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NON SON CHI FUI, PERI' DI NOI GRAN

PARTE
È morta la maggior parte di me: e ciò che rimane è solo pianto e sofferenza. Il sentimento amoroso è svanito,
così come si è esaurita quella vena poetica che alimentò le opere della mia giovinezza.
Perché, dal giorno in cui la Rivoluzione priva di etica e la guerra mi hanno coinvolto ad indossare la loro
uniforme portatrice di sangue, mi si è offuscata la ragione ed i sentimenti sono scomparsi, in me è cresciuto il
bisogno e il desiderio di acquistare ricchezza tramite l'arte, e di questo solo mi vanto.
Eppure, ogni quando avessi intenzione di togliermi la vita, questo istinto audace è placato dalla brama di
gloria e dall'amore per mia madre.
Sono assai schiavo di questa mia condizione, degli altri e del fato. Riconosco il meglio, ma mi attengo a ciò
che di peggiore mi si presenta. Tuttavia so pregare e fuggire la morte.

Questo componimento ha toni letterari ricercati e esprime un momento di aridità spirituale


conseguente all’esperienza di guerra e dei disordini rivoluzionari. Il sovvertimento d’ogni valore che
essi portano con sé ha gettato il cuore del poeta in una prostrazione. Il crollo degli ideali gli ha
suscitato nell’animo il senso della vanità d’ogni cosa; ha spento in lui l’amore e la poesia che sono
le luci che illuminano la sua vita. La morte appare l’unica soluzione di questa esistenza distrutta. In
questo sonetto sono evidenti numerosi motivi petrarcheschi e alfieriani soprattutto nella prima
quartina.

TE NUDRICE ALLE MUSE


Tu, o Italia, sei sempre stata considerata, anche dagli stranieri che ti hanno conquistato, madre, patria e Dea
delle arti; e questa fama rendeva più sopportabile il peso della nostra antica, infame schiavitù sotto il giogo
di diverse popolazioni.
Perché se i vizi dei tuoi governanti, il tempo e la cattiva sorte hanno fatto svanire la saggezza e la virtù
dell'Impero Romano, in te viveva almeno la lingua che tramandava la tua gloria passata, oggi svilita dalla
tua attuale condizione di schiavitù.
Ora, o Italia, il destino ti serba il sacrificio di anche quest'ultimo residuo del tuo glorioso passato; anzi
mescola la tua divina lingua toscana
con quella barbarica dello straniero, cosicchè, sia felice, più che di averti fatto a pezzi e soggiogato
politicamente ed economicamente, di aver distrutto anche la tua cultura, unica tua ricchezza.

Il sonetto venne ispirato da una proposta del Consiglio Cisalpino di abolire la lingua latina. Il poeta
è amareggiato e non vuole che l'Italia, che una volta era chiamata "Nutrice delle Muse", pur
essendo sotto dominazione straniera, sacrifichi ciò che la rende madre delle Muse per imbarbarire
il suo divino toscano con la lingua francese in modo che il vincitore possa vantarsi di averla privata
della sua lingua madre che invece tutti gli altri conquistatori avevano sempre rispettato.
PERCHE' TACCIA
Affinché taccia il rumore della mia catena [fatta] di lacrime, di speranza e di amore vivo, e di silenzio;
perché mi colpisce una passione dolorosa se parlo con lei, o di lei penso e scrivo.
Solo tu mi ascolti, o fiume solitario [di lacrime], dove sono portato ogni notte dall'amore, qui confido il
pianto e racconto le mie disgrazie, qui sfogo tutta la pienezza del mio dolore.
E racconto come, con raggio immortale, mi fecero ardere il cuore due grandi occhi ridenti, e come la [sua]
bocca color rosa, i rilucenti
capelli profumati, il candore del suo corpo divino e la cara voce mi insegnarono infine a piangere per
amore.

In questo sonetto Foscolo identifica la sua pena d'amore con la metafora della catena spiegando
che soffre anche solo pensando alla sua amata. Nella seconda strofa è evidente il richiamo a
Francesco Petrarca, quando il poeta affida le sue sofferenze e i suoi pensieri al fiume,
affinchè renda il suo dolore più sopportabile. Il poeta sottolinea inoltre quanto sia
pesante il silenzio, il non poter esprimere ciò che sente nel suo cuore tormentato. Nelle ultime
terzine, infine, si sofferma a descrivere la donna amata, ricordando i suoi splendenti capelli, la
rosea bocca e la bianca pelle dell'amata.

COSI' GL'INTERI GIORNI


Così per giorni interi mi lamento in un lungo incerto sonno; ma poi, quando la notte scura chiama nel
cielo gli astri e la luna, e la fredda aria è coperto di ombre silenziose,
allora io, vagando lentamente nei luoghi dove la terra è più boscosa e più solitaria, vado a palpare ad una
ad una le ferite con le quali la cattiva sorte, e l'amore e il mondo hanno straziato il mio cuore.
Ora mi appoggio stanco al tronco di un pino, ora prostrato parlo e deliro con le mie speranze là dove le
onde si scatenano.
Ma spesso, donna, lasciando per te in secondo piano le ire mortali e il destino, io sospiro verso te: luce dei
miei occhi, chi ti nasconde a me?

In questo sonetto l'autore vuole aspettare la notte che risveglia in lui la tristezza,
l'angoscia e le ferite che la vita gli ha inferto e soprattutto la lontananza dalla
donna che ama; ma il pensiero di lei distoglie la sua attenzione da tutto il resto,
soprattutto durante la notte. Quindi Foscolo fa diventare la notte la parte della
giornata in cui siamo portati a riflettere sulla nostra vita, ripercorrendo tutti gli
eventi importanti ma soprattutto quelli più dolorosi.
MERITATAMENTE
Giustamente, visto che io ti ho lasciata, ora grido al cospetto del mare burrascoso che si infrange sulle
Alpi e le mie lacrime si perdono tra i venti del Tirreno.
Ho sperato, poiché gli uomini e il destino mi hanno condotto lungamente in esilio, fra gente che non
conosce Dio, [lontano] dall'Italia dove ora tu trascorri gli anni della tua giovinezza nell'infelicità,
soffrendo per me,
sperai che il tempo, le vicende dolorose, e queste montagne che io attraverso ansimando, e le foreste
sempreverdi in cui io dormo come un animale selvatico,
fossero di conforto al mio cuore pieno di dolore; ah che inutile speranza! L'amore onnipotente ed
immortale mi seguirà tra le ombre dei trapassati.

Questo sonetto è anch'esso incentrato sul tema dell'amore. Il poeta si


rammarica di aver lasciato la donna amata e ora "meritatamente" grida il suo
dolore al cospetto del mare burrascoso che si infrange sulle Alpi
marittime. Infine l'autore si augura che l'amore onnipotente ed immortale mi
seguirà tra le ombre dei trapassati. Nel titolo è presente un evidente richiamo al
poeta latino Properzio, questo evidenza ulteriormente il grande amore di Ugo
Foscolo per i grandi autori del passato.

SOLCATA HO FRONTE
Ho la fronte segnata dalle rughe, gli occhi infossati ma attenti, i capelli di colore rosso, le guance pallide,
l'aspetto coraggioso, le labbra carnose e rosse, i denti bianchissimi, il capo reclinato, un bel collo, un petto
ampio;
un corpo proporzionato; un abbigliamento semplice ma elegante; un incedere, una capacità di pensare, di
agire e di parlare velocemente; [sono] moderato, pieno di umanità, leale, generoso, sincero; irritato con il
mondo di cui subisco le avversità:
talvolta valoroso con la parola [la letteratura], e spesso con il braccio [le armi]; passo la maggior parte dei
giorni in solitudine e nella malinconia, sempre assorto nei miei pensieri, [sono] disponibile, pronto all'ira,
ansioso, ma fermo nei miei propositi:
ho molti vizi ma anche molte virtù, lodo la ragione, ma corro dove mi porta il cuore: soltanto nella morte
potrò trovare gloria e quiete.

Questo sonetto vuole essere l'autoritratto letterario dell'autore che vuole


presentarsi per quello che è e per quello che vorrebbe essere. La prima quartina
ci descrive in maniera classica e quasi scultorea il suo viso. Nella descrizione
compaiono subito le caratteristiche di uomo serio, intelligente, riflessivo,
pensoso ma soprattutto fiero. In seguito descrive la sua persona e le
caratteristiche che lo rendono unico; la quartina si conclude con l'indicazione
delle difficoltà personali e del periodo storico e politico. Nelle ultime due terzine
vengono sviluppati i temi romantici del sonetto: la tristezza e la solitudine, spicca
inoltre l'importanza delle emozioni. Il sonetto si conclude con l'esaltazione della
morte che finalmente darà la meritata fama al poeta.
E TU NE' CARMI AVRAI PERENNE VITA
Tu sarai ricordata eternamente attraverso la mia poesia, tu, sponda del fiume Arno, che attraversa la città che
finora più di altre pareva conservare un segno dell'antica perduta grandezza romana [Foscolo allude al ruolo
svolto da Firenze nella rinascita della civiltà classica avvenuta nel Rinascimento].
Già da un tuo ponte, ai tempi degli scontri feroci tra guelfi, nemici del papa, e ghibellini, sulle tue acque si
versò gran sangue, [nello stesso luogo] dove oggi, invece, ai forestieri viene mostrata la dimora di Alfieri.
Per me sei cara, felice e gloriosa, perché in quel tratto di terra spesso poggiava i suoi piedi leggiadri lei, con il
suo divino portamento,
e volgeva i suoi splendidi occhi verso di me, mentre il mio cuore sentiva un profumo divino diffondersi dai
suoi biondi capelli nell'aria che pareva mossa dal suo fascino.

Questo sonetto (conosciuto anche con il titolo: "A Firenze") è ispirato all'amore
sfortunato per Isabella Roncioni ed è l’ultimo di ispirazione amorosa. La
celebrazione del Lungarno di Firenze, che occupa tutto il componimento, non
nasce da un valore storico ma dalla gioiosa scoperta di un perenne ricordo.
Quel luogo è infatti lo scenario collegato alla figura dell’amata : le immagini della
fanciulla riaffiorano al poeta come immerse in un’atmosfera incantata e dotate di
una virtù consolatrice inesauribile. Foscolo opera, quindi, una divinizzazione
della donna e della bellezza.

ALLA MUSA
Eppure tu, o Musa, un tempo versavi sulle mie labbra una feconda abbondanza di poesia, quando la prima
stagione della mia giovinezza fuggiva e dietro di lei veniva intanto
questa età presente, che scende con me per una via dolorosa verso la muta riva del fiume Lete: ora ti invoco
senza essere ascoltato; ohimè, solo una scintilla dell'antica ispirazione poetica è ancora viva in me.
E tu, o Dea, fuggisti con lo scorrere del tempo, e mi lasci ai pensosi ricordi e ad un timore cieco del futuro.
Perciò mi accorgo, e amore me lo ripete, che rare poesie, frutto di faticosa elaborazione, non riescono a
sfogare il dolore che ormai inevitabilmente mi accompagna.

dalla Poesia, che gli ha dato


Il poeta veneziano, che nella sua vita è sempre stato confortato
anche, forza di vivere e speranza di gloria; ora avverte che la Musa lo
abbandona, perché sente che le poche rime faticosamente scritte non gli
permettono di dimenticare il pianto del suo cuore, deluso per l’amore contrastato
e per la patria vilipesa. In questo sonetto si sente ancora lo spirito di delusione
già espressa nelle Ultime lettere di Jacopo Ortis che sembra rendere arida la
vena del canto. A differenza del romanzo, Ugo Foscolo in questo sonetto non si
esprime con irruenza ma in forma pacata e, dopo il primo sfogo autobiografico,
riesce a sollevarsi ad una visione più ampia del destino umano.
CHE STAI?
Perché indugi? il secolo sta per finire, sopravvivendo solo nei ricordi, dove le leggi del tempo si annullano,
portando con sé nelle gelide tenebre dell'oblio quattro lustri della tua vita.
Se la vita è solo errore, ira, affanni, hai vissuto anche troppo; ora cerca di cambiarla in meglio e lascia ai
posteri l'esempio con opere d'erudizione.
Tu sei stato un figlio infelice, un amante disperato, un uomo senza patria, scontroso con gli altri, mai
soddisfatto di sé stesso, giovane nell'età, ma vecchio nell'aspetto,
perché indugi? la vita dura poco, l'arte è immortale; le opere letterarie nutrite di spirito di libertà tentino
almeno di acquistare fama a chi non è concesso di realizzare grandi imprese.

In questo sonetto l'autore si rivolge a se stesso, quasi per dare l'idea di un


dialogo interiore: si incita a non indugiare perché il XVIII secolo sta per finire e si
poterà nell'oblio gli anni già trascorsi della sua vita; poi continua spiegando che
deve muoversi a lasciare ai posteri dei ricordi sotto forma di opere perché
altrimenti la vita è solo una tortura senza significato. Nella terza strofa il poeta si
descrivi nei suoi aspetti più sensibili definendosi infelice perché orfano, amante
senza speranza per le grandi passioni non corrisposte, senza patria perché
esiliato, aspro e visibilmente vecchio nonostante la giovinezza. Infine riprende la
prima strofa e invita se stesso a non indugiare perché l'arte, a differenza della
vita, vive lungo i secoli e anche perché, se non può compiere gesti eroici, gli
resta almeno una possibilità di avere successo mediante i suoi versi.