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Stilistica della malinconia: Vita Nova XXIII-XXV e

Un d si venne a me Malinconia
NATASCIA TONELLI
Universit di Siena
Nel capitolo ventitreesimo della Vita Nova la prosa racconta di
come Dante, dopo nove giorni di malattia che lo hanno costretto a
giacere dolente, sia colto dal pensiero della fragilit e caducit della
vita umana, la cui conseguenza pi drammatica consiste
nellinevitabile destino di morte di Beatrice. Indotto da questa prima
angosciante considerazione, sopravviene uno s forte smarrimento che
lo porta a travagliare che potremmo parafrasare con vaneggiare- s
come farnetica persona. Dal paragrafo 4 in poi la descrizione del
delirio: visi di donne scapigliate e visi diversi e orribili preannunciano
a Dante, poi la danno decisamente per avvenuta, la sua morte: Tu pur
morrati, Tu se morto. Seguono i segni annunciatori della morte di
Beatrice, che sono stati riconosciuti come gli stravolgimenti
apocalittici, ovvero facenti parte del repertorio biblico dei segni della
morte di Cristo1 : il sole si oscura, le stelle paiono piangere, cadono
gli uccelli morti per laria, la terra scossa da grandissimi tremuoti.
Cui segue la notizia, proclamata da un amico immaginato: Or non
sai? La tua mirabile donna partita di questo secolo. Moltitudini
dangeli in canti che scortano verso le paradisiache altezze la nebuletta
bianchissima che rappresenta lanima di Beatrice paiono per un attimo
confortare e distogliere Dante dallorroroso farnetico; ma per poco,
giacch allannuncio della di lei morte data conferma dalla vista in
prima persona del suo morto corpo. A sua volta Dante invoca per s
stesso la morte, dolcissima morte, che, da villana che era (Morte
villana e di piet nemica), devesser fatta ormai cosa gentile; e torna
poi ad immaginare il mortorio di Beatrice finch il pianto e i singulti e

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il chiamare la morte non provocano la reazione e lintervento delle


donne che ne interrompono lincubo.
Di questa descrizione vanno sottolineati gli snodi: lunga
malattia cui sono dovuti smarrimento e in seguito farnetico; e i
contenuti del delirio: immaginazione della propria morte, poi visioni
spaventose, morte di Beatrice, conseguente desiderio di morte.
Elementi che nella precisa, medesima consecuzione si susseguono
nella canzone commentata, Donna pietosa e di novella etade, dopo
linizio, che a ritroso, del testo poetico: e di fatti Dante stesso che
replica pari pari il racconto, nei versi, alle donne, a noi nella prosa.
Cos come vanno evidenziati i termini utilizzati con ossessiva insistenza
a introdurre e circostanziare il racconto, e ribaditi ostentatamente in
prosa e poesia: imaginare, accompagnato sia dal sostantivo
imaginazione, sia usato nominalmente allinfinito, e la variante,
sostanziale sinonimo di imaginazione, fantasia. Che valgano come,
anzi siano effettivamente sinonimi strettamente collegato al loro
significato tecnico, scientifico: si tratta, come noto, di uno dei sensi
interni, cio della facolt immaginativa che apud medicos come dice
Vincenzo di Beauvais, insieme con la phantasia sunt una virtus. E
San Tommaso pure li usa come assoluti sinonimi: corrrispondono allo
strumento di elaborazione e di sintesi dei materiali colti dalla
percezione e in seguito trasmessi allintelletto; nel caso specifico,
tuttavia, non si tratta tanto di imaginatio retentiva, quanto piuttosto di
imaginatio compositiva.2 Che in questo capitolo del libro Dante
affronti un argomento col solito piglio tecnico e con un lessico
conseguentemente tecnico mi sembra evidente anche dallesclusivit e
quantit delle occorrenze: imaginare o imaginazione ricorrono 22
volte nella Vita Nova e non tutte in accezione strettamente
psicologica, 12 delle quali distribuite fra prosa e poesia del
ventitreesimo; fantasia presente per 9 volte, di cui 8 sono concentrate
nel ventitreesimo. Sono accompagnate dai due soli casi del libello di
farnetico (farnetica persona) / farneticare.3

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Sia la fantasia sia limmaginare e limmaginazione per tutto il


capitolo sono fortemente ed esclusivamente connotati dalla devianza,
dal loro essere erronei: fin dai primi paragrafi lavvio del delirio risiede
ne lo incominciamento dello errare che fece la mia fantasia. La
fantasia di poi sempre erronea, vana e forte, cos come forte
limaginazione. La prosa si concluder con luscita dal fallace
imaginare (par. 15) e sul vano imaginare hanno avvio anche i versi
delle visioni (v. 44), che si acutizzano collimaginar fallace il quale
conduce Dante a veder madonna morta (vv. 65- 66). Da questo
dipendono i fantasmi, gli incubi in stato di semiveglia che
caratterizzano conformemente prosa e canzone.
Tutto lintero decorso della patologia che dallinfermitade porta
alla visione (o sogno4) vissuta come assolutamente veridica peraltro
conforme a quanto descritto nel trattato De somniis di Boezio di Dacia,
dove appunto si d spiegazione dellalterarsi dellimmaginazione e
dellimpossibilit di giudicare correttamente da parte dellinfermo
sulla base proprio della gravit della malattia che determina una
condizione analoga a quella del sogno :
Et eodem modo [di quanto capita a chi sogna] contingit
hominibus infirmis, sicut hominibus laborantibus gravibus
aegritudinibus propter quas impeditur iudicium rationis.

Avviene loro cio che credano, come chi sogna dormendo, di


aver veramente visto i phantasmata / res dei loro incubi, o anche
addirittura di esser stati rapiti da angeli esultanti (cantanti e che
tornano in suso, cantantes et psallentes come secondo la tradizione
del De somniis):
somniant dormientes se videre loca lucida et angelos
cantantes et saltantes [: psallentes]; expergefacti iurant se raptos
fuisse et angelos secundum veritatem vidisse.

Ancor pi notevole che i malati, senza sognare, ma proprio,


come Dante, indotti dalla malattia ad unerronea immaginazione
(infirmis in organo imaginationis), al momento in cui la loro
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sofferenza e il loro delirio si attenuano, dichiarino i contenuti della loro


visione a coloro che li circondano:
mitigata passione dicunt [i malati] circumstantibus angelos
praesentes fuisse vel diabolos, et dicunt se multa mirabilia
vidisse.

Da sottolinare anche come avvenga che i contenuti del pensiero


in stato di veglia condizionino poi fortemente, secondo Boezio, le
immagini dei sogni o dei deliri dei malati, in particolare di quelli che
hanno stretta attinenza con gli eventi futuri (E quando ei pensato
alquanto di lei dicea fra me medesmo: Di necessitade convene che
la gentilissima Beatrice alcuna volta si muoia. E per mi giunse uno
s forte smarrimento, che chiusi gli occhi e cominciai a travagliare s
come farnetica persona):
Alia autem sunt somnia, quae sunt causa futurorum. Sicut
enim homo aliquando vehementer cogitans de aliqua actione in
dormiendo memor est illius actionis.

Quanto alla mutevolezza di tali immagini, che da angeliche e


celestiali possono repentinamente trasformarsi in oscure e diaboliche,
sar dovuta allascendere del nero fumo terrestre che ha il potere di
alterare la virtus imaginativa:
Et dico quod causa huius est quod ille vapor vel fumus
terrestris niger ascendens et movens virtutem imaginativam in
suo modo diversimode figuratur.5

Impregiudicata rimane, in Boezio come in Dante, la malattia


(infermitade, aegritudo ecc.) con febbre che induce alle visioni e al
vaneggiamento: ma credo che gi via Aristotele, e via Boezio a
maggior ragione, e soprattutto grazie a Dante stesso, si possa giungere
a nominarla con qualche speranza di conformarsi alla diagnosi di un
eventuale consulto medico adunato attorno al letto del malato in preda
al farnetico. E infatti, corrisponde al fatto che Aristotele attribuisca agli
atrabiliari (e a loro in via esclusiva nei suoi tre trattati che riguardano
sonno e sogni6), dunque a coloro che sono dominati dallumor nero, i
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malinconici, insomma, cui dedicato il problema XXX 1, mutevoli e


sconvolgenti visioni, il riconoscerne la causa, da parte di Boezio,
proprio in quel vapor vel fumus terrestris niger che appunto connota
questa particolarissima complessione. Conseguentemente, a proposito
del De divinatione in somniis, uno dei commentatori dei problemi
aristotelici, il medico Davide di Dinant che li traduce pare ad istanza di
Federico II, cos sottolinea, fra laltro, la predisposizione elettiva dei
malinconici alla deriva dellimmaginazione, sia che dormano sia in
stato di veglia:
Plurime enim et varie sunt in eis ymaginationes tam in
dormientibus quam in vigilantibus pro eo, quod intra eorum
corpus in ipsis instrumenti sensuum fiunt multe alterationes et
plurimi fumorum discursus sunt secundum varias lineationes et
figuras. Fumosior est enim nigra colera quolibet alio humore.7

E che di un delirio da malinconia, quanto ai signa, Dante qui


voglia dare non solo corretta, ma scientificamente diffusa descrizione
credo lo si possa ragionevolmente indurre dai trattati medici che gi ho
per altri motivi raffrontato ai testi poetici danteschi e cavalcantiani,
trattati a volte di maestri a lui contemporanei, altre testi di studio
fondamentali nelle universit del tempo.8 Costantino Africano, ad
esempio, fra i vari malinconici che descrive nella sua ampia
monografia sulla malinconia, annovera coloro che hanno
limaginazione corrupta (alii corruptam habent imaginationem et
rationem9), causa scatenante il loro delirio; ovvero intorbidata dai
fumi melancolici: Ex fumo enim melancholico eorum obscuratur
imaginatio (p. 127). O anche, con una delle rare similitudini: Quia
sicut sol, qui lumen est mundi, nebula vel fumo interveniente, lumen
amittit, sic et eorum mens, cum fumus colerae nigrae ad ipsam
ascendit, turbida fit et obviatur ei, ne splendor eius possit evagari, ut
videat rem non secundum quod sit (p. 108; e si ricordi qui, di
passaggio, la similitudine di Paradiso XXIII 79-81 in cui, dati gli
stessi agenti, sole e nube, si illustra lazione inversa Come a raggio di
sol, che puro mei / per fratta nube, gi prato di fiori / vider, coverti
dombra, li occhi miei; cos come, anche, proprio a questo fumus
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colerae nigrae che credo di poter far risalire laccidioso fummo degli
iracondi di Inferno VII 123: ma di questo altrove). Secondo Gerardo
da Solo, che commenta a inizio Trecento il nono libro ad Almansore di
Razes, una delle pi diffuse cause della patologia leccesso di umore
atrabiliare il quale induce la corruptionem imaginative vel
estimative10. Dei tre gradi di malinconia che affronta, il primo
contrassegnato da una esplicita falsa imaginatio: primus est falsa
imaginatio vel estimatio ut quando estimant quod non est estimandum
et imaginantur quod non est imaginandum.
Esattamente come per Dante limaginar fallace, la vana
fantasia, per i medici la falsa imaginatio che conduce i loro pazienti
ad imaginare coram oculis suis [res] quae non sunt vere. Sul
derivare i sogni tenebrosi dalla condizione del malinconico che dentro
di s porta il suo male oscuro particolarmente deciso Bartolomeo
Anglico nel De proprietatibus rerum:
quando aliquod obscurum, ut est fumus melancholicus,
operit cerebrum, necesse est, ut patiens timeat, quia causam,
unde timeat, secum portat, et ideo somniat terribilia et tenebrosa
et visui pessima11

E, in particolare, come Dante descrive avvenire a lui stesso,


nascono le immaginazioni mortuarie che riguardano proprio il soggetto
affetto dalleccesso dumore melancolico (Tu pur morrati, Tu se
morto): secondo Arnaldo da Villanova, fra gli altri signa dalla
corrupta imaginatio, de melancolicis utrum extiment. se esse
mortuos12. Ma la morte, oltre che immaginarla, i melancolici possono
anche desiderarla, auspicarla: Avicenna, e con lui poi tutti i trattati che
gli si ispirano, sostiene che quidam eorum sunt qui diligunt
mortem13. O ancora, secondo Vivaldo Belcalzer, che ha reso in
volgare mantovano lenciclopedia di Bartolomeo Anglico, Altr
melanconich chi cre chey mora incontanent n possa schivar la
mortAltr melanconich chi ama la mort e desidra quella14. Non c
bisogno di ricordare come, certo a causa della vista della morte di
Beatrice, Dante accusi lo stesso repentino passaggio - e affatto inedito,
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a quanto mi consta, in letteratura- dal temere la morte, anzi dal credersi


affatto morto, alla, pi tradizionale, invocazione di quella.
Timore e tristezza sono le cifre individuanti della malattia
(questa la definizione asciutta di Razes: Cum alicui cogitationes male
sine causa acciderit, et timor et tristitia in eo prevaluerit, melancolie
principius in eo est)15, le quali ne condizionano le visioni: se non per i
visi scarmigliati di donne, certo le voci lugubri e i climi apocalittici
evocati da Dante trovano riscontro suggestivo nei trattati di medicina.
Ancora Avicenna, ad esempio, segnala che i melancolici timent
casum celi super se, et quidam eorum timent quod terra absorbeat
eos; ma soprattutto Costantino che d un quadro delle
immaginazioni dei melancolici assai pertinente, la tipologia esatta di
incubo descritto da Dante:
Vident enim ante oculos formas terribiles et timorosas nigras
et similia Alii audiunt quasi aquas currentes, ventos
tempestuose moventes, voces timorosas et terribiles in auribus
suis sonantes, sonitus neque die neque nocte desinentes. Quae
tamen omnia sunt falsa (p. 124).

E c, infine, di loro chi, come Dante, comprensibilmente


piange: e secondo Avicenna, quidam sunt qui plorant, et proprie
quorum melancolia est melancolia pura. Un ulteriore sintomo a
favore dellindividuazione di questa specifica patologia proviene
dallindicazione del farnetico che Dante non omette di segnalare, in
apertura e in chiusura del capitolo: sia per Gerardo da Solo sia per
Costantino una delle cause della malinconia pu essere la frenesia
(pu, infatti, avvenire post frenesim): anzi per il concomitare di
unacuta febbre e di frenesia (p. 107).
Il quadro clinico che Dante descrive trova nei testi medici un
riscontro circostanziato: e credo che questi possano dar ragione pure
della supposta incongruenza -e in quanto tale evidenziata e indagata
dalla critica- fra la ribadita erroneit, falsit dellimmaginazione e il
fatto che in realt ci che nel capitolo ventitreesimo Dante d come
immaginato premonizione del vero.16 Di l a poco, di l a quattro
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capitoli del libro, Beatrice davvero morir. Come abbiamo visto, la


falsa imaginatio tale in quanto produttrice di immagini che non
rispondono a realt oggettiva, la corrupta imaginatio
semplicemente la condizione in cui la virtus imaginativa ha una
funzionalit scorretta. Certo, omnia sunt falsa, i fantasmi del delirio
malinconico: sia nella tradizione scientifica sia nella versione di
Dante. Ma la misera ed orribile visione che gli ha reso madonna cos
morta, secondo la formulazione poi petrarchesca, viceversa si invera.17
da sapere, dunque, che, forse a compensazione del pessimo carattere
e della ineludibile vocazione alla sofferenza, i temperamenti
malinconici presentano alcune virt specifiche che fin dal problema
(pseudo)aristotelico XXX 1 Della malinconia sono loro ben
riconosciute. Fra le pi notevoli e fatali per il destino degli artisti,
come si sa e come varr per epoche letterarie a noi pi prossime -da
Ficino e Lorenzo sicuramente, ma forse, a mio parere, fin da Petrarcainsieme ad una precipua disposizione allamore nelle sue forme pi
eccessive, sicuramente lispirazione poetica, la dedizione agli studi,
limpronta della genialit18. Questo riguarda la complessione, il
temperamento malinconico. Cosa resta di questa eccezionalit fin
mitologica che gli attribuisce lo pseudo Aristotele nelle forme
patologiche affrontate dalla trattatistica medica medioevale della
malinconia, nei suoi accessi che provocano sogni o deliri e fantasmi
dellimmaginazione? Secondo i medici, uninspiegabile capacit
profetica. Gi per Costantino Africano, infatti, i malinconici ad mala
futura habent suspicionem (p. 127); e per Davide di Dinant
Plurimum autem melancolicis accidit vera videre sompnia19. Ma chi
pi si diffonde e si interroga su questa prerogativa data ormai per
scontata Gerardo da Solo:
Nota quare melancolici melius predicunt futura: nescio
causam, nisi quia in melancolicis anima est separata a regione
corporis et bonorum temporalium, ideo non imaginantur circa
talia futura, et ideo plura habent imaginari quam mola [sic]
corporis oppressi, et estimant et imaginantur quod non
imaginantur alii.
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La loro anima, dunque, separata (si pensi agli spiriti che


ciascun giva errando del verso 38 della canzone, o ancora
allanima che fu s smarrita del v. 32: e naturalmente non si pu
non ricordare lo spirito peregrino dellaltra visione della Vita Nova,
lultima, di Oltre la spera, come anche e soprattutto la mente nostra, /
peregrina pi da la carne del sogno/visione dellinizio del nono canto
purgatoriale) separata dalla carne, appunto, dalla soma del corpo,
mola corporis, peregrina / pi da la carnea le sue vison quasi
divina, ha la capacit di intravvedere il futuro. Tanto che, conclude,
Gerardo,
Et ideo si tales melancolici essent astronomi [cio astrologi]
circa plura melius possent predicere et iudicare quam alii.20

Il nome di questa patologia visionaria, se la mia interpretazione


corretta, stava gi scritto in quella implosa variazione del capitolo
ventitreesimo della Vita Nova che costituita da Un d si venne a me
Malinconia: la malinconia, appunto, quella specifica greca malinconia
patologica si impadronisce di Dante innamorato e gli procura la
visione, come gi nel sonetto aveva fatto, non ancora di Beatrice
morta, ma di Amore che comunque annunciava la morte di nostra
donna21. Il rapporto fra i due testi si fa, dalle rime sparse al libello, a
mio vedere, pi stringente e meno pacifico di quanto la nota di Contini
lasciasse supporre (Il contenuto generale del sonetto quello stesso
della grande canzone Donna pietosa). Anche una serie di elementi
formali inducono a una considerazione del sonetto delle Rime in
parallelo a questo e, come vedremo, al successivo, forse ai successivi,
capitoli della Vita Nova.
Nel trattare la medesima materia, i testi poetici fanno uso anche
di materiali in parte coincidenti. Dal punto di vista delle rime, tranne la
rima B del sonetto, altre due sono precisamente duplicate nella
canzone, la A, rima in ia, corrisponde alla rima D della prima stanza;
la rima C, -ero, presente ai vv. 30 ss.; la rima D, -ello, cambia di
genere ai vv. 50 ss. della canzone. Inoltre, per quel che pu valere
come motivo di richiamo, la trafila in ore comunque presente
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internamente al sonetto come Dolore, Amore, muor, esposta in rima


nella canzone. E per quanto poco valgano, in sistemi rimici cos ridotti,
asfittici quasi, qual quello stilnovistico, le concordanze o riprese di
rime o anche di parole rima22, tuttavia ritengo che in questo caso di
condivisione dei contenuti, anche tali aspetti formali pi marginali di
vicinanza risultino interessanti: pensero parola rima comune, e, direi
pi significativamente, il costrutto partire via : prtiti, va via la
risposta di Dante a Malinconia; fecer lei partir via, al v. 9, sono le
donne che allontanano la pietosa dal letto di Dante. Dicevo pi
significativa questultima concordanza anche grazie a un terzo testo
che viene chiamato in causa, in quanto nel sonetto 55 del Fiore
dellAmico allAmante (E se. lla donna prende tu presente), il
consiglio, per fare ingelosire la donna, di andarsene senza motivare
la partenza: E prtiti dallei san dir nente. Il sonetto portatore di
una delle due altre occorrenze (la seconda al sonetto 141, 8) di
malinconia (e in rima) attribuibili, secondo la formula continiana, a
Dante, anchessa utilizzata in accezione prettamente scientifica
(ellenterr in s gran malinconia / che non le dimorr soprosso
carne). E limperativo del verbo, prtiti, occorre queste due sole
volte in tutte le opere avanti la Commedia (dove peraltro se ne contano
solo due casi); del nesso partire + via hanno invece lesclusiva
assoluta, in tutta lopera dantesca, i due soli luoghi di Un d si venne e
Donna pietosa, che ne risultano dunque indiscutibilmente congiunti.
Ma, solo voltando pagina per passare da una immaginazione
luttuosa ad altra immaginazione di segno affatto opposto, il nostro
sonetto malinconico pare stringere legami ancor pi serrati col sonetto
che vi si incontra. Si tratta di Io mi senti svegliar dentro a lo core,
capitolo 24, altro testo che in qualche modo rimanda allesperienza
scenica e romanzesca del Fiore. Certo, niente di pi antitetico nella
descrizione di Amore pur in un medesimo contesto immaginativo,
eppure, segnalata di passaggio la tenue traccia dellidentica rima ia,
solo invertita di posizione fra A e B, Io mi senti svegliar dentro a lo
core / uno spirto amoroso che dormia, e la solita diffusa presenza del
gruppo ore anche qui, come nella canzone, in rima, altri elementi
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congiuntivi si impongono a prima vista. Malinconia si reca da Dante:


io voglio un poco star con teco; nella Vita Nova, invece, Amore
che soggiorna presso di lui: e poco stando meco il mio signore: in
unidentica situazione di prosopopea vengono usate le medesime
espressioni, diciamo, familiari. Ma in particolare ai versi 7 e 8 il
sigillo della loro solidariet: stessa struttura sintattica che fa perno
sulla coordinazione del gerundio per il verso 7: e ragionando a
grandagio con meco / e poco stando meco il mio signore; identica
la modalit dellagnizione poggiata sul raddoppiamento del verbum
videndi che consente la sospensione, la suspence infinitesimale che
contenuta nello spazio di tempo che intercorre fra il guardare e il
vedere, la cristallizzazione quasi extratemporale del gesto dello
sguardo, nei versi 8 del sonetto guardai e vidi Amore che venia e 89 della Vita Nova, guardando in quella parte onde venia / io vidi
monna Vanna e monna Bice, versi che hanno, fra laltro, la medesima
uscita venia.
la stessa prosa del capitolo 24 che, ancor prima della poesia,
per gli stilemi narrativi che usa, e che sono stati segnalati come quelli
tipici del Fiore, in particolare le consecuzioni di verba videndi
caratteristiche dello stile basso, comico, guardare e vedere, ricorda gi
le visioni e le apparizioni del sonetto successivo e di quello delle
Rime23:
allora dico che mi giunse una imaginazione dAmore; che mi
parve vederlo venire (par. 2);
E poco dopo queste parole io vidi venire (par. 3);

per giungere infine allarrivo di Beatrice che con la sua persona


riempie tutta la scena e la cui epifania provoca appunto il ribadimendo
del verbum videndi; la sua apparizione necessita di solennit
maggiore, e dunque dellapplicazione del completo costrutto:
E appresso lei [cio, dopo Giovanna], guardando, vidi venire
la mirabile Beatrice.

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Potr parere a prima vista strano, ma guardare + vedere non


compare altrove nella Vita Nova, non solo nella poesia ma nemmeno
nella prosa. Segnatamente manca dove ci aspetteremmo di trovare un
tale stilema funzionale alla narrazione: nel capitolo 9, ad esempio, che
accompagna un sonetto per certi aspetti e proprio nella selezione
linguistica, nellimpostazione formale narrativo-comica, affine a questi,
Cavalcando laltrier per un camino: non si va oltre larticolazione (ma
fra vedere e dire) presente non nella prosa ma nel solo sonetto
Quando mi vide mi chiam per nome / e disse (vv. 9-10)24. Guardare
+ vedere insomma affratella strettamente Un d si venne e il capitolo 24,
prosa e poesia: la giuntura non si ritrova altrimenti nella Vita Nova. E
ancor pi notevole mi pare lassenza della consecuzione vedere +
venire (vidi venir da lungi Amore in Io mi senti svegliar, e poi
ancora ai vv. 9-10: io vidi monna Vanna e monna Bice / venire e
Vidi amore che venia in Un d si venne): lo stilema occorre sei sole
volte in tutto il romanzo, e tutte e sei le volte appartengono al capitolo
24!25 Non che sia molto pi frequente nelle Rime, peraltro: lo si pu
rinvenire, in tutta la raccolta, rigorosamente una sola volta: quella,
appunto, di Un d si venne. Occorre di nuovo, ma nella variante in cui
non vi dipendenza del verbo venire, bens sola consecuzione
temporale in una sorta di struttura coordinata: Di donne io vidi una
gentil schiera / questOgni Santi prossimo passato / e una ne venia. E
questo non un caso, giacch il sonetto dellOgnissanti, come si sa,
strettamente imparentato col nostro della Vita Nova, che De Robertis
ipotizza essere scritto per la festa complementare del Calendimaggio, col
quale costituisce un altro dittico, cui lo avviciner ancor di pi, ritengo, e
insieme lo avviciner anche al nostro, loccorrenza sempre in quel
sonetto del nesso che abbiamo verificato essere cos raro dei due verba
videndi: e io ebbi tanto ardir, chin la sua ciera / guarda, e vidi un
angiol figurato, vv. 7-826.
Al di l di queste circostanze formali, lessicali e sintattiche,
esistono circostanze strutturali, retoriche diciamo, che vistosamente
reclamano la vicinanza dei due testi. I due sonetti sceneggiano
entrambi una piccola processione in uno spazio non definito ma che
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gioco forza immaginare cittadino, per strada: nel primo Malinconia


che avanza col suo piccolo compatto schieramento, dialoga e precede
Amore; nel secondo Amore che giunge, parla e precede larrivo delle
donne. In nessuno dei due casi esplicitata una causalit fra il primo e
il secondo incontro, il primo incontro semplicemente col suo
verificarsi, senza bisogno di dichiarazioni, preannuncia il secondo: la
Malinconia, un amore luttuoso; Amore allegro, s stesso incarnato in
Beatrice. Dante, vedendo sia Malinconia sia Amore, sa gi cosa
aspettarsi: infatti guarda verso il luogo di provenienza della prima
apparizione e quindi vede. La dinamica perfettamente ricalcata
dalluno allaltro sonetto: lapparizione di uno (o pi personaggi, ma in
subordine) sollecita il soggetto a compiere unazione grazie alla quale
si produce unulteriore apparizione. Un annuncio dato solo al v. 13 di
tutti e due i sonetti, e in entrambi i testi lo stesso personaggio che lo
d, Amore: una volta annuncia Beatrice morente, laltra sempre
Beatrice, ma nellespressione sua mi pare di massima vitalit e allegria
concessale dalla Vita Nova, avanzante per strada con laltra meraviglia
dellamica Vanna, entrambe nominate col familiare ipocoristico.
Anche la didascalia trova spazio in apertura del medesimo verso 13
(E lui rispose / Amor mi disse), cos come la linea melodica dei
due versi 14 identica, con quella punta dellaccento di sesta su
apocope (e sbito accento di settima a provocare landamento
discendente del secondo emistichio), accento principale che in
entrambi i versi, e i sonetti, fa rintoccare il medesimo gruppo fonico
definitivamente oppositivo nel significato muor-amor: che nostra
donna muor, dolce fratello / e quellha nome Amor, s mi somiglia.
Terza, ed ultima, proprio ad esaurire le variazioni dantesche su
questimpronta timbrico-sintattico-prosodica in chiusura di
componimento, si aggrega -mi suggerisce De Robertis-, cos
consolidando la tenuta del gruppetto intra-extra libello, la canzone
Donna pietosa, il cui explicit appunto suona Voi mi chiamaste allor,
vostra merzede.
Da un lato dunque Un d si venne rappresenta una sorta di
precipitato contenutistico di quanto distesamente e articolatamente
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prosa e poesia del ventitreesimo capitolo annunciano, dove, nel


sonetto, nominare la greca malinconia, puntare sulla sua origine
umorale e patologica di tradizione filosofica e scientifica sufficiente
ad evocare quel complesso di sintomi e quella condizione alienata e
delirante che sempre la definiscono nella comune cultura medica del
tempo nonch nella pi comune e diffusa interpretazione che ne danno
i testi letterari che la nominano n necessario sottolineare quanto la
cultura anche medica di Dante fosse affatto fuor del comune. Daltro
lato Io mi senti svegliar sta a Un d si venne in una contrapposizione
contenutistica al momento stesso in cui ne replica quasi alla lettera la
struttura. Li si immagini affiancati. Costituiscono un dittico modellato
sullo stesso stampo strutturale, due variazioni contrastive non su tema
bens su schema predefinito (lincontro, la processione, lannuncio),
uno a tinte fosche, laltro rosee, il negativo e il positivo di uno stesso
procedimento del discorso, lavvicendarsi su di una medesima scena di
personaggi diversi che fanno corte al medesimo protagonista, regista,
annunciatore: Amore.
Insomma, del cap. 23 della Vita Nova, la sostanza; la struttura
formale del 24, senza soluzione di continuit riassunte, concentrate, o,
per meglio dire, implose nella rima sparsa Un d si venne. E, per di pi,
come se fosse, dalla sua postazione vitanovistica, lo stesso Io mi
senti svegliar a chiamare in causa il suo sonetto gemello, a
reclamarlo accanto a s, anzi, precisamente avanti a s, prima di s.
Infatti, al verso 4 si individua una sorta di traccia diciamo cos,
realistica- di una vicinanza primigenia, o almeno di una
primogenitura di Un d si venne: vidi venir da lungi Amore / allegro
s, che appena il conoscia. Amore si avvicina per la via,
immaginiamo, come Lisetta, baldanzosamente, con sembianza lieta,
tanto che Dante stenta a riconoscerlo. Ipotizziamo per un attimo che
potendone provvisoriamente sostituire non certo il peso, lestensione e
limportanza, ma la funzione diegetica s, Un d si venne a me
Malinconia venga collocato al posto dellintero capitolo 23: ne
risulterebbe ben pi cogente lirriconoscibilit di un amore allegro,
avendolo appena lasciato, solo una carta avanti, luttuosamente
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Natascia TONELLI

Stilistica della malinconia: Vita Nova XXIII-XXV e...

addobbato, misero, pieno di guai e pensieri, e, soprattutto, piangente:


e certo lacrimava pur di vero. Amore, chiaro, non era mai stato
particolarmente lieto, fin qui, nella Vita Nova: ma in Io mi senti
svegliar si parla di una quasi irriconoscibilit, se confrontato con un
prima che Un d si venne attualizzerebbe al meglio. Ricordiamo che
l Amore, incontrato guardando, e non presente nel cuore, come,
poniamo, nella canzone Donna pietosa, e cio volutamente
personificato, aveva un cappello, un cappuccio in testa, altro segno di
lutto, come indica il commento Barbi-Maggini27, aveva un drappo nero
addosso che lo rivestiva di novo, cio, leggerei, innovativamente,
stranamente. Difficile credere ai propri occhi, capacitarsi di un simile
cambiamento improvvisamente incontrandolo che n ciascuna parola
sua ridia Insomma, affrontando i due sonetti, non solo avremmo una
sorta di retractatio affatto simmetrica, speculare, ma, come si dice per
i canzonieri e adattandolo ai numeri, linsieme della coppia varrebbe
molto di pi della mera somma dei due singoli individui: Io mi senti
svegliar dentro a lo core mi pare che acquisirebbe un di pi di
significato, di significativit nel disegno complessivo del libro.
Perseverando ancora in questa ipotetica, asteriscata sequenza Un
d si venne-Io mi senti svegliar di un percorso vitanovistico
indebitamente deprivato della sua canzone, come stato detto,
portante,28 e voltando ancora pagina, si giunge al capitolo 25. Capitolo
di teoria della letteratura e di interpretazioni di allegorie generato, dice
Dante, per tutta la vasta portata dei suoi contenuti, dal sonetto del cap.
24. Ma qual la spinta a tali riflessioni sulle personificazioni in
poesia? Perch proprio a questo punto Dante si acconcia a dare una
spiegazione la cui necessit era stata finora rinviata? pretestuoso o
sostanziale lappicco a I mi senti svegliar?
Cos esordisce il capitolo venticinquesimo:
Potrebbe qui dubitare persona degna da dichiararle onne
dubitazione, e dubitare potrebbe di ci, che io dico dAmore
come se fosse una cosa per s, e non solamente sustanzia
intelligente, ma s come fosse sustanzia corporale [] E che io
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Tenzone n 4

2003

dica di lui come se fosse corpo, ancora s come se fosse uomo,


appare per tre cose che io dico di lui. Dico che lo vidi venire;
onde, con ci sia cosa che venire dica moto locale, e localmente
mobile per s, secondo lo Filosofo, sia solamente corpo, appare
che io ponga Amore essere corpo. Dico anche di lui che ridea, e
anche che parlava; le quali cose paiono essere propie delluomo,
e spezialmente essere risibile; e per appare chio ponga lui
essere uomo.

Le caratteristiche che individuano Amore in quanto uomo o


persona sono il movimento, il riso, la parola. I casi che di seguito
Dante fa di prosopopee tratte dai testi classici a rivendicare il diritto
dei poeti volgari ad usare di alcuna figura o colore rettorico
mostrano cose inanimate che fra loro parlano, cose inanimate che si
rivolgono ad animate, animate ad inanimate: tutto ci legittimo anche
nella poesia volgare purch sia detto con ragione la quale poi sia
possibile daprire per prosa.
Doppiamente pertinente sarebbe stata la disquisizione in
presenza della coppia di sonetti ipotizzata: il moto da luogo che
caratterizza Amore, il fatto che parli sono presenti anche in Un d si
venne; in pi, avrebbe consentito di sottolineare laltra caratteristica
attribuita ad Amore e che , come il riso, esclusiva delluomo di contro
agli altri animali, quella del pianto (e certo lacrimava pur di vero).
La digressione per intero relativa alla poesia in senso proprio,
ai versi29: e parte dallistanza di giustificare li poete che hanno
parlato alle cose inanimate, s come se avessero senso e ragione. E
tutto quanto voluto far dipendere dallinterpretazione del sonetto Io
mi senti Ma, a ben vedere, non certo in quel sonetto che si d
lesempio del poeta che parla alla cosa inanimata, quando invece vi
unicamente presente Amore che si rivolge al poeta: il sonetto del
capitolo 24 illustra dunque il solo caso dellinanimato (Amore) che si
rivolge ad animato (Dante).
Che cosa ha in mente Dante, quale luogo della sua poesia in cui
si dia levenienza affrontata in sede teorica? Forse la ballata del
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Natascia TONELLI

Stilistica della malinconia: Vita Nova XXIII-XXV e...

capitolo 12, Ballata, i voi che tu ritrovi Amore, testo tutto di parole fin
dallincipit dette alle proprie parole ma certo un caso assai
particolare, e non contemplato dal catalogo degli esempi classici presi
in esame nella discussione teorica, tanto che alla fine della divisione
della ballata Dante ne dichiara la peculiarit, rinviando per la soluzione
delle oscurit in questo libello ancora in parte pi dubbiosa
(Potrebbe gi luomo opporre contra me e dicere che non sapesse a
cui fosse lo mio parlare in seconda persona, per che la ballata non
altro che queste parole ched io parlo: e per dico che questo dubbio io
lo intendo solvere e dichiarare in questo libello ancora in parte pi
dubbiosa 12, 17). Ma forse pi dubbioso della ballata, il sonetto Io
mi senti svegliar? Direi proprio di no: presenta infatti una situazione
assai diffusa nel libro, e cio appunto quella in cui Amore parla al suo
fedele. Talmente diffusa che non merita di darne esempio.
Cercheremmo invece inutilmente nella Vita Nova volendo dare
esempio dellinverso vettore nella locuzione, non verificandosi mai
nelle rime che Dante si rivolga ad Amore. Lessere animato, luomo
personaggio Dante che anche il poeta che devessere, se non
preventivamente difeso, almeno teoricamente sostenuto nelle sue
scelte retoriche dal capitolo venticinquesimo, non si rivolge mai ad
Amore nei testi poetici della Vita Nova (e solo una volta gli parla nella
prosa, e in sonno sempre nel cap. 1230).
Il primo caso ipotizzato nel capitolo 25 e sostenuto con esempi
virgiliani quello di esseri inanimati che dialogano fra di loro:
nemmeno questo mai contemplato nei testi poetici del libro. Dove
dunque dovrebbe essere il luogo testuale tanto dubbioso cui rimanda la
fine del capitolo dodicesimo e che il venticinquesimo poi interpreta?
Forse in un non luogo della Vita Nova, cos come la
conosciamo, che dovrebbe essere per compreso fra il capitolo
dodicesimo e il venticinquesimo, non luogo che potrebbe
corrispondere al nostro Un d si venne? Proprio questo sonetto,
guardacaso, presenta riunite le due evenienze in cui esseri animati si
rivolgono ad inanimati il soggetto a Malinconia (Ed io le dissi:
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Tenzone n 4

2003

Prtiti, va via) e ad Amore (Ed io li dissi: Che hai tu,


cattivello?)- e viceversa, inanimati ad animati: Malinconia (Un d
si venne a me Malinconia / e disse: I voglio un poco star con teco)
e Amore al soggetto (E lui rispose), in un susseguirsi di battute
dialogiche affatto inusitato. In pi, non dialogano esplicitamente, ma
stanno e si muovono in compagnia fra di loro esseri inanimati
personificati e rappresentati con comportamenti, se non sentimenti,
affatto umani: Un d si venne a me Malinconia // e parve a me che
la menasse seco / Dolore e Ira per suo compagnia. Il moto da luogo
coinvolge tutti, non solo Malinconia, tutti sono resi persone: e dunque,
sebbene imperfettamente (ma a che pro ricercare la compagnia daltri,
se non per conversare?), anche questo pi dubbioso caso inanimato
con inanimato - vi compare. Le tre tipologie una delle quali
totalmente assente, laltra rappresentata una sola volta nella Vita Nova,
nel cap. 12 che viene automaticamente escluso dalle considerazioni
dello stesso Dante, tipologie comunque mancanti nel sonetto del
capitolo 24, tutte e tre raccolte e, per i primi due casi, con doppia
presenza!- nel breve giro dei 14 versi di questo sonetto.
Non credo si possa con tutto questo proporre illazioni concrete
sul rapporto intercorrente fra Un d si venne e la formazione della Vita
Nova, illazioni che, temo, inevitabilmente correrebbero il rischio di
appartenere allambito della fantafilologia; sebbene mi pare ben si
sposerebbero con le ipotesi che ripetutamente sono state fatte intorno
alla genesi affatto parallela di prosa e canzone del capitolo
ventitreesimo, intorno allessere la canzone un tuttuno con la sua
prosa, senza scollamento cronologico e, anche perch contemporanee,
essere, in particolare, scritte appositamente per il libro della Vita Nova.
Daltra parte, se le rime (o alcune delle rime) erano prima del libro, id
est prima delle prose, un loro allineamento, oltre che la selezione dal
carnet disponibile, una loro seriazione, una loro messa in ordine pure
preesistette allIncipit Vita Nova: insomma, una volta trascelte, Dante
le avr pur messe in fila, ovvero il contrario, le avr selezionate sulla
base appunto, se non gi di una linea narrativa, di una loro
consecuzione plausibile. Nella sua mente oppure sul suo tavolo, rime
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Natascia TONELLI

Stilistica della malinconia: Vita Nova XXIII-XXV e...

ancora non legate epper non pi sparse, certo luna avr preceduto
laltra: che so, ad esempio, A ciascunalma sar certo venuta prima di
Morte villana Ebbene, lipotesi che un momento precedente il ne
varietur dautore, o almeno il momento della selezione dei testi che
andranno a costituire il romanzo potesse annoverare piuttosto Un d si
venne a me Maliconia che la canzone Donna pietosa e di novella etate
verrebbe a corroborare le convergenti interpretazioni di De Robertis e
Baldelli31: perch in una fase molto vicina alla stesura ultima il sonetto
poi scartato non poteva pi soddisfare alle esigenze del libro che erano
venute via via crescendo, ben altro era il peso da attribuire a quel
passaggio profetico, grande invenzione narrativa che rimarr tappa
insostituibile di ogni canzoniere damore e morte.
Voglio perci di nuovo sottolineare lammicco del solare
sonetto accolto -allegro s, che appena il conoscia -, accettato nel
regno esclusivo del racconto, a quel fratello cupo, in parte irrisolto,
certo dubbioso ma non sanza ragione alcuna. Probabilmente scartato
anche perch colpevole di una densit e di unoscurit conformi alla
nigredo cui intitolato, e che proprio col suo incipit sa per dare un
nome a pi solenni e controllati dispiegamenti di sintomi. Nella
speranza di avere in qualche misura denudate le sue parole, col
riavvicinargli quelle prose forse da lui stesso ispirate e di cui non
venne poi ritenuto degno, ma grazie alle quali sia tuttavia- possibile
daprire anche le sue ragioni.

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NOTE
1

Cos D. De Robertis, nel suo commento ad locum di Dante Alighieri, Vita nuova,
in D. A., Opere minori, t. I, p. I, a cura di D. De Robertis e G. Contini, MilanoNapoli, Ricciardi, 1984, da cui anche, per comodit, si trae il testo dantesco (ed.
Barbi); sempre presente, per il nuovo titolo del libello e per il commento, led. a cura
di G. Gorni, Torino, Einaudi, 1996.

2
Si veda il volume del Lessico Intellettuale Europeo dedicato a PhantasiaImaginatio. Atti del V Colloquio Internazionale, Roma, 9-11 gennaio 1986, Roma,
Edizioni dellAteneo, 1988, in part. i saggi di R. Busa (De phantasia et imaginatione
iuxta S. Thomam, pp. 135-52) e di J. Hamesse (Imaginatio et phantasia chez les
auteurs philosophiques du 12e et du 13e sicle, pp. 153-184: la cit. dal De Beauvais
a p. 172); da ricordare anche M.D. Chenu, Imaginatio. Note de lexicographie
mdivale [1946], in Id., Studi di lessicografia filosofica medievale, a c. di G.
Spinosa, Firenze, Olschki, 2001, pp. 127-36.
3

Sottolinea la natura tecnicistico-medica di tali termini I. Baldelli, Visione,


immaginazione e fantasia nella Vita nuova, in I sogni nel Medioevo. Seminario
internazionale, Roma, 2-4 ottobre 1983, a c. di T. Gregory, Roma, Edizioni
dellAteneo, 1985, pp. 1-10; poi, pi circostanziatamente quanto a farneticare, P.
Bertini Malgarini, Linguaggio medico e anatomico nelle opere di Dante, in Studi
Danteschi LXI (1989), pp. 29-107, p. 50

Molto si discusso intorno alla qualit delle immaginazioni della Vita Nova, si
trattasse di sogni ovvero di visioni in stato di veglia: oltre al gi citato studio di
Baldelli, si veda D.S. Cervigni, Dantes Poetry of Dreams, Firenze, Olschki, 1986,
part. pp. 39-70: gi per Aristotele tuttavia chiaro che la facolt che produce in
noi nello stato di veglia le illusioni quando siamo malati la stessa a produrre
durante il sonno limpressione del sogno (De insomniis 458b), poi, secondo il
trattato di Boezio di Dacia, De somniis, la qualit e il procedimento che portano alla
creazione di immagini non differiscono affatto, si tratti di sogni veri e propri ovvero
di deliri indotti dalla malattia: ma di questo pi oltre.

Il testo del De somniis (in Boethii Daci Opera. Topica-Opuscula, vol. VI, p. II, a c.
di N.G. Green-Pedersen, Haun, G.E.C-Gad, 1976, pp. 381-91: (le citt. alle pp. 38889) si pu leggere anche in traduzione italiana: Boezio di Dacia, Sui sogni, a c di M.
Sannelli, Genova, il melangolo, 1997. Quanto alla spcificit scientifica di tale
trattatello, si veda G. Fioravanti, La "scientia somnialis" di Boezio di Dacia, in Atti
della Accademia delle Scienze di Torino. II 101 (1966-67), pp. 329-69;
sullinfluenza del Boezio linguista sulla struttura stessa del De Vulgari e in genere

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Natascia TONELLI

Stilistica della malinconia: Vita Nova XXIII-XXV e...

sul pensiero dantesco ha particolarmente insistito M. Corti, Dante a un nuovo


crocevia, Firenze, Le Lettere, 1982.
6

Cfr. De insomniis 461a; De divinatione per somnum 463b, 464a.

Il testo (parziale) dei problemi e del trattatello aristotelico in Davidis de Dinanto


Quaternulorum fragmenta, ed. Marian Kurdziaek, in Studia Mediewistyczne 3,
1963 (Warszawa), pp. IV-LX, 1-108, p. 7.

Si vedano i miei 'De Guidone de Cavalcantibus physico' (con una noterella su


Giacomo da Lentini ottico), in Per Domenico De Robertis. Studi offerti dagli allievi
fiorentini, Firenze, Le Lettere, 2000, pp. 459-508 e Fisiologia dellamore doloroso
in Cavalcanti e in Dante: fonti mediche ed enciclopediche, in c.d.s. in Donna me
prega: Guido Cavalcanti e le origini della poesia europea (Atti del Convegno di
Barcellona 16-20 ottobre 2001), a c. di R. Arqus, Alessandria, Ed. dell'Orso, 2003.

Constantini Africani Medici De Melancholia libri duo, a cura di K. Garbers,


Hamburg, Buske, 1977; la cit. a p. 120.
10

Gerardi de Solo Commentum super nonum Almansoris, Venetiis, per Bonetum


Locatellum, 1505, cap. XIII, De melancolia, f. 31v.
11

Lo cito dalla ristampa Minerva di Frankfurt a. M., 1964: Bartholomaei Anglici De


genuinis rerum coelestium, terrestrium et inferarum proprietatibus, Libri XVIII
cui accessit liber XIX De variarum rerum accidentibus, Francofurti, per
Wolfgangum Richterum, 1601, p. 113.
12
Arnaldo da Villanova, De parte operativa in Arnaldi de Villanova medici
acutissimi Opera nuperrime revisa, Huyon, Lugduni, 1520, ai ff. 123-130.
13
Liber Canonis Avicenne, ristampa anastatica Olms, Hildesheim, 1964 dell'edizione
di Venezia, Paganino de' Paganini, 1507, f. 188v.
14

Il capitolo sulla malinconia edito da G. Ghinassi, Nuovi studi sul volgare


mantovano di Vivaldo Belcalzer, in Studi di Filologia Italiana XXIII (1965), pp.
19-172 (testo pp. 163-72: il Capitol de la melanconia alle pp. 165-68).

15

In Gerardi de Solocit, f. 31v.

16

Si veda la nota di Gorni a fantasia nella sua ed. cit., p. 125.

17

Lo stesso, come noto, avverr nella narrazione petrarchesca dei Rvf, dove, ad una
premonizione di morte di Laura (dovuta a sogni e visioni) seguono testi svianti di
vario argomento poi lannuncio delleffettiva e avvenuta morte di lei: per una lettura
dei sonetti della premonizione in chiave dantesco-malinconica vedi il mio Fisiologia
e patologia nel Canzoniere, in c.d.s. in Petrarca e la medicina, Atti del convegno di
Messina-Capo dOrlando, 27-28 giugno 2003.

261

Tenzone n 4

2003

18

Il rinvio dobbligo allancor oggi insostituito R. Klibansky, E. Panofsky, F. Saxl,


Saturno e la melanconia, trad. it. Torino, Einaudi, 1983.
19

Che peraltro continua: et non solum vera, ymo etiam et non vera (ed. cit., p. 7).

20

Da Gerardi de Solocit., c. 31v.

21

Per linterpretazione di questo testo delle Rime, rinvio al mio Fisiololgiacit.

22
Si veda la bella relazione tenuta da Andrea Afribo (A rebours. Il Duecento visto
dalla rima) nellambito del convegno su Guido Guinizelli (Padova-Monselice) del
maggio 2002, e ora in corso di stampa.
23
Ha per primo posto attenzione a tali modalit sintattiche della narrazione che
avvicinano Fiore a Vita Nova (e poi a Commedia) Domenico De Robertis, Il libro
della Vita nuova, Firenze, Sansoni, 1961, poi, accresciuta, 1970, ridiscutendoli in
La traccia del Fiore [1997], in Id., Dal primo allultimo Dante, Firenze, Le
Lettere, 2001, pp. 47-62, part. 49-52.
24

Da segnalare, nel capitolo 35, il solo volsi li occhi, e vidi (par. 1).

25

In verit, cinque volte occorre nel cap. 24 e una nel cap. 25 proprio l dove viene
citato il capitolo precedente (Dico che lo [Amore] vidi venire, par. 2): il che mi
pare valga da conferma.
26

Si veda D. De Robertis, La forma dellevento: una (quasi) datazione dantesca


[1981], in Id., Dal primo allultimo Dante cit., pp. 91-102; le citt. dei sonetti da
Dante Alighieri, Rime, a c. di D. De Robertis, Firenze, Le Lettere, 2002.
27

In Dante Alighieri, Rime della Vita Nuova e della giovinezza, a c. di M. Barbi e


F. Maggini, Firenze, Le Monnier, 1956, pp. 273-74.

28
Da ricordare linterpretazione datane da Singleton e poi sempre via via confermata
dalla critica: Ch.S. Singleton, Saggio sulla Vita nuova [1949], Bologna, il Mulino,
1979, pp. 28-38.
29
Si poneva domande simili alle mie, in particolare relativamente al rapporto fra
giustificazione teorica del capitolo 25 e le prose del libello, Corrado Calenda,
Memoria e autobiografia nella Vita Nuova, in Quaderni di retorica e poetica 2, 1
(1986), pp. 47-53.
30

Parole rivolte direttamente ad esseri inanimati personificati sono le sole


invocazioni alla morte.
31

Ampia la bibliografia relativa alla canzone, al nodo del suo rapporto con la prosa che
laccompagna e, conseguentemente, con il libro in fieri: a partire dal Libro della Vita
Nuova di De Robertis (cit., pp. 152-56) ha corso lipotesi sopra accennata, che poi
Ignazio Baldelli ha corroborato nei paragrafi 30-32 del suo Lingua e stile delle opere in
volgare di Dante, in Enciclopedia Dantesca, Appendice, Roma, 1978, pp. 81-83; la

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Stilistica della malinconia: Vita Nova XXIII-XXV e...

riprende per estenderla ad altri testi R. Leporatti, Ipotesi sulla Vita Nuova (con una
postilla sul Convivio), in Studi Italiani 7 (1992), pp. 5-36 e da ultimo, con
significative obiezioni, M. Santagata, Donne pietose, in Id., Amate e amanti. Figure
della lirica amorosa fra Dante e Petrarca, Bologna, il Mulino, 1999, pp. 113-139, il
quale pure ipotizza che Un d si venne a me Malinconia potrebbe essere il primo
abbozzo dellidea della canzone (p. 128), poi unico componimento in morte scartato
in quanto privo di una serie di elementi (a partire dal nome) individuati come
decisivi (in Il lutto del poeta, ivi, p. 81).

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