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PARTE SECONDA La letteratura italiana nell’età dei Comuni (1226-1310)

CAPITOLO VI Dante esule e profeta 1

S14 ON LINE Antologia di giudizi critici su Dante

INTERPRETAZIONI Pietro Bembo


…Tuttafiata generalissima e universale regola è in ciascuna di queste maniere e stili, le più pure, le più monde,
le più chiare sempre, le più belle e più grate voci sciegliere e recare alle nostre composizioni, che si possa. […]
 da Prose della volgar lingua Il vostro Dante, Giuliano, quando volle far comperazione degli scabbiosi, meglio avrebbe fatto ad aver del tutto quel-
(1525).
le comperazioni taciute, che a scriverle nella maniera che egli fece:
E non vidi giamai menare stragghia
A ragazzo aspettato da signorso;
e poco appresso:
E si traevan giù l’unghie la scabbia,
Come coltel di scardova le scaglia.
Come che molte altre cose di questa maniera si sarebbono potute tralasciar dallui senza biasimo, ché nessuna
necessità lo strignea più a scriverle che a non scriverle; là dove non senza biasimo si son dette. Il qual poeta non
solamente se taciuto avesse quello che dire acconciamente non si potea, meglio avrebbe fatto e in questo e in
molti altri luoghi delle composizioni sue, ma ancora se egli avesse voluto pigliar fatica di dire con più vaghe e più
onorate voci quello che dire si sarebbe potuto, chi pensato v’avesse, et egli detto ha con rozze e disonorate, sì sa-
rebbe egli di molto maggior loda e grido, che egli non è; come che egli nondimeno sia di molto. Che quando e’
disse:
Biscazza, e fonde la sua facultade,
Consuma o Disperde avrebbe detto, non Biscazza, voce del tutto dura e spiacevole; oltra che ella non è voce usa-
ta, e forse ancora non mai tocca dagli scrittori. Non fece così il Petrarca, il quale, lasciamo stare che non toglies-
se a dire di ciò che dire non si potesse acconciamente, ma, tra le cose dette bene, se alcuna minuta voce era,
che potesse meglio dirsi, egli la mutava e rimutava, infino attanto che dire meglio non si potesse a modo alcuno.

Gianbattista Vico
 da Discoverta del vero Dante La Commedia di Dante Alighieri ella è da leggersi per tre riguardi: e d’istoria de’ tempi barbari d’Italia, e di fonte
ovvero nuovi princìpi di critica
dantesca (1728-29). di bellissimi parlari toscani, e di esemplo di sublime poesia. […]
Ma quello che è più proprio della sublimità di Dante, egli fu la sorte di nascer grande ingegno nel tempo della spi-
rante barbarie d’Italia. Perché gl’ingegni umani sono a guisa de’ terreni, i quali, per lunghi secoli incolti, se final-
mente una volta riduconsi alla coltura, dànno sul bel principio frutti e nella perfezione e nella grandezza e nella
copia maravigliosi; ma, stanchi di essere tuttavia più e più coltivati, gli dànno pochi, sciapiti e piccioli. Che è la ca-
gione perché nel finire de’ tempi barbari provvennero un Dante nella sublime, un Petrarca nella dilicata poesia,
un Boccaccio nella leggiadra e graziosa prosa: esempli tutti e tre incomparabili, che si debbono in ogni conto se-
guire, ma non si possono a patto alcuno raggiungere.

Giuseppe Baretti
 da La Frusta letteraria Ho osservato in uno dei miei precedenti fogli, che i Toscani in generale, e i Fiorentini in particolare, sono ammi-
(1763-65).
ratori tenacissimi dei loro antichi libri, e che fanno da più secoli un rumor grande intorno a quasi tutti i loro au-
tori. Intorno al loro Dante non solo hanno fatto romor grande, ma schiamazzo infernale. Migliaia e migliaia d’es-
si ne hanno parlato, e sempre con un entusiasmo e con un fanatismo, e con un trasporto da ossessi. Han trova-
to nei suoi versi tutte le scienze, tutte le arti, tutte le cose celesti, tutte le cose terrene, tutte le aeree e tutte le ac-
quatiche, senza contare le sotterranee e le centrali; ed io voglio conceder loro, che tutte le scienze e tutte le arti
e tutte quante le cose o in frutto, o in seme si trovino nella Divina Commedia di Dante Alighieri; e se alcuna ve
ne mancasse per disgrazia, basterà che abbiamo la flemma di leggere cinquanta commenti, e molte centinaia d’al-
tre scritture fatte per illustrare quella Divina Commedia, che ve la troveremo senza alcun fallo. Ma perché nessun
Fiorentino volle mai concedere, che a quella Divina Commedia manca il potere di farsi leggere rapidamente e con
diletto? Sarà vero, ch’ella dilettava i contemporanei del suo autore, poiché al dire di Francesco Sacchetti, il po-
polo la cantava allora per le strade come il popolo greco cantava un tempo i poemi d’Omero; ma la natura uma-
na bisogna dire che si sia molto stranamente cangiata; poiché al dì d’oggi non solo non si sente più voce che can-
ti i versi dalla Divina Commedia; ma non v’è uomo che la possa più leggere senza una buona dose di risolutez-
za e di pazienza, tanto è diventata oscura, noiosa e seccantissima. Io appello di questa verità al tribunale della
coscienza d’ogni mio leggitore. Ognuno d’essi avrà notato, che questi disperati lodatori di quella Divina Comme-
dia, ridotti al punto, è forza confessino di non saperne troppi squarci a memoria, comeché assicurino d’averla let-

Luperini, Cataldi, Marchiani, Marchese LETTERATURA STORIA IMMAGINARIO [G. B. PALUMBO EDITORE]
PARTE SECONDA La letteratura italiana nell’età dei Comuni (1226-1310)
CAPITOLO VI Dante esule e profeta 2

ta più e più volte da capo a fondo; e que’ pochi squarci che eglino possono ripetere, non sono poi altro, che que-
gli squarci stessi ripetuti da ogni principiante in poesia che l’abbia letta una sol volta; vale a dire, le parole di co-
lore oscuro scritte al sommo della porta dell’inferno, e la trista morte del conte Ugolino, e la novella di Francesca
da Rimini, col paragone di colui che si volge all’acqua perigliosa e guata, e quello dell’Arzanà dei Viniziani, e quel-
lo delle pecorelle che escono dal chiuso, e pochi altri brevi passi tratti dall’Inferno; ma del Purgatorio e del Para-
diso pochi ne sanno a memoria venti terzine, perché in sostanza quella divina Commedia instruisce, ma quella
Divina Commedia non diletta...

Ugo Foscolo
 da Discorso sul testo della La Commedia di Dante è immedesimata nella patria, nella religione, nella filosofia, nelle passioni, nell’indole del-
Commedia di Dante (1825).
l’autore; e nel passato e nel presente e nell’avvenire de’ tempi in che visse; ed in questa civiltà dell’Europa che
originava con esso, se non da esso, e ne vediamo i progressi narrati da mille scrittori di padre in figlio. A ogni mo-
do era secolo eroico; e molti de’ suoi lineamenti sono alle volte fantastici; e dove hanno del rozzo, furono trascu-
rati; e gli altri bastò guardarli con meraviglia, quasi che tanto sapere e tanta barbarie fossero inesplicabili.

G.W. Friedrich Hegel


 da Vorlesungen über die L’opera in sé più solida e più ricca, l’epos artistico vero e proprio del Medioevo cattolico, il più grande argomen-
Aestetik [trad. di N. Merker e N.
Vaccaro] (1823-29). to e il più grande poema, in quest’ambito, è la Divina Commedia di Dante.

Friedrich Engels
 da Prefazione all’edizione
La prima nazione capitalista fu l’Italia. Il chiudersi del Medioevo feudale, l’aprirsi dell’era capitalista moderna so-
italiana [trad. di P. Togliatti] no contrassegnati da una figura gigantesca: quella di un italiano, Dante, al tempo stesso l’ultimo poeta del Me-
(1893) a K. Marx-F. Engels,
Manifesto del Partito Comunista. dioevo e il primo poeta moderno.

Luperini, Cataldi, Marchiani, Marchese LETTERATURA STORIA IMMAGINARIO [G. B. PALUMBO EDITORE]