Sei sulla pagina 1di 13

Il soggetto poetico in Montale

di Carlo Sini

Eugenio Montale non amava troppo i filosofi. Come poeta aveva


le sue ragioni. Ricordo certi suoi interventi polemici negli anni Ses­
santa, quando in Italia si diffondeva la fenomenologia di Husserl, so­
prattutto per merito del mio maestro Enzo Paci. Non si può dire che
fossero interventi equilibrati: Montale forse temeva che l'estetica feno­
menologica gli fosse in qualche modo e per qualche incomprensibile
ragione contraria. Giovane adepto della fenomenologia, mi stizzii
molto per quegli interventi, che in almeno un caso mi colpivano di­
rettamente, seppure senza nominarmi. Meditavo di scrivere a Montale
una lettera: «Illustre e venerato maestro, perché tanta acrimonia nei
confronti di noi giovani, che in buona fede studiamo Husserl e ce ne
attendiamo un frutto, una luce, in questi tempi difficili? Perché "la
trippa di Husserl", come Lei ha scritto? Perché la 'messa tra paren­
tesi del mondo' sarebbe, come Lei crede, la 'distruzione del mondo'
e non invece la sua ricostruzione? Perché queste mortificazioni da un
grande poeta che rispettiamo e amiamo?». Non la scrissi, o meglio
non la spedii, anche per il saggio intervento di Paci, e certo non me
ne rammarico.
Tanto tempo è passato. Montale è morto e la sua gloria non ha
fatto che crescere. Con spirito sereno e persino un po' nostalgico
(effetti della memoria e del ricordo) tento qui di rileggere Montale, o
un certo Montale, sul filo di alcune fondamentali domande che han­
no accompagnato il pensiero filosofico del nostro tempo. Lui che
non amava i filosofi non potrà replicare, qualora mai lo volesse, ma
nel mio gesto vorrei che leggesse un atto d'amore, senza nessuna
pretesa di rivalsa.
I miei riferimenti riguardano, nella quasi totalità, il Diario del '71
e del '72 e il Quaderno di quattro anni'. Si tratta, come si sa, di ope­
re controverse nella valutazione della critica, ma anche tra le più rie-

1 Cfr. Diario del '71 e del '72, in Tutte le poesie, a cura di G. Zampa, Milano, Mondadori,
1997, pp. 421-520; e Quaderno di quattro anni, in Tutte le poesie, cit., pp. 521-643.

INTERSEZIONI I a. XIX, n. 3, dicembre 1999 401


Carlo Sini

che di spunti riflessivi. Esse presentano come il bilancio di una vita e


del senso della vita, delineando un esemplare De senectute montalia­
no. D'altra parte, non è che in queste opere la visione del mondo da
parte del poeta si modifichi; esse piuttosto gettano una luce retro­
spettiva che consente una più matura consapevolezza riflessiva, ma
pur sempre «poetica», di ciò che dapprima Montale ha poetato, per
dir così, in presa diretta.
·

Vorrei anzitutto concentrarmi sul tema dell' «attimo» o del-


1' «istante». La sua apparizione emblematica può essere colta nella
poesia Il tuffatore:

Il tuffatore preso au ralenti


disegna un arabesco ragniforme
e in quella cifra forse si identifica
la sua vita. Chi sta sul trampolino
è ancora morto, morto chi ritorna
a nuoto alla scaletta dopo il tuffo,
morto chi lo fotografa, mai nato
chi celebra l'impresa [. .. ]2.

Dunque la cifra dell'istante identifica la vita. Il resto è morta spo­


glia. Anche i moventi, gli .scopi, le intenzioni abitano uno spazio di
non-vita, e così pure le rappresentazioni, sicché nella non-vita pre­
cipita a sua volta la poesia e la sua parola. Morto è chi celebra
l'impresa e con lui, si potrebbe dire, muore tanta parte della po­
esia del passato antico e recente. Proprio questa morte ispira la se­
conda parte della poesia, in cui risuona, ripetuta, l'invocazione alla
pietà:

Pietà per le pupille, per l'obiettivo,


pietà per tutto che si manifesta,
pietà per il partente e per chi arriva,
pietà per chi raggiunge o ha raggiunto,
pietà per chi non sa che il nulla e il tutto
sono due veli dell'Impronunciabile,
pietà per chi lo sa, per chi lo dice,
per chi lo i �nora e brancola nel buio
delle parole !

La vita che si concentra nell'attimo, la vita come attimo, è dun­


que quell'impronunciabile che rende vano il sapere delle parole e il
suo esercizio (si ricordi, nel Quaderno di quattro anni: il linguaggio,
«questo dio dimidiato/che non porta a salvezza perché non sa/nulla
di noi e ovviamente/nulla di sé»)4 • Nell'Impronunciabile nulla e tutto

2 Diario del '71 e del '72, cit., p. 440.


3 Ibidem.
4 Cfr. Quaderno di quattro anni, cit., p. 530 .

402
Il soggetto poetico in Montale

si identificano e perciò restano inattingibili dalla costitutiva parzialità


della parola, che risuona sempre in una distanziata e astratta determi­
natezza. Pietà allora per tutti i pensieri (questo incluso) che invano
tentano di attingere l'inesprimibile: la loro scomparsa «non farà una
grinza nel totale». Pietà infine per il poeta: «Non ho avuto purtrop­
po che la parola,/ qualche cosa che approssima ma non tocca» (Do­
mande senza rt'sposta)5• Forse approssima al tuffo nella vita, ma non
ne è mai l'esecuzione.
Della vita infatti non conosciamo l'ubicazione:

Leggo una tesi di baccalaureato


sulla caduta dei valori.
Chi cade è stato in alto, il che dovevasi
dimostrare, e chi mai fo così folle?

La vita non sta sopra e non sta sotto,


e tanto meno a mezza tacca. Ignora
l'insù e l'ingiù, il pieno e il vuoto, il prima
e il dopo. Del presente non sa un'acca.

Straccia i tuoi fogli, buttali in una foglia,


bacalare di nulla e potrai dire
di essere vivo (forse) per un attimo6.

Questa lirica del Diario del '72, col suo titolo emblematico (La
caduta del valori) esibisce da un lato la nota ironia montaliana nei
confronti della «cultura della crisi» che discetta a vuoto e in realtà
compiaciuta sulla «decadenza»; ma più in profondo è dato cogliere
un sano gesto viscerale di rifiuto, che spazza, come un colpo di ven­
to benefico, la chiacchiera dei ripetitori «culturali» per ricongiungersi
alla pulsazione dell'attimo vivente, ignaro di categorie e di gerarchie.
Come diceva Nietzsche (che qui sembra persino riecheggiato), non
hai più né alto né basso, né sopra né sotto: slanciati e vola. Proprio
la vita, con la sua presenza immemore, dissolve nell'attimo tutte le
maschere del tempo, là dove gli «esistenzialisti» alla moda pretende­
vano di leggere la «costituzione del valore».
Su questa decostruzione del tempo (ed è un secondo grande
tema) Montale è tornato a più riprese. Si ricordi la celebre chiusa di
Annetta:

[. ..] Durare potrebbe essere


l'effetto di una droga nel creato,
in un medium di cui non si ebbe mai
alcuna prova7.

5 Cfr. Quaderno di quattro anni, cit., p. 577.


6 Diario del '71 e del '72, cit., p. 507.
7 Diario del '71 e del '72, cit., p. 502.

403
Carlo Sini

La persistenza delle cose, la durata delle persone è avvicinata a


un sogno, a un'allucinazione, che immagina un astratto medium del
«tempo» che nessuno ha mai davvero sperimentato. «Tempo»: una
parola, senza prove o esperienze reali, cui però affidiamo il consoli­
darsi «nel tempo» delle cose, ovvero la loro immaginaria maschera
temporale pensata e calcolata col numero degli anni. Ma al cospetto
dell'aura eterna («l'aria dei Celesti») delle «poche spanne d'acqua»
del lago di Sorapis, tutte queste maschere temporali dileguano:

Scoprimmo allora che cos'è l'età.


Non ha nulla a che fare col tempo, è qualcosa che dice
che ci fa dire siamo qui, è un miracolo
che non si può ripetere. Al confronto
la gioventù è il più vile degli inganni8.

Ogni età, infatti, è fuori del tempo, poiché vive nell'attimo eterno
di un presente senza tempo. La giovinezza dell'attimo non è quella
che passa, per cui illusoriamente ci diciamo vecchi o giovani. L'età
ha la contemporaneità eterna dell'evento, quella contemporaneità che
è propria della natura: la «immobile solitudine delle marmotte» e lo
«squillo d'allarme delle ghiandaie»9•
L'evento in natura, lo strappo dell'istante, il suo «stacco», non
sono in successione:

La vecchia tartaruga cammina male, beccheggia


perché le fu troncata una zampetta anteriore.
Quando un verde mantello entra in agitazione
è lei che arranca invisibile in geometrie di trifogli
e torna al suo rifugio.
Da quanti anni? Qui restano incerti
giardiniere e padrone.
Mezzo secolo o più. O si dovrà risalire
al generale Pelloux [.. .]
Non c'è un'età per lei: tutti gli strappi
sono contemporaneilo.

La diffidenza verso il tempo, questa maniera umana, troppo uma­


na di considerare le cose, trova la sua espressione più alta in Ai tuoi
piedi. Il poeta, inginocchiato, chiede perdono dei suoi peccati a colui
che «non si vede» e che «forse è un'illusione». Ne attende il verdetto

con scarsa fiducia


e debole speranza non sapendo
che senso hanno quassù il prima e il poi
il presente il passato l'avvenire

8 Sorapis, 40 anni fa, in Diario del '71 e del '72, cit., p. 514.
9 Ibidem.
10 Cfr. In un giardino 'italiano', in Diario del '71 e del '72, cit., p. 492.

404
Il soggetto poetico in Montale

e il fatto che io sia venuto al mondo


senza essere consultato11.

Il verdetto stesso poi, se mai verrà, si mostrerà nel tempo,

che sarà lungo o breve grato o ingrato


ma sempre temporale e qui comincia
l'imbroglio perché nulla di buono è mai pensabile
nel tempo [... ] 12.

Di fronte ali'«imbroglio» del tempo, non resta allora che vivere


«fuordeltempo». La vecchia pendola a carillon, venuta dalla Francia
«forse dal tempo del secondo Impero», esala il suo ultimo soffio so­
noro e ammonisce:

[...] Io ch'ero
il Tempo lo abbandono. Ed a te che sei l'unico
mio ascoltatore dico cerca di vivere
nel fuordeltempo, quello che nessuno
può misurare [ ... ] 13 .

Della vecchia pendola non resterà che <<la sua traccia nell'intonaco»14•
Il fuordeltempo non è però da intendersi come fuga, rinuncia o
evasione. Esso è piuttosto la concentrazione dell'istante: soglia dell'at­
timo che ha l'intemporalità del «frammezzo», come direbbe Heideg­
ger. Ecco che alla tartaruga e alla pendola fa eco la figura, fuori da
ogni tempo, del vecchio giardiniere, che «si ciba di funghi prataioli»:

anche il tempo del cuore è un'opinione,


la vita potrebbe coagularsi
e dire in un istante tutto quello
che meglio le occorreva per poi cedere
se stessa a un suo vicario [...J15.

E nel Quaderno di quattro anni:

\lUIT HORA che tragico pasticcio.


E troppo lenta l'ora per essere un baleno,
quel brevissimo istante che farebbe ridicolo
tutto il resto16.

Il culmine di questa meditazione sul tempo si coglie in I miraggi,


dove la cancellazione dell'ordito temporale si accompagna, coerente-

11 Ai tuoi piedi, in Diario del '71 e del '72, cit., p. 594.


12 Ibidem.
13 La pendola a carillon, in Diario del '71 e del '72, cit., p. 488.

14 Ibidem.
15 Intermezzo, in Diario del '71 e del '72, cit., p. 528.
16 Quaderno di quattro anni, cit., p. 567.

405
Carlo Sini

mente, con la dissoluzione stessa del soggetto. Il poeta non si sottrae


a questa necessità profonda e non se ne spaura:

Non sempre o quasi mai la nostra identità personale coincide


col tempo misurabile degli strumenti che abbiamo.

[. ..]

[ ... ] solo l'inidentità


regge il mondo, lo crea e lo distrugge

[ . . ,]

[. ..] se qualcosa fu non c'è distanza


tra il millennio e l'istante, tra chi apparve
e non apparve, tra chi visse e chi ,
non giunse al fuoco del suo cannocchiale. E poco
e forse è tutto17.

Coinvolto nella decostruzione del tempo, il soggetto si sfalda, pre­


so tra le due apparenze del grande e del piccolo, come diceva Plato­
ne, sicché in ogni punto c'è ancora un punto: strati temporali, direb­
be Whitehead, per non parlare di Eliot. Mondo dentro il mondo che
provoca una visione straniante. Essa ricorda lo stagno di Leibniz
(dove in ogni pesce c'è ancora uno stagno con i suoi pesci, e così in
ogni albero e in ogni foglia):

Il tarlo è nato, credo, dentro uno stipo


che ho salvato da sgombri e inondazioni.
Il suo traforo è lentissimo, il microsuono non cessa.
Da mesi probabilmente si nutre del pajviscolo
frutto del suo lavoro. Si direbbe che ignori
la mia esistenza, io non la sua. Io stesso
sto trivellando a mia insaputa un ceppo
che non conosco e che qualcuno osserva
infastidito dal cri cri che n' esce,
un qualcuno che tarla inconsapevole
del suo tarlante e così via in un lun�o
cannocchiale di pezzi uno nell'altro1 .

Solo il Re pescatore, il cui regno è a misura di millimetro, possie­


de la giusta verità dell'istante, a differenza degli altri:

Si ritiene
che il Re dei pescatori non cerchi altro
che anime.
Io ne ho visto più d'uno

17 I miraggi, in Quaderno di quattro anni, cit., pp. 641-642.


18 Retrocedendo, in Quaderno di quattro anni, cit., p. 438.

406
Il soggetto poetico in Montale

portare sulla melma delle gore


lampi di lapislazzuli.
Il suo regno è a misura di millimetro,
la sua freccia imprendibile
dai flash.
Solo il Re pescatore
ha una giusta misura,
gli altri hanno appena un'anima
e la paura
di perderla19.

Il millimetro del Re pescatore è ancora l'attimo, il lampo della


freccia che neppure il balenare fotografico è in grado di cogliere (già
morto è colui che vorrebbe immortalare il tuffatore col suo flash). E
dal Quaderno di quattro anni:

Spenta l'identità
si può essere vivi
nella neutralità
della pigna svuotata dei pinòli
e ignara che l'attende il forno.
Attenderà forse giorno dopo giorno
senza sapere di essere se stessa20.

Ecco come la cancellazione o la neutralizzazione del soggetto


coincide con l'adesione vivente e inconsapevole alla dimensione del
fuordeltempo, dell'intermezzo dell'istante: cifra di un'eternità svuotata
di ogni senso «verbale», di ogni fine o scopo immaginari.
Questa neutralità oltre l'identità non si declina però in Montale
né come abbandono panico, né come nichilismo e neppure come de­
siderio di annientamento e di oblio. Si tratta di tutt'altro ed è qui
che si coglie l'originalità «filosofica» del poeta. Si tratta, in una paro­
la, dell'abbandono del pensiero e delle sue fantasticazioni «categoria­
li» in favore però di una lucida attenzione che fulminea trapassi il
cielo della vita. Attenzione né lenta né veloce, poiché le sono estranei
promesse e progetti, agonismi e confronti. Si ricordi in proposito Il
cavallo:

non corro il derby [.. .] non fui uomo di corsa ma neppure


di trotto. Tentai di essere
un uomo e fiià era troppo
per me [. ..] 1.

È allora decisivo per noi intendere bene la lirica del Diario del
'71, A questo punto:

19 Il Re pescatore, in Diario del '71 e del '72, cit., p. 434.


20 Quaderno di quattro anni, cit., p. 640.
2 1 Il cavallo, in Quaderno di quattro anni, cit., p. 481.

407
Carlo Sini

A questo punto smetti


dice l'ombra.
T'ho accompagnato in guerra e in pace e anche
nell'intermedio,
sono stata per te l'esaltazione e il tedio,
t'ho insufflato virtù che non possiedi,
vizi che non avevi. Se ora mi stacco
da te non avrai pena, sarai lieve
più delle foglie, mobile come il vento.
Devo alzare la maschera, io sono il tuo pensiero,
sono il tuo in-necessario, l'inutile tllfl scorza.
A questo punto smetti, stràppat(ct al m10, fiato
e cammina nel cielo come un razzo.
C'è ancora qualche lume all'orizzonte
e chi lo vede non è un pazzo, è solo
un uomo e tu intendevi di non esserlo
per amore di un'ombra. T'ho ingannato
ma ora ti dico a questo punto smetti.
Il tuo peggio e il tuo meglio non t'appartengono
e per quello che avrai puoi fare a meno
di un'ombra. A questo punto
guarda con i tuoi occhi e anche senz'occhi22.

Se !'in-necessario del pensiero dilegua e lascia il posto a quello


sguardo che rende l'uomo «umano», è ancora possibile percepire
qualche lume, in questo buio della «storia» e crepuscolo della vita.
Essere dell'intermedio, creatura del sensibile e del non-sensibile, l'uo­
mo può vedere con gli occhi, e anche senza gli occhi, se si libera
dello schermo del pensiero. Singolare sguardo. Lo comprendiamo
meglio se lo avviciniamo a quella «attenzione» che è disposizione a
un «esser pronti» alla rivelazione dell'istante:
l
Sono pronto ripeto, ma pronto a che?
Non alla morte cui non credo né
al brulichio d'automi che si chiama vita.
L'altravita è un Assurdo, ripeterebbe
la sua progenitrice con tutte le sue tare.
L'oltrevita è nell'etere, quell'aria da ospedale
che i felici respirano quando cadono in trappola.
L'oltrevita è nel tempo che se ne ciba
per durare più a lungo nel suo inganno.
Essere pronti non vuol dire scegliere
tra due sventure o du<( venture oppure
tra il tutto e il nulla. E dire io l'ho provato,
ecco il Velo, se inganna non si lacera23.

«Il tutto e il nulla sono due veli dell'impronunciabile», avevamo


letto. Non si tratta di scegliere tra la pienezza del senso, la compiuta
totalità di un assoluto invero inconcepibile, e il cieco niente della nega-

22 A questo punto, in Diario del '71 e del '72, cit., p. 456.


23 Diario del '71 e del '72, cit., p. 462.

408
Il soggetto poetico in Montale

zione nichilistica. E neppure tra le due fantasie che chiamiamo morte e


vita. Si tratta di tenersi pronti a scorgere nell'istante la lacerazione del
velo del tempo e dei suoi inganni di parola. Cosa si apre al di là di
questa lacerazione? Si potrebbe rispondere: la rivelazione della cosa
stessa (come diciamo noi filosofi). Si ricordi la chiusa di Diamantina:

Era appena la Vita, qualche cosa


che tutti supponiamo senza averne le prove,
la vita di cui siamo testimoni
noi tutti, non di parte, non di accusa,
non di difesa ma che tu conosci
anche soltanto con le dita
quando sfiori un oggetto che ti dica io e te
siamo UN024.

Questa adesione è la testimonianza che sospende il giudizio, e col


giudizio ogni scelta, ogni esser di parte, per stare piuttosto con la
vita e con la sua unità indivisa che si rivela al tocco della mano o
alla carezza dello sguardo. Si «parteggia» solo nel tempo, dove, come
diceva Anassimandro, ci si reca l'un l'altro ingiustizia e se ne sconta
poi la pena. Bisogna intendere bene questa «milizia» montaliana in
favore della vita. Essa è ben lontana dalle abusate immagini di un
Montale flebile e rinunciatario, poco «passionale» e poco «drammati­
co», rassegnato a vivere al sei per cento, dove si dovrebbe leggere,
piuttosto, che ben raramente ci è dato di cogliere l'istante nella pie­
nezza vivente: là dove facciamo uno con la cosa, immergendoci dav­
vero nell'attimo della rivelazione della vita. Chi d'altronde non ricor­
da i versi famosi:

[ ... ] Amo la Terra, amo


chi me l'ha data
chi se la riprende25.

Analogamente bisogna intendere bene il rifiuto montaliano del-


1'esser di parte, la sua coraggiosa e certo anche scomoda «antimilizia»
che si opponeva alle turbolenze ideologiche di questo secolo e alle
violenze, in particolare, degli anni '70 in Italia. Diario del '72:

Non era tanto facile abitare


, nel cavallo di Troia.
Vi si era così stretti da sembrare
acciughe in salamoia.
Poi gli altri sono usciti, io restai dentro
6
incerto sulle regole del combattimento2 .

24 Diamantina, in Diario del '71 e del '72, cit., pp. 510-511.


25 p.p.c., in Diario del '71 e del '72, cit., p. 468.
26 Cfr. Diario del '71 e del '72, cit., p. 500.

409
Carlo Sini

E la chiusa da Le Stagioni, in Satura II:

Il mio sogno non sorge mai dal grembo


delle stagioni, ma nell'intemporaneo
che vive dove muoiono le stagioni
e Dio sa s'era tempo; o s'era inutile27.

L'intemporaneo è ancora il fuordeltempo, ma esso ricorda in par­


ticolare l'«essere inattuale» che Nietzsche si attribuiva contro il suo
tempo. E vi leggiamo anche la fierezza montaliana di non essere
uomo che prende partito col mutare delle stagioni, né che si ricicla
ogni volta come uomo di tutte le stagioni, aderendo al conformismo
conveniente delle acciughe. Così continua il poeta:

La verità è stÙla terra


e questa non può saperla
non può volerla
a patto di distruggersi.
Così bisogna fingere
che qualcosa sia qui
tra i piedi tra le mani
non atto né passato
né futuro
e meno ancora un muro
da varcare
bisogna fingere
che movimento e stasi
abbiano il senso del nonsenso
per comprendere
che il punto fermo è un tutto
nientificato28.
l

Il tutto, si potrebbe dire, della pigna svuotata dei pinoli, cioè del­
le ragioni e delle controragioni. Il tutto della terra, amata e non trat�
tenuta, la cui verità varca ogni muro del sapere e del volere, ogm
astratta alternativa tra senso e non senso.
E ora non più che qualche riflessione, conclusiva del discorso,
non del tema. Se leggiamo Montale sotto il profilo, certo anche im­
proprio, di un itinerario di pensiero, scopriamo che in realtà la su.a
poesia scandaglia e insieme fronteggia, con costante impegno, le radi­
ci di quella «insensatezza» del vivere che ci caratterizza come con­
temporanei. La sua poesia ne coglie ad esempio il punto nella nostra
evidente impossibilità e incapacità di vivere il tempo, individuale e
collettivo, storico e psicologico, come luogo di realizzazione compiuta
dell'umano. Attorno a noi prevalgono il vuoto fragore, la cieca vio­
lenza, la dispersione nichilistica, sicché la vita di ognuno ristagna

27 Le stagioni, in Satura II, in Tutte le poesie, cit., p. 392.


28 Cfr. Satura II, cit., pp. 358-59.

410
Il soggetto poetico in Montale

plumbea, impantanata in una nebbia che non conosce albe né tra­


monti, ma solo la reduplicazione ossessiva del nulla in immagine da
video, ventiquattr'ore su ventiquattro: reduplicazione di noi, morti
viventi, eroi da canzonetta, da stadio e da giornale.
Nondimeno non è follia dichiarare che il tempo concede qualche
raro bagliore che è proprio del poeta saper ancora additare. A condi­
zione però che la poesia e il poeta imparino a vivere fuordeltempo,
nell'intemporaneo, o nella «marginalità» del pensiero autenticamente
attuale, come diciamo noi filosofi. Solo nella cifra dell'istante, nel
lampeggiare dell'attimo, la vita si manifesta ancora in un «per sem­
pre» irripetibile e immisurabile, rivelando in tal modo l'essenziale
della sua verità. La poesia deve attendere al varco la rivelazione del­
l'istante, cogliendola al volo come la freccia del Re pescatore, più
rapida e ultrasensibile del flash dei fotografi che inseguono la finta
«attualità». Ma deve e può farlo solo se è consapevole della sua co­
stitutiva povertà, della povertà stessa della parola, che nondimeno
permane come strumento irrinunciabile.
Qui si raccolgono, a mio avviso, i contributi di pensiero più im­
portanti che possiamo trarre dalla meditazione poetica di Montale. Il
poeta sa di non aver altro che parole, ovvero il buio delle parole, e
tuttavia non rinuncia. Il senso di questa non rinuncia configura allora
la poesia come esercizio per la vita: esercizio doloroso che non rinne­
ga la vita, ma anzi interamente la accoglie in questa terra e su questa
terra, dove la fioritura non ha età e non ha stagioni, e nemmeno ra­
gioni, ma solo il punto fermo di una coraggiosa attenzione e sensibile
adesione.
Nella attenzione come esercizio ascetico del poetare vengono ac­
colte sia le rivelazioni dell'occhio e della mano, sia il loro superamen­
to, in un osservare senza occhi e senza dita che si sprofonda nella
unità vitale con la cosa. Ulteriorità del sentire che richiede la dissolu­
zione del soggetto, il suo continuo disperdersi nello spazio e nel tem­
po infiniti delle figure della vita e nella molteplicità incommensurabi­
le delle sue «occasioni»: capacità di sprofondare nell'infinitamente
piccolo e nell'infinitamente grande, come mondo contemporaneamen­
te osservato ai due capi del cannocchiale. In questo esercizio dilegua
anche il soggetto poetico tradizionale, che si voleva profeta dei valori
e cantore del tempo trionfante, così come dilegua in filosofia il sog­
getto metafisico, che si voleva onnisciente e «panoramico» detentore
della verità.
Questo esercizio, questo programmatico «impoverimento» della
poesia, sino alla voluta banalizzazione del linguaggio, alla rottura del
verso poetico e alla sua trasmutazione prosastica, sono un progressivo
abbandono dei veli, delle maschere, anche letterarie e culturali, che
ostruiscono il transito della vita, cioè l'immobile passaggio della vita
eterna che in ogni istante accade, solo che poniamo mente al suo si-

411
Carlo Sini

lenzioso tocco di pendola. L'esercizio abbandona il pensiero, per


poter finalmente guardare con gli occhi e senza gli occhi. L'esercizio
abbandona l'identità proterva quanto posticcia dell'uomo per poter
intendere l'inidentità della vita, la sua maestosa «neutralità», che in­
differentemente si manifesta nella asciugata presenza della pigna, nel
cri cri del tarlo, nel breve arrancare della tartaruga zoppa: essi stanno
nella eternità del loro mondo che transita illuminando, nel suo tuffo
istantaneo, l'eterno.
E così l'esercizio poetico abbandona la presunzione della storia e
ogni prender parte ideologico per essere pronti all'istante: un essere
pronti che non vuol dire scegliere, quanto piuttosto il consentire con
la scelta agìta dalle occasioni della vita. Ed è così, in questo guardare
e in questo parlare che l'uomo abbandona il pregiudizio della co­
scienza, l'intima quanto folle convinzione che l'uomo sia la misura e
il fine dell'universo e che il pensiero possa esserne il giudice; è così
che, in certo modo, la vita stessa si giustifica e l'esercizio della poesia
con essa.
Per questo il poeta può dire: «ma la mia giusta occupazione il
bandolo/del Vero/non l'ho trovata mai [. .]» (Sotto un quadro lombar­
.

do)29. La poesia (come a mio avviso la filosofia) è infatti un esercizio


e non una «professionè letteraria». Il vero cui il poeta attende non è
una dottrina morale o una presunzione di libertà, quanto piuttosto è
l'esercizio del limite per il quale l'umano mostra la peculiarità in ogni
senso «ironica» della sua differenza. Si ricordi ad esempio Gli uccelli
parlanti nel Quaderno di quattro anni:

La morale dispone di poche parole


qualcuno ne ha contate quattrocento l
e il record è finora imbattuto.
Neppure gli uccelli indiani
che oggi sono di moda
e somigliano a merli
rapace becco di fuoco e penne neroblù
riescono a dirne di più.
La differenza è nelle risate:
quella del falso merlo non è la nostra,
ha un suo bersaglio, l'uomo che si crede
più libero di lui: di me che passo
ogni giorno e saluto quel gomitolo
di piume e suoni destinato a vivere
meno di me. Così si dice, ma [...]30.

Al culmine dell'esercizio poetico non c'è che la possibilità, così


difficile per la sua semplicità, di essere un uomo, di essere vita urna-

29 Cfr. Quaderno di quattro anni, cit., p. 534.


30 Ibidem, p. 536.

412
Il soggetto poetico in Montale

na sulla terra. Possibilità «etica», non morale, che segna appunto in


ciò la classicità profonda del poetare montaliano: la sua parola, nuova
e insieme antica, ha a tratti movenze che ricordano la saggezza di
Anassimandro, di Parmenide o di Eraclito. Essere un uomo: impresa
rara e quasi spropositata, che può balenare solo negli intermezzi,
negli istanti di grazia, quando nella vita ci inoltriamo con il salto
energico e aggraziato del tuffatore, ridestato per un istante dal sonno
della non-vita così da disegnare nel nulla la sua cifra provvisoria. Pre­
carietà di una meta che motiva la ben nota ironia e autoironia di
Montale, consapevole della sua gloriosa sconfitta.
Sia consentito anche a me di concludere con una piccola ironia,
per giustificare questo breve esercizio di baccalaureato e il suo esor­
bitante tentativo di comprendere il poeta. Là dove Montale scrisse il
suo sarcasmo ironico nei confronti dei morti viventi dei salotti roma­
ni (Il trionfo della spazzatura), mi si conceda di leggere nel contempo
la cifra positiva del suo esercizio poetico: «Essere vivi e basta/non è
impresa da poco»31•

31 Il trionfo della spazzatura, in Diario del '71 e del '72, cit., p. 459.

413