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Serravalle Scrivia 14 gennaio 2004 Evoluzione della lingua e della grammatica: lingue tecniche, nuove glosse, lingua letteraria

e dialettismi
Unanalisi della condizione presente della nostra lingua nazionale affare abbastanza spinoso, perch litaliano, secondo i pi recenti studi, , probabilmente, ancora in una fase di stabilizzazione e comunque un repertorio assortito di molte variet che si intersecano, si scambiano elementi e si scontrano, generando dei piccoli ma quotidiani cortocircuiti che producono cambiamento; , quindi, il repertorio linguistico della comunit italiana un campo di tensioni opposte, di polarit, che produce dinamismo e non stasi. Ma veniamo a noi: a che punto siamo nella formazione di un italiano unitario delluso medio (come lo definisce Francesco Sabatini), di un italiano senza aggettivi (sono le parole di Arrigo Castellani), di un italiano per tutti nei primi anni del XXI secolo? Mi rifar,inizialmente, agli studi di Maurizio Dardano che nel suo Profilo dellitaliano contemporaneo parte dalla divisione di marca sociolinguistica (a cui anchio mi rifaccio) in variet del repertorio; tali variet sarebbero diatopiche (o geografiche) se si considera larea geografica di provenienza del parlante; diastratiche (o sociali) se a essere preso in considerazione lo status sociale ed economico; diafasiche (o situazionali-contestuali) relative alla situazioni comunicative e ai diversi registri e sottocodici della lingua; diamesiche (legate al medium, al mezzo di comunicazione usato) se si parla di italiano scritto, parlato o trasmesso (quello della radio e della televisione). Si consideri che questa suddivisione in variet non a compartimenti stagni, ma, al contrario, mette in stretta relazione dinamica, come si diceva prima, le varie realt: ad esempio la variazione diatopica intimamente fusa con quella diastratica, perch i tratti linguisticamente regionali individuano, spesso, anche la provenienza sociale del parlante. Questo discorso ci introduce a quello pi generale del rapporto tra lingua standard e dialetto: innanzitutto bisogna definire cosa si intende, almeno negli studi pi recenti, per italiano standard, di cui si evidenziano tre valori fondamentali: uno neutro cio non marcato rispetto ai parametri di variazione; uno normativo, litaliano della grammatica; uno normaleper i parlanti colti, che lo prendono come modello a cui attenersi e come metro di valutazione. Ebbene, tornando al rapporto con il dialetto in Italia, secondo gli studiosi, c una situazione in cui sono chiaramente usati e compresenti due diversi sistemi linguistici, la cui differenza strutturale tuttavia inferiore a quella che si riscontra nei repertori bilingui classici (dice Berruto). Naturalmente la realt pi diffusa oggi quella dellitaliano regionale, ossia di un italiano che presenta pi o meno forti e frequenti innesti dialettali, che possono o meno essere adattati alla struttura fonologica e morfosintattica dellitaliano. Secondo Dardano lattuale fase dello sviluppo linguistico italiano sarebbe caratterizzata dal progressivo emergere di un nuovo standard, un neostandard (come stato definito) che accoglierebbe tratti fino ad ora rifiutati dalla norma grammaticale, come la dislocazione, la frase scissa, il che polivalente, determinati usi dei pronomi, dei tempi e dei modi verbali e, a livello lessicale, scelte di tipo colloquiale e regionale. Lassunzione del neostandardnon si presenta come una novit ma segna la legittimazione di caratteri e usi linguistici gi esistenti, ma considerati fino a poco tempo fa marginali e quindi colpiti da stigma. La tesi del neostandard ha suscitato discussioni e prese di posizione perch non c accordo sullinsieme dei tratti linguistici che caratterizzerebbero questa variet media, che un po viene accostata allitaliano colloquiale un po a quello senza aggettivi di cui ho detto prima. Lesigenza di un tale fantasma teorico nasce dalla ricerca di una soluzione ai bisogni linguistici di una societ cresciuta quantitativamente e qualitativamente mutata. Da quali fattori? Dalla progressiva diffusione dellitaliano negli strati sociali medi e medio-bassi

che ha concorso alla formazione dellitaliano regionale di cui si parlava prima, dai vari aspetti della neostandardizzazione citati prima e dallinflusso dellinglese, che hanno mutato un quadro linguistico che non ha ancora contorni ben definiti. Da qui il proliferare, a partire dagli anni Ottanta nella stampa di opinione e in pubblicazioni specialistiche, di referti e previsioni sul futuro della nostra lingua. Tali giudizi sono perlopi pessimistici: per citarne solo uno, Beccaria ha messo in luce la pressione dissestante dellorale sullo scritto conseguente allavvicinamento tra i due piani comunicativi, cosa che in Italia avvenuta in ritardo rispetto ad altri paesi dellEuropa occidentale. A partire dagli anni Sessanta del secolo scorso alcuni intellettuali e linguisti hanno cominciato a manifestare un atteggiamento di chiusura e di rifiuto contro ogni intervento normativo, considerato innaturale, libresco e antidemocratico, provocando cos una svalutazione della norma, considerata come unastrazione teorica, un impedimento alla libert del parlante, un qualcosa da abolire. Da tale posizone discende latteggiamento di sospetto nei confronti di ogni tentativo di proporre modelli di lingua, sia nel campo dellinsegnamento sia in quello dei media., ma anche lesaltazione populistica delle variet regionali, la cui dinamicit veniva contrapposta al carattere statico e letterario dello standard. Oggi sembrano finiti i tempi dellassoluto liberismo linguistico, sembra prevalere un atteggiamento di maggiore apertura e tolleranza anche senza perdere di vista il traguardo dellitaliano medio, che consentirebbe il raggiungimento di un buon livello della comunicazione. Dardano, nel lavoro citato prima, propone un grafico per dare unidea dellarchitettura dellitaliano di oggi; il grafico formato da cerchi concentrici, tra i quali quelli pi esterni indicano le variet considerate periferiche rispetto allo standard o lingua comune. La situazione di oggi, caratterizzata da un vario e intenso mescolamento tra variet un tempo lontane tra loro, fa s che rappresentazioni grafiche di questo tipo abbiano un valore solo indicativo. Nella lingua standard si possono individuare diversi livelli con i loro corrispettivi stili: comune, relativo al mondo del lavoro, alle scienze e alle tecniche, alla letteratura, alle arti ecc. Trasversalmente a tali livelli si pone la lingua dei media che adatta alle proprie esigenze comunicative tratti e modalit ripresi dallo standard e da altre variet dellitaliano come la lingua letteraria, i linguaggi di gruppi (o lingue speciali), i linguaggi settoriali, gli italiani regionali e litaliano colloquiale. Lo schema proposto da Dardano il risultato di alcune scelte di fondo attuate nella sua analisi: le variet socio-professionali, ad esempio, non sono distinte dai linguaggi settoriali n dalle lingue speciali; litaliano burocratico, che stato accostato da altri alla lingua letteraria e aulica, posto tra i linguaggi settoriali; non si riconosce unidentit propria allitaliano neostandard di cui abbiamo parlato prima, che considerato piuttosto come un fascio di tratti che attraversa pi di una variet delitaliano di oggi; non contemplato litaliano popolare, la cui esistenza affermata da alcuni studiosi e negata da altri. Le interpretazioni del continuum linguistico dipendono dallo stato dei lavori. Bruno Migliorini, nella sua Storia della lingua, ci ha fornito un quadro di riferimento prezioso e ricco di documentazione, Tullio De Mauro, nel 1963, ha aperto gli studi alla dimensione sociale della lingua, favorendo, dopo gli anni Sessanta, lesplorazione di nuovi ambiti di uso linguistico, come le periferie linguistiche, le variet di media e bassa formalit e, in generale, il parlato. Un notevole sviluppo ha avuto anche lo studio di fenomeni come i clitici, le dislocazioni, lintonazione, i connettivi, le strutture testuali gli aspetti pragmatici del testo. Il problema fondamentale, pi volte portato allattenzione dai linguisti pi avvertiti, stato quello di integrare con nuovi apporti metodologici una disciplina come la storia della lingua italiana, che manifesta ancora diffidenza nei riguardi di metodi e prospettive moderne di analisi. Per quanto riguarda il discorso della grammatica, mi attengo pi o meno fedelmente alla trattazione fattane da Edoardo Vineis nel Dizionario di Linguistica curato da Beccaria. Vineis sostiene che il termine grammatica oggi rappresenta una specie di etichetta polivalente, utilizzata per definire varie accezioni della parola. Una di queste intende la grammatica come descrizione ragionata di un sistema linguistico con le nozioni fondamentali di fonetica, ortoepia (ossia corretta pronuncia) e ortografia, seguite dallanalisi della morfologia, della sintassi e del lessico ma soprattutto la presentazione esaustiva delle cosiddette parti del discorso, con osservazione di pertinenza retorica e

stilistica. Grammatica quindi come descrizione della lingua scritta, canonizzata da un numero ristretto di autori e destinata a perpetuarsi come norma essenzialmente inderogabile. Il suo scopo primario quello di produrre testi di matrice letteraria, dove si esercita fortissima la pressione conservatrice dei modelli prescelti e tramandati, e scarso o nullo il rilievo dato alla lingua parlata, ridotta nello spazio di poche osservazione in margine, discriminate come errori o devianze rispetto alla norma (per norma intendiamo, a scopo di chiarezza, lautorit espressa dalle grammatiche e dai vocabolari che pu, a seconda delle epoche e delle temperie culturali, essere pi rigida nella sua applicazione oppure essere considerata come puro strumento didattico non impositivo), la quale ha il compito di insegnare suffragata dallautorit di una pi o meno ristretta cerchia di buoni scrittori- ci che si pu e si deve scrivere e, di consegunza, dire correttamente. Questo tipo di grammatica stato definito normativo oppure normativo-prescrittivo ed il portato di una tradizione classica vitale ancora oggi nella scuola italiana ed europea. Unaccezione pi scientifica vede la grammatica di una lingua come un insieme di regole che ne governano i sistemi fonologico, morfosintattico e lessicale, alla cui complessa interazione si deve il funzionamento della lingua stessa intesa come codice di segni deputati alla comunicazione tra le persone. La grammatica dellitaliano si presenta quindi, non tanto come la descrizione (con intento prescrittivo) di una selettiva norma letteraria, ma piuttosto come lanalisi delle strutture effettivamente usate dalla lingua parlata in una pluralit di contesti e di situazioni comunicative. Secondo unaltra accezione, pi restrittiva, si intende per grammatica quello che riguarda gli aspetti morfosintattici di un sistema linguistico, in opposizione agli ambiti di pertinenza della fonologia, del lessico, della semantica, della retorica e della stilistica. Il senso comune con cui si utilizza quotidianamente il termine grammatica, chiamandolo cio in causa per giudicare sullappropriatezza o meglio sulla correttezzaad esempio di una costruzione sintattica, non poi troppo lontano da questa stessa accezione. In un significato vicino al precedente, con il termine grammatica ci si pu riferire alla competenza nativa del parlante, che ha interiorizzato linsieme delle regole morfosintattiche (che comunque interagiscono con i componenti fonologico e semantico) immanenti al proprio sistema linguistico, ed pertanto in grado non soltanto di produrre a partire da quelle un numero infinito di enunciati grammaticalmente corretti (in quanto ad esse conformi), ma altres di giudicare sulla grammaticalit (nel senso di conformit alle propriet strutturali della propria lingua) o meno degli enunciati prodotti dai suoi interlocutori. Unultima considerazione di carattere generale riguarda la differenza fra grammatica normativo-prescrittiva e grammatica descrittiva: la prima si basa su un corpus ristretto di autori ritenuti classici, e in quanto tali costantemente riproposti come prestigiosi modelli da imitare, perpetuando ideali canoni (fissati una volta per sempre) di presunte insuperabili eleganza e raffinatezza linguistica, la seconda si rivolge piuttosto alleffettiva variabilit del sistema linguistico e considera la lingua non tanto per ci che dovrebbe essere nelle intenzioni di chi la analizza, ma per ci che nella sua concreta realizzazione allinterno della comunit culturale che la parla e la scrive. Vorrei, a questo punto, fare una notazione di carattere storico: Vineis ricorda, nella sua trattazione, il posto di assoluto privilegio che leducazione scolastica medievale ha accordato alla grammatica disciplina appartenente alle Arti del Trivio (insieme alla dialettica e alla retorica) e ritenuta il fondamento stesso della formazione culturale promossa attraverso lo studio delle arti liberali: lo studio e linsegnamento della grammatica si identificarono, almeno sino a tutto il XIII secolo, con lo studio e linsegnamento del latino, e conseguentemente degli autori classici e degli scrittori ecclesiastici, oltre che della Bibbia, il testo per eccellenza, che spiega come mai lo stesso Dante identificava la grammatica tout court con il latino, trattandola appunto, nel proprio lessico tecnico, quale effettivo sinonimo di questultimo, e pertanto contrapponendola al volgare. Il termine grammatica, strettamente associato in epoca medievale alle pi alte forme di eruduzione e di cultura, proprio in virt della popolare, frequente associazione di queste stesse forme con le scienze occulte, ha assunto, in ambito inglese, il significato di incantesimo, fascino, mistero, magia: lattuale inglese glamour (penetrato come prestito anche in italiano), voce propriamente scozzese, altro non che il

risultato finale dellevoluzione e dellalterazione dellinglese grammar, e cos pure i termini inglesi, ormai percepiti come voci arcaiche, gramarye e gramary. Prima di concludere largomento grammatica, vorrei parlare brevemente di due grammatiche recenti della lingua italiana, quella di Serianni (pubblicata nel 1988) e la Grande grammatica italiana di consultazionedi Renzi e Salvi (il cui primo volume uscito nel 1988). Marazzini, nel suo profilo storico della lingua italiana, sostiene la notevole qualit di alcune grammatiche scolastiche, come la grammatica di Dardano e Trifone ad esempio, e che il necessario approfondimento di ogni grammatica scolastica il libro di Serianni, definito ricco, equilibrato nei giudizi, autorevole. La sua autorevolezza, secondo Marazzini, deriva dal fatto che si tratta di una grammatica di alto livello, scritta da un linguista che non ha voluto rinunciare a fornire delle norme e delle indicazioni pratiche. Come gi stato detto, la linguistica moderna evita per quanto possibile di assumere un atteggiamento rigidamente normativo, come era tipico dei grammatici del passato; per cui, agli occhi di Serianni, sono di importanza fondamentale i casi di interferenza tra codici, e quindi le commistioni tra italiano e dialetto, tra le quali rientrano molti comuni errori. Il punto di vista della linguistica, quindi, non si concilia facilmente con quello della grammatica normativa, la quale ha tradizionalmente la funzione di suggerire (o imporre) allutente delle scelte di lingua e di stile. Serianni riuscito a ricucire lanima antica e quella moderna della linguistica con sapienza notevole. Inoltre ha inserito sovente delle notazioni relative alluso linguistico del passato, per cui la sua grammatica in molti casi utilizzabile sia come una grammatica storica sia come una grammatica descrittiva dellitaliano contemporaneo. La Grande grammatica italiana di consultazione di Renzi e Salvi risale, a livello progettuale, al 1976 ed il prodotto di un lavoro di quipe, che ha visto lintervento di un notevole numero di specialisti, anche appartenenti alle generazioni pi giovani. Questa grammatica si differenzia dalle normali opere descrittive e normative, e si ispira a criteri culturali assai innovatori e ambiziosi. Renzi, uno dei due coordinatori della ricerca, traccia infatti un panorama della produzione grammaticale in Italia nel nostro secolo e mette in luce la povert nella produzione di questo genere di opere nel periodo tra le due guerre, la scarsa innovativit metodologica e soprattutto il danno provocato dalla condanna del filosofo Benedetto Croce, per il quale la grammatica non aveva alcuna dignit filosofica, ma era semplicemente uno strumento didattico ed empirico. La condanna crociana distolse i migliori ingegni dal coltivare la linguistica e dallinteressarsi di grammatica, e questa situzione si trascin (secondo Renzi) fino alla rinascita della linguistica, avvenuta attorno agli anni Sessanta. Questa opera si differenzia da quelle tradizion ali gi nella struttura: la trattazione, infatti, comincia con la frase, e poi scende via via alle parti del discorso, anzich fare il contrario. Si qui partiti dallidea che la nostra conoscenza dei fenomeni si esplica attraverso la distinzione delle frasi dalle non-frasi, cio dalla distinzione tra ci che grammaticale e quindi accettabile, e ci che non lo . In questa trattazione di primaria importanza la questione degli errori, studiati secondo un punto di vista molto diverso da quello della grammatica tradizionale, perch ispirato esclusivamente a criteri linguistici e non normativi e puristici. Lerrore un elemento di grande interesse per il linguista perch, come scrive Renzi, Le forme considerate scorrettedalla sensibilit grammaticale di tutti o di alcuni sono forme effettivamente usate, o altrimenti nessuno penserebbe di giudicarle tali. Queste forme, in quanto esistenti, non potevano non venir registrate in questa grammatica, naturalmente in modo ben dsitinto da quelle agrammaticali. Cos le forme scorrette, ma realmente usate, A me mi piace, A me mi sembra vengono esaminate nella loro struttura, e si riesce anche a spiegare il perch della vitalit di queste forme pur combattute dalla norma. Quindi un lettore alla ricerca di una grammatica di tipo tradizionale, alle prese con un dubbio grammaticale, trover (forse) la riposta cercata anche sfogliando questopera, ma ci gli coster tempo e fatica. Se invece mosso da un interesse scientifico profondo per lapplicazione di moderne tecniche di analisi alla lingua italiana, allora lopera diretta da Renzi insostituibile, purch ci si renda conto che si tratta di un libro di uso avanzato, non molto adatto ai principianti.

Nello spettro di variet del repertorio linguistico italiano rientrano anche i linguaggi tecnicoscientifici; la loro caratteristica necessaria, come afferma sempre Marazzini nel gi citato Dizionario di linguistica di Beccaria, la rigorosa univocit semantica, ossia ad una parola deve corrispondere un significato e solo uno, senza possibilit di equivocare. Lo scienziato necessita di una terminologia priva di quellalone di incertezza evocativa, talora vera e propria ambiguit, che esiste sempre nel linguaggio comune, e che addirittura riconosciuta come una componente primaria del linguaggio poetico. Lo scienziato deve definire rigorosamente i termini che usa (se non sono gi codificati) e attenersi al significato fissato. Questo procedimento adottato oggi dalle discipline umanistiche, comprese quelle letterarie. La tecnificazione del linguaggio scientifico fu gi messa in atto da Galileo, quando scelse il volgare al posto del latino, tradizionale lingua della cultura e della scienza dal Medioevo al Seicento (Quello che in tutte le scienze demostrative necessario di osservarsi, doviamo noi ancora () seguitare: che di proporre le diffinizioni dei termini propri di queste facult sostiene Galileo). Ladozione del volgare nella scienza si presentava allora come unopzione rischiosa, divulgativa e polemicamente antiaccademica; implicava lo svantaggio di una pi limitata circolazione internazionale, circolazione viceversa garantita appieno dal latino. Fin dallinizio litaliano scientifico fece ricorso al cultismo, (cio una forma linguistica dotta, vistosamente distinta dalla lingua comune e dalluso corrente, ma non necessariamente arcaica) coniando vocaboli sulla base delle lingue classiche, anche se Galileo non fu affatto favorevole a questa tendenza. Si pensi al termine cannocchiale, costruito da Galileo sulla base di due parole comuni, cannone (ossia tubo) e occhiale, che fu subito affiancato da telescopio, poi affermatosi per indicare lo strumento di osservazione astronomica (risalgono al secolo XVII pure microscopio, termometro e barometro, questultimo chiamato dapprima tubo di Torricelli). I termini greci e latini diedero origine a quelle che Migliorini defin orge terminologiche dei chimici o dei medici, che proprio per linfluenza di Galileo hanno investito in misura minore lastronomia: egli prefer macchie solari a cultismi possibili come eliomi o macule, proprio per la sua scelta di tecnificare il lessico comune. Il termine coniato sul greco e sul latino, tuttavia, aveva in genere il vantaggio di essere un europeismo(per usare la definizione di Leopardi, il quale fu uno dei pi acuti teorizzatori della differenza tra parole e termini, cio tra la dimensione poetica e quella tecnico-scientifica). La tecnificazione necessaria al progresso del linguaggio scientifico comportava il rischio di una bassa leggibilit e di una scarsa piacevolezza del dettato, rischio evitato da Galileo stesso, e ancor di pi dagli scienziati-scrittori del Seicento, come Redi e Magalotti, maestri di discorsivit familiare, senza detrimento per il rigore delle loro descrizioni sperimentali (relative alla biologia, alla zoologia, allanatomia e alla botanica). La separazione tra la scrittura della scienza e quella letteraria si dovette consumare nei secoli seguenti, divenendo irreversibile con il divorzio delle cosiddette due culture. Ad un punto di incontro tra linguaggio letterario e linguaggio scientifico si collocata la poesia didascalica, di cui esistono esempi interessanti nel Settecento, e di cui qualche esperimento si ha anche nel secolo scorso (basta pensare, ad esempio, alla terminologia entomologica usata da Gozzano nel poemetto Le farfalle). Il linguaggio letterario, da parte sua, ha aprofittato sovente di quello scientifico. Gi nella Divina Commedia i tecnicismi della scienza dellepoca entrano nellonnivoro linguaggio dantesco (si hanno, ad esempio, termini astronomici come equatore, meridiana, rota, sfera, emisperio ecc.). Marino ha utilizzato nellAdone il lessico moderno dellottica e dellanatomia. Il linguaggio scientifico, come altri linguaggi settoriali, entra come componente del mistilinguismo del linguaggio letterario contemporaneo: basti pensare a Gadda, ma anche a Calvino, Primo Levi e, nella poesia, a Zanzotto. Per descrivere la situazione pi recente ci affidiamo a quanto sostiene Dardano nel gi citato Profilo dellitaliano contemporaneo, dove si parla di fenomeni di mescidanza e sovrapposizione delle variet. Lo studioso propone alcuni esempi a cui mi rifaccio anchio in questesposizione. Italiano standard
Non andrebbe nemmeno dimenticato che Cesare, questo scrittore che si direbbe spoglio di retorica, fu grande anche come oratore. Non possdiamo che testimonianze trasversali dei suoi discorsi: le tracce che ce ne ha lasciato egli

stesso, nel corso delle sue opere storiche, e Sallustio nella sua monografia. Per Cicerone lo giudicava il pi elegante di tutti gli oratori latini; e Quintiliano, mentre si disinteressa della sua opera storica, si rammarica che non abbia praticato il foro invece della guerra, poich sarebbe stato lunico rivale degno di Cicerone: parlava infatti con la stessa forza, 1 intensit e impeto con cui combatt, e con eleganza, virt a cui mir in modo particolare.

Il primo testo, tratto dalle pagine culturali di un quotidiano di diffusione nazionale, svolge un tema storico culturale in una variet che si pu definire italiano standard colto. Il carattere argomentativo del brano comporta una sintassi ben strutturata, rispettosa delle regole tradizionali ( facile notarlo dalluso del condizionale e del congiuntivo e dalla presenza della congiunzione poich), ma al tempo stesso duttile e ben scandita nei passaggi: si vedano, per esempio, lapposizione questo scrittore e la qualit degli attacchi dei periodi (Non possediamo che|Per Cicerone|e Quintiliano, mentre|parlava infatti). Tra i vocaboli, sempre stilisticamente appropriati (spoglio di, egli stesso, non lui stesso, se ne rammarica), si noti la presenza del neologismo testimonianze trasversali indirette e del latinismo foro tribunale, attivit giudiziaria. La prosa argomentativa di questo tipo conosce naturalmente variazioni sia verso i toni aulici sia verso le movenze del parlato. Qualche lieve concessione a questultimo livello, ma in modi piuttosto stilizzati, la ritroviamo in articolo giornalistico di Umberto Eco.
Attendo per il futuro di poter partecipare anchio a questo interessante gioco giornalistico: Che cosa penserebbe se le dicessimo che Norberto Bobbio ha detto che il ventennio fascista stato lunico momento veramente democratico della storia italiana? Quali sarebbero le sue riflessioni se accadesse che il Papa in una pubblica allocuzione in Piazza San Pietro ha negato la divinit del Cristo? In fondo, visto che la realt cos dura da sopportare, dobbiamo 2 forse incrementare un giornalismo che si occupi solo di mondi possibili.

Il carattere colto del passo risulta evidente dalle scelte lessicali (si vedano, tra laltro, luso di attendere, che cosa, accadesse, allocuzione, al posto di aspettare, cosa o che, succeddesse, discorso) e sintattiche: elaborata struttura frasale, uso del periodo ipotetico congiuntivocondizionale. Altri particolari riflettono invece un intento colloquiale: la ripetizione della stessa base verbale (dicessimo-ha detto); soprattutto lindicativo ha negato in luogo del congiuntivo avesse negato. Sono ugualmente significative altre scelte: i due neologismi incrementare e mondi possibili (questultima unespressione usata dai logici) posti in bella vista nel finale; la prevalenza del discorso diretto, introdotto senza didascalia. In particolare il fine argomentativo del passo comporta degli schemi sintattici che presentano una certa complessit strutturale. Invece i brani descrittivi della narrativa non sperimentale, e pertanto pi vicina allo standard (si pensi, per esempio, a Calvino, a Moravia, a Pontiggia e, almeno in parte, allo stesso Eco), prediligono una decisa linearit sintattica, lavorata allinterno con variazioni di lunghezza dei periodi, mutamenti di prospettiva e di registro.
Si alz dal letto e si avvicin a piedi nudi alla finestra. Scost le tendine. Sul marciapiede in basso si vedevano camminare uomini minuscoli. Alcuni si fermavano davanti alle vetrine, altri attraversavano il viale, sparendo e riapparendo tra gli ippocastani. Di solito lui arrivava a piedi da sinistra, dopo avere lasciato lautomobile al parcheggio. Il suo studio era, in linea daria, a non pi di un chilometro. Scorgeva nitidi gli ultimi piani del grattacielo e i vetri che luccicavano al tramonto, nella bruma rosata. Scese di nuovo con lo sguardo in fondo al viale e improvvisamente lo vide. Aveva alzato il giornale in cenno di saluto, anche se non poteva averla riconosciuta da tanto lontano. Forse immaginava che lo stesse aspettando e le 3 mandava un segnale.

Nel brano risaltano due aspetti: la brevit dei periodi e il continuo cambiamento del soggetto, pur nelle linee di una prospettiva unitaria della narrazione. Calvino, in maniera particolare, elabora
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C. CARENA, Cesare, realista con stile, in Domenica. 24 ore, 15-8-93, p.15. U. ECO, Bustina di Minerva, in LEspresso, II-7-93, p. 194. 3 G. PONTIGGIA, La grande sera, Milano, 1989, p. 9.

strutture paratattiche di base per ottenere quella movimentazione della linearit frasale, che si accorda allintento di imitare loralit mediante inversioni, segmentazioni, variazioni della lunghezza e della struttura dei periodi.
Insomma, il trono, una volta che sei stato incoronato, ti conviene starci seduto sopra senza muoverti, giorno e notte. Tutta la tua vita di prima non stata altro che lattesa di diventare re; ora lo sei; non ti resta che regnare. E cos regnare se non questaltra lunga attesa? Lattesa del momento in cui sarai deposto, in cui dovrai lasciare il trono, lo scettro, la corona, la testa. Le ore sono lunghe da passare; nella sala del trono la luce delle lampade sempre uguale. Tu ascolti il tempo che scorre: un ronzio come di vento; il vento soffia nei corridoi del palazzo, o nel fondo del tuo orecchio. I re non hanno orologio: si suppone siano loro a governare il flusso del tempo; la sottomissione alle regole dun congegno meccanico sarebbe incomaptibile con la maest reale. La distesa uniforme dei minuti minaccia di seppellirti come una lenta 4 valanga di sabbia: ma tu sai come sfuggirle.

Si noti il passaggio da una colloquialit, marcata dalla dislocazione iniziale (il tronoti conviene starci seduto), dalle interrogazioni e dalle riprese (si veda anche cosa invece di che cosa), a una narrativit resa con uno svolgimento sintattico pi lineare e con riprese discorsive diversamente modulate. Italiano letterario
Paura Da Chiasso a Capolago dopo il rombo del treno con la pioggia vicina e i paesi lontani a tu per tu con quel verso duccello. E laria invade anche ora artiglia lanima sfonda la vita 5 e insiste.

Il secondo testo, di Vittorio Sereni, si divide in due parti che contrastano tra loro per le diversit strutturali: nella prima troviamo versi lunghi, stile nominale, tono prosastico; nella seconda versi brevi, quattro verbi e una studiata collocazione dei vocaboli. La poesia odierna vive di una tensione tra due poli opposti: nei versi ora citati lopposizione di carattere strutturale; ma pi spesso, nel momento storico che ha visto laffermarsi di un italiano medio come lingua duso, la polarit del linguaggio si esprime come opposizione basso/ alto. Scelte lessicali medie e medio-basse possono essere riscattate da scelte colte attuate ad altri livelli: la ripresa di elaborati schemi metrici tradizionali, una scelta attenta di strumenti retorici (parallelismi, iterazioni, chiasmi), uno studiato ordine delle parole. Come appare tra laltro nellultima produzione di Montale, Caproni e Luzi, quellandare della poesia verso i modi della prosa tenuto a freno da unintonazione poetica fatta di forme e di situazioni eccezionali nonch da un insieme correlato di artifici compositivi. Di questa polarit vediamo due esempi:
Cianfrogna Se ne dicono tante. Si dice, anche, che la morte un trapasso. 6 (Certo: dal sangue, al sasso).

nel primo Caproni riscatta le parole semplici (anche se va messo in luce larcaismo del titolo cianfrogna ciarla) con le assonanze, le rime, i mezzi paragrafematici (ossia linsieme dei segni
I. CALVINO, Sotto il sole giaguaro, Milano, 1986, p. 64. V. SERENI, Gli strumenti umani, in ID., Tutte le poesie, a cura di M.T. Sereni, prefazione di D. Isella, Milano, 1986, p. 118. 6 G CAPRONI, Il franco cacciatore, Milano, 1982, p. 87.
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usati per la punteggiatura, gli apostrofi, ecc.), lo schema metrico e, per quanto riguarda la forma interna, unintonazione ironica e desacralizzante, fondata su un discorso breve e breviloquente.
Mutevole, durevole? Sorride lei per tutta risposta, maestra in quello slalom, oppure no, davvero 7 pi in alto nella conoscenza.

Nel secondo esempio Luzi contrappone a una discorsivit semplice e franta (si noti nel quinto verso il segmento nominale bruscamente apposto mediante una ripresa tipica del parlato) lardire dellimprovviso spostamento del quadro e un sottile gioco di assonanze. La scelta di vocaboli istituzionalmente poetici cos come la loro collocazione inusitata nel contesto (tale cio da contraddire il sistema di attese del lettore) non sono pi considerati requisiti fondamentali della poesia, che oggi vive piuttosto di gradazioni e di differenze, sfruttando, con particolari modalit, contesti e situazioni. Gli stessi materiali linguistici possono servire a costruire un testo poetico come un messaggio pubblicitario. Le differenze si trasferiscono allora in altri piani: per esempio il carattere monologico e assertivo dello slogan si oppone allimpostazione dialogica del testo poetico, il quale pi che a creare tende a ri-creare, a riscoprire, a far rinascere, a liberare energie sopite. Ha dichiarato infatti Mario Luzi: Riappropriarsi della parola. Un lavoro che il poeta fa contro gli altri, ma per tutti, a vantaggio di tutta la trib. Da segno convenzionale a parola che dice: questo litinerario ideale della parola poetica. A far rinascere la parola tende anche sia pure per vie impervie la poesia della neoavanguardia, che si serve dellinserimento di detriti e di spezzoni ricavati dalla banalit quotidiana oppure dai linguaggi settoriali (politico, burocratico, pubblicitario) al fine di contestare una cultura massificata e massificante. Non sempre dunque delle differenze formali separano la poesia contemporanea dagli altri linguaggi che ci circondano. Collocazioni nuove di lessemi e scarti rispetto alla norma si ritrovano di continuo nel linguaggio pubblicitario e in quello giornalistico; i titoli-esca della stampa, con le loro catene di traslati, sono un esempio di questo fenomeno. 8 La tendenza della poesia moderna a farsi prosa si pu confrontare con la ricerca di innesti del parlato nella narrativa contemporanea. In entrambi i casi la lingua letteraria assume stilizzazioni fondate su scelte medie e colloquiali. Nei linguaggi settoriali le moderne lingue di cultura raggiungono, rispetto allo standard, punte di rilevante diversificazione lessicale e sintattico-testuale. Provenienti da distinte tradizioni di scrittura e miranti a finalit diverse, tali linguaggi presentano spesso unalta specificit formale, che li rende poco confrontabili tra loro, come risulta chiaramente dalla lettura dei due campioni seguenti: Italiano settoriale (algebra):
Se A(x) e B(x) sono due polinomi nella variabile x, ed il grado di A(x) non minore del grado di B(x) non nullo, allora si pu determinare uno ed un solo polinomio Q(x), detto quoziente, di grado eguale alla differenza dei gradi di A(x) e B(x), ed uno e un solo polinomio R(x), detto resto, di grado inferiore di quello di B(x), in modo che si abbia: 9 A(x) = B(x) X Q(x) + R(x).

M. LUZI, Il gorgo di salute e malattia, 4, dalla raccolta Su fondamenti invisibili, Milano, 1971. Si riafferma lalta pressione e fa capolino lafa | Decolla la bella stagione (La Repubblica, 13-7-93, p. 23, titolo). Un esempio semanticamente pi complesso il seguente: E il bit cre la fragola, comprensibile solo se confrontato con il soprattitolo: Sta per partire in Giappone la prima fabbrica automatica di frutta e il sottotitolo: Ma in Italia deludente il bilancio dellinformatica verde (Corriere della Sera, 21-3-93, p. 20). 9 L. BENCINI, M. DI ROCCO, S. GERONIMO, Il pensiero matematico, I, Napoli, 1989, p. 264.
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La configurazione generale di questo testo consiste in una struttura testuale di tipo argomentativo, usata di norma nella dimostrazione di teoremi, leggi, princip, ecc.: seallora, in modo che si abbia; nel passo, intessuto di simboli e formule, risaltano tecnicismi sostenuti anche da formule del metalinguaggio: uno ed un solo polinomio, detto quoziente, uno ed un solo polinomio, detto resto. Italiano settoriale (semiologia)
Le concezioni relativistiche integrali (o radicali) della ricezione teatrale risultano caratterizzate da una netta tendenza a destoricizzare e quindi a metafisiciczzare la suddetta sfasatura semantica fra spettcolo e spettatore, 10 facendone una sorta di norma assoluta non graduabile.

In un saggio di semiologia appaiono caratteri del tutto diversi da quelli riscontrati nel terzo: sintassi elaborata, semantica complessa e ispirata a schemi astratti, ricorso a particolari procedimenti di formazione delle parole. I linguaggi settoriali, soprattutto quelli che presentano caratteri tecnicoscientifici, godono di un notevole successo presso ampi settori del pubblico, educato, per lungo tempo, dai media a interpretare lo stile tecnologico come stile aulico; conseguentemente al primo di questu due stili viene spesso atttribuito il prestigio che un tempo era prerogativa esclusiva del secondo.Tuttavia nella societ moderna i giudizi sul prestigio delle variet linguistiche appaiono piuttosto lontani tra loro. Ne una riprova il fatto che la scuola tradizionale, rifacendosi allantico preconcetto umanistico contrario alla scienza e alla tecnica e partendo dal presupposto che il tema scolastico di italiano coprirebbe tutta larea delle scritture utili nella didattica, fornisce scarse indicazioni e suggerimenti su quegli stili funzionali che sono invece molto richiesti ed esaltati in altri ambienti. Visto che abbiamo appena parlato dellitaliano letterario, mi sembra giunto il momento di introdurre il discorso dei dialettismi, per cui colgo loccasione per parlarvi brevemente della mia tesi di laurea, che aveva come oggetto proprio quello di appurare la presenza di dialettismi liguri (e pi genericamente settentrionali) in alcuni narratori liguri degli ultimi trentanni del 900. Quindi, rifacendoci al discorso delle variet prima citato, poniamo a confronto litaliano regionale e quello letterario, cercando di indagare e di scoprire le reciproche influenze. Anzitutto cominciamo fornendo una definizione meno approssimativa dellitaliano regionale, che, secondo Michele Cortelazzo, un sottoinsieme coerente di italiano fortemente influito, a tutti i livelli, dal dialetto, al punto che i tratti identificanti di questo italiano, quelli che lo differenziano da un (ipotetico) italiano medio, sono proprio, e quasi solo, quelli locali. Secondo Tullio Telmon, che nella sua Guida allo studio degli italiani regionali compie unampia disamina sullo stato degli studi di questa complessa materia, sono regionalismi le parole che provengono dal fondo lessicale del dialetto (o dei dialetti) e, trovandosi in un contesto globalmente italiano, sono adattate al sistema morfo(no)lessicale dellitaliano stesso. A questo punto, per, potrebbe non essere ancora chiaro il discrimine tra un regionalismo e un non-regionalismo; in altre parole, quando ununit lessicale, morfosintattica o fonologica pu (o anzi deve) essere considerata regionale? Sempre Telmon ci soccorre affermando che il regionalismo tale quando inserito con il massimo grado di naturalezza o di neutralit comunicativa nellenunciato. Viene per, ancora, da domandarsi che cosa intenda Telmon per naturalezza e la risposta che la naturalezza pu essere tanto consapevole quanto inconsapevole; in particolare, sar consapevole (ma pur sempre naturale) quando luso di un regionalismo dettato dalla mancanza di un equivalente oppure dal fatto che sentito pi adeguato alleffetto voluto o, ancora, dalla coscienza della non perfetta sinonimia del suo equivalente in lingua. Un altro studioso che ha fornito un modello di classificazione molto convincente Francesco Avolio che con il termine dialettismi intende le parole e le espressioni originatesi nelle diverse variet linguistiche dItalia e penetrate, a partire da una certa data, nella lingua standard o, anche, in altri livelli linguistici dellitaliano (italiano comune o colloquialeo delluso medio, italiano regionale
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M.DE MARINIS, La ricezione teatrale, in P. MAGLI, G. MANETTI, P. VIOLI (a cura di), Semiotica: storia, teoria, interpretazione. Saggi intorno a Umberto Eco, Milano, 1992, pp. 379-92 (alla p. 384).

ecc.). I dialettismi, in base ad un criterio funzionale, sono definiti come a) dialettismi entrati stabilmente nel lessico italiano comune; b) voci dellitaliano regionale non molto usate fuori dalla regione o zona dorigine; c) dialettismi occasionali, cio usati , ad esempio dalla stampa o dalla televisione sullonda di mode passeggere o, pi generalmente, per conferire un tocco di colore locale; d) arcaismi, cultismi, tecnicismi; e) dialettismi che si potrebbe definire di ritorno, cio parole toscane in origine facenti parte in tutto e per tutto del lessico italiano, e poi gradatamente sostituite da termini corrispondenti di provenienza diversa. Seguendo un secondo criterio, chiamato strutturale, Avolio d conto del modo in cui i dialettismi sono entrati nel lessico comune e dei fenomeni di adattamento e di trasformazione subiti nel passaggio dal dialetto allitaliano. Si distingue cos fra: a) voci dialettali non adattate; b) voci dialettali con adattamento fonomorfologico allitaliano; c) calchi dialettali (la maggior parte di essi tramite suffissazione); d) dialettismi semantici, ossia vocaboli della lingua italiana adoperati, per, con accezioni caratteristiche delle corrispondenti voci dialettali. Ma qual , a questo punto, la funzione dei dialettismi in letteratura, quali gli scopi del loro utilizzo, il valore aggiunto conferito allopera letteraria? In uno studio ormai classico del 1974 Cesare Segre enuclea tre grosse funzioni dei dialettismi letterari, che sono quella lirica (propria della poesia, ma anche di un certo tipo di prosa), quella espressionistica, che sfrutta la visceralit del dialetto, ma anche la sua grossolanit e corporeit per raggiungere effetti di deformazione grottesca e caricaturale; quella, infine, mimetico-realistica, che utilizza il dialetto con scopi politici e sociologici di riproduzione di determinati ambienti sociali e delle loro peculiarit linguistiche (con fini pi o meno documentaristici). Dopo le tesi canoniche di Segre, quelle brillantemente provocatorie di Giuseppe Antonelli, che delinea quattro categorie di utilizzo del dialetto in letteratura: a) dialetto per difetto, in cui la dialettalit avvertita ancora come una mancanza, associata ad aspetti e personaggi colpiti dallo stigma della negativit e vissuta come una specie di senso di colpa, come nella raccolta di racconti Tutta colpa del mare di Tonino Taiuti, in Volevo i pantaloni di Lara Cardella o nei libri di Laura Pariani; b) dialetto per dispetto, dove il dialetto rappresenta una conquista che permette di rompere i tab linguistici imposti dalla scuola e di dare unanima allasettico italiano dominante nella comunicazione degli adulti. Questa valenza trasgressiva del dialetto evidente nel romanzo Piccoli italiani di Marco Lanzl e in Westwood dee-jay di Marco Franzoso; c) dialetto per idioletto, o codice personale, variet di lingua soggettiva, individuale, come in Crniche epafaniche e Vacca dun cane di Francesco Guccini, nelle opere di Vincenzo Consolo e di Silvana Grasso in Albero di Giuda; d) dialetto per diletto, come in Camilleri, in cui il dialetto non risponde a una strategia di rottura, ma un ritorno alla dimensione regionale come molla del riso o del sorriso, come sede privilegiata del comico.
Qualche cosa era cambiato allimprovviso, e il primo segno era questo: che fino a Baragallo la gente che sincontrava era come sempre la gente per la strada che nemmeno ci si guarda; dopo Baragallo incontrandosi tutti si salutavano, anche tra sconosciuti, con una Bona ad alta voce o con unespressione generica di riconoscimento dellesistenza altrui come : Andamu andamu o Semu careghi, anci, o un commento al tempo che fa, Mi digu cha va a cive, messaggi di riguardo e amicizia pieni di discrezione, pronunciati comerano senza fermarsi, quasi tra s, alzando appena gli occhi. Alberi di fico sporgevano qua e l dalle fasce e unombra verde proteggeva il beudo; alcuni casolari ne erano proprio a ridosso e camminando quasi ci si entrava dentro, mescolandosi alle vite di quelle famiglie, tutti sul lavoro dallalba, donne e uomini e ragazzi a rivoltare la terra della fascia a sordi colpi di magaiu (il bidente a tre becchi), o, sempre col magaiu, facendo girar lacqua nel loro, cio abbattendo i rincalzi di terra del beudo e ribadendone altri 11 per condurre il rivolo a serpeggiare in mezzo ai semenzai.

Qui troviamo parole in dialetto tout court, non adattate allitaliano, come bona che pu voler dire sia buonasera o, pi genericamente, salve; andamu andamu vuol dire andiamo andiamo; semu careghi anci sta per siamo carichi oggi; mi digu cha va a cive per secondo me va a piovere; magaiu bidente a tre becchi (come dice lo stesso Calvino). Abbiamo poi dialettismi veri e propri,
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I.CALVINO, La strada di San Giovanni, in La strada di San Giovanni, Milano, Mondadori, 1990: 19 e 21.

cio parole adattate alitaliano, come fasce, che sono le terrazze liguri con i muretti a secco; beudo che il canaletto per lirrigazione degli orti; girar lacqua nel loro, vuol dire portare lacqua irrigua nel loro terreno.
Erano due cinquantenni, tutte due alti e magri; due saraceni dei bricchi. Gli sembrava di conoscerli, egli disse. Ci conosciamo s. Io sono Giuanin de Vit. E io Vit de Giu, - aggiunse laltro fulmineo. Cera anche penuria di nomi ad Avrigue? E lei come si chiama? Gregorio. 12 Ah, Grigheu, - medit quelluomo. Sembra il cigolio di un carro.

Qui troviamo tre nomi di persona in dialetto: Giuanin de Vit, Giovannino di Vittorio, dove il di Vittorio sta per figlio di; Vit de Giu, Vittorio di Giovanni e Grigheu, Gregorio (tradotto anche dallautore).
Leonardo si accorse che il sentiero nel botro di arastre era pieno di lacci per volpi e per tassi.
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Arastre un dialettismo (italianizzato) e significa ginestre spinose.


S, spiare la mia passione, devo ammetterlo; ma un giorno, se mi decido, mi porto i ferri e mi rimetto a lavorare. 14 - I tuoi ferri sono sempre nel taglio, dove arruginiscono.

Qui compare un dialettismo fraseologico, ossia un modo di dire (ma fraseologico pu essere anche un proverbio): i tuoi ferri sono sempre nel taglio vuol dire mai utilizzati (per ferri qui si intende attrezzi agricoli).
Devo imparare a imparare come lei, che quando incontra qualcuno che non conosce gli chiede solo di chi te 15 sen?, di chi sei?

Di chi te sen dialetto puro, non italianizzato, e significa di chi sei (figlio) (da quale famiglia vieni), come scrive lo stesso Maggiani.
E poi tutto il resto, inclusa una masnada di stelle cadenti tutte filanti in direzione del mare e i malocchi di terra 16 che ci gragnuolava da una ripa di fronte un contadino che ululava schifosi schifosi.

Malocchi dialetto italianizzato e sta per zolle di terra compatta.


Dacci unultima botta Saverio, che poi ti riposi tutta la vita
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Darci una botta un regionalismo fraseologico, che significa muoversi, sbrigarsi a fare qualcosa, oppure fare un ultimo, estremo sforzo; qui prevale questo secondo significato.
Nel mastello di legno stava pestando stoccafisso e patate. A Marco piaceva il brandacujn e quella domenica la nonna glielaveva promesso.

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F. BIAMONTI, Langelo di Avrigue, Torino, Einaudi, 1983: 19-20. F. BIAMONTI, Le parole la notte, Torino, Einaudi, 1998: 68. 14 F. BIAMONTI, Vento largo, Torino, Einaudi, 1991: 12. 15 M. MAGGIANI, mauri mauri, Milano, Feltrinelli, 1996: 31-32. 16 M. MAGGIANI, Felice alla guerra, Milano, Feltrinelli, 1992: 153. 17 M. MAGGIANI, Il coraggio del pettirosso, Milano, Feltrinelli, 1995: 286.

Mangiarono. Il brandacujn era morbido come una crema e aveva un forte sapore di aglio che a Marco piaceva.
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Brandacujn una parola dialettale non italianizzata, che indica una pietanza dalla consistenza cremosa a base di stoccafisso e patate.
A San Firmino i magnn io li ricordo ancora. Ci mettevano a posto caldaie, paioli, pentole.
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Magnn (dialetto non italianizzato) ha pi di un significato: stagnaio (come nel caso citato), fabbro, ma anche spazzacamino.
Ledera camminava sui muri e nei sentieri, le liane aggrovigliavano gli alberi di sciorba e di carrubo.
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Sciorba pu significare sia sorbo (la pianta, come in questo caso) sia sorba (il frutto della stessa pianta) ed un caso di dialetto italianizzato.
Si chiede ora se avrebbe preferito che il suo sguardo non avesse sbriciolato quella montagna che aveva davanti. 21 Ma sa che il il se padre agli stupidi e frena la memoria.

Il dialettismo fraseologico il se padre agli stupidi si riferisce allinutilit di agire impulsivamente e poi di riflettere in modo tardivo su quanto si fatto. Mi avvio allultima parte della mia esposizione, dove vi vorrei parlare, a proposito delle nuove glosse, di italiano radiofonico, che anche loggetto dei miei studi attuali. Il parlato radiofonico, innanzitutto, fa parte di quelle che sono state precedentemente definite variet diamesiche, cio legate al mezzo di comunicazione usato, e si dividono in scritto, parlato e trasmesso. Litaliano radiofonico, insieme a quello televisivo, rientra in questultima categoria. Vorrei cominciare con le parole di Lorenzo Cveri che ha definito il sound di una radio parlato-musica riconoscibile, o meglio, parlato costruito sul ritmo della musica. Partendo da questo assunto, possiamo cos analizzare il rapporto tra parlato e musica in unemittente radiofonica: la Fenati parla di chiacchericcio dello speaker e sostiene che alla radio una parte notevole del linguaggio intenzionalmente ftica e, in generale, meno formale lo stile di presentazione, pi apertamente questa intenzione pu essere dichiarata. La funzione ftica del linguaggio, proposta da Roman Jakobson, quella che presiede al mantenimento del contatto tra emittente e destinatario in un normale scambio comunicativo e, quindi, dire che la lingua radiofonica soprattutto ftica, significa che il parlato ha una funzione s qualificante, ma comunque secondaria rispetto alla musica. Dunque il parlato radiofonico (quello del DJ, sintende) ha una funzione di puro intrattenimento: il cosiddetto cazzeggio. Il parlato della radio, quando sembra cos poco vincolato e fluente invece estremamente bloccato, e deve avere delle caratteristiche particolari per creare un amalgama con il flusso musicale; la parola rientra nel processo di habillage, o messa in forma del suono, ottenuta eliminando tutte le interruzioni e distone interne al ritmo (come dice la Fenati) . Ortoleva, in un articolo del 94, indica nella leggerezza una possibile caratteristica distintiva del mezzo radiofonico e parla proprio di specifico del mezzo. La leggerezza si articola, secondo Ortoleva, in tre livelli: quello della mobilit e flessibilit del mezzo radiofonico; quello della maneggevolezza, che fa della radio uno strumento facile da usare, e quello dello scarso spazio che occupa nelletere, a differenza della televisione perch richiede e assorbe una quantit di informazione ristretta e inoltre ha
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N. ORENGO, Le rose di Evita, Torino, Einaudi, 1990: 49. N. ORENGO, Il salto dellacciuga, Torino, Einaudi, 1997: 41. 20 N. ORENGO, Le rose diEvita, Torino, Einaudi, 1990: 133. 21 N. ORENGO, Dogana damore, Torino, Einaudi, 1986: 122.

centinaia di programmi da molti anni, offrendo cos una possibilit di scelta maggiore forse di qualsiasi altro mezzo. La radio definita da Ortoleva cavalleria leggera della comunicazione e il parlato radiofonico da un lato ha la capacit di rivolgersi a grandi platee, dallaltro ha la simultaneit propria del parlato faccia-a-faccia. Il parlato radiofonico ha uno statuto incerto, oscillante tra un parlato che spesso sottolinea deliberatamente la sua origine di testo e lo fa con una pronuncia rigidamente regolata e con una serie di segnali convenzionali e un parlato che nasce invece dalla volont di simulare a tutti i costi uno scambio spontaneo con il pubblico che il mezzo, anche quando si apre alla telefonata, consente solo in parte. Sempre secondo Ortoleva, un parlato che trae la sua legittimit da una presunta parit tra chi parla e chi ascolta, una parit che per deve essere letteralmente messa in scena, teatralizzata. Finisce quindi con il creare paradossalmente propri standard che si potrebbero definire iper-orali e con lapplicarli altrettanto ossessivamente di una grammatica accademica: i linguaggi giovanilistici, le costruzioni volutamente scorrette, gli sbalzi pi o meno ironici, appaiono alla lunga obbligatori per i conduttori quanto sono ripetitivi (ma certo anche rassicuranti) per il pubblico. Da tutto questo argomentare Ortoleva deriva che una delle conseguenze pi peculiari della leggerezza della radio sta nel fatto che il mezzo lavora ai fianchi di tanti diversi linguaggi ma appare imbarazzato di fronte alla possibilit di definire un linguaggio pienamente suo. Raffaele Simone sostiene che, dopo la riforma del 1976 che ha consentito lingresso nelletere alle emittenti private, nel parlato dellinformazione radiofonica si assiste al passaggio dallo scritto parlato al parlato parlato dove il primo un parlato su base scritta e il secondo invece riproduce tutte le incongruenze, le inconseguenze, le scuciture, le imperfezioni tipiche del parlato spontaneo (secondo Simone). Si arriva quindi a una vera e propria biforcazione nelle scelte di lingua tra emittente pubblica e stazioni private: da una parte RadioRai continua ad adottare il parlato scritto, le radio private scelgono il parlato parlato. Questo fatto dovuto principalmente agli intenti di trasgressione veicolati dalle prime radio (si pensi al fenomeno delle cosiddette radio libere) e al loro coefficiente di contestazione, per il quale ladozione delluso parlato della lingua (di un uso politico connotato in larga parte da informalit e trascuratezza) veniva a costituire una specie di correlativo oggettivo linguistico della contestazione politica e ideologica. E questo ovviamente in contrapposizione alluso tutto sbilanciato verso un registro formale, molto alto e impostato, della lingua praticato dallemittente radiofonica di stato; registro formale a cui certamente venivano collegati valori ideologici e politici da combattere. Ma, in radio, lo spazio parlato uno spazio ampio: si va, infatti, da un parlato letto dei notiziari a un parlato recitato legato a programmi particolari come i radiodrammi (trasmessi esclusivamente dalla Rai), a un parlato improvvisato ( ma anche quello rigidamente codificato) come quello delle cronache sportive, a un parlato pi spontaneo (apparentemente) e conversazionale come quello dei dibattiti in studio e delle telefonate in diretta. Uno degli studiosi che maggiormente ha messo in evidenza in maniera problematizzante gli effetti della ricaduta linguistica dellazione esercitata dai media Francesco Sabatini, che per primo ha introdotto il concetto operativo di italiano trasmesso, scaturito dalla sua ricerca di una specificit comunicativa da attribuire al mezzo radiofonico. La categoria dellitaliano trasmesso presenta tratti dellitaliano scritto e di quello parlato ma nello stesso tempo si distanzia da entrambi perch (come afferma Sabatini) non presenta n la condizione della compresenza degli interlocutori in una situazione spazio-temporale reale, n quella della stabilit e analizzabilit visiva del messaggio linguistico. Rispetto alla canonica contrapposizione tra uso scritto e uso parlato della lingua con tutti i loro tratti distintivi, il trasmesso, oltre a contaminare caratteristiche delle due principali variet diamesiche, in un certo senso le supera entrambe proprio neutralizzando alcune opposizioni come quelle tra privatezza e pubblicit della comunicazione o tra compresenza e distanziamento spaziale dei partecipanti; vengono abolite insomma delle barriere e di fatto vengono realizzati continuamente eventi comunicativi molto pi complessi e sofisticati, nei quali si incrociano lontananza spaziale ed estraneit dei parlanti con dialogicit e privatezza, o estraneit dei parlanti ed extrasituazionalit con libert tematica e spontaneit dellenunciazione. Il mezzo radiofonico, quindi, per effetto dellapertura dellemittenza a ogni tipo di parlante, di parlata

e di argomento, e per effetto della interattivit del suo uso, sempre pi uno specchio dellintera nostra realt linguistica e sempre meno una fonte distaccata di orientamento. Come conclusioni provvisorie, si potrebbe effettivamente affermare che la variet di lingua veicolata dalla radio si trova al punto di incontro e di eventuale intersezione di pi variet di lingua; non esiste dunque una variet unica, prototipica e questo si verifica proprio a causa della funzione di specchio e non di modello della cosiddetta lingua radiofonica. Come esempio vorremmo portare un brano di parlato del Dj (le sbarre indicano le pause dellesecuzione parlata):
Il dottor/cavalier/granduff/lupmann/Mimmo Locasciulli/powder finger/ dottore per davvero/tra laltro/Mimmo Locasciulli/ uno dei tanti medici che hanno detto/mah/guadagno poco/arrotondo/come ha fatto Jannacci/con la musica/e dunque/abbiamo ancora/un paio di minuti/prima di arrivare allappuntamento con CD Box/e sto per proporvi una chicca/ma una chicca/aspetta che mi siedo/perch la devo fare da seduto questa cosa qua/una chicca veramente straordinaria/

le cui caratteristiche sono: grande velocit di eloquio e quindi tendenza alliperparlato, poche incertezze di dizione, buona fluenza, picchi tonali ricorrenti, risate e una elevata movimentazione del parlato. In questo stralcio di parlato possiamo rinvenire una citazione cinematografica da uno dei film della serie Fantozzi: Il dottor/cavalier/granduff/lupmann/, stravolgimento comico nellenumerazione delle onoreficienze di una persona importante, che ormai diventato un topos abbastanza ricorrente anche del parlato colloquiale; interessanti langlicismo abbastanza ostentato powder finger (daltronde labbondanza di forestierismi e di parole alla moda caratteristica della lingua dei Dj), nonch luso ripetuto di chicca con intenzione di colloquialit e confidenzialit. In un altro punto c limitazione della gorgia (o spirantizzazione della c intervocalica, tratto fonetico del toscano) e anche la costruzione sintattica mima il toscano in: E la ascoltiamo proprio ora/perch?/direte voi/cos/perch la (h)osa mi garba assai/, dove segna lintento di raggiungere un effetto ironico e ammiccante. Troviamo poi un esempio di cazzeggio radiofonico a due voci, tra un Dj e una Dj, dove possiamo rilevare dei colloquialismi ostentati come Fregatene/metti un disco/, che il massimo di trasgressione linguistica che si pu trovare in un contesto come questo; la mimesi del romanesco in Io taa magno tutta/, sempre con intento blandamente scherzoso e ammiccante. I Dj, nel loro parlato, fanno anche riferimento al cinema (si parla di Titanic),22 a eventi sportivi come la Formula uno, ma senza vera intenzione informativa; i fatti di cronaca hanno una funzione ftica (che abbiamo gi definito precedentemente), per tenere desta lattenzione dellascoltatore con qualche curiosit e qualche pettegolezzo che lo possano interessare (anche solo superficialmente) ma soprattutto intrattenere, affinch insomma non giri la famosa manopola per cercare unaltra stazione. Per concludere veramente potremmo dire (prendendo a prestito le parole di Massimo Moneglia) che quando un interlocutore non c realmente, n c un testo da recitare, il Dj rappresenta la lingua dellimprovviso; dellinterlocutore reale, il pubblico, evocato e presupposto lannuire silenzioso, lapprovazione che lascoltatore concede accettando stazione e Dj come compagni del suo pomeriggio. Dunque il linguaggio del Dj, in quanto ha una funzione di rappresentazione di qualcosa, da considerarsi a tutti gli effetti una forma artistica in cui la forma propriamente colloquiale della lingua resa artificiosamente.

Si ricordi che i campioni di parlato analizzati risalgono al 2 settembre 1998, epoca in cui il film Titanic era da poco uscito, se non ricordo male.

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