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DOLCI RIME DA UN ANGOLO

DEUROPA
Appunti sulla poesia a Imola fra
Arcadia e Scuola classica

Matteo Veronesi

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Nella pagina precedente:


Alessandro Dalla Nave, Affreschi della Farmacia dellOspedale di Imola, particolare.

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Portami ancora, tu antico poeta


nel tuo lezioso giardino.
Profuma ancora, lucente di rugiada,
fresca e fragrante la selva dei suoi fiori.
Eduard Mrike, Brockes

on casuale linteresse che prima Carducci, poi su esortazione di Benedetto


Croce Renato Serra nutrirono nei confronti delle istituzioni culturali in apparenza cos
sterili, svagate, come sottoline, fra gli altri,
in pagine feroci, Giuseppe Baretti della provincia letteraria italiana: accademie, cenacoli, salotti, Colonie arcadiche il cui fascino
pu risiedere, ancor oggi, proprio nel loro
umbratile ed eburneo isolamento, nella loro
apparente immota sospensione sul divenire
del tempo, nel loro alessandrino ripiegamento
sullesercizio letterario come puro fatto formale, estetico, come otium nobilmente ed
aristocraticamente inutile ma come queste
brevi note cercheranno di mostrare non
necessariamente chiuso e sordo ad una dimensione pi vasta, e tale, anzi, da accogliere in s, e restituire filtrati, attutiti, ma proprio per questo riplasmati non senza una qualche originalit defilata e quieta, gli echi e i
riflessi di un pi largo moto di pensiero, e, se
non altro, il perpetuarsi, il protrarsi e il persistere di quella grande tradizione classica che
della cultura europea aveva costituito la matrice prima e il codice comune.
Leggendo, oggi, anche se per puro interesse
storico e documentario, testi come gli Elogi
dillustri imolesi di Tiberio Papotti (ad esempio quello di Giovanni Battista Felice Zappi:
... e il vedi in tutto spirante soavit e tenerezza, laddove con arte maestra non solo
esprime, ma gradua quasi e concatena i moti
e il sentire dellanimo: e sembra, quasi, di
leggere, se non Serra, almeno Carducci); o,
prima ancora, risalendo a ritroso lungo la linea che conduce, per gradi, quasi impercettibilmente, attraverso una maturazione e un
approfondirsi e un comporsi d'idee e forme,
dall'Arcadia alla Scuola Classica, la ancor
oggi utile Istoria letteraria della citt dImola
di Francesco Maria Mancurti; leggendo quelle pagine, dicevo, si ha come la sensazione
di trovarsi in un microcosmo linguistico e
stilistico che riflette quelllo, analogo, della
provincia culturale un succedersi assiduo,
sussurrante, rassicurante di pensieri codifi-

cati e condivisi, di parole chiave ricorrenti e


delimitanti un piccolo e coerente sistema letterario, di clausole ritmiche e sintattiche dignitose, composte, modeste proprio nel senso della medietas, di una compiutezza armonizzata ed appagata.
Un filo sottile ma sostanziale di continuit
storica lega, dicevo, lArcadia provinciale
nel nostro caso la Colonia Vatrenia, da Vatrenus, o Vaternus, nome latino, attestato in
Marziale, del fiume che bagna Imola alla
Scuola Classica Romagnola: lega, in altre
parole, quello scelto drappello di cui discorreva il Bettinelli in Del risorgimento
dItalia (III, Poesia), non guasto per sensi e
costumi, non avvilito da fatiche o da passioni, perfezionato dagli ottimi studi e nutrito a
quelle piene sorgenti di Virgilio e del Petrarca ossia i due Classici per eccellenza, aurei ed eburnei, assoluti e puri, quanto mai
cristallini e spirituali , al piccolo mondo,
spirante sana aura di dottrina e di buone lettere, in cui si rispecchia pacata e nitida l'immagine di un vasto movimento della cultura
non pure romagnola, ma italiana, del quale
parlava, rievocando la Scuola Classica Romagnola, Renato Serra in un quasi dimenticato articolo su Gaetano Gasperoni.1
Ma non si deve credere che questo classicismo provinciale e remoto si traduca, invariabilmente, nelle forme algide, disanimate ed
immote dellaccademismo. un contesto,
questo sette-ottocentesco, capace di offrire
anche un'opera sorprendente, per molti aspetti
straordinaria (tra discernimento e farragine,
caos e volont di classificazione, furor scriptorius irrefrenabile, soggettiva ossessione e
lodevole e preziosa volont documentaria)
come le Pitture della citt dImola di Giovanni Niccol Villa2: vi , per cos dire, in
quel guazzabuglio e in quello zibaldone,
come lautore stesso definisce la propria torrenziale e divagante promenade fra le maggiori e minori e minime testimonianze artistiche cittadine, una sorta di contraddizione,
o di difficile equilibrio, fra il gusto ancora
quasi barocco per unerudizione debordante
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e lelogio di un ideale estetico neoclassico


quello che animava Cosimo Morelli nella
progettazione del Duomo nutrito di euritmia, giuste proporzioni, ornati di buon
gusto, attenzione ad evitare ogni eccesso.
Se, poi, ci spostiamo al primo Ottocento, fra
le ultime eredit dell'Arcadia e la pienezza
della Scuola Classica, incontreremo un testo
di sorprendente consonanza foscoliana
come linno Alle Grazie, del 1814 (edito da
Galeati nel 1833), di Nicola Gommi Flamini, amico di Leopardi: Di mia timida cetera
/ Sacro a voi larmonia, / Voi che spiraste i
numeri, / Onde lalma rapia, / Alla fanciulla
lesbia / E al canuto di Teo molle Cantor (riferimenti, questi ultimi, a Saffo e ad Anacreonte).
Peraltro, Gommi Flamini, conoscitore della
poesia inglese, poteva ben aver recepito da
Keats quellaspirazione ad una ellenica, marmorea e insieme eterea, armonia; e di Byron,
dal canto terzo del Don Juan, Gommi Flamini traduce, non senza finezza, e con qualche libert, il Canto del poeta greco: O fior
vago di Grecia, / Salvete, isole care! / ()
Dove la lesbia vergine / Suo fiero amor cant! / E Delo emerse, e il fulgido / Dio quivi
nacque; e indora / perennemente ed anima /
Campi e colline ancora. / Ma tutto sparve.
Ed unico / il vostro sol dur!. Dove, al raffronto con loriginale (The isles of Greece
...), spiccano, accanto alladozione di un
metro tipico dellode settecentesca, luso di
un lessico (indora, anima) addirittura pi
vivido di quello dell'originale (Eternal summer gilds them yet) e un senso ancor pi
malinconico ed ombroso, leopardiano appunto, del crepuscolo degli dei e del tramonto
delle illusioni (Ma tutto sparve).
Ma sorprendenti, ancora, sono le consonanze foscoliane dellinno Alle Grazie: Invan
tenta volubili / note sullarpa dia, / e allegri
balli modera / allore e all'armonia / di celesti, Tersicore, / E di ninfe mortali almo piacer.
Vi , qui, come in Foscolo, insieme alla neoclassica ricerca dellarmonia, il senso dellinafferrabilit e dellindicibilit con cui la
parola si scontra quando entra in contatto con
le subitanee epifanie della bellezza (... appena veggo / il vel fuggente biancheggiar fra
i mirti, nel celebre frammento della Danzatrice).
Del resto, negli archivi della Biblioteca Comunale di Imola, fra le carte Scarabelli-Gommi Flamini, si conserva, dellautore, una breve dissertazione (stesa in quella prosa limpida e armoniosa che, come detto, segna quasi
il passo e il respiro di questo umanesimo di
provincia) in cui citato il Per Orchseos, il

Carlo Maratta, ritratto della


figlia Faustina.

Trattato sulla Danza, di Luciano di Samosata, da cui si apprende che la danza armonizza le anime di chi la contempla, e che danza
anche lArmonia del cosmo, stelle pianeti
orbite (e ad una danzatrice dedicata lode
di Dionigi Strocchi O sulla sponda Argiva
..., in cui si ravvisa solitamente il massimo
esito poetico della Scuola Classica Romagnola).
Certo, per l'ampiezza dei suoi interessi e delle sue relazioni (con Byron, oltre che con
Leopardi, egli fu anche in corrispondenza) e
per la sua duplice formazione, classico-moderna, Gommi Flamini meriterebbe uno studio pi attento.
E, sempre in materia di consonanze foscoliane in questi oscuri imolesi, tra i Versi pubblicati nel 1803, a Ferrara, da Matteo Marco
Beltramini, dimenticato pittore-poeta tossignanese, autore, fra laltro, di una elegante
traduzione (in Italia, diceva Serra nelle celebri pagine Intorno al modo di leggere i Greci, per vezzo per ozio per tradizione culturale, si tradotto sempre) dei Caratteri di
Teofrasto, stesa in un italiano limpido, moderatamente puristico, si incontrano sia un
inno A Venere, dai toni lucreziani e ovidiani
(O volutt della natura madre / () Tu, che
del Caos la notte tenebrosa / dissipando, fai
vivere, e fecondi), sia unode Per la Convalescenza di Francesco Maria Mancurti, il gi
citato erudito e storico della letteratura, in cui
si auspica che proprio le Grazie possano porgere un nettare divino, un aureo mistico /
licore eletto, che risaner lamico.
Piccolo ma prezioso tempio consacrato allarte, alla civilt e alla memoria fu la Far-

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macia dellOspedale, impreziosita da affreschi di Angelo Gottarelli e Alessandro Dalla


Nave: immagini che celebrano quellarmonia di arte e natura, di materia e ingegno, che
era, nella visione classica, larte medica.
Linaugurazione, nel 1794, fu accompagnata da un florilegio di componimenti poetici
in cui (accanto al valore della civilt, della
memoria, degli antichi e nobili esempi, valore vichiano e, ancora una volta, foscoliano
ante litteram) affiora quellestetica della compenetrazione, o addirittura dellagone, di Natura e Arte, che, di origine tardo-Rinascimentale e Barocca, trovava eco nellImola setteottocentesca (se vero che di paesaggi da
ornare di edifizi ideali, quasi metafisici, dellopportunit di riunire la natura e larte, di fare un raro innesto di quanto ha luna
di pi studiato, su quello che laltra presenta
di pi semplice, scriveva Francesco Algarotti a Prospero Pesci, del quale si conservano, nel Museo Diocesano di Imola, due Storie dellAntico Testamento dove quasi in
anticipo, poeticamente, sulle Visioni del Varano, e in sintonia con certi sonetti di Faustina Maratti Zappi, come Bosco caliginoso,
orrido, e cieco rovine desolate, senza tempo n nome, ma evocanti una defunta armonia, una classicit sfumata nel non-tempo
della perdita, si fondono con una vegetazione e unatmosfera sfumate, nebulose la stessa caligo nella materia pittorica e nel dire
poetico che evocano a loro modo, con composta inquietudine, lassenza-presenza del
Divino 3 e lo stesso si potrebbe dire per cerCarlo Maratta, ritratto della
figlia Faustina (disegno).

ti dipinti di Alessandro Dalla Nave, come Autunno, a Palazzo Ginnasi, popolati di astratte, oracolari figurazioni sepolcrali, piramidi
obelischi tabernacoli cappelle colonne troncate, sullo sfondo di una natura malinconicamente, autunnalmente idillica, enigmaticamente impassibile).
Proprio il connubio, o la contesa, di Natura e
Arte (Di natura arte par, che per diletto /
l'imitatrice sua scherzando imiti, per citare
Tasso) sono celebrati, nella raccolta per
linaugurazione della Farmacia, in un sonetto non spregevole, da Francesco Scarabelli,
canonico e poeta: Qual loco questo, in cui
natura ed arte / Con bella industre gara insiem contende? / E i rari doni e lopre sue
stupende / Con vaga pompa e simmetria comparte? (dove quel comparte, usato da
Dante, Par XXVII 16 e Inf XIX 12, con riferimento a Sapienza e Provvidenza Divine,
varrebbe da solo a mostrare come lideale
classico della simmetria e delleuritmia potesse fondersi con unetica cristiana); mentre il celebre medico Luigi Angeli, qui nella
meno nota veste di poeta, con il pi impegnativo carme in endecasillabi sciolti Il Tempio della Salute ripercorreva la storia ed esaltava il valore della medicina trovando per
il tempo di indugiare, non lontano dalla poetica del sensismo, sui giochi di luce che la
luna e il sole e gli astri bench solo effigiati, nella solita ambivalenza di Arte come Natura potevano ricamare sulle cromie preziose e fantasiose della decorazione: ... e il
settemplice raggio / variamente rifratto a color vario / Pinge, ed alluma la magion beata.
Ma necessario, ora, fare un passo indietro,
e tornare alle radici riconducibili al primo
Settecento, con lAccademia dellArcadia
di questo classicismo sette-ottocentesco.
I coniugi Giovanni Battista Felice Zappi e
Faustina Maratti Zappi sono oggi confinati
nel limbo dei minori, se non dei minimi. E
pu sorprendere, allora, lattenzione con cui
essi venivano letti (del resto, le loro Rime
conobbero vasta diffusione e numerose edizioni) da autori come Foscolo e Leopardi.
Al primo, in una lettera del 7 maggio 1802,
il maestro Melchiorre Cesarotti raccomandava cautela nel fare entrar i quaderni nelle
terzine, senza posa di verso, n interruzione
di sentimento (ossia nellattuare quella continuit logico-sintattica, tipica di Foscolo, che
travalica le divisioni fra le strofe, e ltera la
corrispondenza di metro e sintassi, forma e
pensiero): unaudacia, questa, che poteva,
secondo il Cesarotti, scusarsi solo in casi eccezionali, fra i quali il bel sonetto della
Maratti sullAllegoria della Tempesta (Ahi
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che si turba, ahi che sinnalza e cresce: efficace, quasi preromantica rappresentazione,
fortemente sonora e visiva, con limmagine
stessa, quasi ut pictura poesis , ad evocare o a suscitare il suono della tempesta interiore che agitava la poetessa affine alle foscoliane secrete / cure che al viver mio furon tempesta, e che inducono a desiderare
la quiete dellestremo porto peraltro, petrarchesco poteva essere larchetipo comune
della vita come travagliata navigazione).
Ancor pi significativo il caso di Leopardi,
che elogia, nello Zibaldone (28 e seguenti,
dunque nel periodo, decisivo, della formazione giovanile), i versi di Giambattista Felice Zappi, trovandovi (specie nel Museo
dAmore, che peraltro appare, oggi, pur nella
vivezza e nella rapidit incalzante del verso
breve e cantante, forse meno significativo di
alcuni suoi sonetti) addirittura i semi di un
Anacreonte, qualche lampo di bella novit e una composta vivacit.
E, in un altro appunto dello Zibaldone (3031), Leopardi, fissando una squisita, del tutto soggettiva impressione di lettura, paragonava leffetto indefinibile che fanno in noi
le odi di Anacreonte ad un breve e profumato soffio di vento nellafa dellestate, ad
una vaga repentina sensazione di allegria, ristoro, vitalit, che non , per, possibile fermare, analizzare, perch gi quello spiro
passato, quella sensazione indefinibile
quasi istantanea, e, ad una seconda lettura,
vi restano in mano le parole sole e secche,
e appena vi potete ricordare in confuso la
sensazione che vhanno prodotta un momento fa quelle stesse parole. Ebbene, dice Leopardi, questa sensazione mi parso di sentirla, leggendo (oltre Anacreonte) il solo Zappi.
Si sarebbe tentati, di fronte a questa pagina
splendida, di fare il nome, se non di Bergson
o di Proust (per la dure relle, e il perptuel mouvement degli istanti che si susseguono e fuggono), almeno di Renato Serra, per la squisita, inimitabile capacit di tradurre in immagine metafora similitudine analogia lessenza e la risonanza interiori di una
sensazione di lettura; o si sarebbe tentati, almeno, di pensare alla celebre poetica del vago
e dellindefinito, e alle improvvise e fugaci
consolazioni della bellezza e dellillusione.
O piuttosto, per tornare al nostro argomento,
si sarebbe tentati di riprendere in mano, con
gli occhi di Leopardi, i versi di Zappi e di
Anacreonte, per cercare di afferrare anche noi
qualche refolo o spiro di quel vento odoroso.
Cosa certo non facile, tanta la distanza di
tempo, sensibilit, situazioni storiche la
nostra voce, per citare ancora Serra, non

la loro voce4.
Come scrisse, nellelegia per la morte del figlioletto degli Zappi, Rinaldo, Pier Jacopo
Martello (che, fra laltro, alla Maratti dedic
il Davide in corte, associando, nella lettera
dedicatoria, secondo unestetica di origine
rinascimentale che dal Trattato della pittura
di Leonardo andava alle Rime di Michelangelo, la natura intellettuale, ideale, speculativa dellarte del padre pittore, Carlo Maratta
arte capace di fondere nella propria Idea
quanto di pi elevato e puro vi era nella molteplicit delle idee umane a quella della figlia, nei cui versi colori immortali, colores retorici analogicamente affini alle sfumature delle tele, rivestivano uno spirito, un
esprit, un ingegno raro e prezioso 5), la Musa
dello Zappi , paradossalmente, una Musa
femminea, tenera, delicata, tanto quanto virile invece quella della moglie.
Le armonie dello Zappi, secondo il Martello, erano degne di una ninfa leggiadra e graziosa, tanto che diventa in sua man fior ci
che tocca6 (preziosa eco, forse, per questidea finissima della trasfigurazione poetica come metamorfosi floreale, del Ronsard
degli Amours: ... Afin que vif et mort, ton
corps ne soit que roses).
Ed , forse, proprio una certa gratuit dellatto poetico, una ricerca consapevolmente
fine a se stessa del canto, della musicalit,
del puro suono, della limpida e armoniosa
sonorit in cui, virgilianamente (formosam
resonare doces Amaryllida silvas ...), si risolvono, e dissolvono, cos la natura, il paesaggio, come lamore stesso: ... ma non mi
crede il colle, il fiore, il rivo / che per vezzo
del canto io fingo amore (X); solco un vasto oceno e veggio, o parmi, / non lungi il
porto e canto inni d'amore (XII) questa
per cos dire gratuit, dicevo, questa quasi
puerile e trasognata, dolcissima e smemorata, eppure letterariamente consapevole, insensatezza, a poter paradossalmente avvicinare,
per certi aspetti, questa poesia ad una sensibilit moderna viene in mente, quasi, la
Sirenetta della Gioconda di DAnnunzio,
che cant / per cantare, per cantare / per
cantare solamente.
Ma c, inoltre, in quel solcare loceano dellesistenza il gran mar de lessere dantesco continuando a cantare damore anche in vista del porto, anche allappressarsi
dellultimo approdo, qualcosa di quel nesso
sottile ed inquietante fra amore e morte, fra
il piacere o la consolazione illusori degli errori, delle illusioni, del vago imaginar, dei
cari inganni, e lossessiva, tangibile onnipresenza del solido nulla, del Male immedicabile.

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Prospero Pesci, Paesaggio


con rovine.

E questa ambivalenza dell'Amore, illusoria


maschera del nulla, altra faccia della Morte,
sottilmente avvertita dallo Zappi: ad esempio nel componimento LVI, tipica egloga di
gusto virgiliano, ove da un lato vi lidea
neoplatonica che si ritrover nella Bellezza delluniverso del Monti dellAmore
come forza ordinatrice che plasm la materia informe, traendo il cosmo dal nulla o dal
caos (la mente augusta, eccelsa, eterna, /
detta Amor, perch amando il tutto fuore /
trasse dal nulla e amando or lo governa),
dallaltro il paradosso dell'Amore che, con
lansia e langoscia che laccompagnano, port la Morte nel mondo degli umani paradosso posto nella forma senecana del cotidie
morimur, della morte che avviene ogni giorno, scandita dallo stillicidio degli istanti che
inesorabilmente consumano il tempo che ci
dato: Lalma allora impar morir che sia,
/ n morir solo, ma morire ogni ora.
E anche nel poemetto Il Museo dAmore, che
tanto suggestion il giovane Leopardi (forse
anche per il modo in cui vi si intrecciano
estrosamente suggestioni letterarie diverse,
dai Dialoghi di Luciano alla Stultitiae Laus
di Erasmo alla straniata e straniante luna ariostesca), allillusoriet della bellezza (quel
che veder mi parve, / fur visioni o larve
quasi, mi si perdoni laudacia estrema, lungarettiana ninfa-larva che languiva / e rifioriva) si accompagna, veicolata proprio dall'Amore, la coscienza della Morte: Nol so:
so ben che Amore / con barbaro furore / della mente il bel raggio / mi toglie e guida a
morte. Ma perir mi d l ciel per questa
luce; quel dolce desio chAmor mi spira /

menami a morte, aveva del resto cantato il


Petrarca, grande archetipo comune.
Per converso, nella canzone leopardiana Il
Risorgimento, proprio una cantabilit arcadica, ma quasi ironicamente straniata, poteva da un lato sottolineare il paradossale ridestarsi della Musa inaridita dalla disillusione,
dallaltro mitigare la coscienza, pur sempre
vigile, dellavversit del fato e dellindifferenza della natura7.
E verrebbe voglia, se lo spazio lo consentisse, di riprendere in mano Anacreonte e rileggerlo con gli occhi del giovane Leopardi,
accostandolo, sulle sue orme, allo Zappi: e
vi si troverebbe, appunto, accanto alle immagini fugaci, dissolte in pura musica, di
bellezza e damore, la consapevolezza dell'inesorabile essere per la morte. Glykero doukti
polls / bitou chrnos lleiptai: Non resta /
pi lungo tempo della dolce vita.
Ma vi sono altri aspetti che potrebbero raccomandare lo Zappi allattenzione dello studioso doggi: ad esempio il parallelo fra larte letteraria e quella figurativa (quasi in anticipo sui dibattiti che alla fine del secolo saranno destati dal Laocoonte di Lessing), capaci la prima di rappresentare istante per
istante il divenire e lo svolgersi di una vicenda nel tempo, la seconda di fissarli o evocarli
o suggerirli nella fissit, e insieme nella multiforme simultaneit, dellimmagine (ed ecco,
allora, fermata nella mobile compostezza del
verso, la gestualit monumentale del Mos
di Michelangelo: Tal era allor che le sonanti e vaste / acque ei sospese a s dintorno ...,
o, quasi a contrapporre la serenit contemplativa dellarte al tumultuoso e sanguinoso
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divenire della storia, la statua di Cesare: ...


qual sei qui fermo oltre il costume, / tal fossi
stato al Rubicone in riva); o, ancora, i lacerti o i barlumi, quasi, di una visione metafisica o di una teologia della storia, come l dove
il poeta legge, nei sibillini, e danteschi, volumi del destino, la caduta dellImpero Ottomano, o immagina una ideale Arcadia celeste (quasi dantesche Atene celestiali) che
replichi e sublimi quello spazio ideale e idealizzato che , gi sulla terra, lAccademia
dArcadia (anche in cielo Arcadia nostra
bella sebbene sulla terra, da Sannazaro a
Poussin, anchessa possa essere visitata dalla Morte).
Ma, forse, anche quella pura musicalit di
cui si diceva ha, in certo modo, una matrice
metafisica. Nel Filalete, Biagio Schiavo (che
pure, a torto o a ragione, rimproverava allo
Zappi di aver banalizzato il petrarchismo platonizzante interpretandolo in chiave superficiale, salottiera, mondana, decorativa) vedeva, rifacendosi a Marsilio Ficino, nella musicalit petrarchesca un riflesso o uneco delle
armonie celesti del Timeo platonico: unarmonia pi intima e pi alta che traduce in
versi e in piedi e in numeri le celesti armonie, imitandole con certi numeri di voci e di
moti dellanima8.
E uno stesso intreccio, quasi prefoscoliano,
tra musicalit della parola, sinergia fra le arti,
valore supremo dellArmonia e della Memoria, mostra pur se in chiave cristiana il
sonetto Alfin col teschio datro sangue intriso occasionato dalla Giuditta del Cardinale Ottoboni, su musica di Alessandro Scarlatti (sonetto in cui, forse, in certi effetti di
suono, in certi giochi deco nei singoli versi
e da un verso all'altro, non forzato avvertire
leco dei melismi che, nella partitura, enfatizzano le parole chiave Vien dal Ciel ci
ch'opro e tento / Non soggetto il Cielo a
leggi umane 9): Chiara di te memoria / finch il sol porti, e ovunque porti il giorno
difficile non pensare alla chiusa, celebre, e di
ben altra intensit ed incisivit, dei Sepolcri:
... e finch il sole / risplender sulle sciagure umane.
La poesia di Faustina Maratti Zappi, poi, varrebbe da sola a mostrare come lArcadia femminile non possa certo essere ridotta ad un
mero intrattenimento mondano, salottiero,
esteriore, ma sia, al contrario, sorretta, in alcuni casi, da una cultura letteraria, e anche
filosofica, tuttaltro che esile.
merito di Tatiana Crivelli lavere evidenziato lo spessore culturale che sorreggeva l'apparente leggerezza, lesteriore superficialit,
dellArcadia femminile (anzi dellArcadia in
genere, molle, effeminata, snervata,

secondo lo stereotipo critico che da alcune


pagine del Baretti dedicate proprio allo Zappi con i suoi mondani e frivoli sonettini tutti pieni di Amorini come se il poeta imolese non fosse stato capace anche di scolpire,
con mano potente, con man che ubidisce a
lintelletto, il sonetto sul Mos di Michelangelo, che ha in s la vigoria racchiusa nella mobile immobilit della scultura visibile
parlare arriver al De Sanctis per essere
solo in parte attenuato e sfumato dal Croce,
e infine lasciato sostanzialmente intatto e inerte, con rare eccezioni, dalla storiografia successiva).
Si tratta, invero, come la Crivelli suggerisce
citando Kundera, di una leggerezza spesso
insostenibile10 (basti pensare ai sonetti, struggenti, che la Maratti, accomunata fra laltro
al sodale Pier Jacopo Martello da questo tremendo lutto e da questa profonda sorgente
di canto doloroso, dedic al figlio morto); di
una leggerezza che si accompagna, per di pi,
ad una precisa coscienza storica, ad un senso
della continuit, alla percezione distinta di
un rapporto strettissimo, assoluto, sovrastorico quasi un terreno e umanissimo corpus
mysticum , come di madre a figlia o di sorella a sorella, che congiunge tutte le interpreti, tutte le voci potenti o fragili, connotate
o stereotipate, di quella sorta di coro sommerso che la poesia femminile.
Ed emblematico che Diodata Saluzzo Di
Roero (la cui Musa dombre e di rovine non
era lontana dal Cesarotti, da Foscolo, da Leopardi) potesse dirsi, in un sonetto, agli albori
di un Ottocento ormai preromantico, fiera di
aver raccolto il testimone, anzi il bacolo,
il bastone pastorale, di Aglauro vaga, /
chItali carmi fe suonare a l'etra, sebbene
smarrita ne fosse, oramai, la cetra inimitabile (dove, sotto lapparenza leggiadra, fitti
sono i richiami dotti, dalla platonica catena,
nello Ione, che unisce gli Dei ai Vati e i Vati
ai rapsodi, alla lucreziana fiamma della vita,
lampas vitai, che trascorre di generazione
in generazione, fino agli oraziani Itali modi, alle care Itale note che saranno di
Monti, di Foscolo, di Carducci).
E, sempre a proposito della Maratti, ancora
la Crivelli a ricordare11 lo squisito simposio
filosofico (tale, quasi, da rievocare certe delicate, pacate, mistiche e insieme raziocinanti,
atmosfere del platonismo rinascimentale,
quali si respirano negli Asolani del Bembo o
nei Dialoghi dAmore di Leone Ebreo) attestato dal tomo terzo delle Prose degli Arcadi, edito a Roma nel 1718, e che coinvolse,
fra le altre, la fiera e tormentata Petronilla
Paolini Massimi (sol del nostro valor l'uomo tiranno) e la stessa Maratti.

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Carlo Maratta, Tuccia.

Questultima, in veste di Sibilla o quasi di


platonica Diotima, di iniziatrice, in veste galante, e insieme quasi sacrale, ai dimenticati
misteri damore , aveva definito lessenza
dellAmore come Cristallo.
Per la Paolini Massimi, quel Cristallo simboleggiava lo specchio dellautocoscienza, la
sapienza filosofica che lanima attinge, platonicamente, attraverso la meditazione ispirata da un amore sublimato ed intellettualizzato (lAnima contempla, come in uno specchio, le immagini della Bellezza che si sono
impresse nello spirito fino a correre il rischio
di restare irretita, come Narciso, nelle proprie stesse cogitazioni, insieme passionali ed
intellettuali).
Sottilissima la risoluzione dell'enigma che
viene offerta dalla Maratti: limmagine quasi l'emblema o limpresa, di gusto ancora
un poco secentesco del Cristallo allude alla
duplice natura dellAmore: da un lato laspetto terreno, terrestre, materiale, minerale, oscuro come le profondit millenarie da cui affiora il quarzo, Cristallo di Monte; dallaltro, il cristallo come luce, quella che lattraversa e che esso filtra e moltiplica, come fuoco dellamore intellettuale, che arde tutto
ci che dimpuro, di grave, e di materiale truova dattorno all'anima, e la fa, qual fiamma
purificatrice, alzare alla sua sfera (parole,
queste, in cui riecheggia tutta una secolare
sapienza amorosa, dallo Stilnovo a Ficino al
Bruno degli Heroici Furori, e che parrebbero quasi far gi intravedere quella fiamma
gemmea, quella gem-like flame, di cui

arderanno, nel secondo Ottocento, gli esteti


inglesi).
In questo Settecento mondano e insieme platonico, classico ed eburneo eppure in parte
ancora ingegnoso e concettistico, galante ma
a volte dolente, salottiero eppure, spesso,
autenticamente petrarchesco, la visione di
Biagio Schiavo (petrarchismo come platonismo assoluto, puro, incorporeo, intellettuale) pu coesistere con quella, pi distaccata,
di Muratori commentatore del Canzoniere
(Petrarca come poeta animato comunque da
una passione umana e terrena, bench intellettualizzata, interiorizzata, e resa astratta
dall'impossibilit stessa di appagarla).
Entrambe le visioni (Amore come desiderio
e passione e Amore come affinamento danimo e dintelletto), del resto, affiorano e sintrecciano, armoniosamente ma non senza
ironica e maliziosa dialettica, ostile alle catene immaginarie e alle prigioni ideali ,
nel Congresso di Citera di Francesco Algarotti, leggiadra rilettura settecentesca in
chiave di romanzo, o meglio di operetta
della tradizione del simposio filosofico intorno alla natura dAmore12.
E unerudizione finanche eccessiva, sottilissima, intrisa della filosofia di Cartesio da lei
tanto amato, rivela la dissertazione della stessa Maratti a difesa del sonetto Con fronte
crespa e sguardo aspro e severo, edita per la
prima volta da Bruno Maier in appendice alla
monografia gi citata.
In queste pagine, la poetessa difende la propria rappresentazione in apparenza contraddittoria, in realt sfaccettata e irta dantitesi
come il sentimento stesso dellAmore come
passione e gelosia, e dunque come fuoco e
gelo, entusiasmo e conflitto, trasporto ed angoscia. Antitesi ben petrarchesca; e, come
Petrarca (ma anche sulla scorta del Trait des
passions di Cartesio, che metteva in guardia
da quella espce de crainte, da quella sorta di sottile acuto ossessivo timore di perdere l'oggetto amato, che la Gelosia), la poetessa risanava, o cercava di risanare, le ferite
della gelosia, le ombre del passato, cos come
gli sconvolgimenti del lutto, nellequilibrio e
nellarmonia, classici e melodiosi, della forma.
Una forma letteraria che, anche nel suo caso,
inclinava ad una fusione di linguaggi espressivi diversi. Figlia del pittore Carlo Maratta
(che ne fece un placido ed assorto ritratto, di
una floridezza rinascimentale, ma esprimente, in qualche modo, quella stessa passione e
quello stesso dolore razionalmente dominati, contenuti, misurati, come respinti nel buio
dellinteriorit quasi calore di fiamma lontana, avrebbe detto Foscolo), al dipinto del
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padre raffigurante la vergine Vestale Tuzia


dedic un sonetto, Questa, che in bianco
ammanto e in bianco velo, il quale dava voce
al parlar muto dellimmagine (espressione che ricalca, com evidente, quella, plutarchea, della pittura come poesia muta,
piesis sioposa), e, in certo modo, esplicitava ut pictura poesis i valori semantici racchiusi nei dettagli del dipinto.
Se da un lato, nel quadro, il candore del velo,
la purezza dellincarnato, la compostezza del
viso verginale, il terso lucore dellacqua rinviavano ad una simbologia classico-cristiana di purezza (la classica lustratio come affine al battesimo, la verginit comune alla
Madre di Dio e alle Vestali), dallaltro il sonetto richiama, con la pennellata di un verso,
tutto questo sistema di valori: di fuor traluce il bel candido cuore (con una sorta di
conio dantesco-petrarchesco, fra il tralucere paradisiaco della gloria divina e lo sgomento del poeta di Laura: di fuor si legge
comio dentro avvampi).
E non possibile, in conclusione, dedicare
che poche pagine ad una figura che meriterebbe, invece, ampia e decisa rivalutazione,
quella di Camillo Zampieri, che oggi dimenticato era per omaggiato, alla morte,
da Vincenzo Monti come un nuovo Orfeo
(Piangean le Muse sullavel che spento / Del
Vatreno racchiude il terzo Orfeo13).
Il suo nome tuttal pi ricordato per avere,
fra i primi, negato, o almeno messo in dubbio, lautenticit dei Canti di Ossian, tradotti
da Melchiorre Cesarotti, e destinati a fortuna
e risonanza larghissime.
Ma bene rammentare che a ci Zampieri
giunse non per via filologica, bens sulla base
di una poetica severamente classicistica che
lo induceva a guardare con diffidenza a quei
versi cupi, gementi, contrastati, a quella natura primigenia, remota, selvaggia. Ex tenebris saeclorum etiam effodiuntur ab altis,
si legge in De Ossiano poeta, breve carme in
distici elegiaci raccolto nei Carminum libri
quinque editi a Piacenza nel 1771: i poeti si
scavano fin dalle fonde tenebre dei secoli,
fino ad estrarne addirittura un selvaggio Celta, oltraggio derisorio per la divina Poesis (e c, in questa divinizzazione della poesia, gi tutto lo spirito della Scuola Classica,
fino alleredit che ne raccoglier Carducci).
Riduttivo sarebbe vedere nell'opera dello Zampieri solo un'espressione di pensiero reazionario (malgrado il suo poema Tobia fosse, dichiaratamente, una confutazione delle teorie
illuministiche di quei novi Sofi cui del
resto il Parini, anchegli legato in fondo alleredit dellArcadia, guarder, nel Giorno,
con un interesse non scisso dalla diffidenza).

Nei suoi Carmina latini, il cattolicissimo


Zampieri reinterpreta, originalmente, il lascivo Catullo nella chiave di unidealizzazione
quasi stilnovista della donna. Il suo candidulus probusque amor, un amore candido e castissimo, pur nella venustas, nella grazia, catulliana; un amore, per, comunque
capace di suscitare un platonico-cristiano
enthousiasms che eleva quel sentimento alle
stelle: hunc amorem / Iam mens praetrepidans ad astra flagrat / Astutum lepido vocare
versu (I, 2). Uno stesso dolore, uno stesso
fato impassibile (dura quies, ferreus somnus: quiete ostinata, ferreo sonno la morte
che ha colpito, non ancora decenne, ut albulus columbus, il piccolo Tommaso Della
Volpe) segnano il destino delluomo e la vita
della natura.
La vigna delle Sacre Scritture, Sacrarum Litterarum Vinea (II, 32), cinta e difesa dal
mistero della parola divina, da una fitta ed
inviolabile corona di tenebre, corona perpetuis opaca dumis. Essa non concede i propri frutti al razionalismo ostinato e pervicace
che tenta di violarla, o che addirittura la considera unaberrazione del pensiero. Del resto, a Bologna, limolese Camillo Ettorri, teorico (fra i primi, se non il primo) di un Buon
gusto contrapposto agli eccessi del Barocco,
vedeva nel Verbo Divino, nella Parola incarnata in Cristo, nelle sue parabole immediate
ma proprio per questo illuminanti, il perfetto
esempio di unespressione sublime e insieme umana e terrena, alta e profonda eppure
vicina alla realt e all'esperienza14.
I versi di Zampieri sembrano pervasi da quella stessa fusione di classicit e cristianesimo
che anima certo dietro indicazione dello
stesso committente gli affreschi di soggetto biblico, opera di Angelo Gottarelli, adornanti le sale del suo palazzo imolese: una stessa serenit spira dalla natura, dalle architetture, dagli incarnati, dai volti, li avvolge e li
eleva15.
E proprio alla poesia teologica Zampieri dedic la sua pi impegnativa opera in italiano,
quel Giobbe esposto in ottava rima, edito a
Bologna nel 1763, che, presente nella biblioteca di Leopardi, pot forse offrire qualche
suggestione alla rilettura (orfana, a differenza della visione del poeta cristiano, di qualsiasi fiducia nella Provvidenza Divina) che
questi diede del pessimismo biblico16.
Basti citare, qui, la rievocazione, notturna e
risonante, del passo (Giobbe 4, 12) in cui
evocato il Verbum absconditum, la parola
occulta e appena bisbigliata, della divinit,
la verit inaccessibile ed imperscrutabile: Io
stesso ignota / Voce s come dindistinto e
cheto / Romor notturno, e che parea remota,

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Frontespizio delle Rime dei


coniugi Zappi.

Frontespizio del Giobbe di


Camillo Zampieri.

/ Intesi risonar nel pi segreto / placido orror,


quando su lale immota / La notte rende ogni
animal quieto; lampia parafrasi di Zampieri
del passo, lapidario (Giobbe 5, 7), in cui si
dice che homo ad laborem nascitur et avis
ad volatum (luomo istesso / per la fatica,
e pel travaglio nato / A questo fine lui
form Natura, mentre alluccello fu dato il
remigio de lali avventurato / Su per gli spazi
de laria) pu avere offerto (insieme ad altri
antecedenti, fra cui poco indagato forse
quello degli Uccelli di Aristofane) un qualche spunto al Leopardi dellElogio degli uccelli; infine (ma i richiami potrebbero moltiplicarsi) lidea, gi implicita nel testo biblico
(Numquid Deum quispiam docebit scien-

tiam, 21, 22) e poi ampiamente sviluppata


dal pensiero cristiano, che il volere divino non
sia subordinato o commisurato al bene o al
male, al vantaggio o allo svantaggio, delluomo, ma perduri imperscrutabile nella sua assolutezza, pu prefigurare (anche se in modi
metafisici, danteschi, di poesia teologica, lontana dal materialismo leopardiano) la stessa
impassibilit e la stessa lontananza che Leopardi attribuir alla Natura matrigna: non si
deve credere che lEccelso Dio, che ne lempireo regno / Beato in s beatitudine spande, Prenda regola, o faccia alcun disegno /
Per utile, che il mondo in lui tramande.
E non c, forse, modo pi consono, per concludere questo excursus, che soffermarsi su
alcune riflessioni, del tutto moderne, che il
pur classicista Zampieri sviluppava intorno
al modo in cui la modernit (la sua, come la
nostra) pu rapportarsi allantico: ossia per
frammenti, lampi, intuizioni, attraverso un
velo di alterit e di perdita, una prospettiva,
deserta e insieme limpida, di lontananza.
Introducendo la citata edizione piacentina del
1771, Zampieri paragonava lo sguardo di chi
cerca, attraverso lelegia latina, le vestigia
esigue e disperse, quasi del tutto perdute, la
grazia fragile e svanita, i lineamenta sparsa
atque seiuncta, di quella greca locchio di
chi tenta, come faceva Dionigi Strocchi, classicista faentino, e come far Foscolo di l a
poco, di percepire leco franta e perturbata
della Chioma di Berenice di Callimaco attraverso la traduzione-riscrittura di Catullo
allattitudine di Michelangelo, che scrutava
con sguardo fisso e rapito, oculis haerentibus ac defixis, un busto mutilo, immaginando nellaria e nella luce, nel vuoto della distanza storica e della perdita irrimediabile, la
meraviglia svanita.
Anche se dellArcadia e del Classicismo noi
abbiamo non solo le opere compiute, ma addirittura un patrimonio sovrabbondante e
debordante, le nostre sono pur sempre una
ricerca e una cernita, quasi archeologiche, di
frammenti e gemme rari e sepolti e dispersi,
voci da far rivivere nuovamente nitide, dissolto quel roco velo di polvere che inevitabilmente ce ne aliena.
Arcadia scriveva Benedetto Croce sui Quaderni della Critica nell'Aprile del 46, in una
primavera satura di sangue e insieme di speranza nome che suscita immagini di pace
e di gentili piaceri, quali la pace consente.
Non che quellepoca fosse immune dal perenne, pervicace scontro di civilt se proprio alle vittorie contro i Turchi lo Zappi poteva dedicare sonetti monumentali e roboanti. Ma fosse pure ozio erudito, vuoto estetismo, o addirittura allucinazione storiografi219

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ca sia permesso anche a noi, ancora, vagare per quei preziosi, artefatti, variegati giar-

dini per quei freschi e remoti horti conclausi.

NOTE
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Il Cittadino, Cesena, agosto 1910.


Meritoriamente riedite per le cure di Claudia Pedrini e con una finissima prefazione di Andrea Emiliani, La
Mandragora, Imola 2001.
O. Orsi, Una quieta Arcadia di provincia, in Alessandro Dalla Nave imolensis pittore di molto merito, ivi
2013, pp. 68-69.
I componimenti dei coniugi Zappi si possono leggere nelledizione curata da Bruno Maier (autore inoltre
dellancor oggi utile monografia Faustina Maratti Zappi, LOrlando, Roma 1954), Poesie, Fulvio Rossi, Napoli
1954.
Sguito del Teatro Italiano di Pier Jacopo Martello, Parte Prima, Dalla Volpe, Bologna 1723, p. 271.
Opere, VII, Bologna 1729, p. 236.
Vedi lattenta analisi di Marco Antonio Bazzocchi, Ledizione bolognese dei Versi, in Leopardi e Bologna,
Olschki, Firenze 1999, pp. 233-246. In generale, Leopardi e il Settecento, ivi 1964. Fondamentale documento
la Crestomazia italiana curata da Leopardi, riedita per le cure di Giusepe Savoca, Einaudi, Torino 1968 (lo
Zappi vi figura con cinque componimenti, invero non dei pi felici, fra cui quello della famigerata metamorfosi
onirica in cagnoletto, che, onnipresente nelle antologie, tanto ha nociuto allimmagine e alla fortuna dellautore).
Il Filalete, Geremia e Tabacco, Venezia 1738, II, pp. 641-642. Vedi il saggio di Elisabetta Graziosi, Ventanni di
petrarchismo, in La Colonia Renia, a cura di Mario Saccenti, Mucchi, Modena 1988, vol. II, pp. 186-187 (e, per
i rapporti fra la Maratti e Martello, il contributo di Maria Grazia Accorsi, Pastori a teatro, p. 355).
Vedi lattenta analisi di Maria Rosa De Luca, Giuditta versus Oloferne, Musica Docta, II, 2012, pp. 107-121,
musicadocta.cib.unibo.it
La donzelleta che nulla temea, Iacobelli, Roma 2014, pp. 7 sgg.
Ibidem, pp. 79 sgg.
Si veda la pregevole edizione curata da Daniela Mangione (Millennium, Bologna 2003).
V. Monti, Poesie varie, Resnati, Milano 1839, p. 11.
Vedi il citato contributo di Maria Grazia Accorsi, Pastori a teatro, p. 347.
Rinvio a Il volto nascosto della citt, Editrice Compositori, Bologna 2002, pp. 136 sgg.
Come segnalato, en passant, da Paolo Rota nel suo per ben altri e ben pi importanti aspetti prezioso
Leopardi e la Bibbia, Il Mulino, Bologna 1998.

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