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ROBERTO GIGLIUCCI

Appunti sullossimoro damore


nel Rinascimento
Oxymoron est cum idem de seipso negatur, ut illa vulgi: id aliquid nihil
est; tu pol si sapis, quod scis, nescis. Et cum Terentio: cum ratione insani-
re; et apud Horatium: strenua inertia, insaniens sapientia, consultum erra-
re; et apud Ovidium: concordia discors; iniusta iusta. Et apud Martialem:
Non bene semper olet, qui bene semper olet. Item: Quisquis ubique habitat,
Maxime, nusquam habitat
1
.
A leggere gli esempi che Vico appone alla definizione di ossimoro nelle sue
Institutiones oratoriae si invasi dal proliferare elencatorio di enunciati con-
traddittori e paralizzanti. In realt, contestualizzando gli stessi, si verifica che le
assurdit si sciolgono, operando magari quella dissociazione nozionale
2
per
cui il paradossismo apparente si riduce a formulazione razionale. Collocando ad
esempio gli antonimi su piani diversi si ha la esplicazione: linsaniens sapientia
degli epicurei, in Hor. Carm. I 34 2, tronfia saggezza a loro avviso, in realt
sciocca secondo lottica filosofica oraziana, cos come la stoltezza di Dio
sapienza per gli uomini e viceversa in San Paolo. Si ha allora un primo apparen-
te colpo inferto al principio di non-contraddizione e a quello del terzo escluso,
cui segue, per il lettore che ha la chiave, o semplicemente contestualizza lenun-
ciato, la restaurazione della razionalit apofantica
3
. Il punto, per noi, allora:
65
1
G. VICO, Institutiones oratoriae, a cura di G. Crif, Napoli, Istituto Suor Orsola
Benincasa, 1989, pp. 382-84.
2
C. PERELMAN, L. OLBRECHTS-TYTECA, Trattato dell argomentazione. La nuova
retorica, Torino, Einaudi, 1966 [1958], pp. 463 sgg. Per la bibliografia sulla teoria retorica de
oxymoro rimando al mio Oxymoron Amoris. Retorica dellamore irrazionale nella lirica ita-
liana antica, Anzio, De Rubeis, 1990, cui aggiungerei almeno lottima L. BISELLO, Ossimoro,
voce del Dizionario di linguistica e di filologia, metrica, retorica diretto da G. L. Beccaria,
Torino, Einaudi, 1994, pp. 532-33 e laltrettanto perspicua M. P. ELLERO, Introduzione alla
retorica, Milano, Sansoni-RCS libri, 1997.
3
Come noto Aristotele fonda come postulato primo e difende per via di confutazione il
principio di non-contraddizione in Metaph. IV 3 sgg.
esistono enunciati contraddittori insolubili? Ve n qualcuno siffatto, nellelenco
vichiano? Probabilmente la concordia discors ovidiana (Met. I 433), che indica
la discorde armonia di acqua e fuoco (umorque calorque, v. 430) da cui si
genera ogni cosa, e anche quel cum ratione insanire terenziano (Eun. 63) che
indica lassurda operazione di chi vorrebbe razionalizzare lamore, che irra-
zionale e contraddittorio per definizione. Ecco un territorio dove gli ossimori
possono spesso rimanere insoluti: il territorio dellamore, della poesia damore.
La lirica di Saffo, ad esempio, per trovare una fondazione. La semeiosi del mal
damore nella celebre ode Phinetai moi strappa lentusiasmo allautore del
Sublime: Non provi meraviglia [...] che in una sequenza di opposizioni essa
geli e nel contempo bruci, sragioni e recuperi il senno [...] in modo che non una
sola passione traspare in lei, ma un accavallarsi di passioni [pathn d syno-
dos]?
4
. Nella lirica amorosa nessi quali dolce amarezza, odio e amore, fuoco e
ghiaccio, sofferenza e godimento sono straordinari proprio quando non solubili,
autentici materiali per la diagnosi differenziale di amore. Cos, nella tradizione
cortese oitanica, ad es. nellepisodio del Cligs ove la nutrice Thessala verifica
negli stati contraddittori dellanimo di Fenice il suo essere innamorata
5
, oppure
nel lai Narcisse: Dan, innamorata del protagonista, delirante comprende quale
sia la natura del proprio delirio: Onques mais ne soi quAmors fu, / or a primes
lai coune / or me fait il sans froit tranbler (vv. 333-35)
6
. Quando Narciso,
troppo tardi, si convertir allamore anaclitico per Dan, prover in s le topiche
contraddizioni (ora piange, ora ride, ora brucia e ora ha freddo ecc., vv. 718-
721), nuovamente proposte come criterio di individuazione: Or me menbre que
jo dire / que tel torment et tel martire / et tel vie seulent mener / cil qui sentre-
metent damer (vv. 725-28). Scendendo dal medioevo al tardo rinascimento
vediamo, ad esempio nellAdriana del Groto, una situazione nutrice-protagoni-
sta ove nuovamente i contrapposti sono indizio inequivocabile del mal damore:
Fu il mio male un piacer senza allegrezza,
un voler, che si stringe, ancor che punga.
Un pensier, che si nutre, ancor che ancida.
Un affanno che l ciel d per riposo.
Un ben supremo, fonte dogni male.
Un male estremo, dogni ben radice.
Una piaga mortal, che mi fecio.
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Roberto Gigliucci
4
PSEUDO-LONGINO, Del sublime, a cura di F. Donadi, Milano, Rizzoli, 1991 p. 181.
Diversamente, per Dionigi di Alicarnasso, Saffo diventa esempio di stile elegante, dolce e
raffinato: cfr. De compositione verborum 23 (vd. DIONYSIUS OF ALICARNASSUS, Critical
essays, vol. II, a cura di S. Usher, Cambridge Mass. London, Harvard U. P. W.
Heinemann LTD, 1985 pp. 196 sgg.) e lintroduz. di Donadi, pp. 23-25.
5
Vd. GIGLIUCCI, Oxymoron, cit., pp. 47 sgg.
6
Lai di Narciso, a cura di M. Mancini, Parma, Pratiche, 1989.
Un laccio dor dovio stessa mavvinsi.
Un velen grato chio bevei per gli occhi.
Giunto un finire, e un cominciar di vita.
Una febre, che l gelo, e l caldo mesce.
Un fel pi dolce assai, che mele o manna.
Un bel foco che strugge, e non risolve.
Un giogo insopportabile, e leggero.
Una pena felice, un dolor caro.
Una morte immortal piena di vita.
Un inferno che sembra il paradiso
7
.
Tu sei innamorata, a quel chio intendo (v. 82), arguisce infallibilmente la
Nutrice. E non poteva essere altrimenti. Lo sapr bene Shakespeare, che nella
cavatina di Romeo elencher topiche definizioni contraddittorie di amore, con
una punta acuminata e fulgida di invenzione barocca e generosa e geniale:
O heavy lightness! serious vanity!
Misshapen chaos of well-seeming forms!
Feather of lead, bright smoke, cold fire, sick health!
Still-waking sleep, that is not what it is!
This love feel I, that feel no love in this.
[...]
What is it else? Amadness most discreet,
a choking gall, and a preserving sweet
(Romeo and Juliet I i, vv. 181-85, 196-97)
8
.
Il topos delle contraddizioni damore , alle sue scaturigini, certamente qual-
cosa di molto serio, riflette un dato psicologico urgente e ineludibile. Eros
realmente dolceamaro, per la Saffo del celebre frammento
9
e per chiunque lab-
bia provato. Sicch in principio, potremmo dire, era il dramma, il nodo irrazio-
nale, shocking, non il gioco, lartificio; la sincera inquietudine, la diagnosi vera-
ce di caos, non lartificio, lindovinello. Il turbamento che trascina con s la lin-
gua e conia neoformazioni (glykypikron), nello sforzo di esprimere linesprimi-
bile contraddittorio. Quindi ladozione del topos pu essere profondamente
motivata. Petrarca ne un esempio vitale: il suo prediligere la contrapposizione
e la fusione degli opposti si iscrive in una visione dellamore e della realt com-
plessivamente segnata dal contrasto, dal dissidio soggettivo e oggettivo, cosmi-
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Appunti sullossimoro damore nel Rinascimento
7
Atto I vv. 62-78; cfr. L. GROTO, Adriana in Il teatro italiano, vol. II, La tragedia del
Cinquecento, a cura di M. Ariani, tomo I, Torino, Einaudi, 1977, pp. 281-424: p. 293.
8
Cfr. G. WEISE, Manierismo e letteratura, Firenze, Olschki, 1976, pp. 79 sg.
9
130 Voigt; vd. SAFFO, Frammenti, a cura di A. Aloni, Firenze, Giunti, 1997 p. 223;
GIGLIUCCI, Oxymoron, cit., pp. 15 sg. (chiedo perdono per gli auto-rimandi, ma preferisco
evitare di ripetere quanto gi scritto, bene o male che sia).
co, eracliteo (cfr. ad es. Remedia, prefaz. al II libro, o la paradigmatica senilis
XI 11, per non parlare dei compatti blocchi ossimorici dei Triumphi)
10
.
Il parametro sincerit vs superficialit non appaia allora ingenuo, s funzio-
nale, se applicato alla complessiva adozione del topos da parte di un autore.
Certo, non facile stabilire se si difronte a reali pene damore o a pene
verbali
11
. Risulterebbe quasi ovvio che la formalizzazione letteraria prescinda
dalla realt, dai referenti. Io credo piuttosto che ladozione di uno schema sia
sempre un travaso di realt nella forma: il punto stabilire lo spessore linguisti-
co (che poi spessore di materia) della forma (che poi sostanza), cio in prati-
ca il valore stesso dellopera. Il parametro in questione potrebbe essere riformu-
lato come antinomia di radicalit vs occasionalit (magari performativa, come in
certa poesia per musica). Un parametro che porterebbe a identificare quasi un
canone di poeti damore pi intimamente legati al modulo della contradditto-
riet-irrazionalit rispetto ad altri. Si possono fare i nomi di Pico rimatore in
volgare, di Michelangelo, di manieristi quale il Pigna, il Groto ecc. Invece un
modello autorevolissimo di poeta scarsamente ossimorico, in questo senso robu-
stamente aristotelico, era stato Dante, da contrapporre a Petrarca anche per
tale aspetto. Nella Vita nova il superamento della fase cavalcantiana, espressa ad
es. dal son. Tutti li miei penser, conduce alla lode positiva, anaclitica, proiettata
sullalterit senza pi autoscopia ossessiva. Il sonetto sulla battaglia dei diversi
pensieri, che ospitava un verso cos tipico dello stato danimo incerto e contrad-
dittorio, e vorrei dire, e non so chio mi dica (v. 10)
12
, rappresentava una
dimensione ancora reclinata sullimmagine del proprio caos interiore, fiorita di
ossimori, come nella canzone montanina, irta di voluptas dolendi e moriendi, di
commistione vita-morte ecc. Il distacco da questa compiaciuta e inoperosa
inquietudine un atto etico-religioso, prima che stilistico, per Dante: gli ossi-
mori della Commedia saranno allora funzionali ad esprimere linesprimibile
ultraterreno, oppure autentiche inversioni spiritualmente corrette dei motivi cor-
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Roberto Gigliucci
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Su ossimoro e antitesi nel Canzoniere vd. recentemente F. SBERLATI, Sulla dittologia
aggettivale nel Canzoniere. Per una storia dellaggettivazione lirica, in Studi italiani,
VI, 1994, 2, pp. 5-69: pp. 54 sgg. e M. VITALE, La lingua del Canzoniere (Rerum vulgarium
fragmenta) di Francesco Petrarca, Padova, Antenore, 1996, pp. 404 sgg., oltre alla bibliogra-
fia indicata in F. PETRARCA, Canzoniere a cura di M. Santagata, Milano, Mondadori, 1996, in
merito ai sonetti de oppositis come Pace non trovo o Samor non .
11
Cfr. E. TADDEO, Il manierismo letterario e i lirici veneziani del tardo Cinquecento,
Roma, Bulzoni, 1974, p. 60 e G. POZZI, Alternatim, Milano, Adelphi, 1996, pp. 203 sgg.
12
Cito da D. ALIGHIERI, Vita nova, a cura di G. Gorni, Torino, Einaudi, 1996, p. 68. Una
preziosa analisi di Tutti li miei penser in P. BOITANI, Il tragico e il sublime nella letteratura
medievale, Bologna, Il Mulino, 1992 [1989], pp. 97 sgg.: lo studioso confronta la gran
varietate dantesca con le costruzioni olossimoriche del Petrarca e conclude: Dante lamenta
la propria incertezza, Petrarca la accetta e vi trova persino un certo compiacimento (p. 98).
tesi: si pensi alla felicit nel fuoco, propria delle anime purganti e non pi degli
amanti algolagnici
13
.
Il locus ossimorico amoroso altres neutro, in quanto pu conoscere conte-
stualizzazioni tragiche, disforiche, oppure euforiche, gaudiose. Pu essere testi-
monianza di pienezza esaltata o di deprivazione infelice. Il parametro euforia vs
disforia rilevante (basti pensare alla declinazione in senso negativo dei mira-
coli damore, da parte di Perottino, e la traduzione di quei miracoli in qualcosa
di positivo, da parte di Gismondo, negli Asolani).
La modalit ossimorico-paradossale neutra anche nei confronti degli inten-
ti stilistici, espressivi, dei contesti culturali: infatti cospicuamente presente sia
nella poesia cortigiana che in quella petrarchista in senso bembiano che in
quella manierista (ci saranno, magari, divergenze quantitative, ma neanche
tanto; piuttosto divergenze di pubblico e di Erwartungshorizont, quindi di
performativit e di registro). Imitare da presso Petrarca, con intenzioni spiritual-
mente e formalmente gravi, non comporta rifiutare il modulo della contraddit-
toriet amorosa, cos intimamente petrarchesco, anzi. Allora scarterei, per ora,
un parametro che distingua ossimoro cortigiano, ossimoro petrarchista-bem-
besco e manierista
14
.
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Appunti sullossimoro damore nel Rinascimento
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In GIGLIUCCI, Oxymoron, cit., le pp. dedicate a Dante erano soltanto due (95 sg.), vera-
mente troppo poche. Spero di tornare sullargomento.
14
Come noto, WEISE, Manierismo e letteratura, cit., distingue un petrarchismo classici-
sta bembiano da un petrarchismo artificioso di lunga durata, dal tardogotico di fine
Quattrocento al manierismo cinquecentesco e pre-barocco (pp. 176-77 n. e 236 sgg.). La disa-
mina del Weise straordinariamente ricca di documenti e stimolante; la sua prospettiva, tutta-
via, rischia di semplificare e magari fraintendere la realt, ove si ascrivano alla linea modera-
ta classicheggiante lirici come Michelangelo (o, per altri versi, Ariosto) che fanno invece uso
sistematico dellossimoro quale strumento espressivo fondamentale, non diversamente, dal-
tra parte, dallo stesso Petrarca. Lartificio formale esasperato interno al codice, come un tra-
vaglio dentro il labirinto, caratterizza la poesia manierista di un Groto, ad esempio, ma la lin-
gua petrarchesca quella comune anche a una Stampa o a un Tasso. Cfr., per la nozione di
manierismo in letteratura, A. QUONDAM, La parola nel labirinto. Societ e scrittura del
Manierismo a Napoli, Roma-Bari, Laterza, 1975; ID. (a cura di) Problemi del Manierismo,
Napoli, Guida, 1975; G. FERRONI, A. QUONDAM, La locuzione artificiosa. Teoria ed espe-
rienza della lirica a Napoli nellet del manierismo, Roma, Bulzoni, 1973; R. SCRIVANO, Il
manierismo nella letteratura del Cinquecento, Padova, Liviana, 1959; TADDEO, Il manieri-
smo letterario, cit.; A. PINELLI, La bella maniera. Artisti del Cinquecento tra regola e licenza,
Torino, Einaudi, 1993; E. RAIMONDI Rinascimento inquieto, nuova edizione, Torino, Einaudi,
1994, pp. 219 sgg., oltre al classico A. HAUSER, Il Manierismo. La crisi del Rinascimento e
lorigine dellarte moderna, Torino, Einaudi, 1988, pp. 251 sgg. ecc. In particolare A.
GAREFFI, Le voci dipinte. Figura e parola nel Manierismo italiano, Roma, Bulzoni, 1981,
attento alla dialettica degli opposti nel manierismo: si vedano, fra laltro, i richiami allenan-
tiodromia eraclitea, a proposito di Tasso, alle pp. 122 e 164.
La contraddittoriet pu proporsi in forme enigmatico-solubili, la forma ad
es. del devinalh, peraltro fondante nella tradizione lirica cortese
15
. Quando inve-
ce la solubilit negata, il cozzo con la ragione, con la logica del tertium non
datur violentissimo (e galvanizzante). Significativo, quindi, un parametro
solubilit vs irriducibilit. Nella Retorica di Aristotele lenigma ammesso
come forma di espressione paradossale concentrata ed efficace, ma naturalmen-
te la contraddittoriet apparente si scioglie, intendendo magari un termine in
diverse accezioni (III 11, 1412a-b)
16
. Anche nella Retorica ad Alessandro si
prende in considerazione, nellambito del discorso encomiastico, la possibilit
di avvicinare cose disparate, la familiarizzazione di realt non congiunte, lin-
staurazione di parentela fra cose lontane, non compresenti, la m prosnton
synoikiosis (III, 1425b)
17
.
Ai parametri-guida finora evidenziati (seriet vs superficialit ludica; ossi-
moro euforico vs ossimoro disforico; solubilit dellenigma vs irriducibilit)
possiamo aggiungerne almeno un altro. Tenendo presente che la concordia
discors considerata spesso come giusto mezzo, equilibrio fra gli opposti,
contemperamento che mira a una pace mediocre, si dovr puntualizzare il
parametro dicotomico medietas vs miscela irrazionale. Si legga Bruno: il vizio
l dove la contrarietade; la contrarietade massime l dove lestremo; la
contrariet maggiore la pi vicina allestremo; la minima o nulla nel mezzo,
dove gli contrarii convegnono e son uno ed indifferente [...]. Allora in stato di
virtude, quando si tiene al mezzo, declinando da luno e laltro contrario: ma
quando tende a gli estremi, inchinando a luno e laltro di quelli, tanto gli manca
de esser virtude che doppio vizio; il qual consiste in questo, che la cosa recede
dalla sua natura, la perfezion della quale consiste nellunit; e l dove conve-
gnono gli contrarii, consta la composizione e consiste la virtude
18
. Si d allora
un luogo geografico mediano fra gli opposti che pu essere visto come equili-
brio, composizione, oppure compresenza, caos; una geografia, insomma, che
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Roberto Gigliucci
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Rimando (e mi scuso) ancora a GIGLIUCCI, Oxymoron, cit., pp. 35 sgg.; un esempio alto
in area italiana dato dal testo giullaresco di Ruggieri Apugliese Umile son, con scioglimento
analitico delle contraddizioni: modello occitanico per il nostro era Savis e fols di Raimbaut de
Vaqueiras (ivi, p. 38).
16
Laenigma definito altrove t lgonta hyprchonta adynata synpsai, mettere in con-
tatto ci che non collegabile (Poet. 22, 58a), cosa impossibile da farsi se non con i traslati,
le metafore, come per lindovinello che si scioglie allorch si esce appunto fuor di metafora.
17
La traduzione del Rakham, the attribution of qualities that do not exist non mi con-
vince (ARISTOTELE, Problems. Rhetorica ad Alexandrum, a cura di W. S. Hett e H. Rackham,
Cambridge Mass. London, Harvard U. P. W. Heinemann LTD, 1983, p. 305).
18
G. BRUNO, Eroici furori, introd. di M. Ciliberto, testo e note a cura di S. Bassi, Roma-
Bari, Laterza, 1995, pp. 36, 37-38.
vede la razionalit regnare al centro, in contrapposizione a unaltra geografia
che vede al centro la miscela contraddittoria, il caos, il movimento e lo strazio
(o il gaudio paradossale) piuttosto che la quiete equidistante. In un sonetto del
Bandello, ad esempio, la mistura dei contrari vissuta come salvezza, rispetto
allassoluto positivo o allassoluto negativo:
Cos mi regge Amor, che sa questalma
desse solo martir o gioia pura,
col peso ne morrei di tanta salma.
Ma mentre lun con laltro fa mistura,
morte non pu di me portar la palma,
ch se mimpiaga lun, laltro mi cura.
(XXXI, 9-14)
19
.
Di altre vicende paradossali, pi o meno canoniche, facciamo soltanto qual-
che esempio. Lo stato di gioia pu annullare (magari solo temporaneamente) la
coincidenza degli opposti, propendendo ad es. per leuforia depurata dal suo con-
trario, sconfitto quindi lossimoro. Cfr. G. B. Pigna, Il ben divino, CXCV: il sino-
lo speme-timore (e quello martire-desire e fuoco-gelo) viene infranto, la speranza
irrompe vittoriosa, lallegrezza dissolve il timore e lossimoro si spegne.
Ite, querele e pianti:
ite, ch risi e canti
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Appunti sullossimoro damore nel Rinascimento
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M. BANDELLO, Rime, a cura di M. Danzi, Ferrara-Modena, ISR-Panini, 1989. Cfr. ana-
logo ragionamento nel Bembo asolano: Artemisia, argomenta Perottino in tutte le redazioni
degli Asolani (pp. 51, 110, 245: cito dallediz. critica a cura di G. Dilemmi, Firenze, Presso
lAccademia della Crusca, 1991), visse felice col marito Mausolo e poi, rimasta vedova, fu
tremendamente infelice fino a morirne. Il che non le sarebbe avenuto, se ella nelle sue dol-
cezze havesse alcuno amaro sentito e fussesi mediocremente ne suoi piaceri rallegrata.
Lindicazione che la mixtio possa avere ruolo di salvaguardia equilibrante, piuttosto che di
caotico precipizio, esplicita nel frammento C Dilemmi, autografo, contenuto nel Chigiano
L.VIII.304, da collocare nellmbito della revisione di Q. Il passo cos suona: Quello che
per s et separatamente essendo vucciderebbe, quello medesimo vaita, vi soccorre et difen-
de et guarda dal morire. Perci che, mentre il dolore confuso col piacere gli leva parte della
sua malitia, vaita in ci, che fa che l piacere non vi pu uccidere, [non] essendo egli tutto
intero, ma in parte sc[e]mo, come s detto. Et il piac[e]re confuso col dolore vaita, che
opera che l dolore altres uccidere non vi pu, scemo ancho egli per la contentione et mischia
essendo. Et il somigliante aviene della speranza et del timore, che luna et laltro vaita,
togliendo et scemando del potere et forza del suo contrario (p. 73). La miscela piacere-dolo-
re, come quella, altrettanto canonica, timore-speranza, vista come punto di equilibrio fra gli
estremi opposti ove i contrari si stemperano a vicenda, risulta salvifica, produttiva e non
disgregante. Il dolore assoluto, come il piacere assoluto, pu uccidere, mentre la mixtio, lungi
da produrre disordine, garantisce la sopravvivenza.
con le dolcezze lor vhan posto in fuga
(vv. 32-34)
20
.
Ma si pu avere anche lesito opposto, ove la soppressione dello stato ambi-
valente, di coincidenza di opposti affetti e opposte condizioni, provoca il trapas-
so nellamaro schietto, nel dolore senza dolcezza. Si veda ad es. V. Gambara,
Rime, 11: da una situazione in cui le fiamme damore erano dolci e tranquille
e fusi delicatamente dolore e piacere, si perviene a una negativit assoluta, ove
sommerse il poco dolce il moltamaro
21
e la speranza sconfitta dal desiderio
insopportabilmente infocato. In questo caso, evidentemente, la precedente coin-
cidentia era vissuta nella forma dellequilibrio, e non della compresenza lace-
rante.
Un altro componimento della Gambara offre una vicenda diversa e interes-
sante: al vedere gli occhi amati nasce nellanimo un affanno dolce, un male
soave; nellassenza di quegli occhi il dolore trionfa e lamaro fuga ogni dolcez-
za (son. 20). In absentia non si darebbe commistione, dunque; tuttavia, nel son.
14, la poetessa aveva asserito che proprio la memoria induce uno stato di fluc-
tuatio e compresenza:
La memoria mantienmi e mi disface;
la memoria mi fa lieta e scontenta;
ne la memoria il ben e l mal mio iace.
La memoria mallegra e mi tormenta;
dunque dalla memoria ho guerra e pace,
e in tal variar lei sola mi contenta
(9-14).
Gli antonimi sono legati dalla copula e: sembrerebbero proprio proporsi
come compresenti, salvo lindicazione allultimo verso, variar, che suggerisce
invece un andare e venire dalluno allaltro. Spesso lequivoco fra antitesi ed
ossimoro
22
resta aperto nella lirica damore. In ogni caso risulta ben paradossale
la dichiarazione in clausola: il variar, che dovrebbe avere un segno negativo di
drammatica fluttuazione, rende invece contenta la Gambara.
Lintroiezione del dettato poetico petrarchesco, nel Cinquecento, dunque,
anche e soprattutto, adozione di una langue topico-ossimorica robustamente
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Roberto Gigliucci
20
G. B. PIGNA, Il ben divino, a cura di N. Bonifazi, Bologna, Commissione per i testi di
lingua, 1965.
21
V. GAMBARA, Le rime, a cura di A. Bullock, Firenze, Olschki, 1995.
22
Rammento soltanto che ove lantitesi distingue, lossimoro fonde: lossimoro sostan-
zialmente una negazione del rapporto antitetico.
radicata. Levocazione di celebri oxymora dei Rvf naturalissimo anche in uno
scambio di battute galante cortigiano. Leggiamo, dal dialogo sulle imprese del
Domenichi, un aneddoto significativo:
gi fu un gentilhuomo in Pavia, mio grandissimo amico, il quale essendo innamorato
duna bellissima et rarissima gentildonna et dacutissimo spirito, facendo una mascherata per
comparirle innanzi et voler farle intendere il misero et pericoloso stato dove egli era posto per
cagione dellamore che le portava, dipinse una nave in alto mare, senza alcuno armeggio, et
appresso questo verso del Petrarcha: MI TRUOVO IN ALTO MAR SENZA GOVERNO.
Havendo egli dunque occasione di ragionare in ballo et trattenersi, come susa, con questa
gentildonna, ragionando venne a farle conoscere come essa gli havea dato cagione di levar
tale impresa, che molto ben se gli conveniva, per non sapere egli trovar riparo al suo infelicis-
simo stato. Allhora quella gentildonna, dotata, come io ho detto, di prontissimo et vivo intel-
letto, senza troppo pensare alla risposta che gli dovea fare, disse: Assai pi, signore, vi si
converrebbono i versi che seguono, i quali, s come voi sapete, dicono: S lieve di saper,
derror s carca, / chio medesmo non so quel chio mi voglio, / et tremo a meza state ardendo
il verno. Rimase quel gentilhuomo tutto stordito et confuso et pieno di maraviglia, pensan-
do alla pronta et pungente risposta che quella accorta et valorosa signora gli haveva fatta (pp.
190-91)
23
.
La gentildonna arguta (che immaginiamo, secondo una diffusa iconografia,
con un petrarchino in mano, cio a mente) ribatte coi versi finali di Samor non
, presi come emblemi di uno stato negativo di caos e incapacit di discerni-
mento; in una dimensione sociale elegante il disordine della volont e lerrore
amoroso vengono percepiti, amabilmente, come sconvenienti in un amante
senza speranze e leggiadramente gabbato. Si tratta di una chiave graziosa e
squisitamente cortigiana in cui viene letto il dramma principe della spiritualit
petrarchesca, svelando il carattere di gioco del petrarchismo nella sua utilizza-
zione, come dire, quotidiana. Se le formulazioni violentemente ossimoriche,
nelle rime petrarchesche, sono soluzioni espressive (se pure gi canonizzate)
ideali per trasmettere uninquietudine costante e ineludibile, in una fruizione
ludica possono ridursi bene a stereotipi neutri, come metafore catacresizzate.
Naturalmente, quando si analizzano testi petrarchisti, stabilire il margine fra
gioco dingegno e trasmissione di angoscia assai arduo.
Nellorizzonte del petrarchismo i motivi contraddittori assenti dal modello
non passano nella lirica damore. Ad esempio il tema dellodi et amo, proprio di
73
Appunti sullossimoro damore nel Rinascimento
23
Cito da L. DOMENICHI, Dialoghi, Venezia, Giolito, 1562. I versi petrarcheschi sono
tratti, come si sa, da Rvf CXXXII (10-14), sonetto de oppositis celeberrimo (tradotto in latino,
come Pace non trovo, dal Salutati), per cui cfr. L. FORSTER, The icy fire. Five studies in
European Petrarchism, Cambridge, Univ. Press, 1969 pp. 4 sgg. e D. DIANI, Ptrarque:
Canzoniere 132, in Revue des tudes italiennes, n. s., XVIII, 1972, pp. 111-67.
Catullo e dellelegia latina e necessariamente escluso dallorizzonte cortese e
petrarchesco. Lambivalenza, quando presente, allora indizio significativo di
trasgressione. Oppure di appartenenza ad unarea cronologica precedente la
canonizzazione bembiana. Troviamo il motivo, infatti, in rime di ambito cosid-
detto cortigiano tardoquattrocentesco e primocinquecentesco; ad esempio si
fa determinante allaprirsi delle Rime del Cei
24
. Il sonetto secondo subito vio-
lentemente esplicito:
Amore e odio in mezzo hanno il cor mio:
lun par lo infiammi ognor, laltro il consumi;
lun mempie lalma di gentil costumi,
laltro lattosca dogni fer desio.
Vien da quel dua contrar, come un rio
talvolta spande oppositi dua fiumi,
pur vanno allOccen: cos presumi
che luno e laltro il cor guidi a fin rio.
Signor mio, queste due contrarie voglie
per volere ad un tempo conseguire
luna perfezone alla altra toglie.
N ti so di mio stato riferire
altro che dubb, incend, angustie e doglie;
n vo, n posso el mio destin fuggire.
Alla luce di questo secondo sonetto, nel primo della raccolta i dua pen-
sier, dua fer nimici (vv. 1, 9) saranno identificabili proprio nellimpulso ad
amare e in quello ad odiare. Le due opposte voglie sono spregiudicatamente
denunciate dal fiorentino, in una dimensione aspra, talora brutale, propria di una
raccolta di rime che serba memorie dantesche, che sviluppa movenze espressivi-
stiche talora acute. Un poeta che fu considerato moltissimo ai primi del
Cinquecento
25
e che fu sicuramente letto dal Buonarroti (si pensi al son. LXVIII
del Cei, davvero cos michelangiolesco).
Nelle Rime del Cariteo v un sonetto di amore e odio pi dolorante e som-
messo, ma comunque nettissimo:
Damore et dodio in qual guisa si mova
il vario affetto in me, no l saprei dire,
ma so che amare insieme et abhorrire
74
Roberto Gigliucci
24
Ho presente la recente ediz. di F. CEI, Canzoniere, a cura di M. Ceci, Roma, Zauli,
1994, che segue la giuntina del 1503. (Per le ulteriori edizioni cinquecentesche vd. Biblia.
Biblioteca del libro italiano antico, diretta da A. Quondam, La biblioteca volgare, 1, Libri di
poesia, a cura di I. Pantani, Milano, Editrice Bibliografica, 1996, p. 80).
25
Vd. la constatazione del Varchi nellintroduz. della Ceci, p. 9.
mi dnno pena inusitata et nova.
Onde di darvi biasmo ho fatto prova,
Madonna, et vi confesso il mio fallire:
Non vi potrei biasmar senza mentire,
Chenvidia stessa in voi colpa non trova.
Non vi son traditor, il ver vi mostro,
io maffanno in passar londe doblio,
et armar contra voi lamaro inchiostro.
Ma dal principio al fin lingegno mio
altro scriver non sa che l valor vostro,
n mi posso pentir del bel desio
(Endimione son. 108 Prcopo).
Qui lo sforzo di sincerit nei confronti di Madonna massimo, e definitiva
la sconfitta finale del proposito vituperante e odiante. Non si pu non lodare la
propria donna: sembra la dichiarazione di impossibilit, ormai, della compre-
senza odio-amore, approssimandosi una scelta di aderenza al modello petrarche-
sco pi organica ed intima, rispetto allo sperimentalismo libero del sec. XV. La
violenza del Cei pi arretrata, per certi versi, mentre lo sciogliersi in una ine-
ludibile dolcezza del Gareth segna un passo in avanti verso la Stimmung del
petrarchismo ortodosso.
Allora la impossibilit istituzionale del sentimento di odio si far rigorosa;
scendendo al secondo Cinquecento la sostanza non cambia: in un componimen-
to tassiano per la Peperara, la miscela odio-amore, propria della donna, non pu
assolutamente darsi nel cuore dellamante:
Donna bella e gentil, del vostro petto
son passioni eguali odio ed amore,
ma non gi del mio core,
dove lun vive e spento laltro affetto ecc.
(163 1-4).
la negazione di un topos, quello dellAmbivalenz, gi ritenuto invece lecito
per tutto il 400, ove lanimosit del poeta nei confronti dellamata, fuori da
ogni possibile petrarchismo avanti lettera, non era affatto esclusa: si pensi al
solo Giusto de Conti. O al lamento della fanciulla Agilitta, nellelegia omonima
dellAlberti: Io meschina pur seguo aspreggiando / me e chi mama, n so
chio mi voglia: / amo ed ho in odio, e me vivo onteggiando (vv. 31-33)
26
. Il
testo albertiano, cos inquieto e vivace nellarticolare il monologo della giovi-
netta innamorata, ripropone lincertezza e loscillazione fra amore e odio pi
75
Appunti sullossimoro damore nel Rinascimento
26
L. B. ALBERTI, Rime e versioni poetiche, a cura di G. Gorni, Milano-Napoli, Ricciardi,
1975, p. 55.
volte
27
, con una aderenza tutta umanistica al realismo psicologico elegiaco
classico, in una cultura che non aveva affatto messo al bando la sconvolgente
violenza dellodi et amo catulliano.
Lossimoro damore di osservanza petrarchesca si radica nella lirica cinque-
centesca: anche i commentatori dei Rvf e dei Triumphi mettono in rilievo la
contrariet del suo [di Petrarca] amoroso stato
28
, espressa al massimo dai
sonetti-devinalhs come Pace non trovo. Ed interessante verificare questo radi-
camento profondo sul versante delle parodie: ad esempio quella dialettale,
straordinaria, di Andrea Calmo nel son. Paxe no trouvo che l pan me fa verra,
con abbassamento realistico e deperimento della tragedia alto-retorica degli
opposti
29
. Si pensi oppure alla versione macaronica delle pene damore nella
Zanitonella folenghiana; si veda legloga XV:
Schioppo, creppo, brusor, picolum nec trovo ripossum,
nec datur almancum posse morire cito.
Affannus maior meus est quod vivus amazzor,
mors nec amazzatum me rapit ulla viam (vv. 772-75)
30
.
In quel tricolo asindetico iniziale leggiamo una trascodifica violentemente
espressivista deformante del modulo classico plautino di Cistellaria 206 sgg.
(Iactor, crucior, agitor ecc.), paradigmatico in Petrarca, nella trattatistica de
amore, nei repertori cinquecenteschi ecc. Quindi Folengo esibisce la parodia del
lamento sul nodo vita-morte, traducendo in lingua macaronica il miracolo pi
abusato: vivus amazzor. Gli che la natura di Amore sembra essere diventata
essenzialmente una natura retorica, in cui lossimoro diventa la quintessenza, la
vetta, il concentrato emblematico di detta sostanza retorica di eros. Ne d testi-
monianza lautore pi rappresentativo dellumore antipetrarchista cinquecente-
sco, Aretino. Nella Talanta (a. II sc. X) il precettore Peno tiene una lezione ad
Armileo sullamore, cos vomitando: pure la somma dogni sua natura duolo
allegro, torto giusto, stoltizia saggia, timidit animosa, avarizia splendida, infer-
mit sana, asprezza agevole, odio amicabile, infamia gloriosa e iracondia placi-
da (p. 388)
31
. Al che Armileo domanda come dovr comportarsi; risponde
76
Roberto Gigliucci
27
Vd. la nota del Gorni al v. 33.
28
Parole del Vellutello: vd. G. BELLONI, Il petrarchismo delle Bizzarre rime del Calmo
tra imitazione e parodia, in Petrarca, Venezia e il Veneto, a cura di G. Padoan, Firenze,
Olschki, 1976, pp. 271-314: p. 288.
29
Ivi, pp. 280 e 286-91.
30
T. FOLENGO, Macaronee minori. Zanitonella, Moscheide, Epigrammi, a cura di M.
Zaggia, Torino, Einaudi, 1987, p. 265.
31
P. ARETINO, Teatro, a cura di G. Petrocchi, Milano, Mondadori, 1971.
incalzante il precettore: Imita la prestanzia di quegli che ciechi veggono, penti-
ti perseverano, languendo godano, gridando tacciono, perduti si trovano, negan-
do consentono, partendo restano, prigioni son liberi, digiunando si saziono e
morti risuscitano (ivi). Non poteva Aretino, maestro dellaccumulo ingordo ed
energetico, delladiectio comica, rimanere insensibile alla lunga tradizione della
cascata ossimorica, quella struttura acervante testimoniata da Alano di Lille,
Jean de Meung, Petrarca e da tanta poesia gi gi fino alle celebri ottave
dellAdone mariniano (VI 173-74)
32
. Lantipetrarchismo ed antipedantismo are-
tiniani esplodono nella reazione di Armileo ai paradossi infiniti del suo precetto-
re: Cotesta bellezza di parole nasce da i farnetichi di voialtri filosofi, e non da
larbore de la verit (p. 388). E la trattatistica damore colma di questi farne-
tichi; citiamo, per provvisoriamente concludere, solo una battuta della Tullia dal
dialogo Della infinit di Amore:
E quinci che gli amanti or piangono, or ridono; anzi (il che non solo pi meraviglioso,
ma del tutto impossibile agli altri uomini) piangono e ridono in un medesimo tempo, hanno
speranza e timore, sentono gran caldo e gran freddo, vogliono e disvogliono parimente,
abbracciando sempre ogni cosa e non istringendo mai nulla, veggono senza occhi, non hanno
orecchie ed odono, gridano senza lingua, volano senza moversi, vivono morendo, e finalmen-
te dicono e fanno tutte quelle cose che di loro scrivono tutti i poeti, e massimamente il
Petrarca, al quale niuno si pu comparare, n si dee, negli affetti amorosi
33
.
77
Appunti sullossimoro damore nel Rinascimento
32
G. Pozzi, nel suo monumentale commento, evoca i versi di un poema del Valdivielso
come modello rubacchiato genialmente dal Marino. Una bella cascata di contrapposti anche
nelle Glorie di guerrieri e damanti di Cataldo Antonio Mannarino, IX 1 sgg. (cfr. lediz.
antologica a cura di G. Distaso, Fasano, Schena, 1995 pp. 229 sgg.). Lunga sequenza analoga
poi nella tragedia Antigono tradito di Pierfrancesco Goano, stampata a Milano nel 1621: vd.
F. G. B. SPADA, Giardino de gli epiteti, traslati et aggiunti poetici italiani, Bologna, per lere-
de di Vittorio Benacci, 1665, ad vocem Amore.
33
Trattati damore del Cinquecento, a cura di M. Pozzi, Roma-Bari, Laterza, 1980,
p. 216.