Alla Sera
Uno degli ultimi sonetti di Foscolo, così come uno dei più famosi (non solo dell’autore ma
anche di tutta la letteratura italiana). Composto probabilmente nella primavera del 1803 (dopo
l’ottobre del 1802). È il primo sonetto delle Poesie (dopo le due odi) e introduce nella raccolta
una riflessione sulla propria esperienza autobiografica [Schema metrico: ABAB ABAB CDC DCD
(rime alternate)]
PAROLE CHIAVE
La SERA - irrilevante se in estate o in inverno - è un momento di pace e riflessione dopo le ore
burrascose del giorno: è un atteso miracolo quotidiano a cui si contrappone la vita di Foscolo e
l’epoca che sta attraversando (età napoleonica e post-rivoluzionaria). La sera è dunque
metafora della stagione della maturità e della meditazione dopo gli anni dei giovanili furori.
Affollarsi delle «CURE» unisce in un comune desiderio di distruzione la sorte del poeta e
quella dell’umanità del suo tempo. Le cure si placano di fronte allo spettacolo della sera che
sopraggiunge e che induce il poeta ad abbandonarsi al pensiero della morte.
La MORTE è nulla eterno per Foscolo (riferimento alla concezione materialistica dei Sepolcri):
estremo e definitivo perdersi dell’individuo (e della storia) nel silenzio assoluto, nel buio totale
dell’assenza. Un’ ottica certamente impietosa e che rivela impietosamente l’irrimediabile
caducità della vita
(PAROLE CHIAVE IN RAPPORTO CON ALTRI COMPONIMENTI)
La conflittualità tra io lirico e realtà storica è del resto il tema principale dell’Ortis: lo scontro
dell’eroe generoso e appassionato con una realtà storica fortemente negativa che genera
sradicamento, infelicità, inquietudine e rivolta. L’unica soluzione è dunque la morte, intesa
come annullamento totale. Si pensi a quanto scrive Ortis nella lettera del 14 maggio 1748:
«Abbiate pace o nude reliquie: la materia è tornata alla materia; nulla scema, nulla cresce,
nulla si perde quaggiù; tutto si trasforma e si riproduce!...umana sorte! Men infelice degli altri
chi men la teme» .
Analisi testuale
Grande cura lessicale e opposizione tra quartine/terzine e metro/sintassi. Sono soluzioni care
al petrarchismo, di cui Foscolo è ultimo testimone (si può parlare di petrarchismo foscoliano:
del resto, il sonno come espressione di desiderio di pace c’è anche in Della Casa, O sonno, o
della quieta umida ombrosa / notte placido figlio...). Sintatticamente il sonetto è composto da
tre periodi: dopo l’apostrofe, il secondo si stende delle due quartine e il terzo nelle due
terzine. Predomina la paratassi, le frasi sono brevi e le subordinate non scendono oltre il
primo grado. Enjambements (nove in tutto) conferiscono gravità al componimento. Forte
sospensione grazie all’anafora di «e quando...e quando». Forte effetto fonosimbolico
dell’ultimo verso. Il suono R è potenziato dal raddoppiamento e dalla vicinanza con la T
(«Quello spiRTo gueRRieR ch’enTRo mi Rugge») anche se suoni simili si susseguono a partire
dal v. 9 (la rima -orme; Reo Tempo, ToRme, cuRe, sTRugge, menTRe, guaRdo, doRme).
Interessanti anche le allitterazioni delle vocali: nelle quartine E e I (suoni chiari), nelle terzine O
e U (suoni cupi).
L’avverbio forse mostra immediatamente il tono meditativo e misurato della lirica, anche se in
tono sommesso. Foscolo costruisce una riflessione verso dopo verso: un’analisi estranea a
lapidarie certezze. Il tono meditativo è particolarmente pacato nelle prime due quartine:
forma descrittivo-contemplativa della sera affidata a costruzione sintattica distesa
(parallelismo: e quando...e quando). La sintassi si spezza in frasi brevi, dal ritmo più serrato,
nelle terzine dove la serenità è una conquista momentanea: versi di movimento come
vagar/fugge/van e verbi energici come strugge/rugge (in rima) indicano la dissipazione di una
vita emozionale instensamente sofferta e il fiero insorgere delle passioni. La suprema quiete è
messa in dubbio dalla meditazione intorno al nulla eterno e dal passare vorticoso del tempo
ma riconquistata dalla consapevolezza della fugacità delle cose.
Le forme verbali e quelle aggettivali si alternano nelle rime. Le prime sono caratterizzate da
voci divise tra movimento e stasi (vieni e meni vs tieni; fugge, strugge, rugge contro dorme)
mentre le seconde sono (in tre casi) separate per enjambement dai rispettivi sostantivi
(liete/le nubi; inquiete/tenebre; secrete/vie). Quest’ultima pare essere una peculiarità
tassiana: l’aggettivo libera la sua carica patetica ed evocativa. Liete è comunque un aggettivo
frequentemente associato nella poesia latina agli elementi naturali, così come serene. Inquiete
è interpretabile sia come lunghe (in-quietus, «senza pace») sia come «che incutono timore»).
Guerrier è inquieto, più che battagliero, e si lega a spirto e rugge (un verbo già presente in
Petrarca Rvf 56, in cui rima con fugge e distrugge – gli stessi verbi usati da Foscolo)
Si rileva un forte effetto rasserenatore espresso dai verbi fugge (v. 10) e dorme (v. 13) collocati
in posizioni fortemente rilevanti, ossia a fine verso e in posizione centrale nelle due terzine.
Evidente il parallelismo costruttivo caratterizzato dall’enjambement e dall’inversione
predicato/soggetto (fugge/questo reo tempo; dorme/ quello spirto guerrier).
Il tema della morte che è richiamato anche dal termine pace (ossia pace della sera, ma che si
riferisce anche a «pace eterna»). L’identificazione tra pace e quiete è presente anche in
apertura del sonetto: sera è imago della fatal quiete (silenzio della morte approdo necessario
e fatale del destino), un’espressione posta in posizione forte, a fine verso, enfatizzata
dall’enjambement e dall’anticipazione del complememento di specificazione: si crea tensione
per l’attesa del termine a cui è riferito e per la sua estensione: la parola è resa trisillaba (qui-e-
te).
(topos classico e fonti)
Atmosfera notturna tipica del preromanticismo (che dedica spazio alle scene notturne, sfondo
di visioni e di passioni infelici) ma in questo caso c’è una significativa diversità: lo sguardo di
Foscolo verso il nulla eterno che placa ogni tormento è tipico del neoclassicismo (dimensione
epicurea del tempus edax: tempo che tutto divora).
Influsso evidente di Lucrezio che Foscolo stava leggendo e traducendo in prosa. Per Lucrezio la
morte non fa paura (è cara, dunque) perché è come il sonno e il riposo, uno stato dell’uomo
(Lucr. 909-910: «quaerendum est, quid sit amari tanto opere, ad somnum si res redit atque
quietem». L’unica felicità per Lucrezio (De Rerum Natura II) è guardare dalla riva le dure
fatiche degli uomini sorpresi dal mare in tempesta: tranquillità (atarassia) e assenza di
sofferenza (aponia) assicurano il piacere per Lucrezio. La prima stesura del sonetto è infatti
proprio a margine del volume del De Rerum Natura utilizzato da Foscolo mentre approntava la
sua traduzione dell’opera lucreziana: «nulla eterno» immeso spazio di tempo che precede e
segue la morte.
In morte del fratello Giovanni
È l’ultimo dei sonetti di Foscolo, composto tra la primavera e l’estate del 1803, è dedicato al
fratello minore del poeta, Gian Dionigi (Giovanni), morto a Venezia l’8 dicembre del 1801 in
circostanze poco chiare. Da una lettera di Foscolo a Monti, risulta che si sarebbe lasciato
morire (o forse si sarebbe avvelenato) a seguito di settimane di grave depressione per un
debito di gioco non saldato. [Schema metrico: ABAB ABAB CDC DCD (rime alternate)]. Perfetto
bilanciamento tra endecasillabi a maiore (1-4) e a minore (2-3)
Il poeta, se un giorno porrà fine al suo peregrinare lontano da casa, spera di poter piangere
sulla tomba del giovane fratello. Il pensiero va alla madre, ormai vecchia e priva del conforto di
entrambi i figli, l’uno defunto e l’altro lontano. Foscolo condivide con il fratello il destino
sinistro e sventurato e il desiderio di trovare quiete nella morte: fra tutte le speranze giovanili
è questa l’unica a rimanergli. L’ultima preghiera viene rivolta ai popoli stranieri presso cui
morirà ed è quella di restituire il corpo alla madre
La lirica è calibratissima: Foscolo compie una scelta preziosa del lessico (cenere, numi, cure,
speme...) e prevale un’espressione nitida, pacata e meditativa. Scarso utilizzo
dell’enjambement e coincidenza tra scansione sintattica e metrica.
Giovanni Foscolo, un giovane dal temperamento impetuoso, coinvolto nei concitati eventi
della storia, ha vissuto un’esistenza tormentata non diversa da quella del fratello. Così Foscolo
a Monti: «La morte dell'infelicissimo mio fratello ha esulcerato tutte le mie piaghe: tanto più
ch'ei morì di una malinconia lenta, ostinata, che non lo lasciò né mangiare né parlare per
quarantasei giorni. Io mi figuro i martìri di quel giovinetto, e lo stato doloroso della nostra
povera madre fra le di cui braccia spirò. Ma io temo che egli stanco della vita siesi avvelenato,
e mia sorella mi conferma in quest'opinione. La morte sola finalmente poté decidere la
battaglia che le sue grandi virtù, e i suoi grandi vizi mantennero da gran tempo in quel cuore di
fuoco». Il sonetto è ispirato dalla lettura del Carme CI di Catullo, già tradotto anche da Parini
Il confronto con il suo stato d’animo e quello del poeta antico ha ispirato il sonetto (era
accaduta la stessa cosa con Lucrezio). Le pacate immagini catulliane sono però calate in un
contesto drammatico che si apre con il periodo ipotetico iniziale che respinge il desiderio della
visita al defunto in un futuro lontano, improbabile, e che in conclusione si rivelerà
irrealizzabile. Il ricongiungimento degli affetti (così come dei luoghi - si pensi ad A Zacinto) è
dunque impossibile e lascia spazio alla solitudine e alla consapevolezza di un destino avverso.
Se l’animo di Catullo era appagato dalle offerte funebri, in Foscolo il sollievo di una visita è
descritto e sospirato per essere subito negato: accresce dunque il dolore della perdita e della
lontananza
Il sonetto è ripartito in cinque movimenti:
L’auspicio irrealizzabile (prima quartina)
La madre al centro del triangolo familiare (seconda quartina)
Desiderio di morte (prima terzina)
Lamento (v. 12)
Richiesta-invocazione (v. 13-14)
Il componimento vede inoltre la presenza di tre attori (poeta, fratello, madre); un triangolo
degli affetti che si rivela man mano nella lettura.
Io - tu (prima quartina)
io - lei - tu (vv. 5-6)
io - voi (vv. 7-8)
io - tu (prima terzina)
loro - lei (seconda terzina)
Il sonetto, dominato da un’autentica ossessione «possessiva («s’io non andrò», «su la tua
pietra», «fratel mio», «de’tuoi gentili anni», «parla di me col tuo cenere») resa evidente
dall’uso di aggettivi e pronomi possessivi, è collocato in una dimensione temporale in bilico tra
passato e futuro («un dì», «or», «oggi», «allora»). Anche i tempi sono quasi esclusivamente
(escluso il passato remoto «furon») al futuro («andrò», «vedrai») o presente («traendo»,
«parla», «tendo», «saluto», «sento», «prego», «resta»). Varie sono poi le tematiche di questo
componimento, tutte carissime a Foscolo: come l’esilio, la morte e la religione degli affetti che
si realizza attraverso i sepolcri
In opposizione sono due motivi fondamentali per Foscolo: l’esilio e la tomba. Il primo non è
solo la condizione biografica del poeta ma, in particolare, la condizione esistenziale di
sradicamento, di precarietà. L’io poetico è quello di un uomo senza patria, incapace di trovare
un tessuto politico nel quale inserirsi, impossibilitato a ritornare nel nucleo familiare. Gli
avversi numi che perseguitano il poeta evocano la situazione storica contro cui Foscolo lotta
invano. Solo nella tomba potrebbe realizzarsi il ricongiungimento con i cari, il superamento
dell’esilio: ma il poeta è conscio dell’impossibilità di questo estremo conforto
Percorso circolare del sonetto che sancisce l’impossibilità del ricongiungimento:
Esilio
Tomba del fratello
La madre
Esilio
La morte dunque è un’illusione di sopravvivenza: oltre la mitologia della tomba dei Sepolcri
Evidente è poi l’utilizzo, nelle prime due quartine, di un gerundio e di un participio alla fine di
ogni verso: i gerundi stanno ad indicare le caratteristiche di una vita sofferta (fuggendo,
gemendo), mentre i participi evocano la morte (caduto, seduto). Frequente e martellante, in
tutto il componimento, è l’allitterazione delle dentali, che amplifica e rafforza la sofferenze e
concitata emotività dell’io poetico