Sei sulla pagina 1di 14

Corriere 5.12.12 Noi cornuti e mazziati.

Una sentenza gi scritta per ragioni politiche Ingroia: giudici influenzati dal clima di Giovanni Bianconi ROMA La voce dell'ex procuratore aggiunto Di Palermo Antonio Ingroia arriva dal Guatemala, ferma e decisa: La lettura del comunicato della Corte mi fa pensare che devo ricredermi. Sta dicendo che avete sbagliato nel trattamento di quelle quattro telefonate, dottor Ingroia? Niente affatto. Devo ricredermi su quanto pensai quest'estate leggendo le considerazioni di Gustavo Zagrebelsky, il quale riteneva che la sentenza dei suoi ex colleghi della Consulta fosse gi scritta. Credevo che esagerasse, invece aveva ragione: per ragioni politiche prima ancora giuridiche, non c'era altra via d'uscita che dare ragione al presidente della Repubblica. Quindi lei pensa che i giudici costituzionali abbiano scritto una sentenza politica? Penso che avessero l'esigenza di dare ragione al capo dello Stato. Aspetter di leggere le motivazioni della sentenza per capire se volevano anche dare torto alla Procura di Palermo ad ogni costo, ma dalle righe diffuse fin qui si capisce che dovevano sostenere in tutto la posizione del Quirinale. Poi magari le motivazioni mi convinceranno del contrario, ma ora non posso che esprimere queste valutazioni. Ma scusi, non possono esserci motivazioni semplicemente giuridiche, alla base della decisione? Non potete aver sbagliato voi, anzich loro? Certo che possono esserci, ma allora avrebbero dovuto esprimersi in maniera diversa. Dal tenore del comunicato si capisce che secondo loro noi avremmo dovuto dar vita a una giurisprudenza creativa, con un'interpretazione della legge che si sarebbe risolta in una sua violazione. assurdo, una posizione davvero bizzarra. Veramente la Corte sostiene che la legge l'avete violata voi, non applicando un articolo del codice che avreste dovuto rispettare e invocando quello sbagliato.

Ma non cos. Sa di che cosa sono convinto? Che se noi avessimo fatto quello che oggi sostiene la Corte, e cio trasmettere le telefonate al giudice chiedendo la distruzione delle conversazioni senza contraddittorio con le parti, il giudice avrebbe ordinato il deposito e il contraddittorio con tutte le parti del procedimento, facendole inevitabilmente diventare pubbliche. Anche per questo noi non abbiamo preso quella strada, preoccupandoci di preservare al massimo la riservatezza delle conversazioni del presidente. E questa la ricompensa. Quindi oggi sareste vittime di irriconoscenza? Siamo cornuti e mazziati, per usare termini meno giuridici e pi popolari. Noi abbiamo fatto di tutto perch di quelle conversazioni non uscisse nemmeno una riga, e infatti non uscita nemmeno una riga. Proprio perch avevamo a cuore la riservatezza delle conversazioni del presidente. A fronte di ci, non solo non abbiamo avuto alcuna riconoscenza, ma ci siamo visti prima sbattere contro un conflitto davanti alla Corte costituzionale, e adesso una sentenza punitiva. Sinceramente mi pare assurdo. Crede che le polemiche anche politiche suscitate da questa vicenda abbiano pesato sul giudizio della Consulta? Credo proprio di s. Nonostante la dichiarata irrilevanza delle conversazioni intercettate casualmente sul merito dell'inchiesta, ci sono stati mesi di can-can politico e mediatico che hanno catturato l'attenzione, perfino a livello internazionale. Temo sia inevitabile che abbiano pesato sulla decisione. Quindi i giudici costituzionali sono stati condizionati? Il comunicato emesso d la sensazione di una sentenza che risente anche del condizionamento del clima politico. Del resto non penso che esistano sentenze che non risentono del clima generale che si respira in un Paese. Anche quelle in materia di mafia, sia ai tempi delle assoluzioni di massa per insufficienza di prove sia quando si arrivati alle condanne. Ma non c' nemmeno una cosa su cui ritiene di dover fare autocritica? Forse abbiamo sbagliato a sottovalutare l'impatto mediatico delle strumentalizzazioni, ci siamo preoccupati pi di mantenere la segretezza che degli attacchi che sarebbero arrivati al nostro ufficio. Ma era lei che andava in giro per appuntamenti politici... Oggi che non sono pi procuratore aggiunto la prima volta che parlo del merito della questione. Quanto alla partecipazione ai dibattiti pubblici, ho gi spiegato pi volte quelli che ritengo siano miei diritti. La sentenza della Corte la conferma nella decisione di allontanarsi dalla Procura di Palermo e dall'Italia? Mi conferma che il nostro Paese deve ancora crescere in termini di diritto, eguaglianza e rispetto della Costituzione. Bisogna fare molti passi avanti, mentre temo che la Corte abbia fatto un grosso passo indietro. Una Corte cortigiana da il Fatto quotidiano, 5 dicembre 2012 Dalle motivazioni della sentenza si capir come abbia potuto la Consulta accogliere un conflitto di attribuzioni cervellotico, protervo e infondato come quello sollevato dal capo dello Stato contro la Procura di Palermo. Dal comunicato emesso ieri dopo 4 ore di Camera di Consiglio (segno forse di una discussione piuttosto accesa), si desume solo che si deciso di piegare una norma pensata per tuttaltre evenienze al caso che tanto angustia Napolitano: la captazione casuale, anzi inimmaginabile di 4 sue telefonate sulle utenze intercettate di Nicola Mancino, un privato cittadino coinvolto nelle indagini sulla trattativa Stato-mafia. Lart. 271 del Codice di procedura non centra nulla col capo dello Stato: riguarda le intercettazioni fuorilegge o quelle di conversazioni che svelino fatti conosciuti per ragione

del ministero, ufficio o professione della persona ascoltata (il difensore che parla col cliente, il confessore col penitente). Ora, non esiste alcuna norma che proibisca di intercettare un cittadino che parla col capo dello Stato (n che vieti tout court di intercettare direttamente luomo del Colle, immune solo nellesercizio delle sue funzioni). Dunque le intercettazioni sono perfettamente legali. In ogni caso la Procura, ritenendole irrilevanti, aveva gi detto che avrebbe chiesto al Gup di distruggerle nellapposita udienza a fine procedimento. Dunque non si comprende il comunicato della Consulta, l dove farfuglia con italiano malfermo e logica zoppicante: Non spettava alla Procura di omettere di chiedere al giudice limmediata distruzione. E chi lha detto che ha omesso, visto che anzi aveva preannunciato che lavrebbe fatto? Ma c di peggio: la Procura, secondo la Corte, avrebbe dovuto escludere la sottoposizione delle telefonate al contraddittorio tra le parti. Cio: la Corte costituzionale rimprovera ai pm di non aver violato il principio costituzionale del contraddittorio. Non resta, purtroppo, che ricordare loracolo del presidente emerito Gustavo Zagrebelsky su Repubblica: Lesito scontato. Cio la Corte avrebbe dato ragione a Napolitano anche se aveva torto, pena una crisi costituzionale. Cos, oltre ai pm, sarebbe uscita sconfitta la stessa Corte: Se, per improbabile ipotesi, desse torto al Presidente, sar accusata dirresponsabilit; dandogli ragione, sar accusata di cortigianeria. Ecco: da ieri abbiamo una Corte cortigiana. (5 dicembre 2012) E adesso Mancino parli di Sandra Bonsanti, da libertaegiustizia.it C un momento, unora in questa drammatica storia della trattativa tra Stato e mafia su cui Nicola Mancino conosce la verit e, se volesse, potrebbe finalmente dirla. E il primo luglio del 1992. Paolo Borsellino, poco pi dun mese dopo la strage di Capaci, a Roma e sta interrogando, in gran segreto, Gaspare Mutolo, il mafioso che sta cominciando a collaborare. Mentre si sta svolgendo linterrogatorio il magistrato riceve una telefonata: dal Viminale gli chiedono di recarsi a incontrare il nuovo ministro dellInterno, Mancino, appunto, che vorrebbe salutarlo. Borsellino interrompe linterrogatorio. Va al Viminale, attende in anticamera e arriva Bruno Contrada, luomo dei servizi. Con una battuta gli fa sapere che lui sa che Mutolo sta parlando. Poi Borsellino entra a salutare Mancino. Infine, torna a completare linterrogatorio. Che riprende sugli intrecci Stato-mafia. La sera, Borsellino telefona a Gioacchino Natoli che oggi presiede il tribunale di Marsala. Gli racconta laccaduto. Gli dice che non sa come mai Contrada fosse informato. Gli dice: Non siamo al sicuro. Diciotto giorni dopo anche Borsellino viene ucciso. Mancino non ricorda: di aver visto Borsellino, quel giorno. Poi ammette che forse gli ha stretto la mano, uno fra tanti. Mancino sa di cosa si parl il primo luglio del 92 al Viminale. E il suo segreto. Un segreto attorno al quale ruota da anni linchiesta sulla trattativa. Mancino sa e deve parlare. Tanto pi ora, dopo la sentenza della Corte. Mancino stato un protagonista della vita politica nella Prima Repubblica, nel bene e nel meno bene. Non pu esser creduto quando sostiene di non ricordare. Linsistenza con la quale cercava protezione dal Quirinale, mettendo nei guai anche il Capo dello Stato, ci dice qualcosa. E la spia della volont o della necessit di mantenere un silenzio. Bisogna che oggi trovi il coraggio di raccontare cosa accadde quel primo luglio del 92 nel

suo nuovo ufficio al Viminale: chi era presente, cosa si disse, cosa gli fu detto sulluccisione di Falcone e sulle richieste della Cupola. Da oggi Nicola Mancino deve ricordarsi davvero tutto, a partire dal terrore dei politici democristiani dopo luccisione di Salvo Lima, dopo la morte di Falcone; di quei minuti che segnarono forse la vita anche di Paolo Borsellino. E degli altri che morirono nelle stragi del 1993. Bisogna che finalmente su questa pagina tremenda della nostra storia si faccia verit e giustizia. (5 dicembre 2012) Repubblica 5.12.12 Le ragioni del diritto di Eugenio Scalfari LA SENTENZA della Corte costituzionale sul ricorso del Capo dello Stato per il conflitto di attribuzione con la Procura di Palermo chiarissima e definisce lintangibilit delle prerogative presidenziali. Le intercettazioni telefoniche (o con qualsiasi altro mezzo effettuate), sia pure indirettamente acquisite da una Procura (nel caso specifico da quella di Palermo) debbono essere immediatamente distrutte dal Gip su richiesta della stessa Procura che ne venuta in possesso. La Procura in questione non ha titolo per dare alcun giudizio sul testo intercettato; deve semplicemente e immediatamente consegnare le intercettazioni al Gip affinch siano distrutte senza alcuna comunicazione alle parti e ai loro avvocati. La Corte render pubbliche le sue motivazioni a gennaio ma il dispositivo si appoggia fin dora allarticolo 271 del codice di procedura penale (come a suo tempo avevamo gi scritto su questo giornale) che dispone questo trattamento per gli avvocati e per tutti i casi analoghi che prevedano lassoluta segretezza delle notizie connesse alla loro professione. E quindi, per logica deduzione, ai medici e ai sacerdoti su quanto apprendono in sede di confessione. Le prerogative del Capo dello Stato hanno la stessa natura e quindi lo stesso grado di protezione che non deriva soltanto dallarticolo 271 ma dalla stessa Costituzione. Il Presidente della Repubblica pu essere imputato soltanto per tradimento della Costituzione e attentato nei confronti dello Stato. In quei casi, quando il Parlamento in seduta comune ne chiede il deferimento alla Corte essa sospende le prerogative del Capo dello Stato e si trasforma in Alta Corte di giustizia iniziando il processo che culminer in una sentenza. Il punto essenziale del comunicato della Corte sta nel fatto che a suo avviso linammissibilit delle intercettazioni anche indirette e quindi la loro immediata distruzione non sono soltanto ricavabili dallordinamento costituzionale e giudiziario, ma da specifica normativa. Il capo della Procura di Palermo, Messineo, e il procuratore aggiunto, Ingroia, avevano fino allultimo sostenuto che non esisteva alcuna norma specifica in materia; forse si poteva ricavare con una interpretazione dellordinamento, ma spiegavano i procuratori in questione non compito dei magistrati inquirenti cimentarsi con interpretazioni ardue e comunque dubitabili. Per loro valeva dunque soltanto la norma che prevede per la distruzione di intercettazioni non rilevanti ai fini processuali unudienza davanti al Gip insieme alle parti interessate e ai loro avvocati. Il che ovviamente equivale a renderle pubbliche facendo diventare pleonastica la loro successiva distruzione. Il comunicato della Corte, stabilendo invece che una specifica norma esiste, spazza via il ragionamento della Procura di Palermo con un effetto ulteriore e definitivo: la sua sentenza si affianca e addirittura si sovrappone allarticolo 271 rendendone esplicita lapplicabilit anche al Capo dello Stato. Fu dichiarato pi volte dallo stesso Giorgio Napolitano che il suo ricorso alla Consulta non intaccava in nessuno modo il lavoro della Procura sullinchiesta riguardante i rapporti

eventuali tra lo Stato e la mafia siciliana. Infatti quel lavoro gi arrivato ad una prima conclusione con la richiesta di rinvio a giudizio di tredici imputati. Gli stessi Messineo e Ingroia hanno pi volte e in varie sedi pubblicamente dichiarato che nessuna pressione e nessun impedimento al procedere della loro inchiesta mai venuto dal Quirinale, il quale anzi ha sempre incoraggiato la magistratura a portare avanti il suo lavoro volto allaccertamento della verit su quel tema storicamente delicato e importante. La richiesta di rinvio a giudizio tuttora pendente dinanzi al Gup del tribunale di Palermo il quale, con correttezza professionale, ha deciso di attendere la sentenza della Consulta prima di prendere le sue decisioni. Non sappiamo se vorr ulteriormente aspettare le motivazioni di quella sentenza, ma probabilmente sarebbe tempo sprecato. A lui interessava sapere se le intercettazioni in questione potevano avere un qualche interesse ai fini dellinchiesta o di eventuali altri processi connessi. La risposta arrivata e il Gup di Palermo potr ora procedere. Se trover negli atti della Procura indizi e prove sufficienti il processo andr avanti; se quegli indizi e prove non fossero decisivi potr decidere larchiviazione; se la competenza territoriale non fosse quella di Palermo potr rinviare gli atti al tribunale di Caltanissetta. E questo tutto. Resta lindebito clamore che alcune forze politiche e alcuni giornali hanno montato attorno a questi fatti lanciando accuse roventi, ripetute e immotivate contro il Capo dello Stato. Se fossero in buona fede sarebbe il momento di chiedere pubblicamente scusa per lerrore commesso, ma siamo certi che non lo faranno. Coglieranno anzi loccasione per estendere laccusa di faziosit e di servilismo alla Corte costituzionale imitando in questo modo lesempio fornito da Silvio Berlusconi tutte le volte che attacc la Consulta comunista per aver cassato alcune leggi ad personam proposte da lui o dal suo partito. Quello compiuto da alcune forze politiche e mediatiche non dunque un errore commesso in buona fede ma una consapevole quanto irresponsabile posizione faziosa ed eversiva che mira a disgregare lo Stato e le sue istituzioni. Sembra quasi un fascismo di sinistra. Immunit presidenziale Giuseppe Di Lello Il Manifesto 5 dicembre 2012 La Corte costituzionale ha accolto il ricorso del Presidente della Repubblica sulle intercettazioni indirette con Nicola Mancino riconoscendo l'obbligo per i pm di distruggerle senza passare per il filtro dell'udienza davanti al gip o, molto pi realisticamente, senza farne conoscere il contenuto al mondo intero. Non c'era nessun vuoto normativo anche perch l'articolo 90 della Costituzione , in s, esaustivo: Il Presidente della Repubblica non responsabile degli atti compiuti nell'esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione. Negli articoli 87 e 88 sono elencati gli atti di sua competenza, quelli funzionali (sciogliere le camere, indire le elezioni, promulgare le leggi, ecc.), per i quali non perseguibile a meno che non li compia per alto tradimento o per ledere dolosamente i principi costituzionali. La sua sfera di immunit, per non pu essere strettamente confinata alla sola firma dei provvedimenti o a ci che dice nelle sedute degli organi cui preposto, Csm e Consiglio supremo di difesa, ma si estende necessariamente a tutte le attivit connesse per l'acquisizione di dati, informazioni, pareri ed altro: se riceve una telefonata come Presidente, la sfera di riservatezza della sua funzione deve essere tutelata. Le motivazioni della sentenza verranno soltanto tra qualche mese, ma il succo della contesa tutta qui. CONTINUA|PAGINA3 Il Presidente ha voluto "saggiare" la portata e i limiti dell'art. 90 davanti all'unico giudice in grado di dare una risposta certa e l'ha avuta. Alcuni commentatori hanno scoperto proprio in questa occasione l'ampiezza della immunit presidenziale e ne hanno denunciato la sostanza "regale", anche con paragoni non appropriati. certo una immunit che ben si addice ad un Presidente, eletto dal

parlamento e non dal popolo, e garante, per tutti i cittadini, del sistema complessivo dei poteri dello stato come delineato dalla nostra Costituzione: richiamarsi ad esempi di altri presidenti (Francia, Stati Uniti) eletti in un una normale competizione elettorale e, quindi, destinati a far parte integrante dell'esecutivo, non ha nessun senso costituzionale. La Corte, nel corso degli anni e fino ad oggi, da fronti anche contrapposti, ha subito pesanti accuse di comunismo o di collateralit con il Quirinale, anche se ha sempre difeso lo stato di diritto. Oggi ha chiarito il contenuto dell'art.90 e delle prerogative presidenziali: se poi queste non piacciono, allora bisogna rimuoverle dalla Costituzione, ma la loro lesione non pu essere appannaggio del potere giudiziario. Il Colle intercetta la Corte Fonte: Domenico Romano - il manifesto | 05 Dicembre 2012 I giudici costituzionali accolgono la tesi del capo dello stato e ordinano la distruzione delle intercettazioni. Il pm Di Matteo: Noi corretti, andiamo avanti. La Consulta accoglie il ricorso del Quirinale contro i pm di Palermo. Non spettava a loro decidere sulla rilevanza delle intercettazioni. Ingroia: Fa rabbia, hanno voluto bacchettare la procura ROMA. Non spettava ai pm di Palermo valutare la rilevanza della documentazione relativa alle intercettazioni delle conversazioni telefoniche del presidente della repubblica, che quindi andranno distrutte. Nello scontro tra Quirinale e magistrati siciliani che indagano sulla trattativa Stato-mafia, alla fine ha vinto Giorgio Napolitano. Ieri la Corte costituzionale ha accolto il ricorso presentato il 16 luglio scorso dal capo dello Stato che, dopo che era stata resa nota la notizia dell'intercettazione casuale di quattro conversazioni avute con l'ex ministro Nicola Mancino, aveva sollevato un conflitto di attribuzione tra poteri. E nel riconoscere le ragioni del capo dello Stato, i giudici della Consulta ricordano come non spettasse ai pm di Palermo omettere di chiedere al giudice l'immediata distruzione delle intercettazioni. Non credo si debbano fare commenti allo stato. Aspettiamo di leggere il provvedimento, sono state le uniche parole pronunciate dopo la sentenza dal procuratore capo di Palermo Francesco Messineo, presente in aula. Dopo quasi cinque mesi ha dunque fine il braccio di ferro avviato dal Colle. Le motivazioni della sentenza, arrivata dopo pi di quattro ore di camera di consiglio, si conosceranno a gennaio,prima della scadenza del mandato del presidente della Corte Alfonso Quaranta. Ma intanto i giudici, oltre a sottolineare come la distruzione delle intercettazioni debba avvenire con modalit idonee ad assicurare la segretezza del loro contenuto, esclusa comunque la sottoposizione delle stesse al contraddittorio delle parti, dimostrano di aver accolto in pieno le motivazioni presentate da Napolitano nel suo ricorso. La questione, come si ricorder, legata a quattro telefonate intercettate casualmente tra il 7 novembre 2011 e il 9 maggio 2012. Ad essere sotto controllo era il telefono dell'ex ministro degli Interni Mancino, indagato nell'inchiesta che la procura di Palermo stava conducendo sulla trattativa intercorsa negli anni '90 tra pezzi dello Stato e la mafia. Secondo il Quirinale quelle conversazioni andavano distrutte immediatamente e non averlo fatto rappresentava una violazione delle prerogative costituzionali della presidenza della Repubblica. Tesi contrastata dalla procura di Palermo, per la quale la distruzione delle intercettazioni (per altro senza alcun contenuto rilevante) avrebbe potuto deciderla solo il gip alla presenza della parti. Non cos, hanno invece deciso ieri sera i giudici costituzionali. Proprio sulla natura riservata delle conversazioni del capo dello Stato aveva del resto insistito l'avvocato dello Stato nell'udienza di ieri mattina. All'attivit del presidente della Repubblica - aveva spiegato l'avvocato generale Michele Dipace - va riconosciuta immunit giuridica funzionale all'esercizio dei suoi poteri e le intercettazioni telefoniche sono in contrasto con questa prerogativa giuridica. Il professor Alessandro Pace, in rappresentanza della procura di Palermo, aveva invece suggerito una possibile via d'uscita lineare nel ricorso al segreto di Stato, che il Napolitano avrebbe potuto chiedere al

presidente del consiglio. La sentenza della Consulta stata accolta apparentemente senza particolari emozioni dal pm di Palermo Nino Di Matteo, uno dei magistrati titolari dell'inchiesta. Vado avanti nel mio lavoro tranquillo, nella coscienza di avere agito correttamente e ritenendo di avere sempre rispettato la legge e la Costituzione, ha detto il pm. A dir poco amare sono invece le parole di un altro magistrato al centro dell'inchiesta come Antonio Ingroia. Dal Guatemala, dove si trova su incarico dell'Onu, l'ex procuratore aggiunto di Palermo non esita a dirsi deluso per la decisione della Consulta. Mi devo ricredere, spiega. Pensavo che ci fosse stato un progresso verso l'autonomia della giustizia dagli altri poteri, invece oggi vedo che i progressi fatti vanno in fumo. La sentenza conferma che la ragione politica in Italia prevale ancora sul diritto. Per Ingroia si sentono riecheggiare concetti vecchi. E' paradossale - prosegue - che si dica che il presupposto la tutela massima del capo dello Stato, perch la procedura indicata dalla Corte nel codice non c'. Se l'avessimo seguita ci saremmo esposti al rischio che gli atti diventassero pubblici. Cos ci sentiamo cornuti e mazziati. Noi abbiamo adottato tutte le cautele possibili e infatti le intercettazioni fino a oggi non sono uscite. Ma per Ingroia nella sentenza c' qualcosa in pi: Fa rabbia - dice infatti - che la Corte costituzionale non si sia accontentata di dare ragione al Quirinale, ma abbia voluto dare una bacchettata alla procura di Palermo. La Consulta: distruggete le intercettazioni Fonte: M.Antonietta Calabr - Corriere della Sera | 05 Dicembre 2012 S unanime al ricorso di Napolitano sulle telefonate con Mancino finite nell'inchiesta ROMA Ha ragione il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. E ha ragione su tutta la linea. E adesso le quattro registrazioni in cui incisa la voce del presidente Napolitano che parla al telefono con l'ex ministro Nicola Mancino, coinvolto nell'inchiesta sulla presunta trattativa tra Stato e mafia, dovranno essere distrutte. All'unanimit la Corte costituzionale ha accolto il ricorso per conflitto di attribuzioni sollevato dal Quirinale nei confronti della Procura di Palermo per salvaguardare le prerogative istituzionali del capo dello Stato. Innanzitutto, secondo la Consulta, la Procura di Palermo non poteva in alcun modo valutare la rilevanza della documentazione relativa alle intercettazioni delle conversazioni telefoniche del presidente della Repubblica, captate nell'ambito del procedimento penale n. 11609/08. Insomma, la Procura non poteva ascoltare e tanto meno analizzare il contenuto delle intercettazioni di cui era stato protagonista sia pure indiretto il presidente Napolitano. In secondo luogo, la Procura non poteva omettere (come ha invece fatto) di chiederne al giudice l'immediata distruzione ai sensi dell'articolo 271, 3 comma, del Codice di procedura penale. Terzo: questa distruzione doveva in ogni caso avvenire con modalit idonee ad assicurare la segretezza del loro contenuto, e quindi quelle telefonate dovevano essere distrutte escludendo comunque la sottoposizione della stessa al contraddittorio delle parti, cio all'udienza preliminare dove hanno diritto di essere presenti tutti i soggetti a vario titolo coinvolti nel procedimento e i loro difensori, oltre ai magistrati del pubblico ministero ed il giudice. Il dispositivo della decisione della Corte stato reso pubblico poco dopo le 20 di ieri sera, ed esso stato votato all'unanimit. Un solo giudice aveva avuto delle perplessit e ad un primo giro di tavolo si era detto contrario. Non convinto non tanto dell'esito finale, quanto della stesura delle linee-guida delle motivazioni della decisione (che saranno scritte dai relatori Silvestri e Frigo) che dovranno tenere conto di alcune precedenti sentenze della Consulta: la 262 del 2009 sul legittimo impedimento, due conflitti (88 e 89) del 2012 e soprattutto la sentenza Flick 390 del 2007 (sulle intercettazioni indirette dei parlamentari).

Per questo, intorno alle 18 la camera di consiglio, iniziata alle 16, stata sospesa e poi la discussione continuata. Ma a questo punto, il dispositivo stato votato all'unanimit. La Consulta ha fatto chiarezza su una situazione non regolata da norme specifiche del Codice di procedura penale e che si prestava a diverse interpretazioni ha commentato il presidente dell'Anm, Rocco Sabelli. Il capo dello Stato, nell'esercizio delle sue funzioni ha commentato l'avvocato Gianluigi Pellegrino non mai soggetto alla magistratura ordinaria e quindi le sue comunicazioni non possono mai essere da questa n ascoltate n valutate. Si trattava per di individuare la norma che ne prevedesse la distruzione e questa era appunto rintracciabile nell'articolo 271 del Codice di procedura penale. Aspettiamo di leggere il provvedimento ha commentato a caldo il procuratore capo di Palermo, Francesco Messineo. La Procura di Palermo potrebbe aspettare fino al deposito della sentenza (che potrebbe avvenire a gennaio, ma anche prima) per procedere alla distruzione dei nastri. LItalia non reggerebbe la verit sulla trattativa Stato-mafia Edoardo Petti - Linkiesta 9 agosto 2012 Alla luce degli atti della Procura di Palermo depositati alla Corte costituzionale, in cui in sostanza sostengono che limmunit totale vale soltanto per i re e non per i presidenti della Repubblica, sulla trattativa Stato-mafia riproponiamo lintervista allo Giorgio Galli. Una congiura del silenzio operata allunanimit dai grandi giornali e dai vertici istituzionali, per contribuire allisolamento dei magistrati della Procura di Palermo e anteporre la difesa della Ragione di Stato allaccertamento della verit. Nelle pagine di apertura del Fatto Quotidiano risuona unaccusa durissima contro il trattamento di basso profilo e lestrema cautela con cui i principali organi di informazione stanno affrontando il tema della presunta trattativa fra apparati dello Stato e Cosa Nostra, e del suo intreccio con la stagione delle stragi e degli omicidi eccellenti. Le critiche avanzate dalla testata diretta da Antonio Padellaro coinvolgono anche il comportamento e le iniziative di quel Consiglio superiore della magistratura che fino a pochi mesi fa non esitava a contrastare e bocciare le leggi ad personam e la riforma dellordinamento giudiziario promosse dal governo Berlusconi, ma che oggi decide di aprire un fascicolo contro le parole pronunciate dal procuratore generale di Caltanissetta, Roberto Scarpinato, nel corso della commemorazione di Paolo Borsellino. Sulla validit e fondatezza del jaccuse del Fatto abbiamo voluto interpellare lo storico della politica Giorgio Galli, per il quale il comportamento tenuto dalla grande stampa trova una spiegazione logica e inquietante allo stesso tempo. Professore, il Fatto Quotidiano denuncia lostracismo e la strategia del silenzio, promossi simultaneamente dalle pi alte istituzioni repubblicane e da quasi tutti gli organi di informazione, contro le indagini della Procura di Palermo sulla presunta trattativa fra Stato e Cosa Nostra. Condivide una simile accusa? Eviterei lespressione congiura del silenzio e parlerei piuttosto di estrema cautela da parte delle principali testate italiane. Comportamento che a mio giudizio presenta una giustificazione logica. I temi toccati e sollevati dalle indagini della Procura di Palermo sono tra i pi scottanti, poich coinvolgono il passaggio fra le due fasi della storia repubblicana. La scoperta della loro gravit, in una fase di acuta crisi economica e sociale oltre che di profonda sfiducia e disaffezione nella politica, renderebbe intollerabile la realt italiana. Che potrebbe rischiare un crollo di regime.

Le nostre istituzioni non sarebbero dunque in grado di sopportare il peso della rivelazione completa della verit su quella stagione? A tal punto arrivata la loro debolezza? Ritengo di s, purtroppo. Fra il 2007 e il 2012 sono stati pubblicati tre libri assai interessanti. Nelle mani giuste, romanzo ricco di spunti di verit scritto da Giancarlo De Cataldo, La Convergenza. Mafia e politica nella seconda Repubblica, frutto di uninchiesta condotta da Nando Dalla Chiesa, e Il vile agguato, ricostruzione documentata compiuta da Enrico Deaglio sullomicidio di Paolo Borsellino e sullincredibile vicenda processuale relativa alla strage di Via DAmelio. Tutti e tre i volumi spiegano come il passaggio fra prima e seconda Repubblica sia avvenuto proprio grazie a una lunga serie di trattative fra apparati dello Stato e Cupola mafiosa: negoziati che alla fine hanno trovato il proprio sbocco nella creazione del soggetto politico Forza Italia. Un percorso segnato dallazione e dal ruolo determinanti dei servizi segreti e degli uomini di Cosa Nostra. Gli stessi soggetti e gruppi che hanno giocato una parte decisiva nel mistero della scomparsa del giornalista Mauro De Mauro nel settembre 1970, e che ciclicamente hanno operato in tutte le fasi cruciali della vita politica nazionale. Realt entrambe fondate sulla regola del segreto e della massima riservatezza: fattori che rendono estremamente complicata la ricerca e la raccolta delle prove sul piano investigativo. Se per un quadro simile trovasse robusti riscontri probatori e logico-deduttivi grazie alle indagini dei magistrati palermitani sulla stagione di sangue dei primi anni Novanta, sarebbe difficile da sopportare per la realt politica di oggi. Si tratterebbe di una scossa non indifferente per un mondo gi in piena emergenza. La Ragione di Stato dovrebbe quindi prevalere sulla ricerca di una verit che potrebbe essere dirompente? Ragione di Stato lespressione utilizzata dal procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia, per denunciare laccerchiamento e lostracismo istituzionale e mediatico a danno degli inquirenti. Eugenio Scalfari, al contrario, ha invocato il rispetto delle prerogative del presidente della Repubblica per giustificare la necessit di distruggere il testo delle intercettazioni telefoniche tra lex responsabile dellinterno Nicola Mancino e il consigliere giuridico di Giorgio Napolitano, Loris DAmbrosio. Riflessioni entrambe corrette e fondate. Ma lo scontro fra due punti di vista legittimi non pu occultare un dato prioritario. Sono convinto che allItalia dei nostri giorni la scoperta della verit possa giovare enormemente, e ritengo che i pubblici ministeri di Palermo meritino di essere sostenuti e incoraggiati. I giornalisti del Fatto certo esagerano nel linguaggio e negli accenti, ma nel contenuto delle loro critiche hanno pienamente ragione. La loro sacrosanta campagna per laccertamento della realt nel biennio 1992-1993, iniziativa degna della stampa libera delle democrazie pi avanzate, tende a un obiettivo ben pi importante rispetto alla necessit di tenere unite le forze che appoggiano il governo Monti. Il Consiglio superiore della magistratura si schierato apertamente dalla parte del Colle nel conflitto di attribuzione sollevato davanti alla Consulta. Ora non esprime una parola a difesa della Procura di Palermo e apre una pratica nei confronti del pg di Caltanissetta, Roberto Scarpinato. Una contraddizione stridente rispetto ai tempi dellopposizione intransigente contro i provvedimenti del governo Berlusconi in tema di giustizia. Oggi venuta meno la centralit del berlusconismo, un fenomeno che turbava e alterava il funzionamento del nostro sistema politico. Ma, come evidente, i problemi profondi e strutturali che gravano sulle dinamiche istituzionali preesistevano alla discesa in campo del Cavaliere. Illudersi che la sua uscita di scena li abbia magicamente risolti stato un gravissimo errore. 9 agosto 2012 http://www.linkiesta.it/trattativa-stato-mafia

Napolitano, la Consulta e quel silenzio sulla Costituzione di GUSTAVO ZAGREBELSKY Repubblica 17 agosto 2012 Eterogenesi dei fini. Delle nostre azioni siamo, talora, noi i padroni. Ma il loro significato, nella trama di relazioni in cui siamo immersi, dipende da molte cose che, per lo pi, non dipendono da noi. Sono le circostanze a dare il senso delle azioni. davvero difficile immaginare che il presidente della Repubblica, sollevando il conflitto costituzionale nei confronti degli uffici giudiziari palermitani, abbia previsto che la sua iniziativa avrebbe finito per assumere il significato d'un tassello, anzi del perno, di tutt'intera un'operazione di discredito, isolamento morale e intimidazione di magistrati che operano per portare luce su ci che, in base a sentenze definitive, possiamo considerare la "trattativa" tra uomini delle istituzioni e uomini della mafia. Sulla straordinaria importanza di queste indagini e sulla necessit che esse siano non intralciate, ma anzi incoraggiate e favorite, non c' bisogno di dire parola, almeno per chi crede che nessuna onesta relazione sociale possa costruirsi se non a partire dalla verit dei fatti, dei nudi fatti. Tanto grande l'esigenza di verit, quanto scandaloso il tentativo di nasconderla. Questa una prima considerazione. Ma c' dell'altro. Innanzitutto, ci sono i riflessi sulla Corte costituzionale e sulla posizione che chiamata ad assumere. Non dubbio che il presidente della Repubblica, come "potere dello Stato", possa intentare giudizi, per difendere le attribuzioni ch'egli ritenga insidiate da altri poteri. Ma non si pu ignorare che la Corte, in questo caso, chiamata a pronunciarsi in una causa dai caratteri eccezionali, senza precedenti. Non si tratta, come ad esempio avvenne quando il presidente Ciampi rivendic a s il diritto di grazia, d'una controversia sui caratteri d'un singolo potere e sulla spettanza del suo esercizio. Qui, si tratta della posizione nel sistema costituzionale del Presidente, in una controversia che lo coinvolge tanto come istituzione, quanto come persona. Non questione, solo, di competenze, ma anche di comportamenti. Questa circostanza, del tutto straordinaria, non consente di dire che si tratti d'una normale disputa costituzionale che attende una normale pronuncia in un normale giudizio. un giudizio nel quale una parte getta tutto il suo peso, istituzionale e personale, che tanto, sull'altra, l'autorit giudiziaria, il cui peso, al confronto, poco. Quali che siano gli argomenti giuridici, realisticamente l'esito scontato. Presidente e Corte, ciascuno per la sua parte, sono entrambi "custodi della Costituzione". Sarebbe un fatto devastante, al limite della crisi costituzionale, che la seconda desse torto al primo; che si verificasse una cos acuta contraddizione proprio sul terreno di principi che sia l'uno che l'altra sono chiamati a difendere. Cos, nel momento stesso in cui il ricorso stato proposto, stato anche gi vinto. Non una contesa ad armi pari, ma, di fatto, la richiesta d'una alleanza in vista d'una sentenza schiacciante. A perdere sar anche la Corte: se, per improbabile ipotesi, desse torto al Presidente, sar accusata d'irresponsabilit; dandogli ragione, sar accusata di cortigianeria. Il giudice costituzionale, ovviamente, obbligato al solo diritto. Ma perch cos possa essere, lecito attendersi che gli si risparmi, per quanto possibile, d'essere coinvolto in conflitti di tal genere, non nell'interesse della tranquillit della Corte e dei suoi giudici, ma nell'interesse della tranquillit del diritto. C' ancora dell'altro. Sulla fondatezza di un ricorso alla Corte, chi di essa ha fatto parte bene che si astenga dall'esprimersi. Ma, almeno alcune cose possono dirsi, riguardando il campo non dell'opinabile, ma dei dati giuridici espliciti, e quindi incontestabili. Questi dati

sono esigui. Una sola norma tratta espressamente delle conversazioni telefoniche del presidente della Repubblica e della loro intercettazione, con riguardo al Presidente sospeso dalla carica dopo essere stato posto sotto accusa per attentato alla Costituzione o alto tradimento. "In ogni caso", dice la norma, l'intercettazione deve essere disposta da un tale "Comitato parlamentare" che interviene nel procedimento d'accusa con poteri simili a quelli d'un giudice istruttore. Nient'altro. Niente sulle intercettazioni fuori del procedimento d'accusa; niente sulle intercettazioni indirette o casuali (quelle riguardanti chi, non intercettato, sorpreso a parlare con chi lo ); niente sull'utilizzabilit, sull'inutilizzabilit nei processi; niente sulla conservazione o sulla distruzione dei documenti che ne riportano i contenuti. Niente di niente. A questo punto, si entra nel campo dell'altamente opinabile, potendosi ragionare in due modi. Primo modo: siamo di fronte a una lacuna, a un vuoto che si deve colmare e, per far ci, si deve guardare ai principi e trarre da questi le regole che occorrono. Il presupposto di questo modo di ragionare che si abbia a che fare con una dimenticanza o una reticenza degli autori della Costituzione, alle quali si debba ora porre rimedio. Secondo modo: siamo di fronte non a una lacuna, ma a un "consapevole silenzio" dei Costituenti, dal quale risulta la volont di applicare al presidente della Repubblica, per tutto ci che non espressamente detto di diverso, le regole comuni, valide per tutti i cittadini. Il presidente della Repubblica, nel suo ricorso, ragiona nel primo modo, appellandosi al principio posto nell'art. 90 della Costituzione, secondo il quale egli, nell'esercizio delle sue funzioni, non responsabile se non per alto tradimento e attentato alla Costituzione. La "irresponsabilit" comporterebbe "inconoscibilit", "intoccabilit" assoluta da cui conseguirebbero, nella specie, obblighi particolari di comportamento degli uffici giudiziari, fuori dalle regole e delle garanzie ordinarie del processo penale. La Corte costituzionale chiamata ad avallare quest'interpretazione, che una delle due: l'una e l'altra hanno dalla loro parte l'opinione di molti costituzionalisti. Le si chiede di dire che l'irresponsabilit, di cui parla la Costituzione, equivale, per l'appunto, a garanzia di intoccabilit-inconoscibilit di ci che riguarda il presidente della Repubblica, per il fatto d'essere presidente della Repubblica. Ma, in presenza di tanti punti interrogativi e di un'alternativa cos netta, una decisione che facesse pendere la bilancia da una parte o dall'altra non sarebbe, propriamente, applicazione della Costituzione ma legislazione costituzionale in forma di sentenza costituzionale. Anzi, se si crede che il silenzio dei Costituenti sia stato consapevole, sarebbe revisione, mutamento della Costituzione. Per di pi, su un punto cruciale che tocca in profondit la forma di governo, con irradiazioni ben al di l della questione specifica delle intercettazioni e con conseguenze imprevedibili sui settennati presidenziali a venire, che nessuno pu sapere da chi saranno incarnati. Il ritegno del Costituente sulla presente questione non suggerisce analogo, prudente, atteggiamento in coloro che alla Costituzione si richiamano? Coinvolgimento in una "operazione", inconvenienti per la Corte costituzionale, conseguenze di sistema sulla Costituzione: ce n' pi che abbastanza per una riconsiderazione. Signor Presidente, non si lasci fuorviare dal coro dei pubblici consensi. Una cosa l'ufficialit, dove talora prevale la forza seduttiva di ci che stato definito il pericoloso "plusvalore" di chi dispone dell'autorit; un'altra cosa l'informalit, dove pi spesso si manifesta la sincerit. Le perplessit, a quanto pare, superano di gran lunga le marmoree certezze. Il suo "decreto" del 16 luglio, facendo proprie le parole di Luigi Einaudi (pi monarchiche, in verit, che repubblicane), si appella a un dovere stringente: impedire

che si formino "precedenti" tali da intaccare la figura presidenziale, per poterla lasciare ai successori cos come la si ricevuta dai predecessori. Nella Repubblica, l'integrit e la continuit che importano non sono lasciti ereditari, ma caratteri impersonali delle istituzioni nel loro complesso. Col ricorso alla Corte, gi stato segnato un punto che impedir di dire in futuro che un fatto stato accettato come precedente, con l'acquiescenza di chi ricopre pro tempore la carica presidenziale. D'altra parte, da quel che noto per essere stato ufficialmente dichiarato dal procuratore della Repubblica di Palermo il 27 giugno, le intercettazioni di cui si tratta sono totalmente prive di rilievo per il processo. Che cosa impedisce, allora, nello spirito della tante volte invocata "leale collaborazione", di raggiungere lo stesso fine cui, in ultimo, il conflitto mira - la distruzione delle intercettazioni, per la parte riguardante il presidente della Repubblica attraverso il procedimento ordinario e con le garanzie di riservatezza previste per tutti? Che bisogno c' d'un conflitto costituzionale, che si porta con s quella pericolosa eterogenesi dei fini, di cui sopra s' detto? Forse che i magistrati di Palermo hanno detto di rifiutarsi d'applicare lealmente la legge? Stato-mafia, la Consulta accoglie il ricorso del Colle Da Presidente a Monarca Qualche telefonata di troppo. Una procura dallorecchio attento. Lordine di distruggere i nastri. Magistrati accusati di ordire un colpo di Stato. Sofismi e argomenti tautologici e infondati. Uno scontro tra magistratura e capo dello Stato senza precedenti nella storia della Repubblica. Una vicenda (e una sentenza) che stravolge la nostra democrazia, nellanalisi lucida e imparziale di uno dei pi grandi giuristi. di Franco Cordero, da MicroMega 8/2012 1. La storia comincia da una gaffe. Teme glindaganti lex ministro N.M., testimone su affari oscuri tra Stato e mafia: quindi spera che il procedimento passi in sedi meno ostiche; e volendo anche schivare un antipatico confronto, manda appelli al Quirinale. La risposta corretta sarebbe: nihil de hoc. Il presidente non organo censorio datti giudiziari, quali erano i monarchi francesi, forti del residuo dun originario carisma giurisdizionale (justice retenue), estinto nel collasso dellancien rgime. Nemmeno Sua Maest Carlo Alberto, sovrano bigotto costretto alla riforma costituzionale (5 febbraio 1848), oserebbe mettere becco nei processi brandendo una formula statutaria (art. 68: La giustizia emana dal re), ma 164 anni dopo, da Monte Cavallo spirano arie rtro. Anzich declinare limproponibile argomento, il consigliere allaltro capo del filo sta al gioco: corrono dialoghi solidali; e siccome N.M. era sottoposto a controllo telefonico, ogni sillaba va nei nastri. Otto colloqui, dal 25 novembre 2011 al 5 aprile 2012. Spigoliamo qualche punto. Laltissima persona s presa la questione a cuore (24 febbraio). Non vediamo molti spazi, purtroppo, e quanto al temibile confronto, affiora lidea duna versione concertata (12 marzo). orientato a fare qualcosa (3 aprile). Lassillante manda una memoria, trasmessa dal Quirinale al procuratore generale della Cassazione affinch gli uffici lavorino coordinati: Lui sa tutto; voglio che quella lettera sia inviata con la mia condivisione (5 aprile). La procura palermitana era in regola, sicch le indagini proseguono l, chiuse dalla richiesta dun rinvio a giudizio: lex ministro vi compare ai margini quale falso testimone; ludienza preliminare dir se esista materia daccusa e relativo dibattimento. Nastri e testi degli otto colloqui stanno agli atti. Segreti, invece, i quattro in cui parla lHomo in fabula, irrilevanti, secondo il pubblico ministero, quindi obliterabili, nel senso duna distruzione fisica: disporla spetta al giudice che ha ordinato la misura investigativa; ed materia soggetta al contraddittorio (art. 269, c. 2), incluso il ricorso in Cassazione. No, afferma il presidente: lascolto ledeva una sua prerogativa; lempio materiale sia subito distrutto; nessuno lo veda o ascolti. Gli fanno eco varie platee

(intrusione eversiva, s persino detto). Tali i petita davanti alla Consulta. 2. Niente da obiettare sugli otto dialoghi in cui interloquiva il consigliere; ed particolare curioso: se limmunit esistesse, vi sarebbe incluso lintero staff, rispetto agli atti dufficio. L.DA. svelava dei retroscena, in chiave veridica, stando alla lettera 19 luglio direttagli dal presidente (sette giorni dopo, il destinatario muore), resa pubblica nellarringa 15 ottobre alla scuola dei magistrati. Che quel soccorso esorbitasse dalle funzioni, rilievo ovvio ma la domanda proposta alla Corte sarebbe infondata quando anche allargassimo il concetto della funzione a tali scambi verbali (ipotesi temeraria). Nessuna delle due norme invocate dal ricorrente risulta applicabile alla fattispecie. Art. 90 cost.: Il Presidente non risponde degli atti compiuti en titre, esclusi alto tradimento e attentato alla Costituzione; ebbene? Nessuno gli muove accuse. Stiamo discutendo luso processuale del dialogo con persone sottoposte a controllo telefonico: argomenti diversi; confonderli il sofisma che i dottori chiamavano ignoratio elenchi, ossia prouver autre chose que ce qui est en question (Logique de Port-Royal, 1683, Parte III, Cap. I, 1), espediente consueto nelle dispute viziose (vedi gli stratagemmi 1-3 dei trentotto esposti nella schopenhaueriana Arte dottenere ragione). Dove sta scritto che siano adoperabili in sede investigativa o istruttoria le sole parole implicanti una responsabilit? N interessa lart. 7, c. 3, l. 5 giugno 1989 n. 219: lintercettazione pu essere disposta solo quando versi in stato daccusa, votato dal parlamento, e la Corte labbia sospeso dalla carica; nihil sequitur perch lintercettato era N.M. Linquirente sorveglia i canali attraverso cui comunica limputato virtuale o effettivo: i collocutori sono incogniti nel momento in cui il provvedimento emesso, pi o meno identificabili poi; nessuno immaginava che nel fiume vocale captato (9.295 pices) quattro volte risuonasse laugusta voce; ed assurdo pretendere operatori fulminei nellinterrompere lascolto, quasi fosse nefas. Roba da fiaba o rituali primitivi (ormai lavorano le macchine, senza intervento umano). Col permesso del giudice lindagante controlla gli apparecchi dun tale: il sguito futuribile; forse restano muti o vi passano mille voci; quali, quante, se utili o no, conster post auditum. 3. Discorso chiuso, tra interlocutori fedeli alla sintassi: limmunit processuale non fiorisce spontaneamente; esiste in quanto una norma la regoli; e non se ne vede il pi pallido segno. I soli due testi addotti dicono tuttaltro. Siamo alle prese con una tautologia del tipo: P non morr mai; dimmi perch, ovvio, glimmortali non muoiono. Il ricorso postula un presidente la cui persona sia sacra e inviolabile, qual era Carlo Alberto (art. 4 dello Statuto), quindi indenne da ogni servitus iustitiae, ma non pi tempo darie mistiche e re taumaturghi. Siamo in Italia, anno Domini 2012: vige una Carta votata dalla Costituente luned 22 dicembre 1947; perso ogni connotato monarchico, il presidente assume unidentit laica, da commis de lEtat. Chi osi definirsi sacro e inviolabile riscuote lievi sorrisi. Ricordiamo per un incidente, quando Camere servizievoli lavoravano pro domino Berluscone, tirando in ballo ex aequo il capo dello Stato. Lobiettivo era renderli immuni da qualunque processo (salvo i due casi previsti dallart. 90 cost.), finch durino in carica; e lUomo del Colle segnalava profonde perplessit: tale regime affievolirebbe uno status del quale afferma dessere gi investito (nota 22 ottobre 2009). Nossignore, non esiste lasserita prerogativa. Se ne convinca consultando i precedenti, su fino ai lavori preparatori della Costituente: a parte gli atti coperti dalla funzione (spetta al giudice stabilire se ricorra tale caso), justiciable come lo siamo tutti; e non chiamiamola lacuna rimediabile dallinterprete; i costituenti compivano una scelta dalto valore etico, imposta dal principio capitale deguaglianza davanti alla legge. Quanto pesante anacronismo rintocca nel coro monarcofilo. 4. Ripetiamolo, incongruo volo nel passato remoto pretendere che, udita la Voce, glinquirenti rompano lascolto mandando subito in cenere i materiali sacrileghi. A parte ogni questione ideologica, lassunto ignora norme positive. Lart. 271, c. 3, vieta la distruzione del reperto fonico costituente corpo del reato (ad esempio, parole destorsore o mandato a uccidere, magari allusivo: Chi mi libera da quel maledetto oppositore?; vedi Enrico II Plantageneto contro Thomas Becket, o Mussolini sul conto del pericoloso

Giacomo Matteotti). Idem arguibile quando disco o nastro costituiscano notitia criminis. Infine, lart. 269 subordina la distruzione dei reperti irrilevanti al vaglio camerale, nel contraddittorio deglinteressati: operata segretamente sarebbe illegale; n sono pensabili varianti contro lart. 111 cost., cc. 2 e 4. Pu darsi che i materiali de quibus siano prove importanti, nel giudizio in atto o altrove, perci glinteressati devono potervi interloquire. Ad esempio, Alfred Dreyfus sconta lergastolo nellIsola del Diavolo: laccusavano davere venduto segreti militari; ed emergono cose enormi dal dialogo duna altissima persona col sottoposto ad ascolto telefonico; il galeotto innocente; i felloni erano gli autori delle false prove daccusa. Lasciamo le cose come stavano a tutela della riservatezza, mandando al diavolo nellomonima isola verit storica e giustizia? Semmai, lattuale disciplina appare perfettibile: non detto che quel giudice sia infallibile; la critica delle decisioni avviene in Appello e Cassazione; gli artt. 268, c. 2, e 271, c. 3, tagliano il contraddittorio escludendo un secondo grado (valgono le norme sui procedimenti camerali); ed eseguita la decisione distruttiva, lipotetico errore emerso nel sguito del processo forse risulta irrimediabile. 5. Tiriamo le somme: il ricorrente postula unimmunit della quale non esiste lombra nelle fonti; e vola lart. 111 cost. la pretesa dannientamento occulto della possibile prova, n vista n udita daglinteressati; bel salto indietro, nella cupa gnoseologia inquisitoria. Viene in mente un quesito teologal-filosofico (in logica novecentesca liquidabile come mal formulato): se lOnnipotente lo sia al punto devocare un triangolo i cui angoli, sommati, non diano 180 (nello spazio euclideo, beninteso: tolto il quinto postulato, niente glielo impedisce). S, risponde Cartesio; Spinoza lo nega. Ora, chi dica fondato nelle norme vigenti (Carta inclusa) quel ricorso, postula lequivalente giuridico dun triangolo dagli angoli abnormi, fermo restando il quinto postulato: lincenerimento occulto dei nastri su cui pesa il tab, presuppone un mondo diverso dallattuale, dove non viga lart. 111 cost., cc. 2 e 4; se limpresa le riesce senza evadere dal sistema qual , la Corte risulta pi potente del Dio pensato da Baruch Spinoza. (5 dicembre 2012)