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PARTE TERZA Autunno del Medioevo e rinnovamento preumanistico: l’età di Petrarca, Boccaccio, Chaucer (1310-1380)

CAPITOLO VII Il Canzoniere 1

S20 ON LINE Il sonetto proemiale: analisi metrica e stilistica (M. Fubini)

INTERPRETAZIONI Nel brano che segue, Mario Fubini analizza il *sonetto *proemiale del Canzoniere dal punto di vista metrico e sti-
listico, mostrando attraverso quali elementi Petrarca costruisca il senso di armonia e di equilibrio che caratteriz-
za questo e molti altri testi del libro.

 da M. Fubini, Metrica e Notiamo l’ampiezza del periodo e lo snodarsi del pensiero attraverso le due quartine. In Dante abbiamo trovato
poesia, Feltrinelli, Milano 1975,
pp. 216-219. – non tanto nelle liriche, quanto nella Divina Commedia – ampi giri di periodi, saldamente fondati sull’esperien-
za della filosofia scolastica; qui, dietro la poesia del Petrarca, c’è piuttosto il periodo ciceroniano, del tutto risol-
to: il Petrarca si è innamorato delle volute del periodo ciceroniano, e lo ha rifatto a suo modo. Ciò osserviamo nel
primo periodo, che occupa le due quartine, senza nessun nesso raziocinativo, e si presenta come un’eloquente
allocuzione ai lettori. È tutto un gioco di proposizioni dipendenti: nella prima quartina, al vocativo iniziale seguo-
no proposizioni secondarie incidentali (ch’ascoltate… ond’io nudriva… quand’era in parte…); il discorso continua
nella seconda quartina: dapprima un indugio sul vario stile, poi un altro inciso (ove sia chi per prova…), e infine
la proposizione principale, che viene qui a chiudere definitivamente il lungo periodo con una chiusa ondeggian-
te (“spero trovar pietà, non che perdono”). Da questo ampio periodare deriva un senso di grande armonia, di gran-
de equilibrio: a ciò contribuisce anche il fatto che la parola in rima non spicca sulle altre (suono, sono, ragiono,
perdono; core, errore, dolore, amore: non sono parole fortemente rilevate); altre volte il Petrarca cercherà la rima
consonantica, qui no: a parte il carattere particolare del sonetto proemiale, notiamo in esso questo aspetto del-
la rima, che resta costante in tutto il Canzoniere, perché è caratteristica dell’arte petrarchesca che nulla debba
spiccare. In Dante c’è un forte senso del particolare, ogni parola spicca, tutto è dominato dalla sua ferrea volontà,
dal suo pensiero; nel Petrarca è l’opposto: ogni parola è al suo posto, ma nessuna pretende uno spicco sulle al-
tre. Il Petrarca fu celebrato come maestro d’arte senza pari, proprio per questo suo supremo senso di equilibrio.
[…]
L’equilibrio che nasce da questo periodo si ritrova all’interno di ciascun verso, e fa sì che rari siano gli enjambe-
ments; ognuno di questi versi può rimanere a sé, improntato dal medesimo equilibrio. Questo sonetto proemia-
le è un sonetto di vecchiaia, meno mosso degli altri: i primi tre versi sono a minore,1 ed un movimento si ha so-
lo nel quarto: questo verso (“quand’era in parte altr’uom da quel ch’i’ sono”), a maiore,2 con più numerosi accen-
ti, serve di contrasto ai precedenti e, nello stesso tempo, è un’evocazione più vivace di quel che fu un giorno il Pe-
trarca. Nella seconda quartina riprende, all’inizio, l’andamento monotono (notiamo ancora le coppie caratteristi-
che), con un leggero movimento nel secondo verso; poi, nel terzo verso, ricorre un altro inciso, ad impedire una
chiusa troppo rapida. L’ultimo verso della quartina è, come nella precedente, più accentuato, a maiore, con la for-
te cesura sottolineata dal troncamento: tutto ciò contribuisce a sugellare questo periodo.
L’equilibrio che abbiamo notato all’interno di ogni quartina e fra quartina e quartina, lo ritroviamo pure tra fronte
(quartine) e sirima (terzine): la prima parte è più dimessa, la seconda rappresenta come un volgersi del poeta su
se stesso:

Ma ben veggio or sì come al popol tutto


favola fui gran tempo, onde sovente
di me medesmo meco mi vergogno;
e del mio vaneggiar vergogna è ’l frutto
e ’l pentersi, e ’l conoscer chiaramente
che quanto piace al mondo è breve sogno.

Ma segna il trapasso; due versi a maiore, poi il terzo a minore, più intenso, dove il sentimento del Petrarca, più
che dalle parole, è significato dall’allitterazione (“di me medesmo meco mi vergogno”); la semplice constatazio-
ne del suo stato (Ma ben veggio) si sviluppa in varie proposizioni equilibrate. La seconda terzina vuole approfon-
dire quello che c’è nella prima; nella pagina sulla morte di Laura nei Trionfi,3 abbiamo notato il contrappunto sul-
la parola bella, che ritma il discorso, qui notiamo il contrappunto sulle parole vano, vaneggiar, vergogno, vergogna.
La allitterazione vaneggiar, vergogno (notiamo anche questa specie di rima interna) rallenta il discorso; anche il
polisindeto contribuisce a preparare la lenta chiusa, che culmina nella grandiosità dell’ultimo verso: non una
sentenza come quelle di Dante, ma una verità scoperta nell’intimo cuore del poeta, presentata come la conoscen-
za cui egli è giunto dopo la sua esperienza. Questo sonetto, dopo molti endecasillabi a minore, finisce con un en-
decasillabo a maiore, nel quale si stacca il secondo emistichio: il breve sogno vuole essere effettivamente la
chiusa di tutto questo sonetto di proemio e di pentimento, che pure ci dà il senso del superiore equilibrio del Pe-
trarca.

1 a minore: *endecasillabo il cui primo emi- 2 a maiore: endecasillabo il cui primo emi- 3 pagina...Trionfi: cfr. La morte di Laura.
stichio è un *quinario. stichio è un settenario.

Luperini, Cataldi, Marchiani, Marchese LETTERATURA STORIA IMMAGINARIO [G. B. PALUMBO EDITORE]

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