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Il discorso di Fenice

Non tutti i critici concordano nel ritenere il discorso di Fenice (430-605) parte integrante di questo nono libro. Le
opinioni contrarie si basano in parte sui duali ai versi 182 sgg., in parte sulle dottrine espresse ai versi 499-501 e 508-
512, e sono rinforzate come di consueto da considerazioni relative alla lingua e alla dizione, che non sarebbero
omeriche. Cfr. Page (1959), pagg. 297-304 con la bibliografia citata, e per la lingua Shipp (1972), pagg. 269-271.
La conclusione del discorso di Achille conduce la narrazione ad un vicolo cieco. L’obiettivo narrativo enunciato nel
primo libro (1.408-412) è stato raggiunto: Agamennone ha riconosciuto la sua “ἄτῃ” e Achille si è rifiutato di ascoltare.
Il suo discorso viene definito dal poeta “κρατερός”, cioè inflessibile, che non ammette alcuna replica, che non tollera
di essere contraddetto. Tali erano state definite le parole di Agamennone a Crise (1.25 “κρατερὸν δ᾽ ἐπὶ μῦθον
ἔτελλε”), o ad Achille per il tramite di Taltibio (1.325), e tale era stata l’affermazione di Zeus relativa alla propria
superiorità (8.29 “μάλα γὰρ κρατερῶς ἀγόρευσεν”). Achille non farà nulla, e non c’è ormai nulla che gli Achei possano
fare: gli ambasciatori sono stati ridotti al silenzio.
Ora che il piano di Nestore è fallito, le sole linee di azione che il poeta ha lasciato sul tavolo sono quella di
Agamennone (in 21-28 egli aveva proposto di fuggire) e di Diomede (ai versi 45-49 l’eroe aveva dichiarato di voler
combattere anche da solo). Si rende quindi necessario almeno delineare un nuovo obiettivo narrativo: questa, nella
trama del poema, è proprio la funzione del contributo di Fenice alla discussione. Achille aveva lasciato un solo punto
senza risposta, quello relativo all’appello fatto alla sua pietà (301 sgg.), e Fenice lo riprende, proprio come farà
Patroclo in 16.21-35. In effetti Fenice in questo libro adempie al ruolo drammatico che sarebbe stato più
naturalmente – ma in modo molto meno drammatico e poetico – assegnato all’amico di Achille. E vi sono anche
paralleli con il discorso che Nestore rivolge a Patroclo in 11.656-803, sui quali si può leggere J. A. Rosner, The Speech
of Phoenix: Iliad 9.434-605, Phoenix Vol. 30, No. 4 (Winter, 1976), pp. 314-327: è però probabile che queste analogie
derivino dal fatto che entrambe i discorsi sono suppliche per un intervento.
Il discorso di Fenice è estremamente lungo, un fatto questo che indica l’urgenza della situazione com’essa è percepita
da colui che parla. Il suo discorso si articola in tre parti:
• la sua vicenda personale (434-495);
• l’allegoria delle “Λιταί” (496-523);
• il racconto delle vicende di Meleagro come avvertimento ad Achille (524-605).
L’obiettivo della prima parte del discorso è senza dubbio, nelle intenzioni del poeta, quello di stabile le credenziali di
Fenice, in quanto quest’ultimo sta per dare un consiglio di carattere morale ad Achille, personaggio a lui
indubbiamente superiore per rango: cfr. le osservazioni preliminari di Nestore in 1.254 sgg. Fatto questo, Fenice
prosegue, mediante l’uso di allusioni, con i rimproveri ed i consigli. La sua argomentazione si caratterizza per una
sottigliezza che si sarebbe ben adattata a Odisseo, ma che sarebbe suonata ipocrita se pronunciata da lui. Fino a
questa notte l’ostinazione di Achille è stata completamente giustificata, ma da questo momento in poi egli si
comporta come se fosse anche al di sopra di un dio: intraprendendo le azioni appropriate – e questo è proprio ciò che
gli Achei hanno fatto nei confronti di Achille – persino l’ira degli dei può essere stornata. E l’ostinazione si attira la
vendetta di Zeus. E oltretutto – e questo è proprio il senso dei paradigma di Meleagro – la vittoria del nemico potrebbe
alla fine essere anche più completa di quanto si potesse immaginare: Meleagro perse tutti i doni che gli erano stati
promessi e per di più fu comunque obbligato a combattere, e a fare questo per la sua stessa salvezza. E comunque il
contributo di Fenice, anche se non di può definire (Brenk) “a psychological and argumentative disaster”, rimane privo
dell’effetto che si proponeva di ottenere e non fa progredire in alcun modo l’azione: ciò è quanto hanno messo in
risalto i critici analitici che lo hanno rigettato. L’unica replica di Achille è l’invito a tacere (612 “μή μοι σύγχει θυμὸν
ὀδυρόμενος καὶ ἀχεύων”): di fatto una confessione che egli è in qualche modo toccato dall’argomentazione di Fenice,
e non ha una risposta. Come ha notato con intelligenza Platone (Ippia min. 370), l’argomentazione di Fenice ottiene
comunque un risultato, quello di giustificare l’indebolirsi della volontà di Achille di partire (619 “φρασσόμεθ᾽ ἤ κε
νεώμεθ᾽ ἐφ᾽ ἡμέτερ᾽ ἦ κε μένωμεν”), e questo è necessario dopo il suo drammatico annuncio ai versi 356-361. Si veda
il commento di Hainsworth: “Yet in a work of fiction the failure of the speech to stir Akhilleus into action is a hint that
it is really addressed to us, the audience of the Iliad: it highlights the danger of Akhilleus' position from the moral
standpoint and points the way to the tragedy that follows and the hero's realization through his own suffering what
other values there are beside the κλέος that he has just rejected”. Cfr. Hainsworth (1993), pagg. 119-120.

430 ὣς ἔφαθ᾽, οἳ δ᾽ ἄρα πάντες ἀκὴν ἐγένοντο σιωπῇ


Così diceva, e quelli, tutti, rimasero in profondo silenzio,
431 μῦθον ἀγασσάμενοι: μάλα γὰρ κρατερῶς ἀπέειπεν:1
stupiti, stupefatti (da ἄγαμαι, con l’accusativo), per il discorso, per le (sue) parole; aveva parlato (da ἀπεῖπον) infatti con
molta durezza, con molta brutalità;
432 ὀψὲ δὲ δὴ μετέειπε γέρων ἱππηλάτα Φοῖνιξ2
alla fine (da ὀψέ) comincia a parlare tra di loro il vecchio cavaliere (da ἱππηλάτης, ου, ὁ (ἐλαύνω), lett. “che guida i
cavalli; che combatte da un carro”; in Omero, ep., sempre la forma ἱππηλάτα, e solo al nominativo) Fenice,
433 δάκρυ᾽ ἀναπρήσας: περὶ γὰρ δίε νηυσὶν Ἀχαιῶν:
lasciando uscire (da ἀναπρήθω) le lacrime, scoppiando in lacrime; temeva (da δίω per δέδια, si veda δείδω) infatti per
le navi degli Achei:
434 ‘ εἰ μὲν δὴ νόστόν γε μετὰ φρεσὶ φαίδιμ᾽ Ἀχιλλεῦ3
« Se nella mente, o spendido, illustre (da φαίδιμος, ον) Achille, il ritorno
435 βάλλεαι4, οὐδέ τι πάμπαν ἀμύνειν νηυσὶ θοῇσι
436 πῦρ ἐθέλεις ἀΐδηλον5, ἐπεὶ χόλος ἔμπεσε θυμῷ,
(ti) sei messo (da βάλλω), e proprio, assolutamente (da πάμπαν, avverbio (πᾶς)), non vuoi in alcun modo allontanare,
stornare (da ἀμύνω, con l’acc. della minaccia da tenere lontana, e il dat. della persona o della cosa da cui dev’essere
allontanata), dalle navi veloci il fuoco funesto, distruttore (da ἀίδηλος, ον), dopo che l’ira ti è piombata (da ἐμπίτνω,
con il dativo) nel cuore,
437 πῶς ἂν ἔπειτ᾽ ἀπὸ σεῖο φίλον τέκος αὖθι λιποίμην6
come dunque, poi, qui lontano da te potrei rimanermene indietro (da λείπω, con ἀπό τινος è da interpretarsi come
“essere lasciato indietro da qualcuno”), o figlio (da τέκος, εος, τό, il modo in cui gli anziani si rivolgono con affetto ai più
giovani) amato, o figlio mio,
438 οἶος; σοὶ δέ μ᾽ ἔπεμπε7 γέρων ἱππηλάτα Πηλεὺς8
da solo? Il vecchio cavaliere Peleo mi ha mandato da te
439 ἤματι τῷ ὅτε σ᾽ ἐκ Φθίης Ἀγαμέμνονι πέμπε
in quel giorno, quando te inviava da Ftia ad Agamennone,
440 νήπιον οὔ πω εἰδόθ᾽ ὁμοιΐου9 πολέμοιο
fanciullo, in alcun modo esperto (da οἶδα, al participio perfetto) della guerra angosciosa, crudele (da ὁμοίιος, ον, con
dieresi ὁμοίϊος, ον, epico per ὅμοιος, ον),
441 οὐδ᾽ ἀγορέων, ἵνα τ᾽10 ἄνδρες ἀριπρεπέες τελέθουσι.
e delle assemblee, dove gli uomini divengono (da τελέθω) illustri (da ἀριπρεπής, ές (πρέπω)).

1 I versi 430-431 rappresentano una coppia di versi individualmente formulari: il verso 430 compare altre 9x volte nell’Iliade e 5x
nell’Odissea; nell’Iliade viene seguito per 3x volte da “μῦθον ἀγασσάμενοι: μάλα γὰρ κρατερῶς […]”. Al verso 431 il più enfatico
“ἀπέειπεν” sostituisce “ἀγόρευσε(ν)” presente nelle altre ricorrenze: “ἀπέειπεν” può tradursi “parlare apertamente”, come al verso
309, oppure “rifiutare (le loro offerte)”. “κρατερῶς” costituisce un commento obiettivo da parte dello stesso poeta: Aiace sarà molto
più esplicito (628-38).
2 “γέρων ἱππηλάτα” è un epiteto generico che compare 8x volte nell’Iliade e 2x volte nell’Odissea, e viene impiegato per Nestore,

Oineo, Peleo, Fenice e (senza “γέρων”) per Tideo. Delebecque nota come tutti questi eroi appartengano alla generazione precedente,
o si siano comunque conquistati la fama prima delle vicende iliadiche, come se l’epiteto in realtà rifletta un modo più antico di
combattere. Epiteti composti con “ἵππος”, e che implicano quindi la guida di un carro (“ἱππεύς, ἱππιοχάρμης, ἱππόδαμος,
ἱπποκέλευθος, πλήξιππος”), sono comunque relativamente comuni, e “γέρων” crea un’espansione eufonica dell’epiteto prima della
vocale di “ἱππηλάτα”, così come “μέγας” prima della consonante di “κορυθαίολος” o “Τελαμώνιος”.
3 “φαίδιμ᾽” è epiteto regolare con il vocativo “Ἀχιλλεῦ” (4x volte nell’Iliade e 1x nell’Odissea), così come con il metricamente simile

“Ὀδυσσεῦ” (5x volte nell’Odissea).


4 “μετὰ φρεσὶ βάλλεαι”, nel senso di meditare, rimuginare su qualcosa (cfr. Od. 11.428), è diverso da “ἐνὶ φρεσὶ βάλλεσθαι”, mettersi

in mente qualcosa, e.g. 1.297.


5 “ἀΐδηλον” – “che rende invisibile”, quindi “distruttore” - è epiteto del fuoco (3x volte nell’Iliade), ma anche di Atena in 5.880.
6 “λιποίμην” ha qui, come spesso, senso passivo. “ἀπὸ σεῖο”, “lontano da te”.
7 Qui “ἔπεμπε” = “πομπὸν ἔδωκε” (Leaf): mi ha fatto tuo compagno, tuo mentore, tua scorta. Il termine è però particolarmente arduo

qui, soprattutto alla luce del fatto che viene impiegato nuovamente nel verso successivo con un diverso significato.
8 Cfr. 432.
9 “ὁμοιίου” qui nel senso che la guerra rende uguali, pone allo stesso livello, ‘livella’. La forma corretta è evidentemente (Leaf)

“ὁμοιίοο” o “ὁμοίοιο”: ad una di queste due forme sembra puntare la variante “πτολέμοιο”. L’uso di questo epiteto per esempio
anche in 4.315, 4.444, Od. 3.236, deriva quasi certamente da questa stessa formula, certamente antica, “ὁμοιΐου πτολέμοιο”, che
compare 6x volte nell’Iliade e 2x nell’Odissea.
10 La particella “τε” ha qui valore gnomico, di generalizzazione. Si veda anche 1.490 “ἀγορὴν κυδιάνειραν”. “ἀγορέων” è genitivo

plurale ionico, qui con sinizesi: per evitare la sinizesi Van Leeuwen congetturava “ἀγορῆς” per “ἀγορέων”. Cfr. Leaf (1900) ad loc. La
presenza di questa forma è dovuta all’impiego del sostantivo in un enjambement, cfr. “| καὶ πυλέων” (12.340). Per un altro esempio
di “-έων” in una formula modificata, si veda 4.117 “μελαινέων ἕρμ' ὀδυνάων |”: quest’ultima formula ricorre 2x volte nell’Iliade, e “-
άων” è la lettura della vulgata, ma Aristarco notava già come “μελαινέων” sia metricamente necessario, in quanto la forma “-έων”
con sinizesi è una forma ionica comune in Omero. Si veda anche P. Chantraine, Grammaire Homerique (I), §69 e 201.
442 τοὔνεκά με προέηκε διδασκέμεναι τάδε πάντα,
Per questo mi mandò, per insegnarti tutte queste cose,
443 μύθων τε ῥητῆρ᾽ ἔμεναι πρηκτῆρά τε ἔργων.11
ad essere eloquente (da ῥητήρ, ῆρος, ὁ (ἐρω) = ῥήτωρ) nei discorsi ed efficace (da πρακτήρ, ion. πρηκτήρ, ῆρος, ὁ) nelle
azioni.
444 ὡς ἂν ἔπειτ᾽ ἀπὸ σεῖο φίλον τέκος οὐκ ἐθέλοιμι12
445 λείπεσθ᾽, οὐδ᾽ εἴ κέν μοι ὑποσταίη θεὸς αὐτὸς
Così, ecco che, non vorrei poi essere lasciato lontano da te, o figlio mio, o amato figlio, neppure se un dio in persona si
impegnasse con me a, mi promettesse di (da ὑφίστημι, seguito dall’infinito futuro, col dativo della persona),
446 γῆρας ἀποξύσας13 θήσειν νέον ἡβώοντα,
riportarmi (da τίθημι) giovane e nel fiore degli anni, nel pieno vigore (da ἡβάω), dopo aver raschiato via, tolto via (da
ἀποξύω), la vecchiaia,
447 οἷον ὅτε πρῶτον λίπον Ἑλλάδα καλλιγύναικα14
quale ero quando in principio lasci l’Ellade dalle belle donne
448 φεύγων νείκεα πατρὸς Ἀμύντορος Ὀρμενίδαο15,
per fuggire lo sdegno, la collera (da νεῖκος, εος, τό, spesso al plurale), del padre Amintore figlio di Ormeno,
449 ὅς μοι παλλακίδος περιχώσατο καλλικόμοιο16,
che con me era adirato (da περιχώομαι, in costruzione τινί τινος, con il genitivo della causa) a causa della concubina (da
παλλακίς, ίδος, ἡ) dai bei capelli,
450 τὴν αὐτὸς φιλέεσκεν, ἀτιμάζεσκε δ᾽ ἄκοιτιν
della quale egli stesso era innamorato, e disonorava, faceva torto alla (sua) sposa,
451 μητέρ᾽ ἐμήν: ἣ δ᾽ αἰὲν ἐμὲ λισσέσκετο γούνων
a mia madre: questa dunque sempre mi pregava, mi implorava (da λίσσομαι , in costruzione λ. τινὰ γούνων, col gen
della cosa presso cui si prega, e l’acc. della persona; secondo Leaf da sottintendere “λαβών” o simili) alle (mie) ginocchia,
452 παλλακίδι προμιγῆναι, ἵν᾽ ἐχθήρειε γέροντα.
di avere una relazione, fare l’amore (da προμίγνυμι), con la concubina, affinchè (questa) avesse in odio (da ἐχθαίρω) il
vecchio.
453 τῇ πιθόμην καὶ ἔρεξα: πατὴρ δ᾽ ἐμὸς αὐτίκ᾽ ὀϊσθεὶς
A lei diedi retta (da πείθω, πείθεσθαί τινι “ascoltare qualcuno, obbedire a qualcuno”) ed eseguii (da ῥέζω): mio padre
subito accortosi (da οἴομαι)
454 πολλὰ κατηρᾶτο, στυγερὰς δ᾽ ἐπεκέκλετ᾽ Ἐρινῦς17,

11 Qui Fenice rivendica per sè il ruolo di educatore di Achille, ruolo di solito assegnato al centauro Chirone. Omero dice, o lascia dire
ai suoi personaggi, quello che è appropriato al momento. Così Teti, quando sta per perdere suo figlio, ricorda come sia stata lei ad
allevarlo (“τρέφειν”) (in 18.57). Chirone sarebbe stato in ogni caso per Omero inaccettabile come tutore di Achille, del protagonista
del suo poema: nonostante la sua giustizia (vedi 11.832 “δικαιότατος Κενταύρων”), Chirone era un Centauro, uno dei “φῆρες” (1.268)
abitatori della montagna, che Omero confina ai margini dell’Iliade. Cfr. Hainsworth (1993), pag. 121, nota a 442.
12 Il verso 444 corrisponde al verso 437, in una composizione ad anello. Per quanto riguarda “φίλον τέκος”, si noti che “τέκος” come

modo arcaico per rivolgersi ad un giovane è più frequente di “τέκνον” nell’Iliade (27x “τέκος” vs. 17x “τέκνον”), mentre nell’Odissea
accade il contrario (9x “τέκος” vs. 21x “τέκνον”).
13 “γῆρας ἀποξύσας”: il senso è “avendo strappato via (da me) la mia vecchiaia”, proprio come se - allo stesso modo di un serpente

– qualcuno potesse gettar via la propria pelle e riapparire fresco e giovane.


14 Il racconto delle vicende personali di Fenice (447-477) appare piuttosto irrilevante, ma questo può essere dovuto al fatto che in

esso mancano alcuni elementi essenziali, elementi esplicativi e di collegamento. Per quanto riguarda in particolare i versi 447-448,
questi delineano, insieme ai versi 478-479, una distinzione tra l’Ellade, regno di Amintore, e Ftia, regno di Peleo, che non è solamente
geografica, ma anche politica. Distinzione che viene peraltro ignorata altrove nell’Iliade. La stesso termine ‘Ftia’ è piuttosto vago: si
vedano 395, 2.683-684 e 13.685-688. Secondo 10.266, Amintore, figlio di Ormeno, originario possessore dell’elmo di zanne di
cinghiale, viveva ad Eleone (in Beozia, secondo il Catalogo delle Navi, 2.500). Questo fatto sembrò ai critici fonte di confusione, tanto
da mettere in questione l’identità dei due Amintore: Aristarco in particolare riteneva essi fossero persone distinte.
15 Figlio di Ormeno, oppure originario di Ormenio, sul golfo di Pegase in Tessaglia (vedi i frammenti di Cratere di Mallo). La città di

Ormenio in Tessaglia si adatta bene a questo passaggio, ma occorre notare che sia Amintore che Ormeno sono perfetti nomi eroici,
e che il secondo in particolare viene usato piuttosto liberamente: per personaggi troiani in 8.274 e 12.187, e per il padre di Eumeo in
Od. 18.414.
16 “καλλικόμοιο” è formulare e compare 1x volta nell’Odissea e 2x volte in Esiodo: l’epiteto è però poco rappresentato in quanto

l’epiteto complementare “ἠϋκόμοιο” è molto più popolare, comparendo 15x volte nell’Iliade, 2x nell’Odissea e 1x in Esiodo.
17 Amintore invoca le Erinni in quanto esse vegliano sui giuramenti (Esiodo, Opere e Giorni, 803) e sulle maledizioni: nel corso di un

giuramento la pena che le dee possono comminare viene invocata su se stessi, mentre nel corso di una maledizione viene invocata
sugli altri. Le Erinni sono associate da un lato con la “μοῖρα” (19.87) in quanto esse sono le protettrici dell’ordine naturale e puniscono
coloro i cui atti contro natura (siano essi la parola di un cavallo (19.418) o la mancanza di rispetto per i genitori) hanno spezzato
questo ordine; dall’altro esse sono associate con Ade e Persefone dal momento che vivono sottoterra, negli Inferi (cfr. 572
“Ἐρέβεσφιν”), e forse hanno il potere di perseguitare tanto i morti quanto i vivi (si vedano 3.278-279 e 19.259-260). Quanto alla
molte volte, molto, mi malediceva (da καταράομαι), e invocò (da ἐπικέλομαι) le odiate, le temibili, funeste (da στυγερός,
ά, όν), Erinni,
455 μή ποτε γούνασιν οἷσιν ἐφέσσεσθαι φίλον υἱὸν
che mai prendesse su (da ἐπιέννυμι, con il dativo locativo, si veda Odissea 16.443 “γούνασιν οἷσιν ἐφεσσάμενος”) sulle
sue ginocchia un amato figlio, mio figlio,
456 ἐξ ἐμέθεν γεγαῶτα: θεοὶ δ᾽ ἐτέλειον ἐπαρὰς
nato da me: gli dei davano compimento alle maledizioni (da ἐπαρά, ion. ἐπαρή, ἡ: cfr. si veda 1.5),
457 Ζεύς τε καταχθόνιος18 καὶ ἐπαινὴ Περσεφόνεια.
Zeus sotterraneo e Persefone terribile, spietata (da ἐπαινός, ή, όν, solo al femminile ἐπαινή).

I versi 458-461 mancano nella tradizione manoscritta così come nella tradizione degli scolii, ma sono citati da Plutarco
nel De audiendi poetis 26e, e parzialmente anche nel De adulatore et amico 72b e nella Vita Coriolani 32. Essi devono
il loro stato nella vulgata stampata a Wolf. Plutarco non ci dice quale sia la fonte dei suoi versi, ma afferma che sia
stato Aristarco a rimuoverli (ἐξεῖλε): sembra però che questa sia stata, da parte di Plutarso o da parte delle sue fonti,
una deduzione piuttosto affrettata, dovuta forse semplicemente all’assenza dei versi dalla vulgata. Non dovremmo
comunque stupirci se Aristarco fosse stato realmente scosso, come Plutarco afferma, da quanto Fenice ammette
chiaramente, e cioè che il pensiero di uccidere il padre attraverò la sua mente (cfr. 458); è però più sorprendente
ch’egli abbia potuto mettere da parte la tradizione, e che il suo taglio possa in seguito aver avuto quest’effetto.
Secondo Hainsworth, se i versi fossero stati presenti nella prima vulgata ellenistica Aristarco li avrebbe
semplicemente atetizzati, e noi li avremmo avuti così stigmatizzati nei nostri manoscritti. Questo è un argomento
forte, in quanto è poco probabile che Aristarco possa aver eliminato questi versi senza alcun supporto importante.
Ancora Hainsworth: “It is possible that the 'shock' was not that of Aristarchus but that of earlier and more
irresponsible transmitters of the Homeric text”.
I versi eliminati però sono omerici tanto nello stile quanto nella lingua, come afferma anche Leaf: “The lines are
neither essential to nor inconsistent with the context. They are by no means un-Homeric in thought or expression”.
Per esempio il riferimento agli “ὀνείδεα πόλλ᾽ ἀνθρώπων” richiamano alla memoria il verso 6.351, e lo spirito dei
versi Od. 9.299 sg. E i versi eliminati danno senz’altro ragione della fuga di Fenice. Nell’interpretazione di van der
Valk, Omero deve giustificare il fatto che Fenice è stato costretto a lasciare il suo paese e a rifugiarsi da Peleo: a
questo scopo egli inventa una disputa tra Fenice e suo padre. In circostanze ordinarie ci saremmo aspettati che Fenice
uccidesse il padre e fuggisse dalla sua patria: Omero è però piuttosto restio a presentare fatti così ripugnanti, e in
questo caso ha anche una ragione in più per essere prudente in quanto Fenice è il precettore di Achille. Ecco i versi:
τὸν μὲν ἐγὼ βούλευσα κατακτάμεν ὀξέϊ χαλκῷ·
ἀλλά τις ἀθανάτων παῦσεν χόλον, ὅς ῥ᾽ ἐνὶ θυμῷ
δήμου θῆκε φάτιν καὶ ὀνείδεα πόλλ᾽ ἀνθρώπων,
ὡς μὴ πατροφόνος μετ᾽ Ἀχαιοῖσι καλεοίμην.
Ecco la traduzione:
Io pensai allora di ucciderlo con il bronzo affilato:
però fermò la (mia) ira qualcuno tra gli immortali, che nel (mio) cuore
fece balenare il commento della gente ed i molti insulti degli uomini,
così che non fossi chiamato tra gli Achei parricida.

462 ἔνθ᾽ ἐμοὶ οὐκέτι πάμπαν ἐρητύετ᾽ ἐν φρεσὶ θυμὸς


A questo punto, qui, a me assolutamente non più si tratteneva (da ἐρητύω) il coraggio, l’animo, nel petto
463 πατρὸς χωομένοιο κατὰ μέγαρα στρωφᾶσθαι.
per aggirarmi (da στρωφάω) per le stanze (della casa) del padre adirato.
464 ἦ μὲν πολλὰ ἔται καὶ ἀνεψιοὶ19 ἀμφὶς ἐόντες

forma “Ἐρινῦς”, si tratta di un accusativo plurale arcaico in “-ῦς” (< “-ύνς”) delle radici in ‘u’, comune in epica accanto alla forma
secondaria “-ύας” (cfr. “ἐρινύας” in 21.412). Cfr. Hainsworth (1993), pag. 122, nota al verso 454.
18 “Ζεύς τε καταχθόνιος”, “Zeus sotterraneo, degli Inferi”, quindi Plutone, Ade: si tratta di una designazione unica in Omero, ma in

Esiodo, Opere e Giorni, 465, troviamo “Διὶ χθονίῳ”. Persefone viene associata ad Ade in un simile contesto in 569 “κικλήσκουσ᾽ Ἀΐδην
καὶ ἐπαινὴν Περσεφόνειαν”.
19 Gli “ἔται” sono solitamente associati ai “κασίγνητοι”: si veda 6.239 “εἰρόμεναι παῖδάς τε κασιγνήτους τε ἔτας τε”, 16.456 (= 674),

Od. 4.3, 15.273. Ma anche 7.295 “σούς τε μάλιστα ἔτας καὶ ἑταίρους”. Il senso dell’espressione non è chiarissimo. Forse la formula
Davvero allora i familiari (da ἔτης, ὁ, in Omero sempre il plurale ἔται, οἱ) e i cugini (da ἀνεψιός, ὁ) standomi intorno
molto
465 αὐτοῦ20 λισσόμενοι κατερήτυον ἐν μεγάροισι,
qui pregandomi (da λίσσομαι, col gen.) mi trattenevano, cercavano di trattenermi (da κατερητύω), nella casa,
466 πολλὰ δὲ ἴφια μῆλα καὶ εἰλίποδας ἕλικας βοῦς21
e molte pecore grasse e buoi dalle corna ricurve (da ἕλιξ, ικος, ὁ, ἡ, come aggettivo è epiteto dei buoi, solitamente
interpretato in riferimento alle loro corna ricurve: alcuni antichi commentatori intendono “ἕλικας” nel senso di “neri”)
e dalle zampe che roteano (da εἰλίπους, ὁ, ἡ, πουν, τό, gen. ποδος (εἴλω, πούς): in Omero solo al dativo e all’accusativo,
come epiteto dei buoi che muovono le zampe posteriori con movimenti circolari)
467 ἔσφαζον, πολλοὶ δὲ σύες θαλέθοντες ἀλοιφῇ
uccidevano (da σφάζω), e molti maiali fiorenti (da θαλέθω, si veda 9.208) di grasso
468 εὑόμενοι τανύοντο διὰ φλογὸς Ἡφαίστοιο,
erano distesi (da τανύω) attraverso la fiamma di Efesto per essere abbrustoliti (da εὕω),
469 πολλὸν δ᾽ ἐκ κεράμων μέθυ πίνετο τοῖο γέροντος.
e molto vino (da μέθυ, τό, in Omero solo al nominativo ed accusativo) era bevuto dagli orci, dalle giare (da κέραμος, ὁ)
di questo vecchio.
470 εἰνάνυχες22 δέ μοι ἀμφ᾽ αὐτῷ παρὰ νύκτας ἴαυον:
Durante le notti, per nove notti (da εἰνάνυχες, avverbio) intorno a me stesso dormivano, passavano la notte (da ἰαύω);
471 οἳ μὲν ἀμειβόμενοι φυλακὰς ἔχον, οὐδέ ποτ᾽ ἔσβη
quelli dandosi il cambio, a turno (da ἀμείβω), facevano la guardia, né mai si spense (da σβέννυμι)
472 πῦρ, ἕτερον μὲν ὑπ᾽ αἰθούσῃ εὐερκέος αὐλῆς,
il fuoco, uno sotto il portico (da αἴθουσα (sc. στοά), ἡ, propriamente participio di αἴθω , parte della dimora omerica) del
cortile (da αὐλή, ἡ) ben chiuso, ben recintato (da εὐερκής, ές (ἕρκος)),
473 ἄλλο δ᾽ ἐνὶ προδόμῳ, πρόσθεν θαλάμοιο θυράων.
un altro nel vestibolo (da πρόδομος, ὁ), davanti alle porte del talamo.
474 ἀλλ᾽ ὅτε δὴ δεκάτη μοι ἐπήλυθε νὺξ ἐρεβεννή,
Ma quando decima per me scese la notte oscura,
475 καὶ τότ᾽ ἐγὼ θαλάμοιο θύρας πυκινῶς ἀραρυίας
476 ῥήξας ἐξῆλθον, καὶ ὑπέρθορον ἑρκίον αὐλῆς
e allora io dopo aver sfondato (da ῥήγνυμι) le porte bene, saldamente (da πυκνός, ή, όν, poet. anche πυκινός, ή, όν,
entrambe le forme in epica), chiuse, serrate (da ἀραρίσκω) del talamo, uscii fuori, e saltai (da ὑπερθρῴσκω) il recinto
(da ἑρκίον, τό) del cortile
477 ῥεῖα, λαθὼν φύλακάς τ᾽ ἄνδρας δμῳάς τε γυναῖκας.
facilmente, di nascosto (da λανθάνω, con l’accusativo della persona) dagli uomini della guardia e dalle donne schiave
(da δμωή, ἡ, freq. δμωαὶ γυναῖκες in Omero (δάμνημι)).
478 φεῦγον ἔπειτ᾽ ἀπάνευθε δι᾽ Ἑλλάδος εὐρυχόροιο23,
Fuggivo poi lontano, attraverso l’Ellade spaziosa (da εὐρύχορος, ον),

significa qualcosa come cognati et socii (tutti sicuramente gentiles). Non è nemmeno chiaro perché lo stiano pregando, “λισσόμενοι”.
Cfr. Hainsworth (1993), pagg. 123-124, nota al verso 464.
20 “αὐτοῦ”: qui, nel luogo in cui si trovava. Deve essere associato a “κατερήτυον”.
21 Relativamente al passo 466-469, si noti come 466 = 23.266 e 468 = 23.33. Gli animali sono distesi a scottarsi alla fiamma di Efesto:

“τανύοντο” è da intendersi nel senso che erano infilati su lunghi spiedi (cfr. 213). “εὑόμενοι” intende che veniva bruciato il pelo degli
animali, per prepararli in seguito al taglio. Per l’espressione “φλὸξ Ἡφαίστοιο” si vedano anche Od. 24.71, Il. 17.88 e 2.426. È possibile
interpretare “Ἡφαίστοιο” come il dio in persona, così come alle prime due ricorrenze, mentre al verso 2.426 (“σπλάγχνα […]
ὑπείρεχον Ἡφαίστοιο”) Efesto rappresenta semplicemente il fuoco, così come Anfitrite in Od. 3.91 rappresenta il mare. Gli amici di
Fenice provano, con questi festeggiamenti, a distrarlo, facendogli abbandonare i propositi di fuga. “θαλέθοντες ἀλοιφῇ” è il
nominativo plurale di “τεθαλυῖαν ἀλοιφῇ” (208), ancora riferito ad un maiale. Il suffisso “-θ-” ha valore stativo, o perfettivo.
22 “εἰνάνυχες”, “nove giorni (o notti)”, rappresenta un numero formulare: cfr. 1.53, 24.664, 24.784. Il termine dovrebbe essere un

avverbio formato, ma non correttamente, per analogia con “εἰνάετες”: in quest’ultimo caso però “-ες” è parte della radice
sostantivale “ἐτεσ-”. È comunque possibile interpretarlo come nom. pl. per analogia con “τριταῖος ἦλθεν” etc., dove l’aggettivo, però,
viene regolarmente utilizzato per esprimere un punto, non una durata, temporale. “ἴαυον” (cfr. 325): gli amici vegliano come soldati
durante il loro turno di guardia. Secondo Leaf “παρὰ” deve accompagnarsi con il verbo dal momento che Omero non lo impiega mai
come preposizione temporale. Cfr. Leaf (1900) ad loc.
23 Per “εὐρυχόροιο” si veda per esempio anche 23.299 “ἐν εὐρυχόρῳ Σικυῶνι”: l’epiteto viene attribuito in modo più appropriato

alle citta (oltre a Sicione, è impiegato per Micalesso, Iolco, Iperea, Tebe e Sparta), anche se per esempio in Od. 4.635 descrive il
distretto di Elide e in Od. 13.414 quello di Lacedemone. L’epiteto doveva originariamente significare “con vaste aree per la danza”,
ma sembra sia poi stato usato come se avesse lo stesso significato di “εὐρύχωρος”, “vasto, spazioso” (non si ha certezza di questo
prima di Pindaro). In 9.478 viene per esempio impiegato per l’Ellade. In ogni caso l’importanza del “χορός” come cerimonia pubblica
a carattere religioso è sufficiente a spiegare l’origine dell’epiteto. Cfr. Hainsworth (1993), pag. 124, nota al verso 478.
479 Φθίην δ᾽ ἐξικόμην ἐριβώλακα24 μητέρα μήλων25
arrivai (da ἐξικνέομαι, con l’accusativo della destinazione) allora a Ftia dalle grandi zolle (da ἐριβῶλαξ, ακος, ὁ, ἡ), madre
di greggi,
480 ἐς26 Πηλῆα ἄναχθ᾽: ὃ δέ με πρόφρων ὑπέδεκτο,
dal sovrano (da ἄναξ , ἄνακτος , ὁ) Peleo; questi volentieri, ben disposto, mi accolse (da ὑποδέχομαι)
481 καί μ᾽ ἐφίλησ᾽ ὡς εἴ τε πατὴρ ὃν παῖδα φιλήσῃ
e mi amò come anche un padre potrebbe amare suo figlio,
482 μοῦνον τηλύγετον27 πολλοῖσιν ἐπὶ κτεάτεσσι,
unico, amatissimo (da τηλύγετος, η, ον, il senso del termine non è chiaro, e potrebbe intendersi “ultimo nato”, quindi
“unico” oppure “in tenera età”, come anche “amato, vezzeggiato”), tra molte ricchezze,
483 καί μ᾽ ἀφνειὸν ἔθηκε, πολὺν δέ μοι ὤπασε λαόν:
e mi rese ricco, e mi assegnò, affidò (da ὀπάζω), molte genti:
484 ναῖον δ᾽ ἐσχατιὴν Φθίης Δολόπεσσιν28 ἀνάσσων.
abitavo la parte più esterna, più periferica (da ἐσχατιά, ion. ἐσχατιή, ἡ), di Ftia, regnando sui Dolopi.
485 καί σε τοσοῦτον29 ἔθηκα θεοῖς ἐπιείκελ᾽ Ἀχιλλεῦ,
e te (io) resi tale, così grande, simile (da ἐπιείκελος, ον, = εἴκελος, con τινί, il maschile frequente in Omero, spec.
nell’Iliade, ma solo in espressioni come ἐ. ἀθανάτοισιν, θεοῖς ἐ.) agli dei, o Achille,
486 ἐκ θυμοῦ φιλέων30, ἐπεὶ οὐκ ἐθέλεσκες ἅμ᾽ ἄλλῳ
volendoti bene dal (mio) cuore, perché non volevi con un altro
487 οὔτ᾽ ἐς δαῖτ᾽ ἰέναι οὔτ᾽ ἐν μεγάροισι πάσασθαι,
né andare a banchetto, né mangiare (da πατέομαι) nella casa (da μέγαρον, τό, al plurale “casa, palazzo”),
488 πρίν γ᾽ ὅτε δή σ᾽ ἐπ᾽ ἐμοῖσιν ἐγὼ γούνεσσι καθίσσας
prima che (da πρίν γ᾽ ὅτε, con l’ottativo) io, avendoti fatto sedere (da καθίζω) sulle mie ginocchia,

24 “ἐριβῶλαξ”, “dalle grandi zolle”, quindi “fertile”, è un epiteto ricorrente per Ftia (2x volte nell’Iliade, e 1x volta “ἐρίβωλος” al
precedente verso 363): l’epiteto compare anche per Troia, Larissa, la Tracia, la Licia, l’Ascania, Tarne, la Peonia. Solo in questo passo
Ftia è detta anche “madre di greggi”. “ἐριβώλακα μητέρα μήλων” è probabilmente formulare (qui e al verso 11.222). In 1.155 il
cantore ha preferito “βωτιανείρῃ” per “μητέρι μήλων”.
25 La sezione 479-484 del racconto di Fenice è parallela alla vicenda degli omicidi di Epigeo (16.571-574) e Patroclo (23.85-90), che si

rifugiarono, entrambi, da Peleo; quindi di Tlepolemo (2.661-663), Licofrone (15.430-432), Medone (13.694-697) e dell’anonimo
assassino di 24.480 sgg. E si vedano, nell’Odissea, i passi Od. 13.258-275 (un immaginario Cretese), 14.379-381 (un anonimo Etolo),
15.272-278 (Teoclimeno), 23.118-120 (generico, senza nome). Si veda anche Pausania 7.3.3 “Πρόμηθος δὲ ὕστερον τὸν ἀδελφὸν
Δαμασίχθονα ἀποκτείνας ἔφυγεν ἐς Νάξον”, e la vicenda dello stesso Peleo, esiliato da Egina per aver preso parte all’assassinio del
fratellastro Foco (Alcmeone, fr. 1 Davies). Questi aneddoti relativi ad un obbligatorio esilio in seguito ad un omicidio si riferiscono
chiaramente ad una riconosciuta pratica dell’età arcaica. In alternativa l’omicida poteva comprare il perdono di coloro che volevano
vendicarsi: cfr. 632-636. Cfr. Hainsworth (1993), pagg. 124-125, nota ai versi 479-484.
26 “ἐς”, “nella casa di”: cfr. 23.36 etc.
27 Per “τηλύγετον”, si veda anche il verso 143. La forza del termine viene ben spiegata da Merry e Riddell (in W. W. Merry, J. Riddell,

Homer's Odyssey, Oxford, Clarendon Press, 1886), nella nota al verso Od. 4.11: “a father's increasing fondness for an only son is
described: he is the heir of (“ἐπί”) large possessions, and the father's love for him grows as the chance of having other sons diminishes;
the eldest being already in early manhood”.
28 I Dolopi non vengono menzionati né al Catalogo delle Navi né altrove in Omero, e neppure nel catalogo dei Mirmidono ai versi

16.168-197. Essi sono un popolo storicamente noto, apparentemente strettamente connesso con i Tessali, che Omero ugualmente
ignora. Il paese dei Dolopi viene tradizionalmente collocato a sud della catena del Pindo, immediatamente ad ovest di Ftia. Cfr. Leaf
(1900) ad loc.
29 “τοσοῦτον ἔθηκα”, lett. “ti ho fatto così grande( come sei ora, i.e. ti ho fatto diventare un uomo)”. Questo elemento non è coerente

con la leggenda secondo la quale Achille venne educato da Chirone (cfr. 11.830-831, “τά σε προτί φασιν Ἀχιλλῆος δεδιδάχθαι, / ὃν
Χείρων ἐδίδαξε δικαιότατος Κενταύρων”), e costituisce un’ulteriore prova a favore del fatto che l’episodio di Fenice è una
composizione independente dal corpo di leggende accolto nell’Iliade. Da un punto di vista grammaticale l’assenza di un correlativo a
“τοσοῦτον” è problematica. Cfr. Hainsworth (1993), pag. 125, nota al verso 485. Ai versi 485-495 Fenice parla con il tono, consacrato
dalla tradizione, di un vecchio servo che ricorda con affetto l’eroe che ha allevato, al tempo in cui non era ancora un eroe. L’effetto
dell’espressione “πολλὰ πάθον καὶ πολλὰ μόγησα” (492) può apparire comico, ma la commedia evolve rapidamente nella tragedia e
nella sofferenza di una speranza già segnata dalla disillusione: Achille non vivrà abbastanza a lungo da ripagare Fenice per le sue cure
parentali. Ci potremmo chiedere dove fosse il genitore naturale di Achille durante la sua infanzia. Omero non dà alcuna risposta:
esercita anche in questo caso il suo diritto, in quanto autore, a tacere o ignorare quanto non rilevante ai fini della narrazione, così
come lo ha esercitato ignorando le relazioni di Teti con la sua famiglia mortale. La tradizione vuole che la dea abbia lasciato solo Peleo
durante l’infanzia di Achille, permettendo che il futuro eroe fosse allevato non, come viene qui riferito, da Fenice, ma dal centauro
Chirone. Cfr. Hainsworth (1993), pag. 125, nota ai versi 485-495.
30 Nell’espressione “ἐκ θυμοῦ φιλέων” Fenice richiama il linguaggio di Achille in 342-343 (“ὡς καὶ ἐγὼ τὴν / ἐκ θυμοῦ φίλεον”),

laddove l’eroe si riferisce al suo amore per Briseide: nel testo manca però ogni chiara indicazione relativa al fatto che questo richiamo
sia deliberato; oppure relativa alla ragione di un tale richiamo, se davvero esso fosse presente. L’espressione “ἐκ θυμοῦ φιλέειν” non
ricorre in Omero.
489 ὄψου τ᾽ ἄσαιμι προταμὼν31 καὶ οἶνον ἐπισχών.
non ti saziassi (da ἄω, “saziare”, in costruzione τινά τινος) di cibo, di carne (da ὄψον , τό), dopo aver(la) tagliata prima
(da προτέμνω) e aver offerto, porto (da ἐπίσχω, vedi ἐπέχω), il vino.
490 πολλάκι μοι κατέδευσας ἐπὶ στήθεσσι χιτῶνα
Spesso bagnandomi, inzuppandomi (da καταδεύω), sul petto il chitone
491 οἴνου32 ἀποβλύζων ἐν νηπιέῃ ἀλεγεινῇ.
rigurgitando (da ἀποβλύζω) del vino, nella difficile (da ἀλεγεινός, ή, όν, ep. per ἀλγεινός) infanzia (da νηπιέη, ἡ, forma
epica per *νηπιίη (νήπιος)).
492 ὣς ἐπὶ σοὶ μάλα πολλὰ πάθον καὶ πολλὰ μόγησα33,
Così per te davvero molte pene ho patito (da πάσχω) e molte ho sofferto (da μογέω),
493 τὰ φρονέων ὅ μοι οὔ τι θεοὶ γόνον ἐξετέλειον
queste cose pensando, che (da ὅς, ἥ, ὅ, il cui accusativo singolare neutro ὅ molto frequentemente è usato in modo
assoluto, = ὅτι, preceduto da τόγε, τά) a me gli dei in alcun modo davano, permettevano di avere (da ἐκτελέω), una
prole (da γόνος, ὁ, ἡ)
494 ἐξ ἐμεῦ: ἀλλὰ σὲ παῖδα θεοῖς ἐπιείκελ᾽ Ἀχιλλεῦ
(nata) da me; ma di te, o Achille simile agli dei, (mio) figlio
495 ποιεύμην, ἵνα μοί ποτ᾽ ἀεικέα λοιγὸν ἀμύνῃς34.
facevo, affinchè un giorno da me (tu) stornassi (da ἀμύνω, con l’accusativo della persona o della cosa da tener lontana,
ed il dativo della persona dalla quale il pericolo deve essere sviato) la vergognosa rovina.

31 “προταμών”, “tagliando per te il primo boccone”. “ἐπισχών” (cfr. 22.83, 22.494), “accostando(lo), tenendo(lo) alle tue labbra”. Si
veda Od. 16.442-444 per una simile descrizione di un fanciullo seduto sulle ginocchia per essere nutrito:
ἐπεὶ ἦ καὶ ἐμὲ πτολίπορθος Ὀδυσσεὺς
πολλάκι γούνασιν οἷσιν ἐφεσσάμενος κρέας ὀπτὸν
ἐν χείρεσσιν ἔθηκεν, ἐπέσχε τε οἶνον ἐρυθρόν.
Il ruolo di Fenice non è un ruolo servile: egli è un orgoglioso amico di famiglia; allo stesso modo nel passaggio odisseico è lo stesso
Odisseo ad essere rappresentato mentre offre carne e vino al piccolo Eurimaco. Per quanto riguarda la forma “καθίσσας” (488), il
suo presente è “καθ-έζομαι/ίζω” e l’aoristo indicativo “εἷσα”, cosicchè l’ortografia per il participio aoristo dovrebbe essere “καθ-
έσ(σ)ας”, ma “-εσσ-“ viene sostituito a parti di “ἕννυμι”, e a “καθίζω” viene assegnata la coniugazione di un verbo regolare in “-ίζω”.
32 “οἴνου” è genitivo partitivo, lett. “schizzando una parte del vino”. “ἀλεγεινῇ” si riferisce alla caratteristica dell’infanzia di essere

problematica, fastidiosa, quasi irritante nella sua inettitudine.


33 Ritroviamo la formula “πολλὰ πάθον καὶ πολλὰ μόγησα” in Od. 5.223 e 8.155: questa è la lettura di Aristarco, indotto a ciò

probabilmente da varianti quali “πολλὰ πάθοι” (22.220) e “πολλὰ μόγησας” (2.690, 14x volte nell’Odissea), oppure più
probabilmente dalla sua preferenza per le forme non aumentate. La formula in questione è associata al tormento e alla sofferenza
della guerra, come in Od. 8.490, e può sicuramente stupire il lettore come una comica esagerazione attribuita alle sofferenze di una
nutrice maschio. Se questo è il senso, è una circostanza particolarmente interessante: lo stile formulare deve spesso adattarsi, e
procedere comunque anche in un passo insolito, approssimando il significato desiderato mediante l’utilizzo di espressioni proprie
di un altro contesto. Cfr. Hainsworth (1993), pag. 126, nota al verso 492.
34 Con “ἀμύνῃς” il poeta utilizza il congiuntivo, anziché l’ottativo, dal momento che il desiderio è tuttora in essere, e dovrebbe ora

veramente realizzarsi. Si vedano 1.158, 559, 2.4.