Sei sulla pagina 1di 2

A SE STESSO DI GIACOMO LEOPARDI Penultimo componimento del cosiddetto ciclo di Aspasia, A se Stesso di Giacomo Leopardi un breve canto di sconsolato,

, estremo dolore, connesso allacerba delusione per la fine di unillusione amorosa, quella per Fanny Targioni Tozzetti. Esso fu pubblicato per la prima volta nelledizione dei Canti del 1835. A se stesso si presenta, a una prima lettura, come una poesia difficile, dura; eppure le importanti innovazioni stilistiche e linguistiche in essa contenute, fanno capire al lettore come questo testo inauguri un nuovo modo di fare poesia. Questa lirica segna la fine definitiva elle illusioni di Leopardi e costituisce unimportante apertura verso un pi radicale mutamento del codice lirico tradizionale, unulteriore allontanamento dal filone petrarchesco e, nello stesso tempo, unanticipazione di modi stilistici che troveranno la loro piena realizzazione nella letteratura del Novecento. La poesia appare come la consueta alternanza libera e senza schema di endecasillabi e settenari. Alla prima lettura ci si accorge per che esiste un ritmo tanto spezzato che non combacia affatto con il metro. Il ritmo,infatti, determinato dalla sintassi e alluso continuo dellenjambement, viola continuamente la misura del verso. Questa discordanza tuttavia compensata dalla sequenza di endecasillabi e settenari che sembra seguire uno schema; in particolare i primi cinque versi si presentano in questa successione: v.1 settenario, v.2 endecasillabo, v. 3 endecasillabo, v.4 settenario, v. 5 endecasillabo. E una sequenza che si ripete identica nei vv. 6-11 e 11-15. Resta fuori il v. 16, ma lanalisi dellultima frase ne evidenzia lisolamento sintattico del contesto. Si noti che il verso 16, cos breve nella grafia (occupa nella riga uno spazio analogo a quello ei settenari) un endecasillabo che contiene parole polisillabe (infinit vanit) e non presenta sinalefe. Il frantumarsi del discorso e la successione rapida di piccole frasi sembrano gli strumenti con i quali il poeta frena leffusione lirica , labbandono della memoria, il compianto sulla propria sorte. Lo sviluppo di unidea si attua attraverso una successione di frasi principali, non legate tra loro, come dimostra la mancanza quasi totale di congiunzioni. Da sottolineare, quindi, il modo di disporsi di queste frasi allinterno dei versi. Nei versi 1-5, dopo un esordio lento e piano, c una spezzatura improvvisa, rappresentata da un periodo di ununica parola(Per). Nei versi successivi si crea un parallelismo tra i gruppi 6-10 e 11-16 (Posa per sempre.\ Assai, palpitasti\ Non val nessuna cosa etc), in quanto, a entrambi, a frasi brevissime e secche seguono frasi pi ampie, tuttavia profondamente scandite dalla punteggiatura.

E indubbio che lelemento costitutivo di questo ritmo, nuovo in Leopardi, sono i nessi aggettivosostantivo e avverbio-verbo, tanto isolati e posti in rilievo, che il lettore costretto a considerare tutti i significati. Un andamento che si potrebbe dire sofferente e che corrisponde in maniera perfetta al senso elle parole. In particolare questa densit si ritrova nei verbi, che sono i termini attraverso i quali viene designata la situazione affettiva ed emotiva di Leopardi: sono i verbi, inoltre a scandire i momenti in cui si articola il colloquio interiore, che il tema del componimento. Nei vv. 1-5 si evidenzia la necessit di un distacco dal quel passato che giudicato chiuso e irrecuperabile; il verbo al futuro del verso 1 ( Or poserai per sempre) possiede molti significati, perch nello stesso tempo una preghiera , un comando, ma anche la constatazione dellesistenza di un nuovo modo di essere che il cuore del poeta sensi: da ora in poi poserai perch sei costretto a posare. Nei versi 6-10 viene accentuato laspetto imperativo nei confronti nel cuore , anche perch esplicita la completa inutilit del continuare a nutrire sentimenti e a provare emozioni di fronte alla rivelazione della natura dellesistenza: (Posa per sempre) (v.6). Nei versi successivi (11-16) la serie di imperativi si allunga: Tacqueta omai. Dispera (v.11), Omai disprezza (v. 13). Si giunge cos alla conclusione: ogni possibilit di ritrovare un equilibrio messa in relazione alla capacit della ragione di prevalere sulla naturale tendenza del cuore di sentire quelle illusioni che avevano costituito la vita stessa del poeta; ormai la sopravvivenza dipende dalla presa i coscienza che esiste un perverso e brutto potere che domina lintero universo, larcana malvagit che presiede alla vita delluniverso e delluomo, una sorta di divinit negativa. Ad essa Leopardi dedica un inno, di cui rimasto solo labbozzo in prosa, lInno ad Ariamone, il dio del male di unantica religione orientale. Il brutto poter di Leopardi diventa nella poesia contemporanea il male di vivere (Sbarbaro, Eliott, Montale, etc), un male che Leopardi esprime utilizzando una tecnica diversa da quella degli idilli che sono orchestrati in modo pi armonioso e luminoso con un lessico e una sintassi che evocano dolcezze infinite e vaghe. In questa lirica invece le frasi sono brevi, ci sono molte pause e frequenti enjambement (dispera e ultima volta) perch Leopardi vuole creare una tensione ritmica forte che esprima una condizione di disperazione assoluta e cos intensa da non produrre nessun pathos che potrebbe portare al pianto che rappresenta uno sfogo del dolore. Il poeta, infatti, non desidera piangere ma esprimere la sua nuova energia, nata dalla consapevolezza della propria dignit morale, che porta il poeta ad assumere coraggiosamente la propria condizione di uomo e a contrapporla al mondo cieco e crudele della natura. deve inevitabilmente assumere. La corrispondenza di due espressioni avverbiali (Or e per sempre) sottolinea questa molteplicit di