi tirannica di Pisistrato, lopera di riforme sarebbe stata proseguita con maggiore radicalit da Clistene (565-492 a.C.) per essere poi compiuta con i celebri provvedimenti filo-democratici di Efialte e di Pericle. A motivare una cos lunga stagione riformista, lo sviluppo dei commerci e delle attivit economiche, lapparizione di una classe media che rivendicava maggiore spazio e maggiore responsabilit politica. Ma anche le sanguinosissime guerre Persiane che, richiedendo un alto numero di marinai nei combattimenti navali, comportarono lallargamento dei diritti politici ai cittadini semplici in grado di armarsi da s. Alla fine di questo processo, le caratteristiche essenziali del sistema ateniese sarebbero state la partecipazione diretta alle assemblee, il sorteggio delle cariche e la legge come volere illimitato della maggioranza. Gli anni che vanno dal 461 al 429 a.C. segnati dalla parabola politica di Pericle, avrebbero visto il fiorire della arti con la costruzione del pi importante monumento della classicit greca sotto la direzione di Fidia: il Partenone. Tempio di Atena Parthenos, simbolo delle capacit, intellettuali, tecniche e scientifiche della polis. Gli anni di Pericle saranno anche quelli dello sviluppo delloratoria e della sofistica, espressione di una cultura antropocentrica ed empirista, conseguenza della dissoluzione della metafisica in una polis sempre meno aristocratica e sempre pi plurale.
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Difficile definire i sistemi politici antichi come democrazie in senso contemporaneo. Innanzitutto per lassenza di tutele costituzionali in difesa del singolo. Poi, per la presenza strutturale della schiavit, per lesclusione delle donne e per linesistenza di garanzie sociali a sostegno dei pi deboli. Infine per la rappresentanza diretta alla vita politica e per la limitata estensione territoriale della polis. Altrettanto difficile, per, fare della differenza politica tra democrazia antica e moderna unincolmabile discrasia concettuale visto che il dibattito antico attraversato dal problematico rapporto tra cittadinanza, uguaglianza e libert individuale. E che, quando si pass dalla polis al regno macedone o alla Repubblica romana, ci si interrog sul ruolo di questi concetti allinterno di uno stato esteso territorialmente. Sar proprio la complessit e la ricchezza di questa riflessione, a fornire allEuropa moderna le chiavi concettuali e i precedenti simbolici per costruire e rivendicare una precoce autonomia civile.

Erodoto: lelogio di Atene


Scritte tra il 440 e il 429 a.C., negli anni centrali della parabola politica di Pericle, le Storie di Erodoto (484-425 a.C.), prima opera storiografica dellantichit, sono unorgogliosa illustrazione al mondo ellenico delle imprese e dello stile di vita del popolo ateniese. In questo brano, allindomani del massacro dei Magi (522 a.C.), i nobili persiani si riuniscono per decidere la migliore forma di governo. Nel dibattito portato da Erodoto, che testimonia di un lessico politico gi definito, si presenta gi la classica classificazione tripartita: monarchia, oligarchia, tirannia. La proposta di Otane, che qui pubblichiamo, argomenta a favore della democrazia su modello ateniese.

Quando il tumulto si fu calmato e furono trascorsi cinque giorni, coloro che si erano ribellati ai Magi tennero consiglio sulla situazione, e vennero pronunciati discorsi che, se per alcuni Greci sono incredibili, comunque furono pronunciati. Otane consigliava di deporre il potere al centro, per i Persiani, dicendo cos: Mi sembra opportuno che mai pi un solo uomo divenga nostro monarca: non cosa n piacevole n bella. Poich sapete fin dove giunse larroganza di Cambise, e avete sperimentato anche quella del Mago. Come, dunque, la monarchia potrebbe essere unentit ben ordinata, se in essa si pu fare ci che
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si vuole e non si hanno conti da rendere? In effetti, anche il migliore di tutti gli uomini, una volta innalzato alla monarchia, muterebbe dai suoi pensieri consueti. Poich, se larroganza gli nasce dai suoi beni presenti, linvidia nelluomo innata fin dallinizio. Possedendo dunque le due cose, possiede ogni malvagit: compie molte scelleratezze saturo di arroganza, altre saturo di invidia. Eppure un tiranno dovrebbe essere privo dinvidia, dal momento che possiede tutti i beni. Verso i cittadini si comporta invece esattamente al contrario: invidioso che i migliori restino e siano in vita, mentre si compiace dei cittadini pi malvagi, ed bravissimo nellaccogliere le calunnie. Non c nulla di pi assurdo: se qualcuno lo ammira con misura, si sdegna perch non molto onorato; se uno invece lo onora molto, sdegna il fatto in quanto adulazione. Ora dir la cosa pi grave: sovverte le usanze patrie, violenta le donne e manda a morte senza giudizio. Al contrario, la moltitudine che governa ha in primo luogo il nome pi bello di tutti: isonomia; in secondo luogo, non fa nulla di quanto fa il monarca: le cariche sono esercitate a sorte; chi ha una carica deve renderne conto; tutte le decisioni sono prese in comune. Propongo dunque che noi, abbandonando la monarchia, glorifichiamo la moltitudine: nel molto infatti si trova ogni cosa. Otane espresse questo parere.
[Erodoto, Storie, IlI, 80-2, Milano, 1977, pp. 87-90]

Euripide: un popolo sovrano


La tragedia greca, massima espressione spirituale e civile della cultura antica d spesso conto di riflessioni sul potere, sulla derivazione divina della legittimit politica e sul sistema di governo della polis. Nelle Supplici (424 a.C.) Euripide (480-406 a.C.) affronta la questione della migliore forma di governo, mettendo a paragone il regime ateniese e la monarchia di Tebe. Nella confutazione delle obiezioni mosse alla democrazia, Teseo chiarisce la superiorit dellisonomia, delluguaglianza di fronte alla legge e lintrinseca superiorit del nomos basileus, della sovranit del diritto di fronte allarbitrio del sistema monarchico.

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ARALDO Chi il sovrano di questo paese? A chi devo riferire le parole di Creante, che regna sulla terra di Cadmo da quando Eteocle caduto per mano del fratello Polinice vicino alle sette porte di Tebe? TESEO Hai iniziato il tuo discorso con un errore, straniero, cercando qui un sovrano. La citt non governata da un uomo solo, ma libera. Il popolo regna a turno, con successione annuale. I ricchi non hanno maggiore potere, ma uguale ai poveri. [] Niente pi dannoso di un tiranno per la citt; in primo luogo, perch non esistono pi leggi comuni, ma uno solo governa e ha in suo potere la legge. E questa non uguaglianza. Ma se le leggi sono scritte, il povero e il ricco hanno gli stessi diritti: il debole pu replicare al pi forte quando si sente offeso, e lumile, se nel giusto, sconfigge il potente. Questa la libert: Qualcuno vuole dare qualche consiglio utile alla citt?. Allora chi lo desidera si conquista la fama, e chi non vuole tace. Quale uguaglianza migliore di questa per una citt? E poi, quando il popolo a governare, il paese felice di avere cittadini giovani, mentre un re lo ritiene un pericolo e, temendo per il proprio potere, uccide i migliori e coloro che considera intelligenti. Dunque, come potrebbe divenire forte una citt se uno falcia e recide la giovent, come la spiga in un prato a primavera? Perch accumulare ricchezze e beni per i figli e lavorare per rendere pi agiata la vita al tiranno? Perch allevare le figlie in casa, nellonest, per procurare al tiranno, quando lo voglia, soavi piaceri
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e a noi lacrime? Preferirei morire se le mie figlie venissero oltraggiate. E con questo ho risposto ai tuoi attacchi [...]
[Euripide, Supplici, vv. 399-455, Venezia, 2007, 275-279]

Tucidide: lepitaffio di Pericle


Liberamente restituitoci da Tucidide (460-400 a.C.), lelogio funebre pronunciato da Pericle ai caduti dopo il primo anni di guerra del Peloponneso (431-430 a.C.) costituisce il maggiore documento dellideale democratico greco. Il linguaggio di Pericle testimonia che il regime ateniese, per quanto diverso da una democrazia intesa in senso moderno, era un sistema fondato su diritti universali concessi a tutti coloro che godevano di cittadinanza politica (politeia) in una comunit dove le decisioni venivano assunte secondo il principio di maggioranza. Dato che accorcia notevolmente le distanze tra mondo antico e moderno, riconduce molte delle critiche antidemocratiche della letteratura antica agli ambienti aristocratici (dove il regime ateniese appare come una tirannia esplicita della maggioranza popolare) e spiega la centralit di pagine come queste nel dibattito moderno. Patrimonio dei liberali, nel riferimento alla libert dei cittadini dal potere dello stato, e patrimonio insostituibile dei democratici nellevocazione di una comunit forte, luogo di crescita collettiva dove i principi delluguaglianza e della solidariet permettono lemancipazione dei singoli.

Prender innanzi tutto le mosse dai nostri antenati: in una simile circostanza giusto e doveroso tributare loro lonore del nostro ricordo, poich nel susseguirsi delle generazioni essi ci hanno trasmesso, grazie al loro valore, una terra fino ai nostri giorni libera e abitata sempre dalla stessa gente. I nostri lontani progenitori sono degni di lode, ma ancor pi lo sono i nostri padri che, in aggiunta a quel che avevano ricevuto, acquisirono lintero impero su cui esercitiamo il nostro dominio e penarono per trasmettere anche questo a noi Ateniesi di oggi. Ma la massima espansione dellimpero la si deve a noi che oggi siamo ancora nel pieno della nostra et matura, e siamo stati noi a provvedere la citt di tutto, rendendola autosufficiente sia in caso di guerra che in periodo di pace. Ma io tralascer le imprese di guerra del padri e nostre, grazie
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alle quali il nostro impero si gradatamente esteso, o le operazioni difensive che hanno visto impegnati noi o i nostri padri nel respingere gli attacchi portati da nemici barbari o greci non voglio far lunghi discorsi davanti a chi queste cose le sa gi. Prima di ogni altra cosa voglio invece esporre quali principi ispiratori ci abbiano mossi per giungere a tanto, sotto quale forma di governo e con quale modo di vivere sia nata la nostra potenza; solo dopo passer a rendere lelogio ai caduti, poich ritengo che loccasione sia particolarmente adatta per affrontare questi argomenti, e che sia utile farli intendere a tutta la folla di cittadini e di stranieri che si radunata. Il nostro sistema politico non si propone di imitare le leggi di altri popoli: noi non copiamo nessuno, piuttosto siamo noi a costituire un modello per gli altri. Si chiama democrazia, poich nellamministrare si qualifica, non rispetto ai pochi, ma alla maggioranza. Le leggi regolano le controversie provate in modo tale che tutti abbiano un trattamento uguale, ma quanto alla reputazione di ognuno, il prestigio di cui possa godere chi si sia affermato in qualche campo non lo si raggiunge in base allo stato sociale di origine, ma in virt del merito; e poi, daltra parte, quanto allimpedimento costituito dalla povert, per nessuno che abbia le capacit di operare nellinteresse dello stato di ostacolo la modestia del rango sociale. La nostra tuttavia una vita libera non soltanto per quanto attiene i rapporti con lo stato, ma anche relativamente ai rapporti quotidiani, di solito improntati a reciproco sospetto: nessuno si scandalizza se un altro si comporta come meglio gli aggrada, e non per questo lo guarda storto, cosa innocua di per s, ma che pure non manca di causare pena. Ma, se le nostre relazioni private sono caratterizzate dalla tolleranza, nella vita pubblica il timore ci impone di evitare col massimo rigore di agire illegalmente, piuttosto che in ubbidienza ai magistrati in carica e alle leggi; soprattutto alle leggi disposte in favore delle vittime di uningiustizia e a quelle che, anche se non sono scritte per comune consenso, minacciano linfamia [...] Amiamo il bello, ma non lo sfarzo, e coltiviamo i piaceri intellettuali, ma senza languori. La ricchezza ci serve come opportunit per le nostre iniziative, non per fare sfoggio quando parliamo. E ammettere la propria povert non vergogna per nessuno: ben pi vergognoso
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piuttosto non darsi da fare per venirne fuori. La cura degli interessi privati procede per noi di pari passo con lattivit politica, ed anche se ognuno preso da occupazioni diverse, riusciamo tuttavia ad avere una buona conoscenza degli affari pubblici. Il fatto che noi siamo i soli a considerare coloro che non se ne curano non persone tranquille, ma buoni a nulla. E siamo gli stessi a partecipare alle decisioni comuni ovvero a riflettere a fondo sugli affari di Stato, poich non pensiamo che il dibattito arrechi danno allazione; il pericolo risiede piuttosto nel non chiarirsi le idee discutendone, prima di affrontare le azioni che si impongono. Giacch anche in questo siamo differenti: sappiamo dar prova della massima audacia e nello stesso tempo valutare con distacco quel che stiamo per intraprendere; mentre, per tutti gli altri, lignoranza spinge allardimento, la riflessione induce ad esitare. Ma sarebbe giusto riconoscere la maggior forza danimo a quelli che, pur conoscendo assai bene sia i pericoli che gli aspetti piacevoli della vita, non per questo si sottraggono al rischio. Anche per nobilt danimo siamo allopposto rispetto ai pi; noi non stringiamo le nostre amicizie per ricavarne vantaggi, siamo noi piuttosto a procurarne: il favore del benefattore sempre pi costante, poich un comportamento benevolo garantisce per sempre la dovuta riconoscenza; chi invece in debito e deve ricambiare, non animato da un sentimento altrettanto vivo, poich sa bene che i servigi che egli potr rendere a sua volta non verranno considerati come un favore spontaneo, ma come il risarcimento di un debito. E siamo i soli a prestare liberamente aiuto agli altri non tanto per calcolo ma piuttosto in pegno di libert. In sintesi, affermo che la nostra citt nel suo insieme costituisce un ammaestramento per la Grecia, e, al tempo stesso, che da noi ogni singolo cittadino pu, a mio modo di vedere, sviluppare autonomamente la sua personalit nei pi diversi campi con grande garbo e spigliatezza. E che queste siano non pompose parole di circostanza ma verit di fatto, lo prova proprio la potenza della citt, che abbiamo raggiunto grazie a queste qualit.
[Tucidide, Storie, II, 36-41, Torino, 2005, 333-338]

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I modelli costituzionali antichi


Governo del popolo o governo per il popolo? Questo, linterrogativo che avrebbe attraversato la critica aristocratica a un sistema democratico troppo instabile, privo di garanzie costituzionali, vittima di derive demagogiche e irrazionali in un assemblearismo privo di contrappesi dove lostracismo e la condanna a morte venivano non di rado usate per regolare conti privati. A peggiorare le cose, dopo la prematura scomparsa di Pericle, lascesa di Cleone, il pi rappresentativo dei nuovi ricchi, vero demagogo che rivoluzion il linguaggio della politica, servendosi di espressioni infarcite di affettivit per parlare a cittadini privi della dovuta istruzione. Preda di uomini senza di scrupoli, cos, lassemblea sarebbe divenuta unarena per compiacere il popolo dilapidando il denaro pubblico con provvedimenti contrari allinteresse comune. A seguito di questi sviluppi, nel partito aristocratico avrebbe avuto inizio un dibattito costituzionale con lobiettivo di predisporre meccanismi che evitassero le derive della rappresentativit diretta e valorizzassero il buon governo dei cittadini migliori contro un sistema dove la componente popolare sembrava tiranneggiare, avida e rapace nellaccaparrarsi le risorse comuni. Ne sarebbe nata lesaltazione aristocratica della costituzione di Sparta composta dagli spartiati, una minoranza di cittadini a pieno diritto, dai perici, liberi con limitati diritti politici e dagli iloti, totalmente asserviti. Un modello misto che, accordando ai migliori una posizione privilegiata, secondo i critici aristocratici avrebbe assicurato il buon governo, nellinteresse del popolo e di tutta la comunit. Altro elemento caratterizzante, la detenzione in forma egalitaria della terra, lavorata dagli iloti, e un apparato militare capace di mantenere lordine costituito. Preso a modello nella Repubblica di Platone, lordinamento di Sparta avrebbe costituito un riferimento centrale per alcune correnti, prima aristocratiche, poi utopiste e infine totalitarie del pensiero politico europeo. Quanto a Roma, il primo che tent di giustificarne lordinamento riconducendolo a categorie politiche greche, fu Polibio, intellettuale e storico della cerchia degli Scipioni secondo il quale le ragioni della stabilit e della durata del regime romano andavano ricercate nella natura mista di una costituzione figlia di quella spartana. Unoperazione ideologica portata a termine da Cicerone, finalizzata a dare dignit storica e istituzionale al modello romano
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e a giustificare le ambizioni del partito aristocratico in nome di competenze e di saperi giudicati insostituibili. In realt la forma repubblicana romana, ben pi empirica della descrizione di Polibio, era molto diversa dallordinamento spartano e sarebbe rimasta uno dei modelli politici pi fortunati e dibattuti poich capace di riflettere gli equilibri e gli interessi delle varie componenti sociali, rendendole tutte partecipi della res pubblica e stimolandole a concorrere al bene comune. Se gli interessi privati dei cittadini si identificavano con quelli dello Stato, ragionavano i romani, tutti avrebbero spinto per un governo composto dai migliori e verso il rispetto di una legge neutrale fondata su conoscenze oggettive. Un sistema che, legando il destino di ciascuno a quello della comunit, avrebbe promosso la virt civica e il valore militare.

Platone: la filosofia della politica


Alla crisi di Atene, Platone (427-347 a.C.) contrappone nella Repubblica i lineamenti di una citt bene ordinata. Se luomo buono quello che riesce a coordinare armonicamente le tre parti dellanima, afferma, lo stato buono sar quello che riesce a coordinare gli esseri umani tenendo conto dellanima che in loro prevale: razionale, concupiscente o irascibile. Ne nasce cos una teoria dei sistemi di governo che permette di dare statuto filosofico alla tripartizione tradizionale fin l basata su criteri di tipo meramente sociologico. La citt giusta, cos, si profila come un organismo complesso dove ogni cittadino svolge un compito prestabilito, coerente con le proprie capacit e con la propria disposizione. Nel rapporto tra teoria dellanima e politica, la dottrina platonica avrebbe ispirato il pensiero cristiano. Nella sua rigida sottomissione degli individui a una teoria organica dello Stato, invece, sarebbe divenuto modello della democrazia radicale di Rousseau e, in seguito, di numerose ambizioni autoritarie.

Le tue affermazioni erano pressappoco quelle di adesso, come se avessi esposto tuta la questione dello Stato. Dicevi di considerare buono lo Stato perfettamente conforme alla tua descrizione, e buono luomo che gli somigliasse; e cos ti esprimevi pur potendo parlare, sembra, di uno stato e di un uomo ancora migliori. Comunque, parlando degli altri Stati li dicevi errati, se questo nostro giusto. Trattando poi delle rimanenti costituzioni, tu hai affermato a quanto rammento, che ce ne sono quatto
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specie e che anche di queste meriterebbe parlare e vederne le pecche, e cos pure degli individui che loro somigliano, affinch, dopo averli osservati tutti e aver trovato laccordo su quale sia luomo migliore e quale il peggiore, possiamo esaminare se il migliore sia il pi felice e il peggiore il pi disgraziato, o se la situazione sia diversa. E quando io ho chiesto quali fossero per te le quattro costituzioni, proprio allora sono intervenuti nella conversazione Polemarco e Adimanto e cos tu, ripigliandone largomento, sei arrivato al punto dove ora siamo. Hai unottima memoria, risposi. Ebbene, come un lottatore, offri nuovamente la medesima presa: poich ti ripeto la domanda, cerca di dare la risposta che stavi per dare allora. Sempre che ci riesca feci io. Certo disse desidero proprio sentire quali sono le quattro costituzioni che dicevi. Lo sentirai senza difficolt risposi. Quelle che intendo dire hanno pure appositi nomi e sono queste: quella che riscuote lelogio dei pi, ossia la ben nota costituzione cretese e laconica; seconda viene una costituzione che seconda pure nellelogio e ha il nome di oligarchia, costituzione piena di numerosi mali; antitetica e successiva a questa la democrazia, e poi viene la nobile tirannide che si distingue tra tutte le precedenti e che il quarto e ultimo morbo per uno Stato. O puoi citare qualche altro tipo di costituzione che presenti pure tratti ben distinti? Quanto alle dinastie, ai regni venali e ad altre costituzioni simili, si tratta di forme intermedie e si potrebbero trovare non meno numerose presso i barbari che presso gli elleni. S, se ne possono citare molte e strane rispose. Non sai feci io che anche di temperamenti umani ci sono per forza tante specie quante ce ne sono di costituzioni? Credi forse che le costituzioni nascano da una quercia o da una roccia, anzich dai caratteri dei cittadini, caratteri che, come pesi, trascinano dalla loro parte il resto? Anche io rispose credo che non possano nascere se non di qui.
[Platone, Repubblica, VIII 1-2, Bari, 1997, pp. 519-523]

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Aristotele: la politeia
Riformulando la ripartizione classica tra le forme di governo Aristotele (384-322 a.C.) le divide in monarchiche (dove governa uno solo), aristocratiche (dove governano i migliori) o costituzionali, (dove governano i cittadini), ancorando la definizione dei regimi politici non alla classe sociale, ma allindividuo, coerentemente con la sua teoria della sostanza. Queste forme costituzionali, cos, sono virtuose quando il particolare, il singolo cittadino, agisce armonicamente con luniversale (la politeia), e degenerano quando linteresse privato agisce a detrimento delluniversale. In questo caso, la monarchia diventa tirannide di uno solo, il governo aristocratico oligarchia (tirannia di pochi) e la costituzione, democrazia (tirannia dei pi). La ripartizione aristotelica, come la sua attenzione a coniugare sistema politico e cittadinanza, in tensione critica con Platone, desteranno particolare interesse nel dibattito sullo Stato di diritto nella ricerca di uno spazio per la libert dei singoli dellassolutismo moderno. Lidea aristotelica di un sistema costituzionale che tuteli la libert dei singoli, cos, avrebbe ispirato la cultura liberale e lidea moderna dello Stato di diritto.

Determinate queste cose, bisogna indagare direttamente le costituzioni per stabilire quante e quali siano, annoverando prima le costituzioni rette, in quanto le degenerazioni verranno in luce dopo che saranno state definite le altre. Poich costituzione e governo significano la stessa cosa e il governo il potere sovrano nella citt, necessario che il potere sovrano sia esercitato da uno solo, da pochi, o da pi. Quando uno solo, pochi o pi esercitano il potere in vista dellinteresse comune, allora si hanno necessariamente le costituzioni rette; mentre quando luno o i pochi o i pi esercitano il potere nel loro privato interesse, allora si hanno le deviazioni. Infatti o quelli che partecipano alla vita politica non sono riconosciuti cittadini oppure devono avere parte dellinteresse comune. Abbiamo labitudine di chiamare regno quel governo monarchico che si propone lutile pubblico e aristocrazia il governo di pochi, non di uno solo, sia che il governo sia in mano dei migliori sia che si interessi di ottenere il maggior bene possibile per la citt e i cittadini. Quando la massa regge il governo in vista dellutile pubblico, a questa forma di governo si d il nome di regime costituzionale con cui si designano in comune tutte le costituzioni. Luso invalso nelle denominazioni
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ragionevole: infatti, mentre possibile che una sola persona o un numero ristretto di persone si distinguano per la virt, difficile che un gruppo pi ampio possegga perfettamente tutte le virt, eccetto quella guerresca, che caratteristica delle masse. Per questa ragione in questa costituzione dominante lelemento militare e in essa hanno i diritti politici quelli che possono acquistarsi le armi. Le degenerazioni delle precedenti forme di governo sono la tirannide rispetto al regno, loligarchia rispetto allaristocrazia e la democrazia rispetto al regime costituzionale. Infatti la tirannide il governo monarchico esercitato in favore del monarca, loligarchia mira allinteresse dei ricchi, la democrazia a quello dei poveri; ma nessuna di queste forme mira allutilit comune.
[Aristotele, Politica e Costituzione di Atene, II 7, Torino, 2006, pp. 156-157]

Polibio: la costituzione di Sparta


N esclusivamente monarchica, n oligarchica, n democratica ma una composizione virtuosa dei tre modelli, secondo Polibio (206-124 a.C.) queste sarebbero le virt della costituzione spartana e il segreto della sua stabilit e longevit comparata alla detratta democrazia ateniese. Stesso discorso per la costituzione romana, giudicata in questo testo come figlia di quella di Sparta.

Ora brevemente tratter della legislazione di Licurgo, soggetto non estraneo al piano dellopera. Licurgo aveva notato che ciascuna delle suddette trasformazioni si compiva necessariamente e naturalmente e considerava che ogni governo semplice e fondato su un solo principio era precario, perch ben presto si muta nella forma corrotta che gli corrisponde e che viene dopo per forza di natura. Come infatti la ruggine il male congenito del ferro, del legno invece i tarli e le tignole, per cui anche se riescono a sfuggire tutti i danni esterni, sono consumati dal male che essi generano, allo stesso modo con ogni costituzione nasce il male naturale da essa inseparabile: con il regno il dispotismo, con laristocrazia loligarchia, con la democrazia il governo brutale e violento, e in queste forme, come gi ho detto,
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impossibile che non si mutino col tempo tutte le costituzioni. Ora Licurgo, in considerazione di ci, non stabil una costituzione semplice e uniforme, ma riun tutti i pregi e le caratteristiche dei sistemi politici eccellenti, in modo che nessuno di essi, acquistando una forza maggiore del necessario, deviasse verso i mali congeniti, ma in modo che, neutralizzando la forza delluno quella degli altri, i diversi poteri si equilibrassero, nessuno eccedesse e il sistema politico rimanesse lungamente in perfetto equilibrio, a guisa di nave che vince la forza di unopposta corrente. In tal modo il regno trovava un ostacolo a una condotta insolente nella paura che aveva del popolo, al quale era concessa unadeguata partecipazione al governo, n daltra parte il popolo aveva il coraggio di insolentire i re, per paura del senato, i cui membri, scelti tutti secondo il merito, dovevano stare sempre per la giustizia, cos che la parte che diveniva pi debole, mantenendo i costumi tradizionali, acquistava potere e influenza per il sostegno e linflusso dei senatori. Avendo dunque Licurgo con questi criteri formato la costituzione, difese la libert degli spartani per un periodo di tempo maggiore che alcun altro popolo conosciuto, e prevedendo per forza di ragionamento lorigine e il modo di comportarsi di ogni forma politica, cre quella costituzione evitando ogni danno. I romani, per quanto riguarda la loro costituzione, raggiunsero lo stesso risultato; tuttavia vi arrivarono non con un semplice ragionamento, ma attraverso grandi lotte ed agitazioni; lesperienza fatta sempre a proprie spese indic loro quale fosse il partito migliore da scegliere; cos giunsero allo stesso risultato di Licurgo, cio al migliore sistema di governo esistente.
[Polibio, Storie, VI 10, Milano, 2001, pp. 283-287]

Cicerone: il repubblicanesimo romano


Riprendendo un secolo pi tardi la classificazione storica e costituzionale di Polibio, Cicerone (106-43 a.C.) restituisce in queste pagine una teorizzazione ormai classica del sistema istituzionale romano. Governo misto in nome del bene pubblico e non dellinteresse di una parte. Centralit della legge, come accordo tra le componenti della societ,
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basato sulla ragione dei pi saggi in nome del bene comune. Virt civica, suscitata da una comunit in cui i destini personali e quelli collettivi, gli interessi privati e quelli pubblici finalmente coincidono.

Dei primi tre tipi di costituzione, di gran lunga il migliore , secondo me, il monarchico: ma superiore allo stesso regime monarchico sar quella forma di costituzione politica che risulter da una fusione armonica e temperata delle prime tre forme di governo. lo vorrei che in uno stato vi fosse una autorit suprema e regale, che agli ottimati fosse assegnata una posizione eminente, e che al giudizio e alla volont del popolo fossero riservate alcune decisioni. Una costituzione politica di questo genere ha il vantaggio anzitutto di mantenere un certo equilibrio nella distribuzione dei poteri, condizione della quale i popoli liberi non possono a lungo fare a meno; ed in secondo luogo, questa forma di governo ha la stabilit, mentre le altre forme degenerano facilmente in forme contrarie, cos che dal re nasce il tiranno, dallaristocrazia la fazione, dal popolo il disordine e lanarchia. E mentre le stesse forme primitive si mutano spesso in nuove costituzioni, il genere di governo che risulta da un saggio temperamento di quelle forme politiche non generalmente soggetto a sovvertimento, se non per difetti e colpe dei governanti. Non vi possono essere infatti motivo e occasione di sovvertimento in uno stato in cui ciascuno occupa saldamente il posto che gli spetta, dove non si verificano condizioni per cui si debba precipitare e cadere [] Intendo riferirmi a quelle tre forme di governo, che non siano turbate e corrotte, ma conservino un loro stabile equilibrio. Ma ognuna di esse, presa singolarmente, ha in s i difetti dei quali ho parlato prima; ed inoltre esposta ad altri rischi e pericoli, poich tutte possono rapidamente e bruscamente degenerare in una forma peggiore. Ad un sovrano tollerabile e, se volete, amabile come Ciro, per fare un nome in particolare, proprio per la facolt stessa del regime monarchico di mutare carattere secondo la persona che lo regge, tiene dietro un Falaride, famoso per la sua crudelt, e in una forma di tirannia simile alla sua pu rapidamente e facilmente tramutarsi la dominazione di uno solo. Alla oligarchia aristocratica dei Marsigliesi segue da presso quella che fu un tempo in Atene la consorteria faziosa dei Trenta tiranni. E gli Ateniesi
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stessi, senza cercare altre genti trasformarono la loro democrazia in una sfrenata e rovinosa demagogia.
[Cicerone, De re publica, I XXVIII, XXIX, XLV, Milano, 2007, pp. 63, 87]

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La rinascita
I pi illustri precedenti alla libert dei moderni sarebbero state le battaglie tra Chiesa e Impero che gravarono a lungo sullEuropa medievale e che contribuirono a creare i presupposti per lemancipazione delle comunit civili e per la distinzione tra potere religioso e potere temporale, tra fondatezza giuridica della legge e governo arbitrario della tirannide. Sullo sfondo, il progressivo sviluppo dellEuropa, dallXI secolo al centro di una rinascenza economica e materiale accompagnata assai precocemente dalla ripresa degli studi classici, dalla nascita delle universit e dalla ricerca, nella cultura greca e latina, di una rifondazione del sapere scientifico e di unidentit civile capace di giustificare le ambizioni allindipendenza. Con Guglielmo di Salisbury, vescovo di Chartres, cos, la legge evangelica venne posta per la prima volta a baluardo esplicito delle pretese del tiranno (in quel caso, il re dInghilterra). Due secoli pi tardi, lo stesso principio verr evocato da Ockham, frate francescano, per difendere il cristianesimo e il suo ordine dalle bramosie della Chiesa avignonese: nessuna legittimit pu essere riconosciuta a un indegno emissario della legge cristiana. Sullo sfondo, il moltiplicarsi delle universit, di un sapere e di comunit laiche che, affrancate da ogni mediazione ideologica e resuscitando i principi essenziali del diritto romano, chiedevano sempre pi autonomia, fondando la legittimit politica sulla volont popolare e prefigurando lo Stato di diritto e la democrazia.

Giovanni da Salisbury: la legittimit del tirannicidio


Vissuto tra il 1115 e il 1180, prima sostenitore di Enrico II, poi segretario del celebre vescovo Tommaso Becket, assassinato nella cattedrale di Canterbury dai sicari del monarca britannico, Giovanni fu testimone privilegiato del conflitto tra episcopato e monarchia inglese che lo motivarono a una riflessione sullindipendenza tra religione e sapere politico. Divenuto pi tardi vescovo di Chartres, Giovanni costru lautonomia del proprio pensiero nel lungo soggiorno a Parigi dove ebbe la fortuna di essere allievo di Pietro Abelardo, di Gilberto Porretano e Roberto Pullo. Stabilendo nel Policraticus lobbedienza del sovrano alla legge divina, Giovanni teorizza la legittimit del tirannicidio, mettendo in guardia anche la Chiesa dalle sue ambizioni temporali. Il Policraticus attesta la sua conoscenza degli autori antichi e, in unEuropa che comincia
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a vedere i primi fenomeni di indipendenza civile, pone le basi per lemancipazione del potere religioso da quello temporale.

Secondo la definizione dei filosofi, tiranno chi opprime il popolo con una dominazione violenta, mentre principe chi lo governa secondo le leggi. La legge un dono di Dio, modello di equit, norma di giustizia, immagine della volont divina, custodia della salvezza, legame di solidariet del popolo, regola dei doveri, baluardo e distruzione dei vizi, punizione delle violenze e di ogni offesa. La legge minacciata dalla violenza e dallinganno come dalla ferocia di un leone e dalle insidie di un drago; e quando ci si verifica, la stessa Grazia di Dio che viene attaccata, Dio stesso che viene chiamato al combattimento. Il principe lotta in difesa della legge e della libert del popolo; il tiranno, invece, fa di tutto per vanificare le leggi e per ridurre il popolo in schiavit. Perci, come il principe una sorta di immagine di Dio, il tiranno immagine della forza dellAvversario, della malvagit di Lucifero, che viene preso a modello nella pretesa di porre il proprio seggio ad Aquilone e di essere in tutto simile allAltissimo, fuorch nella bont. Se infatti avesse voluto somigliare a Dio nella bont, Lucifero non avrebbe preteso di sottrargli la gloria della Sua potenza e della Sua sapienza; ma, in realt, egli aspirava solo ad eguagliarlo nel potere di giudicare. Immagine della divinit, il principe deve essere amato, venerato ed adorato; immagine della malvagit, il tiranno va addirittura ucciso. Lorigine della tirannide risiede nelliniquit, dalla cui velenosa radice fiorisce e prospera una pianta nociva e funesta che va in ogni caso recisa. Se liniquit e lingiustizia, nemiche mortali della carit, non avessero prodotto la tirannide, una pace solida e una perpetua concordia avrebbero regnato per sempre sui popoli, e nessuna nazione avrebbe mai pensato di estendere i propri confini. I regni garantisce il padre Agostino sarebbero stati amici e in pace fra loro come le diverse famiglie di una citt ben ordinata o come i diversi membri di una stessa famiglia. O forse ci che ancor pi verosimile non sarebbero nemmeno esistiti dei regni: poich risulta dalle antiche storie che essi vennero presuntuosamente strappati a Dio dalliniquit.
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Si deve tener presente, in ogni caso, che non sono solo i re ad esercitare la tirannia: anche fra i privati vi sono molti tiranni, che si servono del loro potere per fini illeciti. N ci si deve meravigliare, daltro lato, che io associ il re al tiranno, poich sebbene il re sia cos chiamato a causa di quella rettitudine che gli si addice, si chiamano impropriamente re anche alcuni tiranni. Di qui i versi:
Sono arrivato sino a dove un popolo libero pu elevare un cittadino qualunque e non ho lasciato al di sopra di me se non il trono.

E ancora:
Per me speranza della pace sar toccare la destra del tiranno.

Se ammissibile chiamare dovere quanto contrada a ogni dovere e alle regole di una vita onesta, possiamo trovare la lista dei doveri, meglio dei vizi dei tiranni, nelle parole di uno solo di loro. Si tratta di Fotino i tiranni potranno dunque esser detti fotiniani, che fu il primo fra i mostri della casa Pellea, cio dei potenti dEgitto, celebre per la sua immoralit e crudelt. Dopo aver osato condannare a morte Pompeo, volle spiegare i costumi dei tiranni e, con la consueta insolenza, afferm:
Il diritto e la giustizia o Tolomeo spesso ci fanno fare del male, la tanto esaltata lealt, quando solleva quelli che il destino vuole schiacciare, si attira il suo castigo. Allineati ai fati e gli dei sta con i fortunati e fuggi i reietti. Lutile dista dal giusto quanto le stelle dalla terra e quanto il fuoco dallacqua. Lintera forza dello scettro va in rovina se ci si mette a pesare il giusto, il rispetto dellonest fa cadere le rocche. La spregiudicatezza nel fare il male, luso senza ritegno della spada, sostengono le odiate tirannie. Gli atti di crudelt non godono dellimpunit, se non finch continui a commetterli. Si tenga lontano dalle corti chi vuol essere pio. Virt e potere assoluto non vanno daccordo: chi ha ripugnanza per la crudelt sar sempre in assillo.
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Ecco: il rispetto della giustizia e dellonest minimo o nullo da parte dei tiranni che, siano ecclesiastici o secolari, vogliono per se ogni potere ma ne rifiutano i presupposti e le conseguenze.
[Giovanni da Salisbury, Policraticus, Roma, 1984, pp. 239-241]

Guglielmo di Ockham: il potere del popolo


Francescano, vissuto tra il 1285 e il 1290, Ockham uno dei filosofi politici pi importanti del suo tempo. Fuggito da Avignone la notte del 23 maggio 1328 dove attendeva che il pontefice si pronunciasse sullaccusa di eresia che pendeva su di lui, sarebbe diventato in seguito uno dei maggiori collaboratori dellimperatore Ludovico IV nella lotta contro il papato avignonese. Alla base della sua ribellione, la strenua difesa dei principi francescani, a cominciare dalla povert assoluta. Poi, la superiorit della legge divina a tutte le istituzioni terrene, Chiesa inclusa. Quindi, la provenienza dellinvestitura politica dal popolo e non dal papa e la imprescindibile separazione tra potere religioso e spirituale.

Tuttavia, poich alcuni per disputare intendono o amano far credere di intendere qualcosa di condannabile e si adoperano per accusare e condannare quelli che dicono che lecito disputare del potere del sommo pontefice, allora, messo da parte tale vocabolo, cercher di dimostrare in breve che conoscere distintamente, chiaramente e in particolare quale e quanto potere abbia il papa, in quali materie e secondo quale diritto, se divino o umano, necessario, utile e vantaggioso tanto allo stesso papa quanto ad altri. Che la conoscenza di questa materia sia necessaria allo stesso papa evidente, Nessuno infatti deve ignorare ci che riguarda le proprie funzioni, perch unignoranza di tal fatta da considerare colpevole, evidente per il medico, che non deve ignorare larte medica; evidente per il giudice; evidente per i sacerdoti. La stessa ragione naturale prescrive che, dovendo il genere umano vivere in un certo modo e secondo certe regole, come afferma il filosofo
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pagano, nessuno deve ignorare ci che tenuto a fare secondo le facolt umane e non animali. Il papa dunque, che giudice, medico e sacerdote, deve conoscere chiaramente i limiti del proprio potere sugli altri, affinch non giudichi nessuno avendone usurpato il diritto, contro linsegnamento di Agostino, perch non accada che un cieco guidi un altro cieco, e tutti e due cadano in un fosso, n che procuri la morte invece della medicina, n che, ignorando ci che a lui spetta, sia ignorato e riprovato dal Signore, perch, come dice lapostolo: Chi ignora, pure lui sar ignorato. Lignoranza di ci che si tenuti a conoscere, madre di tutti gli errori, deve essere evitata soprattutto dal sommo sacerdote, che ha ricevuto il compito di insegnare presso il popolo di Dio. Il papa deve dunque conoscere quale potere abbia sugli altri, per essere pronto a rendere ragione di esso a chiunque lo richieda, come per la fede; per non turbare, ma anzi salvaguardare, gli altrui diritti; per non accrescere il proprio onore sminuendo i diritti degli altri; per tutelare gli altri nei loro diritti e onori, anche contro se stesso; perch, come tenuto a fare, sappia rendere a ciascuno il suo diritto. Anche i sudditi devono conoscere quale e quanto potere abbia il papa su di essi, perch, come dice Gregorio: Si deve raccomandare ai sudditi di non stare sottomessi pi di quanto utile. Ma non possono evitare leccessiva sottomissione, se non conoscono quale e quanto potere abbia su di essi chi li governa. Per di pi, trascurare i diritti della comunit annoverato tra le colpe. Se infatti una lesione della natura trascurare ci che si possiede in comune, chiaro che trascurare i diritti comuni una colpa, perch la lesione della natura deve essere ritenuta una colpa. Ma si trascurano le cose che non si conoscono. necessario dunque che i sudditi del papa conoscano i diritti comuni dei sudditi. Non possono per conoscerli se ignorano quanto il papa pu e quanto non pu su di essi; dunque necessario che conoscano quanto potere abbia il papa su di essi. Daltra parte il potere del papa o per diritto divino o per diritto umano. Ora il diritto divino si trova nelle Scritture divine, i diritti umani invece sono i diritti degli
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imperatori e dei re. Ma opportuno che anche altri, oltre al papa, conoscano le Scritture divine e le leggi umane, cio degli imperatori e dei re; dunque anche altri devono conoscere quale potere abbia il papa sui suoi sudditi.
[Guglielmo di Ockham, Breve discorso sul governo tirannico, Assisi, 2000, pp. 53-55]

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Il repubblicanesimo medievale
A partire dal Duecento, il progressivo sviluppo economico e il fiorire dei commerci port allautonomia politica e culturale dei Comuni che, attraverso patti giurati tra i singoli cittadini affermarono la propria indipendenza da altri poteri politici ed ecclesiastici, provvedendo a istituire forme autonome di governo. Centri come Venezia, Padova, Pisa e Siena, seguite nel tempo da Firenze o Lucca furono spinti assai presto a ricercare giustificazioni teoriche nella loro battaglia per lautonomia dal Papato e dallImpero, poteri universali che sembravano i soli a essere legittimi. Tale ricerca di giustificazione port nuova fortuna a ideali democratici che, nelle ascendenze romane di un modello repubblicano funzionale alla struttura corporativa delle societ medievali, trovarono un principio di legittimit da far valere contro la Chiesa e lImpero. Secondo quanto afferma lo storico Giovanni Villani, Brunetto Latini sarebbe stato il primo a suscitare le virt civiche e repubblicane dei fiorentini attestandosi come padre della repubblica e dando vita a una tradizione che avrebbe portato a Bruni, Salutati e Machiavelli. Altro sostenitore della repubblica, alle prese con le pretese temporali della Chiesa, Marsilio da Padova, figura centrale del pensiero politico medievale e vero iniziatore della battaglia per lemancipazione politica. Dopo Brunetto Latini e Marsilio, il modello repubblicano avrebbe trovato in Machiavelli quel riformulatore che gli avrebbe permesso di entrare a pieno titolo nel dibattito inglese del XVII secolo per la riforma del sistema monarchico. E da qui, nellEuropa moderna. Nel teorizzare il contributo dei singoli cittadini secondo le loro capacit e competenze alla crescita della comunit civile, il modello repubblicano, per altri versi vicino alla sensibilit liberale, avrebbe costituito un elemento di costante arricchimento della cultura politica democratica moderna.

Marsilio da Padova: la repubblica, per la pace


Criticando i fondamenti dellagostinismo e dello stretto rapporto tra potere religioso e potere politico allinterno di un riformulato repubblicanesimo medievale, Marsilio da Padova (1275-1342) elaborer il primo sistema concettuale utile alla rivendicazione dellautonomia civile. In particolare nel Defensor Pacis, sua opera maggiore, dove,
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riprendendo la tradizione platonica e aristotelica (non a caso, Marsilio padovano e Padova era gi il centro europeo pi importante di studi aristotelici), analizza la natura dellassociazione politica e ne deduce la necessaria autonomia di fronte al potere secolare della Chiesa. A questa, infatti, spetterebbe soltanto il potere spirituale mentre la prescrizione della legge sarebbe compito del potere politico. Il quale, per poter essere efficace, dovrebbe essere basato sullinvestitura popolare allinterno di un sistema repubblicano che, rispecchiando larticolazione della societ, garantirebbe la pace e il rispetto della legge.

Ma ora dobbiamo definire la tranquillit ed il suo opposto; e diciamo cos come dice Aristotele nella sua Politica, libro I, capitolo II e libro V, capitolo III che la citt come una natura animata o animale. Poich, come un animale ben disposto secondo la sua natura composto di certe parti proporzionate, ordinate luna allaltra e che si partecipano mutuamente le loro funzioni in vista del tutto, cos anche la citt costituita da certe parti di tal genere, quando ben disposta e istituita secondo ragione. La relazione tra la citt, le sue parti e la tranquillit, ci apparir quindi simile alla relazione che passa fra lanimale, le sue parti e la salute. E possiamo facilmente riconoscere la veridicit di questa inferenza, da ci tutti gli uomini comprendono a proposito di ciascuna di queste due relazioni. Infatti, essi ritengono che la salute sia lottima disposizione di un animale secondo la propria natura, e che, similmente, la tranquillit sia lottima disposizione dello Stato stabilito secondo ragione. Inoltre la salute, cos come la descrivono i medici pi sperimentati, proprio quella buona disposizione dellanimale per cui ciascuna delle sue parti compie perfettamente quelle operazioni che sono pertinenti alla sua natura; e, secondo questa analogia, la tranquillit sar appunto la buona disposizione della citt o Stato per cui ciascuna delle sue parti sar capace di compiere perfettamente le operazioni che le sono pertinenti, secondo la ragione e la propria istituzione. E poich una buona definizione fissa insieme il significato dei contrari, la mancanza di tranquillit sar la cattiva disposizione della citt o Stato, cos come la malattia di un animale, per cui tutte o alcune delle sue parti sono impedite nel compimento delle operazioni che sono loro pertinenti, o interamente o per quel tanto che necessario al loro completo funzionamento. []
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La monarchia regia dunque un governo temperato ove il governante un uomo singolo che governa per il beneficio comune, secondo la volont o consenso dei sudditi. Il suo opposto, la tirannia, invece un governo viziato ove il governante un uomo singolo che governa per il suo privato beneficio, fuori della volont dei suoi sudditi. Laristocrazia un governo temperato nel quale soltanto la classe onorevole (honorabilitas) governa secondo la volont o consenso dei sudditi e per il beneficio comune. Il suo opposto, 1oligarchia), invece un governo viziato nel quale alcuni tra gli uomini pi ricchi o pi potenti governano per il loro esclusivo interesse, fuori della volont dei loro sudditi. La politia, bench in un certo senso sia qualcosa che comune ad ogni specie o genere di regime o governo, in un altro senso indica una certa specie di governo temperato nel quale ogni cittadino partecipa in qualche modo al governo o alla funzione deliberativa secondo il suo rango, la sua abilit o condizione, per il beneficio comune e con la volont o consenso dei cittadini. Il suo opposto, la democrazia, invece un governo nel quale la massa (vulgus) o la moltitudine degli indigenti stabilisce il governo e governa da sola, fuori della volont o consenso degli altri cittadini e non del tutto per il vantaggio comune secondo la sua giusta proporzione.
[Marsilio da Padova, Defensor Pacis, Primo discorso, II 3, VIII 3, Torino, 1975, pp. 117-119, 145-145]

Niccol Machiavelli: il paradigma romano del governo misto


Davanti al panorama desolante di unItalia divisa e politicamente decadente, Machiavelli (1469-1527) si volge al passato, riflettendo sul tempo in cui la penisola era il cuore repubblicano di un grande impero. Quale lorigine del primato di Roma? La risposta attinge alla lezione di Cicerone e di Polibio: la sua organizzazione costituzionale, che mette in equilibrio le differenti componenti della societ rendendole compartecipi del potere. Cos, sempre orientata dalla stella polare del governo misto, la tradizione repubblicana si affaccia alla modernit.

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Volendo, adunque, discorrere quali furono li ordini della citt di Roma, e quali accidenti alla sua perfezione la condussero: dico, come alcuni che hanno scritto delle repubbliche, dicono essere in quelle uno detre stati, chiamati da loro Principato, dOttimati e Popolare; e come coloro che ordinano una citt, debbono volgersi ad uno di questi, secondo pare loro pi a proposito. Alcuni altri, e secondo la oppinione di molti pi savi, hanno oppinione che siano di sei ragioni governi; delli quali tre ne siano pessimi; tre altri siano buoni in loro medesimi, ma s facili a corrompersi, che vengono ancora essi ad essere perniziosi. Quelli che sono buoni, Sono i soprascritti tre: quelli che sono rei, sono tre altri, i quali da questi tre dependono; e ciascuno dessi in modo simile a quello che gli propinquo, che facilmente saltano dalluno al laltro: perch il Principato facilmente diventa tirannico: li Ottimati con facilit diventano stato di pochi; il Popolare: senza difficult in licenzioso si converte, Talmente che, se un ordinatore di repubblica ordina in una citt uno di qluelli tre stati, ve lo ordina per poco tempo; perch nessuno rimedio pu farvi, a far che non sdruccioli nel suo contrario, per la similitudine che ha in questo caso la virt ed il vizio [] E questo il cerchio nel quale girando tutte le repubbliche si sono governate, e si governano: ma rade volte ritornano nei governi medesimi: perch quasi nessuna repubblica pu essere di tanta vita, che possa passare molte volte per queste mutazioni, e rimanere in piede. Ma bene interviene che, nel travagliare, una repubblica, mancandoli sempre consiglio e forze, diventa suddita duno stato propinquo, che sia meglio ordinato di lei: ma dato che questo non fusse, sarebbe atta una repubblica a rigirarsi infinito tempo in questi governi. Dico, adunque, che tutti i detti modi sono pestiferi, per la brevit della vita che netre buoni, e per la malignit che netre rei. Talch, avendo quelli che prudentemente ordinano leggi, conosciuto questo difetto, fuggendo ciascuno di questi modi per se stesso, ne elessero uno che participasse di tutti, giudicandolo pi fermo e pi stabile; perch luno guarda Ialtro, sendo in una medesima citt, il Principato, li Ottimati, ed il Governo Popolare. Intra quelli che hanno per simili constituzioni meritato pi laude, Licurgo; il quale ordin in modo le sue leggi in Sparta, che dando le parti sue ai Re, negli Ottimati e al Popolo, fece uno stato che
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dur pi che ottocento anni, con somma laude sua, e quiete di quella citt. Al contrario intervenne il Solone, il quale ordin le leggi in Atene; che per ordinarvi solo lo stato popolare, lo fece di s breve vita, che avanti morisse vi ville naia la tirannide di Pisistrato: e bench dipoi anni quaranta ne fussero cacciati gli suoi eredi, e ritornasse Atene in libert, perch la riprese lo stato popolare, secondo gli ordini di Solone; non lo tenne pi che cento anni, ancora che per mantenerlo facesse molte Costituzioni, per le quali si reprimeva la insolenzia degrandi e la licenzia delluniversale, le quali non furono da Solone considerate: nientedimeno, perch la non le mescol con la potenzia del Principato e con quella delli Ottimati, visse Atene, a rispetto di Sparta, brevissimo tempo. Ma vegniamo a Roma; la quale nonostante che non avesse un Licurgo che l ordinasse in modo, nel principio, che la potesse vivere lungo tempo libera, nondimeno furono tanti gli accidenti che in quella nacquero, per la disunione che era la Plebe ed il Senato, che quello che non aveva fatto uno ordinatore, lo fece il caso. Perch, se Roma non sorti la prima fortuna, sort la seconda; perch i primi ordini se furono defettivi, nondimeno non deviarono dalla diritta in che li potesse condurre alla perfezione. Perch Romolo e tutti gli altri ne fecero molte e buone leggi, conformi ancora al vivere libero: ma perch il fine loro fu fondare un regno e non una repubblica, quando quellet rimase libera, vi mancavano molte cose che era necessario ordinare in favore della libert, le quali non erano state da quelli Re ordinate. E avvengach quelli suoi Re perdessero limperio per le cagioni e modi discorsi, nondimeno quelli che li cacciarono, ordinandovi subito duoi Consoli, che stessino nel luogo del Re, vennero a cacciare di Roma il nome, c non la potest regia: talch, essendo in quella repubblica i Consoli ed il Senato, veniva solo ad esser mista di due qualit delle tre soprascritte; cio di Principato e di Ottimati. Restavali solo a dare luogo al Governo popolare: onde essendo diventata la Nobilt romana insolente per le cagioni che di sotto si diranno, si lev il Popolo contro di quella: talch, per non perdere il tutto, fu costretta concedere al Popolo la sua parte: e, dallaltra parte , il Senato e i Consoli restassino con tanta autorit, che potessimo tenere in quella Repubblica il grado loro. E cos nacque la Creazione deTribuni della plebe; dopo la quale creazione venne a
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essere pi stabilito lo stato di quella Repubblica, avendovi tutte le tre qualit di governo la parte sua. E tanto li fu favole la fortuna, che bench si passasse dal governo deRe e delli Ottimati al Popolo, per quelli medesimi gradi e per quelle medesime cagioni che di sopra si sono discorse; nondimeno non si tolse mai, per dare autorit alli Ottimati, tutta lautorit alle qualit regie: n si diminu lautorit in tutto alli Ottimati, per darla al Popolo; ma rimanendo mista, fece una repubblica perfetta: alla quale perfezione venne per la disunione della Plebe e del Senato, come nei due prossimi capitoli largamente si dimostrer.
[Niccol Machiavelli, Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, 1531, Libro I, Cap II, Torino, 1999, pp. 429-431]

James Harrington: la fortuna del modello repubblicano


Ammiratore di Machiavelli e degli antichi, James Harrington (1611-1677) con John Milton il pi importante teorico del repubblicanesimo inglese del XVII secolo. La convinzione che anima la sua opera maggiore, il Commonwealth of Oceana, che per promuovere una comunit prospera e pacifica, ci vuole un sistema costituzionale misto e repubblicano. Sullo sfondo, le lotte per la ripartizione delle terre, lantagonismo tra aristocrazia e corona. Le pagine lasciateci da questo autore dimostrano la fecondit del pensiero repubblicano che, grazie alla mediazione di Machiavelli, ormai diventato uno dei modelli politici dellEuropa moderna.

Una repubblica non altro che una societ civile di uomini. Prendiamo un certo numero di uomini, ad esempio venti, e formiamo immediatamente una repubblica. Venti uomini, se non sono tutti idioti, e forse anche se lo sono, non possono esserlo tutti allo stesso modo, poich ci sar tale differenza tra di loro che circa un terzo sar pi saggio, o meno idiota della restante parte. Questa, anche se la minoranza, una volta individuata (come i cervi che hanno la testa pi grande), guider la massa; perch mentre i sei che compongono questo terzo, discutendo e parlando insieme, dimostrano la loro eminenza i quattordici invece scoprono cose a cui non hanno mai pensato, o
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vengono chiariti su diverse verit che prima li avevano lasciati perplessi; di conseguenza, nelle preoccupazioni, difficolt o pericoli, essi pendono dalle loro labbra, come i bambini da quelle del padre. Perci linfluenza acquistata dai sei e la loro eminenza sono sostegno e conforto per i quattordici; costituiscono lauctoritas patrum, lautorit dei padri. Per tale motivo questa non pu essere altro che una aristocrazia naturale trasmessa da Dio a tutto il corpo dellumanit per il fine e lo scopo suddetti, e cos il popolo non ha solo un obbligo naturale, ma anche positivo di usare delle sue guide. Come quando al popolo dIsraele si comanda dassumere uomini saggi e perspicaci, e uomini conosciuti dalle loro trib, per esser fatti governanti, cos i sei, una volta accettati, come in questo caso, costituiscono il Senato, non per diritto ereditario, n solo a causa della grandezza dei loro possedimenti altrimenti ci darebbe un tale potere da forzare o costringere il popolo ma per elezione dovuta alle loro qualit eccellenti, che tendono a sviluppare linfluenza della loro virt o autorit che guida il popolo. La saggezza della minoranza pu essere la luce dellumanit, ma linteresse della minoranza non il vantaggio dellumanit, n di una repubblica; quindi, visto che abbiamo accertato che linteresse la ragione, essa non deve scegliere, per paura che si spenga la sua luce, ma come il consiglio, quando divide, costituisce la saggezza della repubblica, cos lassemblea o consiglio, quando sceglie, costituisce linteresse della repubblica. Come la saggezza della repubblica sta nellaristocrazia, cos linteresse della repubblica sta nellintero corpo del popolo. E se questo, nel caso la repubblica costituisca unintera nazione fosse troppo numeroso per potersi riunire, il consiglio dovrebbe constare di una rappresentanza tale da poter essere uguale e da non poter avere altri interessi che quelli di tutto il popolo. Poich tutto ci si mostra meglio attraverso lesemplificazione, mi rimetto al mio modello. Ma in questo caso, i sei che dividono, e i quattordici che scelgono, devono necessariamente rappresentare tutti glinteressi dei venti. Dividere e scegliere, nel linguaggio duna repubblica, significa discutere e decidere; e qualunque dibattito del Senato, che venga proposto al popolo e deciso da questo, effettuato auctentate patrum et jussu populi, dallautorit dei padri e dal potere del popolo, i quali accordandosi fanno una legge. Quando per
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la legge fatta, dice Hobbes, solo parole e carta, senza le mani e le spade degli uomini quindi, siccome quei due ordini della repubblica, cio il Senato e il Popolo, sono legislativi, necessariamente occorre un terzo ordine per essere lesecutore delle leggi fatte, e questultimo la magistratura. Con questordine e con gli altri, elaborati dallarte, la repubblica consiste di un Senato che propone, di un Popolo che decide e di una magistratura che esegue, Di conseguenza, la repubblica, comprendendo unaristocrazia che il Senato, una Democrazia che il Popolo, una monarchia che la magistratura, e completa. Siccome non c nessunaltra repubblica che questa, nellarte o nella natura, non ci si deve meravigliare se Machiavelli ci ha dimostrato che gli antichi hanno reputato buona questa sola.
[James Harrington, La repubblica di Oceana, Torino, 2004, pp. 30-32]

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La libert dallo Stato assoluto


A partire dal XVII secolo, nel panorama politico dellEuropa moderna dominata dalle grandi monarchie assolute, il Regno dInghilterra si staglia nella sua originale fisionomia istituzionale e giuridica in virt della quale il potere del re risulta limitato dalla presenza di un parlamento parzialmente elettivo che, con la Gloriosa rivoluzione del 1688-89, amplia e rafforza le sue funzioni e la sua centralit nella vita pubblica. Insieme a questesempio concreto di governo rappresentativo e bilanciato, dallInghilterra giunge sul continente un nuovo paradigma teorico dei rapporti tra autorit e individui che capovolge la tradizionale visione teologica del potere politico. Si tratta del contratto sociale come origine della societ politica che desacralizza la concezione dello stato, rifondando la dimensione della sfera pubblica ex parte civium. Ancora di pi, dopo loperazione politico-culturale compiuta da John Locke nei suoi Trattati sul governo elaborati in anni di lotta aperta tra i parlamentari Whig e la dinastia Stuart, dove il consenso dei soggetti diventa lorigine legittima dellautorit dei sovrani e i diritti individuali, vincoli e limiti del potere pubblico che prefigurano il modello dello Stato di diritto. Cos, fino alle soglie della Rivoluzione francese, quando il rapido sviluppo della societ e della borghesia, indebolendo irrimediabilmente il potere aristocratico, spinger a superare un approccio giuridico negativo, tutto preoccupato a limitare linvadenza di poteri considerati inamovibili, con nuovi modelli positivi che nutrono lambizione di sostituirsi alla monarchia assoluta. A testimoniare questo passaggio, le ambiguit di Montesquieu, simpatizzante di una monarchia costituzionale, ma primo a disegnare le caratteristiche di una repubblica democratica. Una repubblica fondata sullinvestitura popolare ma a sua volta attenta a prevenire forme di tirannia assolutistica tramite una sapiente divisione dei poteri. A compiere il passo decisivo, sarebbe stato invece Jean-Jacques Rousseau il quale, sintetizzando i modelli costituzionali greci di Atene e Sparta, avrebbe dato vita a una repubblica democratica fondata sul suffragio universale, sulla partecipazione e sulla sovranit indivisibile del popolo. Le aspirazioni nate nellXI secolo avevano trovato il loro sbocco naturale. Malgrado il riferimento nominalistico alla repubblica, legata retoricamente alla virt dei romani, con Rousseau lEuropa riscopriva lideale partecipativo della democrazia.

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John Locke: i diritti degli individui e i limiti del potere


NellInghilterra del tardo Seicento, alle soglie della Glorious Revolution culminata nel Bill of rights, il filosofo John Locke (1632-1704) teorizza lillegittimit del potere assoluto, rinnovando, con gli strumenti concettuali del contrattualismo e del giusnaturalismo lantico ideale del nomos basileus, in base al quale i governanti, al pari dei governati, sono soggetti alla sovranit della legge. Nella riflessione politica lockiana prende forma il paradigma del costituzionalismo moderno, che concepisce lo Stato come artificio giuridico creato consensualmente dagli uomini al fine di garantire i diritti fondamentali alla vita, alla libert, alla sicurezza e alla propriet.

N un potere assoluto e arbitrario, n un governo privo di leggi fisse e stabilite, possono conciliarsi con i fini della societ e del governo e gli uomini non avrebbero rinunciato alla libert dello stato di natura, n si sarebbero sottoposti al governo, se non era per conservare la propria vita, libert e fortuna, e garantire la propria pace e tranquillit con norme dichiarate sul diritto e la propriet. Non si pu supporre chessi, avendo il potere di condursi a quel modo, intendessero conferire ad una o pi persone il potere assoluto e arbitrario sulle loro persone e averi, e porre nelle mani del magistrato la forza per eseguire arbitrariamente su di essi la sua volont illimitata. Questo significherebbe porsi in una condizione peggiore che lo stato di natura, in cui avevano la libert di difendere il proprio diritto contro le offese altrui, e si trovavano in condizioni eguali di forza per sostenerlo, sia che fosse violato da un sol uomo o da molti congiunti. Mentre invece, supposto chessi si fossero rimessi alla volont e al potere assoluto e arbitrario di un legislatore, avrebbero disarmato se stessi e armato lui, per rendersi sua preda a piacimento suo, poich si trova in una condizione molto peggiore colui ch esposto al potere arbitrario di un solo uomo, che ha il comando di centomila uomini, che non colui ch esposto al potere arbitrario di centomila individui, dal momento che non si pu esser sicuri che la volont di colui che ha questo comando sia migliore di quella di altri, sebbene la sua forza sia centomila volte maggiore. E perci, quale che sia la forma della societ politica, il potere dominante deve governare in base a leggi dichiarate e conosciute, e non in base a ordini estemporanei e decisioni indeterminate.
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Infatti gli uomini si troverebbero in una condizione ben peggiore che nello stato di natura, quando avessero armato uno o pochi uomini con il potere congiunto di una moltitudine, per costringerli a obbedire a loro arbitrio ai decreti eccessivi e arbitrari dei loro subitanei pensieri o delle volont sfrenate e sino a quel momento sconosciute, senzaver dichiarato misure che guidino e giustifichino le loro azioni. Infatti, dal momento che tutto il potere di cui il governo dispone non inteso che al bene della societ, come non devesser arbitrario e capriccioso, cos devesser esercitato secondo leggi stabilite e promulgate; cos che, da un lato, il popolo possa conoscere il suo dovere, e stare tranquillo e sicuro nei limiti della legge, e, dallaltro, anche i governanti si tengano entro questi limiti, e non siano tentati, dal potere che hanno fra le mani, dimpiegarlo per fini tali e secondo misure tali che non sarebbero mai stati approvati e riconosciuti volontariamente dal popolo.
[John Locke, Secondo trattato sul governo, XI 137, Torino, 1982, pp. 331-332]

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Montesquieu: la separazione dei poteri e la rappresentanza politica


Nel Settecento il tema dei diritti di libert al centro della riflessione politica degli illuministi che nellopera di Montesquieu (1689-1755) trova una delle pi precoci e influenti espressioni teoriche. Per evitare che il potere pubblico degeneri in forme dispotiche, trasformandosi in una minaccia per gli individui, necessario affidare a organi distinti le diverse funzioni potestative dello Stato, in modo che il potere freni il potere. Nel porre tale regola di organizzazione istituzionale, Montesquieu stabilisce un nesso tra lesercizio dellautorit legislativa e la rappresentanza politica, avvalorata quale tecnica di autogoverno che permette di combinare modello e idea repubblicana ad aspirazione democratica.

Esistono, in ogni Stato, tre sorte di poteri: il potere legislativo, il potere esecutivo delle cose che dipendono dal diritto delle genti, e il potere esecutivo di quelle che dipendono dal diritto civile. a. lo scopo naturale di uno Stato che non ha nemici esterni, o che crede di averli fermati con delle muraglie b. Inconveniente del liberum veto In base al primo di questi poteri, il principe o il magistrato fa delle leggi per sempre o per qualche tempo, e corregge o abroga quelle esistenti. In base al secondo, fa la pace o la guerra, invia o riceve delle ambascerie, stabilisce la sicurezza, previene le invasioni. In base al terzo, punisce i delitti o giudica le liti dei privati. Questultimo potere sar chiamato il potere giudiziario, e laltro, semplicemente, potere esecutivo dello Stato. La libert politica, in un cittadino, consiste in quella tranquillit di spirito che proviene dalla convinzione, che ciascuno ha, della propria sicurezza; e, perch questa libert esista, bisogna che il governo sia organizzato in modo da impedire che un cittadino possa temere un altro cittadino. Quando nella stessa persona o nello stesso corpo di magistratura il potere legislativo unito al potere esecutivo, non vi libert, perch si pu temere che lo stesso monarca o lo stesso senato facciano leggi tiranniche per attuarle tirannicamente. Non vi libert se il potere giudiziario non separato dal potere legislativo
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e da quello esecutivo. Se esso fosse unito al potere legislativo, il potere sulla vita e la libert dei cittadini sarebbe arbitrario, poich il giudice sarebbe al tempo stesso legislatore. Se fosse unito con il potere esecutivo, il giudice potrebbe avere la forza di un oppressore. Tutto sarebbe perduto se la stessa persona, o lo stesso corpo di grandi, o di nobili, o di popolo, esercitasse questi tre poteri: quello di fare le leggi,quello di eseguire le pubbliche risoluzioni, e quello di giudicare i delitti o le liti dei privati [] Poich in uno Stato libero ogni uomo, che si suppone possieda uno spirito libero, deve guidarsi da s, bisognerebbe che il corpo del popolo avesse direttamente il potere legislativo; ma poich ci impossibile nei grandi Stati, ed soggetto a molti inconvenienti nei piccoli, bisogna che il popolo faccia per mezzo dei suoi rappresentanti tutto ci che non pu compiere direttamente. Si conoscono molto meglio le esigenze della propria citt che quelle delle altre, e si giudica meglio della capacit dei vicini che di quella degli altri compatrioti. Non bisogna dunque che i membri del corpo legislativo provengano in generale da tutta la nazione, ma conviene che, in ciascun luogo importante, gli abitanti si scelgano un rappresentante. Il grande vantaggio di avere dei rappresentanti, che essi sono capaci di discutere i pubblici affari. Il popolo non ne affatto in grado, e questo costituisce uno degli inconvenienti principali della democrazia. Non necessario che i rappresentanti, che hanno ricevuto da chi li ha scelti delle istruzioni generali, ne ricevano anche di particolari su ciascuna questione, come avviene nelle diete in Germania. vero che in questo modo, la parola dei deputati sarebbe pi diretta espressione della voce della nazione, ma ci porterebbe ad infinite lungaggini, renderebbe ciascun deputato padrone di tutti gli altri e, nei casi pi urgenti, tutta la forza della nazione potrebbe, venire arrestata da un capriccio.
[Charles-Louis de Secondat de Montesquieu, Lo Spirito delle leggi, XI 6, 1965, pp. 275-281]

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Jean-Jacques Rousseau: la sovranit appartiene al popolo


Il contrattualismo di Rousseau (1712-1778) muove dai postulati delluguaglianza e della libert degli uomini nello stato di natura per giungere alluguaglianza dei cittadini e alla libert come autonomia nella societ politica. Nellet del riformismo dallalto dei sovrani assoluti, il filosofo elabora una teoria dello Stato che, tratta da alcuni principi dellegualitarismo spartano e dellautogoverno ateniese, attribuisce al popolo la titolarit e lesercizio della sovranit, delegittimandone ogni forma di alienazione e divisione. Queste pagine costituiscono unineludibile testimonianza dellimportanza del dibattito concettuale antico nella formazione di categorie politiche moderne e della multiforme ricerca di forme istituzionali che, fondate sullautogoverno del popolo, porteranno alla democrazia moderna e contemporanea. Sbarazzandosi della divisione dei poteri di Montesquieu, secondo lui resa necessaria soltanto dallarbitrariet dello Stato assoluto, Rousseau compie una svolta concettualmente importante (per quanto gravida di molte conseguenze nefaste) aprendo una nuova fase dove il compito della politica non quello negativo della limitazione del potere ma quello positivo della costruzione di una societ giusta e democratica.

La sovranit inalienabile La prima e pi importante conseguenza derivante dai principi qui sopra stabiliti che la volont generale pu dirigere le forze dello stato solo secondo i fini che le sono propri e che si identificano col bene comune: infatti se lurto degli interessi particolari ha reso necessario il formarsi delle societ, laccordo di questi stessi interessi che lo ha reso possibile. Il vincolo sociale formato da ci che vi di comune in questi doverosi interessi e se non vi fosse qualche punto in cui gli interessi concordano, non sarebbe possibile lesistenza di nessuna societ. Orbene, unicamente in base a questo interesse comune che la societ deve essere governata. Io dico dunque che la sovranit, altro non essendo che lesercizio della volont generale, non pu mai essere alienata e che il corpo sovrano, il quale solo un corpo collettivo, non pu essere rappresentato che da se stesso: il potere si pu trasmettere, ma non di certo la volont, infatti, se non impossibile che una volont particolare si accordi, su qualche punto, con la volont generale, per lo meno impossibile che questo accordo sia durevole e costante, perch la volont particolare tende di
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sua natura alle preferenze e la volont generale alluguaglianza. ancor pi impossibile che vi sia un garante di tale accordo e, per quanto esso dovrebbe sempre esistere, sarebbe pi un risultato ottenuto per caso che ad arte. Il corpo sovrano pu senza dubbio dire: lo voglio attualmente ci che vuole quel tale uomo o, quanto meno, ci che dice di volere, ma non pu dire: Ci che quelluomo vorr domani, io pure lo vorr ancora, perch assurdo che la volont si dia delle catene per lavvenire e perch non dipende da alcuna volont il consentire a nulla che sia in contrasto col bene dellessere che vuole. Se dunque il popolo promette semplicemente di obbedire, egli si dissolve per questo stesso atto, perdendo la sua qualit di popolo: dal momento che egli ha un padrone non vi pi corpo sovrano ed allora il corpo politico distrutto. Questo non vuol dire che gli ordini dei capi non possano figurare per volont generale, finch il corpo sovrano, libero di opporsi, non lo fa: in simili casi, in base al silenzio universale, si deve presumere il consenso del popolo. Ma ci sar spiegato pi lungamente. La sovranit non divisibile. Per gli stessi motivi per cui la sovranit inalienabile, essa anche indivisibile; infatti o la volont generale o non esiste: essa quella del corpo del popolo o solamente una parte. Nel primo caso questa volont dichiarata un vero e proprio atto di sovranit e fa legge, nel secondo soltanto una volont particolare o un atto della magistratura; tuttal pi pu essere un decreto. Ma i nostri autori politici, non potendo dividere la sovranit nel suo principio, la dividono nel suo oggetto; la dividono in forza e in volont, in potere legislativo e in potere esecutivo, in diritti di imposta, di giustizia e di guerra, in amministrazione interna e in potere di trattare con lo straniero: talvolta confondono tutte queste parti, talvolta le separano; come se componessero luomo di parecchi corpi, di cui luno abbia gli occhi, laltro le braccia, laltro i piedi e niente altro. Si dice che i ciarlatani del Giappone tagliano a pezzi un fanciullo sotto gli occhi degli spettatori, poi, gettando in aria tutte le sue membra, una dopo laltra, lo fanno ricadere vivo e tutto intero. Tali sono allincirca i giochi di bussolotti dei nostri politici: dopo aver smembrato il corpo sociale con un gioco di prestigio da fiera, ne riuniscono i pezzi non si sa come.
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Questo errore deriva dal non essersi fatta una chiara idea circa la sovranit e per avere preso per parti di questa autorit quelle che ne erano solo emanazioni: cos, per esempio, sono visti come atti di sovranit quello di dichiarare la guerra e quello di fare la pace, il che non corrisponde alla realt delle cose, poich ciascuno di questi atti non una legge, ma soltanto unapplicazione della legge, un atto particolare che determina un caso previsto dalla legge, come si vedr chiaramente quando sar determinato il concetto connesso al termine legge. Osservando ugualmente le altre divisioni, si constaterebbe che tutte le volte in cui si crede di vedere divisa la sovranit, ci si inganna; si constaterebbe che i diritti che si prendono per parti della sovranit sono in realt subordinati a questa e presuppongono sempre delle supreme volont, di cui questi diritti non fanno che procedere allesecuzione. veramente difficile dire quanto questa mancanza di esattezza abbia reso oscure le confusioni degli autori nel campo del diritto pubblico, quando hanno voluto giudicare i rispettivi diritti dei re e dei popoli in base a quei principi che essi avevano stabilito. Tutti possono vedere, nei capitoli III e IV del primo libro di Grozio, come questo sapiente e il suo traduttore Barbeyrac simbroglino e si impantanino nei loro sofismi, nel timore di dire troppo o di non dire abbastanza, secondo i loro punti di vista, e di porre in urto quegli interessi che essi dovevano conciliare. Grozio, rifugiato in Francia, scontento della sua patria, e volendosi rendere gradito a Luigi XIII cui il suo libro era dedicato, non risparmia sforzi per spogliare i popoli dei loro diritti e per rivestirne i re con tutta la sua arte. Questa era anche lintenzione di Barbeyrac, quando dedicava la sua traduzione a Giorgio I, re dInghilterra. Ma, per sua sfortuna, la cacciata di Giacomo II, cacciata che egli definisce abdicazione lo forzava a stare guardingo, a destreggiarsi, a tergiversare per non fare di Guglielmo un usurpatore. Se questi due scrittori avessero adottato i veri principi, ogni difficolt sarebbe stata tolta di mezzo, ed essi sarebbero stati sempre conseguenti; ma allora avrebbero detto tristemente la verit e avrebbero fatto la corte solo al popolo. Ora, la verit non conduce alla fortuna e il popolo non offre n ambascerie n cattedre n pensioni.
[Jean-Jacques Rousseau, Contratto sociale, II 1-2, Milano, 1998, pp. 74-76]

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DAlembert e Diderot: la diffusione della democrazia


A testimoniare la diffusione del dibattito sulle forme costituzionali nellEuropa illuminista, la scrupolosit con cui lEnciclopedia di DAlembert e Diderot ricostruisce la definizione di democrazia a met del Settecento. Una definizione che riunisce tutti i concetti che dallantichit, a partire dal famoso epitaffio di Pericle, erano passati attraverso le rielaborazioni di Montesquieu e di Rousseau, in una sintesi a uso popolare. Impressa a 4250 copie, cos, prototipo della diffusione del sapere razionale tipicamente illuminista, lEnciclopedia avrebbe permesso allidea di democrazia unulteriore diffusione. Che il termine stesse conoscendo in quegli anni unascesa spettacolare dimostrato da una ricerca del Cnrs francese dove, a partire da una banca dati (Frantext) costituita da testi che vanno dal XVII al XX secolo, tra il 1740 e il 1788 la ricorrenza di democrazia aumenta progressivamente, conosce un incremento significativo con la rivoluzione e una crescita regolare ed esponenziale fino ai giorni nostri.

Mi pare che non senza ragione le democrazie si vantino di essere nutrici dei grandi uomini. In realt, dato che nei governi popolari non v nessuno che non faccia parte dellamministrazione dello Stato, secondo le sue qualit e il suo merito; dato che non v nessuno che non partecipi alle vicende buone e cattive, tutti i singoli si occupano e si interessano, a gara, del bene comune, poich non possono accadere rivoluzioni che non siano utili o dannose per tutti; inoltre le democrazie elevano gli animi, perch mostrano la via degli onori e della gloria, pi aperta a tutti i cittadini, pi accessibile e meno limitata che non sotto il governo di pochi o sotto il governo di un solo, ove mille ostacoli impediscono di percorrerla. Sono queste le felici prerogative delle democrazie, che formano gli uomini, le grandi gesta e le virt eroiche. Per convincersene basta posar locchio sulle repubbliche di Atene e di Roma, che, per la loro costituzione, si sono innalzate al di sopra di tutti gli imperi del mondo. E ovunque la loro condotta e le loro massime saranno seguite, produrranno allincirca gli stessi effetti. Non dunque indifferente ricercare le leggi fondamentali costitutive delle democrazie, e il principio che solo pu conservarle e mantenerle, ci che mi propongo di tratteggiare qui.
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Ma prima di procedere oltre, necessario notare che nella democrazia nessun cittadino ha il potere sovrano, e neppure una parte di esso; tale potere risiede nellassemblea generale del popolo convocato secondo le leggi. Cos il popolo, nella democrazia, per certi riguardi sovrano e per certi altri suddito. sovrano in virt dei suffragi, che sono le sue volont; suddito, in quanto membro dellassemblea investita del potere sovrano [] La virt, in una democrazia, consiste nellamore delle leggi e della patria: poich tale amore esige che si rinunci a se stessi e si anteponga sempre linteresse pubblico al privato, esso reca con s tutte le virt particolari implicite in questa referenza. Tale amore genera la bont dei costumi, e la bont dei costumi lamor di patria; quanto meno possiamo soddisfare le nostre passioni particolari, tanto pi ci dedicheremo a quelle generali. La virt, in una democrazia, comprende ancora lamore delleguaglianza e della frugalit, poich ciascuno, in questo governo, gode le stesse fortune e gli stessi vantaggi, deve anche provare gli stessi piaceri e formulare le stesse speranze: tutte cose raggiungibili soltanto con la generale frugalit. Lamore delleguaglianza limita lambizione al piacere di rendere alla patria servigi maggiori di quelli che le rendono gli altri cittadini. Non tutti possono renderle servigi eguali, ma debbono egualmente rendergliene. Cos qui le distinzioni sorgono dal principio medesimo delleguaglianza, anche quando leguaglianza parrebbe eliminata da servigi eccezionali o da talenti eminenti. Lamore della frugalit limita il desiderio di possesso alla cura richiesta da ci ch indispensabile alla propria famiglia, ed anche a ci ch superfluo alla patria. Lamore delleguaglianza e della frugalit sono grandemente stimolati dalleguaglianza e frugalit stesse, quando si vive in uno Stato ove le leggi istituiscono luna e laltra. Ma in taluni casi leguaglianza fra i cittadini pu essere soppressa, nella democrazia, per il bene della democrazia. Gli antichi Greci, ben consapevoli della necessit che i popoli viventi sotto un governo popolare fossero allevati nella pratica delle virt necessarie al mantenimento delle democrazie, adottarono, per ispirare
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tali virt, singolari istituzioni. Se leggete nella vita di Licurgo le leggi chegli dette ai Lacedemoni vi parr di leggere la storia dei Severambi. Le leggi di Creta erano i modelli di quelle di Sparta, e quelle di Platone ne erano la correzione. Leducazione privata deve mirare ad ispirare le virt di cui abbiamo parlato; ma per far s che i fanciulli possano possederle, v un mezzo sicuro: che le posseggano gli stessi padri. Generalmente possibile comunicare ai figli le proprie conoscenze, ma ancor pi comunicare loro le proprie passioni: se ci non avviene, vuol dire che ci ch stato fatto nella casa paterna distrutto dalle influenze esterne. Non vero che il popolo, appena nato, degeneri. Va in rovina soltanto quando gli uomini fatti sono gi corrotti. Il principio della democrazia si corrompe quando lamore delle leggi e della patria comincia a degenerare, quando leducazione pubblica e privata sono trascurate, quando gli onesti desideri mutano oggetto, quando il lavoro e i doveri sono definiti noie; allora lambizione penetra i cuori pronti ad accoglierla, e lavarizia pervade ogni cosa. Queste verit sono confermate dalla Storia. Atene nutriva in seno le medesime energie, sia quando domin con tanta gloria, sia quando si asserv con tanta vergogna; aveva ventimila cittadini quando difese i Greci contro i Persiani, quando contese limpero a Sparta ed attacc la Sicilia, ne aveva ventimila quando Demetrio di Falerea li cens, cos come in un mercato si contano gli schiavi. Quando Filippo os dominare in Grecia, gli Ateniesi lo temettero come nemico non della libert, ma dei divertimenti. Essi avevano fatto una legge per condannare a morte chiunque proponesse di dirottare verso investimenti bellici il denaro gi destinato ai teatri.
[DAlembert e Diderot, Enciclopedia o dizionario ragionato delle scienze, delle arti e dei mestieri, Bari, 1968, pp. 337-342]

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Dalla libert alla democrazia


Alla fine del XVIII secolo, rotti finalmente gli indugi di fronte alla decomposizione della societ aristocratica, borghesi e ceti popolari tentano la pi grande impresa dellEuropa moderna: sostituire la monarchia e il potere assoluto con una societ nuova fondata sulluguaglianza e sulla libert. Ad aprire il fronte, le colonie britanniche dellAmerica del Nord che conquistano lindipendenza dalla Gran Bretagna, giungendo a riunirsi in una federazione di Stati governati sulla base di costituzioni scritte. Dalla Virginia alla Pennsylvania, dal Maryland al Massachusetts, il processo costituente apertosi nel 1776 mette capo a solenni documenti giuridici che disciplinano le funzioni degli organi pubblici, stabilendo, in prima istanza, i diritti fondamentali alla cui tutela sono obbligati. Lesempio dei bills of rights delle ex colonie seguito in Francia dai protagonisti dell89, che, subito dopo aver infranto il tradizionale ordine della rappresentanza cetuale, trasformano gli Stati generali in Assemblea nazionale costituente, elaborano e approvano la Dichiarazione dei diritti delluomo e del cittadino, fissando i limiti e i principi di organizzazione del governo in una societ politica ripensata in funzione dei soggetti. Ne nascer una prima fase rivoluzionaria incentrata sulla possibilit di riformare la monarchia grazie a provvedimenti tratti dagli orientamenti pi moderati e liberali dellilluminismo politico, analoghi a quelli della rivoluzione americana. La Dichiarazione dell89, cos, sar incentrata sul concetto di libert, lasciando principi come luguaglianza e il suffragio universale ancora in secondo piano. Il compromesso liberale allinterno della monarchia, per, sarebbe durato poco. Nel corso del 1792, il malcontento delle classi popolari, esasperate dalle difficolt economiche, avrebbe portato a una nuova rivolta: il 10 agosto del 1792 il popolo deponeva il re e proclamava la repubblica, spianando la strada ai giacobini e al loro leader indiscusso: Robespierre. Dopo larresto dei girondini, la Convenzione democratica vot il 24 giugno del 1793 una nuova Costituzione, proceduta da una nuova Dichiarazione dei diritti dove il principio di uguaglianza precedeva i diritti di libert, di sicurezza e di propriet, voltando pagina con il secolo precedente, preoccupato di affermare innanzitutto lautonomia dei cittadini di fronte allo stato assoluto. Ora che lancien rgime non cera pi, far precedere la libert sulluguaglianza significava lasciare gli esseri umani in balia della fortuna e
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del destino. Liberi, ma privi di tutele, quindi schiavi del bisogno o dellarbitrio del pi forte. Sancire la centralit delluguaglianza, invece, significava ancorare la libert alla democrazia, allo sforzo collettivo di emancipazione dalla natura e riconoscere in questa battaglia dal valore collettivo, pari dignit per tutti. Si compiva cos, la grande cesura tra cultura democratica e liberale. Tra lidea borghese di esseri umani che, lasciati a loro stessi, possano finalmente far valere le proprie capacit individuali e la convinzione che soltanto la democrazia, comunit solidale e civile a presidio contro larbitrio e la natura, possa fornire ai cittadini gli strumenti che gli permettano di essere liberi. A conferma della natura democratica di questo testo, dove luguaglianza non di impedimento alla libert, il riconoscimento della propriet privata e dei frutti del lavoro, difesi e tutelati dallo stato quale contributo alla crescita collettivit e garanzie invalicabili allautonomia degli individui.

Thomas Jefferson: la Dichiarazione dindipendenza


Redatta (principalmente) da Thomas Jefferson (1743-1826) e approvata dal Congresso continentale riunito a Filadelfia, la Dichiarazione che proclama lindipendenza degli Stati Uniti dAmerica giustifica la rottura con la corona britannica, ricorrendo ad argomentazioni di matrice contrattualistica e giusnaturalistica dietro cui facile riconoscere una lunga tradizione che nasce da Ockham e Giovanni da Salisbury e che reca lincisiva influenza delle idee di Locke. Quando i governanti contravvengono agli scopi della societ civile, il popolo legittimato a riappropriarsi della sovranit per creare un nuovo governo fondato sul consenso e vincolato alla tutela dei diritti individuali: una dottrina filosofica potenzialmente rivoluzionaria irrompe concretamente nella storia, trasformando la realt politica.

Quando nel corso di eventi umani, sorge la necessit che un popolo sciolga i legami politici che lo hanno stretto a un altro popolo e assuma tra le potenze della terra lo stato di potenza separata e uguale a cui le Leggi della Natura e del Dio della Natura gli danno diritto, un conveniente riguardo alle opinioni dellumanit richiede che quel popolo dichiari le ragioni per cui costretto alla secessione. Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verit: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi
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inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libert, e il perseguimento della Felicit; che per garantire questi diritti sono istituiti tra gli uomini governi che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che ogni qual volta una qualsiasi forma di governo tende a negare questi fini, il popolo ha diritto di mutarla o abolirla e di istituire un nuovo governo fondato su tali principi e di organizzarne i poteri nella forma che sembri al popolo meglio atta a procurare la sua Sicurezza e la sua Felicit. Certamente, prudenza vorr che i governi di antica data non siano cambiati per ragioni futili e peregrine; e in conseguenza lesperienza di sempre ha dimostrato che gli uomini sono disposti a sopportare gli effetti dun malgoverno finch siano sopportabili, piuttosto che farsi giustizia abolendo le forme cui sono abituati. Ma quando una lunga serie di abusi e di malversazioni, volti invariabilmente a perseguire lo stesso obiettivo, rivela il disegno di ridurre gli uomini allassolutismo, allora loro diritto, loro dovere rovesciare un siffatto governo e provvedere nuove garanzie alla loro sicurezza per lavvenire. Tale stata la paziente sopportazione delle Colonie e tale ora la necessit che le costringe a mutare quello che stato finora il loro ordinamento di governo. Quella dellattuale re di Gran Bretagna storia di ripetuti torti e usurpazioni, tutti diretti a fondare unassoluta tirannia su questi Stati [] Egli ha incitato i nostri alla rivolta civile, e ha tentato di istigare contro gli abitanti delle nostre zone di frontiera i crudeli selvaggi indiani la cui ben nota norma di guerra la distruzione indiscriminata di tutti gli avversari, di ogni et, sesso e condizione. A ogni momento mentre durava questa apprensione noi abbiamo chiesto, nei termini pi umili, che fossero riparati i torti fattici; alle nostre ripetute petizioni non si risposto se non con rinnovate ingiustizie. Un principe, il cui carattere si distingue cos per tutte quelle azioni con cui si pu definire un tiranno, non adatto a governare un popolo libero [] E daltra parte non abbiamo mancato di riguardo ai nostri fratelli britannici. Di tanto in tanto li abbiamo avvisati dei tentativi fatti dal loro parlamento di estendere su di noi una illegale giurisdizione. Abbiamo ricordato ad essi le circostanze della nostra emigrazione e del nostro stanziamento in queste terre. Abbiamo fatto appello al loro innato
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senso di giustizia e alla loro magnanimit, e li abbiamo scongiurati per i legami dei nostri comuni parenti di sconfessare queste usurpazioni che inevitabilmente avrebbero interrotto i nostri legami e i nostri rapporti. Anchessi sono stati sordi alla voce della giustizia, alla voce del sangue comune. Noi dobbiamo, perci, rassegnarci alla necessit che denuncia la nostra separazione, e dobbiamo considerarli, come consideriamo gli altri uomini, nemici in guerra, amici in pace. Noi pertanto, Rappresentanti degli Stati Uniti dAmerica, riuniti in Congresso generale, appellandoci al Supremo Giudice dellUniverso per la rettitudine delle nostre intenzioni, nel nome e per lautorit del buon popolo di queste Colonie, solennemente rendiamo di pubblica ragione e dichiariamo: che queste Colonie Unite sono, e per diritto devono essere, stati liberi e indipendenti; che esse sono sciolte da ogni sudditanza alla Corona britannica, e che ogni legame politico tra esse e lo Stato di Gran Bretagna , e deve essere, del tutto sciolto; c che, come Stati liberi e indipendenti, essi hanno pieno potere di far guerra, concludere pace, contrarre alleanze, stabilire commercio e compilare tutti gli altri atti e le cose che gli stati indipendenti possono a buon diritto fare. E in appoggio a questa dichiarazione, con salda fede nella protezione della Divina Provvidenza, reciprocamente impegniamo le nostre vite, i nostri beni e il nostro sacro onore.
[Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti dAmerica, 4 luglio 1776. Disponibile su: http:// www.ildomenicale.it/approfondimenti/Dichiarazione%20italiano.pdf]

Il federalismo repubblicano
Tra il maggio e il settembre del 1787 i rappresentanti delle ex colonie britanniche si riuniscono a Filadelfia per riformare lordinamento confederale stabilito durante la guerra dindipendenza. Il frutto del loro lavoro la Costituzione degli Stati Uniti dAmerica, che rafforza il potere e allarga le competenze degli organi di governo della Federazione. In vista della necessaria ratifica dei singoli Stati, Hamilton (1755-1804), Jay (17451829) e Madison (1751-1836) si lanciano in una serrata campagna di stampa a sostegno della nuova Costituzione, illustrando allopinione pubblica (e alla posterit) le ragioni e le virt del federalismo repubblicano. Il processo di emancipazione politica, per il momento di stampo moderato e borghese, ancora non approdato alla democrazia.
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I due grandi elementi di differenziazione tra una democrazia e una repubblica sono i seguenti: in primo luogo, nel caso di questultima, vi una delega dellazione governativa ad un piccolo numero di cittadini eletto dagli altri in secondo luogo, essa pu estendere la sua influenza su di un maggior numero di cittadini e su una maggiore estensione territoriale. Risultato del primo punto , da un lato, quello di affinare ed allargare la visione dellopinione pubblica, attraverso la mediazione di un corpo scelto di cittadini, la cui provata saggezza pu meglio discernere linteresse effettivo del proprio paese, e il cui patriottismo e la cui sete di giustizia renderebbero meno probabile che si sacrifichi il bene del paese a considerazioni particolarissime e transitorie. In un regime di questo genere, pu ben avvenire che la voce di popolo, espressa dai suoi rappresentanti, possa meglio rispondere al bene di tutti, di quanto non avverrebbe se essa fosse espressa direttamente dal papa riunito con questo specifico scopo. Daltro canto il risultato pu essere capovolto. Individui faziosi, schiavi di pregiudizi locali, che accarezzino sinistri disegni, potrebbero riuscire, con lintrigo o la corruzione o con altri mezzi, ad ottenere, dapprima, il suffragio popolare e, quindi, tradire gli interessi del popolo che li avesse eletti. Largomento che ne risulta il seguente: se siano pi adatte a eleggere buoni custodi della cosa pubblica le piccole o le grandi repubbliche. Tale questione dovr, senzaltro, essere decisa in favore di queste ultime, in considerazione di due ovvi argomenti: si dovr in primo luogo notare come, per quanto la piccola repubblica possa essere, i rappresentanti dovranno sempre raggiungere un certo numero e che, per grande che possa essere, quelli dovranno essere limitati ad un certo numero, per evitare la confusione generale della massa. Da qui risulta come il numero dei rappresentanti, in ambedue i casi, non sia proporzionato a quello di coloro che li eleggono, ed essendo, anzi, relativamente maggiore nella piccola repubblica, ne consegue che, se la proporzione di personalit adatte al compito non minore nella grande repubblica, essa presenter maggiore larghezza di scelta e, conseguentemente, migliori probabilit di effettuare tale scelta con discernimento. In secondo luogo, dacch ciascun rappresentante sar scelto da un
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numero di cittadini che sar maggiore nella grande che nella piccola repubblica, rimarr pi difficile a candidati immeritevoli tramare e mettere in pratica le manovre tortuose con cui troppo spesso si effettuano le elezioni; inoltre, essendo il suffragio popolare pi libero, esso si indirizzer pi facilmente verso uomini che presentino reali meriti e fermi e conosciuti caratteri [] Altro punto di differenziazione il seguente: che un regime repubblicano pu abbracciare un maggior numero di cittadini ed un pi ampio territorio di quanto non possa un regime democratico ed proprio questa circostanza che fa s che le possibili manovre delle fazioni siano da temere meno nel primo, che nel secondo caso. Quanto pi piccola la societ, tanto minori saranno probabilmente gli interessi e le parti che la compongono; quanto meno numerosi questi singoli interessi e queste parti, tanto pi facilmente si potr formare una maggioranza che condivida il medesimo interesse; e quanto pi piccolo il numero dei cittadini che basti a costituire una maggioranza, quanto pi limitata la zona in cui essi agiscono, tanto pi facilmente essi potranno tramare ed eseguire i loro disegni di oppressione. Allargate la zona dazione ed introducete una maggiore variet di partiti e dinteressi, e renderete meno probabile lesistenza di una maggioranza che, in nome di un comune interesse, possa agire scorrettamente nei riguardi dei diritti degli altri cittadini; oppure, anche qualora esistesse una simile comunit di interessi, sar certo pi difficile, a coloro che ne partecipino, il riconoscere e il valutare la propria forza e lagire daccordo con gli altri. Accanto ad altri ostacoli si pu notare come, dove esiste coscienza di propositi ingiusti o disonorevoli, la diffidenza reciproca esercita tanto maggior controllo sulla possibilit di comunicare e di accordarsi, quanto maggiore sar il numero di coloro la cui complicit sarebbe necessaria. Donde appare chiaramente come lUnione possa vantare, rispetto agli Stati che lo compongono, la stessa superiorit che una grande repubblica pu vantare nei riguardi di una repubblica pi piccola, ed una repubblica in genere nei riguardi della democrazia, per quanto si riferisce al controllo delle azioni faziose. Tale vantaggio proviene, forse, dal fatto che i rappresentanti, in
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questo caso sarebbero individui superiori, per le proprie illuminate opinioni e per i propri virtuosi sentimenti, ai pregiudizi locali e alle manovre meno che giuste? Non vi dubbio alcuno che i rappresentanti dellUnione saranno pi facilmente in grado di rispondere a questi requisiti. Consiste invece nella maggiore garanzia offerta dalla pi ampia variet di opinioni e di interessi che si oppone alla possibilit che uno di questi gruppi possa superare ed opprimere gli altri? Anche in questo caso, la maggiore variet di gruppi diversi, inclusi nellUnione, aumenta quella garanzia. O consiste esso, infine, nei maggiori ostacoli che si oppongono allattuazione delle segrete speranze di una maggioranza ingiusta ed interessata? Anche in questo caso lampiezza dellUnione le fornisce il pi sostanzioso vantaggio [] Il rimedio che la repubblica offre per i mali pi tipici del regime repubblicano risiede dunque nellampiezza e nella struttura dellUnione. E quanto pi noi saremo lieti ed orgogliosi di essere repubblicani, tanto pi dovremo salvaguardare e rinforzare in noi stessi le nostre convinzioni di federalisti.
[Alexander Hamilton, John Jay, James Madison, Il federalista, Milano, 980, 189-193]

1789: la rivoluzione liberale


Abbattendo i pilastri dellantico regime con i suoi decreti antifeudali del 4 e 11 luglio, lAssemblea nazionale costituente disegna le coordinate giuridiche di un nuovo ordine politico, le cui condizioni di legittimit sono fissate in un documento di diritto positivo, che in 17 articoli (approvati tra il 20 e il 26 agosto 1789) distilla, sotto influenza della rivoluzione americana, il legato delle teorie illuministiche del diritto naturale e del contratto sociale, e che nel 1791 integreranno la futura costituzione. La rifondazione dello Stato ex parte civium, ancorata ai principi di uguaglianza, della separazione dei poteri e della sovranit nazionale, finalizzata ad assicurare i diritti umani di immunit e libert, di cui sono fissate le principali garanzie penali e processuali. La monarchia non ancora abolita e la nuova carta costituzionale si presenta con un certo eclettismo ideologico composto dalle idee di Rousseau, di Voltaire e della Rivoluzione americana. Preoccupata di garantire libert borghesi contro lo stato assoluto senza insistere troppo sulluguaglianza e sulla sovranit popolare.
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I Rappresentanti del Popolo Francese, costituiti in Assemblea Nazionale, considerando che lignoranza, loblio o il disprezzo dei diritti delluomo sono le uniche cause delle sciagure pubbliche e della corruzione dei governi, hanno stabilito di esporre, in una solenne dichiarazione, i diritti naturali, inalienabili e sacri delluomo, affinch questa dichiarazione, costantemente presente a tutti i membri del corpo sociale, rammenti loro incessantemente i loro diritti e i loro doveri; affinch maggior rispetto ritraggano gli atti del potere legislativo e quelli del potere esecutivo dal poter essere in ogni istanza paragonati con il fine di ogni istituzione politica; affinch i reclami dei cittadini, fondati da ora innanzi su dei principi semplici ed incontestabili, abbiano sempre per risultato il mantenimento della Costituzione e la felicit di tutti. In conseguenza, lAssemblea Nazionale riconosce e dichiara, in presenza e sotto gli auspici dellEssere Supremo, i seguenti diritti delluomo e del cittadino: Art. 1 Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti. Le distinzioni sociali non possono essere fondate che sullutilit comune. Art. 2 Il fine di ogni associazione politica la conservazione dei diritti naturali ed imprescrittibili delluomo. Questi diritti sono la libert, la propriet, la sicurezza e la resistenza alloppressione. Art. 3 Il principio di ogni sovranit risiede essenzialmente nella Nazione. Nessun corpo o individuo pu esercitare unautorit che non emani direttamente da essa. Art. 4 La libert consiste nel poter fare tutto ci che non nuoce ad altri; cos, lesercizio dei diritti naturali di ciascun uomo ha come limiti solo quelli che assicurano agli altri membri della societ il godimento di questi stessi diritti. Questi limiti possono essere determinati solo dalla legge. Art. 5 La legge ha il diritto di vietare solo le azioni nocive alla societ. Tutto ci che non vietato dalla legge non pu essere impedito, e nessuno pu essere costretto a fare ci che essa non ordina. Art. 6 La legge lespressione della volont generale. Tutti i cittadini hanno diritto di concorrere, personalmente o mediante i loro rappresentanti, alla sua formazione. Essa deve essere uguale per tutti,
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sia che protegga, sia che punisca. Tutti i cittadini essendo uguali ai suoi occhi sono ugualmente ammissibili a tutte le dignit, posti ed impieghi pubblici secondo le loro capacit, e senza altra distinzione che quella della loro virt e dei loro talenti. Art. 7 Nessun uomo pu essere accusato, arrestato o detenuto se non nei casi determinati dalla legge, e secondo le forme da essa prescritte. Quelli che procurano, spediscono, eseguono o fanno eseguire degli ordini arbitrari, devono essere puniti; ma ogni cittadino citato o tratto in arresto, in virt della legge, deve obbedire immediatamente; opponendo resistenza si rende colpevole. Art. 8 La legge deve stabilire solo pene strettamente ed evidentemente necessarie e nessuno pu essere punito se non in virt di una legge stabilita e promulgata anteriormente al delitto, e legalmente applicata. Art. 9 Presumendosi innocente ogni uomo sino a quando non sia stato colpevole, se si ritiene indispensabile arrestarlo, ogni rigore non necessario per assicurarsi della sua persona deve essere severamente represso dalla legge. Art. 10 Nessuno deve essere molestato per le sue opinioni, anche religiose, purch la manifestazione di esse non turbi lordine pubblico stabilito dalla legge. Art. 11 La libera comunicativa dei pensieri e delle opinioni uno dei diritti pi preziosi delluomo; ogni cittadino pu dunque parlare, scrivere, stampare liberamente, salvo a rispondere dellabuso di questa libert nei casi determinati dalla legge. Art. 12 La garanzia dei diritti delluomo e del cittadino ha bisogno di una forza pubblica; questa forza dunque istituita per il vantaggio di tutti e non per lutilit particolare di coloro ai quali essa affidata. Art. 13 Per il mantenimento della forza pubblica, e per le spese di amministrazione, indispensabile un contributo comune: esso deve essere ugualmente ripartito fra tutti i cittadini, in ragione delle loro sostanze. Art. 14 Tutti i cittadini hanno il diritto di constatare, da loro stessi o mediante i loro rappresentanti, la necessit del contributo pubblico, di approvarlo liberamente, di controllarne limpiego e di determinarne la quantit, la ripartizione e la durata.
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Art. 15 La societ ha il diritto di chieder conto ad ogni agente pubblico della sua amministrazione. Art. 16 Ogni societ in cui la garanzia dei diritti non assicurata, n la separazione dei poteri determinata, non ha costituzione. Art. 17 La propriet essendo un diritto inviolabile e sacro, nessuno pu esserne privato, salvo quando la necessit pubblica, legalmente constatata, lo esiga in maniera evidente, e previa una giusta indennit.
[Dichiarazione dei diritti delluomo e del cittadino, 1789, disponibile su: http://www.scribd.com/ doc/504623/Dichiarazione-1789]

1793: la rinascita della democrazia


Le prime vittime del dispotismo furono la Dichiarazione dei diritti e la Costituzione del 1793, quelle carte fondamentali che gli stessi giacobini avevano provveduto a elaborare e che, passate al vaglio della Convenzione il 24 giugno del 1793, di fronte alla difficile guerra con la Prussia e alloffensiva dei controrivoluzionari, vennero accantonate aprendo la strada alla tirannia e al terrore del Comitato di salute pubblica. Malgrado non siano entrati mai in vigore, ancorando la libert neluguaglianza, questi testi avrebbero segnato il superamento del Settecento illuminista, fondando il pensiero democratico moderno e contemporaneo.

Il popolo francese, convinto che loblio e il disprezzo dei diritti naturali delluomo sono le sole cause delle sventure del mondo, ha deciso di esporre in una dichiarazione solenne questi diritti sacri e inalienabili, affinch tutti i cittadini, potendo paragonare incessantemente gli atti del Governo col fine di ogni istituzione sociale, non si lascino giammai opprimere, avvilire dalla tirannia; affinch il popolo abbia sempre davanti agli occhi le basi della sua libert e della sua felicit, il magistrato la regola dei suoi doveri, il legislatore loggetto della sua missione. Di conseguenza, esso proclama, al cospetto dellEssere supremo, la seguente dichiarazione dei diritti delluomo e del cittadino. Art. l Lo scopo della societ la felicit comune. - Il governo istituito per garantire alluomo il godimento dei suoi diritti naturali e imprescrittibili.
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Art. 2 Questi diritti sono leguaglianza, la libert, la sicurezza, la propriet. Art. 3 Tutti gli uomini sono eguali per natura e davanti alla legge. Art. 4 La legge lespressione libera e solenne della volont generale; la stessa per tutti, sia che protegga sia che punisca; non pu ordinare se non ci che giusto e utile alla societ; non pu vietare se non ci che le nocivo. Art. 5 Tutti i cittadini sono ugualmente ammissibili agli impieghi pubblici. 1 popoli liberi non conoscono altri motivi di preferenza, nelle loro scelte, che le virt e i talenti. Art. 6 La libert il potere che appartiene alluomo di fare tutto ci che non nuoce ai diritti degli altri: essa ha per principio la natura, per regola la giustizia, per salvaguardia la legge; il suo limite morale in questa massima: Non fare ad un altro ci che non vuoi che sia fatto a te. Art. 7 Il diritto di manifestare il proprio pensiero e le proprie opinioni, sia con la stampa sia in qualsiasi altra maniera, il diritto di riunirsi pacificamente, il libero esercizio dei culti, non possono essere soggetti a divieti. - La necessit di enunciare questi diritti presuppone o la presenza o il ricordo recente del dispotismo. Art. 8 La sicurezza consiste nella protezione accordata dalla societ a ciascuno dei suoi membri per la conservazione della sua persona, dei suoi diritti e delle sue propriet. Art. 9 La legge deve proteggere la libert pubblica e individuale contro loppressione di coloro che governano. Art. 10 Nessuno devessere accusato, arrestato o detenuto, se non nei casi determinati dalla legge e secondo le forme da essa prescritte. Ogni cittadino, chiamato o catturato per lautorit della legge, deve obbedire allistante; egli si rende colpevole con la resistenza. Art. 11 Ogni atto esercitato contro un uomo fuori dei casi e senza le forme che la legge determina arbitrario e tirannico: colui contro il quale lo si volesse eseguire con la violenza, ha il diritto di respingerlo con la forza. Art. 12 Coloro che sollecitino, emettano, firmino, eseguano o facciano eseguire degli atti arbitrari, sono colpevoli, e devono essere puniti. Art. 13 Poich ogni uomo presunto innocente fino a che non sia stato dichiarato colpevole, se si giudica indispensabile arrestarlo, ogni vigore che non sia necessario per assicurarsi della sua persona deve essere severamente represso dalla legge.
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Art. 14 Nessuno devessere giudicato e punito che dopo essere stato ascoltato o legalmente citato, e in virt di una legge promulgata prima del delitto. La legge che punisse i delitti commessi prima del suo venire in essere sarebbe un atto tirannico; leffetto retroattivo dato alla legge sarebbe un crimine. Art. 15 La legge non deve fissare che pene strettamente ed evidentemente necessarie: le pene devono essere proporzionate al delitto e utili alla societ. Art. 16 Il diritto di propriet il diritto che appartiene ad ogni cittadino di godere e dispone a suo piacimento dei suoi beni, dei suoi redditi, del frutto dei suo lavoro e della sua iniziativa. Art. 17 Nessun genere di lavoro, di coltivazione, di commercio, pu esser interdetto alliniziativa dei cittadini. Art. 18 Ogni uomo pu impegnare i suoi servizi e il suo tempo; ma non pu vendersi, n esser venduto; la sua persona non una propriet alienabile. La legge non riconosce la domesticit; pu esistere solo un legame di cure e di riconoscenza tra luomo che lavora e quello che lo impiega. Art. 19 Nessuno pu essere privato della minima porzione della sua propriet senza il suo consenso se non quando la necessit pubblica legalmente constatata lo esiga, ed a condizione di una giusta e previa indennit. Art. 20 Nessun tributo pu essere stabilito se non per lutilit generale. Tutti i cittadini hanno il diritto di concorrere allistituzione dei tributi, di sorvegliarne limpiego, e di farsene render conto. Art. 21 I soccorsi pubblici sono un debito sacro. La societ deve la sussistenza ai cittadini sfortunati, sia procurando loro del lavoro, sia assicurando i mezzi di esistenza a quelli che non sono in condizione di lavorare. Art. 22 Listruzione il bisogno di tutti. La societ deve favorire con tutto il suo potere i progressi della ragione pubblica, e mettere listruzione alla portata di tutti i cittadini. Art. 23 La garanzia sociale consiste nellazione di tutti per assicurare a ciascuno il godimento e la conservazione dei suoi diritti; questa garanzia riposa sulla sovranit nazionale. Art. 24 Essa non pu esistere, se i limiti delle funzioni pubbliche non sono chiaramente determinati dalla legge, e se la responsabilit di tutti i funzionari non assicurata. Art. 25 La sovranit risiede nel popolo: essa una e indivisibile, imprescrittibile e inalienabile.
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Art. 26 Nessuna frazione del popolo pu esercitare il potere del popolo intero; ma ogni sezione del Sovrano riunita in assemblea deve godere del diritto di esprimere la sua volont con una completa libert.
[Dichiarazione dei diritti delluomo e del cittadino, 1793, disponibile su: http://www-1.unipv.it/webdsps/ storiadoc/Doc%20RivFrancese/1793%20Cost.%20anno%20I%20(tr).htm]

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LA LUNGA BATTAGLIA PER LUGUAGLIANZA


La restaurazione incontr resistenze e rivoluzioni che destabilizzarono ben presto lordine politico ripristinato a Vienna dalla potenze conservatrici. Non si poteva pi tornare indietro, sotto i colpi delle campagne napoleoniche lEuropa dellancien rgime era definitivamente tramontata e gli ideali della rivoluzione irreversibilmente diffusi. Allorigine delle rivolte, erano processi strutturali che stavano corrodendo le fragili fondamenta della ricostruzione diplomatico-militare del potere dinastico: lindustrializzazione, lurbanizzazione, la politicizzazione delle identit, la circolazione di idee che sfuggivano al controllo delle monarchie e cambiavano la fisionomia della societ, innescando tensioni tra le aspirazioni sempre pi pressanti dei governati e le pretese sempre pi delegittimate dei governanti. Tutti processi che scongiuravano il ritorno al passato ma che rendevano la battaglia per la democrazia pi complessa del previsto. La durezza della vita in fabbrica, la difficolt di badare alla sussistenza, linadeguatezza delle condizioni abitative del nuovo proletariato industriale imponevano allEuropa dellOttocento una questione sociale destinata a eccedere e a intrecciarsi alle rivoluzioni nazionali del 1830 e del 1848, ineludibile quanto esplosiva, poich condannata a tradursi in instabilit e a sfociare in lotte di classe. Come la Dichiarazione dei diritti del 1793 aveva preannunciato, lambizione a una libert effettiva implicava ora la richiesta di uguaglianza. Se la Rivoluzione francese aveva permesso la rinascita dellideale democratico, anche il partito conservatore, legato ormai alla nuova borghesia imprenditoriale, si mosse alla ricerca di una identit politica al passo con i tempi. Assumendo lirreversibilit del cambiamento e rifacendosi alle lotte storiche per lo Stato di diritto cerc una sintesi tra moderatismo e idee illuministe: nella Dichiarazione del 1789, nella Dichiarazione dindipendenza americana del 1787, nei testi di Locke o di Montesquieu che li avevano ispirati. Unideologia capace di difendere la libert di iniziativa in coerenza con la nuova etica borghese. Nel giro di un decennio, tra il 1810 e il 1820, sarebbero apparsi due termini destinati a sicuro successo: liberale e liberalismo. Anche se lancien regime non cera pi, il riferimento rimaneva alla libert. Libert che, scomparso lo Stato assoluto diventava libert diniziativa e di competizione senza regole, contraria alluguaglianza e determinata a vantaggio dei pi forti. Una libert senza garanzie che manteneva i privilegi e, in nome delletica meritocratica borghese,
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giustificava le ingiustizie della natura e della societ. Dopo i moti costituzionali e indipendentisti del 1820-21 e del 1830-31, il fiume carsico della rivoluzione sarebbe tornato a erompere nel 1848, mostrando sensibilit ormai socialiste. In Francia, dove scocc la scintilla della rivoluzione europea, il fronte repubblicano che avrebbe rovesciato la monarchia borghese fu sostenuto dal movimento dei lavoratori, scavalcato per ben presto dallabilit del partito liberale. Nel 1848 lelezione a suffragio universale della nuova Costituente avrebbe consegnato la vittoria alla destra e una Costituzione reazionaria che, ispirata esplicitamente a Dio, definiva la nuova repubblica democratica, osando quanto neanche i giacobini del 93 avevano osato, pur di sottrarre terreno ai democratici e ai lavoratori. Di fronte alla vittoria elettorale, cos, i conservatori avevano compiuto un ulteriore passo. Vedendo che il suffragio universale e i diritti politici non mettevano a repentaglio lordine sociale, sposarono gli istituti formali del modello democratico dando vita alla democrazia liberale. Alexis de Tocqueville che nella Democrazia in America del 1831 parlava di dispotismo democratico, intervenendo il 12 settembre del 1848 allAssemblea costituente, avrebbe affermato: La democrazia e il socialismo sono congiunti solo da una parola, luguaglianza; ma si noti una differenza: la democrazia vuole luguaglianza nella libert, il socialismo vuole luguaglianza nel disagio e nella servit. Una volta che lanima pi rivoluzionaria della democrazia, lanima giacobina, si apprestava a diventare socialista, una volta che libere elezioni portavano alla vittoria dei moderati, il liberalismo sposava il suo tempo e si appropriava della democrazia. Tra vittorie e sconfitte, cos, nella miseria dilagante e nella miopia di classi dirigenti che non volevano rinunciare ai propri privilegi, la questione sociale avrebbe monopolizzato la politica europea per un secolo e mezzo, conquistando soltanto tardivamente i primi, limitatissimi riconoscimenti, scongiurati fin l da una politica basata sulla concessione di diritti civili e politici per spostare lorizzonte dei conflitti: se in Francia il suffragio universale maschile venne concesso nel 1848 (vale la pena ricordarlo, portando alla vittoria di Napoleone III), si dovette aspettare il 1884 perch venissero legalizzati i sindacati, il 1923 per ottenere la settimana di 48 ore e il 1936 per le prime ferie pagate. Nellurgenza della povert e nellegoismo della nuova democrazia liberale europea, nellimpossibilit di soddisfare le esigenze dei lavoratori attraverso
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libere elezioni monopolizzate dal partito conservatore, quella propugnata dai veri democratici sarebbe sembrata a molti una forma velleitaria di socialismo. Giustamente assillato dalle condizioni materiali, perci il riconoscimento di un salario equo e di condizioni accettabili di lavoro fu lobiettivo immediato, talmente immediato da diventare per molti assoluto, portando alla diffusione di teorie rivoluzionarie socialiste che si misero alla testa dello schieramento progressista, consumando un momentaneo divorzio con democrazie sostanzialmente bloccate. Al rifiuto sempre pi cieco e suicida di operare una vera e trasformazione della societ, allassenza di sbocchi per le prospettive rivoluzionarie, allimpossibilit di soddisfare le richieste per via elettorale, sarebbe seguita lesasperazione dei popoli e dei lavoratori. Screditata dalla sua versione liberale, lidea stessa di democrazia sarebbe stata spazzata via da regini totalitari che, rifacendosi opportunisticamente alla fraseologia riformista, promisero di risolvere con le armi della semplificazione ideologica le esigenze primarie espresse dalle masse.

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Associazionismo e questione sociale


Il socialismo utopistico di Owen e di Fourier o il saintsimonismo furono i primi tentativi di affrontare la questione sociale allinterno dellastratta mentalit illuminista. A dare un po pi di concretezza, nel 1838 arrivarono le rivendicazioni del cartismo britannico e, nel 1840, la pubblicazione dellOrganizzazione del lavoro, libro di Louis Blanc destinato ad aprire un lungo e appassionato dibattito. Lintellettuale francese, partendo dalla denuncia delle condizioni disumane dei lavoratori, ripensava la strategia politica dei democratici nella prospettiva di un futuro suffragio universale. Pi che la rivoluzione, argomentava, non pi legittima di fronte a istituzioni ispirate alla volont popolare, il partito democratico e progressista doveva impegnarsi nella riforma della societ, servendosi delle associazioni mutualiste che cominciavano a nascere numerose, come prime cellule di un sistema futuro basato sulla giustizia e sulla solidariet. Il libro di Blanc, preannunciando una nuova fase politica dove i rapporti di forza sembravano obbligare i democratici a deporre la prospettiva rivoluzionaria, ebbe molto successo e apr il dibattito. Vi parteciparono Vacherot e Prudhon, che cerc ispirazione nel federalismo democratico settecentesco, ma anche esponenti del mondo cattolico come il vescovo di Magonza Emmanuel von Ketteler, capofila di un nutrito mondo associativo cristiano impegnato nel soccorso ai lavoratori. Lidea di una riforma della societ pacifica e dal basso, per, sarebbe stata superata negli anni Sessanta dellOttocento, quando, di fronte allimpossibilit di risolvere la questione operaia per via elettorale, il socialismo scientifico avrebbe assorbito buona parte del fronte democratico, associazionismo compreso, allinterno di un nuovo internazionalismo rivoluzionario. Per il fatto stesso di difendere la propriet privata dei mezzi di produzione, denunciava Marx, lo stato democratico non avrebbe potuto esistere perch non poteva fare astrazione dai rapporti di potere. La dipendenza dal capitale, continuava, era evidente ogni volta che leconomia era in crisi, rivelando le forze reali che tengono in vita lapparato statale, obbligato per la sua stessa sopravvivenza a favorire imprenditori e industriali. Lo stretto rapporto tra poteri economici e autorit pubblica, agli occhi dei socialisti, era stato dimostrato dallesito del voto francese del 1848 dove il popolo, chiamato a esprimersi con il suffragio universale, sottoposto al giogo degli interessi dominanti aveva votato per moderati e conservatori. Se si voleva una vera democrazia, si doveva passare
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per una dittatura proletaria che abolisse le classi, permettendo ai cittadini di esprimersi liberamente.

Henri de Saint Simon: lilluminismo socialista


Caratteristica tipica degli utopisti moderni lassociazione di utopia e critica sociale. Di questo connubio Saint-Simon (1760-1825), assieme a Owen e Fourier, uno dei pi notevoli rappresentanti. Teorico della filosofia positiva e di un approccio scientifico ai problemi sociali e politici, mir allavvento di una nuova societ grazie a un grande nucleo industriale organizzato, orientato a migliorare le condizioni del proletariato per realizzare, a suo dire, il messaggio evangelico. Il saintsimonismo, nato dalla diffusione delle sue idee, animer i moti del 1830 in Francia e in Europa, con il suo messaggio messianico.

Supponiamo che la Francia perda allimprovviso i suoi cinquanta primi fisici, i suoi cinquanta primi chimici, i suoi cinquanta primi fisiologhi, i suoi cinquanta primi matematici, i suoi cinquanta primi poeti, i suoi cinquanta primi pittori, i suoi cinquanta primi musicisti, i suoi cinquanta primi letterati; i suoi cinquanta primi meccanici, i suoi cinquanta primi ingegneri civili e militari, i suoi cinquanta primi architetti, i suoi cinquanta primi artificieri, i suoi cinquanta primi medici, i suoi cinquanta primi chirurghi, i suoi cinquanta primi farmacisti, i suoi cinquanta primi marinai, i suoi cinquanta primi orologiai; i suoi cinquanta primi banchieri, i suoi 200 primi negozianti, i suoi 600 primi coltivatori, i suoi cinquanta primi mastri dofficina, i suoi cinquanta primi fabbricanti di armi, i suoi cinquanta primi conciatori, i suoi cinquanta primi tintori, i suoi cinquanta primi minatori, i suoi cinquanta primi fabbricanti di cotone, i suoi cinquanta primi fabbricanti di sete, i suoi cinquanta primi fabbricanti di tele, i suoi cinquanta primi fabbricanti di chincaglierie, i suoi cinquanta primi fabbricanti di maioliche e porcellane, i suoi cinquanta primi fabbricanti di cristalli e vetrerie, i suoi cinquanta primi armatori, le sue cinquanta prime case di trasporto, i suoi cinquanta primi tipografi, i suoi cinquanta primi incisori, i suoi cinquanta primi orafi e altri lavoratori di metalli;
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i suoi cinquanta primi muratori, i suoi cinquanta primi carpentieri, i suoi cinquanta primi falegnami, i suoi cinquanta primi maniscalchi, i suoi cinquanta primi fabbri, i suoi cinquanta primi coltellinai, i suoi cinquanta primi fonditori e altre cento persone di diversa condizione non determinata, assai abili nelle scienze, nelle belle arti e dei diversi mestieri, facendo in tutto i primi 3.000 sapienti, artisti e artigiani della Francia. Questi uomini sono i produttori pi necessari della Francia, forniscono beni pi importanti, dirigono i lavori pi utili per la nazione e la rendono feconda nelle scienze, nelle belle arti e nelle arti e mestieri: sono realmente il fiore della societ francese; sono i francesi pi utili al loro paese, che gli arrecano la gloria maggiore, che accelerano di pi la sua civilizzazione e la sua prosperit, la nazione, perduti costoro, diverrebbe un corpo senza anima; cadrebbe immediatamente in uno stato di inferiorit nei confronti delle nazioni di cui oggi la rivale, e sarebbe sempre subalterna al loro sguardo, finch non avesse posto riparo a questa perdita, finch non le fosse rigermogliata una testa. La Francia avrebbe bisogno di unintera generazione almeno per rimediare a una tale disavventura; infatti gli uomini che si distinguono nei lavori di una utilit positiva sono delle reali anomalie, e la natura non prodiga di eccezioni, soprattutto di tal specie. Passiamo a un altro caso. Supponiamo che la Francia conservi tutti gli uomini di genio chessa possiede nelle scienze, nelle belle arti e nelle arti e mestieri, e che invece abbia la disgrazia di perdere, nello stesso giorno, Sua Altezza il fratello del re, monsignor il duca di dAngoulme monsignor il duca di Berry, monsignor il duca dOrlans, monsignor il duca di Borbone, la duchessa di dAngoulme, la duchessa di Berry, la duchessa di Orlans, la duchessa di Borbone e la signorina di Cond; chessa contemporaneamente perda tutti i grandi ufficiali della corona, tutti i ministri di Stato, con o senza dipartimento, tutti i consiglieri di Stato, tutti i referendari, tutti i suoi marescialli, tutti i suoi cardinali, arcivescovi, vescovi, grandi vicari e canonici, tutti i prefetti e viceprefetti, tutti gli impiegati nei ministeri, tutti i giudici e, in pi, i 10.000 proprietari pi ricchi fra coloro che conducono una vita pari a quella dei nobili.
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Questo avvenimento rattristerebbe indubbiamente i francesi, perch essi sono buoni e non saprebbero restare indifferenti di fronte alla sparizione improvvisa di un gran numero di compatrioti. Ma questa perdita di 30.000 individui, i pi importanti dello Stato, non sarebbe causa per loro di dolore se non in un senso puramente sentimentale, perch non ne risulterebbe alcun danno politico per lo Stato. Anzitutto per il fatto che sarebbe assai facile occupare i posti divenuti vacanti: esiste un gran numero di francesi in grado di esercitare le funzioni di fratello del re bene quanto Sua Altezza; molti sono capaci di occupare i posti di principe bene come monsignore duca dAngoulme, come monsignore duca dOrlans, come monsignore duca di Barbone; molte francesi sarebbero buone principesse al pari della duchessa dAngoulme, della duchessa di Berry, delle signore dOrlans, di Barbone e di Cond. Le anticamere del castello sono piene di cortigiani pronti a sostituire i grandi ufficiali della corona; larmata ha una gran quantit di militari, buoni capitani quanto i nostri marescialli attuali. Quanti garzoni valgono come i nostri ministri di Stato! Quanti amministratori sono in grado di gestire gli affari dei dipartimenti meglio dei prefetti e dei viceprefetti tuttora in attivit! Quanti avvocati, buoni giuristi come i nostri giudici! Quanti curati, capaci quanto i nostri cardinali, i nostri arcivescovi, i nostri vescovi, i nostri grandi vicari e i nostri canonici! Per ci che poi riguarda i 10.000 proprietari che vivono come i nobili, i loro eredi non avrebbero certo bisogno di un qualche apprendistato per fare gli onori di casa nei loro saloni bene quanto loro.
[Henri de Saint-Simon, Parabola. In: Il pensiero socialista, Roma, 1971, pp. 113-115]

Il Cartismo e le prime organizzazioni sindacali


Nel 1838, da alcune associazioni di lavoratori come la Birmingham political union nacque il primo grande movimento pacifico di protesta operaia della storia britannica: il Cartismo. Al suo centro, la Peoples Charter (Carta del popolo) una petizione presentata quello stesso anno alla Camera dei Comuni firmata da oltre un milione
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di persone dove si chiedeva il suffragio universale con labolizione di limiti di censo per i candidati, elezioni annuali a scrutinio segreto per impedire deleghe in bianco ai rappresentanti del popolo e unindennit parlamentare per permettere ai pi poveri di entrare in parlamento. Perch alcune delle riforme chieste dalla carta diventassero legge, si dovette aspettare il 1867, il 1872 e il 1887. Nel frattempo, nel 1848, Marx pubblicava il Manifesto dei comunisti, sancendo ladesione allidea rivoluzionaria di numerosi movimenti operai che la democrazia liberale aveva privato di sbocchi politici,.

Agli Onorevoli Comuni di Gran Bretagna e Irlanda. La petizione dei sottoscritti membri della Working Mens Association and others dimostra: Che lunico uso razionale delle istituzioni e delle leggi della societ quello volto a proteggere con imparzialit, incoraggiare e salvaguardare tutto ci che pu contribuire alla felicit di tutto il popolo. Che, poich lobiettivo da raggiungere il vantaggio reciproco, le leggi dovrebbero essere promulgate col reciproco consenso. Che lobbedienza alle leggi pu essere giustamente imposta solo se basata sulla certezza che coloro che sono tenuti a rispettarle hanno avuto, sia di persona sia tramite loro rappresentanti, il potere di promulgarle, emendarle o abrogarle. Che tutti coloro che sono esclusi da questa parte di potere politico giustamente non debbono poi sottostare agli effetti delle leggi; per costoro le leggi sono soltanto sanzioni dispotiche e lassemblea legislativa da cui sono emanate pu essere considerata solo partecipe di un accordo iniquo, che escogita piani e programmi per tassare o sottomettere la maggioranza. Che il diritto politico universale di ogni essere umano superiore e non ha nulla a che fare con qualsiasi consuetudine, formula o antica usanza; un diritto fondamentale che non in potere delluomo conferire o a buon diritto togliere. Che privare di questo sacro diritto la persona e investirne la propriet un pervertimento intenzionale della giustizia e del senso comune, poich la creazione e la protezione della propriet sono conseguenza della societ, il cui scopo principale la felicit umana. Che qualsiasi costituzione o codice di leggi concepiti in violazione dei diritti sociali e politici delluomo non sono resi sacri dal tempo n santificati dalluso.
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Che lignoranza che li ha originati o ne consente lattuazione non una ragione valida per perpetuare lingiustizia; essi possono essere sostenuti solo con la forza o con la frode, dal momento che una parte considerevole della popolazione percepisce questa degradazione e ne ha coscienza. Che scopo e obiettivo dei vostri postulanti di presentare questi fatti davanti alla vostra Onorevole Camera in modo da convincere voi e il paese in genere che voi non rappresentate il popolo di questi regni e di fare appello al vostro senso del diritto e della giustizia come pure ad ogni principio donore, perch prendiate immediatamente provvedimenti legislativi che consentano alla massa del popolo di essere rappresentata, con lintento di garantire la maggior felicit possibile a tutte le classi della societ. Ai vostri postulanti risulta, dai rapporti ordinati dalla vostra Onorevole Camera, che lintera popolazione di Gran Bretagna e Irlanda di circa 24 milioni, e che le persone di sesso maschile al di sopra dei 21 anni di et sono 6.023.752; costoro, nellopinione dei vostri postulanti, hanno effettivamente diritto al voto. Che secondo il rapporto di S. Wortley (ordinato dalla vostra Onorevole Camera) gli elettori iscritti nelle liste elettorali che hanno il potere di votare per i deputati al parlamento sono soltanto 839.519, e tra questi solo 8,5 su 12 votano. Che analizzando la costituzione del Regno Unito, i vostri postulanti trovano che 331 deputati (cio la maggioranza della vostra Onorevole Camera) sono eletti da centocinquantunomilaquattrocentonovantadue elettori iscritti! Che paragonando lintera popolazione maschile di et superiore ai 21 anni ai 151.492 elettori, appare chiaro che uno su 40 di loro, e uno su 160 dellintera popolazione, ha il potere di approvare tutte le leggi nella vostra Onorevole Camera. E i vostri postulanti, continuando ad indagare, constatano anche che questa maggioranza di 331 deputati composta da 163 Tories o conservatori, 134 Whigs e liberali e solo 34 che si definiscono radicali; e non certo che in questo numero cosi ristretto se ne possano trovare che siano realmente i rappresentanti delle esigenze e dei desideri delle classi produttive. I vostri postulanti trovano anche che 15 deputati della vostra
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Onorevole Camera sono eletti da elettori con un reddito annuo al di sotto di 200 sterline; 55 al di sotto di 300; 99 al di sotto di 400; 121 al di sotto di 500; 150 al di sotto di 600; 196 al di sotto di 700; 214 al di sotto di 800; 240 al di sotto di 900; e 256 al di sotto di 1000; e che molti di questi collegi elettorali sono divisi tra due deputati. Essi trovano anche che la vostra Onorevole Camera, che si dice sia esclusivamente la camera del popolo o dei comuni, comprende duecento e cinque persone che sono imparentate pi o meno da vicino con i Pari del Regno. E inoltre che la vostra Onorevole Camera comprende 1 marchese, 7 conti, 19 visconti, 32 lord, 25 molto onorevoli, 52 onorevoli, 63 baronetti, 13 cavalieri, 3 ammiragli, 7 lord luogotenenti, 42 viceluogotenenti, 1 generale, 5 tenenti generali, 9 maggior generali, 32 colonnelli, 33 tenenti colonnelli, 10 maggiori, 49 capitani dellesercito e della marina, 10 tenenti, 2 alfieri, 58 avvocati, 3 procuratori legali, 40 banchieri, 33 proprietari delle Indie Orientali, 13 proprietari delle Indie Occidentali, 52 funzionari statali, 114 patroni di benefici ecclesiastici che dispongono di 274 benefici; i nomi di costoro possono essere forniti dai vostri postulanti a richiesta della vostra Onorevole Camera. I vostri postulanti fanno presente perci rispettosamente alla vostra Onorevole Camera che questi dati dimostrano in modo pi che sufficiente che voi non rappresentate la maggioranza o gli interessi della massa; ma che le persone che compongono la camera dei comuni hanno interessi per la maggior parte estranei o diametralmente opposti ai reali interessi della maggioranza del popolo.
[Dorothy Thompson, Il cartismo, 1838-1858, Roma, 1978, pp. 67-69]

Louis Blanc: lassociazionismo


Pubblicato nel 1840, lOrganizzazione del lavoro dar il via al dibattito sullassociazionismo e sul ruolo politico che avrebbe potuto svolgere per il cambiamento di societ dove la rappresentanza politica viene scelta con il suffragio universale. Blanc vede in queste prime embrionali associazioni anticipatrici dei sindacati, forme di autogoverno che, generalizzate, potrebbero permettere la vittoria politica di un modello di societ fondato sulla solidariet e sul lavoro.
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Il governo dovrebbe esser considerato come il regolatore supremo della produzione ed esser dotato, per realizzare il suo compito, duna grande forza. Questo compito consisterebbe nel servirsi dellarma stessa della concorrenza, per far sparire la concorrenza. Il governo dovrebbe emettere un prestito, il cui utile sarebbe destinato alla creazione di fabbriche sociali, nei rami pi importanti dellindustria nazionale. Poich questa creazione esigerebbe un anticipo considerevole di fondi, il numero delle fabbriche dovrebbe essere, in origine, rigorosamente limitato; ma in virt della loro stessa organizzazione, come si vedr pi tardi, esse dovrebbero essere dotate di una forza despansione immensa. Il governo, considerato lunico fondatore delle fabbriche sociali, ne redigerebbe gli statuti. Questa proposta, deliberata e votata dalla rappresentanza nazionale, avrebbe forma e forza di legge. Tutti gli operai, muniti di garanzie di moralit, dovrebbero essere chiamati a lavorare nelle fabbriche sociali, fino alla concorrenza del capitale originariamente raccolto per lacquisto degli strumenti di lavoro. Siccome leducazione falsa e antisociale data alla generazione attuale non permette di cercare se non in un sovrappi di retribuzione un motivo demulazione e dincoraggiamento, la differenza dei salari dovrebbe esser graduata sulla gerarchia delle funzioni, poich uneducazione nuova deve, su questo punto, cambiare idee e costumi. Logicamente il salario dovrebbe, in ogni caso, esser sufficiente per lesistenza del lavoratore. Per il primo anno dellentrata in funzione delle fabbriche sociali, il governo regolerebbe la gerarchia delle funzioni. Dopo il primo anno, non sarebbe pi cosi. Avendo avuto i lavoratori il tempo dapprezzarsi reciprocamente ed essendo tutti interessati, come vedremo, al successo dellassociazione, la gerarchia nascerebbe dallo stesso principio elettivo. Si dovrebbe stendere ogni anno il computo del guadagno netto, di cui si farebbero tre parti: una, da dividersi in parti uguali fra i membri dellassociazione; laltra, da destinarsi: un altra al mantenimento dei vecchi, degli ammalati, degli infermi; a rendere meno gravi le crisi che graverebbero su altre industrie, poich le diverse industrie si devono reciprocamente aiuto e soccorso; la terza, infine, da destinarsi a rifornire gli strumenti di lavoro a coloro che vorrebbero far parte dellassociazione,
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in modo che questa possa estendersi indefinitamente. In ognuna di queste associazioni, riservate ad industrie che lavorano in grande, potrebbero essere ammessi coloro che esercitano mestieri che, per la loro stessa natura, costringono a restare disuniti ed a localizzarsi. Cos, ogni fabbrica sociale potrebbe esser composta da professioni diverse, raggruppate intorno a una grande industria, parti diverse di un solo tutto, obbedienti alle stesse leggi e partecipanti ai medesimi vantaggi. Ogni membro della fabbrica sociale avrebbe diritto di disporre a proprio piacere del salario ma levidente risparmio e linnegabile eccellenza della vita in comune non tarderebbero a far nascere dallassociazione dei lavori lassociazione volontaria delle necessit e dei piaceri. I capitalisti dovrebbero essere chiamati nellassociazione, e potrebbero percepire linteresse del capitale versato, interesse che sarebbe loro garantito sul bilancio ma non parteciperebbero agli utili se non come lavoratori. Si comprende, del resto, quali risultati potrebbe dare la fabbrica, costituita secondo questi principi. In ogni industria importante quella delle macchine, per esempio, o della seta, del cotone o quella tipografica, ci sarebbe uno stabilimento sociale, in concorrenza con lindustria privata. La lotta sarebbe lunga? No, perch lazienda sociale avrebbe, rispetto ad ogni fabbrica individuale, il vantaggio delleconomia della vita in comune e il giovamento di un sistema organizzativo, in cui ogni lavoratore, senza eccezione, interessato a produrre presto e bene. La lotta sarebbe sovversiva? No, perch il governo sarebbe sempre in grado di attutirne gli effetti, impedendo che i prodotti delle fabbriche sociali calino ad un tasso troppo basso. Oggi, quando un individuo estremamente ricco scende in lizza con chi lo meno, la lotta disuguale e necessariamente disastrosa, poich il privato cerca soltanto il suo interesse personale; se pu vendere due volte meno caro dei suoi concorrenti per rovinarli e restare padrone del campo di battaglia, egli lo fa di sicuro. Ma quando, al posto di questo privato, si trova il potere stesso, la questione cambia aspetto. Il potere, quello che noi vogliamo, avr interesse a mettere sossopra lindustria, a scombussolare tutte le esistenze? Non diverr il protettore nato, per la sua natura e posizione, anche di coloro cui far una santa concorrenza, allo scopo di trasformare la societ? Dunque,
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fra la guerra industriale che un grosso capitalista dichiara oggi ad un piccolo capitalista, e quella che il potere dichiarer, nel nostro sistema, allindividuo, non v paragone possibile. La prima avalla necessariamente la frode, la violenza e tutte le disgrazie proprie delliniquit; la seconda sarebbe condotta senza brutalit, senza scosse, e soltanto in modo da raggiungere il suo fine, lassorbimento progressivo e pacifico delle aziende individuali nelle aziende sociali. Cos il governo, invece dessere, come ogni grosso capitalista odierno, il signore ed il tiranno del mercato, ne sarebbe il regolatore. Si servirebbe dellarma della concorrenza, non per rovesciare violentemente lindustria privata, il che sarebbe suo interesse evitare, ma per giungere senza scosse ad un accordo. Ben presto, in effetti, si vedrebbero accorrere lavoratori e capitalisti verso gli stabilimenti sociali istituiti in ogni campo dellindustria, per i vantaggi che presenterebbero agli associati. Dopo un certo periodo, si produrrebbe senza abuso, senza ingiustizia, senza disastri irreparabili ed a vantaggio del principio dassociazione, il fenomeno che oggi si produce casi deplorevolmente, e a forza di tirannia, a vantaggio dellegoismo individuale. Un industriale molto ricco, oggi, pu colpire a morte i suoi rivali e monopolizzare tutto un ramo dellindustria. Con il nostro sistema, lo Stato diventerebbe a poco a poco padrone dellindustria, e noi come risultato del successo, avremmo ottenuto, invece del monopolio, la disfatta della concorrenza: lassociazione.
[Louis Blanc, Lorganizzazione del lavoro. In: Il pensiero socialista, Roma, 1971, pp. 727-729]

Pierre-Joseph Proudhon: la democrazia operaia


Lopera di Proudhon (1809-1865) un ottimo esempio delle prime dottrine socialiste che ambiscono a una teoria scientifica nella critica sociale ma che rimangono ancora nellalveo del pensiero democratico e liberale nel concepire i futuri assetti istituzionali. Da una parte, impegnato a pensare un sistema di stampo federalista-repubblicano, erede del dibattito tra Sette e Ottocento e dallaltra occupato a ricostruire i meccanismi
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monetari e creditizi delleconomia moderna, secondo lui responsabili della scarsa mobilit delle ricchezze e dei maggiori difetti del capitalismo. Al centro della sua teoria, lassociazionismo mutualista, cellula fondante di una futura comunit politica permessa dal generalizzarsi dellindustria.

Nella Democrazia operaia, quale ha cominciato ad annunciarsi da un anno a questa parte nei suoi atti pi mediati e autentici, la politica il corollario delleconomia; e che esse si trattano ambedue con lo stesso metodo e in base agli stessi principi, in modo che la repubblica unitaria, come la monarchia costituzionale o lautocrazia centralizzatrice, non hanno in avvenire nessuna probabilit di trovare il suffragio delle masse cos come non potranno pi sorgere tra loro n lanarchia mercantilista n il comunismo utopistico. Certo questa concezione sintetica non ha, nel momento in cui scrivo, fatto ancora molta strada: solo un piccolo numero di menti pi elevate se ne reso conto. Ma le basi sono ormai poste, i germi sono piantati: la logica delle masse e il corso naturale delle cose daranno loro laccrescimento: Dabit Deus incrementum. Possiamo dirlo con fiducia: il socialismo caotico del 1848 si chiarificato. Non assumer ora il compito di dire tutto quello che esso reca con s: ma gi so e vedo che, embrione ormai vitale, esso organicamente completo. La calunnia e lignoranza non possono fargli nulla. Esso ha risolto il suo problema. Sembra un gioco di parole, ma verit: la rivoluzione democratica e sociale pu ormai chiamarsi garanzia; e il suo trionfo non potr tardar molto a lungo. Lidea mutualistica, fuori della quale noi avremo luogo di vedere con sempre maggior chiarezza come non possibile pensare a nessun miglioramento per il popolo, non poteva mancare, al suo sorgere, doffrire il fianco a critiche. Due accuse le sono state rivolte, identiche nella sostanza, e differenti soltanto dal punto di vista e dal temperamento di quelli che le esprimevano. Da un lato, i vecchi democratici hanno mostrato il timore che invece di riformare semplicemente il sistema politico, e togliendo di mezzo gli abusi, mutando le forme o rinnovando le istituzioni, secondo il vecchio programma del partito repubblicano, il mutualismo non venga a distruggere lUnit in s, cio quel principio che costituisce il legame
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sociale, la vita collettiva, che d ad un popolo la sua forza di coesione, e assicura la sua potenza e la sua gloria. Daltra parte, la borghesia ha mostrato la stessa diffidenza: ha visto in questo mutualismo senza fine una tendenza alla anarchia, e ha protestato, in nome della libert addirittura, contro questa ferocia del Diritto individuale, questa esorbitanza della personalit Si tratta dunque, oggi, per la democrazia operaia e non ho bisogno di insistere sulla gravit della questione di mostrare come, col suo principio di mutualit, essa intende realizzare la parola dordine borghese del 1830, Libert Ordine pubblico; quella stessa esigenza che la Democrazia repubblicana del 1848 esprimeva pi volentieri con le parole: Unit e Libert Ma quel che occorre alle nuove generazioni una unit nuova, che esprima lanima della societ: unit spirituale, ordine intelligibile, che ci aduna insieme per mezzo di tutte le energie della nostra coscienza e della nostra ragione, e ci lascia intanto liberi il pensiero, la volont, il cuore; vale a dire che non sollevi da parte nostra nessuna protesta, come appunto ci accade quando siamo in presenza del Diritto e della Verit [] Ebbene, una tale unit, cos libera dogni impaccio, lontana da ogni eccezione e riserva o intolleranza: questordine cos facile, che non si riuscirebbe ad immaginare altra patria, altro soggiorno per la libert, precisamente quello che ci promette lorganizzazione mutualista. Che cos il mutualismo infatti? Una formula di giustizia fino a oggi trascurata, o tenuta in riserva, dalle nostre differenti categorie legislative in virt della quale i membri della societ, di qualunque rango fortuna e condizione, sia corporazioni che individui, famiglie che citt, industriali, agricoltori o funzionari pubblici, si promettono e garantiscono reciprocamente servizio per servizio, credito per credito, pegno per pegno, sicurezza per sicurezza, valore per valore, informazione per informazione, buona fede per buona fede, verit per verit, libert per libert, propriet per propriet Ecco con qual formula radicale la Democrazia imprende fin dora a riformare il Diritto in tutte le sue branche o categorie: civile, commerciale, criminale, amministrativo, e diritto pubblico e diritto delle genti. Ecco
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in qual modo essa intende fondare il Diritto economico.


[Pierre-Joseph Proudhon, La questione sociale, Veronelli, Bergamo, 1957, pp. 325-328]

Emmanuel Von Ketteler: lassociazionismo cristiano


Gli abusi della libert industriale e della libert del lavoro cui nessun freno stato messo, cui nessuno si provato di restringere, saranno per il popolo assai pi perniciosi che gli abusi delle maestranze, scrive il vescovo di Magonza Von Ketteler, nel suo libro Il cristianesimo e la questione sociale del 1864, prendendo parte al dibattito sullassociazionismo, e dando per la prima volta rappresentanza politica a quello cattolico europeo. Abolire tutti i mezzi di protezione, abbandonare luomo con le sue ineguaglianze naturali e sociali a concorrere ogni giorno con i suoi simili, dunque un vero delitto contro lumanit, aggiungeva il vescovo, proponendo una serie di riforme che andavano dalla sicurezza sul lavoro, alle pensioni e al giusto salario. Nel brano che segue, Ketteler riprende le analisi sul capitale del socialista Lassalle (che godeva di grande popolarit presso il clero tedesco) interpretando in questo modo la sua missione evangelica di vescovo a fianco dei pi umili. Furono le denuncie di uomini come von Ketteler e, poi, la Rerum novarum di Leone XIII a spingere le democrazie liberali, spaventate dalla sempre maggiore ampiezza del fronte rivoluzionario, a concedere i primi diritti sociali.

Il lavoro divenuto ai giorni nostri una merce, sottomessa alle leggi che regolano tutte le altre. Il prezzo del lavoro, il salario, si regola dunque come quello della merce, secondo lofferta e la domanda. Il prezzo della mercanzia quindi determinato dalle spese indispensabili di produzione. Ma la concorrenza esige che il produttore si procuri la merce al pi basso prezzo possibile, per poterla vendere a un prezzo inferiore. Se vi perviene, sbarazzer poco a poco il mercato di tutti coloro che non possono dare una merce della stessa qualit che a un prezzo superiore. Avverr anche qualche volta che per sostenere unindustria che pericola e prolungare per qualche tempo unesistenza impossibile vender al disotto del prezzo di costo; ma dopo questo vi sono il disastro e la rovina. Quandanche le spese di produzione determinino il prezzo della mercanzia, il prezzo del lavoro determinato dagli stretti bisogni delluomo, in fatto di nutrimento, di vestiario e di abitazione. Per vincere la concorrenza il produttore si sforza di diminuire le spese
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di produzione; se vi sovrabbondanza di lavoratori, gli operai sono fatalmente trascinati, per conservare la loro vita, a restringersi sii ci che necessario. I produttori sono l sul mercato che domandano: chi vuol lavorare per un salario minimo? e tutti si sforzano, allinvito, nella misura dei loro bisogni, di reclamare un prezzo inferiore al loro lavoro. Infine, come per la merce, arriva un giorno, giorno di desolazione, in cui questa merce umana offerta al disotto del prezzo di costo, cio a dire, per parlare chiaramente, arriva un momento in cui la necessit costringe il disgraziato operaio a non chiedere che un salario insufficiente per provvedere ai suoi bisogni pi urgenti e a quelli della sua famiglia. Egli deve allora privarsi insieme ai suoi dello stretto necessario al nutrimento, al vestiario, allalloggio, poich il suo salario non pu pi procurarglielo. Essere privato dello stretto necessario, anche per qualche giorno! qual miseria e quanto dolore in questa sola frase! [] Ecco il mercato degli schiavi aperto dovunque nellEuropa moderna e regolato sul modello confezionato dal nostro illuminato liberalismo e dalla nostra franco-massoneria umanitaria.
[Wilhelm Emmanuel von Ketteler, Arbeiterfrage und das Christenthum, Mainz, 1864. Estratto in traduzione italiana da Nitti, Socialismo cattolico, Bari, 1971. Disponibile su: http://www. archive.org/stream/ilsocialismocatt00nittuoft/ilsocialismocatt00nittuoft_djvu.txt]

Ferdinand Lassalle: la democrazia e le sirene del socialismo


La vicenda intellettuale e politica di Lassalle indicativa della conversione al socialismo che interess numerosissimi europei. Dapprima democratico, partecip attivamente al 48 parigino. In seguito incontr Marx ed Engels e di fronte alla deriva liberale della democrazia, divenne socialista. Nel 1863 fond il primo sindacato dei lavoratori tedeschi, lAdav rompendo, per le sue posizioni riformiste con Marx. Nel 1875 fond, assieme a Wilhelm Liebknecht e August Bebel (entrambi marxisti), la Spd. Nella Lettera aperta agli operai di Lipsia del 1863, Lassalle respinge lassociazionismo moderato, chiudendo il dibattito aperto da Louis Blanc e aprendo alla nuova stagione della Prima internazionale. Il suo socialismo, per, rester profondamente riformista, ancorato agli istituti della democrazia liberale, come il suffragio universale. E proprio per questo attrarr su di s gli strali di Marx.
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Lo Stato altro non se non la grande associazione delle classi lavoratrici; che in conseguenza gli aiuti e gli incoraggiamenti mediante i quali rendesse possibili quelle associazioni minori, sarebbero un provvedere ai casi propri, perfettamente naturale e legittimo, che le classi lavoratrici praticherebbero come grande associazione per se stesse e pei loro componenti come singoli individui. Dunque, ancora una volta, lassociazione libera individuale dei lavoratori, resa possibile dalla mano soccorrevole e incitatrice dello Stato. Ecco lunica via per cui la classe operaia pu uscire dal deserto che la circonda. Ma come determinare lo Stato a tale intervento? La risposta apparir evidente davanti agli occhi di voi tutti: ci sar reso possibile soltanto dal suffragio universale diretto. Quando i corpi legislativi della Germania provengano dal suffragio universale diretto, allora, soltanto allora, voi potrete determinare lo Stato alladempimento di questo suo dovere. Allora nei Corpi legislativi sar sollevata cotale esigenza, allora potranno esser discussi dalla ragione e dalla scienza i limiti, le forme, i mezzi di questa intervenzione, allora, siatene pur certi, quelli che capiscono la vostra posizione e si sono dati alla vostra causa, saranno al vostro fianco armati del lucente acciaio della scienza, e sapranno tutelare i vostri interessi. E allora voi, le classi sociali diseredate, dovrete incolpare voi stessi e le vostre cattive scelte, se e fino a quando i rappresentanti della causa vostra rimangano in minoranza. Il suffragio universale, diretto, dunque, come risulta manifesto, il vostro principio fondamentale, non solamente politico, ma sociale altres la condizione fondamentale dogni assistenza sociale. Esso lunico mezzo atto a migliorare le condizioni materiali della classe operaia. Ma come pervenire allapplicazione del suffragio universale, diretto? Per questo volgiamo lo sguardo allInghilterra. La grande agitazione del popolo inglese contro le leggi sui cereali dur pi di cinque anni. Ma quelle leggi doverono infine soccombere ed essere abbandonate da un Ministero Tory. Organizzatevi come Associazione operaia germanica, col fine duna agitazione legale e pacifica, ma costante e indefessa, per lapplicazione del suffragio universale diretto in tutti i paesi della Germania. Dal
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momento in cui tale Associazione riunisse anche soltanto 100.000 operai, sarebbe gi una forza colla quale ciascuno dovrebbe fare i conti. Diffondete questo appello per ogni opificio, per ogni villaggio, per ogni casale! Gli operai delle citt si adoperino per comunicare a quelli delle campagne il loro pi elevato accorgimento e la loro pi alta coltura. Discutete dovunque, giornalmente, incessantemente, come pratic quella grande agitazione inglese contro le leggi sui cereali, in pubbliche pacifiche adunanze, e in convegni privati, sulla necessit del suffragio universale diretto. Quanto pi leco delle vostre voci risuona a milioni di volte, tanto pi leffetto ne sar irresistibile. Fondate Casse, alle quali ogni membro dellAssociazione operaia germanica debba pagare il suo tributo e per esse potranno esservi presentati dei progetti dordinamento. Con queste Casse, le quali ad onta della tenuit del contributo formerebbero una forza finanziaria considerevole pei fini dellagitazione (stabilendo un tributo settimanale di un solo Silberroschen, ed avendo 100.000 soci si potrebbe disporre doltre 160.000 talleri allanno), fondate dei giornali, i quali quotidianamente sostengano quella necessit e ne dimostrino le ragioni nelle condizioni sociali. E con quei mezzi medesimi diffondete manifesti sempre allo stesso fine. Assoldate, coi fondi dellAssociazione, agenti i quali portino in ogni angolo del paese tale convincimento, penetrino il cuore dogni lavoratore, dogni garzone, colla stessa parola dordine. Indennizzate coi tondi medesimi tutti quegli operai che, in causa dellattivit spiegata per lAssociazione, abbiano sofferto danni o persecuzioni. Ripetete giornalmente la medesima cosa, sempre, instancabilmente! Pi sar ripetuta, pi far presa, pi guadagner di potenza! Tutta larte del senso pratico consiste in ci, nel concentrare tutte le forze nel medesimo tempo, sopra un punto solo, sul punto pi importante, senza divagare n a destra n a sinistra. N a destra n a sinistra dovete guardare, dovete esser sordi per tutto quello che non suffragio universale e diretto o che non vi abbia rapporto o che non faccia capo ad esso. Se voi, come pu riuscirvi nel giro di pochi anni, diffonderete realmente questa parola dordine nell89 e fino nel 96 per cento della
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popolazione totale, che vi ho dimostrato esser formato dalle classi povere diseredate, al vostro desiderio, siatene certi, non sar pi a lungo opposto alcun ostacolo. Da parte del governo si potr discutere e contendere dei diritti politici colla borghesia. Vi si potranno anche negare i diritti politici e con essi il suffragio universale, considerata la freddezza con cui se ne considera il concetto. Ma quando il suffragio universale, dall89 e fin dal 96 per cento della popolazione, sia concepito come una questione di vita o di morte e conseguentemente agiti e riscaldi tutto il corpo della Nazione - siatene ben certi, signori miei - nessuna forza potr opporvisi a lungo! Questo il vessillo che voi dovete piantare! Questo il vessillo pel quale dovete vincere! Altri per voi non esistono! Vi saluto e vi stringo la mano.
[Lettera aperta in risposta al Comitato centrale generale degli operai tedeschi a Lipsia. In Ferdinand Lassalle, Opere, Milano, 1914, pp. 26-28]

Karl Marx: le velleit del riformismo


Firmato nel maggio del 1875, il programma di Gotha sanc la fusione del Partito dei lavoratori detto di Eisenach (di Liebknecht e Bebel) con il gruppo dei seguaci di Ferdinand Lassalle nel Partito operaio socialdemocratico tedesco. Tale fusione venne aspramente criticata da Karl Marx (1818-1883) per via della sua linea riformista. Secondo Marx, infatti, le prospettive di ottenere riforme allinterno dei confini degli stati nazione, non erano soltanto ingenuit da condannare, ma avevano gravi ripercussioni sullunit del movimento operaio. In una societ controllata da ferrei rapporti di classe, dove era impossibile costruire la democrazia per via riformista o andare al potere tramite libere elezioni, Marx ribadisce la necessit della dittatura del proletariato quale fase transitoria che, liberando i cittadini dal giogo del potere, permetta lavvento del socialismo. Le idee di Marx, animando il dibattito su associazionismo e questione sociale nel secondo lOttocento, finiranno per provocare una spaccatura tra riformisti e rivoluzionari.

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Innanzitutto, secondo il II capitolo, il Partito operaio tedesco mira allo Stato libero. Stato libero che cosa questo? Non assolutamente scopo degli operai, che si sono liberati dal gretto spirito di sudditanza, di rendere libero lo Stato. Nel Reicli tedesco lo Stato libero quasi come in Russia. La libert consiste nel mutare lo Stato da organo sovraordinato alla societ in organo completamente subordinato a essa, e anche oggigiorno le forme dello Stato sono pi libere o meno libere nella misura in cui limitano la libert dello Stato. Il Partito operaio tedesco almeno se fa proprio il programma mostra come in esso non siano penetrate a fondo le idee socialiste; perch, invece di trattare la societ esistente (e ci vale anche per ogni societ futura) come base dello Stato esistente (o futuro, per la futura societ), tratta piuttosto lo Stato come un ente autonomo, che ha le sue proprie basi spirituali, morali e liberali. E ora veniamo al deplorevole abuso che il programma fa delle parole Stato odierno, societ odierna e al malinteso ancora pi deplorevole che esso crea circa lo Stato a cui indirizza le sue rivendicazioni! La societ odierna la societ capitalistica, che esiste in tutti i paesi civili pi o meno libera di residui medioevali, pi o meno modificata dallo speciale svolgimento storico di ogni paese, pi o meno evoluta. Lo Stato odierno, invece, muta con il confine di ogni paese. Nel Reich prussiano-tedesco esso diverso che in Svizzera; in Inghilterra diverso che negli Stati Uniti. Lo Stato odierno dunque una finzione. Tuttavia i diversi Stati dei diversi paesi civili, malgrado le loro variopinte differenze di forma, hanno tutti in comune il fatto che stanno sul terreno della moderna societ borghese, che soltanto pi o meno evoluta dal punto di vista capitalistico. Essi hanno perci in comune anche alcuni caratteri essenziali. In questo senso si pu parlare di uno Stato odierno, contrapposto al futuro, in cui la sua attuale radice, la societ borghese, sar perita. Si domanda quindi: quale trasformazione subir lo Stato in una societ comunista? In altri termini: quali funzioni sociali persisteranno ivi ancora, che siano analoghe alle odierne funzioni dello Stato? A questa questione si pu rispondere solo scientificamente, e componendo
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migliaia di volte la parola popolo con la parola Stato non ci si avvicina alla soluzione del problema neppure di una spanna. Tra la societ capitalistica e la societ comunista vi il periodo della trasformazione rivoluzionaria delluna nellaltra. Ad esso corrisponde anche un periodo politico di transizione, il cui Stato non pu essere altro che la dittatura rivoluzionaria del proletariato. Ma il programma non si occupa n di questultima n del futuro Stato della societ comunista. Le sue rivendicazioni politiche non contengono nientaltro che la litania democratica nota a tutto il mondo: suffragio universale, legislazione diretta, diritto del popolo, milizia popolare ecc. Esse sono una pura eco del partito popolare e borghese, della Lega per la pace e la libert. Esse sono tutte rivendicazioni che, se non esagerate in una rappresentazione fantastica, sono gi realizzate. Ma lo Stato cui esse appartengono, non si trova entro i confini del Reich tedesco, ma in Svizzera, negli Stati Uniti ecc. Questa specie di Stato futuro uno Stato odierno bench esistente al di fuori dellambito del Reich tedesco. Si per dimenticata una cosa. Poich il Partito operaio tedesco dichiara espressamente di muoversi entro lodierno Stato nazionale e quindi entro il suo Stato, entro il Reich prussiano-tedesco altrimenti le sue rivendicazioni sarebbero in gran parte prive di senso, giacch si rivendica solo ci che ancora non si ha esso non dovrebbe dimenticare la cosa principale, e cio che tutte quelle belle casette poggiano sul riconoscimento della cosiddetta sovranit del popolo e perci sono a posto solo in una repubblica democratica. Poich non si ha il coraggio e saggiamente, perch le circostanze impongono prudenza di pretendere la repubblica democratica, come fecero i programmi operai francesi sotto Luigi Filippo e sotto Luigi Napoleone, [non] si sarebbe dovuto ricorrere alla finta, che non n onesta n dignitosa, di richiedere cose, che hanno senso solo in una repubblica democratica, a uno Stato che non altro se non un dispotismo militare, mascherato di forme parlamentari, mescolato a residui feudali, e allo stesso tempo gi influenzato dalla borghesia, tenuto assieme dalla
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burocrazia, difeso dalla polizia; e per giunta dichiarare a questo Stato che ci si immagina di strappargli qualcosa di simile con mezzi legali! Perfino la democrazia volgare, che vede nella repubblica democratica il regno millenario e non si immagina nemmeno che proprio in questultima forma statale della societ borghese la lotta di classe deve essere portata definitivamente a conclusione - perfino la democrazia volgare sta ancora molto al disopra di questa specie di democratismo entro i confini di ci che permesso dalla polizia e non permesso dalla logica.

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I democratici nellItalia liberale


Alle prese con lunificazione nazionale e con larretratezza del suo sistema economico, lItalia percorrer i processi della societ e della politica europea con sfasature e ritardi. A cominciare dalla rivoluzioni del 1830 e del 1848, centrate sullindipendenza nazionale pi che sulla democrazia e sui diritti dei lavoratori in uno stato unitario che avrebbe visto la luce soltanto nel 1861. Quanto alle politiche nefaste della classe dirigente liberale, non avrebbero dato vita a una questione operaia come nel resto dEuropa, ma alla questione meridionale di un Sud ancora vittima del feudalesimo. In un clima segnato da provincialismi e arretratezze, cos, anche gli echi del dibattito europeo sullassociazionismo, ben percepibili in Mazzini, verranno posti al centro di una ridefinizione dello stato nazionale di stampo pi idealista che socialista. Il ritardo storico e culturale, per, non avrebbe avuto soltanto effetti nefasti, ma avrebbe fatto dellItalia di Mazzini una delle patrie della resistenza democratica e di un socialismo riformista sensibile ai temi della democrazia e poco incline agli sviluppi rivoluzionari. Al passo con i tempi nella teorizzazione delle libert, come dimostra il brano di Anna Maria Mozzoni, profondamente umanistico e attento alla dimensione sociale dellindustrializzazione. A lungo clandestina, invece, la tradizione cattolica su cui gravava il non expedit di Pio IX e la questione romana. Tradizione cattolica che, senza potersi investire esplicitamente in politica, avrebbe animato una rete di sostegno sociale ai lavoratori, spesso connessa con quella socialista, uscita allo scoperto dopo la Rerum Novarum di Leone XIII.

Giuseppe Mazzini: organizzare la lotta democratica


In questo celebre testo di Mazzini (1805-1878), il Manifesto del comitato centrale democratico europeo scritto due anni dopo la primavera dei popoli (1848), si avvertono gli echi del dibattito sullassociazionismo quale strumento per affrontare la questione sociale in chiave democratica. In Mazzini, per, che scrive da un paese ancora non pienamente investito dallindustrializzazione, il tema perde di concretezza in una teoria dello Stato di chiaro impianto idealistico dove, collocando lo sviluppo democratico dellItalia nellEuropa, si rilancia la battaglia per il riscatto e lautodeterminazione
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delle nazioni oppresse, gi avviata nel 1834 con la fondazione della Giovine Europa. Larretratezza italiana, in questo modo, diventa la ragione di una pi lunga sopravvivenza del pensiero democratico allondata socialista.

Le forze della democrazia sono immense. Dio, la Sua legge educatrice, le aspirazioni dei pensatori, gli istinti e i bisogni delle moltitudini, le colpe e gli errori desuoi nemici, combattono a gara per essa. Noi conquistiamo, col moto duna marea che sinnalza, nuovo terreno ogni giorno. Da Parigi a Vienna, da Roma a Varsavia, lidea democratica solca il suolo europeo, dirige e connette il pensiero delle nazioni. Ogni cosa le aggiunge vigore: sviluppo progressivo dellintelletto, intuizione rapida di popoli insorti, battaglia o martirio. chiaro ad ognuno che i tempi sono oggi mai maturi per lattuazione pratica del suo principio. Ci che non era, sessanta anni addietro, se non antiveggenza del genio, in oggi lotto: il fatto che contrassegna e signoreggia tutte quante le manifestazioni dellepoca. La vita dellumanit appartiene dora innanzi, e checch si tenti, alla fede che dice: libert, associazione, progresso di tutti per opera di tutti. Gli avversi a noi lo intendono anchessi: negavano ieri la nostra formula; oggi lusurpano a farne menzogna tentavano lacerare la nostra bandiera, ed oggi sappagano di contaminarla saffaccendavano a confutarne gli apostoli, ed oggi avventano ad essi calunnie. Perch dunque la democrazia non trionfa; perch sindugia a conquistare una condizione di cose che sostituisca la verit alla menzogna, il diritto allarbitrio, la concordia allanarchia, il pacifico svolgimento del comune pensiero alla tristissima necessit delle rivoluzioni violente? Non manca alla democrazia se non una cosa; ma cosa vitale e ha nome ORGANIZZAZIONE. La democrazia europea non costituita. Gli uomini della democrazia sono dappertutto: il pensiero generale della democrazia non ha intanto in Europa rappresentanza collettiva, accettata. La democrazia porta la parola: associazione scritta sulla bandiera e non strano a dirsi, associata. Essa annunzia allEuropa una nuova vita e non ha in s una incarnazione regolare, efficace di siffatta vita: evangelizza la grande formula Dio e lumanit, e non ha centro iniziatore, che rappresenti e diriga il moto allintento, non un nucleo che ponga almeno le prime basi: quellAlleanza di popoli, senza la quale lumanit non che nome, e che sola pu vincere
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la Lega dei re. Tronchi sparsi dellalbero che dovrebbe covasti suoi rami dar ombra e asilo a tutto il mondo europeo, i sistemi hanno diviso e suddiviso il pensiero governatore del futuro: rotto in brani il nostro stendardo; e vivono duna vita impotente, concentrata in una o in altra parola rapita alla nostra sintesi. Abbiamo stte, non Chiesa: filosofie imperfette, contraddittori e, non religione, non credenza collettiva che congiunga i fedeli sotto un solo segno e ponga armonia fra i loro lavori. Siamo senza capi, senza disegno, senza parola dordine. Somigliamo a drappelli staccati dun un grande esercito disciolto dalla Vittoria. Or la vittoria spetta anche oggi, merc nostra, al nemico. Trionfanti dapprima su ciascun punto, i popoli, insorti lun dopo laltro, cadono ad uno ad uno, vinti dal concentramento delle forze avverse, salutati di plauso come il gladiatore morente, se muoiono da prodi, sprezzati se soggiacciono senza resistere, ma quasi sempre fraintesi e sempre rapidamente obliati. Dimenticammo Varsavia: dimentichiamo oggi Roma. Lordinamento pu solo por fine a condizione siffatta di cose il giorno che ci trover tutti uniti, concordi al lavoro sotto il vigile sguardo dei migliori fra noi, degli uomini che hanno pi combattuto e patito, sar la vigilia della vittoria. Quel giorno, noi sapremo chi siamo, la nostra cifra, la nostra potenza. A raggiunger quel giorno, ci duopo superare due grandi ostacoli, distruggere due grandi errori: lesagerazione dei diritti dellindividuo, il gretto esclusivo spirito di sistema. Noi non siamo la democrazia, noi non siamo la umanit, siamo i precursori della democrazia, lantiguardo dellumanit. Chiesa militante, esercito destinato a conquistare il terreno sul quale deve innalzarsi il lavoro di tutti, la piramide sociale, noi non dobbiamo dire io: dobbiamo imparare a dir noi.
[Giuseppe Mazzini, Scritti politici, Milano, 2009, pp. 686-688]

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Andrea Costa: i diritti dei lavoratori


Negli ultimi tre decenni del XIX secolo, la crescita del movimento operaio impone ai governi dei principali paesi europei di far fronte, tardivamente, alla questione sociale attraverso una legislazione indirizzata a garantire la sicurezza economica dei lavoratori rispetto alle malattie, agli infortuni, alla vecchiaia. La necessit storica di simili provvedimenti normativi affermata con vigore da Andrea Costa (18511910), fondatore nel 1881 del Partito socialista rivoluzionario di Romagna e primo deputato socialista del Parlamento italiano. Nelle parole di Costa, a differenza che in altri socialisti europei del tempo, per, non si legge una decisa rivendicazione di diritti, quanto un appello pur se non privo di echi marxisti alla giustizia sociale in nome di uno spirito esplicitamente umanista.

Signori, il disegno che noi stiamo discutendo, e che concerne la responsabilit dei padroni imprenditori ed altri committenti in materia di infortuni del lavoro, nonch quelli che riguardano il riconoscimento giuridico delle associazioni operaie, gli scioperi, il lavoro delle donne e dei fanciulli, e tutti gli altri chiamati col nome pomposo di leggi sociali, o possono riuscire palliativi inutili che dimostrino limpotenza del Governo, del Parlamento e delle classi cosiddette dirigenti, a migliorare le condizioni delle classi operaie, oppure possono essere il principio di una feconda trasformazione sociale. Che siano luna cosa o laltra, cio, o palliativi inutili, o mezzi fecondi di feconda trasformazione sociale, dipende da voi. Ad ogni modo io sono lieto che questi disegni di legge siano stati presentati e si discutano, in quanto che essi provano limportanza sempre maggiore che viene assumendo la questione sociale, e la preoccupazione che hanno sempre pi per essa i parlamenti e le classi dirigenti. Essi provano altres che, in materia di rapporti fra capitale e lavoro, noi cominciamo a convincerci tutti che non basta pi la comodissima teoria del lasciar fare e del lasciar passare, ma che riteniamo ormai necessario lintervento del potere legislativo. Questo intervento del potere legislativo nei rapporti fra capitale e lavoro spaventa, e non a torto, i liberali borghesi, i quali, in questo intervento, vedono gi il principio di un rivolgimento nei rapporti della produzione e della distribuzione dei prodotti non solo, ma vedono
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altres un principio di rivolgimento nei rapporti politici dei cittadini tra di loro. E non a torto, ripeto [] Del resto questa una fatalit storica a cui soggiacciono. La legislazione sociale che si viene ora dappertutto inaugurando, non leffetto di un capriccio di qualche individuo, e di questo o quel Parlamento; leffetto di due cause, alle quali nessun individuo, nessuna nazione moderna pu oramai sottrarsi; leffetto del moderno sistema di produzione, e della partecipazione degli operai alla vita politica. Quando loperaio era la cosa o il servo del proprio padrone, ovvero quando la produzione avveniva per mestieri quando, cio il proprietario dei mezzi di lavoro era generalmente quello stesso che li metteva in opera, una legislazione sociale era non solamente inutile, ma storicamente impossibile; quantunque peraltro nella produzione per mestieri la corporazione o la maestranza proteggesse gi il lavoratore contro le usurpazioni della feudalit politica. Ma, oggi che il concentramento, sempre maggiore, dei capitali in poche mani ha costituito, da un lato, privilegi sempre maggiori, e dallaltro, un proletariato nelle citt e nelle campagne, che va crescendo ogni d pi; oggi che loperaio distaccato, come si dice, dal suo strumento di lavoro e che vale non tanto come uomo quanto come mezzo di produzione; naturale, inevitabile che le classi lavoratrici cerchino nello Stato quella tutela che, una volta, domandavano alle corporazioni ed alle maestranze (Bene! a sinistra). per ci che si resa e si rende sempre pi inevitabile una legislazione sociale, alla quale noi stessi abbiamo contribuito allargando il voto politico ed estendendolo alle classi operaie: tanto che, se voi discutete oggi le leggi sociali, voi non fate altro che logicamente seguire lopera che avete incominciata, un giorno. Voi inaugurate oggi nellordine economico quello che avete inaugurato ieri nellordine politico; sia, poi, che siate o non siate capaci di andar sino alla fine. Per un miglioramento efficace nello stato delle Classi lavoratrici e il fondamento di una vera legislazione sociale io non posso vederlo possibile se non quando si realizzeranno queste due condizioni che brevemente accenner: la prima, una trasformazione nel modo di produzione, la quale sostituisca al sistema presente di produzione e di distribuzione dei prodotti, modo
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individuale, un modo cooperativo e sociale; la seconda, lavvenimento delle classi lavoratrici al potere politico, non per istabilire nuovi privilegi di classe, ma, invece, per istabilire uguali doveri ed uguali diritti per tutti in proporzione dellutilit sociale dellopera da ognuno prestata, tanto che sia sfatato il concetto prevalente oggid che le classi e gli individui socialmente inutili siano le classi e gli individui dominanti.
[Andrea Costa, Sul Disegno di legge sulle responsabilit dei datori di lavoro nei casi di infortunio sul lavoro, discorso alla Camera dei Deputati,16 maggio 1885]

Carlo Maria Curci: lalleanza di cristianesimo e socialismo


Gesuita napoletano attivo nella seconda met dellXIX secolo fu artefice di uno dei tantissimi presidi cattolici a soccorso dei lavoratori, vittime della disumana industrializzazione di quei decenni. Autore, nel 1885, di un testo dal titolo assai provocatorio, Socialismo cristiano, la sua battaglia testimonia tutto limbarazzo dei democratici cattolici italiani esclusi dalla politica dopo la breccia di porta Pia turbati dallassenza di una posizione ufficiale della Chiesa in difesa degli operai, cio dei pi poveri, in coerenza con il messaggio evangelico. Nel suo libro, Curci propone di seguire la strada gi indicata dal barone von Ketteler, arcivescovo di Magonza, e di dare vita a un cattolicesimo sociale impegnato in politica.

Lalleanza del Socialismo colla religione cristiana si fatta a oltre a 20 anni in Alemagna, senza distinzione di Cattolici e di Protestanti, perch, come dissi, nella morale e soprattutto nella carit, non vi , e forse, finch si sta in buona fede, non vi pu essere dissenso notevole, che figli scissura. Non so se ne fosse iniziatore, ma certamente ne fu il pi caldo ed autorevole promotore quel lume ed ornamento dellEpiscopato alemanno, che fu Guglielmo Emanuele Barone di Ketteler, Arcivescovo di Magonza, e dietro a lui si pose a favorirlo per ogni guisa, il fiore dei sacri ministri e degli ordini laicali pi riguardevoli, massime dopo un breve ma ponderoso lavoro dallo stesso Ketteler pubblicatone. Dico il vero, senza quellesempio non so se mi sarebbe bastato lanimo di venir fuori in Italia con questo libro; ma certamente avrei capito che
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inutilmente vi sarei venuto. Avendo tuttavia avuto chi mi ha spianata la via, mi parve sarebbe stato di suprema importanza il fare un tentativo per manifestare e prevenire, almeno in parte, dei disordini, che altrove sono gi ingigantiti; laddove tra noi sono, specialmente pel lato industriale, nel primo loro stadio, e quindi pi suscettivi di essere prevenuti in parte, ed in parte riparati [] Il lettore cascher dalle nuvole, come ne so io, a imparare qualche dato statistico, intorno allItalia, per tale rispetto: e pure qui la grande industria non ha cominciato ancora a fare le sue prodezze, quantunque vi si aspiri e vi si cammini. N questi dati sono nuovi: sono assai antichi; ma si credeva fosse pi comodo lignorarli per sottrarsi al disagio di provvedervi od al rimorso della coscienza di cagionarli e lasciarli ingigantire. Nuovo che siano venuti allaperto; ed onore degli uomini che hanno voluto vi venissero. Si vada alla pag. 98 e si vedr che oltre a un terzo della nazione (giornalieri, artigiani o campestri) consumano le forze e la vita a servigio degli altri due terzi, senza che loro sia dato neppure un sustentamento, che meriti almeno il nome di pane umano! Dei secondi notantemente (quasi 6 milioni di creature umane!) indubitato che affranti dalla fatica diurna o intorpiditi da una oziosit forzata, non vanno la sera a dormire senza gli stimoli della fame, e portando forse nelle viscere il germe di qualche morbo micidiale. LInchiesta Agraria ha potuto accertare che, a quella categoria di agricoltori (quasi una met di tutta la classe), manca un nutrimento sufficiente e salubre. Che vorr essere dunque dellindumento e del giaciglio? Quello che pu aversi con una lira al giorno, pei soli 200 giorni dellanno, che in media lavorano; e quindi pei 365 non pi che L. 0,55 e ci per la Toscana, dove quella categoria meno numerosa, ma non meno penuriosa, che per tutto altrove. Spettacoli di estrema indigenza da disgradarne i quartieri luridi di Londra ed i fondaci di Napoli! Questi milioni dinfelicissimi, dei quali peculiarmente intendo trattare, non pensano neppure in sogno di essere socialisti: forse non ne conoscono neppure In parola; i loro cenci, la loro abbiettezza, lansia perenne del vivere, fa loro pensare a ben altro! Un Socialismo pertanto che mirasse a farne conoscere, anche a chi meno vorrebbe, la desolata condizione, a fine che, nel consorzio umano, fosse loro assicurata una esistenza, non da bestia, ma degna di Uomo: Ein
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mescheuwrdiges Dasein, come lo voleva per loro Mgr. Ketteler; un siffatto Socialismo non solo li vendicherebbe come tutto suo proprio lappellativo di cristiano, ma sarebbe guardato da G. Cristo, come cosa sua; perch Egli da divino protagonista dellimmenso dramma cosmico, venutosi allultima scena, degner porsi nella coloro persona, riputando fatto o negato a s quanto a quelli fu fatto.
[Carlo Maria Curci, Socialismo cristiano nella questione operaia, Firenze-Roma, 1885, pp. XIIXXIII]

Gaetano Salvemini: la questione meridionale


Storico, intellettuale e uomo politico Gaetano Salvemini (1873-1957) avrebbe intuito prima di tutti la centralit della questione meridionale nella definizione della democrazia in Italia e per lidentit dei riformisti. Nei contributi pubblicati a partire dal 1897 sulla rivista Critica Sociale, analizzando la societ delex Regno borbonico dedusse il necessario collegamento tra operai del nord e contadini del sud, nella battaglia per lo sviluppo della democrazia e per una crescita omogenea del paese. I suoi scritti e la sua vicenda politica e intellettuale testimoniano la specificit del caso italiano dove povert e questione sociale non erano sinonimi di questione operaia e di industrializzazione.

Chi si occupa delle tristi condizioni economiche, morali, intellettuali dellItalia meridionale e del modo di migliorarle, portato facilmente a commettere gravi errori, se non tiene sempre davanti a s lidea che il problema meridionale triplice. LItalia meridionale soffre di tre malattie, le quali, pur intrecciandosi e inacerbendosi reciprocamente, hanno origini e caratteri nettamente distinti, e vanno quindi accuratamente separate tanto nella diagnosi quanto nella prognosi. La prima malattia non un privilegio del solo Meridione, ma comune a tutta lItalia; in questo, almeno in questo, tutti glItaliani sono davvero fratelli. la malattia dello Stato accentratore, divoratore, distruttore; dello Stato che spende i nove decimi delle sue entrate per pagare glinteressi dei suoi debiti e mantenere glimpegni derivanti da una politica estera dissennata; dello Stato in cui il potere esecutivo, per avere le mimi libere nel dirigere la politica estera e la politica militare senza
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il controllo incomodo del potere legislativo, obbligato ad appoggiarsi su maggioranze parlamentari corrotte e fittizie, rappresentanti solo una parte minima della popolazione, le quali mercanteggiano di giorno in giorno 11 la loro adesione alla politica antistatutaria, e ottengono in cambio i dazi sul grano, le tariffe protettrici, i premi alla marina mercantile, limmunit per i delitti bancari, ecc.; la malattia dello Stato, il quale, divenuto mancipio di un pugno di affaristi e di parassiti, deve opprimere con un sistema tributario selvaggio tutte quelle classi, che non prendon parte al mercimonio fra potere esecutivo e maggioranze parlamentari; ed quindi obbligato a ricorrere ogni giorno alle repressioni sanguinose per difendersi dal malcontento, che lo investe da ogni parte; e cerca nelle conquiste coloniali una diversione alle difficolt interne e un espediente per rifarsi di fronte ai sudditi per mezzo di vittorie che che si lasciano desiderare, quel prestigio, che va fatalmente logorandosi nelle repressioni. Quale sia la causa di questa malattia, ahim, non si pu dire; una causa occulta. I giornali repubblicani pretendono di conoscerla, ma sono malintenzionati e hanno torto; tant vero, che, quando ne parlano, vengono immancabilmente sequestrati. La seconda malattia la oppressione economica, in cui lItalia meridionale tenuta dallItalia settentrionale. La spedizione garibaldina fu per la maggioranza dei benpensanti settentrionali un atto di conquista vera e propria. Il Napoletano e la Sicilia non avevano debiti, quando entrarono a far parte dellItalia una; e la unit del bilancio nazionale ebbe leffetto di obbligare i meridionali a pagare glinteressi dei debiti fatti dai settentrionali prima dellunit e fatti quasi tutti per iscopi che collunit nulla avevano da fare. Il Napoletano e la Sicilia erano ricchissimi di beni ecclesiastici, mal coltivati, vero, ma i cui prodotti si consumavano localmente; la confisca di tutti quei beni a vantaggio delle finanze dellItalia una, sottrasse allItalia meridionale una enorme quantit di capitale sotto forma di pagamenti immediati allatto della compera o di pagamenti annuali, che si sono protratti fino ai nostri giorni; e la coltivazione rimasta in generale allo stesso punto del 1860, se pure in parecchi luoghi non siamo andati indietro; per cui si pu dire che la confisca dei beni ecclesiastici servi solo a larvare una colossale indennit di guerra pagata
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dallItalia meridionale a profitto dellItalia una. Lalta Italia possiede il 48% della ricchezza totale e paga meno del 40% del carico tributario; lItalia media possiede il 25% e paga il 28%; lItalia meridionale possiede il 27% e paga il 32%. Nel dare, il Meridione allavanguardia, nel ricevere alla retroguardia: un terzo del reddito annuo dello Stato impiegato nelle spese militari, e lesercito, per ragioni politiche, e militari, acquartierato in gran parte nel Settentrione. La rete ferroviaria statale, costruita a spese di tutti, si sviluppata magnificamente nellItalia settentrionale; al Mezzogiorno ogni volta che si concesso un tronco ferroviario, la concessione stata fatta sempre di malavoglia ed ha avuto laria di unelemosina; basta ricordare che la importantissima linea Foggia-Napoli si fece aspettare tredici anni e che la linea circumsiciliana ancora un sogno. LItalia meridionale considerata come luogo di punizione per gli impiegati scadenti o colpevoli [] Le due malattie, finora da noi fuggevolmente descritte, sono di origine recente; cominciano appena nel 60. La terza invece antichissima ed tutta speciale del Mezzogiorno la struttura sociale semifeudale, che di fronte a quella borghese dellItalia settentrionale un anacronismo; che mantiene il latifondo con tutte le sue disastrose conseguenze economiche, morali, politiche; che impedisce la formazione di una borghesia con idee e intendimenti moderni; che permette solo la esistenza di una nobilt fondiaria ingorda, violenta, prepotente, assenteista; di una piccola borghesia affamata, desiderosa di imitare le classi superiori, assillata dai nuovi bisogni sviluppatisi col progredire della civilt, spinta al mal fare dalla necessit di guadagnarsi il pane in un paese dove la ricchezza confluisce nelle mani di pochi; e finalmente di un enorme proletariato, oppresso, disprezzato da tutti, privo di qualunque diritto, servo nella sostanza se non nella forma. Nelle cause di questa malattia non centrano n il clima n la razza; le cause sono esclusivamente sociali. Nel secolo XII, al tempo dei Normanni, e nella prima met del XIII, sotto gli Svevi, nellItalia meridionale prevaleva la piccola propriet, e parecchie regioni oggi infestate dal latifondo, dalla malaria e dalla prepotenza dei baroni e dei
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cavalieri, davano vita a una popolazione molto pi densa dellattuale, laboriosa, fiorente di ricchezze. Sotto i Normanni e gli Svevi la nobilt fu tenuta a freno e talvolta anche oppressa, gli ecclesiastici ebbero ricchezze e poteri molto limitati. Il feudalismo vero e proprio entra nel Mezzogiorno con gli Angioini e ci fu regalato dal papa. Nella battaglia di Benevento i nobili abbandonarono Manfredi, questo semplice fatto dimostra ci che la nobilt aveva da rimproverare agli Svevi e aveva da sperare dagli Angioini. Il feudalismo francese e gli enormi privilegi ecclesiastici fecero con la battaglia di Benevento il loro ingresso nel Mezzogiorno. La lunga guerra dei Vespri Siciliani e le eterne guerre di successione fra Angioini, Durazzeschi e Aragonesi, finirono col dare sempre meglio la prevalenza alla classe feudale militare a danno delle altre classi e del potere regio. E la nobilt feudale us del suo potere come ha sempre fatto, quando ha potuto affermare la propria supremazia: i piccoli proprietari scomparvero, la campagna si spopol, le terre comuni vennero usurpate, i diritti pi esosi vennero riscossi dai feudatari divenuti sovrani nelle loro possessioni; e alla fine del secolo XV la rovina delle classi medie era definitivamente compiuta. La dominazione spagnuola non fece che aggravare la situazione aggiungendo ai nobili indigeni nobili nuovi. Nobili normanni e svevi, nobili angioini, durazzeschi, aragonesi, spagnuoli, arricchitisi tutti con la conquista, con la violenza, col furto, col tradimento, ecco glillustri progenitori della moderna nobilt meridionale. Per nessun altro paese e per nessunaltra classe sociale maggiormente vero laforisma proudhoniano: La proprit cest un vol.
[Gaetano Salvemini, Scritti sulla questione meridionale, Torino, 1955, pp. 32-35]

Anna Maria Mozzoni: i diritti delle donne


L11 e il 12 febbraio si riun a Roma lAssemblea della democrazia, composta da repubblicani, radicali e socialisti impegnati nella richiesta del suffragio universale. Delegata della Lega promotrice degli interessi femminili, la Mozzoni, chiese con veemenza
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che non si parlasse di diritti del cittadino ma di diritti umani visto che, non potendo votare, le donne sarebbero rimaste escluse da qualsiasi nuova rivendicazione. Milanese, figlia di una famiglia di notabili della citt (radicale in seguito simpatizzante socialista, promotrice di due mozioni per il voto alle donne, nel 1877 e nel 1906) la Mozzoni avrebbe combattuto le contraddizioni di un paese e di una cultura politica divisa tra feudalesimo meridionale e industrializzazione.

Signori, voi eravate autorizzati a tenervi paghi a questa attenuante fino al giorno della dichiarazione dei diritti delluomo. Pi in l voi non potevate continuare nel credervi nostri mandatari e rappresentanti, se non allombra compiacente di un errore. Voi scindete i diritti civili e politici dal diritto umano - mentre queste varie denominazioni rispondono agli ordini vari dei fatti nei quali il diritto umano si esplica e si applica. Ma uno solo il diritto di ciascuno e di tutti di essere considerato persona e di esercitarne tutte le funzioni rispondenti alle sue facolt. Ora le donne hanno interessi come voi nella famiglia, nella citt, nello Staro. Hanno intelligenza al par di voi per capirli hanno la volont come voi per tutelarli e promuoverli - hanno come voi criteri di scelta sono persone al par di voi. Democratici! Cavate mi dai vostri libri, dai vostri principi, dai vostri filosofi una sola illazione che statuisca e dimostri la legittimit di una diminuzione personale della donna. Cavatene una dimostrazione la quale provi che vi sono nelle donne elementi costitutivi che rispondono alla diminuzione della persona incoscienza del diritto abdicazione esplicita di esso insufficienza ad esercitarlo alienazione delinquenza. Dimostrateci che siamo nella materiale impotenza di esercitarlo: e che la condizione di tutelate connaturata in noi. No, o signori! voi non potete rispondere - voi non possedete argomenti nel campo vostro. Siete obbligati di andarli a rintracciare in quel passato che non autorizza la vostra agitazione, che contraddice ai vostri principi, che rinnega la vostra qualit di cittadini. Voi dovete dare la parola ai vostri avversari, affermare la legittimit di istituzioni che vi hanno oppresso, fare atto di fede in tutti i dogmi che hanno anatemizzato la libert delluomo e violentato la sua coscienza e le leggi della sua natura. Dimostratemi come potrete considerarvi vittoriosi e ritenere elargito
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alla Italia il suffragio universale quando i 500.000 elettori di oggi saranno divenuti i due milioni di domani, essendo la nazione costituita da 22 milioni e rimanendo la met di essa esclusa per principio da qualsiasi pi indiretta rappresentanza. Un popolo si raduna esso dunque in solenne comizio per discutere emendamenti provvisori e piccole misure dopportunit? Non bastano forse e non soverchiano a compito cosi modesto quelle assemblee che gi possediamo, espressioni di interessi parziali e custodi di speciali istituzioni, e quegli organismi irti di formule e di riti tradizionali che costituiscono il meccanismo di una pubblica amministrazione? Oh, che cosa sarebbe il presente comizio quando non fosse una affermazione filosofica, una espressione radicale, complessa, immutabile del diritto dellumanit? Quando un popolo si raduna a solenne protesta egli condanna un principio e ne afferma un altro - chiude un periodo storico ed inizia un era nuova. Democratici! proletari! non chiedete dessere cittadini! verano cittadini a Sparta e a Roma ad Atene come a Gerusalemme eppure verano dappertutto col schiavi e servi e bestie in forma umana. Il concetto di cittadino, concetto meschino, circoscritto nella storia, soverchiato dalla filosofia e dalletica moderna. Il cittadino suppone il non cittadino, come la proclamazione di una sovranit laffermazione di una sudditanza. Ispiratevi alla natura la quale ha fatto degli individui chiedete di essere uomini e ricordate in pari tempo che lumanit non costituita, continuata e rappresentata da voi soli. Le differenze fra i due termini che costituiscono lumanit davanti al diritto di concorrere al patto sociale se concludono alcunch non possono concludere che a questo solo che luno non pu rappresentare laltro senza che prevalga nellopera sua il sentimento di s medesimo. Infatti nella famiglia legale luomo ha rappresentato s stesso nel dinastismo ha inventato la legge salica - nello Stato non ha veduto che il maschio nel matrimonio ha assorbito perfino il nostro nome e la nostra nazionalit nella polizia de costumi non ha provveduto che a s medesimo negli uffici retribuiti ha accaparrato tutto per s nei suoi rapporti con noi si fatta costantemente la parte del leone. Da un secolo ormai la donna protesta contro questo stato di cose in tutti i paesi civili. Essa afferma il suo diritto al voto perch persona
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libera e completa mezzo come luomo in faccia alla specie fine a s stessa, al par di lui, nella attivit della sua coscienza. La donna afferma il proprio diritto perch ha nella convivenza nazionale rapporti e interessi multeplici e vari da promuovere e da vantaggiare. Essa vuole apporre la sua firma al contratto sociale perch nella societ un elemento necessario e costitutivo perch vi esercita influenza e ne subisce. Essa vuol votare perch conscia del proprio diritto lo rivendica perch vuole la libera scelta de suoi mandatari - perch il passato ed il presente le hanno insegnato con assidua lezione che lassente non , e non pu essere che dimenticato e sacrificato. Parr a taluno che inopportunamente si elevata in questa sala una voce di donna e forse gli sembrer scemare dessa maest e decoro alla solenne manifestazione del popolo - tanto radicata la teorica del privilegio in taluni che pure si levano ardenti a combatterla quando la sentono prepotente sopra s stessi! Ma costoro, se qui ve ne sono, se ne diano pace. Se non nuovo nella storia di vedere dei diseredati rivendicare i loro diritti, tuttora nuovo negli uomini, e tanto pi glorioso per essi, di sapere ascoltare i reclami dei diseredati, chiunque essi siano e far loro ragione; ed con somma compiacenza che riconosco questo vanto alla democrazia italiana, prima in Europa ad innalzarsi al disopra di un pregiudizio coevo alla umanit. Si persuada la democrazia chessa avr guadagnato la sua ultima battaglia quando avr accettato fino allultima tutte le illazioni che scaturiscono da quei principi che sono la sua forza ed il suo prestigio. Allora soltanto essa avr proclamato la decadenza del passato, chiusa lera della violenza e del privilegio, suggellata la storia delle teocrazie, delle dinastie, dei feudi e delle classi, e principiato finalmente la storia della umanit. Proclamando il suffragio universale per voi soli, allargate il privilegio proclamandolo con noi, lo abolite soli combattete una scaramuccia - con noi guadagnate una giornata decisiva rivendicando il voto per tutti voi fate un emendamento al presente rivendicandolo per noi chiedete lavvenire. Proclamando il cittadino ed il sovrano affermate implicitamente lilota ed il suddito proclamando il diritto delluomo affermate leguaglianza senza di noi siete un partito con noi siete la famiglia, siete la nazione, siete lumanit.
[Annamaria Mazzoni, La liberazione della donna, Milano, 1975, pp. 138-140]
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ALLE ORIGINI DEL PENSIERO DEMOCRATICO CONTEMPORANEO


Nellultimo quarto dellOttocento, negando ogni capacit di previsione, i difficili risvolti della questione sociale obbligarono intellettuali e uomini politici che da posizioni diverse si battevano per il progresso civile a sottoporre i propri sistemi e le proprie idee a una profonda revisione. Gli avvenimenti recenti, daltronde, erano spesso paradossali: bonapartismi consacrati dal suffragio universale, societ sempre pi ricche in preda a conflitti violentissimi, un inurbamento delle masse che faceva riapparire superstizioni che si credevano spazzate via. La crisi obbligava a rinunciare agli aspetti pi astratti e ideologici del pensiero politico e a misurarsi con la realt. La fede nellassoluto ne venne scossa e, introdotta leventualit empirica dellerrore, si riconobbe nella democrazia, nel dialogo e nel confronto lunico presupposto per il progresso della comunit. Fu il lento avvicinamento delle tre maggiori culture riformiste dellOttocento, delle tre pi importanti proposte di riforma, a porre i presupposti per la rinascita del fronte democratico. Socialisti democratici preoccupati della tutela delle libert di fronte alle derive collettiviste del mondo operaio, liberali democratici che cominciarono a chiedere sostanza sociale alla libert, cristiani democratici desiderosi di mettere il proprio umanesimo personalista a baluardo della solidariet. Ovunque, la convinzione che lemancipazione degli esseri umani possibile soltanto in una comunit democratica che garantisce uguali opportunit. E che soltanto lalto grado di civilt e di sviluppo di una democrazia realizzata poteva mettere al riparo dalle fratture e dei traumi che lavvento tumultuoso dellindustrializzazione aveva provocato.

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Il precursori del liberalismo democratico


In una cultura liberale prevalentemente reazionaria e conservatrice che esaltava la tutela delle libert quale mezzo ideologico per garantire il libero gioco degli interessi economici, lincontro tra diritti sociali e democrazia si trasformer in sodalizio soltanto nel Novecento, dopo la tragica crisi del 29 e della Seconda guerra mondiale, quando si scoprir che le politiche di redistribuzione della ricchezza sono funzionali alla stabilit e alla prosperit del sistema economico. Questincontro, per, verr anticipato da una minoranza di riformatori e pensatori politici che gi a met dellOttocento, di fronte alla questione sociale, avevano tentato una prima riforma, tagliando i ponti ideologici con il retroterra borghese e riconducendo nellorizzonte della libert le richieste di uguaglianza dei lavoratori. Una minoranza che, civilizzando la cultura liberale dalle sue derive utilitariste, avrebbe contribuito, assieme a molti cristiani e socialisti, alla crescita del movimento democratico. Figura di spicco tra questi precursori Alexis de Tocqueville, convinto della necessit di promuovere il pluralismo associativo, per arricchire la qualit civile della comunit ed evitare che la democrazia si tramuti in dispotismo, in impero morale della maggioranza. Pi tardi, protagonista dellemancipazione liberale sarebbe stato John Stuart Mill, filosofo tra i pi significativi della storia del pensiero politico occidentale. Alla sensibilit del giovanile Mill non sarebbe sfuggita limportanza dellautodeterminazione materiale dei cittadini perch potessero usufruire pienamente delle libert politiche, economiche e civili. In Principi di economia politica, del 1851, cos, il filosofo britannico avrebbe dimostrato particolare interesse per la questione sociale e per le condizioni delle classi lavoratrici, spingendosi a prospettare forme di autogoverno e di organizzazione cooperativa che Schumpeter avrebbe qualificato pi tardi di socialiste. Malgrado lattenzione crescente per la questione operaia, il rischio che una societ prodotta sotto lassillo della dimensione sociale e collettiva, con le sue tendenze omologanti, annichilisse le differenze soggettive sarebbe rimasta la preoccupazione maggiore della riflessione liberale e delle opere future di Mill. Preoccupazione che avrebbe costituito la coscienza e il pungolo liberale della democrazia europea, spingendo spesso per la tutela e la richiesta di maggiori diritti civili e politici. A partire da quelli non pi procrastinabili delle donne, per i quali si spese Harriet Taylor, compagna e poi moglie di Mill, vedendone il completamento necessario della democrazia.
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Alexis de Tocqueville: lassociazionismo nella societ democratica


Cos la democrazia? Secondo Tocqueville non soltanto una forma di governo, bens un modello di societ caratterizzato dalluguaglianza delle condizioni, verso cui tende la storia plurisecolare della civilt europea. Un destino inevitabile che lo sgomenta e lo affascina, tanto da spingerlo a oltrepassare lAtlantico per cercare di capire come funziona una societ democratica l dove essa gi esiste: negli Stati Uniti dAmerica. Lopera che di quel viaggio il frutto, insegna che la democrazia, per non trasformarsi in una forma di tirannide mascherata, ha bisogno di una societ civile vitale, pronta a organizzarsi in autonome forme associative per agire nella sfera pubblica. Partendo dallassunto che la democrazia inevitabile, Tocqueville tenta di istillare al suo interno istituti liberali, non mortificandola n stravolgendone il principio, ma arricchendola di nuove garanzie e di nuove libert.

LAmerica il solo paese al mondo in cui si sia tratto il massimo vantaggio dallassociazione, e in cui questo potente mezzo dazione sia stato applicato a una assai grande variet di situazioni. A prescindere dalle associazioni permanenti, create dalla legge sotto il nome di comuni, citt e contee, ve n una moltitudine di altre che devono la loro nascita e il loro sviluppo solo a volont individuali. Labitante degli Stati Uniti impara fin dalla nascita che bisogna contare su se stessi per lottare contro i mali e le difficolt della vita; egli rivolge allautorit sociale uno sguardo diffidente e inquieto, e fa appello al suo potere solo quando non pu farne a meno. Si comincia a notare questo fin dalla scuola, dove i bambini si sottomettono, persino nei loro giochi, a regole che essi hanno stabilito, e puniscono fra loro colpe da essi stessi definite. Lo stesso spirito si ritrova in tutti gli atti della vita sociale. Si crea un ostacolo sulla pubblica via, il passaggio interrotto, la circolazione bloccata; i vicini si costituiscono subito in corpo deliberante; da questa assemblea improvvisata uscir un potere esecutivo che rimedier al male, ancor prima che lidea di unautorit preesistente a quella degli interessati sia venuta in mente a qualcuno. Se si tratta di divertimenti, ci si assocer per dare pi splendore e organizzazione alla festa. Ci si riunisce, infine, per resistere a nemici del tutto immateriali: si combatte in comune lintemperanza. Negli Stati
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Uniti ci si associa per scopi di sicurezza pubblica, di commercio, di industria, di morale e di religione. Non vi nulla che la volont umana non creda di poter ottenere grazie alla libera azione del potere collettivo degli individui. Avr occasione pi avanti di parlare degli effetti prodotti dallassociazione nella vita civile. In questo momento devo, invece, limitarmi al mondo politico. Dal momento che il diritto di associazione riconosciuto, i cittadini possono farne diversi usi. Unassociazione consiste solamente nelladesione pubblica che un certo numero di individui d a talune o a tal altre dottrine, e nellimpegno che essi contraggono di concorrere in un certo modo a farle prevalere. Per questa ragione, il diritto di associarsi si confonde quasi con la libert di scrivere; tuttavia, lassociazione possiede maggior potere della stampa. Quando unopinione rappresentata da unassociazione; obbligata ad assumere una forma pi netta e precisa. Essa conta i suoi seguaci e li coinvolge nella sua causa. Essi imparano a conoscersi reciprocamente, e il loro ardore si accresce con il loro numero. Lassociazione riunisce in un fascio gli sforzi di spiriti divergenti, e li spinge con vigore verso un unico fine, che essa ha chiaramente indicato. Il secondo grado nellesercizio del diritto di associazione quello di potersi riunire in assemblea. Quando si lascia che unassociazione politica crei focolai dazione in alcuni punti importanti del paese, la sua attivit diventa pi grande e la sua influenza pi estesa. L gli uomini si incontrano, si concordano i mezzi di esecuzione, le opinioni si sviluppano con una forza e un calore che il pensiero scritto non pu mai raggiunge. Vi , infine, un ultimo grado nellesercizio del diritto di associazione in materia politica: i promotori di una stessa opinione possono riunirsi in collegi elettorali e nominare dei mandatari che li rappresentino in unassemblea centrale. Si tratta, parlando propriamente, del sistema rappresentativo applicato a un partito. Cos nel primo caso, gli uomini che professano una stessa opinione creano tra loro un legame puramente intellettuale; nel secondo, si riuniscono in piccole assemblee che rappresentano soltanto una frazione del partito; nel terzo, infine, essi formano come una piccola nazione, un governo nel governo. I mandatari, simili ai mandatari della
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maggioranza, rappresentano, da soli, tutta la forza collettiva dei loro seguaci come quelli, possiedono unapparenza di nazione unita con tutto il potere morale che ne deriva. vero che a differenza di quelli, essi non hanno il diritto di legiferare e tuttavia hanno il potere di criticare la legge esistente e di formulare in anticipo quella che dovrebbe esistere. Immaginiamo un popolo che non sia perfettamente abituato alluso della libert, o presso il quale fermentino profonde passioni politiche. A fianco della maggioranza che fa le leggi, poniamo una minoranza che si incarichi solamente delle considerazioni preliminari della legge e delle disposizioni attuali: non potremo fare a meno di credere che lordine pubblico sarebbe esposto a grandi rischi. Tra il provare che una legge in s, migliore di unaltra, e il provare che la si deve sostituire a quella, vi senzaltro molta differenza. Ma laddove lo spirito degli uomini illuminati vede ancora una grande diversit, limmaginazione della folla non la coglie gi pi. Del resto giungono momenti in cui la nazione si divide in modo quasi uguale tra due partiti, ciascuno del quali sostiene di rappresentare la maggioranza. Se, accanto al potere che governa, viene a crearsene un altro con unautonomia quasi altrettanto grande, si pu forse credere che esso si limiti a lungo a parlare senza agire? Si fermer sempre davanti alla considerazione metafisica che lo scopo delle associazioni di dirigere le opinioni e non di forzarle, di consigliare la legge, non di farla?
[Alexis de Tocqueville, La democrazia in America, lib. II, cap. IV (1835)]

John Stuart Mill: lautonomia della persona


In una societ che si avvia verso luguaglianza, dove lomologazione e il conformismo sono favoriti da una pluralit di fattori interrelati, la preoccupazione del liberal-democratico Stuart Mill (1806-1873) rivolta alla difesa della personalit individuale, dello spazio di autonomia del singolo, della libera espressione della diversit soggettiva. Libert, ricorda Mill, sensibile allacuirsi della questione sociale, legata anche allindipendenza materiale che va risolta, senza alibi, con lopportuna giustizia sociale ma senza contraddire i meccanismi che permettono la concorrenza e lo sviluppo. Da qui, la proposta di forme di cooperativismo che fossero capaci di incoraggiare la creazione di
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classi medie legate allagricoltura. Centrale, in questo testo di Mill, la complementarit tra istruzione e lavoro per un completo sistema di welfare capace di garantire libert a tutti i cittadini.

Se la grande massa del genere umano dovesse rimanere sempre, come ora, schiava di una fatica nella quale non ha di fatto alcuno interesse, e nei confronti della quale non sente quindi nessun interesse lavorando dallalba fino a notte fonda semplicemente per procurarsi il necessario per sopravvivere, e con tutte le carenze intellettuali e morali che questo implica senza nessuna risorsa n per la mente n per i sentimenti ignorante, perch non pu essere istruita meglio di quanto non sia nutrita; egoista, perch tutti i suoi pensieri sono rivolti a se stessa; senza gli interessi e i sentimenti che sono propri dei cittadini e dei membri di una societ, e amareggiata dalla consapevolezza dellingiustizia, sia per quello che non possiede, che per quello che altri possiedono; io non vedo quali altri motivi vi debbano ancora essere per indurre qualsiasi persona capace di ragionare a preoccuparsi delle sorti del genere umano [] Al fine di mutare le abitudini dei lavoratori quindi necessaria una duplice azione, rivolta simultaneamente alla loro intelligenza e alla loro povert. La prima cosa necessaria unefficace istruzione, su base nazionale, dei figli delle classi lavoratrici; e insieme a questa, una serie di provvedimenti che (come fece la rivoluzione in Francia), eliminino lestrema povert per unintera generazione [] Uneducazione diretta a diffondere il buon senso tra il popolo, con quelle cognizioni atte a metterlo in grado di giudicare le tendenze delle sue azioni, riuscirebbe certamente, anche senza unazione diretta, a formare unopinione pubblica tale da screditare ogni genere di intemperanza e di imprevidenza; e in particolare limprevidenza che rende sovraccarico il mercato del lavoro sarebbe severamente condannata come offesa arrecata al bene comune. Tuttavia, anche se non credo che si possa dubitare del fatto che tale stato dellopinione comune, una volta formato, sarebbe sufficiente a mantenere entro i debiti limiti lincremento della popolazione, non si dovrebbe contare soltanto sulleducazione per poterlo creare. Leducazione non compatibile con lestrema miseria. impossibile dare una efficace istruzione ad una popolazione indigente. Ed difficile far apprezzare il valore dellagiatezza a coloro che non ne
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hanno mai goduto, o far sentire la miseria di una esistenza precaria a coloro che sono miserabili per aver sempre vissuto alla giornata. Singoli individui spesso lottano per elevarsi ad una condizione di agiatezza; ma tutto quello che ci si pu aspettare da un popolo nel suo complesso che vi si mantenga; e il miglioramento delle abitudini e delle esigenze della massa dei lavoratori a giornata sar difficile e lento, a meno che non si trovino i mezzi di elevare tutta tale classe ad un certo livello di benessere, e a mantenervela fino ad una nuova generazione. Esistono due mezzi per raggiungere questo fine senza recare danno ad alcuno, e senza nessuno di quegli inconvenienti che accompagnano la carit volontaria o legale, non soltanto senza indebolire, ma anzi rafforzando gli incentivi allattivit e i moventi che spingano alla previdenza. Il primo un grande provvedimento di colonizzazione. Intendo con ci uno stanziamento di denaro pubblico, sufficiente a trasferire subito, stabilendola nelle colonie, una parte notevole della giovane popolazione agricola. Dando la preferenza, come propone Wakefield, alle giovani coppie, oppure, in mancanza di queste, alle famiglie con figli abbastanza grandi, si otterrebbe di utilizzare la spesa al massimo per lo scopo desiderato, mentre le colonie si troverebbero ad avere la massima quantit di ci di cui c carenza, e qui, invece eccedenza cio il lavoro attuale e futuro. stato dimostrato da altri, e i fondamenti di questa convinzione saranno illustrati in una parte successiva di questo lavoro, che la colonizzazione su larga scala si potrebbe condurre in modo tale da non costare nulla al paese, o almeno nulla che non venga sicuramente rimborsato; e che i fondi richiesti, anche sotto forma di anticipazione non sarebbero tratti dal capitale impiegato nel mantenere il lavoro, ma da quella eccedenza di capitale che non pu trovare impiego ad un profitto tale da costituire una adeguata remunerazione dellastinenza del possessore, e che quindi viene investita allestero, o dissipata in patria in speculazioni dissennate. Quella parte del reddito del paese che di solito non impiegata per alcun fine che torni a beneficio della classe lavoratrice, potrebbe sostenere qualsiasi detrazione che possa essere necessario apportarvi per ottenere quel volume di emigrazione del quale qui si parla. Il secondo mezzo sarebbe quello di destinare tutta la terra comune
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dora in avanti messa a coltivazione alla costituzione di una classe di piccoli proprietari. gi durata sin troppo a lungo la pratica di togliere queste terre alluso pubblico al solo scopo di aggiungerle ai possedimenti dei ricchi. tempo che ci che rimane di quelle terre pubbliche sia conservato come un patrimonio consacrato al beneficio dei poveri. Il meccanismo per amministrarle esiste gi, essendo stato creato dallAtto Generale delle Recinzioni. Quello che propongo (anche se, devo ammetterlo, con scarse speranze di vederlo presto realizzato) che in tutti i casi futuri in cui venga permesso di chiudere una terra comune, ne debba prima essere venduta o assegnata una parte sufficiente a compensare i titolari di diritti feudali o comuni, e che il rimanente sia diviso in parti di circa cinque acri, da conferire in propriet assoluta ad appartenenti alla classe lavoratrice, che le bonifichino e le mettano a coltivazione con il loro lavoro.
[John Stuart Mill, Principi di economia politica, Torino, 1983, pp. 553-555]

Harriet Taylor: la lotta delle donne per luguaglianza politica


Alla met del XIX secolo, Harriet Taylor (1807-1858), rinnovando la tradizione emancipazionista inaugurata da Olympe de Gouges (1748-1793) e Mary Wollstonecraft (1759-1797), pone lopinione pubblica di fronte alla necessit di prendere sul serio i principi liberaldemocratici sanciti nei documenti costituzionali. Declinare al maschile luguaglianza politica significa negare luguaglianza: significa pretendere un privilegio, allo stesso modo del proprietario che si oppone allestensione dei diritti elettorali ai proletari o del nobile che difende i vantaggi giuridici connessi al proprio status. Il cartista che nega il suffragio alle donne polemizza la Taylor contro i (falsi) democratici del suo tempo un cartista solo perch non un lord.

La maggior parte dei nostri lettori apprender probabilmente per la prima volta da queste pagine che, nelle zone pi civilizzate e illuminate degli Stati Uniti, sorto un movimento organizzato rivolto a una nuova questione; nuova non per i pensatori, n per chiunque senta e riconosca i principi del governo libero e popolare, ma nuova, e perfino inaudita,
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come oggetto di riunioni pubbliche e di effettiva azione politica. Tale questione lemancipazione delle donne: la loro ammissione, giuridica e di fatto, alleguaglianza di tutti i diritti, politici, civili e sociali, con i cittadini maschi della comunit. Sar daggiunta alla sorpresa con cui molti accoglieranno questa notizia il fatto che il movimento che ha preso avvio non consiste in un patrocinio esercitato da scrittori e oratori maschi in favore delle donne, le quali vengano espressamente beneficiate pur rimanendo indifferenti o apertamente ostili: un movimento politico con obiettivi pratici, portato avanti in una forma che denota lintenzione di perseverare. Ed un movimento non meramente in favore delle donne, ma fatto dalle donne. La sua prima manifestazione pubblica sembra sia stata una Convenzione delle Donne, tenutasi nello Stato dellOhio nella primavera del 1850. Di questo incontro non abbiamo letto alcun resoconto. Il 23 e 24 dello scorso mese di ottobre si sono tenuti una serie di incontri pubblici a Worcester, in Massachusetts, sotto il titolo di Convenzione per i diritti delle donne, presieduti da una donna, e nei quali quasi tutti i relatori erano donne, peraltro largamente accompagnate da uomini, tra i quali vi erano alcuni dei pi importanti patrocinatori dellanaloga causa per lemancipazione dei neri. Sono stati nominati un comitato generale e quattro comitati speciali, allo scopo di portare avanti limpresa fino al prossimo incontro annuale. Secondo il resoconto del Tribune di New York, erano presenti in tutto pi di mille persone e se si fosse potuto avere un luogo pi ampio, avrebbero partecipato molte migliaia di persone in pi. Il luogo stato descritto come affollato fin dallinizio di ascoltatori attenti e interessati Quanto alla qualit degli interventi, gli atti giustificano un giudizio lusinghiero a paragone di quelli di ogni altro movimento popolare di cui abbiamo conoscenza, sia in questo paese sia in America. Molto raramente, nella retorica degli incontri pubblici, la verbosit e declamazione cos esigua, e cos considerevole quella di pacato buon senso e ragionevolezza. Il risultato della Convenzione stato del tutto incoraggiante per quelli che lhanno convocata: ed probabilmente destinata a inaugurare uno dei movimenti pi importanti per le riforme politiche e sociali che sono la migliore caratteristica dellera attuale.
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Che i promotori di questo nuovo movimento prendano posizione su dei principi e non abbiano paura di affermarli nella misura pi ampia, apparir dalle risoluzioni adottate dalla Convenzione, parti delle quali qui trascriviamo: Risoluzione Ogni essere umano adulto, che abbia risieduto per un tempo adeguato sul suolo nazionale ed obbligato ad osservare le leggi, ha diritto di avere voce nella loro promulgazione; ogni persona con queste caratteristiche, la cui propriet o il cui lavoro venga tassato per sostenere il governo, ha diritto di partecipare direttamente al governo stesso; perci, Risoluzione Le donne hanno diritto al suffragio e ad essere considerate eleggibili per gli incarichi pubblici [...] e ogni partito che pretende di rappresentare lumanit, la civilt e il progresso dellepoca tenuto a scrivere sulle sue bandiere leguaglianza di fronte alla legge, senza distinzioni di sesso o di colore. Risoluzione I diritti civili e politici non conoscono sesso perci la parola maschio dovrebbe essere cancellata da tutte le Costituzioni Statali. Risoluzione Poich la prospettiva di un impiego onorevole e utile nel futuro lo stimolo migliore alluso dei vantaggi dellistruzione, e poich listruzione migliore quella che ci si d da s nelle lotte, gli impegni e la disciplina della Vita; per questo, impossibile che le donne facciano pieno uso dellistruzione che gi viene loro concessa, o che la loro carriera renda giustizia alle loro facolt, fino a che le strade per i vari impieghi civili e professionali non vengano loro spalancate. Che le donne debbano avere lo stesso titolo degli uomini al suffragio o a un posto al banco della giuria, come questione di diritto personale sarebbe difficile per chiunque negarlo. Certamente non pu essere negato negli Stati Uniti dAmerica come popolo o come comunit. Le loro istituzioni democratiche si fondano dichiaratamente sul diritto intrinseco di ciascuno di avere voce nelle questioni di governo. La loro Dichiarazione di Indipendenza, concepita da uomini che sono ancora le principali autorit costituzionali, e che il documento riconosciuto dallinizio e fino ad ora come base della loro organizzazione di governo, inizia con questa esplicita affermazione: Noi consideriamo queste verit di per s evidenti: che tutti gli uomini sono creati uguali; che sono dotati dal loro Creatore di alcuni
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diritti inalienabili; che tra questi vi sono il diritto alla vita, alla libert, alla ricerca della felicit; che per assicurare questi diritti vengono istituiti i governi umani, i quali derivano i loro legittimi poteri dal consenso dei governati. Non immaginiamo che nessun democratico americano possa cercare di sfuggire alla forza di queste espressioni col sotterfugio disonesto o ignorante di sostenere che uomini, in questo memorabile documento, non indica gli esseri umani, ma solo quelli di un sesso; che la vita, la libert e la ricerca della felicit siano diritti inalienabili solo di una met della specie umana; e che i governati, il consenso dei quali viene ritenuto lunica fonte del potere legittimo, siano solo quella met dellumanit che ha assunto finora il carattere di governatore rispetto allaltra. Non si pu rendere ragione della contraddizione tra i principi e la pratica. Un analogo abbandono delle massime fondamentali del loro credo politico stato palesemente commesso dagli americani nel caso dei neri, di ci essi stanno cominciando a riconoscere lignobilt. Dopo una battaglia che, per molti dei suoi episodi, menta il nome di eroica, gli abolizionisti sono attualmente cosi forti per numero e influenza da determinare lequilibrio dei partiti negli Stati Uniti. Era opportuno che gli uomini i cui nomi resteranno associati allestirpazione dal suolo democratico dAmerica dellaristocrazia del colore, fossero tra gli iniziatori, per lAmerica e per il resto del mondo, della prima protesta collettiva contro laristocrazia del sesso una distinzione tanto accidentale quanto quella del colore, e altrettanto irrilevante per tutte le questioni di governo.
[John Stuart Mill e Harriet Taylor, Sulluguaglianza e lemancipazione femminile, 2008, pp. 3539]

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Il cristianesimo sociale
Lo sfruttamento dei lavoratori, la destrutturazione di societ tradizionali in nome di un progresso che rendeva milioni di persone schiave dellindustria e delle macchine diedero nuova voce a quei cristiani che in tuttEuropa avevano guardato con sospetto ai fenomeni di concentrazione politica ed economica tipici dello stato moderno. Allorigine del movimento, i gruppi cattolici e protestanti che nella prima met dellOttocento avevano messo la solidariet cristiana al servizio dei ceti popolari nel rimpianto dellordine tradizionale del corporativismo medievale. Poi, alla met del secolo, e soprattutto in Francia, la proliferazione di movimenti radicali, spesso in opposizione frontale con la Chiesa, di matrice allo stesso tempo cristiana e socialista. Infine, a partire dallultimo quarto del secolo, la nascita di un cristianesimo sociale autonomo, sensibile alle garanzie e ai diritti dei lavoratori. Tra i protagonisti di questa fase, soprattutto intellettuali, laici ed ecclesiastici dellEuropa centro-settentrionale, come monsignor von Ketteler, arcivescovo di Magonza, Potter in Belgio, monsignor Manning in Gran Bretagna e Frdric Ozanam, poi beato, in Francia, Tutti esponenti di un movimento che nel 1885 tentarono, senza riuscirvi, un coordinamento sovranazionale. In Italia, dove pesava il non expedit di Pio IX e la questione romana, il cristianesimo sociale dovette attendere lenciclica pontificia prima di pronunciarsi apertamente. Nel progressivo deterioramento delle condizioni dei lavoratori, di fronte alla sempre maggiore influenza dei movimenti socialisti, la presa di posizione della Chiesa non si sarebbe fatta attendere. Nel 1891, rompendo con la tradizionale prudenza in materia, Leone XIII, coadiuvato dal francese Albert de Mun formatosi proprio sugli scritti di von Ketteler, promulg la Rerum novarum. Al centro dellenciclica sociale, alcuni principi e concetti che avrebbero portato alla nascita della tradizione democristiana e che avrebbero permesso a una nutrita schiera di cattolici democratici di investirsi apertamente nella battaglia dei lavoratori e dei poveri contro le ingiustizie della societ liberale, facendo della Chiesa un soggetto attivo per la ricomposizione delle tensioni e delle lacerazioni dello sviluppo industriale. Il pensiero cristiano, cos, opponendosi alle esasperazioni liberali e socialiste di fine Ottocento, avrebbe teorizzato per primo il ritorno dellumanesimo democratico, attento allemancipazione economica ma anche culturale e spirituale dei cittadini.
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Leone XIII: la Chiesa di fronte alla questione operaia


Un piccolissimo numero di straricchi hanno imposto allinfinita moltitudine dei proletari un giogo poco meno che servile: cos, perentoriamente, si esprime Leone XIII (papa dal 1878 al 1903) nellEnciclica matrice della dottrina sociale della Chiesa; che, nel momento in cui condanna il socialismo perch propugna la lotta di classe e avversa la propriet privata si fa carico della drammaticit della questione operaia, enunciando i diritti e i doveri dei lavoratori e dei padroni, fissando gli scopi e i limiti dellintervento statale, illustrando la natura e la funzione dellassociazionismo cattolico. Insomma, proponendosi, grazie alluniversalismo della cultura cattolica, di ricomporre le lacerazioni dovute alla societ liberale in nome di un piena realizzazione degli uomini. Dopo la reazione antimoderna di Pio IX, la Chiesa torna a calarsi nella storia, richiamando tutti in una prospettiva interclassista e conciliativa al rispetto della dignit della persona.

Lardente brama di novit che da gran tempo ha cominciato ad agitare i popoli, doveva naturalmente dallordine politico passare nellordine simile delleconomia sociale. E difatti i portentosi progressi delle arti e i nuovi metodi dellindustria; le mutate relazioni tra padroni ed operai; lessersi accumulata la ricchezza in poche mani e largamente estesa la povert; il sentimento delle proprie forze divenuto nelle classi lavoratrici pi vivo, e lunione tra loro pi intima; questo insieme di cose, con laggiunta dei peggiorati costumi, hanno fatto scoppiare il conflitto. Il quale di tale e tanta gravit che tiene sospesi gli animi in trepida aspettazione e affatica lingegno dei dotti, i congressi dei sapienti, le assemblee popolari, le deliberazioni dei legislatori, i consigli dei principi, tanto che oggi non vi questione che maggiormente interessi il mondo. Pertanto, venerabili fratelli, ci che altre volte facemmo a bene della Chiesa e a comune salvezza con le nostre lettere encicliche sui Poteri pubblici, la Libert umana, la Costituzione cristiana degli Stati, ed altri simili argomenti che ci parvero opportuni ad abbattere errori funesti, la medesima cosa crediamo di dover fare adesso per gli stessi motivi sulla questione operaia. Trattammo gi questa materia, come ce ne venne loccasione pi di una volta: ma la coscienza dellapostolico nostro ministero ci muove a trattarla ora, di proposito e in pieno, al fine di mettere in rilievo i principi con cui, secondo giustizia ed equit, si
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deve risolvere la questione. Questione difficile e pericolosa. Difficile, perch ardua cosa segnare i precisi confini nelle relazioni tra proprietari e proletari, tra capitale e lavoro. Pericolosa perch uomini turbolenti ed astuti, si sforzano ovunque di falsare i giudizi e volgere la questione stessa a perturbamento dei popoli. Comunque sia, chiaro, ed in ci si accordano tutti, come sia di estrema necessit venir in aiuto senza indugio e con opportuni provvedimenti ai proletari, che per la maggior parte si trovano in assai misere condizioni, indegne delluomo. Poich, soppresse nel secolo passato le corporazioni di arti e mestieri, senza nulla sostituire in loro vece, nel tempo stesso che le istituzioni e le leggi venivano allontanandosi dallo spirito cristiano, avvenne che poco a poco gli operai rimanessero soli e indifesi in balda della cupidigia dei padroni e di una sfrenata concorrenza. Accrebbe il male unusura divoratrice che, sebbene condannata tante volte dalla Chiesa, continua lo stesso, sotto altro colore, a causa di ingordi speculatori. Si aggiunga il monopolio della produzione e del commercio, tanto che un piccolissimo numero di straricchi hanno imposto allinfinita moltitudine dei proletari un gioco poco meno che servile [] Il sentimento della propria debolezza spinge luomo a voler unire la sua opera allaltrui. La Scrittura dice: Emeglio essere in due che uno solo; perch due hanno maggior vantaggio nel loro lavoro. Se uno cade, sostenuto dallaltro. Guai a chi solo; se cade non ha una mano che lo sollevi. E altrove: il fratello aiutato dal fratello simile a una citt fortificata. Listinto di questa naturale inclinazione lo muove, come alla societ civile, cos ad altre particolari societ, piccole certamente e non perfette, ma pur societ vere. Fra queste e quella corre grandissima differenza per la diversit dei loro fini prossimi. Il fine della societ civile universale, perch quello che riguarda il bene comune, a cui tutti e singoli i cittadini hanno diritto nella debita proporzione. Perci chiamata pubblica; per essa gli uomini si mettono in mutua comunicazione al fine di formare uno Stato. Al contrario le altre societ che sorgono in seno a quella si dicono e sono private, perch hanno per scopo lutile privato dei loro soci. Societ privata quella che si forma per concludere affari privati, come quando due o tre si uniscono a scopo
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di commercio. Ora, sebbene queste private associazioni esistano dentro la Stato e ne siano come tante parti, tuttavia in generale, e assolutamente parlando, non pu lo Stato proibirne la formazione. Poich il diritto di unirsi in societ luomo lha da natura, e i diritti naturali lo Stato deve tutelarli, non distruggerli. Vietando tali associazioni, egli contraddirebbe s stesso, perch lorigine del consorzio civile, come degli altri consorzi, sta appunto nella naturale socialit delluomo. Si danno per casi che rendono legittimo e doveroso il divieto. Quando societ particolari si prefiggono un fine apertamente contrario allonest, alla giustizia, alla sicurezza del consorzio civile, legittimamente vi si oppone lo Stato, o vietando che si formino o sciogliendole se sono formate; necessario per procedere in ci con somma cautela per non invadere i diritti dei cittadini, e non fare il male sotto pretesto del pubblico bene. Poich le leggi non obbligano se non in quanto sono conformi alla retta ragione, e perci stesso alla legge eterna di Dio.
[Leone XIII, Rerum Novarum, 15 maggio 1891. Disponibile su: http://web.tiscalinet.it/claufi/ rerumnovarum.htm]

Luigi Sturzo: la lotta sociale dei cristiani democratici


Del liberalismo e del socialismo i democratici cristiani devono accogliere non solo i valori di libert e giustizia, ma anche la visione positiva della lotta sociale quale fattore di progresso. Cos, allinizio del Novecento, limpegno dei cattolici nella vita civile propugnato da un giovane sacerdote di Caltagirone: Luigi Sturzo (1871-1959), futuro segretario dellAzione cattolica (1915) e fondatore del Partito popolare (1919) che, legittimando in questo scritto il valore di progresso della lotta sociale, collocandolo allinterno della battaglia civile e spirituale per lemancipazione degli uomini, riconosce la legittimit storica delle lotte operaie, chiedendo ai democratici cristiani di schierarsi in prima linea per i legittimi diritti dei lavoratori.

Mi son prefisso di parlare della lotta sociale come legge di progresso. Potr ad alcuno sembrare strano che un prete e un convinto propugnatore della democrazia cristiana, che ha per insegna larmonia delle classi,
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possa svolgere simile tesi; e gi sin dal principio temo che alcuno, anche senzessere conservatore, in cuor suo reagisca contro un principio cos crudelmente affermato, e che per lo meno sa di tendenza socialista [] Cos, parlando oggi di lotta sociale come legge di progresso, la mente corre istintivamente alla concezione socialista della lotta; come al principio del secolo passato, parlando di libert si arrivava tosto sino... ai carbonari e alla Giovine Italia di Mazzini: e ci non strano, perch nel fatto la lotta sociale, come elemento di reazione e quindi esagerato, si concretizza, pi che in altri sistemi, nel socialismo. Passer il momento storico e la verit, senza restare n liberale n socialista, torner chiara alle menti degli uomini, anzi briller di nuova e maggiore luce di bellezza [] Come dal liberalismo nostro dovere staccare il principio di libert, nel suo genuino valore, e dal socialismo quello di giustizia; cos anche dalluno e dallaltro necessario tentare di staccare il principio di lotta, e riducendola alla sua natura vera e reale, assimilarlo come elemento di vita ed opporlo alle concezioni negative degli altri sistemi. Questo mio sar un tentativo, lieto se riuscir a porre qualche elemento allo studio e alla soluzione dellarduo problema. Per essere positivi, pigliamo le mosse dal fatto e dalla sua analisi. La lotta sociale esiste [] Anche luomo soggetto alla legge della lotta, anchesso, come individuo e come specie, sotto laspetto psicologico e sotto laspetto sociale, lotta e si evolve. Come tutti gli esseri tendono alla conservazione propria e della specie (e non certo una conservazione statica ma dinamica), cos anche luomo la cui conservazione non solo condizione di esistenza (necessaria ragione della propria personalit) e mezzo di sviluppo delle proprie facolt, ma termine finale specifico del cosmo e via necessaria alla sua ordinazione teleologica. E per conservare s e la specie, luomo costretto alla lotta che si risolve in vita, in sviluppo, in lavoro, in pensiero, in sentimento, in tutto quel che forma il complesso misterioso del nostro essere. Lotta che si collega a tutto lo svolgimento delle nostre facolt, e che dallelemento sensibile e materiale arriva alle regioni del pensiero e del sentimento, sintesi sublime ideale di tutto lessere cosmico, a cui siamo legati, di cui partecipiamo e sopra cui ci eleviamo. Lotta che costituisce la storia della vita dalle infime forme alle
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pi complesse, dalla meccanica alla psicologica; storia che per non pu esistere se non quando tutte le diverse energie non coesistano e non si sviluppino nel cosmo e nella societ, creando la storia naturale e la storia umana [] In un momento di forte disquilibrio sociale (pur ammesse le grandi conquiste del progresso del secolo XIX), per la pressione di quei sistemi che violano gli organismi sociali o li allontanano dalle loro finalit, una nuova concezione teorica e pratica tende potentemente allequilibrio sociale, secondo la posizione storica del momento, informato da quelle leggi che abbiamo insieme considerate; concezione a cui stato dato il nome di democrazia cristiana [] Il principio morale e Cristiano tende principalmente a regolare i rapporti di coscienza e arriva sin allintimo dellindividuo in cui mortifica il sentimento di egoismo (individuale o sociale, non importa) per sviluppare il sentimento di amore (giustizia e carit), il principio sociale applica questi termini al fatto sociale degli organismi sconvolti, regolandone i rapporti prevalentemente politici ed economici per arrivare allequilibrio o armonia delle classi; il principio democratico o popolare il mezzo e il termine precipuo dellattuazione o della riforma sociale; onde il motto ormai comune: tutto per il popolo e tutto per mezzo del popolo. Tutto ci ideale, vita, lotta. Questa larga concezione segna uno stadio di progresso sociale, perch tende a una forma pi ampiamente, pi socialmente corrispondente ai principi eterni di verit e di bene concretizzati nella ragione specifica di giustizia sociale, e informati dai principi di quella religione che ha la potenzialit di renderci, per lintima operazione soprannaturale nella coscienza, che rifIuisce in tutto lambito sociale, perfetti come il Padre Nostro che nei cieli. E il popolo, questo elemento perenne del divenire sociale, sul quale, permettetemi lespressione, la storia ha fatto i saggi pi tormentosi dellegoismo umano, oggetto continuo dellapplicazione delle teorie sociali, sbalzato agli estremi opposti e pur evolventesi e perfezionantesi, il popolo oggi assurge con levidenza di un principio verso forme pi evolute di vita comune [] Se nella societ non vi fosse la resistenza del bene contro il male, degli elementi di equilibrio contro quelli di disquilibrio, dellamore contro
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legoismo, della verit contro lerrore, non vi sarebbero n lotte, n vita, n progresso. Noi siamo necessitati dal bisogno indefinito di bene a questa lotta improba, assidua, diuturna, nellinterno del nostro spirito e nellagone della vita sociale. Siamo sicuri che la nostra lotta, destando le energie, determiner il bene nella storia; e le pagine di essa sono piene di santi ideali, vivono della vita di grandi uomini, dei sacrifici e degli eroismi di pensiero e di azione, della vitalit del bene, che la luce accanto alle tenebre di molti errori e di molti mali.
[Luigi Sturzo, La lotta sociale legge di progresso, conferenza al circolo universitario di Napoli il 13 giugno del 1902]

Romolo Murri: alle radici della democrazia cristiana


Democrazia cristiana vuol dire applicazione integrale del cristianesimo ossia del cattolicesimo a tutta la vita privata e pubblica moderna e a tutte le sue forme di progresso. Con queste parole, Romolo Murri (1870-1944), fondatore nel 1898 della rivista Cultura sociale, compendia il suo programma di azione politica nella societ italiana dinizio Novecento. Linserimento delle masse cattoliche nella vita dello Stato attraverso la conquista del suffragio universale e il miglioramento delle condizioni di esistenza delle classi lavoratrici sono gli obiettivi primari di un sacerdote che interpreta in senso radicale la dottrina sociale della Chiesa e lotta (anche contro le gerarchie ecclesiastiche) per renderne effettivi i principi.

Tutto un ambiente di equivoci e di ostilit si e creato, fra i cattolici dItalia, intorno alla parola politica. Le ambizioni degli uomini pubblici, le bizze e le lotte gelose di partiti senza programma, gli scandali erompenti dallimmoralit della vita pubblica attuale hanno quasi reclamato soli per s quella parola, che invece significa le forme, le diverse attivit, i problemi pi alti della convivenza umana. La politica la vita complessiva del comune, della regione, della patria. Il dire che nei comuni si deve fare della buona amministrazione e non della politica, laffannarsi a tener lontana la politica da tante associazioni dindole sociale-economica, landar ripetendo che il clero non deve occuparsi di politica e simili altre abitudini ed opinioni sono segni di
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questo concetto falso e servile che molti dei nostri hanno della politica. Invece, e nelle societ democratiche doggi in modo particolare, la politica non che una delle facce dei multiformi rapporti della vita pubblica e del complicato processo di questa; ed essa inseparabile da qualunque attivit che non miri solo ad agire sulle coscienze individuali, o non abbia uno scopo specifico nettamente limitato, riguardante linteresse di pochi, senza relazione diretta a quello degli altri. I cattolici quindi, come tutti gli altri, mentre si muovono per necessit nella vita pubblica, e ne subiscono, o ne modificano variamente i rapporti, sono nella politica, vivono di politica, fanno la politica: quelli che dicono di starne fuori si distinguono in questo dagli altri, che fanno la politica pi inconsapevole e quindi la peggiore che ci sia. Gli stessi problemi sociali sono, nello sviluppo concreto dellumanit, o divengono problemi politici: la parola sociali non caratterizza che una astrazione teorica la quale da molti problemi concreti trae alcuni problemi dindole pi generale, o un dato stadio nello sviluppo della coscienza e della soluzione di essi. quindi evidente che i cattolici, sacerdoti o no, hanno il diritto di occuparsi delle grandi questioni pubbliche, la cui soluzione interessa vivamente e spesso direttamente tanta parte del popolo e loperaio medesimo [] Premesso ci, noi possiamo riassumere brevemente in alcuni punti fondamentali le vedute dei cattolici che si occupano di azione popolare in fatto di vita e di questioni politiche, di fronte alle condizioni attuali dItalia. I. I cattolici vogliono la conservazione e lo sviluppo normale e progrediente della vita costituzionale e delle conquiste gi fatte in questo senso. Il movimento democratico consistito appunto in ci, in una crescente partecipazione degli elementi popolari al governo della cosa pubblica: i primi diritti se li conquistati la borghesia, che era pi pronta allazione e che vi avea maggiore interesse: necessario ora temperare labuso che la borghesia capitalistica pu fare del potere acquistato, difendere contro la reazione quel poco o molto che era gi stato concesso alle classi popolari e promuovere il progresso della vita costituzionale, nel senso dellestensione de diritti politici a nuovi elementi popolari opportunamente preparati ed educati []
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II. Il controllo dellopinione popolare nellandamento della cosa pubblica a fine di ottenere una buona politica. Buona politica quella che sispira alle leggi di un giusto equilibrio fra glinteressi delle diverse classi popolari opportunamente interpretati, quella che cerca veramente e sinceramente il bene pubblico [] III. Leducazione del popolo. La partecipazione alla vita pubblica possibile in proporzione della cultura e dello sviluppo di coscienza sociale. I cattolici non combattono, essi desiderano invece e promuovono questo sviluppo di cultura e di coscienza sociale. Anzi, se il socialismo non fosse che la politica del proletariato, leducazione degli operai alla tutela dei loro interessi e alla vita pubblica, la spinta a stringersi in nuove associazioni economiche o di resistenza legittima e bene intesa, o di soccorso mutuo e tutela per la vecchiaia e glinfortuni, noi cattolici non potremmo non consentire intieramente con esso e limitarci ad aggiungere alla sua propaganda politica e sociale e una nostra propaganda religiosa.
[Romolo Murri, Battaglie doggi, Milano, 1901, 177-183]

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Democrazia e socialismo
Il movimento per i diritti dei lavoratori sar ben presto lacerato al suo interno da divisioni, talora molto radicali, che porteranno a violente fratture e alla complessiva ridefinizione delle diverse soggettivit politiche. Rivoluzione o azione riformatrice? Attivit politica o lotta sindacale? Impegno parlamentare o contestazione antiparlamentare? Alleanze con le forze progressiste o lotta di classe senza compromessi? Alla base di queste spaccature, due diverse concezioni antropologiche e due modi di concepire i rapporti tra individuo e Stato. Da una parte i sostenitori del socialismo scientifico, convinti della praticabilit rivoluzionaria di un sistema perfetto dove la soddisfazione dei bisogni materiali avrebbe condotto alla pacificazione e alla realizzazione dei cittadini. Dallaltra, correnti attraversate da maggiore umanesimo, attente alla complessit degli individui e convinte che le rivendicazioni del socialismo costituissero soltanto alcuni degli aspetti di una democrazia compiuta. Convinti, cio, che la sollevazione dal bisogno non fosse lapprodo della civilt ma la sua condizione di partenza. In queste linee di divergenza, la sintesi socialdemocratica sar il parto di un lungo travaglio storico scandito dalla dissoluzione della Seconda Internazionale, dalla tragedia della Grande guerra fino alla cruciale spaccatura del movimento operaio seguita alla rivoluzione bolscevica. Dalla divaricazione tra socialismo e comunismo allesperienza dei totalitarismi. Allinizio del Novecento, cos, lidea di una democrazia a base sociale muove i suoi primi passi e il socialismo, nato dal movimento democratico, torna a riscoprire le sue origini nella democrazia. Purtroppo per era troppo tardi. La comparsa delle masse sulla scena politica e il perpetuarsi di frustrazioni e di umiliazioni che duravano da oltre un secolo, avrebbero portato alla crisi dellidea democratica, identificata semplicisticamente con il sistema liberale. E dalla richiesta sempre pi violenta di soluzioni semplici e urgenti sarebbe nata lideologia dei partiti-stato, manovrati abilmente dagli interessi pi forti.

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Eduard Bernstein: la socialdemocrazia


Fondato nel 1875 con il congresso di Gotha, il Partito socialdemocratico tedesco (Spd) resta fino alla prima guerra mondiale il principale punto di riferimento dei partiti socialisti europei, che nel 1889 costituiscono la Seconda Internazionale. Opponendosi allortodossia marxista dei leader della Spd (Bebel e Kautsky), Eduard Bernstein (1850-1932) tenta di orientare la cultura e la prassi politica dei socialisti verso il recupero delle sue origini democratiche e dei suoi istituti liberali.

La risposta sembra molto semplice, e a prima vista potremmo ritenere di averla data traducendola nellespressione: governo del popolo. Ma gi una breve riflessione ci convince che con ci non abbiamo dato che una definizione del tutto estrinseca e puramente formale, mentre quasi tutti coloro che oggi adoperano il termine democrazia sottintendono qualcosa di pi che una semplice forma di governo. Ci avvicineremo di pi alla soluzione se ci esprimiamo in termini negativi e traduciamo democrazia con assenza del dominio di classe, indicando con ci un assetto sociale in cui nessuna classe goda di un privilegio politico di fronte alla collettivit. E con ci gi spiegato perch una corporazione monopolistica in linea di principio antidemocratica. Questa definizione negativa ha oltretutto il vantaggio di lasciare meno spazio che non lespressione governo del popolo allidea delloppressione dellindividuo da parte della maggioranza, idea che ripugna assolutamente alla coscienza moderna. Oggi noi giudichiamo nondemocratica loppressione della minoranza da parte della maggioranza, sebbene in origine essa fosse ritenuta perfettamente compatibile con il governo del popolo. Nel concetto di democrazia implicita, proprio in relazione alla concezione odierna, una rappresentazione giuridica: ossia, luguaglianza dei diritti di tutti i membri della comunit, nella quale trova i suoi limiti quel governo della maggioranza in cui si risolve in ogni caso concreto il governo del popolo. Quanto pi quelluguaglianza diventa il clima naturale e domina la coscienza generale, tanto pi la democrazia diventa sinonimo di massimo grado di libert per tutti. Naturalmente la democrazia non si identifica con lillegalit. Non per lassenza di ogni legge la democrazia pu distinguersi dagli altri sistemi politici, ma solo per lassenza di leggi che creano o ratificano
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privilegi fondati sulla propriet, sulla estrazione sociale e sulla confessione religiosa; non per lassenza totale di leggi che limitano i diritti di qualcuno, ma per labolizione di tutte le leggi che limitino o luniversale uguaglianza giuridica, luguale diritto di tutti [] La democrazia al tempo stesso mezzo e scopo. il mezzo della lotta per il socialismo, la forma della realizzazione del socialismo. Non pu far miracoli, questo vero. Non pu, in un paese come la Svizzera in cui il proletariato industriale rappresenta la minoranza della popolazione (nemmeno mezzo milione su due milioni di adulti), dare in mano a questo proletariato il potere politico. Non pu nemmeno, in un paese come lInghilterra in cui il proletariato rappresenta di gran lunga la classe pi numerosa della popolazione, fare di questo proletariato il padrone nellindustria, se il proletariato stesso in parte non ha alcuna voglia di diventarlo, e in parte non si sente o non si sente ancora maturo per i compiti che vi sono connessi. Ma in Inghilterra e in Svizzera, in Francia e negli Stati Uniti, nei paesi scandinavi ecc., essa si dimostrata una potente leva del progresso sociale [] La socialdemocrazia non vuole distruggere questa societ o proletarizzare lintera massa dei suoi membri; essa anzi opera incessantemente per elevare il lavoratore dalla condizione sociale di proletario a quella di cittadino e quindi a generalizzare il sistema civile [Buergerthum] o la condizione di cittadino [Buergersein]. Essa non mira a sostituire alla societ civile una societ proletaria, ma allordine sociale capitalistico un ordine sociale socialista [] Infine sarebbe consigliabile una certa moderazione nelle dichiarazioni di guerra al liberalismo. Daccordo: il grande movimento liberale della storia moderna andato anzitutto a vantaggio della borghesia capitalistica, e i partiti che si attribuivano il termine liberale erano o diventarono a poco a poco delle pure e semplici guardie del corpo del capitalismo. Tra questi partiti e la socialdemocrazia non pu esservi naturalmente che antagonismo. Ma per quanto riguarda il liberalismo come movimento storico universale, il socialismo ne lerede legittimo non solo dal punto di vista cronologico ma anche da quello del contenuto ideale [] Il socialismo non vuole creare un nuovo sistema chiuso, di qualsiasi
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genere esso sia. Lindividuo deve essere libero non nel senso metafisico che gli anarchici sognano, cio libero da ogni dovere nei confronti della comunit ma libero da ogni costrizione economica nei suoi movimenti e nelle sue scelte professionali. Tale libert possibile per tutti solo per mezzo dellorganizzazione. In questo senso si potrebbe anche definire il socialismo un liberalismo organizzatore, giacch se si esaminano attentamente le organizzazioni che il socialismo vuole e il modo in cui le vuole, si vedr che lelemento principale che le distingue dalle istituzioni medievali esteriormente analoghe appunto il loro liberalismo: la loro costituzione democratica, il fatto di essere aperte a tutti. questo il motivo per cui un sindacato che tenda ad un esclusivismo di tipo corporativo, se per il socialista un risultato comprensibile della difesa contro la tendenza del capitalismo a sovraccaricare il mercato del lavoro, al tempo stesso una corporazione non socialista proprio per la sua tendenza esclusivista e nella misura in cui tale tendenza lo domina.
[Eduard Bernstein, I presupposti del socialismo e i compiti della socialdemocrazia, Laterza, Bari 1968, pp. 183-195]

Jean Jaurs: socialismo e pace tra i popoli


Nel periodo precedente alla prima guerra mondiale, Jean Jaurs (1859-1914), fondatore del giornale LHumanit (1904) e del Partito socialista unificato (1905), tenta di contrastare lo scivolamento dei lavoratori verso posizioni belliciste e si impegna nella creazione di un movimento pacifista transnazionale per fare pressione sui governi di Francia e Germania al fine di evitare lo scoppio del conflitto armato. Il suo un appello visionario: la guerra fratricida tra i lavoratori europei avrebbe portato allo spargimento di altro sangue. Con il suo assassinio, avvenuto per mano di un giovane nazionalista il 31 luglio 1914, il socialismo e il fronte democratico europeo perderanno un grande leader.

Sono cinquantanni che vengono commesse violenze internazionali, i cui assassini sopravvivono ancora in milioni di coscienze, le cui conseguenze pesano sullEuropa e sul mondo. Ma soltanto con la crescita della democrazia e del socialismo, soltanto cos, che queste
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sofferenze verranno lenite, che questi problemi dolorosi verranno risolti. La democrazia fa del consenso delle persone umane la regola del diritto nazionale e internazione. Il socialismo vuole organizzare la collettivit umana; ma questa non unorganizzazione fatta di costrizioni; sotto la legge generale di giustizia e di armonia che preverr ogni tentativo di sfruttamento, lascer alle nazioni la libera disposizione di loro stesse nellumanit, come agli individui la libera disposizione di loro stessi nella nazione. Nella pace, la crescita della democrazia e del socialismo certa. Da una guerra europea pu scaturire, e le classi dirigenti europee farebbero bene a tenerlo in mente; un lungo periodo di crisi e di controrivoluzioni, di reazione furiosa, di nazionalismo esasperato, di dittatura soffocante, di militarismo mostruoso, una lunga catena di violenze retrograde e di odi vili, di rappresaglie e di servit. Noi non vogliamo giocare a questa barbara roulette russa, noi non vogliamo esporre, in un sanguinoso gioco di dadi, la certezza dellemancipazione progressiva dei lavoratori, la certezza, la giusta autonomia riservata a tutti i popoli, a tutti i frammenti di popolo, al di sopra delle spartizioni e degli smembramenti, la piena vittoria della democrazia socialista europea. Ragione per cui, noi socialisti francesi, senza che nessuna persona umana possa accusarci di abdicare al diritto, noi ripudiamo oggi e per sempre, quali che saranno le congiunture di una fortuna mutevole, ogni pensiero di rivalsa militare contro la Germania, ogni guerra di rivalsa. Perch questa guerra andrebbe contro il proletariato, contro il diritto delle nazioni che potrebbe essere pienamente garantito soltanto attraverso il proletariato e la democrazia. La pace, oggi, necessaria al progresso umano; e la pace, la pace assicurata, la pace durevole, la pace fiduciosa tra Francia e Germania necessaria allEuropa. Linteresse della Francia, che molto ha fatto in Europa per il movimento della democrazia e il risveglio della classe operaia, non pu andare contro il loro sviluppo [] Io parlo, senza contraddizione e senza imbarazzo, da socialista internazionale e da figlio di questa Francia che nella sua lunga storia ha commesso numerosi sbagli, che, da Carlo VIII a Luigi XIV, e da questo a Napoleone, ha troppo spesso abusato di ununit nazionale raggiunta prima degli altri per brutalizzare e calpestare nazioni spezzettate e ancora disorganizzate; che, addirittura sotto la Rivoluzione, ha mescolato troppo in fretta unubriacatura di dominazione allentusiasmo per
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la libert universale del genere umano; che ha lasciato profanare, come dice il poeta Herweg, dalla brutalit conquistatrice dei suoi soldati, la libert che offriva al mondo come compagna [] Sta al proletariato universale esercitare lazione decisiva nella direzione della pace. Ogni conflitto che coinvolgesse Germania, Gran Bretagna e Francia, o due soltanto di questi popoli, sarebbe un disastro per lumanit. Sono tutti e tre forze necessarie per la civilt: libert politica e parlamentare, libert individuale, libert religiosa, democrazia, scienza, filosofia, socialismo: quale conquista del genere umano, conquista di ieri o conquista di domani, non sarebbe minacciata dalla rivalit sanguinosa di questi tre popoli? Quale parte del patrimonio umano non sarebbe compromessa, non dico dalla scomparsa, ma dalla diminuzione di una sola di queste grandi forze? In verit questi popoli dovrebbero fare uso migliore del loro genio che scatenare sul mondo le forze dellodio e della distruzione. La lotta tra Germania e Gran Bretagna, per disputarsi il mercato universale con i cannoni, farebbe rivivere tutti i dolori e le tragedie dellepoca napoleonica. Chi pronto ad assumersi la responsabilit di un tale cataclisma?
[Jean Jaurs, Lalliance des peuples, Parigi 1922, p. 410-415]

Antonio Gramsci: il biennio rosso


La rivoluzione russa, prima, e la proclamazione della repubblica di Weimar, dopo, illusero molti che si fosse aperta una fase nuova, propizia alle rivendicazioni dei lavoratori e al compimento di una vera democrazia in senso socialista. Sulla spinta di questo erroneo ottimismo, si consumarono i due anni di conflittualit sociale noti come biennio rosso e proprio nella prospettiva di una vittoria dei lavoratori, nel 1921 sarebbe avvenuta in Italia la scissione del Partito Socialista e la nascita del Partito Comunista. Queste pagine scritte da un Gramsci (1891-1937) in piena maturazione della svolta ci restituiscono lentusiasmo teorico per un movimento operaio che sembra destinato a crescere, in unillusione tragicamente sfatata dal fascismo.

Gli scrittori della classe borghese si torcono dalla rabbia, costretti come sono a registrare lattivit della classe operaia nelle fabbriche occupate. Attivit della classe operaia, iniziativa di produzione, di ordine interno,
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di difesa militare da parte della classe operaia! Le gerarchie sociali sono spezzate, i valori storici sono invertiti; le classi esecutive, le classi strumentali, sono divenute classi dirigenti, si sono poste a capo di se stesse, hanno trovato in se stesse gli uomini rappresentativi, gli uomini da investire del potere di governo, gli uomini che si assumono tutte le funzioni che di un aggregato elementare e meccanico fanno una compagine organica, fanno una creatura vivente. Tutto ci fa torcere dalla rabbia gli scrittori della borghesia, i credenti nellinvestitura divina alla classe borghese dei poteri di deliberazione e di iniziativa storica! Ci che gli operai hanno fatto ha una immensa portata storica, che deve essere compresa in tutta la sua pienezza dalla classe operaia. Oggi gli operai dedicheranno la giornata a un esame di coscienza, alla discussione e alla revisione degli avvenimenti svoltisi: una giornata come questa deve contare per gli operai quanto dieci anni di attivit normale, di propaganda normale, di normale assorbimento di nozioni e concetti rivoluzionari. Cosa successo in questi giorni? La federazione metallurgica aveva impostato una lotta sindacale per ottenere miglioramenti di salario agli operai. Gli industriali hanno rifiutato di riconoscere ogni valore reale e positivo al memoriale operaio. I capi dellorganizzazione, quantunque non siano comunisti, quantunque firmino manifesti contro il metodo bolscevico di emancipazione popolare, tuttavia, tratti da un esame della situazione reale, hanno dovuto condurre la lotta su un campo nuovo, nel quale, se anche la violenza non fu necessaria immediatamente, lo studio e la organizzazione della violenza divenne immediatamente una necessit. Intanto un fatto nuovo fu creato subito dal nuovo metodo di lotta: quando gli operai lottavano per migliorare la loro situazione economica attuando lo sciopero, il compito degli operai nella lotta si limitava ad aver fiducia nei capi lontani, si limitava a sviluppare virt di solidariet e di resistenza fondate appunto su questa generica fiducia. Ma se gli operai, nella lotta, occupano le fabbriche e vogliono continuare a produrre, la posizione morale della massa assume subito una figura e un valore diversi; i capi sindacali non possono pi dirigere, i capi sindacali spariscono nellimmensit del quadro, la massa deve risolvere da s, con i propri mezzi, con i propri uomini, i problemi della fabbrica.
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La fabbrica, sotto i capitalisti, era un piccolo Stato, dominato da un signore dispotico: il signore aveva il privilegio di un suffragio individuale e lo esercitava scegliendo gli operai, gli impiegati, i capi, gli specialisti e distribuendoli nei reparti, negli uffici, nei laboratori; la fabbrica era uno Stato organizzato dispoticamente, coi pieni poteri in mano al proprietario o al delegato del proprietario; la molteplicit di Stati costituita da tutte le fabbriche capitaliste si riuniva nello Stato borghese, che otteneva la disciplina e lobbedienza della popolazione non possidente dandole una finzione di potere e di sovranit, chiamandola ogni cinque o sette anni a nominarsi dei deputati al Parlamento e ai consigli municipali. Oggi, con loccupazione operaia, il potere dispotico nella fabbrica spezzato; il diritto di suffragio per la scelta dei funzionari industriali passato alla classe operaia. Ogni fabbrica uno Stato illegale, una repubblica proletaria che vive giorno per giorno, attendendo lo svolgersi degli eventi. Ma se una grande incertezza regna ancora sullavvenire di queste repubbliche proletarie, dato che le forze avversarie non si rivelano e non lasciano comprendere le loro reali intenzioni, la constatazione che queste repubbliche vivono ha una portata e un valore storico smisurato.
[A. Gramsci, lOrdine Nuovo, Roma, Editori Riuniti, 1965, pp. 668-669]

Bruno Buozzi: il fascismo e i lavoratori


Sindacalista e uomo politico italiano, ex operaio metallurgico, nel 1911 Buozzi assunse la direzione della Fiom e tra il 1920 e il 1926 fu deputato socialista e tra i principali artefici del biennio rosso. Corteggiato da Mussolini, rifiut ogni forma di collaborazionismo e fu attivo nella Resistenza. Con Giuseppe Di Vittorio e Achille Grandi, lavor per lunit sindacale italiana, ma mor prima che laccordo venisse siglato, fucilato dai nazisti nei pressi di Roma. In questo testo del 1924, il suo discorso allVIII congresso della Fiom, Buozzi riassume e giustifica le scelte da lui compiute durante il biennio rosso, restituendo unimmagine viva delle tensioni e degli equilibri di quegli anni. Particolarmente significative le rivelazioni delle trattative con gli imprenditori, dove si percepisce gi, contro lavanzata del movimento di democratici e lavoratori, labbraccio criminale e suicida di mondo economico, borghesia industriale e fascismo.
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Durante la guerra i salari degli operai metallurgici non seguirono mai il costo della vita. Durante la guerra gli industriali metallurgici, nella loro grande maggioranza, non cedettero che alla forza e alla paura, e occorse chiamarli a centinaia di fronte ai Comitati di mobilitazione industriale per indurli a concedere qualche aumento di salario ai loro dipendenti. Dopo la guerra esclusa la parentesi della concessione delle 8 ore, accordate senza resistenza perch era troppo presto per dimenticare le promesse fatte durante la guerra, e perch lo spettro della rivoluzione russa incuteva un sacro terrore su molti che attualmente ostentavano una tal quale firezza in alcune regioni occorsero agitazioni su agitazioni, e scioperi su scioperi, per non riuscire neppure ad ottenere salari adeguati al costo della vita. N durante, n dopo la guerra se si toglie un breve periodo immediatamente susseguente alla occupazione delle fabbriche mai gli indici dei salari degli operai metallurgici raggiunsero quelli del costo della vita e di ci se ne avr una larga documentazione nella relazione di prossima pubblicazione presentata alla Commissione di indagine sulle condizioni delle industrie [] Dopo la risoluzione dellagitazione per la conquista dei minimi di salario, fatta nel 1919 e chiusasi con parecchi concordati regionali, venne pi volte rilevata, tanto da parte nostra quanto da parte industriale, la necessit delle particolari esigenze delle diverse branche industriali. Tale revisione iniziata prima localmente in diversi paesi dItalia, venne poi sospesa, daccordo fra i dirigenti della FIOM e della Federazione Nazionale Sindacale delle Industrie Metallurgiche e Meccaniche, per procedere ad un revisione di carattere nazionale. Nei colloqui che portarono a questa conclusione, parecchi dei pi autorevoli dirigenti delle organizzazioni industriali ebbero a dichiarare che in fatto di concessioni di carattere finanziario non avrebbero lesinato, ma che, per contro, avrebbero chiesto modifiche regolamentari tendenti a ridare una maggiore disciplina al personale. La FIOM present un apposito memoriale, in attesa delle trattative, a circa 60.000 operai, sparsi in diverse regioni dItalia Settentrionale e Centrale, vennero concessi in acconto e col consenso delle organizzazioni industriali, aumenti varianti da una a due lire al giorno [] Durante le trattative, allaffermazione della FIOM, che non esiste alcuna giustificazione ragionevole perch quando una parte di industriali
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non pu fare concessioni anche quella che pu non ne debba fare, il relatore della Federazione Industriale rispondeva implacabilmente: niente per nessuno: da quando finita la guerra gli industriali hanno sempre (testuale) calato i pantaloni, ma ora basta e incominciamo da voi!. Ognuno intende il valore di tale affermazione. Raccogliemmo la sfida evidentemente lanciata a noi per tutto il proletariato pur essendo convinti che la battaglia sarebbe stata dura. Agire diversamente sarebbe stata una vilt. Si pu argomentare senza tema di essere smentiti che lagitazione, malgrado la sua estrema gravit, ebbe il consenso della stragrande maggioranza dellopinione pubblica. Gli industriali, in conseguenza della loro bestiale intransigenza, dovuta ad una minoranza reazionaria, che era riuscita a prendere le redini dellagitazione, si trovarono isolati. Dei grandi organi dellopinione pubblica italiana, qualcuno manifest la sua contrariet per il sistema di lotta adottato dagli operai, ma nessuno os difendere apertamente gli industriali. La FIOM come per lo sciopero del 1919 per la conquista dei minimi ebbe anche allora le simpatie del Popolo dItalia, e del suo Direttore. Il Popolo dItalia, pur non essendosi eretto a portavoce dellagitazione, non risparmi rimproveri agli industriali e non nascose le sue simpatie per gli operai in lotta [] Dalla marcia su Roma in poi, la pressione fascista sulle nostre organizzazioni si sviluppata in modo tale da non avere bisogno di illustrazioni. La nostra opera si esplica fra difficolt che, al loro confronto, quelle delle reazioni del 1892 e 1898 appaiono ridicole. Fuori dei grandi centri o di qualche raro capoluogo di Provincia, non pi possibile che qualche modesta riunione segreta in campagna o fra i monti. Ci sono operai costretti ad essere iscritti alle Corporazioni: pena la fame o lesilio, i quali sono pi che mai affezionati alla FIOM e ce ne danno spesso dimostrazioni tangibili. La situazione per non ci consente di illustrare tutta lopera che la FIOM va svolgendo nellinteresse degli operai. Molti industriali, convinti e sicuri che lenorme maggioranza dei loro operai ancora spiritualmente colla FIOM, trattano e discutono con noi, ma si raccomandano di non dare pubblicit alle trattative e agli accordi. Le preoccupazioni sono giustificate. In parecchie localit agli industriali venne intimato di non riceverei.
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E quando lintimazione non venne accolta si ebbero violenze. Comunque, la FIOM ha adeguato la sua azione alle necessit dei tempi col pi alto senso di dignit, lattivit dei suoi funzionari attualmente superiore piuttosto che inferiore a quella degli anni passati, e ci del resto risaputo anche dalle Sezioni, alle quali lassistenza dei segretari federali non mai mancata, anche quando poteva esporre a pericoli [] Pertanto, rese impotenti le organizzazioni facenti capo alla Confederazione Generale del Lavoro, stipendiati e salariati sono oramai alla merc dei datori di lavoro perch le Corporazioni fasciste, sia perch ossessionate dalla fregola di dimostrare che la lotta di classe ben morta, sia perch mancanti di dirigenti competenti, sia perch i loro soci sono in gran parte coatti e non danno perci alcuna attivit concreta, finiscono per assoggettarsi quasi sempre alla volont dei datori di lavoro. Organizzatori non si ci improvvisa, specialmente in un campo vasto e complesso come quello delle industrie siderurgiche, metallurgiche, meccaniche, navali ed affini. Salvo rare eccezioni, le vertenze finora sostenute nel nostro campo dalle corporazioni sindacali sono state impostate e condotte nel modo pi infantile e senza un indice che denoti una superficiale conoscenza delle industrie e della organizzazione del lavoro. Quasi tutti i dirigenti delle corporazioni sindacali provengono da quel tale movimento sindacalista rivoluzionario che odiava il praticismo, che derideva quelli che si sforzavano di conoscere le industrie e di persuadere gli operai della necessit di preoccuparsi delle condizioni delle industrie stesse, che chiamava noi in senso di disprezzo manipolatori di tariffe perch ci sforzavamo di adeguare le tariffe e i concordati alle necessit delle industrie, e che combatteva i concordati a lunga scadenza da noi sempre sostenuti per garantire una certa tranquillit alle industrie affermando che ogni giorno gli operai avevano il diritto di buttare allaria il concordato stipulato il giorno precedente. La loro mentalit non per nulla cambiata. Sono passati alleccesso opposto. Colla stessa irragionevolezza colla quale si battevano per la guerra di classe (non gi per la lotta di classe intesa in senso civile) oggi si battono per la collaborazione, e poich per questa non hanno alcuna preparazione, chi ha ragione sono sempre gli industriali.
[Bruno Buozzi, Sindacato e riformismo, Milano, 1994, pp. 181-187]

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IL FALLIMENTO DELLA DEMOCRAZIA LIBERALE


Lo sviluppo dellindustrializzazione, spezzando gli antichi vincoli del sistema aristocratico e feudale aveva promosso un fenomeno imprevisto: lapparizione delle masse come soggetto politico. Il problema aveva cominciato a delinearsi allinizio del XIX secolo, quando le rivoluzioni borghesi contro i residui dellassolutismo e per la costituzionalizzazione dei diritti civili avevano provocato lapparizione di rivendicazioni sociali e di classe: fu cos nel 1848 parigino, scoppiato sotto le richieste martellanti del Quarto Stato. A complicare le cose, per, il sorprendente comportamento politico del popolo francese che, una volta ottenuta la nascita della Seconda repubblica e il suffragio universale, avrebbe consegnato il potere alla dittatura bonapartista di Napoleone III. Le sollevazioni operaie, cos, e i loro esiti contraddittori dimostravano che la borghesia, troppo gelosa dei privilegi, non era stata allaltezza del suo compito storico. Preoccupata di dissolvere a proprio vantaggio immediato i vincoli del potere aristocratico non li aveva sostituiti con un nuovo patto sociale. Non si era occupata di emancipare le masse. Con le tensioni di fine secolo, a fronte di qualche concessione sociale, i lavoratori ottennero un ulteriore allargamento del suffragio. Sul funzionamento di sistemi parlamentari europei pensati a uso di lite ristrette, cos, si sarebbe abbattuta la valanga di nodi sociali e civili irrisolti, confinati per troppo tempo nello spazio pre-politico del mondo del lavoro. Milioni di derelitti senza istruzione si ritrovarono dun tratto cittadini, esprimendo problemi urgenti che, entrati nellequilibrio elettorale dei poteri, promossero il populismo di semplificazioni spicciole e di soluzioni demagogiche. A farne subito le spese fu il rapporto tra individuo e stato, volto a profitto dei nuovi partiti di massa che cavalcarono il malcontento allassalto di istituzioni ormai delegittimate. Il sistema parlamentare, troppo astratto e sofisticato, non avrebbe tenuto al contraccolpo e ne sarebbe uscito svuotato. Chi aveva chiesto diritti sociali per produrre una piena democrazia, aveva visto giusto. A partire dal Novecento, la parte pi dinamica delle forze riformiste, nel riapparire dellideale democratico contro il trionfo di totalitarismi e ideologie, tent di recuperare il tempo perso, ricorrendo a riforme radicali che riuscissero ad affezionare i nuovi elettori alla democrazia. Da questo programma sarebbe nata la fragile stagione dei fronti popolari e della repubblica di Weimar, di fatto, prefigurazione delle politiche del dopoguerra, ma rapidamente stritolati
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nello scontro tra fascismo, democrazie liberali e comunismo sovietico. Purtroppo era troppo tardi. I bisogni che le classi dirigenti ottocentesche non avevano voluto soddisfare per evitare concessioni sociali, sarebbero stati interpretati tragicamente dai sistemi totalitari: alla miseria dei lavoratori, creatrice di instabilit sociale, si sarebbe risposto con la creazione di vasti programmi di assistenza; alla disoccupazione ricorrente dovuta alle instabilit strutturali del sistema economico, si sarebbe posto rimedio con vasti progetti di opere pubbliche e con lorrore dellindustria bellica; al bisogno di una nuova cultura capace di interpretare linedito protagonismo delle masse, si sarebbe risposto con gli atroci riduzionismi dellideologia. Dove non era voluta arrivare la complessit di un sistema democratico con il suo sistema sociale o scolastico, sarebbe arrivata la semplificazione aberrante del partito-stato. In unEuropa dominata dallapparizione di forze titaniche che alimentavano la sfiducia nella democrazia, gli appelli dei democratici, anche quando forti e autorevoli, sarebbero apparsi come voci isolate. Le loro battaglie, tragici eroismi. Anche le voci premonitrici di uomini come Jean Jaurs che, intuendo quanto stava per accadere gi alle soglie della prima Guerra mondiale fecero di tutto per prevenire la catastrofe, ai contemporanei dovettero sembrare anacronistiche. La prima vittima sarebbe stato proprio il termine democrazia spazzata via dalla forza semplificatoria dellideologia e dei totalitarismi. Il connubio tra industrializzazione e societ di massa avrebbe fatto il resto.

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Le prime diagnosi
Il primo ad avvertire la crisi della democrazia liberale nellimpatto con la societ di massa fu Gaetano Mosca. Al centro della sua ricerca, divenuta poi un classico delle teorie elitiste, i meccanismi di ricambio della classe dirigente. Secondo Mosca, infatti, tutti i sistemi di governo consistono in una minoranza omogenea e solidale che si impone su una maggioranza divisa e frammentata. Anche le democrazie, che si tramutano presto in oligarchie. Ad andare in crisi, cos, il rapporto tra democrazia e societ, la possibilit, cio, che il sistema politico non volga le istituzioni dello stato a proprio vantaggio, ma operi per il bene comune e per la mobilit sociale dei cittadini. Sotto gli occhi di Mosca, ovviamente, cerano le inconcludenze del movimento socialista. Ma sopratutto lItalia di fine Ottocento, un paese arretrato dove i principi del liberalismo faticavano a tradursi in crescita della societ, aumentando i pregiudizi di uno studioso conservatore, anche se antifascista. A ben guardare, per, larretratezza italiana non faceva che esasperare dinamiche presenti in tutte le democrazie del continente, alle prese con cittadini soggetti alla miseria e a un alfabetismo difficilmente conciliabile con i sistemi politici liberali e con lesito sperato delle lotte sindacali. A dimostrare la dimensione europea del problema, la battaglia condotta da Max Weber in Germania per restituire vitalit a un sistema parlamentare scavalcato ormai dai partiti e dalle organizzazioni di massa. I moniti e le soluzioni proposte dal sociologo tedesco nel mezzo della tormenta non sarebbero stati ascoltati e non sarebbero riusciti a impedire il peggio. Ma sarebbero serviti da patrimonio per i democratici alle prese con la ricostruzione del dopoguerra.

Gaetano Mosca: la nuova era della politica di massa


In questo passaggio di limpidissima formulazione, Mosca sintetizza con particolare chiarezza tutta la sua sfiducia nei confronti della democrazia e della sua aspirazione allautogoverno delle masse. Se il ricorso puntuale delle tendenza democratica utile a rigenerare i sistemi aristocratici ed elitisti, ogni sistema democratico trova dirigenti solidali nel non voler condividere i propri privilegi ed destinato a trasformarsi rapidamente in oligarchia dominata da unelite. Mosca tiene particolarmente a mettere in luce il fondamento scientifico della sua tesi, estendendola non solo alle societ moderne
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ma a tutti i sistemi politici. Tesi rivoluzionaria che, riducendo i differenti regimi a ununica legge avrebbe comportato la fine delle classificazioni tradizionali di stampo aristotelico, con importante impatto sul mondo politico e scientifico internazionale.

Non si pu negare che la tendenza democratica, soprattutto se contenuta in limiti moderati, sia in certo modo indispensabile a ci che si chiama, e spesso realmente il progresso delle societ umane. Infatti, se tutte le aristocrazie fossero rimaste sempre chiuse ed immobili, il mondo non sarebbe mai cambiato e lumanit si sarebbe fermata nello stadio raggiunto allepoca delle monarchie omeriche o degli antichi imperi orientali. La lotta fra coloro che stanno in alto e coloro che, nati in basso, aspirano a salire in alto stata, , e sar sempre, il fermento che ha costretto gli individui e le classi ad allargare i propri orizzonti ed a cercare quelle vie nuove che ci hanno condotto fino al grado di civilt raggiunto nel secolo decimonono. A quel grado che ha reso possibile nel campo politico la creazione del grande stato rappresentativo moderno, il quale, come abbiamo visto nel precedente capitolo, fra tutti gli organismi politici quello che riuscito a coordinare una somma maggiore di energie e di attivit individuali verso fini dinteresse collettivo. Si pu aggiungere che la tendenza democratica, quando la sua azione non tende a diventare eccessiva ed esclusiva, rappresenta ci che in linguaggio volgare si chiamerebbe una forza conservatrice. Perch essa permette di rinsanguare continuamente le classi dirigenti merc lammissione di elementi nuovi, che hanno innate e spontanee le attitudini al comando e la volont di comandare, ed impedisce cos quellesaurimento delle aristocrazie della nascita, che suole preparare i grandi cataclismi sociali. Per, come abbiamo gi accennato, a cominciare dalla fine del secolo decimottavo e durante il decimonono, e forse anche oggi, da quando cio il dogma delluguaglianza umana, rimodernato secondo la mentalit dei tempi, ha acquistato nuovo vigore, e si riputato possibile che esso possa avere completa applicazione nel mondo terreno, molti hanno creduto, e non pochi hanno finto di credere, che ogni vantaggio proveniente dalla nascita debba, col tempo e con opportuni ordinamenti, venire eliminato e che lavvenire potr vedere dei consorzi umani nei quali vi sar una corrispondenza completa fra il reale servizio reso alla societ ed il grado
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occupato nella gerarchia sociale. Ma, sebbene questa aspirazione mai forse come ora sia stata diffusa e nettamente formulata, sarebbe assurdo credere che sia nata soltanto poco meno di duecento anni fa; poich essa invece ha sempre costituito la base morale di ogni attacco che mirava al rinnovamento o al rinsanguamento della classe dirigente. Ogni volta che si voluto forzare la barriera, che separava unaristocrazia, di diritto o di fatto ereditaria, dal resto della societ, si sempre fatto appello in nome della religione o della uguaglianza naturale degli uomini o almeno di quella dei cittadini ai diritti del merito individuale contro il privilegio della nascita. Su questo riguardo le democrazie della Grecia e di Roma, i contadini inglesi guidati da Wat Tyler i Ciompi di Firenze e gli Anabattisti di Mnster, senza avere in mano la dichiarazione dei diritti delluomo, pensavano ed operavano come i riformatori francesi del secolo decimottavo e come i comunisti di oggi. Sennonch, ogni volta che il movimento democratico ha potuto parzialmente o totalmente trionfare, abbiamo visto costantemente la tendenza aristocratica risorgere per opera di coloro stessi che lavevano combattuta e talora ne avevano proclamato la soppressione. A Roma i plebei ricchi, dopo avere forzato le porte che precludevano loro laccesso alle cariche pi elevate, si fusero collantico patriziato e formarono una nobilt nuova, nella quale laccesso agli estranei, legalmente permesso, era di fatto molto difficile. A Firenze alle famiglie nobili, delle quali si volle distruggere linfluenza politica merc i famosi Ordinamenti di giustizia, si sostitu loligarchia dei popolani grassi. In Francia la borghesia del secolo decimonono sostitu in parte la nobilt dellantico regime. Dappertutto, appena si abbattuta lantica barriera, se ne edificata unaltra, talora forse pi bassa e meno irta di triboli e di spine, ma tale che presentava sempre un ostacolo abbastanza efficace a coloro che la volevano superare. Dappertutto gli arrivati ai primi gradini della scala sociale hanno costituito una difesa per s e per i loro figli contro coloro che volevano arrivare.
[G. Mosca, La classe politica, Bari, 1966, pp. 265-267]

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Max Weber: labbraccio mortale tra stato e industria


In questo discorso pronunciato da Max Weber parlamentare socialdemocratico a Weimar, emergono le inquietudini dello studioso di fronte al sempre pi asfittico connubio tra stato e potere economico. Preoccupazione scientifica fondamentale di Weber, lo sviluppo della burocrazia, di unamministrazione pubblica plasmata sui meccanismi produttivi dellindustria. A essere messa a repentaglio, afferma lo studioso, la libert dei cittadini, sacrificati in nome dellefficienza di un sistema meccanico e disumano che li stritola in una pianificazione alienante e burocraticista priva di autodeterminazione politica. Borghese con coscienza di classe, come ebbe a dire di se stesso, Weber non sostiene la trasformazione in senso socialista della societ ma si preoccupa di formulare nuove forme della partecipazione democratica perch gli interessi dei cittadini vengano interpretati e fatti pesare di fronte alla forza economica schiacciante della macchina industriale. Il sociologo, cos, dopo aver prefigurato di fatto lavvento del nazismo, teorizzer un sistema fondato su leadership forti che, capaci di convogliare le masse attorno a un capo, si confrontino e si selezionino in parlamento, riconducendo negli istituti democratici dinamiche altrimenti plebiscitarie.

Se si guarda ad unamministrazione puramente tecnica ed efficiente, ad un preciso e accurato adempimento di compiti obiettivi, come al sommo e unico ideale, da questo punto di vista si pu certo ben dire: al diavolo ogni altra cosa e si stabilisca solo una gerarchia burocratica che regoli queste faccende oggettivamente, con precisione, e senzanima, proprio come ogni macchina. La superiorit tecnica del meccanismo burocratico indiscutibile quanto la superiorit delle macchine utensili sul lavoro manuale. Ma nel periodo in cui fu fondato il Verein fr Sozialpolitik, dominava la generazione cui appartiene il sig. Consigliere Wagner, la quale era allora risibile per numero come oggi lo siamo noi dissenzienti in confronto a Loro; essa allora arriv a lamentarsi per simili criteri puramente tecnici. Loro, miei signori, un tempo hanno avuto da combattere contro un fitto coro dapplausi a favore della funzionalit puramente tecnica della meccanizzazione industriale, come la esponeva la dottrina di Manchester. Oggi loro rischiano, mi sembra, di finire in un eguale applauso di fronte alla meccanizzazione nellambito dellamministrazione statale e della politica. Infatti non proprio questo che abbiamo sentito da Loro? Pensino alleffetto di tale burocratizzazione e nazionalizzazione integrale che oggi gi vediamo approssimarsi! Nelle imprese private della grande industria,
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come in tutte le altre imprese economiche organizzate modernamente, a ogni livello oggi si opera mediante la calcolabilit [Rechenhaftigheit], il calcolo razionale. Ogni singolo operaio commisurato in tale calcolo a un ingranaggio di questa macchina, e nel suo intimo, in misura crescente, egli perci indotto a sentirsi tale, e a chiedersi unicamente se forse, da questo piccolo ingranaggio che , un giorno potr diventare una rotella pi grande.[] A pensarci, pare cos orribile che il mondo un giorno possa essere popolato solo da professori fuggiremmo certamente in un deserto se dovesse accadere qualcosa di simile; ma ancora pi orribile pensare che un giorno il mondo sar invaso solo da questi ingranaggi, ossia solo da uomini che si aggrappano a un posticino e aspirano unicamente a un posticino pi importante una condizione che, come nei papiri egizi, Loro ritrovano in misura sempre crescente nello spirito dellodierna burocrazia e, in primo luogo, della sua giovane generazione, gli studenti doggi. Questa passione per la burocratizzazione, come e stata qui espressa, una vera disperazione. Ecome se in politica la mania dordine nel cui orizzonte finora il tedesco ha inteso muoversi verso il meglio fosse sufficiente a reggere tutto, come se solo mediante la conoscenza e la volont dovessimo diventare uomini che servono lordine e nientaltro che lordine, che diventano nervosi e vigliacchi, non appena questordine vacilla per un attimo, e che si riducono privi daiuto non appena vengono sradicati dalla loro completa incorporazione in questordine. Che il mondo non conosca che questi soli figli dellordine, questa levoluzione verso cui siamo costantemente avviati; e la questione di fondo, quindi, non sta nel chiedersi come possiamo promuovere e accelerare questa evoluzione, ma nel sapere che cosa abbiamo da opporre a un tale meccanico per lasciare libera una piccola parte dellumanit da questa parcellizzazione dellanima, da questo dominio assoluto dellideale di vita burocratico.
[M. Weber, Scritti politici, Milano, 1970, pp. 112-115]

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Lalba di una nuova era


Era davvero troppo tardi. La liberal-democrazia non avrebbe retto alle scosse della prima guerra mondiale, alla grande depressione e alla frammentazione provocata da un sistema industriale troppo a lungo privo di garanzie sociali. Negli anni 20, la maggior parte dei paesi dellEuropa centro-orientale precipitano in regimi autoritari. In Italia, Benito Mussolini, elevato nel 1922 al governo per decisione del re, instaura in pochi anni la dittatura fascista. Nel 1926, in Portogallo, un colpo di stato militare rovescia la repubblica e insedia al potere Antonio Salazar, destinato a governare il paese fino al 1968. La crisi economica che dagli Stati Uniti si comunica allEuropa allinizio degli anni 30 colpisce con particolare violenza la Germania, favorendo la crescita elettorale del partito nazionalsocialista, il cui capo carismatico, Adolf Hitler, sale al potere nel 1933, ponendo termine allesistenza della Repubblica di Weimar e avviando la costruzione di un regime totalitario. Nel 1936 le forze armate spagnole tentano di rovesciare il governo del Fronte nazionale attraverso un golpe, scatenando una sanguinosa guerra civile: laiuto degli antifascisti europei che accorreranno in Spagna per difendere la democrazia non baster a fermare il progetto autoritario dei militari, sostenuti dai governi di Italia e Germania. Nel 1939, le aspirazioni imperialistiche del totalitarismo hitleriano, non contrastate adeguatamente dai paesi occidentali, spingono lintera Europa (con leccezione della penisola iberica) nel baratro di un nuovo conflitto bellico che presto assume dimensioni mondiali. Alle distruzioni causate dalla guerra si sarebbe aggiunta la tragedia degli orrori prodotti dal dominio tedesco, che ovunque celebra il mortifero trionfo dellideologia nazista. Limpatto sulle popolazioni assoggettate sarebbe stato devastante: deportazioni, stragi e stermini di massa, culminati nellorrore della Shoa. Lideale democratico sembra tramontato per sempre. E invece vivo pi che mai nei milioni di resistenti contro la barbarie e il suicidio del genere umano. vivo nellaspirazione alla libert e alla ribellione, ovviamente, ma soprattutto nella critica alle ipocrisie di politiche liberali erette per oltre un secolo a guardiane degli interessi dei pi forti, impedendo la piena realizzazione dellideale democratico. Unavversione particolarmente forte verso le vecchie classi dirigenti, passate quasi integralmente nelle corti dei nuovi, mostruosi, tiranni. Mentre lEuropa e le sue coscienze erano devastate dalle bombe, socialisti, cristiani e liberali democratici
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che avevano cercato il dialogo dagli opposti schieramenti, si sarebbero ritrovati rapidamente nelle stesse brigate partigiane, maturando una comune coscienza politica. Di fronte ai terribili insegnamenti della storia vengono riscoperte le radici comuni nei movimenti democratici a cavallo tra Sette e Ottocento. Come dimostrano i brani che seguono, liberali che teorizzano lintervento dello stato e la giustizia sociale, socialisti che si levano a difesa della libert, cattolici che rivendicano lautonomia dei cittadini perch crescano e si realizzino, anche spiritualmente, sorretti dalla comunit.

John Dewey: un liberalismo sociale


Nei primi decenni del Novecento, di fronte ai processi di democratizzazione della vita politica, alle tragedie delleconomia e della storia, alle istanze di giustizia sociale rivendicate dal movimento dei lavoratori, la cultura liberale dorientamento progressista elabora una nuova visione della societ pienamente democratica, che rifiuta lideologia borghese del laissez-faire, ancorata al dogma della non interferenza dello Stato nella sfera del mercato. La nuova concezione del liberalismo trova una lucida manifestazione nellopera di John Dewey (1859-1952), che, in queste pagine scritte a qualche anno dalla guerra, indica nel controllo sociale delle attivit economiche il mezzo per raggiungere il fine del libero sviluppo della personalit di ciascuno, preparando il terreno alla sintesi democratica del dopoguerra.

Finch la liberazione delle capacit individuali per una spontanea autonoma espressione, una parte essenziale del credo del liberalismo, un liberalismo sincero deve pretendere i mezzi che sono la condizione per il raggiungimento dei suoi fini; e la regimentazione delle forze materiali e meccaniche la sola via per cui la massa pu essere affrancata dalla regimentazione e dalla conseguente soppressione delle sue possibilit culturali. Leclissi del liberalismo dovuta al fatto che esso non ha affrontato le alternative e non ha adottato i mezzi da cui dipende la realizzazione dei fini professati. Il liberalismo pu essere fedele ai suoi ideali solo se persegue la via che conduce al conseguimento di essi. Lopinione che il controllo sociale organizzato delle forze economiche risiede fuori della linea storica del liberalismo, mostra che il liberalismo ancora impedito dai residui della sua prima fase del lassez-faire,
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con la sua opposizione di societ e individuo. Ci che ora scoraggia lentusiasmo liberale e ne paralizza gli sforzi la concezione che la libert e lo sviluppo della individualit come fini, escludono luso dello sforzo sociale organizzato come mezzi. Il primo liberalismo consider lazione economica individuale separata e gareggiante come il mezzo per il benessere sociale come fine; ma noi invece dobbiamo rovesciare la prospettiva e vedere che leconomia socializzata il mezzo per il libero sviluppo individuale come fine. un luogo comune che i liberali si dividano fra coloro che sono prudenti e coloro che amano i tentativi, mentre i reazionari sarebbero legati da una comunanza dinteressi e di costumi. Ma vero che un accordo fra tesi e credo liberale pu essere raggiunto solo con una unit di sforzi, una unit organizzata dazione accompagnata dal consenso dottrinale progredir nel grado in cui il controllo sociale delle forze economiche sar fatto lobbiettivo dellazione liberale. Il maggiore potere educativo, la maggior forza nel formar le disposizioni e le attitudini degli individui, il medium sociale in cui essi vivono; e il medium che al presente ci sta pi vicino quello dellazione unificata per il fine inclusivo di una economia socializzata. Ma il conseguimento di uno stato sociale in cui una base di sicurezza materiale liberi: le possibilit culturali degli individui non un lavoro di un giorno; tuttavia un modo c di stringere in effettiva unit le presenti attivit dei liberali, ora disperse e spesso in conflitto; quello di concentrarsi sul compito di assicurare una economia socializzata come fondamento e medium per lo sviluppo degli impulsi e delle capacit, che gli uomini sono daccordo nel chiamare ideali. Non fa parte di questo lavoro, delineare con dettagli un programma per un liberalismo rinascente: ma la domanda cosa si deve fare, non pu essere passata sotto silenzio. Le idee devono essere organizzate e questa organizzazione implica un gruppo di persone che sostenga queste Idee e la cui fede sia pronta a tradursi in azione. E tradurre in azione significa formulare il credo generale del liberalismo come un programma concreto dattivit. nellorganizzarsi in azione che i liberali sono deboli e senza questa organizzazione c il pericolo che gli ideali democratici possano andare falliti. La democrazia stata una fede di combattenti,
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quando i suoi ideali saranno rinsaldati da quelli del metodo scientifico e dintelligenza sperimentale, non pu darsi che essa sia incapace di risvegliare disciplina, ardore, organizzazione. Restringere lesito per il futuro ad un conflitto fra fascismo e comunismo significa chiamare una catastrofe che pu trascinarsi dietro nella lotta, la civilt stessa. Un vitale e coraggioso liberalismo democratico la sola forza che pu sicuramente evitare un tale disastroso restringimento della questione dibattuta.
[John Dewey, Liberalismo e azione sociale, Firenze, 1946, pp. 112-115]

Carlo Rosselli: il socialismo liberale


Pubblicato a Parigi nel 1930, dove Rosselli (1899-1937) era in esilio e dove sarebbe stato raggiunto dai sicari del regime fascista, Socialismo liberale ebbe il merito di riassumere molti degli orientamenti sviluppatisi nel mondo socialista alle prese con lutopia rivoluzionaria. Da unanalisi avviata allinizio del secolo dalla Fabian society di Londra, nascer lidea di un socialismo liberale, di un liberalismo, cio, che dovendo garantire libert effettiva ai cittadini, equipara diritti politici e civili ai diritti sociali, riconoscendo il ruolo indispensabile della comunit democratica nella battaglia demancipazione dei singoli.

Il socialismo non che lo sviluppo logico, sino alle sue estreme conseguenze, del principio di libert. Il socialismo, inteso nel suo significato pi sostanziale e giudicato dai risultati, movimento cio di concreta emancipazione del proletariato liberalismo in azione, libert che si fa per la povera gente. Dice il socialismo: lastratto riconoscimento dalla libert di coscienza e delle libert politiche a tutti gli uomini, se rappresenta un momento essenziale nello sviluppo della teoria politica, ha un valore ben relativo quando la maggioranza degli uomini, per condizioni intrinseche e ambientali, per miseria morale e materiale, non sia posta in grado di apprezzarne il significato e di valersene concretamente. La libert non accompagnata e sorretta da un minimo di autonomia economica, dalla emancipazione dal morso dei bisogni essenziali, non esiste per lindividuo, un mero fantasma. Lindividuo in tal caso schiavo della sua miseria, umiliato dalla
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sua soggezione; e la vita non pu avere per lui che un aspetto e una lusinga: il materiale. Libero di diritto, servo di fatto. E il senso di servi aumenta in pena ed ironia non appena il servo di fatto acquista coscienza della sua libert di diritto e degli ostacoli che la societ gli oppone per conseguirla. Ora di questi individui, dice il socialista, era piena la societ moderna allorquando il socialismo nasceva; di questi individui ancor oggi composta in regime capitalistico buona parte della classe lavoratrice, priva dogni diritto sui suoi strumenti di lavoro, dogni compartecipazione alla direzione della produzione, dogni senso di dignit e di responsabilit sul lavoro dignit e responsabilit, primi scalini della scala che conduce dalla schiavit alla libert. in nome della libert, per assicurare una effettiva libert a tutti gli uomini, e non solo a una minoranza privilegiata, che i socialisti chiedono la fine dei privilegi borghesi e la effettiva estensione alluniversale delle libert borghesi; in nome della libert che chiedono una pi equa distribuzione delle ricchezze e lassicurazione in ogni caso ad ogni uomo di una vita degna di questo nome; in nome della libert che parlano di socializzazione, di abolizione della propriet privata dei mezzi di produzione e di scambio, della sostituzione del criterio di socialit, dellutile collettivo, al criterio egoistico, dellutile personale, nella direzione della vita sociale. Tra una libert media estesa alluniversale, e una libert sconfinata assicurata ai pochi a spese dei molti, meglio, cento volte meglio, una libert media. Etica, economia, diritto concordano in questa conclusione. Il movimento socialista dunque il concreto erede del liberalismo, il portatore di questa dinamica idea di libert che si attua nel moto drammatico della storia. Liberalismo e socialismo, ben lungi dallopporsi, secondo quanto voleva una vieta polemica, sono legati da un intimo rapporto di connessione. Il liberalismo la forza ideale ispiratrice, il socialismo la forza pratica realizzatrice.
[Carlo Rosselli, Socialismo liberale, Torino, 1997, pp. 90-92]

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Emmanuel Mounier: socialismo, liberalismo, personalismo


Morto ad appena 45 anni, Mounier (1905-1950) avrebbe raccolto con straordinaria intensit la sfida civile posta dal suo tragico tempo: restituire ai cristiani la loro storica missione. Nel testo che pubblichiamo, apparso il 21 gennaio del 1934 sul giornale lAube, il filosofo francese lega la democrazia alla ripartizione della ricchezza e il fascismo al capitalismo. Scagliandosi contro laberrazione comunista, propone una nuova societ che abbia al centro lindividuo in quanto persona complessa, soggetto e protagonista di una crescita collettiva, civile e spirituale, possibile soltanto se libert e giustizia sociale vengono garantite stabilmente. Il personalismo sar il contributo cristiano e umanista alla sintesi culturale e politica che si propone di chiudere con il fascismo e di dare forma alle democrazie del dopoguerra.

Chiamiamo regime totalitario qualsiasi regime in cui unaristocrazia (minoritaria o maggioritaria) per censo, per classe o di partito si arroghi, imponendole la propria volont, il destino di una massa amorfa, che talvolta pu essere anche consenziente ed entusiasta, e avere persino lillusione di essere perfettamente rappresentata da quellaristocrazia. Ne sono esempi, in grado diverso: le democrazie capitaliste e accentratrici; i fascismi, il comunismo staliniano. Chiamiamo democrazia con tutti i termini qualificativi e superlativi necessari per non confonderla con le sue minuscole contraffazioni, quel regime che poggia sulla responsabilit e sullorganizzazione funzionale di tutte le persone costituenti la comunit sociale. Solo in questo caso ci troviamo senza ambagi dal lato della democrazia. Aggiungiamo che, portata fuori strada fin dallorigine dei suoi primi ideologi e poi soffocata nella culla dal mondo del denaro, questa democrazia non mai stata attuata nei fatti, e lo ben poco negli spiriti, Ci teniamo soprattutto ad aggiungere che noi non propendiamo verso la democrazia per motivi puramente e unicamente politici o storici, ma per motivi dordine spirituale e umano. Ci significa che noi non ci concediamo senza alcune precisazioni fondamentali. I principi politici della democrazia moderna, sovranit del popolo, eguaglianza, libert individuale, per noi non sono degli assoluti. Passano al vaglio della nostra concezione delluomo, della persona e della comunit che
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la sviluppa e la completa. Sul piano spirituale a cui noi ci appoggiamo, la libert di scelta ci appare come il mezzo offerto alla persona per esercitare la propria responsabilit, per scegliere il proprio destino e per dedicarvisi, con un costante controllo dei mezzi. La libert di scelta non uno scopo, ma la condizione materiale perch luomo si impegni. Come la teologia negativa, come latteggiamento critico, essa si giustifica solo per laffermazione a cui conduce. E non si sviluppa che in unautonomia che nello stesso tempo adesione totale. Questo spiega la nostra opposizione al liberalismo. I poteri di tale libert di scelta devono essere limitati quando aprono la via alloppressione; e diciamo questo per chiarire la nostra opposizione al liberalismo economico. Sullo stesso piano, eguaglianza non pu significare altro che equivalenza delle persone incommensurabili di fronte alloro destino singolo. A possibilit disuguali di creazione devono essere concessi strumenti disuguali ma noi ci schieriamo contro qualsiasi regime che voglia fondare una gerarchia di classi e una gerarchia di valori basandole su differenze funzionali. Il pericolo principale che pu correre oggi la rivoluzione spirituale il diffondersi di una certa mistica dellelite e della rivoluzione aristocratica. Infine la dottrina della sovranit popolare non nulla per noi, se si richiama alla legge del numero disorganizzato o allottimismo ingenuo dellinfallibilit popolare [] Un regime personalista quello che fa partecipare alle funzioni dellunit tutte le persone, e ciascuna occupa il posto assegnatole dalle proprie facolt e dalle e dalleconomia generale del bene comune; quello quindi che cerca di ridurre gradatamente la condizione disumana e pericolosa, delluomo passivamente governato [] In questo senso, come dice Gurvitch, la democrazia non il regno del numero, ma il regno del diritto. Come ogni regime politico, essa comporta un relativismo nella sua stessa definizione: secondo noi il relativismo dellequilibrio dei poteri e delle influenze meno pericoloso del relativismo di una dittatura senza controlli: ecco tutto.
[Mounier, Rivoluzione personalista e comunitaria, Cremona, 1995, pp.249-255]

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Antonio Gramsci: la missione dellItalia


Dal carcere fascista, Gramsci delinea la missione storica dellItalia: promuovere un cosmopolitismo fondato sullumanesimo e sul valore del lavoro. Parole profetiche che, una volta finita la guerra, troveranno conferma nel filoeuropeismo del nostro paese, nel patto democratico che stringer cattolici, socialisti, liberali e nella sua attenzione tradizionale alla valorizzazione civile del lavoro.

Il moto politico che condusse allunificazione nazionale e alla formazione dello Stato italiano deve necessariamente sboccare nel nazionalismo e nellimperialismo militaristico? Si pu sostenere che questo sbocco anacronistico e antistorico (cio artificioso e di non lungo respiro); esso realmente contro tutte le tradizioni italiane, romane prima, cattoliche poi. Le tradizioni sono cosmopolitiche. Che il moto politico dovesse reagire contro le tradizioni e dar luogo a un nazionalismo da intellettuali pu essere spiegato, ma non si tratta di una reazione organico-popolare. Daltronde, anche nel Risorgimento, Mazzini-Gioberti cercano di innestare il moto nazionale nella tradizione cosmopolitica, di creare il mito di una missione dellItalia rinata in una nuova Cosmopoli europea e mondiale, ma si tratta di un mito verbale e retorico, fondato sul passato e non sulle condizioni del presente, gi formate o in processo di sviluppo (tali miti sono sempre stati un fermento di tutta la storia italiana, anche la pi recente, da Q. Sella a Enrico Corradini, a DAnnunzio). Poich un evento si prodotto nel passato non significa che debba riprodursi nel presente e nellavvenire; le condizioni di una espansione militare nel presente e nellavvenire non esistono e non pare siano in processo di formazione. Lespansione moderna di ordine finanziario-capitalistico. Nel presente italiano lelemento uomo o luomo-capitale o luomo-lavoro. Lespansione italiana pu essere solo delluomo-lavoro e lintellettuale che rappresenta luomo-lavoro non quello tradizionale, gonfio di retorica e di ricordi cartacei del passato. Il cosmopolitismo tradizionale italiano dovrebbe diventare un cosmopolitismo di tipo moderno, cio tale da assicurare le condizioni migliori di sviluppo alluomo-lavoro italiano, in qualsiasi parte del mondo egli si trovi. Non il cittadino del mondo in quanto civis romanus o in quanto cattolico, ma in quanto produttore di civilt. Perci si pu sostenere che la
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tradizione italiana si continua dialetticamente nel popolo lavoratore e nei suoi intellettuali, non nel cittadino tradizionale e nellintellettuale tradizionale. Il popolo italiano quel popolo che nazionalmente pi interessato a una moderna forma di cosmopolitismo. Non solo loperaio, ma il contadino e specialmente il contadino meridionale. Collaborare a ricostruire il mondo economicamente in modo unitario nella tradizione del popolo italiano e della storia italiana, non per dominarlo egemonicamente e appropriarsi il frutto del lavoro altrui, ma per esistere e svilupparsi appunto come popolo italiano: si pu dimostrare che Cesare allorigine di questa tradizione. Il nazionalismo di marca francese una escrescenza anacronistica nella storia italiana, propria di gente che ha la testa volta allindietro come i dannati danteschi. La missione del popolo italiano nella ripresa del cosmopolitismo romano e medioevale, ma nella sua forma pi moderna e avanzata. Sia pure nazione proletaria, come voleva il Pascoli; proletaria come nazione perch stata lesercito di riserva dei capitalismi stranieri, perch ha dato maestranze a tutto il mondo insieme ai popoli slavi. Appunto perci deve inserirsi nel fronte moderno di lotta per riorganizzare il mondo anche non italiano, che ha contribuito a creare col suo lavoro, ecc.
[Antonio Gramsci, Quaderni dal carcere, Torino, 1977, Quaderno 9 (XIV), pp. 69-71, 71 bis, 79 bis 80, 80, 81 bis, 85 bis 86 bis, 92 bis 93]

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APOGEO E CRISI DELLA DEMOCRAZIA CONTEMPORANEA


La lunga parabola della democrazia contemporanea, tra la fine della Seconda guerra mondiale e la globalizzazione degli anni Novanta, avrebbe accompagnato il pi grande balzo in avanti della storia occidentale. Nel giro di qualche decennio leconomia e la ricchezza pro-capite sarebbero cresciuti a ritmi vertiginosi, laspettativa di vita sarebbe pi che raddoppiata e lo sviluppo tecnologico avrebbe regalato possibilit e prospettive mai viste. La coesione di sistemi fondati su una pi equa ripartizione della ricchezza e del sapere avrebbe aiutato lo sviluppo, offrendo orizzonti di autodeterminazione e di libert. A spingere verso il riconoscimento delle istituzioni pubbliche e verso un rinnovato patto sociale, la coscienza guadagnata nei campi di battaglia di quanto lesistenza di una comunit democratica sia necessaria per la realizzazione di s. In forza di questa lucidit morale, un nuovo mondo sarebbe stato costruito in poco tempo. Gi alla fine degli anni Cinquanta apparecchi spaziali volavano in direzione della luna, elettrodomestici e automobili diventavano accessibili ai comuni cittadini, consentendo di ricavare spazi di tempo libero dalle faticose incombenze quotidiane. Grazie al potere dellindustria, a un immenso sforzo collettivo, alla pace sociale e alla condivisione dei frutti del lavoro, il secondo Novecento avrebbe permesso di realizzare le maggiori aspirazioni dellOccidente: luguaglianza e la libert. Ogni battaglia vinta, maturata fra lultima guerra e il recente processo di globalizzazione, avrebbe fatto riferimento alle conquiste dei secoli precedenti. Cos la strenue difesa della libert ideale ed economica. E cos anche la coscienza, maturata in milioni di lavoratori vittime della miseria e dello sfruttamento, dellinsufficienza di diritti privi di garanzie sociali. O linaccettabilit di una sicurezza materiale offerta dai paesi del socialismo reale in cambio della sottomissione etica e politica. Decenni di crescita avrebbero portato nuova mobilit sociale, permettendo di scegliere liberamente modelli di vita diversi da quelli dettati dalla continuit dellordine paternalista. Con sorpresa di classi dirigenti convinte di aver esaurito il proprio compito, ne sarebbero nate nuove conflittualit e aspirazioni a nuovi diritti. Al centro del maturato progresso civile, emergevano le rivendicazioni di neri, donne, giovani, gay, lavoratori, cittadini di ogni et e condizione, dimostrando come la democrazia fosse un ideale pi complesso di quello concepito
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dalle semplificazioni liberali o socialiste: non soltanto lassillo della libert di iniziativa o del benessere materiale, ma il cammino indefinito di cittadini tesi al superamento dei propri limiti. Un progetto dove libert e uguaglianza costituiscono il presupposto, e non la conclusione di unemancipazione dei singoli nella comunit democratica. Alla fine degli anni Sessanta, le resistenze a questo processo, per, lincapacit di interpretare queste nuove spinte allinterno dello spazio pubblico, comportarono la delegittimazione dello stato. Le energie civili, abbandonarono progressivamente le istituzioni e si scoprirono interessi privati, mettendo fine al percorso democratico che aveva avuto inizio nel primo dopoguerra. A partire dagli anni Settanta e Ottanta il sistema di redistribuzione e di garanzie che avevano permesso la crescita ininterrotta del dopoguerra venne progressivamente smantellato per lasciare libero gioco al profitto e a libert senza regole, fondate sulla competizione individualista del mercato. Ne sarebbe nata una regressione storica e civile e lattuale paralisi della democrazia contemporanea in una globalizzazione che, di crisi in crisi, nel 2008 avrebbe prodotto la pi grave discesa della sua lunga parabola.

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I presupposti della ricostruzione democratica


Dopo gli scenari apocalittici della seconda guerra mondiale e gli insegnamenti della crisi del 29, il cambiamento radicale arriv dagli stessi vincitori del conflitto. Invece di umiliare le nazioni sconfitte, gli Stati Uniti predisposero un imponente piano di finanziamenti per favorire la ricostruzione, sapendo di stimolare in questo modo una crescita che avrebbe compensato largamente linvestimento. La comprensione del legame virtuoso tra economia di mercato, politiche pubbliche e democrazia, avrebbe conquistato anche gli ambienti economici, portando alla diffusione di una cultura imprenditoriale basata sulla partecipazione dei lavoratori alla vita dellindustria. Un modello che gi nel 1945 avrebbe arricchito il significato originale del termine fordista: non soltanto una ripartizione razionale e meccanica del lavoro per aumentare la produttivit, ma anche alti salari che permettessero ai lavoratori di comprare parte di ci che avevano prodotto. Da Detroit, questo fordismo rinnovato si sarebbe diffuso in tutto lOccidente, anche in Italia, nelle idee visionarie di Adriano Olivetti. Note ormai le virt di una maggiore coesione sociale e il potenziale distruttivo di masse relegate fuori dalla civilt, le rivendicazioni dei lavoratori avrebbero trovato pi disponibilit che in passato: qualcuno favoleggi addirittura la nascita di un capitalismo socialista. Se il mondo economico e sociale fu subito in pieno subbuglio, ancora sotto shock e impegnata fino al giorno prima nella battaglia contro i totalitarismi, la comunit intellettuale stentava a fare un bilancio dellultimo drammatico trentennio. Dopo lorrore indicibile della guerra molti studiosi, soprattutto di area ebraica, avrebbero coltivato il rifiuto della politica empirica, affidando il proprio pensiero a meditazioni sulla tragicit del mondo moderno e sulla possibile redenzione spirituale delle coscienze. Qualcunaltro, ispirato allestremo opposto da Max Weber, avrebbe proposto un radicale aggiornamento dei sistemi parlamentari in senso leaderistico, perch fossero in grado di assumere dentro di s lenergia debordante delle masse. Meglio un elitismo competitivo, ragionava ad esempio Schumpeter, che una vera dittatura. Sarebbe bastato poco tempo per, perch il nuovo clima di collaborazione sociale, peraltro prefigurato dalla lotta congiunta degli antifascisti nelle file delle resistenze europee, trovasse una sintesi politica destinata a durare. Un accordo, cio, tra eguaglianza e libert, diritti civili, politici e giustizia, capace
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di dare stabilit al sistema sociale, rafforzare il sistema economico e diffondere anticorpi contro i totalitarismi.

Hannah Arendt: le origini del totalitarismo e la crisi della democrazia


A conclusione della sua ricerca monumentale sulle Origini del totalitarismo del 1951, Hannah Arendt (1906-1975) consegna pagine di acutissima lucidit, vedendo in nazismo e stalinismo il prodotto storico della tradizione metafisica dellOccidente la quale, minimizzando il ruolo conoscitivo dellesperienza, indebolisce la comunit politica. Sotto accusa, come nella Dialettica dellIlluminismo di Horkheimer e Adorno, lutopia di controllo razionale del mondo ereditata in epoca moderna da una parte consistente della cultura industriale europea. A differenza dei due filosofi francofortesi, per, la Arendt intravvede una via duscita nella dimensione di crescita sociale e collettiva schiusa dal nuovo patto sociale del dopoguerra, e dal suo potenziale liberatorio a sostegno del concreto agire politico allinterno di un nuovo spazio pubblico, dove le facolt umane, potenzialmente intatte, tornino a esprimersi.

Ritorniamo ora a un problema sollevato allinizio di queste considerazioni: quale esperienza di base nella convivenza umana permea una forma di governo che ha la sua essenza nel terrore e il suo principio dazione nella logicit del pensiero ideologico? evidente che una simile combinazione non mai stata usata prima nelle varie forme di dominio politico, e che lesperienza su cui essa si fonda deve essere umana e nota agli uomini, in quanto anche questo che il pi originale dei corpi politici stato inventato dagli uomini e in qualche modo risponde ai loro bisogni. Si spesso osservato che il terrore pu imperare con assolutezza solo su individui isolati luno dallaltro e che quindi una delle prime preoccupazioni di ogni regime tirannico quella di creare tale isolamento. Lisolamento pu essere linizio del terrore; ne certamente il terreno pi fertile; ne sempre il risultato. Esso , per cos dire, pretotalitario; la sua caratteristica limpotenza, in quanto il potere deriva sempre da uomini che operano insieme, che agiscono di concerto (Burke); gli individui isolati sono impotenti per definizione. Lisolamento e limpotenza, cio la fondamentale incapacit di agire,
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sono sempre stati tipici delle tirannidi. In queste, i contatti politici fra gli individui sono spezzati e le capacit di azione e di potere frustrate. Ma non tutti i contatti sono interrotti, non tutte le capacit umane distrutte. Lintera sfera della vita privata con le capacit di esperienza, creazione e pensiero rimane intatta. Sappiamo ora che il ferreo vincolo del terrore totale non lascia alcuno spazio per tale sfera e che lautocostrizione della logica totalitaria distrugge la capacit umana di esperienza e di pensiero, oltre che quella di azione. Quel che si chiama isolamento nella sfera politica prende il nome di estraniazione nella sfera dei rapporti sociali. Lisolamento e lestraniazione non sono la stessa cosa. Posso essere isolato cio in una situazione in cui non posso agire perch non c nessuno disposto ad agire con me senza essere estraniato; e posso essere estraniato cio in una situazione in cui come persona mi sento abbandonato dal consorzio umano senza essere isolato. Lisolamento quel vicolo cieco in cui gli uomini si trovano spinti quando viene distrutta la sfera politica della loro vita, la sfera in cui essi operano insieme nel perseguimento di un interesse comune. Ma, per quanto lesivo del potere e della capacit di azione, esso lascia intatte le attivit creative e, anzi, risponde a una loro esigenza. Luomo, in quanto homo faber, a isolarsi con la sua opera, a lasciare temporaneamente il regno della politica. [] Le condizioni della nostra esistenza politica sono oggi minacciate da tali tempeste di sabbia devastatrici. Il pericolo non che possano creare qualcosa di durevole. Il dominio totalitario, al pari della tirannide, racchiude in s i germi della propria distruzione. Come la paura e limpotenza, da cui quella deriva, sono principi antipolitici e gettano gli uomini in una situazione contraria alla azione politica, cos lestraniazione e la deduzione logico-ideologica del peggio, ad essa legata, rappresentano una situazione antisociale e contengono un principio distruttivo per ogni convivenza umana. Cionondimeno, lestraniazione organizzata infinitamente pi pericolosa dellimpotenza disorganizzata di tutte le persone soggette alla volont tirannica e arbitraria di un singolo. Essa minaccia di devastare il mondo cos come lo conosciamo un mondo che dovunque sembra giunto alla fine prima che un nuovo inizio nascente da questa fine abbia avuto il tempo di affermarsi.
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A parte tali considerazioni che come predizioni sono di scarsa utilit e ancor meno di conforto rimane il fatto che la crisi del nostro tempo e la sua esperienza centrale hanno portato alla luce una forma interamente nuova di governo che, in quanto potenzialit e costante pericolo, ci rester probabilmente alle costole per lavvenire, al pari di altre forme che, apparse in momenti storici diversi e basate su diverse esperienze di fondo, hanno accompagnato dopo dallora lumanit a prescindere dalle temporanee sconfitte: monarchie e repubbliche, tirannidi, dittature e dispotismo. Ma rimane altres vero che ogni fine nella storia contiene necessariamente un nuovo inizio; questo inizio la promessa, lunico messaggio che la fine possa presentare. Linizio, prima di diventare avvenimento storico, la suprema capacit delluomo; politicamente si identifica con la libert umana. Initium ut esset, creatus est homo, affinch ci fosse un inizio, stato creato luomo, dice Agostino. Questo inizio garantito da ogni nuova nascita; in verit ogni uomo.
[Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo, Torino 2009, pp. 649-656]

Hans Kelsen: i fondamenti della democrazia


La democrazia, nel suo insieme, non un terreno favorevole al principio di autorit in generale e allidea di Fhrer in particolare. Cos Kelsen (1881-1973) nel 1955, in un celebre saggio dal titolo Fondamenti della democrazia. Preoccupazione del filosofo tedesco, rispondendo agli stessi interrogativi di Hannah Arendt, riuscire a sottrarre il modello democratico e il suo fondamento razionalista dallaccusa di aver aperto la strada al nazismo, salvando cos i suoi principi dalla distruzione morale della guerra. Per Kelsen, non sarebbe stata la democrazia, fondata sul suffragio universale e sulla legge della maggioranza, a incoraggiare la vittoria elettorale del totalitarismo, ma il totalitarismo, sistema pi resistente e diffuso, ad aver fagocitato la rara e fragile democrazia impegnata a garantire la libert e il suo connubio con luguaglianza. Da questa conclusione, lEuropa democratica avrebbe ripreso a costruire il proprio futuro.

Se la libert ed uguaglianza sono elementi essenziali del relativismo filosofico, lanalogia di questo con la democrazia politica diventa
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ovvia. Libert ed uguaglianza, infatti, sono le idee fondamentali della democrazia e i due istinti primitivi delluomo come essere sociale, desiderio di libert e senso di uguaglianza, sono quindi alla base di essa. Si tratta, prima di tutto, di una reazione alla coercizione insita in ogni specie di realt sociale, di una protesta contro una volont estranea cui la propria dovrebbe sottomettersi, di una resistenza allordine, al disagio creato dalleteronomia; la stessa natura che, in cerca di libert, si ribella alla societ. Luomo sente il peso di una volont estranea impostagli come ordinamento sociale, volont che tanto pi insopportabile quanto pi la coscienza del proprio valore respinge la pretesa di chiunque altro a rappresentare un valore pi alto. Quanto pi elementare il suo sentimento verso colui che pretende di essergli superiore, tanto pi luomo tende a domandarsi: un uomo come me; siamo eguali da che deriva il suo diritto a dominarli? Cos lidea negativa di uguaglianza sostiene lidea altrettanto negativa di libert. Dallassunto che gli uomini sono eguali si potrebbe dedurre il principio che nessuno ha il diritto di dominare gli altri. Tuttavia lesperienza insegna che, se vogliamo rimanere eguali nella realt sociale, dobbiamo consentire di essere dominati. Ma, sebbene libert ed uguaglianza sembrino non essere realizzabili allo stesso tempo, lideologia politica insiste ad unirle nellidea di democrazia. Cicerone, uno dei maestri dellideologia politica, espresse il significato di questa unione nel famoso asserto: Itaque nulla alia in civitate, nisi in qua populi potestas summa est, ullum domicilium libertas habet: qua quidem certe nihil potest esse dulcius et quae, si aequa non est, ne libertas quidem est (la libert ha la sua sede solo in uno Stato in cui il potere supremo appartiene al popolo, e non v nulla di pi dolce di essa, che per non tale se non uguale per tutti). Il simbolo di libert deve subire un fondamentale mutamento di significato per diventare una categoria sociale. Non deve pi significare la negazione di ogni ordinamento sociale, uno stato di natura caratterizzato dallassenza di ogni forma di governo, e deve assumere il significato di un metodo specifico per stabilire lordinamento sociale e uno specifico tipo di governo. Se devono essere possibili la societ in generale e lo Stato in particolare, deve essere valido anche un ordinamento normativo
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che regoli il mutuo comportamento degli uomini e di conseguenza, si deve accettare il dominio delluomo sulluomo attraverso tale ordinamento. Tuttavia se il dominio inevitabile, se non possiamo fare a meno di essere dominati, vogliamo essere dominati da noi stessi. La libert naturale si trasforma in libert sociale o politica. Essere liberi socialmente o politicamente significa, vero, essere soggetti ad un ordinamento normativa, significa libert sottoposta alla legge sociale; ma significa essere soggetti non a un volere estraneo, bens al proprio, un ordinamento normativo, una legge alla cui istituzione il soggetto partecipa. proprio attraverso questa metamorfosi che lidea di libert pu divenire il criterio decisivo nellantagonismo tra democrazia e autocrazia e quindi il leitmotiv per la sistemazione delle forme di organizzazione sociale.
[Hans Kelsen, La democrazia, Bologna 1998, pp. 226-228]

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LItalia repubblicana
compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libert e luguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e leffettiva partecipazione di tutti i lavoratori allorganizzazione politica, economica e sociale del paese. Niente, meglio dellarticolo 3 della Costituzione, pu chiarire lo spirito con cui la nuova classe dirigente si accinge a tirare fuori lItalia dalla distruzione morale e materiale del fascismo e della guerra. Aiutati da anni di comune battaglia nelle file della Resistenza, dopo tre decenni di conflitti e di crisi economiche dovute al laissez-faire, cattolici, liberali e socialisti cercano una sintesi per dare vita a una repubblica democratica fondata sul lavoro. Lessenza di questo patto avrebbe permesso ventanni di vita politica e civile conflittuale, ma fondamentalmente stabile, caratterizzata dalla concorrenza tra forze socialiste e cattoliche nellinteresse dei cittadini e dei lavoratori. Una concorrenza che stimol il boom economico degli anni Cinquanta e Sessanta e permise grandi riforme sociali. Ferma, la fedelt del Partito comunista alle istituzioni repubblicane, in linea con quanto espresso da Togliatti nel 1938, allinizio dei tragici fatti della guerra: I comunisti si pongono oggi alla testa della lotta per la difesa e la conquista della democrazia [] questa posizione di difesa della democrazia deve essere assunta col massimo di coraggio, abbandonando ogni sottinteso politico che indebolirebbe la lotta stessa. Fermo, De Gasperi, nel difendere la laicit dello Stato nonch lautonomia dei cattolici e della politica italiana dalla tutela anglo-americana. Larticolo 3 della Costituzione, cos, sintetizzando il meglio del pensiero sociale cattolico e socialista, coniugando il pieno sviluppo della persona con leffettiva partecipazione dei lavoratori alla vita del paese, ponendo la rimozione degli ostacoli economici a presidio dellemancipazione dei cittadini, avrebbe gettato le fondamenta di una repubblica che, tra scontri e gravi regressioni, avrebbe permesso lemancipazione sostanziale degli italiani, prospettando la realizzazione di una democrazia compiuta. Sullo sfondo, e in buona parte del dibattito costituente, la volont di rintracciare i principi codificati dalla rivoluzione francese. Particolarmente, la centralit del principio di uguaglianza, sancita con la seconda fase della rivoluzione francese.

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Alcide De Gasperi: il patto democratico


Protagonista della rinascita del partito democristiano negli anni della crisi del regime fascista, presidente del Consiglio della nuova Italia tra il 1945 e il 1953, Alcide De Gasperi (1881-1954), avrebbe portato nel mondo cattolico italiano la sua concezione laica dei rapporti tra Stato e Chiesa e, con la sua battaglia per la repubblica contro la monarchia, gli ideali liberaldemocratici germinati nella rivoluzione americana e nella Francia rivoluzionaria. Nellorizzonte politico del riformismo sociale e nel clima politico e culturale del dopoguerra, avrebbe messo in discussione la concezione tradizionale della propriet privata. Da primo presidente del Consiglio della repubblica, poi, avrebbe difeso gli interessi dellItalia in sede internazionale, come nel discorso che segue, pronunciato il 29 luglio del 1946 alla conferenza di pace di Parigi dove, rappresentando il popolo italiano tutto, rivendic il clima di unit nazionale e il suo fondamento antifascista nella sintesi tra cristianesimo, socialismo e liberalismo democratico.

Signori, vero: ho il dovere innanzi alla coscienza del mio paese e per difendere la vitalit del mio popolo di parlare come italiano; ma sento la responsabilit e il diritto di parlare anche come democratico antifascista, come rappresentante della nuova Repubblica che, armonizzando in s le aspirazioni umanitarie di Giuseppe Mazzini, le concezioni universaliste del cristianesimo e le speranze internazionaliste dei lavoratori, tutta rivolta verso quella pace duratura e ricostruttiva che voi cercate e verso quella cooperazione fra i popoli che avete il compito di stabilire. Ebbene, permettete che vi dica con la franchezza che un alto senso di responsabilit impone in questora storica a ciascuno di noi, questo trattato , nei confronti dellItalia, estremamente duro; ma se esso tuttavia fosse almeno uno strumento ricostruttivo di cooperazione internazionale, il sacrificio nostro avrebbe un compenso: lItalia che entrasse, sia pure vestita del saio del penitente, nellOnu, sotto il patrocinio dei Quattro, tutti daccordo nel proposito di bandire nelle relazioni internazionali luso della forza (come proclama larticolo 2 dello Statuto di San Francisco) in base al principio della sovrana uguaglianza di tutti i Membri, come detto allo stesso articolo, tutti impegnati a garantirsi vicendevolmente lintegrit territoriale e lindipendenza politica, tutto ci potrebbe essere uno spettacolo non senza speranza e conforto. LItalia avrebbe subto delle sanzioni per il suo passato fascista,
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ma, messa una pietra tombale sul passato, tutti si ritroverebbero eguali nello spirito della nuova collaborazione internazionale. [] Ma in verit pi che il testo del trattato, ci preoccupa lo spirito: esso si rivela subito nel preambolo. Il primo considerando riguarda la guerra di aggressione e voi lo ritroverete tale quale in tutti i trattati coi cos detti ex satelliti; ma nel secondo considerando che riguarda la cobelligeranza voi troverete nel nostro un apprezzamento sfavorevole che cercherete invano nei progetti per gli Stati ex nemici. Esso suona: considerando che sotto la pressione degli avvenimenti militari, il regime fascista fu rovesciato.... Ora non vha dubbio che il rovesciamento del regime fascista non fu possibile che in seguito agli avvenimenti militari, ma il rivolgimento non sarebbe stato cos profondo, se non fosse stato preceduto dalla lunga cospirazione dei patrioti che in Patria e fuori agirono a prezzo di immensi sacrifici, senza lintervento degli scioperi politici nelle industrie del nord, senza labile azione clandestina degli uomini dellopposizione parlamentare antifascista (ed qui presente uno dei suoi pi fattivi rappresentanti) che spinsero al colpo di Stato. Rammentate che il comunicato di Potsdam del 2 agosto 1945 proclama: LItalia fu la prima delle potenze dellAsse a rompere con la Germania, alla cui sconfitta essa diede un sostanziale contributo ed ora si aggiunta agli Alleati nella guerra contro il Giappone. LItalia ha liberato se stessa dal regime fascista e sta facendo buoni progressi verso il ristabilimento di un Governo e istituzioni democratiche. Tale era il riconoscimento di Potsdam. Che cosa avvenuto perch nel preambolo del trattato si faccia ora sparire dalla scena storica il popolo italiano che fu protagonista? Forse che un governo designato liberamente dal popolo, attraverso lAssemblea Costituente della Repubblica, merita meno considerazione sul terreno democratico? La stessa domanda pu venir fatta circa la formulazione cos stentata ed agra della cobelligeranza delle Forze armate italiane hanno preso parte attiva alla guerra contro la Germania. Delle Forze? Ma si tratta di tutta la marina da guerra, di centinaia di migliaia di militari per i servizi di retrovia, del Corpo Italiano di Liberazione, trasformatosi poi nelle divisioni combattenti e last but not least dei partigiani, autori soprattutto dellinsurrezione del nord. Le perdite nella resistenza contro i tedeschi, prima e dopo la dichiarazione di guerra, furono di oltre
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100 mila uomini tra morti e dispersi, senza contare i militari e civili vittime dei nazisti nei campi di concentramento ed i 50 mila patrioti caduti nella lotta partigiana. Diciotto mesi dur questa seconda guerra, durante i quali i tedeschi indietreggiarono lentamente verso nord spogliando, devastando, distruggendo quello che gli aerei non avevano abbattuto. Il rapido crollo del fascismo dimostr esser vero quello che disse Churchill: Un uomo, un uomo solo ha voluto questa guerra e quanto fosse profetica la parola di Stimson, allora Ministro della guerra americano: La resa significa un atto di sfida ai tedeschi che avrebbe cagionato al popolo italiano inevitabili sofferenze [] Signori Ministri, Signori Delegati, per mesi e mesi ho atteso invano di potervi esprimere in una sintesi generale il pensiero dellItalia sulle condizioni della sua pace, ed oggi ancora comparendo qui nella veste di ex nemico, veste che non fu mai quella del popolo italiano, innanzi a Voi, affaticati dal lungo travaglio o anelanti alla conclusione, ho fatto uno sforzo per contenere il sentimento e dominare la parola, onde sia palese che siamo lungi dal voler intralciare ma intendiamo costruttivamente favorire la vostra opera, in quanto contribuisca ad un assetto pi giusto del mondo. Chi si fa interprete oggi del popolo italiano combattuto da doveri apparentemente contrastanti. Da una parte egli deve esprimere lansia, il dolore, langosciosa preoccupazione per le conseguenze del Trattato, dallaltra riaffermare la fede della nuova democrazia italiana nel superamento della crisi della guerra e nel rinnovamento del mondo operato con validi strumenti di pace. Tale fede nutro io pure e tale fede sono venuti qui a proclamare con me i miei due autorevoli colleghi, luno gi presidente del Consiglio, prima che il fascismo stroncasse levoluzione democratica dellaltro dopoguerra, il secondo presidente dellAssemblea costituente repubblicana, vittima ieri dellesilio e delle prigioni e animatore oggi di democrazia e di giustizia sociale: entrambi interpreti di quellAssemblea a cui spetter di decidere se il Trattato che uscir dai vostri lavori sar tale da autorizzarla ad assumerne la corresponsabilit, senza correre il rischio di compromettere la libert e lo sviluppo democratico del popolo italiano. Signori Delegati, grava su voi la responsabilit di dare al mondo una pace che corrisponda ai conclamati fini della guerra, cio allindipendenza e alla fraterna collaborazione dei popoli liberi. Come italiano non vi chiedo
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nessuna concessione particolare, vi chiedo solo di inquadrare la nostra pace nella pace che ansiosamente attendono gli uomini e le donne di ogni paese che nella guerra hanno combattuto e sofferto per una mta ideale. Non sostate sui labili espedienti, non illudetevi con una tregua momentanea o con compromessi instabili: guardate a quella mta ideale, fate uno sforzo tenace e generoso per raggiungerla. in questo quadro di una pace generale e stabile, Signori Delegati, che vi chiedo di dare respiro e credito alla Repubblica dItalia: un popolo lavoratore di 47 milioni pronto ad associare la sua opera alla vostra per creare un mondo pi giusto e pi umano.
[Discorso del 10 agosto 1946, Per una pace nella fraterna collaborazione dei popoli liberi, disponibile su: http://www.degasperi.net/scheda_fonti.php?id_obj=5916&obj_type=f2&parent_cat=]

La Costituzione: i principi dellItalia repubblicana


Prima che la guerra fredda si disponga a colpire lItalia lacerando lo schieramento dei partiti antifascisti, prosegue intenso e produttivo il dibattito dei membri della Costituente, nello sforzo di comporre unitariamente la pluralit delle istanze e dei valori espressi dalle diverse forze politiche rappresentate nellassemblea. Il frutto di questo lavoro una delle costituzioni pi avanzate dellEuropa moderna, qualificata, nei suoi principi fondamentali, dal ripudio della guerra e dallobiettivo, sancito quale compito della Repubblica, di rimuovere gli ostacoli che impediscono alle persone il pieno ed effettivo godimento dei diritti e delle libert fondamentali.

Art. 1 LItalia una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranit appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. Art. 2 La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili delluomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalit, e richiede ladempimento dei doveri inderogabili di solidariet politica, economica e sociale. Art. 3 Tutti i cittadini hanno pari dignit sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che,
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limitando di fatto la libert e leguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e leffettiva partecipazione di tutti i lavoratori allorganizzazione politica, economica e sociale del Paese. Art. 4 La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilit e la propria scelta, unattivit o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della societ. Art. 5 La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il pi ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dellautonomia e del decentramento. Art. 6 La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche. Art.7 Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale. Art. 8 Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge. Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con lordinamento giuridico italiano. I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze. Art. 9 La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. Art. 10 Lordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute. La condizione giuridica dello straniero regolata dalla legge in conformit delle norme e dei trattati internazionali. Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese leffettivo esercizio delle libert democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto dasilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge. Non ammessa lestradizione dello straniero per reati politici.
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Art. 11 LItalia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libert degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parit con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranit necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo. Art. 12 La bandiera della Repubblica il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni.
[Costituzione della Repubblica italiana, dicembre 1947, disponibile su: http://www. governo.it/governo/costituzione/principi.html]

Umberto Terracini: la nascita della Repubblica


Nel giorno del referendum (2 giugno 1946) che trasforma lItalia in una repubblica, si svolgeranno per la prima volta a suffragio universale maschile e femminile le elezioni dellAssemblea costituente che inaugura i suoi lavori il 24 giugno 1946 e li conclude il 22 dicembre 1947 sotto la presidenza del comunista Umberto Terracini (18951983) con lapprovazione a larghissima maggioranza del testo della Costituzione, che entra in vigore quale legge fondamentale del nuovo stato democratico. Nel documento che pubblichiamo, il presidente della Costituente proclama, non senza emozione, lesito della votazione e la nascita del profilo istituzionale e civile della repubblica italiana, dando poi lettura del messaggio del capo provvisorio dello stato, Enrico De Nicola.

Onorevoli colleghi! con un senso di nuova profonda commozione che ho pronunciato or ora la formula abituale con la quale, da questo seggio, nei mesi passati ho, cento e cento volte, annunciato allAssemblea il risultato delle sue votazioni. Di tutte queste, delle pi combattute e delle pi tranquille, di quelle che videro riuniti in un solo consenso tutti i settori e delle altre in cui il margine di maggioranza oscill sullunit; di tutti questi atti di volont che, giorno per giorno, vennero svolgendosi, con un legame non sempre immediatamente conseguente in riflesso di situazioni mutevoli non solo nellAula, ma anche nel paese questultimo ha riassunto il significato e gli intenti, affermandoli definitivamente e senza eccezione come legge fondamentale di tutto il popolo italiano. Ed io credo di potere avvertire attorno a noi, oggi, di
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questo popolo linteresse fervido ed il plauso consapevole e soddisfatto. Si pu ora dirlo; vi stato un momento, dopo i primi accesi entusiasmi, nutriti forse di attese non commisurate alle condizioni storicamente maturate ed in loro reazione, vi stato un momento nel quale come una parete di indifferenza minacciava di levarsi fra questo consesso e le masse popolari. E uomini e gruppi, gi ricacciati al margine della nostra societ nazionale dalla prorompente libert detriti del regime crollato o torbidi avventurieri di ogni congiuntura (Applausi) alacremente, e forse godendo troppa impunit, si erano dati ad approfondire il distacco, ricoprendo di contumelie, di calunnie, di accuse e di sospetti questo istituto, emblema e cuore della restaurata democrazia. (Vivi applausi). Onorevoli deputati, col nostro lavoro, intenso e ordinato, con lo spettacolo ad ogni giorno da noi offertogli della nostra metodica, instancabile applicazione al compito affidatoci, che noi ci siamo in fine conquistati la simpatia e la fiducia del popolo italiano. Il quale, nelle sue distrette come nelle sue gioie, sempre pi venuto volgendosi allAssemblea Costituente come a naturale delegata ed interprete e realizzatrice del suo pensiero e delle sue aspirazioni. E le centinaia, le migliaia di messaggi di protesta, di approvazione, di denuncia, di richieste giunti alla Presidenza nel corso dei diciotto mesi di vita della Costituente, testimoniano del crescente spontaneo affermarsi della sua autorit, come Assemblea rappresentativa. questo un prezioso retaggio morale che noi lasciamo alle future Camere legislative della Repubblica. Ho parlato di lavoro instancabile. Ne fanno fede le 347 sedute a cui ci convocammo, delle quali 170 esclusivamente costituzionali; i 1663 emendamenti che furono presentati sui 140 articoli del progetto di Costituzione, dei quali 292 approvati, 314 respinti, 1057 ritirati od assorbiti; i 1090 interventi in discussione da parte di 275 oratori; i 44 appelli nominali ed i 109 scrutini segreti; i 40 ordini del giorno votati; gli 828 schemi di provvedimenti legislativi trasmessi dal Governo allesame delle Commissioni permanenti ed i 61 disegni di legge deferiti allAssemblea; le 23 mozioni presentate, delle quali 7 svolte; le 166 interpellanze di cui 22 discusse; le 1409 interrogazioni, 492 delle quali trattate in seduta, pi le 2161 con domanda di risposta scritta, che furono soddisfatte per oltre tre quarti dai rispettivi Dicasteri.
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Lavoro instancabile; sta bene. Ma anche lavoro completo? Alla stregua del mandato conferitoci dalla nostra legge istitutiva, s. Noi consegniamo oggi, a chi ci elesse il 2 giugno, la Costituzione; noi abbiamo assolto il compito amarissimo di dare avallo ai patti di pace che hanno chiuso ufficialmente lultimo tragico e rovinoso capitolo del ventennio di umiliazioni e di colpe (Applausi); e, con le leggi elettorali, stiamo apprestando il ponte di passaggio, da questo periodo ancora anormale, ad una normalit di reggimento politico del paese nel quale competa ad ogni organo costituzionale il compito che gli proprio ed esclusivo: di fare le leggi, al Parlamento; al Governo di applicarle; ed alla Magistratura di controllarne la retta osservanza. Ma, con la Costituzione, questa Assemblea ha inserito nella struttura dello Stato repubblicano altri organi, ignoti al passato sistema, suggeriti a noi dallesperienza dolorosa o dettati dalla evoluzione della vita sociale ed economica del paese. Tale la Corte delle garanzie costituzionali, sancita a difesa dei diritti e delle libert fondamentali, ma non a preclusione di progressi ulteriori del popolo italiano verso una sempre maggiore dignit delluomo, del cittadino, del lavoratore. Tale il Consiglio nazionale della economia e del lavoro, che rimuovendo gli ostacoli dovuti a incomprensione o ad ignoranza delle altrui esigenze eviter le battaglie non giustificate, disperditrici di preziose energie, dando alle altre, necessarie invece ed irreprimibili in ogni corpo sociale che abbia vita fervida e sana, consapevolezza di intenti e idoneit di mezzi. Ma forse, s, non tacciamolo, onorevoli colleghi, molta parte del popolo italiano avrebbe voluto dallAssemblea Costituente qualcosaltro ancora. I pi miseri, coloro che conoscono la vana attesa estenuante di un lavoro in cui prodigare le proprie forze creatrici e da cui trarre i mezzi di vita; coloro che, avendo lavorato per unintera vita, fatti inabili dallet, dalla fatica, dalle privazioni ancora inutilmente aspettano dalla solidariet nazionale una modesta garanzia contro il bisogno; coloro che frustano i loro giorni in una fatica senza prospettiva, chiudendo ad ogni sera un bilancio senza residui, utensili pensanti e dotati danima di un qualche gelido mostruoso apparato meccanico, o forze brute di lavoro su terre estranee e perci stesso ostili: essi si attendevano tutti, che lAssemblea esaudisse le loro ardenti aspirazioni, memori come erano di
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parole proclamate e riecheggiate. (Approvazioni). Noi lo sappiamo, oggi, che ci avrebbe superato le nostre possibilit. Ma noi sappiamo di avere posto, nella Costituzione, altre parole che impegnano inderogabilmente la Repubblica a non ignorare pi quelle attese, ad applicarsi risolutamente allapprestamento degli strumenti giuridici atti a soddisfarle. La Costituzione postula, senza equivoci, le riforme che il popolo italiano, in composta fiducia, rivendica. Mancare allimpegno sarebbe nello stesso tempo violare la Costituzione e compromettere, forse definitivamente, lavvenire della Nazione italiana. (Vivissimi, generali applausi). Onorevoli colleghi, ieri sera, quasi a suggello simbolico apposto alla Carta costituzionale, voi avete votato un ordine del giorno col quale raccomandate e sollecitate dal Presidente della Repubblica un atto generoso di clemenza e di perdono. Gi al suo primo sorgere, la Repubblica volle stendere le sue mani indulgenti e volgere il suo sguardo benigno e sereno verso tanti, che pure non avevano esitato a straziare la Patria italiana, ad allearsi con i suoi nemici, a colpirne i figli pi eroici. Il rinnovato gesto di amist, del quale vi siete fatti promotori, vuole oggi esprimere lo spirito che ha informato i nostri lavori, in ognuno di noi, su qualunque banco si sedesse, a qualunque ideologia ci si richiami. LAssemblea ha pensato e redatto la Costituzione come un solenne patto di amicizia e fraternit di tutto il popolo italiano, cui essa lo affida perch se ne faccia custode severo e disciplinato realizzatore. (Approvazioni). E noi stessi, onorevoli deputati, colleghi cari e fedeli di lunghe e degne fatiche, conclusa la nostra maggiore opera, dopo avere fatta la legge, diveniamone i pi fedeli e rigidi servitori. (Approvazioni). Cittadini fra i cittadini, sia pure per breve tempo, traduciamo nelle nostre azioni, le maggiori e le pi modeste, quegli ideali che, interpretando il voto delle larghe masse popolari e lavoratrici, abbiamo voluto incidere nella legge fondamentale della Repubblica. Con voi minchino reverente alla memoria di quelli che, cadendo nella lotta contro il fascismo e contro i tedeschi, pagarono per tutto il popolo italiano il tragico e generoso prezzo di sangue per la nostra libert e per la nostra indipendenza (Vivissimi, generali applausi); con voi inneggio ai tempi nuovi cui, col nostro voto, abbiamo aperto la strada
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per un loro legittimo affermarsi. Viva la Repubblica democratica italiana, libera, pacifica ed indipendente! (Vivissimi, generali, prolungati applausi Si grida: Viva la Repubblica! Viva il Presidente Terracini! Nuovi vivissimi, generali applausi). In questora cos solenne della nostra storia non poteva mancare a noi ed al popolo italiano la parola alta, serena, saggia del Presidente della Repubblica, Enrico De Nicola, il quale ha seguito ed illuminato la nostra fatica, vigile ad ogni passo lungo la strada che condurr la Repubblica dallabisso in cui sorse fino alla posizione che le compete di Stato libero, e rispettato nel mondo. Do lettura del messaggio di Enrico De Nicola: Roma, 22 dicembre 1947 ore 18,30. La ringrazio vivamente, illustre Presidente, di avermi comunicato con cortese sollecitudine lapprovazione della Costituzione della Repubblica italiana. Il mio pensiero, reverente e devoto, si rivolge, in questo momento di sincera commozione, allAssemblea Costituente, che sotto la Sua incomparabile e indimenticabile Presidenza ha compiuto un lavoro di cui gli storici daranno certamente un giudizio sereno, che onorer il nostro paese, per la profondit delle indagini compiute, per laltezza dei dibattiti svoltisi, per lo zelo coscienzioso costantemente osservato nella ricerca delle soluzioni pi democratiche e nella formulazione rigorosamente tecnica dei princip fondamentali e delle specifiche norme costituzionali e allItalia nostra, amata e martoriata, che dalle sventure sofferte e dai sacrifizi affrontati, sapr trarre ancora una volta, nella concordia degli intenti e delle opere dei suoi figli, le energie necessarie per il suo sicuro avvenire, offrendo al mondo un nuovo esempio di eroiche virt civili e un nuovo incitamento al progresso sociale. (Vivissimi, generali, prolungati applausi, cui si associa il pubblico delle tribune).
[Verbale della seduta dellAssemblea costituente del 22 dicembre 1947, disponibile su: http:// www.nascitacostituzione.it/finale.htm]

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Teresa Mattei: la Repubblica delle donne


Partigiana italiana, combattente della formazione garibaldina Fronte della giovent, fu tra le pi giovani elette allAssemblea costituente (nelle file del Pci). Si deve a lei lusanza di offrire mimose l8 marzo, il fiore pi povero, a celebrazione delle battaglie per la liberazione delle donne. In questo testo la Mattei ci restituisce una pagina piena di vitalit repubblicana, facendo riemergere ben al di l della triste storia recente, le battaglie per lemancipazione femminile tra Otto e Novecento. E il loro significato universale, quale estensione delle libert e dei diritti a vantaggio di tutta la comunit civile. Non ci pu essere una Repubblica davvero prospera e democratica, sottolinea la Mattei, se questa non prevede parit ed eguaglianza tra tutti i cittadini. A cominciare da uomini e donne.

Vorrei solo sottolineare in questa Assemblea qualcosa di nuovo che sta accadendo nel nostro paese. Non a caso, fra le pi solenni dichiarazioni che rientrano nei 7 articoli di queste disposizioni generali, accanto alla formula che delinea il volto nuovo, fatto di democrazia, di lavoro, di progresso sociale, della nostra Repubblica, accanto alla solenne affermazione della nostra volont di pace e di collaborazione internazionale, accanto alla riaffermata dignit della persona umana, trova posto, nellarticolo 7, la non meno solenne e necessaria affermazione della completa eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di condizioni sociali, di opinioni religiose e politiche. Questo basterebbe, onorevoli colleghi, a dare un preminente carattere antifascista a tutta la nostra Costituzione, perch proprio in queste fondamentali cose il fascismo ha tradito lItalia, togliendo allItalia il suo carattere di paese del lavoro e dei lavoratori, togliendo ai lavoratori le loro libert, conducendo una politica di guerra, una politica di odio verso gli altri paesi, facendo una politica che sopprimeva ogni possibilit della persona umana di veder rispettate le proprie libert, la propria dignit, facendo in modo di togliere la possibilit alle categorie pi oppresse, pi diseredate del nostro paese, di affacciarsi alla vita sociale, alla vita nazionale, e togliendo quindi anche alle donne italiane la possibilit di contribuire fattivamente alla costituzione di una societ migliore, di una societ che si avanzasse sulla strada del progresso, sulla strada della giustizia sociale. Noi salutiamo
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quindi con speranza e con fiducia la figura di donna che nasce dalla solenne affermazione costituzionale. Nasce e viene finalmente riconosciuta nella sua nuova dignit, nella conquistata pienezza dei suoi diritti, questa figura di donna italiana finalmente cittadina della nostra Repubblica. Ancora poche Costituzioni nel mondo riconoscono cos esplicitamente alla donna la raggiunta affermazione dei suoi pieni diritti. Le donne italiane lo sanno e sono fiere di questo passo sulla via dellemancipazione femminile e insieme dellintero progresso civile e sociale. , questa conquista, il risultato di una lunga e faticosa lotta di interi decenni. Il fascismo, togliendo libert e diritti agli uomini del nostro paese, soffoc, proprio sul nascere, questa richiesta femminile fondamentale, ma la storia e la forza intima della democrazia ancora una volta hanno compiuto un atto di giustizia verso i diseredati e gli oppressi. In una societ che da lungo tempo ormai ha imposto alla donna la parit dei doveri, che non le ha risparmiato nessuna durezza nella lotta per il pane, nella lotta per la vita e per il lavoro, in una societ che ha fatto conoscere alla donna tutti quei pesi di responsabilit e di sofferenza prima riservati normalmente solo alluomo, che non ha risparmiato alla donna nemmeno latroce prova della guerra guerreggiata nella sua casa, contro i suoi stessi piccoli e lha spinta a partecipare non pi inerme alla lotta, salutiamo finalmente come un riconoscimento meritato e giusto laffermazione della completa parit dei nostri diritti. La lotta per la conquista della parit di questi diritti, condotta in questi anni dalle donne italiane, si differenzia nettamente dalle lotte passate, dai movimenti a carattere femminista e a base spiccatamente individualista. Questo in Italia, dal pi al meno, tutti lo hanno compreso. Hanno compreso come la nostra esigenza di entrare nella vita nazionale, di entrare in ogni campo di attivit che sia fattivo di bene per il nostro paese, non lesigenza di affermare la nostra personalit contrapponendola alla personalit maschile, facendo il solito femminismo che alcuni decenni fa aveva incominciato a muoversi nei vari paesi dEuropa e del mondo. Noi non vogliamo che le nostre donne si mascolinizzino, noi non vogliamo che le donne italiane aspirino ad unassurda identit con luomo; vogliamo semplicemente che esse
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abbiano la possibilit di espandere tutte le loro forze, tutte le loro energie, tutta la loro volont di bene nella ricostruzione democratica del nostro paese. Per ci riteniamo che il concetto informatore della lotta che abbiamo condotta per raggiungere la parit dei diritti, debba stare a base della nostra nuova Costituzione, rafforzarla, darle un orientamento sempre pi sicuro. nostro convincimento, che, confortato da un attento esame storico, pu divenire certezza, che nessuno sviluppo democratico, nessun progresso sostanziale si produce nella vita di un popolo se esso non sia accompagnato da una piena emancipazione femminile; e per emancipazione noi non intendiamo gi solamente togliere barriere al libero sviluppo di singole personalit femminili, ma intendiamo un effettivo progresso e una concreta liberazione per tutte le masse femminili e non solamente nel campo giuridico, ma non meno ancora nella vita economica, sociale e politica del paese. Vorremmo a questo proposito far notare che ad un attento esame del nostro progetto di Costituzione risulta evidente che l dove si riconoscono alle donne i loro nuovi diritti parimenti ne escono vantaggio e sicurezza nuova allistituto familiare, alla fondamentale funzione della maternit e alla piena realizzazione dei diritti nel campo del lavoro. Ed egualmente, l dove si sancisce ogni pi importante e nuova conquista sociale sempre compresa e spesso in forma esplicita una conquista femminile. Non vi pu essere oggi infatti, a nostro avviso, un solo passo sulla via della democrazia, che non voglia essere solo formale ma sostanziale, non vi pu essere un solo passo sulla via del progresso civile e sociale che non possa e non debba essere compiuto dalla donna insieme alluomo, se si voglia veramente che la conquista affermata nella Carta costituzionale divenga stabile realt per la vita e per il migliore avvenire dItalia [] Non dimentichiamo che secoli e secoli di arretratezza, di oscurantismo, di superstizione, di tradizione reazionaria, pesano sulle spalle delle lavoratrici italiane; se la Repubblica vuole che pi agevolmente e prestamente queste donne collaborino nella pienezza delle proprie facolt e nel completo sviluppo delle proprie possibilit alla costruzione di una societ nuova e pi giusta, suo compito
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far s che tutti gli ostacoli siano rimossi dal loro cammino, e che esse trovino al massimo facilitata ed aperta almeno la via solenne del diritto, perch molto ancora avranno da lottare per rimuovere e superare gli ostacoli creati dal costume, dalla tradizione, dalla mentalit corrente del nostro paese. Per questo noi chiediamo che nessuna ambiguit sussista, in nessun articolo e in nessuna parola della Carta costituzionale, che sia facile appiglio a chi volesse ancora impedire e frenare alle donne questo cammino liberatore. purtroppo ancora radicata nella mentalit corrente una sottovalutazione della donna, fatta un po di disprezzo e un po di compatimento, che ha ostacolato fin qui grandemente o ha addirittura vietato lapporto pieno delle energie e delle capacit femminili in numerosi campi della vita nazionale. Occorre che questo ostacolo sia superato. Larticolo 7 ci aiuta, ma esso deve essere accompagnato da una profonda modificazione della mentalit corrente, in ogni sfera, in ogni campo della vita italiana.
[Verbale della seduta dellAssemblea costituente del 20 marzo 1947, disponibile su http://www. nascitacostituzione.it/05appendici/03principi/01/index.htm?006.htm&2]

Giorgio La Pira: la Costituzione e luguaglianza


Cattolico, eletto nelle file della Democrazia Cristiana allAssemblea costituente, La Pira (1904-1977) uno degli uomini politici pi illustri della repubblica. Nel 1945 fonda con Dossetti, cui particolarmente vicino, lassociazione Civitas Humana, battendosi sempre contro lemarginazione e per la giustizia sociale. particolarmente attivo nel dibattito costituzionale e si deve a lui lintroduzione del riferimento ai diritti inviolabili delluomo allarticolo 2, a tutela della futura repubblica dalle possibili derive totalitarie di un diritto costituzionale europeo di matrice idealista, in Italia gi sperimentate dal fascismo. In questo suo celebre intervento pronunciato l11 marzo del 1947 e unanimemente apprezzato, incluso da Togliatti, ripercorre con sostanza teoretica gli elementi centrali su cui si fonda la sintesi repubblicana tra socialisti, liberali e cattolici, le cui tradizioni escono profondamente trasformate dalla guerra. Nella sua efficace disanima, La Pira stabilisce il superamento della Dichiarazione rivoluzionaria del 1789, affermando la centralit di quel principio di uguaglianza che aveva animato i successivi sviluppi della rivoluzione francese.

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Ora io non devo, per constatare questa crisi, che aprire, per dir cos, la geografia costituzionale del nostro tempo, Tutta la prassi e tutta la letteratura di diritto costituzionale che fiorita in questi ultimi tempi ci indicano inequivocabilmente che una crisi costituzionale, legata ad una crisi pi vasta che concerne lo spirito e la struttura di tutto il corpo sociale, esiste [] A documento di queste dichiarazioni, potrei portare una serie di prove storiche e letterarie; ma voglio fare soltanto due esempi storici che, mi paiono molto importanti: quello ricavato dalla Costituzione del 1789 e quello ricavato dalla Costituzione contrapposta, che la Costituzione sovietica. E mi domando, e domando a voi: cosa fece lAssemblea Costituente del 1789? I membri della Costituente, fecero una cosa anzitutto: affermarono, bene o male - ma questa unaltra questione - che la precedente Costituzione era in crisi, perch cera una sproporzione fra la struttura del corpo sociale e i rapporti umani e lassetto giuridico. Ed essendo in crisi la precedente, ne elaborarono unaltra, la quale avrebbe dovuto avere tali elementi strutturali da essere non pi una Costituzione in crisi, ma una Costituzione solida per la sua intima solidit strutturale [] Ora, quando vedo la Costituzione del 1789 e ne analizzo la base teoretica, trovo che, nei membri dellAssemblea Costituente, cera unidea direttiva tratta dal libro di Gian Giacomo Rousseau Il Contratto sociale: questo libro fu il catechismo, la base, sulla quale la Costituzione del 1789 fu edificata. E cos, se faccio riferimento alla Costituzione sovietica, trovo che anchessa inevitabilmente ha alla base questa struttura teoretica, la, quale consiste in una determinata concezione delluomo e dei suoi rapporti con la societ e lo Stato. Ora che cosa dobbiamo fare? Se questo vero, se cio vero che ogni tipo costituzionale presenta questi tre elementi: la base teoretica, il corpo sociale e la volta giuridica, dobbiamo vedere perch, in Italia si avuta una crisi costituzionale, la quale concerne due tipi di Costituzione: una Costituzione stata, se non scritta, tuttavia elaborata nelle sue parti essenziali dal regime fascista ed una Costituzione anteriore quella di tipo individualista, derivata dal 1789. Perch questi due tipi di Costituzione sono crollati e si esige un tipo nuovo di Costituzione?
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Cominciamo dalla Costituzione di tipo, chiamiamolo cos, hegeliano, statalista. Ora alla base di questa Costituzione, trovo una certa concezione delluomo e dei suoi rapporti con la societ e con lo Stato. Io trovo quella famosa proposizione hegeliana che ha una immensa importanza costituzionale e che dice cos: La persona umana non ha una anteriorit rispetto alla societ e allo Stato, ma elemento sostanzialmente unito al corpo sociale e pi esattamente allo Stato. Lo Stato una unit sostanziale e non una unit di relazione, distinzione dimportanza giuridica immensa. Se vera questa tesi, vero il famoso adagio: tutto nello Stato, nulla fuori dello Stato. Ma la conseguenza questa: che dal punto di vista giuridico inconcepibile lesistenza di un diritto anteriore al diritto statuale, di un diritto naturale, chiamatelo come volete. Non esistono nella persona umana diritti che lo Stato sia soltanto chiamato a riconoscere e a proteggere e non anche a creare. Una concezione cos fatta della persona, della societ e dello Stato ha come sue ineluttabili conseguenze leliminazione della libert umana e della personalit umana e quindi la cancellazione dei diritti naturali delluomo. E, badate: il diritto positivo tedesco fu di una coerenza estrema, anche prima di Hitler, quando afferm che, siccome non esistono diritti naturali, ma soltanto un diritto positivo, i diritti delluomo sono delle concessioni statali che lo Stato pu come dare cos, in qualunque momento, per i suoi fini, ritirare [] Ora perch questo crollo? Perch c sproporzione fra la reale natura umana, la reale struttura del corpo sociale e la volta giuridica. C sproporzione e una Costituzione in crisi perch ha errate le fondamenta ed i muri maestri. Ed allora voi dite: ritorniamo alla Costituzione del 1789; ed io vi rispondo: no, anchessa in crisi per ragioni inverse, ma che intaccano la base teoretica e i muri maestri e che intaccano, lassetto giuridico. Ma dove sta questa crisi? Sta in questo: voi non potete negare quanto pocanzi vi dicevo: se leggiamo i libri riguardanti la Rivoluzione francese (e mi sempre piaciuto il Taine perch ha una profonda analisi storica e una grande vivacit di espressione), vi si dimostra che la Costituzione del 1789 la trascrizione giuridica delle teorie di Rousseau. E qual questo teorema di Rousseau? Qual questo teorema, di cui
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appunto il Rousseau parla come del suo problema centrale, cio del contratto sociale? Egli dice: gli uomini non sono sociali (proposizione giuridica e politica, questa, di importanza immensa; da cui derivata una quantit di gravi sproporzioni, nel campo, economico, e politico); gli uomini, dunque, egli dice, non sono sociali. E questo il primo punto. Secondo punto: i rapporti fra gli uomini e lo Stato si definiscono cos: Nello Stato gli uomini sono liberi nella misura in cui essi si assoggettano spontaneamente alla legge. Fanno cio il contratto, volenti o nolenti, perch Robinson Crusoe non esiste. Quindi, lesigenza della libert politica lunica esigenza sentita dal pensiero di Rousseau; e lunico problema che fu risolto dalla Costituzione del 1789 questo: laffermazione delle libert politiche; il che significa partecipazione dei cittadini al governo della cosa pubblica, alla formazione della legge. Ma, guardate, lerrore sta alla base: gli uomini non sono sociali, quindi si accordano soltanto mediante contratto. Le conseguenze? Scusate, dove sono tutti gli altri enti perch gli uomini, che invece sono sociali (homo animal politicum), per le esigenza di sviluppo della loro personalit formano tali enti dove la famiglia? Dov la comunit religiosa? Esiste, perch la concretezza storica quella che . Ma dove sono le organizzazioni di classi, le comunit di lavoro, che pure esistono? Insomma, tutto questo mondo organico, in cui si articola il corpo sociale, nella concezione roussoviana sparito, tanto vero che la prima preoccupazione che voi trovate nelle dichiarazioni del 1789 e del 1791 questa: scioglimento di tutte le corporazioni, non solo di quelle economiche nel senso medievale, ma di tutti gli organismi culturali, religiosi, ecc. E perch? Perch nella mente di Rousseau e in quella dei costituenti del 1789 esistevano 20 milioni di francesi atomisticamente considerati, i quali formavano la comunit statuale. La conseguenze sono terrificanti, perch il giorno in cui voi disarticolate tutte queste societ e lasciate una unica societ, che quella politica statuale, avete il crollo della vita associata: da qui la formazione del proletariato, la genesi della questione operaia; i problemi grandissimi di struttura economica: hanno qui la loro radice, nella distruzione di questa articolazione del corpo sociale. Tuttavia vi qualche cosa di
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fruttuoso nella Costituzione del 1789, e cio laffermazione vigorosa dei diritti delluomo: ma unaffermazione incompleta; una carta, monca, perch, quando avete affermato che luomo ha la libert politica, cio il diritto di partecipare, in piede di eguaglianza, al governo della cosa pubblica, ma non avete riconosciuti i diritti che sono connaturali con le altre comunit di cui egli fa parte, avete affermato un diritto incompleto. Avete la situazione drammatica che si cre dopo il 1789 e da cui derivata la inquietudine di questo mondo in contrasto, che il mondo contemporaneo [] Allora, dicevo: cerchiamo questo tipo nuovo che evita le carenze dei due tipi in crisi. Se vera la tesi che il primo ed il secondo tipo sono sbagliati, evidentemente dobbiamo cercarne un altro. Ma come lo cercheremo, con quale criterio? Con un criterio semplice: la proporzione. Bisogna che lassetto giuridico sia proporzionato a quello sociale e quello sociale abbia una base teoretica salda. Ora, vedete, non c dubbio che in questi ultimi 10 anni, lesperienza fascista, con tutte le sue tragiche cose, ha avuto come contrapposto un risultato, ed questo: io mi ricordo che tutti noi, gran parte di noi, quando si resisteva al fascismo sul terreno teorico, si resisteva sulla trincea della persona umana; ma non della persona umana considerata soltanto in astratto, come una, questione di natura puramente celestiale ed eterea, ma come la pietra angolare delledificio politico; perch si diceva: noi non siamo individualisti, noi non siamo del mondo passato, noi crediamo perch siamo osservatori, storici, studiosi, politici che lattuale mondo, sorto dal 1789 un mondo che crolla; una civilt che si trasforma, che si integra, se volete; quindi la nostra posizione critica - tanto, pi poi da parte dei cattolici e delle correnti socialiste - era molto evidente. Cera questa critica di principio al mondo precedente [] La conclusione questa: se vera la concezione della presente base teoretica che ho delineata, se vera questa struttura pluralista del corpo sociale, la conseguenza questa: lassetto giuridico non pu essere n individualista, n statalista; un assetto giuridico, conforme a questa visione, un assetto giuridico pluralista, che ha come conseguenza che la Carta integrale dei diritti delluomo non quella del 1789. Li vi sono alcuni diritti delluomo, ma sono ignorati altri e fondamentali: i
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diritti sociali, cio i diritti che scino collegati alla persona umana, non in quanto singolo, ma in quanto membro di queste collettivit crescenti che vanno dalla famiglia allo Stato. Una Carta integrale dei diritti delluomo non pu essere una carta dei diritti individuali, ma accanto ad essi deve porre questi diritti sociali, e quindi i diritti delle comunit e delle collettivit di cui gli uomini fanno parte necessariamente per lo sviluppo della loro persona. Ecco, quindi, questa Carta Costituzionale che vi appare come nuova, integrale, pluralista dei diritti.
[Verbale della seduta dellAssemblea costituente dell11 marzo 1947, disponibile su http:// legislature.camera.it/_dati/costituente/lavori/assemblea/sed058/sed058nc.pdf]

Lelio Basso: il popolo sovrano


Nellattribuire al popolo la sovranit e il suo esercizio, la Costituzione italiana si presenta come un grande paradigma storico di democrazia politica. questo, in un libro del 1958, il giudizio di uno dei suoi pi illustri autori, Lelio Basso (1903-1978), collaboratore di Gobetti nellesperienza de La Rivoluzione liberale, militante e dirigente socialista, coraggioso antifascista e attivo esponente della Resistenza. Alla sua opera di costituente si deve la formulazione dellarticolo 3 che d spessore e consistenza al principio duguaglianza, integrando la sua tradizionale declinazione giuridica e superando il formalismo della libert di stampo liberale.

accaduto in una certa misura al popolo (lespressione usata nel senso tradizionale) quel che era gi accaduto alla grande borghesia capitalistica: essa aveva avuto in un primo tempo una nozione puramente negativa del potere e della possibilit di parteciparvi, concependo la partecipazione solo in funzione di una limitazione o di un controllo dei poteri del sovrano assoluto, ma una volta insediatosi al potere se ne era servita in modo esclusivo per i propri fini di classe. Nella sua scia, le masse escluse dallo Stato liberale avevano cominciato a reclamare il suffragio universale e la partecipazione al potere, solo in funzione di limitazione e di controllo, lasciandosi per il resto imbrigliare dagli strumenti dello Stato liberale. Ma a misura che la partecipazione al potere diventava sempre meno formale, anche le classi subalterne si rendevano conto delle immense possibilit
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che esso apriva in vista di trasformazioni della societ. certamente uno degli insegnamenti pi vivi di Marx quello di avere mostrato le possibilit che sono racchiuse nellesercizio del potere e di aver perci indicato la conquista del potere come un momento indispensabile della trasformazione in senso democratico e socialista della societ. Solo che per molto tempo lazione delle masse in questa direzione fu ostacolata da uninterpretazione in certo senso astratta della natura classista dello Stato, per cui la possibilit di un reale esercizio di potere veniva fatta coincidere solo con il momento della conquista totale, cio del capovolgimento totale dei rapporti politici, senza ammettere nessuna possibilit di coesistenza e di lotta attorno al potere politico in una determinata e particolare fase dello sviluppo storico. Ha di certo contribuito a questa visione drastica anche il sentimento radicato da millenni nelle masse che il potere politico sempre qualcosa di ostile e di esoso, da cui non v nulla di buono da attendere, e la conseguente tendenza a proiettare nel futuro la possibilit di un potere che realizzi le aspirazioni delle masse. Solo la partecipazione alla lotta politica e luso, dapprima timido, poi sempre pi sicuro, dei primi strumenti democratici, hanno mostrato la possibilit di realizzare sin dora, almeno parzialmente, lidea d un potere effettivamente democratico, cio subordinato alla volont popolare, e perci strumento di realizzazione almeno di un primo grado della cosiddetta giustizia sociale. Ma evidente che, dilatata enormemente la sfera dei compiti statali, e fatto del potere politico e del diritto uno strumento di trasformazione della societ, la necessit di un permanente controllo democratico su di esso diventa indispensabile per impedirne qualsiasi degenerazione. Se una spinta democratica stata necessaria per realizzare questa trasformazione del potere politico, la trasformazione avvenuta impone pi che mai che la spinta democratica abbia a proseguire. Essa daltra parte resa pi facile proprio dalle avvenute trasformazioni sociali, dal maggior senso di sicurezza di ogni uomo, dalla maggiore elevatezza della sua cultura e dalle maggiori possibilit che ognuno conseguentemente ha di partecipare in modo cosciente alla cosa pubblica. Sotto questo profilo quindi il nuovo contenuto di democrazia sociale immesso nello Stato, in virt di un accresciuto peso politico delle masse, pone a sua volta
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le premesse di un ulteriore arricchimento del contenuto di democrazia politica. Vediamo perci, ora, oltre quella sociale, anche la faccia politica della trasformazione dello Stato in senso democratico [] Osserva giustamente il Kelsen che dopo il passaggio dalla libertautonomia alla libert-partecipazione, questo nuovo passaggio dal popolo astratto al popolo concreto costituisce la seconda grande tappa del cammino verso la democrazia. Le costituzioni tarderanno per a registrare questo mutamento. Ancora nelle costituzioni del periodo fra le due guerre si preferiscono formule ambigue: la Costituzione polacca o quella lituana del 1938 dichiarano che il potere sovrano appartiene alla nazione e non fanno menzione del popolo, e ancora pi blandamente la Costituzione greca del 1927 dice che tutti i poteri provengono dalla nazione. Altre introducono direttamente il popolo ma con lespressione che il potere sovrano emana da esso, non che gli appartiene; cos la Costituzione tedesca del 1919, quelle austriache del 1920 e del 1929, quella albanese del 1925 ecc. Nella Costituzione estone del 15 giugno 1920 si trova invece laffermazione recisa che il potere sovrano nelle mani del popolo. La tendenza si accentuer poi nel secondo dopoguerra. Il relatore della Costituzione francese chiede che sia abbandonata la teoria astratta e giuridicamente inesatta della sovranit nazionale e vi sia sostituita la teoria giusta e feconda della sovranit popolare, ottenendo dalla Costituente una contaminazione dei due concetti nellart. 3 secondo cui la sovranit nazionale appartiene al popolo francese. Ma lart. 2 dice che il principio della repubblica gouvernement du peuple, pour le peuple et par le peuple. In modo netto la Costituzione bavarese dice che il popolo detentore del potere sovrano. La Costituzione italiana, come vedremo, andr pi oltre attribuendo al popolo non solo la titolarit ma anche lesercizio della sovranit.
[Lelio Basso, Il principe senza scettro, Milano 1998, p. 68]

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Piero Calamandrei: larticolo 3


Giurista, docente universitario antifascista, Calamandrei (1889-1956) durante il regime partecip alla direzione di Italia libera, gruppo clandestino di ispirazione azionista. Fu poi fondatore, con Ferruccio Parri e Ugo La Malfa del Partito dAzione che nel 1945 rappresent nellAssemblea costituente, di cui fu uno dei componenti pi attivi. Nel celebre discorso del 1955 che qui pubblichiamo, Calamandrei, restituendo la dialettica costituente nella sua vitalit, spiega a un gruppo di studenti milanesi il senso del progresso civile e sociale rappresentato dalla Costituzione repubblicana e, in particolare, dal suo articolo 3.

Uno dei miracoli del periodo della Resistenza fu la concordia fra partiti diversi, dai liberali ai comunisti, su un programma comune. Era un programma di battaglia: Via i fascisti! Via i tedeschi! Questo programma fu adempiuto. Ma il programma comune di pace, fu fatto in un momento successivo. E fu la Costituzione. La Costituzione deve essere considerata, non come una legge morta, deve essere considerata, ed , come un programma politico. La Costituzione contiene in s un programma politico concordato, diventato legge, che obbligo realizzare. La nostra Costituzione, lo riconoscono anche i socialisti, non una Costituzione che ponga per meta allItalia la trasformazione della societ socialista. La Costituzione nata da un compromesso fra diverse ideologie. Vi ha contribuito lispirazione mazziniana, vi ha contribuito il marxismo, vi ha contribuito il solidarismo cristiano. Questi vari partiti sono riusciti a mettersi daccordo su un programma comune che si sono impegnati a realizzare. La parte pi viva, pi vitale, pi piena davvenire, della Costituzione, non costituita da quella struttura dorgani costituzionali che ci sono e potrebbero essere anche diversi: la parte vera e vitale della Costituzione quella che si pu chiamare programmatica, quella che pone delle mete che si debbono gradualmente raggiungere e per il raggiungimento delle quali vale anche oggi, e pi varr in avvenire, limpegno delle nuove generazioni. Nella nostra Costituzione c un articolo che il pi impegnativo, impegnativo per noi che siamo al declinare, ma soprattutto per voi giovani che avete lavvenire davanti. Esso dice: E compito della
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Repubblica rimuovere gli ostacoli dordine economico e sociale che, limitando di fatto la libert e leguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e leffettiva partecipazione di tutti i lavoratori allorganizzazione politica, economica e sociale del paese. E compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana! Quindi dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare la scuola a tutti, dare a tutti gli uomini dignit duomini. Soltanto quando questo sar raggiunto si potr veramente affermare che la formula contenuta nellarticolo 1: LItalia una Repubblica fondata sul lavoro, corrisponder alla realt. Perch fino a che non c questa possibilit per ogni uomo di lavorare e di studiare e di trarre con sicurezza dal proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra Repubblica non si potr chiamare fondata sul lavoro, ma non si potr chiamare neanche democratica, perch una democrazia in cui non ci sia questa uguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto unuguaglianza di diritto, una democrazia in cui tutti i cittadini veramente siano messi in grado di concorrere alla vita della societ, di portare il loro miglior contributo, in cui tutte le forze spirituali di tutti i cittadini siano messi a contribuire a questo cammino, a questo progresso continuo di tutta la societ. E allora voi capite da questo che la nostra Costituzione in parte una realt, ma soltanto in parte: in parte ancora un programma, un impegno, un lavoro da compiere. Quanto lavoro avete da compiere! Quanto lavoro vi sta dinanzi! E stato detto giustamente che le Costituzioni sono delle polemiche, che negli articoli delle Costituzioni c sempre, anche se dissimulata dalla formulazione fredda delle disposizioni, una polemica. Questa polemica di solito una polemica contro il passato recente, contro il regime caduto da cui venuto fuori il nuovo regime. Se voi leggete la parte della Costituzione che si riferisce ai rapporti civili e politici, ai diritti di libert, voi sentirete continuamente la polemica contro quella che era la situazione prima della Repubblica, quando tutte queste libert che oggi sono elencate e riaffermate solennemente erano sistematicamente disconosciute. Ed naturale che negli articoli della Costituzione ci siano ancora echi di questo risentimento e ci sia una
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polemica contro il regime caduto e limpegno di non far risorgere questo regime, di non far ripetere e permettere ancora quegli stessi oltraggi. Per questo nella nostra Costituzione ci sono diverse norme che parlano espressamente, vietandone la ricostituzione, del partito fascista. Ma nella nostra Costituzione c qualcosa di pi, questo soprattutto i giovani devono comprendere. Ma c una parte della Costituzione che una polemica contro il presente, contro la societ. Perch quando larticolo vi dice: E compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli dordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana, riconosce con ci che questi ostacoli oggi ci sono, di fatto, e che bisogna rimuoverli. D un giudizio, la Costituzione! Un giudizio polemico, un giudizio negativo contro lordinamento sociale attuale, che bisogna modificare attraverso questo strumento di legalit, di trasformazione graduale che la Costituzione ha messo a disposizione dei cittadini italiani. Ma non una Costituzione immobile che abbia fissato un punto fermo, una Costituzione che apre le vie verso lavvenire. Non voglio dire rivoluzionaria perch rivoluzione, nel linguaggio comune, sintende qualche cosa che sovverte violentemente. Ma una Costituzione rinnovatrice, progressiva, che mira alla trasformazione di questa societ in cui pu accadere che anche quando ci sono le libert giuridiche e politiche, esse siano rese inutili dalle disuguaglianze economiche e dallimpossibilit per molti cittadini dessere persone e di accorgersi che dentro di loro c una fiamma spirituale che se fosse sviluppata in un regime di perequazione economica potrebbe anchessa contribuire al progresso della societ. Quindi polemica contro il presente in cui viviamo e impegno di fare quanto in noi per trasformare questa situazione presente. Per, vedete, la Costituzione non una macchina che una volta messa in moto va avanti da s. La Costituzione un pezzo di carta: lo lascio cadere e non si muove. Perch si muova bisogna ogni giorno, in questa macchina, rimetterci dentro limpegno, lo spirito, la volont di mantenere quelle promesse, la propria responsabilit. Per questo una delle offese che si fanno alla Costituzione lindifferenza alla politica, lindifferentismo, che , non qui per fortuna, in questo uditorio ma spesso in larghi strati, in larghe categorie di giovani. E un po una malattia dei
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giovani, lindifferentismo. La politica una brutta cosa. Che me ne importa della politica?. Quando sento pronunciare questo discorso, mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina che qualcheduno di voi conoscer: di quei due migranti, due contadini che attraversano loceano su un piroscafo traballante. Uno di questi contadini dormiva nella stiva e laltro stava sul ponte e si accorgeva che cera una gran burrasca con delle onde altissime. Il piroscafo oscillava e allora quando il contadino, impaurito, domanda ad un marinaio: Ma siamo in pericolo? e quello dice: Se continua questo mare, fra mezzora il bastimento affonda. Allora lui corre nella stiva, va a svegliare il compagno e grida: Beppe, Beppe, Beppe! Che c? Se continua questo mare, fra mezzora il bastimento affonda!. E quello: Che me ne importa, non mica mio. Questo lindifferentismo alla politica: cos bello, cos comodo, la libert c, si vive in regime di libert, ci sono altre cose da fare che interessarsi di politica. Lo so anchio. Il mondo bello, vi sono tante belle cose da vedere e godere oltre che occuparsi di politica. E la politica non una piacevole cosa. Per la libert come laria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso dasfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per ventanni e che io auguro a voi giovani di non sentire mai. E vi auguro di non trovarvi mai a sentire questo senso dangoscia, in quanto vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perch questo senso dangoscia non lo dobbiate provare mai, ricordandovi ogni giorno che sulla libert bisogna vigilare, vigilare dando il proprio contributo alla vita politica. La Costituzione, vedete, laffermazione, scritta in questi articoli che dal punto di vista letterario non sono belli, ma laffermazione solenne della solidariet sociale, della solidariet umana, della sorte comune: che, se va a fondo, va a fondo per tutti questo bastimento. E la carta della propria libert, la carta, per ciascuno di noi, della propria dignit duomo [] Quindi voi, giovani, alla Costituzione dovette dare il vostro spirito, la vostra giovent, farla vivere, sentirla come cosa vostra, metterci dentro il senso civico, la coscienza civica, rendervi conto, rendervi conto, che
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ognuno di noi non solo, non solo; che siamo in pi, che siamo parte anche di un tutto, un tutto nei limiti dellItalia e del mondo.
[Piero Calamandrei, La Costituzione e la giovent, discorso agli studenti milanesi del gennaio 1955, disponibile su: http://www.itccalamandreibari.it/discorso.htm]

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Lo stato sociale
Dal connubio tra stato e mercato del primo dopoguerra presero il via una serie di politiche economiche di orientamento moderatamente keynesiano che avrebbero permesso la costante crescita economica degli anni Cinquanta e Sessanta e una pi equilibrata redistribuzione della ricchezza. Sotto la spinta degli economisti convenuti dall1 al 22 luglio del 1944 alla conferenza di Bretton Woods, sarebbero stati disposti strumenti e istituzioni come la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale con lo scopo specifico di regolamentare attivit economiche e commerciali a livello internazionale. A rendere le riforme ancora pi urgenti e condivise, contribu lespansione minacciosa dellUnione Sovietica, come pure lo spettro di nuove crisi capaci di indebolire il sistema economico liberale, esponendo lOccidente a un nuovo rischio totalitario. Complici gli insegnamenti della guerra, in appena due decenni sarebbe stato compiuto ci che non era riuscito in un secolo di battaglie democratiche e di difficili rivoluzioni. La Gran Bretagna di Attlee e Beveridge, con il suo welfare state ispirato alle teorie economiche di Keynes, avrebbe fornito il modello di un intervento pubblico che, ridistribuendo la ricchezza ai lavoratori in difficolt, avrebbe stabilizzato il sistema economico evitando le pericolose spirali recessive prodotte dai cicli strutturali delleconomica capitalista. Altro aspetto dello stato sociale, gli alti investimenti in istruzione e formazione, indispensabili per la crescita dei cittadini e per la loro competitivit nel mercato del lavoro. La coesione sociale che derivava da questapproccio riformatore avrebbe fatto il resto, sancendo un periodo di elevatissima crescita economica. Leconomista austriaco Schumpeter, cos come il sociologo britannico Marshall, dichiararono con entusiasmo provocatorio di vedere nella piena realizzazione della democrazia lavvento di un liberalismo socialista. Superata la fase della ricostruzione, il connubio tra economia di mercato e intervento regolatore della politica sarebbe stato alla base delle mature socialdemocrazie del secondo dopoguerra, in particolare nei paesi scandinavi e in Germania. In Italia, i nuovi orientamenti democratici avrebbero ispirato in un primo tempo lunit delle organizzazioni sindacali e, pi tardi, alcune politiche riformiste della lunga stagione del centrosinistra.

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John Maynard Keynes: la crisi del 29 e la fine del laissez-faire


Allindomani della crisi del 1929, leconomista Keynes (1883-1946) fu il maggiore ispiratore del new deal e leconomista che pi avrebbe contribuito al ritorno degli poteri pubblici, sconvolgendo la fisionomia dello stato liberale. Alla base delle tesi di Keynes, che serviranno da modello per la ricostruzione economica e culturale del dopoguerra, c la convinzione che le crisi di sovrapproduzione siano strutturali al sistema economico capitalista e che, in assenza di politiche pubbliche che sostengano la domanda, e quindi loccupazione, queste crisi possano portare a una spirale depressiva, destabilizzando la democrazia. A uscire sconfessata, in questo articolo dal titolo La fine del laissez-faire, la capacit di autoregolamentazione dei mercati. Di fatto, Keynes non mette soltanto in discussione il modello economico liberista, ma anche lantropologia che lo anima, dimostrando linadeguatezza della teoria liberale classica e la sua necessaria revisione di fronte ai problemi della societ di massa che linterventismo economico delle dittature europee, purtroppo, aveva saputo meglio raccogliere e interpretare.

Liberiamoci dai principi metafisici o generali sui quali, di tempo in tempo, si basato il laissez-faire. Non vero che gli individui posseggono una libert naturale imposta sulle loro attivit economiche. Non vi alcun patto o contratto che conferisca diritti perpetui a coloro che posseggono o a coloro che acquistano. Il mondo non governato dallalto in modo che gli interessi privati e sociali coincidano sempre. Esso non condotto quaggi in modo che in pratica essi coincidano. Non una deduzione corretta dai principi di economia che linteresse egoistico illuminato operi sempre nellinteresse pubblico. N vero che linteresse egoistico sia generalmente illuminato; pi spesso individui che agiscono separatamente per promuovere i propri fini sono troppo ignoranti o troppo deboli persino per raggiungere questi. Lesperienza non mostra che gli individui, quando costituiscono ununit sociale, siano sempre di vista meno acuta di quando agiscono separatamente. Quindi non possiamo risolvere su basi astratte, ma dobbiamo trattare dei suoi meriti in particolare ci che Burke chiamava uno dei problemi pi belli in legislatura, ossia determinare ci che lo Stato dovrebbe prendere su di s per dirigere merc la pubblica opinione e quanto dovrebbe lasciare, con la minima interferenza possibile,
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allattivit privata. Dobbiamo distinguere fra ci che Bentham, nella sua dimenticata ma utile nomenclatura, usava chiamare agenda e nonagenda, e dobbiamo far questo senza il previo presupposto di Bentham che linterferenza , nello stesso tempo, generalmente inutile e generalmente dannosa. Forse il compito principale degli economisti in questora di distinguere di nuovo lagenda del governo dal nonagenda; ed il compito connesso della politica di escogitare forme di governo, nei limiti della democrazia che siano in grado di compiere lagenda [] La confusione di pensiero e di sentimento porta a una confusione di linguaggio. Molta gente che in realt condanna il capitalismo come sistema di vita, ragiona come se lo condannasse a motivo della sua inefficacia a raggiungere i propri scopi. Al contrario, i devoti del capitalismo sono spesso eccessivamente conservatori e respingono riforme nella sua tecnica, che in realt potrebbero rafforzarlo e preservarlo, per timore che queste si dimostrassero i primi passi dellabbandono del capitalismo stesso. Ci non di meno pu essere prossimo il tempo in cui sar divenuto pi chiaro di adesso ci che andiamo dicendo circa il capitalismo come tecnica efficiente o inefficiente e ci che andiamo dicendo come desiderabile o criticabile in se stesso. Da parte mia, credo che il capitalismo, saviamente governato, pu probabilmente essere reso pi efficiente di qualsiasi altro sistema ora in vista nel raggiungere obbiettivi economici, ma che in se stesso in molte guise estremamente criticabile. Il nostro problema di condurre a termine unorganizzazione sociale che sia la pi efficiente possibile senza offendere le nostre nozioni di un soddisfacente sistema di vita. Il successivo passo innanzi deve venire non da agitazione politica o esperimenti prematuri, ma dalla riflessione. Ci occorre elucidare i nostri propri sentimenti per mezzo di uno sforzo dellintelletto. Presentemente pu accadere che la nostra simpatia e la nostra opinione vengano a trovarsi da due lati differenti, ci che uno stato di mente fastidioso e paralizzante. Nel campo dellazione i riformatori non avranno successo finch essi non potranno perseguire tenacemente uno scopo chiaro e definito con i loro intelletti ed i loro sentimenti daccordo fra loro. Non vi partito al mondo, presentemente, che mi sembri persegua scopi
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giusti con metodi opportuni. La povert materiale fornisce lincentivo al cambiamento precisamente in situazioni in cui vi un margine assai piccolo per gli esperimenti; la prosperit materiale toglie lincentivo proprio quando potrebbe essere prudente tentare la sorte. LEuropa difetta dei mezzi, e lAmerica della volont, di compiere una mossa. Abbiamo bisogno di un nuovo complesso di convinzioni che sorga naturalmente da un esame sereno dei nostri sentimenti interni in relazione con i fatti esteriori.
[John Maynard Keynes, Saggi politici, Milano 1966, pp. 98-108]

Franklin Delano Roosevelt: il nuovo patto dei democratici


Additando le cause e le responsabilit della grande crisi che dal 1929 affligge la societ americana e denunciando linadeguatezza delle risposte politiche della leadership repubblicana, lallora candidato del partito democratico alla presidenza della Repubblica Roosevelt (1882-1945), in un celebre discorso del 1932, si richiama al valore della giustizia sociale con toni che saranno poi ripercorsi da quasi tutti i dirigenti europei alle prese con la ricostruzione del dopoguerra. Negli anni successivi, il new deal si tradurr in unefficace azione di governo, basata sullintervento nelleconomia per combattere la disoccupazione e migliorare le condizioni di vita dei lavoratori.

Stabiliamo qui e subito di riprendere linterrotta marcia del paese lungo il sentiero del vero progresso, della vera giustizia, della vera eguaglianza per tutti i nostri cittadini, grandi e piccoli. Il nostro indomabile dirigente in questa marcia non pi con noi, ma vive ancor oggi il suo spirito. Molti dei suoi capitani, grazie a Dio, sono ancora con noi, per darci un saggio consiglio. Possiamo noi sentire che in tutto ci che facciamo vive con noi se non il corpo, il grande, indomabile, inesauribile, animo progressista del nostro comandante in capo, Woodrow Wilson [] Mentre ci prepariamo a questa nuova battaglia, teniamo sempre presenti alcuni degli ideali del partito: il fatto che il partito democratico, per tradizione e per la perdurante logica della storia, passata e presente, il portatore del liberalismo e del progresso, e nello stesso tempo della
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sicurezza delle nostre istituzioni. E se questo appello fallisse, amici miei, ricordate bene che un risentimento contro il fallimento della dirigenza repubblicana e notate bene che in questa campagna io non user il termine partito repubblicano, ma sempre e comunque, quello di dirigenza repubblicana e il fallimento della dirigenza repubblicana nel risolvere i nostri problemi potr degenerare in uno sfrenato radicalismo [] Affrontare con la reazione questo pericolo del radicalismo significa invitare al disastro. La reazione non una barriera ai radicali. una sfida, una provocazione. La via per affrontare quel pericolo sta nelloffrire un programma possibile di ricostruzione, e il partito che pu farlo quello con le mani pulite. Questo, e solo questo, pu essere una valida protezione contro la cieca reazione da una parte e un opportunismo improvvisato, irresponsabile e senza via duscita dallaltra [] Sappiamo che negli anni precedenti al 1929 questo paese aveva completato un vasto ciclo di espansione e di inflazione: per dieci anni ci siamo sviluppati sulla teoria di por riparo ai danni della guerra, ma in realt espandendoci ben oltre questo livello, e anche ben oltre il nostro sviluppo naturale e normale. Ora vale la pena di ricordare le fredde cifre delle finanze lo provano, che durante quel periodo si verific una caduta scarsa o nulla nei prezzi al consumo, sebbene quelle stesse cifre provino che i costi di produzione caddero grandemente; i profitti che le compagnie industriali ricavarono in quel periodo furono enormi; al contempo ben poco di quei profitti venne devoluto alla riduzione dei prezzi, il consumatore venne dimenticato. Ben poco si trasform in incremento dei salari; il lavoratore venne dimenticato, e non venne mai pagata in nessun modo una proporzione adeguata in dividendi. Anche lazionista venne dimenticato. E, tra laltro, ben poco venne prelevato attraverso la tassazione dal benevolo governo di quegli anni. Quale fu il risultato? Si accumularono enormi surplus societari i pi grandi della storia. Dove andarono, secondo i dettami della delirante speculazione, questi surplus? Diciamo dunque cose che le cifre provano e che possiamo capire. Perch, essi andarono principalmente in due direzioni: in primo luogo, in nuovi e inutili impianti che ora stanno fermi e oziosi; e, in secondo luogo, nel mercato del denaro a breve di
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Wall Street, sia direttamente dalle societ, sia indirettamente attraverso le banche. Questi sono i fatti. Perch nasconderli? Poi venne il crollo. Sapete la storia. I surplus investiti in impianti inutili vennero immobilizzati. Gli uomini persero i loro lavori; la capacit di acquisto si prosciug; le banche si spaventarono e cominciarono a riscuotere i loro crediti. Coloro che disponevano di denaro non volevano separarsene. Il credito si ridusse. Lindustria si ferm. Il commercio diminu, e la disoccupazione crebbe. E qui stiamo oggi. Traducete tutto ci in termini umani. Vedete come gli avvenimenti degli ultimi tre anni hanno toccato alcuni gruppi di persone: in primo luogo, il gruppo che dipende dallindustria; in secondo luogo, il gruppo che dipende dallagricoltura; in terzo luogo, i cosiddetti piccoli investitori e risparmiatori, costituiti in larga misura dai primi due gruppi. Di fatto, il legame pi stretto fra i primi due gruppi, 1agricoltura e lindustria, il fatto che i risparmi e in una certa misura la sicurezza di entrambi sono congiunti in quel terzo gruppo la struttura creditizia della nazione. Non mai accaduto nella storia che gli interessi di tutto il popolo fossero cos fusi in un unico problema economico [] Ancora una parola: lumanit esce da ogni crisi, da ogni tribolazione, da ogni catastrofe, con unaccresciuta dose di consapevolezza e di rispetto con obbiettivi pi elevati. Oggi usciamo da un periodo di scarso rigore intellettuale, di poca moralit, da unera di egoismo, sia tra uomini e donne, che tra nazioni. Non rimproveriamo di ci solo i governi. Rimproveriamo noi stessi in egual misura. Siamo franchi nel riconoscere che molti fra noi hanno obbedito a Mammone, che i profitti della speculazione, la strada facile che non costa fatica, ci hanno attirato dalle vecchie barricate. Per tornare a livelli pi alti, dobbiamo abbandonare i falsi profeti e cercare nuovi governanti di nostra scelta. Mai prima nella storia moderna le differenze sostanziali tra i due principali partiti americani sono state cosi in contrasto come oggi. I leader repubblicani non hanno solo fallito nel concreto, ma hanno dato prova di non possedere una prospettiva nazionale, poich nel momento del disastro essi non hanno avanzato nessuna speranza, non hanno indicato alcuna strada alla gente in basso per ritornare ai luoghi della
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sicurezza e della salvezza del nostro modo di vita americano. In tutta la nazione, uomini e donne, dimenticati dalla filosofia politica del governo degli ultimi anni guardano a noi in cerca di una guida e di una possibilit pi equa di partecipare alla distribuzione della ricchezza nazionale. Nelle campagne, nelle grandi aree metropolitane, nelle citt e nei paesi, milioni di cittadini gioiscono alla speranza che la loro vecchia maniera di vivere e di pensare non sia sparita per sempre. Questi milioni non possono e non debbono sperare invano. Io impegno voi tutti, impegno me stesso, a un nuovo patto (new deal) per il popolo americano. Proclamiamoci, tutti qui riuniti, profeti di un nuovo ordine di competenza e di coraggio. Questa pi di una campagna politica; una chiamata alle armi. Datemi il vostro aiuto, non solo per conquistare voti, ma per vincere questa crociata il cui scopo restituire 1America al suo popolo.
[Franklin Delano Roosevelt, Il discorso del new deal, Roma, 1995, pp. 22-45]

William Henry Beveridge: welfare e sviluppo


Dal 1919 rettore della London School of Economics e dal 37 al 44 dellUniversity College of Oxford, Beveridge (1879-1963) lispiratore della politica economica del governo laburista di Attlee che nel secondo dopoguerra getter i pilastri del welfare state. Piena occupazione, sanit pubblica e gratuita, assistenza e previdenza sociale sono gli obiettivi del suo piano riformatore che pone lassicurazione alla libert dal bisogno come base dei diritti dei cittadini. E che nelle riforme sociali vede una garanzia di stabilit democratica e di crescita economica.

Il bisogno si definisce come insufficienza di reddito per ottenere i mezzi di una sana sussistenza: vitto adeguato, alloggio, vestiario e combustibile. Il piano di sicurezza sociale diretto ad assicurare, mediante un programma completo di assicurazione sociale, che ogni individuo, a condizione che lavori fin tanto che pu e che versi dei contributi detraendoli dai suoi guadagni, abbia un reddito sufficiente per assicurare a s ed alla propria famiglia una sana sussistenza, un reddito che lo sollevi dal bisogno al momento in cui per qualsivoglia ragione egli non possa lavorare
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e guadagnare. Oltre al reddito di sussistenza durante il periodo di interruzione dei guadagni, la relazione propone sussidi per linfanzia, in modo da assicurare che nessun bambino, per quanto numerosa sia la famiglia, debba mai trovarsi in condizione di bisogno, e ogni specie di assistenza sanitaria per tutte le persone in caso di malattia, senza alcun pagamento allatto della prestazione dellassistenza stessa, cos da evitare che alcuno debba soffrire perch non ha i mezzi necessari per pagare il medico o lospedale. [] Mentre il maggior male della disoccupazione risiede, negli effetti sociali ed umani sui disoccupati e sulle relazioni tra i cittadini, la perdita puramente materiale di ricchezza materiale che essa comporta seria. Se le risorse di lavoro della Gran Bretagna non utilizzate tra le due guerre fossero state invece impiegate, si sarebbe potuto, senza alcun ulteriore mutamento, aumentare la produzione totale della collettivit approssimativamente di un ottavo. Analisi delleconomia di guerra. La diagnosi delle condizioni di pace esposta nella parte II non lascia alcun dubbio sulla debolezza centrale delleconomia di mercato non pianificata del passato: la sua incapacit a generare una domanda sufficiente e costante dei prodotti di tale economia, con la maldistribuzione territoriale della domanda e la disorganizzazione del mercato del lavoro come debolezze collaterali che sboccano tutte nella disoccupazione. Per esperienza ripetuta, durante la guerra la disoccupazione scompare.[...] Lesperienza della guerra ha la sua importanza per la pace, indicando che la disoccupazione scompare e che tutti gli, uomini hanno valore quando lo Stato crea una domanda illimitata per un comune scopo che simpone. Con gli spettacolosi risultati della sua economia pianificata la guerra mostra altres quanto grande sia lo spreco della disoccupazione. Infine, lesperienza bellica conferma la possibilit di assicurare la piena occupazione socializzando la domanda senza socializzare la produzione. In tal modo aperta la via per delineare nella parte IV una politica della piena occupazione in tempo di pace.

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Natura di una politica di piena occupazione. Poich la disoccupazione ha tre fonti distinte, lazione contro la disoccupazione deve esser condotta lungo tre linee: mantenere in qualsiasi momento unadeguata spesa complessiva; controllare lubicazione delle industrie; assicurare la mobilit organizzata del lavoro. La prima la linea dellattacco principale; le altre sono sussidiarie, quasi operazioni di rastrellamento. Loccupazione dipende dalla spesa del denaro nei prodotti dellindustria; quando loccupazione diminuisce, segno che qualcuno spende meno; quando aumenta, segno che in totale si spende pi. La prima condizione della piena occupazione che la spesa totale sia sempre tanto alta da provocare la domanda di prodotti dellindustria che non possa essere soddisfatta senza che venga utilizzata lintera forza di lavoro del paese: cosi soltanto il numero di posti vacanti pu essere sempre altrettanto elevato o anche pi elevato del numero degli uomini che cercano lavoro. Chi deve assicurare che la prima condizione sia soddisfatta? La risposta che questa devessere una responsabilit dello Stato. Nessun altro dispone dei poteri necessari e la condizione non e soddisfatta automaticamente. Deve essere funzione dello Stato, in avvenire, quella di assicurare una spesa totale adeguata e per conseguenza di proteggere i propri cittadini contro la disoccupazione in massa, precisamente come oggi funzione dello Stato difende i cittadini contro gli attacchi dallesterno e contro i furti e la violenza allinterno. Laccettazione di questa nuova responsabilit da parte dello Stato, da assolversi qualunque possa essere il governo al potere, segna la linea che noi dobbiamo attraversare, al fine di passar dalla vecchia Inghilterra della disoccupazione in massa, dellinvidia e della paura ad una nuova Inghilterra che dia a tutti occasione di servire.
[William Henry Beveridge, Relazione sullimpiego integrale del lavoro in una societ libera, Londra 1943, p. 5-9]

Il Patto di Roma e lunit sindacale italiana


Nel clima maturato nel dopoguerra, nellaccordo tra le diverse culture sindacali, solidali nella lotta clandestina in periodo fascista, sembrarono scomparire le tradizionali
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divisioni. Fu cos che i dirigenti delle organizzazioni cattoliche, socialiste e comuniste decisero di confluire sotto ununica sigla, quella della Cgidl. Il 3 giungo del 1944, Giuseppe Di Vittorio, Emilio Canevari e Achille Grandi firmarono il Patto di Roma, che nel nome evocava il new deal di Roosevelt, compiendo una decisiva svolta democratica della politica sindacale e coniugando la battaglia per la democrazia con la difesa dei diritti dei lavoratori.

1. costituita la Confederazione generale del lavoro italiana. 2. Direzione provvisoria. La direzione provvisoria composta della segreteria e del consiglio direttivo. La segreteria composta di 3 membri, uno per ciascuna corrente firmataria del presente accordo. il consiglio direttivo composto di altri 15 membri, cinque per ciascuna corrente, e di altri membri in minor numero di altre correnti. Nella scelta dei componenti il consiglio direttivo, si proceder in modo che siano rappresentate il maggior numero di categorie professionali. 3. La direzione provvisoria rimarr in carica fino al congresso confederale, il quale dovr tenersi appena possibile. 4. Carattere del sindacato. Cio se ente di diritto pubblico a contributi obbligatori, o libero. Optando per il sindacato libero, chiedere che una legge dia valore giuridico, ed obbligatorio per tutta la categoria, ai contratti di lavoro stipulati dalle organizzazioni sindacali che abbiano una forte percentuale di aderenti nelle categorie interessate nei contratti stessi. 5. Compiti della Conf. la Cgli lorganizzazione unitaria di tutti i lavoratori salariati e stipendiati, senza distinzione di correnti politiche e religiose. Nelle organizzazioni confederali, deve quindi essere garantito il massimo e reciproco rispetto di tutte le opinioni politiche e di tutte le convinzioni religiose. 6. La Conf. lorgano propulsore coordinatore e direttivo di tutte le attivit sindacali delle organizzazioni aderenti. Essa promuove la solidariet fra tutte le categorie professionali, ed il mutuo appoggio fra la classe operaia e tutti gli altri strati di lavoratori manuali ed intellettuali: contadini, artigiani, tecnici, artisti, professionisti, studenti, ecc. 7. La Conf. si propone la difesa degli interessi professionali ed il miglioramento delle condizioni economiche, morali e culturali dei lavoratori. Essa si propone, inoltre, di assecondare attivamente tutti gli
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sforzi diretti a consolidare e sviluppare le libert popolari, ed a realizzare la pi profonda aspirazione di tutti i proletari: lemancipazione sociale del lavoro. 8. Struttura della Conf. La Conf. composta dei sindacati, delle Camere del lavoro e delle federazioni nazionali professionali. Ladesione dei sindacati alla Conf., alle Cdl ed alle fed. professionali obbligatoria. Ladesione alla Conf. fatta per il tramite delle Cdl; ladesione alle federazioni fatta direttamente. 9. Struttura delle organizzazioni confederali: a) Nelle industrie: al sindacato ed alla federazione aderiscono tutti i salariati e stipendiati operai, impiegati, tecnici appartenenti alla rispettiva industria. Nel sindacato e nella federazione, i tecnici e gli impiegati potranno costituire sezioni proprie per lesame dei problemi particolari della categoria. b) Nellagricoltura: al sindacato ed alla federazione aderiscono i salariati, i braccianti, le maestranze specializzate, gli impiegati ed i tecnici delle aziende agricole e forestali, i coloni ed i mezzadri. Nel sindacato e nella federazione le diverse categorie potranno costituire sezioni proprie per lesame dei loro particolari interessi. c) La stessa facolt di costituire sezioni di categoria sar ammessa anche nei sindacati e nelle federazioni degli addetti al commercio, alle aziende del credito e dellassicurazione, agli addetti ai servizi pubblici; ed ai funzionari dello Stato e delle Amministrazioni pubbliche. 10. La struttura interna dei sindacati democratica. Tutte le cariche sono elettive. Negli organismi dirigenti, dai sindacati locali al centro confederale, deve essere garantita la partecipazione delle minoranze che abbiano un seguito effettivo, in misura proporzionale al numero degli organizzati che rappresentano. 11. Compiti delle organizzazioni confederali. La Camera del lavoro lorgano propulsore coordinatore e dirigente di tutta lattivit sindacale ed assistenziale, di carattere generale, della propria giurisdizione. Alla Confederazione spetta lattivit inerente la stipulazione e la difesa del contratto collettivo di lavoro. 12. La Conf. e le organizzazioni ad essa aderenti rivendicano il diritto di organizzazione e di sciopero per tutte indistintamente le categorie di
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lavoratori, manuali impiegati e tecnici, salariati e stipendiati, dipendenti da aziende private e pubbliche. 13. Il sindacato ha piena libert di iniziativa, ma dovr agire, per tutte le iniziative tendenti alla rinnovazione, al miglioramento ed alla difesa del contratto collettivo di lavoro, in accordo con la propria federazione e con la propria Camera del lavoro. 14. La Conf. e le organizzazioni ad essa aderenti, promuovono la costituzione delle commissioni interne in tutte le aziende o luoghi di lavoro. Le commissioni interne saranno elette da tutti i lavoratori, siano o non organizzati. La direzione provvisoria rediger un regolamento inerente alle elezioni ed al funzionamento delle Commissioni interne. Rapporti con categorie di non salariati.
[Il Patto di Roma del 3 giugno 1944, disponibile su: http://it.wikipedia.org/wiki/Patto_di_Roma]

Il programma di Bad Godesberg


Con il congresso di Bad Godesberg del 1959, il Partito socialdemocratico tedesco compie una svolta storica, rompendo con lideologia rivoluzionaria del marxismo, rivendicando radici cristiane, illuministe e umanistiche e proponendo una visione della giustizia sociale alternativa e contrapposta a quella del comunismo sovietico. La propriet privata riconosciuta come base economica dellorganizzazione sociale e ladesione alla cultura e alla politica dellOccidente espressa apertamente. Lungo il decennio successivo, la Spd incrementer costantemente i propri consensi elettorali, passando dal 31,8% del 1958 al 36,2% del 1961, fino al 42,7% del 1969.

Preambolo: questa la contraddizione del nostro tempo: che luomo ha sprigionato la forza primordiale dellatomo e ora ne teme le conseguenze; ha sviluppato al massimo le forze produttive, accumulando enormi ricchezze, senza fornire a tutti una parte equa della produzione collettiva; ha conquistato gli spazi di questa terra, ha avvicinato i continenti, e ora per blocchi di potenze in armi separano pi che mai i popoli e sistemi totalitari ne minacciano la libert. Perci luomo, ammonito dalle guerre di sterminio e dalla barbarie del suo pi recente passato, teme il futuro, perch in ogni istante, in
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ogni punto del mondo, per un errore umano si pu scatenare il caos dellautodistruzione. Ma questa pure la speranza di questo tempo: che luomo, nellepoca atomica, possa rendere pi facile la propria vita, liberandola dalle preoccupazioni e creando benessere per tutti, imponendo il suo potere, che cresce ogni giorno, sulle forze della natura, solo per scopi pacifici; possa assicurare la pace mondiale, rafforzando lordinamento giuridico internazionale, attenuando la diffidenza tra i popoli e impedendo la corsa agli armamenti; possa, per la prima volta nella sua storia, far s che ognuno sviluppi la propria personalit in una democrazia consolidata per condurre una vita libera e culturalmente varia, al di l del bisogno e della paura. Tutti noi siamo chiamati a risolvere questa contraddizione. Nelle nostre mani la responsabilit di un futuro felice o dellautodistruzione dellumanit. Solo con un nuovo e migliore ordinamento della societ luomo si apre il cammino verso la libert. A questo nuovo e migliore ordinamento aspira il socialismo democratico. I socialisti auspicano una societ nella quale ogni uomo possa sviluppare liberamente la propria personalit e partecipare responsabilmente, come membro al servizio della collettivit, alla vita politica, economica e culturale dellumanit. Libert e giustizia sono luna presupposto dellaltra. La dignit delluomo poggia sia nel diritto alla propria responsabilit personale che nel riconoscimento del diritto dei suoi simili a sviluppare la propria personalit e a partecipare a pari titolo allorganizzazione della societ. I valori fondamentali della volont socialista sono la libert, la giustizia e la solidariet, ossia limpegno reciproco derivante dal legame che unisce la collettivit. Il socialismo democratico, che ha in Europa le sue radici nelletica cristiana, nellumanesimo e nella filosofia classica, non vuole farsi portatore di verit ultime, non per incomprensione n per indifferenza verso le ideologie o le verit religiose, ma per rispetto delle scelte di fede di ognuno, sul cui contenuto non possono decidere n un partito politico n lo Stato.
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La Spd il partito della libert dello spirito. E una comunit di uomini provenienti da diverse tendenze di fede e di pensiero. Il loro accordo si fonda su comuni valori morali e su uguali fini politici. il partito socialdemocratico auspica un ordinamento di vita nello spirito di questi valori fondamentali. il socialismo un impegno continuo, che consiste nel lottare per la conquista della libert e della giustizia, nel difenderle e nel realizzarsi in esse.
[I programmi della socialdemocrazia tedesca, da Bad Godesberg a oggi, Roma 1986, pp. 103-121]

Olaf Palme: le nuove frontiere della questione sociale


Primo ministro svedese dal 1969 al 1974, Olaf Palme (1927-1986) uno dei padri della socialdemocrazia moderna. Ucciso in condizioni ancora oscure, il suo testamento intellettuale e politico ancora oggi di illuminante attualit. La sfida di Palme rintracciare la nuova missione dei democratici laddove la questione sociale appare esaurita e il problema impostosi allinizio del Novecento, di trarre fuori le masse dallindigenza, appare risolto. Nella lettera a Willy Brandt che pubblichiamo, Palme risponde a tali quesiti evocando la necessit di una giustizia globale, dellestensione del benessere acquisito in Occidente ai paesi pi poveri del mondo ed esprimendo una concezione umanistica della democrazia come sfida rinnovata da problemi sempre nuovi e come cammino indefinito delluomo per la propria emancipazione.

Il nostro obiettivo di estendere il processo di democratizzazione a sempre nuovi settori. Il che impedisce che anche per un solo momento dimentichiamo il nostro impegno democratico. Preservare ci che si conseguito nella lotta per la democrazia una premessa per estendere il suo campo dazione a nuovi aspetti della vita sociale. I fautori della rivoluzione in Svezia negli anni passati si sono scissi sempre pi piccole stte nelle quali fomentano le loro dispute interne sulla dottrina pura. Non abbiamo tempo per fantasticherie rivoluzionarie. Abbiamo anche troppo da fare per migliorare la societ. Non possiamo permetterci alcun gioco opportunistico con la violenza n con le parole n nei fatti. Ci preme soprattutto la sicurezza dei cittadini e la loro fiducia in una pacifica convivenza e in scelte prese in maniera democratica.
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La democrazia oltre a significare sicurezza anche una forza che trasforma il sistema. Quando essa ha messo radice non si pu tornare indietro. Si pone per la questione del perch certi campi della societ debbano rimanere chiusi al controllo e alla trasparenza democratica. Come possa essere estesa la democrazia e trovare nuove forme di attuazione? Chi rifiuta il metodo democratico perde anche lopportunit di fondare lo sviluppo sociale sullimpegno e la fiducia popolari e di utilizzare la forza della democrazia come forza trasformatrice del sistema. In tal modo si dimostra anche indifferenza verso i problemi del cittadino medio. Viviamo in un ambiente culturale la cui tradizione determinata da idee e valori etici. In Europa il socialismo democratico, come cita Willy Brandt dal programma di Bad Godesberg ha le sue radici nelletica cristiana, nellumanesimo e nella filosofia classica. In Svezia questa tradizione profondamente ancorata. Ma luomo vive in primo luogo i problemi di ogni giorno. Una idea astratta da sola non sufficiente per un impegno. Si deve chiarire il nesso tra idee e problemi pratici. Si deve indicare come sia possibile risolverli. Un paese povero in via di sviluppo aspira alla sua autonomia dopo anni di dominazione coloniale. Qual la ragione che pu guadagnare il popolo alla causa della indipendenza nazionale? La possibilit concreta di costruire la societ e liberarsi dalla povert. Non sufficiente dire: dobbiamo trasformare il sistema. Ogni sforzo in questa direzione deve collegarsi e fondarsi sulla soluzione di problemi concreti dei cittadini, sul loro bisogno di sicurezza, progresso e sviluppo. Il che si ricollega ai nostri sforzi di avere una visione complessiva dei problemi. Il socialismo richiede come ideologia politica e filosofica forte impegno intellettuale. Ma nello stesso tempo anche straordinariamente pratico. Possiamo conseguire in larga misura il collegamento tra la difficile teoria e il lavoro concreto tramite il dibattito democratico. Il partito socialdemocratico svedese negli anni 30 riuscito a tradurre questa visione complessiva in realt per la soluzione della crisi delloccupazione. In tal modo fu posta la base dellazione del nostro partito per la trasformazione della societ. La disoccupazione degli anni trenta non era solo un problema
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economico ma anche una crisi della democrazia. La democrazia deve mostrare forza operativa in campo sociale. La concezione liberale della democrazia comportava al contrario una limitazione secondo la quale lo Stato democratico non poteva intervenire nelleconomia di mercato neppure per garantire lavoro e sicurezza ai suoi cittadini. La soluzione che attuammo mostr chiaramente che la democrazia aveva superata questo limite. Ora ci troviamo di nuovo di fronte alla stessa problematica. Le differenze di reddito minacciano di ingrandirsi. in corso un enorme processo di trasferimento della popolazione e di concentrazione di capitale e uomini. Lavoratori perdono il loro posto di lavoro. Il nostro ambiente minacciato da una crescente distruzione. Questi sono problemi essenziali della nostra vita di ogni giorno che possono generare facilmente un senso di insicurezza nel futuro. Nel caso che la democrazia non riesca a risolverli, esiste il pericolo dellanarchia, il pericolo che si sviluppi una coscienza elitaria o che forze antidemocratiche si impadroniscono del potere. necessario ravvivare e rinnovare la democrazia alla base. La struttura decisionale democratica corre il rischio di disgregarsi: in seguito alla trasformazione tecnologica, alla concentrazione economica, al rapido trasferimento della popolazione, alla lentezza burocratica. Lo sviluppo della democrazia industriale diventa la questione centrale. La democrazia anche a livello nazionale deve essere estesa a nuovi settori. Le forze tecniche ed economiche sono decisive per la configurazione del futuro. Se questo compito deve essere assunto dalla collettivit allora queste forze devono essere democraticamente guidate e controllate. Il che significa che dobbiamo contare su una pi ampia economia di piano. In Svezia attualmente stiamo elaborando un piano, lo ricordo come esempio, di come utilizzare nel suo complesso il territorio e la propriet terriera. Leconomia di mercato, secondo me, non pu offrire alcuna soluzione a questi problemi, che sono di estrema importanza per lo sviluppo della societ. Le decisioni da prendere non possono essere affidate alleconomia privata. Non possiamo consentire che la corsa al profitto e la logica della concorrenza decidano sulla modificazione dellambiente, sulla sicurezza dei posti di lavoro o sullo sviluppo tecnico. La questione non se vi
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debba essere economia di piano e pi democrazia nella vita economica, ma come elaborare la prima ed organizzare la seconda. Cordiali saluti
[W.Brandt, B.Kreisky, O.Palme, Quale socialismo per lEuropa, Lerici, Cosenza 1976, pp.16-19]

LEuropa oltre la guerra fredda


La fine della seconda guerra mondiale e la spartizione che ne segu avrebbero trasformato il vecchio continente in terreno di confronto tra le nazioni vincitrici, Stati Uniti e Unione Sovietica. I paesi europei sarebbero diventati il centro delle ambizioni geopolitiche delle nuove superpotenze, ma anche un terreno di confronto tra due modelli opposti e alternativi: le democrazie progressive dellOvest e quelle popolari dellEst. Al centro della sfida, la capacit di mobilitare il consenso, la produttivit economica e la stabilit dei sistemi istituzionali. Ma anche loppressione su aree geopolitiche tenute sotto tutela. LEuropa, cos, si andava rivelando un vero e proprio laboratorio politico dove la tensione crescente e gli eccessi della guerra fredda invitavano i democratici a emanciparsi nella ricerca di una terza via tra socialismo e capitalismo. Una terza via che avrebbe potuto contrastare lo straripante imperialismo delle due superpotenze nelle aree meno sviluppate del pianeta, America Latina, Asia e Africa. Ad aver intuito la necessit di istituzioni sovranazionali era stato gi Altiero Spinelli quando, in confino a Ventotene, aveva formulato lidea di unEuropa federale capace di regolare nella pace processi economici non pi limitati allo spazio angusto degli stati-nazione e di prevenire, cos, lesplodere dei conflitti. A restituire nuovo slancio a questa idea sarebbero stati gli orientamenti espressi dallamministrazione di John Fitzgerald Kennedy, la prima dal dopoguerra ben disposta nei confronti dei numerosi governi socialdemocratici, in conformit con quellidea di nuova frontiera che, predicando la distensione con lUnione Sovietica, sembrava chiamare in causa proprio lEuropa. Cos stato, fino agli anni Ottanta, quando Willy Brandt, rompendo un tab e facendosi finalmente portavoce di unEuropa in cerca di piena autonomia, denunci le enormi spese dovute alla corsa agli armamenti, a detrimento delle politiche sociali e di cooperazione internazionale. A rispondergli idealmente, qualche anno dopo, sarebbe stato Mikhail Gorbaciov, prospettando, con la fine
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dellUrss, la nascita di unEuropa dei popoli, modello di democrazia e di sviluppo. I fragili equilibri di una politica internazionale che stritolava lEuropa nelle tensioni crescenti della guerra fredda si avvertono con particolare acutezza in Italia, paese cerniera del confronto tra i blocchi dove il partito comunista pi importante dellOccidente vedeva crescere progressivamente il proprio consenso elettorale. E dove i risvolti sinistri dellimperialismo sulla libert di popoli divisi invitavano a un compromesso per il bene del paese, impedito poi dalle torbide vicende del terrorismo.

Rossi e Spinelli: democrazia e federalismo. LEuropa di domani


Condannati al confino dal regime fascista, due intellettuali democratici guardano allEuropa, ripensandone la storia, per comprendere il presente di una guerra distruttiva e indicare le condizioni di una rinascita futura. La pace, sostengono, sar sempre precaria, e con essa la giustizia e la libert, finch lordine internazionale dipender dalle relazioni di forza tra gli stati. necessario abolire la sovranit statale esterna, perch essa la causa strutturale di ogni conflitto bellico. Lobiettivo primario dei democratici, affermano Spinelli (1907-1986) e Rossi (1897-1967), deve essere il federalismo: la costruzione politica degli Stati Uniti dEuropa.

La crisi della civilt moderna. La civilt moderna ha posto come proprio fondamento il principio della libert, secondo il quale luomo non deve essere un mero strumento altrui, ma un autonomo centro di vita. Con questo codice alla mano si venuto imbastendo un grandioso processo storico a tutti gli aspetti della vita sociale che non lo rispettino: 1. Si affermato leguale diritto a tutte le nazioni di organizzarsi in stati indipendenti. Ogni popolo, individuato nelle sue caratteristiche etniche geografiche linguistiche e storiche, doveva trovare nellorganismo statale, creato per proprio conto secondo la sua particolare concezione della vita politica, lo strumento per soddisfare nel modo migliore ai suoi bisogni, indipendentemente da ogni intervento estraneo. Lideologia dellindipendenza nazionale stata un potente lievito di progresso; ha fatto superare i meschini campanilismi in un senso di pi vasta
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solidariet contro loppressione degli stranieri dominatori; ha eliminato molti degli inciampi che ostacolavano la circolazione degli uomini e delle merci; ha fatto estendere, dentro il territorio di ciascun nuovo stato, alle popolazioni pi arretrate, le istituzioni e gli ordinamenti delle popolazioni pi civili. Essa portava per in s i germi del nazionalismo imperialista, che la nostra generazione ha visto ingigantire fino alla formazione degli Stati totalitari ed allo scatenarsi delle guerre mondiali. 2. La nazione non pi ora considerata come lo storico prodotto della convivenza degli uomini, che, pervenuti, grazie ad un lungo processo, ad una maggiore uniformit di costumi e di aspirazioni, trovano nel loro stato la forma pi efficace per organizzare la vita collettiva entro il quadro di tutta la societ umana. invece divenuta unentit divina, un organismo che deve pensare solo alla propria esistenza ed al proprio sviluppo, senza in alcun modo curarsi del danno che gli altri possono risentirne. La sovranit assoluta degli stati nazionali ha portato alla volont di dominio sugli altri e considera suo spazio vitale territori sempre pi vasti che gli permettano di muoversi liberamente e di assicurarsi i mezzi di esistenza senza dipendere da alcuno. Questa volont di dominio non potrebbe acquietarsi che nellegemonia dello stato pi forte su tutti gli altri asserviti. In conseguenza lo Stato, da tutelatore della libert dei cittadini, si trasformato in padrone di sudditi, tenuti a servirlo con tutte le facolt per rendere massima lefficienza bellica. Anche nei periodi di pace, considerati come soste per la preparazione alle inevitabili guerre successive, la volont dei ceti militari predomina ormai, in molti paesi, su quella dei ceti civili, rendendo sempre pi difficile il funzionamento di ordinamenti politici liberi; la scuola, la scienza, la produzione, lorganismo amministrativo sono principalmente diretti ad aumentare il potenziale bellico; le madri vengono considerate come fattrici di soldati, ed in conseguenza premiate con gli stessi criteri con i quali alle mostre si premiano le bestie prolifiche; i bambini vengono educati fin dalla pi tenera et al mestiere delle armi e dellodio per gli stranieri; le libert individuali si riducono a nulla dal momento che tutti sono militarizzati e continuamente chiamati a prestar servizio militare; le guerre a ripetizione costringono ad abbandonare la famiglia, limpiego,
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gli averi ed a sacrificare la vita stessa per obiettivi di cui nessuno capisce veramente il valore, ed in poche giornate distruggono i risultati di decenni di sforzi compiuti per aumentare il benessere collettivo. 3. Gli Stati totalitari sono quelli che hanno realizzato nel modo pi coerente lunificazione di tutte le forze, attuando il massimo di accentramento e di autarchia, e si sono perci dimostrati gli organismi pi adatti allodierno ambiente internazionale. Basta che una nazione faccia un passo pi avanti verso un pi accentuato totalitarismo, perch sia seguita dalle altre nazioni, trascinate nello stesso solco dalla volont di sopravvivere [] 4. Questa reazionaria civilt totalitaria, dopo aver trionfato in una serie di paesi, ha infine trovato nella Germania nazista la potenza che si ritenuta capace di trarne le ultime conseguenze. Dopo una meticolosa preparazione, approfittando con audacia e senza scrupoli delle rivalit, degli egoismi, della stupidit altrui, trascinando al suo seguito altri stati vassalli europei primo fra i quali lItalia alleandosi col Giappone che persegue fini identici in Asia essa si lanciata nellopera di sopraffazione [] 5. UnEuropa libera e unita premessa necessaria del potenziamento della civilt moderna, di cui lera totalitaria rappresenta un arresto. La fine di questa era sar riprendere immediatamente in pieno il processo storico contro la disuguaglianza ed i privilegi sociali. Tutte le vecchie istituzioni conservatrici che ne impedivano lattuazione saranno crollanti o crollate, e questa loro crisi dovr essere sfruttata con coraggio e decisione. La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovr essere socialista, cio dovr proporsi lemancipazione delle classi lavoratrici e la creazione per esse di condizioni pi umane di vita.
[Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, Il Manifesto di Ventotene, 1941, disponibile su: http://www. regione.lazio.it/web2/contents/europa/sala_stampa/pdf/Manifesto_di_Ventotene.pdf]

John Fitzgerald Kennedy: la nuova frontiera


Eletto nel 1961 in un paese profondamente trasformato da trentanni di crescita economica e sociale, John Fitzgerald Kennedy (1917-1963) incarna licona perfetta del
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cambiamento. Giovane e dinamico, eroe della Seconda guerra mondiale ma moderatamente pacifista e deciso sostenitore dei diritti civili, nei pochi anni della presidenza, bruscamente interrotta dal suo omicidio a Dallas a opera di sconosciuti, Kennedy avrebbe rivoluzionato la societ americana con il connubio tra sviluppo e nuove libert civili, lasciando un importante patrimonio politico per il rinnovamento della cultura democratica. In soli due anni, infatti, avrebbe elevato i salari del 25%, avrebbe realizzato importanti politiche per la casa e avrebbe operato attivamente per la cooperazione internazionale a sostegno dei paesi poveri. Tutte riforme anticipate nel celebre discorso della Nuova Frontiera pronunciato nella convention del 1960, carico di umanesimo sociale e scritto da Arthur Schlesinger Jr., intellettuale e storico, collaboratore di Kennedy, liberamente ispirato agli insegnamenti di Gaetano Salvemini.

Lo sviluppo tecnologico e la superproduzione agricola hanno portato ad una esplosione produttiva. Una rivoluzione nella popolazione urbana ha sovraffollato le nostre scuole, assordato le nostre citt, e saturato i bassifondi. Una rivoluzione pacifica per i diritti civili che chiede la fine della discriminazione razziale, a tutti i livelli della nostra comunit si dibattuta al laccio di un potere esecutivo privo di coraggio. In breve: tempo per una nuova generazione di capi. In tutto il mondo, specie nei paesi giovani, giungono al potere individui giovani, uomini che non sono legati alle tradizioni del passato, uomini che non sono accecati dalle vecchie paure, dai vecchi odi, dalle vecchie rivalit; uomini giovani che possono liberarsi dagli slogan e dalle illusioni del passato [] Perch io mi trovo qui, questa sera, e guardo ad Occidente da quella che era un tempo lestrema frontiera. Abbandonando le terre che si trovano tremila miglia alle nostre spalle, i pionieri disprezzarono i luoghi sicuri, le loro comodit e talvolta la vita, per costruire il nostro nuovo West. Costoro non erano prigionieri dei loro dubbi, n prigionieri dei calcoli di costoro. Erano decisi a fare il nuovo mondo forte e libero: un esempio al mondo intero di come superare le incertezze e le difficolt, di come vincere i nemici che minacciano dallesterno e dallinterno. Qualcuno potr dire che quelle lotte sono ormai superate, che tutti gli orizzonti sono stati esplorati, che tutte le battaglie sono state vinte:
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che non esiste pi una frontiera americana. Ma confido che nessuno in questa assemblea condivida un tale stato danimo. Perch non tutti i problemi sono stati risolti; non tutte le battaglie sono state vinte; e noi ci troviamo oggi sul limitare di una nuova frontiera: la frontiera degli anni sessanta, la frontiera delle occasioni e dei pericoli sconosciuti, la frontiera delle speranze e delle minacce che non si sono tradotte in realt. La Nuova Libert di Woodrow Wilson aveva promesso al nostro paese un nuovo contesto politico ed economico; il New Deal di Franklin D. Roosevelt ha promesso sicurezza e aiuto ai bisognosi; mentre la Nuova Frontiera di cui sto parlando non una serie di promesse, ma una serie di sfide. E si riassume non in quello che io intendo offrire al popolo americano, ma in quello che intendo chiedergli. Fa appello al suo orgoglio, non alla nostra sicurezza, porta con s la promessa di ulteriori sacrifici, anzich di maggior sicurezza. La Nuova Frontiera esiste, che lo vogliamo o no. Al di l di questa frontiera stanno le aree inesplorate della scienza e dello spazio; gli insoluti problemi della pace e della guerra; le sacche ancora non conquistate dellignoranza e dei pregiudizi; gli interrogativi che non hanno avuto risposta della miseria e dei surplus. Sarebbe pi facile ritirarsi da questa Nuova Frontiera, guardare alla sicura mediocrit del passato, lasciarsi cullare dalle buone intenzioni e dalla grande retorica: e chi preferisce questa strada, non dovrebbe votare per me e per il partito democratico. Ma io credo che i tempi richiedano fantasia e coraggio e perseveranza. Io qui chiedo a ciascuno di voi di essere pioniere sulla Nuova Frontiera. Il mio appello si rivolge ai giovani di spirito (indipendentemente dallet), ai forti di spirito (indipendentemente dal partito cui appartengono), a tutti coloro che rispondono allappello: Siate forti ed abbiate coraggio; non lasciatevi prendere dalla paura o dalla delusione. Perch di coraggio, e non di acquiescenza, che abbiamo bisogno oggi; di leadership e non di spicciola capacit contrattuale. E la sola prova valida di una leadership la capacit di guidare, e di guidare energicamente. Un paese stanco, ha detto Lloyd George, un paese conservatore: e gli Stati Uniti non si possono permettere, oggi, di essere n un paese stanco, n conservatore.
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Ci pu ben essere chi vorrebbe udire da me qualcosa di pi: pi promesse a questo o a quel gruppo; pi violenta retorica (come sostituto di una politica) sugli uomini del Cremlino; pi garanzie di un futuro dorato, in cui le tasse siano sempre basse, e i sussidi statali sempre elevati. Ma le mie promesse sono nel programma che voi avete approvato. Non con la retorica raggiungeremo i nostri obiettivi; e potremo aver fiducia solo se avremo fiducia in noi stessi. Perch la dura realt che noi ci troviamo su questa Frontiera, in un momento decisivo della storia. Noi dobbiamo dimostrare di nuovo, ad un mondo in attesa, se il nostro paese concepito com, con la sua libert di scelta, con la sua ampiezza di opportunit, con la sua ricchezza di scelte in grado di competere con il progresso unilaterale del sistema comunista.
[In: Kennedy, Luomo della nuova frontiera, Milano 1964, pp. 215-219]

Willy Brandt: spendere per i poveri, non per le armi


Primo cancelliere socialdemocratico della Repubblica federale tedesca (1969-1974) e premio Nobel per la pace nel 1971, Willy Brandt (1913-1992) il coraggioso artefice della stpolitik, ossia della politica di distensione verso la Germania orientale appartenente al blocco sovietico. Nel brano che pubblichiamo il leader tedesco spende le sue convinzioni di socialdemocratico al servizio della causa della pace e della solidariet tra i popoli, denunciando lo scandalo delle cifre crescenti delle spese militari e delle morti per denutrizione.

La maggior parte di noi non ha la pi pallida idea verso quale record allarmante sia avviata lumanit nel 1985. Probabilmente in tutto il mondo si spender un bilione, vale a dire mille miliardi di dollari, per i pi diversi scopi militari. Stando al cambio attuale si tratta di una cifra che supera i tremila miliardi di marchi. Ci significa dodici zeri dietro al tre: 3.000.000.000.000 Dm. Se si vuol esprimere diversamente questo impressionante dispendio di mezzi si pu dire: ogni minuto, tutti i giorni dellanno, feriali o festivi che siano, gli Stati di questo mondo spendono circa sei milioni di marchi per
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gli armamenti o per altri scopi militari. Al tempo stesso per dovremmo anche sapere che ogni minuto 30 bambini in et al di sotto dei cinque o sei anni muoiono perch non hanno abbastanza da mangiare o perch non dispongono di acqua potabile; perch manca qualsiasi assistenza medica o farmacologica. Nel 1974 si enunciava solennemente lambizioso traguardo: far s che nel giro di un decennio nessun bambino al mondo dovesse andare a dormire a stomaco vuoto. Questo avveniva immediatamente dopo la spaventosa carestia che si era abbattuta sulla regione del Sahel e nel Bangladesh. Nel 1984 presso lUnicef, lente delle Nazioni Unite per lassistenza allinfanzia, si calcolavano 40.000 morti al giorno fra i bambini del gruppo di et che abbiamo sopra citato. La pi recente catastrofe che ha colpito lAfrica Orientale ha scosso molte persone con le impressionanti immagini che giungevano per televisione e che pure riflettevano solo frammenti della spaventosa realt. Tutti dovrebbero sapere ci che dicono gli esperti. Il mondo oggi produce e dispone di prodotti alimentari sufficienti perch tutti gli uomini sulla terra se ne possano nutrire. Io dico: anche se non esistesse altra contraddizione che coinvolga la responsabilit di ciascuno oltre a questa che milioni di bambini devono morire di fame mentre potrebbero essere salvati anche solo con le briciole dei mezzi economici che si spendono per i superarmamenti - essa sola dovrebbe bastare a farei insorgere. E non dovremmo tanto prontamente lasciarci mettere lanimo in pace da sciocchezze elegantemente formulate ad alto livello [...] Qui non
si tratta di considerare i singoli casi, ma piuttosto il principio di fondo e questo perfettamente giusto, cos come lo la proposta di provvedere immediatamente a un dirottamento di mezzi dai bilanci militari nelle proporzioni del dieci o anche solo del cinque per cento. Si tratta anche di chiarire come e in quale misura ci sia anche nellinteresse dei paesi pi ricchi e dei settori privilegiati dellumanit. Ma evidentemente a molti

governatori allOvest e allEst, al Nord come al Sud appare ancora ma per quanto tempo ancora? un errore ridurre le spese militari anche in modesta percentuale, spostando queste cifre a scopi pi produttivi e precisamente per finanziare unopera che risponde tanto a un obbligo morale, al comandamento della solidariet e allamor del prossimo, come pure a un ben inteso interesse diretto anche a un interesse di sicurezza
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a tempi lunghi! di quegli Stati che pi degli altri sarebbero colpiti da questo modesto trasferimento di risorse [] L dove domina la fame di massa non possibile parlare di pace. Chi vuole veramente bandire la guerra, deve anche eliminare la povert di massa. Dal punto di vista morale non fa una gran differenza se gli uomini muoiono in guerra o se vengono condannati a morire di fame. Ma per la comunit internazionale, nella doppia accezione di cittadini moralmente impegnati e di governi responsabili, non esiste compito pi importante, oltre a mettere freno al riarmo, che vincere la fame e le altre forme di povert che si possono evitare. Non dobbiamo lasciarci accecare, n tantomeno paralizzare, dalle cifre gigantesche che diventano quasi inconcepibili. La sfida morale della solidariet umana non si misura del resto sul fatto che le cifre della povert siano superiori e forse in qualche caso inferiori alle valutazioni che conosciamo, ma soltanto sul fatto di poter sfamare creature che non hanno di che nutrirsi a sufficienza. Alla fine dovremmo anche comprendere che la solidariet con coloro che portano un fardello tanto pi greve del nostro anche un mezzo per conquistarsi dei compagni di strada in un mondo che ha un bisogno crescente della collaborazione di tutti; questo vale non da ultimo per leconomia mondiale. Molto facilmente le grosse cifre tonde riducono i molti singoli destini umani a elementi di statistica. Le cifre astronomiche vanno oltre la nostra comprensione. Ricordo benissimo fino a qual punto durante la guerra e nel periodo della dittatura si correva il pericolo di perdere il senso delle dimensioni del sacrificio, il numero dei caduti, degli uccisi, degli imprigionati, di coloro che avevano perduto la propria casa e la propria terra. Talvolta si arrivava al punto di non vederlo neppure. Churchill ebbe a dire: quando un uomo muore una tragedia; quando ne muoiono 100.000 una statistica. pi facile identificarci con cifre pi modeste, in particolare se vengono da un ambiente che ci familiare. Il sacrificio di milioni rischia di diventare una cosa astratta; fra di essi non si ritrova pi il volto amico, lelemento che ce lo rende familiare. Uno zero in pi o in meno finisce col non dirci pi molto [] Nel Terzo Mondo e nel vasto campo dei rapporti Nord-Sud ci scontriamo continuamente con vistose assurdit. Mentre scrivo queste parole non si vede neppure lontanamente come le due grandi superpotenze vogliano
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avanzare sulla strada di serie trattative. Non vedo ai vertici della politica un movimento deciso verso soluzioni definitive delle crisi che riguardano la fame nel mondo e i problemi dei debiti, della disoccupazione e del commercio. A questo si aggiunge la crisi ambientale. Linterrogativo circa la sopravvivenza rimane aperto.
[Willy Brandt, La corsa agli armamenti e la fame nel mondo, Milano 1978, pp. 3-7]

Enrico Berlinguer: il compromesso storico


Allindomani del golpe militare che in Cile aveva rovesciato il governo di unit popolare presieduto dal socialista Salvador Allende, Enrico Berlinguer (1922-1984), segretario del pi grande partito comunista dOccidente, si interroga sui destini del suo paese e sui rischi cui esposta la democrazia repubblicana. Per contrastare le spinte autoritarie e le forze reazionarie, i comunisti italiani devono impegnarsi nella ricostruzione del fronte politico progressista dalla cui unione nata la repubblica. Cos, nel segno della comunione nei valori antifascisti, si profila la strategia del compromesso storico che traghetter definitivamente i comunisti nellarea culturale e politica dei democratici occidentali.

Gli avvenimenti cileni sono stati e sono vissuti come un dramma da milioni di uomini sparsi in tutti i continenti. Si avvertito e si avverte che si tratta di un fatto di portata mondiale, che non solo suscita sentimenti di esecrazione verso i responsabili del golpe reazionario e dei massacri di massa, e di solidariet per chi ne vittima e vi resiste, ma che propone interrogativi i quali appassionano i combattenti della democrazia in ogni paese e muovono alla riflessione [] Anzitutto, gli eventi cileni estendono la consapevolezza, contro ogni illusione, che i caratteri dellimperialismo, e di quello nord-americano in particolare, restano la sopraffazione e la jugulazione economica e politica, lo spirito di aggressione e di conquista, la tendenza ad opprimere i popoli e a privarli della loro indipendenza, libert e unit ogni qualvolta le circostanze concrete e i rapporti di forza lo consentano. In secondo luogo, gli avvenimenti in Cile mettono in piena evidenza chi sono e dove stanno, nei paesi del cosiddetto mondo libero, i nemici
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della democrazia. Lopinione pubblica di questi paesi, bombardata da anni e da decenni da una propaganda che addita nel movimento operaio, nei socialisti e nei comunisti i nemici della democrazia, ha oggi davanti a s una nuova lampante prova che le classi dominanti borghesi e i partiti che le rappresentano o se ne lasciano asservire, sono pronti a distruggere ogni libert e a calpestare ogni diritto civile e ogni principio umano quando sono colpiti o minacciati i propri privilegi ed il proprio potere [] Gli avvenimenti cileni ci sollecitano ad una riflessione attenta che non riguarda solo il quadro internazionale ed i problemi della politica estera, ma anche quelli relativi alla lotta ed alla prospettiva della trasformazione democratica e socialista del nostro paese [] Dopo la liberazione, riconquistate le libert democratiche, 1Italia si trov nelle condizioni di paese occupato dagli eserciti delle potenze capitalistiche (Stati Uniti, Gran Bretagna). Questo dato di fatto non poteva davvero essere sottovalutato cos come successivamente e ancor oggi non pu essere sottovalutato il dato che abbiamo gi ricordato costituito dalla collocazione dellItalia in un determinato blocco politico-militare. Dove, come nella Grecia del 1945, questa condizione internazionale non fu considerata in tutte le sue implicazioni, il movimento operaio e comunista and incontro allavventura, sub una tragica sconfitta e venne ricacciato indietro, in quellasituazione di clandestinit dalla quale era appena uscito. Ma non fu questo il solo fattore che determin le nostre scelte di strategia e di tattica. Il senso pi profondo della svolta stava nella necessit e nella volont del partito comunista di fare i conti con tutta la storia italiana, e quindi anche con tutte le forze storiche (dispirazione socialista, cattolica o di altre ispirazioni democratiche) che erano presenti sulla scena del paese e che si battevano insieme a noi per la democrazia, per lindipendenza del paese e per la sua unit. La novit stava nel fatto che nel corso della guerra di liberazione si era creata una unit che comprendeva tutte queste forze. Si trattava di una unit che si estendeva dal proletariato, dai contadini, da vasti strati della piccola borghesia fino a gruppi della media borghesia progressiva, a gran parte del movimento cattolico di massa e anche a formazioni e quadri delle forze armate.
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Noi eravamo stati in prima fila tra i promotori, organizzatori e dirigenti di questa unit, che possedeva un suo programma di rinnovamento di tutta la vita del paese, un programma che non venne formulato in tavole scritte se non parzialmente, ma era orientato verso la instaurazione di un regime di democrazia politica avanzata, riforme profonde di tutto lordinamento economico e sociale e lavvento alla direzione della societ di un nuovo blocco di forze progressive. La nostra politica consistette nel lottare in modo aperto e coerente per questa soluzione, la quale comportava uno sviluppo democratico e un rinnovamento sociale orientati nella direzione del socialismo. Non , dunque, che noi dovessimo fare una scelta tra la via di una insurrezione legata alla prospettiva di una sconfitta, e di una via di evoluzione tranquilla, priva di asprezze e di rischi. La via aperta davanti a noi era una sola, dettata dalle circostanze oggettive, dalle vittorie riportate combattendo e dalla unita e dal programmi sorti nella lotta. Si trattava di guidare e spingere avanti, sforzandosi di superare e spezzare tutti gli ostacoli e le resistenze, un movimento reale di massa, che usciva vittorioso dalle prove di una guerra civile. Questo era il compito pi rivoluzionano che allora si ponesse, e per adempierlo concentrammo le forze. Cos Togliatti si esprimeva in quella magistrale sintesi della nostra politica con la quale apr il rapporto presentato al X Congresso del partito. Sappiamo bene che la politica di rottura dellunit delle forze popolari e antifasciste perseguita dai gruppi conservatori e reazionari interni e internazionali e dalla Democrazia cristiana una politica che il paese ha pagato duramente ha interrotto il processo di rinnovamento avviato dalla Resistenza. Essa non per riuscita a chiuderlo. Un esteso e robusto tessuto unitario ha resistito nel paese e nelle coscienze a tutti i tentativi di lacerazione; e questo tessuto, negli ultimi anni, ha ripreso a svilupparsi, sul piano sociale e su quello politico, in forme nuove, certo, ma che hanno per protagoniste le stesse forze storiche che si erano unite nella Resistenza. Il compito nostro essenziale ed un compito che pu essere assolto dunque quello di estendere il tessuto unitario, di raccogliere attorno
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a un programma di lotta per il risanamento e rinnovamento democratico dellintera societ e dello Stato la grande maggioranza del popolo, di far corrispondere a questo programma e a questa maggioranza uno schieramento di forze politiche capace di realizzarlo. Solo questa linea e nessunaltra pu isolare e sconfiggere i gruppi conservatori e reazionari, pu dare alla democrazia solidit e forza invincibile, pu far avanzare la trasformazione della societ. In pari tempo, solo percorrendo questa strada si, possono creare fin dora le condizioni per costruire una societ e uno Stato socialista che garantiscano il pieno esercizio e lo sviluppo di tutte le libert. Abbiamo sempre saputo e sappiamo che lavanzata delle classi lavoratrici e della democrazia sar contrastata con tutti i mezzi possibili dai gruppi sociali dominanti e dai loro apparati di potere. E sappiamo, come mostra ancora una volta la tragica esperienza cilena, che questa reazione antidemocratica tende a farsi pi violenta e feroce quando le forze popolari cominciano a conquistate le leve fondamentali del potere nello Stato e nella societ. Ma quale conclusione dobbiamo trarre da questa consapevolezza? Forse quella proposta da certi sciagurati. di abbandonare il terreno democratico e unitario per scegliere unaltra strategia fatta di fumisterie, ma della quale comunque chiarissimo 1esito rapido e inevitabile di un isolamento della avanguardia e della sua sconfitta? Noi pensiamo, al contrario, che, se i gruppi sociali dominanti puntano a rompere il quadro democratico, a spaccare in due il paese e a scatenare la violenza reazionaria, questo deve spingerei ancora pi a tenere saldamente nelle nostre mani la causa della difesa della libert e del progresso democratico, a evitare la divisione verticale del paese e a impegnarci con ancora maggiore decisione, intelligenza e pazienza a isolare i gruppi reazionari e a ricercare ogni possibile intesa e convergenza tra tutte le forze popolari.
[Enrico Berlinguer, Riflessioni sullItalia dopo i fatti del Cile, apparso su Rinascita del 28 settembre 1973]

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Aldo Moro: convergenze democratiche


A qualche giorno dai fatti del Cile e dallassassinio del presidente Allende, Aldo Moro (1916-1978), si dichiara pronto a tendere la mano al Partito comunista per difendere la repubblica dalla violenza terrorista e dal rischio di svolte autoritarie, proponendo allattenzione dellopinione pubblica unispirata riflessione sugli scopi della vita collettiva e sul senso dellagire politico, profondamente improntata di sentimento religioso e al tempo stesso autenticamente laica.

Le feste cristiane conservano, anche in una societ largamente laica, il potere di commuovere gli animi e predisporre ad una nuova considerazione pi attenta delle cose. La Pasqua evoca la redenzione delluomo, che in fondo la meta di ogni sforzo morale e di ogni impegno politico. Se la redenzione laffermazione di un valore fuori discussione e perci, in se, perfetta e compiuta, molti disegni di vita individuale e sociale sono invece in via di faticosa attuazione ed incontrano difficolt gravi e talvolta insuperabili. Ma il principio resta, illuminante e stimolante. Il significato di questa giornata nel riscontrare che, in modo mirabile e misterioso, vi sono oggi, vi sono ora tutte le condizioni, perch luomo sia salvo, salvo per tutta intera lestensione dellesperienza umana. un giorno di gioia, perch la salvezza alla nostra portata. Ma anche un giorno di preoccupazione, di critica e di ripensamento nel raffronto tra lenorme possibilit offerta ed il ritardo, la limitatezza, la precariet di ogni conquista umana; tra il bene dellarmonia e della pace, il quale contrassegna la pienezza della vita, e la realt delle divisioni che separano luomo dalluomo e lacerano il mondo. La storia sarebbe estremamente deludente e scoraggiante se non fosse riscattata dallannuncio, sempre presente, della salvezza e della speranza. E non parlo naturalmente solo di salvezza e di speranza religiose. Parlo, pi in generale, di salvezza e di speranza umane che si dischiudono a tutti coloro che hanno buona volont. La gioia pasquale, della redenzione delluomo, della pienezza delluomo, della comune dignit e concordia degli uomini che sono chiamati a vivere insieme, non lascia nessuno indifferente, proprio perch essa corrisponde ad una esperienza pi larga e costituisce il simbolo altamente emotivo della generale vocazione ad andare al di l
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comunque di se stessi e a dare senso pi pieno ed autentica dignit alla vita. Lesperienza politica, come esigenza di realizzare la giustizia nellordine sociale, di superare la tentazione del particolare, per attingere valori universali, coinvolta dunque nello sforzo di fare, mediante il consenso e la legge, luomo pi uomo e la societ pi giusta. Il che vuol dire perseguire, con gradualit e limiti certo inevitabili, la salvezza annunciata, ad un tempo luminosamente certa e paurosamente lontana. Questo pu essere forse un rasserenante richiamo in una giornata come questa. Tutto quello che si muove nel mondo, sia nel chiuso insondabile delle coscienze sia nella grande arena del collettivo e dellesterno, ha la stessa molla che lo muove, la stessa difficolt che lo mette alla prova, lo stesso sforzo e sacrificio che lo contrassegna, la stessa nobilt di un traguardo esaltante. Possiamo tutti insieme, dobbiamo tutti insieme sperare, provare, soffrire, creare, per rendere reale, al limite delle possibilit, sul piano personale come su quello sociale, due piani appunto che si collegano e sinfluenzano profondamente, un destino irrinunciabile che segna il riscatto dalla meschinit e dallegoismo. In questo muovere tutti verso una vita pi alta, c naturalmente spazio per la diversit, il contrasto, perfino la tensione. Eppure, anche se talvolta profondamente divisi, anche ponendoci, se necessario, come avversari, sappiamo di avere in comune, ciascuno per la propria strada, la possibilit e il dovere di andare pi lontano e pi in alto. La diversit che c tra noi non cimpedisce di sentirci partecipi di una grande conquista umana. Non importante che pensiamo le stesse cose, che immaginiamo e speriamo lo stesso identico destino; ma invece straordinariamente importante che, ferma la fede di ciascuno nel proprio originale contributo per la salvezza delluomo e del mondo, tutti abbiano il proprio libero respiro, tutti il proprio spazio intangibile nel quale vivere la propria esperienza di rinnovamento e di verit, tutti collegati luno allaltro nella comune accettazione di essenziali ragioni di libert, di rispetto e di dialogo. La pace civile corrisponde puntualmente a questa grande vicenda del libero progresso umano, nella quale rispetto e riconoscimento emergono spontanei, mentre si lavora ciascuno a proprio modo, ad escludere cose mediocri, per fare posto a cose grandi.
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Il motivo che pi amareggia e offusca la speranza di questi giorni la constatazione non tanto della divisione, quanto di una divisione sottolineata e difesa dalla forza brutale ed ingiusta; della violenza aperta e di quella paurosamente tramata nellombra e non per contrastare altra violenza cristallizzata e potente, ma proprio per contestare la libert, nella quale si cammina verso il superamento di un passato finito e lapertura di nuovi e pi ampi orizzonti. C, soprattutto in questi giorni, del male personale e sociale da sradicare e del bene, visibile o, com pi probabile, non visibile, da esaltare. Ma c, in tutta evidenza, lo squallido spettacolo della violenza, sempre meno episodico, purtroppo, sempre pi finalizzato alla degradazione ed allimbarbarimento della vita, di fronte al quale nostro dovere prendere posizione. Ne sono corrose le basi della convivenza civile ed messo in causa lo Stato. Restaurare lo Stato, rispettoso dei diritti ma intransigente contro ogni violazione specie quelle che toccano la vita democratica, e uninderogabile esigenza politica, da attuare con il minor numero possibile di parole ed invece con fatti stringati, come i tempi stringenti richiedono. Si chiamano in causa utili convergenze delle forze politiche sulle quali doveroso portare lattenzione con grande seriet e responsabilit. Ma tutto questo non sarebbe appropriatamente evocato nel giorno di Pasqua, mentre la gioia della liberazione fortemente attenuata da incredibili contestazioni dei valori della convivenza, se si trattasse solo di un fatto politico che richieda un attento ripensamento nel suo proprio ambito. Ma c di pi, che siamo posti dinanzi ad un fatto allarmante che va cancellato essenzialmente nel nostro spirito; un segno vistoso di quella inammissibile vecchiezza, di quella insopportabile stortura, di quelloffesa allumanit, per sradicare le quali, tra laltro stato pagato un cos alto riscatto e reso possibile un consolante annuncio di salvezza, di dignit, di libert e di pace.
[Aldo Moro, Agire uniti nella diversit, apparso sul Giorno il 10 aprile 1977]

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Mikhail Gorbaciov: la casa comune europea


A qualche mese dal crollo del muro di Berlino, Mikhail Gorbaciov, coraggioso segretario del Partito comunista e presidente dellUnione Sovietica propone, in un discorso pronunciato il 6 luglio del 1989 al Parlamento europeo di Strasburgo, la progressiva svolta democratica del proprio paese come inizio di una nuova era. Quella di una terza via che, liberando lEuropa dalla contrapposizione tra i due blocchi, possa fare del vecchio continente un laboratorio politico per la prosperit, la pace e la coesione tra i popoli. Gli auspici di Gorbaciov verranno stroncati bruscamente nel 1991 dal tentativo di golpe di Janaev e dallascesa al potere di Boris Eltsin. Ma lidea di ricerca di una terza via tra socialismo e capitalismo avrebbe animato a lungo le aspettative dei cittadini e dei democratici europei.

Adesso che il XX secolo volge al termine, e che il dopoguerra e la guerra fredda vengono relegati nel passato, gli europei hanno effettivamente dinanzi a s leccezionale opportunit di rivestire un ruolo degno del loro passato, del loro potenziale economico e spirituale, nella costruzione di un mondo nuovo. La comunit mondiale oggi pi che mai sta attraversando profondi mutamenti. Molte sue componenti si trovano a una svolta cruciale. Cambiano decisamente la base materiale della vita e i suoi parametri spirituali. Sorgono fattori di progresso nuovi e sempre pi possenti. Ma nel contempo continuano a sussistere e addirittura a crescere i pericoli legati a questo stesso progresso.[] Ci vero per tutta lumanit. Ma per lEuropa tre volte di pi: sia nel senso della responsabilit storica, sia nel senso della gravit e dellurgenza dei problemi e dei compiti, sia nel senso delle sue possibilit. La peculiarit della situazione in Europa consiste anche nel fatto che il nostro continente pu far fronte a tutto questo, pu rispondere alle speranze dei propri popoli e assolvere il proprio dovere internazionale nella nuova fase della storia mondiale, solo riconoscendo la propria integrit e traendo da ci le giuste conclusioni.[] Lappartenenza degli Stati dellEuropa a diversi sistemi sociali una realt. E il riconoscimento di questo dato storico, il rispetto del diritto sovrano di ciascun popolo di scegliere lordinamento sociale che desidera sono il presupposto pi importante di un positivo processo europeo.
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Gli ordinamenti sociali e politici di questo o quel paese sono cambiati in passato e possono cambiare anche in futuro. Tuttavia ci riguarda esclusivamente gli stessi popoli, le loro scelte. Qualsiasi ingerenza negli affari interni, qualsiasi tentativo di limitare la sovranit degli Stati sia amici che alleati, sia di qualunque altro genere sono inammissibili. Le differenze tra gli Stati non sono eliminabili. Esse, come abbiamo gi avuto modo di rilevare, sono anzi salutari. Purch, naturalmente, la competizione tra i diversi tipi di societ miri alla creazione di migliori condizioni materiali e spirituali di vita per gli uomini. Grazie alla perestrojka, lUrss potr prendere parte attiva a questa competizione leale, equa e costruttiva. Nonostante tutti i difetti e i ritardi odierni, noi conosciamo bene gli aspetti positivi del nostro ordinamento sociale, che derivano dalle sue caratteristiche essenziali. E siamo certi che sapremo realizzarli per il nostro bene e per il bene dellEuropa. ora di archiviare i postulati della guerra fredda, quando lEuropa era vista come unarena di confronto, suddivisa in sfere di influenza e in feudi personali, come oggetto di contrapposizione militare: un teatro di operazioni belliche. Nel mondo interdipendente di oggi le idee geopolitiche, frutto di unaltra epoca, risultano altrettanto sterili nella politica reale, quanto le leggi della meccanica classica nella teoria dei quanti [] Nel corso dei secoli lEuropa ha dato un contributo insostituibile alla politica mondiale, alleconomia, alla cultura, allo sviluppo di tutta la civilt. Il suo ruolo storico universale riconosciuto e rispettato ovunque. Non dimentichiamo, tuttavia, che le metastasi della schiavit coloniale si sono diffuse dallEuropa in tutto il mondo. Qui nato il fascismo. Qui sono iniziate le guerre pi devastanti. E lEuropa, che pu andare legittimamente fiera delle proprie conquiste, ancora non si affrancata dai suoi debiti verso lumanit. Questo deve ancora farlo. E deve farlo perseguendo trasformazioni dei rapporti internazionali in uno spirito di umanitarismo, di parit dei diritti e di giustizia, dando lesempio con la democrazia e le conquiste sociali. Il processo di Helsinki ha gi avviato questo grande lavoro di portata universale. Vienna e Stoccolma lo hanno condotto a traguardi sostanzialmente nuovi. I documenti che vi
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sono stati approvati sono oggi la massima manifestazione della cultura politica e delle tradizioni morali dei popoli europei. Adesso tutti noi, tutti i partecipanti al processo europeo, dobbiamo sfruttare al massimo i presupposti creati con il nostro lavoro comune. A ci mira anche la nostra idea della casa comune europea.
[Mikhail Gorbaciov, La casa comune europea. Milano 1989, pp. 210-215]

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I cattolici democratici nel XXI secolo


Una sezione a s merita la vicenda dei cattolici democratici, il Concilio Vaticano II, la ricerca che contribu allaggiornamento del cattolicesimo in politica e, assumendo su di s molte delle battaglie delle democrazie contemporanee, al rilancio della causa sociale della Chiesa e alla nascita di movimenti di liberazione dei popoli dalloppressione imperialista. Aperto da Giovanni XXIII il 25 gennaio del 1959, incoraggiando laccordo tra democristiani e socialisti che in Italia avrebbe portato alla nascita del primo centrosinistra, il Concilio vide la partecipazione di cardinali, patriarchi e vescovi di tutto il mondo. Al centro della ricerca teologica ed ecclesiale, lapertura della Chiesa alla lettura dei segni dei tempi. I tre anni di lavori vennero improntati a unevidente natura pastorale che non produsse la proclamazione di nuovi dogmi, ma predispose gli strumenti per adeguare lesegesi delle Sacre Scritture alla sfide della contemporaneit. Nella costituzione Dei Verbum, si incoraggi la traduzione della Bibbia nelle lingue nazionali, nel contesto della nuova messa non pi in latino. Nella Lumen Gentium si diede centralit ai laici, si concep una struttura pi pluralista della Curia, aprendo al sacerdozio comune dei laici. Riprendendo alcune tesi luterane condannate nel Concilio di Trento, si ridisegn il ruolo di mediazione della Chiesa tra fedeli e verit rivelata. Nella Gaudium et Spes, si riconobbero gli errori storici della Chiesa, si condannarono le persecuzioni, venne ribadito il valore civile delle lotte operaie e si afferm il dialogo necessario tra sapere religioso e sapere laico, avvalorando lutilit di questultimo per la stessa intelligenza della fede. Nelle Unitatis Redintegratio e Nostra Aetate si ripudi lantisemitismo teologico, riconoscendo lesistenza di semi di verit nelle altre Chiese cristiane. Il vasto rinnovamento compiuto da Giovanni XXIII e concluso dopo la sua morte da Paolo VI avrebbe permesso alla Chiesa di rimanere un punto di riferimento critico e dinamico, utile alla crescita delle democrazie contemporanee.

Jacques Maritain: il cristianesimo e la democrazia


In chiusura del concilio Vaticano II, sar a Jacques Maritain che Paolo VI consegner il messaggio della Chiesa agli uomini di scienza e di pensiero. Maritain, formulatore
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del neotomismo e propugnatore di un umanesimo integrale capace di porre rimedio ai mali che affliggono luomo contemporaneo, durante la guerra si era battuto contro ogni totalitarismo, chiedendo alla Curia di Pio XII di prendere una posizione esplicita contro lOlocausto e le persecuzioni degli ebrei. In questo testo, scritto in esilio durante il conflitto mondiale, il filosofo francese rivendica un cristianesimo schierato dalla parte della democrazia, elaborando concetti che, dopo due decenni di silenzioso progresso, sarebbero stati ripresi proprio dal Concilio Vaticano II.

Come dimostrato da Bergson nelle sue analisi profonde, i filosofi hanno predicato lo slancio di un amore infinitamente pi forte della filantropia, poich lamore del creatore presente e vivo in noi a rendere ogni essere umano nostro prossimo, a schiudere alla dedizione umana le frontiere chiuse dei gruppi sociali naturali, gruppi familiari e gruppi nazionali, dilatandoli fino al genere umano tutto intero. Senza rompere legami di carne e di sangue, di interesse, di tradizione e di fierezza di cui il corpo politico ha bisogno, e senza distruggere le leggi severe della sua esistenza e della sua conservazione, un tale amore esteso a tutti gli uomini trascende e trasforma dallinterno la vita dei gruppi e tende a integrare lumanit intera in una comunit della nazioni e dei popoli dove gli uomini saranno riconciliati. Perch il regno di Dio non avaro, la comunione che costituisce il suo privilegio soprannaturale, non da lui serbta gelosamente, ma vuole che si spanda e che si rifletta al di fuori dei suoi confini, sotto le forme imperfette e nel mondo dei conflitti, della malizia e del duro lavoro rappresentato dalluniverso temporale. Qui risiede il principio pi profondo delldeale democratico. Ed per questa ragione che Bergson scrive: La democrazia dessenza evangelica e ha per motore lamore. Ecco, cos, che lideale democratico va in senso inverso alla natura, di cui lamore evangelico non la legge. Le citt antiche furono false democrazie, costruite sulla schiavit, sbarazzate, grazie a questa iniquit fondamentale, dai problemi pi ingombranti e angoscianti. La democrazia un paradosso e una sfida alla natura, a questa natura umana ingrata e ferita di cui evoca le aspirazioni originaire e le riserve di grandezza. Nellideale democratico, e nello stato danimo democratico, dobbiamo vedere, scrive Bergson, un grande sforzo inverso alla natura: che non significa uno sforzo contrario alla natura, ma uno sforzo per
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raddrizzare la natura, uno sforzo legato agli sviluppi della ragione e della giustizia che deve compiersi nella storia sotto il fermento cristiano; uno sforzo che chiede alla natura e allordine temporale di essere sollevati dal loro ordine proprio, dallordine del movimento della civilt, grazie allazione di questo fermento. Se lo sviluppo del macchinismo e le gradi conquiste di cui disponiamo lo spettacolo nellordine della materia e della tecnica esigono un supplemento di anima per divenire strumenti di liberazione, grazie a questo supplemento di anima che la democrazia si realizzar. Poich il suo progresso legato alla spiritualizzazione dellesistenza profana.
[Jacques Maritain, Christianisme et dmocratie, New York 1943, pp. 72-75]

Il concilio Vaticano II: la Chiesa nel mondo contemporaneo


I diritti delle persone, delle famiglie e dei gruppi e il loro esercizio devono essere riconosciuti, rispettati e promossi, non meno dei doveri ai quali ogni cittadino tenuto. I valori della democrazia diventano patrimonio della Chiesa con il Concilio Vaticano II (1962), voluto da papa Giovanni XXIII (1881-1963), sotto la cui guida il cattolicesimo si avvia verso il terzo millennio, con nuovo slancio umanista, spirituale e pastorale, nel segno del dialogo interreligioso e della valorizzazione delle chiese locali. Di particolare importanza politica, il nuovo vigore dato alla dottrina sociale della Chiesa, nel ribadito riconoscimento dellautonomia e della dignit dellassociazionismo laico e a sostegno dei lavoratori e dei pi umili.

Lordine dellattivit umana a) Lattivit umana, invero, come deriva dalluomo, cos ordinata alluomo. Luomo, infatti, quando lavora, non soltanto modifica le cose della societ, ma anche perfeziona se stesso. Apprende molte cose, sviluppa le sue facolt, portato a uscire da s e a superarsi. Tale sviluppo, se ben compreso, vale pi delle ricchezze esteriori che si possono accumulare. b) Luomo vale pi per quello che che per quello che ha (5). Parimenti tutto ci che gli uomini compiono allo scopo di conseguire
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una maggiore giustizia, una pi estesa fraternit e un ordine pi umano nei rapporti sociali, ha pi valore del progressi in campo tecnico. Questi, infatti, possono fornire, per cos dire, la materia della promozione umana, ma da soli non valgono in nessun modo ad effettuarla. c) Pertanto questa la norma della attivit umana: che secondo il disegno di Dio e la sua volont essa corrisponda al vero bene dellumanit, e permetta alluomo singolo o posto entro la societ di coltivare e di attuare la sua integrale vocazione. La legittima autonomia delle realt terrene a) Molti nostri contemporanei, per, sembrano temere che, se si fanno troppo stretti i legami tra attivit umana e religione, venga impedita lautonomia degli uomini, delle societ, delle scienze. b) Se per autonomia delle realt terrene intendiamo che le cose create e le stesse societ hanno leggi e valori propri, che luomo gradatamente deve scoprire, usare e ordinare, allora si tratta di una esigenza legittima, che non solo postulata dagli uomini del nostro tempo, ma anche conforme al volere del Creatore. Infatti dalla stessa loro condizione di creature che le cose tutte ricevono la loro propria consistenza, verit, bont, le loro leggi proprie e il loro ordine; e tutto ci luomo tenuto a rispettare, riconoscendo le esigenze di metodo proprie di ogni singola scienza o arte. Perci la ricerca metodica di ogni disciplina, se procede in maniera veramente scientifica e secondo le norme morali, non sar mai in reale contrasto con la fede, perch le realt profane e le realt della fede hanno origine dal medesimo Iddio. Anzi, chi si sforza con umilt e con perseveranza di scandagliare i segreti della realt, anche senza avvertirlo viene come condotto dalla mano di Dio, il quale, mantenendo in esistenza tutte le cose, fa che siano quelle che sono. A questo punto, ci sia concesso di deplorare certi atteggiamenti mentali, che talvolta non mancano nemmeno tra i cristiani, derivati dal non avere sufficientemente percepito la legittima autonomia della scienza, e che, suscitando contese e controversie, trascinarono molti spiriti a tal punto da ritenere che scienza e fede si oppongano tra loro []

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Laiuto che la Chiesa riceve dal mondo contemporaneo a) Come importante per il mondo che esso riconosca la Chiesa quale realt sociale della storia e suo fermento, cos pure la Chiesa non ignora quanto essa abbia ricevuto dalla storia e dallo sviluppo del genere umano. b) Lesperienza dei secoli passati, il progresso della scienza, i tesori nascosti nelle varie forme di cultura umana, attraverso cui si svela pi appieno la natura stessa delluomo e si aprono nuove vie verso la Verit, tutto ci di vantaggio anche per la Chiesa. Essa, infatti, fin dagli inizi della sua storia, impar ad esprimere il messaggio di Cristo ricorrendo ai concetti e alle lingue dei diversi popoli; e inoltre si sforz di illustrarlo con la sapienza dei filosofi: allo scopo, cio: di adattare, quanto conveniva, il Vangelo sia alla capacit di tutti sia alle esigenze dei sapienti. E tale adattamento della predicazione della Parola Rivelata deve rimanere legge di ogni evangelizzazione. Cos, infatti, viene sollecitata in ogni popolo la capacit di esprimere secondo il modo proprio il messaggio di Cristo, e al tempo stesso viene promosso uno scambio vitale tra la Chiesa e le diverse culture dei popoli (22). Allo scopo di accrescere tale scambio, oggi, soprattutto, che i cambiamenti sono cos rapidi e tanto vari i modi di pensare, la Chiesa ha bisogno particolare dellaiuto di coloro che, vivendo nel mondo, sono esperti nelle varie istituzioni e discipline, e ne capiscono la mentalit. si tratti di credenti o di non credenti. dovere di tutto il Popolo di Dio, soprattutto dei pastori e del teologi, con laiuto dello Spirito Santo, di ascoltare attentamente, capire e interpretare i vari modi di parlare del nostro tempo, e di saperli giudicare alla luce della Parola di Dio, perch la Verit rivelata sia capita sempre pi a fondo, sia meglio compresa e possa venire presentata in forma pi adatta. c) La Chiesa, avendo una struttura sociale visibile, che appunto segno della sua unit in Cristo, pu far tesoro, e lo fa, dello sviluppo della vita sociale umana, non quasi le manchi qualcosa alla costituzione datale da Cristo, ma per conoscere questa pi profondamente, per meglio esprimerla e per adattarla con pi successo ai nostri tempi. Essa sente con gratitudine di ricevere, nella sua comunit non meno che nei suoi figli singoli, vari aiuti dagli uomini di qualsiasi grado e condizione.
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Chiunque promuove la comunit umana dellordine della famiglia, della cultura, della vita economica e sociale, come pure della politica, sia nazionale che internazionale, porta anche non poco aiuto, secondo il disegno di Dio, alla comunit della Chiesa, nella misura in cui questa dipende da fattori esterni. Anzi, la Chiesa confessa che molto giovamento le venuto e le pu venire perfino a motivo della opposizione di quanti le avversano o lo perseguitano. Collaborazione di tutti alla vita pubblica. a) pienamente conforme alla natura umana che si trovino strutture giuridico-politiche che sempre meglio offrano a tutti i cittadini, senza alcuna discriminazione, la possibilit effettiva di partecipare liberamente e attivamente sia alla elaborazione dei fondamenti giuridici della comunit politica, sia al governo della cosa pubblica, sia alla determinazione del campo dazione e dei limiti dei differenti organismi; sia alla elezione dei governanti. b) Si ricordino perci tutti i cittadini del diritto, che anche dovere, di usare del proprio libero voto per la promozione del bene comune. c) La Chiesa stima degna di lode e di considerazione lopera di coloro che per servire gli uomini si dedicano al bene della cosa pubblica e assumono il peso delle relative responsabilit. d) Affinch la responsabile collaborazione dei cittadini, congiunta con la coscienza del dovere, possa ottenere felici risultati nella vita politica quotidiana, si richiede un ordinamento giuridico positivo, che organizzi una opportuna ripartizione delle funzioni degli organi del potere, insieme ad una protezione efficace e indipendente dei diritti. e) I diritti delle persone, delle famiglie e dei gruppi e iI loro esercizio devono essere riconosciuti, rispettati e promossi, non meno del doveri al quali ogni cittadino tenuto. Tra questi ultimi non sar inutile ricordare il dovere di apportare alla cosa pubblica le prestazioni, materiali e personali, richieste dal bene comune. f) Si guardino i governanti dallostacolare i gruppi familiari, sociali o culturali, i corpi o istituti intermedi, n li privino della loro legittima
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ed efficace azione, che al contrario devono volentieri e ordinatamente favorire. g) Si guardino i cittadini, singolarmente o in gruppo dallattribuire troppo potere allautorit pubblica n chiedano inopportunamente ad essa eccessivi vantaggi, col rischio di diminuire cos la responsabilit delle persone delle famiglie e del gruppi sociali. h) Ai tempi nostri, la complessit dei problemi obbliga i pubblici poteri a intervenire pi frequentemente in materia sociale, economica e culturale, per determinare le condizioni pi favorevoli che permettano ai cittadini e ai gruppi di perseguire pi efficacemente, nella libert, il bene completo delluomo. Il rapporto tra la socializzazione e lautonomia e il progresso della persona pu essere concepito in modo differente nelle diverse del mondo e in base alla evoluzione del popoli, Ma dove lesercizio dei diritti viene temporaneamente limitato a causa del bene comune, quando le circostanze sono cambiate, si ripristini il pi presto possibile la liberta. inoltre umano che lautorit politica assuma forme totalitarie oppure forme dittatoriali che ledano i diritti della persona o dei gruppi sociali. i) I cittadini coltivino con magnanimit e lealt lamore verso la patria, ma senza ristrettezze di spirito, cio in modo tale da prendere anche contemporaneamente in considerazione e volere il bene di tutta la famiglia umana, che unita con ogni sorta di legami tra razze, popoli e nazioni []
[Tutti i documenti del Concilio, Milano, 2004, pp. 172-173, 184-185, 222-223]

scar Romero: la Chiesa degli oppressi


Il Concilio era arrivato al momento giusto. Per rispondere alla crescente conflittualit politica e sociale, a met degli anni Sessanta sarebbero nate le Unit cattoliche di base che aspiravano a un cattolicesimo sociale dal basso e si sarebbe diffusa la cosiddetta teologia della liberazione, tentata dalla sintesi tra cristianesimo e socialismo, in prima fila contro dittature e sfruttamento. Se la Chiesa riuscir a resistere con successo ai nuovi contraccolpi della contemporaneit lo si dovr proprio al rinnovamento profondo attuato dal Concilio. E segnatamente in America Latina, dove uomini come scar Romero potranno attingere ai
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nuovi strumenti teologici, erigendosi a difesa di popoli vittime della dittatura e alzando la voce della Chiesa senza deporre i principi democratici o seguire le lusinghe della rivoluzione. Il 24 marzo del 1980 Romero, allora arcivescovo di San Salvador, lavrebbe pagata cara, trucidato da un sicario mentre celebrava la messa.

Se fosse un semplice funerale parlerei ora cari fratelli delle mie relazioni umane e personali con il padre Rutilio Grande, che stato per me come un fratello. In momenti molto importanti della mia vita mi stato molto vicino e questi gesti non si dimenticano mai; tuttavia questo non il momento di pensare a fatti personali, ma di raccogliere da questo cadavere un messaggio per tutti noi che continuiamo il nostro pellegrinaggio. Il messaggio voglio prenderlo dalle parole stesse del papa, presente qui nella persona del suo rappresentante, il Nunzio, che ringrazio, perch d, alla nostra figura di Chiesa, quel senso di unit che ora sento nellarcidiocesi, in queste tragiche ore; quel senso di unit, come rapida fioritura di questi sacrifici che la Chiesa sta offrendo. Il messaggio di Paolo VI, quando ci parla dellevangelizzazione, ci aiuta a comprendere Rutilio Grande. Qual lapporto della Chiesa a questa lotta universale per la liberazione da tanta miseria? E il papa ricorda come nel Sinodo del 1974 le voci dei vescovi di tutto il mondo, rappresentate soprattutto dai vescovi del terzo mondo, gridavano la sofferenza di questi popoli affamati, miseri, emarginati. E la Chiesa non pu rimanere assente in questa lotta di liberazione, ma la sua presenza in questa lotta, per rialzare, ridare dignit alluomo, devessere un messaggio, una presenza del tutto originale; una presenza che il mondo non potr comprendere, ma che ha in s il germe, la potenza della vittoria, della riuscita. Dice il papa: la Chiesa offre questa lotta liberatrice del mondo, uomini liberatori, ai quali d unispirazione di fede, una dottrina sociale, che alla base della sua prudenza e della sua esistenza, per essere tradotta in impegni concreti, e soprattutto d una motivazione di amore, di amore fraterno. Una riunione di fede Questa la liberazione della Chiesa. Perci il papa dice: Non si pu confondere con altri movimenti di liberazione senza orizzonti ultraterreni, senza orizzonti spirituali. Anzitutto unispirazione di fede, e cos padre Rutilio Grande: un sacerdote, un cristiano che nel
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suo battesimo e nella sua ordinazione sacerdotale ha fatto una professione di fede: Credo in Dio Padre rivelato da Cristo suo Figlio, che ci ama e ci invita allamore. Credo in una Chiesa che segno di questa presenza dellamore di Dio nel mondo, dove gli uomini si danno la mano e si incontrano come fratelli. Unilluminazione di fede che la fa distinguere da qualsiasi liberazione di tipo politico, economico, terreno, che non vada al di l di ideologie di interessi e di cose che restano sulla terra. Mai, fratelli, a nessuno di coloro che sono qui presenti, venga in mente che questo nostro essere riuniti intorno al padre Grande abbia un tono politico, sociologico o economico. Niente affatto: una riunione di fede. Una fede che attraverso il suo corpo morto nella speranza, si apre verso orizzonti eterni.

La lotta liberatrice della Chiesa La liberazione che padre Grande predicava ispirata alla fede, una fede che ci parla di una vita eterna, una fede che ora egli, con il viso rivolto al cielo, accompagnato da due contadini, offre nella sua totalit, nella sua perfezione, la liberazione che culmina nella felicit in Dio; la liberazione che prende avvio dal pentimento del peccato, la liberazione che si appoggia a Cristo, unica forza salvatrice; questa la liberazione che ha predicato Rutilio Grande, e per questo ha vissuto il messaggio della Chiesa. Ci d uomini liberatori con una ispirazione di fede e, allo stesso tempo, ci d la stessa ispirazione di fede. In secondo luogo, uomini che pongono alla base della loro prudenza e della loro esistenza, una dottrina: la dottrina sociale della Chiesa. La dottrina sociale della Chiesa che dice agli uomini che la religione cristiana non ha soltanto un senso verticale, spiritualista, che dimentica la miseria che li circonda. un guardare Dio, e da Dio guardare il prossimo come fratello e sentire che tutto ci che farete a uno di questi lo avrete fatto a me. Una dottrina sociale che magari fosse conosciuta dai movimenti sensibili alle questioni sociali [] Muore amando Padre Rutilio, forse proprio per questo Dio lha scelto per tale martirio:
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perch coloro che lo conobbero, noi che labbiamo conosciuto, sappiamo che mai dalla sua bocca uscito un richiamo alla violenza, allodio, alla vendetta. Mor amando e, certamente, quando sent i primi colpi annunciatori di morte, pot dire, come Cristo: perdonali, Padre, non sanno, non hanno capito il mio messaggio di amore. Cari fratelli, in nome dellarcidiocesi, voglio ringraziare questi collaboratori della liberazione cristiana, padre Grande e i suoi due compagni di pellegrinaggio verso leternit, che stanno dando a questa riunione di Chiesa, con tutto il nostro caro presbiterio e con sacerdoti di altre diocesi, in unione con il santo Padre, alla presenza del suo Nunzio, la vera dimensione della nostra missione. Non lo dimentichiamo. Siamo una Chiesa pellegrina, esposta allincomprensione, alla persecuzione; una Chiesa, per, che cammina serena, perch porta con s questa forza dellamore.
[Oscar Romero, Omelia alle esequie di Rutilio Grande, disponibile su: http://www.mgm. operemissionarie.it/mgm/images/materiale/omelia_romero_per_rutilio.pdf]

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La democrazia tra decolonizzazioni e neoimperialismi


Cominciata negli anni Cinquanta, la decolonizzazione si sarebbe rivelata come una delle pagine pi drammatiche del Novecento, particolarmente nelle colonie francesi dove la presenza di numerosissimi coloni venuti a investire capillarmente i territori conquistati rese pi difficile il distacco e la rinuncia a interessi consolidati. La guerra dIndocina, cos, scoppiata tra il 1946 e il 1954, e la guerra dAlgeria, durata dal 1945 al 1962, avrebbero costituito i due terribili e lunghissimi epiloghi della storia coloniale dOltralpe. Dal punto di vista politico, la reazione violenta era accresciuta dal fatto che, rivolgendo contro gli invasori i testi fondamentali della loro tradizione democratica e liberale, i protagonisti dei movimenti di liberazione ne negavano la superiorit e la missione civilizzatrice, dimostrando lillegittimit di poteri e di governi gi fragili in unEuropa in piena trasformazione. Altrettanto dolorosa, ma meno lunga e cruenta, fu la fine del colonialismo britannico poich, capito il mutato contesto, la Gran Bretagna tent abilmente di mantenere i legami commerciali e i rapporti politici nellambito di unistituzione agile e leggera: il Commonwealth. Leredit del colonialismo, per, era troppo pesante e sanguinosa. Le divisioni prodotte allinterno delle societ sfruttate, il divide et impera, i confini disegnati artificialmente sulla carta dalle potenze occidentali, mettendo assieme comunit diversissime e spesso ostili tra loro, avrebbe provocato una serie di tensioni e di guerre seguite allindipendenza. Tra il 1945 e il 1983, i morti in questi conflitti furono diciannove milioni, in contesti dove, a procrastinare lo sfruttamento e a dettare legge con lappoggio di corrotte lite locali, erano multinazionali sostitutive della presenza militare delloccupante o governi fantoccio gestiti dalla lunga mano delle superpotenze. Quella sovietica, innanzitutto, ma anche quella statunitense che negli anni Settanta e Ottanta, con il pretesto della lotta al comunismo, avrebbe trasformato buona parte del mondo in un cortile di casa. Oggi, quella delle potenze emergenti, Cina e Iran in testa. Dalla battaglia contro la colonizzazione, cos, i democratici sarebbero passati a quella contro gli imperialismi e contro un sistema liberale che lega il benessere dei pi ricchi al sistematico sfruttamento dei pi poveri. Sventando il rischio di venire delegittimata quale ideologia dellOccidente colonizzatore, la democrazia avrebbe trovato nei fenomeni di decolonizzazione e nella lotta allimperialismo nuovi protagonisti che, assumendola ancora una volta a baluardo di uguaglianza e di libert, le avrebbero restituito universalit e futuro.
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Mohandas Gandhi: la forza della nonviolenza


Assunta la leadership del Partito del Congresso dopo la prima guerra mondiale, il Mahatma Gandhi (1869-1948) diventa il principale rappresentante del movimento di liberazione indiano, identificando, di fronte allopinione pubblica internazionale, il suo corpo e la sua parola con la causa indipendentista. A partire dagli anni Venti sperimenta nuove pratiche di lotta politica, ispirate alle dottrine della nonviolenza e della disobbedienza civile. La marcia del sale, annunciata in questa lettera al vicer pubblicata il 12 marzo del 1930 su Young India, mostrer ai democratici di tutto il mondo la forza della cultura gandhiana e del suo eudemonismo etico. La battaglia di Gandhi, infatti, non soltanto quella per la liberazione di un popolo, ma per lemancipazione spirituale degli esseri umani attraverso laffrancamento di oppressori e oppressi dalla violenza.

La mia ambizione: la conversione del popolo inglese So che portando avanti unazione non-violenta io correr un rischio che potrebbe essere giustamente definito folle. Ma le vittorie della verit non sono mai state ottenute senza correre rischi, e spesso sono state ottenute soltanto grazie alla capacit di correre i rischi pi gravi. La conversione di una nazione che consciamente o inconsciamente vive alle spalle di unaltra nazione molto pi popolosa, molto pi antica e non meno civile di essa una cosa che merita che si corrano dei rischi. Ho deliberatamente usato la parola conversione. La mia ambizione infatti esattamente quella di convertire il popolo inglese attraverso la non-violenza, e di far s che esso comprenda il male che ha fatto allIndia. Non intendo arrecar danno al vostro popolo. Voglio servirlo n pi n meno come voglio servire il mio. E credo di averlo sempre servito. Fino al 1910 ho servito ciecamente. Ma anche quando i miei occhi si aprirono e concepii lidea della non-collaborazione, il fine della mia azione rimase quello di servire il popolo inglese. Ho usato contro di esso la stessa arma che, con tutta umilt, ho usato con successo contro i membri pi cari della mia famiglia. Se nutro per il vostro popolo lo stesso amore che nutro per il mio, questo amore non potr rimanere a lungo disconosciuto. Esso si riveler al popolo come si rivelato ai membri della mia famiglia dopo numerosi anni di scontri. Se il popolo si unir a me, come credo che far, le sofferenze che esso affronter, se
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lInghilterra non muter al pi presto il suo atteggiamento, saranno capaci di toccare i cuori pi duri. Se poi non sapr eliminare le ingiustizie Il progetto di Disobbedienza Civile destinato a combattere le ingiustizie che ho menzionato. a causa di tali ingiustizie che noi vogliamo troncare i nostri rapporti con lInghilterra. Quando esse saranno eliminate tutto diverr facile, e si aprir la via a delle trattative amichevoli. Se le relazioni inglesi con lIndia verranno purificate dallavidit, non avrete difficolt a riconoscere la nostra indipendenza. La invito dunque rispettosamente ad impegnarsi immediatamente nelleliminazione di tali ingiustizie, per aprire la via a delle vere trattative tra eguali, dirette unicamente a promuovere il bene comune dellumanit attraverso la volontaria collaborazione, e a stabilire i termini di un aiuto reciproco e di rapporti soddisfacenti per entrambe le parti. Lei ha dato un eccessivo risalto ai problemi che affliggono le comunit di questo paese. Per quanto importanti questi problemi possano essere per chiunque voglia governare il paese, essi hanno una rilevanza del tutto secondaria rispetto ai ben pi gravi problemi che sono al di sopra delle comunit e che le riguardano tutte indistintamente. Ma se lei non sapr eliminare le ingiustizie da me menzionate e se questa mia lettera non riuscir a toccare il suo cuore, il giorno II di questo mese io inizier, con i compagni dellashram che vorranno seguirmi, a violare le disposizioni della legge sul sale. Io considero la tassa sul sale la pi iniqua di tutte dal punto di vista dei poveri. E poich il movimento per lindipendenza punta essenzialmente al bene dei pi poveri del paese, si inizier dalla lotta contro questa ingiustizia. La cosa che meraviglia che ci siamo sottomessi al crudele monopolio sul sale per cosi lungo tempo. So che lei ha la possibilit di impedirmi di agire facendomi arrestare. Ma io spero che ci saranno decine di migliaia di persone pronte, m modo disciplinato, a prendere il mio posto e, disobbedendo alla legge sul sale, ad esporsi alle sanzioni previste dalla legge che non avrebbe mai dovuto deturpare i nostri codici.

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Non una minaccia ma un sacro dovere. Non ho alcun desiderio di causarle delle difficolt immotivate e in generale di causarle alcuna difficolt, per quanto mi possibile. Se lei pensa che nella mia lettera vi siano degli argomenti validi e se disposto a discutere con me le questioni in essa trattate e se a tal fine preferisce che io rinvii la pubblicazione della lettera, sar lieto di fare quanto lei gradisce purch riceva indicazioni telegrafiche in tal senso a giro di posta. La prego tuttavia di non tentare di distogliermi dai miei propositi se non vede la possibilit reale di risolvere i problemi trattati in questa lettera. Questa lettera non vuole essere in alcun modo una minaccia, ma corrisponde a un elementare e sacro dovere, imprescindibile per un seguace della resistenza civile. La far recapitare da un giovane amico inglese che crede nella causa indiana ed un fedele seguace della nonviolenza e che la Provvidenza sembra avermi inviato appositamente per assolvere a questo incarico.
[Mohandas Karamchand Gandhi, Teoria e pratica della nonviolenza, Torino 1973, pp. 274-277]

Vclav Havel: la verit, contro il dominio delle coscienze


In Europa si aggira uno spettro, lo spettro del dissenso. Questo lincipit del pamphlet pubblicato da Havel, drammaturgo, intellettuale e uomo politico ceco alla vigila suo arresto per aver preso parte alle rivolte del 1977. In quelle poche parole, condensata tutta la sua critica al comunismo di stampo sovietico: universale non la coscienza di classe, lo spirito critico, la libert di pensiero. Contro lanodino quotidiano di unideologia eretta a sistema politico, Havel reclama la rivolta esistenziale, il rifiuto di prendere parte a una costruzione menzognera sostenuta dal conformismo sovietico penetrato nellopportunismo della societ. Contro quelli che definisce sistemi postideologici, dove il fuoco originario dellideologia diventato burocrazia, Havel, che nel 1993 sarebbe stato eletto presidente della Repubblica Ceca, chiede cos il ristabilimento della verit perch la liberazione dal dominio e la democrazia procedano a partire dalla coscienza di ciascuno.

Fra le intenzioni del sistema post-totalitario e le intenzioni della vita c un abisso profondo. Mentre per sua natura la vita tende al pluralismo,
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alla variet dei colori, a organizzarsi e costituirsi in modo indipendente tende insomma, a realizzare la propria libert, il sistema post-totalitario esige monolitismo, uniformit, disciplina; mentre la vita tende a creare strutture inverosimili sempre nuove, il sistema post-totalitario le impone le situazioni pi verosimili. Queste intenzioni del sistema rivelano che la sua natura pi peculiare di ritornare a se stesso, di essere sempre pi saldamente e incondizionatamente se stesso e di allargare pertanto sempre di pi il proprio raggio dazione. Questo sistema al servizio delluomo solo nella misura in cui ci indispensabile perch luomo sia al servizio del sistema; tutto il di pi, quindi tutto ci con cui luomo va oltre la sua condizione predeterminata, viene valutato dal sistema come un attacco a se stesso, e a ragione: ogni trascendenza di questo tipo come principio lo nega. Si pu dire allora che lo scopo intrinseco del sistema post-totalitario non , come a prima vista potrebbe sembrare, la pura e semplice conservazione del potere nelle mani del gruppo dominante; questo, sforzo allautoconservazione come fenomeno sociale subordinato a qualcosa di pi elevato: a una specie di cieca autocinsi del sistema. Luomo anche se occupa un qualche posto nella gerarchia del potere per questo sistema non niente in s, ma solo quello che deve sostenere e servire questa autocinsi; anche il suo desiderio di potere pertanto pu realizzarsi solo in quanto il suo orientamento si identifica con l autocinsi. Lideologia come alibi-ponte fra il sistema e luomo copre labisso fra intenzioni del sistema e intenzioni della vita; d ad intendere che le pretese del sistema derivano dai bisogni della vita: una specie di mondo dell apparenza che viene spacciato per realt. Il sistema post-totalitario con le sue pretese tocca luomo quasi ad ogni passo. Ovviamente lo tocca con i guanti dellideologia. Perci in esso la vita percorsa in tutti i sensi da una rete di ipocrisie e di menzogne: il potere della burocrazia si chiama potere del popolo; la classe operaia viene resa schiava in nome della classe operaia; la totale umiliazione delluomo viene contrabbandata come sua definitiva liberazione; lisolamento dalle informazioni viene chiamato divulgazione; la manipolazione autoritaria chiamata controllo pubblico del potere e larbitrio applicazione dellordinamento giuridico; il soffocamento
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della cultura si chiama suo sviluppo, la pratica sempre pi diffusa della politica imperialista viene spacciata come sostegno degli oppressi; la mancanza di libert di espressione come la forma pi alta di libert; la farsa elettorale come la forma pi alta di democrazia; la proibizione di un pensiero indipendente come la concezione pi scientifica del mondo; loccupazione viene spacciata per aiuto fraterno. Il potere prigioniero delle proprie menzogne e pertanto deve continuamente falsificare. Falsifica il passato. Falsifica il presente e falsifica il futuro. Falsifica i dati statistici. Finge di non avere un apparato poliziesco onnipotente e capace di tutto. Finge di rispettare i diritti umani. Finge di non fingere. Luomo non obbligato a credere a tutte queste mistificazioni, ma deve comportarsi come se ci credesse, o per lo meno deve sopportarle in silenzio o almeno comportarsi bene con quelli che con esse operano. Pertanto costretto a vivere nella menzogna. Non deve accettare la menzogna. Basta che abbia accettato la vita con essa ed in essa. Gi cos ratifica il sistema, lo consolida, lo fa, lo .
[Vaclav Hvel, Il potere senza potere, Milano 1991, pp. 16-18]

Nelson Mandela: la liberazione degli oppressi e degli oppressori


Dopo le battaglie politiche nonviolente della giovinezza, la scelta della clandestinit e della lotta armata, i lunghi decenni della prigionia (1964-1990), Nelson Mandela, premio Nobel per la pace nel 1993, guida la transizione del Sudafrica verso la democrazia. Attento al messaggio politico di Gandhi, impegnato anche lui negli anni giovanili nella lotta contro lApartheid degli indiani in Sudafrica, Mandela concepisce la sua come una battaglia per la democrazia intesa nel senso pi alto: per la liberazione e lemancipazione degli esseri umani degli oppressi come degli oppressori dalla violenza e dalla paura che portano in s. Dal 1994 al 1999 siede alla presidenza della repubblica, da dove promuove lattivit della Commissione per la verit e la riconciliazione, attraverso cui il paese tenta di superare gli odi e le violenze del passato regime razziale.

Non sono nato con la sete di libert. Sono nato libero, libero in ogni senso che potessi conoscere. Libero di correre nei campi vicino alla
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capanna di mia madre, di nuotare nel limpido torrente che scorreva attraverso il mio villaggio, di arrostire pannocchie sotto le stelle, di montare sulla groppa capace dei lenti buoi. Finch ubbidivo a mio padre e rispettavo le tradizioni della mia trib, non ero ostacolato da leggi divine n umane. Solo quando ho scoperto che la libert della mia infanzia era unillusione, che la vera libert mi era gi stata rubata, ho cominciato a sentirne la sete. Dapprima, quandero studente desideravo la libert per me solo, leffimera libert di stare fuori la notte, di leggere ci che mi piaceva, di andare dove volevo. Pi tardi, a Johannesburg, quandero un giovane che cominciava a camminare sulle sue gambe, desideravo le fondamentali e onorevoli libert di realizzare il mio potenziale, di guadagnarmi da vivere, di sposarmi e di avere una famiglia, la libert di non essere ostacolato nelle mie legittime attivit. Ma poi lentamente ho capito che non solo non ero libero ma non lo erano nemmeno i miei fratelli e sorelle; ho capito che non solo la mia libert era frustrata, ma anche quella di tutti coloro che condividevano la mia origine. stato allora che sono entrato nellAfrican National Congress, e la mia sete di libert personale si trasformata nella sete pi grande di libert per la mia gente. E il desiderio di riscatto della mia gente perch potesse vivere la propria vita con dignit e rispetto di s ha sempre animato la vita, ha trasformato un ragazzo impaurito in un uomo coraggioso, un avvocato rispettoso delle leggi in un ricercato, un marito devoto alla famiglia in un uomo senza casa, una persona amante della vita in un eremita. Non sono pi virtuoso e altruista di molti, ma ho scoperto che non riuscivo a godere nemmeno delle piccole e limitate libert che mi erano concesse sapendo che la mia gente non era libera. La libert una sola: le catene imposte a uno di noi pesano sulle spalle di tutti, e le catene del mio popolo erano anche le mie. stato in quei lunghi anni di solitudine che la sete di libert per la mia gente diventata sete di libert per tutto il popolo, bianco o nero che sia. Sapevo che loppressore era schiavo quanto loppresso, perch chi priva gli altri della libert prigioniero dellodio, e chiuso dietro le sbarre del pregiudizio e della ristrettezza mentale. Loppressore e loppresso sono entrambi derubati della loro umanit.
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Da quando sono uscito dal carcere, stata questa la mia missione: affrancare gli oppressi e gli oppressori. Alcuni dicono che il mio obiettivo stato raggiunto, ma so che non vero. La verit che non siamo ancora liberi: abbiamo conquistato soltanto la facolt di essere liberi, il diritto di non essere oppressi. Non abbiamo compiuto lultimo passo del nostro cammino, ma solo il primo su una strada che sar ancora pi lunga e pi difficile; perch la libert non soltanto spezzare le proprie catene, ma anche vivere in modo da rispettare e accrescere la libert degli altri. La nostra fede nella libert devessere ancora provata. Ho percorso questo lungo cammino verso la libert sforzandomi di non esitare, e ho fatto alcuni passi falsi lungo la via. Ma ho scoperto che dopo aver scalato una montagna ce ne sono sempre altre da scalare. Adesso mi sono fermato un istante per riposare, per volgere lo sguardo allo splendido panorama che mi circonda, per guardare la strada che ho percorso. Ma posso riposare solo qualche attimo, perch assieme alla libert vengono le responsabilit, e io non oso trattenermi ancora: il mio lungo cammino non ancora alla fine.
[Nelson Mandela, Lungo cammino verso la libert, Milano 1995, pp. 578-579]

Salvador Allende: lappello al Cile che non muore


Nel settembre 1973 un golpe militare guidato dal generale Augusto Pinochet, forte del sostegno degli Stati Uniti, abbatte il governo democraticamente eletto del leader socialista Salvador Allende (1908-1973), colpevole di aver avviato, nei tre anni della sua presidenza, un radicale programma di riforme strutturali, tendente alla perequazione sociale e allemancipazione delleconomia cilena dal controllo delle multinazionali straniere. Lultimo discorso del presidente, patrimonio di libert per tutti i democratici cileni e non, fu trasmesso radiofonicamente dal palazzo della Moneda poco prima che Allende fosse assassinato.

Compatrioti, questa, certamente, lultima volta che io mi rivolgo a voi. Le forze aeree hanno bombardato le antenne di Radio Portales e di Radio Corporacin. Le mie parole non sono piene di amarezza, ma di delusione; esse sono anche la condanna morale per coloro che hanno
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tradito i giuramenti fatti: soldati del Cile, comandanti in capo titolari e lammiraglio Merino che si autonominato; il signor Mendoza, generale spregevole che ancora ieri manifestava la sua fede1t e la sua lealt al governo e che si ugualmente autonominato direttore generale dei carabineros. Dinanzi a tali fatti non posso dire che una sola parola ai lavoratori: io non rinuncer. Posto in questa situazione storica, io pagher con la vita la mia lealt al popolo e posso assicurarvi che ho la certezza che al grano che noi abbiamo seminato non si potr mai impedire di germogliare. Costoro hanno la forza, essi possono ridurci in schiavit, ma non con i crimini, n con la forza che si possono guidare dei processi sociali. La storia nostra, sono i popoli che la fanno. Lavoratori della mia patria, tengo a ringraziarvi per la lealt di cui avete sempre dato prova nei riguardi di un uomo che stato linterprete delle grandi aspirazioni alla giustizia, che si impegnato nelle sue dichiarazioni a rispettare la Costituzione e la legge e che stato fedele a questi impegni. Questi sono gli ultimi istanti nei quali io mi posso rivolgere a voi perch possiate trarre la lezione degli avvenimenti. Il capitale straniero, limperialismo alleato alla reazione, hanno creato il clima nel quale le forze armate hanno potuto rompere le loro tradizioni, quelle tradizioni che erano state di Schneider e che erano state ribadite dal comandante Araya, tutti e due vittime delle stesse forze sociali, della stessa gente che ora se ne sta in casa attendendo di riconquistare il potere attraverso degli intermediari, per continuare a difendere i propri profitti e privilegi. Io mi rivolgo soprattutto alle semplici donne della nostra terra, ai contadini che credono in noi, agli operai che lavorano, alle mamme che conoscevano le nostre preoccupazioni per i loro figli. Io mi rivolgo a coloro che esercitano professioni liberali e che hanno mantenuto una condotta patriottica, a coloro che gi da qualche giorno lottano contro la sedizione promossa dalle unioni professionali, anche in questo caso per difendere i vantaggi che la societ capitalista conferisce ad una cerchia ristretta. Io mi rivolgo ai giovani, a quelli che hanno cantato, che hanno
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offerto la loro gioia e il loro spirito di lotta. Io mi rivolgo agli uomini del Cile, alloperaio, al contadino, allintellettuale, a quelli che saranno perseguitati. Perch il fascismo esiste gi nel nostro paese da molte ore, attraverso gli attentati terroristici, il minamento dei ponti e della rete ferroviaria, la distruzione degli oleodotti e dei gasdotti. Di fronte al silenzio che essi erano obbligati... (a questo punto la registrazione confusa, si odono sempre pi forti scoppi di bombe)... alla qua1e essi erano sottomessi. Radio Magallanes sar certamente ridotta al silenzio e il tono tranquillo della mia voce non vi giunger pi. Non importa, voi continuerete a sentirla, io sar sempre con voi e lascer almeno il ricordo di un uomo degno che fu leale di fronte alla lealt dei lavoratori. Il popolo deve difendersi, ma non sacrificarsi. Il popolo non deve lasciarsi schiacciare e annientare, ma non deve lasciarsi umiliare. Lavoratori della mia patria, io ho fede nel Cile e nel suo destino. Altri cileni verranno dopo di noi. In questi momenti oscuri e amari in cui il tradimento pretende di imporsi sappiate che presto o tardi io ritengo assai presto si apriranno di nuovo le grandi strade dove passeranno gli uomini degni, per costruire una societ migliore. Viva il Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori! Queste sono le mie ultime parole (si odono ancora scoppi vicinissimi) e io ho la certezza che il mio sacrificio non sar vano, io ho la certezza che sar almeno una lezione morale che condanner la fellonia, la vilt, il tradimento.
[Salvador Allende, La forza della ragione, Roma 1973, pp. 173-176]

Dalai Lama: solidariet e pace


La consapevolezza che siamo fondamentalmente gli stessi esseri umani, che cercano la felicit e cercano di evitare il dolore, molto utile per sviluppare il senso di fraternit e il caldo sentimento damore e di compassione per gli altri. Cos il leader religioso del popolo tibetano, oppresso dal regime comunista cinese, si rivolge allumanit con un appello eticopolitico che ha la forza di un messaggio di fede nella stessa umanit. Solidariet e pace
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non sono principi utopistici, ma obiettivi ineludibili a fondamento della democrazia, che necessario perseguire collettivamente.

Fratelli e sorelle, un onore e un vero piacere per me essere oggi qui tra voi. Sono veramente felice di vedere tanti vecchi amici giunti dai pi remoti angoli del mondo e di vederne di nuovi che mi auguro di incontrare ancora in futuro. Quando incontro delle persone nelle diverse parti del mondo, questo mi ricorda sempre quanto siamo sostanzialmente uguali: tutti esseri umani; forse vestiti in modo diverso, con la pelle di colore diverso, che parlano lingue differenti. Ma questo solo ci che appare in superficie, fondamentalmente siamo gli stessi esseri umani e questo ci che ci lega luno allaltro. Questo ci che ci consente di comprenderci lun laltro, di fare amicizia e sentirci vicini. Riflettendo su ci che potrei dire oggi, vorrei condividere con voi alcuni miei pensieri relativi ai problemi comuni che noi tutti dobbiamo affrontare come membri della famiglia umana. Tutti condividiamo questo piccolo pianeta e dobbiamo imparare a vivere in armonia e in pace sia lun laltro che con la natura. Questo non un sogno bens una necessit. Dipendiamo luno dallaltro in molteplici modi, tanto che non possiamo pi vivere in comunit isolate e ignorare nel frattempo ci che sta succedendo al di fuori di queste comunit. Dobbiamo aiutarci lun laltro quando abbiamo delle difficolt, e dobbiamo condividere la buona fortuna di cui godiamo. Vi parlo come un semplice monaco. Se troverete utile quello che dir, sper che cercherete di metterlo in pratica [] In quanto libero portavoce dei miei concittadini, sento come mio dovere di parlare a loro nome. Non parlo con un sentimento dira o di rancore per coloro che sono responsabili dellimmensa sofferenza del nostro popolo e della distruzione della nostra terra, delle nostre case e della nostra cultura. Anchessi sono esseri umani che si sforzano di trovare la felicit e meritano la nostra compassione. Parlo per informarvi della triste situazione in cui versa oggi il mio paese e delle aspirazioni del mio popolo, perch, nella nostra lotta per la libert, la verit lunica
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arma che possediamo. La consapevolezza che siamo fondamentalmente gli stessi esseri umani, che cercano la felicit e cercano di evitare il dolore, molto utile per sviluppare il senso di fraternit e il caldo sentimento damore e di compassione per gli altri. Questo a sua volta essenziale soprattutto se vogliamo sopravvivere nel mondo in cui viviamo, un mondo che diventa ogni giorno pi piccolo. Questo perch, se ciascuno di noi perseguisse egoisticamente ci che pensa essere il suo proprio interesse, senza curarsi dei bisogni degli altri, potrebbe finire col fare del male non solo agli altri ma anche a se stesso. Questo fatto diventato molto evidente nel corso di questo secolo. Sappiamo, per esempio, che oggi scatenare una guerra nucleare sarebbe una forma di suicidio, e che inquinare laria e gli oceani per ottenere qualche beneficio a breve termine sarebbe distruggere la base stessa della nostra sopravvivenza futura. Via via che gli individui e le nazioni diventano sempre pi interdipendenti, non abbiamo altra scelta che quella di sviluppare quello che io chiamo un senso di responsabilit universale. Al giorno doggi siamo veramente una famiglia globale. Ci che accade in una parte del mondo pu influire su tutti noi. Questo, ovviamente non vero solo per le cose negative che accadono, vale anche per gli sviluppi positivi. Non solo sappiamo ci che accade altrove, grazie alla straordinaria tecnologia moderna delle comunicazioni: siamo anche direttamente influenzati da eventi che accadono molto lontano. Proviamo un senso di tristezza quando dei bambini muoiono di fame nellAfrica orientale. Analogamente, proviamo un senso di gioia quando una famiglia riunita dopo decenni di separazione a causa del muro di Berlino. Le nostre messi e il nostro bestiame sono contaminate la nostra salute e la nostra stessa vita sono minacciate quando ha luogo un incidente nucleare a molti chilometri di distanza in un altro paese. La nostra sicurezza aumenta quando scoppia la pace tra parti belligeranti su altri continenti. Ma la guerra o la pace, la distruzione o la protezione della natura, la violazione o la promozione dei diritti umani e delle libert democratiche, la povert o il benessere materiale, la mancanza di valori morali e spirituali o la loro esistenza e il loro sviluppo, il venire meno
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o lo sviluppo della comprensione umana, non sono fenomeni isolati che si possono analizzare e affrontare indipendentemente luno dallaltro. In realt, sono molto interconnessi a tutti i livelli e bisogna affrontarli comprendendo innanzitutto questo [] Con la guerra fredda che sembra avviata alla fine, la gente vive ovunque con rinnovata speranza. Purtroppo, i coraggiosi sforzi dei cinesi di attuare un analogo cambiamento. nel loro paese sono stati brutalmente repressi il giugno scorso. Ma anche i loro sforzi sono una fonte di speranza. Il potere militare non ha estinto il desiderio di libert n la determinazione del popolo cinese a conseguirla. Ammiro in modo particolare il fatto che questi giovani, ai quali stato insegnato che il potere politico nasce dalla canna del fucile abbiano invece scelto come loro arma la non violenza. Ci che indicano, questi mutamenti positivi che la ragione, il coraggio, la determinazione e linestinguibile desiderio di libert pu alla fine vincere. Nella lotta tra le forze della guerra, della violenza e delloppressione da una parte, e la pace, la ragione e la libert dallaltra, queste ultime stanno avendo la meglio. Questa constatazione riempie noi tibetani di speranza perch forse un giorno anche noi potremo tornare liberi [] Come sapete, da quarantanni il Tibet sotto loccupazione straniera. Attualmente, pi di duecentocinquantamila militari cinesi sono di stanza nel Tibet. Alcune fonti stimano che lesercito di occupazione sia due volte pi numeroso. Durante questo lungo periodo, i tibetani sono stati privati dei loro diritti umani pi fondamentali, compreso il diritto alla vita e alle libert di movimento, di espressione e di culto, solo per citarne alcuni. Pi di un sesto dei sei milioni della popolazione del Tibet morto come risultato diretto dellinvasione e occupazione cinese. Ancor prima che iniziasse la Rivoluzione culturale, molti monasteri, templi ed edifici storici del Tibet furono distrutti. Quasi tutti quelli restanti sono stati distrutti durante la Rivoluzione culturale. Ma non voglio soffermarmi su questo punto, che ben documentato, ci che ritengo importante rendervi conto del fatto che, malgrado la limitata libert accordata dopo il 1979 di ricostruire parti di alcuni monasteri e altri segni di liberalizzazione di questo tipo, i diritti umani fondamentali del popolo tibetano sono tuttora sistematicamente violati e negli ultimi
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mesi, questa orribile situazione persino peggiorata [] Per concludere, permettetemi di condividere con voi una breve preghiera che mi dona grande ispirazione e determinazione: Finch durer lo spazio, e finch rimarranno degli esseri umani, fino ad allora possa rimanere anchio a scacciare la sofferenza del mondo. Vi ringrazio
[Dalai Lama, Discorso di accettazione del premio Nobel pronunciato a Stoccolma il 10 dicembre 1989 disponibile su: http://www.followingdalailama.it/discorsi/files_discorsi/discorso_nobel. htm]

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Il miraggio di una democrazia compiuta


Oltre ventanni di pace e di sviluppo economico ininterrotto avrebbero portato i loro frutti. La mobilit sociale dovuta alla moltiplicazione della ricchezza e alle tutele del welfare, la nuova qualit del lavoro, permessa dal progresso tecnologico, la sempre maggiore diffusione dei saperi, la democratizzazione dei mezzi di trasporto e delle telecomunicazioni avrebbero aiutato i cittadini a emanciparsi, affrancandosi dalle tutele tradizionali. Da questa rivoluzione silenziosa sarebbe nata una nuova generazione di giovani animati dallottimismo e dalla speranza di un mondo in piena crescita. Ma anche determinati nel rivendicare il riconoscimento legale e politico di nuove forme di autonomia che la societ stava gi metabolizzando. Nei paesi pi progrediti, i primi segnali di ribellione allordine costituito sarebbero emersi gi alla fine degli anni Cinquanta, in un crescendo che avrebbe portato al movimento internazionale del Sessantotto. Il colpo, per le classi dirigenti occidentali, era inaspettato. A stupire non era soltanto la contestazione di valori che si pensavano naturali, ma anche il riapparire di tensioni in societ ricche dove la crescita economica e la pianificazione pubblica si pensava avrebbero portato definitivamente la pace sociale. Lo scontro con i settori pi conservatori era frontale. Ma anche buona parte del mondo progressista stentava a comprendere e a giustificare una rivolta che confutava unidea di democrazia fin l indiscussa, centrata tutta sul benessere e sul progresso economico. Con quelle nuove rivendicazioni, invece, lorizzonte della democrazia si svelava ancora pi ampio: una conquista collettiva dovuta anche ai frutti del lavoro, dove la liberazione dal bisogno apriva la strada indefinita di una nuova emancipazione, etica, intellettuale e spirituale. Negli Stati Uniti le premesse del movimento maturarono gi alla fine degli anni Cinquanta nel contesto delle rivolte dei neri contro la segregazione e nelle rivendicazioni di una new left, attiva tra studenti e docenti universitari, sensibile alle nuove libert e a una maggiore ripartizione dei proventi del boom industriale. Con la guerra in Vietnam, cominciata nel 1962, e di fronte alla ferocia dei movimenti di decolonizzazione, si verific unaccelerazione che condusse allondata contestataria di neri, donne, giovani, gay, studenti, lavoratori e cittadini di ogni et e condizione. Assai rapidamente, le rivolte ebbero eco internazionale, portando a maturazione agitazioni sociali e insofferenze verso gli imperialismi che covavano gi da tempo, sia in Occidente che nei paesi sottoposti
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alla morsa sovietica. Nel gennaio del 1968 sarebbe esplosa la primavera di Praga, poi repressa nel sangue; a marzo, sarebbe stata la volta di Belgrado e Varsavia; a maggio, poi, sarebbe stato il momento dei violentissimi scontri tra studenti e forze dellordine a Parigi che avrebbero portato alla fine della parabola politica di Charles de Gaulle. In Italia, i primi scontri erano avvenuti gi nel novembre 1967 a Torino e alla Cattolica di Milano. Con i suoi slogan e le sue parole dordine, il Sessantotto si rivelava lannuncio di una nuova era, aperta dallo sviluppo della societ civile. La violenza del conflitto, soprattutto in paesi ancora profondamente ancorati alla tradizione, avrebbe dimostrato lampiezza della sfasatura tra lordine costituito e la nuova societ che stava nascendo. E la politica, non riuscendo a interpretare a pieno londata contestataria per farne il motore di una nuova spinta democratica e collettiva, ne sarebbe uscita pesantemente indebolita. Le battaglie avrebbero permesso il riconoscimento di nuovi diritti, ma non avrebbero rinnovato il progetto alla base delle democrazie occidentali. Soltanto tre anni dopo il Sessantotto, nel 1971, traendo spunto da una crisi congiunturale, Nixon avrebbe stabilito la fine della convertibilit del dollaro in oro, aprendo di fatto alla deregulation e alla speculazione finanziaria degli anni a venire. Cosicch buona parte delle energie e dei progetti delle giovani generazioni avrebbe trovato sfogo e soddisfazione in libert diverse da quelle che aveva cercato e teorizzato: quelle senza regole, fondate sulla competizione individualista del mercato.

Herbert Marcuse: la liberazione materiale delluomo


In Eros e civilt, Herbert Marcuse (1898-1979) anticip gran parte dei cambiamenti culturali e sociali dovuti alla rivoluzione economica del dopoguerra. Criticando lassunto fondamentale della psicanalisi freudiana e il suo pregiudizio nei confronti di un progresso fondato sulla repressione degli istinti, Marcuse vide nel balzo materiale compiuto dallindustrializzazione la prospettiva di conciliare civilt e felicit in un progetto collettivo di liberazione delluomo. Sullo sfondo dellanalisi, lottimismo di un Occidente votato ad altri anni di crescita ininterrotta. Gi nel 1955, cos, il filosofo tedesco esponente della scuola di Francoforte sente arrivare quel cambiamento di costumi e quella liberazione di energie sprigionate dalla decomposizione della societ tradizionale che porter al Sessantotto e alla richiesta di nuovi diritti e di nuove libert.

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La stessa alienazione progressiva aumenta il potenziale di libert: quanto pi lindividuo rimane esterno al lavoro necessario, tanto meno coinvolto nel regno della necessit. Liberata dalle esigenze del dominio, la riduzione quantitativa del tempo lavorativo e delle energie lavorative porta a un cambiamento qualitativo dellesistenza umana: le ore libere pi che le ore lavorative determinano il suo contenuto. Il regno della libert, espandendosi sempre pi, diventa veramente il regno del gioco - del libero gioco di facolt individuali. Cosi liberate, esse genereranno nuove forme di realizzazione e di scoperta del mondo, e queste a loro volta daranno una nuova forma al regno della necessit, alla lotta per lesistenza. Il rapporto modificato tra i due regni della realt umana, modifica il rapporto tra ci che desiderabile e ci che ragionevole, tra istinto e ragione. Con la trasformazione di sessualit in Eros, gli istinti di vita evolvono il loro ordine sensuale, mentre la ragione si fa sensuale fino al punto da comprendere in s e organizzare la necessit in modo da proteggere e arricchire gli istinti di vita. Riaffiorano le radici dellesperienza estetica non soltanto nella cultura artistica, ma nella stessa lotta per lesistenza. Questultima assume una nuova razionalit. La repressivit della ragione, caratteristica del governo del principio di prestazione, non appartiene al regno della necessit in s. Sotto il principio di prestazione, la soddisfazione dellistinto sessuale dipende in gran parte dalla sospensione della ragione e perfino della coscienza: dipende dal breve oblio (legittimo o furtivo) dellinfelicit privata e di quella universale, dallinterruzione della routine della vita ragionevole, dagli obblighi e dalla dignit della condizione e delle mansioni. La felicit quasi per definizione irragionevole se non repressa e controllata. In contrasto con ci, al di l del principio di prestazione la soddisfazione dellistinto esige uno sforzo della libera razionalit tanto pi conscio, quanto meno essa il sottoprodotto della razionalit delloppressione. Quanto pi libero si sviluppa listinto, tanto pi liberamente si affermer la sua natura conservatrice. La lotta per raggiungere una soddisfazione duratura non conduce soltanto a un ordine pi largo dei rapporti libidici (comunit), ma anche al perpetuarsi di questordine su una scala pi alta. Il principio del piacere si estende sulla coscienza. LEros ridetermina la ragione nei suoi propri termini. Ragionevole ci che sostiene lordine
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della soddisfazione. Giunta al grado in cui la lotta per lesistenza diventa cooperazione per un libero sviluppo e compimento dei bisogni individuali, la ragione repressiva cede il passo a una nuova razionalit della soddisfazione, nella quale ragione e felicit convergono. Essa crea una propria divisione del lavoro, proprie priorit, un proprio ordine gerarchico. Il retaggio storico del principio di prestazione lamministrazione non pi degli uomini ma delle cose: la civilt matura dipende, per quanto riguarda il suo funzionamento, da un numero infinito di sistemazioni coordinate.
[Herbert Marcuse, Eros e Civilt, Torino, 2001, pp. 236-238]

Charles Wright Mills: i presupposti della democrazia partecipativa


Testo fondamentale nella preparazione teorica del 1968 LElite del potere, scritto da Charles Wright Mills (1916-1962) nel 1959. Nelle pagine di questo lungo saggio, il sociologo statunitense analizza le dinamiche sociali e politiche degli Stati Uniti a lui contemporanei, giungendo a conclusioni molto simili a quelli delle teorie elitiste. Non c ricambio spontaneo di classi dirigenti, poich queste si strutturano assai presto in gruppi chiusi, strettamente connessi con i poteri economici. La stessa categoria di societ di massa, secondo Wright Mills, sancirebbe la nascita di un sistema dove i cittadini subirebbero lo strapotere di gruppi che li sovrastano, diventando pedine dei loro interessi. Unica soluzione, suggerisce da antesignano della democrazia partecipativa (e di una new left attenta ai diritti civili e critica verso loperaismo della sinistra tradizionale), organizzarsi in piccoli gruppi dal basso, determinati nel rivendicare spazio politico e attenti alla tutela dei propri diritti.

Chi appartiene a una comunit autonoma vive in ambienti ristretti, ma pu trascenderli: individualmente con uno sforzo intellettuale, socialmente con lazione pubblica. Con la riflessione, col dibattito, con lazione organizzata, una grande comunit autonoma acquista coscienza di s e pu intervenire in settori di importanza strutturale. Chi invece appartiene alla massa non pu uscire dal proprio ambiente, n intellettualmente n praticamente, se non con la spontaneit
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organizzata del ragioniere in lambretta. Non siamo ancora ridotti a questi estremi, ma ci siamo vicini. Possiamo configurarci la situazione in questi termini: quando le persone che non hanno lavoro e non lo cercano sono un piccolo gruppo, si dice che ci dipende dal loro temperamento o da cause strettamente legate ad essi. Ma quando i disoccupati sono dodici milioni, non possiamo immaginare che siano diventati tutti improvvisamente oziosi o svogliati. Gli economisti chiamano questo fenomeno disoccupazione strutturale intendendo dire fra laltro che le persone in esso coinvolte non sono in grado dinfluire sulle proprie possibilit dimpiego. La disoccupazione strutturale non nasce in una fabbrica o in una citt. Inoltre, un uomo comune che vive in una fabbrica o in una citt pu fare poco o nulla quando la disoccupazione dilaga oltre il suo ambiente personale. Ora questa distinzione, fra struttura sociale e ambiente personale, importantissima agli effetti degli studi sociologici, in quanto ci consente di comprendere prontamente la situazione del pubblico nellAmerica doggi. In ciascuno dei principali settori della vita la perdita del senso della struttura e la caduta in un ambiente inerte fatto dimportanza cardinale. Per i militari ci ovvio, perch nel loro campo le funzioni sono strettamente definite: soltanto i pi elevati posti di comando consentono una visione dinsieme della struttura, il che peraltro costituisce un segreto dufficio custodito gelosamente. Anche nella distribuzione del lavoro le occupazioni delle varie gerarchie economiche costituiscono ambienti pi o meno ristretti, e i punti dai quali si pu avere una visione del processo produttivo nel suo insieme sono cosi centralizzati, che luomo viene estraniato non solo dagli strumenti e dal prodotto del suo lavoro, ma anche da ogni possibilit di comprensione della struttura e dei processi produttivi. In politica, per la frammentariet organizzativa al livello inferiore e la molteplicit degli organismi a livello medio, il singolo non si fa una visione dinsieme n entra in contatto con il vertice, e con ci non pu formulare i problemi che in realt determinano la sua posizione nella struttura, e linsieme della struttura stessa. Con il perdersi di questa visione dinsieme degli aspetti strutturali si spiega la deplorata scomparsa della comunit. nella grande citt che la
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suddivisione degli ambienti e la segregazione nella routine massimamente incide sulla vita dellindividuo e della famiglia, in quanto la maggior parte dei cittadini non pu cogliere completamente la struttura della citt. Da un lato si sono potenziate e centralizzate le strutture detentrici del potere, daltro lato gli uomini si sono frazionati in ambienti ristretti; da entrambi i Iati si accresciuta la dipendenza dai mezzi formali dinformazione e di comunicazione, ivi compresa la stessa educazione. Ma luomo che vive nella massa non riceve da questi mezzi una visione che lo aiuti ad elevarsi; al contrario, ne ricava unesperienza stereotipata, che lo abbassa ancor pi: non pu procurarsi il necessario distacco per osservare le sue esperienze, e tanto meno per valutarie e meno ancora pu valutare ci che non pu sperimentare direttamente. La sua vita, anzich essere accompagnata da quella sorta di discussione interna che noi chiamiamo riflessione, si svolge aderendo a un inconscio monologo, che riecheggia schemi ricevuti dallesterno. Cos luomo-massa non ha progetti propri, ma segue la routine che trova gi tracciata avanti a s; non trascende questa o quella situazione momentanea, perch non gli possibile trascendere il suo ambiente quotidiano; non autenticamente consapevole della sua esperienza quotidiana n dei suoi effettivi modelli: si lascia portare, rispetta le abitudini, il suo comportamento una mescolanza gratuita di criteri confusi e di prospettive acritiche mutuate da persone che non conosce e nelle quali non ha pi fiducia, ammesso che ne abbia mai avuta [] Lidea di societ di massa correlativa allidea di elite del potere. Lidea di pubblico, al contrario, correlativa alla tradizione liberale di una societ senza alcuna elite o con una elite di influenza limitata che si alternano al potere. Infatti, se un pubblico autentico sovrano, non richiede padroni; ma le masse nel loro pieno sviluppo, sono sovrane solo in qualche momento di adulazione plebiscitaria a una elite basata sullautorit e sulla celebrit. La struttura politica di uno stato democratico richiede il pubblico, e luomo democratico, nella sua retorica, deve asserire che questo pubblico la sede autentica della sovranit. Ma ora, con tutte le forze che hanno esteso e accentrato lordine politico e hanno reso la societ moderna meno politica e pi amministrativa; data la trasformazione dei vecchi ceti medi in qualcosa che forse non dovrebbe nemmeno pi chiamarsi ceto medio; data la presenza di grandi mezzi
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dinformazione che in effetti non informano affatto; data la segregazione anticomunitaria delle metropoli; data infine la carenza di associazioni volontarie che veramente mettano il pubblico in rapporto con i centri del potere, assistiamo alla decadenza di tutte le comunit pubbliche, che sono ormai sovrane nel modo pi formale e retorico. Inoltre, in molti paesi ci che rimane di queste comunit pubbliche viene fatto scomparire ricorrendo a mezzi terroristici. I cittadini perdono ogni volont di decisione e di azione razionale perch non ne possiedono gli strumenti; non appartenendo ad alcuna comunit politica, dimenticano anche cosa possa voler dire comunit politica; viene meno in loro la volont politica perch non hanno alcuna facolt di attuarla. Al vertice della moderna societ americana si sta attuando un processo di unificazione sempre pi compatta, che spesso sembra chiaramente voluta: a questo vertice spuntata una lite detentrice del potere. I livelli medi del potere sono una compagine di forze alla deriva, che si annullano a vicenda, e che non riescono a collegare con il vertice la base: politicamente sgretolata, sempre pi impotente, questa si sta trasformando in una societ di massa.
[Charles Wright Mills, La societ di massa, Milano, 1986, pp. 338-341]

Michel Foucault: la filosofia dei marginali


In questa conferenza del 1978, il filosofo e archeologo dei saperi francese, Michel Foucault (1926-1984), si interroga sulla capacit del pensiero filosofico di promuovere e legittimare la democrazia senza produrre, per via del suo approccio sistematico e teoretico, nuovi sistemi dogmatici. La risposta sta nellesposizione di un metodo consolidato dove, alle analisi di sistema, si privilegia la narrazione dei casi singoli, delle realt individuali, dei fenomeni marginali. In unattenzione alla persona e allindividuo che, al centro di tutte le battaglie per i nuovi diritti, avrebbe costituito il massimo contributo della cultura francese di quegli anni al pensiero democratico. Foucault, che con i suoi insegnamenti alla Sorbona si occuper di decriptare le strategie culturali del potere, offrir uno degli stimoli pi importanti alla riflessione sessantottina su una nuova societ. Al cuore della sua teoria, il concetto di biopolitica, ovvero la centralit del corpo dei cittadini nellesercizio del potere.
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Una delle funzioni pi antiche del filosofo occidentale - non soltanto del filosofo, ma anche del saggio e forse, per usare una brutta parola di oggi, dellintellettuale - stata di porre un limite alleccesso di potere, alla sovrapproduzione di potere, ogni volta e in tutti i casi in cui questa sovrapproduzione rischiava di diventare minacciosa. In Occidente, il filosofo ha quasi sempre il profilo dellanti-despota. E, questo, nelle numerose forme delineatesi sin dallinizio della filosofia greca: - il filosofo stato lanti-despota quando definiva il sistema delle leggi secondo cui, in una citt, il potere doveva essere esercitato e quando fissava i limiti legali allinterno dei quali il potere poteva essere esercitato senza pericolo: il ruolo del filosofo legislatore. Fu il ruolo di Solone. In fondo, la filosofia greca ha cominciato a separarsi dalla poesia e la prosa greca ha cominciato a delinearsi proprio nel momento in cui Solone, con un vocabolario ancora poetico, ha formulato delle leggi che sarebbero diventate la prosa stessa della storia greca, della storia ellenica; - seconda possibilit: il filosofo pu essere lanti-despota diventando consigliere del principe, insegnandogli quella saggezza, quella virt, quella verit che gli permetteranno, quando dovr governare, di non abusare del proprio potere. il filosofo pedagogo; Platone in pellegrinaggio da Dionigi il Tiranno; - infine, terza possibilit: il filosofo pu essere lanti-despota affermando che, dopo tutto, quali che siano gli abusi che il potere pu esercitare su di lui o sugli altri, lui, il filosofo, proprio in quanto filosofo, rimarr indipendente dal potere, sia nella pratica sia nel pensiero filosofico. Rider del potere. Erano i cinici. Solone legislatore, Platone pedagogo, i cinici. il filosofo moderatore del potere, il filosofo che si fa beffe del potere. Se potessimo gettare uno sguardo etnologico sullOccidente, dalla Grecia in poi, vedremmo queste tre figure di filosofo ruotare e sostituirsi luna allaltra; vedremmo delinearsi unopposizione significativa tra il filosofo e il principe, tra la riflessione filosofica e lesercizio del potere. E mi chiedo se questa opposizione non caratterizzi la filosofia meglio del suo rapporto con la scienza: tutto sommato, da molto tempo la filosofia non pu pi svolgere una funzione fondante nei confronti della scienza; viceversa, importante che continui a adempiere la sua funzione di moderazione nei confronti
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del potere. Quando osserviamo il modo in cui, storicamente, il filosofo ha adempiuto o ha voluto adempiere la sua funzione di moderatore del potere, siamo indotti a una conclusione un po amara [] C qualcosa di comico, di amaramente comico, nei filosofi occidentali moderni: hanno pensato, hanno concepito se stessi in un rapporto di opposizione sostanziale al potere e al suo esercizio illimitato, ma il destino del loro pensiero ha fatto s che pi li si ascolta e pi il potere e le istituzioni politiche si lasciano penetrare dal loro pensiero, pi essi servono a autorizzare forme eccessive di potere. stata essenzialmente questa la triste comicit di Hegel, trasformato nel regime bismarckiano; la triste comicit di Netzsche, le cui opere complete furono regalate da Rider a Mussolini in occasione del viaggio a Venezia che avrebbe sancito lAnschluss. La filosofia legittima poteri senza freno, pi di quanto facciano le religioni, con il loro supporto dogmatico. Questo paradosso si acuito gravemente con lo stalinismo, che, pi di tutti gli altri, si presentato come uno Stato e al contempo come una filosofia - una filosofia che aveva annunciato e predetto proprio il deperimento dello Stato e che, una volta trasformata in Stato, diventata uno Stato assolutamente privato, separato da ogni riflessione filosofica e da qualsiasi altro tipo di riflessione. lo Stato filosofico divenuto letteralmente incosciente nella forma dello Stato puro [] Ma forse esiste ancora unaltra strada. di questa che vorrei parlarvi. Forse si pu immaginare che la filosofia possa ancora interpretare una parte nei confronti del potere, una parte che non sia di fondazione o di rinnovamento del potere. Forse la filosofia pu ancora avere una funzione di contro-potere, a condizione di non far pi valere, di fronte al potere, la legge stessa della filosofia; a condizione che la filosofia smetta di pensarsi come profezia, come pedagogia o come legislazione e si dia il compito di analizzare, chiarire, rendere visibile e, quindi, di intensificare le lotte che si svolgono intorno al potere, le strategie degli antagonisti allinterno dei rapporti di potere, le tattiche che vengono utilizzate, i focolai di resistenza. Insomma, a condizione che la filosofia smetta di indagare la questione del potere in termini di male o di bene, per porla in termini di esistenza. Non si tratta di domandarsi se il potere sia buono o cattivo, legittimo o illegittimo (tutte questioni attinenti al diritto
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o alla morale). Si tratta, invece, di tentare di alleggerire la questione del potere da tutte le zavorre morali e giuridiche da cui stata finora gravata e di pone una questione ingenua, raramente formulata, anche se alcuni lhanno sollevata da tempo: in che cosa consistono, in fondo, i rapporti di potere? [] I giochi di potere possono essere affrontati da diverse angolature. Invece di studiare il grande gioco dello Stato con i cittadini o con gli altri Stati, ho preferito interessarmi - probabilmente a causa del mio carattere o, forse per uninclinazione alla nevrosi ossessiva - a giochi di potere molto pi circoscritti, molto pi modesti, che in filosofia non godono dello statuto nobile, riconosciuto, dei grandi problemi: giochi di potere intorno alla follia, alla medicina, alla malattia, al corpo malato, alla penalit e alla prigione. Finora ho rivolto la mia attenzione un po a questo [] Vorrei ora tornare a quella filosofia analitico-politica di cui ho parlato poco fa. Mi sembra che una filosofia analitica del potere di questo tipo dovrebbe verificare limportanza delle lotte e dei fenomeni a cui fino a oggi stato attribuito solo un valore marginale. Si dovrebbe dimostrare quanto questi processi, queste agitazioni, queste lotte sconosciute, comuni, anche piccole, si differenzino dalle forme di lotta che in Occidente sono state esaltate nel segno della rivoluzione. Qualunque sia il vocabolario utilizzato e qualunque siano i riferimenti teorici di chi partecipa a queste lotte, del tutto evidente che abbiamo a che fare con un processo che, pur essendo molto importante, non affatto una variante formale, morfologica, della rivoluzione: non lo nel senso classico della parola rivoluzione, con cui si definisce una lotta globale e unitaria di unintera nazione, di un intero popolo, di unintera classe, con cui si designa una lotta che promette di sconvolgere da cima a fondo il potere costituito, di annientarlo nei suoi fondamenti, una lotta che garantisce una liberazione totale, una lotta imperativa che; in fondo, esige che tutte le altre lotte siano subordinate e rimangano sospese [] Vorrei concludere tornando a quelle lotte, a quei giochi di potere di cui parlavo prima e, delle quali, le lotte che riguardano la prigione e il sistema penale sono solo uno degli esempi e uno dei casi possibili. Le lotte riguardanti la follia, la malattia mentale, la ragione e la sragione, quelle
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che riguardano le relazioni sessuali tra individui, le relazioni tra i sessi, le lotte per lambiente e per la cosiddetta ecologia, quelle riguardanti la medicina, la salute e la morte, tutte queste lotte hanno un oggetto, un obiettivo molto preciso, un obiettivo completamente diverso da quello a cui miravano le lotte rivoluzionarie, ma che merita ugualmente di essere considerato. Ci che dal secolo XIX chiamiamo la Rivoluzione, ci a cui mirano i partiti e i movimenti definiti rivoluzionari, essenzialmente quello che costituisce il potere economico.
[Michel Foucault, Antologia, Roma, 2005, pp. 204-218 ]

Simone de Beauvoir: la fraternit democratica tra uomo e donna


In queste pagine acute, poste a conclusione del suo trattato sulla condizione femminile, Simone de Beauvoir chiarisce la portata universale della battaglia per lemancipazione delle donne. Non si tratta soltanto dei diritti di una minoranza. Si tratta di un allargamento del Diritto, per portare a compimento il valore universale della democrazia. Di una battaglia, cio, per la fraternit di cittadini tutti diversi tra loro, a cominciare da uomo e donna.

La realt che n gli uomini n le donne, oggi, sono soddisfatti gli uni degli altri. Il problema sapere se una maledizione originale che li condanna a sbranarsi tra loro o se i conflitti che li dividono non esprimono che un momento transitorio della storia umana. Abbiamo visto che, a dispetto di ogni leggenda, nessun destino fisiologico impone al Maschio e alla Femmina come tali una eterna ostilit; anche la famosa mantide religiosa divora il maschio solo per mancanza di altri alimenti e nellinteresse della specie: a questo che sono subordinati tutti gli individui dallalto al basso della scala animale. Daltronde, lumanit una cosa diversa da una specie: un divenire storico; si definisce nel modo con cui assume la fattit naturale. In verit, anche con la maggior malafede del mondo, impossibile scoprire tra il maschio e la femmina umana una rivalit dordine propriamente fisiologico. Sar meglio collocare la loro ostilit su quel terreno
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intermedio tra la biologia e la psicologia che quello della psicanalisi. La donna, si dice, invidia alluomo il suo pene e desidera castrarlo; ma il desiderio infantile del pene acquista importanza nella vita della donna adulta solo se questa sente la propria femminilit come una mutilazione; nel qual caso desidera appropriarsi dellorgano maschile in quanto incarna tutti i privilegi della virilit. Si d volentieri un significato simbolico al suo sogno di castrazione: si pensa che essa voglia privare il maschio della sua trascendenza. Come abbiamo visto, il suo desiderio molto pi ambiguo: essa vuole, in maniera contraddittoria, avere questa trascendenza, il che fa supporre che nello stesso tempo la rispetti e la neghi, che nello stesso tempo intenda gettarsi in lei e ritenerla in s. Cio, il dramma non si svolge su un piano sessuale; daltronde la sessualit non ci mai apparsa come determinante un destino, come chiave della condotta umana, ma come espressione della totalit di una situazione che contribuisce a definire. La lotta dei sessi non immediatamente implicata nellanatomia delluomo e della donna. In realt, quando la si evoca, si d per concesso che nel cielo intemporale delle Idee si svolge una battaglia tra queste essenze incerte: lEterno femminino e lEterno mascolino; e non si rivela che questa titanica lotta riveste sulla terra due forme del tutto diverse, corrispondenti a momenti storici diversi [] Ricordiamoci che la nostra mancanza dimmaginazione impoverisce sempre lavvenire; esso non per noi che unastrazione; ognuno di noi vi deplora sordamente lassenza di ci che fu lui; ma lumanit di domani lo vivr nella sua carne e nella sua libert, sar il suo presente e, a sua volta, lo preferir; nasceranno tra i sessi nuovi rapporti sessuali e affettivi di cui non abbiamo idea: gi sono apparse tra uomini e donne amicizie, rivalit, complicit, dimestichezze, caste o sessuali, che i secoli passati non avrebbero potuto immaginare. Tra laltro, niente mi sembra pi discutibile dello slogan che vota il mondo nuovo alluniformit, perci alla noia. Non mi sembra affatto che la noia manchi in questo mondo, n che la libert abbia mai creato luniformit. Anzitutto, rimarranno sempre tra uomo e donna alcune differenze; poich lerotismo della donna, e perci il suo mondo sessuale, ha un aspetto particolare, deve necessariamente generare in lei una sensualit, una sensibilit particolari: i suoi rapporti col proprio corpo, col corpo maschile, col figlio, non
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saranno mai identici a quelli che ha luomo col proprio corpo, col corpo femminile e col figlio; coloro che parlano tanto di eguaglianza nella differenza non possono non concedermi che possano esistere delle differenze nelleguaglianza. Daltra parte, sono le istituzioni che creano la monotonia: giovani e graziose, le schiave dellharem sono sempre le stesse tra le braccia del sultano; il cristianesimo ha dato allerotismo il suo sapore di peccato e di leggenda dando unanima alla femmina delluomo; restituendole la sua sovrana singolarit, non si toglier il sapore patetico agli amplessi amorosi. assurdo pretendere che non possano pi esistere lorgia, il vizio, lestasi, la passione essendo uomo e donna concretamente simili; le contraddizioni che oppongono la carne allo spirito, listante al tempo, la vertigine dellimmanenza al richiamo della trascendenza, lassoluto del piacere al nulla delloblio non saranno mai annullate; nella sessualit si materializzeranno sempre la tensione, lo strazio, la gioia, la sconfitta e il trionfo dellesistenza. Liberare la donna significa rifiutare di chiuderla nei rapporti che ha con luomo, ma non negare tali rapporti; se essa si pone per s continuer ugualmente a esistere anche per lui: riconoscendosi reciprocamente come soggetto ognuno tuttavia rimarr per laltro un altro; la reciprocit dei loro rapporti non sopprimer i miracoli che genera la divisione degli esseri umani in due categorie distinte: il desiderio, il possesso, lamore, il sogno, lavventura; e le parole che ci commuovono: dare, conquistare, unirsi, conserveranno il loro senso; quando invece sar abolita la schiavit di una met dellumanit e tutto il sistema di ipocrisia implicatovi, allora la sezione dellumanit riveler il suo autentico significato e la coppia umana trover la sua vera forma. Il rapporto immediato, naturale, necessario, delluomo alluomo il rapporto delluomo alla donna ha detto Marx. Dal carattere di questo rapporto risulta fino a che punto luomo stesso si capito come essere generico, come uomo; il rapporto delluomo alla donna il rapporto pi naturale dellessere umano allessere umano. Vi si rivela perci fino a che punto il comportamento naturale delluomo diventato umano o fino a che punto lessere umano diventato il suo essere naturale, fino a che punto la sua natura umana diventata la sua natura. Non si pu dire niente di meglio. in seno al mondo dato che spetta alluomo
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far trionfare il regno della libert; per raggiungere questa suprema vittoria tra laltro necessario che uomini e donne, al di l delle loro differenziazioni naturali, affermino, senza possibilit di equivoco, la loro fraternit.
[Simone de Beauvoir, Il secondo sesso, Milano 1961, pp. 687-699]

Il sessantotto italiano e la richiesta di maggiore partecipazione


Scoppiate nel novembre del 1967, le rivolte studentesche italiane risentono di un paese fortemente disomogeneo e tradizionalista gi lacerato da uno scontro tra lavoratori e industriali che si svolge con modalit anacronistiche, preannunciando la nascita delle tensioni sanguinose degli anni Settanta. Allavanguardia del rinnovamento e interpretando le esigenze dei settori pi progrediti della societ, gli studenti chiedono forme pi partecipative di democrazia che tengano conto delle mutate condizioni culturali e civili di gran parte della popolazione. Quello che pubblichiamo il documento conclusivo del convegno sulle lotte studentesche svoltosi a Trento nel febbraio del 1968.

1.Il nuovo ciclo di lotte, apertosi recentemente nelle facolt, atenei e scuole medie superiori, caratterizzato da forme assembleari e di massa, che si muovono tendenzialmente fuori dalle strutture della rappresentanza tradizionale, attraverso la sperimentazione di moduli organizzativi fondati sul rifiuto di ogni istituzionalizzazione della delega, sulla affermazione della democrazia diretta. In esse si esprime una comprensione generalizzata e diffusa della non-autonomia delle strutture scolastiche da quelle produttive, nonautonomia che si risolve anzi in una subordinazione e compenetrazione profonda e articolata del potere accademico con quello della classe dominante, delle strutture universitarie con le strutture sociali capitalistiche. Tale ciclo nuovo di lotte abbandona dunque lastratta finalit della autonomia delle strutture scolastiche da quelli civili, dellautonomia della scienza dal suo uso sociale capitalistico, e tende invece a sviluppare lautonomia del movimento studentesco, autonomia politica che si
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attua sperimentalmente in una serie di forme differenziate per sede, (controcorsi, seminari collettivi, gruppi di lavoro politico, ecc.): autonomia, cio, sia dalle strutture scolastiche oppressive, sia dalle strutture burocratizzate della rappresentanza tradizionale. 2. Questo tipo di lotte nuove ha una logica interna di tipo rovesciato rispetto alla precedente, in quanto esse procedono induttivamente, a partire dalla condizione reale dello studente e non dallidea di essa, dal suo disagio immediato contro lautoritarismo accademico, fino a ricostruire attraverso tutta una serie di mediazioni complesse il disagio sociale generalizzato contro lautoritarismo sociale, il sistema imperialistico. Questa nuova metodologia politica delle lotte studentesche ha come scopo la costruzione di un movimento politico di massa, lorganizzazione di massa della popolazione studentesca, a livello di ogni singola sede e sul piano nazionale. La controparte ravvicinata lautoritarismo accademico non sempre la sola n la centrale durante le lotte, le quali quindi non si istituzionalizzano anche nel senso che la controparte non fissata o individuabile aprioristicamente una volta per tutte [] Positivamente, potere studentesco muove dalla necessit centrale della costruzione di un movimento politico di massa, dellorganizzazione delle masse studentesche su una linea alternativa alle strutture date o riformate, della stabilizzazione ed estensione dei momenti contestativi sviluppatisi durante le lotte, per una loro crescita verticale (politica) ed orizzontale (di massa: altre facolt, studenti medi, studenti-lavoratori e serali), ponendo al centro della sua tematica il problema del potere: di quello attuale da spezzare, e di quello nuovo e alternativo da costruire. La diversit di taglio politico del movimento studentesco attuale comporta anche una sostanziale diversit nelle sue forme organizzative: forme assembleari contrapposte a quelle verticistiche e burocratizzate, forme di massa autogestite contrapposte alle forme professionali di gestione basate sulla delega, sulla subordinazione giuridicistica, sulla cinghia di trasmissione partitica, ecc. Nascono cos tra studente atomizzato e assemblee generali delle forme politiche ed organizzative intermedie, istituti collettivi sperimentali (controcorsi, seminari di gruppo, commissioni politiche,
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ecc.) per permettere sia la massima partecipazione attiva e responsabile degli studenti in lotta allelaborazione della linea politica, sia la nondecadibilit delle tensioni politiche e culturali una volta caduta la lotta istituzionale (sciopero, occupazione, ecc.). Potere studentesco muove dalla necessit del confronto politico, dello scontro politico e della contrattazione politica quotidiana tra massa studentesca e potereautoritarismo della controparte. una apertura di fronte di lotta che non si chiude e apre episodicamente, lasciando tra i successivi momenti conflittuali il vuoto politico, lamministrazione burocratica e verticistica della normalit costituita; invece una lotta politica continuativa, articolata e sempre pi generalizzata.
[Documenti della rivolta universitaria, Bari 1968, pp. 73 e segg.]

I diritti civili dei gay: la tutela delle minoranze come garanzia per tutti
La notte del 27 giugno del 1969, in un locale di Manhattan dal nome Stonewall, la polizia fa una delle sue ennesime retate, seguite da violenze e abusi di potere. Uno dei perquisiti ha il coraggio di ribellarsi e lancia una bottiglia. Ne segue una rivolta che dar inizio al movimento per la liberazione gay in un paese dove lomosessualit era ancora reato. Il clima arroventato dalla guerra del Vietnam e quella dei gay diventa parte della battaglia per la pace, la libert e lautodeterminazione. Nellatmosfera calda di quei giorni si moltiplicano le iniziative politiche che porteranno a una grande conferenza a Kansas City e a numerosi documenti rivendicativi, come quello che pubblichiamo, dove, con toni particolarmente polemici, viene incoraggiata la nascita di un movimento omofilo perch le conquiste di libert di una minoranza diventino capitale democratico di tutti. A spingere in direzione di una maggiore radicalit, le violente repressioni della polizia contro i manifestanti accorsi in quegli stessi giorni a Chicago per la grande convention democratica del 69.

Manifesto radicale: il movimento omofilo deve essere radicalizzato! 1. Noi vediamo la persecuzione dellomosessualit come parte di un tentativo generale per opprimere tutte le minoranze e per mantenerle
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nel loro stato di impotenza. Il nostro destino legato a quello di queste minoranze; se domani i campi di detenzione verranno riempiti di neri, hippy e altri radicali, malgrado ogni tentativo di dissociarci da loro, noi non sfuggiremo a questo destino. 2. Per questa ragione, noi esprimiamo pubblicamente il nostro sostegno di omosessuali e bisessuali alla lotta dei neri, delle femministe, degli latino-americani, degli indiani, degli hippy, dei giovani, degli studenti e alle altre vittime delloppressione e del pregiudizio. 3. Chiediamo a questi gruppi di darci il loro supporto, incoraggiando la loro presenza nel Nacho e, pi in generale, nel movimento omofilo. 4. I nostri nemici, un implacabile, repressivo sistema di governo, la maggior parte delle religioni organizzate, il mondo degli affari e delle industrie farmaceutiche, non cambieranno atteggiamento con la pacificazione, gli appelli alla ragione o alla giustizia, ma con il potere e la forza. 5. Consideriamo gli standard ufficiali di moralit eterosessuale come immorali e rifiutiamo di accettarli in cambio di unuguaglianza che significherebbe accettare il giogo della repressione sessuale. 6. Dichiariamo che gli omosessuali, in quanto individui e membri di una comunit pi ampia, devono sviluppare unetica e unestetica omosessuale indipendente e priva di riferimenti ai costumi imposti dalleterosessualit. 7. Chiediamo di rimuovere ogni restrizione sessuale tra persone consenzienti, di qualsiasi sesso, orientamento sessuale, ovunque, anche se per denaro, e la rimozione di ogni forma di censura. 8. Chiediamo alle Chiese di sanzionare lomosessualit soltanto quando viene richiesto dalle parti in questione. 9. Chiediamo al movimento omofilo di occuparsi con maggiore onest della questione giovanile, invece di promuovere una mitica e inesistente buona immagine pubblica. 10. Il movimento omofilo deve rifiutare completamente la folle guerra in Vietnam e deve rifiutarsi di incoraggiare ogni forma di sostegno alla guerra e di sostegno a una macchina bellica che potrebbe essere rivolta contro di noi. Ci opponiamo a ogni tentativo di del movimento di ottenere forme di liberalizzazione dellomosessualit, se ci dovesse
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contribuire alla macchina bellica. 11. Il movimento omofilo deve impegnarsi per una lotta continua su tutti i fronti. 12. Dobbiamo aprire gli occhi degli omosessuali di fronte alla natura sempre pi oppressiva della nostra societ e sulle battaglie che il maggio di Chicago ha di fronte a s. [Manifesto del 28 agosto 1969, documento disponibile su: http://www. fordham.edu/halsall/pwh/1969docs.html]

Martin Luther King: il movimento dei neri negli Usa


A un secolo dallabolizione della schiavit negli Usa, le discriminazioni giuridiche a danno dei neri permangono tenacemente radicate nella cultura razzista dei bianchi negli Stati del Sud. Nella seconda met degli anni Cinquanta prende slancio il movimento per la conquista dei diritti civili che si rafforza sotto la leadership del pastore battista Martin Luther King (1929-1968), le cui pratiche di lotta nonviolenta raggiungono significativi successi politici, imponendosi allattenzione dellopinione pubblica mondiale. Sono centinaia di migliaia gli americani neri e bianchi che il 28 agosto 1963 ascoltano, commossi dindignazione e di speranza, le vibranti parole pronunciate da King nel Discorso del sogno al Lincoln Memorial, vero e proprio atto di nascita di unAmerica nuova, abitata dalle orgogliose rivendicazioni della diversit e dei diritti.

Alla folla: Sono felice di unirmi a voi in questa che passer alla storia come la pi grande dimostrazione per la libert nella storia del nostro paese. Cento anni fa un grande americano, alla cui ombra ci leviamo oggi, firm il Proclama sullEmancipazione. Questo fondamentale decreto venne come un grande faro di speranza per milioni di schiavi negri che erano stati bruciati sul fuoco dellavida ingiustizia. Venne come unalba radiosa a porre termine alla lunga notte della cattivit. Ma cento anni dopo, il negro ancora non libero; cento anni dopo, la vita del negro ancora purtroppo paralizzata dai ceppi della segregazione e dalle catene della discriminazione; cento anni dopo, il negro ancora vive
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su unisola di povert solitaria in un vasto oceano di prosperit materiale; cento anni dopo; il negro langue ancora ai margini della societ americana e si trova esiliato nella sua stessa terra [...] Per questo siamo venuti qui, oggi, per rappresentare la nostra condizione vergognosa. In un certo senso siamo venuti alla capitale del paese per incassare un assegno. Quando gli architetti della repubblica scrissero le sublimi parole della Costituzione e la Dichiarazione dIndipendenza, firmarono un pagher del quale ogni americano sarebbe diventato erede. Questo pagher permetteva che tutti gli uomini, si, i negri tanto quanto i bianchi, avrebbero goduto dei principi inalienabili della vita, della libert e del perseguimento della felicit [] Non potremo mai essere soddisfatti finch i nostri figli saranno privati della loro dignit da cartelli che dicono: Riservato ai bianchi. Non potremo mai essere soddisfatti finch i negri del Mississippi non potranno votare e i negri di New York crederanno di non avere nulla per cui votare. No, non siamo ancora soddisfatti, e non lo saremo finch la giustizia non scorrer come lacqua e il diritto come un fiume possente. Non ho dimenticato che alcuni di voi sono giunti qui dopo enormi prove e tribolazioni. Alcuni di voi sono venuti appena usciti dalle anguste celle di un carcere. Alcuni di voi sono venuti da zone in cui la domanda di libert ci ha lasciato percossi dalle tempeste della persecuzione e intontiti dalle raffiche della brutalit della polizia. Siete voi i veterani della sofferenza creativa. Continuate ad operare con la certezza che la sofferenza immeritata redentrice. Ritornate nel Mississippi; ritornate in Alabama; ritornate nel South Carolina; ritornate in Georgia; ritornate in Louisiana; ritornate ai vostri quartieri e ai ghetti delle citt del Nord, sapendo che in qualche modo questa situazione pu cambiare, e cambier. Non lasciamoci sprofondare nella valle della disperazione. E perci, amici miei, vi dico che, anche se dovrete affrontare le asperit di oggi e di domani, io ho un sogno. un sogno profondamente radicato nel sogno americano, che un giorno questa nazione si lever in piedi e vivr fino in fondo il senso delle sue convinzioni: noi riteniamo ovvia questa verit, che tutti gli uomini sono creati uguali. Io ho un sogno, che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli
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di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza. Io ho un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, uno stato colmo dellarroganza dellingiustizia, colmo dellarroganza delloppressione, si trasformer in unoasi di libert e giustizia. Io ho un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualit del loro carattere. Ho un sogno, oggi! Io ho un sogno, che un giorno ogni valle sar esaltata, ogni collina e ogni montagna saranno umiliate, i luoghi scabri saranno fatti piani e i luoghi tortuosi raddrizzati e la gloria del Signore si mostrer e tutti gli essere viventi, insieme, la vedranno. questa la nostra speranza. Questa la fede con la quale io mi avvio verso il Sud. Con questa fede saremo in grado di strappare alla montagna della disperazione una pietra di speranza. Con questa fede saremo in grado di trasformare le stridenti discordie della nostra nazione in una bellissima sinfonia di fratellanza. Con questa fede saremo in grado di lavorare insieme, di pregare insieme, di lottare insieme, di andare insieme in carcere, di difendere insieme la libert, sapendo che un giorno saremo liberi. Quello sar il giorno in cui tutti i figli di Dio sapranno cantare con significati nuovi: paese mio, di te, dolce terra di libert, di te io canto; terra dove morirono i miei padri, terra orgoglio del pellegrino, da ogni pendice di montagna risuoni la libert; e se lAmerica vuole essere una grande nazione possa questo accadere. Risuoni quindi la libert dalle poderose montagne dello stato di New York. Risuoni la libert negli alti Allegheny della Pennsylvania. Risuoni la libert dalle Montagne Rocciose del Colorado, imbiancate di neve. Risuoni la libert dai dolci pendii della California. Ma non soltanto. Risuoni la libert dalla Stone Mountain della Georgia. Risuoni la libert dalla Lookout Mountain del Tennessee. Risuoni la libert da ogni monte e monticello del Mississippi. Da ogni pendice risuoni la libert.
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E quando lasciamo risuonare la libert, quando le permettiamo di risuonare da ogni villaggio e da ogni borgo, da ogni stato e da ogni citt, acceleriamo anche quel giorno in cui tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili, cattolici e protestanti, sapranno unire le mani e cantare con le parole del vecchio spiritual: Liberi finalmente, liberi finalmente; grazie Dio Onnipotente, siamo liberi finalmente.
[AAVV, I have a dream, Milano, 2007, pp. 21-26]

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Il ritorno del paradigma liberale


Redistribuzione, abbattimento dei privilegi, centralit dello stato sarebbero state le linee guida di una politica riformista condivisa da quasi tutte le cancellerie fino alla breve stagnazione e alla crisi mondiale dellinizio degli anni Settanta. A quel punto, impreparata di fronte alla crescita della disoccupazione e delle spese sociali, una societ che andava sviluppandosi al di fuori dello spazio pubblico giudic il sistema di welfare come invadenza eccessiva. Accusato da sinistra di non essere stato sufficientemente efficace e da destra di essere fonte di sperpero che comportava linnalzamento della pressione fiscale e rallentava la crescita economica, lo schieramento che aveva sostenuto la necessit del suo intervento si erose e, seguendo la convinzione che la societ e leconomia fossero ormai abbastanza adulte per poter badare a se stesse, venne progressivamente smantellato. La nuova destra liberista ebbe gioco facile nel promettere il definitivo ritorno dello sviluppo grazie alla riduzione delle tasse e alla capacit di autoregolazione di un sistema economico lasciato finalmente a se stesso. Gi nel 1971, Nixon stabil la fine della convertibilit del dollaro in oro, aprendo cos alla speculazione monetaria e prefigurando le politiche neoliberiste di Margaret Thatcher in Gran Bretagna e lascesa di Reagan negli Stati Uniti. Comera prevedibile, alla prima ondata di riduzione fiscale segu una rapida e fatua crescita che ebbe come primo effetto quello di spingere i democratici a riformulare la propria concezione dei rapporti tra stato e mercato. Il connubio tra uguaglianza e libert uscita dal dopoguerra entr rapidamente in crisi e anche tra i riformisti si cominci a credere in uno sviluppo indefinito che avrebbe eradicato spontaneamente la povert e lingiustizia sociale. Da questo avvicinamento della cultura democratica e riformista al liberalismo nacquero sintesi che avrebbero accompagnato la lunga stagione della deregulation e che avrebbero lasciato spazio a un timido ritorno del paradigma democratico soltanto a met degli anni Novanta. Anni in cui lerrore di prospettiva sotteso alla visione utopistica e ideologica della nuova destra cominciava a essere svelato dal ritorno di crisi cicliche, da pratiche speculative scomparse dalla fine della guerra e dai primi fenomeni di degrado ambientale generati da un sistema economico irrazionalmente ipertrofico. Ma anche da un crescente disinteresse verso la politica che, interpretato in un primo tempo come lautonomia di una moderna
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societ civile, si sarebbe rivelato il declino della sfera pubblica a profitto delle grandi istituzioni private e del mercato.

John Rawls: la giustizia come libert


Rinnovando la tradizione del contrattualismo liberaldemocratico, John Rawls (19222002), filosofo politico tra i pi autorevoli del secondo Novecento, volge la sua riflessione alla ricerca di Una teoria della giustizia fondata sulla scelta razionale. Secondo Rawls, cittadini ideali soggetti a condizioni che ne garantiscano limparzialit, dovendo tutelare razionalmente la propria libert di scelta commisurandola con quella degli altri, definirebbero la societ giusta quella che massimizza la libert di ciascuno compatibilmente con la libert di tutti, eliminando le diseguaglianze che rafforzano coloro che stanno meglio e autorizzando le diseguaglianze che possono permettere a chi sta peggio di migliorare le proprie condizioni. In queste pagine, Rawls esprime il fondamento della libert nella giustizia, offrendo un liberalismo egualitario e razionale che avrebbe avuto molto successo tra i democratici e progressisti americani ed europei, segnando gi nel 1971 il primo ritorno del paradigma liberale.

La giustizia la prima virt delle istituzioni sociali, cos come la verit lo dei sistemi di pensiero. Una teoria, per quanto semplice ed elegante, deve essere abbandonata o modificata se non vera. Allo stesso modo, leggi e istituzioni, non importa quanto efficienti e ben congegnate, devono essere riformate o abolite se sono ingiuste. Ogni persona possiede uninviolabilit fondata sulla giustizia su cui neppure il benessere della societ nel suo complesso pu prevalere. Per questa ragione la giustizia nega che la perdita della libert per qualcuno possa essere giustificata da maggiori benefici goduti da altri. Non permette che i sacrifici imposti a pochi vengano controbilanciati da una maggior quantit di vantaggi goduti da molti. Di conseguenza, in una societ giusta sono date per scontate, eguali libert di cittadinanza; i diritti garantiti dalla giustizia non possono essere oggetto n della contrattazione della politica, ne del calcolo degli interessi sociali. Lunico motivo che ci permette di conservare una teoria erronea la mancanza di una teoria migliore; analogamente, uningiustizia tollerabile solo quando necessaria per evitarne una ancora maggiore. Poich la verit e la giustizia sono le
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virt principali delle attivit umane, esse non possono essere soggette a compromessi. Queste proposizioni sembrano esprimere le nostre convinzioni intuitive sul primato della giustizia. Senza dubbio sono state espresse in modo troppo radicale. In ogni caso intendo vedere se queste affermazioni, o altre simili a esse sono valide e, in questo caso, in che modo se ne pu tentare una ricostruzione razionale. Per questo scopo necessaria la costruzione di una teoria della giustizia, alla luce della quale si possano interpretare e valutare queste affermazioni. Inizier da unanalisi del ruolo del principio di giustizia. Per chiarire questo punto, assumiamo che la societ un associazione pi o meno autosufficiente di persone che, nelle loro relazioni reciproche, riconoscono come vincolanti certe norme di comportamento e che, per la maggior parte, agiscono in accordo con esse. Supponiamo poi che queste norme specifichino un sistema, di cooperazione teso ad avvantaggiare coloro che vi partecipano. Quindi, nonostante la societ sia unimpresa cooperativa per il reciproco vantaggio, essa normalmente caratterizzata sia da conflitto sia da identit di interessi. Esiste unidentit di interessi poich la cooperazione sociale rende possibile per tutti una vita migliore di quella che chiunque potrebbe vivere se ciascuno dovesse vivere unicamente in base ai propri sforzi. Esiste un conflitto di interessi dal momento che le persone non sono indifferenti rispetto al modo in cui vengono distribuiti i maggiori benefici prodotti dalla loro collaborazione: ognuno di essi infatti, allo scopo di perseguire i propri obiettivi, ne preferisce una quota maggiore piuttosto che minore. Un insieme di principi serve cos sceglie tra i vari assetti sociali che determinano questa divisione dei vantaggi e per sottoscrivere un accordo sulla corretta distribuzione delle quote. Questi principi sono i principi della giustizia sociale: essi forniscono un metodo per assegnare diritti e doveri nelle istituzioni fondamentali della societ, e definiscono la distribuzione appropriata dei benefici e degli oneri della cooperazione sociale [] Diciamoci cos che una societ bene ordinata quando non soltanto tesa a promuovere il benessere dei propri membri, ma anche regolata in modo effettivo da una concezione pubblica della giustizia. Ci significa che si tratta di una societ in cui 1) ognuno accetta e sa che
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gli altri accettano i medesimi principi di giustizia e 2) le istituzioni fondamentali della societ soddisfano generalmente, e in modo generalmente riconosciuto, questi principi. In questo caso, anche se gli uomini possono avanzare richieste eccessive verso i propri simili, riconoscono nondimeno un punto di vista comune in base al quale possono venire giudicate le loro pretese. Se la tendenza degli uomini verso il proprio interesse rende necessaria la vigilanza reciproca, il loro senso politico di giustizia rende possibile una stabile associazione. In mezzo a individui che hanno scopi e finalit diversi, una concezione condivisa di giustizia stabilisce legami di convivenza civile; il generale desiderio di giustizia limita la ricerca di altri obiettivi [] Loggetto della giustizia Molti diversi generi di cose sono considerati giusti o ingiusti: non soltanto leggi, istituzioni e sistemi sociali, ma anche particolari azioni di diversi tipi, tra cui decisioni, giudizi e imputazioni. Chiamiamo giusti o ingiusti anche gli atteggiamenti e le inclinazioni delle persone, e le persone stesse. Il nostro tema per quello della giustizia sociale. Secondo noi loggetto principale della giustizia la struttura fondamentale della societ, o pi esattamente il modo in cui le maggiori istituzioni sociali distribuiscono i doveri e i diritti fondamentali e determinano la suddivisione dei benefici della cooperazione sociale. Chiamo con il termine di maggiori istituzioni la costituzione politica e i principali assetti economici e sociali. Cos la tutela giuridica della libert di pensiero e di coscienza, il mercato concorrenziale,la propriet privata dei mezzi di produzione, e la famiglia monogamica sono tutti esempi di istituzioni sociali maggiori. Considerate nellinsieme come un unico schema, le istituzioni maggiori definiscono i diritti e i doveri degli uomini e influenzano i loro prospetti di vita, ci che essi possono attendersi e le loro speranze di riuscita. La struttura fondamentale loggetto principale della giustizia poich i suoi effetti sono molto profondi ed evidenti sin dagli inizi. Lidea intuitiva che questa struttura include differenti posizioni sociali e che uomini nati in differenti posizioni hanno diverse aspettative di vita, parzialmente determinate sia dal sistema politico sia dalle circostanze economiche e sociali. In questo
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modo le istituzioni della societ privilegiano certe situazioni di partenza rispetto ad altre. Queste ineguaglianze sono particolarmente profonde. Esse non soltanto sono assai diffuse, ma influenzano anche le opportunit iniziali che gli uomini hanno nella vita; perci non possono essere giustificate da un ipotetico richiamo alle nozioni di merito o di valore morale. E a queste ineguaglianze, che probabilmente appartengono in modo inevitabile alla struttura fondamentale di ogni societ, che devono essere innanzi tutto applicati i principi della giustizia sociale. Questi principi regolano poi la scelta di una costituzione politica e dei principali elementi del sistema economico e sociale. La giustizia di uno schema sociale dipende essenzialmente dal modo in cui sono ripartiti i diritti e i doveri fondamentali, dalle opportunit economiche e dalle condizioni i sociali nei vari settori della societ.
[John Rawls, Una teoria della giustizia, Milano 1993, pp. 9-14]

Ralf Dahrendorf: per un nuovo liberalismo


Ministro nel primo governo Willy Brandt, storico e sociologo, Dahrendorf (19292009) ha incarnato la coscienza liberale dei democratici europei. Nel 1959 avrebbe scritto Classi e conflitto di classe nella societ industriale, dimostrando come le istituzioni nazionali delle democrazie occidentali, istituzionalizzando il conflitto sociale, ne avevano fatto uno dei motori del rinnovamento. Attento interprete di Max Weber, negli anni Ottanta avrebbe visto nelle richieste di maggiore liberalismo provenienti dalla societ, unoccasione per rigenerare la cultura socialdemocratica e per promuovere la nascita di un nuovo liberalismo che avrebbe trasformato il ruolo economico e sociale dello stato, adeguando il welfare alle strutture pi pluraliste delle societ contemporanee. Nel clima del momento lobiettivo era di contrastare la deriva liberista, ritrovando quelle che a suo avviso erano le radici liberali della cultura democratica.

La maggior parte dei grandi riformatori degli ultimi due secoli sono stati liberali. Loro scopo sempre stato una societ capace di assicurare a tutti le libert fondamentali, al maggior numero possibile di persone confini aperti di realizzazione personale, e agli innovatori creativi un clima di incoraggiamento. Lottica della riforma, comunque, mutata.
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Il tardo XIX secolo segna un cambiamento di temi; e pu essere che alla fine del XX secolo abbiamo davanti a noi un ulteriore cambiamento di visuale [] Il liberale, che vuole conservare e sviluppare la civil society, in questa situazione domander soprattutto dove stiano i nuovi compiti del contratto sociale e quali risposte in questo periodo promettano la misura massima di libert. I neoliberali cercatori del Graal raccomandano lo Stato minimale, e, per il resto, mercato. Essi hanno probabilmente un giusto senso della direzione e una sbagliata preferenza contenutistica, che documenta la loro carente comprensione della storia. Che il contratto sociale di domani debba sottolineare ancora pi fortemente la societ borghese e meno lo Stato burocratizzato, probabile. Che nella struttura di sudditanza della moderna organizzazione, iniziativa e fantasia ci rimettano, una conclusione ovvia. Ma lo Stato sentinella e la invisibile mano di Adam Smith, gi solo per motivi pratici non sono una risposta appropriata alle nuove domande. Niente di simile accadr niente di simile accaduto nella Gran Bretagna della Thatcher, nellAmerica di Reagan, per non parlare della Germania di Kohl poich le moderne societ sono andate ben al di l di questa loro fase di manifattura. Chi non produce spilli, ma semiconduttori, vive ormai in un altro mondo. La domanda critica , dunque, in che modo dobbiamo formulare la problematica del contratto sociale la problematica liberale alla fine del XX secolo. Soprattutto a tale riguardo questo volume vorrebbe offrire un contributo. Esso ha dato unocchiata su certi temi che conviene qui ricordare ancora una volta in quattro punti. La prima questione possiamo chiamarla questione dellappartenenza. La societ borghese, in quanto societ di cittadini di Stato dovrebbe garantire a tutti gli uomini (entro gli spazi territoriali che continuano intanto ad avere importanza in rapporto ai diritti civili) una necessaria misura di chances di partecipazione uguali. Fin dove questa uguaglianza debba spingersi il problema affrontato da Rawls; in questo volume gli abbiamo risposto, al di l di ogni filosofia, con T. H. Marshall. Daltronde, in ripetute occasioni abbiamo anche rilevato come la societ dei cittadini di Stato dei paesi ricchi del mondo sul punto di tradire il proprio principio fondamentale e di far diventare privilegio i pieni
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diritti di partecipazione. E nel far questo, abbiamo messo laccento sulle questioni della nuova disoccupazione e della nuova povert. Entrambe stanno a significare che molti uomini vengono estromessi dalla societ borghese di uno Stato. E quindi necessario un grande rinnovato sforzo per ricompattare la cittadinanza di Stato. E uno sforzo sociale (per dirla nella corrente terminologia della politica), che i partiti liberali fanno oggi malvolentieri. Qui si tratta di ridefinire lo Stato sociale, non di smontarlo, e di procedere a una nuova ripartizione del lavoro. Il tema del reddito minimo garantito potrebbe in questo contesto acquistare importanza strategica [] Che le democrazie si irrigidiscano cosa su cui non si pensato allepoca della loro costituzione; ma esse sono ordinamenti che devono permettere il cambiamento senza rivoluzione. ben vero che esiste il fenomeno, analizzato in maniera impressionante da Mancur Olson, dei cartelli di gruppi di interessi particolari. A questo fenomeno americano corrisponde in Europa il tema ripetutamente sottolineato da Max Weber in maniera quasi profetica cio molto prima che si manifestasse pienamente della immobilit burocratica, e per la precisione la struttura di sudditanza. Limbarazzo dei due autori nella ricerca di soluzioni eloquente. N il carisma preferito da Weber n le catastrofi accennate occasionalmente da Olson (guerre, rivoluzioni) possono essere presentati come soluzioni costituzionali, anzi anche solo tollerabili, del dilemma. Essi attestano solo che sono necessarie considerevoli scosse per smuovere strutture irrigidite. Al di l di soluzioni catastrofiche, appare interessante soprattutto intraprendere un confronto di regole costituzionali (in senso stretto), per verificare quali corrispondono al meglio al bisogno di un cambiamento regolato. Anche gli ordinamenti economico-mercantili sono costruiti su una costante innovazione, e su quello che oggi viene chiamato adattamento; essi pure hanno mostrato in tempi recenti una tendenza allirrigidimento. N gli sviluppi tecnologici in quanto tali n i meccanismi di una politica economica orientata allofferta hanno potuto finora richiamare in vita quel mondo che Schumpeter ha descritto in colori cos luminosi. Grandi imprese, anchesse burocratizzate, hanno scarso spazio per le tradizionali virt degli imprenditori. Se si incoraggia tutto questo senza
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fare attenzione alle strutture esistenti, si finisce piuttosto a un Casino Capitalism, come accade nelle economie di mercato aperte (144). Di nuovo, manca ancora un pi sottile programma di apertura delle economie nazionali diventate viscose. Esistono dunque temi a sufficienza per un programma di rinnovamento liberale. Sono tutti temi che rinnovano labbozzo del contratto sociale. Sono inoltre temi che si pongono di traverso rispetto alle strutture stabilizzate della disputa politica. Non c assolutamente da aspettare chi abbia interesse a prendere a cuore il rinnovamento liberale. Forse, in fin dei conti, questo il tempo della teoria politica. In ogni caso, non pu far male spingere la civetta di Minerva al volo.
[Ralf Dahrendorf, Per un nuovo liberalismo, Laterza, Bari 1988, pp. 215-227]

Norberto Bobbio: socialismo e liberalismo in Italia


Il brano che pubblichiamo, scritto nel 1984, esemplare nel riassumere il clima politico e culturale che dominava allinizio degli anni Ottanta anche in Italia, dove una collana decisamente di sinistra come Lo spazio politico della casa editrice il Saggiatore, decise di ristampare Sulla libert di Mill, a cura di due intellettuali, anchessi di sinistra, Giulio Giorello e Marco Mondadori. Prendendo spunto da questo avvenimento, Norberto Bobbio (1909-2004) analizza loffensiva in corso, il progressivo declino dello stato sociale e dei suoi principi, a profitto di un liberalismo che, agitando la giusta rivendicazione della libert civile, non consegna la societ al libero confronto tra i cittadini, ma agli interessi dei pi forti, ripercorrendo pericolosamente a ritroso la storia del Novecento.

Si riacceso in questi ultimi anni in Italia, e non soltanto in Italia, linteresse per il pensiero liberale e per la sua storia. Lo ha alimentato con iniziative varie e culturalmente serie soprattutto il Centro Einaudi [] La vera sorpresa per stata la ristampa di un classico del liberalismo come On liberty di John Stuart Mill in una collana, lo spazio politico orientata a sinistra [] a cura di Giulio Giorello e Marco Mondadori [] Che due intellettuali di sinistra abbiano riletto con adesione uno dei classici del liberalismo e ne consiglino la lettura ai loro compagni di strada, un fatto di cui non posso che rallegrarmi.
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Segno che la diffidenza (e lignoranza) reciproca delle due culture (qui intendo la cultura liberale e quella socialista) sta per finire. Giustamente i marxisti hanno spesso lamentato la superficialit, e anche il partito preso dei demolitori di Marx. Ma con non minore ragione i liberali hanno dovuto protestare contro le liquidazioni sommarie delle grandi conquiste del pensiero liberale, spacciate spesso sprezzantemente come un sottoprodotto degli interessi della borghesia (naturalmente sordidi). Per chi abbia continuato anche in tempi non propizi a leggere i classici del liberalismo e non li abbia mai considerati come dei cani morti (e cani morti sono stati per tutta la cultura marxista-leninista italiana, che aveva accettato Rousseau, ma non Locke, Hegel ma non Kant), la riproposta di Mill da sinistra un avvenimento di cui non c che da rallegrarsi. Le idee cos felicemente espresse da Mill sulla necessit dei limiti del potere, anche quando questo potere quello della maggioranza, sulla fecondit del conflitto, lelogio della diversit, la condanna del conformismo, lassoluta priorit data in una societ ben governata alla libert delle opinioni, diventarono nel secolo XIX luoghi comuni della pubblicistica dei paesi civili. [] Quando si parla di accresciuto interesse per il pensiero liberale bisogna intendersi. Anche per il pensiero liberale si pu porre la domanda che mi sono posta qualche anno fa per il socialismo. Quale liberalismo? [] Non entro nel merito delle proposte politiche neoliberali, perch largomento stato ampiamente discusso in questi ultimi tempi. Mi preme mettere in evidenza che liberalismo e democrazia che da un secolo almeno a questa parte sono sempre stati considerati, la seconda, come la naturale prosecuzione del primo, mostrano di non essere pi del tutto compatibili, una volta che la democrazia sia stata spinta sino alle estreme conseguenze della democrazia di massa, o meglio dei partiti di massa, il cui prodotto lo stato assistenziale. Se gli argini entro cui la dottrina liberale riteneva dovesse essere costretto lo stato sono saltati, difficile negare che ci sia avvenuto in forza della travolgente fiumana della partecipazione popolare indotta dal suffragio universale. stato detto pi volte che la politica keynesiana fu un tentativo di salvare il capitalismo senza uscire dalla democrazia contro le due opposte soluzioni di abbattere il capitalismo sacrificando la democrazia (la
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pratica leninistica) e di abbattere la democrazia per salvare il capitalismo (il fascismo). Ora si direbbe che per i liberali della nuova generazione il problema sia allinverso quello di salvare, se ancora possibile e per quel tanto che ancora possibile, la democrazia senza uscire dal capitalismo. Mentre durante la crisi degli anni trenta era parso che fosse il capitalismo a mettere in crisi la democrazia, ora sembra a costoro che sia la democrazia a mettere in crisi il capitalismo [] Si pu descrivere sinteticamente questo risveglio del liberalismo attraverso la seguente progressione (o regressione) storica: loffensiva dei liberali stata rivolta storicamente contro il socialismo, il suo naturale avversario nella versione collettivistica (che del resto quella pi autentica); in questi ultimi anni stata rivolta anche contro lo stato-benessere, cio contro la versione attenuata (secondo una parte della sinistra, anche falsificata) del socialismo; ora viene attaccata la democrazia, puramente e semplicemente. Linsidia grave. Non in gioco soltanto lo stato-benessere, ovvero il grande compromesso storico fra il movimento operaio e il capitalismo maturo, ma la stessa democrazia, ovvero laltro grande compromesso storico precedente fra il tradizionale privilegio della propriet e il mondo del lavoro organizzato, da cui nasce direttamente o indirettamente la democrazia moderna (attraverso il suffragio universale, la formazione dei partiti di massa ecc.).
[Norberto Bobbio, Il futuro della democrazia, Torino, 2005, pp. 115-139]

Jrgen Habermas: liberalismo e democrazia deliberativa


In un lungo e famoso articolo apparso nel 1994 sul Journal of Philosophy, Habermas critic aspramente la Teoria della giustizia di Rawls, tentando di riportare la democrazia al centro del dibattito. Costruita su unideale di cittadinanza razionale e oggettiva di fatto inesistente, sostiene Habermas, la teoria di Rawls finirebbe per assoggettare i cittadini a norme liberali stabilite aprioristicamente che li escluderebbe dallelaborazione democratica delle regole della comunit civile: Rawls, cos, darebbe precedenza alla libert sulla democrazia. Facendo seguito a decenni di studi sulla scia della scuola di Francoforte, sul carattere ingannevole della partecipazione politica offerta ai cittadini nel quadro delle
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istituzioni del tardo capitalismo, Habermas critica la stagione della riscoperta della cultura liberale, dimostrandone il fondo ideologico e alcune insufficienze. Perch ci sia democrazia e perch i cittadini siano capaci di quella scelta razionale descritta da Rawls, dovrebbero essere invece messi nelle condizioni di partecipare consapevolmente alla costruzione della modernit attraverso forme di democrazia deliberativa basate sullagire comunicativo e sullintersoggettivismo, dove le conoscenze e le acquisizioni razionali della collettivit vengano socializzate e discusse a presupposto di ogni deliberazione. Sullo sfondo, la fine delleuforia liberista e la crisi delle democrazie occidentali negli anni Novanta, alle prese con poteri economici sempre pi insidiosi e incontrollati di una prima globalizzazione.

I liberali hanno sottolineato le libert dei moderni, dunque anzitutto libert religiosa e libert di coscienza, nonch la tutela di vita, libert personale e propriet: il nucleo dei diritti privati soggettivi. Invece il repubblicanesimo ha difeso le libert degli antichi, ossia quei diritti politici di partecipazione e comunicazione che rendono possibile la prassi dellautodeterminazione civica. Rousseau e Kant ebbero lambizione dintendere la cooriginariet dei due elementi e di farli derivare da una stessa radice: ossia dallautonomia morale e politica. I diritti liberali fondamentali n possono essere fatti cadere dallalto come restrizioni estrinseche sulla prassi dellauto determinazione n possono essere funzionalisticamente strumentalizzati ad essa. Anche Rawls segue questa intuizione. Tuttavia la struttura a due stadi della sua teoria d ai diritti liberali una precedenza che non pu non mettere in ombra il processo democratico. Rawls prende certamente le mosse dallidea di autonomia politica, modellandola sul piano della posizione originaria. Essa rappresentata dal gioco reciproco che sinstaura tra parti contraenti che decidono razionalmente, da un lato, e condizioni-quadro che garantiscono limparzialit del giudizio, dallaltro. Solo parzialmente tuttavia questa idea si fa valere sul piano istituzionale che le pi proprio, ossia sul piano delle procedure democratiche in cui si forma la volont politica dei cittadini liberi e uguali. Il tipo di autonomia politica cui si concede una vita virtuale nella posizione originaria (dunque al primo stadio della costruzione teorica) non pu mai prendere piede nel cuore della societ giuridicamente costituita. Nella misura in cui, [] i cittadini di Rawls vengono ad assumere una concreta figura in carne e ossa, essi si scoprono sempre pi profondamente assoggettati a un ordinamento gerarchico istituzionalizzatosi sopra le
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loro teste. Cos la teoria sottrae ai cittadini troppe di quelle conoscenze intuitive di cui essi a ogni generazione dovrebbero imparare daccapo ad avvalersi. Nella prospettiva della teoria della giustizia di Rawls non n possibile n utile ripetere latto di fondazione dello stato democratico nellambito delle condizioni gi istituzionalmente organizzate della societ giusta. N possibile o utile stabilizzare sul lungo periodo il processo della realizzazione dei diritti. I cittadini non possono sperimentare questo processo come invece esigerebbero le mutevoli vicende storiche come un processo aperto al futuro e non predeterminato. Essi non possono riaccendere nella vita sociale quotidiana gli ardori radical-democratici della posizione originaria, giacch dal loro punto di vista tutti i discorsi di legittimazione essenziali sono gi stati compiuti allinterno della teoria, e i risultati delle discussioni teoriche si ritrovano gi sedimentati nella costituzione. Dato che i cittadini non possono concepire la costituzione nei termini di un progetto, luso pubblico della ragione non equivale a un esercizio attuale di autonomia politica ma serve soltanto a mantenere una pacifica stabilit-politica. Certo questa mia lettura non rispecchia lintenzione che informa la teoria di Rawls. Tuttavia, se non vado errato, tradisce una delle sue conseguenze non volute. Ci per esempio dimostrato dalla rigida frontiera con cui Rawls ritaglia lidentit politica dei cittadini dalla loro identit non pubblica. Secondo lui, questa frontiera tracciata dai diritti fondamentali liberali che limiterebbero lautolegislazione democratica (quindi la sfera del politico) fin dallinizio, vale a dire antecedentemente alla formazione di ogni volont politica.
[Jrgen Habermas, Linclusione dellaltro, Milano, 2008, pp. 83-85]

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La competizione globale
Il 9 novembre del 1989, il crollo del Muro di Berlino schiuse scenari imprevisti. Non soltanto il ritorno della democrazia nei paesi dellex blocco sovietico, ma anche unestensione senza precedenti degli scambi, prospettive di investimenti e di espansione per leconomia occidentale. A premere era lormai indiscusso predominio di orientamenti neoliberisti che cominciavano a vedere nel mercato lunica vera istituzione internazionale. Alcuni, come lo storico americano Fukuyama parlarono di fine della storia e della politica, riprendendo la promessa di unepoca segnata dal progresso indefinito e dallesaurirsi di fame e conflitti grazie alle capacit produttive e autoregolative del sistema economico. Malgrado indubbi aspetti critici, la globalizzazione present inizialmente potenzialit rivoluzionarie. Una nuova cooperazione internazionale, lestensione planetaria dei diritti, la diffusione di maggiore benessere grazie allo sviluppo di sistemi economici sempre pi interconnessi. Molti democratici vi videro la possibile nascita di una societ aperta, dove la competizione tra sistemi e paesi avrebbe sostituito i conflitti, spingendo le comunit umane verso il progresso. Si trattava, come sappiamo, di una prospettiva che in assenza delle dovute regole e istituzioni, non avrebbe potuto dare i suoi frutti. E che, lasciando libero corso alla speculazione e ad attivit economiche incontrollate, avrebbe messo definitivamente a rischio le conquiste democratiche del secondo dopoguerra, gi pesantemente intaccate dalla prima ondata liberista. Linsufficienza delle politiche pubbliche in unEuropa dellEst consegnata acriticamente al capitalismo, la delega ai privati di prerogative tradizionalmente dello stato, rallentarono e resero tumultuosa lintegrazione delle nuove democrazie nel sistema economico internazionale. La liberalizzazione sfrenata nei paesi dellOriente asiatico e del Sud America, incoraggiate da organismi che, come la Banca Mondiale, avrebbero dovuto condurre politiche keynesiane, provocarono ondate di instabilit. Per almeno un decennio, per, sotto la bandiera di una terza via promossa dalla competizione globale, lillusione di uno stretto rapporto tra crescita economica e democrazia avrebbe fatto vagheggiare un futuro migliore.

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Ralf Dahrendorf: la societ aperta


Testimone privilegiato della caduta e dellascesa al potere di autoritarismi e totalitarismi, nel 1989 Dahrendorf assistette al crollo del Muro di Berlino. In un dialogo immaginario pubblicato in quello stesso anno, il sociologo tedesco analizza le prospettive dellepocale avvenimento, prospettando la nascita di un mondo liberale caratterizzato dalla fine dei sistemi e da una gara globale per la libert nella democrazia. Le intuizioni e lottimismo espressi da Dahrendorf in un momento in cui tutto sembrava possibile verranno riprese da Anthony Giddens e dai teorici della terza via, diventando cos il repertorio concettuale su cui si sarebbe confrontata tutta la teoria politica democratica alle prese con la globalizzazione degli anni Novanta e dei primi anni Duemila.

La persona a cui Lei ha rivolto le Sue domande di quelle che avranno sempre caro il ricordo degli avvenimenti del 1989. Che periodo straordinario. S, ci sono state lacrime, lacrime amare per il massacro di piazza Tienanmen che mise brutalmente fine in Cina al movimento democratico di studenti e operai e anche soldati, lacrime per le vittime della brutalit della Securitate a Timisoara e altrove in Romania sei mesi dopo. Ma le lacrime del 1989 sono state soprattutto lacrime di gioia. Chi dimenticher il momento in cui Tadeusz Mazowiecki, il primo presidente del Consiglio polacco non comunista, prese posto sui banchi del governo al Sejm il 24 agosto, un po sperso con quella sua aria triste e pensosa, ma manifestamente non un dittatore, n un burocrate della nomenklatura? Cosa pu cancellare dalla memoria il giubilo per la breccia nel Muro di Berlino, il 9 novembre, con la gente separata da ventotto anni che si abbracciava e le sentinelle di ieri che si univano ai festeggiamenti? Chi non si commosse quando Vaclav Havel, con cravatta e vestito a due pezzi, probabilmente lunico che aveva, apparve il 29 dicembre come il nuovo presidente della Cecoslovacchia? E parlando di immagini (perch stato anche un anno televisivo), chi ha visto la faccia del dittatore romeno Nicolae Ceauescu disfarsi durante la grande adunata organizzata dai suoi agenti il 21 dicembre, che si mut durante il suo discorso in una rabbiosa dimostrazione contro di lui, sapr per sempre cosa significa lo sgomento dei dittatori davanti a un popolo che non li obbedisce pi [] Molti vedono gli ultimi quarantanni come una grande battaglia
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fra sistemi. La battaglia risale anche pi indietro, forse alla rivoluzione russa del 1917, o magari alla pubblicazione del Manifesto comunista nel 1848. la battaglia fra comunismo e capitalismo, fra stato socialista e liberaldemocrazia. Per molto tempo il capitalismo liberale fu la forza prevalente; ma nel corso di questo secolo la bilancia ha inclinato a poco a poco a favore del socialismo/comunismo. Negli anni Sessanta, sembr a un certo punto che i due sistemi dovessero convergere. In qualche misura ci pu essere avvenuto, ma alla fine prevalsa unaltra scelta. Entrambi i sistemi si assestarono nel loro stampo e si accettarono a vicenda cos comerano. Fu stabilita una tregua che garantiva lintegrit di entrambi. Forse questa si chiam Atto Finale di Helsinki, anche se alcuni direbbero che il famoso terzo paniere di Helsinki, con la sua menzione dei diritti umani, conteneva in germe la messa in crisi della tregua. Comunque la pausa non dur. I processi rivoluzionari fecero il loro corso. Uno dei due sistemi sembr sempre pi traballante finch cominci a sgretolarsi, e infine crollato nel 1989. Dopo di ci, sul banco c solo una scelta, la scelta capitalistica della liberaldemocrazia. Non vorrei essere frainteso: questa non la mia visione delle cose, ma quella di molti che trovano Fukuyama brillante e vogliono seguire il costituzionalismo estremo di Hayek. Il suo errore fondamentale sta nellinterpretare implicitamente o esplicitamente come sistemi i presupposti della societ americana, o inglese o tedesca o francese di oggi. Paradossalmente, se questa interpretazione fosse giusta, la storia come la intende Fukuyama sarebbe ancora fra noi. Saremmo ancora impegnati in una battaglia di sistemi. In realt non lo siamo. Non lo siamo, almeno, se la rivoluzione del 1989 potr mantenere i suoi acquisti iniziali. Perch il linguaggio comune che parliamo oggi non il linguaggio dellOccidente che ora stato adottato dallOriente; un linguaggio intrinsecamente universale che non appartiene a nessuno in particolare e quindi appartiene a tutti. I paesi dellEuropa centroorientale non si sono sbarazzati del loro sistema comunista per abbracciare il sistema capitalista (qualunque cosa esso sia); si sono sbarazzati di un sistema chiuso per creare una societ aperta, la societ aperta per essere esatti, perch mentre ci possono essere molti sistemi c soltanto una societ aperta. Se un qualche credo ha vinto negli avvenimenti dello
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scorso anno, lidea che siamo tutti imbarcati in un viaggio verso un futuro incerto, e dobbiamo lavorare per tentativi entro istituzioni che consentono di produrre cambiamento senza spargimento di sangue. Ci che morto nelle vie di Praga e di Berlino e di Bucarest, nelle riunioni interminabili di Budapest, nella vostra Tavola Rotonda e adesso nel vostro parlamento, non solo il comunismo, ma la fede in un mondo chiuso retto da un monopolio della verit. Franois Furet ha osservato, parlando con me, che per la prima volta da un secolo e mezzo, se non pi, non esiste nessuna visione totale alternativa della societ nelle battaglie intellettuali e politiche del mondo. Ci significa (aggiungerei) che possiamo finalmente dedicarci al compito vero della storia, che di migliorare le prospettive di vita di uomini e donne dovunque. La via della libert non un passaggio da un sistema a un altro, ma una via che porta verso gli spazi aperti di infiniti futuri possibili, alcuni dei quali sono in gara fra loro. La loro gara fa la storia. La battaglia di sistemi unaberrazione illiberale. Per essere ben chiari: se il capitalismo un sistema, allora va combattuto come stato combattuto il comunismo. Tutti i sistemi significano servit, compreso il sistema naturale di un totale ordine di mercato in cui nessuno cerca di fare nientaltro che custodire certe regole del gioco scoperte da una setta misteriosa di consiglieri economici
[Ralf Dahrendorf, Riflessioni sulla rivoluzione in Europa, Laterza, Bari 1989, pp. 6-34]

Anthony Giddens: la competizione globale per la democrazia


Formula dalla lunga tradizione politica, terza via sarebbe diventato lo slogan di tutte le forze democratiche e progressiste a partire dagli anni Novanta. Terza via tra socialismo e capitalismo che avrebbe caratterizzato la lunga stagione politica di Tony Blair e del suo teorico e ideologo, il sociologo Anthony Giddens. Al centro della nuova linea, unattenta analisi dei cambiamenti della societ contemporanea e molti temi sollevati dalla new left statunitense degli anni Sessanta. Innanzitutto la necessit di superare le politiche collettiviste del passato, utili a suo tempo per sottrarre le grandi masse dallindigenza, istituendo cure e responsabilit individualizzate pi adatte alle societ
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contemporanee. Poi, la globalizzazione che Giddens e Blair invitano a non demonizzare ma a cogliere come sfida di governance capace di estendere i diritti in una competizione globale per la democrazia. Scopo finale, la nascita di una societ aperta o nella traduzione che Giddens fa dellespressione coniata da Dahrendorf cosmopolita. Alcuni orientamenti liberali della terza via, non essendo stati accompagnati dal dovuto sostegno a istituzioni globali di controllo, vengono oggi giudicati dagli stessi ambienti progressisti che lhanno prodotta tra le cause della speculazione finanziaria del 2008 o addirittura come una giustificazione ideologica per il ritorno della competizione commerciale tra gli stati-nazione.

Lo scopo generale della politica della terza via dovrebbe essere quello di aiutare i cittadini a trovare il proprio cammino attraverso le principali rivoluzioni del nostro tempo: la globalizzazione, le trasformazioni della vita personale e il rapporto con la natura. La politica della terza via dovrebbe assumere un atteggiamento positivo verso la globalizzazione ma, e qui il punto cruciale, considerandola come fenomeno che spazia ben al di l del mercato globale. necessario che i socialdemocratici contestino il protezionismo economico e culturale, che territorio dellestrema destra, dato che concepisce la globalizzazione come una minaccia allintegrit nazionale e ai valori tradizionali. chiaro che la globalizzazione economica pu avere effetti distruttivi sullautosufficienza locale. Eppure il protezionismo non n sensato n desiderabile. Anche se si riuscisse a farlo funzionare, creerebbe un mondo di blocchi economici egoistici probabilmente in guerra tra loro. La politica della terza via non dovrebbe identificare la globalizzazione con un appoggio incondizionato al libero scambio. Il libero scambio pu essere un motore dello sviluppo economico, ma se si tiene conto del potere socialmente e culturalmente distruttivo dei mercati, sempre necessario valutarne attentamente le conseguenze. La politica della terza via dovrebbe mantenere la giustizia sociale come propria preoccupazione centrale, pur accettando che la gamma di questioni che sfuggono alla divisione sinistra/destra pi ampia di prima. Luguaglianza e la libert individuale possono entrare in conflitto, ma le misure egualitarie spesso accrescono anche lo spazio delle libert aperto agli individui. Libert, per i socialdemocratici, dovrebbe significare autonomia dazione, che a sua volta richiede il
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coinvolgimento della comunit sociale nel senso pi ampio. Una volta abbandonato il collettivismo, la politica della terza via ricerca un nuovo rapporto tra lindividuo e la comunit, una ridefinizione dei diritti e degli obblighi. Si potrebbe suggerire come motto fondamentale della nuova politica, nessun diritto senza responsabilit. Il governo ha un intero spettro di responsabilit verso i propri cittadini e altri, inclusa la protezione delle persone vulnerabili. La socialdemocrazia vecchio stile era per incline a trattare i diritti come rivendicazioni incondizionate. Con lespandersi dellindividualismo si dovrebbe anche avere unestensione degli obblighi individuali. I sussidi di disoccupazione, per esempio, dovrebbero comportare lobbligo di cercare attivamente lavoro, ed compito dei governi assicurarsi che i sistemi di welfare non ne scoraggino la ricerca attiva. Come principio etico, nessun diritto senza responsabilit deve essere valido non solo per i beneficiari del welfare, ma per chiunque. importantissimo che i socialdemocratici lo ribadiscano, poich altrimenti si potrebbe ritenere che il precetto si applichi soltanto ai poveri e ai bisognosi come tende ad avvenire nella destra politica. Un secondo precetto, nella societ di oggi, dovrebbe essere nessuna autorit senza democrazia. La destra ha sempre guardato ai simboli tradizionali come mezzo principale per giustificare lautorit, nella nazione, nel governo, nella famiglia o in altre istituzioni? Pensatori e politici di destra sostengono che senza tradizione, e senza forme tradizionali di deferenza, lautorit crolla: le persone perdono la capacit di distinguere tra giusto e sbagliato. Di conseguenza la democrazia non pu mai essere altro che parziale. I socialdemocratici devono contrastare tale concezione. In una societ in cui tradizione e costume stanno perdendo il proprio ascendente, la sola via per costituire lautorit tramite la democrazia. Il nuovo individualismo non corrode inevitabilmente lautorit, ma richiede che essa sia rimodellata in termini attivi o partecipa tori. Altri temi che interessano la politica della terza via non appartengono al quadro ideologico della politica emancipatoria, o rientrano in modo solo parziale in tale quadro. Essi includono: le risposte alla globalizzazione, il cambiamento scientifico e tecnologico e il nostro rapporto col mondo naturale. Le domande da
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porsi in questo caso non sono quelle sulla giustizia sociale, ma su come dovremmo vivere noi dopo il declino della tradizione e del costume, come ricreare la solidariet sociale e come reagire ai problemi ecologici. In risposta a tali domande, necessario porre un accento particolare sui valori cosmopoliti e su quel che potremmo chiamare filosofia di conservazione. In unera di rischio ecologico, la modernizzazione non pu essere puramente lineare e certo non pu essere semplicemente equiparata alla crescita economica. La questione della modernizzazione fondamentale per la nuova politica. La modernizzazione ecologica una versione, ma ce ne sono anche altre. I discorsi di Tony Blair, per esempio, sono conditi dal frequente ricorso al concetto di modernizzazione. Quali sono i significati che devono essere attribuiti alla modernizzazione? Una delle cose che significa, chiaro, la modernizzazione della socialdemocrazia stessa, labbandono delle posizioni socialdemocratiche classiche. Se intesa come programma di pi ampia portata, per, una strategia di modernizzazione pu funzionare soltanto se i socialdemocratici intendono il concetto in modo articolato. Una modernizzazione sensibile ai temi ecologici non vuol dire sempre pi modernit, ma consapevolezza dei problemi e delle limitazioni dei processi di cambiamento. Dovr essere attenta al bisogno di ristabilire continuit e sviluppare coesione sociale in un mondo di trasformazioni erratiche, dove le energie intrinsecamente imprevedibili dellinnovazione scientifica e tecnologica svolgono un ruolo cos importante
[Anthony Giddens, La terza via, il Saggiatore, Milano 1999, pp. 70-73]

Joseph Stiglitz: il potere delle regole


Premio Nobel per leconomia nel 2001, economista e docente universitario, Joseph Stiglitz stato presidente dei consiglieri economici di Bill Clinton dal 1995 al 1997. Dirigente, infine, della Banca Mondiale, si battuto sempre con coerenza per una globalizzazione positiva capace di aiutare la crescita economica dei paesi in via di sviluppo grazie allestensione dei mercati, e di generalizzare i diritti sotto legida di nuove regole e di
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istituzioni internazionali potenziate. Nel testo che segue, scritto dopo aver concluso la sua esperienza nellamministrazione Clinton, Stiglitz dimostra gli effetti benefici per leconomia e la societ prodotti dallattivit regolatrice dello stato, anche quando per imporre giuste regole costretto, contro ogni presupposto delleconomia liberista, a passare attraverso un drastico innalzamento della pressione fiscale.

Fino ad ora, molti libri hanno descritto il coraggio e la disciplina di Clinton nel combattere a favore di una riduzione del deficit. Il presidente pensava di essersi candidato per introdurre dei cambiamenti sociali riformare lo stato assistenziale e lassistenza sanitaria, migliorare listruzione e la formazione professionale, progredire sul fronte dei diritti civili, ma il motivo del suo successo che ha fatto presa sullelettorato con i temi economici. La riduzione del deficit era solo una delle tante misure necessarie per restituire vigore alleconomia. Malgrado le tanto decantate riforme della supply side economics reaganiana che avrebbero dovuto accelerare lo sviluppo, la crescita economica a lungo termine era ancora a un livello pari a poco pi della met rispetto agli anni Cinquanta e Sessanta. E poich quella poca crescita che cera stata era andata perlopi a vantaggio dei ricchi, mentre quelli pi in basso nella scala sociale avevano visto diminuire il proprio reddito reale, lAmerica si trovava in una situazione di crescente sperequazione. La disuguaglianza e la crescita erano i temi di cui noi ci preoccupavamo. Si pensava che la responsabilit fiscale rientrasse nella sfera dazione dei repubblicani conservatori, ma, dopo dodici anni di dissolutezza fiscale e una riduzione delle imposte che secondo Reagan si sarebbe ripagata da sola rinvigorendo leconomia (cosa che invece non accadde), tocc a Clinton fare il lavoro sporco, senza laiuto dei repubblicani che votarono allunanimit contro il programma del presidente per la riduzione del deficit. La loro opposizione conferm Iinterpretazione pi diabolica delle riduzioni delle imposte volute da Reagan. Non credevano davvero nelleconomia dellofferta, la teoria secondo cui la riduzione delle imposte avrebbe stimolato leconomia a tal punto che il gettito fiscale sarebbe di fatto aumentato. Al contrario, sapevano che ci sarebbero stati dei buchi, e speravano che questi avrebbero indotto a un taglio forzato della spesa pubblica. Lobiettivo vero era quindi ridimensionare il ruolo dello Stato e poich Reagan aveva promosso un forte aumento della spesa
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militare e fatto ben poco per ridurre le sovvenzioni alle corporation, questo significava che si sarebbero dovuti introdurre forti tagli nelle spese per altri servizi pubblici. Ma una volta messo in moto il meccanismo, i repubblicani non ridussero le spese per i servizi e non riuscirono a tenere il deficit sotto controllo. Leconomia voodoo non aveva funzionato, e il coraggio politico si limit a questo: era pi semplice diminuire le imposte che non le spese. Avendo criticato da subito i democratici pensando che applicassero la classica ricetta del tax and spend, i repubblicani speravano forse di poter scaricare ancora una .volta sui loro avversari politici la colpa del deficit. Ma Clinton li sorprese proponendo non solo di tagliare le spese, ma anche di aumentare le imposte. In questo modo, il costo delladeguamento sarebbe stato condiviso. Dal punto di vista analitico, ridurre il deficit facile: basta tagliare le spese e aumentare il gettito fiscale. Ma n luna n laltra misura sono politicamente accettabili. Sebbene la sconfitta di Bush senior del 1992 sia attribuibile in massima parte alle scarse prestazioni economiche, anche i suoi moderati aumenti delle imposte dopo limpegno da parte sua a mantenerle invariate avevano avuto un costo politico. Dando prova di coraggio, Clinton decise non solo di tagliare le spese, ma anche di aumentare le imposte gravando soprattutto sui pi abbienti, quelli cio che si erano presi la fetta pi sostanziosa dei vantaggi economici nei ventanni precedenti. Anche dopo laggravio fiscale, se la sarebbero comunque cavata molto meglio di qualche tempo prima; niente a che vedere con la diminuzione del reddito delle classi pi povere. Non deve stupire che lopposizione sia stata intensa: secondo i repubblicani, le imposte avrebbero ostacolato la crescita economica. Non fu cosi. Anzi, i ricchi diventavano sempre pi ricchi rispetto al resto della popolazione. Fu un atto di coraggio politico un rischio politico che diede i suoi frutti, ma come abbiamo visto, per ragioni molto diverse da quelle pensate da noi e da coloro che lavevano auspicato. Clinton propose addirittura una nuova e brillante idea: perch non cominciare a tassare i mali, come per esempio linquinamento, anzich le cose positive, come il lavoro e il risparmio? Ma gli inquina tori quelli che emettevano i gas serra che provocano il riscaldamento del pianeta con tutte le conseguenze meteorologiche che ben conosciamo e che tanti
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danni hanno provocato negli ultimi tempi naturalmente non volevano neppure sentirne parlare. Le societ energetiche si coalizzarono con le aziende automobilistiche e lindustria carbonifera un bel ventaglio di interessi convergenti per trasformare quella che sarebbe stata una tassa generale capace sia di aumentare la nostra indipendenza energetica e la nostra efficienza economica sia di migliorare la qualit dellatmosfera in una insignificante imposta del 4,3 per cento sulla benzina. La riduzione del deficit fu la nota teatrale dei primi mesi dellamministrazione Clinton. Erano i buoni contro i cattivi, i fiscalmente responsabili contro i fiscalmente irresponsabili.
[Joseph Stiglitz, I ruggenti anni Novanta, Torino, 2004, pp. 30-32]

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Globalizzazione e crisi della democrazia contemporanea


Comera prevedibile, la competizione globale non avrebbe comportato la fine della storia e della politica n tantomeno linizio di unera di benessere sotto legida dellintelligenza autoregolatrice dei mercati. A ventanni dal ritorno del paradigma liberale, nello svuotamento sostanziale degli organismi internazionali pensati dopo la guerra, vecchi conflitti, instabilit e diseguaglianze fecero di nuovo capolino in Occidente. Le delocalizzazioni, lespansione degli interessi economici e delle multinazionali portarono allimpotenza dei governi mentre la competizione globale spinse i paesi pi avanzati a rinunciare alle proprie garanzie sociali per rivaleggiare nel mercato del lavoro con i paesi in via di sviluppo. La globalizzazione portava tutte le irrazionalit e le instabilit tipiche dellassenza di regole: la corsa allaccaparramento delle risorse, la competizione a detrimento della giustizia, lo sperpero di materie prime limitate, un degrado ambientale a un livello tale da mettere a repentaglio il futuro del pianeta, il riemergere di conflitti regionali e di crisi finanziarie internazionali. Come aveva dimostrato il Novecento, disgiunta dalla ripartizione delle risorse e dallopera equilibratrice dei poteri pubblici, una libert priva di uguaglianza non poteva garantire da sola emancipazione e benessere. Al contrario, la progressiva riduzione dello spazio della politica avrebbe portato al peggioramento delle condizioni sociali e al riapparire di forme di precariet stimolate dalla competizione globale. Ma anche a un lento degrado culturale, al declino delle competenze e alla crisi dei sistemi scolastici e formativi. Senza lautorevolezza delle istituzioni e dello spazio pubblico, la cittadinanza venne identificata con laumento indefinito del potere dacquisto e la crescita degli esseri umani ridotta alla soddisfazione di istinti edonistici. La crisi politica e civile produceva societ abituate al benessere, riluttanti nel fare i conti con il ritorno della questione sociale Deposta la prospettiva di una democrazia compiuta, balenata con la crescita degli anni Cinquanta e ai movimenti degli anni Sessanta, ecco riapparire spettri e conflitti che sembravano scongiurati. Nel 2008, la pi grande crisi economica e finanziaria dal 29 ha dato il campanello dallarme, suggerendo alla politica una rapida inversione di tendenza. Ma non solo. La sempre
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crescente competizione globale sta producendo dinamiche opposte a quelle attese dalla globalizzazione e che si pensava scomparse per sempre: il ritorno oppressivo degli stati-nazione per tenere sotto controllo la nuova instabilit sociale e forme di nuovo imperialismo nella necessit di impossessarsi di risorse sempre pi in via di esaurimento. Decenni di deregulation e lincapacit di accogliere le sfide del mondo contemporaneo allinterno della democrazia sembrano aver disperso gli anticorpi contro lideologia riportando dinamiche demagogiche, analoghe a quelle osservate allinizio del Novecento. La cultura democratica, la sua lunga tradizione di pensiero, aveva visto giusto. Se luguaglianza senza libert d luogo al dispotismo, la libert senza uguaglianza crea sfruttamento, ingiustizia e regressione sociale, minacciando di ripiegare su se stessa la fortunata parabola della democrazia contemporanea.

Joseph Stiglitz: globalizzazione e istituzioni finanziarie


Nel celebre saggio, La globalizzazione e i suoi oppositori, Joseph Stiglitz attacca frontalmente istituzioni nate per governare leconomia internazionale e diventate, poi, strumenti occulti di una globalizzazione priva di regole. Perch la sempre maggiore interconnessione economica mondiale porti allestensione dei diritti e non al generalizzarsi dello sfruttamento e della speculazione, afferma Stiglitz, necessario rafforzare alcuni organismi internazionali, Banca Mondiale in testa, restituendoli alla loro missione originaria pensata, non a caso, subito dopo la guerra.

Negli anni, lFmi cambiato profondamente. Nato sul presupposto che i mercati spesso funzionino male, ora sostiene con fervore ideologico la supremazia del mercato. Costruito sul convincimento che occorra esercitare una pressione internazionale sugli stati affinch adottino politiche economiche pi espansive aumentando per esempio le spese, riducendo le imposte oppure abbassando i tassi dinteresse per stimolare leconomia oggi lFmi tende a fornire i fondi solo ai paesi che si impegnano a condurre politiche volte a contenere il deficit, ad aumentare le tasse oppure ad alzare i tassi dinteresse e che pertanto conducono a una contrazione dell economia. Keynes si rivolterebbe nella tomba se vedesse che ne stato della sua creatura. Il cambiamento pi determinante in queste istituzioni si verificato
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negli anni Ottanta, quando Ronald Reagan e Margaret Thatcher predicavano lideologia del libero mercato negli Stati Uniti e nel Regno Unito. LFmi e la Banca mondiale divennero i nuovi istituti missionari preposti a diffondere queste idee in paesi poveri riluttanti che spesso avevano un disperato bisogno di prestiti e concessioni. I ministeri delle Finanze dei paesi poveri erano anche disposti a convertirsi, se necessario, pur di ottenere i fondi, sebbene la gran parte dei loro funzionari di governo e soprattutto dei loro cittadini fosse spesso scettica. Nei primi anni Ottanta, vi fu unepurazione allinterno della Banca mondiale, nel dipartimento di ricerca che ne guidava il pensiero e gli orientamenti. Hollis Chenery, uno dei pi insigni economisti americani dello sviluppo e professore a Harvard, che aveva dato un contributo fondamentale sia alla ricerca nelleconomia dello sviluppo sia in altre aree, era stato confidente e consigliere di Robert Mc Namara, il quale, nel 1968, era stato nominato presidente della Banca mondiale. Colpito dalla povert che vedeva ovunque nel Terzo mondo, Mc Namara aveva reindirizzato gli sforzi della Banca mondiale per risolvere questo problema e Chenery aveva costituito unquipe di economisti di primo piano provenienti da tutto il mondo per lavorare con lui. Ma con il cambio della guardia, nel 1981 arrivarono un nuovo presidente, William Clausen, e un nuovo chief economist, Ann Krueger, esperta di commercio internazionale, meglio conosciuta per il suo lavoro in materia di rent seeking, cio come gli interessi particolari utilizzano le tariffe doganali e altre misure protezionistiche per aumentare le loro entrate a spese di altri. Mentre Chenery e la sua quipe avevano focalizzato la loro attenzione sul mancato funzionamento dei mercati nei paesi in via di sviluppo e sui provvedimenti che i governi potevano adottare per migliorare i mercati e ridurre la povert, Ann Krueger riteneva che il problema fosse rappresentato proprio dal governo. La soluzione ai problemi dei paesi in via di sviluppo era il libero mercato. A seguito di questa ondata di nuovo fervore ideologico, molti degli insigni economisti che Chenery aveva messo insieme abbandonarono il campo. Sebbene le missioni delle due istituzioni siano rimaste differenziate, in quel periodo le loro attivit cominciarono a intrecciarsi sempre di pi. Negli anni Ottanta, la Banca mondiale pass dal semplice
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sovvenzionamento di progetti come strade e dighe all erogazione di finanziamenti di pi vasta portata sotto forma di prestiti di adeguamento strutturale. Questo poteva avvenire, per, soltanto con lapprovazione dellFmi che tramite tale approvazione dettava anche le sue condizioni. LFmi avrebbe dovuto occuparsi delle crisi, ma i paesi in via di sviluppo avevano sempre bisogno di aiuto e questo organismo ha finito per diventare parte integrante della vita della maggior parte di essi. La caduta del muro di Berlino ha fornito allFmi una nuova arena: gestire la transizione alleconomia di mercato dellex Unione Sovietica e dei paesi europei del blocco comunista. In tempi pi recenti, con laggravarsi delle crisi, persino le pingui casse dellFmi sono sembrate insufficienti e la Banca mondiale stata chiamata in causa per elargire decine di miliardi di dollari da destinare ad aiuti di emergenza, ma come partner rigorosamente secondario, in quanto le linee guida dei programmi continuavano a essere dettate dallFmi. Inizialmente, cera stata una divisione dei compiti. Nei rapporti con un determinato paese, lFmi doveva limitarsi a questioni di macroeconomia, debito pubblico, politica monetaria, inflazione, deficit commerciale e debito estero, mentre la Banca mondiale si sarebbe occupata delle questioni strutturali in che cosa investiva il governo, le istituzioni finanziarie del paese, il mercato del lavoro, le politiche commerciali. Ma lFmi adott una visione piuttosto imperialistica del proprio ruolo; dal momento che quasi tutte le questioni strutturali potevano pregiudicare i risultati complessivi delleconomia e, di conseguenza, il bilancio dello Stato o il deficit commerciale, riteneva che praticamente tutto fosse di sua competenza. Frequenti furono gli attriti con la Banca mondiale dove, persino negli anni in cui imperava lideologia del libero mercato, spesso si discuteva di quali potessero essere le politiche pi idonee per risolvere i problemi di un determinato paese. LFmi aveva le risposte (sostanzialmente le stesse per tutti i paesi), non capiva il motivo di tutte quelle discussioni e, mentre alla Banca mondiale si chiedevano che cosa fosse meglio fare, il Fondo riteneva di dover intervenire e fornire le soluzioni. Le due istituzioni avrebbero potuto proporre ai paesi soluzioni alternative ai problemi posti dallo sviluppo e dalle transizioni e, cos facendo, avrebbero avuto loccasione di consolidare i processi della
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democrazia. Ma entrambi erano guidati dalla volont collegiale del G-7, in particolar modo i ministri delle Finanze e del Tesoro e, molto spesso, lultima cosa che volevano era un dibattito vivace e democratico su possibili strategie alternative. Mezzo secolo dopo la sua fondazione, chiaro che lFmi ha fallito nella propria missione. Non ha fatto ci che doveva fare, cio fornire ai paesi afflitti da una contrazione economica fondi per consentirne la ripresa e aiutarli nel tentativo di avvicinarsi alla piena occupazione. Nonostante una conoscenza molto pi approfondita dei processi economici rispetto a cinquantanni fa, e malgrado gli sforzi compiuti dallFmi negli ultimi venticinque anni, le crisi nel mondo sono sempre pi frequenti e pi gravi (fatta eccezione per la Grande depressione). Secondo alcune stime, sono quasi cento i paesi che si sono trovati ad affrontare delle crisi. Il fatto grave che molte delle politiche sostenute dallFmi, in particolare la liberalizzazione prematura dei mercati finanziari, hanno contribuito allinstabilit globale; nei paesi in crisi, i fondi e i programmi dellFmi non solo si sono rivelati inadeguati a stabilizzare la situazione, ma in molti casi lhanno addirittura peggiorata, specialmente per i poveri. LFmi non solo ha fallito nella propria missione originaria di promuovere la stabilit globale, ma non riuscito neppure nelle missioni che ha intrapreso in seguito, come guidare la transizione di alcuni paesi dal comunismo alleconomia di mercato.
[Joseph Stiglitz, La globalizazione e i suoi oppositori, Torino 2004, pp. 10-13]

Jean-Paul Fitoussi: globalizzazione, mercato e democrazia


Nel suo libro Democrazia e mercato, scritto nel 2004 in pieno dibattito sulla globalizzazione, leconomista Jean-Paul Fitoussi intraprende una critica serrata dei principi ideologici del liberalismo, dimostrando come soltanto una piena democrazia, sottoponendo le scelte economiche agli interessi e alle reali esigenze della cittadinanza, pu assicurare un futuro alleconomia di mercato. La quale, se assunta a criterio unico di valutazione e di scelta, limita le possibilit di adattamento, genera sistemi economici chiusi, votati a produrre ingiustizie, sperequazioni, e
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destinati al fallimento. Soltanto una democrazia sostanziale, e non formale, aggiunge Fitoussi, pu servire da adeguato complemento politico del mercato.

Oggi si ritiene comunemente che il capitalismo abbia trionfato sul socialismo. Forse vero, sar la storia a giudicare. Ma non si pu affermare in alcun modo che il capitalismo abbia avuto la meglio sulla pulsione democratica, cio sulla ricerca incessante di forme superiori di contratto sociale. Se il capitalismo, escludendo la politica, diventasse totalitario, rischierebbe a sua volta di naufragare, perch in nessun altro periodo della nostra storia con lunica eccezione, estemporanea, degli anni trenta le disfunzioni delleconomia mondiale sono state tanto gravi quanto quelle odierne: disoccupazione di massa, crescita allarmante delle disparit e della povert nei paesi ricchi; miseria insopportabile e crisi ricorrenti in molti paesi in via di sviluppo, divario crescente fra i redditi pro-capite nei vari stati. Di fronte a tutto ci la democrazia non pu restare indifferente. Non dobbiamo dimenticare anche noi che il sistema economico rimarrebbe mediato dal regime politico, e che da questo punto di vista potrebbero esistere soltanto delle vie impure da percorrere per risolvere la crisi. Perch noi viviamo in democrazie di mercato, non in economie di mercato. Nella definizione del sistema che ci governa, ogni singola parola determinante, perch indica un diverso principio organizzativo. Da un lato c il mercato retto dal principio del suffragio per censo, in cui lappropriazione dei beni proporzionale alle risorse individuali un euro, un voto. Dallaltro lato c la democrazia retta dal suffragio universale una donna, un uomo, un voto. Tale contraddizione percepibile fin dalle origini della teoria politica, gi dai tempi dellantica Grecia. Il nostro sistema si basa quindi sulla tensione fra individualismo e disparit da un lato, spazio pubblico ed eguaglianza dallaltro; tale tensione costringe alla ricerca permanente di un compromesso fra i due principi [] Si potrebbe affermare, in maniera altrettanto motivata, che la combinazione di tali meccanismi produca effetti meno estremi, minori disparit di reddito, e benefici per il sistema stesso. La tensione fra i due principi veramente dinamica, in quanto consente al sistema di
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adattarsi e non esplodere, come accade generalmente ai sistemi retti da un unico principio organizzativo (si pensi alla sorte della struttura sovietica). Soltanto le forme dinamiche di governo possono permanere, mentre le altre si sclerotizzano. In altre parole, la tesi secondo cui il capitalismo sopravvissuto come forma dominante di organizzazione economica solo grazie e non malgrado la democrazia, a livello intuitivo, sembra molto pi convincente. Una normale gerarchia di valori esige che il principio economico sia subordinato alla democrazia, e non il contrario. Ma i criteri che di solito vengono adottati per giudicare la solidit di una politica o di una riforma si basano soprattutto sullefficienza economica. Dan Usher proponeva di utilizzare un criterio alternativo. La riforma che prendiamo in considerazione in grado di rafforzare la democrazia, o al contrario potrebbe indebolirla? Pu far aumentare il consenso popolare rispetto al regime politico oppure ridurlo? Tale criterio oggi appare funzionale allanalisi. Che destino potrebbe avere una riforma che non incontrasse il consenso popolare? E in nome di quale efficacia economica si potrebbe costringere il cittadino a un grado di solidariet minore di quello cui ha diritto? La democrazia di mercato, per come la intendo io, presuppone una gerarchia fra sistema politico e sistema economico, quindi lautonomia della societ nella scelta dellorganizzazione economica. I rapporti fra democrazia e mercato sono dunque pi complementari che conflittuali. Impedendo lesclusione da parte del mercato, la democrazia accresce la legittimit del sistema economico e, limitando lascendente politico sulla vita dei cittadini, il mercato consente una maggiore adesione alla democrazia. In tal modo, ognuno dei principi che governano gli ambiti della politica e delleconomia trova il proprio limite nellaltro, ma anche la propria legittimazione. Cercher di illustrare proprio questa complementarit mostrando i limiti di una distribuzione esclusivista delle risorse e di una ripartizione esclusivista dei redditi da parte del mercato o della democrazia.
[Jean-Paul Fitoussi, Democrazia e mercato, Feltrinelli, Milano 2004, pp. 35-37]

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Al Gore: globalizzazione, giustizia sociale e crisi ambientale


Nel suo discorso di accettazione del premio Nobel per la pace, Al Gore ribadisce i concetti chiave della sua battaglia in difesa dellambiente e per mettere un freno alluso indiscriminato delle risorse naturali a opera di uneconomia globalizzata priva di razionalit. Doppia la crisi provocata dal degrado ambientale. Quella di sistemi incapaci di gestire le risorse e di perpetuare il patto tra le generazioni, mettendo sotto ipoteca i cittadini futuri in nome del benessere dei contemporanei. E quella di credibilit di democrazie riservate a pochi che devono la propria ricchezza alla povert di tutti gli altri. Da qui, la necessit di utilizzare la crisi ambientale come occasione di riforma in unalleanza internazionale dei democratici per produrre una governance mondiale dove protagonisti siano paesi ricchi e paesi poveri, per il futuro del genere umano.

Gli autorevoli scienziati con cui un mio grande onore condividere questo premio hanno dispiegato davanti a noi la scelta tra due futuri differenti, una scelta che riecheggia nelle mie orecchie le parole dellantico profeta: ti ho messo davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita, perch viva tu e la tua discendenza (Dt 30,19) Noi, la specie umana, siamo di fronte a unemergenza planetaria una minaccia alla sopravvivenza della nostra civilt [] C tuttavia una notizia di speranza: abbiamo la capacit di risolvere questa crisi e di evitare il peggio anche se non del tutto se agiamo in modo coraggioso, deciso e rapido. Tuttavia, nonostante un numero crescente di rispettabili eccezioni, troppi leader mondiali possono essere ancora descritti con le parole che Winston Churchill applicava a coloro che ignoravano la minaccia rappresentata da Adolf Hitler: Vanno avanti in questo strano paradosso, decisi nella loro indecisione, risoluti nella irresolutezza, inamovibili nella deriva, influenti nella loro impotenza. Cos oggi abbiamo gettato altre settanta milioni di tonnellate di inquinamento da global warming nel guscio sottile dellatmosfera che circonda il nostro pianeta, quasi che fosse una discarica aperta. E domani ne getteremo una quantit un pomaggiore, mentre le concentrazioni cumulative di gas serra intrappolano sempre pi il calore del sole. Di conseguenza, la terra ha la febbre. E la febbre sta salendo. Gli esperti ci hanno detto che non un malanno passeggero che passer
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da solo. Abbiamo chiesto un secondo consulto, un terzo e un quarto. E la conclusione coerente, riaffermata con allarme crescente, che c qualcosa di sbagliato alla base di tutto. Noi siamo lo sbaglio e noi dobbiamo essere la correzione. Lo scorso 21 settembre quando lemisfero settentrionale ha iniziato ad essere meno colpito dal sole, gli scienziati hanno riportato che la calotta polare artica sta precipitando dalla scogliera. Secondo uno studio, potrebbe essere completamente scomparsa durante lestate in meno di 22 anni. Un altro studio, che verr presentato da ricercatori della Marina Usa durante questa settimana, ci ammonisce che potrebbe anche accadere in meno di sette anni. Sette anni a partire da ora [] Dopo aver risolto manualmente oltre diecimila equazioni, Svante Arrhenius calcol che la temperatura media della Terra sarebbe aumentata di diversi gradi se avessimo raddoppiato la quantit di CO2 presente nellatmosfera. Settantanni dopo il mio insegnante Roger Revelle e il suo collega Dave Feeling iniziarono a documentare in modo preciso laumento dei livelli di CO2 giorno dopo giorno. Diversamente da altre forme di inquinamento, la CO2 invisibile, insapore e inodore il che ha nascosto agli occhi e alla mente i suoi effetti sul clima. Inoltre, la catastrofe che ci minaccia senza precedenti e spesso confondiamo ci che senza precedenti con limprobabile. Ci sembra anche difficile immaginare i massicci cambiamenti che sono ora necessari per risolvere la crisi. Quando le grandi verit sono scomode, lintera societ, almeno per un certo tempo, pu ignorarle. Tuttavia, come ci ricorda George Orwell, Presto o tardi le false credenze vanno a sbattere contro la solida realt, di solito su un campo di battaglia [] Le penalit che derivano dallignorare questa sfida sono immense e crescenti e oltre un certo limite la situazione potrebbe essere irrecuperabile. Per ora abbiamo ancora il potere di scegliere il nostro destino, e rimane solo una domanda: abbiamo noi la volont di agire vigorosamente e nei tempi giusti o rimarremo imprigionati da una pericolosa illusione? Il Mahatma Gandhi diede vita alla pi grande democrazia sulla Terra e ha forgiato una condivisa determinazione che ha chiamato Satyagraha, ovvero la forza della verit. In ogni terra, la verit, una volta conosciuta, ha il potere di renderci liberi. La verit ha
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anche il potere di unirci e ridurre la distanza tra lio e il noi, creando la base per uno sforzo comune e una condivisa responsabilit [...] Questa nuova consapevolezza richiede di espandere le possibilit immanenti in tutta lumanit. Gli innovatori che troveranno un modo per raccogliere lenergia solare al costo di un penny o inventare un motore che assorbe carbonio potrebbero vivere a Lagos o Mumbai o Montevideo. Dobbiamo assicurarci che imprenditori e inventori abbiano lopportunit di cambiare il mondo in qualunque luogo del globo essi abitino [] Dobbiamo comprendere le connessioni tra la crisi climatica e le piaghe della povert, della fame, dellAids e di altre pandemie. Dal momento che questi problemi sono tra loro collegati, tali devono essere anche le soluzioni. Dobbiamo iniziare a fare del salvataggio comune dellambiente globale il principio organizzativo della comunit mondiale [] Questa settimana, insister presso i delegati alla conferenza di Bali per adottare un mandato coraggioso per un trattato che stabilisca un tetto universale e globale alle emissioni e usi il sistema dellemission trading per allocare in modo efficiente risorse per ridurre rapidamente le emissioni stesse. Questo trattato dovrebbe essere ratificato ed entrare in vigore nel mondo allinizio del 2010, due anni prima di quanto oggi venga previsto. Il ritmo della nostra risposta deve accelerare, per fare fronte al ritmo crescente della crisi. I capi di stato dovrebbero incontrarsi allinizio del prossimo anno per rivedere le decisioni di Bali e assumersi una responsabilit personale per affrontare la crisi. Il mondo ha bisogno di unalleanza specialmente delle nazioni che hanno maggiore peso. Saluto con rispetto lEuropa e il Giappone per i passi che hanno intrapreso negli anni pi recenti per affrontare la sfida e il nuovo governo Australiano che ha fatto della soluzione della crisi ambientale la sua priorit. Ma il risultato sar influenzato in modo decisivo dalle due nazioni che non stanno facendo abbastanza: gli Usa e la Cina. Mentre lIndia sta rapidamente crescendo di importanza, deve essere assolutamente chiaro che devono essere i due pi grandi emettitori di CO2 e soprattutto il mio paese a fare le mosse pi coraggiose o affrontare il giudizio della storia per non averlo fatto. Entrambi i paesi dovrebbero smetterla di utilizzare il comportamento dellaltro come una scusa per lo stallo invece di sviluppare un agenda
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per la mutua sopravvivenza in un ambiente globale condiviso. Questi sono gli ultimi anni in cui possiamo prendere decisioni, ma possono essere anche i primi anni di un futuro luminoso e pieno di speranza, se facciamo ci che dobbiamo. Nessuno creda che una soluzione possa essere trovata senza sforzo, senza costi, senza cambiamenti [] Il grande scrittore norvegese Henrik Ibsen scrisse: Uno di questi giorni, la generazione pi giovane verr a bussare alla mia porta. Il futuro sta bussando alla porta proprio adesso. Senza dubbio la prossima generazione ci porr una di queste due domande. Ci chieder: Cosa stavate pensando? Perch non avete agito? Oppure ci chieder invece: Come avete trovato il coraggio morale per sollevarvi e risolvere una crisi che molti dicevano impossibile? Abbiamo tutto quello che ci serve per iniziare, tranne forse la volont politica, ma la volont politica una risorsa rinnovabile. Rinnoviamoci quindi e diciamoci lun laltro: abbiamo uno scopo. Siamo molti. Per questo scopo dobbiamo sollevarci e agire.
[Al Gore, Discorso di accettazione del premio Nobel, pronunciato a Oslo il 10 dicembre 2007]

Zygmunt Bauman: glocalizzazione, nuovi poveri e antiche ingiustizie


In queste pagine, il sociologo britannico analizza linterazione tra globalizzazione e societ. Quella che ne deduce una destrutturazione dei tessuti originari e una ristratificazione che, non necessariamente animata da forze modernizzatrici, rielabora e perpetua antiche ingiustizie e povert secondo le dinamiche del nuovo sistema economico. Negando lesistenza di una competizione globale capace di diffondere gli standard di vita dellOccidente, Bauman conia cos la formula di glocalizzazione dove lincolmabile distanza geografica tra sfruttati e sfruttatori impedisce il conflitto sociale e il progresso dei diritti.

Lintima connessione tra la disponibilit chiaramente universale di simboli culturali e gli usi sempre pi diversificati e territoriali che se ne fanno diventata ormai uno degli argomenti principali dello studio e del discorso socio-scientifico dei nostri giorni. Gli analisti della scena
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contemporanea sono concordi nel ritenere che globalizzazione non significa unificazione culturale; la produzione di massa di materiale culturale non conduce al prodursi di qualcosa che possa sembrare cultura globale. La scena globale deve essere vista piuttosto come una matrice di possibilit, dalla quale possono prodursi, e sono effettivamente prodotte, selezioni e combinazioni altamente variate; attraverso la selezione e combinazione dalla trama globale dei simboli culturali vengono tessute identit separate e distinte; in effetti, lindustria locale dellauto-differenziazione si trasforma in una caratteristica globalmente determinata del mondo postmoderno o tardo moderno della fine del ventesimo secolo. I mercati globali di prodotti e informazioni commerciali rendono la selettivit dellimpegno inevitabile, mentre il modo in cui vengono effettuate le selezioni tende ad essere scelto localmente, o collettivamente, per fornire nuovi segni distintivi simbolici per le identit estinte o risuscitate, recentemente inventate o ancora solo ipotizzate. La comunit, riscoperta dai rinati ammiratori romantici della Gemeinschaft (che essi vedono ora minacciata ancora una volta dalle forze insensibili, sovvertitrici e spersonalizzanti, ma questa volta radicate nella Gesellschaft universale, globale), non un antidoto per la globalizzazione, ma uno dei suoi indispensabili corollari: prodotti e condizioni nello stesso tempo. Ma la contrapposizione/connessione Gemeinschaft/Gesellschaft non lunica dimensione dellinterazione tra tendenze globalizzanti e localizzanti. Non neppure la pi importante e feconda delle dimensioni, anche se i rilievi comuni nella corrente principale della letteratura sulla globalizzazione che abitualmente la presentano come la principale linea di confronto lungo la quale si combattono le battaglie pi importanti, farebbero pensare propri a questo. La glocalizzazione innanzitutto e soprattutto una ridistribuzione di privilegi e privazioni, di ricchezza e povert, di capacit e incapacit, di potere e impotenza, di libert e costrizione. Essa , si potrebbe dire, un processo di ristratificazione universale, nel corso del quale viene messa insieme su scala mondiale una nuova gerarchia socio/culturale che si auto-riproduce. Un tale differenza e identit comune, che la globalizzazione dei mercati e nelle informazioni promuove e rende necessaria, non una diversit tra
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partner uguali. Ci che libera scelta per uni destino crudele per altri. E poich questi altri tendono a crescere irrefrenabilmente nel numero e a sprofondare sempre di pi nella disperazione che nasce da unesistenza priva di protetti e si avr diritto a percepire la glocalizzazione come il concentrarsi de capitale, della finanza e di te le altre possibilit di scelta e dazione effettiva, ma anche, ed in primo luogo, come un concentrarsi della libert dagire. Commentando i dati dellultimo Rapporto sullo Sviluppo Umano delle Nazioni Unite, secondo cui la ricchezza totale dei primi 358 miliardari globali equivale a tutti i redditi messi insieme dei due miliardi e mezzo dei pi poveri (il 45% della popolazione del mondo), Victor Keegan, del giornale The Guardian, chiam lattuale rimaneggiamento delle risorse del mondo un nuova forma di rapina su autostrada (22 luglio 1996). In effetti, solo il 22% della ricchezza globale appartiene ai cosiddetti paesi in via di sviluppo, che rappresentano circa 180% della popolazione mondiale. Questa non affatto la fine della storia, poich la quota di reddito attuale ricevuto dai poveri ancora pi piccola: nel 1991, 185% della popolazione del mondo ricevette solo il 15% del suo reddito. Non sorprende che negli ultimi 30 anni il gi cos spropositatamente scarso 2,3% della ricchezza globale posseduto dal 20% dei paesi pi poveri sia ulteriormente sceso all1,4%. La rete globale delle comunicazioni, acclamata come la porta daccesso ad una nuova e straordinaria libert, viene usata in modo chiaramente molto selettivo; appena uno stretto pertugio nel muro massiccio, piuttosto che una porta. Poche (e sempre di meno) sono le persone che ottengono il lasciapassare che conkpsente loro di passarvi. Tutto ci che i computer fanno oggi per il Terzo Mondo fare la cronaca del loro declino in maniera pi efficace, cos afferma Keegan. E conclude: Se (come ha osservato un critico americano) i 358 decidessero di tenere per s pi o meno 5 milioni di dollari ciascuno, di farseli bastare e di rinunciare a tutto il resto, potrebbero virtualmente raddoppiare il reddito annuale di circa la met della popolazione sulla Terra. Ed i porci volerebbero!. Secondo le parole di John Kavanagh, del Washington Institute of Policy Research, riferite nellIndependent on Sunday, il 21 luglio 1996:

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La globalizzazione ha dato pi opportunit a coloro che sono estremamente ricchi di far denaro pi rapidamente. Questi individui hanno utilizzato la pi recente tecnologia per muovere grandi somme di denaro in tutto il mondo con estrema rapidit e per speculare in modo sempre pi efficiente. Purtroppo, la tecnologia non ha alcuna influenza sulla vita dei poveri nel mondo. In realt, la globalizzazione un paradosso; mentre risulta molto vantaggiosa a pochissimi individui, trascura ed emargina due terzi della popolazione mondiale.

Come il folclore della generazione delle classi illuminate, tenute in gestazione nel nuovo, splendido e monetaristico mondo di Reagan e della Thatcher, questo aprirsi delle chiuse, questo far saltare con la dinamite ogni diga,render il mondo un luogo libero per tutti. La libert (di commercio e di mobilit del capitale, innanzitutto e soprattutto) la serra in cui la ricchezza possa prosperare pi rapidamente di quanto sia mai accaduto prima; ed una volta che la ricchezza si sar moltiplicata, ce ne sar di pi per tutti i poveri del mondo, vecchi e nuovi, quelli ereditari e quelli prodotti dal computer, difficilmente potranno riconoscere la loro situazione in questo folclore. I media sono il messaggio, ed i media attraverso i quali viene instaurato il sistema del mercato a livello mondiale sono tali da rendere impossibile il promesso effetto trickledown [cio del graduale espandersi della ricchezza dai ricchi ai poveri, N.d.T.]. Le nuove ricchezze crescono nella realt effettiva, ermeticamente isolata dalle vecchie realt approssimative dei poveri. La creazione della ricchezza sul punto di emanciparsi finalmente dalle vecchie, costrittive e seccanti connessioni con il produrre cose, il trattare materiali, il creare posti di lavoro e il dirigere persone. I vecchi ricchi avevano bisogno di poveri che li rendessero e mantenessero ricchi. Essi non hanno pi alcun bisogno dei poveri. Finalmente, la beatitudine della libert definitiva vicina. Da tempo immemorabile, il conflitto tra ricchi e poveri significava essere bloccati per tutta la vita in una reciproca dipendenza; e la dipendenza significava il bisogno di parlare e di cercare compromessi e accordi. Le cose stanno sempre di meno in questi termini. Non abbastanza chiaro di che cosa i nuovi ricchi globalizzati ed i nuovi poveri globalizzati dovrebbero parlare, per quale motivo dovrebbero sentire il bisogno di arrivare a compromessi e quale tipo di modus coexistendi
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concordato dovrebbero essere inclini a cercare. Le tendenze globalizzanti e localizzanti sono reciprocamente rafforzanti ed inseparabili, ma i loro rispettivi prodotti sono sempre di pi separati e la distanza tra di loro continua a crescere, mentre la reciproca comunicazione arrivata ad un punto morto [] I poveri saranno sempre con noi, e cos lo saranno i ricchi, secondo lantica saggezza popolare, ora dissotterrata dallabisso delloblio in cui fu tenuta durante il breve idillio con lo stato assistenziale (welfare state) ed il processo di sviluppo garantito o assistito. La spaccatura ricchi/poveri non n una novit n qualcosa di temporaneamente spiacevole che, con il dovuto sforzo, cesser domani o un popi tardi. Il punto , comunque, che quasi mai prima questa spaccatura fu cos chiaramente, inequivocabilmente, una spaccatura: una divisione non lenita e non alleviata da servizi reciproci o da reciproca dipendenza; una divisione con alla base ununit non maggiore di quella che pu esserci tra un accurato dattiloscritto ed un cestino per la carta straccia. I ricchi, ai quali capita di essere nello stesso tempo i pi intraprendenti e pi potenti tra gli attori della scena politica, non hanno bisogno dei poveri n per la salvezza della propria anima (che essi non credono davere e che, in ogni caso, non considererebbero degna di cura) n per rimanere ricchi o per diventare pi ricchi (ci che secondo loro sarebbe pi facile se non si chiedesse loro di condividere alcune delle ricchezze con i poveri). I poveri non sono figli di Dio sui quali praticare la redenzione della carit. Essi non sono le truppe di riserva del lavoro che hanno bisogno di essere addestrate nuovamente alla produzione della ricchezza. Non sono i consumatori che debbono essere tentati e blanditi nel dare il via alla ripresa. In qualunque modo si guardi ad essi, i poveri non sono di alcuna utilit; i migranti non sono che brutte caricature dei turisti, e chi si rallegrerebbe alla vista delle proprie distorsioni? Questa una vera novit nel mondo soggetto ad una profonda trasformazione che, talvolta per un errore ottico, talvolta per placare la propria coscienza, viene chiamato globalizzazione.
[Zygmunt Bauman, Globalizzazione e glocalizzazione, Armando editore, Roma 2005, pagg. 342349]

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Alain Touraine: globalizzazione e diritti civili


Il sociologo francese analizza in queste pagine la discrasia tra progresso democratico e globalizzazione, tra omologazione culturale e sociale e la necessaria articolazione dei diritti, civili, sociali e culturali, sulle differenze specifiche dei cittadini nel contesto di democrazie animate sempre pi dallobiettivo di promuovere la libert dei singoli. A mettere in pericolo le nuove libert individuali, proprio ora che sembrano faticosamente conquistate, per, la contraddizione tra societ di massa e libert, tra lidea complessa di democrazia fiorita nellultimo quarto del Novecento e i rischi di regressione dovuti alla deregulation e alla globalizzazione. Se non si vuole tornare indietro, avverte Touraine, occorre trovare un rimedio.

Da quando la produzione di massa ha invaso la fabbricazione industriale, lambito del consumo e quello della comunicazione, e da quando le frontiere e le tradizioni vengono facilmente attraversate dalla distribuzione degli stessi beni e servizi nel mondo intero, molti aspetti del nostro comportamento, che credevamo protetti dalla loro circoscrizione alla sfera privata, si trovano esposti alla cultura di massa, e perci minacciati. nel campo culturale che prendono forma i principali conflitti, in ambito culturale che vengono mosse le rivendicazioni la cui posta in gioco pi alta. La categoria di cultura sembra a prima vista molto eterogenea: la dipendenza culturale riguarda innanzitutto i paesi pi dipendenti, ma anche le minoranze etniche, religiose o sessuali. Essa ancora pi visibile nelle grandi citt, dove gravi minacce incombono sullambiente. Infine, e forse soprattutto, emerge chiaramente dalle rivendicazioni delle donne, che vogliono ottenere il duplice riconoscimento della loro uguaglianza e della loro differenza, in quanto foriero di un cambiamento pi profondo di quelli ai quali ci ha abituati la societ industriale. per importante premettere che i diritti culturali non possono essere considerati una mera estensione dei diritti politici; questi ultimi devono essere accordati a tutti i cittadini, mentre i diritti culturali proteggono, per definizione, popolazioni o gruppi particolari. il caso, per esempio, dei musulmani che chiedono di poter celebrare il ramadan; ma anche il caso dei gay e delle lesbiche che reclamano il diritto di sposarsi. Non si tratta pi, quindi, del diritto di essere come gli altri,
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ma di essere altri. I diritti culturali non riguardano solo la protezione di una tradizione o di pratiche sociali differenti; obbligano a consentire, contro luniversalismo astratto dei Lumi e della democrazia politica, che ognuno, individualmente e collettivamente, possa costruirsi le proprie condizioni di vita e trasformare la vita sociale in funzione della particolare modalit con cui vengono articolati i principi generali della modernizzazione e le identit specifiche. Si parla spesso, a questo proposito, di diritto alla differenza, unespressione che, per la sua incompletezza, rischia di essere pericolosa. In effetti, si tratta del diritto di combinare una differenza culturale con la partecipazione a un sistema economico sempre pi globalizzato, il che esclude sia lidea che la modernit troneggi sopra tutti gli attori sociali, sia che una sola cultura sia in grado di andare incontro alle esigenze della modernit. I diritti culturali mobilitano pi di altri, perch sono pi concreti e riguardano sempre una popolazione particolare, di solito minoritaria. Ma la loro rivendicazione espone anche a grandi pericoli, i pericoli che ci fa correre qualsiasi forma di particolarismo: in breve, i diritti culturali minacciano il principio stesso del vivere insieme. Lidea dei diritti culturali sembra opporsi direttamente a quella di cittadinanza. una considerazione tuttaltro che nuova, gi formulata in merito al riconoscimento dei diritti sociali, perch anchessi si riferiscono a categorie particolari, a volte molto ampie, come i lavoratori salariati, ma anche molto pi ristrette, come i minatori che lavorano nelle miniere di carbone, i portuali o i panificatori. Ebbene, spesso, in effetti, lappello ai diritti sociali ha nutrito il corporativismo e la difesa degli interessi professionali, e in modo pi generale e drammatico stato lanciato da organizzazioni di classe che si sono spinte fino a sostenere che la forma pi compiuta di democrazia sarebbe stata la dittatura del proletariato. Per queste organizzazioni i diritti politici potevano essere accordati solo a coloro che vivevano del loro lavoro e non del capitale, ovvero del lavoro degli altri. Questo modo di pensare e agire ha prevalso in gran parte del movimento operaio per oltre un secolo, mentre la ricerca di un compromesso tra 1universalismo dei diritti e il particolarismo degli interessi avanzava solo lentamente verso soluzioni socialdemocratiche.
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Il riferimento ai diritti culturali, per, fa appello a entit concrete definite pi solidamente e profondamente della Cittadinanza o anche dellappartenenza a una classe. I movimenti femminili non si limitano a rivendicare diritti politici o a chiedere un uguale trattamento economico; le popolazioni immigrate non protestano solo contro lo sfruttamento economico e larbitrio della polizia. La continuit delle lotte per i diritti e allo stesso tempo per il cambiamento e lampliamento della loro natura pu essere interpretata come linteriorizzazione, avvenuta a tappe, delle norme e pene comminate a coloro che non le rispettano. Foucault ha analizzato in maniera molto precisa il modo in cui la spettacolarizzazione delle torture stata sostituita dalla reclusione e dallisolamento. Allo stesso modo, ha letto nella liberazione dei pazzi la mossa preliminare per sottometterli a trattamenti fisici, chimici o anche psicologici. A questi studi, che hanno profondamente rivoluzionato le scienze umane e il pensiero dei riformatori sociali, va aggiunto che la distruzione dei modelli di reclusione e costrizione legata allinteriorizzazione delle costrizioni, ma anche allaffermazione del diritto alla libert o alla giustizia, che in questo modo si estendono e diventano sempre pi concrete. La conquista dei diritti politici stata associata alla nascita di repubbliche in cui il popolo esercita la sovranit. Questultima pu trasformarsi in una forma di autoritarismo personale o collettivo, ma rimane, nonostante tutto, il punto di riferimento di tutte le lotte democratiche. Il passaggio dai diritti politici ai diritti sociali e poi culturali ha esteso la rivendicazione democratica a tutti gli aspetti della vita sociale, e di conseguenza allesistenza e alla coscienza individuali. Pi vengono imposte costrizioni agli individui in tutti gli aspetti della loro vita, pi si configura lidea di un individuo soggetto di diritto, che resiste e lotta in nome di questa individualit, di questo diritto a essere se stesso.
[Alain Touraine, La globalizzazione e la fine del sociale, il Saggiatore, Milano 2008, pp.192-195]

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Luigi Ferrajoli: globalizzazione e immigrazione


Mentre il diritto internazionale riconosce la libert di emigrare a tutti gli uomini, le legislazioni nazionali dei paesi ricchi ne impediscono lesercizio, discriminando le persone sulla base dellidentit nazionale. Cos, nellet della globalizzazione e dei grandi esodi dal sottosviluppo economico e dalle guerre, la cittadinanza si trasforma nellultimo privilegio di status acquisito per nascita, cessando di essere il dispositivo di inclusione e di uguaglianza che era stato allorigine dellesperienza democratica occidentale.

Ogni individuo, stabilisce lart. 13, secondo comma, della Dichiarazione universale dei diritti delluomo, ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese. dunque un diritto universale, conferito a tutti gli esseri umani, il diritto di emigrare, che evidentemente comporta il diritto di immigrare in un paese diverso da quello di emigrazione, e perci il dovere della comunit internazionale di garantirne in qualche forma lesercizio. Non si tratta di un diritto umano di ultima o recente generazione. Si tratta, al contrario, del pi antico dei diritti naturali, enunciato alle origini della civilt giuridica moderna dal teologo spagnolo Francisco de Vitoria. Ben prima della teorizzazione hobbesiana del diritto alla vita e di quella lockeana dei diritti di libert quali ragion dessere del contratto sociale e dellartificio statale, Vitoria configur lo ius migrandi, nelle sue Relectiones de lndis recenter inventis svolte nel 1539 allUniversit di Salamanca, come un diritto universale, derivandolo da un altro diritto lo ius communicationis ac societatis e ponendolo a fondamento del nascente diritto internazionale entro una grandiosa concezione cosmopolitica dei rapporti tra i popoli informata a una sorta di fratellanza universale. Lo scopo immediato di questa costruzione era in realt la legittimazione della conquista spagnola del Nuovo mondo: anche con la guerra, ove allesercizio di quegli edificanti diritti fosse stata opposta illegittima resistenza. E la medesima funzione fu svolta da quei diritti nei quattro secoli successivi, allorch si tratt di legittimare la colonizzazione del pianeta da parte delle potenze europee e le loro politiche di rapina e di sfruttamento. Ius migrandi e ius communicationis insomma, bench formalmente universali, erano di fatto diritti chiaramente asimmetrici, non essendo certo esercitabili dalle popolazioni dei nuovi mondi.
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Non si pu negare, tuttavia, che la legittimazione da essi offerta allespansionismo dellOccidente fu basata sul principio, del quale lart. 13 della Dichiarazione del 1948 rappresenta lultima eco, delluguale diritto di tutti a muoversi liberamente sullintero pianeta. Oggi che lesercizio del diritto di emigrare divenuto possibile per tutti ed per di pi la sola alternativa di vita per milioni di esseri umani affamati, non solo se ne dimenticato il fondamento sia storico che giuridico nella tradizione occidentale, ma lo si reprime con la stessa feroce durezza con cui fu brandito alle origini della civilt moderna. Nel momento in cui si trattato di prenderne sul serio il carattere universale, quel diritto insomma svanito, capovolgendosi nel suo contrario. li capovolgimento avvenuto in anni relativamente recenti. Ancora fino a oltre la met del secolo scorso, lemigrazione si svolta con relativa libert, entro larea dei paesi occidentali, con uguali vantaggi cos dei paesi di emigrazione come di quelli di immigrazione. La rigida chiusura delle frontiere avvenuta solo negli ultimi decenni, allorch il fenomeno si sviluppato per effetto della crescita esponenziale della disuguaglianza tra paesi ricchi e paesi poveri prodotta dai processi di globalizzazione. Il veicolo teorico e giuridico di questa mutazione stato offerto dalla categoria della cittadinanza. La cittadinanza, che alle origini dello Stato moderno ha operato come un fattore di uguaglianza e di inclusione, annullando le vecchie differenze per nascita, si trasformata, allorch limmigrazione in Occidente dai paesi poveri del mondo divenuta un fenomeno di massa, in un fattore di esclusione: nellultimo privilegio di status, che discrimina gli individui nella libert di movimento e, conseguentemente, in tutti gli altri diritti fondamentali, ancorati allidentit nazionale anzich alla semplice identit di persone. cos che lemigrazione, mentre stata resa dalla globalizzazione pi che mai possibile materialmente e necessitata economicamente, stata nei nostri paesi proibita giuridicamente, pur se in contrasto con le nostre Costituzioni che ascrivono la maggior parte del diritti fondamentali non gi ai soli cittadini ma a tutti gli esseri umani. Lodierna et dei diritti e della massima uguaglianza en droits sta in questo modo diventando, sul terreno giuridico delle legislazioni nazionali e non
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solo su quello materiale delle condizioni di vita, let della massima disuguaglianza: tra i nostri cittadini e quanti premono alle nostre frontiere ma anche, allinterno dei nostri paesi, tra cittadini optimo iure, semi cittadini pi o meno stabilmente regolarizzati, non-cittadini e non-persone clandestine. La cittadinanza si infatti frantumata in una pluralit di status civitatis differenti, dando luogo a stratificazioni sociali nuovamente fondate sulla nascita. Esistono cittadinanze pregiate, quali quelle dei nostri ricchi paesi, e cittadinanze che valgono poco o nulla, come quelle dei paesi di emigrazione. Ed esistono, entro i nostri stessi ordinamenti, cittadinanze differenziate: cittadinanze piene, cittadinanze dimezzate, sub-cittadinanze, non-cittadinanze, a seconda dei diversi gradi di precariet a esse associati dalle leggi. Si venuto formando, in questo modo, un nuovo proletariato, discriminato giuridicamente e non pi solo economicamente e socialmente. I nuovi lavoratori immigrati infatti, soprattutto se clandestini, non hanno diritti, e sono perci esposti al massimo sfruttamento. Il fenomeno non nuovo. Sempre le diverse generazioni delle classi operaie sono state formate e alimentate da flussi migratori: dallemigrazione dalle campagne che fece nascere il primo proletariato industriale in Inghilterra; da quella italiana e irlandese negli Stati Uniti tra la fine dellOttocento e il primo Novecento; dal Sud al Nord dellItalia nel nostro secondo dopoguerra. Sempre i nuovi venuti sono stati oggetto di discriminazioni e messi in concorrenza con il vecchio proletariato. Ma oggi lo sfruttamento e loppressione sociale si avvalgono anche delle disuguaglianze giuridiche che intervengono, nello status civitatis, tra cittadini e stranieri. In Europa vivono ormai 15 milioni di immigrati, molti dei quali clandestini: un vero apartheid interno, che si aggiunge allapartheid mondiale realizzato con le nostre frontiere sempre pi inaccessibili.
[Luigi Ferrajoli, Libert di circolazione e di soggiorno, Bari, 2004, pp. 179-181]

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Jrgen Habermas: la globalizzazione e la commercializzazione delletica


Pubblicato nel 2001, Il futuro della natura umana fu accolto da un ampio dibattito e feroci polemiche. In esso Habermas si interroga sulle conseguenze dei progressi della genetica in alcune categorie fondamentali della libert alla base degli ordinamenti occidentali e della loro concezione del diritto. La possibilit che si decida dellidentit del nascituro non contraddice forse la sua autodeterminazione, vincolando il suo essere alla volont dei genitori? Escludendo gli aspetti etici generati da trattamenti medici che implicano il possibile consenso dellinteressato, che tipo di societ stanno costruendo le nuove scoperte scientifiche, associate alletica del mercato? Habermas indaga sottilmente la frontiera tra libert di scelta cos come formulata dalla cultura neoliberale, e libert liberale, svelando la differenza e il pericoloso scivolamento della seconda nella prima. Soltanto se la casualit della nascita viene lasciata giuridicamente indisponibile, conclude, i cittadini possono avere garantita parit di accesso alla comunit ideale dei soggetti morali e alla reale comunit dei cittadini politici.

Vorrei prendere le mosse da una differenza interessante nel clima e nello sfondo delle discussioni cui ho partecipato al di qua e al di l dellAtlantico. Mentre i filosofi tedeschi, facendo uso di un concetto di persona normativamente saturo e di un concetto di natura metafisicamente sostanzioso, discutono con un certo scetticismo se sia il caso di sviluppare ulteriormente la tecnica genetica (soprattutto per quanto riguarda la coltivazione di organi e la medicina riproduttiva), i colleghi americani si preoccupano invece di come si possa implementare uno sviluppo che in linea di principio non viene pi messo in discussione e che, passando per le terapie genetiche, sembra destinato a sfociare nello shopping in the genetic supermarket. Queste tecnologie produrranno senzaltro interferenze sconvolgenti nel nesso delle generazioni. Ma agli occhi dei colleghi americani che la pensano in modo pragmatico le nuove pratiche, lungi dal sollevare questioni di tipo inedito, si limitano a radicalizzare vecchie questioni di giustizia distributiva. Questa percezione del problema una percezione per nulla preoccupata deriva da una fiducia ininterrotta nello sviluppo scientifico e tecnico, nonch dallottica di una tradizione liberale che risale a John Locke. La tutela delle libert individuali delle persone giuridiche viene
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fatta valere contro le interferenze dello stato, mentre nellanalisi di ogni nuova sfida si sottolineano soprattutto le minacce portate alla libert nelle relazioni che collegano verticalmente i membri privati della societ al potere dello stato. Di fronte al pericolo principale di una illecita invadenza del potere politico, passa in secondo piano la paura dellabusivo potere sociale esercitabile da privati contro privati nella dimensione orizzontale delle loro relazioni. Il diritto del liberalismo classico estraneo allidea di un effetto su terzi (Drittwirkung), ossia allidea di unefficacia orizzontale dei diritti fondamentali nei confronti di soggetti privati. In questa prospettiva liberale diventa ovvio sottrarre alla normativa statale tutte le decisioni sul patrimonio genetico dei bambini, rimettendole semplicemente ai genitori. Sembra evidente che il nuovo spazio decisionale della tecnologia genetica debba essere inteso come un allargamento materiale di libert riproduttiva e diritto genitoriale, dunque come unestensione di quei diritti fondamentali privati che lindividuo pu far valere contro lo stato. Una prospettiva diversa si dischiude soltanto nel momento in cui si colgono i diritti soggettivi come il rispecchiamento di un ordinamento giuridico oggettivo. Questultimo pu allora sollecitare gli organi dello stato a garantire obblighi di tutela (come nel caso della tutela della vita prenatale, quando il nasci turo non pu difendere da solo i suoi diritti soggettivi). Questo cambio di prospettiva porta al centro dellattenzione principi oggettivi che configurano linsieme dellordinamento giuridico. Il diritto oggettivo incarna e interpreta lidea fondante del mutuo riconoscimento di persone libere ed eguali, le quali si associano di loro iniziativa al fine di regolare legittimamente la loro coesistenza con strumenti di diritto positivo. Nella prospettiva costituzionale di una comunit democratica, la relazione verticale del cittadino con lo stato non viene ulteriormente privilegiata rispetto alla rete orizzontale dei rapporti che i cittadini stringono tra loro. Riguardo al nostro problema, dovremo allora chiederci quali conseguenze produca sui bambini geneticamente programmati il diritto dei genitori alla decisione eugenetica. Dovremo anche chiederei se per caso queste conseguenze non incidano sul bene, oggettivamente
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tutelato, del futuro bambino. Il diritto dei genitori a determinare le caratteristiche genetiche del nascituro potrebbe entrare in collisione con il diritto fondamentale di un altro solo nel caso in cui lembrione in vitro fosse gi un altro cui spettano diritti fondamentali assolutamente validi. Si tratta di un problema controverso anche tra i giuristi tedeschi, un problema cui non sembra possibile rispondere in un senso o nellaltro, stante il quadro di una costituzione che non privilegia alcuna visione del mondo. La mia proposta quella di distinguere la inviolabilit della dignit umana stabilita dallart. I, par. I, della nostra Legge fondamentale dalla indisponibilit della vita umana prepersonale. Questa indisponibilit potrebbe a sua volta essere interpretata sulla base del diritto fondamentale proclamato dallart. 2, par. 2, della Legge fondamentale, aperto a una specificazione tramite legge nel senso di una tutela della vita differenziata per gradi. Se per non si riconosce il diritto a una incondizionata difesa della vita, o a una integrit fisica dellembrione, relativamente allistante in cui avviene lintervento genetico, allora largomento delleffetto su terzi (Drittwirkung) non ha applicazione diretta. Leffetto su terzi, relativamente a una prassi eugenetica, pu per essere di natura indiretta. Se lintervento genetico non offende il diritto di una persona esistente, potrebbe per compromettere lo status di una persona futura. La mia tesi che questo avvenga effettivamente, dal momento che la persona soggetta a trattamento prenatale viene a trovarsi in difficolt dopo aver saputo dellintenzionale alterazione del suo patrimonio a concepirsi come autonomo ed eguale membro di unassociazione di liberi ed eguali. Secondo questa versione, il diritto (materialmente allargato) dei genitori allintervento genetico non entrerebbe immediatamente in collisione con il bene del bambino giuridicamente garantito. Potrebbe per indirettamente compromettere la coscienza della sua autonomia, vale a dire quella autocomprensione morale che ci aspettiamo da ogni appartenente a una comunit in cui egli deve godere delle stesse opportunit di fare uso di diritti soggettivi paritariamente distribuiti. Dunque questo danno eventuale non si colloca sul piano di una negazione di diritti. Si configura piuttosto
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come un dubbio (Verunsicherung) che colpisce il titolare di diritti civici relativamente alla coscienza del suo status. Il giovane corre pericolo di vedersi privato in uno con la coscienza della contingenza della sua origine naturale di un requisito mentale di accesso a quello status che gli permette, come persona giuridica, di giungere al godimento effettivo di diritti eguali. Queste osservazioni preliminari non anticipano nulla della futura discussione giuridica. Le prospettive che emergono dalle tradizioni giuridiche e costituzionali delle diverse nazioni sono tutte riconducibili alla base comune di una morale-di-ragione individualistica. Confrontare le culture giuridiche di Germania e Stati Uniti ci serve per illustrare meglio, sullo sfondo di un modello giuridico, quella differenza di livelli che io giudico importante per una valutazione morale delle conseguenze che avrebbe una genetica liberale. Chiamo genetica liberale una prassi che rimette alla discrezionalit dei genitori lintervento sul genoma degli ovuli fecondati. Ci non significa interferire sulle libert che competono a una persona gi nata (sia per generazione naturale sia per programmazione genetica). Tuttavia la genetica liberale incide su un presupposto naturale per la coscienza della persona interessata che voglia agire in maniera autonoma e responsabile. Nel testo ho soprattutto preso in esame due possibili conseguenze: a) che le persone programmate non possano pi considerarsi come gli autori indivisi della loro storia di vita; b) e che esse non possano pi, nel loro rapporto con le generazioni precedenti, illimitatamente concepirsi come persone eguali per nascita e valore.
[Jrgen Habermas, Il futuro della natura umana, Torino 2005, pp. 79-81]

Ulrich Beck: lEuropa per governare la globalizzazione


Senza Europa non c risposta alla globalizzazione, afferma il sociologo tedesco Ulrich Beck. La ragione storica e strategica. In primo luogo perch senza la sua Idea, non c spazio per un governo globale basato sui diritti e sulle garanzie. Osteggiata da tutti i regimi, infatti, dalle monarchie assolute, poi dagli stati-nazione e dalle dittature totalitarie del Novecento, lidea Europa unaspirazione universale al prevalere della ragione che
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va oltre la coscienza rimossa di un continente. Senza Europa, senza il suo patrimonio intellettuale e senza la sua presenza nellordine internazionale a dare equilibrio alla geopolitica di poteri sempre pi assoluti, avverte Beck, non si potr uscire dalle ingiustizie della globalizzazione.

Perch Europa? Perch non Helga o la nonna o i senzatetto qui accanto o dall altra parte del globo? A questa domanda dovranno rispondere gli europei in futuro. Di che si tratta, quando si parla dellEuropa? Delle sovvenzioni per il prezzo del latte ecc.? Di unEuropa esclusiva, quindi della costruzione della fortezza Europa? Oppure si tratta di unEuropa inclusiva, che intende governare il processo di globalizzazione economica ed attiva nel gestirlo politicamente? Il punto centrale, la chiave daccesso che senza Europa non c risposta alla globalizzazione. Ci che lEuropa o vuole essere non deve essere tirato fuori magicamente dal passato, ma deve essere concepito come risposta politica alle domande del futuro, in tutti i campi ternatici: mercato del lavoro, ecologia, Stato sociale, migrazione internazionale, libert politiche, diritti fondamentali. Solo nello spazio transnazionale dellEuropa le politiche dei singoli Stati possono divenire, da oggetto minacciato, soggetto di una globalizzazione organizzata. Ma la domanda allora : quali risposte pu dare unEuropa politica e solo unEuropa politica alle sfide dell era globale? [] Non c una via duscita nazionale dalla trappola della globalizzazione. Unistituzione della grandezza dellUnione Europea potrebbe ristabilire la priorit della politica, la capacit dazione sociale ed economica per gli Stati che cooperano, controllabile democraticamente. Di fatto, unUnione Europea forte e democratica potrebbe impiegare il suo potere come la pi grande potenza commerciale del mondo per introdurre riforme effettive verso linterno come verso lesterno. Lorganizzazione del mercato mondiale sarebbe da riformare ancora una volta dalle fondamenta. Devono essere introdotti urgentemente standard minimi sociali ed ecologici. Non sulla base di unintenzione protezionistica, ma per superare la doppia morale europea secondo la quale non vale per gli uomini in altri paesi ci che lEuropa definisce e protegge come dignit umana. Alla politica di deregulation delle organizzazioni internazionali andrebbe opposta la richiesta di una ri-regolamentazione, di una reintroduzione di standard sociali ed ecologici. Abbiamo bisogno di un sistema fiscale unificato nellUnione Europea, non di ulteriori zone franche.
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necessario arrivare ad un mercato mondiale equilibrato, nel quale non avvenga che sempre meno persone guadagnano sempre di pi e tutti gli altri pagano il conto. Dobbiamo finalmente aprire il dibattito su una riforma fiscale ecologica di dimensione europea che sottragga argomenti agli antagonisti nazionali. Dobbiamo aiutare altri paesi a produrre per il proprio mercato e renderne partecipe la propria popolazione. Globalizzazione significa, come si detto, ri-regionalizzazione, sub- e sovranazionale.
[Ulrich Beck, Cos la globalizzazione, Roma, 1999, pp. 187-191]

La nascita del partito democratico


Per rispondere alle crisi della globalizzazione con un progetto di dimensione internazionale, nato il 14 ottobre del 2007 il Partito Democratico con consultazioni primarie cui hanno partecipato oltre 4 milioni di cittadini. Lambizione quella di far compiere allItalia un salto che, uscendo da storiche arretratezze e restituendo un futuro alla tradizione democratica ricostruita da questo libro, le permetta di essere allavanguardia della politica europea.

La nascita del Partito Democratico ha creato le condizioni per una svolta, non soltanto politica, ma anche culturale e morale, nella vicenda italiana. in campo una forza che si propone di dare al Paese, finalmente, una nuova guida. Si riapre una speranza, si pu tornare a pensare il futuro. Questa grande forza popolare, intorno alla quale si stanno raccogliendo le tradizioni culturali e politiche riformatrici del Paese, si pone il compito di mobilitare le energie e i valori del nostro popolo per rimettere questo Paese in cammino. Bisogna fare unItalia nuova. Questa la ragione ed la missione del Partito Democratico: ricollocare lItalia negli inediti scenari aperti dalla globalizzazione del mondo, riunire gli italiani sulla base di un rinnovato patto di cittadinanza, dare loro la coscienza e lorgoglio di essere una grande nazione [] Il Partito Democratico nasce per affermare che questo non
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un destino inevitabile. Il suo messaggio di fiducia parte dalla convinzione che le energie del Paese sono grandi e possono essere risvegliate attraverso un processo di profondo rinnovamento della societ italiana e la formazione di una nuova classe dirigente, in grado di tornare a guidare gli italiani sulle vie del mondo, quelle vie che un grande popolo come il nostro ha saputo percorrere per secoli con la sua civilt. Questa la novit del Partito Democratico. Nasce un partito che determinato ad affrontare il nodo che sta soffocando il paese: la mancanza di una democrazia forte, in grado di decidere. Proprio perch non si riconosce pi in rigide ideologie di appartenenza, la societ italiana ha bisogno di un nuovo quadro politico di riferimento. Nel Partito Democratico confluiscono grandi tradizioni, consapevoli della loro inadeguatezza, da sole, a costituire questo riferimento. Grandi tradizioni, tra le quali quel profondo processo unitario che fu alla base della lotta al fascismo e della guerra di liberazione. Un processo politico, ma anche ideale e sociale, che consent alla vecchia Italia di compiere una rivoluzione democratica. Tuttavia il problema di oggi, se vogliamo far rivivere questo patrimonio, non mettere insieme i resti di storie passate, ma elaborare una visione condivisa del mondo, costruendo su questa base il progetto di una nuova Italia [] La vocazione maggioritaria del Partito Democratico, il suo proporsi come partito del Paese, come grande forza nazionale, si manifesta nel pensare se stesso, la propria identit e la propria politica, non gi in termini di rappresentanza parziale di segmenti pi o meno grandi della societ, ma come proiezione della sua profonda aderenza alle articolazioni e alle autonomie civili, sociali e istituzionali proprie del pluralismo della storia italiana e della complessit della societ contemporanea, in una visione pi ampia dellinteresse generale e in una sintesi di governo, che sia in grado di dare adeguate risposte ai grandi problemi del presente e del futuro [] Il Partito Democratico si presenta agli italiani come un partito
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aperto, uno spazio concreto di dialogo costruttivo e propositivo; un laboratorio di idee e di progetti, in cui le diverse storie politiche, culturali ed umane che sono venute a formarlo diventano fattore di arricchimento e fecondazione reciproca; un soggetto politico nuovo che vuole affrontare le radicali trasformazioni in atto in Italia, in Europa e nel mondo. La sua progettualit politica non pu prescindere dagli scenari aperti dalla globalizzazione: un processo che instaura legami sempre pi fitti e irreversibili di interdipendenza fra nazioni, popoli e culture a livello planetario. Unintensa circolazione di persone, di merci, di capitali, di idee, di risorse attraversa e trasforma i continenti, determinando geografie umane, economiche e finanziarie che sfuggono alle definizioni e ai controlli tradizionali. questa realt in costante mutamento che rende necessario un ripensamento della politica e una ridefinizione dellidea e dei poteri degli Stati nazionali. Sta qui la ragione per cui i grandi partiti che dominarono le societ industriali del Novecento appaiono ormai anacronistici. la necessit di misurarci con i processi storici e culturali in atto, che coinvolgono i popoli in un comune destino planetario, lurgenza di affrontare inediti e decisivi problemi globali, a cominciare dai cambiamenti climatici, a imporre la necessit di rafforzare e rinnovare le istituzioni internazionali e multilaterali, a cominciare dalle Nazioni Unite. Non possiamo pi parlare di una condizione umana acquisita una volta per tutte: le conseguenze delle ricerche in campo genetico e biomedico, i cambiamenti culturali e comportamentali indotti dalle innovazioni tecnologiche ed economiche, il carattere globale degli scambi fra nazioni e culture innescano una rapida evoluzione di tutte le identit umane, individuali e collettive. Sempre pi la natura umana appare nella sua unicit e vulnerabilit, e risulta dipendere dalla nostra consapevolezza e dalla nostra responsabilit verso le future generazioni e la natura. Sempre pi, il sapere si rivela come il discrimine che pu
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separare grandi opportunit da enormi disuguaglianze sociali. La frattura tra coloro che sanno e coloro che non sono ammessi al sapere pu rappresentare un rischio grave per la democrazia. Il Partito Democratico, in questo scenario, si batte per un accesso universale al sapere, quale espressione di un nuovo umanesimo: un grande progetto di democrazia della conoscenza, che aiuti i cittadini a comprendere le implicazioni degli sviluppi tecnico-scientifici, nonch i dilemmi etici e antropologici che essi possono sollevare. Tutto il nostro sguardo rivolto al futuro. Negli scenari complessi del mondo globalizzato non esistono solamente nuovi problemi, ma anche nuove opportunit. Si aperta una nuova epoca. cambiata la geografia politica ed economica del mondo. La crescita di nuove potenze come la Cina, lIndia, il Brasile, muta non solo lasse dello sviluppo economico, ma la presenza reale delle masse umane sulla scena del mondo e impone allintera umanit di attuare le condizioni di uno sviluppo sostenibile, nel quale il cammino verso il benessere di tanti non si traduca in una crisi ecologica irreversibile per tutti.
[Pd, Manifesto dei valori. Disponibile su: http://www.partitodemocratico.it/allegatidef/ Manifestodeivalori44883.pdf]

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