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Esercitazione lezione 59

Si produca un breve elaborato mettendo a confronto il Carme 101 di Catullo e il


Sonetto foscoliano In morte del fratello Giovanni

Per la stesura di uno dei suoi più famosi sonetti, In morte del fratello Giovanni, Ugo
Foscolo si è ispirato al carme 101 di Catullo, poeta del 1° secolo a.C.
Sulla base di un’analisi parallela dei due componimenti, si possono notare diverse
analogie e differenze sia nella forma che nel contenuto.
Il componimento di Foscolo è strutturato secondo la conformazione tipica del
sonetto: sono quindi presenti due quartine e due terzine legate da rime incatenate e in
ogni verso è presente l’endecasillabo. Il carme di Catullo è invece composto da dieci
versi, con una struttura del testo definita da regole metriche dal momento che ogni
verso è composto da circa tredici sillabe.
L’apertura di Foscolo [“Un dì s’io non andrò sempre fuggendo di gente in gente…”]
è molto ripresa da quella di Catullo [“Dopo aver viaggiato di gente in gente, di mare
in mare…”], infatti appare una figura analoga ai due testi, il viaggio, anche se è
diversa la modalità con cui i due lo affrontano: Catullo lo descrive come un atto di
omaggio e un estremo saluto al fratello, portando sulla tomba come consuetudine i
doni funebri, secondo la religione politeista; Foscolo, invece, prende lo spunto della
visita alla tomba del fratello per rimanere coerente ai suoi ideali patriottici e per
parlare dell'esilio, che sente prossimo e si verificherà dopo che Napoleone verrà
sconfitto a Waterloo, nel 1815. Inoltre, a differenza di Catullo che è già giunto presso
la tomba del fratello, Foscolo si trova lontano da essa promettendo al defunto e a sé
stesso che un giorno non ancora stabilito giungerà lì in quanto, secondo la religione
cristiana, ha il desiderio di recarvisi per poter piangere la giovinezza del fratello
terminata così precocemente. Questo, oltre a sottolineare un drammatico evento della
vita del poeta, richiama uno dei temi più ricorrenti del romanticismo, il sepolcro.
Nella seconda parte delle poesie si giunge a due diverse situazioni dovute al diverso
destino dei poeti. Di Foscolo sappiamo che ha vissuto una vita molto intensa e
travagliata dall’esilio, mentre Catullo ha vissuto più o meno lietamente morendo nella
sua terra a soli trenta anni. Questo basta a dare una spiegazione sul perché Foscolo,
scrivendo la poesia in prima persona, non si sia ispirato direttamente a Catullo.
In Foscolo si passa alla figura della madre che parla di lui alla tomba del figlio [“…
parla di me col tuo cenere muto…”]. La figura della cenere ("mutam cinerem" (V.6)
tradotta da Foscolo con il “cenere muto”) è ripresa da Catullo anche se il ruolo che le
si attribuisce non è lo stesso: per Catullo la cenere muta del fratello rappresenta la
morte come fenomeno a cui non si può porre rimedio, mentre Foscolo la intende
come qualcosa di non terminato (secondo la concezione cristiana della vita eterna).
A questo punto si ha una netta separazione tra il contenuto dei due testi dovuta alle
diverse vicende vissute dagli scrittori.
Per Ugo Foscolo si è creata una situazione di forte afflizione poiché lo stesso destino
[“…gli avversi Numi…”] che ha reso tormentata l’esistenza del fratello, ha reso il
suo vagare solitario, cioè l’esilio, e la fissità del sepolcro del fratello incompatibili fra
loro; egli, infatti, pur avendo detto il contrario all’inizio del testo, sa bene che per lui
sarà impossibile potersi recare presso quella tomba.
A differenza di tutto ciò, nel componimento di Catullo si presenta una situazione di
dolore a causa dell’ingiusta perdita del fratello; tuttavia questo può darsi consolazione
poiché ha la possibilità di poter essere sulla tomba del familiare perduto per piangere
la sua morte [“…le esequie grondanti di molte fraterne lacrime…”].
Tutte le ultime speranze di Foscolo sono riposte nel finale del sonetto [“…questo di
tanta speme oggi mi resta…”]. Egli fa un disperato appello agli abitanti del luogo del
suo esilio [“…straniere genti…”]. L’unico modo per tornare, un giorno, accanto alla
madre e al fratello è quello di far restituire il suo corpo [“…l’ossa mie rendete al
petto della madre mesta…”] dopo la morte affinché si possa realizzare l’ultima
illusione estrema di stare accanto ai suoi cari nell’aldilà.
Al contrario, la poesia di Catullo termina con un estremo e definitivo saluto al fratello
[“…in eterno, fratello, ti saluto e addio.”]

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