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Bartolo Anglani SOLITUDINE DI GRAMSCI Politica e poetica del carcere DONZELLI EDITORE SA(i(il DONZELLI Arti

Bartolo Anglani SOLITUDINE DI GRAMSCI

Politica e poetica del carcere

DONZELLI EDITORE

SA(i(il DONZELLI

Arti e lettere

(uhimi volumi pubblicati)

Yvc» Honncfoy

( ìutrvaxìonì sullo sguardo. Piuino, diacornetti, Morandi

Yvc» Honncfoy

/. ‘Entroterra

Yvc» Honncfoy l.a civiltà delle immagini. Pittori e poeti d'Italia

Yves Bonnefoy Goya, le pitture nere

Odisseas Elitis

La materia leggera. Pittura e purezza nell’arte contemporanea

Leslie Fiedler

Dodici passi sul tetto. Saggi sulla letteratura e l'identità ebraica

Leslie Fiedler

Vacanze romane. Un critico americano a spasso nell’Italia letteraria

Leslie Fiedler

Arrivederci alle armi. L ’America, il cinema, la guerra

Wernér Hofmann

I fondamenti dell’arte moderna

Julia Kristeva

Colette. Vita di una donna

Julia Kristeva

Hannah Arendt. La vita, le parole

Julia Kristeva

Melarne Klein. La madre, la follia

Irving Lavin

Bernini e il Salvatore. La «buona morte» nella Roma del Seicento

Melarne Klein. La madre, la follia Irving Lavin Bernini e il Salvatore. La «buona morte» nella

(segue)

Irving Lavin

Santa Maria del Fiore. Il Duomo di Firenze e la Vergine incinta

Irving Lavin

Caravaggio e La Tour. La luce occulta di Dio

Carlo Levi

Roma fuggitiva. Una òtta e i suoi dintorni

Carlo Levi

Le tracce della memoria

Carlo Levi

Il pianeta senza confini. Prose di viaggio

Carlo Levi

Le ragioni dei topi. Storie di animali

Carlo Levi

Il dovere dei tempi

Rui Vieira Nery

Il fado. Storia e cultura della canzone portoghese

Walter Pedullà

Quadrare il cerchio

Maurizio Pistelli

Un secolo in giallo. Storia del poliziesco italiano

Jacqueline Risset

Il silenzio delle sirene. Percorsi di scrittura nel Novecento francese

Mark Rothko

Scritti sull’arte

Mark Strand

Edward Hopper. Un poeta legge un pittore

Emmanuela Tandello

Amelia Rosselli. La fanciulla e l’infinito

Ingeborg Walter e Roberto Zapperi

Il ritratto dell’amata. Storie d ’amore da Petrarca a Tiziano

Ronald G. Witt

Sulle tracce degli antichi. Padova, Firenze e le origini dell’umanesimo

Che cosa resta di Antonio Gramsci, morto settant’anni fa dopo aver trascorso l’ultima parte della sua vita nelle carceri di Mussolini? Mentre i suoi «nipotini» si preparano a celebrare l’anniversario della sua morte cercando in tutti i modi di attualizzarlo e di banalizzarlo, o per ri-fondare il comuniSmo o per fondare ex novo una cultura demo­ cratica e riformista, questo libro si propone di leggere Gramsci come un classico che, come tutti i classici, parla alle generazioni future in termini sempre nuovi e imprevedibili. Tramontato il sogno del comuniSmo, oggi Gramsci è per noi soprattutto uno scrittore, uno dei più grandi scrittori del Novecen­ to. Fare di lui uno scrittore non significa però rimuovere la sostanza politica del suo pensiero, ma prenderla come materia bruciante sulla quale Gramsci ha elaborato un progetto teorico che, come avrebbe detto Pirandello, «non conclude». Il fascino straordinario della pro­ sa gramsciana scaturisce dall’incompiutezza che è legata all’espe­ rienza del carcere. E il carcere, a sua volta, è non un accidente ma la manifestazione di un «destino» che si è annunciato nella sua vita fin dagli anni infantili: del destino della solitudine che si riassume nelle figure di Prometeo, di Farinata, di Tiresia e di altri eroi tragici. Non c’è bisogno di stravolgere il testo gramsciano per ritrovarne le trac­ ce: basta leggere quelle pagine, perché Gramsci il suo destino lo ha raccontato con stile altissimo, sia nei Quaderni che, soprattutto, nelle Lettere dal carcere, libro che sempre più appare come uno dei grandi classici del secolo scorso.

più appare come uno dei grandi classici del secolo scorso. Bartolo Anglani è docente di Letterature

Bartolo Anglani è docente di Letterature comparate all’Università di Bari, dopo aver a lungo insegnato in Francia e negli Stati Uniti. Studioso di Gramsci, al quale ha dedicato lunghi anni di ricerca, ha pubblicato anche numerosi saggi sulla letteratura del Settecento europeo: da Goldoni ad Alfieri, da Rousseau a Parini, da Baretti a Ortes.

ad Alfieri, da Rousseau a Parini, da Baretti a Ortes. www.donzelli.it ISBN 10: 88-6036-139-7 ISBN 13:

ISBN 10: 88-6036-139-7 ISBN 13: 978-88-6036-139-4

€ 2 6 , 0 0

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Saggi. Arti e lettere

Bartolo Anglani

SOLITUDINE DI GRAMSCI

Politica e poetica del carcere

DONZELLI EDITORE

Questo volume è stato pubblicato con un contributo dell’Università di Bari

© 2007 Donzelli editore, Roma Via Mentana 2b internet www.donzelli.it e-mail editore@donzelli.it

ISBN 978-88-6036-139-4

SOLITUDINE DI GRAMSCI

Indice

ix

Premessa

Parte prima

«Fiir ewig»

3

I.Conflitti e totalità

109

IL La solitudine di Prometeo

Parte seconda Il romanzo delle «Lettere»

191

ni. Il carcere prima del carcere

233

IV.L’altro carcere

313

Bibliografia

325

Indice dei nomi

v

Solitudine di Gramsci

Abbreviazioni

L.: A. Gramsci, Lettere (1908-1926), a cura di A. A. Santucci, Einaudi,

Torino 1992. L C (seguita dal n. del voi.): A. Gramsci, Lettere dal carcere, a cura di A. A. Santucci (i, 1926-1930; II, 1931-1937), Sellerio, Palermo 1996 (la numera zione delle pagine è continua nei due volumi).

critica dell’Istituto

Gramsci a cura di V. Gerratana, 4 voli, (poiché la numerazione delle pagine anche in questo caso è continua, ho indicato solo il numero della pagina).

Q.:

A.

Gramsci,

Quaderni

del carcere,

edizione

Per indicare i corrispondenti di Gramsci ho usato sempre lo stesso nome, indipendentemente da quello scritto nell’intestazione delle singole lettere. In particolare: Tatiana (e non Tania) e Giulia (e non Julka). Ovviamente tali nomi, quando sono riportati nelle citazioni, vengono lasciati nella forma usata volta per volta. I corsivi presenti nelle citazioni, qualora non diversamente segnalato, appartengono agli autori. Le traduzioni dalle lingue straniere sono mie.

vm

SOLITUDINE DI GRAMSCI

Premessa

11 mio primo incontro con Gramsci risale a quando, più di qua- IKilt anni fa, Arcangelo Leone de Castris mi propose, come argo­ mento della tesi di laurea in letteratura italiana moderna e contem­

poranea, il rapporto tra Gramsci e la critica letteraria. Su quell’argo- mento compilai la mia tesi, che nel novembre del 1966 discussi alla pi ‘'senza di illustri docenti (fra i quali Ambrogio Domni, commosso

pei che la mia era la prima tesi di laurea su Gramsci alla quale assiste-

' .1 ). Da quella ricerca ricavai un saggetto che Ernesto Ragionieri nel

l')67 pubblicò nel quaderno speciale di «Critica Marxista», intitola- 111 Prassi rivoluzionaria e storicismo in Gramsci (un impasto di con- II addizioni e ingenuità cucite da un po’ di presunzione giovanile) che

mi

consentì di entrare nel mondo degli studi gramsciani e soprattut­

to

di partecipare al convegno di Cagliari dell’aprile 1967. Così, ra-

VAr/mo poco più che imberbe, mi aggirai fra mostri sacri come Gior­ gio Amendola, Norberto Bobbio, Natalino Sapegno, Eugenio Garin • ili ri intellettuali e politici italiani e stranieri, ed ebbi persino Bardi­

le di partecipare al dibattito (ma poi, preso da scrupoli, non volli che il mio intervento vedesse la luce negli atti del convegno). Il giorno in 1 in i fascicoli del quaderno di «Critica Marxista», fresco di stampa, Intono esposti al pubblico, mi precipitai a prenderne in mano una rupia e, mentre sfogliavo trepidante il primo ‘saggio’ della mia vita, 1 mi la coda dell’occhio avvertii la presenza di una grande ombra ac- 1mto a me. Levai lo sguardo e scorsi Giorgio Amendola intento a •logliare una copia della stessa rivista. Si può immaginare quale fos- •r la mia emozione quando i suoi occhi si fermarono sulle mie sten- '•ito pagine, ma si può anche immaginare la mia delusione quando lo ' idi passare subito oltre, tanto poco quelle pagine dovevano interes­

IX

Anglani, Solitudine di Gramsci

sargli. Per qualche anno continuai a pubblicare articoli e recensioni intorno a Gramsci, soprattutto sulla rivista «Problemi» diretta da Giuseppe Petronio. Su tutti quei fogli è sceso un meritato oblio. Poi passai ad altro. L’interesse per Gramsci si risvegliò più di trent’anni dopo, quando il sessantennio della sua morte mi offrì l’occasione per fare i conti con la mia coscienza anteriore. Da quelle riflessioni nac­ que un pamphlet (pubblicato dall’editore Manni di Lecce nel 1999 con il titolo Egemonia e poesia. Gramsci: l’arte, la letteratura) nel quale tentai di fare il punto sull’annosa questione del Gramsci prete­ so critico e storico letterario e perfino fondatore dell’estetica marxi­ sta: ma, tutto preso dall’urgenza di confrontarmi con le letture tradi­ zionali della critica italiana che si era particolarmente impegnata nel­ la definizione della questione, ignorai programmaticamente i contri­ buti provenienti da altri contesti culturali. In ogni modo, pur attra­ verso procedimenti discutibili, verificai tutta la distanza che mi sepa­ rava ormai dal mio primo maestro e relatore, con il quale condivide­ vo solo la tesi che Gramsci non avesse mai pensato a fondare un’e­ stetica. Su tutto il resto avevamo opinioni completamente diverse, e in particolare sulla possibilità di usare Gramsci nella lotta politica e culturale dei nostri giorni. Per me un’intera epoca si era chiusa, e Gramsci poteva diventare produttivo solo a patto di essere conside­ rato nella sua assoluta ‘inattualità’. La ricostruzione (o quella che io ritenevo tale) delle idee di Gramsci sull’arte e sulla letteratura mi ave­ va convinto che ben poco poteva essere ‘utilizzato’ nella ricerca con­ temporanea, e che tutto ciò che si poteva e doveva fare era ricono­ scerne la grandezza strategica e l’originalità teorica rispetto alle altre esperienze novecentesche di stampo marxista. Con quel libro credevo di aver chiuso definitivamente i miei conti con Gramsci: ma nel 2003, per invito di Franco Fido, tenni un corso su Gramsci all’Università di Harvard. Le ricche biblioteche di quel­ l’università mi permisero di accrescere le mie conoscenze intorno alle interpretazioni nate nel contesto inglese e americano; e la rilettura ‘didattica’ delle Lettere dal carcere mi stimolò ad approfondire l’ana­ lisi di quel testo straordinario. Se continuavo a pensare che come teo­ rico dell’arte e della letteratura Gramsci aveva poco da dire al secolo ventunesimo, la sua esperienza concreta di scrittore mi appariva sem­ pre più originale e viva man mano che 1epoca storica che le aveva fatto da sfondo si allontanava. Poco prima di tornare in Italia, invita­ to a parlare di Gramsci al Circolo italiano di Boston, stesi il testo di una conversazione che poi, rivista e corretta, è uscita in un volume in onore di Vitilio Masiello con il titolo Gramsci, un ‘classico’ del N o­

-------------------------------- --------- Premessa

vecento'. Il Gramsci del 2003 ha dunque un’impronta ‘americana’ che in parte si è conservata nella stesura. Sullo sfondo c’erano i fragori della guerra in Iraq e i discorsi di Bush alla Tv. Il filo unitario è offer­ to dal tema del carcere, che unisce il Gramsci precarcerario (e addirit­ tura quello infantile) al Gramsci carcerato. Nei primi due capitoli di questo libro ho ripreso quella conferen­ za, modificandola, ampliandola ed accrescendola di parecchio, senza rinunciare tuttavia allo stile discorsivo originario. Tale genesi spiega il tono generalizzante ed assertivo di alcuni passaggi, come anche la frammentarietà dei rimandi bibliografici specifici a tutti i temi gram­ sciani sfiorati (ciascuno dei quali meriterebbe un’indagine apposita e una sfilza interminabile di titoli specialistici), che certamente sarà rimarcata dai lettori più aggiornati. La «letteratura secondaria» gram­

sciana è talmente vasta e ricca, e si riferisce a tanti contesti sociali, poli­ tici, culturali e linguistici, da presentare allo studioso l’immagine di un «vero labirinto»12 nel quale è facilissimo smarrirsi. Se si pensa poi che

lo studioso ‘integrale’ di Gramsci dovrebbe saper controllare un vasto

numero di discipline, dalla storia all’economia, dal diritto all’estetica, dalla filosofia all’etica, non sarà offensivo per chicchessia supporre che solo una minima percentuale degli studiosi gramsciani più accreditati, perfino tra quelli che al nostro autore hanno dedicato grandissima parte della loro vita, sia in grado di padroneggiare quella bibliografia. Ha scritto di recente Mario Lavagetto che chi afferma di aver letto tutta la bibliografia secondaria prima di scrivere un libro su Proust fa

al tempo stesso «una dichiarazione sintomatica» e dice «una traspa­

rente bugia congiunturale»: la dichiarazione sintomatica di una specie

di complesso di colpa in chi pensa che si debba «cominciare a scrivere

solo dopo aver acquisito - con letture meticolose e pazienti - una conoscenza diretta di tutto quanto il testo ha prodotto»; ma anche una bugia che non è difficile scoprire se si pensa che, quand’anche «uno spirito servizievole» accumulasse «pian piano e metodicamente, volu­ me dopo volume», i titoli della bibliografia sulla scrivania del critico, e quand anche quel lettore, «strenuo fino al masochismo», fosse «dispo­ sto a sacrificare i propri sonni e il proprio vivere associato per leggere almeno trecento pagine al giorno (e che pagine!)», gli ci vorrebbero «non meno di quindici o vent’anni per esaurire tutta quella mole»:

1 Si veda Aa.Vv., Forme e contesti. Studi in onore di Vitiho Masiello, a cura di F. Tateo e R. Cavalluzzi, Laterza, Roma-Bari 2005, pp. 513-33. A. Finocchiaro, Gramsci and the History of Dialectical Thought, Cambridge University Press, Cambridge 1988, p. 2.

XI

Anglani, Solitudine di Gramsci

senza tener conto che nel frattempo, come nella parabola di Achille e

della tartaruga, «la critica si sarebbe ulteriormente arricchita» e il lavo­

ro del critico sarebbe divenuto interminabile. L’alternativa è allora tra

il chiudersi nel «silenzio assoluto» e la scelta di utilizzare «un’attrez­ zatura leggera»: e il fatto stesso che questo libro esca alla luce significa che l’autore ha rinunciato al silenzio ed ha voluto rischiare consape­ volmente di «ripetere quello che altri hanno già detto»3. Pazienza. La bibliografia gramsciana non è meno ricca né meno suscettibile

di

accrescimento infinito rispetto a quella proustiana, e probabilmen­

te

comprende testi scritti in molte più lingue. Basta sfogliare le prime

bibliografie di Elsa Fubini, e poi quelle di John Cammett fino agli elenchi commentati che periodicamente vengono messi in rete dalla International Gramsci Society, per dedurre che solo qualche spirito votato al sacrificio totale di sé potrebbe aspirare a leggere non tutto in assoluto ma anche solo tutto ciò che appare connesso a un tema parti colare4. A parte la scarsità del tempo disponibile, ad ostacolare tale conoscenza si aggiunge la molteplicità babelica delle lingue di quanti si sono interessati a Gramsci. Purtroppo l’autore di questo libro ignora il cinese, il giapponese, il polacco, il russo; e il tedesco lo avverte come un universo minaccioso e scostante5. Se dunque lasciassi credere di aver letto non dico tutto ma una buona percentuale della letteratura secondaria su Gramsci, proferirei una bugia talmente smaccata che la lunghezza del mio senso di colpa supererebbe quella del naso di Pi

3M. Lavagetto, Eutanasia della critica, Einaudi, Torino 2005, pp. 5-7. 4 Si provi a battere il nome di Gramsci nella maschera di Google-Print (il cui lavoro dì digitalizzazione è rimasto bloccato, e dunque non può considerarsi esaustivo), e si conti il numero impressionante di volumi nei quali il nome di Gramsci ricorre in termini non epi sodici, per avere un saggio di quanto la bibliografia gramsciana possa essere immensa al di Li di quella raccolta dagli addetti ai lavori. 5 Solo trent’anni fa la fortuna di Gramsci fuori d’Italia costituiva una breve appendice nella storia della critica: cfr. l’ultimo capitolo di G. C. Jocteau, Leggere Gramsci. Guida alle interpretazioni, Feltrinelli, Milano 1975, pp. 136-55. Ma vent’anni dopo i saggi raccolti da IL J. Hobsbawm in Gramsà in Europa e in America, a cura di A. A. Santucci, Laterza, Roma Bari 1995, mostrano la crescita esponenziale delle letture gramsciane nei due continenti. Nel volume di G. Liguori, Il Gramsci conteso. Storia di un dibattito, 1922-1996, Editori Ritmili, Roma 1996, che costituisce a tutt’oggi la ricostruzione più ampia della discussione su Gramsci, i contributi stranieri non fanno capitolo a sé ma diventano parte di una storia inte­ grale del pensiero gramsciano. Ma già nel 1998 almeno il 41% dei titoli della bibliografi,i gramsciana è scritto in lingue diverse dall’italiano, e il 12% in inglese (J. M. Cammett, I he «Bibliografia gramsciana», in «Rivista di studi italiani», xvi, 1998,1, pp. 5-6). Un aggiorna mento recente sulla diffusione di Gramsci nel mondo, utile anche se sintetico, si trova in IL Mordenti, Gramsci e gli «studi culturali», in Aa.Vv., Studi in onore di Vitilio Masìelln, Laterza, Roma-Bari 2006, pp. 2003-18. Da ultimo, sulla diffusione di Gramsci nel mollilo anglosassone (e in particolare sulla traduzione dei Quaderni fatta da Joseph Buttigieg), *1 veda il fascicolo speciale di «Rethinking Marxism», XVIII, 2006, 1.

XII

Premessa

mi ii diio nei suoi momenti più critici. L’opposto del complesso di colpa

• l i Iaccia tosta, grazie alla quale oso confessare che i libri e i saggi con- "liali sono una piccolissima parte di quelli che, stando ai soli titoli,

I" 'levano contenere informazioni utili e interessanti intorno agli argo-

ne un di cui mi sono occupato. I pur vero che tale carenza è in certa parte compensata dall’esisten-

/ "li alcune linee di separazione che autorizzerebbero una simile igno-

' 111 a metodica: il 1975 per il testo dei Quaderni del carcere, usciti quel-

I inno in edizione critica; e il 1996 per le Lettere dal carcere (con la

i ippa intermedia del 1965 che comunque rappresentò un progresso

ii |" Ilo all edizione del 1947); nonché il 1992 per le Lettere dell’epoca irccraria, fin allora sconosciute alla massa dei lettori. Tutto ciò che

pii' ide queste date è di fatto preistoria, degno di attenzione per chi ■M'.lia ritessere il filo degli usi e delle interpretazioni, ma privo di inte-

ii

a per un’epoca in cui la conoscenza dei testi gramsciani è incom-

l'ii

abilmente più ampia e completa. Ci sono alcune eccezioni, natural-

ii"

me, come quella di Giacomo Debenedetti (il quale nel 1947 seppe

indovinare dai pochi frammenti allora disponibili una complessità piiiblcmatica ignota ai più), ma questi sprazzi di genialità non posso- ■I n legge. Tranne casi isolati, dunque, dovrebbe destare pochi e cir-

lasciare da parte molti scritti col-

li'gali a un testo superato. Certo non si dovrebbe trascurare l’altra fac-

' ii della medaglia, ossia il fatto che una storia critica integrale delle

uni ipretazioni gramsciane costituisce un capitolo non secondario

■l'Ila storia del ‘costume’ (e del ‘malcostume’) intellettuale italiano, per

I I ' in stesura non sarebbe fuor di luogo costruire categorie analoghe a '|"'Hc elaborate dallo stesso Gramsci, come quelle del brescianesimo e

di I lorianismo. La mancanza dell’edizione critica, a mio parere, non

, Mistifica il diluvio di sciocchezze, di banalità, di appropriazioni, di

■H'lenze testuali e perfino umane che si abbatté sull’opera gramsciana

■Ii|'.li anni cinquanta in poi. Le strumentalizzazioni operate ai danni di

• ii.imsci, prive di ogni sia pur debole appiglio filologico perfino nei

i mto criticati volumi ‘tematici’, hanno ben poco a che vedere con gli

"'<i'1he sempre gli studiosi a buon diritto fanno di testi classici. Nella h'ill.iglia politico-intellettuale che infuriò in Italia dall’inizio degli anni ■impianta fino almeno agli anni settanta, Gramsci fu nei casi peggiori

un uomo dello schermo o un pretesto per gonfiare operazioni di basso

livello che i protagonisti e i comprimari di quella battaglia non osava- iiii svolgere in nome proprio; e, nei casi migliori, un Testo al quale

' i" ii re re per ‘autorizzare’ le svolte ideologiche e politiche considerate

' i i ritti sensi di colpa la decisione di

XIII

Anglani,

Solitudine di Gramsci-----------------------------

via via necessarie. Tutti, chi più chi meno, si nascondevano dietro il nome di Gramsci per nobilitare le proprie idee e per sminuire quelle degli avversari, mossi (come disse Garin in termini assai neutri e gen­ tili) dalla «ricorrente tentazione» di «utilizzare il materiale delle medi­ tazioni del carcere ora come arsenale di citazioni per tutti gli usi, ed ora come l’abbozzo di una sorta di enciclopedia in compendio di tutte le scienze»6. Le opere di Gramsci divennero non solo «la fonte attraver­ so cui la politica dei comunisti italiani del dopoguerra potè essere giu­ stificata politicamente e legittimata ideologicamente», ma si trasforma­ rono in «armi» usate in Italia e altrove da «gruppi disparati» nella loro «lotta per il potere»7. Su questi dati si potrebbe scrivere la storia della ‘miseria’ di fazioni in forte conflitto tra di loro ma unite dalla ferma volontà di costruire sui testi gramsciani quella identità forte che esse non riuscivano a darsi guardandosi attorno e scontrandosi con il mondo reale. Se, per qualche vicissitudine non del tutto inverosimile, l’Italia fosse rimasta all’oscuro dei Quaderni e delle Lettere, non si sa bene su quale piedistallo la cultura postbellica si sarebbe potuta arram­ picate per costruire uno straccio di identità. Il cinismo, la presunzio­ ne, la superficialità con cui Gramsci fu saccheggiato allo scopo di ‘autorizzare’ i comportamenti più diversi sono dunque documenti preziosi per la storia di quegli anni. Ma tale storia non poteva essere oggetto integrale di questa ricerca, benché alcune volte sia apparso utile produrne qualche esemplare. I contributi allo studio di Gramsci venuti alla luce in seguito alla pubblicazione completa e critica dei testi (se si escludono quelli di alcuni studiosi, o sedicenti tali, che continuano ad usare le vecchie edi­ zioni come se nulla fosse) non meriterebbero più di essere liquidati con altrettanta sufficienza8. Ma qui interviene un altro discrimine, che riduce di molto l’utilità di gran parte della bibliografia gramsciana suc­ cessiva al 1975: ed è quello del 1989 o del crollo del comunismo, il quale dovrebbe avere come conseguenza il fatto che gran parte di ciò che fu scritto nella prospettiva della ‘costruzione’ del comunismo perda parecchio del suo valore. Ma in questo campo il numero di colo­

6E. Garin, Gramsci e ilproblema degli intellettuali [1966], in Id., Intellettuali italiani del X X secolo, I ed. 1974, Editori Riuniti, Roma 1987, p. 291. 7 B. Fontana, Hegemony and Power. On thè Relations between Gramsci and Machiavelli, University of Minnesota Press, Minneapolis-London 1993, p. 2. 8Esistono casi di studiosi di un certo livello che però rivendicano il loro diritto ad usare

la vecchia edizione ‘tematica7: come fa J. V. Femia nel suo pur notevole contributo su

Gramsci’s Politicai Thought: Hegemony, Consciousness and thè Revolutionary Process, Clarendon Press, Oxford 1981, convinto che nessuno sia riuscito a dimostrare «che le idee

di Gramsci siano cambiate in modo rilevante tra il 1929 e il 1935», p. 24.

XIV

----------------------------------------- Premessa

ro che continuano ad agire, a studiare e a scrivere come se il comuni­

smo appartenesse ancora all’universo dei possibili, purtroppo, supera

di molto il numero di quanti continuano a ignorare l’edizione critica

dei Quaderni: tanto da far pensare che proprio l’edizione critica abbia provocato indirettamente il proliferare di letture ‘integrali’ e ‘totalita­ rie’, ovvero pesantemente sistemiche, di un pensiero che la vecchia edi­ zione tematica presentava suddiviso (sia pure arbitrariamente) in par­ tizioni disciplinari. Si tratta di un fenomeno veramente straordinario e paradossale, meritevole di un’indagine propria che va anch’essa molto oltre i propositi di questo lavoro, e che qui è stato affrontato solo per alcuni campioni particolarmente significativi. Benché l’edizione critica mostri fisicamente come sia impossibile ricostruire un ‘sistema’ di pensiero gramsciano, pure molti illustri studiosi si sono cimentati in questa impresa, dimostrando che non sempre al ‘progresso’ in un campo (in questo caso, nel campo della filologia) corrispondono pro­ gressi analoghi in altri settori.

Rileggendo le pagine di questo libro al momento di affidarlo all’e­

ditore, mi sono chiesto se il richiamo continuo alla storia (e al peso) del gramscismo non fosse per avventura il segno di un’ottica arretra­

ta, e se non sarebbe stata preferibile una ricostruzione più oggettiva

e ‘scientifica’ della riflessione gramsciana. Ma, riflettendoci su, ho finito per convincermi che lo spettacolo di improvvisazione e di con­ fusione di cui sta dando prova la sinistra italiana da quando è al governo (parlo sia di quella cosiddetta ‘radicale’ che di quella cosid­ detta ‘riformista’) dimostra inconfutabilmente che quella storia pur­ troppo non è finita e che non è senza qualche ragione che occorra tornarci su. La fine del comunismo (del quale, come apparirà evi­ dente, il sottoscritto non nutre alcuna nostalgia) non non è stata sfruttata dai gruppi dirigenti della sinistra per ridiscutere le proprie basi teoriche e per elaborare una cultura nuova all’altezza dei tempi. La storia tragicomica della fondazione di un non meglio identifica­ bile «partito democratico», destinato a raccogliere l’eredità dei due totalitarismi storici (quello dell’integralismo della sinistra cattolica e quello dell’integralismo comunista), narra appunto il rifiuto delle classi dirigenti a mettere davvero in discussione il patrimonio ideo­ logico che essi fingono (o, peggio, credono in buona fede) di voler cancellare. Si liquida frettolosamente il passato quando non si pos­ seggono gli strumenti adatti per distanziarsene criticamente, aveva detto Gramsci tanti anni fa, e tale verità rimane purtroppo valida nel XXI secolo. Non meno tragicomico appare il tentativo opposto e

xv

Anglani,

Solitudine di Gramsci

speculare di riunificare i refrattari allo scioglimento ‘democratico’ della sinistra in un rassemblement egemonizzato dalla ri-fondazione del comunismo. Un destino cinico e baro ha deciso che l’Italia non debba avere un partito di sinistra, moderno e riformista, come lo hanno tutti i paesi europei, e che al suo posto debbano esistere due agglomerati incapaci di misurarsi con i problemi della modernità: da

un

lato l’agglomerato genericamente ‘democratico’ in cui i nomi stes­

si

di socialismo e sinistra vengono cancellati, e dall’altro l’agglome­

rato ‘radicale’ che sogna una antistorica rifondazione del comunismo

e un’altrettanto utopistica fuoriuscita dal capitalismo. Nel resto

d’Europa non c’è niente di simile. E certo questo libro non pretende

di

elaborare la cultura politica mancante (anche perché il suo discor­

so

presuppone la distinzione limpida fra teoria e prassi, fra riflessio­

ne

storiografica e strategia politica), ma si propone solo di contribui­

re

da un punto di vista assai limitato alla esplorazione di certi model­

li

fondativi che anche grazie ad una certa malintesa eredità gramscia­

na sopravvivono a dispetto di tutte le giravolte ideologiche. La tran­

sizione italiana è veramente infinita e, finché dura, non sarà un lavo­

ro del tutto sprecato quello di ricostruire gli schemi ideologici e per­

fino mentali che la condizionano. La lettura di contributi maturati in ambienti estranei alla tradizione italiana, e in particolare anglosasso­

ni, può forse aiutare a corrodere la persistenza di quei modelli con­ siderati invariabili. Pur nella loro a volte disarmante ingenuità, quei contributi introducono nel dibattito su Gramsci una dimensione nuova: dimostrano cioè sperimentalmente che esiste un altro modo

di

studiare il nostro autore che non si risolva nella ripetizione infini­

ta

delle vecchie appartenenze prive ormai di cittadinanza nel nuovo

secolo. (Molti contributi provenienti dalla Francia invece, forse a causa della maggior vicinanza geografica e culturale, si segnalano per

eccessi di settarismo e di cecità ideologica rispetto ai quali l’Italia non

ha nulla da invidiare).

Si pone dunque il problema se la scelta di ignorare tanti titoli della bibliografia gramsciana possa essere considerata una mancanza grave a carico dello studioso. Io, in quanto autore e persona interessata, dopo aver confessato le mie carenze d’informazione non mi pronuncio. Mi limito all’autodenuncia: e dichiaro altresì che la mia colpa può essere leggermente attenuata dal fatto che i temi principali della discussione contemporanea su Gramsci circolano ampiamente nella critica, e che dunque ogni testo che si riesce a consultare permette di risalire ad altri testi e di colmare in qualche misura le lacune. La letteratura seconda­

xvi

Premessa

ria può così essere usata come fonte primaria dalla quale attingere

informazioni sulla letteratura secondaria non controllata. In ogni caso, va precisato che la composizione del libro risale al 2003-04, e che negli

anni successivi quella stesura è stata rivista e qua e là aggiornata ma non modificata sostanzialmente. Dunque i titoli della bibliografia

gramsciana usciti negli ultimi anni sono a volte citati ma solo a margi­

ne di un discorso già largamente compiuto che non poteva essere stra­

volto e rifatto ogni volta. Qualche lettore potrebbe rilevare una certa disparità tra le due parti del libro: fra la prima, che, come detto, anche nel linguaggio e in una certa disinvoltura (e perfino nella casualità) dell’informazione biblio­ grafica rivela il carattere del pamphlet fitto di affermazioni non sempre

agganciate alla lettura e alla meditazione riposata dei testi; e la seconda, che almeno nelle intenzioni pretende di dare una interpretazione criti­ ca delle Lettere gramsciane prima e durante il carcere. Senza negare lo squilibrio ‘scientifico’ tra le due parti, vorrei comunque sottolineare che in entrambe l’oggetto del discorso è la natura drammaticamente contraddittoria di un’esperienza che, come anticipato, trova la sua unità attorno alla metafora del «carcere». Non saprei dire a quale metodo di lettura possano essere ascritti i procedimenti analitici qui utilizzati. Confesso che, se mi trovo a disagio nelle parrocchie ideologiche, non

mi sento del tutto a casa nemmeno in questa o quella parrocchia meto­

dologica. Un po’ polemicamente nei confronti di alcuni critici che hanno sopraffatto il testo gramsciano con categorie che presuppongo­

no non tanto la particolare letterarietà dell’opera ma addirittura una let­

terarietà assoluta e quasi senza tempo (ci sono fanatici anche da questa parte), il mio metodo è stato quello di non sovrapporre un modello astratto al testo ma di ‘ascoltarlo’, seguendo le suggestioni generali della critica starobinskiana senza però ripeterne le movenze esteriori. In un libro di qualche anno fa su Verri e Beccaria mi sono comportato allo

stesso modo: ho analizzato la scrittura dei nostri illuministi con moda­ lità ‘letterarie’ ma non ho trasformato i loro testi in poesie e romanzi.

La letterarietà dei Quaderni non è la stessa della Recherche. Non è male

ricordare a certi lettori sopraffini, come a Monsieur Jourdain, la diffe­

renza tra la poesia e la prosa. Anche un manuale di matematica può essere letto in termini estetici, purché se ne salvaguardi la specificità sia rispetto alla disciplina alla quale comunque appartiene sia rispetto alla temporalità entro la quale si iscrive. Gramsci è certamente un grande ‘scrittore’ ma non è Beckett e nemmeno Pirandello, non è né più gran­

de né più piccolo ma è altro', ha scritto negli anni venti e trenta e non

XVII

Anglani, Solitudine di Gramsci

nell’epoca postmoderna. Bisogna dunque rintracciare la sua letterarietà peculiare, e non inseguire esperienze rarefatte di scrittura che appar­ tengono ad altri mondi e ad altre epoche. Queste precisazioni e questi avvertimenti potrebbero risultare in fin dei conti inutili se anche questo libro gramsciano, come il prece­ dente, verrà ignorato dalle diverse parrocchie del gramscianesimo contemporaneo, ostili tra di loro nel rivendicare ciascuna la giusta interpretazione ma reciprocamente solidali nell’escludere dall’oriz­ zonte del dibattito le proposte che non esibiscano il marchio di una motivazione teorico-politica riconoscibile; che cioè non rispondano

stali­

nisti, per i riformisti, per i liberali, per i trotzkisti, per i clericali e per cento altri raggruppamenti, ciascuno dei quali difende il proprio diritto a disegnare l’immagine del ‘suo’ Gramsci e ad immaginare una strategia politica corrispondente: ma non c’è posto per gli agnostici, ossia per coloro che non chiedono a un pensatore ‘classico’ le rispo­ ste ai problemi politici contemporanei e che si limitano a studiare quel pensatore, con le loro più o meno deboli forze, semplicemente per comprenderlo in termini di assoluta ‘inattualità’; che lo conside­ rano un grande scrittore e un grande intellettuale del secolo scorso e niente di più (e niente di meno), un classico che vai la pena di studiare per se stesso come si studia Machiavelli o Mazzini o Cavour senza per questo fondare partiti machiavellici o mazziniani o cavouriani o

associazioni prò o contro qualcuno. Le diverse parrocchie gramscia­ ne amano riunirsi periodicamente per ripetersi più o meno le stesse cose e per sentirle ripetere e per marcare le loro differenze rispetto alle parrocchie nemiche, e lasciano da parte tutti coloro che non aprono i loro interventi con un atto di fede o di appartenenza e che non fanno la loro genuflessioncella d ’uso verso il primato dell’ege­ monia o del concetto che in quel momento è considerato fondante, primario e irrinunciabile. Chi sta fuori da questo circolo privilegiato non esiste e, pertanto, non legitur. H o dunque qualche ragione moti­ vata per credere che questo libro non sarà letto e soprattutto non sarà né discusso né recensito nemmeno per essere stroncato, proprio come è capitato al suo fratello maggiore. E facile prevedere però che, se qualche gramsciano si spingerà a sfogliarne le pagine, si udranno risuonare critiche violente, la prima delle quali sarà che non dovrebbe essere consentito a chi non è stori­ co delle dottrine politiche o discipline affini di trinciare giudizi sul comunismo, sul liberalismo, su Hegel, su Croce, su Gentile, su Sorel

alla domanda fondamentale: «con chi stai?». C ’è posto per gli

XVIJI

Premessa

e su temi e figure e problemi del pensiero. A tali obiezioni si potreb­

be replicare, innanzitutto, che sarebbe ben triste quel mondo in cui

nessun calzolaio andasse oltre la scarpa, perché esistono temi che pur possedendo un nucleo altamente specialistico presentano poi facce molteplici che interagiscono con altre componenti della vita cultura­ le presente e passata; e in secondo luogo che negli ultimi tempi si son visti parecchi storici del pensiero politico o sociologi illustri o stu­

diosi delle discipline più varie sfornare saggi e volumi su autori e problemi raffinatamente letterari, talora senza provvedersi di biblio­ grafia adeguata e crogiolandosi in un dilettantismo ancora più disar­ mante di quello mostrato da queste pagine. Non faccio nomi, ma al lettore sufficientemente attento non sarà difficile trovare saggi e per­ fino volumi su classici della letteratura nei quali non c’è nemmeno l’ombra di una bibliografia decente ed aggiornata. E dunque, come noi critici letterari tolleriamo bonariamente che chi ignora del tutto

sia

i metodi della critica e della storiografia letteraria sia le bibliogra­

fie

specializzate sull’argomento dica la sua su Proust o su Camus o

su

Leopardi o su Manzoni, convinti come siamo che in fondo questi

temi appartenenti alla cultura dei nostri giorni non possono essere ristretti alla iperspecializzazione di pochi eletti, così sarebbe oppor­ tuno che gli storici della politica e del pensiero sopportassero che un critico letterario dica ciò che pensa intorno a certe tematiche ideolo­ giche e politiche senza fargli l’esame del sangue. In base a quale prin­ cipio sono autorizzate letture ‘politiche’ di Pascoli e sono invece vie­

tate le letture ‘estetiche’ di Gramsci? Tanto più che, come ho cercato

di motivare nelle pagine seguenti, l’approccio ‘estetico’ alle opere

gramsciane non è un lusso in più di qualche cultore della Forma ma il solo metodo analitico che possa dar conto di come il testo gram­

sciano è costruito e ‘funziona’. In fondo, l’autore di questo libro non pretende di fornire una nuova interpretazione delle varie questioni dell’ermeneutica gramsciana, non dice la sua su Gramsci e lo Stato o

su Gramsci e il Partito e via di questo passo, ma si propone di esa­

minare le precondizioni, umane e filologiche, di qualsiasi interpreta­ zione. I Quaderni gramsciani non sono un Testo, compiuto e orga­

nico, sul quale si possa esercitare l’arte dell’interpretazione come se

si trattasse di un’opera di Hegel: se c’è un Testo, nella produzione

gramsciana, esso è paradossalmente quello delle lettere e in partico­

lare delle Lettere dal carcere. Ciascuno dei due testi va dunque letto

e interpretato con chiavi specifiche se non si vogliono ottenere risul­

tati infondati. Si siano fatti cento seminari su Hegel e su Marx e via

XIX

Anglani,

Solitudine di Gramsci

di questo passo, finché non si sarà ‘ascoltato’ il testo nel meccanismo del suo prodursi e nel suo riprodursi si potranno dire tutte le cose che si vorranno sull’egemonia e sull’intellettuale organico e su tutti gli altri temi intorno ai quali la mente di Gramsci ha riflettuto negli anni della prigionia ma si continuerà a non cogliere di quel testo la cellula generativa che sola lo spiega e lo rende leggibile.

Marzo 2007

xx

B. A.

SOLITUDINE DI GRAMSCI

I. Conflitti e totalità

L’arte è irriducibile alla terra, al popolo e al momento che

la producono; ciò nonostante, è inseparabile da essi [

pera è una forma che si sgancia dal suolo e non occupa alcuno spazio: è un’immagine. Un’immagine, però, che prende corpo perché è legata ad un suolo e ad un momento: quattro pioppi che s’elevano dal cielo di una pozzanghera, un’onda nuda che nasce da uno specchio, un po’ d’acqua o di luce che scorre fra le dita di una mano, la riconciliazione di un triangolo verde e un cerchio arancione. L’opera d’arte ci lascia intravedere, per

un istante, il lì nel qui, il sempre nell’adesso. (Octavio Paz)

L’o­

].

Può sognare più cose la tua filosofia, Orazio, di quante ne

(Anonimo)

esistano nel cielo e nella terra.

L’interesse dei critici letterari e degli storici della letteratura per Gramsci fu suscitato per la prima volta non dalla pubblicazione di quella parte della sua opera che gli editori intitolarono Letteratura e vita nazionale ma già dalla prima edizione delle Lettere dal carcere (1947), destinate ad aver successo proprio come opera letteraria. E tuttavia il diritto dei ‘letterati’ ad occuparsi di Gramsci, benché legit­ timato ab initio, si manifestò troppo spesso in forme che oggi paio­ no datate: condizionati dalla pubblicazione ‘tematica’ delle opere gramsciane a coltivare l’illusione che Gramsci avesse davvero pro­ gettato saggi e libri di carattere disciplinare, i critici letterari demo­ cratici e di sinistra dapprima si ritennero autorizzati ad isolare il te­ ma della letteratura e (addirittura) dell’estetica dal contesto dei Qua­ derni, e ben presto estesero la loro attenzione all’intera opera del pensatore finché rivendicarono il loro diritto a ricostruire in tutti i

3

^

Anglani, Solitudine di Gramsci

suoi aspetti la complessità del pensiero gramsciano1. In queste lettu­ re Granisci era presente però soprattutto in quanto ‘soggetto’, ossia come costruttore di giudizi critico-letterari e perfino come produtto­ re di concetti teorici per la storia letteraria e l’estetica, e mai o quasi mai come scrittore: mentre dalla parte opposta altri studiosi, quasi sempre 'idealisti’ o comunque organici ad altre aree politiche e ideologiche, si rivolgevano agli aspetti letterari dei testi gramsciani con lo scopo non tanto celato di separare Gramsci dal complesso della sua opera e met- terne in discussione la profonda politicità. In Gramsci c’era la stoffa di un grande scrittore (come di un grande storico, di un grande critico ecc.), malgrado la sua appartenenza a un orizzonte teorico-politico in­ compatibile con la vera arte, con la vera letteratura, con la vera rifles­ sione teorica e così via. L’ipotesi dalla quale parte questo libro si muo­ ve in un campo estraneo ad entrambe le impostazioni: sia a quella di chi vede in Gramsci il fondatore di una teoria marxista moderna del­ l’arte e della letteratura (come di altre svariate discipline appartenenti allo scibile umano), sia a quella di chi apprezza in lui le qualità dello scrittore a patto di resecarle dal complesso di un’opera di cui non ri­ conosce la qualità tendenzialmente ‘organica’ e compatta e insieme complessa e perfino contraddittoria. Leggere Gramsci come un pensa­ tore apolitico o un politico ‘innocente’, come da più parti si è tentato, è un’operazione scorretta sul piano scientifico e induce a smarrire tut­ ti i nessi che rendono ‘leggibile’ l’opera gramsciana. Ma un procedi­ mento non meno scorretto è quello di assumere tale politicità e tale or­ ganicità in termini apologetici, ossia considerare tali qualità non come oggetti ma come criteri a priori d’analisi. Se il comunismo è non l’og­ getto reale dell’analisi ma il criterio autofondante di essa, tutto lo svi­ luppo conoscitivo ne risulta compromesso. Riconoscere la centralità del comunismo gramsciano senza riconoscersi nel comunismo o met­ tendo tra parentesi il proprio comunismo, ossia senza mescolare le proprie posizioni politiche e ideologiche allo studio di un autore clas­ sico: questo dovrebbe essere, mi sembra, l’atteggiamento più produt­ tivo sul piano scientifico. E questo l’approccio che, sommariamente,

1 II lavoro semisecolare di Giuseppe Petronio illustra a perfezione questo itinerario dal

‘disciplinare’ al ‘generale’, dalla relazione su Gramsci e la critica letteraria al convegno gram­ sciano del 1957 fino agli interventi militanti degli ultimi anni. La sintesi più efficace di que­ sto processo si trova nel fondamentale volumetto di M. Paladini Musitelli, Introduzione a ( intmsci, Laterza, Roma-Bari 1996. Per l’indicazione più precisa di questo e di altri titoli del­ la bibliografia gramsciana alla quale spesso alludo, rimando alla Bibliografia pubblicata alle pp. 189-204 del mio Egemonia e poesia cit., che per molti aspetti deve essere considerato complementare a questo libro.

4

Conflitti e totalità

possiamo definire ‘estetico’, in quanto interessato a verificare il fun­ zionamento del testo in sé e quasi ad ‘ascoltarne’ il suono interno, piuttosto che a valutarlo per i contenuti. Quando si affronta la lettura di un’opera che è insieme frammenta­

ria e complessa, unitaria e contraddittoria, occorre scegliere un criterio

di lettura che salvi tutte queste caratteristiche senza che l’una prevari­

chi sull’altra, consentendo contemporaneamente al lettore di seguire il tracciato delle proprie curiosità e dei propri interessi. Si tratta quindi di

decidere quali aspetti, oggi, siano decisivi per cogliere il senso di tale in­ terrelazione complessa. Da parte mia, e non certo per ragioni di botte­ ga, sono convinto che una lettura ‘etico-estetica’ non solo non sia se­ condaria rispetto a quella teorico-politica ma sia la più idonea per in­ tendere davvero le ragioni che fanno di Gramsci un ‘classico’, ossia un autore che non solo non è divenuto «obsoleto» con il mutamento dei tempi e delle condizioni storiche ma si fa leggere e interpretare in for­ me sempre rinnovate2. Il primo segno della classicità di Gramsci pro­ viene infatti dallo ‘stile’ inconfondibile con cui egli ha vissuto le sue scelte e con cui ne ha scritto, nella consapevolezza che il valore delle parole andava al di là dell’occasione che le dettava. Per Gramsci la ‘scrittura’ non è autocompiacimento estetistico per la bella frase ma strumento raffinato e complesso di costruzione e rappresentazione plastica delle idee. La tensione verso la ‘totalità’ stimola in lui l’inven­ zione di metafore, di ‘figure’ capaci di rendere la complessità di con­ cetti che non possono essere esposti nella linearità logica del ‘discorso’ teorico e che però posseggono un grado così alto di significanza da mettere in discussione o da oltrepassare il quadro entro il quale sono stati pensati. Le metafore gramsciane sono non solo soluzioni brillanti alla necessità di esprimere idee complesse, ma anche creazioni di senso del tutto nuove. Infatti, la qualità che rende classico Gramsci sta pro­ prio nel fatto che la ricchezza della sua riflessione va oltre il suo stesso orizzonte sistematico e tocca problemi, pensieri, oggetti che quell’o­ rizzonte tendono a mettere in discussione ed anche a trascendere. Non è dunque per amor di paradosso se oso affermare che il tem­ po giusto per studiare Gramsci è proprio il nostro, oggi che la que­ stione del comunismo non è più all’ordine del giorno e gli strumenti

di analisi più adatti appaiono non quelli rigidamente politici o filoso­

fici ma quelli dell’analisi letteraria, sempre che si abbia della ‘letteratu­

2 G. Steiner, Grammars o f Creation, Yale University Press, New Haven-London 2001,

p. 257.

5

Anglani, Solitudine di Gramsci

ra’ una nozione né bellettristica né piattamente contenutistica. Il pri­ mo passo da compiere in questa direzione è perciò quello di staccare lo studio di Gramsci da preoccupazioni di carattere pratico, tattico o strategico che sia. Una tale necessità era già presente, alle menti più av­ vertite, una ventina d’anni fa, quando nessuno avrebbe potuto scom­ mettere sulla fine rapida del comuniSmo: come quando Biagio de Gio­ vanni respingeva ogni nostalgia «per un mondo (composto di idee e fatti, di teoria e di politica) che effettivamente si è chiuso, e per un me­ todo di lavoro che radicalizzando il rapporto fra teoria e politica im­ pediva probabilmente al testo riletto di manifestare tutta la sua poten­ ziale ricchezza ermeneutica», e riteneva che «l’inattualità di Gramsci» potesse diventare «la premessa forte per riprendere fra le mani i suoi testi, per restituirli a una identità complessa, per dar la riprova che i grandi testi rimangono sempre aperti, e che il rapporto fra essi e il pre­ sente che viviamo è mobile, fluido, in grado di ricollocare la grande pa­ rola scritta nel movimento della nostra coscienza e della nostra vita»3. A maggior ragione oggi, quando la cesura tra due epoche storiche è di­ venuta netta e irrimediabile, la ‘liberazione’ dal problema della rivolu­ zione proletaria consente a noi posteri di leggere Gramsci come di leggere Marx in quanto pensatore ed anche in quanto scrittore, senza sentirci legati z\Yideologia del marxismo; cosi come leggiamo Platone, Machiavelli, Hobbes e tanti monumenti del passato senza professarci platonici, machiavellici o hobbesiani, in forme disinteressate ed ‘inat­ tuali’. Si tratta di vedere non solo se i concetti elaborati da Gramsci possano ‘funzionare’ in contesti storici e culturali assai diversi e lon­ tani da quelli in cui egli li elaborò, ma anche e soprattutto se quei con­ cetti suggeriscono un senso che vada al di là di ogni possibile utiliz­ zazione pratica o possa in ogni caso non abbisognare di alcuna verifi­ ca pratica per avere valore: come capita appunto ai veri ‘classici’ che, anche quando parlano di mondi ormai morti e sepolti, dicono tutta­ via qualcosa di sempre nuovo alle generazioni successive. Non si può affermare solennemente che «le caratteristiche fondamentali del “clas­

3 Quasi a futura memoria, de Giovanni affermava che «non c’è nessun fatto, del resto,

che possa far morire le idee» e che possa «coinvolgerle fino in fondo, fino al punto che l’e­ saurimento del fatto sia anche la morte dell’idea», poiché «le due serie, proprio perché pa­ rallele, come intuirono Spinoza e Vico, non sono destinate a mescolarsi in unità indistinta», in quanto esiste «una vita dell’idea e del testo che ha una sua inesauribilità e starei per dire una produttività tutta interna alla propria dimensione», e addirittura una «potenza del testo» che si fa leggere al di fuori di ogni «tradizione prefissata» e dentro «i confini che gli sono pro­ pri» (B. de Giovanni, Il Marx di Gramsci, in B. de Giovanni - G. Pasquino, Marx dopo Marx, Cappelli, Bologna 1985, pp. 6-7).

6

Conflitti e totalità

sico”» sono «l’universalità e l’attualità anche in epoche differenti e di­ stanti»4, se poi si continua a proporre un uso ‘rivoluzionario’ del me­ desimo classico. Per questo occorre rimuovere il ‘comuniSmo’ gram­ sciano pur dopo averne riconosciuto filologicamente la funzione nel­

la genesi di quel pensiero: come spesso avviene negli Stati Uniti d’A­

merica, dove non c’è bisogno di trasformare Gramsci nel «marxista che potresti presentare a tua madre» per riconoscere che il pensiero gramsciano può contribuire originalmente all’analisi dei problemi dell’egemonia e della subordinazione nelle moderne società capitali­ stiche anche quando non si abbia in mente alcuna trasformazione ri­

voluzionaria della società5. È evidente che una tale lettura non può avvenire senza un’azione

parallela di disarticolazione e di riarticolazione di ‘sistemi’ che pure sono stati progettati in forme compatte e organiche. Un tale processo

di liberazione dalle strettoie dell’ideologia e dell’utilità immediata, or­

mai consolidato per gli altri grandi classici, è però solo in fieri per

Gramsci, tuttora soggetto all’attenzione asfissiante di ‘falsi amici’ che

ne

ripropongono il pensiero secondo forme (per usare un termine ca­

ro

al nostro autore) ‘ossificate’ in sistemi coerenti e perfettamente fun­

zionanti, invece di rappresentarlo nella sua contraddittorietà dramma­ tica. La pretesa di santificare ogni sillaba scritta e pronunciata da un

autore produce spesso il risultato opposto di far apparire tutto datato e inutilizzabile un pensiero ancora ricco di stimoli. E probabile infat­

ti, da questo punto di vista, che la ragione dell’eclissi subita dal pen­

siero gramsciano per alcuni decenni nasca dalla convinzione diffusa

che il litigio attorno all’eredità di questo pensatore riguardasse il solo campo della sinistra comunista e postcomunista, nelle sue incarnazio­

ni varie e talora rissose, e non gli studiosi e i lettori delle correnti di

pensiero più varie; così come la stessa ipotesi può spiegare il fatto che, anche quando gli studi gramsciani hanno ripreso vigore fino a rag­ giungere la quantità e la qualità dei nostri giorni, la nuova fortuna del nostro autore (in Italia soprattutto) ha toccato studiosi di altro orien­ tamento solo in pochi casi. Anche se, d’altra parte, bisogna ammettere che le rare eccezioni alla regola secondo cui Gramsci appartiene alla sola sinistra (ed anzi a una parte sempre più minoritaria di essa) sono

*A. A. Santucci, Antonio Gramsci 1891-1937 [1987], Sellerio, Palermo 2005, pp. 29-30.

Concepì of Cultural Hegemony. Problems and Possihilities, in

«American Historical Review», LXXX, 1985, p. 567. La «flessibilità» rende il concetto gram­ sciano di egemonia molto più produttivo di tante formule usate negli studi sulle classi su­ balterne (ivi, p. 573).

s T. J. Jackson Lears, The

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Anglani,

Solitudine di Gramsci

apparse squalificarsi da sole quando l’ex Msi (riverniciatosi come Al­

leanza nazionale), nello sforzo patetico e grottesco di costruirsi in ser­

ra uno scombinato albero di famiglia, ha mescolato disinvoltamente il

nome di Gramsci a quelli di fascisti e antifascisti del Novecento, da Gentile a Sturzo a Matteotti. Del resto, tale tentativo resta tutto inter­ no alla logica degli ‘usi’ politici e delle ‘appartenenze’, non a quello dello studio e della comprensione storico-filologica6.

La spiegazione più verosimile di questo fenomeno, ossia di una ‘fortuna’ in crescita, ma rigorosamente limitata alle zone di amici e compagni, può essere individuata nel fatto che Gramsci viene visto tuttora come un autore dal quale estrarre formule (grossolane o raffi­ nate) buone per le battaglie politiche attuali, e non come un vero ‘clas­ sico’ il quale, come avviene per ogni caso di proprietà intellettuale, do­ po un certo numero di anni non appartiene più ad alcuna parrocchia e può essere analizzato secondo ottiche non precisamente ‘ortodosse’, e dunque tagliato, decostruito e ricostruito dentro logiche di vario ge­ nere. Coloro che protestano contro questa pratica di conoscenza e di lettura fingono di non ricordare che Gramsci è già stato ‘usato’ fin dal primo istante e più volte tagliato, decostruito e ricostruito, in termini ben poco ‘scientifici’ e anzi del tutto pratico-immediati, allo scopo di trovare in lui clausole di ‘autorizzamento’ alle scelte compiute da gruppi politici e da singoli. Questo è l’uso ‘cattivo’, che giustifica la propria striminzita parzialità con motivazioni squisitamente politiche. Chi viene da una simile tradizione non dovrebbe avere la faccia tosta

di protestare contro l’uso ‘buono’, che nasce invece dall’accettazione

del carattere ‘inattuale’ del testo in questione e dalla scelta di verificar­ ne la validità all’interno di prospettive culturali diverse. La differenza tra i due usi è quella stessa che separa la concezione sacra del sapere (che, come si sa, possiede anche una faccia dissacrante che è il suo sem­ plice rovescio meccanico) dalla visione moderna e integralmente mon-

danizzata di esso. Ed è proprio nei confronti di tale uso produttivo che

in tempi recenti sembra essersi scatenata la resistenza degli ultimi cani

da guardia dell’ortodossia. Questa resistenza nasce dalla doppiezza con cui da un lato si proclama che Gramsci è un ‘classico’ mentre dal­

6 Fra i pochi tentativi (italiani) di studiare Gramsci come pensatore senza cadere nel

gioco delle appartenenze, e dall’esterno del mondo marxista, si possono citare quelli di Augusto Del Noce e di Norberto Bobbio (sui quali si veda più avanti). Le letture di parte cattolica, non tanto paradossalmente, si sono segnalate per la tendenza a chiudere il pen­ siero di Gramsci in ‘sistemi’ autosufficienti: cfr. almeno N. Matteucci, Antonio Gramsci e la filosofia della prassi, Giuffrè, Milano 1951; G. Nardone, Il pensiero di Gramsci, De Do­ nato, Bari 1971.

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Conflitti e totalità

l’altro si tenta di sottrarlo alla sorte di tutti i classici, come se la nozio­ ne di classico non escludesse per definizione ogni monopolio. I gram­ sciani (o quelli che si autodefiniscono tali) accettano volentieri, ed an­ zi rivendicano per Gramsci la qualifica di ‘classico’, purché essa non autorizzi chicchessia a «neutralizzare politicamente» la sua figura, a sottrarla alla «lotta politica» e ad innalzarla «in una presunta sfera di classicità metapolitica», appoggiando «i ripetuti sforzi della classe do­ minante di incorporare e utilizzare in funzione subalterna, come elisir c ricostituente del suo potere e della sua egemonia, le stesse sfide che contro tale potere e tale egemonia vengono via via lanciate»7. Siamo punto e a capo, a una specie di classicità a sovranità limitata A nessun classico del pensiero e della letteratura si applicano rego­ le simili, se non a Gramsci, chissà perché. Anche uno studioso ameri­ cano, che pure ha contribuito in forme originali alla lettura e alla dif­ fusione di Gramsci in America e nel mondo, paventava la possibilità che l’«eredità» gramsciana fosse trasformata in una specie di «memo­ riale letterario» o in un «codice per il diletto degli antiquari» e conse­ gnata «al museo della storia delle idee» con il compito di «soddisfare l’epicureismo contemplativo di custodi d’archivio o di contemplatori accademici distaccati»8. Non ci sarebbe niente da eccepire, se il critico non si riferisse non tanto ai tentativi di imbalsamazione che allignano proprio nei territori gramsciani quanto a possibili interpretazioni sle­ gate da utilità politiche concrete. Ciò che suscita paura o fastidio è l’i­ potesi che il pensiero di Gramsci possa essere utilizzato in prospettive che non hanno valenze politiche né immediate né a lungo termine. Perfino un Gramsci stalinista e totalitario è preferibile a un Gramsci che semplicemente, proprio come un grande classico, non serva a nul­ la, poiché l’immagine del Gramsci stalinista può essere contestata sul terreno politico che accomuna i contendenti, mentre l’immagine del Gramsci ‘classico’ (per davvero e non a parole) sfugge ad ogni protet­ torato ideologico. A questi timori bisognerebbe rispondere che gli im­ balsamatori antiquari che hanno contribuito particolarmente a rende­ re l’eredità di Gramsci inefficace e lontana dal mondo contemporaneo sono stati proprio quelli che più hanno insistito sul valore e sull’uso integralmente politico di essa, mentre coloro che hanno tentato di ve­ dere in Gramsci un episodio importante nella storia del pensiero poli-

7D. Losurdo, Antonio Gramsci dal liberalismo al «comunismo critico», Gamberetti, Ro­ ma 1997, p. 253. 8J. A. Buttigieg, The Legacy o f Antonio Gramsci, in «Boundary 2», xiv, 1986, 3, p. 10.

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Anglani, Solitudine di Gramsci

tico e filosofico e lo hanno ‘meticciato’ con esperienze diverse ne han­ no salvaguardato la vitalità per le epoche future in cui sarà (è già) pro­ prio il comunismo ad apparire un residuo archeologico. Si cerchi di immaginare quale reazione susciterebbe nel mondo scientifico una proclamazione analoga nei riguardi di Hegel o di Kant o, oramai, del­ lo stesso Marx. Per Gramsci invece, anche in tempi recentissimi, si in­ voca una sorta di ‘statuto speciale’ che ne differenzi la sorte da tutti gli altri pensatori classici: come fa uno studioso brasiliano quando si po­ ne la domanda se Gramsci «sia ancora attuale» o, «al contrario», se sia «soltanto un pensatore classico» (l’essere soltanto un classico è eviden­ temente una grave limitazione), e si risponde che Gramsci è un classi­ co, sì, ma solo perché è attuale, ossia in quanto la sua attualità «non è la stessa di un Machiavelli o di un Hobbes». Chissà quanti pensatori farebbero carte false per essere considerati soltanto al livello di Ma­ chiavelli o di Hobbes, ma il nostro Gramsci a quanto pare non può aspirare a tale promozione giacché «il movimento apparentemente lu­ singhiero che vuole trasformarlo in mero ‘classico’ occulta, molte vol­ te, una dissimulazione» e copre «la mossa di coloro che, senza voler rompere apertamente con Gramsci», si propongono di «squalificarlo come interlocutore privilegiato del dibattito odierno»9. Il problema è sempre lo stesso: Gramsci è un ‘classico’, sì, ma di una classicità con­ dizionata dal tempo, dalle circostanze e dai bisogni politici del presen­ te. E un ‘classico’ solo se il suo pensiero funziona per la trasformazio­ ne rivoluzionaria della società. Se ne deduce, da un lato, che tutti co­ loro che non hanno propositi rivoluzionari possono fare a meno di leggerlo; e, dall’altro, che una volta accertata l’impossibilità della rivo­ luzione bisogna buttare Gramsci nella spazzatura. Di fronte a tali ‘aperture’, che si rivelano come chiusure ancora più dogmatiche e intolleranti (benché meno rozze) di quelle praticate in passato, è giusto ribadire la legittimità di altre forme di interesse che conservano la centralità indiscutibile del dato ‘politico’ come un ele­ mento di studio e di conoscenza e non come una priorità ideologica che coinvolga l’interprete in un’ottica nostalgica e agiografica. Per spiegarci meglio: chi rivendica il ‘comunismo’ di Gramsci svolge una funzione meritoria rispetto a tutti coloro che con maggiore o minore disinvoltura tentano di contrabbandare un Gramsci democratico e riformista che non è mai esistito; ma diventano a loro volta patetica­ mente antistorici se pretendono di utilizzare il pensiero gramsciano

9C. N. Coutinho, Il pensiero politico di Gramsci, Unicopli, Milano 2006, pp. 145-6.

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Conflitti e totalità

come un grimaldello per comprendere e per modificare il presente. Un autore ‘classico’ sopporta senza danni quell’operazione (inevitabile, checché se ne dica per deprecarla) che mira a distinguere ciò che è vi­ vo da ciò che è morto, o meglio (per dirlo in termini meno provocato­ ri) che stabilisce nuovi rapporti e gerarchie in un’opera di cui non met­ te in discussione l’organicità tendenziale ma che interroga a partire da un’ottica necessariamente parziale che rispecchia criticamente i biso­ gni conoscitivi del proprio tempo. L’espressione «ciò che è vivo e ciò che è morto», sospettabile di voler cancellare nel nostro autore quel rapporto tra riflessione e strategia rivoluzionaria che costituisce il pro- priurn del suo discorso, appare meno scandalosa se viene usata per de­ signare le normali operazioni attraverso le quali ogni interprete, pur senza negare filologicamente quel rapporto fondativo, ricostruisce il corpo del pensiero studiato secondo assi di ricerca che possono (e in taluni casi devono) essere esterni alla logica immanente all’oggetto stesso. Come dimenticare, del resto, che proprio Gramsci inaugurò la sua carriera teorica con un articolo divenuto famoso, La Rivoluzione contro il «Capitale», in cui applicò a Marx e al marxismo «la distinzio­ ne tra “ciò che è vivo” e “ciò che è morto”», tanto era convinto che «la lettera del marxismo» era «in gran parte morta» e rischiava di «dar luo­ go alle versioni deterministiche, trascrizioni di posizioni teologiche»?10 Tale pratica, che ogni studioso segue ogniqualvolta affronta la let­ tura di testi appartenenti ad epoche concluse e lontane dai suoi inte­ ressi immediati, si rende tanto più necessaria nel caso di Gramsci, il cui testo non possiede «un punto di partenza singolo e caratterizzante» ma «una molteplicità di punti di partenza»; non procede lungo linee rettilinee ma «dischiude parecchie strade di indagine» e non sembra condurre «a una sintesi finale» ma resta «non concluso e aperto»11: co-

10A. Del Noce, Il suicidio della rivoluzione, Rizzoli, Milano 1978, p. 171. L’articolo in questione, uscito sull’«Avanti!» del 24 dicembre 1917, si legge ora in A. Gramsci, La città fu ­ tura. 1917-1918, a Cura di S. Caprioglio, Einaudi, Torino 1982, pp. 513-6. 11J. A. Buttigieg, Philology and Politics: Returning to the Text ofAntonio Gramsci’s Pri­ son Notebooks, in «Boundary 2», XXI, 1994, 2, p. 128. Lo stesso studioso qualche anno pri­ ma aveva illustrato il «metodo» gramsciano «dal particolare al generale» osservando che «la generalizzazione non accede allo status di una teoria globale che attribuisce ai particolari un significato definito restando autonoma da essi», giacché «le generalizzazioni o i concetti non sono mai completi o completati» e anzi «sono sempre in una relazione fluida, crescentemente complessa rispetto ad altre generalizzazioni o concetti» (Id., Il metodo di Gramsci [1990], in «Critica Marxista», XXIX, 1991,6, pp. 11-2). Trovo molto stimolanti le osservazioni di Stuart Hall sul rapporto tra «frammentarietà» e «concretezza» della logica gramsciana rispetto al metodo marxiano dell’«astrazione» (S. Hall, Gramsci’s Relevance for the Study of Race and Ethnicity [1986], in Critical Dialogues in Cultural Studies, a cura di D. Morley e K.-H. Chen, Routledge, London-New York 1996, pp. 413-4).

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Anglani, Solitudine di Gramsci

me un testo la cui materialità «si può disegnare in modi diversi, come una struttura a spirale o come un reticolo o un labirinto»12per la cui esplorazione non esiste «un’unica strada», nemmeno quella del pur importante concetto di società civile13. Se già occorrono alcune cautele quando ci interroghiamo su che cosa può aver ‘veramente’ detto un pensatore che aveva licenziato durante la sua vita opere compiute as­ sumendosene la piena responsabilità autoriale, immaginiamo con quante circospezioni dovrebbe essere considerata la lettura di un testo

trascritto in una «struttura reticolare» esposta con una scrittura «a spi­ rale»14; di un «sistema a-sistematico» consegnato a una «scrittura de­ strutturata» segnata a sua volta da una «ineliminabile fessurazione»15;

di

una «riflessione politica in fieri, ossia incompiuta» rispetto alla qua­

le

è difficile prevedere «verso quale direzione si sarebbe sviluppata la

rielaborazione finale»16; di un testo «modernista» e «disconnesso» la cui «struttura asindetonica» smonta «le regole premoderniste della li­

nearità e della prospettiva» e in cui «i passaggi non sono connessi tra

di loro e le loro connessioni sono omesse»17; di un’«officina», in cui

contano più gli strumenti e i metodi di lavoro che le conclusioni rag­ giunte volta per volta, la quale nasconde sotto una struttura frammen­ taria un «ordine» e «un’armonia» che sono «segreti e nascosti» ma che, una volta rivelati, appaiono non tanto relativi ai contenuti quanto ad «un sistema di comportamenti e di regole, volute o inconsce»18; di un

«testo-archetipo aperto che il lettore deve ricreare ogni volta che lo legge»19; di un complesso di note accostate come «frammenti di una grande tappezzeria», in cui «tutti i diversi pezzi sembrano appartene­

re a un’unica totalità» ma dove non è evidente come «poterli mettere

insieme»20; di «un’opera stratificata» caratterizzata da una straordina­

12G. Baratta, Le rose e i quaderni. Saggio sul pensiero di Antonio Gramsci, Gamberetti,

Roma 2000, p. 19. 13J. A. Buttigieg, Gramsci on Civil Society, in «Boundary 2», xxn, 1995, 3, p. 25.

MC.

Buci-Glucksmann, Gramsci e lo Stato, Editori Riuniti, Roma 1976, pp. 19-20.

15R.

Rinaldi, La mediazione dubbiosa. Appunti sul produttore e sul prodotto ideologico

in Gramsci, in «Sigma», Xll, 1979, 1, pp. 33-4. 16 S. Mastellone, Introduzione a Aa.Vv., Gramsci: i « Quaderni del carcere». Una rifles­ sionepolitica incompiuta, a cura di S. Mastellone, Utet, Torino 1997, p. XXVII.

17J. Stone, Gramsci’s Architetture and Post-Modernism, in «Italian Quarterly», XXV,

1984,97-98,p.65.

” G. Francioni, L’officina gramsciana. Ipotesi sulla struttura dei «Quaderni del carcere», Bibliopolis, Napoli 1984, pp. 22-3.

19A. S. Sassoon, Gramsci and Contemporary Politics. Beyond Pessimism o f the Intellect,

Routledge, London-New York 2000, p. 43. 20 K. Crehan, Gramsci, Culture and Anthropology, Pluto Press, London-Sterling

2002, p. 30.

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Conflitti e totalità

ria «pluridimensionalità»21, nella quale la «continua autoriflessione» e addirittura il «dialogo tenace e incalzante con se stesso» prevale sulle necessità della comunicazione esterna22: benché risulti per lo meno biz­ zarro che gli stessi critici, un minuto dopo aver reso doveroso omag­ gio a tale realtà filologicamente innegabile, si adoperino con impegno a costruire ‘sistemi’ ideologici compatti in cui tutte le parti siano ar­ monicamente connesse tra di loro e con il Tutto. Probabilmente l’in­ compiutezza innegabile dei Quaderni è per loro più un accidente (di percorso) che una sostanza, ossia un dato dipendente dalle malattie, dalla difficoltà di informazione, e infine dalla morte precoce dell’auto­ re, piuttosto che una realtà strutturale ‘organica’ del testo: un affresco non finito o dal quale, stendhalianamente, «de grands morceaux se­ raient tombés»23, al quale il restauratore si accosta con reverenza ma con la ferma determinazione di aggiungere le parti mancanti in modo da ottenere il Tutto che il pittore aveva dipinto24. Ma la differenza non banale sta nel fatto che l’affresco è stato realizzato interamente dall’ar­ tista e poi rovinato dal tempo, mentre i Quaderni sono stati scritti da Gramsci esattamente come li vediamo. I pezzi mancanti non sono ca­ duti, non ci sono mai stati. Tuttavia per molti interpreti la «démarche tâtonnante» è propria di ogni pensiero in via di formazione e viene su­ perata quando quel pensiero raggiunge la coerenza e l’articolazione al­ la quale mira. Se Gramsci a questo stadio non è arrivato, è per ragioni estranee alla sua volontà. Il ruolo dell’interprete diventa allora non cer­

21E Frosini, Gramsci e la filosofia. Saggio sui «Quaderni del carcere», Carocci, Roma 2003, p. 18. 22 P. Voza, Rivoluzione passiva, in Aa.Vv., Le parole di Gramsci Per un lessico dei «Qua­ derni del carcere», a cura di F. Frosini e G. Liguori, Carocci, Roma 2004, p. 193. Va da sé che gli autori citati, e molti altri che usano espressioni analoghe, partono tutti dal riconoscimen­ to della natura particolare del testo gramsciano per arrivare a esiti contrastanti fra di loro. Sembra insomma che esistano «tante versioni di Gramsci quanti sono i suoi interpreti», giac­ ché «batterie di citazioni e di riferimenti» presi qua e là «sono state ammassate come sup­ porto a questa o a quella interpretazione», fino «ad nauseam» (Fontana, Hegemony and Power cit., p. 2). Non molto utili, invece, le osservazioni sul «persistente slittamento» della terminologia gramsciana (P. Anderson, Ambiguità di Gramsci, Laterza, Roma-Bari 1978, p. 40), che non forniscono alcuna chiave interpretativa per la ricomposizione critica del testo. Ancora più disarmante la lettura ‘luxemburghiana’ dell’ambiguità di Gramsci condotta da Antonella Savio in Fascino e ambiguità di Gramsci, Prospettiva Edizioni, Roma 2004. 23Stendhal, Vie de Henri Brulard, in Œuvres intimes, a cura di V. Del Litto, Gallimard, Paris 1982, II, p. 644. 23Fra gli studiosi più recenti, ha insistito particolarmente sulla «profonda unità struttu­ rale» dei Quaderni Attilio Monasta in L’educazione tradita. Criteri per una diversa valuta­ zione complessiva dei «Quaderni del carcere» di Antonio Gramsci, Il ed., McColl Publisher, Firenze 1993 (l’espressione è citata a p. 37). La sua critica ai criteri che guidarono l’edizione Einaudi dei Quaderni è penetrante e spesso convincente: tutta da discutere è la parte ‘rico­ struttiva’ che ne scaturisce.

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-----------------------------Anglani, Solitudine di Gramsci

to quello di «ripetere» il brancolamento gramsciano ma di «produrre ciò che Gramsci non ha potuto produrre», ossia «un pensiero articola­ to, sviluppato con coerenza» che non si trova «in quanto tale» nei frammenti. Tocca all’interprete, insomma, risolvere le «contraddizio­ ni» dell’autore non tanto sopprimendole ma ricomprendendole in una prospettiva dialettica25. Eppure, a parte ogni considerazione strettamente filologica, si può sostenere davvero che un tale lavoro di ricomposizione del ‘sistema’ lasciato incompiuto da Gramsci sia urgente e necessario? Bisognereb­ be avere il coraggio di dire che gran parte dei contenuti dei Quaderni rispecchia un mondo passato e non ha più alcuna rilevanza per il mon­ do presente. Farebbe sorridere chi studiasse Machiavelli come se l’Ita­ lia fosse ancora divisa in signorie e a Firenze dominassero i Medici; e infatti nessuno mette in discussione la necessità che il Principe vada let­ to come un’opera di pensiero e non come un pamphlet legato alla con­ tingenza toscana e italiana del primo Cinquecento. Altrettanto risibile dovrebbe apparire l’accapigliarsi su certe questioni che sono state og­ getto della riflessione gramsciana come se dalla loro soluzione dipen­ desse la nostra vita. È lecito prevedere che, il giorno non troppo lon­ tano in cui le passioni degli epigoni cadranno nell’oblio per l’esauri­ mento anagrafico delle generazioni, Gramsci diventerà davvero un ca­ ne morto incapace di parlare ai secoli venturi. Non tutte le «quistioni» affrontate da Gramsci conservano oggi lo stesso valore e la stessa po­ sizione che avevano nella gerarchia originaria. La percezione acuta che Gramsci ebbe dei mutamenti intervenuti nei processi di produzione culturale, per esempio, non è per noi paragonabile all’insistenza con cui egli dialogò con pensatori come Gentile o come Sorel, la cui fun­ zione nella riflessione filosofica è andata scemando con il passare del tempo e interessa ormai solo gli storici di professione. Le cose possono cambiare se i lettori ‘postumi’ vedono nelle opere gramsciane non già i contenuti ma soprattutto il cervello che raccoglie i dati, li analizza, riflette su di essi e sui «nessi» fra i dati e le ipotesi ela­ borate in precedenza; un intelletto lucidissimo che non si adagia mai sui risultati ottenuti ma li problematizza e problematizza se stesso e il proprio modo di lavorare; uno scrittore che circonda i punti d’arrivo provvisori di espressioni attenuative e interrogative. Il lettore ‘postu­ mo’ vede insomma ciò che allo stesso Gramsci era rimasto: la sua

25 J.-M. Piotte, La pensée politique de Gramsci, Éditions Parti-Pris, Montréal 1970: cito

dalla versione elettronica disponibile in Internet, 2002, pp. 11 e 13.

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Conflitti e totalità-------------------------------------

«mente», quali che fossero i libri e i giornali di cui poteva disporre (spesso scadentissimi), e «i suoi quaderni»26. L’esistenza di prime ver­ sioni e di riscritture mostra infierì il processo di elaborazione e di au­ tocorrezione; la mancanza di una stesura definitiva impedisce di con­ siderare il materiale come semplice massa di appunti preparatori ri­ spetto a un testo al quale l’autore abbia comunque dato l’ultima mano, e di fatto sconsiglia la fissazione di gerarchie definite. L’incompiutezza dei Quaderni non è il risultato quasi obbligato

della scarsità del tempo concesso all’autore dalla vita e dalla repressio­

ne fascista, ma un aspetto strutturale intrinseco che dovrebbe sconsi­

gliare qualsivoglia ricostruzione totale. Una studiosa americana ha cre­ duto di riscontrare nel metodo gramsciano, sotto la vernice tradizio­

nale della ‘dialettica’ di stampo hegelo-marxiano, il funzionamento di una «pragmatica relazionale» che si manifesta nella «tendenza di Gramsci ad affrontare un problema da molti punti di vista», come se

egli lavorasse «sulla base di premesse fenomenologiche, all’interno del­

le

quali l’oggetto che dev’essere studiato è infinitamente più comples­

so

di quanto i concetti, i termini e gli approcci individuali riescano a

cogliere dell’oggetto medesimo»; ed ha ritenuto di ritrovare nelle pa­

gine gramsciane «le tracce di un modello filosofico complesso», di un «modello spinoziano di immanenza materialistica» o quasi di una «co­

smologia», di uno spazio che non è vuoto ma strutturato da «energie» o da «forze» che, in movimento perpetuo, «non solo influiscono sulle energie con cui entrano in rapporto» ma anche «incontrano sempre energie già in movimento»27. Senza seguire la studiosa in questione nel­

le varie implicazioni ricavate da questa osservazione nei campi della

linguistica e dell’analisi letteraria, le quali non sono oggetto primario

di questo saggio, non possiamo non riconoscere che questa descrizio­

ne del «punto di vista relazionale»28 adottato da Gramsci apre alcune prospettive stimolanti e permette di superare molte questioni sia di

mero ‘contenuto’ sia di carattere astrattamente ‘sistemico’: a patto

26J. A. Buttigieg, Antonio Gramsci’s Triad: Culture, Politics, Intellectuals, University of Minnesota Press, Minneapolis 1987, p. 5. Peccato che questo studioso, poche righe dopo aver fatto un’affermazione cosi penetrante, ribadisca che nei Quaderni c’è «una modalità di pen­ siero che tiene insieme in modo inseparabile la teoria e la pratica» (ibid.), contraddicendo la sua stessa immagine della mente isolata che lavora. 27R, Holub, Antonio Gramsci beyond Marxism and Postmodernism, Routledge, Lon­ don-New York 1992, pp. 125 e 73. 28Ivi, p. 129 e passim. Molte pagine di questo volume andrebbero citate e commentate adeguatamente, anche là dove si spingono un po’ troppo avanti nel tracciare analogie fra il pensiero di Gramsci e le esperienze più significative del Novecento, dalla Scuola di Fran­ coforte alla linguistica sovietica.

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Anglani, Solitudine di Gramsci

però di non dimenticare che anche P'altra logica, quella hegeliano-si­

stemica, è all’opera ed esercita la sua influenza sulla complessità e sul­

le contraddizioni del testo. Mentre quello di accertare se e fino a che

punto Gramsci condivideva le scelte di Lenin, o si lasciava influenzare da Trotskij, o criticava Bordiga, o coltivava dissensi con Togliatti, o immaginava un comunismo più o meno ‘liberale’ o più o meno ditta­ toriale è un lavoro storiografico la cui importanza non può essere sot­ tovalutata; ma la ragione per cui oggi un lettore che non sia storico di professione debba sentirsi spinto a riaprire le pagine gramsciane non

può non essere quella di mettere metodicamente tra parentesi i risulta­ ti positivi della riflessione per cogliere la radice di un modo inedito di pensare e di collegare i problemi tra di loro. È più importante, ormai, capire come ‘funzionava’ la mente gramsciana più che ricostruire det­ tagliatamente che cosa quella mente pensava su questo o su quel pro­ blema specifico. Non si vede altrimenti per quale ragione un lettore del

XXI secolo dovrebbe immergersi nella pagine dei Quaderni. Migliaia

di

persone leggono Gramsci senza provare alcun interesse per Bordi­

ga

o per Trotskij, ed anche di Lenin cominciano ad averne abbastanza:

come fa ormai persino il compagno Ingrao, anche se ha aspettato di su­ perare i novant’anni per sospettare che alla radice delle malefatte del

comunismo reale potrebbe esserci stata «la lettura sbagliata della rivo­ luzione proletaria non solo com’era stata interpretata sanguinosamen­

te da Stalin, ma anche nella vicenda del leninismo», e per ammettere di

aver

scritto nel 1956 «un articolo pessimo» e «fatuamente enfatico»

sulla

rivolta di Budapest29. Meglio tardi che mai

C’è stato un tempo in cui era forse inevitabile esaltare i punti d’ar­

rivo a scapito degli itinerari complessi seguiti per raggiungerli; ma

quel tempo è scaduto, e alla sensibilità contemporanea tocca capovol­

gere quella gerarchia e concentrare la propria attenzione sui percorsi, sui metodi, sull’arte dei «nessi», sulla modernità straordinaria di un

testo

che non a caso è stato paragonato allo Zibaldone30, più che sulle

false

questioni se Gramsci sia stato più o meno crociano, più o meno

leninista, più o meno marxista. Tanto più che, sul piano strettamente

filologico, ogni pretesa di costruire un ‘sistema’ compiuto da un uni­ verso testuale così connotato perpetra un tradimento grossolano del­

la logica materiale con cui il testo è costituito, benché nessuna lettura

possa prescindere dal ‘progetto’ entro il quale i frammenti trovano la

29Si veda l’intervista di Bruno Gravagnuolo a Pietro Ingrao, 1956, i miei errori nel nome di Lenin, in «L’Unità», 2 marzo 2006. 30Su questo tema, cfr. alcune osservazioni svolte nel capitolo seguente.

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Conflitti e totalità

loro ragione dinamica di esistere. Da un lato la frammentarietà non può essere confusa con il frammentismo, come volle Croce per ri­ muovere la sostanza politica delle idee gramsciane; ma da un altro la- io l’esistenza di una tensione unitaria non può essere utilizzata come un comodo pretesto per ridurre a puro fenomeno la frammentarietà processuale entro cui il testo è pensato31. Ciò che tiene assieme le pa­ rine gramsciane è la tensione irrisolta fra le spinte centripete e le spiri­ le centrifughe che appartengono a pari titolo al suo universo menta­ le. Privilegiare una sola a scapito dell’altra significa di fatto, al di là delle buone intenzioni, mancare l’incontro con la complessità gram­ sciana. Ormai, dire che il testo gramsciano è frammentario e incom­ piuto rischia di divenire un luogo comune, se non si cerca di com­ prendere la logica che produce quella frammentarietà e quella incom­ piutezza. Ogni analisi critica non può non muoversi dentro queste t <«ordinate: riconoscere e rispettare la prospettiva strategica e proget­ tuale affermata dall’autore stesso, ma al tempo stesso entrare nella Contradditorietà del testo e tracciare linee di attraversamento che pos­ sono andare oltre quel progetto o costeggiarlo o metterlo in discus­ sione o coglierne la logica profonda senza distruggere gli acquisti par- ticolari che esso rende possibili. L’esistenza di un progetto non signi- lica di per sé che esso sia stato realizzato interamente, o che proprio i sso debba costituire la materia principale d’interesse per i posteri; ma ■l'altra parte l’esito frammentario di un progetto non può significare che quel progetto non ci sia mai stato. Se si dovesse accettare per Gramsci (come per chiunque altro) il principio del simul stabunt con quel che segue, la storia del pensiero si ridurrebbe a un panorama di rovine, giacché non c’è sistema che regga, alla lunga, all’usura della storia e soprattutto alla lacerazione indotta dalle contraddizioni che ne costituiscono la condizione pri­ maria di esistenza. E un bel paradosso che i sistemi filosofici siano

" Uno dei pochi contributi che poco tempo dopo l’uscita dell’edizione critica conside- i.irono i Quaderni come un testo da leggere e scomporre e ricomporre, nella logica della con- 11 addizione immanente, è il saggio citato di Rinaldi, La mediazione dubbiosa, il cui valore er­ meneutico è però limitato da alcuni aspetti che appaiono oggi discutibili: l’autore coglie la natura contraddittoria dell’«intellettuale organico», per esempio, ma la descrive in termini di disintegrazione’ e di ‘disseminazione’ (cfr. ivi, pp. 49-50) e scrive frasi come questa: «nel­ l'interno brulicare sta il molteplice silenzio, la negazione dubbiosa, il corridoio vuoto della critica» (p. 64) e, invece di considerare il testo nella sua materialità, afferma che esso è «dis­ sociato, disperatemente teso sotto la sua superficie, tagliato, spezzato, impedito» (p. 67). Ciò che manca in questo saggio è l’attenzione alle radici politiche delle contraddizioni gramscia­ ne, che sembrano muoversi in un universo metafisico fuori del tempo, e perdono in tal mo­ llo ogni drammaticità.

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Anglani, Solitudine di Gramsci

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tutti sbagliati, e che le pagine dei filosofi si leggano sempre. E inne­ gabile che, se non avesse avuto in mente una chiara prospettiva stra­ tegica, Gramsci non avrebbe nemmeno preso la penna in mano; ma è altrettanto inoppugnabile che le diverse parti di quella prospettiva, pur orientate verso un ‘sistema’ compiuto o verso ‘sottosistemi’ coe­ renti tra loro, godono di una autonomia relativa e possono essere svi­ luppate secondo logiche talora non del tutto coerenti con il moven­ te originario, nonché messe ‘alla prova’ da altre logiche e da altre prospettive. L’«intelligibilità» e Inutilità» delle categorie non posso­ no essere «limitate alle condizioni materiali» in cui esse sono state create ed elaborate, ma devono essere utilizzate «in contesti socio­ politici diversi» e devono provare scientificamente «l’efficacia dei concetti» adoperati rispetto a concetti più vecchi e dimostrare di sa­ per offrire «una maggior profondità di visione rispetto ai fenomeni che essi tentano di chiarificare»32. L’atteggiamento tipico dei guardia­ ni dell’ortodossia, di gridare allo scandalo ogni volta che uno studio­ so si permette di accostarsi al testo gramsciano senza ripetere preli­ minarmente la giaculatoria sulla centralità dell’egemonia (e, soprat­ tutto, senza emettere la sua sentenza su quanto Gramsci sia lontano o vicino a quella costruzione ideologica denominata «marxismo»), è un aspetto tragicomico che dopo aver segnato decenni di dibattito novecentesco ha assunto ormai toni stucchevoli. Ci fu un tempo in cui poteva destar scandalo, ad esempio, che uno scienziato come Luigi Rosiello osasse studiare il Gramsci linguista come «un accademico distaccato» diverso da quel «teorico rivolu­ zionario marxista» che egli era, e dimenticasse di precisare fino a che punto le sue osservazioni costituivano «una definita intelaiatura di ti­ po marxista» per lo studio della lingua33. Per la mia incompetenza in materia non so dire se l’analisi di Rosiello fosse corretta o meno, ma non posso non osservare che la sua eventuale infondatezza dovrebbe essere dimostrata sulla base di criteri scientifici intrinseci e non certo perché essa si permetteva di ‘scorporare’ le annotazioni gramsciane dal contesto originario portandole in partes infidelium. Secondo gli ortodossi le analisi di un testo non possono essere corrette o scorret­ te, ma solo legittime o illegittime. Chi non ha Vimprimatur non deve permettersi di accostarsi ai testi sacri. Coloro che emettono le senten­ ze di ‘accademismo’ (sia chiaro che non mi riferisco allo studioso

32 R. S. Dombroski, Antonio Gramsci, Twayne Publishers, Boston 1989, p. 9. ” L. Salamini, Gramsci and Marxist Approach o f Language, in «International Journal of thè Sociology of Language», XXXII, 1981, pp. 33 e 42.

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Conflitti e totalità

iimcricano appena citato, capro espiatorio occasionale di un esercito lini più vasto) contro i rei di vedere in Gramsci un pensatore moder­ no, di solito, non si accorgono di contrapporre all’accademia scienti- Iti ,i l’accademia della politica, attraverso la ripetizione enfatica delle Itasi fatte sulle «torri d’avorio», sulla «separatezza» e su altre nefan­ dezze politico-intellettuali, così contraddicendo sia il Gramsci critico ilei luoghi comuni sia (come vedremo in seguito) il Gramsci teoriz­ zatore della ‘scientificità’ e di una relazione complessa tra solitudi­ ne e socialità34. E giusto ribadire perciò che l’edizione critica impo­ ne di «tener fermi, come princìpi guida, quei caratteri di frammen­ tarietà formale (esterna, occasionale, dovuta alle contingenze in cui avviene la scrittura gramsciana) e di non sistematicità sostanziale (in- Irinseca al metodo e al pensiero di Gramsci)», senza cancellare «la fondamentale unità di ispirazione che le pagine dei Quaderni ci ma­ nifestano»35: benché questo sia facile a dirsi e difficilissimo a farsi, laute e tanto diverse (per limitarsi a quelle non palesemente infon­ date) vie di fuga possono dipartirsi da questa indiscutibile verità. Una lettura filologicamente attrezzata permette comunque di stori­ cizzare i diversi ‘programmi’ di lavoro abbozzati da Gramsci a più ti prese e di concludere, per esempio, che la storia degli intellettuali italiani non è che «uno dei tre o quattro argomenti» intorno ai qua­ li l’autore vedeva «polarizzarsi lo svolgimento dei quaderni», e che essa «non costituisce dunque l’orizzonte generalizzato della sua ri­ cerca»; che Gramsci a più riprese esprime «perplessità» sugli «obiet­ tivi stessi» del suo lavoro; che «un quaderno “speciale” su Croce propriamente non esiste», e che Gramsci «non ha dato (non ha vo­ luto o potuto dare) alle annotazioni su Croce quel carattere minima­ mente organizzato e “provvisoriamente definitivo” che contraddi­

34Esiste in Italia una specie particolare di accademici, specializzati non solo nella critica Icroce all’accademia, ma addirittura nell’ostentazione di orrore e disgusto per ogni pratica di sapore accademico, manifestate proprio nel nome di quel Gramsci che considerò sempre molto formativi gli anni trascorsi nelle aule dell’accademia torinese. Gramsci usa criticamen­

te il termine ‘accademia’ e derivati quando si riferisce agli aspetti deteriori di una cultura pri­

va di qualità scientifica, e dunque contrappone severamente ‘accademia’ a ‘scienza’, ma co­ pre di sarcasmo ogni forma di ripetizione passiva di luoghi comuni, pur se fatta in nome di princìpi politici progressisti e rivoluzionari; mentre certi accademici condannano come ‘ac­

cademia’ proprio la pratica rigorosa del metodo scientifico. È forte la tentazione di osserva­

re che più l’accademico in questione è titolare di potere ‘baronale’, più netta e forte è la sua repulsione per l’accademia. Tale curioso fenomeno di costume (che trova rari riscontri nelle comunità scientifiche di altre nazioni) andrebbe studiato con mezzi adeguati: oso pensare die Gramsci, se fosse sopravvissuto, avrebbe coniato per l’antiaccademismo degli accademi­

ci una rubrica analoga a quelle usate per il lorianesimo e per i nipotini di padre Bresciani. 35 Francioni, L’officina gramsciana cit., p. 150.

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Anglani, Solitudine di Gramsci

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stingue, per solito, i quaderni “speciali”»36. Calcoli approssimativa­ mente il lettore mediamente informato quante analisi e proclamazio­ ni ideologiche vadano cestinate sulla base di queste precisazioni fred­ damente ‘fattuali’. Ma, una volta ripristinate le caratteristiche del te­ sto secondo le intenzioni e i ritmi di scrittura dell’autore, lo stesso lettore si riserverà il diritto di ripercorrere il testo secondo i suoi bi­ sogni, rispettandolo e al tempo stesso ‘usandolo’. Non dovrebbe essere necessario aggiungere sia che ogni ‘uso’ va sottoposto alle verifiche della filologia, la quale sola distingue usi pro­ pri ed usi impropri, sia che lo ‘stile’ con cui ogni operazione viene con­ dotta è un aspetto qualificante della questione. Ad esempio: si può ri­ cavare dai Quaderni «un grande libro di storia», una «storia dell’Oc­ cidente borghese» o, più gramscianamente, una storia del «mondo moderno», una storia «della modernizzazione europea»? Sul piano scientifico la prima risposta non potrebbe essere che negativa, dal mo­ mento che da questo ipotetico libro rimarrebbero fuori troppe cose che pure appartengono alla storia della modernizzazione e su cui Gramsci non ha riflettuto; mentre meno forzato potrebbe apparire l’intento di ricavare dai Quaderni «un libro sulla storia», una serie di riflessioni sull’arte e sul metodo della storia: ma è bene che lo studio­ so si misuri con ambedue i problemi, anche perché la sua onestà intel­ lettuale lo spinge a dichiarare preliminarmente che è necessario «ten­ tare di liberare questo libro dalla prigione delle note, di scoprirne la chiave, di immaginare come Gramsci l’avrebbe strutturato se non pro­ prio scritto, di ricomporlo cercando di percorrere per sommi capi e senza pretese di completezza lo spartito dei Quaderni», portando «al­ la luce un ordine soltanto virtuale»37. In termini più raffinati, o meno scopertamente ingenui, si tratta dello stesso metodo praticato da Piot- te citato più su: quello di scrivere ciò che Gramsci avrebbe potuto scri­ vere. Se lo studioso in questione non ha usato a bella posta il verbo «immaginare» (che come si vedrà caratterizza fortemente il lessico gramsciano), visto che non lo ha virgolettato, la coincidenza tra la con-

36 Ivi, pp. 83 e 108-9. Di parere opposto Monasta, per il quale invece «il tema domi­ nante del lavoro carcerario di Gramsci è quello degli “intellettuali”» (L ’educazione tradi­ ta cit., p. 42). 37A. Burgio, Gramsci storico. Una lettura dei «Quaderni del carcere», Laterza, Roma- Bari 2003, p. 3. Il corsivo di immaginare è mio. Mi pare molto meno debitore all’immagina- zione, e più rispettoso della realtà filologica del testo, il contributo di Claudia Mancina, Rap­ porti di forza e previsione. Il gioco della storia secondo Gramsci (in «Critica Marxista», XVIII, 1980, 5, pp. 41-54), che collega l’idea di storia alla «previsione» e alla stessa possibilità del- l’agire politico.

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Conflitti e totalità

iessione di aver fatto ricorso all’immaginazione e la dichiarazione di aver voluto evitare di compiere quell’operazione che Gramsci con­ danna come ‘sollecitazione’ dei testi è un bel caso di astuzia della ra­

gione. Qual è il confine tra immaginare e sollecitare? In realtà il ‘libro

di storia’ gramsciano non esiste prima che lo storico di professione lo

scriva, così come non esiste la scultura prima che l’artista tolga dal marmo il «soverchio» che lo circonda, benché sia l’uno che l’altra ‘esi­ stano’ allo stato virtuale nel materiale dal quale vengono ricavati. Co­ sì chiunque si proponga di ‘liberare’ quel libro dalla matassa dei Qua­ derni perpetra, lo ammetta o no, un’opera di sollecitazione. In questo caso una sollecitazione lontana dalle spiritose invenzioni di cui pur­ troppo la storia della critica gramsciana abbonda: ma pur sempre una sollecitazione, che ‘crea’ qualcosa che non c’è e che Gramsci non solo non scrisse ma che non avrebbe mai pensato di scrivere nemmeno se avesse avuto il tempo e la voglia di continuare a pensare e a lavorare. E infatti lo storico di professione, anche quando non soffre di pre­ giudiziali antigramsciane, non può non riconoscere che le pagine sulla

Riforma e il Rinascimento «non scaturiscono da una preoccupazione

di carattere storiografico» ed anzi si fondano «su materiali di seconda

e anche terza mano», e che Gramsci in esse «non si mostra particolar­ mente interessato alle nuove tendenze critiche» e addirittura non co­ nosce contributi coevi assai importanti: e tutto questo non per igno­ ranza o per incapacità ma perché a lui «non interessa una problemati­

ca di carattere storiografico in senso stretto», e perché in fin dei conti

«al centro del suo discorso stanno una interrogazione di carattere sto­ rico-politico» e «una interrogazione di carattere più schiettamente teo­ rico». Il fatto che poi Gramsci, all’interno di queste logiche generali, ma spesso «sulla base di materiali assai grezzi, prenda posizione anche sul terreno storiografico», e che in lui la prospettiva storico-politica si esprima «attraverso una ‘posizione’ storiografica»38, bene, questo fatto dovrebbe ispirare una certa cautela nel rovesciare i rapporti e nel co­ struire l’immagine di uno «storico» a tutto tondo. In Gramsci, come in ogni politico di alto livello, i giudizi storici sono sempre governati (le­ gittimamente) da motivazioni strategico-politiche, e in quanto tali pos­ sono svolgersi in una dimensione diversa da quella dello storico di professione, anche se non possono permettersi di ignorare le norme elementari della filologia e della ricerca caratteristiche della ricerca sto­

38 M. Ciliberto, Rinascimento e Riforma nei «Quaderni» di Gramsci, in Aa.Vv., Filosofia

c cultura. Per Eugenio Garin, Editori Riuniti, Roma 1993, pp. 759-60.

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Anglani, Solitudine di Gramsci

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rica vera e propria. Non si può dar torto a chi ha sostenuto che in realtà il vero «tema» che tiene assieme le riflessioni gramsciane sulla storia è quello della «direzione politica», e che l’indagine storica su di esso possiede un intrinseco «valore ‘metodologico’»59. E tuttavia ben venga il Gramsci «storico», se la sua comparsa contribuisce ad affer­ mare la necessità e l’opportunità di ‘scomporre’ e ‘ricomporre’ un te­ sto che non può essere semplicemente conservato sotto vuoto come se il tempo non fosse trascorso (oltretutto perché i problemi della dire­ zione politica non sembrano più tanto pressanti come nel passato). Tutt’al più il discorso va spostato sui risultati concreti di tale lavoro, come si cerca di fare più avanti. Gli ortodossi di tutte le sette non si rassegnano mai all’ovvia verità che con il passare del tempo e con il mutare delle prospettive di lettu­ ra qualcosa si perde della realtà originale ma al tempo stesso qualcosa si guadagna di ciò che ai contemporanei sfuggiva. Per quanto mi ri­ guarda, son convinto che tra perdite e ricavi i posteri ci guadagnino sempre. L’immenso lavoro che è stato necessario per liberare Gramsci dalle incrostazioni e dalle strumentalizzazioni, che i suoi contempora­ nei (e addirittura i suoi collaboratori più stretti) avevano accumulato su di lui, è la conferma vivente di tale regola storica. Il Gramsci di og­ gi è senz’altro preferibile a quello conosciuto dai nostri predecessori e da noi stessi nei decenni precedenti. Così, man mano che la filologia assicura la miglior lezione dei testi e rende pubblico ogni frammento dell’opera di un autore, la ricerca storica (che può essere svolta dagli stessi filologi, in quanto la distinzione è di funzioni e non di ruoli) riformula le gerarchie, opera scelte ed esclusioni ed insomma usa le op­ portunità offerte dalla conoscenza integrale di un’opera per rileggerla alla luce di interessi contemporanei. Finché non si conosce tutto il co­ noscibile di un autore, infatti, può essere difficile stabilire che cosa sia più o meno importante in lui; ma, d’altra parte, proprio la conoscenza più ampia garantisce dal rischio di attribuire a ogni frammento lo stes­ so valore. Guai se la critica tenesse nella stessa considerazione l’ap­ punto dimenticato in un taschino del gilet e le pagine vergate dal pen­ satore nella piena consapevolezza del proprio lavoro. La filologia non può essere tanto neutra da ignorare le tensioni e le contraddizioni del presente storico, e la ricerca storica non può lasciarsi guidare dagli in­ teressi del presente fino a ignorare i dati della filologia. Oggi, in grado come siamo di conoscere quasi tutto ciò che è stato scritto da Gram-

Monasta, L’educazione tradita cit., p. 56.

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Conflitti e totalità

st i nel corso della sua vita, senza nostro merito particolare ci troviamo

m una condizione migliore rispetto a quella in cui si trovavano i nostri maestri nel secolo scorso: ma non per questo dobbiamo sentirci con­ ti,innati ad annegare nel mare magnum dei dati, ed anzi possiamo sce­

gliere con maggior cognizione di causa quali lati dell’opera gramscia­ na secondo noi debbano essere privilegiati rispetto ad altri, seguendo

lo stesso invito di Gramsci a cogliere il «ritmo del pensiero in isvilup-

po» di un pensatore che non abbia lasciato opere compiute e discrimi­ nando dunque secondo la nostra responsabilità di studiosi gli aspetti significativi di questo pensiero da quelli di carattere puramente docu­ mentario o che comunque abbiano perso con il tempo il loro valore. È giusto a tale proposito ricordare che, fra tutti gli studiosi legati al mon­ do comunista, colui che seppe coniugare nel modo migliore le spinte politiche e ideologiche con il rigore della filologia fu senza dubbio Va­ lentino Gerratana, quali che siano le critiche parziali che si possono ri­ volgere ad alcune sue scelte editoriali40.

La decisione di stabilire gerarchie e di esprimere preferenze non contrasta dunque con le regole della filologia ed è anzi un risultato in­

separabile dalla buona ricerca filologica. Le certezze filologiche auto­ rizzano quell’‘uso’ dei testi che una loro conoscenza lacunosa e scor­ retta vieta. In termini non tanto paradossali, infatti, l’esistenza di una buona edizione critica consente agli studiosi di tagliare e ricucire i te­

sti secondo assi di ricerca particolari, impedisce che una interpretazio-

“ Si veda la trattazione del tema della «classicità» di Gramsci, con tutte le implicazioni connesse, nella Introduzione a V. Gerratana, Gramsci. Problemi di metodo, Editori Riuniti, Roma 1997, pp. XI sgg. Da sottolineare l’eleganza con la quale l’autore, ben consapevole di muoversi su un terreno (ancora) minato, ribadisce la necessità di una «lettura selettiva» e non totalizzante dell’opera di Gramsci, il quale «da solo non regge», e prende le sue distan­

ze da ogni approccio «settario» (ivi, pp. XXIII-XXIV). È pur vero che, come ha mostrato But- ligieg, la filologia non è onnipotente né sufficiente, giacché l’«aderenza stretta al testo è al­

la base di ogni interpretazione valida» ma non può costituire l’unico criterio per valutare

•l’utilità e l’importanza di un atto ermeneutico» e non può porre la parola fine «al conflit­ to di interpretazioni e alla molteplicità degli usi», ed anzi a volte può dare occasione a for­

me di adorazione dogmatica, a «rituali feticistici di antiquariato» (Buttigieg, Philology and

Politics cit., pp. 106 e 113). Le scelte editoriali di Gerratana sono state messe in discussione

e parzialmente corrette da Francioni in L ’officina gramsciana cit. e in altri interventi: ma si

iratta di osservazioni che possono integrarsi con l’edizione critica e non certo ribaltarne tut-

li i risultati. Restano però legittime le critiche alla decisione di pubblicare solo 29 dei 33 qua­

derni esistenti con il pretesto che le traduzioni sono semplici «esercizi» che non hanno mol­ lo a che fare con il corpus ideologico e teorico dei Quaderni: è vero invece che le traduzio­ ni «s’inseriscono nella tematica dei Quaderni, rappresentando per più di un verso un tra­ mite fra passato e presente, fra l’esordiente giornalista degli anni torinesi, assetato di cultu­ ra, e il teorico marxista della successiva riflessione ‘disinteressata’» (L. Borghese, Tia Alene in bicicletta. Gramsci traduttore dal tedesco e teorico della traduzione, in «Belfagor», XXVI, 1981,6, pp. 638-9).

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-----------------------------Anglani, Solitudine di Gramsci

ne pretenda di presentarsi come la interpretazione canonica e fornisci 1 il materiale grazie al quale ogni lettura parziale può venir ‘falsificala' scientificamente. Il difetto della vecchia edizione ‘tematica’ stava non tanto nel voler proporre una interpretazione di Gramsci quanto noi ] celare la propria parzialità dietro un assetto filologico, dato come ‘og I gettivo’, che di fatto opponeva un filtro insuperabile ad altri modi di ] conoscenza del testo. Ma, dal momento in cui l’edizione critica resti 1 tuisce il testo alla propria materialità complessa, anche le partizioni ‘te- I matiche’ ridiventano legittime se non rivendicano alcuna assolutezza c I se, giocando a carte scoperte, accettano di entrare in rapporto e in con-1 flitto con altre parimenti legittime. Una buona edizione filologica fa-1 vorisce il lavoro, che l’edizione tematica ostacolava, di allargare il ven- 1 taglio delle letture possibili per un verso, e per un altro verso di offri-1 re gli elementi perché ogni lettura possa essere confutata da altre lettu-1 re, anche se prepara il terreno perché nuove tentazioni totalitarie cd 1 esclusive rinascano e si adattino camaleonticamente ai mutamenti sto-1 rici e filologici. E infatti, dopo aver finalmente accertato ed accettato I che Gramsci non aveva progettato di scrivere volumi intitolati II Ri-1 sorgimento o Letteratura e vita nazionale e così via, ecco spuntare la I tentazione di usare l’edizione critica come una specie di ‘opera-mon- | do’ da cui estrarre Teorie generali buone per il terzo millennio: come ] un Manuale di Giovani Marmotte in cui si trova la soluzione ad ogni I problema presente e futuro. Questo trattamento è stato inflitto a Gramsci come a molti altri I pensatori, anche se nel suo caso assume valenze particolari. Per esem- I pm, oggi che (a differenza dello stesso Gramsci, il quale non potè co- I noscere l’opera marxiana nella sua interezza) abbiamo sotto gli occhi I quasi tutto ciò che Karl Marx scrisse e pensò41, rileggiamo con la do- ] vuta reverenza Per la critica dell’economia politica e II Capitale ma I possiamo abbandonare alla critica roditrice dei topi quella raccolta te- I teologica di slogan che è II Manifesto del Partito Comunista, opera I

tanto osannata e in realtà responsabile di guasti infiniti nella storia del-

I

la cultura e soprattutto della politica, che godè di una visibilità esage- ] rata rispetto al suo valore intrinseco: anche se alcune menti più awer- ]

tite avevano compreso per tempo che in fondo Marx «non era un filo- 1

41In realtà l’edizione critica degli scritti di Marx e Engels (la cosiddetta «Mega») è anco-

1

1

ra lontana dall’essere compiuta: se ne veda il resoconto aggiornato di M. Musto, lncompiu- il tozza. compagna fedele ed eterna dannazione, in «L’Indice», 2005, 6, p. 33. È però verosimi- le ritenere che il corpus dei fondatori del materialismo storico sia ormai disponibile in termi- ni - quantitativi e qualitativi - mai raggiunti in passato.

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Conflitti e totalità _--------------------------- --------

Ilio di professione, e qualche volta dormicchiava anch’egli»42, come i 0 ,(insci osò scrivere in gioventù quando ancora non era condiziona­ lo ila esigenze di ortodossia. Al di là della battuta, il problema non è •11ii*Ilo della sonnolenza intermittente del filosofo bensì quello costi­ li ino dal rapporto che ogni generazione deve e può intrattenere con le produzioni teoriche del passato, soprattutto quando esse tendono a Modificarsi in ‘sistemi’. Nessuno potrà cancellare il rapporto tra II Manifesto e il primo libro del Capitale-, e tuttavia, una volta accertato i ile rapporto, nessuno potrà impedire allo studioso contemporaneo di leggere e rileggere dieci volte la seconda opera e di relegare la prima nella polvere del palchetto più alto. È probabile che la fortuna del li- inetto sia da attribuire a una «forma letteraria e divulgativa» che con- iiene, «in una sintesi molto sostenuta ed efficace, un’intera concezione della storia»; ma è molto strano che intelletti raffinati continuino a la­ gnarsi ammaliare da questa concezione della storia fondata sul «sem­ plicismo» antropologico di Marx e Engels, su un’antropologia «sem­ plicistica e univoca» che si basa sulla «metafisica del soggetto come ce­ lebrazione acritica dello sviluppo delle forze produttive», sulla «legge ilclla contraddizione tra soggetto e predicato» e sulla «semplificazione della composizione di classe della società capitalistica in due sole pola­ rità contraddittorie» e dunque, in ultima analisi, non su una «scienza della storia» bensì su una «filosofia della stona» madre di «conseguen­ ze assai impoverenti, che hanno pesato gravemente e lungamente sul­ l'antropologia e la teoria della politica propria delle organizzazioni ispirate al marxismo»43. L’esperienza della storia insegna che quod superest di tutte le filo­ sofie è la parte ‘critica’, e che quella ‘sistematica’ e prepositiva si trova condannata a declinare tanto più rapidamente e irrimediabilmente quanto più l’autore abbia investito in essa il capitale del proprio inge­ gno. Per una curiosa forma di autolesionismo parecchi filosofi, anche coloro che hanno maggiormente contribuito ai progressi dello spirito

1,2A. Gramsci, Misteri della cultura e della poesia (in «Il Grido del Popolo», 19 otto- lire 1918), in S. Caprioglio (a cura di), Il nostro Marx. 1918-1919, Einaudi, Torino 1984, p. 348. Credo sia del tutto irrilevante, a questo livello del problema, il fatto che il Manife­ sto sia frutto della collaborazione tra Marx ed Engels. Ciò che mi preme sottolineare è la differenza fra testi analitico-scientifici, capaci di produrre conoscenza anche oltre il tempo storico in cui hanno visto la luce, e testi di propaganda che solo una pervicace volontà ‘pra­ tica’ riesce a tenere in vita per alcuni decenni, finche improvvisamente si afflosciano e di­ ventano pezzi da museo. « R. Finelli, Marx e Gramsci. Due antropologie a confronto, in AaNv., Marre Gramsci. Memoria e attualità, a cura di G. Petronio e M. Paladini Musitelli, Manifestolibri, Roma 2001, pp. 99 e 103-4.

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Anglani, Solitudine di Gramsci

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critico, si ostinano a edificare casematte che sul momento affascinano per la grandiosità e l’armonia con cui sono costruite e poi invece più o meno rapidamente si rivelano inabitabili, a meno che non vengano suddivise in miniappartamenti tra condòmini rissosi. Il Marx che in un sondaggio della Bbc è il filosofo più votato, e non solo «perché è un vecchio con la barba bianca ed è così che la gente si immagina un filo­ sofo»44, è il critico delle ideologie, l’analista dell’accumulazione capita­ listica e della merce, lo scopritore del plusvalore e dello sfruttamento, e non certamente l’architetto di una escatologia fondata sulla certezza che la storia abbia un senso e una direzione conoscibili da una pretesa «scienza». Recentemente Guido Carandini ha proposto di separare il Marx utopista dal Marx scienziato, introducendo la figura suggestiva del vecchio Karl che, in una intervista immaginaria, si presenta come «diviso in due», dotato di una «personalità scissa», autore e propaga­ tore di «due posizioni contraddittorie»: l’una che annunciava «come imminenti la crisi finale del sistema capitalistico, la rivoluzione prole­ taria e l’avvento del comunismo», e l’altra la quale sosteneva che, «per­ ché quell’avvento avesse luogo, era necessario lo sviluppo universale del capitale»45. Forse il tentativo di ricostruire il profilo di un Marx «riformista» può apparire un po’ tirato per i capelli, ma non c’è dub­ bio che questa requisitoria colga nel vivo contraddizioni che per più di un secolo sono state occultate da una creazione ideologica postuma denominata «marxismo». Per «separare il Marx utopista dal Marx scienziato sociale» occorre riconoscere infatti senza mezzi termini che il Marx utopista è «autore di una filosofia della storia che deve essere abbandonata» perché è «profetica» e perché è «deterministica» e in ul­ tima analisi «escatologica»46. Ci si ripeta dunque fino alla noia che Marx non avrebbe analizzato così finemente la natura della merce e

4*Nella classifica, Marx si trova «davanti al logico Wittgenstein e alPempirista Hume, se­ guiti da Platone e Kant»; agli ultimi posti «l’esistenzialista Heidegger, Epicuro e Hobbes» e, al centro della classifica, «San Tommaso, Aristotele, Cartesio, Kierkegaard, Mill, Nietzsche, Popper, Russell, Sartre, Schopenhauer, Socrate, Spinoza» (S. Montefiori, «Solo H ume può fermare Marx». Alla Bbc la sfida sui grandi filosofi, in «Il Corriere della Sera», 29 giugno

2005).

45 G. Carandini, Un altro Marx. Lo scienziato liberato dall’utopia, prefazione di G. Ruffolo, Laterza, Roma-Bari 2005, p. 3. 46Ivi, pp. 34-5 e 41. Particolarmente interessante mi pare la distinzione tra la «politica li­ mitata», espressa nel Settecento dai federalisti americani e da Tocqueville, e la «politica asso­ luta» elaborata da Rousseau, nella quale «c’era il germe di una democrazia diretta e plebisci­ taria» che, per essere «non organizzata sui principi elettorali della rappresentanza», poteva generare «regimi dispotici» (ivi, p. 45). La radice del ‘totalitarismo’, checché se ne dica per dimostrare che le origini delia democrazia stanno in Rousseau, si trova lì. Comunque, al di là di questi aspetti generali, ciò che merita attenzione è la tesi dell’opposizione netta tra il

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Conflitti e totalità

il> Il'accumulazione capitalistica se non fosse stato stimolato da una

prospettiva rivoluzionaria escatologica: chi potrà impedirci di inchi-

ii.in i davanti a una verità tanto indiscutibile e immediatamente dopo

di scegliere le parti della sua opera capaci di ‘parlare’ ancora alla cono-

>ii filza critica del mondo, cestinando le altre?

I ovvio che la contraddizione meritevole di attenzione scientifica è

■infila provocata dalle tensioni interne al testo, e non certo quella in-

iiodotta da manipolazioni esterne. Chi mai legge tutto e con la stessa menzione YEnten-Eller di Kierkegaard, anche dopo che gli editori moderni hanno riconosciuto nell’opera un tessuto teologico che dà eliso ai singoli tasselli, visto che poi II diario del seduttore e il Don <ìiovanni interloquiscono con i problemi della modernità molto più

delle altre parti? Ciò che conta è che la scelta di privilegiare un testo su dui dipenda non dalla prepotenza immotivata del lettore ma dal fatto . he l’opera kierkegaardiana rappresenta un altro grande esempio di un iesl;o che parla alla coscienza contemporanea soprattutto per come la

si 1.1 struttura profonda molteplice e diversificata confligge con l’archi-

lettura teologica dell’insieme grazie a un gioco di voci che in esso si in- 11 reciano e si negano o si modificano. La totalità organica di Enten-El- In e un aspetto, non l’unico, della logica con cui è costruita l’opera, e

i iintligge con altre pulsioni e con altre logiche anch’esse presenti e fi­

li dogicamente accertabili. Si ha un bel dire che secondo il progetto

■.|«licito dell’autore l’ultimo stadio dovrebbe riassorbire in sé i prece­ denti, giacché il lettore reale prima si inchina dinanzi a questa inten-

ioiie architettonica ma subito dopo entra in essa e la scompone se-

■iindo la logica delle contraddizioni che l’attraversano e che sono pro­

leggeva II

di il te nel testo e non inventate dal lettore stesso. Prima si

diario come opera separata ed autonoma per errore filologico; oggi lo

a può leggere come tale per una scelta cosciente autorizzata proprio dalla conoscenza critica del sistema di cui esso fa parte47.

II compito dello studioso onesto è quello di riconoscere ‘filologi-

■unente’ nel testo il rapporto fra parte critica e parte sistematica, ri-

Manifesto e YIdeologia tedesca, e l’ipotesi che se il secondo testo fosse stato conosciuto pri- in,»(fu pubblicato solo fra il 1924 e il 1932 in tedesco e in russo) probabilmente la storia del marxismo e del comuniSmo sarebbe stata diversa (cfr. ivi, pp. 54 sgg.). Un altro aspetto inte- ♦«••.s.inte del libro in questione sta nelPosservazione che in Marx l’organizzatore politico e il ii urico non coincidono mai: giacché, sciogliendo la Lega dei comunisti nel 1852, Marx «ces- i'iva ili appartenere a un partito politico e, frequentando la biblioteca del British Museum, si i'i flava a capofitto nello studio che lo avrebbe condotto alla pubblicazione, quindici anni do­ lio, ilei primo volume del Capitale» (p. 63). 4/ Si veda il Piano delPopera in S. Kierkegaard, Enten-Eller. Un frammento di vita , a cu­ oi di A. Cortese, Adelphi, Milano 1976, t. I, p. 21.

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servando però a se stesso (o agli altri, se l’impresa lo atterrisce) la li­ bertà di sviluppare ed approfondire gli aspetti più suggestivi di quel te­ sto alla luce di quella tante volte invocata ‘ottica del presente’ che sola dà senso alle indagini intorno al passato. Non c’è bisogno di rispolve­ rare le teorie secondo le quali una certa dose di misunderstanding è es­ senziale al progresso del pensiero, insomma, per convincersi che il ri­ spetto formale della filologia si trasforma in ostacolo alla produttività del pensare se non pone le premesse per nuovi modi di leggere e inter­ pretare ciò che nel testo c’è e che spesso non è stato visto o considera­ to adeguatamente, o è stato considerato inseparabile da un greve ap­ parato sistematico che esiste anch’esso ma rappresenta in ogni caso il tributo che ogni pensiero deve pagare ai modelli ideologici del tempo per motivare la propria esistenza. Tale operazione è necessaria ma difficile nei confronti di pensatori che il loro ‘sistema’ l’hanno comunque edificato e l’hanno proposto ai contemporanei e ai posteri come un contributo (ai loro occhi definitivo) alla definizione della ‘filosofia’. Scorporare la parte critica di Marx dal si­ stema marxista è pur sempre un lavoro complesso e pericoloso, benché non evitabile, che comporta alti rischi di manipolazione e di fraintendi­ mento. Eppure è ciò che Gramsci fece, rispettando in maniera creativa e dinamica il suo stesso invito a studiare il «ritmo del pensiero in isvilup- po»: non solo perché senza sua colpa ignorò L’ideologia tedesca, ma per­ ché, dopo avere ben compreso che in Marx esistevano «due teorie del­ l’ideologia, o quantomeno due facce della stessa», decise di ‘dilatarne’ una (quella ‘positiva’) e rigettò o tenne in sordina l’altra (quella della «falsa coscienza») ed operò consapevolmente uno «scarto» rispetto alla parte ritenuta dominante della teoria marxiana48. Se a Gramsci tentiamo di applicare criteri analoghi, ci scontriamo con il paradosso ulteriore di un ‘sistema’ non portato a termine che viene ostinatamente ‘chiuso’ da interpreti volenterosi, e che occorre ogni volta smontare per tornare a ciò che Gramsci scrisse utilizzando certamente strumenti di carattere fi-

™G. Liguori, Ideologia, in Aa.Vv., Le parole di Gramsci cit., pp. 133 e 139. Questo scar­ to permette a Gramsci di concludere che, da un lato, i «contenuti» delle ideologie devono essere «presi in una dislocazione ideologica che li ridefinisce in relazione alle circostanze in cui si articolano e agli effetti che producono», e da un altro che «questa natura di classe» non può venir assunta come «limite», bensì come «la specifica modalità d ’essere della pro­ duzione di ideologia» (F. Frosini, Riforma e Rinascimento, in Aa.Vv., Le parole di Gramsci C)G P- 178). Gramsci ignorò anche, sempre senza sua colpa, i Manoscritti economico-filoso­ fici del 1844: ché, se li avesse conosciuti, avrebbe trovato in essi con suo grande piacere «un altro Marx» (E. E. Jacobitti, From Vico’s «Common Sense» to Gramsci’s Hegemony, in Aa.Vv., Vico and Marx: Affinities and Contrasts, a cura di G. Tagliacozzo, Humanities- Macmillan, London 1983, p. 381).

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Conflitti e totalità---------- -------------------------—

li isofico ma mai immaginando che dai suoi appunti sarebbe balzato fuo-

i i, come Minerva dal cervello di Giove, un complesso teorico spinto dal­

l'ambizione di stare alla pari con quelli di Hegel e di Marx. Non aveva lutti i torti Luporini, probabilmente, quando nel 1958 esprimeva «serie iiserve in merito» alla valenza generale della filosofia gramsciana, «fi­ nendo per assecondare la generale tendenza a individuare l’originalità di

( iramsci nella (scienza della) politica»; né si allontanava troppo dalla ve- iila Badaloni quando considerava «la “filosofia della prassi” e lo “stori-

i isino assoluto” come una teoria della transizione»49; mentre hanno

compiuto un lavoro di Sisifo quegli studiosi che con le note dei Qua­

derni hanno voluto cucinare pasticci di ‘Teoria’, conditi a volte con in- digeste droghe althusseriane50. Eppure, come nel caso del Gramsci «sto-

i ico», perché negare a priori la possibilità di un Gramsci «filosofo»? Tut-

lo è possibile, a patto che si giochi a carte scoperte e si dichiari che in

lealtà ciò che si cerca è una Teoria di cui si ritiene che il presente abbia bisogno, e che si pensa di costruire prolungando certe linee che senza dubbio si trovano nelle pagine di Gramsci ma che l’autore non aveva svi­ luppato: e purché si abbia poi l’onestà di riconoscere che il risultato di tale operazione non è una nuova ‘interpretazione’ di Gramsci ma una creazione originale, condizionata (e compromessa) dalla volontà di ri­ produrre all’altezza della contemporaneità un sistema ermeneutico tota­ litario che è il prodotto, talora inconsapevole e non sottoposto alla cri­ tica opportuna dei fondamenti, di una forma mentis più che il risultato

di un rapporto analitico con l’oggetto. Per mio conto osservo pacata­

mente che di altri megasistemi non si sentirebbe un bisogno particolare, visti gli esiti non del tutto felici di tutti quelli creati nei secoli passati; ma che, siccome esiste la libertà di opinione e di espressione, chiunque ne senta il prurito può cimentarsi nella costruzione di tutti i sistemi che vuole, purché presenti i prodotti della sua fatica non come frutti di ana­ lisi gramsciane ma come parti autonomi della propria mente dei quali si

assume tutta la responsabilità.

Ci si dovrebbe insomma rassegnare all’idea che non ogni pagina scritta da Gramsci sia degna della medesima considerazione; e che, per

49 F. Frosini, Filosofia della praxis, in Aa.Vv., Le parole di Gramsci cit., pp. 110-1. 50Mi riferisco al già citato contributo di Buci-Glucksmann, Gramsci e lo Stato. Su que­ sto tema potrebbe aprirsi una parentesi lunghissima, che per ovvi motivi non trova posto in questa ricerca. Basta però ricordare che i sistemi di Teoria generale ricavati dalle pagine gram­ sciane sono molti, pretenziosi e, per nostra consolazione, si smentiscono tutti a vicenda.

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Anglani, Solitudine di Gramsci

tentar di comprendere un pensiero che non si è mai solidificato in un testo compiuto, risulti oggi più feconda una visione articolata su gran­

di vettori piuttosto che una scolastica riluttante non solo a distinguere

i tratti permanenti e dominanti dai particolari di minore importanza, ma soprattutto ad accettare che quelle linee esistenti nel testo, se pro­ lungate secondo la loro logica immanente, divengono reciprocamente conflittuali e mettono in crisi il ‘sistema’. Ciascuno ha il diritto di ri­ cavare dai Quaderni una filosofia, una storia, una critica letteraria, una scienza della politica, una teoria del mondo moderno e così via, scon­ tando però preliminarmente il rischio che i diversi ritratti ricavati se­ condo le diverse ottiche non siano vicendevolmente compatibili.

La pratica feticistica della filologia somiglia molto al metodo del­

le scienze naturali, illustrato dalla teoria dell «ossicino di Cuvier»,

cui non a caso Gramsci dedicò una delle primissime annotazioni dei Quaderni (cfr. Q., p. 22) per riprenderlo alla fine (cfr. Q., p. 2327), che non dovrebbe essere applicato meccanicamente a una materia ‘vi­ va’ come quella di un testo che assume valenze diverse a seconda del

tempo in cui viene letto. Per quanto mi riguarda, credo che il Gramsci che parla meglio alla nostra coscienza di oggi sia quello ‘cri­ tico’: non il Gramsci ‘filosofo’ in proprio ma il critico delle filosofie

e delle ideologie altrui; non il Gramsci che tenta di elaborare una ver­

sione autosufficiente della filosofia della prassi ma il Gramsci critico

di

Bucharin e dello stalinismo incipiente; non il Gramsci che teoriz­

za

una «democrazia radicale come espressione dell’egemonia etico-

politica» o una «connessione organica tra la volontà del popolo e gli intellettuali-guida»51, ma il Gramsci che analizza le egemonie stori­

che e i sistemi politici; non il Gramsci preteso fondatore di estetiche

e di storie letterarie ma il Gramsci che scaglia sarcasmo contro le

produzioni letterarie e culturali del suo tempo e le decostruisce e co­

via52. E così, per fare qualche esempio fra i tanti possibili, ammes­

so

che Gramsci abbia voluto pensare il marxismo «come filosofia»,

ossia «come teoria che si sa come teoria che, per essere vera, deve es-

51S. Golding, Gramsci’s Democratic Theory. Contributions to a Post-Liberal Democracy, University of Toronto Press, Toronto 1992, pp. 78 e 84. 52 Si può ricavare dai Quaderni una vera ‘teoria’ teorico-politica del sarcasmo, con­ trapposto alla tecnica sfuggente dell’ironia: esso non è «un atto passivo, una ‘constata­ zione’» come l’ironia, ma è «uno strumento attivo, un momento di azione sentita e par­ tecipata» (A. Cassani, La teoria del sarcasmo in Gramsci, in «Critica Marxista», XXIX, 1991, 2, p. 72). Tale teoria corrisponde a una pratica stilistico-espressiva felicissima, nella quale spiccano «i quadretti a tinte forti dedicati ai “nipotini di padre Bresciani” e ai “se­ guaci” di Achille Loria» (ivi, p. 83).

30

Conflitti e totalità

efficace, cioè realmente presente e operante (come ideologia)

nella pratica di un movimento sociale» e come «teoria del modo in

ni essa stessa può diventare ideologia di massa, unificando cultura

popolare e alta cultura», nonché come «critica della concezione tra­ ili / tonale della filosofia» e come «ridefmizione della conoscenza, del pensiero, della teoria in termini reali» che «individua il modo in cui il pensiero è esso stesso elemento in gioco nei rapporti pratici di cui i intesse la vita sociale»53: ammesso che Gramsci abbia nutrito un ta­ le progetto (benché sia lecito esprimere qualche dubbio in proposi­ to, analogo a quello avanzato circa il Gramsci ‘storico ), non vedo perché non si debba privilegiare lo strumento metodologico a scapi­ to di quello teorico-progettuale, che pure è inseparabile filologica­ mente da esso, in quanto il primo consente allo storico di oggi di ana­ li//are «in termini reali» la storia del pensiero e della stessa filosofia della prassi, che diventa oggetto della ricerca, mentre il secondo sboc- . a nella fondazione o rifondazione di una filosofia generale della

■piale non si sente un bisogno particolare, e che in ogni caso necessi-

dell’interprete per essere confi­

i , i «.li un lavoro aggiuntivo da parte

gurato «in termini reali», con tutti i rischi di manipolazione e di m- venzione’ teorica che sono inseparabili da tali procedimenti. A me paiono molto più produttivi quegli ‘usi che, invece di riedificare complesse strutture autosufficienti, mettono il pensiero gramsciano dia prova delle modificazioni subite dal mondo contemporaneo e lcovano, per esempio, analogie tra il suo modello analitico di Stato e quello proposto dai neo-weberiani54; o quelli che tracciano una ine­ dita e affascinante «Gramsci connection» tra Gramsci e Wittgenstein, ipotizzando che i mutamenti intervenuti fra il Trattato logico-filoso­

la o c le Ricerche filosofiche siano da attribuirsi all’influsso di Sraffa nelle conversazioni al Trinity College55; o quelli che si propongono

di integrare l’«archeologia» foucaultiana con la concezione gram­

sciana dell’egemonia nell’analisi del funzionamento delle ideologie56.

. '* Su questo problema, ricco di molte implicazioni, si vedano gli spunti proposti da

■" Frosini, Gramsci e la. filosofici cit., p. 85.

| Moran, Two Conceptions of State: Antonio Gramsci and Michael Mann, in «Politics»,

Will, 1998, 3, pp. 159-64.

. « /\. Sen, Sraffa, Wittgenstein, and Gramsci, in «Journal ol -economic Literature», xli,

.

.

.

- ,

,

.

.

T.

' Horvath, An Archeology of Political Discourse? Evaluating Michel Foucault’s

Explanation and Critique o f Ideology, in «Political Studies Association», L, 2002, p. 118 e passim. Questi studi vengono citati senza preoccupazioni di completezza ma cosi come so­ no capitati sotto l’occhio dell’autore, come esempi fra i tanti possibili di ‘usi creativi del te- ,10 gramsciano, e soprattutto senza che se ne condividano necessariamente le conclusioni.

31

Anglani, Solitudine di Gramsci

La spinta a costruire filosofie generali è un dato storico che in quanto tale va non demonizzato bensì compreso con strumenti ade­

guati; mentre il desiderio di riproporre una filosofia di tal genere in un epoca che, a dispetto di tutti gli integralisti, respinge ogni pretesa

di

questo tipo come antistorica, è solo un atto ‘ideologico’ (nel sen­

so

vetero-marxiano del termine) destinato per lo più a complicare la

storia del presente. Da Gramsci imparo a conoscere nella storia e nel­

la realtà la funzione non meramente passiva e falsificatrice del pen­

siero umano, e so che quella funzione si fonda sulla divisione in clas­

si della società ed è legata strettamente al tema dell’egemonia e dei

rapporti di potere e contribuisce a formare un concetto nuovo di «cultura»57: ma il programma organico e ricostruttivo che ne scaturi­ sce non solo non appartiene al mio orizzonte di studioso e di citta­

dino, ma quand’anche suscitasse la mia simpatia resterebbe in ogni caso non verificabile sul piano filologico, un mio ‘atto pratico’ privo

di validità scientifica che attiene al diritto incontestabile degli indivi­

dui e dei gruppi di ‘immaginare’ il proprio futuro come meglio cre­

dono e di produrre tutti gli atti di volontà ritenuti utili a tal fine, e può essere solo oggetto (e non soggetto) di studio in quanto elemen­

to attivo dell’ideologia moderna58. E una produzione utopica che può

essere analizzata con gli strumenti critici che lo stesso Gramsci ha approntato per le altre utopie. In modo analogo, il Gramsci che in­ dividua il rapporto fra «senso comune» e «creatività» o «innovazio­ ne linguistica» spalanca prospettive originali di analisi e di ricerca, mentre il Gramsci che pensa il partito del proletariato come un «edu­ catore di massa» impegnato a «unificare il senso comune» attraverso 1 suoi «intellettuali organici»59, ebbene, questo Gramsci è lontano dal­ la complessità conflittuale entro la quale oggi non si può non pensa­

57 Si vedano a questo proposito le pagine limpide di Crehan, Gramsci, Culture and

Anthropology cit., pp. 1 sgg. e passim per tutto

!" In tempi ormai preistorici, quando la strategia politica del Pei era dominata dalla ri­ flessione su una «egemonia» che pareva a portata di mano, Aldo Tortorella osò dire in un convegno che in Gramsci «1 uso del concetto di egemonia per la conoscenza della realtà sto­ rica» era «nettamente preponderante rispetto alle applicazioni» che egli ne aveva dato «per prefigurare il cammino verso una società nuova, socialista» (intervento in Aa.Vv., Egemonia, Stato, partito in Gramsci, Editori Riuniti, Roma 1977, p. 226): ma tale tesi non venne presa in considerazione né allora né dopo, e gli intellettuali di sinistra continuarono a baloccarsi con ponderose elucubrazioni su egemonie, rapporti Stato/Partito, Classe/Partito e Stato/Classe e altre questioni ‘accademiche’ (nel senso prima chiarito) che in pochi anni vennero spazzate via dalle dure repliche della storia: con il risultato che la conversione alla socialdemocrazia avvenne poi nelle forme improvvisate e dilettantesche che tutti conoscono. 59Frosini, Gramsci e la filosofia cit., pp. 174-5.

il volume.

32

Conflitti e totalità

re la contemporaneità60, e non si capisce perché ci si ostini a ripro­ porlo nell’attuale dibattito teorico e politico: bel modo di contribui­ re alla ‘classicità’ di Gramsci perpetuando e accentuando gli aspetti ilei suo pensiero più caduchi e incompatibili con il mondo moderno! È vero che Gramsci studiando il fordismo e l’industria moderna va ‘oltre’ Marx: ma non possiamo non vedere che questo andar oltre Marx discende da una profonda «simpatia per le moderne teorie for­ diste’ dell’organizzazione del lavoro», ossia dal fatto che mentre Marx «era un individualista, che mirava ad estirpare la tirannia di clas­ se proprio perché gli “individui uniti”», come scriveva nell’Ideologia tedesca, «potessero divenire padroni del proprio destino», Gramsci credeva appassionatamente nella «volontà collettiva», nel «lavoratore collettivo», nel «pensatore collettivo» e nell’«uomo massa o uomo collettivo»61. Se le cose stessero davvero così, quale cittadino del mon­ do esiterebbe nel trovare simpatico Marx molto più di Gramsci per­ ché più vicino ai problemi dell’epoca contemporanea? Io almeno, per quanto mi riguarda, non esiterei un attimo. Che poi Gramsci non rie­ sca a chiudere il cerchio della sua visione collettivizzante, e che in lui la tematica dell’individuo riemerga in forme drammatiche, non elimi­ na il dato che lo distingue nettamente da Marx e che rende l’aspetto ‘positivo’ del suo pensiero del tutto incompatibile con il tempo in cui viviamo. Ma, se Gramsci fosse riuscito davvero a fondare un sistema organico di questo tipo, non vedo che cosa avrebbe ancora da dirci (benché non sia difficile ancor oggi trovare intellettuali raffinati e su­ per-individualistici che si appassionano a tali progetti collettivistici:

ma in questo caso la contraddizione è tutta dalla loro parte e franca­ mente il decifrarla non mi appassiona). Ciò che ci spinge a leggere e

60Da questo punto di vista, la riflessione di Gramsci è intimamente legata alla tempora­ lità specifica degli anni venti e trenta, ad una visione degli intellettuali e dell’organizzazione della cultura comune al regime fascista e a quello sovietico, «portatori di una politica totali- uria che non è da condannare in sé, per le sue modalità repressive» (G. Belardelli, Il Ven­ tennio degli intellettuali. Cultura, politica, ideologia nell’Italia fascista, Laterza, Roma-Bari ,2005, p. 181): più che all’influenza di Gentile, sarebbe utile a questo punto ripensare all aria ‘gramsciana’ che si avverte nella politica culturale di Bottai, attorno al quale «aveva preso corpo una figura di intellettuale che Gramsci certamente percepiva più adeguata ai tempi mo­

derni» (ivi, p. 188).

, <•' P. Ghosh, Gramscian Hegemony: An Absolutely Histoncist Approach, in «History ot l uropean Ideas», 2001, 27, pp. 22-3. L’«assenza di una critica specifica del taylorismo come organizzazione del lavoro» potrebbe essere il segno del fatto che in Gramsci permane «una concezione lineare del rapporto classe operaia/sviluppo delle forze produttive» e dunque an­ che «una adesione profonda» alle «forme in cui avveniva la costruzione del socialismo in Unione Sovietica» (F. de Felice, Introduzione a A. Gramsci, Quaderno 22. Americanismo e Fordismo, Einaudi, Torino 1978, p. xxxi).

33

----------------------------- Anglani, Solitudine di Gramsci

Jl

rileggere Gramsci è la presenza di un ‘altro’ Gramsci, che (come ve­ dremo più avanti) teorizza per l’individuo la necessità di «contare sul­ le proprie forze» ed entra in conflitto insolubile con il Gramsci col­ lettivista: non lo annulla, si badi, ma stabilisce una tensione fortissima con esso, lo problematizza e rivela la natura profondamente contrad­ dittoria di u n ‘sistema’ che può realizzare la sua natura collettiva solo grazie all eroismo di un unico individuo che abbia deciso, appunto, di consacrare la sua esistenza a tale progetto. Gramsci è abilissimo nel tracciare le linee dei conflitti costitutivi della storia e nel ritrovare i nessi e gli scarti che li regolano; e però, in quanto si trova spinto a tale immenso lavoro analitico da un progetto utopico di ricomposizione organica che in prospettiva annullerà i con­ flitti medesimi, perde di vista la necessità del limite che storicamente inerisce ad ogni progetto politico e culturale, ma non può impedire che l’ombra di quel limite lo insegua da presso e insidi le conclusioni ‘to­ tali’ e unificanti delle sue ricerche. La pluralità del mondo è un dato che il Gramsci scienziato sa conoscere e analizzare (e che anzi, come vedremo, impedisce di fatto la ‘chiusura’ del sistema), ma che egli co­ me architetto politico intende superare in vista di un mondo unificato:

soprattutto da un certo punto in poi, perché le tracce di tale tensione teorica si infittiscono con il procedere della stesura dei Quaderni e as­ sumono forme tendenzialmente più compatte nelle ‘riscritture’ di pas­ si che appartengono ai primi anni. Eppure Gramsci resta critico dei ‘si­ stemi’ passati e apprezza la funzione corrosiva svolta da certi pensato­ ri, come quando nel primo quaderno si sofferma sul «torto» del posi­ tivismo nel «chiudere la realtà nella sfera della natura morta» e nel «chiudere la ricerca filosofica in una specie di teologia materialistica», come anche sull opera svolta da Bergson il quale, «sconsacrando idoli dell assoluto e risolvendoli in forme di contingenza fugace», ha sotto­ posto «ad un terribile esame l’intima struttura delle specie organiche e della personalità umana» ed ha «infranto tutti gli schemi di quella mec­ canica staticità in cui il pensiero chiude il perenne fluire della vita e del­ la coscienza» (Q., pp. 85-6)62. È troppo facile osservare che la critica di Gramsci si indirizza sempre ai sistemi ‘statici’, come quello positivisti- co, o a quello del «centralismo organico» fondato sull’illusione che si possa «fabbricare un organismo una volta per sempre, già perfetto

“ Da notare che Gramsci cita con sarcasmo le osservazioni di Balbino Giuliano, il qua­ le aveva rilevato il«limite» del bergsonismo proprio nell’affermazione del «principio dell’e­ terno fluire» e dell «origine pratica di ogni sistema concettuale», e dunque nel rischio che le «venta supreme» potessero così «dissolversi» (Q., p. 86).

34

Conflitti e totalità--------- ----------------- -----------

obiettivamente» (Q., p. 337), e che il suo lavoro tende alla costruzione .li un sistema ‘dinamico’ e dialettico, perché in ogni caso non si può .mediare dal suo testo la presenza di quei concetti e di quelle imma-

. ,1111 del «perenne fluire» che inseriscono comunque un cuneo con- n .uldittorio nell’esigenza, ugualmente documentata nel testo, di co- ,u nire a sua volta altri ‘sistemi’ realistici e onnicomprensivi. La dram­ maticità della sua scrittura sta nella tensione continua e irrisolta tra 1- I,mza scientifica e quella progettuale: se da un lato riconosce che «la lealtà è ricca delle combinazioni più bizzarre» e che il teorico dovreb- 11.' «in questa bizzarria rintracciare la riprova della sua teoria, tradur­ li'1in linguaggio teorico gli elementi della vita storica», e non deve es- nerc al contrario la realtà a «presentarsi secondo lo schema astratto», i imtemporaneamente egli non rinuncia a costruire un sistema com­

plesso che riesca a rendere conto di ogni «bizzarria», secondo il mo- .lello di Leonardo da Vinci che «sapeva trovare il numero in tutte le manifestazioni della vita cosmica, anche quando gli occhi profani non valevano che arbitrio e disordine» (Q., p. 332). Nel richiamo a Leo­ nardo (fatto tra parentesi, a commento conclusivo di un ricco para­ grafo dedicato al tema della spontaneità e della direzione consapevo­ le), si delinea in tutta la sua pregnanza metaforica la scommessa gram- mLina che il lettore postumo deve accogliere appunto come fattore di dinamismo e di drammaticità e non certo come un dato acquisito, giac­ che non sarebbe un comportamento scientificamente corretto quello ili dare per svolto tale programma e per conclusa la ricerca di un mo­ dello capace di padroneggiare tutte le variabili della realtà e di ricon­ durle a un «numero» che cancelli l’«arbitrio» e il «disordine» conosci­

tivi. Nell’aspirare a tale unità, nel non poterla raggiungere, e nel docu­ mentare gli strati e i passaggi e le trasformazioni di questo processo, sta la sostanza e la grandezza metaforica del progetto di Gramsci.

a pezzi, speri­

11 programma gramsciano si realizza volta per volta

menta le sue armi in rapporto a determinati fenomeni ma non riesce mai (e nessuno potrebbe, s’intende) a fornire quel tessuto connettivo generale che dia la ragione unitaria di tutti i fenomeni. Gramsci indivi­ dua e descrive con acume la storia e la dialettica innescate dallo «spiri­ lo di scissione» (Q., p. 333); ma, quando immagina una ricomposizio­ ne unitaria delle scissioni, imbocca una strada sulla quale seguirlo è ìnu- iile e perfino dannoso se si pensa che l’idea della ricomposizione orga­ nica, inseparabile dalla fiducia nell’esistenza di un motore unico, ripro­ pone il problema della guida, ossia di chi debba decidere in quale dire­ zione, con quali mezzi e con quali valori, ricomporre le scissioni date.

35

Anglani, Solitudine di Gramsci

La nozione di «crisi organica» è utilissima in quanto «teoria del muta­ mento sociale», ossia in quanto strumento di diagnosi, ma sfuma nel­

l’utopia totalitaria quando si trasforma in terapia, cioè in teoria della «ricomposizione sociale»63. Non si può certo negare che tale processo

di

pensiero avvenga in Gramsci in forme altamente critiche e severe, che

lo

tengono a grande distanza dalle implicazioni tiranniche e terroristi-

che assunte già in quegli anni dal regime sovietico e, ad esempio, lo spingono a sostenere che la distinzione attuale fra governanti e gover­ nati è un dato transitorio, «un fatto quasi tecnicamente necessario» che non deve essere ‘eternizzato’ e che deve anzi essere superato per spinta degli stessi governanti'’4: e tuttavia non si può oggi non avvertire che la parte più feconda di quel pensiero deve esser trovata nella lettura delle scissioni della storia e del presente piuttosto che nell’immagine delle ri­ composizioni future che, ad onta delle buone intenzioni con cui ven­ gono prefigurate, si trasformano tutte in incubi totalitari. Quando poi leggo che il partito «è in embrione una struttura statale» che, in quanto tale, «non può ammettere che una parte dei suoi membri si pongano co­ me aventi eguaglianza di diritto», perché «l’ammissione di una tale si­ tuazione implica la subordinazione di fatto e di diritto dello Stato e del Partito alla cosiddetta ‘maggioranza’ dei rappresentati» (Q. pp. 320-1), non posso non riconoscere che il confine tra la categoria analitica fun­ zionale alla conoscenza dei meccanismi politici e la fondazione di un modello teorico-pratico di Partito totalitario si è dissolto, e concludo che questa idea di partito-Stato non può avere cittadinanza nella società

“ G. Zarone, Realismo politico in Antonio Gramsci. Potere, intellettuali e masse [1989], in Id., Classe politica e ragione scientifica. Mosca, Croce, Gramsci. Problemi della scienza po­ litica in Italia tra Otto e Novecento, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1990, pp. 264 e 258. Sul tema della crisi e della ricomposizione in Gramsci esiste una vasta bibliografia alla quale non è possibile riferirsi in questa sede nemmeno in termini generali. Basti sapere che nei dibattiti teorici e politici del marxismo italiano, soprattutto dalla metà degli anni sessan­ ta fino alla crisi del comunismo, c’è stata una vera inflazione della «ricomposizione» e dei ter- mini ad essa collegati. Le analisi delle ‘crisi’ dovevano avere come sbocco necessario le pre­ visioni ricompositive se non volevano essere tacciate di nichilismo. Infatti la prospettiva del­ l’unificazione e della ricomposizione metteva d’accordo le diverse anime «Iella sinistra, da quelle più ortodosse fino a quelle ‘radicali’: e così, per esempio, se ricordava che Gramsci è sempre «molto attento a prendere le distanze da coloro che parlano di unità del genere uma­ no o di unità di tutti, senza aver prima visto le contraddizioni di natura sociale, economica, politica che ci dividono», Luperini osservava con soddisfazione che Gramsci (come Leopar­ di, a suo parere) «pone sempre anche il problema del mondo unificato» all’interno di una vi­ sione della storia «come totalità», anche se usa correttamente i termini dell’«utopia» e del «mito» e non certo quelli della scienza politica (R. Luperini, Il mondo unificato, in Aa.Vv.,

Gramsci e la modernità. Letteratura e politica tra Ottocento e Novecento, a cura

zolaio, Cuen, Napoli 1991, pp. 86-7). 64 A. Tortorella, Il fondamento etico della politica in Gramsci, in «Critica Marxista» xxxv, 1997, 1, p. 70.

di V. Cal­

36

Conflitti e totalità

moderna, pluralistica e liberale: e rimango molto stupito nel vedere se- 11 studiosi usarla tuttora nelle loro elucubrazioni teoriche65. È evidente infatti che a questo punto, per replicare la nota doman­ da su chi educherà gli educatori, ci si dovrebbe chiedere chi mai sarà il

giudice abilitato a nominare il titolare di questo diritto, a meno che non

si voglia presupporre l’esistenza di qualcuno (individuo geniale come

nel mondo sotterraneo balzachiano o «moderno Principe» come in 11ramsci) il quale meglio di chiunque altro abbia compreso da dove vie­ ne la storia e sia autorizzato a dire dove va. Ma questa idea è la versio­ ne molto meno divertente del Barone di Miinchausen che si liberava dal pantano tirandosi per i capelli, e rimanda alla contraddizione centrale del pensiero gramsciano (su cui ci soffermiamo più avanti) fra elabora- ■ione strategica individuale e prospettiva collettiva. Chi abilita chi? Un intellettuale solo, oggi, traccia le linee fondamentali della ricomposizio­ ne; un gruppo compatto, un partito, si incarica domani di trasformare queste intuizioni geniali in programma politico. Tale processo presup­ pone che l’individuo in questione abbia azzeccato tutte le diagnosi e a

buon diritto si sia arrogato il privilegio di conoscere per il mondo inte- io, «grande e terribile», che cosa è bene e che cosa è male, o meglio che t osa è progressivo e che cosa è regressivo, sopprimendo a lunga sca­ denza quella conflittualità che per lui stesso, nel presente e nel passato,

c il lievito reale della storia. Questa prospettiva ripropone perciò ne­

cessariamente lo Stato etico, il partito e la dittatura del proletariato (o meglio, dei suoi intellettuali organici, i quali poi come la storia ha mo­ strato sono i funzionari di partito). Per queste ragioni, il Gramsci che parla alla mia coscienza e alla mia consapevolezza di oggi non può es­ sere colui che progetta una società e un mondo perfettamente ‘liberati’ attraverso l’egemonia totalitaria di una classe, ma colui che elabora mo­ delli conoscitivi complessi, al tempo stesso universali e storicamente concreti, capaci di analizzare i processi storici attraverso i quali si for­ mano le egemonie, anche se sul piano filologico so bene che il secondo Gramsci non avrebbe elaborato quei modelli se non avesse avuto in mente la città utopica del futuro66. E, poiché in ogni situazione storica

“ Qualche studioso si è spinto fino a chiedersi se nella concezione del partito «come em­

brione dello Stato da costruire» non vi sia «una dimensione di carattere integralistico», ma ha sùbito precisato che «il ripensamento della modalità del partito è un punto di originalità di Gramsci rispetto alla tradizione leninista» (intervento di M. Ciliberto in Aa.Vv., Gramsci la società di massa, a cura di M. Paladini Musitelli, Istituto Gramsci del Friuli Venezia Giu­

lia, Trieste 1997, p. 22). Sarà più originale ma non è molto più rassicurante.

“ Un esempio notevole dei risultati che si possono ottenere analizzando la riflessione

gramsciana sull’egemonia, senza pretendere ogni volta di ricavarne esempi o modelli politi­ ci, si trova nel bel saggio di Benedetto Fontana, «Logos» and «Kratos»: Gramsci and thè

Anglani, Solitudine di Gramsci

l’egemonia di una classe non è mai totale e statica ma è complessa e con­ flittuale, il modello analitico gramsciano risulta utile proprio per ana­ lizzare tale complessità in perenne movimento senza imboccare scor­ ciatoie semplicistiche. Del resto, quanto più la ricognizione della storia come conflitto di egemonie è stimolante e persuasiva, tanto meno ap­ pare credibile la prospettiva di una specie di «fine della storia» sigillata dal trionfo di una sola egemonia, di una società autoregolata in cui «la polizia scompare e viene sostituita dalle forze morali» e il popolo si «conforma ‘volontariamente’» alla natura etica dello Stato67. Tale prospettiva non diventa meno inaccettabile se si pensa che in Gramsci «l’aspirazione a una ricomposizione ‘organica’ dell’intera realtà sociale» dev’essere vista «come una possibilità successiva alla ne­ cessaria e imprescindibile rottura storica rappresentata dalla rivoluzio­ ne», ossia che per lui l’unità organica è da ricercare «nel blocco rivolu­ zionario, che non è la totalità sociale, ma uno dei soggetti antagonisti­

ci che la compongono»68, ed anzi risulta scientificamente infondata per

come presuppone una fase ‘antagonistica’ di carattere transitorio de­

stinata ad essere superata dall’avvento al potere di una classe sola, qua­

si che la conflittualità fosse un dato eliminabile dalla storia con atti di

volontà e di previsione. Il Gramsci scienziato esplora la logica perpe­

tua degli antagonismi e dei conflitti; il Gramsci utopista immagina un mondo in cui gli antagonismi e i conflitti saranno superati e aboliti. Come si fa a tenere entrambi sullo stesso piano? Dopo aver ripetuto

che l’uno non può esistere senza l’altro, agli spiriti critici tocca l’ingra­

to compito di decidere quale sia il «morto» e quale il «vivo». Anche chi

per avventura condividesse la speranza in tale esito dovrebbe distin­ guere rigorosamente il sogno utopico dal modello scientifico. Per quanto mi riguarda, l’estinzione futura dello Stato e l’utopia di una so­ cietà senza classi unificata dall’egemonia di una classe resterebbero fi-

Anaents on Hegemony (in «Journal of thè History of Ideas», 2000, pp. 305-26), il quale ri­ costruisce gli elementi che Gramsci «condivide con gli antichi specifici topoi teoretici, lin­ guistici e intellettuali», da Isocrate ad Aristotele (p. 305). Non si tratta di un lavoro sulle ‘fon­ ti’, giacché è difficile pensare che Gramsci avesse letto con attenzione specifica al tema del­ l’egemonia le opere di Isocrate, di Gorgia, di Platone e degli altri classici del pensiero antico, ma di una ricerca sui modelli conoscitivi operanti nella storia del pensiero occidentale. Il sag­ gio è troppo complesso per essere riassunto qui: ne raccomando la lettura in quanto esem­ pio concreto di come si possa studiare Gramsci còme ‘pensatore’, riconoscendo e rispettan­ do in lui la centralità dell’egemonia, in termini scientifici e non apologetici o strumentali. 67 E. E. Jacobitti, The Religious Vision of Antonio Gramsci or thè Italians Origins of Hegemony as Found in Croce, Cuoco, Machiavelli and thè Church, in «Italian Quarterly»,

XXV, 1984, 97-98, p. 110.

“ C. Donzelli, Introduzione a A. Gramsci, Quaderno 13. Noterelle sulla politica del Ma­ chiavelli, introduzione e note di C. Donzelli, Einaudi, Torino 1981, pp. xxxvi-xxxvn, nota.

38

Conflitti e totalità

mire da incubo quand’anche si fondassero su processi scientificamen­

te confermati: sarebbero immagini degne del Grande Fratello, con la

differenza che nel sistema di Orwell gli esseri umani sono dominati da Una dittatura esterna mentre nel mondo utopico progressista i sudditi sarebbero prigionieri e guardiani al tempo stesso, ‘democraticamente’ aguzzini di sé medesimi. In generale l’aggettivo ‘organico’ con annes­ si e connessi, se usato non in termini analitici ma in funzione prospet- lica e propositiva, dovrebbe essere accolto dalla cultura contempora­ nea con sospetto, invece di stimolare la produzione e la riproduzione

di ‘immaginazioni’ prive di carattere scientifico69. Quando nell’analisi

delle formazioni storico-sociali Gramsci distingue «organico» da «oc­ casionale», e formula un modello conoscitivo complesso che consente

di conoscere la «bilancia tendenziale» nei rapporti di forza tra le clas­

si e l’intreccio tra fattori economici, politici, sociali e largamente cul­ turali, e soprattutto quando usa il concetto di classe non come un «a

priori» ma come una realtà che viene «prodotta»70, so di trovarmi di Itonte alla formulazione di un modello agile, articolato e complesso di conoscenza storica che innova rispetto a vecchi (e nuovi) schematismi:

ina proprio per questo non riesco ad appassionarmi a una prospettiva che vede tutta questa complessità superata e ‘ricomposta’ in una so­

cietà divenuta finalmente ‘organica’, che nel pensiero materialista fun­ ziona come l’idea del Paradiso nel pensiero religioso. Per tollerare questo termine devo dunque ricordare continuamente che esso è par­

te

di un’esperienza intellettuale parallela la cui faccia ‘critica’ permette

di

ricostruire pezzi importanti della storia passata e della realtà pre­

sente; ma non riesco a dimenticare che in quanto elaborazione proget- tuale esso appartiene a «ciò che è morto», e non posso non respinger­

lo senza mezzi termini quando lo trovo ripetuto in quei testi di secon­

do grado che (privi, tra l’altro, del fascino estetico che solo rende ac­ cettabili i pensieri non condivisi) pretendono di ripresentarmelo come

se

fosse ‘attuale’ senza far rivivere quel carattere di necessità storica che

ut

ogni modo pertineva al discorso gramsciano.

So bene che la critica all’‘organicismo’ gramsciano è stata conside- i.tta a lungo una critica revisionistica e/o di destra, probabilmente per- i Ite in chi crede di aver fatto i conti con il comunismo solo per aver ri-

"" Nell’uso gramsciano della nozione di ‘organico’ e connessi si può vedere l’incrocio di tematiche evoluzionistiche e di suggestioni bergsoniane, secondo G. Piazza, Metafore biolo- u he ed evoluzionistiche nel pensiero di Gramsci, in Aa.Vv., Antonio Gramsci e il «progresso intellettuale di massa», a cura di G. Baratta e A. Catone, Unicopli, Milano 1995, pp. 133-40. K Hall, Gramsà’s Relevance cit., pp. 421-2.

39

Anglani, Solitudine di Gramsci

nunciato alla dittatura del proletariato permane l’utopia di un «mon­ do unificato» destinato ad essere realizzato non più con le armi della lotta di classe ma con gli strumenti della democrazia e delle riforme so­ cialdemocratiche. Come succede al dottor Stranamore nell’immortale film di Kubrick, gli scatti automatici suscitati nel post-comunista dal­ l’eterno ritorno di certi termini svelano quanto la metamorfosi non ab­ bia investito la radice profonda del suo costume intellettuale, la ‘for­ ma’ stessa del suo ragionare. La frequenza del termine ‘organico’ (in­ sieme con quello di ‘ricomposizione’ e di alcuni altri appartenenti alla medesima costellazione) è una cartina di tornasole buona per sma­ scherare il vecchio bolscevico annidato nel socialdemocratico moder­ no, anche in chi abbia spinto le proprie revisioni fino a cantare le lodi sperticate del mercato capitalistico (e spesso, ahimè, proprio in costui) sostituendo una totalità all’altra: giacché la forma di pensiero che lo ac­ compagna in tutte queste metamorfosi è quella, appunto, della organi­ cità, della ricomposizione, del superamento (sempre dialettico, va da sé) dei conflitti, della visione di una politica ‘totale’71. Ciò che non riu­ scì a Stalin riuscirà al Mercato. In un caso come nell’altro, la molla che scatta è l’avversione a un modello di società in cui i conflitti sono non accidenti disgraziati da superare prima o poi con le buone o con le cat­ tive, ma fattori strutturali ineliminabili del vivere civile. Fu probabil­ mente per la forza di questa logica pervicace che i lontani eredi di Gramsci, una volta arrivati al governo, sostituirono al comunismo or­ mai fuori moda il Dio Mercato e la Dea Flessibilità, cambiando i con­ tenuti ma non la forma del loro modo di pensare, e nella scuola impo­ sero una pedagogia ‘di Stato’ che fece rimpiangere la vecchia scuola pluralistica democristiana nella quale le esperienze e le ideologie più diverse potevano incontrarsi e convivere anche a prezzo di conflitti ma pur sempre in un quadro istituzionalmente ‘liberale’72. Quando dalle riflessioni teorico-utopiche si passa alla realizzazione pratica, si scopre

71Anche un filosofo acuto e raffinato come Bodei giunse ad affermare che, quando cri­ tica il «pluralismo», Gramsci «punta sulla ricomposizione di classe e sulla concentrazione della volontà collettiva» (e su questo niente da obiettare) ed è dunque ‘democratico’ (R. Bo­ dei, Gramsci: volontà, egemonia, razionalizzazione, in Aa.Vv., Politica e storia in Gramsci, a cura di F. Ferri, Editori Riuniti-Istituto Gramsci, Roma 1977, 1, p. 72). 72Vorrei citare, a mo’ di esempio, un episodio accaduto nel dicembre 2006: un gruppo

di

deputati diessini ha protestato e chiesto la messa al bando dalla Rai di un film accusato

di

presentare un’immagine distorta e caricaturale degli insegnanti. Che il film in questione

sia brutto non significa niente, giacché nemmeno nei suoi momenti più acuti di ‘organicità’

Gramsci era arrivato ad attribuire al Partito e allo Stato il potere di decidere in materia di

estetica. Questo grottesco episodio di stalinismo post litteram la dice lunga sul tasso di li­ beralismo presente in certe posizioni politiche convinte di aver superato definitivamente il comuniSmo.

40

Conflitti e totalità

il nucleo totalitario di tutte le esercitazioni sul tema della organicità, luche di quelle declinate in termini moderni e revisionistici. A me non pare che sia tanto ‘di destra’ sostenere che le riflessioni di 1.unisci lasciano «intravedere un aspetto finale piuttosto inquietante»

. danno vita a modelli politici «di tipo totalizzante», e riconoscere che, un 111re indaga lucidamente «la complessità del moderno», Gramsci viene spinto dalla sua cultura politica «nella direzione di una convi-

po’ più a fon­

di i della questione dal punto di vista di una sinistra moderna, si scopre

.punto l’organicismo gramsciano abbia in comune con la cultura di de­

li u il mito della «coesione sociale», e si differenzi da essa solo perché

Ie. vede una fase antagonistica (la lotta di classe) preventiva e prepara- lntia all’espansione della «coesione»73. Il cosiddetto «gramscismo di

destra» potrà sembrarci aberrante; ma non si può negare che certi in- I. liettuali di estrema destra avessero qualche motivo non del tutto cam­ pilo in aria per trovare in alcune formulazioni gramsciane modelli al-

I. llanti di ricomposizione sociale e politica della nazione, anche se per

imitare acqua ai loro mulini dovevano fare astrazione da altre tensioni

sive e contraddittorie agenti nel testo. Il tema dell’organicità e di un modello politico e sociale che contempla il conflitto solo come fase ne-

•i viaria di transizione, tra l’altro, è uno dei pochi a legare fortemente il

i .tallisci precarcerario a quello del carcere. Già nella riflessione sull’e- pcrienza dei consigli di fabbrica, infatti, Gramsci vedeva il consiglio

ioine «un corpo conciliato e omogeneo nella sua composizione inter-

iii che ricalcava «le unità produttive della fabbrica (la squadra, il re-

• M/a civile lineare e semplificata»; ché anzi, se si va un

" F. Sbarberi, Introduzione a Aa.Vv., Teoria politica e società industriale. Ripensare

22. Su questa strada si possono tro-

. ii • affinità profonde e inquietanti tra la società regolata immaginata da Gramsci e l’idea pa-

i .Urla propria del fascismo, dal momento che la riflessione e l’esperienza politica di Gram- i ii svolgono in un tempo storico dominato dalla crisi dello Stato liberale e del regime rap-

sia Croce, sia Gentile sia Gramsci «volevano la fine dello Stato liberale» e si

|.i i.|iimevano di sostituirlo con lo Stato etico, e per questo Gramsci non poteva nemmeno

supportare l’idea di una società che non fosse una “società regolata”» (Jacobitti, The Reli- Hin«( Vision cit., pp. 109 e 124). Sul conflitto tra «pluralisti» e «totalitari» del primo Nove- . ino, e sull’adesione convinta di Gramsci all’ipotesi ‘totalitaria’ concepita «da una parte .insistente della cultura italiana» dell’epoca «come l’ineludibile portato storico dei meccani­ smi politici della società di massa», cfr. le osservazioni puntuali di Donzelli in Introduzione ili, pp. L.XXXV sgg., che riprende altri contributi sui quali non è il caso di soffermarsi qui. Ba- .11 sapere che Gramsci parte «dalla convinzione che la politica, intesa come tendenza alla so-

. i.ili/.zazione, all’integrazione dei propri interessi particolari in quelli collettivi, è presente in

i .1.1 insci, Bollati Boringhieri, Torino 1988, pp. 17-8,20 e

iMitativo:

limilo sempre più diffuso e generalizzato nelle società moderne», e che perciò il compito del l<iiri ito rivoluzionario è «di fornire un determinato modello e una determinata base organiz­ zai iva affinché le tendenze alla socializzazione e all’integrazione collettiva si sviluppino se- . nudo i suoi principi e le sue impostazioni» (ivi, pp. LXXXVIl-LXXXVIll).

41

-----------------------------Anglani, Solitudine di Gramsci

parto, l’officina tutta), con un ordinamento non di tipo egualitario, | bensì fortemente differenziato»71**74. Gramsci lo diceva con la sua consuc-1

ta precisione quando scriveva che l’operaio «può concepire se stesso®

come produttore, solo se concepisce se stesso come parte inscindibile I

di

tutto il sistema di lavoro che si riassume nell’oggetto fabbricato, so*®

lo

se vive l’unità del processo industriale che domanda la collaborazio-|

ne del manovale, del qualificato, dell’impiegato di amministrazione,

dell’ingegnere, del direttore tecnico», e via via a livelli sempre più vasti e onnicomprensivi di totalità, finché arriva a concepire lo Stato come «la forma del gigantesco apparato di produzione che riflette, con tutti ' i rapporti e le relazioni e le funzioni nuove e superiori domandate dal- ]

la sua immane grandezza, la vita dell’officina, che rappresenta il com-1

plesso, armonizzato e gerarchizzato, delle condizioni necessarie perché

la sua industria, perché la sua officina, perché la sua personalità di prò-1

duttore viva e si sviluppi»75. La differenza, non di poco conto, sta nel

fatto che il Gramsci dei Quaderni immerge l’obiettivo organicistico in una grande massa di riflessioni analitiche e di tensioni contraddittorie I (che sono poi il vero motivo di interesse del testo), mentre il Gramsci I consiliare (e, peggio, il Gramsci comunista) lo proclama come un fatto ] strategicamente naturale. E, comunque, non c’è bisogno di intravedere nel fine dell’«ordine in sé» predicato da Gramsci nella «Città futura», ] sia pure allo scopo di realizzare il «massimo della libertà col minimi®

della costrizione»76, l’ombra delTordo rerum ad finem predicato da san

Tommaso77, per provare un netto moto di ripulsa nei confronti del mo- ]

dello gerarchico, totalizzante, antiliberale e antidemocratico a cui

Gramsci tende con tenacia lungo tutta la propria esistenza di politico e

di pensatore. E molto più moderno, progressista e criticamente prò-1

duttivo il Charlie Chaplin di Tempi moderni del Gramsci ultramacchi- j nista. Se già di questo Gramsci (che pure poteva avere qualche ragione 1 storica nel proporre modelli del genere negli anni venti), non abbiamo I oggi più alcun bisogno, immaginiamo quanto possiamo averne dei suoi 1 ripetitori nel XXI secolo.

L’intonazione polemica di queste pagine, dunque, è rivolta non cer- 1

to a Gramsci quanto ai gramsciani che hanno ripreso acriticamente I

|

71 F. Sbarberi, Gramsci: un socialismo armonico , Franco Angeli, Milano 1986, p. 32. 75A. Gramsci, Sindacalismo e consigli (in «L’Ordine Nuovo», 8 novembre 1919), in Id.,

I

L’Ordine Nuovo. 1919-1920, a cura di V. Germana e A. A. Santucci, Einaudi, Torino 1987, I

pp.298-9.

76 A. Gramsci, Tre principi, tre ordini (in «La Città futura», 11 febbraio 1917), in Id., La I Città futura cit., p. 11.

77M. Revelli, Egualitarismo e gerarchia, in Aa.Vv.,

42

Teoria politica cit., p. 117.

Conflitti e totalità

riflessione e soprattutto una terminologia senza badare alle condi­ li! storiche e culturali in cui esse erano state prodotte. C’è una bel- ifferenza nel sostenere certe tesi prima o dopo l’esperienza del co­ li ismo realizzato. Siamo costretti ad accentuare il dissenso nei con­ iti dell’organicismo gramsciano perché esso ci è stato presentato .inni come un dato ‘naturale’ della strategia politica, ossia come un nento di reale ‘attualità’, invece di essere studiato come un proble- puramente storico-culturale ed anzi come il limite più vistoso nel-

i.ilisi gramsciana della modernità industriale. Michele Ciliberto ha strato che l’uso dei termini «organico» e «organicità», in Gramsci, alida a un lessico di natura vitalistica e si lega alla riflessione sul rap- to tra disciplina e spontaneità, e dunque appartiene a un sistema di isicro complesso che caratterizza la riflessione gramsciana degli an- 'enti come «critica radicale» aH’individualismo. Non si può dunque lare solo dell’organicità se non si tiene conto dell’altro fattore, del­ ta della vita come «slancio», «impulso», «nuova creazione», giac- «nell’intreccio dell’uno e dell’altro - né semplice né lineare, anzi enzialmente aporetico - sta la posizione teorica di Gramsci negli

li giovanili» e si qualifica la presenza del lessico biologico «ossessi- >che poi nei Quaderni verrà «proiettato in direzioni decisamente taforiche»78. La ricostruzione di questo tessuto complesso è certa­ me un atto necessario di conoscenza scientifica, anche lascia un po’

plessi che il critico riassuma la teoria del Gramsci giovanile intorno

i «decomposizione» della società borghese senza osservare che la

ria della decomposizione è una delle invenzioni peggiori del pen- ro marxista novecentesco. Le immagini ‘vitalistiche’ gramsciane, al­ iente suggestive sul piano metaforico e linguistico, non solo ap­ ollo del tutto sterili sul piano politico di oggi ma si rivelano svianti lic rispetto ai tempi in cui furono elaborate, prodotte come erano una ispirazione ‘utopica’ che utilizzava una gran massa di dati ‘rea- per costruire una impalcatura ideologica cieca rispetto alla stessa

Ità che voleva modificare. Se, come diceva Marx, la prova del budi-

st a nel mangiarlo, mi piacerebbe vedere una volta tanto qualche raf-

•ito studioso di Gramsci collegare l’armamentario analitico gram­ mo alla catastrofe patita dal movimento operaio negli anni venti, ssibile che, marxianamente e gramscianamente parlando, non esista nesso tra quelle elaborazioni e la catastrofe della sinistra e la vitto- dei fascismo? Se un dirigente ha prodotto soprattutto sconfitte, il

M. Ciliberto, Gramsci e il linguaggio della vita , in «Studi storici», XXX, 1989,

679-99.

43

3,

----------------------------- Anglani, Solitudine di Gramsci

.1

minimo che uno studioso dovrebbe fare sarebbe cercare le radici di es­

se

nell’elaborazione politico-strategica che è alla loro base, soprattut­

to

quando il soggetto in questione abbia proclamato a più riprese l’u­

nità di teoria e prassi. Ergo, se la prassi è catastrofica la teoria non po­ trà essere a sua volta un capolavoro. E invece la maggior parte degli studiosi analizza il pensiero politico di Gramsci degli anni venti collu­

se contenesse chissà quali tesori di analisi e di conoscenza concreta a

come se non fosse anch’esso responsabile di ciò che accadde. Questa forma di rimozione, davvero curiosa, si spiega con il fatto che tali stu diosi non hanno sottoposto a critica i fondamenti di quella politica:

non ne vedono l’assurdità non solo rispetto ai problemi e alle necessità dell’oggi, ma anche rispetto ai tempi in cui furono teorizzati. Le loro ‘revisioni’ sono locali e superficiali, non riguardano la sostanza. Per questo, anche, Gramsci può essere studiato oggi solo in una prospet­ tiva ‘estetica’, perché appena dalle metafore del testo si scende alla po­

litica concreta si verifica che il nostro autore ha collezionato una serie

di errori fatali ed ha svolto una parte non trascurabile nella sconfitta

della democrazia. Ma su ciò torneremo nel prossimo capitolo: limitia­ moci qui ad annotare che il lessico della vita, del tutto inutilizzabile nell’analisi politica perché produttore di un’immagine distorta delle forze in gioco e dei meccanismi della storia contemporanea, diventa uno strumento ineguagliabile di analisi e di rappresentazione metafo­ rica dell’individuo «vivente», come cercheremo di vedere nell’ultimo capitolo. Lascio all’‘immaginazione’ dei lettori la spiegazione possibi­ le di tanto squilibrio.

In ogni caso, l’elaborazione gramsciana dell’«organico» è impro-' ponibile e irriproducibile nel mondo contemporaneo, e chi più o me­ no sottilmente la rimaneggia e la ripresenta come se contenesse ele­

menti di grande ‘attualità’ compie un’opera di falsificazione che sareb­

be eticamente riprovevole se per nostra fortuna questi dibattiti non ri­

manessero per lo più ignoti alle grandi masse. Se dunque il pensiero

gramsciano si risolvesse nella teoria dell’organicità, ogni tipo di rap­ porto con esso riuscirebbe impraticabile nel mondo contemporaneo, se non da parte di nostalgici sognatori di ordini totalizzanti più o me­

no ‘nuovi’. Come sempre, i difensori di Gramsci sono i suoi peggiori

nemici quando ne ricostruiscono il pensiero come un tutto organico, ignorando quanto la società contemporanea sia lontana da tali miti, ed offrono il fianco a quanti invece enfatizzano quasi esclusivamente gli aspetti organici e totalitari di quel pensiero per liquidarlo completa mente. Finché la partita si gioca su questi livelli non è possibile far

44

Conflitti e totalità------------------------------- -—

avanzare il dibattito scientifico. Il difetto comune ad alcune letture cri­ nelle, da cui pure ho tratto parecchi stimoli finora, sta nella unilatera­

li!a con la quale esse compongono ogni volta un ritratto integrale e

contraddittorio a partire da alcune linee realmente esistenti e filo-

|i laicamente accertabili ma trascurandone altre ugualmente presenti,

t d ii il risultato di annullare la tensione drammatica e ‘infinita’ del pen­ ne gramsciano. Qui stanno i limiti oltre i quali non vanno tutti colo­

ni che hanno sottolineato (in termini negativi o positivi) le compo­

nenti ‘organiche’ di Gramsci, anche se le loro riflessioni riescono mol­

li . utili per mostrare l’infondatezza dei profili altrettanto unilaterali (e biologicamente molto meno fondati) del Gramsci ‘democratico’ e pa- ■lif nobile del riformismo. Per fortuna il mondo gramsciano è molto piu ampio e vario di quanto non risulti da tutte queste reductiones ad Htltìs. In realtà Gramsci (come ogni autore grande) autorizza un rap­ porto di identificazione e di distacco impraticabile con pensatori me­ no ‘classici’ perché il suo testo, anche quando allinea affermazioni inaccettabili o non più attuali, contiene un di più che lievita il pensie-

io di chi legge, proprio grazie alla costituzione contraddittoria del suo

discorso e al fatto che i suoi sistemi non ‘concludono’ mai davvero. È i ni caso tipico di ‘fecondità dell’errore’, dovuto alla potenza analitica e 11 moscitiva di un modello che pure rimane improponibile nella sua lo­

gli a generale e nel suo obiettivo finale. Presa nei suoi termini estremi, per esempio, la riflessione sull’orga-

nu ita e sul primato del modello industriale-fordista sembrerebbe non

lasciare alcun posto alle tematiche dell’individuo e del rapporto tra l'individuo e la società, e dunque risulterebbe del tutto fuori luogo nel

mondo di oggi. Eppure (accenno qui a un tema sul quale tornerò più avanti) non è assolutamente necessario, per apprezzare i modi in cui le 11'nervazioni gramsciane sulla «natura dell’uomo» innovano la nozio­ ne ili ‘individuo’, concordare anche sul punto d’arrivo del processo analizzato. Troviamo quelle osservazioni produttive di conoscenza e

di riflessione critica pur dopo aver riconosciuto ‘filologicamente’ che

senza la meta finale esse non sarebbero mai state pensate. Questo trat­

tamento è reso possibile, e quasi autorizzato, dallo stesso procedimen-

lu analitico usato da Gramsci per riflettere attorno a quel tema: e così,

per esempio, si può notare che, per formulare quella definizione così

innovativa di «uomo», egli ha utilizzato una nuova nozione di «signi-

ln .ito» come «prodotto ed espressione del divenire», teorizzando che

il significato» stesso «non può mai essere neutrale» ma implica le no­ zioni di «scoperta», «invenzione», «possibilità» e «cambiamento», ed

45

— ------------------- - ---- Anglani, Solitudine di Gramsci

I

escludendo rigorosamente la

nozione

di «arbitrarietà». Sappiamo b el

ne

che questo contributo alla scienza del «significato», il quale condu

ce

alle conseguenze più alte quel progetto filosofico gramsciano di sm

perare il materialismo e l’idealismo che è «radicato nell’unità dialettici

di razionale e di reale», è inseparabile dal progetto di ricomposizione

unitaria del mondo nel quale l’«essere» e il «dover essere» sono co*; struiti «fuori del regno della necessità e del regno di ciò che non è an­ cora», ed è insomma connesso dialetticamente alla prospettiva della unificazione progressiva del genere umano79: ma colui che non condi­ vide quel progetto (ed anzi vede nell’idea di un genere umano ‘organi-j camente unificato una prospettiva allucinante ancorché nutrita di buone intenzioni) avrà pure il diritto di riconoscere nella teoria gram-i

sciana un contributo originalissimo alla teoria del significato e di usa­

re quella nozione come stimolo per i suoi studi, o dovrà come si dice

buttare il bambino con 1acqua sporca e rinunciare a un’innovazione teorica preziosa solo perché gli viene presentata come inseparabile dal­

l’obiettivo che la qualifica? L’innovazione teorica, in realtà, resta vali­ da comunque perché è Gramsci stesso a formalizzare un modello ela­ stico e non dogmatico di previsione’ che comprende necessariamente entro di sé il momento della volontà e del disegno strategico, avver­ tendo però che se nella storia reale «l’antitesi tende a distruggere la te­ si» e se «l’antitesi sarà un superamento» della tesi, non si potrà mai «stabilire ciò che della tesi sarà ‘conservato’ nella sintesi» né «a priori

‘ring’ convenzionalmente regolato». Tut­

misurare’ i colpi come in un

to ciò che «di fatto» avviene «è quistione di ‘politica’ immediata, per­ ché nella storia reale il processo dialettico si sminuzza in momenti par­ ziali innumerevoli», e bisogna evitare «l’errore» di «elevare a momen­ to metodico ciò che è pura immediatezza» e soprattutto di elevare «l’i­ deologia a filosofia», ossia di introdurre «1 elemento passionale imme­ diato» e poi di pretendere «che rimanga valido il valore strumentale del

sistema». Questo insegnamento scaturisce dall’«apologo» scherzoso

” GoUing, Gramsci’s Democratic Theory cit., p. 64. La prospettiva diventa ancora più angosciante quando si legge che il marxismo «ha identificato il vero scopo della modernità i con I unificazione e l’integrazione, al di là delle differenze di classe, del genere umano», se­ condo un principio di «universalizzazione della realtà» che «non sia solo teorica e speculati- ! va ma che sia antropologica ed estendentesi a tutte le sfere della vita» (R. Finelli, Sull’iden- 1 tita di storta, politica e filosofia, in «Rivista di studi italiani», xvi, 1998, 1, p. 9). Coloro che esprimono intenzioni di questo tipo sono di solito persone educate e miti che non farebbe- j ro male a una mosca, e che però si trovano spinte da chissà quali oscure pulsioni a progetta- ' re - sempre con le migliori intenzioni, s’intende - società totalitarie per le quali comunque non esistono più nemmeno quelle condizioni che nel secolo scorso potevano offrire qualche ^

giustificazione storica.

46

Conflitti

e totalità-------------------------------------

ili l bambino a cui si domanda: «—Tu hai una mela, ne dai una metà a mio fratello; quanta mela mangerai tu? - Il bambino risponde: - una mela. - Ma come; non hai dato mezza mela a tuo fratello? - Ma io non gliela ho data» (Q-, p. 1221). I .a «teoria della previsione», se a livello filosofico trova «ostacoli in­ dù ni» allo stesso pensiero gramsciano sui quali non è il momento ora di li il fermarsi (anche perché esiste una ricchissima bibliografia in proposi­ ti i)", conserva comunque gli elementi che consentono di separare la par­ ir ’scientifica’ di essa dalla parte ‘pratica’ (o, in termini più grossolani, la I, ii ma dal contenuto), come è evidente sia nel richiamo (troppo spesso ni il lo valutato) ai «momenti parziali innumerevoli» di cui consiste la Moria reale», sia nella distinzione tra «filosofia» e «ideologia». In altri iri mini, il modello gramsciano di previsione si sottrae alla passività ma- Iematica’ e mette in gioco «l’elemento passionale immediato», che può essere anche un ‘progetto’ a lunga scadenza ma non per questo cessa di essere «ideologia». La «filosofia» dice che nella dialettica storica 1«ideo­ logia» gioca un ruolo non quantificabile a priori; ma questo accade con qualunque ideologia, di destra o di centro o di sinistra, riformista o ri­ voluzionaria o reazionaria. È ovvio che in Gramsci 1elemento ^«passio­ nale» si trovi caratterizzato in senso rivoluzionario e totalitario , poiché hi lui agisce non una «passione-interesse» di «carattere individuale o di gruppo» ma una passione «di portata storica più vasta», una «passione come ‘categoria’» di un «più vasto gruppo sociale» (Q., p. 1569): ma ciò non toglie che sempre di passione si tratti e che il modello da lui forma­ li//.ato possa e debba funzionare ogni volta che elementi passionali di ugni genere entrano in gioco, e non solo quando si tratti della rivolu­ zione proletaria. La «politica» consiste nella capacità di far valere cia­ scuno le proprie passioni, e non certo nel prevedere astrattamente un risultato. In questo modo il modello analitico e conoscitivo gramsciano, la cui genesi è inseparabile dalla motivazione rivoluzionaria, assume un valore ‘scientifico’ che va al di là di essa e può riguardare ogni tipo di ‘previsione’, senza mai smarrire il rapporto stretto con la prassi. E in quanto tale si sottrae all’imperialismo degli eredi per divenire patrimo­ nio comune dell’umanità pensante. Dunque, per un verso non si può negare che Gramsci non avrebbe svolto le sue analisi se non avesse avuto in mente lo sbocco finale del

» F. S. Trincia, Dialettica e «tecnica del pensare» in Gramsci, in «Critica Marxista», xx- V ii, 1989, 3, p. 154. Secondo questo critico, il fatto che Gramsci «sottolinei 1irriducibilità re­ ciproca del momento logico e dell’immediatezza passionale o politica» è «una spia della dit- Iicoltà di comporre la tensione tra il polo dell’identità di filosofia e ideologia e il polo del di vieto di elevare l’ideologia a filosofia» (ivi, p. 164).

47

------- ---------------------Anglani, Solitudine di Gramsci

I

comuniSmo, ma per un altro si può e si deve fare astrazione da temi non più ‘attuali’ pur senza cadere in forzature filologiche, giacché le li nee di tensione che contraddicono alcune certezze agiscono tutte gi.i «e/ testo. Lo studioso non deve falsificare la teoria gramsciana con un altra teoria, ma cogliere filologicamente nelle tensioni interne 1 fat tori che la rendono drammaticamente esplosiva rispetto a se stessa. Li- pagine di Gramsci dicono moltissime cose su che cosa è l’uomo nella sua storia, e in particolare sia nella modernità capitalistica che nella po- stmodernità postcapitalistica, mentre non permettono di prevedere al cunché su che cosa esso potrà divenire nel futuro vicino o lontano, Duole dirlo, ma le previsioni gramsciane a questo proposito non han­ no alcun peso scientifico e non possono costituire materia di dibattito, in quanto ciascuno è libero di immaginare il futuro come meglio credi- anche se si adopera ad ancorare tale previsione a dati da lui considera­ ti reali. Sul piano della storia della cultura gramsciana, quelle previsio­ ni rappresentano la riscrittura e la rimeditazione di un tema caro al gio­ vane Gramsci, il quale alla fine del 1917 aveva proposto ai giovani ade­ renti al suo «Club di vita morale» le pagine dei Ricordi di Marco Au­ relio sottolineando fra le altre parole del filosofo il termine «fede»; e, di fronte all incapacità dei suoi amici di esprimersi in mento, aveva fatto ricorso ai versi danteschi del XXIV del Paradiso (dove la fede è definita «sustanza di cose sperate / ed argomento delle non parventi») «la­ sciando attoniti» tutti «per quella sustanza di cose sperate» così appa­ rentemente estranea alla mentalità socialista81. «Apparentemente» allo­ ra, non oggi che tanta acqua è passata sotto 1 ponti e anche 1 progressi­ sti (o soprattutto essi) dovrebbero aver imparato a riconoscere nella lo­ ro preistoria l’impronta delle spinte religiose a raddrizzare il legno storto dell’umanità secondo progetti totalitari destinati a provocare guai peggiori di quelli che si volevano correggere. Tutto ciò che riu­ sciamo ragionevolmente a prevedere è che anche tra mille anni la «na­ tura umana» avrà caratteri storici e relazionali, ma non possiamo anti­ cipare alcunché sulle forme concrete che essa assumerà in condizioni storiche indipendenti dai nostri desideri. Non si capisce perché do­ vremmo romperci la testa con prospettive non ‘falsificabili’, nelle qua­ li si esprimono opinioni e speranze e illusioni che non possono in al­ cun modo essere verificate, quando invece abbiamo sotto gli occhi una massa imponente e tuttora ‘attiva’ di riflessioni e di interrogazioni e di stimoli intellettuali sulla «natura» dell uomo nella stona passata e nel

81Da una lettera privata di Vincenzo Boccardo all’autore (14 maggio 1974), in G. Berga­ mi, Il giovane Gramsci e il marxismo. 1911-1918, Feltrinelli, Milano 1977, p. 122.

48

Conflitti e totalità-------------------------- ----------

nulo presente. Chi ad esempio, come il sottoscritto, ha dedicato par- i, ,1,-llc sue energie allo studio delle autobiografie e delle scritture del- I ih. non potrà ignorare le innovazioni gramsciane alla teoria della per- ■nudità c della soggettività, ma rimarrà indifferente (in quanto studio- •.'intende) di fronte al problema di quale possa essere il destino del- I individuo in un tempo in cui, come si sa, saremo tutti morti. I In altro esempio: sarà senz’altro vero che la «rivalutazione dell ele­ ni, iilo soggettivo, anzi creativo, nei confronti della morta oggettività delle condizioni storiche stratificate e inerti», e dunque «la rivalutazio­

ni' del lato attivo del rapporto storico-sociale», che permettono di tra- ,nortare «dall’esterno all’interno il fattore della storia», nascono in 1.unisci dall’esperienza del fallimento del riformismo8": ma forse per .jui sto, ora che la ruota della storia gira in senso contrario ed il rifor­ mismo pare godere di nuova fortuna, dovremmo abbandonare un ac- .111isto la cui validità teorica va oltre quell’occasione, e tornare a crede- nelle «forze meccaniche» come motore della storia? Esiste un nesso m, essario tra riformismo e passività meccanica da un lato, e rivoluzio­ ne c attività dall’altro? Questo è purtroppo ciò che il Gramsci politico pensava, e non piccola è la sua responsabilità storica nell aver fatto leva ,nllc immaturità, sulle incongruenze e sui limiti culturali del riformi­ mi) primonovecentesco per sbarrare la strada allo «scivolamento ver- n il riformismo democratico» e per distruggere in fasce «l’ombra del irvisionismo» bersteiniano che faticosamente si muoveva nella sinistra indiana prima del fascismo83. Eppure il pensiero riformista del ventune- nno secolo non può non far tesoro di questa lezione gramsciana, e non l'iio dunque permettersi di tornare al meccanicismo positivistico del socialismo ottocentesco. Lo schema dinamico gramsciano va bene non olo al rivoluzionario che progetta una città futura ma anche (e forse soprattutto) all’assessore regionale che intende riformare i meccanismi . I. Ila sanità pubblica. Se l’uomo non può prevedere il futuro dell’uma- lillà a media o a lunga scadenza, non per questo deve rassegnarsi al pre­ dominio dell’oggettività. E gli sarà utile sapere che quell’acquisto teori­ co è non assoluto ma relativo, e sia pure ampiamente relativo, perché nel rapporto così strutturato fra l’uomo e la storia, anzi nella «risolu-

. ii me gramsciana dell’uomo in storia», si perde «la componente natura­

li M. Tronti, Alcune questioni intorno al marxismo di Gramsci, in Aa.Vv., Studi gram-

. » E. Santarelli (a cura di), La revisione del marxismo in Italia. Studi di critica storica 11%4], nuova ed. riveduta e ampliata, Feltrinelli, Milano 1977, pp. 48 e 62. Va da sé che lo dorico usa in senso spregiativo i concetti di «riformismo» e di «revisione» come equivalen- l i .i «opportunismo» e a tradimento di classe (cfr. ivi, p. 74 e passim).

n tatti. Editori Riuniti, Roma 1958, p. 306.

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listica del marxismo», e la «naturalità dell’uomo, in senso puramente biologico», diventa soltanto «un presupposto della storia umana»84: ma pazienza, poiché non si può aver tutto e ci sono problematiche per le quali non è necessario richiamare ad ogni momento il fondamento bio­ logico dell’essere umano, e proprio in queste problematiche Gramsci ha dato il meglio di sé aprendo una specie di terza via fra il ‘sistema’ de­ finitivo, valido per tutti i tempi e tutti i luoghi, e l’adesione meramente politica e strumentale ai dati dell’esperienza. La lettura ‘tendenziosa’ di Gramsci, insomma, non rappresenta il risultato meccanico della parzialità dell’interprete e dei capovolgimen­ ti epocali, ma è autorizzata dal fatto stesso che la prosa gramsciana è costruita sempre su un registro interrogativo e dubitativo che addita l’unità prospettica della riflessione ma, al tempo stesso, semina il per­ corso di ostacoli e di viottoli alternativi ed impedisce l’unificazione astratta dei risultati di volta in volta toccati: dal fatto che l’uso conti­ nuo delle virgolette avverte il lettore che «il significato di ogni parola non dev’essere dato per scontato» e che dietro i termini consunti del­ la cultura tradizionale si muove un mondo analitico e conoscitivo ra­ dicalmente nuovo85. Lo stesso Gramsci invita il lettore a distinguere «filologia» da «filosofia» quando scrive che la prima è «l’espressione metodologica dell’importanza che i fatti particolari siano accertati e precisati nella loro inconfondibile ‘individualità’», mentre per quanto riguarda la seconda, intesa come «metodologia generale della storia», non si può escludere «l’utilità pratica di identificare certe ‘leggi di ten­ denza’ più generali che corrispondono nella politica alle leggi statisti­ che o dei grandi numeri» (Q., p. 1429). Si noti la fermezza della prima definizione e la problematicità della seconda, nonché la graduatoria implicita fra le due. Non c’è dubbio, insomma, che per Gramsci l’at­ tenzione ai fatti ‘individuali’ debba esser fatta valere prima e al di so­ pra di ogni altra, mentre la metodologia generale della storia possieda una mera utilità pratica non costitutiva del procedimento scientifico86, mche se poi non sempre questa distinzione è rispettata in ogni fram­ mento dei Quaderni. La nettezza con cui viene esplicitato un «meto­ do ‘filologico’», realmente applicato nelle pagine migliori, aiuta a com­ prendere che la cosiddetta frammentarietà del testo non è «un ostaco­ lo che sfortunatamente si frappone alla comprensione di quanto

" * '■ Luporini, La metodologia del marxismo nel pensiero di Gramsci , in Aa.Vv., Studi gramsciani cit., pp. 456-7. Sassoon, Gramsci and Contemporary Politics cit., p. 5. L questo uno degli aspetti che permettono di comprendere l’originalità di Gramsci ri- .petto a Marx senza cadere nel gioco stucchevole di decidere se Gramsci sia più o meno ‘marxista’ di Marx: cfr. Hall, Gramsci’s Relevance cit., pp. 414 sgg.

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Gramsci voleva dire o avrebbe detto se solo avesse avuto il tempo e i mezzi», ma il risultato concreto di una scelta antimetafisica che vede nella storia il mezzo per «recuperare il frammento, riconoscerne la specificità e coglierne la differenza»87. Si può dunque dire, soprattutto sulla base del raffronto articolato tra la stesura definitiva del passo e quella precedente, che in Gramsci «lo svolgimento del concetto di fi­ lologia» coincide «con lo svolgimento del concetto di individualità»88:

ma per arrivare a tali formulazioni generali dobbiamo in certo modo usare Gramsci contro se stesso, ossia scorporare la parte progressiva del suo pensiero dalla parte regressiva che resiste a tali innovazioni ed anzi le ostacola. Ricostruire il pensiero gramsciano riunificando i pun­ ti ‘alti’ e innovativi del suo pensiero, occultando le tensioni e le con­ traddizioni rispetto ad altri luoghi pur esistenti, può condurre ad esiti tanto più svianti quanto più il procedimento analitico è raffinato e pri­ vo delle forzature e delle banalizzazioni di cui purtroppo abbonda la storia delle interpretazioni più antiche. Un procedimento di questo tipo è la regola di ogni rapporto scientifico non passivo né apologetico con i ‘classici’ del pensiero. Non hanno fatto nulla di molto diverso gli studiosi di Freud quan­ do, privilegiando gli aspetti innovatori della psicoanalisi, hanno cri­ ticato i residui positivistici e meccanicistici di essa che pure nella sua genesi sono profondamente intrecciati ai primi. Si arriva da Freud a Ignacio Matte Bianco perché quest’ultimo, quando ha osato mette­ re in discussione la concezione ‘topica’ dell’inconscio coniata da Freud entro un’ottica positivistica, è andato non contro ma oltre Freud ed ha sviluppato originalmente le parti innovative già presen­ ti nel testo stesso del padre della psicoanalisi ma mescolate a parti at­ tardate89. Si può arrivare a sospettare che, come per Freud quella co­ struzione ideologica da lui stesso chiamata psicoanalisi è stato un «fardello di dogmi» che il pensatore trasportava su di sé senza po­ tersene sbarazzare abituato com’era a considerarlo «la sua più gran­ de ricchezza», così per Gramsci il sistema sia il limite che occorre infrangere e superare perché il suo pensiero fruttifichi; e che, pro­ prio come è avvenuto per Freud del quale la «posterità psicoanaliti­ ca» ha accentuato «l’elemento regressivo» a scapito di quelli prò-

87Buttigieg, Il metodo di Gramsci cit., pp. 24-5. 88M. Ciliberto, La fabbrica dei «Quaderni» (Gramsci e Vico), in Id., Filosofia e politica nel Novecento italiano. Da Labriola a «Società», De Donato, Bari 1992, p. 302. 89Cfr. I. Matte Bianco, L'inconscio come insiemi infiniti. Saggio sulla bi-logica [1975], tra­ duzione di P. Bria, Einaudi, Torino 1982.

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gressivi, costringendo i non dogmatici a una faticosa demolizione90, così per Gramsci occorra un lavoro di disincrostazione che liberi gli elementi più fecondi e riaccenda un focolare spento ma custodito con tenacia dalla truppa della posterità gramsciana. Come occorre liberare Freud dalla mitologia del complesso di Edipo e della ca­ strazione, così sarebbe opportuno liberare Gramsci dalle mitologie dell’egemonia, della ricomposizione, dell’organicità: che esistono certamente, ma che sono un peso morto rispetto alle tanti parti vi­ vissime presenti nella sua riflessione. Come negare che in molte pa­ gine Gramsci stesso, a dispetto dei suoi avvertimenti metodologici, finisce per sovrapporre una certa «filosofia» alla «filologia», soprat­ tutto quando cerca di immaginare e costruire il futuro prolungando quelle che egli vede come linee di tendenza che partono dal presen­ te? Questa contraddizione, tutta interna al testo, non può essere su­ perata dialetticamente ma solo compresa nella sua costituzione dop­ pia dall’occhio del ‘postero’, il quale ha il diritto di cogliere il lato più fecondo della riflessione gramsciana nel primato della «filolo­ gia» come scienza della diversità, della individualità e della com­ plessità dei fenomeni nonché come capacità dello scienziato di col­ legare tali fenomeni tra di loro in termini sempre problematici e mai definitivi, e non certo nell’escatologismo filosofico che pure - chi lo nega? - nel testo risulta intrecciato a quella riflessione. Dopo che il filologo ha ricostruito dando a ciascuno il suo, il criti­ co ha non solo la possibilità ma il dovere di scegliere: come Gramsci ha scelto fra due teorie dell’ideologia, entrambe presenti nella mente di Marx, riconoscendo fra esse una contraddizione forte, così gli inter­ preti di oggi dovrebbero ammettere in Gramsci la presenza di due lo­ giche della conoscenza storica: l’una articolata sull’individualità dei fatti e intenta a ricostruire il complesso sistematico dei fatti stessi sen­ za forzarli, l’altra raggomitolata attorno a una specie di filosofia della storia che immerge quella specificità in un disegno che pur essendo materialistico nelle intenzioni è non meno metafisico e comunque in conflitto con le acquisizioni della storiografia moderna. Piuttosto che aggiustare quelle acquisizioni al ‘sistema’ gramsciano, forse sarebbe scientificamente più produttivo rivedere certi schemi gramsciani alla luce della storiografia. Le due logiche non sono separabili di fatto ma coesistono quasi ad ogni pagina, giacché sempre la ricerca della speci­ ficità e della individualità dei fenomeni avviene allùnterno di un qua-

1,0R. Girarci, La violence et le sacré [1972], Albin Michel, Paris 1990, pp. 308-9 e 316.

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dro generale dato, mentre contemporaneamente quel quadro si modi­ fica sulla base dei fatti che in misura crescente vengono ‘scoperti’ e in­ seriti in esso e nel modello conoscitivo. Si tratta di una lotta incessan­ te che avviene nel testo e dunque nella mente del pensatore, e che non trova mai il punto dialettico di compensazione finale al quale pure aspira; e non solo di un «duplice registro» che consente la convivenza armonica delle due istanze, quella della «conoscenza dei fatti» e quel­ la della «comprensione della logica» (che possono anche moltiplicarsi in «logiche» senza perdere l’intenzione unificante che le regola). È un’antinomia non risolvibile perché Gramsci non si appaga della mol­ teplicità dei fenomeni, naturalmente, ma tenta di cogliere le «connes­ sioni strutturali che danno forma allo svolgimento storico, rendendo­ lo coerente e decifrabile», e di riconoscere le «costanti», i «nessi ricor­ renti», le «relazioni strutturali» dei fatti medesimi91. Non si vede dun­ que perché gli interpreti dovrebbero correre in soccorso di Gramsci occultando tutte le scissioni interne e ‘chiudendo’ un sistema che è e rimane costitutivamente aperto. Si badi bene che si tratta non certo di rimproverare a Gramsci di aver pensato un insieme senza il quale i fatti si ammucchierebbero in agglomerati inconoscibili, ma di riconoscere che la ricerca necessaria dei nessi e delle relazioni riproduce ogni volta, a un livello diverso, quella teleologia della storia dalla quale pure la ricerca dei fenomeni in­ dividuali vorrebbe tenersi lontana. Non ci sarebbe via d’uscita a tale di­ lemma se non quella di ‘immaginare’ una struttura reticolare e policen­ trica in cui il caso abbia lo stesso peso della necessità e in cui il caos e i frattali abbiano sostituito la logica unilineare e progressiva. Ma tale struttura non può essere ‘pensata’ in termini netti nell’orizzonte men­ tale di Gramsci anche se esiste come ombra inquietante del sistema dia­ lettico, e può solo interferire di fatto con la struttura ‘organica’ domi­ nante costringendola volta per volta a riaggiustare i propri parametri, in un lavoro di approssimazione infinita. Se non fosse quel grande pensa­ tore che è, Gramsci si accontenterebbe di stringere la molteplicità dei fenomeni nella struttura organica assicurando al suo sistema quella pie­ nezza e quella autosufficienza che gli sono necessarie, appunto, per di­ venire definitivamente ‘sistema’. Se, concretamente, ‘sa’ che la storia non ha un disegno e un ordine e che in essa predomina il disordine e l’eterogenesi dei fini, Gramsci non può tuttavia formalizzare teorica­ mente questa percezione così estranea ai suoi modelli mentali e si osti­

91 Burgio, Gramsci storico cit., p. 5.

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na ogni volta a conciliarla con la logica del sistema, ma al tempo stesso enfatizza la funzione dell’individuo ‘solo’ in lotta contro l’esistente, che non avrebbe senso se la realtà fosse davvero razionale e dialettica. Egli scommette sempre di trovare il capo del filo che trasformi il groviglio del mondo in un ordinato gomitolo, ma si accorge ogni volta che il gomi­ tolo può essere ricavato dal groviglio solo grazie al lavoro titanico (pro­ meteico, come vedremo più avanti) dell’individuo. La necessità stessa dell’intervento di Prometeo dimostra che il mondo non è dialettico e ra­ zionale come pure si continua a proclamare nei momenti ideologica­ mente significativi: è la pietruzza che blocca il sistema, proprio come gli omini di Chaplin paralizzano il funzionamento della grande macchina capitalistica. Ma Gramsci non può né rappresentare nella sua mente con altrettanta vivezza le aporie del suo stesso sistema, né rimuovere quel sassolino con un gesto dialettico. E, dal momento che l’uscita laterale gli è inibita, resta avviluppato nella contraddizione fondamentale che for­ nisce la chiave interpretativa del ‘sistema’: cerca di accordare l’«autono- mia dei soggetti», che è parte integrante della sua strategia, con l’idea di una «logica» del processo storico, che è altrettanto decisiva nel suo pen­ siero, cercando ogni volta di non ricadere nel determinismo e nelle cro­ ciane «storie a disegno» e di non «supporre una teleologia»'’2, ma tale conciliazione non gli riesce fino in fondo ed ogni volta il materiale rac­ colto lo costringe a rivedere le logiche usate, le logiche riviste lo spingo­ no a raccogliere sempre nuovo materiale e così all’infinito. Egli tenta di «elaborare teorie» per «amore deifatti», pensando a una «teoria concre­ ta della storia»95, ma non può arrivare al termine di tale sforzo gigante­ sco perché ogni teoria onnicomprensiva e renitente al policentrismo, dal medioevo in poi, è condannata a esplodere o a contentarsi di una pie­ nezza astratta. Una contraddizione di questo tipo si verifica anche nei confronti degli schemi elaborati per conoscere il passato, perché la te­ leologia non sboccia nel presente per andare verso il futuro ma preten­ de di trovare la propria genesi nel processo storico considerato nella sua interezza. Ma la grandezza e la novità di Gramsci stanno nella sua capa­ cità di costruire modelli strutturali che riproducono in termini dinamici le interrelazioni, i nessi, gli influssi e i conflitti, e non certo nel disegno a priori che tenta di collegare teleologicamente le transizioni da un mo­ dello all’altro e si risolve ogni volta in un itinerario a disegno. Gramsci è stato il primo a costruire tali modelli conoscitivi, che in­ novano rispetto a Marx in quanto vanno oltre lo schema struttura/so-

’2 I v i,

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totalità

vrastruttura e formalizzano in modi originali i rapporti tra fattori eco­ nomici, politici, intellettuali, morali e persino psicologici; e ad intuire che, rispetto alla teoria marxiana che poneva «al centro della scala so­ ciale l’accumulazione del capitale e la compravendita del lavoro sala­ riato», occorreva spostare e concentrare l’attenzione «sulla tensione prodotta dalla modernità e sul mutamento dei modelli non solo orga­ nizzativi, ma anche mentali e culturali che ne scaturiva, delle grandi concezioni del mondo alla base delle azioni e delle scelte dei soggetti individuali e collettivi»94. In questi modelli, l’impegno a trovare una spiegazione unitaria e dialettica del reale non è mai così assoluto da togliere valore conoscitivo a un modo di procedere che assicura il massimo di ‘apertura’ e di considerazione non schematica della com­ plessità e della ‘individualità’ del mondo reale. Se non si fosse servito

di

tali modelli, per esempio, Gramsci non sarebbe riuscito a studiare

in

termini originali la funzione degli intellettuali nella società moder­

na senza ricadere nell’ottica idealistica o in quella sociologistica; e lo stesso si può dire di molti altri temi. L’altro lato della medaglia sta però nel fatto che egli, spinto da altri fattori ideologici altrettanto ra­ dicati, inserisce tali modelli in uno schema storicistico desunto dai luoghi comuni del marxismo tradizionale, e ritiene davvero che la sto­ ria moderna consista nella emersione progressiva e necessaria della borghesia attraverso una serie di ‘tappe’ mosse dialetticamente dalla contraddizione fra sovrastrutture e rapporti di produzione. Ma que­ sto è ciò che «è morto» in lui e che non può essere risuscitato nem­ meno con le tecniche più raffinate dell’accanimento terapeutico. An­ che nella storia delle idee, a volte, può essere necessario ricorrere al­ l’eutanasia. A quei tempi probabilmente era difficile pensare altri­ menti, soprattutto perché il modello dominante da scardinare era quello idealistico e crociano che negava i fattori economici e di classe, e perché i modelli storiografici provenienti dalla cultura francese im­ ponevano quella interpretazione; ma oggi desta una certa sopresa ve­ dere quegli schemi ripetuti come se la ricerca storiografica non avesse promosso nel frattempo una critica agli schemi marxiani analoga a quella svolta da Gramsci nei confronti di Croce. Gramsci vede che la modernità è «frutto di conflitti» ma pone tali conflitti sempre in suc­ cessione dialettica e dunque li vede già pronti ad esser superati dal processo storico. Probabilmente per questo l’aspetto più caduco del­

la sua opera è proprio quello di ‘storico’, perché egli non può elabo­

94 S. Tagliagambe, Le istituzioni e la modernità. Gramsci e il tempo, in Aa.Vv., Gramsci e il Novecento, a cura di G. Vacca, Carocci, Roma 1999,1, p. 229.

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Gramsci

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rare modelli sufficientemente ‘lunghi’ di analisi senza poggiarsi su una filosofia della storia. In compenso, la sua modellizzazione dei singoli periodi o realtà strutturali che si succedono nella storia è di altissimo livello e costituisce un’innovazione significativa rispetto a Marx e rispetto alle ideologie e alle tecniche correnti. Il pensiero gramsciano rischia dunque di essere ricostruito in ter­ mini che pur essendo filologicamente corretti (poiché non si può cancellare in Gramsci la volontà di spiegare la storia in termini logi­ co-finalistici) non sono sufficientemente critici, perché non metto­ no in discussione lo schema ideologico della ‘borghesia in ascesa’ anche quando sottolineano che la ricostruzione gramsciana non va intesa «in chiave irenica» e che «i nuovi assetti sociali via via pro­ dotti dallo sviluppo economico entrano in contrasto con l’arcaica sovrastruttura politica dello Stato feudale» mentre «si approfondi­ sce, a ritmi crescenti, quella divaricazione tra dominio politico e di­ rezione sociale (sempre più saldamente in mano alla borghesia) che conduce alla rivoluzione politica e alla fine dello Stato assoluto»; e questo perché «nel corso del lento declino della società medievale già si dispiegano e generano concreti effetti quelle caratteristiche della borghesia (a cominciare dalla sua ‘espansività’ e capacità ege­ monica) che tra il XVII e il XVIII secolo le spianano la via verso la conquista dello Stato»95. Confesso un certo stupore nel vedere rical­ cati nel nostro secolo alcuni schemi arcaici dopo che già da tempo la storiografia più avvertita ha svelato la natura ideologica della mo­ dernizzazione raccontata come epifania della borghesia in ascesa; e dopo che la riflessione storico-teorica ha trovato il «punto debole» del marxismo proprio nello «schema analitico», modellato sulle ri­ voluzioni democratico-borghesi ed «assunto acriticamente», che ha separato il marxismo stesso «dalla cultura contemporanea e dai mo­ derni saperi scientifici»96. Quando utilizza questo schema per dare una logica storica alle sue osservazioni, Gramsci non può non espri­ mersi nella terminologia inadeguata e non conoscitiva dello ‘spiana­ mento’, del passaggio e dell’evoluzione: è meno scontato che così facciano dopo settant’anni i suoi interpreti ripetendo la vecchia sto­ ria secondo cui nel corso di otto secoli la borghesia «trasforma la so­ cietà europea e prepara la costituzione dello Stato borghese»97.

Burgio, Gramsd storico cit., pp. 51 e 50. %M. Montanari, Crisi della ragione liberale. Studi di teoria politica, Lacaita, Manduria

1983,pp.16-7.

v Burgio, Gramsci storico cit., p. 52 (corsivo mio).

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Se la novità dei Quaderni fosse tutta qui, nell’aggiungere un po’

di carne e di sangue allo schemino del Manifesto, non sprecheremmo

tanta fatica per leggerli e rileggerli. Quando parla da ‘storico’, infatti,

Gramsci accoglie e perpetua la convinzione che lo Stato moderno si sia formato nel corso della Rivoluzione francese, interpretando la storia precedente come un susseguirsi razionale di eventi che trovano il loro sbocco necessario in essa. E vero che i Quaderni non riducono tale fat­

to «alla sua sola acme inaugurale, tra l’89 e Yalmy e il Termidoro» ma lo

vedono come una «“rivoluzione permanente” che, di crisi in crisi, si di­ spiega lungo un ottantennio»: ma essi comunque, quando intendono definire «il conflitto che dà vita alla modernità», concentrano la loro at­ tenzione «intorno al ’94 o, tutt’al più, nei primi anni del nuovo seco­ lo»98. Ma quello di vedere l’origine dello Stato moderno nella Rivolu­

zione francese (e soprattutto nella fase ‘giacobina’ di essa) è, appunto, il riflesso di uno schema ideologico che ridisegna la storia passata alla lu­

ce di tale evento epocale e predetermina la storia successiva con la me­

desima logica99. La Rivoluzione francese, punto di raccordo tra passato

e futuro, illumina all’indietro e in avanti la storia del mondo. Purtrop­

po questa certezza non pare più proponibile. Mentre Croce faceva co­

minciare la storia d’Italia troppo tardi, tagliando i conflitti che avevano preceduto lo sbocco unitario, Gramsci (sempre sulla base dello schema

ideologico del Manifesto) fa cominciare la storia moderna d’Europa troppo presto e attribuisce alla Rivoluzione un ruolo fondativo che es­ sa non possiede o non possiede in quella misura. Potrà dispiacere ai pro­ gressisti, ma purtroppo lo Stato moderno e la stessa borghesia impren­ ditoriale moderna nascono più tardi, con Napoleone, e assumono una forma storicamente riconoscibile con la Restaurazione: come narrano i romanzi di Balzac che tanto piacevano a Marx e allo stesso Gramsci. Non è senza significato che Marx e Gramsci, quando volevano avere

98Ivi, p. 55. 99L’analogia tra i giacobini e i comunisti accresceva il tasso di identità storico-politica nei nuovi rivoluzionari: è significativo, infatti, che nel 1921 F«Ordine Nuovo» pubblicasse arti­ coli di Albert Mathiez sul «parallelo» tra comunisti e giacobini che avviavano «un confron­ to determinato fra gli atti politici dei bolscevichi e quelli dei rivoluzionari francesi» (L. Pag­ gi, Antonio Gramsci e il moderno principe, I , Nella crisi del socialismo italiano, Editori Riu­ niti, Roma 1970, p. 441). Ma proprio la dipendenza da Mathiez, come osservava Stuart Woolf già quarantanni fa, è ciò che rende arretrato lo schema di Gramsci, il quale ignora «i risulta­ ti di certe nuove tendenze di storiografia francese, di indirizzo sociologico», come quelle di Febvre e di Bloch, «e nemmeno riesce a discutere o ad assorbire la problematica, in parte so­ ciologica, su rapporti tra società e Stato, che sorgeva in Germania» (S. J. Woolf, intervento in Aa.Vv., Gramsci e la cultura contemporanea, a cura di P. Rossi, Editori Riuniti, Roma 1969, I, p. 336). Appare perciò per lo meno bizzarro che lo schema ricavato dal vecchio Mathiez possa adesso venir riciclato come struttura portante di una storiografia nuova.

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un’immagine plastica e verosimile della ‘borghesia in ascesa’, si riface­ vano non certo a Voltaire e a Rousseau (né tanto meno a Robespierre) ma a Balzac e al grande romanzo europeo del primo Ottocento. Che con la Rivoluzione francese nasca la società borghese moder­ na è una leggenda ideologica dalla quale gli ultimi che ancora ci credo­ no dovrebbero cercare di liberarsi, riconoscendo che la Rivoluzione, non preveduta e non scritta in nessun libro profetico, segna non la conquista del potere da parte della borghesia produttiva ma, purtrop­ po, l’ascesa resistibile di una piccola borghesia provinciale di parvenus cattivi lettori degli illuministi e animati da rancori sociali più che da un progetto strategico all’altezza dei tempi, e non viene provocata dai conflitti insolubili tra lo sviluppo economico e la sovrastruttura poli­ tica bensì dal collasso interno dell’ancien régime: giacché nella Francia del Settecento la produzione capitalistica non è affatto il modo di pro­ duzione dominante, non esiste una borghesia produttiva ansiosa di prendere il potere e in ogni caso i fenomeni di novità e di attivismo economico propri di quel secolo sono saldamente in mano all’aristo­ crazia e vi resteranno anche dopo la Rivoluzione. Fra il crollo dell’ii»- cien régime e il cosiddetto avvento della borghesia c’è un vuoto tragi­ co in cui non accade nulla che ‘prepari’ l’avvento in questione, e sem­ mai lo allontana perché impedisce che il ‘modello inglese’, la via paci­ fica al capitalismo moderno, si espanda nell’Europa di fine secolo. Il grande capolavoro progressista della Francia rivoluzionaria è stato quello di spingere l’Inghilterra liberale e borghese ad allearsi con gli imperi dell’ancien régime. Le proclamazioni solenni sui diritti dell’uo­ mo fatte nell’89 rimangono, come si sa, carta straccia, e il regime che nasce da tanti sommovimenti è un regime totalitario di tipo nuovo molto diverso sia dallo Stato assoluto del Settecento che dai sistemi ‘democratici’ (con tutte le virgolette che si vogliono) dell’Ottocento. Una volta queste cose venivano dette, sornionamente e capziosamen­ te, dagli intellettuali di destra intenti a speculare sul fallimento della Rivoluzione e a fare l’apologià dell'ancien régime. Ora finalmente an­ che gli storici progressisti arrivano a vedere nella Rivoluzione giacobi­ na la formazione di «un culto nuovo» che aveva come oggetto «lo Sta­ to stesso, le sue istituzioni o i suoi rappresentanti», di una specie di «Religione civile» sconosciuta ai secoli precedenti la cui tremenda pe­ ricolosità fu intravista da intelletti lucidi (e infatti presto ghigliottina­ ti) come Condorcet100. Se qualcosa è ‘preparato’ dalla Rivoluzione,

IMT. Todorov, L’esprit des Lumières, Laffont, Paris 2006, p p . 56-7.

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Conflitti e totalità

dunque, è non certo la società borghese e liberale, visto che proprio gli intellettuali e i politici borghesi e liberali vengono regolarmente fatti fuori, ma un moderno regime totalitario di massa, in cui ogni conflit­ to è processato e represso come tradimento della Patria, che servirà da modello ai regimi totalitari del Novecento, sia a quelli rivoluzionari che a quelli reazionari. Non so che cosa si possa trovare di democrati­ co e di progressivo in un regime che ammazza Lavoisier perché la Ri­ voluzione (come disse non so più che fanatico dell’epoca) «non sa che farsene della chimica», più o meno come più tardi il regime fascista co­ stringerà all’esilio i migliori scienziati e come la Rivoluzione culturale cinese massacrerà studiosi e intellettuali di altissimo livello o li man­ derà a rieducarsi nelle Comuni del popolo. Condannando al capestro intellettuali, scienziati, imprenditori, proprietari, uomini politici mo­ derni e raffinati, la Rivoluzione non solo non promosse il progresso borghese ma lo ritardò notevolmente: con buona pace dei nipotini di Robespierre (per non parlare di quelli di Mao) che si riproducono in­ faticabili nel mondo di oggi. Il paradosso poi (o, in termini hegeliani, l’astuzia della ragione) è che, mentre Robespierre allaga di sangue nobile la Francia, la classe do­ minante resta pur sempre l’aristocrazia. Anche per questo l’equazione tra storia della borghesia, storia del capitalismo, storia della moderniz­ zazione e storia del liberalismo è improponibile storicamente, perché ognuna di queste storie si svolge secondo tempi e ritmi propri e intrat­ tiene con le altre rapporti non lineari e non schematizzabili una volta per tutte. La storiografia marxista rilutta a riconoscere che lo Stato mo­ derno, costituzionale e ‘liberale’ e insieme espressione dei gruppi eco­ nomici dominanti e mosso dalla parola d’ordine dell’arricchimento, ap­ pare con la Restaurazione e non certo con quell’esplosione plebea che fu la Rivoluzione, dalla quale infatti si dovè ‘uscire’ con il Termidoro perché la strada imboccata con il Terrore non conduceva da nessuna parte e men che meno poneva le premesse per l’egemonia della bor­ ghesia moderna. Fu necessario poi andare anche oltre il Termidoro per­ ché i protagonisti di quella esperienza non avevano alcun programma se non quello, assolutamente impellente, di liberare la società da una rivoluzione divenuta ostacolo verso qualunque forma di sviluppo so­ ciale e politico. Le ‘necessità’ di queste tappe sono necessità non pre­ vedibili nate dall’intrecciarsi di eventi catastrofici guidati da soggetti incapaci di padroneggiare i meccanismi da loro stessi innescati: e co­ munque, se di necessità si vuol proprio parlare, essa riguarda non tan­ to la Rivoluzione quanto la ‘fine’ di essa. Il paradosso più vistoso di

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quell’epoca fu che l’unico evento veramente necessario fosse quello di liberare la Francia e l’Europa dall’esperienza disastrosa e autodistrutti­ va della Rivoluzione. Non si capirebbe altrimenti come mai un avveni­ mento tanto ‘necessario’ come la Rivoluzione giacobina potesse venir spazzato via in pochi giorni, come una parentesi da rimuovere in fret­ ta. Perché la borghesia francese svolgesse il suo ruolo ‘progressivo’ oc­ corse un atto di forte discontinuità con un’esperienza rivoluzionaria che, se fosse durata, avrebbe prodotto altre conflagrazioni e miserie e in ogni caso non avrebbe dato vita né al capitalismo come oggi lo cono­ sciamo né allo Stato moderno laico fondato sulla divisione dei poteri101. Dunque, allorché disegna il «processo di presa del potere da parte della borghesia» (Q., p. 2032), Gramsci utilizza modelli ricostruttivi che mostrano tutto il peso dei loro anni. Non si vede perché li si deb­ ba riproporre oggi senza sottoporli a un commento adeguato ed anzi enfatizzandoli, quasi brillassero della stessa luce che anima le pagine sul fordismo e sulla società industriale moderna. La visione storica di Gramsci è certamente più ampia, più informata, più ricca di quella cro­ ciana, ma ne riattualizza a un livello più alto la stessa volontà raziona- lizzatrice anche perché ha in comune con essa la riflessione sulla «cri­ si organica» del mondo moderno e l’attenzione alla complessità dell’«etico-politico»102. Se Croce occulta con cura i passaggi conflittua­ li e inizia a raccontare gli avvenimenti dal momento in cui la partita dell’egemonia è chiusa, Gramsci osserva i momenti del conflitto e del passaggio a volte traumatico da una situazione a un’altra, ma viene spinto dalla fedeltà allo schema marxiano della storia moderna come ascesa della borghesia a trovare comunque forme di evoluzione e di ri­ composizione dialettica. S’intende che questi difetti vengono in primo

101I’cr quanto riguarda la persistenza dell’egemonia aristocratica rimando molto sinte­ ticamente a J. Dewald, La nobiltà europea in età moderna [1996], Einaudi, Torino 2001; Aa.Vv., The European Nobility in thè Seventeenth and Eighteenth Century, Longman, New York 1995. La critica più acuta allo schema della «borghesia in ascesa» era stata avan­ zata molti anni prima da Franco Venturi in Utopia e riforma nell'Illuminismo, Einaudi, Tonno 1970, pp. 19-26. Per quanto riguarda il tema dell’uscita dal Terrore, cfr. B. Baczko, Come uscire dal Terrore. Il Termidoro e la Rivoluzione, Feltrinelli, Milano 1989. Secondo questo autore, il Termidoro non fu in grado di ‘immaginare’ un sistema politico pluralista che superasse il concetto rousseauiano di «volontà generale» e l’unanimismo della Rivolu­ zione, continuando a condividere con il pensiero giacobino e terrorista la rappresentazio­ ne monista e unitaria dello spazio politico e mettendo a nudo così il miscuglio di moder­ nità e di arcaismo che contrassegna l’esperienza di tutta la Rivoluzione, incapace fino alla fine di pensare e di rappresentare nel proprio linguaggio, prima ancora che negli ordina­ menti, quel carattere conflittuale della società senza il quale non si può parlare di demo­ crazia in senso moderno. 102 B. de Giovanni, Croce e Gramsci nella crisi della civiltà europea, in «Gràmmata» 2004, 6, p. 185.

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piano allorché si vuol presentare Gramsci come ‘storico’ e si dimenti­ ca che nella sua riflessione la ‘storia’ era uno strumento dell’analisi e della strategia politica e non possedeva autonomia scientifica e disci­ plinare. Ad essere onesti, Gramsci non dovrebbe essere chiamato a ri­ spondere degli eccessi dei suoi interpreti. In fondo, quando Rosario Romeo smontò lo schema storiografico gramsciano del Risorgimento come «rivoluzione agraria mancata»103, l’oggetto reale delle sue critiche fu non tanto Gramsci (il quale non si era mai sognato di presentare le sue osservazioni come parti di un libro di storia) quanto il tentativo postumo dei gramsciani di innalzare una fabbrica storiografica sulla base dei Quaderni. Si tratta di un metodo analogo a quello con cui venne costruita l’immagine di un Gramsci teorico dell estetica e della critica letteraria, con il risultato che gran parte delle critiche rivolte a Gramsci riguardava in realtà le reinvenzioni volenterose del suo pen­ siero e non certo quel pensiero in sé: il quale era certamente contrad­ dittorio e in alcune punte di sintesi arretrato, ma in altre parti ricco di stimoli e di innovazioni che proprio in quelle ricostruzioni rimaneva­ no inespresse, e comunque non aveva alcun interesse a fondare o a rifondare le categorie accademiche del sapere. La riflessione gramscia­ na, malgrado tali fallimenti (che poi sono soprattutto fallimenti dei suoi esegeti), è affascinante proprio grazie alle contraddizioni che la drammatizzano e le impediscono di chiudere a forza un cerchio che non può essere chiuso e che essa stessa nei momenti migliori sa di non poter chiudere. Infatti un orecchio attento al «ritmo del pensiero» av­ verte il ruolo prevalentemente connettivo ed espositivo di quello sche­ ma e invece il valore innovativo e conoscitivo dei modelli analitici ado­ perati volta per volta. L’apparato critico-conoscitivo messo in azione è di tale ricchezza e di tanta complessità da entrare in conflitto con l’u­ topia di una storia integrale che non sia al tempo stesso teleologia. Tut­ to sta nel riconoscere tale apertura infinita e nel decidere di concen­ trarsi su di essa, considerando la ricerca spasmodica di una logica inte­ grale priva di buchi come il precipitato di una ideologia che un tem­ po visse di una vita propria e che oggi è rimasta solo come oggetto di conoscenza e può sopravvivere attivamente solo come superstizione. Conservare tutto assieme non si può: bisogna scegliere. Trascorsi i tempi delle adesioni entusiaste agli schemi ricostruttivi ricavabili dai testi gramsciani, oggi anche gli studiosi meno ‘esterni non possono non riconoscere che in Gramsci la parte critico-negativa

103Cfr. R. Romeo, Risorgimento e capitalismo, Laterza, Bari 1959.

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(in senso lato) è prevalente rispetto a quella programmatico-ricostrut- tiva e comunque possiede un valore culturale che può essere apprez­ zato indipendentemente dalla prospettiva ideologico-politica della ri­ composizione. Quando Gramsci ripensa il Risorgimento, ad esempio, traccia innanzitutto le vicende della mancanza di un «ideale unitario», che dagli intellettuali è stato ricostruito «retoricamente»104. Il rovello che lo muove è quello di accertare perché i moderati hanno guidato il processo unitario mentre i democratici sono rimasti in minoranza ed hanno perso. La sua ‘storia’ (sempre se di storia si può parlare) è per­ ciò innanzitutto presa d atto di un vuoto, è storia di ciò che non è ac­ caduto e che tuttavia esiste come l’ombra negativa di ciò che è real­ mente accaduto. Quella di Gramsci, in fin dei conti, è sempre storia di assenze, una storia scritta «con i “se”»105. Ma sul rilevamento delle as­ senze si può costruire un progetto politico-strategico, non certo scri­ vere un libro di storia. La riflessione sul «nazionale-popolare» è la dia­ gnosi di una realtà che in Italia non c’è e non c’è mai stata, ossia di quella corrispondenza tra «popolo» e «nazione» che secondo Gramsci in altri paesi europei si è realizzata, e la cui assenza permette di capire, ad esempio, perché nel nostro paese non siano nati scrittori come Bal- zac o Shakespeare. Ma passare da questa diagnosi all’invenzione di un tessuto unitario che nel futuro immediato o prossimo favorisca la na­ scita di scrittori italiani analoghi ai grandi modelli europei, questo è un discorso de iure condendo che può essere tranquillamente rimosso, un attimo dopo averlo riconosciuto come essenziale per motivare la dia­ gnosi stessa, perché improduttivo di conoscenza reale. Non è necessario, dunque, usare una ‘violenza’ particolare per estrarre dal testo gramsciano le suggestioni e le innovazioni storico­ teoriche mediante un processo di lettura che aderisce al testo ma non accetta di identificarsi compiutamente con la logica ‘maggiore’ che lo anima, perché le premesse a una tale lettura esistono già nelle pieghe e nelle contraddizioni del testo medesimo. Gramsci ha certo in mente un ‘sistema’ (di carattere innegabilmente ‘totalitario’), ma innanzitutto lo pensa non già in astratto bensì lungo l’arco di anni modificandolo e ri­ vedendolo continuamente, e poi lo circonda di tante e tali circospe- zioni e parentesi e virgolette e espressioni dubitative da renderlo profondamente inquieto e di fatto non-dogmatico, e dunque aperto ad altre letture e ad altri usi. A questo pensa egli stesso quando pone l’ac­ cento sul «ritmo del pensiero in isviluppo». Peggio per chi passa velo-

L. Durante, Nazionale-popolare, in Aa.Vv., Le parole di Gramsci cit., p. 162. I0SIntervento di Cesare Luporini in Aa.Vv., Egemonia, Stato, partito cit., p. 170.

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ce su queste formule dubitative e problematiche, convinto che la ‘for­ ma di un pensiero sia un dettaglio trascurabile. Ma proprio per que­ sto è meglio non seguire lo stesso Gramsci quando immagina di poter usare tale complessità problematica come base di partenza per la ri­ composizione organica del genere umano, giacché da ogni punto d’ar­ rivo parziale potrebbero dipartirsi diversi sentieri: Gramsci ne imboc­ ca spesso uno solo, ma al tempo stesso lascia tracce utili per chi voglia procedere in altre direzioni. La parzialità dell’interprete e i mutamen­ ti epocali permettono dunque di scorgere nel testo qualcosa che c è e c’è sempre stato, e non certo di metterci arbitrariamente parti (o, peg­ gio, completamenti) che non ci sono. C’è insieme con molte altre co­ se, ma senza dubbio c’è. Per quanto riguarda il problema della ricomposizione organica, che costituisce l’orizzonte delle sue riflessioni, quando pensa da scienzia­ to Gramsci stesso non è cosi dogmatico da renderlo assoluto ed anzi lo storicizza, e storicizzandolo lo rende ‘aperto e fruibile nelle parti più che nell’intero. Egli sa bene che ciò che sarà vero nel futuro non è vero nel presente, e viceversa, e dunque è consapevole che la parte cri­ tica e conoscitiva del suo pensiero riguarda il tempo della transizione ed è dunque il versante realmente ‘attuale’ della sua riflessione. Ciò che accresce le dimensioni del fiir ewig è il fatto che la transizione sia sta­ ta meno transeunte di quanto egli stesso pensasse, e che lo sbocco fi­ nale di essa si sia tanto allontanato nel tempo da divenire incredibile. «L’affermazione che la filosofia della prassi è una concezione nuova, indipendente, originale —si legge nel quaderno 16 (1933-34) —pur es­ sendo un momento dello sviluppo storico mondiale, è 1affermazione della indipendenza e della originalità di una nuova cultura in incuba­ zione che si svilupperà con lo svilupparsi dei rapporti sociali». Prego notare il tempo futuro. In generale, infatti, tutto ciò che esiste «è una combinazione variabile di vecchio e nuovo, un equilibrio momentaneo dei rapporti culturali corrispondenti all’equilibrio dei rapporti socia­ li»: e nel caso specifico è solo «dopo la creazione dello Stato» che «il problema culturale si impone in tutta la sua complessità e tende a una soluzione coerente». Da questa logica storica discende che «1 atteggia­ mento precedente alla formazione statale non può non essere critico­ polemico, e mai dogmatico», addirittura «romantico», benché di «un romanticismo che consapevolmente aspira alla sua composta classi­ cità» (Q., pp. 1862-3). Che si vuole di più? È Gramsci stesso a privile­ giare per il presente l’atteggiamento «critico-polemico» e addirittura «romantico», ed a rimandare il momento della ricomposizione cultu­

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rale unitaria a dopo la «creazione dello Stato», pur continuando a in­ vocare equilibrio e «classicità» come criteri-limite di valore. Egli si esercita teoricamente sulla ricomposizione futura, ma sa bene che essa non riguarda il tempo storico presente. L’assillo utopico della ricom­ posizione non riduce mai al silenzio l’imperativo, altrettanto se non più forte, della ricognizione critica dei conflitti ‘attuali’. E questo il vero lavoro dei Quaderni, quello che può ancora fe­

condare il presente. L utopia totalitaria è una scoria del passato che si proietta in un futuro immaginato. Esiste anch’essa, senza dubbio, ma perché dovremmo impegnare le nostre energie per resuscitare un mo­ stro frankenstemiano del quale saremmo costretti a sbarazzarci un at­ timo dopo? E certo, dopo aver ribadito che nel ‘sistema’ gramsciano preso nella sua totalità teorica «ciò che conta non è il momento della disgregazione, ma della ricomposizione’»106, non si può non tener conto del fatto che il processo ricompositivo è, appunto, un processo che per Gramsci stesso comincia ad acquistare una dimensione rico­ noscibile solo dopo la creazione dello Stato nuovo, ossia un oggetto

inesistente sul piano scientifico. Campa cavallo

Dal momento che di

tale problema siamo stati sbarazzati per lunghissimo tempo ancora, perché non cogliere noi stessi 1invito di Gramsci a sviluppare nel no­ stro presente la parte critica di quel sistema, rinviando il resto all’av­ vento sempre più improbabile della Città Futura? La ricomposizione esiste dunque, ma appartiene a un tempo non attuale, mentre ciò che davvero caratterizza il presente è l’urgenza della critica e della disgre­ gazione dei modelli dominanti. È tutto scritto nel testo: in un testo che

coniuga a meraviglia, creando effetti straordinari di illusione prospet­ tica, la conoscenza critica del rapporto tra passato e presente con l’im- maginazione utopica del futuro, c che tuttavia si lascia leggere e scom­ porre nelle tensioni che lo attraversano e lo costituiscono come una specie di freudiana ‘formazione di compromesso’, ovvero come risul­ tato sempre provvisorio di spinte diverse che nessuna capriola logica potrà amalgamare in una teoria onnicomprensiva. Ogni lettore, dopo aver individuato nel testo gramsciano le pulsioni centrifughe e quelle centripete e aver accertato come esse si combinino (ma soprattutto co­ me esse entrino in conflitto reciproco), può decidere di privilegiare le prime sulle seconde senza essere accusato di lesa «filologia». Sono an­ zi gli interpreti che si accaniscono a costruire castelli di Teoria (o di Teorie) a violare 1equilibrio dinamico di un testo che si concentra tut-

A Spini, Gli intellettuali e i processi politico-culturali nei

Aa.Vv., Gramsci: i «Quaderni del carcere» cit., p. 125.

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«Quaderni del carcere», in

Conflitti e totalità

to sulla lettura della transizione e rimanda il compimento ultimo del suo movimento al futuro.

_ Ogni Teoria rende compresenti e contemporanee spinte diverse che appartengono a cronologie e a logiche distinte. Un tale lavoro di scom­ posizione critica non può essere fatto con chicchessia. Tenti chi vuole un’operazione ermeneutica analoga con testi di Stalin, e vedrà che non c’è «immaginazione» capace di cavare il sangue dalle rape. Per dirla in termini musicali, insomma, è una questione di ‘esecuzione : come un direttore d’orchestra sottolinea movimenti, accelera o rallenta i tempi, esalta il suono di alcuni strumenti, accentua la funzione strutturale e portante di alcune parti, pur senza mai introdurre una nota che non sia ‘scritta’ nello spartito, così la lettura di un testo —e del testo gramscia­ no in particolare, aperto e problematico - non può non risentire della sensibilità dell’interprete e dei mutamenti epocali senza tradire i dati della filologia. Quello di eseguire uno spartito rispettando tutte le no­ te scritte non è mai un gesto neutro. Le Variazioni Goldberg devono essere suonate con il clavicembalo, per il quale Bach le scrisse, o con il pianoforte moderno? Quella di eseguirle al clavicembalo è una scelta filologica corretta solo astrattamente giacché gli orecchi dei posteri, avvezzi a ben altre sonorità, rischiano di ricavarne un effetto diverso da quello suscitato all’epoca della loro composizione: a meno che non le si suoni, come fece Glenn Gould, su un pianoforte che finge di cs sere un clavicembalo. È avvenuta una cesura irrimediabile, grazie alla quale nessuno ormai al giorno d’oggi può riprodurre in se stesso le modalità con cui il suo antenato sentiva nel clavicembalo un suono molto ‘moderno’. La comparsa del pianoforte ha cambiato tutto e ha dato al suono del clavicembalo una valenza arcaica e nostalgica che non era percepita da chi ascoltava lo stesso strumento nel cuore del Settecento. Ostinarsi a usare il clavicembalo può dunque essere in astratto un gesto di fedeltà filologica, e in concreto innescare un prò cesso di falsificazione storica; tanto più che il gemo di Bach aveva com­ posto una musica che poteva passare dal clavicembalo al pianoforte e che anzi proprio con il pianoforte ritrovava la complessità armonica che le era propria. L’egemonia e tutto 1apparato che 1accompagna, in­ tesi come progetto di trasformazione, sono una specie di clavicemba­ lo, ossia danno un suono che una volta pareva limpido e cristallino cd ora sa di lezioso e di arcaico. Ma il genio di Gramsci ha composto un testo che può essere suonato molto meglio con il pianoforte, che cioè non può essere semplicemente ‘riprodotto quo talis e che anzi, per la sua natura incompiuta ed aperta, richiede strutturalmente la voce del­

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l’interprete senza la quale esso resta del tutto afono e non ‘significa’ al­ cunché. Tale testo, che non è solo problematico e incompiuto ma è ar­ ticolato su un fitto tessuto di metafore e di procedimenti espressivi ric­ chi di ‘figuralità’, può venir adeguatamente compreso solo attraverso una lettura esplicitamente ‘estetica’ attenta alle frizioni, alle dissonan­ ze, alle contraddizioni, ai mutamenti di ritmo e di tonalità, più che al­ le (innegabili) continuità tematiche e contenutistiche. Chi ha studiato da vicino le modalità del pensare gramsciano ha potuto trovare in es­ so la presenza costante di un «modello analogico» i cui processi mole­ colari possono essere conosciuti e rappresentati meglio da un’indagine estetico-formale che da un’indagine condotta sui meri contenuti ideo­ logici che poi, presi a sé, non esistono107. È sempre lo stesso Gramsci, invitando a cogliere il «leitmotiv» ed usando metafore di carattere mu­ sicale, a promuovere una «lettura ‘ritmica’», e dunque estetica, del suo testo108. E infatti molte delle analisi più suggestive, soprattutto fra quel­ le che accettano preventivamente il dato della frammentarietà e della incomponibilità ‘sistemica’ del pensiero gramsciano, utilizzano proce­ dimenti ‘estetici’ anche quando ritengono di muoversi in un perimetro rigorosamente delimitato alla storia delle idee. L’analisi estetica infatti è non quella che deliba astratti valori formali ma quella che entra nel profondo dei testi e indaga la loro costituzione dinamica e contraddit­ toria, ne ascolta il suono e ne vede le immagini. La qualità estetica dell’opera gramsciana rimanda dunque non a una ‘forma’ intesa come puro ornamento (ammesso che un oggetto del genere esista davvero), ma al susseguirsi e al sovrapporsi e all’intrec- ciarsi di metafore che sono la faccia vivente di un pensiero in perpetuo movimento. Il testo gramsciano, proprio perché non è stato ripulito e omogeneizzato dall’autore in vista della stesura di ‘libri’ separati, mo­ stra in concreto il funzionamento di una creatività linguistica e stilisti­ ca straordinaria. La qualità metaforica è il contrassegno dei testi che si trovano sulla linea di confine tra la filosofia e la creatività letteraria. Come Platone, Bruno, Spinoza, Nietzsche e altri grandi, Gramsci moltiplica la quantità e la qualità delle sue metafore, dimostrando an­ cora una volta quanto sia reale il nesso tra lo stato di reclusione e la creatività «obliqua» e «mascherata»109, e nella pratica creativa della sua scrittura va anche oltre le sue osservazioni teoriche sui rapporti tra il linguaggio e le metafore avanzate nei Quaderni, dove afferma che il

107Francioni, L’officina gramsciana cit., p. 162. 108Baratta, Le rose e i quaderni cit., p. 122. m Steiner, Grammars of Creation cit., p. 229.

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linguaggio «è sempre metafora» e che «il linguaggio attuale è metafo­ rico per rispetto ai significati e al contenuto ideologico che le parole hanno avuto nei precedenti periodi di civiltà» (Q., p. 1427). E nelle metafore e nelle immagini, infatti, che Gramsci rappresenta material­ mente quella contraddittorietà lacerante che non può esprimersi nel ‘grado zero’ del linguaggio politico e teorico tradizionale. Ed è tale fi- guralità contraddittoria, a sua volta, a fare del pensiero gramsciano uno strumento potente di moltiplicazione filosofica che fuoriesce dai con­ fini del tempo in cui esso ebbe origine. Solo il pensiero profondamen­ te contraddittorio lascia aperte le ‘valenze’ che i posteri sapranno sco­ prire ed utilizzare, mentre il sistema perfetto, chiuso in se stesso e pri­ vo di smagliature, è condannato a funzionare come semplice ‘docu­ mento’ del suo tempo. E sono proprio le contraddizioni - le grandi e produttive, s’intende, e non le banali sviste —che fanno un classico , il cui «paradosso» è infatti quello di essere contemporaneamente radica­ to («embedded») nel suo tempo, e di poter essere ricreato («re-enac- ted») dalle generazioni avvenire110. È studiando la realtà del suo tempo che Gramsci ha rinnovato il lessico della politica e dell analisi storica e culturale ed ha fondato categorie nuove che i posteri possono apprez­ zare meglio dei suoi contemporanei; ma i posteri, a loro volta, devono avere il coraggio di distinguere e separare e gerarchizzare secondo le proprie categorie ciò che il passato pretende di consegnar loro come un ‘sistema’ compatto.

Lo studio dei classici muove di fatto sempre dalla premessa che ogni classico è ‘inattuale’, anche quando chi se ne fa promotore giura il contrario. Non è sufficiente, anche se è un passo necessario, ritenere che «la grandezza di un pensatore ci si mostri anche nella nostra sem­ pre inappagata sete intellettuale di interpellare, o reinterpretare, le sue categorie mettendole a raffronto con contesti storici e teorici diversi da quelli entro i quali sono sorte», e nemmeno accettare con Ricoeur «che i diversi sistemi filosofici (classici), benché diversamente orientati, non si escludano a vicenda, ma siano tra loro compossibili in senso leibni- ziano»111, perché a tale processo il critico deve aggiungere la decisione consapevole di colpire e tagliare, di destrutturare e ristrutturare il te­ sto in questione, tanto più decisamente quanto più esso è ‘classico , as­ sumendosi le responsabilità di tale lavoro e dichiarandone lealmente

110Ivi, pp. 248-9. 111G. Prestipino, Tradire Gramsci, Teti, Milano 2000, pp. 5-6.

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Anglani, Solitudine di Gramsci

gli intenti e le modalità. Non ci sono altre vie. Questa è, in fondo, l’e­ tica dello studioso, il quale dovrebbe giocare a carte scoperte e pro­ spettare sempre la propria parzialità rispetto all’oggetto pur impe­ gnandosi a rispettarne la sostanza filologica. Anche coloro che rifiuta­ no scandalizzati tale logica non fanno che praticarla con cattiva co­ scienza, presentando la gerarchia dei loro interessi come se fosse l’uni­ ca possibile, negando ad altri quella libertà di scelta che essi esercitano largamente, e proponendo se stessi come unici ‘scienziati’ in un mon­ do di gente compromessa, ahimè, con l’‘ideologia’. La singolare prete­ sa di stabilire che quella degli altri è ‘ideologia’, mentre la propria è ve­ ra ed assoluta ‘scienza’, ha contrassegnato molte stagioni passate della ricerca intellettuale. Eppure la storia mostra che, usando criteri tutti ri­ gorosamente scientifici, gli studiosi possono arrivare a risultati diversi tra di loro. E chi può dire che un certo «punto di vista teoricamente corretto» garantisce che «un’operazione conoscitiva» sia non più «ideologica» in quanto «parte da un presente reale»}"2Chi decide che cosa è reale e che cosa non lo è? A parte il fatto che tutto ciò che è ac­ caduto in Italia e nel mondo negli ultimi vent’anni dimostra che le co­ se che si erano credute reali nei decenni precedenti erano superfeta­ zioni ideologiche rimaste all’oscuro dei fenomeni che maturavano nel­ la società, occorre riaffermare che in ogni caso il mondo degli studi re­ spirerebbe un’aria migliore se non solo la critica letteraria, ma ogni ti­ po di studio ‘umanistico’, abbandonasse «qualsiasi pretesa di ‘scienti­ ficità’» astratta e, pur senza «rievocare il fantasma di un discorso irra­ zionale e senza regole o protocolli», accantonasse «una nomenclatura impropria e fuorviarne», aprendosi alla molteplicità delle interpreta­ zioni possibili112113. Non vale solo per i grandi autori della letteratura, ma anche per i pensatori e soprattutto per i pensatori come Gramsci, la re­ gola che, escluse le letture fondate su errori madornali o su distorsio­ ni volute, le interpretazioni di un testo possono essere molte (ancor­ ché non infinite) e tutte in pari misura accettabili o partecipi di aspetti significativi di verità. Non verrà mai un libro che ci dica la «verità» to­ tale intorno al testo gramsciano, ma ogni libro e ogni saggio scritti con scrupolo filologico diranno senz’altro una delle verità possibili, e im­ plicitamente decideranno quali aspetti dell’opera mettere a fuoco e quali trascurare, contribuendo a formare l’immagine che dell’opera ri­ ceveranno le generazioni future.

112A. Leone de Castris, Estetica epolitica. Croce e Gramsci, Franco Angeli, Milano 1989, p. 108. 1,3 Lavagetto, Eutanasia cit., pp. 28-9.

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E dunque, visto che la logica del «vivo» e del «morto» è inevita­ bile, tanto vale rivendicarla apertamente. Essa non autorizza il primo venuto a manipolare a piacere il pensiero di un autore, ma impone al­

lo studioso di non contrabbandare come scientifico e oggettivo un

orizzonte analitico che non può non essere qualificato da interessi

diversi da quelli del tempo in cui quel pensiero fu pensato. Nel caso

di Gramsci, in particolare, esiste un discrimine cronologico e ideale

che per onestà bisognerebbe nominare ogni volta dichiarando da che parte si sta: giacché c’è un abisso tra chi crede o spera o s’illude che il comunismo appartenga ancora al numero dei mondi possibili, e chi invece (pur senza concedere alcunché all’anticomunismo reazionario che tuttora si presenta alla ribalta con schermaglie politiche di retro- guardia) ritiene che il tempo storico del comunismo sia definitiva­ mente esaurito114. La posizione rispetto a questo discrimine non può non avere conseguenze rilevanti sui risultati della ricerca, quand’an­

che sia i sostenitori della prima tesi che i sostenitori della seconda si impegnassero ad utilizzare gli strumenti più impeccabili d’indagine. Nel caso di Gramsci, una tale scelta di campo permette ai secondi di trattare il tema in termini liberi da mire politiche immediate; e di ri­ vendicare la ‘classicità’ dell’autore senza cadere nei peccati di ‘rimo­ zione’ che quarantanni fa suscitavano l’ira di quanti in un certo uso

di Gramsci vedevano gettare «le basi per la fondazione e la genera­

lizzazione di un mito, per così dire “tricolore”, dello scrittore politi­

co sardo», e che proprio nel «culto generico dell’umanità, della clas­ sicità alta e profonda», attribuita in particolare all’epistolario ma in realtà estensibile all’opera intera, scorgevano il tentativo subdolo di «sottacere» o di «mettere in sottordine il discorso politico generale,

la

ricerca degli elementi di fondo» del pensiero gramsciano115. Poiché

la

natura dei problemi si è modificata nel tempo, rivendicare la ‘clas­

sicità’ ora significa per l’interprete non certo rimuovere il dato poli­ tico dell’oggetto in questione ma considerarlo come centrale e al

114Appartengono al coté dell’anticomunismo reazionario molti ex comunisti e in parti­ colare molti ex stalinisti, i quali rovesciano l’autocritica in autodegradazione rinnovando l’antico e ben noto complesso del prete spretato. Extra Ecclesiam nulla salus: e così chi esce dalla Chiesa si degrada da sé imbracandosi nelle peggiori compagnie. Per costoro la fine del comunismo non costituisce l’occasione, tardiva ma sempre benvenuta, per rimettere la sini­ stra su nuove basi, ma offre il pretesto per seppellire nelle rovine del comunismo ogni pro­ spettiva di riforma progressiva della società moderna. Lo schema ideologico funzionante in tali casi, speculare a quello dei comunisti irriducibili, si fonda sull’identità assoluta fra co­ munismo e sinistra. Ergo, non essendoci più comunismo, rimane solo la destra. 115 S. Sechi, Le »Lettere dal carcere» e la politica culturale del Pei [1965], in Id., Movi­ mento operaio e storiografia marxista. Rassegne e note critiche, De Donato, Bari 1974, p. 208.

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Anglani, Solitudine di Gramsci

tempo stesso allontanarlo da sé ossia non riconoscerlo come proprio. Così come chi studia Hobbes sa bene che il pensiero di questo scien­ ziato della politica è legato alla realtà storica dell’assolutismo, ma al­ trettanto bene sa che quella realtà in quei precisi termini non è più at­ tuale e non può predeterminare l’orizzonte dell’interprete. Sarebbe una regola veramente singolare quella che imponesse agli studiosi di Hobbes di aderire all’assolutismo prima di aprir bocca. Solo nel ca­ so di Gramsci si continua a pretendere dagli studiosi l’adesione al progetto comunista, anche se poi nel decidere in che cosa questo progetto consista si litiga a più non posso.

Ma queste pretese sono antistoriche ed antiscientifiche. Di tanti pensatori comunisti non si parla più, se non in ricerche altamente spe­ cializzate condannate a circolare in cerehie ristrette di addetti ai lavori. Quindi non è il ‘comunismo’ il dato essenziale che assicura la soprav­ vivenza e la vitalità del pensiero gramsciano, ma qualcosa d’altro. Il fat­

to

che Gramsci sia «l’unico pensatore marxista uscito indenne dal crol­

lo

del socialismo» costituisce già un problema di grande rilievo, anche

se

chi fa quest’affermazione, con una specie di lapsus rivelatore, scrive

«socialismo» al posto di «comunismo»"6. L’atto filologicamente obbli­ gato di riconoscere il comunismo di Gramsci come oggetto reale del­ l’analisi non comporta dunque, per l’analista, la necessità o il desiderio

di

far rinascere quello stesso comunismo dalle sue ceneri ormai gelide.

E

certo c’è un aspetto di distorta astuzia della ragione, o di sorniona

ironia della storia, nel fatto che il restauro filologico di un pensiero co­

struito sul rapporto organico e dialettico fra teoria e prassi venga com­ pletato in un’epoca in cui la conoscenza integrale del testo non è più le­ gata ad alcuna «prassi» e in cui Gramsci è un autore a tutti gli effetti ‘postumo’: quando, cioè, quel meccanismo teorico finalmente rico­ struito nella sua complessità non può essere utilizzato nella elaborazio­ ne di strategie politiche ma può essere solo disseminato e rivitalizzato

in prospettive diverse. Inutile chiedersi che cosa sarebbe accaduto se

quel pensiero fosse stato conosciuto in termini criticamente affidabili al tempo in cui la prospettiva del comunismo pareva verosimile e il Parti­

to che ne incarnava la strategia era vivo e vitale, perché non è un caso

che le cose siano andate proprio così. Quella strategia e quel partito, bi­ sognosi di una buona dose di ‘ideologia’ o di ‘mito’per funzionare, non116

116Baratta, Le rose e i quaderni cit., p. 223. La questione non è puramente terminologi­ ca. Ciò che è crollato con il muro di Berlino è il comunismo, giacché il socialismo, non es­ sendo mai stato ‘edificato’ da nessuna parte, non poteva crollare. È vero che gli edificatori chiamavano ‘socialismo’ il loro sistema totalitario, ma questa prepotenza linguistica non im­ pone a noi posteri di assumerne il contenuto come vero.

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Conflitti e totalità

avrebbero ricevuto alcun contributo utile da un pensiero che storicizza

e

perfino decostruisce tutte le ideologie rimandando l’unità fra la teoria

e

la prassi a un futuro lontano. Il paradosso della storia sta nel fatto che

la cosiddetta teoria politica dei Quaderni è inapplicabile nella politica

che Gramsci stesso chiamava «concreta», mentre i miti ideologici estra­ polati da letture parziali dello stesso testo e fondati su stati filologici scorretti hanno ‘funzionato’ per alcuni decenni: perché la politica con­

creta abbisogna di alcune certezze mentre gli scritti carcerari gramscia­ ni, ad onta dell’aspirazione alla totalità e all’organicità, producono il dubbio e rinviano alle calende greche la ‘chiusura’ del sistema. Dai Quaderni si possono ricavare slogan e parole d’ordine solo a patto di manipolarli sfacciatamente, come per decenni si è fatto. Ecco perché, più di ogni altra tecnica d’analisi, quella ‘estetica’ per­ mette di tenere assieme le due esigenze apparentemente opposte: quella,

filologica, di rispettare l’oggetto nella sua materialità ricostruendone i rapporti con la sua epoca, con la sua cultura, con un sistema ideologico

e di valori che può apparire superato nel presente ma era vivissimo a suo

tempo; e quella, critica, di cogliere in quel pensiero le linee di crisi e di frattura senza che il sistema medesimo nella sua globalità venga consi­

derato attuale. Se un lettore ateo può entrare nel mondo manzoniano e comprenderlo senza giurare nella Provvidenza, un lettore estraneo al co­ munismo può cercar di decifrare la dinamica dell’universo di Gramsci pur senza condividerne il fine ultimo. L’importante è che il critico nel primo caso non tenti di convertire Manzoni all’ateismo, e nel secondo

di travestire Gramsci da liberale o da altra figura