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SA(i(il D O N ZE LLI

Arti e lettere
(uhimi volumi pubblicati)

Yvc» Honncfoy
( ìutrvaxìonì sullo sguardo.
Piuino, dia cornetti, Morandi
Yvc» Honncfoy
/. ‘Entroterra
Yvc» Honncfoy
l.a civiltà delle immagini.
Pittori e poeti d'Italia
Yves Bonnefoy
Goya, le pitture nere
Odisseas Elitis
La materia leggera.
Pittura e purezza nell’arte contemporanea
Leslie Fiedler
Dodici passi sul tetto.
Saggi sulla letteratura e l'identità ebraica
Leslie Fiedler
Vacanze romane.
Un critico americano a spasso nell’Italia letteraria
Leslie Fiedler
Arrivederci alle armi.
L ’America, il cinema, la guerra
Wernér Hofmann
Bartolo Anglani I fondamenti dell’arte moderna
Julia Kristeva
SOLITUDINE DI GRAMSCI Colette.
Vita di una donna
Julia Kristeva
Hannah Arendt.
La vita, le parole
Politica e poetica Julia Kristeva
Melarne Klein.
del carcere La madre, la follia
Irving Lavin
Bernini e il Salvatore.
La «buona morte» nella Roma del Seicento

(segue)

D O N ZELLI EDITO RE
Irving Lavin
Santa Maria del Fiore.
Il Duomo di Firenze e la Vergine incinta
Irving Lavin
Caravaggio e La Tour.
La luce occulta di Dio
Carlo Levi
Roma fuggitiva.
Una òtta e i suoi dintorni
Carlo Levi
Le tracce della memoria
Carlo Levi
Il pianeta senza confini.
Prose di viaggio
Carlo Levi
Le ragioni dei topi.
Storie di animali
Carlo Levi
Il dovere dei tempi
Rui Vieira Nery
I l fado.
Storia e cultura della canzone portoghese
Walter Pedullà
Quadrare il cerchio
Maurizio Pistelli
Un secolo in giallo.
Storia del poliziesco italiano
Jacqueline Risset
Il silenzio delle sirene.
Percorsi di scrittura nel Novecento francese
Mark Rothko
Scritti sull’arte
Mark Strand
Edward Hopper.
Un poeta legge un pittore
Emmanuela Tandello
Amelia Rosselli.
La fanciulla e l’infinito
Ingeborg Walter e Roberto Zapperi
Il ritratto dell’amata.
Storie d ’amore da Petrarca a Tiziano
Ronald G. Witt
Sulle tracce degli antichi.
Padova, Firenze e le origini dell’umanesimo
Che cosa resta di Antonio Gramsci, morto settant’anni fa dopo
aver trascorso l’ultima parte della sua vita nelle carceri di Mussolini?
Mentre i suoi «nipotini» si preparano a celebrare l’anniversario della
sua morte cercando in tutti i modi di attualizzarlo e di banalizzarlo, o
per ri-fondare il comuniSmo o per fondare ex novo una cultura demo­
cratica e riformista, questo libro si propone di leggere Gramsci come
un classico che, come tutti i classici, parla alle generazioni future in
termini sempre nuovi e imprevedibili.
Tramontato il sogno del comuniSmo, oggi Gramsci è per noi
soprattutto uno scrittore, uno dei più grandi scrittori del Novecen­
to. Fare di lui uno scrittore non significa però rimuovere la sostanza
politica del suo pensiero, ma prenderla come materia bruciante sulla
quale Gramsci ha elaborato un progetto teorico che, come avrebbe
detto Pirandello, «non conclude». Il fascino straordinario della pro­
sa gramsciana scaturisce dall’incompiutezza che è legata all’espe­
rienza del carcere. E il carcere, a sua volta, è non un accidente ma la
manifestazione di un «destino» che si è annunciato nella sua vita fin
dagli anni infantili: del destino della solitudine che si riassume nelle
figure di Prometeo, di Farinata, di Tiresia e di altri eroi tragici. Non
c’è bisogno di stravolgere il testo gramsciano per ritrovarne le trac­
ce: basta leggere quelle pagine, perché Gramsci il suo destino lo ha
raccontato con stile altissimo, sia nei Quaderni che, soprattutto,
nelle Lettere dal carcere, libro che sempre più appare come uno dei
grandi classici del secolo scorso.

Bartolo Anglani è docente di Letterature comparate all’Università di Bari,


dopo aver a lungo insegnato in Francia e negli Stati Uniti. Studioso di Gramsci,
al quale ha dedicato lunghi anni di ricerca, ha pubblicato anche numerosi saggi
sulla letteratura del Settecento europeo: da Goldoni ad Alfieri, da Rousseau a
Parini, da Baretti a Ortes.
ISBN 10: 88-6036-139-7
ISBN 13: 978-88-6036-139-4

w w w .d o n z e l l i . i t € 2 6 ,0 0 9 7 8 8 8 6 0 3 6 1 3 9 4
Saggi. Arti e lettere
Bartolo Anglani

SOLITUDINE DI GRAMSCI

Politica e poetica del carcere

DONZELLI EDITORE
Questo volume è stato pubblicato
con un contributo dell’Università di Bari

© 2007 Donzelli editore, Roma


Via Mentana 2b
internet www.donzelli.it
e- mail editore@donzelli.it

ISBN 978-88-6036-139-4
SOLITUDINE DI GRAMSCI

Indice

ix Premessa
Parte prima
«Fiir ewig»
3 I.Conflittie totalità
109 IL La solitudine di Prometeo

Parte seconda
Il romanzo delle «Lettere»
191 ni. Il carcere prima del carcere
233 IV. L’altro carcere

313 Bibliografia
325 Indice dei nomi

v
Solitudine di Gramsci
Abbreviazioni

L.: A. Gramsci, Lettere (1908-1926), a cura di A. A. Santucci, Einaudi,


Torino 1992.
L C (seguita dal n. del voi.): A. Gramsci, Lettere dal carcere, a cura di A.
A. Santucci (i, 1926-1930; II, 1931-1937), Sellerio, Palermo 1996 (la numera
zione delle pagine è continua nei due volumi).
Q.: A. Gramsci, Quaderni del carcere, edizione critica dell’Istituto
Gramsci a cura di V. Gerratana, 4 voli, (poiché la numerazione delle pagine
anche in questo caso è continua, ho indicato solo il numero della pagina).

Per indicare i corrispondenti di Gramsci ho usato sempre lo stesso nome,


indipendentemente da quello scritto nell’intestazione delle singole lettere. In
particolare: Tatiana (e non Tania) e Giulia (e non Julka). Ovviamente tali
nomi, quando sono riportati nelle citazioni, vengono lasciati nella forma
usata volta per volta.
I corsivi presenti nelle citazioni, qualora non diversamente segnalato,
appartengono agli autori.
Le traduzioni dalle lingue straniere sono mie.

vm
SOLITUDINE DI GRAMSCI

Premessa

11 mio primo incontro con Gramsci risale a quando, più di qua-


IKilt anni fa, Arcangelo Leone de Castris mi propose, come argo­
mento della tesi di laurea in letteratura italiana moderna e contem­
poranea, il rapporto tra Gramsci e la critica letteraria. Su quell’argo-
mento compilai la mia tesi, che nel novembre del 1966 discussi alla
pi ‘'senza di illustri docenti (fra i quali Ambrogio Domni, commosso
pei che la mia era la prima tesi di laurea su Gramsci alla quale assiste-
' .1 ). Da quella ricerca ricavai un saggetto che Ernesto Ragionieri nel
l')67 pubblicò nel quaderno speciale di «Critica Marxista», intitola-
111 Prassi rivoluzionaria e storicismo in Gramsci (un impasto di con-
II addizioni e ingenuità cucite da un po’ di presunzione giovanile) che
mi consentì di entrare nel mondo degli studi gramsciani e soprattut­
to di partecipare al convegno di Cagliari dell’aprile 1967. Così, ra-
VAr/mo poco più che imberbe, mi aggirai fra mostri sacri come G ior­
gio Amendola, Norberto Bobbio, Natalino Sapegno, Eugenio Garin
• ili ri intellettuali e politici italiani e stranieri, ed ebbi persino Bardi­
le di partecipare al dibattito (ma poi, preso da scrupoli, non volli che
il mio intervento vedesse la luce negli atti del convegno). Il giorno in
1 in i fascicoli del quaderno di «Critica Marxista», fresco di stampa,
Intono esposti al pubblico, mi precipitai a prenderne in mano una
rupia e, mentre sfogliavo trepidante il primo ‘saggio’ della mia vita,
1 mi la coda dell’occhio avvertii la presenza di una grande ombra ac-
1mto a me. Levai lo sguardo e scorsi Giorgio Amendola intento a
•logliare una copia della stessa rivista. Si può immaginare quale fos-
•r la mia emozione quando i suoi occhi si fermarono sulle mie sten-
'•ito pagine, ma si può anche immaginare la mia delusione quando lo
' idi passare subito oltre, tanto poco quelle pagine dovevano interes­

IX
Anglani, Solitudine di Gramsci

sargli. Per qualche anno continuai a pubblicare articoli e recensioni


intorno a Gramsci, soprattutto sulla rivista «Problemi» diretta da
Giuseppe Petronio. Su tutti quei fogli è sceso un meritato oblio. Poi
passai ad altro. L’interesse per Gramsci si risvegliò più di trent’anni
dopo, quando il sessantennio della sua morte mi offrì l’occasione per
fare i conti con la mia coscienza anteriore. Da quelle riflessioni nac­
que un pamphlet (pubblicato dall’editore Manni di Lecce nel 1999
con il titolo Egemonia e poesia. Gramsci: l’arte, la letteratura) nel
quale tentai di fare il punto sull’annosa questione del Gramsci prete­
so critico e storico letterario e perfino fondatore dell’estetica marxi­
sta: ma, tutto preso dall’urgenza di confrontarmi con le letture tradi­
zionali della critica italiana che si era particolarmente impegnata nel­
la definizione della questione, ignorai programmaticamente i contri­
buti provenienti da altri contesti culturali. In ogni modo, pur attra­
verso procedimenti discutibili, verificai tutta la distanza che mi sepa­
rava ormai dal mio primo maestro e relatore, con il quale condivide­
vo solo la tesi che Gramsci non avesse mai pensato a fondare un’e­
stetica. Su tutto il resto avevamo opinioni completamente diverse, e
in particolare sulla possibilità di usare Gramsci nella lotta politica e
culturale dei nostri giorni. Per me un’intera epoca si era chiusa, e
Gramsci poteva diventare produttivo solo a patto di essere conside­
rato nella sua assoluta ‘inattualità’. La ricostruzione (o quella che io
ritenevo tale) delle idee di Gramsci sull’arte e sulla letteratura mi ave­
va convinto che ben poco poteva essere ‘utilizzato’ nella ricerca con­
temporanea, e che tutto ciò che si poteva e doveva fare era ricono­
scerne la grandezza strategica e l’originalità teorica rispetto alle altre
esperienze novecentesche di stampo marxista.
Con quel libro credevo di aver chiuso definitivamente i miei conti
con Gramsci: ma nel 2003, per invito di Franco Fido, tenni un corso
su Gramsci all’Università di Harvard. Le ricche biblioteche di quel­
l’università mi permisero di accrescere le mie conoscenze intorno alle
interpretazioni nate nel contesto inglese e americano; e la rilettura
‘didattica’ delle Lettere dal carcere mi stimolò ad approfondire l’ana­
lisi di quel testo straordinario. Se continuavo a pensare che come teo­
rico dell’arte e della letteratura Gramsci aveva poco da dire al secolo
ventunesimo, la sua esperienza concreta di scrittore mi appariva sem­
pre più originale e viva man mano che 1 epoca storica che le aveva
fatto da sfondo si allontanava. Poco prima di tornare in Italia, invita­
to a parlare di Gramsci al Circolo italiano di Boston, stesi il testo di
una conversazione che poi, rivista e corretta, è uscita in un volume in
onore di Vitilio Masiello con il titolo Gramsci, un ‘classico’ del N o­


-------------------------------- --------- Premessa_________ __________________

vecento'. Il Gramsci del 2003 ha dunque un’impronta ‘americana’ che


in parte si è conservata nella stesura. Sullo sfondo c’erano i fragori
della guerra in Iraq e i discorsi di Bush alla Tv. Il filo unitario è offer­
to dal tema del carcere, che unisce il Gramsci precarcerario (e addirit­
tura quello infantile) al Gramsci carcerato.
Nei primi due capitoli di questo libro ho ripreso quella conferen­
za, modificandola, ampliandola ed accrescendola di parecchio, senza
rinunciare tuttavia allo stile discorsivo originario. Tale genesi spiega il
tono generalizzante ed assertivo di alcuni passaggi, come anche la
frammentarietà dei rimandi bibliografici specifici a tutti i temi gram­
sciani sfiorati (ciascuno dei quali meriterebbe un’indagine apposita e
una sfilza interminabile di titoli specialistici), che certamente sarà
rimarcata dai lettori più aggiornati. La «letteratura secondaria» gram­
sciana è talmente vasta e ricca, e si riferisce a tanti contesti sociali, poli­
tici, culturali e linguistici, da presentare allo studioso l’immagine di un
«vero labirinto»12 nel quale è facilissimo smarrirsi. Se si pensa poi che
lo studioso ‘integrale’ di Gramsci dovrebbe saper controllare un vasto
numero di discipline, dalla storia all’economia, dal diritto all’estetica,
dalla filosofia all’etica, non sarà offensivo per chicchessia supporre che
solo una minima percentuale degli studiosi gramsciani più accreditati,
perfino tra quelli che al nostro autore hanno dedicato grandissima
parte della loro vita, sia in grado di padroneggiare quella bibliografia.
Ha scritto di recente Mario Lavagetto che chi afferma di aver letto
tutta la bibliografia secondaria prima di scrivere un libro su Proust fa
al tempo stesso «una dichiarazione sintomatica» e dice «una traspa­
rente bugia congiunturale»: la dichiarazione sintomatica di una specie
di complesso di colpa in chi pensa che si debba «cominciare a scrivere
solo dopo aver acquisito - con letture meticolose e pazienti - una
conoscenza diretta di tutto quanto il testo ha prodotto»; ma anche una
bugia che non è difficile scoprire se si pensa che, quand’anche «uno
spirito servizievole» accumulasse «pian piano e metodicamente, volu­
me dopo volume», i titoli della bibliografia sulla scrivania del critico, e
quand anche quel lettore, «strenuo fino al masochismo», fosse «dispo­
sto a sacrificare i propri sonni e il proprio vivere associato per leggere
almeno trecento pagine al giorno (e che pagine!)», gli ci vorrebbero
«non meno di quindici o vent’anni per esaurire tutta quella mole»:

1Si veda Aa.Vv., Forme e contesti. Studi in onore di Vitiho Masiello, a cura di F. Tateo e
R. Cavalluzzi, Laterza, Roma-Bari 2005, pp. 513-33.
A. Finocchiaro, Gramsci and the History o f Dialectical Thought, Cambridge
University Press, Cambridge 1988, p. 2.

XI
Anglani, Solitudine di Gramsci

senza tener conto che nel frattempo, come nella parabola di Achille e
della tartaruga, «la critica si sarebbe ulteriormente arricchita» e il lavo­
ro del critico sarebbe divenuto interminabile. L’alternativa è allora tra
il chiudersi nel «silenzio assoluto» e la scelta di utilizzare «un’attrez­
zatura leggera»: e il fatto stesso che questo libro esca alla luce significa
che l’autore ha rinunciato al silenzio ed ha voluto rischiare consape­
volmente di «ripetere quello che altri hanno già detto»3. Pazienza.
La bibliografia gramsciana non è meno ricca né meno suscettibile
di accrescimento infinito rispetto a quella proustiana, e probabilmen­
te comprende testi scritti in molte più lingue. Basta sfogliare le prime
bibliografie di Elsa Fubini, e poi quelle di John Cammett fino agli
elenchi commentati che periodicamente vengono messi in rete dalla
International Gramsci Society, per dedurre che solo qualche spirito
votato al sacrificio totale di sé potrebbe aspirare a leggere non tutto in
assoluto ma anche solo tutto ciò che appare connesso a un tema parti
colare4. A parte la scarsità del tempo disponibile, ad ostacolare tale
conoscenza si aggiunge la molteplicità babelica delle lingue di quanti si
sono interessati a Gramsci. Purtroppo l’autore di questo libro ignora
il cinese, il giapponese, il polacco, il russo; e il tedesco lo avverte come
un universo minaccioso e scostante5. Se dunque lasciassi credere di
aver letto non dico tutto ma una buona percentuale della letteratura
secondaria su Gramsci, proferirei una bugia talmente smaccata che la
lunghezza del mio senso di colpa supererebbe quella del naso di Pi

3 M. Lavagetto, Eutanasia della critica, Einaudi, Torino 2005, pp. 5-7.


4 Si provi a battere il nome di Gramsci nella maschera di Google-Print (il cui lavoro dì
digitalizzazione è rimasto bloccato, e dunque non può considerarsi esaustivo), e si conti il
numero impressionante di volumi nei quali il nome di Gramsci ricorre in termini non epi
sodici, per avere un saggio di quanto la bibliografia gramsciana possa essere immensa al di Li
di quella raccolta dagli addetti ai lavori.
5 Solo trent’anni fa la fortuna di Gramsci fuori d’Italia costituiva una breve appendice
nella storia della critica: cfr. l’ultimo capitolo di G. C. Jocteau, Leggere Gramsci. Guida alle
interpretazioni, Feltrinelli, Milano 1975, pp. 136-55. Ma vent’anni dopo i saggi raccolti da IL
J. Hobsbawm in Gramsà in Europa e in America, a cura di A. A. Santucci, Laterza, Roma
Bari 1995, mostrano la crescita esponenziale delle letture gramsciane nei due continenti. Nel
volume di G. Liguori, Il Gramsci conteso. Storia di un dibattito, 1922-1996, Editori Ritmili,
Roma 1996, che costituisce a tutt’oggi la ricostruzione più ampia della discussione su
Gramsci, i contributi stranieri non fanno capitolo a sé ma diventano parte di una storia inte­
grale del pensiero gramsciano. Ma già nel 1998 almeno il 41% dei titoli della bibliografi,i
gramsciana è scritto in lingue diverse dall’italiano, e il 12% in inglese (J. M. Cammett, I he
«Bibliografia gramsciana», in «Rivista di studi italiani», xvi, 1998,1, pp. 5-6). Un aggiorna
mento recente sulla diffusione di Gramsci nel mondo, utile anche se sintetico, si trova in IL
Mordenti, Gramsci e gli «studi culturali», in Aa.Vv., Studi in onore di Vitilio Masìelln,
Laterza, Roma-Bari 2006, pp. 2003-18. Da ultimo, sulla diffusione di Gramsci nel mollilo
anglosassone (e in particolare sulla traduzione dei Quaderni fatta da Joseph Buttigieg), *1
veda il fascicolo speciale di «Rethinking Marxism», XVIII, 2006, 1.

XII
Premessa

mi ii diio nei suoi momenti più critici. L’opposto del complesso di colpa
• l i Iaccia tosta, grazie alla quale oso confessare che i libri e i saggi con-
"liali sono una piccolissima parte di quelli che, stando ai soli titoli,
I" 'levano contenere informazioni utili e interessanti intorno agli argo-
ne un di cui mi sono occupato.
I pur vero che tale carenza è in certa parte compensata dall’esisten-
/ "li alcune linee di separazione che autorizzerebbero una simile igno-
' 111 a metodica: il 1975 per il testo dei Quaderni del carcere, usciti quel-
I inno in edizione critica; e il 1996 per le Lettere dal carcere (con la
i ippa intermedia del 1965 che comunque rappresentò un progresso
ii |" Ilo all edizione del 1947); nonché il 1992 per le Lettere dell’epoca
....... irccraria, fin allora sconosciute alla massa dei lettori. Tutto ciò che
pii' ide queste date è di fatto preistoria, degno di attenzione per chi
■M'.lia ritessere il filo degli usi e delle interpretazioni, ma privo di inte-
ii a per un’epoca in cui la conoscenza dei testi gramsciani è incom-
l'ii abilmente più ampia e completa. Ci sono alcune eccezioni, natural-
ii" me, come quella di Giacomo Debenedetti (il quale nel 1947 seppe
indovinare dai pochi frammenti allora disponibili una complessità
piiiblcmatica ignota ai più), ma questi sprazzi di genialità non posso-
■I n legge. Tranne casi isolati, dunque, dovrebbe destare pochi e cir-
' i i ritti sensi di colpa la decisione di lasciare da parte molti scritti col-
li'gali a un testo superato. Certo non si dovrebbe trascurare l’altra fac-
' ii della medaglia, ossia il fatto che una storia critica integrale delle
uni ipretazioni gramsciane costituisce un capitolo non secondario
■l'Ila storia del ‘costume’ (e del ‘malcostume’) intellettuale italiano, per
I I ' in stesura non sarebbe fuor di luogo costruire categorie analoghe a
'|"'Hc elaborate dallo stesso Gramsci, come quelle del brescianesimo e
di I lorianismo. La mancanza dell’edizione critica, a mio parere, non
, Mistifica il diluvio di sciocchezze, di banalità, di appropriazioni, di
■H'lenze testuali e perfino umane che si abbatté sull’opera gramsciana
■I i|'.li anni cinquanta in poi. Le strumentalizzazioni operate ai danni di
• ii.imsci, prive di ogni sia pur debole appiglio filologico perfino nei
i mto criticati volumi ‘tematici’, hanno ben poco a che vedere con gli
"'<i'1he sempre gli studiosi a buon diritto fanno di testi classici. Nella
h'ill.iglia politico-intellettuale che infuriò in Italia dall’inizio degli anni
■impianta fino almeno agli anni settanta, Gramsci fu nei casi peggiori
un uomo dello schermo o un pretesto per gonfiare operazioni di basso
livello che i protagonisti e i comprimari di quella battaglia non osava-
iiii svolgere in nome proprio; e, nei casi migliori, un Testo al quale
' i" ii rere per ‘autorizzare’ le svolte ideologiche e politiche considerate

XIII
___________________Anglani, Solitudine di Gramsci-----------------------------

via via necessarie. Tutti, chi più chi meno, si nascondevano dietro il
nome di Gramsci per nobilitare le proprie idee e per sminuire quelle
degli avversari, mossi (come disse Garin in termini assai neutri e gen­
tili) dalla «ricorrente tentazione» di «utilizzare il materiale delle medi­
tazioni del carcere ora come arsenale di citazioni per tutti gli usi, ed ora
come l’abbozzo di una sorta di enciclopedia in compendio di tutte le
scienze»6. Le opere di Gramsci divennero non solo «la fonte attraver­
so cui la politica dei comunisti italiani del dopoguerra potè essere giu­
stificata politicamente e legittimata ideologicamente», ma si trasforma­
rono in «armi» usate in Italia e altrove da «gruppi disparati» nella loro
«lotta per il potere»7. Su questi dati si potrebbe scrivere la storia della
‘miseria’ di fazioni in forte conflitto tra di loro ma unite dalla ferma
volontà di costruire sui testi gramsciani quella identità forte che esse
non riuscivano a darsi guardandosi attorno e scontrandosi con il
mondo reale. Se, per qualche vicissitudine non del tutto inverosimile,
l’Italia fosse rimasta all’oscuro dei Quaderni e delle Lettere, non si sa
bene su quale piedistallo la cultura postbellica si sarebbe potuta arram­
picate per costruire uno straccio di identità. Il cinismo, la presunzio­
ne, la superficialità con cui Gramsci fu saccheggiato allo scopo di
‘autorizzare’ i comportamenti più diversi sono dunque documenti
preziosi per la storia di quegli anni. Ma tale storia non poteva essere
oggetto integrale di questa ricerca, benché alcune volte sia apparso
utile produrne qualche esemplare.
I contributi allo studio di Gramsci venuti alla luce in seguito alla
pubblicazione completa e critica dei testi (se si escludono quelli di
alcuni studiosi, o sedicenti tali, che continuano ad usare le vecchie edi­
zioni come se nulla fosse) non meriterebbero più di essere liquidati
con altrettanta sufficienza8. Ma qui interviene un altro discrimine, che
riduce di molto l’utilità di gran parte della bibliografia gramsciana suc­
cessiva al 1975: ed è quello del 1989 o del crollo del comunismo, il
quale dovrebbe avere come conseguenza il fatto che gran parte di ciò
che fu scritto nella prospettiva della ‘costruzione’ del comunismo
perda parecchio del suo valore. Ma in questo campo il numero di colo­

6E. Garin, Gramsci e il problema degli intellettuali [1966], in Id., Intellettuali italiani del
X X secolo, I ed. 1974, Editori Riuniti, Roma 1987, p. 291.
7 B. Fontana, Hegemony and Power. On thè Relations between Gramsci and
Machiavelli, University of Minnesota Press, Minneapolis-London 1993, p. 2.
8Esistono casi di studiosi di un certo livello che però rivendicano il loro diritto ad usare
la vecchia edizione ‘tematica7: come fa J. V. Femia nel suo pur notevole contributo su
Gramsci’s Politicai Thought: Hegemony, Consciousness and thè Revolutionary Process,
Clarendon Press, Oxford 1981, convinto che nessuno sia riuscito a dimostrare «che le idee
di Gramsci siano cambiate in modo rilevante tra il 1929 e il 1935», p. 24.

XIV
----------------------------------------- Premessa____________________________

ro che continuano ad agire, a studiare e a scrivere come se il comuni­


smo appartenesse ancora all’universo dei possibili, purtroppo, supera
di molto il numero di quanti continuano a ignorare l’edizione critica
dei Quaderni: tanto da far pensare che proprio l’edizione critica abbia
provocato indirettamente il proliferare di letture ‘integrali’ e ‘totalita­
rie’, ovvero pesantemente sistemiche, di un pensiero che la vecchia edi­
zione tematica presentava suddiviso (sia pure arbitrariamente) in par­
tizioni disciplinari. Si tratta di un fenomeno veramente straordinario e
paradossale, meritevole di un’indagine propria che va anch’essa molto
oltre i propositi di questo lavoro, e che qui è stato affrontato solo per
alcuni campioni particolarmente significativi. Benché l’edizione critica
mostri fisicamente come sia impossibile ricostruire un ‘sistema’ di
pensiero gramsciano, pure molti illustri studiosi si sono cimentati in
questa impresa, dimostrando che non sempre al ‘progresso’ in un
campo (in questo caso, nel campo della filologia) corrispondono pro­
gressi analoghi in altri settori.
Rileggendo le pagine di questo libro al momento di affidarlo all’e­
ditore, mi sono chiesto se il richiamo continuo alla storia (e al peso)
del gramscismo non fosse per avventura il segno di un’ottica arretra­
ta, e se non sarebbe stata preferibile una ricostruzione più oggettiva
e ‘scientifica’ della riflessione gramsciana. Ma, riflettendoci su, ho
finito per convincermi che lo spettacolo di improvvisazione e di con­
fusione di cui sta dando prova la sinistra italiana da quando è al
governo (parlo sia di quella cosiddetta ‘radicale’ che di quella cosid­
detta ‘riformista’) dimostra inconfutabilmente che quella storia pur­
troppo non è finita e che non è senza qualche ragione che occorra
tornarci su. La fine del comunismo (del quale, come apparirà evi­
dente, il sottoscritto non nutre alcuna nostalgia) non non è stata
sfruttata dai gruppi dirigenti della sinistra per ridiscutere le proprie
basi teoriche e per elaborare una cultura nuova all’altezza dei tempi.
La storia tragicomica della fondazione di un non meglio identifica­
bile «partito democratico», destinato a raccogliere l’eredità dei due
totalitarismi storici (quello dell’integralismo della sinistra cattolica e
quello dell’integralismo comunista), narra appunto il rifiuto delle
classi dirigenti a mettere davvero in discussione il patrimonio ideo­
logico che essi fingono (o, peggio, credono in buona fede) di voler
cancellare. Si liquida frettolosamente il passato quando non si pos­
seggono gli strumenti adatti per distanziarsene criticamente, aveva
detto Gramsci tanti anni fa, e tale verità rimane purtroppo valida nel
XXI secolo. N on meno tragicomico appare il tentativo opposto e

xv
___________________Anglani, Solitudine di Gramsci___________________

speculare di riunificare i refrattari allo scioglimento ‘democratico’


della sinistra in un rassemblement egemonizzato dalla ri-fondazione
del comunismo. Un destino cinico e baro ha deciso che l’Italia non
debba avere un partito di sinistra, moderno e riformista, come lo
hanno tutti i paesi europei, e che al suo posto debbano esistere due
agglomerati incapaci di misurarsi con i problemi della modernità: da
un lato l’agglomerato genericamente ‘democratico’ in cui i nomi stes­
si di socialismo e sinistra vengono cancellati, e dall’altro l’agglome­
rato ‘radicale’ che sogna una antistorica rifondazione del comunismo
e un’altrettanto utopistica fuoriuscita dal capitalismo. Nel resto
d’Europa non c’è niente di simile. E certo questo libro non pretende
di elaborare la cultura politica mancante (anche perché il suo discor­
so presuppone la distinzione limpida fra teoria e prassi, fra riflessio­
ne storiografica e strategia politica), ma si propone solo di contribui­
re da un punto di vista assai limitato alla esplorazione di certi model­
li fondativi che anche grazie ad una certa malintesa eredità gramscia­
na sopravvivono a dispetto di tutte le giravolte ideologiche. La tran­
sizione italiana è veramente infinita e, finché dura, non sarà un lavo­
ro del tutto sprecato quello di ricostruire gli schemi ideologici e per­
fino mentali che la condizionano. La lettura di contributi maturati in
ambienti estranei alla tradizione italiana, e in particolare anglosasso­
ni, può forse aiutare a corrodere la persistenza di quei modelli con­
siderati invariabili. Pur nella loro a volte disarmante ingenuità, quei
contributi introducono nel dibattito su Gramsci una dimensione
nuova: dimostrano cioè sperimentalmente che esiste un altro modo
di studiare il nostro autore che non si risolva nella ripetizione infini­
ta delle vecchie appartenenze prive ormai di cittadinanza nel nuovo
secolo. (Molti contributi provenienti dalla Francia invece, forse a
causa della maggior vicinanza geografica e culturale, si segnalano per
eccessi di settarismo e di cecità ideologica rispetto ai quali l’Italia non
ha nulla da invidiare).
Si pone dunque il problema se la scelta di ignorare tanti titoli della
bibliografia gramsciana possa essere considerata una mancanza grave a
carico dello studioso. Io, in quanto autore e persona interessata, dopo
aver confessato le mie carenze d’informazione non mi pronuncio. Mi
limito all’autodenuncia: e dichiaro altresì che la mia colpa può essere
leggermente attenuata dal fatto che i temi principali della discussione
contemporanea su Gramsci circolano ampiamente nella critica, e che
dunque ogni testo che si riesce a consultare permette di risalire ad altri
testi e di colmare in qualche misura le lacune. La letteratura seconda­

xvi
___________________________ Premessa____________________________

ria può così essere usata come fonte primaria dalla quale attingere
informazioni sulla letteratura secondaria non controllata. In ogni caso,
va precisato che la composizione del libro risale al 2003-04, e che negli
anni successivi quella stesura è stata rivista e qua e là aggiornata ma
non modificata sostanzialmente. Dunque i titoli della bibliografia
gramsciana usciti negli ultimi anni sono a volte citati ma solo a margi­
ne di un discorso già largamente compiuto che non poteva essere stra­
volto e rifatto ogni volta.
Qualche lettore potrebbe rilevare una certa disparità tra le due parti
del libro: fra la prima, che, come detto, anche nel linguaggio e in una
certa disinvoltura (e perfino nella casualità) dell’informazione biblio­
grafica rivela il carattere del pamphlet fitto di affermazioni non sempre
agganciate alla lettura e alla meditazione riposata dei testi; e la seconda,
che almeno nelle intenzioni pretende di dare una interpretazione criti­
ca delle Lettere gramsciane prima e durante il carcere. Senza negare lo
squilibrio ‘scientifico’ tra le due parti, vorrei comunque sottolineare
che in entrambe l’oggetto del discorso è la natura drammaticamente
contraddittoria di un’esperienza che, come anticipato, trova la sua unità
attorno alla metafora del «carcere». Non saprei dire a quale metodo di
lettura possano essere ascritti i procedimenti analitici qui utilizzati.
Confesso che, se mi trovo a disagio nelle parrocchie ideologiche, non
mi sento del tutto a casa nemmeno in questa o quella parrocchia meto­
dologica. Un po’ polemicamente nei confronti di alcuni critici che
hanno sopraffatto il testo gramsciano con categorie che presuppongo­
no non tanto la particolare letterarietà dell’opera ma addirittura una let­
terarietà assoluta e quasi senza tempo (ci sono fanatici anche da questa
parte), il mio metodo è stato quello di non sovrapporre un modello
astratto al testo ma di ‘ascoltarlo’, seguendo le suggestioni generali della
critica starobinskiana senza però ripeterne le movenze esteriori. In un
libro di qualche anno fa su Verri e Beccaria mi sono comportato allo
stesso modo: ho analizzato la scrittura dei nostri illuministi con moda­
lità ‘letterarie’ ma non ho trasformato i loro testi in poesie e romanzi.
La letterarietà dei Quaderni non è la stessa della Recherche. N on è male
ricordare a certi lettori sopraffini, come a Monsieur Jourdain, la diffe­
renza tra la poesia e la prosa. Anche un manuale di matematica può
essere letto in termini estetici, purché se ne salvaguardi la specificità sia
rispetto alla disciplina alla quale comunque appartiene sia rispetto alla
temporalità entro la quale si iscrive. Gramsci è certamente un grande
‘scrittore’ ma non è Beckett e nemmeno Pirandello, non è né più gran­
de né più piccolo ma è altro', ha scritto negli anni venti e trenta e non

XVII
Anglani, Solitudine di Gramsci

nell’epoca postmoderna. Bisogna dunque rintracciare la sua letterarietà


peculiare, e non inseguire esperienze rarefatte di scrittura che appar­
tengono ad altri mondi e ad altre epoche.
Q ueste precisazioni e questi avvertimenti potrebbero risultare in
fin dei conti inutili se anche questo libro gramsciano, come il prece­
dente, verrà ignorato dalle diverse parrocchie del gramscianesimo
contemporaneo, ostili tra di loro nel rivendicare ciascuna la giusta
interpretazione ma reciprocamente solidali nell’escludere dall’oriz­
zonte del dibattito le proposte che non esibiscano il marchio di una
motivazione teorico-politica riconoscibile; che cioè non rispondano
alla dom anda fondamentale: «con chi stai?». C ’è posto per gli stali­
nisti, per i riformisti, per i liberali, per i trotzkisti, per i clericali e per
cento altri raggruppamenti, ciascuno dei quali difende il proprio
diritto a disegnare l’immagine del ‘suo’ Gramsci e ad immaginare una
strategia politica corrispondente: ma non c’è posto per gli agnostici,
ossia per coloro che non chiedono a un pensatore ‘classico’ le rispo­
ste ai problemi politici contemporanei e che si limitano a studiare
quel pensatore, con le loro più o meno deboli forze, semplicemente
per comprenderlo in termini di assoluta ‘inattualità’; che lo conside­
rano un grande scrittore e un grande intellettuale del secolo scorso e
niente di più (e niente di meno), un classico che vai la pena di studiare
per se stesso come si studia Machiavelli o M azzini o Cavour senza
per questo fondare partiti machiavellici o mazziniani o cavouriani o
associazioni prò o contro qualcuno. Le diverse parrocchie gramscia­
ne amano riunirsi periodicamente per ripetersi più o meno le stesse
cose e per sentirle ripetere e per marcare le loro differenze rispetto
alle parrocchie nemiche, e lasciano da parte tutti coloro che non
aprono i loro interventi con un atto di fede o di appartenenza e che
non fanno la loro genuflessioncella d ’uso verso il prim ato dell’ege­
monia o del concetto che in quel momento è considerato fondante,
primario e irrinunciabile. Chi sta fuori da questo circolo privilegiato
non esiste e, pertanto, non legitur. H o dunque qualche ragione m oti­
vata per credere che questo libro non sarà letto e soprattutto non sarà
né discusso né recensito nemmeno per essere stroncato, proprio
come è capitato al suo fratello maggiore.
E facile prevedere però che, se qualche gramsciano si spingerà a
sfogliarne le pagine, si udranno risuonare critiche violente, la prima
delle quali sarà che non dovrebbe essere consentito a chi non è stori­
co delle dottrine politiche o discipline affini di trinciare giudizi sul
comunismo, sul liberalismo, su Hegel, su Croce, su Gentile, su Sorel

XVIJI
___________________________ Premessa____________________________

e su temi e figure e problemi del pensiero. A tali obiezioni si potreb­


be replicare, innanzitutto, che sarebbe ben triste quel mondo in cui
nessun calzolaio andasse oltre la scarpa, perché esistono temi che pur
possedendo un nucleo altamente specialistico presentano poi facce
molteplici che interagiscono con altre componenti della vita cultura­
le presente e passata; e in secondo luogo che negli ultimi tempi si son
visti parecchi storici del pensiero politico o sociologi illustri o stu­
diosi delle discipline più varie sfornare saggi e volumi su autori e
problemi raffinatamente letterari, talora senza provvedersi di biblio­
grafia adeguata e crogiolandosi in un dilettantismo ancora più disar­
mante di quello mostrato da queste pagine. N on faccio nomi, ma al
lettore sufficientemente attento non sarà difficile trovare saggi e per­
fino volumi su classici della letteratura nei quali non c’è nemmeno
l’ombra di una bibliografia decente ed aggiornata. E dunque, come
noi critici letterari tolleriamo bonariamente che chi ignora del tutto
sia i metodi della critica e della storiografia letteraria sia le bibliogra­
fie specializzate sull’argomento dica la sua su Proust o su Camus o
su Leopardi o su Manzoni, convinti come siamo che in fondo questi
temi appartenenti alla cultura dei nostri giorni non possono essere
ristretti alla iperspecializzazione di pochi eletti, così sarebbe oppor­
tuno che gli storici della politica e del pensiero sopportassero che un
critico letterario dica ciò che pensa intorno a certe tematiche ideolo­
giche e politiche senza fargli l’esame del sangue. In base a quale prin­
cipio sono autorizzate letture ‘politiche’ di Pascoli e sono invece vie­
tate le letture ‘estetiche’ di Gramsci? Tanto più che, come ho cercato
di motivare nelle pagine seguenti, l’approccio ‘estetico’ alle opere
gramsciane non è un lusso in più di qualche cultore della Forma ma
il solo metodo analitico che possa dar conto di come il testo gram­
sciano è costruito e ‘funziona’. In fondo, l’autore di questo libro non
pretende di fornire una nuova interpretazione delle varie questioni
dell’ermeneutica gramsciana, non dice la sua su Gramsci e lo Stato o
su Gramsci e il Partito e via di questo passo, ma si propone di esa­
minare le precondizioni, umane e filologiche, di qualsiasi interpreta­
zione. I Quaderni gramsciani non sono un Testo, compiuto e orga­
nico, sul quale si possa esercitare l’arte dell’interpretazione come se
si trattasse di un’opera di Hegel: se c’è un Testo, nella produzione
gramsciana, esso è paradossalmente quello delle lettere e in partico­
lare delle Lettere dal carcere. Ciascuno dei due testi va dunque letto
e interpretato con chiavi specifiche se non si vogliono ottenere risul­
tati infondati. Si siano fatti cento seminari su Hegel e su Marx e via

XIX
___________________Anglani, Solitudine di Gramsci___________________

di questo passo, finché non si sarà ‘ascoltato’ il testo nel meccanismo


del suo prodursi e nel suo riprodursi si potranno dire tutte le cose
che si vorranno sull’egemonia e sull’intellettuale organico e su tutti
gli altri temi intorno ai quali la mente di Gramsci ha riflettuto negli
anni della prigionia ma si continuerà a non cogliere di quel testo la
cellula generativa che sola lo spiega e lo rende leggibile.
Marzo 2007 B. A.

xx
SOLITUDINE DI GRAMSCI

I. Conflitti e totalità

L’arte è irriducibile alla terra, al popolo e al momento che


la producono; ciò nonostante, è inseparabile da essi [...]. L’o­
pera è una forma che si sgancia dal suolo e non occupa alcuno
spazio: è un’immagine. Un’immagine, però, che prende corpo
perché è legata ad un suolo e ad un momento: quattro pioppi
che s’elevano dal cielo di una pozzanghera, un’onda nuda che
nasce da uno specchio, un po’ d’acqua o di luce che scorre fra
le dita di una mano, la riconciliazione di un triangolo verde e
un cerchio arancione. L’opera d’arte ci lascia intravedere, per
un istante, il lì nel qui, il sempre nell’adesso.
(Octavio Paz)

Può sognare più cose la tua filosofia, Orazio, di quante ne


esistano nel cielo e nella terra.
(Anonimo)

L’interesse dei critici letterari e degli storici della letteratura per


Gramsci fu suscitato per la prima volta non dalla pubblicazione di
quella parte della sua opera che gli editori intitolarono Letteratura e
vita nazionale ma già dalla prima edizione delle Lettere dal carcere
(1947), destinate ad aver successo proprio come opera letteraria. E
tuttavia il diritto dei ‘letterati’ ad occuparsi di Gramsci, benché legit­
timato ab initio, si manifestò troppo spesso in forme che oggi paio­
no datate: condizionati dalla pubblicazione ‘tematica’ delle opere
gramsciane a coltivare l’illusione che Gramsci avesse davvero pro­
gettato saggi e libri di carattere disciplinare, i critici letterari demo­
cratici e di sinistra dapprima si ritennero autorizzati ad isolare il te­
ma della letteratura e (addirittura) dell’estetica dal contesto dei Qua­
derni, e ben presto estesero la loro attenzione all’intera opera del
pensatore finché rivendicarono il loro diritto a ricostruire in tutti i

3
^ ________________Anglani, Solitudine di Gramsci___________________

suoi aspetti la complessità del pensiero gramsciano1. In queste lettu­


re Granisci era presente però soprattutto in quanto ‘soggetto’, ossia
come costruttore di giudizi critico-letterari e perfino come produtto­
re di concetti teorici per la storia letteraria e l’estetica, e mai o quasi mai
come scrittore: mentre dalla parte opposta altri studiosi, quasi sempre
'idealisti’ o comunque organici ad altre aree politiche e ideologiche, si
rivolgevano agli aspetti letterari dei testi gramsciani con lo scopo non
tanto celato di separare Gramsci dal complesso della sua opera e met-
terne in discussione la profonda politicità. In Gramsci c’era la stoffa di
un grande scrittore (come di un grande storico, di un grande critico
ecc.), malgrado la sua appartenenza a un orizzonte teorico-politico in­
compatibile con la vera arte, con la vera letteratura, con la vera rifles­
sione teorica e così via. L’ipotesi dalla quale parte questo libro si muo­
ve in un campo estraneo ad entrambe le impostazioni: sia a quella di
chi vede in Gramsci il fondatore di una teoria marxista moderna del­
l’arte e della letteratura (come di altre svariate discipline appartenenti
allo scibile umano), sia a quella di chi apprezza in lui le qualità dello
scrittore a patto di resecarle dal complesso di un’opera di cui non ri­
conosce la qualità tendenzialmente ‘organica’ e compatta e insieme
complessa e perfino contraddittoria. Leggere Gramsci come un pensa­
tore apolitico o un politico ‘innocente’, come da più parti si è tentato,
è un’operazione scorretta sul piano scientifico e induce a smarrire tut­
ti i nessi che rendono ‘leggibile’ l’opera gramsciana. Ma un procedi­
mento non meno scorretto è quello di assumere tale politicità e tale or­
ganicità in termini apologetici, ossia considerare tali qualità non come
oggetti ma come criteri a priori d’analisi. Se il comunismo è non l’og­
getto reale dell’analisi ma il criterio autofondante di essa, tutto lo svi­
luppo conoscitivo ne risulta compromesso. Riconoscere la centralità
del comunismo gramsciano senza riconoscersi nel comunismo o met­
tendo tra parentesi il proprio comunismo, ossia senza mescolare le
proprie posizioni politiche e ideologiche allo studio di un autore clas­
sico: questo dovrebbe essere, mi sembra, l’atteggiamento più produt­
tivo sul piano scientifico. E questo l’approccio che, sommariamente,

1 II lavoro semisecolare di Giuseppe Petronio illustra a perfezione questo itinerario dal


‘disciplinare’ al ‘generale’, dalla relazione su Gramsci e la critica letteraria al convegno gram­
sciano del 1957 fino agli interventi militanti degli ultimi anni. La sintesi più efficace di que­
sto processo si trova nel fondamentale volumetto di M. Paladini Musitelli, Introduzione a
( intmsci, Laterza, Roma-Bari 1996. Per l’indicazione più precisa di questo e di altri titoli del­
la bibliografia gramsciana alla quale spesso alludo, rimando alla Bibliografia pubblicata alle
pp. 189-204 del mio Egemonia e poesia cit., che per molti aspetti deve essere considerato
complementare a questo libro.

4
________________________ Conflitti e totalità________________________

possiamo definire ‘estetico’, in quanto interessato a verificare il fun­


zionamento del testo in sé e quasi ad ‘ascoltarne’ il suono interno,
piuttosto che a valutarlo per i contenuti.
Quando si affronta la lettura di un’opera che è insieme frammenta­
ria e complessa, unitaria e contraddittoria, occorre scegliere un criterio
di lettura che salvi tutte queste caratteristiche senza che l’una prevari­
chi sull’altra, consentendo contemporaneamente al lettore di seguire il
tracciato delle proprie curiosità e dei propri interessi. Si tratta quindi di
decidere quali aspetti, oggi, siano decisivi per cogliere il senso di tale in­
terrelazione complessa. Da parte mia, e non certo per ragioni di botte­
ga, sono convinto che una lettura ‘etico-estetica’ non solo non sia se­
condaria rispetto a quella teorico-politica ma sia la più idonea per in­
tendere davvero le ragioni che fanno di Gramsci un ‘classico’, ossia un
autore che non solo non è divenuto «obsoleto» con il mutamento dei
tempi e delle condizioni storiche ma si fa leggere e interpretare in for­
me sempre rinnovate2. Il primo segno della classicità di Gramsci pro­
viene infatti dallo ‘stile’ inconfondibile con cui egli ha vissuto le sue
scelte e con cui ne ha scritto, nella consapevolezza che il valore delle
parole andava al di là dell’occasione che le dettava. Per Gramsci la
‘scrittura’ non è autocompiacimento estetistico per la bella frase ma
strumento raffinato e complesso di costruzione e rappresentazione
plastica delle idee. La tensione verso la ‘totalità’ stimola in lui l’inven­
zione di metafore, di ‘figure’ capaci di rendere la complessità di con­
cetti che non possono essere esposti nella linearità logica del ‘discorso’
teorico e che però posseggono un grado così alto di significanza da
mettere in discussione o da oltrepassare il quadro entro il quale sono
stati pensati. Le metafore gramsciane sono non solo soluzioni brillanti
alla necessità di esprimere idee complesse, ma anche creazioni di senso
del tutto nuove. Infatti, la qualità che rende classico Gramsci sta pro­
prio nel fatto che la ricchezza della sua riflessione va oltre il suo stesso
orizzonte sistematico e tocca problemi, pensieri, oggetti che quell’o­
rizzonte tendono a mettere in discussione ed anche a trascendere.
N on è dunque per amor di paradosso se oso affermare che il tem­
po giusto per studiare Gramsci è proprio il nostro, oggi che la que­
stione del comunismo non è più all’ordine del giorno e gli strumenti
di analisi più adatti appaiono non quelli rigidamente politici o filoso­
fici ma quelli dell’analisi letteraria, sempre che si abbia della ‘letteratu­

2 G. Steiner, Grammars o f Creation, Yale University Press, New Haven-London 2001,


p. 257.

5
___________________ Anglani, Solitudine di Gramsci___________________

ra’ una nozione né bellettristica né piattamente contenutistica. Il pri­


mo passo da compiere in questa direzione è perciò quello di staccare
lo studio di Gramsci da preoccupazioni di carattere pratico, tattico o
strategico che sia. Una tale necessità era già presente, alle menti più av­
vertite, una ventina d’anni fa, quando nessuno avrebbe potuto scom­
mettere sulla fine rapida del comuniSmo: come quando Biagio de Gio­
vanni respingeva ogni nostalgia «per un mondo (composto di idee e
fatti, di teoria e di politica) che effettivamente si è chiuso, e per un me­
todo di lavoro che radicalizzando il rapporto fra teoria e politica im­
pediva probabilmente al testo riletto di manifestare tutta la sua poten­
ziale ricchezza ermeneutica», e riteneva che «l’inattualità di Gramsci»
potesse diventare «la premessa forte per riprendere fra le mani i suoi
testi, per restituirli a una identità complessa, per dar la riprova che i
grandi testi rimangono sempre aperti, e che il rapporto fra essi e il pre­
sente che viviamo è mobile, fluido, in grado di ricollocare la grande pa­
rola scritta nel movimento della nostra coscienza e della nostra vita»3.
A maggior ragione oggi, quando la cesura tra due epoche storiche è di­
venuta netta e irrimediabile, la ‘liberazione’ dal problema della rivolu­
zione proletaria consente a noi posteri di leggere Gramsci come di
leggere Marx in quanto pensatore ed anche in quanto scrittore, senza
sentirci legati z\Yideologia del marxismo; cosi come leggiamo Platone,
Machiavelli, Hobbes e tanti monumenti del passato senza professarci
platonici, machiavellici o hobbesiani, in forme disinteressate ed ‘inat­
tuali’. Si tratta di vedere non solo se i concetti elaborati da Gramsci
possano ‘funzionare’ in contesti storici e culturali assai diversi e lon­
tani da quelli in cui egli li elaborò, ma anche e soprattutto se quei con­
cetti suggeriscono un senso che vada al di là di ogni possibile utiliz­
zazione pratica o possa in ogni caso non abbisognare di alcuna verifi­
ca pratica per avere valore: come capita appunto ai veri ‘classici’ che,
anche quando parlano di mondi ormai morti e sepolti, dicono tutta­
via qualcosa di sempre nuovo alle generazioni successive. N on si può
affermare solennemente che «le caratteristiche fondamentali del “clas­

3 Quasi a futura memoria, de Giovanni affermava che «non c’è nessun fatto, del resto,
che possa far morire le idee» e che possa «coinvolgerle fino in fondo, fino al punto che l’e­
saurimento del fatto sia anche la morte dell’idea», poiché «le due serie, proprio perché pa­
rallele, come intuirono Spinoza e Vico, non sono destinate a mescolarsi in unità indistinta»,
in quanto esiste «una vita dell’idea e del testo che ha una sua inesauribilità e starei per dire
una produttività tutta interna alla propria dimensione», e addirittura una «potenza del testo»
che si fa leggere al di fuori di ogni «tradizione prefissata» e dentro «i confini che gli sono pro­
pri» (B. de Giovanni, Il Marx di Gramsci, in B. de Giovanni - G. Pasquino, Marx dopo Marx,
Cappelli, Bologna 1985, pp. 6-7).

6
________________________ Conflitti e totalità________________________

sico”» sono «l’universalità e l’attualità anche in epoche differenti e di­


stanti»4, se poi si continua a proporre un uso ‘rivoluzionario’ del me­
desimo classico. Per questo occorre rimuovere il ‘comuniSmo’ gram­
sciano pur dopo averne riconosciuto filologicamente la funzione nel­
la genesi di quel pensiero: come spesso avviene negli Stati Uniti d’A ­
merica, dove non c’è bisogno di trasformare Gramsci nel «marxista
che potresti presentare a tua madre» per riconoscere che il pensiero
gramsciano può contribuire originalmente all’analisi dei problemi
dell’egemonia e della subordinazione nelle moderne società capitali­
stiche anche quando non si abbia in mente alcuna trasformazione ri­
voluzionaria della società5.
È evidente che una tale lettura non può avvenire senza un’azione
parallela di disarticolazione e di riarticolazione di ‘sistemi’ che pure
sono stati progettati in forme compatte e organiche. Un tale processo
di liberazione dalle strettoie dell’ideologia e dell’utilità immediata, or­
mai consolidato per gli altri grandi classici, è però solo in fieri per
Gramsci, tuttora soggetto all’attenzione asfissiante di ‘falsi amici’ che
ne ripropongono il pensiero secondo forme (per usare un termine ca­
ro al nostro autore) ‘ossificate’ in sistemi coerenti e perfettamente fun­
zionanti, invece di rappresentarlo nella sua contraddittorietà dramma­
tica. La pretesa di santificare ogni sillaba scritta e pronunciata da un
autore produce spesso il risultato opposto di far apparire tutto datato
e inutilizzabile un pensiero ancora ricco di stimoli. E probabile infat­
ti, da questo punto di vista, che la ragione dell’eclissi subita dal pen­
siero gramsciano per alcuni decenni nasca dalla convinzione diffusa
che il litigio attorno all’eredità di questo pensatore riguardasse il solo
campo della sinistra comunista e postcomunista, nelle sue incarnazio­
ni varie e talora rissose, e non gli studiosi e i lettori delle correnti di
pensiero più varie; così come la stessa ipotesi può spiegare il fatto che,
anche quando gli studi gramsciani hanno ripreso vigore fino a rag­
giungere la quantità e la qualità dei nostri giorni, la nuova fortuna del
nostro autore (in Italia soprattutto) ha toccato studiosi di altro orien­
tamento solo in pochi casi. Anche se, d’altra parte, bisogna ammettere
che le rare eccezioni alla regola secondo cui Gramsci appartiene alla
sola sinistra (ed anzi a una parte sempre più minoritaria di essa) sono

*A. A. Santucci, Antonio Gramsci 1891-1937 [1987], Sellerio, Palermo 2005, pp. 29-30.
s T. J. Jackson Lears, The Concepì o f Cultural Hegemony. Problems and Possihilities, in
«American Historical Review», LXXX, 1985, p. 567. La «flessibilità» rende il concetto gram­
sciano di egemonia molto più produttivo di tante formule usate negli studi sulle classi su­
balterne (ivi, p. 573).

7
____________________ Anglani, Solitudine di Gramsci___________________

apparse squalificarsi da sole quando l’ex Msi (riverniciatosi come Al­


leanza nazionale), nello sforzo patetico e grottesco di costruirsi in ser­
ra uno scombinato albero di famiglia, ha mescolato disinvoltamente il
nome di Gramsci a quelli di fascisti e antifascisti del Novecento, da
Gentile a Sturzo a Matteotti. Del resto, tale tentativo resta tutto inter­
no alla logica degli ‘usi’ politici e delle ‘appartenenze’, non a quello
dello studio e della comprensione storico-filologica6.
La spiegazione più verosimile di questo fenomeno, ossia di una
‘fortuna’ in crescita, ma rigorosamente limitata alle zone di amici e
compagni, può essere individuata nel fatto che Gramsci viene visto
tuttora come un autore dal quale estrarre formule (grossolane o raffi­
nate) buone per le battaglie politiche attuali, e non come un vero ‘clas­
sico’ il quale, come avviene per ogni caso di proprietà intellettuale, do­
po un certo numero di anni non appartiene più ad alcuna parrocchia e
può essere analizzato secondo ottiche non precisamente ‘ortodosse’, e
dunque tagliato, decostruito e ricostruito dentro logiche di vario ge­
nere. Coloro che protestano contro questa pratica di conoscenza e di
lettura fingono di non ricordare che Gramsci è già stato ‘usato’ fin dal
primo istante e più volte tagliato, decostruito e ricostruito, in termini
ben poco ‘scientifici’ e anzi del tutto pratico-immediati, allo scopo di
trovare in lui clausole di ‘autorizzamento’ alle scelte compiute da
gruppi politici e da singoli. Questo è l’uso ‘cattivo’, che giustifica la
propria striminzita parzialità con motivazioni squisitamente politiche.
Chi viene da una simile tradizione non dovrebbe avere la faccia tosta
di protestare contro l’uso ‘buono’, che nasce invece dall’accettazione
del carattere ‘inattuale’ del testo in questione e dalla scelta di verificar­
ne la validità all’interno di prospettive culturali diverse. La differenza
tra i due usi è quella stessa che separa la concezione sacra del sapere
(che, come si sa, possiede anche una faccia dissacrante che è il suo sem­
plice rovescio meccanico) dalla visione moderna e integralmente mon-
danizzata di esso. Ed è proprio nei confronti di tale uso produttivo che
in tempi recenti sembra essersi scatenata la resistenza degli ultimi cani
da guardia dell’ortodossia. Questa resistenza nasce dalla doppiezza
con cui da un lato si proclama che Gramsci è un ‘classico’ mentre dal­

6 Fra i pochi tentativi (italiani) di studiare Gramsci come pensatore senza cadere nel
gioco delle appartenenze, e dall’esterno del mondo marxista, si possono citare quelli di
Augusto Del Noce e di N orberto Bobbio (sui quali si veda più avanti). Le letture di parte
cattolica, non tanto paradossalmente, si sono segnalate per la tendenza a chiudere il pen­
siero di Gramsci in ‘sistemi’ autosufficienti: cfr. almeno N. Matteucci, Antonio Gramsci e
la filosofia della prassi, Giuffrè, Milano 1951; G. Nardone, Il pensiero di Gramsci, De Do­
nato, Bari 1971.

8
_______________________Conflitti e totalità________________________

l’altro si tenta di sottrarlo alla sorte di tutti i classici, come se la nozio­


ne di classico non escludesse per definizione ogni monopolio. I gram­
sciani (o quelli che si autodefiniscono tali) accettano volentieri, ed an­
zi rivendicano per Gramsci la qualifica di ‘classico’, purché essa non
autorizzi chicchessia a «neutralizzare politicamente» la sua figura, a
sottrarla alla «lotta politica» e ad innalzarla «in una presunta sfera di
classicità metapolitica», appoggiando «i ripetuti sforzi della classe do­
minante di incorporare e utilizzare in funzione subalterna, come elisir
c ricostituente del suo potere e della sua egemonia, le stesse sfide che
contro tale potere e tale egemonia vengono via via lanciate»7. Siamo
punto e a capo, a una specie di classicità a sovranità limitata...
A nessun classico del pensiero e della letteratura si applicano rego­
le simili, se non a Gramsci, chissà perché. Anche uno studioso ameri­
cano, che pure ha contribuito in forme originali alla lettura e alla dif­
fusione di Gramsci in America e nel mondo, paventava la possibilità
che l’«eredità» gramsciana fosse trasformata in una specie di «memo­
riale letterario» o in un «codice per il diletto degli antiquari» e conse­
gnata «al museo della storia delle idee» con il compito di «soddisfare
l’epicureismo contemplativo di custodi d ’archivio o di contemplatori
accademici distaccati»8. Non ci sarebbe niente da eccepire, se il critico
non si riferisse non tanto ai tentativi di imbalsamazione che allignano
proprio nei territori gramsciani quanto a possibili interpretazioni sle­
gate da utilità politiche concrete. Ciò che suscita paura o fastidio è l’i­
potesi che il pensiero di Gramsci possa essere utilizzato in prospettive
che non hanno valenze politiche né immediate né a lungo termine.
Perfino un Gramsci stalinista e totalitario è preferibile a un Gramsci
che semplicemente, proprio come un grande classico, non serva a nul­
la, poiché l’immagine del Gramsci stalinista può essere contestata sul
terreno politico che accomuna i contendenti, mentre l’immagine del
Gramsci ‘classico’ (per davvero e non a parole) sfugge ad ogni protet­
torato ideologico. A questi timori bisognerebbe rispondere che gli im­
balsamatori antiquari che hanno contribuito particolarmente a rende­
re l’eredità di Gramsci inefficace e lontana dal mondo contemporaneo
sono stati proprio quelli che più hanno insistito sul valore e sull’uso
integralmente politico di essa, mentre coloro che hanno tentato di ve­
dere in Gramsci un episodio importante nella storia del pensiero poli-

7D. Losurdo, Antonio Gramsci dal liberalismo al «comunismo critico», Gamberetti, Ro­
ma 1997, p. 253.
8J. A. Buttigieg, The Legacy o f Antonio Gramsci, in «Boundary 2», xiv, 1986, 3, p. 10.

9
___________________ Anglani, Solitudine di Gramsci___________________

tico e filosofico e lo hanno ‘meticciato’ con esperienze diverse ne han­


no salvaguardato la vitalità per le epoche future in cui sarà (è già) pro­
prio il comunismo ad apparire un residuo archeologico. Si cerchi di
immaginare quale reazione susciterebbe nel mondo scientifico una
proclamazione analoga nei riguardi di Hegel o di Kant o, oramai, del­
lo stesso Marx. Per Gramsci invece, anche in tempi recentissimi, si in­
voca una sorta di ‘statuto speciale’ che ne differenzi la sorte da tutti gli
altri pensatori classici: come fa uno studioso brasiliano quando si po­
ne la domanda se Gramsci «sia ancora attuale» o, «al contrario», se sia
«soltanto un pensatore classico» (l’essere soltanto un classico è eviden­
temente una grave limitazione), e si risponde che Gramsci è un classi­
co, sì, ma solo perché è attuale, ossia in quanto la sua attualità «non è
la stessa di un Machiavelli o di un Hobbes». Chissà quanti pensatori
farebbero carte false per essere considerati soltanto al livello di Ma­
chiavelli o di Hobbes, ma il nostro Gramsci a quanto pare non può
aspirare a tale promozione giacché «il movimento apparentemente lu­
singhiero che vuole trasformarlo in mero ‘classico’ occulta, molte vol­
te, una dissimulazione» e copre «la mossa di coloro che, senza voler
rompere apertamente con Gramsci», si propongono di «squalificarlo
come interlocutore privilegiato del dibattito odierno»9. Il problema è
sempre lo stesso: Gramsci è un ‘classico’, sì, ma di una classicità con­
dizionata dal tempo, dalle circostanze e dai bisogni politici del presen­
te. E un ‘classico’ solo se il suo pensiero funziona per la trasformazio­
ne rivoluzionaria della società. Se ne deduce, da un lato, che tutti co­
loro che non hanno propositi rivoluzionari possono fare a meno di
leggerlo; e, dall’altro, che una volta accertata l’impossibilità della rivo­
luzione bisogna buttare Gramsci nella spazzatura.
Di fronte a tali ‘aperture’, che si rivelano come chiusure ancora più
dogmatiche e intolleranti (benché meno rozze) di quelle praticate in
passato, è giusto ribadire la legittimità di altre forme di interesse che
conservano la centralità indiscutibile del dato ‘politico’ come un ele­
mento di studio e di conoscenza e non come una priorità ideologica
che coinvolga l’interprete in un’ottica nostalgica e agiografica. Per
spiegarci meglio: chi rivendica il ‘comunismo’ di Gramsci svolge una
funzione meritoria rispetto a tutti coloro che con maggiore o minore
disinvoltura tentano di contrabbandare un Gramsci democratico e
riformista che non è mai esistito; ma diventano a loro volta patetica­
mente antistorici se pretendono di utilizzare il pensiero gramsciano

9 C. N. Coutinho, Il pensiero politico di Gramsci, Unicopli, Milano 2006, pp. 145-6.

10
______________________ Conflitti e totalità________________________

come un grimaldello per comprendere e per modificare il presente. Un


autore ‘classico’ sopporta senza danni quell’operazione (inevitabile,
checché se ne dica per deprecarla) che mira a distinguere ciò che è vi­
vo da ciò che è morto, o meglio (per dirlo in termini meno provocato­
ri) che stabilisce nuovi rapporti e gerarchie in un’opera di cui non met­
te in discussione l’organicità tendenziale ma che interroga a partire da
un’ottica necessariamente parziale che rispecchia criticamente i biso­
gni conoscitivi del proprio tempo. L’espressione «ciò che è vivo e ciò
che è morto», sospettabile di voler cancellare nel nostro autore quel
rapporto tra riflessione e strategia rivoluzionaria che costituisce il pro-
priurn del suo discorso, appare meno scandalosa se viene usata per de­
signare le normali operazioni attraverso le quali ogni interprete, pur
senza negare filologicamente quel rapporto fondativo, ricostruisce il
corpo del pensiero studiato secondo assi di ricerca che possono (e in
taluni casi devono) essere esterni alla logica immanente all’oggetto
stesso. Come dimenticare, del resto, che proprio Gramsci inaugurò la
sua carriera teorica con un articolo divenuto famoso, La Rivoluzione
contro il «Capitale», in cui applicò a Marx e al marxismo «la distinzio­
ne tra “ciò che è vivo” e “ciò che è morto”», tanto era convinto che «la
lettera del marxismo» era «in gran parte morta» e rischiava di «dar luo­
go alle versioni deterministiche, trascrizioni di posizioni teologiche»?10
Tale pratica, che ogni studioso segue ogniqualvolta affronta la let­
tura di testi appartenenti ad epoche concluse e lontane dai suoi inte­
ressi immediati, si rende tanto più necessaria nel caso di Gramsci, il cui
testo non possiede «un punto di partenza singolo e caratterizzante»
ma «una molteplicità di punti di partenza»; non procede lungo linee
rettilinee ma «dischiude parecchie strade di indagine» e non sembra
condurre «a una sintesi finale» ma resta «non concluso e aperto»11: co-

10 A. Del Noce, Il suicidio della rivoluzione, Rizzoli, Milano 1978, p. 171. L’articolo in
questione, uscito sull’«Avanti!» del 24 dicembre 1917, si legge ora in A. Gramsci, La città fu ­
tura. 1917-1918, a Cura di S. Caprioglio, Einaudi, Torino 1982, pp. 513-6.
11J. A. Buttigieg, Philology and Politics: Returning to the Text o f Antonio Gramsci’s Pri­
son Notebooks, in «Boundary 2», XXI, 1994, 2, p. 128. Lo stesso studioso qualche anno pri­
ma aveva illustrato il «metodo» gramsciano «dal particolare al generale» osservando che «la
generalizzazione non accede allo status di una teoria globale che attribuisce ai particolari un
significato definito restando autonoma da essi», giacché «le generalizzazioni o i concetti non
sono mai completi o completati» e anzi «sono sempre in una relazione fluida, crescentemente
complessa rispetto ad altre generalizzazioni o concetti» (Id., Il metodo di Gramsci [1990], in
«Critica Marxista», XXIX, 1991,6, pp. 11-2). Trovo molto stimolanti le osservazioni di Stuart
Hall sul rapporto tra «frammentarietà» e «concretezza» della logica gramsciana rispetto al
metodo marxiano dell’«astrazione» (S. Hall, Gramsci’s Relevance for the Study o f Race and
Ethnicity [1986], in Critical Dialogues in Cultural Studies, a cura di D. Morley e K.-H. Chen,
Routledge, London-New York 1996, pp. 413-4).

11
___________________ Anglani, Solitudine di Gramsci___________________

me un testo la cui materialità «si può disegnare in modi diversi, come


una struttura a spirale o come un reticolo o un labirinto»12 per la cui
esplorazione non esiste «un’unica strada», nemmeno quella del pur
importante concetto di società civile13. Se già occorrono alcune cautele
quando ci interroghiamo su che cosa può aver ‘veramente’ detto un
pensatore che aveva licenziato durante la sua vita opere compiute as­
sumendosene la piena responsabilità autoriale, immaginiamo con
quante circospezioni dovrebbe essere considerata la lettura di un testo
trascritto in una «struttura reticolare» esposta con una scrittura «a spi­
rale»14; di un «sistema a-sistematico» consegnato a una «scrittura de­
strutturata» segnata a sua volta da una «ineliminabile fessurazione»15;
di una «riflessione politica in fieri, ossia incompiuta» rispetto alla qua­
le è difficile prevedere «verso quale direzione si sarebbe sviluppata la
rielaborazione finale»16; di un testo «modernista» e «disconnesso» la
cui «struttura asindetonica» smonta «le regole premoderniste della li­
nearità e della prospettiva» e in cui «i passaggi non sono connessi tra
di loro e le loro connessioni sono omesse»17; di un’«officina», in cui
contano più gli strumenti e i metodi di lavoro che le conclusioni rag­
giunte volta per volta, la quale nasconde sotto una struttura frammen­
taria un «ordine» e «un’armonia» che sono «segreti e nascosti» ma che,
una volta rivelati, appaiono non tanto relativi ai contenuti quanto ad
«un sistema di comportamenti e di regole, volute o inconsce»18; di un
«testo-archetipo aperto che il lettore deve ricreare ogni volta che lo
legge»19; di un complesso di note accostate come «frammenti di una
grande tappezzeria», in cui «tutti i diversi pezzi sembrano appartene­
re a un’unica totalità» ma dove non è evidente come «poterli mettere
insieme»20; di «un’opera stratificata» caratterizzata da una straordina­

12 G. Baratta, Le rose e i quaderni. Saggio sul pensiero di Antonio Gramsci, Gamberetti,


Roma 2000, p. 19.
13J. A. Buttigieg, Gramsci on Civil Society, in «Boundary 2», xxn, 1995, 3, p. 25.
MC. Buci-Glucksmann, Gramsci e lo Stato, Editori Riuniti, Roma 1976, pp. 19-20.
15 R. Rinaldi, La mediazione dubbiosa. Appunti sul produttore e sul prodotto ideologico
in Gramsci, in «Sigma», Xll, 1979, 1, pp. 33-4.
16 S. Mastellone, Introduzione a Aa.Vv., Gramsci: i «Quaderni del carcere». Una rifles­
sionepolitica incompiuta, a cura di S. Mastellone, Utet, Torino 1997, p. XXVII.
17 J. Stone, Gramsci’s Architetture and Post-Modernism, in «Italian Quarterly», XXV,
1984, 97-98, p. 65.
” G. Francioni, L ’officina gramsciana. Ipotesi sulla struttura dei «Quaderni del carcere»,
Bibliopolis, Napoli 1984, pp. 22-3.
19A. S. Sassoon, Gramsci and Contemporary Politics. Beyond Pessimism o f the Intellect,
Routledge, London-New York 2000, p. 43.
20 K. Crehan, Gramsci, Culture and Anthropology, Pluto Press, London-Sterling
2002, p. 30.

12
Conflitti e totalità

ria «pluridimensionalità»21, nella quale la «continua autoriflessione» e


addirittura il «dialogo tenace e incalzante con se stesso» prevale sulle
necessità della comunicazione esterna22: benché risulti per lo meno biz­
zarro che gli stessi critici, un minuto dopo aver reso doveroso omag­
gio a tale realtà filologicamente innegabile, si adoperino con impegno
a costruire ‘sistemi’ ideologici compatti in cui tutte le parti siano ar­
monicamente connesse tra di loro e con il Tutto. Probabilmente l’in­
compiutezza innegabile dei Quaderni è per loro più un accidente (di
percorso) che una sostanza, ossia un dato dipendente dalle malattie,
dalla difficoltà di informazione, e infine dalla morte precoce dell’auto­
re, piuttosto che una realtà strutturale ‘organica’ del testo: un affresco
non finito o dal quale, stendhalianamente, «de grands morceaux se­
raient tombés»23, al quale il restauratore si accosta con reverenza ma
con la ferma determinazione di aggiungere le parti mancanti in modo
da ottenere il Tutto che il pittore aveva dipinto24. Ma la differenza non
banale sta nel fatto che l’affresco è stato realizzato interamente dall’ar­
tista e poi rovinato dal tempo, mentre i Quaderni sono stati scritti da
Gramsci esattamente come li vediamo. I pezzi mancanti non sono ca­
duti, non ci sono mai stati. Tuttavia per molti interpreti la «démarche
tâtonnante» è propria di ogni pensiero in via di formazione e viene su­
perata quando quel pensiero raggiunge la coerenza e l’articolazione al­
la quale mira. Se Gramsci a questo stadio non è arrivato, è per ragioni
estranee alla sua volontà. Il ruolo dell’interprete diventa allora non cer­

21 E Frosini, Gramsci e la filosofia. Saggio sui «Quaderni del carcere», Carocci, Roma
2003, p. 18.
22 P. Voza, Rivoluzione passiva, in Aa.Vv., Le parole di Gramsci Per un lessico dei «Qua­
derni del carcere», a cura di F. Frosini e G. Liguori, Carocci, Roma 2004, p. 193. Va da sé che
gli autori citati, e molti altri che usano espressioni analoghe, partono tutti dal riconoscimen­
to della natura particolare del testo gramsciano per arrivare a esiti contrastanti fra di loro.
Sembra insomma che esistano «tante versioni di Gramsci quanti sono i suoi interpreti», giac­
ché «batterie di citazioni e di riferimenti» presi qua e là «sono state ammassate come sup­
porto a questa o a quella interpretazione», fino «ad nauseam» (Fontana, Hegemony and
Power cit., p. 2). N on molto utili, invece, le osservazioni sul «persistente slittamento» della
terminologia gramsciana (P. Anderson, Ambiguità di Gramsci, Laterza, Roma-Bari 1978, p.
40), che non forniscono alcuna chiave interpretativa per la ricomposizione critica del testo.
Ancora più disarmante la lettura ‘luxemburghiana’ dell’ambiguità di Gramsci condotta da
Antonella Savio in Fascino e ambiguità di Gramsci, Prospettiva Edizioni, Roma 2004.
23 Stendhal, Vie de Henri Brulard, in Œuvres intimes, a cura di V. Del Litto, Gallimard,
Paris 1982, II, p. 644.
23Fra gli studiosi più recenti, ha insistito particolarmente sulla «profonda unità struttu­
rale» dei Quaderni Attilio Monasta in L’educazione tradita. Criteri per una diversa valuta­
zione complessiva dei «Quaderni del carcere» di Antonio Gramsci, Il ed., McColl Publisher,
Firenze 1993 (l’espressione è citata a p. 37). La sua critica ai criteri che guidarono l’edizione
Einaudi dei Quaderni è penetrante e spesso convincente: tutta da discutere è la parte ‘rico­
struttiva’ che ne scaturisce.

13
-----------------------------Anglani, Solitudine di Gramsci ___________________

to quello di «ripetere» il brancolamento gramsciano ma di «produrre


ciò che Gramsci non ha potuto produrre», ossia «un pensiero articola­
to, sviluppato con coerenza» che non si trova «in quanto tale» nei
frammenti. Tocca all’interprete, insomma, risolvere le «contraddizio­
ni» dell’autore non tanto sopprimendole ma ricomprendendole in una
prospettiva dialettica25.
Eppure, a parte ogni considerazione strettamente filologica, si può
sostenere davvero che un tale lavoro di ricomposizione del ‘sistema’
lasciato incompiuto da Gramsci sia urgente e necessario? Bisognereb­
be avere il coraggio di dire che gran parte dei contenuti dei Quaderni
rispecchia un mondo passato e non ha più alcuna rilevanza per il mon­
do presente. Farebbe sorridere chi studiasse Machiavelli come se l’Ita­
lia fosse ancora divisa in signorie e a Firenze dominassero i Medici; e
infatti nessuno mette in discussione la necessità che il Principe vada let­
to come un’opera di pensiero e non come un pamphlet legato alla con­
tingenza toscana e italiana del primo Cinquecento. Altrettanto risibile
dovrebbe apparire l’accapigliarsi su certe questioni che sono state og­
getto della riflessione gramsciana come se dalla loro soluzione dipen­
desse la nostra vita. È lecito prevedere che, il giorno non troppo lon­
tano in cui le passioni degli epigoni cadranno nell’oblio per l’esauri­
mento anagrafico delle generazioni, Gramsci diventerà davvero un ca­
ne morto incapace di parlare ai secoli venturi. N on tutte le «quistioni»
affrontate da Gramsci conservano oggi lo stesso valore e la stessa po­
sizione che avevano nella gerarchia originaria. La percezione acuta che
Gramsci ebbe dei mutamenti intervenuti nei processi di produzione
culturale, per esempio, non è per noi paragonabile all’insistenza con
cui egli dialogò con pensatori come Gentile o come Sorel, la cui fun­
zione nella riflessione filosofica è andata scemando con il passare del
tempo e interessa ormai solo gli storici di professione.
Le cose possono cambiare se i lettori ‘postumi’ vedono nelle opere
gramsciane non già i contenuti ma soprattutto il cervello che raccoglie
i dati, li analizza, riflette su di essi e sui «nessi» fra i dati e le ipotesi ela­
borate in precedenza; un intelletto lucidissimo che non si adagia mai
sui risultati ottenuti ma li problematizza e problematizza se stesso e il
proprio modo di lavorare; uno scrittore che circonda i punti d’arrivo
provvisori di espressioni attenuative e interrogative. Il lettore ‘postu­
mo’ vede insomma ciò che allo stesso Gramsci era rimasto: la sua

25 J.-M. Piotte, La pensée politique de Gramsci, Éditions Parti-Pris, Montréal 1970: cito
dalla versione elettronica disponibile in Internet, 2002, pp. 11 e 13.

14
________________________ Conflitti e totalità-------------------------------------

«mente», quali che fossero i libri e i giornali di cui poteva disporre


(spesso scadentissimi), e «i suoi quaderni»26. L’esistenza di prime ver­
sioni e di riscritture mostra infierì il processo di elaborazione e di au­
tocorrezione; la mancanza di una stesura definitiva impedisce di con­
siderare il materiale come semplice massa di appunti preparatori ri­
spetto a un testo al quale l’autore abbia comunque dato l’ultima mano,
e di fatto sconsiglia la fissazione di gerarchie definite.
L’incompiutezza dei Quaderni non è il risultato quasi obbligato
della scarsità del tempo concesso all’autore dalla vita e dalla repressio­
ne fascista, ma un aspetto strutturale intrinseco che dovrebbe sconsi­
gliare qualsivoglia ricostruzione totale. Una studiosa americana ha cre­
duto di riscontrare nel metodo gramsciano, sotto la vernice tradizio­
nale della ‘dialettica’ di stampo hegelo-marxiano, il funzionamento di
una «pragmatica relazionale» che si manifesta nella «tendenza di
Gramsci ad affrontare un problema da molti punti di vista», come se
egli lavorasse «sulla base di premesse fenomenologiche, all’interno del­
le quali l’oggetto che dev’essere studiato è infinitamente più comples­
so di quanto i concetti, i termini e gli approcci individuali riescano a
cogliere dell’oggetto medesimo»; ed ha ritenuto di ritrovare nelle pa­
gine gramsciane «le tracce di un modello filosofico complesso», di un
«modello spinoziano di immanenza materialistica» o quasi di una «co­
smologia», di uno spazio che non è vuoto ma strutturato da «energie»
o da «forze» che, in movimento perpetuo, «non solo influiscono sulle
energie con cui entrano in rapporto» ma anche «incontrano sempre
energie già in movimento»27. Senza seguire la studiosa in questione nel­
le varie implicazioni ricavate da questa osservazione nei campi della
linguistica e dell’analisi letteraria, le quali non sono oggetto primario
di questo saggio, non possiamo non riconoscere che questa descrizio­
ne del «punto di vista relazionale»28 adottato da Gramsci apre alcune
prospettive stimolanti e permette di superare molte questioni sia di
mero ‘contenuto’ sia di carattere astrattamente ‘sistemico’: a patto

26J. A. Buttigieg, Antonio Gramsci’s Triad: Culture, Politics, Intellectuals, University of


Minnesota Press, Minneapolis 1987, p. 5. Peccato che questo studioso, poche righe dopo aver
fatto un’affermazione cosi penetrante, ribadisca che nei Quaderni c’è «una modalità di pen­
siero che tiene insieme in modo inseparabile la teoria e la pratica» (ibid.), contraddicendo la
sua stessa immagine della mente isolata che lavora.
27 R, Holub, Antonio Gramsci beyond Marxism and Postmodernism, Routledge, Lon­
don-New York 1992, pp. 125 e 73.
28 Ivi, p. 129 e passim. Molte pagine di questo volume andrebbero citate e commentate
adeguatamente, anche là dove si spingono un p o ’ troppo avanti nel tracciare analogie fra il
pensiero di Gramsci e le esperienze più significative del Novecento, dalla Scuola di Fran­
coforte alla linguistica sovietica.

15
___________________ Anglani, Solitudine di Gramsci___________________

però di non dimenticare che anche P'altra logica, quella hegeliano-si­


stemica, è all’opera ed esercita la sua influenza sulla complessità e sul­
le contraddizioni del testo. Mentre quello di accertare se e fino a che
punto Gramsci condivideva le scelte di Lenin, o si lasciava influenzare
da Trotskij, o criticava Bordiga, o coltivava dissensi con Togliatti, o
immaginava un comunismo più o meno ‘liberale’ o più o meno ditta­
toriale è un lavoro storiografico la cui importanza non può essere sot­
tovalutata; ma la ragione per cui oggi un lettore che non sia storico di
professione debba sentirsi spinto a riaprire le pagine gramsciane non
può non essere quella di mettere metodicamente tra parentesi i risulta­
ti positivi della riflessione per cogliere la radice di un modo inedito di
pensare e di collegare i problemi tra di loro. È più importante, ormai,
capire come ‘funzionava’ la mente gramsciana più che ricostruire det­
tagliatamente che cosa quella mente pensava su questo o su quel pro­
blema specifico. N on si vede altrimenti per quale ragione un lettore del
XXI secolo dovrebbe immergersi nella pagine dei Quaderni. Migliaia
di persone leggono Gramsci senza provare alcun interesse per Bordi­
ga o per Trotskij, ed anche di Lenin cominciano ad averne abbastanza:
come fa ormai persino il compagno Ingrao, anche se ha aspettato di su­
perare i novant’anni per sospettare che alla radice delle malefatte del
comunismo reale potrebbe esserci stata «la lettura sbagliata della rivo­
luzione proletaria non solo com’era stata interpretata sanguinosamen­
te da Stalin, ma anche nella vicenda del leninismo», e per ammettere di
aver scritto nel 1956 «un articolo pessimo» e «fatuamente enfatico»
sulla rivolta di Budapest29. Meglio tardi che mai...
C ’è stato un tempo in cui era forse inevitabile esaltare i punti d’ar­
rivo a scapito degli itinerari complessi seguiti per raggiungerli; ma
quel tempo è scaduto, e alla sensibilità contemporanea tocca capovol­
gere quella gerarchia e concentrare la propria attenzione sui percorsi,
sui metodi, sull’arte dei «nessi», sulla modernità straordinaria di un
testo che non a caso è stato paragonato allo Zibaldone30, più che sulle
false questioni se Gramsci sia stato più o meno crociano, più o meno
leninista, più o meno marxista. Tanto più che, sul piano strettamente
filologico, ogni pretesa di costruire un ‘sistema’ compiuto da un uni­
verso testuale così connotato perpetra un tradimento grossolano del­
la logica materiale con cui il testo è costituito, benché nessuna lettura
possa prescindere dal ‘progetto’ entro il quale i frammenti trovano la

29Si veda l’intervista di Bruno Gravagnuolo a Pietro Ingrao, 1956, i miei errori nel nome
di Lenin, in «L’Unità», 2 marzo 2006.
30 Su questo tema, cfr. alcune osservazioni svolte nel capitolo seguente.

16
____________________ Conflitti e totalità________________________

loro ragione dinamica di esistere. Da un lato la frammentarietà non


può essere confusa con il frammentismo, come volle Croce per ri­
muovere la sostanza politica delle idee gramsciane; ma da un altro la-
io l’esistenza di una tensione unitaria non può essere utilizzata come
un comodo pretesto per ridurre a puro fenomeno la frammentarietà
processuale entro cui il testo è pensato31. Ciò che tiene assieme le pa­
rine gramsciane è la tensione irrisolta fra le spinte centripete e le spiri­
le centrifughe che appartengono a pari titolo al suo universo menta­
le. Privilegiare una sola a scapito dell’altra significa di fatto, al di là
delle buone intenzioni, mancare l’incontro con la complessità gram­
sciana. Ormai, dire che il testo gramsciano è frammentario e incom­
piuto rischia di divenire un luogo comune, se non si cerca di com­
prendere la logica che produce quella frammentarietà e quella incom­
piutezza. Ogni analisi critica non può non muoversi dentro queste
t <«ordinate: riconoscere e rispettare la prospettiva strategica e proget­
tuale affermata dall’autore stesso, ma al tempo stesso entrare nella
Contradditorietà del testo e tracciare linee di attraversamento che pos­
sono andare oltre quel progetto o costeggiarlo o metterlo in discus­
sione o coglierne la logica profonda senza distruggere gli acquisti par-
ticolari che esso rende possibili. L’esistenza di un progetto non signi-
lica di per sé che esso sia stato realizzato interamente, o che proprio
i sso debba costituire la materia principale d’interesse per i posteri; ma
■l'altra parte l’esito frammentario di un progetto non può significare
che quel progetto non ci sia mai stato.
Se si dovesse accettare per Gramsci (come per chiunque altro) il
principio del simul stabunt con quel che segue, la storia del pensiero
si ridurrebbe a un panorama di rovine, giacché non c’è sistema che
regga, alla lunga, all’usura della storia e soprattutto alla lacerazione
indotta dalle contraddizioni che ne costituiscono la condizione pri­
maria di esistenza. E un bel paradosso che i sistemi filosofici siano

" Uno dei pochi contributi che poco tempo dopo l’uscita dell’edizione critica conside-
i .irono i Quaderni come un testo da leggere e scomporre e ricomporre, nella logica della con-
11 addizione immanente, è il saggio citato di Rinaldi, La mediazione dubbiosa, il cui valore er­
meneutico è però limitato da alcuni aspetti che appaiono oggi discutibili: l’autore coglie la
natura contraddittoria dell’«intellettuale organico», per esempio, ma la descrive in termini di
disintegrazione’ e di ‘disseminazione’ (cfr. ivi, pp. 49-50) e scrive frasi come questa: «nel­
l'interno brulicare sta il molteplice silenzio, la negazione dubbiosa, il corridoio vuoto della
critica» (p. 64) e, invece di considerare il testo nella sua materialità, afferma che esso è «dis­
sociato, disperatemente teso sotto la sua superficie, tagliato, spezzato, impedito» (p. 67). Ciò
che manca in questo saggio è l’attenzione alle radici politiche delle contraddizioni gramscia­
ne, che sembrano muoversi in un universo metafisico fuori del tempo, e perdono in tal mo­
llo ogni drammaticità.

17
___________________ Anglani, Solitudine di Gramsci_________________ J |

tutti sbagliati, e che le pagine dei filosofi si leggano sempre. E inne­


gabile che, se non avesse avuto in mente una chiara prospettiva stra­
tegica, Gramsci non avrebbe nemmeno preso la penna in mano; ma
è altrettanto inoppugnabile che le diverse parti di quella prospettiva,
pur orientate verso un ‘sistema’ compiuto o verso ‘sottosistemi’ coe­
renti tra loro, godono di una autonomia relativa e possono essere svi­
luppate secondo logiche talora non del tutto coerenti con il moven­
te originario, nonché messe ‘alla prova’ da altre logiche e da altre
prospettive. L’«intelligibilità» e Inutilità» delle categorie non posso­
no essere «limitate alle condizioni materiali» in cui esse sono state
create ed elaborate, ma devono essere utilizzate «in contesti socio­
politici diversi» e devono provare scientificamente «l’efficacia dei
concetti» adoperati rispetto a concetti più vecchi e dimostrare di sa­
per offrire «una maggior profondità di visione rispetto ai fenomeni
che essi tentano di chiarificare»32. L’atteggiamento tipico dei guardia­
ni dell’ortodossia, di gridare allo scandalo ogni volta che uno studio­
so si permette di accostarsi al testo gramsciano senza ripetere preli­
minarmente la giaculatoria sulla centralità dell’egemonia (e, soprat­
tutto, senza emettere la sua sentenza su quanto Gramsci sia lontano
o vicino a quella costruzione ideologica denominata «marxismo»), è
un aspetto tragicomico che dopo aver segnato decenni di dibattito
novecentesco ha assunto ormai toni stucchevoli.
Ci fu un tempo in cui poteva destar scandalo, ad esempio, che uno
scienziato come Luigi Rosiello osasse studiare il Gramsci linguista
come «un accademico distaccato» diverso da quel «teorico rivolu­
zionario marxista» che egli era, e dimenticasse di precisare fino a che
punto le sue osservazioni costituivano «una definita intelaiatura di ti­
po marxista» per lo studio della lingua33. Per la mia incompetenza in
materia non so dire se l’analisi di Rosiello fosse corretta o meno, ma
non posso non osservare che la sua eventuale infondatezza dovrebbe
essere dimostrata sulla base di criteri scientifici intrinseci e non certo
perché essa si permetteva di ‘scorporare’ le annotazioni gramsciane
dal contesto originario portandole in partes infidelium. Secondo gli
ortodossi le analisi di un testo non possono essere corrette o scorret­
te, ma solo legittime o illegittime. Chi non ha Vimprimatur non deve
permettersi di accostarsi ai testi sacri. Coloro che emettono le senten­
ze di ‘accademismo’ (sia chiaro che non mi riferisco allo studioso

32 R. S. Dombroski, Antonio Gramsci, Twayne Publishers, Boston 1989, p. 9.


” L. Salamini, Gramsci and Marxist Approach o f Language, in «International Journal of
thè Sociology of Language», XXXII, 1981, pp. 33 e 42.

18
____________________ Conflitti e totalità________________________

iimcricano appena citato, capro espiatorio occasionale di un esercito


lini più vasto) contro i rei di vedere in Gramsci un pensatore moder­
no, di solito, non si accorgono di contrapporre all’accademia scienti-
Iti ,i l’accademia della politica, attraverso la ripetizione enfatica delle
Itasi fatte sulle «torri d’avorio», sulla «separatezza» e su altre nefan­
dezze politico-intellettuali, così contraddicendo sia il Gramsci critico
ilei luoghi comuni sia (come vedremo in seguito) il Gramsci teoriz­
zatore della ‘scientificità’ e di una relazione complessa tra solitudi­
ne e socialità34. E giusto ribadire perciò che l’edizione critica impo­
ne di «tener fermi, come princìpi guida, quei caratteri di fram m en­
tarietà formale (esterna, occasionale, dovuta alle contingenze in cui
avviene la scrittura gramsciana) e di non sistematicità sostanziale (in-
Irinseca al metodo e al pensiero di Gramsci)», senza cancellare «la
fondamentale unità di ispirazione che le pagine dei Quaderni ci ma­
nifestano»35: benché questo sia facile a dirsi e difficilissimo a farsi,
laute e tanto diverse (per limitarsi a quelle non palesemente infon­
date) vie di fuga possono dipartirsi da questa indiscutibile verità.
Una lettura filologicamente attrezzata permette comunque di stori­
cizzare i diversi ‘programmi’ di lavoro abbozzati da Gramsci a più
ti prese e di concludere, per esempio, che la storia degli intellettuali
italiani non è che «uno dei tre o quattro argomenti» intorno ai qua­
li l’autore vedeva «polarizzarsi lo svolgimento dei quaderni», e che
essa «non costituisce dunque l’orizzonte generalizzato della sua ri­
cerca»; che Gramsci a più riprese esprime «perplessità» sugli «obiet­
tivi stessi» del suo lavoro; che «un quaderno “speciale” su Croce
propriamente non esiste», e che Gramsci «non ha dato (non ha vo­
luto o potuto dare) alle annotazioni su Croce quel carattere minima­
mente organizzato e “provvisoriamente definitivo” che contraddi­

34 Esiste in Italia una specie particolare di accademici, specializzati non solo nella critica
Icroce all’accademia, ma addirittura nell’ostentazione di orrore e disgusto per ogni pratica di
sapore accademico, manifestate proprio nel nome di quel Gramsci che considerò sempre
molto formativi gli anni trascorsi nelle aule dell’accademia torinese. Gramsci usa criticamen­
te il termine ‘accademia’ e derivati quando si riferisce agli aspetti deteriori di una cultura pri­
va di qualità scientifica, e dunque contrappone severamente ‘accademia’ a ‘scienza’, ma co­
pre di sarcasmo ogni forma di ripetizione passiva di luoghi comuni, pur se fatta in nome di
princìpi politici progressisti e rivoluzionari; mentre certi accademici condannano come ‘ac­
cademia’ proprio la pratica rigorosa del metodo scientifico. È forte la tentazione di osserva­
re che più l’accademico in questione è titolare di potere ‘baronale’, più netta e forte è la sua
repulsione per l’accademia. Tale curioso fenomeno di costume (che trova rari riscontri nelle
comunità scientifiche di altre nazioni) andrebbe studiato con mezzi adeguati: oso pensare
die Gramsci, se fosse sopravvissuto, avrebbe coniato per l’antiaccademismo degli accademi­
ci una rubrica analoga a quelle usate per il lorianesimo e per i nipotini di padre Bresciani.
35 Francioni, L ’officina gramsciana cit., p. 150.

19
___________________ Anglani, Solitudine di Gramsci___________________j

stingue, per solito, i quaderni “speciali”»36. Calcoli approssimativa­


mente il lettore mediamente informato quante analisi e proclamazio­
ni ideologiche vadano cestinate sulla base di queste precisazioni fred­
damente ‘fattuali’. Ma, una volta ripristinate le caratteristiche del te­
sto secondo le intenzioni e i ritmi di scrittura dell’autore, lo stesso
lettore si riserverà il diritto di ripercorrere il testo secondo i suoi bi­
sogni, rispettandolo e al tempo stesso ‘usandolo’.
N on dovrebbe essere necessario aggiungere sia che ogni ‘uso’ va
sottoposto alle verifiche della filologia, la quale sola distingue usi pro­
pri ed usi impropri, sia che lo ‘stile’ con cui ogni operazione viene con­
dotta è un aspetto qualificante della questione. Ad esempio: si può ri­
cavare dai Quaderni «un grande libro di storia», una «storia dell’Oc­
cidente borghese» o, più gramscianamente, una storia del «mondo
moderno», una storia «della modernizzazione europea»? Sul piano
scientifico la prima risposta non potrebbe essere che negativa, dal mo­
mento che da questo ipotetico libro rimarrebbero fuori troppe cose
che pure appartengono alla storia della modernizzazione e su cui
Gramsci non ha riflettuto; mentre meno forzato potrebbe apparire
l’intento di ricavare dai Quaderni «un libro sulla storia», una serie di
riflessioni sull’arte e sul metodo della storia: ma è bene che lo studio­
so si misuri con ambedue i problemi, anche perché la sua onestà intel­
lettuale lo spinge a dichiarare preliminarmente che è necessario «ten­
tare di liberare questo libro dalla prigione delle note, di scoprirne la
chiave, di immaginare come Gramsci l’avrebbe strutturato se non pro­
prio scritto, di ricomporlo cercando di percorrere per sommi capi e
senza pretese di completezza lo spartito dei Quaderni», portando «al­
la luce un ordine soltanto virtuale»37. In termini più raffinati, o meno
scopertamente ingenui, si tratta dello stesso metodo praticato da Piot-
te citato più su: quello di scrivere ciò che Gramsci avrebbe potuto scri­
vere. Se lo studioso in questione non ha usato a bella posta il verbo
«immaginare» (che come si vedrà caratterizza fortemente il lessico
gramsciano), visto che non lo ha virgolettato, la coincidenza tra la con-

36 Ivi, pp. 83 e 108-9. Di parere opposto Monasta, per il quale invece «il tema domi­
nante del lavoro carcerario di Gramsci è quello degli “intellettuali”» (L ’educazione tradi­
ta cit., p. 42).
37 A. Burgio, Gramsci storico. Una lettura dei «Quaderni del carcere», Laterza, Roma-
Bari 2003, p. 3. Il corsivo di immaginare è mio. Mi pare molto meno debitore all’immagina-
zione, e più rispettoso della realtà filologica del testo, il contributo di Claudia Mancina, Rap­
porti di forza e previsione. Il gioco della storia secondo Gramsci (in «Critica Marxista», XVIII,
1980, 5, pp. 41-54), che collega l’idea di storia alla «previsione» e alla stessa possibilità del-
l’agire politico.

20
_______________________ Conflitti e totalità________________________

iessione di aver fatto ricorso all’immaginazione e la dichiarazione di


aver voluto evitare di compiere quell’operazione che Gramsci con­
danna come ‘sollecitazione’ dei testi è un bel caso di astuzia della ra­
gione. Qual è il confine tra immaginare e sollecitare? In realtà il ‘libro
di storia’ gramsciano non esiste prima che lo storico di professione lo
scriva, così come non esiste la scultura prima che l’artista tolga dal
marmo il «soverchio» che lo circonda, benché sia l’uno che l’altra ‘esi­
stano’ allo stato virtuale nel materiale dal quale vengono ricavati. Co­
sì chiunque si proponga di ‘liberare’ quel libro dalla matassa dei Qua­
derni perpetra, lo ammetta o no, un’opera di sollecitazione. In questo
caso una sollecitazione lontana dalle spiritose invenzioni di cui pur­
troppo la storia della critica gramsciana abbonda: ma pur sempre una
sollecitazione, che ‘crea’ qualcosa che non c’è e che Gramsci non solo
non scrisse ma che non avrebbe mai pensato di scrivere nemmeno se
avesse avuto il tempo e la voglia di continuare a pensare e a lavorare.
E infatti lo storico di professione, anche quando non soffre di pre­
giudiziali antigramsciane, non può non riconoscere che le pagine sulla
Riforma e il Rinascimento «non scaturiscono da una preoccupazione
di carattere storiografico» ed anzi si fondano «su materiali di seconda
e anche terza mano», e che Gramsci in esse «non si mostra particolar­
mente interessato alle nuove tendenze critiche» e addirittura non co­
nosce contributi coevi assai importanti: e tutto questo non per igno­
ranza o per incapacità ma perché a lui «non interessa una problemati­
ca di carattere storiografico in senso stretto», e perché in fin dei conti
«al centro del suo discorso stanno una interrogazione di carattere sto­
rico-politico» e «una interrogazione di carattere più schiettamente teo­
rico». Il fatto che poi Gramsci, all’interno di queste logiche generali, ma
spesso «sulla base di materiali assai grezzi, prenda posizione anche sul
terreno storiografico», e che in lui la prospettiva storico-politica si
esprima «attraverso una ‘posizione’ storiografica»38, bene, questo fatto
dovrebbe ispirare una certa cautela nel rovesciare i rapporti e nel co­
struire l’immagine di uno «storico» a tutto tondo. In Gramsci, come in
ogni politico di alto livello, i giudizi storici sono sempre governati (le­
gittimamente) da motivazioni strategico-politiche, e in quanto tali pos­
sono svolgersi in una dimensione diversa da quella dello storico di
professione, anche se non possono permettersi di ignorare le norme
elementari della filologia e della ricerca caratteristiche della ricerca sto­

38 M. Ciliberto, Rinascimento e Riforma nei «Quaderni» di Gramsci, in Aa.Vv., Filosofia


c cultura. Per Eugenio Garin, Editori Riuniti, Roma 1993, pp. 759-60.

21
___________________ Anglani, Solitudine di Gramsci__________________ J

rica vera e propria. N on si può dar torto a chi ha sostenuto che in


realtà il vero «tema» che tiene assieme le riflessioni gramsciane sulla
storia è quello della «direzione politica», e che l’indagine storica su di
esso possiede un intrinseco «valore ‘metodologico’»59. E tuttavia ben
venga il Gramsci «storico», se la sua comparsa contribuisce ad affer­
mare la necessità e l’opportunità di ‘scomporre’ e ‘ricomporre’ un te­
sto che non può essere semplicemente conservato sotto vuoto come se
il tempo non fosse trascorso (oltretutto perché i problemi della dire­
zione politica non sembrano più tanto pressanti come nel passato).
Tutt’al più il discorso va spostato sui risultati concreti di tale lavoro,
come si cerca di fare più avanti.
Gli ortodossi di tutte le sette non si rassegnano mai all’ovvia verità
che con il passare del tempo e con il mutare delle prospettive di lettu­
ra qualcosa si perde della realtà originale ma al tempo stesso qualcosa
si guadagna di ciò che ai contemporanei sfuggiva. Per quanto mi ri­
guarda, son convinto che tra perdite e ricavi i posteri ci guadagnino
sempre. L’immenso lavoro che è stato necessario per liberare Gramsci
dalle incrostazioni e dalle strumentalizzazioni, che i suoi contempora­
nei (e addirittura i suoi collaboratori più stretti) avevano accumulato
su di lui, è la conferma vivente di tale regola storica. Il Gramsci di og­
gi è senz’altro preferibile a quello conosciuto dai nostri predecessori e
da noi stessi nei decenni precedenti. Così, man mano che la filologia
assicura la miglior lezione dei testi e rende pubblico ogni frammento
dell’opera di un autore, la ricerca storica (che può essere svolta dagli
stessi filologi, in quanto la distinzione è di funzioni e non di ruoli)
riformula le gerarchie, opera scelte ed esclusioni ed insomma usa le op­
portunità offerte dalla conoscenza integrale di un’opera per rileggerla
alla luce di interessi contemporanei. Finché non si conosce tutto il co­
noscibile di un autore, infatti, può essere difficile stabilire che cosa sia
più o meno importante in lui; ma, d’altra parte, proprio la conoscenza
più ampia garantisce dal rischio di attribuire a ogni frammento lo stes­
so valore. Guai se la critica tenesse nella stessa considerazione l’ap­
punto dimenticato in un taschino del gilet e le pagine vergate dal pen­
satore nella piena consapevolezza del proprio lavoro. La filologia non
può essere tanto neutra da ignorare le tensioni e le contraddizioni del
presente storico, e la ricerca storica non può lasciarsi guidare dagli in­
teressi del presente fino a ignorare i dati della filologia. Oggi, in grado
come siamo di conoscere quasi tutto ciò che è stato scritto da Gram-

” Monasta, L’educazione tradita cit., p. 56.

22
_____________________ Conflitti e totalità________________________

st i nel corso della sua vita, senza nostro merito particolare ci troviamo
m una condizione migliore rispetto a quella in cui si trovavano i nostri
maestri nel secolo scorso: ma non per questo dobbiamo sentirci con­
ti,in nati ad annegare nel mare magnum dei dati, ed anzi possiamo sce­
gliere con maggior cognizione di causa quali lati dell’opera gramscia­
na secondo noi debbano essere privilegiati rispetto ad altri, seguendo
lo stesso invito di Gramsci a cogliere il «ritmo del pensiero in isvilup-
po» di un pensatore che non abbia lasciato opere compiute e discrimi­
nando dunque secondo la nostra responsabilità di studiosi gli aspetti
significativi di questo pensiero da quelli di carattere puramente docu­
mentario o che comunque abbiano perso con il tempo il loro valore. È
giusto a tale proposito ricordare che, fra tutti gli studiosi legati al mon­
do comunista, colui che seppe coniugare nel modo migliore le spinte
politiche e ideologiche con il rigore della filologia fu senza dubbio Va­
lentino Gerratana, quali che siano le critiche parziali che si possono ri­
volgere ad alcune sue scelte editoriali40.
La decisione di stabilire gerarchie e di esprimere preferenze non
contrasta dunque con le regole della filologia ed è anzi un risultato in­
separabile dalla buona ricerca filologica. Le certezze filologiche auto­
rizzano quell’‘uso’ dei testi che una loro conoscenza lacunosa e scor­
retta vieta. In termini non tanto paradossali, infatti, l’esistenza di una
buona edizione critica consente agli studiosi di tagliare e ricucire i te­
sti secondo assi di ricerca particolari, impedisce che una interpretazio-

“ Si veda la trattazione del tema della «classicità» di Gramsci, con tutte le implicazioni
connesse, nella Introduzione a V. Gerratana, Gramsci. Problemi di metodo, Editori Riuniti,
Roma 1997, pp. XI sgg. Da sottolineare l’eleganza con la quale l’autore, ben consapevole di
muoversi su un terreno (ancora) minato, ribadisce la necessità di una «lettura selettiva» e
non totalizzante dell’opera di Gramsci, il quale «da solo non regge», e prende le sue distan­
ze da ogni approccio «settario» (ivi, pp. XXIII-XXIV). È pur vero che, come ha mostrato But-
ligieg, la filologia non è onnipotente né sufficiente, giacché l’«aderenza stretta al testo è al­
la base di ogni interpretazione valida» ma non può costituire l’unico criterio per valutare
•l’utilità e l’importanza di un atto ermeneutico» e non può porre la parola fine «al conflit­
to di interpretazioni e alla molteplicità degli usi», ed anzi a volte può dare occasione a for­
me di adorazione dogmatica, a «rituali feticistici di antiquariato» (Buttigieg, Philology and
Politics cit., pp. 106 e 113). Le scelte editoriali di Gerratana sono state messe in discussione
e parzialmente corrette da Francioni in L ’officina gramsciana cit. e in altri interventi: ma si
iratta di osservazioni che possono integrarsi con l’edizione critica e non certo ribaltarne tut-
li i risultati. Restano però legittime le critiche alla decisione di pubblicare solo 29 dei 33 qua­
derni esistenti con il pretesto che le traduzioni sono semplici «esercizi» che non hanno mol­
lo a che fare con il corpus ideologico e teorico dei Quaderni: è vero invece che le traduzio­
ni «s’inseriscono nella tematica dei Quaderni, rappresentando per più di un verso un tra­
mite fra passato e presente, fra l’esordiente giornalista degli anni torinesi, assetato di cultu­
ra, e il teorico marxista della successiva riflessione ‘disinteressata’» (L. Borghese, Tia Alene
in bicicletta. Gramsci traduttore dal tedesco e teorico della traduzione, in «Belfagor», XXVI,
1981,6, pp. 638-9).

23
-----------------------------Anglani, Solitudine di Gramsci______________

ne pretenda di presentarsi come la interpretazione canonica e fornisci 1


il materiale grazie al quale ogni lettura parziale può venir ‘falsificala'
scientificamente. Il difetto della vecchia edizione ‘tematica’ stava non
tanto nel voler proporre una interpretazione di Gramsci quanto noi ]
celare la propria parzialità dietro un assetto filologico, dato come ‘og I
gettivo’, che di fatto opponeva un filtro insuperabile ad altri modi di ]
conoscenza del testo. Ma, dal momento in cui l’edizione critica resti 1
tuisce il testo alla propria materialità complessa, anche le partizioni ‘te- I
matiche’ ridiventano legittime se non rivendicano alcuna assolutezza c I
se, giocando a carte scoperte, accettano di entrare in rapporto e in con-1
flitto con altre parimenti legittime. Una buona edizione filologica fa-1
vorisce il lavoro, che l’edizione tematica ostacolava, di allargare il ven- 1
taglio delle letture possibili per un verso, e per un altro verso di offri-1
re gli elementi perché ogni lettura possa essere confutata da altre lettu-1
re, anche se prepara il terreno perché nuove tentazioni totalitarie cd 1
esclusive rinascano e si adattino camaleonticamente ai mutamenti sto-1
rici e filologici. E infatti, dopo aver finalmente accertato ed accettato I
che Gramsci non aveva progettato di scrivere volumi intitolati II Ri-1
sorgimento o Letteratura e vita nazionale e così via, ecco spuntare la I
tentazione di usare l’edizione critica come una specie di ‘opera-mon- |
do’ da cui estrarre Teorie generali buone per il terzo millennio: come ]
un Manuale di Giovani Marmotte in cui si trova la soluzione ad ogni I
problema presente e futuro.
Questo trattamento è stato inflitto a Gramsci come a molti altri I
pensatori, anche se nel suo caso assume valenze particolari. Per esem- I
pm, oggi che (a differenza dello stesso Gramsci, il quale non potè co- I
noscere l’opera marxiana nella sua interezza) abbiamo sotto gli occhi I
quasi tutto ciò che Karl Marx scrisse e pensò41, rileggiamo con la do- ]
vuta reverenza Per la critica dell’economia politica e II Capitale ma I
possiamo abbandonare alla critica roditrice dei topi quella raccolta te- I
teologica di slogan che è II Manifesto del Partito Comunista, opera I
tanto osannata e in realtà responsabile di guasti infiniti nella storia del- I
la cultura e soprattutto della politica, che godè di una visibilità esage- ]
rata rispetto al suo valore intrinseco: anche se alcune menti più awer- ]
tite avevano compreso per tempo che in fondo Marx «non era un filo- 1

41 In realtà l’edizione critica degli scritti di Marx e Engels (la cosiddetta «Mega») è anco- 1
ra lontana dall’essere compiuta: se ne veda il resoconto aggiornato di M. Musto, lncompiu- il
tozza. compagna fedele ed eterna dannazione, in «L’Indice», 2005, 6, p. 33. È però verosimi- j
le ritenere che il corpus dei fondatori del materialismo storico sia ormai disponibile in termi- 1
ni - quantitativi e qualitativi - mai raggiunti in passato.

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__________________ Conflitti e totalità _--------------------------- --------

Ilio di professione, e qualche volta dormicchiava anch’egli»42, come


i 0 ,(insci osò scrivere in gioventù quando ancora non era condiziona­
l o ila esigenze di ortodossia. Al di là della battuta, il problema non è
•11 ii *Ilo della sonnolenza intermittente del filosofo bensì quello costi­
li ino dal rapporto che ogni generazione deve e può intrattenere con le
produzioni teoriche del passato, soprattutto quando esse tendono a
Modificarsi in ‘sistemi’. Nessuno potrà cancellare il rapporto tra II
Manifesto e il primo libro del Capitale-, e tuttavia, una volta accertato
i ile rapporto, nessuno potrà impedire allo studioso contemporaneo di
leggere e rileggere dieci volte la seconda opera e di relegare la prima
nella polvere del palchetto più alto. È probabile che la fortuna del li-
inetto sia da attribuire a una «forma letteraria e divulgativa» che con-
i iene, «in una sintesi molto sostenuta ed efficace, un’intera concezione
della storia»; ma è molto strano che intelletti raffinati continuino a la­
gnarsi ammaliare da questa concezione della storia fondata sul «sem­
plicismo» antropologico di Marx e Engels, su un’antropologia «sem­
plicistica e univoca» che si basa sulla «metafisica del soggetto come ce­
lebrazione acritica dello sviluppo delle forze produttive», sulla «legge
ilclla contraddizione tra soggetto e predicato» e sulla «semplificazione
della composizione di classe della società capitalistica in due sole pola­
rità contraddittorie» e dunque, in ultima analisi, non su una «scienza
della storia» bensì su una «filosofia della stona» madre di «conseguen­
ze assai impoverenti, che hanno pesato gravemente e lungamente sul­
l'antropologia e la teoria della politica propria delle organizzazioni
ispirate al marxismo»43.
L’esperienza della storia insegna che quod superest di tutte le filo­
sofie è la parte ‘critica’, e che quella ‘sistematica’ e prepositiva si trova
condannata a declinare tanto più rapidamente e irrimediabilmente
quanto più l’autore abbia investito in essa il capitale del proprio inge­
gno. Per una curiosa forma di autolesionismo parecchi filosofi, anche
coloro che hanno maggiormente contribuito ai progressi dello spirito

1,2A. Gramsci, Misteri della cultura e della poesia (in «Il Grido del Popolo», 19 otto-
lire 1918), in S. Caprioglio (a cura di), Il nostro Marx. 1918-1919, Einaudi, Torino 1984,
p. 348. Credo sia del tutto irrilevante, a questo livello del problema, il fatto che il Manife­
sto sia frutto della collaborazione tra Marx ed Engels. Ciò che mi preme sottolineare è la
differenza fra testi analitico-scientifici, capaci di produrre conoscenza anche oltre il tempo
storico in cui hanno visto la luce, e testi di propaganda che solo una pervicace volontà ‘pra­
tica’ riesce a tenere in vita per alcuni decenni, finche improvvisamente si afflosciano e di­
ventano pezzi da museo.
« R. Finelli, Marx e Gramsci. Due antropologie a confronto, in Aa Nv., M arre Gramsci.
Memoria e attualità, a cura di G. Petronio e M. Paladini Musitelli, Manifestolibri, Roma
2001, pp. 99 e 103-4.

25
___________________ Anglani, Solitudine di Gramsci________________ ^

critico, si ostinano a edificare casematte che sul momento affascinano


per la grandiosità e l’armonia con cui sono costruite e poi invece più o
meno rapidamente si rivelano inabitabili, a meno che non vengano
suddivise in miniappartamenti tra condòmini rissosi. Il Marx che in un
sondaggio della Bbc è il filosofo più votato, e non solo «perché è un
vecchio con la barba bianca ed è così che la gente si immagina un filo­
sofo»44, è il critico delle ideologie, l’analista dell’accumulazione capita­
listica e della merce, lo scopritore del plusvalore e dello sfruttamento,
e non certamente l’architetto di una escatologia fondata sulla certezza
che la storia abbia un senso e una direzione conoscibili da una pretesa
«scienza». Recentemente Guido Carandini ha proposto di separare il
Marx utopista dal Marx scienziato, introducendo la figura suggestiva
del vecchio Karl che, in una intervista immaginaria, si presenta come
«diviso in due», dotato di una «personalità scissa», autore e propaga­
tore di «due posizioni contraddittorie»: l’una che annunciava «come
imminenti la crisi finale del sistema capitalistico, la rivoluzione prole­
taria e l’avvento del comunismo», e l’altra la quale sosteneva che, «per­
ché quell’avvento avesse luogo, era necessario lo sviluppo universale
del capitale»45. Forse il tentativo di ricostruire il profilo di un Marx
«riformista» può apparire un po’ tirato per i capelli, ma non c’è dub­
bio che questa requisitoria colga nel vivo contraddizioni che per più di
un secolo sono state occultate da una creazione ideologica postuma
denominata «marxismo». Per «separare il Marx utopista dal Marx
scienziato sociale» occorre riconoscere infatti senza mezzi termini che
il Marx utopista è «autore di una filosofia della storia che deve essere
abbandonata» perché è «profetica» e perché è «deterministica» e in ul­
tima analisi «escatologica»46. Ci si ripeta dunque fino alla noia che
Marx non avrebbe analizzato così finemente la natura della merce e

4*Nella classifica, Marx si trova «davanti al logico Wittgenstein e alPempirista Hume, se­
guiti da Platone e Kant»; agli ultimi posti «l’esistenzialista Heidegger, Epicuro e Hobbes» e,
al centro della classifica, «San Tommaso, Aristotele, Cartesio, Kierkegaard, Mill, Nietzsche,
Popper, Russell, Sartre, Schopenhauer, Socrate, Spinoza» (S. Montefiori, «Solo H um e può
fermare Marx». Alla Bbc la sfida sui grandi filosofi, in «Il Corriere della Sera», 29 giugno
2005).
45 G. Carandini, Un altro Marx. Lo scienziato liberato dall’utopia, prefazione di G.
Ruffolo, Laterza, Roma-Bari 2005, p. 3.
46Ivi, pp. 34-5 e 41. Particolarmente interessante mi pare la distinzione tra la «politica li­
mitata», espressa nel Settecento dai federalisti americani e da Tocqueville, e la «politica asso­
luta» elaborata da Rousseau, nella quale «c’era il germe di una democrazia diretta e plebisci­
taria» che, per essere «non organizzata sui principi elettorali della rappresentanza», poteva
generare «regimi dispotici» (ivi, p. 45). La radice del ‘totalitarismo’, checché se ne dica per
dimostrare che le origini delia democrazia stanno in Rousseau, si trova lì. Comunque, al di
là di questi aspetti generali, ciò che merita attenzione è la tesi dell’opposizione netta tra il

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____________________ Conflitti e totalità________________________

il> Il'accumulazione capitalistica se non fosse stato stimolato da una


prospettiva rivoluzionaria escatologica: chi potrà impedirci di inchi-
ii.in i davanti a una verità tanto indiscutibile e immediatamente dopo
di scegliere le parti della sua opera capaci di ‘parlare’ ancora alla cono-
>ii filza critica del mondo, cestinando le altre?
I ovvio che la contraddizione meritevole di attenzione scientifica è
■infila provocata dalle tensioni interne al testo, e non certo quella in-
iiodotta da manipolazioni esterne. Chi mai legge tutto e con la stessa
menzione YEnten-Eller di Kierkegaard, anche dopo che gli editori
moderni hanno riconosciuto nell’opera un tessuto teologico che dà
eliso ai singoli tasselli, visto che poi II diario del seduttore e il Don
<ìiovanni interloquiscono con i problemi della modernità molto più
delle altre parti? Ciò che conta è che la scelta di privilegiare un testo su
dui dipenda non dalla prepotenza immotivata del lettore ma dal fatto
. he l’opera kierkegaardiana rappresenta un altro grande esempio di un
iesl;o che parla alla coscienza contemporanea soprattutto per come la
si 1.1 struttura profonda molteplice e diversificata confligge con l’archi-
lettura teologica dell’insieme grazie a un gioco di voci che in esso si in-
11 reciano e si negano o si modificano. La totalità organica di Enten-El-
In e un aspetto, non l’unico, della logica con cui è costruita l’opera, e
i iintligge con altre pulsioni e con altre logiche anch’esse presenti e fi­
li dogicamente accertabili. Si ha un bel dire che secondo il progetto
■.|«licito dell’autore l’ultimo stadio dovrebbe riassorbire in sé i prece­
denti, giacché il lettore reale prima si inchina dinanzi a questa inten-
ioiie architettonica ma subito dopo entra in essa e la scompone se-
■iindo la logica delle contraddizioni che l’attraversano e che sono pro­
di il te nel testo e non inventate dal lettore stesso. Prima si leggeva II
diario come opera separata ed autonoma per errore filologico; oggi lo
a può leggere come tale per una scelta cosciente autorizzata proprio
dalla conoscenza critica del sistema di cui esso fa parte47.
II compito dello studioso onesto è quello di riconoscere ‘filologi-
■unente’ nel testo il rapporto fra parte critica e parte sistematica, ri-

Manifesto e YIdeologia tedesca, e l’ipotesi che se il secondo testo fosse stato conosciuto pri-
in,»(fu pubblicato solo fra il 1924 e il 1932 in tedesco e in russo) probabilmente la storia del
marxismo e del comuniSmo sarebbe stata diversa (cfr. ivi, pp. 54 sgg.). U n altro aspetto inte-
♦«••.s.inte del libro in questione sta nelPosservazione che in Marx l’organizzatore politico e il
ii urico non coincidono mai: giacché, sciogliendo la Lega dei comunisti nel 1852, Marx «ces-
i'iva ili appartenere a un partito politico e, frequentando la biblioteca del British Museum, si
i' i flava a capofitto nello studio che lo avrebbe condotto alla pubblicazione, quindici anni do­
lio, ilei primo volume del Capitale» (p. 63).
4/ Si veda il Piano delPopera in S. Kierkegaard, Enten-Eller. Un frammento di vita, a cu­
oi di A. Cortese, Adelphi, Milano 1976, t. I, p. 21.

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----------------------------Anglani, Solitudine di Gramsci__________________ _

servando però a se stesso (o agli altri, se l’impresa lo atterrisce) la li­


bertà di sviluppare ed approfondire gli aspetti più suggestivi di quel te­
sto alla luce di quella tante volte invocata ‘ottica del presente’ che sola
dà senso alle indagini intorno al passato. Non c’è bisogno di rispolve­
rare le teorie secondo le quali una certa dose di misunderstanding è es­
senziale al progresso del pensiero, insomma, per convincersi che il ri­
spetto formale della filologia si trasforma in ostacolo alla produttività
del pensare se non pone le premesse per nuovi modi di leggere e inter­
pretare ciò che nel testo c’è e che spesso non è stato visto o considera­
to adeguatamente, o è stato considerato inseparabile da un greve ap­
parato sistematico che esiste anch’esso ma rappresenta in ogni caso il
tributo che ogni pensiero deve pagare ai modelli ideologici del tempo
per motivare la propria esistenza.
Tale operazione è necessaria ma difficile nei confronti di pensatori
che il loro ‘sistema’ l’hanno comunque edificato e l’hanno proposto ai
contemporanei e ai posteri come un contributo (ai loro occhi definitivo)
alla definizione della ‘filosofia’. Scorporare la parte critica di Marx dal si­
stema marxista è pur sempre un lavoro complesso e pericoloso, benché
non evitabile, che comporta alti rischi di manipolazione e di fraintendi­
mento. Eppure è ciò che Gramsci fece, rispettando in maniera creativa e
dinamica il suo stesso invito a studiare il «ritmo del pensiero in isvilup-
po»: non solo perché senza sua colpa ignorò L ’ideologia tedesca, ma per­
ché, dopo avere ben compreso che in Marx esistevano «due teorie del­
l’ideologia, o quantomeno due facce della stessa», decise di ‘dilatarne’
una (quella ‘positiva’) e rigettò o tenne in sordina l’altra (quella della
«falsa coscienza») ed operò consapevolmente uno «scarto» rispetto alla
parte ritenuta dominante della teoria marxiana48. Se a Gramsci tentiamo
di applicare criteri analoghi, ci scontriamo con il paradosso ulteriore di
un ‘sistema’ non portato a termine che viene ostinatamente ‘chiuso’ da
interpreti volenterosi, e che occorre ogni volta smontare per tornare a
ciò che Gramsci scrisse utilizzando certamente strumenti di carattere fi-

™G. Liguori, Ideologia, in Aa.Vv., Le parole di Gramsci cit., pp. 133 e 139. Questo scar­
to permette a Gramsci di concludere che, da un lato, i «contenuti» delle ideologie devono
essere «presi in una dislocazione ideologica che li ridefinisce in relazione alle circostanze in
cui si articolano e agli effetti che producono», e da un altro che «questa natura di classe»
non può venir assunta come «limite», bensì come «la specifica modalità d ’essere della pro­
duzione di ideologia» (F. Frosini, Riforma e Rinascimento, in Aa.Vv., Le parole di Gramsci
C)G P- 178). Gramsci ignorò anche, sempre senza sua colpa, i Manoscritti economico-filoso­
fici del 1844: ché, se li avesse conosciuti, avrebbe trovato in essi con suo grande piacere «un
altro Marx» (E. E. Jacobitti, From Vico’s «Common Sense» to Gramsci’s Hegemony, in
Aa.Vv., Vico and Marx: Affinities and Contrasts, a cura di G. Tagliacozzo, Humanities-
Macmillan, London 1983, p. 381).

28
______________________ Conflitti e totalità---------- -------------------------—

li isofico ma mai immaginando che dai suoi appunti sarebbe balzato fuo-
i i, come Minerva dal cervello di Giove, un complesso teorico spinto dal­
l'ambizione di stare alla pari con quelli di Hegel e di Marx. Non aveva
lutti i torti Luporini, probabilmente, quando nel 1958 esprimeva «serie
i iserve in merito» alla valenza generale della filosofia gramsciana, «fi­
nendo per assecondare la generale tendenza a individuare l’originalità di
( iramsci nella (scienza della) politica»; né si allontanava troppo dalla ve-
i ila Badaloni quando considerava «la “filosofia della prassi” e lo “stori-
i isino assoluto” come una teoria della transizione»49; mentre hanno
compiuto un lavoro di Sisifo quegli studiosi che con le note dei Qua­
derni hanno voluto cucinare pasticci di ‘Teoria’, conditi a volte con in-
digeste droghe althusseriane50. Eppure, come nel caso del Gramsci «sto-
i ico», perché negare a priori la possibilità di un Gramsci «filosofo»? Tut-
lo è possibile, a patto che si giochi a carte scoperte e si dichiari che in
l ealtà ciò che si cerca è una Teoria di cui si ritiene che il presente abbia
bisogno, e che si pensa di costruire prolungando certe linee che senza
dubbio si trovano nelle pagine di Gramsci ma che l’autore non aveva svi­
luppato: e purché si abbia poi l’onestà di riconoscere che il risultato di
tale operazione non è una nuova ‘interpretazione’ di Gramsci ma una
creazione originale, condizionata (e compromessa) dalla volontà di ri­
produrre all’altezza della contemporaneità un sistema ermeneutico tota­
litario che è il prodotto, talora inconsapevole e non sottoposto alla cri­
tica opportuna dei fondamenti, di una forma mentis più che il risultato
di un rapporto analitico con l’oggetto. Per mio conto osservo pacata­
mente che di altri megasistemi non si sentirebbe un bisogno particolare,
visti gli esiti non del tutto felici di tutti quelli creati nei secoli passati; ma
che, siccome esiste la libertà di opinione e di espressione, chiunque ne
senta il prurito può cimentarsi nella costruzione di tutti i sistemi che
vuole, purché presenti i prodotti della sua fatica non come frutti di ana­
lisi gramsciane ma come parti autonomi della propria mente dei quali si
assume tutta la responsabilità.

Ci si dovrebbe insomma rassegnare all’idea che non ogni pagina


scritta da Gramsci sia degna della medesima considerazione; e che, per

49 F. Frosini, Filosofia della praxis, in Aa.Vv., Le parole di Gramsci cit., pp. 110-1.
50 Mi riferisco al già citato contributo di Buci-Glucksmann, Gramsci e lo Stato. Su que­
sto tema potrebbe aprirsi una parentesi lunghissima, che per ovvi motivi non trova posto in
questa ricerca. Basta però ricordare che i sistemi di Teoria generale ricavati dalle pagine gram­
sciane sono molti, pretenziosi e, per nostra consolazione, si smentiscono tutti a vicenda.

29
Anglani, Solitudine di Gramsci

tentar di comprendere un pensiero che non si è mai solidificato in un


testo compiuto, risulti oggi più feconda una visione articolata su gran­
di vettori piuttosto che una scolastica riluttante non solo a distinguere
i tratti permanenti e dominanti dai particolari di minore importanza,
ma soprattutto ad accettare che quelle linee esistenti nel testo, se pro­
lungate secondo la loro logica immanente, divengono reciprocamente
conflittuali e mettono in crisi il ‘sistema’. Ciascuno ha il diritto di ri­
cavare dai Quaderni una filosofia, una storia, una critica letteraria, una
scienza della politica, una teoria del mondo moderno e così via, scon­
tando però preliminarmente il rischio che i diversi ritratti ricavati se­
condo le diverse ottiche non siano vicendevolmente compatibili.
La pratica feticistica della filologia somiglia molto al metodo del­
le scienze naturali, illustrato dalla teoria dell «ossicino di Cuvier»,
cui non a caso Gramsci dedicò una delle primissime annotazioni dei
Quaderni (cfr. Q., p. 22) per riprenderlo alla fine (cfr. Q., p. 2327),
che non dovrebbe essere applicato meccanicamente a una materia ‘vi­
va’ come quella di un testo che assume valenze diverse a seconda del
tempo in cui viene letto. Per quanto mi riguarda, credo che il
Gramsci che parla meglio alla nostra coscienza di oggi sia quello ‘cri­
tico’: non il Gramsci ‘filosofo’ in proprio ma il critico delle filosofie
e delle ideologie altrui; non il Gramsci che tenta di elaborare una ver­
sione autosufficiente della filosofia della prassi ma il Gramsci critico
di Bucharin e dello stalinismo incipiente; non il Gramsci che teoriz­
za una «democrazia radicale come espressione dell’egemonia etico-
politica» o una «connessione organica tra la volontà del popolo e gli
intellettuali-guida»51, ma il Gramsci che analizza le egemonie stori­
che e i sistemi politici; non il Gramsci preteso fondatore di estetiche
e di storie letterarie ma il Gramsci che scaglia sarcasmo contro le
produzioni letterarie e culturali del suo tempo e le decostruisce e co­
sì via52. E così, per fare qualche esempio fra i tanti possibili, ammes­
so che Gramsci abbia voluto pensare il marxismo «come filosofia»,
ossia «come teoria che si sa come teoria che, per essere vera, deve es-

51S. Golding, Gramsci’s Democratic Theory. Contributions to a Post-Liberal Democracy,


University of Toronto Press, Toronto 1992, pp. 78 e 84.
52 Si può ricavare dai Quaderni una vera ‘teoria’ teorico-politica del sarcasmo, con­
trapposto alla tecnica sfuggente dell’ironia: esso non è «un atto passivo, una ‘constata­
zione’» come l’ironia, ma è «uno strumento attivo, un momento di azione sentita e par­
tecipata» (A. Cassani, La teoria del sarcasmo in Gramsci, in «Critica Marxista», XXIX,
1991, 2, p. 72). Tale teoria corrisponde a una pratica stilistico-espressiva felicissima, nella
quale spiccano «i quadretti a tinte forti dedicati ai “nipotini di padre Bresciani” e ai “se­
guaci” di Achille Loria» (ivi, p. 83).

30
Conflitti e totalità

efficace, cioè realmente presente e operante (come ideologia)


nella pratica di un movimento sociale» e come «teoria del modo in
ni essa stessa può diventare ideologia di massa, unificando cultura
popolare e alta cultura», nonché come «critica della concezione tra­
ili / tonale della filosofia» e come «ridefmizione della conoscenza, del
pensiero, della teoria in termini reali» che «individua il modo in cui
il pensiero è esso stesso elemento in gioco nei rapporti pratici di cui
i intesse la vita sociale»53: ammesso che Gramsci abbia nutrito un ta­
le progetto (benché sia lecito esprimere qualche dubbio in proposi­
to, analogo a quello avanzato circa il Gramsci ‘storico ), non vedo
perché non si debba privilegiare lo strumento metodologico a scapi­
to di quello teorico-progettuale, che pure è inseparabile filologica­
mente da esso, in quanto il primo consente allo storico di oggi di ana­
li//are «in termini reali» la storia del pensiero e della stessa filosofia
della prassi, che diventa oggetto della ricerca, mentre il secondo sboc-
. a nella fondazione o rifondazione di una filosofia generale della
■piale non si sente un bisogno particolare, e che in ogni caso necessi-
i , i «.li un lavoro aggiuntivo da parte dell’interprete per essere confi­

gurato «in termini reali», con tutti i rischi di manipolazione e di m-


venzione’ teorica che sono inseparabili da tali procedimenti. A me
paiono molto più produttivi quegli ‘usi che, invece di riedificare
complesse strutture autosufficienti, mettono il pensiero gramsciano
dia prova delle modificazioni subite dal mondo contemporaneo e
l covano, per esempio, analogie tra il suo modello analitico di Stato e
quello proposto dai neo-weberiani54; o quelli che tracciano una ine­
dita e affascinante «Gramsci connection» tra Gramsci e Wittgenstein,
ipotizzando che i mutamenti intervenuti fra il Trattato logico-filoso­
la o c le Ricerche filosofiche siano da attribuirsi all’influsso di Sraffa
nelle conversazioni al Trinity College55; o quelli che si propongono
di integrare l’«archeologia» foucaultiana con la concezione gram­
sciana dell’egemonia nell’analisi del funzionamento delle ideologie56.

■" Frosini, Gramsci e la. filosofici cit., p. 85. . . . .. . -,


'* Su questo problema, ricco di molte implicazioni, si vedano gli spunti proposti da
| Moran, Two Conceptions of State: Antonio Gramsci and Michael Mann, in «Politics»,
Will, 1998, 3, pp. 159-64. . , . . T.
« /\. Sen, Sraffa, Wittgenstein, and Gramsci, in «Journal ol -economic Literature», xli,

' Horvath, An Archeology of Political Discourse? Evaluating Michel Foucault’s


Explanation and Critique o f Ideology, in «Political Studies Association», L, 2002, p. 118 e
passim. Questi studi vengono citati senza preoccupazioni di completezza ma cosi come so­
no capitati sotto l’occhio dell’autore, come esempi fra i tanti possibili di ‘usi creativi del te-
,10 gramsciano, e soprattutto senza che se ne condividano necessariamente le conclusioni.

31
Anglani, Solitudine di Gramsci

La spinta a costruire filosofie generali è un dato storico che in


quanto tale va non demonizzato bensì compreso con strumenti ade­
guati; mentre il desiderio di riproporre una filosofia di tal genere in
un epoca che, a dispetto di tutti gli integralisti, respinge ogni pretesa
di questo tipo come antistorica, è solo un atto ‘ideologico’ (nel sen­
so vetero-marxiano del termine) destinato per lo più a complicare la
storia del presente. Da Gramsci imparo a conoscere nella storia e nel­
la realtà la funzione non meramente passiva e falsificatrice del pen­
siero umano, e so che quella funzione si fonda sulla divisione in clas­
si della società ed è legata strettamente al tema dell’egemonia e dei
rapporti di potere e contribuisce a formare un concetto nuovo di
«cultura»57: ma il programma organico e ricostruttivo che ne scaturi­
sce non solo non appartiene al mio orizzonte di studioso e di citta­
dino, ma quand’anche suscitasse la mia simpatia resterebbe in ogni
caso non verificabile sul piano filologico, un mio ‘atto pratico’ privo
di validità scientifica che attiene al diritto incontestabile degli indivi­
dui e dei gruppi di ‘immaginare’ il proprio futuro come meglio cre­
dono e di produrre tutti gli atti di volontà ritenuti utili a tal fine, e
può essere solo oggetto (e non soggetto) di studio in quanto elemen­
to attivo dell’ideologia moderna58. E una produzione utopica che può
essere analizzata con gli strumenti critici che lo stesso Gramsci ha
approntato per le altre utopie. In modo analogo, il Gramsci che in­
dividua il rapporto fra «senso comune» e «creatività» o «innovazio­
ne linguistica» spalanca prospettive originali di analisi e di ricerca,
mentre il Gramsci che pensa il partito del proletariato come un «edu­
catore di massa» impegnato a «unificare il senso comune» attraverso
1 suoi «intellettuali organici»59, ebbene, questo Gramsci è lontano dal­
la complessità conflittuale entro la quale oggi non si può non pensa­

57 Si vedano a questo proposito le pagine limpide di Crehan, Gramsci, Culture and


Anthropology cit., pp. 1 sgg. e passim per tutto il volume.
!" In tempi ormai preistorici, quando la strategia politica del Pei era dominata dalla ri­
flessione su una «egemonia» che pareva a portata di mano, Aldo Tortorella osò dire in un
convegno che in Gramsci «1 uso del concetto di egemonia per la conoscenza della realtà sto­
rica» era «nettamente preponderante rispetto alle applicazioni» che egli ne aveva dato «per
prefigurare il cammino verso una società nuova, socialista» (intervento in Aa.Vv., Egemonia,
Stato, partito in Gramsci, Editori Riuniti, Roma 1977, p. 226): ma tale tesi non venne presa in
considerazione né allora né dopo, e gli intellettuali di sinistra continuarono a baloccarsi con
ponderose elucubrazioni su egemonie, rapporti Stato/Partito, Classe/Partito e Stato/Classe e
altre questioni ‘accademiche’ (nel senso prima chiarito) che in pochi anni vennero spazzate
via dalle dure repliche della storia: con il risultato che la conversione alla socialdemocrazia
avvenne poi nelle forme improvvisate e dilettantesche che tutti conoscono.
59 Frosini, Gramsci e la filosofia cit., pp. 174-5.

32
Conflitti e totalità

re la contemporaneità60, e non si capisce perché ci si ostini a ripro­


porlo nell’attuale dibattito teorico e politico: bel modo di contribui­
re alla ‘classicità’ di Gramsci perpetuando e accentuando gli aspetti
ilei suo pensiero più caduchi e incompatibili con il mondo moderno!
È vero che Gramsci studiando il fordismo e l’industria moderna va
‘oltre’ Marx: ma non possiamo non vedere che questo andar oltre
Marx discende da una profonda «simpatia per le moderne teorie for­
diste’ dell’organizzazione del lavoro», ossia dal fatto che mentre
Marx «era un individualista, che mirava ad estirpare la tirannia di clas­
se proprio perché gli “individui uniti”», come scriveva nell’Ideologia
tedesca, «potessero divenire padroni del proprio destino», Gramsci
credeva appassionatamente nella «volontà collettiva», nel «lavoratore
collettivo», nel «pensatore collettivo» e nell’«uomo massa o uomo
collettivo»61. Se le cose stessero davvero così, quale cittadino del mon­
do esiterebbe nel trovare simpatico Marx molto più di Gramsci per­
ché più vicino ai problemi dell’epoca contemporanea? Io almeno, per
quanto mi riguarda, non esiterei un attimo. Che poi Gramsci non rie­
sca a chiudere il cerchio della sua visione collettivizzante, e che in lui
la tematica dell’individuo riemerga in forme drammatiche, non elimi­
na il dato che lo distingue nettamente da Marx e che rende l’aspetto
‘positivo’ del suo pensiero del tutto incompatibile con il tempo in cui
viviamo. Ma, se Gramsci fosse riuscito davvero a fondare un sistema
organico di questo tipo, non vedo che cosa avrebbe ancora da dirci
(benché non sia difficile ancor oggi trovare intellettuali raffinati e su­
per-individualistici che si appassionano a tali progetti collettivistici:
ma in questo caso la contraddizione è tutta dalla loro parte e franca­
mente il decifrarla non mi appassiona). Ciò che ci spinge a leggere e

60Da questo punto di vista, la riflessione di Gramsci è intimamente legata alla tempora­
lità specifica degli anni venti e trenta, ad una visione degli intellettuali e dell’organizzazione
della cultura comune al regime fascista e a quello sovietico, «portatori di una politica totali-
uria che non è da condannare in sé, per le sue modalità repressive» (G. Belardelli, Il Ven­
tennio degli intellettuali. Cultura, politica, ideologia nell’Italia fascista, Laterza, Roma-Bari
,2005, p. 181): più che all’influenza di Gentile, sarebbe utile a questo punto ripensare all aria
‘gramsciana’ che si avverte nella politica culturale di Bottai, attorno al quale «aveva preso
corpo una figura di intellettuale che Gramsci certamente percepiva più adeguata ai tempi mo­
derni» (ivi, p. 188). ,
<•' P. Ghosh, Gramscian Hegemony: An Absolutely Histoncist Approach, in «History ot
l uropean Ideas», 2001, 27, pp. 22-3. L’«assenza di una critica specifica del taylorismo come
organizzazione del lavoro» potrebbe essere il segno del fatto che in Gramsci permane «una
concezione lineare del rapporto classe operaia/sviluppo delle forze produttive» e dunque an­
che «una adesione profonda» alle «forme in cui avveniva la costruzione del socialismo in
Unione Sovietica» (F. de Felice, Introduzione a A. Gramsci, Quaderno 22. Americanismo e
Fordismo, Einaudi, Torino 1978, p. xxxi).

33
----------------------------- Anglani, Solitudine di Gramsci ______________ Jl

rileggere Gramsci è la presenza di un ‘altro’ Gramsci, che (come ve­


dremo più avanti) teorizza per l’individuo la necessità di «contare sul­
le proprie forze» ed entra in conflitto insolubile con il Gramsci col­
lettivista: non lo annulla, si badi, ma stabilisce una tensione fortissima
con esso, lo problematizza e rivela la natura profondamente contrad­
dittoria di u n ‘sistema’ che può realizzare la sua natura collettiva solo
grazie all eroismo di un unico individuo che abbia deciso, appunto, di
consacrare la sua esistenza a tale progetto.
Gramsci è abilissimo nel tracciare le linee dei conflitti costitutivi
della storia e nel ritrovare i nessi e gli scarti che li regolano; e però, in
quanto si trova spinto a tale immenso lavoro analitico da un progetto
utopico di ricomposizione organica che in prospettiva annullerà i con­
flitti medesimi, perde di vista la necessità del limite che storicamente
inerisce ad ogni progetto politico e culturale, ma non può impedire che
l’ombra di quel limite lo insegua da presso e insidi le conclusioni ‘to­
tali’ e unificanti delle sue ricerche. La pluralità del mondo è un dato
che il Gramsci scienziato sa conoscere e analizzare (e che anzi, come
vedremo, impedisce di fatto la ‘chiusura’ del sistema), ma che egli co­
me architetto politico intende superare in vista di un mondo unificato:
soprattutto da un certo punto in poi, perché le tracce di tale tensione
teorica si infittiscono con il procedere della stesura dei Quaderni e as­
sumono forme tendenzialmente più compatte nelle ‘riscritture’ di pas­
si che appartengono ai primi anni. Eppure Gramsci resta critico dei ‘si­
stemi’ passati e apprezza la funzione corrosiva svolta da certi pensato­
ri, come quando nel primo quaderno si sofferma sul «torto» del posi­
tivismo nel «chiudere la realtà nella sfera della natura morta» e nel
«chiudere la ricerca filosofica in una specie di teologia materialistica»,
come anche sull opera svolta da Bergson il quale, «sconsacrando idoli
dell assoluto e risolvendoli in forme di contingenza fugace», ha sotto­
posto «ad un terribile esame l’intima struttura delle specie organiche e
della personalità umana» ed ha «infranto tutti gli schemi di quella mec­
canica staticità in cui il pensiero chiude il perenne fluire della vita e del­
la coscienza» (Q., pp. 85-6)62. È troppo facile osservare che la critica di
Gramsci si indirizza sempre ai sistemi ‘statici’, come quello positivisti-
co, o a quello del «centralismo organico» fondato sull’illusione che si
possa «fabbricare un organismo una volta per sempre, già perfetto

“ Da notare che Gramsci cita con sarcasmo le osservazioni di Balbino Giuliano, il qua­
le aveva rilevato il«lim ite» del bergsonismo proprio nell’affermazione del «principio dell’e­
terno fluire» e dell «origine pratica di ogni sistema concettuale», e dunque nel rischio che le
«venta supreme» potessero così «dissolversi» (Q., p. 86).

34
________ Conflitti e totalità--------- ----------------- -----------

obiettivamente» (Q., p. 337), e che il suo lavoro tende alla costruzione


.li un sistema ‘dinamico’ e dialettico, perché in ogni caso non si può
. .mediare dal suo testo la presenza di quei concetti e di quelle imma-
,1111 del «perenne fluire» che inseriscono comunque un cuneo con-
n .uldittorio nell’esigenza, ugualmente documentata nel testo, di co-
,u nire a sua volta altri ‘sistemi’ realistici e onnicomprensivi. La dram­
maticità della sua scrittura sta nella tensione continua e irrisolta tra 1-
I,mza scientifica e quella progettuale: se da un lato riconosce che «la
lealtà è ricca delle combinazioni più bizzarre» e che il teorico dovreb-
11.' «in questa bizzarria rintracciare la riprova della sua teoria, tradur­
li'1in linguaggio teorico gli elementi della vita storica», e non deve es-
nerc al contrario la realtà a «presentarsi secondo lo schema astratto»,
i imtemporaneamente egli non rinuncia a costruire un sistema com­
plesso che riesca a rendere conto di ogni «bizzarria», secondo il mo-
.lello di Leonardo da Vinci che «sapeva trovare il numero in tutte le
manifestazioni della vita cosmica, anche quando gli occhi profani non
valevano che arbitrio e disordine» (Q., p. 332). Nel richiamo a Leo­
nardo (fatto tra parentesi, a commento conclusivo di un ricco para­
grafo dedicato al tema della spontaneità e della direzione consapevo­
le), si delinea in tutta la sua pregnanza metaforica la scommessa gram-
mLina che il lettore postumo deve accogliere appunto come fattore di
dinamismo e di drammaticità e non certo come un dato acquisito, giac­
che non sarebbe un comportamento scientificamente corretto quello
ili dare per svolto tale programma e per conclusa la ricerca di un mo­
dello capace di padroneggiare tutte le variabili della realtà e di ricon­
durle a un «numero» che cancelli l’«arbitrio» e il «disordine» conosci­
tivi. Nell’aspirare a tale unità, nel non poterla raggiungere, e nel docu­
mentare gli strati e i passaggi e le trasformazioni di questo processo, sta
la sostanza e la grandezza metaforica del progetto di Gramsci.
11 programma gramsciano si realizza volta per volta a pezzi, speri­
menta le sue armi in rapporto a determinati fenomeni ma non riesce
mai (e nessuno potrebbe, s’intende) a fornire quel tessuto connettivo
generale che dia la ragione unitaria di tutti i fenomeni. Gramsci indivi­
dua e descrive con acume la storia e la dialettica innescate dallo «spiri­
lo di scissione» (Q., p. 333); ma, quando immagina una ricomposizio­
ne unitaria delle scissioni, imbocca una strada sulla quale seguirlo è ìnu-
iile e perfino dannoso se si pensa che l’idea della ricomposizione orga­
nica, inseparabile dalla fiducia nell’esistenza di un motore unico, ripro­
pone il problema della guida, ossia di chi debba decidere in quale dire­
zione, con quali mezzi e con quali valori, ricomporre le scissioni date.

35
Anglani, Solitudine di Gramsci

La nozione di «crisi organica» è utilissima in quanto «teoria del muta­


mento sociale», ossia in quanto strumento di diagnosi, ma sfuma nel­
l’utopia totalitaria quando si trasforma in terapia, cioè in teoria della
«ricomposizione sociale»63. Non si può certo negare che tale processo
di pensiero avvenga in Gramsci in forme altamente critiche e severe, che
lo tengono a grande distanza dalle implicazioni tiranniche e terroristi-
che assunte già in quegli anni dal regime sovietico e, ad esempio, lo
spingono a sostenere che la distinzione attuale fra governanti e gover­
nati è un dato transitorio, «un fatto quasi tecnicamente necessario» che
non deve essere ‘eternizzato’ e che deve anzi essere superato per spinta
degli stessi governanti'’4: e tuttavia non si può oggi non avvertire che la
parte più feconda di quel pensiero deve esser trovata nella lettura delle
scissioni della storia e del presente piuttosto che nell’immagine delle ri­
composizioni future che, ad onta delle buone intenzioni con cui ven­
gono prefigurate, si trasformano tutte in incubi totalitari. Quando poi
leggo che il partito «è in embrione una struttura statale» che, in quanto
tale, «non può ammettere che una parte dei suoi membri si pongano co­
me aventi eguaglianza di diritto», perché «l’ammissione di una tale si­
tuazione implica la subordinazione di fatto e di diritto dello Stato e del
Partito alla cosiddetta ‘maggioranza’ dei rappresentati» (Q. pp. 320-1),
non posso non riconoscere che il confine tra la categoria analitica fun­
zionale alla conoscenza dei meccanismi politici e la fondazione di un
modello teorico-pratico di Partito totalitario si è dissolto, e concludo
che questa idea di partito-Stato non può avere cittadinanza nella società

“ G. Zarone, Realismo politico in Antonio Gramsci. Potere, intellettuali e masse [1989],


in Id., Classe politica e ragione scientifica. Mosca, Croce, Gramsci. Problemi della scienza po­
litica in Italia tra Otto e Novecento, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1990, pp. 264 e
258. Sul tema della crisi e della ricomposizione in Gramsci esiste una vasta bibliografia alla
quale non è possibile riferirsi in questa sede nemmeno in termini generali. Basti sapere che
nei dibattiti teorici e politici del marxismo italiano, soprattutto dalla metà degli anni sessan­
ta fino alla crisi del comunismo, c’è stata una vera inflazione della «ricomposizione» e dei ter-
mini ad essa collegati. Le analisi delle ‘crisi’ dovevano avere come sbocco necessario le pre­
visioni ricompositive se non volevano essere tacciate di nichilismo. Infatti la prospettiva del­
l’unificazione e della ricomposizione metteva d’accordo le diverse anime «Iella sinistra, da
quelle più ortodosse fino a quelle ‘radicali’: e così, per esempio, se ricordava che Gramsci è
sempre «molto attento a prendere le distanze da coloro che parlano di unità del genere uma­
no o di unità di tutti, senza aver prima visto le contraddizioni di natura sociale, economica,
politica che ci dividono», Luperini osservava con soddisfazione che Gramsci (come Leopar­
di, a suo parere) «pone sempre anche il problema del mondo unificato» all’interno di una vi­
sione della storia «come totalità», anche se usa correttamente i termini dell’«utopia» e del
«mito» e non certo quelli della scienza politica (R. Luperini, Il mondo unificato, in Aa.Vv.,
Gramsci e la modernità. Letteratura e politica tra Ottocento e Novecento, a cura di V. Cal­
zolaio, Cuen, Napoli 1991, pp. 86-7).
64 A. Tortorella, Il fondamento etico della politica in Gramsci, in «Critica Marxista»
xxxv, 1997, 1, p. 70.

36
Conflitti e totalità

moderna, pluralistica e liberale: e rimango molto stupito nel vedere se-


11 studiosi usarla tuttora nelle loro elucubrazioni teoriche65.
È evidente infatti che a questo punto, per replicare la nota doman­
da su chi educherà gli educatori, ci si dovrebbe chiedere chi mai sarà il
giudice abilitato a nominare il titolare di questo diritto, a meno che non
si voglia presupporre l’esistenza di qualcuno (individuo geniale come
nel mondo sotterraneo balzachiano o «moderno Principe» come in
11ramsci) il quale meglio di chiunque altro abbia compreso da dove vie­
ne la storia e sia autorizzato a dire dove va. Ma questa idea è la versio­
ne molto meno divertente del Barone di Miinchausen che si liberava dal
pantano tirandosi per i capelli, e rimanda alla contraddizione centrale
del pensiero gramsciano (su cui ci soffermiamo più avanti) fra elabora-
■ione strategica individuale e prospettiva collettiva. Chi abilita chi? Un
intellettuale solo, oggi, traccia le linee fondamentali della ricomposizio­
ne; un gruppo compatto, un partito, si incarica domani di trasformare
queste intuizioni geniali in programma politico. Tale processo presup­
pone che l’individuo in questione abbia azzeccato tutte le diagnosi e a
buon diritto si sia arrogato il privilegio di conoscere per il mondo inte-
io, «grande e terribile», che cosa è bene e che cosa è male, o meglio che
t osa è progressivo e che cosa è regressivo, sopprimendo a lunga sca­
denza quella conflittualità che per lui stesso, nel presente e nel passato,
c il lievito reale della storia. Questa prospettiva ripropone perciò ne­
cessariamente lo Stato etico, il partito e la dittatura del proletariato (o
meglio, dei suoi intellettuali organici, i quali poi come la storia ha mo­
strato sono i funzionari di partito). Per queste ragioni, il Gramsci che
parla alla mia coscienza e alla mia consapevolezza di oggi non può es­
sere colui che progetta una società e un mondo perfettamente ‘liberati’
attraverso l’egemonia totalitaria di una classe, ma colui che elabora mo­
delli conoscitivi complessi, al tempo stesso universali e storicamente
concreti, capaci di analizzare i processi storici attraverso i quali si for­
mano le egemonie, anche se sul piano filologico so bene che il secondo
Gramsci non avrebbe elaborato quei modelli se non avesse avuto in
mente la città utopica del futuro66. E, poiché in ogni situazione storica

“ Qualche studioso si è spinto fino a chiedersi se nella concezione del partito «come em­
brione dello Stato da costruire» non vi sia «una dimensione di carattere integralistico», ma
ha sùbito precisato che «il ripensamento della modalità del partito è un punto di originalità
di Gramsci rispetto alla tradizione leninista» (intervento di M. Ciliberto in Aa.Vv., Gramsci
la società di massa, a cura di M. Paladini Musitelli, Istituto Gramsci del Friuli Venezia Giu­
lia, Trieste 1997, p. 22). Sarà più originale ma non è molto più rassicurante.
“ Un esempio notevole dei risultati che si possono ottenere analizzando la riflessione
gramsciana sull’egemonia, senza pretendere ogni volta di ricavarne esempi o modelli politi­
ci, si trova nel bel saggio di Benedetto Fontana, «Logos» and «Kratos»: Gramsci and thè
Anglani, Solitudine di Gramsci

l’egemonia di una classe non è mai totale e statica ma è complessa e con­


flittuale, il modello analitico gramsciano risulta utile proprio per ana­
lizzare tale complessità in perenne movimento senza imboccare scor­
ciatoie semplicistiche. Del resto, quanto più la ricognizione della storia
come conflitto di egemonie è stimolante e persuasiva, tanto meno ap­
pare credibile la prospettiva di una specie di «fine della storia» sigillata
dal trionfo di una sola egemonia, di una società autoregolata in cui «la
polizia scompare e viene sostituita dalle forze morali» e il popolo si
«conforma ‘volontariamente’» alla natura etica dello Stato67.
Tale prospettiva non diventa meno inaccettabile se si pensa che in
Gramsci «l’aspirazione a una ricomposizione ‘organica’ dell’intera
realtà sociale» dev’essere vista «come una possibilità successiva alla ne­
cessaria e imprescindibile rottura storica rappresentata dalla rivoluzio­
ne», ossia che per lui l’unità organica è da ricercare «nel blocco rivolu­
zionario, che non è la totalità sociale, ma uno dei soggetti antagonisti­
ci che la compongono»68, ed anzi risulta scientificamente infondata per
come presuppone una fase ‘antagonistica’ di carattere transitorio de­
stinata ad essere superata dall’avvento al potere di una classe sola, qua­
si che la conflittualità fosse un dato eliminabile dalla storia con atti di
volontà e di previsione. Il Gramsci scienziato esplora la logica perpe­
tua degli antagonismi e dei conflitti; il Gramsci utopista immagina un
mondo in cui gli antagonismi e i conflitti saranno superati e aboliti.
Come si fa a tenere entrambi sullo stesso piano? Dopo aver ripetuto
che l’uno non può esistere senza l’altro, agli spiriti critici tocca l’ingra­
to compito di decidere quale sia il «morto» e quale il «vivo». Anche chi
per avventura condividesse la speranza in tale esito dovrebbe distin­
guere rigorosamente il sogno utopico dal modello scientifico. Per
quanto mi riguarda, l’estinzione futura dello Stato e l’utopia di una so­
cietà senza classi unificata dall’egemonia di una classe resterebbero fi-

Anaents on Hegemony (in «Journal of thè History of Ideas», 2000, pp. 305-26), il quale ri­
costruisce gli elementi che Gramsci «condivide con gli antichi specifici topoi teoretici, lin­
guistici e intellettuali», da Isocrate ad Aristotele (p. 305). N on si tratta di un lavoro sulle ‘fon­
ti’, giacché è difficile pensare che Gramsci avesse letto con attenzione specifica al tema del­
l’egemonia le opere di Isocrate, di Gorgia, di Platone e degli altri classici del pensiero antico,
ma di una ricerca sui modelli conoscitivi operanti nella storia del pensiero occidentale. Il sag­
gio è troppo complesso per essere riassunto qui: ne raccomando la lettura in quanto esem­
pio concreto di come si possa studiare Gramsci còme ‘pensatore’, riconoscendo e rispettan­
do in lui la centralità dell’egemonia, in termini scientifici e non apologetici o strumentali.
67 E. E. Jacobitti, The Religious Vision o f Antonio Gramsci or thè Italians Origins o f
Hegemony as Found in Croce, Cuoco, Machiavelli and thè Church, in «Italian Quarterly»,
XXV, 1984, 97-98, p. 110.
“ C. Donzelli, Introduzione a A. Gramsci, Quaderno 13. Noterelle sulla politica del Ma­
chiavelli, introduzione e note di C. Donzelli, Einaudi, Torino 1981, pp. xxxvi-xxxvn, nota.

38
Conflitti e totalità

mire da incubo quand’anche si fondassero su processi scientificamen­


te confermati: sarebbero immagini degne del Grande Fratello, con la
differenza che nel sistema di Orwell gli esseri umani sono dominati da
Una dittatura esterna mentre nel mondo utopico progressista i sudditi
sarebbero prigionieri e guardiani al tempo stesso, ‘democraticamente’
aguzzini di sé medesimi. In generale l’aggettivo ‘organico’ con annes­
si e connessi, se usato non in termini analitici ma in funzione prospet-
lica e propositiva, dovrebbe essere accolto dalla cultura contempora­
nea con sospetto, invece di stimolare la produzione e la riproduzione
di ‘immaginazioni’ prive di carattere scientifico69. Quando nell’analisi
delle formazioni storico-sociali Gramsci distingue «organico» da «oc­
casionale», e formula un modello conoscitivo complesso che consente
di conoscere la «bilancia tendenziale» nei rapporti di forza tra le clas­
si e l’intreccio tra fattori economici, politici, sociali e largamente cul­
turali, e soprattutto quando usa il concetto di classe non come un «a
priori» ma come una realtà che viene «prodotta»70, so di trovarmi di
Itonte alla formulazione di un modello agile, articolato e complesso di
conoscenza storica che innova rispetto a vecchi (e nuovi) schematismi:
ina proprio per questo non riesco ad appassionarmi a una prospettiva
che vede tutta questa complessità superata e ‘ricomposta’ in una so­
cietà divenuta finalmente ‘organica’, che nel pensiero materialista fun­
ziona come l’idea del Paradiso nel pensiero religioso. Per tollerare
questo termine devo dunque ricordare continuamente che esso è par­
te di un’esperienza intellettuale parallela la cui faccia ‘critica’ permette
di ricostruire pezzi importanti della storia passata e della realtà pre­
sente; ma non riesco a dimenticare che in quanto elaborazione proget-
t uale esso appartiene a «ciò che è morto», e non posso non respinger­
lo senza mezzi termini quando lo trovo ripetuto in quei testi di secon­
do grado che (privi, tra l’altro, del fascino estetico che solo rende ac­
cettabili i pensieri non condivisi) pretendono di ripresentarmelo come
se fosse ‘attuale’ senza far rivivere quel carattere di necessità storica che
ut ogni modo pertineva al discorso gramsciano.
So bene che la critica all’‘organicismo’ gramsciano è stata conside-
i .tta a lungo una critica revisionistica e/o di destra, probabilmente per-
i Ite in chi crede di aver fatto i conti con il comunismo solo per aver ri-

"" Nell’uso gramsciano della nozione di ‘organico’ e connessi si può vedere l’incrocio di
tematiche evoluzionistiche e di suggestioni bergsoniane, secondo G. Piazza, Metafore biolo-
.. u he ed evoluzionistiche nel pensiero di Gramsci, in Aa.Vv., Antonio Gramsci e il «progresso
intellettuale di massa», a cura di G. Baratta e A. Catone, Unicopli, Milano 1995, pp. 133-40.
K Hall, Gramsà’s Relevance cit., pp. 421-2.

39
Anglani, Solitudine di Gramsci

nunciato alla dittatura del proletariato permane l’utopia di un «mon­


do unificato» destinato ad essere realizzato non più con le armi della
lotta di classe ma con gli strumenti della democrazia e delle riforme so­
cialdemocratiche. Come succede al dottor Stranamore nell’immortale
film di Kubrick, gli scatti automatici suscitati nel post-comunista dal­
l’eterno ritorno di certi termini svelano quanto la metamorfosi non ab­
bia investito la radice profonda del suo costume intellettuale, la ‘for­
ma’ stessa del suo ragionare. La frequenza del termine ‘organico’ (in­
sieme con quello di ‘ricomposizione’ e di alcuni altri appartenenti alla
medesima costellazione) è una cartina di tornasole buona per sma­
scherare il vecchio bolscevico annidato nel socialdemocratico moder­
no, anche in chi abbia spinto le proprie revisioni fino a cantare le lodi
sperticate del mercato capitalistico (e spesso, ahimè, proprio in costui)
sostituendo una totalità all’altra: giacché la forma di pensiero che lo ac­
compagna in tutte queste metamorfosi è quella, appunto, della organi­
cità, della ricomposizione, del superamento (sempre dialettico, va da
sé) dei conflitti, della visione di una politica ‘totale’71. Ciò che non riu­
scì a Stalin riuscirà al Mercato. In un caso come nell’altro, la molla che
scatta è l’avversione a un modello di società in cui i conflitti sono non
accidenti disgraziati da superare prima o poi con le buone o con le cat­
tive, ma fattori strutturali ineliminabili del vivere civile. Fu probabil­
mente per la forza di questa logica pervicace che i lontani eredi di
Gramsci, una volta arrivati al governo, sostituirono al comunismo or­
mai fuori moda il Dio Mercato e la Dea Flessibilità, cambiando i con­
tenuti ma non la forma del loro modo di pensare, e nella scuola impo­
sero una pedagogia ‘di Stato’ che fece rimpiangere la vecchia scuola
pluralistica democristiana nella quale le esperienze e le ideologie più
diverse potevano incontrarsi e convivere anche a prezzo di conflitti ma
pur sempre in un quadro istituzionalmente ‘liberale’72. Quando dalle
riflessioni teorico-utopiche si passa alla realizzazione pratica, si scopre

71 Anche un filosofo acuto e raffinato come Bodei giunse ad affermare che, quando cri­
tica il «pluralismo», Gramsci «punta sulla ricomposizione di classe e sulla concentrazione
della volontà collettiva» (e su questo niente da obiettare) ed è dunque ‘democratico’ (R. Bo­
dei, Gramsci: volontà, egemonia, razionalizzazione, in Aa.Vv., Politica e storia in Gramsci, a
cura di F. Ferri, Editori Riuniti-Istituto Gramsci, Roma 1977,1, p. 72).
72Vorrei citare, a mo’ di esempio, un episodio accaduto nel dicembre 2006: un gruppo
di deputati diessini ha protestato e chiesto la messa al bando dalla Rai di un film accusato
di presentare un’immagine distorta e caricaturale degli insegnanti. Che il film in questione
sia brutto non significa niente, giacché nemmeno nei suoi momenti più acuti di ‘organicità’
Gramsci era arrivato ad attribuire al Partito e allo Stato il potere di decidere in materia di
estetica. Questo grottesco episodio di stalinismo post litteram la dice lunga sul tasso di li­
beralismo presente in certe posizioni politiche convinte di aver superato definitivamente il
comuniSmo.

40
Conflitti e totalità

il nucleo totalitario di tutte le esercitazioni sul tema della organicità,


luche di quelle declinate in termini moderni e revisionistici.
A me non pare che sia tanto ‘di destra’ sostenere che le riflessioni di
1.unisci lasciano «intravedere un aspetto finale piuttosto inquietante»
. danno vita a modelli politici «di tipo totalizzante», e riconoscere che,
un 111re indaga lucidamente «la complessità del moderno», Gramsci
viene spinto dalla sua cultura politica «nella direzione di una convi-
• M/a civile lineare e semplificata»; ché anzi, se si va un po’ più a fon­
di i della questione dal punto di vista di una sinistra moderna, si scopre
.punto l’organicismo gramsciano abbia in comune con la cultura di de­
li u il mito della «coesione sociale», e si differenzi da essa solo perché
Ie . vede una fase antagonistica (la lotta di classe) preventiva e prepara-
lntia all’espansione della «coesione»73. Il cosiddetto «gramscismo di
destra» potrà sembrarci aberrante; ma non si può negare che certi in-
I. liettuali di estrema destra avessero qualche motivo non del tutto cam­
pilo in aria per trovare in alcune formulazioni gramsciane modelli al-
I. llanti di ricomposizione sociale e politica della nazione, anche se per
imitare acqua ai loro mulini dovevano fare astrazione da altre tensioni
sive e contraddittorie agenti nel testo. Il tema dell’organicità e di un
modello politico e sociale che contempla il conflitto solo come fase ne-
•i viaria di transizione, tra l’altro, è uno dei pochi a legare fortemente il
i .tallisci precarcerario a quello del carcere. Già nella riflessione sull’e-
pcrienza dei consigli di fabbrica, infatti, Gramsci vedeva il consiglio
i oine «un corpo conciliato e omogeneo nella sua composizione inter-
iii che ricalcava «le unità produttive della fabbrica (la squadra, il re-

" F. Sbarberi, Introduzione a Aa.Vv., Teoria politica e società industriale. Ripensare


i . 1.1 insci, Bollati Boringhieri, Torino 1988, pp. 17-8,20 e 22. Su questa strada si possono tro-
. ii • affinità profonde e inquietanti tra la società regolata immaginata da Gramsci e l’idea pa-
i .Urla propria del fascismo, dal momento che la riflessione e l’esperienza politica di Gram-
i ii svolgono in un tempo storico dominato dalla crisi dello Stato liberale e del regime rap-
|n. ..iMitativo: sia Croce, sia Gentile sia Gramsci «volevano la fine dello Stato liberale» e si
|.i i .|iimevano di sostituirlo con lo Stato etico, e per questo Gramsci non poteva nemmeno
supportare l’idea di una società che non fosse una “società regolata”» (Jacobitti, The Reli-
Hin«( Vision cit., pp. 109 e 124). Sul conflitto tra «pluralisti» e «totalitari» del primo Nove-
. ino, e sull’adesione convinta di Gramsci all’ipotesi ‘totalitaria’ concepita «da una parte
. insistente della cultura italiana» dell’epoca «come l’ineludibile portato storico dei meccani­
smi politici della società di massa», cfr. le osservazioni puntuali di Donzelli in Introduzione
ili, pp. L.XXXV sgg., che riprende altri contributi sui quali non è il caso di soffermarsi qui. Ba-
.11 sapere che Gramsci parte «dalla convinzione che la politica, intesa come tendenza alla so-
. i.ili/.zazione, all’integrazione dei propri interessi particolari in quelli collettivi, è presente in
limilo sempre più diffuso e generalizzato nelle società moderne», e che perciò il compito del
l<iiri ito rivoluzionario è «di fornire un determinato modello e una determinata base organiz­
zai iva affinché le tendenze alla socializzazione e all’integrazione collettiva si sviluppino se-
. nudo i suoi principi e le sue impostazioni» (ivi, pp. LXXXVIl-LXXXVIll).

41
-----------------------------Anglani, Solitudine di Gramsci________________

parto, l’officina tutta), con un ordinamento non di tipo egualitario, |


bensì fortemente differenziato»71*74. Gramsci lo diceva con la sua consuc-1
ta precisione quando scriveva che l’operaio «può concepire se stesso®
come produttore, solo se concepisce se stesso come parte inscindibile I
di tutto il sistema di lavoro che si riassume nell’oggetto fabbricato, so*®
lo se vive l’unità del processo industriale che domanda la collaborazio-|
ne del manovale, del qualificato, dell’impiegato di amministrazione,
dell’ingegnere, del direttore tecnico», e via via a livelli sempre più vasti
e onnicomprensivi di totalità, finché arriva a concepire lo Stato come
«la forma del gigantesco apparato di produzione che riflette, con tutti '
i rapporti e le relazioni e le funzioni nuove e superiori domandate dal- ]
la sua immane grandezza, la vita dell’officina, che rappresenta il com-1
plesso, armonizzato e gerarchizzato, delle condizioni necessarie perché
la sua industria, perché la sua officina, perché la sua personalità di prò-1
duttore viva e si sviluppi»75. La differenza, non di poco conto, sta nel
fatto che il Gramsci dei Quaderni immerge l’obiettivo organicistico in
una grande massa di riflessioni analitiche e di tensioni contraddittorie I
(che sono poi il vero motivo di interesse del testo), mentre il Gramsci I
consiliare (e, peggio, il Gramsci comunista) lo proclama come un fatto ]
strategicamente naturale. E, comunque, non c’è bisogno di intravedere
nel fine dell’«ordine in sé» predicato da Gramsci nella «Città futura», ]
sia pure allo scopo di realizzare il «massimo della libertà col minimi®
della costrizione»76, l’ombra del Tordo rerum ad finem predicato da san |
Tommaso77, per provare un netto moto di ripulsa nei confronti del mo- ]
dello gerarchico, totalizzante, antiliberale e antidemocratico a cui
Gramsci tende con tenacia lungo tutta la propria esistenza di politico e
di pensatore. E molto più moderno, progressista e criticamente prò-1
duttivo il Charlie Chaplin di Tempi moderni del Gramsci ultramacchi- j
nista. Se già di questo Gramsci (che pure poteva avere qualche ragione 1
storica nel proporre modelli del genere negli anni venti), non abbiamo I
oggi più alcun bisogno, immaginiamo quanto possiamo averne dei suoi 1
ripetitori nel XXI secolo.
L’intonazione polemica di queste pagine, dunque, è rivolta non cer- 1
to a Gramsci quanto ai gramsciani che hanno ripreso acriticamente I

71 F. Sbarberi, Gramsci: un socialismo armonico, Franco Angeli, Milano 1986, p. 32.


75A. Gramsci, Sindacalismo e consigli (in «L’Ordine Nuovo», 8 novembre 1919), in Id., I
L ’Ordine Nuovo. 1919-1920, a cura di V. Germana e A. A. Santucci, Einaudi, Torino 1987, I
pp. 298-9.
76A. Gramsci, Tre principi, tre ordini (in «La Città futura», 11 febbraio 1917), in Id., La I
Città futura cit., p. 11.
77M. Revelli, Egualitarismo e gerarchia, in Aa.Vv., Teoria politica cit., p. 117.

42
Conflitti e totalità

riflessione e soprattutto una terminologia senza badare alle condi­


li! storiche e culturali in cui esse erano state prodotte. C’è una bel-
ifferenza nel sostenere certe tesi prima o dopo l’esperienza del co­
li ismo realizzato. Siamo costretti ad accentuare il dissenso nei con­
iti dell’organicismo gramsciano perché esso ci è stato presentato
.inni come un dato ‘naturale’ della strategia politica, ossia come un
nento di reale ‘attualità’, invece di essere studiato come un proble-
puramente storico-culturale ed anzi come il limite più vistoso nel-
i.ilisi gramsciana della modernità industriale. Michele Ciliberto ha
strato che l’uso dei termini «organico» e «organicità», in Gramsci,
alida a un lessico di natura vitalistica e si lega alla riflessione sul rap-
to tra disciplina e spontaneità, e dunque appartiene a un sistema di
isicro complesso che caratterizza la riflessione gramsciana degli an-
'enti come «critica radicale» aH’individualismo. N on si può dunque
lare solo dell’organicità se non si tiene conto dell’altro fattore, del­
ta della vita come «slancio», «impulso», «nuova creazione», giac-
«nell’intreccio dell’uno e dell’altro - né semplice né lineare, anzi
enzialmente aporetico - sta la posizione teorica di Gramsci negli
li giovanili» e si qualifica la presenza del lessico biologico «ossessi-
>che poi nei Quaderni verrà «proiettato in direzioni decisamente
taforiche»78. La ricostruzione di questo tessuto complesso è certa­
me un atto necessario di conoscenza scientifica, anche lascia un po’
plessi che il critico riassuma la teoria del Gramsci giovanile intorno
i «decomposizione» della società borghese senza osservare che la
ria della decomposizione è una delle invenzioni peggiori del pen-
ro marxista novecentesco. Le immagini ‘vitalistiche’ gramsciane, al­
iente suggestive sul piano metaforico e linguistico, non solo ap­
ollo del tutto sterili sul piano politico di oggi ma si rivelano svianti
lic rispetto ai tempi in cui furono elaborate, prodotte come erano
una ispirazione ‘utopica’ che utilizzava una gran massa di dati ‘rea-
per costruire una impalcatura ideologica cieca rispetto alla stessa
Ità che voleva modificare. Se, come diceva Marx, la prova del budi-
st a nel mangiarlo, mi piacerebbe vedere una volta tanto qualche raf-
•ito studioso di Gramsci collegare l’armamentario analitico gram­
mo alla catastrofe patita dal movimento operaio negli anni venti,
ssibile che, marxianamente e gramscianamente parlando, non esista
nesso tra quelle elaborazioni e la catastrofe della sinistra e la vitto-
dei fascismo? Se un dirigente ha prodotto soprattutto sconfitte, il

M. Ciliberto, Gramsci e il linguaggio della vita, in «Studi storici», XXX, 1989, 3,


679-99.

43
----------------------------- Anglani, Solitudine di Gramsci________________ .1

minimo che uno studioso dovrebbe fare sarebbe cercare le radici di es­
se nell’elaborazione politico-strategica che è alla loro base, soprattut­
to quando il soggetto in questione abbia proclamato a più riprese l’u­
nità di teoria e prassi. Ergo, se la prassi è catastrofica la teoria non po­
trà essere a sua volta un capolavoro. E invece la maggior parte degli
studiosi analizza il pensiero politico di Gramsci degli anni venti collu­
se contenesse chissà quali tesori di analisi e di conoscenza concreta a
come se non fosse anch’esso responsabile di ciò che accadde. Questa
forma di rimozione, davvero curiosa, si spiega con il fatto che tali stu
diosi non hanno sottoposto a critica i fondamenti di quella politica:
non ne vedono l’assurdità non solo rispetto ai problemi e alle necessità
dell’oggi, ma anche rispetto ai tempi in cui furono teorizzati. Le loro
‘revisioni’ sono locali e superficiali, non riguardano la sostanza. Per
questo, anche, Gramsci può essere studiato oggi solo in una prospet­
tiva ‘estetica’, perché appena dalle metafore del testo si scende alla po­
litica concreta si verifica che il nostro autore ha collezionato una serie
di errori fatali ed ha svolto una parte non trascurabile nella sconfitta
della democrazia. Ma su ciò torneremo nel prossimo capitolo: limitia­
moci qui ad annotare che il lessico della vita, del tutto inutilizzabile
nell’analisi politica perché produttore di un’immagine distorta delle
forze in gioco e dei meccanismi della storia contemporanea, diventa
uno strumento ineguagliabile di analisi e di rappresentazione metafo­
rica dell’individuo «vivente», come cercheremo di vedere nell’ultimo
capitolo. Lascio all’‘immaginazione’ dei lettori la spiegazione possibi­
le di tanto squilibrio.
In ogni caso, l’elaborazione gramsciana dell’«organico» è impro-'
ponibile e irriproducibile nel mondo contemporaneo, e chi più o me­
no sottilmente la rimaneggia e la ripresenta come se contenesse ele­
menti di grande ‘attualità’ compie un’opera di falsificazione che sareb­
be eticamente riprovevole se per nostra fortuna questi dibattiti non ri­
manessero per lo più ignoti alle grandi masse. Se dunque il pensiero
gramsciano si risolvesse nella teoria dell’organicità, ogni tipo di rap­
porto con esso riuscirebbe impraticabile nel mondo contemporaneo,
se non da parte di nostalgici sognatori di ordini totalizzanti più o me­
no ‘nuovi’. Come sempre, i difensori di Gramsci sono i suoi peggiori
nemici quando ne ricostruiscono il pensiero come un tutto organico,
ignorando quanto la società contemporanea sia lontana da tali miti, ed
offrono il fianco a quanti invece enfatizzano quasi esclusivamente gli
aspetti organici e totalitari di quel pensiero per liquidarlo completa
mente. Finché la partita si gioca su questi livelli non è possibile far

44
__________________ __ Conflitti e totalità------------------------------- -—

avanzare il dibattito scientifico. Il difetto comune ad alcune letture cri­


nelle, da cui pure ho tratto parecchi stimoli finora, sta nella unilatera­
li! a con la quale esse compongono ogni volta un ritratto integrale e
..... contraddittorio a partire da alcune linee realmente esistenti e filo-
|i laicamente accertabili ma trascurandone altre ugualmente presenti,
t d i i il risultato di annullare la tensione drammatica e ‘infinita’ del pen­
ne gramsciano. Qui stanno i limiti oltre i quali non vanno tutti colo­
ni che hanno sottolineato (in termini negativi o positivi) le compo­
nenti ‘organiche’ di Gramsci, anche se le loro riflessioni riescono mol­
li . utili per mostrare l’infondatezza dei profili altrettanto unilaterali (e
biologicamente molto meno fondati) del Gramsci ‘democratico’ e pa-
■lif nobile del riformismo. Per fortuna il mondo gramsciano è molto
piu ampio e vario di quanto non risulti da tutte queste reductiones ad
Htltìs. In realtà Gramsci (come ogni autore grande) autorizza un rap­
porto di identificazione e di distacco impraticabile con pensatori me­
no ‘classici’ perché il suo testo, anche quando allinea affermazioni
inaccettabili o non più attuali, contiene un di più che lievita il pensie-
i o di chi legge, proprio grazie alla costituzione contraddittoria del suo
discorso e al fatto che i suoi sistemi non ‘concludono’ mai davvero. È
ini caso tipico di ‘fecondità dell’errore’, dovuto alla potenza analitica e
11 moscitiva di un modello che pure rimane improponibile nella sua lo­
g l i a generale e nel suo obiettivo finale.
Presa nei suoi termini estremi, per esempio, la riflessione sull’orga-
nu ita e sul primato del modello industriale-fordista sembrerebbe non
lasciare alcun posto alle tematiche dell’individuo e del rapporto tra
l'individuo e la società, e dunque risulterebbe del tutto fuori luogo nel
mondo di oggi. Eppure (accenno qui a un tema sul quale tornerò più
avanti) non è assolutamente necessario, per apprezzare i modi in cui le
11'nervazioni gramsciane sulla «natura dell’uomo» innovano la nozio­
ne ili ‘individuo’, concordare anche sul punto d’arrivo del processo
analizzato. Troviamo quelle osservazioni produttive di conoscenza e
di riflessione critica pur dopo aver riconosciuto ‘filologicamente’ che
senza la meta finale esse non sarebbero mai state pensate. Questo trat­
tamento è reso possibile, e quasi autorizzato, dallo stesso procedimen-
lu analitico usato da Gramsci per riflettere attorno a quel tema: e così,
per esempio, si può notare che, per formulare quella definizione così
innovativa di «uomo», egli ha utilizzato una nuova nozione di «signi-
ln .ito» come «prodotto ed espressione del divenire», teorizzando che
il significato» stesso «non può mai essere neutrale» ma implica le no­
zioni di «scoperta», «invenzione», «possibilità» e «cambiamento», ed

45
— ------------------- ----- Anglani, Solitudine di Gramsci___ ___________ __I

escludendo rigorosamente la nozione di «arbitrarietà». Sappiamo b e l


ne che questo contributo alla scienza del «significato», il quale condu
ce alle conseguenze più alte quel progetto filosofico gramsciano di sm
perare il materialismo e l’idealismo che è «radicato nell’unità dialettici
di razionale e di reale», è inseparabile dal progetto di ricomposizione
unitaria del mondo nel quale l’«essere» e il «dover essere» sono co*;
struiti «fuori del regno della necessità e del regno di ciò che non è an­
cora», ed è insomma connesso dialetticamente alla prospettiva della
unificazione progressiva del genere umano79: ma colui che non condi­
vide quel progetto (ed anzi vede nell’idea di un genere umano ‘organi-j
camente unificato una prospettiva allucinante ancorché nutrita di
buone intenzioni) avrà pure il diritto di riconoscere nella teoria gram-i
sciana un contributo originalissimo alla teoria del significato e di usa­
re quella nozione come stimolo per i suoi studi, o dovrà come si dice
buttare il bambino con 1acqua sporca e rinunciare a un’innovazione
teorica preziosa solo perché gli viene presentata come inseparabile dal­
l’obiettivo che la qualifica? L’innovazione teorica, in realtà, resta vali­
da comunque perché è Gramsci stesso a formalizzare un modello ela­
stico e non dogmatico di previsione’ che comprende necessariamente
entro di sé il momento della volontà e del disegno strategico, avver­
tendo però che se nella storia reale «l’antitesi tende a distruggere la te­
si» e se «l’antitesi sarà un superamento» della tesi, non si potrà mai
«stabilire ciò che della tesi sarà ‘conservato’ nella sintesi» né «a priori
misurare’ i colpi come in un ‘ring’ convenzionalmente regolato». Tut­
to ciò che «di fatto» avviene «è quistione di ‘politica’ immediata, per­
ché nella storia reale il processo dialettico si sminuzza in momenti par­
ziali innumerevoli», e bisogna evitare «l’errore» di «elevare a momen­
to metodico ciò che è pura immediatezza» e soprattutto di elevare «l’i­
deologia a filosofia», ossia di introdurre «1 elemento passionale imme­
diato» e poi di pretendere «che rimanga valido il valore strumentale del
sistema». Questo insegnamento scaturisce dall’«apologo» scherzoso

” GoUing, Gramsci’s Democratic Theory cit., p. 64. La prospettiva diventa ancora più
angosciante quando si legge che il marxismo «ha identificato il vero scopo della modernità i
con I unificazione e l’integrazione, al di là delle differenze di classe, del genere umano», se­
condo un principio di «universalizzazione della realtà» che «non sia solo teorica e speculati- !
va ma che sia antropologica ed estendentesi a tutte le sfere della vita» (R. Finelli, Sull’iden- 1
tita di storta, politica e filosofia, in «Rivista di studi italiani», xvi, 1998, 1, p. 9). Coloro che
esprimono intenzioni di questo tipo sono di solito persone educate e miti che non farebbe- j
ro male a una mosca, e che però si trovano spinte da chissà quali oscure pulsioni a progetta- '
re - sempre con le migliori intenzioni, s’intende - società totalitarie per le quali comunque
non esistono più nemmeno quelle condizioni che nel secolo scorso potevano offrire qualche
giustificazione storica. ^

46
____________________ Conflitti e totalità-------------------------------------

ili l bambino a cui si domanda: «—Tu hai una mela, ne dai una metà a
mio fratello; quanta mela mangerai tu? - Il bambino risponde: - una
mela. - Ma come; non hai dato mezza mela a tuo fratello? - Ma io non
gliela ho data» (Q-, p. 1221).
I .a «teoria della previsione», se a livello filosofico trova «ostacoli in­
dù ni» allo stesso pensiero gramsciano sui quali non è il momento ora di
li il fermarsi (anche perché esiste una ricchissima bibliografia in proposi­
ti i)", conserva comunque gli elementi che consentono di separare la par­
ir ’scientifica’ di essa dalla parte ‘pratica’ (o, in termini più grossolani, la
I, ii ma dal contenuto), come è evidente sia nel richiamo (troppo spesso
niil lo valutato) ai «momenti parziali innumerevoli» di cui consiste la
Moria reale», sia nella distinzione tra «filosofia» e «ideologia». In altri
iri mini, il modello gramsciano di previsione si sottrae alla passività ma-
Iematica’ e mette in gioco «l’elemento passionale immediato», che può
essere anche un ‘progetto’ a lunga scadenza ma non per questo cessa di
essere «ideologia». La «filosofia» dice che nella dialettica storica 1 «ideo­
logia» gioca un ruolo non quantificabile a priori; ma questo accade con
qualunque ideologia, di destra o di centro o di sinistra, riformista o ri­
voluzionaria o reazionaria. È ovvio che in Gramsci 1elemento ^«passio­
nale» si trovi caratterizzato in senso rivoluzionario e totalitario , poiché
hi lui agisce non una «passione-interesse» di «carattere individuale o di
gruppo» ma una passione «di portata storica più vasta», una «passione
come ‘categoria’» di un «più vasto gruppo sociale» (Q., p. 1569): ma ciò
non toglie che sempre di passione si tratti e che il modello da lui forma­
li//.ato possa e debba funzionare ogni volta che elementi passionali di
ugni genere entrano in gioco, e non solo quando si tratti della rivolu­
zione proletaria. La «politica» consiste nella capacità di far valere cia­
scuno le proprie passioni, e non certo nel prevedere astrattamente un
risultato. In questo modo il modello analitico e conoscitivo gramsciano,
la cui genesi è inseparabile dalla motivazione rivoluzionaria, assume un
valore ‘scientifico’ che va al di là di essa e può riguardare ogni tipo di
‘previsione’, senza mai smarrire il rapporto stretto con la prassi. E in
quanto tale si sottrae all’imperialismo degli eredi per divenire patrimo­
nio comune dell’umanità pensante.
Dunque, per un verso non si può negare che Gramsci non avrebbe
svolto le sue analisi se non avesse avuto in mente lo sbocco finale del

» F. S. Trincia, Dialettica e «tecnica del pensare» in Gramsci, in «Critica Marxista», xx-


1989, 3, p. 154. Secondo questo critico, il fatto che Gramsci «sottolinei 1irriducibilità re­
V ii,
ciproca del momento logico e dell’immediatezza passionale o politica» è «una spia della dit-
Iicoltà di comporre la tensione tra il polo dell’identità di filosofia e ideologia e il polo del di
vieto di elevare l’ideologia a filosofia» (ivi, p. 164).

47
------- ---------------------Anglani, Solitudine di Gramsci_____ __________ I

comuniSmo, ma per un altro si può e si deve fare astrazione da temi


non più ‘attuali’ pur senza cadere in forzature filologiche, giacché le li
nee di tensione che contraddicono alcune certezze agiscono tutte gi.i
«e/ testo. Lo studioso non deve falsificare la teoria gramsciana con
un altra teoria, ma cogliere filologicamente nelle tensioni interne 1 fat
tori che la rendono drammaticamente esplosiva rispetto a se stessa. Li-
pagine di Gramsci dicono moltissime cose su che cosa è l’uomo nella
sua storia, e in particolare sia nella modernità capitalistica che nella po-
stmodernità postcapitalistica, mentre non permettono di prevedere al
cunché su che cosa esso potrà divenire nel futuro vicino o lontano,
Duole dirlo, ma le previsioni gramsciane a questo proposito non han­
no alcun peso scientifico e non possono costituire materia di dibattito,
in quanto ciascuno è libero di immaginare il futuro come meglio credi-
anche se si adopera ad ancorare tale previsione a dati da lui considera­
ti reali. Sul piano della storia della cultura gramsciana, quelle previsio­
ni rappresentano la riscrittura e la rimeditazione di un tema caro al gio­
vane Gramsci, il quale alla fine del 1917 aveva proposto ai giovani ade­
renti al suo «Club di vita morale» le pagine dei Ricordi di Marco Au­
relio sottolineando fra le altre parole del filosofo il termine «fede»; e, di
fronte all incapacità dei suoi amici di esprimersi in mento, aveva fatto
ricorso ai versi danteschi del XXIV del Paradiso (dove la fede è definita
«sustanza di cose sperate / ed argomento delle non parventi») «la­
sciando attoniti» tutti «per quella sustanza di cose sperate» così appa­
rentemente estranea alla mentalità socialista81. «Apparentemente» allo­
ra, non oggi che tanta acqua è passata sotto 1 ponti e anche 1 progressi­
sti (o soprattutto essi) dovrebbero aver imparato a riconoscere nella lo­
ro preistoria l’impronta delle spinte religiose a raddrizzare il legno
storto dell’umanità secondo progetti totalitari destinati a provocare
guai peggiori di quelli che si volevano correggere. Tutto ciò che riu­
sciamo ragionevolmente a prevedere è che anche tra mille anni la «na­
tura umana» avrà caratteri storici e relazionali, ma non possiamo anti­
cipare alcunché sulle forme concrete che essa assumerà in condizioni
storiche indipendenti dai nostri desideri. Non si capisce perché do­
vremmo romperci la testa con prospettive non ‘falsificabili’, nelle qua­
li si esprimono opinioni e speranze e illusioni che non possono in al­
cun modo essere verificate, quando invece abbiamo sotto gli occhi una
massa imponente e tuttora ‘attiva’ di riflessioni e di interrogazioni e di
stimoli intellettuali sulla «natura» dell uomo nella stona passata e nel

81Da una lettera privata di Vincenzo Boccardo all’autore (14 maggio 1974), in G. Berga­
mi, Il giovane Gramsci e il marxismo. 1911-1918, Feltrinelli, Milano 1977, p. 122.

48
_________________ Conflitti e totalità-------------------------- ----------

.... nulo presente. Chi ad esempio, come il sottoscritto, ha dedicato par-


i, ,1,-llc sue energie allo studio delle autobiografie e delle scritture del-
I ih. non potrà ignorare le innovazioni gramsciane alla teoria della per-
■nudità c della soggettività, ma rimarrà indifferente (in quanto studio-
.. •.'intende) di fronte al problema di quale possa essere il destino del-
I individuo in un tempo in cui, come si sa, saremo tutti morti.
I In altro esempio: sarà senz’altro vero che la «rivalutazione dell ele­
ni, iilo soggettivo, anzi creativo, nei confronti della morta oggettività
delle condizioni storiche stratificate e inerti», e dunque «la rivalutazio­
ni' del lato attivo del rapporto storico-sociale», che permettono di tra-
,nortare «dall’esterno all’interno il fattore della storia», nascono in
1.unisci dall’esperienza del fallimento del riformismo8": ma forse per
.jui sto, ora che la ruota della storia gira in senso contrario ed il rifor­
mismo pare godere di nuova fortuna, dovremmo abbandonare un ac-
.111isto la cui validità teorica va oltre quell’occasione, e tornare a crede-
nelle «forze meccaniche» come motore della storia? Esiste un nesso
m, essario tra riformismo e passività meccanica da un lato, e rivoluzio­
ne c attività dall’altro? Questo è purtroppo ciò che il Gramsci politico
pensava, e non piccola è la sua responsabilità storica nell aver fatto leva
,nllc immaturità, sulle incongruenze e sui limiti culturali del riformi­
mi) primonovecentesco per sbarrare la strada allo «scivolamento ver-
n il riformismo democratico» e per distruggere in fasce «l’ombra del
irvisionismo» bersteiniano che faticosamente si muoveva nella sinistra
indiana prima del fascismo83. Eppure il pensiero riformista del ventune-
nno secolo non può non far tesoro di questa lezione gramsciana, e non
l'iio dunque permettersi di tornare al meccanicismo positivistico del
socialismo ottocentesco. Lo schema dinamico gramsciano va bene non
olo al rivoluzionario che progetta una città futura ma anche (e forse
soprattutto) all’assessore regionale che intende riformare i meccanismi
. I. Ila sanità pubblica. Se l’uomo non può prevedere il futuro dell’uma-
lillà a media o a lunga scadenza, non per questo deve rassegnarsi al pre­
dominio dell’oggettività. E gli sarà utile sapere che quell’acquisto teori­
co è non assoluto ma relativo, e sia pure ampiamente relativo, perché
nel rapporto così strutturato fra l’uomo e la storia, anzi nella «risolu-
. ii me gramsciana dell’uomo in storia», si perde «la componente natura­

li M. Tronti, Alcune questioni intorno al marxismo di Gramsci, in Aa.Vv., Studi gram-


n tatti. Editori Riuniti, Roma 1958, p. 306. ..
» E. Santarelli (a cura di), La revisione del marxismo in Italia. Studi di critica storica
11%4], nuova ed. riveduta e ampliata, Feltrinelli, Milano 1977, pp. 48 e 62. Va da sé che lo
dorico usa in senso spregiativo i concetti di «riformismo» e di «revisione» come equivalen-
l i .i «opportunismo» e a tradimento di classe (cfr. ivi, p. 74 e passim).

49
Anglani, Solitudine di Gramsci

listica del marxismo», e la «naturalità dell’uomo, in senso puramente


biologico», diventa soltanto «un presupposto della storia umana»84: ma
pazienza, poiché non si può aver tutto e ci sono problematiche per le
quali non è necessario richiamare ad ogni momento il fondamento bio­
logico dell’essere umano, e proprio in queste problematiche Gramsci
ha dato il meglio di sé aprendo una specie di terza via fra il ‘sistema’ de­
finitivo, valido per tutti i tempi e tutti i luoghi, e l’adesione meramente
politica e strumentale ai dati dell’esperienza.
La lettura ‘tendenziosa’ di Gramsci, insomma, non rappresenta il
risultato meccanico della parzialità dell’interprete e dei capovolgimen­
ti epocali, ma è autorizzata dal fatto stesso che la prosa gramsciana è
costruita sempre su un registro interrogativo e dubitativo che addita
l’unità prospettica della riflessione ma, al tempo stesso, semina il per­
corso di ostacoli e di viottoli alternativi ed impedisce l’unificazione
astratta dei risultati di volta in volta toccati: dal fatto che l’uso conti­
nuo delle virgolette avverte il lettore che «il significato di ogni parola
non dev’essere dato per scontato» e che dietro i termini consunti del­
la cultura tradizionale si muove un mondo analitico e conoscitivo ra­
dicalmente nuovo85. Lo stesso Gramsci invita il lettore a distinguere
«filologia» da «filosofia» quando scrive che la prima è «l’espressione
metodologica dell’importanza che i fatti particolari siano accertati e
precisati nella loro inconfondibile ‘individualità’», mentre per quanto
riguarda la seconda, intesa come «metodologia generale della storia»,
non si può escludere «l’utilità pratica di identificare certe ‘leggi di ten­
denza’ più generali che corrispondono nella politica alle leggi statisti­
che o dei grandi numeri» (Q., p. 1429). Si noti la fermezza della prima
definizione e la problematicità della seconda, nonché la graduatoria
implicita fra le due. N on c’è dubbio, insomma, che per Gramsci l’at­
tenzione ai fatti ‘individuali’ debba esser fatta valere prima e al di so­
pra di ogni altra, mentre la metodologia generale della storia possieda
una mera utilità pratica non costitutiva del procedimento scientifico86,
mche se poi non sempre questa distinzione è rispettata in ogni fram­
mento dei Quaderni. La nettezza con cui viene esplicitato un «meto­
do ‘filologico’», realmente applicato nelle pagine migliori, aiuta a com­
prendere che la cosiddetta frammentarietà del testo non è «un ostaco­
lo che sfortunatamente si frappone alla comprensione di quanto

" * '■ Luporini, La metodologia del marxismo nel pensiero di Gramsci, in Aa.Vv., Studi
gramsciani cit., pp. 456-7.
Sassoon, Gramsci and Contemporary Politics cit., p. 5.
L questo uno degli aspetti che permettono di comprendere l’originalità di Gramsci ri-
.petto a Marx senza cadere nel gioco stucchevole di decidere se Gramsci sia più o meno
‘marxista’ di Marx: cfr. Hall, Gramsci’s Relevance cit., pp. 414 sgg.

50
________________________ Conflitti e totalità________________________

Gramsci voleva dire o avrebbe detto se solo avesse avuto il tempo e i


mezzi», ma il risultato concreto di una scelta antimetafisica che vede
nella storia il mezzo per «recuperare il frammento, riconoscerne la
specificità e coglierne la differenza»87. Si può dunque dire, soprattutto
sulla base del raffronto articolato tra la stesura definitiva del passo e
quella precedente, che in Gramsci «lo svolgimento del concetto di fi­
lologia» coincide «con lo svolgimento del concetto di individualità»88:
ma per arrivare a tali formulazioni generali dobbiamo in certo modo
usare Gramsci contro se stesso, ossia scorporare la parte progressiva
del suo pensiero dalla parte regressiva che resiste a tali innovazioni ed
anzi le ostacola. Ricostruire il pensiero gramsciano riunificando i pun­
ti ‘alti’ e innovativi del suo pensiero, occultando le tensioni e le con­
traddizioni rispetto ad altri luoghi pur esistenti, può condurre ad esiti
tanto più svianti quanto più il procedimento analitico è raffinato e pri­
vo delle forzature e delle banalizzazioni di cui purtroppo abbonda la
storia delle interpretazioni più antiche.
Un procedimento di questo tipo è la regola di ogni rapporto
scientifico non passivo né apologetico con i ‘classici’ del pensiero.
Non hanno fatto nulla di molto diverso gli studiosi di Freud quan­
do, privilegiando gli aspetti innovatori della psicoanalisi, hanno cri­
ticato i residui positivistici e meccanicistici di essa che pure nella sua
genesi sono profondamente intrecciati ai primi. Si arriva da Freud a
Ignacio Matte Bianco perché quest’ultimo, quando ha osato mette­
re in discussione la concezione ‘topica’ dell’inconscio coniata da
Freud entro un’ottica positivistica, è andato non contro ma oltre
Freud ed ha sviluppato originalmente le parti innovative già presen­
ti nel testo stesso del padre della psicoanalisi ma mescolate a parti at­
tardate89. Si può arrivare a sospettare che, come per Freud quella co­
struzione ideologica da lui stesso chiamata psicoanalisi è stato un
«fardello di dogmi» che il pensatore trasportava su di sé senza po­
tersene sbarazzare abituato com’era a considerarlo «la sua più gran­
de ricchezza», così per Gramsci il sistema sia il limite che occorre
infrangere e superare perché il suo pensiero fruttifichi; e che, pro­
prio come è avvenuto per Freud del quale la «posterità psicoanaliti­
ca» ha accentuato «l’elemento regressivo» a scapito di quelli prò-

87Buttigieg, Il metodo di Gramsci cit., pp. 24-5.


88 M. Ciliberto, La fabbrica dei «Quaderni» (Gramsci e Vico), in Id., Filosofia e politica
nel Novecento italiano. Da Labriola a «Società», De Donato, Bari 1992, p. 302.
89Cfr. I. Matte Bianco, L'inconscio come insiemi infiniti. Saggio sulla bi-logica [1975], tra­
duzione di P. Bria, Einaudi, Torino 1982.

51
___________________ Anglani, Solitudine di Gramsci__________________ _

gressivi, costringendo i non dogmatici a una faticosa demolizione90,


così per Gramsci occorra un lavoro di disincrostazione che liberi gli
elementi più fecondi e riaccenda un focolare spento ma custodito
con tenacia dalla truppa della posterità gramsciana. Come occorre
liberare Freud dalla mitologia del complesso di Edipo e della ca­
strazione, così sarebbe opportuno liberare Gramsci dalle mitologie
dell’egemonia, della ricomposizione, dell’organicità: che esistono
certamente, ma che sono un peso morto rispetto alle tanti parti vi­
vissime presenti nella sua riflessione. Come negare che in molte pa­
gine Gramsci stesso, a dispetto dei suoi avvertimenti metodologici,
finisce per sovrapporre una certa «filosofia» alla «filologia», soprat­
tutto quando cerca di immaginare e costruire il futuro prolungando
quelle che egli vede come linee di tendenza che partono dal presen­
te? Questa contraddizione, tutta interna al testo, non può essere su­
perata dialetticamente ma solo compresa nella sua costituzione dop­
pia dall’occhio del ‘postero’, il quale ha il diritto di cogliere il lato
più fecondo della riflessione gramsciana nel primato della «filolo­
gia» come scienza della diversità, della individualità e della com­
plessità dei fenomeni nonché come capacità dello scienziato di col­
legare tali fenomeni tra di loro in termini sempre problematici e mai
definitivi, e non certo nell’escatologismo filosofico che pure - chi lo
nega? - nel testo risulta intrecciato a quella riflessione.
Dopo che il filologo ha ricostruito dando a ciascuno il suo, il criti­
co ha non solo la possibilità ma il dovere di scegliere: come Gramsci
ha scelto fra due teorie dell’ideologia, entrambe presenti nella mente di
Marx, riconoscendo fra esse una contraddizione forte, così gli inter­
preti di oggi dovrebbero ammettere in Gramsci la presenza di due lo­
giche della conoscenza storica: l’una articolata sull’individualità dei
fatti e intenta a ricostruire il complesso sistematico dei fatti stessi sen­
za forzarli, l’altra raggomitolata attorno a una specie di filosofia della
storia che immerge quella specificità in un disegno che pur essendo
materialistico nelle intenzioni è non meno metafisico e comunque in
conflitto con le acquisizioni della storiografia moderna. Piuttosto che
aggiustare quelle acquisizioni al ‘sistema’ gramsciano, forse sarebbe
scientificamente più produttivo rivedere certi schemi gramsciani alla
luce della storiografia. Le due logiche non sono separabili di fatto ma
coesistono quasi ad ogni pagina, giacché sempre la ricerca della speci­
ficità e della individualità dei fenomeni avviene allùnterno di un qua-

1,0R. Girarci, La violence et le sacré [1972], Albin Michel, Paris 1990, pp. 308-9 e 316.

52
________________________ Conflitti e totalità________________________

dro generale dato, mentre contemporaneamente quel quadro si modi­


fica sulla base dei fatti che in misura crescente vengono ‘scoperti’ e in­
seriti in esso e nel modello conoscitivo. Si tratta di una lotta incessan­
te che avviene nel testo e dunque nella mente del pensatore, e che non
trova mai il punto dialettico di compensazione finale al quale pure
aspira; e non solo di un «duplice registro» che consente la convivenza
armonica delle due istanze, quella della «conoscenza dei fatti» e quel­
la della «comprensione della logica» (che possono anche moltiplicarsi
in «logiche» senza perdere l’intenzione unificante che le regola). È
un’antinomia non risolvibile perché Gramsci non si appaga della mol­
teplicità dei fenomeni, naturalmente, ma tenta di cogliere le «connes­
sioni strutturali che danno forma allo svolgimento storico, rendendo­
lo coerente e decifrabile», e di riconoscere le «costanti», i «nessi ricor­
renti», le «relazioni strutturali» dei fatti medesimi91. Non si vede dun­
que perché gli interpreti dovrebbero correre in soccorso di Gramsci
occultando tutte le scissioni interne e ‘chiudendo’ un sistema che è e
rimane costitutivamente aperto.
Si badi bene che si tratta non certo di rimproverare a Gramsci di
aver pensato un insieme senza il quale i fatti si ammucchierebbero in
agglomerati inconoscibili, ma di riconoscere che la ricerca necessaria
dei nessi e delle relazioni riproduce ogni volta, a un livello diverso,
quella teleologia della storia dalla quale pure la ricerca dei fenomeni in­
dividuali vorrebbe tenersi lontana. Non ci sarebbe via d’uscita a tale di­
lemma se non quella di ‘immaginare’ una struttura reticolare e policen­
trica in cui il caso abbia lo stesso peso della necessità e in cui il caos e i
frattali abbiano sostituito la logica unilineare e progressiva. Ma tale
struttura non può essere ‘pensata’ in termini netti nell’orizzonte men­
tale di Gramsci anche se esiste come ombra inquietante del sistema dia­
lettico, e può solo interferire di fatto con la struttura ‘organica’ domi­
nante costringendola volta per volta a riaggiustare i propri parametri, in
un lavoro di approssimazione infinita. Se non fosse quel grande pensa­
tore che è, Gramsci si accontenterebbe di stringere la molteplicità dei
fenomeni nella struttura organica assicurando al suo sistema quella pie­
nezza e quella autosufficienza che gli sono necessarie, appunto, per di­
venire definitivamente ‘sistema’. Se, concretamente, ‘sa’ che la storia
non ha un disegno e un ordine e che in essa predomina il disordine e
l’eterogenesi dei fini, Gramsci non può tuttavia formalizzare teorica­
mente questa percezione così estranea ai suoi modelli mentali e si osti­

91Burgio, Gramsci storico cit., p. 5.

53
_________________ Anglani, Solitudine di Gramsci___________________

na ogni volta a conciliarla con la logica del sistema, ma al tempo stesso


enfatizza la funzione dell’individuo ‘solo’ in lotta contro l’esistente, che
non avrebbe senso se la realtà fosse davvero razionale e dialettica. Egli
scommette sempre di trovare il capo del filo che trasformi il groviglio del
mondo in un ordinato gomitolo, ma si accorge ogni volta che il gomi­
tolo può essere ricavato dal groviglio solo grazie al lavoro titanico (pro­
meteico, come vedremo più avanti) dell’individuo. La necessità stessa
dell’intervento di Prometeo dimostra che il mondo non è dialettico e ra­
zionale come pure si continua a proclamare nei momenti ideologica­
mente significativi: è la pietruzza che blocca il sistema, proprio come gli
omini di Chaplin paralizzano il funzionamento della grande macchina
capitalistica. Ma Gramsci non può né rappresentare nella sua mente con
altrettanta vivezza le aporie del suo stesso sistema, né rimuovere quel
sassolino con un gesto dialettico. E, dal momento che l’uscita laterale gli
è inibita, resta avviluppato nella contraddizione fondamentale che for­
nisce la chiave interpretativa del ‘sistema’: cerca di accordare l’«autono-
mia dei soggetti», che è parte integrante della sua strategia, con l’idea di
una «logica» del processo storico, che è altrettanto decisiva nel suo pen­
siero, cercando ogni volta di non ricadere nel determinismo e nelle cro­
ciane «storie a disegno» e di non «supporre una teleologia»'’2, ma tale
conciliazione non gli riesce fino in fondo ed ogni volta il materiale rac­
colto lo costringe a rivedere le logiche usate, le logiche riviste lo spingo­
no a raccogliere sempre nuovo materiale e così all’infinito. Egli tenta di
«elaborare teorie» per «amore dei fatti», pensando a una «teoria concre­
ta della storia»95, ma non può arrivare al termine di tale sforzo gigante­
sco perché ogni teoria onnicomprensiva e renitente al policentrismo, dal
medioevo in poi, è condannata a esplodere o a contentarsi di una pie­
nezza astratta. Una contraddizione di questo tipo si verifica anche nei
confronti degli schemi elaborati per conoscere il passato, perché la te­
leologia non sboccia nel presente per andare verso il futuro ma preten­
de di trovare la propria genesi nel processo storico considerato nella sua
interezza. Ma la grandezza e la novità di Gramsci stanno nella sua capa­
cità di costruire modelli strutturali che riproducono in termini dinamici
le interrelazioni, i nessi, gli influssi e i conflitti, e non certo nel disegno a
priori che tenta di collegare teleologicamente le transizioni da un mo­
dello all’altro e si risolve ogni volta in un itinerario a disegno.
Gramsci è stato il primo a costruire tali modelli conoscitivi, che in­
novano rispetto a Marx in quanto vanno oltre lo schema struttura/so-
’2 I v i , p . 7.
” I v i , p . 10.

54
------------------------------------ Conflitti e totalità________________________

vrastruttura e formalizzano in modi originali i rapporti tra fattori eco­


nomici, politici, intellettuali, morali e persino psicologici; e ad intuire
che, rispetto alla teoria marxiana che poneva «al centro della scala so­
ciale l’accumulazione del capitale e la compravendita del lavoro sala­
riato», occorreva spostare e concentrare l’attenzione «sulla tensione
prodotta dalla modernità e sul mutamento dei modelli non solo orga­
nizzativi, ma anche mentali e culturali che ne scaturiva, delle grandi
concezioni del mondo alla base delle azioni e delle scelte dei soggetti
individuali e collettivi»94. In questi modelli, l’impegno a trovare una
spiegazione unitaria e dialettica del reale non è mai così assoluto da
togliere valore conoscitivo a un modo di procedere che assicura il
massimo di ‘apertura’ e di considerazione non schematica della com­
plessità e della ‘individualità’ del mondo reale. Se non si fosse servito
di tali modelli, per esempio, Gramsci non sarebbe riuscito a studiare
in termini originali la funzione degli intellettuali nella società moder­
na senza ricadere nell’ottica idealistica o in quella sociologistica; e lo
stesso si può dire di molti altri temi. L’altro lato della medaglia sta
però nel fatto che egli, spinto da altri fattori ideologici altrettanto ra­
dicati, inserisce tali modelli in uno schema storicistico desunto dai
luoghi comuni del marxismo tradizionale, e ritiene davvero che la sto­
ria moderna consista nella emersione progressiva e necessaria della
borghesia attraverso una serie di ‘tappe’ mosse dialetticamente dalla
contraddizione fra sovrastrutture e rapporti di produzione. Ma que­
sto è ciò che «è morto» in lui e che non può essere risuscitato nem­
meno con le tecniche più raffinate dell’accanimento terapeutico. An­
che nella storia delle idee, a volte, può essere necessario ricorrere al­
l’eutanasia. A quei tempi probabilmente era difficile pensare altri­
menti, soprattutto perché il modello dominante da scardinare era
quello idealistico e crociano che negava i fattori economici e di classe,
e perché i modelli storiografici provenienti dalla cultura francese im­
ponevano quella interpretazione; ma oggi desta una certa sopresa ve­
dere quegli schemi ripetuti come se la ricerca storiografica non avesse
promosso nel frattempo una critica agli schemi marxiani analoga a
quella svolta da Gramsci nei confronti di Croce. Gramsci vede che la
modernità è «frutto di conflitti» ma pone tali conflitti sempre in suc­
cessione dialettica e dunque li vede già pronti ad esser superati dal
processo storico. Probabilmente per questo l’aspetto più caduco del­
la sua opera è proprio quello di ‘storico’, perché egli non può elabo­

94S. Tagliagambe, Le istituzioni e la modernità. Gramsci e il tempo, in Aa.Vv., Gramsci e


il Novecento, a cura di G. Vacca, Carocci, Roma 1999,1, p. 229.

55
___________________ Anglani, Solitudine di Gramsci___________________

rare modelli sufficientemente ‘lunghi’ di analisi senza poggiarsi su


una filosofia della storia. In compenso, la sua modellizzazione dei
singoli periodi o realtà strutturali che si succedono nella storia è di
altissimo livello e costituisce un’innovazione significativa rispetto a
Marx e rispetto alle ideologie e alle tecniche correnti.
Il pensiero gramsciano rischia dunque di essere ricostruito in ter­
mini che pur essendo filologicamente corretti (poiché non si può
cancellare in Gramsci la volontà di spiegare la storia in termini logi­
co-finalistici) non sono sufficientemente critici, perché non metto­
no in discussione lo schema ideologico della ‘borghesia in ascesa’
anche quando sottolineano che la ricostruzione gramsciana non va
intesa «in chiave irenica» e che «i nuovi assetti sociali via via pro­
dotti dallo sviluppo economico entrano in contrasto con l’arcaica
sovrastruttura politica dello Stato feudale» mentre «si approfondi­
sce, a ritmi crescenti, quella divaricazione tra dominio politico e di­
rezione sociale (sempre più saldamente in mano alla borghesia) che
conduce alla rivoluzione politica e alla fine dello Stato assoluto»; e
questo perché «nel corso del lento declino della società medievale
già si dispiegano e generano concreti effetti quelle caratteristiche
della borghesia (a cominciare dalla sua ‘espansività’ e capacità ege­
monica) che tra il XVII e il XVIII secolo le spianano la via verso la
conquista dello Stato»95. Confesso un certo stupore nel vedere rical­
cati nel nostro secolo alcuni schemi arcaici dopo che già da tempo la
storiografia più avvertita ha svelato la natura ideologica della mo­
dernizzazione raccontata come epifania della borghesia in ascesa; e
dopo che la riflessione storico-teorica ha trovato il «punto debole»
del marxismo proprio nello «schema analitico», modellato sulle ri­
voluzioni democratico-borghesi ed «assunto acriticamente», che ha
separato il marxismo stesso «dalla cultura contemporanea e dai mo­
derni saperi scientifici»96. Quando utilizza questo schema per dare
una logica storica alle sue osservazioni, Gramsci non può non espri­
mersi nella terminologia inadeguata e non conoscitiva dello ‘spiana­
mento’, del passaggio e dell’evoluzione: è meno scontato che così
facciano dopo settant’anni i suoi interpreti ripetendo la vecchia sto­
ria secondo cui nel corso di otto secoli la borghesia «trasforma la so­
cietà europea e prepara la costituzione dello Stato borghese»97.

Burgio, Gramsd storico cit., pp. 51 e 50.


%M. Montanari, Crisi della ragione liberale. Studi di teoria politica, Lacaita, Manduria
1983, pp. 16-7.
v Burgio, Gramsci storico cit., p. 52 (corsivo mio).

56
Conflitti e totalità

Se la novità dei Quaderni fosse tutta qui, nell’aggiungere un po’


di carne e di sangue allo schemino del Manifesto, non sprecheremmo
tanta fatica per leggerli e rileggerli. Quando parla da ‘storico’, infatti,
Gramsci accoglie e perpetua la convinzione che lo Stato moderno si sia
formato nel corso della Rivoluzione francese, interpretando la storia
precedente come un susseguirsi razionale di eventi che trovano il loro
sbocco necessario in essa. E vero che i Quaderni non riducono tale fat­
to «alla sua sola acme inaugurale, tra l’89 e Yalmy e il Termidoro» ma lo
vedono come una «“rivoluzione permanente” che, di crisi in crisi, si di­
spiega lungo un ottantennio»: ma essi comunque, quando intendono
definire «il conflitto che dà vita alla modernità», concentrano la loro at­
tenzione «intorno al ’94 o, tutt’al più, nei primi anni del nuovo seco­
lo»98. Ma quello di vedere l’origine dello Stato moderno nella Rivolu­
zione francese (e soprattutto nella fase ‘giacobina’ di essa) è, appunto, il
riflesso di uno schema ideologico che ridisegna la storia passata alla lu­
ce di tale evento epocale e predetermina la storia successiva con la me­
desima logica99. La Rivoluzione francese, punto di raccordo tra passato
e futuro, illumina all’indietro e in avanti la storia del mondo. Purtrop­
po questa certezza non pare più proponibile. Mentre Croce faceva co­
minciare la storia d’Italia troppo tardi, tagliando i conflitti che avevano
preceduto lo sbocco unitario, Gramsci (sempre sulla base dello schema
ideologico del Manifesto) fa cominciare la storia moderna d’Europa
troppo presto e attribuisce alla Rivoluzione un ruolo fondativo che es­
sa non possiede o non possiede in quella misura. Potrà dispiacere ai pro­
gressisti, ma purtroppo lo Stato moderno e la stessa borghesia impren­
ditoriale moderna nascono più tardi, con Napoleone, e assumono una
forma storicamente riconoscibile con la Restaurazione: come narrano i
romanzi di Balzac che tanto piacevano a Marx e allo stesso Gramsci.
Non è senza significato che Marx e Gramsci, quando volevano avere

98 Ivi, p. 55.
99L’analogia tra i giacobini e i comunisti accresceva il tasso di identità storico-politica nei
nuovi rivoluzionari: è significativo, infatti, che nel 1921 F«Ordine Nuovo» pubblicasse arti­
coli di Albert Mathiez sul «parallelo» tra comunisti e giacobini che avviavano «un confron­
to determinato fra gli atti politici dei bolscevichi e quelli dei rivoluzionari francesi» (L. Pag­
gi, Antonio Gramsci e il moderno principe, I , Nella crisi del socialismo italiano, Editori Riu­
niti, Roma 1970, p. 441). Ma proprio la dipendenza da Mathiez, come osservava Stuart Woolf
già quarantanni fa, è ciò che rende arretrato lo schema di Gramsci, il quale ignora «i risulta­
ti di certe nuove tendenze di storiografia francese, di indirizzo sociologico», come quelle di
Febvre e di Bloch, «e nemmeno riesce a discutere o ad assorbire la problematica, in parte so­
ciologica, su rapporti tra società e Stato, che sorgeva in Germania» (S. J. Woolf, intervento in
Aa.Vv., Gramsci e la cultura contemporanea, a cura di P. Rossi, Editori Riuniti, Roma 1969,
I, p. 336). Appare perciò per lo meno bizzarro che lo schema ricavato dal vecchio Mathiez
possa adesso venir riciclato come struttura portante di una storiografia nuova.

57
___________________ Anglani, Solitudine di Gramsci_________________ _

un’immagine plastica e verosimile della ‘borghesia in ascesa’, si riface­


vano non certo a Voltaire e a Rousseau (né tanto meno a Robespierre)
ma a Balzac e al grande romanzo europeo del primo Ottocento.
Che con la Rivoluzione francese nasca la società borghese moder­
na è una leggenda ideologica dalla quale gli ultimi che ancora ci credo­
no dovrebbero cercare di liberarsi, riconoscendo che la Rivoluzione,
non preveduta e non scritta in nessun libro profetico, segna non la
conquista del potere da parte della borghesia produttiva ma, purtrop­
po, l’ascesa resistibile di una piccola borghesia provinciale di parvenus
cattivi lettori degli illuministi e animati da rancori sociali più che da un
progetto strategico all’altezza dei tempi, e non viene provocata dai
conflitti insolubili tra lo sviluppo economico e la sovrastruttura poli­
tica bensì dal collasso interno dell’ancien régime: giacché nella Francia
del Settecento la produzione capitalistica non è affatto il modo di pro­
duzione dominante, non esiste una borghesia produttiva ansiosa di
prendere il potere e in ogni caso i fenomeni di novità e di attivismo
economico propri di quel secolo sono saldamente in mano all’aristo­
crazia e vi resteranno anche dopo la Rivoluzione. Fra il crollo dell’ii»-
cien régime e il cosiddetto avvento della borghesia c’è un vuoto tragi­
co in cui non accade nulla che ‘prepari’ l’avvento in questione, e sem­
mai lo allontana perché impedisce che il ‘modello inglese’, la via paci­
fica al capitalismo moderno, si espanda nell’Europa di fine secolo. Il
grande capolavoro progressista della Francia rivoluzionaria è stato
quello di spingere l’Inghilterra liberale e borghese ad allearsi con gli
imperi dell ’ancien régime. Le proclamazioni solenni sui diritti dell’uo­
mo fatte nell’89 rimangono, come si sa, carta straccia, e il regime che
nasce da tanti sommovimenti è un regime totalitario di tipo nuovo
molto diverso sia dallo Stato assoluto del Settecento che dai sistemi
‘democratici’ (con tutte le virgolette che si vogliono) dell’Ottocento.
Una volta queste cose venivano dette, sornionamente e capziosamen­
te, dagli intellettuali di destra intenti a speculare sul fallimento della
Rivoluzione e a fare l’apologià dell 'ancien régime. Ora finalmente an­
che gli storici progressisti arrivano a vedere nella Rivoluzione giacobi­
na la formazione di «un culto nuovo» che aveva come oggetto «lo Sta­
to stesso, le sue istituzioni o i suoi rappresentanti», di una specie di
«Religione civile» sconosciuta ai secoli precedenti la cui tremenda pe­
ricolosità fu intravista da intelletti lucidi (e infatti presto ghigliottina­
ti) come Condorcet100. Se qualcosa è ‘preparato’ dalla Rivoluzione,

IMT. Todorov, L’esprit des Lumières, Laffont, Paris 2006, p p . 56-7.

58
________________________ Conflitti e totalità________________________

dunque, è non certo la società borghese e liberale, visto che proprio gli
intellettuali e i politici borghesi e liberali vengono regolarmente fatti
fuori, ma un moderno regime totalitario di massa, in cui ogni conflit­
to è processato e represso come tradimento della Patria, che servirà da
modello ai regimi totalitari del Novecento, sia a quelli rivoluzionari
che a quelli reazionari. Non so che cosa si possa trovare di democrati­
co e di progressivo in un regime che ammazza Lavoisier perché la Ri­
voluzione (come disse non so più che fanatico dell’epoca) «non sa che
farsene della chimica», più o meno come più tardi il regime fascista co­
stringerà all’esilio i migliori scienziati e come la Rivoluzione culturale
cinese massacrerà studiosi e intellettuali di altissimo livello o li man­
derà a rieducarsi nelle Comuni del popolo. Condannando al capestro
intellettuali, scienziati, imprenditori, proprietari, uomini politici mo­
derni e raffinati, la Rivoluzione non solo non promosse il progresso
borghese ma lo ritardò notevolmente: con buona pace dei nipotini di
Robespierre (per non parlare di quelli di Mao) che si riproducono in­
faticabili nel mondo di oggi.
Il paradosso poi (o, in termini hegeliani, l’astuzia della ragione) è
che, mentre Robespierre allaga di sangue nobile la Francia, la classe do­
minante resta pur sempre l’aristocrazia. Anche per questo l’equazione
tra storia della borghesia, storia del capitalismo, storia della moderniz­
zazione e storia del liberalismo è improponibile storicamente, perché
ognuna di queste storie si svolge secondo tempi e ritmi propri e intrat­
tiene con le altre rapporti non lineari e non schematizzabili una volta
per tutte. La storiografia marxista rilutta a riconoscere che lo Stato mo­
derno, costituzionale e ‘liberale’ e insieme espressione dei gruppi eco­
nomici dominanti e mosso dalla parola d’ordine dell’arricchimento, ap­
pare con la Restaurazione e non certo con quell’esplosione plebea che
fu la Rivoluzione, dalla quale infatti si dovè ‘uscire’ con il Termidoro
perché la strada imboccata con il Terrore non conduceva da nessuna
parte e men che meno poneva le premesse per l’egemonia della bor­
ghesia moderna. Fu necessario poi andare anche oltre il Termidoro per­
ché i protagonisti di quella esperienza non avevano alcun programma
se non quello, assolutamente impellente, di liberare la società da una
rivoluzione divenuta ostacolo verso qualunque forma di sviluppo so­
ciale e politico. Le ‘necessità’ di queste tappe sono necessità non pre­
vedibili nate dall’intrecciarsi di eventi catastrofici guidati da soggetti
incapaci di padroneggiare i meccanismi da loro stessi innescati: e co­
munque, se di necessità si vuol proprio parlare, essa riguarda non tan­
to la Rivoluzione quanto la ‘fine’ di essa. Il paradosso più vistoso di

59
Anglani, Solitudine di Gramsci

quell’epoca fu che l’unico evento veramente necessario fosse quello di


liberare la Francia e l’Europa dall’esperienza disastrosa e autodistrutti­
va della Rivoluzione. Non si capirebbe altrimenti come mai un avveni­
mento tanto ‘necessario’ come la Rivoluzione giacobina potesse venir
spazzato via in pochi giorni, come una parentesi da rimuovere in fret­
ta. Perché la borghesia francese svolgesse il suo ruolo ‘progressivo’ oc­
corse un atto di forte discontinuità con un’esperienza rivoluzionaria
che, se fosse durata, avrebbe prodotto altre conflagrazioni e miserie e in
ogni caso non avrebbe dato vita né al capitalismo come oggi lo cono­
sciamo né allo Stato moderno laico fondato sulla divisione dei poteri101.
Dunque, allorché disegna il «processo di presa del potere da parte
della borghesia» (Q., p. 2032), Gramsci utilizza modelli ricostruttivi
che mostrano tutto il peso dei loro anni. Non si vede perché li si deb­
ba riproporre oggi senza sottoporli a un commento adeguato ed anzi
enfatizzandoli, quasi brillassero della stessa luce che anima le pagine
sul fordismo e sulla società industriale moderna. La visione storica di
Gramsci è certamente più ampia, più informata, più ricca di quella cro­
ciana, ma ne riattualizza a un livello più alto la stessa volontà raziona-
lizzatrice anche perché ha in comune con essa la riflessione sulla «cri­
si organica» del mondo moderno e l’attenzione alla complessità
dell’«etico-politico»102. Se Croce occulta con cura i passaggi conflittua­
li e inizia a raccontare gli avvenimenti dal momento in cui la partita
dell’egemonia è chiusa, Gramsci osserva i momenti del conflitto e del
passaggio a volte traumatico da una situazione a un’altra, ma viene
spinto dalla fedeltà allo schema marxiano della storia moderna come
ascesa della borghesia a trovare comunque forme di evoluzione e di ri­
composizione dialettica. S’intende che questi difetti vengono in primo

101 I’cr quanto riguarda la persistenza dell’egemonia aristocratica rimando molto sinte­
ticamente a J. Dewald, La nobiltà europea in età moderna [1996], Einaudi, Torino 2001;
Aa.Vv., The European Nobility in thè Seventeenth and Eighteenth Century, Longman,
New York 1995. La critica più acuta allo schema della «borghesia in ascesa» era stata avan­
zata molti anni prima da Franco Venturi in Utopia e riforma nell'Illuminismo, Einaudi,
Tonno 1970, pp. 19-26. Per quanto riguarda il tema dell’uscita dal Terrore, cfr. B. Baczko,
Come uscire dal Terrore. I l Termidoro e la Rivoluzione, Feltrinelli, Milano 1989. Secondo
questo autore, il Termidoro non fu in grado di ‘immaginare’ un sistema politico pluralista
che superasse il concetto rousseauiano di «volontà generale» e l’unanimismo della Rivolu­
zione, continuando a condividere con il pensiero giacobino e terrorista la rappresentazio­
ne monista e unitaria dello spazio politico e mettendo a nudo così il miscuglio di moder­
nità e di arcaismo che contrassegna l’esperienza di tutta la Rivoluzione, incapace fino alla
fine di pensare e di rappresentare nel proprio linguaggio, prima ancora che negli ordina­
menti, quel carattere conflittuale della società senza il quale non si può parlare di demo­
crazia in senso moderno.
102 B. de Giovanni, Croce e Gramsci nella crisi della civiltà europea, in «Gràmmata»
2004, 6, p. 185.

60
Conflitti e totalità

piano allorché si vuol presentare Gramsci come ‘storico’ e si dimenti­


ca che nella sua riflessione la ‘storia’ era uno strumento dell’analisi e
della strategia politica e non possedeva autonomia scientifica e disci­
plinare. Ad essere onesti, Gramsci non dovrebbe essere chiamato a ri­
spondere degli eccessi dei suoi interpreti. In fondo, quando Rosario
Romeo smontò lo schema storiografico gramsciano del Risorgimento
come «rivoluzione agraria mancata»103, l’oggetto reale delle sue critiche
fu non tanto Gramsci (il quale non si era mai sognato di presentare le
sue osservazioni come parti di un libro di storia) quanto il tentativo
postumo dei gramsciani di innalzare una fabbrica storiografica sulla
base dei Quaderni. Si tratta di un metodo analogo a quello con cui
venne costruita l’immagine di un Gramsci teorico dell estetica e della
critica letteraria, con il risultato che gran parte delle critiche rivolte a
Gramsci riguardava in realtà le reinvenzioni volenterose del suo pen­
siero e non certo quel pensiero in sé: il quale era certamente contrad­
dittorio e in alcune punte di sintesi arretrato, ma in altre parti ricco di
stimoli e di innovazioni che proprio in quelle ricostruzioni rimaneva­
no inespresse, e comunque non aveva alcun interesse a fondare o a
rifondare le categorie accademiche del sapere. La riflessione gramscia­
na, malgrado tali fallimenti (che poi sono soprattutto fallimenti dei
suoi esegeti), è affascinante proprio grazie alle contraddizioni che la
drammatizzano e le impediscono di chiudere a forza un cerchio che
non può essere chiuso e che essa stessa nei momenti migliori sa di non
poter chiudere. Infatti un orecchio attento al «ritmo del pensiero» av­
verte il ruolo prevalentemente connettivo ed espositivo di quello sche­
ma e invece il valore innovativo e conoscitivo dei modelli analitici ado­
perati volta per volta. L’apparato critico-conoscitivo messo in azione è
di tale ricchezza e di tanta complessità da entrare in conflitto con l’u­
topia di una storia integrale che non sia al tempo stesso teleologia. Tut­
to sta nel riconoscere tale apertura infinita e nel decidere di concen­
trarsi su di essa, considerando la ricerca spasmodica di una logica inte­
grale priva di buchi come il precipitato di una ideologia che un tem­
po visse di una vita propria e che oggi è rimasta solo come oggetto di
conoscenza e può sopravvivere attivamente solo come superstizione.
Conservare tutto assieme non si può: bisogna scegliere.
Trascorsi i tempi delle adesioni entusiaste agli schemi ricostruttivi
ricavabili dai testi gramsciani, oggi anche gli studiosi meno ‘esterni
non possono non riconoscere che in Gramsci la parte critico-negativa

103Cfr. R. Romeo, Risorgimento e capitalismo, Laterza, Bari 1959.

61
Anglani, Solitudine di Gramsci

(in senso lato) è prevalente rispetto a quella programmatico-ricostrut-


tiva e comunque possiede un valore culturale che può essere apprez­
zato indipendentemente dalla prospettiva ideologico-politica della ri­
composizione. Quando Gramsci ripensa il Risorgimento, ad esempio,
traccia innanzitutto le vicende della mancanza di un «ideale unitario»,
che dagli intellettuali è stato ricostruito «retoricamente»104. Il rovello
che lo muove è quello di accertare perché i moderati hanno guidato il
processo unitario mentre i democratici sono rimasti in minoranza ed
hanno perso. La sua ‘storia’ (sempre se di storia si può parlare) è per­
ciò innanzitutto presa d atto di un vuoto, è storia di ciò che non è ac­
caduto e che tuttavia esiste come l’ombra negativa di ciò che è real­
mente accaduto. Quella di Gramsci, in fin dei conti, è sempre storia di
assenze, una storia scritta «con i “se”»105. Ma sul rilevamento delle as­
senze si può costruire un progetto politico-strategico, non certo scri­
vere un libro di storia. La riflessione sul «nazionale-popolare» è la dia­
gnosi di una realtà che in Italia non c’è e non c’è mai stata, ossia di
quella corrispondenza tra «popolo» e «nazione» che secondo Gramsci
in altri paesi europei si è realizzata, e la cui assenza permette di capire,
ad esempio, perché nel nostro paese non siano nati scrittori come Bal-
zac o Shakespeare. Ma passare da questa diagnosi all’invenzione di un
tessuto unitario che nel futuro immediato o prossimo favorisca la na­
scita di scrittori italiani analoghi ai grandi modelli europei, questo è un
discorso de iure condendo che può essere tranquillamente rimosso, un
attimo dopo averlo riconosciuto come essenziale per motivare la dia­
gnosi stessa, perché improduttivo di conoscenza reale.
Non è necessario, dunque, usare una ‘violenza’ particolare per
estrarre dal testo gramsciano le suggestioni e le innovazioni storico­
teoriche mediante un processo di lettura che aderisce al testo ma non
accetta di identificarsi compiutamente con la logica ‘maggiore’ che lo
anima, perché le premesse a una tale lettura esistono già nelle pieghe e
nelle contraddizioni del testo medesimo. Gramsci ha certo in mente un
‘sistema’ (di carattere innegabilmente ‘totalitario’), ma innanzitutto lo
pensa non già in astratto bensì lungo l’arco di anni modificandolo e ri­
vedendolo continuamente, e poi lo circonda di tante e tali circospe-
zioni e parentesi e virgolette e espressioni dubitative da renderlo
profondamente inquieto e di fatto non-dogmatico, e dunque aperto ad
altre letture e ad altri usi. A questo pensa egli stesso quando pone l’ac­
cento sul «ritmo del pensiero in isviluppo». Peggio per chi passa velo-

L. Durante, Nazionale-popolare, in Aa.Vv., Le parole di Gramsci cit., p. 162.


I0S Intervento di Cesare Luporini in Aa.Vv., Egemonia, Stato, partito cit., p. 170.

62
Conflitti e totalità

ce su queste formule dubitative e problematiche, convinto che la ‘for­


ma di un pensiero sia un dettaglio trascurabile. Ma proprio per que­
sto è meglio non seguire lo stesso Gramsci quando immagina di poter
usare tale complessità problematica come base di partenza per la ri­
composizione organica del genere umano, giacché da ogni punto d’ar­
rivo parziale potrebbero dipartirsi diversi sentieri: Gramsci ne imboc­
ca spesso uno solo, ma al tempo stesso lascia tracce utili per chi voglia
procedere in altre direzioni. La parzialità dell’interprete e i mutamen­
ti epocali permettono dunque di scorgere nel testo qualcosa che c è e
c’è sempre stato, e non certo di metterci arbitrariamente parti (o, peg­
gio, completamenti) che non ci sono. C ’è insieme con molte altre co­
se, ma senza dubbio c’è.
Per quanto riguarda il problema della ricomposizione organica, che
costituisce l’orizzonte delle sue riflessioni, quando pensa da scienzia­
to Gramsci stesso non è cosi dogmatico da renderlo assoluto ed anzi
lo storicizza, e storicizzandolo lo rende ‘aperto e fruibile nelle parti
più che nell’intero. Egli sa bene che ciò che sarà vero nel futuro non è
vero nel presente, e viceversa, e dunque è consapevole che la parte cri­
tica e conoscitiva del suo pensiero riguarda il tempo della transizione
ed è dunque il versante realmente ‘attuale’ della sua riflessione. Ciò che
accresce le dimensioni del fiir ewig è il fatto che la transizione sia sta­
ta meno transeunte di quanto egli stesso pensasse, e che lo sbocco fi­
nale di essa si sia tanto allontanato nel tempo da divenire incredibile.
«L’affermazione che la filosofia della prassi è una concezione nuova,
indipendente, originale —si legge nel quaderno 16 (1933-34) —pur es­
sendo un momento dello sviluppo storico mondiale, è 1 affermazione
della indipendenza e della originalità di una nuova cultura in incuba­
zione che si svilupperà con lo svilupparsi dei rapporti sociali». Prego
notare il tempo futuro. In generale, infatti, tutto ciò che esiste «è una
combinazione variabile di vecchio e nuovo, un equilibrio momentaneo
dei rapporti culturali corrispondenti all’equilibrio dei rapporti socia­
li»: e nel caso specifico è solo «dopo la creazione dello Stato» che «il
problema culturale si impone in tutta la sua complessità e tende a una
soluzione coerente». Da questa logica storica discende che «1 atteggia­
mento precedente alla formazione statale non può non essere critico­
polemico, e mai dogmatico», addirittura «romantico», benché di «un
romanticismo che consapevolmente aspira alla sua composta classi­
cità» (Q., pp. 1862-3). Che si vuole di più? È Gramsci stesso a privile­
giare per il presente l’atteggiamento «critico-polemico» e addirittura
«romantico», ed a rimandare il momento della ricomposizione cultu­

63
-------------------- ------- Anglani, Solitudine di Gramsci_______

rale unitaria a dopo la «creazione dello Stato», pur continuando a in­


vocare equilibrio e «classicità» come criteri-limite di valore. Egli si
esercita teoricamente sulla ricomposizione futura, ma sa bene che essa
non riguarda il tempo storico presente. L’assillo utopico della ricom­
posizione non riduce mai al silenzio l’imperativo, altrettanto se non
più forte, della ricognizione critica dei conflitti ‘attuali’.
E questo il vero lavoro dei Quaderni, quello che può ancora fe­
condare il presente. L utopia totalitaria è una scoria del passato che si
proietta in un futuro immaginato. Esiste anch’essa, senza dubbio, ma
perché dovremmo impegnare le nostre energie per resuscitare un mo­
stro frankenstemiano del quale saremmo costretti a sbarazzarci un at­
timo dopo? E certo, dopo aver ribadito che nel ‘sistema’ gramsciano
preso nella sua totalità teorica «ciò che conta non è il momento della
disgregazione, ma della ricomposizione’»106, non si può non tener
conto del fatto che il processo ricompositivo è, appunto, un processo
che per Gramsci stesso comincia ad acquistare una dimensione rico­
noscibile solo dopo la creazione dello Stato nuovo, ossia un oggetto
inesistente sul piano scientifico. Campa cavallo... Dal momento che di
tale problema siamo stati sbarazzati per lunghissimo tempo ancora,
perché non cogliere noi stessi 1invito di Gramsci a sviluppare nel no­
stro presente la parte critica di quel sistema, rinviando il resto all’av­
vento sempre più improbabile della Città Futura? La ricomposizione
esiste dunque, ma appartiene a un tempo non attuale, mentre ciò che
davvero caratterizza il presente è l’urgenza della critica e della disgre­
gazione dei modelli dominanti. È tutto scritto nel testo: in un testo che
coniuga a meraviglia, creando effetti straordinari di illusione prospet­
tica, la conoscenza critica del rapporto tra passato e presente con l’im-
maginazione utopica del futuro, c che tuttavia si lascia leggere e scom­
porre nelle tensioni che lo attraversano e lo costituiscono come una
specie di freudiana ‘formazione di compromesso’, ovvero come risul­
tato sempre provvisorio di spinte diverse che nessuna capriola logica
potrà amalgamare in una teoria onnicomprensiva. Ogni lettore, dopo
aver individuato nel testo gramsciano le pulsioni centrifughe e quelle
centripete e aver accertato come esse si combinino (ma soprattutto co­
me esse entrino in conflitto reciproco), può decidere di privilegiare le
prime sulle seconde senza essere accusato di lesa «filologia». Sono an­
zi gli interpreti che si accaniscono a costruire castelli di Teoria (o di
Teorie) a violare 1equilibrio dinamico di un testo che si concentra tut-

A Spini, Gli intellettuali e i processi politico-culturali nei «Quaderni del carcere», in


Aa.Vv., Gramsci: i «Quaderni del carcere» cit., p. 125.

64
Conflitti e totalità

to sulla lettura della transizione e rimanda il compimento ultimo del


suo movimento al futuro. _
Ogni Teoria rende compresenti e contemporanee spinte diverse che
appartengono a cronologie e a logiche distinte. Un tale lavoro di scom­
posizione critica non può essere fatto con chicchessia. Tenti chi vuole
un’operazione ermeneutica analoga con testi di Stalin, e vedrà che non
c’è «immaginazione» capace di cavare il sangue dalle rape. Per dirla in
termini musicali, insomma, è una questione di ‘esecuzione : come un
direttore d’orchestra sottolinea movimenti, accelera o rallenta i tempi,
esalta il suono di alcuni strumenti, accentua la funzione strutturale e
portante di alcune parti, pur senza mai introdurre una nota che non sia
‘scritta’ nello spartito, così la lettura di un testo —e del testo gramscia­
no in particolare, aperto e problematico - non può non risentire della
sensibilità dell’interprete e dei mutamenti epocali senza tradire i dati
della filologia. Quello di eseguire uno spartito rispettando tutte le no­
te scritte non è mai un gesto neutro. Le Variazioni Goldberg devono
essere suonate con il clavicembalo, per il quale Bach le scrisse, o con il
pianoforte moderno? Quella d i eseguirle al clavicembalo è una scelta
filologica corretta solo astrattamente giacché gli orecchi dei posteri,
avvezzi a ben altre sonorità, rischiano di ricavarne un effetto diverso
da quello suscitato all’epoca della loro composizione: a meno che non
le si suoni, come fece Glenn Gould, su un pianoforte che finge di cs
sere un clavicembalo. È avvenuta una cesura irrimediabile, grazie alla
quale nessuno ormai al giorno d’oggi può riprodurre in se stesso le
modalità con cui il suo antenato sentiva nel clavicembalo un suono
molto ‘moderno’. La comparsa del pianoforte ha cambiato tutto e ha
dato al suono del clavicembalo una valenza arcaica e nostalgica che
non era percepita da chi ascoltava lo stesso strumento nel cuore del
Settecento. Ostinarsi a usare il clavicembalo può dunque essere in
astratto un gesto di fedeltà filologica, e in concreto innescare un prò
cesso di falsificazione storica; tanto più che il gemo di Bach aveva com­
posto una musica che poteva passare dal clavicembalo al pianoforte e
che anzi proprio con il pianoforte ritrovava la complessità armonica
che le era propria. L’egemonia e tutto 1 apparato che 1accompagna, in­
tesi come progetto di trasformazione, sono una specie di clavicemba­
lo, ossia danno un suono che una volta pareva limpido e cristallino cd
ora sa di lezioso e di arcaico. Ma il genio di Gramsci ha composto un
testo che può essere suonato molto meglio con il pianoforte, che cioè
non può essere semplicemente ‘riprodotto quo talis e che anzi, per la
sua natura incompiuta ed aperta, richiede strutturalmente la voce del­

65
------------------------ —_ Anglani, Solitudine di Gramsci_______________ _

l’interprete senza la quale esso resta del tutto afono e non ‘significa’ al­
cunché. Tale testo, che non è solo problematico e incompiuto ma è ar­
ticolato su un fitto tessuto di metafore e di procedimenti espressivi ric­
chi di ‘figuralità’, può venir adeguatamente compreso solo attraverso
una lettura esplicitamente ‘estetica’ attenta alle frizioni, alle dissonan­
ze, alle contraddizioni, ai mutamenti di ritmo e di tonalità, più che al­
le (innegabili) continuità tematiche e contenutistiche. Chi ha studiato
da vicino le modalità del pensare gramsciano ha potuto trovare in es­
so la presenza costante di un «modello analogico» i cui processi mole­
colari possono essere conosciuti e rappresentati meglio da un’indagine
estetico-formale che da un’indagine condotta sui meri contenuti ideo­
logici che poi, presi a sé, non esistono107. È sempre lo stesso Gramsci,
invitando a cogliere il «leitmotiv» ed usando metafore di carattere mu­
sicale, a promuovere una «lettura ‘ritmica’», e dunque estetica, del suo
testo108. E infatti molte delle analisi più suggestive, soprattutto fra quel­
le che accettano preventivamente il dato della frammentarietà e della
incomponibilità ‘sistemica’ del pensiero gramsciano, utilizzano proce­
dimenti ‘estetici’ anche quando ritengono di muoversi in un perimetro
rigorosamente delimitato alla storia delle idee. L’analisi estetica infatti
è non quella che deliba astratti valori formali ma quella che entra nel
profondo dei testi e indaga la loro costituzione dinamica e contraddit­
toria, ne ascolta il suono e ne vede le immagini.
La qualità estetica dell’opera gramsciana rimanda dunque non a
una ‘forma’ intesa come puro ornamento (ammesso che un oggetto del
genere esista davvero), ma al susseguirsi e al sovrapporsi e all’intrec-
ciarsi di metafore che sono la faccia vivente di un pensiero in perpetuo
movimento. Il testo gramsciano, proprio perché non è stato ripulito e
omogeneizzato dall’autore in vista della stesura di ‘libri’ separati, mo­
stra in concreto il funzionamento di una creatività linguistica e stilisti­
ca straordinaria. La qualità metaforica è il contrassegno dei testi che si
trovano sulla linea di confine tra la filosofia e la creatività letteraria.
Come Platone, Bruno, Spinoza, Nietzsche e altri grandi, Gramsci
moltiplica la quantità e la qualità delle sue metafore, dimostrando an­
cora una volta quanto sia reale il nesso tra lo stato di reclusione e la
creatività «obliqua» e «mascherata»109, e nella pratica creativa della sua
scrittura va anche oltre le sue osservazioni teoriche sui rapporti tra il
linguaggio e le metafore avanzate nei Quaderni, dove afferma che il

107Francioni, L ’officina gramsciana cit., p. 162.


108Baratta, Le rose e i quaderni cit., p. 122.
m Steiner, Grammars o f Creation cit., p. 229.

66
__________________ Conflitti e totalità----------------------------------—

linguaggio «è sempre metafora» e che «il linguaggio attuale è metafo­


rico per rispetto ai significati e al contenuto ideologico che le parole
hanno avuto nei precedenti periodi di civiltà» (Q., p. 1427). E nelle
metafore e nelle immagini, infatti, che Gramsci rappresenta material­
mente quella contraddittorietà lacerante che non può esprimersi nel
‘grado zero’ del linguaggio politico e teorico tradizionale. Ed è tale fi-
guralità contraddittoria, a sua volta, a fare del pensiero gramsciano uno
strumento potente di moltiplicazione filosofica che fuoriesce dai con­
fini del tempo in cui esso ebbe origine. Solo il pensiero profondamen­
te contraddittorio lascia aperte le ‘valenze’ che i posteri sapranno sco­
prire ed utilizzare, mentre il sistema perfetto, chiuso in se stesso e pri­
vo di smagliature, è condannato a funzionare come semplice ‘docu­
mento’ del suo tempo. E sono proprio le contraddizioni - le grandi e
produttive, s’intende, e non le banali sviste —che fanno un classico , il
cui «paradosso» è infatti quello di essere contemporaneamente radica­
to («embedded») nel suo tempo, e di poter essere ricreato («re-enac-
ted») dalle generazioni avvenire110. È studiando la realtà del suo tempo
che Gramsci ha rinnovato il lessico della politica e dell analisi storica e
culturale ed ha fondato categorie nuove che i posteri possono apprez­
zare meglio dei suoi contemporanei; ma i posteri, a loro volta, devono
avere il coraggio di distinguere e separare e gerarchizzare secondo le
proprie categorie ciò che il passato pretende di consegnar loro come
un ‘sistema’ compatto.

Lo studio dei classici muove di fatto sempre dalla premessa che


ogni classico è ‘inattuale’, anche quando chi se ne fa promotore giura
il contrario. Non è sufficiente, anche se è un passo necessario, ritenere
che «la grandezza di un pensatore ci si mostri anche nella nostra sem­
pre inappagata sete intellettuale di interpellare, o reinterpretare, le sue
categorie mettendole a raffronto con contesti storici e teorici diversi da
quelli entro i quali sono sorte», e nemmeno accettare con Ricoeur «che
i diversi sistemi filosofici (classici), benché diversamente orientati, non
si escludano a vicenda, ma siano tra loro compossibili in senso leibni-
ziano»111, perché a tale processo il critico deve aggiungere la decisione
consapevole di colpire e tagliare, di destrutturare e ristrutturare il te­
sto in questione, tanto più decisamente quanto più esso è ‘classico , as­
sumendosi le responsabilità di tale lavoro e dichiarandone lealmente

110 Ivi, pp. 248-9.


111 G. Prestipino, Tradire Gramsci, Teti, Milano 2000, pp. 5-6.

67
Anglani, Solitudine di Gramsci

gli intenti e le modalità. N on ci sono altre vie. Questa è, in fondo, l’e­


tica dello studioso, il quale dovrebbe giocare a carte scoperte e pro­
spettare sempre la propria parzialità rispetto all’oggetto pur impe­
gnandosi a rispettarne la sostanza filologica. Anche coloro che rifiuta­
no scandalizzati tale logica non fanno che praticarla con cattiva co­
scienza, presentando la gerarchia dei loro interessi come se fosse l’uni­
ca possibile, negando ad altri quella libertà di scelta che essi esercitano
largamente, e proponendo se stessi come unici ‘scienziati’ in un mon­
do di gente compromessa, ahimè, con l’‘ideologia’. La singolare prete­
sa di stabilire che quella degli altri è ‘ideologia’, mentre la propria è ve­
ra ed assoluta ‘scienza’, ha contrassegnato molte stagioni passate della
ricerca intellettuale. Eppure la storia mostra che, usando criteri tutti ri­
gorosamente scientifici, gli studiosi possono arrivare a risultati diversi
tra di loro. E chi può dire che un certo «punto di vista teoricamente
corretto» garantisce che «un’operazione conoscitiva» sia non più
«ideologica» in quanto «parte da un presente reale»}"2 Chi decide che
cosa è reale e che cosa non lo è? A parte il fatto che tutto ciò che è ac­
caduto in Italia e nel mondo negli ultimi vent’anni dimostra che le co­
se che si erano credute reali nei decenni precedenti erano superfeta­
zioni ideologiche rimaste all’oscuro dei fenomeni che maturavano nel­
la società, occorre riaffermare che in ogni caso il mondo degli studi re­
spirerebbe un’aria migliore se non solo la critica letteraria, ma ogni ti­
po di studio ‘umanistico’, abbandonasse «qualsiasi pretesa di ‘scienti­
ficità’» astratta e, pur senza «rievocare il fantasma di un discorso irra­
zionale e senza regole o protocolli», accantonasse «una nomenclatura
impropria e fuorviarne», aprendosi alla molteplicità delle interpreta­
zioni possibili11213. Non vale solo per i grandi autori della letteratura, ma
anche per i pensatori e soprattutto per i pensatori come Gramsci, la re­
gola che, escluse le letture fondate su errori madornali o su distorsio­
ni volute, le interpretazioni di un testo possono essere molte (ancor­
ché non infinite) e tutte in pari misura accettabili o partecipi di aspetti
significativi di verità. Non verrà mai un libro che ci dica la «verità» to­
tale intorno al testo gramsciano, ma ogni libro e ogni saggio scritti con
scrupolo filologico diranno senz’altro una delle verità possibili, e im­
plicitamente decideranno quali aspetti dell’opera mettere a fuoco e
quali trascurare, contribuendo a formare l’immagine che dell’opera ri­
ceveranno le generazioni future.

112A. Leone de Castris, Estetica e politica. Croce e Gramsci, Franco Angeli, Milano 1989,
p. 108.
1,3 Lavagetto, Eutanasia cit., pp. 28-9.

68
________________________ Conflitti e totalità-------------------------------------

E dunque, visto che la logica del «vivo» e del «morto» è inevita­


bile, tanto vale rivendicarla apertamente. Essa non autorizza il primo
venuto a manipolare a piacere il pensiero di un autore, ma impone al­
lo studioso di non contrabbandare come scientifico e oggettivo un
orizzonte analitico che non può non essere qualificato da interessi
diversi da quelli del tempo in cui quel pensiero fu pensato. Nel caso
di Gramsci, in particolare, esiste un discrimine cronologico e ideale
che per onestà bisognerebbe nominare ogni volta dichiarando da che
parte si sta: giacché c’è un abisso tra chi crede o spera o s’illude che
il comunismo appartenga ancora al numero dei mondi possibili, e chi
invece (pur senza concedere alcunché all’anticomunismo reazionario
che tuttora si presenta alla ribalta con schermaglie politiche di retro-
guardia) ritiene che il tempo storico del comunismo sia definitiva­
mente esaurito114. La posizione rispetto a questo discrimine non può
non avere conseguenze rilevanti sui risultati della ricerca, quand’an­
che sia i sostenitori della prima tesi che i sostenitori della seconda si
impegnassero ad utilizzare gli strumenti più impeccabili d’indagine.
Nel caso di Gramsci, una tale scelta di campo permette ai secondi di
trattare il tema in termini liberi da mire politiche immediate; e di ri­
vendicare la ‘classicità’ dell’autore senza cadere nei peccati di ‘rimo­
zione’ che quarantanni fa suscitavano l’ira di quanti in un certo uso
di Gramsci vedevano gettare «le basi per la fondazione e la genera­
lizzazione di un mito, per così dire “tricolore”, dello scrittore politi­
co sardo», e che proprio nel «culto generico dell’umanità, della clas­
sicità alta e profonda», attribuita in particolare all’epistolario ma in
realtà estensibile all’opera intera, scorgevano il tentativo subdolo di
«sottacere» o di «mettere in sottordine il discorso politico generale,
la ricerca degli elementi di fondo» del pensiero gramsciano115. Poiché
la natura dei problemi si è modificata nel tempo, rivendicare la ‘clas­
sicità’ ora significa per l’interprete non certo rimuovere il dato poli­
tico dell’oggetto in questione ma considerarlo come centrale e al

114 Appartengono al coté dell’anticomunismo reazionario molti ex comunisti e in parti­


colare molti ex stalinisti, i quali rovesciano l’autocritica in autodegradazione rinnovando
l’antico e ben noto complesso del prete spretato. Extra Ecclesiam nulla salus: e così chi esce
dalla Chiesa si degrada da sé imbracandosi nelle peggiori compagnie. Per costoro la fine del
comunismo non costituisce l’occasione, tardiva ma sempre benvenuta, per rimettere la sini­
stra su nuove basi, ma offre il pretesto per seppellire nelle rovine del comunismo ogni pro­
spettiva di riforma progressiva della società moderna. Lo schema ideologico funzionante in
tali casi, speculare a quello dei comunisti irriducibili, si fonda sull’identità assoluta fra co­
munismo e sinistra. Ergo, non essendoci più comunismo, rimane solo la destra.
115 S. Sechi, Le »Lettere dal carcere» e la politica culturale del Pei [1965], in Id., Movi­
mento operaio e storiografia marxista. Rassegne e note critiche, De Donato, Bari 1974, p. 208.

69
Anglani, Solitudine di Gramsci

tempo stesso allontanarlo da sé ossia non riconoscerlo come proprio.


Così come chi studia Hobbes sa bene che il pensiero di questo scien­
ziato della politica è legato alla realtà storica dell’assolutismo, ma al­
trettanto bene sa che quella realtà in quei precisi termini non è più at­
tuale e non può predeterminare l’orizzonte dell’interprete. Sarebbe
una regola veramente singolare quella che imponesse agli studiosi di
Hobbes di aderire all’assolutismo prima di aprir bocca. Solo nel ca­
so di Gramsci si continua a pretendere dagli studiosi l’adesione al
progetto comunista, anche se poi nel decidere in che cosa questo
progetto consista si litiga a più non posso.
Ma queste pretese sono antistoriche ed antiscientifiche. Di tanti
pensatori comunisti non si parla più, se non in ricerche altamente spe­
cializzate condannate a circolare in cerehie ristrette di addetti ai lavori.
Quindi non è il ‘comunismo’ il dato essenziale che assicura la soprav­
vivenza e la vitalità del pensiero gramsciano, ma qualcosa d’altro. Il fat­
to che Gramsci sia «l’unico pensatore marxista uscito indenne dal crol­
lo del socialismo» costituisce già un problema di grande rilievo, anche
se chi fa quest’affermazione, con una specie di lapsus rivelatore, scrive
«socialismo» al posto di «comunismo»"6. L’atto filologicamente obbli­
gato di riconoscere il comunismo di Gramsci come oggetto reale del­
l’analisi non comporta dunque, per l’analista, la necessità o il desiderio
di far rinascere quello stesso comunismo dalle sue ceneri ormai gelide.
E certo c’è un aspetto di distorta astuzia della ragione, o di sorniona
ironia della storia, nel fatto che il restauro filologico di un pensiero co­
struito sul rapporto organico e dialettico fra teoria e prassi venga com­
pletato in un’epoca in cui la conoscenza integrale del testo non è più le­
gata ad alcuna «prassi» e in cui Gramsci è un autore a tutti gli effetti
‘postumo’: quando, cioè, quel meccanismo teorico finalmente rico­
struito nella sua complessità non può essere utilizzato nella elaborazio­
ne di strategie politiche ma può essere solo disseminato e rivitalizzato
in prospettive diverse. Inutile chiedersi che cosa sarebbe accaduto se
quel pensiero fosse stato conosciuto in termini criticamente affidabili al
tempo in cui la prospettiva del comunismo pareva verosimile e il Parti­
to che ne incarnava la strategia era vivo e vitale, perché non è un caso
che le cose siano andate proprio così. Quella strategia e quel partito, bi­
sognosi di una buona dose di ‘ideologia’ o di ‘mito’ per funzionare, non16

116Baratta, Le rose e i quaderni cit., p. 223. La questione non è puramente terminologi­


ca. Ciò che è crollato con il muro di Berlino è il comunismo, giacché il socialismo, non es­
sendo mai stato ‘edificato’ da nessuna parte, non poteva crollare. È vero che gli edificatori
chiamavano ‘socialismo’ il loro sistema totalitario, ma questa prepotenza linguistica non im­
pone a noi posteri di assumerne il contenuto come vero.

70
________________________ Conflitti e totalità________________________

avrebbero ricevuto alcun contributo utile da un pensiero che storicizza


e perfino decostruisce tutte le ideologie rimandando l’unità fra la teoria
e la prassi a un futuro lontano. Il paradosso della storia sta nel fatto che
la cosiddetta teoria politica dei Quaderni è inapplicabile nella politica
che Gramsci stesso chiamava «concreta», mentre i miti ideologici estra­
polati da letture parziali dello stesso testo e fondati su stati filologici
scorretti hanno ‘funzionato’ per alcuni decenni: perché la politica con­
creta abbisogna di alcune certezze mentre gli scritti carcerari gramscia­
ni, ad onta dell’aspirazione alla totalità e all’organicità, producono il
dubbio e rinviano alle calende greche la ‘chiusura’ del sistema. Dai
Quaderni si possono ricavare slogan e parole d’ordine solo a patto di
manipolarli sfacciatamente, come per decenni si è fatto.
Ecco perché, più di ogni altra tecnica d’analisi, quella ‘estetica’ per­
mette di tenere assieme le due esigenze apparentemente opposte: quella,
filologica, di rispettare l’oggetto nella sua materialità ricostruendone i
rapporti con la sua epoca, con la sua cultura, con un sistema ideologico
e di valori che può apparire superato nel presente ma era vivissimo a suo
tempo; e quella, critica, di cogliere in quel pensiero le linee di crisi e di
frattura senza che il sistema medesimo nella sua globalità venga consi­
derato attuale. Se un lettore ateo può entrare nel mondo manzoniano e
comprenderlo senza giurare nella Provvidenza, un lettore estraneo al co­
munismo può cercar di decifrare la dinamica dell’universo di Gramsci
pur senza condividerne il fine ultimo. L’importante è che il critico nel
primo caso non tenti di convertire Manzoni all’ateismo, e nel secondo
di travestire Gramsci da liberale o da altra figura a la page. I liberali han­
no un patrimonio ricchissimo al quale attingere, perché dovrebbero fa­
re i salti mortali per aggiungere Gramsci a una galleria di padri fondato­
ri già abbastanza affollata? Per rinverdire una battuta celebre di Woody
Alien, si può dire che solo l’atteggiamento estetico lascia al piccolo ebreo
il piacere di ascoltare la musica di Wagner senza provare la voglia di in­
vadere la Polonia, e all’intellettuale del XXI secolo di interessarsi alle
opere di Gramsci senza auspicare la dittatura del proletariato. Del resto,
Gramsci stesso si comportava in questo modo quando scriveva che dal­
la morale di uno scrittore come Kipling da lui molto ammirato (e con­
sigliato ai suoi figli a preferenza degli stucchevoli artisti ‘rivoluzionari’
come Gor’kij), «imperialista» in quanto «legata strettamente a una ben
determinata realtà storica», si potevano estrarre «immagini di potente
immediatezza per ogni gruppo sociale che lotti per la potenza politica»
(Q., p. 402). Smentendo in anticipo i gramsciani che si ostineranno a
proclamare il dogma assoluto della storicità materiale e insuperabile del-

71
___________________ Anglani, Solitudine di Gramsci___________________

l’opera d’arte, qui (e in molti altri passi che non citiamo) Gramsci allen­
ta il legame dell’opera con il mondo ideologico e con la «determinata
realtà storica» entro cui pure quell’opera trova la propria genesi, e pro­
muove una lettura fondata sulla dislocazione e sulla riqualificazione
estetica dei valori morali. La potenza delle immagini consente di riuti­
lizzare un testo ‘imperialista’ nella prospettiva progressista, anzi nella
prospettiva di ogni gruppo sociale.
Quello di attenuare le radici storiche e ‘di classe’ di un testo, per ri­
cavarne valori universali o comunque più ampi forse impreveduti dal­
lo stesso autore di esso, è un procedimento scientificamente ineccepi­
bile che può applicarsi a tutte le esperienze del pensiero umano, e dun­
que allo stesso Gramsci, visto che Gramsci lo utilizza continuamente
con altri. Come potrebbe un materialista integrale leggere le opere di
Platone, se non attraverso una prospettiva estetica? Dovremmo giura­
re tutti nel mito della caverna prima di aprire il Simposio ? E come po­
trebbe un ateo attraversare le Pensées di Pascal se non intende ‘scom­
mettere’ sull’esistenza di Dio ed anzi la questione stessa gli sembra pri­
va di interesse? Che ci troverebbe un materialista in Platone, o un ateo
in Pascal, se dovesse far precedere ogni lettura da un atto di fede?
Quando abbiamo a che fare con testi prodotti in epoche lontane e scol­
legati da problemi pratici immediati, noi ci comportiamo proprio co­
me il comune lettore allorché, aprendo un romanzo, entra in un ‘mon­
do parallelo’ che lo affascina con la sua sola esistenza senza volerlo
convincere della sua realtà effettuale, e passa da Stevenson a Verga sen­
za decidere chi dei due parli del mondo ‘vero’ e senza dover scegliere
uno solo fra i due. Un processo non troppo diverso accade con i libri
di filosofia e in genere di pensiero, nei quali (per rovesciare una cele­
bre frase di Amleto) ci sono molte più cose di quante non ne esistano
nel mondo in cui solitamente e prosaicamente viviamo. La teoria dei
colori elaborata da Goethe, dicono gli esperti, è assolutamente inso­
stenibile rispetto alla scienza moderna, ossia è del tutto ‘inattuale’, ep­
pure viene letta e commentata tuttora. Che desolazione, se ogni libro
si riducesse al catalogo delle «cose» entro le quali è stato pensato! La
realtà effettuale può essere una e a una sola dimensione, ma i mondi
immaginari sono (fortunatamente) infiniti e pluridimensionali.
Ogni mondo pensato è a suo modo un mondo fittizio che insegue
una sua razionalità intrinseca incompatibile con le razionalità degli altri
mondi. Esso per un verso è fatto con materiali prelevati da altri luoghi e
nasce dal dialogo con altri libri, e per un altro verso tende all’autonomia
ed all’autosufficienza e pretende di funzionare come ‘universo’ totale.

72
________________________ Conflitti e totalità________________________

Ma noi lettori scusiamo con un sorriso le pretese di totalità e le ricono­


sciamo come regole che ci impegnano solo finché partecipiamo al gioco,
relativizziamo tutte queste incompatibilità rigorose ed entriamo in mon­
di alternativi e ne usciamo con disinvoltura, pronti a sentirci affascinati
da nuove avventure intellettuali. Così con Platone diventiamo in qualche
modo platonici e con Aristotele ci sentiamo aristotelici, identificandoci
provvisoriamente nella voce di quegli autori così diversi come ci identi­
ficheremmo nei personaggi altrettanto diversi di opere letterarie: ma poi
nella vita non siamo né platonici né aristotelici come non siamo né pa-
scaliani né gramsciani (e quando sosteniamo di essere una di queste cose
trucchiamo grossolanamente le carte, anche con noi stessi). Dietro ogni
pretesa assolutistica sentiamo il lavorìo del dialogo incessante fra le cul­
ture e fra gli individui. Se tale lavorìo non si avverte o è annullato com­
pletamente dall’istanza sistematica e totalitaria, il testo si riduce a mera
testimonianza storica e non è più una realtà complessa con la quale inte­
ragire. Come assistendo a un film d’avventure ci chiediamo in che modo
l’eroe riuscirà a giungere alla fine delle peripezie a superare tutti gli osta­
coli, così leggendo un libro di filosofia restiamo catturati dal processo del
pensiero che in esso si dispiega anche se poi nella vita quotidiana seguia­
mo altre idee e altre regole non così rigide, poiché le grandi imprese la­
sciano sempre delle tracce durature che al momento non si fanno notare
e si confondono con quelle più passeggere. L’identificazione con l’eroe è
‘estetica’ perché si limita al tempo della lettura e non può condizionare
oltre un certo limite la vita del lettore o peggio sconvolgerla. La storia
della letteratura offre infatti molti exempla che mostrano gli esiti cata­
strofici delle identificazioni che vanno oltre la pagina e si intrufolano nel­
la vita. Se non vogliamo trasformarci in tante Madame Bovary, in tanti
Don Chisciotte o in tanti Tartarini, dobbiamo sempre stabilire una di­
stanza di sicurezza non solo fra la realtà quotidiana e quella raccontata,
ma anche nei confronti della realtà tradotta in idee e ‘sistemi’, e smettere
di essere gramsciani, o marxisti, o nietzschiani quando chiudiamo i libri
di questi grandi pensatori. Coloro che si immergono totalmente in un si­
stema di pensiero, agiscono dalla mattina alla sera conformemente ad es­
so e vedono tutta la realtà attraverso le sue categorie, somigliano a quel
Socrate immaginario, messo in scena dall’abate Galiani, che si era per­
suaso di vivere ai tempi degli antichi filosofi greci e aveva aggiustato il
mondo circostante secondo i suoi desideri. Una impressione non molto
diversa mi fanno molti ‘gramsciani’ del XXI secolo, simpatiche persone
la cui non sempre innocua mania consiste nel credere che l’intero uni­
verso sia organizzato in un sistema gramsciano compatto. Per costoro

73
__________________ Anglani, Solitudine di Gramsci _________________

esiste un modo ‘gramsciano’ anche di bere il caffè. Se quando si entra in


un universo filosofico è utile ricorrere alla stessa «sospensione dell’in­
credulità» teorizzata da Coleridge alla quale ci si affida ogni volta che si
legge un’opera letteraria, è anche opportuno riassumere la propria incre­
dulità e il proprio distacco allorché se ne esce. Il seme della catastrofe del
marxismo si trovava proprio nella pretesa di assolutezza che trasforma­
va un pensiero nuovo e stimolante in totalità rispetto alla quale non si
poteva che star dentro o fuori. E invece, molto spesso, anche in queste
vicende tertìum (nonché quartum, quintum ecc.) datar.
La lettura estetica permette di rispettare la storicità complessa del­
l’oggetto coniugando le due prospettive: quella di guardare all’oggetto
nella sua totalità sistemica e storicamente necessaria e quella di deci­
frare in esso i segni delle contraddizioni che lo mettono in movimen­
to e tendono a destrutturarlo pur senza distruggerlo, a spostarne sem­
pre in avanti le contraddizioni. Gramsci è dunque oggetto di analisi
estetica non malgrado la sua natura politica bensì proprio in ragione di
essa: ma per questo motivo è preferibile che l’interprete non condivi­
da gli stessi obiettivi ai quali mirava Gramsci al suo tempo, perché, co­
me ognuno sa, le cose si ripetono nella storia come farsa dopo essere
apparse come tragedia, e la tragedia del comunismo è stata troppo
grande ed ha marcato troppo profondamente il secolo passato perché
si pretenda di riprodurla farsescamente al giorno d’oggi civettando nei
salotti o nelle aule universitarie con storie grandi e terribili. Il tentati­
vo gramsciano di conciliare il comunismo e la libertà, ed anzi di vede­
re nel comunismo la realizzazione finale del processo di liberazione
mondiale, era nobilissimo e ricco di molte implicazioni teoriche e co­
noscitive e aveva le caratteristiche della grande scommessa intellettua­
le. Malgrado la sua genialità Gramsci non poteva ‘prevedere’ ciò che
sarebbe accaduto anche se talvolta si comporta come se avesse intuito
qualcosa; ma un tentativo analogo fatto oggi da chiunque altro non sa­
rebbe (non è) che un modo cinico o irresponsabile di giocare con cose
serie. Dunque Gramsci, a differenza dei suoi ripetitori scolastici, me­
rita tutta l’attenzione possibile per la natura drammatica della sua
scommessa intellettuale, anche e soprattutto ora che lo scopo finale
delle sue riflessioni si è rivelato irraggiungibile.
Se, dopo decenni di furori ideologici, ci siamo convinti che le no­
stre ideologie non possono essere usate come criteri assoluti di valore
nei giudizi scientifici, dobbiamo anche saper riconoscere la validità e la
funzione di un’ideologia alla quale restiamo estranei. Quando leggo
Céline tento di dimenticare le mie convinzioni antirazziste ed antifa-

74
Conflitti e totalità

sciste, e mi sforzo di non giudicare cattivo uno scrittore il cui mondo


ideologico mi fa orrore; ma non posso rimuovere il rapporto fra lo sti­
le di Céline e le sue idee, se non voglio ricadere nelle trappole della cri­
tica formalistica indifferente ai ‘contenuti’. Céline è un grande scritto­
re (purtroppo, potremmo dire per riservarci un cantuccio in cui espri­
mere il nostro punto di vista di uomini democratici) non malgrado sia
fascista, ma proprio perché lo è stato fin dal primo romanzo che pure
al suo apparire fu letto come un’opera antibellicista e vicina al mondo
dei diseredati. E certo il fascismo di Céline non è quello di D ’Annun­
zio né quello di Marinetti né quello di Papini, ma sempre fascismo è, e
non c’è capriola ermeneutica che possa ritradurre le sue visioni in im­
magini progressive. Come da un grumo di idee ributtanti possano ge­
nerarsi capolavori letterari che segnano un intero secolo è problema
che non tocchiamo qui, se non per rivendicare anche a proposito di
Gramsci un principio analogo: quello di sospendere per quanto pos­
siamo i nostri criteri di valore, se non vogliamo ricadere nella critica
dei ‘nonostante’. Guai dunque a mettere tra parentesi il comuniSmo di
Gramsci, come il fascismo di Céline, se non vogliamo errare clamoro­
samente nella loro comprensione storica117.

117Al bourgeois che si senta épàté dall’accostamento tra Gramsci e Céline (provocatoria­
mente evidenziato dal passo di Mori à crédit posto in esergo al capitolo seguente), va detto
che tale accostamento riguarda certamente non il contenuto delle loro idee, assolutamente
incomparabili, ma (veramente impressionante, a considerare i testi) la vocazione di ambedue
per lo studio matto e disperatissimo, compiuto con sacrifici tremendi a prezzo della stessa
salute, e la scelta di andare avanti per la strada imboccata, a dispetto del mondo esterno e del­
le opportunità di autosalvezza. Anche Céline si rinchiude in una specie di carcere, rifiutan­
do i compromessi che potrebbero semplificargli la vita... C ’è in entrambi una caratteristica
‘novecentesca’, dal colore tragico, che li rende in forme diverse emblematici del secolo. A
questi aspetti si potrebbe aggiungere la capacità di intuire l’importanza dell’americanismo e
del fordismo: ma qui si entra in un terreno minato dal quale mi ritraggo per difetto di com­
petenza. Un lettore molto meno dilettantesco del sottoscritto ha potuto notare che la fab­
brica fordiana, «così come appare agli occhi di Ferdinand», non è «tanto diversa, a ben guar­
dare, da quella che da dietro le sbarre di Turi intuiva il Gramsci di Americanismo e fordismo»
(M. Revelli, Céline. La vita biologica «messa al lavoro», in Id., Oltre il Novecento. La poli­
tica, le ideologie e le insidie del lavoro, Einaudi, Torino 2001, p. 50). A proposito dell’Ame­
rica (e della «natura tentacolare dello stile di pensiero»), è stato fatto il nome di Kafka (G.
Baratta, Americanismo e fordismo, in Aa.Vv., Le parole di Gramsci cit., p. 33). È noto che il
contributo più innovativo alla comprensione def tema americanista e fordista in Gramsci è
stato dato da Franco de Felice, a cominciare da un breve articolo su «Rinascita-Il Contem­
poraneo» (1972,42), poi nell’intervento al convegno gramsciano del 1977 e in seguito in mol­
te altre occasioni, fra le quali in particolare VIntroduzione e le note al Quaderno 22 già cita­
to. Sull’americanismo come aspetto della «società di massa», cfr. il quadro storico-critico,
sintetico ma efficace e filologicamente corretto, di M. Paladini Musitelli in Aa.Vv., Gramsci
e la società di massa cit., pp. 13-9. Non va dimenticato che Americanismo e fordismo «non fu
pubblicato nella prima edizione dei Quaderni», probabilmente perché considerato «margi­
nale rispetto all’impianto fortemente ‘storicista’ e all’asse ‘nazional-popolare’ privilegiati nel­
la lettura togliattiana» del pensiero gramsciano (Revelli, Jiinger e Gramsci. Ovvero l ’Operaio
Totale, in Id., Oltre il Novecento cit., p. 46).

75
___________________ Anglani, Solitudine di Gramsci__________________

Il punto decisivo sta nel compiere tale operazione in termini dram­


matici e non apologetici, ossia nel partire né dalla difesa antistorica di
una realtà tramontata né dalla soddisfazione per la fine del comuniSmo
ma dalla contraddittorietà interna al sistema teorico in questione. Nel
partire cioè dall’oggetto e non dalla nostra scala di valori. Dire che il
pensiero di Gramsci è fallimentare perché il comuniSmo è crollato sa­
rebbe un gioco troppo facile, che lasciamo ai rotocalchi e ai mestatori
interessati; così come proclamare che esso è attuale perché ridisegna un
futuro possibile è un’operazione ideologica priva di fondamento scien­
tifico. Si tratta, in entrambi i casi, di una ‘passione’ che prende il so­
pravvento sulla ‘ragione’. L’estraneità al comuniSmo permette all’inter­
prete non tanto di negare il comuniSmo gramsciano, filologicamente
documentabile, quanto di problematizzarlo secondo tensioni che sono
interne ad esso e restano sconosciute ad altri pensatori pur accomunati
dalla stessa prospettiva. La fine del comuniSmo è solo l’occasione che la
storia offre a noi posteri di ‘vedere’ ciò che c’era sempre stato ma che
fino a circa un ventennio fa poteva essere rilevato solo con difficoltà,
ossia l’incomponibilità di un ‘sistema’ che da un lato tendeva ad essere
assoluto e autosufficiente e che da un altro lato invece era drammatica-
mente contraddittorio rispetto a se stesso. Non sono i milioni di vitti­
me e i gulag e altre nefandezze, purtroppo indiscutibili, a rendere im­
proponibile il comuniSmo ai nostri giorni, quanto piuttosto la pretesa
di edificare un sistema generale capace di comprendere nelle sue strut­
ture ogni articolazione del reale e addirittura di interpretare la logica
della storia anche per conto di chi nutre altre opinioni. Ma i sistemi, i
quali ambiscono tutti alla totalità, si dividono tra quelli che assorbono
in una coerenza puramente formale le proprie contraddizioni, seppel­
lendole sotto un lifting ideologico, e quelli che invece accolgono e rive­
lano le proprie contraddizioni e addirittura aiutano a svelarle critica-
mente, pur continuando ad inseguire l’obiettivo della completezza e
della totalità. Il sistema gramsciano appare incompiuto e contradditto­
rio non rispetto ai misfatti del «comuniSmo reale» ma rispetto alla pro­
pria ambizione totalitaria, e al tempo stesso trova in tale contradditto­
rietà la ragione principale per cui se ne debba discutere ancora.
In un passo del quaderno 11 (1932-33: la prima stesura del passo è
nel quaderno 4, Q., pp. 435-6), citato e commentato da moltissimi stu­
diosi, Gramsci si propone di rinnovare «il concetto di “ortodossia”»,
riportandolo «alle sue origini autentiche», come «concetto fondamen­
tale che la filosofia della praxis “basta a se stessa”» perché «contiene in
sé tutti gli elementi fondamentali per costruire una totale ed integrale

76
Conflitti e totalità

concezione del mondo, una totale filosofia e teoria delle scienze natu­
rali, non solo, ma anche per vivificare una integrale organizzazione
pratica della società, cioè per diventare una totale, integrale civiltà»:
perché essa è «una struttura di pensiero completamente autonoma e
indipendente, in antagonismo con tutte le filosofie e le religioni tradi­
zionali», che «non ha bisogno di sostegni eterogenei» in quanto «è co­
sì robusta e feconda di nuove verità che il vecchio mondo vi ricorre per
fornire il suo arsenale di armi più potenti ed efficaci» (Q., p. 1434).
Non c’è simpatia umana e intellettuale per Gramsci che possa impedi­
re di riconoscere in questo progetto una prospettiva totalitaria, volta
alla emancipazione delle classi subalterne e accentrata attorno all’idea
della «libertà», ma pur sempre totalitaria118: anche e soprattutto perché
la prospettiva totalitaria è nitidamente disegnata da Gramsci stesso e
rivendicata coerentemente lungo le migliaia di pagine dei Quaderni ed
è dunque ‘filologicamente’ accertabile. Tutti i distinguo e le postille de­
gli interpreti non riusciranno a dimostrare che tale prospettiva sia
compatibile con la democrazia moderna fondata sul conflitto e sulla
divisione dei poteri, per quanto discutibile la sua «retorica» possa ap­
parire agli occhi dei suoi critici119.

118Secondo Del Noce, il vero contenuto dell’«autosufficienza del marxismo» perseguita


da Gramsci è dato dal rapporto sotterraneo e profondo con Gentile, giacché il pensiero
gramsciano «è la versione rivoluzionaria dell’attualismo» ed è tutto interno alla tematica to­
talitaria di esso (Del Noce, Il suicidio cit., p. 253 e passim). Non ho la competenza necessa­
ria per discutere tesi che tante polemiche hanno suscitato nella critica gramsciana, e non so­
no dunque in grado di decidere se sia vero che in Gramsci non ci sia niente «di crociano» (ivi,
p. 132) e che il rapporto tra Gramsci e Gentile si giochi tutto «aVCinterno del totalitarismo»,
ossia che la contrapposizione tra comunismo e fascismo agli occhi di Gramsci stesso sia quel­
la tra «totalitarismo vero» da un lato (comunismo) e «finzione di totalitarismo o totalitari­
smo mancato» dall’altro (fascismo) (ivi, p. 275). Mi limito però ad osservare che, quand’an­
che così fosse, il dettaglio che divide Gramsci da Gentile sta nel fatto che il sistema attuali-
stico è chiuso e perfetto in sé poiché non fa mai i conti con l’individualità e l’irripetibilità dei
fenomeni, mentre quello gramsciano resta aperto e si modifica e si contraddice, lasciando
sempre spazio a quella dialettica fra totalitarismo e libertà che manca del tutto a Gentile e al
fascismo. Secondo la ricostruzione di Del Noce, il pensiero gentiliano nasce già tutto for­
mato nelle prime opere del giovane filosofo: anche per questo, dunque, non c’è niente in co­
mune con l’itinerario tormentato e problematico seguito da Gramsci. Rita Medici riconosce
che nella riflessione gramsciana esistono «zone d’ombra, o semplificazioni, a cui lo spinge la
sua impostazione così fortemente antiliberale», che non pare giusto «ignorare o sottovaluta­
re», ma risolve il problema concludendo che Gramsci è «un pensatore insieme ‘antiliberale’
e ‘antitotalitario’» che si muove «in uno spazio teorico personalissimo, forse molto ristretto,
e certamente accidentato (dato che la terza via, quella socialdemocratica, Gramsci la rifiuta),
ma comunque del tutto peculiare» (R. Medici, Giacobinismo, in Aa.Vv., Le parole di Gram­
sci cit., p. 118).
Mi riferisco al libello in cui Luciano Canfora (Critica della retorica democratica, La-
terza, Roma-Bari 2002) traccia il ritratto di un Gramsci «elitista integrale» e critico feroce del
sistema rappresentativo (cfr. ivi, pp. 61-6), e riferisce in termini positivi tali aspetti del pen­
siero gramsciano, in polemica con le sue trasfigurazioni ‘democratiche’.

77
Anglani, Solitudine di Gramsci

Inutile domandarsi se Gramsci, nel caso fosse sopravvissuto alle


galere fasciste, sarebbe entrato in rotta di collisione con la politica so­
vietica fino a diventare martire dello stalinismo in nome della «li­
bertà»: se cioè egli avrebbe condotto fino alle conseguenze ultime
l’opposizione tendenziale allo stalinismo (testimoniata dalla famosa
lettera inviata a Togliatti nell’ottobre del 1926), nella quale si trove­
rebbe «una precoce, profonda ed esatta intuizione di quello che sarà
in futuro (un futuro, del resto, non molto lontano) lo stile e il meto­
do di Stalin»120. Quello che ci resta di lui è l’abbozzo di un ‘sistema’
che pone l’autosufficienza teorica come obiettivo del proprio lavoro,
e tanto ci basta per vedere in esso un’utopia organicistica estranea al
pluralismo che oggi contrassegna i nostri riferimenti culturali e poli­
tici. La cultura di sinistra non dovrebbe lasciare alla destra (i cui sche­
letri nell’armadio formano un esercito infinito) il facile lavoro di gri­
dare al totalitarismo comunista, quando il problema è assai più deli­
cato e più complesso di quello rappresentato da alcune realizzazioni
catastrofiche. Non sono i gulag a dover essere sottoposti a critica, ma
le loro lontane eppur indiscutibili fondazioni teoriche nelle quali la
destra ha ben poco da insegnare alla sinistra. L’idea che un pensiero,
qualsiasi pensiero, possa bastare a se stesso e contenere in sé tutto il
mondo nelle sue manifestazioni infinite, che esprime al livello più al­
to la tensione ‘egemonica’ e anti-liberale di tante esperienze politiche
del secolo scorso, si pone in contrasto irreparabile con gli acquisti
pluralistici e, diciamolo pure, relativistici della filosofia e dell’arte del
Novecento121. Il fatto che per Gramsci questo pensiero totalitario e

120 A. Natoli, Gramsci in carcere, il Partito, il Comintern, in «Belfagor», xliii, 1988, 2,


p. 168. L’ostilità da parte dei sovietici e la decisione di condannare Gramsci all’«altro carce­
re» nascerebbero da questo atto che venne letto come un avvicinamento al trotzkismo e ad
altre pericolose deviazioni antibolsceviche. Tutto questo è innegabile, ma non pare sufficien­
te per sostenere che tale rotta di collisione manifestasse una diversità teorica e strategica fon­
damentale tra Gramsci e il bolscevismo. Vacca ha tentato di conciliare egemonia e democra­
zia pluralista sostenendo non solo che il «bersaglio» dei Quaderni sarebbe Stalin ma addirit­
tura che l’idea gramsciana di rivoluzione sarebbe legata al «concetto di riforma» (G. Vacca,
Egemonia e democrazia. Introduzione, in Id., Appuntamenti con Gramsci. Introduzione al­
lo studio dei «Quaderni del carcere», Carocci, Roma 1999, pp. 33 e 50), rendendo Gramsci il
padre del riformismo socialdemocratico moderno. Canfora, come si è visto, sostiene il con­
trario e riporta Gramsci a Stalin: è probabile che le due soluzioni siano entrambe unilatera­
li, e che se è esagerato fare di Gramsci il padre del riformismo è altrettanto esagerato occul­
tare le tensioni critiche di Gramsci nei confronti dello stalinismo. Il fatto innegabile è p u r­
troppo che ciascuno ‘usa’ Gramsci per le proprie battaglie teorico-politiche, relegando in
quarta o quinta fila il rispetto dei testi.
121 Sul dibattito contemporaneo intorno al ‘relativismo’, da non confondersi con nichili­
smo e con altre scappatoie estetistiche, si veda ora G. Giorello, D i nessuna chiesa. La libertà
del laico, Raffaello Cortina, Milano 2005.

78
Conflitti e totalità

autosufficiente fosse la premessa necessaria al trionfo della «libertà» è


un elemento di contraddizione ulteriore, che gli interpreti gramsciani
hanno tentato di risolvere sforzandosi di mettere d’accordo due
aspetti conflittuali e incomponibili, presenti entrambi in una riflessio­
ne che in forme altissime riflette un conflitto storico generale: come è
capitato, fra gli altri, a quello studioso francese che poco prima della
caduta del comuniSmo pensò di conciliare le indubbie «tendenze to­
talitarie e strumentalistiche» del pensiero gramsciano con «l’autono­
mia dell’individuo, la sua libertà personale e la sua capacità giuridica,
il suo statuto di soggetto», esprimendo alla fine la certezza che il co­
muniSmo avrebbe segnato «l’avvento di libere personalità concrete in
cui saranno armonicamente fusi principio formale e contenuto so­
stanziale»122. Il «secolo breve» è stato segnato dalla contraddizione fra
un processo inarrestabile di scomposizione e di pluralismo conosciti­
vo e di sperimentalismo antigerarchico nelle aree più svariate della
produzione artistica e intellettuale per un lato, e le tendenze totalita­
rie che hanno trovato le loro incarnazioni tragiche nelle esperienze
del comuniSmo e del nazifascismo dall’altro: esso è stato davvero «il
secolo degli opposti, sempre estremi, sempre assoluti»123.
La parte più dinamica del pensiero mondiale (sopravvissuta alle
tragedie del Novecento) si è mossa dunque in direzioni tanto diverse
da quelle progettate da Gramsci che chi pretendesse di orientarsi nel
mondo attuale assumendo un’ottica integralmente ‘gramsciana’ sareb­
be costretto ad ignorare o a rimuovere il novanta per cento di ciò che
è accaduto e continua ad accadere sulla scena del pensiero e della pras­
si. La soluzione immaginata da Gramsci alla «necessità di porre un ar­
gine alla logica del completamento del marxismo», per quanto molto
diversa da quella proposta da Plechanov in termini ideologici e sche­
matici, presupponeva comunque un marxismo «profondamente mo­
nistico» che pretendeva di segnare «una rottura irreversibile con tutta
la precedente concezione della filosofia» e di realizzare la «necessità di

m J. Texier, Il concetto gramsciano di «società civile» e l’indipendenza personale, in Aa.Vv.,


Gramsci e il marxismo contemporaneo, a cura di B. Muscatello, Editori Riuniti, Roma 1990,
pp. 26-8 e 34. Che tale contraddizione segnasse la riflessione di Gramsci fra gli anni venti e
trenta costituisce un elemento originale di storicità; che dopo settantanni di socialismo reale,
e alle soglie della fine dell’impero sovietico, uno studioso potesse parlare del rapporto tra li­
bertà e comuniSmo usando i verbi al futuro ed in termini già ampiamente smentiti dalla sto­
ria è un fenomeno di cecità ideologica veramente straordinario. Quello che era il rovello di un
intelletto filologicamente agguerrito diventa una tranquilla certezza negli epigoni.
w M. Revelli, Uscire dal Novecento, in Id., Oltre il Novecento cit., p. vii. Sull’assenza,
nelle esperienze novecentesche (non solo letterarie) di «un qualunque principio equilibrato-
re o regolatore» di tipo gerarchico, cfr. M. Sechi - B. Brunetti, Lessico novecentesco, B. A.
Graphis, Bari 1996 (l’espressione citata è a p. 7).

79
Anglani, Solitudine di Gramsci

una ristrutturazione di tutto il modo di essere del sapere filosofico»124.


La fortuna di Gramsci, e di noi posteri, nasce dal fatto che tale pro­
getto non viene realizzato per davvero nella materialità del testo, e che
la nuova filosofia epocale non solo rimane un sogno che, come tutti i
sogni, appare costruito con i materiali più disparati provenienti dalle
fonti più diverse, ma compone un capitolo importante (benché non
esclusivo) di quella storia pluralistica del pensiero che essa pretendeva
di azzerare con un nuovo inizio rivoluzionario.
Chi riuscisse a dimostrare l’esistenza di una compiuta «teoria gene­
rale del marxismo» in Gramsci, dunque, porrebbe la pietra tombale su
un pensiero divenuto per ciò stesso inutilizzabile in una temporalità
ormai riluttante a ogni ‘ricomposizione’ monistica. Il paradosso è che
Gramsci sarebbe davvero e interamente ‘morto’ se i gramsciani dimo­
strassero di aver ragione. Per questo occorre difenderlo dal loro ab­
braccio soffocante: dai nemici mi guardi Iddio... Allo stesso modo è
necessario difendere Marx dai marxisti, Freud dagli psicoanalisti,
Darwin dai positivisti, Gesù dal papa, Nietzsche dalla sorella, e tutti i
grandi dai loro seguaci. L’aspirazione all’autonomia del marxismo in
Gramsci esiste, senza dubbio, ma per nostra fortuna è contraddetta da
tensioni opposte che ne rinviano continuamente il compimento; e in
ogni caso rappresenta la parte meno vitale della sua opera, non solo
perché le vicende successive hanno dimostrato ad abundantiam come
tali tentativi siano destinati in generale all’implosione più o meno vio­
lenta, ma anche per la ragione più specifica che la pratica effettiva del­
la logica ‘filosofica’ nei Quaderni ne costituisce già la smentita più ra­
dicale. Se nella storia esiste un esempio di ‘meticciato’ ardito, di una
contaminazione infinita nella quale le suggestioni più varie sono con­
vocate e utilizzate allo scopo di dare anima e corpo a un tentativo in
progress di elaborazione teorica, esso è senza ombra di dubbio quello
offerto dai Quaderni gramsciani, articolati sulla molteplicità e sulla
contraddittorietà delle voci che lo attraversano. La radice della con­
traddizione sta nel cuore del ‘metodo’ gramsciano, che mentre aspira
all’autosufficienza sa che il corpo dottrinario può essere costruito solo

121 L. Paggi, Da Lenin a Marx [1974; titolo originale: La teoria generale del marxismo in
Gramsci], in Id., Le strategie del potere in Gramsci: tra fascismo e socialismo in un solo pae­
se. 1923-1926, Editori Riuniti, Roma 1984, pp. 429 e 431. Per Paggi il progetto gramsciano
di fondare la teoria generale del marxismo è perfettamente riuscito: o meglio, secondo lui
nell’opera di Gramsci «sono contenuti gli elementi di una teoria generale» che poi l’inter­
prete ricuce secondo la sua ottica e i suoi desideri, polemizzando contro l’operazione cosid­
detta del «“Gramsci in frammenti”» attraverso la quale «è sempre passato l’appiattimento e
il riassorbimento di un pensiero all’interno di quelle abitudini che esso ha voluto spoltrire»
(ivi, p. 493).

80
________________________ Conflitti e totalità------------------------------------ -

sulla base di un rapporto serrato con altre visioni filosofiche preceden­


ti, e polemizza duramente con chi (come Bucharin) presenta «le dot­
trine filosofiche passate su uno stesso piano di trivialità e di banalità,
cosi che al lettore pare che tutta la cultura passata sia stata una fanta­
smagoria di baccanti in delirio» (Q., p. 1450). Il rifiuto di considerare
la cultura passata (ma non solo la passata, perché da questa prospettiva
non si possono escludere le esperienze contemporanee, da Croce a
Sorel a Gentile e così via) come una sequela di stupidaggini è la falla che
mina alla radice il progetto autosufficiente e consente di distinguere nel
mosaico le mille pietruzze usate per comporlo. Gramsci sa benissimo
che le altre ideologie non sono un ammasso di sciocchezze da liquida­
re con un frego rosso. I Quaderni sono un caso classico di quello «svi­
luppo creativo della parola altrui» in un «nuovo contesto» e in «nuove
condizioni», ovvero di quel «processo di lotta con la parola altrui» che
Bachtin considerava caratteristico non solo della prassi romanzesca ma
anche di certi tipi di espressione ideologica: non di tutti, s’intende,
giacché in altre parti della prosa gramsciana (e in particolare negli scrit­
ti ‘politici’ degli anni venti, di cui ci occupiamo più avanti) Bachtin
avrebbe potuto rilevare facilmente il predominio della «parola autori­
taria» che non presuppone alcun dialogo né nella propria genesi né nel
proprio funzionamento comunicativo125. Inutile ammonire che la mol­
teplicità dei Quaderni presuppone la presenza di un direttore abilissi­
mo senza il quale il concerto degenererebbe in orrenda cacofonia, se
non si riconosce d’altra parte che il direttore medesimo gesticolerebbe
a vuoto se non avesse attorno a sé tanti e tali elementi la cui presenza
non può rimanere senza effetto sull’insieme. Le ricerche sulla cultura
di Gramsci hanno mostrato la varietà e la ricchezza di ingredienti, an­
che antitetici, di cui egli si è servito, nobilitando in seguito tale pratica
(comune a tutti i pensatori di tutti i tempi) con la teoria della ‘tradu­
zione’ dei linguaggi e delle ideologie126. Queste ricerche hanno messo
in evidenza non solo, volta per volta, i debiti contratti con le esperien­
ze più svariate, ma soprattutto il fatto decisivo che la formazione di
quel pensiero precede la conoscenza di Marx e dei classici del marxi­
smo, che da essa «è assente il Marx scienziato dell’economia e della so­
cietà, il Marx del Capitale», che comunque i riferimenti a Marx «sono
spesso di seconda mano», che «l’analisi strutturale è negletta», che «la
visione economica è come immiserita nello schema liberistico», che

125M. Bachtin, La parola nel romanzo [1934-35], in Id., Estetica e romanzo, a cura di C.
Strada Janovic, Einaudi, Torino 1979, pp. 155-6 e 150.
126 Sulla pratica della traducibilità, cfr. il contributo di D. Boothman, Traduzione e tra­
ducibilità, in Aa.Vv., Le parole dì Gramsci cit., pp. 247-66.

81
Anglani, Solitudine di Gramsci

persino Labriola «non lascia che deboli tracce» in Gramsci (e nel suo
amico Gobetti) e che Sorel e Lenin vengono prima di Marx127; mentre
l’edizione critica degli scritti giovanili ha indotto gli studiosi a sostene­
re che certe categorie teorico-politiche (come il privilegiamento della
tematica ‘produttivistica’ rispetto a quella della distribuzione) si pre­
sentano nel Gramsci degli anni 1916 e 1917 «prima del suo incontro
con il leninismo e con la rivoluzione sovietica»128.
Non lasciamoci dunque intimorire dalla maligna soddisfazione po­
lemica con cui alcuni pedanti antigramsciani, con l’intento di dimostra­
re lo scarso ‘marxismo’ di Gramsci, hanno sottolineato le particolarità e
le stesse casualità nella formazione gramsciana, giacché i risultati di tali
ricerche, quando sono documentati, non solo non danneggiano il no­
stro autore ma lo rendono più appassionante e ‘vero’, e ci permettono
comunque di sapere che persino Labriola arriva sotto gli occhi di
Gramsci dopo Croce e Gentile, rendendo «indimostrabile» l’ipotesi di
«una linea teoretica che senza soluzioni di continuità da Labriola arrivi
a Gramsci»: e rimaniamo del tutto indifferenti al giudizio di valore im­
plicito in tali rilevazioni filologiche, ossia al fatto che in tal modo la ri­
flessione gramsciana «si presenta all’inizio del suo itinerario debole e in­
certa quanto a referenze classiste o a precise connotazioni marxiane»129.
Quello di studiare un pensatore al solo scopo di definire il grado di fe-

127P. Spriano, Gramsci e Gobetti [1976], in Id., Gramsci e Gobetti. Introduzione alla vi­
ta e alle opere, Einaudi, Torino 1977, pp. 10-1.
128C. Levy, A N ew Look at thè Young Gramsci, in «Boundary 2», xiv, 1986, 3, p. 39.
129Bergami, Il giovane Gramsci cit. pp. 11-2. Un discorso analogo può essere fatto per i
rapporti con Lenin: senza mettere in discussione la scelta ‘leninista’ compiuta da Gramsci a
un certo punto della sua attività (scelta che segna l’inizio di una parabola involutiva che i
Quaderni tenteranno di rovesciare), è pur sempre interessante sapere che la prima comparsa
della nozione di «egemonia» si trova in un articolo del 1916 sulla presa della Bastiglia, e che
solo più tardi «l’irruzione della rivoluzione russa del 1917» contribuisce a «cristallizzare»
idee precedenti (Ghosh, Gramscian Hegemony cit., pp. 30-1 e 35). N on sarà un caso che nei
Quaderni, a ben vedere, i ‘filosofi’ più citati saranno quelli ‘borghesi’, ossia «quelli della fi­
losofia europea» non marxista: e infatti «Kant batte Trockij, quanto a a numero di citazio­
ni», e «Gentile batte largamente Lenin, di vari punti», Hegel «travolge Engels» e Croce «sur­
classa Marx», insomma «i filosofi di un libro accademico battono i teorici politici del marxi­
smo» (T. De Mauro, Alcuni appunti su Gramsci linguista, in Aa.Vv., Gramsci e la modernità
cit., p. 139). In forme estreme, ma a loro modo suggestive, un critico americano ha sostenu­
to che Gramsci non si «converte» al marxismo ma trova nel marxismo l’ideologia capace di
dare sostanza alle sue «inclinazioni pre-intellettuali» e soprattutto all’ottica degli «esclusi»
originata in lui dalla duplice condizione di giovane sardo e di «gobbo», e che l’immagine del
rapporto tra periferia e centro in Gramsci è «molto più ricca e interessante della metafora
marxiana della lotta di classe» (D. Germino, Antonio Gramsci: From thè Margins to thè
Center, thè Joumey o f a Hunchback, in «Boundary 2», xrv, 1986, 3, pp. 23-4 e passim). Que­
sto saggio è stato ripreso dallo stesso autore in Antonio Gramsci. Architect o f a N ew Politics,
Louisiana State University Press, Baton Rouge-London 1990, che non ho potuto consulta­
re: la tesi riferita è stata giudicata «insipida» da William Hartley nella recensione al volume
(in «Italian Quarterly», XXXI, 1990, 119-120, p. 147).

82
Conflitti e totalità

deità o di infedeltà a un altro pensatore o a un’altra tradizione è un la­


voro scientificamente sterile, un gioco inutile che ha occupato gli inge­
gni per gran parte del Novecento. Ed anzi, se proprio si richiede un giu­
dizio di valore dobbiamo dire che in tal modo si conferma l’esistenza di
una formazione intellettuale straordinaria, attenta e pronta a molte spe­
rimentazioni, eclettica e ben poco ortodossa. Se fosse quel pensatore to­
tale e autosufficiente immaginato da molti gramsciani, Gramsci appar­
terrebbe già al museo delle cere del secolo scorso. Per fortuna i gram­
sciani hanno torto. È la stessa forma mentis gramsciana a differire
profondamente da quella di Marx, e Marx vi entra per così dire a cose
largamente fatte, quando certi meccanismi logico-analitici ed anche cer­
ti impulsi pratico-conoscitivi vi si sono solidificati in forme irreversibi­
li. Il fatto fondamentale è che Gramsci ‘pensa’ ab initio in modo total­
mente differente da Marx.
Gli studiosi di linguistica hanno sostenuto, per esempio, che i pri­
mi studi in quella disciplina hanno attrezzato il cervello di Gramsci
con modelli logico-conoscitivi che precedono anch’essi lo studio di
Marx, non sono riducibili nemmeno in seguito all’ortodossia marxia­
na ed anzi contribuiscono fortemente a formare il particolare ‘marxi­
smo’ di Gramsci. «Le fonti dell’originalità del marxismo gramsciano
non provengono né da Marx né da Lenin», ha scritto uno che se ne in­
tende, ma dalla «prima incubazione glottologica» avvenuta negli studi
universitari130. Perdoniamo volentieri a Gramsci il fatto che egli, con
un tipico procedimento di ‘falsa coscienza’, abbia ritenuto a un certo
punto di dover risistemare tutto il suo mondo sotto il segno di Marx,

130 Franco Lo Piparo (Lingua, intellettuali, egemonia in Gramsci, Laterza, Roma-Bari


1979, pp. 3 e 9), secondo cui la «terminologia» e lo «schema concettuale» relativi al proble­
ma degli intellettuali e del rapporto tra intellettuali e popolo derivano da Manzoni, da Bon­
ghi e dai testi principali di linguistica romanza (ivi, p. 25), anche se poi ovviamente «le ma­
niere di affrontarlo e le soluzioni» proposte sono molto diverse (ivi, p. 27). Grande è poi l’in­
flusso della «teoria sociologica e del lavoro intellettuale» di Graziadio Ascoli sulla elabora­
zione dei Quaderni (ivi, p. 37). Si può anzi dire che alcuni concetti considerati tipicamente
gramsciani, come quello della «natura cosmopolita e non nazionale dei grandi intellettuali
italiani», erano già stati elaborati e formalizzati da Ascoli (ivi, p. 38). Per quanto riguarda l’o­
rigine del concetto di egemonia, al quale si accenna nella nota precedente, si può dire che es­
sa va retrodatata ancora e fatta risalire «all’insegnamento linguistico di Battoli e alla sua po­
lemica contro il materialismo naturalistico e ‘fatalistico’ dei colleghi neogrammatici» (ivi,
p. 85), possiede una «componente linguistica finora del tutto trascurata» (ivi, p. 195) ed è
«molto simile a quello weberiano di potere legittimo» (ivi, p. 121). Se un ‘libro’ autonomo e
originale si può ricavare dagli scritti di Gramsci, questo non può essere che un libro di lin­
guistica: è abbastanza strano che per anni ci si sia arrampicati sugli specchi per inventare un
Gramsci critico e storico letterario se non fondatore di un’estetica marxista (e più recente­
mente di un Gramsci ‘storico’ o ‘filosofo’), ‘rimuovendo’ il fatto che «l’iniziale matrice lin­
guistica» degli interessi gramsciani costituisce il fondamento reale delle ricerche svolte in car­
cere e costituisce il nucleo del programma «ftir ewig» (ivi, p. 15).

83
Anglani, Solitudine di Gramsci

mentre di fatto è stato il ‘suo’ Marx a doversi adattare in un condomi­


nio molto affollato e dove i posti migliori erano stati tutti presi. D ’al­
tro canto non possiamo non osservare che lo stesso Gramsci, sempre
per la forza della sua onestà filologica, negli anni maturi riconosce l’i­
tinerario tormentato e poco rettilineo che lo ha portato a Marx, e
tutt’al più (per ragioni comprensibilissime) occulta il ruolo svolto da
Gentile a favore di quello svolto da Croce. In ogni caso, però, l’istan­
za sistematica di costruire una teoria autosufficiente e onnicomprensi­
va, emersa nel carcere, non è la quadratura definitiva del cerchio ma un
dettaglio dell’insieme che dev’essere valutato in rapporto con tutti gli
altri, parecchi dei quali procedono in controtendenza rispetto ad esso.
Chi ha sottolineato in Gramsci la presenza di Croce, chi quella di
Gentile, chi quella di Sorel, chi quella dei polemisti francesi, chi quel­
la di Serra, chi quella di De Sanctis, chi quella di Bergson, chi quella di
Gioberti e così via: e il bello è che han tutti ragione, anche se ciascuno
ha torto nell’assolutizzare la propria scoperta e nel ricondurre Gram­
sci sotto l’egida unica di questo o di quello, perché la cifra specifica di
Gramsci sta non certo nell’adesione a un modello preciso ma nella di­
sposizione a lasciarsi fecondare da tutti gli stimoli culturali; benché a
guardar bene, almeno sul piano filosofico e culturale generale, tale va­
rietà debba venir limitata al versante antiliberale del pensiero organici-
stico-dialettico, a un «brodo» antidemocratico e antirappresentativo
segnato da affinità inquietanti fra destra e sinistra131.
Gli interpreti possono accapigliarsi infatti sul primato di Genti­
le o su quello di Hegel o su quello di altri illustri pensatori ma non
è per un caso che risulti assai difficile introdurre nell’elenco i nomi
del coté antihegeliano e antidialettico della filosofia europea, da
Kierkegaard a Schopenhauer a Nietzsche, e ciò per la semplice ra­
gione che questo modo di pensare non riesce a interagire creativa­
mente (almeno a livello delle macrostrutture di pensiero) con la for­
ma mentis gramsciana. Il corso di Zino Zini del 1912-13 su L ’etica
di Schopenhauer, a quanto pare, non ebbe «risonanza profonda» in
Gramsci, il quale, più interessato ad «aspetti e attitudini del neoi­
dealismo italiano», superò l’esame di filosofia morale con appena
venticinque su trenta132. Ma all’interno di questi limiti, che comun­
que segnano tutta l’atmosfera culturale del tempo, egli dà prova di
una grandissima abilità e perfino di genialità nel lavoro di assimila­
zione e di riproduzione, benché non riesca ad occultare le tracce de-

151 L. Cafagna, Il giovane Gramsci, in Aa.Vv., Teoria politica cit., p. 43.


132 Bergami, Il giovane Gramsci cit., p. 72.

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______________________ __ Conflitti e totalità------------------------------------

gli influssi che hanno collaborato alla costruzione di un discorso che


resta, come si rivendica lucidamente in una lettera a Tatiana del 15
dicembre 1930, di carattere «dialettico», «dialogico» e «polemico»
(LC I, p. 374). È questo l’aspetto ‘platonico’ del pensiero gramscia­
no, che si caratterizza soprattutto per la spinta a riflettere sulle con­
dizioni stesse del sapere nell’età della transizione più che per la ca­
pacità di fornire risposte definitive; e che (si parva licei componere
magnis) viene ignorato da molti interpreti, esattamente come è ac­
caduto a Platone, pensatore ‘filosofo’ (ossia amante della conoscen­
za come processo e critico tenace dei luoghi comuni) trasformato da
fedeli seguaci in autore di sistemi totali. Come il platonismo è stato
storicamente un tradimento dell’ispirazione fondamentale dell’in­
terrogazione platonica, così il gramscismo deriva dalla costrizione
in sistema di un apparato essenzialmente polemico e interrogativo.
A chi credere allora: al Gramsci che presenta se stesso come un in­
terlocutore originale di discorsi altrui capace di instaurare con essi un
dialogo, o al Gramsci che a un certo punto sembra attribuirsi la mis­
sione di costruire una scienza generale del marxismo? Per un lettore
del XXI secolo non dovrebbero esserci dubbi, soprattutto perché l’e­
ventuale sistema ricavato in questo modo si rivela privo di agganci con
la realtà molecolare del presente e con la stessa conclamata ‘prassi’. Bi­
sogna riconoscere che l’aspetto che induce ì lettori a vedere un sistema
coerente e in evoluzione, là dove invece si dovrebbe parlare di una co­
struzione che procede in forme anche casuali e senza rispettare le tap­
pe canoniche dell’acculturazione marxista-leninista, è proprio lo ‘stile’
gramsciano, il tocco personale con cui l’autore esprime tali e tante sug­
gestioni in termini inconfondibili e stende la patina di una coerenza as­
soluta su un tessuto articolato e frammentato. Ma è, appunto, un ef­
fetto di stile: come accade allo Zibaldone leopardiano, unificato dalla
prima riga all’ultima dalla meravigliosa ‘voce’ dell’autore, e in realtà
frutto anch’esso di riflessioni parziali, di dialoghi, di confronti, di ri-
pensamenti, di contraddizioni non sempre superate dialetticamente.
Lo stile, contemporaneamente, fa grande il discorso gramsciano e in
prima battuta ostacola il lavoro di disarticolazione e di riarticolazione
che pure è necessario per la conoscenza di esso.
N on è possibile parlare del ‘marxismo’ di Gramsci senza conside­
rare le forme eterodosse nelle quali tale ideologia si costruisce, sboc­
cando in una (tarda) rivendicazione di ortodossia che vorrebbe occul­
tare di fatto l’itinerario precedente ma è impensabile senza di esso. Sot­
to questo angolo visuale, i Quaderni possono essere considerati alla

85
Anglani, Solitudine di Gramsci

stregua di un autobiografia, nella quale l’autore ricostruisce il proces­


so che lo ha portato ad essere colui che è razionalizzando le tappe pre­
cedenti e disegnando un itinerario tendenzialmente coerente, ma al
tempo stesso non riesce a occultare fino in fondo le incoerenze, le
oscillazioni, le strade imboccate e poi abbandonate che hanno lasciato
tracce durature nella stona dell individuo. Nel caso in questione, la
strada maestra abbandonata in gioventù che torna a complicare e ad
arricchire il tessuto dei Quaderni come l’ombra di un’altra vita è la vo­
cazione allo studio scientifico e disinteressato della linguistica, come
Gramsci stesso confessa in una tarda lettera alla moglie (citata nell’ul­
timo capitolo di questo libro). Ma ci sono altre contraddizioni, che
non possono essere cancellate con un atto di volontà. Come negare che
Gramsci perseguì con ostinazione l’obiettivo di un anti-Croce, come a
più riprese ha messo in evidenza Leone de Castris facendo di questo
progetto il nucleo essenziale e strategico del suo pensiero?133Ma come
negare d altra parte che nella critica a Croce egli utilizzò soprattutto
«lo stile e il metodo critico di Croce», e non certo senza averne piena
coscienza, ma anzi con l’intento preciso di diventare il Croce del pro­
letariato?' 4E come negare inoltre che il suo antigentilianesimo si fon­
da sulla ‘prossimità’ non episodica con Gentile, la cui lettura di Marx
costituì, piaccia o no, la piattaforma originaria del marxismo gram­
sciano ed anzi fornì al nostro autore il modello stesso della «autosuf­
ficienza» teorica della filosofia della prassi?135
Il lessico gramsciano è per un verso originale perché i termini che
lo compongono assumono nella complessità del suo pensiero valenze
nuove, ma per un altro verso conserva e tradisce le tracce delle espe­
rienze intellettuali più disparate e vissute tumultuosamente. Di ogni
termine si può indicare la fonte e ricostruire l’itinerario di assimila­
zione e di critica che esso ha seguito per entrare nell’universo teorico
del pensatore, nonché identificare l’effetto non solamente ‘dialettico’,
ma a volte dirompente e contraddittorio rispetto al resto del ‘sistema’*
che esso continua a svolgere. Faccio un solo esempio. Nicola Badalo­
ni ha mostrato che Gramsci ha preso «il concetto di blocco storico»
da Sorel in termini ben lontani dalla «coeva problematica leniniana»,
e che in seguito ha cercato di correggere attraverso il leninismo «le

133Cfr. Leone de Castris, Estetica e politica cit., passim.


134 Finoechiaro, Gramsci and the History o f Dialectical Thought cit., p. 247. Questo au­
tore sostiene pero, m forme discutibili, che Gramsci «non ebbe coscienza del suo crociane-
simo» \wid.).
133M G . Smith, Gramsci in the Mirror o f Italian Fascism: Mussolini, Gentile, Spinto in
«Italian Quarterly», XXXI, 1990, 119-120, p. 64. r

86
Conflitti e totalità

deformazioni ‘letterarie’ soreliane» pur senza mai cessare «di sostene­


re che nell’analisi di Sorel vi erano forti motivi di verità»136. E innega­
bile che Gramsci cercherà di liberarsi progressivamente delle implica­
zioni più pesanti del rapporto con Sorel, come di quello con Gentile
e con Croce137, ma non potrà mai eliminare il fatto che il «punto di
partenza» delle sue analisi è pur sempre quello, «abbozzato da Sorel»,
secondo cui «la contraddizione fondamentale del nuovo secolo con­
siste nella presenza organizzata della classe operaia entro la vecchia
società»138. Sorel contribuisce, intrecciandosi con altri modelli e con
influssi di vario genere, a predeterminare l’orizzonte e le vie del
marxismo di Gramsci sbarrandogli ogni evoluzione possibile verso il
riformismo e la concezione non strumentale della democrazia, e spun­
gendolo verso quell’«hegelo-marxismo» gravido di sviluppi nell ope­
ra gramsciana (e, purtroppo, non solo in essa) e che ne costituirà il 1-
mite insuperabile139. Persino la «concezione austera della vita» può es­
sere attribuita all’influsso di Sorel140. E anche quando in molti punti va
oltre Sorel, Gramsci continua ad usare «strumenti polemici» di stam­
po soreliano contro Croce e in ogni caso resta dipendente «dall epi­
stemologia soreliana»141, e gran parte del suo lavoro consiste nell as­
sorbimento’ di Sorel «in una più ampia e complessiva concezione del
mondo, il cui carattere tipicamente terzinternazionalistico e film isti­
co» non impedisce al critico avvertito «di scorgere le tracce della fu­
sione»142. Badaloni considera riuscita questa fusione tra la «scissione»
e la «riappropriazione» e ritiene che in essa consista «il più efficace
strumento antirevisionistico che il marxismo occidentale abbia for­
giato»143: ma questa conclusione ‘militante’ e trionfalistica, tipica del
modo in cui ogni tentativo storico-ermeneutico (pur di alto livello)
tentava a quei tempi di esorcizzare le valenze più eversive illuminate
dal suo stesso percorso analitico, non cancella gli acquisti ottenuti e
anzi indica un modello d’analisi che potrebbe essere usato per tutti 1
rapporti intrattenuti fra Gramsci e le suggestioni culturali che hanno
contribuito a forgiare il suo pensiero come aggregato di fonti, di sti­
moli, di influssi, di assimilazioni e di negazioni.

1,6 N. Badaloni, II marxismo di Gramsci. Dal mito alla ricomposizione politica, Einaudi,
Torino 1975, pp. 60-1.
157 Ivi, p. 74.
I3! Ivi, p. 85.
139Ivi, p. 99.
Ivi, p. 144.
111 Ivi, pp. 169-70.
1.2 Ivi, p. 174.
1.3 Ivi, p. 178.

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___________________ Anglani, Solitudine di Gramsci__________________ _

Anche se pensa di trovare nella marxiana filosofia della prassi il


centro motore che darà unità e ‘autosufficienza’ a tale immenso aggre­
gato, Gramsci non può sfuggire al paradosso di dover strutturare l’im-
magine di questa filosofaia sotto la pressione di elementi ‘allotri’, in
parte assorbiti in precedenza e in parte provenienti da più luoghi del
mondo «grande e terribile». Il Marx di Gramsci non è un Marx ‘in sé’
ma quello che i suoi stimoli culturali hanno costruito, arriva quando
gran parte dell’orizzonte mentale è formato grazie ad essi, interagisce
continuamente con essi ed è impensabile a prescindere da essi. Il «ri­
torno a Marx» che avviene nei Quaderni a partire dal 1930 è, al tempo
stesso, espressione del bisogno di dare coerenza teorica alle riflessioni
svolte fino ad allora e frutto di una revisione, di uno «scarto» non in­
differente rispetto non solo alla «‘lettera’ del testo marxiano» ma alla
sostanza stessa delle formulazioni marxiane, specialmente per quello
che riguarda il problema delle ideologie144. Ovunque la mano di Gram­
sci intervenga a ‘commentare’ i testi di Marx, li deforma e li adatta sul­
la base non solo della nuova temporalità storica ma anche e soprattut­
to sulla scorta di domande assimilate da pensatori estranei al marxismo
o ‘eterodossi’ rispetto ad esso. Questo fa Gramsci quando sostituisce
alla «metafisica del soggetto» marx-engelsiana una riflessione articola­
ta e complessa sulla «struttura composita, dualistica quando non plu­
rima e multiversa, della soggettività collettiva», e rifiuta la possibilità di
un soggetto che sia non «posto» ma «presupposto»-, e a noi importa po­
co che in questo modo gli tocchi pagare «un prezzo assai elevato al­
l’influenza dell’idealismo, crociano e gentiliano insieme»145, perché è
pagando prezzi di questo tipo che Gramsci diviene non un ripetitore
di formule stereotipate ma un innovatore del pensiero. Che poi egli ri­
tenesse di arrivare con tali procedimenti a delineare una filosofia nuo­
vissima e del tutto autosufficiente, questo è ancora una volta un dato
ideologico che spiega la tenacia e la logica del procedimento ma non ne
rappresenta la verità effettuale. E in ogni caso, perché mai i suoi inter­
preti non dovrebbero trattare lui come egli trattava Marx, attraversan­
dolo, scomponendolo e ricomponendolo secondo un’ottica diversa?
L’innovazione gramsciana rispetto a Marx è importante e persino
sconvolgente ma non è tale da garantire la fondazione di una filosofia
totale capace di spiegare tutto il mondo: ci vuol altro, anche perché
nemmeno la filosofia di Marx è poi così totale e onnicomprensiva co-

144 F. Frosini, Il ‘ritorno a Marx’ nei «Quaderni del carcere» (1930), in Aa.Vv., Marx e
Gramsci cit., pp. 52-3.
1,5 Finelli, Marx e Gramsci. Due antropologie a confronto cit., pp. 106-7.

88
________________________ Conflitti e totalità________________________

me i marxisti a lungo hanno pensato. Interpretando e deformando


Marx, Gramsci ne crea o ne rifonda alcuni aspetti ma ne trascura altri,
e cade infatti nel peccato di una «insufficiente riflessione» intorno ai
«temi più originali della marxiana critica dell’economia politica e, più
in generale, sulla realtà più profonda dell’economico», che egli ha il
torto di equiparare «a una meccanicità naturalistica e quantitativa da
trascendere», e per questo non tocca questioni centrali «come fetici­
smo, reificazione, alienazione», rivelando anche come «nel complesso
della sua ispirazione culturale» non rientri «quella concezione dell’a-
strazione reale, cioè di un astratto capace di generare realtà»-, e meno
male, potremmo dire, perché in tal modo si pigliano i due classici pic­
cioni e si verifica che né il sistema di Marx è ‘totale’ (giacché non com­
prende la funzione attiva delle ideologie e delle soggettività) e nemme­
no quello di Gramsci lo è perché trascura l’economia ed è incapace di
«astrazione reale»146, ma sono entrambi percorsi non sempre coeren­
tissimi e spesso anzi serpeggianti e contraddittori che però non posso­
no pensarsi senza vedere se stessi come autosufficienti e ‘totali’, se­
condo una logica immanente che rende ogni sistema incapace di vede­
re la propria finita incompletezza così come l’Io, secondo Freud, è in­
capace di pensare la propria morte.
La pretesa di ‘totalità’ potrebbe essere dunque nient’altro che una
innocua mania dei filosofi di ogni tempo, che noi modesti utenti di fi­
losofie perdoniamo loro come si perdonano le bizzarrie di una vecchia
zia pensando all’eredità che un giorno o l’altro speriamo di riceverne.
In realtà essa è uno dei pezzi che vengono giocati sulla scacchiera del
pensiero, e nemmeno quello decisivo, e spesso anzi si rivela come quel
pedone che bisogna sacrificare per il vantaggio finale dell’armata. La
tensione verso sistemi totalitari di analisi e di spiegazione della realtà
non è un fatto di natura ma un dato ideologico: e chi «costruisce una
cosiddetta teoria filosofica» è uno che «mentre parla da un certo luo­
go e in una certa ora pretende di parlare in tutti i luoghi e in tutte le
ore», ossia uno che «prima o dopo vuole mettere una fine ai pensieri
degli uomini, che vuole concludere il pensiero» e non vuole ammettere
che «c’è sempre qualche fatto, circostanza o fenomeno che sfugge» al­
la totalità della sua teoria. Eppure secoli di esperienza dovrebbero aver
insegnato che una «teoria filosofica» è «un errore deliberato e sistema-

146 R. Finelli, Gramsà tra Croce e Gentile, in «Critica Marxista», XXVII, 1989, 5, pp. 88-9.
Il quadro delle insufficienze gramsciane diventa ancora più fosco quando si pensi che in tan­
te pagine dedicate al fordismo «non si parla nemmeno una volta della catena di montaggio»
(W. F. Haug, Materialismo storico e filosofia della praxis: da Marx a Gramsci, da Gramsà a
Marx, in Aa.Vv., Marx e Gramsci cit., p. 93).

89
-----------------------------Anglani, Solitudine di Gramsci________________'

tizzato allo scopo di fare il bene degli uomini, secondo ogni volta la
supposizione di quello che è concepito come il bene degli uomini», e
dunque «una teoria sulla conclusione della vita umana»147, e in parti­
colare che l’ossessione della totalità non è un dato naturale e necessa­
rio ma il prodotto di una contingenza storica, per quanto ampia, che
dev’essere considerato oggetto e non soggetto dell’analisi e della spie­
gazione. Partire dalla totalità senza sottoporla a critica equivale, anco­
ra una volta, al gesto di chi si salva dal pantano tirandosi per i capelli.
L’aspirazione alla totalità può addirittura essere il riflesso di una di­
sposizione fortemente «elitaria» in cui si esprimono le contraddizioni
di intellettuali che si ritengono «organici» e mascherano proprio con
l’ideologia della totalità la loro non-organicità al proletariato che pure
dicono di rappresentare, e teorizzano una democrazia «per il futuro,
non per il presente». Questa spiegazione, che potrebbe essere accusa­
ta di semplicismo tipicamente americano, minaccia di cogliere almeno
un aspetto del processo reale che produce il fantasma della totalità, os­
sia il fatto che l’aspirazione alla totalità comune a tanti pensatori lega­
ti alla riflessione politica ‘tradisce’ proprio il loro «inconfondibile sta­
tus di intellettuali» che fondono la loro capacità di andare oltre i con­
dizionamenti sociali immediati con la pretesa, anzi con «la hybris», di
ritenere se stessi i soli in grado di «conoscere la realtà nella sua inte­
rezza». Si tratterebbe così (vedi dove va a nascondersi l’astuzia della
ragione!) di uno dei tanti casi, che non saprei se definire emblematici
o tragicomici, di quella aspirazione che spinge l’intellettuale ad au-
toattribuirsi il ruolo universale di depositario della conoscenza inte­
grale e ad arrogarsi «la missione teleologica di parlare per l’universo
intero» e di svolgere «una missione universale nella società». I marxi­
sti, e in particolare i gramsciani che hanno criticato e demistificato i
trucchi ideologici con cui gli altri intellettuali si autopropongono co­
me coscienza del mondo, sarebbero così infetti dalla stessa malattia
che rimproverano agli altri. Chi fa la storia delle aberrazioni ideolo­
giche altrui in nome di chissà quale scienza si trova coinvolto nella
medesima storia ideologica e scopre con orrore che gli «schemi» del
suo modo di pensare sono comuni a una parte larghissima delle «av­
venture» filosofiche della totalità148.
Gramsci è un caso interessante in questo panorama generale, però,
non tanto perché abbia aspirato a formare un sistema gareggiando con

1,7 A. G. Gargani, Sguardo e destino, Laterza, Roma-Bari 1988, pp. 38-9.


148 M. Jay, Marxism and Totality. The Adventures o f a Concepì from Lukdcs to Haber­
mas, University of California Press, Berkeley 1984, pp. 11-4.

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________________________ Conflitti e totalità________________________

illustri predecessori, quanto perché ha scritto pagine e pagine che non


sono quel sistema e non riescono in alcun modo a rappresentare orga­
nicamente e totalitariamente il mondo, ma documentano l’esistenza di
una tensione all’organicità e alla totalità che non può mai concludere il
proprio lavoro non per impedimenti esterni bensì per contraddizioni
organiche allo stesso progetto. Gramsci vorrebbe «concludere il pen­
siero» ma, per fortuna sua e nostra, non ce la fa. Nessuno ce l’ha fatta
in migliaia di anni, e non si vede per la forza di quale provvidenza a
Gramsci solo dovesse riuscire tale miracolo. La specificità di Gramsci
sta nel fatto che gli altri hanno creduto in buona fede di aver ‘chiuso’
il loro sistema ed hanno pubblicato libri intitolati La scienza nuova o
La fenomenologia dello spirito o II Capitale, mentre egli è stato con­
dotto dalla contraddizione fondamentale del suo pensiero e dalla sua
invincibile onestà intellettuale a non illudere se stesso e gli altri di aver
raggiunto tale risultato. Il libro-mondo pensato da Gramsci non esiste
e non è mai stato scritto, e al suo posto c’è un non-libro, il documen­
to straziante e ricchissimo del desiderio di quel libro impossibile. La
quadratura del cerchio non riesce a Gramsci come non riesce a nessu­
no dei suoi colleghi, checché ne dicano gli apologeti entusiasti, ma pa­
radossalmente quel fallimento è più produttivo di tante operazioni
‘riuscite’; e tutte le riflessioni che pure tendono a quel fine si colloca­
no in ambiti che sono volta a volta politici, storici, e perfino filosofici,
secondo le modalità inestirpabili del confronto intellettuale dai filoso­
fi presocratici ad oggi, ma non si dispongono mai secondo le partizio­
ni disciplinari che accademicamente configurano quegli ambiti.
Che Gramsci credesse di restaurare l’ortodossia e di ‘tornare’ a
Marx, mentre in realtà lo sconvolgeva e lo reinterpretava creativamen­
te in alcuni punti decisivi e lo abbandonava o lo distorceva in altri, è un
aspetto della ‘falsa coscienza’ che è inseparabile da qualsiasi lavoro teo­
rico innovativo, ma esprime anche in certo modo la sua intenzione di
svolgere un lavoro di analisi e di commento più che una rifondazione
del pensiero. La grandezza di Gramsci sta nel fatto che la sua ‘teoria’
possiede gli strumenti che le permettono di vedere se stessa come ideo­
logia e dunque di oggettivarsi e criticarsi, cosa che allo stesso Marx riu­
sciva assai più difficile fare. E grazie a Gramsci che noi possiamo ana­
lizzare la sua stessa ‘ideologia’. N on è per un caso che la lettura gram­
sciana della famosa undicesima tesi di Marx su Feuerbach si fondi su
malintesi derivanti da traduzioni imprecise messe in circolazione da
Gentile e da Mondolfo, i quali parlarono di una certa «prassi rovescia­
ta» perché Engels, pubblicando nel 1888 gli appunti scritti da Marx nel

91
---------------------- ----- Anglani, Solitudine di Gramsci _ _ _ ____________ 1

1845, aveva in parte falsificato il testo ed aveva attribuito al defunto


amico l’espressione «umwàlzende Praxis» invece di quella («revolu
donare Praxis») realmente usata149. Così tutta una catena di fraintendi­
menti e di errori (e, nel caso di Engels, un vero falso letterario) con­
durrebbe al famoso «rovesciamento della prassi», ossia a un concetto
che se uno ci riflette su a mente sgombra si accorge che non significa
nulla ma per decenni è stato il «sarchiapone» degli intellettuali di sini­
stra, un oggetto inesistente su cui si sono consumate migliaia e migliaia
di pagine. Ma Gramsci non si sarebbe fatto sviare dalle interpretazioni
di Gentile se non fosse stato già condizionato dal pensiero del filosofo
attualista: ed è per questo che tutte le traduzioni di testi marxiani fatte
da lui in carcere, a quanto dicono gli esperti, sono ‘sbagliate’, ovvero so­
no eseguite sulla base di esigenze e di modelli ideologici che precedono
nella sua formazione intellettuale il rapporto con le teorie di Marx e lo
condizionano. Quando traduce alcune formule di Marx (in questo ca­
so, due celebri enunciati della Prefazione del 1859), Gramsci le sotto­
pone a una «torsione» che è evidente nella sostituzione di «forme di vi­
ta» a «forze produttive» (cfr. Q., p. 455). Questa deformazione si può
spiegare solo in parte con il fatto che mentre stende la nota in questio­
ne egli non ha sotto gli occhi lo scritto di Marx, giacché più tardi, ri­
prendendo la stessa nota in un contesto più ampio dopo aver preso vi­
sione del testo esatto, Gramsci conferma «la sua precedente formula­
zione» in quanto si è convinto che la ‘lettera’ di Marx è tale «da inco-
raggiare le interpretazioni deterministiche» e va pertanto corretta150.
U n Gramsci filosofo’ integrale e fondatore di una nuova Teoria
Generale, se esiste, è un altro capitolo di quella lunga serie di errori,
falsificazioni e fraintendimenti in cui consiste la storia della filosofia, e
la sua originalità sta soprattutto nell’energia straordinaria ma anche
contraddittoria con cui egli ha mirato alla costruzione di un ‘sistema’
autosufficiente utilizzando e ‘traducendo’ pezzi svariati di altre filoso­
fie, e dunque compromettendosi irreversibilmente con esse. N on più
di un capitolo, comunque, e non certo quell’atto assoluto di rifonda­
zione del pensiero umano che certi interpreti hanno voluto vedere in
esso invece di riconoscere, con un p o ’ di modestia, che dopo Gramsci

La vicenda è ricostruita da Frosini in II ‘ritorno a M arx’ cit., pp. 62-3: anche se l’au-
tore, dopo una disamina puntuale della questione, conclude che l’espressione impropria usa-
ta da Gramsci, «rovesciamento della praxis», è, «in definitiva, un sinonimo di ‘rivoluzione’,
finendo così per coincidere con il senso del testo originale di Marx» (ibid.). È un altro caso
interessante di astuzia della ragione: la Provvidenza interviene ogni volta che qualche crepa
minaccia di compromettere la stabilità dell’edificio.
150 Mancina, Il gioco della storia cit., pp. 41-2.

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____________________ Conflitti e totalità----------------------—------------

l.i storia del pensiero umano ha continuato a svolgersi secondo logiche


parallele spesso impermeabili le une alle altre, e che le promesse di
rifondazione epocale sono divenute sempre più rare e sempre meno
credibili, fino a sboccare in un tempo in cui ogni proclamazione siste­
mica e monocratica suscita terrore, sospetto o ilarità. Le filosofie del
Novecento, che solo con spirito settario si potrebbero definire fun­
zionali alla strategia deH’imperialismo, fanno tranquillamente a meno
di Gramsci senza perdere nulla della propria funzione. Continuando a
presentare Gramsci come il creatore di una «nuova scena» del pensie­
ro, quasi fosse uno Hume redivivo, si finisce dunque per rendergli un
pessimo servizio e per occultare gli elementi di novità e di originalità
che invece perdurano nei suoi scritti, e che vanno pazientemente sepa­
rati da quelli condizionati da un’ottica attardata.
Dunque il sistema gramsciano può venir ‘falsificato’ non già alla lu­
ce di eventi esterni, bensì sulla base di una contraddittorietà intima che
ne costituisce al tempo stesso la qualità più alta. È indispensabile, per­
ciò, non solo non rimuovere la dimensione politica che lo qualifica ma
anzi assumerla integralmente in tutte le sue valenze complesse, perché
solo a partire da tale politicità quella contraddizione produce cono­
scenza e non si riduce a un ammasso di assurdità. Contraddittorio non
vuol dire né banale né incoerente. Per questo si può continuare a leg­
gere e a studiare Gramsci anche se il comunismo per il quale egli ha da­
to la vita si è trasformato da sogno di liberazione in incubo totalitario.
Un sistema di pensiero può essere smentito mille volte dalla stona ma,
se è ricco di tensioni e di rivelazioni e di analisi che ne forzano conti­
nuamente i limiti, contiene in sé le condizioni essenziali per divenire
‘classico’: tant’è che, se si dovesse limitare il numero dei ‘classici’ a
quelli che hanno trovato forme di realizzazione nella realtà, la stona
del pensiero umano si ridurrebbe a un cimitero infinito.
Sarebbe dunque un procedimento assai scorretto, sia pure con la
lodevole intenzione di fare di Gramsci un pensatore classico, quello di
mettere tra parentesi la posizione ideologica e politica di un militante
che preferì morire in carcere piuttosto che rinunciare alla sua identità
politica. Bisogna certo ‘liberare’ Gramsci dal comunismo, ma non per
trasformarlo incongruamente in socialdemocratico o in liberale ,

w Per quanto riguarda la storia delle ricorrenti interpretazioni ‘liberali’, va ricordato che
esse, nel pieno pathos della «scoperta» di Gramsci, furono inaugurate da un generoso inter­
vento di Luigi Russo, il quale nel 1947 parlò appunto di «comunismo liberale» (L R usso,
Scoperta di Antonio Gramsci, in E. Santarelli (a cura di), Gramsci ritrovato. 1937-1947, Àbra­
mo, Catanzaro 1991, p. 230).

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------------------------- .— Anglani, Solitudine di Gramsci__________________

quanto piuttosto per rifiutarsi di usare il pensiero gramsciano allo sco­


po di progettare un improbabile rivoluzione comunista nel secolo
ventunesimo. E opportuno insomma liberare i posteri dalla tentazio­
ne di un uso’ politico immediato sia in un senso che nell’altro. Ciò che
accomuna molte scuole di pensiero che pure polemizzano duramente
tra loro è, infatti, la pretesa che in Gramsci ci sia tutto e che basti fru­
garci un po dentro per trovare ciò che serve ai bisogni contemporanei
della politica. Allo scopo lodevole di elaborare una cultura riformista
all altezza dei tempi nuovi, invece di riprendere la via maestra dei gran­
di classici del pensiero democratico e del revisionismo socialista, con
un giro vizioso c’è chi torna a Gramsci e attraverso Gramsci a Hegel e
a Rousseau, padri di tutte le concezioni illiberali della modernità, nel­
la persuasione che il «nesso Hegel-Rivoluzione francese» riassuma
l’«idea moderna della democrazia». In realtà, se è vero che la demo­
crazia dei moderni si fonda su «un pluralismo originario» e sul «reci­
proco riconoscimento di soggetti sociali diversi», non si capisce che
c entrino il filosofo dello Stato etico e il primo grande regime totalita­
rio di massa della storia, e come si possa identificare nel «moderno
Principe» gramsciano un «organismo funzionale alla formazione e al­
la crescita di una società poliarchica»152: soprattutto quando tale ipote­
si viene immediatamente smentita dal passo citato a conferma, in cui
Gramsci teorizza «un avanguardia» elitaria e aristocratica la quale
«concepisce se stessa come legata da milioni di fili a un dato raggrup­
pamento sociale e per il suo tramite a tutta l’umanità» e afferma che
«tutti questi rapporti danno carattere [tendenzialmente] universale al-
1 etica di gruppo che dev’essere concepita come capace di diventare
norma di condotta di tutta l umanità» (Q., p. 75Oj corsivi miei). Alla
faccia della poliarchia! Qui siamo in pieno Stato etico, anzi in pieno
Universo etico. Se la «funzione specifica dei partiti» è quella di «orga­
nizzare e produrre democrazia»153, Gramsci (in un passo citato an-
ch esso dallo studioso) vede in essi «gli elaboratori delle nuove intel­
lettualità integrali e totalitarie» (Q., p. 1387)154. E sarà vero che i con-

152 M. Montanari, Introduzione a A. Gramsci, Pensare la democrazia. Antologia dai


«Quaderni del carcere», a cura di M. Montanari, Einaudi, Tonno 1997, pp XXXV-XXXVII
153Ivi, p . XLV.
15.' pensiero gramsciano, pur sollecitato al massimo, si rivela impermeabile all’idea stes­
sa dei limiti della politica e dei princìpi elementari della democrazia pluralistica. Per un’e­
sposizione più ampia delle tesi qui riassunte, si potrebbe vedere almeno M. Montanari Stu­
di su Granisci. Americanismo, Democrazia e Teoria della Storia nei «Quaderni del carcere»
Edizioni Pensa Multimedia, Lecce 2002. È singolare che Coutinho, dopo aver citato in ter-
mmi molto negativi le tesi di Montanari (cfr. Coutinho, Il pensiero politico cit., p. 148, nota)
riporti Gramsci a Rousseau e a Hegel e trovi analogie tra la «volonté générale» e la «volontà

94
_____ . Conflitti e totalità------------------------------ ------

cetti di ‘totalità’ e di ‘totalitario’ rimandano in Gramsci non tanto alla


presenza di istituzioni repressive e tiranniche quanto alla nozione di
globalità e di organicità (tanto che in inglese totalitario viene tradot­
to con ‘global’), dal momento che nel suo pensiero le società non so­
no «campi neutri in cui culture diverse e autonome coesistono pacifi­
camente» ma «campi di battaglia in cui concezioni del mondo radical­
mente differenti lottano per la supremazia»155; e tuttavia non si potra
negare che anche in questa forma più raffinata e per niente poliziesca
risulti piuttosto difficile conciliare l’aspirazione alla totalità con la de­
mocrazia pluralista. A me sembra che quella di ricavare una teoria mo­
derna della democrazia dai testi gramsciani sia fatica sprecata, e che sa­
rebbe preferibile leggere Gramsci come il documento drammatico del­
la impossibilità assoluta di coniugare totalitarismo e democrazia, ri­
conducendo il dibattito sulla democrazia moderna al filone culturale e
teorico che gli è proprio. . ^
A costo di irritare i miei amici gramsciani (ma ormai il più e fatto)
dirò che un modello alto di rapporto con l’opera gramsciana, capace di
rispettare filologicamente la prospettiva comunista e 1ispirazione
marxista conservando un punto di vista criticamente straniato, fu quel-
lo di Norberto Bobbio, il quale nel 1957 scrisse un saggio sulla dialet­
tica di Gramsci che rimane per molti versi attualissimo anche dopo l’e­
dizione critica, ma che pochi leggono e citano. Bobbio non era né
marxista né comunista, anche se per tutta la vita dialogò con i marxisti

collettiva» (ivi, pp. 153 sgg.), e dunque riproponga 1 concetto organico di democrazia. La
ricostruzione della questione fatta da Massimo L. Salvadori in Gramsci e il problema storico
della democrazia (Einaudi, Torino 1973) è a tutt’oggi la più equilibrata e la pm ampia, anche
se segnata dal limite di essere stata formulata prima dell’edizione critica e da un tentativo un
po’ forzato di dimostrare l’esistenza di una continuità quasi ininterrotta tra il Gramsci pri­
ma del carcere e quello del carcere. Il tentativo più aperto (e piu ingenuo) di trovare in Gram­
sci le premesse di una politica socialdemocratica va fatto risalire a Giuseppe Tamburrano.
Antonio Gramsci [1963], SugarCo, Milano 1977. I contributi di parte socialista si dividono
tra quanti cercarono di tradurre il pensiero di Gramsci nel lessico della socialdemocrazia, e
quanti (come fece Luciano Pellicani in un suo libello) ne ribadirono la sostanza totalitaria e
bolscevica in termini di vera damnatio memoriae. Il lavoro di analisi dev essere svolto in mo
di lontani da simili petizioni di principio. E difficile non convenire che «tra i molteplici usi
del termine ‘democratico’» in Gramsci ce n’è uno «nettamente negativo, che si connette, ol­
tre che alla tradizionale polemica di parte terzinternazionalista contro la democrazia pu­
ra”», a «un antidemocraticismo assai consolidato nella cultura italiana del primo Novecen­
to, ed egualmente diffuso nei suoi versanti ‘liberali’ e in quelli ‘totalitari »; e non riconosce­
re che per Gramsci «democrazia» equivale soprattutto «a disorganicità nell esercizio del co­
mando, a vischiosità e confusione nei rapporti sociali, a incertezza e oscillazione nella collo
cazione politica dei gruppi e dei ceti, a disfunzioni, insomma, nel rapporto tra dirigenti e di­
retti» (Donzelli, Introduzione cit., p. xv): ma d’altra parte il discorso su Gramsci non può
fermarsi a questo riconoscimento pur filologicamente ineccepibile.
155 Crehan, Gramsci, Culture and Anthropology cit., p. 146.

95
Anglani, Solitudine di Gramsci

e con i comunisti allo scopo di promuovere la cultura liberale in ter­


mini moderni e socialmente progressivi: e tuttavia nelle sue analisi e nei
suoi interventi militanti non si sognò di tirare Gramsci per la giac­
chetta e di trasformarlo in liberaldemocratico o in riformista, ma sot­
tolineò che per Gramsci (in alternativa a Croce) il «pensiero dialettico
genuino» è quello che «mette l’accento sull’antitesi», che «considera
l’antitesi come negazione reale e totale della tesi» e si qualifica come
«consapevolezza teorica della rivoluzione»156. Il riformista e liberalso­
cialista Bobbio comprendeva dunque e rispettava il Gramsci rivolu­
zionario; e, nel celebre e contestato saggio sulla concezione della so­
cietà civile, volle rintracciare le differenze e le innovazioni che Gram­
sci apportava al concetto corrispondente in Marx tenendo sempre fer­
ma l’idea «chiarissima» della «complessità dei rapporti fra struttura e
sovrastruttura»157. Ebbi la ventura di trovarmi a Cagliari quel 24 apri­
le 1967 quando Bobbio espose le sue tesi in modi stimolanti e proble­
matici, e vidi il già citato Texier precipitarsi fremente alla tribuna per

15i N. Bobbio, Gramsci e la dialettica, in Id., Saggi su Gramsci, Feltrinelli, Milano 1990,
p. 36.
157.Id-, l-a società civile in Gramsci, ivi, p. 52. È strano che uno studioso attento come Ba­
ratta ripeta la storiella del Bobbio che teorizza il «primato dell’“egemoma culturale”» e fon­
da in Gramsci il «rovesciamento del rapporto marxiano tra struttura e sovrastruttura» (Ba­
ratta, Le rose e i quaderni cit., p. 166). Analoga forzatura in chi attribuisce a Bobbio il dise­
gno di ‘incastonare’ Gramsci «nella grande tradizione del pensiero liberale», aiutando la «tra­
dizione liberaldemocratica» a «rendere omogeneo Gramsci ai tanti intellettuali che lo aveva­
no preceduto» e facendo di lui un «crociano» (Liguori, Gramsci conteso cit., pp. 141-3). Fe­
nomeni analoghi, sia pure conditi di minore animosità, si verificarono durante il convegno
di Cagliari nei confronti della relazione di Galasso, accusato anch’egli di voler ‘annettere’
Gramsci alla «tradizione storiografica liberale» (ivi, p. 145). Nessuno di coloro che interven­
nero nel dibattito (con l’eccezione parziale di Zangheri) colse gli spunti più fecondi della re­
lazione di Galasso, il quale aveva rilevato nel Gramsci storico «una tensione non risolta»
(aprendo così la via alla considerazione della contraddittorietà interna al testo gramsciano),
e tutti preferirono buttarsi a corpo morto su alcune osservazioni (molto sfumate e proble­
matiche, in realtà) relative alle analogie metodologiche tra Gramsci e la storiografia ‘liberale’
(G. Galasso, Gramsci e i problemi della storia italiana, in Aa.Vv., Gramsci e la cultura con­
temporanea cit., I, p. 331 e passim). Particolarmente rappresentativo di tale procedimento
1intervento di Salvatore F. Romano, che fece di Galasso l’esempio «della trasfigurazione o
riduzione idealistica» del pensiero gramsciano (ivi, p. 367). Un’esposizione equilibrata delle
tesi di Bobbio e di quelle dei suoi critici si trova in H. Portelli, Gramsci e lì blocco storico
[1972] (Laterza, Roma-Bari 1973, pp. 53 sgg.), per il quale è «un falso problema quello del
primato dell’uno o dell’altro elemento del blocco storico», tutti uniti da «un rapporto al tem­
po stesso dialettico e organico» (ivi, p. 60). Fra gli studiosi di sinistra va segnalato il caso ab­
bastanza raro di chi definisce il rapporto di Bobbio con Gramsci «uno degli episodi più ele­
vati e intelligenti della recente storia culturale» (G. Mastroianni, Per una rilettura dei Qua­
derni del carcere di Antonio Gramsci, in «Belfagor», XLVI, 1991,5, p. 485); e quello di chi met­
te in evidenza che la lettura di Bobbio coglie nel segno in quanto comprende «la capacità er­
meneutica» che Gramsci deriva dalla concezione hegeliana della società civile, che in ogni ca­
so «non corrisponde alle distinzioni dello Stato liberale» (R. Racinaro, L’interpretazione
gramsciana dell’idealismo, in Aa.Vv., Gramsci e il Novecento cit., p. 378).

96
_______________ ________Conflitti e totalità------------------- ------------:----

scagliare una filippica violenta contro lo studioso torinese reo di leso


marxismo e di leso gramscismo e di altri tremendi misfatti ideologici158.
C ’è da immaginare che in un altro contesto il povero Bobbio sarebbe
stato processato (e condannato) come nemico del popolo e spedito a
rieducarsi in un soviet o in una comune. Approfittando della fortuna
di trovarsi invece a Cagliari (Italia), con calma ironia 1imputato replicò
spiegando che il suo intervento era non un testo «polemico» ma un te­
sto «analitico», e sorridendo sotto i baffi (che non aveva) disse gelida­
mente che Texier «non credeva che io loico fossi»15’. Tra i due, come si
dice oggi, non c’era né poteva esserci partita.
Dopo una lezione di quella portata chiunque altro avrebbe ripen­
sato per lo meno il tono delle sue argomentazioni ed avrebbe intro­
dotto in esse il seme salutare del dubbio: e invece il focoso tribuno non
vacillò e anzi tornò presto sull’argomento con un saggio uscito 1anno
dopo su «Critica Marxista», «aggravando l’accusa»16016, e proseguì im­
perterrito negli anni con libri e saggi e interventi senza orrore di se
stesso, come avrebbe detto Petrolini. Bell’esempio di coerenza, che
non raccomanderei a un laureando dei corsi triennali '’1. Bobbio, rac­
cogliendo anni dopo i suoi saggi gramsciani, confermò che il «punto di
vista» dal quale egli si era posto era stato «principalmente quello del­
l’analisi dei concetti e della ricostruzione sistematica», in quanto si era
sentito attratto dal «modo originale» con cui nei Quaderni Gramsci
aveva usato, «spesso reinterpretandole, categorie tradizionali del pen­
siero filosofico e politico per esporre le proprie riflessioni», tenute in­
sieme «da un forte spirito sistematico nonostante la frammentarietà».
Egli aveva espresso il suo rispetto per Gramsci utilizzando nei suoi
confronti lo stesso metodo usato con altri classici, quello della «com­
posizione e ricomposizione del testo», mosso dal bisogno più di «ca­
pire e, presumibilmente e presuntuosamente, far capire», che di «giu­
dicare», e da un atteggiamento «di simpatia intellettuale e di distacco
critico, nonché di profonda ammirazione» per l’esempio dato da
Gramsci «di coerenza fra pensiero ed azione, fra le idee professate e
l’impegno politico». E sottolineò che, «contrariamente a molta lettera-

158 L’intervento di Texier si può leggere in Aa.Vv., Gramsci e la cultura contemporanea


cit., I, pp. 152-7, ma è stato modificato (e addolcito) rispetto ai toni in cui fu effettivamente
pronunciato.
159Bobbio, Replica, in Id., Saggi su Gramsci cit., p. 66.
160Id., Introduzione [1976], ivi, p. 16.
161 Di recente, lo studioso francese ha ribadito la logica della sua «confutazione» del pen­
siero «catastrofico» di Bobbio in J. Texier, Filosofia, economia e politica in Marx e Gramsci,
in Aa.Vv., Marx e Gramsci cit., pp. 182-3. Sono passati quarantanni da quel diabolico inter­
vento, e il nome di Bobbio spinge ancora molti a mettere mano alla pistola.

97
Anglani, Solitudine di Gramsci

tura gramsciana», egli non aveva mai avuto «particolare interesse per
la disputa circa il maggiore o minore leninismo di Gramsci, e la natu­
ra e i limiti di questo suo essere marxista o leninista»162.
N on è mia intenzione sostenere che tutto ciò che Bobbio scrisse su
Gramsci fosse giusto e accettabile alla lettera, sia perché su parecchi
punti mi fa difetto la competenza specifica e sia perché Bobbio (come
tutti a quell’epoca) lavorò sull’edizione ancora non critica del testo. E
tuttavia, quand’anche alcuni rilievi che gli furono rivolti avessero un
certo fondamento, mi paiono esagerate le implicazioni totalmente ne­
gative che ne sono state tratte. Ma il problema che esse pongono è un
altro, e va oltre la più o meno grande fondatezza delle teorie bobbia-
ne. Contestando la validità delle tesi di Bobbio (il quale non avrebbe
compreso che in Gramsci «il punto di partenza è la teoria dell’egemo­
nia, non la concezione della società civile»), Vacca ha concluso che il
successo riscosso poi da quelle tesi «è un segno della perdurante in­
fluenza del pensiero liberale e della sua supremazia nell’ultimo ven­
tennio»163, come se il segno distintivo della cultura politica italiana non
fosse stato invece proprio l’opposto, ossia il carattere minoritario del­
la cultura liberale, sia a sinistra che a destra (come dimostrano le for­
tune del berlusconismo, che qualche apologeta ha voluto gabellare per
movimento ‘liberale’ facendo fremere nella tomba le ossa di John
Locke). L’origine di tale tesi sta nella identificazione (di cui non saprei
trovare giustificazione né storica né teorica) tra cultura liberale e cul­
tura idealistica, e dunque nella rimozione dell’origine ‘empiristica’ e il­
luministica del pensiero liberale. In Italia, il predominio della cultura
idealistica non solo non ha mai favorito la diffusione dei princìpi li­
berali, ma ha soffocato l’interesse per la cultura empiristica e libera­
le manifestato dai più grandi intellettuali del Settecento. La nascita
dell’idealismo rappresenta anzi la morte del nascente pensiero libe­
rale italiano. I princìpi liberali fondamentali, quelli di Locke e di
Montesquieu, non hanno infatti molto a che vedere né con l’ideali­
smo pre-empiristico né con l’idealismo italiano di Croce e Gentile,
benché riconoscere la verità ‘filologica’ di questo dato non implichi lo
schierarsi dalla parte di Locke o di Montesquieu ma semplicemente ri­
conoscere che il liberalismo è un fenomeno legato all’empirismo illu­
ministico e non all’idealismo. Proprio identificando cultura liberale e
idealismo, invece, si finisce paradossalmente per restare subalterni al-

162Bobbio, Prefazione, in Id., Saggi su Gramsci cit., pp. 8-9.


63 Yacca>L’interpretazione dei «Quaderni» nel dopoguerra, in Id., Appuntamenti con
Gramsci cit., p. 164.

98
Conflitti e totalità

l’immagine mistificatoria che l’idealismo dette di sé, impadronendosi


di una tradizione di ben altra origine e di ben altro spessore, e per ve­
dere l’egemonia del liberalismo in una società segnata proprio dalla
mancanza di una cultura liberale moderna164.
Può darsi pure che con un’analisi «di tipo rigorosamente teorico­
concettuale, che presuppone l’esistenza di nozioni ben definite, dai
confini semantici nitidamente accettabili», sia difficile comprendere
tutte le sfaccettature di una elaborazione teorica, come quella gram­
sciana, «essenzialmente asistematica e strettamente connessa con i
problemi politici storicamente determinati in vista dei quali si svilup­
pa»165: ma tutto questo non toglie che Bobbio (come in misura diver­
sa Debenedetti citato e discusso più avanti, ‘interno’ alla prospettiva
del comunismo ma ‘esterno’ alla vulgata egemone in quegli anni) ab­
bia contribuito a dimostrare che il testo gramsciano conteneva aspet­
ti problematici sfuggiti all’attenzione degli interpreti condizionati
ideologicamente, che le modalità entro cui avveniva la ricezione e la
lettura di Gramsci potevano liberarsi dai fattori ideologici e politici
legati alla strategia di un partito, e che certi risultati potevano essere
acquisiti coniugando sapientemente distacco critico e interesse cultu­
rale non disgiunto da partecipazione umana. Le tesi di Bobbio, in­
somma, forse meritavano di venir ‘falsificate’ con garbo maggiore
giacché si collocavano in un contesto in cui (se si pensa a quante cose
strampalate ed alcune del tutto sballate si scrivevano allora su Gram­
sci, e a quante anche peggiori se ne sarebbero aggiunte in seguito sen­
za suscitare ondate analoghe di esecrazione) la pluralità delle opzioni
e delle proposte avrebbe potuto ampliare gli orizzonti analitici. Se
non chiarivano tutto, ponevano comunque alcuni problemi sui quali
valeva la pena discutere. Invece le idee di Bobbio furono sottoposte a
un fuoco di sbarramento corrispondente a quella damnatio memoriae
che aveva caratterizzato i costumi staliniani, e che ha continuato a

Più motivate e sottili le osservazioni mosse a Bobbio da Biagio de Giovanni (Lenin,


Gramsci e la base teorica del pluralismo, in «Critica Mapdsta», XIV, 1976, 3-4), secondo cui
«l’immissione rapida e drammatica di grandi moltitudini nella storia del novecento ha posto
al movimento operaio in occidente il problema della democrazia in un modo ignoto allo Sta­
to liberale» (ivi, p. 52), anche se nemmeno questo autore si sottrae al dovere di contribuire a
fare del pensiero di Gramsci «la base teorica del pluralismo» moderno. Più recentemente uno
studioso si è adoperato, in modo un po’ spericolato, a mettere d’accordo Bobbio e Vacca, 1e-
gemonia e il pluralismo e così via, in un embrassons-nous nel quale è faticoso raccapezzarsi
(F. Battistrada, Gramsci e il divenire del suo pensiero, in Id., Per un umanesimo rivisitato. Da
Scheler a Heidegger, da Gramsci a Jonas, all’etica di liberazione, Jaca Book, Milano 1999, p.
73 e passim).
■“ Jocteau, Leggere Gramsci cit., pp. 102-3.

99
Anglani, Solitudine di Gramsci

funzionare in tempi post-post-post-staliniani. Quali le ragioni di un


trattamento così duro? Oggi si potrebbe dire che la rivolta scatenata
contro le tesi di Bobbio fu dettata non tanto dalla loro maggiore o mi­
nore fondatezza quanto dal timore che il pensiero gramsciano potes­
se essere svincolato dal progetto politico del Pei (o dai diversi proget­
ti che si succedevano nel tempo mascherati con il tipico frasario con­
tinuista), analizzato per il contributo dato allo sviluppo di certi con­
cetti ‘astratti’ e dunque ‘ridotto’ (ossia, in realtà, ‘promosso’) a capi­
tolo della storia del pensiero umano.
N on è un caso, tra l’altro, che la cultura marxista potesse ricono­
scere la legittimità di un Gramsci riletto dai cattolici (e meglio dai ge­
suiti), di un Gramsci riletto dai socialdemocratici, di un Gramsci rilet­
to dagli stalinisti e così via, pur polemizzando nel merito con ciascuno
di essi, ma non potesse accettare che Gramsci fosse letto come un ope­
ratore puro del pensiero e ‘tradotto’ in linguaggi relativamente auto­
nomi e privi di implicazioni direttamente politiche. Il Gramsci dei ge­
suiti era mille volte preferibile a quello di Bobbio, in quanto si collo­
cava pur sempre al centro di un ‘sistema’ organico e denso di implica­
zioni strategiche e in quanto tale poteva venir contrastato sul suo stes­
so terreno, mentre quello di Bobbio doveva essere condannato a prio­
ri come illegittimo perché spostava il gioco su un campo nel quale le
regole identitarie e sistemiche non avevano più valore e ‘non serviva’
alla politica quotidiana. Quale linea politica si poteva mai ricavare dal
Gramsci di Bobbio? Evidentemente nessuna (che potesse venirne fuo­
ri una idealistica e liberale era evidentemente un incubo privo di ogni
aggancio con la realtà): e così studiosi abilissimi nel riaggiustare Gram­
sci alla misura di ogni svolta del Partito - disposti cioè a fare di lui vol­
ta a volta il precursore dei fronti popolari, della democrazia progressi­
va, del compromesso storico, dell’alternativa di sinistra, del riformi­
smo socialdemocratico, dell’Ulivo e domani del Partito democratico e
poi ancora di chissà quale altra spiritosa invenzione - non potevano in­
terloquire con Bobbio se non attribuendogli intenzioni perverse di ap­
propriazione e manipolazione ideologica. Eppure Bobbio aveva con­
dotto nei confronti di Gramsci una operazione analoga a quella che si
pratica con tutti i pensatori degni di questo nome: quella di saggiare se
e quanto alcuni concetti potevano funzionare in contesti diversi da
quelli entro cui erano stati pensati, scontando dunque che altri concet­
ti (come quello di egemonia e del rapporto fra teoria e prassi) venisse­
ro momentaneamente tenuti in ombra e magari ripresi e ridiscussi in
altre prospettive. Bobbio aveva osato ritenere, probabilmente senza

100
________________________ Conflitti e totalità________________________

rendersi subito conto del valore dissacrante del suo gesto, che il pen­
siero gramsciano contenesse qualcosa d’altro che la sempiterna «ege­
monia», forse presagendo il tempo in cui proprio quella dell’egemonia
sarebbe divenuta una problematica obsoleta. Il destino di Gramsci non
poteva essere diverso da quello di qualsiasi pensatore degno di questo
nome, e i concetti da lui creati dovevano correre il rischio di viaggiare
nel tempo e nello spazio e di subire lo ‘spaesamento’ che è connatura­
to al processo del sapere. Era questo il delitto che a Bobbio non pote­
va essere perdonato, e che spiega perché a distanza di decenni i riferi­
menti a lui siano tuttora conditi di un’animosità che non si manifesta
verso altri studiosi altrettanto se non più ‘revisionisti’ e spesso autori
di fraintendimenti monumentali per non dire ridicoli166.
Sembra incredibile, insomma, che tante stupidaggini dette su
Gramsci siano state considerate peccati veniali rispetto alla libertà in­
tellettuale praticata da Bobbio, forse discutibile ma pur sempre di al­
tissimo livello. Come nei Comitati centrali di una volta bisognava ma­
ledire ogni volta Trotskij o Mao (o, come disse una volta Riccardo
Lombardi, «seicento milioni di albanesi»), così quando si parlava di
Gramsci si doveva puntualmente esecrare Bobbio se non si voleva es­
sere sospettati di intelligenza con il nemico. E infatti per lunghi anni
ancora ogni interpretazione ‘ortodossa’ dell’opera gramsciana, anche
quando conteneva aspetti di grande pregio e di penetrazione analitica,
si sentì obbligata a rispondere alla domanda sul ‘posto’ occupato da
Gramsci nella tradizione marxista e comunista: a decidere se egli era
più o meno marxista e più o meno comunista, se i suoi concetti rispet­
tavano Marx o lo mettevano in discussione e così via, sottoscrivendo
ogni volta la condanna nei confronti di Bobbio. Un procedimento at­
torno al quale (come Bobbio fece puntualmente notare) si accordava­
no a meraviglia gramsciani e antigramsciani, giacché l’obiettivo di en­
trambi era ‘misurare’ il tasso marxista del pensatore, totale per i primi
e nullo per i secondi, più che verificare le innovazioni teoriche appor­
tate da lui alla riflessione contemporanea e la sua capacità di interagire
con interlocutori diversi. Riprendendo la parola in sede di consuntivo,
infatti, Bobbio citò con il consueto sarcasmo i complimenti che il suo
intervento aveva ricevuto da parte dei cosiddetti critici ‘di sinistra’ (re-

Un capitolo nella storia della fortuna di Gramsci si potrebbe intitolare «Il fantasma di
Bobbio» che si aggira dopo decenni sulla scena intellettuale. Perfino Bruno Trentin è stato
accusato di aver accolto «l’interpretazione, notissima ma molto discutibile e in larga misura
errata», di Bobbio (G. Liguori, Stato e società civile da Marx a Gramsci, in Aa.Vv., Marx e
Gramsci cit., p. 71).

101
___________________ Anglani, Solitudine di Gramsci___________________

si euforici dalla conferma autorevole del fatto che Gramsci non era ab­
bastanza marxista e leninista), e ribadì che il suo discorso non si pro­
poneva di portare acqua a nessun mulino, né a quello dei gramsciani
né a quello degli antigramsciani. Ma queste precisazioni vengono pun­
tualmente ignorate da coloro che rifanno la storia di quei dibattiti167.
Se pensiamo che pure per Gramsci, come per certi suoi continuato-
ri, il pensiero liberale e borghese moderno è non quello di Locke e di
Montesquieu ma quello di Hegel e di Croce, comprendiamo qualcosa
non solo della «democrazia» gramsciana ma anche di come i gramscia­
ni hanno creduto di elaborare un pensiero post-comunista senza fare i
conti con i princìpi fondamentali della divisione dei poteri e del ‘con­
flitto’, restando anzi fedeli a una concezione ‘organica’, totalitaria e
aconflittuale (sia pure a lunga scadenza) della società. Quando si parla
di pensiero liberale e democratico, c’è chi pensa a Locke e anche, per­
ché no?, a Spinoza e alla sua teoria dei pesi e dei contrappesi, e c’è chi
pensa a Hegel e allo Stato etico o al liberalismo ‘proprietario’ di Cro­
ce. Su questi problemi non resta che rimandare ancora alle osservazio­
ni di Bobbio, secondo il quale Benedetto Croce non è affatto un ‘libe­
rale’, giacché invano si cercherebbe nelle sue pagine «una trattazione
del tema classico del potere e dei suoi limiti», e altrettanto inutilmen­
te il nome di qualcuno «dei padri del costituzionalismo moderno, da
Locke a Montesquieu» o «dei maggiori scrittori liberali della tradi­
zione anglosassone»: e in Gramsci, così, «non Locke o Montesquieu
ma Machiavelli con la relativa letteratura (Croce e Russo, Ercole e

167 Tra i complimenti interessati e ‘pelosi’, Bobbio citava quelli di Luigi Cortesi, di Sal­
vatore Sechi, di Romano Luperini e di Robert Paris, accomunati ai «difensori» della tradi­
zione offesa dall’idea che Bobbio avesse voluto «espungere il pensiero di Gramsci dalla tra­
dizione genuina del marxismo», dimostrando così che anche sull’altra parte della barricata
Texier aveva «fatto scuola» (Bobbio, Introduzione cit., pp. 20-1). Per dovere di cronaca bi­
sogna ricordare che a un certo punto parve che le letture ‘da sinistra’ potessero cambiare di
segno, e consentire l’appropriazione di Gramsci da parte della sinistra (cosiddetta) rivolu­
zionaria. Un esempio quasi folkloristico di questa svolta può essere trovato nel libretto di M.
A. Macciocchi (Per Gramsci, il Mulino, Bologna 1974), che non si accontentò di fare di
Gramsci il «Lenin d’oggi» (ivi, p. 13) ma addirittura lo accostò a Mao Tse-tung, riscuotendo
un enorme successo nel pubblico di quel tempo pronto a infiammarsi per le parole d’ordine
più strabilianti. La tendenza non può comunque dirsi esaurita, se una rivista prestigiosa ha
pubblicato meno di dieci anni fa un saggio di Liu Kang intitolato Hegemony and Cultural
Revolution (in «New Literary History», XXVIII, 1997,1, pp. 69-86) in cui si compiono ardi­
ti paralleli tra Gramsci e Mao e altri teorici della Rivoluzione culturale. La summa filosofica
delle critiche ‘da sinistra’ a Gramsci si trova nel libro di C. Riechers, Antonio Gramsci.
Marxìsmus in Italien, Europaische Verlaganstalt, Frankfurt am Main 1970, tradotto in italia­
no con il titolo Antonio Gramsci. Il marxismo in Italia (Thélème, Napoli 1975), la cui lettu-
ra oggi risulta del tutto inutile: così come superflua ci è parsa in questa sede la ricognizione
dei numerosi suoi «nipotini».

102
________________________ Conflitti e totalità________________________

Chabod) e i teorici della ragion di Stato»; non «Tocqueville o gli scrit­


tori politici americani e inglesi», ma «Hegel e gli hegeliani napoletani»
oltre il reazionario Treitschke)168. Il pensiero democratico-liberale è
quello che riflette sui limiti del potere più che sui modi per conqui­
starlo e per detenerlo, e in quanto tale è estraneo ai padri ‘liberali’ del-
l’idealismo italiano. Il «liberalismo laico» al quale si rifa Gramsci com­
prende Hegel e non Locke, il cui nome risulta citato nei Quaderni una
sola volta, e solo perché compreso in un passo di Gioberti riportato
ampiamente (cfr. Q., p. 1922). Per Gramsci il liberalismo coincide con
l’economia politica classica, riguarda cioè il funzionamento economico
della società e non certo le istituzioni politiche, dal momento che quan­
do progetta la sintesi dei momenti più alti della filosofia occidentale
egli pensa a Ricardo come rappresentante del pensiero inglese, e non
certo ai pensatori della democrazia liberale, autorizzando e perpetuan­
do quella confusione tra liberismo e liberalismo che è un segno della
nostra arretretezza culturale. Purtroppo «la cultura italiana di quegli
anni, alla quale attinse Gramsci, aveva dimostrato ben scarso interesse
per la tradizione del pensiero liberale e democratico», tanto è vero che
«delle due facce della teoria politica, quella rivolta verso lo Stato e le
sue ragioni (la “ragion di Stato”) e quella rivolta all’individuo e ai suoi
diritti, gli studi italiani guardavano ben più alla prima che alla secon­
da». Basti pensare che erano poco lette le opere di Locke (i cui Due
trattati sul governo uscirono in edizione moderna solo nel 1948), quel­
le di Constant, Tocqueville, Bentham, Mill, e che insomma «la grande
tradizione del pensiero liberale e democratico, da cui era nato lo Stato
moderno (anche lo Stato italiano), era completamente ignorata». Que­
sta tradizione ideologica spiega come mai in Gramsci persista «l’attri­
buzione allo Stato di un carattere etico», che «ripugna alla concezione
democratica dello Stato»16’, ma fa andare in brodo di giuggiole i gram­
sciani di oggi (anche coloro che ritengono di essersi trasformati in so­
cialdemocratici) e li persuade a riaggiornare quella nozione nei dibatti­
ti teorici e politici che dovrebbero contribuire a delineare una demo­
crazia moderna170. Tutta la discussione sul rapporto di Gramsci con il

,6! Bobbio, Gramsci e il problema dello Stato [1978], in Id., Saggi sa Gramsci cit.,
pp. 79-80.
'6’ Id., Gramsci e gli studi politici in Italia [1988], ivi, pp. 83 e 86.
170 La discussione (se è lecito definirla cosi) intorno alfa nascita del cosiddetto Partito de­
mocratico conferma la mancanza di ogni riflessione sulle forme della democrazia liberale, e
rivela il nucleo fondamentalista della fusione tra due pensieri ‘totali’. Nessuna delle parti ri­
mette davvero in discussione i fondamenti non liberali delle loro culture: i «teo-dem» e gli
ex comunisti non hanno interesse a scoprire i loro rispettivi altarini.

103
___________________ Anglani, Solitudine di Gramsci___________________

liberalismo resta dunque viziata dall’equivoco di fondo che assimila l’i­


dealismo al liberalismo e viceversa. Un esempio di alto livello di que­
sto orientamento può essere visto nella produzione critica di Arcange­
lo Leone de Castris, il quale vedeva nell’Anti-Croce gramsciano «una
critica sistematica della cultura idealistico-liberale» e ricostruiva il pen­
siero crociano attorno a un concetto di ‘totalità’ che però non com­
prendeva alcun aspetto realmente ‘liberale’171. Si può anche dire che la
«fase giovanile crociana e liberale nella formazione intellettuale e poli­
tica di Gramsci» è «innegabile» e che Gramsci «è passato dal liberali­
smo al marxismo»172, purché si precisi che quel liberalismo non ha nul­
la a che fare con il liberalismo di cui parlano le storie del pensiero po­
litico; e si può anche affermare che Gramsci «inizia in qualche modo da
liberale», a patto di precisare che «il liberalismo da cui prende le mos­
se ha caratteristiche peculiari e singolari» in quanto è «gravido» di so­
cialismo173, ossia è tutto meno che liberale. La «tradizione democratica
europea», che Gramsci «incontra e interroga», è quella di Machiavelli,
deH’idealismo tedesco, di Mazzini, di Pisacane, di De Sanctis174. Tutta
qui la tradizione democratica europea? Possibile che il grande pensie­
ro liberale non svolga in essa alcuna funzione? Possibile che la man­
canza di certi nomi dalla formazione culturale di Gramsci non abbia al­
cun influsso sulla sua concezione della democrazia?
Sono convinto, forse ingenuamente, che cancellare Locke dalla sto­
ria della democrazia moderna sia altrettanto arbitrario quanto imma­
ginare una filosofia della prassi senza Marx. Si può essere d’accordo o
no con Locke e con Marx, ma non è una grande prova di scientificità
quella di compilare una storia del liberalismo che prescinda dal primo
e una storia del socialismo che taccia il nome del secondo. Oltretutto,
chi oggi ripete cose del genere non possiede le motivazioni storiche e
politiche che inducevano Gramsci, agli inizi del secolo scorso, a rias­
sumere il pensiero liberale in Croce e nel pensiero storicistico-ideali-
stico, e ad ignorare Locke e la tradizione del liberalismo europeo. Il
confronto tra Gramsci e quel pezzo della tradizione ‘liberale’ (con
mille virgolette) da lui conosciuto avviene sui terreni dell’economia,
delle classi, della concezione della storia, dello Stato-forza e dello Sta­
to-consenso, dell’egemonia, della oggettività/soggettività, e mai sul

171 Leone de Castris, Estetica e politica cit., p. 9.


172 M. Martelli, Etica e storia. Croce e Gramsci a confronto, La Città del Sole, Napoli
2001, pp. 17 e 11.
173Losurdo, Gramsci dal liberalismo cit., pp. 26 e 29-30.
I7< M. Montanari, Verso la democrazia. Osservazioni su etica e politica [1997], in Id.,
Studi su Gramsci cit., p. 55.

104
________________________ Conflitti e totalità________________________

piano delle istituzioni, delle regole e dei princìpi: e non è un caso che,
se ignora Locke, Gramsci si occupi invece di Berkeley (cfr. Q., p. 1486)
a proposito della realtà del mondo esterno, e che dai Quaderni man­
chi il nome di Tocqueville mentre Constant viene citato appena due
volte in contesti ininfluenti. Se si pensa che nel Settecento gli illumini­
sti italiani più avvertiti (Verri, Beccaria, Genovesi e tanti altri) avevano
ben conosciuto Locke e Montesquieu e Ferguson e le discussioni sul­
la libertà e sulla costituzione e sul federalismo, si deve concludere che
l’assenza di questa tradizione dal dibattito e dalla stessa conoscenza te­
stuale tra la fine dell’Ottocento e la prima parte del Novecento è non
certo il segno di una ignoranza elementare ma il riflesso di una scelta
politico-ideologica che stampa un’impronta pesante sul cosiddetto li­
beralismo italiano (nonché su quanti vedono poi le tracce di tale pre­
teso ‘liberalismo’ in Gramsci e altrove).
Più che Gramsci, insomma, dovrebbero essere i suoi interpreti a
‘liberarsi’ dal comunismo: anche quelli che credono in buona fede di
essersene liberati ma che ne ripropongono gli schemi concettuali at­
traverso il ritorno a Hegel e alle concezioni ‘organiche’ della società e
dello Stato. La pretesa di trarre implicazioni tattiche e strategiche ef­
fettuali da universi teorici generali ha sempre prodotto risultati cata­
strofici, anche quando è stata illusoriamente coltivata dagli stessi filo­
sofi, spesso cattivi interpreti di se stessi. Eppure una tale illusione non
sembra aver sfiorato il Gramsci dal carcere, sempre ben cosciente del
fatto che le sue riflessioni, tese spasmodicamente verso un’alta di­
mensione teorica, non possedevano alcun valore politico immediato,
e che proprio tale disinteresse per gli sbocchi immediati costituiva il
sigillo più ampiamente ‘politico’ di esse. E in fondo, che cosa aveva
fatto Bobbio se non applicare allo studio di Gramsci quegli avverti­
menti di metodo che Gramsci stesso aveva annotato a proposito di
Marx ma pensando (come gli studiosi riconoscono senza difficoltà) a
se stesso? Quando, nel quaderno n. 4 (databile, a quanto pare, alla pri­
mavera del 1930), affrontò il problema di come bisognasse «studiare
una concezione del mondo che non è stata mai dall’autore-pensatore
esposta sistematicamente», Gramsci affermò che occorreva «fare un
lavoro minuzioso e condotto col massimo scrupolo di esattezza e di
onestà scientifica», soprattutto se si trattava «di un pensatore non si­
stematico» e «di una personalità nella quale l’attività teorica e l’attività
pratica sono intrecciate indissolubilmente», ovvero di un intelletto
«in continua creazione e in perpetuo movimento» (Q., p. 419). Alle
tante e acute analisi che sono state fatte di questo passaggio voglio ag-

105
___________________ Anglani, Solitudine di Gramsci___________________

giungere un’osservazione che potrebbe essere nuova (e, se non lo è,


me ne scuso in anticipo con chi l’ha fatta prima di me), e cioè che qui
il discorso di Gramsci perde ogni carattere discorsivo, ‘aperto’, mobi­
le, a spirale, reticolare, problematico e «socratico»175, ed acquista un
ductus duramente asseverativo. Ricerche minuziose, esattezza, onestà
scientifica: princìpi tanto più fermi e solidi quanto più il pensiero stu­
diato è teorico-pratico e «in continua creazione e in perpetuo movi­
mento». Il movimento è tutto dell’oggetto, e va riconosciuto come ta­
le, ma l’occhio dell’osservatore deve avere saldi punti di riferimento.
Le opere, specialmente quelle non pubblicate in vita, devono essere
assunte nella loro provvisorietà e collocate nel loro farsi frammenta­
rio, ma lo studioso non può fare zig-zag e deve anzi ricercare il «leit­
motiv», il «ritmo del pensiero, più importante delle singole citazioni
staccate»176. Ciò che pare degno di nota è, però, il fatto che in nessu­
na riga del testo Gramsci accenni alla necessità che lo studioso e l’og­
getto studiato condividano la stessa posizione ideologica. Egli certo si
sente marxista, ma mai afferma che solo un marxista abbia la licenza
per studiare Marx: ed anzi, quando riprende e riformula il passo nel
quaderno 16 (1933), alle caratteristiche ribadite della minuziosità, del­
l’esattezza e dell’onestà scientifica aggiunge quelle della «lealtà intel­
lettuale» e della «assenza di ogni preconcetto ed apriorismo o partito
preso» (Q., pp. 1840-1). N on è indispensabile dunque essere marxisti
per studiare Marx, giacché le regole esposte e seccamente ribadite non
si trovano qualificate da alcuna ottica ideologica. E certo Gramsci è
persuaso in se stesso che solo un marxista riesca a possedere tale abi­
to intellettuale, ma non per questo prescrive che senza essere marxisti
non si possa condurre un lavoro di quel tipo. Si potrebbe dire che, pa­
radossalmente, solo il marxista che faccia astrazione metodologica dal
suo marxismo può studiare scientificamente Marx. L’interesse per
Marx nasce all’interno di un mondo condiviso, ma lo studioso deve
astrarre dai suoi partiti presi e indossare un asettico grembiule anali­
tico. Il contesto fa pensare dunque che per «apriorismo» e per «parti­
to preso» Gramsci intenda proprio il pensiero marxista e il progetto
del comunismo, i quali, se fanno legittimamente parte della «conce­
zione del mondo» dell’autore studiato, possono invece rappresentare
una remora ideologica in chi studia, il quale deve mettere tra parente­
si la sua visione del mondo anche se (e soprattutto se) essa coincide

175 Baratta, Le rose e i quaderni cit., p. 112.


176Ibid.

106
________________________ Conflitti e totalità________________________

con quella dell’oggetto. Le analisi tradizionali di questi passi (almeno


quelle che sono a mia conoscenza) si soffermano molto sul seguito
della riflessione, cioè sulla regolamentazione metodologica, sulla di­
stinzione fra testi editi e testi inediti e sul rapporto tra riflessione teo­
rica e documenti epistolari, e passano velocemente sulla premessa teo­
rica generale, ossia sull’assenza di corrispondenza ideologica tra lo
studioso e l’oggetto da studiare e sull’ipotesi che un’ottica ‘esterna’
possa sprigionare il potenziale analitico necessario. Ma, senza arriva­
re alla conclusione estrema che per studiare Marx si debba essere ne­
cessariamente anti-marxisti (e, per studiare Gramsci, anti-gramscia-
ni), il testo di Gramsci prescrive un’operazione di autospossessamen-
to e di autoestraniazione che ogni studioso dovrebbe compiere per af­
frontare con serietà l’analisi di un oggetto fortemente implicato con la
«pratica» e manchevole di sistematicità apparente.

107
SOLITUDINE DI GRAMSCI

II. La solitudine di Prometeo

Un Dio che non si è piegato davanti all’ira degli altri dèi e


ha procurato ai mortali privilegi che sono fuori da ogni giu­
stizia! Per aver fatto questo, su questa roccia del dolore, tu
veglierai: qui fisso, in piedi, senza dormire, senza poter mai
piegare le gambe! Molti lamenti e pianti alzerai, tutti inutili:
inflessibile è la volontà di Zeus; e duro, come è sempre, il po­
tere recente.
(Eschilo, Prometeo incatenato)

Tu l’as jamais vu le Penseur? Il est sur son socle... Il est là...


Que fait-il? Hein, Ferdinand? Il pense, mon ami! Oui! ça seu­
lement! Il pense! Eh bien! Ferdinand! Il est seul!
(Louis-Ferdinand Céline, Mort à crédit)

Une révolution s’accomplit toujours contre les dieux à


commencer par celle de Prométhée, le premier des conquérants
modernes. C’est une revendication de l’homme contre son de­
stin: la revendication du pauvre n’est qu’un prétexte.
(Albert Camus, Le mythe de Sisyphe)

Per corne distingue con precisione il lavoro dello studioso dalle pas­
sioni del militante pur senza mai rinnegare queste ultime ed anzi po­
nendole come motore primo della ricerca, dunque, Gramsci può esse­
re considerato un ‘classico’. Ma a queste convinzioni egli è arrivato con
un percorso non rettilineo e con qualche fatica. Gramsci, che probabil­
mente negli anni durissimi dello scontro politico non era mai stato sfio­
rato dall’idea di trasformarsi in pensatore e scrittore, si trovò costretto
a divenire tale dalle circostanze drammatiche della sua vita. Prima di ve­
nir arrestato dalla polizia fascista, egli a tutto pensava tranne che a do­
ver trascorrere il resto dei suoi giorni chiuso in una cella, in compagnia
di libri e carte, di taluni fastidiosi insetti e di qualche uccellino ammae­
strato. O meglio, benché avesse previsto un caso del genere ed anche
eventi peggiori (c’era stato da poco l’assassinio di Matteotti), egli non

109
___________________ Anglani, Solitudine di Gramsci___________________

aveva potuto «immaginare» né «prevedere» le condizioni «molecola­


ri» entro cui la vita del carcere si sarebbe svolta. (Ho usato le virgolet­
te per «immaginare», per «prevedere» e per «molecolari» in quanto si
tratta di termini peculiarmente gramsciani). Ma già, con i primi atti
compiuti nella prigionia, si manifesta in lui la volontà di non lasciarsi
ridurre alle dimensioni di un normale carcerato, sia pure ‘politico’, e di
reagire alla catastrofe mettendo in movimento le sue energie umane e
culturali. E così Gramsci, quando si trova nelle carceri di Milano in at­
tesa del processo ed assiste al trascorrere della sua vita «sempre ugual­
mente monotona», scrive alla cognata Tatiana di essere «assillato» (se­
condo «un fenomeno proprio dei carcerati») dall’idea «che bisogne­
rebbe far qualcosa “für ewig”, secondo una complessa concezione di
Goethe» (19 marzo 1927; L C I, p. 55). Non è particolarmente signifi­
cativo che un uomo sottoposto a un processo politico, con grandi pro­
babilità di restare in carcere per molti anni, progetti uno studio disin­
teressato, «per sempre»? e che lo pensi in tedesco, ispirandosi alla fi­
gura ‘olimpica’ di Goethe? Proprio con tale spirito egli si propone di
studiare - a costo di far «orripilare» la cognata - la formazione dello
spirito pubblico in Italia, la linguistica comparata, il teatro di Piran­
dello e il gusto popolare in letteratura; anche se per quanto riguarda la
linguistica egli si propone, «naturalmente, di trattare solo la parte me­
todologica e puramente teorica» degli argomenti scelti: e «che cosa po­
trebbe essere più ‘disinteressato’ e für ewig di ciò?».
Un lettore americano particolarmente acuto è stato uno dei pochi
che ha saputo penetrare nelle pieghe di questa scrittura per estrarne
«gli elementi della vita intima di Gramsci prigioniero politico», ossia
«la natura ossessiva dei suoi processi di pensiero, lo sforzo di com­
prendere la propria situazione di uomo imprigionato, la preoccupa­
zione del tempo materiale visto in contrasto alla nozione di eternità,
l’identificazione con anime gemelle attraverso lo spazio e il tempo
(Goethe e Pascoli), il bisogno di regolare la sua vita interiore con un
piano organico di studi»; ed ha visto emergere «un aspetto della per­
sonalità gramsciana espressa raramente nel mondo della politica atti­
va», un aspetto «la cui natura spirituale» trascende «normali limiti po­
sitivi del tempo» così come viene solitamente «misurato da un uomo
d’azione». Se si legge dentro la complessa ‘scrittura’ di queste righe si
vede insomma che, essendosi ormai ridotte le possibilità «di influire
sul corso delle vicende umane, almeno a breve scadenza», in Gramsci
«è cambiato il senso del tempo, che è divenuto più intimo e più sog­
gettivo», e che con esso è nata anche «una nuova concezione dello scri­

no
_____________________ La solitudine di Prometeo_____________________

vere»1. Gramsci non dà spazio alle pulsioni intime né mescola vitalisti-


camente le sue depressioni alle questioni teoriche, ma analizza con lu­
cidità le modificazioni che la condizione di carcerato ha apportato al
lavoro teorico, ponendosi come oggetto e insieme come soggetto del­
l’analisi. Egli richiama qui la sua tragedia umana non per stimolare
compassione ma per precisare i termini e i modi entro i quali dovrà e
potrà svolgersi d’ora in avanti il suo lavoro. Il richiamo al fiir ewig si
inserisce dunque in questo mutamento profondo del senso del tempo
e del rapporto tra il soggetto e il mondo, e non può essere liquidato co­
me una deformazione «ironica» di Goethe2. E in quest’ottica diventa
sempre meno misteriosa la ragione che spinge Gramsci a collocare
«prevalentemente, se non esclusivamente, sul terreno della letteratura»
la decisione, presa «con consapevole autoironia» (evidente nell’accen­
no all’«orripilare»), di affrontare temi «a prima vista clamorosamente
lontani, nella loro natura ‘disinteressata’ e persino asciuttamente tecni­
ca, dalla drammatica esperienza in cui Gramsci era così interamente
coinvolto»3. N on dovrebbe essere difficile distinguere in tale scelta sia
la percezione del ‘salto’ obbligato che la detenzione ha imposto ai suoi
interessi, sia la ‘previsione’ del tipo di lavoro che lo attende. Occorre
dunque ribadire sia che lo studio disinteressato e a lunga scadenza di
argomenti non direttamente politici è il punto decisivo del program­
ma, sia che la natura prevalentemente letteraria o linguistica di essi non
è indifferente rispetto alla comprensione del progetto nella sua inte­
rezza. Sarà opportuno collegare queste affermazioni programmatiche
a una lettera alla moglie, dove Gramsci (nell’ambito della discussione
sullo ‘sgomitolamento’ della personalità e del ruolo della psicoanalisi,
di cui ci occupiamo più ampiamente nell’ultimo capitolo) sostiene che
la personalità di Giulia si sia «in gran parte sviluppata intorno all’atti­
vità artistica» e che essa abbia «subito come un’amputazione per l’in­
dirizzo meramente pratico e di interessi immediati» che lei ha dato al­
la sua vita: e ricorda di aver sostenuto una volta «che gli scienziati, nel­
la loro attività, sono ‘disinteressati’, suscitando lo «scandalo» di Giu­
lia per la quale invece «essi sono sempre ‘interessati’». Ora egli preci-

1F. Rosengarten, From ‘Plowman ’ to ‘Fertilizer ’ o f History: Gramsci as General Secre­


tary o f the Communist Party o f Italy and Gramsci as Political Prisoner o f the Fascist Regime,
in «Rivista di studi italiani», XVI, 1998, 1, p. 47. Questo breve saggio tematizza con precisio­
ne la questione del «mutamento» di prospettiva che si verifica in Gramsci dopo l’arresto, ri­
spetto ai tempi veloci e ‘ottimistici’ della politica precarceraria, a partire dalla metafora
cieli’«aratore» e del «concio» della storia (cfr. Q., p. 1128).
2 Buttigieg, The Legacy cit., p. 13.
3 R Fasano, Introduzione, in Aa.Vv., Gramsci e la modernità cit., p. 12.

Ili

Anglani, Solitudine di Gramsci

sa di aver parlato «in termini ‘italiani’», riferendosi alle teorie di Loria


il quale aveva interpretato «il termine e la nozione di ‘interesse’ in un
certo senso deteriore che nelle Tesi su Feuerbach è qualificato come
“schmutzig jiidisch”, sordidamente giudaico», e ritiene di poter dire
che Giulia ha indirizzato la sua vita «in questo senso “sordidamente
giudaico”», ossia all’interno di una concezione ristretta e utilitaristica
dell’«interesse», reprimendo «molti elementi della [sua] precedente
esistenza di artista ‘disinteressata’ (che non vuol dire campata nelle nu­
vole, evidentemente), ossia ‘interessata’ nel senso non immediato e
meccanico della parola» (28 marzo 1932; L C II, pp. 555-6).
E probabile dunque, sulla base del testo e non per la spinta di ra­
gionamenti astratti e di principio, che proprio il ‘disinteresse’ lettera­
riamente connotato costituisca la motivazione e l’orizzonte reale del
progetto, e che attribuire ad esso un valore assoluto di rifondazione fi­
losofica sia un modo per precipitare le cose e forse per mistificarle, o
comunque per non coglierne la genesi reale. E ovvio che questa impo­
stazione iniziale contiene in sé implicazioni filosofiche, ma non credo
che si renda un buon servigio all’autore quando se ne esalta la presen­
za oltre certi limiti4. Il problema è, come sempre, quello di non asso-
lutizzare una dimensione sola e di non precipitare una reductio ad
unum della quale pure è possibile disegnare le tracce, e di vedere inve­
ce il testo nella sua genesi drammatica e contraddittoria.
A quanto mi risulta Gramsci è l’unico, fra i tanti carcerati politici
durante il fascismo, a progettare (e, in parte, attuare, sia pure nella for-

* La sottolineatura più vigorosa di questo aspetto si deve a Frosini in Gramsci e la filo­


sofia cit., in particolare nella prima parte intitolata Struttura e storia della ricerca filosofica nei
«Quaderni del carcere», per il quale il senso del programma di lavoro è teorico, ossia squisi­
tamente filosofico, e prende forma tra il 1927 e il 1929 allorché «sorge in Gramsci l’esigenza
di aprire uno specifico spazio di riflessione sulla teoria del materialismo storico» (ivi, p. 50).
Secondo l’autore, riprendendo alcune questioni trattate nel saggio sulla questione meridio­
nale, Gramsci passa dall’«analisi della funzione politica dell’intellettuale come funzione di
una massa» all’analisi «propriamente teorica» dei «presupposti filosofici» del pensiero di
Croce (ivi, pp. 51-2). La comparsa del fiir ewig sarebbe dunque il segno dell’arrivo di un ele­
mento specificamente teorico nel pensiero gramsciano, corrispondente a una «svolta» avve­
nuta nello stesso Croce in quegli anni (ivi, p. 54). E tuttavia, puntualizzando gli sviluppi del­
la riflessione gramsciana in rapporto alle necessità contemporanee della lotta teorica ed al bi­
sogno di dover svolgere un «compito politico urgente» (ivi, p. 71), l’autore non spiega la con­
traddizione fra tale bisogno e il «comportamento dilatorio» assunto da Gramsci nel perse­
guimento del suo obiettivo (ivi, p. 70), che a mio parere si qualifica come insuperabile nella
storicità immanente del lavoro teorico e tradisce nel fondo la consapevolezza gramsciana che
il pensiero del carcere, proprio perché è attentissimo alle modificazioni di un mondo ester­
no con cui non esiste alcun rapporto reale, resta inattuale per l’immediato. A questo eccesso
di motivazioni teoriche fa da controcanto Spriano quando scrive un po’ sbrigativamente che
l’espressione fiir ewig viene usata da Gramsci «con un’amara ironia» (P. Spriano, Profilo di
Antonio Gramsci, in ld., Gramsci e Gobetti cit., p. 69).

112
_____________________ La solitudine di Prometeo_____________________

ma del lavoro infinito) uno studio disinteressato e fiir ewig che è però,
al tempo stesso, legato al suo universo politico, alieno da intenzioni
autoconsolatorie e insieme del tutto separato da utilizzazioni imme­
diate. Benché assillato dal «problema della noia» (a Piero Sraffa, 11 di­
cembre 1926; L C I, p. 13), egli non decide di dedicarsi alle ricerche so­
lo per passare in qualche modo il tempo. All’origine non già del pro­
gramma concreto, ma della scelta del fiir ewig che a quel programma
dà luce e prospettiva, si trova una novità che appare lucidissima ma
impreveduta nella mente di Gramsci in quei giorni drammatici: egli
interiorizza l’evento della sconfitta, non solo personale ma dell’inte­
ro progetto rivoluzionario, e riconosce lucidamente che la «guerra»
politica ha subito la prima grande disfatta. «Comprendere le ragioni
della sconfitta» diventa «per lui, in quel momento, l’unico modo di
continuare l’opera della rivoluzione»5. Ma, scegliendo questa pro­
spettiva, la sua riflessione si concentra sempre più su ciò che manca ed
è mancato, su una specie di storia al contrario, più che sui passi posi­
tivi da compiere per evitare quegli errori in futuro e portare a compi­
mento la rivoluzione. E anche per questo che gli scritti gramsciani del
carcere non possono in alcun modo costituire la premessa teorica di
una linea politica «concreta». I Quaderni, per quanto li si solleciti,
non danno elementi positivi e politicamente attuali per una prospet­
tiva rivoluzionaria e nemmeno per altre prospettive ancora più lonta­
ne dall’orizzonte gramsciano. Fra i Quaderni e la politica «in atto»,
qualunque politica, esiste uno iato che non può essere colmato se
non impoverendo la sostanza problematica del testo e annullando le
contraddizioni che lo strutturano. Il mondo dev’essere ancora tutto
analizzato e spiegato, con un lavoro che va oltre le contingenze (sia
pure drammatiche) della storia. Gramsci sa ormai che quella rivolu­
zione, che nei documenti politici degli anni precedenti era annuncia­
ta dietro l’orizzonte come conseguenza inevitabile di un processo
autodissolutivo del regime fascista e dell’intero mondo borghese,
non è più un evento prevedibile nella misura di una vita umana. La
consapevolezza della sconfitta lo costringe «a rompere con le spe­
ranze di rapida e definitiva palingenesi rivoluzionaria» e ad «ap­
profondire invece l’analisi del carattere complesso e contraddittorio
dei tempi lunghi del processo di trasformazione politica e sociale» e
gli impone di ripensare il giudizio negativo e catastrofico circa la co­
siddetta «putrefazione» della cultura borghese6. Così la nozione di

5 Gerratana, Il restauro dei «Quaderni»; risultati e conferme cit., p. 55.


6 Losurdo, Gramsci dal liberalismo cit., pp. 137 e 166.

113
-----------------------------Anglani, Solitudine di Gramsci___________________

«rivoluzione passiva» esprime la consapevolezza che il mondo bor­


ghese non solo non è in decadenza ma possiede una carica fortissima
di iniziativa politica e culturale7.
Questa verità elementare, non puramente biografica, stacca il
Gramsci del carcere dal suo essere precedente e colloca la riflessione
dei Quaderni in una dimensione inedita, anche se non nasce dal nul­
la e si ricollega alle riflessioni culturali del Gramsci ‘giovane’: con la
differenza abbastanza ovvia che ciò che nel Gramsci giovane era nu­
trito di fervore e di entusiasmo per un mondo che sembrava aprirsi al­
la prassi ora riappare segnato dal marchio indelebile della sconfitta.
Gramsci deve oramai ripartire dalla catastrofe della rivoluzione comu­
nista in Occidente, e dunque dal fallimento della sua stessa identità di
dirigente politico. La volontà di «far qualcosa “fur ewig”» scaturisce
dunque dal rovesciamento radicale dell’esperienza passata, non dal
proseguimento di essa in altre forme8. Un rovesciamento che non si­
gnifica rifiuto né apostasia ma decisione di rileggere il passato e il
presente in una prospettiva completamente nuova, giacché la rivolu­
zione non può più essere considerata uno sbocco possibile né a bre­
ve né a medio termine. N on sono i disagi del carcere a mettere in sor­
dina la tensione rivoluzionaria di Gramsci, il quale non percepisce al­
cuna differenza tra la sua persona individuale e la sua funzione pub­
blica, ma l’analisi della battaglia perduta che lo spinge a ripensare dal
profondo la prospettiva del socialismo fino a renderla del tutto inat­
tuale. E per questo, probabilmente, e non solo per le difficoltà frap­
poste dal regolamento carcerario, che Gramsci inizia a scrivere non
subito dopo l’arresto ma nel febbraio del 1929, quando la condanna
diviene definitiva; ed è forse anche per questo che, una volta arriva­

7 Cfr. ivi, p. 155.


8 N on vedo come si possa negare ai Quaderni l’orizzonte del/«r ewig, così recisamente
affermato e rivendicato da Gramsci, solo perché gli oggetti delle ricerche gramsciane «è dif­
ficile immaginarli come “oggetti” di un lavoro disinteressato, di una ordinata ricerca “fùr
ewig”» in quanto «si direbbero già tutti orientati a ricostruire le caratteristiche culturali
profonde, di “lunga durata”, della società italiana» (Montanari, Introduzione cit., p. vii). Se
si considera che Gramsci, il quale non usava mai espressioni a caso, avrà avuto qualche ra­
gione per definire in quei termini il suo lavoro, non è necessario ‘immaginare’ alcunché ma
solo leggere il testo e interpretarlo, senza rimuovere gli aspetti che non quadrano con la tesi
che si vuol sostenere: tanto più che qui non si tratta di un dettaglio fra tanti ma della condi­
zione stessa in cui il testo viene prodotto. In realtà il fiir ewig è la vera ‘vocazione’ di Gram­
sci, il quale mai «riuscirà a staccarsi da quell’ordine di pensieri che gli avevano ispirato il pro­
getto iniziale» del suo lavoro (Gerratana, Il restauro dei «Quaderni» cit. p. 34). Per una ri-
costruzione della genesi del progetto gramsciano, rimando all’esemplare capitolo di R. Mor­
denti, «Quaderni del carcere» di Antonio Gramsci, in Aa.Vv., Letteratura italiana. Le Ope­
re, rv, Il Novecento, t. II, La ricerca letteraria, Einaudi, Torino 1996, pp. 553-629.

114
_____________________ La solitudine di Prometeo---------------------------------

to nel carcere di Turi, egli evita di intrattenere rapporti diretti con i


dirigenti comunisti9.
Non si tratta solo di prudenza o di difficoltà di comunicazione, vi­
sto che attraverso i compagni arrestati Gramsci conosce l’essenziale
dei processi politici in corso e cerca, finché gli è possibile, di influire su
di essi o comunque di discuterli. Siccome egli evita «regolarmente re­
lazioni epistolari coi compagni di partito, anche in forma indiretta o ci­
frata», non è facile «stabilire quali siano stati i suoi rapporti con il cen­
tro del Pcd’I emigrato all’estero e con gli altri militanti e dirigenti ar­
restati», anche se leggendo fra le righe «alcune sezioni dei Quaderni
che toccano problemi politici di attualità», sorti dopo Pimprigiona-
mento, «si desume che quei rapporti si erano sensibilmente alterati»10.
È comunque difficile stabilire un rapporto diretto fra le scelte tattico­
strategiche, anzi tra i ‘segnali’ mandati da Gramsci verso i dirigenti del
suo partito, e le riflessioni di lunghissima durata dei Quaderni. Le no­
tizie che filtrano dal mondo esterno lo convincono che i compagni ri­
masti a dirigere il movimento operaio non hanno compreso di aver su­
bito una sconfitta strategica: se non «per sempre», per un tempo assai
lungo. Tuttavia, nella prospettiva di questa lettura a noi interessa assai
poco la realtà biografica dei fatti, e molto di più la qualità stilistica ed
espressiva dei testi prodotti in quella condizione. In altre parole, che
Gramsci si sia interessato molto o poco alla politica «in atto» durante
la prigionia è cosa che non riguarda affatto la logica di questa analisi.
Ciò che ci interessa è vedere in che modo e con quali tempi prenda
corpo l’impresa dei Quaderni. La filologia ci viene in aiuto quando se­
gnala che «occorre attendere un anno, dall’inizio della redazione dei
Quaderni, perché in essi si verifichi, dopo un primo gruppo di note
dedicate a temi ed interessi diversi, (’‘irruzione’ della politica», in
quanto solo nei primi mesi del 1930 «fa la sua comparsa, nel contesto
di due lunghe note del Q. 1 (parr. 43-44) in gran parte dedicate alla
messa a fuoco della questione degli intellettuali, il concetto di egemo-

’ Eugenio Garin ha avanzato l’ipotesi che l’«amarezza» suscitata dall’«atteggiamento di


alcuni compagni» nel carcere sia stata una delle molle che spinsero Gramsci a iniziare i Qua­
derni solo nel febbraio del 1929, benché l’idea del fiir ewig fosse stata enunciata due anni pri­
ma nella lettera citata a Tatiana (E. Garin, Riempì l’utopia di intelligenza e di volontà, in
Aa.Vv., Gramsci. Le sue idee nel nostro tempo, Editori Riuniti, Roma 1987, p. 41. Il titolo è
redazionale). È vero che solo in quella data Gramsci riceve dai carcerieri il materiale per scri­
vere in cella: ma è anche vero che, dopo aver steso l’elenco degli Argomenti principali (Q., p.
5), egli sta fermo ancora alcuni mesi e riprende a scrivere nel giugno, come si ricava dallo sche­
ma dei «termini di datazione» dei Quaderni (Francioni, L ’officina gramsciana cit., p. 140).
10 Santucci, Antonio Gramsci cit., p. 131.

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nia». Dall’itinerario concreto della composizione dei Quaderni, dun­


que, risulta che Gramsci arriva (o ritorna) alla politica dopo un ampio
ripensamento, quasi volesse porre una distanza di sicurezza tra la
condizione passata legata alla contingenza e quella presente ispirata al
fiir ewig-, e che in tale ritorno egli si guarda bene dall’utilizzare con­
cetti e strumenti precedenti prima di averli radicalmente ripensati. La
categoria dell’egemonia viene infatti «costruita» in seguito a un lavo­
ro complesso fondato sul rapporto tra ‘modelli analogici’ e «astrazio­
ni concettuali» del tutto ignoto al Gramsci precarcerario11, e resta co­
munque un concetto operativo, «altamente fluido e flessibile», che
non può essere definito una volta per tutte in termini teoretici ma è
semplicemente un modo per ‘nominare’ il «problema» delle «relazio­
ni di potere» che determinano le varie forme in cui l’«ineguaglianza»
viene prodotta e riprodotta»12.
In ogni caso, pur senza ricorrere a procedimenti tanto elaborati, ad
un lettore di media cultura basterebbe confrontare gli scritti precarcera­
ri con i Quaderni per verificare non solo la differenza di taglio e di qua­
lità che passa tra gli interventi del politico - «scritti alla giornata» e me­
ritevoli di «morire dopo la giornata» (a Tatiana, 7 settembre 1931; LC II,
p. 457) - e la grande ricerca del prigioniero, ma anche e soprattutto la
grande mutazione teorica e politica intervenuta nel passaggio dalla fase
politica più recente a quella carceraria. Per quanto avesse colto meglio

11Francioni, L ’officina gramsciana cit., pp. 70-1. La seconda parte del volume (Egemonia,
società avile, Stato. Note per una lettura della teoria politica di Gramsci) analizza la forma­
zione del concetto di egemonia nella riflessione gramsciana. Il «fatto nuovo» che si verifica nei
Quaderni, rispetto agli scritti precarcerari, non è certo l’uso del termine, ma la nuova «possi­
bilità di un discorso sull’egemonia borghese» (ivi, p. 158). N on ci sarebbe bisogno di ricorda­
re che sulla questione dell’egemonia la bibliografia critica è immensa. Tutto preoccupato di
sancire l’ortodossia leninista di Gramsci, ed anzi di enfatizzare la «grande analogia di menta­
lità e di metodo tra Gramsci e Lenin» senza dimenticare di sottolineare gli aspetti che fanno
di Lenin un precursore della via italiana al socialismo, il contributo di L. Gruppi, Il concetto
di egemonia in Gramsci (Editori Riuniti-Istituto Gramsci, Roma 1972; l’espressione citata è a
p. 84). Quando, in merito alla questione dei rapporti tra soggetto e oggetto, pare che Gramsci
«in talune formulazioni cada nell’idealismo» (ivi, p. 146), tale giudizio viene formulato attra­
verso un paragone con gli scritti di Lenin. N on basta ricordare che Gruppi era un funziona­
rio del Pei, sia pure provvisto di un livello culturale ignoto agli attuali funzionari di ogni par­
tito. Che anche studiosi di ben altra caratura e indipendenza potessero accostare Materialismo
ed empiriocriticismo ai Quaderni (dove Gramsci discute le idee di Lenin ma per arrivare ad
esplorare mondi inimmaginabili per il dittatore sovietico) o, addirittura, considerare il mal­
loppo leniniano «un’opera insigne di filosofia» (S. Timpanaro, Gramsci e Leopardi, in Id.,
Antileopardiani e neomoderati nella sinistra italiana, Ets, Pisa 1982, p. 302) era un’aberrazio­
ne di cui nessuno allora si scandalizzava: ma così andava la storia nel secolo ventesimo. La
ricostruzione più recente, articolata sulla struttura in movimento dei Quaderni, è quella di
G. Cospito, Egemonia, in Aa.Vv., Le parole di Gramsci cit., pp. 74-92.
12Crehan, Gramsci, Culture and Anthropology cit., p. 104.

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dei bordighiani e dei riformisti la natura del fascismo (come formazione


storico-politica originale, ossia come regime reazionario di massa ben di­
verso dalle tentazioni autoritarie e repressive ottocentesche), insieme con
il senso dell’accelerazione impressa alla lotta politica dalla comparsa di
Mussolini13, il Gramsci ‘politico’ degli anni precedenti l’arresto riteneva
pur sempre che l’obiettivo prioritario dei comunisti fosse quello di lot­
tare contro le altre componenti della sinistra, come se i veri nemici fos­
sero non i fascisti ma Bordiga e Turati. L’imbarazzo (per non dir peggio)
suscitato nel lettore di oggi da passi ispirati a un così «tragico donchi­
sciottismo», capace di «raggiungere toni settari e in qualche modo con­
vergenti con quelli dell’estrema destra»14, non può essere compensato dal
fatto che a quel tempo le tesi dei massimalisti e dei riformisti erano an­
cora più fatalistiche, velleitarie e settarie. Vedere come giorno per giorno,
negli articoli pubblicati sulla stampa di partito, un uomo della levatura di
Antonio Gramsci utilizzava la stragrande maggioranza dello spazio (e
della sua intelligenza) per fulminare «il semifascismo di Amendola, Stur-
zo, Turati»15; per irridere a Matteotti come «pellegrino del nulla»16; per
teorizzare la lotta contro i socialisti di ogni tendenza e contro le loro
«‘sballate’ teorie» con l’obiettivo di svolgere una vera «lotta di classe»
contro nemici di classe17; per considerare equivalenti la lotta contro il fa­
scismo e quella contro le «opposizioni costituzionali», pur se «l’opposi­
zione costituzionale sostenga un programma di libertà e di ordine che sa­
rebbe preferibile a quello di violenza e di arbitrio del fascismo»18; per de­
finire la politica dei massimalisti come «dissidentismo fascista»19; e, so­
prattutto, per condurre una strenua e lunghissima battaglia polemica dal­
l’agosto del 1925 fino quasi al giorno del suo arresto contro Claudio Tre-
ves, Filippo Acciarini e Pietro Nenni senza dedicare quasi una riga al fa­
scismo, a quello vero: vedere tutto questo (tenendo conto che i campio­
ni citati sono pochi frammenti di una massa imponente di scritti tutti im­

13Eppure lo stesso Gramsci analista del fascismo potè scrivere queste incredibili frasi: «I
comunisti negano che il periodo attuale sia da ritenersi “reazionario”: essi sostengono inve­
ce che il complesso degli avvenimenti in corso è la documentazione più vistosa e abbondan­
te della definitiva decomposizione del regime borghese» (Reazione i, in «L’Ordine Nuovo»,
23 aprile 1921, poi in A. Gramsci, Socialismo e fascismo. L ’Ordine Nuovo 1921-1922, Einau­
di, Torino 1966, p. 145). Ma affermazioni di questo genere si possono raccogliere ad apertu­
ra di pagina.
14P. Bonetti, Gramsci e la società liberaldemocratica, Laterza, Roma-Bari 1980, pp. 71 e 68.
15La crisi italiana, in «L’Ordine Nuovo», 1° settembre 1924, poi in A. Gramsci, La co­
struzione del Partito Comunista (1923-1926), Einaudi, Torino 1971, p. 39.
16II destino di Matteotti, in «Lo Stato operaio», 28 agosto 1924, poi ivi, p. 40.
17L’«Avanti!» contro il Mezzogiorno, in «L’Unità», 14 luglio 1925, poi ivi, p. 377.
18Problemi di oggi e di domani, in «Lo Stato operaio», 5 maggio 1924), poi ivi, p. 180.
” I massimalisti e la situazione, in «L’Unità», 30 agosto 1925, poi ivi, p. 280.

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___________________ Anglani, Solitudine di Gramsci___________________

postati alla stessa maniera) non è compiere un’esperienza molto grade­


vole per chi abbia cominciato a conoscere Gramsci a partire dai Qua­
derni e dalle Lettere e ne cerchi negli scritti precarcerari i precedenti teo­
rici. Non per compiere un’inutile provocazione, ma per rispettare la «ve­
rità» tanto cara al nostro autore, allora, bisogna dire apertamente che
quei precedenti sono molto difficili da trovare20, e che riconoscere la pre­
senza in lui di una semplice «pregiudiziale ideologica», ancorché «vivis­
sima», che ostacolerebbe l’«approccio alla realtà»21, significa andare nel­
la giusta direzione ma fermarsi ancora ai primi passi.
Non c’è contestualizzazione storica che possa giustificare il grave
deficit teorico che si spalanca in queste pagine, le peggiori mai scritte
da Gramsci anche sul piano stilistico, prive di metafore e di figure e
lardellate di slogan polemici non troppo lontani da quelli usati dai fa­
scisti, come l’insulto di «lustrascarpe» ed altre finezze. Lo stile ‘papi-
niano’ di questi scritti è ben lontano dalla «scrittura limpida, rigorosa
come il ragionamento che la sostiene» e al tempo stesso «icastica e bril­
lante come le sue argomentazioni dissacranti» degli interventi prece­
denti, che rimane «esempio felicissimo di prosa moderna», ossia di una
prosa «capace di sposare la razionalità, la chiarezza, l’efficacia dell’ar­
gomentazione con la deformazione espressionista»22; dallo «stile origi-

20 Queste sono le caratteristiche della fase del «Gramsci leninista ‘occidentale’», segnata
oltretutto da un’impostazione «molto tatticistica» (F. Livorsi, Gramsci e la cultura politica
della sinistra, in Aa.Vv., Gramsci: i «Quaderni del carcere» cit., p. 63). Frosini ha sottolinea­
to che nel 1925 Gramsci utilizzò il manuale di Bucharin nella «scuola di partito da lui orga­
nizzata», e che dunque, «se non si vuol supporre che l’abbia utilizzata per ragioni di conve­
nienza politica», bisogna pensare che tra il 1925 e il 1929 egli abbia cambiato «la propria po­
sizione rispetto alla Teoria e alla sua impostazione teorica». Questo particolare conferma co­
me Gramsci nel 1925 fosse subalterno a una «impostazione metodologica deterministica, se­
condo la quale la storia si svolge secondo leggi causali del tipo di quelle usate nelle scienze
della natura» (Frosini, Gramsci e la filosofia cit., p. 106). Erano già lontani, dunque, i tempi
dell’idealismo’ e del volontarismo di La rivoluzione contro «Il Capitale», e non ancora ma­
turi quelli dei Quaderni.
21 P. Spriano, Gramsci dirigente politico [1967], in Id., Gramsci e Gobetti cit., p. 150. In
realtà nulla, «nel Gramsci politico del decennio legale, induce a ritenere che egli si ponga il
problema della democrazia in termini differenti da quelli correnti nella terza Internaziona­
le»; e infatti, «quando parla di situazione democratica», Gramsci ne parla «in senso rigorosa­
mente leniniano, critico», e come Lenin si mostra «ansioso di abbreviare il più possibile l’in­
termezzo democratico» (ivi, pp. 160-1).
22 Paladini Musitelli, Introduzione a Gramsci cit., p. 67. In un saggio più recente, la stes­
sa autrice ha rilevato nei primi scritti gramsciani una «repressa propensione letteraria» e
l’uso di una prosa non troppo «lontana da quella pirandelliana» (Id., Stile e pensiero nella
prosa giornalistica di Gramsci, in Aa.Vv., La prosa del comuniSmo critico. Labriola e Gram­
sci, a cura di L. Durante e P. Voza, Palomar, Bari 2006, p. 151). La definizione di «giornali­
sta» appare giustamente ristretta a d’Orsi, il quale preferisce la formula di «scienziato socia­
le» (A. d’Orsi, Una strategia per la verità. Appunti sul «giornalismo» del Gramsci torinese, in
Aa.Vv., La prosa del comuniSmo critico cit., p. 222).

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_____________________ La solitudine di Prometeo_____________________

naie ed elegante, del tutto insolito nel panorama del giornalismo italia­
no del tempo», con il quale Gramsci si era impegnato «in una ferma
polemica contro il malcostume politico, il nazionalismo retorico, l’op-
portunismo, la disonestà e la boria intellettuale» ed aveva svolto la fun­
zione dell’«“acido corrosivo dell’imbecillità”»23. C ’è da temere anzi
che un’analisi lessicale e stilistica minuziosa svelerebbe analogie in­
quietanti tra questi interventi polemici e la prosa ‘sovversiva’ piccolo­
borghese della cultura antigiolittiana e prefascista primonovecentesca.
I lemmi ricorrenti sono infatti ‘liquidare’, ‘smascherare’, ‘tradimento’,
‘vigliaccheria’, ‘deviazione’ ed altri, di portata conoscitiva veramente
nulla ed anzi paurosamente consonanti con la terminologia dello stali­
nismo prossimo venturo. E certo è un bel paradosso (ma c’è anche in
questo un’astuzia della ragione...) che scritti eminentemente ‘politici’
utilizzino un linguaggio così povero di spessore politico24. Per lo sto­
rico di quei tempi tali interventi sono meri ‘documenti’ privi di ele­
menti attivi di conoscenza e di interpretazione che possano interagire
con la logica della ricerca storica, e restano dunque incommensurabili
allo spessore dei Quaderni che sono al tempo stesso oggetto e sogget­
to attivo di un’intera epoca. Siccome l’intelligenza e lo spessore cultu­
rale di Gramsci sono fuori discussione, l’impressione che si riceve dal­
la lettura di questi scritti è che il loro autore si sia degradato intellet­
tualmente di proposito, come Don Chisciotte sulla Sierra Morena, per
una sorta di cecità politica e ideologica derivante da un’analisi errata
della congiuntura storica. Il particolare abbastanza curioso è che tutti

23 Santucci, Antonio Gramsci cit., p. 61. L’espressione «acido corrosivo dell’imbecillità»


è tratta da un articolo del 1917, ora in Gramsci, La città futura cit., p. 306.
24 Nessuno di questi lemmi ha attirato l’attenzione del «Filologo Essenziale» Edoardo
Sanguinei nelle sue Schede gramsciane (Utet, Torino 2004: l’espressione citata è a p. Xl), che
pure estendono il proprio raggio d’attenzione anche agli scritti giovanili. I lemmi che attira­
no la sua curiosità sono quelli in cui parrebbe esprimersi comunque una certa creatività lin­
guistica, come spaghettite (ivi, p. 117), ultrafesso (ivi, p. 126), uovofracidesco (ivi, p. 128) ecc.
(ma anche per questi termini ogni entusiasmo mi pare esagerato). Tale limitazione equivale a
una sorta ai rimozione, dal momento che l’ottica del filologo è orientata a sottolineare la
qualità problematica e non dogmatica della scrittura gramsciana, come quando invita il let­
tore a notare «le molte virgolette» e le clausole limitative con cui Gramsci circonda l’uso di
termini pur centrali nella sua riflessione (ivi, p. x). Rispetto a questi procedimenti espressivi
dei Quaderni, che segnalano la forza di un processo di autoproblematizzazione e di possibi­
le autocorrezione in itinere, la prosa degli articoli politici sembra parto di un’altra mente. Le
ricerche correnti sul lessico gramsciano si limitano ai Quaderni, e solo occasionalmente met­
tono a fuoco i problemi posti dal linguaggio degli anni precarcerari (i quali, a loro volta, non
costituiscono un periodo compatto). Il contributo più ricco e più aggiornato all’analisi del
linguaggio gramsciano, limitato però a pochi lemmi, è in Aa.Vv., Le parole di Gramsci cit. Il
manualetto compilato da Umberto Cerroni (Lessico gramsciano, Editori Riuniti, Roma
1978) non tocca questi argomenti.

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Anglani, Solitudine di Gramsci

gli interpreti che partono dalla glorificazione del rapporto fra la teoria
e la prassi, giunti a questo punto, dimenticano regolarmente di utiliz­
zare quel criterio di analisi e discutono delle teorie gramsciane degli
anni venti senza mai curarsi di compiere la loro verifica storica, ovve­
ro i risultati ‘pratici’ che esse hanno prodotto. E per lo meno bizzarro,
infatti, che gli storici materialisti, pronti a strepitare contro ogni vel­
leità ‘idealistica’ di considerare il pensiero come autonomo e slegato
dalla prassi, quando arrivano a nodi di questo genere si convertono
improvvisamente alla più pura e disinteressata storia delle idee e tema­
tizzano le riflessioni gramsciane di questo periodo come se esse non
avessero ricevuto la verifica più cruda proprio dalla ‘prassi’.
E dunque, dopo che gli storici del pensiero politico avranno detto
ciò che è doveroso dire per contestualizzare il contenuto di tali scritti,
sarà difficile negare che la corruzione stilistica e ideologica che li carat­
terizza non è un incidente ma il prodotto obbligato della convinzio­
ne che la rivoluzione comunista in Italia potesse realizzarsi in breve
tempo grazie alla crisi e alle convulsioni del regime fascista, e in ge­
nerale dell’idea sballatissima che il mondo capitalistico-borghese fos­
se arrivato a un punto irreversibile di autodistruzione. Su un piano
ancora più generale, quella corruzione è il frutto avvelenato di una
visione strategica in cui i valori della cultura, tanto cari al giovane
Gramsci, sono del tutto azzerati o resi puramente strumentali rispet­
to ai bisogni immediati della lotta politica. Per questo i concetti di­
vengono semplici e ripetitivi, e non abbisognano di alcuna mediazio­
ne metaforica per arrivare ad essere espressi e comunicati25. Tale con­
vinzione non solo riduce lo spazio della riflessione di lunga portata
e impone di concentrare tutte le forze in una battaglia settaria contro
gli altri partiti antifascisti, ma chiude lo scrittore in un recinto for­
male arretrato. La bruttezza del testo è correlativa alla sua miseria
analitica e strategica. Inutile tentare di alleggerire la responsabilità di

25 Di parere diverso Paggi, al quale «lo stile giornalistico inaugurato dopo la fondazione
del partito» pare «per certi aspetti meno personale, ma senz’altro sicuro nel colpire il bersa­
glio, più incisivo e battagliero, adeguato alla presenza di un pericolo, che è vissuto nell’im­
mediatezza dello scontro diretto». Criticato da Terracini in un Comitato centrale del 1921,
Gramsci chiarì «le ragioni etiche della sua violenza» asserendo che «l’uso di un linguaggio
forte era in funzione di un determinato scopo politico» e che si trattava «di un espediente ne­
cessario per scuotere e interessare le masse in un periodo particolarmente difficile, del lin­
guaggio più indicato per parlare ad un proletariato scoraggiato, da indirizzare e raccogliere
attorno al partito». Secondo il verbale, Gramsci aveva sostenuto che una simile tattica era
quella che più si addiceva «alla psicologia del proletariato i quali [sic] appena si accorgono
che i comunisti hanno ragione passano definitivamente al nostro seguito» (Paggi, Antonio
Gramsci cit., pp. 367-8). Pur scontando qui la tara della verbalizzazione volante e imprecisa,
è difficile riconoscere in tali rozze argomentazioni il pensatore dei Quaderni.

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_____________________ La solitudine di Prometeo_____________________

Gramsci ricordando lo spettacolo penoso offerto dagli altri protago­


nisti della lotta politica, giacché le superficialità, le passività e le vi­
gliaccherie commesse dagli altri antifascisti non possono essere invo­
cate come alibi per giustificare Terrore catastrofico commesso da
Gramsci nel ritenere che «la parola necessaria» fosse in quel tempo
quella «del governo operaio e contadino», e che si trattasse solo «di
popolarizzarla, di adeguarla alle condizioni concrete italiane» e di di­
mostrare come essa scaturisse «da ogni episodio della nostra vita na­
zionale»26. Gli storici, naturalmente, chiariranno (ed in larga parte han­
no già chiarito) il contesto drammatico entro il quale tali polemiche si
svolgevano, ed accerteranno se tutti gli oppositori non comunisti al fa­
scismo meritassero giudizi così sferzanti e se insomma Gramsci aves­
se qualche ragione nell’assumere tali posizioni; ma nessun giustifica­
zionismo storico riuscirà mai a dare credibilità e concretezza a parole
d’ordine avulse proprio dalla realtà di quei tempi, errate in termini
scientifici e dunque politici. Cinicamente si potrebbe anche dire che un
certo linguaggio, discutibile per i posteri, può essere utile a certi fini
perseguiti nel presente. Ma la parola d’ordine del governo operaio e
contadino era un’assurdità comunque, in generale e relativamente alla
realtà del tempo, intorno alla quale la storiografia di sinistra purtrop­
po non ha espresso giudizi abbastanza netti; anche se basta leggere non
dirò scritti ispirati ad anticomunismo o ad antigramscianesimo pre­
concetti, ma la Storia scritta dallo storico ‘ufficiale’ del Pei, per perce­
pire con quanto imbarazzo vengano ricostruite le vicende nelle quali i
comunisti reagivano agli errori dell’opposizione antifascista con erro­
ri opposti ma non meno gravi intensificando le parole d’ordine del
«governo degli operai e dei contadini», sulla base del convincimento
del tutto infondato di vivere in «un periodo rivoluzionario sociali­
sta»27. Ed è proprio Gramsci, purtroppo, colui che «più si arrovella at­
torno al tema del “governo operaio e contadino”» e «crede in questa
prospettiva, a più o meno breve scadenza»28.1 testi sono là, impietosi,
a raccontarci la storia di una immensa allucinazione ideologica priva di
ogni aggancio con il mondo reale: e basta leggere le frasi sprezzanti con
cui Gramsci risponde alle osservazioni dell’allora giovane economista
Piero Sraffa (il quale aveva osato criticare l’eccessiva insistenza dei co­
munisti «nella derisione della “libertà” borghese»)29, per capire con

24II programma de «L’Ordine Nuovo», in «L’Ordine Nuovo», 1°-15 aprile 1924, poi in
Gramsci, La costruzione cit., p. 21.
11P. Spriano, Storia del Partito comunista italiano, II, Da Bordiga a Gramsci, Einaudi, To­
rino 1967, pp. 327 e 344.
21 Ivi, p. 346.
2’ Ivi, p. 344.

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quale bagaglio teorico Gramsci e i suoi compagni affrontavano una


battaglia tanto impegnativa per le sorti del loro movimento e di tut­
ta la società italiana. Lo storico meno astioso non può non ricono­
scere che nel discorso di Gramsci si avverte «nel modo più tipico tut­
to un complesso di pregiudiziali ideologiche e di previsioni politi­
che», ispirato allo «schema classico della lotta comunista aperta
ovunque dall’esperienza dell’ottobre russo»: un «processo rivoluzio­
nario» che «deve passare attraverso la distinzione dalla socialdemo­
crazia, anzi, attraverso la lotta più strenua per sottrarre ad essa, e al­
le sue propaggini democratico-borghesi, l’influenza che ancora de­
tiene sulle masse lavoratrici», autorizzato dal fatto che «si continua a
ritenere realizzabile - a più o meno breve scadenza - un’alternativa
rivoluzionaria alla dittatura fascista borghese»30.
All’origine di tale voragine teorica sta dunque non certo una ba­
nale ignoranza ma la convinzione ‘mitica’ che la rivoluzione fosse
sul punto di scoppiare in tutto l’Occidente e che il compito dei ri­
voluzionari fosse quello di accelerare tale processo ponendo le for­
ze soggettive al servizio delle condizioni oggettive. Probabilmente
Gramsci era, a quell’epoca, uno dei protagonisti politici meglio
informati di tutto ciò che accadeva in Italia e nel mondo e possede­
va strumenti intellettuali ignoti a molti protagonisti della lotta poli­
tica del tempo, ma subordinava i frutti della sua onnivora curiosità
a pregiudizi ideologici astratti. Già negli anni precedenti egli aveva
sprecato un enorme capitale di conoscenza e di iniziativa politica
baloccandosi nella convinzione che «le lotte intestine della borghe­
sia» fossero «il segno di una dissoluzione che non è né locale né
transitoria, ma colpisce tutta la classe, rompendone la compagine e
annullandone la missione storica e storicamente utile»31, e che «la li­
nea di sviluppo storico» assunta dalla classe capitalistica del tempo
fosse «un processo di corruzione, un processo di decomposizione»
giunto all’ultimo stadio32. Il corollario ancora più catastrofico di ta­
le convinzione era che la democrazia borghese, con tutto l’apparato
delle garanzie e dei pesi e contrappesi, fosse ormai un cane morto da
abbandonare; che il compito storico del movimento operaio fosse
quello di costringere la borghesia «a uscire dall’equivoco democra­

30Ivi, p. 398. Quelle di Sraffa erano idee «che Gramsci, qualche anno prima, al tempo del
suo socialismo liberista e liberale, aveva ampiamente condiviso, ma che ora gli sembravano
un pericoloso cedimento ai residui ideologici di una formazione intellettuale democratico-li­
berale» (Bonetti, Gramsci e la società cit., p. 111).
. 31 A. Gramsci, Dietro lo scenario del giolittismo, in «Avanti!», 5 novembre 1919, poi in
Id., L ’Ordine Nuovo. 1919-1920 cit., p. 275.
32 Id., L ’operaio di fabbrica, in «L’Ordine Nuovo», 21 febbraio 1920, poi ivi, p. 432.

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tico, a uscire dalla legalità» per essere costretto a sua volta a fare la
rivoluzione, a «interrorire le grandi masse, a colpire ciecamente e a
farle rivoltare»33. La profezia, come si sa, si avverò per la pars de-
struens, giacché la borghesia scatenò una reazione terribile e riuscì
molto bene a «interrorire» le masse; non ebbe purtroppo alcuna at­
tuazione nella pars construens visto che le masse rimasero sotto la
dittatura per più di venti lunghi anni.
Qui misuriamo in tutta la sua estensione la responsabilità gravis­
sima che Gramsci si assunse nell’elaborare un bagaglio teorico che
contribuì a sbarrare la strada allo sviluppo riformistico del movi­
mento operaio in nome di una pregiudiziale ideologica non fondata
su quell’analisi concreta della situazione concreta che i classici del
marxismo consideravano indispensabile per l’azione politica. La ce­
cità ideologica impedisce al politico di interpretare nel senso giusto
la mole di fatti che pure l’intellettuale non può non conoscere.
Gramsci leggeva tutto, conosceva tutto, era curiosissimo di tutto ciò
che accadeva nel mondo, disponeva dunque di una massa di infor­
mazioni ‘reali’ di enorme portata, ma costringeva a forza questo im­
menso materiale in schemi ideologici lontani dal mondo reale. C o­
me Farinata (al quale non a caso dedicò tanta attenzione negli anni
del carcere), vedeva il passato borghese-capitalistico e vedeva (o cre­
deva di vedere) il futuro comunista, ma non vedeva il presente della
sconfitta. Un errore generato da quella filosofia della storia secondo
cui la rivoluzione era il punto d’arrivo necessario di un processo
storico coerente e non invece, come pure Gramsci stesso aveva in­
tuito in forme ancora acerbe nell’articolo La rivoluzione contro il
«Capitale», lo sbocco casuale dell’intreccio di alcune condizioni
particolari e irripetibili in cui la soggettività svolgeva una grande
parte. E infatti non è mancato chi, sempre per ridimensionare la pu­
rezza rivoluzionaria di Gramsci, ha sottolineato che negli articoli
del 1917 risalta un’adesione non ‘bolscevica’, e piuttosto innervata
di moralismo kantiano, alla Rivoluzione russa, e che il Gramsci mi­
gliore è invece quello che negli anni successivi immagina una rivo­
luzione improbabile e impossibile34: c’è sempre qualcuno che rilan­
cia e, come i personaggi di Zavattini, grida «più uno!», e non trova

33Id., 1 rivoluzionari e le elezioni, in «L’Ordine Nuovo», 15 novembre 1919, poi ivi, pp.
315-6. Tutto l’articolo andrebbe citato e commentato come esemplare purissimo delle aber­
razioni ideologiche delle quali il movimento operaio si compiacque a quei tempi, e che re­
golarmente vengono ripetute ancora oggi da poveri untorelli: un caso di ‘dannunzianesimo’,
di estetismo rivoluzionario che ritroveremo nella prosa del terrorismo.
34Bergami, Il giovane Gramsci cit., p. 21.

123
___________________ Anglani, Solitudine di Gramsci___________________

abbastanza estremismo nel Gramsci più estremista che ci sia stato...


Ed è vero che una parte di questo Gramsci arriva fino ai Quaderni,
anche se entra in conflitto con se stesso e con altre ottiche maturate
nel frattempo, e rappresenta infatti la parte ‘morta’ del suo pensie­
ro. Abbiamo già visto come lo schema provvidenzialistico continui
a funzionare nei confronti della Rivoluzione francese, considerata
non già come il prodotto di avvenimenti anch’essi casuali e irripeti­
bili ma come l’evento nel quale tutta la storia dell 'ancien regime era
destinata a culminare. Come l’egemonia della borghesia ‘in ascesa’
aveva chiuso Vancien regime, così l’egemonia del proletariato rivo­
luzionario doveva suggellare l’epoca borghese; come la rivoluzione
borghese si era sparsa in un mondo pronto ad accogliere il vangelo
di una nuova società, così la rivoluzione proletaria doveva espan­
dersi nel mondo dominato ancora dalla borghesia ma ansioso an-
ch’esso di trasformare se stesso. La filosofia della storia - qualunque
filosofia della storia - si rifiuta di credere che gli avvenimenti possa­
no essere il punto di congiunzione sempre mobile di quello che gad-
dianamente potremmo denominare un groviglio di cause, secondo
un processo guidato da ciò che viene indicato sommariamente nel
principio d’indeterminazione.
Le famose Tesi di Lione dovrebbero essere meglio lette e medita­
te, e non certo per inchiodare Gramsci a questo stadio della sua sto­
ria ma per intendere in tutta la sua portata il doppio salto mortale che
egli compie passando da tale scrittura schematica alla prosa comples­
sa e raffinata dei Quaderni. A beneficio delle giovani generazioni, le
quali hanno scarse occasioni di entrare in contatto con i documenti
polverosi di un tempo passato, basterà citare il passo in cui le Tesi di­
segnano «una catena di forze reazionarie, la quale partendo dal fasci­
smo comprende i gruppi antifascisti che non hanno grandi basi di
massa (liberali), quelli che hanno una base nei contadini e nella pic­
cola borghesia (democratici, combattenti, popolari, repubblicani), e
in parte anche negli operai (partito riformista), e quelli che avendo
una base proletaria tendono a mantenere le masse operaie in una con­
dizione di passività e far loro seguire la politica di altre classi (parti­
to massimalista)»35. Molti nemici molto onore! Di tali ingredienti è

55 La situazione italiana e i compiti del Pei, in Gramsci, La costruzione cit., p. 499. An­
che in questo caso, come già per il Manifesto, si può fare astrazione dalla ‘paternità’ di cia­
scuna parte di un testo che ha avuto una gestazione ‘collettiva’ in cui si era impegnato, ac­
canto a Gramsci, Paimiro Togliatti. Al livello della nostra analisi, infatti, le Tesi sono una tap­
pa significativa del discorso politico gramsciano, quale che possa essere stata la parte svolta
dalla sua mano nello stendere questa o quella frase.

124
_____________________ La solitudine di Prometeo--------------------------------

composta la pietanza delle Tesi di Lione, con le quali il Pcd’I avreb­


be compiuto «il suo passaggio da una linea settaria, chiusa, bordighi-
sta ad una linea di massa, di costruzione del partito di massa», ed
avrebbe avviato «un’analisi specifica, originale, molto creativa della
situazione italiana»: tanto originale e creativa che piti di settant’anni
dopo se ne consiglia la lettura «come oggetto di scuola quadri» di un
ipotetico partito rivoluzionario moderno3637.Con simili schemi di ana­
lisi della realtà e di strategia politica i comunisti contribuivano per la
parte che li riguardava alla sconfitta della democrazia e al trionfo del
fascismo, anche se in tale strenuo lavoro si trovavano in buona com­
pagnia. Che la società ‘liberale’ fosse in crisi, e si rivelasse del tutto
ìmpari alle emergenze della storia, conta fino a un certo punto nel­
l’analisi delle responsabilità delle singole forze politiche e soprattut­
to nella valutazione delle categorie teorico-analitiche utilizzate per
rispondere a quella crisi. Come si può credere che il rimedio alla cri­
si della società liberale potesse trovarsi nelle Tesi di Lione? Il fatto
che fino a non moltissimi anni fa le Tesi venissero lette come un mo­
dello di analisi politica della realtà italiana e internazionale, che su­
perava l’estremismo bordighiano e preannunciava il «partito nuovo»
di Togliatti, la dice lunga su quali strumenti culturali la sinistra abbia
usato nel lungo periodo credendo di rifarsi alla lezione gramsciana.
Nei casi di maggior onestà filologica l’analisi delle Tesi è sbrigata in
poche righe: si definisce «molto approfondito» l’esame storico «del­
la “struttura sociale italiana” e della “politica della borghesia italia­
na”» senza indagare troppo in che cosa consista tale approfondi­
mento, si ammette che nel testo rimane «una rigida delimitazione a
destra, che investe in primo luogo il Psi», e si tenta di dire tuttavia
che «il tema centrale sottoposto alla valutazione del congresso è
quello delle alleanze»”. Tanta laconicità è piuttosto strana se si pen­
sa che poco dopo, all’analisi dello scritto gramsciano sulla questione
meridionale, lo stesso studioso dedica nove pagine.
Il bordighismo nelle Tesi veniva superato, sì, ma solo per quanto ri­
guardava la concezione del partito e del rapporto fra avanguardia e
masse, e non certo nella diagnosi e nella prospettiva strategica. «Avan­

36R. Mordenti, Introduzione a Gramsci, Datanews, Roma 1998, pp. 30-1. È difficile cre­
dere che queste frasi appartengano allo stésso autore di uno dei contributi più acuti e più ori­
ginali sui Quaderni (Idi, «Quaderni del carcere» cit.): possibile che tale incongruità si spie­
ghi con il fatto che l’Introduzione raccoglie il testo di lezioni date ai giovani di Rifondazio­
ne comunista di Pistoia, considerati meritevoli di subire slogan di questo tipo, mentre il sag­
gio si rivolge al pubblico ‘alto’ della Letteratura italiana Einaudi?
37Santucci, Antonio Gramsci cit., p. 103.

125
Anglani, Solitudine di Gramsci

guardia» o «parte» della classe operaia, il partito comunista veniva


sempre immaginato come lo strumento per la rivoluzione che era nel­
le cose e tutti gli altri antifascisti erano liquidati come criptofascisti. Lo
stesso Spriano riconosce che l’aspro contrasto fra i ‘centristi’ di Gram­
sci e Togliatti e la ‘sinistra’ di Bordiga era non tanto fra «due linee fon­
damentalmente opposte» ma fra due «tattiche diverse» legate alla
«concezione del partito» e ai «rapporti con l’Internazionale e il lenini­
smo»38. Ci vorranno avvenimenti tragici, ci vorrà la Resistenza e la
svolta di Salerno, per cancellare l’eredità settaria degli anni venti: an­
che se Togliatti, nell’ossessione continuistica inseparabile dalla storia
del comuniSmo, pretenderà che la politica del «partito nuovo» sia la
continuazione di quella di Lione.
Allorché si leggono pagine come queste, un brivido corre (o do­
vrebbe correre) nella schiena di chi ha conosciuto l’estremismo e anche,
perché no?, il terrorismo italiano degli anni settanta e ottanta e ritrova
in esse i documenti inquietanti di un certo «album di famiglia». Ecco un
Gramsci da dimenticare, o da riservare ai soli specialisti, che nessuna ca-
priola ermeneutica trasformerà in ‘classico’. Questa ricerca ossessiva di
identità in un tempo di reazione dominante aiuta a capire perché il mo­
vimento operaio di quegli anni abbia subito una così tragica sconfitta. E
tuttavia noi non saremmo qui a parlarne, se Gramsci si esaurisse in que­
ste produzioni ideologiche: se egli non avesse avuto nel suo codice ge­
netico quelle altre potenzialità che son sempre mancate ai suoi ripetito­
ri. Nei Quaderni, ad esempio, si legge che si deve «essere giusti con gli
avversari», e non certo per liberalismo o per umanitarismo ma per rea­
lizzare al meglio il proprio fine, che è «di elevare il tono e il livello in­
tellettuale dei propri seguaci e non quello immediato di fare il deserto
intorno a sé, con ogni mezzo e maniera» (Q., p. 1405): tutto il contra­
rio di ciò che Gramsci pensava e faceva negli anni precedenti l’arresto.

Spriano, Storia cit., pp. 478-9. Con certa meraviglia leggo, in un libro apprezzabile per
tinezza interpretativa e per modernità di approccio, che le Tesi di Lione restano «il docu­
mento politico più alto dell’intera storia del comunismo italiano» (Baratta, Le rose e i qua­
derni cit., p. l 12). Anche questa proclamazione stupisce, e in questo caso perché è avanzata
in un ì ro che si propone di mostrare che «nel work in progress» dei Quaderni avviene «una
ripresa - a un livello ben più consapevole e problematico - della dimensione filosofica nella
qua e ramsci si era formato negli anni dei suoi studi universitari e del suo apprendistato po-
ntico, e che poi era apparsa quasi ‘congelata’ nel periodo dell’attività politica» (ivi, p. 130). E
e est sono elaborate appunto in questo ‘gelo’. .. Inutile dire che non è mancato chi ha pre­
sentato le Jesi di Lione come il segno di una ‘svolta a destra’ (cfr., tra gli altri, S. Merli, I no-
stn conti con la teoria della «rivoluzione senza rivoluzione» di Gramsci, in «Giovane critica»,
> 17>PP- 61-77), e chi nell’analisi gramsciana del fascismo ha visto le prove della solita
subalternità alla cultura liberal-democratica (cfr. A. de Clementi, La politica del Pei nel 1921-
U e il rapporto Bordiga/Gramsd, in «Rivista storica del socialismo», 1966,28-29, pp. 61-94).

126
_____________________ La solitudine di Prometeo--------------------------------

L’arresto e la condanna funzionano per lui come il big bang di un


pensiero nuovo, la cui originalità comincia dalla capacità di riconosce­
re l’entità e le caratteristiche profonde di quella sconfitta, al di là delle
polemiche e delle occasioni della politica «in atto». Così, mentre gli al­
tri si limitano a fare un passo indietro per ripartire con le stesse idee e
con gli stessi metodi ostinati e suicidi, Gramsci decide di riconvertire
le sue energie nell’unica maniera che gli pare praticabile: studiare, ela­
borare, conoscere. Ma questo lavoro si può fare solo rinunciando alla
politica concreta, ovvero approfittando dello status carcerario per so­
spendere il rapporto continuo e molecolare con un mondo reale in cui
mancano il tempo e lo spazio per la riflessione e bisogna scegliere ra­
pidamente, ogni giorno, come agire, sulla base di presupposti non suf­
ficientemente meditati. La condizione di carcerato rende Gramsci ‘ir­
responsabile’ di fronte alla politica. Ma egli può riconvertirsi, passan­
do dalla funzione di leader politico a quella di intellettuale ‘disinteres­
sato’, perché negli anni di formazione aveva accumulato ingenti capi­
tali culturali. Le sue cronache teatrali, pubblicate sull’«Avanti!», sono
ancor oggi modelli di scrittura critica. Quando era un ottimo studen­
te della Facoltà di Lettere a Torino Gramsci aveva davanti a sé una bril­
lante carriera di glottologo, alla quale rinunciò per darsi tutto all’atti­
vità politica39. Ma non aveva mai abbandonato i suoi interessi. Se dun­
que in carcere sceglie di studiare disinteressatamente, è perché dispo­
ne degli strumenti necessari, assimilati negli anni torinesi. E tuttavia,

,9 Nella vasta bibliografia su questi temi si possono segnalare almeno alcune monografie
organiche: per il teatro, P. Trivero, L'attività teatrale a Torino fra le due guerre, Giappichelli,
Torino 1970; G. Davico Bonino, Gramsci e il teatro, Einaudi, Torino 1972; E. Bellingeri, Dal-
1‘intellettuale al politico. Le «Cronache teatrali» di Gramsci, Dedalo, Bari 1975 (questo con­
tributo però, come diremo più avanti, è intriso di anti-intellettualismo preconcetto e si fonda
sulla visione provvidenzialistica di un Gramsci che diventa se stesso solo quando da intellet­
tuale si trasforma in politico). Del tutto controcorrente chi sostiene che Gramsci «si adattava
a fare il critico teatrale per sbarcare il lunario» e che perciò le cronache «sono impressioni im­
mediate, talvolta superficiali, che non possono essere enfatizzate, né come specialismo, né co­
me grande sintesi politica» e «favoriscono un’immagine agiografica» di Gramsci (Monasta, L’e­
ducazione tradita cit., p. 64). Sulla ‘carriera’ universitaria di Gramsci, cfr. la ricostruzione di
Angelo d’Orsi, in Allievi e maestri. L ’Università di Torino nell’Otto-Novecento, Celid, Torino
2002. Per l’attività di linguista, Lo Piparo, Lingua intellettuali egemonia cit.; D. Boothman,
Traducibilità e processi traduttivi. Un caso: Antonio Gramsci linguista, Guerra, Perugia 2004.
Sul «forte giacobinismo linguistico» di Gramsci, si vedano le acute osservazioni di Pier V.
Mengaldo in Storia della lingua italiana. Il Novecento, il Mulino, Bologna 2004, p. 17. Uno
dei contributi più recenti e stimolanti è quello di P. Ives, Gramsci’s Politics o f Language.
Engaging thè Bakhtin Circle and thè Frankfurt School, University of Toronto Press, Toron­
to 2004, che sottolinea la concezione ‘storica’ del linguaggio propria di Gramsci, il quale non
presuppone mai «una ‘essenza’ trascendentale» del linguaggio né alcun «metalinguaggio» o
«una grammatica universale di tutti i linguaggi» (ivi, p. 12).

127
-----------------------------Anglani, Solitudine di Gramsci___________________

per lui, questa attività rappresenta un taglio netto e doloroso con il suo
modo precedente di essere ‘intellettuale’. Ora il suo studio è e non può
non essere «disinteressato».
Studiare disinteressatamente, per Gramsci, vuol dire spostare l’e­
quilibrio e l’orizzonte dei suoi interessi, non certo abbandonarli. Sa­
remmo sciocchi o settari se pretendessimo di vedere nella proclama­
zione del ‘disinteresse’ il segnale che il comunismo non è più il proble­
ma dei suoi problemi. Il disinteresse non fa di Gramsci uno studioso
disciplinare (ed è per questo che le sue rappresentazioni come «stori­
co» o come «filosofo» lasciano perplessi), bensì un politico che cono­
sce e analizza il mondo nell’ottica della politica ma lo fa in termini qua­
si straniati, scontando fin dall’inizio la contraddizione non banale fra la
natura specifica della politica, impensabile senza la prassi, e la qualità
‘separata’ della riflessione carceraria. Se Gramsci si trasformasse in sto­
rico, filosofo, critico della letteratura, antropologo e così via, la con­
traddizione non sarebbe tanto lacerante ed egli si darebbe tutto agli
studi, rinviando ogni altra scelta a tempi migliori. La drammaticità del
suo stato nasce dalla scelta di continuare ad usare un’ottica politica in
una condizione che nega radicalmente la prassi politica. La sua rifles­
sione è e non è, al tempo stesso, ‘politica’. Tutto ciò che di nuovo egli
scopre in tale percorso, e che innova nei territori diversi da lui pratica­
ti, costituisce non già il frutto organico di una strategia di pensiero già
avviata ma il sovraprodotto imprevisto di questa contraddizione, che
però modifica lo statuto della riflessione stessa. Così Gramsci, accet­
tando la trasformazione della guerra manovrata in guerra di posizione,
fa del suo carcere non un incidente di percorso ma la metafora di quel­
la sconfitta del comunismo nel mondo contemporaneo che è a sua vol­
ta immagine di una «crisi organica» epocale40. Il comunismo può esse­
re pensato solo ‘disinteressatamente’, cioè trasformato in problema
teorico generale che si proietta in un futuro sottratto alla prassi quoti­
diana e alle verifiche puntuali e immediate. Egli decide perciò di diven­
tare totalmente «intellettuale» perché sente la ricerca disinteressata co­
me la sola attività possibile ed utile in quella fase storica, e perché vede

,0 Quella della «guerra di posizione» può essere definita «una metafora particolarmente
disgraziata», poiché suggerisce «una concezione ‘statica’ della lotta anticapitalistica» e pre­
suppone «una concezione radicalmente errata del capitalismo, assimilato a qualcosa di deca­
dente nel tempo e di spazialmente inerte», ignorando il fatto che il capitalismo è invece «una
realtà estremamente dinamica e creativa» (C. Preve, De la mort du gramscisme au retour de
Gramsci, in Aa.Vv., Modernité de Gramsci?, a cura di A. Tosel, Annales Littéraires, Besançon
1992, p. 304). Ma tale critica è interna a una logica che vede la ‘classicità’ di Gramsci come la
possibilità di rifondare il pensiero comunista.

128
____________________ _La solitudine di Prometeo--------------------------------

nella cosiddetta ‘separatezza’ (tanto deprecata dai suoi nipotini) Tuni­


ca garanzia contro le banalità e le improvvisazioni che hanno portato
alla sconfitta. È per questo che occorre ribadire senza mezzi termini «il
distacco, radicale, sempre più netto e consapevole», fra il Gramsci dei
Quaderni e «quello, militante, degli anni precedenti», in quanto ora «i
tempi della ricerca e del pensiero si allungano a dismisura» e intanto «il
terreno possibile di una nuova comprensione delle cose sembra desti­
nato a rimettere in discussione tutti gli ambiti disciplinari e tutte le ca­
tegorie di comprensione consolidate»41. Nell’accettazione della separa­
tezza si avverte dunque una spinta politica fortissima. Gramsci scopre
e patisce la disorganicità tra riflessione intellettuale e prassi politica nel
corso del lavoro carcerario proprio perché la politica resta l’obiettivo
essenziale del suo procedere, e non certo perché abbia rinunciato ad es­
sa; e non la sperimenterebbe se si dedicasse a scrivere pagine di bella
letteratura. Ma la ‘politica’ del carcere non ha quasi più nulla a che ve­
dere con la politica degli anni venti. Dopo aver negato energicamente
che Gramsci possa in alcun modo perpetrare l’abbandono della pro­
spettiva rivoluzionaria e l’avvio di una improbabile riflessione ‘demo­
cratica’, dobbiamo perciò ribadire in termini altrettanto netti che lo
studio del carcere nasce da una discontinuità radicale rispetto alle ma­
nifestazioni ideologiche degli anni precedenti, di quando il rapporto
fra teoria e prassi era non solo presupposto ma praticato al livello più
elementare: di quando «l’attività pratica» e «l’attività scientifica» erano
«inscindibili» tanto più quando «l’attività scientifica» si svolgeva «nel­
la stessa sfera di quella pratica», ossia era rivolta «a interpretare e a di­
rigere l’attività pratica»42; e di quando, soprattutto, la «scienza borghe­
se» veniva contrapposta alla «scienza proletaria»43. Roba da Guardie
rosse: errore madornale che non si limitò ad avere «molta fortuna nel

41 de Giovanni, Croce e Gramsci cit., p. 182.


42Strilli, sospiri e lacrime del signor Arturo Labriola in «L’Unità», 1° agosto 1926, poi m
Gramsci, La costruzione cit. p. 439. .
43 II partito si rafforza combattendo le deviazioni antileniniste, in «l’Unità», 5 luglio
1925, ivi, p. 250. Il giudizio va articolato diversamente se invece si guarda alla continuità di
alcuni ’temi’: ed è evidente allora che in «molte formulazioni sul Risorgimento» dei Qua­
derni si può vedere «una ripresa più organica di valutazioni maturate nel vivo della lotta po­
litica» (Salvadori, Gramsci e il problema politico cit., p. 349). Paggi pone invece questa rozza
contrapposizione tra filosofia «borghese» e filosofia «proletaria» (riaffermata nell articolo
Della sospensione di un congresso di filosofi, in «L’Unità», 1° aprile 1926, e ribadita più vol­
te) in continuità con la riflessione dei Quaderni, ed anzi propone di uscire dal linguaggio
«compromesso» dei Quaderni per cogliere in forme pure «le linee di fondo di quella critica
della filosofia che costituisce poi uno dei motivi ritornanti degli scritti del carcere» e che pre­
suppone l’esistenza «di due concezioni del filosofare, di due pratiche della filosofia, una con­
servatrice e una rivoluzionaria» (Paggi, Da Lenin a Marx cit., pp. 438-9).

129
Anglani, Solitudine di Gramsci

marxismo della Terza Internazionale nel corso degli anni Venti»44 ma


tornò (sempre secondo la regola della tragedia che si ripresenta come
farsa) in alcune elaborazioni sessantottesche, ed ancora oggi non
manca di far capolino qua e là come segno dell’oscurantismo di sini­
stra duro a morire.
E invece negli scritti del carcere sembra di veder rivivere il Gram­
sci dei primi anni torinesi, quello che fondeva originalmente anche se
a volte un po’ volontaristicamente il marxismo con l’idealismo e con il
bergsonismo: quello che nel bellissimo articolo dedicato alla morte di
Renato Serra, La luce che si è spenta, aveva visto nel grande intellet­
tuale un maestro di «umanità» sull’esempio di Francesco De Sanctis,
«il più grande critico che l’Europa abbia mai avuto», ed aveva inneg­
giato al lavoro compiuto dai due studiosi per comprendere l’essenza
reale di quella cosa che non si vergognava a chiamare «poesia». Biso­
gnerebbe rileggerlo tutto, quell’articolo, per sentire dietro le espres­
sioni un po’ enfatiche ed entusiastiche, in cui certo appaiono «chiare le
tracce e la presenza di un gusto romantico e di una visione poetica del­
la vita»45, il preannuncio delle pagine scientificamente più meditate dei
Quaderni, e per rassegnarsi al fatto che il periodo della «costruzione
del partito comunista» sia stato un intervallo non molto luminoso tra
due epoche di grande creatività teorica e culturale. Quando si afferma
questa differenza, sia chiaro, non si intende certo negare la ‘politicità’
del Gramsci giovanile e di quello carcerario e contrapporre una specie
di intellettuale puro al Gramsci dirigente politico degli anni venti, ma
ribadire che esistono varie maniere di fare politica e di riflettere su di
essa, e che nel Gramsci giovanile e nel Gramsci del carcere l’istanza ri­
voluzionaria produce un sapere che parla in forme sia pure indirette e
contraddittorie a noi posteri, mentre la politica degli anni venti si nu­
tre di slogan privi di valore conoscitivo e destinati a restare documen­
ti del periodo peggiore della nostra storia.
Quel Gramsci precomunista, invece, che luce! che tensione! che
ampiezza di orizzonti! I due maestri De Sanctis e Serra avevano mo­
strato «che i professori, che i critici di professione hanno presa per ar­
te ciò che era pura tappezzeria» e si erano comportati veramente co­

44Frosini,// ‘ritorno a Marx’ cit., p. 36. È molto strano che Timpanaro spinga la sua osti­
lità a Gramsci, non sempre infondata, fino a sostenere che «uno degli aspetti più discutibili
del gramscianesimo» sarebbe «la riduzione della scienza a ideologia» (Timpanaro, Leopardi
e la sinistra italiana negli anni Settanta, in Id., Antileopardiani cit., p. 173). Si riferisce forse
al Gramsci degli anni venti, non ceno al Gramsci dei Quaderni.
45 S. Suppa, Il primo Gramsci. Gli scritti politici giovanili (1914-1918), Jovene, Napoli
1976, p. 26, nota.

130
_____________________ La solitudine di Prometeo----- -----------------------—

me «maestri, cioè mistagoghi», nel senso che avevano iniziato ai mi­


steri «mostrando che questi misteri sono vane costruzioni di lettera­
ti, e che tutto è chiaro, limpido per chi ha l’occhio puro e vede la lu­
ce come colore e non come vibrazione di ioni ed elettroni»: essi sono
«collaboratori della poesia, lettori della poesia», e «ogni loro saggio è
una nuova luce che s’accende per noi» e ci assorbe «in un incanto». Il
mondo intorno a noi «non arriva più ai nostri sensi, non li stimola a
reagire», e per noi «non esiste che l’opera d’arte, noi e il maestro che
ci guida», e la nostra umanità «è tutta tesa al bello e solo questo sen­
te». Ogni uomo, grazie a loro, diventa un «creatore di bellezza», e la
parola «non è più elemento grammaticale, da casellare in regole e in
ischemi libreschi», ma «un suono», la «nota di un periodo musicale
che si snoda, si riprende, si amplia in volute leggere, aeree che ci con­
quistano lo spirito e lo fanno vibrare all’unisono con quello dell’au­
tore». È facile, si sa, versare il ghiaccio del sarcasmo sul fervore del
giovane rivoluzionario che si inebria contemplando le «immagini» vi­
vere di «una loro vita propria» e segue i «legami di suono che ci sono
tra parola e parola, tra periodo e periodo», e gode nel sentire in sé «la
bellezza ovunque essa sia» e piange Renato Serra «maciullato» dalla
guerra e la sua luce che «s’è spenta»46. Ma nessun sarcasmo postumo
può cancellare da queste frasi l’intuizione nitida, benché ancora in fie­
ri, della centralità dell’esperienza estetica nella formazione del prole­
tariato rivoluzionano, che 1 Quaderni affermeranno in forme assai
più scaltrite saltando però a piè pari sugli anni dell’attività politica di­
retta. Ritornerà anche nei Quaderni l’eco del Gramsci di Socialismo e
cultura, quello che commenta passi di Novalis e di Vico per conclu­
dere che la cultura del proletariato deve essere «organizzazione, di­
sciplina del proprio io interiore», «presa di possesso della propria per­
sonalità», «conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a
comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita,
i propri diritti e i propri doveri»; e che per dare dignità a questo pro­
getto si richiama alla grande tradizione delPllluminismo che non era
stato «un fenomeno di intellettualismo pedantesco ed arido» ma «una
magnifica rivoluzione esso stesso»47. Come è stato notato, in queste
parole Gramsci afferma «l’importanza della conquista dell’“io tra­
scendentale”» e vede il soggetto come «la forza che, dividendo e ri­

46 La luce che si è spenta, in «Il Grido del Popolo», 20 novembre 1915, in A. Gramsci,
Cronache torinesi, a cura di S. Caprioglio, Einaudi, Torino 1980, pp. 24-6.
47Socialismo e cultura, in «Il Grido del Popolo», 29 gennaio 1916, in Gramsci, Cronache
torinesi cit., pp. 23-5.

131
Anglani, Solitudine di Gramsci

trovandosi come unico vero fondamento comune di tutte le espenen


Ze’ crea le premesse per una riunificazione della vita secondo un etica
c°Hettiva»48; sottolinea «il carattere ‘individuale’ della conoscenza in-
^Uettuale» e al tempo stesso ribadisce che tale carattere individuale
c «Olezzo di conoscenza di sé e di un altro da sé, storicamente e po­
eticamente individuati»49, e cioè definisce la cultura come «un pro-
cesso di autoconoscenza» focalizzata «sulla comprensione delle rela-
zioni tra l’io e gli altri, compresi i propri diritti e le proprie obbliga­
t i l i in rapporto agli altri, e del proprio posto nella storia», respin­
g a d o l’idea della coscienza che scaturisce «spontaneamente quasi
chp la cognizione delle realtà sociali fosse automatica», negando co-
S1 lrt>plicitamente ogni visione teleologica del processo storico50.
È bene precisare che il sottoscritto non si identifica in queste idee e
le pone in evidenza allo scopo del tutto disinteressato di mostrare
quanta ricchezza e quante contraddizioni albergassero nel giovane sar-
trapiantato a Torino che tentava arditamente di accordare la propria
scelta di militanza politica con interessi culturali e artistici che allo
sguardo freddo del giudice ex post possono apparire strampalati e po-
Produttivi: per confermare in altre parole come la formazione del
giovane Gramsci si svolgesse al crocevia di esperienze culturali diverse
e .stirnolanti, e come lo stesso Gramsci si muovesse in esse con grande
disinvoltura e consapevolezza. Il «Club di vita morale», al quale ci sia-
mo gjj rifiniti, rivela un nucleo di riflessioni e di passioni che come un
fiume sotterraneo attraversano gli anni dell’impegno politico diretto e
tornano alla luce, resi meno ingenui e più drammaticamente consape-
v°li dall’esperienza, negli scritti del carcere, coperti e in parte mimetiz-
zati da un apparato concettuale che stabilisce il posto e il ruolo della

Suppa, Il primo Gramsci cit., pp. 20-1. .


•I . ^ellingeri, Dall’intellettuale al politico cit., pp. 17-8. Bisogna precisare che il critico at-
tri V^ce a questi aspetti un valore negativo e ritiene che Gramsci, intriso di idealismo, «non
sembrava avvedersi del carattere speculativo e della specifica parzialità dei riferimenti c e
assumeva» (ivi, p. 21) e scontava «una contraddizione tipica dell’intellettuale che disceso dal
mondo ‘autonomo’ delle idee a quello ‘determinato’ della prassi sociale del proletariato, di
quel mondo continuava a conservare la forma di certi valori e di certi principi proprio per la
mancanza di una visione politica compiutamente articolata, in quanto critica della natura
specificamente ideologica di una serie di mediazioni culturali» ecc. ecc. (ivi, pp. 29-30). A
Jluei tempi bastava scrivere la parola «critica» e derivati in corsivo per alludere a chissà qua-
c Pr°fonda (e misteriosa, purtroppo) sostanza teorica. Un critico americano ha scritto a sua
vo tn.che questo articolo mostra ben poco «del significato futuro di cultura come arena de
aw a to di classe» e riduce «la missione del socialismo in termini individualistici e utopici»
(W- , damson, Hegemoy and Revolution. A Study of Antonio Gramsci’s Politicai and Cul-
’UTaJ ^ ^ e°ry. University of California Press, Berkeley 1980, p. 31).
Crehan, Gramsci, Culture and Anthropology cit., p. 76.
.La solitudine di Prometeo.

cultura e della morale nel quadro della filosofia della prassi. E pocc. im­
porta che nella passione per i Ricordi di Marco Aurelio, nella cui t a t a ­
ra Gramsci tenta di coinvolgere i suoi giovanissimi amici, si riveli «un
moralismo sincero e disinteressato, m a stenle e fine a ^ s te s s o ,, so­
prattutto «in un frangente storico in cui ai socialisti mcombe d dovere
rivoluzionario di abbattere la società capitalistica ^spcinsalnle della
tragedia e degli orrori della guerra mondiale», e tradisca «1 madeg
tezza degli strumenti di analisi sociologica» utilizzati , anche pere
quando Gramsci finalmente si deciderà a concentrare tutte le sue
nell’abbattimento della società capitalistica non solo p r o v o c h e r à d i ­
sastro che sappiamo ma non produrrà concetti e conoscenze e stim
culturali di qualità superiore. Tanto valeva restare a Marco Aurelio.
Eugenio Garin ha parlato, a proposito di questi articoli, di «una
teoria embrionale della funzione rivoluzionaria della cultura», sotto
neando che «l’insistenza su questo articolo giovanile»,com^
dello stesso tenore, «non deve parere una forzatura», ed affermando
anzi con nettezza la continuità tematica e ideale con il mondo de
Quaderni-, scivolando però con leggerezza sulla greve paremes! della
costruzione del Partito comunista in cui la cultura si riduce a me
strumento dell’attività rivoluzionaria In un altro passo, citato.da Ga­
rin con grande rilievo, Gramsci considera necessaria per il proletaria
to «una scuola disinteressata» nella quale «sia data al fanciullo la pos
sibilità di formarsi, di diventare uomo, di acquistare quei criteri gene­
rali che servono allo svolgimento del carattere»; una scuola «umanisti
ca» che «non ipotechi l’avvenire del fanciullo e costringa la sua vo­
lontà, la sua intelligenza, la sua coscienza in formazione; a “ '
tro un binario a stazione prefissata»; una scuola «di liberta e di libera
iniziativa» e non «di schiavitù e di meccanicità»; una scuola .n cu' og
«individualità» possa realizzarsi nel modo piu produttivo «per la
lettività»; una scuola che insegni la «cultura generale» e non sia «una
incubatrice di piccoli mostri aridamente istruiti per un mes le » .
termini embrionali, ma non per questo pasticciati, agisce qui lo stesso
modello che sarà operante nei Quaderni: i\^rapporto nor| ™ec^ nic >
ed anzi creativo e lungimirante, fra utilità e disinteres .

51 Bergami, Il giovane Gramsci cit„ pp. 124 e 129.


“ Garin, Granaci, Cmnaci» ci.,

specie di anticamera al mercato del lavoro.

133
______ !____________ Anglani, Solitudine di Gramsci___________________

dubbio che Gramsci stia pensando alla cultura della rivoluzione, e non
certo a una cultura vagamente umanistica: eppure egli sa bene che dan­
do ai proletari ciò che sembra immediatamente utile si dà loro uno
strumento spuntato e li si condanna alla subalternità perpetua. Il gio­
vane Gramsci crede che al proletario sia ‘utile’ una scuola disinteressa­
ta e umanistica. È curioso perciò che Garin citi con pari consenso un
articolo del 1925 in cui Gramsci ormai travolto da una deriva settaria
(della quale, oltretutto, egli è il responsabile principale) si scaglia con
violenza contro lo «studio oggettivo» e contro la «cultura disinteres­
sata» e contro «la concezione umanistica, borghese della scuola», e
proclama che «studio e cultura non sono per noi altro che coscienza
teorica dei nostri fini immediati e supremi, e del modo come potremo
riuscire a tradurli in atto»54. Come non cogliere l’esistenza di due
Gramsci, entrambi politici ma specularmente opposti? E non è suffi­
ciente cavarsela salomonicamente, da un lato riconoscendo che in que­
ste frasi la cultura ha perso «il tono di guida universale per la creazio­
ne dell’azione rivoluzionaria» e viene intesa «come strumento della
prassi politica», e dall’altro parlando di «una nuova concretezza che
muove il progetto pedagogico gramsciano, che di passate tendenze
idealistiche conserva ben poco»55. Non mi pare che il documentato di­
stacco dalle passate tendenze idealistiche sia sufficiente a nobilitare
quello che è semplicemente un modo molto diverso, limitato e me­
schino, di considerare la cultura proletaria come autosufficienza asso­
luta, ormai lontana da quel bisogno di dialogo e di integrazione che
qualificava la cultura (non meno rivoluzionaria) degli anni ‘creativi’
del giovane intellettuale.
S’intende che le cose non si ripetono uguali, e che i Quaderni saran­
no poi di tutt’altra stoffa rispetto agli articoli giovanili56. E tuttavia, pur

54La scuola di Partito, in «L’Ordine nuovo», 1° aprile 1925, in Gramsci, La costruzione


cit., pp. 9-50. L’ispirazione fondamentalmente ‘continuistica’ fa però dire a Garin, a dispetto
dei documenti da lui stesso prodotti, che, «piuttosto che di una svolta radicale» fra il Gram­
sci del 1925-26 e quello dei Quaderni, «si dovrà parlare di successivi approfondimenti, non
senza una continuità di fondo» (Garin, Gramsci e il problema degli intellettuali cit., p. 326,
nota). Lo studioso rivela il proprio imbarazzo allorché passa velocemente sul periodo ‘co­
munista’ nel quale non trova molti testi a sostegno di tale tesi. Garin aveva affermato tale
continuità, in termini analoghi, nella relazione tenuta al I convegno di studi gramsciani: cfr.
E. Garin, Gramsci nella cultura italiana, in Aa.Vv., Studi gramsciani cit., p. 403.
“ Santucci, Antonio Gramsci cit., p. 101.
s‘ Mi pare un po’ schematico affermare che nel giovane Gramsci «la cultura borghese» sa­
rebbe ancora «decisamente egemone su quella socialista e marxista», e che probabilmente in
questo modo Gramsci «non avrebbe fatto altro che attingere al livello più avanzato della cul­
tura borghese contemporanea per riempire il vuoto della cultura di classe» (A. Asor Rosa, La
cultura, in Aa.Vv., Storia d ’Italia, IV, Dall’Unità a oggi, t. II, Einaudi, Torino 1975, pp. 1444-5).

134
_____________________La solitudine di Prometeo_____________________

trasformati da una tensione teorica più forte e complessa, sono proprio


gli antichi mondi che riaffiorano alla memoria del prigioniero e gli con­
sentono di non perdere la bussola nella tempesta della sconfitta. E non
è un caso che il segno di maggiore discontinuità fra gli anni dell’impe­
gno comunista e quelli del carcere si trovi nella ripresa dei temi estetici
e letterari, e che Gramsci rinnovi gli interessi che «avevano segnato la
sua giovinezza e i suoi anni di giornalista politico intorno alla prima
guerra mondiale», ossia quelli «per la linguistica, la letteratura, il teatro
e le arti»57. E tuttavia la ripresa di questi temi non rappresenta un capo-
volgimento ma l’inizio di una riconsiderazione ampia e strategica della
prospettiva rivoluzionaria. Studiare in modo disinteressato non signifi­
ca per lui studiare qualunque oggetto per passatempo, ma impostare un
lavoro che, pur essendo ‘interessatissimo’, non può essere orientato ad
uno sbocco immediato. Con l’astuzia (e con il cinismo) della ragione,
potremmo dire che è grazie al carcere che avviene la mutazione del po­
litico nel pensatore di cui vale la pena ancor oggi di occuparsi58.

Gramsci dunque non si trasforma in scienziato puro. Per lui lo stu­


dio ha sempre uno scopo. Il suo scopo è quello di elaborare una teoria
dell’egemonia, dalla parte della classe operaia, nella prospettiva del co­
muniSmo. Ma, al tempo stesso, egli diviene nemico implacabile della fu­
nesta parola d’ordine che fu la «partiticità della cultura», fondata su
quella famigerata distinzione fra «scienza borghese» e «scienza proleta­
ria» alla quale negli anni dell’impegno politico diretto egli era stato sen­
sibile. La «scienza proletaria» non esiste più nei Quaderni, e tale scom­
parsa avrà pure un senso59. Per il Gramsci entrato nel carcere il fine non

57Holub, Antonio Gramsci beyond Marxism cit., p. 38. E sarà pur vero che «al colloquio
con le figure più significative della cultura italiana, iniziato nel periodo della giovinezza,
Gramsci tornava solo dopo un lungo giro d’orizzonte» (Paggi, Antonio Gramsci cit., p. xiv):
ma, appunto, «tornava», il che vuol dire che se n’era allontanato. Paggi contesta vivamente
la tesi di Spriano secondo cui i Quaderni sarebbero «l’inizio di un ripensamento delle ragio­
ni che hanno determinato una grande sconfitta e il tentativo di rivedere le principali ipotesi
interpretative rivelatesi erronee» (ivi, p. xvm), e respinge ogni ipotesi di «scissione fra i Qua­
derni e gli scritti politici» (ivi, p. XXIl), anche se non può negare la lacuna patita dagli studi
letterari durante il periodo della lotta politica e ammette che anche i «riferimenti filosofici»
diventano «sempre più rari» negli scritti seguiti alla scissione del 1921 (ivi, p. 354).
58 Per tutto ciò che in queste pagine è detto in modo sommario, rimando al saggio di
Mordenti, «Quaderni del carcere» cit., e in particolare al paragrafo intitolato Tematiche e
contenuti, pp. 586-605.
59Secondo Mondolfo, Gramsci nei Quaderni «insorge» contro [’«ortodossia intollerante
e cieca» della «partitarietà», inaugurata da Lenin e proseguita da Zdanov e compagni, che «af­
ferma rigidamente le esigenze della ortodossia contro tutte le eresie» (R. Mondolfo, Intorno a
Gramsci e alla filosofia della prassi, in Id., Da Ardigò a Gramsci, Nuova Accademia, Milano

135
___________________Anglani, Solitudine di Gramsci___________________

giustifica più i mezzi e, anzi, più lo scopo che ci si prefigge è politico,


più i mezzi usati devono essere rigorosamente scientifici. Non è più la
‘rappresentatività’ sociale a garantire o a negare la scientificità di una te­
si, come pensa ancora Bucharin quando teorizza il «misconoscimento
sistematico della possibilità di errore da parte dei singoli autori citati» e
l’attribuzione «a un gruppo sociale, di cui gli scienziati sarebbero i rap­
presentanti», delle «opinioni più disparate» e delle «volontà più con­
traddittorie» (Q., p. 1405).
Senza negare i tanti luoghi di continuità con il passato (senza i quali
Gramsci non sarebbe più Gramsci), è necessario ribadire che il segno
della svolta sta nella riaffermazione e nella riconquista del primato della
scientificità anche e soprattutto nella riflessione strategico-politica. Tut­
tavia, diventando difensore della serietà della ricerca, Gramsci dà vita a
un grande paradosso per un comunista, se è vero che tutti i regimi tota­
litari si fondano sulla contrapposizione incomponibile tra lo «sviluppo
della ricerca scientifica», che postula la libertà della ricerca stessa, e Inat­
to di fede» nella visione politicamente determinata del progresso60. Ma,
a parte il fatto che è molto discutibile che il Gramsci del carcere creda
ancora in quella predestinazione rivoluzionaria sulla quale giurava da
politico, ora la chiave di ogni sua pagina (anche di quelle private, riferi­
te ai sentimenti e alle passioni) è il «metodo dello studente che, negli an­
ni universitari, si era particolarmente dedicato alla filologia, e si sarebbe
fatto scrupolo di formulare una conclusione senza un esame preciso e
completo, esauriente, di tutti i dati, testi, documenti» condotto con cri­
teri scientifici di imparzialità assoluta61. Non è senza significato che la fi­
lologia, trascurata e irrisa dal Gramsci degli anni precedenti l’arresto,
torni con tanta forza negli scritti del carcere fino ad essere teorizzata nei
passi già citati sul «lavoro filologico minuzioso» e in quelli sul «meto­
do», che è «la cosa più importante», poiché nelle «scienze in generale» e

1962, pp. 173 e 170), anche se non riesce a liberarsi dalla «contraddizione» che in altre parti
della sua opera lo riconduce alla teoria e alla pratica del bolscevismo (ivi, pp. 174-5) e gli im­
pedisce di superare definitivamente l’antitesi fra ortodossia e libertà (ivi, p. 183).
60T. Todorov, Memoria del male, tentazione del bene. Inchiesta su un secolo tragico, tra­
duzione di R. Rossi, Garzanti, Milano 2004, p. 33.
61 G. Debenedetti, Il metodo umano di Antonio Gramsci [1947], in «Rinascita-Il Con­
temporaneo», 1972, 39, p. 16. Su questo importante contributo di Debenedetti, si vedano le
osservazioni svolte nell’ultimo capitolo. Molto suggestiva l’ipotesi che l’attenzione alle «mi­
nuzie» ed ai «più piccoli dettagli» abbia molte affinità con il metodo di padre Brown, perso­
naggio come si sa molto apprezzato da Gramsci (Sassoon, Gramsci and Contemporary
Poiitics cit-, pp. 3 e 137). Nell’attività giornalistica torinese, con la sua attenzione costante al­
la «serietà intellettuale» e al «rigore scientifico», Gramsci, «lo studente mai giunto alla lau­
rea», dava «dei punti, e non pochi, ai suoi maestri, diretti o indiretti» (d’Orsi, Una strategia
per /a verità cit., p. 242).

136
_____________________ La solitudine di Prometeo_____________________

in particolare in certe scienze che «necessariamente devono basarsi su un


corredo ristretto di dati positivi», le questioni di metodo «sono addirit­
tura tutto» (Q., p. 366). Quando parla di filologia e di metodo, Gramsci
dimentica immediatamente il cosiddetto primato della politica e pare
convinto che filologia e metodo siano strumenti autonomi e indipen­
denti del sapere. Il fine resta politico, naturalmente, ma i mezzi usati per
raggiungerlo non possono essere filologicamente infondati.
Il dato sul quale bisognerebbe riflettere è che proprio il primato
della filologia è il nucleo generatore della incompletezza dei Quader­
ni. Costretto ad informarsi attraverso la lettura di articoli spesso me­
diocri, Gramsci tiene ferma in carcere la stella polare della serietà
scientifica ed elabora concetti, forma un linguaggio, crea una cultura
che vanno al di là del suo stesso orizzonte ideologico ed anzi inseri­
scono in esso la molla di una contraddizione insolubile. Innanzitutto,
egli non ha accesso diretto agli oggetti della ricerca ma deve trovarli e
ricostruirli faticosamente attraverso fonti scadenti e inquinate di ideo­
logia fascista. Per questo, sempre molto critico verso le sue medesime
conclusioni, egli avverte l’ipotetico lettore di non prendere ogni sua ri­
ga per oro colato, ed anzi scrive in bell’evidenza, all’inizio del quader­
no 11, che le note ivi contenute «sono state scritte a penna corrente,
per segnare un rapido promemoria», e che esse «sono tutte da rivede­
re e da controllare, perché contengono certamente inesattezze, falsi ac­
costamenti, anacronismi» e addirittura è possibile che «dopo il con­
trollo» delle fonti e della bibliografia «debbano essere radicalmente
corrette» perché c’è il rischio che «proprio il contrario di ciò che è
scritto risulti vero» (Q., p. 1365). Mordenti ha sottolineato l’«atteggia-
mento antidogmatico» e la «piena consapevolezza» che affiorano in
Gramsci allorché egli (alla fine del 1931) riconosce pienamente il «ca­
rattere aperto, provvisorio, in fieri» della sua ricerca, ed ha ipotizzato
che Gramsci stesso «avvertisse la necessità di fornire ai suoi lettori
ideali istruzioni intorno al modo di leggere i Quaderni» nel momento
stesso in cui comprendeva che non sarebbe mai riuscito «a portarli a
termine in forma compiuta e definitiva»62. Ma c’è un’altra contraddi­

62 Mordenti, «Quaderni del carcere» cit., p. 575. Proprio per questo, secondo il critico,
non si dovrebbe «forzare eccessivamente la razionalità a posteriori dei Quaderni», la cui
«coerenza interna» dev’essere ricercata «più nel filo rosso tematico che tutti li percorre e uni­
fica che non nella perfetta corrispondenza fra la scrittura di Gramsci e i progetti, o indici o
sommari, che via via si susseguono», i quali sono piuttosto «la testimonianza delle torsioni
che il tema di ricerca subisce nel concreto avanzamento (o impedimento) del lavoro» (ivi,
p. 578). E infatti la ricostruzione minuta delle fasi compositive dimostra che già con il peg­
gioramento delle condizioni fisiche e mentali dal 1933 Gramsci smette di pensare in termini
creativi, e che la «ostinata attività di ricopiatura» alla quale egli si dedica somiglia «piuttosto

137
___________________ Anglani, Solitudine di Gramsci___________________

zione, di carattere più interno: la ricognizione del mondo condotta se­


condo quel modello di conoscenza, versione seria e tragica dell’ambi­
zione totale di Bouvard e Pécuchet, non può aver mai fine, perché
Gramsci vede la realtà non come un ‘sistema’ rigido autosufficiente ma
come una struttura dinamica al tempo stesso unitaria e ‘plurale’, e cre­
de che nessun aspetto dell’esistente debba rimanere estraneo all’anali­
si scientifica. Egli non ignora la molteplicità che caratterizza la storia e
la politica e il pensiero filosofico del Novecento, ché se non la vedesse
mancherebbe al suo impegno primario di conoscenza e di ‘filologia’
del reale, ma pone la sua scommessa intellettuale nel tentativo di sco­
prire la ragione unitaria della molteplicità e nel progetto di riportare la
molteplicità ad unità. Il suo dramma di pensatore sta nel fatto che que­
sta complessa reductio non avviene e non può avvenire in termini de­
finitivi, mentre la trovata più o meno sbrigativa di tanti esegeti consi­
ste nel darla come compiuta e nel formulare volta per volta l’immagi­
ne di essa che meglio risponde agli interessi di ciascuno di loro63.
Non parliamo nemmeno delle ricostruzioni basate sull’edizione te­
matica dei Quaderni, nelle quali alcuni riportavano il sistema gramscia-

ad un silenzio, allo scacco definitivo dell’impresa di resistenza intellettuale» che non «ad un
effettivo avanzamento, verso il completamento, del progetto iniziale» (ivi, p. 585). S’intende
che mettere l’accento su tali aspetti non significa ridurre i Quaderni a un aggregato informe
di note e appunti, ma implica lo sforzo di ricostruire la «sintassi» complessa che regge il te­
sto (ivi, p. 610). Sulla incompiutezza come «caratteristica intrinseca dei Quaderni, inestrica­
bilmente connessa alla natura del progetto che li fonda», lo stesso critico è tornato in un con­
tributo pubblicato quando questo libro era terminato (Id., I «Quaderni» come Opera Mon­
do, in Aa.Vv., La prosa del comunismo critico cit.; l’espressione citata è a p. 118), del quale
non condivido la pars construens nella quale si risolve ‘dialetticamente’ il conflitto tra in­
compiutezza e totalità.
“ Come sempre bisogna riconoscere a Gerratana il merito di aver tentato - nella tempe­
rie settaria e totalizzante degli anni sessanta e settanta - di avviare una lettura di Gramsci che
tenesse conto della qualità ‘postuma’ e incompiuta dei testi. Domandandosi se non vi fosse
«qualcosa nella forma mentis di Gramsci», qualcosa in particolare «nella struttura interiore
del suo discorso carcerario», che lo conduceva «necessariamente», in «senso forte», alla «in­
compiutezza», il critico rispondeva di sì, «se pensiamo alla natura dialogica della sua menta­
lità filosofica» (Gerratana, Introduzione cit., p. XIII), precisando però che quello dei Qua­
derni è un «dialogo differito»: ed è tale qualità di frammentarietà, di incompiutezza e di ‘dif­
ferimento’, che fa di Gramsci un autore «classico» con il quale il lettore «in ogni tempo» può
istituire «un nuovo dialogo» (ivi, p. XVIII). Queste affermazioni sviluppavano osservazioni
svolte al convegno gramsciano del 1967, dove Gerratana aveva negato che nei quaderni
gramsciani, e in particolare in quelli «speciali», potesse identificarsi «la stesura di uno di quei
saggi indipendenti che Gramsci aveva progettato nel piano di lavoro», ed aveva distinto la
«frammentarietà» dal «centro animatore» unitario della ricerca, concludendo: «Un pensiero
allo stadio fluido', tale rimarrà fiir ewig il pensiero dei Quaderni» (Gerratana, Il restauro dei
«Quaderni»: la preparazione [1967], in Id., Gramsci. Problemi di metodo cit., pp. 18-9). Ma
gli avvertimenti dello studioso, come si ricava dal dibattito degli anni successivi, non furono
molto ascoltati, benché egli li riprendesse in forme ancora più convinte nella introduzione al­
l’edizione critica del 1975 e in altre occasioni.

138
La solitudine di Prometeo

no al culto marx-lenin-staliniano, mentre altri lo trasformavano in cro­


ciano o gentiliano o hegeliano e così via sistematizzando. Oggi che le
condizioni oggettive e soggettive rendono più difficile l’edificazione di
sistemi compatti e coerenti di quel tipo, i teorici della reductio ad unum
(pronti a risorgere sotto nuove spoglie, più accorte e raffinate) ricono­
scono alcune contraddizioni molto evidenti (come, in questo caso,
]’«impossibilità di coniugare in senso pieno il particolare con l’univer­
sale») ma, atterriti dall’eventualità di ipotizzare l’esistenza di «due ‘ani­
me’ in Gramsci», si premurano di avvertire che tale «dualismo» è sì
«reale» ma, «lungi dal costituire un fattore di incoerenza, rappresenta il
sedimento teorico di una contraddizione fondamentale operante nella
realtà (e quindi al di fuori della mente di Gramsci)»64. Se i nemici si era­
no proposti di impedire con il carcere alla mente gramsciana di funzio­
nare, gli amici credono di salvare il lavoro di quella mente espellendo
all’esterno lo scandalo di una contraddizione che l’attraversi e che indi­
chi il carcere non più come luogo fisico ma come luogo teorico di pro­
duzione del pensiero: non più come accidente ma come sostanza del
pensare gramsciano. Come autorizzare l’eresia di un Gramsci scisso?
come ‘dirla’? Tutt’al più, edizione critica aiutando, si può mostrare che
certi concetti maturano nel tempo, passando da formulazioni provvi­
sorie e slegate a determinazioni più coerenti e complesse; che le «appa­
renti contraddizioni ‘nella lettera’», ossia «nelle affermazioni testuali di
Gramsci», «in realtà non sono tali» e «derivano piuttosto dalla inclu­
sione in un medesimo nodo problematico di proposizioni che nel pen­
siero originale dell’autore erano riferite a questioni diverse»65. L’edizio-

MBaratta, Le rose e i quaderni cit., p. 58. Accetta in pieno la natura contraddittoria del
pensiero gramsciano la Golding, la quale anzi introduce la sua ricerca parlando del «curio­
so doppio spettacolo» dei Quaderni e delle «contraddizioni evidenti», dei «dilemmi» e del­
la «trappola» da cui Gramsci «non può sfuggire», e del «nodo gordiano»'rappresentato dal
fatto che è una classe in particolare, il proletariato, ad incarnare il progetto della «totalità
democratica radicale» (Golding, Gramsci’s Democratic Theory cit., pp. XI, XIII, XVll). Gram­
sci si proponeva di chiarire il modo in cui «la filosofia della prassi era una filosofia del tut­
to capace di mostrare come l’etica potesse essere radicata nell’autonoma radicale di una sog­
gettività umana non omogenea né prestabilita, né posta come un dato ‘naturale’»; e, dopo
aver mostrato che quella soggettività era «fondamentalmente eterogenea, diversa e frantu­
mata», concludeva che proprio a causa di tale natura eterogenea quella soggettività sarebbe
divenuta «il terreno sul quale la società ‘etico-politica’» poteva «essere prodotta e conser­
vata» (ivi, p. 18). Come in altri casi non mi pronuncio sulla bontà delle conclusioni di que­
sta studiosa (specialmente quando si propone di fondare, attraverso Gramsci fatto reagire
con Foucault e Derrida, una «democrazia post-liberale»), ma mi limito a registrare l’opzio­
ne decisa per un ‘sistema’ analizzato nei termini di una contraddittorietà immanente che
non è solo il riflesso di una posizione storica precisa ma risponde anche alla forma mentale
e al procedere logico di Gramsci.
“ L. Razeto Migliaro - P. Misuraca, Sociologia e marxismo nella critica di Gramsci, De
Donato, Bari 1978, p. 11.

139
___________________ Anglani, Solitudine di Gramsci___________________

ne critica, insomma, offre soluzioni raffinate e complesse alla vecchia


voglia di ricomposizione e di organicità, usando la diacronia entro cui
il testo ora si espone per mostrare filologicamente che il ‘sistema’ non
nasce in un giorno ma si costruisce a poco a poco attraverso mille dif­
ficoltà ed anche qualche ristagno e qualche perplessità, e che solo la
morte ha interrotto tale processo di luce in luce. E molto gratificante
credere che Gramsci, se fosse sopravvissuto al carcere e fosse riuscito a
rifugiarsi nella natia Sardegna, avrebbe senz’altro ripreso i suoi appun­
ti e avrebbe snocciolato l’uno dopo l’altro i libri o i saggi progettati o
avrebbe fuso tutti gli appunti nel Grande Libro della Teoria Marxista,
anche se al caro prezzo di togliere lavoro a tutti i volenterosi che quel
grande libro hanno tentato di costruire sulla base dei frammenti rima­
sti. L’ossessione di ricomporre il pensiero gramsciano in un sistema
non-contraddittorio è guidata dal bisogno di avere a disposizione uno
strumento ‘attuale’ per l’analisi della realtà contemporanea e una guida
per l’elaborazione delle strategie politiche: e infatti, che guida può dare
un pensiero intimamente contraddittorio? Per tale nobile scopo è leci­
to falsificare un travaglio intellettuale complesso e drammatico.
Questa ottica epifanica secondo cui le contraddizioni ‘orizzontali’
e strutturali vengono rimosse e ricodificate come contraddizioni dia­
croniche e verticali, al di là della bontà delle singole tesi sostenute, oc­
culta la realtà di un testo scisso fra aspirazione all’unità e consapevo­
lezza di quanto tale unità sia lontana e improponibile in termini pura­
mente astratti. E invece, ciò che rende ‘moderno’ Gramsci è la co­
scienza acuta dello scacco che la sua impresa gigantesca subisce, e che
in certa misura può essere imputato alle condizioni disumane in cui
quel lavoro si svolge, ma in misura prevalente risale al carattere stes­
so della scommessa intellettuale e va oltre la concezione (già discussa)
della filologia come scienza dell’individuale che impone allo studioso
il «controllo minutissimo della validità di fatto di ciò che veniva ap­
puntando e scrivendo»66. Chiunque abbia qualche dimestichezza con
la ricerca sa che arriva un momento in cui bisogna ‘chiudere’ il lavo­
ro, perché la certezza assoluta di aver controllato tutti i dati possibili
e necessari è irraggiungibile anche quando si disponga di materiale ab­
bondante e di strumenti aggiornati. Salvo poi, il giorno dopo aver
mandato il testo all’editore, scoprire a pochi metri dalla propria scri­
vania un libro, un saggio, un foglio fotocopiato di grandissimo inte­
resse che erano stati dimenticati. Il fatto che per Gramsci il momento

“ Giliberto, La. fabbrica dei «Quaderni» cit., p. 309.

140
_____________________La solitudine di Prometeo_____________________

della chiusura non arrivi mai segnala non tanto, o non solo, la presen­
za di ostacoli pratici, ma l’esistenza di difficoltà profonde e costituzio­
nali del tutto insuperabili anche con l’accrescimento materiale della co­
noscenza. Possiamo infatti ipotizzare ragionevolmente che, se fosse
sopravvissuto e avesse avuto a disposizione le «grandi biblioteche» ne­
cessarie, Gramsci non avrebbe mai dato alle sue note una sistemazio­
ne definitiva, proprio a causa dell’ambizione ‘totalitaria’ di una cono­
scenza potenzialmente infinita. Pensando a questo aspetto, infatti, un
critico letterario attento ai ritmi e agli squilibri della scrittura, e non so­
lo ai ‘contenuti’ grezzi del testo, ha messo in risalto il «carattere ‘aper­
to’ del procedere saggistico di Gramsci» e il «movimento drammatico
della scrittura e del pensiero dei Quaderni, che, nel loro stesso svol­
gersi, smentiscono ogni sistematicità precostituita»67.
Di questa eventualità aveva cominciato a sospettare Piero Sraffa al­
lorché, scrivendo a Tatiana nell’agosto 1931, aveva osservato che, pur
non conoscendo esattamente «la materia» dello studio del carcerato,
egli era sicuro che a Gramsci potevano bastare non più di «alcune doz­
zine di libri fondamentali», ottenibili anche in carcere rapidamente, e
rimaneva invece «un poco sorpreso» del fatto che l’amico gli chiedes­
se in continuazione «opere appena pubblicate», buone «solo per te-

a Si manifestano nei Quaderni «una continua sfida all’insufficienza e ai limiti dell’argo­


mentazione, all’incontrollabilità e all’indeterminatezza della realtà» e una grande «lotta con­
tro il limite» che aspira alla «totalità» e ad «una visione politica e storica che cerca un con­
trollo totale sui molteplici aspetti della realtà e del pensiero, e mira a quella «coerente unità
che sola sembra garantire la possibilità di un intervento sul mondo capace di trasformarlo»;
ma, «a parte il fatto che l’azione è impossibile e il pensiero è recluso, nel suo stesso procede­
re questa ricerca della totalità viene a prendere continuamente atto della resistenza del parti­
colare». È dunque tutta da condividere l’osservazione che «una filosofia della prassi si affer­
ma e si sviluppa in un contesto che nega ogni intervento sulla realtà», e che «Punita e la to­
talità dell’esperienza non possono essere raggiunte né tanto meno trascritte» (G. Ferroni, La
riflessione ai Antonio Gramsci, in Id., La scena intellettuale. Tipi italiani, Rizzoli, Milano
1 998, pp. 4 5 -7 ) . Sul fatto che i discorsi gramsciani trovino la loro coerenza «nel connettersi
epistemico dei problemi» e nel «procedere trasversale, problemico, del pensiero», in termini
analoghi a ciò che accade nello Zibaldone di Leopardi, si vedano le sottili osservazioni di
S. Gensini, Modernità e linguaggio, in Aa.Vv., Gramsci e la modernità cit., pp. 7 1 -2 e passim.
(Affermazioni analoghe dello stesso autore in Linguaggio e modelli di pensiero: appunti su
Leopardi e Gramsci, in «Le lingue del mondo», LII, 1 9 8 7 , 1 -2 , pp. 9 - 1 6 ) . Nella stessa sede,
Guglielmi ha sviluppato il parallelo tra Gramsci e Leopardi attorno al «momento tragico»
del pensiero, pur arrestando il suo ragionamento al fatto che mentre Leopardi «è uno scrit­
tore tragico, dualista, aporetico», Gramsci vede sempre il «superamento» dialettico delle
aporie nella «politica» (G. Guglielmi Tradizione marxista e tradizione galileiana, in Aa.Vv.,
Gramsci e la modernità cit., p. 64). A me pare però che, al di sotto di questo livello non can­
cellabile, esista in Gramsci un sottofondo ‘tragico’ che non si esprime per concetti ma, pra­
ticamente, nella stessa impossibilità di chiudere per davvero la dialettica. Cfr. anche il breve
intervento di R. Cavalluzzi, Paradigmi intemazionali. Cosmopolitismo, universalismo (da
Leopardi a Gramsci e oltre), in Aa.Vv., Gramsci e Tlntemazionalismo. Nazione, Europa,
America latina, a cura di M. Proto, Lacaita, Manduria 1 9 9 9 , pp. 8 7 -9 4 .

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nersi al corrente», senza mai giungere a capo di nulla68. Perfino un ami­


co sincero e disinteressato come Sraffa, insomma, aveva cominciato a
sospettare che il carcerato, come una specie di Sheherazade del XX se­
colo, non intendesse terminare per davvero il suo lavoro e spostasse
sempre in avanti un compimento che qualsiasi altro carcerato, con pa­
ri intelligenza e con il soccorso bibliografico e finanziario di un tale
mecenate-compagno, avrebbe prima o poi raggiunto almeno per due o
tre dei «saggi» ipotizzati. In questa incapacità di condurre a compi­
mento anche uno solo dei «temi» affrontati nei Quaderni noi sentia­
mo l’impronta non certo o non solo di una tragedia personale ma so­
prattutto di una tragedia teorica che si maschera nell’oggettività appa­
rente della scrittura ‘scientifica’ delle note carcerarie69.
In questo continuo rinvio si potrebbe sentire l’eco di pulsioni
profonde, non tutte spiegabili in termini asetticamente culturali. Ma,
rimanendo per ora su un piano ‘fattuale’, basta osservare che Gram­
sci, se in quanto comunista e marxista è impegnato nella costruzione
di un pensiero potenzialmente totalitario, in quanto filologo non ce­
de alla tentazione di semplificare la realtà in forme schematiche ana­
loghe a quelle usate da altri marxisti, storici o dialettici che siano, so­
lo per illudersi di aver terminato il suo lavoro. Se dunque il punto al
quale tende il suo pensare è monistico, il suo scrupolo filologico e la
sua onestà intellettuale gli ripresentano il mondo come un sistema, sì,
ma come un sistema plurale aperto e in movimento che non può es­
sere fissato una volta per tutte, tanto ricca e variegata è la fenomeno­
logia delle cose esistenti pur legate fra loro da rapporti organici e ne­
cessari70. Ma, di converso, è la forma ‘dialogica’ e infinita del suo pen­
sare che gli permette ed anzi gli impone di considerare realistica­
mente l’immensità del mondo. Forma del pensiero e forma del mon­

68 P. Sraffa, Lettere a Tania per Gramsci, a cura di V. Gerratana, Editori Riuniti, Roma
1 9 9 1 , p . 23 .
69Tale carattere della scrittura e della composizione è stato messo in luce dagli interpre­
ti più avvertiti, i quali però non ne hanno colto l’aspetto drammatico: così, per esempio, una
studiosa inglese osserva che, adottando la forma della nota invece che quella del libro, Gram­
sci, «coscientemente o no», fece una scelta che andava oltre le «costrizioni della vita carcera­
ria» e rifletteva la natura contraddittoria e transizionale dell’epoca (Sassoon, Gramsci and
Contemporary Politics cit., p. 41). Detto ciò, bisogna aggiungere che le osservazioni della stu­
diosa sull’uso gramsciano del linguaggio (e in particolare sull’uso delle virgolette) sono di
grande utilità per comprendere la logica analitica dei «paradossi» di Gramsci (ivi, p. 15).
70 N oto che per Finocchiaro in Gramsci coesistono monismo e pluralismo, e il princi­
pio pluralistico «è più fondamentale e prevale sul monistico» (M. A. Finocchiaro, Beyond
Right and Left. Democratic Elitism in Mosca and Gramsci, Yale University Press, New
Haven-London 1999, p. 173), anche se non riesco a condividere tutte le implicazioni che
l’autore ricava da questa osservazione.

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do si intersecano, si contraddicono e si spiegano a vicenda. E così,


per una sorta di contrappasso, proprio la tensione totalitaria oppone
l’ostacolo più forte al compimento del progetto. La spinta a cono­
scere e a schedare ogni particolare del mondo esistente e passato, in
forme critiche e non erudite, costringe lo studioso a riaggiustare con­
tinuamente lo schema che promuove e condiziona la ricerca stessa e
che non può essere tenuto fermo come un a priori. Anche il proces­
so rivoluzionario non avrà mai fine: e comunque il compito di con­
durlo a termine non spetterà agli intellettuali, lontani dalla politica
attiva non solo a causa del carcere ma per via di una incompatibilità
costituzionale tra il pensiero e la prassi. Una sorte non dissimile da
quella capitata a Machiavelli: il quale non solo scrive commedie per­
ché «altrove non have / dove voltare el viso», ma si trova costretto a
costituire anche la sua scienza della politica in una posizione esiliata
dalla politica attiva, benché nemmeno per lui si possa mai parlare di
«ritiro nel regno del privato»71. La ‘separatezza’ di Machiavelli, di
Gramsci e degli altri grandi teorici della politica non nasce mai, in­
fatti, da una propensione individualistica e decadente a far parte per
se stessi ma è sempre collegata a necessità drammatiche le quali, però,
non fanno altro che mettere in luce la natura contraddittoriamente
solitaria dello stesso ‘pensare’ per la prassi. Sembra un tragico para­
dosso, insomma, che si riesca a teorizzare l’unione di teoria e prassi
solo abitando nella separazione e nell’impossibilità di agire72.1 Medi­
ci si guardarono bene dal seguire i consigli di messer Nicolò: e i co­
munisti considerarono Gramsci perduto per la causa, anche se non
pare vero che (come egli stesso però, non senza qualche ragione,
giunse a sospettare) fecero di tutto per lasciarlo in galera. Il famoso
«rovesciamento della prassi» viene rovesciato un’altra volta. I filoso­
fi, per ora, continuano a interpretare il mondo. Per trasformarlo, bi­
sognerà aspettare. L’esperienza gramsciana esprime così in forme pu­
re ed estreme il dissidio ontologico tra il pensare e il fare, e smenti­

71 Fontana, Hegemony and Power cit., p. 91.


72 Quando la gran parte di questo libro era scritta ho letto con interesse le pagine di
G. Ferroni, Machiavelli, o dell’incertezza (Donzelli, Roma 2003), in cui ho trovato parecchie
analogie (a parte la dote della concisione e la qualità del discorso critico) con alcuni criteri usa­
ti qui per leggere Gramsci: a cominciare dalla polemica contro un Machiavelli «utilizzato per
tante scelte politiche e ideologiche, piegato a far da supporto a teorie e a linee tra loro oppo­
ste, con una sostanziale indifferenza alla concreta realtà dei suoi testi» (ivi, p. 5), trasportato
malgré lui nei cieli della «scienza» e addirittura della «astratta teoria» o ributtato nella «più
umile tecnica» (ivi, pp. 5-6). Anche il pensiero di Machiavelli consiste essenzialmente nella ri­
flessione «post res perditas» (ivi, p. 11) fatta sulla sconfitta, sulla «ruma.» (ivi, p. 113).

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Anglani, Solitudine di Gramsci

sce di fatto il teorema del rapporto organico tra teoria e prassi che
pure è l’oggetto concreto del suo lavoro.
Gramsci vive queste contraddizioni in forme altissime e raffinate e
in un equilibrio eccezionale tra passione e capacità di conoscenza, cer­
cando di tener fede al motto di Romain Rolland del «pessimismo del­
la ragione» e dell’«ottimismo della volontà». Il vero rivoluzionario, se
non finge nella sua mente Principati che non esistono, nemmeno si ar­
rende all’immagine volgare della realtà ma la studia e, studiandola, la
costituisce come oggetto di conoscenza e dunque la ‘modifica’. La co­
noscenza nasce dall’equilibrio dinamico tra il rispetto rigoroso dei da­
ti della realtà e la capacità di indagare e ‘costruire’ la realtà stessa se­
condo parametri orientati all’azione. Ma, poiché la conoscenza scien­
tifica non si improvvisa, il rivoluzionario parte dal punto più alto rag­
giunto dal pensiero umano. Altro che ‘liquidare’ il pensiero borghese
in disfacimento, come ripeteranno i cosiddetti gramsciani negli anni a
venire riecheggiando non già il Gramsci dei Quaderni ma quello set­
tario del periodo comunista. Gramsci ora torna a misurarsi con i gran­
di intellettuali tradizionali piuttosto che perdere tempo con la minuta­
glia del marxismo volgare; tant e vero che studia a lungo il Manuale di
Bucharin solo per mostrare che quel libro è un insieme di luoghi co­
muni privi di base scientifica73. La tonalità drammatica del suo pensie­
ro nasce appunto dallo sforzo eroico di conciliare la ricchezza e la
molteplicità del suo ‘sistema’ con l’orizzonte del comunismo. Decide­
re se Gramsci è tutto dentro o tutto fuori o in parte dentro e in parte
fuori del leninismo è un’operazione complicata, probabilmente inuti­
le e comunque non funzionale al discorso svolto in queste pagine. La
soluzione al problema dipende molto dal lato dal quale lo si guarda.
Basta mettere i testi uno di fronte all’altro per vedere che il modo di
pensare e lo stile di pensiero di Gramsci restano incommensurabili
con quelli di Lenin così come sono apparsi già profondamente diver­
si da quelli di Marx. Ma come negare, d’altra parte, che lo sguardo
esplicitamente politico di Gramsci si muova nell’orizzonte dell’epoca
inaugurata dalla rivoluzione sovietica e dunque dalla strategia lenini­
sta? Secondo Rita Medici, il concetto di «giacobinismo» è «una delle

73 È stato notato però che nelle critiche a Bucharin Gramsci «in realtà aveva torto e r
gione insieme», giacché non era vero «che il teorico bolscevico fosse regredito totalmente al
materialismo filosofico di tipo settecentesco» (ed anzi si proponeva di «rinnovare, aggiorna­
re lo statuto teorico del marxismo di fronte alle nuove istanze della scienza e della filosofia
contemporanea») e che ignorasse del tutto «la dialettica» (M. Martelli, Etica e storia. Croce e
Gramsci a confronto, La Città del Sole, Napoli 2001, pp. 64-5).

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_ La solitudine di Prometeo

forme - indirette - in cui sopravvive nei Quaderni il leninismo di


Gramsci, che da un certo punto di vista è residuale, nel senso che
Gramsci ha ormai abbandonato il leninismo come prospettiva strate­
gica, e questo abbandono è segnalato, nel linguaggio dei Quaderni, dal
passaggio dalla “guerra manovrata” alla “guerra di posizione”»74. Ma
questa fuoriuscita dall’orizzonte del leninismo, se esiste, si manifesta
non certo nella scelta strategica generale quanto piuttosto nelle analisi
particolari, in quella microfisica che oggettivamente sposta i confini
teorici delle analisi molto al di là del leninismo ma non si traduce mai
in una messa a punto di un altro orizzonte e di un’altra strategia.
D ’altra parte però, proprio perché la qualità complessa del pensie­
ro gramsciano è grandissima, ogni tentativo di strumentalizzarlo per
fini politici immediati (liberali o comunisti o socialdemocratici che
siano) è destinato a fallimenti pietosi. E dunque, riportare Gramsci al
suo innegabile e mai negato comunismo è un’operazione filologica
necessaria ma non sufficiente. Appena riattribuito al continente leni­
nista, il pensiero gramsciano assume connotati contraddittori e po­
tenzialmente eversivi. Pretendere che quel pensiero nasca e si svilup­
pi al di fuori del leninismo, in una specie di terra vergine, è espressio­
ne di un pio desiderio di purezza che non trova riscontro nella realtà;
ma subire quella parentela come un coperchio greve che impedisce di
vedere i sobbollimenti e le tensioni centrifughe che con le migliori in­
tenzioni mettono in crisi il sistema, bene, anche questo può essere un
caso esemplare di cecità. Ciò che impedisce al pensiero gramsciano di

74 Medici, Giacobinismo cit., p. 125. La soluzione proposta da questa studiosa, che ha


contribuito con grande originalità a illuminare la sostanza ‘metaforica’ del linguaggio gram­
sciano e la sua creatività espressiva e concettuale, mostra il limite oltre il quale per molti
gramsciani è difficile spingersi: quello di non voler accettare la contraddittorietà non episo­
dica ma strutturale di un pensiero che nessuna ricostruzione (benevola o malevola) riuscirà
mai a sanare. È fantapolitica immaginare che Gramsci abbia mai pensato di uscire dall’uni-
verso leninista: le sue critiche sempre più severe all’Unione Sovietica e al movimento comu­
nista mondiale, dirette e indirette, sono rivolte allo stalinismo, ed in quanto tali avrebbero
avuto un effetto dirompente se fossero state diffuse a loro tempo o se fossero state decifrate
negli anni quaranta e cinquanta: ma esse vengono avanzate in nome del leninismo, o di quel­
lo che Gramsci ha assimilato come tale. Mi sembra che la Medici, con la sua affermazione
sulla fuoriuscita dal leninismo, non rispetti le sue stesse prescrizioni riassunte poco più avan­
ti, dove scrive che il testo gramsciano «deve essere scomposto e interpretato» e che occorre
evitare i due pericoli «della completezza o della coerenza sistematica delle opinioni» e del
«criterio della “maturazione progressiva”», aggiungendo che «non è certo né scontato» che
quanto Gramsci «pensava nella stesura finale dell’opera fosse più meditato, più sentito, più
approfondito di quanto aveva scritto sul medesimo argomento all’inizio» (ivi, pp. 128-9). Le
contraddizioni, che pure la studiosa riconosce, sono sempre di ordine cronologico e finisco­
no per essere risolte accentuando l’aspetto dominante, e non sono mai considerate nel loro
valore assoluto, come mine collocate alla base dell’edificio teorico.

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___________________ Angiani, Solitudine di Gramsci___________________

perdersi nella palude del «socialismo reale» è un apparato concettua­


le che va molto oltre i suoi confini e finisce per rivelare in via speri­
mentale l’impossibilità stessa di ‘pensare’ il comunismo nella misura
in cui il comunismo rimane il suo oggetto privilegiato. Proprio per­
ché il comunismo resta l’orizzonte teorico di Gramsci, gli effetti teo­
rici della sua ricerca risultano più scardinanti per il comunismo stes­
so di quanto sarebbero stati se Gramsci fosse diventato un ‘liberale’ o
un crociano tout court.
Il punto iniziale di differenza, riconosciuto da tutti gli interpreti ma
da molti depotenziato delle sue implicazioni reali, sta nell’osservare
che nella società dell’Occidente il processo rivoluzionario consiste
non nella conquista del Palazzo d’inverno ma in una partita lunga e
complessa sul piano dell’egemonia. Da questa premessa strategica, fi­
lologicamente fondata, si snoda una catena teorica i cui anelli non so­
no però tutti predeterminati e prevedibili. Bisogna intanto partire dai
livelli avanzati raggiunti dalla cultura occidentale, e non certo distrug­
gere quella cultura per ripiombare nella barbarie. Questa rivoluzione
culturale prevede lo sviluppo più ampio delle forze intellettuali, con ri­
cerche libere su tutto lo scibile: non per una disposizione ‘liberale’, che
a Gramsci è estranea, ma per la necessità politica che i proletari supe­
rino i borghesi andando più avanti di loro. N on in un’altra direzione,
ma più avanti. In forza di questa concezione (progressiva sì, ma non
ottusamente ottimistica) della storia, Gramsci studia e ammira Ma­
chiavelli, Hobbes, Hegel e Croce, copre di sarcasmi i piccoli e i me­
diocri e preferisce i reazionari cólti ai comunisti ignoranti. In una let­
tera alla cognata (17 agosto 1931) ricorda che prima di passare all’atti­
vità politica a tempo pieno egli e molti intellettuali del tempo (non tut­
ti comunisti) si sentivano «in un terreno comune» che consisteva nel
partecipare «in tutto o in parte al movimento di riforma morale e in­
tellettuale promosso in Italia da Benedetto Croce, il cui primo punto
era questo, che l’uomo moderno può e deve vivere senza religione e
s’intende senza religione rivelata o positiva o mitologica o come altri­
menti si vuol dire» (LC II, pp. 446-7). Il punto di raccordo fra il co­
munismo e la tradizione illuministica e liberale si trovava per Gramsci
non nei valori della democrazia rappresentativa ma in una laicità inte­
grale della vita che poteva essere sviluppata nella prospettiva comuni­
sta senza rotture vistose ed anzi esaltava la dimensione etica del co­
munismo stesso.
In ogni caso, il rapporto con la grande tradizione del pensiero oc­
cidentale permetteva a Gramsci di essere molto critico nei confronti

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La solitudine di Prometeo

del cosiddetto «senso comune» e di tutti i modi di pensare ‘spontanei’


delle masse, e di non nutrire indulgenza alcuna per la cultura popola­
re in quanto tale che gli pareva un miscuglio disorganico, frammenta­
rio, subalterno e ‘passivo’ rispetto alle culture dominanti, tanto da su­
scitare l’ipotesi non del tutto peregrina che egli apprezzasse soprattut­
to «certe qualità che diremo intellettuali e che sono la condizione e l’e­
spressione dell’egemonia, quale che sia la classe che la eserciti», e che in
ultima analisi egli avesse lasciato «una delle più chiuse formulazioni sia
della versione etnocentrica della storia culturale del mondo sia della re­
strizione del “processo culturale” europeo alle sole élites, con recisa
esclusione delle “culture popolari”»75. La filosofia della prassi, per lui,
presupponeva il «passato culturale» più alto elaborato dalla filosofia
occidentale: «la Rinascita e la Riforma, la filosofia tedesca e la rivolu­
zione francese, il calvinismo e la economia classica inglese, il liberali­
smo laico e lo storicismo che è alla base di tutto questo movimento di
riforma intellettuale e morale» (Q., p. 1860). Alla filosofia della prassi
toccava compiere un ulteriore passo in avanti per rendere tale patri­
monio realmente ‘universale’, non più riserva di pochi spiriti eletti ma
fatto culturale di massa. Si trattava dunque di allargare il numero degli
invitati al banchetto, non certo di cambiare il menù. Le masse avreb­
bero dovuto abbandonare le loro superstizioni ed essere capaci non
solo di capire Hegel, Kant, Smith e Rousseau, ma di procedere oltre
sulla stessa via. Questo era, proiettato nel futuro, l’intellettuale «orga­
nico» alla classe operaia. Un intellettuale ‘nuovo’ perché (a differenza
di Croce) interessato a stimolare il progresso intellettuale di massa; ma,
al tempo stesso, un intellettuale coltissimo, erede di tutta la tradizione
precedente (o di quella che era individuata come tale). E infatti l’«idea
precisa» che anima Gramsci è «che la classe operaia e il movimento co­
munista debbano sforzarsi di possedere, far propri», tutti «gli elemen­
ti positivi, avanzati, della cultura borghese contemporanea»; ed è que­

75 A. M. Cirese, Concezione del mondo, filosofia spontanea e istinto di classe nelle «Os­
servazioni sul folclore» di Antonio Gramsci [1969-70], in Id., Intellettuali, folclore, istinto di
classe. Note su Verga, Deledda, Scotellaro, Gramsci, Einaudi, Torino 1976, pp. 89 e 104. Su
tale questione nemmeno la mancanza dell’edizione critica può dare un fondamento alle tesi
avanzate da Alberto Asor Rosa in Scrittori e popolo. Saggio sulla letteratura populìstica in
Italia (Samonà e Savelli, Roma 1964) circa il coinvolgimento di Gramsci nel populismo del­
la cultura italiana. È tutto da vedere invece il contributo più volte citato di Crehan, Gramsci,
Culture and Anthropology, che tra l’altro mette in rilievo l’originalità delle riflessioni gram­
sciane rispetto ai ‘luoghi comuni’ dell’antropologia, e in particolar modo contesta l’idea che
la cultura popolare sia una realtà sistematica e coerente, introducendo invece come centrale
il tema del «potere» (ivi, p. 66). È in particolare interessante il capitolo intitolato Subaltem
Culture (ivi, pp. 98 sgg.).

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___________________ Anglani, Solitudine di Gramsci__________________ _

sto, «con tutta la strumentazione teorica e analitica che ne consegue»,


a rappresentare «l’aspetto propriamente creativo del pensiero gram­
sciano, ciò che dura al di là della caduta di molti contenuti specifici,
di molti concetti particolari»76. Un simile modello di cultura ha poco
a che vedere con le forme di educazione proletaria realizzate dalle de­
mocrazie popolari (nonché, va sans dire, con le buffe «offerte forma­
tive» ammannite agli studenti dalla pedagogia sedicente progressista
in tempi a noi ahimè più vicini) e presenta analogie inquietanti con
quella «nuova cultura» alta, disinteressata e ‘inutile’, che Friedrich
Nietzsche progettava per gli ‘aristocratici’ dello spirito77. Con la dif­
ferenza, non da poco, che quell’andare ‘oltre’ l’uomo, per Nietzsche
una via riservata a pochi eletti, diventa per Gramsci l’obiettivo reale
della rivoluzione proletaria.
Per Gramsci il contenuto universale del sapere deve essere conser­
vato nel passaggio dalla vecchia alla nuova cultura. Non sono mai riu­
scito a capire da quali passaggi testuali alcuni gramsciani degli anni
quaranta e cinquanta si sentissero autorizzati a «liquidare» la cultura
putrida della borghesia decadente, e fingessero di non vedere invece
che per Gramsci lo studio delle filosofie passate era l’unico modo per
eliminare i residui superstiziosi annidati nel cosiddetto senso comune
delle masse, meccanico, non dialettico, arretrato e superstizioso, e per
fare del marxismo una filosofia veramente moderna. Non è Croce a
dover essere arso su un simbolico rogo culturale, ma l’insieme delle
credenze che ancora intralciano l’evoluzione del proletariato verso
forme più avanzate di coscienza. La «pedagogia» gramsciana, forte­
mente antirousseauiana e ‘coercitiva’, si fonda sulla certezza che il po­
polo quando è lasciato a se stesso torna irrimediabilmente alla super­
stizione. In questa prospettiva il marxismo è un mezzo e non un fine,
tanto che la vera filosofia del futuro comunista sarà l’idealismo. E in­
fatti, se il marxismo è la filosofia propria di un mondo ‘lacerato’ dalla
divisione del lavoro e dallo sfruttamento, i comunisti che si propon­
gono di superare tale lacerazione tendono a superare il marxismo stes­
so ed a cancellare la lotta di classe dalla storia e dalla stessa scena del

76Asor Rosa, La cultura cit., p. 1559.


77 F. Nietzsche, Sull’avvenire delle nostre scuole, a cura di L. Crescenzi, Newton
Compton, Roma 1998, p. 37 e passim. Intorno ai motivi ‘pedagogici’ di Gramsci, in rap­
porto con la tematica dell’egemonia, si può vedere ancora con qualche utilità l’antologia
curata da G. Urbani, La formazione dell'uomo, Editori Riuniti, Roma 1967, nonché
A. Broccoli, Antonio Gramsci e l’educazione come egemonia, La Nuova Italia, Firenze
1972: ferme restando le riserve più volte espresse in merito a tali tentativi di razionalizza­
re e rendere scientificamente coerenti delle riflessioni che non si ponevano certamente il
problema di fondare una nuova ‘pedagogia’.

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La solitudine di Prometeo

pensiero. Nel suo storicismo «radicale e immanente» Gramsci è con­


vinto che «quel che oggi, in questa precisa situazione di cogenza stori­
ca, è vero, potrà diventare falso e ciò che è falso potrà, in qualche mi­
sura almeno, diventare vero»78. Così il vero marxista è colui che pro­
getta la fine del marxismo, perché quando dal «regno della necessità»
si passerà al «regno della libertà», e l’uomo sarà liberato per sempre
dai condizionamenti di classe, l’idealismo diventerà finalmente ‘vero’
e sarà la filosofia delle masse. Il marxismo è superiore alle altre filo­
sofie non in termini assoluti ma solo perché possiede «la coscienza
piena delle contraddizioni» generali e della propria transitorietà: ed
infatti, «se si dimostra che le contraddizioni spariranno», ossia se si
dimostra la necessità storica del comunismo, «si dimostra implicita­
mente che sparirà, cioè verrà superata, anche la filosofia della prassi»
(Q., pp. 1487-8). Nel futuro dell’umanità, quando ogni uomo sarà fi­
losofo, la filosofia tornerà ai suoi compiti naturali di interpretare il mon­
do. La filosofia della prassi è una parentesi, necessaria ma superabile e
dunque destinata a venir superata, nella storia progressiva dello spirito
umano. Espongo questi progetti non certo perché li consideri attuali e
praticabili (ché anzi, come ho già avuto modo di dire, ogni ipotesi totali­
taria e ricompositiva suscita la mia profonda diffidenza), ma per restitui­
re a Gramsci l’orizzonte utopico che in lui coesiste con la ‘scientificità’, e
per ricordare che il suo progetto dell’autosufficienza del marxismo pre­
vedeva una fase in cui il marxismo stesso si sarebbe dissolto da sé.
L’utopia di Gramsci non è l’utopismo del sognatore che oblia il
presente doloroso per rifugiarsi in un «altrove» consolatorio, ordina­
to e purificato, ma un pensiero nutrito dell’esperienza continua delle
cose antiche e moderne, filosoficamente agguerrito, lucido, implaca­
bile. Ma resta, ad ogni modo, un’utopia che, come tutte le utopie, non
può essere tradotta in istituti storico-reali immediati. Il «moderno
Principe» pensato da Gramsci non sarà mai un vero Partito che agisce
nella società moderna e si presenta alle elezioni. Per costruire quel

” R. Bodei, La filosofia nel Novecento, Donzelli, Roma 1997, p. 59. «Il marxismo è sto­
ricismo assoluto proprio perché nel suo realizzarsi estingue se stesso», aveva già osservato
Iti stesso autore venti anni prima (Id., Gramsci: volontà, egemonia cit., p. 87). N on si sa co­
me tale prospettiva, che appartiene in pieno diritto all“utopia’ gramsciana, venga addebita­
ta all’influsso di cattive letture che spingono Marx e Gramsci ad immaginare «una società
Iutura in cui fra tante rotture e trasformazioni tuttavia sembra obbligatorio che gli uomini
abbiano ancora bisogno della filosofia, della poesia, e di altre forme assolute che la storia
borghese ha dichiarato universali» (A. Leone de Castris, Vanti-Croce, in Aa.Vv., Gramsci e
l'Italia, a cura di R. Giacomini e altri, La Città del Sole, Napoli 1994, p. 77) e che invece il
critico respinge come cascami borghesi. Eppure proprio questo futuro ‘universale’ era ciò
che Gramsci ‘immaginava’.

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___________________ Anglani, Solitudine di Gramsci___________________

grande edificio concettuale, Gramsci ha bisogno dell’energia irragio­


nevole dell’utopia. Solo l’utopia può spingerlo ogni giorno a quel ta­
volaccio sconnesso, che è tutta la comodità concessa dal carcere, per
leggere, studiare, e soprattutto scrivere pagine e pagine che potrebbe­
ro anche rimanere ignote al mondo. Come si sa, i Quaderni sono ar­
rivati a noi attraverso peripezie romanzesche. Pur sapendo che i car­
cerieri potrebbero in qualsiasi momento distruggere le sue carte,
Gramsci continua a scrivere e lancia una specie di messaggio nella
bottiglia che potrebbe non essere mai raccolto. Egli stesso potrebbe
scomparire «come un sasso nell’oceano» (a Giulia, 13 gennaio 1931;
L C II, p. 387), come dice egli stesso con una delle sue splendide me­
tafore, e trascinare la sua opera con sé. E così, in carcere, la natura
‘dialogica’ e tendenzialmente realistica della mente gramsciana è co­
stretta a fingere un rapporto con il mondo che è a senso unico e non
garantisce nemmeno la completezza delle osservazioni. Eppure
Gramsci stende ogni nota come se davvero essa potesse essere pub­
blicata e letta dai destinatari, la riscrive modificando e aggiungendo e
correggendo, ben sapendo non solo che le persone alle quali quei pen­
sieri sono rivolti potrebbero non venirne mai a conoscenza, ma che
tutto il materiale scritto potrebbe essere distrutto dalla censura fasci­
sta. Chi apre i Quaderni non dovrebbe dimenticare che quella scrit­
tura presuppone un interlocutore immaginario, che l’«approccio
profondamente dialogico» del pensiero gramsciano si comprime in
un dialogo differito e forse negato, e che perciò ogni lettore dovreb­
be leggere il testo come se ascoltasse una telefonata «da una parte so­
la», senza udire le risposte date dall’altro capo del filo79.
La dialogicità gramsciana, come si sa, non è genericamente uma­
nistica e, come ogni tipo di «movimento», avviene all’interno di una
«struttura» nella quale «l’‘Io’ incontra il ‘tu ’ o l’‘altro’», dove «il
soggetto incontra il soggetto» e «l’aspetto creativo del movimento o
dell’azione» è in grado di «trascendere la struttura stessa»80. Ma tale
modello di interrelazione non può essere considerato nella sua ‘pu­
rezza’ teorica e deve essere messo in relazione a sua volta con il da­
to che proprio «le strutture del mondo carcerario» spingono Gram­

79 La bella immagine della telefonata in cui si odono le parole di un solo interlocutore è


di Crehan, Gramsci, Culture and Anthropology cit., pp. 33-4.
80 N on so fino a che punto sia corretto richiamare la fenomenologia di Merleau-Ponty,
ma la descrizione della teoria gramsciana del soggetto «sempre in relazione», «connessa e in­
teragente» con l’altro, mi sembra colga il nucleo forte della dialogicità gramsciana (Holub,
Antonio Gramsci beyond Marxism cit., p. 141).

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____________________ La solitudine di Prometeo_____________________

sci a «considerare in termini teoretici l’interazione fra l’Io e l’Altro


nei dettagli più minuti»81. Assistiamo così alla nascita e allo svolgi­
mento di un processo a prima vista paradossale, secondo il quale il
mondo carcerario, se per un verso è assolutamente diverso dal mon­
do esterno e in quanto tale del tutto inconoscibile a chi non lo spe­
rimenta di persona (come Gramsci sottolineerà a più riprese nelle
lettere), per un altro verso «rafforza la conoscenza dei processi fe­
nomenologici» che si svolgono nella realtà del mondo esterno e per­
mette di conoscerli nella loro essenzialità82. Dunque il modello ana­
litico e conoscitivo elaborato e sperimentato riccamente da Gramsci
non può essere visto indipendentemente dalla struttura della vita
carceraria. L’universo del carcere diventa un laboratorio in cui i pro­
cessi della vita reale si riproducono nella loro essenzialità, privi de­
gli accidenti che nel mondo esterno complicano inutilmente la natu­
ra dei campioni osservati e sviano l’occhio degli analisti. Peccato che
osservazioni come quelle appena citate, tanto preziose anche al di là
dell’orizzonte teorico e del linguaggio in cui sono espresse in quan­
to colgono la genesi reale ma non banalmente autobiografica della
teoria, siano abbastanza rare nel panorama della critica contempo­
ranea. Molte analisi del pensiero gramsciano vengono condotte con
Ireddezza anatomica, quasi si trattasse della Fenomenologia dello
spinto, ed ignorano l’eroica messa in scena attraverso la quale
Gramsci finge a se stesso di scrivere ‘come se’ davvero qualcuno, nei
tempi ragionevoli del dibattito culturale, fosse pronto a leggere e a
discutere le sue idee e a condividere o anche a respingere le trovate
espressive, le critiche, i sarcasmi e tutte quelle articolazioni retoriche
che presuppongono la presenza di un pubblico vivo e reale. Come
lutti sanno, nel chiuso di una cella si compongono più facilmente
romanzi e poesie e perfino autobiografie, ossia opere che possono
permettersi di rinviare la verifica della lettura per anni e anche per
secoli, e non trattati di scienza politica legati al dibattito contempo­
raneo: né, soprattutto, si registrano sulla pagina battute fulminanti
che, come ha spiegato Freud a proposito del «motto tendenzioso»,
presuppongono la presenza di «tre persone»: l’autore del motto,
l’oggetto dell’aggressione e il testimone per il cui «piacere» il motto
è creato83. Per quale testimone si svolge la scena del sarcasmo gram-

Bl Ivi, p. 143.
Ivi, p. 144.
!> S. Freud, Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio [1905], traduzione di
li Orlando, Bollati Boringhieri, Torino 1975, p. 124.

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___________________ Anglani, Solitudine di Gramsci___________________ _

sciano? Quale vittima è quella che probabilmente non saprà mai


nulla del gioco che l’ha coinvolta? Il Gramsci dei motti tendenziosi
è solo ed assomma in sé le due funzioni, e forse perfino quella della
vittima. Ma proprio se si pensa a questo si capisce che i Quaderni
sono a loro modo il ‘romanzo’ del prigioniero, una creazione intel­
lettuale che, mentre rivendica uno statuto ‘realistico’ e scientifico,
poggia su un ‘patto’ immaginario e non verificabile con il lettore ed
abbisogna di una immensa quantità di fantasia per esistere. Gramsci
scrive per un destinatario del quale non riesce nemmeno a ‘immagi­
nare’ il profilo. Figura tragica, Don Chisciotte del Novecento co­
stretto a creare ex novo nella sua mente un mondo intero e ad abi­
tarlo da solo. N on si regge a questa condizione, per anni ed anni,
senza una motivazione etica fortissima, ossia se non si è mossi da
una carica immensa di utopia.
E impossibile analizzare questo pensiero, dunque, se si mettono
tra parentesi le condizioni eccezionali in cui esso è stato elaborato, e
se si tratta Gramsci come la reincarnazione di John Locke che nella
sua camera confortevole compone il Trattato sul governo. Senza me­
scolare il cosiddetto ‘vissuto’ alla produzione del pensiero, e senza
dimenticare che i concetti prodotti in carcere possiedono un’autono­
mia teorica che va ben oltre il ‘corpo’ dell’autore, per comprendere
le ragioni del fascino che la scrittura gramsciana esercita su di noi
dobbiamo sia tener conto delle condizioni in cui quel pensiero è sta­
to pensato sia cogliere la portata della sua spinta ad oltrepassare l’o­
rizzonte del proprio tempo ed a proiettarsi su tempi diversi. Per de­
cifrare la contraddittorietà drammatica di questa teoria bisogna col­
locarla all’incrocio dei due assi, quello realistico e quello utopico, se
non si vuol fare di Gramsci o un totus politicus murato nelle contin­
genze del suo tempo o un sognatore perduto dietro le sbarre. Invece
Gramsci incarna al livello massimo di sofferenza una contraddizione
che non cessa di ripresentarsi nella storia. Nella civiltà ‘sociale’ da lui
prefigurata non è il genio individuale, ma il lavoro collettivo a pro­
muovere il progresso della conoscenza: non più l’intellettuale isola­
to nella sua coscienza, ma l’intellettuale «organico» che produce pen­
siero per gli altri ed insieme con gli altri. Nel concreto però i conti
non tornano e il sistema progettato ‘non conclude’, innanzitutto per­
ché nasce nella solitudine assoluta. Nella cella del carcere un intellet­
tuale solo, lontano dal mondo, costruisce e prefigura le condizioni
dell’intellettuale collettivo e pensa una sintesi fra teoria e prassi che
non lo riguarderà mai. Un intellettuale disorganico, estraneo quasi al

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___________________ La solitudine di Prometeo_____________________

suo stesso partito, elabora la figura dell’intellettuale organico al comu­


niSmo che verrà84. Gramsci è tanto consapevole di quanto tale sforzo
eroico mini alla base la logica del progetto, che spesso (come vedremo)
nelle lettere torna sulla sua vocazione alla solitudine e persino sul mi­
to pascoliano di essersi formato «da sé», costruendo una personalità
ehc per meglio attrezzarsi alla lotta politica rinuncia al contatto ‘mole­
colare’ con gli altri.
Questa contraddizione spicca in tutta la sua tragicità se la si guarda
sullo sfondo teorico dell’indagine sulla natura umana svolta nei Qua­
derni. All’interno di una discussione complessa sul progresso e sul di­
venire, «la quistione è sempre la stessa: cos’è l’uomo? cos’è la natura
umana?», si chiede Gramsci nel quaderno 10 sulla filosofia di Croce
(steso fra il 1932 e il 1935), trasformando subito la vecchia interroga­
zione essenzialistica e sostanzialistica dell’uomo in un problema stori­
co-politico concreto. L’uomo non può essere visto «come individuo»
c basta, ma deve essere considerato «come l’insieme dei rapporti so­
ciali». In questa prospettiva si comprende «che ogni paragone tra uo­
mini nel tempo è impossibile, perché si tratta di cose diverse, se non
eterogenee»: se si tiene conto del fatto che «l’uomo è anche l’insieme

s‘ Sanguineti, dopo aver riconosciuto il carattere ‘incompiuto’ della ricerca dei Quader­
ni e dopo aver affermato che non bisognerebbe «schiacciare, in un’ottica genericamente e in­
discriminatamente gramsciana», il tema portante degli intellettuali che subisce durante l’ela­
borazione un processo di «vorticosa correzione autocritica» attraverso «momenti e stadi che
continuamente si riesaminano e modificano e riciclano senza tregua, e che soltanto l’aggra­
varsi dei mali, e da ultimo la morte, interrompono prima di qualunque possibile approdo ac-
coglibilmente soddisfacente», con un soprassalto veteromarxista (o veterogramsciano) pro-
clama senza mezzi termini che «agli occhi di Gramsci, e mi sia lecito aggiungere anche ai
miei, ancora, tutti gli intellettuali sono “organici” a un “gruppo sociale”, ovvero a una clas­
se», sempre, «lo sappiano o non lo sappiano, lo vogliano o non lo vogliano» (E. Sanguineti,
Il chierico organico. Per una storia deìf’intellettuale [1988], in Id., Il chierico organico. Scrit­
ture e intellettuali a cura di E. Risso, Feltrinelli, Milano 2000, pp. 15-6). Questa conclusio­
ne è sorprendentemente contraddittoria rispetto ad altre osservazioni dello stesso critico, il
quale nella introduzione a una riedizione di Letteratura e vita nazionale aveva scritto che lo
«stile concettuale» di Gramsci «non tende a cristallizzare in formule categorialmente rigide
l’esperienza riflessiva, ma, quasi all’opposto, a saggiare la resistenza di una nozione, di un si­
gnificante, attraverso la rete di relazioni di significato che è dato intessere», e che per Gram­
sci «i raccordi tematici esistono soltanto come correlazioni problematiche» (Letteratura e vi­
ta nazionale [1987], ivi, p. 203). N on sempre, insomma, Sanguineti rispetta la necessità di te­
ner presente il «perpetuo straniamento di Gramsci dal proprio linguaggio» (Il nostro Gram­
sci, ivi, p. 217). In realtà, quando si parla di «intellettuale organico» in Gramsci bisognereb­
be tener conto del fatto che tale espressione si riferisce non a una realtà assoluta, a una spe­
cie di ‘idealtipo’ weberiano, ma a un dato storicamente e funzionalmente variabile: al fatto
che la distinzione tra «organici» e «tradizionali» non si traduce «in un’operazione di ‘eti­
chettatura’ delle diverse figure di intellettuale, indipendentemente dallo specifico contesto
storico-sociale», ma, al contrario, agisce «come semplice criterio per identificarne i ruoli e le
funzioni relativamente a quella storia» (Spini, Gli intellettuali cit., p. 120).

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___________________ Anglani, Solitudine di Gramsci___________________

delle sue condizioni di vita, si può misurare quantitativamente la dif­


ferenza tra il passato e il presente, poiché si può misurare la misura in
cui l’uomo domina la natura e il caso». La natura dell’uomo consiste
nella sua capacità di ‘conoscere’ le «condizioni obiettive» senza però
arrendersi ad esse, ed anzi nel «sapersene servire». L’uomo è dunque
«volontà concreta», ossia «applicazione effettuale dell’astratto volere o
impulso vitale ai mezzi concreti che tale volontà realizzano». E infatti
l’uomo ‘crea’ la propria personalità sia «dando un indirizzo determi­
nato e concreto (‘razionale’) al proprio impulso vitale o volontà», sia
«identificando i mezzi che rendono tale volontà concreta e determina­
ta e non arbitraria», sia «contribuendo a modificare l’insieme delle
condizioni concrete che realizzano questa volontà nella misura dei
propri limiti di potenza e nella forma più fruttuosa». Insomma, l’uo­
mo deve essere concepito «come un blocco storico di elementi pura­
mente individuali e soggettivi e di elementi di massa e oggettivi o ma­
teriali coi quali l’individuo è in rapporto attivo», poiché «trasformare
il mondo esterno, i rapporti generali, significa potenziare se stesso, svi­
luppare se stesso». E del tutto illusorio progettare un «‘miglioramen­
to’ etico» di tipo «puramente individuale», giacché, se si può dire che
«la sintesi degli elementi costitutivi dell’individualità è ‘individuale’»,
bisogna anche riconoscere che essa «non si realizza e sviluppa senza
un’attività verso l’esterno, modificatrice dei rapporti esterni, da quelli
verso la natura a quelli verso gli altri uomini in vari gradi, nelle diver­
se cerehie sociali in cui si vive, fino al rapporto massimo, che abbrac­
cia tutto il genere umano». E per questo che l’uomo «è essenzialmen­
te ‘politico’», in quanto solo «l’attività per trasformare e dirigere co­
scientemente gli altri uomini realizza la sua ‘umanità’, la sua ‘natura
umana’» (Q., pp. 1337-8). E qualche pagina più avanti Gramsci si ri­
pete «la domanda prima e principale della filosofia», ossia «Che cosa è
l’uomo?», osservando che la risposta a tale domanda non può essere
trovata, secondo la tradizione, guardando «nell’uomo stesso», ossia
«in ogni singolo uomo», perché in ogni individuo non si può trovare
altro che la natura di ogni «singolo uomo», e al limite la natura di ogni
singolo uomo «in ogni singolo momento». Ma se con la domanda clas­
sica noi ci interroghiamo su «che cosa l’uomo può diventare», se cioè
«l’uomo può dominare il proprio destino, può ‘farsi’ una vita», allora
dobbiamo dire che «l’uomo è un processo e precisamente il processo
dei suoi atti». L’errore commesso da tutte le filosofie e da tutte le reli­
gioni è stato quello di concepire «l’uomo come individuo limitato alla
sua individualità e lo spirito come tale individualità», senza vedere in­

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_____________________La solitudine di Prometeo_____________________

vece che l’uomo è «una serie di rapporti attivi (un processo) in cui se
l’individualità ha una massima importanza, non è però il solo elemen­
to da considerare». In realtà, l’umanità «che si riflette in ogni indivi­
dualità» è composta da tre elementi: «1) l’individuo; 2) gli altri uomi­
ni; 3) la natura». Oltretutto, il secondo e il terzo elemento «non sono
così semplici come potrebbe apparire», giacché l’individuo «non entra
in rapporti con gli altri uomini per giustapposizione, ma organica-
mente, cioè in quanto entra a far parte di organismi dai più semplici ai
più complessi», e non stabilisce una relazione con la natura «semplice-
mente, per il fatto di essere egli stesso natura, ma attivamente, per mez­
zo del lavoro e della tecnica». Dunque tali rapporti «non sono mecca­
nici» ma «attivi e coscienti». Per questo insieme di ragioni è impossi­
bile che l’individuo cambi se stesso senza modificare «l’insieme dei
rapporti» di cui entra a far parte: e così «farsi una personalità significa
acquistare coscienza di tali rapporti», e «modificare la propria perso­
nalità significa modificare l’insieme di questi rapporti». Bisogna però
conoscere tali insiemi non nel momento presente bensì «geneticamen­
te, nel loro moto di formazione», poiché «ogni individuo non solo è la
sintesi dei rapporti esistenti ma anche della storia di questi rapporti»,
ossia è «il riassunto di tutto il passato». Dunque, se è vero che ciò che
«il singolo può cambiare è ben poco, in rapporto alle sue forze», è an­
che vero che «il singolo può associarsi con tutti quelli che vogliono lo
stesso cambiamento e, se questo cambiamento è razionale, il singolo
può moltiplicarsi per un numero imponente di volte e ottenere un
cambiamento più radicale di quello che a prima vista può sembrare
possibile» (Q., pp. 1343-6).
Gramsci procede un po’ più avanti in questa direzione quando -
in una nota intitolata, significativamente, Critica letteraria. Sincerità
(o spontaneità) e disciplina - si domanda se la spontaneità sia sempre
«un pregio e un valore» e risponde che sì, essa lo è ma solo «se disci­
plinata»: perché l’individuo «è originale storicamente quando dà il
massimo di risalto e di vita alla ‘socialità’, senza cui egli sarebbe un
‘idiota’», seppure solo «nel senso etimologico, che però non si allon­
tana dal senso volgare e comune». N on si tratta dunque di negare al­
la radice ogni tipo di originalità, ma di distinguere nettamente l’origi­
nalità ‘romantica’ dal «conformismo ‘razionale’» che è l’unico modo
per rendere socialmente produttiva l’originalità. E infatti «conformi­
smo significa poi niente altro che ‘socialità’», anche se a Gramsci pia­
ce usare la parola «‘conformismo’ appunto per urtare gli imbecilli».
La scommessa è delicatissima: se è «troppo facile essere originali fa­

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Anglani, Solitudine di Gramsci

cendo il contrario di ciò che fanno tutti», ciò che è assai difficile è «di­
stinguersi dagli altri senza perciò fare delle acrobazie». Insomma,
«battere l’accento sulla disciplina, sulla socialità, e tuttavia pretendere
sincerità, spontaneità, originalità, personalità», questo sì che «è vera­
mente difficile» (Q., pp. 1719-20). Secondo una logica analoga, impe­
gnata a ‘giustificare’ l’eccesso di individualità nel quadro della socialità
comunista, poche righe prima Gramsci si è posto il problema della Giu­
stificazione delle autobiografie, rispondendo anche in questo caso che
le autobiografie possono «aiutare altri a svilupparsi secondo certi modi
e verso certi sbocchi» senza cadere nell’«atto di orgoglio» di chi crede
che «la propria vita sia degna di essere narrata perché ‘originale’, diver­
sa dalle altre, perché la propria personalità è originale, diversa dalle al­
tre, ecc.». A questo peccato si può rimediare se si concepisce l’autobio­
grafia «‘politicamente’»: si sa «che la propria vita è simile a quella di
mille altre vite», ma «per un ‘caso’ essa ha avuto uno sbocco che le al­
tre molte non potevano avere e non ebbero di fatto». In questo modo
l’autobiografia sostituisce «il ‘saggio politico’ o ‘filosofico’», giacché
«descrive in atto ciò che altrimenti si deduce logicamente» (Q., p. 1718).
Si tratta di passi notissimi, scomposti, analizzati e commentati
innumerevoli volte dagli interpreti gramsciani85. Li richiamo qui non
tanto per sottolineare ancora i modi originali con i quali Gramsci
fonde le componenti del suo pensiero in un impasto davvero ‘clas­
sico contribuendo originalmente alla storia moderna del concetto
di «individuo», quanto per metterli in rapporto con l’esperienza
concreta del nostro autore. La stragrande maggioranza degli studio­
si ha riflettuto su di essi per ricavarne dati teorici del tutto corretti
ma ‘astratti’ dalla materialità della storia individuale con la quale es­

85 Bordoli, ad esempio, ha posto l’antropologia gramsciana in rapporto con la filosofia di


Spinoza, ipotizzando che se la composizione di individuo, altri uomini e natura «è organica
e attiva», è «compenetrazione, non giustificazione o subordinazione», allora per Gramsci «la
soggettività non è persona ma differenza, discontinuità dinamica nel continuum produttivo
ontologico-sociale»: si può allora inferire che lo storicismo gramsciano non deve essere iden­
tificato «con un’idea lineare ed evolutiva del tempo storico-sociale» (R. Bordoli, Vitae Me-
ditatio. Gramsci e Spinoza a confronto, Quattro Venti, Urbino 1990, pp. 27-8). L’uomo «non
è persona (sostanza, unità ideale creata e assolutamente data) sibbene plesso variabile di idee-
immagini e materia in movimento», pur non essendo «del tutto eterodeterminato» (ivi, p.
51). U n altro critico ha creduto di scorgere nella definizione gramsciana dell’uomo una sor­
ta di freudiana «organizzazione tripartita della psiche» (E. San Juan Jr., Antonio Gramsci on
Surrealism and thè Avant-garde, in «Journal of Aesthetic Education», xxxvii, 2003,2, p. 32):
ma già Holub aveva rilevato le analogie tra la gramsciana concezione tripartita della coscien­
za e la topologia freudiana (Holub, Antonio Gramsci beyond Marxism cit., pp. 100-1). In ge­
nerale, «tutto il marxismo di Gramsci può essere definito, in via di prima approssimazione,
come il tentativo di una teoria della soggettività nelle sue interrelazioni molteplici e dinami­
che con l’oggettività storico-sociale» (M. Martelli, Gramsci. Per una teoria marxista della

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_____________________La solitudine di Prometeo---------------------------------

si si trovano in relazione conflittuale e inestricabile. Se si studiano le


teorie politiche di Locke o di Montesquieu o di altri classici del pen­
siero politico non è indispensabile verificare quale sia il rapporto fra
le teorie e l’azione pratico-politica di ciascuno; o, se lo si fa, è suffi­
ciente badare alla coerenza generale tra affermazioni teoriche e scel­
te pratiche. Ma il caso di Gramsci è ben altro. Dal giorno del suo ar­
resto egli non ha mai la possibilità di tradurre le sue teorie in atti po­
litici reali, e dunque non può nemmeno commettere errori, riflette­
re su di essi e riaggiustare la sua teoria in itinere, come fanno tutti i
politici provvisti di qualità intellettuali. La sua ‘prassi dall arresto
in poi, tutta teorica, viene verificata nella dimensione del puro pen­
siero. Se si leggono solo i Quaderni (benché in realtà anche in que­
sto testo così ‘impersonale’ non sia difficile trovare passi che colle­
gano le riflessioni teoriche allo stato del prigioniero), si ricavano os­
servazioni interessantissime che consentono di mettere in rapporto
la nozione di «tempo» con quella di «identità personale», e di com­
prendere che per Gramsci il «tempo storico» non è «qualcosa di ri­
gido, caratterizzato da un ritmo oggettivo e immutabile, da una con­
tinuità che non può essere spezzata e che si presenta come una for­
za incoercibile», ma piuttosto «un materiale plastico, scandito dal
farsi e disfarsi dei soggetti sociali e che si modella sulla base di azio­
ne di questi ultimi»: di capire insomma che per Gramsci il tempo
«va in qualche modo costruito e organizzato, e non semplicemente
vissuto e subito» e deve essere dunque visto «non come qualcosa
che consuma e si consuma, come una forza dissipatrice», ma piutto­
sto «come una trama la cui ricchezza, varietà e complessità dipende
dalla maggiore e minore capacità di costruire nessi e raccordi tra le

soggettività, in Aa.Vv., Gramsci e il marxismo contemporaneo cit., p. 1 8 3 ). È stato osservato


che nella elaborazione della sua teoria dell’individuo Gramsci attinge a «fonti del tutto au­
tonome rispetto al marxismo», come ai Principi di psicologia di William James di cui si ha nei
Quaderni un’eco «addirittura letterale» a proposito del tema dell’«abitudine»; tale fondo
pragmatistico colloca Gramsci «sulla via, comune a molti filosofi del Novecento, della scom­
posizione dell’io», e spiega le ragioni «della valutazione positiva del taylorismo, e della as­
senza in Gramsci di una problematica dell’alienazione», fino ad assumere «una tragicità non
indegna del freudiano Disagio della civiltà» (C. Mancina, Individualità e conformismo in
Gramsci, in «Paradigmi», XII, 1 9 9 4 , 3 6 , pp. 5 2 2 -3 ) . Per la «drammatica incertezza sulle sorti
del nuovo conformismo» che queste riflessioni gramsciane lascerebbero trasparire, e che è
particolarmente legata alla corrispondenza con Giulia e con Tatiana, rimando alle osserva­
zioni contenute nel quarto capitolo di questo libro, così come per una discussione più rav­
vicinata dei temi psicoanalitici. N on posso soffermarmi sulle considerazioni avanzate da Fi-
nelli intorno alla «antropologia antinaturalistica» gramsciana in un saggio recentissimo (R.
Finelli, Le aporie del marxismo storicistico italiano: tra Antonio Labriola e Antonio Gramsci,
in Aa.Vv., La prosa del comunismo critico cit., p. 1 0 2 ).

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___________________ Anglani, Solitudine di Gramsci___________________

fasi in cui esso si articola», legato «da una sorta di azione reciproca
nei confronti dei soggetti sociali che agiscono nella storia»86. Pecca­
to che chi avanza considerazioni così acute, capaci di cogliere gli
aspetti più innovatori della riflessione gramsciana, dimentichi poi di
gettare uno sguardo all’esperienza concreta e di verificare nelle Let­
tere che per il carcerato il tempo non può essere né costruito né or­
ganizzato e che a lui mancherà sempre Inazione reciproca», e che
anzi egli consumerà il periodo della prigionia tentando vanamente e
disperatamente di mettere in pratica le sue convinzioni teoriche sen­
za riuscirci, e arriverà a sperimentare il tempo come «una forza che
consuma e si consuma».
Lasciamo dunque agli storici della filosofia e del pensiero politi­
co il compito di valutare se le affermazioni gramsciane (sulla natura
umana e su tutte le altre questioni toccate nei Quaderni) siano più o
meno fondate filosoficamente e più o meno innovative rispetto alla
storia precedente87: e contentiamoci di porre ‘in situazione’ quelle
affermazioni, come avrebbe detto De Sanctis. Se non lo facessimo,
tradiremmo l’essenza profonda di quelle parole e immobilizzerem­
mo il loro senso in formule ancora una volta astratte e ‘sostanziali-

86 Tagliagambe, Le istituzioni e la modernità cit., pp. 215-6. L’autore mette in rapporto


queste tematiche gramsciane con le teorie esposte da A. R. Damasio in Descartes’ Error (L ’er­
rore di Cartesio, Cde, Milano 1995). Sulla nozione di tempo «sincopato» che «ammette la
coesistenza di diversi livelli di contemporaneità cronologica» e «di diversi gradi sincronici di
sviluppo», si veda Bodei, Gramsci: volontà, egemonia cit., p. 78.
87 La bibliografia su questo punto dell’ermeneutica gramsciana è veramente troppo este­
sa per essere richiamata qui. Il tentativo più recente e significativo di analizzare il contribu­
to di Gramsci all’elaborazione di una teoria moderna della personalità si trova in D. Ragaz­
zini, Leonardo nella società di massa. Teoria della personalità in Gramsà (Moretti Honegger,
Bergamo 2002), il quale, pur mettendo sempre in risalto la ‘sistematicità’ del pensiero gram­
sciano, indica i punti in cui essa riconosce le contraddizioni e le non omogeneità del reale («Si
affaccia in Gramsci una trasformazione della datità dell’identità e della forma unitaria della
coscienza in un composto dialettico, in sé non omogeneo e dalla storia non omogenea», ivi,
p. 51), ma ammette la contraddittorietà interna al sistema stesso quando si pone «la doman­
da se Gramsci non sia un pensatore contraddittorio che, se pure padroneggia e governa le
proprie contraddizioni all’interno della sua aspirazione sintetica, non per questo è assoluta-
mente omogeneo e integrato», e deve perciò essere riletto «senza pensarlo come un monoli­
te dagli interessi sterminati» ed anzi verificando «se non sia a suo modo testimone acutissi­
mo di un passaggio storico e lo sperimentatore di una riformulazione teorica» (ivi, p. 93).
Così «l’implicito primato della soggettività» che esce dalla lettura delle note gramsciane (ivi,
p. 98) apre il terreno a una contraddizione verticale con la sua concezione ‘organica’ della de­
mocrazia: a questo proposito l’autore osserva opportunamente che Gramsci «non è un pen­
satore della democrazia ma un critico delle forme politiche ed anche della democrazia»
(ibid.). Assai interessanti le notazioni sull’antropologia «non-occidentale», in quanto «basa­
ta sulla coessenzialità del rapporto con l’Altro», elaborata da Gramsci «in assoluta solitudi­
ne» in direzione di «una teoria dell’identità/soggettività plurale e complessa» (Mordenti,
Gramsà e gli «studi culturali» cit., p. 2014).

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___________________ La solitudine di Prometeo_____________________

stiche’: cos’è l’individuo? cos’è la politica? Come dimenticare che


l’autore di queste riflessioni si trova in carcere da circa un decennio
e che niente di ciò che pensa e scrive corrisponde realmente alla sua
esistenza? che il rapporto «concreto» tra l’individuo e le condizioni
esterne (società e natura), qui teorizzato, è negato per lui alla radice
dal carcere? che egli si trova lì come «individuo» e basta, privo dei
«rapporti sociali» che soli contribuiscono a definire l’individuo stes­
so e gli si offrono come dati di fatto obiettivi e insieme come realtà
da modificare? che l’«originalità» di cui egli è costretto a dar prova
non si misura mai con la disciplina e con la socialità ed anzi entra in
conflitto con le loro forme reali (le uniche possibili in quelle condi­
zioni)? che la sua «autobiografia» di eroe politico non ha nulla a che
vedere con le autobiografie delle «mille altre vite» possibili? Simili
affermazioni teoriche dovrebbero essere lette, tenendo sempre in
controluce la vicenda umana e politica del loro autore, come modelli
di un ‘dover essere’ o, meglio, di un ‘essere’ che conosce una sola ec­
cezione: quella dell’autore medesimo. Quelle note sulla natura uma­
na si applicano a tutti gli uomini, tranne a chi le ha pensate. Colui
che nei Quaderni rifiuta la prospettiva e la stessa possibilità di un
«miglioramento etico come fatto puramente individuale»88, messo di
fronte al proprio destino, concentra su di sé, sul proprio individuo,
ogni sforzo di resistenza e di sopravvivenza alla pressione del mon­
do esterno. La sostanza tragica di quelle riflessioni ‘scientifiche’, e
sia pure di una scienza totalmente nuova articolata sulla prassi, ri­
salta proprio a causa della prassi che esse teorizzano e che è esclusa
dalla ‘prassi’ del prigioniero. In quelle pagine l’esperienza del pri­
gioniero è presente nella tensione contraddittoria fra la necessità,
per l’uomo, di «dominare il proprio destino», e quella di doversi
muovere in un complesso organizzato e dato di rapporti con i qua­
li egli non può interagire dialetticamente.
Gramsci ha un bel ripetere che il pensiero nasce dal rapporto con­
tinuo con l’esperienza reale e torna all’esperienza reale, e che il pro­
dotto di tale dialettica è la modificazione del mondo, se a lui non solo
la possibilità di cambiare il mondo ma perfino quella di interagire con
esso e di modificare se stesso è negata. Per crudele ironia del destino,
il teorico della prassi lavora in carcere come un grande intellettuale tra­
dizionale pur senza averne tutte le comodità: raccoglie dati, legge libri
e riviste, pensa, riflette, scrive. Come Montaigne pensa rinchiuso in un
torrione dal quale però, a differenza di Montaigne, non può uscire
!! Broccoli, Antonio Gramsci e l ’educazione cit., pp. 152-3.

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quando ne ha voglia per aggiornare il suo rapporto con il mondo89. Per


rendere possibile il futuro sapere collettivo, egli vive lontano persino
dai suoi compagni del carcere: i quali criticano i suoi poveri ‘privilegi’,
sostengono che Gramsci ormai non è più comunista ed è diventato
crociano o (peggio) socialdemocratico, lo accusano di «poco senso di
solidarietà»90 e lo sottopongono a persecuzioni che si aggiungono a
quelle perpetrate dal fascismo. Non è significativo che siano stati pro­
prio i comunisti a colpire per primi nel vivo la contraddizione del lo­
ro compagno, teorico ‘aristocratico’ del lavoro collettivo? L’immagine
di Gramsci che preferisce leggere i giornali piuttosto che trascorrere le
ore d’aria con gli altri carcerati, e che per questo viene aspramente ac­
cusato di alterigia, è la metafora esistenziale di questa condizione teo­
rica91. Eppure, a guardar meglio si verifica che la contraddizione non è
solo quella, esterna e verticale, tra la riflessione teorica e la prassi im­
pedita, ma attraversa il testo stesso e produce crepe imputabili an-
ch’esse non certo ad insufficienza teorica ma al realismo conoscitivo
del pensatore. Se la contraddizione riguardasse solo il corpo della teo-

89 E per questo che alcuni studiosi hanno riscontrato analogie di vario tipo fra gli Essais
di Montaigne e i Quaderni del carcere-, analogie più inquietanti potrebbero essere rilevate fra
la scrittura carceraria di Gramsci e l’ossessione scritturale del marchese de Sade, impegnato
a comporre opere che potrebbero non superare mai le mura della prigione e perdersi per
sempre, ‘come sassi nell’oceano’. N on so se definire cinica o lugubremente umoristica o frut­
to di uno sgradevole lapsus l’affermazione che «non è possibile riflettere sul pensiero e sul­
l’opera di Marx e di Gramsci come su due cervelli pensanti in solitudine: nel chiuso di uno
studio o di una torre d’avorio» (G. Petronio, Marx, Gramsà, in Aa.Vv., Marx e Gramsci cit.,
p. 9). Per quanto riguarda Marx, è probabile che senza rinchiudersi in uno «studio» (e senza
frequentare alcune grandi biblioteche) gli sarebbe stato difficile scrivere II Capitale-, e per
quanto riguarda Gramsci, altro che torre d’avorio! come dimenticare il piccolo dettaglio che
Gramsci scrisse i Quaderni in galera?
* Da una lettera di Athos Lisa a Togliatti del 13 febbraio 1933, cit. in Spriano, Gramsci
in carcere e il partito [1977], L’Unità, Roma 1988, p. 151.
91 La storiografia su questo punto è abbondante, ma prevalentemente orientata a valuta­
re questa condizione di estraneità in termini politici, ossia in riferimento ai dissensi intorno
alla strategia del Partito al tempo della «svolta». Commentando l’esclusione di alcune lette­
re dall’edizione Platone del 1947, Sechi nel 1965 parlava di «radicale contestazione delle po­
sizioni proprie del partito in quegli anni» da parte di Gramsci, pienamente consapevole «di
essere fuori dell’impostazione di fondo dettata dal residuo gruppo dirigente comunista an­
cora in libertà», e di «una vera e propria rottura col centro del partito» (Sechi, Le «Lettere
dal carcere» cit., pp. 188 e 192). N on c’è dubbio che, al di là della malizia compiaciuta di que­
sto genere di sottolineature (che in certi contributi recenti sfiorano il pettegolume da roto­
calco), il forte dissenso tra Gramsci e il Partito si trova ampiamente documentato dalla sto­
riografia: e tuttavia il nostro discorso si muove in un’altra ottica. Al livello al quale si svolge
la nostra ricerca, infatti, non è tanto essenziale contrapporre alla «svolta» la parola d’ordine
della Costituente, con la quale Gramsci intendeva opporsi alla deriva staliniana dei dirigenti
comunisti, quanto osservare che, quando rientrava nella sua cella e riprendeva in mano i
Quaderni, Gramsci spingeva la logica della sua ricerca molto oltre la Svolta e la Costituente
e tutte le contingenze, pur drammatiche, della politica di quegli anni: a meno che non si vo-

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ria tutto da un lato e il corpo dell’autore tutto dall’altro, si potrebbe


sempre sostenere che alla fin dei conti ciò che importa è la teoria, che
l’incapacità o l’impossibilità pratica per l’autore di uniformarsi ad essa
riguardano la sfera biografica ed esistenziale, e che una teoria deve sta­
re in piedi per se stessa e non perché chi l’ha formulata debba incar­
narla nella sua vita privata. Occorre infatti sempre una «opportuna
cautela» nel distinguere «le ragioni della biografia e quelle della teo­
ria», anche se poi può succedere che «nella genesi di una elaborazione
che aspira a forme di generalità intersoggettiva il critico-biografo» rin­
tracci «nessi soggettivi e curvature esistenziali che la suggeriscono, in­
fluenzano e sostengono dall’interno», perché in ultima analisi quella
teoria, «pur avendo suggestioni e retroazioni d’ordine soggettivo, su
quel livello di generalità richiede e merita di essere considerata»92. For­
se che le idee di Rousseau sull’infanzia diventano errate solo perché il
filosofo abbandonò i suoi figli all’orfanotrofio, come sostenne mali­
gnamente Voltaire? Se sono sbagliate, lo saranno per ragioni scientifi­
che e non personali.
Ma nel caso di Gramsci la contraddizione oltrepassa il condiziona­
mento biografico e, attraversando il sistema teorico, diventa un fatto­
re di drammatizzazione interna alla teoria stessa. E infatti, se il rap­
porto fra teoria e pratica viene analizzato «storicamente» e non sulla
base di petizioni di principio generalissime, si verifica che, «nei più re­
centi sviluppi della filosofia della praxis, l’approfondimento del con­
cetto di unità della teoria e della pratica non è ancora che ad una fase
iniziale» ricca di «residui di meccanicismo», giacché troppo spesso «si
parla di teoria come ‘complemento’, ‘accessorio’ della pratica, di teo­
ria come ancella della pratica». Dunque in uno dei luoghi più impor­
tanti, nel quaderno 11 databile agli anni 1932-33, Gramsci si rivela

glia vedere nel famoso «cazzotto nell’occhio» della Costituente un modo per non «dire aper­
tamente» ai compagni di Turi «che la prospettiva della rivoluzione proletaria» era divenuta
«inattuale», e che a partire da quella data Gramsci avviava la riflessione intorno al «profilo di
un sistema istituzionale di modello ordinamentale, con forte centralità parlamentare», in cui
fosse presente «un pluralismo di opinioni politiche e di stratificazioni della società italiana»
(F. Papa, Idee per una costituente nei «Quaderni del carcere», in Aa.Vv., Gramsci: i «Qua­
derni del carcere» cit., pp. 170 e 177). Ma non so fino a che punto la sostanza e la forma dei
Quaderni autorizzino tale ipotesi. Ciliberto ha addirittura fondato la sua lettura filologica­
mente raffinata di alcune ‘varianti’ sull’ipotesi che il sistema dei Quaderni abbia le sue «ra­
dici politiche, robuste, consistenti», nel rapporto «fra la parola d’ordine della Costituente, la
critica del ‘marxismo’, la revisione del giudizio nei confronti della riforma idealistica e del
quadro storico-politico in cui essa si radica», anche se ha riconosciuto che tale rapporto pos­
sa essere «caratterizzato da elementi anche di asimmetria» (Ciliberto, La fabbrica dei «Qua­
derni» cit., p. 295).
92 Ragazzini, Leonardo cit., p. 64.

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ostilissimo ad ogni risoluzione del rapporto teoria/prassi (e intellet­


tuali/ masse) ispirata a un astratto ‘dover essere’, ossia assunto come un
obiettivo che debba essere realizzato ad ogni momento, ed appare pie­
namente consapevole che prima di ogni altra cosa viene la «creazione
di una élite di intellettuali», dal momento che «una massa umana non
si ‘distingue’ e non diventa indipendente ‘per sé’ senza organizzarsi (in
senso lato)», e «non c’è organizzazione senza intellettuali, cioè senza
organizzatori e dirigenti», ossia «senza che l’aspetto teorico del nesso
teoria-pratica si distingua concretamente in uno strato di persone ‘spe­
cializzate’ nell’elaborazione concettuale e filosofica». Ma purtroppo
«questo processo di creazione degli intellettuali» è tanto «lungo, diffi­
cile, pieno di contraddizioni, di avanzate e di ritirate, di sbandamenti e
di riaggruppamenti», che esso può dirsi per ora solo avviato in forme
primitive. E infatti, «l’insistere sull’elemento ‘pratico’ del nesso teoria­
pratica» significa «che si attraversa una fase storica relativamente pri­
mitiva, una fase ancora economico-corporativa» (Q., pp. 1386-7)93. In
questo modo Gramsci difende l’autonomia della riflessione intellet­
tuale, anche quando essa sia strategicamente rivolta a superare la pro­
pria separatezza nel nesso organico con la prassi. L’intellettuale «orga­
nico» non esiste in astratto, dunque, ma è un punto d’arrivo che, pa­
radossalmente, viene preparato da un lungo periodo di autonomia nel
quale l’élite non si lascia coinvolgere in una identificazione economi-
co-corporativa con l’istanza della «pratica». Certo la ‘separatezza’ di
questa élite è di tipo diverso da quella reazionaria e classista degli in­
tellettuali tradizionali e si coagula nella funzione dei partiti politici, i
quali «sono gli elaboratori delle nuove intellettualità integrali e totali­
tarie, cioè il crogiuolo dell’unificazione di teoria e pratica intesa come

93 Ricorda Prestipino che queste affermazioni furono stimolate in Gramsci dalla lettura
di un numero del «Labour Monthly» (1931), in cui un emigrato russo riferiva che in Urss
dominavano tesi che proclamavano «“la subordinazione dell’attività teorica alle istanze del-
l’operare pratico”» e ribadivano «l’obbligo di considerare “la teoria come posta al servizio
della pratica”». Secondo Prestipino tali espressioni «vennero deplorate da Gramsci» proprio
nella nota appena citata, la quale assume così un implicito ma deciso valore antistaliniano
(Prestipino, Tradire Gramsci? cit., p. 27). La versione più completa della vicenda si trova in
N. De Domenico, Una fonte trascurata dei «Quaderni del carcere» di Antonio Gramsci: il
«Labour Monthly» del 1931, in «Atti dell’Accademia Peloritana dei Pericolanti», Messina
1991, l x v ii , pp. 1-65, che non ho potuto vedere. Pur avendo sotto gli occhi ancora solo la
prima edizione delle Lettere dal carcere e II materialismo storico, il filosofo Cantoni precisò
che «trasformare l’unità dialettica» fra teoria e prassi «in identità immediata» significhereb­
be «tacitare l’esistenza dell’antinomia, e confondere in una identità acritica e massiccia due
categorie che, almeno metodologicamente, devono rimanere distinte», e che il «non tener
conto della distinzione funzionale tra i due momenti» spinge a considerare «la filosofia, e la
cultura in genere, come arma ideologica» (R. Cantoni, Antonio Gramsd e le responsabilità
della cultura, in «Studi filosofici», IX, 1948, 2, p. 146).

162
La solitudine di Prometeo

processo storico reale», e in certa misura anticipano nel loro funziona­


mento concreto la futura integrazione fra teoria e pratica: ma ciono­
nostante essa esiste e può anche rischiare di apparire come una ripro­
posizione dell’antica separazione tra le masse e le classi dirigenti per­
ché «l’innovazione non può diventare di massa, nei suoi primi stadi, se
non per il tramite di una élite in cui la concezione implicita nella uma­
na attività sia già diventata in una certa misura coscienza attuale coe­
rente e sistematica e volontà precisa e decisa» (ibid., p. 1387). L’élite ha
una natura collettiva al suo interno, nel rapporto organico e tenden­
zialmente paritario dei suoi membri, ma è pur sempre ‘separata’ ri­
spetto alle masse dalle quali riceve legittimazione e consenso. E curio­
so che Gramsci, tanto prodigo di sarcasmi nei confronti degli Elemen­
ti di scienza politica di Gaetano Mosca, «enorme zibaldone di caratte­
re sociologico e positivistico» (Q., p. 956), utilizzi alcune categorie ti­
picamente moschiane ‘traducendole’ nel linguaggio del materialismo
storico attraverso la nozione di partito e privilegiando in particolare il
concetto ‘leniniano’ della «minoranza organizzata» che prevale sem­
pre «sulla maggioranza disorganizzata»94. Possiamo parlare di una
classica «rimozione», a proposito di questo Mosca prima vilipeso e poi
riproposto sotto le vesti di Lenin?
Il rapporto fra la teoria e la prassi dunque non esiste in natura ma
va creato attraverso un processo lungo e faticoso, il quale nei «primi
stadi» opera all’interno di gruppi relativamente autonomi che si fanno
carico di ‘pensare’ la teoria. Quando arriverà il tempo del comunismo
realizzato il «progresso intellettuale di massa» sarà completo e cancel­
lerà ogni distinzione tra chi pensa e chi sta in fabbrica, ma negli anni
del carcere Gramsci si guarda bene dall’abbandonarsi a tale utopia po­
pulistica ed egualitaristica. Dunque la presenza delle contraddizioni nel
suo sistema non è il segno di qualche debolezza teorica ma è anzi la
prova di quanto quel sistema sia elaborato storicamente e si rifiuti ad
ogni tentazione di ‘chiudersi’ in termini astratti, e anche di quanto es­
so possegga valenze teoriche generali che non possono essere ricon­
dotte al condizionamento di una particolare contingenza politica come

G. Mosca, La classe politica, a cura di N . Bobbio, Laterza, Roma-Bari 1975, pp. 64-5.
Questa edizione, in cui sono stati soppressi alcuni capitoli, nella sostanza corrisponde all’ul-
tima pubblicata dall’autore nel 1939. Gramsci ebbe in carcere l’edizione del 1923, in cui Mo­
sca aveva fatto in tempo a inserire alcune osservazioni sulla Rivoluzione sovietica. Senza ri­
correre al consueto strumento della «negazione freudiana» si può osservare che, come nel ca­
so di tanti ‘padri’, di Croce e di Gentile e di Sorel e di altri, anche nel caso di Mosca Gram­
sci spara nei Quaderni batterie polemiche violente allo scopo di occultare la realtà più
profonda di ‘meticciati’ testuali e concettuali.

163
Anglani, Solitudine di Gramsci

quella del dibattito sulla Costituente o di altre occasioni, pur impor­


tantissime, di quegli anni. A questa dimensione del rapporto fra teoria
e pratica e fra intellettuali e masse, così come esso si configura in quel­
la fase del processo storico, si aggiunge infatti la contraddizione ulte­
riore rappresentata dalla necessità, per Gramsci, di concentrare ed
esaurire nella sua persona carcerata tutte le funzioni che in condizioni
‘normali’ dovrebbero essere svolte dall’élite collettiva del partito. Così
la condanna ad essere élite di una élite che non c’è, e che non si sa quan­
do ci sarà, svela la radice di una contraddizione originaria della stessa
teoria95. Già quando era libero, sia pure nelle condizioni difficili del fa­
scismo negli anni venti, Gramsci non era mai riuscito a fare del suo par­
tito una élite matura e consapevole ed aveva supplito alle manchevo­
lezze dell’organizzazione con il superlavoro eroico della sua persona.
Per questo le lettere e i documenti di quel tempo traboccano di aspri
rimbrotti alla scarsa funzionalità operativa dei gruppi dirigenti, ossia
alla loro incapacità di lavorare come un intellettuale collettivo. E no­
nostante tali sforzi Gramsci non era mai riuscito a ‘pensare’ per davve­
ro, come dimostrano gli articoli e gli interventi del tempo, ma era sta­
to costretto a giocare sempre di rimessa rispetto all’offensiva fascista.
Il paradosso tragico è che solo in carcere, isolato dal resto dell’élite
rivoluzionaria e quasi espulso da ogni processo reale, egli cominci ad
elaborare quella teoria del progresso intellettuale di massa che negli
anni dell’impegno politico era fuori della sua portata. Il carcere, lungi
dal funzionare come interruzione traumatica di un rapporto organico
tra élite e masse, spinge la contraddizione originaria tra pensiero e

95 Finocchiaro ha insistito particolarmente sulla natura ‘elitistica’ della teoria politica


gramsciana, pur senza coglierne la contraddittorietà drammatica, parlando di un «elitismo
tridimensionale» che non è mai realmente messo in discussione, nemmeno dalla prospetti­
va delI’«assorbimento della società politica nella società civile», a causa del «realismo» e
dell’«antiutopismo» che in Gramsci non vengono mai meno: ciò che è permanente e reale
nella dialettica storica è la tensione costante verso i fini della libertà, dell’autonomia morale
e della autoregolazione contenuti nelle utopie, e non certo la realizzazione concreta di essi,
visto che la distinzione tra élites e masse è costitutiva di ogni società (Finocchiaro, Beyond
Righi and, Left cit., p. 112). Con soddisfazione particolare, da un punto di vista ‘americano’,
il critico nota che quando critica la scuola «destinata a perpetuare le differenze sociali» e ad­
dirittura a «cristallizzarle in forme cinesi» (Q., p. 1547), Gramsci rivela una concezione ‘eli­
taria’ della promozione sociale che si realizza attraverso la progressione degli individui e non
delle classi: egli infatti concepisce la democrazia «in termini di mobilità sociale di élites aper­
te» e la fonda «su basi ontologiche individualistiche a dispetto dell’apparenza collettivista»
generale; e considera «eguaglianza» il fatto «che ciascun individuo abbia l’opportunità di di­
venire capo» (Finocchiaro, Beyond Righi and Left cit., pp. 119 e 124). Tale aspetto non può
però essere generalizzato e usato per andare ‘oltre’ la distinzione tra destra e sinistra, ma
dev’essere considerato come un elemento della contraddizione fondamentale che attraversa
la logica gramsciana.

164
La solitudine di Prometeo

prassi verso forme pure, divenendo esso stesso figura dell’isolamento


dell’intellettuale rivoluzionario e, in ultima analisi, della produzione
teorica in quanto tale. Il rapporto fra teoria e prassi può essere pensa­
to solo in solitudine. È una contraddizione insolubile, giacché lo stes­
so intellettuale da un lato sa che il pensiero creativo può essere pro­
dotto solo nell’isolamento, ma dall’altro non vuol commettere «l’erro­
re dell’intellettuale» di «credere che si possa sapere senza comprende­
re e specialmente senza sentire ed essere appassionato», sa che non può
«essere tale se distinto e staccato dal popolo» e che «non si fa storia­
politica senza passione, cioè senza essere sentimentalmente uniti al po­
polo» (Q., p. 452)%. Il fatto che il «pensatore collettivo», capace di pen­
sare la nozione moderna di individuo, «ancora non esiste»9697, non può
essere dunque considerato un accidente ma un dato problematico che
si insinua nella costituzione stessa del concetto. E così è giusto ribadi­
re che nei Quaderni Gramsci appare «critico di una delle tesi fonda-
mentali deH’illuminismo e deU’empirismo», e cioè che «gli individui
siano capaci di farsi per sé soggetti autonomi»98, a patto però di ricor­
dare non solo che le lettere dello stesso autore dicono (come si vedrà)
un’altra cosa o anche un’altra cosa, ma pure che questa teoria non è
mai presentata come una struttura compatta e inattaccabile ed è an-
ch’essa attraversata dalle contraddizioni. Rimuovere questa seconda
faccia della questione significa dividere Gramsci in pezzi staccati e in­
comunicabili, dopo aver tanto parlato di unità e sistematicità, solo per­
ché non si vuol affrontare il problema della contraddizione interna a
Gramsci medesimo.
Proprio perché spinge fino ai limiti estremi la sua ricerca, Gramsci
dimostra sperimentalmente (e non per via di astrazione teorica) che
l’unità fra teoria e prassi è una realtà processuale, in cui l’esistenza di
un’élite separata è necessaria proprio perché quell’unità possa essere
pensata; e, soprattutto, che proprio nell’attività del pensiero ‘separato’

96 Si tratta di un testo di prima stesura, che il curatore dell’edizione critica data al 1930-
32. Gramsci riprende il tema qualche tempo dopo, riscrivendolo con alcune precisazioni ter­
minologiche e concettuali: «L’errore dell’intellettuale consiste [nel credere] che si possa sa­
pere senza comprendere e specialmente senza sentire ed essere appassionato (non solo del sa­
pere in sé, ma per l’oggetto del sapere), cioè che l’intellettuale possa essere tale (e non un pu­
ro pedante) se distinto e staccato dal popolo-nazione, cioè senza sentire le passioni elemen­
tari del popolo, comprendendole e quindi spiegandole e giustificandole nella determinata si­
tuazione storica, e collegandole dialetticamente alle leggi della storia, a una superiore conce­
zione del mondo, scientificamente e coerentemente elaborata, il “sapere”; non si fa politica-
storia senza questa passione, cioè senza questa connessione sentimentale tra intellettuali e
popolo-nazione» (Q .,p. 1505).
97 Baratta, Le rose e i quaderni cit., p. 144.
98 Finelli, Sull’identità cit., pp. 12-3.

165
/ y

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dall’azione la teoria e la prassi si intersecano per davvero e profonda­


mente. Quando affronta il tema della «Filosofia speculativa», Gramsci
si domanda problematicamente se «l’elemento speculativo» sia «pro­
prio di ogni filosofia», cioè se esso sia «la forma stessa che deve assu­
mere ogni costruzione teorica in quanto tale»; oppure se esso rispec­
chi «un problema storico e non teorico», nel senso che «ogni conce­
zione del mondo, in una sua determinata fase storica, assume una for­
ma ‘speculativa’ che ne rappresenta l’apogeo e l’inizio del dissolvi­
mento». Il dogmatico risponderebbe a tale domanda scegliendo riso­
lutamente il secondo corno della questione: ma Gramsci approfondi­
sce e complica il quadro osservando che «ogni cultura ha il suo mo­
mento speculativo o religioso, che coincide col periodo di completa
egemonia del gruppo sociale che esprime e forse coincide proprio col
momento in cui l’egemonia reale si disgrega alla base, molecolarmen­
te», mentre, proprio «per reagire alla disgregazione», il sistema di pen­
siero «si perfeziona dogmaticamente» e diventa «una ‘fede’ trascen­
dentale», tanto da far dire che «ogni epoca così detta di decadenza (in
cui avviene una disgregazione del vecchio mondo) è caratterizzata da
un pensiero raffinato e altamente ‘speculativo’» (Q., p. 1481). Dunque
Gramsci, se in alcuni passi afferma che la separazione tra riflessione
teorica e prassi è propria delle fasi iniziali di una nuova cultura in cer­
ca di egemonia, qui sembra contraddirsi attribuendo tale carattere di
‘separatezza’ alle fasi terminali e decadenti di un’egemonia. Non saprei
concludere con nettezza che in pagine come queste Gramsci si sposti
tutto verso «il polo dell’autonomia del momento filosofico» e addirit­
tura restituisca alla «filosofia» e alla «speculazione» la loro «natura di
momento distinto non riducibile al momento pratico», finendo per ri­
velare una «potenzialità eversiva» nei confronti «dell’elemento essen­
ziale del proprio storicismo»99: mi basta sottolineare il procedere pro­
blematico e ‘molecolare’ del ragionamento gramsciano, che si conclu­
de (provvisoriamente, come sempre) con la lezione che la critica «de­
ve risolvere la speculazione nei suoi termini reali di ideologia politica,
di strumento d’azione pratica», ma può svolgere questo lavoro solo se
«avrà una sua fase speculativa, che ne segnerà l’apogeo» e al tempo
stesso segnerà «l’inizio di una fase storica di nuovo tipo, in cui neces­
sità-libertà essendosi compenetrate organicamente non ci saranno più
contraddizioni sociali e la sola dialettica sarà quella ideale, dei concet­
ti e non più delle forze storiche» (Q., p. 1482). Lo schema, dunque, è

59Trincia, Dialettica e «tecnica delpensare» cit., pp. 164 e 166-7.

166
La solitudine di Prometeo

sempre lo stesso: l’autonomia della speculazione appare ad ogni mo­


mento della storia, ora come fase iniziale di un pensiero egemonico,
ora come attributo necessario della «critica» al pensiero dominante,
ora come punto d’arrivo utopico di una società in cui l’unità di teoria
c prassi si identifica con l’unità di necessità e di libertà.
Il dato che risalta maggiormente, nella sua intima contraddittorietà,
è quello che riguarda l’aspetto speculativo della critica, ossia la necessità
clic, anche per svelare le motivazioni politiche e ideologiche delle altre
filosofie, la filosofia critica debba costituire se stessa in attività specula­
tiva. E si può anzi dire che l’elaborazione critica e concettuale è la sola
dimensione entro la quale l’unità di teoria e prassi si realizza in ‘tempo
reale’ senza attendere i processi lunghi della storia e della politica, per­
ché l’attività del pensare consiste esattamente nel ‘fare’, nel trasformare
idee in altre idee. Anzi, idee scadenti in idee geniali. Che cosa fa Gram­
sci, se non prendere materiale di pessima qualità, saggi e libri mediocri
e spesso ridicoli, e trasformare tutto ciò in un pensiero di altissima qua­
lità? N on è, questo, un ‘fare’? Anche l’attività del pensare produce un
plusvalore. L’unità di teoria e prassi avviene al livello più alto, parados­
salmente, meglio dietro le sbarre di una prigione che nel fuoco dell’at­
tività politica. Chi pretende invece che essa debba necessariamente rea­
lizzarsi nella politica quotidiana non comprende questa realtà e vede in
ogni ‘pensatore’ un essere isolato e privilegiato100. Come altre volte mi
è accaduto di dire in questo libro (ma per evitare malintesi è bene riba­
dirlo ogni tanto), sottolineare la costituzione ‘speculativa’ del pensiero
gramsciano implica per me non l’adesione reale ai contenuti di una ela­
borazione ormai lontana dai miei interessi ma il riconoscimento scien­
tifico della ‘classicità’ che quel pensiero rivela per come funziona e si
pone in rapporto ad altre esperienze di pensiero. La lezione maliziosa
che queste riflessioni gramsciane assicurano è che il rapporto fra teoria
e prassi, ai suoi livelli più alti, non ha nulla a che fare con quella mon-

106 Peccato che i riformatori (o sedicenti tali) della scuola e delle università italiane non
abbiano tenuto conto di questa lezione gramsciana, quando hanno scatenato un attacco
oscurantista contro la cultura dei libri e contro la stessa autonomia della ricerca scientifica,
prefigurando una scuola in cui il ‘fare’ in senso pragmatistico e immediato si contrappone al­
lo studio ‘teorico’ visto come inutile e dispendioso. La logica populistica (e fondamental­
mente reazionaria, perché nutrita di animosità anti-intellettuale), di una scuola in cui si for­
nisce al popolo l’istruzione strettamente necessaria per una collocazione qualsiasi nel merca­
to del lavoro, si è fusa perfettamente con la logica industriale e produttivistica di una scuola
che non spreca e che non rincorre le teorie ma bada al sodo e si comporta come un’azienda.
Con buona pace di Gramsci che si era tanto dato da fare per dimostrare che il pensiero è es­
so stesso fare, e che anzi l’unità di teoria e prassi si realizza per davvero nell’atto del pensa­
re, i suoi eredi hanno compromesso per decenni lo stesso tessuto entro il quale può realiz­
zarsi o almeno prendere forma un progresso intellettuale di massa.

167
___________________ Anglani, Solitudine di Gramsci___________________

tagna di luoghi comuni da cui siamo stati soverchiati per anni, i quali
imponevano ad ogni momento e ad ogni costo un rapporto strettissi­
mo del pensare con la ‘prassi’ (come pomposamente venivano definiti i
cortei studenteschi o gli scioperi ferroviari).
Negli anni settanta e ottanta, in particolare, un dogmatismo (stavo
per scrivere ‘giansenismo’, che conviveva assai bene con il ‘gesuitismo’
giustificazionista prima osservato) bacchettone ha immobilizzato l’e­
laborazione concettuale a una identificazione rigorosa con la ‘prassi’,
ovvero con le esigenze tattico-strategiche del Partito (o, volta a volta,
dei gruppetti e dei gruppuscoli che si ponevano come Partito), in mo­
do che tutti coloro che si permettevano di spaziare un po’ con la men­
te venivano accusati di ‘astrattezza’, di culto per le torri d’avorio e di
altre nefandezze estetistiche o intellettualistiche. Delle tonnellate di
carta prodotte in quella simbiosi stretta con la prassi, come tutti san­
no, non rimane nulla di leggibile: centinaia di elucubrazioni rigorosa­
mente reali sulla prassi mentre il mondo girava da tutt’altra parte, e al­
la fine le elezioni le vinceva Berlusconi. Pagine e pagine del tutto inu­
tilizzabili: è bastato che il vento cambiasse, e tutta quella ‘prassi’ è an­
data in malora. Per un certo periodo anche Gramsci è rimasto travol­
to da questo destino, in quanto considerato responsabile di tutto il gri­
gio dogmatismo perpetrato in suo nome. Ma poi il tempo rimette a po­
sto le cose e ricostruisce le gerarchie. Gramsci è ancora là, i ‘gramscia­
ni’ sono approdati al silenzio o si sono riciclati affannosamente in so­
cialdemocratici, in liberali, in rifondatori o altro, pretendendo ciascu­
no di portarsi nella nuova casa l’eredità del Padre. Fatica sprecata. Con
grande scorno di tutti i fanatici, i nomi che rimangono nella storia del
pensiero sono quelli che meno si sono lasciati condizionare dalle oc­
casioni della ‘prassi’ ed hanno rivendicato il loro diritto alla separatez­
za che sola permette di pensare la teoria come prassi e la prassi come
teoria. Gramsci non scelse il destino dell’isolamento, almeno apparen­
temente, ma trasformò una tragedia storica e personale nella condizio­
ne essenziale perché un pensiero degno di questo nome prendesse for­
ma nelle pagine dei suoi quaderni carcerari.

A questo punto il carcere appare sempre più il luogo reale della


produzione teorica e politica, ossia ‘figura’ originale del pensiero ri­
voluzionario: non un limite alla realizzazione della teoria ma la con­
dizione necessaria per l’elaborazione di essa. Nel carcere potrebbe
trovarsi il ‘destino’ di Gramsci: specialmente se si tiene conto di

168
____________ _________La solitudine di Prometeo_____________________

quante volte nelle sue pagine ricorra questa parola, «destino». (Ma su
questo aspetto rimando a considerazioni svolte nei prossimi capito­
li: per ragioni di economia espositiva è necessario qui separare il di­
scorso dei Quaderni da quello delle Lettere, e tocca alla pazienza de­
gli eventuali lettori riunificare i pezzi). Possiamo dire cinicamente
che il carcere, se non ci fosse stato, bisognava inventarlo, giacché es­
so porta all’estremo, anche se non lo crea ex novo, il dato inelimina­
bile di ogni produzione teorica, la tanto stigmatizzata e preziosissi­
ma ‘separatezza’101. Questa realtà era non certo subita da Gramsci,
come un limite legato alle sue condizioni particolari, ma era ricono­
sciuta e rivendicata quasi con orgoglio. Come si vedrà dalle Lettere,
già prima di entrare in carcere Gramsci era perfettamente consape­
vole che non si può creare alcunché di nuovo, tanto meno di rivolu­
zionario, se non separandosi e isolandosi, ed era pronto a pagare per
questo fine tutti i prezzi necessari, anche umani e sentimentali. Ma
proprio questa consapevolezza spiazza la riflessione politica di
Gramsci e la pone in una prossimità inquietante con l’universo del­
l’arte. Il nodo della questione è proprio qui, e se torniamo alle sti­
molanti pagine di George Steiner vediamo quanto la dimensione del­
la «solitudine» sia organica più alla creazione filosofica ed artistica
che a quella strettamente scientifica e politica che si svolge in uno
spazio eminentemente collettivo, e quanto il poeta e il pensatore sia­
no «indicibilmente soli», anche quando non si trovano fisicamente in
carcere102. La solitudine costituisce la dimensione oggettiva e sogget­
tiva entro la quale quel pensiero prende forma, appunto, come crea­
zione estetico-filosofica che tende alla condizione di riflessione poli­
tica autonoma e totalitaria, senza però mai realizzarsi integralmente
come tale perché nega alla radice quella che negli stessi termini gram­
sciani è la condizione ‘formale’ del pensiero politico, la connessione
fra studio teorico e azione politica. Quella che per tanti poeti e pen­
satori è una condizione abbastanza ‘normale’ diventa per Gramsci un

101 A rischio di annoiare il lettore richiamerò anche in questo caso l’esempio di Gerrata-
na, il quale comprese il valore della ‘separatezza’ gramsciana, senza lasciarsi condizionare da
terrorismi terminologici, quando osò scrivere che «l’isolamento nel dominio dell’intelletto
astratto era, per Gramsci, non solo forma sofferta della sua esistenza, ma anche condizione
necessaria per sfuggire alle strettezze del suo tempo» (Gerratana, Dopo il restauro: particola­
ri retrospettivi [1989], in Id., Gramsci. Problemi ai metodo cit., p. 64).
102Steiner, Grammars o f Creation cit., pp. 213 e 220. Lo studioso pone però le riflessio­
ni di Gramsci (soprattutto le Lettere, una delle opere «più rappresentative del Novecento»)
nella categoria delle solitudini di tipo «politico», sostenendo che le più grandi creazioni let­
terarie e filosofiche provengono da coloro che sono stati «incarcerati dal dispotismo, dalla
censura, dalla repressione» (ivi, pp. 225-6).

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-----------------------------Anglani, Solitudine di Gramsci___________________ _

circolo tragico dal quale è impossibile evadere se non si vuol truc­


care la realtà dei fatti rinunciando alla ‘filologia’. Le lettere (come
cercheremo di fare nei capitoli seguenti) rivelano però un sottofon­
do ancora più inquietante e fanno balenare l’ipotesi che in realtà
quella solitudine sia stata non tanto il prodotto di cause esterne e
imprevedute quanto la manifestazione necessaria di una contraddi­
zione interna allo stesso progetto teorico-politico e, in ultima ana­
lisi, di un «destino».
Il carcere potrebbe essere così non accidente ma sostanza di un
pensiero che nasce e si muove fin dall’origine in quella logica. È que­
sto il Gramsci ‘rimosso’, il Gramsci attraversato da una contraddi­
zione originaria ed incomponibile fra solitudine e socialità, disorga­
nicità e organicità, dispersione e totalità, e non certo il Gramsci ri­
condotto ogni volta entro un perimetro coerente e rassicurante, il
Gramsci riformista o stalinista o desanctisiano-crociano o crociano-
giobertiano o materialista o idealista o liberale o critico radicale del­
le istituzioni borghesi e così via1": non il Gramsci autore di un ‘siste­
ma’ autoreferenziale e perfettamente funzionante, ma il Gramsci che
non riesce mai a chiudere il suo sistema e sconta di persona, fino agli
esiti estremi del carcere e della morte, la grandezza e l’impegno del­
la sua ricerca. Questo dato non solo non sminuisce il valore di quel
sistema, ma, palesando la contraddizione su cui è fondato, lo avvici­
na alla sensibilità dei moderni, sospettosi di ogni parola definitiva e
inclini ai conflitti più che alle conciliazioni. Con la differenza non da
poco che l’incompiutezza, la quale nei moderni è ironica e strania­
ta e in fin dei conti rivendicata come il vero marchio della moder­
nità, è tragica in Gramsci perché contrasta con la tensione organica
che genera e sostiene il suo sistema. Gramsci non gioca con l’in­
compiutezza né se ne compiace, la subisce come negazione violen­
ta di quel modello ‘totale’ di conoscenza che costituisce il suo
obiettivo inarrivabile e però ne sfrutta genialmente tutte le oppor­
tunità pensando e ridislocando il suo sistema sulla base di essa. Se la
separatezza è fin dall’inizio la condizione formale necessaria per l’e­
laborazione concettuale, addirittura rivendicata fin dagli anni del­
l’infanzia, l’incompiutezza del sistema è invece una sorpresa dolo­
rosa per il carcerato. N on ci sarebbe niente di tragico se quella in­
compiutezza fosse prevista e scontata fin dall’inizio, e se Gramsci si
muovesse con disinvoltura nel territorio novecentesco della plura-103

103Cfr. A. Leone de Castris, Gramsci rimosso, Datanews, Roma 1997, pp. 96-7 e passim.

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_____________________La solitudine di Prometeo_____________________

lità e del relativismo; oppure se egli, venendo meno alla legge del­
l’onestà intellettuale e della filologia, nascondesse tale stato sotto
formule retoriche e generiche104.
Se oggi Gramsci si legge più di Stalin e dello stesso Lenin, ci sarà
pure una ragione. Ed è probabile che tale ragione si trovi nell’ostina-
/.ione con cui Gramsci persegue il progetto ‘sistematico’ di creare un
pensiero rivoluzionario autosufficiente ed egemonico, continuando a
lare i conti con i dati infiniti della realtà, nelle condizioni ‘anomale’
proprie della creazione letteraria e speculativa segnata dalla più grande
separatezza. Il carcere può essere responsabile fino a un certo punto di
questo processo contrastato, perché (come vedremo più avanti) la se­
paratezza gramsciana trova la sua genesi in una vocazione alla solitu­
dine sofferta negli anni precedenti e rivendicata orgogliosamente come
la caratteristica principale del rivoluzionario. Tale condizione non può
rimanere senza effetti sul lavoro teorico. La cosiddetta ‘autonomia’
della filosofia della prassi, tenacemente perseguita, non viene mai rag­
giunta105. Se non avesse continuamente guardato al «mondo grande e
terribile», Gramsci non avrebbe trovato difficile chiudere il suo siste­
ma come un cerchio perfetto. Con le parole si può fare tutto. Ma il cer­
chio non si chiude: ed è un bene, che altrimenti Gramsci avrebbe rag­
giunto l’empireo dei materialisti dialettici incapaci di uscire dal fortino
dello stalinismo. La contraddittorietà assicura al sistema gramsciano
un grado di ‘apertura’ che va molto oltre i confini apparenti di esso.
Ciò che ci riporta ancora a Gramsci è l’aspra onestà intellettuale - in­

104 Per questa ragione non posso concordare fino in fondo con Mordenti il quale, dopo
aver opportunamente rivendicato la natura frammentaria e incompiuta dell’opera gramscia­
na, ritiene che tale «costitutiva incompiutezza» rifletta «perfettamente la posizione filosofica
londamentale di Gramsci» e consenta di collocare i Quaderni nella serie delle «“opere mon­
ile” della prosa di pensiero del Novecento europeo, tutte incompiute e/o frammentarie», e
propone addirittura di leggerli «in parallelo a L’uomo senza qualità» (Mordenti, «Quaderni
ilei carcere» cit., pp. 613-4). A me pare che tale parentela sia puramente esteriore e non con­
sideri che l’incompiutezza novecentesca rimanda a una filosofia che il mondo a caso pone,
mentre quella gramsciana è il prodotto tragico di una tensione verso l’assoluto che non può
l rovare mai un punto d’arrivo. Più congruente, perché fondata su riscontri testuali precisi,
l’analisi delle analogie tra due universi apparentemente «così dissimili» come quello di
( iramsci e quello di Guicciardini (con Montaigne sullo sfondo) nell’uso della «forma-ricor­
do» (M. Palumbo, Guicciardini, Gramsci e la forma-ricordo, in «Modern Language Notes»,
<II, Italian Issue, 1987, 1, p. 95).
105Presentando saggi ài vari autori in un volume pubblicato di recente, Voza parla della
ricerca gramsciana «di un’autonomia teorica del marxismo» senza rilevare quanto tale ricer-
i a sia in contraddizione con il carattere (che egli stesso registra) della «scrittura» dei Qua­
derni, «intrinsecamente mobile, aperto, antisistematico, criticamente indiretto e ‘obliquo’,
spesso metaforico e volutamente ‘precario’». N on si comprende come, su basi così ‘preca­
rie’, possa essere costruita un’opera, ancorché «tormentata», di «ri-fondazione» della teoria
marxista (P. Voza, Premessa, in Aa.Vv., La prosa del comunismo critico cit., pp. 9 e 12-3).

171
-------------------------- Anglani, Solitudine di Gramsci_________________

trisa di moralità kantiana - che impone di non cedere a tentazioni sem­


plificatone o consolatorie nell’elaborazione concettuale106, mentre ciò
che ci allontana da lui è l’idea di un partito che realizza i princìpi mo­
rali della politica funzionando come «centro di vita morale» che stabi­
lisce ciò che è giusto e ciò che non lo è assumendo «una posizione or­
ganicistica» e addirittura «integristica», anche se tale riflessione assu­
me le forme di «un tormento intellettuale che ha un senso in se stesso
- anche a prescindere dai suoi risultati - ed è altra cosa rispetto alla idea
di un partito che voglia conformare a se medesimo la società»107.
E per la forza di questa moralità intellettuale che anche il grande
progetto di autonomia teorica della filosofia della prassi viene esposto,
nei luoghi teoricamente più significativi, in termini sempre più comples­
si e problematici. Ha fatto notare Fabio Frosini che Gramsci, nel qua­
derno 4 (1930-32), aveva scritto che il materialismo storico è «la filoso­
fia liberata da ogni elemento ideologico unilaterale e fanatico, è la co­
scienza piena delle contraddizioni in cui lo stesso filosofo, individual­
mente inteso o inteso come intero gruppo sociale, non solo comprende
le contraddizioni, ma pone se stesso come elemento della contraddizio­
ne» (Q., p. 471); e che poi, riscrivendo il passo nel quaderno 11 qualche
tempo dopo, all’aggettivo «liberata» fa seguire l’inciso «(o che cerca di
liberarsi)» (Q., p. 471), esprimendo così una «cautela» che «rimanda al
travagliato rapporto con l’ideologia e la pratica del movimento comu­
nista» e «segnala il pericolo che quel delicato equilibrio tra scienza e
ideologia, tra verità e politica si rompa facendo ricadere il marxismo
nell’ideologia delle verità dogmatiche ed eterne»108. La spiegazione of­
ferta dallo studioso avrà senz’altro una sua fondatezza: e tuttavia a me
piace pensare che questo aggiustamento in itinere non sarebbe stato
possibile se la logica profonda della mente gramsciana non fosse stata
aperta e problematica per la forza di un’educazione critica antica.

106 L’impronta kantiana è innegabile, anche se Gramsci «cita, evidentemente a memo­


ria, la formula kantiana dell’imperativo categorico» due volte, ma sempre «in modo ap­
prossimativo» (Martelli, Etica e storia cit., p. 220). Sulla «tensione irrisolta» nel pensiero
gramsciano di una riflessione sull’etica, anche rispetto a Kant, cfr. A. Tortorella, Etica e po­
litica, in Aa.Vv., Marx e Gramsci cit., pp. 123-41 (l’espressione citata è a p. 138). Garin ha
sottolineato, negli scritti giovanili di Gramsci, la costante «fedeltà al rigore morale di
Kant» e il fatto che «non a caso» il nome del filosofo venga «pronunziato con grande ri­
spetto», e ha ricordato il «club di vita morale» fondato da Gramsci alla fine del 1917 (Ga­
rin, Gramsci e il problema degli intellettuali cit., p. 311). Sulla ‘traduzione’ gramsciana del­
l’imperativo di Kant, cfr. le brevi ma penetranti pagine di Lelio La Porta, Etica e politica:
Gramsci critico di Kant, in «Critica marxista», xxvni, 1990, 2, pp. 119-26.
107Tortorella, Il fondamento etico cit., pp. 67-8.
Frosini, Gramsci e la filosofia cit., p. 180.

172
__________________La solitudine di Prometeo------------------------------

Gramsci dunque ‘aggiusta’ il suo sistema non per guadagnare sulla car­
ia una completezza che esso non possiede, ma addirittura per proble­
matizzarlo e relativizzarlo ancora di più (nella misura massima con­
sentita a un sistema che pure tende all’unificazione del reale). Chi dun­
que ricava dagli scritti gramsciani una serie di ‘verità’ (siano esse leni­
niste, marxiste-leniniste, socialdemocratiche, idealistiche, liberali ecc.)
tradisce nel profondo la logica di un testo che è essenzialmente inter­
rogativo e problematico, fingendo di non sapere che, come Marx non
tu mai «marxista», così Gramsci è stato l’intellettuale meno «gram­
sciano» del Novecento.
Dunque l’incompiutezza del pensiero gramsciano non può essere
spiegata, né tanto meno giustificata, solo con le condizioni particolari
del carcere, ma si rivela collegata alla condizione carceraria da una re­
lazione metaforica complessa. Del resto, è Gramsci stesso ad istituire
un rapporto di continuità fra lo status carcerario e la sua vita prece­
dente sul piano della relazione tra l’io e il mondo, ribadendo di essere
sempre vissuto in una specie di carcere. Già prima di essere arrestato,
progettando l’uomo collettivo, egli si era costruito come un uomo ec­
cezionale, in lotta contro le condizioni avverse del mondo che si è fat­
to da sé e che solo grazie alle proprie forze morali è riuscito a soprav­
vivere in un mondo ostile (che, in parecchi casi, comprende non solo
gli avversari ma anche i compagni). N on si può negare che in tale pro­
cesso di autorappresentazione Gramsci utilizzi i caratteri del superuo­
mo: il quale però, a differenza di quello nietzschiano, è mosso da un’e­
sigenza di alta moralità pratica e sociale assimilata dall’imperativo ca­
tegorico kantiano. Il superuomo di Kònigsberg... Per questo, per
sfuggire a ogni identificazione superomistica e irrazionalistica, nelle
lettere ai familiari egli traduce l’immagine del superuomo nel mito
‘americano’ del piccolo individuo, dell’‘eroe per caso’ che lotta contro
le avversità. È il procedimento consueto di chi si abbassa per sembra­
re più grande. La contraddizione è drammatica. Il rivoluzionario, in
lotta per il riscatto del proletariato e dell’intera umanità, costruisce se
stesso come un essere ‘diverso’ che per obbedire al proprio imperati­
vo morale deve vivere in solitudine piuttosto che scendere a compro­
messi con il mondo del quale non può fare a meno. Nella logica di
questo paradosso, la parola d’ordine rivoluzionaria del «contare sulle
proprie forze» esprime al massimo livello la sfiducia profonda nel la­
voro collettivo e nella stessa solidarietà di classe che sono i valori fon­
danti della prassi rivoluzionaria. Ci si salva o ci si perde da soli, anche
e soprattutto quando si persegue una società migliore per tutti. Basta

173
-----—------------------ Anglani, Solitudine di Gramsci ________________ J

ripercorrere la storia della sua formazione, come egli stesso la raccon­


ta, per verificare che per Gramsci il momento ‘sociale’ viene sempre
dopo che il protagonista della vicenda si è formato per suo conto, lot­
tando contro la malattia, contro la famiglia, contro la povertà. Ma, a
forza di venir dopo, il momento della socialità compiuta non giunge
mai. Il punto della fusione è sempre spostato nel futuro.
Questo è ciò che Gramsci pensa quando estrae il senso complessi­
vo della sua azione, perché come tutti sanno il Gramsci della vita rea­
le, quello che discuteva di letteratura e di filosofia sotto i portici di To­
rino e dirigeva i giornali e tesseva reti infinite di rapporti e di amicizie
di altissimo valore umano, non manifestava né distacco né disprezzo
per i momenti di socialità. Ma, quando pensa al problema in termini
generali, Gramsci riconosce che le cose stanno molto diversamente.
L’eroe decide di dedicare la propria vita a una «massa» dalla quale non
ha ricevuto che offese o incomprensioni. Quando dice di sentirsi «kan­
tiano fino alla punta dei capelli» e convinto «della moralità delle mas­
sime assolute di Kant» (a Tatiana, 6 febbraio 1928; LC I, p. 156), egli
pare non preoccuparsi che il sincretismo tra Kant e Lenin possa riu­
scire piuttosto arduo. E infatti, a livello teorico generale, questa riven­
dicazione del ‘kantismo’ non corrisponde esattamente a ciò che Gram­
sci scrive nei Quaderni quando osserva che la massima kantiana
(«Opera in modo che la tua condotta possa diventare una norma per
tutti gli uomini, in condizioni simili») «può essere considerata un trui­
smo, poiché è difficile trovare uno che non operi credendo di trovarsi
nelle condizioni in cui tutti opererebbero come lui», ed appare «con­
nessa al tempo, all’illuminismo cosmopolita» e «legata alla filosofia de­
gli intellettuali come ceto cosmopolitico» (Q., pp. 1484-5). È un’altra
piccola prova di come le Lettere non possano essere considerate come
semplici appendici alla riflessione teorica svolta nei Quaderni ma chie­
dano di essere guardate nella loro specificità di testo nel quale si riflet­
te drammaticamente un’esperienza concreta che sottopone alla verifi­
ca dell’esistenza le ipotesi teoriche. Per questo le lettere scritte dal car­
cere sono fitte di richiami al primato delle forze morali, in termini che
incrinano o vanno oltre la prospettiva equilibrata inseguita nelle pagi­
ne teoriche dei Quaderni. E, soprattutto, ribollono di inviti a pratica­
re la «catarsi». La cognata, la moglie, gli amici e i compagni che vivo­
no fuori del carcere gli sembrano incapaci di dominare i loro senti­
menti perché non sanno trasformare la loro esperienza vissuta in ope­
ra d’arte. Bisogna vivere la propria vita come un’opera d’arte, sia pure
non in senso dannunziano, perché l’estetica gramsciana resta insepara-

174
La solitudine di Prometeo

Itile dalla morale e perché la morale, a sua volta, non può realizzarsi
senza il controllo estetico della forma. Quelli che si lasciano andare,
che piagnucolano, che si lamentano, che implorano perdono e pietà,
non sanno raggiungere la catarsi e dunque si rivelano non maturi per
l’egemonia. Sono destinati a rimanere subalterni. «A me pare che deb­
ba avvenire in noi una catarsi, come dicevano i greci - scrive alla mo­
glie - per cui i sentimenti si rivivono ‘artisticamente’, come bellezza, e
non più come passione immediata» (8 agosto 1933; LC II, p. 738)109.
Siamo tornati, con un giro lungo ma forse non inutile, al problema
dell’arte, che si conferma così come un aspetto non marginale del pen­
siero gramsciano. L’arte è per Gramsci la sintesi alta di questo intrec­
cio di moralità, di sentimenti purificati, di catarsi estetica. Se per Cro­
ce «il punto dipartenza» del sistema è l’estetica, mentre il «momento
politico» è «il ‘momento finale’ dello spirito», per Gramsci avviene il
contrario, e, dalla politica vista come «punto di partenza»"0, egli arri­
va a ricomprendere tutto il senso della sua ascesi catartica nell’arte e
nella bellezza. Ogni riga scritta da Gramsci presuppone la tensione
tortissima verso lo «stile». Lo stile è per lui non 1abbellimento este­
riore del pensiero, ma la forma stessa di un pensare che si è depurato
di ogni aspetto contingente ed è pervenuto ad esprimere l’essenza con­
creta di sé. Torniamo così a quel Goethe, al quale si volgeva il primo
pensiero del deputato arrestato dai fascisti. Proprio mentre traduce
l’ode Prometeo e tiene presente un frammento drammatico sullo stes­
so argomento poi non portato a compimento dal poeta, Gramsci chia­
risce il primato della dimensione etico-estetica richiamando un passo
di Poesia e verità in cui il poeta tedesco parte dall’«affermazione gene­
rale» che «gli uomini alla fine devono sempre contare sulle sole loro
forze» e che «la divinità stessa pare non possa ricambiare la venerazio­
ne, la fiducia, l’amore degli uomini proprio nei momenti di maggior
bisogno» perché «bisogna aiutarsi da sé». Goethe (citato sulla scorta di
un articolo di Julius Richter) ricorda di aver voluto concretizzare la
sua condizione nell’immagine di Prometeo che, «separatosi dagli dei,

10,1II tema della catarsi è connesso al problema della responsabilità degli individui, ì qua­
li non possono giustificare le loro azioni con i condizionamenti oggettivi: il termine «catar­
si» può essere usato «per indicare il passaggio dal momento meramente economico (o egoi-
stico-passionale) al momento etico-politico, cioè l’elaborazione superiore della struttura in
superstruttura nella coscienza degli uomini», nonché «il passaggio dall oggettivo al sogget­
tivo” e dalla "necessità alla libertà”» (Q., p. 1244). N on sappiamo fino a che punto Gramsci
fosse consapevole del doppio significato della catarsi, che da un lato rimanda al controllo
'aristotelico’ delle passioni e dall’altro al rito arcaico del capro espiatorio, alla violenza col­
lettiva e all’assassinio rituale.
110 Golding, Gramsci’s Democratic Theory cit., pp. 35 e 43.

175
Anglani, Solitudine di Gramsci

dalla sua officina popolò un mondo», essendosi reso conto che «si può
produrre qualcosa di notevole soltanto isolandosi» e fidandosi esclusi­
vamente del proprio «talento creatore»"1. Prometeo è l’eroe che si è sa­
crificato per portare agli uomini la civiltà, ribellandosi a Giove. Nel te­
sto di Goethe, osserva ancora Gramsci, non si può parlare di «estre­
mismo ed esclusività» perché «la ribellione di Prometeo è ‘costrutti­
va’» e l’eroe «appare non solo nel suo aspetto di Titano in rivolta, ma
specialmente come ‘homo faber’, consapevole di se stesso e dell’opera
sua». Ma, benché tale ribellione sia costruttiva e volta al bene dell’u­
manità, Epimeteo accusa Prometeo di «particolarismo» per aver volu­
to rifiutare l’unità con gli dei. La rivolta di Prometeo appare ‘anarchi­
ca’ e ‘antipopolare’ al benpensante-stalinista di turno, al quale Prome­
teo risponde che «egli non può più contentarsi di quell’unità che l’ab­
braccia dall’esterno» ma «deve cercarsene una che sorga dall’interio­
re», dal «“cerchio riempito della sua attività”» (Q., pp. 1072-5). La re­
plica, è lecito immaginare, non viene capita da Epimeteo, colui «che
vede dopo», ‘figura’ di tutti i dogmatici portatori del Verbo e sosteni­
tori dell’identità immediata fra teoria e prassi, tra filosofia e politica. E
come potrebbe capire? In questa pagina, intrisa di forte ispirazione au-
tobiografico-simbolica, si realizza quel corto circuito tra riflessione
teorica ed esperienza di vita che il Gramsci dei Quaderni continua-
mente si sforza di tenere a distanza: ma si realizza, appunto, in forme
che mettono in discussione i modelli teorici elaborati fino a quel mo­
mento sul rapporto dialettico e concreto fra il soggetto e il mondo.
Quello di Prometeo non è l’unico caso in cui il Gramsci del carce­
re abbozza una sorta di autobiografia segreta e obliqua occultandola
dietro la trattazione ‘scientifica’ di argomenti culturali e soprattutto
letterari, e rivela una «forte tendenza a richiamare passaggi e episodi di1

111 Ecco i passi più significativi del testo goethiano, nella traduzione di Emma Sola: «l
fine è che l’uomo viene rimandato a se stesso, e sembra che perfino la divinità sia verso l’uo­
mo in condizione di non poter ogni volta, per lo meno non proprio nel momento urgente,
ricambiargli la sua venerazione, la sua confidenza ed il suo amore. [...] Mentre dunque cer­
cavo una conferma della mia indipendenza, trovavo la mia capacità di creazione come la sua
base più sicura. [...] Pensando dunque a questo dono di natura, e trovando che mi apparte­
neva in modo proprio particolare, e non poteva venir favorito né impedito da niente ai estra­
neo, amavo pensarlo come la base sicura di tutta la mia esistenza. Questa concezione si tra­
mutò in imagine, mi sovvenne l’antica figura di Prometeo, che segregato dagli dèi, dalla pro­
pria officina popolò un mondo. Sentivo bene che si può solo produrre qualcosa di significa­
tivo se ci si isola. Le mie produzioni, che avevan trovato tanto applauso, erano fighe della so­
litudine, e da quando stavo in un rapporto più ampio col mondo non mi mancava forza e
gioia di invenzione, ma l’esecuzione si arrestava [...]. Dovendo rifiutare anzi escludere in ciò
l’aiuto degli uomini, mi separai prometeicamente anche dagli dèi» (J- W. Goethe, Poesia e ve­
rità, in Id., Opere, a cura di L. Mazzucchetti, Sansoni, Firenze 1956,1, pp. 1198-200).

176
___________________La solitudine di Prometeo--------------------------- -

tipo letterario» che corrispondono alle circostanze della sua vita reale
o le «drammatizzano» e che lo aiutano a «fronteggiare ed a compren­
dere la natura dell’esperienza» da lui attraversata in ogni momento: ed
è una tendenza che si muove anche in direzione opposta, «dall’espe­
rienza vissuta all’opera letteraria», e fa sì che l’arte illumini la vita ma
che «dal canto suo l’esperienza illumini i livelli di significato nell’arte»
incomprensibili a chi pratica analisi tecnicamente ‘pure’ dell’opera"2.
Anche la lettura del canto X dell’Inferno è stimolata e resa possibile in
Gramsci non solo dalla consapevolezza dell’analogia esistenziale tra la
sua condizione di prigioniero lontano dalla famiglia e quella di Caval­
cante che ignora la sorte del figlio, ma soprattutto dalla riflessione sul­
la figura della ‘cecità’, alla quale egli (con grande capacità di ‘previsio­
ne’) aveva cominciato a interessarsi già negli anni giovanili quando
aveva dedicato un articolo al Cieco Tiresia (sull’«Avanti!» del 18 apri­
le 1918; riprodotto nelle note in Q., pp. 2663-4), ossia sulla relazione
tra la cecità e la previsione. Ebbene, non è un caso che riordinando gli
appunti su Dante Gramsci ricordi proprio quel vecchio articolo ed os­
servi che, «nella tradizione letteraria e nel folclore, il dono della previ­
sione è sempre connesso con l’infermità attuale del veggente, che men­
tre vede il futuro non vede l’immediato presente perché cieco» (Q., p.
527). Come non ‘vedere’, a nostra volta, che la punizione di Tiresia e
di Cavalcante è metafora tragica della condizione di Gramsci, «impo­
tente ad agire, tagliato fuori dalla conoscenza indispensabile per com­
prendere la realtà immediata», dotato di «poteri intellettuali eccezio­
nali» chiusi in un «corpo prigioniero e malato e deforme»?11213Ma come
non vedere anche, andando al di là delle analogie di carattere esisten­
ziale, che la «cecità» e la «previsione» sono a loro volta metafore del
lavoro di riflessione teorica e politica intrapreso nel carcere? E «Pro­
meteo» è «il nome di chi ‘sa’ in ‘anticipo’, di chi ‘vede-prima’», e in
quanto tale si contrappone a Zeus che la «métis» l’ha acquisita «sue
cessivamente, inghiottendola». Lo scontro fra Prometeo e Zeus diven­
ta così anche figura dello scontro fra Gramsci e Mussolini, dove Pro­
meteo provvisoriamente battuto conserva «una risorsa che lo rende
potenzialmente più forte del suo antagonista» e che è appunto la capa­
cità di vedere, ossia di conoscere razionalmente ciò che «resta nascosto
allo stesso Zeus»114. Il filo che lega tutte queste figure mitiche, alle qua­

112 F. Rosengarten, Gramsci’s «Little Discovery»: Gramsci’s Interpretation o f Canto X of


Dante’s «Inferno», in «Boundary 2», XIV, 1986, 3, p. 75.
Ivi, p. 82.
114U. Curi, La forza dello sguardo, Bollati Boringhieri, Torino 2004, pp. 142 e 145.

177
-------------------------- Anglani, Solitudine di Gramsci __ _______________

li Gramsci aggiunge quella di Cavalcante condannato anch’esso a non


poter conoscere il presente, è quello del contrappasso: tutti sono pu­
niti in qualche modo (chi con la cecità, chi con la prigionia, chi con en­
trambe le pene) per aver voluto sapere più di quanto era loro consen­
tito. Per quanto riguarda in particolare Prometeo, la pena colpisce il
troppo amore per gli uomini che ha assunto inevitabilmente la forma
dell’ostilità per il «potere recente» di Zeus, divenuto capo degli dei da
poco tempo, come fa osservare Efesto nei versi eschilei citati in eser-
go . Anche Prometeo non riceve alcun segno di riconoscenza dagli
uomini che pure ha beneficato: «Mostraci quanto sei superbo, tu che
depredi i privilegi divini e li offri ai mortali, creature di un giorno! So­
no capaci i tuoi uomini di liberarti da queste pene?», domanda sarca­
stico Cratos, il Potere, ironizzando sul fatto che «il preveggente» non
abbia saputo prevedere la sua disgrazia116.
Utilizzando queste figure drammatiche dell’arte e della letteratura,
Gramsci dice ciò che nella normale esposizione dei Quudemi non può
dire, e cioè che tutto il suo lavoro è insidiato da questa contraddizione
profonda, opera com’è di un ‘cieco’ che immagina un futuro lontano ma
non può controllare il presente, e si trova condannato alla solitudine e
alla separazione dal mondo"7. È questo un caso esemplare della supe­
riorità dell’arte sul pensiero esclusivamente razionale, giacché la rappre­
sentazione artistica può dire simultaneamente attraverso le immagini e
le metafore alcune verità contraddittorie che il discorso filosofico c co­
stretto invece a dire in successione, perdendo in concentrazione figura­
le ciò che guadagna in chiarezza discorsiva. Gramsci non ha composto
un’opera letteraria autonoma, eppure attraverso la scelta delle figure mi­
tiche con le quali egli stesso può identificarsi finisce per scrivere il ro­
manzo, o meglio la tragedia della propria esistenza. Si tratta infatti pre­
valentemente di figure mitiche, di archetipi provvisti di un alto tasso di
significatività. Il Gramsci ‘scrittore’ finisce per saperne di più del Gram-

Eschilo, Prometeo incatenato, in Le tragedie, traduzione, introduzioni e commento a


cura di M. Centanni, Mondadori, Milano 2003, p. 301.
116Ivi, p. 305.
1,7Anche in altre pagine su Dante, per esempio là dove analizza l’«utopia» della «dottri­
na politica» dantesca, Gramsci fa un discorso che obliquamente si riferisce alla sua persona-
le esperienza di «vinto della guerra delle classi»; evidentemente egli sente l’analogia con la vi­
cenda dantesca e tenta di separare la sua soluzione da quella proposta da Dante «che sogna
1 abolizione di questa guerra sotto il segno di un potere arbitrale» (Q., p. 760), ma non può
impedire a se stesso di utilizzare per Dante immagini e concetti che si riferiscono alla sua
condizione, specialmente quando rappresenta Dante come isolato «da tutti» che rielabora
profondamente le sue convinzioni, i suoi sentimenti e le sue passioni «dopo la sconfitta del­
la sua parte e il suo esilio da Firenze» (Q., p. 759).

178
__________________La solitudine di Prometeo-----------------------------

sci ‘ideologo’, giacché dalle figure utilizzate lascia filtrare quel di più di
verità autoconsapevole che nelle argomentazioni teoriche si mimetizza
sotto la logica puramente scientifica. L’analisi estetica del testo gram­
sciano si fonda dunque su questa struttura profonda dell opera, la lette­
ratura non è una falsa coscienza che debba essere demistificata ma, al
contrario, una creazione densa di sapere che riesce a ‘dire ciò che la ri­
flessione teorica non sa dire. Come ha osservato René Girard, sono pro­
prio le «grandi opere» che «demistificano» le pretese della critica, poiché
Sofocle e Shakespeare sanno molte cose che la psicoanalisi è incapace di
comprendere118. Sostituiamo alla psicoanalisi altre forme di sapere pre­
suntuosamente totalitarie, ed avremo lo stesso risultato.
Con il paragone obliquo tra sé e Prometeo, lo scrittore esprime me­
taforicamente il carattere creativo e ‘solitario’ dell’attività politica, men­
tre sarcasticamente rappresenta in Epimeteo i comunisti fanatici e pia­
gnoni che lo accusano di opporsi alla fusione collettiva nell «unità» del
Partito. Sottolineando che la scelta di Prometeo non è né estremistica né
esclusiva, Gramsci si assicura (ed assicura il lettore) che il suo elogio del­
la solitudine e del contare sulle proprie forze non nasce da autocompia­
cimento estetistico né da volontà egoistica ma ha sempre come orizzon­
te il bene comune119. Ma le difficoltà e le contraddizioni scaturiscono da
qui. Proprio nella volontà di accordare dialetticamente il bene comune
con l’obbligo della solitudine sta la radice del paradosso tragico secondo
il quale non si può fare il bene del mondo se non separandosi da esso.
Molto meno lacerati dalla contraddizione sia il militante politico incapa­
ce di avvertire lo scarto tra il fine collettivo e la solitudine dell individuo
rivoluzionario sia, all’altro estremo, 1esteta preoccupato solo di sé. E in­
fatti quando immaginava Prometeo, «il primo formatore d argilla, il ra­
pitore del fuoco divino», D ’Annunzio lo vedeva «con le mani e le brac­
cia lorde di sangue crasso fino ai gomiti», come «quel destro beccaio eh e-
gli fu nello scuoiare e disossare il toro del sacrificio per sottrarre a Zeus
la carne e l’adipe»: il Prometeo imbroglione dunque, e non solo di Zeus
ma anche degli uomini, i cuori dei quali aveva indebolito «ponendovi le
cieche speranze»120, un Prometeo ambiguo e furbastro ben poco utile al­

118Girard, La violence et le sacré cit., p. 300. „ ,


119 Può esserci una lettura ulteriore, che non toglie valore a quella più strettamente au­
tobiografica’: quella dell’Operaio Totale, «prometeicamente incatenato alla pesantezza roc­
ciosa della disciplina seriale e del lavoro routinizzato», che poi diventa «figura universale»,
ovvero «rappresentazione idealtipica del genericamente umano» (Revelli, Jiinger e Gramsci
cit., p. 41). . . , j.
120 G. D’Annunzio, Di Prometeo beccaio e Contro la speranza, in 11 compagno dagli oc­
chi senza cigli e altre Faville del maglio, prefazione di G. Ferrata, Mondadori, Milano 1976,
pp. 25-6 e 28.

179
Anglani, Solitudine di Gramsci

l’umanità. Gramsci assume invece il nucleo della figura prometeica in tut­


ta la sua tragicità umana. Il Prometeo gramsciano è imbrigliato in una
contraddizione che D ’Annunzio non può nemmeno pensare.
Tutto sarebbe stato molto meno drammatico se Gramsci, rasse­
gnatosi alla propria condizione di ‘prigioniero’ interessato esclusiva-
mente alla propria sopravvivenza, si fosse messo a comporre roman­
zi e poemi. Ma non è così semplicistica e risolutiva la sua riflessione
sulla solitudine. E infatti egli, mai mettendo in discussione né il fine
ultimo né la necessità che il soggetto sia tutto proteso verso di esso,
dimostra quanto tale fusione dell’io con il mondo sia nei fatti irrea­
lizzabile poiché di fronte alle prove più ardue dell’esistenza viene pri­
ma (cronologicamente ed esistenzialmente) la fusione «interiore» del­
l’io con se stesso. Nessuna battaglia ‘sociale’ potrà essere intrapresa
dall’uomo incapace di contare solo su di sé. Il soggetto non fuso con
se stesso non sarà mai un buon rivoluzionario perché si troverà sem­
pre intralciato da preoccupazioni allotrie e dalla mancanza della ca­
tarsi; ma, d’altro canto, per l’uomo concentrato nella fusione di sé con
se stesso il momento della comunione collettiva potrebbe non arriva­
re mai. Prometeo soffre solo sulla montagna, incatenato e straziato, e
non riceve nemmeno la solidarietà degli uomini per la cui felicità si è
sacrificato121. Ma al rischio che tale autoidentificazione risulti troppo
eroica e sfoci nel grottesco Gramsci reagisce riflettendo su di essa e in­
sidiandola problematicamente. Si presenta così qualche pagina dopo
(in una nota fortemente autobiografica) il contrasto fra gli «aratori»
della storia, ossia coloro che vogliono «avere le parti attive», e il «con­
cio»: nessuno vuol essere «concio», tutti vogliono essere «aratori»:
«ma può ararsi senza prima ingrassare la terra?». In «astratto» tutti lo
ammettono, ma «praticamente» nessuno ci stava a svolgere la parte
del «concio». L’intonazione narrativa con i verbi all’imperfetto e al
passato, e insieme riflessiva su «qualcosa» che «è cambiato», mostra
che pur nel ritegno tipico dei Quaderni il passo ha a che fare con un’e­
sperienza vissuta. Gramsci ripete tre volte che «qualcosa è cambiato».
Si riferisce certamente al mutamento intervenuto nella sua condizio­
ne, al fatto che ormai (siamo nel 1932) bisogna adattarsi «‘filosofica­

121 L’immagine di Prometeo incatenato era presente nella tesi di laurea di Marx (Diffe­
renza tra la filosofia della natura di Democrito e quella di Epicuro). Può essere interessante
sapere che si intitolava «Prometeo» una rivista di cultura marxista fondata da Bordiga nel
1924 e soppressa da Gramsci (divenuto segretario generale del Partito)-nell’agosto dello stes­
so anno. E evidente che nell’uso di questo nome mitologico agiva in entrambi la suggestio­
ne delle pagine marxiane: e tuttavia è difficile pensare che, quando in carcere riprendeva il
nome di Prometeo in un contesto così significativo, Gramsci non ricordasse che esso era sta­
to caro anche al suo amico-nemico.

180
__________________ La solitudine di Prometeo___________________

mente’» all’essere «concio», perché l’alternativa è quella di «tirarsi in­


dietro, rientrare nel buio, nell’indistinto». Fra il rientrare nel buio e
l’opporsi vanamente al destino, c’è la scelta possibile e rischiosa del
divenire consapevolmente «concio», visto che «aratore» comunque
non si è più. In questa pagina, straziante per come le trasformazioni
della personalità vengono analizzate crudamente (tema sul quale tor­
neremo nella Parte seconda), Gramsci esprime il timore che il suo de­
stino possa essere non più quello del Prometeo «aggredito dall’aqui-
l.i» ma quello del Prometeo «divorato dai parassiti», e che in fin dei
conti sotto l’immagine prometeica possa affiorare quella di Giobbe:
giacché Giobbe «l’hanno potuto immaginare gli ebrei», ossia un po­
polo sconfitto, mentre Prometeo «potevano solo immaginarlo i gre­
ci», ma purtroppo «gli ebrei sono stati più realisti, più spietati, ed an­
che hanno dato una maggiore evidenza al loro eroe» (Q., p. 1128). E
Cìramsci è, e si sente, sconfitto. L’ombra di Giobbe potrebbe essere la
‘verità’ della figura eroica di Prometeo.
Di tali fili dolorosissimi è intrecciata la riflessione ‘teorica’ del car­
cere sul rapporto fra prassi e teoria. La fusione dialettica fra teoria e
prassi deve essere pensata in solitudine, teorizzata e non praticata, nel
migliore dei casi rimandata al futuro. In ogni caso l’utilità del lavoro
teorico non può essere misurata sul metro dell’immediatezza, visto
che per garantirla si sopportano gli scherni degli Epimetei, ossia dei fi­
listei interessati a ciò che nella contingenza sembra utile alla rivolu­
zione. E così, quando afferma che il poeta è, come scriveva Shafte-
sbury, «a second maker, a just Prometeus under Jove» (Q., p. 1072),
( iranisti lascia sfumare i confini tra politica e poesia e sembra credere
Iermamente che la politica, come la poesia, sia un’opera di alta crea­
zione: non, dunque, una ‘scienza’, come pure l’impianto generale e la
logica apparente dei Quaderni cercano di far credere, ma una vera e
propria ‘arte’. Il politico gramsciano è un artista: e certo non nel sen­
so dannunziano di chi ogni tanto compie la bella azione autopropa-
g.mdistica e poi torna alla sua vita inimitabile, bensì nel senso di chi
usa nella politica i procedimenti del ‘fare’ poetico e, usandoli, si ac­
ri irge che essi posseggono un valore individuale incancellabile. La bel­
lezza è inseparabile dalla civiltà, e la civiltà non può realizzarsi che co­
me bellezza: ma tale consapevolezza non può appartenere a tutti. La
slessa creazione estetica, a dispetto di quanti trasportano nell’attività
artistica il concetto di «intellettuale organico», nel pensiero di Grani­
si i c un fatto altamente individuale, giacché solo il genio può essere
davvero «nazionale-popolare», e non certo lo scrittorucolo che inneg­

gi
_________________ Anglani, Solitudine di Gramsci________________ _

già al «popolo» ad ogni riga122. Attraverso queste metafore Gramsci


crea un corto circuito fra politica ed arte, chiarisce meglio il senso del
suo ‘sistema’ ma ne accentua la contraddizione, attribuendo all’attività
politica le caratteristiche di isolamento e di genialità eroica che sono
proprie della produzione artistica123.
E per questo che, a differenza di tutti i teorici marxisti, Gramsci
non ha una concezione strumentale dell’arte. L’arte è utile, si, ma «in
quanto arte», scrive citando estesamente il Croce di Cultura e vita mo­
rale (Q., p. 732), ossia in quanto è libera e autonoma pur restando
profondamente legata all’«elemento maschile» della storia (Q., p. 733).
Nell’arte, così come in politica, la storicità non è in contrasto con la li­
bertà e con la creatività. L’arte accresce le forze morali, stimola la fan­
tasia, contribuisce alla crescita dell’umanità. In quest’ottica persino il
‘colonialista’ Kipling, suscitatore e moltiplicatore di energia, è preferi­
bile al ‘rivoluzionario’ ma apologetico Gor’kij. Tolstoj, Shakespeare,
Dostoevskij, Balzac, ecco i grandi scrittori «nazionali-popolari». Pur­
troppo, com’è noto, per anni il concetto maldigerito di «nazional-po­
polare» è servito per condannare Gramsci come teorico della lettera­
tura populistica e provinciale124, quasi che egli non avesse espresso in
termini inequivocabili sia l’ammirazione per i grandi scrittori che sti­
molano la fantasia dell’individuo e ne accrescono per via estetica le for-

122 In questa parte riprendo espressioni già utilizzate nel mio Egemonia e poesia, do­
ve il rapporto fra Gramsci e l’arte è trattato più estesamente. Per tutto ciò che qui è det­
to sommariamente, e per tutti i riferimenti bibliografici necessari, rimando dunque a
quel libro.
123 II collegamento tra arte e politica avviene attraverso il concetto di «volontà», che in
Gramsci è una «strategia di potere» ovvero un atto che permette «di creare nella realtà ciò
che a un dato momento esiste solo come ‘possibilità’» e di trasformare il «dover essere» in
«essere». Si può dunque affermare che, se «la traduzione dell’immanenza storicistica (o del
‘divenire’) era la ‘scienza’ della politica», la volontà era la sua «arte», la «cosiddetta arte del­
la politica», la quale garantisce il passaggio dalle «visioni utopiche fondate su speculazioni ar­
bitrarie» a quelle fondate sulla «necessità storica» (Golding, Gramsci’s Democratic Theory
cit., pp. 74-5).
123 Si noti che Gramsci scriveva «nazionale-popolare», e non «nazional-popolare» come
hanno spesso fatto i suoi commentatori. In quella «e» rimossa si consuma la degradazione
del concetto, da Tolstoj a Mike Bongiorno. Qui possiamo concordare con Sanguineti che è
«in funzione di una Weltliteratur, a livello di una Weltgeschichte, che Gramsci sviluppa que­
ste sue nozioni centrali, e non già, come spesso si è frainteso, in vista di qualche strategia li­
mitativa di carattere, se non “nazionalistico” e “populistico”, almeno non troppo lontano da
una siffatta declinazione» (Sanguineti, Letteratura nazionale cit., p. 204). Mordenti annota
che Gramsci fu sempre estraneo «ad un culto populistico per la naiveté naturale del popo­
lo» e perciò resta estraneo «a ciò che in suo nome, del tutto infondatamente e anzi parados­
salmente, sarà il realismo socialista “nazional-popolare” del secondo dopoguerra» (Morden­
ti, «Quaderni del carcere» cit., p. 598). Bisogna ricordare che la prima importante correzio­
ne del modo banale in cui era sempre stato inteso il concetto di nazionale-popolare si deve a

182
_______________ La solitudine di Prometeo___________________

/e inorali, sia il disprezzo per i piccoli e i mediocri. Per lui, quella «na­
zionale-popolare» era una letteratura capace di parlare al popolo inte-
ro, ricca di significati e di valori universali, non legata al particolarismo
locale o all’immediatezza del senso comune: quella letteratura che in
Italia non c’era mai stata. In tutti i settori della sua riflessione, del re-
.10, l’obiettivo di Gramsci è stato sempre quello di uscire dalle dimen­
ami provinciali o grettamente nazionalistiche per attingere livelli più
alti, europei e mondiali.
li sempre stato difficile far accettare ai gramsciani di ogni colore la
verità elementare che il grande artista nazionale e popolare di cui par­
la Gramsci è un individuo eccezionale, irripetibile, originale, e dunque
esattamente l’opposto dell’intellettuale «organico» che svolge il suo
molo nell’àmbito della società e della politica. E certamente il grande
artista trae le sue forze dall ’humus nazionale e dalla storia, ma parla al­
le masse perché sta più in alto e guarda più lontano, proprio perché sta
piti in alto e guarda più lontano. Machiavelli è grande non quando gio­
va a tric trac con i suoi contemporanei ma quando cambia veste e si rin­
vìi iude nello studio per dialogare con i grandi. Lo scrittore è nazionale
e popolare solo in quanto è anche internazionale. L’artista e l’intellet-
t naie appartengono ciascuno a un ordine differente: l’intellettuale svol­
ge una funzione prevalentemente nazionale, condizionata in Italia dal­
li' vicende di quel Risorgimento che non ha equivalenti negli altri paesi
europei, mentre il grande artista trae dalle radici nazionali la forza per
l rascenderle e per diventare europeo e ‘mondiale’. Il grande artista ha le
1 .alici saldamente piantate nella sua terra e nel suo tempo, ma guarda al­
l’Europa e al mondo e si proietta in tempi diversi dai suoi; l’intellettua­
le «organico» svolge una funzione decisiva ma limitata nel tempo e nel­
lo spazio, e raramente oltrepassa i confini nazionali. Croce è un gran­
dissimo intellettuale italiano, ma la sua filosofia non è perfettamente
‘traducibile’ nelle altre lingue europee. Balzac e Shakespeare, artisti ‘na-

M. B. Luporini, Alle origini del «nazionale-popolare», in Aa.Vv., Antonio Gramsci e il «pro­


gresso intellettuale di massa» cit., pp. 43-51: anche se in passato non era mancato chi aveva
i«servato polemicamente che «quando Gramsci ha fatto degli esempi di cultura nazionale-
popolare non ha citato il folklore, i proverbi o la poesia dialettale» ma invece «nientemeno
che i tragici greci e Shakespeare» (Cerroni, Lessico gramsciano cit., pp. 55-6). Le analogie tra
il progetto gramsciano di nazionale-popolare e la politica culturale del fascismo sono state
ittohneate (in termini assai schematici e polemici) da Thomas R. Bates in II concetto di «cul­
tura nazionale-popolare» in Gramsci, in «Storia contemporanea», IX, 1978,3, pp. 531-45. Ha
sottolineato «l’omologia di “nazionale-popolare” e “universale”» G. Bonifacino, Sul «na­
zionale-popolare», in Aa.Vv., Gramsci e l’Internazionalismo cit., p. 82. Sulla questione, si ve­
da la ricostruzione più recente in Durante, Nazionale-popolare cit., pp. 150-69.

183
Anglani, Solitudine di Gramsci

zionali-popolari’ profondamente legati alle loro patrie, sono letti e am­


mirati in tutto il mondo. Comunque si giri e si rigiri la questione, il
grande artista per Gramsci non è mai un «intellettuale organico». Le
tappe del pensiero filosofico-scientifico sono destinate ad essere ‘su­
perate’ nella storia dello spirito umano, sì che fra alcuni secoli non si
parlerà più di Marx o di Croce e dello stesso Gramsci se non in ter­
mini archeologici, mentre le grandi opere d’arte sono insieme con­
temporanee ed eterne perché sono state progettate fu r ewig. Gramsci
sa che la sua stessa sopravvivenza di ‘classico’ è affidata non tanto al­
la fondatezza delle analisi e alla coerenza delle idee ma soprattutto al­
la sua capacità di essere profondamente e originalmente ‘artista’, crea­
tore di uno stile nuovo.
Saltando sulla testa di cento e cento ‘estetiche’ materialistiche e
marxistiche, Gramsci riesce a conciliare la storicità e l’eternità della
poesia, ma getta una luce obliqua sulla sua ricerca teorica che attra­
verso l’esempio di Prometeo viene riportata nel mondo della crea­
zione poetica e sottratta al mondo transitorio della scienza politica.
Chi ha voluto fondare una storia o una sociologia gramsciana della
letteratura popolare, con il pretesto che Gramsci si interessava al
folklore, al Guerin Meschino ed ai romanzi di Caterina Percoto e di
Matilde Serao, dimentica che sul piano estetico egli distingueva sem­
pre con nettezza i ‘grandi’ nazionali-popolari della letteratura mon­
diale dal sottobosco nazional-provinciale, reazionario o ‘progressi­
sta’ che fosse. Studiare questi fenomeni era un compito politico, di ri-
cognizione dei processi reali di produzione e trasformazione cultura­
le, che non implicava alcuna adesione ai valori estetici (inesistenti) dei
fenomeni stessi. E infatti la letteratura italiana contemporanea - per
quel poco che egli poteva conoscerla - gli appariva come una sfilata
di velleitari cialtroni sprovvisti di qualità sia morali che estetiche. Se
negli anni torinesi aveva partecipato ad alcune esperienze primono­
vecentesche, accostandosi per esempio al futurismo125, pur senza ri­

125 Per Carpi, l’«assai crociano classicismo di fondo» impediva a Gramsci di apprezzare
realmente l’arte futurista, e i motivi del suo interesse per questo movimento (documentati
nella famosa lettera a Trotskij) restano puramente politici (U. Carpi, Gramsci e le avanguar­
die intellettuali, in «Studi storici», XXI, 1980,1, p. 26 e passim). Di diverso parere chi anzi ac­
centua le valenze storico-teoriche delle analisi gramsciane sull’avanguardia e sulla letteratura
del primo Novecento stabilendo un rapporto di continuità fra gli articoli giovanili e i Qua­
derni, pur riconoscendo che il discorso gramsciano sulla nuova letteratura «avrebbe guada­
gnato in spessore e organicità, se le condizioni materiali della prigionia non gli avessero pre­
cluso un più ampio, libero ed aggiornato contatto con i testi contemporanei della cultura na­
zionale ed europea» (F. Bettini, Gramsci e la fine del naturalismo: verso il «Novecento», in
Aa.Vv., Gramsci e la modernità cit., p. 116).

184
La solitudine di Prometeo

nunciare nelle recensioni teatrali ad usare il suo «gusto educato ed


aristocratico»126, nel periodo carcerario Gramsci restaura una conce­
zione alta ed ottocentesca di letteratura, costruita su modelli eccezio­
nali lontani nel tempo e nello spazio, ai quali nessuno scrittore italia­
no contemporaneo è degno di accostarsi. Non esistono, nel presente,
artisti in grado di portare nel mondo bellezza e civiltà. Nella catego­
ria del «brescianesimo» - un misto di superficialità ideologica e di
rozzezza estetica - Gramsci raduna scrittori di varia provenienza e
ideologia e individua la caratteristica dominante della letteratura ita­
liana. Come uno Swift comunista egli nel presente non trova nulla da
salvare, ed il «sarcasmo» è lo stile con cui passa in rassegna un pano­
rama cimiteriale. Anche sotto questo aspetto la sua non può essere
una ‘storia’ positiva ma la rilevazione di un’assenza, di un vuoto, di
una ‘miseria’, e dunque di una realtà che non c’è127.
Naturalmente le convinzioni gramsciane possono essere considerate
errate o esagerate o lontane dalla realtà di quel tempo, ma non possono
essere ignorate e sostituite da altre, del tutto inventate, grazie alle quali a
( iramsci si fa dire non ciò che ha detto ma ciò che ai suoi posteri farebbe
piacere sentire. Come in quanto scienziato della politica è scarsamente
inutilizzabile nel mondo contemporaneo, se non a patto di semplifica­
zioni brutali e di ‘usi’ più o meno sfacciati, così in quanto teorico e stori­
l o della letteratura Gramsci può essere costruito solo in seguito a mani­

polazioni estranee alla logica elitaria e aristocratica che gli è propria128.

126Trivero, L ’attività teatrale cit., p. 7.


127 Come storico della letteratura Gramsci sarebbe ancor meno affidabile del Gramsci
storico dell’età borghese: Timpanaro, se legge Gramsci in modi discutibilissimi per tanti
aspetti, coglie ‘fattualmente’ nel segno quando osserva che la «diagnosi del distacco fra scrit­
turi e popolo in Italia, nel modo in cui Gramsci la formula, è più adatta all’Ottocento, addi­
rittura al primo Ottocento (e anche ad esso con forti riserve), che al tardo Ottocento e al N o­
vecento» e si fonda sulla sottovalutazione (per non dire ignoranza) dei rapporti tra gli scrit­
tori e le letterature straniere contemporanee (Timpanaro, Gramsci e Leopardi cit., p. 298).
Anche la nozione di «intellettuale organico» non è utilizzabile sul piano storiografico, giac­
ché la dicotomia gramsciana tra «organici» e «tradizionali» rischia di «non lasciare spazio a
lutti quegli intellettuali che assunsero un atteggiamento critico (o, più indeterminatamente,
di ‘rifiuto’) verso un gruppo politico-culturale o un’intera classe sociale dominante» (Tim­
panaro, Sui moderati toscani, in Id., Antileopardiani cit., p. 88): esso è infatti un concetto
'pratico-politico’ legato a una fase molto limitata della storia nazionale.
128Secondo Finocchiaro la letteratura «democratica» per Gramsci «dovrebbe promuove-
11 l’apertura e il rinnovamento delle élites grazie a una maggiore integrazione delle élites con
il popolo o con le masse» e viceversa: è questa la funzione ‘progressiva’ ed educativa della let-
lnatura, che protegge Gramsci dai rischi della «tendenziosità moralistica o populistica» (tra­
duco con «populistica» il termine «progressivist») (Finocchiaro, Beyond Righi and Left cit.,
p. 129). Che questa concezione derivi dalle teorie di Gaetano Mosca, come vuole l’autore, è
mi particolare interessante al quale abbiamo già fatto cenno in una nota precedente. È pur
vero che l’affinità di alcuni strumenti concettuali non dovrebbe far dimenticare che per

185
Anglani, Solitudine di Gramsci

Perfino Croce, grazie alla distinzione tra poesia e non poesia, si mostra
più indulgente nei confronti di esperienze artistiche di livello non ecce­
zionale. L’altra faccia del Gramsci ridotto a teorico del ‘nazional-popola­
re’, usata in senso spregiativo come sinonimo di ‘provinciale’ dai super-
ciliosi amanti della letteratura grande-borghese, è infatti quella del Gram­
sci cultore della letteratura popolare e di tutte le forme seriali e ripetitive
di creazione artistica. Si tratta di due immagini di comodo, le quali pre­
tendono di unificare forzatamente due aspetti che nel pensiero gram­
sciano restano in fondo ben distinti benché collegati entrambi al tema
dell’egemonia: da un lato, l’idea che l’arte veramente egemonica e de­
stinata a durare nel tempo è quella nazionale-popolare incarnata dai
grandi come Shakespeare; dall’altro, la convinzione che gli apparati che
producono l’egemonia a breve e a media scadenza sono quelli legati al­
la modernizzazione capitalistica e alle forme industriali della produ­
zione culturale. Si tratta di due versioni diverse della ‘politicità’ intrin­
seca ad ogni forma estetica: per ottenere uno Shakespeare ci vuole an­
che quella qualità che volgarmente si dice ‘genio’, e che non si può
creare a comando; per costruire una rete culturale moderna è suffi­
ciente (anche se non facile) comprendere i meccanismi della diffusione
‘molecolare’ di idee e valori attraverso l’immaginario popolare. Non
c’è alcuna contraddizione, dunque, fra il Gramsci che ammira e ama i
grandissimi scrittori e trova nel suo tempo un panorama desolante di
mezze figure, e il Gramsci che fin dagli anni giovanili analizza le for­
me di produzione e di organizzazione culturale promossi dalla na­
scente società di massa, in forme acute che - sia pure con qualche ri­
serva - hanno permesso di vedere in lui un precursore di teorici come
Benjamin e altri intellettuali del Novecento129. Resta però il fatto che

Gramsci «l’ordine corrisponde ad una totalità reale, ad un modello di società organica»,


mentre in Mosca il concetto è «del tutto privo di riferimenti idealistici» ed è «ispirato ai cri­
teri del pluralismo liberale» (Zarone, Realismo ed elitismo cit., p. 279): ma, a ben guardare, il
liberalismo moschiano riconduce il conflitto e il movimento tra le élites pur sempre a una
concezione ‘organica’ della società. Il lessico moschiano è certamente povero di tensione me­
taforica e conoscitiva, ma i concetti di «forza coibente», di «unione morale» e di «unanimità
dei sentimenti» (Mosca, La classe politica cit., pp. 101 e 110-1) non sono molto lontani da ciò
che il lessico gramsciano dirà con maggiore ricchezza e articolazione. N on credo perciò che
l’elitismo gramsciano abbia un valore puramente strategico e venga utilizzato da lui «quasi
controvoglia» (Zarone, Realismo ed elitismo cit, p. 274).
129 II contributo più equilibrato alla comprensione di questa parte rilevante dell’attività
gramsciana mi pare il volume già citato di Holub, Antonio Gramsci beyond Marxism, al di là
di alcune sottolineature che non è il caso di discutere minutamente qui. Si veda ad esempio
il capitolo Gramsci’s Theory o f Consciousness, pp. 93 sgg., che contiene tra l’altro un’analisi
molto suggestiva della lettura gramsciana di Pirandello. Il merito dell’autrice sta nel fatto che
le analisi compiute da Gramsci dei processi di modernizzazione capitalistica nella cultura

186
La solitudine di Prometeo

mi nessun luogo Gramsci si sogna di mettere sullo stesso piano

Shakespeare e Ponson du Terrail.


Per questa spinta estetica ed utopica, per questa contraddizione in-
. inabile fra i bisogni collettivi e la creatività dei singoli, Gramsci può
essere considerato fra i classici della cultura italiana e mondiale. Ciò che
e grande in lui è l’antinomia mai risolta fra l’aspirazione alla totalità e il
11 spetto della verità effettuale, fra il progetto politico-culturale e l’one-
sià intellettuale. Proprio tale lacerazione rende ‘produttivo’ il suo pen­
siero. Gramsci non è ‘tutto’: non è tutto il Novecento (che si è svolto
secondo tracciati in gran parte a lui sconosciuti), non è l’eroe eponimo
di una nuova pratica filosofica che rivoluzionerà la scena del pensiero
mondiale, non è il fondatore di estetiche o di storie o di scienze di va-
i io genere: non è la fonte inesauribile alla quale attingere per trovare ri­
sposte ad ogni domanda che il presente, nel suo precipitarsi inesorabi­
le, pone in termini che sono ormai al di là del raggio della sua cono­
scenza. Gramsci è uno dei grandi ‘scrittori’ del secolo scorso, e può es­
sere compreso in questa grandezza solo se adeguatamente relativizzato
e storicizzato, guardato di lontano nella sua ‘inattualità’, ‘ascoltato’
mentre tesse e ritesse la sua tela infinita e si impiglia in contraddizioni
nuove e scommette le forze della sua intelligenza per risolverle e ne tro­
va sempre altre. Altrimenti, riproposto come Libro assoluto, finisce per
non dire più nemmeno ciò che può ancora dire. Non un santino da
adorare, ma uno scrittore da studiare con adeguata «filologia»: una del­
le immagini più tragiche del Novecento, espressione altissima del suo
tempo e per questo capace di parlare ad epoche lontane.
Si dirà che leggere i Quaderni, frammentari e fitti di nomi ormai
sconosciuti, è un’impresa faticosa. Ma chi vuol avere un contatto di­
retto con un testo apprezzabile nella sua interezza legga allora le Let­
tere dal Carcere, e si domandi come un uomo chiuso in carcere, auto­
rizzato a scrivere lettere solo ad orari fissi e per pochi minuti, abbia
potuto comporre testi di tale bellezza. È una bellezza quasi obbligata,
perché solo attraverso la creazione di immagini e metafore, nel pro­
cesso creativo della scrittura, l’autore può dar forma alle contraddizio­
ni strutturali del suo pensiero che la logica puramente logico-scientifi-

non vengono mai trasformate in giudizi di valore e usate per costruire una così detta ‘esteti­
ca’ gramsciana, ma letti (valorizzate e anche criticate) nel loro valore euristico specifico del­
le «strutture del sentire» (ivi, p. 107 e passini): sembra che Gramsci non guardi a tali struttu­
re «secondo un punto di vista orizzontale e quantitativo» che attribuisce «lo stesso valore»
ad ogni struttura, ma che egli presenti «un’immagine verticale e qualitativa» all’interno della
quale «alcune strutture sono “meno primitive” o “più primitive” di altre» (ivi, p. 109).

187
_________________ Anglani, Solitudine di Gramsci_________________

ca non riesce ad esprimere. Si può dire che Gramsci usi un linguaggio


denso di metafore «perché il significato preciso» di alcune enunciazio­
ni «non può essere dato», tanto che «il contenuto concettuale a cui la
metafora rinvia potrebbe essere simile a quelle immagini sfocate, di cui
parla Wittgenstein, che non possono essere vantaggiosamente sostitui­
te con immagini nitide»130. Questo processo di metaforizzazione, che
già segna il percorso dei Quaderni, diventa predominante nelle lettere,
dove Gramsci scrive l’‘altra’ faccia dei Quaderni e mette alla prova del­
l’esistenza concreta la sua visione dell’uomo, del mondo e della storia.
Le Lettere dal carcere sono davvero un classico della letteratura, degne
di stare accanto a quelle di Tasso, di Leopardi, di Flaubert, di Stendhal
e di tutti i grandi: in esse, con grandissima padronanza dei mezzi
espressivi, Gramsci scrive il romanzo della sua prigionia, della lotta
eroica contro le sbarre e della lenta e «molecolare» distruzione di sé.
Un romanzo molto più affascinante dei tanti ‘romanzi’ novecente­
schi sbeffeggiati da Antonio Gramsci.

130 M. Lichtner, Traduzioni e metafore in Gramsci, in «Critica marxista», XXIX, 1 9 9 1 , 1,


p. 10 7 . Questo saggio problematizza efficacemente il lavoro teorico svolto da Gramsci sui
concetti marxiani, concludendo che nei Quaderni non può «giungere a nessuna soluzione
definitiva, in termini di “teo-ria”» (ivi, p. 1 29).

188
Parte seconda
Il romanzo delle «Lettere»
SOLITUDINE DI GRAMSCI

III. Il carcere prima del carcere

From childhood’s hour I have not been


As others were - I have not seen
As others saw [...].
(Edgar Allan Poe, Alone)
Quando ero un bambino, i ragazzi del paese non mi avvi­
cinavano se non per motteggiarmi. Stavo sempre solo; qualche
volta, trovandomi per caso tra loro, si scagliavano contro di me
e non solo a parole. Un giorno, trovandomi sopra un piano ele­
vato, cominciarono a scagliarmi dei sassi con più violenza del
solito, con la malvagità che è propria del bambini e degli esseri
deboli. Persi la pazienza ed afferrando sassi anch’io presi a di­
fendermi con un’energia tale da mettere in fuga i miei assalito­
ri. Mario, riuscii a vincerli! Li terrorizzai a tal punto che da
quel giorno mi rispettarono e non mi dettero più noia.
(Mario Garuglieri, Ricordo di Gramsci, 1946)

Quando viene arrestato a Roma, l’8 novembre del 1926, Antonio


Gramsci non è colto di sorpresa. Come scriverà alla madre, a più ri­
prese, egli «moralmente» era già da tempo «preparato a tutto» ciò che
poteva capitargli (20 novembre 1926; L C I, p. 6) in quel «tempo di fer­
ro e di fuoco» (26 febbraio 1927; LC I, p. 48), ed anche ad essere «con­
dannato a chissà a quanti anni» a causa di «un fatto che si chiama po­
litica» (25 aprile 1927; LC i, p. 76). La sua vita era «stata sempre rego­
lata e diretta» da forti «convinzioni, che non erano certo né capricci
passeggeri, né improvvisazioni del momento», e dalla certezza che
«anche il carcere era una possibilità da affrontare, se non come un di­
vertimento leggero, come una necessità di fatto» (12 dicembre 1927;
LC I, p. 138). Alla sorella Teresina cercherà di spiegare che il suo in­
carceramento, il quale per la madre è «una terribile disgrazia alquanto
misteriosa», per lui è «un episodio della lotta politica che si combatte­
va e si continuerà a combattere non solo in Italia, ma in tutto il mon-

191
Anglani, Solitudine di Gramsci

do, per chissà quanto tempo ancora»; e che egli è «rimasto preso, così
come durante la guerra si poteva cadere prigionieri, sapendo che que­
sto poteva avvenire e che poteva avvenire anche di peggio» (20 feb­
braio 1928; L C I, p. 159). Queste espressioni, insieme con altre analo­
ghe che non citiamo per brevità, lasciano pensare che Gramsci avesse
già preparato nella sua mente un modello di comportamento, sia cul­
turale che psicologico, da mettere in azione al momento dell’arresto
preventivato. Non pare giusto attribuire tanta «tranquillità» alla sola
convinzione, molto forte ancora tra i comunisti in quei primi anni del
regime, «che la storia avesse tempi molto rapidi, con improvvise e vio­
lente accelerazioni»1, tali da far prevedere una liberazione non troppo
lontana, perché dai passi citati emerge invece chiarissima la coscienza
che per Gramsci la prospettiva più certa era quella di una carcerazione
molto lunga. Dalla lettura degli scritti di quegli anni traspare anzi la
singolare ‘doppiezza’ di un pensiero che, mentre da una parte non ces­
sa di alimentare l’illusione di soluzioni rivoluzionarie ottenute dai co­
munisti anche contro le altre forze antifasciste, per un’altra parte si
fonda sulla certezza che la battaglia è disperata e che la prospettiva più
verosimile è quella dell’arresto e anche della morte. L’elemento comu­
ne alle due prospettive è il rifiuto di usare gli istituti della democrazia
borghese, se non in forme utilitaristiche e tattiche.
Fra le tante ipotesi che si possono fare sulla ragione per cui Gram­
sci si lascia arrestare, oltre a quelle più o meno psicoanahtiche citate
più avanti, c’è quella tutta politica secondo cui la partita persa sul pia­
no della rivoluzione proletaria non può conoscere i tempi supplemen­
tari delle garanzie democratiche borghesi. L’arresto scioglie traumati­
camente quella incertezza e vale almeno a rassicurare che per il mo­
mento la prospettiva della morte non è attuale. È come se le tensioni si
annullassero di colpo. Bisogna organizzare la propria vita per quella
che compatibilmente con i tempi potrebbe essere una lunga scadenza.
E infatti, pochissimi giorni dopo essere stato arrestato, Gramsci chie­
de alla padrona della casa romana in cui aveva abitato di mandargli, ol­
tre a «un po’ di biancheria», alcuni libri rimasti nell’appartamento: una
grammatica tedesca, il Breviario di linguistica di Bertoni e Bartoli, una

' A- Lepre, Il prigioniero. Vita dì Antonio Gramsci, Laterza, Roma-Bari 199S, p. 93. Se-
condo Spriano, invece, «i comunisti, e Gramsci per primo, non hanno la percezione esatta
della gravità del momento» e nutrono «la illusione di poter fuggire alle misure previste con-
tro 1 deputati aventiniani»: e infatti lo stesso testo della dichiarazione che Gramsci intende-
va leggere alla Camera, preparato da Gramsci stesso, «sottovaluta la svolta di regime» (Spria-
no, Gramsci in carcere cit., pp. 14-5). r

192
_______________ Il carcere prima del carcere---- ------------------------

I ìivina Commedia (L C I, p. 3), quasi che si trattasse per lui di ripren­


dere i suoi studi in una prospettiva più ampia. La lettera non fu reca­
pitata alla destinataria, e dunque Gramsci non ebbe quei libri, almeno
in quella occasione. Ma dalle lettere successive risalta tutto il lavorìo
con il quale Gramsci attrezza se stesso, la sua mente e la sua volontà, a
vivere la nuova dimensione esistenziale come soggetto e non come og­
getto, ricostruendo il proprio Io non come monade solitaria ma come
centro di rapporti con il mondo: quasi sentisse che, nel momento in cui
le relazioni «con il più grande numero di fenomeni intorno a lui» fos­
sero venute meno, egli sarebbe ridotto a un «semplice Io», incapace di
parlare «in quanto soggetto», di «produrre significato», di «vivere
dando senso alla propria vita»12. La condizione carceraria non può re­
stare senza effetto sul rapporto tra il soggetto e il mondo, modifican­
do l’equilibrio fra l’interazione «esterna», quella che consiste nell’«im-
pegno attivo nei confronti del mondo oggettivo che circonda 1 Io», e
quella «interna» tra «il mondo della memoria e la conoscenza espe-
rienziale»: ed è per questo che Gramsci costituisce se stesso come un
«soggetto» che resiste «attivando le sue capacità percettive nel conte­
sto del mondo carcerario», che «ritrae il suo corpo dagli stimoli che lo
circondano» e «allontana le emozioni dal suo mondo interiore», e che
sembra porsi in lotta «contro le strutture imposte su di lui, ritraendo­
si dal mondo altrui» e «rafforzando contemporaneamente la posizio­
ne delirio’». Questa lotta diviene particolarmente dura e intensa quan­
do Gramsci da un lato «insiste sul primato dell’d o ’», sul «primato del­
la coscienza», sul «primato della conoscenza soggettiva della sua con­
dizione» e sulla «soggettività» che gli permette di dare «significato» al­
la condizione stessa; e dall’altro, simultaneamente, riconosce che «le
strutture del mondo carcerario», che egli ha tentato di trascendere in­
teragendo con esso, «comprimono le sue capacità di produrre quel si­
gnificato» di cui egli ha bisogno, «la sua libertà»3.
Ciò che colpisce è che gli strumenti utilizzati per questa rapida con­
versione strategica siano tipicamente letterari e non, come forse ci si po­
trebbe aspettare da un dirigente rivoluzionano, immediatamente o an
che mediatamente politici. Persuaso che solo lo stile può trasformare
una tragedia personale e politica in oggetto di conoscenza e in sogget­
to di esperienza, Gramsci mette in azione alcune microtecmche autodi-
fensive di natura estetica: o, meglio, di natura estetico-etica, giacché per

1Holub, Antonio Gramsci beyond Marxista cit., pp. 21-2. La mia traduzione è un po li­
bera ma rende il nucleo essenziale dell’osservazione.
3 Ivi, pp. 142-3.

193
Anglani, Solitudine di Gramsci

lui la dimensione estetica è autonoma da strumentalizzazioni prati-


co-politiche ma è intrecciata all’etica in quanto anche l’etica rappre­
senta un valore a priori che non può essere condizionato dalle op­
portunità della politica4. Per questo, qualche giorno pili tardi, fa sa­
pere a sua madre che cercherà di superare le difficoltà facendo ricor­
so all «allegro umorismo» che è stato sempre presente nel suo carat­
tere (20 novembre 1926; LC I, p. 5); e poi, giunto al confino di Usti­
ca dove trascorrerà il periodo meno tragico della prigionia, continua
a coltivare «lo spiritello» che lo porta «a cogliere il lato comico e ca­
ricaturale di tutte le scene» e si organizza studiando il tedesco e il
russo, l’economia e la storia (a Tatiana, 9 dicembre 1926; L C I, p. 10).
I disagi gravi della «traduzione» da Roma a Ustica non gli impedi­
scono di trovare il viaggio «interessantissimo e ricco di motivi diver­
si, da quelli shakespeariani a quelli farseschi», e di notare soprattut­
to «una scena notturna nel transito di Napoli, in un camerone im­
menso, ricchissimo di esemplari zoologici fantasmagorici», eguaglia­
bile solo dalla «scena del becchino ndYAmleto» (ibid., p. 8). Il 19 di­
cembre dello stesso anno, scrivendo ancora a Tatiana per narrare in
modi più dettagliati il viaggio a Ustica, Gramsci riferisce la sua sen­
sazione «del quanto la macchina umana sia perfetta e possa adattarsi
a ogni circostanza più innaturale» (LC I, p. 17).
In tale modo le prime pagine delle Lettere dal carcere, come di ogni
grande opera letteraria, anticipano i nuclei tematici che poi il testo
svolgerà: lo studio e la ricerca, l’interesse artistico ed estetico, la dispo­
sizione umoristica, la riflessione sulla natura e sulle trasformazioni
dell essere umano, la scelta intellettuale di non contrapporsi vanamen­
te agli eventi ma di contrastarli con il pessimismo della ragione e con
l’ottimismo della volontà, la pratica dell’autoanalisi. La compattezza e
1articolazione tematiche e stilistiche del testo sono tali da indurre un
ipotetico lettore distratto a dimenticare che non delle Ultime lettere di
Jacopo Ortis o di qualsiasi altro romanzo epistolare della letteratura

* Mi pare perciò troppo timida la domanda se un «eventuale spazio della letterarietà»


sia «costitutivo, per così dire, delle scelte gramsciane in materia di scrittura», soprattutto
se la risposta è che «solo in una certa misura si può parlare di una componente di questo
tipo come elemento immediatamente visibile», e che alcune scelte stilistiche ed espressive
delle lettere «rappresentano spie interessanti del rapporto personale un po’ straniarne che
Gramsci intrattiene con quella nebulosa indistinta che è il letterario» (L. Durante, L ’«an-
tiepistolografia congenita» nelle «Lettere» di Antonio Gramsci, in Aa.Vv., La prosa del co­
muniSmo critico cit., p. 168). Molto meno timida, e letterariamente suggestiva, la rivendi­
cazione della «identità poetica» delle Lettere, sia pure «parziale», rispetto alla «identità
prosastica» dei Quaderni, fatta da G. Baratta in Prosa e poesia nelle «Lettere del Liei car­
cere», ivi, p. 172.

194
Il carcere prima del carcere

mondiale stiamo parlando, ma di missive autentiche scritte da un au­


tentico prigioniero. Nella scrittura dei testi carcerari Gramsci agisce
come ogni altro grande autore consapevole del fatto che la letteratura
(come ben sapeva Proust) nasce da un atto di grande crudeltà che tra­
duce le sofferenze umane in prodotto estetico, ‘vampirizzando la vita
c costruendo i personaggi con il sangue delle persone reali. Ma nella
letteratura vera e propria tale processo di vampirizzazione si realizza
attraverso una serie di tecniche, di spostamenti, di «mosse del cavallo»,
di rinvii temporali che contribuiscono ad allontanare e ad universaliz­
zare il dolore del singolo individuo. Il paradosso crudele delle lettere
gramsciane è invece che sia la vittima reale della storia narrata a tra­
sformare la propria sofferenza in atto estetico nel ‘tempo reale della
giornata carceraria, senza mai poter utilizzare gli strumenti della tra­
sposizione ed anzi impegnandosi al grado massimo di realtà e di verità,
usando il privilegio dello scrittore per divenire ‘soggetto’ in una vi­
cenda che lo voleva solo come ‘oggetto’. Ben diversa la condizione del-
l’autobiografo, il quale manipola sì la propria esistenza a scopo esteti­
co, ma a posteriori e dopo aver assimilato e distanziato e sublimato la
sua stessa esperienza, organizzando il racconto della propria vita in
modo da esaltare quelle costanti che assumono senso a partire dal pre­
sente in cui scrive. Anche Silvio Pellico ha patito il carcere in condi­
zioni durissime, ma quando scrive le sue Prigioni quell esperienza è
dietro le spalle con tutto il male sofferto. Persino il diarista, pur rica­
vando giorno per giorno la materia della sua scrittura da una vita di cui
non può prevedere tutti gli sviluppi, dispone di un tempo separato
scelto e gestito in relativa autonomia e opera comunque secondo un
progetto, privilegiando fra gli avvenimenti quotidiani quelli che più ri­
spondono all’autoritratto ideale che egli, anche senza rendersene con­
to interamente, pagina dopo pagina sta componendo per sé5.
E invece Gramsci scrive le sue lettere in tempi stretti e a date fisse,
su un tavolaccio, con «orribili pennini, che grattano la carta e doman­
dano un’attenzione ossessionante alla parte meccanica dello scrivere» (a
Tatiana, 11 aprile 1927; L C I, p. 67) e lo obbligano «a un vero acrobati­
smo digitale» (a Tatiana, 26 marzo 1927; LC I, p. 60). A Turi egli deve
«scrivere in un’ora e mezzo, dalla mezza alle due», e non sempre ha
«voglia di scrivere in quel momento» (a Tatiana, I o giugno 1931; LC II,

5 Risparmio al lettore una lunga nota sui generi letterari, sugli epistolari, sulle autobio-
grafie, sui diari e sulla letteratura dell’io, ossia su temi intorno ai quali ho scritto parecchio.
Oltretutto la bibliografia relativa appesantirebbe l’esposizione senza contribuire significati­
vamente all’analisi.

195
Anglani, Solitudine di Gramsci

p. 424); e quando si vede costretto a comporre «a orario fisso, in un


giorno determinato», allora «Possessione di non fare in tempo a scrive­
re» tutto ciò che ha in mente lo costringe a comporre «ellitticamente,
per accenni, innestando i pensieri che germinano al momento della
scritturazione nell’abbozzo di lettera» pensato prima, «ottenendo così
per risultato un pot-pourri» (a Giulia, 11 aprile 1932; L C II, p. 561); op­
pure a volte gli «capita di dimenticare, proprio allora che occorrerebbe
ricordare, delle cose che prima avev[a] pensato di scrivere», e talvolta gli
tocca «accelerare la scrittura a rotta di collo per finire in tempo», con il
risultato che «tutto ciò determina uno speciale stato di nervosismo che
si riflette nelle lettere e nella loro forma frettolosa e incoerente» (a Ta­
tiana, 11 gennaio 1932; L C II, p. 521). È facile immaginare quanto tali
condizioni materiali della scrittura condizionino il contenuto e la for­
ma dei messaggi: e infatti egli non riesce a concentrarsi quando «il pen­
nino domanda uno sforzo eccezionale di attenzione» per non «schiz­
zare inchiostro da tutte le parti» (a Tatiana, 9 gennaio 1928; L C I,
p. 150); allora la penna lo fa «andare su tutte le furie» e gli fa fare una
terribile «ginnastica» per «evitare che l’inchiostro sprizzi da tutte le
parti», tanto che il corso dei suoi «pensieri» non coincide con le «cose»
che vorrebbe scrivere (a Tatiana, 16 aprile 1928; LC I, p. 183). A Mila­
no poteva scrivere due lettere alla settimana nella stessa cella, «avendo
a disposizione 4-5 ore di tempo»; mentre a Turi «le cose sono cambia­
te, anche tecnicamente, perché si scrive in un locale comune, su dei ban­
chi di scuola e bisogna fare il più in fretta che è possibile», e per questo
egli deve scrivere «molto velocemente» ed è «portato a scrivere di cose
molto concrete» (a Tatiana, 17 dicembre 1928; L C I, p. 228). Gramsci
«riceve in consegna ogni quindici giorni un foglio bianco di quattro
facciate, deve stare entro quei limiti e ogni volta scegliere il destinata-
rio», ed ha «un giorno fisso, anzi un’ora fissa per scrivere e consegnare
al secondino», altrimenti «perde il turno»6. Per queste ragioni, a più ri­
prese, Gramsci insiste sul rapporto stretto fra lo ‘stile’ delle lettere e le
condizioni della scrittura, formulando una teoria dello stile carcerario
che si approfondisce e si modifica con i mutamenti delle condizioni og­
gettive e soggettive. Ogni sua lettera è anche, per dirla in termini reto­
rici, una metalettera che analizza o mette in risalto le condizioni entro
le quali la lettera stessa viene prodotta ed i rapporti con le lettere pre­
cedenti e quelle che potrebbero essere scritte di seguito.

‘P. Spriano, Un foglio bianco ogni quindici giorni, in A. Gramsci, Lettere dal carcere,
L’Unità, Roma 1988, 1,p. 10.

196
________________ Il carcere prima del carcere-----------------------------

Ma, quand’anche fosse padrone dei tempi e dei modi materiali del­
la stesura, egli non sarebbe comunque libero né di trascegliere i fatti da
privilegiare né di ordinarli in qualche modo. L’universo carcerario -
totale, assoluto e avvolgente - detta implacabile i suoi temi, i suoi tem­
pi e i suoi ritmi, che sono relativi all’esistenza prima che alla scrittura.
Se si tien conto di questo insieme di circostanze, dunque, che Gramsci
abbia scritto con le sue lettere un capolavoro letterario rappresenta un
evento culturale che ha dell’incredibile. Possiamo spingere il nostro ci­
nismo di analisti a immaginare che siano proprio le «condizioni ester­
ne a cui ogni lettera è sottoposta» ad esaltare «il rigore della scrittura,
la molteplicità allusiva di cenni e richiami, la misura tacitiana delle
espressioni, certe immagini folgoranti che irrompono e altrettanto ra­
pidamente scompaiono»7: che cioè proprio la «condizione disagiata e
sventurata» in cui le lettere sono state scritte abbia permesso loro di
‘lievitare’, quasi che «la prosa icastica, ironica, epigrammatica, rapida,
incline all’analogia, del Gramsci giornalista e saggista subisse una in­
tensa esaltazione e una accelerata maturazione stilistica» fino a mette­
re alla luce «una sua essenzialità e tipicità eminentemente letteraria che
si esprime in una ricchissima varietà di argomenti»8. Un tale ‘salto
estetico ed espressivo, se è particolarmente evidente nelle lettere carce­
rarie, è frutto di una capacità straordinaria che non può essere com­
presa, individuata e storicizzata se non all’interno di un costume radi­
cato e di un progetto stabilito in gran parte prima dell’incarceramen­
to. E tuttavia, il fatto che Gramsci avesse raggiunto un livello altissimo

7 Ivi, p. 11. . . .
8S. Chemotti, Oltre l’«hortus conclusus»: le «Lettere dal carcere» di Antonio Gramsci, in
«Studi Novecenteschi», xxm, 1996, 52, p. 325. Per l’analisi estetica e retorica delle lettere
gramsciane, nel quadro della ‘forma’ epistolare, rimando al terzo par. di questo saggio (ivi, pp.
321-46). Può essere utile conoscere il modo in cui Gramsci materialmente scriveva: «Scrive­
va senza mai sedersi: passeggiava assorto e solo quando una frase gli si era ben ordinata in te­
sta andava al tavolino, poggiava un ginocchio sullo sgabello e sempre in piedi, un po’ curvo,
annotava; poi sùbito riprendeva a passeggiare. [...] Ma, dopo la lunga meditazione, quel po­
co che aveva da scrivere lo scriveva di getto, senza rifacimenti o cancellature» (G. Fiori, Vita
di Antonio Gramsci [1966], Laterza, Roma-Bari 1990, pp. 273-4). Chi ha visto i manoscritti
delle lettere è rimasto colpito infatti dalla «quasi totale mancanza di cancellature» e dal fatto
che «ciò che Gramsci aveva da dire nelle sue lettere egli, ovviamente, 1 aveva già pensato nei
particolari prima di stenderlo sulla carta» (F. Rosengarten, Preface in A. Gramsci, Letters
from Prison, a cura di F. Rosengarten, traduzione di R. Rosenthal, Columbia University
Press, New York 1994,1, p. vili). Questo metodo risaliva ai tempi dell’attività giornalistica,
quando Gramsci «era solito ‘scrivere’ mentalmente i propri articoli per poi stenderli, all’ul­
timo momento, senza esitazioni e cancellature» (Francioni, L'officina gramsciana cit., p. 22,
nota). È documentato un solo caso di ‘minuta’ di lettera: si tratta della lettera a Giulia del 30
novembre 1931 (per il cui contenuto si rimanda al capitolo successivo), che però risulta sen­
sibilmente diversa dalla lettera effettivamente inviata (cfr. Q, pp. 2436-7).

197
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di padronanza intellettuale nei settori più svariati, in pochi anni di stu­


dio forse non matto ma certamente disperatissimo, non è sufficiente a
spiegare la qualità artistica specifica delle sue lettere. N on sono rari gli
uomini politici e d’azione che riescono ad ottenere risultati notevoli
senza uscire dal cerchio della propria pratica vitale, come dimostrano,
fra i tanti, i casi di Emilio Lussu e di Primo Levi. L’unicità delle Lette­
re dal carcere è data però sia dalla contemporaneità fra scrittura ed
esperienza, sia dalla consapevolezza estrema con cui l’autore imposta
e gestisce fin dall’inizio i filoni principali del racconto e della riflessio­
ne, dando prova di un rigore compositivo che appare tanto più im­
pressionante quanto più si pensa che egli non poteva rileggere i testi
già inviati né tanto meno reintervenire su di essi per riaggiustarli sulla
base delle nuove esperienze9. E invece le lettere si susseguono sotto i
nostri occhi come capitoli di un lungo e drammatico romanzo, forse
uno dei più belli (senza nulla togliere ai grandi narratori) del primo
Novecento italiano10.
L’aspetto della scrittura, dello «stile», non è esclusivo delle Let­
tere dal carcere ma, come abbiamo visto, riguarda l’insieme dell’o­
pera gramsciana ed è ciò che la rende ‘classica’ distaccandola da al­
tre opere ideologiche e politiche ed avvicinandola ai grandi model­
li di Machiavelli e di Croce. Gramsci è «uno degli autori più belli,
anche come scrittura, di tutto il novecento italiano», e la sua ‘clas­
sicità’ sta soprattutto nelle opere carcerarie, benché in tutta la sua
produzione egli si riveli «uno scrittore tu tt’altro che trascurabile»,
afferma non un critico letterario ma uno storico del pensiero poli-

9 N on si può dunque essere d’accordo con un lettore pur acuto secondo il quale Gramsc
ha fatto il suo autoritratto «inadvertently» (Rosengarten, Introduction in Gramsci, Letters
from Prison cit., p. 2), anche se non si può non riconoscere che la scrittura delle lettere espri­
me la tendenza gramsciana a «oggettivare i problemi allo scopo di esercitare un certo controllo
su di essi» (ivi, p. 27).
“ Era inevitabile che la vicenda di Gramsci stimolasse la scrittura di opere letterarie, a
metà tra la venta storica e la fiction. Tra le produzioni più recenti si può vedere una rico­
struzione del rapporto a quattro fra Gramsci, la moglie e le due cognate: A. Brown, L’amo­
re assente. Gramsci e le sorelle Schucht, Cet, Torino 2002, che avrebbe richiesto maggiori cu­
re redazionali (per non dir altro); e M. Melilli, Punta Galera. Il romanzo di Gramsci a Usti­
ca, a cura di P. Pruneti, Giunti, Firenze 2001, scritto meglio ma non per questo più convin­
cente. In entrambi i casi, appena il lettore incontra brani delle lettere gramsciane inserite nel
testo comprende che il vero e il solo romanziere in campo è Antonio Gramsci e che fu vana
fatica quella di riscriverlo. Sarebbe troppo lungo qui dar conto di tutte le opere letterarie ispi­
rate alla vicenda gramsciana: si può vedere, ad esempio, il testo teatrale Nonostante Gramsci
pubblicato nell’analisi già per suo conto molto romanzata di A. Cambria, Amore come rivo­
luzione, SugarCo, Milano 1977. Esiste un testo in russo, del quale posso riportare a malape­
na il nome dell’autore e il titolo traslitterati nell’alfabeto latino: R. Khigerovich, Boitsov ne
oplakivaiut: Povest’ ob A. Gramshi, Politizdat, Moskva 1979.

198
Il carcere prima del carcere

tico, invitando a «studiarlo anche da questo punto di vista»11. L’in­


teresse per l’aspetto ‘estetico’ delle Lettere dal carcere, come si sa,
non è nuovo nella storia del gramscianesimo ed anzi coincide con la
prima apparizione dell’opera nel panorama culturale italiano del
dopoguerra, quando la «scoperta del capolavoro letterario inatte­
so», ossia della prima smilza edizione delle Lettere costruita da Fe­
lice Platone a furia di tagli e censure, fu premiata dalla vendita di
dodicimila copie in pochi mesi e, nell’estate del 1947, dall’attribu­
zione del premio Viareggio12. È rimasta segnata negli annali di que­
sta storia la recensione apparsa nei «Quaderni della Critica» del lu­
glio 1947, in cui Croce scrisse di Gramsci che «come uomo di pen­
siero egli fu dei nostri, di quelli che nei primi decenni in Italia atte­
sero a formarsi una mente filosofica e storica adeguata ai problemi
del presente», e sottolineò con soddisfazione particolare «il senso
vivissimo della poesia e dell’arte nel loro carattere originale, e con
ciò la via aperta a riconoscere nella loro positività e autonomia tut­
te le categorie ideali», ricordando che Gramsci «sapeva benissimo e
insisteva per suo conto che i poeti bisognava leggerli e ammirarli per
i soli loro “valori estetici” e non già amarli per il loro “contenuto
ideologico”»: e invitava i comunisti italiani a seguire l’esempio mo-

11 R. Medici, Giobbe e Prometeo. Filosofia e politica nel pensiero di Gramsci, Alinea,


Firenze 2000, pp. 202 e 225. Quando si va oltre gli schemi logori del Gramsci ‘critico let­
terario’ e fondatore di estetiche, e si leggono in profondità i suoi testi, si scopre che a sua
volta Gramsci è attentissimo alla «plasticità» della forma letteraria di un’opera politica co­
me Il Principe di Machiavelli, di cui coglie con acutezza la «forza ‘figurale’» e la «struttu­
ra narrativa» (B. Brunetti, Gramsci, la scrittura letteraria, l’analisi politica, in Id., Il laico
imperfetto. Scrittura ed ‘errore’ in Boccaccio, Manzoni, Tozzi, Croce, Gramsci, B. A.
Graphis, Bari 2005, p. 108).
12 A. A. Santucci, Il diario del prigioniero 7047, in Id., Senza comunismo. Labriola,
Gramsci, Marx, Editori Riuniti, Roma 2001, p. 85 (il saggio, uscito come Introduzione a LC,
viene ripubblicato qui con l’aggiunta delle note). Per tutte le notizie relative alla ‘fortuna del­
le Lettere, rimando a questo denso contributo, nonché alla prima parte del saggio citato di
Chemotti, Oltre l’«hortus conclusus» (pp. 297-321), per la quale l’edizione di Santucci «non
ha ancora i requisiti filologici di un’edizione critica» ma, pur presentando strane lacune di
carattere filologico, «segna un punto di non ritorno rispetto a tutte le altre pubblicate fino ad
oggi» (ivi, pp. 320-1). I tagli e le censure all’edizione del 1947 furono imposti dalla necessità
sia di nascondere i dissensi politici fra Gramsci e il Partito, sia anche dal disegno di «rende­
re più varia, più mossa ed articolata la personalità di Antonio Gramsci» (Sechi, Le «Lettere
dal carcere» cit., p. 195): paradossalmente fu proprio questa operazione censoria ad elimina­
re i dati che avrebbero riportato la prosa gramsciana alla sua materialità e ne avrebbero con­
sentito una lettura ‘estetica’ in senso non idealistico né formalistico. Tralasciamo la ricca let­
teratura critico-polemica, che riguarda sia i modi in cui venne effettuata l’edizione delle Let­
tere dal carcere sia le altre opere gramsciane. Anche la recente edizione di Santucci non è sta­
ta salvata dalle polemiche: si vedano alcuni pesanti rilievi critici nella recensione di G. Ber­
gami (in «Belfagor», LI, 1996, 6, pp. 768-9). Ma noi, in attesa di edizioni più complete e me­
glio introdotte, continuiamo a usare questa di Santucci.

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rale e di ‘stile’ offerto da Gramsci invece di ripetere «un catechismo


filosofico scritto da Stalin»13.
Ma in quel tempo, come s’è visto, chi sottolineava la qualità let­
teraria dei testi tendeva a separare la vicenda umana del prigioniero
da quella politica, allo scopo di accreditare Timmagine di un Gram­
sci grande scrittore ‘malgrado’ la sua identità di dirigente politico
per esaltarne in compenso le grandi qualità morali. Così ad esempio
Pietro Pancrazi, in una recensione ricca di commozione e di parte­
cipazione umana che coglieva acutamente alcuni punti forti del te­
sto e manifestava una chiara ispirazione antifascista, sosteneva che
comunque, rispetto alle «altre opere di Gramsci» preannunciate e
non ancora conosciute, le Lettere dal carcere dovevano «essere con­
siderate a sé», come «uno di quei libri fortemente tonici che, con
grande semplicità, propongono e impongono a tutti coloro che pos­
sono accoglierlo uno schietto ritratto morale, un fermo esempio,
un’alta statura d’uomo»14. Mentre quanti ribadivano la natura inte­
gralmente ‘politica’ dell’opera gramsciana, dall’altra parte, finivano
per accentuare gli aspetti di testimonianza viva del martirologio più
che quelli di carattere estetico: e così Adriano Seroni, sempre a pro­
posito dell’edizione ’47, mise in rilievo la «figura morale» di Gram­
sci ed anzi il rapporto fra cultura e moralità, in funzione antiroman-

13B. Croce, Lettere di Antonio Gramsci, in Id., Scritti e discorsi politici (1943-1947), a
cura di A. Carella, Bibliopolis, Napoli 1993, II, pp. 396-8. Ora che tanta polvere si è depo­
sitata sulle polemiche di quei tempi, forse non farebbe male rileggere le parole di Croce,
equilibrate e persino profetiche nel prefigurare in negativo l’itinerario settario e ‘anti­
gramsciano’ che i gramsciani purtroppo seguirono negli anni successivi. N on è difficile in­
fatti ipotizzare che la critica crociana fosse diretta non tanto a Gramsci quanto ai suoi se­
guaci e soprattutto «contro il mito che si stava edificando» (E. G. Caserta, Croce and
Gramsci. Some Reflections on their Relationship, in «Quaderni d ’Italianistica», v, 1984, 2,
p. 204). Sulle reazioni della cultura italiana all’edizione delle Lettere dal carcere, cfr. la sin­
tetica ricostruzione di Liguori, Il Gramsci conteso cit., pp. 48-52. Sulla «vera e propria
pioggia di recensioni» che accolse l’edizione del 1947, e che suscitò «un dibattito che for­
se i suoi promotori non si aspettavano così intenso e prolungato», cfr. E. Santarelli, L ’ere­
dità politica e la fortuna di Antonio Gramsci, in Id. (a cura di), Gramsci ritrovato cit. (le
frasi qui citate alle pp. 40-1) e in particolare l’antologia di testi raccolti nella III parte del
volume. Si veda anche il capitolo La rivelazione: le «Lettere dal carcere», in N . Ajello, In ­
tellettuali e Pei. 1944-1938, Laterza, Roma-Bari 1979, pp. 105-12. U n’ampia rassegna (con­
dotta da un punto di vista polemico verso la dilagante «interpretazione crociana di Gram­
sci») delle reazioni alla pubblicazione delle Lettere dal carcere si trova in un intervento di
G. Carbone, Su alcuni commenti alle opere di Antonio Gramsci (in «Società», V II, 1951, 1,
pp. 131-58), il quale respinse con sdegno la sensata proposta crociana di separare l’opera
gramsciana dal «catechismo» staliniano (ivi, pp. 143-4).
14P. Pancrazi, «Lettere dal carcere» di Antonio Gramsci [1947], in Id., Ragguagli di Par­
naso. Dal Carducci agli scrittori d ’oggi, a cura di C. Galimberti, Ricciardi, Milano-Napoli
1967, m, p . 356.

200
Il carcere prima del carcere___________________

Iica, scrivendo che se le altre opere esaltavano «la sicurezza teorica di


( ìramsci, la sua intelligenza di uomo politico e di storico», era l’epi­
stolario «a darci la prova della sua grandezza d’uomo, di marxista».
I e contraddizioni presenti non erano segni di debolezza o di incom­
pletezza del sistema teorico ma dimostravano che «la sua fondamen-
iale intuizione della vita» richiedeva «delle intermittences» e lasciava
scoperte «delle zone psicologiche senza le quali egli non sarebbe uo­
mo vivo, personalità libera, ma numero di un sistema». Fa sorridere
oggi, ma era a quel tempo inevitabile, che all’immagine pericolosa
del Gramsci «umanista e crociano» Sereni contrapponesse quella di
un uomo «i cui veri maestri furono Marx e soprattutto Lenin»15. In
direzione del tutto diversa si mosse lo storico medievista Gabriele
Pepe, il quale vide in Gramsci «non tanto un cervello che pensasse
troppo, quanto un cuore ricco di infiniti affetti e un raro carattere,
una tempra d’uomo eccezionale» che si riannodava «alla tradizione
degli spiriti nobili del Risorgimento», e mise in rilievo soprattutto i
luoghi in cui Gramsci aveva «assimilato il più profondo spirito sto­
ricistico» crociano; ma colse anche gli aspetti umoristici ed estetico-
letterari di «un’anima ricca di affetti, avida di tenerezza e di fine sen­
sibilità poetica», sottolineando soprattutto sia la «memoria visiva
sorprendente» unita a «una capacità stilistica, si direbbe galileiana»,
simile a quella che Gramsci stesso «lodava nel Croce», sia la conce­
zione di una «educazione disciplinata, non coattiva» che si poteva
ricavare da molti punti16.
Il solo, forse, che seppe cogliere insieme la qualità estetica altissima
del testo senza isolarla dall’orizzonte politico dell’autore, fu Giacomo
Debenedetti, che in una recensione pubblicata sull’«Unità» il 22 maggio
1947 richiamò l’Eneide, il Cavalcante àe\YInferno, la leopardiana «sto­
ria di un’anima», e parlò esplicitamente di «autobiografia», di «efficacia

15 A. Seroni, Antonio Gramsci e le sue «Lettere dal carcere», in «Letteratura», IX, 1947,
4-5, pp. 185-91.
16G. Pepe, recensione alle Lettere dal carcere, in «Rinascita», IV, 1947, 6, pp. 165-7. Le
pagine di Pepe suscitarono malumori fra i comunisti, riassunti da Carbone in Su alcuni com­
menti cit., pp. 141-3. Sull’«aspetto educativo di ogni rapporto umano» tornò un paio di me­
si dopo Lucio Lombardo Radice, correggendo implicitamente le osservazioni di Pepe ma
evitando di nominare Croce e lo storicismo crociano (L. Lombardo Radice, Spunti ai edu­
cazione nuova nelle lettere di Antonio Gramsci, in «Rinascita», IV, 1947, 8, p. 229). Leonida
Répaci, ancora all’oscuro dei giudizi sferzanti espressi da Gramsci nei Quaderni, parlò di
«serenità e compostezza» ed affermò commosso che «uno scrittore come questo l’Italia non
lo conosceva» (L. Répaci, Per il Premio Viareggio [17 agosto 1947], in Santarelli (a cura di),
Gramsci ritrovato cit., pp. 274 e 276).

201
_________________ Anglani, Solitudine di Gramsci_________________

narrativa» e di «narratore»17. La recensione, in realtà, era e rimase a lun­


go la sola parte emersa di un lavoro più impegnativo sulle Lettere dal
carcere lasciato inedito fino al 1972, quando uscì sul supplemento cultu­
rale di «Rinascita» in una versione filologicamente non molto corretta
ma sufficiente a far comprendere con quale penetrazione e con quanta
intelligenza il critico avesse letto i primissimi documenti dell’opera
gramsciana. Egli seppe vedere nell’edizione ridotta e censurata delle Let­
tere dal carcere ciò che nessuno allora aveva colto con altrettanta net­
tezza, quasi fosse riuscito a indovinare le parti mancanti: è questo il ca­
so in cui la metafora stendhaliana dell’affresco calza a perfezione, perché
Debenedetti non completa a suo arbitrio un testo lasciato incompiuto
dall’autore, come fanno gli utilizzatori dei Quaderni, ma, guidato dalla
sensibilità di critico-artista, percepisce l’esistenza di ciò che l’autore ha
scritto davvero ma che non è stato ancora reso noto e che tuttavia è le­
gato ‘organicamente’ al testo finora pubblicato. Proponendosi di conte­
stare la tesi gobettiana sul ‘pessimismo’ gramsciano, Debenedetti rivide
Gramsci spettatore teatrale al Carignano, quando «ascoltava in piedi lo
spettacolo, a un lato della sala, appoggiato alla balaustra che divideva i
posti liberi di platea dalle poltrone». Il critico, in questo caso anche me­
morialista di un’epoca straordinaria, ricordava Gramsci non come poli­
tico ma come frequentatore dei teatri e critico teatrale, e non certo per­
ché intendesse rimuoverne la complessità culturale e politica ma perché
anche lui come Gramsci credeva nel rapporto fra estetica e politica. De­
benedetti lesse le lettere gramsciane all’interno della sua riflessione sul
rapporto tra personaggi e destino, e vide in esse «il diario di un uomo
sottoposto, da una inumana battaglia storica e politica, a un grande, tra­
gico, concreto esperimento del destino sull’anima e sul corpo di un es­
sere in carne ed ossa»; ed osservò che, là dove «i romanzieri lavorano su
ipotesi create più o meno dalla fantasia, compiono l’esperimento su sog­
getti immaginari, regolando essi medesimi lo sforzo, la pressione, le do­
si dei tossici e dei rimedi, dei traumi e dei compensi che mettono in ope­
ra», nelle lettere gramsciane «l’esperimento si compie con tutta la cru­
deltà della cosa vissuta e irrimediabile, proprio su chi narra, e lui non
può farci nulla, né modificarlo, né far nascere a sua posta le circostanze»,

17 G. Debenedetti, Gramsci, uomo classico, in Santarelli (a cura di), Gramsci ritrovato cit.,
p. 264. Il critico, subito dopo aver attribuito alle Lettere la qualifica di opera letteraria, rico­
struì la personalità di Gramsci ricordando soprattutto le regole di «filologia» apprese all’U ­
niversità da Matteo Bartoli: «Primo: non abbandonare la ricerca, finché non si siano rag­
giunti tutti i dati possibili: monumenti, notizie, documenti. Secondo: nel decidersi alle con­
clusioni, non prescindere mai da nessuno di quei dati. Nel vero filologo, questo abito men­
tale si converte in abito morale» (ibid.).

202
_________________ Il carcere prima del carcere___________________

apparendo come «un narratore, ridotto ad assoluta passività di fronte al­


la propria trama» il quale però «ricupera la propria attività, verificando
punto per punto la risposta, la reazione del suo personaggio», soprat-
iotto «facendo di questo personaggio un modello umano, il paradigma
di un metodo per rispondere alla sorte e dominarla». Sulla base di que­
ste osservazioni preliminari e metodologiche, Debenedetti osava parla­
re delle lettere come di un’opera pienamente letteraria senza impoverir­
le o sterilizzarle, osservando come «le rivelazioni che sogliamo chiedere
alle opere letterarie», e che raramente «troviamo esaurienti, vissute e
pensate con il necessario rischio e coraggio», in questo caso venissero
luori «con assoluta limpidità e coerenza»; e, chiedendosi per quali pro­
cessi «un esperimento del destino» potesse svolgersi «in modo tanto ret­
tilineo, tipico e sistematico», affermava senza esitazione che «le Lettere
di Gramsci costituiscono anche la più importante opera narrativa che ci
sia stato dato di leggere in questi anni». Debenedetti trovava poi il nu­
cleo generatore di tanta bellezza estetica nel «metodo umano» di Gram­
sci, «immagine di un destino», che gli consentiva di tenere assieme la
«sensazione molecolare» e il «tutto complesso»'6. Mi scuso per la citazio­
ne lunga: ma credo che tutto lo scritto di Debenedetti andrebbe ripro­
dotto, sia perché esso costituisce una introduzione esemplare alla lettu­
ra dell’opera gramsciana e in particolare delle Lettere dal carcere, sia per­
ché dimostra con la sua stessa esistenza che gli strumenti idonei ad en­
trare nel complesso mondo gramsciano esistevano a quell’epoca e pote­
vano essere usati da chi possedeva la sensibilità e la cultura necessarie,
purché avesse avuto la forza culturale di porsi all’esterno delle categorie
‘ufficiali’ della politica culturale dominante senza per questo assumere
atteggiamenti polemici o dissacranti19. Si poteva, insomma, rimanere co­
munisti e di sinistra e leggere Gramsci senza ripetere le formule politi­
camente corrette vigenti. Ma la storia, come si sa, non si fa con i se, e il

" Debenedetti, Il metodo umano di Antonio Gramsci cit., p. 16.


” Osserva Ragazzini che nelle pagine di Debenedetti «è come se il critico percepisse e
rilanciasse il tema gramsciano della composizione della personalità e dell’intrapsichico, nel
contempo garantendosi da una dissoluzione radicale del soggetto nei suoi componenti»,
commenta che quella del grande critico è una lettura «che non è stata ancor oggi compiu­
tamente esplorata» e sottolinea che «non occorrerà rilevarne l’eccezionaiità, ancor più no­
tevole nel contesto del dopoguerra e forse anche per questo destinata a rimanere sommer­
sa» (Ragazzini, Leonardo cit., p. 116): si è trattato dunque di «uno scandaglio senza eco»
e di una «occasione mancata» (ivi, p. 120). Lo scritto di Debenedetti è dunque «esempio
autorevole di un“altra’ possibile lettura» non solo della «metodologia critica» ma dell’in­
tera opera gramsciana (S. Chemotti, L ’uso di Gramsci nel dopoguerra, ovvero t ’alibi della
disorganicità, in Aa.Vv., Gli intellettuali in trincea. Politica e cultura nell’Italia del dopo­
guerra, a cura di S. Chemotti, Cluep, Padova 1977, p. 86).

203
_________________ Anglani, Solitudine di Gramsci_________________

lavoro di Debenedetti resta la testimonianza isolata di un altro modo di


leggere Gramsci che non si realizzò.
Il limite di queirintervento (evidente però solo oggi), che tuttavia
non ne compromette la penetrazione critica, sta nella tensione peda-
gogico-politica che impediva al critico di scorgere la contraddizione
interna al metodo analizzato e lo spingeva anzi a proporlo come me­
todo esemplare per la lotta politica che si apriva a quell’epoca. Pecca­
to venialissimo, perché ad ogni modo la cultura e la politica italiane si
sarebbero grandemente giovate delle indicazioni di Debenedetti se le
avessero considerate, e forse avrebbero evitato molti degli strafalcioni
che furono detti e commessi: anche se d’altra parte è lecito ritenere che
il discorso di Debenedetti era talmente incompatibile con le strutture
e con i vizi mentali dell’epoca che sarebbe rimasto in ogni caso igno­
rato quand’anche fosse stato pubblicato sul «Calendario del Popolo».
Ad ogni modo ci resta la soddisfazione dello storico, oggi, di sentire
ad apertura di pagina (nella ‘musica’ stessa del testo) la differenza
enorme che passa tra questi appunti debenedettiani e la grandissima
maggioranza delle recensioni e delle reazioni suscitate dalla pubblica­
zione delle Lettere dal carcere, anche di quelle mosse da un sentimen­
to sincero di partecipazione umana e culturale alla tragedia del prigio­
niero. La differenza nasce dal fatto che Debenedetti fu il solo a prati­
care la lettura ‘estetica’ dell’opera senza rimuoverne la dimensione po­
litica, rispetto a un panorama diviso tra chi si sbilanciava in apprezza­
menti formali allo scopo di disinnescare la valenza politica del testo, e
chi ne rivendicava i valori politico-morali al di là (e a dispetto) della
‘scrittura’ che li esprimeva. L’esito di entrambe le operazioni era quel­
lo di contribuire per vie opposte alla beatificazione del personaggio at­
traverso l’occultamento delle contraddizioni e dei rapporti conflittua­
li che percorrevano il testo stesso. Dalla corsa a beatificare Gramsci in
un senso o nell’altro si distinsero pochi reazionari dichiarati, come fe­
ce Mario Albertini quando osò esibire la sua irritazione per «la farsa
del premio Viareggio» e per l’«ideale coro» di consensi intonati «col
sottile disegno, forse, di sottrarre l’eredità di Gramsci al partito comu­
nista per santificarlo nell’empireo delle divinità ‘democratiche’ italia­
ne» come «martire comunista della libertà, e testimone dei «‘supremi
valori dello spirito’», e insistè perché si collocasse Gramsci «nel suo
luogo, dentro la sua lotta politica, per capirlo»20.

20 M. Albertini, Un Gramsci edificante (in «Lo Stato moderno», IV, settembre 1 9 4 7 , 17),
in Santarelli (a cura di), Gramsci ritrovato cit., pp. 285-6 e 288.

204
________________ Il carcere prima del carcere___________________

Oggi, venute meno quelle condizioni che rendevano rigide le con-


11apposizioni ideologiche e di gusto, e ricollocate al posto giusto le pa-
l'.me debenedettiane, diventa possibile analizzare la qualità ‘estetica’
■Ielle lettere non solo senza metterne tra parentesi la dimensione poli-
iIca ma anzi restituendola alla sua centralità, secondo un’accezione ti­
picamente gramsciana di ‘arte’. La sintesi altissima di estetica e politi­
ca rende l’opera gramsciana intera, e non solo le Lettere, un unicum sia
nella letteratura italiana del Novecento sia nella riflessione cosiddetta
'estetica’ del marxismo21. Quando smentisce energicamente che le sue
lettere possano essere «letteratura» (a Tatiana, 2 luglio 1933; L C II, p.
724), Gramsci intende non certo affermare la propria estraneità ai «va­
lori estetici» in quanto tali ma respingere una scrittura che non sia «im­
plicata profondamente con il mondo degli affetti»: tanto è vero che
scrive ai figli alcuni racconti allo scopo di comunicare con loro «attra­
verso la poesia e la forza suggestiva del ricordo personale» e cerca
«proprio nella letteratura, e in particolare nell ’Inferno dantesco, un’e­
spressione metaforica della propria condizione»22.
S’intende che leggere in chiave estetico-letteraria le Lettere dal car­
cere, come qualsiasi altro epistolario o carteggio reale, pone problemi

21H o sviluppato queste ipotesi, riferite sinteticamente anche nel secondo capitolo di que­
sto libro, in Egemonia e poesia cit. Una riflessione generale sulla complessità ‘estetica’ del­
l’opera gramsciana dovrebbe coinvolgere anche il lavoro di traduzione e di scrittura di favo­
le e storielle, alcune delle quali comprese nelle lettere ed altre registrate nei manoscritti dei
Quaderni. L’edizione più completa di questo lato della creatività gramsciana è in A. Gram­
sci, Favole di libertà, a cura di C. Muscetta, Vallecchi, Firenze 1980, che si apre con la tra­
duzione di alcune favole dei fratelli Grimm. Secondo Muscetta, Gramsci «sceglieva testi che
mostrano le prove, i pericoli e le battaglie da affrontare e vincere per affermare la propria per­
sonalità, realizzare l’integrità e assicurarsi un’identità» e in particolare le favole «di matura­
zione e liberazione» (C. Muscetta, Le favole di Gramsci [1980], in Id., Per la poesia italiana.
Studi, ritratti e discorsi, I I , Da Belli a Gramsci, Bonacci, Roma 1988, pp. 205-6).
22M. Lollini, Il testimone invisibile: le «Lettere dal carcere» di Antonio Gramsci, in Id.,
/ / vuoto della forma. Scrittura, testimonianza e verità, Marietti, Genova 2001, pp. 172-3. Le
note sul canto X dell’Inferno, in tale prospettiva, rappresentano «una sorta di didascalia ne­
cessaria al lettore per elaborare il significato intimo della testimonianza gramsciana delle Let­
tere dal carcere», giacché in esse Gramsci spiega «che non è possibile rappresentare la soffe­
renza del prigioniero mostrandolo in una forma dolorosa», in quanto «la rappresentazione
realistica o una descrizione medica non sono sufficienti a esprimere la profonda realtà del do­
lore, il paradosso e il trauma vissuti dal testimone»: la letteratura è dunque «il velo che egli
stende sul proprio volto per mettere i lettori delle sue lettere in grado di apprezzare per
quanto possibile la sua condizione di uomo spezzato, l’insopportabile realtà della sua pe­
na e del la sua agonia» (ivi, p. 185), ma un velo che è «capace di spiegare la sua vita solo in
parte e solo in maniera traslata» (ivi, p. 187). I personaggi di Farinata e di Cavalcante «sim­
bolizzano le due forze principali che regolano la vita di Gramsci prigioniero», e illuminano
«le sofferenze di un padre e di un marito separato dai suoi cari non solo dalle mura della
prigione ma anche da difficoltà insuperabili di comunicazione» (Rosengarten, Introduction
cit., p. 17): la condizione dei dannati nel canto x «è la stessa condizione di Gramsci» pri­
gioniero (Rosengarten, Gramsci’s «Little Discovery» cit., p. 82).

205
-------------------------- Anglani, Solitudine di Gramsci ________________ j

metodologici diversi da quelli relativi a opere di pura fiction, pur se


strutturate come epistolari. Se ambedue richiedono un trattamento
estetico, le Ultime lettere di Jacopo Ortis e le Lettere dal carcere resta­
no segnate da alcune specificità che vanno adeguatamente considerate.
La differenza fra i due testi non consiste solo nella maggior aderenza
alla ‘vita’ che distingue i veri epistolari da quelli fittizi. Un epistolario
fittizio può racchiudere in sé una materia vitale bruciante ed essere
considerato, sul piano autobiografico, pregnante e drammatico quan­
to un epistolario reale. Ma il lettore dell’epistolario gramsciano, per
quanto gli riesca difficile non sentirsi a disagio penetrando con stru­
menti asettici e ‘scientifici’ in un universo testuale nel quale le soffe­
renze sono non immaginate ma tragicamente e realissimamente vissu­
te, deve comunque sforzarsi di indossare l’abito disinteressato del me­
dico che pratica le autopsie senza sentirsi colpevole di disumanità, al
fine di affrontare il problema squisitamente metodologico, purtroppo
inevitabile, della lettura del testo. Un epistolario scritto giorno per
giorno, benché in certi casi giunga a somigliare esteticamente a un epi­
stolario fittizio, se ne distingue pur sempre per il fatto che il tempo
‘reale’ della composizione rappresenta un dato fondante della sua di­
mensione estetica. Il tempo concreto della scrittura di un’opera lette­
raria è indifferente se non è indicato esplicitamente nel testo: che uno
scrittore possa aver scritto il terzo capitolo di un romanzo prima del
secondo, o dopo il quinto, è un aspetto al quale il lettore non si inte­
ressa se non quando ne viene informato da documenti complementari
(lettere, prefazioni, edizioni diverse della stessa opera). Ma anche in ta­
li casi il lettore ‘ingenuo’, consumatore del testo, non è tenuto ad ap­
passionarsi ad aspetti così rigidamente specialistici. La temporalità
della scrittura entra in gioco per il lettore comune solo quando è se­
gnalata dentro il testo medesimo ed è organica alla sua stessa struttu­
ra: e così, ad esempio, nella lettura dei Mémoires d ’Outre-Tombe di
Chateaubriand è inevitabile rilevare volta per volta, anche per lo
sguardo più superficiale, le date nelle quali i capitoli risultano compo­
sti, se si vuol intendere il ritmo della narrazione e distinguere netta­
mente i piani temporali (non sempre ben armonizzati da interventi
estetici ‘postumi’) che la strutturano. E tuttavia anche in questo caso le
discrasie temporali possono essere interpretate come incidenti all’in­
terno di un testo che, per la sua stessa natura, dovrebbe rappresentare
la vita dell’autore a partire da un punto d’arrivo fermo in un presente
che si sposta continuamente man mano che il narratore sopravvive al­
l’ultima stesura, ma che idealmente dovrebbe coesistere con un punto

206
_________________ _IL carcere prima del carcere-------------------------- —

di vista stabilito una volta per tutte. In realtà ben pochi autobiografi,
morendo a tempo, riescono a far coincidere l’ultima mano della vita
raccontata con gli ultimi battiti della vita vissuta, e nella maggior par­
te dei casi si sforzano di conciliare il tempo reale della stesura con il
tempo ideale della visione retrospettiva. Persino nel caso del diario
l’autore, rileggendo ogni giorno le pagine composte fino a quel mo­
mento, viene condizionato dal già scritto e finisce per attribuire al suo
testo una coerenza tematica e stilistica che, per essere in progress e ta­
lora modificabile da eventi impreveduti, non è per questo meno co­
strittiva. Nel caso degli epistolari e dei carteggi reali, invece, la tempo­
ralità della scrittura costituisce un dato oggettivo, particolarmente co­
gente nei casi in cui l’autore non conserva memoria scritta delle lette­
re precedenti. Pietro Verri riproduce scrupolosamente le sue missive e
le risposte del fratello sul famoso copialettere, mentre Alessandro Ver­
ri (il quale infatti non manca di segnalare ogni tanto la sua posizione di
inferiorità) invia le sue senza conservarne copia e scrive, per dir così, al
buio. Immaginiamo dunque in quale ‘buio’ Gramsci si trovasse avvi­
luppato ogni volta che si accingeva a scrivere la lettera settimanale o
quindicinale concessagli: ma comprendiamo anche quale tensione in­
tellettuale e psicologica gli consentisse di sviluppare attraverso le lette­
re un discorso complesso e continuato che pare scritto da chi ha sem­
pre sott’occhio tutte le sue pagine e può ad ogni momento tornare in­
dietro, intervenire, correggere, armonizzare.
Tale condizione ‘produttiva’ del testo richiede un metodo di lettura
che non può essere identico a quello possibile ed opportuno nei casi di
epistolari fittizi, nei quali i dishvelh temporali sono appunto finzioni
dell’autore. Una lettura di tipo rigidamente ‘tematico’ o paradigmatico
rischia infatti di mettere da parte la temporalità interna che è un aspetto
costitutivo del testo stesso. Non si può, per esempio, analizzare e rico­
struire il senso di alcuni termini essenziali - «vita», «mondo», «fantasia»
eccetera —prescindendo dai luoghi reali in cui essi ricorrono e dalla evo­
luzione della riflessione in merito rispetto alle circostanze concrete. La
lettura ‘estetica’ di un epistolario vero non può consistere nella scom­
posizione e nella ricomposizione analoga a quella praticabile con i testi
teorici o finzionali. L’epistolario dev’essere insomma ripercorso nella
sua temporalità oggettiva, ‘narrato’ e non solo analizzato. Se una «tema-
ìi/zazione rigida» viene esclusa nell’analisi dei Quaderni (il cui testo
Ciramsci tentò in qualche modo di omogeneizzare e presentificare, rico­
piando e riscrivendo e raggruppando diversamente passi già scritti), e se
la «forte accentuazione della dimensione temporale» è considerata indi-

207
-------------------------- Anglani, Solitudine di Gramsci_________________

spensabile per seguire quello che Gramsci stesso chiama «il ritmo del
pensiero in isviluppo»23, a maggior ragione il criterio cronologico deve
essere utilizzato nella lettura di un testo come le Lettere dal carcere, pro­
prio per rilevare le ‘costanti’ che nel mutare delle circostanze accompa­
gnano la riflessione gramsciana daH’inizio alla fine ma assumono sfuma­
ture diverse nei momenti diversi in cui compaiono.
D ’altro canto, le Lettere dal carcere sono un ‘testo’ assai più com­
piuto e riconoscibile di quanto non siano i Quaderni, e pongono pro­
blemi filologici molto meno complessi. Le lettere rimaste sconosciute,
man mano che sono scoperte, vengono sistemate al loro posto nell’or­
dine cronologico, e la faccenda finisce lì. Ogni inedito scoperto può
chiarire particolari anche importanti dell’esistenza concreta ma non
può modificare significativamente (salvo rivelazioni clamorose che
non si riesce però a immaginare allo stato dei fatti) la natura estetica
dell’opera. E così quella struttura cronologica (che per i Quaderni,
malgrado la penetrazione degli specialisti, non potrà mai essere verifi­
cata riga per riga ma solo per grandi blocchi) è invece il primo aspetto
che salta agli occhi e autorizza - anzi, impone - la lettura in progress
del testo. Potrebbero esserci dei vuoti, delle lettere smarrite: ma quel­
le esistenti sono già là, ordinate in se quenza. Quelle non datate o da­
tate in forme non complete (pubblicate in coda a tutte le altre) posso­
no comunque essere ricondotte a momenti precisi o almeno a fasi bio­
grafiche riconoscibili grazie ai riferimenti a fatti e ad altre particolarità.
Possiamo dunque seguire l’itinerario di una mente e registrarne le mo­
dificazioni, aiutati dallo stesso autore che via via, proprio come se
componesse un romanzo, fa il punto della situazione, paragona il mo­
mento attuale ai precedenti, lancia sguardi al futuro, e ad ogni passo
aggiusta la logica del testo commentando il testo stesso. Il lettore può
così verificare giorno per giorno la tenacia con cui alcuni modelli cul­
turali e psicologici, forgiati fin dalla più tenera età, vengono ripresi e
aggiornati nel mutare degli avvenimenti. Una volta accertata la natura
di questi elementi fondanti della personalità, dunque, è necessario se­
guirne l’evoluzione storica, ed evitare (come è avvenuto in molte delle
letture, a volte pregevoli, dell’epistolario) di cancellare del tutto il fat­
tore del tempo dalla scrittura. A patto, naturalmente, di escludere dal­
l’orizzonte ogni tentazione di utilizzare tale metodo a fini biografici:
se si può accettare la tesi che «una lettura delle Lettere dal carcere scol­
legata dalle vicende reali del mondo morale e politico dal quale Gram-

a F. Frosini - G. Baratta, Premessa a Aa.Vv., Le parole di Gramsci cit., p. 10.

208
__________________ Il carcere prima del carcere-----------------------------

sci era stato strappato può servire solo a fornire dei bei saggi di scrit­
tura per antologie»24, bisogna tuttavia sforzarsi ad ogni passo di con­
centrare il fuoco dell’attenzione sul senso culturale e letterario del te­
sto e non sugli aspetti strettamente biografici, che sono stati ben chia­
riti dai biografi di Gramsci e che potrebbero essere aggiornati solo dal­
la scoperta di documenti nuovi. A tale criterio ho cercato di unifor­
marmi nelle pagine seguenti, coniugando per quanto era possibile la
lettura tematica con quella storico-cronologica.

Una spiegazione possibile della straordinaria coerenza estetica di


un’opera costruita giorno per giorno, e in condizioni così precarie,
può essere data assumendo l’ipotesi che il modo in cui Gramsci sta e
opera nel mondo sia comprensibile non tanto con l’esame dei proces­
si causali che lo portano a fare alcune scelte e a comportarsi in certi
modi, ma con la tensione finalistica della «linea dinamica» della sua vi­
ta: che cioè alcuni apparenti misteri di questa vita possano essere in
parte chiariti riandando al momento in cui Gramsci elabora uno
«schema» della sua personalità che, come scrisse Alfred Adler in pole­
mica con Freud, mira a uno «scopo» e a un «ideale», a uno «stile di vi­
ta» al quale il soggetto rimane fedele per tutta la vita25. Se liberiamo
questa terminologia da ogni pretesa di analisi psicologica, e la usiamo
come strumento ermeneutico rivolto ai ‘modelli’ strutturali entro cui
prendono forma gli atti della vita di Gramsci, dobbiamo convenire che
questa vicenda si spiega meglio se la si legge dalla fine, dall’approdo e
dallo «scopo finale», come se essa non fosse stata altro che un appros­
simarsi continuo al suo scioglimento, proprio come il «personaggio di
una buona creazione drammatica» è «determinato dall’ultimo atto»,
dalla «teleologia» impostata precocemente e poi tenacemente perse­
guita26, e non certo da una catena causale. Non si tratta dunque di psi­
coanalizzare Gramsci andando alla ricerca di complessi e orientamen­
ti psichici oscuri o rimossi che condizionano gli sviluppi futuri, ma di
rintracciare nei suoi atti e nella stessa forma del suo pensare la presen­
za di uno schema vitale che tende a costituirsi in destino e fa dell’au­
tore un personaggio che si crea e si manifesta attraverso la scrittura e,
più in generale, attraverso la compattezza ‘estetica’ dei suoi gesti. Una

24Natoli, Antigone cit., p . XI.


25 A. Adler, Psicologia Individuale. Prassi e teoria [1920], traduzione di M. Cervini, in­
troduzione di F. Parenti, Newton Compton, Roma 2006, p. 23.
26Ivi, pp. 27 e 29.

209
Anglani, Solitudine di Gramsci

energia straordinaria spinge il piccolo sardo sempre più lontano dal


paese natale c dalla famiglia e lo proietta in alto, contro il «mondo
grande e terribile»: sotto il profilo psicologico egli è uno di quei bam­
bini che, per reagire a una condizione iniziale di difficoltà, «vogliono
possedere tutto, mangiare tutto, ascoltare tutto, vedere tutto, sapere
tutto», e soprattutto «vogliono superare tutti quanti e desiderano rea­
lizzare tutto da soli» senza per questo rinchiudersi egoisticamente ed
egotisticamente in se stessi: giacché anzi «la loro immaginazione gioca
con ogni specie di idea di grandezza» e fa sì che essi, «per salvare gli al­
tri», si vedano «eroi», immaginino «di essere di discendenza reale», si
vedano minacciati, assediati», si considerino «le vittime del loro am­
biente» e pongano così «le basi di un’ambizione insaziabile, ambizio­
ne di cui si può con certezza predire la sconfitta». Tale vocazione,
quando non sbocca in esiti patologici, produce «un bisogno di sapere
insaziabile» e fa del soggetto «un bambino prodigio»27.
Si badi. 1utilizzazione delle teorie di Adler nel caso Gramsci nasce
non certo dalla sovrapposizione indebita dell’interprete alla persona rea­
le ma dalla ricostruzione e dalla autopresentazione che Gramsci fa di se
stesso nelle lettere, sia in quelle carcerarie sia in quelle degli anni prece­
denti fin dall’infanzia. Non è un’interpretazione psicologica ma l’appli­
cazione di certe categorie analitiche alla ‘autobiografia’ scritta dal sog­
getto medesimo. Gramsci non conosceva Adler: solo una volta lo sfiorò
negli Appunti di filosofia del Quaderno 4 (fra il 1930 e il 1932: ma l’arti­
colo al quale si riferisce è del 1929) quando, vedendolo citato da De Man
(anzi, da Paolo Milano nella recensione a II superamento del marxismo
di De Man) come uno studioso che aveva tentato di applicare la «psico­
logia freudiana» alle «dottrine sociali», lo scambiò per il Max Adler
esponente dell’«austromarxismo» e tra parentesi annotò: «Max Adler?
in quali scritti?» (Q., p. 446). L’equivoco non gli venne chiarito nemme­
no quando qualche anno dopo, nel Quaderno 11 dedicato alla Introdu­
zione alla filosofia, riprese e rielaborò gli appunti su De Man e sempre
tra parentesi si domandò: «Forse Max Adler? e in quali scritti?» (Q., p.
1503). Ma queste sono pure curiosità marginali ed erudite, che comun­
que confermano il carattere onnivoro della curiosità gramsciana: ciò che
conta è che Gramsci, quando parlò di sé, applicò di fatto un modello ad-
leriano perché insistè sulla sua capacità di ‘reazione’ attiva alle circo­
stanze esterne e non certo sul condizionamento causale che il mondo (la
famiglia, il paese, la povertà, il freddo, la fame e così via) aveva avuto sul-

27Ivi, p. 39.

210
_____________ Tl carcere prima del carcere---- ---------------------—

lo sviluppo della sua personalità. Fino al punto che non tanto di svilup­
po’ si può parlare quanto, piuttosto, della manifestazione e persino del­
la epifania di un carattere già formato nella più tenera infanzia e prede-
terminato da una serie di ‘miti’ fondativi. (Uso termini come ‘carattere’
e simili per comodità e brevità, ma insisto sul fatto che non di analisi psi­
cologica si tratta ma di lettura delle strutture mitico-culturah con cui
Gramsci stabilisce e rappresenta il suo rapporto con il mondo). E dun­
que la vita gramsciana, non come la ricostruiamo noi sulla base di docu­
menti oggettivi ma come lo stesso Gramsci la racconta a più riprese, ap­
pare orientata al «destino» del carcere che è a sua volta compimento
estremo della vocazione eroica all’isolamento e alla sconfitta. È il caso ti­
pico di eroismo altruistico di cui parlava Adler, e che come si è visto tro­
va la sua manifestazione estetica più alta in alcune figure dell arte e del­
la letteratura, da Cavalcante a Prometeo, che sole possono rappresenta­
re’ plasticamente e drammaticamente una condizione che non può esse­
re espressa nel linguaggio della politica, nemmeno in quello così attento
e preciso coniato da Gramsci.
Il prigioniero comincia a disegnare se stesso come un eroe il cui
eroismo consiste nel compiere il proprio dovere, e che dunque (in ter­
mini apparentemente paradossali) non manifesta alcuna volontà di esi­
birsi, di attirare l’attenzione sulle sue sofferenze, di immolarsi e di te­
stimoniare esemplarmente la propria condizione. Per riprendere un e-
spressione nata negli ultimi decenni si potrebbe dire che Gramsci ap­
pare come un ‘eroe borghese’, se l’aggettivo non ripugnasse profonda­
mente alla coscienza estetica forse più che a quella politica del nostro
autore. Potremmo dirlo un eroe ‘proletario , per sottolineare la di­
stanza che lo separa dagli esibizionismi dannunziani, futuristi e pseu­
do-nietzschiani, se non fosse che anche tale aggettivazione puzza di
oleografia e ricorda le immagini muscolose dei proletari staliniani. E
tuttavia non si può parlare di Gramsci senza mettere in campo una tal
quale realtà ‘eroica’, che si è prodotta in lui mediante un processo pa­
ziente di «costruzione di se stesso» perseguito dal soggetto fino dai
primissimi anni dell’infanzia28: dove, ad esempio, si trova il tòpos della

» V. Germ ana, Il restauro dei « Quaderni»: risultati e conferme [1975], in Id., Gramsci.
Problemi di metodo cit., p. 29. Dovrebbe essere evidente che (“eroismo’ di cui si parla qui e
altrove in questo libro non ha nulla a che fare con l’oleografia edificante dell eroe fedele al
Partito, seguace di Lenin e ammiratore di Stalin, nonché precursore di Togliatti, costruito
dalla pubblicistica del Pei fin dalla prima pubblicazione delle Lettere dal carcere. Ha osser­
vato Sechi che da quell’edizione vennero espunti non solo i passi politicamente compromet­
tenti ma anche quelli che si riferivano ai bisogni materiali, ai problemi psicologici e finanzia­
ri, ai sentimenti e a tutto ciò che riguardava «le effusioni, le amarezze, le inquietudini e la
stessa insofferenza per la moglie e per la cognata» (Sechi, Le «Lettere dal carcere» cit., p. 198).

211
Anglani, Solitudine di Gramsci

morte infantile e della resurrezione, ricorrente nelle autobiografie


‘classiche’ di Vico, di Goldoni, di Rousseau. Egli infatti è «morto una
volta» e poi è «resuscitato», ciò che dimostra di aver «sempre avuto la
pelle dura». A quattro anni ebbe «delle emorragie per tre giorni di se­
guito», accompagnate da «convulsioni», che lo avevano «compieta-
mente dissanguato», tanto che il medico lo aveva dato «per morto» e
sua madre fece preparare una «piccola bara» e un «vestitino speciale»
per il seppellimento: ma una sua zia gli «unse i piedini con l’olio di una
lampada dedicata a una madonna» e quando il bambino riprese a vive­
re sostenne di averlo «resuscitato» (a Tatiana, 7 settembre 1931; L C II,
pp. 456-7). N on abbiamo alcuna ragione per dubitare, sul piano bio­
grafico, che tali episodi siano realmente accaduti. Ciò che conta però,
sul piano ‘etico-estetico’ della costruzione di sé, è che il Gramsci adul­
to li abbia elevati in piena coscienza, privilegiandoli fra mille altri al­
trettanto autentici, al rango di miti ‘fondativi’ di una individualità che
dopo tale prova è pronta ad affrontare le difficoltà più gravi dell’esi­
stenza. Il modo del racconto è ambiguo, perché non chiarisce nitida­
mente fino a che punto il Gramsci adulto si riconosca nella leggenda
magica della zia che unge i piedini o se ne distacchi razionalisticamen­
te. Il risvolto mitico di tali episodi è che chi è già morto una volta, co­
me Edmond Dantès, non può più morire: o che l’eroe muore due vol­
te, per dirlo con James Bond.
Gramsci non sarebbe colui che è se tale mitizzazione di sé non si
radicasse in una visione scientifica della realtà, trovando il proprio
punto cardinale nell’idea della perfettibilità e della adattabilità della
«macchina umana». Ma tale radicamento avviene dopo, e attribuisce
fondamento obiettivo a un discorso nato come mito. Lo studio «de­
terminato e sistematico» (a Tatiana, 17 dicembre 1926; L C I, p. 24), che
nel primo periodo viene concepito non come un lavoro creativo ma

Sul ruolo svolto da Togliatti nella pubblicazione delle opere gramsciane, cfr. quanto scritto
da G. Vacca, Togliatti editore delle « Lettere» e dei «Quaderni del carcere», in Id., Togliatti
sconosciuto (L’Unità, Roma 1994), il quale ritiene scorretto sostenere che le scelte di To­
gliatti fossero dettate «solo dall’esigenza di adattare Gramsci alle compatibilità dello stali­
nismo» (ivi, p. 124); e anzi rivendica il fatto che Togliatti, pur avendo ben compreso che gli
inediti gramsciani «sconvolgevano tutto il quadro concettuale del marxismo-leninismo»
(ivi, p. 154), si adoperò fin dal primo momento per la loro pubblicazione, pur regolando la
diffusione di Gramsci «in base alle compatibilità che egli per primo stabiliva fra la politica
del “partito nuovo” e il suo esser parte del movimento comunista internazionale»: in ogni
caso, «censure e manipolazioni non furono tali da snaturare il carattere» del pensiero gram­
sciano (ivi, pp. 159-60). Di parere diverso Franco Livorsi, il quale introduce il sospetto che
nel comportamento di Togliatti ci fosse «un po’ di risarcimento danni nei confronti del
compagno amico per interi periodi abbandonato alla sua mala sorte in galera» (Livorsi,
Gramsci e la cultura politica cit., p. 65).

212
__________________Il carcere prima del carcere ....-------------------------

come una ‘occupazione’, si propone infatti di evitare «i pericoli di de­


moralizzazione che sono grandissimi» nella condizione carceraria (a
Piero Sraffa, 2 gennaio 1927; L C I, p. 28)29. Ciò che ci interesserà qui
sarà, però, non il contenuto degli studi ma la parte che essi svolgono in
rapporto alla costruzione ed all’analisi del soggetto, dentro una di­
mensione essenzialmente dialogica. Sebbene sul piano tematico e teo­
rico i legami tra Lettere e Quaderni siano innegabili, non si possono
ignorare le differenze essenziali esistenti nei modi in cui in ciascun te­
sto gli stessi argomenti vengono trattati. Se, per un verso, si può dire
che il rapporto stretto fra le Lettere e i Quaderni permette «di seguire
da vicino l’intero processo di invenzione-gestazione-elaborazione del­
la ricerca gramsciana» e di sottolineare la «funzione primaria» svolta
dalle lettere nel «ricucire fili spezzati» e nel «riallacciare legami pre­
ziosi col passato culturale che diventa parte di un progetto che s’allar­
ga a coprire il campo del presente e del futuro»30, bisogna per altro ri­
conoscere che fra i due corpi esiste una differenza d’uso e di destina­
zione che si traduce in differenza di costituzione retorica: dando per
certo che la «forma mentis» gramsciana, come abbiamo già ricordato,
è essenzialmente «dialogica», e che non c’è riga sua che non nasca da
un confronto o da un’opposizione, resta il fatto già notato che il dia­
logo dei Quaderni è pur sempre un «dialogo differito»31, un messaggio
lasciato nella bottiglia che potrebbe scomparire «come un sasso nell’o­
ceano» e non giungere mai ai destinatari ‘postumi’ di esso; mentre con
le Lettere Gramsci tenta un dialogo reale con interlocutori reali e si
mostra pronto (almeno in una prima fase) a interagire con loro e a la­
sciarsi modificare dallo scambio umano e culturale. Gli appunti dei
Quaderni su Dante e sul canto X deWInferno, ad esempio, rappresen-

» Nelle prime pagine del quaderno 1 (steso fra il 1929 e il 1930), Gramsci registra le Im ­
pressioni di prigionia di Jacques Rivière (lette negli estratti pubblicati sulla «Fiera Lettera­
ria») come se si trattasse di un argomento di studio fra i tanti, e ne cita alcuni passi che de­
scrivono il processo di spossessamento, di umiliazione e di vergogna al quale viene sotto­
posto il prigioniero, e aggiunge un’osservazione sul «pianto in carcere» collegando il pian­
to alla morte: «L’idea della morte si presenta per la prima volta (si diventa vecchi d’un col­
po)» (Q., p. 80).
10Chemotti, Oltre i«hortus conclusus» cit., pp. 362-3.
31 Gerratana, Introduzione [1992] a Id., Gramsci. Problemi di metodo cit., pp. XIII e XVII.
Per Gerratana, l’immagine che oggi abbiamo di Gramsci «sarebbe molto più pallida e sfuo­
cata se non avessimo potuto leggere le sue Lettere dal carcere», e perfino i Quaderni «sareb­
bero meno decifrabili senza la chiave di lettura fornita dalle Lettere», dove ogni lettera, «al
di fuori di un qualsiasi piano preordinato, si trasforma nella tessera di un mosaico che offre
nell’insieme un inconsapevole ma straordinario autoritratto intellettuale, morale e politico»
(L’autoritratto delle «Lettere», ivi, pp. 73-4). Mi permetto di dissentire da quell’«inconsape-
vole», che non rende giustizia della consapevolezza acuta che Gramsci ebbe anche dell’ope­
razione culturale ed estetica condotta nelle lettere.

213
_________________ Anglani, Solitudine di Gramsci_________________ .

tano un tentativo (uno dei pochi) sia di realizzare un campione di cri­


tica letteraria materialistica ed anticrociana, sia anche di meditare me­
taforicamente sul proprio destino; mentre nelle Lettere quelle osserva­
zioni, pur espresse in termini non differenti, appartengono a un dialo­
go cifrato con Togliatti sul «tema della previsione del futuro» ed ac­
quistano un senso squisitamente politico legato alle esperienze passa­
te e presenti32. Lo stesso Gramsci, stendendo le già citate Quistioni di
metodo, aveva annotato la differenza tra lo studio dell’epistolario e
quello delle opere teorico-politiche di un autore, ricordando che
«un’affermazione recisa fatta in una lettera non sarebbe forse ripetuta
in un libro», e che «la vivacità stilistica delle lettere, se spesso è artisti­
camente più efficace dello stile più misurato e ponderato di un libro,
talvolta porta a deficienze di argomentazione» perché «nelle lettere,
come nei discorsi, come nelle conversazioni, si verificano spesso erro­
ri logici» e «la rapidità maggiore del pensiero è spesso a scapito della
sua solidità» (Q., p. 1843). E interessante notare che egli così poneva la
specificità delle lettere nella loro qualità stilistica ed artistica, mostran­
dosi consapevole del fatto che l’originalità della ‘scrittura’ epistolare
non dev’essere ricercata nella solidità dell’argomentazione ma nella
sua rapidità e nella sua efficacia estetica.
La letteratura critica gramsciana ha contribuito molto a precisare
l’esistenza di una complementarità, di «una sorta di ideale divisione di
compiti» e di «un disegno comune» fra Lettere e Quaderni33: ma ha
pur sempre considerato la lettura dell’epistolario come ancillare alla
conoscenza più completa del progetto teorico-politico di Gramsci. In
una ‘guida’ a Gramsci di una trentina d’anni fa, abbastanza equilibra­
ta e ben informata, gli autori avevano valorizzato «la specifica voca­
zione epistolare» di Gramsci «come presa di coscienza di se stesso, o
come una forma assottigliata e rarefatta di autobiografia psicologica e
morale», ed avevano sottolineato in molti passaggi la presenza in
Gramsci di «una personale capacità di scrittore»: ma, appena ricono­
sciute tali qualità, avevano ribadito che era essenziale registrare «la
conformità o la complementarità delle Lettere con le pagine di teoria e

32Lepre, Il prigioniero cit., p. 160. Secondo Lepre lo schema dantesco era indirizzato non
certo a Sraffa, il quale «non sembrava granché interessato al x canto dell’Inferno», ma a To­
gliatti, e infatti richiamava l’articolo gramsciano ben noto a Togliatti stesso, Il cieco Tiresia,
in cui Gramsci «aveva accennato alla questione già nel 1918» (ivi, p. 159).
33Baratta, Le rose e i quaderni cit., p. 32. Del tutto superflua la lettura del contributo di
P. Bagnoli (Le «Lettere dal carcere» e i «Quaderni», in Aa.Vv., Gramsci: i «Quaderni del car­
cere» cit., pp. 35-48), per il quale le lettere «rappresentano un momento di libera decanta­
zione di un pensiero che non ha mai smesso di interrogarsi e di riflettere» (ivi, p. 36), e ben
poco d’altro.

214
Il carcere prima del carcere

di storia letteraria contenute nei Quaderni» e soprattutto nei «luoghi


contenenti dei principi di critica letteraria o le linee generali di un’e-
stetica o di una ‘poetica’ gramsciana»34. Ma anche quando non si arri­
va al solito consunto problema della critica letteraria e dell’estetica, la
maggior parte degli studi (tranne i pochi già citati e altri che verranno
nominati in seguito) usa l’epistolario come fonte documentaria com­
plementare alla comprensione dei Quaderni. Qui si vorrebbe rove­
sciare questa impostazione (senza negarne la validità: ogni prospettiva
di ricerca ha la sua logica, e bene fa chi intende ricostruire un ritratto
( ompleto di Gramsci intellettuale ad usare le lettere come documenti),
c considerare la produzione epistolare come l’opera soggetta ad anali­
si, e tutto il resto come materiale complementare.
Se per molti versi le Lettere sono complementari ai Quaderni, dun­
que, uno sguardo rapido a questi ultimi rivela in essi «la mancanza
quasi totale» della «prima persona»35 che invece predomina nelle Let­
tere: benché la tendenza ad osservarsi (e ad osservare le modificazioni
del proprio essere) sia ben viva anche in documenti precedenti, come
nelle lettere inviate alla moglie scritte nei ritagli di una «vita intensissi­
ma» e tra ^«incalzare degli avvenimenti» (12 gennaio 1925; L., p. 409).
Le lettere precarcerarie forniscono dunque una base utile per com­
prendere le scelte compiute negli anni successivi, e non solo a causa
della figura del mondo «grande e terribile» che s’incontra già nella ter­
za lettera (Mosca, 10 gennaio 1923; L., p. 106) e diventa presto un leit­
motiv del carteggio. Gramsci scrive a Giulia che il sentimento d’amo-

MB. Maier - P. Semana, Antonio Gramsci. Introduzione e guida allo studio dell’opera
gramsciana, Le Monnier, Firenze 1978, pp. 182-3 e 185. Le parole citate, stando alle avver­
tenze editoriali, appartengono al solo Maier.
” W. P. Sillampoa, Gramsci Scriptor, in «Italian Quarterly», xxv, 1984, 97-98, p. 61. In
realtà, a guardar bene, l’«io» dell’autore entra nei Quaderni come un ‘testimone’ storico-cul-
turale, in appoggio alle osservazioni critiche: così, ad esempio, mentre discute il significato e
la funzione della religione e si sofferma sul termine «cristiano», Gramsci apre una parentesi e
annota: «in principio ad Ustica mi meravigliavo perché all’arrivo del vaporetto qualcuno di­
ceva: “sono tutti cristiani, non ci sono che cristiani, non c’è neanche un cristiano”» (Quad. 1;
Q., p. 28). La regola dell’assenza di un io esplicitamente autobiografico sarà però infranta da
Gramsci stesso nelle ultime fasi della stesura dei Quaderni, con quelle note autobiografiche
delle quali ci occupiamo in seguito. Secondo Rita Medici, anche la «complessa trama» dei
(Quaderni «non si intende pienamente senza l’ausilio di quella componente soggettiva», an­
che se essa «non compare mai alla superficie», se non in pochissimi casi (come in quello del­
la «lima» del carcere [cfr. Q., pp. 1762-4]); è dunque «la presenza sotterranea ma costante di
questo ‘filo’ di riflessione personale, passionale, soggettiva, che fornisce alla ricostruzione
che Gramsci fa degli avvenimenti il suo valore storico più pregnante» (Medici, Giobbe e Pro­
meteo cit., pp. 194-5). In realtà attraverso i Quaderni corre la trama di un discorso autobio­
grafico sottile e persistente, che può essere rilevato soprattutto nelle pagine in cui Gramsci
parla di grandi intellettuali o scrittori ai quali si sente apparentato da alcune analogie, come
1)ante e Machiavelli.

215
-------------------------- Anglani, Solitudine di Gramsci________________ _

re gli permette di scoprire in se stesso, fino a quel momento «comple­


tamente arido e disseccato», una «piccola sorgente (piccola piccola...)
di melanconia e di chiaro di luna con contorno di azzurro» (ibid.), e
un mese dopo aggiunge di essere «da molti anni abituato a pensare che
esista una impossibilità assoluta, quasi fatale», di poter «essere amato».
Non si tratta di pose romantiche assunte per colpire l’immaginario
della fanciulla (o non si tratta solo di ciò), e neanche di cadute nel «lin­
guaggio stereotipato» caratteristico delle lettere amorose36, ma di
«tracce» lasciate da una «abitudine radicata» risalente alla prima infan­
zia (Mosca, 13 febbraio 1923; L , p. 108), di una «cicatrice che duole
ancora» e forse anche di «qualche ferita che sanguina», fin da quando
egli era «bambino» (Mosca, senza data [1923]; L , p. 113). Ma ripen­
sando alla sua vita, che è stata «sempre una pianura fredda, uno ster­
peto», e alla «cloaca» del suo passato che ogni tanto ha «un rigurgito»,
Gramsci decide di cambiar vita e di ‘volere’, «categoricamente, peren­
toriamente» (Mosca, senza data [1923]; L , p. 111). La genesi di tale
presunta incapacità di amare e di essere amato, che lo ha indotto «fino
dalla fanciullezza» a nascondere i suoi «stati d’animo dietro una ma­
schera di durezza o dietro un sorriso ironico» ed ha rischiato di tra­
sformarlo in un perfetto ipocrita, in un «cencio inamidato», non rin­
via però a oltraggi narcisistici inflitti a una psiche risentita (come quel­
li patiti dal piccolo Carlo Emilio Gadda) ma a certe ragioni esistenzia­
li e politiche, e in particolare all’«istinto della ribellione» suscitato nel
bambino che «non poteva andare a studiare», pur avendo preso «dieci
in tutte le materie nelle scuole elementari», dal vedere che a studiare ci
andavano «il figlio del macellaio, del farmacista, del negoziante di tes­
suti»; e poi cresciuto ed allargatosi per l’esperienza di «tutti i ricchi che
opprimevano i contadini della Sardegna».
Quella «impossibilità» di essere amato perde subito, come si vede,
i caratteri della condanna metafisica ed acquista quelli ben più storici
di una scelta esistenziale e politica, senza perdere tuttavia la sua natu­
ra fondante automitizzatrice. Agisce già in questo abbozzo di rico­
struzione autobiografica, con tutta la sua contraddittorietà potenziale,
10 schema dialettico gramsciano del rapporto tra l’io e il mondo e tra
11 soggetto e l’ambiente, secondo il quale l’individuo non può esistere
senza riflettere in sé i problemi posti dalla società ma, al tempo stesso,

16Così considera le lettere d ’amore a Giulia R. Paternostro, in II bosco d ’argento, in


ld., Poetica dell’assenza (Bulzoni, Roma 1990, p. 149), utilizzando gli spunti di Barthes
per ricondurre Gramsci in una dimensione metafisica che gli è poco congeniale e comun­
que non illumina mai dinamiche reali (sentimentali, ideologiche, politiche, estetiche) del­
le lettere stesse.

216
________________Il carcere prima del carcere-----------------------------

non può diventare pienamente individuo se non si pone in termini an-


iagonistici nei confronti della società stessa. ‘Dialogo’ e ‘opposizione’
sono complementari: il dialogo da solo spinge all’integrazione e alla
confusione con il mondo, l’opposizione da sola stimola a rinchiudersi
i a divenire sterile. Gli impulsi vitalistici preesistenti sono incanalati e
educati’ dalla scoperta della classe operaia torinese e degli scritti di
Marx, che lo spinge ad appassionarsi «alla vita, per la lotta, per la clas-
sc operaia». Una tale ricostruzione, lineare e autoapologetica, viene
problematizzata da una contraddizione che giunge all’evidenza quan­
do Gramsci si domanda «se legarsi a una massa era possibile quando
non si era mai voluto bene a nessuno, neppure ai propri parenti», e se
•era possibile amare una collettività se non si era amato profonda­
mente delle singole creature umane». Con grandissima lucidità, dun­
que, prima ancora del carcere Gramsci coglie la contraddizione lace-
i ante che poi diventerà la cifra tragica della sua esperienza intellettua­
le e umana: il sospetto bruciante che la vocazione a lavorare per un fi­
ne collettivo non possa compiersi se il soggetto rivoluzionario non si
l rasforma in un essere isolato ed eccezionale, diverso da tutti gli altri e
dunque estraneo alla massa stessa alla quale sta dedicando la propria
vita. I termini in cui tale contraddizione è posta lasciano prevedere che
ad essa non può esserci soluzione. Il superomismo proletario viene
vissuto non come una manifestazione delle proprie qualità straordina­
rie bensì come una necessità drammatica che non provoca gioia ma do­
lore e si fonda sulla separazione necessaria da quel mondo al cui ri­
scatto è consacrata la propria esistenza. Occorre disumanizzare se
stesso per il bene dell’umanità: e infatti egli, che fin dalla fanciullezza
è stato «abituato alla vita isolata» ed a nascondere i suoi «stati d’animo
dietro una maschera di durezza o dietro un sorriso ironico», ora teme
che la sua «vita di militante» possa essere isterilita e ridotta «a puro fat­
to intellettuale, a un puro calcolo matematico» (Vienna, 6 marzo 1924;
/.., pp. 271-2). Il mito ‘prometeico’, con tutte le sue implicazioni com­
plesse, è già operante ben prima del carcere e si presenta dunque come
un modello, come un classico «scopo finale» dell’attività gramsciana.
Due gravi problemi assillano Gramsci fin d’allora: la prospettiva di
una involuzione della personalità s.otto la spinta delle circostanze e
dcH’ambiente, il cui timore egli per ora esprime in forme ironiche
(«Diventerò cristiano, andrò ogni giorno in chiesa, mi confesserò e al­
la prossima festa di Pasqua andrò a comunicarmi: così lo sfacelo del
mio cervello avrà descritto tutta la sua parabola»), e quella del rap­
porto tra felicità individuale e felicità collettiva («il nostro amore è e

217
Anglani, Solitudine di Gramsci

dev’essere qualcosa di più, una collaborazione di opere, una unione di


energie per la lotta, oltre che una nostra quistione di felicità: forse la
felicità, poi, è proprio in ciò») (Vienna, 15 marzo 1924; Z.., pp. 278-9).
Gramsci avverte però in modi sempre più acuti la sfasatura che segna
il rapporto tra felicità individuale e costruzione di un mondo rinno­
vato; tanto che, quando si chiede (e chiede a Giulia) se «la migliore
delle società comuniste potrà modificare fondamentalmente queste
condizioni dei rapporti individuali», risponde a se stesso che «per un
pezzo ancora certo no». I tempi della felicità individuale e quelli del­
la felicità pubblica non coincidono; e la stessa Giulia, la quale crede
«di essere in una botte di ferro» perché vive «in una società sovietti-
sta», deve «ammettere che anche in uno stato soviettista queste con­
dizioni permangono ancora per moltissimi» (Roma, 6 ottobre 1924;
L., pp. 389-90). In tal modo queste lettere impostano alcuni temi che
diventeranno centrali nella corrispondenza carceraria. Comune alle
due esperienze è, per esempio, il motivo della lontananza, che sugge­
risce ripetute richieste di fotografie, di notizie, di frammenti di «vita
vivente» (Roma, 8 settembre 1924; Z.., p. 382) ed ispira riflessioni
amare sul «filtro alla rovescia» rappresentato dalla «carta», ossia dal­
la scrittura epistolare (Roma, 6 ottobre 1924; Z., p. 389) e sulla neces­
sità di «sempre rimandare le proprie speranze a più tardi, e scrivere
invece di vedere, invece di baciare forte forte chi si vuole tanto bene»
(Roma, 7 febbraio 1925; Z.., p. 416). La lontananza ‘rivoluzionaria’
degli anni 1923-26 appare così come la prova generale della lontanan­
za carceraria degli anni successivi.
Ma non sono solo queste lettere a Giulia a rappresentare una spe­
cie di anticipazione di temi che diventeranno dominanti con le lettere
dal carcere. L’impressione sconcertante che nel periodo carcerario
Gramsci abbia dato espressione piena a contenuti preformati nel cor­
so della sua vita precedente, quasi che egli avesse impostato dall’ini­
zio la sua intera esistenza in funzione del carcere, è confermata da
queste lettere. Proprio come accade nelle opere d’invenzione, la sorte
del l’eroe è preannunciata al lettore da varie ‘esche’ disseminate nelle
prime pagine. La differenza tra le due cose sta nel particolare che la
vicenda dell’eroe letterario viene costruita dall’autore a tavolino, a
partire da un punto d’arrivo già deciso, mentre l’uom o reale che scri­
ve queste lettere non dovrebbe essere capace di ‘prevedere’ ciò che gli
accadrà in seguito. Tanto più, dunque, il lettore resta colpito dalla
consapevolezza estrema che Gramsci, fin dai primissimi anni di vita
cosciente, dimostra di avere del proprio destino. Basta invertire la

218
_________________ Il carcere prima del carcere---------------------- -------

cronologia della lettura, e risalire ai primi documenti scritti dopo aver


conosciuto l’epilogo della storia, per riconoscere in essi i presagi
drammatici di quel destino espressi con una lucidità che sembra ap­
partenere a un romanziere sperimentato.
Questi indizi hanno indotto un critico a parlare di un «romanzo
familiare» segnato da un «trauma» legato al padre, che sarebbe una
specie di cellula dalla quale germina tutta la storia umana di Gram­
sci. In questo modo non ci sarebbe niente di strano in un copione che
segue un tracciato coerente, quasi che non la vita nella sua casualità
ma un reale autore di romanzi l’avesse composto. Il trauma infantile
clic getta la luce obliqua sulle circostanze della carcerazione è costi­
amo dall’arresto e dalla condanna di Francesco Gramsci, per pecu­
lato, quando Antonio aveva nove anni. Il bambino non seppe subito
la verità e quando l’apprese «per vie traverse» ne fu «stravolto», al
punto che «per tutta la vita non oserà mai ricordare esplicitamente la
vicenda, non tenterà di rielaborare le sue impressioni infantili, né di
rileggersi le carte del processo, per inquadrarlo nel clima politico che
lo aveva reso possibile e rivalutare, se non altro di fronte a se stesso
c ai suoi cari, la figura del padre». Sarà stato per questo grumo di ran­
core che Gramsci in tutto l’epistolario non ebbe mai verso il padre
una parola particolarmente affettuosa, un invito alla complicità dei
licordi, un segno d’intesa». Sulla base di questa «fantasia psicologi­
ca», non sembra assurdo «supporre che la vergogna per la prigione
del padre, la svalutazione della figura paterna con la conseguente ‘re­
sponsabilizzazione depressiva’, abbiano in qualche modo influito»
sulla scelta di farsi catturare pur avendo i mezzi per sottrarsi. «La ri­
luttanza a mettersi in salvo, allora, acquista il significato di un atto
mancato»; e «la rivendicazione della detenzione e della condanna co­
me libera scelta» assume «il valore di una riparazione, una sorta di
suicidio inconscio che è necessario affrontare per rinascere, cioè per
dare intiera la misura di se stessi»37.

« E. Forcella, Il padre di Gramsci, in Id., Celebrazioni di un trentennio, Mondadori,


Milano 1974, pp. 129-31. Fiori, commentando queste frasi di Forcella, avanza una spiega-
, ione meno divisa «tra la fantasia psicologica e l’anamnesi psicoanalitica», e parla di «cica­
li ici» reali provocate dal fatto che la verità circa l’arresto del padre si svela al piccolo An-
lonio «nel modo peggiore, per dileggio dei bambini». Ambedue i critici, insieme con altri
. Ile non citiamo per brevità, ritengono che il «trauma» in questione abbia influenzato i
apporti di Gramsci con il padre «per tutto il resto della vita, sino all’ultimo» (G. Fiori,
l'refazione, in A. Gramsci, Vita attraverso le lettere, a cura di G. Fiori, Einaudi, Torino
1994, p. vi). Senza negare questo effetto, qui preferisco utilizzare l’episodio infantile non
unto per la parte che riguarda i rapporti con il padre quanto per la parte che riguarda il
•destino» di Antonio Gramsci.

219
-----:--------------------- Anglani, Solitudine di Gramsci ____________ j

Si cita questa «fantasia psicologica» non per approvarla al cento per


cento, ma per confermare la percezione di un problema: il fatto che la
metafora del carcere abiti da sempre neH’immaginario e nella stessa lo­
gica di Antonio Gramsci, e che questa metafora - insieme con il cor­
redo di figure legate all’isolamento, aH’incomprensione, alla durezza
della vita - sia intrinsecamente connessa alla figura paterna. Già quan­
do, studente ginnasiale a Cagliari, scrive al padre per rimproverargli la
«noncuranza» per le sue condizioni miserabili (24 maggio 1910; L ,
p. 38), Gramsci prefigura una ossessione che dominerà gli anni del car­
cere, quella di non essere compreso. I parenti non rispondono neppu­
re ai suoi appelli: «non mi avete risposto» e «non ve ne curate» (al pa­
dre, dicembre 1908; L , p. 7). Egli attende «inutilmente» l’arrivo dei «de­
nari» (gennaio 1909; L , p. 9), e continuerà ad aspettare e ad inviare pro­
teste e rimproveri anche quando sarà studente universitario, ma già sa
che il padre farà sempre «orecchie da mercante» (Torino, gennaio 1909;
Z.., p. 14) e combinerà ogni volta il solito «pasticcio» (giugno 1909; L ,
p. 24). Non si tratta di un lamento tipico dell’età adolescenziale ma del­
la scoperta filosoficamente significativa benché acerba che ogni ‘mon­
do’ è separato dagli altri, e che la distanza - anche quella tra Ghilarza a
Cagliari - rende ogni esperienza inconoscibile e incomunicabile. Per
ora lo squilibrio è provocato dal fatto che egli conosce il mondo della
famiglia per esserci vissuto fino a poco tempo prima, mentre il padre e
i familiari ignorano il mondo di Cagliari e poi quello di Torino e alla fi­
ne non potranno figurarsi nella sua tremenda realtà il mondo del carce­
re. In questa logica, Cagliari e Torino e Vienna e Mosca e Roma ap­
paiono come manifestazioni di una medesima fenomenologia carcera­
ria. E anch’egli però, quando per un certo tempo resterà lontano dal
mondo della sua infanzia, perderà il privilegio della conoscenza, co-
mincerà a smarrire il contatto con quel mondo e avrà bisogno di reso­
conti dettagliati per poterlo ‘immaginare’. Gli altri, a loro volta, vivono
in carceri parallele a quello in cui egli si trova impigliato.
Non si tratta dunque tanto (o non solo) di scarsa comprensione
umana da parte di un individuo per un altro individuo, quanto della
incapacità intellettuale costitutiva per ciascun essere umano di cono­
scere il mondo’ complesso nel quale ogni altro essere vive. La fortis­
sima volontà di sapere che anima Gramsci, e lo spinge a studiare e ad
allargare i suoi interessi, trova in questa convinzione le premesse per la
sua negazione e per il suo fallimento finale. Non c’è studio intellettua­
le che possa sostituirsi alla conoscenza ‘molecolare’ della realtà: ma la
realtà molecolare di ciascuno finisce per essere inconoscibile a chiun-

220
______ Il carcere prima del carcere__-------------------------

que altro. Nelle lettere al padre, che anticipano quelle terribili lettere a
Tatiana ed a Giulia in cui il prigioniero dirà di sentirsi rinchiuso in «un
altro carcere», non è tanto il ritornello della mancanza di denaro a col­
pire il lettore quanto la convinzione che a distanza non ci si possa ‘rap­
presentare’ nella sua realtà ‘molecolare la vita di un individuo che è
condannato a restare «solo, proprio solo», purché 1 parenti non veda­
no turbata la loro «imperturbabilità maomettana» (Torino, 15 novem­
bre 1911; L., p. 56). Come Tatiana si occuperà di lui nel modo sbaglia­
to mandandogli oggetti inservibili, prendendo iniziative controprodu­
centi e privandolo dell’essenziale, così il padre gli annuncia trionfante
di volergli spedire per regalo di Pasqua «un agnello», magari «vivo»,
mandando in bestia il figliolo esterrefatto il quale non sa proprio cosa
farsene «d’un agnello lì a Tonno, solo (Tonno, 14 marzo 1912, L.,
p. 67). Il padre e i familiari, incapaci di capire che cosa voglia dire vi­
vere m una grande città con pochissimi soldi e in desolate camere d af­
fitto, pensano che il giovanotto possa allevare un agnello in città come
se abitasse in un villaggio sardo con il prato fuori della porta. Anche la
mania per la concretezza, che è l’altra faccia dell avversione per il
chiacchiericcio dei velleitari e per la disattenzione nei confronti della
realtà, ha le sue radici nell’orrore per l’inconcludenza della vita fami­
liare, immersa nel «crepuscolo dei miti e delle pie leggende» (Torino, 3
aprile 1912; L., p. 68). Da questi passi comprendiamo perché, ogni vol­
ta che in carcere ricorderà certi aspetti della vita isolana, Gramsci pro­
romperà in invettive violentissime senza lasciarsi affascinare più che
tanto dai loro aspetti folklonci e popolari. Ben prima di essere incar­
cerato, dunque, egli rappresenta se stesso come «abbandonato da tut­
ti» e tentato dal pensiero di non occuparsi «più di nessuno» (al padre
da Torino, 19 gennaio 1912; L., pp. 63-4).
Per questo le lettere precarcerarie sono anch’esse, a loro modo,
‘lettere dal carcere’, giacché parlano di un rapporto impossibile con il
resto del mondo sia dalla parte del soggetto che dalla parte del mon­
do, e rivelano quanto la dimensione carceraria appartenga fin dagli
inizi all’immaginario gramsciano e ne condizioni le forme di relazio­
ne. A noi infatti preme non certo appurare se le accuse al padre, ai fa­
miliari (e poi a Tatiana, alla moglie, a Grieco, a Togliatti, e così via)
fossero fondate o no38, ma solo verificare nei testi la presenza di un os-

38 Se «la situazione viene considerata dall’altra parte», ossia dalla parte del padre e della
madre, «l’immagine di una famiglia sordamente insensibile» ai bisogni dello studente si mo­
difica profondamente (Lepre, Il prigioniero cit., p. 12), come si ricava dalle lettere dei fami­
liari raccolte da M. Paulesu Quercioli in Le donne di casa Gramsci (Editori Riuniti, Roma

221
Anglani, Solitudine di Gramsci

sessione che documenta la ferma coerenza con cui Gramsci ha co­


struito precocemente se stesso ed ha precostituito i modi della sua
evoluzione futura. Egli adotta lo stesso modello di relazione - quasi
uno schema a priori - con chiunque, variando solo il grado di intimità
e il tipo di problemi affrontati. Ogni lontananza è prigione, ovvero
condanna all’impossibilità di sapere e di conoscere. Ma d’altro canto
1allontanarsi, perdendo il contatto con la propria vita precedente, è
un passo necessario per conoscere davvero il «mondo». È una con­
traddizione insolubile. Il culmine di essa sta non solo nel non essere
compreso, ma nel non poter più comprendere. «Mandatemi notizie di
tutti e di tutto», implora il giovanissimo studente da Cagliari (al pa­
dre, 5 gennaio 1909; L., p. 11), pur senza mostrare segni di inteneri­
mento verso la famiglia e il mondo paesano. Non è la nostalgia a mo­
tivare le sue richieste (o, se lo è, la scrittura riesce perfettamente ad oc­
cultarla), ma il bisogno intellettuale di conoscere e di padroneggiare
razionalmente la realtà. Anche quando è ormai dirigente politico e
deputato, egli pretende che la madre da Ghilarza gli scriva «di tutti,
ma specialmente degli amici più vicini», perché egli possa farsi
«un’impressione dell’attuale situazione del paese» (Roma, 7 giugno
1924; L., p. 352). Come non pensare alla presenza tenace e addirittu­
ra precosciente dello schema a priori della ‘totalità’ che drammatiz­
zerà la riflessione dei Quaderni? I meccanismi in azione sono esatta­
mente gli stessi, i segni della sconfitta conoscitiva gli stessi.
La voglia di sapere non è dunque, o non è sempre, manifestazione
di attaccamento affettivo o di nostalgia o di malinconia, e manifesta in­
vece la volontà di dominio totale della realtà. Gramsci vuol sapere tut­
to di tutti, anche delle persone antipatiche. Ciò che lo angoscia è che la
vita, quale che sia, continui a svolgersi mentre egli è lontano, e che egli
non possa più ‘rappresentarsi’ le modificazioni intervenute, pur sapen-

1991) e da tante altre testimonianze. Giuseppe Fiori, che all’epoca in cui scrisse la biografia
di Gramsci disponeva delle lettere allora inedite, parla di un «libero sfogo» da parte di Gram­
sci, ma sottolinea che solo «a prezzo di umiliazioni e di rinunzie per sé e per gli altri della fa­
miglia» il signor Francesco Gramsci poteva, «a stento», mandare al figlio «piccole cifre a in­
tegrazione delle 70 lire mensili passate dal Collegio» (Fiori, Vita cit., p. 104). Ripensando al­
la «figura paterna rimossa», Fiori ha ricordato che Gramsci non ha più scritto al padre dopo
queste lettere «lamentose per 1 ritardati soccorsi e in qualche punto immotivatamente stizzi­
te, persino urtanti», e che «nella vastità degli scritti carcerari, pur così ricchi di rimandi au­
tobiografici, il padre è inesistente, cancellato», tranne per quell’unico riferimento «raggelan­
te» alla propria deformità, della quale ci occupiamo m seguito (G. Fiori, Lduniverso affettivo
di Nino, in Id., Gramsci, Togliatti, Stalin, Laterza, Roma-Bari 1991, p. 106). È in questo gru­
mo originario di rancore e di sacrificio, di sensazione di sapersi abbandonato e non cono­
sciuto, che si annida il lato più inquietantemente ‘céliniano’ di Gramsci: si veda il rapporto
con il padre in Mori a crédit.

222
___________________I1 carcere prima del carcere.-------------------- —------

do bene di essere il responsabde primo del proprio sradicamento e del­


la mancanza di conoscenza reciproca. Credeva «di essere conosciuto e
meglio capito», ma si rende conto d’un tratto che non avrebbe dovuto
‘staccarsi’ dalla vita e vivere, «per un paio d’anni, fuori del mondo»,
quasi «nel sogno», lasciando che «si troncassero uno a uno tutti i fili»
che lo univano «al mondo e agli uomini», vivendo «tutto per il cervel­
lo e niente per il cuore», lasciandosi dominare dal suo «egoismo» e tra­
sformandosi in un «orso», anzi in «un lupo nel suo covo», come se «gli
altri uomini non esistessero», senza mai ridere né piangere e patendo
ogni giorno «una vertigine o un capogiro» (alla sorella Grazietta da To­
rino, 1916; L., p. 84). In questa lettera, che nella contrapposizione fra
«cervello» e «cuore» delinea in termini originari la contraddizione fra
la felicità individuale e l’etica del rivoluzionario poi ripresa nelle lette­
re a Giulia, Gramsci utilizza alcune metafore vivaci per rappresentare
il suo stato, e particolarmente quelle dei «fili» spezzati e della riduzio­
ne alla solitudine della bestia («orso» o «lupo»), che torneranno quasi
identiche nelle lettere dal carcere. Ciò che colpisce particolarmente è
che secondo questa prospettiva la vita trascorsa negli studi e nell’atti­
vità politica, alla quale egli si è votato sin da giovanissimo, venga rap­
presentata come «sogno» autistico. È già presente in nuce, dunque, la
traccia di una contraddizione insormontabile fra la scelta di dedicarsi
agli altri e la possibilità di partecipare alla vita degli altri.
Anche le malattie di questi anni anticipano le sofferenze carcera­
rie: già tre anni prima Gramsci aveva descritto al padre «una forma di
anemia cerebrale» che gli toglieva «la memoria», gli devastava «il cer­
vello» e lo faceva «impazzire ora per ora», senza che egli riuscisse «a
trovar requie né passeggiando né disteso sul letto, né disteso per ter­
ra a rotolarci] in certi momenti come un furibondo» (novembre
1913; L., p. 80). Anche la vita del carcere sarà segnata e scandita dai
progressi delle malattie, che il carcerato non ha certo inventato ma che
arrivano sempre al momento giusto per svolgere un ruolo tematico ed
‘estetico’ degno di un’opera di fantasia, nel pieno rispetto della logica
assoluta del ‘destino’. È però la fame di notizie a costituire il filo più
tenace tra le lettere precarcerarie e quelle del carcere. «Inviami notizie
della vita russa», scrive a Giulia, «scrivimi le conversazioni che face­
vamo a Mosca». E tuttavia la ‘notizia’ cruda non gli basta perché for­
nisce il fotogramma isolato di una realtà in movimento. Egli legge
«delle brevi notizie sui giornali», ma non sa «come interpretarle» (a
Giulia, da Vienna, 16 dicembre 1923; L., p. 144). «Scrivi che non sai
immaginare la mia vita, ma la tua come si svolge?», domanda ancora

223
Anglani, Solitudine di Gramsci

a Giulia sforzandosi di «immaginare» il suo «via vai quotidiano, con


la macchinetta del caffè e il piattino», lamentando poi che la sua vita
sia invece «semplice e trasparente, trasparente, diceva Rimbaud, come
un pidocchio tra due lenti». Per questo ella deve scrivergli «tutto» e
dirgli tutto ciò che sente, per dargli «almeno l’illusione» di averla ac­
canto a sé (Vienna, 13 gennaio 1924; L., pp. 181-2). Ma quando Giu­
lia tenta di rivelargli davvero una parte del suo essere, accennando al­
l’esistenza di un’«ombra», egli si ritrae, non riesce «assolutamente a
capire» le osservazioni, i pensieri, i sentimenti di lei, insiste per ren­
dere tutto «chiaro» tra loro due, «anche se si dovesse veramente san­
guinare», si irrita per l’esistenza di tale «ombra inafferrabile» (che poi
forse non è tanto inafferrabile) e ordina alla moglie di non scrivere più
«così vagamente», quasi che ella avesse scelto volontariamente di na­
scondere gli aspetti inquietanti di sé. Il suo razionalismo, che resta lu­
cido anche quando inclina a forme di grave pessimismo, è incompati­
bile con il «languore» che gli pare «morboso e malsano» in una don­
na da lui pure amata per la sua «sanità spirituale», benché egli speri
ancora di poter diradare la «nebbia» che si è levata tra loro due (Vien­
na, 25 marzo 1925; L., pp. 291-2). L’analista si arresta perplesso e
«turbato» sulla soglia dello «stato d’animo» di una persona a sua vol­
ta «turbata e disorientata», sofferente di uno «struggimento» incom­
prensibile (Vienna, 13 gennaio 1924; L., p. 182).
Superiamo ancora una volta l’imbarazzo di frugare in vicende e
considerazioni intime, per riconoscere nella contrapposizione tra sa­
nità e languore non solo la chiave ideologico-politica del dissidio tra i
due e in generale tra Gramsci e il mondo degli altri esseri umani, ma
anche la radice delle contraddizioni che negli anni del carcere mande­
ranno in pezzi un mondo progettato come compatto e inattaccabile.
Anche nei contrasti con i compagni, fra le dure circostanze della lotta
politica, Gramsci tende ad attribuire le cause del conflitto all’incapa­
cità di capire, alla razionalità carente ed alla persistenza di mentalità ar­
caiche e mistiche, secondo una logica severa che egli applica impar­
zialmente a se stesso: come quando attribuisce la non perfetta riuscita
del rinnovato «Ordine Nuovo» all’«isolamento» in cui egli si è trova­
to per molto tempo e che ha «smussato» molto il suo «senso di auto­
critica», tanto che gli pare «di fare una cosa completamente artificiale,
staccata dalla vita», di essere «staccato dalla realtà effettiva e di co­
struire dei castelli di carta» (a Togliatti da Vienna, 27 marzo 1924; L.,
pp. 296-7). Gli mancano, talvolta, «una volontà di ferro, un cervello
sempre lucido e presente, una capacità di lavoro materiale» (a Giulia da

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__________________ Il carcere prima del carcere---------------------------

Vienna, 15 marzo 1924; L , p. 278). Queste ammissioni di debolezza e


di insufficienza, che ogni tanto affiorano nei documenti ufficiali o se­
mi-ufficiali, sono la testimonianza della compattezza teorica di un eti­
ca severissima con gli altri come con se medesimo, e al tempo stesso la
riprova di una fragilità umana che si rifrange in durezza verso i fami­
liari e verso gli affetti più cari e perfino contro la propria persona. La
riprova di queste contraddizioni si ha nelle metafore, che spesso smen­
tiscono le dichiarazioni ideologiche o le declinano in termini proble­
matici rivelando ogni volta un retroscena assai mosso e complesso: co­
me quando, dopo aver immaginato un futuro in cui egli e Giulia lavo­
reranno «insieme» e penseranno «insieme», Gramsci rappresenta sé
come «un punto interrogativo nell’infinito spazio» che non sa «dove
mettere i piedi per trovare una concretezza», e gli viene «la voglia di
scrivere delle elegie gemebonde contro l’avverso destino» che li ha se­
parati «così giovani» quando avevano appena «cominciato a conosce­
re la felicità» (Vienna, 11 maggio 1924; L , p. 350), dimenticando per
una volta che nella sua etica volontaristica il «destino» è il frutto delle
scelte compiute dallo stesso individuo.
Lino sguardo alle date permette di contestualizzare meglio questa
vicenda, poiché questi sono gli anni in cui, come abbiamo già notato,
una desolante carenza di stile caratterizza la scrittura pubblica gram­
sciana. Chi è il vero’ Gramsci? quello che nelle lettere private conti­
nua a far funzionare la propria creatività linguistica e metaforica, o
quello che nelle manifestazioni pubbliche si riduce al rango di fabbri­
catore di slogan? quello che si mostra pervaso da dubbi atroci sulla
stessa razionalità della realtà e della sua azione in essa, o quello che in
articoli e discorsi si mostra convinto della propria missione e della ine­
luttabilità della Rivoluzione? Questo soggetto rischia di rimanere di­
viso, irrimediabilmente scisso in due parti incomumcanti che però tro­
vano entrambe la radice nella politicità profonda del suo essere: l’uo­
mo d’acciaio che dalle colonne dei giornali comunisti tuona contro ì
‘traditori’ della classe operaia con un linguaggio asseverativo e apro­
blematico, e si presenta pronto a sfidare le persecuzioni e la galera del
fascismo, quello stesso uomo nella vita privata vede se stesso come un
punto interrogativo privo di appoggio. La sua creatività conoscitiva e
letteraria, scacciata dalla prosa politica, si esprime solo nella riflessione
autobiografica. Se si tiene conto della raffinatezza alla quale può arri­
vare lo stile di Gramsci, si comprende che la metafora del «punto in­
terrogativo» possiede un senso inquietante che mette in discussione il
quadro intero e lo scopre attraversato da una contraddizione fortissi-
------------------------- Anglani, Solitudine di Gramsci_______ ______ ____

ma. L immagine esprime con la propria densità metaforica ciò che nes­
sun discorso razionale può dire (se non sciogliendo analiticamente la
metafora nelle sue componenti, come noi qui cerchiamo di fare), ossia
la consapevolezza interiore di quanto l’azione politica possa essere
priva di senso e insieme di come essa sia eticamente necessaria e non
possa essere tralasciata.
La contraddizione appare dunque tutta interna al soggetto ed è in­
superab